di Federica Cresci – Cuba Mambí, Gruppo d'Azione Internazionalista
Quando si parla di guerra, l'immaginario collettivo corre immediatamente alle bombe, ai missili, alle invasioni e alle città distrutte. Ma esiste un'altra forma di guerra. Una guerra che non lascia crateri, non mostra immagini spettacolari nei telegiornali e non produce il fragore delle esplosioni. Una guerra silenziosa. Una guerra economica. Una guerra che colpisce le persone attraverso la fame, le privazioni, i blackout, la mancanza di medicinali, l'isolamento finanziario e la progressiva distruzione delle condizioni materiali di vita. Le ultime misure annunciate dall'amministrazione Trump contro Cuba rappresentano l'ennesimo capitolo di questa strategia. L'OFAC ha inserito nella lista dei soggetti sanzionati il presidente Miguel Díaz-Canel, membri della sua famiglia, il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie, i Comitati di Difesa della Rivoluzione, l'ICAP, Amistur e altre entità cubane. Parallelamente, le nuove disposizioni hanno prodotto un ulteriore colpo al sistema finanziario dell'isola. Dal 6 giugno Cuba non può più ricevere pagamenti attraverso circuiti internazionali ampiamente utilizzati come Visa e Mastercard. Una banca straniera ha già comunicato l'impossibilità di proseguire i rapporti con l'entità cubana coinvolta per non incorrere nelle sanzioni statunitensi. Dietro il linguaggio tecnico delle sanzioni si nasconde una realtà molto semplice. Rendere sempre più difficile la sopravvivenza economica del paese. Colpire la capacità di commerciare. Colpire il turismo. Colpire gli investimenti. Colpire il sistema finanziario. Colpire l'accesso alle valute estere. Colpire perfino la solidarietà internazionale. Per comprendere la natura di questa strategia bisogna tornare al 1960. In un memorandum oggi declassificato, il funzionario del Dipartimento di Stato statunitense Lester Mallory scriveva che la maggioranza dei cubani sosteneva la Rivoluzione e che non esisteva un'opposizione efficace. Per questo proponeva di provocare "fame, disperazione e il rovesciamento del governo" attraverso misure economiche capaci di generare malcontento nella popolazione. Sono passati sessantasette anni. La domanda è semplice. È cambiato davvero qualcosa? Oggi Cuba affronta una crisi energetica che provoca blackout prolungati in molte zone del paese. Ogni interruzione elettrica significa ospedali costretti a funzionare con generatori di emergenza, farmaci che rischiano di deteriorarsi, attività economiche paralizzate, trasporti più difficili, conservazione degli alimenti compromessa e una qualità della vita sempre più pesante per milioni di persone. Le conseguenze non sono astratte. Sono concrete. Sono famiglie che passano ore e ore senza elettricità. Sono anziani che affrontano il caldo senza ventilazione. Sono malati che dipendono da un sistema sanitario costretto a operare in condizioni sempre più difficili. Sono bambini che crescono in un contesto di carenze materiali che nessun paese dovrebbe essere costretto a sopportare. A tutto questo si aggiunge il colpo inferto al turismo, una delle principali fonti di valuta estera dell'isola. Le nuove misure statunitensi stanno spingendo banche, imprese e operatori internazionali ad abbandonare Cuba per timore di ritorsioni. Diverse catene alberghiere straniere stanno ridimensionando la propria presenza sull'isola. Le difficoltà nei pagamenti internazionali scoraggiano ulteriormente viaggiatori, investimenti e relazioni commerciali. Ma c'è un aspetto ancora più inquietante. Tra gli enti sanzionati compare l'ICAP, l'Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli. Non una banca. Non una compagnia militare. Non una multinazionale. L'organismo che da decenni costruisce rapporti di amicizia, cooperazione e solidarietà tra Cuba e migliaia di organizzazioni sociali, sindacali, culturali e politiche di tutto il mondo. Colpire l'ICAP significa tentare di colpire la solidarietà stessa. Significa rendere più difficili gli scambi culturali, le brigate internazionaliste, le campagne di aiuto umanitario, le relazioni tra i popoli. Non basta strangolare economicamente Cuba. Occorre anche isolarla. Occorre impedire che il mondo veda. Occorre ostacolare chi prova ad aiutare. Ed è forse questo l'aspetto più rivelatore delle nuove sanzioni. Perché quando si colpiscono contemporaneamente l'economia, il turismo, il sistema finanziario e persino le reti di solidarietà internazionale, non si sta semplicemente esercitando una pressione diplomatica. Si sta cercando di rendere sempre più difficile la vita di un intero popolo. Per questo la vera domanda non è se esista una guerra contro Cuba. La guerra esiste da decenni. La vera domanda è un'altra. Quante sofferenze può sopportare un popolo prima che il mondo smetta di considerarle il normale effetto collaterale di una disputa politica e inizi a chiamarle con il loro nome? Perché esistono guerre che uccidono con le bombe. Ed esistono guerre che cercano di ottenere lo stesso risultato attraverso la fame, la penuria, l'isolamento e la disperazione. Cuba conosce questa seconda forma di guerra da sessantasette anni. Le bombe distruggono le città. L'assedio distrugge lentamente la vita. E quando questa violenza dura da sessantasette anni, il silenzio non è neutralità: è complicità. Ma se Washington pensa di poter isolare Cuba colpendo anche l'amicizia tra i popoli, commette un errore storico. Perché la solidarietà internazionalista non conosce blocchi, sanzioni né frontiere. E finché milioni di donne e uomini nel mondo continueranno a schierarsi al fianco del popolo cubano, nessun assedio potrà spezzarne la dignità, la sovranità e la resistenza. La solidarietà non si sanziona. La solidarietà non si blocca. La solidarietà non si arrende. CIÒ CHE STA SOFFRENDO IL POPOLO CUBANO NON LO DIMENTICHIAMO. NON LO PERDONIAMO.
