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Gb. Jarvis alla Difesa dopo lo scontro sulla spesa militare

di Giuseppe Gagliano

La nomina di Dan Jarvis a ministro della Difesa apre una nuova fase per il governo britannico, ma mette anche in evidenza le difficoltà di Londra nel conciliare ambizioni strategiche globali e vincoli di bilancio. L’11 giugno il governo guidato da Keir Starmer ha ufficializzato l’arrivo dell’ex ufficiale paracadutista al ministero della Difesa, dopo l’uscita dall’esecutivo di John Healey e Alistair Carns.
Alla base dell’avvicendamento vi è il confronto sulla spesa militare. Healey riteneva insufficiente il piano governativo che punta a portare gli investimenti per la difesa al 2,68 per cento del prodotto interno lordo entro il 2030, sostenendo invece la necessità di raggiungere almeno il 3 per cento per garantire credibilità strategica e capacità operative adeguate alle sfide internazionali.
Jarvis porta con sé un profilo insolito per la politica britannica contemporanea. Ex ufficiale dei paracadutisti, ha prestato servizio in Kosovo, Irlanda del Nord, Iraq e Afghanistan, maturando un’esperienza diretta delle operazioni militari e delle esigenze delle Forze armate. La sua nomina viene interpretata come un tentativo di rassicurare sia l’apparato militare sia gli alleati internazionali sulla volontà del Regno Unito di mantenere un ruolo di primo piano nella sicurezza euro-atlantica.
Il nuovo ministro eredita però una situazione complessa. Negli ultimi anni il Regno Unito ha cercato di conservare una vasta gamma di capacità strategiche, dalla deterrenza nucleare alla presenza navale globale, dal sostegno all’Ucraina alla modernizzazione tecnologica delle proprie Forze armate. Obiettivi che richiedono investimenti crescenti in navi, aeromobili, sistemi missilistici, difesa aerea, guerra elettronica, sicurezza informatica e produzione di munizioni.
La questione della difesa si intreccia inoltre con le difficoltà economiche interne. Il governo deve fare i conti con una crescita moderata, un debito elevato e la necessità di finanziare sanità, welfare e servizi pubblici. Ogni aumento delle spese militari rischia quindi di alimentare tensioni politiche e sociali in un Paese che continua a confrontarsi con le conseguenze economiche degli ultimi anni.
Sul piano strategico Londra si trova di fronte a una scelta sempre più evidente. Gli Stati Uniti chiedono agli alleati europei di assumersi una quota maggiore delle responsabilità nella sicurezza del continente, mentre la guerra in Ucraina ha riportato al centro il tema della preparazione militare convenzionale. In questo contesto il Regno Unito deve decidere se mantenere l’ambizione di essere una potenza militare globale oppure ridimensionare alcune delle proprie capacità operative.
La questione riguarda anche la base industriale della difesa. La competitività britannica dipende sempre più dalla capacità di sviluppare tecnologie avanzate, sistemi autonomi, intelligenza artificiale, componentistica elettronica e capacità produttive nazionali. La sicurezza non si misura soltanto nel numero di soldati o mezzi disponibili, ma anche nella solidità delle filiere industriali e tecnologiche che sostengono l’apparato militare.
La nomina di Jarvis consente al governo di superare una crisi politica immediata, ma non risolve il problema di fondo. Il dibattito aperto da Healey resta infatti sul tavolo: se il Regno Unito vuole continuare a esercitare un ruolo centrale nella Nato e nello scenario internazionale dovrà aumentare significativamente gli investimenti nella difesa. In caso contrario sarà costretto a ridimensionare le proprie ambizioni strategiche.
Per il nuovo ministro la sfida sarà dunque duplice: mantenere la fiducia delle Forze armate e degli alleati, dimostrando al tempo stesso che gli obiettivi di sicurezza nazionale possono essere sostenuti da risorse adeguate. Perché, come dimostra lo scontro che ha portato al cambio ai vertici del ministero, la credibilità militare dipende non soltanto dalle dichiarazioni politiche, ma soprattutto dai bilanci che le sostengono.

