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Perché la Cina e il Grande Sud ci stanno salvando da una crisi mondiale


di Pino Arlacchi

Avvistato dalle fonti più autorevoli, il fantasma di un greggio a 150 dollari al barile si aggira nei corridoi delle borse occidentali. Se i modelli predittivi delle maggiori compagnie petrolifere e delle banche di investimento dovessero materializzarsi, lo shock energetico indotto dal blocco prolungato dello Stretto di Hormuz – in cui transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio – rischierebbe di infliggere il colpo di grazia a un’economia atlantica già strutturalmente fragile.

Nella logica del secolo passato, un simile scenario assumerebbe un solo significato: una recessione globale profonda, immediata e inevitabile. Ma la logica del XXI secolo è cambiata. Se la fiammata energetica non si tradurrà nel collasso economico del pianeta, non sarà per merito delle manovre della Federal Reserve o di tardivi accordi diplomatici in Medioriente. Sarà perché, per la prima volta nella storia contemporanea, esiste un subsistema economico alternativo e parallelo a quello occidentale, dominato dall’economia reale e dallo Stato regista dello sviluppo (il cosiddetto Developmental State). Questo insieme è guidato dall'asse tra la Cina e il Grande Sud, ed è capace di agire da possente ammortizzatore universale.
Non è facile comprendere questa svolta epocale, e se sono in grado di delinearne caratteri e dinamiche lo devo al fatto di non essere accecato dall’illusione eurocentrica e atlantista che affligge l’intera narrativa sulla crisi attuale che prevale in Occidente.

Il capitale finanziario che schiavizza l’Occidente tende a proiettare le proprie vulnerabilità sul resto del mondo. In Europa e negli Stati Uniti, un petrolio a 150 dollari innesca una reazione a catena: aumento dei prezzi alla pompa di carburante, impennata dell'inflazione da costi, reazione forte delle banche centrali tramite il rialzo dei tassi di interesse e conseguente contrazione del credito, dei consumi e degli investimenti. È il cortocircuito di un sistema che vive di leva finanziaria, dove i prezzi dei beni fisici sono determinati da azzardate scommesse sul futuro chiamate contratti derivati, e da simili marchingegni che infestano le piazze di scambio occidentali. Il risultato è l’esposizione del PIL delle nazioni del G7 a una volatilità drogata dalla speculazione e dai capitali “caldi” e senza patria, pronti a fuggire dall’altra parte del pianeta alla minima variazione di un dato economico e di una circostanza geopolitica.

Ma la storia, oggi, non finisce più qui. Fuori da questo perimetro respira un’altra economia-mondo. Un subsistema guidato dai paesi BRICS+ che produce ormai oltre il 60% del PIL globale se calcolato a parità di potere d'acquisto, e che supera nettamente il misero 29% detenuto dalle nazioni del G7. È il mondo dell’economia reale, dell’anti-finanza radicata nella materialità della produzione, delle infrastrutture e degli scambi di beni e servizi. È il mondo del Grande Sud, diventato il baricentro dell’economia globale. Quando il barile tocca cifre astronomiche nei mercati euroamericani, una quota mastodontica di quel petrolio continua a circolare nel resto del mondo a prezzi radicalmente diversi.

Non troverete traccia, nei media occidentali e nelle pontificazioni dei guru neoliberal, del semplice fatto che Pechino, Teheran, Nuova Delhi e Mosca hanno da tempo strutturato un circuito protetto. La Russia e l'Iran non vendono il loro greggio seguendo i benchmark dell'ICE di Londra; lo scambiano attraverso contratti a lungo termine, spesso blindati da forti sconti geopolitici. Questi flussi, inoltre, sono oggi quasi totalmente de-dollarizzati: la quota di scambi commerciali transfrontalieri della Cina regolati in Renminbi ha superato la soglia record del 50%, surclassando il biglietto verde. Per il colosso manifatturiero cinese, il petrolio non costa "150 dollari". Costa l'equivalente pre-concordato in beni industriali, tecnologie o valuta sovrana nazionale. Questo circuito chiuso neutralizza lo shock valutario alla radice, impedendo la distruzione della domanda nei paesi emergenti e garantendo la continuità operativa delle catene del valore fisiche.

Ma la linea definitiva di difesa contro una crisi globale risiede nel superamento della dipendenza del Grande Sud dai consumi occidentali. Per decenni, l'ortodossia economica ha sostenuto che se l'Occidente starnutisce, l'Asia si ammala, a causa della sua natura di pura esportatrice verso i mercati ricchi del Nord del mondo. Questa fotografia è obsoleta. Il punto di non ritorno è già stato superato: il volume degli scambi commerciali Sud-Sud (l'interscambio tra economie emergenti) ha storicamente sorpassato il valore delle rotte Nord-Sud, superando la barriera dei 5.300 miliardi di dollari annui. I paesi emergenti non sono più la periferia che lavora per soddisfare il centro atlantico; sono diventati il centro rispetto a se stessi.

La Cina è la guida di questo scacchiere, e gode di un’economia pianificata che ha operato una sterzata strategica con la dottrina della "Doppia Circolazione" varata nel 2020. Consapevole delle crescenti sanzioni, tariffe e dazi del protezionismo occidentale, Pechino ha progressivamente spostato il fulcro del proprio sviluppo economico verso l'interno, puntando sulla crescita dei consumi domestici che oggi pesano per oltre il 50% sul suo PIL, e sull’espansione della produttività legata all'automazione e all'intelligenza artificiale.
Laddove il subsistema occidentale risponde all'innovazione tecnologica con la "distruzione creativa" di Schumpeter – generando disoccupazione, precarizzazione e conseguente calo dei consumi – il governo cinese trasferisce i lavoratori dislocati in settori ad altissima qualificazione e nei servizi, mantenendo intatta la tenuta sociale e il potere d'acquisto interno con un tasso di disoccupazione urbana rigidamente controllato sotto il 5,5%.

