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China missed the World Cup. Its brands didn’t

Inside a sprawling broadcast hub in Dallas, thousands of devices supplied by Lenovo are helping Fifa manage and distribute content from stadiums across the United States, Canada and Mexico, forming part of the technological backbone of the largest World Cup ever staged. The central role played by the Chinese-founded technology company highlights a reality often obscured by geopolitical tensions between Washington and Beijing: while US policymakers have increasingly scrutinised Chinese technology...

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Holy git! Microsoft code-sharing site suffers downtime, despite move to Azure

GitHub has been struggling with service availability in recent months as traffic on the platform has surged, driven in large part by AI-assisted coding and agentic development workflows. The code-sharing site has been trying to address those issues by expanding capacity and migrating more workloads to Azure infrastructure, but reliability remains uneven. In the May 2026 GitHub Availability Report, GitHub acknowledges nine incidents that degraded performance, one fewer than its April report. That's something. But Jakub Oleksy, SVP of software engineering at GitHub, says there's more to be done. "We are making structural changes that permanently remove failure modes," he said in the report. "We acknowledge that we have work to do, but we’re committed to getting it done and making GitHub reliable when and where you need it." Microsoft’s code hosting site also briefly halted new Copilot subscriptions to reduce the cost impact of its AI services and to adjust its Copilot pricing to account for shifting model provider policies. As noted in an April post, GitHub had planned to increase its capacity by 10x back in October 2025, but by February 2026 it had become evident that a 30x expansion would be needed to accommodate the surge of pull requests, commits, and new repos. Last year, GitHub reportedly handled 1 billion commits for the entire year. Now it receives 1.4 billion commits every month. “We’re now serving 40 percent of monolith traffic from Azure (up from 8 percent in February), with Git traffic at 30 percent and repository replication at 99 percent,” said Oleksy. “We’ve more than doubled our effective capacity in four months.” Oleksy notes that efforts to isolate GitHub’s primary database cluster by moving users, authentication, and authorization into separate domains should prevent failures that cascade across the system. That hasn’t quite solved GitHub’s ongoing availability challenges, in part because Azure has also confronted capacity problems recently. There were nine incidents in May compared to 10 incidents in April. And June is on pace for a similar number. The Missing GitHub Status Page, an unofficial project to track GitHub service problems, counts 12 incidents in May and reports uptime over the past 90 days at 87.26 percent. By month, the project puts GitHub availability at 78.33 percent in April, 93.86 percent in May, and 88.39 percent for June so far. GitHub's Official Status Page presents a far more flattering view of availability, with uptime figures mostly around 99.9 percent for the listed services. These figures depend upon what gets counted and the duration of the disruption. GitHub’s own incident history page cites 26 incidents in April, 23 in May, and 12 to date in June. ®

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Group and platform Report / Signalement

Hello,

I’m wondering what happens when a report is made. I imagine it sends an email to the Mobilizon hosting manager.

But if a French association runs a group, it may be liable for the content published within that group. We might want several levels of reporting:

  • one at group level (e.g. via private message). Also, are all messages sent by the event organisers available at group level? (Can the organisation provide moderation training at this level already?)
  • one at platform level.

From what I understand, both are possible. Is that right ?

Kind Regards

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Il Palazzo Rosso

di Camillo Acquilino

Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.

Per noi ragazzi di Genova PP invece il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.

Ho dovuto iniziare a conoscere quel fabbricato partendo, con molta umiltà, dalle sue fondamenta. Era il settembre del 1982 quando, vincitore del bando di concorso esterno per Capo Tecnico in prova, sono stato assunto dalla Azienda Autonoma FS e inquadrato come responsabile dell’OCA.

OCA?? Officina Carica Accumulatori, mi hanno spiegato dopo aver accolto la mia promessa di fedeltà allo Stato e prima di accompagnarmi nell’inquietante percorso che mi ha portato in un piccolo ufficio situato nelle fondamenta del palazzo.

La mia inquietudine derivava da quei grandi locali interrati semibui, popolati da un gran numero di persone che da quel momento avrei dovuto guidare nel loro lavoro, ma che ora mi guardavano come si guarda un pivello da schernire. Improvvisamente mi sono imbattuto nella consapevolezza della mia assoluta ignoranza in ciò che mi chiedeva il nuovo lavoro, un’attività che si basava su di un vastissimo impianto normativo di impostazione statale, pieno zeppo di acronimi (concetto nuovo per me in quel momento) come OCA infatti.

Uscivo, per scelta, da una interessante esperienza di lavoro in un centro studi di tecnica navale dove, io giovane perito industriale con specializzazione in meccanica, mi ero prodigato per cinque anni a diventare un costruttore navale. Era un lavoro impegnativo e interessante dicevo, che però non mi ha mai concesso di vivere una reale indipendenza operativa, semmai mi ha quasi sempre fatto provare la sgradevole sensazione di avere costantemente il fiato sul collo di qualche superiore.

Quando invece sono arrivato nel primo ufficio che mi ha assegnato le FS, il superiore che aveva accolto la mia promessa formale di fedeltà allo Stato anticipandomi che, se avessi chiuso con successo il periodo di prova di un anno, avrei dovuto perfezionarla con un giuramento, ha ribadito che da quel momento io ero il responsabile di quella officina e dell’operato di chi ci lavorava e si è congedato.

Iniziava l’autunno del 1982 e si era conclusa forse l’ultima ondata di reclutamento in FS mediante concorso pubblico, processo di selezione organizzato per il 1980, ma che era stato rimandato a causa del disastroso terremoto che si era verificato in Irpinia.

Le maestranze dell’OCA occupavano forse il livello più basso della manovalanza in ferrovia. Gli addetti al rifornimento accumulatori alle vetture per viaggiatori lavoravano in coppia e dovevano trasbordare, in posizioni spesso scomode, delle batterie che pesavano 90 kg ciascuna. Molti di loro avevano vinto il concorso pubblico nelle regioni meridionali e vivevano a Genova, spesso in condizioni di precarietà, aspettando un agognato trasferimento in avvicinamento alla famiglia rimasta al sud. Non era un ambiente facile da gestire per un novellino come me. In quel mondo sotterraneo ero suggestionato anche da alcuni nomi propri che non avevo mai sentito nella vita “normale” come Elmo, Adelchi, Efisio….

In ufficio ero affiancato da uno “Scritturale” che mi introduceva nel mondo dei regolamenti. I nostri erano classificati con la sigla TV (Trazione e Veicoli). Esistevano poi quelli M del Movimento, IE degli Impianti Elettrici, L dei Lavori ….

L’officina era costituita da un grande salone dove erano installati i banchi di carica degli accumulatori IEA/IEAU  (Impianto Elettrico Autonomo / Impianto Elettrico Autonomo Unificato) da 140 Ah, da una cabina elettrica, dove erano ancora custoditi dei raddrizzatori trifase a vapore di mercurio e da due officine, una attrezzata per la riparazione degli accumulatori e l’altra per la riparazione dei carrelli da trasporto.

I raddrizzatori a vapori di mercurio non erano più in uso in quella officina, ma io li ho visti ancora operativi e sfiammeggianti nella consorella di Brignole. Uno di quegli oggetti è però diventato uno dei primi miei problemi da risolvere come neo assunto. Un famoso ex Dirigente delle FS, l’Ing. Finzi, mi aveva fatto ordinare di inviarne uno alla Scuola Impianti Elettrici Ferroviari (SIEF) di Rivarolo. Era destinato a una vetrina espositiva dove credo che si trovi ancora oggi. Si trattava di un oggetto pesante e fragilissimo ed era custodito in una vecchia struttura di supporto che assomigliava a un pollaio per le galline. Io dovevo valutare se quella struttura fosse sufficientemente robusta per garantire il trasporto sicuro di quell’ampolla, contenente una discreta quantità di mercurio, fino al SIEF.

L’OCA era collegata a un sottopassaggio di servizio munito dei montacarichi necessari a trasferire i carrelli con le batterie al piano dei marciapiedi della stazione. Questo sottopassaggio era utilizzato anche dagli addetti al servizio postale, dalla cooperativa portabagagli e dagli operatori del servizio di carico scarico dei vagoni bagagliaio. Inoltre costituiva una comoda via di accesso al Palazzo Rosso ed era preferita da molti che vi erano impiegati.  Sono testimone del fatto che in quel mondo sotterraneo si muovessero molte più persone addette ai lavori di quante oggi sono impiegate in tutta la stazione.

Il processo di carica degli accumulatori libera idrogeno e, in determinate concentrazioni può rendere esplosiva l’aria circostante. Per questo motivo la sala di carica aveva delle finestre a soffitto poste al livello del marciapiede della stazione. Così il fabbricato non aveva il piano terra, ma un piano ammezzato dove, fra gli altri, si trovava l’ufficio che avrei occupato con il mio primo avanzamento di carriera: CT PV GEPP (Capo Tecnico turnista del Posto Verifica di Genova Piazza Principe). Anche in questa nuova collocazione, nonostante fossero trascorsi un paio di anni dalla mia assunzione, mi trovavo nella condizione del pivello del gruppo con la differenza che il mondo dei verificatori di allora, anch’esso difficile da gestire, era tutto particolare e meriterebbe uno o più racconti per poterlo descrivere adeguatamente. Per curiosità aggiungo solo che i nostri vicini di piano vivevano in un’ala segregata del palazzo dove si diceva che già avessero l’aria condizionata. Un termine, che a me pare appartenere al modernariato, li classificava come “Elettrocontabili”, probabilmente si occupavano della perforazione delle schede di input degli elaboratori IBM. Fonti sedicenti informate riferivano cha avessero anche una cucina e che fossero capaci di prepararsi una mensa prelibata.

Con un altro passo in carriera sono arrivato al primo piano del Palazzo Rosso, nel sacro ufficio del Capo Impianto dove alcuni anni prima avevo prestato il giuramento di fedeltà allo Stato Italiano. Qui i nostri vicini di piano erano gli addetti al Collaudo del Materiale Rotabile, altro ambito lavorativo piuttosto defilato rispetto alle attività della circolazione dei treni.

Nell’ufficio del Capo Impianto, il Titolare come si dice nella lingua delle FS, ricoprivo il ruolo del suo assistente tecnico diretto. Ai tempi della mia assunzione quel posto era occupato da un custode storico dell’Impianto, tanto da meritarsi il soprannome di “U Frattun”. Quel signore allora mi incuteva un certo timore e anche un senso di tristezza dato che lo vedevo invecchiare in quell’ufficio come eterno secondo dei vari Titolari che nel frattempo si erano avvicendati.

Da quella mia nuova posizione non immaginavo quindi di poter assistere a un evento innovativo per le FS, ma per mia fortuna il Titolare al quale ero stato affiancato si poteva considerare giovane per quei tempi e giovanile era anche per l’apertura, quasi sportiva, con la quale si approcciava alle novità tecnologiche. Quell’uomo, che annovero fra i migliori insegnanti di mestiere che mi è capitato di incontrare, si chiama Pasquale. Egli, nel settore della verifica tecnica dei veicoli, era anche molto esperto delle modalità di assicurazione del carico sui carri.

L’evento a cui accennavo è stato l’arrivo dei Personal Computer nelle sedi periferiche delle FS. In un pomeriggio del 1991 ero solo in ufficio quando è arrivato un corriere per la consegna di alcuni scatoloni e mi ha detto che contenevano gli elementi di un computer Olivetti 286 (PC, monitor a tubo catodico, tastiera e stampante ad aghi per modulo continuo). Conoscendo l’inerzia del mondo FS e dando credito alle voci secondo le quali quella fornitura non mirava tanto a dare un aiuto al lavoro dei ferrovieri, quanto a costituire un appoggio di stato all’AD della Olivetti, azienda in quegli anni in grosse difficoltà, stavo già pensando di dover trovare un posto nel magazzino per quelle scatole, in attesa dell’attivazione di quella nuova macchina che chissà quando sarebbe avvenuta.  Proprio in quel momento è arrivato Pasquale il quale, dopo aver appreso del contenuto di quegli ingombranti imballaggi, con gioia mi ha detto: “Lo montiamo?” .

Windows non esisteva e si lavorava direttamente dal prompt del DOS. Contagiato dall’entusiasmo di Pasquale ho iniziato subito a “picchiarmi” con quel nuovo strumento di lavoro, ma devo riconoscere che il vero specialista in dBASE III e Clipper era lui.

Successivamente Pasquale è stato trasferito al quinto piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova. Lui era stato promosso Capo del Reparto Veicoli e io, che nel frattempo avevo lavorato  alla manutenzione delle carrozze per viaggiatori, l’ho raggiunto per tornare a essere il suo assistente. Proprio in virtù dell’utilizzo dei PC in quel periodo, in due riuscivamo a svolgere una mole di lavoro davvero eccezionale.

Il posto di Pasquale è poi passato a Maurizio, un altro mio grande maestro di mestiere. Maurizio non amava particolarmente i PC, ma era molto attento alla normativa che regolava il nostro settore ferroviario e alla conoscenza diretta delle particolarità tecniche delle carrozze viaggiatori e dei carri merci. Un suo “pallino” tecnico/normativo riguardava l’impianto del freno continuo automatico dei treni. Oltre alle capacità professionali era dotato di uno stile ammirevole; quando si doveva confrontare in controversie burrascose, riusciva a mantenere un profilo corretto e signorile. Con lui sento di aver completato la mia formazione professionale.

Per descrivere l’ambiente del 5° piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova che rappresentava il centro di coordinamento per la Liguria delle attività di manutenzione dei rotabili, di verifica dei veicoli e del personale di condotta (macchinisti), vi accenno a un personaggio ancora oggi molto noto per la sua competenza professionale, con il quale sono stato vicino di ufficio. Occupavamo due stanze contigue, molto ampie e che, dato che erano affacciate sul lato sud del fabbricato, beneficiavano di una bella visuale sul piazzale della stazione, sul Ponte dei Mille e sul bacino portuale fino alla Calata Sanità e la Lanterna.

Armando, questo è il suo nome, aveva istruito moltissimi dei macchinisti genovesi ed era considerato da tutti loro come una persona molto preparata, corretta e affidabile. Quando mi è capitato di incontrare dei colleghi fiorentini che si occupavano della stesura dei regolamenti nazionali per i macchinisti, immancabilmente mi sono sentito dire: “Noi si ragiona, si discute, si scrive e poi si manda il tutto ad Armando: se per lui va bene noi si è a posto”.

Però, come in tante realtà lavorative, esisteva un conflitto di fondo fra chi produceva (da noi sui binari o nelle officine) e chi invece dirigeva le operazioni dagli uffici di sede centrale. Allusioni reciproche collocavano lavativi e incapaci nel campo avversario, quando invece capacità e voglia di lavorare, come pure le situazioni opposte, erano ovviamente presenti e distribuite nei due campi.

Un giorno ho visto arrivare una baldanzosa comitiva dagli impianti operativi, forse convocata per un confronto di tipo sindacale. Uno di quelli che guidavano il gruppo ha scorto Armando che stava lavorando alla propria scrivania proprio accanto alla finestra, postazione che oramai occupava da diversi mesi. Fermandosi in modo plateale, tanto da essere visto e udito da tutto il suo seguito, quello ha salutato così: “Armandu, te l’han deta n’a scrivania cun n’a bella vista!” Prima di dare la risposta, Armando ha sollevato lo sguardo dal testo che stava studiando e, dopo essersi voltato verso la finestra, ha ammesso: “Ti se che ti è propriu raxiun. Nu gh’eiva mai fetu caxu”.

Un altro giorno sotto quella stessa finestra una locomotiva E656 sostava in testa a un treno pronto in partenza dal binario 18 quando è arrivato dal mare il fronte di un forte temporale. Lo scroscio d’acqua è stato così intenso che dal ginocchio del pantografo anteriore, che si trovava in posizione abbassata, si è innescato un arco elettrico verso il tetto della cabina. La scarica è durata diversi secondi e ha provocato la salita di una colonna di fumo verso il cielo, già nero di per se stesso, rendendo uno spettacolo tetro e infernale. In molti ci siamo affacciati dalle finestre nonostante l’imperversare della burrasca. La tregua è arrivata quando sono intervenuti i dispositivi di sicurezza del sistema di alimentazione della linea aerea che staccato l’alimentazione. Nel silenzio ritrovato si è inserito il vociare dei soliti commenti inutili. Solo Armando si era accorto che l’altro pantografo era ancora alzato toccando il filo di contatto e, prevedendo il prossimo tentativo automatico di re inserimento della remota cabina di alimentazione, ha iniziato a urlare verso il macchinista: “Tira giù! Tira giù!”.

L’alimentazione a 3.000 V è infatti ritornata provocando un secondo arco elettrico che ha costretto il macchinista a una fuga precipitosa. Si è poi saputo che lui in effetti aveva comandato l’abbassamento del pantografo, forse in seguito dell’incitazione di Armando, ma che l’operazione non si era compiuta perché lo strisciante si era saldato al filo di contatto.

Ho imparato molto nel percorso attraverso i vari piani del Palazzo Rosso, soprattutto quando ho incontrato persone come Pasquale, Maurizio e Armando. Se posso riassumere qui il loro insegnamento, mi sento di dire che a guardare sono tutti capaci, ma pochi sanno anche vedere.

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MX Linux 25.2 provides possible refuge from AI as well as systemd

MX Linux 25.2 is here, now with kernel 7.0 if you choose – although the Raspberry Pi edition still needs some work. MX Linux has been quietly turning into one of the Reg FOSS desk’s favorite distros for a few years now. It has a number of desirable attributes, and with version 25.2 released late last month, some of the slightly bumpier parts of the major upgrade to version 25 are getting smoothed out. We looked at MX Linux 25 in November last year, and reported that one of the niftiest features in previous versions had been lost. In MX 23 and before, you could choose which init system the OS used every time it booted up: so, for instance, you could normally run with the classic sysvinit, but if you needed to install something which demanded systemd, you could temporarily boot up with systemd as the init, install your app, and then switch back. In our testing, we’ve found that some things require Agent P’s Swiss Army Knife of a “System and Service Manager” to install, but once they’re in place on your computer, they will run quite happily without it. Alternatively, if it’s something you only occasionally run, you can start up with systemd only when you need it. The way that MX Linux did this no longer works on kernel 6.12 or above. So, in order to continue to offer a choice of inits at all, MX 25.0 made you choose at install time: either pick the systemd version, or the sysvinit version. (And if you wanted KDE Plasma, it was only available in systemd form.) MX Linux 25.1 fixed that with a new, different, switchable-init system. However, that made upgrading from 23 to 25 tricky, and after we tried it, the OS still worked, but the handy suite of MX Tools didn’t. These aren’t essential, but they significantly facilitate common adjustments and tweaks such as installing extra external apps, switching repositories and mirrors, managing kernel versions, installing additional device drivers such as the eternally problematic Nvidia drivers, and much more. They’re one of the distro’s key advantages, and well worth having. We dug out the machine in our test fleet, which runs MX, and tried the option in the installation program that installs over the top of an existing copy of MX. It worked fine, with some caveats: it’s not quite as capable as Ubuntu’s in-place reinstall, which spares your home directory while reinstalling the OS around it. MX simply overwrites the old OS; it doesn’t pick up any config from it – but it’s quicker and easier than custom partitioning. We had to re-enable our swap partition, and add a user account that matched the old one, but everything worked fine. With the MX Tools, it was fast and easy to choose local repositories for updates, and reinstall some handy proprietary apps such as Google Chrome and Slack. The distro comes with Flatpak preinstalled, and we used that to install Gear Lever to make it easier to reinstall Panwriter. The new MX Linux version 25.2 optionally includes the new kernel 7.0, from the Liquorix project that we looked at in 2022. For the Xfce edition, you can choose the normal edition, with a Debian kernel, or the AHS edition with the newer kernel. The KDE edition only comes in AHS form, and the lightweight Fluxbox edition for low-end kit only offers the Debian kernel. There are any number of Debian and Ubuntu based remixes and meta-distributions out there, but MX Linux is perhaps the single most user-friendly distro we’ve seen that isn’t based on systemd. It’s fast, lightweight, and much easier to get configured and installed than Devuan, or even than Debian itself. It also has better tools for adjustment and customization than any member of the Ubuntu or Debian family, and rivals the best Arch Linux-based distros such as Garuda Linux. As we reported from the Ubuntu Summit, Canonical is beginning a push into AI. Since then, the roadmap for Ubuntu 26.10 “Stonking Stingray” has been published, including what it calls a Context-aware desktop – powered by LLMs. Similar changes have already come to Linux Lite 8.0, which is based on Ubuntu 26.04. This too bundles a local LLM for all your error-filled artificial-plagiarism needs. We suspect that such developments may yet drive a small exodus of Ubuntu users – and if you also want to get away from systemd at the same time, then MX Linux is an excellent place to start. Bootnote: MX Linux on the Raspberry Pi Finally, version 25.2 sees the Raspberry Pi respin updated to the new base OS. Until 25.2, the Pi version was still on MX version 22. As this rather outdated description says, this is a separate edition of MX Linux with Xfce, but built in part from the packages in the Raspberry Pi OS rather than directly from Debian – so it looks and works like MX, but is compatible with most Pis and most apps for PiOS. For instance, the Pi configuration commands, and EEPROM updater, work fine on MX on the Pi, but they don’t on (for instance) Alpine Linux. We tried MX Linux 24.2 for the Raspberry Pi on both 4 GB and 8 GB Pi 5 machines and on a Pi 4, but it wouldn’t get past the splash screen for us – but the previous release worked very well, so once it’s received a little more TLC, this could turn out to be a good option for Pi users wanting a more configurable desktop OS. ®

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Fired IT worker jailed for 21 months after sabotaging old school district

A disgruntled IT worker faces 21 months behind bars after being found guilty of sabotaging his former employer’s systems for more than a year and half. Ezekiel Dean Potter, 34, was fired from his IT support job at Iowa’s Saydel Community School District (SCSD) in April 2023. He was found guilty of causing various technical damages to SCSD’s systems between May 2023 and January 2025. At his sentencing hearing on June 11, the court heard that the IT worker had gathered and stored more than 300 Saydel user account credentials before he was terminated from his position. Potter’s other offenses included deleting SCSD’s Facebook page on June 1, 2023, and data related to its Apple School Manager program, which prevented it from managing Macs and iPads. The disgruntled worker, who the prosection described in its sentencing memo [PDF] as “a plague on the Saydel Community School District,” was just one of two IT staff members who had the required privileges to make changes to the Facebook account. The deletion ended up being a permanent one, and SCDC had to create a new page in August. Following his intrusion into the district’s Apple School Manager on June 14, 2023, SCSD’s IT team had to work with Apple for a week to restore their access after Potter deleted users’ passwords, phone numbers, billing information, and the primary mobile device server management information, court documents [PDF] showed. He also attempted to delete all user accounts and restricted access for those who still had one. Potter’s next offense took place between July and August 2023, when he attempted to interfere with SCSD’s GoDaddy account, unsuccessfully resetting usernames and passwords. Potter logged into this GoDaddy account no less than 26 times, including on one occasion where he used his company-issued PC supplied by his subsequent employer, convenience store and pizza chain Casey’s. The IT specialist then took an extended break from his cyber sabotage. Court documents mention Potter successfully gaining access to SCDC’s Google and Gmail accounts in October 2024, but he waited even longer to act on this access. It wasn’t until January 2025 that he logged into SCDC’s PowerSchool-based Schoology learning platform using one of the district’s Google accounts to which he had access, and deleted the account of one of the organization’s IT staff. This had the knock-on effect of locking out teachers during a school day and, in turn, preventing them from teaching for two hours. He returned a week later and deleted an additional nine district Gmail accounts, including current and former staff, the district IT director, and superintendent. Investigations showed that even though Potter switched to a VPN during one of the January intrusions, his IP address was later traced back to him and his employer, The Printer Inc, which he joined after leaving Casey’s. He left that job on January 23, 2025, for reasons not disclosed. Potter seemingly trusted at least one of his coworkers enough to “wipe” a USB drive he left in his old desk, asking them to do so after he departed the company. That trust was misplaced, however, as the coworker instead reported the USB to management, and what followed ultimately proved to be Potter’s undoing. The Printer Inc passed the USB to law enforcement, and later the FBI, which forensically examined the device, finding spreadsheets filled with more than 300 district usernames and passwords, a floor plan for Saydel High School, as well as personal data pertaining to Potter and pay stubs from his employment at SCSD. In total, the district incurred $73,375 worth of costs related to employees' lost time, digital forensics, learning downtime, and time spent working with other vendors to remediate his intrusions. SCSD's insurer spent an additional $27,893.75 in payments for digital forensics and remediation work, taking the total losses up to $101,268.81. Potter was indicted on October 15, 2025, and arrested the following day, but released on pretrial supervision after accepting responsibility for his offenses. He later entered a guilty plea in January 2026, and was found guilty in February. At his sentencing hearing on Thursday, Potter expressed deep regret for his actions, especially for disrupting children’s learning, and for failing his family. "I never intended to negatively affect students, but I recognize that harm was still done and I'm deeply sorry," he said, according to local media. "This experience humbled me in ways I never expected, but I needed that." His defense attorney, Joseph Herrold, stated: “Mr. Potter now fully sees the impact of his actions and deeply regrets the harm he caused.” Herrold argued against a prison term, instead asking for a five-year probation term, owing to Potter’s deep regret and the strong deterrent that comes with his felony conviction. The public defender also pointed to Potter’s clean criminal background, noting only one prior harassment misdemeanor related to a 2010 case, when he was just 18 years old. Potter was convicted following immature conduct from the backseat of a vehicle, for which he received a $65 fine. Herrold also said Potter’s restitution order to repay $59,668.81 in total, with $31,775.06 going to SCSD and $27,893.75 to its insurer, Travelers Indemnity Company, only furthered the deterrent effect, and would impact his lifestyle for years to come. Prosecuting the case, US attorney David C. Waterman, pushed instead for a 26-month prison term, saying: “Defendant’s actions were not a one-time lapse in judgment. They were calculated, malicious, and seemingly motivated only by the defendant’s vindictiveness.” He added: “The defendant’s attacks on SCSD’s systems are troubling not just because of the significant damage he caused – tens of thousands of dollars, without accounting for the unknown but clearly extensive disruption to teaching and school activities – but also because of the defendant’s motivations. “It appears the defendant repeatedly assaulted SCSD out of spite and pure maliciousness, despite knowing his actions would affect not only his former boss and IT colleagues, but also school faculty, administrators, and students.” ®

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Lo scooter a noleggio, poi lo scontro fatale: tragedia all’Isola d’Elba, morti due giovani di 23 anni

Isola d’Elba (Livorno), 12 giugno 2026 – Terribile doppio incidente mortale all'Isola d'Elba. Erano arrivati sull’isola in una splendida giornata di sole e avevano affittato uno scooter a Portoferraio, ma nel tardo pomeriggio di oggi, 12 giugno, sono rimasti vittime di uno scontro fatale contro un’auto in via dell’Acquedotto a Marina di Campo, si tratta di una strada che costeggia l'aeroporto della Pila. 

https://www.iltelegrafolivorno.it/cronaca/incidente-mortale-isola-delba-gpvrz6bx

Le vittime

Le vittime sono due ragazzi giovani di 23 anni, sarebbero originari di Seravezza e Pietrasanta. Ancora non è chiara la dinamica dell'incidente ma secondo quanto emerso entrambi sono stati  sbalzati a terra dal veicolo a causa del forte impatto, uno di loro è morto sul colpo. L'altro, le cui condizioni sono apparse immediatamente molto gravi, non ce l'ha fatta ed è morto poco dopo in seguito ai gravi traumi riportati per il violento impatto. A nulla sono valsi i tentativi di rianimazione operati dai sanitari. Sempre secondo una prima ricostruzione entrambe le vittime indossavano il casco. Ferite le due persone che erano a bordo dell'auto, una Kia, ma le loro condizioni al momento non destano particolari preoccupazioni. Nella macchina una famiglia di Novara composta da padre, madre, due figli e la nonna.

https://www.lanazione.it/umbria/cronaca/sequestro-bambina-stazione-q04u83ht

I soccorsi

Imponente la macchina dei soccorsi intervenuta: la Pubblica Assistenza di Campo nell' Elba, il Santissimo Sacramento di Portoferraio, i carabinieri della stazione di Portoferraio la polizia municipale. Si è attivato anche l'intervento dell’elisoccorso Pegaso 3, ma purtroppo non è stato necessario. Secondo quanto emerso sul posto è intervenuto anche il sindaco di Campo nell'Elba Davide Montauti. 

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Incidente mortale all’Isola d’Elba, due giovani perdono la vita

Marina di Campo (Livorno), 12 giugno 2026 – Tragedia all’Isola d’Elba dove due giovani hanno perso la vita in un incidente stradale. Secondo le prime informazioni i due erano a bordo di uno scooter noleggiato a Portoferraio quando, per cause in corso di accertamento si sono scontrati con un’auto. L’impatto è stato violentissimo, tanto che uno dei due sarebbe morto sul colpo. L'altro poco dopo l’arrivo dei soccorsi. Da accertare la provenienza delle due vittime.

L’incidente è accaduto a Marina di Campo in via dell'Acquedotto nel pomeriggio di oggi, 12 giugno. Sul posto sono intervenuti il Santissimo Sacramento di Portoferraio la pubblica assistenza di Marina di Campo, i carabinieri di Portoferraio e Pegaso tre.

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Partito Comunista ospite all’Ambasciata della Federazione Russa per la Giornata della Russia

Dopo la partecipazione allo SPIEF di San Pietroburgo, il nostro Partito è stato invitato mercoledì 10 giugno presso Villa Abamelek, residenza dell’Ambasciatore della Federazione Russa in Italia, in occasione del concerto dell’Ensemble Nikolaj Osipov e dei giovani solisti dell’Orchestra Accademica Nazionale degli strumenti popolari russi, organizzato per celebrare la Giornata della Russia.

A rappresentare il Partito Comunista è stata la compagna Daniela Mosca, già presente nei giorni precedenti a San Pietroburgo per i lavori dello SPIEF, importante appuntamento internazionale dedicato ai temi dello sviluppo economico, della cooperazione e del dialogo tra i popoli.

Si tratta di un significativo riconoscimento del lavoro internazionale che il Partito Comunista sta portando avanti e, al tempo stesso, di un’ulteriore occasione per rafforzare relazioni, confronto e cooperazione tra nazioni e popoli.

In un contesto internazionale segnato da tensioni e conflitti, continuiamo a sostenere con determinazione la necessità della pace, del dialogo e della collaborazione reciproca, contrapponendoci alle politiche di riarmo e all’escalation militare promosse da Unione Europea e NATO.

Riteniamo che le risorse pubbliche debbano essere destinate al rafforzamento della sanità, della scuola, della ricerca, del lavoro e del welfare, e non a una nuova corsa agli armamenti che rischia di compromettere il futuro dei popoli europei.

Continueremo a portare avanti, in Italia e a livello internazionale, il nostro impegno per un mondo multipolare fondato sul rispetto reciproco, sulla cooperazione tra i popoli e sulla pace.

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L'articolo Partito Comunista ospite all’Ambasciata della Federazione Russa per la Giornata della Russia proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.

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Spain’s Church Hopes Pope Trip Will Stem Secular Tide

Leo XIV’s visit to Spain, which ended on Friday, has spurred expectations among Catholic leaders of a spiritual revival.

© Bernat Armangue/Associated Press

Pope Leo XIV arrives at Plaza de Lima in Madrid on Saturday, June 6, for a prayer vigil with young people on the first day of a seven-day visit to mainland Spain and the Canary Islands.
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Come sono fatti tutti i camper 4x4 dei viaggiatori 🤜 Autocostruiti e NON, cari ed economici.

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Cos’è l’esoterismo? Significato, storia e interpretazione psicologica

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Cos’è l’esoterismo? Ogni volta che pronunciamo la parola “esoterismo”, l’immaginario collettivo corre immediatamente verso scenari oscuri: rituali segreti in castelli abbandonati, complotti globali o pratiche di magia superstiziosa. Eppure, se ci fermiamo ad analizzare la storia delle idee, il significato dell’esoterismo è qualcosa di molto più profondo, luminoso e intimamente legato alla natura umana. Il termine deriva dal greco esoterikos, che letteralmente significa “interno” o “riservato a chi è dentro”. Nell’antichità, filosofi come Pitagora o Platone dividevano i propri insegnamenti in due categorie: l’insegnamento essoterico (rivolto alla massa, comprensibile e pubblico) e quello esoterico (riservato a una cerchia ristretta di

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Edgar Morin è vivo e lotta insieme a noi. Il pensiero della complessità antidoto al riduzionismo bellicista

Edgar Morin è stato uno dei maggiori intellettuali del ‘900 e del primo quarto del secolo in corso, ma illuminerà ancora il futuro. Queste righe, scritte tra la sua morte avvenuta il 29 maggio scorso e il 105esimo compleanno che sarebbe stato il prossimo 8 luglio, non possono certamente ricostruirne la vita e l’opera monumentale [...]

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Jack Vale is live at Walmart with the Pooter!

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Negoziati, missili e Hormuz: la partita decisiva tra USA e Iran

La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una fase estremamente delicata, in cui diplomazia e confronto militare si intrecciano in modo sempre più evidente. Da un lato, il presidente statunitense Donald Trump continua a sostenere che un accordo con Teheran sarebbe ormai vicino; dall'altro, le autorità iraniane respingono tali affermazioni come una combinazione di realtà e propaganda destinata a costruire l'immagine di una vittoria diplomatica USA e allontanare gli spettri di una sconfitta strategica. Secondo fonti iraniane, il testo di una possibile intesa non è stato ancora approvato e restano aperte questioni fondamentali. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha confermato che gran parte del documento sarebbe ormai definita, ma ha sottolineato che le continue modifiche e i cambiamenti di posizione di Washington continuano a ostacolare il processo.

Teheran insiste sul fatto che qualsiasi accordo dovrà rispettare le proprie "linee rosse" strategiche e includere meccanismi di risposta immediata nel caso di future violazioni statunitensi. Le tensioni sono state alimentate dagli ultimi scontri militari nel Golfo Persico. Nelle scorse ore gli Stati Uniti hanno condotto attacchi contro obiettivi nella provincia iraniana di Hormozgan e lungo la costa meridionale del Paese, giustificandoli come operazioni necessarie per proteggere la navigazione nello Stretto di Hormuz. Le autorità iraniane sostengono invece che tali azioni rappresentino una violazione del cessate il fuoco raggiunto ad aprile e una dimostrazione della persistente ostilità USA. Particolarmente controversi sono stati gli attacchi contro infrastrutture civili. Secondo le autorità locali, due serbatoi idrici nella contea di Sirik sarebbero stati colpiti dai bombardamenti statunitensi, provocando l'interruzione della fornitura di acqua potabile a oltre 20.000 persone in piena estate. Teheran ha denunciato l'episodio come una grave violazione del diritto internazionale. La risposta iraniana non si è fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato attacchi missilistici e con droni contro installazioni militari statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania, oltre all'abbattimento di un drone MQ-9 Reaper nei pressi dello Stretto di Hormuz.

Secondo Teheran, tali operazioni dimostrano che le capacità militari della Repubblica Islamica restano pienamente operative, smentendo le dichiarazioni di Trump secondo cui le forze armate iraniane sarebbero state "completamente distrutte". Lo scontro narrativo è diventato ormai parte integrante della crisi. Mentre Trump afferma che l'Iran sarebbe vicino ad accettare le condizioni nordamericane, i dirigenti iraniani sostengono che Washington abbia dovuto ritirare alcune richieste avanzate nelle ultime settimane attraverso la mediazione del Qatar, dopo il fallimento delle pressioni militari e diplomatiche esercitate su Teheran. Al centro della contesa rimane però lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota cruciale del commercio energetico mondiale. L'Iran ha annunciato la chiusura completa del passaggio marittimo fino a nuovo ordine, trasformando la questione in una sfida strategica globale. Numerosi analisti occidentali riconoscono ormai che gli Stati Uniti non dispongono di una soluzione semplice per garantire il controllo della rotta senza tenere conto dell'influenza iraniana. Esperti di politica internazionale e centri di ricerca occidentali evidenziano come la geografia rappresenti uno dei principali strumenti di deterrenza di Teheran.

Missili, droni, capacità asimmetriche e la posizione dominante lungo le coste del Golfo consentono all'Iran di esercitare una pressione costante sui traffici energetici e commerciali internazionali. Le conseguenze economiche sono già visibili. L'incertezza sulla sicurezza dello Stretto ha alimentato la volatilità dei mercati energetici e contribuito all'aumento dei prezzi del petrolio. Secondo alcune stime citate dalla stampa USA, il conflitto avrebbe già generato costi significativi per le famiglie statunitensi attraverso il rincaro dei carburanti e dell'energia. In questo contesto, Washington appare stretta tra due opzioni entrambe problematiche: proseguire l'escalation militare, con il rischio di aggravare i costi economici e geopolitici del confronto, oppure accettare una de-escalation negoziata che richiederebbe concessioni difficili da giustificare sul piano politico interno. Per il momento, nonostante le dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca, un accordo definitivo sembra ancora lontano. Le ultime settimane hanno mostrato come il confronto tra Stati Uniti e Iran non sia più soltanto una disputa sul programma nucleare, ma una più ampia competizione strategica per il controllo degli equilibri regionali, delle rotte energetiche e dell'assetto geopolitico del Medio Oriente. Lo Stretto di Hormuz si conferma così il punto nevralgico di una crisi che continua ad avere implicazioni ben oltre i confini del Golfo Persico.


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La narrativa del declino russo si scontra con la realtà del campo di battaglia

Mentre gran parte dei media occidentali continua a descrivere la Russia come un attore in difficoltà sul campo di battaglia, gli sviluppi delle ultime settimane raccontano una realtà più complessa e, per molti aspetti, diversa da quella proposta dalla narrativa dominante. Secondo il ministero della Difesa russo, nell'ultima settimana le forze di Mosca hanno assunto il controllo di cinque nuovi insediamenti tra la regione di Kharkov e la Repubblica Popolare di Donetsk: Shevchenko, Okhrimovka, Khimik, Roskoshnoye e, più recentemente, Priyut. Si tratta di avanzate che confermano il mantenimento dell'iniziativa operativa russa lungo diversi settori del fronte e che smentiscono l'immagine di un esercito bloccato o in ritirata. L'evoluzione militare si accompagna a un cambiamento politico e strategico sempre più evidente.

A Mosca cresce infatti la convinzione che il conflitto sia entrato in una nuova fase, caratterizzata da una progressiva escalation e da una revisione delle regole d'ingaggio adottate finora. A segnare questo passaggio è stato soprattutto l'attacco contro il dormitorio del collegio pedagogico di Starobelsk, che ha provocato la morte di almeno 21 persone, in gran parte giovani studentesse. Il regime di Kiev ha sostenuto che l'edificio ospitasse personale militare russo, ma Mosca respinge categoricamente questa versione e afferma che non sono mai state presentate prove a sostegno dell'accusa. L'episodio ha avuto un forte impatto sull'opinione pubblica russa e sulla leadership del Cremlino. Il presidente Vladimir Putin ha definito l'attacco un atto terroristico e ha ordinato il rafforzamento delle misure di sicurezza in scuole, università, strutture sociali e infrastrutture civili in tutto il Paese. Nello stesso intervento ha accusato gli avversari della Russia di non esitare a colpire obiettivi civili.

La tensione è stata ulteriormente alimentata da un altro attacco ucraino contro un museo di Sebastopoli, in Crimea, che custodiva il celebre panorama "La Difesa di Sebastopoli" del pittore Franz Roubaud. Secondo le autorità locali, l'opera sarebbe stata quasi completamente distrutta dall'incendio provocato dall'impatto di un drone. In questo contesto, da Mosca emerge una linea sempre più dura. Diversi analisti e osservatori vicini agli ambienti strategici russi sostengono che il Cremlino consideri ormai superata la fase della cosiddetta "operazione limitata". L'obiettivo dichiarato resta quello di colpire le strutture politico-militari responsabili delle decisioni operative ucraine, ma con una disponibilità crescente ad ampliare la pressione sui centri decisionali di Kiev. Secondo questa interpretazione, i recenti attacchi missilistici contro la capitale ucraina non rappresentano soltanto operazioni militari, bensì un messaggio politico preciso: se continueranno gli attacchi contro il territorio russo, le infrastrutture strategiche e la popolazione civile, la risposta di Mosca sarà sempre più diretta e intensa.

La leadership russa presenta questa strategia come una logica di deterrenza fondata sul principio della reciprocità. In altre parole, ogni escalation da parte ucraina sarebbe destinata a generare una risposta ancora più severa da parte russa, spostando progressivamente il conflitto verso i centri nevralgici del potere del regime di Kiev. Al di là delle interpretazioni politiche, un dato appare difficilmente contestabile: dopo oltre quattro anni di guerra, la Russia continua a conquistare territorio, mantiene una significativa capacità offensiva e non mostra segnali di collasso militare. Le nuove avanzate nel Donbass e nella regione di Kharkov, unite all'intensificazione delle operazioni missilistiche a lungo raggio, indicano che Mosca conserva risorse, capacità industriali e margini operativi ben superiori a quelli spesso descritti nel dibattito mediatico occidentale. Questo non significa che la Russia sia vicina a una vittoria definitiva o che l'Ucraina sia sul punto di cedere. Significa però che la rappresentazione di una Russia ormai esausta e in costante arretramento non trova conferma negli sviluppi più recenti del conflitto.


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Cina-Corea del Nord, il ritorno dell’asse socialista nell’Asia-Pacifico

La visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping in Corea del Nord segna uno dei più importanti sviluppi geopolitici dell'Asia nord-orientale degli ultimi anni. Il viaggio, conclusosi il 9 giugno e organizzato in occasione del 65° anniversario del Trattato di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca tra Pechino e Pyongyang, è stato il primo del leader cinese nella Repubblica Popolare Democratica di Corea dal 2019. L'accoglienza riservata a Xi Jinping da Kim Jong Un ha avuto un forte valore simbolico, ma il significato dell'incontro va ben oltre la dimensione protocollare. In un contesto internazionale segnato dalla crescente rivalità tra Cina e Stati Uniti, dalla guerra in Ucraina e dal consolidamento delle partnership eurasiatiche, il vertice ha mostrato la volontà di Pechino e Pyongyang di elevare la cooperazione a un nuovo livello. Durante i colloqui ufficiali, Xi ha proposto di rafforzare il coordinamento strategico, ampliare la cooperazione economica, agricola e commerciale, incrementare gli scambi diplomatici e sviluppare ulteriormente la collaborazione nei settori della sicurezza, delle forze armate, dell'istruzione, della cultura e dei media. Kim Jong Un ha risposto dichiarandosi pronto a portare le relazioni bilaterali su una "nuova e più alta fase qualitativa".

Particolarmente significativa è stata la composizione della delegazione cinese. Accanto al ministro degli Esteri Wang Yi erano presenti il ministro della Difesa Dong Jun e importanti responsabili economici e commerciali. La presenza del capo della Difesa rappresenta un segnale rilevante: è la prima volta dal 1992 che un ministro della Difesa cinese accompagna il presidente della Repubblica Popolare in una visita ufficiale a Pyongyang. Un altro elemento che ha attirato l'attenzione degli osservatori è stata l'assenza di qualsiasi riferimento alla denuclearizzazione della penisola coreana. Per anni questo tema aveva rappresentato una componente centrale della diplomazia cinese verso la Corea del Nord. Oggi, invece, Pechino sembra attribuire priorità alla stabilità strategica regionale e al consolidamento delle proprie alleanze piuttosto che alla questione nucleare. Dietro la visita emerge inoltre una più ampia ridefinizione degli equilibri asiatici. Dopo gli incontri avvenuti nelle scorse settimane tra Xi Jinping, Vladimir Putin e Donald Trump, il viaggio del leader cinese appare come un'operazione di coordinamento politico tra partner strategici in un momento di forte trasformazione dell'ordine internazionale.

Gli esperti russi sottolineano come il riavvicinamento tra Cina e Corea del Nord si inserisca in una tendenza positiva iniziata nel 2025 e rafforzata parallelamente alla crescente cooperazione tra Mosca e Pyongyang. Lontano dalle interpretazioni che descrivono una competizione tra Russia e Cina per l'influenza sulla Corea del Nord, gli analisti evidenziano piuttosto una divisione funzionale dei ruoli. La Cina rimane il principale partner commerciale della Corea del Nord, assorbendo esportazioni di materie prime e fornendo beni industriali indispensabili all'economia nordcoreana. La Russia, invece, rappresenta una fonte di risorse energetiche, investimenti, tecnologia e forniture che Pechino preferisce non trasferire. In questo quadro, la Corea del Nord sembra perseguire una strategia di equilibrio. Pur rafforzando i rapporti con la Cina, Pyongyang evita di apparire eccessivamente dipendente da Pechino e continua a valorizzare la propria crescente partnership con Mosca. Non a caso, i media nordcoreani hanno dato grande risalto alla visita di Xi ma hanno evitato di enfatizzare i riferimenti all'espansione della cooperazione militare con la Cina. Per Pechino, tuttavia, il messaggio è chiaro. La Corea del Nord mantiene un valore strategico crescente come elemento di contenimento dell'influenza USA nella regione, soprattutto mentre Corea del Sud e Giappone rafforzano il proprio allineamento con Washington.

L'incontro di Pyongyang conferma inoltre che il trattato firmato nel 1961 continua a rappresentare l'unico accordo di difesa reciproca formalmente attivo della Cina. Un dato spesso sottovalutato ma che assume oggi un significato particolare nel quadro della competizione globale tra blocchi geopolitici. La visita di Xi Jinping sembra dunque certificare l'emergere di un nuovo triangolo strategico composto da Cina, Russia e Corea del Nord. Pur mantenendo interessi distinti e relazioni non prive di differenze, i tre Paesi condividono una crescente convergenza nel contrastare la pressione occidentale e nel promuovere un ordine internazionale multipolare. In un momento in cui gli equilibri globali stanno rapidamente cambiando, il vertice di Pyongyang appare come un segnale che va oltre la penisola coreana: l'Eurasia continua a consolidare le proprie reti di cooperazione politica, economica e strategica, riducendo progressivamente lo spazio di manovra delle strategie di contenimento promosse dagli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico.


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La Cina non i USA (né si racconta per slogan)

 

 

di Giovanni Amicarella

 

Difficile parlare di Cina. O almeno, facile farlo in modo approssimativo, nel bene e nel male.

Di analisi sulla Cina eccessivamente critiche ci ha ben abituato la presenza fitta e pingue nella stampa “mainstream” di penne particolarmente affilate (e altrettanto ignoranti), con una precisa agenda politica. Di analisi poco profonde, a tratti infantili e speranzose, di una Cina scevra da difetti e criticità ci hanno abituato invece in parte certe branche “antisistema“.

Da una parte, c'è il vecchio leitmotiv nazionalpopolare distorto e remixato da Washington, per cui qualsiasi cosa venga fuori da una definizione arbitraria di "Occidente" è automaticamente il male. Se prima il male erano i sovietici, e per una parentesi limitata (e poco sentita) sono tornati ad esserlo i russi, adesso il male deve essere necessariamente una potenza che tiene testa alle ultime vestigia dell'Impero (da amante del classico, uso questo termine a malincuore). I cinesi dis-piacciono perché sono comunisti, o perché lo sono troppo poco. A volte dispiacciono per la sorveglianza, ignorando completamente quanto gli apparati di repressione del libero Occidente già abbiano messo le mani su qualsiasi dato in nostro possesso come cittadini.

Dall'altra, c'è un sentimento che da socialista mi preoccupa terribilmente. È quella vanagloria da circolino ereditata dai momenti di peggiore resa del movimento operaio: guardare a inserire capitale estera. Se il guardare a Mosca ha regalato gioie e dolori, stesso possiamo dire del guardare a Pechino. Inutilmente si sono sprecati i compagni cinesi nello spiegare, anche in diverse lingue, che il loro modello tendente al socialismo non sia esportabile, che si basi su una struttura e sovrastruttura che ha ben poco in comune (seppur vi si possa vedere dei punti di contatto, ci tornerò dopo) con le società europee. Figuriamoci con la "società" statunitense. 

Oltretutto, ambedue le barricate, che sono ridicolmente basate sulla stessa ignoranza (denigrare e feticizzare, si sa, spesso coincidono) possono dormire sonni tranquilli, come potremo vedere a breve.

Se c’è una cosa che accomuna l’opera di Fabio Massimo Parenti alle analisi internazionali del CeSEM - Centro Studi Eurasia Mediterraneo, per cui faccio il responsabile comunicazione, è proprio la capacità di dare strumenti di analisi critica, per formare coscienze critiche

In un'epoca di anestetizzazione sociale, l'unica cura è il tornare a interessarsi delle cose. L'unico modo per portare la gente a interessarsi delle cose è dargli degli strumenti di analisi, che per utilità e prassi vadano oltre agli slogan sputacchiati dal megafono o i video acchiappaclick.

Attraverso analisi che toccano dalla dimensione confuciana a quella di mercato, da quella geopolitica a quella etnica, il volume, tramite anche le presentazioni che ne sono derivate, ha contribuito a decostruire, a un pubblico sempre numeroso e partecipativo, una serie di preconcetti.

Il libro nasce dopo alcune riflessioni dall’anno scorso, dopo che la Cina decide di non accettare più i diktat statunitensi, reagendo autonomamente contro l’imposizione dei dazi. Parenti ha così l’ispirazione, radicata anche nel suo interesse della storia cinese, di una Cina che non si fa più usare. Per l’appunto, non si USA.

Non si usa perché si è già fatta usare, anche troppo.

Il secolo di umiliazione, in cui le potenze occidentali e vicine ne hanno fatto il bello e cattivo tempo, ha lasciato un principio radicato. Invece di diventare bieco revanchismo, cosa che sarebbe potuta tranquillamente essere, la classe dirigente cinese l’ha saputo trasformare in un esempio pratico di cosa non fare. Per la Cina il punto focale è il mantenimento della stabilità.

Una stabilità interna, in cui l’ascolto della base e del malcontento (si veda il passaggio graduale verso le rinnovabili, o verso idee come quella della civiltà ecologica) che viene canalizzato in virtù di quello che, la vecchia Cina, avrebbe definito “mandato celeste“. Una capacità di agire nel giusto da parte del governante senza esercitare repressione. Un concetto, se vogliamo, abbastanza analogo alla nostra “pax deorum” di romana memoria.

Una stabilità esterna, su logica binaria: l’aiuto al mantenimento di stabilità di paesi del ‘siddetto terzo mondo con progetti di infrastrutture e sviluppo, una non ingerenza all’interno dei percorsi ideologici e sociali delle nazioni con cui collaborano, che rientra nella lettura delle comunità umane dal futuro condiviso. Questo penultimo punto è bene ribadirlo ogni tanto, spegne un po' di spauracchi a destra e speranze a sinistra.

L’uso della violenza per la risoluzione dei conflitti infatti, siano essi interni o esterni, è visto come un fallimento del governante. Valori che per la Cina non sono certamente una novità, derivando da autori decisamente stagionati: Lao Tsé, Sun Tzu, Confucio. Tutti hanno scritto a loro modo di guerra, con la priorità sempre di sfinire il nemico senza combatterlo direttamente, puntando poi a una pace.

Quel principio che nello splendido Tao Te Ching, di cui consiglio la lettura visto che l'edizione non commentata è veramente breve e scorrevole, viene definito Wu Wei "lasciar scorrere/non agire". Lasciar sì che non vi sia necessità di forzare gli eventi, che tutto (dalla società, alla geopolitica) segua un ordine naturale delle cose. 

 

"Quei che volendo tenere il mondo

lo governa,

a mio parere non vi riuscirà giammai.

Il mondo è un vaso sovrannaturale

che non si può governare:

chi governa lo corrompe,

chi dirige lo svia,

poiché tra le creature

taluna precede ed altra segue,

taluna è calda ed altra è fredda,

taluna è forte ed altra è debole,

taluna è tranquilla ed altra è pericolosa.

Per questo il santo

rifugge dall'eccesso,

rifugge dallo sperpero,

rifugge dal fasto." XXIX - Non agire

L'imperatore romano Marco Aurelio ebbe a dire qualcosa di analogo nei suoi Pensieri (conosciuto anche come Meditazioni, altra lettura consigliata): "Hai potere sulla tua mente, non sugli eventi esterni. Renditi conto di questo e troverai la forza". 

Il governante, insomma, è abile quando riconosce di avere un limite e di sottostare, a sua volta, a un flusso di eventi che non può controllare. 

Sfruttando questo passaggio per tornare a Occidente, la nostra attenzione alla Cina non va però vista come un'estraneità alle questioni più impellenti sul piano nazionale.

Su questo il Focus CeSEM "Cina e Unione Europea. Ascesa pacifica e globalizzazione multipolare” (disponibile sul sito del centro), che a Modena è stato presentato assieme all'opera, è un documento che riassume in breve il da farsi.

Nell’ambito della geopolitica infatti, un fronte di lotta che si fa sempre più pressante (e altrettanto, palesemente, in primo piano) è quello dell’informazione. L’informazione rappresenta oggi uno dei primi terreni di scontro per quanto concerne i conflitti e le risoluzioni, più o meno pacifiche, delle problematiche fra Stati: basti vedere la guerra d’informazione che si è consumata (e si sta ancora consumando) sul conflitto russo-ucraino, quelle sui vari conflitti fra Stati vicini (ad esempio Pakistan e Afghanistan), sulle sommosse popolari (come nel caso del Nepal) e sulla, in corso, aggressione all’Iran. 

Quando il sensazionalismo prende il posto dell’informazione, sia per propaganda di una precisa visione politica, sia per acchiappaclick (come precedentemente detto), emerge nella sua essenzialità il ruolo dell’analisi critica.

In un mondo in cui l’Occidente è ancora orientato al conflitto, al protezionismo e alle sanzioni, la Repubblica Popolare Cinese si pone come potenza responsabile ed è orientata nell’assumersi maggiori responsabilità nella governance globale, al fine di sostenere un vero multilateralismo e una reale democratizzazione delle relazioni internazionali. Per l’Unione Europea, schiacciata tra contraddizioni interne e pressioni esterne sempre più insostenibili, una partnership privilegiata con Pechino rappresenta perciò l’ultima opportunità per diventare un polo geopolitico autonomo all’interno della scacchiera globale.

L’avvento dell’Amministrazione Trump ha indubbiamente chiarito che il mondo è sempre più tendente a una concezione multipolare del rapporto fra Stati, chi si pone in competizione con gli altri soggetti geopolitici senza possedere a pieno i requisiti per la sovranità rischia di pagarne le conseguenze. Questa considerazione vale a maggior ragione per l’Unione Europea che si autopercepisce quale vettore ideologico di esportazione dei “valori liberali”, ma che è ancora oggi priva di un esercito autonomo e degli strumenti necessari a far rispettare le proprie convinzioni. Non si tratta solo dell’assenza di una Costituzione o di un Ministro degli Esteri europeo; l’UE non possiede quello che è il requisito fondamentale della sovranità: il monopolio della forza all’interno dei propri confini.

Dovendo condividere lo spazio geografico con l’ingombrante “alleato” nordamericano e subirne la volontà politica attraverso la NATO, che rimane un’organizzazione militare indiscutibilmente guidata da Washington.

La contrapposizione tra Stati Uniti e Cina non deve comunque spingere l’Unione Europea a una scelta di campo rigida, ma a definire uno spazio continentale di autonomia, fondato su equilibrio e interdipendenze gestite. 

La Cina, in questo quadro, non è solo rivale, ma anche un interlocutore strategico: è oggi leader mondiale in settori cruciali come le terre rare, la tecnologia verde e le infrastrutture digitali, componenti indispensabili per gli stessi obiettivi di transizione ecologico-digitale e competitività dell’UE. La capacità di Pechino di innovarsi continuamente costringe l’Europa a sviluppare politiche industriali proprie, a investire in ricerca e sviluppo e a sviluppare nuove catene del valore.

Da questo punto di vista, attraverso il dialogo, la tradizione diplomatica italiana, derivata dalla sua storia mediterranea di mediazioni ed equilibri, rappresenta un punto di forza per costruire forme di cooperazione condivisa con tutti i Paesi BRICS.

 

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Social-network: la semi-ottica dell'urlatore

 

Quanta nostalgia di Raymond Queneau davanti a questo campionario di fauna digitale! Viviamo tempi di complottismo spicciolo e di un raglio digitale che si pretende dottrina. Oggi, chiunque abbia letto un titolo a metà si sente investito del potere di spiegare il mondo, trasformando la rete in un'assemblea di asini convinti di cantare in un'opera di gala. L'urlatore da salotto ha una missione chiara: spiegare il mondo tra un post e uno spritz, trasformando la rete in un'assemblea di certezze sguaiate.

Il suo metodo è la semi-ottica terminale: osserva la storia dal buco della serratura e il suo ego e ne trae sentenze universali. Il geopolitico da salotto non analizza: decora il vuoto con la propria prosopopea, ignaro di ogni porta stretta che la storia impone. Anche le pulci tossiscono, dice il proverbio. L'urlatore digitale soffre di una sapienza da vetrina, esponendo in bella mostra ciò che non ha in dispensa, e scambiando u piritu per un ruggito. È il trionfo della pulce che, in piena crisi di tosse, si guarda allo specchio e vede un terremoto.

Come direbbe Queneau, siamo di fronte a un esercizio di stile dove il vuoto del bicchiere cerca grottescamente un pieno di significato. E se la realtà non collima? Tanto peggio per lei: l'urlatore da tastiera la manipolerà come plastilina, fino a farla conincidere con la profezia che lui, tra uno spritz e l'altro, ha annunciato per primo.

Ecco il decalogo che guida la sua "scienza":

  1. Il tuo ego è il metro della storia: Tutto ciò che non è filtrato dal tuo feed non ha dignità di cronaca.

  2. U piritu è il tuo argomento principe: Non serve una tesi per stroncare l'altro.

  3. Crea il sospetto dal nulla: Se un fatto non è torbido, sei ancora tre passi indietro nel delirio.

  4. Non avrai altra verità che quella virale: Scarta l'analisi, che è noiosa; divinizza la fake, che è succosa.

  5. Farai pongo dei dati: Se le cifre non quadrano, cambiale; la verità è un'opinione, il tuo capriccio un dogma.

  6. Disprezza la misura: Di fronte a un problema, non cercare il nesso, brandisci lo schema.

  7. Inquina, è il tuo dovere: abbaiare è il compito universale

  8. Il silenzio è un'eresia, puniscila: Se non ragli al massimo, tradisci la community.

  9. L'algoritmo è il tuo unico dio: Se non genera like, il fatto non esiste. La gloria dipende dal tuo ultimo post.

  10. Tu sei il tuo profeta: la tua insignificanza è un mito, sei l'ultimo baluardo dello spritz.

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L’insostenibile leggerezza delle tasse sui (super-) ricchi

Una proposta si fa nuovamente strada nel dibattito pubblico: tassare i super-ricchi. Alcuni la chiamano patrimoniale – agitando lo spauracchio della classe media ingiustamente colpita – altri, più propriamente, tassa sui grandi patrimoni o, appunto, tassa sui super-ricchi. Di fatto, per chi strumentalizza la proposta non c’è alcuna differenza. Il punto fondamentale da cui partire, tuttavia, è un altro.  

Il sistema impositivo italiano negli ultimi quarant’anni è stato devastato da riforme frammentarie e sbagliate. Sul lato della tassazione dei redditi abbiamo assistito a un susseguirsi di tagli al numero di scaglioni Irpef e alle singole aliquote – si è passati dalle 32 aliquote previste per i relativi scaglioni di reddito dalla riforma tributaria del ’73 alle attuali 3 – e al crescente ricorso a forme di tassazione separata che sottraggono parte delle entrate – spesso riferibili a forme di rendita, tra cui affitti brevi e rendite finanziarie – dalla base imponibile Irpef applicando un’aliquota fissa (flat tax). Di conseguenza, si è andati a erodere la base imponibile Irpef e a indebolire la progressività dell’imposta. La ratio è quella della semplificazione fino ad arrivare, presumibilmente, ad una vera e propria flat tax sui redditi da lavoro. Ossia, l’anti-progressività in nome dell’effetto trickle-down: l’idea che senza il peso delle imposte, le fasce di reddito più alte siano libere di consumare e investire i propri redditi e patrimoni con effetti benefici, a cascata, per le fasce di reddito inferiori. Al contrario, quello che si è ottenuto, ad oggi, è un sistema regressivo che penalizza i redditi medio-bassi. Sul lato dei patrimoni, si è andati direttamente a ridurre, o eliminare, le varie forme di tassazione, fatta eccezione per l’Imu sugli immobili non di residenza e le imposte di bollo e di registro. 

In termini complessivi, dunque, abbiamo assistito a uno spostamento del carico impositivo dai patrimoni (capitale) ai redditi (lavoro) e dai redditi da lavoro autonomo e di impresa (profitti) ai redditi da lavoro dipendente. 

Parallelamente, il quadro macroeconomico e strutturale è stato investito da trasformazioni profonde che hanno coinvolto la distribuzione sia dei redditi che della ricchezza, con un conseguente peggioramento delle disuguaglianze socioeconomiche. Da un lato, è cambiata la distribuzione funzionale del reddito aggregato (il Pil) tra i fattori che lo generano – ossia tra capitale e lavoro –, con una riduzione progressiva della quota salari (wage share) in molte delle economie avanzate, senza eccezioni per l’Italia, e una conseguente minor rilevanza della base imponibile da lavoro rispetto a quella da capitale. Se fino agli anni ’70, infatti, la quota della base imponibile relativa ai redditi da lavoro era prevalente rispetto ai redditi da capitale, oggi questa è pari al 40% mentre quella relativa ai redditi da capitale è il 50% (la restante parte è costituita dalle imposte indirette). Dall’altro, è aumentata la concentrazione della ricchezza e la sua composizione ha registrato, anche in Italia, una crescente rilevanza della componente finanziaria – soprattutto per i più ricchi – che si va ad aggiungere a quella reale e, in particolare, immobiliare. Il 5% più ricco delle famiglie italiane detiene circa il 46% della ricchezza nazionale, a fronte del 7% posseduto dal 50% più povero. Ma c’è di più. La ricchezza in Italia non è solo concentrata nelle mani di pochi, ma si trasferisce anche in larga misura per via ereditaria. Circa il 60% di questa ricchezza deriva infatti da successioni. 

La fotografia che emerge è drammatica. Cresce il peso della ricchezza, sia immobiliare che finanziaria, e dei patrimoni trasferiti per via ereditaria e, di conseguenza, peggiora la mobilità sociale. Peggiora la distribuzione funzionale del reddito nazionale a vantaggio del capitale e a svantaggio del lavoro, così come la distribuzione dei redditi a svantaggio delle fasce medio-basse, in presenza di meccanismi di redistribuzione inefficaci o, peggio, regressivi. 

Il risultato? Un’insostenibile pressione su quelle fasce di reddito che negli ultimi anni hanno pagato e stanno pagando anche l’erosione del potere d’acquisto dovuta alle crisi inflattive post-Covid – in attesa delle conseguenze della crisi di Hormuz –, la persistente stagnazione salariale e, dulcis in fundo, il c.d. fiscal drag. Ossia, l’aumento della pressione fiscale dovuto all’inflazione, in presenza di salari nominali invariati e, dunque, di salari reali più bassi.

