AI Risk Worries Insurers & Businesses Alike
di Sandro Moiso
Amitav Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale. Perché la civiltà globale sopravvivrà al declino dell’Occidente, con una prefazione di Franco Cardini, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 552, euro 24.
L’America sta morendo: è solo un’idea sopravvissuta alla sua utilità. (The Handmaid’s Tale, stagione 5, episodio 8 – 2022)
Non vi può essere dubbio alcuno sul fatto che oggi ci si trovi, a livello planetario, in un’età di transizione, ovvero di passaggio da una globalizzazione che avrebbe dovuto rappresentare il coronamento dell’imperio politico, militare e economico dell’Occidente, sia estremo (Stati Uniti) che mediano (Europa e addentellati extra-europei) secondo la definizione che ne dà Franco Cardini, sul mercato e sulla ripartizione dei beni e delle risorse a livello mondiale ad una ripartizione di ricchezze e ruoli che vede tra i protagonisti anche altre realtà politiche, nazionali ed economiche non propriamente includibili nei valori e nelle forme da questi assunti in un Ovest che, pur mantenendo la sua posizione di riferimento orientativo sul piano geografico, è andato nel tempo sempre più restringendosi.
Un momento storico che se da un lato suscita le peggiori paure e forme di aggressività all’interno di formazioni sociali ed economiche un tempo soddisfatte dalla loro posizione di predominio, dall’altro agita le speranze non solo dei governi e delle classi dirigenti, ma anche dei popoli e delle classi sociali meno abbienti che si riconoscono negli interessi dei nuovi “competitor” scesi nel circo delle relazioni di potere internazionali. Nuovi protagonisti di giochi gladiatori di cui le varie forme di conflitto andate sviluppandosi sempre più rapidamente e su scala sempre più vasta negli ultimi anni sono la diretta emanazione. Indipendentemente dalle considerazioni su chi abbia aggredito l’altro o viceversa.
Per affrontare questo tema, che da tempo il presidente cinese Xi riassume nella “trappola di Tucidide”, facendo riferimento al rischi che l’attuale percorso di confronto economico, politico e sempre più frequentemente militare possa dare vita d una nuova guerra del Peloponneso su scala globale, in cui il ruolo di Sparta e Atene, l’una in decadenza e l’altra in ascesa, potrebbe essere rivestito dagli Stati Uniti e dalla Cina, Amitav Acharya, Distinguished Professor alla American University di Washington, D.C. ed ex presidente della International Studies Association, prova a tracciare un percorso, attraverso 5000 anni di storia, che delinea come tale passaggio di consegne, ma soprattutto di mantenimento di una pace e di un ordine internazionale, non abbia mai costituito soltanto una prerogativa della storia e degli imperi nati a Occidente. Come egli stesso afferma nella introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale:
Un concetto comune ai singoli Stati e agli ordini mondiali nel corso dei secoli si riassume nell’espressione «caos versus ordine». Tale retorica ha rappresentato la principale giustificazione per il costituirsi dell’autorità politica che a sua volta deriva dal bisogno di uno Stato e di un capo forti e dal desiderio di uno Stato di conquistare o comunque controllare gli altri.
Così i faraoni egizi legittimavano la propria autorità presentandosi come forza di ma’at (ordine o armonia) che trionfava su isfet (caos o violenza). Negli antichi racconti sumeri, gli dei stessi ristabilivano l’ordine cosmico punendo i terrestri “chiassosi” e violenti e mandando loro inondazioni, malattie e morte. L’ideologia dell’Impero achemenide di Persia, fondato da Ciro il Grande, poggiava sulla dualità zoroastriana tra asha (ordine cosmico) e druj (caos e disordine). Uno dei miti cardine della civiltà indù contrappone i Deva (le forze divine dell’ordine) agli Asura (le forze demoniache del caos e dell’oscurità) in un’eterna lotta per la luce e la tranquillità. Pur evolutasi separatamente dal sistema di credenze indoeuropeo, la civiltà cinese, guidata dagli ideali confuciani e taoisti, ha estremizzato il bisogno di armonia sociale, equilibrio e stabilità per far fronte al disordine, e l’impatto di tale logica permane ancora oggi.
Pur non configurandosi strettamente come dualismo tra caos e stabilità, l’islam distingue tra Dãr al-Islam (casa o territorio dell’islam), strutturata su principi e modalità di governo islamici, e Dãr al-harb ( casa o territorio della guerra), la cui mancanza di principi islamici e di sicurezza per i musulmani autorizza a farne un bersaglio di aggressione e assimilazione. Gengis Khan e i suoi successori invocavano l’”eterno Cielo blu” (tengri), il concetto mongolo di Cielo, per legittimare la propria autorità di governo, che consisteva nell’imporre l’ordine sul caos.
In un continente sperduto e lontano, i governanti dell’impero Inca giustificavano la propria espansione spiegando ai loro vicini che la sottomissione avrebbe portato loro non solo stabilità, ma anche prosperità e giustizia. Più a nord, i sovrani aztechi sfruttavano il timore del caos e il bisogno di ordine, procurato dal dio del sole Huitzilopochtli, per giustificare il domino interno e le conquiste all’estero1
L’autore collabora con «The Washington Post», «Financial Times», «Foreign Affairs», CNN, BBC e Al Jazeera e ha vissuto e lavorato in India, Singapore, Canada, Regno Unito, Cina e Stati Uniti, mentre tra i suoi libri più noti va considerato The End of American World Order (2014), una sorta di preludio all’opera attuale uscita negli Stati Uniti nel 2025. Amitav Acharya è tra i maggiori studiosi di relazioni internazionali e da sempre cerca di farsi promotore di un approccio globale alle discipline storiche, in grado di mettere in discussione le narrazioni eurocentriche ancora oggi troppo diffuse.
A ricordarcelo è lo storico Franco Cardini che, nella sua Prefazione all’edizione italiana del testo in questione, sottolinea come abbia impressionato molti, nel dicembre 2025:
leggere nella traccia dei programmi per l’insegnamento della storia proposta dal Ministero dell’Istruzione della Repubblica Italiana, l’eco appena attutita dalla prudenza, ma netta nella sostanza, del pregiudizio inveterato secondo il quale “soltanto l’Occidente” conosce (o quantomeno “ha compreso”) la storia. Il che, peraltro, riguarderebbe non tutto l’Occidente, bensì quello “moderno”, successivo alla grande rivoluzione quattro-cinquecentesca che ha posto fine a un mondo fondato su un equilibrio tra tra civiltà che si ignoravano reciprocamente, ma tra le quali pure sussisteva una qualche comunicazione o contaminazione, come si verifica in un qualunque sistema di compartimenti stagni imperfettamente concepiti e realizzati2.
Una storia, quindi che non solo nasce con l’invenzione della scrittura, modalità narrata da secoli e già di per sé escludente per una infinità di società “altre” che della scrittura hanno potuto fare a meno, ma addirittura dalla reinvenzione occidentale del mondo. Possibilmente a sua immagina e somiglianza. Un’autentica, anche se solo pretesa, rifondazione del mondo che sembra assumere una funzione divina ancor prima che divinatoria nel concedere patenti di civiltà, o meno, ai popoli degli altri continenti.
Una rifondazione del mondo che si è avvalsa tanto delle figure di Cristo, Platone e Aristotele quanto di quelle di Cristoforo Colombo, Vasco da Gama e Ferdinando Magellano per fornire una lettura in cui i primi tre avrebbero, secoli addietro, fondato i valori etici e morali del mondo occidentale figlio della cultura greca e i secondi rappresentato gli scopritori, se non addirittura gli inventori, di un mondo che non avrebbe altrimenti avuto coscienza di sé. Così, come afferma ancora Cardini:
Approdo di tale processo – per quanto non sempre lucidamente inteso […]- è stato il razzismo genocida, del quale costituisce esempio e modello principale la storia degli Stati Uniti d’America, con le sue esperienze non casuali né episodiche, ancorché fatalmente […] entrambe imperfette, di genocidio perpetrato sia contro i native americans – basti il “caso” del nobilissimo popolo cheyenne, ingannato, combattuto e deportato fin dal 1830 dal Minnessota per mezzo di una sequenza di promesse non mantenute, di patti non osservati e di micidiali marce forzate, fino alla carneficina di Washita River del 1868 – sia contro le genti africane vittime dello slave trade3.
Ma, oggi, l’Occidente appare in declino e l’assertività del suo ordine e delle sue ipotesi e illusioni economiche, filosofiche, politiche e sociali viene sempre più messa in discussione non soltanto dai fatti (guerre, crisi economiche ricorrenti, instabilità politica e ascesa di nuove grandi potenze, come la Cina o l’India), ma anche da un’ondata di nuovi studi prodotti sia nelle sue università che in quelle dei paesi un tempo dipendenti dalle sue scelte.
I post-colonial studies, che sempre più spesso e con grande abbondanza di interventi e di ricerche rimettono in discussione il mondo e una storia narrata troppo spesso, se non sempre fino ad ora, a partire da quella dell’Occidente. Cosa che insieme alle contraddizioni ormai esplose e ad un ordine in via di implosione, fa temere a molti l’avvento di un’era di caos globale.
Ma è stata soltanto una men che pia illusione ritenere che l’Occidente potesse detenere all’infinito il monopolio dell’architettura politica che rende possibile la cooperazione e la pace tra le nazioni. Per questo motivo, ripercorrendo cinquemila anni di vicende umane, Amitav Acharya, mostra che un ordine mondiale esisteva ben prima dell’ascesa occidentale. Così, come si è già visto più sopra, passando dalla Sumeria e dall’Egitto all’India e fino alla Mesoamerica, passando per i califfati medievali, gli imperi eurasiatici e l’Africa, sembrano emergere valori politici, interdipendenze economiche e norme di condotta tra Stati affermatisi in diverse epoche e aree del pianeta.
Rivelando come l’ordine non coincida obbligatoriamente con il dominio di un solo polo. Da qui la tesi centrale del libro: anche se l’Occidente arretrerà, l’ordine potrebbe perdurare ancora a lungo. Il declino occidentale non preannuncerebbe la fine della civiltà globale, ma la possibilità di aprire la strada a più centri di potere e a un assetto più equo, in cui il “resto” del mondo abbia maggiore voce e responsabilità.
Così, invece di cedere ai timori apocalittici sulla fine della civiltà, Acharya invita l’Occidente a imparare dal passato e a cooperare con le nuove potenze per forgiare un ordine condiviso, capace di affrontare sfide comuni – guerre, sicurezza energetica, disuguaglianze – senza ricadere nelle contrapposizioni tra blocchi. Nel tentativo di andare oltre le interpretazioni geopolitiche convenzionali, Storia e futuro dell’ordine mondiale cerca di offrire una differente prospettiva storica per comprendere il presente e orientarsi nel mondo che viene. Rassicurando, in tal modo, sia le élite intellettuali che le borghesie delle potenze emergenti, oltre che di quelle declinanti, sulla possibile continuità del mantenimento, senza scosse troppo violente, degli attuali rapporti di produzione, di scambio e di valorizzazione.
«Fin qui tutto bene, come diceva l’uomo che cadeva dal trentesimo piano di un palazzo una volta giunto al ventesimo»4, ma anche se è sacrosanto e necessario smontare pezzo a pezzo l’autentica narrazione tossica su cui si è basata la giustificazione del predominio occidentale e del cosiddetto “fardello dell’uomo bianco”, che tanto ha contribuito ad avvelenare anche i principi del socialismo a cavallo tra XIX e XX secolo e poi ancora successivamente, è anche vero che la narrazione della storia per imperi, civiltà e popoli, siano essi asiatici, mesoamericani o africani, di religione mussulmana o altra ancora, rischia di riproporre gli stessi errori, le stesse illusioni e confermare i rapporti d classe già contenuti in ciò che, solo in apparenza, si vorrebbe cancellare definitivamente. Considerato che la continuità della pace dovrebbe basarsi sul mantenimento della pace sociale tra le classi, il cui sovvertimento rappresenta l’unico vero disordine e caos temuto dalle classi possidenti detentrici del potere e degli strumenti repressivi dello Stato.
Un ordine multipolare, pur essendo oggi inviso ai detentori dell’impero americano, non è di per sé garanzia di maggiore democrazia ed uguaglianza per la maggioranza dell’umanità e soprattutto delle classi lavoratrici. Mentre invece l’insistita richiesta del suo avvento da parte di molti stati interessati (BRICS, Turchia, stati del Golfo, Iran etc.) sembra preludere ad un più serrato confronto, anche e forse soprattutto militare, non soltanto con la Vecchia Europa e gli Stati Uniti, ma anche tra i vari protagonisti della rinnovata scena politica internazionale.
In cui un apparente moto di rivolta anti o post-coloniale può nascondere il tentativo di coinvolger negli interessi del capitale nazionale o di quello transnazionale le moltitudini degli oppressi. Così, pur apprezzando sinceramente l’enorme sforzo condotto da Amitav Acharya per ricostruire una storia millenaria di rapporti politici diversi e più complessi tra stati, regni e imperi del passato (Egitto, Sumeria, Persia, Cina, Kanato mongolo, India come già detto più sopra), occorre cogliere come oggi una grande quantità di studi post-coloniali sia prodotta proprio da studiosi originari del Sub-continente indiano, in cui il nazionalismo del premier Modi e del suo partito dimostra come non solo non vi siano grandi interessi comuni tra proletariato e borghesia di quella vasta area prossima ormai ai due miliardi abitanti che, grazie anche al frutto avvelenato lasciato in dono dal colonialismo inglese nel 1947 con la ripartizione tra India (induista) e Pakistan (mussulmano), rischia di dover affrontare conflitti spietati per il controllo della regione oggi e, domani, con la Cina per il controllo del mercato mondiale.
Troppo spesso, infatti, le strade per l’Inferno sono lastricate di buone intenzioni (almeno apparentemente). Considerato che gli imperi, i regni e gli stati sono sempre e solo la manifestazione del dominio di classe da parte di una ristretta élite, sia questa economica, militare, religiosa o peggio ancora etnica, sulla maggioranza della popolazione e dei meno abbienti. Uomini o donne che siano.
A. Acharya, Introduzione a Storia e futuro dell’ordine mondiale, Fazi Editore, Roma 2026, pp. 18-19. ↩
F. Cardini, Prefazione a A. Acharya, Storia e futuro dell’ordine mondiale, op.cit., p. XIV ↩
F. Cardini, op. cit., pp. XIV-XV ↩
La citazione è tratta da La haine (L’odio), film realizzato da Mathieu Kassovitz nel 1995, vincitore del premio per la miglior regia al Festival del cinema di Cannes e prima, serratissima narrazione dello scontro nelle banlieue parigine tra i giovani di seconda o terza generazione e il potere, la violenza e il razzismo dello stato francese. Si veda in proposito: G. Toni, P. Lago, Spazi contesi. Cinema e banlieue: L’odio, I miserabili, Athena, Milieu Edizioni, 2024. ↩
Bonjour,
admin d’un framadate classique pour mon association, je viens de tester la version Beta. Cela fonctionne au top, bel effort ![]()
ma question est si cette version beta est jugee fiable? Si je partage le lien du sondage à mes utilisateurs, le lien fonctionnera toujours après la phase beta?
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14 giugno presidio al carcere di Sanremo in solidarieta' con Stecco

Le 28 mai dernier, Framasoft était interviewée par l'association Data For Good
On a évoqué beaucoup de sujets : l'histoire de Framasoft, son positionnement, LaSuite numérique, les communs, l'IA, etc. (et même quelques teasers et spoilers 🤫)
Merci à Paul et à toute l'équipe D4G de nous avoir permis de partager tout cela avec leurs bénéficiaires 😊

Por Alfredo Jalife Rahme
El Institute for Middle East Understanding (IMEU) explaya la “Doctrina Dahiya” y el Uso por Israel de la Fuerza Desproporcionada (https://bit.ly/4anQKQd): aboga por “el uso desproporcionado de la fuerza masiva y el objetivo deliberado de civiles e infraestructura civil”.
Su nombre proviene del suburbio Dahiya de Beirut, “donde tiene su sede el grupo paramilitar libanés Hezbollah, que el ejército israelí arrasó durante su ofensiva contra Líbano en el verano de 2006 (sic), en la que murieron cerca de mil civiles –un tercio de niños– y causaron enormes daños a la infraestructura civil, incluidas centrales eléctricas, plantas depuradoras, puentes e instalaciones portuarias”.
El general Gadi Eisenkot (GE), ex jefe del Comando Norte en 2008 (sic), alardeó la tónica de una “guerra futura en Líbano, como en el barrio Dahiya en 2006, que sucederá en cada ciudad desde donde se ataca a Israel”. Sin rubor, el general Eisenkot comenta que “no existen ciudades civiles, todas son bases militares”, y agrega que “no se trata de una recomendación. Es un plan” que “ha sido aprobado”.
El IMEU expone que la “Doctrina Dahiya” fue instaurada como “doctrina militar oficial de Israel después de su ataque a Líbano en 2006”. ¡Nada nuevo!
¡Adiós a la “guerra justa” de San Agustín de Hipona ( Réplica a Fausto el Maniqueo, año 400 d.C): uno de los fundamentos más importantes de la ética cristiana sobre la guerra! La “guerra justa” constituye el sustento de la genuina civilización occidental –“La guerra misma no se hace para que no exista, sino para que se alcance una paz sin injusticia”– así como del desarrollo por Hugo Grocio (1625) del Derecho Internacional Humanitario: organizados más tarde por el aristotélico Santo Tomas de Aquino ( Suma Teológica, 1274).
A propósito, a partir de la creación de la “Doctrina Dahiya” en 2006, Israel ha exacerbado su aplicación desde el año pasado en Gaza, hasta ahora en el suburbio chiíta de Beirut y en la región Bekaa/Baalbek, donde se asienta la numerosa comunidad chiíta árabe vinculada teológicamente con sus correligionarios persas (https://bit.ly/4v2N3bd).
El ex diplomático británico Alastair Crooke (AC) aduce en forma persuasiva que “es probable que esta fase del conflicto iraní sólo termine cuando Occidente caiga por el precipicio económico que se avecina” (https://bit.ly/4xldV7H).
Tanto Crooke como Robert Pape se refieren a las finanzas “visibles”, pero no abordan la parte explosivamente ominosa de los insanos “derivados financieros” que han alcanzado en forma “invisible” ¡ocho veces el conspicuo monto del PIB global (https://bit.ly/43Xy85V) que asciende a 126 billones de dólares (trillones en anglosajón)!: esto representa la yugular financiera que descubrió Irán en su contraofensiva al cerrar el estrecho de Ormuz, lo cual desencadenó su secuencia militar/geoeconómica (alza de hidrocarburos, fertilizantes, alimentos, helio, etc.)/geofinanzas (https://bit.ly/4ojl0BG), que puede intensificar la “guerra regional” en curso y, quizá, desembocar en una tercera guerra mundial nuclear.
El ex agente de la CIA Larry Johnson comenta que la “nueva política de Irán puede constituir un game changer (giro paradigmático)” en Medio-Oriente (https://bit.ly/4e0eWdV) y refiere que el prominente clérigo chiíta iraní Sadeq Larijani (hermano del martirizado Ali, asesor de Seguridad Nacional) “anunció que la intervención de Teherán en apoyo de Líbano constituye una declaración formal de una nueva doctrina estratégica” (https://bit.ly/43q8tCU): “ataques en cualquier componente del Eje de la Resistencia (Hezbollah y los palestinos) desencadenarán una respuesta que va más allá de los límites geográficos y reconfigura las ecuaciones regionales”.
Irán pasó de la defensa de su existencia, debido a la doble agresión de Israel/EEUU, a una contraofensiva en defensa del Eje de la Resistencia de los chiítas en Líbano, de los palestinos en Gaza/Cisjordania y de Ansaralá en Yemen: el triángulo superestratégico estrecho de Ormuz/estrecho Bab Al Mandab/Mar Mediterráneo Oriental.
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Utilizzando i dati d’archivio raccolti dalla missione Neowise della Nasa, un team di astronomi del Mit ha individuato il quasar variabile più antico mai osservato. Il suo nome è J0439+1634, era già presente all’“alba cosmica”, quando l’universo aveva appena 850 milioni di anni (z ≈ 6.5), e la sua luminosità cambia nel tempo: un fenomeno mai osservato prima in un oggetto così distante. La scoperta, pubblicata questa settimana su Nature Astronomy, apre una nuova finestra di osservazione sui primi buchi neri supermassicci e sull’evoluzione delle galassie nell’universo primordiale.

Illustrazione artistica che mostra un buco nero supermassiccio al centro di un quasar. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech
I quasar sono tra gli oggetti più luminosi dell’universo. Si tratta di nuclei galattici attivi alimentati da buchi neri supermassicci che emettono enormi quantità di radiazione mentre accrescono materia.
Per molto tempo si è ritenuto che le prime galassie formatesi nel cosmo avessero bisogno di oltre un miliardo di anni per stabilizzarsi e maturare, e che quindi i buchi neri supermassicci non dovessero essere presenti nelle prime fasi dell’universo. Le osservazioni condotte a partire dai primi anni Duemila hanno però raccontato una storia diversa. Oggi gli astronomi hanno infatti identificato oltre duecento quasar risalenti al primo miliardo di anni di vita dell’universo.
Per studiare meglio questi antichi “mostri cosmici”, un team guidato da Gene Leung, del Massachusetts Institute of Technology, ha cercato le variazioni di luminosità di un quasar primordiale. Per farlo, gli autori dello studio hanno esaminato immagini dell’universo ottenute a lunghezze d’onda infrarosse e su intervalli temporali molto lunghi, dell’ordine di anni. A causa dell’espansione cosmica, infatti, la luce emessa da sorgenti remote viene spostata verso lunghezze d’onda più lunghe (redshift). Anche le variazioni temporali risultano però dilatate: un fenomeno che nel sistema di riferimento d’un quasar durerebbe settimane può apparire infatti distribuito su diversi mesi agli osservatori terrestri.
«Questa è stata la sfida tecnica che dovevamo superare», spiega Anna-Christina Eilers, ricercatrice al Mit e coautrice della pubblicazione. «Avevamo bisogno di dati raccolti ripetutamente a lunghezze d’onda infrarosse e su scale temporali molto estese».
Sfruttando circa quattordici anni di dati raccolti dal telescopio spaziale Neowise, gli astronomi hanno individuato un segnale risalente a soli 850 milioni di anni dopo il Big Bang. Era il segnale di J0439+1634, un quasar la cui luce ha viaggiato per quasi 13 miliardi di anni prima di raggiungerci.
Scoperto nel 2018 da un team internazionale di astronomi comprendente anche il ricercatore dell’Inaf Marco Bonaglia, J0439+1634 è stato a lungo il quasar più luminoso conosciuto nell’universo primordiale. Superato in luminosità nel 2024 da J0529-4351, oggi detiene un altro primato. Le analisi condotte in questo studio hanno infatti rivelato una chiara variabilità della sua emissione: il cosiddetto flickering, o “sfarfallio” – un fenomeno mai osservato prima in un oggetto così distante, rendendolo il quasar variabile più antico mai osservato.
«Nel corso dei 14 anni, abbiamo visto il quasar variare la sua luminosità in modo casuale, un po’ come la fiamma di una candela che tremola senza uno schema fisso», dice a questo proposito Leung.
I ricercatori stimano che il quasar abbia una luminosità pari a 12mila miliardi di Soli e che questa vari di circa il 20 per cento: quasi duemila miliardi di volte la luminosità della nostra stella. Gli scienziati hanno inoltre tracciato le variazioni di luminosità del quasar a diverse lunghezze d’onda, che hanno permesso di ottenere informazioni sulla forma e sulla struttura del disco di accrescimento attorno al buco nero centrale. Poiché la lunghezza d’onda della radiazione dipende dalla temperatura del materiale che la emette — e poiché il materiale più vicino al buco nero è anche il più caldo — le diverse bande possono essere infatti utilizzate per ricostruire la geometria del disco.
Dall’analisi è emerso che il disco del buco nero al centro di J0439+1634 è sorprendentemente sottile e piatto, una configurazione tipica dei buchi neri vicini e antichi, che hanno avuto molto più tempo per stabilizzarsi e maturare, spiegano i ricercatori.
Il team spera ora di spingersi ancora più indietro nel tempo cosmico per osservare quasar in fasi ancora più precoci del loro sviluppo. In questo modo gli scienziati potranno iniziare a ricostruire le condizioni che hanno portato alla nascita dei primi buchi neri supermassicci.
«Questo risultato», conclude Eilers, «fornisce una prova diretta del fatto che gli stessi processi di accrescimento e le stesse strutture osservate nell’universo vicino erano già presenti in epoche molto antiche, nonostante condizioni cosmiche profondamente diverse, qualcosa che non era mai stato osservato prima».
Per saperne di più:
Webinaire #25 : D4G x Framasoft avec Pierre-Yves Gosset, coordinateur des services numériques de l'association
Enregistrée le 28 mai 2026 par Data For Good
E’ stato incriminato dalla polizia per maltrattamento di animali e violazione di domicilio, entrambi reati a sfondo razziale, il 16enne israeliano ripreso in video mentre prendeva a bastonate il cane di una famiglia palestinese. Il ragazzo risiede nell’insediamento di Maale Adumim, nella Cisgiordania centrale. L’episodio è venuto alla luce dopo la diffusione di un video in cui si vede un sospetto che colpisce ripetutamente un cane alla testa con due mazze fino a fargli perdere i sensi, per poi continuare a picchiarlo anche dopo.
The post ISRAELE, INCRIMINATO IL COLONO CHE HA PICCHIATO IL CANE DI UNA FAMIGLIA PALESTINESE appeared first on nelcuore.org.

Comunicato rivolto a tutte le realtà e individualità affini che attraversano La Polveriera e il territorio.
Durante il picco dell’onda repressiva innescata dalle azioni messe in campo da Piantedosi contro gli spazi sociali autogestiti, La Polveriera Spazio Comune è riapparsa sui titoli di alcuni articoli di quotidiani; a dicembre 2025, infatti, si leggeva “rischio sgombero” a proposito del futuro dell’occupazione intersezionale che da più di 12 anni (r)esiste nel plesso di Sant’Apollonia.
Le ragioni di tale sgombero? La necessità di liberare gli spazi, fra cui quelli autogestiti de La Polveriera, per avviare i lavori di ristrutturazione del complesso situato in via Santa Reparata 12/R.
La risposta collettiva e di supporto mutualistico che si è registrata a partire dalla fine del 2025 è stata forte. Conseguentemente, a inizio 2026 la richiesta di sgombero è stata ritirata dal tavolo del Prefetto e si sono aperte nuove possibilità.
Attualmente è in atto un'interlocuzione con le istituzioni per visionare i progetti del cantiere, capire nel dettaglio quali spazi saranno interessati e ripensare il futuro di Polveriera. A proposito di quest'ultimo punto, ci immaginiamo una progettualità condivisa affinchè i locali attualmente in uso da La Polveriera rimangano destinati ad una gestione studentesca in termini di aula polivalente/studio ed analoghe.
Da queste interlocuzioni è emersa la conferma che la mensa universitaria collocata nel plesso di Sant'Apollonia continuerà regolarmente la sua attività durante la fase di cantierizzazione; poi, facendo riferimento ai tempi tecnici legati al Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, si è compreso che non sarà avviato alcun cantiere prima di Ottobre 2026.
I fondi per la riqualificazione del plesso da parte del DSU non sono europei, ma andrannò annoverati al bilancio regionale (800mila) e statale (5 milioni). Questi fondi devono essere destinati principalmente ad alcune modifiche e ristrutturazioni generali per l'agibilità del plesso e della mensa. Dunque per la ristrutturazione dei bagni, la messa a norma delle porte della mensa, il rifacimento delle scale all'entrata, in modo da consentire un accesso più paritario per le persone a ridotte capacità motorie.
Ribadiamo la necessità di salvaguardare la forma autogestita e di occupazione: guardando non solo all'intensificazione della repressione di questa forma aggregativa a livello italiano, ma anche fiorentino. L'autogestione di spazi occupati rimane per noi l'unica forma valida di creazione di realtà alternative in decisa opposizione al deserto che avanza.
Considerando che la fiducia nelle istituzioni non è da considerarsi una risorsa affidabile, in questi mesi Polveriera si è impegnata per portare avanti diverse attività di convergenza per (ri)costruire una rete di azione solidale capace di affrontare i prossimi mesi.
Dal 14 al 17 febbraio ha preso forma una mobilitazione carnevalesca di quattro giorni che ha posto La Polveriera al centro dell’“utopia della città che cura”. L'espressione si riferisce al rivoluzionario esperimento sociale e terapeutico avvenuto a Trieste alla fine degli anni '90 tramite l'istituzione delle "microaree", ossia distretti di cura che non stanno fermi a guardare le persone marginalizzate dall'esterno, ma diventano parte della loro storia, entrando dentro la loro quotidianità, fino a contribuire allo sviluppo di pezzi di soggettività.
Durante la quattro giorni, grazie all'unione delle forze con la Rete Wish Parade e l'assemblea venerala.org, si è svolto un corteo in difesa degli spazi sociali, è sbocciata una passeggiata rumorosa per la riappropriazione della città, si sono tenute numerose iniziative artistiche e culturali dal basso e si è cercato di riprendere il contatto con il quartiere attraverso pranzi sociali e momenti di aggregazione libera per tutti e tutt3. La partecipazione è stata altissima ed entusiasta.
Parallelamente la Venere Biomeccanica è arrivata nel plesso di Sant'Apollonia a portare solidarietà all'esperienza de La Polveriera, creando un nuovo tassello di convergenza e unione.
La storica statua simbolo delle lotte fiorentine contro la desertificazione di inizio millennio entra nel chiostro di Sant'Apollonia per restituire la sua memoria e infuocare le azioni future. Attorno alla Dea è iniziato un percorso di laboratori politici generativi che si sono concretizzati proprio nei "cerchi della Venere", preziose occasioni di riflessione sulle pratiche comunitarie di uso collettivo.
La comunità politica intergenerazionale sorta in seno ai cerchi della Venere ha fatto emergere proposte concrete: segnaletica storica e di buone pratiche in Sant'Apollonia; un documentario; azioni di presenza nel quartiere; la creazione di una fanzina; una mappatura delle isole accoglienti del centro (grazie alla convergenza con il laboratorio re/situazionista di Cartografia Resistente).
Intanto La Polveriera continua a portare avanti le sue attività settimanali per offrire alla comunità una palestra, un cineforum, una sala concerti, un orto, una cucina condivisa, servizi igienici funzionanti. Tutte le iniziative organizzate nello spazio sono gratuite, a dimostrazione della forza dell'autorganizzazione dal basso. Inoltre, in questi mesi, sono stati anche creati appuntamenti per incentivare la formazione legale dell3 compagn3 attraverso incontri, talk e assemblee, per fronteggiare gli episodi repressivi che ci riguardano da vicino.
Oltre alle attività di lotta, culturali e sociali portate avanti dallo spazio, ci sono le attività di cura che Sant'Apollonia richiede. Nonostante il chiostro sia pubblico, è La Polveriera che si occupa costantemente e fatricosamente della sua pulizia e manutenzione, fornendo un servizio pubblico alla comunità e alla mensa. L'assemblea di autogestione de La Polveriera si occupa direttamente anche di gestire le problematiche sociali che quel chiostro si porta dietro e che le istituzioni fanno finta di non vedere.
Facendo di necessità virtù, nel solco della linea politica dettata da quell'utopia della città che cura ideata dallo psichiatra/militante Franco Basaglia, in questi mesi sono stati organizzati decine di laboratori di formazione per la gestione dell'aggressività, la riduzione del rischio e per un coordinamento dello spazio che sia accogliente e più sicuro. In questo ringraziamo la Cooperativa Sociale CAT, che da mesi supporta La Polveriera attraverso con consulenze, consigli e unità di intervento all'interno dello spazio.
In questo quadro di volontà profonda di convergere con le realtà affini, Polveriera chiama una nuova assemblea aperta il giorno 15 Giugno 2026 alle 20.30 per aggiornare nuovamente la comunità sul futuro dello spazio e condividere insieme nuovi immaginari di azione e organizzazione. La necessità è quella di mettersi al centro di una dimensione di possibilità per questa città, accogliendo progetti, assemblee, iniziative in modo orizzontale e intersezionale.



Letture Condivise a Tema Tecnologia.
Ospitate da Casa Cassiopea
Donald Trump ha annunciato che le forze statunitensi lanceranno oggi una nuova ondata di attacchi contro l'Iran, proseguendo l'offensiva iniziata nella giornata di ieri.
"Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo attaccati duramente e oggi li attaccheremo di nuovo duramente", ha dichiarato.
Inoltre, il presidente ha ribadito che i nuovi attacchi contro la nazione persiana sono una risposta all'abbattimento, avvenuto lunedì, di un elicottero d'attacco statunitense AH-64 Apache vicino alle coste dell'Oman da parte delle forze iraniane.
"Credo che ne abbiamo il diritto. Sapete, hanno abbattuto una macchina davvero incredibile, anzi, incredibile, e all'inizio hanno detto di non essere stati loro, poi hanno ammesso di averlo fatto", ha aggiunto.

Non bastavano le riforme selvagge che svendono i diritti e le risorse del paese. Ora il governo neoliberista di Rodrigo Paz, un esecutivo decisamente allineato con Washington, passa alla repressione aperta: sequestro e scomparsa temporanea per chi osa opporsi.
Le immagini sono chiare. Simona Quispe, ex senatrice del MAS e leader indigena, viene afferrata e caricata su un furgone mentre passeggiava con la famiglia nel “Parque de las Cholas”. La polizia non mostra alcun ordine giudiziario. La figlia denuncia: “Sembrava un rapimento, li hanno visti trascinarla mentre il furgone era in movimento. Nessun documento”.
Secondo le prime ricostruzioni, Quispe sarebbe indagata per il suo ruolo nelle recenti proteste che chiedono le dimissioni del presidente Paz. Un'accusa generica, ideale per coprire quella che appare come una persecuzione politica ai danni delle voci indigene e critiche del vecchio MAS.
Mentre le forze dell’ordine agiscono senza mandato, dagli Stati Uniti arriva la benedizione delle azioni repressive. Il Segretario di Stato Marco Rubio, fervente sostenitore dell’amministrazione Paz, definisce le stesse manifestazioni “tentativi di rovesciare il governo legittimo del presidente”. Parole che rappresentano un via libera ai metodi autoritari del “pupazzo di Washington”.
La Bolivia di Paz si rivela per quello che è: un laboratorio di riforme anti-popolari difeso con la violenza di Stato, dove reprimere un’ex senatrice indigena diventa normale amministrazione. E dove il diritto alla protesta viene ribattezzato “colpo di Stato” per giustificare l’ingiustizia.

Il governo del presidente peruviano José María Balcázar ha ricevuto una petizione contro l'ambasciatore degli Stati Uniti a Lima, Bernie Navarro, per dichiararlo persona non grata per presunte interferenze negli affari interni del paese sudamericano.
L'azione legale è stata avviata a seguito delle dichiarazioni pubbliche del diplomatico in merito al processo elettorale peruviano. La denuncia è stata presentata ufficialmente martedì da Javier Idelfonso Carreño, avvocato dell'ex presidente Pedro Castillo, il quale ha anche richiesto l'espulsione dell'ambasciatore dal Paese, concedendogli "24 ore per lasciare il Paese, pena l'espulsione", secondo quanto riportato nel documento depositato presso le autorità.
La denuncia sostiene che Navarro abbia violato la sovranità nazionale affermando che avrebbe continuato a "monitorare il processo elettorale fino all'annuncio dei risultati ufficiali", pur non essendo cittadino peruviano né un funzionario autorizzato a intervenire nei processi interni. Secondo il querelante, tali dichiarazioni costituiscono un'ingerenza incompatibile con la legge peruviana.
L'ambasciatore gringo ha scritto su X: "Ieri è stata una giornata intensa per noi osservatori elettorali. E il lavoro continua", un messaggio che ha sollevato interrogativi sulla portata della sua partecipazione al contesto elettorale.
La questione si inserisce in un contesto in cui la presenza di attori statunitensi è stata oggetto di critiche. Nel frattempo, l'intervento dell'analista statunitense Carlos Díaz Rosillo nella campagna elettorale peruviana ha suscitato indignazione dopo che si è presentato come specialista indipendente, nonostante la successiva rivelazione dei suoi legami con la candidata di destra Keiko Fujimori.
Secondo diverse personalità politiche, Rosillo avrebbe partecipato ad attività di promozione della candidatura di Fujimori durante la campagna elettorale, un fatto definito "una mancanza di rispetto per il Perù" dall'ex candidato presidenziale Mesías Guevara, che ha messo in discussione il coinvolgimento di uno straniero in un processo elettorale nazionale.
Le critiche si sono intensificate in seguito alle dichiarazioni dello stesso Rosillo, il quale ha affermato che il Perù avrebbe avuto più vantaggi con gli Stati Uniti se Fujimori fosse stata eletta, mentre si è riferito a Sánchez con un epiteto già utilizzato in precedenza dalla candidata, definendolo poco uomo. Queste affermazioni hanno rafforzato le accuse di ingerenza esterna nella contesa elettorale.

Il blocco imposto dagli Stati Uniti sta avendo un impatto devastante sul sistema sanitario cubano, con conseguenze dirette sulla vita quotidiana della popolazione, ha dichiarato la viceministra della Salute Carilda Peña García in una trasmissione televisiva.
Peña García ha spiegato che, nella situazione attuale, l'accesso alle forniture mediche rappresenta una delle principali carenze del sistema sanitario, che ha reso necessaria l'attuazione di misure preventive per garantire i servizi essenziali.
Attualmente, 95.555 persone sono in lista d'attesa per interventi chirurgici nel Paese. Di queste, 5.152 necessitano di interventi per tumore e 2.888 pazienti in emodialisi incontrano difficoltà nei loro trattamenti a causa di interruzioni nella fornitura di acqua ed elettricità.
I problemi derivanti dal blocco stanno avendo ripercussioni anche sulle infrastrutture ospedaliere, con ascensori fuori servizio, limitazioni nei servizi di lavanderia, deterioramento strutturale degli edifici e difficoltà di trasporto che ostacolano sia la consegna di forniture sia la mobilità di medici e infermieri.
Nonostante queste limitazioni, il viceministro ha sottolineato che la politica del settore è "cercare di mantenere i servizi il più possibile e di utilizzare al meglio le risorse esistenti", evitando la chiusura delle strutture sanitarie.
Un'altra sfida evidenziata è la proliferazione di epidemie, legata alla carenza di carburante per la raccolta dei rifiuti. L'accumulo di immondizia e le perdite d'acqua aggravano la situazione ambientale e sanitaria in diverse aree del Paese.
Il Ministero della Salute ha avvertito che queste condizioni aumentano la vulnerabilità della popolazione e richiedono un intervento urgente per garantire l'igiene e il controllo epidemiologico, in un contesto segnato dalla crisi energetica.
La dichiarazione ufficiale ha sottolineato che le misure coercitive di Washington non solo colpiscono l'economia nazionale, ma promuovono anche violazioni dei diritti umani limitando l'accesso dei cittadini ai servizi medici essenziali.

Il ministero degli Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran, Abbas Aragchi, ha annunciato che le sue forze armate hanno colpito duro contro basi e obiettivi militari degli STati Uniti nella regione. Secondo Teheran, quelle basi erano il punto di partenza delle aggressioni degli Stati Uniti contro il Paese.
La nuova escalation ha avuto inizio nelle prime ore della giornata di mercoledì. Gli Stati Uniti, scrive il ministero degli Esteri iraniano, hanno condotto attacchi selvaggi contro alcune zone nel sud dell’Iran. Il pretesto? Un elicottero Apache USA precipitato la notte prima sullo Stretto di Hormuz. Un attacco, secondo Washington. Un pretesto bello e buono, per Teheran.
Nella nota ufficiale si legge che queste azioni violano la Carta delle Nazioni Unite. Viene citato l'articolo 2, quello che vieta l'uso della forza tra Stati. E si aggiunge che l'amministrazione statunitense ha dimostrato ancora una volta la sua natura criminale e guerrafondaia.
A quel punto è partita la reazione. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver lanciato missili contro quattro obiettivi statunitensi in Giordania. Dicono di aver distrutto un hangar dove c'erano caccia F-35. Il ministero degli Esteri ha parlato di autodifesa, di diritto naturale a rispondere.
Poi c'è un passaggio interessante. L'Iran si rivolge a tutti i Paesi della regione, soprattutto a quelli sulla sponda sud del Golfo Persico. Dice che hanno una responsabilità, legale e morale. Devono impedire che il loro territorio venga usato da statunitensi e israeliani (coalizione Epstein) per organizzare attacchi contro l'Iran.
In the early days of the war, the U.S. Air Force positioned its F-35A Lightning II fighters on this tarmac at Muwaffaq al-Salti Air Base in Jordan.
— Egypt's Intel Observer (@EGYOSINT) June 10, 2026
It’s unclear whether they’re still there, but if they are, a strike on that site would likely cause significant damage. https://t.co/GXAPH5lwrf pic.twitter.com/vkVxCZynqX
E l'avvertimento finale è secco. L'Iran non esiterà a difendersi. Colpirà l'origine degli attacchi, le basi, le strutture logistiche. Qualsiasi cosa venga usata per sostenere operazioni aggressive contro di loro.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha passato la notte al telefono. Ha parlato con il collega turco Hakan Fidan e con quello saudita Faisal bin Farhan. Ha raccontato la sua versione: aggressione USA, sovranità violata, risposta inevitabile. I due ministri hanno ascoltato, hanno discusso. Per ora non hanno rilasciato dichiarazioni.
Infine l'appello all'Onu, al Consiglio di Sicurezza, al Segretario generale. L'Iran dice: fate il vostro lavoro, proteggere la pace. Individuate i responsabili di questa escalation.


“E’ grave, e merita di essere punito con severità, il comportamento dell’automobilista che, nella notte di domenica, in Valtellina, ha inseguito e filmato un orso, ovviamente spaventatissimo, per le strade di Oga, frazione di Valdisotto. Si tratta di un caso evidente di maltrattamento di animale, aggravato dalla diffusione del video su internet, che avrebbe potuto mettere in pericolo anche eventuali passanti. La legge Brambilla prevede la reclusione fino a due anni e la multa fino a 30 mila euro, con l’aggravante dell’aumento della pena per aver diffuso il filmato in rete. Per non fare certe cose dovrebbe bastare il buon senso, ma fortunatamente c’è la legge che vieta di maltrattare gli animali, tutti, anche quelli selvatici”. Lo afferma l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, commentando il pericolosissimo inseguimento dell’orso tra le case del Paese.
(Foto di repertorio)
The post ORSO INSEGUITO IN VALTELLINA, ON. BRAMBILLA: “GRAVE EPISODIO DI MALTRATTAMENTO” appeared first on nelcuore.org.

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01832-x
Organisms called bathynomids boast a bacterial gene that helps them to regulate their metabolism in the cold depths.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01864-3
Submarine dives reveal complex deep-sea ecosystems living on whale remains — plus, a way to turn plant material into nylon.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10640-2
Structures of the AGO maturation complex reveal how chaperones and an RNA duplex drive assembly of the RNA-induced silencing complex.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10645-x
SIRT7 safeguards X-chromosome integrity and dosage balance with autosomes.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10546-z
Researchers uncovered an enormous deep-sea accumulation of whale remains in the southeastern Indian Ocean, showing long-term, specialized ecosystems and an extensive fossil record that offers new insight into deep-ocean biodiversity and whale evolutionary history.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10629-x
Analyses of brain single-cell transcriptomes from human, mouse, lizard, lamprey and amphioxus reveal that duplicated genes (ohnologues) played a pivotal part in early vertebrate cell-type diversification.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10596-3
Efficient blue perovskite light-emitting diodes with an external quantum efficiency of 21.8% are achieved through in situ polymerization-driven nanocrystal confinement.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10631-3
Tumour network mapping of diffuse midline glioma (DMG) defines a conserved and prognostically important brain network in children with DMG, consistent with the hypothesis that DMGs exploit otherwise healthy brain circuits to promote tumour growth.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10636-y
Macroscopic quantum coherence arises in two-component exciton Bose–Einstein condensates within MoSe2/hBN/WSe2 electron–hole bilayers, exhibiting distinct spin–valley polarized phases, quantum phase transitions under magnetic fields and stable condensate behaviour up to approximately 1.8 K.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10634-0
Sleep and exercise can slow clonal haematopoiesis and limit mutant cell-driven atherosclerosis.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10646-w
A co-optimized AI hardware–software system using resistive-memory computing improves energy efficiency and parallelism for sparse signal reconstruction in imaging and three-dimensional vision applications.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10639-9
Phylogenomic reconstruction of the proteome of the last eukaryotic common ancestor sheds light on the origin of eukaryotes, indicating an important role of horizontal transfer of genes from diverse bacterial and viral donors.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10613-5
Molecular glue degraders of the RNA-binding protein HuR have therapeutic potential for BRAF-mutant cancers.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10632-2
Near-infrared fluorescent carbon nanotubes exhibit light-induced quantum friction in water, in which exciton interactions slow nanoscale motion and enable optical control of diffusion and fluid dynamics.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10580-x
A chemical and biological redox process that resembles processes in petrochemical refining is used to convert lignin from poplar into a single, valuable bioproduct, adipic acid, in high yields.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10538-z
The first data of the Jiangmen Underground Neutrino Observatory deliver high-precision neutrino oscillation parameters, improving measurements and demonstrating readiness to determine neutrino mass ordering.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10588-3
Mitochondria interact directly with the nuclear pore complex via VDAC1–RANBP2 binding to sustain nuclear ATP levels.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10623-3
Whole-brain, cellular-resolution imaging reveals a hierarchical thalamus–brainstem attractor network that encodes recent history and shapes behavioural bias in zebrafish.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10628-y
Experimental demonstration of quantum error-correcting codes combined with error detection and post-selection applied to a trapped-ion quantum processor shows improvements in logical error rates ranging from 11× to 800× compared with several physical circuit baselines.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10611-7
A global annual migration-flow dataset (1990–2024) is produced using deep-learning models and diverse sources to estimate movements across 230 countries with improved temporal resolution, coverage and uncertainty estimates.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10630-4
Accelerated Arctic glacier disintegration and a more dynamic sea ice cover are increasing iceberg-delivered dropstones in the deep ocean, reshaping seafloor habitats and extending cryospheric impacts far beyond glaciers.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10555-y
A systematic review and analysis shows how user-centred design can be integrated into, and strengthen, co-production approaches for building user-driven climate adaptation products.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10633-1
Linafexor is a rapidly cleared FXR agonist designed to mimic natural bile acid signalling, achieving transient receptor activation with strong efficacy and reduced toxicity in preclinical and early clinical studies.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10661-x
Structures of the distinct binding poses of three agonistic peptide toxins—bullet-ant-derived toxin δ-paraponeritoxin-Pc1a, cone snail ι-conotoxin RXIA and the globular β-scorpion toxin Cn2—on the human Nav1.6–β1 channel complex illustrate a diversity in binding poses and mechanisms of action.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01586-6
An ingredient of nylon has been made in high yields from lignin — revealing a fresh strategy for turning this complex plant biopolymer into industrial chemicals.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01753-9
Bryozoans are marine invertebrates that live in colonies and have long been considered absent from the Cambrian explosion — a rapid evolutionary event that began around 538 million years ago. Newly discovered fossils from the Cambrian period reveal that the bryozoan phylum had already diversified by this time.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01796-y
Modelling with artificial-intelligence tools has filled gaps in migration data, revealing detailed global population movements from 1990 to 2023.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01587-5
Direct interactions between the cell’s powerhouses and nuclear pores might channel energy straight into the nucleus, fuelling cell division and differentiation.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01754-8
A protein signal remains silent under normal conditions but is activated under cold stress to protect developing pollen. This ‘on-demand’ resilience mechanism could enable the development of ‘climate smart’ crops that maintain high yields in good years and food security under climate stress.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01585-7
The first measurements from the JUNO experiment demonstrate unprecedented precision and promise exciting results.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01851-8
Physicists hope that the JUNO facility can determine which type of neutrino has the highest mass.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01588-4
Training a neural network to collate data from several sources provides a high-resolution view of how people are moving around the world.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01835-8
A ripple effect of climate change is providing habitat for corals, sponges and other Arctic animals.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01819-8
From sky to sea, and then back to the lab, here are the top images from Nature’s 2026 photo competition.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01581-x
In the Indian Ocean, a deep-sea area roughly 1,200 kilometres long and 7 kilometres deep was found to harbour an ecological landmark site of whale remains.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01701-7
Water-suspended carbon nanotubes move more slowly in green light, suggesting that excited electrons in the tubes couple to the water through ‘quantum friction’.
Within growing security and skills gaps, AI has been found to be a positive driving force behind tech hiring trends in Europe.
Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01832-x
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Structures of the AGO maturation complex reveal how chaperones and an RNA duplex drive assembly of the RNA-induced silencing complex.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10645-x
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Researchers uncovered an enormous deep-sea accumulation of whale remains in the southeastern Indian Ocean, showing long-term, specialized ecosystems and an extensive fossil record that offers new insight into deep-ocean biodiversity and whale evolutionary history.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10629-x
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Macroscopic quantum coherence arises in two-component exciton Bose–Einstein condensates within MoSe2/hBN/WSe2 electron–hole bilayers, exhibiting distinct spin–valley polarized phases, quantum phase transitions under magnetic fields and stable condensate behaviour up to approximately 1.8 K.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10634-0
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Phylogenomic reconstruction of the proteome of the last eukaryotic common ancestor sheds light on the origin of eukaryotes, indicating an important role of horizontal transfer of genes from diverse bacterial and viral donors.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10613-5
Molecular glue degraders of the RNA-binding protein HuR have therapeutic potential for BRAF-mutant cancers.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10632-2
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An ingredient of nylon has been made in high yields from lignin — revealing a fresh strategy for turning this complex plant biopolymer into industrial chemicals.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01753-9
Bryozoans are marine invertebrates that live in colonies and have long been considered absent from the Cambrian explosion — a rapid evolutionary event that began around 538 million years ago. Newly discovered fossils from the Cambrian period reveal that the bryozoan phylum had already diversified by this time.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01796-y
Modelling with artificial-intelligence tools has filled gaps in migration data, revealing detailed global population movements from 1990 to 2023.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01587-5
Direct interactions between the cell’s powerhouses and nuclear pores might channel energy straight into the nucleus, fuelling cell division and differentiation.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01754-8
A protein signal remains silent under normal conditions but is activated under cold stress to protect developing pollen. This ‘on-demand’ resilience mechanism could enable the development of ‘climate smart’ crops that maintain high yields in good years and food security under climate stress.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01585-7
The first measurements from the JUNO experiment demonstrate unprecedented precision and promise exciting results.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01851-8
Physicists hope that the JUNO facility can determine which type of neutrino has the highest mass.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01588-4
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In the Indian Ocean, a deep-sea area roughly 1,200 kilometres long and 7 kilometres deep was found to harbour an ecological landmark site of whale remains.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01701-7
Water-suspended carbon nanotubes move more slowly in green light, suggesting that excited electrons in the tubes couple to the water through ‘quantum friction’.

Quattro giornate dedicate al grande schermo con ingressi a prezzo speciale e l’arrivo di uno dei film più attesi della stagione.
Dal 15 al 18 giugno torna Cinema in Festa, l’iniziativa nazionale che consente di assistere a qualsiasi film nelle sale aderenti pagando soltanto 3,50 euro a biglietto.
Anche molti cinema di Milano e della Lombardia hanno aderito all’evento, offrendo agli spettatori la possibilità di vivere l’esperienza del cinema a un costo particolarmente vantaggioso.
Tra le pellicole più attese di questa edizione spicca Toy Story 5,
il nuovo capitolo della storica serie Disney-Pixar che riporta sul grande schermo Woody, Buzz Lightyear, Jessie e gli altri personaggi che hanno conquistato generazioni di spettatori. Il film farà il suo debutto nelle sale italiane il 18 giugno e sarà tra le principali novità disponibili negli ultimi giorni della manifestazione.
Nel nuovo episodio, i giocattoli si troveranno ad affrontare una situazione mai vista prima: l’influenza della tecnologia nella vita dei più piccoli. La vicenda ruota attorno a Lilypad, un moderno tablet che cattura immediatamente l’interesse della giovane Bonnie, mettendo in discussione l’importanza dei giocattoli tradizionali.
Cinema in Festa nasce con l’obiettivo di favorire il ritorno del pubblico nelle sale cinematografiche ed è promosso dall’intero comparto dell’industria cinematografica italiana.
Negli ultimi anni l’iniziativa ha raccolto un crescente consenso, diventando un appuntamento molto apprezzato dagli appassionati di cinema.
L’evento rappresenta un’ottima opportunità sia per recuperare i film ancora in programmazione sia per scoprire le nuove uscite previste per l’estate.
Per verificare l’elenco completo delle sale aderenti e consultare gli orari delle proiezioni,
è possibile visitare i siti ufficiali dei cinema partecipanti.
L'articolo Ritorna Cinema in Festa: film a 3,50 euro e debutta anche Toy Story 5 proviene da InfoMilano.news.
Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01797-x
In clinical trials, there are many times (and ways) a therapeutic can come up short.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01626-1
By combining chemistry and biology with AI modelling, Layla Hosseini-Gerami is finding and reviving therapeutics with ‘huge potential’.A cybercrime group known as The Gentlemen has emerged as the second most active ransomware gang by victim count, rapidly attracting a talented pool of hackers through an aggressive recruitment strategy that promises affiliates 90 percent of any ransom paid by victims. This post examines clues pointing to a real life identity for the administrator of The Gentlemen ransomware group.

