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Evento sismico ML 4.7 nel mar Tirreno, 13 giugno 2026

Un terremoto di magnitudo ML 4.7 è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 19:28:12 italiane del 13 giugno 2026 localizzato nel Mar Tirreno meridionale, lungo la Costa Calabra nord-occidentale, ad una profondità pari a circa 214 km.

I terremoti profondi, caratteristici di quest’area del Mar Tirreno meridionale, sono provocati dal processo geologico di subduzione della litosfera ionica sotto la Calabria.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area sono avvenuti alcuni terremoti di magnitudo stimata compresa tra Mw 4 e Mw 5; a nord est dell’epicentro di questa sera è avvenuto il forte terremoto dell’8 settembre 1905 di magnitudo stimata Mw 6.9.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che in questa area la sismicità è frequente, da ricordare il terremoto del 26 ottobre 2006 di magnitudo Mw 5.8 con epicentro molto vicino al terremoto di questa sera e con profondità ipocentrale molto simile, circa  220 km.

Il risentimento sismico in superficie per eventi profondi può essere ampio. In questo caso il terremoto è stato avvertito in alcune località in Calabria e in parte della Sicilia, come testimoniano gli oltre 200 questionari arrivati fino a questo momento sul sito “Hai sentito il terremoto?”.

Sui terremoti profondi nel mar Tirreno sono stati realizzati diversi articoli su questo blog e un video sul canale YouTube di INGVterremoti.


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Yamal al supermercato, la stella della Spagna e la spesa prima dei Mondiali

(Adnkronos) - Lamine Yamal al supermercato. E fin qui, quasi nulla di strano. Sorprende però che nessuno in Georgia - come mostra il video che rimbalza sui social - si accorga che in un Walmart chieda una foto o un selfie alla stella del Barcellona e della Spagna, che si muove tra carrelli e corsie prima dell'esordio ai Mondiali 2026.

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Comunità ebraica: “Alla Festa dei quattro altari dipinto antisemita”. La Chiesa: “Dispiacere”

L’opera compare tra le installazioni della ricorrenza religiosa più sentita di Torre del Greco. Rappresenta una scena dal Vangelo di Luca: tra i peccatori davanti a una tavola imbandita il pubblicano Levi conta il denaro, ma raffigurato come un vecchio barbuto con cappello. La...

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La TRAGICA SAGA dell'OSCILLOSCOPIO HP 1222A: APRIRLO E' PAZZESCO parte 1 #hp #oscilloscope #series

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ANNI FA cerca di smontare questo oscilloscopio vintage della HP modello 1222A allo scopo di ripararlo... senza riuscirci.
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Can America sustain a war with China? New reports raise questions

The United States can launch stealth bombers across continents, track missiles from space and deploy forces anywhere on the planet. But as the nation approaches its 250th birthday next month, studies suggest a more basic question demands attention in Washington: can the military reliably fuel, sustain and connect those forces in a crisis? From the skies to orbit, two new reports point to vulnerabilities in critical pillars of US power projection at a time of intensifying strategic competition...

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CINA, GOVERNO AVVERTE: “TARTARUGHE-SPIA RUBANO SEGRETI MILITARI”

Spie straniere stanno dotando tartarughe e pesci di sensori per creare mappe sottomarine della costa cinese: e’ l’allarme di Pechino, in un apparente riferimento ai suoi concorrenti occidentali. In un post sui social media dal titolo inquietante “Sotto il blu profondo, le correnti sottomarine si intensificano”, il ministero della Sicurezza di Stato ha affermato che le agenzie di spionaggio internazionali stanno utilizzando “nuovi tipi di apparecchiature di spionaggio” per rubare dati marini sensibili. “Animali marini di dimensioni relativamente grandi con sensori attaccati sono stati scoperti in alcune acque cinesi”, ha affermato il ministero, in una sezione intitolata “tartarughe spia, pesci spia”. Le creature clandestine sono state trovate “mentre nuotavano in una zona specifica, raccogliendo dati sensibili sull’ambiente marino come temperatura dell’acqua, salinita’ e correnti oceaniche, trasmettendoli all’estero via satellite”, ha aggiunto. Gruppi stranieri hanno anche utilizzato veicoli sottomarini a energia solare, boe con sensori ad alta precisione e dispositivi caricati su navi mercantili in grado di rilevare le “dinamiche portuali” in tempo reale, ha aggiunto il ministero, senza nominare un’agenzia specifica. I dati raccolti sarebbero stati utilizzati per creare “mappe sottomarine” in grado di “identificare i punti deboli nelle difese costiere cinesi, che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale della Cina”, secondo il ministero. Il ministero ha sollecitato controlli di sicurezza adeguati sulle attrezzature provenienti dall’estero e ha invitato i pescatori a segnalare eventuali boe o dispositivi sospetti rinvenuti in mare.P echino e i governi occidentali si scambiano da tempo accuse di spionaggio. L’anno scorso Pechino ha avvertito i dipendenti pubblici di rimanere vigili contro le “trappole amorose”, dopo che un funzionario pubblico era stato attirato dalla “bellezza seducente” di un agente straniero. Nei giorni scorsi, l’alleanza Five Eyes delle agenzie di sicurezza occidentali ha affermato che spie cinesi si spacciavano online per reclutatori di personale al fine di ottenere informazioni sensibili.

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Siamo tutti in pericolo: altro accoltellamento casuale

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Nel Regno Unito un afghano ha accoltellato al collo, prendendola da dietro e alla sprovvista, una ragazza scelta casualmente tra le passanti. Ormai è guerra santa. E i bersagli siamo noi.

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Top Beijing official welcomes ‘enthusiastic’ Taiwanese presence at cross-strait event

Mainland China’s fourth-ranking official has hailed the “enthusiastic” participation of people from Taiwan at a cross-strait forum despite the “obstacles” placed in their way. The independence-leaning Democratic Progressive Party this year tightened restrictions on the Straits Forum in Fujian province, imposing the first outright ban on local officials attending the event. Senior officials had already been prohibited from attending. Addressing the event on Saturday, Wang Huning, Beijing’s top...

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Top Beijing official welcomes ‘enthusiastic’ Taiwanese presence at cross-strait event

Mainland China’s fourth-ranking official has hailed the “enthusiastic” participation of people from Taiwan at a cross-strait forum despite the “obstacles” placed in their way. The independence-leaning Democratic Progressive Party this year tightened restrictions on the Straits Forum in Fujian province, imposing the first outright ban on local officials attending the event. Senior officials had already been prohibited from attending. Addressing the event on Saturday, Wang Huning, Beijing’s top...

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Re: AIS and APRS disappear in menu .

Hi Again. 
 
I tried to perform apt remove and again install direwolf but didn't noticed any fix. 
 
To be sure, i created new VM with ubuntu 24.04, and perform installation again of openwebrxplus directly, and with the clean and initial setup ,
In this new setup, I also don't see Packet option by default as I always have seen when I have installed openwebrx. 
 
I have no more ideas to investigate. 

any help.?. Thanks ! 
 
 
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Se Meloni guarda ai droni, rischia di perdere di vista le minacce all’Italia

A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.

Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.

Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.

Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.

Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.

C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.

È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.

Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.

Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.

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Accessing Peertube instances via client apps through SSO

@Chocobozzz Hey, so recently I received some issues for my native Peertube tvOS client, PeerTV, regarding an inability for them to login to their accounts on specific instances that require either OpenID or OAuth. I tried implementing that, but I found out that in order to use passkeys from the apple device I need to coordinate with specific instances and have the accept some sort of credential from my app (which seems rather difficult). I tried using only the user and password to sign in with SSO but there were challenges and it wasn’t consistently logging in the users.

Did you face a similar issue with the Peertube iOS app? Can you share what you were able to do to get that working (if it even works with SSO at all)?

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Un fondo pubblico per l’intelligenza artificiale

di Igor G. Cantalini

Tutto parte da un incontro improbabile avvenuto nei primi giorni di giugno 2026: Sam Altman, CEO di OpenAI, è entrato nell’ufficio di Bernie Sanders al Senato americano e, per circa un’ora, i due hanno discusso di qualcosa che un anno fa sarebbe sembrato fantapolitica, dare al pubblico americano una quota di proprietà nelle più grandi aziende di intelligenza artificiale del paese. La riunione è avvenuta su richiesta di Altman. Questo dettaglio, apparentemente secondario, dice già molto su quanto velocemente stia cambiando il dibattito attorno all’AI e al futuro del lavoro.

Per capire la portata di questo momento, bisogna però tornare al 2020. Andrew Yang costruì la sua campagna presidenziale sull’idea che l’automazione avrebbe svuotato una parte crescente del mercato del lavoro e concentrato la ricchezza in poche mani. Propose un Reddito Universale di Base da mille dollari al mese per ogni americano adulto, venne trattato come un visionario eccentrico, ai margini del dibattito politico. Oggi quelle idee rientrano dalla porta principale, spinte non solo da politici progressisti, ma dagli stessi amministratori delegati delle aziende che stanno costruendo l’intelligenza artificiale.

Il senatore Sanders ora ha risposto all’urgenza del momento con una proposta, ha annunciato l’American A.I. Sovereign Wealth Fund Act, una legge che creerebbe un fondo sovrano attraverso una tassa una tantum del 50% pagata direttamente in azioni da OpenAI, Anthropic, xAI e dagli altri colossi del settore. La logica che Sanders espone nel testo con cui ha presentato la proposta è semplice: l’intelligenza artificiale è costruita sulla nostra intelligenza collettiva, libri, canzoni, opere d’arte, giornalismo, codice informatico, ricerca scientifica, conversazioni e idee accumulate da generazioni, i giganti tecnologici hanno alimentato i loro modelli con queste conoscenze in gran parte senza permesso, senza riconoscimento, senza compenso; il fondo garantirebbe ai cittadini diritti di voto nelle assemblee aziendali, rappresentanza nei consigli di amministrazione e, alla fine, benefici economici diretti.

La stranezza politica maggiore sta nel fatto che questa proposta riprende argomenti arrivati anche dall’interno dell’industria tecnologica. OpenAI aveva già proposto la creazione di un fondo di ricchezza pubblica capace di dare a ogni cittadino una quota nella crescita economica guidata dall’AI. Anthropic aveva discusso modelli di fondo sovrano nazionale, partecipazioni pubbliche nell’AI e meccanismi di condivisione dei benefici economici. Sanders ha preso quelle idee, le ha portate sul terreno della legge e le ha rivolte contro i protagonisti stessi del nuovo capitalismo dell’intelligenza artificiale, con una certa feroce ironia. La risposta di Anthropic è arrivata a giugno, in forma di impegno concreto: 200 milioni di dollari destinati a un Economic Futures Research Fund per finanziare ricerca, sperimentazioni e valutazioni di politiche pubbliche, più altri 150 milioni per Claude Corps, un programma di borse pensato per aiutare giovani professionisti a diffondere i benefici dell’AI nelle comunità americane. In parallelo, Dario Amodei di Antrhopic ha pubblicato un lungo saggio in cui sostiene che l’AI potrebbe causare perturbazioni al mercato del lavoro molto più grandi e durature rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche; ha proposto un quadro a più livelli per la risposta governativa, con scenari di disoccupazione al 5%, al 10% e uno scenario ancora più grave, capace di richiedere misure permanenti come il reddito universale di base, fondi sovrani e forme di condivisione del capitale. Tra le possibili fonti di finanziamento ha indicato anche le tasse sulle stesse aziende AI, compresa la sua. Altman, nel frattempo, si trova in una posizione ambigua, in una recente intervista alla CNBC ha riconosciuto che l’impatto dell’AI sul lavoro è più irregolare e meno lineare di quanto molti immaginassero, ha spiegato che le aziende che adottano di più l’intelligenza artificiale sono spesso anche quelle che assumono di più, mentre alcune imprese che parlano di licenziamenti legati all’AI la usano ancora come spiegazione comoda di processi più complessi. Allo stesso tempo, continua a sostenere l’idea che la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale debba essere distribuita in modo molto più ampio. Il punto, per Altman, non è soltanto costruire macchine più potenti, ma fare in modo che potere, ricchezza, opportunità e capacità di scelta non finiscano nelle mani di pochissimi.

I numeri intanto spiegano perché questa conversazione non sia più rinviabile. Nel 2026 i licenziamenti nel settore tech hanno già superato quota 150.000 secondo TrueUp, con altri tracker che collocano la cifra ancora più in alto. Aziende come Cloudflare e Atlassian hanno legato le proprie riorganizzazioni alla corsa verso l’AI e alla trasformazione del modo di lavorare, mentre Meta continua a tagliare personale e allo stesso tempo aumenta in modo massiccio gli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Nel frattempo, uno studio di Stanford ha rilevato che l’occupazione degli sviluppatori software tra i 22 e i 25 anni è scesa di circa il 20% rispetto al picco di fine 2022. La parabola della distruzione creativa, che nelle vecchie rivoluzioni industriali alla fine produceva nuovi posti di lavoro, questa volta sembra muoversi con una velocità e una profondità che rendono i vecchi paradigmi molto meno affidabili.

Il colpo di scena finale è che anche Donald Trump ha espresso interesse per l’idea, parlando della possibilità che il governo americano ottenga una quota nelle grandi aziende AI e annunciando incontri con i vertici del settore per discutere di come restituire qualcosa al pubblico. L’interesse che attraversa tutto lo spettro politico, da un socialdemocratico come Sanders alla Casa Bianca di Trump, passando per i CEO delle aziende direttamente coinvolte, suggerisce che qualche forma di proprietà pubblica dell’AI potrebbe davvero avanzare nel 2026. Che si chiami reddito universale di base, fondo sovrano, dividendo tecnologico o in qualsiasi altro modo, l’idea di fondo è ormai entrata nel dibattito principale: la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale deve tornare almeno in parte a chi l’ha resa possibile, cioè tutti noi.

Quella che fino a poco tempo fa sembrava un’utopia sta diventando, lentamente, senso comune.

 

 

L’AUTORE

Igor G. Cantalini – Esperto di comunicazione e marketing digitale di 45 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato con brand di fama nazionale e internazionale, specializzandosi successivamente in Intelligenza Artificiale. Scrittore e divulgatore, pubblica articoli su  vari temi.

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La strage invisibile nelle reti da pesca

C’è una parte della pesca che non arriva mai sui banchi del mercato, animali protetti, spesso minacciati, che muoiono ogni anno come danni collaterali della pesca commerciale. È ciò che emerge dal nuovo rapporto di Wildlife and Countryside Link, una coalizione britannica di organizzazioni ambientaliste, che ha provato a mettere insieme per la prima volta i dati disponibili sulle catture accessorie nelle acque del Regno Unito. Il titolo del rapporto è “Hidden in the Haul” (nascosto nel bottino), e racconta proprio questo, ovvero ciò che la pesca porta via dal mare senza che quasi nessuno lo veda.

Ogni anno, secondo le stime raccolte nel rapporto, più di 10.000 uccelli marini vengono catturati e uccisi accidentalmente. Oltre 1.000 cetacei, tra focene e delfini comuni, muoiono nelle attrezzature da pesca. A questi si aggiungono circa 500 foche, più di 1.000 salmoni atlantici in pericolo, oltre 120 tonnellate di squali e razze protette. In Scozia, sei megattere e trenta balenottere minori sono state trovate morte impigliate nelle corde delle nasse. Sono animali che non erano il bersaglio della pesca; finiscono nelle reti mentre cercano cibo, restano intrappolati nelle corde, annegano sott’acqua, vengono feriti o soffocano. Gli uccelli marini, tra cui pulcinelle di mare, gazze marine e urie, si tuffano per alimentarsi e restano presi nelle reti da posta, che pendono nell’acqua come tende invisibili. I mammiferi marini restano impigliati negli attrezzi fissi o nelle corde. Sul fondo, draghe e reti pesanti trascinate sul fondale colpiscono specie che non compariranno mai nelle statistiche più visibili della pesca. Secondo gli studiosi che hanno stilato il rapporto la parte più grave è che questi numeri potrebbero rappresentare solo una piccola frazione della realtà; solo una minima parte delle attività di pesca viene osservata. Per alcune tecniche, come le draghe, il controllo riguarda appena lo 0,05% dello sforzo di pesca. Per trappole e nasse si scende sotto lo 0,01%. Le imbarcazioni straniere che pescano nelle acque britanniche non sono incluse nei dati analizzati.

Il risultato è un’enorme zona d’ombra. Dal 2021 i pescatori hanno segnalato ufficialmente solo 9 mammiferi marini catturati accidentalmente, mentre le stime parlano di migliaia di esemplari uccisi nello stesso periodo. Una distanza così grande mostra quanto sia debole un sistema basato quasi soltanto sull’autosegnalazione.

Per le associazioni ambientaliste, la cattura accidentale è una crisi silenziosa e invisibile, silenziosa perché avviene lontano dagli occhi, invisibile perché non entra nella narrazione pulita del pesce che arriva nei supermercati e nei ristoranti. Eppure riguarda alcune delle specie più amate e protette dei mari britannici.

Richard Benwell, amministratore delegato di Wildlife and Countryside Link, ha definito scioccante la scala della distruzione e ha ricordato che molte di queste morti sono evitabili. Le soluzioni per Benwell esistono già: reti modificate, corde appesantite, sistemi di allontanamento acustico, monitoraggio elettronico, telecamere a bordo, sensori e controlli più severi possono ridurre drasticamente le catture accidentali.

Il rapporto cita inoltre anche esempi positivi, a Filey Bay, nello Yorkshire, vicino alla più grande colonia di uccelli marini sulla terraferma del Regno Unito, alcuni pescatori su piccola scala hanno collaborato con i conservazionisti e sono riusciti a ridurre le catture accidentali annuali da circa 700 uccelli a quattro o cinque, sperimentando attrezzature diverse e reti più pesanti. In Scozia, le prove con corde appesantite per le nasse hanno ridotto il rischio che le balene restassero impigliate. Il problema, quindi, non è l’assenza di soluzioni, è la lentezza con cui vengono applicate.

La pesca viene spesso vista come un’attività antica, dura e necessaria… Lo è e proprio per questo va portata nel futuro. Un mare sano non può essere trattato come un grande magazzino da svuotare, dove tutto ciò che non serve viene considerato scarto. Dietro ogni pesce pescato ci può essere una parte invisibile di vita marina distrutta.

 

Foto di depositphotos

 

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Group and platform Report / Signalement

Hello,

I’m wondering what happens when a report is made. I imagine it sends an email to the Mobilizon hosting manager.

But if a French association runs a group, it may be liable for the content published within that group. We might want several levels of reporting:

  • one at group level (e.g. via private message). Also, are all messages sent by the event organisers available at group level? (Can the organisation provide moderation training at this level already?)
  • one at platform level.

From what I understand, both are possible. Is that right ?

Kind Regards

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Elon Musk becomes world’s first trillionaire after SpaceX IPO

In a post on the social media platform he owns, Elon Musk recently lamented: “Whoever said ‘money can’t buy happiness’ really knew what they were talking about.” Now the world’s richest person can put that maxim to an even bigger test as he adds a new title: world’s first trillionaire. Shares of SpaceX rose 19 per cent on Friday to US$160.95 each in their first day of trading, vaulting the value of the rocket and AI company Musk founded to US$2.2 trillion. His fortune now stands at the...

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L’insostenibile leggerezza delle tasse sui (super-) ricchi

Una proposta si fa nuovamente strada nel dibattito pubblico: tassare i super-ricchi. Alcuni la chiamano patrimoniale – agitando lo spauracchio della classe media ingiustamente colpita – altri, più propriamente, tassa sui grandi patrimoni o, appunto, tassa sui super-ricchi. Di fatto, per chi strumentalizza la proposta non c’è alcuna differenza. Il punto fondamentale da cui partire, tuttavia, è un altro.  

Il sistema impositivo italiano negli ultimi quarant’anni è stato devastato da riforme frammentarie e sbagliate. Sul lato della tassazione dei redditi abbiamo assistito a un susseguirsi di tagli al numero di scaglioni Irpef e alle singole aliquote – si è passati dalle 32 aliquote previste per i relativi scaglioni di reddito dalla riforma tributaria del ’73 alle attuali 3 – e al crescente ricorso a forme di tassazione separata che sottraggono parte delle entrate – spesso riferibili a forme di rendita, tra cui affitti brevi e rendite finanziarie – dalla base imponibile Irpef applicando un’aliquota fissa (flat tax). Di conseguenza, si è andati a erodere la base imponibile Irpef e a indebolire la progressività dell’imposta. La ratio è quella della semplificazione fino ad arrivare, presumibilmente, ad una vera e propria flat tax sui redditi da lavoro. Ossia, l’anti-progressività in nome dell’effetto trickle-down: l’idea che senza il peso delle imposte, le fasce di reddito più alte siano libere di consumare e investire i propri redditi e patrimoni con effetti benefici, a cascata, per le fasce di reddito inferiori. Al contrario, quello che si è ottenuto, ad oggi, è un sistema regressivo che penalizza i redditi medio-bassi. Sul lato dei patrimoni, si è andati direttamente a ridurre, o eliminare, le varie forme di tassazione, fatta eccezione per l’Imu sugli immobili non di residenza e le imposte di bollo e di registro. 

In termini complessivi, dunque, abbiamo assistito a uno spostamento del carico impositivo dai patrimoni (capitale) ai redditi (lavoro) e dai redditi da lavoro autonomo e di impresa (profitti) ai redditi da lavoro dipendente. 

Parallelamente, il quadro macroeconomico e strutturale è stato investito da trasformazioni profonde che hanno coinvolto la distribuzione sia dei redditi che della ricchezza, con un conseguente peggioramento delle disuguaglianze socioeconomiche. Da un lato, è cambiata la distribuzione funzionale del reddito aggregato (il Pil) tra i fattori che lo generano – ossia tra capitale e lavoro –, con una riduzione progressiva della quota salari (wage share) in molte delle economie avanzate, senza eccezioni per l’Italia, e una conseguente minor rilevanza della base imponibile da lavoro rispetto a quella da capitale. Se fino agli anni ’70, infatti, la quota della base imponibile relativa ai redditi da lavoro era prevalente rispetto ai redditi da capitale, oggi questa è pari al 40% mentre quella relativa ai redditi da capitale è il 50% (la restante parte è costituita dalle imposte indirette). Dall’altro, è aumentata la concentrazione della ricchezza e la sua composizione ha registrato, anche in Italia, una crescente rilevanza della componente finanziaria – soprattutto per i più ricchi – che si va ad aggiungere a quella reale e, in particolare, immobiliare. Il 5% più ricco delle famiglie italiane detiene circa il 46% della ricchezza nazionale, a fronte del 7% posseduto dal 50% più povero. Ma c’è di più. La ricchezza in Italia non è solo concentrata nelle mani di pochi, ma si trasferisce anche in larga misura per via ereditaria. Circa il 60% di questa ricchezza deriva infatti da successioni. 

La fotografia che emerge è drammatica. Cresce il peso della ricchezza, sia immobiliare che finanziaria, e dei patrimoni trasferiti per via ereditaria e, di conseguenza, peggiora la mobilità sociale. Peggiora la distribuzione funzionale del reddito nazionale a vantaggio del capitale e a svantaggio del lavoro, così come la distribuzione dei redditi a svantaggio delle fasce medio-basse, in presenza di meccanismi di redistribuzione inefficaci o, peggio, regressivi. 

Il risultato? Un’insostenibile pressione su quelle fasce di reddito che negli ultimi anni hanno pagato e stanno pagando anche l’erosione del potere d’acquisto dovuta alle crisi inflattive post-Covid – in attesa delle conseguenze della crisi di Hormuz –, la persistente stagnazione salariale e, dulcis in fundo, il c.d. fiscal drag. Ossia, l’aumento della pressione fiscale dovuto all’inflazione, in presenza di salari nominali invariati e, dunque, di salari reali più bassi.

In un quadro macroeconomico evidentemente complesso e problematico, negli anni delle policrisi e di cambiamenti sistemici radicali, un fisco iniquo e incapace di mettere in moto una qualsivoglia leva redistributiva impedisce dunque di reagire o anche solo di attutire i colpi. 

Eppure, come sottolineato ripetutamente da Sbilanciamoci!, basterebbe seguire i due principi cardine che la Costituzione ci indica per informare il sistema impositivo (art. 53 Cost.): il principio di capacità contributiva e il principio di progressività dell’imposizione.

Come? Le proposte che abbiamo avanzato negli anni sono chiare. 

Innanzitutto, tassare i grandi patrimoni – ad esempio tra lo 0,1% e l’1% più ricco – rappresenterebbe un primo passo importante per rendere più equa la tassazione per tutti. Tuttavia, si tratta di un intervento necessario ma non sufficiente a disegnare un sistema impositivo realmente equo e funzionale a delle prospettive di crescita e di benessere socioeconomico.

Sul fronte patrimoniale, sarebbe auspicabile l’introduzione di una tassazione progressiva che tenga conto sia della dimensione che della composizione dei patrimoni – sia reali che finanziari – in modo da incidere efficacemente sulla concentrazione della ricchezza. Chiaramente, questo tipo di intervento deve necessariamente essere affiancato a una riforma del catasto che eviti le ben note distorsioni dovute alla discrasia tra rendite e valori catastali e di mercato degli immobili a cui si applica tale imposta.

Anche le successioni dovrebbero essere soggette a una tassazione progressiva – con contestuale riduzione della franchigia attualmente prevista pari a un milione di euro – in modo da intervenire sui meccanismi di trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze.

Sul fronte della tassazione dei redditi, occorrerebbe ripristinare una struttura di aliquote Irpef che consenta una vera progressività – aumentando il numero degli scaglioni – e operare una ricomposizione della base imponibile – che includa le varie fonti reddituali derivanti da rendite di diversa natura attualmente soggette a tassazione piatta e separata – a cui applicare le relative aliquote, in modo da rispettare e valorizzare il principio di capacità contributiva.

A questo andrebbe chiaramente aggiunto un serio contrasto all’evasione (e all’elusione) fiscale, che per il Ministero di Economia e Finanza (MEF) ammonta a circa 100 miliardi di euro all’anno, senza nascondersi dietro alla minaccia della fuga di capitali e auspicando un processo di armonizzazione fiscale a livello europeo che inibisca e impedisca la presenza di paradisi fiscali interni e il fenomeno del dumping fiscale che favorisce soprattutto i super-ricchi, le multinazionali e le big-tech.

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Families of Air India Crash Victims Seek Answers One Year On

Grieving relatives returned to Ahmedabad to honor the 260 lives lost in the June 2025 disaster, but investigators have not yet released a report into the cause.

© Shammi Mehra/Agence France-Presse — Getty Images

A grieving relative at the site of last year’s Air India Flight 171 crash, where family members of those killed in the disaster held a vigil.
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Black Eye Galaxy

Hubble and Webb image of M64. A massive spiral galaxy glows with a yellow core, surrounded by arms full of orange-brown dust and pink and blue patches of star formation. Framed by a haze of dark dust, the galaxy shines against black space dotted with a few stars.
Easily identified by the spectacular band of dark dust that partially obscures its bright core, Messier 64, or the Black Eye Galaxy, is characterized by its bizarre internal motion.
NASA, CSA, ESA, F. Belfiore (European Southern Observatory – Germany), J. Lee (Space Telescope Science Institute), A. Leroy (The Ohio State University), and D. Thilker (The Johns Hopkins University); Processing: Gladys Kober (NASA/Catholic University of America)

This March 20, 2026, image of Messier 64, or the Black Eye Galaxy, is a composite view from NASA’s Hubble Space Telescope and James Webb Space Telescope. It shows Messier 64 captured at near- and mid-infrared wavelengths by Webb, while Hubble’s image shows the galaxy in ultraviolet, visible, and near-infrared light.

Messier 64 is characterized by its bizarre internal motion. The gas in the outer regions of this spiral galaxy is rotating in the opposite direction from the gas and stars in its inner regions. This strange behavior may be the result of a merger between M64 and a satellite galaxy over a billion years ago.

Image credit: NASA, CSA, ESA, F. Belfiore (European Southern Observatory – Germany), J. Lee (Space Telescope Science Institute), A. Leroy (The Ohio State University), and D. Thilker (The Johns Hopkins University); Processing: Gladys Kober (NASA/Catholic University of America)

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Il valore dell’esperienza: come Toscana Promozione Turistica ha cambiato l’accoglienza in un ecosistema economico

Contenuto tratto dal numero di giugno 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Toscana Promozione Turistica ha cambiato il modo di pensare le agenzie, interrogandosi sulla capacità del territorio di rispondere alle necessità del viaggiatore. “Non si tratta più solo di valorizzare le bellezze, ma di costruire un ecosistema”, dice l’assessore regionale Leonardo Marras.

Nel panorama globale dei viaggi, la Toscana non è più solo una destinazione d’arte e paesaggio, ma un ecosistema economico in evoluzione che sta trasformando l’accoglienza in una risorsa solida e misurabile. Alla base dell’azione di Toscana Promozione Turistica (Tpt) si è imposta una riflessione: non è più sufficiente fare promozione limitandosi alla rappresentazione del patrimonio ambientale e culturale, ma occorre interrogarsi su quale sia l’offerta delle imprese che costruiscono l’essenza del viaggio stesso.

Questo cambiamento di rotta ha segnato il passaggio da una vecchia concezione di agenzia di promozione a un moderno motore di sviluppo economico che entra nel merito della capacità del territorio di rispondere alle necessità del viaggiatore. La responsabilità si sposta così verso il mondo delle imprese, investendo l’agenzia dello sforzo di conoscere i desideri dei buyer internazionali del turismo organizzato, l’offerta nei loro cataloghi e la composizione del sistema produttivo regionale.

Negli ultimi anni la nuova visione ha orientato il lavoro dell’agenzia verso tre pilastri: l’accompagnamento dei territori verso specializzazioni produttive, il rinnovamento del posizionamento del brand in chiave contemporanea e l’attenzione alla ‘Toscana diffusa’ per favorire una distribuzione equilibrata dei flussi. Per evitare il rischio di una narrazione scollata dalla realtà, Tpt ha adottato un approccio basato sulla business intelligence attraverso l’Osservatorio Turistico Regionale (Otr). Utilizzando dati statistici e data provider digitali come Vodafone, Mastercard e Data-Appeal, l’agenzia analizza chi sono i visitatori, come spendono e qual è il sentiment online rispetto a prodotti e servizi. È un marketing che non si limita a una comunicazione suggestiva, ma adegua i messaggi ai desideri dell’interlocutore, verificando se ciò che si trova sul territorio sia utile e risponda alla domanda. È l’applicazione della filosofia mutuata dalle ricerche sui percorsi decisionali contemporanei: essere presenti nel momento della scelta offrendo soluzioni concrete e valore aggiunto.

Lo strumento operativo che permette di tradurre queste analisi in competitività è rappresentato dai gruppi di lavoro, una metodologia di co-progettazione che coinvolge la filiera delle imprese per elevare la qualità delle esperienze. L’idea è che una destinazione debba rispondere anche a vocazioni specifiche, motivo per cui sono stati attivati tavoli tecnici verticali che spaziano da prodotti consolidati, come il cicloturismo e i cammini, a progetti di nicchia come il turismo industriale, il pet friendly, il wellness e il turismo al femminile.

Il metodo segue un’evoluzione in quattro tempi, che parte dall’ascolto del mercato e arriva alla fase dell’ingaggio delle aziende sulla piattaforma digitale Make. Qui le imprese che sottoscrivono le ‘carte dei valori’ e caricano le proprie offerte permettono all’agenzia di disporre di un database di operatori qualificati da portare con sé nelle presentazioni internazionali. Il processo garantisce che la promessa fatta al turista sia mantenuta dalla qualità dell’accoglienza locale.

La validità del modello trova riscontro nei risultati dei grandi eventi b2b organizzati da Tpt per mettere in contatto l’offerta regionale con i mercati globali. Buy Tuscany 2025, ospitato in Costa degli Etruschi, ha registrato numeri record, con oltre 200 buyer da più di 40 paesi, tra cui Stati Uniti, Brasile e Cina. Dei 160 seller presenti, 63 hanno aderito alla Carta dei valori del turismo sostenibile, mentre 53 si sono focalizzati sul turismo family. Un target prioritario, dato che oltre il 30% delle recensioni regionali proviene da chi viaggia con bambini. Sharing Tuscany 2026 ha invece confermato la salute dei rapporti con il comparto nazionale. Nel Mugello, l’evento ha generato oltre duemila meeting, con un indice di gradimento sulla professionalità degli operatori del 98,3%. Dato ancora più significativo è che l’85,2% dei partecipanti ha riscontrato possibilità reali di chiudere nuovi accordi commerciali, confermando che la co-progettazione produce risultati economici.

Leonardo Marras, assessore Toscana a economia, turismo e agricoltura

Il successo economico è testimoniato anche dai riconoscimenti internazionali. La Toscana è stata recentemente premiata ai Best Luxury Hotel Awards 2025 per la bellezza del suo patrimonio, inteso come modello di eccellenza globale, confermandosi regina mondiale del wedding di lusso e leader nazionale per numero di hotel a cinque stelle. In parallelo, il settore enogastronomico continua a trainare l’economia rurale: la regione è la destinazione preferita dagli italiani per i viaggi legati al gusto, vantando il primato per numero di agriturismi e una crescita costante degli aderenti al progetto Vetrina Toscana, che conta oltre duemila tra ristoranti, produttori, botteghe, agriturismi e alberghi. Anche l’artigianato artistico è una risorsa capace di intercettare consumatori attenti alla qualità, attraverso itinerari che collegano la storia manifatturiera alle destinazioni meno conosciute, contribuendo alla promozione della regione come destinazione diffusa.

“Oggi non si tratta più soltanto di valorizzare le nostre straordinarie bellezze”, dice Leonardo Marras, assessore regionale a economia, turismo e agricoltura, “ma di costruire e coordinare un vero ecosistema economico, in cui la qualità sia garantita da valori condivisi e la competitività sia ricercata valorizzando le diverse vocazioni dei territori, dai prodotti più consolidati ai segmenti emergenti, attraverso un percorso condiviso che unisce ascolto del mercato, innovazione e qualità dell’accoglienza. Con il ‘modello Toscana’ abbiamo avviato un cambio di passo che sta ridefinendo il modo di fare governance pubblica: un modello fondato sulla diffusione delle competenze e su strumenti di co-progettazione, come i nostri gruppi di lavoro, che coinvolgono attivamente tutta la filiera delle imprese per innalzare la qualità delle esperienze offerte”.

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Il caccia italo-nippo-britannico costa di più ed è in ritardo

I progetti per il caccia di sesta generazione “made in EU” continuano a deragliare. Secondo quanto rivelato dal quotidiano britannico Telegraph, il Global Combat Air Programme (Gcap) – che vede la partecipazione di Italia, Giappone e Regno Unito – non arriverà nei tempi inizialmente previsti.

Il problema risiede nello stanziamento di fondi da parte di Londra. Il governo si era impegnato ad aggiornare la flotta aerea entro il 2035 adottando il caccia di nuova generazione Tempest, risultato appunto del programma Gcap. Ma secondo il Piano di investimenti per la difesa (Dip), di prossima pubblicazione, i finanziamenti per il progetto saranno stanziati solo verso la metà degli anni 2030.