Al contempo, la diversificazione delle esportazioni cinesi ha ridisegnato la geografia del consumo globale. Pechino non esporta più chincaglieria, ma infrastrutture strategiche, reti di telecomunicazione, vettori energetici puliti e mobilità elettrica. I destinatari non sono più i consumatori stanchi e impoveriti di Roma, Parigi o Washington, ma la galassia dei paesi della Belt and Road Initiative, dell'America Latina, dell'Africa e del Sud-Est Asiatico. Quest’ultimo è composto da 11 paesi associati nell’ASEAN: 700 milioni di abitanti che animano la quinta economia del mondo. L’ASEAN ha consolidato il suo ruolo di primo partner commerciale di Pechino, scavalcando sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti.

La nascita di una sterminata classe media nel Grande Sud, stimata in oltre 2 miliardi di persone, sta assorbendo la produzione industriale dell’Asia orientale e della Cina a una velocità tale da poter compensare qualsiasi calo della domanda indotto dalla stagflazione occidentale. È una simbiosi che funziona: il Grande Sud fornisce le materie prime fisiche e l'energia, l’Asia le trasforma in beni tecnologici e infrastrutture di sviluppo, e il tutto avviene al di fuori del controllo del dollaro e del sistema SWIFT.

Ciò a cui assisteremo, nel caso in cui la crisi di Hormuz dovesse avvitarsi, non sarà dunque una crisi globale generalizzata, bensì un aumento della biforcazione dell'economia-mondo. Da un lato avremo l'Occidente finanziarizzato, con le sue riserve valutarie in dollari scese sotto il 58%, intrappolato nei suoi dogmi liberisti, costretto a subire i colpi della crisi energetica e della recessione. Dall'altro lato, il subsistema dell'economia reale, protetto dalla programmazione statale e dall'interscambio Sud-Sud, che continuerà a produrre, scambiare e crescere.

La Cina e il Grande Sud non interromperanno il cupio dissolvi dell'Occidente, né cureranno le magagne del tecnocapitalismo finanziario americano. Faranno qualcosa di più limitato ma comunque cruciale. Impediranno che le tossine di quel sistema avvelenino l'intero pianeta. Dimostreranno che l'autonomia della produzione fisica, l’indipendenza dal dollaro e la solidità delle rotte commerciali terrestri ed eurasiatiche sono un'ancora di salvezza dalle crisi molto più affidabile di qualsiasi diavoleria di Wall Street e di qualsiasi politica di emergenza delle banche centrali e dei governi dell’Occidente.

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In attesa di una nuova Yalta digitale: tra l’impero dell’algoritmo e il destino dell’umanità

 

 

di Glauco Benigni

Essere oggi un cittadino occidentale, un “civile abitante di nazioni alleate”,  comporta un carico di responsabilità intellettuale e morale non indifferente. Significa trovarsi nel baricentro di una transizione d’Epoca dove i concetti di sovranità, democrazia, verità e identità vengono riscritti da algoritmi e flussi di capitale immateriale. In questo mosaico, l’azione politica e filosofica non è più rimandabile: esistono delle priorità sistemiche, e la scelta di privilegiare l’una o l’altra non è un semplice esercizio di stile, ma una decisione che “connota” radicalmente chi la compie, definendone la postura etica e la visione del futuro.

La Dittatura della Velocità e l’Asse del Transumanesimo

Il primo grande tema, quello che oggi domina l’agenda tecnocratica, nasce da una constatazione biologica: la strutturale “lentezza” dell’essere umano nei confronti della spaventosa e geometrica potenza di calcolo delle macchine. Questa asimmetria temporale e cognitiva ha spinto una parte delle élite globali a ritenere che l’unico approccio al futuro sia privilegiare il feudalesimo digitale, facendo accettare in progress ogni logica derivante e ogni drammatica conseguenza.

Assistiamo così al dilagare incontrollato dell’Intelligenza Artificiale in ogni ganglio della vita sociale, alla penetrazione pervasiva dei microchips nell’economia e nei corpi, e a un transumanesimo rampante che non si nasconde più nei laboratori, ma si fa manifesto ideologico. Questo processo viene spettacolarizzato in continuazione da reti tv e social media  unificati: è il teatro globale della coppia Elon Musk e Peter Thiel, “prime donne” della PayPal Mafia che ballano il tip-tap sul palco della rete, collezionando miliardi di visualizzazioni. Un intrattenimento ipnotico, un’azione occulta che serve a rendere seducente   l’ibridazione uomo-macchina e a legittimare una Webcracy tecnologica dove l’1% degli Umani, oltre a controllare gli asset economici, controllano anche tutti i dati e i codici sorgenti dell’esistenza altrui.

L’Antico Tema: La Giusta Distribuzione e la Pace

Dall’altra parte della barricata resiste l’antico, ma urgentissimo, tema che riguarda l’Umanità Profonda: la distribuzione onesta delle risorse e tutto ciò che storicamente ne consegue. Parliamo della ricerca della pace non come assenza di guerra, ma come presenza di giustizia; del dialogo interreligioso sincero e del confronto diplomatico tra Governi che siano reale espressione e rappresentanza dei loro popoli, e non semplici comitati d’affari che fanno capo a fondi d'investimento transnazionali.

Questo approccio esige onestà politica, commercio equo e, da subito, un’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) totalmente svincolata dalle logiche del mercato, affinché la salute pubblica non sia mai più considerata un asset finanziario o uno strumento di controllo biopolitico.

Il raggiungimento di questo equilibrio richiede una nuova Yalta, un nuovo assetto geopolitico globale. Tuttavia, la storia non si ripete mai identica: la nuova Yalta non potrà limitarsi a tracciare confini sulle mappe geografiche, ma sarà inevitabilmente (anche) una Yalta dei territori digitali e delle risorse immateriali. I dati, gli algoritmi di deep learning e le frequenze sono oggi i beni strategici primari, esattamente come lo furono il carbone e l’acciaio al debutto dell’era industriale.

Questa “Yalta digitale” sposta pesantemente il baricentro decisionale e condiziona l’Agenda del Potere Mondiale.  Mette al centro dell’area delle “priorità” la rivoluzione digitale, e lo fa infarcendola di AI predittiva e di digital currencies (sia stablecoin che CBDC), strumenti capaci di tracciare, programmare e limitare da remoto la libertà umana con un clic.

Ognuno di questi effetti però genera il suo contrappasso, di conseguenza, l’antico tema della giustizia sociale non scompare, ma piuttosto si arricchisce e si complica: tant’è che oggi parlare di equità significa pretendere una distribuzione onesta delle risorse anche digitali, significa strappare  il monopolio dei dati ai colossi della Silicon Valley e della tecnopoli cinese per restituirli alla sfera del bene comune.