A graphic created and shared by The Gentlemen ransomware group administrator Hastalamuerte on Breachforums in May 2026. Credit: ke-la.com.
Experts at the security firm Check Point Software have been closely covering exploits of The Gentlemen, a so-called “ransomware-as-a-service” (RaaS) offering that pays affiliates handsomely to help spread the group’s malware.
“A 90/10 affiliate revenue split — compared to the industry standard 80/20 — is accelerating the group’s growth by attracting experienced operators from competing programs,” the researchers wrote in April.
Check Point found The Gentlemen are the second most active ransomware group by victim count so far this year, claiming at least 332 published victims since the group’s inception in mid-2025 and more than 240 in 2026 alone.
According to Check Point, the group targets Internet-facing devices (VPNs, firewalls) as their entry point, and once inside moves quickly to encrypt entire networks within hours.
Check Point says the administrator and primary operator of the ransomware group uses the nickname Zeta88 on the Russian-language cybercrime forums, and that this individual was previously known under the moniker Hastalamuerte. Check Point noted that a breach of the group’s backend infrastructure made it clear that Hastalamuerte/Zeta88 is the person who assembles the locker and RaaS panel, manages payments, and is essentially the administrator of the entire program who receives 10 percent of all ransoms.
The cyber intelligence firm Intel 471 shows that the user Hastalamuerte is a Russian and English speaking person who registered on almost a dozen cybercrime forums between 2019 and the present day, including Exploit, Breachforums, Ramp_V2, BHF, Raidforums, and Nulled.
Intel 471 reveals that Hastalamuerte registered on Breachforums in January 2025 from an Internet address in Izhevsk, the capital city of Russia’s Udmurt Republic. Likewise, the user Zeta88 signed up at the English-language cybercrime forum Breached in August 2022 from a different Internet address in Izhevsk.
Intel 471 finds Hastalamuerte registered on Raidforums in 2020 using the email address hastalamuerte1488@protonmail.com (1488 is a common combination of two numeric symbols associated with white supremacy). A lookup on this address at the open source intelligence service Epieos shows it is connected to an account at Apple and to a phone number ending in 04.
Epieos says that Protonmail address is also linked to a GitHub account under the username SantaMuerte. That account is marked private, but a history of this user’s activity shows they are watching and developing a number of malware tools and exploits.
In April 2020, Hastalamuerte said on the crime forum Nulled that they could be contacted at the Telegram instant messenger name @hastalamuerte18, and the threat intelligence company Flashpoint finds this username is assigned the unique Telegram ID number 30907522 [full disclosure: Flashpoint is an advertiser on this blog].
The breach tracking service Constella Intelligence reports that Hastalamuerte’s Telegram ID is connected to another username — “bu4vs” — and to the Russian phone number 79127650004. Pivoting on this phone number in Constella fetches multiple records from hacked Russian government databases showing it is assigned to one Alexander Andreevich Yapaev, a 36-year-old from Izhevsk.
Constella reveals that phone number was used to create an account at the Russian social media platform Pikabu under the name “4apai18,” and shows Mr. Yapaev has signed up at a number of websites using the common surname Ivanov, or else “Chapaev” (the numeral 4 is often used as shorthand for a “ch” sound in Russian).
A search in Intel 471 for cybercrime forum members with the nickname SantaMuerte unearths an account by the same name created in 2020 on the Russian hacking forum Codeby. Intel 471 shows this user originally registered on Codeby with the not-so-subtle nickname Alexandr 4apaev.
Constella finds Mr. Yapaev regularly used the email address bu4vs@mail.ru. Meanwhile, Epieos shows this address is connected to a LinkedIn account for Alexander Yapaev, who lists himself as the head of B2B marketing at the company Uralenergo Udmurtia, one of Russia’s largest suppliers of electrotechnical and lighting products.
Mr. Yapaev did not respond to multiple requests for comment.
Nearly every time we publish one of these Breadcrumbs stories, readers are curious to know why it seems like so many cybercriminals from Russia apparently do little to hide their real life identities. The truth is that — Russian or not — most didn’t exactly set out to be arch criminals, but instead got drawn into the scene gradually over several years as their skills broadened and sharpened.
Another important dynamic is that the Russian government generally either co-opts or ignores cybercriminal activity within its borders so long as the hackers do not steal from or attack Russian businesses and citizens. As a result, successful cybercriminals in Russia are usually insulated from prosecution and arrest by foreign law enforcement agencies provided they occasionally pay off the right people and do not travel abroad. And cybercriminals who intend to strictly adhere to those unwritten rules may (at least initially) be less concerned about covering their tracks online.
But the simplest explanation is that cybercriminals of all nationalities tend to make a number of basic operational security mistakes early in their careers, when they are less savvy and have far less to lose by their carelessness. A review of Hastalamuerte’s early posts on the crime forums (circa 2019-2020) shows a relatively unsophisticated and low-skilled hacker still trying to learn the ropes and earn a positive reputation on these communities.
For example, in June 2020 Hastalamuerte’s Telegram account joined a multi-month training program (@pntst) to learn how to use popular penetration testing tools, and their candid posts to this hacker training camp show Hastalamuerte struggling to use these tools effectively. A Google-translated record of Hastalmuerte’s posts to @pntst is here.
Update, June 11, 10:23 a.m. ET: The threat research group PRODAFT has released a detailed writeup on the history and current operations of The Gentlemen. PRODAFT said its findings match the same persona with “high confidence,” and found the administrator (Zeta88/Hastalamuerte) supplies affiliates with initial access directly, primarily Fortinet SSL-VPN credentials obtained through brute-force attacks or sourced from the group’s own leak database. They also discovered the administrator is using AI to develop and maintain the ransomware and associated tooling, as well as to assist with post-exploitation activity.
Partirà il 16 giugno il progetto gratuito “Un’estate di sorrisi in compagnia. Benessere e Socialità per la Terza Età” promosso dalla Cooperativa sociale Nomos con la sezione soci Coop Prato, che ospiterà fino al 15 settembre negli spazi di via delle Pleiadi attività dedicate ad over 70enni, ogni martedì e giovedì, dalle ore 9.30 alle 12.
In programma laboratori artistici e esperienze con la realtà virtuale, attività di poesia e collage, momenti di lettura e commento delle notizie del giorno, cinema e il gioco teatrale, esercizi per allenare la memoria in modo pratico e divertente, e attività di mobilità dolce per mantenersi attivi. Il tutto con il supporto da operatori ed esperti in invecchiamento attivo.
Il servizio è rivolto a anziani pratesi autosufficienti o parzialmente autosufficienti che vivono condizioni di solitudine. La partecipazione è gratuita, ma a numero chiuso (massimo 20 posti) e sarà possibile accedere esclusivamente previa prenotazione obbligatoria al numero 055 6510477.
“Le persone hanno bisogno di persone. Proprio per questo il periodo estivo rappresenta un momento particolarmente delicato per la popolazione anziana, caratterizzato spesso da solitudine, ridotta mobilità e minori, se non limitate, occasioni di socializzazione. Con questa iniziativa intendiamo offrire occasioni concrete di benessere psicofisico, relazioni interpersonali e miglioramento della qualità della vita anche nei mesi estivi” spiega Gaia Guidotti, vicepresidente di Nomos. E prosegue: “Uno degli obiettivi centrali dell’iniziativa è la prevenzione dell’isolamento sociale e la valorizzazione della persona anziana come soggetto attivo e parte integrante della comunità. Il progetto vuole sostenere le famiglie, promuovendo una visione dell’invecchiamento come un percorso che può essere accompagnato da benessere e inclusione sociale”.
“Il Fondo di Beneficenza esprime una componente essenziale dell’impegno di Intesa Sanpaolo, ovvero restituire valore alla comunità sostenendo progetti che promuovono solidarietà, inclusione e centralità della persona. In una società che invecchia, accompagnare le persone anziane e chi se ne prende cura non è solo una priorità sociale, ma una responsabilità collettiva. Il progetto ‘Un Ponte sul Tempo’ risponde a questa sfida con un modello innovativo, integrato e di prossimità, capace di unire interventi sociosanitari ed educativi per migliorare concretamente la qualità della vita degli anziani e dei loro caregiver” afferma Giovanna Paladino, Executive Director Fondo di Beneficenza, responsabile Segreteria Tecnica di Presidenza.
“Siamo molto contenti di lanciare questa nuova iniziativa che Nomos porterà negli spazi della nostra sezione soci per costruire un’estate di socialità e benessere per gli anziani che restano in città nel periodo estivo. Grazie a questa iniziativa per gli over 70, fino al 15 settembre in sezione soci offriamo una proposta di attività pensate per favorire il benessere, la socializzazione e il divertimento dei partecipanti che potranno vivere momenti di incontro, condivisione e svago in un ambiente sicuro, accogliente e climatizzato, supportati da uno staff qualificato. Ringraziamo Nomos per la collaborazione e per il programma di attività che porterà nei nostri Coop.fi dal prossimo 16 giugno. Sarà un’occasione per vivere l’estate in compagnia, con momenti di condivisione e nuove relazioni che arricchiranno anche la nostra sezione soci”, dichiara Stefania Ermanno, presidente della sezione soci Coop di Prato.
Per informazioni è possibile contattare il numero 055 6510477. La partecipazione è gratuita, previa prenotazione. È previsto un colloquio conoscitivo prima dell’iscrizione.
Le iniziative estive sono inserite nell’ambito del progetto più ampio “UN PONTE SUL TEMPO – Supporto consapevole e attivo per tutti i tipi di invecchiamento”, sostenuto dal Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo.
L'articolo Attività per Over 70 al Parco*Prato proviene da Informatore.
Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01797-x
In clinical trials, there are many times (and ways) a therapeutic can come up short.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01626-1
By combining chemistry and biology with AI modelling, Layla Hosseini-Gerami is finding and reviving therapeutics with ‘huge potential’.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01718-y
Family ties.Nel giro di alcune settimane una serie di eventi ha messo a rischio il proseguimento delle attività della Casa per la nonviolenza di Verona, sede nazionale del Movimento Nonviolento. EMERGENZA TETTO: Un violentissimo temporale lo ha danneggiato, rompendo i lucernai e spostando tutte le tegole; EMERGENZA PC: uno dopo l’altro tre dei nostri computer e la fotocopiatrice hanno terminato [...]
L'articolo Nonviolenza da ri-fare. Una raccolta fondi necessaria proviene da Movimento Nonviolento.
Donald Trump è intervenuto in seguito alla nuova escalation tra Stati Uniti e Iran, affermando che le forze iraniane sono un "disastro totale" e che "non esistono più".
"L'esercito iraniano è un disastro completo. Gran parte di esso, come la Marina e l'Aeronautica, non esiste più; è stato completamente sconfitto. L'Iran parla ma non agisce. Il prepotente del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che li avrebbe avvantaggiati enormemente, ora dovranno pagarne il prezzo! Presidente Donald J. Trump", ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti sui suoi profili social.


di Pino Arlacchi
Avvistato dalle fonti più autorevoli, il fantasma di un greggio a 150 dollari al barile si aggira nei corridoi delle borse occidentali. Se i modelli predittivi delle maggiori compagnie petrolifere e delle banche di investimento dovessero materializzarsi, lo shock energetico indotto dal blocco prolungato dello Stretto di Hormuz – in cui transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio – rischierebbe di infliggere il colpo di grazia a un’economia atlantica già strutturalmente fragile.
Nella logica del secolo passato, un simile scenario assumerebbe un solo significato: una recessione globale profonda, immediata e inevitabile. Ma la logica del XXI secolo è cambiata. Se la fiammata energetica non si tradurrà nel collasso economico del pianeta, non sarà per merito delle manovre della Federal Reserve o di tardivi accordi diplomatici in Medioriente. Sarà perché, per la prima volta nella storia contemporanea, esiste un subsistema economico alternativo e parallelo a quello occidentale, dominato dall’economia reale e dallo Stato regista dello sviluppo (il cosiddetto Developmental State). Questo insieme è guidato dall'asse tra la Cina e il Grande Sud, ed è capace di agire da possente ammortizzatore universale.
Non è facile comprendere questa svolta epocale, e se sono in grado di delinearne caratteri e dinamiche lo devo al fatto di non essere accecato dall’illusione eurocentrica e atlantista che affligge l’intera narrativa sulla crisi attuale che prevale in Occidente.
Il capitale finanziario che schiavizza l’Occidente tende a proiettare le proprie vulnerabilità sul resto del mondo. In Europa e negli Stati Uniti, un petrolio a 150 dollari innesca una reazione a catena: aumento dei prezzi alla pompa di carburante, impennata dell'inflazione da costi, reazione forte delle banche centrali tramite il rialzo dei tassi di interesse e conseguente contrazione del credito, dei consumi e degli investimenti. È il cortocircuito di un sistema che vive di leva finanziaria, dove i prezzi dei beni fisici sono determinati da azzardate scommesse sul futuro chiamate contratti derivati, e da simili marchingegni che infestano le piazze di scambio occidentali. Il risultato è l’esposizione del PIL delle nazioni del G7 a una volatilità drogata dalla speculazione e dai capitali “caldi” e senza patria, pronti a fuggire dall’altra parte del pianeta alla minima variazione di un dato economico e di una circostanza geopolitica.
Ma la storia, oggi, non finisce più qui. Fuori da questo perimetro respira un’altra economia-mondo. Un subsistema guidato dai paesi BRICS+ che produce ormai oltre il 60% del PIL globale se calcolato a parità di potere d'acquisto, e che supera nettamente il misero 29% detenuto dalle nazioni del G7. È il mondo dell’economia reale, dell’anti-finanza radicata nella materialità della produzione, delle infrastrutture e degli scambi di beni e servizi. È il mondo del Grande Sud, diventato il baricentro dell’economia globale. Quando il barile tocca cifre astronomiche nei mercati euroamericani, una quota mastodontica di quel petrolio continua a circolare nel resto del mondo a prezzi radicalmente diversi.
Non troverete traccia, nei media occidentali e nelle pontificazioni dei guru neoliberal, del semplice fatto che Pechino, Teheran, Nuova Delhi e Mosca hanno da tempo strutturato un circuito protetto. La Russia e l'Iran non vendono il loro greggio seguendo i benchmark dell'ICE di Londra; lo scambiano attraverso contratti a lungo termine, spesso blindati da forti sconti geopolitici. Questi flussi, inoltre, sono oggi quasi totalmente de-dollarizzati: la quota di scambi commerciali transfrontalieri della Cina regolati in Renminbi ha superato la soglia record del 50%, surclassando il biglietto verde. Per il colosso manifatturiero cinese, il petrolio non costa "150 dollari". Costa l'equivalente pre-concordato in beni industriali, tecnologie o valuta sovrana nazionale. Questo circuito chiuso neutralizza lo shock valutario alla radice, impedendo la distruzione della domanda nei paesi emergenti e garantendo la continuità operativa delle catene del valore fisiche.
Ma la linea definitiva di difesa contro una crisi globale risiede nel superamento della dipendenza del Grande Sud dai consumi occidentali. Per decenni, l'ortodossia economica ha sostenuto che se l'Occidente starnutisce, l'Asia si ammala, a causa della sua natura di pura esportatrice verso i mercati ricchi del Nord del mondo. Questa fotografia è obsoleta. Il punto di non ritorno è già stato superato: il volume degli scambi commerciali Sud-Sud (l'interscambio tra economie emergenti) ha storicamente sorpassato il valore delle rotte Nord-Sud, superando la barriera dei 5.300 miliardi di dollari annui. I paesi emergenti non sono più la periferia che lavora per soddisfare il centro atlantico; sono diventati il centro rispetto a se stessi.
La Cina è la guida di questo scacchiere, e gode di un’economia pianificata che ha operato una sterzata strategica con la dottrina della "Doppia Circolazione" varata nel 2020. Consapevole delle crescenti sanzioni, tariffe e dazi del protezionismo occidentale, Pechino ha progressivamente spostato il fulcro del proprio sviluppo economico verso l'interno, puntando sulla crescita dei consumi domestici che oggi pesano per oltre il 50% sul suo PIL, e sull’espansione della produttività legata all'automazione e all'intelligenza artificiale.
Laddove il subsistema occidentale risponde all'innovazione tecnologica con la "distruzione creativa" di Schumpeter – generando disoccupazione, precarizzazione e conseguente calo dei consumi – il governo cinese trasferisce i lavoratori dislocati in settori ad altissima qualificazione e nei servizi, mantenendo intatta la tenuta sociale e il potere d'acquisto interno con un tasso di disoccupazione urbana rigidamente controllato sotto il 5,5%.
Al contempo, la diversificazione delle esportazioni cinesi ha ridisegnato la geografia del consumo globale. Pechino non esporta più chincaglieria, ma infrastrutture strategiche, reti di telecomunicazione, vettori energetici puliti e mobilità elettrica. I destinatari non sono più i consumatori stanchi e impoveriti di Roma, Parigi o Washington, ma la galassia dei paesi della Belt and Road Initiative, dell'America Latina, dell'Africa e del Sud-Est Asiatico. Quest’ultimo è composto da 11 paesi associati nell’ASEAN: 700 milioni di abitanti che animano la quinta economia del mondo. L’ASEAN ha consolidato il suo ruolo di primo partner commerciale di Pechino, scavalcando sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti.
La nascita di una sterminata classe media nel Grande Sud, stimata in oltre 2 miliardi di persone, sta assorbendo la produzione industriale dell’Asia orientale e della Cina a una velocità tale da poter compensare qualsiasi calo della domanda indotto dalla stagflazione occidentale. È una simbiosi che funziona: il Grande Sud fornisce le materie prime fisiche e l'energia, l’Asia le trasforma in beni tecnologici e infrastrutture di sviluppo, e il tutto avviene al di fuori del controllo del dollaro e del sistema SWIFT.
Ciò a cui assisteremo, nel caso in cui la crisi di Hormuz dovesse avvitarsi, non sarà dunque una crisi globale generalizzata, bensì un aumento della biforcazione dell'economia-mondo. Da un lato avremo l'Occidente finanziarizzato, con le sue riserve valutarie in dollari scese sotto il 58%, intrappolato nei suoi dogmi liberisti, costretto a subire i colpi della crisi energetica e della recessione. Dall'altro lato, il subsistema dell'economia reale, protetto dalla programmazione statale e dall'interscambio Sud-Sud, che continuerà a produrre, scambiare e crescere.
La Cina e il Grande Sud non interromperanno il cupio dissolvi dell'Occidente, né cureranno le magagne del tecnocapitalismo finanziario americano. Faranno qualcosa di più limitato ma comunque cruciale. Impediranno che le tossine di quel sistema avvelenino l'intero pianeta. Dimostreranno che l'autonomia della produzione fisica, l’indipendenza dal dollaro e la solidità delle rotte commerciali terrestri ed eurasiatiche sono un'ancora di salvezza dalle crisi molto più affidabile di qualsiasi diavoleria di Wall Street e di qualsiasi politica di emergenza delle banche centrali e dei governi dell’Occidente.

di Michele Blanco
Nel 2009 solo quattro studenti su dieci iscritti al liceo classico avevano genitori laureati; secondo i dati del 2025, la quota è salita a tre su quattro. Questo balzo di 33 punti percentuali fotografa una crescente "esclusività" e svela una realtà preoccupante della nostra società: una costante diseguaglianza di provenienza sociale che si riflette sulla formazione.
Eppure, secondo i dati ISTAT e le storiche ricerche di Almadiploma, nello stesso periodo l’Italia è diventata un Paese complessivamente più istruito. I laureati tra la popolazione adulta sono quasi raddoppiati, passando dal 7,5% del 2001 al 16,8% del 2024. Oggi, una famiglia su sei ha almeno un genitore laureato, contro l'una su tredici di inizio millennio. Malgrado questa trasformazione strutturale, i meccanismi di selezione scolastica sono rimasti invariati, tanto che per i ragazzi provenienti dalle classi sociali meno abbienti è più corretto parlare di "segregazione" anziché di selezione.
I nuovi laureati tendono a iscrivere i propri figli al liceo classico o allo scientifico tradizionale, mentre i ragazzi che provengono da famiglie meno istruite restano confinati nei medesimi percorsi del passato. Se nel 2009 il gap assoluto tra la quota di figli di laureati al classico e la media del sistema era di 22,5 punti percentuali, nel 2025 il divario ha toccato i 36,5 punti. In termini relativi la segregazione appare stabile, ma in termini assoluti si è allargata drasticamente. Le scelte scolastiche continuano così a riprodurre l’origine sociale con una precisione chirurgica. L'ascensore sociale italiano è fermo, immobile, mentre tutto il resto intorno è cambiato.
La scuola secondaria superiore oggi è un mondo variegato, che continua però a distribuire gli studenti secondo la professione o il titolo di studio dei genitori:
Liceo Classico: Rimane l'indirizzo socialmente più selettivo d’Italia. Ben il 74,7% degli iscritti ha almeno un genitore laureato.
Scientifico Internazionale ed Europeo: Segue a ruota con il 66,7% di genitori laureati, configurandosi come una nuova via d’élite all'interno dell'area scientifica.
Scientifico Tradizionale: Si attesta al 62,4%, un valore stabile rispetto al 2009 e ben al di sopra della media nazionale.
Liceo Linguistico: Mostra un profilo più eterogeneo e aperto, con il 39,3% di genitori laureati. È il percorso scelto da chi cerca una formazione internazionale ma proviene da background più vari.
Scienze Umane: È la vera sorpresa sociologica. Erede del vecchio istituto magistrale, vanta il 33,5% di genitori laureati ma anche un 22,7% di studenti provenienti da famiglie di lavoratori esecutivi. È, a tutti gli effetti, il liceo più "popolare".
Tra i tecnici, il confronto tra il 2009 e il 2025 evidenzia trend inattesi, legati soprattutto alla percezione del mercato del lavoro:
Economico (ITE): I genitori laureati sono passati dal 9,2% al 22,6%, una crescita che riflette l'aumento generale dei titoli di studio nella popolazione, mantenendo un forte radicamento nel ceto medio impiegatizio.
Tecnologico (ITT) - Informatica e Telecomunicazioni: Attira sempre più il ceto medio-alto (25,6% di genitori laureati), complice il valore economico e sociale attribuito alle competenze digitali.
Elettronica, Edilizia (CAT) e Meccanica: Restano scuole a forte vocazione operaia, dove la quota di genitori impiegati nel lavoro esecutivo sfiora il 28% e i laureati faticano a salire.
Agraria: Rappresenta il caso più curioso. Se nel 2009 era l’archetipo della scuola per figli di coltivatori diretti, nel 2025 registra il 26,8% di genitori laureati e una presenza di classi abbienti al 21%. È il segno evidente di come la rivoluzione del biologico, della sostenibilità e dell'agroalimentare d'eccellenza abbia cambiato lo status di questa professione.
Gli istituti professionali conservano il primato di scuole meno frequentate dai figli dei laureati, ma il vecchio blocco monolitico del 2009 (dove in qualsiasi indirizzo i genitori laureati erano una rarità statistica attorno al 4%) si è frantumato. Oggi assistiamo a una divisione interna tra indirizzi considerati "creativi" e percorsi tradizionali:
Cultura, Spettacolo e Filiere Creative: Hanno rinnovato la propria immagine intercettando il ceto medio, con la quota di figli di laureati balzata a quasi uno studente su cinque (20%). Un trend simile, seppur più contenuto, si registra nel settore dell'Enogastronomia e Ospitalità alberghiera.
Manutenzione, Assistenza e Servizi Commerciali: Restano ancorati al passato. La presenza di genitori laureati è minima e questi indirizzi rimangono, purtroppo, il principale approdo quasi obbligato per i ragazzi che partono dalle condizioni sociali e culturali più svantaggiate.

Riceviamo e pubblichiamo dagli amici della redazione di Byoblu questo comunicato
La redazione ritiene doveroso aggiornare il pubblico sulla situazione che sta interessando la società Media Pluralisti Europei S.p.A., editrice della testata.
Lo scorso 25 aprile, su iniziativa dell’editore Claudio Messora, è stata organizzata una giornata di festa trasmessa in diretta televisiva nazionale per celebrare i cinque anni di presenza di Byoblu sul digitale terrestre. Nei minuti conclusivi della trasmissione Claudio Messora dichiarava: “Siamo stati capaci di realizzare nella storia ciò che nessuno ha mai realizzato prima. Sono felicissimo di essere qui con il nuovo Byoblu, il vecchio Byoblu e il Byoblu che verrà perché questa storia non finisce mai”. Si trattava di un messaggio positivo rivolto ai dipendenti, ai soci, agli abbonati e ai telespettatori, nel quale veniva espressa una prospettiva di continuità del progetto editoriale.
Il 28 aprile 2026 il Consiglio di Amministrazione di Media Pluralisti Europei S.p.A., preso atto della necessità di procedere agli adempimenti previsti dalla legge, ha deliberato all’unanimità la convocazione dell’assemblea dei soci, chiamata a valutare e deliberare le misure necessarie, inclusa l’eventuale ricapitalizzazione, per affrontare la situazione emersa e tutelare la continuità della società e del progetto editoriale. In quella sede il Presidente del Consiglio di Amministrazione Claudio Messora aveva assunto l’incarico di procedere alla convocazione dell’assemblea.
Il 5 maggio 2026 Claudio Messora, azionista di maggioranza della società, Presidente del Consiglio di Amministrazione, Consigliere ed editore, rassegnava le dimissioni da tutte le cariche ricoperte, mantenendo solo la propria partecipazione azionaria di maggioranza. Le dimissioni hanno determinato una situazione di discontinuità nella gestione della società e nel percorso di convocazione dell’assemblea dei soci.
Il giorno dopo le sue dimissioni, 6 maggio 2026, Messora ha inviato alla società una diffida con richiesta di corresponsione delle royalties relative all’utilizzo del marchio Byoblu entro trenta giorni. Tale richiesta ha portato all'attenzione del Consiglio di Amministrazione rapporti contrattuali relativi all'utilizzo del marchio Byoblu che non risultavano essere stati oggetto di deliberazione consiliare.
Nella medesima giornata, a seguito delle dimissioni e delle numerose richieste di chiarimento pervenute alla redazione dal pubblico, quest’ultima ha diffuso un comunicato sindacale con il quale ribadiva il proprio impegno a proseguire l’attività giornalistica e informativa.
Successivamente, in data 11 maggio 2026, Claudio Messora ha inviato a Media Pluralisti Europei, al direttore responsabile e al comitato di redazione una diffida con richiesta di pubblicazione di una propria replica al comunicato della testata. Nelle settimane successive il Consiglio di Amministrazione, pur dimissionario e operante in regime di prorogatio, ha continuato a svolgere le attività consentite dalla legge e dallo statuto al fine di garantire, per quanto possibile, la continuità operativa della società.
Il 5 giugno 2026 il sito byoblu.com è divenuto inaccessibile sia agli utenti sia al personale che vi operava quotidianamente.
Sul canale Telegram Byoblu, fino a quel momento utilizzato dalla redazione come canale ufficiale di comunicazione con il pubblico, è comparso un messaggio a firma dello stesso Messora nel quale si affermava, tra l’altro, che “è necessario aprire nuovi punti di riferimento e ridefinire quelli attuali
preservando la continuità di Byoblu e accompagnando una transizione ordinata, distinta dalla situazione di Media Pluralisti Europei”.
Nel frattempo è stato impedito l'accesso alla redazione ai canali social associati alla testata Byoblu, tra cui Telegram, Instagram, WhatsApp e X.
Ma non solo.
Negli stessi giorni la redazione ha appreso dell’esistenza del sito news.byoblu.com, denominato "Byoblu 3.0", descritto come “sito di informazione libera e indipendente a cura di Claudio Messora”.
Un sito web che descrive la nostra attività e i circa 3.200 soci di Media Pluralisti europei come "qualcosa di simile a uno spin-off"e che a detta dello stesso Messora “fa un uso estensivo e allo stato dell'arte delle nuove tecnologie”. La redazione sottolinea di essere totalmente estranea alla realizzazione e alla gestione del sito, che sembra abbracciare l’impiego dell'intelligenza artificiale in sostituzione dei dipendenti.
Ad aggravare la situazione, il sito con dominio www.byoblu.com, che conteneva tutto il lavoro svolto dalla redazione negli ultimi sei anni, risulta essere stato sostituito dal nuovo sito web Byoblu 3.0.
Denunciamo quindi la perdita di migliaia di articoli, inchieste, documentari di cui rivendichiamo la paternità.
Ricordiamo che la testata giornalistica Byoblu risulta regolarmente registrata presso il Tribunale di Milano dal 2020 e che le responsabilità editoriali e giornalistiche restano disciplinate dalle norme vigenti. Ad oggi non sono state inviate ulteriori comunicazioni di un eventuale cancellazione dal registro del tribunale.
Alla luce degli eventi descritti, la redazione ritiene doveroso garantire la massima trasparenza nei confronti dei soci, degli abbonati, dei sostenitori e di tutti coloro che hanno seguito e sostenuto il progetto negli anni. Ci riserviamo ogni iniziativa ritenuta opportuna a tutela del lavoro svolto, della nostra professionalità e dei nostri diritti. Nel frattempo continueremo a svolgere il lavoro di informazione attraverso l’unico canale operativo e nella nostra disponibilità: il canale YouTube “Media Pluralisti”.
La redazione

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01718-y
Family ties.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01814-z
The challenge for universities is not adopting artificial intelligence, but doing so in ways that the current generation of students can trust.Come Movimento Nonviolento - Roma rilanciamo questa riflessione dell'amica Maria Grazia Cotugno per continuare a riflettere sull'insensatezza della parata militare che prepara le prossime guerre. Festa della Repubblica, 2 giugno 2025. Festa di pace e democrazia . Pronti per la sfilata di uomini e carri e frecce? Io no. Una sensazione di impotenza e di [...]
L'articolo 2 giugno Festa della Repubblica che ripudia la guerra – una riflessione proviene da Movimento Nonviolento.

La grigliata è molto più di un semplice modo di cucinare: è un momento di incontro, fatto di tempi rilassati, profumi che attirano e tanta convivialità.
Preparare una brace fatta bene e scegliere con attenzione cosa portare in tavola permette di trasformare un pasto all’aperto in un’esperienza che unisce il piacere del cibo e quello dell’amicizia.
La qualità degli ingredienti è il vero punto di partenza per una grigliata ben riuscita, perché ogni elemento contribuisce all’equilibrio finale del piatto. Le carni bianche, come pollo, coniglio e tacchino, richiedono delicatezza: una marinatura leggera a base di olio, erbe e agrumi aiuta a mantenerle morbide e profumate senza coprirne il sapore.
Le carni rosse, come manzo e maiale, danno il meglio con tagli adatti alla brace, come costate, entrecôte o costine, dove una buona infiltrazione di grasso evita che la carne si asciughi durante la cottura.
Il pesce deve essere ben assortito: orate, branzini, crostacei o anche molluschi come i calamari si prestano bene alla griglia e si esaltano con pochi aromi essenziali.
Le verdure, come zucchine, melanzane, peperoni e mais, completano il tutto con leggerezza, offrendo contrasti di consistenza e sapore, soprattutto se condite dopo la cottura con erbette.
La scelta dello strumento incide sul risultato finale, non solo in termini di gusto ma anche di controllo della cottura.
La griglia a carbone rappresenta la soluzione più tradizionale: raggiunge temperature elevate e garantisce una rosolatura intensa, oltre al tipico aroma affumicato.
La legna aggiunge una componente aromatica più complessa e variabile in base al tipo utilizzato, come faggio o quercia, ma richiede maggiore esperienza nella gestione delle braci. Le griglie a gas offrono invece un controllo preciso della temperatura, permettendo di modulare facilmente il calore e di lavorare su diverse zone di cottura. Sono ideali per chi desidera risultati costanti e tempi ridotti di accensione.
Le griglie elettriche risultano pratiche e adatte a contesti urbani o spazi limitati: pur non raggiungendo le stesse intensità aromatiche, consentono una cottura pulita, senza fumo e con una gestione semplice.
Una grigliata ben riuscita nasce soprattutto dalla gestione del calore. La brace deve essere stabile, priva di fiamme vive e con una distribuzione uniforme: cuocere su fiamma diretta rischia di bruciare l’esterno lasciando l’interno crudo.
La manipolazione degli ingredienti richiede attenzione: girare la carne troppo spesso impedisce la formazione della crosticina, mentre forarla fa fuoriuscire i succhi, rendendola asciutta.
Meglio usare le pinze e intervenire solo quando necessario. Il momento della salatura è cruciale: troppo presto può favorire la perdita di liquidi, mentre a fine cottura preserva morbidezza e sapore.
Il riposo post-cottura è un passaggio fondamentale: lasciare la carne qualche minuto lontano dalla fonte di calore permette ai succhi di redistribuirsi. Infine, marinature equilibrate ed erbe fresche possono valorizzare ogni ingrediente senza coprirne l’identità.
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Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01814-z
The challenge for universities is not adopting artificial intelligence, but doing so in ways that the current generation of students can trust.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01824-x
As deforestation in the Amazon falls, fresh evidence shows that the rainforest can withstand global warming, but only if there is a worldwide effort to stop cutting it down.
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
E così, con il voto del 7 giugno, il partito “Accordo civile” del primo ministro armeno Nikol Pašinjan ha ottenuto il 49,8% dei voti, conservando la maggioranza parlamentare. Dicono che l'europeistico arresto, alla vigilia delle elezioni, di moltissimi aderenti ai partiti di opposizione, non abbia influito sul risultato. Prendiamo atto di questo assunto; come anche delle esultanze di tutti quei media di casa nostra che hanno parlato del risultato elettorale come di una “sconfitta per Putin”; l'ennesimo, a detta dei torquemadisti liberal-pannelliani de Linkiesta, secondo i quali «l’elenco dei rovesci politici e militari subiti da Putin negli ultimi quattro anni si è fatto ormai talmente lungo», tanto che nel momento in cui «anche l’Armenia scarica Putin, ora gli resta solo la tv italiana». Piena zeppa di tribune “kabuliste”, par dii capire e dunque da chiuder, per la salute mentale europeista.
Dunque, tra le formazioni che hanno preso parte alla tornata elettorale, "Armenia forte" di Samvel Karapetjan ha raccolto il 23,29% dei consensi, mentre "Alleanza armena" dell'ex presidente Robert Kocharjan si è posizionata al terzo posto, con il 9,94%. “Armenia prospera” di Gagik Tsarukjan, col 3,99% non ha superato la soglia minima del 4% ed è rimasta fuori del parlamento. In definitiva, ad “Accordo civile” dovrebbero andare 64 seggi, 29 ad "Armenia forte" e 12 ad "Alleanza armena".
In base alla legislazione armena, la forza politica che detiene il 52% dei seggi in parlamento, in questo caso “Accordo civile”, è in grado di formare autonomamente il governo, eleggere il primo ministro e approvare leggi costituzionali. Dato però che non ha raggiunto la maggioranza costituzionale necessaria per emendare la costituzione, difficilmente potrà apportare quelle modifiche richieste, ad esempio, per concludere una serie di accordi con l'Azerbajdžan, cui da tempo mira Nikol Pašinjan, il quale d'altra parte si è affrettato a confermare che il suo governo proseguirà il percorso di riavvicinamento con l'Occidente, senza con ciò rinunciare alla partecipazione all'Unione Economica Eurasiatica (UEE). Pašinjan ha anche detto che l'Armenia non è pronta per l'adesione alla UE, ma continuerà nelle riforme democratiche per raggiungerne tutti gli standard.
Tra questi “standard”, par rientrare anche la qualifica di «rappresentanti del sistema criminale-oligarchico» che non dovrebbero avere alcun margine di azione in Armenia, affibbiata da Pašinjan ai leader di "Armenia forte", Samvel Karapetjan e "Alleanza armena" di Robert Kocharjan; il «partito dello spionaggio a tre teste deve essere sradicato dall'Armenia», ha detto Pašinjan. Da parte sua, Karapetjan, in un'intervista alle Izvestija, ha detto che le elezioni non possono essere considerate democratiche, dato che la campagna elettorale si è svolta in un clima di pressione senza precedenti e il processo di conteggio dei voti, così come la reazione delle autorità, sollevano legittimi dubbi. Karapetjan ha affermato che circa 700 membri del suo partito sono stati arrestati durante la campagna elettorale e considera altamente sospetta la decisione della Commissione Elettorale Centrale di interrompere lo spoglio dei voti e di annunciare i risultati definitivi solo successivamente.
“Armenia prospera”, che si è vista esclusa dal parlamento per poche frazioni di punto percentuale, intende chiedere il riconteggio dei voti.
In definitiva, nonostante le ingenti risorse amministrative impiegate nella campagna elettorale e l'aperto sostegno di Bruxelles, Pašinjan non è riuscito a ottenere la maggioranza costituzionale desiderata e questo complica la realizzazione di una serie di iniziative programmate, a partire, come detto, dagli emendamenti costituzionali in vista della firma di un trattato di pace con Baku. Il preambolo della Costituzione armena, osserva infatti Tat'jana Stojanovic su Ukraina.ru, fa riferimento alla dichiarazione di indipendenza del paese del 1990, che sanciva l'obiettivo della riunificazione con il Nagorno-Karabakh, o Artsakh, secondo gli armeni. Ma Baku considera questa una rivendicazione giuridica su un territorio azero e, finché tale formulazione rimarrà nella Costituzione armena, non sarà possibile firmare un trattato di pace.
La Costituzione potrebbe essere modificata con referendum, ma questa è un'opzione più rischiosa per Pašinjan, che dunque avrebbe preferito un voto parlamentare, per il quale non è però riuscito a ottenere un numero sufficiente di seggi. Ormai da anni, la promozione della cosiddetta “agenda di pace” è una priorità per la politica di Pašinjan, più importante del riavvicinamento con la UE o del futuro dell'adesione alla UEE, la Unione Economica Eurasiatica. Pertanto, conclude Stojanovic, la vittoria alle elezioni parlamentari rappresenta, in un certo senso, una sconfitta per Pašinjan, che dovrà trovare soluzioni alternative per emendare la costituzione.
Ma, ghignano europeisticamente i torquemadisti de Linkiesta, Putin «ormai si è dimostrato incapace di tenere le posizioni persino in quello che considera il suo cortile di casa. La riconferma di Nikol Pašinjan alle elezioni in Armenia ne è l’ultima clamorosa conferma», come testimoniato dal Verbo ecclesiale della signora Nona Mikhelidze, secondo la quale, in Armenia, «una parte significativa degli elettori ha scelto di valutare non soltanto il passato, ma la traiettoria futura proposta dal primo ministro – il progressivo distacco dalla dipendenza russa, l’avvicinamento all’Europa, l’apertura delle frontiere con Turchia e Azerbaigian, una maggiore integrazione economica regionale». Accordo sul TRIPP trumpiano, firma di documenti sulla "cooperazione strategica", sottoscritti alla vigilia del voto col precipitoso viaggio a Erevan del Segretario di Stato americano Marco Rubio: è questa la «traiettoria futura» su cui avrebbero basato la loro scelta gli elettori armeni? O non sono piuttosto le premesse che hanno procacciato “consensi” al premier europeista, secondo una tradizione liberale che, a ritroso nel tempo, rimanda agli affari del piano Marshall e alle “cure” dell'ambasciatrice Clare Boothe Luce, mentre, sul presente, riflette le necessità belliche occidentali nella regione mediorientale? Ora, scrivono i lestofanti pannelliani, «anche in Armenia alla fine ha vinto il richiamo dell’Europa, cioè la promessa della libertà individuale, della dignità umana, dello stato di diritto e di una vita migliore». O non ha piuttosto vinto «il richiamo», quello sì molto concreto, dei capitali, alla ricerca di nuovi mercati in cui subentrare al posto dei precedenti, il tutto mascherato dalle eucaristiche geremiadi liberal-truffaldine su «libertà individuale, dignità umana, stato di diritto e una vita migliore», confacenti ai bisogni di profitto del capitale e propagandati dai filistei degli interessi borghesi? Basti dire che i farabutti de Linkiesta, tanto per confermare la propria spudorata genuflessione ai piani bellicisti delle cancellerie europee, guaiscono al «richiamo dell'Europa» per l'Armenia, spargendo lacrime stizzose per un presunto “favoleggiare”, dicono loro, da parte dei media italiani, «per la centesima volta sulla centomillesima pseudo-apertura negoziale di Putin, prontamente smascherata dalla lettera di Zelensky con la proposta di un incontro per chiudere il conflitto, ovviamente subito respinta da Mosca». Lezzose lamentele di grezzi portaborse dei nazigolpisti di Kiev, che contrabbandano il pizzino mafioso di Vladimir Zelenskij per una «proposta» di accordo «respinta da Mosca». D'altronde, sono quelle le “proposte” che si è soliti fare in tali ambienti, in cui «dignità umana, stato di diritto» vengono presentati quali vertici della libertà e del paradiso borghese che, mentre decreta la supremazia dell'oppressione capitalista, prepara anche per l'Armenia un percorso che, nell'Ucraina nazigolpista e terrorista, viene presentato quale modello della “democrazia europea”.
Ma, appunto, tornando all'Armenia e alla vittoria di “Accordo civile”, su Moskovskij Komsomolets Mikhail Rostovskij afferma che la Russia dispone di tutte le risorse per dare una lezione a Nikol Pašinjan in campo economico e affibbiargli uno "scacco matto politico in tre mosse". Per farlo, Moskva dovrebbe imparare qualcosa dal primo ministro armeno e dalla sua capacità di rimanere ostinatamente fermo sulle sue posizioni senza compiere mosse avventate o sbattere la porta. In altre parole: guardare a Bruxelles, lasciando nell'indeterminatezza l'adesione alla UEE. A una società armena stanca di decenni di guerra e blocco economico, dice Rostovskij, Pašinjan parla di un “futuro dell'Armenia”, mentre i suoi oppositori, «più allineati con la visione di Mosca, non sono riusciti a offrire alla popolazione una visione alternativa del futuro». Chiaro come, nell'analisi di Moskovskij Komsomoltes, manchi qualsiasi riferimento di classe e di analisi sugli interessi di quali classi e settori abbia lavorato Pašinjan che, al di là della retorica, vuol fare dell'Armenia il "fratello minore" di Azerbajdžan e Turchia, i due nemici storici del paese. Così, per evitare di dipendere completamente da Baku e Ankara, Pašinjan progetta di creare un ulteriore baluardo sotto forma di una stretta alleanza con l'Europa e con l'Occidente in generale. A lungo termine, ciò significa un'inevitabile rottura con Moskva. Ma, in concreto, Erevan potrebbe privarsi del suo unico sostegno politico ed economico, la Russia, e invece di un'alternativa europeista a tutti gli effetti, potrebbe ottenere qualcosa del tipo di ulteriori spinte a orientarsi contro la Russia, in cambio di risorse che stringerebbero il cappio attorno al collo della popolazione armena.
Il fatto è che, a parere di Aleksej Bobrovskij, l'Armenia dovrà affrontare uno di questi tre possibili scenari: Georgia, Ucraina o Moldavia e il fatto che Erevan continui ad aderire alla UEE non cambia nulla. Anzi, in nessun caso l'Armenia entrerà in UE e anche ipotizzando l'inverosimile possibilità che la UE voglia includere Erevan, il “reich” crollerà prima che l'Armenia riesca ad adottare tutti gli standard “europei”. In ogni caso, sostiene Bobrovskij, la Russia dovrà pensare a una modernizzazione della UEE e ciò richiederà stretti legami con la SCO, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Dovrà anche tornare a parlare del progetto per una moneta unica della UEE; prevedere il congelamento (non il ritiro) della partecipazione di un paese alla UEE e regolamentare i flussi di capitali al suo interno.
Insomma: per mesi a Bruxelles e nelle diverse cancellerie europee hanno gridato alle “ingerenze russe” in vista del voto armeno, mentre – e non c'era da dubitarne – preparavano uno scenario di tipo ucraino, mascherato da “voto europeista”.

Gli sforzi diplomatici volti a finalizzare un accordo di pace tra gli Stati Uniti e l'Iran hanno subito significativi ritardi a causa delle violazioni israeliane in tutta l'Asia occidentale, secondo quanto rivelato il 9 giugno dai mediatori del governo pakistano all'agenzia Anadolu.
Lunedì a New York, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato ai giornalisti che si potrebbe raggiungere un accordo in "due o tre giorni"; tuttavia, i mediatori pakistani affermano che una svolta così immediata sia "improbabile". Mentre Trump continua a sostenere l'imminenza di un accordo di pace, i funzionari di Islamabad sottolineano che la situazione è complessa ed è entrata in una fase delicata, complice la persistente aggressione militare israeliana nel Libano meridionale.
Secondo fonti vicine alla mediazione, le due nazioni si trovavano a un passo dalla conclusione di una tregua temporanea alla fine di maggio, ma lo slancio è stato interrotto dall'incursione su vasta scala di Israele e dall'annessione di territorio libanese. Nonostante il 17 aprile sia stato stabilito un cessate il fuoco temporaneo in Libano — successivamente prorogato fino all'inizio di luglio — Israele ha continuato a violarlo quotidianamente attraverso attacchi aerei e incursioni di terra.
I funzionari pakistani hanno informato Washington che le azioni condotte da Israele sia in Libano sia a Gaza rappresentano il principale ostacolo al raggiungimento di una soluzione definitiva alla guerra. Dal canto suo, la leadership iraniana ha ribadito, attraverso i canali diplomatici, che non tornerà al tavolo dei negoziati finché persisteranno gli attacchi israeliani.
La scorsa settimana, il ministro degli Interni pakistano Mohsin Naqvi si è recato a Teheran per la quarta volta dal 28 febbraio, al fine di consegnare un messaggio speciale alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei da parte del capo dell'esercito pakistano, il feldmaresciallo Asim Munir. Il Pakistan, insieme a partner regionali come il Qatar, sta attualmente cercando di convincere Trump a esercitare la massima pressione su Israele affinché fermi la sua offensiva.
Islamabad ha riferito di aver ricevuto una risposta positiva dalla Casa Bianca riguardo alla situazione in Libano, nonostante la mancanza di una cessazione immediata delle ostilità. Fonti pakistane hanno inoltre riferito all'agenzia Anadolu di prevedere una svolta negli sforzi per fermare gli attacchi militari israeliani entro pochi giorni.
Se si riuscisse a porre fine ai combattimenti e a ripristinare le comunicazioni dirette tra Washington e Teheran, i mediatori ritengono che vi siano alte possibilità di raggiungere un accordo in tempi brevi, sottolineando come la maggior parte delle questioni controverse sia già stata risolta. Tuttavia, i funzionari hanno ribadito che questo processo non può essere completato nello spazio di due o tre giorni.
Nel frattempo, Israele ha continuato a colpire su più fronti. Martedì mattina ha emesso un ordine di sfollamento forzato di massa contro la città di Tiro (Sur), nel sud del Libano, per la seconda volta in meno di un mese. Successivamente, almeno 15 raid aerei hanno colpito Tiro, causando nove morti e oltre venti feriti. Migliaia di civili sono stati costretti a fuggire verso nord, unendosi al milione e più di sfollati già presenti in tutto il Libano. Dall'inizio dell'invasione israeliana del Libano, avvenuta a marzo, gli attacchi hanno provocato la morte di almeno 3.666 persone e il ferimento di oltre 11.000.
Lunedì, inoltre, Israele ha riacceso una brutale campagna di punizioni collettive contro Gaza, chiudendo tutti i punti di ingresso dedicati agli aiuti umanitari. Questa misura è giunta in risposta agli attacchi di rappresaglia iraniani, scatenati a loro volta dalle violazioni notturne israeliane nella capitale libanese Beirut. L'Iran aveva ripetutamente affermato che un attacco alla capitale libanese avrebbe rappresentato una linea rossa inaccettabile che non doveva in alcun modo essere oltrepassata.

La Russia si dice "estremamente preoccupata" a seguito degli ultimi scontri tra Stati Uniti e Iran. Mosca ha esortato alla "moderazione" nel conflitto che vede contrapposti gli USA e Israele a Teheran, esploso dopo un violento scambio di colpi che rappresenta la peggiore escalation dal cessate il fuoco dell'8 aprile.
"Siamo estremamente preoccupati per la nuova ondata di scontri armati tra Stati Uniti e Iran, iniziata con l'aggressione non provocata da parte di USA e Israele contro la Repubblica Islamica", ha dichiarato alla stampa Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo. "Esortiamo entrambe le parti a esercitare la massima moderazione e a cessare immediatamente le ostilità".
Russia e Iran sono storicamente unite da una profonda diffidenza nei confronti delle politiche statunitensi nelle rispettive aree d'influenza, dall'Asia Centrale all'Afghanistan, fino all'Iraq. Non a caso, il Presidente russo Vladimir Putin ha ribadito che le relazioni con Teheran costituiscono una priorità strategica per Mosca.
Anche Pechino si schiera sul fronte della diplomazia, chiedendo l'immediato stop alle armi. La Cina si è dichiarata "profondamente preoccupata" per le operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, invitando i governi a non alimentare la spirale di violenza.
"Tutte le parti coinvolte dovrebbero mantenere la calma, esercitare il self-control e smettere di esacerbare il conflitto. È fondamentale adottare misure concrete per allentare le tensioni", ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, durante un briefing con la stampa.
Queste prese di posizione arrivano dopo i duri raid aerei condotti dagli Stati Uniti in territorio iraniano, scattati in risposta all'abbattimento di un elicottero Apache americano nello Stretto di Hormuz.

di Glauco Benigni
Essere oggi un cittadino occidentale, un “civile abitante di nazioni alleate”, comporta un carico di responsabilità intellettuale e morale non indifferente. Significa trovarsi nel baricentro di una transizione d’Epoca dove i concetti di sovranità, democrazia, verità e identità vengono riscritti da algoritmi e flussi di capitale immateriale. In questo mosaico, l’azione politica e filosofica non è più rimandabile: esistono delle priorità sistemiche, e la scelta di privilegiare l’una o l’altra non è un semplice esercizio di stile, ma una decisione che “connota” radicalmente chi la compie, definendone la postura etica e la visione del futuro.
La Dittatura della Velocità e l’Asse del Transumanesimo
Il primo grande tema, quello che oggi domina l’agenda tecnocratica, nasce da una constatazione biologica: la strutturale “lentezza” dell’essere umano nei confronti della spaventosa e geometrica potenza di calcolo delle macchine. Questa asimmetria temporale e cognitiva ha spinto una parte delle élite globali a ritenere che l’unico approccio al futuro sia privilegiare il feudalesimo digitale, facendo accettare in progress ogni logica derivante e ogni drammatica conseguenza.
Assistiamo così al dilagare incontrollato dell’Intelligenza Artificiale in ogni ganglio della vita sociale, alla penetrazione pervasiva dei microchips nell’economia e nei corpi, e a un transumanesimo rampante che non si nasconde più nei laboratori, ma si fa manifesto ideologico. Questo processo viene spettacolarizzato in continuazione da reti tv e social media unificati: è il teatro globale della coppia Elon Musk e Peter Thiel, “prime donne” della PayPal Mafia che ballano il tip-tap sul palco della rete, collezionando miliardi di visualizzazioni. Un intrattenimento ipnotico, un’azione occulta che serve a rendere seducente l’ibridazione uomo-macchina e a legittimare una Webcracy tecnologica dove l’1% degli Umani, oltre a controllare gli asset economici, controllano anche tutti i dati e i codici sorgenti dell’esistenza altrui.
L’Antico Tema: La Giusta Distribuzione e la Pace
Dall’altra parte della barricata resiste l’antico, ma urgentissimo, tema che riguarda l’Umanità Profonda: la distribuzione onesta delle risorse e tutto ciò che storicamente ne consegue. Parliamo della ricerca della pace non come assenza di guerra, ma come presenza di giustizia; del dialogo interreligioso sincero e del confronto diplomatico tra Governi che siano reale espressione e rappresentanza dei loro popoli, e non semplici comitati d’affari che fanno capo a fondi d'investimento transnazionali.
Questo approccio esige onestà politica, commercio equo e, da subito, un’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) totalmente svincolata dalle logiche del mercato, affinché la salute pubblica non sia mai più considerata un asset finanziario o uno strumento di controllo biopolitico.
Il raggiungimento di questo equilibrio richiede una nuova Yalta, un nuovo assetto geopolitico globale. Tuttavia, la storia non si ripete mai identica: la nuova Yalta non potrà limitarsi a tracciare confini sulle mappe geografiche, ma sarà inevitabilmente (anche) una Yalta dei territori digitali e delle risorse immateriali. I dati, gli algoritmi di deep learning e le frequenze sono oggi i beni strategici primari, esattamente come lo furono il carbone e l’acciaio al debutto dell’era industriale.
Questa “Yalta digitale” sposta pesantemente il baricentro decisionale e condiziona l’Agenda del Potere Mondiale. Mette al centro dell’area delle “priorità” la rivoluzione digitale, e lo fa infarcendola di AI predittiva e di digital currencies (sia stablecoin che CBDC), strumenti capaci di tracciare, programmare e limitare da remoto la libertà umana con un clic.
Ognuno di questi effetti però genera il suo contrappasso, di conseguenza, l’antico tema della giustizia sociale non scompare, ma piuttosto si arricchisce e si complica: tant’è che oggi parlare di equità significa pretendere una distribuzione onesta delle risorse anche digitali, significa strappare il monopolio dei dati ai colossi della Silicon Valley e della tecnopoli cinese per restituirli alla sfera del bene comune.
Le Vie d’Uscita e l’Inconsapevolezza dei Popoli
Di fronte a questo bivio epocale, le strade percorribili dai futuri “architetti globali” appaiono limitate e ben precise:
L’alternativa a queste soluzioni è il baratro. Se fallisce la via diplomatica ed etica, il potere rimarrà nelle mani di oligarchie tecnocratiche e di qualche guerriero psicopatico in posizioni di comando, che pur di mantenere l’egemonia o di accelerare il processo di transizione antropologica, ci trascinerà dentro guerre infinite, conflitti ibridi e permanenti in cui la distinzione tra stato di pace e stato di guerra viene definitivamente cancellata.
Di fronte a una tale complessità, la grande maggioranza dei Popoli si trova in una condizione di tragica alienazione. I “civili di nazioni alleate” non leggono più né libri né giornali, gli anziani guardano la televisione e i giovani consumano freneticamente ogni contenuto offerto dai social media, quasi tutti sono anestetizzati dal flusso continuo di informazioni e intrattenimento, mentre i loro Capi Politici, spesso non eletti o privi di reale mandato popolare, giocano a “fare la Guerra” e stringono segreti patti sulla pelle dei cittadini ignari.
Ma … sebbene i Popoli si trovino in uno stato di scarsa consapevolezza, manipolati da una propaganda sofisticata e pervasiva, resta in loro un istinto primordiale ineliminabile: la stragrande maggioranza della popolazione mondiale rimane, comunque e sempre, contro la Guerra. È in questa resistenza silenziosa, in questo rifiuto viscerale della distruzione, che risiede l'ultimo baluardo di resistenza e umanità da cui ripartire per rivendicare il primato della coscienza sulla potenza di calcolo.