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Difesa, accise e autorevolezza: il vero nodo della politica di Meloni

di Francesco Pontelli

Il governo Meloni, con il sostegno di una parte dell’intellighenzia economica e nel sostanziale silenzio del mondo accademico, sta valutando l’eliminazione dei residui sconti sulle accise destinati a imprese e lavoratori. Si tratta di agevolazioni che, soprattutto nel caso del gasolio, contribuiscono a contenere i costi di trasporto e quindi a limitare l’impatto dell’inflazione, che secondo la Banca d’Italia si mantiene sopra il 3%. Una riduzione della pressione fiscale sui carburanti potrebbe inoltre rappresentare un primo sostegno per le famiglie a basso reddito, particolarmente esposte all’aumento del costo della vita.
Parallelamente, nel 2026 sono stati destinati alla difesa oltre 41 miliardi di euro di risorse pubbliche. Una cifra significativa, pari a circa un terzo della spesa sanitaria nazionale, che ammonta a 143 miliardi di euro. Va ricordato che il Servizio sanitario nazionale copre circa il 74% della spesa sanitaria complessiva, mentre la quota restante continua a gravare direttamente sulle famiglie.
Nel 2025 l’Italia ha inoltre raggiunto per la prima volta l’obiettivo del 2% del PIL destinato alla difesa, in linea con gli impegni assunti in ambito NATO. Tuttavia l’aumento delle spese militari non sembra aver modificato in modo sostanziale il peso politico dell’Italia e dell’Europa nello scenario internazionale.
Da qui nasce una riflessione più ampia: la capacità di incidere negli equilibri globali non dipende esclusivamente dalla quantità di armamenti posseduti o dalle risorse investite nella difesa. Sul piano della deterrenza strategica, e in particolare di quella nucleare, l’Unione Europea non può competere con le capacità di Stati Uniti, Russia o Cina.

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Svizzera. Dieci milioni di abitanti, non uno di più: lo storico referendum

Dire * –

Nessun paese al mondo lo ha mai fatto. La Svizzera si appresta a votare su una proposta che imporrebbe per legge un tetto alla popolazione nazionale: dieci milioni di abitanti entro il 2050, promossa dall’Unione Democratica di Centro, il partito di estrema destra che dal 1999 è il primo partito del parlamento elvetico.
Il meccanismo è semplice nella forma, radicale nella sostanza. Se la popolazione superasse i 9,5 milioni prima della scadenza, scatterebbero restrizioni automatiche ai ricongiungimenti familiari, ai permessi di soggiorno e all’asilo. Se il tetto dei dieci milioni venisse comunque superato, il governo sarebbe obbligato a uscire dall’accordo di libera circolazione con l’Unione Europea, perdendo l’accesso al mercato unico.
Contro la proposta si è schierato praticamente tutto il resto dell’arco istituzionale svizzero: il governo federale all’unanimità, ampie maggioranze in entrambe le camere parlamentari, le organizzazioni sindacali e datoriali, la principale associazione imprenditoriale del paese. Gli argomenti sul tavolo sono ovvi: rischio per la stabilità economica, danno alla competitività, dipendenza strutturale dall’immigrazione in un paese con tassi di natalità in calo e una quota di over 65 destinata a salire dal 21 al 27 per cento entro il 2055. Dal 2002, anno dell’entrata in vigore della libera circolazione, la popolazione svizzera è cresciuta del 23 per cento; l’economia del 24.
I sondaggi indicano un voto serrato: il fronte del no è dato in vantaggio attorno al 52 per cento, ma il margine resta stretto. Per passare, l’iniziativa dovrebbe ottenere la maggioranza dei voti popolari e quella dei cantoni. I risultati sono attesi per il primo pomeriggio di domenica.

* Fonte: agenzia Dire.