In un quadro macroeconomico evidentemente complesso e problematico, negli anni delle policrisi e di cambiamenti sistemici radicali, un fisco iniquo e incapace di mettere in moto una qualsivoglia leva redistributiva impedisce dunque di reagire o anche solo di attutire i colpi. 

Eppure, come sottolineato ripetutamente da Sbilanciamoci!, basterebbe seguire i due principi cardine che la Costituzione ci indica per informare il sistema impositivo (art. 53 Cost.): il principio di capacità contributiva e il principio di progressività dell’imposizione.

Come? Le proposte che abbiamo avanzato negli anni sono chiare. 

Innanzitutto, tassare i grandi patrimoni – ad esempio tra lo 0,1% e l’1% più ricco – rappresenterebbe un primo passo importante per rendere più equa la tassazione per tutti. Tuttavia, si tratta di un intervento necessario ma non sufficiente a disegnare un sistema impositivo realmente equo e funzionale a delle prospettive di crescita e di benessere socioeconomico.

Sul fronte patrimoniale, sarebbe auspicabile l’introduzione di una tassazione progressiva che tenga conto sia della dimensione che della composizione dei patrimoni – sia reali che finanziari – in modo da incidere efficacemente sulla concentrazione della ricchezza. Chiaramente, questo tipo di intervento deve necessariamente essere affiancato a una riforma del catasto che eviti le ben note distorsioni dovute alla discrasia tra rendite e valori catastali e di mercato degli immobili a cui si applica tale imposta.

Anche le successioni dovrebbero essere soggette a una tassazione progressiva – con contestuale riduzione della franchigia attualmente prevista pari a un milione di euro – in modo da intervenire sui meccanismi di trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze.

Sul fronte della tassazione dei redditi, occorrerebbe ripristinare una struttura di aliquote Irpef che consenta una vera progressività – aumentando il numero degli scaglioni – e operare una ricomposizione della base imponibile – che includa le varie fonti reddituali derivanti da rendite di diversa natura attualmente soggette a tassazione piatta e separata – a cui applicare le relative aliquote, in modo da rispettare e valorizzare il principio di capacità contributiva.

A questo andrebbe chiaramente aggiunto un serio contrasto all’evasione (e all’elusione) fiscale, che per il Ministero di Economia e Finanza (MEF) ammonta a circa 100 miliardi di euro all’anno, senza nascondersi dietro alla minaccia della fuga di capitali e auspicando un processo di armonizzazione fiscale a livello europeo che inibisca e impedisca la presenza di paradisi fiscali interni e il fenomeno del dumping fiscale che favorisce soprattutto i super-ricchi, le multinazionali e le big-tech.

L'articolo L’insostenibile leggerezza delle tasse sui (super-) ricchi sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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il nuovo Piano Quinquennale della Cina è FUORI DI TESTA

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Quando si parla di Cina, il racconto mainstream è sempre lo stesso: sussidi a pioggia, Stato onnipotente, aziende dopate, mercato falsato.

Ma le cose stanno davvero così?

In questa puntata di Ottolina e mezzo, Giuliano Marrucci ne parla con Guendalina Anzolin, ricercatrice esperta di politica industriale, innovazione e catene del valore, a partire dal nuovo Piano Quinquennale cinese 2026-2030.

Dentro il piano ci sono alcuni dei nodi decisivi dei prossimi anni: crescita meno rigida, aumento della spesa in ricerca e sviluppo, domanda interna, transizione energetica, auto elettriche, batterie, robotica, intelligenza artificiale, biomanifattura, ma anche il rinnovamento tecnologico dei settori tradizionali.

Il punto però non è solo “cosa farà la Cina”.

Il punto è cosa ci dice la Cina su di noi.

Perché nelle economie complesse la pianificazione esiste sempre. Solo che in Occidente la chiamano “mercato” quando a pianificare sono grandi corporation, finanza, monopoli tecnologici e apparati imperiali. In Cina, invece, il piano resta uno strumento per orientare l’economia reale, coordinare investimenti, formazione, ricerca, industria e innovazione.

Non un modello da copiare. Ma uno specchio molto utile per capire perché l’Occidente parla tanto di libero mercato, mentre continua a vivere di rendita.

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Vuoi mandarli #tuttiacasa? Da oggi puoi contribuire a farlo anche con il tuo 5X1000. Basta indicare nell'apposita sezione della dichiarazione dei redditi (o comunicare al CAF o al commercialista) il codice fiscale di MULTIPOPOLARE: 92054980450

●▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬▬●E'

finalmente disponibile l'imperdibile libro di Vadim Bottoni e Giuliano Marrucci sull'ascesa e il declino del MITO DEL DOLLARO. Uno strumento fondamentale per capire le ragioni profonde della Trumpenomics e della Guerra Totale dell'Imperialismo USA contro lo sviluppo e la democrazia. Lo potete aquistare qui: https://poetsandsailors.com/shop/il-mito-del-dollaro/#OttolinaTV

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Genesis Magma GT3 Concept: il prototipo nato da zero si mostra a Le Mans

In concomitanza con il debutto della GMR-001 della scuderia Genesis Magma Racing alla 24 Ore di Le Mans, è stata presentata la Magma GT3 Concept. Il progetto non prende il via da una vettura stradale, ma nasce da un foglio bianco per sfruttare al massimo i regolamenti della categoria. Dopo il WEC la categoria GT3 La GT3 Concept rappresenta una piattaforma di sviluppo ed è frutto della collaborazione con Hyundai Motorsport. Il programma sportivo non è ancora stato annunciato, ma è evidente come la categoria GT3 sia estremamente rilevante a livello globale e rappresenti una base ideale per la crescita del brand in parallelo con il WEC. La stradale si avvicina alla realtà Accanto alla GT3 è stata mostrata nuovamente la GT Concept, aggiornata rispetto alla prima apparizione nel 2025. Gli interni sono stati completamente rivisti, con un abitacolo disegnato attorno al guidatore, dotato di strumenti analogici e comandi fisici. Non ci sono, per il momento, informazioni tecniche sul powertrain a motore centrale né sulle prestazioni, così come una data certa di debutto.
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LE RADIO INTELLIGENTI ALERVITES AT2 SMART UHF RADIO

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MESSAGGISTICA OFF-GRID: Invia testo, voce e immagini tramite onde radio attraverso l'app Ola Radio senza copertura cellulare. Perfetto per escursioni, eventi affollati e missioni di ricerca e soccorso in caso di emergenza. Può anche condividere le coordinate precedenti alla disconnessione per garantire la sicurezza.

CONTROLLO E PROGRAMMAZIONE TRAMITE APP: Gestisci il tuo AT2 senza sforzo tramite l'app Ola Radio su iOS o Android. Anche senza una tastiera fisica, puoi configurare la radio, cambiare canale, regolare il volume e attivare/disattivare le funzioni direttamente dal tuo telefono, rendendo la programmazione sul campo rapida, semplice e comoda ovunque.

DESIGN ULTRA-SOTTILE CON DOPPIO PTT: Leggero e facile da trasportare, dotato di un PTT laterale tattico e di un PTT centrale sovradimensionato per un accesso rapido, anche indossando i guanti. La batteria da 2200 mAh con ricarica USB-C ti garantisce energia per un utilizzo prolungato all'aperto.

ASSISTENTE AI E ZELLO LINK: Collega il tuo telefono tramite Bluetooth per utilizzare il tuo AT2 come controller esterno. Premendo due volte il grande pulsante PTT centrale si attiva l'assistente vocale o si utilizza come tasto PTT per app come Zello, consentendo di gestire le comunicazioni direttamente da un dispositivo senza dover prendere in mano il telefono.

COMUNICAZIONE UHF: Funziona sulle frequenze UHF 400-480 MHz con 30 canali programmabili, 50 toni CTCSS e 105 codici DCS per un audio chiaro e privo di interferenze, e supporta l'esclusiva modalità di crittografia per comunicazioni di squadra private e sicure tra AT2.

FUNZIONI DI CAMPO AVANZATE: Clona in modalità wireless tutti i canali tra AT2 per una rapida collaborazione di squadra o acquisisci il canale corrente da altri modelli di radio. Con monitoraggio, scansione e VOX, l'AT2 garantisce efficienza professionale per operazioni commerciali, sicurezza e squadre di ricerca.

Avvertenza: Non è richiesta alcuna licenza per acquistare questa radio, né per monitorare (ascoltare) le numerose frequenze radioamatoriali. Tuttavia, è necessaria una licenza FCC per trasmettere (parlare) sulle frequenze radioamatoriali negli Stati Uniti.

#radio #hamradio #newgeneration #smart #zello #digital #alervites #radioddity
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ATTACCO SUPPLY-CHAIN IN CORSO SU AUR (ARCH LINUX)

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Se utilizzate Arch Linux e avete fatto aggiornamenti di recente state attenti.
Il terzo link in basso contiene uno script che verifica se abbiamo aggiornato di recente alcuni dei pacchetti compromessi.

L'attacco è propagato tramite AUR. Il pacchetto compromesso installa con npm un pacchetto malevolo che esegue un infostealer su Linux che invia ad una C2 malevola file sensibili come configurazioni, chiavi SSH, token npm o GitHub e via dicendo.

Risorse:
- https://discourse.ifin.network/t/400-aur-packages-compromised-with-infostealer-and-rootkit/577
- https://ioctl.fail/preliminary-analysis-of-aur-malware/
- https://cscs.pastes.sh/aurvulntest20260611.sh

Il progetto Esadecimale nasce per offrire il migliore contenitore di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano. Se vuoi supportare la mia missione puoi approfondire il mio progetti tramite i seguenti link:
- https://esadecimale.it
- https://learn.esadecimale.it
- https://cyber.esadecimale.it
- https://forum.esadecimale.it
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KPMG's AI report becomes an accidental demo of AI hallucinations

KPMG's October 2025 report on the wonders of agentic AI has been accused of demonstrating one of the tech's less desirable talents: making things up. Research outfit GPTZero claims a forensic review of the Big Four firm's October 2025 report, "Total Experience: Redefining Excellence in the Age of Agentic AI," found that only five of its 45 citations correctly pointed to the cited source; the rest ranged from mangled and misleading to partially fabricated or too vague to verify. The consulting industry has form here. Last year, Deloitte ended up refunding the Australian government after AI-generated content slipped into a taxpayer-funded report. GPTZero dubbed the phenomenon "vibe citing" – the citation equivalent of vibe coding – where generative AI appears to stitch together fragments of real sources, invent titles, or otherwise produce references that look convincing until someone actually clicks them. GPTZero alleges that roughly half of the report's factual claims were false, unsupported, or attributed to the wrong source. Several case studies highlighting supposedly cutting-edge deployments of agentic AI appear to have been particularly creative. Among the examples highlighted by GPTZero were purported agentic AI deployments at UBS, Swiss Federal Railways, and Transport for London. According to GPTZero, the sources cited to support those case studies either did not substantiate the report's claims or contained alterations and paraphrasing that undermined their reliability. “These factual errors are not confined to the report’s footnoted passages,” GPTZero said. “On page 42, the authors claim that Emirates airline has adopted a mobile chatbot named Sara (false) that can converse directly with passengers (partially true) and change their flights (false). In fact, Sara is a robot assistant introduced by Emirates in 2023 (not a chatbot) that lacks the ability to alter flight bookings.” Not all of the alleged problems involved external sources. GPTZero noted that the report appears to contradict KPMG's own research, citing a figure of 55 percent of CEOs ranking AI as their top investment priority. KPMG's 2025 CEO Outlook, released the same month, put the number at 71 percent. KPMG has since removed the report from some of its websites while it investigates how the publication made it into the wild, according to the Financial Times. A spokesperson at KPMG told The Register: "KPMG International takes the accuracy and integrity of its published content seriously. The report has been removed and we are reviewing the circumstances surrounding its publication. We expect all our people to follow our guidelines on the responsible use of AI, including human oversight to validate content and verify independent sources." Consulting firms have spent years warning clients about AI hallucinations. According to GPTZero, KPMG may have just provided a live demonstration. ®

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Huawei is considering deploying Ascend AI chips in Latin America, cloud chief says

Huawei Technologies is studying whether to run its newest Ascend artificial intelligence chips inside its cloud and AI services in Latin America, a senior executive has confirmed, in a move that would push Chinese-designed hardware deeper into a region long courted by US suppliers. Mark Chen, president of Huawei Cloud Latin America, gave the confirmation in an exclusive interview with the South China Morning Post after his presentation at the Rio Web Summit, the technology and innovation...

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NASA to Cover 34th SpaceX Resupply Mission Space Station Departure

The SpaceX Dragon cargo spacecraft supporting the company’s 34th commercial resupply services mission for NASA approaches the International Space Station on May 17, 2026, carrying nearly 6,500 pounds of food, supplies, and equipment for the Expedition 74 crew.
The SpaceX Dragon cargo spacecraft supporting the company’s 34th commercial resupply services mission for NASA approaches the International Space Station on May 17, 2026, carrying nearly 6,500 pounds of food, supplies, and equipment for the Expedition 74 crew.
Credit: NASA

NASA and its international partners are set to receive scientific research samples and hardware as a SpaceX Dragon spacecraft is scheduled to depart the International Space Station on Tuesday, June 16, for its return to Earth.

Watch NASA’s live undocking coverage beginning at 11:45 a.m. EDT on NASA+, Amazon Prime, and the agency’s YouTube channel. Learn how to watch NASA content through a variety of online platforms, including social media.

The Dragon spacecraft will undock from the forward port of the station’s Harmony module at about 12:05 p.m., after receiving a command from SpaceX ground controllers. The spacecraft then will fire its thrusters to move safely away from the orbiting complex.

Following a June 16 departure, the spacecraft will reenter Earth’s atmosphere on Wednesday, June 17, before splashing down off the coast of California at approximately 5:08 a.m. PDT. NASA will not stream the splashdown but will post updates on its space station blog.

Dragon will return to Earth with thousands of pounds of cargo, carrying samples that could shape future space exploration and life on Earth. Research returning includes bioprinted organ and cartilage tissue, data on improving cryogenic fuel storage for future space missions, and DNA‑inspired materials to develop new cancer treatments. The returning hardware includes an ocular imaging device used to monitor crew members’ eye health, an absorbent bed that filters trace contaminants from cabin air, and a separator pump from the waste and hygiene compartment.

Loaded with nearly 6,500 pounds of crew cargo and science experiments, Dragon arrived at the station on May 17 after launching two days earlier on a Falcon 9 rocket from Space Launch Complex 40 at Cape Canaveral Space Force Station in Florida.

For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.

Get breaking news, images, and features from the space station on Instagram, Facebook, and X.

Learn more about International Space Station research and operations at:

https://www.nasa.gov/international-space-station

-end-

Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
james.j.russell@nasa.gov

Leah Cheshier
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
leah.d.cheshier@nasa.gov

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NASA to Cover 34th SpaceX Resupply Mission Space Station Departure

The SpaceX Dragon cargo spacecraft supporting the company’s 34th commercial resupply services mission for NASA approaches the International Space Station on May 17, 2026, carrying nearly 6,500 pounds of food, supplies, and equipment for the Expedition 74 crew.
The SpaceX Dragon cargo spacecraft supporting the company’s 34th commercial resupply services mission for NASA approaches the International Space Station on May 17, 2026, carrying nearly 6,500 pounds of food, supplies, and equipment for the Expedition 74 crew.
Credit: NASA

NASA and its international partners are set to receive scientific research samples and hardware as a SpaceX Dragon spacecraft is scheduled to depart the International Space Station on Tuesday, June 16, for its return to Earth.

Watch NASA’s live undocking coverage beginning at 11:45 a.m. EDT on NASA+, Amazon Prime, and the agency’s YouTube channel. Learn how to watch NASA content through a variety of online platforms, including social media.

The Dragon spacecraft will undock from the forward port of the station’s Harmony module at about 12:05 p.m., after receiving a command from SpaceX ground controllers. The spacecraft then will fire its thrusters to move safely away from the orbiting complex.

Following a June 16 departure, the spacecraft will reenter Earth’s atmosphere on Wednesday, June 17, before splashing down off the coast of California at approximately 5:08 a.m. PDT. NASA will not stream the splashdown but will post updates on its space station blog.

Dragon will return to Earth with thousands of pounds of cargo, carrying samples that could shape future space exploration and life on Earth. Research returning includes bioprinted organ and cartilage tissue, data on improving cryogenic fuel storage for future space missions, and DNA‑inspired materials to develop new cancer treatments. The returning hardware includes an ocular imaging device used to monitor crew members’ eye health, an absorbent bed that filters trace contaminants from cabin air, and a separator pump from the waste and hygiene compartment.

Loaded with nearly 6,500 pounds of crew cargo and science experiments, Dragon arrived at the station on May 17 after launching two days earlier on a Falcon 9 rocket from Space Launch Complex 40 at Cape Canaveral Space Force Station in Florida.

For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.

Get breaking news, images, and features from the space station on Instagram, Facebook, and X.

Learn more about International Space Station research and operations at:

https://www.nasa.gov/international-space-station

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Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
james.j.russell@nasa.gov

Leah Cheshier
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
leah.d.cheshier@nasa.gov

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Novo Nordisk reports cyberattack as UK gives Wegovy pill the nod

Pharmaceutical giant Novo Nordisk says data related to clinical trial participants was stolen as part of a cyberattack. The affected patient data was pseudonymized and not directly linked to names or other direct identifiers, the company said. The maker of the Wegovy weight-loss drug said the affected data types include patient ID, information on trial participation, gender, year of birth, biomarkers, health/immunogenicity data, and lifestyle factors including smoking status, alcohol use, and BMI. "This information is not directly linked to any patients by name or other direct identifiers," the Novo Nordisk said on its dedicated page for the attack. "Information about identity would therefore require access to underlying information, identifying patients by name etc. This information was not exposed. We therefore do not consider the incident to enable any third party to identify participants in our clinical trials." The same statement confirmed that the attack affected a "limited number of internal IT systems," and the company said some systems have been taken offline as a precaution. Although it does not believe there is an immediate risk stemming from the breach, it nonetheless warned patients to remain vigilant for anything that could be connected to the data stolen during the attack. A separate letter sent to the company's healthcare partners (HCPs) states that additional personal information may have been stolen and could lead to targeted phishing attempts. Affected HCP data includes names and registration numbers, email addresses, phone numbers, WhatsApp details, and office locations. "Based on the nature of the exposed data, the potential consequences of the incident include targeted phishing attempts through emails, phone, and WhatsApp, or fraudulent communications impersonating colleagues," Novo Nordisk said in the letter. "We recommend that you remain vigilant against unexpected messages or calls and report any suspicious activity to us." The pharma biz warned that it may take time to bring these systems back online, but it is working to do so "in a controlled and safe manner." Elsewhere, it all sounds like standard practice. Outside experts were called in to help investigate, and Novo Nordisk has not yet confirmed the scale of the breach, nor will it until the experts have more time to assess the damage. Novo Nordisk added that the attack has had no impact on its core business operations, which remain running as normal. The attack was announced on what should have been a day of celebration for the company, whose flagship semaglutide weight-loss and diabetes pill received the green light to become the UK's first daily GLP-1 tablet hours earlier. The Wegovy pill joins the list of approved weight-management treatments that act as agonists for the GLP-1 receptor. All the other approved treatments are injectables, including Wegovy and Ozempic, both of which are also developed by Novo Nordisk. The Danish company employs roughly 67,900 people across 80 countries, and markets products in nearly every country globally. ®

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Amazon owns up to using 2.5bn gallons of H2O in its bit barns last year

Amazon says its datacenters used about 2.5 billion gallons of water last year, but claims that's far less than rival hyperscalers and that it remains on track to become "water positive" by 2030. In a blog post, the digital tat bazaar and cloud computing biz says the 2.5 billion gallon figure covers its entire global datacenter footprint for 2025. It downplayed the number by comparing it to the volume of water Americans - a country of 350 million people - used on lawns and gardens over the same period. Amazon disclosed water usage of 0.12 liters per kilowatt-hour (L/kWh) at its data facilities, and claimed Microsoft used 0.27 L/kWh during 2025, while Meta's consumption stood at 0.19 L/kWh in 2024 and Google was the thirstiest at 1.15 L/kWh during the same year. The Register has asked Microsoft, Meta and Google to comment. The water usage, we're told, is 75 percent of the way to Amazon's goal - announced in 2022 - of being "water positive" by 2030. It means facilities return more water to the environment than they consume, via measures including rainwater capture or other treating waste water for reuse. The figures come amid growing pushback against datacenter construction in the US. A recent Ipsos survey found most Americans don't want facilities built nearby, citing worries over electricity prices, eyesore buildings, and water-hungry operations. This echoes a 2022 report that found Google datacenters were consuming more than a quarter of all the water used in The Dalles, Oregon. Or, if you'd rather not to blame the industry itself, you could go with the line that Chinese operatives are spreading propaganda over social media, a claim that OpenAI and other interested parties are keen to promote. Whatever the cause of the backlash, the underlying numbers are real: datacenter water use has been climbing for years, driven by the sheer growth in facility numbers and by AI servers, which run hotter and demand more cooling than traditional kit. Water consumption at Microsoft's facilities surged 34 percent to 6.4 million cubic meters in 2022, for example, with generative AI blamed. Making matters worse, many datacenters now in the pipeline in the US are slated for areas already experiencing drought, according to analysis by The Guardian newspaper. Amazon says that its facilities use "free air cooling" about 90 percent of the time, pulling in outside air and flowing it past servers to absorb the heat, with no water involved - though it does resort to evaporative cooling during the hottest weather. But as The Register outlined last year, kicking the water habit completely will be nearly impossible, regardless of what claims the operators may make. ®

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La legalità illegittima della repressione

di Alessandra Algostino (da il manifesto)

L’istanza del pubblico ministero di Torino con la quale si chiede al giudice di sollevare questione di legittimità alla Corte costituzionale sulla norma che considera reato il blocco stradale costituisce un passo nel cammino per invertire la rotta rispetto alla costruzione di un regime autoritario.

La pm solleva pesanti e argomentati dubbi sulla legittimità di una delle norme centrali di quel decreto sicurezza (uno dei tanti) che ha cominciato ad edificare tale regime. Le norme della Costituzione richiamate nell’istanza, l’articolo 17 sul diritto di riunione e l’articolo 40 sul diritto di sciopero, presidiano l’espressione del diritto alla protesta: il blocco stradale ne costituisce una forma, tutelando il conflitto, elemento coessenziale alla democrazia. In questo senso, è rilevante che il rinvio alla Corte non verta solo su ragionevolezza e proporzionalità (anch’esse giustamente richiamate nell’istanza), ma sottolinei la violazione dei diritti di riunione e di sciopero. Manifestare è un diritto, non un reato.

Il processo in corso a Torino, quindi, testimonia come, accanto al dato simbolico di colpire con il disvalore del diritto penale l’espressione del pensiero e il dissenso, la norma eserciti concreti effetti repressivi e, a cascata, deterrenti e dissuasivi. Un’intimidazione istituzionale rispetto all’esercizio dei diritti costituzionali; la stessa, che, per altra via, quella dell’amministrativizzazione, persegue l’ultimo, ennesimo, decreto sicurezza, ormai anch’esso convertito in legge (numero 54 del 2026), laddove utilizza il potere del denaro (le multe) per dissuadere (… minacciare) rispetto all’esercizio di diritti costituzionali (punendo promotori, deviazioni del percorso, non meglio specificati turbamenti delle forze dell’ordine).

Recentissima è la notizia delle denunce nei confronti di 54 attivisti per la Palestina a Pisa, in concorso con centinaia di altri: è chiara la volontà di neutralizzare e reprimere ogni forma di conflitto. Riesumando, fra l’altro, formule oscure come il «concorso morale».

Nell’istanza della pm torinese tutto si tiene, anche il richiamo alla violazione dell’articolo 77 della Costituzione per mancanza dei presupposti di necessità e urgenza del decreto legge, che, come da costante giurisprudenza costituzionale, non è sanata dalla conversione in legge. In questo caso poi abbiamo assistito alla patente violazione del requisito dell’urgenza, trattandosi di norme che erano state originariamente previste in un disegno di legge. Strappate al controllo del parlamento, anche con il ricorso – altra costante – al voto di fiducia. L’abuso del governo ai danni del parlamento costituisce un altro asse – la verticalizzazione del potere – del disegno autoritario.

L’applicazione dei decreti sicurezza sui territori, non uniforme, ma diffusa, restituisce il quadro di una repressione crescente e aggressiva, che distorce una presunta legalità in sterilizzazione della democrazia. Una legalità illegittima. Occorre attivare tutte le garanzie, gli anticorpi, sociali e istituzionali, per impedire che svuoti la democrazia.

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Paddock Plus, così Fintyre trasforma lofficina del gommista

Il gruppo Fintyre, uno dei principali distributori di pneumatici di ricambio in Italia, presente sul territorio con oltre 700 centri affiliati, ha lanciato il programma di affiliazione Paddock Plus, riservato alle officine della propria rete.Questa iniziativa mette a disposizione dei gommisti una serie di strumenti di formazione tecnica e manageriale, tool per la gestione dell'attività e supporto al posizionamento sul territorio."Non è solo un progetto di affiliazione, ma un percorso strutturato che consente al rivenditore di evolvere, investire e crescere in modo sostenibile, aumentando anche il numero delle visite in negozio", sottolinea Mattia Franchi, Ceo di Fintyre. I vantaggio per l'automobilista Per l'automobilista, il programma Paddock Plus punta a garantire standard di servizio omogenei tra i centri della rete, in termini di competenza tecnica, trasparenza e aggiornamento professionale."L'obiettivo è mettere il cliente finale al centro, garantendo un servizio sempre più qualificato, affidabile, trasparente e coerente su tutto il territorio", ribadisce Franchi.Il gruppo Fintyre, nato nel 2008 dall'aggregazione di diverse realtà distributive italiane, opera oggi attraverso due hub logistici a Bergamo e Roma Nord e dieci magazzini sul territorio nazionale, movimentando oltre 6 milioni di pneumatici all'anno tra più di 50 marchi.
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Why a tiny river on Russia’s border tests China’s ties with Kim Jong-un

The Tumen River has resurfaced as one of the big issues for keen observers of relations between China and North Korea but after the leaders of the two countries met this week, there was no mention of it in the official statements after the summit. The river is a natural border between China, North Korea and Russia, and a narrow strip of it that runs between North Korea and Russia blocks Chinese access to open waters. Beijing has long tried to convince its two neighbours to open the waterway to...

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Why a tiny river on Russia’s border tests China’s ties with Kim Jong-un

The Tumen River has resurfaced as one of the big issues for keen observers of relations between China and North Korea but after the leaders of the two countries met this week, there was no mention of it in the official statements after the summit. The river is a natural border between China, North Korea and Russia, and a narrow strip of it that runs between North Korea and Russia blocks Chinese access to open waters. Beijing has long tried to convince its two neighbours to open the waterway to...

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Sotto l’ombrellone con Universi

Copertina del numero di giugno 2026 di Universi. Crediti: Nasa

È online – e in arrivo a tutti gli abbonati, che potranno portarselo sotto l’ombrellone – il numero di giugno di Universi, l’house organ dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf). In copertina, la Terra sorge dietro la Luna, ripresa dalla missione Artemis II: un’immagine che richiama la celebre fotografia Earthrise, scattata cinquantotto anni fa dagli astronauti dell’Apollo 8. Ad aprire il numero, come sempre, è l’editoriale del Presidente di Inaf, che questa volta pone l’accento sull’importanza dell’ingegno e sulla buona pratica di trasformare i limiti incontrati lungo il cammino in opportunità.

Tra gli approfondimenti, Emanuele De Rubeis e Marco Bondi raccontano come, grazie alla combinazione di alta risoluzione e di copertura alle basse frequenze offerta da Lofar-Vlbi, un gruppo di ricerca Inaf ha scoperto un’intricata rete di filamenti radio nell’ammasso di galassie Abell 2255, estesa per centinaia di migliaia di anni luce e mai osservata prima. Per il settore stelle e mezzo interstellare, protagonista è Sn 2024bch, la supernova scoperta il 29 gennaio 2024 nella galassia Ngc 3206 che ha messo alla prova i modelli classici dell’evoluzione stellare: Leonardo Tartaglia e Giorgio Valerin raccontano come il loro gruppo di ricerca ha dimostrato che le sue righe spettrali ad alta ionizzazione, inizialmente scambiate per il segnale di un’interazione violenta con il mezzo circumstellare, erano invece il prodotto di un fenomeno di fluorescenza radiativa – un comportamento così anomalo da ricordarci l’importanza di un’analisi fisica profonda e che non tutto ciò che brilla intensamente è una sorgente multimessaggera. Sul fronte marziano, Teresa Fornaro racconta come lo strumento Sherloc a bordo del rover Perseverance ha rilevato tracce di idrocarburi policiclici aromatici preservati all’interno di sali nel cratere Jezero e spiega come uno studio condotto presso il laboratorio di astrobiologia dell’Inaf di Arcetri suggerisce che questi sali marziani possano aver agito da archivi geochimici per miliardi di anni, con la questione sull’origine – abiotica o biotica – ancora aperta. Risolto invece, dopo mezzo secolo di incertezze, il mistero del litio nella Via Lattea: ne parlano Luca Izzo e Paolo Molaro, autori di uno studio Inaf che indica le nove classiche come la principale “fabbrica” di questo elemento. Chiudono gli approfondimenti Alberto Pellizzoni e Simona Righini con i “guardiani del Sole” – SunDish e Solaris – con cui l’Inaf monitora la nostra stella dai radiotelescopi di Medicina e in Sardegna fino alle basi antartiche, per costruire un sistema di allerta dei fenomeni di meteorologia spaziale.

Le rubriche di questo numero spaziano dalla tecnologia alla cultura. La rubrica Tech racconta come al Sardinia Radio Telescope si stia sperimentando la “super-risoluzione”, una tecnica che permette di ottenere immagini più dettagliate senza aumentare le dimensioni degli specchi, manipolando la forma del fronte d’onda. Metaverso presenta Space Walk, la WebAR che trasforma qualsiasi città in un Sistema solare in scala da percorrere a piedi, con i pianeti che compaiono in realtà aumentata tra piazze e portici. La rubrica Art porta al radiotelescopio di Medicina il duo artistico bolognese Antonello Ghezzi, che ha portato le meteore di Medicina dal Libano al Cile, dall’Argentina alla Palestina, con l’invito a esprimere un desiderio. Musei celebra il recente riallestimento del Museo della Specola di Bologna, riaperto a gennaio con un percorso che intreccia la storia di Guido Horn d’Arturo – inventore degli specchi a tasselli, anticipatore di Webb e del Ctao – con gli strumenti originali del Seicento e Settecento.

Completano il numero le rubriche Flash, Green, Astrobiologia, Scuola, Libri, Pop e Altriversi, e una ricca infografica sugli esopianeti scoperti in Italia. Oltre alle interviste a Roberto Maiolino sulle meraviglie del telescopio Webb e a Mariafelicia De Laurentis sull’ombra dei buchi neri, e alla “visione” di Davide Coero Borga che, insieme al fotografo Riccardo Bonuccelli, è arrivato in Sardegna, per farvi conoscere i luoghi da cui si osserva e si studia l’universo.

Insomma, è tutto pronto per una borsa da spiaggia spaziale.

Ricordo infine che dal sito della rivista è possibile abbonarsi alla versione cartacea, almeno fino a esaurimento delle nostre scorte. Per chi invece preferisce il digitale, sul sito è presente la versione sfogliabile e nell’archivio sono disponibili i pdf di tutti i numeri. Infine, potete iscrivervi alla Newsletter di Universi da questo link.

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Nel crepuscolo di Wasp-121b

Wasp-121b è un esopianeta gioviano ultra-caldo situato a 858 anni luce dalla Terra nella costellazione della Poppa. Un team di astronomi guidati da Cyril Gapp, studente di dottorato al Max Planck Institute for Astronomy (Mpia) di Heidelberg, in Germania, ha rilevato un’asimmetria nell’assorbimento della luce infrarossa proveniente dalla sua stella madre Wasp-121, filtrata parzialmente attraverso l’atmosfera del pianeta durante il transito. Questo fenomeno è stato interpretato dai ricercatori come il risultato di temperature e composizioni chimiche non uniformi nell’atmosfera di Wasp-121b. Lo studio, pubblicato questa settimana su Nature Astronomy, è stato realizzato analizzando i dati ottenuti dallo strumento NirSpec di Jwst, spettrografo nel vicino infrarosso.

Rappresentazione artistica dell’esopianeta Wasp-121b. Crediti: Patricia Klein e Mpia

«Grazie alla sua qualità osservativa senza precedenti, Jwst ci offre le immagini più dettagliate mai ottenute finora dei pianeti lontani: misurando come cambia l’assorbimento della luce stellare mentre Wasp-121b ruota, analizziamo la sua atmosfera longitudine per longitudine», spiega Gapp. Oltre a una leggera riduzione generale della luminosità verso la fine del transito, è stato osservato anche un aumento del segnale del monossido di carbonio che sembra essere un effetto termico, non correlato a un aumento delle molecole di monossido di carbonio. Il risultato più interessante è che, al contrario, la quantità di acqua nell’atmosfera sembra diminuire, segnale interpretato dagli astronomi come una reale diminuzione delle molecole d’acqua. Le temperature nell’alta atmosfera di Wasp-121b sono sufficientemente elevate da scindere le molecole d’acqua nei loro costituenti: questo risultato conferma l’esistenza di venti caldi che riscaldano la regione “serale”. Questa zona, infatti, assorbe più luce infrarossa rispetto al lato “mattutino”, in accordo con la visione comunemente accettata secondo cui venti potenti trasportano calore intenso dal giorno alla notte. I venti caldi seguono la rotazione del pianeta verso est, riscaldando la zona serale; con l’aumento delle temperature, questa regione si espande, aumentando la sezione trasversale del pianeta e permettendogli di assorbire più efficacemente la radiazione stellare.

«Wasp-121b è particolarmente estremo: le temperature medie nell’emisfero diurno si aggirano intorno ai 2770 kelvin, mentre quelle nell’emisfero notturno si avvicinano ai 1000 kelvin», spiega il coautore Tom Evans-Soma dell’Università di Newcastle, in Australia.  L’esopianeta è infatti in rotazione sincrona con Wasp-121: il suo periodo di rotazione è uguale al periodo di rivoluzione intorno alla stella. La conseguenza di questo fenomeno è che Wasp-121b ha un emisfero caldo costantemente rivolto verso la stella e un emisfero opposto più oscuro e freddo. Durante il passaggio davanti alla stella, il pianeta ruota leggermente, raggiungendo circa 30 gradi di rotazione durante un transito completo. Questo ha permesso agli astronomi di osservare le due differenti zone dell’atmosfera: quella che guida l’orbita (leading), corrispondente al lato del mattino, e quella che segue (trailing), corrispondente al lato della sera.

Vista dall’alto dell’orbita dell’esopianeta Wasp-121b attorno alla sua stella. La rotazione del pianeta è sincronizzata con la sua orbita; di conseguenza, il pianeta presenta costantemente lo stesso lato alla stella, creando così un lato diurno e uno notturno ben distinti. Le zone di transizione tra questi due emisferi sono le regioni del mattino e della sera. Crediti: Mpia

Per verificare le temperature misurate, che potrebbero causare un’espansione locale, gli astronomi hanno simulato la distribuzione di calore negli strati superiori di un pianeta gassoso in base alle proprietà del pianeta e alle posizioni del pianeta e della sua stella ospite. Sebbene questi modelli atmosferici abbiano confermato l’asimmetria causata dalle variazioni spaziali di temperatura, i dati osservati hanno rivelato un’ampiezza del segnale maggiore rispetto a quanto previsto dai modelli, e per questo gli astronomi hanno ipotizzato che nella zona d’alba possano esserci meccanismi di raffreddamento che i modelli non considerano. Alcuni studi precedenti avevano suggerito la possibile presenza di nuvole, composte non da gocce d’acqua ma da minerali come i silicati. Le nuvole possono infatti schermare efficacemente la luce infrarossa emessa dagli strati gassosi caldi sottostanti, e di conseguenza le temperature appaiono più basse. Data la difficoltà nel simulare la fisica delle nuvole, della condensazione e dell’evaporazione in un ambiente dinamico, i modelli fisici comunemente applicati alle atmosfere degli esopianeti non tengono conto delle nuvole, e ciò può portare a risultati non realistici. Dopo aver modificato la simulazione per approssimare l’effetto che le nuvole hanno sulla radiazione infrarossa proveniente dagli strati più profondi, i risultati sono più coerenti con le osservazioni. Tuttavia, solo modelli più sofisticati saranno in grado di confermare con certezza la presenza di nuvole.

Gli astronomi hanno già individuato anche altri esopianeti che rientrano nell’intervallo di temperatura e nella velocità di rotazione richiesti per studiare con successo le regioni crepuscolari, in modo da costruire un campione di pianeti gassosi ultra-caldi e scoprire somiglianze e differenze tra questi mondi estremi.

Per saperne di più:

 

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TRENTO, 40 HUSKY PER LE SLITTE. PROCURA: “E’ MALTRATTAMENTO”

La procura di Trento ha riconosciuto il reato di maltrattamento nei confronti degli oltre 40 Alaskan husky, sfruttati per il traino delle slitte (sleddog), che erano stati sequestrati con un’operazione del Corpo Forestale Trentino nel febbraio scorso in un allevamento nella zona di Millegrobbe a Lavarone in Trentino. “Sono pronti a trovare una famiglia che li ami e li accolga per il resto della loro vita gli oltre 40 Alaskan Husky sequestrati a febbraio a Millegrobbe”. I referti veterinari avevano documentato numerosi casi di denutrizione, disidratazione, debilitazione fisica, infestazioni parassitarie, dermatiti, ferite e altre patologie riconducibili alla prolungata mancanza di cure e a condizioni di detenzione incompatibili con il loro benessere.

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Università di Firenze al top per l'occupazione: i dati AlmaLaurea

Università di Firenze al top per l'occupazione: i dati AlmaLaurea

Scegliere il proprio percorso universitario significa fare un investimento sul proprio domani. E per chi sceglie l’Università degli Studi di Firenze, i dati dimostrano che si tratta di una scelta vincente. Il recente Rapporto AlmaLaurea 2026 sulla condizione occupazionale ha delineato un quadro molto positivo per l'Ateneo fiorentino, con risultati che non solo crescono anno dopo anno, ma superano stabilmente le medie nazionali. Scopri l’offerta Unifi il prossimo 14 luglio a Prato!

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Università di Firenze al top per l'occupazione: i dati AlmaLaurea

Università di Firenze al top per l'occupazione: i dati AlmaLaurea

Scegliere il proprio percorso universitario significa fare un investimento sul proprio domani. E per chi sceglie l’Università degli Studi di Firenze, i dati dimostrano che si tratta di una scelta vincente. Il recente Rapporto AlmaLaurea 2026 sulla condizione occupazionale ha delineato un quadro molto positivo per l'Ateneo fiorentino, con risultati che non solo crescono anno dopo anno, ma superano stabilmente le medie nazionali. Scopri l’offerta Unifi il prossimo 14 luglio a Prato!

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IL CAPPIO SULLA CISGIORDANIA

Israele annetterà le terre a ovest del Giordano, lasciando ai palestinesi solo qualche isolotto. Smotrich e Ben-Gvir hanno vinto, ma lo Stato ebraico rischia di produrre un nuovo 7 ottobre. L’amore del poeta usayn per Giaffa. Il ritorno dei presenti-assenti.
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Perché dei cubani combattono nella guerra d'Ucraina

Piegata dal crollo dell’Urss e dall’embargo, negli anni Novanta sull’isola era diffusa la percezione del tradimento del Cremlino. Povertà estrema, reclutamenti opachi e ambiguità del regime alimentano il flusso di persone nell'esercito russo. L’Avana rimane stretta tra Washington e Mosca.

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Il paradosso Zelensky, presidente di guerra inadatto alla pace

Si riapre lo scandalo corruzione in Ucraina, principale problema del paese secondo i cittadini. Il capo di Stato è ritenuto responsabile, ma allo stesso tempo indispensabile per continuare il conflitto. Senza fine dello scontro nessun cambio al vertice. Cresce la fiducia nei militari.

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Quattro motori e oltre 1.000 CV: a Le Mans BMW anticipa la nuova M3 elettrica

BMW ha presentato a Le Mans la M Concept Neue Klasse che anticipa la prossima M3 elettrica, la versione più potente mai prodotta della berlina tedesca. La scelta della location non è casuale, e sottolinea quanto il motorsport abbia influenzato il design, la tecnologia e il carattere delle BMW M che verranno. Le specifiche tecniche di questo modello non sono ancora state comunicate ufficialmente: quel che sappiamo è che la nuova M3 avrà un powertrain a quattro motori, uno per ruota, con una potenza combinata che dovrebbe superare i 1.000 CV complessivi. Mai nessuna così "cattiva" Rispetto alla i3 presentata lo scorso marzo, la M Concept Neue Klasse si presenta come una berlina iper- muscolosa, che esaspera ogni elemento stilistico delle nuove BMW elettriche. A colpire immediatamente è il frontale, con il cofano a forma di V che integra la grande presa d'aria per il raffreddamento delle unità elettriche e il muso da "squalo" che ricorda alcune delle BMW sportive del passato, con i gruppi ottici e la firma luminosa integrati all'interno dei due doppi reni. Il colore giallo dei fari, in particolare, diventerà una delle caratteristiche distintive delle nuove BMW M, così come delle sportive impegnate nelle competizioni, come la BMW M Hybrid V8. La carrozzeria è invece in Monza Red, una nuova tinta sviluppata appositamente per questo modello, con dettagli rossi e blu dei coprimozzi e della grafica sul tetto. Design ispirato alle barche I paraurti adottano uno stile ispirato ai trimarani da gara, e forniscono anche supporto per lo splitter anteriore e il diffusore posteriori, realizzati in fibre naturali (utilizzate anche per la presa d'aria sul cofano). Inedite anche le luci da pista alle estremità dei paraurti, tanto davanti quanto dietro, e che potrebbero non essere presenti nella versione di serie. Al posteriore la coda termina con uno spoiler diviso in due, con uno sfogo nella parte centrale. Cambia anche lo stile degli specchietti retrovisori, da sempre elemento caratterizzante delle BMW ad alte prestazioni, reinterpretato in chiave moderna. "Il nuovo linguaggio stilistico delle BMW M rappresenta la punta di diamante espressiva della Neue Klasse: deciso e determinato", spiega Oliver Heilmer, responsabile del design BMW. "Qui da noi la forma segue sempre la funzione, ogni dettaglio è al servizio delle prestazioni. Questo progetto è davvero speciale per me, perché traghetta il carattere delle BMW M in una nuova era". Sportiva per quattro L'abitacolo prende ispirazione da quello della nuova i3, con lo schermo romboidale dell'infotainment e il Panoramic Drive sotto il parabrezza, abbandonando tutto quello ciò non è essenziale e focalizzandosi interamente sull'esperienza di guida. Il volante è nuovo, con due cluster di comandi per la gestione di infotainment, Adas e delle modalità di guida personalizzate M1 e M2, oltre alle palette per regolare la frenata rigenerativa. I quattro sedili sono del tipo bucket, con rinforzi in fibra naturale, rivestiti in pelle Bathurst Blue e Berry Red, che richiamano i colori della divisione M, con cinture di sicurezza rosse a cinque attacchi. La plancia, rivestita in tessuto, ha una retroilluminazione dedicata. Quattro motori per 1.000 CV BMW non ha svelato le caratteristiche tecniche di questa concept, che monta un powertrain con quattro motori, uno per ruota: una configurazione che troverà posto anche nella M3 di serie. La potenza stimata dovrebbe superare i 1.000 CV, mentre la batteria poggia su un'architettura da 800 Volt e avrà una capacità di oltre 100 kWh.
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AUR sotto attacco: scoperti oltre 400 pacchetti compromessi da un malware

Se utilizzate Arch Linux o una delle sue celebri derivate (come EndeavourOS o CachyOS) e attingete regolarmente ad AUR (Arch User Repository), questo è il momento di prestare la massima attenzione. Nelle ultime 24 ore è emersa una massiccia campagna di attacco coordinata che ha visto la compromissione di oltre 400 pacchetti all’interno del noto […]

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Black Eye Galaxy

Easily identified by the spectacular band of dark dust that partially obscures its bright core, Messier 64, or the Black Eye Galaxy, is characterized by its bizarre internal motion.

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PLA scientists propose a plan to destroy US carrier groups from 3,000km away

As the United States quietly pulls its most precious military assets away from the coasts of Asia, they are falling back to places like Guam in Micronesia, a US island territory far beyond the reach of most conventional missiles. It sounds like a retreat but for the Chinese military it is actually a much trickier problem. In modern warfare, distance can become a shield and dispersion a weapon. This is the puzzle a team of Chinese defence scientists has been solving. Their answer, published...

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BERLUSCONI, L’ON. BRAMBILLA RICORDA IL PRESIDENTE ANIMALISTA: “CI MANCHI”

“Ricordare Silvio Berlusconi vuol dire rievocare le tante vite che ha vissuto, da imprenditore geniale, da politico che ha cambiato la politica, da statista con il record della più lunga permanenza al governo del Paese, da dirigente sportivo che ha vinto più di chiunque altro. Per me sarà sempre il “mio presidente”, che con me e con milioni di italiani condivideva, tra l’altro, profondi sentimenti di amore e di rispetto per gli animali. La trasmissione che conduco su Rete 4, “Dalla parte degli animali”, è nata nel 2017 per sua ispirazione e suo desiderio. Sono orgogliosa di aver consegnato agli archivi tanti video-ricordi del Berlusconi animalista convinto, come tale, allora, poco noto al grande pubblico: il presidente che manda un saluto ai telespettatori nel 2019, che racconta “l’amore a prima vista” e la vita con Dudù (a lungo il cane più noto d’Italia), che fa appello per le adozioni nei canili, che deplora le condizioni degli animali negli allevamenti intensivi, che allatta l’agnellino Fiocco di Neve (le immagini fecero il giro del mondo), che presenta “Peter” il figlio di Dudù, gli altri barboncini bianchi, il chihuahua “Rambo”, Harley e Sole, uno dei cinque cani provenienti dal canile di Olbia. L’amore verso questi eterni fanciulli, ripeteva sempre, è davvero grande. Mi piace immaginare che in qualche modo lo ricordino anche loro con lo stesso affetto. Ci manchi, presidente”.

Così l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, ricorda Silvio Berlusconi nel terzo anniversario della scomparsa.

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Aniasa scrive al governo: rinviare le modifiche allIpt

L'Aniasa ufficializza le sue perplessità sulle modifiche alla disciplina dell'Ipt, l'imposta provinciale di trascrizione, che si paga alla provincia di residenza della persona fisica o in cui ha sede legale la persona giuridica a cui viene intestato il mezzo, per le aziende di locazione, introdotto dal decreto legge fiscale (i cui dettagli abbiamo già riportato qui). L'Associazione confindustriale ha inviato una lettera al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ai ministri dell'Economia Giancarlo Giorgetti, delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e al capo di Gabinetto della Presidenza del Consiglio Gaetano Caputi, nella quale obietta che la norma introduce criteri di territorialità caratterizzati da elevata incertezza interpretativa e potenzialmente fonte di rilevanti contenziosi. La formulazione che riguarda in particolare la "gestione ordinaria in via principale" rischia, sempre secondo l'Aniasa, di creare significative difficoltà applicative che, per operatori che svolgono attività diffuse su tutto il territorio nazionale attraverso sedi operative, aeroporti, stazioni ferroviarie e reti territoriali integrate edi esporre gli operatori a contestazioni da parte di diverse amministrazioni territoriali sull'individuazione della Provincia competente, generando incertezza amministrativa e gestionale per un periodo che può arrivare fino a cinque anni.In gioco investmenti e rinnovo del parcoInoltre, l'associazione rileva la possibilità di controversie non solo tra imprese e amministrazioni locali, ma anche tra gli stessi enti territoriali, con il rischio di richieste di più Regioni sul medesimo gettito e senza che sia previsto un meccanismo automatico di compensazione tra le amministrazioni coinvolte. Il provvedimento, prosegue la lettera, non risolve inoltre il problema della concentrazione delle immatricolazioni in alcune aree del Paese: semplicemente le sposta da alcune province ad altre, penalizzando proprio quei territori nei quali i veicoli circolano effettivamente e utilizzano infrastrutture e servizi pubblici. Ulteriori rischi elencati nella nota, la riduzione degli investimenti e del rinnovo del parco veicoli e l'ostacolo al noleggio a breve termine, determinante per le attività turistiche.L'Aniasa chiede quindi al governo di intervenire al più presto per rinviare l'entrata in vigore della nuova disciplina e consentire l'apertura di un confronto istituzionale finalizzato a individuare soluzioni più equilibrate, sostenibili e coerenti con le caratteristiche operative del settore, come la centralizzazione della riscossione dei tributi dovuti dalle società di noleggio e la redistribuzione tra le Regioni e le Province sulla base di criteri oggettivi.
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Fondazione Gori-Celle - Al via la seconda residenza per giovani artisti e curatori

Fondazione Gori-Celle - Al via la seconda residenza per giovani artisti e curatori

Domande entro il 1° luglio - La Fondazione Gori-Celle in partenariato con Promo PA Fondazione si prepara a ospitare 10giovani artiste e artisti ecuratrici e curatori, per un progetto di residenza, finalizzato a produrre opere e testi, intitolato Coabitazioni:Arte, paesaggio e comunità. Il progetto è finanziato dal Programma Regionale FSE+ Toscana 2021-2027, nell’ambito dell’Avviso Pubblico approvato dal D.D.n.138/2024, e fa parte di @giovanisi.it l’iniziativa della Regione Toscana per l’autonomia dei giovani.

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Fondazione Gori-Celle - Al via la seconda residenza per giovani artisti e curatori

Fondazione Gori-Celle - Al via la seconda residenza per giovani artisti e curatori

Domande entro il 1° luglio - La Fondazione Gori-Celle in partenariato con Promo PA Fondazione si prepara a ospitare 10giovani artiste e artisti ecuratrici e curatori, per un progetto di residenza, finalizzato a produrre opere e testi, intitolato Coabitazioni:Arte, paesaggio e comunità. Il progetto è finanziato dal Programma Regionale FSE+ Toscana 2021-2027, nell’ambito dell’Avviso Pubblico approvato dal D.D.n.138/2024, e fa parte di @giovanisi.it l’iniziativa della Regione Toscana per l’autonomia dei giovani.

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Pitti Uomo - Gli studenti di Design saranno protagonisti di un live painting allo stand di Bob Company

Pitti Uomo - Gli studenti di Design saranno protagonisti di un live painting allo stand di Bob Company

Creatività, formazione e impresa si incontrano a Pitti Uomo 110. Dal 16 al 19 giugno, presso la Fortezza da Basso di Firenze, una selezione di studenti dei Corsi di Laurea in Design Tessile e Moda e Design Sistema Moda dell’Università degli Studi di Firenze sarà protagonista di un esclusivo live painting all’interno dello stand di Bob Company, storico brand toscano di abbigliamento maschile interamente Made in Italy.

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Pitti Uomo - Gli studenti di Design saranno protagonisti di un live painting allo stand di Bob Company

Pitti Uomo - Gli studenti di Design saranno protagonisti di un live painting allo stand di Bob Company

Creatività, formazione e impresa si incontrano a Pitti Uomo 110. Dal 16 al 19 giugno, presso la Fortezza da Basso di Firenze, una selezione di studenti dei Corsi di Laurea in Design Tessile e Moda e Design Sistema Moda dell’Università degli Studi di Firenze sarà protagonista di un esclusivo live painting all’interno dello stand di Bob Company, storico brand toscano di abbigliamento maschile interamente Made in Italy.

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L'Audi Nuvolari a Monaco: giro di pista per la sportiva da 1.001 CV e oltre 350 km/h

L'Audi Nuvolari ha già debuttato in pubblico nell'esclusiva cornice del Principato di Monaco. La nuova supercar tedesca ha sfilato sul circuito di Monte Carlo nel weekend del Gran Premio con al volante i piloti ufficiali del team Audi, Nico Hülkenberg e Gabriel Bortoleto, che hanno contribuito anche alla messa a punto. Sviluppo record per la serie limitata Quello che Audi ha voluto sottolineare è la rapidità con cui il progetto è passato dalla carta alla realtà in poco più di un anno: la vettura sarà infatti consegnata ai primi clienti già nei primi mesi del 2027, mentre gli ordini si apriranno alla fine del 2026, a prezzi compresi tra 500.000 e 600.000 euro. La produzione sarà limitata a appena 499 unità. V8 da 10.000 giri La Nuvolari condivide con la Lamborghini Temerario la base tecnica, ma oltre al design di nuova generazione introduce numerose soluzioni specifiche, tra cui la messa a punto del powertrain e del telaio. La supercar propone l'aerodinamica attiva con DRS, la carrozzeria in fibra di carbonio, i cerchi forgiati monodado, l'impianto frenante carboceramico con brake-by-wire e soprattutto una versione da 1.001 CV del V8 ibrido da 10.000 giri/minuto, già visto sulla Temerario, abbinato a una nuova batteria da 7,3 kWh. La biposto tedesca supera i 350 km/h, accelera da 0 a 100 km/h in 2,6 secondi e raggiunge i 200 km/h in 6,8 secondi.
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Peugeot e-208 GTi, debutto a Le Mans: quanto costa la hot hatch da 281 CV

Peugeot presenta la nuova e-208 GTi sul circuito di Le Mans, dove si sta per correre la 24 Ore: la versione ad alte prestazioni della compatta dichiara 281 CV, 0-100 in 5,5 secondi e autonomia fino a 375 chilometri. "Volevamo dimostrare che tutto il Dna delle Peugeot GTi può trovarsi anche in un'auto elettrica. E ce l'abbiamo fatta", ha dichiarato Christophe Auriault, Project Manager di Peugeot Sport. Gli ordini sono già aperti: il listino della hot hatch elettrica parte da 44.900 euro. Messa a punto da Peugeot Sport La Peugeot e-208 GTi monta il powertrain M4+ da 281 CV e 345 Nm prodotto a Trémery, in Francia, già visto sulla Lancia Ypsilon HF e sulla prossima Opel Corsa GSE (ma anche su Alfa Romeo Junior Veloce e Opel Mokka GSE). Della messa a punto si sono occupati gli ingegneri della divisione corse della Casa francese, che hanno lavorato in particolare sull'elettronica e il software di controllo, ottenendo uno "zerocento" coperto in 5,5 secondi (0,2 meno del dato dichiarato inizialmente), con una ripresa da 80 a 120 km/h in 3,2 secondi. La velocità massima è limitata elettronicamente a 180 km/h. Fino a 375 km di autonomia La batteria da 54 kWh lordi (51 kWh netti) è la stessa della 208 elettrica normale, ma la gestione termica è stata completamente rivista, attingendo all'esperienza del team nel motorsport, così da assicurare un raffreddamento ottimale e di conseguenza prestazioni costanti nel tempo. Con i pneumatici di serie Michelin Pilot Sport 4S su cerchi da 18", l'autonomia dichiarata è di 352 km; montando gli Hankook Ventus S1 Evo3 (disponibili senza sovrapprezzo), la percorrenza sale a 375 km. In corrente continua, con colonnine da 100 kW, l'auto si ricarica dal 20% all'80% in meno di mezz'ora. Di serie la funzione V2L per alimentare device esterni usando la batteria. Le modifiche alla meccanica La Peugeot e-208 GTi prevede un assetto ribassato di 25 mm, carreggiate allargate di 56 mm davanti e 28 mm dietro, ammortizzatori con fine corsa idraulico, molle specifiche e barra antirollio posteriore di 31 mm (che si affianca a quella anteriore da 17 mm). Come le altre sportive elettriche del gruppo Stellantis, anche la compatta francese prevede il differenziale Torsen autobloccante all'anteriore, dischi freno davanti da 355 mm con pinze rosse a quattro pistoncini. Look inconfondibile La Peugeot e-208 GTi si caratterizza per il logo frontale e sulle ruote con il contorno rosso, colore utilizzato anche per le lamelle orizzontali alle estremità della calandra, il profilo sotto i gruppi ottici anteriori e nei passaruota in plastica. I cerchi forati da 18" richiamano quelli della 205 GTi originale, e servono al tempo stesso a migliorare il raffreddamento dei freni. Al posteriore spicca il generoso spoiler sopra il lunotto con la scritta Peugeot nella parte bassa e il diffusore aerodinamico che integra un nuovo fendinebbia. Sette le colorazioni disponibili per la carrozzeria: Okénite White, Elixir Red, Blu Miramar, Perla Nera Black, Artense Grey, Grigio Selenio e Giallo Agueda. Interni giocati sul rosso e il nero L'abitacolo gioca tutto sui colori racing per eccellenza, ossia il nero dei rivestimenti e delle plastiche, accompagnato da tanti dettagli rossi: cuciture, profili delle sedute, luci ambientali e la scritta "208 GTi" sul volante. I sedili anteriori, sportivi e con poggiatesta integrati, richiamano quelli della 205 GTi 1.9, con l'inserto centrale rosso e la doppia lavorazione dei tessuti. In rosso anche le grafiche del quadro strumenti e dell'infotainment, che dispone di schermate specifiche per questo modello. Inedito anche il sound ambientale, abbinato alla velocità del motore.
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Microsoft has mostly repaired flaw in Surface hardware that allowed unprotected devices to be bricked by a single packet

EXCLUSIVE For the past 90 days, Microsoft has been quietly patching a firmware flaw in Surface devices that allowed the hardware to be bricked with a single packet, though only for those who have disabled Secure Core and Secure Boot. And the company's Copilot AI software inadvertently helped identify the faulty firmware. According to Jack Darcy, a security researcher based in Australia, his instance of Microsoft Copilot stumbled across the bug after being asked to adjust the screen backlighting on a Surface device. The Copilot-conjured Python script ended up rendering the researcher's laptop inoperable by overwriting the embedded controller firmware. "Copilot autonomously created and executed four progressively aggressive Python scripts during a probe for backlight control values that sent raw SSAM ioctl commands (SSAM_CDEV_REQUEST = 0xC028A501) directly to the SAM microcontroller through the SAM software path," Darcy explained to The Register. The SAM or SSAM is the embedded controller used in Surface devices. And as our source explained, Microsoft’s implementation of the controller in Surface devices did not include any defense against arbitrary write values. Microsoft does not consider the bug to be a practical threat. "There is no realistic attack scenario with this issue," a spokesperson told The Register. "In order to successfully exploit it, an attacker would need to interact with specific drivers and send commands to a hardware interface. This would require administrator privileges on the machine, as well as disabling the Secure Boot feature. With this access, they could perform any number of actions." Commonly, Darcy said, digital devices require holding a button down or connecting a jumper cable to enable arbitrary write access. But that security check is absent in Surface devices, we're told, enabling Copilot to vandalize the firmware in the absence of Secure Core and Secure Boot. Essentially, the probing triggered an update command from the SAM that overwrote the UEFI and Secure Boot firmware. Surface devices treated to this sort of probing should continue to operate because the SAM was already initialized and is running in RAM. But upon reboot, when the SAM tries to reload using corrupted data in its non-volatile storage, it will fail to initialize, and the system will be unable to Power-On Self-Test (POST). The Python script crafted by Copilot on the security researcher's Surface device iterated blindly over a particular Target Category and the set of Command ID (CID) pairs, sending empty/null payloads to WRITE commands. The result, Darcy explained, is that the SET Feature Report was called with null payload, the Output Report was called with null payload, and other CIDs were hit by SET commands that wrote garbage data. As a result, the device became inoperable. We're told this has been a common complaint about Surface devices online support forums over the years, though we have no way to determine whether boot failures reported for other Surface devices can be attributed to this specific problem. Many Surface hardware issues reported publicly appear to be fixable through various troubleshooting techniques. But devices made inoperable by SAM access, our source insists, are permanently bricked – a situation that can entail hundreds of dollars in repairs for a new motherboard. No USB, no factory reset, no access to the BIOS/UEFI, we're told. Darcy said that the SAM Bus is terribly designed. "There is no way to see the current value without scanning the bus," he said. "But scanning the bus kills the unit." The problem is that the CIDs, which are like APIs for the SAM, have been interleaved in a way that's dangerous. "If all the reads were grouped together (say, CIDs 0x01–0x0F) and all the writes were grouped separately (say, CIDs 0x10–0x1F), a probe script could safely scan the read range without ever accidentally wandering into write territory," Darcy said. "You could even put a simple bounds check in your code: 'only probe below 0x10.' Done. Safe. "But because reads and writes are interleaved in the same numbering space, there is no safe range to probe. You literally cannot scan even two consecutive CIDs without a coin-flip chance of hitting a write command. The moment you decide to enumerate what's available, you're already firing blind writes, because the command space gives you zero structural information about which operations are safe and which are destructive." Managed devices not at risk The Register asked Microsoft about our source's claims on March 10, 2026. A company spokesperson reiterated a prior suggestion that the researcher contact the Microsoft Security Response Center (MSRC), an effort our source found too cumbersome. Rather than publishing details about what might have been a potential zero-day flaw – we were uncertain about the Secure Boot/Secure Core requirement at the time – The Register reached out to internal Microsoft sources in an effort to get someone's attention. By March 12, with the help of Microsoft media relations, we managed to coordinate a conversation between Darcy and Madeline Eckert, senior program manager with MSRC. Microsoft subsequently acknowledged the vulnerability and committed to issuing a fix. The Register in turn agreed to delay publication for 90 days while repairs were made. We're told most affected devices have been updated (via Windows Update), or will receive updates in coming weeks. The issue did not meet the bar for a CVE, according to the company. "We appreciate the work of Jack Darcy and The Register for reporting this issue under a coordinated vulnerability disclosure," a Microsoft spokesperson said in a statement. "Our investigation found that a deprecated UEFI interface could trigger a boot loop on some devices. To trigger this loop, the user must have administrator privileges and have already disabled the Secure Boot security feature. We have released updates to address the issue for most impacted devices." That means managed devices are not at risk. But those using Linux, or Windows users who have disabled Secure Core and Secure Boot for gaming, or who use custom Windows drivers, or who have USB boot enabled, may still be vulnerable if their systems haven't received the update. We're uncertain about the range of Surface devices affected. Our source said it appears to be all of them (Surface Laptops 3-6, Surface Book 1-3) except for Surface Go models. ARM variants, however, have not been tested. Microsoft moving Surface to Rust One of the things we learned from Darcy during the effort to get this issue patched is that Microsoft is planning to move the Surface stack to Rust. We understand from David Abzarian, chief architect for Microsoft Surface, that work is underway to transition future Surface for Business hardware to a more secure architecture based on Rust code. "Our most recent Surface for Business hardware features a major architectural shift in terms of improved reliability and security that spans our embedded controller, UEFI, but also some of our drivers," said Abzarian in a statement provided to The Register. "We’re investing in the most secure foundation for a PC by building our embedded controller firmware from the ground up in Rust (as part of leveraging and contributing to the Open Device Partnership (ODP)) in addition to a rewrite of the UEFI DXE Core in Rust; these projects are known as Secure EC and Project Patina respectively. "We’re also not only shipping some of our drivers written in Rust, but also helping co-develop the framework Windows Drivers in Rust (WDR) to help enable a broad set of partners in the Windows ecosystem to capitalize on these benefits. I will also note that all of these efforts are open-source promoting one of our key security principles around transparency." Asked to comment, Darcy said, "The fact that a device can be destroyed, irreparably from userspace is... certainly an interesting design decision. While I applaud Microsoft for their beautiful, and innovative Surface series, a little more innovation around verifying incoming data at the firmware level would have been greatly appreciated." We're told Microsoft provided Darcy with a Surface laptop as a show of appreciation. ®

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Tutto quello che c’è da sapere sulla cannabis terapeutica: la guida gratuita aggiornata al 2026

In Italia la cannabis terapeutica è legale da quasi vent’anni. Eppure, per migliaia di pazienti, accedere a una terapia regolarmente prescritta continua a essere un percorso complesso, fatto di ostacoli burocratici, differenze regionali, carenze di prodotto e scarsa informazione. LA GUIDA GRATUITA SULLA CANNABIS TERAPEUTICA È da qui che nasce Tutto quello che c’è da …
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Best Fails of the Week | Burning Down the House

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FailArmy is the world’s number one source for epic fail videos and hilarious compilations. We’re powered by fan submissions and feedback from all around the world, with over 69 million fans across digital platforms! From our team to you all, thank you for your support 😊

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Il caccia italo-nippo-britannico costa di più ed è in ritardo

I progetti per il caccia di sesta generazione “made in EU” continuano a deragliare. Secondo quanto rivelato dal quotidiano britannico Telegraph, il Global Combat Air Programme (Gcap) – che vede la partecipazione di Italia, Giappone e Regno Unito – non arriverà nei tempi inizialmente previsti.