Le Vie d’Uscita e l’Inconsapevolezza dei Popoli

Di fronte a questo bivio epocale, le strade percorribili dai futuri “architetti globali”  appaiono limitate e ben precise:

  • Il G3 Globale: La via del pragmatismo cinico, iperrealista ma stabile, ovvero un accordo diretto e tripartito tra Washington, Pechino e Mosca per spartirsi le sfere d’influenza e i territori sia digitali e che fisici, congelando in tal modo il conflitto globale.
  • Il Multilateralismo: Il ripristino della legalità internazionale, che ha svolto un ruolo essenziale nella seconda metà del 1900, attraverso il ritorno ai tavoli delle Istituzioni Internazionali, a patto che queste vengano rifondate e liberate dalle influenze dei potentati commerciali privati.
  • La Dottrina Sociale: Una via ispirata alla profonda visione della Dottrina Sociale della Chiesa di Roma e di ogni altra Grande Tradizione Spirituale del mondo, capace di rimettere il lavoro, la dignità della persona e la solidarietà al di sopra della finanza speculativa e dell’idolatria tecnologica.

L’alternativa a queste soluzioni è il baratro. Se fallisce la via diplomatica ed etica, il potere rimarrà nelle mani di oligarchie tecnocratiche e di qualche guerriero psicopatico in posizioni di comando, che pur di mantenere l’egemonia o di accelerare il processo di transizione antropologica, ci trascinerà dentro guerre infinite, conflitti ibridi e permanenti in cui la distinzione tra stato di pace e stato di guerra viene definitivamente cancellata.

Di fronte a una tale complessità, la grande maggioranza dei Popoli si trova in una condizione di tragica alienazione. I “civili di nazioni alleate” non leggono più né libri né giornali, gli anziani guardano la televisione e i giovani consumano freneticamente ogni contenuto offerto dai social media, quasi tutti sono anestetizzati dal flusso continuo di informazioni e intrattenimento, mentre i loro Capi Politici, spesso non eletti o privi di reale mandato popolare, giocano a “fare  la Guerra”  e stringono segreti patti sulla pelle dei cittadini ignari.

Ma … sebbene i Popoli si trovino in uno stato di scarsa consapevolezza, manipolati da una propaganda sofisticata e pervasiva, resta in loro un istinto primordiale ineliminabile: la stragrande maggioranza della popolazione mondiale rimane, comunque e sempre, contro la Guerra. È in questa resistenza silenziosa, in questo rifiuto viscerale della distruzione, che risiede l'ultimo baluardo di resistenza e umanità da cui ripartire per rivendicare il primato della coscienza sulla potenza di calcolo.

 

 

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Europa vassalla: chi paga la guerra economica contro la Cina?


di Manu Pineda* - Publico

Ci sono domande che una società matura dovrebbe porsi regolarmente, eppure quasi mai emergono nel dibattito pubblico europeo. Una delle più urgenti è questa: chi sta realmente pagando il prezzo della guerra economica che l'Unione Europea sta conducendo contro la Cina? La risposta, se esaminata onestamente, è chiara: a pagare sono i cittadini europei. Pagano con prezzi più alti, opportunità di sviluppo perdute e un lento declino della competitività industriale, mentre le loro istituzioni dedicano enormi energie alla costruzione di muri protezionistici in nome di una sicurezza strategica che, in realtà, non appartiene loro.

Per decenni, l'Unione Europea ha costruito la propria identità economica su un principio difeso con fervore missionario: i mercati aperti. Bruxelles ha predicato al mondo le virtù della concorrenza internazionale. L'argomentazione era sempre la stessa: la concorrenza costringe le imprese a innovare, a migliorare la produttività, a offrire prodotti migliori a prezzi migliori, e il principale beneficiario è sempre il consumatore. Questo discorso è scomparso proprio nel momento in cui la Cina sta ottenendo successo nella competizione.

Il capitalismo impone la concorrenza come legge universale del mercato, e quella legge è tollerata finché vincono coloro che l’hanno sempre vinta. Quando la Cina – con il suo modello di intervento statale attivo, pianificazione strategica a lungo termine e ricerca deliberata della coesione sociale – dimostra di poter vincere anche in quel campo e con quelle regole, la ricetta cambia improvvisamente. La concorrenza cessa di essere un principio sacro e diventa un problema da gestire. Dazi sui veicoli elettrici cinesi che superano il 40%, inchieste antisovvenzioni con criteri che difficilmente sarebbero applicati agli stessi produttori europei, nuovi strumenti giuridici come il ‘Regolamento sui sussidi esteri’ che prendono di mira selettivamente le aziende cinesi. Tutto ciò fa parte di una strategia che, lungi dall’essere coerente, contraddice apertamente i principi su cui il capitalismo occidentale ha costruito la propria narrazione di legittimità: liberi mercati quando il vantaggio è dalla tua parte, protezione selettiva e regolamentazione quando il campo di gioco diventa troppo paritario.

L'aritmetica del protezionismo è brutale nella sua semplicità. Se un prodotto costa dieci euro e le istituzioni europee impongono dazi e oneri aggiuntivi, quel prodotto non costerà più dieci euro. Questa differenza non viene assorbita dall'esportatore cinese. Viene pagata dal lavoratore europeo che acquista quel prodotto. Viene pagata dalla famiglia che cerca un'auto elettrica a un prezzo accessibile. La guerra commerciale viene presentata come una difesa dell'Europa. Il conto arriva direttamente alle famiglie europee. In termini economici precisi, stiamo parlando di una tassa regressiva, non votata e gestita in modo opaco, che colpisce in modo sproporzionato chi ha meno risorse per scegliere alternative.

L'offensiva economica europea contro la Cina non è nata a Bruxelles, bensì a Washington. Il rapporto ha assunto sempre più le sembianze di quello tra un signore feudale e il suo vassallo: gli Stati Uniti identificano il nemico, l'Unione Europea lo adotta come proprio; gli Stati Uniti elaborano la strategia di contenimento, l'Unione Europea la attua. Nel frattempo, Washington protegge le proprie industrie con il programma di riduzione dell'inflazione e ingenti sussidi, e affronta il problema della competitività combinando dazi doganali e investimenti pubblici su larga scala. Bruxelles, vincolata dai propri dogmi del mercato unico, affronta il problema principalmente attraverso restrizioni. A pagare il prezzo di questa asimmetria sono, ancora una volta, i cittadini europei.