Ciò significa che i nuovi aerei entreranno in servizio intorno al 2040, o persino successivamente. Un ritardo significativo, considerando che il piano iniziale prevedeva la sostituzione dei vecchi Typhoon con i primi Tempest nel 2035. Stando alle indiscrezioni del Telegraph, entro quella data Londra dovrebbe invece sbloccare i fondi per far proseguire il progetto.

Sul Gcap aleggiano da tempo diverse ombre. Ad agosto 2025, la National Infrastructure and Service Transformation Authority, l’agenzia governativa britannica incaricata di valutare i grandi progetti, aveva già valutato negativamente la fattibilità del progetto e ne aveva messo in dubbio la buona riuscita.

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Invitation Framagenda en attente

Bonjour,

Je débute sur Framagenda. J’ai crée mon calendrier, ajouter mes contacts et envoyer une invitation pour chaque évènement aux participants. J’ai reçu un mail sur ma boîte Zimbra disant que mon contact acceptait mon invitation. Pourtant, quand je consulte mon calendrier sur Framagenda, il est indiqué que la réponse est en attente. Comment faire pour synchroniser la réponse avec Framagenda ?

Merci de votre aide.

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US and Iran inch closer to signing deal to reopen Strait of Hormuz

The US and Iran may sign an agreement to reopen the Strait of Hormuz on the sidelines of the Group of Seven world leaders summit next week, according to senior officials. A senior Iranian official indicated overnight that a deal is likely, said a G7 official and a diplomat from outside the group, who both asked not to be named discussing sensitive matters. This year’s G7 summit takes place in Evian, in the French Alps, from June 15 to June 17. Geneva, in Switzerland, is nearby and being floated...

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Italia tra bassa produttività e risiko bancario: il nodo irrisolto della crescita economica

Alla fine del mese di maggio di ogni anno il governatore della Banca d’Italia, nelle considerazioni finali alla relazione annuale, offre una lettura dell’andamento e delle prospettive della situazione economica e sociale italiana, collocandole nel più ampio contesto internazionale ed europeo. La relazione presentata quest’anno dal governatore Fabio Panetta è risultata particolarmente interessante sia per la drammatica evoluzione del quadro geopolitico internazionale – segnata dal conflitto nel Golfo Persico e dal blocco dello stretto di Hormuz, che ha provocato forti rincari del petrolio, del gas e dei fertilizzanti, con ricadute sempre più pesanti sulle condizioni di vita delle famiglie e delle imprese – sia per le profonde trasformazioni generate dall’intelligenza artificiale, che sta ridefinendo “il modo in cui si produce, si lavora e si prendono le decisioni”.

Produttività, demografia e ritardi strutturali

Particolarmente stimolanti appaiono le riflessioni dedicate all’andamento dell’economia italiana nel quadro delle politiche europee. Esse riportano al centro dell’attenzione alcuni nodi strutturali che il nostro Paese continua a trascinare da oltre vent’anni, indipendentemente dall’alternanza dei governi. L’essenza del problema è efficacemente sintetizzata da una delle affermazioni del governatore Panetta: “Dall’inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto di appena il 6%, contro incrementi compresi tra il 13% e il 34% negli altri grandi Paesi dell’area dell’euro”. Tutto ciò avviene in un contesto nel quale, come ha osservato lo stesso governatore, “la demografia rende questa sfida non rinviabile. Con una popolazione in età lavorativa in forte diminuzione, non potremo contare stabilmente sull’aumento degli occupati per sostenere lo sviluppo”.

In questo scenario, l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai processi produttivi può rappresentare il fattore decisivo per consentire all’economia italiana quel salto di produttività ormai indispensabile. Tuttavia, come ha sottolineato Panetta, “rischiano di ostacolare questa evoluzione un tessuto produttivo frammentato in imprese di piccole dimensioni che adottano più lentamente le nuove tecnologie”. Sorprende che considerazioni di tale portata non abbiano suscitato un dibattito più approfondito all’interno delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Tutto sembra essere passato quasi inosservato, come se i problemi strutturali della bassa crescita italiana potessero risolversi spontaneamente, senza una funzione attiva della politica con la P maiuscola.

Pnrr, bassa produttività e frammentazione del tessuto produttivo

D’altra parte, anche l’ingente massa di risorse mobilitate attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza tra il 2021 e il 2025 – oltre 100 miliardi di euro effettivamente impiegati – non è riuscita a incidere in modo significativo sulla crescita della produttività del sistema produttivo e agricolo. Diventa quindi ancora più urgente, alla luce della profonda trasformazione in atto nei processi produttivi, fare ricorso all’intelligenza artificiale e alle tecnologie digitali per tentare di superare l’asfittica crescita della nostra economia e aumentare la produttività dei fattori impiegati.

Per perseguire una strategia di questo tipo occorre però affrontare preliminarmente due nodi strutturali che, con il trascorrere del tempo, rendono sempre più difficile l’introduzione dell’innovazione tecnologica e finanziaria nel sistema economico: la dimensione delle imprese e il ruolo del sistema bancario. È difficile immaginare una diffusione capillare dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione dei processi produttivi in un sistema economico nel quale la presenza delle micro e piccole imprese, fino a 49 addetti, costituisce la caratteristica dominante del tessuto produttivo nazionale.

Microimprese, produttività e sistema bancario

Secondo un’indagine del Centro Studi Cna, pubblicata nel novembre 2022 e riferita ai dati del 2020, le imprese con meno di 50 addetti erano 4.226.623, pari al 99,4% del totale. Di queste, oltre un milione – 1.033.027 – aveva natura artigiana. In Italia, dunque, quasi un’impresa su quattro è artigiana. La crescita dimensionale delle imprese appare quindi una condizione imprescindibile per consentire al sistema delle Pmi di innovare i processi produttivi, incrementare la produttività e valorizzare le competenze professionali dei lavoratori. Non si tratta di accrescere il potere economico dell’imprenditore, ma di fornirgli gli strumenti necessari per affrontare le sfide del futuro.

È un cambiamento che può garantire maggiore economicità e sviluppo alle piccole e medie imprese attraverso la riduzione dei costi unitari, il conseguimento di economie di scala, una maggiore capacità competitiva sui mercati e il rafforzamento della solidità patrimoniale. Il raggiungimento di un obiettivo di tale portata richiede necessariamente un ruolo attivo e propositivo del sistema bancario nazionale. Purtroppo, l’impostazione assunta dal nuovo Testo Unico Bancario, entrato in vigore nel 1994, ha progressivamente orientato gli istituti di credito verso la concentrazione bancaria, trascurando il tema dell’evoluzione della funzione delle banche nello sviluppo delle imprese e dei distretti industriali.

Si è progressivamente indebolita quella relazione banca-impresa che, dal dopoguerra fino alla metà degli anni Novanta, aveva contribuito in maniera determinante alla crescita del sistema economico italiano, generando benessere diffuso per imprese, lavoratori e famiglie. Nell’attuale fase di profonda trasformazione dell’economia globale, caratterizzata dall’irruzione delle tecnologie digitali e da mutamenti geopolitici senza precedenti, stiamo assistendo alla rinascita del cosiddetto “risiko bancario”. Negli ultimi quattro anni, grazie all’aumento dei tassi d’interesse seguito alla guerra russo-ucraina e al mancato adeguamento della remunerazione della raccolta bancaria, gli istituti di credito hanno registrato profitti straordinari e rafforzato la propria patrimonializzazione.

Risiko bancario e finanza italiana: operazioni tra grandi gruppi, ma senza una strategia per la crescita delle Pmi

Tuttavia, questo nuovo risiko bancario non sembra orientato alla costruzione di un sistema creditizio capace di accompagnare il tessuto produttivo italiano fuori dal nanismo industriale e di sostenerlo nell’affrontare la rivoluzione tecnologica necessaria ad aumentare produttività e crescita. La stessa operazione che ha visto protagonista Mps e che ha portato alla conquista di Mediobanca è apparsa soprattutto come una partita tra grandi gruppi finanziari interessati, da un lato, al credito al consumo e al risparmio gestito e, dall’altro, al controllo di Generali, di cui Mediobanca detiene una partecipazione rilevante.

Al centro di tale operazione non sembra esservi stata una riflessione sul ruolo che Mps avrebbe potuto svolgere nel sostenere la crescita dimensionale delle Pmi, non soltanto attraverso il credito tradizionale, ma anche mediante la creazione di strumenti finanziari innovativi destinati a favorire fusioni, incorporazioni e aggregazioni aziendali, indispensabili per rafforzare la competitività del sistema produttivo. Analoga considerazione può essere svolta per le operazioni in corso nel settore bancario, dove prevale la ricerca di sinergie finanziarie e commerciali piuttosto che la definizione di una strategia di sostegno allo sviluppo delle imprese.

Il futuro di Mps, il ruolo dello Stato e il risiko bancario

In questo contesto si colloca, infatti, la proposta di Intesa San Paolo e Unipol ( il gruppo  assicurativo primo azionista di Biper con il 19,8,%) per impossessarsi di Mps, svuotandolo di ogni contenuto funzionale,  quale banca finanziatrice delle esigenze delle Pmi e dei distretti industriali. La proposta di  banco Bpm rivolta a perseguire  la fusione  con Mps, per come è stata fatta, pare destinata a finire nel dimenticatoio, proprio per la debolezza intrinseca di quello che si vorrebbe conseguire. L’obiettivo dell’amministratore di  Intesa San Paolo Messina pare quello di utilizzare l’acquisto di  Mps per assicurarsi tramite Mediobanca la possibilità di arrivare al controllo di Generali, magari con un’alleanza spuria con Unicredit. Quello di Unipol di acquistare n. 635 sportelli di Mps per accrescere i punti di vendita di Biper, che assumerebbe il nome di Banca Monte Paschi, cancellando Siena e la storicità della banca, per piazzare le polizze assicurative di Unipol.

Colpisce, infine, che il ministro dell’Economia Giorgetti, in una fase in cui l’economia italiana continua a registrare tassi di crescita prossimi allo zero, si limiti ad affermare che debba prevalere chi offre di più. Ancora più sorprendente è constatare come il dibattito sul futuro del sistema bancario si concentri prevalentemente sulla redditività derivante dalla gestione del risparmio, dimenticando che la capacità delle famiglie di accumulare risorse dipende, in ultima analisi, dalla crescita dell’economia reale. Se quest’ultima ristagna, inevitabilmente anche il risparmio si riduce e, con esso, le prospettive di sviluppo dell’intero sistema.

L’articolo Italia tra bassa produttività e risiko bancario: il nodo irrisolto della crescita economica è tratto da Forbes Italia.

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Beijing pushes Taiwan exchanges at Straits Forum despite tightened restrictions

Beijing is seeking to expand people-to-people exchanges with Taiwan as it hosts hundreds from the island for an annual event, despite the ruling Democratic Progressive Party (DPP) banning Taiwanese officials from taking part. The Straits Forum, now in its 18th edition since 2009, is Beijing’s key platform for cross-strait people-to-people engagement, promoting exchanges in fields from culture to economics as part of its broader push for cross-strait integration. The main forum takes place on...

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Beijing pushes Taiwan exchanges at Straits Forum despite tightened restrictions

Beijing is seeking to expand people-to-people exchanges with Taiwan as it hosts hundreds from the island for an annual event, despite the ruling Democratic Progressive Party (DPP) banning Taiwanese officials from taking part. The Straits Forum, now in its 18th edition since 2009, is Beijing’s key platform for cross-strait people-to-people engagement, promoting exchanges in fields from culture to economics as part of its broader push for cross-strait integration. The main forum takes place on...

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Riparazione UPS APC CS 500: Osservare ATTENTAMENTE Porta Alla RISOLUZIONE! 3/3 #ups #apc #repair

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PARTE 3: https://www.youtube.com/watch?v=LVSfAheBhYk
PARTE 4: https://www.youtube.com/watch?v=9DlC6uSOrno
PARTE 5: https://www.youtube.com/watch?v=hdMPFVHCf7w
PARTE 6: https://www.youtube.com/watch?v=yjk9LYeo7dI

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Cogit AI lancia Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale per la cybersecurity

La cybersecurity è diventata una delle grandi emergenze silenziose del nostro tempo. Non perché manchino tecnologie di difesa, ma perché gli attacchi continuano a crescere nonostante l’aumento degli investimenti, delle procedure e degli strumenti di protezione.

Le aziende installano firewall più evoluti, adottano sistemi di autenticazione multifattore, rafforzano gli endpoint, migliorano backup e monitoraggio. Eppure la superficie d’attacco continua ad allargarsi.

Il motivo è semplice: la sicurezza informatica non riguarda più soltanto macchine, reti e infrastrutture. Riguarda le persone.

Secondo il Data Breach Investigations Report di Verizon, il fattore umano continua a essere coinvolto in una quota rilevante delle violazioni informatiche. Nelle ultime analisi, phishing, credenziali rubate, errori operativi e comportamenti non sufficientemente consapevoli restano tra i principali fattori di rischio. Il report 2026 evidenzia inoltre che il 31% delle violazioni parte oggi dallo sfruttamento di vulnerabilità software, mentre il ransomware compare nel 48% delle violazioni analizzate.

Il quadro economico è altrettanto significativo. Ibm, nel Cost of a Data Breach Report 2025, stima il costo medio globale di una violazione dei dati in 4,4 milioni di dollari. Lo stesso report segnala che il 63% delle organizzazioni non dispone di policy di governance adeguate per gestire l’intelligenza artificiale o prevenire la diffusione dello shadow AI, cioè l’utilizzo non governato di strumenti AI all’interno dell’azienda.

A livello europeo, Enisa ha analizzato 4.875 incidenti nel Threat Landscape 2025, relativi al periodo compreso tra luglio 2024 e giugno 2025, descrivendo un ecosistema di minacce sempre più complesso, caratterizzato da sfruttamento rapido delle vulnerabilità, attacchi ransomware, campagne di phishing, DDoS e pressione crescente su pubbliche amministrazioni, infrastrutture, servizi digitali, trasporti e settore finanziario.

Questi dati raccontano un passaggio ormai evidente: la cybersecurity non è più una funzione isolata del reparto IT. È diventata una questione di continuità aziendale, reputazione, governance e cultura organizzativa.

L’attacco

La maggior parte degli attacchi informatici non inizia con una spettacolare violazione dei sistemi, ma con un gesto del tutto ordinario. Può essere un link aperto di fretta, una password riutilizzata su più account, un allegato scaricato per distrazione o una richiesta urgente accettata senza le dovute verifiche. Il phishing e il social engineering funzionano così bene perché, prima ancora delle falle tecnologiche, colpiscono i meccanismi della natura umana, come la fiducia, l’abitudine, la fretta e la pressione gerarchica.

È proprio in questo spazio vulnerabile, dove la tecnologia incontra il comportamento umano, che si inserisce Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale sviluppata da Cogit AI.

Questa soluzione va ben oltre la semplice formazione aziendale tradizionale. Leonydas nasce per supportare le organizzazioni nella costruzione di una solida cultura della sicurezza digitale, agendo su prevenzione, responsabilità, conformità normativa e uso sicuro della stessa IA. L’obiettivo finale non è sostituire il fattore umano con le macchine, ma allearsi con l’intelligenza artificiale per rendere le persone la prima, vera linea di difesa dell’azienda.

Cosa può fare l’IA

Nel dibattito pubblico l’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come un moltiplicatore di rischio. Ed è vero: gli attaccanti possono usarla per scrivere email più credibili, personalizzare campagne di phishing, simulare identità e rendere decisamente più sofisticati i tentativi di social engineering. Ma questa è solo una parte della storia. Esiste infatti anche un’intelligenza artificiale utile, capace di supportare concretamente le aziende nella prevenzione, nella formazione continua e nella valutazione del rischio.

Questo tipo di tecnologia permette di rendere comprensibili temi altrimenti complessi, adattando i percorsi di apprendimento al ruolo specifico di ogni lavoratore attraverso la simulazione di scenari realistici. In questo modo è possibile misurare con precisione il livello di consapevolezza interna, trasformando le rigide policy aziendali in esperienze concrete e guidando il personale verso un uso più responsabile degli strumenti digitali.

Il richiamo a Leonida

Il nome Leonydas si ispira al re spartano, simbolo di disciplina, preparazione e capacità di affrontare minacce superiori attraverso l’addestramento. Il parallelismo non riguarda la guerra, ma la cultura della prontezza: Leonida non vinse per il numero di risorse, ma perché guidava persone addestrate e consapevoli.

Questa metafora è cruciale per la cybersecurity. Le aziende non possono muoversi solo dopo un attacco, né limitarsi a una policy da firmare o a un corso annuale. Devono allenare le persone prima che il rischio si presenti, trasformando la sicurezza in un’abitudine quotidiana. È questo il senso profondo di Leonydas: portare in azienda il principio della preparazione continua, per rendere il fattore umano la prima linea di difesa e non la principale vulnerabilità.

Formazione, consapevolezza e compliance

La necessità di preparare le persone non nasce solo dall’aumento degli attacchi, ma anche da un quadro normativo europeo sempre più esigente.

Con l’AI Act, l’Unione Europea ha introdotto il principio di AI literacy: chiunque utilizzi o fornisca sistemi di intelligenza artificiale deve garantire che il proprio personale abbia competenze e consapevolezza adeguate. La compliance, quindi, non si ferma più a documenti e policy, ma richiede la capacità reale delle persone di comprendere rischi e responsabilità degli strumenti usati. In parallelo, la direttiva NIS2 rafforza l’obbligo di resilienza cyber e gestione del rischio.

Per le aziende la sfida è concreta: non basta installare la tecnologia, serve dimostrare di aver formato le persone. Sviluppata da Cogit AI, Leonydas nasce proprio per questo: aiutare le imprese a trasformare formazione e conformità normativa in un percorso continuo, integrato nei comportamenti quotidiani e vicino alla realtà operativa.

Oltre l’anello debole

Per anni le persone sono state definite l’anello debole della cybersecurity. È una formula parziale: il fattore umano è vulnerabile solo se non è preparato. Se messe in condizione di riconoscere i rischi, le persone diventano una risorsa decisiva: un dipendente formato può bloccare un attacco di phishing, un manager consapevole può sventare una frode e un team allenato riduce drasticamente l’esposizione dei dati.

La sicurezza del futuro dipenderà dalla tecnologia, ma soprattutto dalla maturità culturale delle organizzazioni. In quest’ottica, Leonydas non è solo una piattaforma, ma il simbolo di una trasformazione: la cybersecurity diventa una disciplina quotidiana che unisce governance, responsabilità e preparazione continua. Perché nel digitale, come nella storia, resiste solo chi si prepara prima.

 

L’articolo Cogit AI lancia Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale per la cybersecurity è tratto da Forbes Italia.

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Persone, investimenti e innovazione. La sinergia tra Private e Banca d’Impresa di Crédit Agricole Italia

Quale ruolo possono giocare oggi le banche nel sostenere la competitività del sistema produttivo italiano? E come si costruisce crescita in un contesto segnato da instabilità geopolitica, trasformazione tecnologica e mercati sempre più interconnessi?

Ne parliamo con Roberto Ghisellini, Condirettore Generale di Crédit Agricole Italia, in una conversazione che esplora le grandi sfide e le opportunità che attendono imprese, investitori e istituzioni finanziarie.

Nel corso dell’episodio affrontiamo il tema dell’internazionalizzazione delle imprese italiane, il valore di un grande gruppo europeo nel supportare la crescita sui mercati globali, le prospettive del private banking e l’impatto dell’innovazione sul futuro del settore finanziario. Uno sguardo approfondito anche all’ecosistema delle startup e ai nuovi modelli di sviluppo che stanno contribuendo a ridisegnare il rapporto tra banche, imprese e territorio.

Una riflessione sul futuro dell’economia italiana, sulle strategie necessarie per affrontare il cambiamento e sulla capacità di trasformare le sfide di oggi in opportunità di crescita per domani.



 

L’articolo Persone, investimenti e innovazione. La sinergia tra Private e Banca d’Impresa di Crédit Agricole Italia è tratto da Forbes Italia.

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Minacce di censura: occhio a parlare di Belfast

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Sembra che qualcuno voglia fermare "l'odio sul web" di chi parla di Belfast.

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A Popular Doctor Had Long Warned That Vitamin K Shots Are Risky for Newborns. Now He’s Changed His Tune.

A photo collage centers on Joseph Mercola speaking into a microphone, surrounded by images of infants in hospital settings. To the right, a yellow document lists a cause of death as a nontraumatic subdural hematoma and vitamin K deficiency bleeding.

Cengiz Yar/ProPublica. Source images: Wikimedia Commons, Getty Images, documents obtained by ProPublica.

For more than a decade, Dr. Joseph Mercola cautioned parents against a potentially lifesaving shot of vitamin K for their newborn babies: “Vitamin K shots are completely unnecessary for your newborn.”

But now, in a break from his past warnings, Mercola is saying he no longer believes that. 

ProPublica contacted Mercola recently as it was preparing an article about babies who died as a result of their parents turning down the vitamin K shot. Mercola’s new point of view is just as unequivocal as his old one: “The data is clear: vitamin K saves lives,” he wrote in an April article on his website two days after ProPublica contacted him. He added: “Based on the totality of the published evidence, I support vitamin K prophylaxis for all newborns.” 

He also directed parents to speak to their children’s pediatricians. 

“Vitamin K deficiency bleeding is rare, but when it occurs, the consequences can be devastating and irreversible,” Mercola wrote. “A single injection at birth can prevent it. Please talk to your doctor.”

Mercola is a leading vaccine skeptic and an ardent supporter of Health and Human Services Secretary Robert F. Kennedy Jr. He is a popular figure online, with a Facebook page that has some 1.7 million followers. He sends out a daily newsletter and sells alternative treatments for a variety of ailments. 

His reversal comes at a critical moment. Hospitals and research studies have documented an alarming jump in babies not receiving the vitamin K shot, which has been recommended by the American Academy of Pediatrics since 1961 to help newborns’ blood to clot. Without it, research shows, babies are 81 times more at risk for late vitamin K deficiency bleeding, which can be fatal. 

Just as has happened with measles and other vaccines, vitamin K shots have become the target of a deluge of false information online. That has caused some parents to view it as an unnecessary pharmaceutical intervention amid a lingering mistrust of the medical system following the COVID-19 pandemic. 

Some point to a 2010 post from Mercola, entitled “The Dark Side of the Routine Newborn Vitamin K Shot.” A doctor in Tennessee recalled reluctant families citing the article, as did doctors in Oregon. 

In the years that followed, Mercola stood by his opposition. He reiterated his position in 2014, after four babies in Nashville, Tennessee, suffered vitamin K deficiency bleeding. And he did so again in 2019, after hospital staff contacted child protective services in Illinois and took temporary custody of a newborn whose parents refused the shot for their baby.  

In place of the shot, Mercola had recommended vitamin K drops, which are taken orally and have been touted online as a popular alternative. The drops, however, are not approved by the Food and Drug Administration and research shows they are not as effective as the shot, though they are used in some European countries. 

In his April article, he addressed the rampant false information online regarding the vitamin K shot and acknowledged the role his writing may have played in spreading it. “The internet contains a significant amount of misinformation about vitamin K,” Mercola wrote. “Some of it may reference my own 2010 article. That article reflected the state of a scientific debate that has since been resolved. The science moved forward, and so have I.”

A statement on Mercola’s website reversing his previous stance on vitamin K injections. The highlighted text states that based on the published evidence, the author now supports vitamin K prophylaxis for all newborns and notes that the internet contains misinformation about the topic, including references to the author's own 2010 article.
Dr. Joseph Mercola published an article on his website saying he’d changed his views on vitamin K.  He now says vitamin K shots are the “prudent choice” and he encourages parents to consult their pediatrician. Mercola.com, highlighted by ProPublica

In fact, the science around the vitamin K shot has been settled for decades. The discovery of vitamin K and its role in clotting blood won the Nobel Prize in 1943. Newer studies have confirmed and furthered many of the findings that were available in 2010, but they do not represent a scientific shift from previous research. Some recent studies that Mercola cited in the April article document the rise in babies not receiving the shot and the catastrophic bleeding in the brain that can follow, but again both reinforce the same science that has encouraged giving the shot for more than 60 years. 

In Mercola’s earlier posts, he wrote about what he deemed to be risks from the shot, beginning with “inappropriate” and “unnecessary” pain to the baby. He incorrectly claimed that the amount of vitamin K injected into newborns was far more than the needed dose. In addition, he wrote that the shot may contain preservatives that can be “toxic” to a baby’s immune system. 

Benzyl alcohol is often used as a preservative in vitamin K shots, but the Centers for Disease Control and Prevention and other organizations have stressed that it’s safe. In the 1980s, doctors realized that some extremely premature babies suffered benzyl alcohol toxicity, but, according to the CDC, that was because they were on so many medications containing it. In addition, many hospitals now offer preservative-free options.

Some families have also expressed fear about a “black box warning,” which appears on a drug’s label to alert providers of serious risks. The shot does contain a boxed warning, as do more than 400 other medications, but that is primarily related to adults and vitamin K that is given through an IV, not as a shot in the thigh muscle, which is how doctors typically administer vitamin K to babies. None of the dozens of doctors interviewed by ProPublica said they have ever seen an adverse reaction in an infant who received a vitamin K shot.

But even back in 2010, Mercola dispelled one popular misconception that vitamin K injections increased the risk of cancer. That belief stemmed from a pair of older refuted studies. In 2010, he wrote, “that conclusion was in error.” In April, he reinforced that message.

Alternative treatments promoted by Mercola have attracted federal scrutiny. He and his companies have had to pay millions of dollars to settle allegations that he had made false claims about the safety of products. 

During the pandemic, for instance, the FDA sent Mercola a warning letter after he offered unapproved and misbranded products, including vitamin C, on his website as ways to prevent or treat COVID-19. 

In 2017, the Federal Trade Commission announced it was mailing $2.59 million to people who bought Mercola indoor tanning systems. The agency charged that Mercola and his companies claimed the tanning systems were safe and that research showed that indoor tanning doesn’t raise the risk of melanoma, a type of skin cancer. 

Mercola did not admit wrongdoing. His online posts include a disclaimer that they are intended as a way of sharing knowledge and information, not medical advice. He also has said his 2010 vitamin K article was based on an interview with a Dutch researcher who studied vitamin K.

Mercola, a doctor of osteopathic medicine, declined to be interviewed for this story but said his current stance is accurately reflected in the April article. “While I do not agree with all of the characterizations and conclusions in your summary,” he wrote in response to questions from ProPublica, “I have nothing further to add at this time.” 

Even though Mercola has now reversed his position on vitamin K, many on social media still cling to debunked and distorted claims. On Facebook, TikTok and Instagram, unsubstantiated claims often go unchecked.

One theme that has emerged on social media is the notion that God created babies perfectly, and there must be a reason they are born without sufficient vitamin K. In one video on TikTok, a woman who identifies herself as a nurse asked, “Did God really get it wrong?” 

Responding to another, someone wrote, “Just know our creator didn’t make a mistake. Every baby is born like this for a reason.” 

Others lump the vitamin K shot, which is not a vaccine, in with vaccines. A comment on a video about the vitamin K shot declared, “My baby isn’t getting any vaccines.” It received more than 600 likes.

Mercola also is not the only doctor being cited by vitamin K shot opponents. Commenters on Instagram, TikTok and Reddit have directed people to Dr. Suzanne Humphries, who has spoken out about vaccines and the vitamin K shot for many years. 

“My opinion is that the more I read about vitamin K,” she said in a video posted in 2014, “the more I can’t believe that it’s injected into newborn infants.”

Last month, she appeared in a lengthy interview on the website of Children’s Health Defense, the anti-vaccine nonprofit founded by Kennedy. She cited the pair of studies from more than 30 years ago that found an association between the shot and cancer, though they were both called into question shortly after they were published. As even Mercola noted in 2010, several additional studies found no increased risk of cancer following the shot. 

“Those of us that believe in a divine creator,” she said, “believe that maybe it is by design, or that actually it is by design, and that there’s a reason for it.” 

Humphries did not respond to requests for comment.

During Kennedy’s time at Children’s Health Defense, the group published a post in 2020 that claimed aluminum adjuvants — added components that boost the body’s immune response — in vaccines are “significant sources of early exposure” to aluminum. Some vitamin K shots contain a small amount of aluminum, but studies have not found any evidence of serious or long-lasting harm. Adjuvants, according to the CDC, have been used “safely in vaccines for decades.” 

Brian Hooker, chief scientific officer at Children’s Health Defense, said the aluminum concern remains, as does the cancer fear, despite multiple studies that found no basis for them. He said he would like to see more research on the vitamin K shot, as well as other newborn interventions like the hepatitis B vaccine. 

“I do want to look at the individual components of these shots in conjunction with everything else that the infant is getting,” he said, “and to me that body of literature is really incomplete.”

Hooker said he worked with Kennedy for many years and, while they are no longer in direct contact, he has full confidence in the country’s leading federal health official. But Kennedy’s silence has served to deepen skepticism among experts. 

“Now we’re starting to see something that I never saw, which was brain bleeds and gut bleeds in infants,” said Rep. Kim Schrier, a Washington Democrat who worked as a pediatrician for more than 15 years before running for Congress. “And that’s so scary and heartbreaking.”

At an April House subcommittee hearing, Schrier confronted Kennedy about vitamin K, saying that he made parents distrust doctors and shots, and as a result some parents are refusing the vitamin K shot and other standard care. 

“Right now, Secretary Kennedy, given what I just told you about vitamin K, will you just tell pregnant women out there for the record, ‘Yes, you should get your babies the vitamin K shot’?” Schrier asked Kennedy.

Kennedy did not oblige her. He said he has never said anything about the vitamin K shot. 

An HHS spokesperson did not answer ProPublica’s questions but said the CDC recommends that parents give newborns the vitamin K shot within 6 hours of their birth to prevent vitamin K deficiency bleeding. She acknowledged that uptake of the shot has declined during recent years “as public trust in health care institutions has fallen, particularly during the COVID-19 pandemic amid heavy-handed mandates and inconsistent messaging during the Biden administration.”

“Rebuilding that trust,” the spokesperson wrote in an email, “requires honesty, informed consent, and respect for individual choice.” 

Schrier said she empathizes with parents who are inundated with so many conflicting messages. She said she recently stepped out of the Capitol building and overheard a woman say — inaccurately — that every childhood vaccine contains glyphosate, which was an ingredient in some forms of the weed killer Roundup. 

“I can just see how this is going to spiral right now. It gets out there, then it’s on social media,” Schrier said. “Every parent just doesn’t want to do the wrong thing.” 


Do You Have Information About Parents Declining Vitamin K Shots?

I want to understand more about why families decline a vitamin K shot. I know how difficult it is to talk about losing a child and how hard it can be to process this kind of grief. Words can’t express how sorry I am for your loss. ProPublica’s goal is to give the public the best, most trustworthy information. If you have a story to share, I hope you will reach out to me when you’re ready.

Duaa Eldeib

Send me your tips, stories and documents. Reach me by email or securely on Signal at 312-730-4797. I take the protection of my sources extremely seriously.


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Ricerca, innovazione e persone: Aurora Biofarma apre le porte ai Next Leaders

Il settore farmaceutico continua a rappresentare una delle eccellenze del sistema produttivo italiano, capace di coniugare ricerca, innovazione e sviluppo industriale. Un comparto che cresce e che, parallelamente, è chiamato ad attrarre nuove competenze per affrontare le trasformazioni tecnologiche, organizzative e di mercato che stanno ridefinendo l’healthcare. È stato questo il filo conduttore del nuovo appuntamento di Next Leaders, il format di Forbes Italia dedicato all’incontro tra aziende e nuove generazioni, realizzato in collaborazione con Aurora Biofarma.

L’evento ha offerto una panoramica sull’evoluzione del mondo pharma attraverso il racconto di una delle realtà italiane più dinamiche del settore. Fondata nel 2010, Aurora Biofarma opera nella ricerca, produzione e distribuzione di farmaci, medical device e integratori per la salute umana e veterinaria e ha costruito negli anni un percorso di crescita che l’ha portata ad ampliare progressivamente la propria presenza anche sui mercati internazionali.

La crescita di Aurora Biofarma e il ruolo delle persone

Ad aprire l’incontro è stato Nicola Di Trapani, ceo e fondatore di Aurora Biofarma, che ha ripercorso le tappe principali dello sviluppo dell’azienda, soffermandosi sulla visione imprenditoriale che ha guidato la crescita del gruppo e sull’importanza strategica delle persone all’interno di un settore altamente specializzato come quello farmaceutico. Un intervento che ha evidenziato come innovazione, competenze e capacità di adattamento rappresentino oggi i fattori determinanti per la competitività delle imprese healthcare.

È stato un momento particolarmente significativo e stimolante per gli studenti presenti, che hanno avuto l’opportunità di confrontarsi direttamente con i relatori attraverso domande sulla visione imprenditoriale, sulle sfide del fare impresa e sulla capacità di trasformare un’idea in una realtà di successo.

L’evento si è articolato in due momenti distinti nel corso della mattinata. Nella prima parte sono intervenuti due manager dell’azienda, che hanno offerto una panoramica delle funzioni aziendali da loro guidate e delle dinamiche di un mercato del lavoro in continua evoluzione. Il primo intervento è stato affidato a Giuseppe Di Trapani, direttore marketing Umana e digital marketing, che ha illustrato il percorso di sviluppo di Aurora Biofarma, il posizionamento raggiunto sul mercato e il ruolo crescente delle competenze digitali e di marketing in un settore che sta vivendo una profonda trasformazione nei modelli di comunicazione e relazione con gli stakeholder.

A seguire, Ersilia Cerullo, responsabile hr, ha approfondito il tema della valorizzazione delle competenze, delle attitudini e dello sviluppo professionale, spiegando l’approccio adottato dall’azienda nella gestione delle risorse umane. Formazione continua, crescita interna e attenzione alle nuove generazioni sono emersi come elementi centrali della strategia di Aurora Biofarma, in un mercato del lavoro che richiede figure sempre più qualificate e multidisciplinari che sappiano adattarsi ad un contesto in continuo movimento.

Le competenze che guidano l’azienda

La seconda parte dell’incontro è proseguita con Giuseppe Di Trapani, che ha approfondito l’evoluzione delle strategie di marketing e comunicazione nel settore healthcare e il ruolo sempre più centrale delle competenze digitali all’interno delle aziende farmaceutiche. A seguire, Enrico Smilardi, direttore commerciale di Aurora Biofarma e direttore commerciale Spagna, ha condiviso l’esperienza dello sviluppo internazionale del gruppo, evidenziando le competenze richieste per operare in mercati sempre più globali e competitivi.

Luca Marelli, direttore marketing Veterinaria e direttore commerciale Portogallo, ha invece illustrato le peculiarità del comparto veterinario e le opportunità offerte da un segmento in costante crescita all’interno del panorama healthcare. Successivamente è intervenuta Claudia Fanello, responsabile ufficio acquisti, che ha raccontato il funzionamento delle attività di procurement e il contributo di questa funzione ai processi di sviluppo e organizzazione aziendale.