Il problema risiede nello stanziamento di fondi da parte di Londra. Il governo si era impegnato ad aggiornare la flotta aerea entro il 2035 adottando il caccia di nuova generazione Tempest, risultato appunto del programma Gcap. Ma secondo il Piano di investimenti per la difesa (Dip), di prossima pubblicazione, i finanziamenti per il progetto saranno stanziati solo verso la metà degli anni 2030.

Ciò significa che i nuovi aerei entreranno in servizio intorno al 2040, o persino successivamente. Un ritardo significativo, considerando che il piano iniziale prevedeva la sostituzione dei vecchi Typhoon con i primi Tempest nel 2035. Stando alle indiscrezioni del Telegraph, entro quella data Londra dovrebbe invece sbloccare i fondi per far proseguire il progetto.

Sul Gcap aleggiano da tempo diverse ombre. Ad agosto 2025, la National Infrastructure and Service Transformation Authority, l’agenzia governativa britannica incaricata di valutare i grandi progetti, aveva già valutato negativamente la fattibilità del progetto e ne aveva messo in dubbio la buona riuscita.

Leggi l’articolo completo è su Valori

L'articolo Il caccia italo-nippo-britannico costa di più ed è in ritardo sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Invitation Framagenda en attente

Bonjour,

Je débute sur Framagenda. J’ai crée mon calendrier, ajouter mes contacts et envoyer une invitation pour chaque évènement aux participants. J’ai reçu un mail sur ma boîte Zimbra disant que mon contact acceptait mon invitation. Pourtant, quand je consulte mon calendrier sur Framagenda, il est indiqué que la réponse est en attente. Comment faire pour synchroniser la réponse avec Framagenda ?

Merci de votre aide.

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Google fires sueball at alleged Chinese phishers over AI-powered fraud ops

Google has sued an alleged China-based cybercrime operation it says used AI-powered phishing kits to blast out millions of scam text messages and funnel victims to fake websites designed to steal passwords, payment cards, and other sensitive information. The complaint targets a group Google refers to as the "Outsider Enterprise," which the company describes as a sprawling criminal network that operates on Telegram and supplies phishing tools to other fraudsters. According to Google's filing, the operation has been linked to more than 9,000 fraudulent websites, over one million malicious URLs, and scams that have allegedly defrauded hundreds of thousands of people. The group's biz model centers on distributing phishing kits that enable criminals to impersonate Google and other trusted brands through large-scale text message campaigns, Google claims. Victims are directed to fraudulent websites designed to steal login credentials, payment card details, and other sensitive information, it adds. Google's allegation is not that AI is somehow breaking into people's phones, but rather that the technology appears to have been used to help churn out phishing content, allowing the operation to push more scams, more quickly, and with less effort. Android users flagged more than 55,000 spam texts linked to the operation during a two-week period in May, we're told, while the company detected roughly 2.5 million messages containing links to Outsider-controlled websites sent to Android devices during the same time frame. The lawsuit forms part of a broader effort involving federal law enforcement and US telecom providers. Google said it is coordinating with the FBI, AT&T, T-Mobile, and Verizon to disrupt the infrastructure behind the campaigns and block malicious messages before they reach users. "The criminals behind the Outsider Enterprise built a business out of impersonating trusted brands to defraud hundreds of thousands of victims," said Brett Leatherman, assistant director of the FBI's Cyber Division. "Criminals increasingly use AI to make fraud like this more convincing and harder to detect. Together with partners like Google, we can disrupt criminal networks in ways no single organization could on its own." The lawsuit may never put the alleged operators in a courtroom, but it could still help pull apart the infrastructure behind the campaigns. ®

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Elon Musk is now worth more than $1,000,000,000,000

UPDATED SpaceX priced its blockbuster initial public offering at $135 a share on Friday, raising $75 billion and valuing Elon Musk's rocket biz at roughly $1.78 trillion. Retail investors piled in to get a handful of Musk's magic beans, sending shares up 19% on the first day, valuing the company at over $2.1 trillion, and turning the South African native into the world's first trillionaire based on his stakes in both SpaceX and Tesla. The haul for the space exploration and satellite company could rise to about $86 billion if underwriters exercise their option to buy more stock, making it the largest IPO in US history. The company confirmed [PDF] that 555.6 million shares of Class A common stock were sold in the offering, with another 83.3 million available to underwriters. SpaceX is a loss-making company. In its Form S-1, filed with the US Securities and Exchange Commission, it divided operations into Space (Falcon 9 and the like), Connectivity (Starlink), and AI. Only the Connectivity segment is turning a profit, to the tune of $4.4 billion in 2025, while the others continue to rack up losses. Making a profit from AI continues to elude many companies – SpaceX is not the only entity where investment exceeds revenue, and Starship remains a work in progress. In the company's Form S-1, SpaceX reported a net loss of $4.9 billion on revenue of $18.7 billion in 2025. The IPO values the company at more than 90 times that revenue. According to The Financial Times, the IPO was heavily oversubscribed – orders exceeded the number of shares on offer by more than three times. Retail investors also ordered more than $100 billion of shares, and were allocated between 20 and 25 percent of the shares sold. The record-breaking IPO reflects investor appetite for AI-related companies, as well as a bet that SpaceX's estimate of a $28.5 trillion total addressable market, including $22.7 trillion in "Enterprise Applications," proves realistic. Skeptics may recall that promises and assurances associated with Elon Musk rarely survive contact with reality. In addition to his trillion-dollar net worth, Musk may also be in line for a vast Tesla payout if the carmaker hits targets including a sharp rise in valuation and the delivery of a million robots over the next decade. ®

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Met Police boss threatens to cut 700 frontline jobs after Palantir deal blocked

London's Metropolitan Police Service (MPS) is planning to cut around 700 extra frontline posts after being blocked from awarding a software contract to US supplier Palantir, Commissioner Mark Rowley said. On May 20, the capital's deputy mayor for policing and crime Kaya Comer-Schwartz refused to approve the MPS's plan to hand its Unified Operational Analytics (UOA) contract, worth up to £50 million over two years, to Palantir. The force already uses Palantir in professional standards investigations into its own officers. In the written version of his report to the London Policing Board on June 11, Rowley said the MPS has to reduce its full-time equivalent (FTE) headcount by 1,150 in the current financial year to balance its budget. The UOA would have covered around 500 of these by reducing staff time spent on backroom work including intelligence reports, mobile device analysis, and data processing. "Following the decision not to award the contract with the preferred supplier Palantir, the delivery of these circa 500 FTE reductions are now at risk," Rowley wrote, adding that the UOA also looked likely to allow the force to cut a further 200 FTE serious and organized crime (SOC) posts. "We are now in a scenario where, in the absence of additional new funding, we must identify and implement in-year cuts to our services to Londoners, rather than using technology to automate administrative and research-heavy areas of the MPS," the Commissioner wrote. The MPS "may be able to take the edges off these reductions" if it can quickly find an alternative route to UOA functionality, Rowley said. But as any procurement would likely take months, the force must plan greater cuts in frontline policing. A spokesperson for the Mayor of London said: "The mayor fully supports the Met using modern technology to drive efficiencies and improve the performance of the police. However, as with all procurement, we must always ensure the correct processes are followed and that Londoners get value for money. "In this case, the Met did not present its procurement strategy for approval, as required, and the process followed by the Met did not adequately demonstrate value for money for Londoners for a proposed contract at this value. Given the tight budgetary constraints the police are operating under, it's even more important that robust processes are followed when awarding large contracts. "The Met does face a difficult financial situation, which stems from the huge cuts implemented by the previous government and the significant underfunding of the Met's capital city responsibilities. The mayor has already doubled the policing budget from City Hall and he will continue to do everything he can to support the Met and secure the national funding needed for policing in our city." The dispute comes as the Home Office announced an expansion of AI use across policing in England and Wales, with large-scale pilots in up to ten forces this financial year aimed at helping officers process digital evidence. The work will be run centrally by a new body, PoliceAI. ®

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Plymouth council exposes hundreds in latest local government email gaffe

Plymouth City Council has joined the growing ranks of public bodies defeated by the humble BCC field after exposing the email addresses of around 500 home-schooling families in a mass-mailing mishap. The blunder comes barely a week after City of York Council disclosed a similar mistake that exposed the email addresses of hundreds of disabled residents, suggesting that some public sector workers remain engaged in an ongoing battle with one of email's oldest features. The message, sent by Plymouth's Elective Home Education team, was meant to share information about upcoming legislative changes, but it also shared the email addresses of hundreds of home-schooling families with one another. A Register reader who contacted us about the incident described the aftermath as "a bit of a mess," claiming follow-up communications caused further confusion among recipients. Plymouth City Council did not respond to The Register's questions, but in a statement provided to local media, it admitted the incident was caused by human error and affected approximately 500 families. "Unfortunately, due to human error, a recent email was sent to approximately 500 families without using the BCC function, meaning recipient email addresses were visible," the council said. The authority said it contacted recipients as soon as it became aware of the problem, apologized, and asked families to delete the email and refrain from using any details they had received. It stressed that the message included no information relating to children and consisted solely of a general update. The council said the email mishap was investigated internally and that affected families were contacted again once officials had pieced together what went wrong. It also promised extra checks designed to keep future mailing lists out of public view. The council also reported the matter to the Information Commissioner's Office (ICO). An ICO spokesperson told The Register: "We can confirm that we received a report from Plymouth City Council regarding this incident. After carefully assessing the information in the report, we provided data protection advice and closed the case with no further action." While the exposure appears limited to email addresses rather than more sensitive personal information, the incident serves as another reminder that some of the most common data breaches do not involve sophisticated cybercriminals or ransomware gangs. Sometimes all it takes is sending an email to a few hundred people and clicking the wrong box. ®

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UK digital ID gets brain trust to 'challenge' ministers on policy

The UK government has set up an advisory board for its digital ID project, intended "to challenge the government on emerging ideas or policy decisions to ensure the system works for everyone," says the Cabinet Office. The board includes David Rogers, an Internet of Things security expert and CEO of security consultancy Copper Horse. He is no stranger to government advisory panels, having previously sat on a group formed in 2020 to consider telecoms diversification. A year later, as chairman of the GSMA's fraud and security group, he backed the then-Conservative government's Product Security and Telecommunications Infrastructure Act 2022. Rogers has provided El Reg with comments over the years, and in 2014 discussed iPhone 6 biometric security, arguing that better usability would cut data loss overall because most people found PIN locks too cumbersome. Justine Roberts, founder and chief executive of UK parenting forum Mumsnet, is also on the board. The site experienced a data breach in 2019 due to a cloud migration affecting 46 user accounts, leading Roberts to apologize. More recently, some Mumsnet posters have been unimpressed by the government's digital ID plans, with one responding to the prime minister's October 2025 announcement with "Honestly, who is he kidding?" and "Desperate stuff to justify this authoritative bs." During the public consultation, some posters promoted the Sex Matters campaign to let Brits include their sex in their digital IDs. Another board member, Victor Dominello, has relevant experience as the minister who launched New South Wales' digital driver's license in 2019, saying it was more secure than the physical equivalent. In 2022, a researcher at security company Dvuln found numerous security flaws in the Service NSW app that hosts the license and other government services, although the state government said these did not pose a risk to customer information. Other members include John Fallon, former chief executive of Pearson and the lead non-executive board member of the Cabinet Office; Anne-Marie Imafidon, who runs social enterprise Stemettes, which encourages people to consider jobs in tech and science; and digital regulation lawyer Emma Wright. The board will meet quarterly for as long as the digital ID program lasts. The government is also setting up engagement exercises with the digital verification and financial services sectors. It is currently running a People's Panel with around 100 to 120 participants meeting in Birmingham and on Zoom to hear from experts and ministers before producing recommendations, in return for £550 in cash or vouchers. ®

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Kim Jong-un turns out to be the cleverest of them all

Even Western pundits grudgingly admitted the summit between President Xi Jinping and North Korean leader Kim Jong-un was a success. Both sides, according to Bloomberg, “appear to have walked away with what they wanted”. Given China’s rising pre-eminence while avoiding any damaging war, it’s no surprise that Xi had the upper hand in his recent meetings with US President Donald Trump and Russian President Vladimir Putin. But with Kim, the stakes for Beijing were just as high, in light of Tokyo’s...

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M7, l’Esa ha scelto una missione a guida Inaf

L’annuncio è arrivato ieri da Tenerife, dov’erano riuniti i rappresentanti degli Stati membri dell’Agenzia spaziale europea per prendere decisioni di ampia portata sul futuro del programma scientifico dell’agenzia stessa: la scelta del Comitato consultivo per le scienze spaziali (Ssac, Space Science Advisory Committee) per la prossima missione di classe media – la cosiddetta M7 – è andata a Plasma Observatory, una missione la cui lead proposer è l’astrofisica Maria Federica Marcucci, ricercatrice all’Inaf Iaps di Roma.

«La missione nasce da una visione scientifica maturata nel corso degli ultimi anni grazie al contributo di una vasta comunità internazionale e consentirà di studiare per la prima volta in modo sistematico i processi fondamentali che governano il comportamento dei plasmi nello spazio attraverso osservazioni simultanee su diverse scale spaziali realizzate da una costellazione di sette satelliti», spiega Marcucci «Questa capacità osservativa multiscala senza precedenti permetterà di comprendere fenomeni fondamentali che avvengono nei plasmi che permeano l’intero universo e che hanno effetti diretti anche sull’ambiente spaziale che circonda la Terra».

Il team di Plasma Observatory. Crediti: Esa

«Come lead proposer della missione, insieme ad Alessandro Retinò (co-lead proposer) del Laboratoire de Physique des Plasmas di Parigi, e chair dello science study team», continua Marcucci, «sono particolarmente orgogliosa del ruolo svolto dalla comunità italiana e dall’Inaf durante tutte le fasi dello studio. Ricercatrici e ricercatori dell’Istituto hanno partecipato attivamente ai gruppi di lavoro che hanno contribuito a definire gli obiettivi scientifici della missione. In questo contesto, un contributo fondamentale è stato fornito dall’Università della Calabria, attraverso la partecipazione di Francesco Valentini allo science study team, sul solco di una lunga e fruttuosa collaborazione».

«Desidero inoltre sottolineare il ruolo fondamentale svolto dall’Agenzia spaziale italiana, che ha consentito alla comunità scientifica nazionale di contribuire in modo sostanziale alla maturazione scientifica e tecnologica della proposta», ricorda Marcucci. «La raccomandazione di Plasma Observatory rappresenta anche il riconoscimento di questo investimento strategico perseguito con lungimiranza e continuità, nonché della capacità dell’Italia di valorizzare le competenze maturate ed essere protagonista nei grandi programmi scientifici europei, dalla definizione delle domande scientifiche fino alla realizzazione delle tecnologie necessarie per affrontarle.

Schema del processo di selezione di una missione di classe media dell’Esa. Crediti: Esa/Atg

La proposta del Comitato consultivo dell’Esa – che si avvale di gruppi di lavoro composti da scienziati esterni specializzati in diversi ambiti  – arriva al termine di una durissima selezione: il numero delle missioni in gara, inizialmente 27, si è infatti ristretto progressivamente a cinque, poi a tre e infine, appunto, alla sola Plasma Observatory. Ora il Comitato per il programma scientifico (Spc, Science Programme Commitee) ha preso atto di questa raccomandazione e adotterà una decisione formale in merito nella prossima riunione, prevista per novembre 2026, una volta consolidati gli impegni finanziari relativi allo sviluppo della strumentazione.

 

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Agentjacking Attack Tricks AI Coding Agents Into Running Malicious Code

Cybersecurity researchers have described what they say is a new class of attack that can trick artificial intelligence (AI) coding agents into running arbitrary code on developer machines. Called Agentjacking by Tenet Security, the attack can be triggered by means of a fake error report crafted using Sentry, an open-source error-tracking and performance-monitoring platform. "The attack

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China’s Zhejiang University tops Harvard in Nature Index world academic rankings

Zhejiang University in China has overtaken Harvard University to become the top academic institution in the world, according to the 2026 Nature Index. This is the first time Harvard has lost its top position in the rankings since the index’s inception in 2014. Tsinghua University, also from China, was third. Chinese institutions dominated this year’s list, accounting for nine of the top 10 – up from eight in last year’s rankings. Of the top 20, China has 17, with Stanford University No 12 and...

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GERMANIA UMILIATA

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🇩🇪 La Germania non sta passando un bel periodo.

🌍 Il 4 giugno ha incassato una pesante sconfitta diplomatica: l’Assemblea Generale dell’ONU l’ha esclusa dal Consiglio di Sicurezza.

🇮🇱 Secondo lo stesso ministro degli Esteri Wadephul, a pesare è stata soprattutto la posizione filoisraeliana tenuta in questi anni.

🤝 Merz ha poi tentato di proporsi come interlocutore privilegiato della Russia per i negoziati in Ucraina.

🇷🇺 Mosca ha respinto la proposta, giudicando la Germania priva della necessaria neutralità.

🚧 Putin ha indicato come possibile mediatore l’ex cancelliere Schröder, simbolo di quella Ostpolitik che aveva garantito a Berlino ottimi rapporti con Russia e Cina.

📉 Intanto Merz perde consensi, l’economia arranca, la manifattura continua a tagliare posti di lavoro e il riarmo non entusiasma affatto i giovani tedeschi.

⚡ Eppure Berlino continua a sostenere nuove sanzioni contro Mosca.

🔎 Ma è davvero una strada senza uscita? O qualcosa si sta già muovendo lontano dai riflettori?

🎙️ Ne parliamo con Claudio Celani, giornalista della testata tedesca EIR e dello Schiller Institute.

Guarda l’intervista completa sul nostro canale YouTube

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Rilevate vulnerabilità in Vim

Rilevate 5 nuove vulnerabilità, di cui 3 con gravità “alta”, in Vim, noto editor di testo avanzato. Tali vulnerabilità, qualora sfruttate, potrebbero consentire ad un utente malintenzionato di eseguire codice arbitrario sui sistemi interessati.
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Beijing confirms arrest of US citizen Min Zin on espionage charges

Beijing has confirmed the arrest of Min Zin, a US citizen and political analyst at a Myanmar-focused think tank, on suspicion of espionage and endangering national security. “It is understood that Min Zin has been placed under criminal detention by the relevant authorities in accordance with the law on suspicion of engaging in espionage and endangering China’s national security,” foreign ministry spokesman Lin Jian said on Friday. Lin did not give further details of charges against Min Zin, but...

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Beijing confirms arrest of US citizen Min Zin on espionage charges

Beijing has confirmed the arrest of Min Zin, a US citizen and political analyst at a Myanmar-focused think tank, on suspicion of espionage and endangering national security. “It is understood that Min Zin has been placed under criminal detention by the relevant authorities in accordance with the law on suspicion of engaging in espionage and endangering China’s national security,” foreign ministry spokesman Lin Jian said on Friday. Lin did not give further details of charges against Min Zin, but...

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La Libertas non aspetta: è subito mercato, con Curnooh e Vildera già accasati. Ora la guardia Usa

Livorno, 12 giugno 2026 – Come lo scorso anno, la Libertas non aspetta sul mercato. La squadra del presidente Benvenuti, ormai come metodo di lavoro cerca di delineare il quadro della nuova stagione il prima possibile, per partire subito forte, con certezze granitiche fin dalla pre season. E dunque la maggior parte delle caselle sono state spuntate. Mancano ancora mesi all’inizio del campionato di A2 2025 / 2026 ma le idee sono ben chiare. Con un paio di arrivi molto importanti, che pongono, almeno sulla carta, la squadra amaranto tra le prime del campionato. 

Arrivi e partenze

Cominciamo da chi parte. Fantoni chiude la carriera, e avrà un ruolo dirigenziale importante in Libertas, come annunciato sul Tirreno dallo stesso presidente Benvenuti. Lasciano la Libertas Woodson e Filloy. Arrivano una guardia molto esperta, che arriva dalla serie A come Curnooh e un lungo, a sostituire lo stesso Fantoni, come Vildera, proveniente da Brindisi. Manca lo spot di guardia: si pensa a un profilo Usa, per il quale l’amministratore delegato Frenecz Bartocci è al lavoro. Senza contare la conferma più importante, arrivata dopo l’ultima partita di play in con Rimini che ha chiuso la stagione: Matt Tiby, mvp straniero dell’A2 di quest’anno, resta in amaranto con un ritocco di ingaggio. Arrivato come semi sconosciuto, si è conquistato la ribalta nel torneo. Un “quattro” che ha tenuto spesso a galla la squadra. Tiro, passaggio, capacità di interpretare le varie fasi del match: Tiby ha tutto e sarà una pedina fondamentale. 

Diana: “Obbiettivo centrato”

Sui social della squadra amaranto ha parlato il tecnico Andrea Diana: “Abbiamo centrato l’obiettivo di mantenere lo zoccolo duro del gruppo che tanto bene ha fatto l’anno scorso, a cominciare dalla conferma di Tiby. C’è stato e ci sarà qualche cambiamento. Tommaso Fantoni smetterà e abbiamo salutato Ariel Filloy ed Avery Woodson, due giocatori che erano perfettamente inseriti nel gruppo e che hanno lavorato molto bene. Giovanni Vildera – un lungo molto importante per la serie A2 – occuperà il posto lascia vacante da Fantoni. ‘Gio’, insieme a Possamai, costituirà un buon pacchetto di lunghi, perché i due si completano e tra loro ci sarà una sana competizione”.

L’importanza dei giovani

Il tecnico parla del resto del roster e accenna anche all’importanza dei giovani: “Come 4 abbiamo Tiby e Tozzi. I 3 sono Filoni e Piccoli. Coournooh è un ottimo acquisto. Negli ultimi anni ha giocato in serie A ad altissimo livello. In qualità di esterno italiano d’esperienza prenderà il posto di Filloy. Nel ruolo di play con Fabio Valentini e Lollo Penna siamo a posto. Adesso cerchiamo un americano di alto livello che abbia un grande atletismo e ci garantisca pericolosità nel tiro da 3 punti. Inoltre, negli ultimi giorni, nella palestra di via Pera, abbiamo visionato 22 giovani, molti dei quali del Don Bosco (è basilare conoscere le risorse del territorio) e altri provenienti da tutta Italia. L’idea è quella di inserire nel roster due ‘under’ di qualità che siano pronti a dare una mano in caso di necessità durante le partite di campionato, oltre che in allenamento”.

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MG2 in arrivo: cosa rivelano i teaser della nuova segmento B elettrica

MG presenterà due novità assolute al Goodwood Festival of Speed 2026, in programma dal 9 al 12 luglio. Accanto alla gamma completa dei modelli di serie saranno svelate due concept elettriche che anticipano potenziali sviluppi futuri. I teaser della MG2 Per il momento non sono state diffuse informazioni complete, ma soltanto due teaser dedicati al modello più rilevante per il mercato europeo: si tratta infatti della nuova elettrica di segmento B, che potrebbe chiamarsi MG2. Attesa nei prossimi mesi nelle concessionarie, la vettura mostra per ora un dettaglio dei gruppi ottici anteriori e un'anteprima del montante posteriore, dove si intravedono anche i fari, lo spoiler e il logo MG. La visione dello stile elettrico La seconda novità non è anticipata da alcun teaser, ma viene descritta come una visione del futuro elettrico del marchio. quindi plausibile che si tratti di un modello più estroso e ricercato, con soluzioni da showcar difficilmente trasferibili nell'immediato sulla produzione di serie.
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Defender Trophy, un italiano alla finale mondiale: Nava vince le qualificazioni europee

Ci sarà anche un italiano alla finale mondiale del Defender Trophy 2026. Michele Nava, ingegnere aerospaziale, ha vinto le qualificazioni europee disputate a Les Comes, in Spagna, dal 6 all'8 giugno, conquistando uno dei quattordici posti riservati al Vecchio Continente per la fase conclusiva della competizione, in programma in Africa nella seconda parte dell'anno.Tre giorni tra navigazione, guida e prove fisicheLe selezioni europee hanno riunito sulle montagne catalane oltre 250 concorrenti, chiamati a misurarsi su un programma che mescola abilità di guida in fuoristrada e resistenza fisica: navigazione, tratti di guida tecnica, percorsi a ostacoli, costruzione improvvisata di ponti e missioni notturne in quota. Un formato che premia il lavoro di squadra e la capacità di adattamento più che la pura velocità, in linea con la tradizione dei raid d'altri tempi." una sensazione incredibile, ancora non mi sembra vero", ha commentato Nava dopo la vittoria, sottolineando come il risultato sia arrivato al termine di giornate che hanno messo alla prova tutti i partecipanti. L'eredità del Camel TrophyIl Defender Trophy si presenta come l'erede dichiarato dei grandi eventi avventurosi legati al marchio britannico: su tutti il Camel Trophy, che tra gli anni Ottanta e Novanta portò le Land Rover negli angoli più remoti del pianeta, e il successivo G4 Challenge. Rispetto a quei precedenti, però, la nuova competizione, che coinvolge concorrenti da oltre 50 Paesi, sposta l'accento dalla pura esplorazione alla conservazione ambientale.La finale mondiale si svolgerà infatti tra Namibia, Angola e Botswana in collaborazione con Tusk, organizzazione attiva nella tutela della fauna africana e partner di Land Rover dal 1990. Secondo gli organizzatori, le prove della finale saranno costruite attorno a missioni di supporto concreto ai progetti di conservazione sul campo, dalla mobilità su terreni remoti al contributo ai programmi di protezione della fauna selvatica. "Questa competizione significa qualcosa che va oltre il risultato", ha dichiarato Mark Cameron, managing director di Defender, congratulandosi con i qualificati europei.Verso l'AfricaNava si unisce ora al gruppo dei finalisti provenienti dalle selezioni continentali che si stanno disputando in tutto il mondo. Per il vincitore italiano, e per gli altri tredici qualificati europei, l'appuntamento è fissato più avanti nel corso dell'anno: la posta in gioco non è un montepremi, ma la partecipazione a una spedizione che intende lasciare un'eredità tangibile nei territori attraversati.
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Volkswagen ID.Era 8X, 350 km in elettrico: in Cina spunta la nuova SUV con range extender

Dal sito del ministero cinese dei trasporti (Miit) arrivano le prime immagini della Volkswagen ID. Era 8X, una nuova SUV destinata esclusivamente al mercato interno. Il modello è equipaggiato con un powertrain range extender da 299 CV e un'autonomia in modalità elettrica che, nella versione con batteria più grande, sfiora i 350 chilometri. I prezzi saranno comunicati in un secondo momento, in concomitanza con l'apertura degli ordini. Il look è familiare Simile nell'aspetto alla più grande ID. Era 9X presentata lo scorso gennaio, la ID. Era 8X misura 5.020 mm di lunghezza, 1.997 di larghezza e 1.750 di altezza, con un passo di 2.970 mm. Come la sorella maggiore, adotta fasce luminose anteriori e posteriori che uniscono i sottili gruppi ottici.Su questa versione cambiano però diversi dettagli: paraurti ridisegnati con griglie attive, nuove maniglie e una parte inferiore della fiancata più pulita, priva della sottile protezione in plastica lungo le portiere. Due varianti in gamma La Volkswagen ID. Era 8X per la Cina sarà proposta con un sistema range extender che utilizza un 1.5 turbo quattro cilindri come generatore, mentre l'unità elettrica sviluppa 220 kW (299 CV).Sono previsti due tagli di batteria, da 51,1 kWh e 65,2 kWh, con autonomie rispettivamente di 275 e 345 chilometri. In base alla configurazione, la SUV pesa tra 2.485 e 2.590 kg, valori coerenti con dimensioni e tecnologia del modello.
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Alcuni problemi con la posta / Issues with email accounts

[ITA] Un recente (circa 10 giorni fa) aggiornamento dei nostri servizi di posta pare stia causando dei problemi con alcuni account, in combinazione con Thunderbird. I sintomi variano: non si vede più l’elenco dei folder, oppure lo si vede, ma non compaiono i messaggi nuovi – può sembrare che non stiate più ricevendo posta.

La posta sta venendo consegnata regolarmente! Il problema è nell’interazione con i client. I messaggi nuovi si possono vedere, per esempio, utilizzando la webmail.

Stiamo indagando per risolvere il problema.

[ENG] It appears that a recent (about 10 days ago) major upgrade of our email systems is causing some issues to a subset of users, primarily when using Thunderbird as their email client. Symptoms vary: TB might stop showing the list of folders, or perhaps it will show it, but then the INBOX folder will not display new messages. It might look like you’re no longer receiving any email.

Email is being delivered without issues! The problem is with the client. You can, for example, access new messages by using the webmail.

We’re investigating to attempt to resolve this issue.

AGGIORNAMENTO / UPDATE

[ITA] Si può temporaneamente aggirare il problema, per chi usa Thunderbird, disabilitando la compressione IMAP (RFC 4978) andando nelle impostazioni avanzate ed impostando la variabile mail.server.default.use_compress_deflate a false.

[ENG] It is possible to temporarily work around the issue for Thunderbird users, by going into the advanced settings, looking for the mail.server.default.use_compress_deflate variable, and setting it to false.

AGGIORNAMENTO 2 / UPDATE 2

[ITA] Dovremmo essere riusciti a mitigare il problema lato server, nessuna modifica al client è più necessaria.

[ENG] We think we have mitigated the issue server-side, so no client changes should be necessary anymore.

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Beijing pushes Taiwan exchanges at Straits Forum despite tightened restrictions

Beijing is seeking to expand people-to-people exchanges with Taiwan as it hosts hundreds from the island for an annual event, despite the ruling Democratic Progressive Party (DPP) banning Taiwanese officials from taking part. The Straits Forum, now in its 18th edition since 2009, is Beijing’s key platform for cross-strait people-to-people engagement, promoting exchanges in fields from culture to economics as part of its broader push for cross-strait integration. The main forum takes place on...

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Beijing pushes Taiwan exchanges at Straits Forum despite tightened restrictions

Beijing is seeking to expand people-to-people exchanges with Taiwan as it hosts hundreds from the island for an annual event, despite the ruling Democratic Progressive Party (DPP) banning Taiwanese officials from taking part. The Straits Forum, now in its 18th edition since 2009, is Beijing’s key platform for cross-strait people-to-people engagement, promoting exchanges in fields from culture to economics as part of its broader push for cross-strait integration. The main forum takes place on...

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Riparazione UPS APC CS 500: Osservare ATTENTAMENTE Porta Alla RISOLUZIONE! 3/3 #ups #apc #repair

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Ho quasi perso le speranze. Allora faccio quello che faccio sempre quando non so piu' cosa fare: GUARDO ATTENTAMENTE LA SCHEDA, A LUNGO, con ATTENZIONE. E scopro che...
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Abbiamo evitato il peggio a Piazza di Spagna (Ma i buonisti mi attaccano)

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Tutto inizia sulla banchina della metro a Piazza di Spagna. Noto un ragazzo in evidente stato di alterazione, pericolosamente oltre la linea gialla, che urla e fissa i binari. Capisco subito la gravità della situazione e faccio allertare la sala controllo. Nonostante gli annunci degli altoparlanti e i nostri tentativi di calmarlo, il ragazzo blocca l'arrivo del treno, getta il cappello sui binari e scende a recuperarlo, rischiando la vita non solo per i convogli, ma per i cavi dell'alta tensione.

Una volta tirato fuori, la sicurezza lo accompagna all'esterno. Ma qui la situazione precipita: il ragazzo, visibilmente fuori di testa, viene lasciato solo. Inizia a vagare per il centro di Roma facendo cose moleste e pericolose: si avvicina a una bambina, blocca il traffico, minaccia un negoziante e mangia rifiuti da terra. Allertiamo la Polizia di Roma Capitale, ma il loro intervento purtroppo non risolve nulla e il giovane viene nuovamente lasciato andare.

A quel punto, decido di chiamare il 112: quel ragazzo ha un disperato bisogno di aiuto e non può essere abbandonato a se stesso. Fortunatamente arrivano i Carabinieri che, con enorme professionalità e umanità, gestiscono la situazione e attivano i soccorsi sanitari. Sul posto arrivano ambulanza e automedica per poterlo sedare in sicurezza prima del trasporto.

Il finale assurdo? La solita "buonista della domenica" che inscena uno show di due minuti contro di me. Per lei il problema non era il ragazzo che rischiava la vita, ma la mia presenza, accusandomi di "fomentare" la situazione. Peccato che, mentre lei passeggiava, io mi sia accertato che il ragazzo venisse curato, evitando anche che qualcuno lo picchiasse. Certa gente preferisce la retorica alla realtà, rendendosi ridicola davanti a tutti.

Voi cosa ne pensate di questa gestione della sicurezza e del disagio sociale? Scrivetelo nei commenti.
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Savona – Vado primo porto container italiano nella classifica della World Bank

VADO LIGURE – L’amministratore delegato di Vado Gateway, Santi Casciano, ha commentato i dati pubblicati dal “The Container Port Performance Index (CPPI) 2025“ del World Bank Group, che vedono lo scalo di Savona – Vado, posizionato al 51° posto (mentre era 87° nel 2024) della classifica mondiale dei porti contenitori su un totale di oltre 400 analizzati.

Il Container Port Performance Index misura il tempo di permanenza delle navi portacontainer in porto, considerando gli effetti combinati di accesso nautico, disponibilità di ormeggi, produttività della movimentazione merci, operazioni di cantiere e coordinamento tra le parti interessate. Basandosi su dati effettivi relativi agli scali delle navi, anziché su indicatori autodichiarati, il CPPI riflette il funzionamento dei porti all’interno delle reali reti di trasporto marittimo globali e fornisce una base coerente per il benchmarking delle prestazioni.

Sviluppato dalla Banca Mondiale e da S&P Global Market Intelligence, il CPPI è diventato un punto di riferimento consolidato per confrontare l’efficienza portuale tra diverse località, regioni e fasce di reddito, nonché per monitorare le prestazioni nel tempo.

Ai primi dieci posti della classifica figurano i porti di Fuzhou (Cina), Dalian (Cina), Salalah (Oman), Mawan (Cina), Chiwan (Cina), Tanger Med (Marocco), Ningbo (Cina), Hamad Port (Qatar), Hong Kong (Hong Kong SAR, Cina) e Kobe (Giappone).

«Il ritorno del porto di Savona – Vado al vertice della classifica italiana del Container Port Performance Index 2025 rappresenta un riconoscimento significativo per l’intera comunità portuale e per tutti gli attori che contribuiscono con il loro lavoro quotidiano all’efficienza operativa dello scalo» – ha dichiarato Santi Casciano – «È un risultato importante perché si basa su uno degli indicatori di produttività più rilevanti per il nostro settore, vale a dire il tempo effettivo di permanenza di una nave in porto, un parametro che rappresenta non solo un indicatore della produttività dei porti, ma anche un elemento determinante per la resilienza e l’affidabilità delle catene logistiche globali in un contesto caratterizzato da forti tensioni geopolitiche e ridefinizione delle rotte marittime internazionali».

Santai Casciano
Il ceo di Vado Gateway, Santi Casciano

Continua l’amministratore delegato del terminal vadese: «Come unico terminal contenitori del porto di Savona-Vado siamo orgogliosi di aver contribuito a questo risultato, a dimostrazione della validità del percorso intrapreso da Vado Gateway dall’avvio dell’operatività avvenuto nel febbraio 2020. Una traiettoria di crescita fatta di investimenti e sviluppo delle competenze che, in pochi anni, hanno consentito al Container Terminal di Vado Ligure di assumere un ruolo importante nella geografia terminalistica internazionale.
Il ritorno di Savona – Vado al vertice della classifica italiana del Container Port Performance Index rappresenta per noi uno stimolo a proseguire lungo questa rotta, continuando a lavorare insieme alle istituzioni e a tutti gli stakeholder del cluster portuale per rafforzare il ruolo di Vado Gateway come hub portuale e logistico strategico nel Mediterraneo, creando valore per il territorio, i clienti e l’intero sistema logistico nazionale».

Secondo l’INDEX:

Nel 2025, le prestazioni portuali globali hanno mostrato un leggero peggioramento rispetto al 2024, ovvero tempi di rotazione delle navi mediamente più lunghi. Questa tendenza maschera significative variazioni regionali. I porti delle economie a reddito medio-alto e ad alto reddito hanno generalmente registrato tempi di rotazione più brevi, grazie a infrastrutture più solide, una maggiore intensità di utilizzo delle gru e un migliore coordinamento. Diversi porti dell’Asia orientale e meridionale si sono nuovamente classificati tra i migliori, mentre alcuni porti in Europa e Nord America hanno continuato a riprendersi dalla precedente congestione. I porti dell’Africa subsahariana, spesso caratterizzati da vincoli di capacità e da strutture commerciali dominate dalle importazioni, hanno generalmente registrato tempi di rotazione più lunghi.

L’edizione 2025 evidenzia l’esposizione dei porti alle interruzioni della catena di approvvigionamento globale. Gli ultimi anni hanno visto ripetuti shock, tra cui la volatilità legata alla pandemia, i cambiamenti geopolitici delle rotte e gli eventi climatici. Queste interruzioni influenzano i modelli di arrivo delle navi, creano congestione e allungano i tempi di permanenza in porto. Allo stesso tempo, le prestazioni portuali stesse influenzano lo stress della catena di approvvigionamento. Tempi di rotazione più lunghi riducono la capacità di carico effettiva e propagano i ritardi nelle reti globali, rafforzando la volatilità. L’analisi dei dati CPPI per il periodo 2020-2025 conferma una forte relazione bidirezionale tra le prestazioni portuali e lo stress della catena di approvvigionamento. I periodi di maggiore stress sono associati a tempi di permanenza delle navi più lunghi, mentre prestazioni portuali più deboli amplificano le interruzioni ritardando gli scali successivi e riducendo la capacità. Questa interazione sottolinea il ruolo dei porti efficienti come stabilizzatori del commercio globale.

Fornendo una serie storica coerente e dati, consente ai responsabili politici, alle autorità portuali, agli operatori e ai partner per lo sviluppo di valutare le tendenze delle prestazioni e confrontare i porti con strutture analoghe. L’indice supporta quindi un processo decisionale basato su dati concreti, volto a migliorare l’efficienza, la resilienza e il funzionamento complessivo delle catene di approvvigionamento marittime globali.

VADO GATEWAY

Vado Gateway comprende il nuovo Container Terminal deep-sea, infrastruttura portuali tecnologicamente avanzata e l’adiacente Reefer Terminal, il più grande hub del Mediterraneo per la logistica della frutta.
Operativo dal febbraio 2020, il nuovo Container Terminal di Vado Ligure a regime sarà in grado di movimentare annualmente circa 900 mila TEUs (contenitori da 20 piedi), con un obiettivo di intermodalità su ferro del 40%.
I TEUs movimentati nel 2025 all’interno dei due terminals vadesi sono stati complessivamente circa 600mila (+58,4% sul 2024), di cui 24% export, 37% import e 33% transhipment.

L'articolo Savona – Vado primo porto container italiano nella classifica della World Bank proviene da Corriere Marittimo.

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Sorella, questa è anche la mia storia. (una riflessione su “Obsession” di Curry Barker)

 

di Camilla Costantini

Bear è il tipico bravo ragazzo, un po’ timido, un po’ impacciato. Un ragazzo che non faremmo fatica a definire “un cucciolone”: lo suggerisce il suo stesso nome. Bear è convinto di essere perdutamente innamorato della sua amica Nikki, una ragazza solare, piena di vita e di sogni. Una ragazza libera.

All’inizio del film, Nikki, durante una chiamata, dice a Bear di aver perso una delle sue collane preferite. Bear va in un negozio e cerca una collana da regalarle, ma la sua attenzione viene catturata da un altro oggetto: un bastoncino del desiderio da sette dollari. Decide di comprarlo.

Nikki, Bear e i loro due amici, Sarah e Ian, passano la serata in un pub. Quando Nikki dice di voler tornare a casa, Bear si propone di accompagnarla in macchina e, durante il viaggio, le dice di avere un regalo per lei. Ma questo regalo non è veramente per lei. Non è per la Nikki solare, piena di vita e di sogni. Non è sicuramente per la Nikki libera.

Quello che doveva essere un regalo romantico per Nikki si trasforma nel desiderio malato di Bear di possederla: invece che confessarle i suoi sentimenti e accettare la sua risposta, lui esprime un desiderio con il bastoncino che aveva comprato. “Desiderio che Nikki Freeman mi ami più di chiunque altro al mondo”.

Comincia così “Obsession”, film d’esordio di Curry Barker. In un’intervista per il Collider il regista, quando gli hanno chiesto quale sia stata l’idea che ha dato inizio a tutto, ha risposto che lui pensava da un po’ a una persona ossessionata. E Nikki, dopo l’incantesimo, lo diventa: va a vivere a casa di Bear, non vuole più lasciarlo, nemmeno per un secondo. Si comporta da pazza. Vuole Bear tutto per lei. Esistono solo loro due, per Nikki, il resto sparisce.

La domanda che il film ti costringe a farti, però, è: chi è il vero mostro? Nikki che si comporta così, o Bear che ha causato la sua pazzia?

Tra commenti social e dibattiti online, l’opinione pubblica sembra convergere su un punto: il desiderio di Bear viene percepito come qualcosa di puramente innocente, perché lui non poteva sapere che effetti avrebbe avuto sulla vita di Nikki. Non poteva sapere che lei sarebbe diventata completamente dipendente da lui. Ma ci sperava. Bear non sapeva che quel bastoncino potesse funzionare davvero, ma lo sperava. A lui non interessava davvero cosa provava Nikki nei suoi confronti: voleva solo stare con lei, anche se la loro relazione sarebbe stata per sempre basata solo sul suo desiderio egocentrato e, fin dal principio, mai puramente innocente.

E questo ci porta al secondo punto da analizzare, sul quale, invece, in molti si trovano d’accordo: Bear si rende presto conto degli effetti distruttivi che il suo desiderio sta avendo su Nikki, eppure non fa niente per fermarlo.

“Uccidimi” dice Nikki, che per qualche secondo riesce a tornare sé stessa. “Cosa c’è di così male nello stare con me?” le chiede Bear. E qui diventa palese che Bear preferisce avere Nikki chiusa in una gabbia, snaturata. Ma almeno gli appartiene. Almeno è sua. Preferisce avere Nikki morta, piuttosto che non averla affatto.

“Obsession” è la storia di quando non ti credono. È la storia di quando dici che stai subendo una violenza e ti rispondono che stai esagerando, lui sembra un così bravo ragazzo, non farebbe mai una cosa del genere. È la storia di come tutti iniziano a pensare che tu sia pazza. È la storia di come l’ossessionata malata di un uomo ti uccide lentamente. È la storia di un mostro, un mostro che fa molta più paura di quelli sovrannaturali, perché quelli non esistono, ma Bear esiste. È esistito nella vita di migliaia di donne. E alla fine, sorella, ti lascia lì da sola, a ripagare quelli che lui definisce semplici sbagli. Ma tu la tua vita non ce l’hai più. Tu sei morta e ancora respiri.

 

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In memoria di Melba Hernandez, eroina rivoluzionaria cubana

 

La vita di Melba Hernandez è piena di storie affascinanti che riflettono il coraggio, la forza e la resilienza delle donne cubane che hanno reso il rovesciamento del regime di Fulgencio Batista, un cagnolino degli Stati Uniti, una realtà. Melba era una combattente e leader nell'esercito ribelle del Movimento del 26 luglio. Divenne una figura politica importante e simbolica della rivoluzione cubana. di Carlos “Carlito” Rovira

 

Durante la lotta armata Melba combatté fieramente al fianco del comandante Fidel Castro Ruz. È stata una collaboratrice fidata del leader rivoluzionario, e dopo la presa del potere questa eroina è entrata a far parte del suo staff esecutivo. La Hernandez ha svolto un ruolo fondamentale durante il periodo critico di consolidamento dell'apparato statale cubano.

Melba fu orientata alla politica dai suoi genitori, che parteciparono alla guerra di Cuba per l'indipendenza del 1895, guidata dal leggendario Jose Marti. Essa era un avvocato che fu colpita dal vedere in prima persona l'inquietante disuguaglianza sociale ed economica a Cuba. Dal momento in cui ha completato la sua istruzione, la giovane Melba divenne empatica con la situazione dei contadini poveri e lo sfruttamento che subivano i lavoratori, diventandone la consulente legale per le loro cause. 

Melba Hernandez e Haydee Santamaria furono le uniche due donne che parteciparono all'attacco del 26 luglio 1953 alla caserma Moncada a Santiago, l'evento che scatenò la rivoluzione cubana. Parte del piano di Fidel Castro Ruz era che gli insorti rivoluzionari entrassero nella zona ristretta circostante a Moncada vestiti con le stesse uniformi dei soldati governativi. Fu Melba a ottenere illegalmente le uniformi, convincendo un funzionario militare che simpatizzava per la causa ribelle, di appoggiare con questo atto la missione.

L'attacco a Moncada fu sanguinoso e finì in un fallimento. Quando terminò, la maggior parte degli insurrezionalisti furono feriti e uccisi. Molti di questi rivoluzionari morirono sotto tortura per mano dei criminali sadici del regime di Batista. Alcuni, come Fidel Castro riuscirono a fuggire e nascondersi nella giungla fino a quando, giorni dopo, non negoziarono una resa attraverso un intermediario.

Hernandez e Santamaria furono arrestate, e condannate a pene detentive più brevi rispetto ai loro compagni e furono rilasciate due anni dopo. Durante la loro carcerazione, Hernandez e Santamaria subirono umilianti abusi da parte dei funzionari della prigione di Batista.

Dopo che furono rilasciate, restarono determinate a svolgere il lavoro di ricostruzione di un movimento di massa e di una rete clandestina, che alla fine avrebbe rovesciato il governo Batista. Melba fu determinante nel far uscire fuori dalla prigione, dove Fidel era tenuto prigioniero, una bozza del suo famoso discorso in aula quando fu processato:“La storia mi assolverà”, uno dei documenti più importanti della rivoluzione cubana.

Dopo la presa del potere il 1° gennaio 1959, la Hernandez fu assegnata a diversi ruoli importanti nel governo. Nel 1960, gli fu affidata la direzione alle prigioni femminili di Cuba. Per Melba, una priorità assoluta fu quella di guidare la riforma carceraria per allinearsi con i principi umani della rivoluzione.

Durante la fine degli anni sessanta, al culmine della feroce guerra coloniale che gli Stati Uniti stavano conducendo contro il popolo vietnamita, Hernandez rischiò la sua vita viaggiando frequentemente nel paese devastato dalla guerra, come capo del Comitato cubano in solidarietà con il Vietnam. È stata anche Segretaria Generale di OSPAAAL, l’Organizzazione di Solidarietà con i Popoli di Asia, Africa e America Latina.

Negli anni Ottanta, Melba è stata Ambasciatrice di Cuba in Vietnam e Cambogia grazie al suo incessante lavoro di solidarietà con la Rivoluzione Vietnamita. Questa eroina ha anche servito il governo cubano come deputato nell’Assemblea nazionale del potere popolare del suo paese.

Il 9 marzo 2014, Melba è morta per cause naturali. Avendo vissuto la sua vita come diplomatica e funzionaria di alto rango di un governo rivoluzionario, la speranza è che la sua eredità ispirerà i rivoluzionari per le generazioni a venire, specialmente le donne che sono obbligate a confrontarsi con tradizioni arretrate che perpetuano l’oppressione delle donne.

Melba Hernandez è stata tra le più alte figure femminili iconiche, che furono decisive in quell'esperienza rivoluzionaria, come Vilma Espin, Celia Sanchez, Aleida March, Haydee Santamaria e altre. Il loro altruismo e lealtà alla rivoluzione e al loro popolo sormontarono mirabilmente ciò che molti si sarebbero aspettati.

Attraverso la rivoluzione cubana, Melba Hernandez, ha osato essere tra quelli disposti ad essere esempio, nello sfidare uno dei più grandi tiranni dei popoli, l’imperialismo statunitense.

Da carlitoboricua    A cura di Enrico Vigna per SOSCuba/CIVG

 

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Pepe Escobar - Il Blues dell'escalation

 

di Pepe Escobar Strategic Culture 

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

L'Impero della Pirateria ha ripreso i bombardamenti, provocando l'inevitabile risposta iraniana.

Quindi… un elicottero Apache statunitense del valore di 40 milioni di dollari è stato preso di mira da un drone Shaheed da 20.000 dollari proprio sopra lo Stretto di Hormuz, appena un giorno dopo che l’Iran e la setta della morte dell’Asia occidentale si erano scambiati colpi, ridicolizzando quella finzione traballante che è il “cessate il fuoco”.

Quando si dice un enorme vantaggio in termini di costi per Teheran: non meno di 2000 a 1.

Teheran, per principio, non nega gli attacchi militari. Eppure, in questo caso specifico, hanno esplicitamente negato l'abbattimento degli Apache, indicando un possibile incidente o un guasto tecnico. Se lo Shaheed avesse davvero colpito l'elicottero da combattimento, i piloti sarebbero morti – e non salvati da una barca statunitense senza equipaggio.

L'ex ufficiale dell'intelligence della Marina statunitense Malcolm Nance sostiene: "Non ci sono collisioni aeree con droni FPV nel mezzo dello Stretto di Hormuz, e non è intenzionale."

Questo significherebbe che un drone guidato dalla fibra ottica è stato in grado di disturbare l'intero, enorme apparato di guerra elettronica americano – rivelando un Pentagono nudo incapace di articolare qualsiasi risposta.

Quindi, anche se non si fosse trattato di un incidente, perché l’IRGC lo avrebbe negato? Perché potrebbe essere stato un test strategico – non solo della capacità deterrente dell’Iran, ma anche del grado di scombussolamento che si sarebbe potuto infliggere al nemico.

Come prevedibile, sotto la guida dell'Imperatore di Barbaria, l'Impero della Pirateria ha ripreso i bombardamenti, provocando l'inevitabile risposta iraniana.

Pochi minuti dall'inizio dell'attacco americano, l'IRGC ha colpito una serie di basi militari statunitensi in tutta l'Asia occidentale.

La base aerea di Al-Azraq in Giordania.

La base aerea di Ali Al Salem in Kuwait.

La base della Quinta Flotta in Bahrain.

La base aerea di Isa in Bahrain.

Al-Azraq fu colpita da diversi missili a lungo raggio a combustibile solido puntati su quattro obiettivi, inclusi hangar F-35 e il Centro di Comando e Controllo. L'IRGC ha informato che il 70% di tutti i bersagli in quelle basi è stato colpito con successo.

Al-Azraq – noto anche come Muwaffaq Salti – è una base congiunta degli Stati Uniti in Giordania a circa 100 km a est di Amman. Solo quattro mesi fa, immagini satellitari hanno rivelato che ospitava più di 60 jet statunitensi – inclusi 30 F35 e 36 F15. La base ospita il 332º Air Expeditionary Wing (F15E, MQ9 Reaper), con F35 che ruotano. A tutti gli effetti pratici, la Giordania è ora un bersaglio legittimo per l'IRGC.

La nuova mappa integrata della deterrenza regionale

Tutto quanto sopra indica una riscrittura radicale delle regole del gioco sul campo di battaglia. L'Iran sta annunciando all'Asia occidentale e oltre che quello che in teoria sarebbe lo spazio aereo militare americano è ora controllato dall'Iran. Ma c'è di più: Teheran sta dimostrando, nei fatti, di essere in grado di condurre una guerra e, al contempo, di imporre le proprie condizioni e di prendere tempo al tavolo dei negoziati.

La nuova equazione è netta: se ci attaccate e noi vi rispondiamo, qualsiasi tentativo di vendicarsi contro di noi ci porterà a colpirvi con una forza 1,5 volte maggiore, e ben presto 2 o 3 volte maggiore. Basta con i modi gentili, quando si tratta di permettere al nemico di ricorrere alla proverbiale strategia del “mordi e fuggi”.

Dal lato statunitense, sono in gioco anche altri elementi inquietanti. L'Impero della Pirateria sta prendendo di mira sistematicamente le apparecchiature di comunicazione lungo la costa del Golfo Persico. L'obiettivo è tagliare le comunicazioni tra le unità del sud e i centri di comando a nord. Anche se questo fosse stato parte della preparazione per un'invasione terrestre – suicida – come prima della guerra in Iraq del 2003, non fa alcuna differenza a causa della strategia del Mosaico Decentralizzato in vigore in tutto l'Iran dal colpo di decapitazione del 28 febbraio.

Oltre a tutto ciò, il comandante della Forza Quds dell'IRGC, il generale di brigata Esmail Qaani, ha annunciato la scorsa settimana che è ora in funzione una cintura di sicurezza regionale, dal Golfo Persico al Mar Rosso, gestita dall'Asse di Resistenza.

Quindi, qualunque cosa possano escogitare, gli americani si troveranno ora di fronte a una linea difensiva strategica che si estende dallo Stretto di Hormuz a Bab el-Mandeb.

Benvenuti alla nuova mappa integrata della deterrenza regionale. Traduzione diretta: qualsiasi attacco USA-Israele contro un singolo membro dell'Asse di Resistenza scatenerà una rappresaglia su più fronti – dal Golfo Persico al Mar Rosso.

La grande domanda ora è se questa escalation – anche se viene presentata dall’Impero della Pirateria come una “punizione” per la vicenda dell’Apache – possa tradursi immediatamente in un abbandono formale del quadro del protocollo d’intesa (MoU) sul tavolo delle trattative.

Ho discusso lo stato delle negoziazioni del MoU questo martedì su un nuovo canale YouTube, Transition Protocol, dopo che il nostro canale Power Shit originale è stato interrotto da Google senza preavviso e senza ricorso, solo dopo meno di una settimana di trasmissione e trasmettendo due esclusive mondiali consecutive.

Le nostre fonti di intelligence in Pakistan, in stretto contatto con l'Iran e con i giocatori del CCG, sono convinte che il MoU non sia morto. Anche l'amministrazione Trump vuole preservare il quadro diplomatico sottostante e non far saltare in aria i possibili accordi più ampi che stanno prendendo forma.

In altre parole: l’Imperatore della Barbaria, alla vigilia di una Coppa del Mondo che le politiche razziste del suo governo stanno già rovinando, si limiterà a fare un gran chiasso senza allontanarsi dalla struttura generale dell’accordo.

Questo è il pericoloso bivio in cui ci troviamo ora: scivolare nell’abisso oscuro di un’eventualità di “rottura dell’accordo”, oppure aggrapparci ancora a uno scenario in cui si esercita pressione per raggiungere un accordo.

 

 

 

 

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Rethinking MDR as Attackers and Defenders Embrace AI

For most of the past decade, managed detection and response was the answer to a real problem. Security teams couldn't staff around the clock, couldn't hire enough analysts, and needed someone else to handle the alert queue. MDR stepped in. It worked well enough. Until now. The threat landscape has changed faster than the MDR model can adapt. Attackers are using AI to move faster, generate more

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古法制作手工线锯,老手艺人的绝活#woodworking

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生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
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Addio al dottor Sirio Malfatti, pioniere delle Cure Palliative

Livorno, 12 giugno 2026 – Ha dedicato la propria vita ad accompagnare i pazienti nei momenti più difficili, contribuendo a costruire e sviluppare un modello di assistenza che oggi rappresenta un punto di riferimento per tutta la sanità toscana. Livorno piange il dottor Sirio Malfatti, medico tra i pionieri delle Cure Palliative a livello regionale e nazionale, scomparso nelle scorse ore.

Profondo cordoglio: “Una figura di straordinaria sensibilità”

L’Azienda USL Toscana nord ovest, la direzione ospedaliera di Livorno, la zona distretto livornese e l’intera comunità sanitaria hanno espresso profondo cordoglio per la perdita di una figura che ha lasciato un segno indelebile nella medicina del territorio, sia sul piano professionale che umano.

Nel corso della sua lunga carriera, si legge in una nota, il dottor Malfatti si è distinto per competenza, sensibilità e straordinaria capacità di ascolto, interpretando la professione medica come un autentico servizio alla persona. Un approccio che lo ha portato a mettere sempre al centro il paziente, la sua dignità e i suoi bisogni, contribuendo a diffondere una cultura dell’assistenza capace di guardare alla persona nella sua interezza.

Il suo fondamentale ruolo nelle cure palliative

Tra i soci fondatori dell’associazione Cure Palliative di Livorno, Malfatti ha avuto un ruolo determinante nella crescita di una realtà che negli anni è diventata un punto di riferimento fondamentale per il sostegno ai malati e alle loro famiglie, offrendo accompagnamento e supporto in momenti particolarmente delicati della vita.

A ricordarne il valore è la direttrice delle Cure Palliative dell’Azienda USL Toscana nord ovest, Costanza Galli: "La perdita del dottor Sirio Malfatti – dice la direttrice – ci addolora profondamente. È stato un medico molto valido dal punto di vista professionale e umanamente impareggiabile nella relazione con i pazienti e i loro familiari. A lui, insieme alla dottoressa Antonella Mazzoni, si deve la nascita delle Cure Palliative a Livorno. Ha anticipato una concezione dell'assistenza capace di accompagnare la persona nella sua globalità, non soltanto dal punto di vista sanitario, ma anche sotto il profilo umano, psicologico e relazionale. È una grande eredità quella che ci lascia, fatta di competenza, visione e profonda umanità, che cercheremo di portare avanti ogni giorno nel nostro lavoro”.

Un professionista che si distingueva per la sua capacità di ascolto

I ricordi tratteggiati restituiscono il profilo di un professionista capace di guardare oltre la malattia, promuovendo un modello di cura basato non solo sugli aspetti clinici, ma anche sull’ascolto, sulla relazione e sul sostegno alle famiglie. Una visione che, quando iniziò il suo percorso nelle Cure Palliative, era ancora poco diffusa e che oggi costituisce uno dei pilastri dell’assistenza ai pazienti affetti da patologie inguaribili.

Nel ricordarne la figura, l’azienda sanitaria ha espresso vicinanza ai familiari, agli amici, ai colleghi e a tutte le persone che hanno avuto modo di conoscerlo e lavorare al suo fianco. L’eredità professionale e umana lasciata dal dottor Malfatti continuerà infatti a rappresentare un riferimento per gli operatori delle Cure Palliative e per quanti credono in una medicina fondata sulla competenza, sull’ascolto e sulla centralità della persona.

L’ultimo saluto al dottor Sirio Malfatti è previsto per domani, sabato 13 giugno, alle ore 15, nella chiesa della sala mortuaria dell’ospedale di Livorno.

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Il Punto

La proposta del vicepresidente della Commissione europea di permettere di utilizzare i fondi di coesione per finanziare provvedimenti di sostegno contro il caro-energia non si configura come una misura emergenziale, ma come la possibilità di trasformare la crisi energetica in un’opportunità di modernizzazione. Il ghosting interessa ormai le relazioni sentimentali come i colloqui di lavoro. […]

L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.