E, per di più, la strategia non sta funzionando. I dati lo dimostrano con una chiarezza che mette a disagio Washington. Il deficit commerciale statunitense ha chiuso il 2025 a 1.200 miliardi di dollari, praticamente identico all'anno precedente. Il surplus commerciale della Cina con il resto del mondo non è diminuito, bensì è aumentato, passando da 1.000 miliardi di dollari a 1.200 miliardi di dollari nello stesso periodo. Ciò è documentato dalla stessa Federal Reserve Bank di New York, la cui analisi mostra che la Cina ha reagito ai dazi riorientando le proprie catene di approvvigionamento attraverso il Sud-est asiatico: i componenti rimangono cinesi, l'assemblaggio finale si sposta in Vietnam o in Thailandia e il prodotto raggiunge comunque il mercato statunitense. La strategia di contenimento non ha contenuto nulla. Ha reso la vita più costosa per la classe lavoratrice, ha generato distorsioni che oscurano la realtà dei flussi commerciali e ha dato alla Cina il tempo e l'incentivo per diversificare la sua integrazione nell'economia globale in un modo che la rende meno vulnerabile, non di più.

È inoltre importante ricordare che la Cina non si è mai comportata come un avversario attivo dell'Europa. Per decenni ha onorato i suoi impegni contrattuali, investito nelle infrastrutture europee e mantenuto aperto il suo vasto mercato interno alle esportazioni europee. L'etichetta di "rivale sistemico" attribuita alla Cina, adottata dall'Unione Europea nel 2019, seguendo il quadro concettuale imposto da Washington, non descrive una realtà oggettiva di comportamento ostile cinese nei confronti dell'Europa. Descrive piuttosto una posizione europea di allineamento strategico con la visione geopolitica statunitense. E questo allineamento ha costi concreti: ogni escalation delle tensioni con Pechino comporta il rischio di ritorsioni contro le principali esportazioni europee. Le automobili tedesche, i beni di lusso francesi, i macchinari italiani e la carne di maiale e l'olio d'oliva spagnoli si vendono più in Cina che in qualsiasi altro mercato. Sacrificare questi rapporti in nome di un confronto la cui logica non è stata concepita in Europa significa, semplicemente, darsi la zappa sui piedi.

Le possibilità di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa sono tuttavia enormi. L'Europa ha urgente bisogno di batterie, pannelli solari e dell'intera catena tecnologica che renda possibile la decarbonizzazione della sua economia. La Cina è leader mondiale nella produzione di tutti questi componenti. Imporre dazi sui veicoli elettrici e sui pannelli solari cinesi rende la transizione energetica più costosa per gli stessi cittadini europei, in nome della protezione dei produttori locali che devono ancora dimostrare di poter produrre i volumi necessari a prezzi accessibili.

L'Europa non si rafforza impoverendo i suoi cittadini o intrappolandosi in una logica di confronto concepita dall'altra parte dell'Atlantico. Si rafforza impegnandosi nella reindustrializzazione fondata sull'iniziativa pubblica, sulla pianificazione strategica e sull'innovazione orientata al bene comune. E questa forza non richiede lo scontro con la Cina: richiede la cooperazione con essa nella transizione energetica, nella ricerca scientifica e nella connettività globale. Richiede inoltre di estendere questa logica di cooperazione ai popoli del Sud del mondo, costruendo relazioni di sviluppo reciproco laddove attualmente prevalgono l'estrazione e la dipendenza. Un'Europa concepita in questo modo avvantaggia i lavoratori sia qui che là. La domanda a cui le loro istituzioni non sono ancora riuscite a rispondere è se siano disposte a supportare quel progetto, o se continueranno a supportarne un altro.


*Ex europarlamentare, responsabile della solidarietà internazionale di Izquierda Unida

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La lotta per salvare l'America (di Chris Hedges)

 

di Chris Hedges*


Il peggio non sono l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) e i contractor privati, armati di mazze da baseball e manganelli, che alla fine del loro turno invadono il parcheggio e scatenano sui manifestanti fuori dai cancelli lo stesso sadismo inflitto ai detenuti di Delaney Hall.

La cosa peggiore non sono il gas lacrimogeno, i taser, lo spray al peperoncino o le decine di arresti.

La cosa peggiore non sono i pestaggi e gli scudi antisommossa, sollevati sopra le teste degli agenti della polizia statale del New Jersey e della polizia di Newark e abbattuti rapidamente sui corpi, provocando gravi lacerazioni.

La cosa peggiore è badare ai bambini.

Quelli che singhiozzano ininterrottamente mentre lasciano Delaney Hall, dicendo addio a madri, padri, sorelle o fratelli che li hanno accompagnati a scuola, che li hanno incoraggiati alle partite di calcio, che hanno detto loro che erano belli e talentuosi, che si sono svegliati prima dell'alba per svolgere lavori umili affinché potessero avere un futuro; che li amano in un mondo in cui l'amore è una merce in via di estinzione.

Sono seduto contro una recinzione metallica a un isolato da Delaney Hall, il più grande carcere dell'ICE del New Jersey, con un manifestante che si fa chiamare Basher. Ha 41 anni, una folta barba nera, le unghie sporche e le mani segnate dagli scontri con la polizia. Indossa una kefiah verde. L'aria è impregnata del fetore dell'enorme impianto di depurazione della Passaic Valley Sewerage Commission, proprio di fronte. Quando si tratta dei bambini, quelli strappati ai genitori da una nazione che sta istituzionalizzando la crudeltà, persino Basher deve trattenere il respiro e fermarsi. Le scene sono troppo strazianti da sopportare.

La brutalità di Delaney Hall è solo un riscaldamento. I teppisti, quelli che attaccano chi è demonizzato all'interno del carcere dell'ICE e chi è demonizzato per le strade fuori, si stanno allenando per il resto di noi. Delaney Hall, gestita da una società carceraria privata – il GEO Group – è il modello di un mondo in cui saremo privati dei nostri diritti; incarcerati e torturati di routine; privati di cure mediche adeguate; nutriti con cibo rancido, scaduto e ammuffito, infestato da vermi e larve; costretti a bere acqua contaminata, a respirare aria inquinata e a lavorare per salari da fame – nel caso di chi si trova all'interno di Delaney Hall, un dollaro al giorno.