Ersilia Cerullo, responsabile hr, è poi tornata sul palco per approfondire le opportunità professionali aperte all’interno del gruppo, i percorsi di crescita e le modalità con cui l’azienda accompagna lo sviluppo delle proprie persone. A chiudere la serie di interventi è stata Simona Randazzo, responsabile governance, che ha illustrato il ruolo delle attività regolatorie di compliance e governo aziendale in un contesto normativo sempre più complesso, evidenziando l’importanza di processi strutturati e di una cultura organizzativa orientata alla responsabilità e alla trasparenza.

Pharma e occupazione: una sfida che passa dai talenti

Nel corso dell’incontro è emersa una visione condivisa: il futuro del settore farmaceutico passa non solo dall’innovazione scientifica e tecnologica, ma anche dalla capacità di attrarre, formare e valorizzare nuove professionalità. Un messaggio particolarmente significativo per i giovani partecipanti, che hanno potuto conoscere da vicino e concretamente le competenze richieste oggi dal mercato e le opportunità di carriera offerte da una realtà in continua espansione come Aurora Biofarma.

L’appuntamento si è concluso con un confronto diretto tra azienda e giovani universitari, dove gli studenti hanno potuto vivere l’esperienza aziendale a 360 gradi, condividendo gli spazi e provando a mettersi in gioco con le funzioni aziendali. Si conferma così la missione di Next Leaders di Forbes Italia: creare occasioni di dialogo tra imprese e nuove generazioni, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di competenze nei settori più strategici per la crescita del Paese.

 

 

L’articolo Ricerca, innovazione e persone: Aurora Biofarma apre le porte ai Next Leaders è tratto da Forbes Italia.

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L’Argentina vuole lanciare le “società non umane”: imprese governate dall’IA e riconosciute per legge

Aziende senza umani al comando, legalmente riconosciute e gestite da algoritmi. È la svolta ultraliberista tentata in Argentina dal presidente Javier Milei, che ha presentato un disegno di legge per istituire le cosiddette “società non umane”. L’iniziativa, lanciata sul Financial Times in un intervento firmato insieme al ministro della Deregolamentazione Federico Sturzenegger, chiarisce che la presenza di azionisti in carne e ossa non sarà più obbligatoria.

“Così come la rivoluzione industriale ci ha liberati dai limiti della forza muscolare, l’intelligenza artificiale ci libererà dai limiti del cervello umano, spingendo la produttività oltre ogni nostra più rosea aspettativa”, ha scritto il leader argentino.

I 3 pilastri del piano di Milei

Il piano dell’Argentina per legalizzare le aziende gestite da intelligenze artificiali poggia su tre pilastri, pensati per attrarre capitali globali:

  • No alla regolamentazione: il governo Milei rifiuta norme vincolanti sull’IA, per evitare che una regolamentazione prematura blocchi lo sviluppo tecnologico.

  • Responsabilità limitata: viene creata la figura giuridica della “società non umana”. Poiché gli algoritmi prenderanno decisioni autonome e imprevedibili, la responsabilità limitata è considerata un requisito essenziale per la loro esistenza. La presenza di azionisti umani è opzionale.

  • Flessibilità fiscale e trasparenza: le nuove entità godranno di una bassa tassazione e della libertà di scegliere le regole di governance preferite. Resta però l’obbligo di dichiarare i beneficiari finali, per impedire che il Paese diventi un paradiso per capitali illeciti.

Lo scenario

L’approvazione di questa legge aprirebbe la strada a scenari totalmente inediti. Un agente di intelligenza artificiale potrebbe infatti costituire autonomamente una società, stipulare contratti, assumere dipendenti e persino citare in giudizio le persone. Il tutto senza che un singolo essere umano intervenga nel processo decisionale. Una provocazione che ha già spaccato la comunità finanziaria e legale tra chi la considera un’intuizione pionieristica e chi un pericoloso salto nel buio normativo.

Attualmente, il Congresso argentino sta esaminando un pacchetto di incentivi agli investimenti molto più ampio, noto come “Super Rigi”, destinato a progetti da oltre un miliardo di dollari in settori strategici come i centri dati per l’intelligenza artificiale. All’interno di questo testo, tuttavia, non si menziona esplicitamente il piano per le società non umane.

La replica di Yuval Noah Harari a Milei

La proposta di Javier Milei sulle “società non umane” ha incassato la replica di Yuval Noah Harari. Lo storico e filosofo sempre sul Financial Times ha espresso forti preoccupazioni per gli scenari futuri. Harari sottolinea come concedere la personalità giuridica agli agenti di intelligenza artificiale significhi consegnare loro le chiavi del sistema finanziario, economico e politico globale. Eliminando così qualsiasi forma di controllo o responsabilità umana.

A differenza dei manager in carne e ossa, infatti, un ceo-algoritmo non teme il carcere. Secondo lo storico, di fronte al rischio di fallimento, un sistema artificiale sarebbe disposto a tutto pur di salvarsi, sfruttando scappatoie legali o compiendo attività illecite. A supporto di questa tesi, Harari cita uno studio di Palisade Research in cui i modelli di OpenAI e DeepSeek, pur di non perdere una partita a scacchi, hanno teso a barare manipolando l’ambiente di gioco.

Il parallelismo storico evocato da Milei, che ha paragonato la sua svolta all’innovazione della Compagnia olandese delle Indie orientali per fare di Buenos Aires una nuova Amsterdam, viene completamente ribaltato. Per Harari, il rischio reale è che l’Argentina si trasformi in una nuova Batavia (l’odierna Giacarta), che nel 1619 fu rasa al suolo e colonizzata da uno “stato aziendale” privato. Concedendo pieni diritti civili e commerciali alle macchine, il pericolo non è quello di creare un’economia moderna, ma uno “Stato di IA”: un Paese in cui i cittadini finiscono per essere governati da corporazioni non umane contro cui sarebbe impossibile ribellarsi.

L’articolo L’Argentina vuole lanciare le “società non umane”: imprese governate dall’IA e riconosciute per legge è tratto da Forbes Italia.

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Scott Pelley’s firing from 60 Minutes offers Hong Kong food for thought

Before Scott Pelley was fired from 60 Minutes last week, he accused CBS’s editor-in-chief of “murdering” the programme he had served for over two decades. For a show that once defined hard-edged journalism, his dismissal raises questions about what institutional independence means. The split followed a tense staff meeting in which Pelley confronted the show’s new executive producer. In a statement after his firing, Pelley said the organisation was becoming more policitised and tried to get him...

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Vivendo la mia vita di Emma Goldman vol. 4

di Marc Tibaldi

Intervista al collettivo Quaderni di Paola

Per festeggiare l’uscita del quarto e ultimo volume delle memorie di Emma Goldman abbiamo pensato di intervistare le attiviste del collettivo femminista che cura le edizioni Quaderni di Paola, che hanno pubblicato integralmente, per la prima volta in italiano, il capolavoro della celebre rivoluzionaria.

Prima dell’intervista, qualche veloce parola sull’opera e sull’autrice. Il primo volume copre il periodo che va dal 1889 al 1899; il secondo dal 1900 al 1907; il terzo dal 1908 al 1917; il quarto dal 1917 al 1928. Per comprendere l’attualità del pensiero di Goldman è utile ripetere una frase della filosofa Chiara Bottici, che ha dedicato a Goldman importanti pagine di Nessuna sottomissione. Il femminismo come critica dell’ordine sociale (Laterza). Bottici critica chi pensa a Goldman come a un mito dimenticando o minimizzando così l’assoluta importanza del suo contributo teorico; scrive: “nessuno dei suoi precursori intellettuali è in grado di offuscare l’originalità delle sue prospettive”.

I tre volumi precedenti sono stati recensiti su Carmilla, qui: , il quarto volume è forse quello che riflette con più amarezza sulle lotte e sui fallimenti rivoluzionari, soprattutto sull’involuzione e la burocratizzazione della rivoluzione russa, che in pochi anni vide la repressione di tutte le voci dissonanti, gruppi che alla rivoluzione avevano partecipato con speranza e che la speranza l’avevano rilanciata a Kronstadt, nel 1921, con lo slogan “Tutto il potere ai soviet e non ai partiti”. Il racconto del viaggio nella Russia postrivoluzionaria di Emma e di Alexander Berkman è pieno di amarezza per ciò che verificano e di struggente bellezza per gli incontri con i molti rivoluzionari indomiti che affrontano il carcere. Toccante è l’incontro con le comunità yiddish in Ucraina (ricordiamo che Goldman nacque da una famiglia di origine ebraica a Kaunas, in Lituania, allora provincia dell’impero russo) represse da spaventosi pogrom. Parentesi: della grande tradizione proletaria e rivoluzionaria ebraica in Europa si dovrà pur scriverne in maniera articolata, magari partendo da Rudolf Rocker e la tradizione yiddish. Rocker – che era amico di Goldman – venne soprannominato scherzosamente, ma con grande rispetto, “Rabbi goy” (rabbino non ebreo) dai lavoratori ebrei londinesi. Invece di limitarsi a predicare, si immerse completamente nella loro cultura, ne imparò la lingua e lottò per migliorare le terribili condizioni lavorative. Fu una figura chiave nel gruppo ebraico Arbeter Fraynd (Amico dei Lavoratori). Diresse il settimanale in yiddish Der Arbeiter Fraint e la rivista Germinal. Queste pubblicazioni furono fondamentali per diffondere le idee anarchiche e la cultura laica nel contesto yiddish.

Prima di dare la parola alle compagne di Quaderni di Paola, vale la pena di riassumere gli aspetti fondamentali della vita di Emma Goldman: partecipazione alle lotte contro lo sfruttamento; l’interesse per la filosofia, la poesia e il teatro: in questo quarto volume – denso di incontri con intellettuali e rivoluzionari – viene raccontata una sua conferenza sull’opera di Walt Whitman che entusiasmò la sala stracolma. Infine, la visione intersezionale delle lotte planetarie, che ha tenuto assieme le multiformi sfaccettature della ribellione: esistenziale, ecologica, di classe, di genere e riflette su temi come l’anticapitalismo, l’ateismo, l’antimilitarismo, il libero amore, l’internazionalismo e l’abolizione del carcere.

Chi siete? Perché i Quaderni di Paola, in cosa vi caratterizzate da altre case editrici libertarie, anarchiche, di movimento?

Siamo un piccolo collettivo femminista e libertario, organizzato come associazione culturale, fuori da ogni logica di mercato e senza scopo di lucro. Con i Quaderni di Paola portiamo avanti un lavoro militante di diffusione di pratiche e pensieri di liberazione: femminismo, storia delle donne, anarchismo, educazione libertaria, lotta alle discriminazioni, movimenti transfemministi e queer. Non è il nostro lavoro: ognuna di noi si occupa di altro e questo progetto è una scelta politica. Proprio per questo rivendichiamo un’indipendenza piena e una radicalità che non deve rispondere a logiche editoriali o di mercato. Il progetto nasce da un lascito di Paola Mazzaroli, da cui prende il nome, e prosegue nel solco del suo impegno quotidiano libertario e femminista. Per noi la cultura non è neutra né accessoria: è terreno di conflitto e strumento di trasformazione.

Perchè avete deciso di ripubblicare la biografia di Goldman?

Innanzitutto perché mancava da troppi anni ed era ormai introvabile. Inoltre, non era mai uscita in versione integrale per un’unica casa editrice. Ma la nostra non è in alcun modo una semplice operazione archeologica o celebrativa. Siamo convinte cha sia un testo vivo, che attraversa lotte, corpi, desideri e contraddizioni ancora attuali. Rimetterlo in circolazione significa restituirlo come strumento politico, farlo parlare con i movimenti di oggi e rimettere in circolo parole e pratiche capaci di riaprire immaginari.

Il lavoro di traduzione e di curatela quali differenza ha rispetto alle edizioni parziali pubblicate negli scorsi decenni?

Si è concentrato soprattutto sul rendere il testo più accessibile e su un aggiornamento del linguaggio. In particolare abbiamo cercato di “svecchiare” la lingua, che in alcune traduzioni precedenti risultava un po’ appesantita rispetto alla chiarezza dell’originale. Il testo di Emma Goldman è infatti già molto diretto: scriveva in un inglese semplice e immediato, non essendo l’inglese la sua lingua madre. Il nostro lavoro è stato quindi quello di restituire questa immediatezza, rendendo il testo più leggibile oggi.

Il colore fucsia delle belle copertine ricorda il fucsia e nero di Non Una di Meno, c’è un contatto tra voi e questo movimento?

Il fucsia e il nero sono due colori storicamente importanti e insieme rappresentano la convinzione che la lotta contro il patriarcato sia inseparabile dalla lotta contro lo Stato e le gerarchie di potere. Il fucsia infatti è da più di un secolo il colore scelto dai movimenti femministi mentre il nero è da sempre il colore simbolo dell’anarchismo. In questo senso i due colori insieme sono segni riconoscibili di un preciso posizionamento politico. Per quanto riguarda i rapporti con Non Una di Meno, guardiamo sicuramente con grande interesse a questo movimento: alcune di noi ne fanno parte, altre lo incrociano nelle pratiche e nei percorsi di lotta. Più che un rapporto formale possiamo dire che ci sono diverse convergenze sul piano delle analisi e delle pratiche, dentro uno stesso terreno di conflitto.

Quali sono le sintonie tra Goldman e le attiviste del movimento transfemminista?

Stanno nel modo in cui viene pensata la libertà: non come principio astratto, ma come pratica che riguarda corpi, desideri e condizioni materiali di vita. Nel suo pensiero troviamo temi ancora centrali: il libero amore, la maternità consapevole, la critica al matrimonio e alle istituzioni che normano le vite, insieme all’idea che il personale è politico. A questo si lega anche la dimensione della soddisfazione dei bisogni e dei desideri, la possibilità di una vita non ridotta alla sola sopravvivenza: la celebre idea per cui “Se non posso danzare, non è la mia rivoluzione” restituisce proprio questa tensione tra liberazione e gioia, tra rottura e vita piena. C’è anche una forte dimensione antimilitarista e anti-autoritaria, che lega la critica alla guerra alla critica più ampia dello Stato e dei dispositivi di controllo sui corpi. Non si tratta di sovrapporre epoche diverse, ma di riconoscere una continuità di domande sul potere e sulle sue forme. In questo senso è un pensiero che continua a fornire strumenti validi anche oggi.

Oltre alla biografia di Goldman, avete pubblicato un racconto illustrato per bambini, il volume Queer e anarchia. Quali sono le motivazioni per questi due titoli?

Storia di Ayçiçeǧi. Il girasole del Mar Nero, scritto da Clara Germani e illustrato da Emma M. Marinelli, nasce dalla volontà di rivolgerci a lettori e lettrici di tutte le età ed è anche un omaggio a Paola Mazzaroli: la storia, pensata durante un viaggio in Turchia fatto insieme a lei, parla di un fiore ribelle e curioso che vuole conoscere il mondo e non solo venerare padre Sole come i suoi fratelli. Il volume Queer e anarchia risponde invece a un’esigenza diversa ma complementare: è un’antologia ricca e variegata che apre uno spazio di confronto tra anarchismo e pensiero queer. L’obiettivo è mettere in relazione saperi e pratiche che spesso sono stati tenuti separati, ma che condividono una critica ai dispositivi di normalizzazione e alle gerarchizzazioni.

Cosa avete in programma per il futuro?

Abbiamo molte idee in cantiere, tra ristampe, incontri e nuove pubblicazioni. Il prossimo volume è già in uscita, scritto da una giovane studiosa e dedicato ai contro-immaginari politici, in particolare al municipalismo libertario e alla “comunità di comunità” come proposte per mettere in discussione il paradigma dello Stato. Il secondo volume che vorremmo pubblicare è dedicato alla storia delle Mujeres Libres durante la Rivoluzione spagnola del 1936, un’esperienza femminista anarchica che dentro la rivoluzione ha costruito pratiche di emancipazione e autonomia per le donne lavoratrici. In generale vogliamo continuare a promuovere riflessioni che attraversano i conflitti del presente e, da una prospettiva transfemminista e libertaria, alimentano la costruzione di un mondo nuovo.

Grazie per il vostro impegno e per aver pubblicato Vivendo la mia vita. Più che un libro è un viaggio nel tempo, nella memoria, nelle idee, nella ribellione, merita di essere letto. Magari accompagnandolo con la visione di Reds, il film di Warren Beatty (basato sulla vita di John Reed, e sul libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo), tre Premi Oscar nel 1982: alla regia; alla fotografia (Vittorio Storaro); alla miglior attrice non-protagonista Maureen Stapleton, che guarda caso interpretava Emma Goldman. Certo a Emma e a noi interesserebbero di più altre vittorie, ma è storia ed è giusto registrarla.

P.S. Le edizioni Quaderni di Paola ( www.quadernidipaola.it ) non hanno ancora distribuzione nelle librerie. Per info e richieste: quadernidipaola@gmail.com – +39 334 744 5568.

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Trump picks Wall Street ‘top cop’ as US spy chief after Pulte backlash

US President Donald Trump said he is nominating Jay Clayton to be the next director of national intelligence, following backlash over his selection of housing regulator Bill Pulte to serve in the role on an acting basis. Clayton, the top federal prosecutor in Manhattan, was chairman of the Securities and Exchange Commission during Trump’s first term. “I encourage the United States Senate to confirm Jay as soon as possible,” Trump said on social media. Clayton, as US attorney for the Southern...

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Soccer Meets Space Science

A white, red, blue, and green soccer ball floats inside the International Space Center. The FIFA logo is visible in the blue part of the ball facing the camera. The area in the background is mostly white, with a banner of country flags at the top of the photo.
NASA

A soccer ball floats in microgravity in this March 2, 2026, picture from the International Space Station. The space station crew tested soccer balls to study how internal mass affects motion and stability in microgravity. The findings have improved understanding of how embedded technologies, including match-ball sensors, can influence performance during play.

Through research aboard the International Space Station and technology developed for exploration, NASA continues to demonstrate how discoveries made for space can benefit people on Earth—including athletes and fans participating in the world’s most popular sport.

Image credit: NASA

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Soccer Meets Space Science

A white, red, blue, and green soccer ball floats inside the International Space Center. The FIFA logo is visible in the blue part of the ball facing the camera. The area in the background is mostly white, with a banner of country flags at the top of the photo.
NASA

A soccer ball floats in microgravity in this March 2, 2026, picture from the International Space Station. The space station crew tested soccer balls to study how internal mass affects motion and stability in microgravity. The findings have improved understanding of how embedded technologies, including match-ball sensors, can influence performance during play.

Through research aboard the International Space Station and technology developed for exploration, NASA continues to demonstrate how discoveries made for space can benefit people on Earth—including athletes and fans participating in the world’s most popular sport.

Image credit: NASA

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Soccer Meets Space Science

A white, red, blue, and green soccer ball floats inside the International Space Center. The FIFA logo is visible in the blue part of the ball facing the camera. The area in the background is mostly white, with a banner of country flags at the top of the photo.
NASA

A soccer ball floats in microgravity in this March 2, 2026, picture from the International Space Station. The space station crew tested soccer balls to study how internal mass affects motion and stability in microgravity. The findings have improved understanding of how embedded technologies, including match-ball sensors, can influence performance during play.

Through research aboard the International Space Station and technology developed for exploration, NASA continues to demonstrate how discoveries made for space can benefit people on Earth—including athletes and fans participating in the world’s most popular sport.

Image credit: NASA

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Refugees’ Numbers Drop, but Many Return to Turmoil at Home, U.N. Says

There were nearly 118 million forcibly displaced people in 2025, slightly fewer than in the previous year, the United Nations refugee agency said.

© David Guttenfelder/The New York Times

Displaced people at a campsite in Lebanon in early April. Israel’s military offensive there had driven more than a million people from their homes by mid-May, the United Nations said.
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BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 6.11 - CORSA AL BAGNO

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This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
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#baddriversofitaly #dashcam #compilation
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What’s behind Beijing’s seabed mapping east of Taiwan?

Beijing has completed a seabed survey in the complex waters east of Taiwan, its latest move to strengthen management of the waters around Taiwan following maritime border talks between Japan and the Philippines, according to state media. It is the first time mainland Chinese maritime authorities have conducted hydrographic survey operations east of Taiwan to fill in previously incomplete seabed mapping data for the area, according to an article published on Wednesday by Yuyuan Tantian, a social...

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What’s behind Beijing’s seabed mapping east of Taiwan?

Beijing has completed a seabed survey in the complex waters east of Taiwan, its latest move to strengthen management of the waters around Taiwan following maritime border talks between Japan and the Philippines, according to state media. It is the first time mainland Chinese maritime authorities have conducted hydrographic survey operations east of Taiwan to fill in previously incomplete seabed mapping data for the area, according to an article published on Wednesday by Yuyuan Tantian, a social...

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Paul Simonon “THE ROYAL EXCHANGE” Live in Florence!

Paul Simonon “THE ROYAL EXCHANGE” Live in Florence!

Per i 50 anni della radio che nel maggio 1981 organizzò il leggendario concerto dei Clash, Controradio e Superduper presentano un evento imperdibile: il ritorno a Firenze di Paul Simonon, bassista della band, assieme alla sua incredibile crew di DJ.

CONTRORADIO e SUPERDUPER sono orgogliose di presentare The Royal Exchange Live in Florence! Domenica 28 Giugno 2026, nello Spazio MOTEL della Manifattura Tabacchi di Firenze, una serata unica che porta nel cuore di Firenze uno degli uomini che ha fatto la storia del rock mondiale: Paul Simonon, leggendario bassista dei Clash, insieme alla sua crew di DJ londinesi The Royal Exchange. Un evento che nasce da un’amicizia coltivata nel tempo tra Paul e il team di SUPERDUPER, e che oggi diventa una celebrazione collettiva di tutto ciò che i Clash hanno rappresentato e continuano a rappresentare: libertà, contaminazione, stile, energia.

THE ROYAL EXCHANGE
Nata a Londra, The Royal Exchange è la crew con cui Paul Simonon porta in giro per il mondo un sound che attraversa generazioni e generi senza chiedere il permesso. Con lui sul palco: Dan Donovan (Big Audio Dynamite), Jason Mayall aka Cumbia Kid, Dj Noodle, Dj Gonchan e CC Rider. Sei voci di una stessa anima sonora che spazia dallo spaghetti western al rocksteady, dal garage rock ai b-sides più oscuri, passando per il rock’n’roll più viscerale.

LA SPAGHETTI GANG
Ad accogliere i londinesi, una formazione di DJ locali di rango assoluto — la Spaghetti Gang — che rappresenta il meglio della scena italiana con radici nel punk, nel reggae, nel soul e nel rock. Nel roster: Dome La Muerte (Not Moving), Count Ferdi (The Bluebeaters), Hervé (The Peawees), Black Albino, Aladino (The Rads), Fresco.

UN CERCHIO CHE SI CHIUDE
La serata non poteva trovare partner più significativo di Controradio, la storica radio fiorentina che festeggia i 50 anni di attività e che nel maggio 1981 organizzò il leggendario concerto dei Clash a Firenze. Quarantacinque anni dopo, quello spirito torna in città — e non per celebrare il passato, ma per dimostrare quanto quel seme sia ancora radicato nel presente, capace di germogliare e fare rumore oggi come allora. Perché questa non è una serata da nostalgici: è una serata per chi sa che certe idee non si archiviano.

 

 

LOCATION
Lo Spazio MOTEL alla Manifattura Tabacchi — uno dei luoghi più affascinanti e carichi di storia industriale di Firenze — sarà la cornice perfetta per una serata che mescola l’estetica del vecchio e del nuovo, del locale e dell’internazionale.

 

Paul Simonon & The Royal Exchange Crew
Domenica 28 Giugno 2026
Spazio MOTEL, Manifattura Tabacchi, Firenze Ore 18:00 – 00:00
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Info: marketing@superduperhats.com

Paul Simonon
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Saisie au clavier des dates et heures dans framagenda

Le nouveau sélecteur de dates et d’heures de framagenda empêche la saisie au clavier.
C’est pour moi une sacrée perte de temps et d’expérience utilisateur.
Serait-il possible de revenir à la version précédente, ou bien d’avoir une option pour choisir le sélecteur qui nous convient ?

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I principali terremoti in Italia osservati con le immagini satellitari

L’Interferometria SAR, anche conosciuta con l’acronimo InSAR, è una tecnica di telerilevamento che utilizza immagini satellitari acquisite da sensori noti come Radar ad Apertura Sintetica (SAR) per misurare le deformazioni del suolo con precisione millimetrica. Il SAR è un sensore attivo in grado di acquisire immagini della superficie terrestre sia di giorno che di notte, anche in presenza di copertura nuvolosa. Il principio di funzionamento è basato sull’invio a terra di un segnale elettromagnetico caratterizzato da un’ampiezza, che ci dice quanto è intenso, e una fase, ossia la posizione dell’onda in un certo momento, espressa con valori tra 0 e 360 gradi, che equivalgono a [0 – 2π] radianti. Raggiunto il suolo, il segnale viene diffuso in diverse direzioni e la frazione che torna al sensore è quella che si utilizza nella tecnologia SAR. Avremo quindi un contributo di ampiezza, dipendente dalle caratteristiche degli oggetti a terra e dalla loro capacità di riflettere, e un contributo di fase, legato alla distanza percorsa dal segnale per coprire il tragitto satellite-superficie terrestre. E’ proprio tramite l’analisi dei contributi di fase inviati da un sensore SAR in intervalli temporali differenti che è possibile ricostruire i campi di spostamento indotti sulla superficie terrestre da fenomeni naturali o antropici. 

Se il suolo si deforma, ad esempio a causa di un terremoto, immagini SAR acquisite prima (T1) e dopo (T2) l’evento sismico saranno infatti caratterizzate da contributi di fase diversi tra loro. Questo perché la deformazione del suolo indotta dal sisma, avrà un impatto sul tempo di percorrenza del segnale inviato dai sensori (Figura 1). 

Figura 1: Principio di funzionamento dell’Interferometria SAR. Se il terreno si deforma nell’intervallo temporale tra la prima acquisizione (T1) e la seconda acquisizione (T2), ci sarà un diverso tempo di percorrenza del segnale elettromagnetico che si traduce in un contributo di fase addizionale nella seconda immagine (linea rossa).

L’interferometria SAR utilizza l’informazione contenuta nella differenza di fase tra due immagini acquisite a cavallo di un evento per calcolare di quanto si è deformato il terreno nell’intervallo temporale tra le due acquisizioni. La mappa delle differenze di fase tra due immagini, pixel per pixel, è il cosiddetto interferogramma, ed è il principale prodotto dell’analisi interferometrica. Esso consiste in un’immagine composta da frange di colore, le frange interferometriche, ognuna delle quali rappresenta un valore di differenza di fase nell’intervallo [-π, π], a sua volta rappresentativo di una deformazione di pochi centimetri. Per avere una rappresentazione maggiormente comprensibile del processo deformativo in atto è quindi necessario trasformare, mediante alcuni passaggi matematici, l’interferogramma in una vera e propria mappa di deformazione, in cui ogni pixel riporta un valore di deformazione assoluto del terreno. Il primo terremoto a essere studiato con questa tecnica è stato il terremoto di magnitudo momento Mw 7.3 nella comunità di Landers, in California, nel 1992. In un lavoro su Nature, gli autori evidenziarono le potenzialità dell’Interferometria SAR, applicata a immagini acquisite dalle missioni ERS-1 dell’Agenzia Spaziale Europea, mostrando per la prima volta come appariva un terremoto visto da satellite (Figura 2).  

 

Figura 2: Interferogramma relativo al terremoto di magnitudo momento Mw 7.3 avvenuto a Landers, in California, nel 1992. Questo evento fu il primo a essere studiato con la tecnica InSAR. Sono ben visibili le cosiddette frange interferometriche in cicli di colore, ognuna delle quali è rappresentativa di una deformazione del terreno di circa 3 centimetri.

I principali eventi in epoca strumentale  in Italia

La tecnica interferometrica è sensibile a deformazioni superficiali dell’ordine di diversi centimetri, associate solitamente a eventi sismici di magnitudo momento Mw superiore a 5, che fortunatamente non sono molto frequenti in Italia. A partire dai primi anni ’90, quando i satelliti ERS dell’Agenzia Spaziale Europea hanno acquisito e reso per la prima volta disponibili alla comunità scientifica immagini SAR della superficie terrestre, si possono individuare quattro principali sequenze sismiche che hanno interessato in modo significativo il territorio italiano, con conseguenze talvolta anche drammatiche (Figura 3).

Figura 3: Principali eventi sismici registrati in Italia e analizzati con le immagini SAR. Le stelle gialle rappresentano gli epicentri dei terremoti.

Nel nostro paese, la prima applicazione dell’Interferometria SAR allo studio di un evento sismico risale al terremoto di Colfiorito del 1997 . Il 26 settembre 1997 alle ore 11:40 (ora italiana) un evento sismico di magnitudo locale ML 5.8 (https://terremoti.ingv.it/event/849549) colpì un’area di circa 15 km di lunghezza tra Umbria e Marche, tra Colfiorito (PG) e Serravalle di Chienti (MC). Il sisma enucleò a una profondità di circa 6 km e i risentimenti furono avvertiti distintamente in gran parte dell’Italia centrale. L’analisi InSAR, applicata a una coppia di immagini SAR acquisite dalle costellazioni ERS-2 dell’Agenzia Spaziale Europea, mostrò un abbassamento dell’Altopiano di Colfiorito di circa 25 centimetri (Figura 4), consistente con un meccanismo di faglia di tipo normale tipico delle zone dell’Appennino centrale. 

 

Figura 4: Mappa di deformazione del terreno ottenuta tramite analisi InSAR relativa al terremoto di Colfiorito del 26 settembre 1997 (dati ERS-2).

Il secondo terremoto analizzato con la tecnica dell’Interferometria SAR è stato l’evento di magnitudo momento Mw 6.1 (https://terremoti.ingv.it/event/1895389) che ha colpito L’Aquila durante la notte del 6 aprile 2009. In questo caso le immagini SAR applicate a dati acquisiti durante la missione Envisat dell’Agenzia Spaziale Europea, hanno dato la possibilità di stimare spostamenti cosismici massimi pari a circa 25 cm e un’area di deformazione estesa  circa 30 chilometri in lunghezza (Figura 5), permettendo di ricostruire la faglia responsabile dell’evento, anche in questo caso con un meccanismo normale consistente con il regime estensionale dell’Appennino (Atzori et al., 2009).

 

Figura 5: Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto che ha colpito l’Aquila il 6 aprile 2009 (dati Envisat).

Successivamente, nel maggio 2012 il territorio emiliano è stato colpito da due forti terremoti. Il primo, di magnitudo momento Mw 5.8 e profondità 10 km, avvenuto il 20 maggio nei pressi di Finale Emilia (https://terremoti.ingv.it/event/772691), mentre il secondo di magnitudo momento Mw 5.6 e profondità 8 km localizzato a sud della città di Mirandola (https://terremoti.ingv.it/event/841091), entrambi in provincia di Modena. Questi eventi sono stati oggetto di analisi InSAR utilizzando i dati acquisiti dalle missioni spaziali Radarsat (Agenzia Spaziale Canadese) e COSMO-SkyMed (Pezzo et al., 2013). In particolare questi ultimi dati, distribuiti dall’Agenzia Spaziale Italiana, sono stati fondamentali fin dalle prime fasi di gestione dell’emergenza per una rapida valutazione degli spostamenti cosismici nell’area, stimati intorno ai 14 cm (Figura 6).

Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto dell’Emilia del 2012
Figura 6: Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto dell’Emilia del 2012 (dati Cosmo-SkyMed).

L’ultimo forte evento che ha colpito la nostra penisola è rappresentato dalla sequenza sismica che ha interessato il centro Italia nel 2016-2017 per circa 8 mesi, con più di 3500 eventi di magnitudo maggiore di 2.5, causando gravi danni all’edificato, danneggiando irrimediabilmente il patrimonio artistico e provocando, purtroppo, anche più di 300 vittime. La sequenza è stata caratterizzata da 4 eventi principali: il terremoto di Amatrice/Accumoli (RI) del 24 agosto 2016, con una magnitudo momento Mw pari a 6.0 (https://terremoti.ingv.it/event/7073641), il terremoto di Visso (MC) del 26 ottobre 2016, con una magnitudo momento Mw di 5.9 (https://terremoti.ingv.it/event/8669321), il terremoto di Norcia (PG) del 30 ottobre 2016, con una magnitudo momento Mw di 6.5 (https://terremoti.ingv.it/event/8863681) e il terremoto di magnitudo momento Mw 5.5 avvenuto a Capitignano (AQ) il 18 gennaio 2017 (https://terremoti.ingv.it/event/12697591). Il dato interferometrico ha permesso di stimare la deformazione totale causata dalla sequenza, che ha determinato un abbassamento di circa 1 metro della Piana di Castelluccio (Figura 7), e vincolare geometria, meccanismo e profondità delle faglie responsabili. In questo ultimo caso, l’Interferometria SAR è stata applicata alle immagini delle costellazioni Sentinel-1 dell’ESA, il cui primo satellite è stato lanciato nel 2014. 

 

Figura 7: Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto di Norcia del 30 ottobre 2016 (dati Sentinel-1).

Questo excursus sui principali eventi sismici, che hanno interessato il territorio italiano e che sono stati studiati mediante la tecnica InSAR, ha consentito di apprezzare i significativi miglioramenti raggiunti in questi decenni sia dagli algoritmi e dai software utilizzati per il calcolo degli interferogrammi, che dalla tecnologia applicata ai sensori SAR. Dall’evento di Colfiorito, analizzato con dati ERS, fino alla sequenza che ha colpito il centro Italia tra il 2016 e il 2017, investigata nel dettaglio con dati Sentinel-1, risultano evidenti i progressi nella qualità delle immagini ottenute. I miglioramenti in termini di risoluzione spaziale, tempo di rivisita, prestazioni dei sensori, insieme ad algoritmi di elaborazione dei dati sempre più sofisticati, hanno permesso di affinare in modo sostanziale l’informazione estratta dal dato satellitare, contribuendo a una conoscenza sempre più approfondita e accurata dei fenomeni sismici e della sismicità del nostro Paese.

A cura del Laboratorio GEOSAR dell’INGV

Riferimenti

Massonnet, D., Rossi, M., Carmona, C. et al. (1993). The displacement field of the Landers earthquake mapped by radar interferometry. Nature, 364, 138–142. https://doi.org/10.1038/364138a0

Stramondo, S.,  Tesauro, M.,  Briole, P.,  Sansosti, E.,  Salvi, S., Lanari, R.,  Anzidei, M.,  Baldi, P.,  Fornaro, G.,  Avallone, A,,  Buongiorno, M. F.,  Franceschetti, G.,  Boschi E. (1999). The September 26, 1997 Colfiorito, Italy, earthquakes: Modeled coseismic surface displacement from SAR interferometry and GPS. Geophys. Res. Lett., 26, https://doi.org/10.1029/1999GL900141.

Atzori, S., Hunstad, I., Chini, M., Salvi, S., Tolomei, C., Bignami, C., Stramondo, S., Trasatti, E., Antonioli, A., and E. Boschi (2009). Finite fault inversion of DInSAR coseismic displacement of the 2009 L’Aquila earthquake (central Italy). Geophys. Res. Lett., 36, L15305, doi:10.1029/2009GL039293.

