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Por qué Irán gana su guerra asimétrica frente a dos potencias nucleares superiores EEUU/Israel – Por Alfredo Jalife Rahme

Por Alfredo Jalife Rahme

El libro del 2005 Cómo los débiles ganan las guerras: teoría del conflicto asimétrico (https://bit.ly/43BOReX), del académico de la Universidad de Chicago y anterior analista de inteligencia militar Ivan Arreguin-Toft, parece constituir el manual de cabecera del agredido gobierno iraní por la superpotencia nuclear EEUU y la mediana potencia nuclear Israel –que goza de la deliberada complicidad del filosionista argentino Rafael Grossi, desacreditado director de la Agencia Internacional de Energía Atómica, quien hace la vista gorda ante los arsenales clandestinos de Netanyahu, quien evade la inspección de la ONU y su firma del Tratado de No Proliferación que EEUU exige en forma asimétrica e inicua a Irán.

En el siglo V a.C., los omnipotentes enviados atenienses –en el célebre Diálogo de los Melios narrado por Tucídides en la Guerra del Peloponeso (https://bit.ly/4akW7j4)– exigieron la capitulación de la isla Melos con la formulación del hiperrealismo político: “Los fuertes hacen lo que pueden y los débiles sufren lo que deben”.

Netanyahu y Trump, ¡2 mil 455 años después! conminaron la misma capitulación perentoria a los iraníes.

En su notable libro Arreguin-Toft arguye en forma persuasiva que las “guerras asimétricas” dependen de la interacción entre las estrategias respectivas del fuerte y el débil, más que del poder material crudo y rudo.

A juicio de Arreguin-Toft, cuando el fuerte y el débil usan estrategias similares suele vencer el primero, mientras que cuando utilizan estrategias opuestas aumentan las probabilidades de una victoria del débil, ya que el endeble vence cuando trastoca la superioridad del fuerte en su propia desventaja política, lo cual implementó al pie de la letra la República Islámica de Irán: “La probabilidad de victoria o derrota en conflictos asimétricos depende de la interacción de las estrategias que usan los actores débiles y fuertes”, ya que “cuando los actores emplean enfoques estratégicos opuestos, los débiles tienen muchas más probabilidades de vencer”.

Arreguin-Toft analiza 197 conflictos asimétricos y alega que los fuertes ganan hasta 75% de los casos en general (cuando los débiles combaten frontalmente contra los fuertes), mientras que, desde la Segunda Guerra Mundial, los débiles logran triunfos mayores a 50% cuando optan por tácticas opuestas (https://bit.ly/4uJZ9FY).Se centra en varios ejemplos desde 1800 que llevan agua a su molino y que van desde la guerra de Vietnam hasta Afganistán, pero que, a mi juicio, hoy no son extrapolables.

El débil gana guerras no porque sea más poderoso, sino porque logra que el poder del fuerte sea políticamente disfuncional, estratégicamente costoso y vulnerable a la atrición.

Dicho de otra forma, la metástasis del impacto geoeconómico/geofinanciero del cierre del estrecho de Ormuz atrapó a EEUU y, por extensión, en su fase declinante a Occidente –según el notable libro La derrota de Occidente (https://bit.ly/4fS6rmd) del galo Emmanuel Todd de hace 2 años–, como bien señaló el presidente Xi frente a su visitante Trump, quien sólo atinó a asentar sin dejar de inculpar de la decadencia de EEUU al binomio Obama/Biden.

Después del derrocamiento espurio del primer ministro soberanista iraní Mohammad Mossadegh (https://bit.ly/4u6J3oy), hace 75 años, pasando por la nacionalista revolución islámica hace 47 años, propongo el teorema más holístico de cuatro puntos diacrónicos: 1.- La singular resiliencia, que no masoquismo malentendido, del martirologio del chiísmo que se condensa en el “síndrome Karbala (https://bit.ly/4a0ZPye); 2.- Sus indetectables misiles hipersónicos que no detentan EEUU ni Israel; 3.- La genial jugada estratégica del cierre del estrecho de Ormuz: yugular geoeconómica/geofinanciera de Trump; y 4.- Su prodigiosa educación científica pública con los primeros sitiales del ranking STEM (Ciencia, Tecnología, Ingeniería y Matemáticas). Amén.