Circa 300 delle circa 600 persone detenute a Delaney Hall, tra cui adolescenti, anziani e donne incinte, hanno iniziato uno sciopero della fame e del lavoro il 22 maggio.

Le guardie dell'ICE e del GEO Group hanno reagito come ci si poteva aspettare: hanno picchiato gli scioperanti, hanno sigillato le prese d'aria e lanciato gas lacrimogeni e spray al peperoncino nelle celle. Hanno ammanettato i presunti leader dello sciopero e li hanno costretti a uscire dalla struttura verso luoghi sconosciuti, oppure li hanno isolati in "unità punitive". Hanno manipolato gli impianti di riscaldamento e raffreddamento in modo che i prigionieri sopportassero temperature estreme, sia calde che fredde. Hanno interrotto l'accesso al telefono e a internet, sospeso i diritti di visita e molestato sessualmente le donne.

Il 31 maggio, 56 dei detenuti di Delaney Hall hanno pubblicato la loro quarta lettera pubblica. Era scritta a mano in spagnolo su carta a righe:

«Le condizioni in questa prigione non sono adatte a esseri umani per un periodo di tempo così lungo: negligenza medica, acqua non potabile, cibo scaduto e in cattive condizioni, bagni inutilizzabili e impianti di ventilazione mai sottoposti a manutenzione; per questo motivo siamo costantemente malati», si legge nell'ultima lettera. «Chiediamo la libertà, un processo equo e il rispetto dei nostri diritti. SOS».

Il 24 luglio dello scorso anno, intorno alle 6:45 del mattino, i veicoli dell'ICE hanno bloccato un furgone che trasportava 15 lavoratori guatemaltechi, a tre isolati da casa mia. Sono andato a trovare gli uomini nel centro di detenzione dell'ICE a Elizabeth, nel New Jersey, perché parlo spagnolo e perché le loro famiglie, terrorizzate all'idea di essere prese di mira, non potevano farlo. Gli uomini mi hanno detto che erano stati minacciati di lunghe pene detentive, seguite da una sicura deportazione, se non avessero firmato i documenti in cui acconsentivano alla loro immediata espulsione. Hanno firmato. Il mio compito era quello di informare le loro famiglie che non sarebbero tornati a casa.

Un'analisi del Guardian sui documenti governativi ha rivelato che durante i primi sette mesi del secondo mandato di Trump, i genitori di almeno 27.000 bambini, di cui 12.000 con cittadinanza statunitense, sono stati arrestati.

Questi uomini erano i miei vicini. I loro figli frequentano la stessa scuola superiore dei miei. Il rapimento dei genitori – spesso sul posto di lavoro, durante le udienze per l'immigrazione o gli appuntamenti con l'ICE – non solo traumatizza i figli di queste famiglie, ma l'intera comunità. Ogni ragazzo della scuola si chiede se un giorno anche i suoi genitori verranno rapiti facendo perdere le proprie tracce. Ogni ragazzo si chiede come sia possibile che una simile crudeltà venga inflitta ai propri amici. Ogni ragazzo si chiede in che tipo di paese viviamo.

Lo Stato e gli organi di informazione che ne fanno da cassa di risonanza stanno facendo del loro meglio per convincere l'opinione pubblica che coloro che sono rinchiusi a Delaney Hall siano "criminali", "i peggiori tra i peggiori".

Ma un'analisi dei dati dell'ICE condotta da Austin Kocher, professore associato di ricerca presso la Syracuse University ed esperto di dati e politiche sull'immigrazione, smaschera la menzogna. Kocher ha scoperto che l'88% degli immigrati detenuti a Delaney Hall non ha precedenti penali gravi e oltre il 70% non ne ha alcuno. Coloro che hanno precedenti hanno commesso quasi sempre reati di lieve entità.

Le forze paramilitari fuorilegge che ogni giorno escono dai cancelli di Delaney Hall non sono soggette ad alcuna responsabilità. Ignorano la legge. Sono il fondamento satanico del nostro nascente stato di polizia. Il terrore che infliggono a coloro che vivono in questa piccola zona di Newark si riverserà presto su tutti noi.

Il senatore del New Jersey Andy Kim, che è stato aggredito con spray al peperoncino fuori da Delaney Hall dagli agenti dell'ICE, e la governatrice Mikie Sherrill si sono visti negare l'accesso alla struttura. Kim, dopo aver presentato ricorso al direttore della Sicurezza Interna Markwayne Mullin, ha infine ottenuto una visita lampo, ma gli è stato proibito di parlare con i detenuti. Anche agli ispettori sanitari della città e dello stato è stato impedito l'accesso completo al carcere.

Il messaggio è chiaro: commetteremo qualsiasi abuso impunemente.

Sabato pomeriggio, dopo che una dozzina di manifestanti aveva bloccato l'uscita delle auto dalla struttura, gli agenti dell'ICE, indossando equipaggiamento da combattimento e maschere, hanno caricato i presenti con pistole a proiettili di pepe, spray al peperoncino e taser.

«Indietro! Indietro!» gridavano mentre spruzzavano nuvole di gas.

Le auto che uscivano dalla struttura hanno investito almeno un manifestante.

Intorno alle 22:00, un centinaio di persone aveva eretto una barricata con barili pieni di sabbia per bloccare le uscite e gli ingressi della struttura. Il blocco ha provocato un massiccio afflusso di agenti dell'ICE, guardie del GEO Group e agenti di polizia di Newark, che hanno respinto i manifestanti per diverse centinaia di metri lungo la strada.

La polizia ha annunciato il divieto per i manifestanti di indossare dispositivi di protezione, tra cui respiratori e occhiali, nonostante Delaney Hall si trovi in una zona industriale con un'estesa contaminazione dell'aria e dell'acqua nota come "Corridoio chimico".

La battaglia di Delaney Hall non è ancora finita. È una battaglia non solo per la giustizia, per i diritti dei nostri vicini, per un mondo in cui tutti siano trattati con dignità e rispetto, per i bambini che non dovrebbero mai essere separati dai loro padri e dalle loro madri, ma anche una battaglia per salvare il nostro Paese dall'avanzata inesorabile del fascismo.