Bad Taste Collective presenta:
⚔️ SUMMER IN THE DUNGEON ⚔️
-ABARIS MOERAE - Dark Ambient - Helsinki;
-SPETTRO - Black Metal - Bologna;
-CAIRNN - Post-Metal - Firenze
19 Giugno 2026
21:00
CSA nEXt Emerson
Non vi preoccupate che a sto giro si farà in giardino.
di Franco Turigliatto
Le compagne e i compagni di Potere al Popolo lanciano con l’assemblea nazionale del 14 giugno a Roma un progetto ambizioso, “Un campo politico indipendente/Cambiamo tutto”, una sfida non solo e tanto alle forze della classe dominante, ma alle organizzazioni della sinistra radicale.
Proprio perché prendiamo sul serio quanto proposto, avanzeremo un ragionamento critico assai articolato.
Il disegno di Potere al popolo ha una valenza politica ed elettorale, ma rimanda anche esplicitamente a un progetto strategico e programmatico, puntando sulle dinamiche positive del movimento di massa che si è espresso nell’ultimo anno sulla Palestina e sulle prime crepe che il blocco sociale e la coalizione governativa delle forze della destra e dell’estrema destra hanno mostrato. Più concretamente scommette sul fatto che la combinazione tra condizioni oggettive e quanto hanno fatto nei movimenti attraverso le loro strutture di riferimento, a partire dall’USB, permetta loro una credibilità politica tale da produrre un salto qualitativo nella loro dimensione politica ed organizzativa.
Non dimentichiamoci che fin dal suo sorgere Potere al Popolo si è posto come soggetto ex novo, che nulla voleva a che vedere con le vecchie forze dell’estrema sinistra: il “cambiamo tutto” non solo rispetto agli assetti sociali, ma anche alle stesse strutture delle sinistre “alternative”.
Diciamo subito che ci sono significativi punti di condivisione con le rivendicazioni sociali e politiche che il testo propone nei 7 punti conclusivi, rivendicazioni essenziali per costruire in questa fase resistenza ed opposizione al sistema capitalista e alle politiche liberiste dei governi e che, secondo noi, dovrebbero essere alla base di una forte unità d’azione delle formazioni politiche, sociali e sindacali della sinistra radicale.
E’ positivo che Potere al Popolo riaffermi non solo la centralità della classe lavoratrice nello scontro politico e sociale, ma anche la finalità del movimento di classe da costruire, cioè la riproposizione di una società socialista (noi pensiamo che oggi sia meglio definirla ecosocialista per ovvie ragioni), progetto strategico e programmatico fondamentale per opporsi alla barbarie del capitale.
Poi però cominciano le nostre criticità sulle posizioni di questa formazione politica, a partire dalle forzature settarie e autoaffermative, (caratteristiche di una certa corrente del movimento comunista storico), da alcuni aspetti dell’analisi politica (nel testo la questione del fascismo e l’affermarsi dell’estrema destra appare secondario) e dalle scelte politiche che ne derivano, infine e soprattutto dalle radici programmatiche su cui si basa la concezione stessa del socialismo. Su questo nodo strategico, quel che è significativo non è tanto quanto scritto nell’appello quanto quello che manca, (ma che è invece ben presente nei loro riferimenti politici quotidiani): semplicemente non si fanno i conti con la storia, con quella, in particolare, del movimento operaio, del movimento comunista internazionale e delle formazioni statali postcapitaliste sorte nel ‘900 e crollate a partire dall’89, cioè con quelle involuzioni burocratiche stataliste espresse nella sua forma più alta e oppressiva dallo stalinismo. Non si può parlare oggi di socialismo senza esprimersi sulle società del ‘900 etichettate come socialiste.
Partiamo dalla valutazione dei rapporti di forza tra le classi e del ruolo dei partiti.
Non c’è dubbio che le forze del centro sinistra e quelle del centro destra, (oggi destre e destre estreme) hanno garantito le politiche di fondo liberiste della borghesia e del sistema capitalista (il testo le chiama amministratori del condominio), e che la gestione di queste politiche impopolari crea prima o poi logoramento di consenso anche per un governo come quello Meloni sulla cresta dell’onda per molti anni e che a monte di questa situazione ci sia una crisi di fondo del sistema capitalista. Questo è l’ABC.
La domanda è: c’è già una dimensione di massa e di lotta di opposizione al governo delle destre?
Le grandi manifestazioni dell’autunno contro il genocidio, si sono già evolute in una più generale ripulsa del governo? Il rifiuto delle scelte del riarmo con le loro ricadute sulle condizioni di vita ha già prodotto una forte coscienza di massa capace di collegare cause ed effetti?
Siamo già al superamento significativo di un paese incattivito?
Per rispondere a queste domande bisogna avere un giudizio lucido sulla dimensione del movimento dell’autunno. Le manifestazioni di massa sono state enormi, ma il paese non è stato bloccato; le lavoratrici e i lavoratori sono scesi numerosissimi in piazza insieme ai giovani e agli studenti, ma lo sciopero nei luoghi di lavoro è stato contenuto, le attività produttive non si sono fermate. Le contrattazioni sindacali continuano ad essere difficili se non perdenti, non solo per il collaborazionismo delle direzioni sindacali, ma per le obiettive difficoltà della classe, certo prodotte anche dalle scelte dei loro dirigenti, ma diventate elemento obiettivo di incertezza e demoralizzazione in ampi settori di massa, molte volte precarizzati e ricattati. Questa è la dura dialettica dello scontro di classe.
E’ in questo contesto che la forza e la crescita dell’estreme destre, favorito per altro da un ambiente internazionale che le sta portando in alto in tanti paesi e segnatamente in Europa, non si è esaurita tanto è vero che assistiamo con Vannacci allo spostamento sempre più estremo di alcuni loro settori. La strada per tagliare l’erba sotto i loro piedi è ancora piuttosto complicata e sarebbe bene non fare troppi errori. Il governo ha reagito alle lotte autunnali e alla sconfitta referendaria rilanciando i suoi contenuti politici autoritari. La sconfitta delle destre e la cacciata del governo Meloni resta un compito centrale ed ineludibile della lotta del movimento di massa
Scrive Potere al Popolo nel proporre un campo popolare indipendente: “Tramutare questa rabbia, questo rifiuto in un progetto trasformativo è un’operazione eminentemente politica. Che non è sinonimo di elettorale. Anzi: il presupposto è la costruzione di un campo popolare che sappia agire sul terreno politico, su quello economico, su quello culturale, mediatico e ideologico.”
Poco più oltre però l’indipendenza elettorale viene assunta come indispensabile ed è evidente che l’assemblea del 14 ha come finalità primaria questo obiettivo.
Si aggiunge poi “Per indipendenza intendiamo una capacità autonoma della classe di organizzarsi su tutti i fronti del conflitto; un impegno che si snodi dal versante sociale e sindacale a quello politico fino a quello culturale, mediatico e ideologico, con l’obiettivo di ricostruire quella sedimentazione articolata delle forze che puntano a essere sì un efficace argine di resistenza, ma soprattutto di prospettiva di offensiva politica…L’obiettivo è riconquistare la coscienza della necessità della funzione storica e del protagonismo collettivo della classe lavoratrice tutta”.
OK. Affermazioni condivisibili che però presuppongono una capacità di costruire le resistenze alle politiche del capitale che sono quelle economiche, ma anche quelle sociali e politiche, compreso il ruolo delle ideologie e delle formazioni fasciste, che sono parti integranti degli strumenti della classe borghese. La lotta e la sconfitta delle forze fasciste, di cui pure in un generico passaggio si riconosce la capacità di avere influenza di massa, è oggi elemento costituente della lotta anticapitalista e antimperialista, come anche significativamente è stato riaffermato nel recente Forum mondiale di Porto Alegre in Brasile.
Di questa duplicità e complessità per costruire una alternativa non c’è traccia nelle proposte di Potere al Popolo. Per non parlare della considerazione banale che non tutti i governi borghesi sono eguali ed egualmente repressivi delle forze del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori; queste e questi devono combattere tutti, e sottolineo tutti, i governi borghesi, ma le tattiche per farlo possono essere inevitabilmente articolate. E’proprio la crisi profonda del sistema borghese che dovrebbe metterci in guardia dal ripetere gli errori compiuti con le disastrose politiche del terzo periodo dell’internazionale staliniana (anni 30 del secolo scorso), doppiata poco dopo da una ulteriore svolta negativa di alleanza politica tout court con le forze borghesi. Più che mai gli spazi democratici vanno difesi collocandoli in un progetto di superamento del capitalismo.
Contro il fascismo non possiamo fare a meno della costruzione di un fronte unico di classe che sappia realmente vincere questa battaglia decisiva.
Pongono alcuni interrogativi due successivi passaggi:
“Indipendenza è prima di tutto il rifiuto del dogma atlantista” Il rigetto della Nato è un punto programmatico di fondo, ma l’indipendenza di classe è in primo luogo il rigetto del sistema capitalista e di tutti gli imperialismi. Dietro questa formula del testo fa capolino, l’approccio non solo geopolitico, ma più o meno apertamente “campista” di Potere al Popolo.
Successivamente: “Opporsi all’Unione Europea e alla sua architettura politica, finanziaria, giuridica, economica e militare è un compito politico fondante per aprire a tutti i popoli del nostro continente, dal Portogallo agli Urali, una prospettiva di Pace, di difesa del progresso sociale e lo sviluppo di nuove forme di cooperazione paritaria e di interscambio internazionale.”
Che vada smantellata la architettura finanziaria, giuridica, ecc. dell’Unione Europea capitalista è questione di fondo, ma perché non prospettare in alternativa una Europa delle lavoratrici e dei lavoratori, socialista e democratica, introducendo invece una vaga formula democraticista e generica, assai ambigua? La prospettiva non doveva essere quella del socialismo?
“Per un sindacato indipendente e conflittuale” è il titolo di un capitolo fondamentale del testo.
Condividiamo questa affermazione e tanto più il passaggio successivo “la retorica sulla scomparsa della classe operaia, dell’impresa come motore della società e del privato come elemento dinamico e di progresso sta disvelando tutto il suo carattere regressivo ed antisociale”.
Non condividiamo invece le conclusioni che si traggono a partire da una distorta valutazione delle mobilitazioni dell’autunno 2025. “Esistono, dunque, le condizioni per rilanciare un progetto sindacale generale, confederale e di classe contando sulle nostre forze……ciò è possibile solo se si rompe definitivamente con le centrali sindacali che da decenni predicano moderatismo e praticano consociativismo e con chi continua, sterilmente, a praticare entrismo nella CGIL.”
In questo passaggio emerge sia una impostazione settaria, sia una incomprensione di fondo sulla organizzazione e sulla complessità della classe lavoratrice e del suo bisogno di unità, nonché della indispensabile ricerca delle forme di autoorganizzazione della stessa. Sarebbe stata buona cosa dire che si punta il più rapidamente possibile a un processo unitario dei sindacati di base come minimo punto di partenza. Invece proprio nel mese di maggio abbiamo assistito a due giornate di “sciopero generale”, si fa per dire, separate tra USB da una parte e gli altri sindacati di base dall’altra. E non hanno fatto “tremare il governo” e tanto meno hanno “bloccato tutto”. E oggi, alla vigilia delle manifestazioni reazionarie e fasciste di Pro Vita e della cosiddetta Remigrazione a Roma, sembra proporsi una manifestazione separata da quella di tutte le altre forze sociali e sindacali antifasciste.
Si fa una enorme confusione tra la possibilità ed anche l’utilità di avviare un processo indipendente e radicale di sindacalismo conflittuale rispetto alle burocrazie sindacali conservatrici (per altro diversificate qualche volte tra loro) e nello stesso tempo avere sempre ben presente nelle scelte e nella tattica la capacità di coinvolgere e di incidere sulle organizzazioni sindacali storiche, in un progetto di unità di classe. L’approccio di sola denuncia che viene praticato da decenni, non sembra aver dato i risultati auspicati e desiderati. Nessuno ha in mano le carte vincenti, ma proprio perché la ricomposizione e la costruzione di un sindacato di classe di massa è questione dirimente per il futuro della classe operaia, occorre avere non solo una certa prudenza, ma anche una disponibilità a ricercare tutti gli strumenti utili possibili e tutti i passaggi unitari. Non dimenticandosi che l’unità della classe non è solo un sindacato di massa e di lotta, ma anche l’autoorganizzazione della classe in quanto tale nelle vecchie e nuove forme che saprà darsi.
Verso il socialismo è un capitolo fondamentale del testo; dopo aver elencato tutti i mali del capitalismo si afferma: “Del resto il potente sviluppo delle forze produttive e le possibili nuove soglie della cooperazione umana e sociale permetterebbero di vivere meglio e consentirebbero uno sviluppo finalizzato non al profitto ma orientato alla qualità delle relazioni economiche e sociali di tutta la specie umana e di questa con la natura. Mai come oggi si è allargata la distanza tra la società che potremmo costruire grazie alle forze produttive in campo e quella in cui siamo costretti a vivere a causa degli attuali rapporti di potere.” Condividiamo a fondo queste affermazioni che rieccheggiano alcune formulazioni della Quarta Internazionale.
Si aggiunge poi: Ci percepiamo ed agiamo come parte di un movimento verso e per il Socialismo che, con caratteristiche e percorsi diversificati, in ogni parte del mondo segnala la urgente necessità di superare in avanti gli odiosi rapporti sociali vigenti”.
Abbiamo già detto che è difficile parlare di socialismo oggi senza avere un giudizio sulla storia del ‘900. Il testo è volutamente ambiguo in tutti i passaggi che rimandano al futuro. Va da se che ci saranno percorsi diversificati, ma in questa categoria rientra anche la Cina “comunista” o il Madurismo? E quando si parla dei valori presuntamente universali dell’Occidente ci si riferisce solo alla odiosa propaganda degli ideologhi della borghesia? Non sarebbe bene anche specificare e valorizzare le grandi esperienze democratiche, rivoluzionarie, le esperienze dei consigli di fabbrica, dei comitati dal basso, delle lotte femministe e transfemministe, delle lotte per i diritti universali delle donne e degli uomini, esperienze che per altro sono stati presenti in tutte le parti del mondo, comprese l’America latina, l’Asia e l’Africa, cioè a tutte le esperienze di autoorganizzazione delle classi subalterne, strumenti fondamentali per progettare una società democratica e socialista?
E non sarebbe bene chiarire, per evitare che qualcuno pensi che ci si schiera più o meno con un imperialismo o con qualche potenza capitalista contro altre e che qualsiasi regime possa andare bene purché non sia quello americano, per evitare cioè una vanificazione di un reale progetto socialista, anzi ecosocialista, affermare con forza che il nostro progetto è totalmente internazionalista, a fianco di tutte le classi oppresse, delle loro lotte per i diritti economici, sociali e democratici, contro le loro classi dominanti?
Senza queste precisazioni il dubbio che Potere al Popolo sia, come per altro la maggior parte della sinistra radicale italiana, e come appare in tante formulazioni politiche, semplicemente “campista”, resta molto forte.
Per le ragioni esposte non parteciperemo all’assemblea nazionale del 14 giugno, e il giorno prima saremo nella piazza unitaria insieme alle tante organizzazioni e movimenti che hanno organizzato la contromanifestazione al Colosseo per fermare le forse fasciste della remigrazione e dei provita. Continueremo a collaborare con i compagni e le compagne di Potere al Popolo e dell’USB nelle lotte sociali che però vanno condotte in modo unitario e leale verso i movimenti, senza sovradeterminazioni politiciste ed elettoraliste.
Allo stesso modo ci pare fuorviante la proposta che la maggioranza di Rifondazione ha avanzato vero il campo largo del centro sinistra, che rischia di portare ad una integrazione di quella forza politica, come già è stato per Alleanza Verdi e Sinistra, in un campo politico borghese, responsabile di aver contribuito a creare le condizioni di frammentazione sociale, che hanno favorito l’ascesa delle estreme destre. La necessità di combattere le destre anche sul terreno elettorale non può portare a candidarsi a governare con le forze della borghesia “progressista”, entrando nella coalizione del campo largo.
In primo luogo le forze della sinistra di classe dovrebbero mettere in discussione il principio maggioritario, alla base sia della legge elettorale attualmente in vigore, che della proposta delle destre in discussione in questi giorni in Parlamento. Entrambi i sistemi comprimono la rappresentatività delle opzioni politiche in particolare delle forze antisistema, costringendo ad alleanze in grandi coalizioni per poter accedere ai premi di maggioranza o conquistare i seggi uninominali e imponendo sbarramenti che alzano la soglia di accesso al Parlamento. Le istituzioni repubblicane, per come funzionano oggi, sono funzionali agli interessi di oppressione e di sfruttamento della classe dominante. In queste condizioni, e con la necessità di non consentire alle destre di guadagnare nuovamente la maggioranza parlamentare, la strada elettorale è difficilmente praticabile per una sinistra di classe indipendente, se non dopo aver riconquistato posizioni di radicamento ed una forza sociale che possa far emergere un’opzione politica radicale e alternativa alle destre e alla borghesia.
Per questo pensiamo che la nostra priorità in questa fase storica sia l’intervento nei movimenti sociali, la loro politicizzazione e radicalizzazione, la convergenza dei movimenti su obiettivi comuni e contro il governo delle destre, ciascuno a partire dalla propria specificità ma con una visione del mondo comune, la costruzione quindi di un programma politico ecosocialista che raccolga le istanze dei movimenti. Facciamo quindi appello all’unità nelle lotte e alla costruzione di un forum permanente, sul modello di Genova 2001, ma anche dei No Kings nel mondo di oggi, tra le forze politiche e sociali della sinistra radicale e di classe.




Cosa vuol dire abitare profondamente uno spazio ? Vivere un luogo ma sentirsi fuori luogo ?
In verità io sono nel mondo, forse sono gli altri ad essere fuori luogo perché il mondo non dialoga con loro.- rispose lui a me.
Giovedì 18 giugno, Ore 18
Proiezione del cortometraggio
“Totò – La voce del sottopasso“
di Cosimo Lastrucci
Francesco Martinelli intervista Totò e Cosimo Lastrucci
🚩 Redazione Fuori Binario, Via del Leone 76, Firenze

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01824-x
As deforestation in the Amazon falls, fresh evidence shows that the rainforest can withstand global warming, but only if there is a worldwide effort to stop cutting it down.Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01816-x
Peptide injections are the hottest trend in wellness. Researchers say enthusiasm for these unregulated drugs has got ahead of the science.L'articolo Guida pratica per scegliere un ERP aziendale adatto ai propri processi proviene da FullPress.
di Luca Busca
L’Antico Caffè Greco, una delle più celebri istituzioni culturali e cittadine di Roma, è oggi chiuso. Dopo 265 anni di storia ininterrotta, il locale di via dei Condotti, simbolo della vita artistica e intellettuale della capitale, è stato costretto ad abbassare le serrande in seguito all’esecuzione dello sfratto. Una vicenda che continua a suscitare interrogativi e polemiche, mentre si susseguono i contenziosi giudiziari legati alla tutela del bene storico e alla proprietà dell’immobile.
In questo contesto arriva una nuova e significativa pronuncia del Tar del Lazio. Con la sentenza n. 10536, depositata l’8 giugno 2026, i giudici amministrativi hanno respinto il ricorso presentato dall’Ospedale Israelitico, proprietario delle mura dell’immobile e attualmente impegnato nella procedura di concordato preventivo, contro i provvedimenti ministeriali che hanno rafforzato la tutela del Caffè Greco.
Al centro della controversia vi era il decreto emanato dal Ministero della Cultura che ha riconosciuto il valore culturale degli arredi storici del locale. Resta da decidere il ricorso del proprietario delle mura sulla dimensione identitaria e immateriale. Impostazione, quest’ultima, che trova fondamento nella Convenzione di Faro e che considera il Caffè Greco come un bene culturale unitario, composto non solo dall’immobile e dagli oggetti che contiene, ma anche dalla storia, dalle relazioni e dalle attività che vi si sono sviluppate nel corso dei secoli.
Secondo il Tar, questa interpretazione è perfettamente coerente con i precedenti vincoli imposti già negli anni Cinquanta e con una precedente sentenza del 2011, che aveva riconosciuto il particolare valore assunto dal locale come luogo di incontro di artisti, letterati e intellettuali italiani e stranieri. Il Caffè Greco, sottolineano i giudici, non può essere ridotto alla sola dimensione materiale dell’edificio o degli arredi, poiché il suo significato storico deriva proprio dalla continuità della funzione svolta nel tempo e dal ruolo culturale che ha esercitato ben oltre i confini nazionali.
La sentenza affronta anche la questione della futura commercializzazione dell’immobile insieme ai beni mobili presenti all’interno. Per il Tar si tratta di una contestazione non più proponibile in questa sede, poiché sarebbe dovuto essere avanzata contro i decreti ministeriali del 1953 e del 1954, oggi divenuti definitivi e non più impugnabili.
Nonostante alcune indiscrezioni giornalistiche abbiano ipotizzato una prossima riapertura del locale, la situazione appare tutt’altro che definita. Restano infatti aperte numerose questioni legali riguardanti la titolarità dell’attività storica, della licenza di esercizio, dei segni distintivi e degli arredi. Proseguono inoltre le iniziative giudiziarie finalizzate a chiarire l’esatta estensione della porzione dell’immobile sottoposta a vincolo e a garantire la tutela di un patrimonio considerato parte integrante dell’identità culturale della città.
Sul futuro del Caffè Greco pesa anche il timore che possano prevalere logiche speculative incompatibili con la natura del bene. Per questo viene ribadita la necessità che le istituzioni competenti assicurino la piena applicazione delle norme poste a tutela delle botteghe storiche e dei luoghi che rappresentano un patrimonio collettivo costruito nel corso delle generazioni.
Resta infine aperto il tema della trasparenza nelle operazioni che hanno interessato la proprietà dell’immobile nel corso degli anni. Su questo punto si concentra una parte crescente dell’attenzione pubblica e giudiziaria. Sorge una domanda spontanea: questa scarsa trasparenza sarà per caso dovuta al fatto che l'attuale proprietà delle mura fa capo all'Ospedale Israelitico attualmente impegnato nella procedura di concordato preventivo?

Secondo quanto scritto da Mohammad Reza Gilani, l'Iran e il Messico sembrano appartenere a mondi diversi. Uno si trova nel cuore dell'Asia occidentale, l'altro in Nord America. Parlano lingue diverse, hanno tradizioni distinte e hanno seguito percorsi storici differenti. Tuttavia, c'è qualcosa in grado di superare qualsiasi distanza: la forza del loro popolo e il loro amore per lo sport più popolare del pianeta.
La designazione di Tijuana come campo base della nazionale iraniana per i Mondiali del 2026 ha aperto un'opportunità senza precedenti per unire due società che, sebbene geograficamente distanti, condividono valori profondamente umani.
Le bandiere dell'Iran e del Messico condividono gli stessi colori: verde, bianco e rosso. Può sembrare una coincidenza. Ma dietro quei colori si celano valori universali che entrambi i popoli riconoscono e rispettano. Il verde rappresenta la speranza e il futuro; il bianco simboleggia la pace e la convivenza; il rosso esprime sacrificio, dignità e amore per la patria.
Forse è per questo che esiste un legame naturale tra messicani e iraniani.
I messicani comprendono perfettamente cosa significhi vivere il calcio con il cuore. Sanno cosa significhi cantare l'inno nazionale prima di una partita, festeggiare una vittoria con la famiglia o mantenere la speranza fino all'ultimo minuto. Gli iraniani provano esattamente la stessa cosa.
Per milioni di iraniani, il calcio è più di un semplice sport. È espressione di identità nazionale, fonte di orgoglio collettivo e linguaggio comune tra generazioni. Allo stesso modo, per milioni di messicani, il calcio è parte integrante della vita quotidiana e della cultura popolare.
Pertanto, la presenza dell'Iran in Messico durante i Mondiali trascende l'aspetto sportivo. È un'opportunità per i tifosi messicani di conoscere l'Iran da vicino, in modo più umano. Un'occasione per scoprire una cultura antica, una società orgogliosa della sua storia e un popolo che attribuisce grande valore all'ospitalità, alla famiglia e all'amicizia.
Sarà anche un'opportunità per gli iraniani di conoscere meglio il Messico, la sua ricchezza culturale, il calore della sua gente e l'incomparabile passione con cui vivono il calcio.
In un'epoca in cui il mondo sembra segnato da divisioni e conflitti, eventi come i Mondiali ci ricordano che esistono spazi in cui le differenze possono trasformarsi in incontro e rispetto reciproco. Il calcio non elimina i confini, ma costruisce ponti.
E nel 2026, uno di quei ponti avrà un nome proprio: Tijuana.
Lì, tifosi, giornalisti, famiglie e giovani di diverse nazionalità si incontreranno. Lì, bandiere diverse sventoleranno sotto lo stesso vessillo. Lì, migliaia di messicani avranno l'opportunità di conoscere meglio l'Iran, al di là dei titoli dei giornali e degli stereotipi.
Il messaggio che l'Iran desidera trasmettere al popolo messicano è semplice e sincero: Grazie per averci aperto le porte del vostro Paese. Grazie per aver accolto il nostro team. Grazie per aver permesso al calcio di diventare uno spazio di amicizia tra le nostre nazioni.
Perché, in fin dei conti, al di là delle lingue, dei confini o delle differenze culturali, c'è qualcosa che unisce messicani e iraniani: l'orgoglio per le nostre radici, l'amore per la nostra patria e l'emozione di vedere una palla rotolare.
Che i Mondiali del 2026 siano una celebrazione dello sport, dell'amicizia e dell'unione dei nostri popoli. Il Messico e l'Iran hanno molto più in comune di quanto immaginino. E forse Tijuana è il luogo in cui questa storia comincia a svelarsi.

Sinistra Anticapitalista sostiene la campagna “1% Equo” per una “Imposta sui grandi patrimoni” e per una legge di iniziativa popolare per ottenere questa misura minimale di giustizia ed equità fiscale.
Oggi in Italia le enormi ricchezze, con il 5% delle famiglie italiane che possiede il 50% della ricchezza, sono determinate da almeno tre fattori:
sono frutto dello sfruttamento e dell’ipersfruttamento del lavoro altrui, con enormi profitti e salari da fame che chiedono fatica e precarietà a chi lavora ma non offrono in cambio un’esistenza libera e dignitosa;
sono frutto di rendite parassitarie che consentono ai soldi di generare altri soldi senza fare nulla di utile alla società, salvo togliere risorse alle classi popolari;
sono conseguenza di redditi non tassati, liberi di evadere, di occultarsi, di fruire di incentivi alle grandi imprese e alle grandi speculazioni, pagate dalla massa di lavoratori e lavoratrici, pensionate e pensionati a vantaggio dei ceti più ricchi.
Di solito questi tre fattori agiscono insieme e contemporaneamente, determinando un’ingiustizia clamorosa, un furto sistematico ed uno sfruttamento delle risorse di tutte e tutti a vantaggio di pochi.
Questa campagna per una “Imposta sui grandi patrimoni”, che si propone di tassare il patrimonio eccedente i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa) con un’aliquota dell’1% che sale fino al 3,5% per i patrimoni sopra i 20 milioni di euro, è un primo passo limitato per introdurre in Italia meccanismi di maggiore equità. Questa imposta non è una rivoluzione, ma una misura fiscale in grado di creare risorse per un rilancio dei servizi sociali, dalla sanità alla scuola, dalla tutela del territorio alla cultura, dall’assistenza sociale delle persone non autosufficienti ai programmi a favore dell’abitare.
Solo i ricchi ed i ricchissimi, con patrimoni sopra i due milioni e magari perfino plurimiliardari possono essere contrari a questa proposta.
Sono loro i ceti difesi a spada tratta da Meloni e dal suo governo di destra ma anche, da sempre, anche da una parte consistente del centrosinistra.
Quanto a noi – invece –
a tutte e tutti noi
“Noi siamo i milioni del cui lavoro vive l’intera società”.
Rosa Luxemburg, 1914.
Era vero oltre un secolo fa.
Oggi è più vero che mai.
Per firmare la proposta di legge di iniziativa popolare collegarsi al sito: unpercentoequo.it
Sabato 13 a Roma si sono dati appuntamento gli accoliti fascio-leghisti-vannacciani della Remigrazione. Si tratta di una campagna ultrareazionaria e razzista, ideologicamente suprematista in contrasto con qualsiasi principio della Costituzione. La campagna – che nasce sulla scia del Trumpismo e sull’esempio dell’impiego assassino e criminale dell’ICE negli Usa – vorrebbe importare in Italia un modello che riproduce una logica funzionale sia alla propaganda ideologica fascista sia ad una non banale necessità del marcescente capitalismo contemporaneo. Da una parte, infatti, i migranti vengono indicati come capro espiatorio del disagio e del peggioramento delle condizioni materiali di vita di settori sempre crescenti di classi lavoratrici e popolari per canalizzare la rabbia verso un settore ancora più debole ed impedire che venga invece indirizzata contro i veri responsabili: governo, padroni e/o speculatori di ogni tipo. Dall’altra c’è l’interesse di una parte non marginale della borghesia nostrana ed europea a deprivare di ogni diritto i e stabilità migranti, rendendoli così docili ad ogni possibilità di sfruttamento a qualsiasi condizione della loro forza lavoro. Il terribile caso di Amendolara, la strage di migranti che non volevano sottostare alle inaccettabili condizioni di lavoro alle quale erano sottoposti, ne è l’esempio più emblematico.
Il sostrato, il collante ideologico che sostiene questa campagna è quello tipicamente fascista. Su questo si sono ritrovati, non a caso, non solo Casapound e Forza Nuova, ma anche e soprattutto Vannacci, pezzi consistenti della Lega e di Fratelli d’Italia.
Come se non bastasse, in quello stesso pomeriggio, sempre a Roma, si raduneranno le associazioni e movimenti Pro vita, per ribadire l’ unicità della famiglia tradizionale ( uomo, donna accudente, prole obbediente), per ribadire che l’ aborto è un omicidio e la necessità di smantellare la legge 194, una manifestazione non meno inquietante e pericolosa. Una ideologia patriarcale pienamente condivisa dal governo Meloni che negli anni ha proposto e approvato interventi legislativi che colpiscono donne, persone Lgbtqia+, giovani, l’ ultimo è di qualche giorno fa introduce il consenso dei genitori per fare educazione affettiva e sessuale nelle scuole.
Dobbiamo respingere queste campagne con tutte le forze disponibili e ricacciare i loro propugnatori da dove vengono.
Lottiamo per l’unità di classe di tutti/e i/le lavoratori/trici sfruttati, italiani e migranti di ogni nazionalità. Contrapponiamo alla remigrazione fascio-razzista il valore della solidarietà di classe, della solidarietà sociale, dell’accoglienza, della costruzione di spazi comuni di organizzazione che favoriscano la lotta contro questo sistema capitalistico che genera guerre e crisi climatiche (dalle quali tanti migranti sono in fuga), oppressione, depredazione dei paesi dipendenti.
Manifestiamo per la libertà di movimento di tutte le persone, per la giustizia sociale e climatica, per i diritti delle donne e delle persone Lgbtqia+, per una società liberata dal patriarcato e dal capitalismo
Ci associamo alle richieste di divieto dell’oscena manifestazione fascista ed invitiamo tutti e tutte a manifestare sabato 13 alle ore 15:00 con appuntamento al Colosseo
Il razzismo ed il fascismo non devono passare!

Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha lanciato un durissimo avvertimento agli Stati Uniti, dichiarando che nessuna azione militare contro il territorio iraniano passerà sotto silenzio. La dura presa di posizione arriva dopo i bombardamenti effettuati dalle forze statunitensi, scattati come rappresaglia per l'abbattimento di un elicottero Apache.
Affidando la sua replica ai canali social, l'alto funzionario di Teheran ha voluto rimarcare la prontezza militare del Paese:
"Nonostante le sconfitte sul campo di battaglia, gli Stati Uniti hanno deciso di mettere alla prova la nostra determinazione. Le nostre potenti Forze Armate non lasceranno impunito alcun attacco o minaccia."
Araghchi ha poi esortato apertamente i militari americani ad abbandonare il Medio Oriente per la propria sicurezza, evocando una dura minaccia storica:
Il monito: "Gli americani abbandonino la regione se vogliono essere al sicuro".
Il richiamo storico: Il ministro ha ricordato che "la storia del Golfo Persico è costellata di capitoli che narrano le tragiche sorti degli intrusi stranieri".
Nel frattempo, il CENTCOM statunitense ha confermato che gli "attacchi di autodifesa" sono stati avviati su ordine diretto del presidente Donald Trump, in quella che la Casa Bianca continua a definire "una risposta proporzionata all'ingiustificata aggressione iraniana".

Nelle ultime ore la tensione in Asia occidnetale ha raggiunto livelli critici dopo un violento scambio di attacchi tra Stati Uniti e Iran. La crisi è scoppiata a seguito dell'abbattimento di un elicottero militare statunitense, (Cosa ci faceva un elicottero statuntense in acque iraniane? ndr) a cui è seguita un'immediata rappresaglia di Washington e la successiva controrisposta di Teheran.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha annunciato l'inizio di "attacchi di autodifesa" contro l'Iran. L'operazione, ordinata direttamente dal comandante in capo, è stata definita da Washington come "una risposta proporzionata all'aggressione ingiustificata dell'Iran".
Il presidente Donald Trump ha ribadito la fermezza della linea americana:
"È molto importante rispondere all'Iran. Questa è una risposta a quello che hanno fatto al nostro elicottero la scorsa notte. Penso che la reazione debba essere molto forte e decisa, ed è esattamente ciò che questo attacco rappresenta."
Il Pentagono ha confermato la dinamica che ha innescato l'escalation:
Il mezzo coinvolto: Un elicottero AH-64 Apache.
I fatti: L'8 giugno alle 23:33 UTC, il velivolo è precipitato in mare vicino alla costa dell'Oman durante un pattugliamento.
L'equipaggio: I militari sono stati tratti in salvo dopo circa due ore e si trovano in condizioni stabili.
La dura controrisposta di Teheran
La reazione iraniana non si è fatta attendere. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e il Comando Centrale Khatam al Anbiya (il massimo organo operativo militare persiano) hanno coordinato una serie di attacchi contro gli assetti statunitensi nella regione.
Attacchi alle basi USA: Le forze iraniane hanno preso di mira diverse basi statunitensi in Medio Oriente con quello che è stato definito "un potente attacco". Secondo l'agenzia Tasnim, l'azione è una risposta all'aggressione delle forze americane (definite "terroristiche") nel sud del Paese, avvenuta "con il falso pretesto dell'abbattimento di un elicottero".
Raid contro la Quinta Flotta: Le forze navali dell'IRGC hanno lanciato un attacco con droni contro la Quinta Flotta statunitense di stanza in Bahrein. "Gli scontri continuano e le coraggiose guardie della nazione iraniana stanno rispondendo all'aggressione del nemico", si legge nel comunicato ufficiale.
Teheran ha lanciato un severo avvertimento formale: se gli Stati Uniti ripeteranno i loro attacchi contro la nazione persiana, verranno condotti "attacchi ancora più gravi e diffusi contro tutti gli obiettivi individuati nella regione".

Il Ministero degli Esteri di Teheran ha lanciato un duro monito formale ai Paesi del Medio Oriente, con particolare fermezza verso gli Stati che si affacciano sulla costa meridionale del Golfo Persico. L'Iran richiama i vicini regionali alla loro "responsabilità legale e morale", intimando loro di impedire che i rispettivi territori vengano utilizzati dagli Stati Uniti e da Israele per l'avvio di offensive contro la nazione persiana.
Nel comunicato, il governo iraniano ha chiarito che non esiterà a esercitare il proprio intrinseco diritto all'autodifesa. Questa strategia di risposta prevede il coinvolgimento diretto di chiunque offra supporto logistico alle forze nemiche:
Obiettivi dichiarati: Saranno presi di mira i punti esatti da cui partono i raid, incluse le basi militari e le infrastrutture logistiche utilizzate per condurre o supportare le operazioni aggressive contro l'Iran.
Teheran ha chiamato in causa anche la comunità internazionale, ribadendo le precise responsabilità dell'ONU, del Consiglio di Sicurezza e del Segretario Generale António Guterres. Secondo il Ministero degli Esteri iraniano, gli organi delle Nazioni Unite hanno il dovere di preservare la pace globale e di ritenere formalmente responsabili gli Stati Uniti e Israele per l'escalation in corso.

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01816-x
Peptide injections are the hottest trend in wellness. Researchers say enthusiasm for these unregulated drugs has got ahead of the science.Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01861-6
The gene-therapy trial aims to treat glaucoma by rejuvenating cells in the optic nerve. Plus, the mystery of how things freeze and encouragement to go out into the sunlight.
Non è possibile sostituire Carola Frediani, fondatrice, anima e colonna portante di Guerre di Rete. Allo stesso tempo, sappiamo per certo che l’ultima cosa che Carola avrebbe voluto è che questo progetto terminasse.
Carola ha sempre voluto ampliare e far crescere Guerre di Rete. Non c’era nulla che le desse più soddisfazione che individuare nuovi collaboratori e collaboratrici, allargare la squadra della redazione, trasformare ciò che era nato come una newsletter personale in un progetto collettivo.
È per questo che Guerre di Rete va avanti, in memoria di Carola e d’accordo con la sua famiglia.
Guerre di Rete prosegue mantenendo inalterato il patto con il lettore. Il nostro continuerà a essere un giornalismo rigoroso, approfondito, autonomo e indipendente.
I nostri lettori e le nostre lettrici sono coloro che ci permettono di andare avanti, finanziando un progetto che quindi solo a loro vuole e deve rispondere.
Il lavoro di Carola Frediani è la nostra bussola. L’affetto e la stima che proviamo per lei è la ragione per cui vogliamo portare avanti la sua missione.
Lo faremo con tutte le nostre forze.
La redazione di Guerre di Rete
L'articolo Guerre di Rete continua, in memoria di Carola Frediani proviene da Guerre di Rete.

In city after city, the Trump administration’s immigration crackdown has been met by protests and rallies from members of the local community opposed to the White House’s deportation policies. Federal agents from the Customs and Border Protection and Immigration and Customs Enforcement have repeatedly attempted to break up and drive back these crowds through the use of airborne irritants like tear gas and pepper spray, which can cause an array of immediate reactions — from eye pain to shortness of breath to nausea and vomiting — intended to temporarily disable their targets.
DHS has defended its use of these weapons on crowds and said that it “does NOT target children,” but after reviewing news accounts, lawsuits and officer-worn body camera footage, as well as verifying incidents by interviewing more than 40 victims or witnesses, ProPublica recently identified more than six dozen instances in which children had been harmed by tear gas and pepper spray.
Here are five things you should know about how these airborne weapons have been used during Trump’s immigration crackdown and how their use has particularly harmed children.
So-called less lethal weapons like tear gas and pepper spray were developed to inflict severe pain and debilitate adult combatants and rioters, but ProPublica identified 79 children across the country since 2025 who have been harmed by these chemicals after they were deployed by federal immigration officers. Our tally is nearly four times the number cited in a recent congressional report, yet it is likely still a vast undercount.
The Department of Homeland Security has defended its agents’ use of the chemicals and claimed the blame lies with “agitators” in the crowds and parents who put their children in harm’s way. Many children harmed by tear gas and pepper spray were in their cars, at home or walking to school when they came into contact with the airborne weapons.
There is no one such thing as “tear gas.” It’s a catch-all term for various chemical irritants that exist as a fine powder and trigger nerve endings to feel as if they’re on fire. The chemicals sear your lungs and throat, inflaming your airways until it feels like you’re breathing through a straw, while snot and tears stream down your face. They can cause vomiting, rashes and coughs that last for weeks. Pepper spray is made from compounds found in hot peppers and causes similar effects.
Because children breathe more rapidly and can pull in more contaminated air than adults relative to their body weight, these weapons are particularly dangerous to the young. Children are also more vulnerable because they have narrower airways and they are closer to the ground, where tear gas tends to pool after being deployed. The Trump administration’s use of tear gas has been so extraordinary that no one yet knows what long-term harm may result from children who’ve come into contact with these chemicals — some of them multiple times.
In November 2025, a federal judge in Illinois ruled that ICE and CBP officers had deployed these chemicals “without justification, often without warning” against people who didn’t pose a physical threat. This constituted an illegal use of excessive force, said the judge, ordering the agencies to stop. But her injunction covered only the areas mentioned in the complaint. Agents were unfettered to continue using the weapons elsewhere.
After federal agents in Portland, Oregon, responded to a Jan. 31 rally by firing various less-lethals into the crowd — including Triple Chaser grenades that each separated into three tear gas canisters; dozens of pepper ball projectiles filled with chemical munitions; and “rubber ball grenades” that released stinging pellets, bright lights, and loud sounds — a judge there issued a temporary restraining order that forbade federal agents from using chemical munitions unless targeted at someone who posed “an imminent threat of physical harm.”
However, appellate courts have subsequently vacated the Illinois judge’s ruling and multiple rulings from judges in Portland seeking to enjoin the use of these weapons.
Though the Trump administration has defended agents’ training and said ICE officers are taught to use “the minimum amount of force necessary to resolve dangerous situations,” not only can tear gas canisters launched into a crowd bounce and roll unpredictably, but the toxic chemicals can travel through the air, sometimes for blocks. In Minneapolis, ProPublica found that tear gas had traveled at least a quarter mile before seeping into a McDonald’s.
Derrick Nash and his family live a block and a half east of an ICE facility in Broadview, Illinois. Even from that distance, they felt the effects inside their homes when officers tear-gassed protesters. Each time the tear gas seeped in, the kids — ages 6 to 17 — coughed, and their throats often burned. The eldest, a high school senior with asthma, would hide out in his second-floor bedroom. One evening, his face turned red as he coughed uncontrollably and sucked on his inhaler without relief.
“He was wigging out, saying, ‘I can’t breathe,’” Nash recalled. The family considered calling an ambulance, but the street was closed.
Law enforcement policies governing the use of tear gas and pepper spray differ widely by location, and no federal standard exists. The DHS policy on force says officers must use tactics that “minimize the risk of unintended injury” and should be guided by “respect for human life.” The CBP’s policy says officers “should not use” pepper spray or “less-lethal” chemical munitions against “small children.” ICE’s policy says “the presence of other officers, subjects, or bystanders” are a factor in determining whether an officers’ use of force is reasonable.
Compare that with tear gas policies in two cities that have experienced Trump’s immigration crackdown firsthand. In Portland, police officers who consider using tear gas must take into account their proximity to homes. Meanwhile, Minneapolis forbids officers from using chemical munitions for crowd control unless authorized by the police chief — even when officers fear they will be physically harmed.
Requiring all law enforcement agencies to adopt uniform policies and training methods would go a long way, experts told ProPublica. At the same time, they acknowledge that this would likely require Congress to pass a bill mandating that federal law enforcement entities adopt stricter practices and incentivize local police departments to do the same.
Bills that seek to strengthen use-of-force training on such a wide scale and legislation that targets DHS and its use of these weapons have thus far failed to even make it to a vote in Congress. Following ProPublica’s investigation, U.S. lawmakers have begun demanding reforms to immigration officers’ use of these weapons.
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La proposta di Raffaele Fitto sui fondi di coesione ha suscitato proteste. Ma delinea un’opzione strategica di medio-lungo periodo, più che essere una misura emergenziale. Sembra infatti ridefinire le priorità verso cui orientare le risorse disponibili.
L'articolo Fondi europei di coesione: non un bancomat, ma investimenti per l’autonomia energetica proviene da Lavoce.info.
Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01662-x
Japan and South Korea are challenging Western peers in a shifting research landscape.

La proposta di Raffaele Fitto sui fondi di coesione ha suscitato proteste. Ma delinea un’opzione strategica di medio-lungo periodo, più che essere una misura emergenziale. Sembra infatti ridefinire le priorità verso cui orientare le risorse disponibili.
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Si chiude con un risultato positivo il bilancio 2025 di Unicoop Firenze. In uno scenario complesso e caratterizzato da forte instabilità, la cooperativa ha svolto la sua attività in 127 punti vendita, con ricavi per vendite lorde al dettaglio pari a 3,2 miliardi di Euro, con un incremento delle vendite del 5,1% a valore e dello 0,9% a volume rispetto all’anno precedente.
Un dato di crescita a volumi che testimonia il forte apprezzamento dei soci e clienti per la politica commerciale fatta dalla cooperativa e che è in controtendenza con quanto avvenuto sul mercato dove il commercio alimentare chiude il 2025 in calo, con una perdita dei volumi di vendita del -0,8%.
Il bilancio evidenzia un utile di esercizio di 20,4 milioni di euro, al netto delle imposte di circa 24 milioni di euro. In un contesto generale critico e sfavorevole, caratterizzato da forti tensioni geopolitiche e instabilità internazionale che ha fortemente condizionato il mondo produttivo e distributivo, la cooperativa ha continuato a conseguire importanti risultati economici e patrimoniali, garantendo comunque le migliori condizioni di acquisto e di servizio ai propri soci e alla clientela in genere.

In un anno ancora caratterizzato da una ripresa dell’inflazione (+1,5%, variazione media 2025 vs 2024 – Fonte Istat), e in particolare dell’inflazione alimentare (+2,8%, Fonte Istat) la cooperativa ha difeso il potere d’acquisto dei soci e delle famiglie con forti iniziative commerciali che hanno riscosso un notevole apprezzamento.
Nel corso del 2025 sono stati erogati sconti e punti spesa per un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 Euro, lo sconto del 10% su una spesa di dicembre fino alle iniziative sui prodotti esclusivi per i soci, rappresentativi dei valori della cooperativa e proposti con forti sconti (fino al 60%). Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro-capite di 113 euro.
L’ottimo risultato raggiunto ha permesso il consolidamento e l’aumento della base sociale: a fine anno i soci erano 1.191.459 mila, con un aumento di 64mila soci (+5,7%), grazie anche all’acquisizione dei 16 punti vendita nei territori fra Lucca, Livorno e Massa Carrara. Un dato che la cooperativa registra come segnale molto positivo, perché significa che la cooperativa continua a essere scelta e a rappresentare un riferimento per i consumatori in Toscana.
Grazie al risultato positivo del 2025, il patrimonio netto della cooperativa cresce anche quest’anno, e arriva a 1.824 milioni di euro.
Il prestito sociale, che ammonta a 1.576 milioni di euro: il prestito sociale è interamente coperto e garantito dalla sottoscrizione di titoli di Stato italiani per complessivi 1.628 milioni di euro, oltre alla liquidità presente nei conti correnti della cooperativa.
Nel 2025 il risultato della gestione finanziaria è positivo per circa 4 milioni di euro, e in equilibrio, tenuto conto che nel corso dell’anno la cooperativa ha riconosciuto ai soci sul prestito ordinario un tasso dell’1,3% fino al 28 febbraio e dell’1% dal primo marzo, mentre sul prestito vincolato a 18 mesi un tasso del 4% fino al 28 febbraio e del 3,30% dal 1°marzo.

Al 31 dicembre 2025 lavorano in cooperativa 9.913 persone, con un incremento di 1.053 posti di lavoro (+11,88%) rispetto al 2024. L’85% dei contratti di lavoro in cooperativa è a tempo indeterminato, un indicatore importante di buona occupazione.
Rispetto al 2024 i contratti a tempo indeterminato sono aumentati di 812 unità, variazione principalmente dovuta all’operazione di acquisizione dei 16 punti vendita sulla costa.
Nel 2025 Unicoop Firenze ha ottenuto la certificazione di parità di genere, un riconoscimento ufficiale di un trattamento di equità e pari opportunità per le persone che lavorano in cooperativa, di cui 5.693 sono donne (67%).
Unicoop Firenze è costantemente impegnata nel ridurre il gap uomo-donna sul lavoro: un impegno portato avanti con misure che hanno ricadute concrete e positive sull’equilibrio vita-lavoro, come la conferma delle 4 settimane di congedo di paternità retribuita al 100%, misura utilizzata dal 95% dei lavoratori diventati padri nel 2025.
Ai dati positivi sul fronte dell’occupazione, si aggiunge l’impegno della cooperativa nell’ambito del welfare aziendale, attraverso il piano MYWelfare. Nel 2025 la Cooperativa ha consolidato un modello di welfare aziendale orientato alla persona e progettato per rispondere in modo flessibile alle esigenze della comunità interna.
L’anno è stato caratterizzato da un ampliamento dell’offerta, da una forte partecipazione dei dipendenti e da un crescente apprezzamento verso i servizi disponibili. Tra i pilastri del piano, il sostegno alla famiglia è risultato ancora una volta centrale. Ampio spazio è stato dedicato anche alla salute e alla prevenzione, con l’organizzazione di iniziative gratuite rivolte ai dipendenti e alle loro famiglie.
Nel 2025 sono stati coinvolti 8.680 dipendenti in attività di formazione professionale; sono state erogate 268.379 ore di formazione, in continuità con l’anno precedente come per l’investimento complessivo pari a circa 7,8 milioni di euro.

In un anno ancora difficile, la cooperativa ha costantemente impiegato risorse per garantire un aiuto concreto alle famiglie. L’impegno per mantenere il primato della convenienza trova riscontro in diversi indicatori da fonti esterne e interne.
L’inflazione all’acquisto e alla vendita negli ultimi anni hanno subito forti accelerazioni, che la Cooperativa ha contenuto con azioni calmieranti sui prezzi. Il confronto dell’andamento pluriennale dell’inflazione cumulata 2019-2025 lo dimostra: Unicoop Firenze +21,7%, Istat Italia +28,6%, Istat Comune Firenze +24,6%.
Dalle elaborazioni Nielsen, ente terzo e indipendente, svolte nel periodo settembre-novembre 2025 (Largo consumo confezionato sia dei prodotti a marchio che dei prodotti di marca), emerge che nel 2025 la Toscana ha un indice di prezzo inferiore alla media italiana e risulta la regione con l’indice più basso: fatto 100 la media dei prezzi praticati dagli ipermercati e supermercati nazionali, la Toscana si posiziona al primo posto con un indice di 96,7.
Le prime cinque province più convenienti d’Italia sono toscane: Pistoia (94,5), Firenze (94,9), Prato (95,0), Arezzo (95,9) e Lucca (96,1), tutti territori in cui opera Unicoop Firenze. Risultati che confermano il contributo della Cooperativa nell’operare quotidianamente per tutelare il potere d’acquisto di soci e clienti attraverso la sua politica di convenienza.
L’elaborazione di Circana, ente terzo e indipendente, svolta a giugno 2025 nelle 7 province dove era presente la Cooperativa, conferma, per il 2025, il ruolo di Unicoop Firenze nel calmierare i prezzi in Toscana: la Cooperativa si posiziona su un indice di 97,9, rispetto alla media 100 dei prezzi praticati da tutti gli ipermercati e supermercati. Dati che dimostrano la leadership di convenienza della Cooperativa sui territori in cui opera.

Il bilancio segna numeri positivi anche sul fronte della tutela del territorio e della valorizzazione dell’economia locale, con un particolare impegno nei settori dell’ortofrutta, della forneria, della gastronomia, del pesce e delle carni e dei generi vari, con lo sviluppo di prodotti a marchio Coop Fior fiore.
Nel 2025 la Cooperativa ha collaborato con 835 fornitori toscani, di prodotti alimentari e non alimentari, per un giro d’affari superiore al 25% del fatturato annuo all’acquisto della Cooperativa.
Secondo le stime Irpet, complessivamente il contributo di Unicoop Firenze all’economia Toscana è di 1,2 miliardi di Euro, pari all’1% del Pil regionale. L’indotto occupazionale generato (direttamente e indirettamente dall’attività della cooperativa e dalla filiera) è di circa 14mila lavoratori.

Nel corso del 2025 sono stati sviluppati numerosi interventi di efficientamento energetico sull‘illuminazione e gli impianti frigo che hanno consentito un’ulteriore riduzione di consumi pari al consumo annuo di energia elettrica da parte di circa 321 famiglie. Tale riduzione di consumi ha permesso di non immettere in atmosfera circa 690 tonnellate di CO2.
Dal 2007 ad oggi Unicoop Firenze ha realizzato 60 impianti fotovoltaici: con la produzione di tali impianti viene coperto circa il 10% dei consumi della rete vendita e dei magazzini. L’autoproduzione di energia elettrica per l’anno 2025 è stata di circa 12 milioni di kWh, in aumento rispetto alla produzione dell’anno precedente.
L’energia elettrica prodotta corrisponde al consumo annuo di 4.400 famiglie equivalenti e si caratterizza per una riduzione di CO2 immessa in atmosfera pari a circa 6.000 tonnellate.
Grazie ai 27 punti di raccolta di olii esausti, nel 2024 sono stati recuperate 245 tonnellate di olio che, dopo un successivo processo di rilavorazione, torna materia prima per nuovi biocombustibili.
La raccolta differenziata effettuata presso i punti vendita ed i magazzini della Cooperativa ha ormai superato l’82% del totale dei rifiuti prodotti.
Presso i punti vendita della cooperativa sono stati installati 24 punti di raccolta delle bottiglie alimentari in PET, grazie all’accordo stipulato con Coripet. A fine anno sono state raccolte circa 24 milioni di bottiglie, grazie al contributo di soci e clienti che hanno aderito al progetto.
Tre le iniziative più significative, nel 2025 la cooperativa ha avviato la realizzazione di 7 Fabbriche dell’Aria negli ospedali di Arezzo San Donato, Firenze Careggi, Pisa Cisanello, Pistoia San Jacopo, Prato Santo Stefano, Siena Azienda Ospedaliero Universitaria Senese.

Nel 2025 sono stati investiti 3,2 milioni di euro per le attività svolte per la solidarietà, l’ambiente, la cultura e il benessere.
Sul fronte della solidarietà internazionale, anche grazie alle raccolte fondi e alimentari, la cooperativa ha donato 305mila euro per finanziare 15 borse di studio per studenti palestinesi in Toscana, 200mila euro per sostenere l’attività di Medici Senza Frontiere a Gaza e 20 tonnellate di prodotti alimentari destinati alla popolazione palestinese.
Grazie alle due raccolte alimentari del 2025, promosse in collaborazione con la Fondazione Il Cuore si scioglie e oltre 200 associazioni di volontariato del territorio, sono state donate 393 tonnellate di prodotti, a cui si aggiungono 169mila confezioni di materiale donato con la raccolta scolastica di settembre.

Con il progetto Buon Fine, nel 2025 la cooperativa ha recuperato oltre 495 tonnellate e 786mila prodotti idonei al consumo ma non più vendibili, donati a 87 associazioni toscane impegnate nella lotta alla povertà.
Grazie all’iniziativa lanciata in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, con la vendita del pane dedicato, sono stati raccolti 52mila Euro donati ai centri antiviolenza toscani.