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Russia. I Volenterosi ci riprovano, ma Medvedev li mette nel tritacarte

di Enrico Oliari

Nei giorni scorsi il Cremlino ha risposto picche all’eventuale partecipazione delle leadership europee ad eventuali negoziati sulla crisi ucraina, rammentando le varie posizioni russofobiche e il sostegno militare a Kiev. Una posizione che oggi è stata ribadita in modo pittoresco da Dmitri Medvedev, ex presidente della Federazione Russa e ora vicepresidente del Consiglio di sicurezza, il quale ha pubblicato sul suo account ufficiale un video di “auguri alla Russia” in cui mette nel tritacarte le fotografie della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, del premier britannico Keir Starmer e del cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Il gesto plateale di Medvedev non ha incluso la foto di Emmanuel Macron, presente con Merz e Starmer all’incontro di Londra di pochi giorni fa con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. A Mosca infatti è stata apprezzata la proposta lanciata dal presidente francese di “ripensare ai rapporti con la Russia” una volta terminato il conflitto.
Dopo il comprensibile rifiuto di Vladimir Putin del faccia a faccia con Zelensky (prima gli sherpa trovano la quadra, poi i presidenti si stringono la mano), ieri gli ambasciatori di Francia (Nicolas de Rivere), Regno Unito (Nigel Casey) e Germania (Alexander Lambsdorff) sono stati ricevuti dal viceministro degli Esteri Mikhail Galuzin, al quale hanno riportato le richieste dei “Volenterosi” di Londra, ovvero stop ai combattimenti, congelamento della linea del fronte dalla quale far ripartire i negoziati, garanzie di sicurezza per l’Ucraina, rispetto degli gli interessi di sicurezza dell’Ue e congelamento dei beni russi fino alla fine dell'”aggressione”. E’ evidente che dietro la dicitura “interessi di sicurezza dell’Ue” vi sia l’adesione dell’Ucraina alla Nato, prima causa dell”Operazione speciale” di Vladimir Putin, per cui ai diplomatici è stato ribadito che con tali presupposti non vi sono le condizioni per l’apertura del dialogo.

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Come l’Europa può ancora ricostruire l’ordine internazionale