Unisciti ora. Presto potrebbe essere troppo tardi.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

 

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Il genocidio che non fa rumore


di Federica Cresci – Cuba Mambí, Gruppo d'Azione Internazionalista

Quando si parla di guerra, l'immaginario collettivo corre immediatamente alle bombe, ai missili, alle invasioni e alle città distrutte.
Ma esiste un'altra forma di guerra.
Una guerra che non lascia crateri, non mostra immagini spettacolari nei telegiornali e non produce il fragore delle esplosioni.
Una guerra silenziosa.
Una guerra economica.
Una guerra che colpisce le persone attraverso la fame, le privazioni, i blackout, la mancanza di medicinali, l'isolamento finanziario e la progressiva distruzione delle condizioni materiali di vita.
Le ultime misure annunciate dall'amministrazione Trump contro Cuba rappresentano l'ennesimo capitolo di questa strategia.
L'OFAC ha inserito nella lista dei soggetti sanzionati il presidente Miguel Díaz-Canel, membri della sua famiglia, il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie, i Comitati di Difesa della Rivoluzione, l'ICAP, Amistur e altre entità cubane.
Parallelamente, le nuove disposizioni hanno prodotto un ulteriore colpo al sistema finanziario dell'isola.
Dal 6 giugno Cuba non può più ricevere pagamenti attraverso circuiti internazionali ampiamente utilizzati come Visa e Mastercard. Una banca straniera ha già comunicato l'impossibilità di proseguire i rapporti con l'entità cubana coinvolta per non incorrere nelle sanzioni statunitensi.
Dietro il linguaggio tecnico delle sanzioni si nasconde una realtà molto semplice.
Rendere sempre più difficile la sopravvivenza economica del paese.
Colpire la capacità di commerciare.
Colpire il turismo.
Colpire gli investimenti.
Colpire il sistema finanziario.
Colpire l'accesso alle valute estere.
Colpire perfino la solidarietà internazionale.
Per comprendere la natura di questa strategia bisogna tornare al 1960.
In un memorandum oggi declassificato, il funzionario del Dipartimento di Stato statunitense Lester Mallory scriveva che la maggioranza dei cubani sosteneva la Rivoluzione e che non esisteva un'opposizione efficace. Per questo proponeva di provocare "fame, disperazione e il rovesciamento del governo" attraverso misure economiche capaci di generare malcontento nella popolazione.
Sono passati sessantasette anni.
La domanda è semplice.
È cambiato davvero qualcosa?
Oggi Cuba affronta una crisi energetica che provoca blackout prolungati in molte zone del paese. Ogni interruzione elettrica significa ospedali costretti a funzionare con generatori di emergenza, farmaci che rischiano di deteriorarsi, attività economiche paralizzate, trasporti più difficili, conservazione degli alimenti compromessa e una qualità della vita sempre più pesante per milioni di persone.
Le conseguenze non sono astratte.
Sono concrete.
Sono famiglie che passano ore e ore senza elettricità.
Sono anziani che affrontano il caldo senza ventilazione.
Sono malati che dipendono da un sistema sanitario costretto a operare in condizioni sempre più difficili.
Sono bambini che crescono in un contesto di carenze materiali che nessun paese dovrebbe essere costretto a sopportare.
A tutto questo si aggiunge il colpo inferto al turismo, una delle principali fonti di valuta estera dell'isola.
Le nuove misure statunitensi stanno spingendo banche, imprese e operatori internazionali ad abbandonare Cuba per timore di ritorsioni. Diverse catene alberghiere straniere stanno ridimensionando la propria presenza sull'isola. Le difficoltà nei pagamenti internazionali scoraggiano ulteriormente viaggiatori, investimenti e relazioni commerciali.
Ma c'è un aspetto ancora più inquietante.
Tra gli enti sanzionati compare l'ICAP, l'Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli.
Non una banca.
Non una compagnia militare.
Non una multinazionale.
L'organismo che da decenni costruisce rapporti di amicizia, cooperazione e solidarietà tra Cuba e migliaia di organizzazioni sociali, sindacali, culturali e politiche di tutto il mondo.
Colpire l'ICAP significa tentare di colpire la solidarietà stessa.
Significa rendere più difficili gli scambi culturali, le brigate internazionaliste, le campagne di aiuto umanitario, le relazioni tra i popoli.
Non basta strangolare economicamente Cuba.
Occorre anche isolarla.
Occorre impedire che il mondo veda.
Occorre ostacolare chi prova ad aiutare.
Ed è forse questo l'aspetto più rivelatore delle nuove sanzioni.
Perché quando si colpiscono contemporaneamente l'economia, il turismo, il sistema finanziario e persino le reti di solidarietà internazionale, non si sta semplicemente esercitando una pressione diplomatica.
Si sta cercando di rendere sempre più difficile la vita di un intero popolo.
Per questo la vera domanda non è se esista una guerra contro Cuba.
La guerra esiste da decenni.
La vera domanda è un'altra.
Quante sofferenze può sopportare un popolo prima che il mondo smetta di considerarle il normale effetto collaterale di una disputa politica e inizi a chiamarle con il loro nome?
Perché esistono guerre che uccidono con le bombe.
Ed esistono guerre che cercano di ottenere lo stesso risultato attraverso la fame, la penuria, l'isolamento e la disperazione.
Cuba conosce questa seconda forma di guerra da sessantasette anni.
Le bombe distruggono le città. L'assedio distrugge lentamente la vita. E quando questa violenza dura da sessantasette anni, il silenzio non è neutralità: è complicità.
Ma se Washington pensa di poter isolare Cuba colpendo anche l'amicizia tra i popoli, commette un errore storico.
Perché la solidarietà internazionalista non conosce blocchi, sanzioni né frontiere.
E finché milioni di donne e uomini nel mondo continueranno a schierarsi al fianco del popolo cubano, nessun assedio potrà spezzarne la dignità, la sovranità e la resistenza.
La solidarietà non si sanziona. La solidarietà non si blocca. La solidarietà non si arrende.
CIÒ CHE STA SOFFRENDO IL POPOLO CUBANO NON LO DIMENTICHIAMO. NON LO PERDONIAMO.