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Polymarket e i pericoli dei mercati predittivi

“Hai ancora 90 minuti per aggiornare la notizia falsa. Se lo fai, risolverai in un attimo il problema più grave che ti sei creato in vita tua. E tra una settimana non ti ricorderai più di me”. Questo il messaggio che, secondo quanto riportato dal Washington Post, il corrispondente di guerra del The Times of Israel Emanuel Fabian ha ricevuto su WhatsApp cinque giorni dopo aver pubblicato un articolo in cui raccontava che un missile iraniano aveva colpito, senza ferire nessuno, un’area boschiva poco fuori la città di Beit Shemesh, alle porte di Gerusalemme. Una notizia piuttosto marginale che, però, ha reso il giornalista l’obiettivo di minacce e ritorsioni da parte di ignoti.

Come raccontato da lui stesso, nelle ore successive alla pubblicazione Fabian ha cominciato a ricevere via email messaggi in ebraico che gli intimavano di modificare l’articolo, suggerendo che l’incidente fosse stato provocato da un missile intercettato “i cui rottami e frammenti erano caduti nel luogo dell’impatto”. Con il passare dei giorni, i messaggi si sono intensificati e le lamentele hanno raggiunto anche X, dove alcuni utenti hanno commentato la notizia condivisa dal giornalista, chiedendo se davvero si fosse trattato di un missile o meno. Ed è stato solo allora che, a quanto pare, Fabian ha compreso le ragioni del clamore sollevato dalla notizia pubblicata giorni prima: gli account X che avevano avanzato la richiesta di precisazioni erano collegati a Polymarket, la più grande piattaforma di prediction market al mondo, dove gli utenti avevano puntato più di 14 milioni di dollari sulla possibilità che un attacco missilistico iraniano colpisse Israele il 10 marzo.

“Questa scommessa sarà vincente se l’Iran lancerà un attacco con droni, missili o aerei sul territorio israeliano nella data indicata, secondo l’ora di Israele. In caso contrario, la scommessa sarà perdente”, si legge chiaramente su Polymarket. Tuttavia, “i missili o i droni che vengono intercettati non saranno considerati sufficienti per una risoluzione ‘Sì’, indipendentemente dal fatto che atterrino sul territorio israeliano o causino danni”. Una clausola che spiega bene perché il giornalista del The Times of Israel abbia ricevuto tante richieste di modificare l’articolo pubblicato: se Fabian avesse precisato che l’incidente era stato provocato da un missile intercettato, infatti, chiunque avesse puntato sul “no” avrebbe riscosso una vincita considerevole.

Ma il giornalista non ha ceduto alle minacce e ha messo a rischio la propria sicurezza pur di riportare la verità. “Il tentativo di questi giocatori d’azzardo di farmi pressione affinché modificassi i miei articoli per fargli vincere la scommessa non ha avuto successo e non lo avrà”, ha dichiarato. “Tuttavia, temo che altri giornalisti potrebbero non comportarsi in modo altrettanto etico, se venisse loro promessa una parte delle vincite”. Nonostante il “lieto fine”, la storia di Emanuel Fabian ha contribuito ad accendere i riflettori su Polymarket, il mercato predittivo che si sta dimostrando particolarmente abile nell’anticipare gli eventi geopolitici più emblematici della nostra epoca. Ma come può una piattaforma digitale prevedere quali saranno le decisioni dei governi più potenti al mondo? Chi sono gli investitori che sostengono il progetto e traggono profitto dalle sue scommesse milionarie?

Polymarket, il mercato predittivo più grande al mondo

La storia di Polymarket comincia come buona parte delle vicende delle aziende tech più note al mondo: solo che al posto di un garage, ci troviamo in un appartamento nel cuore di New York. Qui, nel pieno della pandemia di Covid-19, il giovanissimo Shayne Coplan, appassionato di tecnologia e criptovalute, in soli tre mesi crea una piattaforma che risponda ad alcuni dei quesiti che lo attanagliano durante il lockdown: “Quando finirà tutto questo? Quando sarà pronto il vaccino? Quando finiranno le misure di restrizione?”.