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SpaceX in Borsa: perché la maxi IPO riguarda anche Tesla

Wall Street si appresta a dare il benvenuto a una nuova matricola. Non una qualsiasi, perché si tratta della tanto attesa SpaceX, l'azienda di Elon Musk da anni sotto i riflettori per i suoi ambiziosi piani di esplorazione dello spazio. Anche il suo debutto sul listino del Nasdaq non sarà un evento qualunque: è la più grande IPO (Initial Public Offering) mai avvenuta nella storia della finanza globale.Il suo sbarco a Wall Street, però, riguarda anche Tesla, seppur indirettamente. Gli analisti finanziari sono tornati a valutare un'ipotesi già circolata in passato: la fusione tra le due aziende controllate dall'imprenditore di origini sudafricane, che, tra l'altro, proprio grazie alla quotazione di SpaceX ha superato la soglia dei mille miliardi di patrimonio personale. In altre parole, Musk può fregiarsi del titolo di primo trilionario della storia moderna. Numeri record e conti ancora in rosso Partiamo dai numeri dell'IPO. SpaceX ha concluso l'offerta di azioni raccogliendo nel complesso 75 miliardi di dollari: sono stati venduti 555,6 milioni di titoli al prezzo unitario di 135 dollari. Sarà questo il valore di ingresso sul Nasdaq quando suonerà la tradizionale campanella di avvio degli scambi. L'intera operazione ha portato a una valutazione della società di ben 1.770 miliardi di dollari, un livello mai raggiunto in passato da una matricola.In questo modo, SpaceX è diventata la settima società di maggior valore al mondo, dietro colossi già quotati come Nvidia o Apple e davanti a Tesla, ferma (se così si può dire) a 1.499 miliardi.Il valore, però, potrebbe salire già nelle prime fasi di contrattazione, nonostante alcuni analisti abbiano bollato come eccessivo il prezzo di 135 dollari anche alla luce di un bilancio non ancora florido. L'anno scorso i ricavi sono balzati del 33% a 18,67 miliardi di dollari e nel primo trimestre del 2026 sono aumentati del 15% a 4,69 miliardi, ma se nell'intero 2025 la perdita è stata di 4,94 miliardi, nei primi tre mesi si è attestata a 4,28 miliardi. Inoltre, SpaceX ha precisato, nel prospetto informativo dell'IPO, di aver accumulato perdite per 41,3 miliardi dalla fondazione nel 2002 e ha avvertito della possibilità di non raggiungere la redditività in futuro.Tuttavia, almeno per il momento, gli investitori non sembrano spaventati. Anzi. Sarà anche per Musk, con le sue continue promesse mirabolanti, ma molti vogliono partecipare all'ennesima scommessa finanziaria del Technoking di Tesla. Già in fase di offerta banche e istituzioni finanziarie hanno fatto a gara per accaparrarsi una quota: le richieste hanno superato i 150 miliardi di dollari. L'entusiasmo è confermato anche da alcune indicazioni basate sui derivati: al debutto SpaceX potrebbe arrivare a spuntare una valutazione di 2.400 miliardi di dollari, con un balzo di oltre il 35%. Si torna a parlare della fusione Ora bisogna solo aspettare l'avvio delle contrattazioni per avere delle conferme. Una cosa è certa: un eventuale rialzo delle azioni giocherebbe a favore di possibili operazioni tra le due aziende. Non a caso diversi analisti sono tornati a parlare proprio di questa ipotesi.Timothy Horan di Oppenheimer definisce un'integrazione plausibile, ma non nel breve termine. A suo avviso, le due società potrebbero restare separate pur mantenendo legami stretti, così da preservare un accesso indipendente al mercato dei capitali. Inoltre, una struttura distinta supporta meglio le ambizioni nel campo dell'intelligenza artificiale, grazie a una maggiore flessibilità finanziaria.Di sicuro non mancano sinergie, in particolare nei settori delle batterie, dei server e delle infrastrutture dati, che potranno aumentare nei prossimi anni. I sistemi di accumulo di energia di Tesla potrebbero, per esempio, svolgere un ruolo importante nel soddisfare il fabbisogno energetico e di calcolo dei data center di SpaceX. Quanto è realistica l'integrazione tra SpaceX e Tesla Dunque, è da escludere una fusione nel breve, ma è probabile che se ne parlerà molto nei prossimi mesi. Sempre più analisti e investitori considerano questa ipotesi una tesi ormai diffusa.Tra i fattori favorevoli emerge la possibilità di combinare i dati raccolti da Tesla con le infrastrutture computazionali di SpaceX, oltre all'obiettivo di Musk di rafforzare il controllo sull'intero ecosistema. Oggi, l'imprenditore detiene oltre l'82% dei diritti di voto di SpaceX, mentre in Tesla non supera il 15%. Un'eventuale fusione basata sullo scambio di azioni lo porterebbe a superare il 50% della nuova entità, conferendogli il pieno controllo.Secondo Dan Ives di Wedbush, questa operazione rappresenterebbe una sorta di Santo Graal, perché consentirebbe a Musk di gestire in modo più efficace le sue attività legate all'intelligenza artificiale. L'analista sottolinea anche i legami operativi già esistenti tra le due aziende e ritiene che le basi per una futura integrazione siano già state gettate. Arriva inoltre a stimare una probabilità tra l'80% e il 90% che Tesla e SpaceX possano unirsi entro il 2027.Ovviamente non mancano gli ostacoli. Musk potrebbe utilizzare le azioni SpaceX per acquisire o fondere Tesla, ma dovrebbe superare la possibile opposizione degli azionisti, in particolare degli investitori istituzionali. Le differenze operative restano rilevanti: il settore aerospaziale è percepito come più promettente, mentre quello automobilistico è caratterizzato da maggiore competizione, volatilità e intensità di capitale.Detto questo, il tema resterà al centro delle discussioni ancora a lungo. L'IPO non ha fatto altro che rafforzare le ipotesi di un possibile consolidamento delle diverse attività di Musk sotto un'unica holding. Ovviamente non mancano gli ostacoli. Musk potrebbe anche utilizzare azioni SpaceX per la acquisire o fondere Tesla, ma dovrebbe superare la possibile ostilità degli azionisti delle due società, in particolare degli investitori istituzionali, molto più sensibili a temi delicati come alcune grandi differenze operative: le attività di SpaceX, anche per la sostanziale assenza di concorrenti forti, sono considerate più promettenti di quelle di un costruttore di auto, ossia di una realtà che opera in un mercato contraddistinto da elevata volatilità, elevata competitività e alta intensità di capitale.  Detto questo, l'argomento rimarrà al centro delle discussioni per mesi, se non anni. Del resto, si è iniziato a parlarne sin da quando SpaceX si è fusa con la startup di intelligenza artificiale xAI. L'Ipo non ha fatto altro che alimentare e rafforzare le voci su un possibile consolidamento delle diverse società di Musk sotto un'unica holding. 
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Leapmotor B05: come va la berlina elettrica da 482 km in offerta a 22.900 euro - VIDEO

Dopo le SUV, arriva una berlina a cinque porte: con la nuova Leapmotor B05, il marchio fa un passo importante nella propria offensiva europea. Dopo aver costruito la propria presenza sul mercato con modelli orientati soprattutto al rapporto qualità/prezzo, il costruttore cinese - in joint venture con Stellantis - ora guarda anche a un segmento particolarmente competitivo: quello delle berline dal carattere più dinamico. Leapmotor B05: esterni e dimensioni La Leapmotor B05 è una cinque porte lunga 4,43 metri, con una presenza visiva importante (è larga 1,88 metri), soprattutto a livello della carrozzeria sotto la linea di cintura. Si notano dettagli stilistici ricercati: portiere senza cornice, maniglie a scomparsa e cerchi aerodinamici da 19 pollici. Curata l'aerodinamica, con un coefficiente Cx dichiarato di 0,26. Sotto la pelle non ci sono sorprese: ritroviamo l'architettura Platform B, condivisa con la B10. Trazione posteriore, distribuzione dei pesi 50:50 e schema sospensivo con McPherson all'anteriore e multilink al posteriore, sviluppato con il contributo del team chassis globale di Stellantis, anche sulle piste di Balocco. Leapmotor B05: interni L'abitacolo punta sulla digitalizzazione, con display centrale da 14,6 pollici, strumentazione digitale da 8,8 pollici, compatibilità con Apple CarPlay e Android Auto e gestione remota tramite app dedicata. Buono lo spazio per chi siede dietro, meno convincente quello per i bagagli: il vano offre 345 litri dichiarati, non molti per le dimensioni e poco sviluppati in larghezza. Non è previsto un bagagliaio anteriore, ma resta lo spazio per un'eventuale unità a benzina in ottica Range Extender, soluzione al momento non confermata ma in valutazione. Leapmotor B05: motore e test drive Sul fronte delle prestazioni, il motore elettrico sviluppa fino a 218 CV e 240 Nm, consentendo uno 0-100 km/h in 6,7 secondi dichiarati con Launch Control. Due le batterie disponibili: una da 56,2 kWh, accreditata di 401 km WLTP, e una da 67,1 kWh che porta l'autonomia fino a 482 km.Colpisce soprattutto il lavoro sull'assetto: non è una sportiva pura, ma beneficia di una taratura delle sospensioni curata, capace di sostenerla anche quando si aumenta il ritmo, senza eccessivo rollio. Lo sterzo è reattivo, con pochissima zona morta e buona rapidità, superiore alle attese rispetto alla leggerezza del volante e alla demoltiplicazione. Leapmotor B05: prezzi e offerta Per il mercato italiano, la Leapmotor B05 parte da 26.900 euro, con una promozione di lancio che porta la versione Life (batteria da 56,2 kWh) a 22.900 euro con permuta o rottamazione, oppure 3.000 euro di sconto senza incentivi. Numeri che confermano la strategia: puntare sul prezzo per conquistare quote, affiancando contenuti tecnici e dinamici sempre più allineati alle aspettative europee
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Recensione Insta360 Luna Ultra

L’embargo è scaduto e posso finalmente parlarvi della videocamera che mi ha accompagnato durante tutto l’ultimo vlog girato direttamente da Cupertino. Mettiamo subito le cose in chiaro: la nuova Insta360 Luna Ultra non è solo un aggiornamento, ma una vera […]
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Eccesso di luce nel cielo radio

I modelli di emissione del cielo radio giocano un ruolo chiave per studiare l’universo alle basse frequenze. Uno studio pubblicato questa settimana su Nature Astronomy suggerisce che questi modelli raccontano una storia incompleta: il cielo radio è più luminoso di quanto pensassimo.

La brillanza del cielo a basse frequenze radio – tra 60 e 350 megahertz – è stata misurata con una precisione senza precedenti da un team internazionale di ricerca guidato dall’agenzia scientifica australiana Csiro. Secondo il team, uno dei modelli di riferimento più utilizzati in radioastronomia sottostima la luminosità del cielo di circa il 20 per cento alle frequenze più basse considerate, arrivando fino al 50 per cento a 350 megahertz.

Pietro Bolli in Australia al sito di Mwa/Ska-Low. Crediti: Inaf

Per capire meglio le implicazioni di queste misure, Media Inaf  ha intervistato uno dei coautori dello studio, Pietro Bolli, dirigente tecnologo all’Istituto nazionale di astrofisica e responsabile per la progettazione e l’analisi elettromagnetica dei sistemi d’antenna di Ska-Low, le antenne a bassa frequenza dell’Osservatorio Ska.

Qual è l’importanza di questo risultato?

«Si tratta di una misura assoluta dell’emissione diffusa dell’emisfero australe, ottenuta attraverso un’accurata calibrazione strumentale. Questo risultato indica la necessità di introdurre termini correttivi rispetto ai modelli attualmente in utilizzo dalla comunità scientifica, basati perlopiù su misure effettuate decenni fa».

Come influenzerà la radioastronomia il nuovo cielo radio?

«Il contesto attuale è particolarmente interessato a questo tema. Nei prossimi decenni la radioastronomia a bassa frequenza sarà infatti dominata dal più grande radiotelescopio mai concepito, Ska-Low. La calibrazione di un interferometro del genere è un passaggio fondamentale per la corretta interpretazione dei dati raccolti. Il nuovo risultato è proprio un follow-up dell’attività di ricerca volta a individuare ed ottimizzare le strategie di calibrazione più efficaci per Ska-Low. La misura presentata è stata condotta utilizzando un’antenna Skala 4.1, che è proprio il modello di antenna scelto per Ska-Low, assieme a un ricevitore sviluppato in Australia da Csiro per misure radiometriche assolute a elevata precisione».

Potrebbe cambiare qualcosa in ciò che sappiamo dell’universo?

«Avere una conoscenza più accurata possibile dell’emissione diffusa dell’universo radio è fondamentale per ottenere modelli di riferimento affidabili e conseguentemente calibrare l’osservazione. L’emissione radio del cielo, a basse frequenze, è dominata dai processi di radiazione di sincrotrone nella nostra galassia e dalle emissioni di tutte le sorgenti extragalattiche. Conoscere con precisione questo contributo è vitale in vari ambiti astrofisici, in particolare per tracciare i processi astrofisici dell’universo primordiale. Inoltre, la conferma di un eccesso di radiazione all’estremo più alto della banda di frequenza farà crescere l’interesse a indagare ipotesi alternative per la sua spiegazione, come ad esempio la presenza di un forte processo di annichilazione della materia oscura nell’universo primordiale».

L’antenna e il ricevitore utilizzati per le osservazioni presso Inyarrimanha Ilgari Bundara, il Murchison Radio-Astronomy Observatory del Csiro, nel territorio del popolo Wajarri. Crediti: Ravi Subrahmanyan

Le vostre misure possono essere considerate un’anticipazione delle capacità scientifiche del futuro Osservatorio Ska?

«Il nostro lavoro usa una singola antenna, che osserva una regione del cielo estremamente ampia, detta all-sky. Si differenzia quindi nettamente dall’interferometro Ska-Low, che viceversa, usando centinaia di stazioni costituite da 256 antenne ciascuna, permetterà di avere risoluzioni angolari estremamente fini e sensibilità elevatissime. Allo stesso tempo, questo lavoro conferma la solidità del progetto dell’antenna, ovvero di un elemento fondamentale nella complessità tecnologica di Ska-Low. Molti dei dati di simulazione usati in questo studio saranno trasferiti anche per la calibrazione e caratterizzazione elettromagnetica delle stazioni di Ska-Low».

Qual è stato il contributo dell’Istituto nazionale di astrofisica?

«La tecnica utilizzata richiede una caratterizzazione estremamente dettagliata del sistema di ricezione, composto dall’antenna e da successivi stadi a radiofrequenza, in modo da cancellare gli effetti strumentali dai dati ottenuti. Come Inaf, abbiamo contribuito al lavoro dei colleghi australiani fornendo risultati da simulazioni elettromagnetiche dell’antenna Skala 4.1 che potessero essere inseriti nella procedura di calibrazione. Le simulazioni effettuate hanno cercato di rappresentare in maniera più fedele possibile le prestazioni dell’antenna all’interno dell’ambiente operativo. Aggiungerei che con la partecipazione a questo e ad altri studi, l’Inaf capitalizza una strategia partita più di quindici anni fa, di investimento di risorse significative per lo sviluppo tecnologico di grandi infrastrutture di ricerca. Il gruppo tecnologico Ska-Low coordinato da Jader Monari dell’Istituto di Radioastronomia, ha svolto un ruolo di rilievo internazionale nella progettazione di numerosi elementi della catena di ricezione di Ska-Low. La progettazione e sviluppo dell’antenna Skala4.1 e le sofisticate simulazioni elettromagnetiche sono esempi concreti di attività di ricerca in cui Inaf, con i propri partner istituzionali e industriali, ha creato una legacy nel progetto Ska di cui ora raccoglie i frutti».


Per saperne di più: 

 

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Europe is blaming China’s economic rise for its own failures, think tank says

As the European Union prepares tougher measures to counter what it sees as the “China shock 2.0”, a researcher with a Beijing-linked think tank has accused Brussels of clinging to a flawed narrative that China’s economic rise is an inherent threat to Europe. The criticism came as Beijing reportedly cancelled two high-level meetings with the EU in the Chinese capital this month, including a ministerial-level digital dialogue and a visit by a senior EU diplomat, according to the Financial Times on...

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Europe is blaming China’s economic rise for its own failures, think tank says

As the European Union prepares tougher measures to counter what it sees as the “China shock 2.0”, a researcher with a Beijing-linked think tank has accused Brussels of clinging to a flawed narrative that China’s economic rise is an inherent threat to Europe. The criticism came as Beijing reportedly cancelled two high-level meetings with the EU in the Chinese capital this month, including a ministerial-level digital dialogue and a visit by a senior EU diplomat, according to the Financial Times on...

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LangGraph Flaw Chain Exposes Self-Hosted AI Agents to Remote Code Execution

Cybersecurity researchers have disclosed details of three now-patched security flaws impacting LangGraph, including a critical vulnerability chain that could result in remote code execution. LangGraph is an open-source framework created by LangChain to build complex, stateful, and multi-agent artificial intelligence (AI) agentic applications. "An SQL injection in LangGraph's function could

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Minacce di censura: occhio a parlare di Belfast

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Sembra che qualcuno voglia fermare "l'odio sul web" di chi parla di Belfast.

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Kanton Bern lockert Antennenvorschriften

Amateurfunkantennen sind künftig grundsätzlich in allen Bauzonen zulässig.

Der Kanton Bern hat am 9. Juni 2026 eine wichtige Weichenstellung für die Funkamateure im Kanton beschlossen. Das Parlament hat den Antrag «Amateurfunk nicht unnötig behindern» überwiesen und die Regierung mit einem neuen Gesetz beauftragt.

Administrative Hürde fällt weg

Neu sollen Antennenanlagen für den Amateurfunk im Sinne von Artikel 37a des Fernmeldegesetzes grundsätzlich in allen Bauzonen erlaubt sein. Damit entfällt eine wesentliche administrative Hürde für die Errichtung von Stationsantennen.

Die Umsetzung in der Praxis erfordert jedoch Differenzierung. Ein Teilantrag zur Anpassung des Baubewilligungsdekrets, der die Einführung eines vereinfachten Baubewilligungsverfahrens – der sogenannten kleinen Baubewilligung – bezweckte, fand keine Mehrheit und wurde abgelehnt.

«Bedeutender Meilenstein»

USKA-Präsident Bernard Wehrli, HB9ALH, bezeichnet das Resultat als einen «bedeutenden Meilenstein für Funkamateure im Kanton Bern». Die rechtliche Verankerung im Musterbaureglement schaffe «eine klare Legitimationsbasis gegenüber den lokalen Behörden».

Dennoch weist Wehrli auf die verbleibenden prozeduralen Schritte hin. Da der Antrag zum vereinfachten Verfahren abgelehnt wurde, liegt die Zuständigkeit für die Anpassung der Baugesetzgebung nun direkt bei den einzelnen Gemeinden. «Dieser Prozess der kommunalen Harmonisierung mit dem kantonalen Musterbaureglement dürfte eine gewisse Zeit in Anspruch nehmen», so der USKA-Präsident.

Verstärkte Argumentation

Für Funkamateure, die aktuelle Projekte planen, existiert trotz der Übergangsphase ein pragmatischer Lösungsansatz. Bei der Einreichung eines neuen Baugesuchs besteht ab sofort die Möglichkeit, explizit auf den neuen Wortlaut des kantonalen Musterbaureglements zu verweisen. Dies stärkt die Argumentation der Gesuchsteller/-innen gegenüber den kommunalen Baubehörden bereits vor der finalen Anpassung der lokalen Reglemente.

Zur Debatte (Videomittschnitt)

Published: HB9HGH 2026-06-12 11:38:29

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Rilevata vulnerabilità in MongoDB

Rilevata una nuova vulnerabilità in MongoDB Server con gravità “alta”. Tale vulnerabilità, qualora sfruttata, potrebbe consentire ad un utente malintenzionato di accedere ad informazioni sensibili e di compromettere la disponibilità del servizio sui sistemi interessati.
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Il Punto

La proposta del vicepresidente della Commissione europea di permettere di utilizzare i fondi di coesione per finanziare provvedimenti di sostegno contro il caro-energia non si configura come una misura emergenziale, ma come la possibilità di trasformare la crisi energetica in un’opportunità di modernizzazione. Il ghosting interessa ormai le relazioni sentimentali come i colloqui di lavoro. […]

L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.

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Accordo USA-Iran: svolta vera o bluff di Trump?

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Trump dice che l’accordo con l’Iran è pronto e che per questo ha cancellato nuovi attacchi. Ma Teheran frena: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano parla di “speculazioni” e dice che nulla è stato finalizzato.

E allora la domanda resta aperta: siamo davvero davanti a una svolta diplomatica o all’ennesimo bluff di Trump?

Anche perché il presidente americano sembra continuare a fare quello che ha fatto dall’inizio della crisi: alzare e abbassare personalmente la tensione, minacciare raid, parlare di firma imminente, usare la guerra come leva negoziale e poi presentarsi come l’uomo che può fermarla.

Secondo Axios entro la bozza ci sarebbero riapertura di Hormuz, cessate il fuoco di 60 giorni, alleggerimento delle sanzioni e un rinvio della questione nucleare.

Intanto dagli Stati Uniti arrivano altre notizie pesanti: il piano per deportare cittadini iraniani nella Repubblica Centrafricana e il caso Trita Parsi, intellettuale critico della guerra contro l’Iran finito nel mirino dell’amministrazione.

Nel finale, spazio anche al Mondiale: il Messico prova a trasformare il calcio in soft power, mentre il caso dell’arbitro somalo Omar Artan mostra il paradosso dei visti americani.

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BOFH: For one ambitious security type, chaos is a ladder

EPISODE 11 "And uh... what are you doing?" the Head of Security asks, entering the Security office as I'm making my way to the exit – with a PC under my arm. "Just taking this back to the office to archive the contents and then reset it to factory defaults," I say. "Company policy when someone has been... let go." There have been a number of changes at Security – the same number of changes as there used to be members of Security staff. Apparently, eating endless pastries and watching pirated movies isn't an industry-standard procedure for security professionals. Furthermore, the spate of alcohol thefts from the boardroom liquor cabinet seems to have ended after HR discovered several empty bottles in Security's overflowing recycling bin... HR acted swiftly (for a change) and a whole new security team was employed, headed by a keen new broom – who's currently blocking the doorway... To say that he's enthusiastic in his role would be an understatement. His first move was to isolate Security onto a completely separate internet feed, firewalled off from the rest of the Company. Move two was to implement a plan of recording the equipment people leave the building with – something that's proving rather unpopular with laptop users. "Oh, I don't think we'll need it to be erased," he says, holding out his hands to retrieve the machine from my grasp. "Really, there's no telling what's on this machine," I say. "Malware, copyright movies, porn even. We don't know. It's safer – for the Company – if we just start from a clean machine. We might even just dump it to be on the safe side." "Sure," the Head of Security says. "Though that machine looks like it's almost brand new. It's still got stickers on it! And it looks fairly... high end. I think we can take the risk. I'm pretty up-to-date with IT security and the like – so maybe you should let me worry about..." "I think this should probably be HR's call," I respond. "They may want to be sure the Company isn't exposed to any risk that the machine might present." "I can call HR if you like," the Chief Pie-eater suggests, calling my bluff and reaching for his phone. "But I doubt they'd be too concerned." "They should be. If there's malware installed on the recovery partition, you'll reinfect the machine when you restore it to factory defaults." "Thanks for your concern," he says, wresting the machine from my grasp and stepping out of the doorway. ... So that's how it's going to be. Obviously, we knew there was going to be trouble. We prepared ourselves for it. The new Security team has an enthusiasm for the job that was completely absent from the former crew, mainly because they're jockeying for the position of 2IC. The Boss is waiting for me when I get back to Mission Control. "Just had a call from Security. Apparently, you were trying to... remove... one of their machines?" "Yeah. I was going to erase it and restore it to factory settings." "Couldn't you just do that there?" "We prefer to do a reinstall on the DMZ segment – just in case there's any malware on the machine after we restore it." "Right. Well, I talked to the guy, and it certainly sounded like he had everything under control," the Boss assures me. And so there you go. The Boss can determine someone's technical competence from a two-minute phone call. It must be one of his superpowers, along with the toxic body odor and the ability to sniff out a kebab stand in a farmers' market. Two minutes later, in Mission Control… "Right," I say, entering Mission Control. "Everyone ready?" The PFY nods. The lead candidate for 2IC of Security nods. "One of the pitfalls with security types is that they often shave with Occam's razor," I say. "When seeing someone leaving the office with a PC under their arm, they immediately think 'office theft,' rather than thinking 'did this person bring the aforementioned machine into the office in the first place, wait until they heard someone approaching, then make to exit the office?'" The 2IC candidate contemplates this silently. "Another problem with security types is how to celebrate a victory. In this situation, a wise person would not simply 'upgrade' their desktop machine with this newer and shinier item – because it might have an infected operating system – AND infected recovery partition. No, a wise person would first sca-" "Ooh, we're in business!" the PFY interrupts, as his machine receives a ping. "Right," I say to Security 2IC, "I'd give it maybe half an hour – to really trash your network – before I head downstairs. Then maybe I'd ask why all the machines in your office appear to be going crazy." "And you think that would be enough to get him fired, do you?" he asks. "It will be when you discover the stash of Company laptops in the boot of his car as he leaves the parking basement," the PFY says. "And make sure you have the Head of HR with you." "Why's that?" the soon-to-be Head of Security asks. "Because one of the laptops is his..." BOFH: Previous episodes on The Register The Compleat BOFH Archives 95-99

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Lultima auto in divisa non è elettrica: la Grandland plug-in entra nella polizia tedesca

In occasione del Gpec, Mostra e Conferenza Generale delle Attrezzature della Polizia che si sta svolgendo in questi giorni a Lipsia, in Germania, Opel ha presentato la SUV Grandland trasformata in veicolo per le forze di polizia, da utilizzare per le operazioni di pattugliamento quotidiano. La polizia ha scelto la plug-in La Grandland in dotazione alla polizia tedesca è la plug-in da 165 kW (225 CV) e 350 Nm di coppia, capace di scattare da ferma a 100 km/h in 7,8 secondi e di raggiungere la velocità massima di 220 km/h. La batteria da 17,9 kWh consente un'autonomia a zero emissioni di 82 chilometri. La versione utilizzata per la trasformazione è la top di gamma Ultimate, con fari a matrice di LED, sedili certificati AGR regolabili elettricamente, telecamera a 360 e navigatore connesso. La dotazione per il servizio d'ordine Oltre alla livrea ufficiale riservata alle auto della polizia tedesca, disegnata secondo lo standard Vesba2.0, la Opel Grandland comprende: lampeggianti a LED sul tetto Hänsch DBS 4000 con luci specifiche per i vicoli e sistema di avvisi con display a matrice anteriore e posteriore, lampeggiatori davanti e dietro e illuminazione a LED nel rivestimento del tetto e nel portellone posteriore, estintori, supporto per la paletta di segnalazione, radio Tetra Universal con antenna GPS/Tetra e altoparlanti esterni.
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China-EU tensions, Xi in North Korea, flatlining retail sales

China called on major nations to “foster a free and facilitative trading environment” ahead of two summits next week that may herald a trade war with the European Union. Vice-Premier Zhang Guoqing said China was “steadfastly expanding high-standard opening up” in a videoconference hosted by French President Emmanuel Macron on Thursday. German Chancellor Friedrich Merz and Canadian Prime Minister Mark Carney attended along with representatives from Brazil, India, Italy, Japan, South Korea,...

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China-EU tensions, Xi in North Korea, flatlining retail sales

China called on major nations to “foster a free and facilitative trading environment” ahead of two summits next week that may herald a trade war with the European Union. Vice-Premier Zhang Guoqing said China was “steadfastly expanding high-standard opening up” in a videoconference hosted by French President Emmanuel Macron on Thursday. German Chancellor Friedrich Merz and Canadian Prime Minister Mark Carney attended along with representatives from Brazil, India, Italy, Japan, South Korea,...

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US-China vaginal microbiome differences challenge broad-spectrum treatment

Chinese scientists have uncovered differences between American and Chinese vaginal microbiomes, revealing that a bacterium closely linked to bacterial vaginosis and preterm birth is more prevalent and virulent in American women. The study underscores the need for localised treatments and “fills a critical gap for Asian populations and provides a foundational platform for global vaginal microbiome research and microbe-host interaction studies”, according to the researchers. The scientists said...

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A Popular Doctor Had Long Warned That Vitamin K Shots Are Risky for Newborns. Now He’s Changed His Tune.

A photo collage centers on Joseph Mercola speaking into a microphone, surrounded by images of infants in hospital settings. To the right, a yellow document lists a cause of death as a nontraumatic subdural hematoma and vitamin K deficiency bleeding.

Cengiz Yar/ProPublica. Source images: Wikimedia Commons, Getty Images, documents obtained by ProPublica.

For more than a decade, Dr. Joseph Mercola cautioned parents against a potentially lifesaving shot of vitamin K for their newborn babies: “Vitamin K shots are completely unnecessary for your newborn.”

But now, in a break from his past warnings, Mercola is saying he no longer believes that. 

ProPublica contacted Mercola recently as it was preparing an article about babies who died as a result of their parents turning down the vitamin K shot. Mercola’s new point of view is just as unequivocal as his old one: “The data is clear: vitamin K saves lives,” he wrote in an April article on his website two days after ProPublica contacted him. He added: “Based on the totality of the published evidence, I support vitamin K prophylaxis for all newborns.” 

He also directed parents to speak to their children’s pediatricians. 

“Vitamin K deficiency bleeding is rare, but when it occurs, the consequences can be devastating and irreversible,” Mercola wrote. “A single injection at birth can prevent it. Please talk to your doctor.”

Mercola is a leading vaccine skeptic and an ardent supporter of Health and Human Services Secretary Robert F. Kennedy Jr. He is a popular figure online, with a Facebook page that has some 1.7 million followers. He sends out a daily newsletter and sells alternative treatments for a variety of ailments. 

His reversal comes at a critical moment. Hospitals and research studies have documented an alarming jump in babies not receiving the vitamin K shot, which has been recommended by the American Academy of Pediatrics since 1961 to help newborns’ blood to clot. Without it, research shows, babies are 81 times more at risk for late vitamin K deficiency bleeding, which can be fatal. 

Just as has happened with measles and other vaccines, vitamin K shots have become the target of a deluge of false information online. That has caused some parents to view it as an unnecessary pharmaceutical intervention amid a lingering mistrust of the medical system following the COVID-19 pandemic. 

Some point to a 2010 post from Mercola, entitled “The Dark Side of the Routine Newborn Vitamin K Shot.” A doctor in Tennessee recalled reluctant families citing the article, as did doctors in Oregon. 

In the years that followed, Mercola stood by his opposition. He reiterated his position in 2014, after four babies in Nashville, Tennessee, suffered vitamin K deficiency bleeding. And he did so again in 2019, after hospital staff contacted child protective services in Illinois and took temporary custody of a newborn whose parents refused the shot for their baby.  

In place of the shot, Mercola had recommended vitamin K drops, which are taken orally and have been touted online as a popular alternative. The drops, however, are not approved by the Food and Drug Administration and research shows they are not as effective as the shot, though they are used in some European countries. 

In his April article, he addressed the rampant false information online regarding the vitamin K shot and acknowledged the role his writing may have played in spreading it. “The internet contains a significant amount of misinformation about vitamin K,” Mercola wrote. “Some of it may reference my own 2010 article. That article reflected the state of a scientific debate that has since been resolved. The science moved forward, and so have I.”

A statement on Mercola’s website reversing his previous stance on vitamin K injections. The highlighted text states that based on the published evidence, the author now supports vitamin K prophylaxis for all newborns and notes that the internet contains misinformation about the topic, including references to the author's own 2010 article.
Dr. Joseph Mercola published an article on his website saying he’d changed his views on vitamin K.  He now says vitamin K shots are the “prudent choice” and he encourages parents to consult their pediatrician. Mercola.com, highlighted by ProPublica

In fact, the science around the vitamin K shot has been settled for decades. The discovery of vitamin K and its role in clotting blood won the Nobel Prize in 1943. Newer studies have confirmed and furthered many of the findings that were available in 2010, but they do not represent a scientific shift from previous research. Some recent studies that Mercola cited in the April article document the rise in babies not receiving the shot and the catastrophic bleeding in the brain that can follow, but again both reinforce the same science that has encouraged giving the shot for more than 60 years. 

In Mercola’s earlier posts, he wrote about what he deemed to be risks from the shot, beginning with “inappropriate” and “unnecessary” pain to the baby. He incorrectly claimed that the amount of vitamin K injected into newborns was far more than the needed dose. In addition, he wrote that the shot may contain preservatives that can be “toxic” to a baby’s immune system. 

Benzyl alcohol is often used as a preservative in vitamin K shots, but the Centers for Disease Control and Prevention and other organizations have stressed that it’s safe. In the 1980s, doctors realized that some extremely premature babies suffered benzyl alcohol toxicity, but, according to the CDC, that was because they were on so many medications containing it. In addition, many hospitals now offer preservative-free options.

Some families have also expressed fear about a “black box warning,” which appears on a drug’s label to alert providers of serious risks. The shot does contain a boxed warning, as do more than 400 other medications, but that is primarily related to adults and vitamin K that is given through an IV, not as a shot in the thigh muscle, which is how doctors typically administer vitamin K to babies. None of the dozens of doctors interviewed by ProPublica said they have ever seen an adverse reaction in an infant who received a vitamin K shot.

But even back in 2010, Mercola dispelled one popular misconception that vitamin K injections increased the risk of cancer. That belief stemmed from a pair of older refuted studies. In 2010, he wrote, “that conclusion was in error.” In April, he reinforced that message.

Alternative treatments promoted by Mercola have attracted federal scrutiny. He and his companies have had to pay millions of dollars to settle allegations that he had made false claims about the safety of products. 

During the pandemic, for instance, the FDA sent Mercola a warning letter after he offered unapproved and misbranded products, including vitamin C, on his website as ways to prevent or treat COVID-19. 

In 2017, the Federal Trade Commission announced it was mailing $2.59 million to people who bought Mercola indoor tanning systems. The agency charged that Mercola and his companies claimed the tanning systems were safe and that research showed that indoor tanning doesn’t raise the risk of melanoma, a type of skin cancer. 

Mercola did not admit wrongdoing. His online posts include a disclaimer that they are intended as a way of sharing knowledge and information, not medical advice. He also has said his 2010 vitamin K article was based on an interview with a Dutch researcher who studied vitamin K.

Mercola, a doctor of osteopathic medicine, declined to be interviewed for this story but said his current stance is accurately reflected in the April article. “While I do not agree with all of the characterizations and conclusions in your summary,” he wrote in response to questions from ProPublica, “I have nothing further to add at this time.” 

Even though Mercola has now reversed his position on vitamin K, many on social media still cling to debunked and distorted claims. On Facebook, TikTok and Instagram, unsubstantiated claims often go unchecked.

One theme that has emerged on social media is the notion that God created babies perfectly, and there must be a reason they are born without sufficient vitamin K. In one video on TikTok, a woman who identifies herself as a nurse asked, “Did God really get it wrong?” 

Responding to another, someone wrote, “Just know our creator didn’t make a mistake. Every baby is born like this for a reason.” 

Others lump the vitamin K shot, which is not a vaccine, in with vaccines. A comment on a video about the vitamin K shot declared, “My baby isn’t getting any vaccines.” It received more than 600 likes.

Mercola also is not the only doctor being cited by vitamin K shot opponents. Commenters on Instagram, TikTok and Reddit have directed people to Dr. Suzanne Humphries, who has spoken out about vaccines and the vitamin K shot for many years. 

“My opinion is that the more I read about vitamin K,” she said in a video posted in 2014, “the more I can’t believe that it’s injected into newborn infants.”

Last month, she appeared in a lengthy interview on the website of Children’s Health Defense, the anti-vaccine nonprofit founded by Kennedy. She cited the pair of studies from more than 30 years ago that found an association between the shot and cancer, though they were both called into question shortly after they were published. As even Mercola noted in 2010, several additional studies found no increased risk of cancer following the shot. 

“Those of us that believe in a divine creator,” she said, “believe that maybe it is by design, or that actually it is by design, and that there’s a reason for it.” 

Humphries did not respond to requests for comment.

During Kennedy’s time at Children’s Health Defense, the group published a post in 2020 that claimed aluminum adjuvants — added components that boost the body’s immune response — in vaccines are “significant sources of early exposure” to aluminum. Some vitamin K shots contain a small amount of aluminum, but studies have not found any evidence of serious or long-lasting harm. Adjuvants, according to the CDC, have been used “safely in vaccines for decades.” 

Brian Hooker, chief scientific officer at Children’s Health Defense, said the aluminum concern remains, as does the cancer fear, despite multiple studies that found no basis for them. He said he would like to see more research on the vitamin K shot, as well as other newborn interventions like the hepatitis B vaccine. 

“I do want to look at the individual components of these shots in conjunction with everything else that the infant is getting,” he said, “and to me that body of literature is really incomplete.”

Hooker said he worked with Kennedy for many years and, while they are no longer in direct contact, he has full confidence in the country’s leading federal health official. But Kennedy’s silence has served to deepen skepticism among experts. 

“Now we’re starting to see something that I never saw, which was brain bleeds and gut bleeds in infants,” said Rep. Kim Schrier, a Washington Democrat who worked as a pediatrician for more than 15 years before running for Congress. “And that’s so scary and heartbreaking.”

At an April House subcommittee hearing, Schrier confronted Kennedy about vitamin K, saying that he made parents distrust doctors and shots, and as a result some parents are refusing the vitamin K shot and other standard care. 

“Right now, Secretary Kennedy, given what I just told you about vitamin K, will you just tell pregnant women out there for the record, ‘Yes, you should get your babies the vitamin K shot’?” Schrier asked Kennedy.

Kennedy did not oblige her. He said he has never said anything about the vitamin K shot. 

An HHS spokesperson did not answer ProPublica’s questions but said the CDC recommends that parents give newborns the vitamin K shot within 6 hours of their birth to prevent vitamin K deficiency bleeding. She acknowledged that uptake of the shot has declined during recent years “as public trust in health care institutions has fallen, particularly during the COVID-19 pandemic amid heavy-handed mandates and inconsistent messaging during the Biden administration.”

“Rebuilding that trust,” the spokesperson wrote in an email, “requires honesty, informed consent, and respect for individual choice.” 

Schrier said she empathizes with parents who are inundated with so many conflicting messages. She said she recently stepped out of the Capitol building and overheard a woman say — inaccurately — that every childhood vaccine contains glyphosate, which was an ingredient in some forms of the weed killer Roundup. 

“I can just see how this is going to spiral right now. It gets out there, then it’s on social media,” Schrier said. “Every parent just doesn’t want to do the wrong thing.” 


Do You Have Information About Parents Declining Vitamin K Shots?

I want to understand more about why families decline a vitamin K shot. I know how difficult it is to talk about losing a child and how hard it can be to process this kind of grief. Words can’t express how sorry I am for your loss. ProPublica’s goal is to give the public the best, most trustworthy information. If you have a story to share, I hope you will reach out to me when you’re ready.

Duaa Eldeib

Send me your tips, stories and documents. Reach me by email or securely on Signal at 312-730-4797. I take the protection of my sources extremely seriously.


The post A Popular Doctor Had Long Warned That Vitamin K Shots Are Risky for Newborns. Now He’s Changed His Tune. appeared first on ProPublica.

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Benzina sotto 1,90 euro, diesel in calo: petrolio in discesa con spiragli Usa-Iran

La rete di distribuzione dei carburanti registra un nuovo calo dei prezzi di benzina e diesel. Il ribasso è legato all'andamento favorevole delle quotazioni dei prodotti raffinati, in particolare del gasolio, e del petrolio: i due indici di riferimento, Brent e Wti, si mantengono ampiamente sotto i 90 dollari al barile, anche grazie alle speranze di un accordo tra Iran e Usa alimentate dal presidente statunitense Donald Trump.Nel dettaglio, secondo le rilevazioni di Staffetta Quotidiana, nella mattinata del 12 giugno il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,899 euro al litro per la benzina (-5 millesimi rispetto a ieri) e 2,007 euro per il gasolio (-5). Sulla rete autostradale, la verde al fai-da-te si attesta a 1,994 euro (-4), mentre il diesel arriva a 2,087 euro.La testata specializzata segnala inoltre la decisione di IP di ridurre di 2 centesimi i prezzi consigliati di benzina e diesel, mentre Q8 ha applicato un taglio di 4 centesimi sul gasolio. Modalità di vendita e marchi Per quanto riguarda le diverse modalità di vendita, le medie dei prezzi praticati elaborate da Staffetta sulla base dei dati comunicati dai gestori all'Osservatorio del Mimit indicano la benzina self service a 1,906 euro al litro (compagnie 1,905; pompe bianche 1,908) e il gasolio a 2,015 euro al litro (2,020; 2,004). Al servito, la verde si posiziona a 2,045 euro al litro (2,081; 1,978), mentre il diesel raggiunge 2,155 euro al litro (2,198; 2,074). Completano il quadro il Gpl a 0,793 euro al litro, il metano a 1,563 euro/kg e il Gnl a 1,459 euro/kg.Lo spaccato dei principali marchi mostra Eni a 1,896 euro sulla benzina self service (2,106 al servito) e 2,024 euro sul gasolio (2,236). IP si posiziona a 1,915 euro (2,085) e 2,022 euro (2,192), Q8 a 1,904 euro (2,078) e 2,015 euro (2,187), mentre Tamoil registra 1,897 euro (1,979) e 2,002 euro (2,088).
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INTERPOL Operation Takes Down Sniper Dz Phishing Platform, Arrests Administrator

An INTERPOL-led operation last month resulted in the disruption of Sniper Dz, a decade-long phishing-as-a-service (PhaaS) platform, Group-IB said Thursday. The effort, codenamed Operation Ramz, took place between October 2025 and February 2026, and saw authorities from 13 countries in the Middle East and North Africa (MENA) region making 201 arrests. Included among them was Guedz, the primary

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With Central Asia rising, John Lee’s visit was well timed

In their 2022 book Sinostan, Raffaello Pantucci and Alexandros Petersen saw Central Asia as China’s “inadvertent empire”. If that is true – and the five-country region embracing Kazakhstan, Uzbekistan, Kyrgyzstan, Turkmenistan and Tajikistan (informally called the C5) certainly sits at the heart of China’s Belt and Road Initiative – then Beijing could not have chosen a less noticed corner of the world atlas. Unnoticed, perhaps, by almost everyone except Halford Mackinder, who in 1904 described...

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In the age of AI sovereignty anxiety, could China be a safe bet for middle powers?

EU tech sovereignty may prove an “illusion” in an AI world dominated by China and the US, a Chinese expert has argued, urging Beijing to seize the opportunity during Donald Trump’s second term to make its products indispensable to middle powers. The past few weeks have seen a number of efforts by middle powers to try to control their AI technology stacks. Last week, the European Union rolled out its Technological Sovereignty Package in a bid to make the bloc “a global leader” in artificial...

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Le attività del Laboratorio Stampa di Piani e Progetti per la città e il territorio

Le attività del Laboratorio Stampa di Piani e Progetti per la città e il territorio

Il Laboratorio Stampa di Piani e Progetti per la città e il territorio è un punto di riferimento all’interno del Polo di Prato dell’Università di Firenze che dà la possibilità di avere i propri elaborati e documenti stampati a prezzi convenzionati. Il laboratorio è aperto a tutti gli studenti, docenti e ricercatori dell'Università di Firenze e in particolare ai corsi di laurea che hanno sede presso il Polo di Prato.

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Le attività del Laboratorio Stampa di Piani e Progetti per la città e il territorio

Le attività del Laboratorio Stampa di Piani e Progetti per la città e il territorio

Il Laboratorio Stampa di Piani e Progetti per la città e il territorio è un punto di riferimento all’interno del Polo di Prato dell’Università di Firenze che dà la possibilità di avere i propri elaborati e documenti stampati a prezzi convenzionati. Il laboratorio è aperto a tutti gli studenti, docenti e ricercatori dell'Università di Firenze e in particolare ai corsi di laurea che hanno sede presso il Polo di Prato.

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Windows bowls a BSOD at sports fans

BORK!BORK!BORK! Windows swings for a six but smacks the stumps instead as the baleful glow of a Blue Screen of Death (BSOD) adorns Worcestershire County Cricket Club. We were worried that, with recent editions of Windows, the traditional white monospaced text on a blue background of a BSOD was becoming a thing of the past. Thankfully, Worcestershire County Cricket Club, founded in 1865, is keeping the old ways alive with a BSOD to bring a tear to many a system administrator's eye. Spotted by Register reader Rhodri Howell, Windows has been felled by a DRIVER_POWER_STATE_FAILURE, probably due to a bit of hardware not waking up when Windows asked it to, or the driver experiencing an unexpected teatime. The screens on top of the club's sign are usually there to beam messages at attendees, but in this case, it looks like at least one is a bit poorly, which might have contributed to Windows throwing in the towel or, to use cricket terminology, conceding. For the uninitiated, cricket is a team sport in which a ball is thrown at an individual called a "batter'" who defends several sticks in the ground called a "wicket." The sport is notable for a variant called a "test," which can last for several days, involve multiple games, and still end up in a draw. Windows, on the other hand, is an operating system more than capable of knocking an administrator for six and lobbing the odd googly or two at the unwary. The word "test" is also something that doesn't seem to trouble Microsoft so much these days, at least if what the company has delivered in recent months is anything to go by. No amount of shin pads or even the toughest of boxes is sufficient to ward off an eyewatering Windows update. Microsoft's current CEO, Satya Nadella, is a fan of the sport, and so the sight of Windows disgracing itself above Worcestershire County Cricket Club's signage (and the three black pears of the county's emblem) is doubly distressing. As the saying goes: "It's just not cricket." ®

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Monopattini, ancora una vittima: quasi 100 morti in meno di sei anni

Ancora una vittima su monopattino elettrico, mentre il bilancio continua a crescere: in meno di sei anni i morti sulle strade italiane hanno ormai sfiorato quota 100.L'ultimo episodio arriva da Milano, dove nella notte un 18enne, "passeggero" del mezzo guidato da un amico (comportamento non ammesso), ha perso la vita dopo lo scontro con un'auto: stando alle prime ricostruzioni, i due viaggiavano senza casco e non avrebbero dato la precedenza al veicolo.Un caso che si inserisce in una tendenza sempre più evidente, con numeri in aumento e un fenomeno che fatica a essere contenuto nonostante nuove regole e obblighi introdotti di recente.  Strage senza fine Secondo l'Osservatorio Asaps (Amici Polstrada), c'è un'escalation di morti su monopattino elettrico: uno nel 2020, poi 9 nel 2021, quindi 16 nel 2022, per salire a 21 nel 2023 e a 23 nel 2024. Infine, 21 nel 2025 e 6 nel 2026 (si tenga presente che il numero di sinistri decolla con la bella stagione). Per un totale di 97 decessi in meno di sei anni. Inoltre, c'è un numero enorme di feriti lievi e gravi che sfugge a ogni statistica. Regole giuste, ma Per arginare il fenomeno, il ministero delle Infrastrutture ha di recente introdotto varie novità: in particolare, l'uso della targa per i monopattini (l'assicurazione sarà obbligatoria dal 17 luglio). Esiste poi l'obbligo delle luci in condizioni notturne, e quello di viaggiare da soli e col casco conforme alle norme UNI EN 1078 o UNI EN 1080; vietato inoltre marciare sul marciapiede e contromano. Diversi osservatori fanno tuttavia notare che sarebbe opportuna una maggiore opera di prevenzione sul campo, sia a Milano sia in altre città.
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La Pirelli resta fornitore unico della F1 fino al 2028

La Pirelli resterà in Formula 1 almeno fino alla fine del 2028. La FIA ha infatti esercitato l'opzione di estensione prevista nell'accordo firmato nel 2023, prorogando di un ulteriore anno il ruolo di fornitore unico di pneumatici e Global Tyre Partner del Mondiale.Il contratto già in essere copriva infatti il triennio 2025-2027. Con questa decisione, la presenza della Pirelli nella massima serie viene allungata fino al termine della stagione 2028, garantendo continuità tecnica non solo alla Formula 1, ma anche alle principali categorie di supporto.Una presenza a tutto tondoL'estensione riguarda anche le categorie propedeutiche al circus, quindi Formula 2, Formula 3 e F1 Academy, campionati nei quali la Pirelli continuerà a essere fornitore esclusivo. Un aspetto non secondario, perché conferma la volontà di mantenere una linea tecnica comune lungo buona parte della filiera che accompagna i piloti verso la Formula 1.Per la FIA, la proroga rappresenta soprattutto un elemento di stabilità. Il presidente Mohammed Ben Sulayem ha sottolineato il ruolo di Pirelli come partner di lungo periodo del Mondiale, evidenziando gli standard raggiunti in termini di prestazione, innovazione e sicurezza.Una fase tecnica delicataLa conferma arriva in un momento importante per il campionato, che sta attraversando una nuova fase di evoluzione regolamentare. Stefano Domenicali, presidente e amministratore delegato della Formula 1, ha ricordato il contributo tecnico di Pirelli negli ultimi anni, sottolineando come la qualità del lavoro del fornitore italiano rappresenti un punto di riferimento per team e categorie servite.Il rinnovo evita dunque discontinuità in un'area tecnica particolarmente sensibile. Le gomme, nella Formula 1 moderna, non sono soltanto un componente prestazionale: incidono sulla gestione della gara, sulle strategie, sul comportamento delle monoposto e sul tipo di spettacolo che il campionato vuole offrire in pista.Il laboratorio della Formula 1Per la Pirelli, la Formula 1 resta anche un banco di prova tecnologico. Marco Tronchetti Provera, vicepresidente esecutivo dell'azienda, ha ribadito come il Mondiale rappresenti un laboratorio per sperimentare soluzioni avanzate, affinare i processi di ricerca e sviluppo e trasferire competenze anche verso gli pneumatici stradali del futuro.Il manager ha inoltre ricordato il superamento del traguardo dei 500 Gran Premi, raggiunto lo scorso anno, e il ruolo assunto da Pirelli non soltanto come fornitore, ma come partner strategico della crescita del campionato.Una storia iniziata nel 1950Pirelli è fornitore esclusivo della Formula 1 dal 2011, ma la sua presenza nel Mondiale risale alla gara inaugurale del 1950. In oltre 75 anni di storia, l'azienda ha accompagnato diverse generazioni di monoposto, adattandosi ai cambiamenti tecnici e sportivi della categoria.Con l'estensione al 2028, il legame tra Pirelli e Formula 1 proseguirà quindi per un'altra stagione, confermando una continuità industriale e sportiva ormai centrale nell'architettura del campionato.
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900 km, ricarica Flash in 10 minuti, 700 CV: Seal 08, l'ammiraglia BYD dai numeri record

La BYD Seal 08 è la nuova ammiraglia del costruttore cinese, una berlina lunga quasi 5,2 metri disponibile con motorizzazioni elettriche e ibride plug-in. In Cina sono stati aperti i pre-ordini del modello: come spesso accade sul mercato locale, i prezzi ufficiali non sono ancora stati comunicati e le prenotazioni vengono raccolte al buio, anche per misurare l'interesse del pubblico. Secondo alcune indiscrezioni, il listino potrebbe partire da circa 250.000 yuan, pari a poco più di 31.900 euro. Sterza anche dietro La Seal 08 misura 5.150 mm di lunghezza, 1.999 di larghezza e 1.505 di altezza, con un passo di 3.030 mm: dimensioni che la collocano nel segmento delle berline di grande taglia. Il design segue il linguaggio Ocean Aesthetics 2.0, con linee fluide e richiami alle onde del mare, visibili sia all'esterno sia nell'abitacolo. Tra gli elementi tecnici spicca l'asse posteriore sterzante, pensato per migliorare stabilità alle alte velocità e agilità in manovra.A bordo l'impostazione è in linea con gli altri modelli della gamma: piccolo display per la strumentazione, grande schermo centrale per l'infotainment e pochi comandi fisici, concentrati su volante e console centrale. Due motorizzazioni La versione elettrica è proposta con configurazioni single e dual motor, con potenze fino a circa 510 kW (693 CV) e uno scatto da 0 a 100 km/h in circa 3,3 secondi. La batteria Blade di seconda generazione consente un'autonomia dichiarata fino a circa 900 chilometri nel ciclo cinese e supporta la ricarica Flash, capace di portare la batteria dal 10 al 97% in meno di dieci minuti.La versione plug-in adotta il sistema ibrido DM-i, con un 1.5 da 156 CV abbinato a un motore elettrico da 200 kW. La batteria LFP da 45 kWh permette un'autonomia in modalità elettrica fino a circa 400 chilometri. In gamma è attesa anche la più potente versione DM-p, con due unità elettriche e una potenza complessiva nell'ordine dei 400 kW (544 CV).
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Prima smart road Italia: Napoli guida il futuro della mobilità

Prima smart road Italia

La tangenziale di Napoli è ufficialmente la prima smart road Italia. L'infrastruttura ha ricevuto la certificazione dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), affermandosi come un modello pionieristico per l'intero Paese.

Il concetto è semplice ma rivoluzionario: una strada che non è più solo asfalto, ma un'entità intelligente che dialoga con i veicoli per migliorare sicurezza ed efficienza. Questa non è fantascienza, ma una trasformazione concreta già in atto. Grazie a una rete avanzata di sensori, telecamere e sistemi di comunicazione, la tangenziale partenopea diventa un laboratorio a cielo aperto per la mobilità del futuro. Vediamo nel dettaglio come funziona e quali vantaggi porta agli automobilisti.

Cos'è esattamente una smart road?

Una smart road è un'infrastruttura capace di "parlare" con i veicoli che la percorrono. Supera il suo ruolo passivo per diventare un sistema attivo che raccoglie, elabora e condivide dati in tempo reale. Possiamo immaginarla come un grande sistema nervoso digitale che monitora costantemente il traffico e le condizioni ambientali. La normativa definisce una strada intelligente attraverso tre aree di intervento principali.

Monitoraggio del traffico in tempo reale

Sensori distribuiti lungo il percorso misurano costantemente i flussi di traffico. Questi dati vengono inviati a un centro di controllo che può prevedere la formazione di code, ottimizzare gli accessi e prendere decisioni basate su informazioni precise e aggiornate. Si passa così da una gestione reattiva a un controllo proattivo della viabilità.

Sicurezza e controllo meteo

La sicurezza è una priorità. Centraline meteo e sensori idrogeologici monitorano le condizioni dell'asfalto, rilevando pioggia, nebbia o altri rischi. In caso di potenziale pericolo, come un allagamento, il sistema allerta immediatamente gli operatori, consentendo interventi tempestivi prima che si verifichi un problema.

Comunicazione V2I: il dialogo tra veicolo e strada

Questo è il cuore del progetto. La tecnologia V2I (Vehicle-to-Infrastructure) permette uno scambio di informazioni bidirezionale. La strada invia ai veicoli connessi messaggi su incidenti, cantieri, ostacoli o la velocità consigliata per evitare rallentamenti. Allo stesso tempo, le auto inviano dati al sistema, contribuendo a creare una mappa del traffico estremamente accurata.

Napoli e la prima smart road Italia: un progetto certificato

Il progetto della Tangenziale di Napoli, sviluppato dal Gruppo Autostrade per l’Italia con il supporto tecnologico di Movyon, rappresenta un vero cambio di paradigma. Lungo i suoi 22 km, è in fase di installazione una complessa infrastruttura tecnologica: 217 telecamere intelligenti 15 portali per il rilevamento dei veicoli 8 centraline meteorologiche 40 antenne per la comunicazione V2I Questa dotazione crea un ecosistema cooperativo dove veicoli e strada collaborano per un unico obiettivo: rendere ogni viaggio più fluido e sicuro.

Quali sono i vantaggi concreti per chi guida?

Tale tecnologia si traduce in benefici tangibili per gli automobilisti. Sulla Tangenziale di Napoli sono già attivi servizi che segnalano in tempo reale la presenza di un veicolo fermo dopo una curva o un cantiere improvviso, aumentando la sicurezza percepita.

Inoltre, il sistema può suggerire la velocità ottimale per evitare la creazione di ingorghi. Invece di limitarsi a segnalare una coda già formata, aiuta attivamente a prevenirla. Questo significa meno stress, riduzione dei tempi di percorrenza e una guida più rilassata.

Il futuro è già qui: il test con la guida autonoma

La prova più evidente del potenziale di questa tecnologia è stata una sperimentazione unica in Italia, condotta tra Vomero e Fuorigrotta. Un'auto a guida autonoma ha percorso un tratto di strada adattando la sua velocità non solo tramite i propri sensori, ma grazie alle informazioni ricevute dalla strada.

L'auto del futuro non sarà più un'entità isolata, ma un veicolo perfettamente integrato in un ecosistema comunicante. Quello che sembrava uno scenario da film è oggi un progetto concreto che pone le sue radici proprio in Italia, guidando la rivoluzione della mobilità intelligente.

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Made in Europe, pressing su Bruxelles: cosa chiedono Renault, Stellantis e VW

Si profila l'ennesima spaccatura tra l'industria automobilistica europea e le istituzioni comunitarie. A causarla sono i requisiti sul made in Europe proposti dalla Commissione Ue nell'Industrial Accelerator Act.I costruttori, tramite Acea, hanno già bocciato il dispositivo, quantomeno nella sua forma iniziale, ma nelle ultime settimane stanno emergendo ulteriori perplessità. Dopo  BMW e Toyota, che, pur condividendo gli obiettivi finali, hanno espresso non pochi dubbi, altre aziende hanno preso posizione. il caso di Renault, Stellantis e Volkswagen.I tre gruppi, responsabili del 60% della produzione automobilistica europea, hanno sottoscritto un impegno comune sul made in Europe, inviando un messaggio ai membri del Parlamento (anticipato questa mattina dal Financial Times): sostengono con forza i requisiti di localizzazione europea, ma chiedono regole semplici e chiare e forti incentivi per potenziare la produzione nell'Ue. Serve un quadro realistico Nel messaggio i tre gruppi invitano per l'ennesima volta le istituzioni continentali ad adottare un approccio pragmatico. L'industria automobilistica europea è pienamente impegnata a garantire un futuro solido alla produzione in Europa, ma ciò richiede un quadro realistico, scrivono Renault, Stellantis e Volkswagen, lanciando la prima di tre richieste: il made in Europe deve sostenere la competitività, attrarre investimenti e riconoscere il divario di costi rispetto ai concorrenti globali. Se riusciremo a farlo nel modo giusto, l'Europa potrà rimanere una potenza automobilistica globale. Norme semplici e chiare Poi c'è un appello che non deve sorprendere. La proposta della Commissione europea è stata bocciata perché mancano i cardini fondamentali della semplicità e della chiarezza nell'applicazione delle regole, un errore ormai tipico di qualsiasi provvedimento elaborato a Bruxelles. Ora, i tre costruttori si rivolgono agli eurodeputati proprio per chiedere di intervenire: Un marchio made in Europe' credibile deve essere semplice, raggiungibile e coerente in tutta l'Ue.La semplicità deve riguardare, soprattutto, il requisito del 70%. A loro avviso, una soglia del 70% di contenuto di valore regionale fornisce un parametro di riferimento chiaro e praticabile, che riflette l'intera catena del valore, dalla progettazione alla produzione avanzata, e offre all'industria la chiarezza necessaria per investire.Tuttavia, l'attuale formulazione deve cambiare e i tre costruttori chiedono di creare un quadro volto a garantire che il 70% dei veicoli venduti dalle case automobilistiche in Europa provenga per il 70% dai 27 Paesi dell'Ue. La formula dovrà quindi essere la seguente: 70:70 nell'Ue27. Al contrario, il meccanismo proposto da Bruxelles, per quanto poco chiaro, è sintetizzabile in un'ipotesi del tipo 70:100 nell'Ue27 ("85:100 nell'Ue27" per alcune componenti). La richiesta di incentivi Infine, c'è una richiesta non nuova: Il marchio made in Europe' non dovrebbe limitarsi a compensare i costi, ma incentivare attivamente la localizzazione e il reshoring. Ciò significa un sostegno forte e mirato alle batterie europee, una flessibilità pragmatica - soprattutto per le auto di piccole dimensioni - e politiche che rendano i veicoli elettrici più accessibili, costruendo al contempo una filiera europea resiliente.
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Delos Data offers AI chip startups a fast track to rack scale

COMPUTEX 2026 It’s hard enough for startups to compete with AMD and Nvidia on chip design. The rise of rack-scale architectures has only made things harder. Companies not only have to invest in chip design but also the mechanical, thermal, and power engineering necessary to pack six dozen or more AI accelerators into a single rack that functions as one enormous GPU. At Computex last week, Delos Data, a startup funded by former Intel and Barefoot Networks execs, showed off a modular server platform aimed at giving chip startups a shortcut to rack scale. One of the challenges with the move to rack scale is actually the sheer amount of networking that needs to be enabled at the box. A typical eight GPU HGX node only needs one or two ports per GPU. By comparison, a GB300 NVL72 needs 18 400 Gbps ports per GPU. Nvidia and AMD have developed custom racks with integrated backplanes, power delivery, and cooling. Delos by comparison is keeping things relatively simple by designing a chassis that, at least from the front, looks more like a switch than a GPU server. It features 36 OSFP ports, nine for each of the four OAM sockets at the heart of the system. OAM, if you’re not familiar, is an open socket commonly used by high-performance accelerators requiring more interconnect bandwidth and power delivery than standard PCIe cards can manage. Assuming 200 Gbps SerDes, that works out to 3.6 TB/s per chip of interconnect, the same as Nvidia's new Rubin GPUs. OSFP means that customers can use standard DACs or pluggable transceivers, and switches depending on how large they want their scale-up domain to be. And while OSFP is usually associated with Ethernet, you can run just about anything you want through them, whether it be UALink, Ultra Ethernet, PCIe, or something else. From a deployment standpoint, these systems would be wired up like any other hyperscale system, just a whole lot denser. Delos isn’t the only option out there for chip startups looking for scale up reference design. AWS for example appears to be repurposing Nvidia’s MGX form factor for its Trainium 3 rack systems, while AMD’s Helios rack is now an OCP standard. Both designs would, in theory, be easier to service, but Delos argues that its modular design offers greater flexibility. “It makes it a little bit more flexible in terms of, maybe you want a scale up domain of 100 or maybe you want it a scale up domain of one,” CTO Dan Daly told El Reg. “It just depends on how many cables you want to plug in. This also allows you to go plug into different types of switches… it could be simpler switches, maybe even optical circuit switches (OCS).” Using existing packet switches from Broadcom or Marvell, such a design could support 512-1,024 accelerators in a single layer fabric depending on whether you're using 200 Gbps or 100 Gbps SerDes. Using multi-layer fabrics, OCS, and/or 2D/3D toruses, the compute domain could scale even further, all while using off-the-shelf components. While OSFP keeps things simple and easy, it also means power consumption could become problematic for larger compute domains requiring pluggable optics. In fact, this is why Nvidia has taken so long to embrace optical scale-up. Copper may not have the reach, but it uses a fraction of the power. Delos CEO Ed Doe tells us the company is already exploring versions of the system that will use near package or co-packaged optics out to MPO-style connectors rather than the OSFP. The startup isn't just doing hardware. As anyone who's done large scale networking knows, the physical and logical topologies — that is, the way devices communicate with one another on the network — can look very different depending on the workload. Delos has developed a software orchestration platform designed to facilitate the configuration and monitoring of these switched fabrics or meshes in order to enable dynamic rerouting of traffic in the event of a link failure. At Computex, this software platform, which Delos has dubbed its Nonstop AI network, was on display, allowing attendees to pull links at random and see the network react and correct itself automatically. The company's ambitions don't stop at network orchestration and systems. We're told Delos has additional products in the works, and we don't know for sure what they are, but a high radix switch design built atop merchant silicon would certainly complement its Nonstop AI systems. ®

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QRAM e qubit: la Cina sblocca il futuro del calcolo quantistico

QRAM e qubit

La rivoluzione nel campo del calcolo quantistico sta accelerando grazie a QRAM e qubit, un'importante scoperta proveniente dalla Cina. Un team di scienziati ha sviluppato un componente chiave che promette di abbattere una delle barriere più complesse che hanno finora limitato questa tecnologia.

Questa innovazione potrebbe finalmente liberare l'incredibile potenza dei computer del futuro. Ma di cosa si tratta esattamente e perché è una notizia così rilevante?

Il grande ostacolo: perché i computer quantistici erano bloccati?

Immaginiamo di possedere la macchina più veloce del mondo, ma di poterla usare solo su un tipo di strada che non è ancora stata costruita. Per anni, questa è stata la situazione del calcolo quantistico. Sebbene la loro capacità di elaborazione sia teoricamente sbalorditiva, un enorme collo di bottiglia ne ha sempre limitato l'applicazione pratica. Il problema risiede nella differenza fondamentale tra i computer classici e quelli quantistici.

I nostri dispositivi quotidiani lavorano con i bit, che possono avere solo due valori: 0 o 1. Al contrario, i computer quantistici usano i qubit. Grazie al principio della sovrapposizione, un qubit può essere 0, 1 o entrambi i valori contemporaneamente. Questa proprietà permette di processare una quantità di dati esponenzialmente maggiore. Il punto critico? Tutta la nostra informazione digitale, dai big data alle foto, è scritta in codice binario. I processori quantistici non potevano leggere direttamente questi dati. Era necessaria una conversione lenta e complessa, che finiva per annullare il vantaggio di velocità del calcolo quantistico.

QRAM e qubit: cos'è e come funziona

Qui entra in gioco la scoperta dei ricercatori della Zhejiang University. Il team ha costruito la prima memoria ad accesso casuale quantistica, o QRAM, perfettamente integrata in un processore quantistico superconduttore. Possiamo immaginarla come un traduttore universale e istantaneo. Questo dispositivo agisce come un ponte: prende i dati classici in formato binario e li "traduce" in un linguaggio che i qubit possono comprendere e processare immediatamente.