Pezzo, G., Merryman Boncori, J. P., Tolomei, C., Salvi, S., Atzori, S., Antonioli, A., … & Giuliani, R. (2013). Coseismic deformation and source modeling of the May 2012 Emilia (Northern Italy) earthquakes. Seismological Research Letters, 84(4), 645-655.

Cheloni, D., et al. (2017). Geodetic model of the 2016 Central Italy earthquake sequence inferred from InSAR and GPS data. Geophys. Res. Lett., 44, 6778–6787, doi:10.1002/2017GL073580.


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Fury over Jared Kushner’s Albania resort project threatens to engulf political elite

As protests in Tirana extend into a second week, they have escalated from opposition to two €5 billion (US$5.7 billion) planned resorts in ecologically sensitive areas linked to Jared Kushner into demands for the entire Albanian political establishment to step aside. Anger erupted on the coast on May 30 when bulldozers moved into one of the sites, spreading to the capital two days later. Every evening at 6pm since then, thousands of people have been gathering in a central square and marching...

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TeamSystem: completato in anticipo il piano AI da 250 milioni. Nuovi investimenti al 2030

(Adnkronos) - TeamSystem accelera sulla strada dell'innovazione e annuncia, con un anno di anticipo rispetto alla scadenza del 2027, la chiusura del suo piano da 250 milioni di euro interamente dedicato all'Intelligenza Artificiale. I dati presentati alla Tech Conference 2026 confermano il successo della strategia: nel primo trimestre dell'anno, i ricavi legati alle soluzioni AI sono cresciuti del 42% e l'adozione da parte dei clienti è salita del 25% rispetto al trimestre precedente. In ambiti cruciali come l'automazione contabile, l'utilizzo dell'AI ha già superato il 70%. Forte di un fatturato record di 1,15 miliardi di euro nel 2025 (+12%) e di una base di oltre 3,1 milioni di clienti tra Italia ed Europa, il Gruppo ha deciso di non fermarsi. È stata infatti annunciata una nuova accelerazione degli investimenti in Ricerca & Sviluppo con l'orizzonte al 2030, per integrare l'AI nei processi decisionali quotidiani di imprese e professionisti.

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Asus al Computex 2026: L'era della Private AI e la rivoluzione hardware locale

(Adnkronos) - Al Computex 2026, Asus ridisegna i confini dell'informatica mettendo al centro la "Private AI", una filosofia strategica che sposta l'intelligenza artificiale dal cloud direttamente sui dispositivi locali. Sfruttando la potenza combinata delle Npu di ultima generazione e delle schede grafiche Nvidia GeForce Rtx, l'azienda introduce un ecosistema hardware che spazia dai laptop consumer Zenbook e Vivobook fino alle soluzioni per creatori ProArt e ai sistemi di sicurezza aziendale ExpertGuardian. La privacy e la sovranità del dato diventano pilastri fondamentali per il business, mentre il brand Republic of Gamers celebra vent'anni di innovazione presentando il colossale desktop Rog G1000, la console portatile Rog Xbox Ally X 20 e i Rog Xreal R1.

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CACCIA, PICHETTO: “DA UE SOLO OSSERVAZIOINI PREVENTIVE”

Rispetto al tema del ddl caccia che intende modificare la legge 152/92 “si precisa che la comunicazione della Commissione europea in relazione al testo del disegno di legge sulla tutela della fauna selvatica attualmente in discussione in Senato contiene delle osservazioni preventive su disposizioni ancora in corso di esame parlamentare, che non sono da intendersi come una declaratoria di incompatibilità unionale di norme vigenti. Sono valutazioni interlocutorie su un testo non ancora approvato e per le quali non sussiste alcun tipo di omissione informativa. Inoltre, non sussiste un autonomo obbligo di trasmissione al Parlamento di una interlocuzione tecnica riferita a disposizioni non ancora definitive”. Lo ha detto durante il Question time nell’Aula della Camera, il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, rispondendo a un’interrogazione di Avs sulle iniziative per il rispetto della normativa europea sulla tutela della biodiversità, degli habitat e dell’avifauna selvatica. “Tali osservazioni saranno comunque valutate nelle sedi competenti, anche attraverso il confronto con le altre Amministrazioni interessate, al fine di assicurare la coerenza del testo finale con la disciplina eurounitaria”, spiega Pichetto, “ad ogni buon conto, le osservazioni formulate dalla Commissione si concentrano in particolare: sull’estensione della CACCIA nelle aziende agrituristiche-venatorie oltre la stagione venatoria, e l’eventualità che l’attività riguardi gli esemplari di fauna selvatica presente in loco durante periodi sensibili; la possibilità di estendere i periodi di caccia oltre i limiti oggi previsti; la possibilità di usare dispositivi ottici o optoelettronici per la CACCIA selettiva degli ungulati; la modifica della disciplina sui richiami vivi”. Su tali aspetti, “è in corso un’interlocuzione tra il MASE ed il MASAF, al fine di fornire risposta a quanto evidenziato dai Servizi della Commissione”, sottolinea il ministro. Inoltre, “in ragione dell’iter legislativo in corso, sono in fase di valutazione degli approfondimenti tecnici sulle formulazioni del testo e degli emendamenti, anche allo scopo di tenere conto, ove necessario, dei profili di attenzione evidenziati, senza tuttavia pregiudicare l’autonomia del Parlamento, cui spetta la valutazione e la definizione finale del testo normativo”, conclude PICHETTO.

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Un viaggio tra pagine e natura – Il mio SalTo26 un mese dopo

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Buongiorno cari lettori, oggi vi porto con me nell’avventura che ha caratterizzato il mio mese di maggio. Grazie a Il Mago di Oz sono riuscita a partecipare al Salone del Libro di Torino come blogger e a portare il nostro amato blog tra gli stand e gli autori dell’edizione del 2026. Ho registrato un vlog su YouTube, che trovate in fondo alla pagina, dove ho intervistato alcune case editrici ed autori emergenti con cui ho collaborato e con cui continuerò a farlo qua per voi! Ho deciso di pubblicare ora l’articolo per poter iniziare a raccontarvi più concretamente dei libri

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Uccise l’uomo che la derubò, imprenditrice condannata a 18 anni

Uccise l’uomo che la derubò, imprenditrice condannata a 18 anni

La Corte di Assise di Lucca ha condannato per omicidio a 18 anni Cinzia Dal Pino, 65 anni, che l’8 settembre 2024 a Viareggio uccise il ladro che l’aveva derubata della borsa.

La Corte di Assise di Lucca ha condannato per omicidio a 18 anni Cinzia Dal Pino, 65 anni, che l’8 settembre 2024 a Viareggio uccise il ladro che l’aveva derubata della borsa, Noureddine Mezgui, detto Said, marocchino di 52 anni, travolgendolo con l’auto. Dal Pino ha ascoltato la sentenza in aula accompagnata dalla figlia senza mostrare reazioni. La Corte ha stabilito l’espiazione della condanna alla detenzione domiciliare. “Mi aspettavo una soluzione diversa sia sul piano della qualificazione giuridica, sia sul piano dell’entità della pena”. Farete appello? “Aspettiamo le motivazioni”, 90 giorni, “ma penso di sì”. Così l’avvocato Enrico Marzaduri, difensore di Cinzia Dal Pino, ai cronisti dopo la lettura della sentenza della corte di assise che condanna la 65enne per aver ucciso col Suv Nourdine Mezgoui dopo che l’aveva derubata a Viareggio. Dal Pino era in aula. “La mia assistita non ha detto nulla”, non ha commentato la sentenza che la condanna a 18 anni, ha riferito l’avvocato difensore. “Penso – ha aggiunto – che avesse la speranza di una soluzione meno pesante” ma “poteva andare anche peggio”. A chi gli domanda se la donna provasse rimorso, Marzaduri rimanda a quanto già emerso nel corso della vicenda. “Si è espressa in sede di esame dibattimentale, ha già chiarito” i suoi sentimenti, ha detto l’avvocato difensore, e “comunque – ha ricordato – prima di essere arrestata era andata a pregare in chiesa”. Riguardo alla detenzione domiciliare per scontare la pena – anziché il carcere -, Marzaduri si è limitato a dire che si tratta di “una decisione” tecnica “autonoma, che non è coinvolta dalla decisione odierna” mentre il percorso di giustizia riparativa proposto dalla difesa “è stato avviato e ci sarà una prima occasione di incontro presto, mi sembra il 22”.

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Ombrelloni vietati a Villasimius

A Punta Molentis, una tra le spiagge più famose della Sardegna, l’estate comincia con una regola che sta facendo assai polemica: il Comune di Villasimius ha deciso di rendere l’accesso a pagamento e contingentato, con prenotazione obbligatoria e un “biglietto d’ingresso” di 10 euro al giorno. La misura riguarda una delle spiagge colpite lo scorso anno da un incendio doloso che aveva minacciato l’arenile, gli habitat e la biodiversità della zona. Secondo il Comune, l’obiettivo è limitare la pressione turistica su un ecosistema fragile e ridurre il numero di presenze sulla spiaggia.

La decisione più contestata riguarda l’ombra. Dal 6 giugno al 31 ottobre sarà vietato installare ombrelloni, gazebo, tende e altri sistemi di ombreggio. L’eccezione vale soltanto per le famiglie con bambini sotto i 10 anni e per le persone dai 65 anni in su. Anche in questi casi sarà consentito un solo ombrellone per nucleo familiare che “rispetta le condizioni”.

Sui social c’è chi ha commentato con ironia, chiedendo: “Per aprire un ombrellone devo noleggiare un bambino?”. Un altro utente ha scritto: “Per venire in spiaggia con un ombrellone devo portare mio nonno o mettere al mondo un bambino da qui a domani?”. Altri hanno sollevato il tema della sicurezza sotto il sole estivo: “Si rischia un’insolazione, un colpo di calore!”.

Il Comune di Villasimius difende la scelta richiamando le condizioni ambientali dell’area. “L’ecosistema di Punta Molentis è tra i più preziosi del nostro territorio, ma anche tra i più fragili”, ha scritto l’amministrazione, ricordando che gli incendi e gli eventi meteomarini eccezionali hanno “ridotto la capacità dell’arenile e messo a dura prova habitat e biodiversità“. Per questo, secondo il Comune, è diventato “necessario limitare l’impatto antropico e garantire la tutela di questo patrimonio per le future generazioni”.

Le nuove regole prevedono anche limiti molto rigidi agli accessi. Via terra potranno entrare al massimo 70 veicoli al giorno e non più di 150 persone contemporaneamente sull’arenile. Gli ingressi saranno sospesi una volta raggiunta la capienza massima. Via mare potranno arrivare solo operatori autorizzati, con un massimo di 100 persone contemporaneamente e permanenza limitata a un’ora, al costo di 5 euro a persona. Sarà vietato sbarcare con zaini, borse termiche e attrezzature “non compatibili con la tutela ambientale del sito”.

L’accesso sarà consentito dalle 8 alle 20.30, con uscita obbligatoria entro le 21. Le persone con disabilità potranno accedere gratuitamente, fino a un massimo di tre persone contemporaneamente presenti oltre ai limiti ordinari di capienza, con accompagnatore.

Il caso Punta Molentis riapre una questione sempre più evidente sulle spiagge italiane, il diritto dei cittadini a vivere il mare pubblico con libertà come è giusto che sia. Si può chiedere alle persone di pagare per entrare in una spiaggia pubblica e poi impedire loro di ripararsi dal sole?

L'articolo Ombrelloni vietati a Villasimius proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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Intesa-Mps: non mercato ma concentrazione di potere

L’operazione con cui Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta su Monte dei Paschi di Siena viene raccontata, dai suoi protagonisti, come una grande operazione di mercato. Tecnicamente lo è. Ma se scendiamo dalla giostra degli allegri cantori del capitale, possiamo riconoscere le più brutali fattezze di una pericolosa concentrazione di potere.

La formula è rassicurante: vince chi paga di più. Sembra il mercante in fiera. Solo che in ballo c’è un pezzo dell’infrastruttura finanziaria del Paese. E i giocatori sono gli stessi che già presidiano risparmio, credito, assicurazioni, fondazioni, reti commerciali, relazioni politiche, patrimoni familiari e partecipazioni strategiche. L’operazione ha dimensioni tali da ridisegnare l’intero sistema finanziario italiano. Secondo le ricostruzioni disponibili, si muoveranno oltre 35 miliardi di euro. Intesa punta a rilevare Mps, che ha già incorporato Mediobanca, e quindi anche la partecipazione di Mediobanca in Generali. Una parte rilevante della rete Mps, circa 635 filiali, verrebbe poi ceduta a Unipol, che la integrerebbe con Bper. Nascerebbe così un nuovo grande polo bancario, destinato a diventare la seconda banca del Paese. Intesa, invece, manterrebbe Mediobanca, il suo marchio, una parte della rete Mps e soprattutto il posizionamento strategico nel wealth management, nella consulenza ai grandi patrimoni, nel credito al consumo, nell’investment banking e nell’azionariato di Generali.

Il cuore dell’operazione per Intesa è l’intera catena Mps-Mediobanca-Generali. Monte dei Paschi porta con sé una rete bancaria, una storia, un marchio, una base clienti, un radicamento territoriale. Mediobanca porta competenze di investment banking, relazioni con le grandi imprese, consulenza ai patrimoni, reputazione finanziaria. Generali rappresenta uno dei maggiori gruppi assicurativi europei, una grande cassaforte del risparmio e un attore centrale anche per gli investimenti in titoli pubblici italiani. Da qui la narrazione della “mossa di sistema”. Stabilità, italianità, difesa del risparmio nazionale, costruzione di campioni europei. Sono parole importanti, perché toccano un tema reale. In un’Europa finanziaria ancora incompleta, nella quale i governi nazionali difendono con forza i propri gruppi bancari e assicurativi, avere grandi soggetti con centro decisionale in Italia conta.

Le banche, del resto, non sono imprese come le altre. Svolgono una funzione pubblica essenziale: decidono come il risparmio raccolto viene trasformato in credito, investimenti, servizi finanziari, protezione assicurativa, gestione patrimoniale. L’impatto di una grande concentrazione bancaria, dunque, va ben oltre gli azionisti delle banche coinvolte. Tocca l’economia reale, i territori, le imprese, il risparmio delle famiglie, la qualità della democrazia economica.

Questa dimensione di sistema va riconosciuta, senza però accettare l’intera narrazione così com’è. L’italianità dell’azionariato può essere una condizione utile, ma non garantisce di per sé il perseguimento di alcun interesse generale. Una banca italiana può comportarsi esattamente come una banca francese, tedesca o americana: cercare margini, commissioni, dividendi, scala, controllo del cliente, massimizzazione del profitto a breve termine. Il passaporto dell’azionista non basta a trasformare una rendita in politica industriale.

In un’Italia che negli ultimi dodici anni ha perso circa trecento miliardi di euro di credito all’economia, soprattutto alle piccole imprese, questa ulteriore concentrazione aumenterà davvero la capacità del sistema bancario di finanziare lavoro, transizione energetica, innovazione, terzo settore e aree periferiche? Oppure rafforzerà soprattutto la capacità di questi pochi grandi gruppi di estrarre valore dal risparmio e dalle polizze?

Abbiamo imparato ormai che il mercato bancario, lasciato a sé stesso, non produce automaticamente sviluppo equilibrato. L’Italia ha vissuto trent’anni di privatizzazioni, fusioni, acquisizioni, trasformazioni societarie, riduzione del numero di banche, chiusura di sportelli, centralizzazione delle decisioni. Il vecchio sistema bancario italiano era stato spesso definito una “foresta pietrificata”: troppe relazioni opache, troppe protezioni, troppi intrecci tra politica, finanza e territori, poca contendibilità, poca trasparenza, poca concorrenza. In parte il cambiamento era necessario. Ma oggi rischiamo di essere passati dalla foresta pietrificata ad un giardino pietrificato: meno attori, più grandi, più forti, formalmente contendibili ma sostanzialmente sempre più concentrati, capaci di orientare masse enormi di risparmio e sempre meno obbligati a rispondere ai bisogni diffusi dell’economia reale.

L’operazione Intesa-Mps-Unipol nasce dentro questa traiettoria e la accelera. Presenta una caratteristica particolarmente rilevante: non concentra soltanto banche, ma salda banche, assicurazioni, risparmio gestito, credito al consumo, investment banking e grandi partecipazioni strategiche. Il perimetro supera il credito bancario in senso stretto. Investe il controllo dell’intermediazione finanziaria nel suo complesso.

C’è poi un’ironia pesante nel ruolo che una parte del mondo cooperativo sta giocando in questa vicenda. Unipol nasce dalla cooperazione, da un’idea di finanza orientata a lavoratori e comunità. Partecipare oggi alla costruzione del secondo polo bancario italiano – dentro un’operazione che accentra potere finanziario e quasi certamente ridurrà il credito alle piccole imprese – è la negazione di quella missione. Carlo Cimbri, che nel 2005 era al fianco di Consorte nel tentativo opaco di scalata a BNL, guida oggi Unipol verso un’ambizione più grande e più legittima negli strumenti, ma non più vicina agli interessi che il mondo cooperativo dichiara di rappresentare. Con lui, apparentemente ai margini, Aldo Soldi, già protagonista di quella stagione, oggi presidente di Banca Etica, che sarà destinata ad avere forti intrecci con la nuova banca di Cimbri. Una parte della cooperazione italiana si rende così mosca cocchiera di un’operazione di potere difficilmente riconducibile al vantaggio delle imprese e delle famiglie.

Non è da meno Mps, in termini di valore simbolico e politico. Monte dei Paschi è stata a lungo la terza banca italiana, poi travolta da crisi, errori gestionali, acquisizioni sbagliate, aumenti di capitale, interventi pubblici, perdite scaricate in vario modo sulla collettività. È stata salvata anche con risorse pubbliche. È stata risanata con fatica. Ora, tornata appetibile, diventa oggetto di una nuova grande partita tra gruppi finanziari. La contraddizione è evidente. E imporrebbe di non cancellare il tema dell’utilità pubblica nel momento in cui la banca torna a far gola al mercato. Se Mps è stata un problema collettivo, le valutazioni sul suo destino meriterebbero l’applicazione di criteri di interesse generale. Ma difficilmente accadrà. E non sarà la prima volta che ad Intesa i governi di turno stendono tappeti rossi: basti ricordare l’acquisizione delle due banche popolari “venete” al prezzo simbolico di un euro, accompagnata da un massiccio intervento pubblico a protezione dell’operazione.

L’operazione Intesa-Mps può apparire industrialmente razionale. Può creare valore per gli azionisti. Può rafforzare l’italianità di Generali. È in realtà soprattutto una grande operazione di potere sulla scacchiera asfittica del potere italiano, di cui poco si vede il valore sociale. Eppure rischia di essere raccontata solo come il nuovo capitolo del risiko bancario italiano: chi prende Mps, chi controlla Mediobanca, chi pesa su Generali, chi sfida UniCredit, chi condiziona Banco Bpm, chi rappresenta l’interesse nazionale, chi vince la partita tra Milano, Bologna, Siena, Trieste, Parigi e Francoforte.

Si può continuare a chiamarlo mercato, naturalmente. Ma quando un’operazione concentra banche, assicurazioni, risparmio gestito, partecipazioni strategiche, fondazioni, reti territoriali e rapporti di sistema, il mercato da un pezzo non c’è più. Intesa-Mps è una prova di realtà. Ci dice che il sistema finanziario italiano sta andando verso pochi – pochissimi – grandi conglomerati bancario-assicurativi. Questo può dare forza, stabilità, capacità competitiva? Forse. Ma con più probabilità restringerà la concorrenza, ridurrà il pluralismo di forme e modelli, aumenterà la distanza tra finanza ed economia reale.

Cosa fanno governo, partiti politici, autorità di vigilanza, supervisori della concorrenza? Metteranno una tassetta sugli utili nella prossima finanziaria? Se questa operazione costringerà il Paese a discutere seriamente di credito, sviluppo, territori, concorrenza, risparmio, cooperazione e democrazia economica, potrà almeno generare un’utilità pubblica. Per ora, abbiamo la certezza che il sistema bancario italiano diventerà ancora più stretto. E un Paese con banche fortissime e credito debole non ha risolto il proprio problema di come accompagnare lo sviluppo. Ha soltanto reso più elegante la concentrazione del potere finanziario. 

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Aggressione nella notte a Firenze: clochard picchiato brutalmente in via Pietrapiana

Aggressione nella notte a Firenze: clochard picchiato brutalmente in via Pietrapiana

Un 51enne è stato preso a calci, pugni e colpi di cartello stradale in via Pietrapiana da un giovane rintracciato poco dopo dalla polizia grazie alle telecamere. La vittima non è in pericolo di vita.

Martedì sera la polizia è intervenuta per la segnalazione di una violenta aggressione in via Pietrapiana a Firenze. Gli agenti delle volanti hanno soccorso la vittima – 51enne cittadino tedesco, senza fissa dimora – che ha raccontato di essere stata improvvisamente aggredita con violenza da un giovane mentre dormiva sul ciglio del marciapiede. Dalla centrale operativa è partito l’alert dopo aver visionato le telecamere in dotazione: un 27enne, poi rintracciato, anch’egli senza fissa dimora, si era avvicinato alla vittima e senza alcuna motivazione lo aveva aggredito con calci, pugni e un palo della segnaletica stradale. I poliziotti hanno rintracciato il 27enne poco dopo in via Farini. La vittima non è in pericolo di vita.

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Framagenda : je n'arrive plus à sélectionner certains horaires

Hello ! depuis la dernière mise à jour je n’arrive plus à sélectionner dans mon framagenda des heures qui finissent en “5” comme 9h45 (je peux sélectionner 9h40 ou 9h50 mais pas 9h45). Je suis embêté car j’utilise mon agenda pour le boulot et j’ai des patients à 9h45 et 15h15 par exemple, je ne peux désormais plus sélectionner ces horaires

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Scoperta stamperia di euro falsi in casa in lucchesia

Scoperta stamperia di euro falsi in casa in lucchesia

Gestendo la stamperia clandestina digitale allestita all’interno della propria abitazione, produceva banconote false da 10, 20 e 50 euro.

E’ quanto accertato dai militari del nucleo operativo antifalsificazione monetaria di Roma, supportati dai militari della compagnia carabinieri di Lucca, nell’ambito di un’attività investigativa, avviata nel mese di febbraio, finalizzata alla neutralizzazione di un traffico internazionale di valuta falsa, coordinata dalla procura della Repubblica del tribunale di Lucca. La stamperia è stata scoperta ad Altopascio (Lucca). Un 33enne di nazionalità colombiana ma residente nella provincia di Lucca è stato denunciato. Lo stesso, utilizzando un nickname “procedeva direttamente alla vendita della valuta al prezzo corrispondente del 12% circa del valore nominale, utilizzando il social media Telegram con pagamenti in criptovaluta e spedizioni postali perfezionate con vettori privati”, spiegano i militari. La valuta falsa, ascrivibile alle classi di contraffazione generate dallo stesso falsario, risulta complessivamente quantificabile in 35 mila euro circa e le rispettive banconote sono risultano diffuse in Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Germania, Lituania, Austria e Malta. La perquisizione personale, locale ed informatica ha consentito il sequestro ed il conseguente smantellamento della stamperia digitale realizzata con computer, stampanti e strumenti di perfezionamento grafico di elevato livello. Nella circostanza è stata sequestrata valuta falsa per un valore nominale complessivo di euro 10 mila euro circa in banconote da 10, 20 e 50 euro. Gli investigatori hanno riscontrato diverse spedizioni postali contenenti valuta falsa, perfezionate dallo stesso uomo con società di spedizioni private, indicando mittenti e destinatari fittizi, destinate a Roma, Forino (Avellino), Montebelluna (Treviso) e Palma di Montechiaro (Agrigento).

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Lawmaker Pushes for Ban on Special Treatment for Convicted Drug Traffickers After ProPublica Report

A woman wearing glasses and a tan blazer speaks into a handheld microphone while holding up a document featuring the ProPublica logo and a man's photograph. Several observers sitting in a row behind her, listening.
Rep. Norma Torres holds a printout of ProPublica’s reporting on the special treatment given to Juan Orlando Hernández, the former Honduran president who was pardoned of a drug conviction. Screenshot via House Appropriations Committee/YouTube

A federal lawmaker is pushing for a provision that would bar the Federal Bureau of Prisons from offering taxpayer-funded VIP perks to pardoned drug lords and child traffickers. 

Rep. Norma Torres, a California Democrat, introduced the measure last month as an amendment to a House appropriations bill, telling her colleagues that there “should never be preferential treatment for narco leaders.”

The move comes in response to ProPublica reporting on the special treatment extended to one high-profile pardon recipient — former Honduran president Juan Orlando Hernández, who was released from a federal penitentiary late last year. Less than 18 months earlier, Hernández had been sentenced to 45 years in prison for taking bribes and allowing drug traffickers to export more than 400 tons of cocaine to the U.S. while he was in office.

But after President Donald Trump pardoned him in December, the Central American strongman — who has long maintained his innocence — got what Torres and others have described as the “red carpet” treatment. On the day of his release, ProPublica found, Hernández had in place what’s known as an immigration detainer, a formal request for law enforcement agencies to hold noncitizens for pickup by Immigration and Customs Enforcement. Yet instead of holding him, the Federal Bureau of Prisons scrambled to get the detainer removed so he could walk free. Then, instead of giving him a bus ticket or airfare to get home on his own, prison officials paid a four-man tactical team overtime to drive him six hours from a West Virginia high-security facility to the Waldorf Astoria in Manhattan, New York, according to records and three people familiar with the situation. 

Torres sought to stop that sort of treatment with a narrowly tailored amendment barring the bureau and several other agencies from using taxpayer dollars to give convicted drug traffickers and child traffickers — even those who have been pardoned or received a sentence commutation — special accommodations or transportation, as well as from lifting “any detainers not provided to other inmates.” 

Last month, the amendment hit an early stumbling block when the House Appropriations Committee voted along party lines against including it in its proposed 2027 spending bill. 

“Taxpayer dollars should not be used to give convicted criminals special accommodations, lifted legal holds, or government-funded transportation,” Torres said in a press release afterward. “We should be enforcing the law, not handing out favors. I’m shocked that my Republican colleagues didn’t agree with that common sense idea.” 

But that doesn’t necessarily mean the proposal is dead. Last week in a statement to ProPublica, Torres — a Guatemalan immigrant who last year criticized the decision to pardon Hernández — said she planned to raise the issue before the Rules Committee, which can decide whether previously rejected amendments still get a vote on the House floor.

“I am not giving up,” she said, adding: “The American people deserve a government that enforces the law fairly and holds powerful criminals accountable, regardless of who pardons them.”

A Bureau of Prisons spokesperson declined to comment on the measure out of respect for members of Congress. Previously, a spokesperson said that the bureau does not discuss conditions of confinement or security procedures and that employee standards of conduct prohibit staff from giving any prisoners preferential treatment. ICE had previously referred questions to the White House, which this week did not respond to a request for comment.


Long before his arrest and controversial release, Hernández had been a polarizing figure, plagued by allegations of corruption in his country. Still, he was seen as a key U.S. ally under the Obama and first Trump administrations, in part because of his apparent interest in tackling drug trafficking and migration issues.

But in 2018, the U.S. Drug Enforcement Administration arrested his younger brother, former Honduran congressman Tony Hernández, for weapons and drug trafficking charges. The following year, a jury found Tony Hernández guilty in a Manhattan federal trial.

And weeks after the elder Hernández left office in 2022, he was arrested in Honduras and extradited to the U.S. to face drug trafficking and weapons charges. Prosecutors said Juan Orlando Hernández funded his political career with money he got from “violent drug-trafficking organizations” in exchange for allowing them to “move mountains of cocaine” out of the country. At one point, they said during trial, he bragged that he would “stuff the drugs right up the noses of the gringos.”

After a federal jury voted to convict him in early 2024, Hernández was sent to a notorious high-security penitentiary in West Virginia to serve his time. Last year, he appealed to Trump’s sympathies, penning a four-page letter framing his case as a “political persecution” by the Biden administration. 

In November — two days before the Honduran presidential election that swept Hernández’s right-wing National Party back into power — Trump announced his intent to pardon his former Central American counterpart. Experts said the timing sent an obvious message on the eve of a tight race; as one former high-ranking U.S. diplomat previously told ProPublica, the pardon was a show of support that served as a “clear green light for the National Party to manipulate the vote.”

(The narrow victory for Nasry “Tito” Asfura, who had been trailing in multiple polls, came amid reports of voter intimidation and fraud allegations. After the election, Asfura promised to “work tirelessly for Honduras.”)

On Dec. 1, Trump formally granted Hernández the full pardon, and by the end of the day he was on his way to the swank, five-star hotel in New York City, ProPublica reported. Days later, Renato Stabile, Hernández’s court-appointed lawyer, filed a motion to vacate the judgment and dismiss the indictment in light of the presidential pardon. When prosecutors didn’t file a response opposing it, a federal court agreed to Stabile’s request.

Previously, Stabile told ProPublica his client’s treatment during the release process was appropriate, as Hernández could have been arrested or killed had he been deported to his home country. He also declined to comment on where Hernández stayed but said the government did not pay the bill. Hernández had declined to comment through his attorney.

At the time, Joe Rojas, a retired prison worker and former union leader, said that BOP staff were “disgusted” after the agency “rolled out the red carpet” for Hernández. 

Last month, when the amendment came up for debate in front of the 63-member House Appropriations Committee, Torres held up a printed copy of ProPublica’s investigation as she told her colleagues about the special treatment Hernández received and about how the prisons agency had used “our hard-earned taxpayer dollars” to pay for his transport to New York. 

“These actions can never be allowed to happen ever again,” she said.

Two other lawmakers spoke in support of the measure. One, Rep. Hal Rogers, a Kentucky Republican, opposed it, calling the amendment “performative and unnecessary.” He did not explain his reasoning to the committee, and his office did not respond to an emailed request for comment. 

Ultimately, 31 Republicans opposed the amendment and 27 Democrats supported it. None of the Republican members who voted against the amendment responded to requests for comment from ProPublica.

Though Torres plans to raise the issue again this summer in front of the Rules Committee, the 9-4 Republican majority there makes it unlikely the measure will garner enough support to move forward right now.

But if the House fails to agree on spending bills before the end of this Congress, the November elections could change the balance of power and give the Democrats more say in what amendments make it to the floor next year.

The post Lawmaker Pushes for Ban on Special Treatment for Convicted Drug Traffickers After ProPublica Report appeared first on ProPublica.

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Have trade tensions scuppered EU-China talks ahead of tough Brussels decisions?

An EU-China dialogue on digital matters has been postponed as tensions between the two sides threaten to boil over. The meeting, initially scheduled for June 23 in Beijing, will no longer take place, with no immediate date set for a follow-up, people familiar with the situation confirmed. The Financial Times reported on Thursday that the talks had been abruptly cancelled by Beijing, along with a second meeting involving a senior EU official, as bilateral ties deteriorate on a near-daily...

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Non solo Belfast

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Le violenze stanno esplodendo in tutta Europa, tanto che sembrerebbe esserci un coordinamento generale. Quanto pensate di poter contenere la rabbia?
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Peertube does not recognize new NodeJS version after update

OS: Debian 11.11

Current Peertube version: 8.1.8, trying to update to 8.2.0

Current NodeJS version at /usr/local/bin/node:

# node
Welcome to Node.js v24.16.0.
Type ".help" for more information.
> 

This is the version that is executed when running node on command line. There is still an outdated version located at /etc/alternatives

# /etc/alternatives/nodejs 
Welcome to Node.js v20.20.2.
Type ".help" for more information.

Most likely the old NodeJS was installed with apt. A later version is not available in the standard repository:

# apt upgrade nodejs
Reading package lists... Done
Building dependency tree... Done
Reading state information... Done
nodejs is already the newest version (20.20.2-1nodesource1).

The later version was installed by running npm install n -g and

 n stable
     copying : node/24.16.0
   installed : v24.16.0 (with npm 11.13.0)

After that, I ran

cd /var/www/peertube/peertube-latest/scripts && sudo -H -u peertube ./upgrade.sh

and restarted Peertube with systemctl restart peertube. Regrettably Peertube refuses to start up complaining about an outdated NodeJS version.

Jun 11 04:46:46 peertube systemd[1]: Started PeerTube daemon.
Jun 11 04:46:49 peertube peertube[3959624]: [bla:443] 2026-06-11 04:46:49.512 error: Error in NodeJS check. {
Jun 11 04:46:49 peertube peertube[3959624]:   "err": {
Jun 11 04:46:49 peertube peertube[3959624]:     "stack": "Error: Your NodeJS version v20.20.2 is not supported. Please upgrade to NodeJS 22 or NodeJS 24\n    at checkNodeVersion (file:///var
/www/peertube/versions/peertube-v8.2.0/dist/core/initializers/checker-before-init.js:317:15)\n    at file:///var/www/peertube/versions/peertube-v8.2.0/dist/server.js:20:5",
Jun 11 04:46:49 peertube peertube[3959624]:     "message": "Your NodeJS version v20.20.2 is not supported. Please upgrade to NodeJS 22 or NodeJS 24"
Jun 11 04:46:49 peertube peertube[3959624]:   }
Jun 11 04:46:49 peertube peertube[3959624]: }
Jun 11 04:46:49 peertube systemd[1]: peertube.service: Main process exited, code=exited, status=255/EXCEPTION
Jun 11 04:46:49 peertube systemd[1]: peertube.service: Failed with result 'exit-code'.
Jun 11 04:46:49 peertube systemd[1]: peertube.service: Consumed 4.379s CPU time.
Jun 11 04:46:49 peertube systemd[1]: peertube.service: Scheduled restart job, restart counter is at 24.
Jun 11 04:46:49 peertube systemd[1]: Stopped PeerTube daemon.
Jun 11 04:46:49 peertube systemd[1]: peertube.service: Consum

Apparently the old NodeJS version number is still registered somewhere, but how can I fix this?

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Nello specchio rosso

A febbraio 2020, vivevo in Austria e ho deciso di iscrivermi a una Winter School dell’Università di Vienna sul modernismo. Su cinquanta studenti almeno la metà veniva dalla Cina, erano in Europa apposta per seguire quel corso, alcuni non avevano potuto viaggiare per via delle restrizioni pandemiche che lì il governo aveva già iniziato ad applicare. Il professore di letteratura contemporanea fece una lunga lezione introduttiva che partiva dai fondamenti del cristianesimo e arrivava agli inizi del Novecento: stava tentando di riassumere un paio di millenni di cultura occidentale a servizio degli studenti non europei – c’erano anche australiani, giapponesi, indiani, americani che non conoscevano la storia d’Europa. Nei giorni successivi abbiamo studiato Freud, Schnitzler, Otto Wagner, Klimt, Schiele. Ho dialogato con i miei compagni cinesi e mi sono reso conto che di loro non sapevo niente, mentre loro sapevano molto di me.