E così nel 2020, ispirandosi ai mercati predittivi Augur e Gnosis, Coplan ha lanciato Polymarket, con l’obiettivo di fornire agli utenti una “fonte di informazione affidabile” contro la “disinformazione dilagante”. In quel momento, non sapeva che la sua piattaforma sarebbe diventata il mercato predittivo per eccellenza, e che gli avrebbe regalato il titolo di più giovane miliardario self-made al mondo. La strada per arrivare a questo risultato, come si può immaginare, è stata parecchio accidentata.

Nel gennaio del 2022 la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) ha imposto a Polymarket il pagamento di una multa da 1,4 milioni di dollari e il blocco degli utenti statunitensi, per aver operato senza aver richiesto l’approvazione delle autorità di regolamentazione, come previsto dalla legge. Una sanzione che non ha fermato l’ascesa della piattaforma che, appena un paio di anni dopo, ha raggiunto i 3,6 miliardi di dollari di scommesse sulla corsa presidenziale tra Trump e Biden. Un successo breve, ma intenso. Appena otto giorni dopo l’elezione di Donald Trump, l’FBI ha infatti fatto irruzione nell’appartamento newyorkese di Sheyn Coplan e ne ha sequestrato tutti i dispositivi elettronici, nell’ambito di un’indagine volta a verificare – ancora una volta – se Polymarket consentisse agli utenti americani di piazzare scommesse senza licenza.

Dopo meno di un anno, la CFTC e il Dipartimento di Giustizia statunitensi hanno archiviato le indagini sul giovanissimo imprenditore, lasciandolo libero di godersi la sua ascesa. A luglio 2025, la piattaforma ha annunciato pubblicamente l’acquisizione da 112 milioni di dollari di QCX e QCXE, la holding di una borsa di derivati e una stanza di compensazione (l’infrastruttura che garantisce e regola le transazioni concluse sul mercato) autorizzate dalla Commodity Futures Trading Commission. “Ora, con l’acquisizione di QCEX, stiamo gettando le basi per riportare Polymarket a casa, rientrando negli Stati Uniti come piattaforma pienamente regolamentata e conforme che consentirà agli americani di scambiare le proprie opinioni”, ha commentato Coplan in quell’occasione, rassicurando (finalmente) gli utenti sulla legalità del suo mercato predittivo.

Una mossa strategica apprezzata dalla CFTC, che a settembre 2025 ha approvato ufficialmente l’attività di Polymarket nel mercato statunitense, proprio pochi giorni dopo l’ingresso di Donald Trump Jr. nel comitato consultivo della compagnia, in cui ha investito circa 10 milioni di dollari.

Nonostante questo percorso burrascoso, il progetto del giovane imprenditore di New York non ha mai modificato la sua natura. Sin dal lancio, Polymarket è una piattaforma in cui gli utenti possono scommettere su qualunque evento futuro – dall’elezione del presidente degli Stati Uniti alla data del matrimonio di Taylor Swift, dal ritorno di Gesù al prossimo conflitto geopolitico – semplicemente rispondendo sì o no ad alcune domande, accanto alle quali sono segnalate le probabilità di vincita, che variano mano a mano che gli utenti scommettono. “Si vince se si indovina. Si perde se si sbaglia”, ha chiosato Coplan in un’intervista a CBS News, spiegando il funzionamento semplice e intuitivo di Polymarket, che ha permesso agli utenti di guadagnare milioni di dollari nel corso degli anni.

Ma non sono soltanto i soldi a interessare l’imprenditore, quanto la possibilità di offrire alle persone uno strumento di informazione che sia il più chiaro possibile. Secondo Coplan, i mercati predittivi sono “lo strumento più accurato di cui disponiamo attualmente come esseri umani, almeno finché qualcuno non inventerà una sorta di sfera di cristallo superpotente”. L’idea è che – viste le ingenti somme di denaro in gioco – le persone siano incentivate a esprimere previsioni ponderate e informate, più di quanto farebbero in un tradizionale sondaggio. Una lettura che sembra trovare riscontro concreto nel successo del progetto.