Il titolo evoca con estrema, amara ironia, un ultimo terribile fatto di cronaca. Con un’iperbole, per lo più scherzosa e convintamente fittizia, sanguigna per il gusto dell’esagerazione, il dialetto romano sostiene così un ideale enorme dissenso con un interlocutore, che si finge di minacciare col massimo di un intervento terrorizzante. Quando però l’iperbole verbale si trasforma in realtà effettiva in un tessuto sociale di voluto degrado di ogni aspetto umano, è necessario capire a fondo se questa supposta civiltà ci appartiene o se invece ce ne dobbiamo discostare con tutte le forze possibili del nostro diniego. Nella seconda ipotesi appena accennata, “diamo fuoco”, prioritariamente e in senso metaforico, a questa mezza informazione benpensante che si aggancia a ogni isolato aspetto di una tragedia che si ripete, sempre evitando di dare conto del cuore o contesto dei problemi, ovvero di cosa sia lo sfruttamento sul lavoro.
Entrando allora nel fatto di cronaca del 1° giugno, emerge che sono morti 4 uomini, 3 afghani e 1 pakistano, in un rogo in auto, appositamente preparato, in una frazione calabrese di 2.583 abitanti chiamata Amendolara, in un’area di servizio al 106 della Strada Statale Ionica, in provincia di Cosenza. Ex terra di emigrazione nel secolo scorso verso l’Italia del nord o l’Argentina, Amendolara è salita agli onori della cronaca solo per queste morti che hanno scosso la cosiddetta opinione pubblica, data l’efferatezza con cui sono state progettate ed eseguite le uccisioni. Emerge, quindi, oltre al condivisibile “orrore” per assassini che costringono a bruciare vivi altri esseri umani, un movente che si fa strada nel sommerso di una realtà misconosciuta, tutt’al più sfiorata da conoscenze sindacali sempre pronte a mobilitarsi quando si arriva agli estremi, tranne a far capire cosa e come siano le condizioni lavorative, deliberatamente ignorate da serie di governi compiacenti, sconosciute quindi all’universale popolazione indifferente, accuratamente sommerse negli interessi carsici che muovono e usano sempre il lavoro altrui.
È di questo allora che bisogna parlare, questi morti erano lavoratori, in più stranieri gettati nei pozzi neri del lavoro schiavizzato, in più richiedenti diritti che a loro non competono come ultimi tra gli assoggettati, in più di etnie rese nemiche dall’abile giogo dominante imposto alla crudele lotta gerarchica tra poveri. Provando a procedere con ordine, vediamo però prima come si fa rimbalzare la notizia incanalata nel vicolo cieco dei sentimenti più comuni, anch’essi soggetti a essere corrotti e separati dall’intelligenza del reale.