Per caso, pochi mesi dopo, confinato in casa per via del Covid ho letto Red Mirror, il saggio di Simone Pieranni appena pubblicato da Laterza. Il nostro futuro si scrive in Cina, dobbiamo guardare la Cina per sapere cosa ne sarà almeno in parte della nostra società, studiare la Cina significa anche studiare noi stessi, era la sintesi del libro. Red Mirror era una citazione della quasi omonima serie Netflix sulle distorsioni della tecnologia, su quello schermo nero su cui, specchiandoci quando è spento, possiamo vedere noi stessi e contemporaneamente il vuoto. In quel periodo Simone Pieranni dirigeva la redazione esteri del manifesto. Aveva già pubblicato cinque saggi sulla Cina e fondato China Files, un’agenzia di stampa nata a Pechino nel 2008 per parlare di affari cinesi e asiatici tramite il contributo di giornalisti, sinologi ed esperti di comunicazione. Più tardi avrebbe pubblicato altri tre saggi, l’ultimo dei quali, 2100 (2026), è stato finalista del premio Strega Saggistica.

Oggi Pieranni lavora per Chora Media, per cui dirige la sezione Chora News, cura e realizza podcast. Il 7 aprile è uscito per Mondadori il suo ultimo saggio Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti. Pieranni riusa la metafora dello specchio per mettere a fuoco lo sguardo opposto, quello della Cina sull’Occidente. Il saggio approfondisce il modo in cui la Cina e i cinesi hanno accolto, studiato e interiorizzato la cultura liberale e capitalista americana dalla rivoluzione maoista a oggi, raccontando come il capitalismo ha influito sulle volontà di potenza cinesi e come si configura oggi il rapporto ambivalente con gli Stati Uniti di Donald Trump. Ho parlato con Simone Pieranni del suo lavoro di giornalista, per capire cosa significa per lui raccontare la Cina oggi.

Partiamo dalla metafora dello specchio. Nei tuoi saggi hai inquadrato il rapporto tra l’Occidente e la Cina da vari punti di vista: la tecnologia, il cibo, l’organizzazione sociale e del lavoro. Nello Specchio americano parli di come il governo e la società cinesi si sono relazionati alle democrazie liberali e alle società capitaliste nell’ultimo secolo, del rapporto oscillante tra fascinazione economica e cattivo giudizio morale che la conoscenza approfondita della società americana ha generato in Cina. Ho letto il tuo saggio usando, in modo un po’ inconsapevole, le mie lenti di europeo, di persona che vive in una parte di mondo dove prevale un’idea di democrazia molto diversa da quella americana, più tendente al welfare state che allo stato ultra-liberale. Sappiamo che l’Unione Europea come soggetto politico rischia di diventare un nemico degli interessi di Trump. La Cina, invece, come ci percepisce?

Lo specchio è una metafora su cui torno spesso perché parlare di Cina per me è guardarsi allo specchio, è un riflesso sulle nostre considerazioni sull’altro, sul diverso, sul lontano. Simon Leys, uno dei miei sinologi preferiti, diceva che scrivere di Cina significa scrivere di sé stessi. Il dibattito sulle democrazie europee in Cina è quasi assente. Secondo me la “nuova scuola” di commentatori cinesi semplifica un po’ il rapporto tra USA ed Europa: le distinguono, ma identificano un po’ tutto l’Occidente con gli Stati Uniti. I discorsi cinesi sul funzionamento delle democrazie sono quasi sempre in riferimento a Trump. L’Unione Europea in questo momento è considerata dalla Cina più un mercato che un soggetto politico. Peraltro, Pechino organizza la propria diplomazia sulla base di rapporti bilaterali allo scopo di far valere il proprio peso economico. Quello che noto quando sto in Cina è che l’Unione Europea non è percepita come soggetto forte, forse anche perché noi trasmettiamo molto poco il nostro ruolo all’esterno: se non siamo in grado di agire come soggetto unitario, tantomeno i cinesi sono in grado di percepirci così.

Non è un caso, inoltre, che in Cina si facciano discorsi sulle democrazie sulla base delle loro amicizie diplomatiche: l’Ungheria di Orbán, la Serbia, quelle che noi definiamo “democrazie imperfette”, che i cinesi sentono più in sintonia con la loro organizzazione sociale. Nel saggio racconto di alcuni americanisti cinesi che cercano di dimostrare che si può essere una potenza economica anche senza essere una democrazia: lo scopo della loro ricerca è giustificare il fatto che la Cina non sia una democrazia, quindi cercano i propri simili in giro per il mondo.


A proposito della bilateralità dei rapporti di cui parlavi, alla Cina interessa trattare gli Stati europei come soggetti singoli piuttosto che come unione? Negli ultimi mesi abbiamo assistito varie volte ai tentativi di Trump e delle destre nostrane di smontare l’unità degli Stati europei per difendere i propri interessi economici. La Cina ha lo stesso interesse?

Nell’opinione pubblica cinese l’Unione Europea è considerata poco rilevante, quasi non rientra nel dibattito. Da un punto di vista istituzionale, invece, la Cina fa un passaggio ulteriore rispetto agli Stati Uniti: quando Angela Merkel era al suo ultimo mandato in Germania e negli USA governava Biden l’Unione Europea era un soggetto un po’ più forte e i dialoghi con la Cina erano più intensi; e tuttavia i cinesi si chiedevano se per parlare con i leader europei dovessero chiamare Biden o qualcuno di loro. I cinesi ci considerano totalmente assoggettati al volere di Washington, una visione peraltro condivisa da una parte dell’opinione pubblica italiana. Non è un caso che la Cina spinga per una maggiore autonomia dell’Unione Europea. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha detto qualche tempo fa che quando parla con l’Unione Europea gli sembra di essere di fronte a un semaforo di cui il rosso, l’arancione e il verde si accendono contemporaneamente; ha parlato di una sorta di disturbo cognitivo dell’Unione Europea, che dal canto suo ha definito la Cina allo stesso tempo partner, competitor e rivale sistemica. I cinesi dicono, insomma, “Decidetevi su cosa siamo per voi”.

A proposito di partnership e competizione: nel contesto di guerra multipolare in cui l’Unione Europea si trova quasi trascinata a forza dagli Stati Uniti, la Cina sembra proporsi come un soggetto più stabile, meno caotico e imprevedibile, più affidabile, ad eccezione della pressione militare sui territori che considera “suoi” come Taiwan. È uno strumento di soft power ideologico?

Credo che questa immagine di stabilità sia già presente nella nostra opinione pubblica; non penso però che dipenda dal soft power cinese ma dal nostro antiamericanismo. Abbiamo idee molto rigide sulla Cina. Per farti un esempio, il mio podcast Zoom China ora è diventato un video-podcast e YouTube è un ambiente in cui si esprimono opinioni molto forti e polarizzate; quindi se ad esempio racconto che la Cina ha problemi politici interni sono accusato di essere un suprematista occidentale che parla a sproposito di quel Paese. C’è una polarizzazione nell’opinione pubblica per cui la Cina o è una feroce dittatura o una specie di paradiso che si contrappone al capitalismo predatorio degli USA. L’idea della Cina come punto di riferimento è ovviamente un’immagine che anche la Cina stessa cerca di dare, ma deriva dal fatto che di fronte a tutto quello che sta succedendo, è essenzialmente ferma. Questo immobilismo a volte è solo presunto: di fronte all’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, ad esempio, la Cina ha rappresentato un supporto fondamentale per Putin da un punto di vista economico. Sull’Iran e sul Venezuela non si è mossa per necessità di stabilità sia interna che esterna, e in più perché stare fermi di fronte alle politiche aggressive di Trump può rivelarsi la mossa vincente proprio in relazione agli Stati Uniti.

D’altronde, come questo immobilismo esercita fascino su di noi, così rischia di essere un boomerang verso i Paesi del Sud globale che vedono nella Cina un alleato. Banalizzando, se sei un alleato della Cina e pensi che potresti avere problemi con gli Stati Uniti sai già che Pechino non ti aiuterà in nessun modo: viene giù Bashar al-Assad e non succede nulla, prendono Maduro e non succede niente, idem quando bombardano l’Iran. Questo perché la Cina non ha alleanze come le concepiamo noi, rapporti che prevedono sostegno militare automatico in caso di guerra. È un Paese molto centrato su sé stesso: quello che succede nel mondo è osservato dal governo cinese soltanto come lente per capire se avranno vantaggi o svantaggi interni. Sull’Iran, ad esempio, è stata fatta scena muta perché le priorità al momento dello scoppio della guerra erano l’Assemblea nazionale e l’incontro previsto con Trump. A livello internazionale, al massimo, per la Cina può essere importante quello che succede in Myanmar o nelle Filippine.


L’elettorato profondo americano è molto concentrato sugli affari interni del proprio Paese e poco su quello che succede all’esterno, a dispetto delle politiche interventiste dei vari governi. Anche in Cina è così?

La Cina è un Paese molto diversificato al suo interno, sia a livello etnico – ci sono più di 50 etnie – sia per le condizioni di vita – si va da zone tropicali a regioni al confine con la Siberia. Però sì, semplificando molto potremmo dire che alla persona comune non interessa molto di quello che succede all’estero. Trump, della cui immagine in Cina racconto anche nel libro, fa ovviamente parlare di sé, ma in periodi in cui non c’è una personalità così “effervescente” la politica internazionale conta ben poco. Anche sui social, se non fosse che in questo momento gli Stati Uniti stanno davvero occupando la scena mondiale, si parla quasi sempre di affari interni come le pensioni, le questioni legate alla sanità o alle governance locali. La politica internazionale magari occupa canali specifici, ad esempio alcuni podcast appannaggio per lo più di élite urbane.

Parlando della tua attività di giornalista che racconta la Cina, ti do tre verbi: informare, raccontare, spiegare. Quali pensi che descrivano meglio il tuo lavoro? Quale delle tre dimensioni è più forte, magari a seconda del mezzo che usi – articoli, saggi, podcast – o dell’argomento di cui parli?

Privilegio le prime due. In qualità di giornalista, la mia priorità è informare su quello che succede. Aggiungerei poi la dimensione del racconto, che è arrivata soprattutto da quando faccio i podcast. Scrivere podcast ha cambiato la mia scrittura in generale, nell’ultimo saggio ho dovuto lavorare molto sulla forma. Quando scrivo mi piace inserire elementi di narrazione vera e propria, strumenti letterari della lingua. Non userei “spiegare” perché non è un elemento che mi attira, penso che molte cose di cui mi occupo non possano essere spiegate, si possono raccontare passando delle informazioni in relazione alle quali il lettore o l’ascoltatore deve avere una parte attiva. Mi piace pensare di dare a chi mi legge o ascolta degli strumenti in una forma fruibile, che è la forma del racconto. Per farti un esempio, per me che sono un appassionato dell’hard boiled, un racconto in bello stile può essere lo strumento per informare il pubblico su questioni molto noiose come un summit del partito comunista cinese, magari lavorando sui personaggi.

Com’è cambiata la tua percezione del pubblico italiano sugli affari cinesi da quando hai fondato China Files a oggi? Pensi che oggi rispetto a prima il pubblico generalista sia più consapevole su certi argomenti?

Con China Files partivamo dall’ignoto più totale, non sapevamo cosa avremmo fatto né a chi avremmo parlato. Era il 2008, c’era un interesse crescente nei confronti della Cina ma non sapevamo quale pubblico ci avrebbe letto. Abbiamo avuto poi occasione di presentare il nostro progetto in contesti in cui anche professori universitari ci hanno dato fiducia – noi non eravamo quasi niente nel panorama mediatico italiano. Le regole che mi do adesso quando lavoro sono le stesse dei tempi di China Files: raccontare cose in una maniera comprensibile anche da chi non è esperto di Cina e allo stesso tempo essere rigorosi, in modo che anche un sinologo possa accedere alle informazioni con interesse, bilanciando le informazioni accademiche con l’interesse verso la contemporaneità.

Nella programmazione editoriale mi immagino di avere un dialogo costante con chi ascolta, mi faccio meno problemi a selezionare temi di nicchia: qualche tempo fa abbiamo fatto una puntata sul Buthan ad esempio. Il pubblico nuovo si inserisce nel discorso a mano a mano, e comunque concepisco il mio lavoro giornalistico come una grande narrazione unica in cui le informazioni nuove si tengono insieme con quello che ho detto prima, ad esempio con un episodio del podcast del passato. Il podcast, che è una forma di comunicazione un po’ autoritaria e verticale – uno parla, gli altri ascoltano –, si nutre del confronto con il pubblico che avviene tramite i social, tramite i commenti, tramite gli incontri. È come se fosse un discorso costante che incrocia podcast, libri, commenti e presentazioni.


Nell’accademia italiana vedo un soggetto capace di produrre le forme più complesse e approfondite di cultura e allo stesso tempo inadatto a comunicare con l’esterno, raccontare la ricerca. Senti di svolgere una funzione di mediazione tra l’accademia e il pubblico?

Io mi sento molto nel mezzo tra l’accademia e il fuori, devo studiare molto e allo stesso tempo “divulgare”, per dirla in maniera un po’ semplicistica. L’accademia italiana continua ad avere una serie di problemi riguardo ai linguaggi che usa: leggo moltissimi accademici stranieri che scrivono come scrivo io, pur avendo una base di ricerca molto più ampia della mia. Ad esempio, Daniel Bell, ex preside della Scuola di Scienze politiche e Pubblica amministrazione all’Università di Shandong, ha pubblicato un libro di dialoghi fra filosofi cinesi su temi contemporanei, scritto in un linguaggio contemporaneo, un approccio impensabile in Italia. In parte credo ci sia anche una questione generazionale legata ai nuovi linguaggi. Probabilmente l’accademia dovrebbe prendere più parola, soprattutto sui temi complessi o sui pregiudizi sulla Cina che sono molto difficili da scardinare, ma mi sembra che sia indietro sulle forme più recenti di comunicazione. 

Con Altri orienti allarghi lo sguardo dalla Cina all’Asia intera. Quali sono i filtri che usi per raccontare i diversi Paesi dell’Asia da un punto di vista locale e non con lo sguardo occidentale? Il sistema informativo italiano ha gli strumenti per raccontare vicende di Paesi che mediamente non sono presi in considerazione dal nostro sguardo?

La base del buon lavoro giornalistico sono le fonti. Io uso sempre fonti giornalistiche provenienti dai Paesi di cui parlo, considerando che quasi tutti i Paesi ormai hanno siti di informazione in inglese. Anche gli studiosi e le studiose locali si occupano di attualità e per me sono un’ottima fonte di informazione. Prendere il loro punto di vista è essenziale, ovviamente cercando sempre di contestualizzarlo. Inserire nel discorso analisti occidentali può essere utile a fare un confronto, se usare un punto di vista occidentale permette di contestualizzare meglio un fenomeno, ma il mio punto di partenza sono sempre le fonti asiatiche. Con la Cina chiaramente sono avvantaggiato, perché conosco anche i meandri e le sottoculture, mentre in altri contesti cerco di arrivarci tramite i magazine o la lettura di libri. Le buone fonti distinguono il giornalismo dalla semplice informazione. Per questo è fondamentale conoscere persone del posto, intessere relazioni e allo stesso tempo saper tenere le distanze critiche da ogni fonte a seconda della provenienza.

Com’è cambiato il tuo lavoro quotidiano di giornalista nel passaggio dalla direzione della redazione esteri del manifesto a Chora?

La vita di un caporedattore degli esteri è un inferno, prima di tutto per i tempi: dai giornali esci tardi e lavori sempre. Il manifesto ha una grande tradizione di esteri ed era un lavoro per il quale ho imparato a seguire sempre quello che succede, a curare il lavoro degli altri, ma anche ad avere un’agenda mia, sapere quali sono gli argomenti sui quali i lettori e le lettrici si aspettano che il giornale tenga il punto. Il mio lavoro di curatela dei podcast di Chora News non si differenzia molto da quello che facevo al manifesto, ma se penso soltanto ai podcast fatti da me posso dilatare i tempi, curare meglio i contenuti, approfondire. Il metodo è completamente diverso. Ho un processo molto lungo di lettura e uno abbastanza veloce di scrittura.

Più in generale, pensi che la forma podcast permetta un’informazione più adatta all’organizzazione della vita contemporanea?

Sicuramente. Essendo costretti al multitasking il podcast è uno strumento utile. Io ad esempio ne ascolto tanti e sempre mentre faccio altro. L’audio mi permette di informarmi senza dover fare solo quello, senza usare le mani che servono a tenere un giornale, banalmente.

È uno strumento più sostenibile dal punto di vista economico?

Diciamo che a Chora la parte che porta i soldi è quella branded. Chora News, facendo informazione e quindi ascolti, magari permette alle aziende di accorgersi di Chora come ecosistema. Credo che non ci sia davvero sostenibilità economica per questo tipo di prodotti finché la loro fruizione sarà mediata da piattaforme non gestite da chi li produce. È diverso per i media che possono permettersi di avere una piattaforma propria. Un altro fattore da tenere in considerazione nel nostro caso è la lingua: i podcast in italiano sono fruibili da un pubblico più ristretto di altri. Infine, in Italia non siamo educati a pagare volentieri i contenuti informativi e culturali, perché i grandi media, da noi, non hanno fatto come quelli americani che hanno abituato il pubblico a pagare la qualità.

L'articolo Nello specchio rosso proviene da Il Tascabile.

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The Chinese AI police tech aimed at physical, psychological and emotional states

Chinese AI-enabled equipment can help police assess the physical health, mental state, and even risk level of suspects, according to demonstrations at a law enforcement equipment exhibition in Beijing last week. Chinese firms presenting their latest biometric devices at the international police and anti-terrorism technology expo said they could reduce manpower requirements for a police force and improve efficiency amid a shortage of frontline officers. The three-day exhibit which ended on...

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La povertà è una scelta politica

Viviamo nel mondo più ricco della storia, eppure miliardi di persone faticano ancora a mangiare, curarsi e avere un tetto sopra la testa. La povertà viene spesso raccontata come una disgrazia, un incidente, una conseguenza inevitabile della scarsità. Un collettivo di quasi 400 personalità internazionali, tra cui Olivier De Schutter, Thomas Piketty, Kate Raworth e Joseph Stiglitz, dice invece una cosa molto diversa: la povertà è una costruzione politica, nasce dalle regole con cui organizziamo il lavoro, la fiscalità, il debito, i servizi pubblici, il potere delle grandi ricchezze e il rapporto tra Nord e Sud del mondo.

La lettera che segue è la traduzione della tribuna-manifesto pubblicata su Le Monde. Il testo accompagna la “Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth”, promossa nell’ambito dell’iniziativa New Economies for Eradicating Poverty, guidata da Olivier De Schutter, ex Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani.

 

Viviamo nell’era della scarsità artificiale. In un mondo più ricco che mai, oltre un decimo della popolazione mondiale vive ancora in condizioni di estrema povertà. Milioni di persone non hanno i mezzi per nutrirsi, abitare o curarsi adeguatamente, mentre una minuscola minoranza accumula una ricchezza e un potere senza precedenti. Intanto siccità, mega-incendi, inondazioni e ondate di calore ci ricordano che le nostre economie stanno spingendo il pianeta oltre i suoi limiti.

Queste due crisi non sono separate. Entrambe sono sintomi di un modello economico ormai esaurito. La povertà e le disuguaglianze sono le conseguenze prevedibili di scelte politiche. Derivano dal modo in cui concepiamo i sistemi fiscali, regolamentiamo il mercato del lavoro, attribuiamo valore al lavoro di cura e organizziamo i servizi pubblici. Dipendono dal modo in cui il potere politico è distribuito e dall’importanza che accordiamo ai diversi interessi. Quando le persone vengono private dei mezzi per vivere con dignità e partecipare pienamente alla vita della propria società, i loro diritti fondamentali vengono violati.

Se i governi possono produrre la povertà, possono anche eliminarla. Per decenni la ricetta è stata semplice. Bastava far crescere l’economia e la povertà sarebbe gradualmente scomparsa. La promessa di una crescita economica a beneficio di tutti non è stata mantenuta. Mentre i redditi nazionali aumentavano, i salari reali ristagnavano, i posti di lavoro diventavano più precari e i servizi pubblici venivano ridotti. Mentre i più ricchi si arricchivano in modo spettacolare, i più poveri si rivolgevano sempre più numerosi alle mense e ai banchi alimentari.

La crescita non si traduce più in una prosperità condivisa ed è diventata ecologicamente insostenibile. Gli scienziati mettono in guardia dal rischio che la Terra si trasformi in una fornace, nella quale l’aumento delle emissioni di gas serra e la distruzione della biodiversità destabilizzano le condizioni necessarie alla vita umana. Circa il 90% delle emissioni mondiali di carbonio in eccesso è attribuibile ai paesi del Nord e il 10% degli individui più ricchi è responsabile di quasi la metà delle emissioni mondiali, secondo l’economista Lucas Chancel in Nature nel 2022, mentre le popolazioni che vivono in povertà sono le prime a subire le conseguenze dei cattivi raccolti e dell’aumento dei prezzi alimentari. Un modello economico fondato su un’espansione senza fine su un pianeta dalle risorse limitate è ingiusto e pericoloso.

I paesi a basso reddito hanno ancora bisogno di crescita per costruire strade, ospedali e scuole, sviluppare le energie rinnovabili e creare posti di lavoro dignitosi. Il modello dominante di crescita si basa però sull’estrazione delle risorse, sullo sfruttamento di una manodopera a basso costo, sulla dipendenza dalle esportazioni e su un indebitamento crescente. Questo modello ha aggravato le disuguaglianze e accelerato il collasso degli ecosistemi. La vera questione oggi riguarda il tipo di economie che stiamo costruendo, chi ne trae beneficio e se permettono a tutti di vivere con dignità nel rispetto dei limiti planetari.

Per questo abbiamo elaborato una Roadmap per l’eradicazione della povertà oltre la crescita, recentemente presentata a Ginevra, in Svizzera, presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sotto l’egida della Coalizione Globale per la Giustizia Sociale. Essa propone alternative per andare oltre l’approccio crescita, tasse e redistribuzione, attraverso il quale la lotta alla povertà è stata definita per decenni.

Per diciotto mesi, oltre 400 persone, tra agenzie delle Nazioni Unite, governi nazionali, esperti accademici, organizzazioni della società civile, sindacati, attori dell’economia sociale e solidale, movimenti cittadini del Nord e del Sud del mondo, hanno lavorato per rispondere a una domanda semplice. Come porre fine alla povertà e ridurre le disuguaglianze senza fare della crescita del prodotto interno lordo la condizione principale del progresso?

I diritti umani forniscono il principio guida per misurare i progressi, definire le priorità e trovare compromessi tra obiettivi concorrenti. Garantire una protezione sociale universale fondata sui diritti e un accesso universale a servizi pubblici di qualità è una priorità assoluta. In molti paesi rimane l’urgenza più grande. Un’economia rispettosa dei diritti umani va però oltre la semplice redistribuzione e la compensazione successiva al mercato. La protezione sociale e i servizi pubblici sono essenziali, ma non possono costituire indefinitamente la stampella di economie che, per loro natura, generano salari da miseria, lavori precari e alloggi inaccessibili.

È necessario modificare le regole a monte. Questo significa proteggere il lavoro dignitoso, creare sistemi di garanzia dell’occupazione, rafforzare i sindacati e la democrazia sul luogo di lavoro, combattere le discriminazioni e valorizzare il lavoro di cura, retribuito o meno, dal quale dipendono le società. Significa investire nella prima infanzia, nell’edilizia abitativa, nella sanità, nell’istruzione e nei trasporti, elevandoli a servizi pubblici universali, per spezzare i circoli viziosi che perpetuano la povertà di generazione in generazione. Significa anche esercitare un controllo pubblico sugli asset strategici, orientare il credito verso priorità sociali ed ecologiche e sostenere lo sviluppo dell’economia sociale e solidale.

Realizzare questo programma implica anche trasformare le regole di un’economia mondiale che, ancora oggi, orienta le capacità produttive dei paesi a reddito basso e medio verso il consumo dei paesi del Nord, a scapito della soddisfazione dei bisogni locali. Oggi i governi dei paesi del Sud vengono criticati per la loro inattività di fronte alla povertà, mentre subiscono la pressione di sanzioni unilaterali, di accordi commerciali che li privano dei margini politici indispensabili e perpetuano uno scambio ineguale, insieme a un indebitamento ereditato da secoli di spoliazione coloniale. Così 3,4 miliardi di persone vivono in paesi che destinano più risorse al servizio del debito che alla sanità o all’istruzione.

I paesi fortemente indebitati sono costretti dalle istituzioni finanziarie internazionali a ridurre la spesa sociale e a indebolire la tutela dei lavoratori in nome della competitività. Parallelamente, le catene globali di approvvigionamento consentono un trasferimento netto di lavoro e risorse dal Sud verso il Nord, su una scala tale che i redditi perduti dai paesi poveri sarebbero più che sufficienti a eliminare la povertà estrema in tutto il pianeta.

La solidarietà internazionale è un obbligo giuridico e morale che deriva da un dato storico. Molti paesi ricchi hanno costruito la propria ricchezza impoverendo i paesi del Sud attraverso modelli estrattivi che oggi continuano sotto nuove forme. Una transizione giusta, oltre la crescita, deve includere la giustizia sul debito, una maggiore cooperazione Sud-Sud, un finanziamento più robusto dell’azione climatica e un sostegno più consistente alla creazione di sistemi di protezione sociale di base, fondati sui principi di non dominazione e autodeterminazione. I paesi del Sud potrebbero così definire il proprio futuro economico in condizioni che rispettino la loro sovranità.

È altrettanto cruciale sapere chi avrà il potere di contribuire a questa transizione. Troppo spesso le politiche che riguardano le persone che vivono in povertà vengono concepite senza di loro, o addirittura contro di loro. Quando i sistemi di protezione sociale si basano sul sospetto, sulla minaccia di sanzioni e sull’imposizione di condizioni umilianti, rafforzano la stigmatizzazione e scoraggiano le persone dal rivendicare i propri diritti. Quando le riforme agrarie o i programmi di edilizia sociale sono segnati da corruzione e favoritismi, oppure escludono gli abitanti delle baraccopoli, non vanno a beneficio di coloro che hanno il bisogno più urgente di tali sostegni. Le persone che vivono in povertà sanno meglio di chiunque altro come i dispositivi pensati per aiutarle possano fallire nella pratica. La loro esperienza deve guidare la progettazione, l’attuazione e il monitoraggio delle strategie di lotta alla povertà, dalle collettività locali ai parlamenti fino alle istituzioni internazionali.

Non partiamo da zero. In tutto il mondo, le lotte indigene, i movimenti femministi, i sindacati e i movimenti per la giustizia climatica difendono e costruiscono futuri alternativi fondati sulla solidarietà e sui diritti territoriali. Nuove coalizioni di Stati propongono altre visioni della governance economica globale e i governi sperimentano strategie di lotta alla povertà basate sui diritti, assemblee cittadine e modelli di creazione di ricchezza comunitaria.

La nostra roadmap si fonda su questi sforzi, li collega tra loro e li amplifica. La proponiamo ora come punto di riferimento comune per tutti coloro che rifiutano di accettare che la povertà e il collasso ecologico siano il prezzo da pagare per la nostra attuale definizione di successo economico.

In vista del vertice sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile del 2027, i governi e le istituzioni multilaterali devono scegliere. Possono perseverare in un modello di crescita fallimentare oppure impegnarsi a eliminare la povertà trasformando le regole economiche che la producono. La povertà è una costruzione. Ciò che è stato costruito può essere smantellato. Il sistema che la perpetua può essere sostituito da qualcos’altro. Grazie alla Roadmap per l’eradicazione della povertà oltre la crescita, proponiamo soluzioni concrete.

 

Tra i primi firmatari figurano Olivier De Schutter, ex Relatore speciale dell’ONU sulla povertà estrema e i diritti umani, Jayati Ghosh, professoressa di economia all’Università del Massachusetts Amherst, Jason Hickel, antropologo e professore presso l’Università Autonoma di Barcellona, Thomas Piketty, professore di economia alla Scuola di Economia di Parigi, Kate Raworth, economista presso l’Institute for Environmental Change dell’Università di Oxford, e Joseph Stiglitz, economista e premio Nobel per l’economia.

L'articolo La povertà è una scelta politica proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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Framadate Beta basculement liens

Bonjour,

admin d’un framadate classique pour mon association, je viens de tester la version Beta. Cela fonctionne au top, bel effort :slight_smile:

ma question est si cette version beta est jugee fiable? Si je partage le lien du sondage à mes utilisateurs, le lien fonctionnera toujours après la phase beta?

Merci!

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ORSO INSEGUITO IN VALTELLINA, ON. BRAMBILLA: “GRAVE EPISODIO DI MALTRATTAMENTO”

“E’ grave, e merita di essere punito con severità, il comportamento dell’automobilista che, nella notte di domenica, in Valtellina, ha inseguito e filmato un orso, ovviamente spaventatissimo, per le strade di Oga, frazione di Valdisotto. Si tratta di un caso evidente di maltrattamento di animale, aggravato dalla diffusione del video su internet, che avrebbe potuto mettere in pericolo anche eventuali passanti. La legge Brambilla prevede la reclusione fino a due anni e la multa fino a 30 mila euro, con l’aggravante dell’aumento della pena per aver diffuso il filmato in rete. Per non fare certe cose dovrebbe bastare il buon senso, ma fortunatamente c’è la legge che vieta di maltrattare gli animali, tutti, anche quelli selvatici”. Lo afferma l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, commentando il pericolosissimo inseguimento dell’orso tra le case del Paese.

(Foto di repertorio)

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A 5.3-million-year-old deep-sea whale necropolis in the Diamantina Zone

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10546-z

Researchers uncovered an enormous deep-sea accumulation of whale remains in the southeastern Indian Ocean, showing long-term, specialized ecosystems and an extensive fossil record that offers new insight into deep-ocean biodiversity and whale evolutionary history.
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Whole-genome duplication shaped cell-type evolution in the vertebrate brain

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10629-x

Analyses of brain single-cell transcriptomes from human, mouse, lizard, lamprey and amphioxus reveal that duplicated genes (ohnologues) played a pivotal part in early vertebrate cell-type diversification.
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Two-component exciton condensates in an electron–hole bilayer

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10636-y

Macroscopic quantum coherence arises in two-component exciton Bose–Einstein condensates within MoSe2/hBN/WSe2 electron–hole bilayers, exhibiting distinct spin–valley polarized phases, quantum phase transitions under magnetic fields and stable condensate behaviour up to approximately 1.8 K.
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Efficient and accurate neural-field reconstruction using resistive memory

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10646-w

A co-optimized AI hardware–software system using resistive-memory computing improves energy efficiency and parallelism for sparse signal reconstruction in imaging and three-dimensional vision applications.
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Gene ancestries reveal diverse microbial associations during eukaryogenesis

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10639-9

Phylogenomic reconstruction of the proteome of the last eukaryotic common ancestor sheds light on the origin of eukaryotes, indicating an important role of horizontal transfer of genes from diverse bacterial and viral donors.
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Molecular glue degraders of HuR suppress BRAF-mutant colorectal cancer

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10613-5

Molecular glue degraders of the RNA-binding protein HuR have therapeutic potential for BRAF-mutant cancers.
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Light-induced quantum friction of carbon nanotubes in water

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10632-2

Near-infrared fluorescent carbon nanotubes exhibit light-induced quantum friction in water, in which exciton interactions slow nanoscale motion and enable optical control of diffusion and fluid dynamics.
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Lignin to adipic acid in a high-yield chemical and biological redox process

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10580-x

A chemical and biological redox process that resembles processes in petrochemical refining is used to convert lignin from poplar into a single, valuable bioproduct, adipic acid, in high yields.
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Measurement of reactor neutrino oscillation with the first JUNO data

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10538-z

The first data of the Jiangmen Underground Neutrino Observatory deliver high-precision neutrino oscillation parameters, improving measurements and demonstrating readiness to determine neutrino mass ordering.
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Improved quantum processor logical error rates via correction and detection

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10628-y

Experimental demonstration of quantum error-correcting codes combined with error detection and post-selection applied to a trapped-ion quantum processor shows improvements in logical error rates ranging from 11× to 800× compared with several physical circuit baselines.
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Amplified Arctic iceberg traffic reshapes benthic biodiversity

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10630-4

Accelerated Arctic glacier disintegration and a more dynamic sea ice cover are increasing iceberg-delivered dropstones in the deep ocean, reshaping seafloor habitats and extending cryospheric impacts far beyond glaciers.
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A first-in-class pulsatile FXR agonist for bile-acid-related liver diseases

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10633-1

Linafexor is a rapidly cleared FXR agonist designed to mimic natural bile acid signalling, achieving transient receptor activation with strong efficacy and reduced toxicity in preclinical and early clinical studies.
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A 5.3-million-year-old deep-sea whale necropolis in the Diamantina Zone

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10546-z

Researchers uncovered an enormous deep-sea accumulation of whale remains in the southeastern Indian Ocean, showing long-term, specialized ecosystems and an extensive fossil record that offers new insight into deep-ocean biodiversity and whale evolutionary history.
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Whole-genome duplication shaped cell-type evolution in the vertebrate brain

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10629-x

Analyses of brain single-cell transcriptomes from human, mouse, lizard, lamprey and amphioxus reveal that duplicated genes (ohnologues) played a pivotal part in early vertebrate cell-type diversification.
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Two-component exciton condensates in an electron–hole bilayer

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10636-y

Macroscopic quantum coherence arises in two-component exciton Bose–Einstein condensates within MoSe2/hBN/WSe2 electron–hole bilayers, exhibiting distinct spin–valley polarized phases, quantum phase transitions under magnetic fields and stable condensate behaviour up to approximately 1.8 K.
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Efficient and accurate neural-field reconstruction using resistive memory

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10646-w

A co-optimized AI hardware–software system using resistive-memory computing improves energy efficiency and parallelism for sparse signal reconstruction in imaging and three-dimensional vision applications.
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Gene ancestries reveal diverse microbial associations during eukaryogenesis

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10639-9

Phylogenomic reconstruction of the proteome of the last eukaryotic common ancestor sheds light on the origin of eukaryotes, indicating an important role of horizontal transfer of genes from diverse bacterial and viral donors.
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Molecular glue degraders of HuR suppress BRAF-mutant colorectal cancer

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10613-5

Molecular glue degraders of the RNA-binding protein HuR have therapeutic potential for BRAF-mutant cancers.
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Light-induced quantum friction of carbon nanotubes in water

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10632-2

Near-infrared fluorescent carbon nanotubes exhibit light-induced quantum friction in water, in which exciton interactions slow nanoscale motion and enable optical control of diffusion and fluid dynamics.
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Lignin to adipic acid in a high-yield chemical and biological redox process

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10580-x

A chemical and biological redox process that resembles processes in petrochemical refining is used to convert lignin from poplar into a single, valuable bioproduct, adipic acid, in high yields.
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Measurement of reactor neutrino oscillation with the first JUNO data

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10538-z

The first data of the Jiangmen Underground Neutrino Observatory deliver high-precision neutrino oscillation parameters, improving measurements and demonstrating readiness to determine neutrino mass ordering.
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Improved quantum processor logical error rates via correction and detection

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10628-y

Experimental demonstration of quantum error-correcting codes combined with error detection and post-selection applied to a trapped-ion quantum processor shows improvements in logical error rates ranging from 11× to 800× compared with several physical circuit baselines.
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Amplified Arctic iceberg traffic reshapes benthic biodiversity

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10630-4

Accelerated Arctic glacier disintegration and a more dynamic sea ice cover are increasing iceberg-delivered dropstones in the deep ocean, reshaping seafloor habitats and extending cryospheric impacts far beyond glaciers.
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A first-in-class pulsatile FXR agonist for bile-acid-related liver diseases

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10633-1

Linafexor is a rapidly cleared FXR agonist designed to mimic natural bile acid signalling, achieving transient receptor activation with strong efficacy and reduced toxicity in preclinical and early clinical studies.
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Who Runs the Ransomware Group ‘The Gentlemen?’