Il caso Maduro: la previsione dell’attacco al Venezuela

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela, colpendo obiettivi militari e civili a Caracas e dintorni, e catturato il presidente Nicolás Maduro, accusato di narcotraffico e commercio illegale di armi. Appena cinque ore prima che le esplosioni scuotessero la capitale, su Polymarket un trader sconosciuto ha raddoppiato le puntate sull’invasione del Venezuela da parte degli Stati Uniti e sulla destituzione del presidente Maduro entro il 31 gennaio 2026, arrivando a guadagnare oltre 400mila dollari, con un ritorno sull’investimento pari a 12 volte la somma puntata.

Una vincita che ha attirato subito l’attenzione, alimentando i sospetti che il trader potesse aver ottenuto segretamente informazioni sull’operazione militare statunitense. Stando alla ricostruzione del Washington Post, l’account del trader è stato creato a dicembre 2025, e ha cominciato a scommettere su un probabile attacco degli Stati Uniti al Venezuela già nel corso del mese, quando ancora non c’erano notizie sul tema.

A destare sospetti, però, è il fatto che l’utente abbia puntato oltre 20mila dollari sull’ipotesi di un imminente attacco degli Stati Uniti al Venezuela lo stesso 2 gennaio, tra le 20.38 e le 21.58. Alle 22.46 dello stesso giorno, meno di un’ora dopo, Donald Trump ha autorizzato le operazioni militari statunitensi. Intorno all’una del 3 gennaio, i bombardamenti hanno cominciato a colpire Caracas, distruggendo indistintamente edifici governativi e quartieri residenziali. Alle 8.41 del mattino, il trader ha iniziato a incassare parte della sua vincita, pari a 410mila dollari. “È probabile che si tratti di un informatore interno. È una somma considerevole da investire, senza che ci siano molte notizie sul tema”, ha commentato Tre Upshaw, fondatore di Polysights, una startup che fornisce strumenti di analisi per i trader di Polymarket, inclusa una funzione per segnalare potenziali attività di insider trading.

A confermare questa ipotesi è un’indagine del Wall Street Journal, secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe tenuto segreta l’operazione venezuelana, limitando la condivisione di informazioni a una ristretta cerchia di consiglieri di alto livello, per preservarne l’effetto sorpresa. Le notizie su un probabile attacco, quindi, potrebbero essere arrivate solo e soltanto dalle persone più vicine al presidente degli Stati Uniti. Non a caso, a seguito della notizia della scommessa di Polymarket relativa al caso Maduro, il deputato democratico Ritchie Torres ha presentato un disegno di legge per vietare ai funzionari governativi di piazzare scommesse sulla piattaforma di prediction market, sfruttando a proprio vantaggio informazioni che non sono di dominio pubblico. Una proposta ancora in attesa di approvazione, che alimenta i sospetti sul coinvolgimento dei membri dell’amministrazione Trump nel giro dei mercati predittivi.

Il caso Iran: la previsione delle operazioni statunitensi

L’attacco al Venezuela e la destituzione di Maduro non sono i soli eventi geopolitici a essere stati anticipati da Polymarket, instillando nei ricercatori e negli esperti di sicurezza il dubbio che qualcuno vicino al presidente Donald Trump possa aver utilizzato informazioni riservate per piazzare scommesse sulla piattaforma. Anche la guerra in Iran, infatti, è stata un tema centrale per le previsioni di Polymarket. Secondo quanto riferito dalla società di analisi Bubblemaps SA, sei account di trader anonimi hanno guadagnato 1,2 milioni di dollari scommettendo su un attacco statunitense all’Iran entro la fine di febbraio, e mettendo così in evidenza uno schema ricorrente tra gli investitori della piattaforma.

Proprio come accaduto nel caso di Maduro, anche questa volta gli account in questione sono stati creati nei giorni precedenti la scommessa, e hanno piazzato le loro puntate poche ore prima che i bombardamenti colpissero Teheran, guadagnando cifre da capogiro all’indomani dell’attacco statunitense. La questione, proprio come accaduto con il Venezuela, ha suscitato subito scalpore e indignazione, anche nella classe politica americana. “È assurdo che ciò sia legale”, ha commentato in un post su Bluesky il senatore Chris Murphy. “Le persone vicine a Trump stanno traendo profitto dalla guerra e dalla morte”.