Dopo l’accordo e i progetti di prevenzione e salute promossi con Regione Toscana (prevenzione oncologica con Ispro, Casa sicura, Punti Digitale Facile), nel 2025 la cooperativa ha avviato una serie di convenzioni con i soggetti del privato sociale (Misericordia, Anpas Toscana, Croce Rossa Comitato regionale Toscana) per favorire servizi sanitari con vantaggi per i soci Unicoop Firenze.
Nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza consapevole, nell’anno scolastico 2025/2026, nel complesso, sono state coinvolte 1500 classi.
L'articolo Bilancio positivo per Unicoop Firenze: vendite a quota 3,2 miliardi di euro proviene da Informatore.
A che punto è la cooperazione internazionale italiana? E quale è stata l’evoluzione politica ed economica di organizzazioni nate negli anni Sessanta e Settanta in stretta relazione con i movimenti di base e con una cultura di solidarietà internazionale? A queste domande prova a rispondere un libro di agile lettura che unisce ricostruzione storica e indagine sullo stato delle cose. ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive (Carocci, 2025) di Fiorenzo Polito, che porta a maturazione anni di studio sulle ONG italiane, trasformando una ricerca di dottorato in un libro che, affronta una questione complessa: il dibattersi delle ONG tra missioni e visioni originarie che ne hanno animato il lavoro e i dettami di un sempre più diffuso managerialismo. È infatti con il consolidarsi del neoliberismo, dagli anni Ottanta in avanti, che si diffonde e afferma l’idea che anche le organizzazioni non profit debbano essere guidate da logiche manageriali: professionalizzazione, misurazione dei risultati, omogeneizzazione delle pratiche.
La forza del volume sta proprio nell’accogliere la complessità, senza proporre una spiegazione semplicistica o di mero giudizio morale. Polito non descrive genericamente l’“istituzionalizzazione” del settore, ma la colloca dentro una cornice più ampia in cui mutano le logiche della cooperazione e degli aiuti, i rapporti tra donatori e beneficiari, la politica degli ultimi trent’anni e, infine, la configurazione stessa della società civile organizzata. La sua analisi mostra come l’incontro-scontro tra un ethos movimentista e i requisiti di efficienza, misurabilità e professionalizzazione (quest’ultima mai rinnegata da chi lavora nell’ambito o vissuta come una perdita, piuttosto identificata come un guadagno), abbia portato verso logiche aziendali che, nel contesto italiano, danno vita a un “managerialismo incompleto”, popolato da attori piccoli, plurali, radicati e difficilmente riconducibili ai modelli organizzativi dei colossi della cooperazione anglosassoni. Quel che emerge dal volume è un settore trasformato, attraversato da tensioni verticali — tra grandi ONG internazionali e realtà minori — e da divisioni interne, in cui la spinta verso l’omogeneizzazione gestionale ha prodotto riflessioni, frammentazioni ed esclusioni. Ma anche un settore che continua a resistere strenuamente e che, nonostante gli standard imposti da governi, donatori e dalla logica competitiva, racconta di molte ONG italiane, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, che vogliono e riescono a mantenere un’identità radicata nel lavoro di prossimità nei territori e nei legami con il resto della società civile.
Dopo una quanto mai necessaria ricostruzione storica, Polito si concentra sull’ambiente organizzativo delle ONG italiane. Il libro va letto ovviamente nella sua interezza ma ci soffermeremo sulle tre dimensioni individuate dall’autore — identitaria, economica, relazionale — che permettono di cogliere la complessità di un settore collocato dentro una policrisi mondiale e segnato da fratture, ambivalenze e forme di resistenza.
Nel paragrafo dedicato all’identità organizzativa, viene mostrato con chiarezza il paradosso che attraversa oggi la cooperazione internazionale non governativa: mai come ora — in un mondo segnato da instabilità geopolitica, devastazione climatica, guerre prolungate e crisi finanziarie — i valori fondativi delle ONG appaiono necessari; eppure proprio questi sono sempre più difficili da sostenere nella pratica quotidiana. Dalle interviste riportate emerge una consapevolezza diffusa, ovvero che il tradizionale “modello italiano” — associazioni piccole, radicate, con pochi dipendenti, progetti limitati territorialmente e una forte dipendenza da fondi istituzionali — non è facilmente sostenibile nel lungo periodo. La vitalità storica dell’associazionismo, frutto di spontaneità e capillarità, diventa oggi un elemento complicato che per alcune realtà è un pluralismo da difendere; per altre un fattore di frammentazione, destinato prima o poi a produrre un processo di “selezione naturale” in cui le realtà minori verranno assorbite dalle maggiori. È qui che Polito intercetta il nodo cruciale della trasformazione: la crescente pressione ad assumere forme e logiche quasi aziendali — ampliamento, specializzazione, centralizzazione — come unica via per la sopravvivenza. Una traiettoria che rischia di scardinare proprio la natura relazionale, politica e solidaristica che ha storicamente caratterizzato la cooperazione dal basso in Italia.
La seconda dimensione analizzata riguarda il terreno più scivoloso e meno discusso della sostenibilità economica. La natura non profit delle ONG non le mette al riparo dalle logiche di mercato, ma al contrario, le espone a una precarietà strutturale che condiziona scelte strategiche, priorità operative e perfino identità organizzative. La dipendenza quasi totale da finanziamenti esterni costringe le ONG a impostare il lavoro seguendo criteri economici e burocratici sempre più stringenti di cui le lavoratrici e i lavoratori sono consapevoli e dalle quali si sentono spesso soffocare. Come ricorda un’intervistata, i progetti si realizzano grazie alle persone ma, ad esempio, proprio le spese legate al personale sono sempre più difficili da giustificare nei budget di progetto, rendendo insostenibili molte attività cardine e prospettive desiderate.
Infine, la terza dimensione, quella relazionale, è uno dei contributi cruciali del libro. Polito ricostruisce la fitta rete di rapporti che le ONG intrattengono lungo la “catena della cooperazione” — con attori politici, istituzioni, enti finanziatori, media, opinione pubblica — mostrando come tali relazioni abbiano un peso notevole nell’ambiente operativo del settore. Il quadro che emerge è caratterizzato da un evidente arretramento della sfera politica.
Molte persone intervistate sottolineano la perdita di centralità dei temi della cooperazione internazionale nel dibattito pubblico, il disinteresse dei partiti, anche di centrosinistra e, quindi, la dissoluzione dei legami politici storici che per decenni avevano sostenuto le ONG. Oggi gli interlocutori principali sono i governi e i ministeri. Anche sul fronte dell’opinione pubblica, il quadro non è meno critico. Un mondo sempre meno propenso ai valori della solidarietà, che spesso viene criminalizzata, nonché un’evidente messa in discussione, soprattutto e paradossalmente dall’alto, dei principi democratici, vede la società civile organizzata indebolita. A questo si aggiunge, nel nostro paese, una delegittimazione politica e mediatica aggressiva, culminata nella campagna contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare, dal 2017 in poi, fino alla retorica dei “porti chiusi” e dei “taxi del mare”. In questo contesto, diverse voci riportate nel volume rivendicano la necessità di tornare a una postura più attivista, capace di ricollocare le ONG non solo come erogatrici di progetti, bisognose di fondi ma pur sempre come soggetti capaci di incidere sui cambiamenti sociali, culturali e politici.
Le conclusioni del volume mettono quindi in evidenza un contesto complesso e contraddittorio, in cui la pressione del managerialismo si intreccia con le aspirazioni originarie. Il modello manageriale, a cui alcune organizzazioni si adeguano e altre resistono, esercita una forza costante, obbligando le ONG a trovare un delicato equilibrio tra l’adesione ai requisiti dei donatori e la conservazione della propria identità. L’innovazione che sembra sempre più necessaria, non è un semplice strumento di crescita, ma diventa una condizione necessaria per garantire la sostenibilità dei progetti e degli ideali di cambiamento e trasformazione, che permetterebbe alle ONG di mantenere rilevanza e incisività in un contesto globale sempre più conservatore, frammentato e competitivo. Ma Polito mette in luce anche le risorse e le strategie di resilienza del settore. Le ONG italiane, pur consapevoli dei vincoli economici, burocratici e politici, mostrano una capacità significativa di adattamento, cercando di coniugare l’urgenza dell’azione con l’attenzione ai principi etici della cooperazione. Questo equilibrio tra pragmatismo e idealità, seppur infragilito, costituisce uno degli elementi più interessanti evidenziati, perché suggerisce che la società civile organizzata può continuare a esercitare un ruolo trasformativo, anche in contesti e condizioni difficili. Polito, evocando Gramsci, sottolinea come «affinché si verifichi una trasformazione reale, è necessario sviluppare un senso di autocoscienza condiviso e creare alleanze tra le diverse organizzazioni della società civile, cosa che la competizione e le gerarchie interne spesso ostacolano». ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive si configura così come un contributo prezioso per chi voglia comprendere le tensioni strutturali del settore della cooperazione non governativa italiana. Ma lo è anche per ampliare, come sarebbe necessario, lo sguardo su un attacco alla democrazia che vede nella delegittimazione della società civile la possibilità concreta di restringere gli spazi di azione, neutralizzare il dissenso e ridefinire la politica come mera gestione del potere.
L'articolo Le ONG in Italia tra spinta ideale e logica manageriale sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

Come fanno due stelle neonate ad avvicinarsi e aggregarsi così rapidamente in sistemi binari? A svelare il mistero è oggi uno studio, pubblicato sulla rivista The Monthly Notices of the Royal Astronomical Society e guidato da un team di ricerca giapponese, che ha individuato nei campi magnetici la chiave di volta per spiegare questo fenomeno.
Le stelle si formano da nubi di gas interstellare che collassano in regioni dense, dette nuclei di nubi molecolari. In queste zone, più stelle si formano contemporaneamente vicine tra loro e, in alcuni casi, due di esse rimangono legate gravitazionalmente, dando vita a un sistema stellare binario. Le osservazioni di archivio suggeriscono che questi sistemi si formino molto presto, prima ancora che le stelle stesse si siano sviluppate del tutto.

Visualizzazione dei flussi di gas attorno a un sistema di protostelle binarie calcolata da Aterui III. Il gas in rosso orbita attorno a una delle due protostelle, quello in blu attorno al sistema binario complessivo, mentre il gas riprodotto in verde viene espulso dal sistema, portando via momento angolare. Crediti: Matsumoto, Hotokezaka, Inayoshi 2026
Il team di ricerca ha effettuato nuove simulazioni utilizzando diversi supercomputer, tra cui il supercomputer per simulazioni astronomiche Aterui III e il suo predecessore Aterui II, entrambi presso l’Osservatorio astronomico nazionale del Giappone. I risultati mostrano che le interazioni tra un campo magnetico interstellare e il gas che circonda le protostelle possono rimuovere momento angolare dalla coppia di protostelle, consentendo ai sistemi binari di formarsi in un arco temporale realistico. Nella simulazione eseguita in assenza di alcun campo magnetico, le protostelle si sono in realtà allontanate l’una dall’altra, evidenziando l’importanza del campo magnetico in questo processo.
Inoltre, le simulazioni suggeriscono che lo stesso processo potrebbe applicarsi ai buchi neri binari massicci situati nel cuore ricco di gas di una nuova galassia nata dalla fusione di due galassie più piccole. Questo aiuterebbe a spiegare come i buchi neri massicci riescano ad avvicinarsi abbastanza da fondersi e formare un buco nero supermassiccio. Tuttavia, la simulazione diretta di buchi neri massicci nell’arco di tempo necessario affinché questi si avvicinino spiraleggiando l’uno attorno all’altro rappresenta ancora una sfida dal punto di vista computazionale. Pertanto, un’indagine rigorosa sugli effetti dei campi magnetici sui buchi neri binari massicci rimane un obiettivo per le ricerche future.
Per saperne di più:
Guarda sul canale YouTube del CfCA (Naoj) la simulazione dei flussi di gas attorno a un sistema di protostelle binarie elaborata con Aterui III:
In un clima di guerra generalizzata e permanente la federazione ritiene importante rilanciare l’internazionalismo e l’antimilitarismo come principi e pratiche caratterizzanti il proprio agire politico.
L’Italia è parte attiva sui principali fronti di guerra, sia con propri contingenti militari, sia con l’invio di armamenti, con la fornitura di servizi logistici, nonché ospitando sul proprio territorio infrastrutture militari strategiche USA e NATO. Contemporaneamente si chiudono ancora di più le frontiere per chi fugge da guerre e miseria. Il governo italiano vuole attuare il nuovo patto europeo per l’asilo, legalizzando i respingimenti in mare con il “blocco navale”, e applicando la detenzione ai richiedenti asilo in prigioni anche fuori dai confini nazionali. Il governo ha per questo firmato un nuovo memorandum con la Libia, e fornisce mezzi e personale alle autorità tunisine, nell’obiettivo di reprimere e bloccare le persone in movimento. Uno sterminio silenzioso, che si aggiunge alle massicce uccisioni di civili in Ucraina, in Iran, in Libano, e ai genocidi ancora in corso a Gaza e in Sudan.
In questo scenario continuano ad aumentare le spese militari, che si traducono in precarietà, disoccupazione e povertà per ampi strati di popolazione, in quella che ormai è, a tutti gli effetti, economia di guerra. Fa parte della corsa al riarmo anche la riproposizione della leva militare, l’aumento degli effettivi del personale militare e delle riserve e un generale arruolamento della società nello sforzo bellico e nella propaganda di guerra, che vedono una diffusa opposizione nella società, soprattutto nelle più giovani generazioni.
L’industria delle armi, in gran parte controllata dallo Stato, fa affari d’oro, e in questo contesto le infrastrutture logistiche diventano sempre più strategiche per la movimentazione di materiali bellici. Le ferrovie, come i porti, sono tra le infrastrutture più coinvolte dal traffico militare e sono al contempo i settori in cui i lavoratori si sono mobilitati contro i trasporti di armi. Le ferrovie in particolare hanno visto una potente militarizzazione attraverso i corridoi europei e internazionali strategici.
Per opporsi a tutto questo il convegno ritiene fondamentale sostenere e rilanciare l’attività dell’assemblea antimilitarista, e avviare una serie di campagne contro la guerra ai migranti, contro il ritorno della leva militare e l’arruolamento della società, contro la produzione di armi e l’utilizzo militare delle ferrovie, a sostegno dei disertori di tutte le guerre e dellx compagnx che si oppongono ai regimi guerrafondai e sanguinari.
Federazione Anarchica Italiana (FAI) Convegno di Asti 6-7 giugno 2026
L'articolo Contro tutte le guerre, antimilitarismo e internazionalismo proviene da .
Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01662-x
Japan and South Korea are challenging Western peers in a shifting research landscape.Il Convegno della FAI riunito ad Asti nei giorni 5 e 6 giugno 2026 ha confermato le analisi già prodotte nel precedente appuntamento di federazione sulla situazione repressiva nel paese.
Nel denunciare pubblicamente la stretta autoritaria del governo che mira a colpire con provvedimenti intimidatori e terroristici tutta l’opposizione sociale, mondo del lavoro, giovani e studenti, immigrati e tutte le categorie sociali più vulnerabili, il Convegno della Federazione Anarchica Italiana respinge con fermezza l’esplicita criminalizzazione dell’anarchismo da parte del governo e dei mezzi di comunicazione asserviti alle logiche del potere.
In deroga a ogni residua parvenza di garanzia democratica, il governo fascista ha portato a maturazione un lungo percorso con il quale gli individui vengono perseguitati non per ciò che fanno ma per quello che pensano. L’anarchismo è nel mirino del governo perché l’anarchismo si propone come irriducibile avversario del dominio, dello sfruttamento, della guerra. Nessuno, però, può sentirsi al sicuro poiché questo attacco alle idee e alla libertà di pensiero rappresenta un punto di non ritorno al quale bisogna rispondere con forme di lotta diffusa e solidarietà attiva, per la libertà contro ogni fascismo e ogni ingiustizia.
L'articolo Fermiamo la stretta autoritaria, moltiplichiamo le lotte e la solidarietà proviene da .

read more "Un teatro nel teatro nel teatro. Su “Opera buffa” di Luciano Neri"

Noi abbiamo meno infamia sulle spalle di quanta non ne abbiate voi in cuore, membra flaccide di una società bacata
(Honoré de Balzac, Papà Goriot, 1835)
I n una delle scene finali di Resistere non serve a niente (2012) di Walter Siti, il protagonista Tommaso, un abile e milionario speculatore che investe capitali mafiosi sui mercati mondiali, porta il narratore Walter/Siti a incontrare Morgan, capo riconosciuto della mafia di nuova generazione. Morgan è un uomo elegante, raffinato, poliglotta, che scherza volentieri sui vecchi mafiosi appostati con la lupara tra i fichi d’India ed è consapevole di avere realizzato il sogno dei padri ignoranti che finivano in galera per omicidio. È ricco, colto, rispettato, al di sopra di ogni sospetto. È un dominatore tra i dominatori, e anzi i dominatori del passato (la vecchia borghesia liberale e la classe politica) sono spesso debitori o clienti della sua Miracle Field con sede a Cuba. Nel corso di un lungo colloquio Morgan rivela a Walter/Siti che la nuova Rete, salvo eccezioni dovute a cause di forza maggiore, ha preso le distanze dall’uso della violenza e si dedica quasi esclusivamente alla finanza criminale: “bisogna tradire i padri per realizzare i loro obiettivi”.
La stessa cosa, quanto ai padri e agli obiettivi, potrebbe essere detta per il romanzo: Resistere non serve a niente è il Petrolio di Walter/Siti, che dichiara in apertura di voler “investigare i segreti della società” e nel corso della narrazione rivela l’intreccio criminale tra economia e politica, la speculazione visibile e quella in ombra, il gioco di scatole con cui il potere occulta dietro la facciata democratica un nuovo progetto di dominio sociale e “Si delinea un potere a doppio fondo, in cui chi comanda davvero si occulta dietro le chiassate dei media”. Pasolini indagò, o cercò di indagare, l’ENI di Eugenio Cefis e la nuova élite borghese trasnazionale, l’omicidio Mattei, la P2 e l’architettura fantasma di “soci internazionali, in altri luoghi […] come il Liechtenstein, il Lussemburgo o il Principato di Monaco: si trattava di soci in funzione di accomandanti, quali la ‘Pentavalor Trust Reg.’ di Eschen (?), la ‘Universoil Investment Trust’ di Coira, la ‘Abat Finance Établissement’ di Triesen […]: tutte società entrate appunto come accomandanti per le fideiussioni e le obbligazioni a terzi” (Petrolio, “Lampi sull’ENI”, il capitolo che Pasolini scrisse usando il pamphlet di Giorgio Steimetz). Walter/Siti si fa raccontare da Tommaso il capitalismo finanziario d’assalto sui mercati globali, il nodo che stringe legalità e criminalità, la ragnatela delle transazioni anonime e dei camuffamenti.
La risposta del nuovo secolo: non più corazzate e blocchi ma strutture agili, nodi collegati da ragnatele. Il rimedio alla crisi erano i SIV, veicoli di investimento strutturato, e poi le dark pool, piattaforme da cui i soldi passano senza lasciare traccia del passaggio; lì la titolarità dei fondi sfuma in un polverio di sigle, di società inscatolate, di azzardi da far sparire e di denaro che si autogenera mediante successive operazioni in leva.
Resistere non serve a niente è il Petrolio di Walter/Siti, che dichiara in apertura di voler “investigare i segreti della società” e nel corso della narrazione rivela l’intreccio tra economia e politica, la speculazione visibile e quella in ombra, il gioco di scatole con cui il potere occulta un nuovo progetto di dominio sociale.Non che Siti ripeta con questo l’orizzonte dei libri precedenti, il possesso come sogno di sovranità dello schiavo: la consapevolezza acquisita in Autopsia dell’ossessione (2010) non viene meno perché Tommaso non è un piccolo-borghese dotato di “potere d’acquisto” che gode delle merci alla portata della sua classe sociale. È invece il burattinaio del potere d’acquisto, è uno di quelli che da dietro le quinte fanno cadere i governi, provocano le rivolte dei cereali in Mozambico e, a scapito degli schiavi sognanti, influenzano il costo della forza-lavoro: “in realtà il bello dei soldi è non usarli… o considerarli come quelli del monopoli”. Per questo, in Resistere, il denaro-onnipotenza della finanza digitale, “denaro senza padrone, pura nominalità senza origine”, ha qualità divina: è astrazione, simultaneità, flusso, potenza che plasma la materia.
consultando grafici e cartine, calcolando percentuali, è come se percorressero un sentiero da catecumeni, il loro cammino delle stelle – lungo l’ascetica via lattea del dominio disincarnato […]
Ventimila marchi elargiti in un giorno di pioggia a un portiere d’albergo per non essere registrato; un poema la faccia di quello, la bocca aperta come i pastorelli di Fatima: più una predella devozionale che una scena di corruzione […]
in millesimi di secondo, nell’etere, si spostano capitali e si invertono fortune; un clic del mouse e sorgono palazzi di vetro in periferie desolate – palazzi che resteranno vuoti perché la loro unica funzione è riciclare l’immaginario. Neonate metropoli cinesi condizionano lo squallore di antichi centri siderurgici; non più centro né periferia, segni urbani disarticolati si fanno beffe di patria e territorio.
Il narratore è insieme intimidito e affascinato dalla figura che, pagina dopo pagina, vede emergere dai racconti di Tommaso e ammira la grandiosità metafisica della finanza digitale corsara: al punto che se Pasolini aveva attaccato il “fascismo in guanti bianchi” della Democrazia cristiana nei suoi gangli anche criminali, Walter/Siti riconosce alla mafia una qualità mistica e sembra schierarsi con chi, in guanti altrettanto bianchi, persegue un ideale di gerarchia sociale definito dallo stesso narratore “piuttosto fascista”. Mano a mano che apprende la verità dai racconti di Tommaso, Walter contempla quasi devotamente la potenza dei nuovi superuomini che si fanno demiurghi dei destini globali e piegano le democrazie al proprio volere, in ogni senso, privo di confini. Gioisce vicariamente, lui piccolo-borghese e stipendiato, della loro risolutezza guerriera (il vecchio “un maschio non chiede permesso”), inscena compiaciuto un mondo in cui le donne sono naturalmente inferiori (“gli occhi supplicosi che fanno le donne col cazzo in bocca”; “ci sono donne che sembrano nate segretarie, glielo leggi dalla contentezza che provano a occuparsi di stronzate”). Potere, maschio, possesso, misoginia è uno dei nodi profondi della personalità del Siti/Occidente: le femministe hanno “la mania di proclamarsi libere, come se qualcuno ci tenesse a occuparle”. La donna di potere viene degradata per via sessuale: “Naomi sta in menopausa… vecchia per vecchia allora mi faccio fare un bocchino dalla Merkel” (la stessa donna fu degradata in quegli anni da Berlusconi, inscenato più di una volta nel romanzo come capo carismatico e sessualmente instancabile).
Per raccontare un mondo in cui tutto entra in relazione con tutto e i flussi di denaro digitale alitano incorporei dietro il divenire come una nuova trascendenza, la sintassi trascura le gerarchie ipotattiche, i salti spazio-temporali sostituiscono alla linearità diegetica una narrazione per quadri.Il repertorio stilistico mira alla rappresentazione della finanza divina: mobilità, rapidità, “non più centro né periferia”. Per raccontare un mondo in cui tutto entra in relazione con tutto e i flussi di denaro digitale alitano incorporei dietro il divenire come una nuova trascendenza, la sintassi trascura le gerarchie ipotattiche, i salti spazio-temporali sostituiscono alla linearità diegetica una narrazione per quadri. Tornano la “chiacchiera ambientale” resa per accumulo di battute, il flusso di coscienza, la sintassi da parlato, la battuta assoluta, il discorso indiretto libero. La narrazione in terza persona sviluppa moduli già parzialmente sperimentati in Autopsia dell’ossessione: il continuo e vertiginoso passaggio dall’io del flusso di coscienza del protagonista al lui del narratore, la rapida alternanza tra presente narrativo, passato e futuro, la sovrapposizione di considerazioni irrelate che non sappiamo se attribuire al narratore o al personaggio.
Solo Nando può parlargli così, qualunque cosa succeda Tommaso sa che non si separeranno mai.
Invece la separazione era in agguato, sotto forma di un blocco degli sfratti rifiutato dal TAR; mamma Irene ha cercato di nasconderglielo finché poteva, aveva paura che la notizia lo destabilizzasse ancora di più – e non sarà facile trovare un tugurio qualsiasi dentro Roma, con gli affitti di adesso […] Per lui a dir la verità una casa valeva l’altra […]
È tipico delle mantenute adeguare i propri orizzonti al profilo di chi le mantiene. Tutto sembra facile e impossibile allo stesso tempo, dovremmo essere la gioventù dorata ma chissà perché stiamo a boccheggiare in questo schifo. Beati i poveracci che gli basta uno scooter e il Lido di Ostia.
L’“effetto di realtà” è perseguito come nei libri precedenti da un racconto pieno di cose, fatti, episodi: l’incipit delle frasi risponde a domande non formulate (“La gavetta c’è stata eccome”, “Il primo anno benissimo”) oppure abolisce articolo e copula (“Equazione terribile”, “Energia dei vent’anni”) per evitare le inutili eleganze della “letteratura”. Negli ultimi capitoli, quelli che rivelano la rete finanziaria globale, lo stile assume cadenze da inchiesta (“Grazie all’intuizione di Giuseppe Portello, sostituto procuratore di Rho, fu attenzionato nell’ottobre 1999 un summit di quella che veniva sbrigativamente definita come ‘ndrangheta del Nord’ – a esso parteciparono esponenti del clan Guttaduro”). Viene inoltre tentata un’autofiction che potremmo definire di secondo grado: Walter/Siti, ormai accettato dal proprio pubblico come autore anagraficamente esistente, annuncia in apertura il proprio ritiro dalla scena e dichiara che indosserà nel seguito i panni di un onnisciente classico. Poi però, con frequenti incursioni nel testo e note a fondo pagina, si fa garante della veridicità della narrazione. Conosce Tommaso a una festa alla quale viene portato da Sergio di Troppi paradisi (2006), va a parlare con Edith su richiesta di Tommaso e nel finale (quello del lungo colloquio con Morgan) torna pienamente personaggio e coprotagonista. Nell’autofiction di secondo grado Walter/Siti non parla più esplicitamente di sé; all’altezza di Resistere (lo vedremo più avanti) Siti ha cominciato a “morire alla vita” per dare la propria vita ai personaggi.
Più importante dei temi ricorrenti e dello stile è però, nella prospettiva di questa indagine, la spina nel fianco. Siti non ha mai trovato una via d’uscita dalla convinzione gnostica secondo cui il vero Essere è perduto, altrove, irraggiungibile se non per mezzo di un Mediatore divino.Tornano anche i temi dei libri precedenti: come già nel Contagio (2008), ma alzando il tiro, il crimine si presenta come ultima possibilità di salvezza, affermazione della libertà dell’individuo in un sistema crescentemente totalitario e massificante; l’eroe proletario Tommaso che si fa strada appoggiandosi alla mafia è erede narrativo di Mauro. Di nuovo l’intellettuale progressista viene raccontata come una scema e ipocrita, che si nasconde dietro le frasi fatte del suo ambiente di intellettuali di sinistra, di nuovo l’amore-eros tra Tommaso e Gabriella (la escort che insegue il lusso e i provini in televisione) viene contrapposto all’amore-agape, il “sesso a bassa intensità e senza fantasmi” offerto dalla inutile e noiosa Edith. Il sesso mercenario è di nuovo surrogato d’onnipotenza (“voglio trombarmi il cielo”) e la classe media suscita in Tommaso come nel narratore solo ripugnanza (“non come i farlocchi topi di fogna che saranno anche onesti ma ti fanno venire sonno solo a guardarli, lo stipendiuccio la mogliettina il capufficio”).
Più importante dei temi ricorrenti e dello stile è però, nella prospettiva di questa indagine, la spina nel fianco. Siti non ha mai trovato una via d’uscita dalla convinzione gnostica secondo cui il vero Essere è perduto, altrove, irraggiungibile se non per mezzo di un Mediatore divino; non a caso è un termine tecnico delle dottrine gnostiche quello che usa quando scrive che per Tommaso il calcolo probabilistico è un veicolo spaziale capace di trasportarlo in un’orbita “pneumatica” (spirituale). Il percorso letterario e personale di Siti sembra ripercorrere quello metafisico d’Occidente: perduta la comunione con l’essere della metafisica platonica, rifiutata a partire dalla modernità la mediazione di Cristo, si tenta la via tutta umana del Consumo e del paradiso in terra, poi quella del Denaro divinizzato perché universale, anarchico e onnipotente.
Questa nuova metafisica, moderna e borghese, nega la realtà dello spirito ma trova una porzione residua di essere nella cieca volontà di potenza che soggioga il mondo incarnandosi in un nuovo tipo umano, dai tratti titanici. È un uomo che disprezza la morale comune ed è destinato a spazzare via le vecchie e decadenti istituzioni borghesi. Come già in Scuola di nudo (1994, dove Walter aveva riconosciuto la propria religione dei Nudi come strategia consolatoria, dettata da una rancorosa inferiorità nello scontro per il potere), anche in Resistere si percepisce la presenza di Nietzsche che nella “trasvalutazione di tutti i valori” cercò una via d’uscita dal nichilismo: “si sta arrampicando su vette innevate dove arrivano a stento gli echi dei mortali”, “l’onnipotenza è lo scherzo di un bambino”, “costruire su intercapedini di vuoto”.
Il percorso letterario e personale di Siti sembra ripercorrere quello metafisico d’Occidente: perduta la comunione con l’essere della metafisica platonica, rifiutata a partire dalla modernità la mediazione di Cristo, si tenta la via tutta umana del Consumo e del paradiso in terra.Tommaso è un superuomo che balla sul nulla e vola alto sopra il gregge appoggiandosi a una morale da dominatore: “a Milano ho imparato che opprimere è un piacere, essere primi un imperativo, e che il possesso è l’unica misura del valore”; nell’ultimo capitolo, praticando l’infamia come sfida prometeica e indifferenza alla morale comune, ottiene da un debitore la figlia dodicenne. “Forse la grandiosità è possibile solo nell’infamia […],” gli fa sponda il narratore, “sento fraterno chi si mette fuori dall’umano, come se fuori dall’umano ci fosse qualcosa”. In Resistere, riconoscendo gnosticamente al Male lo stesso rango ontologico del Bene, Siti percepisce il primo come una forma d’essere in ogni caso più affidabile e meno elusiva: la sola trascendenza ancora presente, percepibile, indagabile. È anche di sé che il narratore parla quando commenta che “senza distinzione di ceto o di classe, la pura esistenza del male e dell’inganno sembra ormai l’ultimo disperato tentativo del mondo per apparire reale. […] Come se tutti peccando gridassero ‘ci siamo!’”.
Ma Siti conserva di Nietzsche anche l’ambiguità: nemico della borghesia che calcola e investe, adepto della volontà di potenza che si magnifica nel superuomo come prototipo di una nuova arcaizzante aristocrazia, il filosofo non si avvide che la sua critica della modernità era alla radice profondamente moderna. Fu Benjamin il primo ad accorgersene nel frammento Capitalismo come religione (1921):
La trascendenza di Dio è caduta. Ma Dio non è morto, è incluso nel destino degli uomini. Questo passaggio del pianeta uomo attraverso la casa della disperazione nella solitudine assoluta della sua traiettoria è l’ethos che definisce Nietzsche. Quest’uomo è il superuomo, il primo che riconoscendo la religione capitalista comincia ad adempirla.
È vero, più di una volta, contro l’odiata borghesia, il narratore Walter/Siti dichiara la propria solidarietà di classe all’eroe proletario (“sembra che siano onesti e puliti solo loro, i vecchi borghesi liberali con le eredità stratificate e il culo al caldo”): ma Tommaso è eroe di virtù borghesi come lo erano i protagonisti del “realismo formale” settecentesco. “Al tempo dell’high-frequency trade e della globalizzazione istantanea nessuna aristocrazia di sangue è più possibile, ma solo quella dell’acume e dell’audacia”. Calcolo, intraprendenza, compravendita, affermazione di sé, desiderio di ascesa e di comando. Il possesso come “unica misura del valore”. Nel 2017, nel corso di un colloquio con Christian Raimo (“Dal problema del male alla questione della punteggiatura”), Siti ha dichiarato: “la cosa che ho provato intensamente anche in modo passionale è stato l’odio per i ricchi. Nel senso che li avrei proprio volentieri spazzati via dalla faccia della terra”: il suo odio però è l’altra faccia dell’amore. Siti ammira da sempre le qualità intellettuali e morali dei capitalisti, tanto da non poter nascondere il suo rapito compiacimento nell’inscenare in Resistere la nuova oligarchia borghese del capitalismo globale come una classe vincitrice, sfrenata e dai tratti sempre più esplicitamente fascisti.
Icona mediatica di questa nuova oligarchia è oggi Elon Musk che, di fronte alla folla giubilante, alza il braccio nel saluto nazista, e solo grazie alla sua impressionante ambiguità Siti poté dichiarare in un intervento pubblico del 2012 (anno di pubblicazione di Resistere) “intere generazioni occidentali si sono educate nel mito del piacere e del sesso obbligatorio […] ora dovrebbero riconvertirsi al senso del limite, regredire dall’orgia del consumo ma senza diventare fascisti”. Come intellettuale e critico di sé stesso Siti è illuminista, come scrittore è un anarchico reazionario. Al punto che nel dare rilievo metafisico al superhomo oeconomicus – come se gli speculatori finanziari di oggi fossero tutti eroi proletari anziché figli dei capitalisti di ieri – calca la mano e arriva a raccontare il capo mafioso Morgan come un filosofo-mistico che “intuisce con Dio” un rapporto e si sente investito da una missione: “la prosecuzione del destino di crescita e di conoscenza del genere umano, di fronte alle minacce di recessione intellettuale”.
Siti ammira da sempre le qualità intellettuali e morali dei capitalisti, tanto da non poter nascondere il suo rapito compiacimento nell’inscenare in Resistere la nuova oligarchia borghese del capitalismo globale come una classe vincitrice, sfrenata e dai tratti sempre più esplicitamente fascisti.Ma a causa della medesima, feconda ambiguità, Resistere è anche un grande romanzo che ci offre, come già Troppi paradisi, una pacata contemplazione della rovina. È di nuovo la spina nel fianco, di nuovo la scissione. All’esaltazione del denaro-onnipotenza e del superuomo si affianca la nostalgia del sacro, la consapevolezza che il Denaro è un ben misero surrogato dell’Assoluto: il corpo di Gabriella “si iscrive senza volere negli spazi dettati da una mente eterna”, nella raffaellesca Liberazione di San Pietro dal carcere:
le grandi ali e l’abito vaporoso sono imbevuti di rosa perché il rosa proviene da una sfera superiore che condanna al grigio sia i custodi che il prigioniero; i colori sono soltanto due perché l’opposizione è elementare, tutto è già stato detto. […] Senza angeli il mondo sarebbe un carcere oscuro; […] I carcerieri dormono non tanto perché è notte e sono stanchi quanto perché la vita di quaggiù, considerata dal punto di vista del rosa, non è che ignoranza e sonno.
Il romanzo accentua un tratto che si era già affacciato nei libri precedenti: un cupio dissolvi come desiderio di vedere annientato il mondo perché ormai soggiogato e dissacrato senza residui da una volontà di potenza che pure il narratore non può fare a meno di ammirare.L’ex mistico che non è giunto alla contemplazione della Bellezza in sé diventa una specie di teologo incanaglito, con rigurgiti di rancore. Walter/Siti spera che la catastrofe arrivi presto, ne studia i sintomi con impazienza ed è contento quando può appurare che la rovina è ubiqua e totale. Nel Contagio la presunta brava ragazza del quartiere ha tracce di metadone nel sangue, la cultura vive una “progressiva impotenza”, la letteratura mondiale “finisce in sborra” (il professore vende i propri libri per pagare l’amante). In Autopsia dell’ossessione il politico dell’Italia dei Valori frequenta i locali sadomaso di Bruxelles, in Exit strategy (2014) “i comici sono i nuovi maîtres à penser perché l’idea stessa del pensare è diventata comica”. Se in Scuola di nudo poteva ancora immaginare di dover presto “combattere per le libertà più elementari”, in Resistere – fin dallo stesso titolo – Walter/Siti dichiara che tutto è perduto e che lui, in ogni caso, sta dalla parte della rovina. È come una speranza di vendetta cosmica contro la società che ha sfolgorantemente conquistato e distrutto il mondo. Una piccola antologia da Resistere:
Molte ragazze scherzano autoironiche su come si vestono quando si recano negli hotel per un “cena e dopocena” – nella vita di tutti i giorni, quella che conta, stanno in jeans e maglietta. Sono madri affettuose, figlie che hanno un buon dialogo coi genitori […]
prova un piacere che confina con la preghiera a verificare ogni volta che il crollo previsto è inevitabile […] si sente come un profeta […]
non ho mai capito perché, ma quando posso constatare che un panorama è senza vie d’uscita ne provo un piacere quasi sessuale… come in occasione delle calamità naturali, terremoti e tsunami… le navi mercantili buttate a riva come fuscelli […]
Se c’è qualcosa che ancora li accomuna è il divertimento per tutto ciò che esorbita e che incoraggia il mondo a finire […]
forse sei il mio stunt-man, quello che esegue per me le scene pericolose… un prototipo della mutazione… o forse, più in profondità, sei il mio vendicatore […]
il sogno di un governo popolare sfuma come una generosa illusione di irraggiungibile maturità; anzi come una digressione, un inciso.
La redazione di Resistere è apparentemente coeva a quella di Exit strategy: nel 2012-2014 l’opera di Siti sembra voler passare dal nichilismo senza scampo all’intravista possibilità di una salvezza accessibile, presente, evangelica. Senza bisogno di mediazioni.La redazione di Resistere è apparentemente coeva a quella di Exit strategy: nel 2012-2014 l’opera di Siti sembra voler passare dal nichilismo senza scampo all’intravista possibilità di una salvezza accessibile, presente, evangelica. Senza bisogno di mediazioni. Siti lo ha dichiarato anche esplicitamente nella menzionata conversazione con Christian Raimo: “la cosa che manca in tutto il filone dello gnosticismo – e io lo seguo proprio alla ricerca di qualcosa di assoluto, di perfetto, etc… – quello che manca completamente è la pietà. La miseria, che è anche l’unica cosa che noi possediamo e che ci rende fratelli”. Proprio questa fratellanza nella comune miseria verrà esplorata da Siti nei due romanzi successivi, ed è nel senso della solidarietà tra reietti e compagni di pena che va inteso “l’infinito umano” menzionato nel finale di Exit strategy. Il dio ignoto (“senza sapere Chi”) ricorda invece quello di cui parlò Dietrich Bonhoeffer, il teologo tedesco assassinato dai nazisti e citato da Siti in epigrafe a Bruciare tutto (2017):
Einen Gott, den es gibt, gibt es nicht. Un Dio che c’è non c’è.
La membrana
Il mostro eroico e disadattato diventa microbo tra i microbi. Il grande, opprimente, umiliante Poeta diventa antagonista ad armi pari. Borgata, dialetto, omologazione culturale, contagio delle classi sociali. Pasolini glissa sulla questione del denaro e del sesso mercenario, in Scuola di nudo Walter proclama “è finita la stagione in cui mi vergognavo di guardare il denaro dritto negli occhi” (“non vergognarsi / di guardare il denaro” aveva scritto Pasolini nel “Pianto della scavatrice”). Un romanzo-verità indaga i segreti della nuova oligarchia, e va bene. Si può anche fare il conto delle citazioni implicite, delle derivazioni stilistiche, delle posture esistenziali: il già visto “maledetta cretina ti vuoi muovere?” (Scuola di nudo) echeggia il “maledetta cretina” indirizzato da Pasolini a una giornalista (Poesia in forma di rosa, 1964, “Una disperata vitalità”); Walter/Siti si sente inferiore ai borghesi che pure ammira e invidia, aspira a una normalità da classe media e al tempo stesso la rifugge, si sforza di amare i sottoproletari ma presto se ne stanca: “lo sforzo intero della sua vita (e del suo stile) è per tirarsi fuori da questo infame stato intermedio, verso l’alto o verso il basso”, scrive Siti a proposito di Pier Paolo Pasolini in un saggio del 1998 su cui torneremo tra poco.
Walter/Siti si sente inferiore ai borghesi che pure ammira e invidia, aspira a una normalità da classe media e al tempo stesso la rifugge, si sforza di amare i sottoproletari ma presto se ne stanca.Nell’opera di Pasolini c’è però un altro elemento, costante e tanto sotterraneo da essere rimasto ignoto a Pasolini stesso, che ci permette di vedere le strutture formali e psicologiche sitiane in modo più decisivo delle citazioni e dei calchi. Questo elemento venne evidenziato da Siti, già nel 1972, nel saggio “L’endecasillabo di Pasolini”: esaminando le Ceneri di Gramsci, il saggio mostra come Pasolini guardi con amore alla metrica pascoliana, ma al tempo stesso provi il bisogno di disturbarne la regolarità. Per esempio parte da un endecasillabo classico e poi lo deforma foneticamente, in eccesso o in difetto, perché la ricerca della quiete classica è preliminare a un’azione di disturbo. Il poeta ha bisogno di conservare una presenza nella latenza: la regola sillabica è ancora riconoscibile, il verso però segnala una manchevolezza. Era un endecasillabo.
Atteggiamento che si può riassumere in breve come un desiderio di violazione, il che evidentemente non esclude un’attrazione costante e non eliminabile verso l’oggetto da violare; così come è necessaria una presenza continua della norma perché possa prendere forma un desiderio di trasgressione. L’endecasillabo puro, nelle Ceneri, è una misura accettata con convinzione e affetto, ma la più profonda ragione del suo essere consiste nell’essere turbata.
una doppia dicotomia. La prima è quella tra espressione e realtà: la realtà sta davanti al poeta che vuole esprimerla, il quale quindi non appartiene a quella realtà, ne è stato esiliato – e immagina di potervi rientrare forzando (al limite, annullando) l’espressione. […] La seconda dicotomia è quella tra “io” e “loro”; loro sono i padroni del codice linguistico […]
Nella rete profonda che sottostà alla poesia di Pasolini c’è un punto in cui l’amore è semplicemente l’altro nome della paura. […] paura di che? Paura di non esistere, di essere quello che Penna ha pur accettato di essere, un mostro da niente. […] Il senso, il significato del mondo, è in loro potere.
Pasolini restò preso per tutta la vita in quello che Giorgio Agamben ha descritto in Homo sacer (1995) come un meccanismo di esclusione includente. Era partecipe in quanto escluso e mandava da fuori segnali di disturbo.Percependosi come diverso perché così lo volevano loro, Pasolini sottolineò per tutta la vita l’anormalità della propria condizione (si vedano il suo disinteresse per i movimenti gay, la dichiarata e paradossale percezione degli omosessuali come uomini inferiori) e nel corso degli anni imparò a dare scandalo con quell’amore fauve che era in realtà amore per chi lo aveva marchiato, e con tale marchio continuava a decidere cosa dovesse essere. Per questo, con una strategia di autoinganno che Siti chiama “fumo negli occhi”, Pasolini elaborò una propria angosciosa mitologia omosessuale freudiana (grande amore per la madre vista come fonte di vita e mai come agente della castrazione, odio le parole del padre-rivale, situazione edipica) e rifiutò in ogni modo di pensarsi normale proprio negli anni in cui Alberto Arbasino metteva in scena un’omosessualità ironica, emancipata e senza complessi. La volontà di scandalo si gioca all’interno di una medesima classe sociale: per mezzo dell’offesa lo scandaloso escluso ribadisce la propria essenziale intimità a chi lo esclude, che a sua volta, scandalizzandosi, la riconosce. I figli possono scandalizzare solo i padri.
Nel corso degli anni, nel suo lungo confronto con l’opera di Pasolini, Siti ha ampliato la prospettiva sopra esposta indicando il trauma originale che ha fatto sorgere la “membrana” separativa: un desiderio (ma Siti usa anche il termine “delirio”) di onnipotenza-possesso del reale che, sempre frustrato dal ritrarsi della realtà renitente, alterna l’assalto euforico e la devastante sconfitta (nichilismo e senso di vuoto). Pasolini si muove lungo un asse bipolare, maniaco-depressivo: se per essere devo impossessarmi del reale, il mancato possesso mette in dubbio la mia stessa esistenza.
la spudoratezza infantile, l’arroganza adolescente, la sicurezza dell’amore materno non sono in realtà che pallidi eufemismi per alludere a una certezza ben più abbagliante e segreta – quella di essere onnipotente. Nell’intimo lago dell’anima, dove le contraddizioni non arrivano, Pasolini è convinto di poter fare tutto, di poter piegare tutti alla propria volontà, di poter essere il salvatore del mondo […]. Tutte le oscillazioni intorno alla parola “mistico” (che è la parola-amuleto dei suoi vent’anni) non fanno che giocherellare col concetto di onnipotenza e col suo immediato, inevitabile rovesciamento, lo spossessamento assoluto, il percepirsi come vuoto e puro nulla. […]
La realtà, investita dalla furia d’onnipotenza d’un unico individuo, si ritrae per legittima difesa, per non rischiare d’essere inghiottita e fagocitata. Di fronte a chi pretende d’esaurirla completamente in sé, la realtà ribadisce la propria esistenza ed espelle l’individuo colpevole di quel sogno sconsiderato […]. Direi che nella dinamica psichica pasoliniana, contro la logica superficiale e contro ciò che lui stesso ha sempre creduto, l’esclusione precede la diversità: Pasolini non è escluso in quanto diverso, ma non può che sentirsi diverso perché si sente escluso – escluso dalla realtà che si sottrae a un’esagerata libido. Più e più volte, nei versi, Pasolini si confessa colpevole di troppo amore. La pulsione erotica originaria […] sta proprio in un’indistinzione mistica in cui il soggetto desiderante non si distingue dall’oggetto desiderato. […] Quando l’illusione d’onnipotenza crolla e il mondo si rivela inassimilabile, il sesso viene percepito come sproporzionato e grottesco annaspare, surrogato meccanico, movimento compulsivo che cerca di supplire all’avvenuto distacco.
(W. Siti, “Tracce scritte di un’opera vivente”, 1998)
Lo stesso cinema, secondo Siti, viene compreso da Pasolini come un mezzo diretto – più efficace dunque della poesia che può solo evocare tramite segni verbali – per afferrare l’elusiva realtà del mondo (“il sacro”) stanandola dal suo nascondimento.
Pasolini offendeva i padri e volle fino alla fine offendere proprio loro, non altri. Per mancanza di chiarezza con sé stesso continuò a rovesciare l’onnipotenza euforizzante in impotenza angosciante. Quando però la salvifica divisione del mondo in vittime e padroni non resse più, quando finì la solidarietà tra il Poeta e gli umili (ormai corrotti e borghesi), il suo sistema immaginario e cognitivo si disfece. Non poteva più oscillare, restava solo il polo della perdita e del non essere niente. Ossessione e autofiction presero in lui la via della “scissione schizofrenica”, dell’“esibizionismo distruttivo”, della “perdita dell’io”: “il vuoto dentro di sé a cui si può rispondere soltanto con la santità o l’autoderisione”. Un vicolo cieco nichilista. Per tutti questi motivi quella di Pasolini è un’opera “con la bocca aperta, malata di ansia e di insoddisfazione”; Petrolio è un magma irrisolto anche perché Pasolini stesso, quando morì, non sapeva più come procedere nella letteratura e nella vita.
o carnefice o vittima – o possedere (il mondo) o esserne posseduto, tertium non datur. […] O servo o superuomo; escludeva dal proprio sistema immaginario che si potesse essere padroni e perdenti, padroni limitati. L’odio dichiarato per la borghesia era in realtà una rimozione dell’uomo: dell’uomo che tira la carretta, possidente rassegnato, condomino compromissorio. […] ovvio che quell’insieme autocontraddittorio che è l’opera-vita pasoliniana oscilli continuamente tra l’onnipotenza e l’impotenza, tra la pienezza e il vuoto, tra l’euforia e la disperazione nichilista. (W. Siti, “L’opera rimasta sola”, 2003).
Come accadrà più tardi con la sofisticata autofiction di Siti, quella “artigianale” e istintiva di Pasolini fu invasione e appropriazione del reale da parte di chi, per un originario delirio di possesso/onnipotenza, se ne sentiva escluso.Ma soprattutto, basta con l’autofiction che in quanto tentativo di fagocitare il reale occupandolo è sintomo di un desiderio di possesso/onnipotenza non smascherato, meccanismo mimetico nel senso di René Girard (menzionato spesso da Siti nei saggi su Pasolini ma anche in relazione alla propria opera): il desiderio non è “autentico” come volevano i romantici, perché non ha nulla di originario. Non nasce autonomamente nel soggetto. A partire dalla modernità, che abolendo la volontà divina ha dato a ogni individuo la facoltà di scegliersi autonomamente e di desiderare, lo sgomento di fronte alla nuova libertà è così grande che ciascuno desidera quanto vede desiderare all’altro, al “mediatore”. Caratteristiche principali del romanzo moderno sono secondo Girard proprio la scoperta e la descrizione del “triangolo del desiderio” (soggetto, oggetto, mediatore); caso riuscito di demistificazione, analizzato da Girard e più volte menzionato da Siti, è per esempio Marcel Proust: “Pasolini non assimila da Proust proprio la cosa fondamentale, ovvero l’analisi dell’inautenticità del desiderio; mentre Proust la fa finita col desiderio e muore alla vita per dare vita all’opera, Pasolini continua disperatamente a desiderare” (“Descrivere, narrare, esporsi”, 1998).
In questo senso le opere da Scuola di nudo a Exit strategy sembrano lo svolgimento quasi premeditato di un percorso “girardiano”: “la venerazione più sottomessa e il rancore più intenso. È il sentimento che chiamiamo odio” (è Walter in Scuola di nudo); “il romanziere supera solo lentamente, duramente il romantico che è stato in precedenza e che si rifiuta di finirla col desiderio per morire alla vita e dare vita all’opera. Questo superamento si compie nell’opera romanzesca e solo in essa. È dunque sempre possibile che il vocabolario astratto del romanziere, e perfino le sue ‘idee’, non lo rispecchino esattamente” (citazione da Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca, 1981). Abbiamo visto come il vocabolario e le idee di Siti pieghino inizialmente verso una nozione neoavanguardistica di letteratura come impegno formale sulla realtà (“Del modo di formare come impegno sulla realtà” si chiamava un saggio di Umberto Eco che valse in qualche modo come manifesto del Gruppo 63); abbiamo visto gli andirivieni di Walter/Siti che a fatica e solo in corso d’opera si libera dall’illusione “romantica” di autonomia desiderante del soggetto. L’io-Occidente è duro a morire: i finali replicati perché sempre insoddisfacenti, le smentite al “se avrò qualcosa da raccontare, non sarà su di me”, il fatto stesso che il primo tentativo di romanzo non autofittivo, Resistere non serve a niente, riesce solo parzialmente perché pagina dopo pagina Walter/Siti diventa personaggio tra gli altri e non riesce a tacere la propria vertigine del denaro.
Due conclusioni. Per quanto riguarda la genealogia delle forme letterarie, l’autofiction di Siti è solo in parte sofisticata operazione d’avanguardia (la menzogna perfetta) ispirata dal dibattito teorico francese. Nella zona profonda della mente, nel buio e rognoso “corpo a corpo” con Pasolini, essa è invece sul serio verità ultima: autobiografia totale come irruzione oltre la membrana, esigenza di invadere il separato Reale per afferrarlo, prenderne possesso, desiderio di onnipotenza che prepotentemente (in questo caso sessualmente) inscena l’ego in pubblico come fece Pasolini a suo tempo e come faceva Berlusconi negli anni dell’autofiction sitiana. Siti – l’abbiamo visto – non ha mai nascosto la propria ammirazione-desiderio di emulazione nei confronti di Berlusconi che comprava tutto, aumentò la propria potenza sessuale con un’operazione chirurgica e da capo politico dello Stato divenne anche maschio alfa e icona mediatica del priapismo (il nome stesso di Silvio Berlusconi, lascia cadere in una parentesi l’io narrante di Exit strategy, è “anagramma di ‘l’unico boss virile’”).
Mai, nei propri saggi su Pasolini, Siti usa la parola “autofiction”: ma ne è in qualche modo consapevole, perché ad essa fa riferimento ovunque.È questa convergenza di due autofiction, sofisticata e “barbara”, accademica e profonda, a rendere così complessa quella di Siti, e certo anche a questa convergenza si riferiva Siti quando scrisse nel 1994 “non ero disposto ad ammettere che il mio autobiografismo fosse indifeso e letterale, ci costruivo sopra un po’ troppe teorie”. Mai, nei propri saggi su Pasolini, Siti usa la parola “autofiction”: ma ne è in qualche modo consapevole, perché ad essa fa riferimento ovunque. “Credo davvero che il personaggio più potente che la letteratura di Pasolini abbia mai creato sia Pasolini stesso”, “aveva l’ambizione di far finire la letteratura”, “la vera opera di Pasolini è l’insieme delle sue opere, dai cui interstizi figurali traspare il volto stesso dell’autore”; “un nuovo tipo di espressione […] in cui la persona dell’autore sia una componente del significante”, “la vita stessa dell’autore diventerebbe allora […] parte integrante del segno”; “Pasolini è sempre sulla scena”, “il ‘personaggio Pier Paolo’ non riesce a essere un altro, staccato dalla vita del signor Pasolini”.
Per quanto riguarda invece i percorsi letterari dei due autori, le loro basi psichiche profonde e la valenza politica della forma, l’interpretazione sitiana di Pasolini inserisce anche quest’ultimo in quel paradigma occidentale che fu incipiente negli anni Sessanta, accelerò nei Novanta per poi dispiegarsi – tolti i freni di sicurezza agli investimenti, aperti i mercati globali – all’inizio del nuovo millennio: vertigine mistico-metafisica del possesso, immagine mediatica iperreale, confusione tra il mondo e la copia. Una linea sottile, a detta di Siti, unisce non solo Siti stesso a Berlusconi, ma Pasolini alle multinazionali: sotto sotto – nel senso letterale dell’abisso più profondo, sconosciuto allo stesso poeta – Pasolini era un nichilista omologo al regime. Per lui essere si identificava con avere, doveva possedere per avere la certezza di essere. Se il desiderio è girardianamente mimetico, nel possedere i corpi dei ragazzi il poeta desiderante imitava ieri il padre borghese capitalista e imita oggi “l’investitore”.
Il nuovo potere consumistico basa il proprio appeal su una inestricabile commistione di messaggi finzionali e di empiria, di vita e di forma: il nuovo potere consumistico, dunque, “funziona come il Poeta”. […] come il Poeta ha per estremo obiettivo il vuoto, l’anestesia. L’immaginata onnipotenza dell’Occidente non è che il delirio poetico d’onnipotenza, proiettato e diventato nemico. Che deve dunque fare il Poeta, se si accorge di questa agghiacciante parentela? (W. Siti, “L’opera rimasta sola”, 2003)
“Usava” la cultura, rubacchiava qua e là. A causa della propria ossessione erotica, non ha preso sul serio la cultura facendola diventare carne della sua carne, sangue del suo sangue. […] per lui la cultura era una pellicola che si poteva staccare dalla vita a piacimento. Esattamente come sta facendo il desiderio consumistico; in questo senso, Pasolini non era un avversario del consumismo, ne era un seguace omologo se non addirittura un modello (W. Siti, “Il mito Pasolini”, 2006)
Le tesi di Siti sono controverse, anche perché – a torto o a ragione – disturbano l’immagine di Pasolini per come si è delineata nel mezzo secolo successivo alla morte: Pasolini simbolo dell’autenticità e del coraggio, poeta evangelico della lotta inesausta contro il sistema corrotto.Ciononostante il Pasolini letto da Siti, proprio perché nasce dal corpo a corpo tra due autori e dal corpo a corpo di entrambi con la propria epoca (che è anche la nostra, di ieri e di oggi), apre prospettive preziose. Il cupio dissolvi di Pasolini l’escluso precedette di mezzo secolo quello dei “padri borghesi”: se la sua autofiction finì allora – oltre che nel sangue – nell’affanno convulso dello stile e in uno stato di crisi permanente, oggi la società occidentale diventata reality-show affonda nell’afasia, nella violenza e nello stato di emergenza. Siti invece, dopo avere percorso in proprio la parabola metafisica d’Occidente dalla ricerca dell’Essere al nichilismo, si è fermato a un passo dal precipizio. In Resistere e nei libri successivi Il cupio dissolvi non scavalca nel reale, non brucia la carne. È, appunto, “divertimento per tutto ciò che esorbita e che incoraggia il mondo a finire”. È come se Siti avesse capito che la letteratura per essere vera non ha bisogno di essere vera. Il successo dell’operazione terapeutica, la demistificazione del desiderio e l’accettazione della “membrana” separante lo hanno salvato facendolo diventare romanziere che “muore alla vita” per dare vita eventualmente anche ai propri fantasmi, attraverso i personaggi però. I fantasmi peraltro sono cambiati. A un passo dal precipizio ci sono il depotenziamento dell’ego e la ricerca di una solidarietà tra umani. Lo scrivere torna a essere, come era stato in Scuola di nudo prima dell’avvento del capitalismo iperreale, anche ricerca di quanto d’ora in poi Siti chiamerà il Reale.
Leggi qui la Prima parte e la Seconda parte
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Il ritorno del dibattito sul ruolo delle Forze di Autodifesa giapponesi si è intensificato sotto la leadership di Sanae Takaichi, il cui approccio più esplicito ha riportato al centro dell’agenda politica un tema a lungo rimasto tecnicizzato. Le sue proposte, come la nuova revisione dei vincoli costituzionali e del quadro postbellico, l’aumento delle spese per la difesa, lo sviluppo di capacità di controattacco e l’allentamento delle restrizioni sull’export di armamenti, indicano una traiettoria di rafforzamento delle capacità militari che potrebbe incidere in modo significativo sul ruolo strategico del Giappone nella regione.
La questione, tuttavia, non riguarda semplicemente il grado di riarmo del Giappone, ma la sua interpretazione: si tratta della progressiva normalizzazione di una potenza che per decenni ha delegato la propria sicurezza agli Stati Uniti oppure dell’avvio di una trasformazione strutturale destinata a modificare gli equilibri dell’Asia orientale?
Le letture divergono a seconda del punto di osservazione. Per alcuni, il rafforzamento della postura difensiva giapponese rappresenta un adattamento necessario a un ambiente strategico sempre più instabile. Per altri, invece, segna un cambiamento più profondo, che potrebbe riattivare tensioni storiche e sensibilità regionali tuttora irrisolte.
Cosa significa “riarmo” del Giappone: l’Articolo 9 e l’ordine postbellico
Per comprendere il dibattito che circonda l’attuale traiettoria politica giapponese è necessario partire dall’architettura di sicurezza costruita nel secondo dopoguerra. Dopo la sconfitta del 1945, il Giappone fu occupato dagli Stati Uniti e avviato a un processo di democratizzazione e smilitarizzazione volto a prevenire il ritorno del militarismo imperiale. La Costituzione del 1947, in particolare l’Articolo 9, sancì la rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale e impose forti limiti al possesso di capacità militari offensive. Da questo assetto nacque il modello di sicurezza anche noto come Dottrina Yoshida: gli Stati Uniti garantivano la sicurezza del Giappone attraverso l’alleanza e l’ombrello nucleare, mentre Tokyo concentrava le risorse sulla crescita economica, mantenendo un profilo militare strettamente difensivo.
Con la guerra fredda e la guerra di Corea, Washington ricalibrò la propria posizione. Il Giappone non era più solo un paese da contenere, ma un perno della strategia americana in Asia. Su impulso statunitense nacquero quindi le prime strutture di difesa, poi evolute nelle Forze di Autodifesa (Japan Self-Defense Forces o JSDF) nel 1954. Durante la guerra fredda, Tokyo consolidò questo assetto con i “tre principi non nucleari” (1971) e con ulteriori vincoli a spese militari ed export di armamenti. Tuttavia, dagli anni Ottanta, con l’ascesa della Cina e il progressivo emergere di nuove fonti di instabilità nell’Asia orientale (dalla Corea del Nord alle dispute marittime nel Mar Cinese Orientale) il Giappone iniziò una lenta trasformazione. Sotto il governo di Yasuhiro Nakasone si cominciò a rafforzare il profilo difensivo, mentre con quello di Shinzo Abe si arrivò alla reinterpretazione dell’Articolo 9 e alla dottrina del “Contributo Proattivo alla Pace”.
Sebbene le richieste di revisione dell’assetto pacifista siano state storicamente sostenute dalle correnti più conservatrici del Partito Liberal Democratico, la crescente percezione delle minacce regionali rese sempre più accettabile nell’intero establishment politico l’idea di un rafforzamento delle capacità militari nazionali. Si arriva quindi a un punto di svolta nel 2022 con la National Security Strategy del governo Kishida, che definisce l’ambiente di sicurezza della regione come “il più grave dalla Seconda guerra mondiale” e sancisce il rafforzamento della difesa giapponese, incluse capacità di controattacco e maggiore interoperabilità con gli Stati Uniti, e l’aumento delle spese della difesa fino al 2% del PIL.
Perché il cambio di traiettoria: un ambiente strategico in deterioramento
La trasformazione della politica di sicurezza giapponese deve essere quindi compresa in un processo di lungo periodo, iniziato negli anni Ottanta e progressivamente accelerato, influenzato dalle dinamiche regionali esterne. L’Indo-Pacifico è oggi percepito da Tokyo come uno spazio sempre più competitivo, segnato dal ritorno della rivalità tra grandi potenze e di crescente instabilità dello status quo regionale. In questo quadro, le principali fonti di pressione strategica per il Giappone possono essere ricondotte a quattro fattori.
In primo luogo, la Cina. La modernizzazione della People’s Liberation Army, che dispone oggi della più grande marina militare al mondo per numero di unità, si accompagna allo sviluppo di capacità avanzate nei domini missilistico, cibernetico, spaziale e informativo. Particolare rilevanza assumono i sistemi anti-access/area denial (A2/AD), progettati per limitare la libertà operativa di forze avversarie potenziali in caso di crisi regionale. Per il Giappone, la questione non riguarda solo la crescita cinese, ma anche la possibile erosione della superiorità militare americana nell’aera, garante della sicurezza giapponese dal dopoguerra. Da qui deriva il timore di una progressiva riduzione della deterrenza garantita dall’alleanza con Washington, rendendo necessario un maggiore contributo giapponese alla propria sicurezza.
A questo si aggiunge una pressione costante nelle dispute regionali, come le frizioni nel Mar Cinese Orientale e le isole Senkaku/Diaoyu. Nelle isole rivendicate da Pechino ma amministrate da Tokyo si è registrato un aumento delle attività navali e aeree cinesi nell’area, interpretate come una strategia di pressione permanente volta a contestare la sovranità e modificare lo status quo senza ricorrere a un conflitto diretto.
Più strutturale poi è la questione di Taiwan, ormai centrale nella pianificazione strategica giapponese. Situata lungo la First Island Chain, Taiwan rappresenta un nodo strategico tra Cina continentale e Pacifico occidentale. Una crisi nello Stretto coinvolgerebbe inevitabilmente le forze statunitensi stanziate in Giappone, soprattutto a Okinawa e nelle Ryukyu, rendendo Tokyo parte integrante di qualsiasi scenario di escalation. Per il Giappone, le implicazioni andrebbero oltre il piano militare perché una modifica dello status quo rafforzerebbe la proiezione cinese nel Pacifico e ridurrebbe la profondità strategica giapponese, mettendo a rischio rotte marittime e catene di approvvigionamento fondamentali per l’economia nazionale fortemente dipendente dal commercio estero.
Anche la Corea del Nord contribuisce a questo quadro di instabilità. I progressi del programma missilistico e nucleare di Pyongyang hanno trasformato una minaccia astratta in una vulnerabilità diretta, con ripetuti lanci di missili balistici che hanno più volte sorvolato il territorio giapponese. Questo ha evidenziato le difficoltà di garantire una difesa esclusivamente passiva in caso di attacchi improvvisi e la necessità di aumentare le capacità di risposta e di controattacco.
Infine, la guerra in Ucraina ha rafforzato un messaggio chiave: il ricorso alla forza per cambiare gli equilibri internazionali non è un’eccezione del passato. Il parallelismo con Taiwan è immediato, e consolida l’idea che sia necessario rafforzare la deterrenza prima che si materializzino crisi analoghe. La guerra ha avuto effetti rilevanti anche sulle relazioni del Giappone, che da una parte ha ridotto ulteriormente i rapporti con la Russia, già segnati dalla disputa sulle Isole Curili, e dall’altra ha accelerato il coordinamento con i paesi G7 e NATO, segnando un progressivo ampliamento dell’orizzonte strategico di Tokyo oltre l’Asia orientale e un più stretto allineamento con le architetture di sicurezza euro-atlantiche.
Un nuovo equilibrio per la sicurezza giapponese?
La combinazione dei fattori menzionati ha contribuito a creare un ambiente strategico radicalmente diverso da quello in cui nacque l’attuale modello di sicurezza giapponese, alimentando la percezione che l’assetto costruito dopo il 1945 richiedesse un adattamento. Ma la trasformazione della politica di difesa giapponese non è solo il prodotto di pressioni esterne. Per gran parte del dopoguerra, il pacifismo e la diffidenza verso il riarmo hanno rappresentato elementi centrali dell’identità nazionale, alimentati dall’esperienza traumatica della guerra e dei bombardamenti atomici. Con il progressivo venir meno della generazione che aveva vissuto direttamente quel periodo e l’indebolimento dei tradizionali movimenti pacifisti, l’idea che il Giappone debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza è diventata più accettabile. Il sostegno all’Articolo 9 resta significativo e parte dell’opinione pubblica oppone o guarda con cautela l’ulteriore rafforzamento delle capacità militari, ma il dibattito gode di una legittimità politica che in passato sarebbe stata impensabile.
In questo contesto si inserisce Sanae Takaichi, che ha reso più esplicito il legame tra sicurezza nazionale e identità politica, richiamando la necessità che il Giappone diventi una “nazione normale“, capace di assumersi responsabilità strategiche proporzionate al proprio peso economico e politico . Gli Stati Uniti e molti partner occidentali leggono questo processo come un adeguamento necessario a un contesto più competitivo e come un passo verso una condivisione più equa degli oneri della sicurezza nella regione.
Ma questa lettura non è condivisa da tutti. In Cina, Russia e Corea del Sud, per esempio, il rafforzamento delle capacità di difesa giapponesi viene osservato con maggiore cautela o perfino in maniera molto critica. La memoria del militarismo del Novecento continua infatti a influenzare il modo in cui i vicini interpretano l’evoluzione della politica di sicurezza di Tokyo, rendendo particolarmente sensibile qualsiasi ampliamento delle sue capacità militari. Tra gli anni Trenta e Quaranta il Giappone imperiale fu protagonista di una politica espansionistica che lasciò profonde ferite in gran parte dell’Asia orientale. Dall’occupazione della Corea alle campagne militari in Cina, episodi come il massacro di Nanchino, il sistema delle cosiddette comfort women e le politiche di assimilazione forzata restano ancora oggi oggetto di controversie diplomatiche e dispute memoriali.
In conclusione, il dibattito sul rafforzamento della postura di sicurezza giapponese non riguarda soltanto l’evoluzione delle sue capacità militari, ma la ridefinizione del rapporto tra sicurezza, identità e memoria storica nell’Asia orientale. La combinazione tra pressioni strategiche esterne e trasformazioni interne ha reso possibile un cambiamento che per decenni sarebbe apparso politicamente improbabile. Tuttavia, questo processo non viene interpretato in modo uniforme nella regione ed è proprio in questa divergenza di percezioni che si colloca il punto cruciale del dibattito. Se per alcuni attori si tratta di un adattamento necessario a un contesto strategico più competitivo e instabile, per altri rappresenta un’evoluzione che potrebbe alterare equilibri consolidati e riattivare sensibilità storiche mai del tutto superate.
In un’area come l’Indo-Pacifico, la stabilità non dipende soltanto dalla distribuzione della forza, ma anche dal modo in cui tale forza viene percepita dagli attori regionali. Quando queste percezioni divergono, anche misure concepite come difensive possono essere interpretate come segnali di revisione degli equilibri esistenti, con conseguenze dirette sulla stabilità regionale.