A cybercrime group known as The Gentlemen has emerged as the second most active ransomware gang by victim count, rapidly attracting a talented pool of hackers through an aggressive recruitment strategy that promises affiliates 90 percent of any ransom paid by victims. This post examines clues pointing to a real life identity for the administrator of The Gentlemen ransomware group.

A graphic created and shared by The Gentlemen ransomware group administrator Hastalamuerte on Breachforums in May 2026. Credit: ke-la.com.

Experts at the security firm Check Point Software have been closely covering exploits of The Gentlemen, a so-called “ransomware-as-a-service” (RaaS) offering that pays affiliates handsomely to help spread the group’s malware.

“A 90/10 affiliate revenue split — compared to the industry standard 80/20 — is accelerating the group’s growth by attracting experienced operators from competing programs,” the researchers wrote in April.

Check Point found The Gentlemen are the second most active ransomware group by victim count so far this year, claiming at least 332 published victims since the group’s inception in mid-2025 and more than 240 in 2026 alone.

According to Check Point, the group targets Internet-facing devices (VPNs, firewalls) as their entry point, and once inside moves quickly to encrypt entire networks within hours.

Check Point says the administrator and primary operator of the ransomware group uses the nickname Zeta88 on the Russian-language cybercrime forums, and that this individual was previously known under the moniker Hastalamuerte. Check Point noted that a breach of the group’s backend infrastructure made it clear that Hastalamuerte/Zeta88 is the person who assembles the locker and RaaS panel, manages payments, and is essentially the administrator of the entire program who receives 10 percent of all ransoms.

WHO IS HASTALAMUERTE?

The cyber intelligence firm Intel 471 shows that the user Hastalamuerte is a Russian and English speaking person who registered on almost a dozen cybercrime forums between 2019 and the present day, including Exploit, Breachforums, Ramp_V2, BHF, Raidforums, and Nulled.

Intel 471 reveals that Hastalamuerte registered on Breachforums in January 2025 from an Internet address in Izhevsk, the capital city of Russia’s Udmurt Republic. Likewise, the user Zeta88 signed up at the English-language cybercrime forum Breached in August 2022 from a different Internet address in Izhevsk.

Intel 471 finds Hastalamuerte registered on Raidforums in 2020 using the email address hastalamuerte1488@protonmail.com (1488 is a common combination of two numeric symbols associated with white supremacy). A lookup on this address at the open source intelligence service Epieos shows it is connected to an account at Apple and to a phone number ending in 04.

Epieos says that Protonmail address is also linked to a GitHub account under the username SantaMuerte. That account is marked private, but a history of this user’s activity shows they are watching and developing a number of malware tools and exploits.

In April 2020, Hastalamuerte said on the crime forum Nulled that they could be contacted at the Telegram instant messenger name @hastalamuerte18, and the threat intelligence company Flashpoint finds this username is assigned the unique Telegram ID number 30907522 [full disclosure: Flashpoint is an advertiser on this blog].

The breach tracking service Constella Intelligence reports that Hastalamuerte’s Telegram ID is connected to another username — “bu4vs” — and to the Russian phone number 79127650004. Pivoting on this phone number in Constella fetches multiple records from hacked Russian government databases showing it is assigned to one Alexander Andreevich Yapaev, a 36-year-old from Izhevsk.

Constella reveals that phone number was used to create an account at the Russian social media platform Pikabu under the name “4apai18,” and shows Mr. Yapaev has signed up at a number of websites using the common surname Ivanov, or else “Chapaev” (the numeral 4 is often used as shorthand for a “ch” sound in Russian).

A search in Intel 471 for cybercrime forum members with the nickname SantaMuerte unearths an account by the same name created in 2020 on the Russian hacking forum Codeby. Intel 471 shows this user originally registered on Codeby with the not-so-subtle nickname Alexandr 4apaev.

Constella finds Mr. Yapaev regularly used the email address bu4vs@mail.ru. Meanwhile, Epieos shows this address is connected to a LinkedIn account for Alexander Yapaev, who lists himself as the head of B2B marketing at the company Uralenergo Udmurtia, one of Russia’s largest suppliers of electrotechnical and lighting products.

Mr. Yapaev did not respond to multiple requests for comment.

Nearly every time we publish one of these Breadcrumbs stories, readers are curious to know why it seems like so many cybercriminals from Russia apparently do little to hide their real life identities. The truth is that — Russian or not — most didn’t exactly set out to be arch criminals, but instead got drawn into the scene gradually over several years as their skills broadened and sharpened.

Another important dynamic is that the Russian government generally either co-opts or ignores cybercriminal activity within its borders so long as the hackers do not steal from or attack Russian businesses and citizens. As a result, successful cybercriminals in Russia are usually insulated from prosecution and arrest by foreign law enforcement agencies provided they occasionally pay off the right people and do not travel abroad. And cybercriminals who intend to strictly adhere to those unwritten rules may (at least initially) be less concerned about covering their tracks online.

But the simplest explanation is that cybercriminals of all nationalities tend to make a number of basic operational security mistakes early in their careers, when they are less savvy and have far less to lose by their carelessness. A review of Hastalamuerte’s early posts on the crime forums (circa 2019-2020) shows a relatively unsophisticated and low-skilled hacker still trying to learn the ropes and earn a positive reputation on these communities.

For example, in June 2020 Hastalamuerte’s Telegram account joined a multi-month training program (@pntst) to learn how to use popular penetration testing tools, and their candid posts to this hacker training camp show Hastalamuerte struggling to use these tools effectively. A Google-translated record of Hastalmuerte’s posts to @pntst is here.

Update, June 11, 10:23 a.m. ET:  The threat research group PRODAFT has released a detailed writeup on the history and current operations of The Gentlemen. PRODAFT said its findings match the same persona with “high confidence,” and found the administrator (Zeta88/Hastalamuerte) supplies affiliates with initial access directly, primarily Fortinet SSL-VPN credentials obtained through brute-force attacks or sourced from the group’s own leak database. They also discovered the administrator is using AI to develop and maintain the ransomware and associated tooling, as well as to assist with post-exploitation activity.

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Cinque domande sulle capesante

Cosa sono?

Possiedono occhi catadiottrici, cioè puntini nero-blu visibili sul bordo del mantello, sono circa 200 e funzionano come specchi. Nessuna creatura aliena: sono le popolarissime capesante, molluschi bivalvi il cui corpo è racchiuso tra due conchiglie.

All’interno hanno un cuore bianco, sodo e carnoso, e una lingua arancione detta corallo, più tenera e di differente sapore. Il gusto di mare delicato, il profumo penetrante, la consistenza gradevole le rendono regine dei bivalvi. Presentate a tavola dentro il loro guscio ricordano la Venere del Botticelli che s’innalza sulla grande conchiglia.

Che storia hanno?

Conosciute anche come pettini di mare, ventagli o conchiglie di San Giacomo, in francese Saint Jacques, di loro si narrano diverse leggende legate a questo santo. Ancora oggi sono il simbolo che indica ai pellegrini il cammino di Santiago de Compostela.

Nella mitologia greca rappresentavano femminilità e fertilità perché legate ad Afrodite, nata dalla spuma del mare e giunta a Cipro su una conchiglia a ventaglio. Il nome capasanta sembra invece derivare dal fatto che, nel Medioevo, i sacerdoti usavano la conchiglia per versare l’acqua santa sul capo di chi riceveva il battesimo.

Quante ricette?

Esistono tante ricette, a seconda del Paese: la Conpoy è la capasanta tipica della cucina cinese, lasciata a essiccare dopo essere stata cotta. L’Hotate è il sushi di capasanta, pregiatissimo e amato in Giappone.

La Vieiras a la gallega è unatapa spagnola: capasanta al forno, imbottita con un soffritto di cipolla, jamon serrano (prosciutto crudo spagnolo), pomodoro e pangrattato.

La Xo Sauce è una salsa cinese usata per condirle, di cui le capesante stesse sono fra gli ingredienti principali, insieme a gamberetti essiccati, peperoncino e aglio. La ricetta occidentale più famosa per la capasanta è il gratin al forno. 

Come mangiarle?

Oltre che gratinate, sono ottime per uno spiedino con code di gamberi e porro o su tartine chic con uova di quaglia. Oppure grigliate, preparate in salsa di limone, affumicate, a La Mornay (besciamella con uova e formaggio), nel risotto o con gli spaghetti.

Si sposano bene in diversi matrimoni gastronomici, con cotture brevi e delicate: con il burro, le salse montate calde e fredde, il tartufo, gli asparagi. A differenza di altri molluschi come cozze e vongole, si trovano in vendita già aperte e pulite, all’interno della mezza conchiglia che può essere riutilizzata per servire un antipasto o fresche insalatine.

Perché fanno bene? 

Molluschi pregiati, ipocalorici (circa 69-95 kcal per 100 g) e ricchi di nutrienti nobili, sono ottime fonti di proteine ad alto valore biologico, Omega-3 (acidi grassi benefici per il cuore), potassio, fosforo, magnesio, selenio e vitamine del gruppo B, in particolare B12 fondamentale per il sistema nervoso.

Povere di grassi saturi, sono alleate del metabolismo e del sistema cardiovascolare, pur contenendo un discreto quantitativo di sodio e colesterolo. Nei Coop.fi sono disponibili tutto l’anno, fresche o decongelate, provenienti dal Mare del Nord e dall’Atlantico.

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Riparazione UPS APC CS 500: Navigo tra Svariati PROBLEMI e MILLE DIFFICOLTA' 2/3 #ups #apc #prepping

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DONAZIONI per la GATTINA: https://tinyurl.com/asbesto

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La ricerca dei guasti di questo UPS della APC modello CS 500 prosegue, tra mille difficolta'. Ci sono diversi problemi... forse non ce la faro' :(
Parte 2/3

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Unicoop Firenze, 3,2 miliardi vendite nel 2025, utile a 20,4 milioni

Unicoop Firenze, 3,2 miliardi vendite nel 2025, utile a 20,4 milioni

Vendite per 3,2 miliardi di euro, con un incremento del 5,1% a valore e dello 0,9% a volume rispetto all’anno precedente, e un utile di esercizio di 20,4 milioni, al netto delle imposte di circa 24 milioni di euro.

E’ quanto emerge dal bilancio 2005 di Unicoop Firenze. In un anno ancora caratterizzato da una ripresa dell’inflazione (+1,5%, variazione media 2025 vs 2024 – Fonte Istat), e in particolare dell’inflazione alimentare (+2,8%, Fonte Istat), si sottolinea in una nota, la cooperativa, nei suoi 127 punti vendita, ha difeso il potere d’acquisto dei soci e delle famiglie con forti iniziative commerciali che hanno riscosso un notevole apprezzamento: nel corso del 2025 sono stati erogati sconti e punti spesa per un totale di 162 milioni di euro. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro-capite di 113 euro. L’ottimo risultato raggiunto ha permesso il consolidamento e l’aumento della base sociale: a fine anno i soci erano 1.191.459, con un aumento di 64mila soci (+5,7%), grazie anche all’acquisizione dei 16 punti vendita nei territori fra Lucca, Livorno e Massa Carrara. Grazie al risultato positivo del 2025, il patrimonio netto della cooperativa cresce anche quest’anno, e arriva a 1.824 milioni di euro. Il prestito sociale ammonta a 1.576 milioni di euro, coperto e garantito dalla sottoscrizione di titoli di Stato italiani per complessivi 1.628 milioni di euro, oltre alla liquidità presente nei conti correnti della cooperativa. Nel 2025 il risultato della gestione finanziaria è positivo per circa 4 milioni di euro, e in equilibrio. Al 31 dicembre 2025 lavorano in cooperativa 9.913 persone, con un incremento di 1.053 posti di lavoro (+11,88%) rispetto al 2024. L’85% dei contratti di lavoro in cooperativa è a tempo indeterminato. Ai dati positivi sul fronte dell’occupazione, si aggiunge l’impegno della cooperativa nell’ambito del welfare aziendale, attraverso il piano MyWelfare. Secondo le stime Irpet, complessivamente il contributo di Unicoop Firenze all’economia Toscana è di 1,2 miliardi di euro, pari all’1% del Pil regionale. L’indotto occupazionale generato (direttamente e indirettamente) è di circa 14mila lavoratori. Nel 2025 sono stati investiti 3,2 milioni di euro per le attività svolte per la solidarietà, l’ambiente, la cultura e il benessere.
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Cannabis terapeutica e fibromialgia: riduce il dolore nel 70% dei pazienti secondo un nuovo studio

Sette pazienti su dieci hanno ottenuto una riduzione del dolore clinicamente significativa. È il risultato più rilevante di un trial randomizzato in doppio cieco condotto in Australia su adulti con fibromialgia, a cui è stato somministrato per dodici settimane un olio a base di THC e CBD in proporzioni uguali. Lo studio, pubblicato su Pain …
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Plures Alia, sciopero il 12 giugno, garantiti i servizi essenziali

Plures Alia, sciopero il 12 giugno, garantiti i servizi essenziali

In occasione dello sciopero proclamato a livello nazionale il 12 giugno dai sindacati di base Adl Cobas, Clap, Cobas Lavoro Privato e Sial Cobas, saranno garantiti i servizi minimi essenziali nei 65 Comuni gestiti nelle province di Firenze, Pistoia e Prato.

In occasione dello sciopero proclamato a livello nazionale il 12 giugno dai sindacati di base Adl Cobas, Clap, Cobas Lavoro Privato e Sial Cobas, saranno garantiti i servizi minimi essenziali nei 65 Comuni gestiti nelle province di Firenze, Pistoia e Prato. Lo comunica Plures Alia. Saranno dunque garantiti, si spiega in una nota, raccolta e trasporto rifiuti definiti pericolosi; raccolta e trasporto rifiuti solidi urbani per mense pubbliche e private, ospedali, case di cura, ospizi, centri di accoglienza, orfanotrofi, stazioni ferroviarie ed aeroportuali, caserme e carceri. E ancora, pulizia di mercati, aree sosta attrezzate, e aree di interesse turistico e museale. Saranno anche garantite le attività di raccolta delle siringhe, nonché disinfestazione, derattizzazione e disinfezione per casi urgenti e su segnalazione dell’autorità sanitaria e per ogni altro caso oggetto di ordinanza da parte dell’Autorità sanitaria e/o di pubblica sicurezza, oltre al presidio di pronto intervento e al servizio di centralino.

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EU threat of trade war against China is a strategic farce

The European Commission has declared its trade and economic relationship with China “unsustainable”, pointing to a daily trade deficit of €1 billion (US$1.16 billion) and Chinese manufacturing overcapacity that puts millions of jobs across various sectors at risk. However, a clear-eyed analysis reveals this premise to be entirely flawed. The narrative spun by Brussels is a desperate attempt to weaponise trade policy to mask structural, self-inflicted failures. To understand the absurdity of the...

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Bilancio positivo per Unicoop Firenze: vendite a quota 3,2 miliardi di euro

Si chiude con un risultato positivo il bilancio 2025 di Unicoop Firenze. In uno scenario complesso e caratterizzato da forte instabilità, la cooperativa ha svolto la sua attività in 127 punti vendita, con ricavi per vendite lorde al dettaglio pari a 3,2 miliardi di Euro, con un incremento delle vendite del 5,1% a valore e dello 0,9% a volume rispetto all’anno precedente.

Un dato di crescita a volumi che testimonia il forte apprezzamento dei soci e clienti per la politica commerciale fatta dalla cooperativa e che è in controtendenza con quanto avvenuto sul mercato dove il commercio alimentare chiude il 2025 in calo, con una perdita dei volumi di vendita del -0,8%.

Il bilancio evidenzia un utile di esercizio di 20,4 milioni di euro, al netto delle imposte di circa 24 milioni di euro. In un contesto generale critico e sfavorevole, caratterizzato da forti tensioni geopolitiche e instabilità internazionale che ha fortemente condizionato il mondo produttivo e distributivo, la cooperativa ha continuato a conseguire importanti risultati economici e patrimoniali, garantendo comunque le migliori condizioni di acquisto e di servizio ai propri soci e alla clientela in genere.

2022: buoni propositi

Iniziative per tutelare il potere di acquisto dei soci

In un anno ancora caratterizzato da una ripresa dell’inflazione (+1,5%, variazione media 2025 vs 2024 – Fonte Istat), e in particolare dell’inflazione alimentare (+2,8%, Fonte Istat) la cooperativa ha difeso il potere d’acquisto dei soci e delle famiglie con forti iniziative commerciali che hanno riscosso un notevole apprezzamento.

Nel corso del 2025 sono stati erogati sconti e punti spesa per un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 Euro, lo sconto del 10% su una spesa di dicembre fino alle iniziative sui prodotti esclusivi per i soci, rappresentativi dei valori della cooperativa e proposti con forti sconti (fino al 60%). Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro-capite di 113 euro.

L’ottimo risultato raggiunto ha permesso il consolidamento e l’aumento della base sociale: a fine anno i soci erano 1.191.459 mila, con un aumento di 64mila soci (+5,7%), grazie anche all’acquisizione dei 16 punti vendita nei territori fra Lucca, Livorno e Massa Carrara. Un dato che la cooperativa registra come segnale molto positivo, perché significa che la cooperativa continua a essere scelta e a rappresentare un riferimento per i consumatori in Toscana.

Patrimonio netto e prestito sciale

Grazie al risultato positivo del 2025, il patrimonio netto della cooperativa cresce anche quest’anno, e arriva a 1.824 milioni di euro.

Il prestito sociale, che ammonta a 1.576 milioni di euro: il prestito sociale è interamente coperto e garantito dalla sottoscrizione di titoli di Stato italiani per complessivi 1.628 milioni di euro, oltre alla liquidità presente nei conti correnti della cooperativa.

Nel 2025 il risultato della gestione finanziaria è positivo per circa 4 milioni di euro, e in equilibrio, tenuto conto che nel corso dell’anno la cooperativa ha riconosciuto ai soci sul prestito ordinario un tasso dell’1,3% fino al 28 febbraio e dell’1% dal primo marzo, mentre sul prestito vincolato a 18 mesi un tasso del 4% fino al 28 febbraio e del 3,30% dal 1°marzo.

Interno punto vendita
Interno punto vendita

Occupazione

Al 31 dicembre 2025 lavorano in cooperativa 9.913 persone, con un incremento di 1.053 posti di lavoro (+11,88%) rispetto al 2024. L’85% dei contratti di lavoro in cooperativa è a tempo indeterminato, un indicatore importante di buona occupazione.

Rispetto al 2024 i contratti a tempo indeterminato sono aumentati di 812 unità, variazione principalmente dovuta all’operazione di acquisizione dei 16 punti vendita sulla costa.

Nel 2025 Unicoop Firenze ha ottenuto la certificazione di parità di genere, un riconoscimento ufficiale di un trattamento di equità e pari opportunità per le persone che lavorano in cooperativa, di cui 5.693 sono donne (67%).

Unicoop Firenze è costantemente impegnata nel ridurre il gap uomo-donna sul lavoro: un impegno portato avanti con misure che hanno ricadute concrete e positive sull’equilibrio vita-lavoro, come la conferma delle 4 settimane di congedo di paternità retribuita al 100%misura utilizzata dal 95% dei lavoratori diventati padri nel 2025.

Ai dati positivi sul fronte dell’occupazione, si aggiunge l’impegno della cooperativa nell’ambito del welfare aziendale, attraverso il piano MYWelfare. Nel 2025 la Cooperativa ha consolidato un modello di welfare aziendale orientato alla persona e progettato per rispondere in modo flessibile alle esigenze della comunità interna.

L’anno è stato caratterizzato da un ampliamento dell’offerta, da una forte partecipazione dei dipendenti e da un crescente apprezzamento verso i servizi disponibili. Tra i pilastri del piano, il sostegno alla famiglia è risultato ancora una volta centrale. Ampio spazio è stato dedicato anche alla salute e alla prevenzione, con l’organizzazione di iniziative gratuite rivolte ai dipendenti e alle loro famiglie.

Nel 2025 sono stati coinvolti 8.680 dipendenti in attività di formazione professionale; sono state erogate 268.379 ore di formazione, in continuità con l’anno precedente come per l’investimento complessivo pari a circa 7,8 milioni di euro.

Unicoop Firenze

Convenienza

In un anno ancora difficile, la cooperativa ha costantemente impiegato risorse per garantire un aiuto concreto alle famiglie. L’impegno per mantenere il primato della convenienza trova riscontro in diversi indicatori da fonti esterne e interne.

L’inflazione all’acquisto e alla vendita negli ultimi anni hanno subito forti accelerazioni, che la Cooperativa ha contenuto con azioni calmieranti sui prezzi. Il confronto dell’andamento pluriennale dell’inflazione cumulata 2019-2025 lo dimostra: Unicoop Firenze +21,7%, Istat Italia +28,6%, Istat Comune Firenze +24,6%.

Dalle elaborazioni Nielsen, ente terzo e indipendente, svolte nel periodo settembre-novembre 2025 (Largo consumo confezionato sia dei prodotti a marchio che dei prodotti di marca), emerge che nel 2025 la Toscana ha un indice di prezzo inferiore alla media italiana e risulta la regione con l’indice più basso: fatto 100 la media dei prezzi praticati dagli ipermercati e supermercati nazionali, la Toscana si posiziona al primo posto con un indice di 96,7.

Le prime cinque province più convenienti d’Italia sono toscane: Pistoia (94,5), Firenze (94,9), Prato (95,0), Arezzo (95,9) e Lucca (96,1), tutti territori in cui opera Unicoop Firenze. Risultati che confermano il contributo della Cooperativa nell’operare quotidianamente per tutelare il potere d’acquisto di soci e clienti attraverso la sua politica di convenienza.

L’elaborazione di Circana, ente terzo e indipendente, svolta a giugno 2025 nelle 7 province dove era presente la Cooperativa, conferma, per il 2025, il ruolo di Unicoop Firenze nel calmierare i prezzi in Toscana: la Cooperativa si posiziona su un indice di 97,9, rispetto alla media 100 dei prezzi praticati da tutti gli ipermercati e supermercati. Dati che dimostrano la leadership di convenienza della Cooperativa sui territori in cui opera.

Territorio

Il bilancio segna numeri positivi anche sul fronte della tutela del territorio e della valorizzazione dell’economia locale, con un particolare impegno nei settori dell’ortofrutta, della forneria, della gastronomia, del pesce e delle carni e dei generi vari, con lo sviluppo di prodotti a marchio Coop Fior fiore.

Nel 2025 la Cooperativa ha collaborato con 835 fornitori toscani, di prodotti alimentari e non alimentari, per un giro d’affari superiore al 25% del fatturato annuo all’acquisto della Cooperativa.

Secondo le stime Irpet, complessivamente il contributo di Unicoop Firenze all’economia Toscana è di 1,2 miliardi di Euro, pari all’1% del Pil regionale. L’indotto occupazionale generato (direttamente e indirettamente dall’attività della cooperativa e dalla filiera) è di circa 14mila lavoratori.

Interventi di efficientamento energetico

Nel corso del 2025 sono stati sviluppati numerosi interventi di efficientamento energetico sull‘illuminazione e gli impianti frigo che hanno consentito un’ulteriore riduzione di consumi pari al consumo annuo di energia elettrica da parte di circa 321 famiglie. Tale riduzione di consumi ha permesso di non immettere in atmosfera circa 690 tonnellate di CO2.

Impianti fotovolatici

Dal 2007 ad oggi Unicoop Firenze ha realizzato 60 impianti fotovoltaici: con la produzione di tali impianti viene coperto circa il 10% dei consumi della rete vendita e dei magazzini. L’autoproduzione di energia elettrica per l’anno 2025 è stata di circa 12 milioni di kWh, in aumento rispetto alla produzione dell’anno precedente.

L’energia elettrica prodotta corrisponde al consumo annuo di 4.400 famiglie equivalenti e si caratterizza per una riduzione di CO2 immessa in atmosfera pari a circa 6.000 tonnellate.

Olii esausti e raccolta differenziata

Grazie ai 27 punti di raccolta di olii esausti, nel 2024 sono stati recuperate 245 tonnellate di olio che, dopo un successivo processo di rilavorazione, torna materia prima per nuovi biocombustibili.

La raccolta differenziata effettuata presso i punti vendita ed i magazzini della Cooperativa ha ormai superato l’82% del totale dei rifiuti prodotti.

Presso i punti vendita della cooperativa sono stati installati 24 punti di raccolta delle bottiglie alimentari in PET, grazie all’accordo stipulato con Coripet. A fine anno sono state raccolte circa 24 milioni di bottiglie, grazie al contributo di soci e clienti che hanno aderito al progetto.

Ambiente e cura della persona

Tre le iniziative più significative, nel 2025 la cooperativa ha avviato la realizzazione di 7 Fabbriche dell’Aria negli ospedali di Arezzo San Donato, Firenze Careggi, Pisa Cisanello, Pistoia San Jacopo, Prato Santo Stefano, Siena Azienda Ospedaliero Universitaria Senese.

Risultato raccolta alimentare

Solidarietà e impegno sociale

Nel 2025 sono stati investiti 3,2 milioni di euro per le attività svolte per la solidarietà, l’ambiente, la cultura e il benessere.

Sul fronte della solidarietà internazionale, anche grazie alle raccolte fondi e alimentari, la cooperativa ha donato 305mila euro per finanziare 15 borse di studio per studenti palestinesi in Toscana, 200mila euro per sostenere l’attività di Medici Senza Frontiere a Gaza e 20 tonnellate di prodotti alimentari destinati alla popolazione palestinese.

Grazie alle due raccolte alimentari del 2025, promosse in collaborazione con la Fondazione Il Cuore si scioglie e oltre 200 associazioni di volontariato del territorio, sono state donate 393 tonnellate di prodotti, a cui si aggiungono 169mila confezioni di materiale donato con la raccolta scolastica di settembre.

Lotta allo spreco alimentare: l'impegno di Coop

Da spreco a risorsa

Con il progetto Buon Fine, nel 2025 la cooperativa ha recuperato oltre 495 tonnellate e 786mila prodotti idonei al consumo ma non più vendibili, donati a 87 associazioni toscane impegnate nella lotta alla povertà.

Contro la violenza sulle donne

Grazie all’iniziativa lanciata in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, con la vendita del pane dedicato, sono stati raccolti 52mila Euro donati ai centri antiviolenza toscani.

Prevenzione e salute

Dopo l’accordo e i progetti di prevenzione e salute promossi con Regione Toscana (prevenzione oncologica con Ispro, Casa sicura, Punti Digitale Facile), nel 2025 la cooperativa ha avviato una serie di convenzioni con i soggetti del privato sociale (Misericordia, Anpas Toscana, Croce Rossa Comitato regionale Toscana) per favorire servizi sanitari con vantaggi per i soci Unicoop Firenze.

Scuola

Nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza consapevole, nell’anno scolastico 2025/2026, nel complesso, sono state coinvolte 1500 classi.

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Le ONG in Italia tra spinta ideale e logica manageriale 

 

A che punto è la cooperazione internazionale italiana? E quale è stata l’evoluzione politica ed economica di organizzazioni nate negli anni Sessanta e Settanta in stretta relazione con i movimenti di base e con una cultura di solidarietà internazionale? A queste domande prova a rispondere un libro di agile lettura che unisce ricostruzione storica e indagine sullo stato delle cose. ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive (Carocci, 2025) di Fiorenzo Polito, che porta a maturazione anni di studio sulle ONG italiane, trasformando una ricerca di dottorato in un libro che, affronta una questione complessa: il dibattersi delle ONG tra missioni e visioni originarie che ne hanno animato il lavoro e i dettami di un sempre più diffuso managerialismo. È infatti con il consolidarsi del neoliberismo, dagli anni Ottanta in avanti, che si diffonde e afferma l’idea che anche le organizzazioni non profit debbano essere guidate da logiche manageriali: professionalizzazione, misurazione dei risultati, omogeneizzazione delle pratiche.

La forza del volume sta proprio nell’accogliere la complessità, senza proporre una spiegazione semplicistica o di mero giudizio morale. Polito non descrive genericamente l’“istituzionalizzazione” del settore, ma la colloca dentro una cornice più ampia in cui mutano le logiche della cooperazione e degli aiuti, i rapporti tra donatori e beneficiari, la politica degli ultimi trent’anni e, infine, la configurazione stessa della società civile organizzata. La sua analisi mostra come l’incontro-scontro tra un ethos movimentista e i requisiti di efficienza, misurabilità e professionalizzazione (quest’ultima mai rinnegata da chi lavora nell’ambito o vissuta come una perdita, piuttosto identificata come un guadagno), abbia portato verso logiche aziendali che, nel contesto italiano, danno vita a un “managerialismo incompleto”, popolato da attori piccoli, plurali, radicati e difficilmente riconducibili ai modelli organizzativi dei colossi della cooperazione anglosassoni.  Quel che emerge dal volume è un settore trasformato, attraversato da tensioni verticali — tra grandi ONG internazionali e realtà minori — e da divisioni interne, in cui la spinta verso l’omogeneizzazione gestionale ha prodotto riflessioni, frammentazioni ed esclusioni. Ma anche un settore che continua a resistere strenuamente e che, nonostante gli standard imposti da governi, donatori e dalla logica competitiva, racconta di molte ONG italiane, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, che vogliono e riescono a mantenere un’identità radicata nel lavoro di prossimità nei territori e nei legami con il resto della società civile.

Dopo una quanto mai necessaria ricostruzione storica, Polito si concentra sull’ambiente organizzativo delle ONG italiane. Il libro va letto ovviamente nella sua interezza ma ci soffermeremo sulle tre dimensioni individuate dall’autore — identitaria, economica, relazionale — che permettono di cogliere la complessità di un settore collocato dentro una policrisi mondiale e segnato da fratture, ambivalenze e forme di resistenza. 

Nel paragrafo dedicato all’identità organizzativa, viene mostrato con chiarezza il paradosso che attraversa oggi la cooperazione internazionale non governativa: mai come ora — in un mondo segnato da instabilità geopolitica, devastazione climatica, guerre prolungate e crisi finanziarie — i valori fondativi delle ONG appaiono necessari; eppure proprio questi sono sempre più difficili da sostenere nella pratica quotidiana. Dalle interviste riportate emerge una consapevolezza diffusa, ovvero che il tradizionale “modello italiano” — associazioni piccole, radicate, con pochi dipendenti, progetti limitati territorialmente e una forte dipendenza da fondi istituzionali — non è facilmente sostenibile nel lungo periodo. La vitalità storica dell’associazionismo, frutto di spontaneità e capillarità, diventa oggi un elemento complicato che per alcune realtà è un pluralismo da difendere; per altre un fattore di frammentazione, destinato prima o poi a produrre un processo di “selezione naturale” in cui le realtà minori verranno assorbite dalle maggiori. È qui che Polito intercetta il nodo cruciale della trasformazione: la crescente pressione ad assumere forme e logiche quasi aziendali — ampliamento, specializzazione, centralizzazione — come unica via per la sopravvivenza. Una traiettoria che rischia di scardinare proprio la natura relazionale, politica e solidaristica che ha storicamente caratterizzato la cooperazione dal basso in Italia. 

La seconda dimensione analizzata riguarda il terreno più scivoloso e meno discusso della sostenibilità economica. La natura non profit delle ONG non le mette al riparo dalle logiche di mercato, ma al contrario, le espone a una precarietà strutturale che condiziona scelte strategiche, priorità operative e perfino identità organizzative. La dipendenza quasi totale da finanziamenti esterni costringe le ONG a impostare il lavoro seguendo criteri economici e burocratici sempre più stringenti di cui le lavoratrici e i lavoratori sono consapevoli e dalle quali si sentono spesso soffocare. Come ricorda un’intervistata, i progetti si realizzano grazie alle persone ma, ad esempio, proprio le spese legate al personale sono sempre più difficili da giustificare nei budget di progetto, rendendo insostenibili molte attività cardine e prospettive desiderate.

Infine, la terza dimensione, quella relazionale, è uno dei contributi cruciali del libro. Polito ricostruisce la fitta rete di rapporti che le ONG intrattengono lungo la “catena della cooperazione” — con attori politici, istituzioni, enti finanziatori, media, opinione pubblica — mostrando come tali relazioni abbiano un peso notevole nell’ambiente operativo del settore. Il quadro che emerge è caratterizzato da un evidente arretramento della sfera politica.
Molte persone intervistate sottolineano la perdita di centralità dei temi della cooperazione internazionale nel dibattito pubblico, il disinteresse dei partiti, anche di centrosinistra e, quindi, la dissoluzione dei legami politici storici che per decenni avevano sostenuto le ONG. Oggi gli interlocutori principali sono i governi e i ministeri. Anche sul fronte dell’opinione pubblica, il quadro non è meno critico. Un mondo sempre meno propenso ai valori della solidarietà, che spesso viene criminalizzata, nonché un’evidente messa in discussione, soprattutto e paradossalmente dall’alto, dei principi democratici, vede la società civile organizzata indebolita. A questo si aggiunge, nel nostro paese, una delegittimazione politica e mediatica aggressiva, culminata nella campagna contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare, dal 2017 in poi, fino alla retorica dei “porti chiusi” e dei “taxi del mare”. In questo contesto, diverse voci riportate nel volume rivendicano la necessità di tornare a una postura più attivista, capace di ricollocare le ONG non solo come erogatrici di progetti, bisognose di fondi ma pur sempre come soggetti capaci di incidere sui cambiamenti sociali, culturali e politici.

Le conclusioni del volume mettono quindi in evidenza un contesto complesso e contraddittorio, in cui la pressione del managerialismo si intreccia con le aspirazioni originarie. Il modello manageriale, a cui alcune organizzazioni si adeguano e altre resistono, esercita una forza costante, obbligando le ONG a trovare un delicato equilibrio tra l’adesione ai requisiti dei donatori e la conservazione della propria identità. L’innovazione che sembra sempre più necessaria, non è un semplice strumento di crescita, ma diventa una condizione necessaria per garantire la sostenibilità dei progetti e degli ideali di cambiamento e trasformazione, che permetterebbe alle ONG di mantenere rilevanza e incisività in un contesto globale sempre più conservatore, frammentato e competitivo. Ma Polito mette in luce anche le risorse e le strategie di resilienza del settore. Le ONG italiane, pur consapevoli dei vincoli economici, burocratici e politici, mostrano una capacità significativa di adattamento, cercando di coniugare l’urgenza dell’azione con l’attenzione ai principi etici della cooperazione. Questo equilibrio tra pragmatismo e idealità, seppur infragilito, costituisce uno degli elementi più interessanti evidenziati, perché suggerisce che la società civile organizzata può continuare a esercitare un ruolo trasformativo, anche in contesti e condizioni difficili. Polito, evocando Gramsci, sottolinea come «affinché si verifichi una trasformazione reale, è necessario sviluppare un senso di autocoscienza condiviso e creare alleanze tra le diverse organizzazioni della società civile, cosa che la competizione e le gerarchie interne spesso ostacolano». ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive si configura così come un contributo prezioso per chi voglia comprendere le tensioni strutturali del settore della cooperazione non governativa italiana. Ma lo è anche per ampliare, come sarebbe necessario, lo sguardo su un attacco alla democrazia che vede nella delegittimazione della società civile la possibilità concreta di restringere gli spazi di azione, neutralizzare il dissenso e ridefinire la politica come mera gestione del potere. 