E non finisce qui. Nelle ultime settimane di marzo, gli account di ben otto trader – tutti creati attorno al 21 marzo – hanno scommesso un totale di 70mila dollari su una possibile tregua tra Stati Uniti e Iran, che sarebbe valsa loro la vincita di ben 820mila dollari. A suscitare sospetti sulle puntate, come ha riferito l’ex ricercatore di CoinTelegraph Ben Yorke, è stato il fatto che i suddetti account sembrassero “decisamente appartenere a qualcuno in possesso di informazioni confidenziali”.

Inoltre, da un’analisi più approfondita è risultato che alcuni di questi account potessero appartenere a un unico investitore anonimo, che avrebbe preferito utilizzare portafogli digitali diversi per le sue scommesse sulla piattaforma. “In genere, quando si è in presenza di una frammentazione dei portafogli e di tentativi deliberati di occultare l’identità, si possono ipotizzare due scenari diversi”, ha commentato Yorke. “O è un investitore importante che cerca di proteggere la propria posizione dall’impatto del mercato, oppure è insider trading”. A rendere più che plausibile quest’ultima ipotesi c’è stato l’aumento evidente della probabilità di una tregua tra USA e Iran prima del 31 marzo, la cui valutazione su Polymarket è passata dal 6% del 21 marzo al 24% del 23 marzo.

Eppure, nonostante i segnali evidenti, la piattaforma di Coplan ha sempre cercato di mantenere il focus sull’obiettivo informativo. “La promessa dei mercati predittivi è quella di sfruttare la conoscenza collettiva per creare previsioni accurate e imparziali sugli eventi più importanti per la società”, si legge nella nota che accompagna tutte le scommesse relative all’Iran presenti su Polymarket . “Questa capacità è particolarmente preziosa in tempi strazianti come quelli odierni. Dopo aver discusso con le persone direttamente colpite dagli attacchi, che avevano decine di domande, ci siamo resi conto che i mercati predittivi potevano dare loro le risposte di cui avevano bisogno, in un modo in cui i telegiornali e X non potevano fare”. Un’affermazione decisamente conveniente, che permette alla piattaforma di continuare a trarre profitto dalle guerre e dalla morte di migliaia di persone. E ai trader più informati di scommetterci.

Le accuse di insider trading e lo zampino di Trump

La destituzione di Maduro, l’attacco all’Iran e le anticipazioni di tanti degli eventi che hanno segnato gli ultimi mesi hanno messo in allerta esponenti della politica ed esperti di sicurezza, convincendoli che i mercati predittivi possano essere terreno fertile per l’insider trading. A ulteriore conferma di questa ipotesi arriva uno studio elaborato da un gruppo di ricercatori dell’Università di Harvard, che hanno stimato vittorie pari a 143 milioni di dollari per i trader che hanno scommesso cifre notevoli su Polymarket perché in possesso di informazioni riservate su un’ampia varietà di eventi, dal fidanzamento di Taylor Swift al vincitore del Premio Nobel per la Pace.

Non stupisce, quindi, che di recente il deputato democratico Ritchie Torres abbia inviato una comunicazione alla Commodity Futures Trading Commission (CFTC) per chiedere di indagare sulle scommesse fatte dagli investitori a pochi minuti dall’inizio degli eventi. “Questo schema solleva serie preoccupazioni sul fatto che alcuni operatori di mercato possano aver avuto accesso a informazioni rilevanti e non di dominio pubblico, relative a un evento geopolitico in grado di influenzare il mercato”, ha scritto Torres nella lettera condivisa con l’Associated Press, chiedendo pubblicamente: “Qual è la probabilità statistica che qualcuno che non sia un insider trader piazzi una scommessa vincente 12 minuti prima di un annuncio presidenziale in grado di influenzare i mercati?”.