Un passo concreto verso il futuro

Non si tratta di un'ipotesi teorica. I test hanno fornito risultati straordinari, dimostrando il potenziale del sistema QRAM qubit sviluppato in Cina. Il componente è riuscito a gestire pacchetti di dati da 4 e 8 bit, mettendoli in stato di sovrapposizione e processando più input contemporaneamente. Questo successo abbatte la barriera che separava la potenza del calcolo quantistico dalle sue applicazioni nel mondo reale.

Quali sono le applicazioni pratiche?

Le ricadute di questa tecnologia saranno enormi e toccheranno settori chiave della nostra vita e dell'economia. L'impatto potrebbe essere profondo e trasformativo in campi come:

  • Analisi dei big data: La capacità di analizzare moli di dati oggi inimmaginabili, scoprendo schemi e correlazioni invisibili ai sistemi attuali.
  • Intelligenza artificiale: Lo sviluppo di modelli di IA molto più complessi e potenti, capaci di risolvere problemi che oggi consideriamo irrisolvibili.
  • Ricerca farmaceutica: Forse l'ambito più affascinante. Si potrebbero simulare milioni di interazioni molecolari in pochi istanti per scoprire nuove cure o sviluppare farmaci personalizzati.

Operazioni che oggi richiedono anni potrebbero essere completate in un lampo.

Un futuro sempre più vicino

La creazione della prima QRAM funzionante non è solo un avanzamento tecnico. È la chiave che potrebbe finalmente aprire le porte del calcolo quantistico al mondo, trasformando una promessa futuristica in uno strumento concreto. Il futuro, un tempo relegato alla fantascienza, sta bussando sempre più forte alla nostra porta. E, a quanto pare, parla il linguaggio dei qubit.

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China investigates 3 more officials over deadly Hunan fireworks factory blast

A series of emergency management and local government officials in central China’s Hunan province have come under investigation following a catastrophic fireworks factory explosion that killed 37 people last month. The provincial discipline inspection commission announced on Thursday that three senior figures within the emergency management system were under investigation for “serious violations of discipline and law”. The officials are Lei Min, deputy director of the safety production emergency...

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China investigates 3 more officials over deadly Hunan fireworks factory blast

A series of emergency management and local government officials in central China’s Hunan province have come under investigation following a catastrophic fireworks factory explosion that killed 37 people last month. The provincial discipline inspection commission announced on Thursday that three senior figures within the emergency management system were under investigation for “serious violations of discipline and law”. The officials are Lei Min, deputy director of the safety production emergency...

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Svolta nella guerra all’Iran o ennesimo bluff? Trump annuncia ennesimo accordo

 

Secondo quanto rivelato da Axios, quattro aerei da trasporto C-17 dell'Aeronautica militare statunitense sono decollati giovedì alla volta dell'Europa. I velivoli trasportano attrezzature logistiche per un imminente viaggio del Vicepresidente JD Vance a Ginevra, finalizzato alla firma di un clamoroso accordo tra Stati Uniti e Iran.

Citando fonti a conoscenza dei preparativi, il sito web ha confermato che i voli militari sono legati a una potenziale cerimonia ufficiale che potrebbe avere luogo già nei prossimi giorni, qualora gli sforzi diplomatici per finalizzare l'intesa andassero a buon fine. Le manovre logistiche hanno subìto un'accelerazione dopo che il Presidente Donald Trump ha dichiarato che Washington e Teheran hanno raggiunto un "ottimo accordo", ipotizzando la firma già entro questo fine settimana.

In base alle indiscrezioni, il memorandum d'intesa proposto estenderebbe l'attuale cessate il fuoco per 60 giorni, avviando parallelamente i negoziati per un trattato più ampio sul programma nucleare iraniano. La bozza dell'intesa prevede l'immediata riapertura dello Stretto di Hormuz senza tariffe di transito, con l'obiettivo di ripristinare i normali volumi di traffico marittimo entro 30 giorni.

In cambio, l'Iran si impegnerebbe a non perseguire lo sviluppo di armi nucleari e a risolvere le criticità legate alle sue scorte di uranio arricchito. Qualsiasi passo concreto successivo verrebbe comunque demandato a un accordo separato e più dettagliato. Il piano, inoltre, includerebbe un allentamento graduale delle sanzioni economiche contro Teheran subordinato al rispetto degli impegni, comprese alcune deroghe temporanee per consentire la ripresa delle esportazioni di petrolio.

L'accordo preliminare sarebbe stato raggiunto mercoledì sera a seguito dei colloqui tra il mediatore del Qatar, Ali Al-Thawadi, e il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Ai negoziati hanno preso parte attiva anche gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner (genero del Presidente).

Sebbene Axios specifichi che l'intesa è ancora in attesa del via libera definitivo da parte della massima leadership di Teheran – con il Ministero degli Esteri iraniano che frena, spiegando che una decisione finale non è ancora stata presa –, la macchina diplomatica è ormai avviata. Se siglato, il trattato prenderà il nome di "Accordo di Islamabad", a testimonianza degli sforzi di mediazione congiunti di Qatar e Pakistan. Nelle stesse ore, Trump ha voluto elogiare pubblicamente la Turchia per il contributo strategico, definendo il Presidente Recep Tayyip Erdogan "fantastico" per il ruolo di facilitatore svolto nella trattativa.

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Spese militari e tagli al welfare: la verità dietro i 37 miliardi per il riarmo italiano

 

"Il Governo Meloni continua ad accusare i burocrati di Bruxelles che, al contrario dei governi nazionali, non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni e forse per questo hanno perso il contatto con la realtà”.

Sono le parole pronunciate dalla Premier Giorgia Meloni durante il suo intervento alla Camera. Soffermiamoci, in particolare, sul tema della difesa: l'Esecutivo italiano ribadisce di aver rispettato gli impegni assunti in sede NATO, parlando di un "2,8% del PIL investito in difesa e sicurezza".

Mentre è ancora in corso il dibattito sulla possibilità di accedere ai prestiti europei del programma SAFE, è bene ricordare che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) parla esplicitamente di economie europee in crisi. Per sostenere le spese del riarmo, gli Stati dovranno tagliare risorse al welfare, in particolare alla sanità e all'istruzione. Quando si è ormai raschiato il fondo del barile, si cerca riparo in tagli mascherati, nel tentativo di non trasmettere un messaggio scomodo alla cittadinanza: l'economia di guerra disinveste nel sociale, nelle pensioni e nelle dinamiche salariali. Ciò appare ancor più evidente oggi, in una fase di tassi di crescita economica assai modesti e dopo che sono state fatte fin troppe concessioni alle parti datoriali.

Le dichiarazioni della Meloni certificano che l'Italia ha aumentato le spese militari (lasciando ai fanatici delle statistiche il dibattito su quanto sia stata superata la fatidica soglia del 2% del PIL).

Intanto, il vero dato politico resta un altro. Se il Documento di Programmazione Finanziaria e di Bilancio (DPFB) dello scorso autunno parlava di un aumento graduale della spesa per una cifra complessiva di circa 23 miliardi aggiuntivi in tre anni, la realtà descritta dai fatti parla chiaro: in questo stesso lasso di tempo sono stati approvati ben 78 programmi di riarmo, riguardanti tutti i settori delle Forze Armate, per una spesa complessiva di circa 37 miliardi di euro.

Sono proprio questi i numeri sui quali è necessario focalizzare la nostra attenzione.

 
 

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L'ambasciatore russo critica il Quirinale: il retroscena sullo scontro con Mattarella e i trent'anni di tensioni NATO

 

L’ambasciatore russo ha recentemente criticato la narrazione proveniente dagli “alti colli” (ovvero dal Quirinale) che attribuisce alla Russia l’intera responsabilità per l’inizio e il perdurare della guerra in Ucraina.

Naturalmente, l’ambasciatore ha i suoi motivi per esprimere questo giudizio. Basta riesaminare fatti peraltro ben noti, che tuttavia è utile ricordare.

Alla fine della Guerra Fredda, i presidenti statunitensi Reagan e Bush, insieme al Segretario di Stato Baker, assicurarono all’ingenuo Gorbaciov che la NATO non sarebbe avanzata "di un centimetro verso Est". Gorbaciov – le cui responsabilità storiche meriterebbero un’analisi approfondita a parte – si fidò. Concordò l’annessione di fatto della Repubblica Democratica Tedesca (DDR) alla Germania Occidentale, nonostante un referendum popolare nella DDR, tenutosi ben dopo lo smantellamento concordato del Muro, avesse espresso con il 75% dei voti la volontà dei cittadini orientali di mantenere l’indipendenza. Sciolse poi il Patto di Varsavia, nella convinzione che si sarebbe sciolta anche la NATO e che la Germania riunificata sarebbe rimasta neutrale.

In due libri – l’uno dell’ultimo ministro della DDR, Modrow, e l’altro del consigliere di Gorbaciov, Puskov, entrambi ex "gorbacioviani" della prima ora – la politica arrendevole dell’ultimo leader dell’URSS viene apertamente accusata di “irresponsabilità politica”.

Le potenze della NATO hanno approfittato di queste circostanze prima per penetrare nell’economia russa tramite il loro uomo di fiducia, Eltsin, e poi per far avanzare in modo spettacolare i confini dell’Alleanza verso Est, fino a inglobare ex repubbliche sovietiche come i Paesi Baltici. Di fatto, la Russia è stata posta sotto assedio, in attesa di una sua successiva disgregazione. Il giornalista e corrispondente da Mosca Marc Innaro, per aver sottolineato che bastava consultare una carta geografica per verificare questi fatti, è stato rimosso dalla RAI.

Uno degli episodi chiave dell’avanzata della NATO verso Est è stata la guerra d’aggressione del 1999 contro quanto rimaneva della ex Jugoslavia, alleata storica della Russia, che vide la partecipazione diretta del governo italiano guidato da D’Alema. All’epoca, l’attuale presidente Mattarella era Vicepresidente del Consiglio, ma forse non lo ricorda.

Il mutato atteggiamento – decisamente più fermo – del governo russo guidato da Putin, così come quello della diplomazia cinese e dell’Iran (specie dopo che Trump ha stracciato unilateralmente gli accordi sottoscritti dall’ala “riformista” iraniana e dall’amministrazione USA), è strettamente legato a questi avvenimenti.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, conducendo alla guerra aperta, è stata il cambio di regime del 2014 in Ucraina – paese fino ad allora neutrale –, orchestrato dai servizi statunitensi con la regia della nota neocon Victoria Nuland (allora vicesegretaria di Stato) e la complicità di gruppi ultranazionalisti ucraini.

La Russia ha cercato di trattare sottoscrivendo gli accordi di Minsk, con la mediazione della cancelliera Merkel e del presidente francese Hollande. Tuttavia, tali accordi non sono mai stati rispettati. Le regioni dell’Est che non avevano riconosciuto il cambio di governo a Kiev sono state bombardate e attaccate, causando migliaia di morti. In seguito, Merkel e Hollande hanno cinicamente ammesso che quegli accordi erano serviti solo come copertura per consentire il riarmo dell’Ucraina in funzione antirussa. Gli ultimi tentativi di Mosca di raggiungere un accordo sulla sicurezza reciproca alla fine del 2021 sono stati respinti con fermezza dalla NATO; successivamente, a Istanbul nel 2022, il primo ministro britannico Johnson è intervenuto per impedire che Russia e Ucraina raggiungessero un’intesa rapida subito dopo l’inizio del conflitto.

Ora i fautori della linea dura in Europa – dopo aver sostenuto all’inizio del 2022 che i russi combattevano con i chip rubati alle lavatrici e avrebbero ceduto in poche settimane – tentano di prolungare indefinitamente la guerra, che non sta andando bene per il governo di Kiev, rifornendo l’Ucraina di armi, munizioni, finanziamenti, intelligence e logistica.

Questo sfortunato Paese, che senza l’aiuto della NATO sarebbe ormai uno Stato fallito, ha subito un calo demografico impressionante (passando da 52 a circa 38 milioni di abitanti a causa delle fughe all’estero) e perdite enormi sui fronti bellici. Per giustificare la prosecuzione degli aiuti, i membri europei della NATO, complice il parziale disimpegno finanziario degli USA, sottolineano che la “grande Russia” si trova in stallo contro la “piccola Ucraina”. In realtà, lo scontro non è tra Russia e Ucraina, ma tra la Russia e i Paesi europei della NATO.

I droni e i missili usati dall’esercito ucraino provengono in gran parte dall’Europa – inclusa l’Italia, che contribuisce attraverso la produzione di quattro fabbriche nel Nord – e persino dal Canada. Inoltre, le Big Tech statunitensi sono intervenute direttamente nel conflitto: gli obiettivi da colpire in Russia o nel Donbass vengono individuati tramite il sistema satellitare Starlink di SpaceX (Elon Musk), mentre la nota azienda di intelligenza artificiale militare Palantir fornisce sistemi Skykit per il tracciamento dei bersagli. Persino la principale banca dell’Ucraina è oggi gestita da Amazon.

Le stesse Big Tech USA, peraltro, sono coinvolte nelle operazioni a Gaza per l’individuazione dei bersagli. L’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, contestato per queste attività che hanno causato decine di migliaia di vittime civili, ha risposto che si trattava per la maggior parte di terroristi.

Nonostante il flusso continuo di aiuti da parte dei Paesi NATO e delle Big Tech, la situazione sul campo resta estremamente complessa e lontana dagli obiettivi prefissati, sia a Kiev che a Tel Aviv. Non resta che attendere gli sviluppi degli eventi.

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La Corea del Nord verso la stabilità costituzionale

L’annuncio dell’ultima revisione alla Costituzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea, deliberato il 22-23 marzo 2026 dalla prima sessione della quindicesima Assemblea Popolare Suprema e un mese dopo la conclusione del IX Congresso del Partito del Lavoro (19-25 febbraio 2026), ha rapidamente generato le più varie reazioni sulla stampa.

Appare tuttavia opportuno, in questa fase, contestualizzare innanzitutto la revisione nell’ambito del percorso costituzionale nordcoreano nel suo complesso1, tenendo ben presente le sue peculiarità. È bene ricordare come il costituzionalismo della DPRK svolga un ruolo diverso da quello occidentale: qui, la Costituzione non svolga un ruolo prescrittivo, disponendo cambiamenti sostanziali nella governance politica e ordinamentale, quanto piuttosto un ruolo descrittivo. L’evoluzione costituzionale è la tela su cui il regime registra le variazioni e le modifiche intercorrono, nel corso degli anni, nel suo assetto di potere e nei punti cardine della sua ideologia politica. Inoltre, come anche nel caso cinese, quello nordcoreano è un sistema in cui la convergenza delle fonti scritte compone un quadro costituzionale non scritto e più ampio, una Costituzione vivente che cambia e si evolve in maniera assai più fluida di quanto non siamo abituati a ritenere in Occidente2.

Nel caso del 2026, tra i principali punti di interesse, mi concentrerò soprattutto su uno, passato quasi del tutto inosservato in letteratura.

Fino ad ora, il nome ufficiale della Legge fondamentale nordcoreana era Costituzione Socialista della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 사회주의헌법), nome ufficialmente adottato con la sua entrata in vigore nel 1972. Con la revisione del marzo 2026, il termine viene espunto dal nome ufficiale dell’atto, che ora si chiama semplicemente Costituzione della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 헌법). Similmente, l’art. 1, che fino ad ora aveva definito lo Stato come uno “Stato socialista indipendente”, ha rimosso il riferimento al socialismo, limitandosi ad affermare che “Il nome del nostro Paese è Repubblica Popolare Democratica di Corea”3.

A prima vista, potrebbe sembrare la semplice espunzione di una ridondanza, visto che il termine socialista compare comunque altrove nel testo della Carta, a partire dal preambolo. Non si tratta, invece, di una mera modifica stilistica, quanto piuttosto di una tendenza ben precisa che deve essere analizzata fin dalla sua origine, ormai decenni fa, in concomitanza con la caduta dell’Unione Sovietica.

Alla revisione costituzionale del 1992, la prima dopo venti anni di vigenza della Carta del 1972, seguiranno molte altre revisioni che individuano una tendenza, che spesso passa inosservata, e che avevo già avuto modo di definire come “processo di de-occidentalizzazione”4. Da un contesto giuridico tipicamente marxista-leninista, attuato dal 1948 su forte spinta sovietica, la DPRK comincia ad avvertire la necessità di plasmare il proprio ordinamento ricorrendo a narrative proprie, non mutuate dall’esterno, fossero anche quelle socialiste – socialismo che, è bene ricordare, è pure considerato un prodotto occidentale dagli osservatori coreani.
Uno dei passaggi più rilevanti è l’introduzione in Costituzione, nel 1972, dell’onnipresente principio del juche (주체), l’idea-guida fondamentale del Paese, che informa a sua immagine tutte le istituzioni a partire dallo Stato, dal Partito e dalle Forze Armate, un termine intraducibile che indica un’idea di auto-sufficienza, di bastare a sé stessi e appropriarsi del proprio destino5, sempre da una prospettiva collettivistica di corpo sociale unitario. Inizialmente, il juche viene costituzionalmente definito come “un’interpretazione creativa del marxismo-leninismo”6, riconducendolo quindi in maniera forzata all’ortodossia comunista, pur mostrando caratteri nazionali che, già in tempi non sospetti, Scalapino e Lee definivano come “antitesi del marxismo”7. Con il passare degli anni, la definizione cambia, diventando, due decenni dopo, “una visione del mondo incentrata sul popolo e sull’ideologia rivoluzionaria per raggiungere l’indipendenza delle masse popolari”8, quindi senza più alcun riferimento al marxismo. Il collettivismo confuciano inizia a farsi strada nel sentire politico del regime, e viene incorporato nel juche9, rispetto alle interpretazioni iniziali che psi muovevano ancora nell’ambito di una cornice concettuale socialista. Nel 2019, la Repubblica “è guidata nella sua costruzione e nelle sue attività solo dal grande Kimilsungismo-Kimjongilismo”10, formulazione tuttora in uso, facendo assorbire il juche dal pensiero del leader che si fa fonte di diritto.

Ma l’evoluzione dei principi costituzionali dello Stato è solo uno dei percorsi che convergono verso la de-occidentalizzazione dell’ordinamento. Parallelamente, negli ultimi tre decenni assistiamo al progressivo abbandono dei riferimenti al marxismo-leninismo in particolare e al comunismo in generale, che già dal 2009 non troveranno più alcuna menzione in Costituzione. Anche nelle pubblicazioni ufficiali del Partito stesso, il marxismo viene piuttosto considerato come una tappa di transizione, da contestualizzarsi in un periodo storico ormai concluso. Si tratta di una riscoperta ideologica profonda, già preannunciata da Kim Il-sung e soprattutto da Kim Jong-il nel loro rifiuto del dogmatismo11.

La revisione costituzionale del 2026 è da contestualizzarsi in questo preciso percorso politico-culturale, perché è solo all’interno di questa traiettoria che acquista un senso compiuto. La rimozione del termine “socialista” dal titolo della Costituzione e dal primo articolo – termine che rimane comunque in altre parti della Carta, a differenza del riferimento al comunismo ormai del tutto superato – è infatti indice di un ulteriore passaggio nel percorso mediante il quale il regime di Pyongyang afferma la propria autosufficienza non solo politica ma anche ideologica e culturale, non avvertendo più la necessità di fondare il proprio orizzonte di senso collettivo in ideali maturali altrove. Se nei primi anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, si avvertita ancora l’esigenza di conciliare principi che si avviavamo a prendere strade anche molto diverse, negli ultimi anni il cambio di passo si rende sempre più esplicito, cominciando a riguardare la stessa idea di socialismo.

L’idea di un “socialismo nel nostro stile” 12(우리식 사회주의), elaborata nei primi anni Novanta da Kim Jong-il13, rispecchia in parte il “socialismo con caratteristiche cinesi” (中国特色社会主义), ma si spinge oltre: il regime di Pyongyang, al contrario, lo reinventa completamente fino a superarlo, ricordandolo come un passaggio rilevante ma ormai rilegato al passato, e cercando in tal modo una nuova via per il futuro: l’emancipazione, quindi, viene per esempio realizzata andando a recuperare narrative ancestrali, e abbandonando orami del tutto il modello che aveva ispirato, inizialmente, la fondazione dello Stato. La successione dinastica, il recupero dell’idea confuciana della famiglia-nazione e il ritorno velato del mandato del Cielo, sono tutti elementi che si sono fatti strada nell’ordinamento rimpiazzando gradualmente concetti provenienti dal mondo socialista tradizionale, andando ben oltre una semplice reinterpretazione. L’abbandono del marxismo e del comunismo conduce alla radicale reinterpretazione del “socialismo nel nostro stile”, e prosegue nel percorso di de-occidentalizzazione dell’ordinamento. La fase attuale è quindi quella della stabilizzazione, laddove anche il nome della Legge fondamentale non necessita più di riferimenti ideologici esterni, ma basta a sé stesso esattamente come l’idea di juche.

“Il popolo è il mio Cielo”14, affermava Kim Il-sung ben prima del 1972, andando già a porre le basi per una riscoperta delle narrative tradizionali che nei secoli passati avevano informato la sino-sfera, e sostituendoli gradualmente – e discretamente – con un retaggio marxista non ritenuto più in grado di spiegare la realtà odierna del Paese.

Federico Lorenzo Ramaioli
Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza

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  1. Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza. ↩
  2. Per un’analisi più approfondita rimando al mio testo: Federico Lorenzo Ramaioli, Le Leggi del Regno Eremita. Come si Governa la Corea del Nord, Mimesis, Milano 2024. ↩
  3.  Sul caso cinese, applicabile in questo caso anche alla Corea del Nord, cfr. Jiang Shigong, “Written and Unwritten Constitutions: A New Approach to the Study Constitutional Government in China”, in Modern China, vol. XXXVI, n. 1, 2010, pp. 12–46; Federico Lorenzo Ramaioli, “Heaven beyond the law. Chinese constitutionalism as a form of legal and cultural pluralism”, in “Academia Letters”, articolo 2617, agosto 2021, pp. 1-8. ↩
  4. Cost., 2026, art. 1.  ↩
  5. Federico Lorenzo Ramaioli, “The road back to the East: the progressive de-Westernization of North Korean constitutionalism”, in Academia Letters, articolo 3487, Settembre 2021, pp. 1-8. ↩
  6. Si tratta, come è stata ufficialmente definita, di “un’ideologia secondo cui le masse popolari sono padrone della rivoluzione e della costruzione e che esse hanno la forza per portarle avanti. In altre parole, è un’ideologia secondo cui l’uomo è il padrone del proprio destino e ha il potere di plasmare il proprio destino.” Juche Idea. Answers to Hundred Questions, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 2012, p. 1. ↩
  7. Cost., 1972, art. 4. ↩
  8. Robert A. Scalapino, Lee Chong-Sik, Communism in Korea, vol. II, The Society, University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1972-1973. p. 868. ↩
  9.  Cost., 1992, art. 3. ↩
  10. Paul French, North Korea State of Paranoia, Zed Books, Londra-New York 2014, p. 58. Kim Suk Hi, “Will North Korea Be Able to Overcome the Third Wave of Its Collapse?”, in The Survival of North Korea. Essays on Strategy, Economics and International Relations,a cura di Kim Suk Hi, Terence Roehrig, Bernhard Seliger, McFarland & Co., Jefferson-Londra 2011, pp. 29-32; Oh Kongdan, Ralph C. Hassig, North Korea Through the Looking Glass, Brookings Institution Press, Washington 2000, pp. 22-23.
    ↩
  11. Cost., 2019, art. 3. 
    ↩
  12.  Kim Il-sung ebbe per esempio ad affermare che lo stesso Marxismo “non è un dogma, è una guida all’azione e una teoria creativa”, che avrebbe potuto “dispiegare la sua indistruttibile vitalità solo quando applicato creativamente per adattarsi alle specifiche condizioni di ogni Paese.” Kim Il-sung, “On eliminating dogmatism and formalism and establishing Juche in ideological work”, 28 dicembre 1955, in Kim Il-sung. Works, vol. IX, July 1954-December 1955, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1982, p. 412. ↩
  13.  Per un’analisi, Charles K. Armstrong, “Ideological Introversion and Regime Survival: North Korea’s ‘Our-Style Socialism’”, in Why Communism Did Not Collapse. Understanding Authoritarian Regime Resilience in Asia and Europe,a cura di Martin K. Dimitrov, Cambridge University Press, Cambridge 2013, pp. 99-122; Shin Gi-Wook, Ethnic Nationalism in Korea. Genealogy, Politics, and Legacy, Stanford University Press, Stanford 2006, pp. 79-95. ↩
  14. “Il nostro è un socialismo incentrato sull’uomo, un’incarnazione dell’idea di juche. Il nostro Partito e il popolo hanno costruito il socialismo a loro modo e sulla base dell’idea di juche. Nel nostro Paese noi abbiamo risolto il problema del potere a modo nostro per venire incontro al volere del nostro popolo e la specifica situazione del Paese.” Kim Jong-il, “Socialism of our country is a socialism of our style as the embodiment of the juche idea”, 27 Decembre 1990, in Kim Jong-il. For the Victory of the Socialist Cause, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang, 1999, pp. 38-39.  ↩
  15. “Certo che c’è qualcosa in cui credo come in Dio: il popolo. Ho venerato il popolo come il Cielo e l’ho rispettato come fosse Dio. Il mio Dio non è altri che il popolo. Solo le masse popolari sono onniscienti e onnipotenti sulla terra. Quindi, il motto della mia vita è ‘il popolo è il mio Dio’.” Kim Il-sung, Reminiscences. With the Century, vol. V, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1994, p. 326. La frase è ricorrente e sarà citata più volte: “Per tutta la mia vita, da quando ho intrapreso la via della rivoluzione sino ad ora, ho considerato il popolo come il Cielo, l’ho servito e ho fatto la rivoluzione attingendo alla sua forza. I rivoluzionari vinceranno tutto il mondo ed emergeranno sempre vittoriosi quando credano nel popolo e su di esso si basino, ma falliranno sempre quando si allontanino da esso e siano da esso abbandonati.” Kim Il-sung, “Officials must become true servants of the people”, 28 dicembre 1992, in Works, vol. XLIV, December 1992-July 1994, Foreign Languages Publishing House, Pyongyang 1999, p. 28. ↩

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HTTP/2 Bomb: l’attacco DoS che distrugge nginx, Apache e IIS in 10 secondi (trovato da un’IA)

A volte le vulnerabilità più efficaci spuntano fuori da funzionalità che fanno esattamente quello che è previsto. È questo il caso di HTTP/2 Bomb, un attacco denial-of-service (DoS) remoto pubblicato dal gruppo di ricerca Calif che colpisce le configurazioni predefinite dei principali web server: nginx, Apache httpd, Microsoft IIS, Envoy e Cloudflare Pingora. Partiamo subito...

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Re: Native OpenWebRX Client for Android

The OpenWebRX Android Client v1.4 is now available from Google Play. It adds RDS data display for FM stations, extends magic key use, and fixes a few bugs. See below for all the changes:

— Added RDS display in WFM mode.
— Added multiple reconnection attempts.
— Added separate "connecting" icon.
— Fixed potential crash when updating bookmarks.
— Magic key can now unlock locked sources and profiles.
— Magic key now added to the web UI URL.
 
Screenshot_20260611_202529_OpenWebRX.jpg
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Re: Feature request OpenWebRX+

On Thu,
While this thread is going, I'll chime in that it'd be nice to have a feature to speed up and slow down the vertical time display.
 
This is configurable via "Settings | General | Waterfall Settings".

As well, I'd like to see the WFM mode be adjustable in bandwidth. I am monitoring some LoRa signals (a form of FM). I don't listen to broadcast FM radio, instead I use the WFM mode to "hear" the  LoRa frames and symbols
 
 
I do not believe this is how WFM mode was supposed to be used.
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Europol Disrupts AudiA6 Crypto Laundering Service Used by Ransomware Gangs

Authorities in Europe have disrupted AudiA6, a cryptocurrency laundering service used by ransomware gangs and cybercriminal networks. Europol, in a statement issued Thursday, said the dismantling of AudiA6 cut off a "key financial pipeline used to wash hundreds of millions in illicit profits." The service is estimated to have been used to launder more than €336 million (~$389 million) since the

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This is your BIOS speaking. Please fix me. Your PC is broken

ON CALL 你好 Nǐ hǎo, dear reader, and welcome to another installment of On Call, The Register's Friday column that shares your stories of translating technical trauma while delivering transcendent tech support. This week, meet a reader we'll Regomize as "Jackson" who told us about his time providing tech support in a university's biology department. "It was sometime in the mid-2000s and our IT group at the time consisted of myself, my boss, and a part-timer," he told On Call. "We were a very casual IT group; nothing in the way of any formal policies or standards for anything at all. If someone needed a new PC, we just ordered parts and assembled them ourselves." The department's PC fleet therefore had a diverse gene pool, with no two machines possessing the same bill of materials. "This was fine by me – I enjoyed building them and it never really caused any issues that I couldn't handle," Jackson told On Call. "Until one day we got a panicked support call from one of the secretaries who claimed that her PC just rebooted and then started talking to her." Jackson and his colleagues didn't believe a word of it until the secretary stopped talking and placed her phone next to the talking PC. "I could clearly hear a muffled voice repeating a message of some sort," Jackson told On Call. There was nothing for it but to visit the PC, which he found hung in the middle of a Power-On Self-Test, flashing an alphanumeric error code and unmistakably playing a voice through its internal speaker. In Chinese! Jackson rebooted the machine and it ended up in the same state, reciting the same message. Chinese isn't a language in which Jackson is fluent, so he had no idea what the PC was trying to tell him. "After poking around in the BIOS, I found the culprit," Jackson revealed. "This particular model of motherboard had a 'talking error BIOS' whereby certain POST codes triggered the playback of a friendly, spoken error message, with Chinese set as the default language." Jackson found the relevant BIOS settings, changed the default language to English, and the next time he rebooted the machine it helpfully let him know: "Your floppy drive may not be connected properly." In his mail to On Call, Jackson hypothesized that the PC's CMOS battery died, so the BIOS was unable to access its stored settings and reverted to factory settings that assumed the presence of a nonexistent second floppy drive. "It triggered a feature I didn't even know the motherboard had!" Jackson told On Call. Have you found yourself flummoxed by a feature you didn't know about? If so, click here to send On Call an email – we'll assume that's a feature you know well – so we can tell your story on a future Friday. ®

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Why India’s new envoy to China is visiting Tibet soon after taking up the job

India’s new ambassador to China has paid his first visit to Tibet in the latest sign of thawing relations between the two Asian neighbours. Vikram Doraiswami – who speaks Chinese and took up the post in Beijing last month – arrived in Lhasa, capital of the Tibet autonomous region, on Thursday, according to a statement posted on social media by the Indian embassy. The visit was to “review arrangements made by the local government for Indian pilgrims proceeding to Mount Gang Renpoche and Lake...

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Why India’s new envoy to China is visiting Tibet soon after taking up the job

India’s new ambassador to China has paid his first visit to Tibet in the latest sign of thawing relations between the two Asian neighbours. Vikram Doraiswami – who speaks Chinese and took up the post in Beijing last month – arrived in Lhasa, capital of the Tibet autonomous region, on Thursday, according to a statement posted on social media by the Indian embassy. The visit was to “review arrangements made by the local government for Indian pilgrims proceeding to Mount Gang Renpoche and Lake...

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Opera operaia

di Fabio Franzin   [E’ uscita da poco per Marcos y Marcos, nella collana Le Ali diretta da Fabio Pusterla e Massimo Gezzi, l’autoantologia Opera operaia di Fabio Franzin. Ne presentiamo alcuni testi].   Marta l’à quarantatrè àni. Da vintizhinque ‘a grata cornìse co’a carta de véro, el tanpón, ‘a ghe russa via ‘a vernìse …

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Recensione del libro “West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East” di Mohammed Soliman, a cura di Cristina Martinengo

Il volume “West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East” di Mohammed Soliman offre un’approfondita riflessione sulle trasformazioni geopolitiche che stanno ridefinendo il Medio Oriente e, più in generale, gli equilibri del sistema internazionale contemporaneo. Muovendo dall’osservazione dei profondi cambiamenti che interessano tanto la regione quanto l’ordine globale, il libro affronta temi quali il progressivo indebolimento dell’unipolarismo emerso dopo la Guerra Fredda, l’ascesa dell’Asia Occidentale come nuovo centro di gravità economico e strategico, il ritorno della competizione tra grandi potenze e l’emergere di nuove forme di cooperazione tra gli attori regionali. Al tempo stesso, l’autore si interroga sulle implicazioni che tali trasformazioni producono per la Grand Strategy americana, sostenendo la necessità di una ricalibrazione della postura degli Stati Uniti in Medio Oriente e lungo l’intero rimland eurasiatico.

L’elemento più originale del volume risiede tuttavia nel tentativo di reinterpretare la regione attraverso una cornice concettuale nuova. Secondo l’autore, la categoria di Middle East riflette una visione del mondo eurocentrica e sempre meno adeguata a descrivere le dinamiche contemporanee. Al suo posto, Soliman propone il concetto di West Asia, inteso come uno spazio geopolitico più ampio e interconnesso, che collega Mediterraneo, Golfo, Oceano Indiano e Indo-Pacifico. Il Medio Oriente viene dunque analizzato come un punto di incontro tra diverse aree geo-strategiche nel quale si manifesta il più ampio ribilanciamento degli equilibri globali verso l’Asia.

Attraverso un’analisi che intreccia storia, geografia, sicurezza, connettività economica e competizione strategica, il volume non si limita a interpretare le trasformazioni in corso, ma sviluppa anche una dimensione prescrittiva. Accanto alla riflessione sul futuro ruolo degli Stati Uniti, Soliman propone infatti una serie di raccomandazioni strategiche volte a favorire la costruzione di un nuovo ordine regionale in Asia occidentale, fondato su cooperazione multilaterale, connettività, innovazione tecnologica e reti di sicurezza flessibili. Il risultato è un’opera che combina analisi geopolitica e visione strategica, offrendo una proposta articolata per comprendere e gestire le profonde trasformazioni che stanno ridefinendo la regione e il suo rapporto con il  sistema internazionale tutto. 

La prima parte del volume, “Strategic Framing” è dedicata alla presentazione del contesto strategico. Il capitolo America and the End of the Middle East in particolare, sviluppa il quadro concettuale all’interno del quale si inserisce l’intera argomentazione. L’autore osserva come gli Stati Uniti siano entrati nel XXI secolo dopo aver dominato i principali ambiti di competizione strategica del Novecento, ma si trovino oggi ad operare in un contesto meno favorevole ai propri interessi, non tanto e non solo per un effettivo declino americano, ma soprattutto per l’ascesa di nuovi attori che rappresentano centri di potere economico, finanziario e strategico. 

Il Medio Oriente stesso starebbe poi attraversando una trasformazione profonda: i suoi principali attori sviluppano legami sempre più forti con l’Asia, ampliano la propria proiezione esterna e superano i  tradizionali confini della regione. 

Date queste premesse, l’autore individua un problema fondamentale della strategia americana: a differenza di quanto avvenuto in Europa o nell’Indo-Pacifico, Washington non sarebbe mai riuscita a costruire in Medio Oriente una vera architettura regionale dotata di meccanismi stabili di ordine politico e sicurezza. Per spiegare l’evoluzione degli equilibri regionali, il volume attribuisce particolare importanza a due momenti storici: la strategia di equilibrio perseguita da Henry Kissinger negli anni ‘70 e l’invasione dell’Iraq del 2003 (l’Iraq debalce). Se la prima mirava a preservare una configurazione regionale relativamente stabile, la seconda viene presentata come il punto di svolta che ha contribuito alla graduale disgregazione dell’ordine esistente. Ampio spazio è poi dedicato all’emergere di Iran e Turchia come potenze regionali capaci di proiettare la propria influenza ben oltre i confini tradizionali del Medio Oriente. La progressiva espansione delle rispettive reti politiche, militari ed economiche viene letta come una conseguenza diretta del vuoto strategico apertosi dopo la caduta del regime di Saddam Hussein e della successiva frammentazione dell’ordine regionale. 

Se la prima parte del volume si concentra sulle cause del progressivo indebolimento dell’ordine mediorientale emerso nella seconda metà del Novecento, la seconda, Rise of West Asia, analizza gli attori e le dinamiche che stanno contribuendo alla sua ridefinizione. L’attenzione si sposta in particolare verso il Golfo e l’emergere di nuove forme di cooperazione regionale che, secondo l’autore, testimoniano il passaggio dal tradizionale Middle East a una più ampia e interconnessa West Asia. Quest’area viene descritta come lo specchio del ribilanciamento degli equilibri globali e più in particolare dello spostamento del baricentro verso l’Asia.

La nuova riconfigurazione regionale, che porta con sé la necessità di ridefinire anche concettualmente l’area, è concepita dall’autore come il frutto di nuovi equilibri e attori emergenti nell’area del Golfo, ma anche come il risultato di nuovi e più profondi legami tra gli stati del Golfo e l’Asia. Nella sezione intitolata The Rise of the Arabian Gulf, l’autore mostra come Stati tradizionalmente percepiti come attori secondari abbiano progressivamente acquisito un ruolo centrale negli equilibri delle aree comprese tra Oceano Indiano e Mediterraneo. Tale ascesa viene attribuita soprattutto alla capacità delle monarchie del Golfo di trasformare la rendita petrolifera in ambiziosi programmi di modernizzazione economica e diversificazione strategica. Un’analisi approfondita è dedicata agli Emirati Arabi Uniti e al Dubai model, presentato come esempio di una trasformazione che combina apertura economica, innovazione tecnologica, attrazione di investimenti internazionali e proiezione geopolitica. 

Secondo l’autore, questi processi hanno prodotto effetti significativi anche sul piano della politica estera. Le monarchie del Golfo avrebbero abbandonato approcci difensivi per strategie più autonome e pragmatiche, fondate sulla diversificazione delle partnership e sulla ricerca di un equilibrio tra Stati Uniti, Cina, Russia e le principali potenze asiatiche. Per questo, il rafforzamento dei rapporti con India, Giappone, Corea del Sud e ASEAN viene interpretato come altro esempio dello spostamento del baricentro economico e geopolitico mondiale verso l’Asia. Questo fenomeno viene definito come “asianizzazione” del Medio Oriente, che trasforma il Golfo in uno snodo strategico capace di collegare Asia, Africa orientale, Mar Rosso e Mediterraneo.

Il capitolo The Arabs, Israel, and a New Formula for West Asia analizza invece la ridefinizione delle alleanze regionali attraverso la lente degli Accordi di Abramo. L’autore interpreta tali accordi come l’espressione di una nuova logica di realpolitik, nella quale la cooperazione tra Israele e diversi Stati arabi si fonda sempre più su interessi strategici, economici e securitari condivisi piuttosto che sulle storiche divisioni ideologiche. La marginalizzazione di attori prima centrali quali Iraq e Siria e il contemporaneo rafforzamento di Riyadh, Abu Dhabi e Doha avrebbero favorito la nascita di una nuova architettura regionale, orientata verso forme di integrazione economica e cooperazione in materia di sicurezza.

Un’intera sezione di questo capitolo è poi dedicata alla guerra a Gaza successiva al 7 ottobre 2023. Pur riconoscendo come il conflitto abbia riportato la questione palestinese al centro dell’agenda regionale e abbia evidenziato la persistente capacità dell’Iran di esercitare influenza attraverso la propria rete di alleati e partner, l’autore sostiene che il processo di integrazione israelo-araba non sia stato arrestato. Al contrario, esso avrebbe confermato la volontà di numerosi attori regionali di perseguire un nuovo ordine regionale fondato sulla cooperazione pragmatica, pur nella consapevolezza che una stabilizzazione duratura richieda anche una credibile soluzione della questione palestinese.

La terza parte del volume, Redefining the Middle East, contiene probabilmente il contributo concettuale più originale dell’opera. Attraverso i capitoli dedicati all’India, al canale di Suez, all’asse indo-islamico e al ritorno del mondo indo-abramitico, l’autore sviluppa la tesi secondo cui la categoria di Middle East non è più adeguata a descrivere la realtà geopolitica contemporanea. Più che una semplice ridefinizione terminologica, il concetto di West Asia rappresenta un tentativo di reinterpretare la regione alla luce delle sue connessioni storiche e strategiche con l’Oceano Indiano, il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico. L’autore sostiene infatti che le tradizionali categorie di “Oriente”, “Occidente” e “Medio Oriente” siano in larga misura il prodotto di una visione eurocentrica del mondo, mentre fase storica odierna starebbe riportando in primo piano modelli di interazione precedenti all’egemonia europea.

In questo contesto, l’India e l’Oceano indiano hanno una posizione fondamentale. Riprendendo il concetto di Confluence of Two Seas formulato da Shinzo Abe e la strategia di multi-allineamento teorizzata dal ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar, l’autore descrive l’Asia occidentale come il “vicinato esteso” di Nuova Delhi e individua nella crescente convergenza tra India e monarchie del Golfo uno dei principali motori della trasformazione regionale. La cooperazione con Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Israele ed Egitto viene interpretata come la base di un emergente ordine indo-abramitico, fondato su connettività, commercio, investimenti, sicurezza marittima e innovazione tecnologica. 

Un ruolo altrettanto importante è attribuito all’Egitto e al Canale di Suez. L’autore osserva come Suez stia evolvendo da semplice chokepoint commerciale a nodo geoeconomico dell’Eurasia, capace di integrare reti energetiche, infrastrutturali e commerciali che si estendono dall’Europa all’Indo-Pacifico. La trasformazione della Suez Canal Economic Zone, lo sviluppo delle coste del Mediterraneo e del Mar Rosso e la crescente integrazione energetica con il Golfo vengono presentati come manifestazioni concrete di questa nuova centralità.

Accanto all’ordine indo-abramitico, il volume individua l’emergere di un secondo polo geopolitico, definito indo-islamic axis. Guidato dalla Turchia e sostenuto da una rete di partenariati che include Pakistan, Somalia, Maldive e altri attori musulmani dell’Asia, esso rappresenta un modello alternativo di integrazione regionale. Tuttavia, l’autore sottolinea come i due ordini non debbano essere interpretati esclusivamente in termini competitivi: essi coesistono all’interno dello stesso spazio geopolitico e contribuiscono, attraverso dinamiche simultanee di cooperazione e rivalità, alla ridefinizione complessiva della West Asia.

Queste stesse dinamiche trovano la loro espressione più concreta nell’India–Middle East–Europe Corridor (IMEC), presentato come molto più di un semplice progetto infrastrutturale. Secondo l’autore, il corridoio rappresenta il tentativo di ricostruire antiche reti di connessione tra Asia, Medio Oriente ed Europa e costituisce il simbolo di una nuova architettura geopolitica fondata soprattutto sulla connettività marittima. Il nuovo ordine regionale non nasce da una rottura con il passato, bensì dalla riattivazione di storiche reti commerciali e politiche adattate alle esigenze del sistema multipolare contemporaneo. Come osserva l’autore, “history is no longer confined to the pages of the past“; al contrario, è tornata come una forza capace di modellare le nuove configurazioni del potere globale.

La quarta e ultima parte del volumeOrder-Building in West Asia” traduce il quadro teorico elaborato nei capitoli precedenti in una proposta strategica per la costruzione di un nuovo ordine regionale. L’autore colloca la propria riflessione all’interno di un contesto internazionale caratterizzato da crescente frammentazione geopolitica, dalla redistribuzione del potere verso l’Asia e dall’emergere di nuove potenze e nuove forme di competizione tra grandi potenze. Inoltre, il progressivo ridimensionamento della centralità economica e militare degli Stati Uniti non viene interpretato come un declino irreversibile, bensì come un mutamento strutturale che impone a Washington una revisione delle proprie priorità strategiche. La riduzione della quota statunitense del PIL mondiale e la crescente capacità di attori come Cina e Russia di contestare l’influenza americana in diverse aree vengono presentate come indicatori di una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale.

Particolare importanza assumono le coalizioni mini-laterali e partnership flessibili, considerate strumenti più adatti rispetto alle tradizionali alleanze rigide per affrontare le sfide di un sistema internazionale sempre più multipolare. Formati come il QUAD, l’East Mediterranean Gas Forum e numerose iniziative trilaterali vengono interpretati come esempi della tendenza verso forme di cooperazione costruite attorno a interessi specifici e obiettivi condivisi.

Da questa premessa deriva una delle argomentazioni centrali del volume: la necessità di sostituire il paradigma del nation-building, che ha caratterizzato una parte significativa della strategia statunitense in Medio Oriente dopo il 2001, con una logica di order-building. Secondo l’autore, l’esperienza irachena ha dimostrato i limiti dei tentativi di trasformazione politica imposti dall’esterno. Piuttosto che promuovere cambiamenti di regime o esportare modelli politici occidentali, gli Stati Uniti dovrebbero favorire la costruzione di reti regionali di cooperazione fondate su sicurezza, interoperabilità, condivisione dell’intelligence e interessi comuni.

L’obiettivo non è perpetuare una presenza americana dominante nella regione, bensì facilitare la graduale formazione di un sistema di sicurezza più autonomo e sostenibile. Washington assumerebbe il ruolo di facilitatore e coordinatore di una rete di partnership che avrebbe come nucleo gli Stati arabi della regione, integrati anche da attori esterni quali India, Israele e alcuni partner europei. La stabilità della West Asia verrebbe garantita con la costruzione di meccanismi di cooperazione economica, tecnologica e securitaria capaci di rafforzare la resilienza regionale. Dalla prospettiva americana, la riconfigurazione dell’ordine regionale della West Asia emerge come principale imperativo strategico del XXI secolo. Questo obiettivo non può però essere perseguito attraverso modelli egemonici tradizionali, ma richiede la costruzione di architetture flessibili e partenariati tecno-economici capaci di integrare la regione nelle più ampie dinamiche dell’Indo-Pacifico in cui Washington ha i propri interessi. Il futuro della West Asia appare quindi strettamente connesso alla capacità degli Stati Uniti di adattare i propri strumenti di leadership a un contesto internazionale sempre più multipolare e competitivo.

Un’ulteriore dimensione del volume riguarda il rapporto tra le dinamiche regionali e gli sviluppi più ampi del sistema internazionale. Nel corso dell’analisi, l’autore colloca costantemente l’evoluzione della West Asia nel contesto delle trasformazioni geopolitiche contemporanee. Particolare attenzione è dedicata all’impatto della guerra in Ucraina, alla crescente rilevanza strategica dell’Egitto e del Canale di Suez, al rafforzamento dei legami politici, economici e strategici tra l’India e le principali potenze regionali, nonché alle implicazioni del progressivo approfondimento dell’intesa sino-russa per l’evoluzione degli equilibri globali di potere. Questi sviluppi vengono presentati come componenti significative dei più ampi processi che stanno contribuendo all’emergere della West Asia come distinto spazio geopolitico.

Al di là dei suoi meriti analitici, meritano attenzione anche il momento della pubblicazione e la ricezione di West Asia. Pubblicato in una fase in cui i dibattiti sul Medio Oriente erano stati profondamente influenzati dalla guerra in Iraq e dalla crisi energetica, il volume è rapidamente divenuto una delle opere più discusse sulla regione negli ultimi anni, suscitando ampio interesse presso circoli politici, ambienti accademici e l’opinione pubblica. Tokay, tuttavia, coglie l’occasione per mettere in discussione l’eredità intellettuale prevalente che ha dominato gli studi sull’Asia occidentale dopo l’invasione dell’Iraq, così come l’intera generazione di studiosi statunitensi, analisti e opinion maker che si sono affermati dopo la guerra in Iraq e la Primavera araba, e che si rifiutano di leggere il Medio Oriente attraverso la lente dei suoi legami storici e culturali con l’Asia. Per questa generazione, il dato decisivo del XXI secolo è l’ascesa dell’Asia, e il futuro della regione può essere compreso soltanto alla luce del suo crescente intreccio con il più ampio entroterra asiatico.

Ciò che distingue la visione del mondo di Soliman è il suo realismo disciplinato. Egli si colloca nella tradizione della realpolitik, considerando il potere, la geografia e l’interesse nazionale come la grammatica permanente delle relazioni internazionali; allo stesso tempo, però, rifiuta il declinismo che è giunto a dominare gran parte del dibattito statunitense. Per Soliman, la questione centrale del XXI secolo non è se la potenza americana sia destinata a erodersi, bensì se essa saprà essere ridistribuita e impiegata con una chiara finalità strategica. La sua risposta ruota attorno a una corretta comprensione della grande strategia, intesa come il deliberato allineamento di mezzi necessariamente limitati a fini essenziali attraverso i diversi teatri, domini e orizzonti temporali che definiscono la proiezione del potere americano.

Nella sua interpretazione, le guerre combattute da Washington contano meno, per il futuro della potenza statunitense, dell’ordine che essa riuscirà a costruire nello spazio eurasiatico e della sua capacità di prevalere nella competizione tecno-economica in corso. In questo senso, West Asia è al tempo stesso un libro e una dichiarazione generazionale: annuncia l’emergere di una scuola di pensiero per la quale la domanda fondamentale non è più come gli Stati Uniti gestiscano il Medio Oriente, bensì come il Medio Oriente, riconcettualizzato come Asia occidentale, si inserisca nel cosiddetto “secolo asiatico”.

Nel complesso, West Asia rappresenta un contributo originale al dibattito sul futuro della regione e sul ruolo degli Stati Uniti in un sistema internazionale che si sta trasformando velocemente. Il principale merito del volume risiede nella proposta di superare la tradizionale categoria di Middle East a favore di quella di West Asia, concepita come uno spazio geopolitico dinamico, interconnesso e sempre più integrato nelle dinamiche economiche e strategiche dell’Indo-Pacifico. Attraverso questa nuova lente interpretativa, Soliman descrive una regione caratterizzata da equilibri fluidi, nuove forme di cooperazione e crescente protagonismo degli attori regionali, offrendo al tempo stesso una riflessione strategica sulle modalità attraverso cui tale trasformazione possa trovare un equilibrio. Il risultato è un’opera ambiziosa che combina analisi geopolitica, riflessione teorica e proposte operative, contribuendo a ridefinire il modo in cui la regione viene concepita e collocata all’interno degli equilibri globali del XXI secolo. 

ENGLISH VERSION

The book West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East by Mohammed Soliman offers a compelling and wide-ranging reflection on the geopolitical transformations reshaping the Middle East and, more broadly, the contemporary international order. Drawing upon the profound changes affecting both the region and the global system, the book examines such themes as the gradual erosion of the post-Cold War unipolar order, the rise of West Asia as a new economic and strategic center of gravity, the return of great-power competition, and the emergence of new forms of cooperation among regional actors. At the same time, the author explores the implications of these developments for the American Grand Strategy, arguing for a recalibration of the United States’ strategic posture in the Middle East and across the broader Eurasian rimland.

The most original contribution of the volume, however, lies in its willingness to reinterpret the region through a novel conceptual framework. According to the author, the category of the Middle East reflects a Eurocentric worldview that is increasingly ill-suited to capturing contemporary geopolitical dynamics. In its place, Soliman advances the concept of West Asia, conceived as a broader and more interconnected geopolitical space linking the Mediterranean, the Gulf, the Indian Ocean, and the Indo-Pacific. The Middle East is thus reimagined as a strategic crossroads where multiple geostrategic arenas intersect and where the broader rebalancing of global power toward Asia is most clearly manifested.

Through an analysis that weaves together history, geography, security, economic connectivity, and strategic competition, the volume does not merely interpret ongoing transformations but also develops a distinctly prescriptive dimension. Alongside his reflections on the future role of the United States, Soliman advances strategic recommendations aimed at fostering the construction of a new regional order in West Asia, grounded in multilateral cooperation, connectivity, technological innovation, and flexible security networks. The result is a work that successfully combines geopolitical analysis with strategic vision, offering a sophisticated framework through which to understand and navigate the profound transformations reshaping both the region and its relationship with the international system.

Part I of the volume, Strategic Framing, is devoted to establishing the broader strategic context. The chapter America and the End of the Middle East, in particular, develops the conceptual framework underpinning the book’s overall argument. The author observes that the United States entered the twenty-first Century after having dominated the principal arenas of strategic competition throughout the twentieth Century. Today, however, it operates in a considerably less favorable environment, not merely, or even primarily, as a consequence of American decline, but rather because of the rise of new actors that have emerged as centers of economic, financial, and strategic power.

At the same time, the Middle East itself is undergoing a profound transformation. Its principal actors are forging increasingly strong ties with Asia, expanding their external reach, and progressively transcending the region’s traditional geographic boundaries.

Against this backdrop, the author identifies a fundamental weakness in American strategy: unlike in Europe or the Indo-Pacific, Washington has never succeeded in constructing a genuine regional architecture in the Middle East endowed with stable mechanisms of political order and security. To explain the evolution of regional balances, the volume assigns particular significance to two historical turning points: Henry Kissinger’s balance-of-power strategy in the 1970s and the 2003 invasion of Iraq, described as the Iraq debacle. Whereas the former sought to preserve a relatively stable regional configuration, the latter is presented as the critical juncture that contributed to the gradual unraveling of the existing order.

Considerable attention is also devoted to the emergence of Iran and Türkiye as regional powers capable of projecting their influence far beyond the traditional boundaries of the Middle East. The steady expansion of their political, military, and economic networks is interpreted as a direct consequence of the strategic vacuum that emerged following the fall of Saddam Hussein’s regime and the subsequent fragmentation of the regional order.

While the first part of the volume focuses on the causes underlying the gradual weakening of the Middle Eastern order that emerged in the second half of the twentieth Century, Part II, Rise of West Asia, examines the actors and dynamics contributing to its reconfiguration. The focus shifts in particular to the Gulf and to the emergence of new forms of regional cooperation which, according to the author, exemplify the transition from the traditional Middle East to a broader and more interconnected West Asia. This region is portrayed as a reflection of the broader rebalancing of global power, particularly the ongoing shift in the global balance of power toward Asia. 

This new regional configuration, which in turn necessitates a conceptual redefinition of the region itself, is understood by the author both as the product of new balances of power and emerging actors in the Gulf and as the result of increasingly deep ties between the Gulf states and Asia. In the section entitled The Rise of the Arabian Gulf, Soliman demonstrates how states traditionally perceived as secondary actors have gradually assumed a central role in shaping the strategic landscape stretching from the Indian Ocean to the Mediterranean. This rise is attributed to the ability of the Gulf monarchies to transform hydrocarbon wealth into ambitious programmes of economic modernization and strategic diversification. Particular attention is devoted to the United Arab Emirates and the Dubai model, presented as a paradigm of transformation combining economic openness, technological innovation, the attraction of international investment, and geopolitical projection.

According to the author, these developments have also had significant implications for foreign policy. Gulf monarchies have progressively moved beyond predominantly defensive approaches in favour of more autonomous and pragmatic strategies, grounded in the diversification of partnerships and the pursuit of a balance among the United States, China, Russia, and the leading Asian powers. As a consequence, the strengthening of relations with India, Japan, South Korea, and ASEAN is interpreted as yet another manifestation of the ongoing eastward shift of global economic and geopolitical power. Soliman describes this phenomenon as the “Asianization” of the Middle East, a process that transforms the Gulf into a strategic hub connecting Asia, East Africa, the Red Sea, and the Mediterranean.

The chapter The Arabs, Israel, and a New Formula for West Asia examines the reconfiguration of regional alignments through the lens of the Abraham Accords. The author interprets these agreements as the expression of a new logic of realpolitik, in which cooperation between Israel and several Arab states is increasingly grounded in shared strategic, economic, and security interests rather than in the historical ideological divisions that have long shaped regional politics. The marginalization of previously central actors such as Iraq and Syria, coupled with the growing prominence of Riyadh, Abu Dhabi, and Doha, is presented as having facilitated the emergence of a new regional architecture oriented toward economic integration and security cooperation.

An entire section of the chapter is devoted to the Gaza war that followed the events of 7 October 2023. While acknowledging that the conflict has brought the Palestinian issue back to the forefront of the regional agenda and has highlighted Iran’s enduring capacity to project influence through its network of allies and partners, the author argues that the process of Arab-Israeli integration has not been halted. On the contrary, it has reinforced the determination of numerous regional actors to pursue a new regional order founded upon pragmatic cooperation, while recognizing that any durable stabilization of the region ultimately requires a credible resolution of the Palestinian question.

Part III of the volume, Redefining the Middle East, arguably contains the book’s most original conceptual contribution. Through chapters devoted to India, the Suez Canal, the Indo-Islamic axis, and the return of the Indo-Abrahamic world, the author advances the argument that the category of the Middle East is no longer adequate for describing contemporary geopolitical realities. More than a mere terminological adjustment, the concept of West Asia represents an effort to reinterpret the region in light of its historical and strategic connections to the Indian Ocean, the Mediterranean, and the Indo-Pacific. Indeed, the author contends that the conventional categories of “East,” “West,” and “Middle East” are largely the product of a Eurocentric worldview, whereas the current historical moment is bringing back to prominence patterns of interaction that predate the era of European hegemony.

In this context, India and the Indian Ocean occupy a pivotal position. Drawing upon Shinzo Abe’s concept of the Confluence of Two Seas and the strategy of multi-alignment articulated by India’s Minister of External Affairs, S. Jaishankar, the author describes West Asia as New Delhi’s “extended neighborhood” and identifies the growing convergence between India and the Gulf monarchies as one of the principal drivers of regional transformation. Cooperation with the United Arab Emirates, Saudi Arabia, Israel, and Egypt is interpreted as the foundation of an emerging Indo-Abrahamic order, built upon connectivity, trade, investment, maritime security, and technological innovation.

An equally important role is assigned to Egypt and the Suez Corridor. The author argues that Suez is evolving from a mere commercial chokepoint into a geoeconomic hub of Eurasia, capable of integrating energy, infrastructure, and trade networks stretching from Europe to the Indo-Pacific. The transformation of the Suez Canal Economic Zone, the development of the Mediterranean and Red Sea coastlines, and the growing energy integration with the Gulf are presented as tangible manifestations of this newfound centrality.

Alongside the Indo-Abrahamic order, the volume identifies the emergence of a second geopolitical pole, defined as the Indo-Islamic axis. Led by Türkiye and supported by a network of partnerships that includes Pakistan, Somalia, the Maldives, and other Muslim actors across Asia, it represents an alternative model of regional integration. However, the author emphasizes that these two orders should not be understood exclusively in competitive terms. Rather, they coexist within the same geopolitical space and contribute, through simultaneous dynamics of cooperation and rivalry, to the broader redefinition of West Asia.

These very dynamics find their most concrete expression in the India–Middle East–Europe Corridor (IMEC), which is presented as far more than a mere infrastructure project. According to the author, the corridor represents an attempt to reconstruct historical networks of connectivity linking Asia, the Middle East, and Europe, while simultaneously symbolizing a new geopolitical architecture grounded above all in maritime connectivity. The emerging regional order is therefore not the product of a rupture with the past, but rather of the reactivation of historical commercial and political networks adapted to the requirements of the contemporary multipolar system. As the author observes, “history is no longer confined to the pages of the past”; on the contrary, it has returned as a force capable of shaping the emerging configurations of global power.

The fourth and final part of the volume, Order-Building in West Asia, translates the theoretical framework developed in the preceding chapters into a strategic proposal for the construction of a new regional order. The author situates his analysis within an international environment characterized by increasing geopolitical fragmentation, the redistribution of power toward Asia, and the emergence of new powers alongside new forms of great-power competition. Furthermore, the gradual erosion of the United States’ economic and military centrality is not interpreted as an irreversible decline, but rather as a structural transformation requiring Washington to reassess its strategic priorities. The shrinking share of global GDP accounted for by the United States, together with the growing ability of actors such as China and Russia to challenge American influence across multiple regions, is presented as evidence of a broader transformation of the international order.

Particular importance is attributed to minilateral coalitions and flexible partnerships, which are regarded as more effective instruments than traditional rigid alliances for addressing the challenges of an increasingly multipolar international system. Frameworks such as the QUAD, the East Mediterranean Gas Forum, and numerous trilateral initiatives are interpreted as examples of a broader trend toward forms of cooperation built around specific interests and shared objectives.

From this premise emerges one of the volume’s central arguments: the need to replace the paradigm of nation-building, which shaped a significant portion of U.S. strategy in the Middle East after 2001, with a logic of order-building. According to the author, the Iraqi experience demonstrated the limitations of externally imposed political transformation. Rather than promoting regime change or exporting Western political models, the United States should facilitate the construction of regional networks of cooperation based on security, interoperability, intelligence sharing, and common interests, a posture defined as “leading from within”.

The objective is not to perpetuate a dominant American presence in the region, but rather to facilitate the gradual emergence of a more autonomous and sustainable security architecture. Washington would assume the role of facilitator and coordinator of a network of partnerships centered on the Arab states of the region, while also incorporating external actors such as India, Israel, and selected European partners. The stability of West Asia would be pursued through the development of mechanisms of economic, technological, and security cooperation capable of enhancing regional resilience. From an American perspective, the reconfiguration of the regional order in West Asia emerges as a central strategic imperative of the twenty-first century. Yet this objective cannot be achieved through traditional hegemonic models; rather, it requires the construction of flexible architectures and techno-economic partnerships capable of integrating the region into the broader dynamics of the Indo-Pacific, where Washington’s strategic interests increasingly lie. The future of West Asia therefore appears closely tied to the ability of the United States to adapt its instruments of leadership to an international environment that is becoming ever more multipolar and competitive.

A further dimension of the volume concerns the relationship between regional dynamics and wider developments in the international system. Throughout the analysis, the author consistently situates the evolution of West Asia within the context of contemporary geopolitical transformations. Notably, particular attention is devoted to the impact of the war in Ukraine, the growing strategic relevance of Egypt and the Suez Canal, the strengthening of political, economic, and strategic ties between India and the major regional powers, as well as the implications of the deepening Sino-Russian entente for the evolving global balance of power. These developments are presented as important components of the broader processes contributing to the emergence of West Asia as a distinct geopolitical space.

Beyond its analytical merits, the timing and reception of West Asia deserve note. Published at a moment when Washington’s Middle East debates have been upended by the Iran war and the energy crisis, the book has quickly become one of the most discussed works on the region in years, drawing citations across the foreign policy commentariat in Europe, Tokyo, Washington, Gulf capitals, and India. Its resonance reflects more than fortunate timing. Soliman has emerged as the leading voice of a new cohort of American thinkers, analysts who came of age intellectually after the Iraq war and the Arab Spring and who refuse to read the Middle East through the inherited transatlantic lens. For this generation, the decisive fact of the twenty-first century is the rise of Asia, and the region’s future is legible only through its deepening entanglement across the broader Asian rimland. 

What distinguishes Soliman’s worldview is its disciplined realism. He writes in the tradition of realpolitik, treating power, geography, and interest as the enduring grammar of international politics, yet he refuses the declinism that has come to dominate so much of the American debate. For Soliman, the question of the twenty-first century is not whether American power will erode but whether it will be redeployed with intent, and his answer runs through grand strategy properly understood, the deliberate matching of finite means to essential ends across the theaters, domains, and timelines that define American power.

In his telling, the wars Washington fights matter less to the future of American power than the order it manages to build across Eurasia, and whether it wins the techno-economic contest underway there. In this sense, West Asia is both a book and a generational statement, announcing the arrival of a school of thought for which the question is no longer how America manages the Middle East, but how the Middle East, reconceived as West Asia, fits into the Asian century.