Innanzi tutto gli sciacalli: il generale Vannacci, saputo che i due presunti assassini rintracciati erano pakistani, ha citato uno slogan che definisce l’attuale arrogante destra cui si rivolge: “Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo”. Aggiungendo il disprezzo per chi, se “queste risorse pagano le pensioni, ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale, bisognerà pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno. Remigrazione!” Chiara la priorità di un discorso che a) omette di parlare della finzione del diritto alla supremazia di chi abita il cosiddetto primo mondo, b) evita accuratamente di entrare nel merito delle modalità lavorative che creano le dipendenze di classe, ove la frammentazione del lavoro è ulteriormente accelerata con l’impiego della tecnologia. c) considera solo i costi in denaro del lavoro al posto della vita degli esseri umani e d) infine devia verso gli alieni, cioè gli altri, gli stranieri, le responsabilità dei rischi riservati al lavoro, ma cancellati da tutti i decreti sicurezza unicamente emanati per reprimere il dissenso sociale. Analogamente, dalla Lega si leggono rigurgiti moralistico-legalitari quali “una ferita allo stato di diritto” con tanto di promessa per “un inasprimento dei controlli sulle filiere agricole”. Gli sciacalli hanno detto la loro.
Dall’unico sopravvissuto agli omicidi si è appreso che le quattro vittime erano braccianti e che, per aver richiesto di esser pagati, anche degli straordinari evasi e di non dormire in dieci in una stanza, sono stati eliminati dai loro rispettivi caporali pakistani, comodamente usabili come pronta barbarie al servizio padronale. In dettaglio si tratta di assunzioni prima in nero, poi con contratto per 8 ore a 45 euro al giorno, mai pagato, e in più i due caporali avrebbero chiesto un contributo per il viaggio di accompagnamento al lavoro, su cui è infine scoppiata la lite fatale.
La stampa parla di sfruttamento come cosa nota. Si scopre che erano esseri umani, chi rileva che lo ridiventano solo dopo morti, chi sottolinea l’invisibilità delle loro esistenze, chi adombra sospetti di gestioni mafiose, chi addita responsabilità della Bossi-Fini come pure del Decreto flussi, chi getta la colpa sul “caporalato”, ecc. Altri 14 tra auto e furgoni sono stati dati alle fiamme, nella zona, porto franco della ‘ndrangheta che però nessun processo è mai giunto ad accertare! La procura di Castrovillari ha fermato Alì e Bat, questi i nomi di quelli che hanno bloccato gli sportelli del minivan in fiamme, per omicidio plurimo. La giustizia sembra “fare il suo corso” come normalmente si dice, ma il capitale con le sue leggi ne è sempre fuori, fa entrare in tribunale solo i suoi agenti, generalmente inconsapevoli di esserlo.
Terminata la rassegna della propaganda e della cronaca, ci troviamo tanti oggetti d’indagine “noti”, cioè mai conosciuti a fondo proprio perché se ne parla continuamente come se lo fossero, e che invece, per rispetto e un doveroso riscatto delle più che giuste esigenze delle vittime, ora proviamo a delineare anche se in pillole, col senso però di un invito ad approfondire i concetti finora mancanti.
In primo luogo il lavoro. In un modo di produzione capitalistico, nel quale siamo immersi da oltre 2 secoli, il lavoro è per definizione sfruttato, proprio mediante il salario che corrisponde sempre e comunque solo a una quota della ricchezza prodotta e privatamente appropriata, cioè sottratta al beneficio sociale comune. Prova ne sia che i profitti salgono, cioè quella quantità di lavoro gratuito estorto che li costituiscono e li aumentano, a fronte dei salari relativamente sempre più da fame e dell’impoverimento crescente, altrimenti visibile anche nell’iniquità fiscale, corredata dall’evasione e elusione della tassazione, all’incirca calcolata sui 100 mld di euro solo in Italia. Che lo sfruttamento sia l’origine certa dei profitti lo dimostra tutta l’accuratezza normativa e politica nell’erodere continuamente quote di lavoro gratis – Marx usò l’espressione di “rosicchiare i minuti” – a vantaggio di un’accumulazione di ricchezza e potere da parte dei possessori di capitali, da poter sostenere concorrenza e dominî coloniali. Lo sfruttamento quindi non è riservato ad alcuni più sfortunati, è il sistema comune di comando sul lavoro da rendere, quest’ultimo, sempre più inoffensivo nel reclamare diritti e dignità.