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The Southern Patagonian Icefield is the largest expanse of ice in the Southern Hemisphere outside of Antarctica. The mass of glacial ice extends hundreds of kilometers along the spine of the Andes, feeding dozens of dynamic outlet glaciers that grind their way down from higher elevations. Many of these rivers of ice terminate in the sea or in proglacial lakes.
An astronaut aboard the International Space Station photographed one of these glaciers—Tyndall Glacier in southern Chile—through a layer of ethereal clouds on May 10, 2026. Fragments of ice that had calved off its terminus were visible floating on Lago Geikie.
Like most Patagonian glaciers, Tyndall has been shrinking since the end of the Little Ice Age about 150 years ago. Lago Geikie formed at Tyndall’s terminus around 1940, according to glaciologist Mauri Pelto of Nichols College, and gradually expanded as the ice retreated. Part of the glacier previously terminated in Lago Tyndall to the east, but thinning ice cut off that outlet by 2010, Pelto said. (The ice’s retreat also exposed bedrock along its eastern edge that contains scores of ichthyosaur fossils.)
Along with thinning, ice calving off the glacier’s front has reduced its volume. Tyndall has lost 2.2 kilometers (1.4 miles) in length since November 2022, Pelto said, following about a decade of limited retreat with considerable thinning. A significant calving event in March and April 2023 contributed to the recent uptick in ice retreat. During that time, satellites observed several large icebergs breaking away from Tyndall’s terminus.
Austral autumn in 2026 was a time of active calving retreat at Tyndall (and some neighboring glaciers), Pelto said, albeit more incremental than three years prior. “The substantial crevasses crisscrossing the glacier near the calving front lead to many smaller icebergs,” he said. On the other hand, larger tabular icebergs tend to form when there are fewer deep crevasses near the terminus and the glacier’s ice is thinner.
The ice cliff at the terminus casts a substantial shadow, which can help scientists estimate the height of the glacier’s front. Pelto’s calculations, using information about the Sun’s position provided with the image, indicate that Tyndall’s front loomed 30–40 meters (100–130 feet) above the lake surface in May 2026. Observations from orbit, including astronaut photographs, can help scientists monitor and understand glaciers in remote regions where ground-based observations are scarce.
As for what comes next for Tyndall, Pelto expects many more small icebergs to continue breaking off, given the heavily crevassed appearance of the calving front. “Look for a burst of iceberg production next fall.”
Astronaut photograph ISS074-E-582898 was acquired on May 10, 2026, with a Nikon Z9 digital camera using a focal length of 560 millimeters. It is provided by the ISS Crew Earth Observations Facility and the Earth Science and Remote Sensing Unit at NASA Johnson Space Center. The image was taken by a member of the Expedition 74 crew. The image has been cropped and enhanced to improve contrast, and lens artifacts have been removed. The International Space Station Program supports the laboratory as part of the ISS National Lab to help astronauts take pictures of Earth that will be of the greatest value to scientists and the public, and to make those images freely available on the Internet. Additional images taken by astronauts and cosmonauts can be viewed at the NASA/JSC Gateway to Astronaut Photography of Earth. Story by Lindsey Doermann.
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Scientists relied on satellite data to understand how the Antarctic glacier lost so much ice so rapidly.

The glacier in southeastern Svalbard pulses with the changing seasons, speeding up and slowing its flow toward the sea.

During the 2022 summer melt season, sediment plumes and fractured sea ice traced swirling eddies in a branch of the…
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The Southern Patagonian Icefield is the largest expanse of ice in the Southern Hemisphere outside of Antarctica. The mass of glacial ice extends hundreds of kilometers along the spine of the Andes, feeding dozens of dynamic outlet glaciers that grind their way down from higher elevations. Many of these rivers of ice terminate in the sea or in proglacial lakes.
An astronaut aboard the International Space Station photographed one of these glaciers—Tyndall Glacier in southern Chile—through a layer of ethereal clouds on May 10, 2026. Fragments of ice that had calved off its terminus were visible floating on Lago Geikie.
Like most Patagonian glaciers, Tyndall has been shrinking since the end of the Little Ice Age about 150 years ago. Lago Geikie formed at Tyndall’s terminus around 1940, according to glaciologist Mauri Pelto of Nichols College, and gradually expanded as the ice retreated. Part of the glacier previously terminated in Lago Tyndall to the east, but thinning ice cut off that outlet by 2010, Pelto said. (The ice’s retreat also exposed bedrock along its eastern edge that contains scores of ichthyosaur fossils.)
Along with thinning, ice calving off the glacier’s front has reduced its volume. Tyndall has lost 2.2 kilometers (1.4 miles) in length since November 2022, Pelto said, following about a decade of limited retreat with considerable thinning. A significant calving event in March and April 2023 contributed to the recent uptick in ice retreat. During that time, satellites observed several large icebergs breaking away from Tyndall’s terminus.
Austral autumn in 2026 was a time of active calving retreat at Tyndall (and some neighboring glaciers), Pelto said, albeit more incremental than three years prior. “The substantial crevasses crisscrossing the glacier near the calving front lead to many smaller icebergs,” he said. On the other hand, larger tabular icebergs tend to form when there are fewer deep crevasses near the terminus and the glacier’s ice is thinner.
The ice cliff at the terminus casts a substantial shadow, which can help scientists estimate the height of the glacier’s front. Pelto’s calculations, using information about the Sun’s position provided with the image, indicate that Tyndall’s front loomed 30–40 meters (100–130 feet) above the lake surface in May 2026. Observations from orbit, including astronaut photographs, can help scientists monitor and understand glaciers in remote regions where ground-based observations are scarce.
As for what comes next for Tyndall, Pelto expects many more small icebergs to continue breaking off, given the heavily crevassed appearance of the calving front. “Look for a burst of iceberg production next fall.”
Astronaut photograph ISS074-E-582898 was acquired on May 10, 2026, with a Nikon Z9 digital camera using a focal length of 560 millimeters. It is provided by the ISS Crew Earth Observations Facility and the Earth Science and Remote Sensing Unit at NASA Johnson Space Center. The image was taken by a member of the Expedition 74 crew. The image has been cropped and enhanced to improve contrast, and lens artifacts have been removed. The International Space Station Program supports the laboratory as part of the ISS National Lab to help astronauts take pictures of Earth that will be of the greatest value to scientists and the public, and to make those images freely available on the Internet. Additional images taken by astronauts and cosmonauts can be viewed at the NASA/JSC Gateway to Astronaut Photography of Earth. Story by Lindsey Doermann.
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La visita del presidente cinese a Pyongyang è servita a Pechino per rilanciare i rapporti con la Corea del nord, ma non ha prodotto accordi significativi. E il tema della denuclearizzazione della penisola coreana, come prevedibile vista la situazione regionale e internazionale, è sparito dai resoconti ufficiali
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A cento giorni dall'inizio della campagna militare condotta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il quadro che emerge è molto diverso da quello prospettato nelle prime fasi del conflitto. Nonostante i pesanti attacchi subiti, la Repubblica Islamica ha mantenuto intatta la propria struttura politica e militare, dimostrando una capacità di adattamento e resistenza che ha finora impedito il raggiungimento degli obiettivi strategici dichiarati da Washington e Tel Aviv.
Secondo numerose valutazioni, i bombardamenti hanno provocato danni significativi alle infrastrutture e alle capacità difensive iraniane, senza però determinare il collasso del sistema statale né la paralisi delle forze armate. Anche sul fronte interno, le aspettative di una rapida destabilizzazione politica non si sono concretizzate. Al contrario, la pressione esterna ha contribuito a rafforzare la coesione nazionale e a consolidare il sostegno alla difesa del Paese. In questo contesto già estremamente teso, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato una possibile risposta militare dopo l'abbattimento di un elicottero AH-64 Apache statunitense nelle acque vicine all'Oman.
In un messaggio pubblicato su Truth Social, il capo della Casa Bianca ha attribuito la responsabilità dell'incidente a Teheran e ha affermato che gli Stati Uniti “devono rispondere” all'accaduto. L'episodio si inserisce in una spirale di escalation che continua ad alimentare l'instabilità regionale. Mentre la Quinta Flotta nordamericana mantiene una massiccia presenza navale nel Mar Arabico, l'Iran prosegue le proprie operazioni nello Stretto di Hormuz, uno dei punti strategici più importanti per il commercio energetico mondiale. Le nuove minacce di Washington arrivano in un momento in cui la strategia della pressione militare non sembra aver prodotto i risultati sperati.
Lungi dall'essere piegato, l'Iran continua a conservare la capacità di reagire sul piano militare, di influenzare gli equilibri regionali e di incidere sui mercati energetici globali. Invece di avvicinare una soluzione del conflitto, le continue promesse di ritorsione da parte dell'amministrazione Trump rischiano così di spingere la crisi verso una fase ancora più pericolosa e imprevedibile.
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Si chiude con un fallimento uno dei più ambiziosi programmi industriali e militari dell'Unione Europea. Francia e Germania hanno deciso di abbandonare il progetto FCAS (Future Combat Air System), il sistema aereo da combattimento di nuova generazione che avrebbe dovuto rappresentare il pilastro della futura autonomia strategica europea. L'iniziativa, lanciata nel 2017 dal presidente francese Emmanuel Macron e dall'allora cancelliera tedesca Angela Merkel, prevedeva la realizzazione di un caccia avanzato supportato da droni e collegato a una sofisticata rete digitale di combattimento. Il valore complessivo del programma era stimato in circa 100 miliardi di euro e coinvolgeva anche la Spagna. Fin dall'inizio, tuttavia, il progetto è stato ostacolato da profonde divergenze industriali e strategiche.
Da un lato la francese Dassault Aviation rivendicava il controllo della progettazione del velivolo per proteggere il proprio know-how tecnologico; dall'altro Airbus, che rappresentava gli interessi tedeschi e spagnoli, chiedeva una gestione più equilibrata e una maggiore condivisione delle tecnologie. Alle rivalità industriali si sono aggiunte differenze politiche e operative. Parigi puntava a un velivolo in grado di trasportare armamento nucleare e operare dalle portaerei francesi, mentre Berlino era interessata principalmente a un caccia convenzionale destinato alla difesa aerea europea. Dopo mesi di stallo, i tentativi di rilancio promossi da Macron e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz non hanno prodotto risultati.
Nel corso dell'ultimo vertice tra Unione Europea e Balcani occidentali in Montenegro, i due leader hanno preso atto dell'impossibilità di superare le divergenze e hanno deciso di interrompere definitivamente il programma. Il collasso del FCAS rappresenta un duro colpo per le ambizioni europee di integrazione nel settore della difesa.
In un contesto segnato dalla guerra in Ucraina e dall'incertezza sul futuro impegno degli Stati Uniti nella sicurezza del continente, il fallimento del progetto evidenzia quanto sia ancora difficile trasformare le dichiarazioni sull'autonomia strategica europea in una reale cooperazione industriale e militare.
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Microsoft today released software updates to plug nearly 200 security holes across its Windows operating systems and supported software, a record number of fixes for the company’s monthly Patch Tuesday cycle. Nearly three dozen of those bugs earned Microsoft’s most dire “critical” rating, and exploit code for at least three of the weaknesses is now publicly available.
The software giant said in a blog post last month that both its engineers and the security community are increasing using artificial intelligence tools to find bugs, meaning this month’s heavy Patch Tuesday may start to become the norm, said Satnam Narang, senior staff research engineer at Tenable.
“Some surveys put AI usage among security professionals generally at 90%, so it’s unsurprising that this volume of patches may be the norm,” Narang said. “Pandora’s proverbial box has been opened, and as more advanced AI models become available, we expect the norm to continue upward across the board, not just for Patch Tuesday.”
June’s zero-day bugs include CVE-2026-49160, a denial of service vulnerability affecting a range of web servers, including Microsoft Internet Information Services (IIS). Microsoft says the flaw was reported by OpenAI’s Codex.
Two of the zero-days addressed this month appear to stem from recent vulnerability disclosures by Nightmare Eclipse, the nickname chosen by a security researcher who has been dropping exploits for various Windows flaws. One of those, dubbed “GreenPlasma,” leverages an elevation of privilege weakness in the Windows Collaborative Translation Framework, the same framework patched today in CVE-2026-45586.
Nightmare Eclipse also last month released “YellowKey,” an exploit for a Windows BitLocker vulnerability that allows an attacker with physical access to view encrypted data, and CVE-2026-50507 is a patch for an elevation of privilege bug in BitLocker.
Microsoft received heavy blowback on social media last month after it said in a blog post that it was considering taking legal action against the security researcher. The company later clarified on Twitter/X that while it has no intention of pursuing legal actions against researchers, it would report them to authorities if they break the law. The advisories for CVE-2026-49160 and CVE-2026-50507 do not credit any researchers in the acknowledgement section, saying only that “Microsoft recognizes the efforts of those in the security community who help us protect customers through coordinated vulnerability disclosure.”
Nightmare Eclipse claims to be a former employee of Microsoft, although Microsoft has not responded to questions about this claim. Rapid7 notes that a recent blog post by Nightmare Eclipse included an image of Albert Wesker, a character from the Resident Evil video game series who formerly worked as a researcher for a technology company before going rogue.
Nightmare Eclipse has pledged to release even more zero-day exploits for Windows in what they called a “bone shattering” drop planned for July 14 (the same day as next month’s Patch Tuesday). Immediately following the release of Microsoft patches today, the researcher published an exploit for what they claimed was a zero-day bug in Windows Defender.
While 200 vulnerabilities may be a record for Patch Tuesday, the actual number of security flaws Microsoft addressed this month is far higher, said Rapid7’s Adam Barnett.
“So far this month, Microsoft has provided patches to address 360 browser vulnerabilities, which is an order of magnitude more than has been typical in any given month over the past few years,” Barnett wrote. “As usual, browser [flaws] are not included in the Patch Tuesday count above. Indeed, the vast, and presumably sustained, uptick in the number of browser vulnerabilities has led to Microsoft no longer enumerating Chromium CVEs in the Security Update Guide.”
Microsoft also patched a zero-day vulnerability in Visual Studio Code that allows attackers to steal GitHub tokens with a single click. The company was forced to push a stopgap fix for the flaw on June 3, after a researcher published instructions showing how to exploit it. The researcher said they opted not to work with Microsoft because of a recent experience wherein Redmond silently patched a flaw they reported without offering credit or recognition.
Microsoft battled its own internal zero-day emergencies last week, after at least 72 of the company’s public code repositories were infected with a variant of the Shai-Hulud worm. Researchers found that all of the affected packages were connected to Microsoft official Azure Durable Task SDK, which got hit by the same Shai-Hulud worm in May.
Other major software makers are also shipping outsized update bundles this month. Adobe has released updates to fix a massive number of critical vulnerabilities across a range of products, including Adobe Experience Manager, Acrobat Reader and Cold Fusion. On June 3, Google resolved a whopping 429 vulnerabilities in its latest Chrome browser update (Chrome automatically downloads updates but installing them usually requires a complete restart of the browser).
As ever, please consider backing up your data before applying operating system updates, and drop a note in the comments if you run into any problems with this month’s patches.
Further reading:
Microsoft’s Security Update Guide
Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10763-6
Author Correction: De novo design of quasisymmetric two-component protein cagesNature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10763-6
Author Correction: De novo design of quasisymmetric two-component protein cages



Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01826-9
Weakening of a major ocean-current system is causing temperatures to drop in a patch of the Atlantic Ocean.di Franco Ricciardiello
Sergej Roić, Dura Madre. L’infinito di Leopardi, pp. 130, euro 14,00, Mimesis, 2026
Leggere un romanzo di Sergej Roić ricorda un po’ l’esperienza di pattinare su un lago di ghiaccio in una giornata di nebbia: non puoi prevedere cosa troverai voltando la pagina, e rischi di continuo che la narrazione si apra precipitandoti in un altrove che non ti aspetti.
Roić, svizzero di origine croata, scrive in italiano; ha già pubblicato con Mimesis Editore tre romanzi, Wish you were here (2017), Solaris parte seconda (2019) e Feríta. Giovanna d’Arco 1971 (2022), e in tutti e tre gioca a nascondino con alcuni tópoi della fantascienza, genere che evidentemente conosce — quantomeno i suoi autori più letterari. Tra i quattro, questo mi sembra il più radicale benché, a dire il vero, non ci sia nulla di sperimentale nella scrittura; al contrario, la semplicità e la bellezza della frase risaltano immediatamente. Ciò che destabilizza, rispetto a una narrazione tradizionale, è la diluizione del filo della trama in una struttura che richiede di continuo l’attenzione del lettore, e in cui ogni frase sembra alludere a qualche significato nascosto tra le parole.
C’è del resto molta riflessione filosofica nella scrittura di Roić, nel caso di questo romanzo si tratta di alcune speculazioni di Giacome Leopardi (richiamato esplicitamente solo nelle ultime pagine del testo), sull’infinito naturalmente, ma anche sulla struttura del reale — e sembra di sentire qualche eco di Immanuel Kant sulla realtà-in-sé. Soprattutto, la riflessione centrale è intorno al tema della Memoria. “Nella passione, il ricordo tende all’intemporalità” scrive J.L. Borges nella sua Storia dell’Eternità (Adelphi, 2014), la memoria concatena impressioni che si evocano a vicenda: e questo è il significato profondo che ho letto nella struttura di Dura madre, imperniata su una serie di ricordi e sul diario di uno dei protagonisti.
Nel 2564, il direttore del Progetto Memoria nella città di Nuova Lisbona lavora sull’esperienza vissuta dai fratelli Nazor, sulle loro riflessioni intorno alla forma dell’universo. Il primogenito Neven Nazor, nella breve parte a lui dedicata, evoca immagini irreali, che egli definisce “idee-allucinazioni”, affidate, oltre che alla ricerca scientifica, anche a un manoscritto ritrovato dal fratello a bordo della barca sulla quale ha trascorso un rilevante periodo della propria vita.
La parte maggiore del libro è occupata dal diario di Mario Nazor, fratello minore di Neven, dai suoi ricordi, dalle peregrinazioni a bordo della barca a vela Vesna in un mondo dalla geografia diversa da quello che conosciamo. A giudicare dai toponimi, inventati, sembra che l’ambientazione sia tra il Nordest italiano, l’Austria e soprattutto la Jugoslavia, con le migliaia di isole della Dalmazia a fare da sfondo alla navigazione.
Mario Nazor riceve in eredità, con sua stessa sorpresa, la Vesna, la bianca imbarcazione dalla quale Neven non si separava mai, e decide di partire sulle sue tracce; l’amica del cuore Fanny, più giovane di lui di una decina d’anni, accetta di accompagnarlo, incuriosita dai misteriosi racconti di Mario sulle visioni del fratello maggiore.
Poco alla volta Mario tira fuori dalla memoria racconti sulla terra d’origine dalla madre Tanja, soprattutto su un clan quasi mitologico, la famiglia Bili, tutti albini da generazioni, che possiedono la facoltà di ricordare pressoché tutto: ecco di nuovo il tema della Memoria, la dura madre del titolo, la meninge esterna che avvolge il cervello e lo protegge da traumi e contaminazioni che arrivano dal sistema circolatorio, ma che in virtù della magia delle parole assorbe nel testo il significato della Natura leopardiana, una madre dura dunque, simbolo del funzionamento meccanicistico del mondo alla cui idea si ribellava il poeta.
Non è semplice la lettura di un libro di Sergej Roić, tuttavia è bello rimuovere i freni della mente e lasciarsi galleggiare nel mare di apologhi, di brevi racconti, di storie che sembrano aggiungere ogni volta un tassello alla comprensione del tutto, però non bisogna illudersi che il significato sia lì, esplicitato sulla carta prima della parola “Fine”.

Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01826-9
Weakening of a major ocean-current system is causing temperatures to drop in a patch of the Atlantic Ocean.
“La cultura è il petrolio d’Italia”: inizia con queste precise parole il documento programmatico che ha indetto lo sciopero della cultura per il prossimo 12 giugno. Una mobilitazione che vede in prima linea, come promotrici, sia le sigle del sindacalismo di base sia la Cgil.
Dietro questa data c'è un percorso difficile e tortuoso durato un anno; dodici mesi di discussioni che, alla fine, hanno prodotto una piattaforma avanzata. È un peccato, però, che alcune realtà associative e sindacali che avevano sottoscritto il progetto iniziale siano poi svanite nel nulla al momento di proclamare lo sciopero.
Scioperare al fianco della Cgil non può e non deve essere un elemento divisivo. Al contrario, rifiutare la convergenza rischia solo di desertificare il mondo del sindacalismo di base, nel tentativo velleitario di rappresentare da soli istanze importanti che, in realtà, sono patrimonio comune di molteplici sigle e movimenti.
Quello del 12 giugno si preannuncia come uno sciopero complesso. È stato lanciato in settori storicamente difficili da mobilitare, dove l'astensione dal lavoro fatica a registrarsi e la sindacalizzazione è sporadica. In questi ambiti, purtroppo, la logica dell'appartenenza alle cooperative prevale ancora sulla pura rivendicazione salariale e contrattuale.
Tuttavia, lo sciopero resta un'arma formidabile, nonché l'occasione ideale per restituire dignità agli operatori culturali e dare visibilità alle loro storie umane e professionali. E parliamo non a caso di professionalità, dato che da anni assistiamo al ricorso sistematico ai volontari in sostituzione di personale regolarmente formato e contrattualizzato.
Oggi i luoghi della cultura sono diventati ambiti privilegiati per campagne politiche e pubblicitarie o per iniziative militariste. Ci si ricorda della forza lavoro invisibile dei beni culturali solo quando emergono le contraddizioni del sistema. È ormai acclarato che la giungla dei contratti e delle retribuzioni ha creato profonde disparità di trattamento, spingendo i salari verso il basso e generando dinamiche di sfruttamento e ricatto. A questi stipendi da fame, inevitabilmente, seguiranno in futuro assegni previdenziali miseri.
Da decenni si preferisce non investire in cultura, sanità, servizi sociali, istruzione e transizione energetica. L'accesso alla cultura, da fondamentale diritto di cittadinanza, si è trasformato in una sorta di privilegio. Eppure, recuperare i beni culturali dovrebbe avere la stessa priorità della messa in sicurezza idrogeologica dei territori: un obiettivo da perseguire a prescindere dal colore dei governi, condiviso erga omnes (nei confronti di tutti).
Di recente, i lavoratori dei beni culturali hanno preso una ferma posizione contro la decisione di ospitare il Padiglione Israele alla Biennale d'Arte di Venezia. Lo sciopero viene indetto assumendo anche questo punto di vista: un'aperta opposizione all'economia di guerra e alla militarizzazione dei territori, che si affianca alla denuncia della svalorizzazione del lavoro.
Siamo di fronte a un utilizzo strumentale dei beni culturali, a tagli continui e a una precarizzazione che ci allontana dal riconoscimento della dignità del lavoro culturale. Per invertire la rotta, è necessario partire dalla reinternalizzazione dei servizi e della forza lavoro, aumentando le assunzioni nel Ministero della Cultura e nelle pubbliche amministrazioni per colmare una cronica carenza di organico. Superare il sistema degli appalti e delle concessioni, denunciare le "farlocche" Partite IVA e stabilizzare i precari: queste sono proposte ragionevoli per le quali vale davvero la pena incrociare le braccia.
Infine, vi è il tema del diritto di sciopero. I beni culturali rientrano infatti tra i settori che devono assicurare i servizi minimi essenziali; l'estensione della legge 146 a questo comparto rappresenta una ferita ancora aperta che limita fortemente le possibilità di protesta.
Chi volesse leggere la piattaforma integrale può trovarla facilmente sul sito dell'associazione "Mi Riconosci", la realtà che per prima ha creduto in questa mobilitazione. Il 12 giugno, chi non potrà scioperare perché appartenente ad altri comparti non esiti a esprimere solidarietà attiva a questi lavoratori: ne va del loro futuro, anzi, del futuro di tutti noi.

En réponse à Gregnalex.
Je suis preneur aussi…. Je cherche une solution alternative….
L'Unione Europea continua a essere preda di una russofobia irrazionale, così Bruxelles si prepara a varare un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, il ventunesimo dall'inizio dell'operazione militare speciale in Ucraina. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato la proposta, che sarà discussa dai ministri degli Esteri dell'Unione il quindici giugno. Tra le novità più rilevanti spicca l'idea di aggiungere trenta petroliere alla lista nera delle navi soggette a restrizioni. Si tratta di un'estensione significativa, perché porterebbe a seicentotrentadue il numero complessivo di imbarcazioni già colpite dalle misure Ue. Contestualmente, l'UE intende mantenere invariato il tetto massimo al prezzo del greggio russo, introdotto nei mesi scorsi per limitare le entrate energetiche di Mosca senza provocare bruschi rialzi sui mercati globali.
Non finisce qui. La Commissione propone anche di vietare la vendita di navi metaniere verso la Russia, un settore finora rimasto ai margini delle sanzioni. Inoltre, sarebbero colpiti direttamente alcuni porti, aeroporti e impianti di raffinazione coinvolti nel commercio o nella lavorazione del petrolio russo. La responsabile della diplomazia europea, l'ineffabile Kaja Kallas, ha aggiunto su X che l'Unione punta a bloccare le transazioni relative a due porti e quattro aeroporti russi.
Una delle misure più politicamente rilevanti riguarda le persone. Von der Leyen ha spiegato che la Commissione propone di estendere il divieto di ingresso nell'Unione a tutti i partecipanti all'operazione militare speciale russa. Finora le restrizioni colpivano soprattutto figure di spicco dell'establishment, ma l'idea è ora di allargarle a una platea molto più ampia.
Sul fronte finanziario, le nuove sanzioni mirano a novanta istituzioni in tutto il mondo. Tra queste, come precisato dalla presidente della Commissione, ci sono trentuno banche russe e altre venti tra istituti di credito, piattaforme di criptovalute e operatori petroliferi internazionali. Kaja Kallas ha aggiunto che i beni di novanta banche, sia russe che di Paesi terzi, sarebbero congelati. Inoltre, l'Unione europea bloccherebbe le transazioni su undici piattaforme di criptovalute.
Le restrizioni alle esportazioni si fanno più dure. Bruxelles vuole vietare la vendita alla Russia di metalli, leghe e componenti per droni. Parallelamente, continuerà il divieto di importare merci russe come metalli e parti di ricambio. Un punto interessante è che le limitazioni all'export colpiranno anche aziende con sede in Cina, Turchia, Kirghizistan, Emirati Arabi Uniti e India, considerate canali indiretti per aggirare le sanzioni. Tra i prodotti di cui si bloccherà l'uscita verso la Russia ci sono leghe ad alte prestazioni, nickel in polvere, minerali pregiati e sostanze chimiche.
Per la prima volta, infine, le sanzioni europee toccheranno il settore della pesca. In particolare, arriverà il divieto totale di esportare merluzzo verso l'Unione, una misura che colpirà un comparto finora rimasto relativamente protetto. La Commissione definisce questo pacchetto come il più ampio degli ultimi due anni, e le restrizioni all'export riguarderanno non solo la Russia ma anche la Bielorussia, segno che l'intenzione è stringere ulteriormente le maglie intorno ai due alleati.
Resta però una domanda di fondo, che a Bruxelles nessuno sembra volersi porre davvero. Ventuno pacchetti di sanzioni dopo, l'economia russa non è stata minimamente indebolita nella sua capacità di sostenere lo sforzo bellico. Anzi, Mosca ha reindirizzato le sue esportazioni verso altri mercati, ha trovato nuovi canali finanziari e continua a incassare dalle materie prime. Il vero prezzo, invece, lo stanno pagando le imprese europee, che hanno perso mercati storici e competitività, e i cittadini dell'Unione, costretti a sopportare bollette più care, inflazione alle stelle e una recessione strisciante. Eppure l'Europa continua a battere masochisticamente sullo stesso tasto, come se l'ennesimo giro di vite potesse stavolta funzionare.

Cosa c’entrano queste tre cose nel titolo? Prima di chiedervi di imbarcarvi nella lettura di un post che riprende quello sulle diseguaglianze della scorsa settimana, provo a spiegarlo in due righe: gli USA sono un paese dove troppe persone non arrivano a fine mese e dove l’impatto dell’IA rischia di peggiorare le cose – almeno nel breve/medio termine – per coloro a cui va meglio. La preoccupazione per il reddito e quella per il rischio di perdere il lavoro hanno un impatto sui comportamenti elettorali delle persone.
Ricordate? Nei mesi scorsi è capitato che Zohran Mamdani vincesse le primarie e poi le elezioni a New York parlando di affordability (potersi permettere le cose). Dopo di lui fecero una campagna simile ma più moderata nelle proposte anche Abigail Spanberger e Mikie Sherril, le due donne divenute governatrici di Virginia e New Jersey.
Un sondaggio Gallup dell’aprile 2026 segnala come il 35% degli americani ritenga la sua situazione economica “only fair” e il 19% “poor”, si tratta di un dato più o meno simile a quello che si registra dalla pandemia di Covid in poi, segno che quella e l’inflazione hanno cristallizzato una situazione.
Secondo la Kaiser Foundation, che si occupa di Sanità, il 36% degli adulti dichiara che negli ultimi 12 mesi ha rinunciato o rimandato cure di cui aveva bisogno a causa dei costi. Il 43% non ha preso le medicine prescritte per la stessa ragione.
Opportunity Insights, un gruppo di ricercatori di Harvard, segnala come la mobilità sociale che caratterizza il sogno americano stia diventando una merce sempre più rara. Se il 59% delle persone nate nel 1965 guadagnavano più dei loro genitori alla stessa età, per i nati nel 1985 questa percentuale scende al 50%. I cali più marcati sono tra le famiglie della middle class.
Dal 2020 a oggi il prezzo sono cresciuti più o meno del 25%, i salari non hanno tenuto il passo. L’effetto della chiusura dello Stretto di Hormuz e della conseguente assenza di fertilizzanti (e l’aumento del loro costo) non si è ancora fatto sentire sui prezzi al consumo se non sulla benzina e in misura minore che altrove, forse vedremo qualcosa alla stagione del raccolto, oggi quel che c’è nei supermercati è stato piantato quando i fertilizzanti c’erano.
I prezzi al consumo USA, salvo poche merci di cattiva qualità sono davvero incredibilmente alti. Se per decenni l’attitudine al consumo a debito e i flussi di merci cinesi a basso prezzo hanno compensato e nascosto la perdita di potere d’acquisto di un mondo del lavoro che vedeva sempre meno operai sindacalizzati e ben pagati (Union job è sinonimo di buon lavoro in America), oggi non è più così.
Il risultato è che il consumo del 20% più ricco è circa il 60% del totale, mentre il restante 80% si accontenta del 40%
L’indice Gini, che misura la diseguaglianza della distribuzione e che ha cominciato a crescere a partire dal 1980 (quando Ronald Reagan ha vinto le elezioni), è ai massimi di sempre e la quota del PIL destinata ai salari è scesa al livello più basso mai registrato.
Brookings Institution lancia una serie sulla affordability con un lungo paper in cui si segnala che:
Nel 2024, il 45,5% delle famiglie statunitensi non guadagnava abbastanza per arrivare a fine mese, percentuali simili si registrano a partire dal 2014. Nel paper anche una mappa sulla percentuale di persone stato per stato che non arriva a fine mese che riproduco qui sotto. La parte interessante sta nel dettaglio delle contee. Se nello Stato di New York poco meno della metà non arriva a fine mese, a Manhattan questa percentuale sale al 57% mentre nel Bronx crolla al 24%. I divari interni agli Stati e quelli tra bianchi e minoranze sono anche enormi. Chiedimi perché Alexandria Ocasio Cortez viene eletta in quel seggio o perché Mamdani è diventato sindaco.

Passiamo alla AI
In Utah, Texas e altrove ci sono proteste di grandi dimensioni contro la costruzione di data centre necessari per la AI. Non sono un esperto, ma ho l’impressione che almeno una parte di essi non sarebbe necessaria se la AI non volesse essere una merce di consumo, i bot con cui in milioni o miliardi chattano per chiedere aiuto o per fidanzarsi, come avvenuto in casi estremi e tragici finiti in suicidio.
Qui sotto la mappa di datacenterwatch delle proteste, centri per 16 miliardi sono stati fermati o ne è stata rimandata la costruzione. Contro ci sono repubblicani e democratici e la ragione è di doppia natura: l’impatto sull’ecosistema locale (acqua, inquinamento) in cambio di nulla o possibilmente di un impatto non locale ma generalizzato sull’occupazione.

Torniamo alla AI e all’impatto sull’economia USA. È cosa nota che senza la corsa folle dei titoli tecnologici le borse e anche l’economia USA, l’economia andrebbe piuttosto piano (qui un post della Fed di St. Louis che stima quanto la AI contribuisca al Pil nel 2025).
In questo post si racconta come una serie di enormi gruppi che vendono merci di consumo basiche (cibo, detersivi, igiene personale), catene di ristoranti, di supermercati, di abbigliamento, vedano risultati negativi da qualche anno con un peggioramento dopo il 2023 e che lo stesso si può dire per quei gruppi che comprano e gestiscono edifici da affittare (se i giovani non trovano lavori ben pagati, non si affitta bene, i più adulti comprano). Questo calo delle vendite non è collegato alla AI, il problema è che il mercato del lavoro tecnologico USA impiega un po’ meno di sei milioni di persone e gli americani nella forza lavoro sono circa 170 milioni. La crescita della IA, insomma, non è percepita in termini occupazionali se non nella parte che riguarda la costruzione di data center, cioé blue collar jobs, lavoro manuale. I dati sul mercato del lavoro USA degli ultimi mesi ci dicono che anche quando la dinamica è positiva, i white collar jobs tendono a non aumentare, segno di una tendenza che è innegabilmente legata all’introduzione della IA – nessun terremoto per ora, ma forse ne vedremo tra non molto.
Veniamo alla politica. Da un lato ci sono le proteste e una preoccupazione generalizzata per l’impatto della AI sul lavoro, il controllo, la guerra, dall’altro ci sono i dati e le analisi in questo articolo di Brookings, con cui si conclude questo lungo post. “62 delle 100 contee più esposte all’intelligenza artificiale (IA) a livello nazionale hanno votato per i democratici alle elezioni presidenziali del 2024. Queste contee rappresentano il 75% della popolazione delle 100 contee più esposte all’IA, e tra il 14% e il 19% dei lavoratori che vi risiedono svolge professioni in cui l’IA è teoricamente in grado di svolgere determinati compiti ed è già utilizzata per automatizzare il lavoro piuttosto che per potenziarlo (…) In parole povere, in media, le zone che votano democratico concentrano lavoratori impiegati in numerose professioni in cui questi ultimi hanno ragione di nutrire maggiori timori riguardo alla perdita del posto di lavoro causata dall’intelligenza artificiale rispetto ai lavoratori delle zone rosse. Pertanto, in vista delle elezioni di medio termine di novembre e oltre, le contee più blu degli Stati Uniti potrebbero diventare focolai di alcuni degli elettori più agitati dell’era dell’intelligenza artificiale.” In poche parole: i luoghi dove la IA viene prodotta e ha un impatto positivo sull’economia sono sia quelli dove oggi si crea occupazione ben pagata ma anche quelli che rischiano grosso domani. Questo più l’attitudine preoccupata dei più giovani per l’ambiente e altre questioni etiche legate alla IA produrranno qui e la degli spostamenti elettorali.
Da ricordare: negli anni 90-2000 l’economia USA andava benone, ma il lavoro nel manufatturiero calava in maniera costante. Questo ha prodotto città fantasma e contee decadenti e da anni parliamo del Midwest in crisi che vota a destra – il WTO e la globalizzazione sono viste come un prodotto dell’era Clinton. La deindustrializzazione e l’automazione delle fabbriche hanno avuto un enorme impatto sociale, economico e politico. I prossimi anni, forse anche le elezioni presidenziali del 2028, potrebbero essere quelle in cui è l’impatto socioeconomico dell’IA a essere il fattore determinante.
(il testo viene da American Diner, su Substack)
L'articolo Stati Uniti, il costo della vita, la IA e l’impatto sulla politica sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.
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La Nasa ha annunciato oggi la composizione dell’equipaggio della missione Artemis III: Randy Bresnik (comandante, Nasa), Luca Parmitano (Esa), Frank Rubio e Andre Douglas (specialisti di atterraggio, entrambi Nasa). È stato inoltre designato come membro di riserva dell’equipaggio l’astronauta Bob Hines (Nasa). L’equipaggio inizierà ora un rigoroso programma di addestramento per familiarizzarsi con i sistemi della navicella Orion e con il funzionamento dei sistemi di atterraggio con equipaggio umano, in vista di un’ambiziosa serie di dimostrazioni che precederanno la missione di atterraggio sulla Luna.

L’equipaggio della missione Artemis III. Da sinistra: Andre Douglas, Luca Parmitano, Randy Bresnik e Frank Rubio. Crediti: Nasa
Luca Parmitano, astronauta italiano dell’Esa, ha trascorso 366 giorni nello spazio nel corso di due missioni di lunga durata sulla Stazione spaziale internazionale, Volare e Beyond. Durante queste missioni, ha collaborato a centinaia di esperimenti, ha effettuato sei passeggiate spaziali per un totale di oltre 30 ore ed è diventato comandante della Stazione. Da quando è tornato sulla Terra, Parmitano ha ricoperto il ruolo di referente dell’Esa presso il Johnson Space Center della Nasa a Houston, agendo come “CapCom” e addestrando gli astronauti dell’Esa per le passeggiate spaziali e le operazioni robotiche. L’anno scorso Parmitano ha partecipato all’Underway Recovery Test 12 della Nasa, al largo delle coste della California, per simulare l’ammaraggio e il recupero degli astronauti di Artemis da un modello in scala reale della navicella Orion.
«Sono onorato di far parte di questo equipaggio e allo stesso tempo mi sento umile: i miei compagni di missione apportano un bagaglio di esperienze molto variegato, e non vedo l’ora di lavorare con loro, desideroso di imparare e di dare il mio massimo contributo nel mio ruolo. In qualità di pilota collaudatore, questa è davvero una missione da sogno, poiché potremo contribuire a testare i sistemi e a sviluppare le procedure affinché i futuri equipaggi possano spingersi più lontano e, in ultima analisi, riportare l’umanità sulla Luna», ha detto Luca Parmitano. «Sono molto grato all’Aeronautica militare per avermi fornito l’addestramento nelle mie prime fasi; all’Agenzia spaziale italiana – e all’Italia nel suo complesso – per avermi affidato il loro primissimo volo di lunga durata quando ero solo un novellino; all’Agenzia spaziale europea per l’addestramento, il sostegno infinito e le incredibili opportunità che ho avuto da quando sono diventato un astronauta dell’Esa, e alla Nasa per la sua leadership nel riportare l’umanità sulla Luna. È la conferma che l’Esa è un partner affidabile e la continuazione di una solida collaborazione che porterà un europeo sulla Luna».
«Artemis III amplierà i confini delle operazioni spaziali in orbita. La nomina dell’astronauta dell’Esa Luca Parmitano a pilota riflette la profonda competenza europea nel campo dei voli spaziali con equipaggio umano e fa leva sulla sua vasta esperienza operativa in situazioni di forte pressione», ha detto Josef Aschbacher, direttore generale dell’Esa. «Allo stesso tempo, il Modulo di servizio europeo (Esm) dell’Esa fornirà ancora una volta le capacità fondamentali che alimentano Orion, dimostrando il ruolo duraturo dell’Europa nel cuore stesso del programma Artemis. La notizia giunta oggi da Houston è un forte riconoscimento del ruolo dell’Esa nel rendere possibile il ritorno dell’umanità sulla Luna – e un progresso chiave nella nostra collaborazione con la Nasa. Gli europei possono essere orgogliosi di far parte di questo emozionante viaggio».
Fonte: press release Esa
La dichiarazione di Luca Parmitano (in inglese) sul canale YouTube dell’Esa:
Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01737-9
A systematic assessment of health-related queries to a chatbot powered by artificial intelligence highlights shortfalls in health-care provision and the responsibilities of AI companies.
Milano accoglie una nuova location destinata a diventare uno dei punti di riferimento per
pranzi,aperitivi, eventi e serate all’aperto. Giovedì 11 giugno 2026 arriva infatti la
grande inaugurazione di Cascina Corten Milano, il nuovo spazio situato nella zona di Merlata Bloom,
una delle aree più dinamiche e in forte crescita della città.
Per celebrare l’apertura è stato organizzato un esclusivo Opening Party con ingresso su accredito e drink omaggio per gli ospiti che parteciperanno all’evento inaugurale.

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Per partecipare gratuitamente basta Accreditarsi :
https://www.infomilano.news/eventi/inaugurazionecascinacorten/
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La nuova Cascina Corten si trova in Via Pier Paolo Pasolini 3, a pochi passi dal Merlata Bloom Milano, il nuovo polo commerciale e di intrattenimento che negli ultimi anni ha trasformato completamente questa zona della città.
L’obiettivo della location è offrire un ambiente moderno immerso nel verde, perfetto per pranzi,aperitivi al tramonto, eventi aziendali, feste private, DJ set e appuntamenti estivi.
L’evento inaugurale sarà l’occasione ideale per scoprire gli spazi della nuova struttura e vivere una serata all’insegna della musica e della convivialità.
Durante la serata gli ospiti potranno partecipare a:
Una formula pensata per chi cerca nuove location a Milano dove trascorrere una serata diversa dal solito, lontano dal caos del centro ma facilmente raggiungibile.
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Per partecipare gratuitamente basta Accreditarsi :
https://www.infomilano.news/eventi/inaugurazionecascinacorten/
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Negli ultimi anni Milano ha visto nascere numerosi spazi dedicati agli eventi outdoor, ma la zona Merlata rappresenta una delle novità più interessanti del panorama cittadino.
La presenza di ampie aree verdi, la vicinanza alle principali arterie cittadine e il continuo sviluppo del quartiere rendono Cascina Corten una location con un enorme potenziale per ospitare eventi, aperitivi, festival e appuntamenti musicali durante tutta la stagione estiva.
Chi ama scoprire nuove location a Milano troverà in Cascina Corten uno spazio completamente nuovo, ideale per vivere l’aperitivo in un contesto rilassato e contemporaneo.
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CASCINA CORTEN
Via Pier Paolo Pasolini 3, Milano
L'articolo Cascina Corten apre a Milano : Giovedì 11 Giugno la grande inaugurazione proviene da InfoMilano.news.
Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01737-9
A systematic assessment of health-related queries to a chatbot powered by artificial intelligence highlights shortfalls in health-care provision and the responsibilities of AI companies.Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10748-5
A unicellular relative links aggregative multicellularity to animal originsNature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10748-5
A unicellular relative links aggregative multicellularity to animal originsNature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01840-x
Fossilized poo harbours remains from mammoths, bison and big cats, including some of the oldest DNA ever reconstructed.
Il Ministero della Difesa russo ha riferito che le sue forze armate hanno attaccato infrastrutture di trasporto ed energetiche utilizzate dalle truppe ucraine, respingendo raid aerei e infliggendo numerose perdite al nemico.
Ha inoltre affermato che le forze di difesa aerea russe hanno intercettato nove bombe guidate, due missili HIMARS di fabbricazione statunitense e 551 droni ucraini nelle ultime 24 ore.
Ha inoltre specificato che l'esercito ucraino ha perso più di 1.300 soldati su tutta la linea del frontenelle ultime 24 ore.
Il ministero ha ripetutamente sottolineato che gli attacchi delle forze russe sono una risposta agli atti terroristici del regime di Kiev contro le infrastrutture civili e la popolazione russa.
In seguito al sanguinoso e deliberato attacco con droni da parte di Kiev contro un dormitorio studentesco nella città russa di Starobelsk, nella Repubblica Popolare di Lugansk, che ha causato 21 morti, per lo più adolescenti, il Ministero degli Esteri russo ha annunciato l'inizio di attacchi di rappresaglia "sistematici" contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino.

La Cina ha avviato la produzione e la distribuzione su larga scala di chip al nitruro di gallio pensati per le comunicazioni di nuova generazione. Secondo quanto riportato dal quotidiano South China Morning Post, sono già stati consegnati cinque milioni di questi semiconduttori destinati a dispositivi intelligenti che faranno parte di una rete 6G integrata tra lo spazio, l'aria e la superficie terrestre. Si tratta di un passaggio inedito: è la prima volta che chip di questo tipo vengono prodotti in massa e orientati verso applicazioni commerciali.
A sviluppare i componenti è stato l'Istituto di Ricerca numero 55 del China Electronics Technology Group Corporation, insieme alla sua filiale Nanjing Guobo Electronics. Vale la pena sottolineare che questa istituzione figura nella lista delle entità soggette a restrizioni del Dipartimento del Commercio statunitense, in ragione dei suoi legami con il comparto militare cinese.
La tecnologia in questione è concepita come un tassello fondamentale per il futuro delle comunicazioni 6G, ma anche per i programmi spaziali commerciali, i servizi di emergenza e la cosiddetta economia a bassa quota, ovvero quell'insieme di attività - come i droni commerciali e le consegne aeree - che si svolgono a quote relativamente basse. Ogni terminale integrerà un chip amplificatore di potenza, il cui compito è potenziare il segnale e trasmetterlo verso satelliti o stazioni terrestri anche a grande distanza.
Sul fronte dell'utilizzo civile, le prospettive sono però più sfumate. Cui Kai, analista di IDC, ha osservato che questi chip potrebbero trovare spazio nei telefoni di fascia alta o nei dispositivi di uso ufficiale, soprattutto per migliorare la connettività satellitare in aree prive di copertura mobile. Eppure la Cina dispone già di una rete cellulare capillare e ben sviluppata, il che riduce in parte la necessità immediata di queste soluzioni per l'utente comune.
La scelta del nitruro di gallio non è casuale e porta con sé una dimensione strategica precisa. A differenza dei tradizionali chip al silicio, quelli realizzati con questo materiale tollerano meglio le alte temperature, i voltaggi elevati e le frequenze necessarie per comunicazioni più rapide. Sono più compatti, più potenti e capaci di trasmettere informazioni su distanze maggiori. Il nitruro di gallio è già impiegato in radar, caricatori rapidi e sistemi di comunicazione avanzati, ma la produzione su scala commerciale rappresenta un salto qualitativo significativo.
A rendere la questione ancora più rilevante sul piano geopolitico è il fatto che la Cina è il principale produttore ed esportatore mondiale di gallio, il metallo alla base di questa tecnologia. Pechino esercita controlli severi sull'esportazione del gallio e dei suoi ossidi, un leva che si inserisce nel più ampio confronto tecnologico con l'Occidente. Per contenere i costi di produzione, i ricercatori hanno sviluppato una tecnica che consiste nel far crescere uno strato di nitruro di gallio su una base di silicio, combinando così le prestazioni superiori del primo materiale con un processo produttivo più economico e scalabile.

