Golfo, Libano, Ucraina: dove gli Usa trattano si muore di più

Non è un caso se nelle settimane in cui gli Stati Uniti si sono rimessi in pista per pressare l’Iran e spingere su concessioni maggiori nella trattativa, arrivando a due notti consecutive di raid nelle giornate del 9 e del 10 giugno, anche in Europa orientale tra Ucraina e Russia la conflittualità è rinfocolata e in Libano il cessate-il-fuoco mediato dagli Usa è stato fragilissimo e costantemente calpestato da Israele.
L’interventismo Usa
Washington vuole tenere in mano il boccino dell’ordine globale ma oggi più che mai il danno politico e d’immagine che le politiche dell’amministrazione di Donald Trump alla credibilità degli Stati Uniti rischia di compromettere, su molti fronti, la posizione della superpotenza. O forse hanno proprio l’obiettivo di ristabilire una logica di interventismo e uso della forza che l’amministrazione più interventista dalla fine della Guerra Fredda a oggi non manca di rivendicare ed esercitare fin dalla sua instaurazione. All’ombra della paura americana per la scalata cinese all’ordine globale, che agli occhi di Trump giustifica l’interventismo in ogni teatro dove si possa frenare questa dinamica, le azioni statunitensi concretizzano il cortocircuito americano danneggiando la credibilità della posizione americana.
La disastrosa diplomazia negoziale di Trump: dove tratta si continua a morire
In Ucraina, ad esempio, la guerra continua e la distensione russo-americana langue. Dopo la sterile passerella di Ferragosto ad Anchorage, teatro del vertice tra due leader che si illudevano di potersi dividere il mondo come in un nuovo 1945, Donald Trump e Vladimir Putin non si sono più incontrati. Il presidente russo ha maldigerito l’avventurismo militare di Trump, dal Venezuela all’Iran, e intende l’Ucraina come una parte più ampia di un confronto bilaterale in cui Mosca cerca garanzie securitarie al suo posto nel mondo. A gennaio, nel silenzio e nell’indifferenza, è scaduto il trattato New Start sull’ordine nucleare, ultimo retaggio di un’epoca di regole condivise. Volodymyr Zelensky sta alzando l’asticella degli attacchi ucraini in Russia e non sembra disposto a tornare a Canossa da Trump, non citando quasi più il presidente Usa come un potenziale risolutore della guerra. L’ipotesi di un conflitto prolungato fino al 2027 è tutt’altro che remota, e la mediazione americana semplicemente inefficace.
Qualcosa di simile si può dire del Libano, che con Israele ha negoziato un cessate il fuoco che impegna il guscio vuoto delle istituzioni di Beirut e che la stessa Tel Aviv, che Trump rivendica di aver frenato in passato sull’Iran prima di procedere egli stesso a ordinare nuovi raid, calpesta dal primo giorno usando la leva della guerra con Hezbollah. Non va meglio a Gaza, dove il Board of Peace ha cristallizzato quella che suIl Sole 24 Ore Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, ha definito “una diplomazia da talent show“, che coltiva l’illusione della “formalizzazione di un’idea tanto semplice quanto brutale: le regole comuni sono lente, meglio sostituirle con un tavolo selezionato, convocato e presieduto da chi detiene il potere”. Risultato: in Ucraina si continua a morire, in Libano Israele bombarda, a Gaza la situazione non è migliorata.
Il pericoloso unilateralismo americano
Trump ha mediato la tregua di Gaza assieme a Paesi, come Qatar, Egitto e Turchia, che con l’Arabia Saudita e, soprattutto, il mediatore Pakistan hanno sostenuto l’ipotesi di un grande accordo con l’Iran ed erano a un passo, settimane fa, dal definirlo prima che Washington entrasse a gamba tesa, rispolverando su iniziativa dei falchi neoconservatori e interventisti l’adesione dei Paesi arabi agli Accordi di Abramo, vera e propria alleanza antiraniana con Israele al centro, come contropartita della fine della guerra. Rendendo la proposta irricevibile per l’Iran stesso.
Chissà come tutto questo sarà letto a Cuba, Paese sotto assedio americano da gennaio che vive una fase incrementata dello storico embargo e ora si trova a dover fare i conti con una superpotenza che con una mano stringe l’isola, le ferma le forniture di petrolio e ne sanziona leader e colossi economici, e con l’altra prova a trattare, chiedendo concessioni sull’apertura politica e svolte interne potenzialmente foriere di un cambio della guardia a L’Avana. “Siamo i migliori a negoziare con le bombe”, ha detto riferito a Cuba il capo del Pentagono, Pete Hegseth, dopo gli attacchi rinnovati in Iran. Un monito importante e notevole, che rivendica come Washington voglia essere protagonista di una nuova fase di interventismo unilaterale che sta destabilizzando dal vertice l’ordine globale. Portandolo in un territorio inesplorato di competizione e conflittualità sulla scorta delle mosse di una fragile superpotenza desiderosa di mostrare forza per celare le sue vulnerabilità interne intrinseche. Nella sua brutalità, Hegseth è forse quantomeno onesto sugli obiettivi americani. Del resto, chi si potrà più fidare a negoziare con gli Usa dopo un consolidato trend di precedenti tale da rendere poco credibile ogni iniziativa della diplomazia a stelle e strisce?
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