Overall, West Asia constitutes an original contribution to the debate on the future of the region and the role of the United States within a rapidly evolving international system. The volume’s principal strength lies in its proposal to move beyond the traditional category of the Middle East in favor of West Asia, conceived as a dynamic and interconnected geopolitical space that is becoming increasingly integrated into the economic and strategic dynamics of the Indo-Pacific. Through this new interpretive lens, Soliman portrays a region characterized by fluid balances, new forms of cooperation, and the growing agency of regional actors, while simultaneously offering a strategic reflection on how this transformation may ultimately be stabilized and sustained. The result is an ambitious work that combines geopolitical analysis, theoretical reflection, and policy-oriented recommendations, contributing to a redefinition of how the region is conceptualized and situated within the global balances of the twenty-first century. 

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A cena con il dinosauro di Edward Dolnick

L ondra, novembre 1859. L’origine delle specie di Charles Darwin, il libro che cambiò per sempre la prospettiva degli esseri umani nei confronti di sé stessi e della vita sulla Terra, viene pubblicato dall’editore John Murray. Solo pochi anni prima, nel 1853 e nella stessa città, tra tavolate opulente e decori sfarzosi, un manipolo di scienziati, uomini illustri ed editori, festeggiava quello che credeva un imperituro trionfo: le numerose scoperte di fossili, che si erano avvicendate dai primi anni dell’Ottocento sino a quel momento, non erano più una minaccia per la visione di un mondo felice disegnato da un Dio buono per il suo figlio prediletto, l’Uomo.

Richard Owen, ospite d’onore di quella cena organizzata a Capodanno al Crystal Palace, era riuscito, seppur con fatica, a costruire una teoria unificatrice che permettesse ancora a scienza e religione di fondersi e sostenersi a vicenda. In quel momento, durante quella celebrazione tenutasi all’interno di un modello in scala reale di un iguanodonte, Owen godeva di quella vittoria, inconsapevole che il suo castello di carte sarebbe stato scompaginato dal vortice della teoria dell’evoluzione darwiniana. Le scoperte, i personaggi e, soprattutto, il contesto sociale e culturale in cui quella nuova rivoluzione, forse ancora più dirompente di quella copernicana, ebbe modo di svilupparsi fino al suo atto finale sono raccontati da Edward Dolnick nel suo libro A cena con il dinosauro. Come un eccentrico gruppo di vittoriani scoprì le creature preistoriche e cambiò accidentalmente il mondo (2026).

Nel suo saggio, Dolnick illustra come scienziati, letterati, donne e uomini comuni reagirono quando scoprirono per la prima volta che, in un passato remoto, il mondo era popolato da animali dotati di dimensioni colossali e caratteristiche inedite.

Richard Owen era riuscito, seppur con fatica, a costruire una teoria unificatrice che permettesse ancora a scienza e religione di fondersi e sostenersi a vicenda. Ma presto il suo castello di carte sarebbe stato scompaginato dal vortice della teoria dell’evoluzione darwiniana.

Nell’Inghilterra dell’epoca vittoriana la natura era un rifugio allettante rispetto a una realtà di guerre, malattie e povertà. La disperazione tratteggiata dai romanzi di Charles Dickens era un resoconto veritiero della condizione dei ceti meno abbienti e l’eccezionale sviluppo industriale portava con sé anche tensioni sociali e paura. Lo scorrere regolare di giorni e stagioni, la bellezza e la perfezione animale e vegetale, dai colori dei fiori alla leggiadria delle farfalle, dal prodigio dell’occhio umano a quello del cuore di una balena, apparivano come un meraviglioso dono di un padre misericordioso che, al centro di quell’idillio, aveva posto l’essere umano. O, forse, sarebbe ancora più calzante parlare di Uomo, in un periodo storico in cui il maschio bianco, europeo e benestante era il destinatario privilegiato di qualsiasi forma di riconoscimento e attenzione.

Fu Pliny Moody, un contadino dodicenne del New England, a rinvenire nel 1802 una serie di impronte a tre dita grandi circa quanto un piatto da portata. A questa prima scoperta ne seguirono altre, che comprendevano ossa enormi e, addirittura, scheletri quasi completi. Oggi noi diamo per scontata l’origine di questi resti e troviamo difficile immaginare cosa possano aver pensato e provato le persone di quell’epoca. Il fulcro della narrazione di A cena con il dinosauro, che si diversifica così da altri saggi che parlano della storia della paleontologia, si concentra proprio su come la comunità scientifica e la gente comune abbiano accolto, tra i loro saperi e nel loro immaginario, le prove di un tempo profondo che non avevano mai creduto potesse essere esistito, in cui il Pianeta era dominato da creature sconosciute e terribili, in un paesaggio molto diverso da quello del presente. E su come abbiano accettato l’orrore supremo, il concetto per cui il disegno divino non fosse poi così intelligente e le esistenze di questi animali del passato a un certo punto fossero state spazzate via.

Il fulcro della narrazione si concentra su come la comunità scientifica e la gente comune abbiano accolto le prove di un tempo profondo che non avevano mai creduto potesse essere esistito, in cui la Terra era dominata da creature sconosciute e terribili.

Come scrisse l’antropologo Loren Eiseley e riporta Dolnick: “Il concetto di estinzione nel passato geologico era come uno spiffero freddo da una cantina buia. Gelava l’anima. Faceva nascere sospetti sulla natura di quel mondo confortevole, il migliore di tutti i mondi, creato a misura d’uomo”. Che ne era stato dell’orologiaio onnisciente di cui scriveva William Paley nella sua Teologia naturale? L’idea che potesse aver plasmato un mondo privo dell’essere umano e poi distrutto parte della propria creazione appariva difficile da accettare. La prospettiva emersa dal ritrovamento dei fossili lasciava sgomenti e, allo stesso tempo, meravigliati. Sono sentimenti che fatichiamo a cogliere nel loro valore e nella loro intensità, ma l’autore prova a restituirli paragonando gli scienziati dell’Ottocento inglese agli attuali astronomi alla ricerca di vita extraterrestre:
Gli scienziati e cercatori di fossili della prima metà dell’Ottocento erano il loro equivalente in redingote. Con due differenze fondamentali: anziché estendersi nello spazio, la loro ricerca andava indietro nel tempo e trovarono dei segni di vita. E non furono segni impercettibili, come strane sequenze di disturbi elettrostatici rilevate da un computer. Qui si parla di denti affilati come pugnali e costole lunghe come travi. Poeti, scienziati, donne e uomini comuni assistevano alla scoperta dei dinosauri e rabbrividivano stupefatti.

La differenza è che gli abitanti del passato emersero all’improvviso, in modo del tutto inatteso, nell’epoca vittoriana. Al contrario, gli abitanti di altri pianeti li stiamo cercando attivamente e un loro eventuale ritrovamento difficilmente ci coglierebbe davvero di sorpresa. Già dall’antichità gli esseri umani erano venuti in contatto con le vestigia di ere geologiche lontane: da principio le incorporarono in miti e leggende e solo molto dopo, ad esempio con Robert Hooke nel Seicento, cominciarono a familiarizzare con l’ipotesi che quelle conchiglie che si trovavano in cima alle montagne fossero l’indizio che svelava che quelle terre erano state sommerse e che quei resti non erano gli avanzi di un pic-nic pietrificati con il trascorrere del tempo, come sembra avesse suggerito un incauto Voltaire.

Nell’Inghilterra del 19° secolo, nonostante la resistenza al cambiamento di uomini in cui scienza e fede cantavano lo stesso inno di celebrazione per il “mondo felice”, la natura cambia la natura e l’illusione si dirada a colpi di ritrovamenti, così copiosi per via delle intense attività di scavo legate alla rivoluzione industriale. Il racconto di Edward Dolnick scorre chiaro: non è una raccolta straripante di curiosità e strani abbagli e i protagonisti, presentati capitolo dopo capitolo, acquistano quasi corpo.

Quella di Edward Dolnick non è una raccolta straripante di curiosità e strani abbagli. I protagonisti, presentati capitolo dopo capitolo, acquistano corpo grazie a una penna allegra, vivida e mai pedante, in un saggio che ha il pregio della leggerezza.

Nelle prime pagine compare Mary Anning, una donna povera, ma tenace e curiosa, una cercatrice di fossili instancabile a cui dobbiamo i primi scheletri completi o quasi di ittiosauro e plesiosauro e il primo fossile di pterodattilo rinvenuto in Inghilterra; si viene introdotti nelle cene a base di animali spesso inconsueti di William Buckland, stravagante geologo di Oxford che descrisse e battezzò il megalosauro, in seguito riconosciuto come il primo dinosauro mai identificato; sembra di scorgere Gideon Mantell, medico di campagna ossessionato dai fossili sin dall’infanzia, mentre strappa a un’esistenza disgraziata la gioia per il riconoscimento dei resti da lui ritrovati e identificati di un iguanodonte, tanto più che a conferire validità alla scoperta fu Georges Cuvier, considerato la stella polare dell’anatomia e citato persino da Sherlock Holmes per le sue abilità deduttive nel racconto I cinque semi d’arancio di Arthur Conan Doyle. Questi sono solo alcuni degli studiosi descritti con una penna allegra, vivida e mai pedante da Edward Dolnick, in un saggio che ha il pregio della leggerezza.

Infine, arriva Richard Owen, l’anatomista che nel 1842 coniò il termine “dinosauro”, con il suo volto da Uriah Heep, l’antagonista di David Copperfield, tronfio per aver creduto di aver ristabilito il mondo felice con una teoria onnicomprensiva. L’autore spiega:

La sua nuova teoria manteneva Dio al comando ma sembrava lasciar spazio a qualcosa che tendeva verso l’evoluzione. (Owen cercò abilmente di eludere questa pericolosa accusa.) Nel passato preistorico, suggerì, Dio aveva sparso per il mondo un po’ di specie e stabilito regole che governavano il modo in cui sarebbero cambiate nel corso degli eoni. Poi aveva premuto “play” e si era messo a guardare soddisfatto.

Questo sforzo interpretativo non bastò e la cena con il dinosauro fu l’ultima occasione per festeggiare e credere in una storia della Terra edificante, in cui l’essere umano continuava a essere al centro della scena. I tempi – e la società – erano ormai maturi per ammettere che fosse solo una specie tra le tante, nolente o volente soggetta alle implacabili regole dell’evoluzione.

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Xi on North Korean military ties; US blacklists Chinese tech firms: SCMP’s 7 highlights

We have selected seven stories from this week’s news across Hong Kong, mainland China, the wider Asia region and beyond that resonated with our readers and shed light on topical issues. If you would like to see more of our reporting, please consider subscribing. 1. Was Xi’s stance on North Korea military ties also a message for US, Russia? During his meeting with North Korean leader Kim Jong-un on Monday, Chinese President Xi Jinping said both sides should “enhance exchanges in diplomacy, law...

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Wartime apology author and Japan-China ‘bridge’ Yohei Kono dies at 89

A prominent backchannel political figure between Japan and China has died, days before a reported planned trip meant to ease deep bilateral tensions. Yohei Kono, best known for his historic apology on August 4, 1993, to tens of thousands of “comfort women” who were forced by the Japanese military into sexual slavery during World War II, died on Monday. He was 89. Considered a moderate voice within Japan’s conservative ruling Liberal Democratic Party (LDP), Kono was the country’s chief cabinet...

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Claude is ready for its corporate close-up

Enterprises that have watched Claude claw its way toward mass appeal over the past few months of capacity challenges and pricing realignment should take a closer look at Anthropic's offerings, according to International Data Corporation (IDC). The tech consultancy has been tracking Anthropic's moves over the past six months and says that the AI biz is taking credible steps toward making itself an enterprise AI provider. "Currently, no frontier model company is mature enough to be evaluated as an enterprise AI provider on its own," IDC said in a recent report. "But Anthropic is running at full speed to get there before its competitors." The report is titled "The Transformation of Anthropic (and What to Do About It)," and advises enterprises to revisit their LLM and agent evaluations with an eye toward seeing whether Anthropic might work out as a reliable technology provider. Enterprises, IDC says, remain largely unsold on Anthropic's Claude models, with only 19 percent using them extensively and 25 percent actively evaluating them. OpenAI and Google are better represented in enterprises, with about 42 percent and 38 percent of organizations using their respective products, per IDC's FERS Survey, March 2026. According to The Information, about 86 percent of Anthropic’s 2025 revenue was projected to come from enterprise sales. OpenAI, the report claims, derives just 40 percent of its revenue from business sales, though that figure ($5.2 billion) represented a higher dollar amount than Anthropic's business revenue ($3.9 billion) at the time. That was back in January, only two months after Anthropic began shifting enterprises away from seat-based pricing toward usage-based pricing. Since then, IDC says Anthropic has taken a series of steps to make itself more credible as an enterprise AI provider. "This conclusion might not be obvious: From January through May 2026, Anthropic produced well over 100 public interactions, including official announcements, release notes, blog posts, X posts, partner announcements, hiring news, policy moves, and press-covered transactions," the report says. These initiatives, such as the launch of the Claude Partner Network, have expanded distribution, bolstered brand perception, facilitated future growth, enhanced "stickiness" (aka lock-in), strengthened enterprise support, addressed the needs of specific industries, demonstrated innovation, and shored up the compute supply necessary to deliver services at scale. According to IDC, the enterprise ecosystem commonly focuses on a vendor-neutral, multi-LLM strategy. Nonetheless, the biz argues that the company has made its technology visible enough that Claude is increasingly coming up in conversations among IT decision makers. "Anthropic's transformation has just started, but the direction is clear enough for CIOs and CISOs to pay attention and reassess where Claude fits in a multi-LLM or an agentic AI Strategy," the IDC report says. ®

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⚡TRUMP is in Trouble: Kharg Island, Ground Invasion Threats, Nuclear Risk

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let's talk about Kharg Island w/ David Pyne
check out David Pynes substack
https://substack.com/@dpyne

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Canonical Launches ARM Laptop Certification Program to Boost Ubuntu’s Next Generation of Mobile Computing

Canonical Launches ARM Laptop Certification Program to Boost Ubuntu’s Next Generation of Mobile Computing

Canonical is expanding its hardware certification efforts with a new focus on ARM-powered laptops, a move that reflects the growing momentum behind ARM architecture in the personal computing market. As ARM processors become increasingly common in laptops thanks to their impressive balance of performance, battery life, and efficiency, Canonical aims to ensure that Ubuntu users receive a seamless experience on this emerging class of hardware.

The initiative represents another step in Ubuntu’s long-standing effort to provide reliable Linux support across a wide range of devices while strengthening relationships with hardware manufacturers.

Why ARM Laptops Matter More Than Ever

For years, x86 processors from Intel and AMD dominated the laptop market. However, the landscape has changed significantly as ARM-based systems have become more powerful and capable.

Modern ARM laptops offer several advantages:

  • Longer battery life
  • Lower power consumption
  • Reduced heat output
  • Always-on connectivity capabilities
  • Competitive performance for everyday workloads

As manufacturers increasingly invest in ARM hardware, Linux distributions face growing pressure to ensure compatibility matches what users expect from traditional x86 systems. Canonical has already spent years supporting ARM across cloud, server, IoT, and embedded environments, making laptops a natural next step.

What the Certification Program Does

The new certification effort builds upon Canonical’s existing Ubuntu Certified Hardware program, which validates systems through extensive testing covering both hardware and operating system functionality. Certified devices undergo comprehensive verification to ensure Ubuntu operates correctly across critical components and daily workflows.

Testing typically includes:

  • Wireless networking
  • Audio functionality
  • Graphics performance
  • Bluetooth support
  • USB device compatibility
  • Power management
  • Suspend and resume behavior
  • Firmware integration
  • Security features such as TPM support

The goal is to eliminate the uncertainty that Linux users sometimes face when purchasing new hardware.

Creating a Better Ubuntu Experience on ARM

Historically, Linux support on ARM laptops has varied significantly between devices. Some systems work exceptionally well, while others require manual configuration, custom kernels, or vendor-specific patches.

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Btrfs Snapshot Deletion Gets Faster as Developers Tackle One of the Filesystem’s Biggest Pain Points

Btrfs Snapshot Deletion Gets Faster as Developers Tackle One of the Filesystem’s Biggest Pain Points

The Btrfs filesystem continues to receive significant performance tuning, and one of the latest areas of focus is snapshot deletion performance. While Btrfs snapshots have long been praised for their speed, flexibility, and efficient use of storage, deleting large numbers of snapshots has historically been one of the filesystem’s most resource-intensive operations.

Recent kernel development efforts are helping address that problem by improving metadata handling, reducing lock contention, and streamlining internal cleanup processes. The result is faster snapshot removal and less disruption on systems that rely heavily on snapshots for backups, rollbacks, and system recovery.

Why Snapshot Deletion Has Been Challenging

Btrfs is a copy-on-write (CoW) filesystem that stores data and metadata in a highly interconnected structure. This design enables many advanced features, including:

  • Instant snapshots
  • Subvolumes
  • Checksumming
  • Compression
  • Efficient data sharing between snapshots

However, the same architecture that makes snapshots so efficient to create can make them more complex to remove. When a snapshot is deleted, Btrfs must determine which blocks are still referenced by other snapshots and which can be safely reclaimed. On systems with many snapshots, this process can generate significant metadata activity.

Recent Performance Improvements

Developers have been working to reduce overhead associated with Btrfs metadata operations, which directly impacts snapshot cleanup performance.

Recent kernel updates include:

  • Reduced lock contention during extent tree operations
  • More efficient extent buffer traversal
  • Improved handling of internal filesystem structures
  • Reduced contention during metadata searches
  • General transaction and cleanup optimizations

These changes help the filesystem spend less time waiting on internal locks and more time performing actual cleanup work.

Less Impact During Cleanup Operations

One common complaint among Btrfs users has been elevated I/O activity during large snapshot deletion jobs.

On systems that maintain dozens, or even hundreds, of snapshots, cleanup operations could temporarily increase:

  • Disk activity
  • CPU usage
  • I/O wait times
  • Metadata processing workloads

Recent improvements are designed to make these operations less disruptive by reducing bottlenecks inside the filesystem's metadata management code.

For users running backup servers, NAS appliances, or snapshot-heavy desktop systems, these optimizations can improve overall responsiveness while cleanup tasks run in the background.

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Fallita la prova di forza? Trump sospende gli attacchi contro l’Iran

Dopo giorni di minacce e una nuova escalation militare nel Golfo Persico, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la sospensione degli attacchi contro l’Iran, sostenendo che i negoziati tra Washington e Teheran hanno raggiunto un livello decisivo. In un messaggio pubblicato su Truth Social, il leader statunitense ha dichiarato di aver annullato i bombardamenti previsti dopo che tutte le parti coinvolte avrebbero approvato i punti principali di un accordo in fase di definizione. Secondo Trump, oltre agli Stati Uniti e all’Iran, il processo negoziale coinvolgerebbe numerosi attori regionali, tra cui Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania ed Egitto. Tuttavia, il presidente nordamericano ha precisato che il blocco navale contro i porti iraniani resterà in vigore fino alla firma ufficiale dell’intesa.

L’annuncio arriva dopo settimane di forti tensioni. Washington aveva ripreso gli attacchi contro obiettivi iraniani in risposta all’abbattimento di un elicottero Apache, mentre Teheran aveva reagito colpendo basi statunitensi in diversi Paesi della regione. Entrambe le parti hanno rivendicato successi militari e mantenuto una retorica particolarmente aggressiva. Nelle stesse ore, Trump ha rilanciato una delle sue dichiarazioni più controverse, sostenendo che gli Stati Uniti potrebbero in futuro assumere il controllo dell’isola di Kharg, principale terminal petrolifero iraniano da cui transitava circa il 90% delle esportazioni di greggio del Paese prima dell’inizio della guerra. Il presidente ha descritto l’operazione come economicamente vantaggiosa, paragonandola alla politica adottata da Washington nei confronti del Venezuela.

Da Teheran la risposta è stata immediata. Ebrahim Azizi, presidente della Commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale e la Politica estera, ha definito Trump un leader “confuso e illuso”, avvertendo che qualsiasi attacco contro il territorio iraniano, inclusa l’isola di Kharg, provocherebbe una risposta destinata a “entrare nella storia”. Il parlamentare ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti non abbiano raggiunto nessuno degli obiettivi dichiarati del conflitto, né sul piano militare né su quello politico. Le autorità iraniane affermano che le proprie forze armate sono in stato di massima allerta e rivendicano di aver inflitto pesanti perdite agli Stati Uniti nella regione. Da parte statunitense, tuttavia, continuano le dichiarazioni che descrivono l’Iran come ormai vicino alla resa.

Al di là degli annunci e della propaganda, la sospensione dei bombardamenti rappresenta il primo segnale concreto di de-escalation dopo giorni molto tesi e segnati da bombardamenti. Resta però evidente che le minacce sul controllo delle infrastrutture energetiche iraniane e le promesse di ritorsioni senza precedenti mantengono il Medio Oriente sull’orlo di una nuova e pericolosa escalation.


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La Russia smaschera la falsa mediazione dell’Eurotroika sull’Ucraina

La Russia ha respinto con fermezza le condizioni proposte da Francia, Germania e Regno Unito per l’avvio di un processo di pace in Ucraina, definendole incompatibili con qualsiasi prospettiva di negoziato. A dichiararlo è stata la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui le richieste avanzate dalle capitali europee ripropongono schemi già falliti negli anni precedenti. Zakharova ha ricordato che iniziative come i formati di Copenaghen e del Bürgenstock, basate sulla cosiddetta “formula Zelensky”, non hanno prodotto risultati concreti e si sono rivelate strumenti orientati al proseguimento del conflitto piuttosto che alla sua soluzione.

Nel mirino di Mosca c’è la dichiarazione congiunta firmata a Londra dal presidente francese Emmanuel Macron, dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, dal primo ministro britannico Keir Starmer e da Vladimir Zelensky. Il documento individua cinque condizioni per avviare un percorso negoziale, tra cui garanzie di sicurezza per Kiev, il dispiegamento di forze multinazionali, il mantenimento del congelamento dei beni russi e un cessate il fuoco immediato. Secondo la diplomazia russa, tali richieste sarebbero formulate in modo da risultare inaccettabili per Mosca e accompagnate da un ulteriore sostegno militare all’Ucraina, compresa la produzione di armamenti a lungo raggio.

Una linea che, come denuncia il Cremlino, favorisce la militarizzazione dell’Ucraina e dell’Europa invece di creare le condizioni per una pace duratura. Zakharova ha inoltre accusato l’Unione Europea di aver rinunciato a qualsiasi ruolo di mediazione neutrale, citando una recente dichiarazione dell’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, secondo cui l’Europa è schierata dalla parte dell’Ucraina e agisce in difesa dei propri interessi di sicurezza.

Per Mosca, queste posizioni confermano che i principali Paesi europei non intendono presentarsi come mediatori, ma come parte integrante del fronte occidentale che sostiene il regime di Kiev. Un elemento che, come evidenzia il governo russo, rende ancora più difficile la costruzione di un quadro negoziale accettabile per tutte le parti coinvolte.


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US lawmakers warn next revolution in AI race must be in America, not China

The United States must ensure the next chapter of responsible innovation is written in America, not in China, lawmakers and witnesses told a congressional hearing on Thursday as they sounded the alarm over US-China competition for global supremacy in artificial intelligence (AI). “Cyber security and national security must be taken seriously. The United States cannot afford to let China or any other adversary gain a technological edge in artificial intelligence,” said Tim Scott, chairman of the...

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Taipei envoy sees US$14 billion arms package moving ahead under Trump

Taiwan’s representative to the United States expressed confidence that Washington would approve a new round of arms sales to Taiwan, though US President Donald Trump has yet to make a decision on the matter. Asked on Thursday about a pending US$14 billion US arms sale to Taiwan, Alexander Tah-ray Yui, Taipei’s de facto diplomatic envoy, told CNN: “It’s up to President Trump to decide. Once the review is done, we expect that the sale, that the announcement will be made because we need those arms...

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She Met Her Match

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Hello everyone, this is YOUR Daily Dose of Internet. In this video, we see what happens when a prank call backfires.

Links To Sources: https://docs.google.com/document/d/1rQZVBeXWH4g-f4rvwPQRF2_xLcGlX69N54LCCzdeBkc/preview

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Welcome to your Daily Dose of Internet where I search for the best trending videos, or videos people have forgotten about, and put them all in one video. I upload 2-3 times a week to keep video quality high. I always ask for permission to share videos that I find!

Every clip you see here is 100% organic and sourced from real people. No AI-generated videos, no AI-manipulated footage, ever. If a clip we sourced from a content library is later discovered to contain AI, we remove it from the video right away.

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0:00 Intro
0:03 Mickey Mouse prank doesn't go to plan
0:40 Pancake hack
0:46 Gutter ball
0:54 kid's a menace w the water hose
1:01 Dad Takes Lightsaber Duel a Bit Too Seriously
1:22 Cactus tree????
1:30 Bad pizza
1:36 Splashing boat
1:48 Nice clouds from above
1:59 Swiss pollen is no joke
2:13 Chubby cheeks
2:20 Muddy
2:36 Wall climbing world record
2:47 Delivery Driver 1v1 Challenge
3:09 Girl loves his impression
3:19 Ronald McDonald Sings National Anthem at Minor League Baseball Game
3:42 Insane goal
3:48 Things teech does when you're already overstimulated
3:55 Italian soap dispenser
3:59 Robot handshake fake out
4:05 Paraglide
4:18 Kid rides the horse
4:36 Flat afro
4:42 Plane Appears to Stop in Midair
4:50 Bike break
4:58 Left rear door
5:11 6 7 meetup in NY
5:22 Motorbike on traffic lights
5:31 Pigeon tries to hatch airpods
5:46 Machine refuses to be turned off
6:00 Sweep bird
6:07 Scream pan
6:20 owl in tree
6:44 Found the backrooms
7:10 Basketball dunk reaction
7:15 Hot dog race
7:27 Definitely needs new shoes
7:41 Harry Styles poster
7:51 nutella
7:56 He tried to relax her
8:05 Hibachi egg fail
8:15 Bin that sorts rubbish
8:17 Dad's genes didn't stand a chance
8:27 Half marathon viewing spots
8:36 Looking at veins
8:44 coke music
8:56 Sidewalk closed
9:02 Dog sneeze
9:12 STUCK CAR BLINDS DRIVER WITH MUD ON WINDSCREEN
9:25 Aeroplanes being transported
9:36 Drinking red bull with toothpick
9:47 Whisk
9:53 Canoe fail
10:02 Kangaroo by the bed
10:09 Tree chair
10:18 Robot to put bike away
10:32 Guy balances trash can on his head
10:49 Cat wants beef
10:57 Whiteboard
11:05 FOX STEALS GOLF BALL
11:22 Slinky performance
11:36 Front camera not working
11:51 Atlanta
11:59 Guac sombrero
12:07 I'm a chef too
12:17 Easiest corn maze
12:23 What mouthwash does
12:37 strawberry or gummy bear?
12:45 Doordash bot
13:04 Fancy toilet
13:18 Tallest guy in the store
13:32 Doll joint tattoos
13:45 Fans can't cope with heat
13:50 Bowling bump
13:58 Speedy turtle
14:15 Pilots view
14:28 Guy's four wheeler runs away
14:54 Serene summer forest, capturing nature's tranquility.
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Everyone hates frontier AI labs, says Palantir boss

Palantir CEO Alex Karp doesn’t think frontier AI labs prepping for IPOs really understand what their customers need, and that ignorance is making Palantir a success. Karp had a wide-ranging, often rambling and self-interrupting sit-down (coherent compared to some of his other interviews, to be fair) with CNBC’s Sara Eisen on Wednesday in which he said that every single enterprise customer Palantir has is unhappy with frontier AI labs like Anthropic and OpenAI. Those companies, says Karp, are operating on a “hyper religion of hyper optimism” that doesn’t reflect the experiences of their customers. “They believe all problems present, past, and future, including the ones they create but don’t acknowledge, are going to be solved by them,” Karp opined. “Enterprises are fed up because they know this doesn’t actually work this way, and isn’t working.” That frustration, Karp said, is driving businesses to Palantir’s Foundry systems, which act as AI-agnostic data integration platforms for unifying disparate data sources and cognizing them with whatever LLMs a customer chooses to deploy. Pitch to prospects or not, Karp is on to something. AI projects are largely loss makers for the companies that deploy them, and have been for some time. Only 28 percent of AI use cases fully meet ROI expectations, according to a recent Gartner estimate, and most fail to ever get out of the pilot stage. Despite that, business leaders keep shoveling coal into the AI furnace to try to extract value, which, if you ask Karp, simply isn’t there unless you’re pairing those models with some decent infrastructure. Infrastructure Palantir can provide, natch. “It’s not just the man and woman on the street who are unhappy with the frontier labs,” Karp said, pointing to “every single enterprise we deal with” being frustrated with the likes of Anthropic and OpenAI’s ability to provide value for their businesses. Karp said that Palantir leadership has been debating whether they should pay potential customers to go talk to frontier labs themselves before signing a contract with his outfit. “People come out of there screaming, saying 'this could never work for me, they don’t understand the enterprise, they don’t care about my enterprise,'” he said of customers. Frontier labs, Karp opined, just want customers to "tokenmax” – that is, to view token consumption as a measure of productivity and usefulness. The charge isn’t out of left field. Google CEO Sundar Pichai even nodded to the phenomenon at I/O last month. Burning more and more tokens is getting to be expensive for companies, and OpenAI is reportedly considering reducing its per-token charge to attract more customers in its growing war with Anthropic, which Karp called the “leading frontier firm” in his interview. Karp wouldn’t give a straight answer when asked whether OpenAI, Anthropic, and other frontier labs could do what Palantir is doing, but he did imply some doubt. Sure, they have some good engineers on staff, he said, but that doesn’t matter a lick if they “don’t talk to the enterprises or understand the technical challenges” their customers are facing in deploying their models. “When you go to San Francisco and talk to them, their basic vibe is ‘we don’t have to solve your problem today because tomorrow you’re going to go away and all your problems are going to be solved,’” Karp charged. “It’s largely religious.” Karp also called out OpenAI’s recent agreement to acquire UK-based AI consulting firm Tomoro, which will form part of the newly launched OpenAI Deployment Company aimed at helping customers generate returns from their ChatGPT investments, as an attempt to replicate Palantir's success. “It’s a complete farce,” Karp said. “They don’t understand how unlikeable they are.” By that, Karp said, it’s not that AI lab leadership isn't friendly – he said he's buddies with some of them and that they’re great to chat with – but “the product doesn’t actually work and it’s very expensive.” To that end, he added, most of the things that Anthropic brags about in public, for example, are successful because they’re “running on Palantir,” Karp charged. “It is not that LLMs aren’t crucial for the world, it’s just that the implementation is where the value is, certainly in the next 7 years,” Karp explained. In essence, what the Palantir boss seems to believe is that simply tossing an LLM at business problems isn't an actual solution. What Karp had to say on CNBC was, in his usual way, boisterous, confrontational, and self-aggrandizing, but look at the rate of AI returns in the enterprise right now and you have to admit he's got at least a partial point. ®

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Trump: «Tenemos un acuerdo con Irán y pronto lo firmaremos»

El presidente de EE.UU., Donald Trump, declaró este jueves que Washington ha conseguido un acuerdo por el que «Irán nunca tendrá armas nucleares».

«Pronto habrá una firma y los documentos están prácticamente listos, así que ya veremos», indicó a los periodistas, añadiendo «eso debería hacerse bastante rápido».

Según el republicano, el documento podría firmarse «durante este fin de semana en Europa» y, aunque él no puede asistir, Vance «estará allí».

«Acabo de hablar con ‘Bibi’ [Benjamín Netanyahu]. He hablado con los grandes líderes de naciones como Catar, Emiratos Árabes Unidos, Arabia Saudí, Baréin, Kuwait y otros. Y vamos a hablar con Turquía», detalló.

Al ser preguntado si el líder supremo iraní, el ayatolá Mojtabá Jameneí, ha aprobado el acuerdo, el inquilino de la Casa Blanca dijo: «Entiendo que la respuesta es sí». Asimismo, señaló que el levantamiento del bloqueo naval a la nación persa «forma parte del acuerdo». «Y los precios del petróleo se desplomarán», agregó.

Mientras, una fuente iraní cercana al equipo negociador de la República Islámica indicó previamente a Fars que Teherán todavía no ha aprobado ningún texto respecto al acuerdo con EE.UU. Sin embargo, parece que, dado que Washington ha aceptado la propuesta de la nación persa, existe la posibilidad de que esta sea reconsiderada por las autoridades iraníes, señaló el interlocutor.

El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, anunció este jueves la cancelación de los ataques y bombardeos que estaban previstos contra Irán para esta noche, al asegurar que las negociaciones con la República Islámica avanzaron hasta alcanzar un acuerdo preliminar respaldado por los principales actores involucrados en la crisis regional.

“Basado en el hecho de que las discusiones con la República Islámica de Irán han sido llevadas al más alto nivel de liderazgo iraní y aprobadas, yo, como presidente de los Estados Unidos de América, he cancelado los ataques y bombardeos programados contra Irán para esta noche”, escribió el mandatario.

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ShinyHunters Exploits Oracle PeopleSoft Zero-Day (CVE-2026-35273) to Breach Universities

The ShinyHunters extortion crew exploited an unpatched flaw in Oracle PeopleSoft to break into enterprise systems, steal data, and demand payment to keep it private. The campaign hit universities hardest. Google's Mandiant attributes it to the group it tracks as UNC6240, and dates the activity between May 27 and June 9. Oracle did not publish its advisory until June 10, so the bug was a

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LibreOffice si colora

Buone notizie in arrivo per gli scontenti dell’interfaccia grafica di LibreOffice. A partire dal LibreOffice 26.8, il cui rilascio è previsto per il prossimo mese di agosto, sarà possibile personalizzare dando un tocco di colore all’interfaccia a schede (la Notebookbar). L’anteprima ci arriva dal profilo Mastodon del Design Team di Libreoffice. Come potete vedere è […]

L'articolo LibreOffice si colora proviene da Marco's Box.

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Re: Feature request OpenWebRX+

Marat - thanks again for providing this very nice tool to observe radio spectrum. I'm always surprised by people who have no real idea of what's going on in the frequency domain, especially when there are apps like this.
 
What the OP suggested, having a peak/average holding spectrum display, would be pretty sweet.
 
While this thread is going, I'll chime in that it'd be nice to have a feature to speed up and slow down the vertical time display. Right now it seems to be about 70 seconds top to bottom, I am monitoring our local 70 cm LoRa network, and the digipeaters are really fast, so a single frame could get digipeated several times in 1 second. Some of the blobs below are actually multiple LoRa transmissions closely spaced in time. (Most of the frames below are saturating the SDR receiver due to the antennas being only 2 m apart.)
 
As well, I'd like to see the WFM mode be adjustable in bandwidth. I am monitoring some LoRa signals (a form of FM). I don't listen to broadcast FM radio, instead I use the WFM mode to "hear" the  LoRa frames and symbols (it's an easy way to translate a very wide-band signal into something that a human can hear). Being able to adjust the bandwidth to fit the LoRa bandwidth will help with the signal to noise ratio my ear hears. 
mceclip1.png
 
Cheers and 73 - Jon N7UV
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Anthropic recruits army to sell Claude to nonprofits

AI may or may not be pushing lots of people out of the workforce, but Anthropic has good news as the Claude creator is creating temporary positions to promote the adoption of AI, even as CEO Dario Amodei ponders policy interventions to counter "job displacement." The AI biz has announced the launch of Claude Corps, a $150 million program that will pay 1,000 Claude Corps Fellows $85,000 (plus benefits and a token budget) for one year to help advance the missions of nonprofit organizations using generative AI. Meanwhile, the tech industry continues to take on debt to build datacenters while balancing its books by shedding employees. According to job search biz TrueUp, the tech sector this year has averaged 935 layoffs per day, up from 674 per day in 2025. Anthropic's program debuts alongside the publication of Amodei's latest musing about his optimism "that, even in a world with AIs that are better than everyone at everything, humans can live lives of deep purpose and strive to build awe-inspiring and beautiful things." Claude Corps' stated goal is to provide host organizations with valuable tools and systems and to help participating fellows "build AI skills that will serve them in their careers" – however long those careers last until AIs are better than everyone at everything. There is, of course, no guarantee that AI will surpass human cognition or folly. But Amodei likes to talk about the idling of human labor, just in case, even if that sort of chatter fuels the firebombers. Anthropic says that it is announcing Claude Corps alongside its policy framework for dealing with AI's impact on work. The framework is titled "Policy on the AI Exponential," which is the same title Amodei used for his post. The policy's call for company-endorsed regulatory intervention is predicated on the claim that "AI is advancing at exponential speed," though the document cites no evidence of exponential capability gains and offers no time frame – a necessary variable to calculate periodic gains. Judging by AI model benchmark metrics, recent AI improvement has been incremental, a rate of advancement too timid to turn heads in the attention economy. Using data from Stanford HAI's 2026 AI Index report, even impressive gains such as AI model performance on the SWE-bench Verified benchmark rising from 60 percent to nearly 100 percent of the human baseline in a single year are not, by themselves, evidence of broad "exponential" progress across AI. Alarmism aside, Claude Corps will be funded and steered by Anthropic and implemented by computer education nonprofit CodePath, which will serve as the employer of record for fellows. The 12-month-long fellowships begin with "intensive training on using Claude in non-profit settings," augmented by five hours of additional training each week. Fellows are expected to use their remaining time coaching their respective nonprofits on the ins and outs of AI workflows. The gig comes with support from a CodePath mentor and office hours from Anthropic, which may prove useful for reactivating Claude accounts that have been suspended after triggering Claude's overly sensitive safety guardrails. Some 400 nonprofits are expected to host Claude Corps Fellows over the next 12 months, including Braven (job prep for low-income students), Code the Dream (coding education), and Heartland Forward (economic growth for middle America). "If Claude Corps works, we'll have a foundation for something much larger: a model for widening AI's benefits during a period of vast economic change," Anthropic says. And if not, as New Yorker cartoonist Tom Toro put it, "Yes, the planet got destroyed. But for a beautiful moment in time we created a lot of value for shareholders." ®

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US targets Cuba oil giant as Beijing and Havana deepen party ties

The Trump administration on Thursday imposed sanctions on Cuba’s state-owned oil and gas company, escalating pressure on Havana’s communist government and targeting a sector central to the island’s worsening energy crisis. The move came hours after senior Chinese and Cuban officials held a video conference to discuss bilateral cooperation and party-to-party ties. According to statements released by Chinese and Cuban officials, the talks involved Liu Haixing, head of the International Department...

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Vivendo la mia vita di Emma Goldman vol. 4

di Marc Tibaldi

Intervista al collettivo Quaderni di Paola

Per festeggiare l’uscita del quarto e ultimo volume delle memorie di Emma Goldman abbiamo pensato di intervistare le attiviste del collettivo femminista che cura le edizioni Quaderni di Paola, che hanno pubblicato integralmente, per la prima volta in italiano, il capolavoro della celebre rivoluzionaria.

Prima dell’intervista, qualche veloce parola sull’opera e sull’autrice. Il primo volume copre il periodo che va dal 1889 al 1899; il secondo dal 1900 al 1907; il terzo dal 1908 al 1917; il quarto dal 1917 al 1928. Per comprendere l’attualità del pensiero di Goldman è utile ripetere una frase della filosofa Chiara Bottici, che ha dedicato a Goldman importanti pagine di Nessuna sottomissione. Il femminismo come critica dell’ordine sociale (Laterza). Bottici critica chi pensa a Goldman come a un mito dimenticando o minimizzando così l’assoluta importanza del suo contributo teorico; scrive: “nessuno dei suoi precursori intellettuali è in grado di offuscare l’originalità delle sue prospettive”.

I tre volumi precedenti sono stati recensiti su Carmilla, qui: , il quarto volume è forse quello che riflette con più amarezza sulle lotte e sui fallimenti rivoluzionari, soprattutto sull’involuzione e la burocratizzazione della rivoluzione russa, che in pochi anni vide la repressione di tutte le voci dissonanti, gruppi che alla rivoluzione avevano partecipato con speranza e che la speranza l’avevano rilanciata a Kronstadt, nel 1921, con lo slogan “Tutto il potere ai soviet e non ai partiti”. Il racconto del viaggio nella Russia postrivoluzionaria di Emma e di Alexander Berkman è pieno di amarezza per ciò che verificano e di struggente bellezza per gli incontri con i molti rivoluzionari indomiti che affrontano il carcere. Toccante è l’incontro con le comunità yiddish in Ucraina (ricordiamo che Goldman nacque da una famiglia di origine ebraica a Kaunas, in Lituania, allora provincia dell’impero russo) represse da spaventosi pogrom. Parentesi: della grande tradizione proletaria e rivoluzionaria ebraica in Europa si dovrà pur scriverne in maniera articolata, magari partendo da Rudolf Rocker e la tradizione yiddish. Rocker – che era amico di Goldman – venne soprannominato scherzosamente, ma con grande rispetto, “Rabbi goy” (rabbino non ebreo) dai lavoratori ebrei londinesi. Invece di limitarsi a predicare, si immerse completamente nella loro cultura, ne imparò la lingua e lottò per migliorare le terribili condizioni lavorative. Fu una figura chiave nel gruppo ebraico Arbeter Fraynd (Amico dei Lavoratori). Diresse il settimanale in yiddish Der Arbeiter Fraint e la rivista Germinal. Queste pubblicazioni furono fondamentali per diffondere le idee anarchiche e la cultura laica nel contesto yiddish.

Prima di dare la parola alle compagne di Quaderni di Paola, vale la pena di riassumere gli aspetti fondamentali della vita di Emma Goldman: partecipazione alle lotte contro lo sfruttamento; l’interesse per la filosofia, la poesia e il teatro: in questo quarto volume – denso di incontri con intellettuali e rivoluzionari – viene raccontata una sua conferenza sull’opera di Walt Whitman che entusiasmò la sala stracolma. Infine, la visione intersezionale delle lotte planetarie, che ha tenuto assieme le multiformi sfaccettature della ribellione: esistenziale, ecologica, di classe, di genere e riflette su temi come l’anticapitalismo, l’ateismo, l’antimilitarismo, il libero amore, l’internazionalismo e l’abolizione del carcere.

Chi siete? Perché i Quaderni di Paola, in cosa vi caratterizzate da altre case editrici libertarie, anarchiche, di movimento?

Siamo un piccolo collettivo femminista e libertario, organizzato come associazione culturale, fuori da ogni logica di mercato e senza scopo di lucro. Con i Quaderni di Paola portiamo avanti un lavoro militante di diffusione di pratiche e pensieri di liberazione: femminismo, storia delle donne, anarchismo, educazione libertaria, lotta alle discriminazioni, movimenti transfemministi e queer. Non è il nostro lavoro: ognuna di noi si occupa di altro e questo progetto è una scelta politica. Proprio per questo rivendichiamo un’indipendenza piena e una radicalità che non deve rispondere a logiche editoriali o di mercato. Il progetto nasce da un lascito di Paola Mazzaroli, da cui prende il nome, e prosegue nel solco del suo impegno quotidiano libertario e femminista. Per noi la cultura non è neutra né accessoria: è terreno di conflitto e strumento di trasformazione.

Perchè avete deciso di ripubblicare la biografia di Goldman?

Innanzitutto perché mancava da troppi anni ed era ormai introvabile. Inoltre, non era mai uscita in versione integrale per un’unica casa editrice. Ma la nostra non è in alcun modo una semplice operazione archeologica o celebrativa. Siamo convinte cha sia un testo vivo, che attraversa lotte, corpi, desideri e contraddizioni ancora attuali. Rimetterlo in circolazione significa restituirlo come strumento politico, farlo parlare con i movimenti di oggi e rimettere in circolo parole e pratiche capaci di riaprire immaginari.

Il lavoro di traduzione e di curatela quali differenza ha rispetto alle edizioni parziali pubblicate negli scorsi decenni?

Si è concentrato soprattutto sul rendere il testo più accessibile e su un aggiornamento del linguaggio. In particolare abbiamo cercato di “svecchiare” la lingua, che in alcune traduzioni precedenti risultava un po’ appesantita rispetto alla chiarezza dell’originale. Il testo di Emma Goldman è infatti già molto diretto: scriveva in un inglese semplice e immediato, non essendo l’inglese la sua lingua madre. Il nostro lavoro è stato quindi quello di restituire questa immediatezza, rendendo il testo più leggibile oggi.

Il colore fucsia delle belle copertine ricorda il fucsia e nero di Non Una di Meno, c’è un contatto tra voi e questo movimento?

Il fucsia e il nero sono due colori storicamente importanti e insieme rappresentano la convinzione che la lotta contro il patriarcato sia inseparabile dalla lotta contro lo Stato e le gerarchie di potere. Il fucsia infatti è da più di un secolo il colore scelto dai movimenti femministi mentre il nero è da sempre il colore simbolo dell’anarchismo. In questo senso i due colori insieme sono segni riconoscibili di un preciso posizionamento politico. Per quanto riguarda i rapporti con Non Una di Meno, guardiamo sicuramente con grande interesse a questo movimento: alcune di noi ne fanno parte, altre lo incrociano nelle pratiche e nei percorsi di lotta. Più che un rapporto formale possiamo dire che ci sono diverse convergenze sul piano delle analisi e delle pratiche, dentro uno stesso terreno di conflitto.

Quali sono le sintonie tra Goldman e le attiviste del movimento transfemminista?

Stanno nel modo in cui viene pensata la libertà: non come principio astratto, ma come pratica che riguarda corpi, desideri e condizioni materiali di vita. Nel suo pensiero troviamo temi ancora centrali: il libero amore, la maternità consapevole, la critica al matrimonio e alle istituzioni che normano le vite, insieme all’idea che il personale è politico. A questo si lega anche la dimensione della soddisfazione dei bisogni e dei desideri, la possibilità di una vita non ridotta alla sola sopravvivenza: la celebre idea per cui “Se non posso danzare, non è la mia rivoluzione” restituisce proprio questa tensione tra liberazione e gioia, tra rottura e vita piena. C’è anche una forte dimensione antimilitarista e anti-autoritaria, che lega la critica alla guerra alla critica più ampia dello Stato e dei dispositivi di controllo sui corpi. Non si tratta di sovrapporre epoche diverse, ma di riconoscere una continuità di domande sul potere e sulle sue forme. In questo senso è un pensiero che continua a fornire strumenti validi anche oggi.

Oltre alla biografia di Goldman, avete pubblicato un racconto illustrato per bambini, il volume Queer e anarchia. Quali sono le motivazioni per questi due titoli?

Storia di Ayçiçeǧi. Il girasole del Mar Nero, scritto da Clara Germani e illustrato da Emma M. Marinelli, nasce dalla volontà di rivolgerci a lettori e lettrici di tutte le età ed è anche un omaggio a Paola Mazzaroli: la storia, pensata durante un viaggio in Turchia fatto insieme a lei, parla di un fiore ribelle e curioso che vuole conoscere il mondo e non solo venerare padre Sole come i suoi fratelli. Il volume Queer e anarchia risponde invece a un’esigenza diversa ma complementare: è un’antologia ricca e variegata che apre uno spazio di confronto tra anarchismo e pensiero queer. L’obiettivo è mettere in relazione saperi e pratiche che spesso sono stati tenuti separati, ma che condividono una critica ai dispositivi di normalizzazione e alle gerarchizzazioni.

Cosa avete in programma per il futuro?

Abbiamo molte idee in cantiere, tra ristampe, incontri e nuove pubblicazioni. Il prossimo volume è già in uscita, scritto da una giovane studiosa e dedicato ai contro-immaginari politici, in particolare al municipalismo libertario e alla “comunità di comunità” come proposte per mettere in discussione il paradigma dello Stato. Il secondo volume che vorremmo pubblicare è dedicato alla storia delle Mujeres Libres durante la Rivoluzione spagnola del 1936, un’esperienza femminista anarchica che dentro la rivoluzione ha costruito pratiche di emancipazione e autonomia per le donne lavoratrici. In generale vogliamo continuare a promuovere riflessioni che attraversano i conflitti del presente e, da una prospettiva transfemminista e libertaria, alimentano la costruzione di un mondo nuovo.

Grazie per il vostro impegno e per aver pubblicato Vivendo la mia vita. Più che un libro è un viaggio nel tempo, nella memoria, nelle idee, nella ribellione, merita di essere letto. Magari accompagnandolo con la visione di Reds, il film di Warren Beatty (basato sulla vita di John Reed, e sul libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo), tre Premi Oscar nel 1982: alla regia; alla fotografia (Vittorio Storaro); alla miglior attrice non-protagonista Maureen Stapleton, che guarda caso interpretava Emma Goldman. Certo a Emma e a noi interesserebbero di più altre vittorie, ma è storia ed è giusto registrarla.

P.S. Le edizioni Quaderni di Paola ( www.quadernidipaola.it ) non hanno ancora distribuzione nelle librerie. Per info e richieste: quadernidipaola@gmail.com – +39 334 744 5568.

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Pamela Genini, la prova del feretro

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Per verificare le modalità con cui è stata profanata la tomba di Pamela Genini, i carabinieri hanno effettuato una simulazione tecnica utilizzando una bara con caratteristiche e peso analoghi a quelli del feretro della giovane.

Le prove eseguite al cimitero di Strozza hanno permesso di accertare che l'estrazione e il successivo reinserimento della bara nel loculo potevano essere effettuati anche da una sola persona, senza l'utilizzo di particolari ausili meccanici.
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ShinyHunters hacked 100+ orgs by exploiting an Oracle PeopleSoft 0-day

Data theft and extortion group ShinyHunters has exploited a critical Oracle PeopleSoft bug as a zero-day to compromise more than 100 organizations, including the University of Nottingham, across 300 vulnerable instances. A spokesperson for the cybercrime crew on Thursday told The Register that they exploited CVE-2026-35273 to break into the university’s PeopleSoft system and steal 40 GB of personal data and billing records belonging to hundreds of thousands of current and former students. ShinyHunters posted the UK university on its data leak site on Tuesday before publishing the stolen files later that same day, presumably because the school refused to pay the extortion demand. “University of Nottingham on our leak site is one of the first publicly confirmed incidents,” a ShinyHunters spokesperson told us. “We have only just started outreach to affected orgs and are actively looking to reach an agreement with affected orgs.” They didn’t say when they planned to post the other 100 or so claimed victims. A Google threat intelligence report published Thursday afternoon corroborated ShinyHunters’ claims to have compromised more than 100 organizations. Google said it spotted malicious activity, “consistent with the exploitation of CVE-2026-35273,” between May 27 and June 9, and notified more than 100 global orgs “whose IP addresses correlated with potentially vulnerable endpoints." Most of these, we’re told, are based in the US and 68 percent are in the higher-education sector. PeopleSoft is a widely used enterprise software suite that large corporations and institutions use to manage their human resources, payroll and billing applications, supply chains, and student records. CVE-2026-35273 is a 9.8 CVSS-rated vulnerability that allows remote, unauthenticated attackers with network access via HTTP to compromise PeopleSoft Enterprise PeopleTools and fully take over the platform. On Wednesday, a day after ShinyHunters leaked the school’s data, the University of Nottingham confirmed the breach and Oracle issued an out-of-band security alert. It’s unclear, however, if the software provider has issued a patch to fix the security flaw. The Register reached out to Oracle, and did not receive any response to our questions. Google-owned Mandiant Chief Technology Officer Charles Carmakal, in a brief LinkedIn post on Thursday, warned that PeopleSoft was one of two zero-day vulnerabilities “actively being exploited in the wild.” “Oracle released mitigations,” Carmakal wrote. “Patches should come soon.” The other zero-day, for the record, is this Cisco Catalyst SD-WAN Manager vulnerability.®

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Cagliari, rogo nella notte: attentato alla moschea del quartiere Marina. L'Imam: “Qui da 40 anni, mai successo”

 

di Francesco Fustaneo

 

Un grave atto intimidatorio ha colpito la comunità islamica di Cagliari. Nella notte, ignoti hanno appiccato il fuoco davanti all'ingresso della moschea di via del Collegio, nel cuore del quartiere della Marina.

Un gesto che scuote la quiete del rione e riaccende l'attenzione sulla convivenza interreligiosa in città. A far escludere un incidente e a orientare verso la pista dolosa è la dinamica stessa del rogo, divampato questa notte in via del Collegio.

L'allarme è scattato verso le h 3:30. Secondo le prime ricostruzioni, i responsabili hanno posizionato un innesco con liquido infiammabile davanti al portone d'ingresso della moschea. Le fiamme si sono propagate rapidamente, annerendo la facciata, distruggendo alcune piante ornamentali e invadendo i vani scala delle abitazioni vicine, che condividono lo stesso stabile.

A evitare conseguenze peggiori è stato il tempestivo intervento dei residenti. Svegliati dal fumo e dal rumore, gli abitanti del quartiere della Marina sono riusciti a spegnere il fuoco con i propri mezzi prima dell'arrivo dei vigili del fuoco. Sul posto sono subito intervenuti i carabinieri, che hanno avviato le indagini e posto l'area sotto sequestro per i rilievi tecnici. Al momento non risultano né indagati né rivendicazioni.

L'imam di Cagliari, Mehrez Triki, ha dichiarato: “Siamo qui da quasi 40 anni e non era mai successo niente del genere. Siamo sorpresi e amareggiati, perché nel quartiere non abbiamo mai avuto problemi con nessuno”.

Triki ha voluto sottolineare il clima di rispetto e fratellanza che ha sempre caratterizzato la convivenza nel popoloso rione della Marina. “Le  persone che vivono qui – ha aggiunto – le considero tutte fratelli. La prova? Sono stati proprio i vicini, i primi, a darci una mano per spegnere l'incendio, e ora ci stanno aiutando a ripulire e sistemare i danni”.

Al momento non ci sono iscritti nel registro degli indagati né sono giunte rivendicazioni, ma dall’esterno  seppur con tutte le cautele del caso,  quanto accaduto rischia di  configurarsi come un gesto di natura islamofobica.

Episodi  come questo, purtroppo rischiano di riproporsi facilmente in contesti dove l'odio è già stato normalizzato nel dibattito pubblico. Il clima alimentato in questi anni da una precisa parte politica, con la complicità di alcune trasmissioni televisive, account social e giornali compiacenti – di cui l'islamofobia è solo una delle conseguenze – finisce per strumentalizzare, senza peraltro mai risolvere, i problemi connessi all'immigrazione irregolare. Così si alimentano fobie, odio e paura che, sommati a ignoranza, impoverimento generale e degrado, rischiano di essere l'innesco per ulteriori ondate di violenza generalizzata da parte di frange di sbandati, esaltati e xenofobi.

E come spesso accade – e la storia lo insegna – a farne le spese sono persone innocenti. Quando si soffia sul fuoco, poi, non è semplice fermare le fiamme una volta che l’incendio divampa.