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Belfast

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A Belfast un norreno, adoratore di Odino, cerca di decapitare un irlandese, in mezzo alla strada. Scoppia la rivolta, e la città ora è a ferro e fuoco. La misura è colma.
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Contro tutte le guerre, antimilitarismo e internazionalismo

In un clima di guerra generalizzata e permanente la federazione ritiene importante rilanciare l’internazionalismo e l’antimilitarismo come principi e pratiche caratterizzanti il proprio agire politico.

L’Italia è parte attiva sui principali fronti di guerra, sia con propri contingenti militari, sia con l’invio di armamenti, con la fornitura di servizi logistici, nonché ospitando sul proprio territorio infrastrutture militari strategiche USA e NATO. Contemporaneamente si chiudono ancora di più le frontiere per chi fugge da guerre e miseria. Il governo italiano vuole attuare il nuovo patto europeo per l’asilo, legalizzando i respingimenti in mare con il “blocco navale”, e applicando la detenzione ai richiedenti asilo in prigioni anche fuori dai confini nazionali. Il governo ha per questo firmato un nuovo memorandum con la Libia, e fornisce mezzi e personale alle autorità tunisine, nell’obiettivo di reprimere e bloccare le persone in movimento. Uno sterminio silenzioso, che si aggiunge alle massicce uccisioni di civili in Ucraina, in Iran, in Libano, e ai genocidi ancora in corso a Gaza e in Sudan.

In questo scenario continuano ad aumentare le spese militari, che si traducono in precarietà, disoccupazione e povertà per ampi strati di popolazione, in quella che ormai è, a tutti gli effetti, economia di guerra. Fa parte della corsa al riarmo anche la riproposizione della leva militare, l’aumento degli effettivi del personale militare e delle riserve e un generale arruolamento della società nello sforzo bellico e nella propaganda di guerra, che vedono una diffusa opposizione nella società, soprattutto nelle più giovani generazioni.

L’industria delle armi, in gran parte controllata dallo Stato, fa affari d’oro, e in questo contesto le infrastrutture logistiche diventano sempre più strategiche per la movimentazione di materiali bellici. Le ferrovie, come i porti, sono tra le infrastrutture più coinvolte dal traffico militare e sono al contempo i settori in cui i lavoratori si sono mobilitati contro i trasporti di armi. Le ferrovie in particolare hanno visto una potente militarizzazione attraverso i corridoi europei e internazionali strategici.

Per opporsi a tutto questo il convegno ritiene fondamentale sostenere e rilanciare l’attività dell’assemblea antimilitarista, e avviare una serie di campagne contro la guerra ai migranti, contro il ritorno della leva militare e l’arruolamento della società, contro la produzione di armi e l’utilizzo militare delle ferrovie, a sostegno dei disertori di tutte le guerre e dellx compagnx che si oppongono ai regimi guerrafondai e sanguinari.

Federazione Anarchica Italiana (FAI) Convegno di Asti 6-7 giugno 2026

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Fermiamo la stretta autoritaria, moltiplichiamo le lotte e la solidarietà

Il Convegno della FAI riunito ad Asti nei giorni 5 e 6 giugno 2026 ha confermato le analisi già prodotte nel precedente appuntamento di federazione sulla situazione repressiva nel paese.

Nel denunciare pubblicamente la stretta autoritaria del governo che mira a colpire con provvedimenti intimidatori e terroristici tutta l’opposizione sociale, mondo del lavoro, giovani e studenti, immigrati e tutte le categorie sociali più vulnerabili, il Convegno della Federazione Anarchica Italiana respinge con fermezza l’esplicita criminalizzazione dell’anarchismo da parte del governo e dei mezzi di comunicazione asserviti alle logiche del potere.

In deroga a ogni residua parvenza di garanzia democratica, il governo fascista ha portato a maturazione un lungo percorso con il quale gli individui vengono perseguitati non per ciò che fanno ma per quello che pensano. L’anarchismo è nel mirino del governo perché l’anarchismo si propone come irriducibile avversario del dominio, dello sfruttamento, della guerra. Nessuno, però, può sentirsi al sicuro poiché questo attacco alle idee e alla libertà di pensiero rappresenta un punto di non ritorno al quale bisogna rispondere con forme di lotta diffusa e solidarietà attiva, per la libertà contro ogni fascismo e ogni ingiustizia.

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Il riarmo del Giappone: necessità strategica o fonte di instabilità regionale?

Il ritorno del dibattito sul ruolo delle Forze di Autodifesa giapponesi si è intensificato sotto la leadership di Sanae Takaichi, il cui approccio più esplicito ha riportato al centro dell’agenda politica un tema a lungo rimasto tecnicizzato. Le sue proposte, come la nuova revisione dei vincoli costituzionali e del quadro postbellico, l’aumento delle spese per la difesa, lo sviluppo di capacità di controattacco e l’allentamento delle restrizioni sull’export di armamenti, indicano una traiettoria di rafforzamento delle capacità militari che potrebbe incidere in modo significativo sul ruolo strategico del Giappone nella regione.

La questione, tuttavia, non riguarda semplicemente il grado di riarmo del Giappone, ma la sua interpretazione: si tratta della progressiva normalizzazione di una potenza che per decenni ha delegato la propria sicurezza agli Stati Uniti oppure dell’avvio di una trasformazione strutturale destinata a modificare gli equilibri dell’Asia orientale?

Le letture divergono a seconda del punto di osservazione. Per alcuni, il rafforzamento della postura difensiva giapponese rappresenta un adattamento necessario a un ambiente strategico sempre più instabile. Per altri, invece, segna un cambiamento più profondo, che potrebbe riattivare tensioni storiche e sensibilità regionali tuttora irrisolte.

Cosa significa “riarmo” del Giappone: l’Articolo 9 e l’ordine postbellico

Per comprendere il dibattito che circonda l’attuale traiettoria politica giapponese è necessario partire dall’architettura di sicurezza costruita nel secondo dopoguerra. Dopo la sconfitta del 1945, il Giappone fu occupato dagli Stati Uniti e avviato a un processo di democratizzazione e smilitarizzazione volto a prevenire il ritorno del militarismo imperiale. La Costituzione del 1947, in particolare l’Articolo 9, sancì la rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale e impose forti limiti al possesso di capacità militari offensive. Da questo assetto nacque il modello di sicurezza anche noto come Dottrina Yoshida: gli Stati Uniti garantivano la sicurezza del Giappone attraverso l’alleanza e l’ombrello nucleare, mentre Tokyo concentrava le risorse sulla crescita economica, mantenendo un profilo militare strettamente difensivo.

Con la guerra fredda e la guerra di Corea, Washington ricalibrò la propria posizione. Il Giappone non era più solo un paese da contenere, ma un perno della strategia americana in Asia. Su impulso statunitense nacquero quindi le prime strutture di difesa, poi evolute nelle Forze di Autodifesa (Japan Self-Defense Forces o JSDF) nel 1954. Durante la guerra fredda, Tokyo consolidò questo assetto con i “tre principi non nucleari” (1971) e con ulteriori vincoli a spese militari ed export di armamenti. Tuttavia, dagli anni Ottanta, con l’ascesa della Cina e il progressivo emergere di nuove fonti di instabilità nell’Asia orientale (dalla Corea del Nord alle dispute marittime nel Mar Cinese Orientale) il Giappone iniziò una lenta trasformazione. Sotto il governo di Yasuhiro Nakasone si cominciò a rafforzare il profilo difensivo, mentre con quello di Shinzo Abe si arrivò alla reinterpretazione dell’Articolo 9 e alla dottrina del “Contributo Proattivo alla Pace”.

Sebbene le richieste di revisione dell’assetto pacifista siano state storicamente sostenute dalle correnti più conservatrici del Partito Liberal Democratico, la crescente percezione delle minacce regionali rese sempre più accettabile nell’intero establishment politico l’idea di un rafforzamento delle capacità militari nazionali. Si arriva quindi a un punto di svolta nel 2022 con la National Security Strategy del governo Kishida, che definisce l’ambiente di sicurezza della regione come “il più grave dalla Seconda guerra mondiale” e sancisce il rafforzamento della difesa giapponese, incluse capacità di controattacco e maggiore interoperabilità con gli Stati Uniti, e l’aumento delle spese della difesa fino al 2% del PIL.

Perché il cambio di traiettoria: un ambiente strategico in deterioramento

La trasformazione della politica di sicurezza giapponese deve essere quindi compresa in un processo di lungo periodo, iniziato negli anni Ottanta e progressivamente accelerato, influenzato dalle dinamiche regionali esterne. L’Indo-Pacifico è oggi percepito da Tokyo come uno spazio sempre più competitivo, segnato dal ritorno della rivalità tra grandi potenze e di crescente instabilità dello status quo regionale. In questo quadro, le principali fonti di pressione strategica per il Giappone possono essere ricondotte a quattro fattori.

In primo luogo, la Cina. La modernizzazione della People’s Liberation Army, che dispone oggi della più grande marina militare al mondo per numero di unità, si accompagna allo sviluppo di capacità avanzate nei domini missilistico, cibernetico, spaziale e informativo. Particolare rilevanza assumono i sistemi anti-access/area denial (A2/AD), progettati per limitare la libertà operativa di forze avversarie potenziali in caso di crisi regionale. Per il Giappone, la questione non riguarda solo la crescita cinese, ma anche la possibile erosione della superiorità militare americana nell’aera, garante della sicurezza giapponese dal dopoguerra. Da qui deriva il timore di una progressiva riduzione della deterrenza garantita dall’alleanza con Washington, rendendo necessario un maggiore contributo giapponese alla propria sicurezza.

A questo si aggiunge una pressione costante nelle dispute regionali, come le frizioni nel Mar Cinese Orientale e le isole Senkaku/Diaoyu. Nelle isole rivendicate da Pechino ma amministrate da Tokyo si è registrato un aumento delle attività navali e aeree cinesi nell’area, interpretate come una strategia di pressione permanente volta a contestare la sovranità e modificare lo status quo senza ricorrere a un conflitto diretto.

Più strutturale poi è la questione di Taiwan, ormai centrale nella pianificazione strategica giapponese. Situata lungo la First Island Chain, Taiwan rappresenta un nodo strategico tra Cina continentale e Pacifico occidentale. Una crisi nello Stretto coinvolgerebbe inevitabilmente le forze statunitensi stanziate in Giappone, soprattutto a Okinawa e nelle Ryukyu, rendendo Tokyo parte integrante di qualsiasi scenario di escalation. Per il Giappone, le implicazioni andrebbero oltre il piano militare perché una modifica dello status quo rafforzerebbe la proiezione cinese nel Pacifico e ridurrebbe la profondità strategica giapponese, mettendo a rischio rotte marittime e catene di approvvigionamento fondamentali per l’economia nazionale fortemente dipendente dal commercio estero.

Anche la Corea del Nord contribuisce a questo quadro di instabilità. I progressi del programma missilistico e nucleare di Pyongyang hanno trasformato una minaccia astratta in una vulnerabilità diretta, con ripetuti lanci di missili balistici che hanno più volte sorvolato il territorio giapponese. Questo ha evidenziato le difficoltà di garantire una difesa esclusivamente passiva in caso di attacchi improvvisi e la necessità di aumentare le capacità di risposta e di controattacco.

Infine, la guerra in Ucraina ha rafforzato un messaggio chiave: il ricorso alla forza per cambiare gli equilibri internazionali non è un’eccezione del passato. Il parallelismo con Taiwan è immediato, e consolida l’idea che sia necessario rafforzare la deterrenza prima che si materializzino crisi analoghe. La guerra ha avuto effetti rilevanti anche sulle relazioni del Giappone, che da una parte ha ridotto ulteriormente i rapporti con la Russia, già segnati dalla disputa sulle Isole Curili, e dall’altra ha accelerato il coordinamento con i paesi G7 e NATO, segnando un progressivo ampliamento dell’orizzonte strategico di Tokyo oltre l’Asia orientale e un più stretto allineamento con le architetture di sicurezza euro-atlantiche.

Un nuovo equilibrio per la sicurezza giapponese?

La combinazione dei fattori menzionati ha contribuito a creare un ambiente strategico radicalmente diverso da quello in cui nacque l’attuale modello di sicurezza giapponese, alimentando la percezione che l’assetto costruito dopo il 1945 richiedesse un adattamento. Ma la trasformazione della politica di difesa giapponese non è solo il prodotto di pressioni esterne. Per gran parte del dopoguerra, il pacifismo e la diffidenza verso il riarmo hanno rappresentato elementi centrali dell’identità nazionale, alimentati dall’esperienza traumatica della guerra e dei bombardamenti atomici. Con il progressivo venir meno della generazione che aveva vissuto direttamente quel periodo e l’indebolimento dei tradizionali movimenti pacifisti, l’idea che il Giappone debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza è diventata più accettabile. Il sostegno all’Articolo 9 resta significativo e parte dell’opinione pubblica oppone o guarda con cautela l’ulteriore rafforzamento delle capacità militari, ma il dibattito gode di una legittimità politica che in passato sarebbe stata impensabile. 

In questo contesto si inserisce Sanae Takaichi, che ha reso più esplicito il legame tra sicurezza nazionale e identità politica, richiamando la necessità che il Giappone diventi una “nazione normale“, capace di assumersi responsabilità strategiche proporzionate al proprio peso economico e politico . Gli Stati Uniti e molti partner occidentali leggono questo processo come un adeguamento necessario a un contesto più competitivo e come un passo verso una condivisione più equa degli oneri della sicurezza nella regione.

Ma questa lettura non è condivisa da tutti. In Cina, Russia e Corea del Sud, per esempio, il rafforzamento delle capacità di difesa giapponesi viene osservato con maggiore cautela o perfino in maniera molto critica. La memoria del militarismo del Novecento continua infatti a influenzare il modo in cui i vicini interpretano l’evoluzione della politica di sicurezza di Tokyo, rendendo particolarmente sensibile qualsiasi ampliamento delle sue capacità militari. Tra gli anni Trenta e Quaranta il Giappone imperiale fu protagonista di una politica espansionistica che lasciò profonde ferite in gran parte dell’Asia orientale. Dall’occupazione della Corea alle campagne militari in Cina, episodi come il massacro di Nanchino, il sistema delle cosiddette comfort women e le politiche di assimilazione forzata restano ancora oggi oggetto di controversie diplomatiche e dispute memoriali

In conclusione, il dibattito sul rafforzamento della postura di sicurezza giapponese non riguarda soltanto l’evoluzione delle sue capacità militari, ma la ridefinizione del rapporto tra sicurezza, identità e memoria storica nell’Asia orientale. La combinazione tra pressioni strategiche esterne e trasformazioni interne ha reso possibile un cambiamento che per decenni sarebbe apparso politicamente improbabile. Tuttavia, questo processo non viene interpretato in modo uniforme nella regione ed è proprio in questa divergenza di percezioni che si colloca il punto cruciale del dibattito. Se per alcuni attori si tratta di un adattamento necessario a un contesto strategico più competitivo e instabile, per altri rappresenta un’evoluzione che potrebbe alterare equilibri consolidati e riattivare sensibilità storiche mai del tutto superate.

In un’area come l’Indo-Pacifico, la stabilità non dipende soltanto dalla distribuzione della forza, ma anche dal modo in cui tale forza viene percepita dagli attori regionali. Quando queste percezioni divergono, anche misure concepite come difensive possono essere interpretate come segnali di revisione degli equilibri esistenti, con conseguenze dirette sulla stabilità regionale.

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US strikes Iran as Tehran targets bases in Bahrain and Jordan

The United States launched fresh strikes against Iran on Tuesday, prompting retaliation from Tehran, which targeted a major US naval base in Bahrain and an airbase in Jordan. It came just hours after US President Donald Trump vowed to retaliate for what he described as the hostile downing of an American AH-64 Apache attack helicopter over the strategic Strait of Hormuz. The escalation tested a fragile US-Iran ceasefire that had taken effect on April 8 as both sides negotiate terms to end the...

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A Record-Breaking Patch Tuesday for June 2026

Microsoft today released software updates to plug nearly 200 security holes across its Windows operating systems and supported software, a record number of fixes for the company’s monthly Patch Tuesday cycle. Nearly three dozen of those bugs earned Microsoft’s most dire “critical” rating, and exploit code for at least three of the weaknesses is now publicly available.

The software giant said in a blog post last month that both its engineers and the security community are increasing using artificial intelligence tools to find bugs, meaning this month’s heavy Patch Tuesday may start to become the norm, said Satnam Narang, senior staff research engineer at Tenable.

“Some surveys put AI usage among security professionals generally at 90%, so it’s unsurprising that this volume of patches may be the norm,” Narang said. “Pandora’s proverbial box has been opened, and as more advanced AI models become available, we expect the norm to continue upward across the board, not just for Patch Tuesday.”

June’s zero-day bugs include CVE-2026-49160, a denial of service vulnerability affecting a range of web servers, including Microsoft Internet Information Services (IIS). Microsoft says the flaw was reported by OpenAI’s Codex.

Two of the zero-days addressed this month appear to stem from recent vulnerability disclosures by Nightmare Eclipse, the nickname chosen by a security researcher who has been dropping exploits for various Windows flaws. One of those, dubbed “GreenPlasma,” leverages an elevation of privilege weakness in the Windows Collaborative Translation Framework, the same framework patched today in CVE-2026-45586.

Nightmare Eclipse also last month released “YellowKey,” an exploit for a Windows BitLocker vulnerability that allows an attacker with physical access to view encrypted data, and CVE-2026-50507 is a patch for an elevation of privilege bug in BitLocker.

Microsoft received heavy blowback on social media last month after it said in a blog post that it was considering taking legal action against the security researcher. The company later clarified on Twitter/X that while it has no intention of pursuing legal actions against researchers, it would report them to authorities if they break the law. The advisories for CVE-2026-49160 and CVE-2026-50507 do not credit any researchers in the acknowledgement section, saying only that “Microsoft recognizes the efforts of those in the security community who help us protect customers through coordinated vulnerability disclosure.”

Nightmare Eclipse claims to be a former employee of Microsoft, although Microsoft has not responded to questions about this claim. Rapid7 notes that a recent blog post by Nightmare Eclipse included an image of Albert Wesker, a character from the Resident Evil video game series who formerly worked as a researcher for a technology company before going rogue.

Nightmare Eclipse has pledged to release even more zero-day exploits for Windows in what they called a “bone shattering” drop planned for July 14 (the same day as next month’s Patch Tuesday). Immediately following the release of Microsoft patches today, the researcher published an exploit for what they claimed was a zero-day bug in Windows Defender.

While 200 vulnerabilities may be a record for Patch Tuesday, the actual number of security flaws Microsoft addressed this month is far higher, said Rapid7’s Adam Barnett.

“So far this month, Microsoft has provided patches to address 360 browser vulnerabilities, which is an order of magnitude more than has been typical in any given month over the past few years,” Barnett wrote. “As usual, browser [flaws] are not included in the Patch Tuesday count above. Indeed, the vast, and presumably sustained, uptick in the number of browser vulnerabilities has led to Microsoft no longer enumerating Chromium CVEs in the Security Update Guide.”

Microsoft also patched a zero-day vulnerability in Visual Studio Code that allows attackers to steal GitHub tokens with a single click. The company was forced to push a stopgap fix for the flaw on June 3, after a researcher published instructions showing how to exploit it. The researcher said they opted not to work with Microsoft because of a recent experience wherein Redmond silently patched a flaw they reported without offering credit or recognition.

Microsoft battled its own internal zero-day emergencies last week, after at least 72 of the company’s public code repositories were infected with a variant of the Shai-Hulud worm. Researchers found that all of the affected packages were connected to Microsoft official Azure Durable Task SDK, which got hit by the same Shai-Hulud worm in May.

Other major software makers are also shipping outsized update bundles this month. Adobe has released updates to fix a massive number of critical vulnerabilities across a range of products, including Adobe Experience Manager, Acrobat Reader and Cold Fusion. On June 3, Google resolved a whopping 429 vulnerabilities in its latest Chrome browser update (Chrome automatically downloads updates but installing them usually requires a complete restart of the browser).

As ever, please consider backing up your data before applying operating system updates, and drop a note in the comments if you run into any problems with this month’s patches.

Further reading:

Microsoft’s Security Update Guide

Action1’s Patch Tuesday breakdown

SANS Internet Storm Center notes on Patch Tuesday

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Stati Uniti, il costo della vita, la IA e l’impatto sulla politica

Cosa c’entrano queste tre cose nel titolo? Prima di chiedervi di imbarcarvi nella lettura di un post che riprende quello sulle diseguaglianze della scorsa settimana, provo a spiegarlo in due righe: gli USA sono un paese dove troppe persone non arrivano a fine mese e dove l’impatto dell’IA rischia di peggiorare le cose – almeno nel breve/medio termine – per coloro a cui va meglio. La preoccupazione per il reddito e quella per il rischio di perdere il lavoro hanno un impatto sui comportamenti elettorali delle persone.

Territorio e povertà

Ricordate? Nei mesi scorsi è capitato che Zohran Mamdani vincesse le primarie e poi le elezioni a New York parlando di affordability (potersi permettere le cose). Dopo di lui fecero una campagna simile ma più moderata nelle proposte anche Abigail Spanberger e Mikie Sherril, le due donne divenute governatrici di Virginia e New Jersey.

Un sondaggio Gallup dell’aprile 2026 segnala come il 35% degli americani ritenga la sua situazione economica “only fair” e il 19% “poor”, si tratta di un dato più o meno simile a quello che si registra dalla pandemia di Covid in poi, segno che quella e l’inflazione hanno cristallizzato una situazione.

Secondo la Kaiser Foundation, che si occupa di Sanità, il 36% degli adulti dichiara che negli ultimi 12 mesi ha rinunciato o rimandato cure di cui aveva bisogno a causa dei costi. Il 43% non ha preso le medicine prescritte per la stessa ragione.

Opportunity Insights, un gruppo di ricercatori di Harvard, segnala come la mobilità sociale che caratterizza il sogno americano stia diventando una merce sempre più rara. Se il 59% delle persone nate nel 1965 guadagnavano più dei loro genitori alla stessa età, per i nati nel 1985 questa percentuale scende al 50%. I cali più marcati sono tra le famiglie della middle class.

Dal 2020 a oggi il prezzo sono cresciuti più o meno del 25%, i salari non hanno tenuto il passo. L’effetto della chiusura dello Stretto di Hormuz e della conseguente assenza di fertilizzanti (e l’aumento del loro costo) non si è ancora fatto sentire sui prezzi al consumo se non sulla benzina e in misura minore che altrove, forse vedremo qualcosa alla stagione del raccolto, oggi quel che c’è nei supermercati è stato piantato quando i fertilizzanti c’erano.

I prezzi al consumo USA, salvo poche merci di cattiva qualità sono davvero incredibilmente alti. Se per decenni l’attitudine al consumo a debito e i flussi di merci cinesi a basso prezzo hanno compensato e nascosto la perdita di potere d’acquisto di un mondo del lavoro che vedeva sempre meno operai sindacalizzati e ben pagati (Union job è sinonimo di buon lavoro in America), oggi non è più così.

Il risultato è che il consumo del 20% più ricco è circa il 60% del totale, mentre il restante 80% si accontenta del 40%

L’indice Gini, che misura la diseguaglianza della distribuzione e che ha cominciato a crescere a partire dal 1980 (quando Ronald Reagan ha vinto le elezioni), è ai massimi di sempre e la quota del PIL destinata ai salari è scesa al livello più basso mai registrato.

Brookings Institution lancia una serie sulla affordability con un lungo paper in cui si segnala che:

Nel 2024, il 45,5% delle famiglie statunitensi non guadagnava abbastanza per arrivare a fine mese, percentuali simili si registrano a partire dal 2014. Nel paper anche una mappa sulla percentuale di persone stato per stato che non arriva a fine mese che riproduco qui sotto. La parte interessante sta nel dettaglio delle contee. Se nello Stato di New York poco meno della metà non arriva a fine mese, a Manhattan questa percentuale sale al 57% mentre nel Bronx crolla al 24%. I divari interni agli Stati e quelli tra bianchi e minoranze sono anche enormi. Chiedimi perché Alexandria Ocasio Cortez viene eletta in quel seggio o perché Mamdani è diventato sindaco.

Passiamo alla AI

In Utah, Texas e altrove ci sono proteste di grandi dimensioni contro la costruzione di data centre necessari per la AI. Non sono un esperto, ma ho l’impressione che almeno una parte di essi non sarebbe necessaria se la AI non volesse essere una merce di consumo, i bot con cui in milioni o miliardi chattano per chiedere aiuto o per fidanzarsi, come avvenuto in casi estremi e tragici finiti in suicidio.

Qui sotto la mappa di datacenterwatch delle proteste, centri per 16 miliardi sono stati fermati o ne è stata rimandata la costruzione. Contro ci sono repubblicani e democratici e la ragione è di doppia natura: l’impatto sull’ecosistema locale (acqua, inquinamento) in cambio di nulla o possibilmente di un impatto non locale ma generalizzato sull’occupazione.

Torniamo alla AI e all’impatto sull’economia USA. È cosa nota che senza la corsa folle dei titoli tecnologici le borse e anche l’economia USA, l’economia andrebbe piuttosto piano (qui un post della Fed di St. Louis che stima quanto la AI contribuisca al Pil nel 2025).

In questo post si racconta come una serie di enormi gruppi che vendono merci di consumo basiche (cibo, detersivi, igiene personale), catene di ristoranti, di supermercati, di abbigliamento, vedano risultati negativi da qualche anno con un peggioramento dopo il 2023 e che lo stesso si può dire per quei gruppi che comprano e gestiscono edifici da affittare (se i giovani non trovano lavori ben pagati, non si affitta bene, i più adulti comprano). Questo calo delle vendite non è collegato alla AI, il problema è che il mercato del lavoro tecnologico USA impiega un po’ meno di sei milioni di persone e gli americani nella forza lavoro sono circa 170 milioni. La crescita della IA, insomma, non è percepita in termini occupazionali se non nella parte che riguarda la costruzione di data center, cioé blue collar jobs, lavoro manuale. I dati sul mercato del lavoro USA degli ultimi mesi ci dicono che anche quando la dinamica è positiva, i white collar jobs tendono a non aumentare, segno di una tendenza che è innegabilmente legata all’introduzione della IA – nessun terremoto per ora, ma forse ne vedremo tra non molto.

Veniamo alla politica. Da un lato ci sono le proteste e una preoccupazione generalizzata per l’impatto della AI sul lavoro, il controllo, la guerra, dall’altro ci sono i dati e le analisi in questo articolo di Brookings, con cui si conclude questo lungo post.  “62 delle 100 contee più esposte all’intelligenza artificiale (IA) a livello nazionale hanno votato per i democratici alle elezioni presidenziali del 2024. Queste contee rappresentano il 75% della popolazione delle 100 contee più esposte all’IA, e tra il 14% e il 19% dei lavoratori che vi risiedono svolge professioni in cui l’IA è teoricamente in grado di svolgere determinati compiti ed è già utilizzata per automatizzare il lavoro piuttosto che per potenziarlo (…) In parole povere, in media, le zone che votano democratico concentrano lavoratori impiegati in numerose professioni in cui questi ultimi hanno ragione di nutrire maggiori timori riguardo alla perdita del posto di lavoro causata dall’intelligenza artificiale rispetto ai lavoratori delle zone rosse. Pertanto, in vista delle elezioni di medio termine di novembre e oltre, le contee più blu degli Stati Uniti potrebbero diventare focolai di alcuni degli elettori più agitati dell’era dell’intelligenza artificiale.” In poche parole: i luoghi dove la IA viene prodotta e ha un impatto positivo sull’economia sono sia quelli dove oggi si crea occupazione ben pagata ma anche quelli che rischiano grosso domani. Questo più l’attitudine preoccupata dei più giovani per l’ambiente e altre questioni etiche legate alla IA produrranno qui e la degli spostamenti elettorali.

Da ricordare: negli anni 90-2000 l’economia USA andava benone, ma il lavoro nel manufatturiero calava in maniera costante. Questo ha prodotto città fantasma e contee decadenti e da anni parliamo del Midwest in crisi che vota a destra – il WTO e la globalizzazione sono viste come un prodotto dell’era Clinton. La deindustrializzazione e l’automazione delle fabbriche hanno avuto un enorme impatto sociale, economico e politico. I prossimi anni, forse anche le elezioni presidenziali del 2028, potrebbero essere quelle in cui è l’impatto socioeconomico dell’IA a essere il fattore determinante.

(il testo viene da American Diner, su Substack)

L'articolo Stati Uniti, il costo della vita, la IA e l’impatto sulla politica sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Re: AIS and APRS disappear in menu .

Sorry for my delay in reply Martin; I was in a trip. 
 
in the feature report , I don't see AIS in the list (strange), and about packet, I see that is not installed. 

Maybe I need to install Direwolf package. I didn't see that Warning and I supposed that it was installed by default.
I'm going to try. 
 
mceclip0.png
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[Framadate] Affichage des votes si seul l’admin peut les voir

Bonjour à vous et merci pour votre travail.

[Edit] ma question ne semble plus pertinente: je me suis rendu compte qu’en choisissant d’aller sur la page du sondage (et non celle d’admin), je peux voir les résultats des votes groupés.

Par contre n’est-ce pas la page que verront aussi les votants (ce n’est pas souhaité qu’ils voient les résultats….) ?

____________

Utilisateur de longue date, j’ai créé un sondage classique avec Framadate Beta et j’ai modifié les réglages afin que seul l’administrateur puisse voir les votes.

Je m’attendais à pouvoir voir tous les votes d’un coup, comme sur un sondage dont les résultats sont accessibles aux votants. Cependant je ne vois que la liste des personnes ayant déjà voté et je suis obligé d’ouvrir chaque vote en cliquant sur “modifier” afin de voir chaque résultat ….

N’est-il pas possible dans ce cas (seul l’admin peut voir les votes) de voir un tableau avec tous les votes sans devoir les ouvrir un après l’autre, ce qui est laborieux?

Matériel: iPad Pro et iPhone avec dernières mises à jour

Merci d’avance pour vos réponses!

6 messages - 2 participant(e)s

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US Chagos talks confirmed amid concerns over China’s expanding naval ambitions

US President Donald Trump’s administration is holding regular high-level discussions with Britain to secure the long-term future of the strategically important Diego Garcia military base in the Indian Ocean, a US official has told the South China Morning Post. The confirmation comes amid reports that the White House is actively considering buying the Chagos Islands – host to a strategically important joint US-British military facility – amid concerns over China’s expanding naval ambitions in the...

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China debate reaches fever pitch in Brussels as EU’s crunch fortnight kicks off

A frenzied fortnight of EU policymaking on China kicked off on Tuesday, amid signs that big member states may be willing to take a tougher stance on trade despite huge pressure from Beijing. Beijing’s commerce vice-minister, Ling Ji, was set to meet with new EU trade director Ditte Juul Jorgensen in Brussels and have talks with Chinese businesses in the Belgian capital before heading to forums in Berlin and Dusseldorf. At the same time, EU diplomats began preparations for next week’s blockbuster...

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Non reception de mails envoyés à un groupe framagroup

Bonjour

je viens de créer un groupe de mail dans framagroup

il n’y a pas de modérateur, ni d’heure d’envoi, tous les abonnés peuvent envoyer des mails

dans thunderbird, à partir d’un mail d’abonné, j’envoie un mail eu groupe, il est bien envoyé, mais aucune réception

Cordialement

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A U.S. Senator Pushed to Cut Firefighting Aircraft Inspections the Same Month His Former Company Failed One

An illustration depicting a firefighting aircraft flying against a textured yellow sky. Below the aircraft, stylized red and orange flames lick upward, with a technical inspection checklist form showing faintly inside the background of the fire.

Shoshana Gordon/ProPublica. Source images: Records obtained by ProPublica, USDA Forest Service photo by Andrew Avitt.

A little over a year ago, Sen. Tim Sheehy floated an audacious proposal to reshape the way the federal government fights wildfires. It called for expanding the use of private planes and helicopters to quickly attack blazes while also eliminating the U.S. Forest Service’s rigorous airworthiness inspections for those aircraft.

The idea stood to benefit Sheehy, a Montana Republican, personally. Before running for Congress, he founded and ran an aerial firefighting company called Bridger Aerospace, which is known for its scoopers, aircraft built to retrieve water from lakes or oceans and drop it onto fires. Since 2021, the Forest Service has paid Bridger more than $235 million for use of its scoopers, according to public records.

Sheehy’s ownership of Bridger is well known, but what hasn’t been reported is that the same month the proposal leaked, a Forest Service inspector had discovered a crack in a wing of an aircraft Bridger had presented as ready for service. The scooper had failed the very inspection Sheehy sought to eliminate. 

Forest Service inspectors have flagged problems with Bridger’s scoopers for years, according to sources and documents obtained by ProPublica under the Freedom of Information Act. The records were heavily redacted by the agency, including the problem that the inspector discovered last April. But a former government official with direct knowledge of the inspection told ProPublica it had revealed a crack in a wing. “It was a big crack,” the official said. Other experts said that kind of finding is rare and could have proved catastrophic.

“Very seldom do you find a crack in a major component,” said Paul Markowitz, a former national aviation maintenance manager for the Forest Service. Detecting such problems is the reason the Forest Service operates an airworthiness program, he added: “It’s to keep people alive.”

Veteran fire officials noted that Sheehy’s proposals would eliminate costly oversight of the company he founded and others like it while increasing spending on aerial firefighting. At the time the document leaked, he owned Bridger stock worth between $13 million and $15 million.

Within the Forest Service, the company was known to resist oversight, officials told ProPublica. Five current and former Forest Service officials say Bridger Aerospace has chafed at the agency’s rigorous inspections, even as records and sources indicate the company has presented aircraft in need of maintenance and repairs as ready to fight fires. The sources asked not to be named for fear of reprisal.

Bridger did not answer questions about the failed inspection but said in a statement, “Safety is the bedrock of our company, and we spare no expense.” It added, “Our investment in maintenance and training runs into the tens of millions annually and reflects the high safety standard we believe this work demands.”

Bridger’s aircraft have never been involved in a crash, according to records maintained by the National Transportation Safety Board. 

Sheehy’s office did not respond to interview requests. But he has been open about his frustration with the Forest Service’s inspections and contended that Bridger’s scoopers, because they are built to fight fire, require less oversight than other firefighting aircraft that were originally designed for other purposes. 