L'Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali del Perù (ONPE) continua ad aggiornare i risultati preliminari del secondo turno elettorale. Secondo il sito web dell'autorità, il candidato presidenziale di sinistra Roberto Sánchez è in vantaggio sulla candidata di destra Keiko Fujimori con il 95,152% delle schede scrutinate.
Secondo i dati forniti dall'ONPE, al momento il candidato di Juntos por el Perú (Insieme per il Perù) ha il 50,119% dei voti (8.881.344) contro il 49,881% della figlia del dittatore Alberto Fujimori e rappresentante di Fuerza Popular (Forza Popolare) (8.839.043 voti).
Il distacco tra i due al momento dell'aggiornamento ufficiale era di 42.301 voti. Lo scrutinio rimane molto serrato, ma conferma l'andamento previsto: l'inclusione delle schede scrutinate nelle aree rurali favorirebbe Sánchez, che gode di maggiore sostegno nell'entroterra peruviano.
#PerúDecide Roberto Sánchez, dice que respetará la voluntad popular, pero está tranquilo y confiado porque tiene la data de sus personeros en todo el país.@teleSURtv pic.twitter.com/5ZovjAShKA
— JAIME HERRERA (@JaimeHerreraCaj) June 8, 2026
Sánchez ha ribadito il suo appello ad attendere e rispettare i risultati ufficiali del ballottaggio, che determinerà il prossimo presidente per il mandato 2026-2031.
"Siamo molto fiduciosi e ottimisti, ma il fatto concreto e reale è che dobbiamo attendere i risultati, al 100% (dall'ONPE)", ha dichiarato Sánchez Palomino dopo aver partecipato a una sessione del Congresso della Repubblica.
Ha inoltre rivolto un "appello categorico a tutti gli attori politici affinché rispettino il risultato, qualunque esso sia, perché il Perù ha bisogno di stabilità".

di Giuseppe Giannini
L'attività predatoria dell'entità sionista chiamata, impropriamente, Stato estende le sue mire altrove. Non è corretto legittimare la potenza occupante la terra appartenente ad altra popolazione, perchè ne mancano i tre presupposti costitutivi: territorio, popolazione, sovranità. Ed anche quelli democratici su cui fondare il riconoscimento ed il dialogo con Paesi e popoli. Il primo elemento su cui è stato edificato il sogno di coloro che tornavano ed erano in cerca di una patria non ha le caratteristiche della terra nullius come sostengono i fanatici messianici "una terra senza popolo per un popolo senza terra". Conseguentemente, abusiva è la sovranità sulla popolazione, che solo in parte è di origine ebraica, ma maggiormente araba e "straniera", e vive secondo status differenti che, nel caso dei palestinesi, è un regime di apartheid.
Siccome la Knesset l'ha definito lo Stato-nazione del solo popolo ebraico difatto ha esplicitato la volontà discriminatoria verso chi tale non è. In quanto, viene in evidenza un elemento, la nazione, appunto, che è componente da ricomprendere all'interno del concetto più vasto di popolazione (includente anche gli stranieri per intenderci). In questo caso, vengono affidate competenze derivanti dalla cittadinanza, esercitate sulla base di elementi comuni (storia, religione, lingua), limitando o pregiudicando l'esercizio dei diritti da parte degli arabi. Il suprematismo bianco come presupposto per rivendicare ciò che non è loro.
Il colonialismo da insediamento ha esteso il potere su zone prima amministrate dai palestinesi. Cacciati, segregati, e destinatari di violenze e brutalità quotidiane. Un procedere "razionale" attraverso conquiste, annessioni, incendi, aggressioni ed uccisioni. Si chiama pulizia etnica.
Nel silenzio della comunità internazionale le operazioni militari ed i crimini proseguono. E così anche la guerra ad altri Stati, questi si, sovrani (il Libano, l'Iran).
Oltre a questo tipo di imperialismo ed alle impunità dei coloni c'è il coinvolgimento di attori privati e pubblici su porzioni di territori diversi, dal Sud America al Mediterraneo. Gli ebrei come gli americani: tutto gli appartiene e tutto gli è dovuto. Con accordi commerciali o con la forza. Un legame strettissimo tra israeliani e statunitensi, le cui vicende sono intrecciate e condizionano il decisionismo politico-economico (la pressione delle lobby e del settarismo religioso riguardo alle elezioni americane e alle scelte militari), ma diventano anche strumento di ricatto (il legame di Trump con Epstein, presunto agente del Mossad).
Sarebbe doverosa anche una riflessione, senza dar luogo a complottismi, sulla presenza stabile di figure israeliane nelle stanze del potere internazionale. Dai tanti politici e giornalisti di origine ebraica o vicini ad Israele al Parlamento Ebraico Europeo. Investimenti, compravendite e strategie economiche in piena violazione del diritto internazionale delineano un quadro di "colonialismo esterno", dove lo sfruttamento della ricchezza riguarda territori distanti. Trump vuole la Groenlandia e le terre rare ucraine, e si appropria del petrolio del Venezuela; Netanyahu firma gli accordi di Isacco con Milei per rinforzare la partnership in materia di sicurezza e la società Mekorot, già detentrice del monopolio sull'acqua nei territori palestinesi, firma accordi di gestione delle risorse idriche in Argentina.
Ci sono poi le attività estrattive dei giganti petroliferi mondiali (Chevron, Eni), che commercializzano risorse palestinesi in base a contratti illegali stipulati con Israele. E, ancora, la Striscia di Gaza da "riqualificare" come Resort per milionari. Piattaforme come Airbnb e Booking.com fanno turismo vendendo viaggi e appartamenti situati nelle colonie.
Dalle terre espropriate vengono immessi sul mercato prodotti agroalimentari e sfruttati i bacini idrici, che permettono ai coloni di costruire piscine, mentre il residuo (circa il 25%), spesso contaminato, viene destinato ai palestinesi. Il territorio occupato è diventato il laboratorio di sperimentazione delle tecnologie di Microsoft e Amazon, con software e algoritmi che tracciano e controllano la popolazione locale in cerca di bersagli (Palantir). Gli europei scambiano armamenti e sistemi di sicurezza, con l'Italia che già dal 2023 affida alle compagnie israeliane la cybersicurezza e, durante le scorse Olimpiadi invernali, collabora con gli agenti dei servizi americani ed ebrei. Mentre Cipro e Creta diventano zone di esercitazione militare per i soldati sionisti (Israele avamposto Nato nel Mediterraneo?), quando non si riposano (dopo aver trucidato i civili palestinesi) negli alberghi italiani.
I progetti immobiliaristi (coloniali) dei ricconi israeliani prevedono affari in Salento ed Albania, dove in seguito alla concessione in leasing dell'isola di Sazan al fondo legato a Kushner (genero di Trump e amico di Epstein) sono scoppiate violenti proteste. Gli interessi economici sono correlati al dominio coloniale. Il business è fondamentale per il genocidio della popolazione palestinese. Dalle multinazionali militari (Lockheed Martin, Leonardo) alle imprese impegnate nella ricostruzione (Caterpillar), ai fondi di investimento (Blackrock) e alle banche e alle compagnie assicurative (BNP, Paribas, Barclays, Allianz). Insomma, il colonialismo è sotto gli occhi di tutti. Gli affari sono affari, ma non possono passare sopra i diritti dei popoli e le esigenze dei territori.

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha denunciato a Ginevra, in Svizzera, che le misure coercitive unilaterali degli Stati Uniti contro Cuba stanno causando la morte di neonati per mancanza di forniture mediche di base.
L'impatto di questo assedio sui bambini è devastante. I dati ufficiali sulla salute pubblica mostrano che la mortalità infantile è raddoppiata, raggiungendo i 9,9 decessi ogni 1.000 nati vivi, mentre il tasso di sopravvivenza al cancro infantile è sceso dall'85 al 65%.
"L'inasprimento delle sanzioni statunitensi contro Cuba danneggia la popolazione e mette a rischio vite umane. È inaccettabile che i bambini muoiano per mancanza di forniture mediche essenziali. Queste sanzioni devono essere revocate immediatamente", ha dichiarato Türk sui suoi profili social.
La persecuzione finanziaria ha ridotto la fornitura di medicinali essenziali a un livello criticamente basso, pari al 30%, mentre l'avversione al rischio da parte delle aziende private ha paralizzato la distribuzione di 2.900 tonnellate di aiuti alimentari umanitari gestiti dalle Nazioni Unite e destinati alle popolazioni vulnerabili.
La carenza di carburante causata dall'embargo statunitense ha ridotto la produzione agricola interna del 60%, facendo lievitare i prezzi dei beni di prima necessità, mentre il timore di sanzioni da parte della Casa Bianca mantiene l'isola scollegata dai sistemi di pagamento internazionali.
"Cuba si trova ad affrontare un isolamento crescente. Le imprese se ne stanno andando. Sempre meno compagnie aeree volano verso il Paese. È praticamente tagliata fuori dai sistemi di pagamento internazionali. L'aumento delle temperature estive accresce il rischio di diffusione di malattie trasmesse da vettori e dall'acqua. La stagione degli uragani aumenta ulteriormente l'esposizione. Questo crea una tempesta perfetta per il deterioramento sociale ed economico e per la sofferenza del popolo cubano", ha dichiarato l'Alto Commissario delle Nazioni Unite.
Volker Türk ha inoltre ribadito che le aziende private devono rispettare i diritti umani a livello globale. A tal proposito, ha esortato il settore imprenditoriale ad evitare un'eccessiva adesione alle sanzioni statunitensi e l'interruzione indiscriminata dei rapporti commerciali, in conformità con le linee guida delle Nazioni Unite per le imprese.
Il diplomatico delle Nazioni Unite ha concluso che tali misure coercitive sono incompatibili con il diritto internazionale.

Ci sono domande che una società matura dovrebbe porsi regolarmente, eppure quasi mai emergono nel dibattito pubblico europeo. Una delle più urgenti è questa: chi sta realmente pagando il prezzo della guerra economica che l'Unione Europea sta conducendo contro la Cina? La risposta, se esaminata onestamente, è chiara: a pagare sono i cittadini europei. Pagano con prezzi più alti, opportunità di sviluppo perdute e un lento declino della competitività industriale, mentre le loro istituzioni dedicano enormi energie alla costruzione di muri protezionistici in nome di una sicurezza strategica che, in realtà, non appartiene loro.
Per decenni, l'Unione Europea ha costruito la propria identità economica su un principio difeso con fervore missionario: i mercati aperti. Bruxelles ha predicato al mondo le virtù della concorrenza internazionale. L'argomentazione era sempre la stessa: la concorrenza costringe le imprese a innovare, a migliorare la produttività, a offrire prodotti migliori a prezzi migliori, e il principale beneficiario è sempre il consumatore. Questo discorso è scomparso proprio nel momento in cui la Cina sta ottenendo successo nella competizione.
Il capitalismo impone la concorrenza come legge universale del mercato, e quella legge è tollerata finché vincono coloro che l’hanno sempre vinta. Quando la Cina – con il suo modello di intervento statale attivo, pianificazione strategica a lungo termine e ricerca deliberata della coesione sociale – dimostra di poter vincere anche in quel campo e con quelle regole, la ricetta cambia improvvisamente. La concorrenza cessa di essere un principio sacro e diventa un problema da gestire. Dazi sui veicoli elettrici cinesi che superano il 40%, inchieste antisovvenzioni con criteri che difficilmente sarebbero applicati agli stessi produttori europei, nuovi strumenti giuridici come il ‘Regolamento sui sussidi esteri’ che prendono di mira selettivamente le aziende cinesi. Tutto ciò fa parte di una strategia che, lungi dall’essere coerente, contraddice apertamente i principi su cui il capitalismo occidentale ha costruito la propria narrazione di legittimità: liberi mercati quando il vantaggio è dalla tua parte, protezione selettiva e regolamentazione quando il campo di gioco diventa troppo paritario.
L'aritmetica del protezionismo è brutale nella sua semplicità. Se un prodotto costa dieci euro e le istituzioni europee impongono dazi e oneri aggiuntivi, quel prodotto non costerà più dieci euro. Questa differenza non viene assorbita dall'esportatore cinese. Viene pagata dal lavoratore europeo che acquista quel prodotto. Viene pagata dalla famiglia che cerca un'auto elettrica a un prezzo accessibile. La guerra commerciale viene presentata come una difesa dell'Europa. Il conto arriva direttamente alle famiglie europee. In termini economici precisi, stiamo parlando di una tassa regressiva, non votata e gestita in modo opaco, che colpisce in modo sproporzionato chi ha meno risorse per scegliere alternative.
L'offensiva economica europea contro la Cina non è nata a Bruxelles, bensì a Washington. Il rapporto ha assunto sempre più le sembianze di quello tra un signore feudale e il suo vassallo: gli Stati Uniti identificano il nemico, l'Unione Europea lo adotta come proprio; gli Stati Uniti elaborano la strategia di contenimento, l'Unione Europea la attua. Nel frattempo, Washington protegge le proprie industrie con il programma di riduzione dell'inflazione e ingenti sussidi, e affronta il problema della competitività combinando dazi doganali e investimenti pubblici su larga scala. Bruxelles, vincolata dai propri dogmi del mercato unico, affronta il problema principalmente attraverso restrizioni. A pagare il prezzo di questa asimmetria sono, ancora una volta, i cittadini europei.
E, per di più, la strategia non sta funzionando. I dati lo dimostrano con una chiarezza che mette a disagio Washington. Il deficit commerciale statunitense ha chiuso il 2025 a 1.200 miliardi di dollari, praticamente identico all'anno precedente. Il surplus commerciale della Cina con il resto del mondo non è diminuito, bensì è aumentato, passando da 1.000 miliardi di dollari a 1.200 miliardi di dollari nello stesso periodo. Ciò è documentato dalla stessa Federal Reserve Bank di New York, la cui analisi mostra che la Cina ha reagito ai dazi riorientando le proprie catene di approvvigionamento attraverso il Sud-est asiatico: i componenti rimangono cinesi, l'assemblaggio finale si sposta in Vietnam o in Thailandia e il prodotto raggiunge comunque il mercato statunitense. La strategia di contenimento non ha contenuto nulla. Ha reso la vita più costosa per la classe lavoratrice, ha generato distorsioni che oscurano la realtà dei flussi commerciali e ha dato alla Cina il tempo e l'incentivo per diversificare la sua integrazione nell'economia globale in un modo che la rende meno vulnerabile, non di più.
È inoltre importante ricordare che la Cina non si è mai comportata come un avversario attivo dell'Europa. Per decenni ha onorato i suoi impegni contrattuali, investito nelle infrastrutture europee e mantenuto aperto il suo vasto mercato interno alle esportazioni europee. L'etichetta di "rivale sistemico" attribuita alla Cina, adottata dall'Unione Europea nel 2019, seguendo il quadro concettuale imposto da Washington, non descrive una realtà oggettiva di comportamento ostile cinese nei confronti dell'Europa. Descrive piuttosto una posizione europea di allineamento strategico con la visione geopolitica statunitense. E questo allineamento ha costi concreti: ogni escalation delle tensioni con Pechino comporta il rischio di ritorsioni contro le principali esportazioni europee. Le automobili tedesche, i beni di lusso francesi, i macchinari italiani e la carne di maiale e l'olio d'oliva spagnoli si vendono più in Cina che in qualsiasi altro mercato. Sacrificare questi rapporti in nome di un confronto la cui logica non è stata concepita in Europa significa, semplicemente, darsi la zappa sui piedi.
Le possibilità di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa sono tuttavia enormi. L'Europa ha urgente bisogno di batterie, pannelli solari e dell'intera catena tecnologica che renda possibile la decarbonizzazione della sua economia. La Cina è leader mondiale nella produzione di tutti questi componenti. Imporre dazi sui veicoli elettrici e sui pannelli solari cinesi rende la transizione energetica più costosa per gli stessi cittadini europei, in nome della protezione dei produttori locali che devono ancora dimostrare di poter produrre i volumi necessari a prezzi accessibili.
L'Europa non si rafforza impoverendo i suoi cittadini o intrappolandosi in una logica di confronto concepita dall'altra parte dell'Atlantico. Si rafforza impegnandosi nella reindustrializzazione fondata sull'iniziativa pubblica, sulla pianificazione strategica e sull'innovazione orientata al bene comune. E questa forza non richiede lo scontro con la Cina: richiede la cooperazione con essa nella transizione energetica, nella ricerca scientifica e nella connettività globale. Richiede inoltre di estendere questa logica di cooperazione ai popoli del Sud del mondo, costruendo relazioni di sviluppo reciproco laddove attualmente prevalgono l'estrazione e la dipendenza. Un'Europa concepita in questo modo avvantaggia i lavoratori sia qui che là. La domanda a cui le loro istituzioni non sono ancora riuscite a rispondere è se siano disposte a supportare quel progetto, o se continueranno a supportarne un altro.
*Ex europarlamentare, responsabile della solidarietà internazionale di Izquierda Unida

Il capo dell'FSB, Alexander Bortnikov, ha avvertito durante una recente riunione del Consiglio dei capi delle agenzie di sicurezza e dei servizi speciali della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) che "l'Occidente cerca di ostacolare i processi di integrazione e minare la stabilità nei paesi della CSI dall'interno, facendo dimenticare alle nazioni la loro storia comune e cercando di metterle l'una contro l'altra per prendere il controllo della situazione". Questo obiettivo viene perseguito in parte attraverso i nuovi "laboratori digitali" occidentali negli stati della CSI.
Nelle sue parole: "Secondo le informazioni in nostro possesso, la comunità dell'intelligence occidentale è dietro programmi volti a creare una rete di laboratori digitali in tutta la CSI, incaricati di raccogliere e analizzare, utilizzando tecnologie di intelligenza artificiale, profili comportamentali standard della popolazione, identificare aree di tensione sociale e modellare le risposte del pubblico a vari fattori esterni, comprese le azioni governative... Uno degli obiettivi è quello di implementare scenari adattabili di rivoluzioni colorate".
Questo era stato previsto nel 2017: "La Russia è accusata di 'sfruttare le tecniche di marketing per colpire gli individui in base alle loro attività, interessi, opinioni e valori' al fine di 'diffondere disinformazione e propaganda', ma nulla impedisce agli Stati Uniti di fare lo stesso, né di creare il Santo Graal della guerra ibrida 'integrando informazioni derivate da fonti personali e commerciali con la raccolta di informazioni e le capacità di analisi dei dati basate sull'intelligenza artificiale e sull'apprendimento automatico'".
Lo scopo sarebbe "massimizzare al massimo l'efficacia della sua strategia di comunicazione attraverso pacchetti di guerra informativa creati da algoritmi e personalizzati per ogni gruppo demografico di riferimento". Inoltre, "così come Russia e Cina sono accusate di 'usare la propaganda e altri mezzi per cercare di screditare la democrazia', allo stesso modo gli Stati Uniti potrebbero fare lo stesso contro i loro sistemi di governo 'sfruttando l'informazione, la libertà dei media democratici e le istituzioni internazionali'".
Questo potrebbe "minare la loro legittimità, promuovendo al contempo i propri valori, principi e l'ideologia di fatto dello Stato". Applicato alla CSI, come ha appena avvertito Bortnikov, questo "Santo Graal della guerra ibrida" verrà molto probabilmente utilizzato come arma per promuovere il panturchismo tra i membri della CSI dell'"Organizzazione degli Stati Turchi" (OTS), guidata dai turchi, che oltre all'Azerbaigian comprende anche Kazakistan e Kirghizistan, alleati della Russia nell'ambito dell'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). L'obiettivo immediato potrebbe essere quello di "far loro dimenticare la storia condivisa" con la Russia.
L'obiettivo secondario potrebbe quindi essere quello di indurre il Kazakistan a "disertare" dalla CSTO, incoraggiato com'è dal nuovo corridoio logistico militare della NATO verso la regione, le cui conseguenze strategiche anti-russe sono state qui messe in guardia, prima dell'obiettivo finale di riaccendere i processi di "balcanizzazione" all'interno della Russia. Questo scenario oscuro è stato elaborato qui e riguarda l'utilizzo come arma dell'autoproclamazione del Kazakistan come successore dell'Orda d'Oro per innescare insurrezioni musulmane laiche nelle regioni interessate.
È possibile che il progetto della Data Valley kazaka, in una delle sue regioni di confine con la Russia, che una volta completato sarà il più grande dell'Asia centrale, possa essere strumentalizzato dall'Occidente per promuovere questi tre obiettivi interconnessi, seguendo il modello inaugurato dal centro dati per l'intelligenza artificiale americano in Armenia. Come recentemente avvertito, il ritardo nell'attuazione della Dottrina Monroe russa verso sud "rischia di dare alla NATO il potere di ricattare la Russia, minacciandola di una guerra su vasta scala lungo tutta la sua periferia meridionale".
(Articolo pubblicato in inglese sulla newsletter di Andrew Korybko)

La missione iraniana presso l'AIEA ha respinto con fermezza la bozza di risoluzione presentata dalla troika europea e dagli Stati Uniti, definendola "inutile, politica e provocatoria".
La denuncia è arrivata martedì direttamente dalla delegazione della Repubblica Islamica dell'Iran, attraverso un documento informale distribuito ai membri del Consiglio dei governatori dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA), in vista del possibile voto sul testo contro Teheran.
Il documento in questione è stato depositato lunedì sera presso la segreteria del Consiglio dei governatori. Sostenuto da Regno Unito, Francia e Germania, il testo chiede che l'Iran fornisca chiarimenti formali all'agenzia sul destino dei siti nucleari bombardati e sull'uranio arricchito stoccato in quegli impianti. La bozza potrebbe essere messa ai voti già mercoledì, durante la riunione trimestrale del Consiglio.
La delegazione iraniana ha esortato gli Stati membri dell'AIEA alla massima cautela, avvertendo che la risoluzione è dettata da logiche puramente politiche e non tecniche. Secondo Teheran, la proposta ignora deliberatamente l'attuale contesto di sicurezza provocato dai recenti attacchi contro le infrastrutture nucleari del Paese, offrendo una visione del tutto distorta degli eventi.
Nel documento si legge che alcuni attori internazionali starebbero ostacolando la normalizzazione del dossier, impedendo che il programma nucleare pacifico iraniano venga valutato secondo criteri standard, tecnici e depoliticizzati. L'Iran ha avvertito che questa tendenza fa parte di una strategia più ampia, un precedente pericoloso che in futuro potrebbe colpire anche altri Paesi in via di sviluppo desiderosi di accedere in modo indipendente alle tecnologie nucleari per scopi pacifici.
Inoltre, la delegazione ha sottolineato come lo stesso rapporto del Direttore Generale dell'AIEA riconosca che le attuali criticità siano una conseguenza diretta delle azioni militari subite dall'Iran. A questo proposito, Teheran ha precisato che la sospensione di alcune attività di verifica non è stata una scelta unilaterale iraniana, bensì una misura di sicurezza eccezionale adottata dalla stessa AIEA, che per motivi di sicurezza aveva ritirato tutti i propri ispettori dal Paese fino alla fine di giugno 2025.
La bozza occidentale è stata quindi criticata per aver descritto la situazione come se le condizioni fossero di assoluta normalità, omettendo i raid subiti dagli impianti. L'Iran accusa direttamente il Paese promotore della risoluzione di essere il responsabile della crisi a causa dei suoi attacchi militari, e sostiene che Washington stia ora strumentalizzando le conseguenze di quei bombardamenti per lanciare nuove accuse in seno al Consiglio.
Al contrario, la delegazione iraniana evidenzia che il rapporto del Direttore Generale Rafael Grossi conferma la cooperazione in corso: grazie alla buona volontà di Teheran, le ispezioni sono riprese regolarmente in tutte le strutture non colpite dai raid. L'omissione di questi dettagli dimostrerebbe la natura selettiva e politica dell'iniziativa.
Infine, l'Iran respinge la narrativa del testo occidentale che, pur parlando di "soluzione diplomatica", attribuisce interamente le tensioni alle attività di Teheran, esigendo un ritorno ai negoziati "seri e senza precondizioni". La Repubblica Islamica ribalta l'accusa, indicando che l'escalation attuale è il risultato di due ondate di aggressioni senza precedenti da parte di Stati Uniti e Israele. Teheran, riaffermando di aver sempre negoziato in buona fede, ha concluso accusando gli Stati Uniti di usare il dialogo come un inganno per coprire successive azioni ostili, minando così la credibilità e l'indipendenza dell'intera AIEA.

Attenzione: Questo articolo contiene descrizioni di violenze sessuali e torture che potrebbero urtare la sensibilità di alcuni lettori.
Secondo un'inchiesta giornalistica di Al Jazeera, intitolata "Bodies of Evidence: Israel's Darkest Weapon", l'esercito israeliano avrebbe fatto un uso diffuso e sistematico dello stupro e della tortura sessuale contro i prigionieri palestinesi. Le conclusioni del reportage coincidono con quanto denunciato dai giudici della Corte Penale Internazionale (CPI), dalle Nazioni Unite, dalla relatrice speciale per i territori occupati Francesca Albanese e da organizzazioni per i diritti umani come il Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) e Euro-Med Human Rights Monitor.
I giornalisti di Al Jazeera hanno raccolto le testimonianze dettagliate di diversi ex prigionieri. Tra questi c'è Muhammad al-Bakri, un funzionario pubblico di Gaza, che ricorda con precisione il 10 aprile 2024, giorno della festività di Eid al-Fitr. Arrestato un mese prima, al-Bakri era già stato sottoposto a percosse e privazioni. Quel giorno, insieme ad altri sette prigionieri, è stato spogliato, bendato, ammanettato e abusato dai soldati.
"Gridavamo: 'Oh Signore, oh Dio', ma loro ridevano e ci filmavano", ha raccontato al-Bakri, confermando inoltre che le guardie aizzavano i cani da guardia affinché attaccassero i prigionieri durante le violenze. "Non c'era pietà. È durato tutto per circa venti o trenta metri. Poi ci hanno ordinato di rivestirci e ci hanno riportati in cella".
Una sorte analoga è toccata a Job, un operaio di Gaza e padre di famiglia, arrestato e interrogato su presunti legami con l'attacco del 7 ottobre 2023, di cui non sapeva nulla. Job ha riferito ad Al Jazeera di essere stato immobilizzato a terra da alcune soldatesse che lo hanno abusato utilizzando oggetti artificiali, mentre gli altri militari presenti applaudivano e filmavano la scena. Durante le detenzioni, i prigionieri venivano privati della propria identità e contrassegnati solo da numeri.
Sebbene le accuse di abusi nelle carceri israeliane abbiano radici decennali, il reportage evidenzia come le violenze abbiano subito un'impennata dopo l'inizio delle operazioni militari a Gaza nell'ottobre 2023. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato a marzo 2025 ha evidenziato prove di violenze sessuali e di genere "sistematiche", portando all'inserimento di Israele nella "lista nera delle Nazioni Unite sulle violenze sessuali nelle zone di conflitto".
L'intento di tali pratiche, come spiegato da Francesca Albanese ai microfoni di Al Jazeera, va oltre l'infliggere dolore fisico: punta a distruggere psicologicamente la vittima e la sua capacità di ricostruire la propria intimità. "La brutalità ha raggiunto livelli senza precedenti, trasformandosi in una pura dinamica di vendetta", ha affermato la relatrice ONU, descrivendo l'uso ricorrente di oggetti, barre di metallo e scariche elettriche.
L'inchiesta analizza anche i fattori culturali e politici che alimentano questi abusi. Esperti come il sociologo Yehouda Shenhav-Shahrabani e organizzazioni come B'Tselem spiegano che ampi settori della società israeliana sono condizionati a considerare i palestinesi come individui non meritevoli di diritti umani. Dichiarazioni pubbliche di leader politici – tra cui l'ex ministro della Difesa Yoav Gallant, che definì gli avversari "animali umani", o il presidente Isaac Herzog, che ha attribuito la responsabilità del 7 ottobre all'intera popolazione di Gaza – hanno contribuito a sdoganare la violenza collettiva.
Sul fronte giudiziario prevale l'impunità. Nonostante le indagini internazionali vengano ostacolate dalle autorità israeliane, nel luglio 2024 la diffusione di un video riguardante lo stupro di un detenuto nel campo di Sde Teiman aveva portato all'arresto di 10 agenti. Tuttavia, le proteste dell'estrema destra e il sostegno di alcuni parlamentari hanno spinto le autorità a far cadere ogni accusa. Al contrario, l'ufficiale donna sospettata di aver diffuso il filmato è stata arrestata, e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha definito la fuga di notizie come "il più grave danno di pubbliche relazioni" per il Paese dalla sua fondazione. Perfino alla Knesset, il deputato del Likud Hanoch Milwidsky ha difeso pubblicamente la legittimità delle violenze contro i detenuti ritenuti membri di Hamas.
Triestino Mariniello, professore alla Liverpool John Moores University e membro del team legale delle vittime di Gaza presso la Corte Penale Internazionale, ha chiarito ad Al Jazeera la rilevanza giuridica di queste prove:
"Se gli atti isolati costituiscono crimini di guerra, quando sono organizzati, diffusi e perpetrati all'interno di strutture statali senza che i responsabili vengano perseguiti, si configurano come crimini contro l'umanità, svelando l'esistenza di una precisa politica istituzionale".
Nonostante il cessate il fuoco formale imposto nell'ottobre 2025 dall'amministrazione statunitense guidata da Donald Trump, gli osservatori internazionali rilevano che le violenze e le operazioni di sfollamento forzato continuano a colpire la Cisgiordania e Gaza. Come concluso da Francesca Albanese, l'impatto di una simile violenza sistematica equivale a un tentativo di "distruggere un popolo in quanto tale".

Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01825-w
The shot reduced insulin use for people with type 1 diabetes and another autoimmune condition.Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01823-y
New research supports the value of household-level waste separation. But policies must also carefully consider consumer behaviours to maximize the quality of material collected.
Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01810-3
Archaeological findings from Italy, and machines with a life of their own, in our weekly dip into Nature’s archive.Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01825-w
The shot reduced insulin use for people with type 1 diabetes and another autoimmune condition.Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01823-y
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Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10769-0
Author Correction: PTC-bearing mRNA elicits a genetic compensation response via Upf3a and COMPASS componentsNature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-00799-z
Although undoubtably helpful in many ways, experimental assay kits risk undermining the fundamentals of science. How can we course correct?Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01690-7
Almost half of the scientists who responded said that they feel broadly negative towards artificial intelligence, but they think that some tools are better than others.Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01810-3
Archaeological findings from Italy, and machines with a life of their own, in our weekly dip into Nature’s archive.Non potevano certamente passare inosservati agli operatori di AAMPS/Retiambiente due “big bag” in polietilene di grosse dimensioni contenenti materiale di risulta da lavorazioni edili abbandonati nelle ore notturne accanto ad un cassonetto stradale per la raccolta dei rifiuti in località Le Vaschette sul Romito a ridosso della scogliera.
L'articolo Eternit abbandonato sul Romito: intervengono gli Ispettori Ambientali proviene da Aamps Livorno.
Je lis ces Khryspresso chaque semaine depuis des années, il était temps de prendre quelques secondes pour vous remercier de cet énorme travail de veille.
Bonjour à vous et merci pour votre travail.
[Edit] ma question ne semble plus pertinente: je me suis rendu compte qu’en choisissant d’aller sur la page du sondage (et non celle d’admin), je peux voir les résultats des votes groupés.
Par contre n’est-ce pas la page que verront aussi les votants (ce n’est pas souhaité qu’ils voient les résultats….) ?
____________
Utilisateur de longue date, j’ai créé un sondage classique avec Framadate Beta et j’ai modifié les réglages afin que seul l’administrateur puisse voir les votes.
Je m’attendais à pouvoir voir tous les votes d’un coup, comme sur un sondage dont les résultats sont accessibles aux votants. Cependant je ne vois que la liste des personnes ayant déjà voté et je suis obligé d’ouvrir chaque vote en cliquant sur “modifier” afin de voir chaque résultat ….
N’est-il pas possible dans ce cas (seul l’admin peut voir les votes) de voir un tableau avec tous les votes sans devoir les ouvrir un après l’autre, ce qui est laborieux?
Matériel: iPad Pro et iPhone avec dernières mises à jour
Merci d’avance pour vos réponses!
6 messages - 2 participant(e)s
Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10769-0
Author Correction: PTC-bearing mRNA elicits a genetic compensation response via Upf3a and COMPASS componentsNature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-00799-z
Although undoubtably helpful in many ways, experimental assay kits risk undermining the fundamentals of science. How can we course correct?Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01690-7
Almost half of the scientists who responded said that they feel broadly negative towards artificial intelligence, but they think that some tools are better than others.Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01234-z
Andrew Kythreotis re-evaluated his personal and professional priorities after a mid-career opportunity to move abroad fell through.Security is not a point-in-time exercise. It’s a cycle of testing, fixing, and starting over. Organisations that treat it as anything less quickly fall behind.
In the last decade, we’ve seen how offensive security practices such as penetration testing, combined with follow-up patching and mitigation strategies, have significantly strengthened defences. For instance, Active Directory hardening, EDR solutions, and endpoint security have evolved considerably thanks to insights from attack simulations.
Repeated internal testing followed by corrective actions will help reduce misconfigurations, close or reduce privilege gaps, and ultimately shrink the overall attack surface. A positive outcome of defensive maturity is that attackers often now have to spend more effort to execute a successful attack.
Modern Attackers Have an Easy Entry
Many significant attacks in 2025 didn’t rely on basic exploit methods alone to reach their end goal. Multiple techniques, including social engineering, MFA fatigue, misconfigured cloud services, token abuse, and trusted third-party access were also used to enable lateral movement.
For instance, Salesforce suffered a breach related to SalesLoft-Drift SaaS, now considered the largest SaaS supply chain breach in history. ShinyHunters/UNC6395, started with the exploitation of a vulnerability in an integration point between Drift and Salesforce. Once inside, attackers were able to get oAuth tokens and refresh tokens for hundreds of companies globally.
And, an attack against Marks & Spencer was one of a number of attacks on major UK retail outlets. The attack happened when malefactors used social engineering tactics and compromised third-party access to trick the retailer’s service desk employees into resetting their own user ID and password for the company’s internal systems.
As attackers evolve to incorporate varying techniques to reach their end goal, the security industry must continue to do the same.
Real Attackers Don’t Respect Security Silos
Whether mass exploitation or a targeted attack, the bad guys are often patient, taking their time to understand the victim’s environment before trying to break in. Stronger defences have the ability to delay or even thwart these attempts, many of which exist because offensive security exposed where defences were weakest, pointing out how attackers might get in, where their controls could fail, and how small issues together can add up to major risks.
Because offensive security is an ecosystem rather than a single activity, network, cloud, identity, and email attack paths all intersect. If you only test one of these environments in isolation, then you are missing how real attacks happen. A mature offensive security programme reflects this reality by using tooling and expertise to test across environmental and stage-level attacks.
As a result, an organisation’s offensive security suite should consist of a full-scale array of tools and services that help companies conduct proactive assessments of their defensive posture. This is tested using several methods including penetration testing, Red Team engagements, and Adversary Simulation to identify vulnerabilities, verify controls, and enhance an entity’s security posture.
We also now have tools and techniques to simulate AI-assisted attacks, targeted cloud abuse, and advanced phishing scenarios that conventional defences cannot stop. These capabilities extend and augment penetration testing and red teaming by helping teams test situations that were onerous or time-consuming to recreate a few years ago.
Change as the Main Goal of Testing
Offensive security is often misunderstood as purely a vulnerability-finding exercise. In practice, its value lies in context.
Penetration testing and adversary simulation provide real-world evidence of how vulnerabilities can impact a company’s overall resilience by showing whether segmentation can prevent an attacker from moving around the network, whether endpoint controls will slow them down, and whether or not the alerts will get to the right person at the right time. The insights from these tests can directly influence changes to network architectures, configurations for endpoints, and identity strategies.
Testing is only valuable as offensive security though if the results are used to create actionable recommendations that result in actual change. These fixes must, in turn, be tested to ensure they are effective. This very feedback loop converts testing into a resilient process.
A Human – Machine Balance
Today’s adversaries use a combination of automation and human insight. Examples of this include using AI to create phishing content, automated scanning and reconnaissance techniques, as well as scripted methods to exploit vulnerabilities. All of these are coordinated and controlled by a person who can assess and adjust the course if one method fails.
This is why defenders must operate similarly.
Most modern attacks are successful due to human factors. A hasty decision, a missed configuration change, or a patch applied too late. Offensive security has strengthened technical controls to the point that people are now the simplest way into a business.
This means there needs to be a balance between automation and human intelligence. Automation can provide rapid scale and consistency, while human expertise provides intuitive reasoning, creative problem solving, and a level of critical thinking and judgment.
Effective offensive security programmes will always use automation to rapidly evaluate large volumes of data and identify potential vulnerabilities and areas of risk and will use human expertise to analyse and understand the results from these evaluations, examine the edge cases, and see through the eyes of a bad actor.
Closing the Loop
Offensive security doesn’t work on its own. It should be part of the defence-in-depth strategy together with security awareness and detection and response.
Threat intelligence proves priority. Knowing that a vulnerability has been identified is helpful, but realising it’s being exploited changes priority. Training employees limits repeated exposures to common attack vectors, while an automated response facilitates immediate actions when required.
Organisations that use offensive security demonstrate maturity and improve their overall security posture by integrating these solutions into their broader security operations and shifting from being reactive to continuously improving.
So, Is Offensive Security Keeping Pace?
Yes, but again, not all by itself.
Offensive security has matured substantially. Threat actors are using more sophisticated and realistic tactics, tools have improved in capability, and the insights these solutions provide are more actionable than ever.
Properly implemented, it can keep pace with attackers as they hone their craft. There is no silver bullet, so the solutions that gain your trust will be those that can be incorporated into a disciplined process of testing, learning, and adapting.
Offensive security is most effective when used from the outset, as a catalyst that leads to better decision-making, more effective controls, and quicker responses.
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Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01815-y
Scientists with disparate expertise writing grants together can identify knowledge gaps and drive progress — but systems must change to incentivize them.Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01815-y
Scientists with disparate expertise writing grants together can identify knowledge gaps and drive progress — but systems must change to incentivize them.Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01209-0
By sticking to a clear strategy when reading, I get much more out of the literature, says Jacques Cornwell.
Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01836-7
A participant in a landmark clinical trial has been given a cellular-reprogramming treatment that aims to rejuvenate damaged cells in the eye.


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A white Ford pickup truck broke through a thick curtain of fog one morning in February, winding its way down a muddy farm road in California’s Central Valley. From it emerged a 64-year-old dairyman, burly and tan, who left the engine running as he lumbered toward me with open arms.
“You must be Mark,” I said, warning him I wasn’t one for hugging.
“I’m a hugger,” he said, pulling me in anyway. “I feel like I’ve known you for a lifetime.”
I had spent the past couple of weeks corresponding with Raw Farm founder Mark McAfee, who’d filled my inbox with messages and PowerPoints extolling the virtues of his most important, and controversial, product:
It is delicious.
It makes you feel good (the gut-brain serotonin and dopamine cycle).
It’s great for asthma and literally saves lives.
He was talking about raw milk, which, if you trust 150 years of bedrock science, offers little reason to consume. By definition, it has not been pasteurized, the simple process of heating milk to kill off harmful bacteria. Before the practice was widely adopted a century ago, thousands of babies died each year from illnesses linked to contaminated dairy. Today, most scientists and health experts agree that raw milk has no significant, proven nutritional benefits over its sanitized counterpart, cannot treat or cure disease and subjects its consumers to over 100 times the risk of foodborne illness, which can be especially dangerous for young children.
And yet, McAfee’s farm, the largest raw-milk dairy in the country, is pulling in about $30 million a year, meeting a growing demand from customers who say they want food that hasn’t been robbed of health benefits by industrial processing. Once drawing a fringe crowd, raw milk has been thrust into the mainstream in recent years by a potent mix of politics, wellness culture and a wave of suspicion that health institutions have been compromised by Big Pharma and Big Food. Its proponents have turned it into a symbol of freedom and defiance. More than 10 million Americans now drink it; national weekly sales rose by 65% from 2023 to 2024 alone.
Raw milk’s success confounded me: How had it gained such a foothold in this country, despite regular outbreaks of salmonella and E. coli, and even the discovery of bird flu in Raw Farm’s milk? More pressing still, what was the government doing to protect the public amid demands for products that scientists warn are risky, even deadly? Speaking with McAfee seemed like a good place to start; federal and state regulators had linked his business to more than a dozen recalls and outbreaks that had left hundreds of people ill.
“I’ve put a couple kids in the hospital, and they have been sick, but they recovered,” McAfee acknowledged before my visit. “But here’s the thing: I’m a pioneer. And I’m going against the grain here. I’m climbing a mountain they say you can’t climb.”

McAfee isn’t any ordinary farmer. He is a raw-milk zealot who has escaped serious sanctions despite two decades of skirmishes with the Food and Drug Administration and the Department of Justice, which have repeatedly accused him of breaking federal laws and regulations. The Biden administration was on the verge of a crackdown against his farm when President Donald Trump assumed office and turned over leadership of the nation’s health agencies to one of McAfee’s most notable customers.
The year before he was confirmed as the secretary of the Department of Health and Human Services, Robert F. Kennedy Jr. ran for president, using his campaign platform to decry the government’s “aggressive suppression” of raw milk. In his new role, he said he was “advocating” for it and celebrated the release of a federal report to Make America Healthy Again with a toast of raw-milk shooters in the White House.
For his part, McAfee isn’t just selling Kennedy’s favored milk. He is selling the notion that his dairy products are safe and healthy — for you, your kids, your grandparents — because his farm thoroughly screens its milk for bacteria.
“They think we’re some kind of a fringe, weird trend, and we are dead serious here,” McAfee said after he greeted me at his farm, which he runs with his adult son and daughter, 20 miles southwest of Fresno. “And you’ll see that in what we’re doing today.”
He led me into a cream-colored bungalow he called his pathogen laboratory, where two workers in lab coats prepared milk samples.
The farm screens each batch for four types of bacteria: salmonella, E. coli, campylobacter and listeria, all of which thrive in the intestines of cattle and can contaminate milk through microscopic flecks of infected feces. The microbes can cause a constellation of symptoms in humans, from vomiting and diarrhea to sepsis, kidney failure and even death.
“We catch these things and divert the milk immediately,” McAfee said of the pathogens.
I assumed that after diverting batches, the farm discarded them.
Later that day, I learned otherwise.
“We have a red-flag system here, where if there’s anything that gets really out of whack, they can immediately tag the milk, and it doesn’t go to anything but cheese,” McAfee told me. “Because, you know, cheese is resistant to pathogens.”
Research has shown that raw cheese is not, in fact, resistant to pathogens; while aging can mitigate some risk, harmful bacteria can still survive the usual 60-day maturation process.
Hearing about the practice took me by surprise — the farm did what with that milk? — so I asked about it again.
McAfee confirmed that milk with pathogens was used to make cheese, except for batches with salmonella, which he said were dumped or sent out for pasteurization. (I later learned the FDA knew he was doing this and had told him to stop two years ago. But no one had alerted the public.)
“Our cheese is just wildly successful across America,” McAfee said, noting it was sold in hundreds of stores from natural food shops to chains like Sprouts Farmers Market. “H-E-B down in Texas sells 50,000 bucks a week.”
I wondered how long it might take for the cheese to be linked to another outbreak.
Unbeknownst to me, one was already underway.

In the early 2000s, McAfee was producing pasteurized milk for the dairy group Organic Valley when a raw-milk enthusiast named James Stewart made an unusual request.
Stewart had founded a private food club in Venice, Los Angeles. Its members included movie stars, “crystal worshippers” and other “fanatical people,” McAfee recalled. They were looking for a steady source of raw milk at a time when consumers were waking up to the risks of food contaminated by additives, fertilizers and pesticides.
“How fast can you drive down here with as much milk as you can?” McAfee recalled Stewart asking.
McAfee, not fully grasping why people would want to drink milk that was unpasteurized, nonetheless went to his silo, filled half-gallon containers and packed them in ice chests. Then, with his wife, he made the long drive south to the L.A. coast.
Dozens of people were waiting for them, McAfee said, launching into a scene that unfolded with a Hollywood sheen. “I couldn’t even get out of the car,” he said. “They’re beating on the windows and opening up the back. … Just mayhem, cheering, excitement, crying.”
As their $20 bills started flying at him, so did their stories, about how raw milk had healed their health issues, including asthma. The moment transformed him, he said: He realized that he was selling more than just milk — it was “food as medicine.”
Twenty-odd years later, Stewart, too, recalls the moment. “I saw the light go off in his head,” Stewart told me. “He was looking for a way to expand what he was doing and not just be a commercial, pasteurized, homogenized milk provider.”
McAfee, a third-generation California farmer, was born into a family that had charted an unconventional course. His father, whom McAfee described as both a humanitarian and a rebel, founded multiple farm cooperatives and made national news in 1972, when he helped post bail for activist Angela Davis by putting his land up as collateral.
McAfee didn’t initially follow in his father’s footsteps. He worked for 16 years as a paramedic before taking the helm of family farmland that his grandparents left behind. The farm grew apples, almonds and alfalfa, and, by 2001, McAfee had expanded into commercial dairy. But his days of producing milk for pasteurization were short-lived; within a few months of meeting Stewart, McAfee converted his dairy to sell only raw milk.
He entered a market on the verge of extraordinary growth.
California had always permitted raw milk to be sold in stores, but Los Angeles County’s more stringent rules had, in effect, curbed its retail sales. In 2001, food-freedom advocates, including Stewart, successfully petitioned the county to weaken regulations, providing McAfee access to a new pool of customers. That would happen again and again, in state and local governments across America, as the internet, and then social media influencers, drew exponentially more people to the cause.
Around the time McAfee converted his dairy to raw milk, only 27 states allowed its sale.
In one way or another, nearly all of them ultimately would.
A consumer could buy raw milk:

One thing stood between McAfee and all of that business: a federal regulation restricting the sale of raw milk from one state to another. The 1987 ban had the effect of keeping outbreaks contained, making it easier for local officials to address them.
But there was a loophole: Raw milk could be sold across state lines if labeled as pet food.
McAfee saw an opportunity, and he wasn’t subtle about it on the website for his farm, which at the time was called Organic Pastures. The farm “creatively labeled its products for sale outside of California in such a way that it is not illegal,” the site said, and it assured people they could still consume them. Justifying the strategy to an Oregon newspaper, McAfee said in 2005, “I am a revolutionist in this, and I won’t overlook any loophole that will get the milk out there.”
As his raw dairy grew, McAfee portrayed himself as an underdog waging a war against industrialized food. “The giants of the marketplace have processed our food to death to extend shelf life and expand distribution,” he said in a 2006 interview. “The raw milk revolution grows right out of this disorder.”
Two decades later, he still talks about raw milk with the passion of a convert. He answered even simple questions with lengthy explanations, speaking in a quick, torrential style and snapping his fingers or pinching the air for emphasis. Only later did I realize that much of what sounded spontaneous was a pitch he had been refining in years of promotional interviews and farm tours.
McAfee has professed the benefits of unpasteurized milk in public libraries and chiropractor offices. Raw dairy, his farm has claimed, could cure, treat or prevent myriad diseases and ailments, from diabetes and ear infections to allergies, eczema and arthritis. The farm developed the website icanbreathe.org to promote the so-called Milk Cure for asthma. “Only raw milk works in this natural treatment,” the dairy stated. “Pasteurizing milk kills or changes the natural enzymes, antibodies, and fatty acids that are critical to the physiology of how this works in your body.”
McAfee founded a nonprofit, Raw Milk Institute, in 2011, broadcasting similar claims alongside studies he said support them. While a few European studies he cited observed a correlation between drinking raw milk and lower rates of asthma and allergies, they did not prove raw milk directly led to reduced illness, nor did they recommend its consumption due to pathogenic risk. Experts have suggested the association could likely be explained by the “farm effect,” in which children growing up around animals and agriculture have been shown to have stronger immune systems.
Exhaustive reviews of the published science on raw milk have broadly been unable to substantiate claims of its benefits, and most experts agree that it is neither healthy nor safe to consume. But McAfee said his customers know better. To him, the stories of families who believe raw milk has transformed their health are their own form of evidence, revealing truths that institutions have failed to capture. “If raw milk was a fad or a lie, then why would people repeatedly buy raw milk and then tell the world how they love it,” he said. “Our consumers read their gut and watch their kids thrive.”
He also said the government hasn’t invested enough in research to assess its benefits.
“I’m begging you to say: ‘This is not anti-science, this is extremely pro-science,’” he told me. “It’s using science that is not conveniently accepted yet.”
And for many health-conscious people, this possibility that raw milk may help them — or their loved ones — is often enough for them to try it.

Mary McGonigle-Martin was shopping in a Southern California grocery store in 2006 when she spotted ads suggesting McAfee’s milk could treat allergies and digestive problems. She thought of her 7-year-old son, Chris, who she suspected was dealing with dairy sensitivity, and later visited McAfee’s website to learn more. She knew the risks of forgoing pasteurization, but the site eased her concerns: It said the farm tested its milk and had never found a single pathogen.
So she started buying it, and her son started drinking it. And about a month later, he fell gravely ill. What began as a trip to the nearest hospital for bloody diarrhea turned into a race to save his life as his kidneys started to fail. Airlifted to a children’s hospital in Loma Linda, Chris was put in a medically induced coma. He spent nine days on a ventilator and 18 days on dialysis, during which time doctors gave him blood, platelet and plasma transfusions. “He was on the verge of death,” Martin told me. “I had flashes of him being in a casket and being at his funeral.”
Chris had a dangerous strain of E. coli, known as O157:H7, which led to hemolytic uremic syndrome. This rare condition, which mostly impacts children, occurs when bacterial toxins spread throughout the body and damage red blood cells, causing clots in the organs, primarily the kidneys. With quick intervention, most people survive. But it can cause lifelong complications.
While sitting in the intensive care unit, Martin overheard another mother mention her daughter had the same condition. It turned out the young girl had also drank milk from McAfee’s farm. Hoping to intervene before others got sick, the families reported the illnesses to the dairy and the state, which quickly issued a recall and quarantine order, suspending distribution of the farm’s products.
McAfee told me that when he learned of the two sick children, he “wanted to know the truth.” So he took his wife’s Volvo and drove four hours to the hospital. Then, somehow, he found a way into the ICU. “I knew how to get back past security,” he said. “A paramedic can get anywhere, and I sucked up to the nurses.”
Martin told me she was surprised when McAfee introduced himself in the waiting area, but nonetheless she shared details of her son’s ordeal. “I listened to her as compassionately as I could,” McAfee told me. But in his recollection, he observed that Martin’s son was not as critically ill as he’d been led to believe. “He’s eating McDonald’s, watching cartoons, doing just great, and they’re telling the story to the world that he’s ready to die,” claimed McAfee. “I was really upset about that.”
McAfee’s version of events was impossible, Martin told me: When he appeared at the hospital, Chris had just been taken off the ventilator and still struggled to breathe on his own; reams of her contemporaneous notes confirm this. Even after being extubated, he couldn’t have solid food for weeks due to severe pancreatitis. “I was so hungry,” Chris told me. “I started crying because I couldn’t eat.”
When I asked Martin why she thought McAfee gave such a different account of their meeting, her response was simple: “Mark is the master of spin.” (McAfee maintained that his recollection was accurate: “This is not spinning; this is simple truth.”)

Six people contracted E. coli during the first outbreak connected to McAfee’s farm, according to federal regulators; their median age was 8. While the outbreak’s specific strain of E. coli was not found in the products, some samples taken by investigators had high bacterial counts, indicating contamination.
Chris suffered permanent kidney damage. Now 27, he can’t drink alcohol and will spend the rest of his life under a nephrologist’s care because of his elevated risk of chronic kidney disease.
The illness lingered in other ways, too. “I would have random flashbacks and panic attacks from anything,” he told me. The smell of hospital soap. The sticky feeling of Band-Aids or tape on his skin. His mother found him a trauma counselor, which was “life-changing,” he said, except he still held onto a knot of resentment. Not toward his parents; he views them as victims like him. “Just so much anger towards Mark,” he recently told me. When he later saw McAfee’s milk being sold at a Sprouts, “I wanted to take a bat and smash the entire aisle.”
Martin couldn’t let go either. She hired Bill Marler, a Seattle attorney who specializes in food safety litigation. Alongside the family she met in the hospital, she sued McAfee’s farm in 2008, and the dairy settled for an undisclosed sum. “They couldn’t find the pathogen in our milk,” McAfee told me. “She claims she had it in her milk with her child, and that’s what the insurance company took to settle, and we weren’t going to litigate it.”
Emboldened, Martin, who was a high school guidance counselor, found her second calling as a food safety advocate, testifying against raw-milk-access bills across the country.
Following the settlement, McAfee wrote to Martin to apologize, but also begged her to move on.
“Mary, please appreciate that so many children thrive and grow very strong on raw milk,” he wrote. “The very remote theoretical risk of illness from tested, retail, approved raw milk is far outweighed by the health and recovery from the illness that children that drink raw milk enjoy.”
Martin appreciated the note, but recognized that even in his seemingly heartfelt apology, McAfee could not adapt his belief system to fit her experience. “He really believed this was like a fluke. It’s not going to happen again,” she said.

Eager to keep showing me his farm’s serious approach to pathogens, McAfee ushered me into his truck to see the milking of his cows. Raw Farm keeps about 1,400 of them, which produce up to 8,000 gallons a day, each priced at $19. The smell of sweet milk hung in the air, mixed with the earthy musk of manure.
“We’ll see what kind of music they’re playing this morning up in the milk barn,” he mused.
“You play music for the milking?” I asked.
“Mexican music,” he said, as he got behind the wheel. “It’s very Pavlovian. … You start seeing milk coming out of their teats.”
In the open-sided barn, workers sprayed a small herd of cows with a fire hose, removing flies and flecks of manure from their bellies, which were then inspected, coated with iodine and wiped with a towel. The steady pulsing of milking machines mingled with a thumping musical beat as McAfee marched down the rows, pointing to their light pink udders. “Super clean,” he said with pride.
Hygiene appeared to be a clear priority everywhere we went, from the thick binders of safety plans — “not one of those documents collects dust,” he told me — to the sterile, full-body moon suits workers wear to package milk.
McAfee said the 2006 outbreak opened his eyes to the risk of his product and was part of the reason he developed standards for unpasteurized dairies.
But more awareness and better practices didn’t stop McAfee’s customers from continuing to get sick — in 2007, and 2011, and 2012, and 2016 — and the farm had to issue recalls more than half a dozen times after pathogens were found in its products.
And then between 2023 and 2024, regulators linked the farm to one of the largest publicly known raw-dairy outbreaks in decades, with more than 170 people falling ill from salmonella. McAfee disputed his farm’s connection to many of the outbreaks, including this one.
“I call complete crap,” McAfee said, claiming that his farm was not responsible for all the cases. “It was 25, maybe 30.” He also disagreed that the majority of patients were children, as the Centers for Disease Control and Prevention had detailed in a report published last year. “I challenge that data at the fundamental level.”
It was a typical McAfee defense. Throughout our conversation, he never lost his composure, even when discussing outbreaks. Instead, he calmly dismissed the government’s methodology, explaining that it was counting cases of “standard diarrhea,” which he said have “no claims for illness,” as they could be managed with “good hydration and plenty of good bone broths and electrolytes and stuff.”
He also seized on instances when the government could not identify an outbreak strain in his products, but instead found it in samples of farm water and cow feces or drew ties to his farm using genetic sequencing or interviews with patients — practices epidemiologists routinely rely upon. McAfee held that none of this was smoking-gun proof that his farm directly caused outbreaks. Instead, such episodes seemed to reinforce his perception that he was climbing a mountain alone, battling institutions that were already biased against raw milk before hearing his case.
When mandated quarantines ended, he would declare victory.
After his dairy reopened following an outbreak that sickened five children in 2011, he revealed how much people were suffering without his product in a celebratory video. McAfee shook the hand of a young man who was wearing a sideways cap. “This guy came all the way from Alaska to get raw milk!” McAfee said. The young man described a kind of withdrawal: “My immune system broke down. I lost a lot of lean body mass.” When a gray-haired woman said she was driving four half-gallons to her grandbabies in Texas — “that’s how desperate I am for them to be healthy” — McAfee kissed her on the head and called her a “raw-milk freedom rider.”
At least 233 people have been sickened in eight outbreaks that federal and state regulators have connected to McAfee’s farm since 2006, and at least 40 of them have been hospitalized.
The tally is almost certainly an undercount, experts and regulators told me. Many recover at home from foodborne illness and do not seek out testing.
Federal and state regulators have linked 233 outbreak cases to Organic Pastures or Raw Farm. The true number of cases is likely higher.