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Carla Filosa - “Te dò ffòco”, dalla minaccia al rogo dei braccianti: se la barbarie diventa sistema

 

Il titolo evoca con estrema, amara ironia, un ultimo terribile fatto di cronaca. Con un’iperbole, per lo più scherzosa e convintamente fittizia, sanguigna per il gusto dell’esagerazione, il dialetto romano sostiene così un ideale enorme dissenso con un interlocutore, che si finge di minacciare col massimo di un intervento terrorizzante. Quando però l’iperbole verbale si trasforma in realtà effettiva in un tessuto sociale di voluto degrado di ogni aspetto umano, è necessario capire a fondo se questa supposta civiltà ci appartiene o se invece ce ne dobbiamo discostare con tutte le forze possibili del nostro diniego. Nella seconda ipotesi appena accennata, “diamo fuoco”, prioritariamente e in senso metaforico, a questa mezza informazione benpensante che si aggancia a ogni isolato aspetto di una tragedia che si ripete, sempre evitando di dare conto del cuore o contesto dei problemi, ovvero di cosa sia lo sfruttamento sul lavoro.

 Entrando allora nel fatto di cronaca del 1° giugno, emerge che sono morti 4 uomini, 3 afghani e 1 pakistano, in un rogo in auto, appositamente preparato, in una frazione calabrese di 2.583 abitanti chiamata Amendolara, in un’area di servizio al 106 della Strada Statale Ionica, in provincia di Cosenza. Ex terra di emigrazione nel secolo scorso verso l’Italia del nord o l’Argentina, Amendolara è salita agli onori della cronaca solo per queste morti che hanno scosso la cosiddetta opinione pubblica, data l’efferatezza con cui sono state progettate ed eseguite le uccisioni. Emerge, quindi, oltre al condivisibile “orrore” per assassini che costringono a bruciare vivi altri esseri umani, un movente che si fa strada nel sommerso di una realtà misconosciuta, tutt’al più sfiorata da conoscenze sindacali sempre pronte a mobilitarsi quando si arriva agli estremi, tranne a far capire cosa e come siano le condizioni lavorative, deliberatamente ignorate da serie di governi compiacenti, sconosciute quindi all’universale popolazione indifferente, accuratamente sommerse negli interessi carsici che muovono e usano sempre il lavoro altrui.

È di questo allora che bisogna parlare, questi morti erano lavoratori, in più stranieri gettati nei pozzi neri del lavoro schiavizzato, in più richiedenti diritti che a loro non competono come ultimi tra gli assoggettati, in più di etnie rese nemiche dall’abile giogo dominante imposto alla crudele lotta gerarchica tra poveri. Provando a procedere con ordine, vediamo però prima come si fa rimbalzare la notizia incanalata nel vicolo cieco dei sentimenti più comuni, anch’essi soggetti a essere corrotti e separati dall’intelligenza del reale.

Innanzi tutto gli sciacalli: il generale Vannacci, saputo che i due presunti assassini rintracciati erano pakistani, ha citato uno slogan che definisce l’attuale arrogante destra cui si rivolge: “Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo”. Aggiungendo il disprezzo per chi, se “queste risorse pagano le pensioni, ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale, bisognerà pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno. Remigrazione!” Chiara la priorità di un discorso che a) omette di parlare della finzione del diritto alla supremazia di chi abita il cosiddetto primo mondo, b) evita accuratamente di entrare nel merito delle modalità lavorative che creano le dipendenze di classe, ove la frammentazione del lavoro è ulteriormente accelerata con l’impiego della tecnologia. c) considera solo i costi in denaro del lavoro al posto della vita degli esseri umani e d) infine devia verso gli alieni, cioè gli altri, gli stranieri, le responsabilità dei rischi riservati al lavoro, ma cancellati da tutti i decreti sicurezza unicamente emanati per reprimere il dissenso sociale. Analogamente, dalla Lega si leggono rigurgiti moralistico-legalitari quali “una ferita allo stato di diritto” con tanto di promessa per “un inasprimento dei controlli sulle filiere agricole”. Gli sciacalli hanno detto la loro.

Dall’unico sopravvissuto agli omicidi si è appreso che le quattro vittime erano braccianti e che, per aver richiesto di esser pagati, anche degli straordinari evasi e di non dormire in dieci in una stanza, sono stati eliminati dai loro rispettivi caporali pakistani, comodamente usabili come pronta barbarie al servizio padronale. In dettaglio si tratta di assunzioni prima in nero, poi con contratto per 8 ore a 45 euro al giorno, mai pagato, e in più i due caporali avrebbero chiesto un contributo per il viaggio di accompagnamento al lavoro, su cui è infine scoppiata la lite fatale.

La stampa parla di sfruttamento come cosa nota. Si scopre che erano esseri umani, chi rileva che lo ridiventano solo dopo morti, chi sottolinea l’invisibilità delle loro esistenze, chi adombra sospetti di gestioni mafiose, chi addita responsabilità della Bossi-Fini come pure del Decreto flussi, chi getta la colpa sul “caporalato”, ecc. Altri 14 tra auto e furgoni sono stati dati alle fiamme, nella zona, porto franco della ‘ndrangheta che però nessun processo è mai giunto ad accertare! La procura di Castrovillari ha fermato Alì e Bat, questi i nomi di quelli che hanno bloccato gli sportelli del minivan in fiamme, per omicidio plurimo. La giustizia sembra “fare il suo corso” come normalmente si dice, ma il capitale con le sue leggi ne è sempre fuori, fa entrare in tribunale solo i suoi agenti, generalmente inconsapevoli di esserlo.

Terminata la rassegna della propaganda e della cronaca, ci troviamo tanti oggetti d’indagine “noti”, cioè mai conosciuti a fondo proprio perché se ne parla continuamente come se lo fossero, e che invece, per rispetto e un doveroso riscatto delle più che giuste esigenze delle vittime, ora proviamo a delineare anche se in pillole, col senso però di un invito ad approfondire i concetti finora mancanti.