di Maurizio Delli Santi *

L’Italia deve essere consapevole della necessità di dare un contributo fondamentale alla fase di ridefinizione strategica dell’Europa, affinché questa giunga a una compiuta assunzione di responsabilità rispetto ai bisogni di sicurezza e stabilità delle comunità che rappresenta. All’Italia e all’Europa non rimane che una scelta: piuttosto che criticare gli alleati europei «volenterosi», è il momento di cominciare a far lavorare sul serio le diplomazie per rifondare le regole del diritto internazionale.
Lo stato di crisi delle relazioni internazionali è ormai nettamente definito da una progressiva escalation delle guerre. Dall’Ucraina al Medio Oriente, come anche al Sahel e fino alle numerose guerre a media intensità che si sviluppano lontano dall’attenzione mediatica globale, si osserva una tendenza comune: l’indebolimento della capacità delle istituzioni multilaterali di prevenire, gestire o risolvere i conflitti. In questi scenari le grandi potenze non sono più orientate a richiamare i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, sui quali avevano assunto impegni precisi all’indomani delle tragedie del Novecento. La loro visione è ormai declinata in senso sempre più competitivo e «imperiale», dove Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese ridefiniscono sfere di influenza e priorità strategiche secondo le proprie logiche di proiezione globale. La competizione tra queste potenze ha quindi ridotto gli spazi di autonomia di tutti gli altri attori, a cominciare dall’Europa. In tutto questo, nel nostro limes, la guerra in Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più critica per gli effetti che produce sull’intera architettura della sicurezza europea. Il progressivo moltiplicarsi di incursioni nello spazio aereo, attività militari lungo il fianco orientale della Nato, operazioni ibride e azioni di pressione segnala l’avvicinarsi della soglia del conflitto diretto e mette alla prova i meccanismi di contenimento che, fino a oggi, hanno impedito un allargamento della guerra. A rendere ancora più allarmante il quadro ha provveduto l’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, che dopo l’intrusione di un drone in Romania ha ricordato che «c’è una guerra in corso», aggiungendo che i cittadini europei «non dormiranno sonni tranquilli».
Questi scenari dovrebbero indurre i leader europei a un atto di responsabilità. Per l’Italia resta un punto centrale da chiarire: come sancito dalla Costituzione, le decisioni sulla collocazione internazionale del Paese non possono essere prerogativa esclusiva dell’esecutivo. È necessario un dibattito più ampio che coinvolga il Parlamento, il capo dello Stato e le altre istituzioni di garanzia, nonché la società civile e il mondo accademico, per maturare una maggiore consapevolezza collettiva sulle trasformazioni in atto. Occorre prendere esempio da quanto accaduto in Finlandia, dove lo stesso capo dello Stato, Alexander Stubb, ha aperto un ampio dibattito con la pubblicazione del saggio «Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale». Stubb ha lanciato un monito: di fronte a una competizione tra blocchi sempre più fluida, l’Europa ha necessità di sviluppare la cooperazione anche oltre le tradizionali alleanze, guardando principalmente al resto del mondo, Canada, Giappone e Australia, e al Global South in particolare, dall’Unione Africana all’India, dal Brasile ai Paesi del Golfo, rispetto a chi propone nuovi domini. Quest’area del mondo, da un lato, percepisce ora lo sfruttamento e la «trappola del debito» cinese; dall’altro, si vede alienata dagli Stati Uniti per le politiche tariffarie, le dinamiche neocoloniali delle grandi imprese, le scelte bellicistiche di cui subisce le pesanti conseguenze umanitarie ed economiche e il progressivo ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo. La crescente competizione tra blocchi e l’emergere di un Sud globale sempre più rilevante impongono dunque all’Europa di ripensare le proprie alleanze e le proprie priorità strategiche, superando una logica esclusivamente dipendente dalle tradizionali architetture transatlantiche. In sostanza, si tratta delle stesse tesi sostenute dal premier canadese Mark Carney al Forum di Davos: le middle powers devono rafforzare la cooperazione tra loro e costruire nuove coalizioni fondate su interessi e valori condivisi, per evitare di essere schiacciate dalla crescente rivalità tra le grandi potenze, contribuire alla definizione di un ordine internazionale equilibrato e multipolare, premessa necessaria per promuovere concreti processi di pace. In tale scenario, l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di media potenza responsabile, valorizzando la propria tradizionale funzione di ponte economico, politico e culturale nel Mediterraneo allargato. Questa postura implica però una chiara assunzione di responsabilità per superare le derive antieuropee che, indebolendo la coesione dell’Unione, riducono la capacità complessiva dell’Europa di incidere sulle trasformazioni dell’ordine internazionale. La costruzione di una strategia esterna coerente richiede infatti una visione condivisa dei beni strategici europei, a partire dalla stabilità regionale e dalla difesa del diritto internazionale.