The outbreaks raised an obvious question: Why hadn’t regulators shut down the farm? America’s food safety system aims to balance public health with people’s freedom to eat foods that can harm them, like raw oysters and sushi. Regulators expect some will inevitably get sick, and so they focus on ensuring consumers, at the very least, are aware of the risk.
State regulators are responsible for overseeing raw milk sold legally within their borders. In California, they require it to be sampled and tested monthly for pathogens. Raw Farm is in good standing, according to the Department of Food and Agriculture, consistently meeting standards for sanitation and cow health. But spokespeople for that agency and the state Department of Public Health emphasized that the best way to prevent illness is to drink milk that has been pasteurized. Otherwise, they wrote in an email, “there will always be some risk of contamination.”
Many people who turn to raw milk don’t have a full understanding of that risk, John Lucey told me. A professor of food science who directs the Center for Dairy Research at the University of Wisconsin-Madison, Lucey grew up on a farm and has studied dairy products for three decades. “Cows poop all the time,” he said. “Farms are just a reservoir of bacteria: The soil has got bacteria, the walls have got bacteria, the cows are carrying bacteria.”
One of the draws of raw milk is a deeper connection to its source; by knowing a farmer personally, people assume their food will be more safe, Lucey said. But what raw-milk consumers often don’t realize is that many dairy farmers are in a relentless battle to produce clean milk.
“Sometimes you lose because the cow kicked off the milking machine. Something just happens,” he said. “Farmers do the best they can and they are super hardworking people, but just because Daisy is a nice cow and the farmer is a nice guy doesn’t guarantee that things are sanitary and that they can prevent things 100% of the time.”

Over the past two years alone, nine states have experienced outbreaks that regulators linked to raw dairy, not including those connected to McAfee’s farm. In Washington state, about 10 people fell ill with E. coli connected to raw-cheese consumption, and in Florida, where raw milk can be sold only as pet food, about 20 people got sick. Among them was a pregnant mother whose toddler was hospitalized; she said she caught his bacterial infection and had a miscarriage at 20 weeks. (The Florida farm said its products had not tested positive for pathogens and that it informed customers its raw milk was not for human consumption; the Washington creamery voluntarily recalled its cheese.)
Just last week, Idaho’s health officials announced that nearly 60 people had become ill after consuming raw milk.
Discussing the risk of raw milk with McAfee was a challenge.
As we rode in his truck to the next stop on the tour, I brought up the prevalence of pathogens, as well as his farm’s pattern of outbreaks. He acknowledged that some risk exists, but stressed that it was “very, very, very small” and was “fantastically” outweighed by raw milk’s therapeutic value. And then, he insisted one should disentangle the benefits from the risk, as if that’s even possible.
“Show me the criticism of raw milk if it’s safe,” he told me, one hand on the wheel, the other punctuating his points in the air. “None.”
“Well, the critics would argue that there’s risk—”
“No, if it’s safe,” he said, cutting me off. “If it’s safe, how could you criticize it?”
“But they would argue that it’s not safe,” I said.
“Show me the risk,” he repeated. “I’ve yet to see it. We found it. We immediately diverted it.”

We’d seen nearly every stage of production — from “grass to glass,” as McAfee called it — when he parked his truck next to the hangar that houses his Cessna 210 Centurion propeller plane. Next to it, steps from his hacienda-style home, is a bungalow he uses as an office.
He showed me his replica medieval broadsword, his podcasting setup and one of his favored books, Sun Tzu’s “The Art of War.” He said the ancient Chinese military treatise had informed his longstanding feud with the federal government.
Two decades ago, his use of the pet food loophole to ship across state lines attracted scrutiny almost immediately. In 2005, an undercover investigator from the FDA called the farm and was told the milk was safe for human consumption. Two years later, according to court records, the farm sent an email to consumers saying, “Raw milk can be shipped via UPS to all US states,” and “Tell everyone who has asthma that they will be cured by raw milk.”
In 2008, the DOJ pursued criminal charges and a civil suit. McAfee resolved the charges, promising that the farm wouldn’t sell raw milk across state lines again. But prosecutors wanted a court order that would force McAfee and the farm to comply, citing their “unabashed efforts to manipulate the law.”
To illustrate McAfee’s ongoing defiance, the government pointed to statements he had made online that year and the next. In one post on a blog, he said, “If we ever get raided it will be grand theater. … There will probably be some riots.” In another, he said he would not use guns “until the tipping point” and mentioned “another Wounded Knee, Ruby Ridge or Waco.” Prosecutors argued his conduct demonstrated a “cognizable danger” that he would violate the law again.
In 2010, the judge granted a permanent injunction, requiring, among other things, that the farm stop selling raw milk beyond California and take down any statements promoting its health benefits. McAfee told me the directive was an attack on his right to free speech. “I deeply and passionately believe in the truth, and they were telling me I could not speak the truth,” he said. “I’ve had to have therapy over that, you know. I didn’t want to do something stupid.”
A violation of the order could have led to an enforcement action, but in the years that followed, officials pulled their punches. (McAfee insisted they had no punches to throw.)
The FDA and the DOJ kept finding evidence of violations, in 2016, and 2019, and 2021, according to court records. Though federal prosecutors initially pushed for strong penalties, including holding Raw Farm and McAfee in contempt, they agreed to a consent decree in 2023, which required the farm to undergo independent audits to ensure it was complying with the law.
Then, in early 2024, FDA inspectors discovered the farm had a “standard practice” of producing cheese from milk suspected or known to contain pathogens, according to court documents; lab records showed its cheese had also tested positive even after the mandated aging period.
That February, federal regulators publicly linked Raw Farm’s cheese to a monthslong E. coli outbreak. Nearly a dozen people across five states fell ill.
Among them was Paul Panelli, who went to his grocery store in Newport Beach, California, looking for Tillamook cheese to make tacos. Finding it was sold out, he reached for Raw Farm’s cheddar, drawn in by packaging that made it seem organic and all-natural. He told me he didn’t realize the cheese was made with unpasteurized milk.
Both Panelli and his wife, Julie, came down with food poisoning. She was diagnosed with an E. coli infection that left her needing several kidney surgeries. “She literally is afraid to eat things,” her husband told me. The family’s lawsuit against Raw Farm is ongoing; in court records, the farm denied responsibility for their illnesses.
Raw Farm pushed back against the government, maintaining that it followed federal regulations by aging its cheese and claiming to have tested all of it before sale, so no contaminated product reached the market, according to court records. Federal law allows the interstate sale of unpasteurized cheese as long as it’s aged for at least 60 days, though this doesn’t fully eliminate the risk — or account for a farm using pathogenic milk to make it. The FDA told the farm to destroy any cheese made with contaminated milk, arguing that it was violating the law, according to court documents. The farm’s lawyer said it was in compliance, and insisted there was no “bad cheese” to throw out.
To force the farm to follow the government’s orders, it needed a judge’s ruling, but a backlog in the under-resourced Eastern District of California left the case on pause well into 2025. The arrival of the Trump administration that year created a political opening for McAfee.
By the time Kennedy took the helm of the health department, McAfee had already developed close ties to his inner circle. “I go way back with him,” McAfee told me. Kennedy’s running mate, Nicole Shanahan, had made a stop at Raw Farm during his presidential campaign, creating multiple videos featuring McAfee. (She did not respond to my emailed questions.) He was even asked to become an adviser to the FDA, McAfee told me. The position never materialized, but McAfee still benefited from the change in administration.
Without publicly stating a reason, this past January the government dropped its efforts to take action against the farm. A former federal employee with knowledge of the suit told me that cases involving raw milk were deprioritized in the new administration because of Kennedy’s stance on it.
Natalie Baldassarre, a DOJ spokesperson, didn’t respond to my questions about the decision, but said in an email that the administration will “always be concerned about risks to public health and will continue to take enforcement action as appropriate to protect American consumers.” The health department and the FDA did not respond to my attempts to seek comment. Kennedy, through his department, also did not respond to my questions.
McAfee called the withdrawal a “big win.” Drawing on Sun Tzu’s teachings, he told me that he had learned not to engage in “their war,” but his own.
“You win the war they don’t expect you to fight,” he said. While officials were gathering evidence, he was focused on the “education” of consumers. He once delivered his message to dozens at a time. Now online influencers spread it to audiences of millions. “They have the guns and the money,” he said of the government. “I got the truth and the moms.”
His work could soon pay off. A month after I shook McAfee’s hand and left his farm, Rep. Thomas Massie, R-Ky., and Rep. Chellie Pingree, D-Maine, reintroduced the Interstate Milk Freedom Act, which would prohibit “federal interference” with the interstate sale of raw dairy in states where raw milk is already legal.
Massie, who served raw milk at his recent wedding, has a farm with 50 cattle, and Pingree, a former dairy farmer and the only Democratic sponsor of the bill, raises her own grass-fed beef. “The Interstate Milk Freedom Act would make it easier for families to buy the milk of their choice,” Massie said when he announced the bill, “by reversing the criminalization of specific dairy farmers.”
When asked if she was concerned the bill may increase access to a product that puts people at risk, Pingree told me that the bill was not about marketing raw milk or making any health claims. “I trust state departments of agriculture and health to monitor compliance, assess health risks, and enforce the rules in place to protect consumers,” she said in an emailed statement. Massie did not respond to my questions.

Six weeks after I left Raw Farm, it happened.
On March 15, federal regulators publicly linked its cheese to yet another E. coli outbreak.
Nine people were infected across three states; more than half were younger than 5. Of the three people who had to be hospitalized, according to regulators, one developed the same severe kidney condition that Martin’s son had battled two decades earlier.
Initially, federal health agencies didn’t urge the public to avoid the cheese or throw it away, as they had under previous administrations. Instead, a CDC notice said consumers should “consider” not eating it; the FDA gave no consumption guidance at all. Three federal health employees later told me political appointees had watered down the original language. (The agencies’ advisories have since been updated. Neither the CDC nor the FDA responded to my questions.)
The fact that the agency was under Kennedy’s leadership didn’t make Raw Farm any more compliant when regulators asked it to recall its products. It refused. “If there was ever a question about whether there was a pathogen in our products,” McAfee later told me, “I’d be the first one to recall immediately, voluntarily.”
He said he texted Kennedy to “call off the dogs,” but got no response.
When FDA inspectors showed up unannounced at the farm, it complied with an investigation. And when the agency threatened to force a recall, the company reluctantly issued its own, 18 days after the outbreak was announced.
The farm appended several unusual statements to its April 2 advisory:
This Voluntary Recall is being performed under protest.
This Voluntary Recall is performed as a path forward.
The farm retracted those statements five days later, but continued to dispute the cause of the outbreak and contest the agency’s findings. It had tested its products, found no pathogens and wasn’t at fault, McAfee said.
However, during its investigation, the FDA also sampled and tested the company’s cheese. While it didn’t find the recent outbreak strain, one sample tested positive for E. coli. In their inspection, agency officials also found the farm’s cheese had recently tested presumptively positive for pathogens even after 60 days, showing the limitations of its aging process. The farm destroyed these contaminated batches.
I reached out to McAfee and asked him whether the illnesses might be connected to his practice of using problematic milk to make cheese. But now, he told a different story.
“We would in the past divert to cheesemaking,” he told me. “We no longer do.” He didn’t pinpoint exactly when the farm made the change, throwing out dates from two years ago to last summer. “It’s been quite some time.”
I brought up the fact that he’d made similar disclosures in podcasts in the last year and to me just weeks earlier. But he doubled down.
“I think you have caught me in something where there’s an issue between practice and what I’m saying,” he said. “If I said it, I believed that at the time to be true, but I do know that now we do not use any questionable milk.”
In almost the same breath, McAfee noted that his farm would not have violated any laws if it had done so. “It’s not illegal,” he said. “That’s why the FDA dropped their thing.” (California regulators told me such a practice was “concerning.” The FDA refused to respond to questions about it.)
Speaking to a congressional subcommittee on April 16 about the outbreak, Kennedy noted that companies usually comply with recalls right away. “But there was foot-dragging,” he said. “This company was intransigent.”
U.S. Rep. Rosa DeLauro, D-Conn., asked Kennedy whether in the face of these new, serious illnesses, it wasn’t time for a shift in his messaging: “You are the Secretary of Health and Human Services. Is there not some moral responsibility or compunction to say, ‘Don’t drink raw milk’?”
“Every product can contain contaminants,” Kennedy replied. “What we do is inform the public, and we let people make the choice.”
On April 30, the FDA closed its investigation without taking any enforcement action. McAfee told me his raw-cheese products were back in stores. Sprouts and H-E-B, two major retail chains that have carried his cheese, did not respond to my emailed questions about the outbreak.
“We don’t feel bad at all,” McAfee told me about the entire episode. “Our sales are highest they’ve ever been, and feedback online with influencers is: If the FDA says something, do the opposite. It’s safer. They don’t trust them at all.”




On a sunny weekend in early May, hundreds congregated at Raw Farm for its annual Camping With the Cows event. Blue skies extended to the horizon, and a small colony of tents, camper vans and motorhomes sprawled out across the lush alfalfa fields. Influencers in cowboy hats chugged cartons of milk. Matt James, the leading man on Season 25 of “The Bachelor,” ambled around with his mother in a T-shirt that read, “Raw Milk Club.”
Many attendees were unbothered by the recent illnesses. They said they consumed raw dairy because they wanted to reduce their inflammation, and avoid additives, and prevent lactose intolerance, and clear their skin, and bring their hormones into balance. They wanted nutrients that didn’t exist in “boiled to death” milk. They wanted to drink it “the natural way.”
Alyssa Wolfer, a 42-year-old mother of two from Bakersfield, viewed raw milk as a symbol of “true American freedom,” she said. “I very much lean on the side of freedom of people to choose what they consume and less regulation.”
“I’m seven months pregnant, and I drink raw milk because that’s how God has created it to be,” said Lindsay Espinoza, 34, reclining on a bale of hay with her husband and young son. “There’s so much fear behind raw milk, but it makes sense to us.”
Some, like 58-year-old Melanie Copeland from Huntington Beach, questioned whether the outbreak had occurred at all. “The odds of it being true are slim to none,” she said, “and people need to do their research.”
McAfee mingled among his flock. Some stopped him for pictures as he beamed down the camera and flashed a thumbs-up.
The post He Profits Off Raw Milk That’s Making People Sick. The Government Isn’t Stopping Him. appeared first on ProPublica.
Filigran has unveiled XTM One, an AI-native orchestration layer designed to automate Continuous Threat Exposure Management (CTEM) workflows, as organisations struggle to keep pace with growing volumes of threat intelligence, vulnerabilities and attack data.
The launch reflects a broader challenge facing security teams. While many organisations have invested heavily in threat intelligence, attack surface management and security validation tools, turning that information into meaningful action remains difficult. Security teams are often left moving manually between platforms to understand which threats matter, whether they are exploitable, and what remediation steps should be prioritised.
CTEM has emerged as one of the industry’s preferred frameworks for addressing that problem. Rather than relying on periodic assessments, CTEM aims to create a continuous cycle of discovery, prioritisation, validation and remediation that adapts as threats evolve. Filigran has been positioning its OpenCTI and OpenAEV platforms as key components of that approach, arguing that organisations need to move beyond simply identifying vulnerabilities and focus on understanding which exposures present genuine business risk.
XTM One sits above those platforms as an orchestration layer, coordinating AI agents across the CTEM lifecycle. The company says this allows security teams to automate tasks such as intelligence enrichment, threat reporting, attack scenario generation and remediation planning without constantly switching between tools.
“The volume of CVEs, threat actors, and attack campaigns has reached a scale no human team can process manually,” said Julien Richard, co-founder of Filigran. “XTM One is not AI as a feature. It is AI as the operating system for threat management. Security teams deserve automation that works the way they work.”
The announcement highlights how security vendors are increasingly moving beyond AI assistants and copilots towards more autonomous agent-based systems. Rather than helping analysts complete individual tasks, agentic approaches seek to coordinate entire workflows across multiple products and data sources.
According to Filigran, early users of its broader XTM Platform have achieved up to 70% faster threat detection and response cycles and reduced preparation time for offensive security testing by up to 80%.
Industry analysts suggest this kind of automation may become increasingly necessary as organisations adopt CTEM programmes at scale.
“As the scale of threats outpaces human capacity to respond to alerts, security teams are hitting a wall when they need to optimize remediation to mitigate security risk. The shift toward an agentic AI orchestration layer is needed for CTEM to help security teams scale,” says Melinda Marks, Cybersecurity Practice Director at Omdia. “By leveraging an open-source foundation to automate utilizing needed context for threat intelligence and remediation, Filigran is enabling the speed, transparency, and evidence-based risk reduction required to scale defenses at the pace of the adversary.”
A key aspect of the launch is flexibility around AI deployment. Organisations can use Filigran’s models or bring their own large language models through BYOLLM support, while on-premises deployment options are intended to address data sovereignty requirements in regulated industries and government environments.
The company also believes AI could help address one of the long-standing barriers to threat intelligence adoption: usability.
“The biggest barrier to threat intelligence adoption has always been complexity,” said Jean-Philippe Salles, VP of Product Management at Filigran. “XTM One makes advanced threat management accessible to more teams through natural language interaction. Junior analysts can become productive faster, while experienced practitioners gain automation that removes repetitive work.”
The launch comes as investors increasingly view CTEM and threat exposure management as one of cybersecurity’s next major growth categories, particularly as organisations seek more evidence-based ways to prioritise cyber risk.
“Filigran is redefining how organisations operationalise threat intelligence at scale,” says Karine Peters, Managing Director at T.Capital. “Their AI-native approach to extended threat management, combined with one of the strongest open-source communities in cybersecurity, positions them to lead a category that legacy vendors have struggled to modernise. That conviction is why we invested.”
Whether agentic AI becomes the catalyst that finally makes CTEM achievable for security teams remains to be seen. What is clear is that as threat volumes continue to rise, organisations are increasingly looking for ways to automate the journey from intelligence gathering to validated defensive action, rather than simply collecting more data.
The post Filigran uses AI agents to make CTEM practical for overstretched security teams appeared first on IT Security Guru.
Bonjour
je viens de créer un groupe de mail dans framagroup
il n’y a pas de modérateur, ni d’heure d’envoi, tous les abonnés peuvent envoyer des mails
dans thunderbird, à partir d’un mail d’abonné, j’envoie un mail eu groupe, il est bien envoyé, mais aucune réception
Cordialement
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È ripartito il risiko bancario. Oggetto del desiderio è Monte dei Paschi di Siena per il quale sono arrivate due offerte, una da Intesa Sanpaolo e l’altra da BancoBpm. Tra le due sembra avere più possibilità di andare in porto la prima, anche perché meglio definita nei suoi contorni. Dal 1° luglio per i neoassunti […]
L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.
Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01836-7
A participant in a landmark clinical trial has been given a cellular-reprogramming treatment that aims to rejuvenate damaged cells in the eye.Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01817-w
Theories about how ice crystals grow in cooling liquids are wildly inaccurate when compared with experimental data, but studies are starting to illuminate the earliest moments in freezing.Il nuovo assetto geopolitico mondiale ha messo a nudo una serie di problematiche che sono state trascurate troppo a lungo. In pratica, quello che per anni abbiamo visto accadere nel software, ovvero l’entusiasmo per le nuove feature che andava a coprire la necessità di rendere sicuro il loro utilizzo, si è applicato anche in mille […]
L'articolo Infrastrutture Critiche e Geopolitica: è l’Era dell’Antifragilità proviene da Securityinfo.it.

Mentre a Gaza, in Cisgiordania e in Libano si consumano violenze atroci, cento soldati israeliani sono arrivati con le loro famiglie in Sardegna per prendersi una vacanza e smaltire lo stress. Un fatto gravissimo che avviene nel silenzio delle istituzioni locali: la Regione Sardegna non è stata minimamente informata, non si sa chi abbia autorizzato questi soggiorni e per quale motivo il territorio italiano venga messo a disposizione di chi è accusato di violenze disumane.
Sulla vicenda è intervenuta duramente la parlamentare del Movimento 5 Stelle, Stefania Ascari, che ha chiesto immediata chiarezza sui fatti con una dichiarazione perentoria:
"Pretendiamo di sapere chi li ha invitati, con quali accordi e di chi è la responsabilità della loro presenza. Dare ospitalità, nel comfort e nel lusso, a chi ha commesso un genocidio è un fatto gravissimo e indegno per il nostro Paese. Basta complicità con i terroristi. L'Italia non è una colonia di Israele."


In late November in Jamnagar, India, the scions of two of the most powerful families in the world stood face-to-face. On one side was 30-year-old Anant Ambani, son of one of the richest men in Asia. On the other was Donald Trump Jr. For months, the Trump administration had been on the offensive against the sprawling Ambani energy empire, placing it at the center of an escalating tariff campaign against India. But after Trump Jr. touched down, the two men toured the Ambanis’ private zoo, and at night they performed a Gujarati folk dance, grinning as they moved together to the music.
Four months later, an obscure Texas startup called America First Refining announced that it had received a nine-figure investment from the Ambanis’ company. The deal puzzled numerous energy investors familiar with the project, which aims to build the first major new oil refinery in the U.S. in about 50 years. The company is run by a serial entrepreneur with a history of bankruptcy and lawsuits alleging fraud. After more than a decade of failed attempts to raise money, blown deadlines and rebrands, it had been floundering.
America First Refining’s unexpected breakthrough came after it forged a previously unreported relationship with Trump Jr., who secretly acquired a stake in the startup, according to records and seven people familiar with the company. The new details reveal the role the president’s son has played in a theme of Trump’s second term: overseas investors with interests before the administration putting money into the Trump family’s business interests.
Over the past year and a half, Trump Jr. has amassed a fortune from stakes in companies ranging from crypto startups to a drone business to a firearms retailer. Some firms tied to the president’s son have received contracts or other support from the federal government, part of what critics describe as a run of Trump family self-dealing. In December, Forbes estimated that Trump Jr.’s net worth had rocketed from roughly $50 million to $300 million since the election. But the Forbes figures were based on the investments that have been publicly disclosed. The America First Refining episode suggests there is much about the family business that remains secret.
The size of Trump Jr.’s stake in America First Refining and what he paid for it remain unclear. Top executives at the startup have also said that they speak regularly with Trump Jr., according to a person close to the company. And after the Ambani investment was announced, Trump Jr.’s personal lawyer took credit on social media for playing a part in the deal.
America First Refining has flexed its Trump Jr. connections during pitch meetings with foreign officials. Early last year, Trump Jr. joined the company’s leadership for a meeting in South Florida with potential investors from Saudi Arabia, according to two people familiar with the matter. Another foreign government official pitched on the project told ProPublica that the company’s team emphasized they had backing from the Trump family and suggested that an investment would help with White House access.
The Ambanis’ investment coincided with the family’s securing major U.S. policy wins that their company, Reliance Industries, had been lobbying for. “Reliance Goes From Trump Foe to Friend With Refinery Pledge,” ran the Bloomberg headline after the deal was announced. Reliance’s intent with the deal was to “smooth out” tensions between the U.S. and India, the outlet reported.
A Trump Jr. spokesperson said that Trump Jr. “has no operational involvement in AFR and is simply a passive minority investor in an American company that aligns with his worldview.”
“The entire premise of this story relating to Don is false,” the spokesperson said, adding, “Don does not interface with the Federal Government on behalf of any company that he invests in or advises.” ProPublica did not find evidence Trump Jr. was aware of refinery executives’ suggesting that an investment would help with White House access.
In response to detailed questions, a spokesperson for America First Refining said, “The claims in this story are false,” but declined to specify what they were referring to. The company’s CEO previously denied wrongdoing in the lawsuits against him reviewed by ProPublica, and the suits were either settled or dropped.
The Ambani family had long been cultivating its relationship with the Trumps. Reliance paid $10 million to the Trump Organization in 2024 as a “development fee” for a project in Mumbai, according to the president’s financial disclosure. (Despite the payment, Reliance has not yet announced a Trump project. Reliance told ProPublica that “the real estate project is real” and “remains under development.”) Ivanka Trump attended Anant Ambani’s wedding party in India that year, where guests were treated to a Rihanna concert. Anant’s father, Mukesh — who is worth an estimated $90 billion and lives in a 27-story home — came to Washington, D.C., for Trump’s second inauguration, posing with the president at a private reception.
At the Private Reception in Washington, Mrs. Nita and Mr. Mukesh Ambani extended their congratulations to President-Elect Mr. Donald Trump ahead of his inauguration.
— Reliance Industries Limited (@RIL_Updates) January 19, 2025
With a shared optimism for deeper India-US relations, they wished him a transformative term of leadership, paving… pic.twitter.com/XXm2Sj74vX
But by the summer of 2025, the family was under attack from the White House. Since Russia invaded Ukraine in 2022, Reliance had reportedly made billions in profits by purchasing vast quantities of Russian oil at a discount. In August, as Trump grew frustrated with his administration’s struggles to bring the war to an end, the president doubled his tariffs on India to 50%. The move was explicitly designed to force companies like Reliance to stop buying Russian oil. White House trade adviser Peter Navarro publicly assailed “India’s politically connected energy titans” for “funding Putin’s war machine,” widely read as a reference to the Ambanis.
Amid this tension, Trump Jr. visited Anant Ambani on his November trip to India. At the end of the trip, Trump Jr.’s personal lawyer commented at a business conference in Miami: “I had a nice closing this morning with Don Trump Jr., who’s flying back from India today.” (The following week, the Texas startup — then called Element Fuels — filed paperwork to create America First Refining LLC. In an email, the attorney, John Willding, told ProPublica that there was “no transaction in India or with an Indian company that I was ever involved with.”)
Anant Ambani, who helps run Reliance’s energy business, personally worked on the Texas refinery deal for months before it was announced, a major Indian newspaper later reported.
As the Ambanis quietly finalized their deal with America First Refining, U.S.-Indian relations appeared to warm. In February, the Trump administration struck a trade deal with India, dramatically lowering tariffs, and also reportedly gave Reliance a license to buy Venezuelan oil. When the Iran war broke out and rocked global energy markets, the U.S. gave India a sanctions waiver to buy Russian crude. (The waiver was later expanded to all countries.)
In response to ProPublica’s questions, the White House said that “there are no conflicts of interest.” Reliance did not answer ProPublica’s questions about Trump Jr.’s and Anant Ambani’s roles in the investment deal, but said in a statement that the company did not receive “any unique or preferential treatment” from the U.S. government.
“There is no connection between Reliance’s investment in AFR and any unique measures associated with general U.S. trade, tariff, sanctions or licensing outcomes,” Reliance said. “The investment was evaluated and approved on its commercial merits, strategic fit and long-term value creation potential.”
In March, President Trump personally announced Reliance’s deal with the Texas startup on Truth Social, thanking the Ambani company for its “tremendous Investment.”
After the announcement, Willding, the Trump Jr. lawyer, shared the news on LinkedIn: “Just so proud to have been part of this one.”
Willding rowed back his claim in an email to ProPublica. “I have never worked for or advised AFR and had zero involvement in their deal with Reliance Energy,” he said. “I simply saw the press release and was excited for them.” America First Refining’s spokesperson called Willding’s comment “moronic and false.”
In June 2025, Willding registered a new entity in Wyoming called TX Fuels, LLC, listing the company’s address as Trump Jr.’s mansion in Jupiter, Florida. In his email, Willding said his “only involvement in AFR was handling the legal paperwork” for the Trump Jr. LLC’s investment in the startup.
Trump Jr. first hired Willding in May 2021, according to interviews the lawyer has given. A corporate deal lawyer in Dallas, Willding has referred to himself as “outside business counsel to the Trump family” and has said he talks to Trump Jr. or Eric Trump almost daily. A former Bill Clinton and Barack Obama voter who fell hard for MAGA, the attorney has installed a portrait of President Trump over the mantel in his living room.
Willding’s practice has boomed during the second Trump administration, bringing the lawyer to Argentina, Saudi Arabia and South Korea. “Everybody in the world wants to do business with the United States right now,” Willding said at a conference in June 2025. “Every company wants to do business with the Trump family.”
There are other fingerprints of the Trump world on the refinery deal.
Howard Lutnick’s firm Cantor Fitzgerald — which his sons took over when Lutnick became Trump’s commerce secretary — is working as the financial adviser to America First Refining, including on the Ambani investment deal, Cantor Fitzgerald announced. (Cantor Fitzgerald declined to comment.)
And the Trump administration played a direct role helping America First Refining find potential foreign investors, according to public comments from the company’s CEO, John Calce. “We have received support from the White House,” he told a local news outlet. The National Energy Dominance Council, led by the interior and energy secretaries, has “helped us with, candidly, introducing us and helping us meet some of these people overseas,” Calce said on an industry podcast.
America First Refining has recently explored going public, according to three people close to the company. That could allow its current investors to start cashing out even if the refinery never gets built — a milestone many energy industry insiders still view as a long shot. Reliance made its investment in the startup at a valuation of at least $1 billion, according to America First Refining’s announcement.
Building a refinery at the Port of Brownsville on the Gulf Coast has been Calce’s mission for a decade. A former Yale offensive lineman, he started his career as a high school football coach after an unsuccessful attempt to make the NFL and now describes himself as a “lifelong entrepreneur.”
The project has been serially delayed, out of money, rebranded and trailed by angry former business partners. At one point, Calce’s companies were being sued simultaneously by eight other firms. In 2022, during bankruptcy proceedings for an earlier iteration of the project, the trustee appointed to impartially oversee the case sued Calce too. The trustee alleged that Calce and other insiders had improperly siphoned away cash and other assets. (Calce denied wrongdoing. The case was ultimately settled.)
During the Biden administration, as the company sought financial support from the Department of Energy, it pitched itself as a climate-friendly green project that would also help “people of underrepresented social demographics” in Brownsville, according to records from that period. The company failed to get enough money from outside investors, and the planned construction was delayed.
By the company’s own estimate, building the refinery will take years and cost $3 billion to $4 billion. Even if it’s built, profitability could be hard to achieve. Many energy investors told ProPublica there’s a reason the U.S. hasn’t seen a major new refinery in decades. “Refineries cost a lot of money and essentially make pennies on the dollar,” said Ed Hirs, an energy economist in Houston. “Wall Street is not going to finance a new refinery.”
Even after the start of the second Trump administration, the company was in jeopardy, according to interviews and documents. It laid off workers last year, and, by late 2025, with delays continuing to plague the refinery, officials at the Port of Brownsville believed the project looked to be dead, according to records reviewed by ProPublica.
That has not stopped Calce and his team from making grandiose claims to the public. Earlier this year, a website went live for another Calce company called Brownsville Energy Storage Terminals. It claims to have a far-flung network of oil storage terminals in places like the Netherlands and Singapore, more than 850 employees and a C-suite of experienced energy executives. But ProPublica could find no evidence that the executives are real people or that the storage terminals actually exist. The phone numbers on the website are also currently listed online as the contacts for a Houston baklava caterer, a Dallas-area taxi service and an OB-GYN office. The numbers are dead.
America First Refining’s political ties, though, may have boosted its standing with Texas state regulators. In February, shortly before the Ambani investment became public, the company sought an extension on its permit from the Texas Commission on Environmental Quality.
Inside the state agency, emails obtained by ProPublica show, officials scrambled to approve the request.
“Need to get this one logged and processed asap,” wrote one official.
“You are going to have to do this one. I will explain why in person in a few,” wrote another. “You can guess if you check out the name.”
America First Refining got its approval the next day. A spokesperson for the Texas agency did not address questions about the emails. “This request was processed quickly due to the quality of information provided,” the spokesperson said.
The post An Indian Billionaire Was Targeted by Trump. Then He Poured Money Into a Startup Secretly Backed by Donald Trump Jr. appeared first on ProPublica.
di @Lauraruhk
Washington è sempre più preoccupata che l'attuale leadership di Tbilisi – il partito Sogno Georgiano – stia "prendendo una china pericolosa, deviando verso un'orbita controllata dai principali avversari degli Stati Uniti", vale a dire Cina e Russia.
A questo proposito ieri la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato il Countering China's Control of the Caucasus Act.
Il disegno di legge bipartisan era stato presentato mesi fa da reliquie della Guerra Fredda come Joe Wilson e Steve Cohen.
Wilson, intervistato da RFE/RL, ha descritto la legge come una misura necessaria per contrastare «l’influenza straordinaria e malvagia del Partito Comunista Cinese» e il suo «obiettivo di dominazione mondiale». Il deputato ha puntato il dito in particolare contro il consorzio cinese coinvolto nella costruzione del porto di Anaklia sul Mar Nero, definendolo una mossa strategica di Pechino per acquisire il controllo delle rotte di minerali e terre rare dall’Asia centrale.
La legislazione riflette una linea sempre più dura da parte di Washington, che vede nella cooperazione economica tra Georgia, Russia e Cina una minaccia strategica. Critici sostengono tuttavia che si tratti di un classico esempio di sinofobia e di un tentativo egemonico di limitare il diritto sovrano di Tbilisi di scegliere i propri partner di sviluppo. Secondo questa lettura, l’approccio americano – e in parallelo quello europeo – mira a impedire una normalizzazione delle relazioni tra Georgia e Russia, mantenendo il Caucaso meridionale in una condizione di tensione controllata per preservarlo come zona cuscinetto anti-russa. In questo contesto, alcuni analisti americani suggeriscono di utilizzare gli strumenti della finanza internazionale per contenere l’influenza cinese. Laura Linderman, direttrice dei programmi per il Caucaso presso il Central Asia-Caucasus Institute dell’American Foreign Policy Council, ha dichiarato a RFE/RL che Washington dovrebbe sfruttare il proprio peso nella Banca Mondiale e nella Banca Asiatica di Sviluppo. «Ci sono molte opportunità per contenere il ruolo della Cina in Georgia», ha affermato, auspicando che le istituzioni multilaterali impongano condizioni stringenti ai progetti infrastrutturali per limitare i subappalti alle imprese cinesi.
*Post Telegram del 09 giugno 2026

Nella foto i codirettori di 'No Other Land' Basel Adra and Yuval Abraham
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
C'è una trappola che si ripete.
Si presenta ogni volta con un volto diverso: co-regia di un film premiato agli Oscar, un progetto artistico condiviso, un palco comune. E ogni volta produce la stessa immagine e la medesima illusione: un palestinese e un israeliano che collaborano insieme, che all'apparenza combattono lo stesso sistema, opponendosi alla stessa ingiustizia. Ogni volta la medesima illusione.
È un'immagine falsa. E conveniente.
Non perché le intenzioni siano del tutto disoneste. Ma perché l'immagine stessa mente sulla realtà. Inganna.
Il palestinese e l'israeliano non sono nella stessa posizione. C'è un'asimmetria politica e giuridica.
Uno è cittadino dello Stato che occupa, bombarda e uccide. L'altro è la vittima di quello Stato. Uno ha un passaporto, diritti, una casa. L'altro vive sotto occupazione, assedio, o è in esilio. Uno appartiene a una società che conduce un genocidio. L'altro ne subisce le conseguenze.
La collaborazione dunque non può e non riesce a eliminare questo divario abissale. Lo nasconde, in realtà. E nasconderlo è un problema gravissimo.
Perché quando palestinese e israeliano appaiono insieme come soggetti equivalenti in un progetto comune, come collaboratori e alleati, l'immagine che si produce è quella di uguaglianza e parità, un'intesa e un dialogo tra due parti che affrontano insieme lo stesso sistema e la stessa ingiustizia. Due coscienze contro un sistema razzista, violento e crudele. Due persone che hanno scelto l'umanità sopra la politica. È un'immagine potente. Ed è esattamente quella di cui il sistema ha bisogno per sopravvivere.
Finché esiste quell'immagine, la responsabilità scompare. L'accountability perde la sua forza.
Non si può chiedere che uno Stato venga isolato, sanzionato e trattato come un paria quando i suoi cittadini condividono il palco con le vittime presentando una visione comune di speranza. La collaborazione non sfida lo status quo. Lo rende presentabile. E non solo presentabile, lo rafforza.
Vale la pena domandarsi a chi giovano davvero queste iniziative che vedono palestinesi e israeliani insieme nel mezzo di un genocidio.
Per gli israeliani, il beneficio è evidente e chiaro. Il cittadino israeliano che partecipa ottiene un'esenzione personale dalla responsabilità collettiva. Non solo, aiuta anche la collettività a redimersi.
Non è più il cittadino di uno Stato occupante che pratica l'apartheid, e commette un genocidio e la pulizia etnica. Ma diventa un individuo che ha scelto la solidarietà, che si è posto al fianco delle vittime, che ha attraversato la linea. La sua presenza accanto al palestinese lo separa politicamente dallo Stato di cui è cittadino, ma solo all'apparenza, visto che continua a goderne tutti i privilegi. Gli consente di accedere a spazi culturali internazionali che altrimenti sarebbero chiusi, seguendo una logica di boicottaggio coerente. L'accesso a nuovi spazi non aiuta a combattere il sistema, ma lo mantiene e rafforza, inglobando ogni spazio.
Per i palestinesi, è un tranello. Un inganno come gli altri inganni.
La loro presenza nella co-produzione o co-regia non aiuta la narrazione palestinese né indebolisce il sistema. Lo legittima. I film possono raccontare storie vere, un'ingiustizia, un sopruso, un crimine reale. Il contenuto non è in discussione. Lo è l'effetto. Perché quando è un israeliano a portare quella storia al mondo, e accanto a un palestinese, il messaggio che arriva non è solo l'ingiustizia raccontata, ma l'impostura, che la società israeliana è salva, contiene al suo interno voci capaci di vedere, di denunciare, di stare dalla parte delle vittime. È che il dialogo, la collaborazione, la pace sono possibili. E il miraggio, che il cambiamento può venire dall'interno. Con la presenza palestinese, quella narrazione diventa credibile. È precisamente la partecipazione palestinese a trasformare il progetto in prova vivente che Israele non è uno Stato da isolare, ma una società con cui si può mediare, dialogare, esistere. Il palestinese fornisce e garantisce legittimità. L'israeliano ottiene l'esonero e il perdono. E il sistema continua. Errando. Fallendo.
La visibilità non è protezione e non è nemmeno garanzia di ascolto o azione. Un documentario può portare la distruzione di una comunità palestinese sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, vincere premi, commuovere il pubblico. La comunità viene rasa al suolo lo stesso. La storia circola. I bulldozer arrivano comunque. E il genocidio prosegue mentre il film viene celebrato.
Non è una coincidenza. È una funzione.
La storia non offre nessun esempio di un sistema di apartheid smantellato dall'interno e da chi lo applica e ne trae profitto, attraverso la persuasione morale o il dialogo e le collaborazioni culturali. Offre, invece, l'esempio del Sudafrica.
Il Sudafrica non cadde perché i bianchi si fecero un'autocritica e si convinsero della brutalità e dell'ingiustizia dell'apartheid. Cadde perché il sistema divenne insostenibile dall'esterno. Gli altri lo fecero cadere.
Il boicottaggio culturale arrivò per primo: l'espulsione dalle Olimpiadi nel 1964, il bando dalla FIFA nel 1976, e l'esclusione dal cricket internazionale. Seguirono l'embargo sulle armi e le sanzioni economiche. Il Presidente sudafricano De Klerk non liberò Nelson Mandela perché all'improvviso era diventato un uomo integro e giusto. Lo fece perché il sistema, combattuto dall'esterno con pressioni intense, non poteva più reggersi. Né sopravvivere.
Questo è il modello. Il modello da seguire e implementare. Non il dialogo, ma l'isolamento. Non la collaborazione, ma la distanza. Non la coresistenza, ma la resa dei conti. La accountability. Per un genocidio.
Il boicottaggio sudafricano funzionò perché fu categorico. Rifiutò l'immagine di normalità. Stabilì che non esisteva una partecipazione innocente o neutrale con le strutture culturali e sportive del regime di apartheid, indipendentemente dalle intenzioni individuali. Ogni eccezione, anche ben intenzionata, ripristinava l'immagine di uno Stato normale e riformabile. Fu proprio il rifiuto di quella logica a rendere il sistema insostenibile. Fino a crollare.
Anche in Sudafrica esistevano bianchi che si opponevano all'apartheid con sincerità e coraggio. La loro opposizione non rendeva accettabile la collaborazione con le istituzioni del regime. Il problema non era la mancanza di buona volontà individuale. Era la struttura. Le strutture non cambiano attraverso la buona volontà. Cambiano quando il costo del loro mantenimento diventa insostenibile.
Lo stesso vale oggi. Gli israeliani che si oppongono all'occupazione o che si dichiarano anti-sionisti hanno un lavoro da fare, ma non è quello di affiancare i palestinesi sui palchi dei festival. È quello di organizzarsi all'interno della propria società, costruire un costo politico reale per chi sostiene il sistema, rifiutare i privilegi che la cittadinanza di uno Stato di apartheid conferisce. Questo è il lavoro che potrebbe cambiare qualcosa. Non quello che produce premi internazionali e false immagini.
Uno Stato sotto accusa formale di genocidio non dovrebbe godere di accesso alle istituzioni culturali, sportive e accademiche internazionali. Dovrebbe affrontare le stesse conseguenze che il mondo impose al Sudafrica. Quando Israele non potrà più partecipare alle competizioni sportive internazionali, quando sarà escluso dalle istituzioni multilaterali, quando la sua presenza nelle strutture culturali e accademiche diventerà politicamente insostenibile, allora le condizioni per il cambiamento strutturale cominceranno a maturare. Non prima.
La Palestina non ha bisogno di altri progetti condivisi. Ha bisogno della stessa determinazione internazionale che rese l'apartheid sudafricano insostenibile. E ha bisogno che le proprie voci smettano di offrire al sistema la legittimità culturale di cui ha bisogno per sopravvivere.
L'atto di un israeliano che racconta la sofferenza palestinese al pubblico internazionale produce un effetto che serve il sistema indipendentemente dal contenuto. Dice: guardate, un israeliano vede, un israeliano si preoccupa, un israeliano combatte al fianco dei palestinesi. E quell'immagine, il buon israeliano, l'israeliano critico, l'israeliano che ha attraversato la linea, vale per il sistema più di qualsiasi propaganda ufficiale. Perché è credibile. Perché è avallata dalla presenza palestinese. Perché fa apparire Israele come una società capace di autocorrezione, anziché come uno Stato che deve essere isolato. Senza la voce palestinese, il progetto non regge. Con essa, diventa la prova che il dialogo è possibile, che la società israeliana contiene in sé i germi della giustizia. Ma non li contiene. Quello che serve è la responsabilità. Ed è da lì che si deve cominciare.
Quando la collaborazione sostituisce la responsabilità, non avvicina la giustizia. La rinvia. La sostituisce con l'impunità.
Non è questa la coresistenza.

di Raffaella Milandri
Per un secolo e mezzo l’America ha fatto una cosa straordinaria: ha trasformato una sconfitta militare, nata dentro una guerra coloniale, in una leggenda nazionale.
Ha preso George Armstrong Custer, ufficiale dell’esercito statunitense, protagonista dell’avanzata contro i Popoli delle Pianure, e lo ha consegnato all’immaginario collettivo come un eroe tragico: biondo, audace, circondato, sacrificato. L’uomo dell’“ultima resistenza”.
Ma la domanda vera, 150 anni dopo Little Bighorn, non è come sia morto Custer.
La domanda vera è: perché l’America ha avuto bisogno di farne un eroe?
Io credo che questa sia una delle domande più scomode della memoria americana, perché obbliga a guardare non soltanto una battaglia, ma il modo in cui un Paese costruisce i propri miti per non dover fare i conti con le proprie colpe.
Perché gli Stati Uniti hanno avuto bisogno di mettere al centro l’uomo che guidava un reparto dell’esercito, e non i popoli che stavano difendendo la propria terra? Perché hanno pianto la caduta del 7° Cavalleria più di quanto abbiano riconosciuto la violazione dei trattati, l’invasione delle Black Hills, la distruzione sistematica del mondo lakota, cheyenne e arapaho?
Little Bighorn non è soltanto una battaglia del passato. È una ferita nella memoria americana. E come tutte le ferite profonde, continua a rivelare ciò che un Paese vorrebbe nascondere.
Non fu Custer a essere tradito dalla Storia.
Furono i trattati firmati con i Popoli Nativi a essere traditi dagli Stati Uniti.
Nel 1868, con il Trattato di Fort Laramie, il governo statunitense riconobbe le Black Hills come parte della Grande Riserva Sioux, destinate all’uso dei Sioux. Quelle colline non erano una terra qualsiasi: erano, e restano, un luogo sacro. Ma quando venne scoperto l’oro, la parola data perse improvvisamente valore. I cercatori bianchi arrivarono, la pressione coloniale aumentò, e ciò che era stato riconosciuto ai Lakota venne trasformato in ostacolo all’espansione americana.
È una delle costanti del colonialismo: i trattati valgono finché non intralciano l’economia dell’invasore. È qui che nasce il cuore osceno del mito.
Custer non venne trasformato in eroe perché la sua vicenda fosse esemplare. Venne trasformato in eroe perché serviva un martire bianco capace di coprire il crimine originario: l’invasione di terre già riconosciute ai Popoli Nativi.
Il mito di Custer non nasce per ricordare un uomo. Nasce per assolvere un impero.
A costruire quella leggenda contribuì anche Elizabeth “Libbie” Custer, vedova del generale, che per decenni difese e alimentò l’immagine del marito come eroe tragico della nazione. Ma il mito non sopravvive mai solo per amore privato: sopravvive quando serve a un Paese. E Custer serviva. Serviva a trasformare una sconfitta coloniale in martirio patriottico.
Se Custer diventa l’eroe caduto, allora Lakota, Cheyenne e Arapaho possono essere raccontati come “selvaggi”. Se l’attenzione si concentra sull’ultima resistenza del 7° Cavalleria, scompare la resistenza molto più lunga dei Popoli delle Pianure. Se il pubblico piange l’ufficiale sconfitto, non deve più interrogarsi sui trattati violati, sulle riserve imposte, sulla fame organizzata, sulla distruzione dei bisonti, sulla guerra culturale condotta contro intere nazioni.
Da anni studio e racconto i Popoli Nativi del Nord America, e ogni volta mi colpisce lo stesso meccanismo: il colonizzatore viene ricordato con nome, volto, biografia, destino; i popoli colpiti vengono trasformati in sfondo, massa indistinta, nota a margine. Little Bighorn è uno degli esempi più clamorosi di questa manipolazione della memoria.
Perché i protagonisti di quella storia non erano comparse attorno alla morte di Custer.
Erano Sitting Bull, Crazy Horse, Gall, Two Moons, Wooden Leg, Lame White Man. Erano i guerrieri lakota, cheyenne e arapaho. Erano le famiglie accampate lungo il Greasy Grass. Erano le donne, i bambini, gli anziani, i cavalli, le tende, le lingue, le cerimonie, il terrore e la determinazione di chi sapeva che non stava combattendo per una gloria astratta, ma per la sopravvivenza del proprio mondo.
La battaglia del 25 e 26 giugno 1876 fu complessa, come sempre lo è la storia reale. C’erano scout Crow e Arikara al fianco dell’esercito statunitense, e questo impedisce ogni semplificazione romantica. Le nazioni native non erano un blocco unico: avevano alleanze, rivalità, territori, memorie e interessi differenti.
Ma proprio questa complessità rende ancora più grave la menzogna successiva.
Perché la narrazione americana dominante non ha cercato la complessità. Ha cercato un santino. Ha costruito Custer come figura tragica, quasi cavalleresca, e ha relegato i Popoli Nativi nel ruolo previsto dal copione coloniale: ostacolo al progresso, minaccia alla civiltà, massa feroce da contenere o eliminare.
La parola “selvaggi” è servita a questo. La parola “ostili” è servita a questo.
La parola “Frontiera” è servita a questo. A rendere accettabile l’inaccettabile.
Perché la “Frontiera” non fu una linea poetica verso l’avventura. Fu un processo di occupazione. La “pacificazione” delle Pianure fu guerra. La “civilizzazione” fu cancellazione. Il “destino manifesto” fu ideologia coloniale.
Little Bighorn brucia ancora perché per una volta quel copione si inceppò.
Per una volta l’esercito degli Stati Uniti non vinse. Per una volta l’avanzata coloniale incontrò una resistenza capace di fermarla. Per una volta i Popoli Nativi non furono sconfitti sul campo. E allora la narrazione ufficiale dovette lavorare il doppio: se non poteva cancellare la vittoria indigena, poteva almeno cambiarne il significato.
Così una vittoria nativa divenne il massacro di Custer.
Una resistenza divenne barbarie. Un’aggressione militare divenne tragedia nazionale.
È uno dei più grandi rovesciamenti simbolici della storia americana.
Ancora oggi molti conoscono Custer più di Sitting Bull. Molti ricordano “Custer’s Last Stand” più del Greasy Grass. Molti immaginano le giubbe blu sulla collina, ma non sanno immaginare l’accampamento indigeno lungo il fiume. Non sanno che quel luogo, per i Popoli Nativi, non è un set cinematografico né un capitolo da manuale: è memoria viva.
E qui la questione diventa attuale.
Perché l’Occidente ama i Nativi quando sono sconfitti, lontani, spiritualizzati, ridotti a piume, tramonti e frasi edificanti. Ma fatica a sopportarli quando parlano di terra, trattati, sovranità, miniere, oleodotti, tribunali, restituzione, diritti.
Il Nativo morto può diventare poesia.
Il Nativo vivo diventa problema politico.
Per questo Little Bighorn non appartiene solo al 1876. Parla ancora oggi. Parla ogni volta che un popolo indigeno viene ascoltato solo se compatibile con l’immaginario romantico dell’uomo bianco. Parla ogni volta che la memoria nativa viene celebrata nei musei, ma ignorata quando rivendica giustizia. Parla ogni volta che un luogo sacro viene trattato come risorsa economica, ostacolo burocratico, terreno da sfruttare.
La questione delle Black Hills, infatti, non è chiusa. Nel 1980 la Corte Suprema degli Stati Uniti riconobbe che ai Sioux spettava un risarcimento per la sottrazione di quelle terre. Ma per molte comunità Lakota il punto non è mai stato soltanto il denaro. La richiesta riguarda la terra, la memoria, la sovranità, il sacro. Un luogo sacro non diventa giusto perché qualcuno, un secolo dopo, ne calcola il prezzo.
La domanda, dunque, non è soltanto perché l’America abbia fatto di Custer un eroe.
La domanda è perché continuiamo, ancora oggi, a conoscere meglio il nome dei conquistatori che quello dei popoli conquistati.
Io non credo che Little Bighorn vada ricordata per celebrare una battaglia. Credo vada ricordata per smontare un mito. Perché una storia raccontata solo dal punto di vista dell’esercito non è storia: è rapporto militare. Una storia raccontata solo dal punto di vista dei vincitori politici non è memoria: è propaganda. Una storia senza la voce dei popoli colpiti è un’altra forma di occupazione.
Centocinquant’anni dopo, Little Bighorn ci chiede di cambiare posizione. Di scendere dalla collina di Custer e tornare verso il fiume. Verso il Greasy Grass. Verso le voci che la storia ufficiale ha cercato di coprire.
Non si tratta di odiare Custer. Sarebbe troppo facile, e persino riduttivo. Si tratta di capire perché sia stato necessario trasformarlo in leggenda. Perché ogni impero ha bisogno dei propri martiri, soprattutto quando deve nascondere le proprie vittime.
E forse è proprio questo che l’America non ha mai perdonato davvero a Little Bighorn: non la morte di Custer, ma il fatto che per due giorni la Storia non obbedì all’impero.
Di questo si parlerà il 26 giugno, nella conferenza “Little Bighorn 150 anni dopo. Perché l’America ha fatto di Custer un eroe”, a San Benedetto del Tronto. Scrivere a info@omnibusomnes per informazioni.
Non per celebrare una battaglia. Ma per restituire uno sguardo. E per ricordare che la memoria, quando torna nelle mani dei popoli a cui è stata sottratta, non è nostalgia: è giustizia.

Sabato, sul tappeto rosso del Tribeca Film Festival, un influencer e un attore filo-israeliani hanno scherzato sul fatto che le palestinesi sarebbero state violentate dai cani israeliani.
Durante la promozione di un film girato in Israele, l'attore Elon Gold e l'influencer Lizzy Savetsky hanno riso facendo riferimento alle vecchie accuse secondo cui le forze israeliane avrebbero usato cani militari per violentare prigioniere palestinesi.
"È davvero un grande traguardo. E per un film girato in Israele, è una cosa davvero fantastica", ha detto Gold a Savetsky sul tappeto rosso, indicando con un gesto il terreno in riferimento a Israele mentre parlava di quanto fosse contento che il film The Wedding Entertainer (The Tale of Moishe Badhan) , di cui è protagonista, venisse proiettato al festival di New York.
"Sono stata violentata solo da due cani israeliani", ha detto Gold.
"Pensavo che violentassero solo i palestinesi", ha risposto Savetsky.
Organizzazioni per i diritti umani come B'Tselem e Euro-Mediterranean Human Rights Monitor hanno documentato casi di prigionieri palestinesi aggrediti da cani militari israeliani.
Ad aprile, Middle East Eye ha riportato la testimonianza di Amir, un palestinese di 35 anni detenuto nel centro di detenzione di Sde Teiman. Ha raccontato di come i soldati lo abbiano costretto a spogliarsi, prima che i loro cani gli urinassero addosso e lo violentassero.
Ha descritto come il cane "mi abbia penetrato l'ano in modo addestrato mentre venivo picchiato".
"Questo è andato avanti per diversi minuti. Mi sono sentito profondamente umiliato e violato", ha detto Amir.
Un'altra ex prigioniera, Wajdi, di 43 anni, ha raccontato di essere stata incatenata a un letto di metallo e ripetutamente violentata da soldati e da un cane addestrato.
A gennaio, B'Tselem ha pubblicato un rapporto intitolato "Inferno vivente" , che includeva testimonianze e prove dell'uso di cani per maltrattare i prigionieri palestinesi.
L'uso dei cani nella tortura dei palestinesi è diventato un argomento di discussione internazionale dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo di Nicholas Kristof in cui si faceva riferimento a tale pratica.
Il governo israeliano ha reagito furiosamente all'articolo, minacciando di querelare il New York Times. Finora non ci sono prove che lo abbia fatto o che intenda farlo.
In una dichiarazione, il Tribeca Festival ha condannato i commenti di Gold e Savetsky.
"Il Tribeca Festival è a conoscenza delle preoccupazioni sollevate in merito a una clip che circola sui social media e condanna senza riserve le osservazioni offensive e inaccettabili fatte da Elon Gold e Lizzy Savetsky alla première di The Wedding Entertainer (The Tale of Moishe Badhan) ", si legge nel comunicato.
"La violenza sessuale e la sofferenza umana non dovrebbero mai essere derise o minimizzate. I commenti non rispecchiano i valori del Tribeca Festival e ci rammarichiamo per il dolore e l'offesa che hanno causato. Non siamo riusciti a contattare i registi."