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Google's new open-weights model brings image-generation tricks to AI text generation

The boffins on Google’s DeepMind team unveiled an experimental new language model this week that uses techniques originally developed for AI image generators to boost text output performance by as much as 4x when running on resource-constrained consumer hardware. It's free to download and you can run it with just 18 GB of DRAM or VRAM. The model, codenamed DiffusionGemma, is the latest addition to Google’s open weights model family. But unlike Gemma 4, which launched this spring, the 26 billion-parameter mixture of experts (MoE) model isn’t a large language model in a conventional sense. Instead, it’s actually closer to image models like Stable Diffusion or Flux. Rather than generating tokens one after another in an autoregressive fashion, DiffusionGemma generates entire paragraphs' worth of tokens at the same time. The process looks a lot like how a diffusion model turns what’s essentially static into an image through a series of denoising steps. As Google explains it, DiffusionGemma works by laying out a canvas of random tokens, and then refining them until the final output is reached. Compared to conventional LLMs, which are memory-bandwidth bound and require a lot of VRAM, diffusion models are a predominantly compute-bound workload, which is why the Chocolate Factory is positioning these models for local deployment. LLMs are autoregressive. During token generation, the model’s active parameters need to be streamed from memory for every token generated, making memory bandwidth a major bottleneck. In the cloud, inference providers balance compute and memory bandwidth by processing hundreds or thousands of requests in parallel. As you might have guessed, this isn’t something the average user running a local model on their notebook can do. However, many consumer products, like high-end graphics cards, have plenty of excess horsepower, which DiffusionGemma can take advantage of to boost output performance. Diffusion language models aren’t perfect. Google isn’t the first to explore this tech. Previous models, like DREAM or Mercury 2, demonstrated major speedups over conventional LLMs, but generally underperformed them in benchmarks for their size. DiffusionGemma doesn’t appear to be any different. According to Google, the 26 billion-parameter model falls just behind Gemma 4 12B in the GPQA-Diamond benchmark, with its main advantage being output speed, and even then it’s not as impressive as Google has made it out to be. The chart shows a roughly 2.25x speedup for DiffusionGemma over the 12B parameter LLM with speculative decode enabled. Compared to Gemma 4 26B-A4B, the speedup is nearly 4x when running a single Nvidia H100. DiffusionGemma is being released as an experimental model rather than an enterprise focused one, like we saw with Gemma 4. The model is available for download on popular model repos like Hugging Face under a highly permissive Apache 2.0 license with support already merged into popular inference engines like vLLM, MLX, and HF Transformers, with support for Llama.cpp coming soon. While local inference has largely been the domain of AI enthusiasts, companies like Google are increasingly leaning on the tech to cut cloud costs associated with their AI services. As you may recall, back in May, Google quietly began shipping a small LLM with its Chrome web browser. ®

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Microsoft's worst 'Nightmare' unleashes BitLocker bypass 0-day

Nightmare Eclipse, the prolific zero-day vulnerability hunter with an axe to grind against Microsoft, released yet another exploit late Wednesday that the researcher claims will spawn a command prompt that provides total access to the BitLocker volume. This bug, called GreatXML, was “an accidental discovery,” according to the researcher, who said it only took four hours to find. They claim this exploit (published on GitHub and Git-based code-hosting platforms) can bypass BitLocker on any system that has ever run a Microsoft Defender Offline scan at any point in the past. GreatXML comes just a day after Nightmare released exploit code for RoguePlanet, which allows local privilege escalation and leads to SYSTEM-level control over an affected machine. This brings the researcher’s zero-day count to eight. The earlier six - RedSun, UnDefend, BlueHammer, YellowKey, GreenPlasma, and MiniPlasma - all have patches as of this week’s Patch Tuesday event. Redmond on Wednesday told The Register that it is aware of RoguePlanet, and “actively investigating the validity and potential applicability of these claims.” The Windows giant didn’t immediately respond to our inquiries about GreatXML, including when it planned to issue a patch. Microsoft has said none of the vulnerabilities were reported via its official channels prior to being made public. The company also banned Nightmare’s earlier GitHub account, and seemingly threatened legal action before dialing back its rhetoric after steep backlash from the security community. Nightmare Eclipse, who some researchers suggest is an ex-Microsoft employee, harbors a very personal grudge against the Windows giant and its communications with bug hunters. They have promised to keep the zero-days coming, but waffle on the timing. Last month, the researcher pledged a big July 14 drop: “I will make sure your bones are shattered that day,” and then added, “nothing will be released this June (or maybe I will release smtg, depending on circumstances).” On Tuesday, they changed course. “I will be unable to mass disclose zerodays in July 14th, RoguePlanet took way more time than expected and truly drained me. I might take a break but I can't say for sure what I will be doing for next month, maybe it's nothing, maybe it's smtg.” A day later, Nightmare released the “accidental” GreatXML BitLocker bypass. According to the researcher, the BitLocker bypass first requires copying “unattend.xml” and the “Recovery” directory to the root of the recovery partition. The next step is rebooting into WinRE by Shift-clicking Restart. “If everything was done correctly, a shell with unrestricted access to the bitlocker volume will spawn,” Nightmare wrote. Also, if the scan hasn’t even been initiated on the Windows system, first you’d need to either log in and initiate it, or “figure out a way to boot into WinRE in offline scan state.” Security sleuth Will Dormann followed Nightmare’s steps to reproduce GreatXML, and said the writeup seems “flawed.” In his testing, Dormann said the command prompt appeared the next time a Defender Offline scan ran. “And in order to trigger a Microsoft Defender Offline scan, you both need to be logged in to Windows, and also have admin credentials,” he wrote on social media. “And if you've already got that level of access, you can just turn off bitlocker.” “The writeup for GreatXML suggests that the prerequisite is that Windows Defender Offline has been executed at some point in the past,” Dormann added. “And that after planting two files in WinRE, all you need to do is [Shift]-reboot into WinRE, and Windows will automatically go into Microsoft Defender Offline scan mode. But this is not the case in any of the 3 lineages of Win11 that I have handy.” ®

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New Attacks Trick OpenClaw AI Agent Into Running Code and Leaking Secrets

Two security teams have shown, in separate research published this week, that OpenClaw, the popular self-hosted AI agent, can be driven to run attacker-controlled code or hand over sensitive data through ordinary-looking inputs. Imperva buried instructions inside shared contacts, vCards, and location pins that the agent executed without the victim ever seeing them. Varonis built a test agent on

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New GreatXML Exploit Bypasses Windows BitLocker via Recovery Partition XML Files

Security researcher Chaotic Eclipse (aka Nightmare-Eclipse and MSNightmare) has released a new Windows BitLocker bypass dubbed GreatXML, a day after they published an exploit for Microsoft Defender. "This was an accidental discovery, it took a total of 4 hours to find this," the researcher said in a post on Blogger. "If you ever attempted to use Windows Defender Offline Scan, you're

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Hand-cranked AI box lets you get a workout while you wait for answers

Datacenters got you down? Worried that even the most innocuous questions will spin up AI models running in water-guzzling, energy-sucking, planet-destroying hyperscalers? You need CrankGPT. No, we’re not talking about surrendering to AI psychosis: we’re talking about a literal hand-cranked machine loaded with a voice agent that can respond to questions and even translate speech into other languages, provided someone keeps the power flowing. There’s an onboard custom-built capacitor board to store some juice, mind you, but it only provides around 20 seconds of crank-free runtime before you’ve gotta keep crankin’ to keep it alive. That, and it takes a bit of time to get it running - according to the documentation website, it’s a 30-second process “from the moment you start cranking to the moment you’re having a conversation with CrankGPT.” According to the AI expert duo behind the device, computer scientist Katrin Tomanek and former Google Advanced Technology and Projects Group technical project lead Alex Kauffmann, CrankGPT still delivers impressive results despite the need to perform some hard physical labor for your tokens (though we’d argue some exercise for your AI might not be a bad thing). “Asking Claude to add two numbers for you is like swatting a fly with a wrecking ball,” Kauffmann told The Register in an email. This tongue-in-cheek demonstration, Kauffmann said, may be a bit of light fun, but it’s an exercise in demonstrating what his and Tomanek’s AI company, Squeez, is all about: small, private specialized AI models that, in a pinch, might not even need very much energy or a connection to the web to operate. “Squeez produces customized, efficient, and private models that can run on small, inexpensive hardware to solve specific problems,” Kauffmann explained, citing tasks like voice recognition for someone with a strong accent or speech impediment, or specially-trained, local AIs that are subject matter experts in topics like gardening or auto repair, but won’t touch subjects outside their wheelhouse. Contrary to the flashy dot-com for CrankGPT the pair have set up, Kauffmann told me, Squeez has no plans to pursue spin cycle class-powered AI stacks for dev teams, though he said if anyone wants to foot the bill, he'd be happy to give it a shot. "Off-the-shelf bike generators are shockingly expensive and they're fussy to build," Kauffmann said. Still, "a good biker can maintain a steady 120W output, so a class of twenty could power a Blackwell." Speaking of wheelhouses, what’s inside that box? If there’s a tiny computer in a 3D-printed box with a crank attached, there’s a good possibility it’s going to be a Raspberry Pi, and that’s the case here. CrankGPT’s brain is built on a stock RPi 5 with 8 GB of RAM and a cooling fan HAT, and audio input and output are handled by a dedicated I/O HAT designed for voice assistants running RPis. Power comes from the aforementioned crank, which is actually an off-the-shelf 20W switchable voltage hand crank unit built for emergency USB device charging, and is stored in the custom capacitor unit the duo built. “The neatest part of the whole thing is that you can actually feel the inference,” Kauffmann told us. “The amount of resistance the crank presents varies depending on the amount of work the board is doing, so when it's really working (generating words for instance), the crank becomes much harder to turn than when it's idling waiting for you to say something.” As for software, the device is running the most stripped-down, bare bones instance of DietPi the pair could compile, which is able to boot into a functional userspace in about three seconds. The voice agent is the truly original piece of work done for the project, as detailed in the documentation page, and was built entirely from scratch. “We wanted to understand the system end to end and have as few dependencies as possible,” the documentation page notes. It’s available on GitHub for those interested in trying it out. Speech recognition is handled by the Moonshine automatic speech recognition engine, chosen for its speed, while text-to-speech synthesis is handled by Piper, chosen again for its low-resource edge inference capabilities. As for the models running on the thinking itself, there are a few that are behind CrankGPT, with Liquid LFM2 1.2B providing a general-purpose voice agent, and Gemma 3 1B being used for translation. CrankGPT can switch between translation and various prompts (e.g., general question answering and games like two truths and a lie) via a knob on the side of the enclosure. “It’s entirely configurable,” Kauffmann told us. “We added a couple of physical inputs (the knob, a button, a switch) to make experimentation easier.” Kauffmann added that he and Tomanek were surprised by how well the translation function worked. “We did no fine tuning, it's just a two-line prompt and it works really well for high-coverage languages,” he explained. While the demonstration focuses on audio prompts and responses, Kauffmann explained that the device supports all sorts of different models, with the only real limitation being inference time and the amount of hand cranking one wants to do to get their response. “We’ve generated images (small), made poetry (bad), and written code using the same setup,” the CrankGPT makers wrote in their documentation, all with “a hand crank, a little computer, and a small stack of speech and language models running locally.” If you’re interested in building your own CrankGPT model, keep an eye on the documentation page we linked earlier in this story, as Kauffmann told us he and Tomanek are planning to release all the plans and schematics in the coming days, while the aforementioned custom voice agent is already available for tinkering. “It's a pretty straightforward setup, the only tricky part is that SBCs like the Raspberry Pi will sometimes draw enough current to trigger a little generator's overcurrent protection,” Kauffmann told us. If you have a spare $300 lying around (that’s what Kauffmann estimates the RAM pricing surge has driven the build cost up to, from the $150 he spent when building CrankGPT last year), then you, too, may soon be able to build your own completely off-grid, standalone AI box so you can keep chatting with your favorite micro LLM if and when its bigger cousins knock the grid offline. ®

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Graviton 5 impresses, but please, for the love of all that's holy, stop calling them 'AI chips'

Amazon, along with the rest of the industry, has gotten so used to framing everything that happens through the context of AI that it has lost the plot on their Graviton chip lineup, and along with it their own credibility. Which is a shame, because it's actually a triumph of a chip. First, the Wall Street Journal breathlessly reported that Snowflake's $6 billion AWS commitment was "for agentic computing chips." Then AWS's own press release heralded the release of their latest chips "for the Agentic AI era." In both cases, they were referring to their Graviton line. You could be forgiven for thinking this was some kind of GPU. No, that's Trainium. (Technically, Trainium isn't a GPU, nor is it a CPU, but rather a systolic array. Don't worry; most AI engineering software doesn't know what the hell that is, either.) Graviton is AWS's general purpose Arm CPU, which can be used for AI in much the same way as Excel can be used as a database. But that's far from its only, or even primary, purpose. Let's dive into what Graviton actually is. Price / Performance / Reality For the longest time, Amazon refused to issue benchmarks, competitively positioning its then-nascent Arm line against Intel. Many of us thought this meant that the results would underwhelm — so you can imagine my surprise when real-world workload tests showed 35 percent to 40 percent better performance in a wide variety of situations. It was as if Amazon had built something amazing, but was somehow embarrassed to admit it. Those days are long behind us; they trumpet in the subhead of their announcement that Graviton 5 means "apps run 35% faster, ML inference is 35% faster, and databases are 30% faster." To their credit, I was expecting those numbers to be against something ancient, but in a refreshing bout of honesty, they're comparing them to Graviton 4, itself no slouch. They are also 9 percent more expensive. Once upon a time, new generations of AWS instances were notably less expensive than their predecessors. Going from a c4.large to a c5.large meant you'd get better performance, and the instance itself was a whopping 15 percent cheaper. Upgrading was a no-brainer! That started changing, and now upgrading means the instance becomes more expensive. AWS's position is that this is an incomplete analysis, since the improved performance means you'd pay less for a given workload. In some cases, this is correct, but in others, it's akin to saying that a Ferrari offers better price performance than my Honda CR-V because I can drive it to work three times faster. Logic, as well as traffic lights, disagree. Amazon's contention is correct for customers who have large fleets of nodes that they run at high degrees of CPU utilization. Switching those fleets to the new hotness will absolutely result in a price performance improvement, provided the workload and the stars both align. However, for customers who need a fixed number of nodes (think database companies, who offer each customer of theirs a set number of replicas, or workloads of the form "each environment gets three nodes, one in each AZ"), this represents a pure 9 percent price hike going from old generations to new ones. That puts many customers in a pickle: upgrade to new instance families, or stay on the old ones and watch availability become constrained in the coming years as AWS stops racking old chips. (Hi, Amazon PR! If you're about to pop into my inbox to tell me that won't happen, I have a customer I'd love for you to have a chat with!) But this price hike isn't happening in a vacuum. It's happening against a backdrop of "an 8GB Raspberry Pi is now $175, over twice its launch price of $85." Components have become fiendishly expensive across the board as giant companies compete for capacity, and AWS has to be feeling that pressure. Two companies each asked to buy all of AWS's Graviton capacity for the year; AWS clearly has room to kick their prices into the stratosphere! Somehow, they're not only resisting the siren song of "please gouge me, business daddy," but also managing to keep availability strong for customers of all stripes; I upgraded my developer node in my tiny unremarkable AWS account yesterday, and it Just Worked. And so... Despite the nonsense marketing, I don't want to detract from just how amazing Annapurna Labs (Amazon's chip division) has been at churning out wildly performant silicon year over year. Their chips are legitimately great, and the Graviton 5 numbers are a triumph. Lost against the backdrop of "Agentic AI," the stuff underpinning all of it continues to work, improve, and largely pass by unremarked. Keep going. ®

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ZTE wins three Selular Award 2026 honors for AI-powered network innovation

ZTE has won three prestigious awards at Selular Award 2026, held on June 8, 2026, at Menara Peninsula Hotel, Jakarta. The awards recognize ZTE's contributions and innovations in advancing artificial intelligence (AI)-powered network technologies amid the acceleration of digital transformation and 5G development in Indonesia. ZTE's contributions to advancing AI-powered network innovation have been recognized by Selular Media Network (SMN), a leading telecommunications and technology media organization in Indonesia, through three awards at Selular Award 2026. ZTE received honors in the categories of Best AI Technology Fixed Wireless Access, Best AI Network Ecosystem, and Best Native AI Baseband. These awards reflect ZTE's capabilities across network access, ecosystem development, and core infrastructure, further strengthening its position as a technology partner supporting digital transformation and the evolution of AI-driven networks in Indonesia. The Selular Award is an annual appreciation program organized by Selular Media Network (SMN) to recognize outstanding achievements and contributions across Indonesia’s ICT and digital technology industry. As the first and most consistent telecommunications industry award since 2003, the Selular Award serves as a benchmark for excellence, honoring companies and brands that demonstrate innovation, strong performance, and meaningful contributions to Indonesia’s digital transformation. Through this award, the public and business community can identify industry leaders that continue to create value and drive progress in the digital ecosystem. This year's Selular Award carries the theme "Leading The Future: Building Exponential Value in 5G-Advanced and AI Economy", highlighting the convergence of AI and 5G-Advanced as key drivers of digital economic growth. Kevin Fang, Marketing Director of ZTE Indonesia, said: "Digital transformation today is no longer driven solely by connectivity, but also by the ability of networks to operate more intelligently, efficiently, and adaptively. Through the AI-powered innovations we have developed—from broadband access to core infrastructure—ZTE is committed to delivering network solutions that are ready to meet connectivity demands in the AI and 5G-Advanced era. These awards motivate us to continue delivering meaningful innovations that create value for the industry, our customers, businesses, and society." Indonesia's telecommunications industry is currently entering a critical phase in its digital transformation journey. According to the e-Conomy SEA 2025 report by Google, Temasek, and Bain & Company, revenue from AI-powered applications in Indonesia grew by 127% year-on-year, the highest growth rate in Southeast Asia, with 80% of users interacting with AI applications daily. This momentum reflects the growing demand for network infrastructure that is not only fast and reliable but also capable of supporting AI workloads. On the infrastructure side, GSMA Intelligence projects that 5G investment in Indonesia could contribute up to USD 41 billion to the national GDP between 2024 and 2030. This projection highlights the strategic role of 5G as a connectivity foundation that supports digital transformation and the growth of the digital economy. At the same time, the increasing adoption of AI and data-driven services is driving demand for networks that are faster, more reliable, and capable of handling greater capacity. As part of its commitment to supporting these developments, ZTE continues to deliver innovations across the entire network technology value chain, from broadband access to core infrastructure. On the access side, ZTE provides AI-powered Fixed Wireless Access (FWA) solutions designed to expand high-speed connectivity more efficiently and flexibly. The solution serves as a strategic approach to supporting broadband inclusion while addressing the growing demand for connectivity across different regions. In addition, ZTE is building an open ecosystem that integrates AI, connectivity, cloud computing, and various digital technologies within a collaborative framework involving operators and enterprises. At the core infrastructure level, ZTE embeds AI capabilities natively into the baseband, the key component responsible for network signal processing. By integrating AI directly into the baseband from the design stage, networks can analyze, optimize, and adapt operations more intelligently and in real time. This approach enables more autonomous and efficient network operations while preparing networks for the demands of the 5G-Advanced era. Moving forward, ZTE will continue to deepen collaboration with operators, enterprises, and industry partners in Indonesia while strengthening its technology portfolio, ranging from wireless access solutions and optical transport to data center infrastructure and telecommunications energy solutions. In line with Indonesia's vision of becoming one of Southeast Asia's leading digital economies, ZTE remains committed to accelerating the nation's digital transformation through AI-driven innovation, intelligent connectivity, and next-generation network technologies that benefit more industries and regions across the country. Contributed by ZTE.

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Mobility for energy transition: come cambia il lavoro dei fleet manager

Le principali difficoltà nella definizione o nell'aggiornamento delle car policy aziendali. Le soluzioni più realistiche per contenere il Tco delle flotte. L'impatto nei prossimi 36 mesi delle variabili geopolitiche ed energetiche. E il ruolo che stanno assumendo le auto cinesi nel segmento business. La quarta edizione di Mobility for energy transition, iniziativa dedicata i fleet manager e realizzata in collaborazione fra Q8 Italia e Quattroruote Fleet&Business, ospitata al Porsche Experience Center Franciacorta, s'è concentrata sul tema del governo della flotta fra fringe benefit, tensioni internazionali e nuovi player, coinvolgendo gli ospiti in un sondaggio sui temi più dibattuti del momento. La sessione di approfondimento è stata moderata da Gian Luca Pellegrini, direttore di Quattroruote Fleet&Business, e animata da PierLuigi del Viscovo, direttore del Centro Studi Fleet & Mobility, Dario Duse, country leader di Alix Partners, Alessandro Fontana, direttore del centro studi Confindustria e Vincenzo Maniaci, direttore Cards & Digital payments di Q8 Italia. Le cinesi sono già di casa nelle flotte a noleggioPellegrini ha aperto i lavori presentando le elaborazioni di Quattroruote Professional sulle alimentazioni preferite dalle flotte e sui valori residui delle diverse motorizzazioni, con le marche cinesi che guadagnano terreno anche nel canale corporate. Secondo Duse, la stessa industria della Grande Muraglia dovrà essere cauta nel gestire la propria sovracapacità non più supportata dai sostegni statali, perché il rischio è di perdere la faccia preso i clienti europei promuovendo marchi destinati a una rapida scomparsa. E questo trend, secondo Del Viscovo, conferma la prospettiva di una minore rilevanza dei brand agli occhi dell'utente finale. Maniaci, nel ricordare che il fenomeno del consolidamento avviato in Cina l'industria europea l'ha già vissuto con largo anticipo, ha risposto alle considerazioni sull'invadenza dei colossi del made in China chiedendo cosa accadrebbe se smettessero di considerare il Vecchio Continente come il mercato di riferimento. Scende per la prima volta il prezzo medio delle auto a noleggioDel Viscovo ha anticipato alcuni dati del prossimo studio del suo osservatorio, e in particolare la traiettoria del prezzo medio delle auto del noleggio a lungo termine che, nel 2025 (ultima rilevazione), ha fatto registrare una prima, leggera flessione da 32.189 a 31.881 euro, e acceso il dibattito sul futuro della company car in uno scenario in cui le imprese, per affrontare i costi crescenti, rivedono al ribasso le car list, riducendo l'attrattività del benefit più amato dai collaboratori. Pellegrini ha quindi interrogato i relatori sull'eventualità che questa perdita di appeal possa portare a un ripensamento della mobilità aziendale che prescinde dall'auto assegnata. Maniaci ha portato l'esempio di società che hanno avviato il car sharing aziendale o il mobility budget, ma in forma pressoché sperimentale. Le conseguenze della situazione internazionale sull'attività di gestione del parcoPrima del comento ai risultati del sondaggio condotto fra i fleet manager presenti, Alessandro Fontana ha inquadrato le dinamiche del mercato dell'auto nella situazione geopolitica internazionale, sottolineando che se il conflitto nel Golfo finisse in tempi rapidi, le conseguenze sull'economia a cominciare dai prezzi dell'energia rimarrebbero tutto sommato gestibili.Al quesito sulla difficoltà di difendere le proprie scelte di car policy, i professionisti presenti hanno indicato come principali preoccupazioni l'aumento dei canoni e dei costi complessivi di gestione (38,5%) e l'impatto del nuovo regime di fringe benefit sull'accettazione dell'auto da parte dei dipendenti (35.9%).  Quanto alle scelte più realistiche per tenere sotto controllo il Tco della flotta, l'inserimento di nuovi brand, inclusi quelli cinesi, è stata la più votata (37,9%; e il 47,6% ha già fatto questa scelta), davanti a una revisione radicale della car list che distingua meglio l'uso professionale, il benefit e la mobilità privata (27,6%). Terzo quesito, quale variabile geopolitica o energetica si ritiene più critica nei prossimi tre anni, al quale ben il 45,5% ha risposto indicando la volatilità del prezzo dei carburanti, e il 36% la difficoltà di costruire una car policy coerente fra diesel, ibrido full, plug-in ed elettrico.
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Lynk & Co 02, il cambio di passo è dentro: nuova console e infotainment più rapido

Lynk & Co presenta il Model Year 2027 della SUV elettrica 02. Le novità non riguardano design o powertrain, ma si concentrano su dotazioni e software di bordo, seguendo i feedback raccolti tra i clienti europei. La console centrale è stata ridisegnata Tra gli aggiornamenti debutta l'inedita tinta esterna Onyx Black, protagonista delle immagini ufficiali. Nell'abitacolo arrivano finiture di Alcantara e cinture di sicurezza gialle, ma l'intervento più rilevante riguarda la console centrale, completamente riprogettata per offrire maggiore spazio agli oggetti di uso quotidiano. Profili personalizzati e qualche sorpresa Il software di bordo è stato aggiornato per ridurre i tempi di risposta e di caricamento. Introduce inoltre la possibilità di creare profili personalizzati per ogni guidatore, richiamando automaticamente le impostazioni preferite. Anche la struttura dei menu è stata semplificata per rendere più immediato l'accesso alle funzioni principali.Non mancano due elementi curiosi: la modalità Hey Honk, che consente di inviare messaggi preimpostati all'esterno, e la funzione Game Link, pensata per utilizzare lo schermo centrale con videogiochi a vettura ferma.
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Volkswagen nella fase più delicata: tagli a produzione e capacità, 19 mila esuberi entro lanno

Oliver Blume, amministratore delegato del gruppo Volkswagen, torna a fornire nuovi numeri sul programma di ristrutturazione della forza lavoro."Per Volkswagen, Audi, Porsche e la nostra consociata Cariad abbiamo concordato di ridurre il numero di posti di lavoro in Germania di circa 50.000 unità entro il 2030", afferma il manager in un'anticipazione del suo intervento all'assemblea degli azionisti del 18 giugno."Siamo in linea con i tempi: solo presso Volkswagen - inclusi gli stabilimenti di Sachsen e Osnabrück - avremo ridotto l'organico di 19.000 unità entro la fine dell'anno", aggiunge Blume. "In totale, sono già stati conclusi oltre 28.000 accordi vincolanti per le cessazioni del rapporto di lavoro entro il 2030. Abbiamo già ridotto i costi di produzione presso gli stabilimenti Volkswagen in Germania di oltre il 20% entro il 2025". Il taglio della capacità produttiva La riduzione della forza lavoro è solo una delle misure messe in atto dal costruttore tedesco per ridimensionare la base dei costi ("l'area in cui abbiamo maggiore necessità di intervenire"). Il gruppo ha già ottenuto 1 miliardo di euro di risparmi e sta lavorando per arrivare a 6 miliardi entro il 2030 grazie a "programmi di performance".All'interno di questi figurano anche le iniziative per la riduzione delle sovraccapacità produttiva. Blume ricorda come la capacità, pianificata prima del Covid e sulla base di "ipotesi molto più ottimistiche" rispetto alla realtà attuale, fosse stata fissata in 12 milioni di veicoli l'anno. "Oggi riteniamo realistica una cifra intorno ai 9 milioni. Questa è la media raggiunta negli ultimi cinque anni", aggiunge l'ad, rimarcando che "l'obiettivo è adeguare la nostra capacità produttiva a questo livello, in linea con il mercato".In questo contesto, negli ultimi due anni il gruppo ha già ridotto la produzione di circa 2 milioni di unità tra Europa e Cina. Sono state avviate misure per ridurre ulteriormente la produzione di 500.000 unità in Cina. I prossimi passi in Europa e Germania saranno di portata simile.Del resto, Blume ammette che "le condizioni per l'industria automobilistica sono ulteriormente peggiorate nel 2026", a causa del conflitto in Medio Oriente, della contrazione dei volumi di mercato e della concorrenza sempre più intensa. "Dobbiamo contrastare ulteriori pressioni esterne sui margini", prosegue. "Non possiamo dare per scontato che i livelli di vendita e di prezzo del passato torneranno sui mercati. E certamente non possiamo dare per scontato che i mercati torneranno a crescere". Le altre misure "In parole povere: dobbiamo ridurre i costi e diventare più redditizi, in un contesto economico che è diventato più complesso, dove la crescita è quasi inesistente. Dobbiamo adeguare le nostre strutture di conseguenza e riposizionare il nostro modello di business", afferma ancora l'amministratore delegato."Le fondamenta sono: analisi chiara, lavoro sistematico e disciplina rigorosa su costi e investimenti. Solo così possiamo creare lo spazio necessario per gli investimenti futuri e per la crescita".Blume passa poi a delineare alcuni capisaldi del piano per il futuro del gruppo. Tra le altre cose si punta a "ridurre la complessità" con "prodotti mirati, meno varianti, volumi maggiori per modello" e una maggiore attenzione alle aspettative dei clienti nelle diverse regioni.La riduzione della complessità riguarda anche piattaforme, architetture elettroniche e strutture gestionali, così come l'organizzazione delle attività e la ripartizione delle responsabilità interne.
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Chi è davvero il Generale Vannacci: l’ultimo prodotto del potere militare

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C'è un'enorme contraddizione nei discorsi di Vannacci.

Da una parte parla di immigrazione incontrollata e di remigrazione; dall'altra si vanta della sua carriera militare e rivendica le sue operazioni in Afghanistan, Iraq, Libia e Yemen.

Peccato che siano state proprio quelle guerre, scatenate dagli Stati Uniti e alle quali i governi italiani si sono accodati, ad aver causato il più grande numero di sfollati e la più grande ondata migratoria dalla Seconda guerra mondiale.

Guardiamo i numeri riportati dalla Brown University:

Iraq: 9,2 milioni di sfollati;

Afghanistan: 5,9 milioni;

Yemen: 4,4 milioni;

Siria: addirittura 13,5 milioni.

Se Vannacci fosse davvero coraggioso come finge di essere, allora dovrebbe ammettere che le guerre alle quali ha preso parte non hanno affatto servito l'Italia, come sostiene, ma sono alla radice di quel problema che ora vorrebbe risolvere.

Ma Vannacci si guarda bene dal farlo.

Attacca i disperati che arrivano con i barconi, non gli Stati Uniti.

Perché, come tutti quelli della sua razza politica e come tutti i finti sovranisti che abbiamo conosciuto in questi anni, è forte con i deboli e debole con i forti.

E adesso, con tutta questa retorica sulla sicurezza e sulla difesa dei confini, vorrebbe risolvere i problemi che lui e i suoi amici suprematisti e guerrafondai hanno contribuito a creare.


Ma oggi non vogliamo limitarci a parlare di queste contraddizioni.

Vogliamo andare molto, molto più in profondità.

E ci chiediamo:

Chi è davvero il generale Vannacci?

E soprattutto, che cosa rappresenta?

Secondo David Colantoni, fresco di pubblicazione del suo nuovo libro “Teoria della classe armata. L'età del potere militare”, — un testo con introduzioni di Jeffrey Sachs, Oliver Stone e Luciano Canfora, che secondo alcuni potrebbe lasciare un segno importante nel dibattito delle scienze sociali — Vannacci è un vero e proprio rappresentante della nuova classe dominante in Occidente: la "classe armata".

La sua ascesa sarebbe determinante non solo per comprendere, come vedremo tra pochissimo, la carriera del generale, ma anche per analizzare in modo più profondo e sistematico la fase storica che stiamo attraversando e individuare quello che l'autore considera il principale avversario politico del nostro tempo.

Buona visione.

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Soccer Meets Space Science

Researchers tested soccer balls aboard the International Space Station to study how internal mass affects motion and stability in microgravity.

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Soccer Meets Space Science

A white, red, blue, and green soccer ball floats inside the International Space Center. The FIFA logo is visible in the blue part of the ball facing the camera. The area in the background is mostly white, with a banner of country flags at the top of the photo.
NASA

A soccer ball floats in microgravity in this March 2, 2026, picture from the International Space Station. The space station crew tested soccer balls to study how internal mass affects motion and stability in microgravity. The findings have improved understanding of how embedded technologies, including match-ball sensors, can influence performance during play.

Through research aboard the International Space Station and technology developed for exploration, NASA continues to demonstrate how discoveries made for space can benefit people on Earth—including athletes and fans participating in the world’s most popular sport.

Image credit: NASA

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Soccer Meets Space Science

A white, red, blue, and green soccer ball floats inside the International Space Center. The FIFA logo is visible in the blue part of the ball facing the camera. The area in the background is mostly white, with a banner of country flags at the top of the photo.
NASA

A soccer ball floats in microgravity in this March 2, 2026, picture from the International Space Station. The space station crew tested soccer balls to study how internal mass affects motion and stability in microgravity. The findings have improved understanding of how embedded technologies, including match-ball sensors, can influence performance during play.

Through research aboard the International Space Station and technology developed for exploration, NASA continues to demonstrate how discoveries made for space can benefit people on Earth—including athletes and fans participating in the world’s most popular sport.

Image credit: NASA

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The Gentlemen Ransomware Claims 478 Victims, Can Spread Like a Worm

A new analysis of The Gentlemen operation has revealed that the financially motivated threat group initially operated as an affiliate responsible for conducting double extortion attacks, while leveraging resources from various ransomware-as-a-service (RaaS) schemes like LockBit (aka Tenacious Mantis), Qilin (aka Pestilent Mantis), and Medusa (aka Venomous Mantis). According to a detailed report

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Refugees’ Numbers Drop, but Many Return to Turmoil at Home, U.N. Says

There were nearly 118 million forcibly displaced people in 2025, slightly fewer than in the previous year, the United Nations refugee agency said.

© David Guttenfelder/The New York Times

Displaced people at a campsite in Lebanon in early April. Israel’s military offensive there had driven more than a million people from their homes by mid-May, the United Nations said.
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Trump phone has HTC guts. Tremendous guts. The best guts

It won't be making smartphones great again. The long-awaited Trump-branded smartphone has finally arrived, and it appears to be exactly what many suspected: an existing handset in gold drag. Repair biz iFixit got its hands on the Trump Mobile T1 after the device became available in May, and its teardown found the model is essentially an HTC U24 Pro with cosmetic tweaks and a Trump-friendly gold finish. It was almost exactly a year ago that the Trump Organization unveiled the Trump Mobile cellular service and heralded the coming of the T1 Phone, described as "a sleek, gold smartphone engineered for performance and proudly designed and built in the United States." Few expected the gilt gadget to live up to that promise, as there are effectively no mass-market smartphones built in the US, with the possible exception of Purism's Liberty Phone, which is priced at a challenging $1,999 for those who absolutely must have a smartphone made outside China. Despite accepting $100 deposits to pre-order the coveted handwarmer, Trump Mobile failed to deliver the device by August last year, as promised, and many started to believe it would never show up. But it arrived this May amid claims that the Trump Mobile website was leaking customer data to anyone who sent an HTTP POST request. The nerds at iFixit passed the Trump Phone through a CT scanner alongside an HTC U24 Pro to confirm that the internals of the two devices are almost an exact match. They even went so far as swapping the main board of the T1 for that of the HTC phone, and showed that it not only fits, but the phone still works. One difference iFixit noted is that the multichip package housing the 12 GB of LPDDR5 memory and 512 GB of storage is from Micron, whereas the corresponding package in HTC's phone is supplied by SK hynix. The HTC U24 Pro is a mid-range smartphone that was launched almost exactly two years ago in June 2024. It is based on the Qualcomm Snapdragon 7 Gen 3 platform, has a 6.8-inch display, and came with Android 14 at launch, whereas the Trump phone features Android 15. In other words, it's a fairly unremarkable smartphone, sprayed gold and marketed to Trump fans for a promotional price of $499. To be fair, as iFixit makes clear, this is not a bad price for a device like this, so aureate wannabes are not being overcharged here. But as iFixit also makes clear, the device may be assembled in Florida, but it was designed in China and the vast majority of its parts have been sourced from and made in China as well. ®

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VRChat says somebody faked a breach notice with the Maine AG's office

UPDATED Following notes from several readers, we followed up directly with VRChat on Thursday at 1945 GMT and they told us that the Maine Attorney General's office apparently posted a fake breach report. According to an email from VRChat's head of community, Charles Tupper, "VRChat did not submit this Notice of Data Incident, and the employee/email cited does not exist. We have no reason to believe that our data or systems have been compromised. We are in the process of contacting the Maine Attorney General's office to have this removed." In an effort to get to the bottom of this, The Register dialed the phone number on the report as well, but it connected to a line that is not in service. We also tried emailing the address on the report and got no reply. We could find no record of a Scott Caruso affiliated with VRChat. We apologize for the error, but generally speaking, government data breach reports are considered reliable. The fakers apparently even created a false notice that VRChat ostensibly sent to customers! If anybody knows who filed this apparently fake report and why, get in touch through our contact page, or through our secure tipline. The original story is below: Online chat platform VRChat says a recent cyberattack compromised the data belonging to nearly 2.5 million users. It confirmed the “data security incident” in a report filed with Maine’s attorney general, but has not disclosed it via public channels. The company’s report confirmed that its cloud environment was accessed between May 10-12, with the unauthorized intruder making off with information concerning 2,436,782 users. This included VRChat usernames, email addresses, whether a user was a VRChat+ subscriber, login histories (including device, hardware identifiers, and IP addresses), and Steam or Meta user IDs. It does not believe passwords, credit cards or other payment information, or government IDs used for age verification were affected. “VRChat sincerely regrets that this security incident occurred,” the company stated in its disclosure. “We understand that trust between our platform and its community is earned through consistent action, and we take full responsibility for the concern this event has caused. “The security and privacy of our players' information remain our highest priority, and we are committed to doing everything within our power to protect it.” VRChat said that after it was made aware of the intrusion, it contained the threat and implemented additional security controls, as well as engaging outside security experts. And in an unusual move for US breaches, the San Francisco-based company did not offer identity theft or credit monitoring services. Offering these kinds of services is not a legal requirement, but doing so is highly common, especially regarding attacks that affect so many individuals. VRChat does not publish the total number of registered users that it has on its books, but its documentation states that “the platform has grown to millions of users,” who have collectively published tens of millions of unique pieces of content for it since its first release in 2014. The part game, part chat platform is an online, open-world chatroom where people walk around interacting with one another via their 3D avatars. It has been compared to Second Life in that users explore other users' worlds, play mini-games, and partake in casual chit-chat, with support for both virtual reality headsets and conventional PCs. You can also think of it as something similar to Meta’s vision for the metaverse, just without all the coworking and KPI meetings, and with way more users. ®

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Cost per sample? Try cost per attempt

This article is aimed at bioinformatics platform leads, ML infrastructure engineers, and genomics budget owners who are now running GPU-accelerated workflows in the cloud. It's about a hidden cost problem that almost every genomics infrastructure team is paying for — and very few are actively measuring. The observations here are specific to short-read sequencing workflows, which remain the dominant data type in production genomics environments. Short-read sequencing pipelines, standard in next-generation sequencing (NGS) workflows, used to be CPU-heavy. You'd run them on a cluster, they'd grind through alignment and variant calling over hours, and the bottleneck was CPU throughput. GPU acceleration wasn't the story. That has changed. AI-driven variant calling, GPU-accelerated alignment tools like Parabricks, and deep learning models running on top of sequencing data have all moved toward the GPU, which means teams are managing serious GPU infrastructure for the first time. The cost model that comes with GPU cloud differs sharply from CPU clusters, and people are bringing CPU-era assumptions about pipeline reliability and cost accounting into a GPU environment. That mismatch is costing them. We work with a lot of these teams, and when we ask about infrastructure costs, they almost always lead with the same number: cost per sample. That's what gets reported upward, what sits in the budget. What that number hides is where things get interesting. When pipelines fail A typical short-read germline variant calling pipeline has maybe ten to 15 distinct processing steps. You start with raw FASTQ files off the sequencer, run quality control, alignment, duplicate marking, base quality score recalibration, variant calling, annotation — each step hands off to the next. These pipelines mostly run on workflow managers like Nextflow or Snakemake, which do have built-in mechanisms for resuming failed jobs. Nextflow has a flag designed to let you pick up from step eight of 11 rather than restarting from scratch. In principle, that's exactly the right solution. In practice, the problem is configuration. For that flag to work, Nextflow needs to find its cache directory — the folder that records which steps completed successfully. If the solutions architect set up the compute environment without properly configuring persistent disk space for that cache, the file isn't there when you need it, and the pipeline restarts from step one anyway. That's a setup failure rather than a tool limitation, but the result is the same: you've paid for compute you didn't get output from. When a large task fails mid-execution rather than at a clean step boundary, even proper checkpointing won't save you, because the task has to be rerun in full. A problem difficult to measure Genomics teams working with Nebius consistently report that 15 to 40 percent of their pipeline runs hit at least one failure and restart before completion. Pinning the figure down precisely is hard, and we have no definitive numbers that reflect the reality here. The range is wide because it depends heavily on how mature the infrastructure setup is. Teams with well-configured environments sit at the low end; teams newer to GPU cloud, or running on spot instances with higher interruption rates, sit at the high end. What makes this invisible is that if your metric is cost per completed sample, a failed run that eventually completes still looks like one sample at normal cost. The retry disappears from the number that gets reported. For example, a GPU-accelerated whole genome sequencing pipeline — germline variant calling — takes roughly two GPU-hours on an H200. At current on-demand rates that's about $9 of compute per sample, and that's the visible cost. Now apply a 25 percent failure rate — toward the conservative end of what teams report. For every four samples you complete, one run failed, restarted, and ran from the beginning. Your real cost per completed sample isn't $9 anymore — it's $11.25, a 25 percent hidden markup. Scale that to a team processing 2,000 samples a month: the visible compute bill says $18,000, but the real cost is $22,500. That's $4,500 a month — $54,000 a year — in compute that produced no output. For a mid-size genomics team, that's a meaningful fraction of the cloud budget, and it shows up nowhere as waste. That's before you touch storage. The hidden costs The storage picture is more nuanced than people expect. A standard whole genome generates roughly 200 gigabytes of raw FASTQ data, but that's the uncompressed figure. In practice, almost everything going into cold storage is compressed, typically down to around 30 gigabytes per sample, so the storage cost per sample is quite manageable. Where it gets complicated is retrieval. When you want to reanalyze archived samples — say, running a new cohort through an updated pipeline — you pull those compressed files back, and your infrastructure then needs to decompress them. That 30-gigabyte compressed file expands to 200 gigabytes, which means you need the disk space and memory headroom to handle the expansion. If the environment wasn't sized for it, you get failures or severe slowdowns at the decompression step, which becomes another category of hidden cost that's rarely accounted for up front. In cancer research, the numbers are much larger. Somatic mutation calling runs at 60x to 100x sequencing depth, so 600-gigabyte FASTQ files aren't unusual. Everything I've described scales accordingly. The key point: retrieval from cold storage always has a cost, regardless of where your compute lives relative to your storage. Some platforms charge for data egress between regions on top of that. Either way, the teams that haven't modeled their reanalysis frequency as a real line item are almost always surprised when they do. Tracking, tracking and tracking... Bioinformatics engineers know the failure rates, because they're the ones watching jobs fail at 2am. But by the time the numbers roll up to whoever controls the budget, it's just "cloud costs." There's no line item for "compute we paid for and got no output from." Cloud billing by service and instance type doesn't surface this. You see your GPU compute spend, your storage spend, your egress. You don't see "20% of your GPU spend this month was on runs that didn't complete." That decomposition requires deliberate instrumentation, and most teams haven't built it yet. What teams should measure instead of cost per sample Teams should measure a few things instead. First, completion rate: the percentage of pipeline runs that complete without failure or restart. That's your pipeline reliability score, directly linked to compute waste. Second, cost per attempted sample versus cost per completed sample. If those numbers are meaningfully different, you have a problem worth fixing. Third, storage retrieval frequency and the infrastructure overhead of decompression: how often you're pulling archived data back, and whether you've properly sized the disk and memory headroom for it. This is the gap between what looks cheap in the storage bill and what it costs to use the data. One thing genomics infrastructure teams should do differently starting this week Instrument your pipeline failure rate, right now, before anything else. The number itself doesn't fix anything, but it makes the problem visible. Once you can show that 15 or 25 percent of your compute spend is going toward runs that restart — with real dollar figures attached — the conversation about fixing the underlying infrastructure becomes easy to have. People move fast when they can see the waste. Everything else follows from that — better checkpointing configuration, smarter storage architecture, more stable compute — but you have to see the problem first. Discover the breakthroughs shaping the future of AI in healthcare and life sciences. Visit https://nebius.com/solutions/life-sciences-and-healthcare to learn more and register for the 2026 AI Discovery Awards ceremony: nebius.com/ai-discovery-award. Anastasia Raskolova Anastasia is a senior product manager for healthcare & life sciences at Nebius, where she focuses on infrastructure product for drug discovery and clinical AI workflows. Before that, she spent her career building ML products across computer vision, recommendation systems, and generative AI — and stays grounded in the clinical reality through volunteering in the Emergency Department at Massachusetts General Hospital. Contributed by Nebius.

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Apple gives Mac devs a WSL-ish thing to call their own

HANDS ON At WWDC this week, Apple introduced container machines, which are persistent virtual machines running Linux, bearing some resemblance to Windows Subsystem for Linux (WSL) on Microsoft's operating system. Developers using macOS, as with those on Windows, face the problem that most applications are deployed to Linux, creating a mismatch between the development machine and the deployment target. The friction is less for macOS, which, like Linux, is Unix-like, but still exists. Apple's solution builds on the Container project previewed at WWDC last year. Version 1.0 was released at this year's WWDC, complete with the new container machine feature. The project uses standard Open Container Initiative (OCI) containers, and both the containers and container machines run on lightweight virtual machines (VMs), giving strong isolation. On Windows, WSL is an important tool for developers. Could container machines have a similar impact for Mac devs? There is potential, but Apple has work to do both on features and documentation, and the project is tucked away on GitHub rather than being presented as part of macOS. The code is written in Swift and is open source on GitHub under the Apache 2.0 license. It uses another Swift package called containerization, which is also open source. We tried a brief hands-on, installing the 1.0 release from the GitHub release package on Tahoe 26.5.1. Only macOS 26 is supported. The name "container machine" is intended to convey that the feature combines both a container and a VM. The feature uses Apple's native virtualization framework, and the command line interface integrates well with macOS. Once installed, the command container machine run will open a terminal in the default container machine. Another option is to run a command such as container machine run uname -a, which will execute in the default container machine but without leaving the macOS shell. Once installed, the command container machine create is enabled, though only containers that include the /sbin/init system initialization program will work. Many container images designed for running applications, rather than being used for persistent VMs, do not include this. The solution is to build a custom container image from a Dockerfile, for which the documentation now includes examples. We used the Dockerfile supplied in a tutorial that sets up a container machine based on Ubuntu 24.04 with the Swift SDK included, followed by the steps to develop using Visual Studio Code running on macOS and connecting to the container machine via VS Code remoting. This worked and we were able to build a project on Linux and run it using VS Code and Safari on the Mac side, but debugging breakpoints were not hit. We tried again with a .NET project, for which debugging worked correctly. By default, a container machine mounts the macOS home directory with read-write permissions. This is great for accessing code or other assets from both macOS and the container machine, but not good for security. A rogue package installed on Linux, for example, could easily harvest credentials from a .ssh folder in macOS. This is configurable via the --home-mount argument. Setting access to "none" is more secure. The memory available to a container machine defaults to half the system memory. In our case that is 32 GB, but after launching the VM and starting PostgreSQL, the actual memory used, according to Activity Monitor, was only 1 GB. Additional memory is used on demand, but a limitation described in the technical overview is that memory cannot be released back to the host. In other words, memory usage will increase during use and can only be released by restarting the VM. WSL supports GUI applications via the X11 or Wayland graphic systems. An issue raised by a user about GUI applications in containers was closed on the basis that developers can install XQuartz, a project for running the X windows system on macOS, and then use container-to-host networking to connect, though we did not try this. GUI support appears not to be a goal of the project. Mac developers already have many ways to run Linux containers or VMs, including the mature ecosystem around Docker, Podman, Colima, UTM, VirtualBox, and OrbStack, to mention some contenders, as well as the option of using SSH to connect to a remote Linux VM. That means Apple has some work to do to establish its native container tools, and now container machines, as serious alternatives. On the plus side, the system is lightweight, aside from the inability to release memory, and performed well in our quick hands-on. A WWDC video has further details, alongside the documentation on GitHub. ®

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Race against re-entry: Swift's would-be saviour straps itself to a rocket

NASA's sprint to save the Swift observatory has reached another milestone: Katalyst Space's LINK robotic servicing spacecraft is now installed atop its Pegasus XL launcher. The milestone came less than a year after the space agency awarded the rescue contract. The next step will be to attach the Pegasus XL to the Stargazer carrier aircraft (the last airworthy Lockheed L-1011 TriStar), which will carry it from NASA's Wallops facility to the Kwajalein Atoll in the South Pacific Ocean for launch. Launch is expected to occur later this month. The goal is to boost the Swift observatory, whose orbit is decaying faster than expected due to increased solar activity. Swift lacks thrusters to compensate for the problem, so a return to Earth in the coming months is inevitable without intervention. Engineers recently bought the vehicle a little extra time by orienting the spacecraft and reducing the science output, but there is precious little margin in the timelines. The mission is high-risk, and Swift has little to lose. However, if successful, the approach could extend the lifetimes of other craft, including the Hubble Space Telescope, which will also re-enter the atmosphere in the coming years without intervention. Although NASA rejected a proposal by its now administrator Jared Isaacman to reboost the observatory using a SpaceX Dragon spacecraft, if the mission to Swift is a success, the agency will have another, far less expensive, option to consider. Like Swift, Hubble's orbit is decaying, and there will come a point in the coming years when managers must decide whether to attempt to extend the life of the veteran observatory, devise a way of performing a controlled re-entry, or let nature take its course. Swift was one of the missions slated for the chopping block under proposed budget cuts, so a successful rescue would mark a remarkable turnaround. Extending spacecraft beyond their primary mission isn't unusual. ESA, for instance, just endorsed extensions for several veteran missions, including Mars Express, XMM-Newton, and SOHO. But a Swift-style orbital rescue is something altogether different, and one that operators of other spacecraft facing decaying orbits will be watching closely. ®

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BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 6.11 - CORSA AL BAGNO

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PESTE SUINA, ABBATTUTE TRE SCROFE IN UN ALLEVAMENTO DEL REGGIANO

Nell’ambito della prevenzione della peste suina africana, i Nas hanno sequestrato?tre capi ibridi ritenuti a rischio in un allevamento?dell’Appennino Reggiano, dopo aver riscontrato gravi irregolarità su rintracciabilità e biosicurezza. Si tratta di?tre scrofe adulte per le quali il servizio veterinario?dell’azienda Usl – che ha supportato i controlli dei carabinieri?del nucleo antisofisticazioni e sanità di Parma coadiuvati dai?militari forestali – ha disposto l’abbattimento eseguito?dalla polizia provinciale competente per territorio.
Le carcasse degli animali saranno sottoposte agli accertamenti diagnostici previsti dal piano nazionale di sorveglianza, con test specifici per la ricerca del virus della Psa. Gli animali erano inoltre?detenuti all’interno di una struttura non autorizzata e?sprovvista delle necessarie recinzioni di contenimento, in?violazione delle disposizioni vigenti in materia di?biosicurezza. Al titolare dell’allevamento sono state contestate?violazioni amministrative per un importo complessivo pari a?3.400 euro.

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Apple version of Office 2019 becomes useless in a month

If you use Office 2019 on a Mac, your software will soon stop working properly and there's nothing you can do but buy an upgrade. From July 13, 2026, Office applications on the Apple platform could lose the ability to edit, save, or create new files. Opening and printing will still work, but otherwise it's "reduced functionality mode" time, as Microsoft puts it. The problem is due to the expiration of the certificate used to validate the user's Office license, and it will affect both Microsoft 365 subscribers on macOS, iPhone, and iPad and non-subscribers. Affected software includes Office 2021 and 2019. The fix requires an update to macOS 12 or later, or iOS 17 on an iPad or iPhone, followed by an application update, which is where the problems could start. While updates are a way of life for Microsoft 365 subscribers, they aren't for everyone. Office 2021 users can manually update – support for that product ends on October 13, 2026 – but Office 2019 users are out of luck. Support ended on October 10, 2023, and, according to Microsoft, "Because Office 2019 cannot be updated to the required version, this issue cannot be resolved by updating or reinstalling Office 2019 for Mac." The solution? Perhaps a Microsoft 365 subscription? Or switch to using Microsoft 365 on the web? The issue doesn't affect Windows or Android devices, but it is galling for Apple users who purchased Office 2019 and will soon be sent to "reduced functionality mode" with no support from Microsoft. The lack of updates is understandable, considering that support ended years ago, but turning the application into little more than a viewer due to an expired license certificate seems like poor form. Users on social media have been understandably annoyed with the situation and Microsoft's stance. One wrote, they were "completely happy with Office 2019 and saw no need to upgrade to the latest version." But now they will. Or switch to a different vendor. "This is appalling from Microsoft, will definitely not be supporting them in the future." ®

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F1, GP di Barcellona: il Montmeló mette alla prova telai e gomme

Da questa stagione l'appuntamento al Montmeló perde la denominazione di Gran Premio di Spagna, che passa al nuovo evento di Madrid atteso al debutto a settembre. Si correrà così il GP di Barcellona-Catalunya, che resta però uno dei banchi di prova più indicativi del calendario: una pista spesso descritta come una galleria del vento all'aperto, capace di esaltare pregi e difetti di ogni vettura. Non a caso molte squadre hanno scelto questo fine settimana per introdurre aggiornamenti sostanziali sulle proprie monoposto.La classifica: Antonelli in fugaLa caccia è alla Mercedes, reduce da sei vittorie consecutive - l'ultima proprio a Monte Carlo - con Andrea Kimi Antonelli sempre più protagonista del campionato. L'italiano si presenta in Catalogna con un margine di 66 punti sul nuovo secondo in classifica, Lewis Hamilton, che ha scavalcato George Russell.Per l'inglese della Mercedes resta un periodo complicato: il ritiro in Canada per un problema alla batteria e la penalità rimediata a Monaco lo hanno lasciato a secco di punti nelle ultime due gare, permettendo ad Antonelli di allungare ulteriormente in vetta. Ferrari, il nodo dei freniTra le squadre attese con aggiornamenti c'è anche la Ferrari, chiamata a confermare il proprio potenziale su una pista ben più impegnativa di Monaco. Il fine settimana, però, porta soprattutto una novità che riguarda Charles Leclerc: il monegasco proverà dischi e pastiglie di Carbone Industrie, lo stesso fornitore già adottato sulla monoposto di Lewis Hamilton.La scelta arriva dopo le parole pronunciate da Leclerc nel dopo-gara di Monte Carlo, quando ha indicato nello scarso feeling con i freni la causa dell'incidente che lo ha eliminato dalla corsa a quattordici giri dalla fine. Dichiarazioni nette, che hanno indirettamente chiamato in causa la Brembo. Non si tratta, ed è bene precisarlo, di una questione di qualità del prodotto, ma di compatibilità con lo stile di guida e con le sensazioni cercate dal pilota: nel paddock c'è chi non rinuncerebbe mai ai dischi Brembo e chi, da anni, si affida con convinzione al fornitore francese.Per la prova c'è una circostanza favorevole. La sessione FP1 riservata ai giovani piloti, che vedrà Dino Beganovic al volante della Ferrari, è stata assegnata alla monoposto di Hamilton: Leclerc avrà così l'intera sessione a disposizione per le sue verifiche. Se il riscontro sarà positivo, proseguirà con il nuovo materiale; in caso contrario tornerà alla configurazione attuale, cercando altre soluzioni insieme ai propri ingegneri. Debutta Fornaroli, con lui Aron e BrowningOltre a Beganovic con la Ferrari, la prima sessione di prove libere porterà alla ribalta diversi giovani piloti, in linea con l'obbligo FIA che impone a ogni squadra di schierare in due appuntamenti stagionali un rookie al posto di un titolare.Il nome più atteso in chiave italiana è quello di Leonardo Fornaroli. Ventunenne, campione di Formula 3 nel 2024 e di Formula 2 nel 2025, è oggi pilota del simulatore McLaren: a Barcellona salirà sulla MCL40 al posto di Lando Norris, con il numero 67, per il suo debutto ufficiale in un weekend di gara. Negli ultimi mesi ha completato diversi test TPC con la McLaren del 2023 a Silverstone, Austin e proprio in Catalogna: un riferimento reale sulla vettura attuale è prezioso per affinare la correlazione tra dati, modelli virtuali e sensazioni di guida.Non sarà l'unico. Paul Aron prenderà la R26 di Nico Hülkenberg per l'Audi (e in Austria rileverà Gabriel Bortoleto), mentre Luke Browning guiderà la Williams FW48 di Alex Albon, per poi toccare a Spielberg la vettura di Carlos Sainz. Per tutti e tre, l'occasione di prendere confidenza con monoposto più agili, utile anche al lavoro al simulatore. Gomme e strategia: Pirelli osaSul fronte mescole, per il 2026 la Pirelli ha scelto a Barcellona le C2, C3 e C4: una selezione più morbida rispetto allo scorso anno, pensata per aumentare il degrado e rendere più probabile una gara a due soste, allontanando lo spettro della sosta singola.Il tracciato resta notoriamente severo per gli pneumatici: lunghe curve a destra, carichi laterali prolungati e forte stress termico, soprattutto sull'anteriore sinistra. Dalle simulazioni emergono alcuni punti critici, come la lunga curva 3 percorsa in piena accelerazione, la curva 10 al termine del rettilineo e la curva finale, modificata nel 2023, oggi più veloce ma anche più esigente per le coperture. L'usura attesa è alta e prevalentemente termica, accentuata dall'abrasività dell'asfalto.Tecnicamente, il Montmeló premia chi ha telaio e aerodinamica più efficienti: serve una piattaforma rigida e ben controllata per limitare rollio e variazioni d'assetto nelle curve veloci, mantenendo però la necessaria docilità in trazione e sui cordoli. Su una pista dove i sorpassi non sono impossibili ma neppure scontati, le qualifiche restano decisive: partire davanti consente di gestire meglio passo, degrado e temperature.Come vedere il GP di Barcellona in tvTutta l'azione in pista, comprese le gare di contorno di F2 e F3, sarà trasmessa come di consueto da Sky. Ecco gli orari per seguire l'evento in tv, incluse le differite in chiaro di TV8 per i non abbonati.Venerdì 12 giugnoProve Libere 1 dalle 13:30 in diretta esclusiva su Sky Sport F1Prove Libere 2 dalle 17:00 in diretta esclusiva su Sky Sport F1Sabato 13 giugnoProve Libere 3 dalle 12:30 in diretta esclusiva su Sky Sport F1Qualifiche dalle 16:00 in diretta su Sky Sport F1. Differita TV8 alle 18:00Domenica 14 giugnoGara, partenza alle 15:00 in diretta su Sky Sport F1. Differita TV8 alle 18:00
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Cento anni dopo la Tipo 26 rivive in una MCPURA Cielo unica

Maserati presenta la MCPURA Cielo Tributo 1926, un esemplare unico realizzato dal reparto Fuoriserie e consegnato a Modena al proprietario in concomitanza con il passaggio in città della Mille Miglia 2026. Si tratta di un nuovo capitolo delle celebrazioni per i 100 anni del marchio, creato da Mario Maserati e riconosciuto in tutto il mondo. Con le firme di Alfieri e Bertocchi La biposto rende omaggio alla prima auto a portare il Tridente in gara un secolo fa, la Tipo 26, protagonista alla Targa Florio del 1926. Per celebrarla, il reparto Fuoriserie ha sviluppato una livrea ispirata agli anni 20, con tinta Grigio Lamiera Matte arricchita da grafiche Rosso Capannelle, Blu Infinito e Bianco Pastello, oltre al logo della Tipo 26 riprodotto sul cofano e sul montante.I cerchi da 20'' sono diamantati con dettagli rossi e abbinati a pinze nero lucido, mentre sul tetto ritorna il logo Maserati in bianco e blu. Sulle battute delle porte compaiono le firme di Alfieri Maserati e Guerino Bertocchi, ulteriore richiamo alla storia del marchio.La dotazione include anche i pacchetti di finiture in carbonio per esterni e interni, i sedili riscaldati, l'impianto audio Sonus Faber da 695 Watt e il Driver Assistance Pack.
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What’s behind Beijing’s seabed mapping east of Taiwan?

Beijing has completed a seabed survey in the complex waters east of Taiwan, its latest move to strengthen management of the waters around Taiwan following maritime border talks between Japan and the Philippines, according to state media. It is the first time mainland Chinese maritime authorities have conducted hydrographic survey operations east of Taiwan to fill in previously incomplete seabed mapping data for the area, according to an article published on Wednesday by Yuyuan Tantian, a social...

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Dutch chip startup claims all-European fab flow – with help from a very American friend

Dutch semiconductor startup Qualinx is claiming a breakthrough of sorts in European sovereign manufacturing thanks to an end-to-end semiconductor fabrication flow it is using for its new satnav chips. The firm, a spin-off from Delft University of Technology, says it has demonstrated that security-critical chips for aerospace, defense, and critical infrastructure can be designed, manufactured, and delivered entirely within Europe. Tape-out of the Qualinx QLX3xx, a family of ultra-low-power Global Navigation Satellite System (GNSS) systems-on-chip (SoCs), represents the first step on the path toward a fully automated trusted European manufacturing flow, the company claims. But Qualinx is a fabless design shop and relies on a contract manufacturer to make the chips for it. In this case, it is GlobalFoundries (GF), an international business with its headquarters in the US – so much for sovereign manufacturing. The pair say that GF's Dresden fab is establishing a European manufacturing flow with funding from the European Chips Act. This will ensure that every step of the production process occurs within the EU, so that no sensitive design data leaves the region. "This first secure product demonstrates that a fully European manufacturing path – from mask services to wafer production – is already a reality today," said Qualinx CEO Tom Trill. Qualinx is perhaps placing an emphasis on security-critical chips because there are already European semiconductor firms that design and manufacture their own products, such as STMicroelectronics. And Reg readers with long memories will recall that the UK once had its own processor company in the shape of Bristol-based Inmos, which made the Transputer, manufactured at Newport Wafer Fab (NWF) in South Wales – now sold off to US chip biz Vishay Intertechnology. The Qualinx chip will be made using GF's FDX fully depleted silicon-on-insulator manufacturing process, which we understand is a 12nm node. While advanced, this is some way behind cutting-edge processes such as Taiwanese chip giant TSMC's 2nm N2 process, now in mass production. But there has been debate about whether Europe really needs cutting-edge fabs. The European Commission's new Digital Sovereignty package proposes a Chips Act 2.0 that would fund a sovereign "AI chip factory." But as the Center for European Policy Analysis (CEPA) points out, European chip demand comes mostly from the automotive sector and industrial applications, which rely on 28/22nm technology, not cutting-edge silicon. "We are demonstrating that Europe can rely on a secure, end-to-end semiconductor manufacturing flow that meets the highest requirements of aerospace and defense," stated GF SVP and general manager Dr Manfred Horstmann. "Our partnership with Qualinx marks the first operational milestone." ®

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Stelle appena nate nella foto del mese di Webb

Avete presente la celebre Nebulosa di Orione? Ecco, nascosto dietro il suo gas e la sua polvere si trova un oggetto altrettanto spettacolare e variopinto: il complesso delle Nubi Molecolari di Orione, visibile in questa immagine grazie allo strumento agli infrarossi NirCam di Jwst, il James Webb Space Telescope. Selezionata come picture of the month di Jwst per il mese di giugno 2026, riesce a mostrarci uno scenario altrimenti invisibile: in banda ottica, infatti, la luce viene assorbita completamente dal materiale della nebulosa antistante, rendendo le osservazioni impossibili a lunghezze d’onda minori di quelle infrarosse.

Regione all’interno di una nube molecolare in cui si formano le stelle. Lo sfondo è ricoperto da strati di gas e polvere dai colori blu, verde e giallastri. Agglomerati più densi di polvere fredda, di colore che va dal marrone scuro al nero, bloccano completamente la luce. Le stelle si trovano sia all’interno che sopra le nubi, dalle quelle piccole arancioni alle grandi stelle bianche o blu. Le onde e i flussi di gas incandescente di colore biancastro sono generati dai getti delle protostelle che entrano in collisione con il materiale circostante. Crediti: Esa/Webb, Nasa & Csa, T. Megeath, M. Zamani (Esa/Webb)

In realtà, il complesso si divide in quattro parti, denominate da Omc-1 a Omc-4, e la foto scattata da Webb cattura solo una piccola parte di Omc-2, distante 1280 anni luce da noi: una regione ampia circa 150 anni luce in cui è in atto un’intensa attività di formazione stellare che dà origine a questa scenografica composizione di colori.

Le nubi molecolari, infatti, sono enormi agglomerati di gas freddo, molto più densi del mezzo interstellare circostante, ed è proprio questa elevata densità che permette al gas di collassare sotto l’azione della gravità, dando origine alle protostelle, il primo stadio del processo di formazione stellare. Man mano che il materiale continua a precipitare sulla protostella in formazione, si riscalda progressivamente e parte dell’enorme energia liberata durante il processo viene convertita in potenti getti di gas espulsi dai poli della stella. Questi getti generano onde d’urto ad alta velocità che attraversano il gas circostante, comprimendolo e riscaldandolo fino a produrre caratteristiche creste luminose ben definite. Nell’immagine è possibile individuare la posizione delle protostelle, ancora nascoste all’interno dei loro gusci di gas e polvere, seguendo a ritroso la direzione di questi flussi.

Al contrario, stelle già formate hanno disperso gran parte del materiale da cui sono nate attraverso la loro radiazione e i loro venti stellari, e per questo motivo appaiono in regioni relativamente sgombre di gas e polvere, rendendosi osservabili direttamente e illuminando Omc-2 con la loro intensa luce bianco-blu.

A queste zone illuminate si mescolano quelle completamente scure, dove la polvere fredda è così densa da assorbire quasi tutta la luce, mentre le regioni marroni e arancioni indicano la presenza di polvere più calda che assorbe e riemette luce. Le sfumature dal giallo al verde sono dovute in gran parte alle emissioni degli idrocarburi policiclici aromatici, mentre la luce delle stelle e delle protostelle, diffusa dai granelli di polvere, appare sotto forma di foschia blu e ciano.

Le osservazioni di questa regione sono state condotte all’interno di un programma che mira a studiare la formazione stellare all’interno delle nubi Omc-2 e Omc-3. In particolare, i dati di Webb verranno usati per comprendere meglio i fenomeni di accrescimento sulle protostelle e come la presenza dei numerosi flussi di gas nella regione influenzi gli stadi iniziali della vita delle stelle.

 

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Si dimette il ministro della difesa inglese

 

Il ministro della Difesa britannico John Healey ha rassegnato le dimissioni al primo ministro Keir Starmer, infliggendo l'ultimo colpo a un governo laburista già in difficoltà. In una lettera aperta, Healey ha lamentato che Starmer è stato «incapace, e il Tesoro non è stato disposto a stanziare le risorse» necessarie per le riforme radicali che intendeva attuare e per aumentare la spesa al 3% del PIL entro il 2030, al fine di adempiere agli obblighi della Gran Bretagna nei confronti della NATO.

Il ministro ha citato l'attacco statunitense-israeliano all'Iran alla fine di febbraio e la crescente tensione che i membri europei del blocco guidato da Washington stanno affrontando tra i dubbi sull'impegno americano come fattori che rendono necessari più fondi per le forze armate. Healey si è dimesso per protestare contro il bilancio militare pubblicato lunedì, che ha definito «ben al di sotto di quanto richiesto» dal ministero per schierare forze armate pronte al combattimento.

La leadership di Starmer è stata inoltre scossa da uno scandalo relativo alla nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti – noto per essere stato un collaboratore del finanziere caduto in disgrazia e molestatore sessuale Jeffrey Epstein – nonché dai disastrosi risultati delle elezioni locali di maggio, in cui il partito di governo ha perso decine di consigli comunali e quasi 1.500 seggi. Si vociferava che il partito potesse sostituire il proprio leader, ma il governo ha finora superato la crisi.

Il contesto della spesa militare britannica

Il Regno Unito, insieme alla maggior parte degli altri membri della NATO, si è impegnato ad aumentare la spesa durante un vertice lo scorso anno, in risposta alle pressioni del presidente Donald Trump, che ha accusato le nazioni europee di non fare la loro parte. Il parametro di riferimento proposto è stato fissato al 5% del PIL, di cui il 3,5% in spese militari dirette e l'1,5% in spese relative alla sicurezza. Il Regno Unito ha dichiarato che raggiungerà questo traguardo entro il 2035.

L'esercito britannico soffre da anni di sottofinanziamento. Solo la scorsa settimana, la portaerei HMS Prince of Wales, co-ammiraglia della Royal Navy, non è stata in grado di salpare per un'esercitazione della NATO dopo un problema tecnico. Anche la sua nave gemella, la HMS Queen Elizabeth, era stata ritirata dalle manovre della NATO nel 2024.

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La mia Onu avrebbe salvato l'Ucraina (di Pino Arlacchi)


di Pino Arlacchi*
 
C’è una domanda che vale la pena di porsi con franchezza, ora che l’Ucraina è ridotta a un campo di battaglia e l’Europa subisce le conseguenze di una guerra che non può né vincere né fermare: questa catastrofe era evitabile?

La risposta è sì. Ed è evitabile ancora oggi, se si vogliono avere il coraggio e l’onestà di riflettere sulle sue cause di fondo.

Il punto di partenza più recente è il fallimento degli Accordi di Minsk. Firmati nel 2014 e nel 2015 sotto la supervisione nominale di Francia e Germania, questi accordi avrebbero dovuto costituire la cornice diplomatica di una soluzione del conflitto nel Donbass. Ma erano sin dall’inizio una pietanza avvelenata.
 
Nel 2022, con una spudoratezza che ha dell’incredibile, Hollande e Merkel, i leader europei che li avevano garantiti, hanno dichiarato pubblicamente di aver usato Minsk solo per guadagnare tempo, per permettere all’Ucraina di riarmarsi e prepararsi alla guerra. Non un accordo di pace, dunque, ma una trappola degna dei tempi dei trattati segreti tra le potenze europee in corsa verso le guerre mondiali del Novecento
 
In presenza di un’organizzazione delle Nazioni Unite riformata secondo la mia proposta – con un’Assemblea generale dotata di prerogative sovrane e di meccanismi efficaci di garanzia dell’esecuzione dei negoziati di pace – questa falsificazione sarebbe stata irrealizzabile. Un ente di sorveglianza indipendente, con mandato dell’intera comunità internazionale, avrebbe monitorato l’attuazione degli impegni di Minsk, documentato le violazioni, ammonito le parti e reso politicamente insostenibile il sabotaggio avvenuto indisturbato per sette anni alla luce del sole, con la complicità dei garanti. L’Onu che propongo avrebbe reso quel tradimento impossibile. Ma vi è di più. Nell’autunno e nell’inverno del 2021-2022, quando la crisi si andava avvitando verso il punto di non ritorno, un’Assemblea generale dotata di poteri effettivi sarebbe stata in grado di intervenire su entrambi i fronti del conflitto nascente. Non come osservatore impotente, ma come giudice-arbitro dotato di strumenti adeguati di intervento. Fino all’uso di una propria forza di interposizione armata. Il primo atto sarebbe consistito nel riconoscimento formale di una realtà che il concerto occidentale si era ostinato a negare: la Russia aveva subìto, nel corso di trent’anni, un processo di accerchiamento strategico non dichiarato da parte della Nato.
 