È dunque questo il momento di rilanciare una riflessione politica, morale e strategica di più ampio respiro. La guerra non può diventare il nuovo orizzonte ordinario delle relazioni internazionali. Una prima prospettiva di un’Europa responsabile deve senz’altro dare priorità a un percorso concreto di pace per l’Ucraina. La contrapposizione si è fatta ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le iniziative negoziali arretrano di fronte agli umori di Putin, cui ora giova anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Dopo la lettera aperta di Zelensky rivolta a Putin, nella quale lo aveva invitato a considerare i suoi 73 anni e a cogliere l’opportunità di perseguire una soluzione negoziata al conflitto, il leader del Cremlino ha chiarito di non vedere, allo stato attuale, l’utilità di un vertice personale con il presidente ucraino, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Mosca. È un segnale della persistente distanza tra le parti e della difficoltà di riattivare, nell’immediato, un canale politico diretto ad alto livello. Proprio per questo l’Europa deve promuovere senza esitazioni un progetto negoziale, partendo da una richiesta chiara e immediata di cessate il fuoco. La strada intrapresa dal formato E3, Francia, Regno Unito e Germania, avallata anche da molti altri Stati dell’Unione europea, è dunque quella giusta. Il vertice di Londra tra Volodymyr Zelensky, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha assunto perciò un significato che va oltre il sostegno all’Ucraina. Per la prima volta dopo molti mesi, l’Europa prova infatti a presentarsi non soltanto come garante militare della resistenza ucraina, ma come soggetto politico capace di formulare una proposta per l’uscita dal conflitto. I quattro leader hanno indicato alcuni punti essenziali: un cessate il fuoco immediato, l’utilizzo dell’attuale linea di contatto come base negoziale iniziale, garanzie di sicurezza credibili per Kiev, il mantenimento del congelamento degli asset russi fino a una soluzione concordata e la tutela degli interessi strategici europei. Si tratta di una piattaforma che tiene insieme il principio di realtà e il rispetto del diritto internazionale. L’Italia dovrebbe saper leggere meglio quanto sta avvenendo, senza alimentare il giudizio superficiale che vorrebbe l’iniziativa di Londra come il tentativo di leader indeboliti sul piano interno di recuperare centralità a livello internazionale. È una valutazione miope che non coglie il problema. Nel caso dell’Ucraina, l’iniziativa è piuttosto il frutto del lavoro delle principali diplomazie europee, consolidatosi nel tempo e fondato su una constatazione sempre più evidente: la sicurezza europea non può essere affrontata senza una forte assunzione di responsabilità da parte degli europei stessi. Occorre perciò puntare a ricostruire un formato E5 o E6, con Italia, Polonia e Spagna, e concepire in termini concreti il contributo che il nostro Paese intende offrire alla costruzione di una posizione europea più coesa sull’Ucraina. Questo potrà già avvenire nei prossimi vertici, a cominciare dal G7 previsto dal 15 al 17 giugno a Évian, in Francia. La leadership italiana ha la responsabilità di unirsi senza esitazioni alla convergenza strategica di cui, in questo momento, ha bisogno la diplomazia dell’Unione europea.
Parallelamente, il Medio Oriente dovrà rappresentare l’altro ambito di intervento. Le interconnessioni con i fronti iraniano e libanese, con le dinamiche della crisi palestinese e con la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico stanno indirizzando il conflitto verso una progressiva escalation sul piano globale, con tutte le conseguenze umanitarie per i popoli della regione e le ripercussioni che in Europa i cittadini stanno pagando in termini di aumento dei costi delle materie prime e dei flussi energetici. Per l’imprevedibilità di Trump, che alterna annunci di pace e minacce di uno scontro finale, la guerra si presenta come un processo frammentato e potenzialmente autoalimentato, nel quale la soglia tra contenimento e allargamento resta costantemente instabile. L’Europa non può rimanere una semplice spettatrice: dal G7 al G20, passando per l’Onu e altre intese multilaterali, può promuovere un immediato cessate il fuoco tra tutte le parti coinvolte e individuare un nucleo qualificato di mediatori internazionali incaricati di guidare un processo credibile di de-escalation. Sulla questione del programma nucleare iraniano occorre affidare all’Agenzia internazionale per l’energia atomica le funzioni di mediazione, verifica indipendente e supervisione tecnica che le competono. Per il Libano, e in particolare per il ruolo di Hezbollah, la prospettiva di stabilizzazione richiede percorsi progressivi di disarmo verificabile e il rafforzamento del mandato delle Nazioni Unite sul terreno. In parallelo, sul piano umanitario e della tutela dei diritti fondamentali, il sistema multilaterale deve riaffermare con maggiore forza i propri strumenti di protezione, attraverso il rafforzamento degli organismi delle Nazioni Unite, a cominciare dalle forze di pace dell’Onu e dall’Alto commissario per i diritti umani, oltre che dalle altre agenzie collegate.
In definitiva, sulle visioni strategiche dell’Italia e dell’Europa non rimane che una scelta: piuttosto che criticare gli alleati europei «volenterosi», è il momento di cominciare a far lavorare sul serio le diplomazie per rifondare le regole del diritto internazionale. È la sola via percorribile per dare una risposta non più rinviabile alla domanda di pace delle nostre comunità.

Membro dell’International Law Association.

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