L'8 giugno, l'esercito israeliano ha chiuso tutti i corridoi di confine con la Striscia di Gaza e ha sospeso l'ingresso degli aiuti umanitari come forma di punizione collettiva per gli attacchi iraniani in risposta alle violazioni israeliane in Libano.
Il Coordinatore israeliano delle attività di occupazione nei territori palestinesi (COGAT) ha confermato che la chiusura rimarrà in vigore mentre le autorità israeliane valutano la situazione di sicurezza in corso.
Il COGAT ha affermato che la quantità di aiuti umanitari che giungono a Gaza supera il fabbisogno nutrizionale della popolazione.
A seguito degli attacchi missilistici lanciati dall'Iran contro lo Stato di Israele, sono state implementate una serie di misure di sicurezza necessarie, tra cui la chiusura dei valichi di frontiera con la Striscia di Gaza, tra cui il valico di Kerem Shalom e il valico di Rafah, fino a nuovo avviso… pic.twitter.com/PptfY8LNcz
– COGAT (@cogatonline) 7 giugno 2026
Da marzo, i funzionari palestinesi hanno riferito che Israele consente l'ingresso nel territorio solo del 10% circa del fabbisogno effettivo, con appena 640 camion di aiuti umanitari arrivati ??a fronte dei 6.000 necessari a soddisfare i bisogni nutrizionali minimi della popolazione.
La chiusura giunge dopo che l'Iran ha lanciato cinque ondate di attacchi missilistici e con droni contro il territorio israeliano in risposta agli attacchi israeliani contro Dahiye, sobborgo meridionale della capitale libanese, in diretta violazione del cosiddetto cessate il fuoco.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC) ha annunciato di aver lanciato un attacco missilistico contro impianti industriali ad Haifa in risposta a un attacco israelo-americano contro un complesso petrolchimico iraniano.
— The Cradle (@TheCradleMedia) 8 giugno 2026
In una dichiarazione, l'IRGC ha avvertito che Israele ha iniziato un "gioco pericoloso"... pic.twitter.com/gmi3cVTuGm
Secondo il Canale 12 israeliano, l'Iran ha finora lanciato tra i 22 e i 24 missili verso Israele, mentre Ansarallah ne ha lanciati due. Il canale ha anche riferito che gli Stati Uniti stanno partecipando a operazioni di intercettazione missilistica.
— The Cradle (@TheCradleMedia) 8 giugno 2026
Il quartier generale del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane (IRGC), Khatam al-Anbiya, ha dichiarato domenica in un comunicato che Israele ha oltrepassato "tutte le linee rosse" continuando a prendere di mira Beirut.
"Avevamo già avvertito che, se la criminalità nei sobborghi di Beirut si fosse diffusa, avremmo attaccato obiettivi nei territori occupati", si legge nella dichiarazione.
Israele ha chiuso tutti i valichi di frontiera di Gaza e sospeso l'ingresso di aiuti umanitari nell'enclave, nonostante un accordo di cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti. La decisione arriva in un contesto di continue restrizioni e attacchi, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria a Gaza. pic.twitter.com/aCF4bTmCgg
— DOAM (@doamuslims) 8 giugno 2026
La chiusura dei corridoi umanitari avviene mentre le violazioni del cessate il fuoco e le aggressioni israeliane nella Striscia di Gaza continuano senza sosta.
Secondo gli ultimi rapporti del Ministero della Salute palestinese di Gaza, pubblicati lunedì, nove palestinesi sono stati uccisi e 43 feriti negli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza nelle ultime 24 ore.
Il ministero ha aggiunto che numerose vittime rimangono intrappolate sotto le macerie e nelle strade, e che le squadre di ambulanza e della protezione civile non riescono a raggiungerle.
Da quando il cosiddetto cessate il fuoco è entrato in vigore l'11 ottobre 2025, gli attacchi israeliani hanno ucciso 970 palestinesi e ne hanno feriti altri 3.063.

Il 29 maggio, in occasione del Reagan National Economic Forum, il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha rivelato che gli Stati Uniti hanno sequestrato circa 1 miliardo di dollari in criptovalute collegate all'Iran, nel quadro di una più ampia campagna di sanzioni e pressioni contro Teheran.
La replica non si è fatta attendere: il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha pubblicato sul suo account X un video con le dichiarazioni del Segretario americano, accusandolo di vantarsi del "furto" di beni iraniani. Per farlo, Baqai ha citato un celebre frammento del Macbeth di William Shakespeare: «Sente che i suoi titoli ora gli pesano addosso come il mantello di un gigante su un ladro nano».
Questo scontro si inserisce in un contesto geopolitico delicatissimo. In seguito all'aggressione statunitense e israeliana contro l'Iran del 28 febbraio e al successivo cessate il fuoco mediato dal Pakistan, Teheran ha posto come condizione cruciale per qualsiasi accordo proprio il rilascio dei beni congelati da Washington.
L'appropriazione unilaterale di asset statali solleva profondi interrogativi di diritto internazionale, in particolare sulla sovranità degli Stati e sulla protezione della proprietà privata da misure coercitive extraterritoriali. Secondo la posizione iraniana, la confisca miliardaria non solo viola le norme internazionali configurandosi come un'azione ostile contro il proprio popolo, ma l'ostentazione stessa del sequestro mette a nudo la reale natura delle politiche di Washington.

Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che la strategia del Paese per porre fine all'attuale aggressione da parte di Stati Uniti e Israele consiste nel ricorrere simultaneamente alla guerra e alla diplomazia, al fine di difendere i diritti della nazione iraniana.
In un messaggio audio rivolto alla nazione iraniana e diffuso lunedì, Qalibaf ha indicato che l'Iran è pronto a riprendere immediatamente le operazioni militari in risposta alle violazioni del cessate il fuoco annunciato all'inizio di aprile da parte di Stati Uniti e Israele.
Le sue dichiarazioni sono giunte dopo che l'Iran ha lanciato attacchi missilistici contro il regime israeliano in rappresaglia per le violazioni del cessate il fuoco, che includono anche la cessazione delle ostilità in Libano.
L'operazione è stata condotta nonostante i continui sforzi per mediare un accordo tra Iran e Stati Uniti che potesse porre fine in modo definitivo all'aggressione israelo-americana contro il Paese, iniziata alla fine di febbraio.
Qalibaf, che ha guidato i negoziati indiretti tra l'Iran e gli Stati Uniti, ha affermato che Teheran si è impegnata seriamente nella via diplomatica per porre fine all'aggressione. Tuttavia, ha insistito sul fatto che una risposta militare alle violazioni del cessate il fuoco nel Golfo Persico da parte degli Stati Uniti e agli attacchi israeliani in Libano è anche una parte cruciale della strategia iraniana per raggiungere i propri obiettivi nell'attuale confronto.
«Se consideriamo la diplomazia unicamente come negoziati a porte chiuse e sorrisi diplomatici, siamo condannati al fallimento fin dall'inizio. E se ci affidiamo esclusivamente alle operazioni militari e alla guerra, non saremo in grado di difendere pienamente i nostri diritti», ha affermato Qalibaf nel suo messaggio.
Ha osservato che la recente escalation dello scontro con gli Stati Uniti e il regime israeliano è dovuta al continuo blocco statunitense del commercio marittimo iraniano e agli attacchi israeliani in Libano.
"Il blocco navale statunitense contro la nazione iraniana e la mancata osservanza dell'accordo raggiunto sul Libano costituiscono chiare violazioni del cessate il fuoco", ha dichiarato il presidente del parlamento iraniano.
"Era naturale per noi dare una risposta decisa in difesa dei diritti del popolo iraniano", ha aggiunto Qalibaf, lodando le forze armate del Paese per aver agito "con autorità".
Qalibaf ha osservato che la situazione in Libano è un esempio di come la diplomazia, combinata con l'azione militare, possa respingere un aggressore. "La diplomazia non ostacola le operazioni militari, né le operazioni militari ostacolano la diplomazia", ??ha affermato.
Ha spiegato che la sfera militare funge da "forza trainante nella costruzione del potere", dissuadendo il nemico persino dal considerare un atto di aggressione. La sfera diplomatica, ha aggiunto, deve trasformare quel potere in risultati tangibili, legali ed economici.
Il capo negoziatore ha chiarito che Teheran non si fida degli Stati Uniti nei negoziati diplomatici con Washington. "Il nostro obiettivo è porre fine alla guerra e stabilire una sicurezza duratura, non normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti", ha affermato.
"Non ci fidiamo dell'altra parte", ha sottolineato.

Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10745-8
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A little over a year ago, Sen. Tim Sheehy floated an audacious proposal to reshape the way the federal government fights wildfires. It called for expanding the use of private planes and helicopters to quickly attack blazes while also eliminating the U.S. Forest Service’s rigorous airworthiness inspections for those aircraft.
The idea stood to benefit Sheehy, a Montana Republican, personally. Before running for Congress, he founded and ran an aerial firefighting company called Bridger Aerospace, which is known for its scoopers, aircraft built to retrieve water from lakes or oceans and drop it onto fires. Since 2021, the Forest Service has paid Bridger more than $235 million for use of its scoopers, according to public records.
Sheehy’s ownership of Bridger is well known, but what hasn’t been reported is that the same month the proposal leaked, a Forest Service inspector had discovered a crack in a wing of an aircraft Bridger had presented as ready for service. The scooper had failed the very inspection Sheehy sought to eliminate.
Forest Service inspectors have flagged problems with Bridger’s scoopers for years, according to sources and documents obtained by ProPublica under the Freedom of Information Act. The records were heavily redacted by the agency, including the problem that the inspector discovered last April. But a former government official with direct knowledge of the inspection told ProPublica it had revealed a crack in a wing. “It was a big crack,” the official said. Other experts said that kind of finding is rare and could have proved catastrophic.
“Very seldom do you find a crack in a major component,” said Paul Markowitz, a former national aviation maintenance manager for the Forest Service. Detecting such problems is the reason the Forest Service operates an airworthiness program, he added: “It’s to keep people alive.”
Veteran fire officials noted that Sheehy’s proposals would eliminate costly oversight of the company he founded and others like it while increasing spending on aerial firefighting. At the time the document leaked, he owned Bridger stock worth between $13 million and $15 million.
Within the Forest Service, the company was known to resist oversight, officials told ProPublica. Five current and former Forest Service officials say Bridger Aerospace has chafed at the agency’s rigorous inspections, even as records and sources indicate the company has presented aircraft in need of maintenance and repairs as ready to fight fires. The sources asked not to be named for fear of reprisal.
Bridger did not answer questions about the failed inspection but said in a statement, “Safety is the bedrock of our company, and we spare no expense.” It added, “Our investment in maintenance and training runs into the tens of millions annually and reflects the high safety standard we believe this work demands.”
Bridger’s aircraft have never been involved in a crash, according to records maintained by the National Transportation Safety Board.
Sheehy’s office did not respond to interview requests. But he has been open about his frustration with the Forest Service’s inspections and contended that Bridger’s scoopers, because they are built to fight fire, require less oversight than other firefighting aircraft that were originally designed for other purposes.
In response to detailed questions about Sheehy’s role in reshaping the fire service, a spokesperson for the senator said he stands by his efforts to eliminate Forest Service inspections. The process is “a relic of a bygone era and has become an unnecessary barrier to asset availability,” the spokesperson said in an email. The spokesperson also said that Sheehy has no conflict of interest because he has since moved his assets into blind trusts, adding, “The senator will continue to be adversarial toward anyone protecting a broken status quo that has allowed cities to burn to the ground.”
Former Forest Service officials say it’s common for companies to complain about inspections. What sets Bridger apart is its connection to a senator who is seeking to change how wildfire aviation is managed. A spokesperson for the Department of Agriculture, which oversees the Forest Service, did not answer questions about Sheehy’s relationship with the agency.
Last June, President Donald Trump signed an executive order directing agencies to consolidate their wildland fire programs, an idea Sheehy and others have long favored. The order left Forest Service inspections in place. But as fire officials discuss consolidation, an influential industry group that Sheehy helped shape is advocating for ending them.
The United Aerial Firefighters Association was launched in 2022, with Sheehy serving as a founding board member. The group now wants to allow contractors to develop their own inspection standards.
“Industry inspects itself all the time. Industry inspects automobiles. Industry inspects baby formula,” said Tiffany Taylor, UAFA’s senior policy director. “Why can’t we be inspecting ourselves?”


Contractors like Bridger own the vast majority of aircraft that the federal government uses to fight wildfires. In 2022, the last year for which data is available, only 5% of the Forest Service’s flight hours for firefighting came from aircraft it owns. Regardless of their ownership, aircraft must be inspected before flying. That job falls to about 25 aviation safety inspectors, most of whom work for the Forest Service.
The Federal Aviation Administration certifies aircraft but does not conduct regular inspections. The agency instead relies on companies to ensure their planes and helicopters are airworthy. Even when the FAA performs inspections, fire officials and contractors say, they do not account for the stresses inflicted by steering aircraft through wildfires. “The Forest Service is way more in-depth,” said Britt Coulson, president of Coulson Aviation, a prominent air tanker contractor.
Forest Service officials often say the agency’s rules governing aviation are written in blood. A pair of shocking crashes in 2002 ignited the push for more rigorous inspections. That June, an air tanker was dropping retardant in California when its wings folded upward, like a bird in flight, and detached. The plane burst into flames and fell to the ground. The harrowing moment was caught on video. Three people onboard were killed, and the NTSB later attributed the accident to undetected cracks in one of the plane’s wings. One month later, in Colorado, another tanker contracted by the Forest Service crashed after a wing separated from the fuselage. Two pilots were killed. Once again, the NTSB said the accident was caused by unidentified wing cracking.
Since 2010, when the Forest Service implemented its current airworthiness program, the accident rate for aircraft it owns or contracts has plummeted. Between 1993 and 2010, it reported 85 accidents that killed 63 people — an average of nearly four deaths per year. Between 2011 and 2023, the last year for which data is available, the agency reported just 17 accidents and seven fatalities.
Inspectors examine everything from the fuselage to the altimeter. When they find problems, they require the contractor to make changes before they issue a certifying document known as a card. In a separate procedure, inspectors issue cards to contractors’ pilots.
By 2018, Bridger had a modest fleet of surveillance aircraft, but Sheehy had bigger ambitions. According to Sheehy’s 2023 book, “Mudslingers: A True Story of Aerial Firefighting,” his brother, Matt, a Bridger co-founder, helped connect the company to the Blackstone Group, which invested a reported $150 million. Bridger used the funds to buy six scoopers from Viking Air. Sheehy wrote that the day of the first aircraft’s arrival in 2020 was “among the proudest of my life.”
In his book, he described that aircraft as a “brand new” model CL-415 but according to FAA records and aviation experts, this was inaccurate. The records show Bridger’s first scooper was built in 1985 and that it is in fact a precursor to the CL-415 model. Viking Air is now part of a larger company called De Havilland Aircraft of Canada Limited. A De Havilland spokesperson declined to comment about the aircraft’s age.
Records also show that Bridger’s first scooper had undergone extensive repairs before the company bought it. The skin of the fuselage had cracked from stress, and both wings had been repaired. One repair, done in 2012, fixed a crack in the left spar — a load-bearing beam extending outward from the fuselage. Experts say any repair to a wing spar is significant. “A spar is what’s holding the damn thing together,” said Markowitz.
According to Sheehy’s account, in 2020, the Forest Service’s airworthiness chief at the time, John Nelson, insisted that Bridger’s scoopers meet an updated standard of maintenance and inspection. Sheehy was extremely upset. “Unfortunately, the relationship between industry and the USFS Airworthiness Branch is at an all-time low,” he wrote in his book. (Nelson did not respond to questions about Sheehy’s characterization.)
The next year, Bridger’s first scoopers received cards, allowing the government to pay for their use.
By 2023, the company had six contracted scoopers. Inspectors soon found more problems with the aircraft, according to the records. In January 2024, Bridger presented its first scooper as ready for service, only to have a Forest Service inspector find issues with the engine and electronics. The problems and reasons for the failed inspection were redacted in documents obtained by ProPublica. The scooper received its card the next month.
According to experts who examined the Bridger inspection records at ProPublica’s request, these issues are common in the aerial firefighting fleet. But they said it’s extraordinary for inspectors to find a problem like the one identified last spring.
In early April 2025, Bridger presented two scoopers for carding, saying they were ready for service. During one of these assessments, a Forest Service inspector found a crack in a wing.
The Forest Service records show that Bridger completed a repair in Montana by April 18. Within a week, both aircraft had been cleared for flight.
Bridger did not answer specific questions about the repair. In a statement, the company said, “For a 30,000-pound aircraft that skims bodies of water repeatedly at 100 mph to scoop 11,700 pounds of water in 12 seconds, regular maintenance and periodic repairs are an inherent part of the job.” The company added, “We welcome the rigorous certification process.”
But the relatively quick repair was not a reflection of the severity of the issue. Gil Elmy, a former Forest Service official who wrote the agency’s aircraft inspector guide, said such a finding “should not happen.” Markowitz said the finding evoked an uncomfortable historical echo. The 2002 crash, which was caught on camera and precipitated the Forest Service’s reckoning and its modern airworthiness program, was caused by unidentified wing cracking.
As Bridger’s scooper was being repaired, officials in the wildland fire community were responding to a proposal from the senator’s office that would have ended the airworthiness program. In March 2025, Sheehy asked Brooke Rollins, the secretary of the Department of Agriculture, to stop the inspections, and in mid-April, a draft executive order that proposed eliminating them leaked from his Senate office. Metadata showed the draft had been edited by one of Sheehy’s policy advisers at the time as well as a lobbyist for Bridger. The United Aerial Firefighting Association also shaped the draft.
“Senator Sheehy’s office circulated a living, breathing document to members of congress, outside policy experts, and industry stakeholders on ways to improve the way we fight fire in this country,” wrote Sheehy’s spokesperson.
When Sheehy resigned from Bridger in July 2024 to run for the Senate, he owned 21% of the company, making him its largest individual shareholder. Four months after taking office, in May 2025, he moved most of his stock into two revocable blind trusts, claiming they eliminated any conflict of interest he might have.
But the trusts appear to be managed by executives at Tallgrass, an energy infrastructure company that until March was run by Sheehy’s brother, Matt, who was also a significant early investor in Bridger. Neither Matt Sheehy nor representatives for Tallgrass responded to questions about the trusts. In an email, a spokesperson for the senator did not dispute the Tallgrass executives’ stewardship but pointed out that the Senate Select Committee on Ethics had vetted the trusts. The spokesperson wrote, “Senator Sheehy’s blind trusts are completely independent — he has no control over them.”
According to Cynthia Brown, senior ethics counsel at the nonprofit Citizens for Responsibility and Ethics in Washington, a decision to entrust stock to such close associates undermines the purpose of a blind trust, which is to ensure that a lawmaker’s investments are independently managed. In an email, Brown said, “Selecting a family member’s company appears to do that exact thing that the rules mean to prohibit.”
Since last spring, Sheehy has said little about airworthiness inspections. But he has pushed other policies that would increase business opportunities for aviation companies, such as requiring a response within 30 minutes to all wildfires on federal land. At the same time, he has driven an agenda that could debilitate his longtime foe, the Forest Service.
In statements, on podcasts and in the New York Times opinion section, he has advocated for a single national fire service. And at almost every turn — including in proposed legislation — he has insisted that the Forest Service’s vast wildfire apparatus be moved within the Department of the Interior’s smaller operation. It would hollow out the Forest Service, which draws more than half its budget from fire operations. “It would be a fatal wound,” said Doug Crandall, the agency’s former legislative affairs director.
There are inefficiencies in a fire aviation system spread between agencies. The rush for a couple dozen inspectors to certify hundreds of planes and helicopters before wildfire season can cause delays, temporarily grounding aircraft and cutting into contractors’ revenues. And the agencies have sometimes required duplicative inspections.
But even officials and firefighting labor advocates who support consolidation, which requires congressional approval, have questioned why Interior should absorb the Forest Service’s fire program. Some liken it to forcing a minnow to swallow a whale. The Forest Service employs about twice as many full-time wildland firefighters as the Interior Department, and it spends at least three times more on aviation contracting. It is also responsible for the vast majority of inspections. According to a recent organizational chart reviewed by ProPublica, only five aviation safety inspectors currently work for the Interior Department.
Bridger carries significant debt and in 2024 warned shareholders that it had “substantial doubt about our ability to continue as a going concern.” But last year, the company reported a profit for the first time since going public. It also purchased two more scoopers and predicted that efforts to unify fire agencies “could increase contracting opportunities for private aerial providers.” In another recent filing, Bridger said, “the legislative and policy environment has never been more aligned with our mission.”
Last year, six Forest Service aviation safety inspectors resigned or retired, according to the agency. The recent organizational chart reviewed by ProPublica shows the same number of positions remain unfilled, representing more than 20% of Forest Service aviation safety inspector jobs. It’s unclear what would happen to the rest of the inspectors if the Interior Department were to absorb the Forest Service’s fire operations. In an emailed statement, Adam Mendonca, the Forest Service’s deputy director of fire and aviation management, said the agency “has no intention to change our aircraft inspection standards,” adding that it was “working closely with the Department of the Interior to streamline aviation operations.”
In late March, the Forest Service announced a dramatic reorganization that will move its headquarters to Salt Lake City. The Department of Agriculture reiterated the administration’s desire to fold the Forest Service’s fire operations into the Interior Department.
By that point, blazes had ignited in the Midwest. With the arrival of fire season, the Forest Service’s airworthiness inspectors performed their close examinations. At hangars across the country, they looked for cracks.
The post A U.S. Senator Pushed to Cut Firefighting Aircraft Inspections the Same Month His Former Company Failed One appeared first on ProPublica.
Nature, Published online: 09 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10745-8
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A dazzling book explains our bodies’ dependence on sunlight for everything from sleep to skin and bone health.È ripartito il risiko bancario. Oggetto del desiderio è Monte dei Paschi di Siena per il quale sono arrivate due offerte, una da Intesa Sanpaolo e l’altra da BancoBpm. Tra le due sembra avere più possibilità di andare in porto la prima, anche perché meglio definita nei suoi contorni. Dal 1° luglio per i neoassunti […]
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Facebook Plus abbonamento è ormai realtà: Meta ha ufficialmente avviato il rollout dei piani premium per le sue principali piattaforme. Facebook, Instagram e WhatsApp entrano nell'era delle sottoscrizioni a pagamento, introducendo funzioni esclusive riservate a chi decide di mettere mano al portafoglio. Ma vale davvero la pena pagare?
Quanto costa Facebook Plus e gli altri abbonamenti Meta
I prezzi sono stati fissati con una logica chiara. Facebook Plus e Instagram Plus costano 3,99 dollari al mese ciascuno. WhatsApp Plus, invece, è leggermente più economico: 2,99 dollari mensili. Per il mercato europeo, le cifre sembrano destinate a restare simili, con Facebook Plus atteso intorno ai 2,99 euro al mese in Italia.
Tutti questi piani confluiscono sotto un nuovo marchio ombrello chiamato Meta One, che raccoglie e gestisce l'intera offerta in abbonamento del gruppo. Chi vuole ancora di più può guardare ai livelli superiori: Meta One Plus a 7,99 dollari e Meta One Premium a 19,99 dollari al mese, pensati soprattutto per creator e aziende con accesso avanzato all'intelligenza artificiale.
Cosa include Facebook Plus: le funzioni esclusive
Le novità per gli abbonati di Facebook e Instagram ruotano soprattutto attorno alle Storie. Gli utenti Plus possono estendere la durata oltre le canoniche 24 ore, creare contenuti in evidenza e consultare statistiche dettagliate sul pubblico. È anche possibile pubblicare contenuti senza mostrarli nel feed dei propri follower, una funzione particolarmente utile per chi gestisce una community.
Durante i test erano emerse ulteriori funzionalità: le cosiddette spotlight Stories, nuove reazioni speciali chiamate super heart e la possibilità di guardare le Storie altrui senza comparire nell'elenco delle visualizzazioni.
WhatsApp Plus segue un percorso diverso. Le novità riguardano la personalizzazione dell'interfaccia: temi grafici, suonerie esclusive, adesivi premium e la possibilità di fissare in alto un numero maggiore di conversazioni rispetto alla versione gratuita.
Meta AI a pagamento: il futuro è freemium
La svolta non riguarda solo i social. Meta sta sperimentando un modello freemium anche per la propria intelligenza artificiale. Funzioni avanzate come la modalità Thinking, il ragionamento esteso e la generazione di immagini e video saranno soggette a limiti per gli utenti gratuiti. Chi vuole accedervi senza restrizioni dovrà sottoscrivere uno dei piani Meta One.
Una strategia che riflette una tendenza ormai consolidata nel settore tech: rendere le funzioni più potenti accessibili solo a pagamento, mantenendo però una versione base gratuita per non perdere utenti.
La versione gratuita rimane: nessuno è obbligato a pagare
È importante chiarirlo: Facebook, Instagram e WhatsApp restano gratuiti. Gli abbonamenti Plus non sostituiscono l'accesso base alle piattaforme, ma aggiungono un livello superiore di funzionalità per chi lo desidera. Meta ha anche precisato che questi piani sono separati da Meta Verified, il servizio dedicato alla verifica degli account.
La domanda che in molti si pongono è legittima: ha senso pagare per funzioni che fino a ieri erano considerate standard? La risposta dipende molto da come si usa la piattaforma. Per un utente occasionale probabilmente no. Per un creator o un professionista del digitale, qualche euro al mese potrebbe fare la differenza.
L'articolo Facebook Plus abbonamento: quanto costa e cosa cambia proviene da sicurezza.net.
Bonjour,
Sur une question “Case à cocher”, je souhaite limiter le nombre de réponse pour chaque possibilité. Comment faire ?
Merci par avance pour votre aide !
Zoé
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Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura
Anno di Pubblicazione della versione illustrata: novembre 2025Prima uscita del romanzo: 1925 Pubblicato nel 1925, Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald è uno dei romanzi più importanti della letteratura americana del Novecento. Il mondo raccontato nel romanzo si colloca negli anni Venti, un periodo di grande crescita economica negli Stati Uniti, segnato dall’espansione della ricchezza, dal consumo ostentato e dalla fiducia quasi illimitata nel progresso. È l’epoca che precede il crollo di Wall Street del 1929, evento che segnerà la fine di quell’illusione di prosperità continua e metterà in crisi l’idea stessa di sogno americano così come veniva vissuta
L'articolo Il grande Gatsby tra letteratura e cinema: il sogno americano e le sue ombre sembra essere il primo su Il Mago di Oz.
RE: https://tutut.delire.party/@marien/116698681618287897
#Framadate est propulsé par #Pollaris, un logiciel #Libre conçu bénévolement par @marien !
Aujourd'hui, Marien propose à la communauté de s'impliquer dans les évolutions de Pollaris (évolutions qui impacteront donc Framadate aussi).
C'est une superbe occasion de contribuer à l'amélioration d'un logiciel impactant plus d'un million de personnes !


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È a causa della data in cui è avvenuto, il 12 agosto del 1949, che la protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli non riesce a togliersi dalla testa un incidente di cui ha letto per caso sul giornale. È proprio con la minuziosa descrizione del fatto in questione che l’autrice palestinese apre il suo romanzo, scritto nel 2017 e tradotto per La Nave di Teseo da Monica Ruocco nel 2021, dettagliando passo per passo il rapimento e stupro di gruppo di una giovane beduina da parte di un gruppo di soldati israeliani, nei pressi di Nirim, nel Negev. I soldati poi avevano ucciso la ragazza e l’avevano seppellita nel deserto. A colpire la protagonista, tuttavia, non è la crudeltà di questa vicenda, ma che il fatto sia avvenuto esattamente a distanza di venticinque anni dalla sua nascita.
La storia che apre e mette in moto Un dettaglio minore è vera: si tratta del cosiddetto caso Nirim, oggetto di una lunga indagine di Aviv Lavie e Moshe Gorali per Haaretz. Dopo essere stato poco più di una diceria, un riferimento di una riga nei diari di Ben Gurion, il caso è stato riportato alla luce dai due giornalisti nel 2003. Secondo alcuni testimoni del fatto, la ragazza all’epoca avrebbe potuto avere dieci o quindici anni; i soldati, che l’avevano presa in ostaggio, dopo aver ucciso l’uomo assieme a cui era stata trovata, avevano votato a maggioranza se fosse meglio ucciderla o stuprarla. Dopo averla violentata ‒ racconta l’articolo ‒ il gruppo di soldati avrebbe scavato una buca nel deserto e, quando la ragazza aveva provato a fuggire, le avrebbero sparato alle spalle per poi seppellirla sotto un sottile strato di terra. Riportarla dove l’avevano trovata, avevano deciso, sarebbe stato uno spreco di benzina. Un report ufficiale del 15 agosto 1949 inviato dal sottotenente Moshe, descrive in sintesi l’accaduto e si chiude con queste parole: “la prima notte i soldati l’hanno abusata e il giorno seguente ho ritenuto opportuno toglierle la vita.”
La protagonista del romanzo di Shibli è cosciente che la coincidenza della data con il suo compleanno è un “dettaglio minore rispetto agli altri dettagli più rilevanti che possono essere definiti come assolutamente tragici”, quasi una fissazione narcisistica. Tuttavia spiega che
ciò dipende dal fatto che nel racconto nel suo complesso io non ho notato nulla fuori dall’ordinario, soprattutto se paragonato a quanto accade quotidianamente in un posto dominato dal tumulto di un’occupazione militare e dalle continue uccisioni. Far saltare in aria un edificio è soltanto uno dei tanti esempi. Come gli stupri. Che non si verificano soltanto in tempo di guerra, ma quotidianamente.
A due anni dallo stupro di un detenuto palestinese a Sde Teimen, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti.
Le parole della protagonista del romanzo e la casualità della violenza a cui fa riferimento ci spingono a fare un parallelo con la pubblicazione del video dello stupro di un detenuto palestinese nella prigione di Sde Teimen, fatto circolare dai media nell’estate del 2024, che ha provocato disordini in tutto il Paese e una serie di arresti. Infatti, come ricorda anche la giornalista di Al Jazeera Nida Ibrahim, la sola ragione per cui politici e cittadini israeliani erano insorti, anche in modo piuttosto violento, aveva a che vedere con il danno di immagine che quella notizia provocava allo stato di Israele, invece che con il crimine in questione. A due anni dal fatto, le uniche persone che rischiano una conseguenza penale sono quelle che hanno permesso la pubblicazione del video, non i soldati incriminati, che sono stati prosciolti a marzo di quest’anno.
È in questo solco che per la protagonista del romanzo di Shibli questo “dettaglio minore” diventa una sorta di presagio, “il segno che finirò ancora una volta per oltrepassare qualche limite”. Da quando lo ha letto, si dice, “ogni giorno cerco di convincermi che dovrei lasciar perdere, per non rischiare di fare nulla di avventato”. A questo punto, però, la storia si è messa in moto: l’ossessione per questo episodio spinge la donna a volerlo indagare a sua volta, trovandosi a ripercorrere i passi della giovane beduina, morta venticinque anni prima della sua nascita. Un dettaglio minore, con la sua prosa scarna e diretta, racconta come sia impossibile essere innocenti sotto un regime che discrimina: anche se si farà “molta attenzione per evitare di commettere la minima imprudenza”, dove il concetto di colpa e movente sono arbitrari, esiste solo il potere di decretare vita e morte. “Finalmente avrei scoperto la verità” pensa tra sé la donna, prima di rendersi conto che la verità, del resto già presentata dall’articolo di Haaretz, così come quella presentata oggi dai video e dalle inchieste, non ha il potere di spezzare la catena dell’ingiustizia.
C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé. La vicenda della beduina descritta nei dettagli dall’inchiesta di Haaretz e poi nel libro, pur appartenendo al passato, pur essendo inserita in maniera chiara in una linea del tempo, non può davvero concludersi, perché non può concludersi il suo lutto: da una parte il suo corpo non è stato riportato sulla propria terra perché venga seppellito con gli onori dovuti, dall’altra, come ricorda la protagonista del romanzo, questi eventi accadono quotidianamente e, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi restano impuniti. A margine, a proposito di lutti interrotti, torna in mente la definizione che la studiosa di psicoanalisi Jacqueline Rose dà di Israele, presa a prestito dal lavoro di Alexander e Margarete Mitscherlich, come di una nazione caratterizzata dal diniego del lutto. Israele, spiega Rose, ha trasformato la tragedia dell’Olocausto in una celebrazione collettiva, ma mostra una forma di disprezzo per la diaspora perché gli esuli si erano dimostrati “deboli nella lotta contro il nazismo” e per i sopravvissuti perché rappresentavano una testimonianza troppo concreta dell’orrore che era accaduto. Questo paradosso impedisce il lutto.
È per questa risoluzione impossibile che in Un dettaglio minore l’ossessione della protagonista risveglia il passato più che risolverlo; la letteratura in questo senso non può offrire una chiusura netta, piuttosto rende visibile l’inanellarsi di vicende, il passaggio di corpo in corpo di una testimonianza storica, che assume dunque un aspetto spettrale. Come la beduina è condannata per la colpa della sua sola esistenza, così, qualsiasi cosa decida di fare la protagonista, mettendosi sulle tracce di quella storia finirà per fare qualcosa di avventato; difatti quando parla di “oltrepassare il limite” questo va letto nel suo senso più letterale, poiché per poter recarsi sul luogo del delitto, come agli archivi e musei che ne conservano traccia, dovrà superare i confini delle zone A e B per entrare nella C, alla quale la sua carta di identità non dà accesso. Questo obbligato superamento del limite/confine, insieme metaforico e fisico, la mette in pericolo proprio in virtù della sua identità, rendendola vulnerabile all’arbitrarietà del diritto, del comportamento dei soldati, così come era successo nella storia che apre il romanzo.
C’è un forte senso di ineluttabilità in questo e altri romanzi palestinesi, che non sfocia mai nella rassegnazione, ma che è frutto della consapevolezza di come il passato paia riproporsi continuamente, in una versione talvolta perturbante e fantasmatica di sé.Il senso del fantasmatico è dunque presente nella letteratura palestinese perché il passato non cessa di accadere. Alla Nakba, la grande espulsione dei palestinesi dai loro territori e case nel 1948, infatti, continua a seguire una lunga e indefinita seconda Nakba, i cui contorni sono riproposti quotidianamente dalle dichiarazioni di Netanyahu di occupare il 70% di Gaza (secondo un report di Forensic Architecture e Drop Site, l’esercito israeliano ha oggi il controllo del 60% della Striscia di Gaza, su cui sta costruendo postazioni militari permanenti) e, in maniera persino più chiara, in Cisgiordania, dove i coloni attaccano, intimidiscono e uccidono i palestinesi, distruggendo e occupando in maniera illegale i loro terreni e case. Gli stessi territori poi, grazie a misure approvate in parlamento, di fatto vengono annessi a Israele, nel silenzio della stampa e del mondo politico occidentale.
È proprio nel contesto della prima Nabka, inoltre, che viene coniato il termine “presente-assente” per indicare gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati. La definizione di “presente-assente” deriva dal fatto che è impedito loro di tornare alle proprie case e, pur essendo presenti sul territorio, così come lo sono le case e i relativi atti di proprietà, essi risultano assenti (involontari) dalle proprie abitazioni. Una serie di regolamenti emanati in via emergenziale a partire dal 1948 e poi diventati permanenti, ne impediscono la riacquisizione, mettendo le proprietà sotto il controllo del Custodian of Absentees’ Property; lo stesso accade per i terreni agricoli.
Nel 1950 il numero dei presenti-assenti era di 46.000 persone. Stime successive risultano meno certe, ma riferiscono cifre ben superiori: nel 2015 il 14% della popolazione palestinese rispondeva ai criteri per essere considerata “presente-assente”; altri studi offrono un dato che si muove tra le 150.000 e le 420.000 persone ‒ se, per esempio, si considerano i 110.000 beduini espulsi dalle aree del deserto di Negev, lo stesso da cui proveniva la ragazza protagonista del caso di Nirim, narrato in Un dettaglio minore.
In the Presence of Absence (2006) è anche il titolo dell’ultimo libro di Mahmoud Darwish, considerato il poeta nazionale palestinese, che ne scrisse nel 1988 la dichiarazione d’indipendenza, proclamata poi da Yasser Arafat. In questo volume scritto prima della morte, Darwish intreccia i temi dell’autobiografia, dell’esilio e del ritorno, mostrando come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza. Scrive qui: “Chi è nato in un paese che non esiste, a sua volta non esiste. Se, metaforicamente, avessi sostenuto che venivi da un non-luogo, ti sarebbe stato risposto: ‘Non c’è posto per un non-luogo’”. Il concetto di presente-assente, allora, si pone in posizione limitrofa a quello del fantasma, in questa sua costitutiva doppiezza e natura liminale.
Il termine “presente-assente” indica gli sfollati interni, ossia i palestinesi che, espulsi dalle proprie case tra il 1947 e il 1949, sono rimasti a vivere “nell’Interno”, ossia nei territori che sono diventati lo stato di Israele oltre i confini precedentemente assegnati.Quel passaggio è citato anche in Corpi e confini (2026), memoir della giornalista americano-palestinese Sarah Aziza, tradotto da Gioia Guerzoni e pubblicato da Gramma Feltrinelli, in cui questi temi emergono di nuovo in maniera chiara. Al racconto della propria anoressia e del successivo ricovero in una clinica, Aziza intreccia la storia familiare paterna, segnata dalla Nakba prima e poi dalla fuga in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, dove lei nasce. Parlando dei suoi nonni Horea e Musa e di suo padre, Aziza racconta della caduta della loro città natale, ‘Ibdis, nel luglio del 1948, dopo aver respinto gli attacchi del febbraio dello stesso anno. Fuggiti a ovest, verso la città di Gaza, si dicono che “sarebbero tornati a casa presto”, una promessa infranta poi di lì a poco.
Così, racconta Aziza, lei cresce sempre più lontana dalle proprie radici, le quali, al tempo stesso, Israele ha provato a cancellare, demolendo ‘Ibdis, ma le cui tracce pure persistono nel corpo e nella memoria del padre e, ancora di più, della nonna. È proprio questa figura a diventare centrale nella coscienza della giornalista: nel corso del memoir si rende conto di come questa anziana donna, conosciuta da bambina, sia stata poi da lei rifiutata, perché percepita come estranea e persino inaccettabile dal contesto bianco e protestante che la circonda. È questo disallineamento a provocare nella giornalista una prima forma di alienazione dalla propria provenienza, che pure aveva tentato di risanare studiando e occupandosi di Medio Oriente. Al centro di questo memoir, infatti, appare una presenza fantasmatica che perseguita la donna: è il ricordo della nonna che da dolce assume contorni minacciosi, quasi la infestasse.
Ed è proprio quando Aziza decide di costruire un archivio di storie familiari che il passato torna a tormentarla, a emergere con sintomi fisici, come profondi e lancinanti dolori che la bloccano a letto e visioni dello spettro della nonna che la spingono al limite della sanità mentale. “Costruendo un archivio familiare di storie”, dichiara, “mi apro completamente, lasciando che la loro lingua penetri in me… Questa Palestina è diversa, è molto più che spostare le dita sul mappamondo, più di quello che ho scoperto negli anni trascorsi a studiarne la storia. Diversa anche dai notiziari, dai paesaggi frammentari che ho visto da adulta. Questa è la Palestina che eredito: brillante, complessa e in via di estinzione. Piena di corpo e arti. Mi butto su di lei, affamata. Senza notare il tremore che aumenta piano”.
È solo attraversando quella soglia, quella che lei chiama “portale” o “porta-coltello” e che separa la presenza dall’assenza, ma non si risolve in nessuna delle due, che Aziza si riappropria della sua voce. Adesso lo spettro della nonna muta in una nuova forma. “Di giorno”, scrive, “la nonna sembra un’aureola, un bagliore agli angoli dei miei occhi. Sento la sua presenza nel mio corpo, debole e piegato dal dolore”. Continua poi: “Ricordo l’orrore che mi attanagliava ogni volta che faticava a muoversi. Trasalivo alla vista delle sue caviglie gonfie, delle sue gambe mentre si trascinava sul pavimento”, mostrando come anche qua il disprezzo per la debolezza si trasforma in una forma di lutto mai concluso. Si accorge però che “fino ad ora, ho usato il suo ricordo come rifugio, un grembo dove risposare. L’ho resa mitica o banale, ma in entrambi i casi l’ho sminuita. Non ho quasi mai considerato il suo corpo come parte del mio lignaggio. Ma la sua sofferenza aveva un’origine, e non era la sua condizione di nascita. Dentro di sé custodiva decenni”.
Mahmoud Darwish mostra come la fondamentale fonte di tensione all’interno dell’espressione creativa palestinese non sia tanto quella tra arabi ed ebrei, palestinesi e israeliani, ma quella tra presenza e assenza.Corpi e confini si occupa di questo difficile lavoro di ritessitura in assenza ‒ quella della nonna, ma anche quella della Palestina come luogo vissuto, della casa che Horea e Musa avevano abbandonato. Ed è proprio il ritorno a quei luoghi a rappresentare alcune delle migliori pagine del libro. Racconta Aziza di quanto, accompagnati da un cugino, Horea e suo figlio (suo padre), guidano verso ‘Ibdis, con lo stesso nervosismo che prova la protagonista di Un dettaglio minore, di fronte alla possibilità di incontrare soldati, non perché quello che fanno sia illegale, ma perché “il corpo di chi vive sotto occupazione è comunque un intruso e in qualsiasi momento potrebbe diventare preda”.
Arrivano finalmente al villaggio e “dove un tempo sorgevano novantuno case, trovarono muri crollati, stanze smembrate”. Restano “una palma tutta storta e un grande sicomoro [che li] osservano silenziosi… In mezzo alle macerie, Horea chiese aiuto alla memoria. Laggiù c’era il diwan. Il nostro campo era di là”. La casa dunque esiste nel ricordo e nei segni fantasmatici lasciati attorno: certo, non esiste più fisicamente, rasa al suolo per impedire ogni ritorno, tuttavia la sua presenza riverbera nei corpi di chi la ricorda e di chi viene dopo di loro. È questa memoria fisica ed esistenziale che Aziza prova a rimettere insieme in questo libro, che dunque non potrebbe essere che costruito per frammenti e accumuli.
Come fare, dunque? Sono le parole di Murid Barghuthi, poeta palestinese scomparso nel 2021 e che ha passato la vita tra molteplici esili, separazioni e morti, a indicare una via. Le riporta Aziza nel libro quando scrive che “quello di cui c’è bisogno qui è la lentezza. Ci vorrà tempo prima che le vibrazioni del passato possano calmarsi e trovare una forma in cui riposare… Dobbiamo vivere il nuovo lentamente e intensamente”. Ripensando a queste parole e a quel luogo di soglia tra presente e assente, Aziza riflette che “in assenza di risposte, questo rappresenta un inizio. Il primo accenno di riverenza per le mie rovine, che sono anche un monumento alle catastrofi superate. Palestina è accettare una vita che nomina e tiene vivi gli strappi creati dell’amore. Prendersi cura come rifiuto di dimenticare”.
Il riferimento alla catastrofe di queste righe, mi riporta alla mente un recente intervento di Naomi Klein su Equator che ha molto a che fare con questo senso di presenza-assenza, e con la spettralità della storia. Scrive la studiosa che la visione lineare della storia ci impedisce di vederla per quello che è, di comprenderla. Riflette Klein che, di fronte al genocidio che il popolo palestinese sta subendo, all’alleanza tra sionismo e nazionalismo bianco, alla mancanza di prese di posizione della maggior parte dei governi occidentali e alla violenza impartita dalle loro amministrazioni di fronte al dissenso, se osserviamo il presente aspettandoci che la storia si limiti a ripetersi identica a sé, allora pare che né i musei, né i progetti didattici e i documentari sull’Olocausto siano stati capaci di impedire il presente in cui ci muoviamo. Tuttavia, se la domanda “Come è possibile?” pare non avere risposta, forse è perché la prospettiva che assumiamo è inadeguata.
Una prospettiva più utile è quella a cui alludeva Walter Benjamin quando nel 1940 scriveva che “dove ci appare una catena di eventi, [l’angelo della storia] vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”: le liste di controllo che dovrebbero dirci se il nostro Paese sta scivolando del fascismo non funzionano perché il fascismo non è stato una frattura temporale in Europa, ma (come disse il futuro primo ministro indiano Jawaharlal Nehru) è piuttosto l’uso sul proprio suolo, da parte delle forze europee, dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo.
Il fascismo in Europa non è stato una frattura temporale, ma è piuttosto l’uso sul proprio suolo dei medesimi metodi che aveva già testato sugli altri continenti attraverso l’imperialismo.Il corso della storia non è una ripetizione, dunque, ma rovina che si accumula su altra rovina. Non è un caso che a comprendere la vera natura del fascismo sia stato chi l’imperialismo lo aveva subito, mentre in Occidente facciamo fatica a notarlo: è la mancata volontà di fare i conti con il nostro passato coloniale ad averci reso ciechi di fronte alla sua natura non semplicemente ricorsiva. Come scriveva Benjamin, inoltre, la storia non è materiale inerte: ciò che è stato si aggiungerà alle rovine che lo hanno preceduto, in un moto senza fine, che prende nuovo slancio, muta forma, si congiunge in un nuovo particolato e crea nuovi e inediti composti con cui ci troviamo impreparati a fare i conti; ci spinge in avanti, travolgendoci come tempesta. Come ricorda Klein, le parole di Benjamin si ritrovano anche nell’espressione coniata dalla storica palestinese Sherene Seikaly, “l’età della catastrofe”, dove un genocidio è usato per giustificarne un altro.
Bisogna però comprendere cosa sia un fantasma, come questa presenza-assenza non sia solo luogo di rovine, un passato che vive spettrale nei corpi di chi viene dopo, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, come Aziza dice di aver fatto con sua nonna, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia. È infatti solo nel momento in cui Aziza si lascia invadere dalla sua storia fisica ed emotiva palestinese che il dolore che prova cambia di segno e la donna può attraversare quella soglia che prima rappresentava solo una minaccia, ricongiungendosi con un passato che la rende più presente, in grado allora di recuperare una voce e una prospettiva su di sé. Sono l’inconsapevolezza e il rifiuto a obbligarla a essere perseguitata dai fantasmi, invece che potervi vivere assieme.
Il fantasma, infatti, è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese è eroica e tragica per la sua totale asimmetria di forze, ma al tempo stesso costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni. E non è un caso che nel momento di massima catastrofe del popolo palestinese, la repressione della libertà di parola abbia assunto tratti estremamente preoccupanti.
Qualcosa di simile si legge in Entra il fantasma (2025), romanzo magistrale della scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammad, pubblicato in Italia da Marsilio con traduzione di Maurizia Balmelli. Il fantasma che compare in copertina e che attraversa le pagine di questo magnifico romanzo è quello di Amleto, dramma shakespeariano che Sonia, la protagonista del libro, attrice inglese di origini palestinesi, si trova a mettere in scena durante una visita alla sorella Haneen che vive a Haifa. Mariam, regista teatrale e amica di Haneen, la coinvolge perché reciti la parte di Gertrude. La pièce debutterà in Cisgiordania, scelta che comporta forte preoccupazione negli attori e nella produzione per la possibile reazione delle forze dell’ordine, sia per i taciuti e taciti legami politici della troupe teatrale, sia perché, come ricordava Aziza “chi vive sotto occupazione è comunque un intruso”.
Bisogna comprendere cosa sia un fantasma, perché il rischio è di rendere ulteriormente invisibile la Palestina, di trasformarla, in un simbolo, mitico e banale insieme, invece che in una forza e uno spazio che fanno parte della storia.È chiaro tuttavia che il fantasma non si limiti al padre di Amleto. Durante una prova, gli attori discutono se questo dramma sia solo un dramma teatrale o una sorta di grande metafora per la Palestina: se per Sonia Gertrude è solo Gertrude, per un altro “simboleggia la Palestina”, perché “parte di lei tradisce il vecchio re… dimentica la lealtà… come i traditori dell’interno, e la gente che ha venduto la terra agli ebrei”. C’è qualcosa ‒ e il romanzo lo rende immediatamente chiaro ‒ di eccessivamente semplicistico in questa visione. È piuttosto come se nel corso di Entra il fantasma la storia della Palestina, il presente di Israele e della Cisgiordania filtrassero nel dramma e vi si fondessero.
A Wael, per esempio, il giovane e popolare attore-cantante che viene scelto per recitare Amleto, manca l’esperienza per riuscire a interpretare il protagonista; in una scena a metà romanzo Mariam, la regista, gli chiede “di ritrovare la cupa immobilità che aveva raggiunto a Ramallah”, quando era stato fermato a un checkpoint. Scrive Hammad “non ha detto Pensa ai soldati, ma di sicuro lui li aveva in testa”. In un altro punto, Sonia va a visitare la casa di famiglia a Haifa; la sua non è una storia di Nabka e la casa era stata venduta solo qualche anno prima, nel progressivo e malinconico sfaldamento del nucleo familiare, tra trasferimenti e morti. In una telefonata con il padre a Londra, Sonia racconta la freddezza e la lieve minaccia con cui l’ha accolta il nuovo proprietario. Dice: “È un ebreo, con la famiglia. Non gli è piaciuto trovarci lì, davanti a casa”, al che il padre risponde: “Gli hai fatto paura. Per lui sei come un fantasma… Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche adesso che abbiamo perso quasi tutto”.
Dunque, il fantasma è una presenza che neppure la morte cancella e che per questo terrorizza. Tuttavia il romanzo di Hammad non si limita a cambiare di segno la presenza spettrale, a renderla minacciosa: è vero, lo spettro del padre suggerisce ad Amleto che il suo trono è stato usurpato dallo zio, ma il dramma di Shakespeare è essenzialmente una tragedia in cui non sappiamo quale sia la natura della convinzione di Amleto, se, per caso, non sia solo pazzo. Si tratta di un dramma in cui la lotta contro il nemico pare inesorabilmente destinata alla sconfitta, in cui il protagonista è paranoico o forse davvero osservato. Di rimando, in Entra il fantasma la possibilità che la pièce venga messa in scena è continuamente messa in discussione, minata, resa difficoltosa, gli attori si sentono pedinati, continuamente monitorati dai soldati. In entrambi i casi una vera risoluzione pare impossibile e l’avanzamento della storia è impedito da un senso di ineluttabilità che si mescola alla ripetizione del passato.
Di fronte a questa impasse, che è storica, politica, esistenziale ben oltre i protagonisti del romanzo, Hammad apre il fondale, rompe in qualche modo la finzione scenica. “Il mio punto di vista è cambiato,” dice Sonia più si avvicina alla prima,
e quasi fossi in un sogno e la mia prospettiva fosse stata squarciata, mi muovevo come un drone di sorveglianza e vedevo il nostro progetto dall’alto, fragilmente collocato nel tempo e nello spazio, in quest’estate, da questo lato del muro. La visione era accompagnata da una paura, quasi una premonizione, che comunque tutto fosse scritto, che tutto fosse stato deciso in anticipo, mentre noi ci limitavamo a recitare delle parti che ci erano assegnate, e adesso era stato messo in moto un meccanismo inesorabile che presto o tardi avrebbe gettato i nostri sforzi in pasto al pubblico, demolito le nostre illusioni, lasciandoci rannicchiati di fronte agli dei senza volto di Fato e Stato.
Il fantasma è anche la traccia insopprimibile che qualcosa è stato, è testimonianza di una esistenza: è proprio per questo che la causa palestinese costituisce una minaccia per gli Stati occidentali, che risultano incapaci di accettare il dissenso manifestato dalle loro popolazioni.È vero, come sa la regista, come capisce Sonia, che questo dramma prende senso e forza dal contesto in cui viene recitato, che è la sofferenza della Palestina a dare corpo al loro Amleto, che è metaletterario, come è metaletterario in partenza il testo di Shakespeare, in cui Amleto dichiara che farà “recitare qualcosa di simile all’assassinio di mio padre davanti a mio zio” alla troupe di attori che si è fermata a Elsinore e che si conclude con la frase di Fortebraccio “ordinate ai soldati di sparare”. Eppure, come i fantasmi di questi libri ci hanno mostrato, forse figure troppo occidentali per tradursi del tutto nel contesto palestinese, come la presenza-assenza indica, come l’angelo di Benjamin insegna, contrariamente alla visione nichilista dove tutto si trasforma in niente, queste rovine, questi frammenti non si limitano a riproporsi, a comparire uguali a prima, ma si accumulano, vivono di una forza loro, tragica e necessaria, e così muovono una storia che continua a mutare, a rivelarsi, e ci spingono in avanti con essa.
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La persona media mangia circa sei volte più pollo e il doppio del maiale rispetto ai nostri nonni. A rivelarlo è un nuovo rapporto della FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.
La disponibilità mondiale di carne è cresciuta enormemente negli ultimi sessant’anni e continuerà a farlo anche nei prossimi anni.
L’offerta di pollame è passata da meno di 3 kg a persona nel 1961 a 17 kg nel 2022, secondo i dati dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO). La produzione di carne suina è raddoppiata a 15 kg a persona nello stesso periodo, mentre il manzo, l’alimento più inquinante, è rimasto stabile a 9 kg.
L’agricoltura è il secondo settore più inquinante dell’economia globale. Le emissioni che riscaldano il pianeta dovrebbero aumentare del 7,6% nel prossimo decennio, secondo la revisione scientifica della FAO sui fattori determinanti della domanda e dell’offerta di carne, con il bestiame responsabile di circa l’80% dell’aumento.
Il rapporto ha rilevato che la fornitura media globale di carne è aumentata da 25 kg per persona nel 1961 a 47 kg per persona nel 2022. Ha rilevato che circa il 14% della carne e del latte è stato perso durante la produzione o sprecato dopo aver raggiunto gli scaffali dei supermercati e dei ristoranti.
La FAO segnala nello studio anche una forte disuguaglianza, il Nord America resta l’area con la maggiore disponibilità pro capite di alimenti di origine animale. L’Asia è diventata il primo produttore mondiale, eppure la disponibilità per persona rimane più bassa. Nell’Africa subsahariana la crescita è stata molto limitata, con alcuni progressi solo in singoli Paesi e in specifici settori, come il latte in Kenya o il pollame in Sudafrica. Nei Paesi poveri, carne, latte e uova possono essere ancora troppo costosi rispetto al reddito delle famiglie e possono rappresentare una fonte importante di nutrienti. Nei Paesi ricchi, invece, il consumo resta alto e stabile, mentre medici e climatologi indicano da anni la necessità di ridurre l’eccesso di prodotti animali, soprattutto quelli con maggiore impatto ambientale.
La FAO ricorda che il settore zootecnico deve affrontare pressioni sempre più forti. Deforestazione, consumo di suolo, emissioni di gas serra, uso dell’acqua, inquinamento, antibiotico resistenza e rischi legati alle malattie trasmesse dagli animali sono parte della stessa catena. Il bestiame può contribuire all’alimentazione umana, soprattutto dove la sicurezza alimentare è fragile, però il modello attuale sta mostrando limiti sempre più evidenti.
In sessant’anni il mondo ha moltiplicato la carne disponibile, ha trasformato il pollo in una presenza quotidiana e ha costruito un sistema alimentare che produce sempre di più. Fino a quanto questo sistema può crescere ancora senza aumentare le conseguenze sull’ambiente, sulla salute e sulle disuguaglianze globali?
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