Non si trattava di paranoia imperiale né di eccessiva suscettibilità del Cremlino circa la propria zona di influenza. Si trattava di fatti documentati, incontestabili. Contravvenendo impegni presi subito dopo la caduta del Muro di Berlino e lo scioglimento del Patto di Varsavia, la Nato aveva incorporato dal 1999 al 2020 quattordici nuovi membri, spingendo la propria linea di contatto fino ai confini della Federazione Russa. Basi missilistiche erano state installate in Romania e in Polonia, descritte come scudi difensivi ma rapidamente convertibili in piattaforme offensive. Il documento fondativo della Nato-Russia del 1997, che aveva promesso di non dispiegare forze militari permanenti nei nuovi paesi membri, era stato progressivamente svuotato di contenuto. E nel 2008, al vertice di Bucarest, era stata formulata la promessa – rivelatasi una scintilla – che un giorno anche l’Ucraina e la Georgia avrebbero fatto parte dell’Alleanza.
 
Era una strategia deliberata, orchestrata da Washington e subìta passivamente da un’Europa che aveva abdicato alla propria autonomia strategica e aveva mascherato l’espansione Nato con una parallela, innocente, politica di allargamento verso Est dell’Unione europea.
 
Un’aggressione silenziosa, al rallentatore: non con i carri armati, ma con i trattati, le basi, i memorandum, le mappe che si coloravano di blu verso est. La Russia aveva protestato per decenni – con Putin che aveva denunciato esplicitamente, fin dal discorso di Monaco del 2007, l’accerchiamento – e nessuno aveva risposto.
 
Un’Assemblea generale sovrana avrebbe rotto quel silenzio. Avrebbe potuto adottare una risoluzione che riconoscesse la legittimità delle preoccupazioni della Federazione russa per la propria sicurezza. Avrebbe invitato le forze Nato a formulare una risposta coerente con il principio dell’indivisibilità della sicurezza nazionale di ogni Stato membro. Principio sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione di Helsinki del 1975 secondo cui la sicurezza di uno Stato non può essere costruita a spese della sicurezza di un altro. Quel principio era stato invocato dall’Occidente per decenni, ma solo quando aveva fatto comodo alle potenze euroatlantiche. Un’Assemblea generale rifondata lo avrebbe applicato senza eccezioni, anche quando l’imputato fosse stata la Nato.
 
Ma il riconoscimento delle ragioni russe avrebbe costituito solo il primo lato dell’equazione. Il secondo sarebbe stato un monito rivolto a Mosca: le vostre preoccupazioni di sicurezza possono legittimare una risposta proporzionata, non un’invasione. Il diritto internazionale consente mezzi di azione adeguati a questi casi. Un’operazione militare circoscritta alle regioni del Donbass, fondata sul diritto di autodifesa e sulla protezione delle popolazioni russofone soggette dal 2014 a bombardamenti ripetuti e documentati dall’Osce, si sarebbe collocata in una zona giuridicamente controversa ma non priva di solide giustificazioni. Un’invasione su larga scala del territorio ucraino, il rovesciamento del governo di Kiev, l’occupazione militare di centinaia di migliaia di chilometri quadrati, no. Quella sarebbe stata, e fu, qualcosa di diverso: una guerra vera e propria, incompatibile con una lettura difensiva del diritto internazionale.
 
Questa distinzione – espressa non da Washington né da Mosca, ma dalla voce autorevole e imparziale dell’Assemblea generale – avrebbe avuto un peso che nessuna dichiarazione unilaterale avrebbe potuto possedere. Avrebbe offerto a Putin una via d’uscita del tutto percorribile: le tue apprensioni sono riconosciute, i tuoi nemici sono stati convenientemente ammoniti, il mondo ti dà ragione sulla Nato, ma non ti dà carta bianca per la guerra totale. E avrebbe offerto all’Ucraina e ai suoi protettori occidentali un messaggio netto: l’espansione della Nato verso Est, l’uso di Minsk come inganno, il riarmo accelerato dell’Ucraina, il diniego sistematico delle ansie e delle proteste russe, vi hanno resi i responsabili ultimi di questa crisi.
 
Non è avvenuto nulla di tutto questo. Perché non poteva avvenire. Il Consiglio di Sicurezza è rimasto paralizzato: l’Occidente ha bloccato le risoluzioni dell’Assemblea che riconoscevano la fondatezza delle preoccupazioni della Russia. E così il mondo ha assistito impotente al progredire della crisi.
 
La mia proposta di rifondazione dell’Onu non è utopistica. Nasce da chi ha visto dall’interno come funziona (e come non funziona) la massima espressione del sistema multilaterale. La mia Onu abolisce il diritto di veto che mette alcuni paesi al di sopra della legalità internazionale. Conferisce all’Assemblea generale il potere di riflettere la volontà della comunità internazionale nel suo insieme, mette fine agli effetti della spartizione del mondo avvenuta a Yalta nel 1945. Apre la porta di un mondo multipolare più equo e democratico.
 
*Il Fatto Quotidiano | 10 giugno 2026

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Immigrazione e identità culturale (di Vincenzo Costa)

 

di Vincenzo Costa*

 
Non è vero che gli immigrati, soprattutto islamici, distruggono l’identità culturale dei paesi occidentali. L’occidente ha perso la sua identità culturale da molto tempo. La scristianizzazione dell’Occidente non è una conseguenza dell’immigrazione. Le chiese sono vuote, i valori dell’Occidente, compreso quello molto laico della “cura di sé”, si sono svalorizzati per processi interni all’Occidente.

C’è un processo di svalorizzazione, un nichilismo tutto interno all’Occidente. Che è il problema di questa cultura. Usiamo gli immigrati per non affrontare il problema della disgregazione culturale interna. Lo usiamo per non affrontare la questione della disgregazione del legame sociale, che segue una logica interna alla nostra civiltà.

Gli immigrati vengono a inserirsi in questo mondo in corso di disgregazione, non incontrano alcuna identità. Diciamo che devono essere inclusi, ma per essere inclusi dovrebbero trovare un luogo che abbia una forma, e le nostre società non hanno forma, la stanno perdendo da tanto tempo.
Poi c’è un problema legato all’immigrazione, ed è questo: come immaginiamo una società in cui convivono persone appartenenti a culture diverse?
Possono culture diverse convivere nello stesso territorio?

Di fatto, alla base di molte elaborazioni filosofiche e politiche c’è l’idea che le culture non esistono. Credo sia stata una pessima trovata, ideologica, nordica e dunque stupida (penso a hannerz).

In realtà abbiamo pensato e stiamo pensando la società multiculturale come un luogo di cancellazione delle culture, come una brodaglia in cui tutti rinunciano alla propria cultura perché tutti assumono una cultura comune che è quella neoliberale del consumo come generatore di legame sociale e di integrazione sociale.

La stiamo pensando così perché è coerente con un mondo senza più cultura se non quella del successo, del denaro e del consumo. I migranti che arrivano incontrano questa cultura, l’Occidente per loro non è né il Cristianesimo né la domanda filosofica, né il problema della verità o della cura di sé. E non hanno torto.

I migranti che fanno gli aguzzini verso altri migranti non sono una cultura malata che invade la nostra: scimmiottano la nostra, hanno assunto la nostra cultura.

Il problema siamo noi, perché siamo noi che odiamo la nostra tradizione culturale, non la conosciamo, non la rivitalizziamo. Siamo noi che abbiamo in odio le nostre radici.

Siamo noi che usiamo anche i migranti per cancellare la nostra tradizione culturale, senza capire che poi a chi arriva offriamo solo il vuoto o il nulla, quello che abita la nostra civiltà.

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Le esultanze de il Corriere per il “Supermissile Flamingo” (e i pruriti del PD)

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Con che slancio, con quanta passione, con che effluvio partecipativo, il Corriere della Sera si diffonde sul “supermissile Flamingo” con cui Kiev ha colpito due giorni fa la capitale della Repubblica di Chuvaša, Ceboksary, circa 800 km a est di Moskva, sul Volga. Con che afflato il giornale milanese si dilunga sulle caratteristiche del razzo che dovrebbe sostituire gli americani Patriot, di cui il regime nazigolpista è a corto e che Washington da tempo non fornisce, perché li impiega nell'aggressione all'Iran. Con che partecipazione emotiva il redattore assicura i lettori che Kiev è «sempre più autonoma» nella produzione di missili e fornisce addirittura il numero esatto che l'azienda produttrice sarebbe in grado di sfornare ogni mese. Con quale spirito di comunanza affettiva si comunica che per la junta di Kiev «c’è un punto in particolare che dà un valore inestimabile alla nuova arma: è stata pensata, quasi del tutto disegnata e largamente costruita in Ucraina... Un’era diversa e un futuro che promette ottimismo». L'ottimismo della guerra e di chi guarda ai superprofitti che l'industria militare promette. Basta, scrive il signor Lorenzo Cremonesi, con le «limitazioni imposte da Biden all’impiego delle armi americane, prima che Trump bloccasse radicalmente l’invio di materiale bellico Usa influenzato anche dalla sua ammirazione per Vladimir Putin». Basta. Ucraina über alles, über alles in der Welt. L'Ucraina centro del mondo, come la intendono i nazionalisti inneggianti alla “ucrainicità” e come la vedono nelle redazioni belliciste italiche e nei circoli “politici” del centrismo liberal-borghese di casa nostra.

Nell'entusiasmo di Vladimir Zelenskij per gli obiettivi colpiti dai “fenicotteri” di Kiev, scrive con altrettanta esaltazione il redattore milanese, «si coglie il senso della nuova potenza militare ucraina: sta diventando indipendente, non occorre più chiedere nessun permesso». Sì perché il “Flamingo”, ci raccontano, è realizzato da una cosiddetta “startup ucraina” nata «alla fine del primo anno della nuova guerra (quella vecchia era iniziata con l’attacco russo del 2014)». Farabutti euro-guerrafondai che contrabbandano il terrorismo dei nazigolpisti di Kiev contro le città del Donbass, contro ospedali, asili nido, parchi, stazioni, come un «attacco russo del 2014». Terroristi della cartaccia stampata, che nel 2022 scrivevano di “attacco immotivato” della Russia all'Ucraina, come se da un giorno all'altro, in un'oasi di pace, diletto e fratellanza, quegli sciagurati di russi avessero attaccato proditoriamente un paese civile e democratico, così, dall'oggi al domani, senza alcuna motivazione. E oggi, dato che non si può più continuare a vendere per “anni di pace” quanto accaduto negli otto anni precedenti il 2022, ecco che declamano spudoratamente di «attacco russo del 2014». Andate a dirlo, canaglie prezzolate, ai civili di Alcevsk, Kramatorsk, Donetsk, Stakanov e i tanti villaggi del Donbass martellati per otto anni dalle artiglierie ucraine. Vien da chiedersi, in prima battuta, quanto certe redazioni ricevano da certe ambasciate.

Ma, questo, tra parentesi. Di sfuggita, invece, sul finire del servizio, quando ormai il lettore ne ha avuto abbastanza di celebrazioni filo-naziste, si è costretti a buttare là, en passant, che la ditta che “produce” il “Flamingo” «collabora con il gruppo britannico Milanion», tacendo come d'uopo che il FP-5 ucraino è più o meno l'esatta copia del FP-5 prodotto dall'impresa britannico-emiratina. Così che poi non si può fare a meno di citare la britannica The Economist, secondo cui «una parte della produzione è effettuata all’estero, ma il 90 per cento delle componenti viene poi assemblata in Ucraina». Vale a dire: ancora una volta sono le imprese del complesso militare europeo ad essere direttamente impegnate nella guerra contro la Russia.

Ragion per cui, non possono suscitare altro che ripugnanza certi pruriti che vengono presentati, ancora dal fogliaccio milanese, quale “battaglia delle idee” all'interno di quel miscuglio di liberalismo bottegaio, sussiego padronale – le maggiori industrie di guerra italiane non sono forse a dirigenza PD? - e finta alternativa aclassista alla peggiore fogna reazionaria italica denominato Partito Democratico. Il cosiddetto “dibattito” sull'Ucraina che, dicono, si starebbe svolgendo all'interno di quell'agglomerato di individualismo da mercato, somiglia tanto a una certa qual riproposizione, in termini adattati al liberalismo capitalistico odierno, della falsa alternativa di inizi '900 tra aperto e dichiarato opportunismo, da una parte e centrismo conciliatore dall'altra, all'interno, comunque, di un movimento che, quantomeno a parole, intendeva muovere le masse popolari verso una prospettiva di cambiamento sociale.

Oggi che, a tali livelli di bassezza politica, le uniche alternative di cui blaterano le maggiori figure del PD sono quelle completamente interne al loro perenne quadro sociale e economico capitalista, anche il “dibattito” sull'atteggiamento nei confronti dell'Ucraina è circoscritto al quesito se la junta nazigolpista, sponsorizzata dalle cancellerie europee quale avamposto del prossimo confronto militare diretto contro la Russia, debba entrare immediatamente a far parte della UE o debba prima attraversare un certo periodo di “decantazione democratica”.

Ecco dunque che, come racconta il Corriere della Sera, il signor Alessandro Alfieri «ammette che sull’Ucraina» loro del PD si attengono a «una posizione molto marcata di pieno sostegno»; così che ai «riformisti dem ovviamente non dispiace affatto che il Pd su questo punto sia fermo». D'accordo anche il signor Lorenzo Guerini, sulla «risoluzione del Pd nelle parti che riguardano il sostegno a Kiev». In ogni caso, si assicurano i lettori “benpensanti” da via Solferino, i riformisti, cioè i liberali della borghesia danarosa, «voteranno a favore anche delle risoluzioni di Azione e Italia viva»: si deve supporre che ci sarà da assistere a un grande coro di “slava Ukrainy”, cui farà eco un generale “Sieg heil”. Ma attenzione: la questione non è così pacifica all'interno del PD, perché «alla minoranza riformista non sono piaciute affatto le affermazioni rilasciate al Corriere da Goffredo Bettini», che il 10 giugno «aveva sostenuto la necessità di far ripartire il dialogo con la Russia e aveva frenato sull’ingresso di Kiev nella Ue». Grido d'allarme di quelli che a inizi '900 sarebbero stati gli opportunisti dichiarati e che oggi, tanto per attualizzare un po' i termini a favore delle generazioni più giovani, potrebbero definirsi gli adepti del liberalismo chiesastico di stampo borghese: il signor Filippo Sensi, agente delle passate atmosfere democristiane, tuona che «Un Pd che seguisse questa agenda filorussa sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere». Non si distinguono le signore Lia Quartapelle, Simona Malpezzi e, da va sé, Pina Picierno, tutte genuflesse all'altare dei nazigolpisti di Kiev. Tutte unite nel coro di disprezzo per il “povero” Goffredo Bettini, quello che chiede al suo agglomerato politico di spostarsi ancora più verso le esigenze borghesi, convinto che «la sinistra non vince se non si allea con una forza più di centro» e che, riguardo all'Ucraina e alla sua ammissione alla UE, afferma che «In prospettiva vedo questa possibilità con favore. Ma il processo sarà inevitabilmente lungo. Di anni. L’Ucraina non corrisponde a criteri fondamentali per entrare nell’unione europea». Quali sarebbero i criteri? Per carità, non si dica che tra quei “criteri” europeisti ci sia una qualche mielosa “avversione” al nazismo. Quando mai? È solo la propaganda russa a dire che nel 2014 ci sia stato a Kiev un golpe voluto e foraggiato da USA-UE-NATO, cui hanno fatto da manovalanza terroristica le formazioni nazionaliste e apertamente naziste, addestrate già da anni, prima di allora, nei centri di reclutamento yankee e che oggi tengono per il collo la banda di Vladimir Zelenskij, per assicurarsi che non sbandi verso un “compromesso” con la Russia.

Il signor Bettini parla di «ripartenza di un dialogo con la Russia. Zelensky è disposto a parlare con Putin. Cosa impedisce a noi di fare altrettanto?». Ben venga il “dialogo con la Russia”. Resta a vedere da quali posizioni e con quali obiettivi. Il signor Bettini è davvero sicuro che il nazigolpista-capo Zelenskij sia “disposto a parlare con Putin”? Ha forse letto un po' troppo velocemente il pizzino mafioso indirizzato dal jefe de la junta al presidente russo, o si è forse fidato troppo del cosiddetto “linguaggio amichevole” di quel vergognoso messaggio, addolcito nelle redazioni italiche da un “tu” con cui Zelenskij si sarebbe rivolto a Putin, quando l'originale ucraino recava un normale “voi”, con offensiva lettera minuscola che, insieme a tutto il tono ingiurioso dell'intera epistola, costituiva il vero perno che le cancellerie franco-britannico-tedesche volevano mettere alla base dell'autentico senso della direttiva impartita a Kiev e da trasmettere a Moskva: la guerra deve continuare.

L'opportunismo liberal-europeista dei vari Guerini, Alfieri, Sensi & Co., insieme al confessionalismo inquisitorio di Picierno, Quartapelle e altri ha il “merito” di essere aperto, sfacciato, intento nell'adorazione dei nazigolpisti di Kiev, avamposto della crociata per ora non armata contro la Russia, in attesa del passaggio alla guerra guerreggiata in prima persona dalle “democrazie” europeiste. Il falso “centrismo” di coloro che, all'interno di quella compagine penitenzial-borghese e anti-operaia chiamata PD, evocano a parole il “dialogo con la Russia”, mentre continuano tuttora a sostenere un regime terroristico che manda al macello i propri giovani e affama le masse del proprio paese, in base ai dettami delle corporation transnazionali, non costituisce altro che una puntura di spillo nel generale obiettivo della militarizzazione della società, in preparazione alla guerra.

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Cosa sta succedendo a Belfast?

 

di Laura Ruggeri*

 

Essendo al corrente della mia familiarità con Belfast, un iscritto al canale mi ha chiesto un commento sui recenti disordini in città. Non intendo gettare benzina sul fuoco visto che la vicenda ha dei contorni che mi sfuggono ancora e viene sfruttata abilmente per creare ulteriori divisioni tra le classi popolari per fini che potete immaginare, tra cui anche una stretta repressiva e securitaria in Europa. In ogni caso, ho vissuto a Belfast Ovest nel 1981 e 1982, in un quartiere cattolico al tempo in cui la città era divisa in settori e si attraversavano i checkpoint per andare da un quartiere all'altro. Nella zona degli attuali scontri – a maggioranza protestante – non mettevo quasi mai piede: per una persona con le mie frequentazioni sarebbe stato oggettivamente pericoloso.

Non serve entrare nei dettagli, ma anche all’epoca era facile scoprire con chi uno si accompagnasse. Da allora Belfast ha subito una trasformazione radicale, quasi una mutazione antropologica. Se ci tornassi oggi, non la riconoscerei. Un esempio paradigmatico: la nuova donna sindaco di Belfast, insediatasi da pochi giorni, ha 30 anni. Nel 1981 non era ancora nata. Si chiama Róis Máire Donnelly, proviene dal quartiere cattolico di Ballymurphy ed è espressione di un Sinn Féin molto diverso da quello che conoscevo allora.

Da partito repubblicano legato alla lotta armata, al nazionalismo cattolico tradizionale e all’identità operaia, Sinn Féin si è trasformato in una formazione progressista e “Sorosiana”: diritti LGBT+, femminismo, inclusività, immigrazionismo e retorica identitaria. La stessa Donnelly, con il suo linguaggio e il suo profilo, incarna perfettamente questo cambio di registro. Quello che invece è rimasto sorprendentemente costante, anche se quasi mai menzionato, è il ruolo di Belfast nella produzione strategica e militare britannica. Già fondamentale durante la Seconda Guerra Mondiale (quando i cantieri Harland & Wolff e gli stabilimenti Short Brothers furono pilastri dello sforzo bellico alleato), la città continua oggi a svolgere un ruolo importante nella difesa del Regno Unito. In particolare, nell’area di Castlereagh (zona est di Belfast, tristemente nota anche per il vecchio centro di tortura e interrogatori della RUC) sorge lo stabilimento di Thales Air Defence, ex Shorts Missile Systems. La presenza missilistica risale al 1952 e continua da oltre settant’anni. Thales Belfast è il centro di eccellenza del gruppo per i missili a corto raggio e produce sistemi di punta come Starstreak (missile ad alta velocità per difesa aerea) Martlet / LMM (Lightweight Multirole Missile), Effettori per il NLAW in collaborazione con Saab.

Negli ultimi anni la fabbrica ha triplicato la produzione proprio per far fronte agli ordini legati alla guerra in Ucraina. Ma a Belfast si trova anche molto altro, Il settore di cyber security risulta in forte crescita, con oltre 100–120 aziende che impiegano migliaia di persone. Il polo è molto concentrato e considerato uno dei più densi al mondo in quanto i costi sono inferiori rispetto ad altri hub del Regno Unito e c'è una forte collaborazione tra università, governo e industria.

L'istituzione chiave è il Centre for Secure Information Technologies (CSIT) della Queen's University di Belfast,  che guida ricerca, spin-off e incubatori come CSIT Labs e HutZero.

Tra le aziende internazionali con sedi a Belfast figurano Rapid7, Proofpoint, Allstate, Imperva, Microsoft, IBM, BT, Northrop Grumman e grandi società di consulenza. Le aziende locali di rilievo includono MetaCompliance (formazione sulla sicurezza), Salt Communications (messaggistica crittografata), ANGOKA (sicurezza IoT), Vertical Structure (consulenza), e altre come B-Secure, LoughTec, Nisos. Ecco. A me interessano queste cose, non il teatrino degli scontri.

*Il testo è stato pubblicato sul canale Telegram dell'autrice: @LauraRuHK
Laura Ruggeri è autrice per LAD Edizioni di "Hong Kong a fuoco: anatomia di una rivoluzione colorata"

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Medio Oriente, Palestina e petrodollaro: cosa racconta Dal Nilo all’Eufrate, il nuovo Quaderno de l’AntiDiplomatico

Terzo numero de I Quaderni de l’AntiDiplomatico, Dal Nilo all'Eufrate: anatomia di un progetto culturale non è una semplice raccolta di articoli. È un’opera corale che assomiglia a un’inchiesta, a una rilettura critica e, in alcuni passaggi, a una vera e propria mappa interpretativa del nostro tempo. Il suo merito principale risiede nella capacità, rara, di far convergere voci differenti attorno a una medesima ipotesi di lavoro. La lunga sequenza di guerre, crisi e destabilizzazioni che ha attraversato il Medio Oriente negli ultimi decenni viene così riletta non come una successione di eventi contingenti, ma come l'espressione di una precisa logica strategica legata alla conservazione dell'egemonia statunitense e al ruolo svolto da Israele nella regione.

La forza del Quaderno non sta soltanto nelle tesi che propone, ma nel metodo con cui costruisce il proprio ragionamento. Storici, economisti, diplomatici, giornalisti, ricercatori e analisti provenienti da esperienze molto diverse compongono un mosaico nel quale ogni contributo illumina gli altri. Il risultato è una polifonia che non si limita alla denuncia, ma tenta una ricostruzione complessiva. Il lettore non viene trascinato dentro una sequenza di slogan o di prese di posizione ideologiche; viene invece accompagnato attraverso documenti, testimonianze, interpretazioni e dati che progressivamente delineano un quadro unitario.

Tra gli aspetti più interessanti dell’opera vi è la capacità di affrontare temi che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico occidentale. La questione palestinese non viene ridotta a un conflitto territoriale o a una disputa religiosa, ma collocata all’incrocio tra storia, economia, ideologia e costruzione culturale del consenso. In questa prospettiva il volume affronta criticamente alcune delle principali narrazioni che hanno accompagnato il progetto sionista: dal richiamo al diritto divino sulla Terra Promessa alla rappresentazione di una continuità storica ed etnica indiscutibile, fino alle giustificazioni fondate sull’idea di una superiorità civile o morale dell’Occidente. L’effetto complessivo è quello di una lettura che invita a riconsiderare convinzioni spesso accettate come ovvie senza essere mai realmente sottoposte a verifica.

Particolarmente significativa è inoltre la riflessione sul tema della supremazia etnica e sulle implicazioni che essa comporta sul piano politico e giuridico. Alcuni contributi pongono una domanda semplice ma difficilmente eludibile: fino a che punto è possibile conciliare principi democratici universali con sistemi che attribuiscono diritti differenti sulla base dell’appartenenza etnica o religiosa? È una questione che attraversa l’intero volume e che contribuisce a spostare il dibattito dal terreno della propaganda a quello dell’analisi storica e istituzionale.

Sul piano economico, Dal Nilo all’Eufrate offre probabilmente alcune delle pagine più solide e convincenti dell’intera raccolta. La questione mediorientale viene inserita all’interno del più ampio sistema di relazioni che lega energia, finanza e potere globale. L’analisi del petrodollaro, del ruolo internazionale della moneta statunitense e delle trasformazioni indotte dall’ascesa di nuovi poli economici restituisce una chiave interpretativa capace di collegare eventi apparentemente distanti tra loro. Petrolio, sistema finanziario, controllo delle rotte energetiche e competizione tra grandi potenze emergono così come elementi di una stessa architettura geopolitica. In queste pagine la geopolitica smette di apparire come una disciplina astratta e torna a mostrarsi per ciò che realmente è: economia, potere e controllo delle risorse declinati su scala globale.

Di grande interesse è anche la riflessione dedicata al linguaggio e al controllo della narrazione pubblica. Il Quaderno sostiene che le guerre contemporanee non si combattano soltanto sui campi di battaglia, ma anche sul terreno delle parole, delle definizioni e delle categorie interpretative. Da questo punto di vista assume particolare rilievo la discussione intorno ai termini “antisemitismo” e “antisionismo”, alla loro evoluzione storica e all’uso politico che ne viene fatto nel dibattito contemporaneo. Gli autori evidenziano come la progressiva sovrapposizione delle due nozioni abbia contribuito a restringere gli spazi della critica politica nei confronti di Israele, trasformando spesso il dissenso in una forma di sospetto morale preventivo. All’interno dello stesso quadro interpretativo si colloca anche la discussione sugli Epstein Files, utilizzati per riflettere sui rapporti tra potere, reti di influenza, ricatto e produzione del consenso all’interno delle élite occidentali. Che si condividano o meno le conclusioni degli autori, il merito dell’opera è quello di affrontare questioni che raramente vengono discusse in modo sistematico e di inserirle in una riflessione più ampia sul rapporto tra informazione, potere e costruzione della realtà pubblica.

Il pregio maggiore del Quaderno, tuttavia, è forse un altro. In un’epoca dominata dalla frammentazione dell’informazione, esso tenta una ricostruzione d’insieme. Gaza, Libano, Siria, Iran, petrodollaro, guerra dell’informazione, lobbying, diritto internazionale, BRICS, reti di influenza e crisi dell’ordine unipolare non vengono trattati come fenomeni isolati, ma come elementi di una stessa struttura interpretativa. Il lettore ha la sensazione di assistere alla composizione progressiva di un grande affresco nel quale eventi apparentemente scollegati acquistano una loro coerenza interna e trovano collocazione all’interno di una visione più ampia.

Questo è un Quaderno che non cerca il consenso facile né rivendica una neutralità di maniera. Al contrario, prende posizione e invita il lettore a fare altrettanto, confrontandosi criticamente con le tesi proposte. La sua forza non consiste nell’offrire verità definitive, ma nel mettere in discussione categorie interpretative consolidate e nel costringere chi legge a interrogarsi sulle narrazioni dominanti che accompagnano il racconto dell’attualità internazionale.

In un panorama editoriale spesso schiacciato sull’emergenza quotidiana, Dal Nilo all’Eufrate rappresenta un tentativo ambizioso di restituire profondità storica agli eventi contemporanei e di ricondurre il presente a una prospettiva più ampia. È un’opera destinata a suscitare consenso e dissenso, ma che possiede una qualità sempre più rara: quella di costringere il lettore a guardare oltre la superficie delle notizie e a interrogarsi sui rapporti tra guerra, economia, linguaggio e potere. E non esiste risultato più importante per un libro che ambisce a comprendere il proprio tempo.

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Il "punto critico" dell'approdo di Space X al Nasdaq (di Alessandro Volpi)

 


di Alessandro Volpi*

Domani avverrà il più grande collocamento in Borsa della storia. Si tratta dell'ingresso al Nasdaq di Space X, la società guidata da Elon Musk. Il battage pubblicitario e la narrazione dei media di tale evento sono davvero molto incalzanti: il dato comune è riassumibile nell'immagine del nuovo geniale padrone dello Spazio e dell'Intelligenza Artificiale che approda in Borsa, facendo e facendo fare miliardi di dollari a tutti. Il racconto quotidiano è intessuto di grandi temi, costituiti dalla celebrazione della totale dipendenza degli Stati Uniti, e del mondo "libero" dai satelliti di Musk, a cui si aggiungono i mirabolanti viaggi su Marte, la creazione di stazioni permanenti in giro per l'Universo, la imbattibile produzione di auto elettriche, la scoperta di infinite applicazioni dell'Intelligenza artificiale, il tutto costantemente condito da aneddoti sulla singolarità del personaggio. Certo, l'operazione ha bisogno di una grande attenzione mediatica perché è davvero imponente, almeno nelle attese.

La quotazione di SpaceX (Space Exploration Technologies Corp) prevede infatti che le azioni saranno scambiate sul listino Nasdaq (e sul Nasdaq Texas) con il simbolo SPCX. La società debutterà come "controlled company" , il che significa che Elon Musk manterrà una solida maggioranza del potere di voto. Il prezzo delle azioni è fissato a 135 dollari e l'operazione punta a una capitalizzazione di mercato di circa 1,75-1,78 trilioni di dollari. Un simile dato la posiziona immediatamente tra le prime dieci aziende più preziose al mondo, superando colossi come Meta e Amazon. SpaceX punta a raccogliere circa 75 miliardi di dollari, il che la rende la più grande IPO della storia, battendo il record precedentemente detenuto da Saudi Aramco. Una delle caratteristiche più insolite di questa quotazione è l'attenzione agli investitori privati. SpaceX ha riservato una quota eccezionalmente alta, circa il 30% dell'offerta, agli investitori retail (piccoli risparmiatori).

Di solito, nelle grandi IPO tecnologiche, questa quota non supera il 10%. E' previsto poi l'accesso tramite Piattaforme come Goldman Sachs (capofila dell'operazione), ma anche broker accessibili al pubblico (come XTB, eToro o Fidelity) che hanno aperto canali per permettere agli utenti di richiedere l'allocazione delle azioni prima del debutto. Siamo di fronte quindi ad una colossale impresa finanziaria che ha bisogno di rastrellare, davvero, una massa di risparmiatori e investitori gigantesca.

Qui si pone il punto critico. La quotazione in Borsa di Space X anticipa quelle di Anthropic e Open Ai che avverranno entro la fine dell' anno e dovrebbero mobilitare circa 4 mila miliardi di dollari. Tali quotazioni sono rese inevitabili dal bisogno per gli investitori, Musk in primis, di avere un ritorno finanziario dei propri massicci investimenti e di poter collocare i titoli di tali società nei listini in modo da poterli vedere inseriti negli strumenti finanziari, a partire dagli Etf, fondamentali per i grandi gestori del risparmio globale, come nel caso di BlackRock. Il problema è però costituito dal fatto che tre Ipo di tali dimensioni devono trovare spazio in un mercato obbligazionario intasato dalla gigantesca mole di titoli del debito pubblico Usa da piazzare, con scadenze molto ravvicinate, e in un mercato azionario caratterizzato dalla ipervalutazione proprio dei titoli già quotati del settore dell'Intelligenza Artificiale: a tutto ciò si aggiungono gli effetti restrittivi di tassi alti e destinati a salire per l'emergere dell'inflazione. Il rischio vero, quindi, è che le Ipo avvengano a prezzi più bassi rispetto a quelli attesi, con un'accelerazione dello sgonfiamento della bolla, su cui grava anche il livello di indebitamento non banale che colpisce tutto il settore dell'Intelligenza Artificiale e che proprio il rialzo dei tassi potrebbe far fibrillare come nel caso, ben più ridotto, dei mutui subprime.

Per essere ancora più chiari le aspettative di prezzi azionari molto alti nel caso di queste Ipo, oggetto di una vera e propria narrazione mirabolante e quasi miracolistica, potrebbero essere incrinate se l'adesione del risparmio globale non ci fosse e soprattutto se i grandi gestori del risparmio si trovassero a fare delle scelte perché è sempre più difficile alimentare un "mercato" azionario che vale quasi 160 mila miliardi di dollari (erano 94 mila miliardi nel 2019) e uno obbligazionario che supera i 142 mila miliardi di dollari (erano 105 mila nel 2019). Dunque, il più grande spettacolo dopo il Big Bang risulta davvero insidioso, soprattutto per i milioni di risparmiatori in giro per il mondo che hanno le loro polizze e i loro fondi pensione imbottiti di titoli Usa. Proprio la partita dei grandi gestori è decisiva, di nuovo, a riguardo. BlackRock ha guidato la domanda istituzionale con un ordine record stimato tra i 5 e i 10 miliardi di dollari di future azioni Space X, puntando a diventare il primo azionista istituzionale esterno e cercando di replicare il peso che ha in Tesla (circa il 7%). Vanguard entrerà massicciamente non tanto durante l'IPO, quanto nella fase di inclusione negli indici. Poiché SpaceX (SPCX) entrerà nel Nasdaq-100 intorno al 7 luglio 2026, Vanguard sarà obbligata ad acquistare decine di miliardi di dollari in azioni per i suoi ETF (come il VOO o il VGT). Si stima che, entro la fine del 2026, i fondi istituzionali (BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity) arriveranno a controllare circa il 20-25% del capitale, agendo da stabilizzatori contro la volatilità tipica dei titoli legati a Musk. Ma tutto questo dipende, come ricordato, dalla tenuta complessiva di un sistema che è sempre più stressato e ha un bisogno famelico di risparmiatori spesso impoveriti dalla fine dell'economia reale, dei loro redditi da lavoro, e intossicati dalla dipendenza dalla rendita finanziaria.

*Post Facebook del 10 giugno 2026

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375 Wh/kg e ricarica in 18 minuti: Stellantis testa su strada le batterie allo stato solido

Stellantis fa un passo avanti nello sviluppo delle batterie allo stato solido. Il gruppo ha integrato la tecnologia FEST (Factorial Electrolyte System Technology) sviluppata dalla startup Factorial per la prima volta su un veicolo sperimentale, una Dodge Charger Daytona, avviando un programma di test su strada per verificarne prestazioni, sicurezza e affidabilità.L'avvio delle prove segue la validazione delle celle FEST in ambito automobilistico: lo scorso anno è stata registrata una densità energetica di 375 Wh/kg, insieme a una ricarica ultra rapida dal 15% al 90% in 18 minuti e a prestazioni affidabili in un intervallo termico compreso tra -30 C e 45 C. Stato solido sempre più vicino ai clienti L'integrazione su un veicolo, tappa cruciale verso l'impiego su larga scala, ha richiesto soluzioni ingegneristiche avanzate. Le celle sono state inserite nel pacco batterie esistente attraverso una nuova architettura meccanica progettata e brevettata da Stellantis. Gli ingegneri hanno inoltre adattato i sistemi di controllo e il design dei pacchi per ottimizzare il rendimento, rispettando al tempo stesso i requisiti di sicurezza e durata.Il programma di test e calibrazione su strada consentirà ora di affinare ulteriormente le prestazioni e verificare l'affidabilità del pacco in condizioni reali di ricarica e utilizzo, oltre a confermare la sicurezza complessiva del veicolo."Sviluppare batterie è una questione di equilibrio. Non è sufficiente ottimizzare una singola metrica: serve un sistema capace di offrire vantaggi concreti in un'auto reale", afferma Ned Curic, Chief Engineering and Technology Officer di Stellantis. "Questo risultato dimostra che stiamo avvicinando le batterie allo stato solido ai nostri clienti, con maggiore autonomia, tempi di ricarica ridotti e costi più contenuti. Fondamentale anche la compatibilità di FEST con i processi produttivi delle batterie agli ioni di litio, elemento chiave per la futura industrializzazione".
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Cybersecurity Stars Awards 2026: Winners Announced Across 95 Categories

Most good security work is invisible by design. Today is the exception. The 2026 Cybersecurity Stars Awards winners are announced across 95 subcategories in four main award categories. The reason is simple. Cybersecurity is full of work that deserves recognition and rarely gets it. Products that quietly close real gaps. Teams that stop incidents nobody reads about. Companies that raise the

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Saisie au clavier des dates et heures dans framagenda

Le nouveau sélecteur de dates et d’heures de framagenda empêche la saisie au clavier.
C’est pour moi une sacrée perte de temps et d’expérience utilisateur.
Serait-il possible de revenir à la version précédente, ou bien d’avoir une option pour choisir le sélecteur qui nous convient ?

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I principali terremoti in Italia osservati con le immagini satellitari

L’Interferometria SAR, anche conosciuta con l’acronimo InSAR, è una tecnica di telerilevamento che utilizza immagini satellitari acquisite da sensori noti come Radar ad Apertura Sintetica (SAR) per misurare le deformazioni del suolo con precisione millimetrica. Il SAR è un sensore attivo in grado di acquisire immagini della superficie terrestre sia di giorno che di notte, anche in presenza di copertura nuvolosa. Il principio di funzionamento è basato sull’invio a terra di un segnale elettromagnetico caratterizzato da un’ampiezza, che ci dice quanto è intenso, e una fase, ossia la posizione dell’onda in un certo momento, espressa con valori tra 0 e 360 gradi, che equivalgono a [0 – 2π] radianti. Raggiunto il suolo, il segnale viene diffuso in diverse direzioni e la frazione che torna al sensore è quella che si utilizza nella tecnologia SAR. Avremo quindi un contributo di ampiezza, dipendente dalle caratteristiche degli oggetti a terra e dalla loro capacità di riflettere, e un contributo di fase, legato alla distanza percorsa dal segnale per coprire il tragitto satellite-superficie terrestre. E’ proprio tramite l’analisi dei contributi di fase inviati da un sensore SAR in intervalli temporali differenti che è possibile ricostruire i campi di spostamento indotti sulla superficie terrestre da fenomeni naturali o antropici. 

Se il suolo si deforma, ad esempio a causa di un terremoto, immagini SAR acquisite prima (T1) e dopo (T2) l’evento sismico saranno infatti caratterizzate da contributi di fase diversi tra loro. Questo perché la deformazione del suolo indotta dal sisma, avrà un impatto sul tempo di percorrenza del segnale inviato dai sensori (Figura 1). 

Figura 1: Principio di funzionamento dell’Interferometria SAR. Se il terreno si deforma nell’intervallo temporale tra la prima acquisizione (T1) e la seconda acquisizione (T2), ci sarà un diverso tempo di percorrenza del segnale elettromagnetico che si traduce in un contributo di fase addizionale nella seconda immagine (linea rossa).

L’interferometria SAR utilizza l’informazione contenuta nella differenza di fase tra due immagini acquisite a cavallo di un evento per calcolare di quanto si è deformato il terreno nell’intervallo temporale tra le due acquisizioni. La mappa delle differenze di fase tra due immagini, pixel per pixel, è il cosiddetto interferogramma, ed è il principale prodotto dell’analisi interferometrica. Esso consiste in un’immagine composta da frange di colore, le frange interferometriche, ognuna delle quali rappresenta un valore di differenza di fase nell’intervallo [-π, π], a sua volta rappresentativo di una deformazione di pochi centimetri. Per avere una rappresentazione maggiormente comprensibile del processo deformativo in atto è quindi necessario trasformare, mediante alcuni passaggi matematici, l’interferogramma in una vera e propria mappa di deformazione, in cui ogni pixel riporta un valore di deformazione assoluto del terreno. Il primo terremoto a essere studiato con questa tecnica è stato il terremoto di magnitudo momento Mw 7.3 nella comunità di Landers, in California, nel 1992. In un lavoro su Nature, gli autori evidenziarono le potenzialità dell’Interferometria SAR, applicata a immagini acquisite dalle missioni ERS-1 dell’Agenzia Spaziale Europea, mostrando per la prima volta come appariva un terremoto visto da satellite (Figura 2).  

 

Figura 2: Interferogramma relativo al terremoto di magnitudo momento Mw 7.3 avvenuto a Landers, in California, nel 1992. Questo evento fu il primo a essere studiato con la tecnica InSAR. Sono ben visibili le cosiddette frange interferometriche in cicli di colore, ognuna delle quali è rappresentativa di una deformazione del terreno di circa 3 centimetri.

I principali eventi in epoca strumentale  in Italia

La tecnica interferometrica è sensibile a deformazioni superficiali dell’ordine di diversi centimetri, associate solitamente a eventi sismici di magnitudo momento Mw superiore a 5, che fortunatamente non sono molto frequenti in Italia. A partire dai primi anni ’90, quando i satelliti ERS dell’Agenzia Spaziale Europea hanno acquisito e reso per la prima volta disponibili alla comunità scientifica immagini SAR della superficie terrestre, si possono individuare quattro principali sequenze sismiche che hanno interessato in modo significativo il territorio italiano, con conseguenze talvolta anche drammatiche (Figura 3).

Figura 3: Principali eventi sismici registrati in Italia e analizzati con le immagini SAR. Le stelle gialle rappresentano gli epicentri dei terremoti.

Nel nostro paese, la prima applicazione dell’Interferometria SAR allo studio di un evento sismico risale al terremoto di Colfiorito del 1997 . Il 26 settembre 1997 alle ore 11:40 (ora italiana) un evento sismico di magnitudo locale ML 5.8 (https://terremoti.ingv.it/event/849549) colpì un’area di circa 15 km di lunghezza tra Umbria e Marche, tra Colfiorito (PG) e Serravalle di Chienti (MC). Il sisma enucleò a una profondità di circa 6 km e i risentimenti furono avvertiti distintamente in gran parte dell’Italia centrale. L’analisi InSAR, applicata a una coppia di immagini SAR acquisite dalle costellazioni ERS-2 dell’Agenzia Spaziale Europea, mostrò un abbassamento dell’Altopiano di Colfiorito di circa 25 centimetri (Figura 4), consistente con un meccanismo di faglia di tipo normale tipico delle zone dell’Appennino centrale. 

 

Figura 4: Mappa di deformazione del terreno ottenuta tramite analisi InSAR relativa al terremoto di Colfiorito del 26 settembre 1997 (dati ERS-2).

Il secondo terremoto analizzato con la tecnica dell’Interferometria SAR è stato l’evento di magnitudo momento Mw 6.1 (https://terremoti.ingv.it/event/1895389) che ha colpito L’Aquila durante la notte del 6 aprile 2009. In questo caso le immagini SAR applicate a dati acquisiti durante la missione Envisat dell’Agenzia Spaziale Europea, hanno dato la possibilità di stimare spostamenti cosismici massimi pari a circa 25 cm e un’area di deformazione estesa  circa 30 chilometri in lunghezza (Figura 5), permettendo di ricostruire la faglia responsabile dell’evento, anche in questo caso con un meccanismo normale consistente con il regime estensionale dell’Appennino (Atzori et al., 2009).

 

Figura 5: Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto che ha colpito l’Aquila il 6 aprile 2009 (dati Envisat).

Successivamente, nel maggio 2012 il territorio emiliano è stato colpito da due forti terremoti. Il primo, di magnitudo momento Mw 5.8 e profondità 10 km, avvenuto il 20 maggio nei pressi di Finale Emilia (https://terremoti.ingv.it/event/772691), mentre il secondo di magnitudo momento Mw 5.6 e profondità 8 km localizzato a sud della città di Mirandola (https://terremoti.ingv.it/event/841091), entrambi in provincia di Modena. Questi eventi sono stati oggetto di analisi InSAR utilizzando i dati acquisiti dalle missioni spaziali Radarsat (Agenzia Spaziale Canadese) e COSMO-SkyMed (Pezzo et al., 2013). In particolare questi ultimi dati, distribuiti dall’Agenzia Spaziale Italiana, sono stati fondamentali fin dalle prime fasi di gestione dell’emergenza per una rapida valutazione degli spostamenti cosismici nell’area, stimati intorno ai 14 cm (Figura 6).

Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto dell’Emilia del 2012
Figura 6: Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto dell’Emilia del 2012 (dati Cosmo-SkyMed).

L’ultimo forte evento che ha colpito la nostra penisola è rappresentato dalla sequenza sismica che ha interessato il centro Italia nel 2016-2017 per circa 8 mesi, con più di 3500 eventi di magnitudo maggiore di 2.5, causando gravi danni all’edificato, danneggiando irrimediabilmente il patrimonio artistico e provocando, purtroppo, anche più di 300 vittime. La sequenza è stata caratterizzata da 4 eventi principali: il terremoto di Amatrice/Accumoli (RI) del 24 agosto 2016, con una magnitudo momento Mw pari a 6.0 (https://terremoti.ingv.it/event/7073641), il terremoto di Visso (MC) del 26 ottobre 2016, con una magnitudo momento Mw di 5.9 (https://terremoti.ingv.it/event/8669321), il terremoto di Norcia (PG) del 30 ottobre 2016, con una magnitudo momento Mw di 6.5 (https://terremoti.ingv.it/event/8863681) e il terremoto di magnitudo momento Mw 5.5 avvenuto a Capitignano (AQ) il 18 gennaio 2017 (https://terremoti.ingv.it/event/12697591). Il dato interferometrico ha permesso di stimare la deformazione totale causata dalla sequenza, che ha determinato un abbassamento di circa 1 metro della Piana di Castelluccio (Figura 7), e vincolare geometria, meccanismo e profondità delle faglie responsabili. In questo ultimo caso, l’Interferometria SAR è stata applicata alle immagini delle costellazioni Sentinel-1 dell’ESA, il cui primo satellite è stato lanciato nel 2014. 

 

Figura 7: Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto di Norcia del 30 ottobre 2016 (dati Sentinel-1).

Questo excursus sui principali eventi sismici, che hanno interessato il territorio italiano e che sono stati studiati mediante la tecnica InSAR, ha consentito di apprezzare i significativi miglioramenti raggiunti in questi decenni sia dagli algoritmi e dai software utilizzati per il calcolo degli interferogrammi, che dalla tecnologia applicata ai sensori SAR. Dall’evento di Colfiorito, analizzato con dati ERS, fino alla sequenza che ha colpito il centro Italia tra il 2016 e il 2017, investigata nel dettaglio con dati Sentinel-1, risultano evidenti i progressi nella qualità delle immagini ottenute. I miglioramenti in termini di risoluzione spaziale, tempo di rivisita, prestazioni dei sensori, insieme ad algoritmi di elaborazione dei dati sempre più sofisticati, hanno permesso di affinare in modo sostanziale l’informazione estratta dal dato satellitare, contribuendo a una conoscenza sempre più approfondita e accurata dei fenomeni sismici e della sismicità del nostro Paese.

A cura del Laboratorio GEOSAR dell’INGV

Riferimenti

Massonnet, D., Rossi, M., Carmona, C. et al. (1993). The displacement field of the Landers earthquake mapped by radar interferometry. Nature, 364, 138–142. https://doi.org/10.1038/364138a0

Stramondo, S.,  Tesauro, M.,  Briole, P.,  Sansosti, E.,  Salvi, S., Lanari, R.,  Anzidei, M.,  Baldi, P.,  Fornaro, G.,  Avallone, A,,  Buongiorno, M. F.,  Franceschetti, G.,  Boschi E. (1999). The September 26, 1997 Colfiorito, Italy, earthquakes: Modeled coseismic surface displacement from SAR interferometry and GPS. Geophys. Res. Lett., 26, https://doi.org/10.1029/1999GL900141.

Atzori, S., Hunstad, I., Chini, M., Salvi, S., Tolomei, C., Bignami, C., Stramondo, S., Trasatti, E., Antonioli, A., and E. Boschi (2009). Finite fault inversion of DInSAR coseismic displacement of the 2009 L’Aquila earthquake (central Italy). Geophys. Res. Lett., 36, L15305, doi:10.1029/2009GL039293.

Pezzo, G., Merryman Boncori, J. P., Tolomei, C., Salvi, S., Atzori, S., Antonioli, A., … & Giuliani, R. (2013). Coseismic deformation and source modeling of the May 2012 Emilia (Northern Italy) earthquakes. Seismological Research Letters, 84(4), 645-655.

Cheloni, D., et al. (2017). Geodetic model of the 2016 Central Italy earthquake sequence inferred from InSAR and GPS data. Geophys. Res. Lett., 44, 6778–6787, doi:10.1002/2017GL073580.


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ThreatsDay Bulletin: Worm Code Leaked, AI Agent Phished, Claude Code Patch + 28 New Stories

It's been one of those weeks. You expect the usual noise: recycled malware, sloppy attacks, another easy target getting hit. Instead, there's a supply chain attack kit in a public repo, a $5,000-a-month RAT that clones browsers, and research showing AI agents can be tricked into leaking real credentials. The bigger problem is how polished this all looks now. Mule networks run like SaaS.

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OpenAI could go from AI pioneer to AI's BlackBerry, says Forrester

OpenAI may be headed for Wall Street, but one analyst firm is already warning enterprise customers not to get too attached. In a note published alongside OpenAI's confidential IPO filing, Forrester urged companies to keep their AI options open, arguing that today's market leader could easily become tomorrow's cautionary tale. "Don't lock into long-term contracts; keep your architectures flexible," the firm advised. "In fact, OpenAI could become AI's BlackBerry FIFO (First In, First Out). The company that defines a category is often the one most painfully displaced by it." The caution comes as OpenAI takes its first formal step toward a public listing. Alongside its confidential SEC filing, the company published a roadmap built around three ambitions: AI systems that can accelerate research, AI that boosts economic growth, and eventually a personal AGI assistant for everyone. Forrester was more interested in a fourth question: what happens if OpenAI doesn't stay on top? The firm argues that OpenAI faces what it calls a "trifecta" of challenges: persuade consumers to use its agents instead of rivals', convince enterprises to build around its technology, and stay ahead in the race toward AGI. The enterprise battle may prove the most lucrative. "Whoever automates the dull, expensive middle of a company's operations first becomes the system of record everyone else has to rip out — and almost no one does,” Forrester said. In other words, the first company to get AI agents woven into day-to-day business processes stands a decent chance of becoming yet another piece of software that everyone complains about, but nobody can remove. However, Forrester's advice is that, rather than standardizing on a single provider, enterprises should "anchor to the capability you need — not the brand that got there first — and keep your switching costs low." The warning also comes as OpenAI reportedly weighs cutting prices to fend off growing competition from rivals, including Anthropic. If the AI market is heading for a price war, enterprises may want to think twice before chaining themselves to a single supplier. Forrester also notes that a public listing could provide customers with something they currently lack: visibility into OpenAI's finances. Once public, the company would be required to disclose far more information about the cost of training and operating its models, giving enterprise buyers a clearer picture of the economics behind the AI systems they increasingly depend on. For now, OpenAI remains the company that helped define the generative AI era. Whether it becomes the next Google, the next Microsoft, or AI's answer to BlackBerry is a question investors will soon be paying very close attention to. ®

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Oracle's AI datacenter splurge gives investors the capex jitters

Oracle has lifted capital spending plans above analyst estimates and expanded borrowing to chase the opportunity it says exists in building datacenters for AI workloads. Despite revenue for Q4 (ended May 31) rising 21 percent year-on-year to $19.2 billion, Oracle's share price fell as markets reacted to its increasing capex, as analysts raised concerns about how Big Red would fund the investments in datacenters. Capex for fiscal 2026 reached $55.7 billion, up from $21.2 billion a year earlier. Speaking to investors, CFO Hilary Maxson said Oracle planned to support its capital investments program by raising around $40 billion in debt and equity in fiscal 2027, including a $20 billion equity issuance already announced. "We don't anticipate raising additional debt funding in calendar year 2026," she said. Last year, Oracle raised $18 billion in debt to help fund its massive datacenter investments. Big Red's market value jumped after it declared $455 billion remaining performance obligations (RPOs) – contracted revenue not yet recognized – more than 300 percent higher than a year earlier. That figure reportedly includes $300 billion for OpenAI alone, as the LLM slinger tries to support its expansion with compute capacity. Maxson said on an earnings call this week: "In order to unlock this unique growth opportunity, we started a program of capital investments. We'll continue those investments in our fiscal year 2027, with an expected net cash outlay for capital expenditures of around $70 billion. This includes customer prepayments and timing impacts expected at around $20 billion-$25 billion, so our reported capex will be higher by this amount." CEO Clay Magouyrk said any increase in capex was not due to component prices but largely due to timing. "Part of my job is to figure out ways to actually accelerate capex. My job is to try to spend the money a little bit faster so I can get ramped revenue sometimes. Component prices in general… I think everyone knows that memory prices have definitely gone up, SSD prices, hard drive prices, etc." However, Magouyrk said Oracle had also been able to lock prices "across the spectrum, whether it be space and power costs, energy costs, people costs, component costs." Oracle added around 400 MW of capacity in Q4 – similar to the last two quarters – and expects to add nearly 1 GW of capacity in fiscal Q1 2027. One analyst told Reuters there is real demand for cloud infrastructure, but the question over how Oracle funds its datacenter expansion "is getting harder, not easier, with capex coming in well above estimates and free cash flow still negative." Oracle announced a number of new customers with its latest financial figures, including a deal for a Fusion HCM system with the US Office of Personnel Management. ®

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Met Police joins forces with Apple to choke London's stolen phone trade

London's Metropolitan Police and Apple have agreed to share stolen device identifiers, building intelligence they hope will curb the capital's phone theft epidemic. These identifiers will help both organizations track which stolen devices reconnect to mobile networks, giving law enforcement better insight into where the criminal networks behind the thefts operate. The Met has access to stolen device information, such as serial numbers, provided by victims. Apple has access to data indicating when a device has been reactivated and where it's being used. Together, the two organizations believe this combined intelligence will help stamp down on the thefts that have ravaged London's streets for years, earning the city the unofficial title of "phone theft capital of Europe." "If stolen phones cannot be reactivated, their value collapses, and so does the incentive to steal them," said Metropolitan Police commissioner Sir Mark Rowley. "We are driving up the risk for offenders while cutting off the reward. "Policing is playing its part. In the West End, where this crime was most concentrated, phone theft has fallen by 50 percent through relentless, targeted policing. But we have also gone further by working directly with Apple to address the global market that has allowed this crime to thrive. "This is an important step, but it must not stop here. If you are stealing phones in London, the reality is changing fast. The opportunities are shrinking, the risks are rising, and we are determined to dismantle this criminal model completely." The intelligence-sharing pact follows months of pressure on both the Met and tech companies to take action. Dame Chi Onwurah, chair of the Science, Innovation and Technology Committee, wrote to Home Secretary Shabana Mahmood in December, asking why companies like Apple had not implemented cloud-based blocking or IMEI-linked device locks. Apple launched Stolen Device Protection in January 2024 and has since expanded default-on protections with the iOS 26.4 update, but there has long been a feeling that not enough was being done to tackle London's phone thefts. Rowley reiterated the ultimatum he issued to tech companies in March, demanding that they implement methods of reducing the value of stolen devices, or the UK will push through legislation. The collaboration with Apple is an extension of that, and the Met said Samsung and Google are also making security changes. Google uses several mitigations, including the need for authentication after a factory reset in order to return devices to working order, and an AI-powered feature that detects when devices are snatched and automatically locks the screen. A spokesperson at Google told The Register: "Android's theft protection features provide added security for billions of people, including Londoners. We have expanded default-on protections for UK devices, such as Remote Lock and Theft Detection, and we assist law enforcement with device recovery. Phone theft causes real distress and harm, and we work closely with the Met to protect all those who use our devices." Samsung said last year that it was working with the Home Office to deploy similar measures to tackle phone thefts. It implemented theft-detection tech similar to Google's that locks the screen when the device registers a possible snatching-related movement. It also requires biometric authentication to make security changes when devices are in unfamiliar locations, among other features. Not enough In spite of these actions, the Met announced today that it has asked the Home Office to start drafting anti-phone-theft legislation. "The Met has asked the Home Office to begin preparing legislation to introduce minimum technical standards so that any phone stolen in the UK is effectively unusable," it said. "These standards are complex, but we must be ready to act if industry fails to deliver. "Public support for stronger measures is clear, with 83 per cent of people backing the permanent blocking of stolen smartphones." It added: "While enforcement activity will continue, the Met is clear that the long-term solution lies in collapsing the criminal market." The Register has asked Apple to comment. A Samsung spokesperson said: "Samsung is fully committed to protecting customers with the very latest anti-theft feature technology. We recognise how distressing phone theft can be and have worked at pace to make a significant amount of security enhancements to help address this issue. "We would also like to reiterate that we have completed several requests from both the Home Office and the Met Police to demonstrate how seriously we take phone theft crime." The spokesperson added: "We believe this issue is a collective responsibility and we will continue to work with key stakeholders to help tackle phone-theft crime." The Met said it has almost halved rates of phone thefts in Westminster, with officers making hundreds of arrests and seizing thousands of devices. Thefts are down 45.8 percent, according to data gathered between January and May, although the picture across the wider city is a little less optimistic. The number of theft and robbery offenses in which a mobile phone was stolen has fallen by 14,000 in the last 12 months, representing an 18 percent decrease from the previous year. So far in 2026, overall offenses are down 20.6 percent compared to the same period in 2025. These arrests and seizures were secured through focused periods of enforcement action, namely through Operation Reckoning sprints, the fifth instalment of which concluded on Wednesday. The ten-day operational crackdown on phone thefts across London began on June 1 and resulted in the arrest of "prolific and violent phone thieves," the execution of search warrants at shops suspected of handling stolen devices, and the deployment of pursuit drivers to detain thieves on e-bikes. One visit to a single shop in April saw officers seize more than 1,000 suspected stolen phones and arrest four men between the ages of 22 and 63 on suspicion of handling stolen goods, as well as drug possession with intent to supply. Operation Reckoning is just one initiative targeting phone theft. The Met said last year that in September it dismantled a phone-robbing gang thought to be responsible for roughly half of all phone thefts in London – part of Operation Echosteep. ®

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Toyota contro il Made in EU: "Escludere Giappone, Turchia e Regno Unito mette a rischio lindustria"

Toyota non è soddisfatta dell'attuale impostazione dei requisiti del Made in EU stabiliti dall'Industrial Accelerator Act. In occasione di un congresso di Automotive News Europe, Yoshihiro Nakata, numero uno della filiale europea, ha sì sostenuto gli obiettivi del nuovo regolamento, ma ha anche sottolineato quanto l'industria europea sia rafforzata dal contributo di partner internazionali come Giappone, Regno Unito e Turchia, che quindi non dovrebbero essere esclusi dai nuovi criteri.A suo avviso, la loro esclusione potrebbe compromettere investimenti, occupazione e trasferimento tecnologico, riducendo al tempo stesso la dimensione regionale ritenuta necessaria per competere efficacemente a livello globale. In sostanza, in un momento di crescente competizione, ritardi e criteri di ammissibilità restrittivi rischiano di indebolire la posizione dell'Ue, mentre le regioni concorrenti continuano a progredire."Riteniamo che alcuni partner strategici, come ad esempio Regno Unito, Giappone e Turchia, debbano essere riconosciuti allo stesso modo nel Made in EU. La resilienza dell'Europa si fonda non solo sulla produzione locale, ma anche sulla collaborazione con i partner per creare economie di scala regionali e un successo condiviso. Lavorando insieme, siamo tutti più forti", ha affermato il manager giapponese. Partnership, neutralità e pragmatismo Nakata non ha mancato di ribadire la posizione della sua azienda sui regolamenti comunitari per la riduzione delle emissioni e, in particolare, sul pacchetto Automotive. Toyota auspica sempre un approccio alla decarbonizzazione tecnologicamente neutrale e multi-percorso, in grado di rispecchiare la reale domanda dei clienti e, al tempo stesso, di tutelare l'ambiente.A tal proposito, la transizione deve avere una certa flessibilità per adattarsi all'incertezza della domanda dei consumatori, pur rimanendo fedele all'obiettivo comune della decarbonizzazione. Inoltre, per la Casa non si tratta solo di portare avanti la diffusione di veicoli elettrici o a celle di combustibile, ma anche di assegnare un ruolo strategico agli ibridi plug-in come tecnologia pragmatica e vantaggiosa, oltre a puntare sui carburanti rinnovabili.Questi ultimi, per Nakata, rappresentano un fattore chiave per la decarbonizzazione, perché sono in grado di ridurre significativamente le emissioni di carbonio, contribuendo al know-how tecnologico europeo e garantendo la resilienza energetica di fronte alle sfide legate all'approvvigionamento di combustibili fossili. Infine, il manager ha sollecitato una rigorosa attuazione del regolamento AFIR, al fine di rispettare gli impegni relativi alle infrastrutture di rifornimento di idrogeno, in particolare per il trasporto pesante.In sintesi, Toyota ribadisce che, per un'industria automobilistica europea competitiva, resiliente e decarbonizzata, sono fondamentali partnership inclusive, neutralità tecnologica e pragmatismo normativo.
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Auto, la produzione torna a correre: numeri in forte crescita ad aprile

Arrivano nuovi segnali di ripresa per la filiera italiana dell'auto. Ad aprile, secondo gli ultimi dati Istat, l'indice della produzione dell'industria automotive cresce del 23,2% rispetto allo stesso mese del 2025, mentre nel primo quadrimestre del 2026 aumenta del 16%.Tra i singoli comparti produttivi, l'indice della fabbricazione di autoveicoli registra una variazione tendenziale positiva del 44,7% ad aprile e del 24,9% nel quadrimestre. In calo, invece, quello di carrozzerie per autoveicoli, rimorchi e semirimorchi, che segna un -15,7% nel mese e un -8,1% nel cumulato annuo, mentre l'indice di parti e accessori per autoveicoli e loro motori cresce del 2% ad aprile e del 5,2% nei primi quattro mesi dell'anno. Balzo dei volumi prodotti: +58% A trainare gli indici, secondo i dati preliminari Anfia, è la produzione di autovetture: i volumi mensili, pari a 31 mila unità, aumentano del 57,9%, mentre quelli complessivi crescono del 27,2% raggiungendo quota 109.908.L'associazione segnala tuttavia come i tassi a doppia cifra siano legati anche alla bassa base di confronto dello scorso anno.Anfia non fornisce il dettaglio dei singoli impianti, ma è probabile che la crescita sia riconducibile, come già accaduto negli ultimi mesi, a produzioni specifiche, tra cui quella della 500 ibrida a Mirafiori e della Jeep Compass a Melfi.Nel complesso, l'automotive ha fornito un contributo rilevante all'aumento della produzione industriale italiana: l'indice generale Istat cresce dell'1,3% ad aprile e dello 0,7% nel quadrimestre. Fondo Automotive, l'appello al governo Anfia, attraverso il direttore generale Gianmarco Giorda, si rivolge al governo per sostenere la fase di ripresa: A livello nazionale, per dare slancio alla filiera produttiva, è essenziale che diventino rapidamente operative le misure previste dal Dpcm Automotive recentemente sbloccato.Gli interventi lato offerta, a supporto degli investimenti delle imprese, e lato domanda, con la prossima riattivazione dell'ecobonus per i veicoli commerciali leggeri, rappresentano strumenti fondamentali in questa fase di transizione energetica e di forte incertezza economica e geopolitica, aggiunge Giorda.Il settore guarda inoltre con grande attenzione anche al dibattito europeo sulla revisione del Regolamento CO2 per gli autoveicoli leggeri e alle proposte dell'Industrial Accelerator Act.Facciamo appello a tutte le parti politiche affinché orientino le loro posizioni a beneficio della neutralità tecnologica, della sovranità industriale e dell'autonomia strategica dell'industria automotive europea, conclude il direttore generale dell'Anfia.
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