A preoccupare, però, non è soltanto il fenomeno dell’insider trading. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, Polymarket si riempie di informazioni predittive sulle operazioni dei governi più potenti al mondo, rappresentando un’enorme minaccia alla loro sicurezza. “Polymarket è diventato un mercato illecito per vendere e speculare su segreti di sicurezza nazionale senza precedenti nella storia e, di conseguenza, una potenziale fonte di informazioni per i servizi di intelligence stranieri che tengono d’occhio quelle stesse scommesse sospette”, ha commentato il senatore democratico Richard Blumenthal, seguito dal deputato repubblicano Blake Moore, che ha dichiarato di non voler neppure “immaginare un mondo in cui gli avversari dell’America utilizzino i mercati predittivi per anticipare la nostra prossima mossa”.

La preoccupazione per la sicurezza del paese, quindi, sembra accomunare democratici e repubblicani, anche se non si può certo dire lo stesso dell’insider trading. Su quest’ultimo fronte, infatti, sono soprattutto i democratici a essersi esposti, avanzando proposte di legge che vietino ai funzionari governativi di scommettere su eventi di cui conoscono dettagli altamente riservati. Normative che, molto probabilmente, non saranno approvate, considerando il forte legame tra l’amministrazione Trump e i mercativi predittivi. Come anticipato, Donald Trump Jr. è investitore e consulente di Polymarket, oltre che uno dei consulenti del suo diretto competitor di settore, Kalshi. E lo stesso presidente degli Stati Uniti sembra avere un interesse per i mercati predittivi, come dimostrato dal progetto annunciato dall’agenzia mediatica di famiglia, di cui Donald Trump Jr. è amministratore: il mercato predittivo Truth Predictive.

“Donald Trump e la sua famiglia sono completamente coinvolti e guadagnano da Kalshi e Polymarket”, ha commentato il senatore democratico Chris Murphy, confermando il forte legame tra il governo statunitense e le piattaforme. Eppure, secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, mentre le operazioni in Iran erano ancora in corso la Casa Bianca ha inviato un’email a tutti i funzionari governativi, invitandoli a non utilizzare le informazioni in loro possesso per piazzare scommesse nei mercati predittivi.

Una mossa che, a detta di alcuni, potrebbe essere servita a nascondere la predilezione del presidente per Polymarket e Kalshi, indissolubilmente legate al suo figlio maggiore, che in più di un’occasione ha preso le distanze dalle accuse di corruzione mosse contro di lui. Anche Andrew Surabian, portavoce di Donald Trump Jr., ha ribadito che il suo unico coinvolgimento nei mercati di previsione consiste nel fornire consulenza a Kalshi e Polymarket sulle strategie di marketing, e nel sostenere finanziariamente Polymarket, aggiungendo che non entra mai in contatto con il governo federale per conto delle società in cui ha investito o di cui è consulente. Ma nessuna di queste affermazioni, a quanto pare, è riuscita a placare le perplessità sulle puntate di investitori anonimi sugli eventi geopolitici che, fino a ora, hanno contraddistinto l’amministrazione Trump.

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ATTACCO ALL’IRAN: CONTRO OGNI GUERRA

CONTRO LA GUERRARITIRO DELLE MISSIONI MILITARI ITALIANE ALL’ESTEROCHIUSURA DELLE BASI USA IN ITALIA L’attacco degli USA e di Israele all’Iran del 28 febbraio scorso ha aperto ad una nuova fase di guerra estesa dal Golfo Perisco al Mediterraneo. La propaganda ha parlato di bombardamenti per liberare la popolazione dell’Iran dal regime che governa il paese, […]
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Perpetual War: Ukraine, Iran, Taiwan, Venezuela and the Pentagon’s Global Script

The script of perpetual war unfolds simultaneously across four global fronts — Ukraine, Iran, Taiwan, and Venezuela — where the Pentagon’s machinery manufactures crisis, denies evidence, and transforms sovereignty into…

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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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Chi vuole allargare la guerra in Medio Oriente (e perché)

Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.

Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.

Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.

Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.

Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.

Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari.
Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.

Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.

Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.

Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale.
Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.

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LA GUERRA PERDUTA

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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