A seguire, gli immigrati sono ora il piatto forte di questo sistema. Tutte le leggi liberticide e la precarietà di vita loro riservata, la loro attribuzione di essere “terroristi”, i loro respingimenti, remigrazioni, venduti a chi li trattiene in lager fatiscenti, l’ostacolo sempre maggiore al loro salvataggio in mare, ecc. sono tutti ottimi meccanismi di dissuasione, semmai in salvo e al lavoro, dal ritenersi in grado di rivendicare un diritto alla vita. Chi non capisce di essere forza-lavoro di serie Z, rischia di nuovo la pelle, come i quattro ammazzati nel rogo calabrese, cui l’estorsione lavorativa riguardava non più solo una parte, ma tutta la giornata lavorativa in cambio di una miserabile sopravvivenza, alla stregua di ogni sistema schiavistico mai dismesso. Come gli ebrei e tutti i dissidenti o diversi furono di fatto un capro espiatorio per Hitler, così gli immigrati lo sono oggi nei nostri tempi: esseri esecrabili, non persone, non necessariamente da eliminare, ma da condizionare pesantemente per sfruttarne le forze. Si dirotta su di loro l’attenzione sociale delle carenze governative da occultare, in modo da poter lasciar agire nell’ombra il sistema predatorio, corrotto e mafioso di cui il capitale ha sempre più bisogno, perché spinto dalle sue crisi.
Approdando infine al caporalato, la stampa continua a chiedersi come mai le denunce effettuate non trovano seguito. Riferire quella operazione “Demetra” nel giugno 2020, con l’arresto di 60 persone e sequestro di 14 aziende agricole tra Calabria e Basilicata, è utile per riportare le parole del gip di allora che scrisse che gli immigrati “venivano trattati come scimmie”.
La distinzione tra mezzi e fini è fondamentale. Più il mezzo è brutale più risulta efficace per il fine previsto. Disumanizzare significa azzerare ogni scrupolo e responsabilità, per il regolare funzionamento del sistema che è lui a definire le finalità dello sfruttamento, che non può essere ostacolato. Inamovibile il contrabbando (smuggling) di migranti di ogni provenienza, afghani, africani o altro, costretti a pagare l’espatrio e poi il datore di lavoro destinato, nella catena gerarchizzata attraverso il caporalato per le zone agricole, o mediante l’appalto e subappalto in tutti gli altri ambiti lavorativi. Al di là da ogni etnia, lo sfruttamento massimo è delegato a un altro sfruttato, come nel cottimo, il quale pertanto dev’essere spietato o malcapitato, come appendice in un ingranaggio dal movimento incontrollabile. Chi ha visto Chaplin in “Tempi moderni” può avere negli occhi immagini immortali di questa stessa analisi, magistralmente espressa nell’arte.
Questi morti per il lavoro, inoltre, si aggiungono a quelli quotidiani sul lavoro. Sono tutti testimoni, in quanto vittime, di una lotta di classe senza esclusione di colpi che capitali centralizzati conflittuali e coalizzati proseguono nella loro spasmodica ricerca di predominio. La distruzione della vita altrui, sia in veste lavorativa che militare, di residenti o di sans papiers, di occupati poveri o disoccupati, inoccupati, inattivi, ecc., rientra nello sviluppo delle forze produttive di cui c’è necessità, contingente ancorché duratura. La sorveglianza continua sui lavoratori e l’impossibilità di appoggiarsi su spazi realmente sicuri, produce in loro una condizione permanente di paura, di insicurezza e terrore psicologico che in molti casi funziona da deterrente. Emerge allora con chiarezza la coerente architettura dell’esperienza coloniale trasferita nella cosiddetta patria, cioè dove conviene di più, nelle forme di dominio collettivo anche sotto denominazioni generiche e quindi irrintracciabili come “criminalità organizzata”.
La banale organizzazione del lavoro include così fasce talmente più indebolite di forze-lavoro, che permettono di gridare allo sfruttamento una tantum, come scandalo, come ad esempio per la prostituzione, ma che non devono turbare la continua tranquillità di una società intrisa di ipocrisia. Alla notizia di queste morti terribili, sono apparse denunce in ogni parte d’Italia, segno che il “capitale organizzato” non risiede solo nel sud arretrato, ma spazia libero di normalizzare ovunque l’impunità per le illegalità più vantaggiose tra i rider, nei campi, nella moda, nei cantieri, ecc. Da Bassano del Grappa, a Chioggia, a Viadana (Mantovano), a La Spezia, a Latina, nel Bresciano, in Franciacorta dove una decina di anni fa venivano anche impiegate donne nei vigneti e poi fatte prostituire di notte. Bengalesi, rumeni, pakistani, cinesi, indiani, ecc. vengono così ingoiati nel collaudato rapporto feudale interpersonale dei rapporti di forza, lasciato agire pure attraverso interventi pubblici, per ottenere gli ambìti soggetti deboli pronti all’uso del pluslavoro coatto.
Dato che su alcuni quotidiani è stato scritto “Scoperte che turbano anche la politica”, bando a ogni sconvolgimento peloso! Non si tratta di deviazioni moralmente o giuridicamente recuperabili, ma di sistema.