In primo luogo il lavoro. In un modo di produzione capitalistico, nel quale siamo immersi da oltre 2 secoli, il lavoro è per definizione sfruttato, proprio mediante il salario che corrisponde sempre e comunque solo a una quota della ricchezza prodotta e privatamente appropriata, cioè sottratta al beneficio sociale comune. Prova ne sia che i profitti salgono, cioè quella quantità di lavoro gratuito estorto che li costituiscono e li aumentano, a fronte dei salari relativamente sempre più da fame e dell’impoverimento crescente, altrimenti visibile anche nell’iniquità fiscale, corredata dall’evasione e elusione della tassazione, all’incirca calcolata sui 100 mld di euro solo in Italia. Che lo sfruttamento sia l’origine certa dei profitti lo dimostra tutta l’accuratezza normativa e politica nell’erodere continuamente quote di lavoro gratis – Marx usò l’espressione di “rosicchiare i minuti” – a vantaggio di un’accumulazione di ricchezza e potere da parte dei possessori di capitali, da poter sostenere concorrenza e dominî coloniali. Lo sfruttamento quindi non è riservato ad alcuni più sfortunati, è il sistema comune di comando sul lavoro da rendere, quest’ultimo, sempre più inoffensivo nel reclamare diritti e dignità.

A seguire, gli immigrati sono ora il piatto forte di questo sistema. Tutte le leggi liberticide e la precarietà di vita loro riservata, la loro attribuzione di essere “terroristi”, i loro respingimenti, remigrazioni, venduti a chi li trattiene in lager fatiscenti, l’ostacolo sempre maggiore al loro salvataggio in mare, ecc. sono tutti ottimi meccanismi di dissuasione, semmai in salvo e al lavoro, dal ritenersi in grado di rivendicare un diritto alla vita. Chi non capisce di essere forza-lavoro di serie Z, rischia di nuovo la pelle, come i quattro ammazzati nel rogo calabrese, cui l’estorsione lavorativa riguardava non più solo una parte, ma tutta la giornata lavorativa in cambio di una miserabile sopravvivenza, alla stregua di ogni sistema schiavistico mai dismesso. Come gli ebrei e tutti i dissidenti o diversi furono di fatto un capro espiatorio per Hitler, così gli immigrati lo sono oggi nei nostri tempi: esseri esecrabili, non persone, non necessariamente da eliminare, ma da condizionare pesantemente per sfruttarne le forze. Si dirotta su di loro l’attenzione sociale delle carenze governative da occultare, in modo da poter lasciar agire nell’ombra il sistema predatorio, corrotto e mafioso di cui il capitale ha sempre più bisogno, perché spinto dalle sue crisi. 

Approdando infine al caporalato, la stampa continua a chiedersi come mai le denunce effettuate non trovano seguito. Riferire quella operazione “Demetra” nel giugno 2020, con l’arresto di 60 persone e sequestro di 14 aziende agricole tra Calabria e Basilicata, è utile per riportare le parole del gip di allora che scrisse che gli immigrati “venivano trattati come scimmie”.

La distinzione tra mezzi e fini è fondamentale. Più il mezzo è brutale più risulta efficace per il fine previsto. Disumanizzare significa azzerare ogni scrupolo e responsabilità, per il regolare funzionamento del sistema che è lui a definire le finalità dello sfruttamento, che non può essere ostacolato. Inamovibile il contrabbando (smuggling) di migranti di ogni provenienza, afghani, africani o altro, costretti a pagare l’espatrio e poi il datore di lavoro destinato, nella catena gerarchizzata attraverso il caporalato per le zone agricole, o mediante l’appalto e subappalto in tutti gli altri ambiti lavorativi. Al di là da ogni etnia, lo sfruttamento massimo è delegato a un altro sfruttato, come nel cottimo, il quale pertanto dev’essere spietato o malcapitato, come appendice in un ingranaggio dal movimento incontrollabile. Chi ha visto Chaplin in “Tempi moderni” può avere negli occhi immagini immortali di questa stessa analisi, magistralmente espressa nell’arte.

Questi morti per il lavoro, inoltre, si aggiungono a quelli quotidiani sul lavoro. Sono tutti testimoni, in quanto vittime, di una lotta di classe senza esclusione di colpi che capitali centralizzati conflittuali e coalizzati proseguono nella loro spasmodica ricerca di predominio. La distruzione della vita altrui, sia in veste lavorativa che militare, di residenti o di sans papiers, di occupati poveri o disoccupati, inoccupati, inattivi, ecc., rientra nello sviluppo delle forze produttive di cui c’è necessità, contingente ancorché duratura. La sorveglianza continua sui lavoratori e l’impossibilità di appoggiarsi su spazi realmente sicuri, produce in loro una condizione permanente di paura, di insicurezza e terrore psicologico che in molti casi funziona da deterrente. Emerge allora con chiarezza la coerente architettura dell’esperienza coloniale trasferita nella cosiddetta patria, cioè dove conviene di più, nelle forme di dominio collettivo anche sotto denominazioni generiche e quindi irrintracciabili come “criminalità organizzata”.

 La banale organizzazione del lavoro include così fasce talmente più indebolite di forze-lavoro, che permettono di gridare allo sfruttamento una tantum, come scandalo, come ad esempio per la prostituzione, ma che non devono turbare la continua tranquillità di una società intrisa di ipocrisia. Alla notizia di queste morti terribili, sono apparse denunce in ogni parte d’Italia, segno che il “capitale organizzato” non risiede solo nel sud arretrato, ma spazia libero di normalizzare ovunque l’impunità per le illegalità più vantaggiose tra i rider, nei campi, nella moda, nei cantieri, ecc. Da Bassano del Grappa, a Chioggia, a Viadana (Mantovano), a La Spezia, a Latina, nel Bresciano, in Franciacorta dove una decina di anni fa venivano anche impiegate donne nei vigneti e poi fatte prostituire di notte. Bengalesi, rumeni, pakistani, cinesi, indiani, ecc. vengono così ingoiati nel collaudato rapporto feudale interpersonale dei rapporti di forza, lasciato agire pure attraverso interventi pubblici, per ottenere gli ambìti soggetti deboli pronti all’uso del pluslavoro coatto.

Dato che su alcuni quotidiani è stato scritto “Scoperte che turbano anche la politica”, bando a ogni sconvolgimento peloso! Non si tratta di deviazioni moralmente o giuridicamente recuperabili, ma di sistema.

 

Carla Filosa

7.06.2026

 

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