In response to detailed questions about Sheehy’s role in reshaping the fire service, a spokesperson for the senator said he stands by his efforts to eliminate Forest Service inspections. The process is “a relic of a bygone era and has become an unnecessary barrier to asset availability,” the spokesperson said in an email. The spokesperson also said that Sheehy has no conflict of interest because he has since moved his assets into blind trusts, adding, “The senator will continue to be adversarial toward anyone protecting a broken status quo that has allowed cities to burn to the ground.”

Former Forest Service officials say it’s common for companies to complain about inspections. What sets Bridger apart is its connection to a senator who is seeking to change how wildfire aviation is managed. A spokesperson for the Department of Agriculture, which oversees the Forest Service, did not answer questions about Sheehy’s relationship with the agency.

Last June, President Donald Trump signed an executive order directing agencies to consolidate their wildland fire programs, an idea Sheehy and others have long favored. The order left Forest Service inspections in place. But as fire officials discuss consolidation, an influential industry group that Sheehy helped shape is advocating for ending them.

The United Aerial Firefighters Association was launched in 2022, with Sheehy serving as a founding board member. The group now wants to allow contractors to develop their own inspection standards.

“Industry inspects itself all the time. Industry inspects automobiles. Industry inspects baby formula,” said Tiffany Taylor, UAFA’s senior policy director. “Why can’t we be inspecting ourselves?”

A redacted airworthiness inspection form for a wildland firefighting aircraft, referenced under the “LA-N415BT-AvCheck” header. The form displays safety compliance checks across several sections, including general mechanical components, specialized smokejumper equipment and avionics systems. There are four items highlighted in yellow that received a “fail” status.
In a U.S. Forest Service inspection document, a Bridger scooper is noted to have had its wing repaired. In a separate inspection, the same aircraft had multiple “fails,” including for an unspecified engine issue. Obtained, highlighted and redacted by ProPublica

Contractors like Bridger own the vast majority of aircraft that the federal government uses to fight wildfires. In 2022, the last year for which data is available, only 5% of the Forest Service’s flight hours for firefighting came from aircraft it owns. Regardless of their ownership, aircraft must be inspected before flying. That job falls to about 25 aviation safety inspectors, most of whom work for the Forest Service. 

The Federal Aviation Administration certifies aircraft but does not conduct regular inspections. The agency instead relies on companies to ensure their planes and helicopters are airworthy. Even when the FAA performs inspections, fire officials and contractors say, they do not account for the stresses inflicted by steering aircraft through wildfires. “The Forest Service is way more in-depth,” said Britt Coulson, president of Coulson Aviation, a prominent air tanker contractor.

Forest Service officials often say the agency’s rules governing aviation are written in blood. A pair of shocking crashes in 2002 ignited the push for more rigorous inspections. That June, an air tanker was dropping retardant in California when its wings folded upward, like a bird in flight, and detached. The plane burst into flames and fell to the ground. The harrowing moment was caught on video. Three people onboard were killed, and the NTSB later attributed the accident to undetected cracks in one of the plane’s wings. One month later, in Colorado, another tanker contracted by the Forest Service crashed after a wing separated from the fuselage. Two pilots were killed. Once again, the NTSB said the accident was caused by unidentified wing cracking.

Since 2010, when the Forest Service implemented its current airworthiness program, the accident rate for aircraft it owns or contracts has plummeted. Between 1993 and 2010, it reported 85 accidents that killed 63 people — an average of nearly four deaths per year. Between 2011 and 2023, the last year for which data is available, the agency reported just 17 accidents and seven fatalities.

Inspectors examine everything from the fuselage to the altimeter. When they find problems, they require the contractor to make changes before they issue a certifying document known as a card. In a separate procedure, inspectors issue cards to contractors’ pilots.

By 2018, Bridger had a modest fleet of surveillance aircraft, but Sheehy had bigger ambitions. According to Sheehy’s 2023 book, “Mudslingers: A True Story of Aerial Firefighting,” his brother, Matt, a Bridger co-founder, helped connect the company to the Blackstone Group, which invested a reported $150 million. Bridger used the funds to buy six scoopers from Viking Air. Sheehy wrote that the day of the first aircraft’s arrival in 2020 was “among the proudest of my life.”

In his book, he described that aircraft as a “brand new” model CL-415 but according to FAA records and aviation experts, this was inaccurate. The records show Bridger’s first scooper was built in 1985 and that it is in fact a precursor to the CL-415 model. Viking Air is now part of a larger company called De Havilland Aircraft of Canada Limited. A De Havilland spokesperson declined to comment about the aircraft’s age.

Records also show that Bridger’s first scooper had undergone extensive repairs before the company bought it. The skin of the fuselage had cracked from stress, and both wings had been repaired. One repair, done in 2012, fixed a crack in the left spar — a load-bearing beam extending outward from the fuselage. Experts say any repair to a wing spar is significant. “A spar is what’s holding the damn thing together,” said Markowitz. 

According to Sheehy’s account, in 2020, the Forest Service’s airworthiness chief at the time, John Nelson, insisted that Bridger’s scoopers meet an updated standard of maintenance and inspection. Sheehy was extremely upset. “Unfortunately, the relationship between industry and the USFS Airworthiness Branch is at an all-time low,” he wrote in his book. (Nelson did not respond to questions about Sheehy’s characterization.)

The next year, Bridger’s first scoopers received cards, allowing the government to pay for their use.

By 2023, the company had six contracted scoopers. Inspectors soon found more problems with the aircraft, according to the records. In January 2024, Bridger presented its first scooper as ready for service, only to have a Forest Service inspector find issues with the engine and electronics. The problems and reasons for the failed inspection were redacted in documents obtained by ProPublica. The scooper received its card the next month.

According to experts who examined the Bridger inspection records at ProPublica’s request, these issues are common in the aerial firefighting fleet. But they said it’s extraordinary for inspectors to find a problem like the one identified last spring.

In early April 2025, Bridger presented two scoopers for carding, saying they were ready for service. During one of these assessments, a Forest Service inspector found a crack in a wing.

The Forest Service records show that Bridger completed a repair in Montana by April 18. Within a week, both aircraft had been cleared for flight.

Bridger did not answer specific questions about the repair. In a statement, the company said, “For a 30,000-pound aircraft that skims bodies of water repeatedly at 100 mph to scoop 11,700 pounds of water in 12 seconds, regular maintenance and periodic repairs are an inherent part of the job.” The company added, “We welcome the rigorous certification process.”

But the relatively quick repair was not a reflection of the severity of the issue. Gil Elmy, a former Forest Service official who wrote the agency’s aircraft inspector guide, said such a finding “should not happen.” Markowitz said the finding evoked an uncomfortable historical echo. The 2002 crash, which was caught on camera and precipitated the Forest Service’s reckoning and its modern airworthiness program, was caused by unidentified wing cracking.

As Bridger’s scooper was being repaired, officials in the wildland fire community were responding to a proposal from the senator’s office that would have ended the airworthiness program. In March 2025, Sheehy asked Brooke Rollins, the secretary of the Department of Agriculture, to stop the inspections, and in mid-April, a draft executive order that proposed eliminating them leaked from his Senate office. Metadata showed the draft had been edited by one of Sheehy’s policy advisers at the time as well as a lobbyist for Bridger. The United Aerial Firefighting Association also shaped the draft.

“Senator Sheehy’s office circulated a living, breathing document to members of congress, outside policy experts, and industry stakeholders on ways to improve the way we fight fire in this country,” wrote Sheehy’s spokesperson.


When Sheehy resigned from Bridger in July 2024 to run for the Senate, he owned 21% of the company, making him its largest individual shareholder. Four months after taking office, in May 2025, he moved most of his stock into two revocable blind trusts, claiming they eliminated any conflict of interest he might have.

But the trusts appear to be managed by executives at Tallgrass, an energy infrastructure company that until March was run by Sheehy’s brother, Matt, who was also a significant early investor in Bridger. Neither Matt Sheehy nor representatives for Tallgrass responded to questions about the trusts. In an email, a spokesperson for the senator did not dispute the Tallgrass executives’ stewardship but pointed out that the Senate Select Committee on Ethics had vetted the trusts. The spokesperson wrote, “Senator Sheehy’s blind trusts are completely independent — he has no control over them.”

According to Cynthia Brown, senior ethics counsel at the nonprofit Citizens for Responsibility and Ethics in Washington, a decision to entrust stock to such close associates undermines the purpose of a blind trust, which is to ensure that a lawmaker’s investments are independently managed. In an email, Brown said, “Selecting a family member’s company appears to do that exact thing that the rules mean to prohibit.”

Since last spring, Sheehy has said little about airworthiness inspections. But he has pushed other policies that would increase business opportunities for aviation companies, such as requiring a response within 30 minutes to all wildfires on federal land. At the same time, he has driven an agenda that could debilitate his longtime foe, the Forest Service.

In statements, on podcasts and in the New York Times opinion section, he has advocated for a single national fire service. And at almost every turn — including in proposed legislation — he has insisted that the Forest Service’s vast wildfire apparatus be moved within the Department of the Interior’s smaller operation. It would hollow out the Forest Service, which draws more than half its budget from fire operations. “It would be a fatal wound,” said Doug Crandall, the agency’s former legislative affairs director.

There are inefficiencies in a fire aviation system spread between agencies. The rush for a couple dozen inspectors to certify hundreds of planes and helicopters before wildfire season can cause delays, temporarily grounding aircraft and cutting into contractors’ revenues. And the agencies have sometimes required duplicative inspections. 

But even officials and firefighting labor advocates who support consolidation, which requires congressional approval, have questioned why Interior should absorb the Forest Service’s fire program. Some liken it to forcing a minnow to swallow a whale. The Forest Service employs about twice as many full-time wildland firefighters as the Interior Department, and it spends at least three times more on aviation contracting. It is also responsible for the vast majority of inspections. According to a recent organizational chart reviewed by ProPublica, only five aviation safety inspectors currently work for the Interior Department.

Bridger carries significant debt and in 2024 warned shareholders that it had “substantial doubt about our ability to continue as a going concern.” But last year, the company reported a profit for the first time since going public. It also purchased two more scoopers and predicted that efforts to unify fire agencies “could increase contracting opportunities for private aerial providers.” In another recent filing, Bridger said, “the legislative and policy environment has never been more aligned with our mission.”

Last year, six Forest Service aviation safety inspectors resigned or retired, according to the agency. The recent organizational chart reviewed by ProPublica shows the same number of positions remain unfilled, representing more than 20% of Forest Service aviation safety inspector jobs. It’s unclear what would happen to the rest of the inspectors if the Interior Department were to absorb the Forest Service’s fire operations. In an emailed statement, Adam Mendonca, the Forest Service’s deputy director of fire and aviation management, said the agency “has no intention to change our aircraft inspection standards,” adding that it was “working closely with the Department of the Interior to streamline aviation operations.”

In late March, the Forest Service announced a dramatic reorganization that will move its headquarters to Salt Lake City. The Department of Agriculture reiterated the administration’s desire to fold the Forest Service’s fire operations into the Interior Department.

By that point, blazes had ignited in the Midwest. With the arrival of fire season, the Forest Service’s airworthiness inspectors performed their close examinations. At hangars across the country, they looked for cracks.

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Trump ha reso l'Iran una super-potenza

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L'Iran adesso stabilisce cosa Israele possa colpire, e quando. L'alterco tra Trump e Netanyahu ha chiarito che ora è Teheran a stabilire quando Tel Aviv possa decidere di attaccare in Libano, e a quali condizioni. Siamo in una situazione gravissima e pericolosissima.

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Mangiamo sei volte più pollo dei nostri nonni

La persona media mangia circa sei volte più pollo e il doppio del maiale rispetto ai nostri nonni. A rivelarlo è un nuovo rapporto della FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

La disponibilità mondiale di carne è cresciuta enormemente negli ultimi sessant’anni e continuerà a farlo anche nei prossimi anni.

L’offerta di pollame è passata da meno di 3 kg a persona nel 1961 a 17 kg nel 2022, secondo i dati dell’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO). La produzione di carne suina è raddoppiata a 15 kg a persona nello stesso periodo, mentre il manzo, l’alimento più inquinante, è rimasto stabile a 9 kg.

L’agricoltura è il secondo settore più inquinante dell’economia globale. Le emissioni che riscaldano il pianeta dovrebbero aumentare del 7,6% nel prossimo decennio, secondo la revisione scientifica della FAO sui fattori determinanti della domanda e dell’offerta di carne, con il bestiame responsabile di circa l’80% dell’aumento.

Il rapporto ha rilevato che la fornitura media globale di carne è aumentata da 25 kg per persona nel 1961 a 47 kg per persona nel 2022. Ha rilevato che circa il 14% della carne e del latte è stato perso durante la produzione o sprecato dopo aver raggiunto gli scaffali dei supermercati e dei ristoranti.

La FAO segnala nello studio anche una forte disuguaglianza, il Nord America resta l’area con la maggiore disponibilità pro capite di alimenti di origine animale. L’Asia è diventata il primo produttore mondiale, eppure la disponibilità per persona rimane più bassa. Nell’Africa subsahariana la crescita è stata molto limitata, con alcuni progressi solo in singoli Paesi e in specifici settori, come il latte in Kenya o il pollame in Sudafrica. Nei Paesi poveri, carne, latte e uova possono essere ancora troppo costosi rispetto al reddito delle famiglie e possono rappresentare una fonte importante di nutrienti. Nei Paesi ricchi, invece, il consumo resta alto e stabile, mentre medici e climatologi indicano da anni la necessità di ridurre l’eccesso di prodotti animali, soprattutto quelli con maggiore impatto ambientale.

La FAO ricorda che il settore zootecnico deve affrontare pressioni sempre più forti. Deforestazione, consumo di suolo, emissioni di gas serra, uso dell’acqua, inquinamento, antibiotico resistenza e rischi legati alle malattie trasmesse dagli animali sono parte della stessa catena. Il bestiame può contribuire all’alimentazione umana, soprattutto dove la sicurezza alimentare è fragile, però il modello attuale sta mostrando limiti sempre più evidenti.

In sessant’anni il mondo ha moltiplicato la carne disponibile, ha trasformato il pollo in una presenza quotidiana e ha costruito un sistema alimentare che produce sempre di più. Fino a quanto questo sistema può crescere ancora senza aumentare le conseguenze sull’ambiente, sulla salute e sulle disuguaglianze globali?

L'articolo Mangiamo sei volte più pollo dei nostri nonni proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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Bug in event participants display

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BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 6.8 - PEUGEOT DI COSÌ...

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CINQUE TERRE IN PERICOLO PER L’INNALZAMENTO DEL MARE

Le coste di Monterosso e Vernazza, nel Parco Nazionale delle Cinque Terre, in Liguria, risultano sempre piu’ esposte agli effetti dell’innalzamento del livello del mare. E’ quanto emerge dallo studio ‘The First Relative Sea Level Rise and Storm Surges Scenarios up to 2150 CE for the Coasts of Monterosso and Vernazza, Cinque Terre National Park (Liguria, Italy)’, recentemente pubblicato sulla rivista Remote Sensing da un team internazionale di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), dell’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria (Igag) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), del Dipartimento di Ingegneria dell’Universita’ degli Studi della Basilicata (Unibas), dell’Ente Parco Nazionale delle Cinque Terre, dell’Universita’ Aristotele di Salonicco, dell’Osservatorio astronomico Lesia di Parigi e dell’Universita’ olandese Radboud. Combinando dati topografici e batimetrici ad alta risoluzione, rilievi geodetici, serie storiche mareografiche e modellazione numerica delle mareggiate, il lavoro propone una prima valutazione integrata dei possibili scenari di allagamento costiero fino al 2150, nell’ambito delle proiezioni climatiche dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change). L’analisi evidenzia che il settore ligure considerato presenta un trend di innalzamento del livello del mare non stazionario, confermando una crescente vulnerabilita’ dei tratti costieri a bassa quota e delineando scenari utili alla pianificazione territoriale e alla riduzione del rischio costiero.

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SCHILLACI: LA BUONA SALUTE DEGLI UOMINI E’ LEGATA A QUELLA DEGLI OCEANI

“La salute umana e quella degli oceani sono legate in maniera assai stretta e rappresentano dimensioni inseparabili di un medesimo equilibrio. Solo con questa prospettiva integrata possiamo promuovere e salvaguardare la salute delle generazioni presenti e di quelle future alle quali dobbiamo certamente lasciare un mondo migliore e non peggiore. Per questo, mettere gli oceani e la salute al centro dei dialoghi sulla politica sanitaria è una sfida ma anche e soprattutto una grande opportunità, che gli esponenenti della comunità scientifica oggi presenti qui stanno dimostrando di po”. Lo ha detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, al Forum internazionale sugli oceani e la salute umana in corso all’Istituto superiore di sanità in occasione della giornata mondiale degli oceani. “L’Italia ha riconosciuto qualcosa che pochi governi hanno già tradotto in ambizione e visione concreta, cioè che la salute umana e la salute degli oceani sono la stessa storia, lo stesso presente e, soprattutto, lo stesso futuro – ha sottolineato Schillaci -. Sulla base di questo criterio è stato istituito, ad esempio, il Sistema Nazionale Prevenzione Salute dai rischi ambientali e climatici (Snps), che salda formalmente il sistema della Salute con quello per la protezione dell’Ambiente, in un’ottica One Health e guardando alla sua evoluzione più ambiziosa, quella della Planetary Health”. Il ministro evidenzia inoltre come “in questa visione, si inserisce anche il progetto Sea-Care, che, unico nel suo genere nel panorama internazionale, grazie alla sinergia tra l’Istituto superiore di sanità, la Marina Militare e altri centri di ricerca nazionali e internazionali, ha raccolto campioni da tutti gli oceani portando evidenze importanti ad esempio sul tema della resistenza agli antibiotici e sulla presenza di sostanze nocive per l’uomo e tracciando persino il virus del Covid in acque ben lontane dalle nostre”. Schillaci ha infine ricordato che “una quota delle risorse del Pnrr e del Piano Nazionale Complementare sono destinate al programma ‘Salute, Ambiente, Clima’, che assume la qualità ambientale come determinante e fondamentale per garantire il diritto alla salute”. (

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CLIMA: COLTURE INVERNALI SEMPRE PIU’ A RISCHIO GRANDINE

La geografia e la stagionalita’ della grandine sta mutando a causa del riscaldamento globale, aumentando il rischio per le zone temperate e per le relative colture invernali. E’ quanto emerge da uno studio guidato dall’Universita’ del Nuovo Galles del Sud (Unsw) e pubblicato su ‘Nature Climate Change’. Tim Raupach, autore principale dello studio e ricercatore presso l’Istituto per il rischio climatico e la risposta alle emergenze dell’Unsdw, afferma che questo fenomeno fa parte di uno spostamento generale della frequenza delle grandinate verso i poli: “Secondo i modelli che ipotizzano un riscaldamento globale di 2 C e 3 C, osserviamo uno spostamento generale verso un maggior rischio nelle zone piu’ fredde e nei periodi piu’ freddi dell’anno – spiega – quindi, il rischio aumenta in inverno e spesso diminuisce in estate: si tratta di uno spostamento dalle regioni e dalle stagioni piu’ calde a quelle piu’ fredde. Queste regioni piu’ fredde includono non solo parti dell’Australia meridionale e della Nuova Zelanda, ma anche il Nord America settentrionale e l’Europa. Si registrano diminuzioni, sebbene con ancora molta incertezza, nelle zone subtropicali e in alcune parti delle medie latitudini. Cio’ include gran parte dell’Australia, nonche’ regioni dell’India, della Cina e gran parte dell’Africa”.

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Riparazione UPS APC CS 500: Riusciro' Nel Mio Intento O SARA' CATASTROFE? 1/3 #ups #apc #prepping

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Questo UPS della APC, modello CS 500, ha CESSATO di funzionare tempo addietro, ed ora e' il momento di metterci le mani, perche' quello che avevo prima e' un maledetto generatore di disturbi radio.

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Framacalc collaboratif?

Bonjour à tous !

Avec des amies on voulait faire un framacalc mais apparemment, elles n’arrivent pas à modifier le tableau en question… Je voulais savoir s’il y avait des choses à cocher ou à modifier dans le tableur pour mettre l’édition en mode “public” ?

Merci infiniment !

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A School Bus Killed a 5-Year-Old. The Crash Is Among Dozens Missing From the Bus Company’s Federal Safety Record.

A collage including a photograph of a child playing while surrounded by a red shape representing a stop sign, a school bus and a city bus.
Illustration by Shoshana Gordon/ProPublica. Source images: Jesse Costa/WBUR, Alyssa Sieb via Nappy, PatrickRich via Flickr.

On the day 5-year-old Lens Joseph was killed by a Boston Public Schools bus last year, the driver had already struck a postal truck, ignored a stop sign and missed several stops, prosecutors said. When he got to Lens’ house, he dropped him off on the wrong side of the street and then ran over the kindergartner as he crossed in front of the bus.

Transdev, a multinational company that has been the city’s sole bus contractor since 2013, hired and trained the driver of the bus that killed Lens. Yet a federal safety database shows no sign that the company was involved in the April 2025 crash. WBUR and ProPublica found at least 60 fatal Transdev crashes in the last decade, but the federal database shows only 18 under the company’s name. That means 42 fatal crashes are not identified as Transdev’s.

This missing information is important because the Federal Motor Carrier Safety Administration, which oversees commercial motor vehicles, relies on it to pinpoint unsafe companies.

But the process the agency uses to collect information is faulty: It identifies only a fraction of a company’s fatal crashes.

As a result, the full safety record of Transdev, one of the largest private operators of public transit in the U.S., remains a secret to regulators, the public and the local government agencies that might award it a contract.

“That is a serious, serious gap in safety,” said Peter Kurdock, general counsel with Advocates for Highway and Auto Safety, a nonprofit that promotes transportation safety and has pushed for improvements in crash data for years. “And it’s a serious, serious shortcoming when it comes to the regulation of these carriers by FMCSA.”

Help Further Our Reporting on Bus Crashes

If you are a current or former FMCSA employee, or someone in the industry with information about the agency or the safety of school buses, transit buses or motor coaches, our team wants to hear from you. Willoughby Mariano can be reached by phone at 617-358-0802, Signal at willoughbymariano.55 and email at wmariano@bu.edu.

The deadly crashes associated with Transdev span at least 16 states and involve pedestrians, at least two bicyclists and other vehicles. Lens’ death and at least two others have resulted in criminal charges against the bus drivers. Transdev did not provide comment on any specific crash.

The crash data feeds into FMCSA’s online Safety Measurement System, which makes safety records public for bus companies nationwide. Instead of listing Transdev, that data often lists collisions under the government agency that hired Transdev or the name of a company it acquired. Also, when crashes are listed under other names, companies that oversee the buses involved are not required to claim the collisions. The agency’s instructions for how to determine the motor carrier involved in a crash are interpreted differently by police who respond to the scene, the news organizations found.

Based in France, Transdev has vast U.S. operations. It says it holds contracts in busing, light rail and other forms of public transit in 46 states, plus Washington, D.C., and Puerto Rico. The multibillion-dollar company employs more than 30,000 people nationally. Transdev’s only school bus contract is with Boston Public Schools.

A close-up photograph of a man wiping a tear from his eyes.
A man holds a button that has a photograph of a young child on it and the words, “Lens Arthur Joseph. Sunrise 8.8.19. Sunset 4.28.25.”
Esaie Joseph wipes away tears as he talks about the April 2025 death of his son, Lens Joseph, 5, who was run over by a Boston school bus operated by Transdev. “The first thing I hope is justice for him,” Joseph said. Jesse Costa/WBUR

Transdev U.S. CEO Laura Hendricks declined an interview. In a written statement, Transdev said it complies with “federally mandated reporting standards.”

“Transparency and continuous improvement are central to our safety approach, and we work closely with oversight agencies and our clients to ensure our practices meet or exceed expectations,” the statement said.

The statement did not respond to questions about why Transdev did not ensure crashes the company was involved in were logged as part of its safety record. It did stress that reporting crashes is the responsibility of law enforcement.

At the publications’ request, Transdev reviewed lists of the crashes that reporters tied to the company. Transdev confirmed that most of them matched with collisions in their records but did not have records for all of them.

The FMCSA did not respond to requests to interview Derek Barrs, the head of the agency, or emails with a list of questions.

Other than the federal database, there are few ways to connect crashes to particular bus companies. A different database, run by the Federal Transit Administration, records transit crashes but doesn’t connect them to contractors. Separately, FMCSA requires all bus companies to keep an internal register of how many serious crashes take place during their operations. However, those records are not open to the public, and companies are not obligated to submit the information to regulators unless they ask for it. Transdev declined the publications’ request for its register.

So while Transdev may know about its own collisions, federal agencies and the public often don’t.

Darin Jones, a former FMCSA Midwest field administrator, spent more than 35 years in federal transportation safety and often oversaw investigations. He said investigators are supposed to consider a company’s serious crashes as part of their assessment. If many are logged inconsistently, they cannot determine whether Transdev or any other company is operating safely.

“ The knowledge of this motor carrier’s operation, any motor carrier’s operation, is critical,” said Jones. “If you don’t have the full picture of an operation, how do you truly know what’s going on?”

At least in Boston, Transdev appears to have had no serious school bus crashes over 10 years. But that’s not true. WBUR and ProPublica uncovered at least 71 serious crashes involving the company that weren’t under its name.

Kurdock says the FMCSA needs to fix its safety data, especially in Boston.

“The  agency needs to be much more proactive in ensuring that the data they do have is accurate, even more so when you’re talking about a carrier that is operating a transportation service for schoolchildren,” Kurdock said. “If there is one bipartisan issue left here in Washington, D.C., it’s that schoolchildren should have a safe ride.”

Transdev Crashes Across the Country Were Recorded Under Different Names

Since 2016, about two-thirds of Transdev’s 60 fatal crashes have appeared in federal safety data under the names of a company it acquired or agencies that contracted with them. Click a state to see more details about the Transdev crashes we found there and how they were recorded in the federal database.

A table showing Transdev fatal bus crashes by state, sorted in descending order. Arizona and California lead with 12 fatal crashes each, followed by Nevada (8), Colorado and New York (5 each), Massachusetts (3), Louisiana, Maryland, North Carolina, Texas, and Virginia (2 each), and Georgia, Illinois, Michigan, Mississippi, and South Carolina (1 each).
Note: includes crashes from 2016 through 2025.

Nurse, Cyclist Among Those Killed

When a crash happens, local law enforcement fill out accident reports that document the location, identities of the drivers and companies involved. This information becomes part of the federal safety database and helps regulators connect a crash to a particular company.

But the news organizations found multiple examples where that system masked the company running the bus lines. For most of these crashes, the database is also unclear on whether the drivers violated traffic laws.

In Lens’ case, the motor carrier is listed as “CITY OF BOSTON MVMB,” an abbreviation for the city’s Motor Vehicle Management Bureau, which acquires and manages municipal vehicles. There is no mention of the school district or Transdev being involved.

Another crash killed registered nurse Renée Shea in southern Massachusetts in 2017. It appears under the name of the Greater Attleboro Taunton Regional Transit Authority, not Transdev, the agency’s contractor at the time. A bus made a left-hand turn into the path of the Jeep SUV she was driving, according to a police report. The bus company’s driver, Margaret Correia, may have been distracted because she began to take off her jacket before she made her turn, the report found. She could not be reached for comment. 

Correia pleaded guilty to misdemeanor negligent operation of a motor vehicle, court records show. A GATRA spokeswoman said Shea’s family received $1 million from the area transit agency’s insurer.

Charlie Shea said his ex-wife was a generous mother who had taken custody of her granddaughter.

A man and a woman stand close together and look at the camera. There is a crowd of people in the background.
A 2006 photo of Charlie Shea and then-wife Renée Shea, who was killed by a transit bus. He wants her death included as part of Transdev’s safety record. “It’d make them more accountable,” he said. Courtesy of Charlie Shea

As a former MBTA bus driver, Charlie Shea said he continues to be shocked by the bus driver’s actions.

Driving and taking your jacket off “ain’t a bright idea for anybody,” he said.

He said his ex-wife’s death, like all crashes, needs to be part of Transdev’s safety record.

“It’d make them more accountable,” Shea said. “They would have to use their safety records to get contracts from the state or the counties or from schools.”

Outside Massachusetts, there are dozens of other fatal Transdev crashes in the database with no mention of the company.

In a November 2023 Las Vegas crash, federal records list the Regional Transportation Commission of Southern Nevada as the motor carrier of a transit bus that killed bicyclist David Ortiz in a crosswalk. Court records state driver Johnelle Johnson, a Transdev employee, pleaded guilty to a misdemeanor vehicular manslaughter charge. A lawsuit by Ortiz’s family against Transdev and the driver was settled for an undisclosed sum.

Transdev has operated the Las Vegas-area bus system since 2023, when it acquired First Transit, which originally held the contract, the commission’s records show.

Although First Transit is now part of Transdev, at least five fatal crashes across the United States are still recorded under First Transit’s name after the acquisition.

Beyond the fatal crashes, WBUR and ProPublica also took a close look at all of Transdev’s serious, but nonfatal, crashes with Boston Public Schools. Those include crashes where any person was transported to a hospital or a vehicle was towed.

In a December 2024 crash, a bus lurched onto a sidewalk outside Curley K-8 School in the Jamaica Plain neighborhood. The bus struck an 8-year-old boy with autism and his school aide before smashing into two fences, a police report states. The crash sent both victims to the hospital with long-term injuries, their civil lawsuits against Transdev allege.

A bus camera showed that Transdev driver Vitony Laguerre’s eyes were closed and his head was back before he pressed the accelerator, police stated. He pleaded not guilty to a misdemeanor charge of negligent operation of a motor vehicle.

The interior of a school bus. At the front, a man sits in the driver’s seat with his eyes closed and his hands clasped in his lap.
A camera view from the exterior of a school bus shows a boy and a man in front of the bus as it moves onto a city sidewalk.
In December 2024, an 8-year-old boy and his school aide were struck by a school bus outside Curley K-8 School in the Jamaica Plain neighborhood. Dashcam video shows the driver, Vitony Laguerre, had his eyes closed seconds before he drove up the sidewalk and through fences. Courtesy of Sweeney Merrigan law firm

The federal record lists the city of Boston, not Transdev, as the carrier.

Attorneys for Laguerre and both crash victims did not comment for this story. Laguerre and Transdev denied they were negligent in the crash, according to records in an ongoing civil case.

Boston Public Schools Superintendent Mary Skipper declined an interview request. A spokesperson did not answer a list of questions, but in a written statement said that the district follows established safety protocols and has worked with Transdev over several years to improve accountability and performance.

“We will continue to work with our transportation partner to monitor performance, address issues as they arise, and ensure every student gets to and from school safely,” the statement said.

Listen to WBUR’s Story

Local Law Enforcement Takes Over

The current system of collecting and publishing bus crash data began as part of a federal push for safer roads. In the early days of this work, in the 1970s and 1980s, rules put the burden on bus and truck companies to self-report serious crashes to the U.S. Department of Transportation. Each operator had to report its fatal bus crashes in person or by telephone “as soon as possible”; crashes that resulted in injuries or serious vehicle damage had to be reported in writing, and in triplicate.

But both companies and federal safety investigators complained the process was burdensome and inadequate. For one thing, investigators could not tell whether companies failed to report their accidents, said Jones, the former FMCSA regional administrator.

Regulators and traffic safety researchers thought they could do better. At the time, many states were already collecting crash information electronically from local police departments.

“Why burden the industry with reporting?” Jones said. “We had a more accurate record from the states.”

So in 1993, the federal Department of Transportation decided to end self-reporting by carriers. Today, local law enforcement agencies send their bus and truck crash information to state agencies, which submit it to FMCSA.

After investigating, a local officer must fill out a form that asks for the name of the bus company, or “carrier,” that is involved in the crash and the company’s U.S. Department of Transportation identifier. FMCSA training material recommends the officer determine which company should be included in the form by figuring out which entity “controls” or “directs” the bus.

For transit and school buses, this decision can be surprisingly complicated. Transdev employees may be behind the wheel, and the company may manage the daily operations of the buses, but the transit agencies or a school district may choose the routes. So who is in charge? In these cases, Transdev’s role often disappears in the data.

Transportation experts and former FMCSA officials said bus companies can voluntarily inform the agency that crashes under other names belong to them.

But Alex Scott, a University of Tennessee, Knoxville transportation expert, said companies rarely update the federal record, according to research he published in 2021. “There’s not really an incentive for them to account for all of their crashes,” Scott said. “If a company could just magically make them go away, of course they would.”

Boston City Councilor Erin Murphy, a former teacher for the district where Lens attended school, has become a vocal critic of how Transdev operates its buses. She was shocked when she learned from a reporter that the company is not required to take steps to ensure all its crashes are part of its federal safety record.

“Horrifying,” she said. “Why would they be able to not report accidents — one that was a fatal accident? There’s nothing worse than a fatal accident.”

“There’s not really an incentive for them to account for all of their crashes. … If a company could just magically make them go away, of course they would.”

Alex Scott, a transportation expert at University of Tennessee, Knoxville

After several passenger bus crashes with multiple fatalities, Congress passed legislation in 2012 that gave FMCSA powers to conduct more comprehensive inspections into the safety operations of bus companies.

When Transdev underwent one of these reviews in 2016, investigators uncovered what they described as “numerous crashes” that were not listed as part of the contractor’s safety record, according to the inspection report. There were enough crashes that the FMCSA planned to give Transdev a “conditional” safety rating, which would mean the company had insufficient safety procedures.

Because local police departments may not “be aware or equipped” to report crashes to the FMCSA, the carrier should report them, the report stated.

“This self reporting is required for accurate evaluation by FMCSA and the accurate safety record of the carrier,” it added.

The company successfully appealed the decision to lower its safety rating by arguing its drivers could not have prevented many of the crashes investigators uncovered.

FMCSA investigators urged Transdev to report to the agency when its role in a crash is not reflected in safety data, yet the company’s name continues to be absent from many of them. Transdev did not comment on this recommendation.

A Father Seeks “Justice”

Lens’ death last year became a local flashpoint, shedding new light on Transdev’s safety procedures and raising questions about its ability to keep the city’s children safe.

The driver of the school bus that killed Lens should not have been behind the wheel that day, and the bus never should have been on the road, according to information from city officials and prosecutors.

Driver Jean Charles became ineligible to operate a school bus in December 2024 after a required driving credential expired, according to a statement from Boston Mayor Michelle Wu’s office last year. But the company did not take him off the road then. In the weeks before Lens died, Charles had two minor collisions and underwent remedial training, it said, and soon returned to work.

On the day of Lens’ death, Charles began his shift without conducting a required pretrip inspection, prosecutors alleged. One of the bus’s four rear tires was flat, and a safety crossing bar was broken. Transdev is also in charge of maintenance, but it’s unclear how long the bus had these problems.

Had Charles followed procedures, the bus would have been sent for repairs, prosecutors said. And yet Charles set off on his route to UP Academy Dorchester, where Lens climbed aboard.

At 2:42 p.m., Charles dropped off Lens and his 11-year-old-cousin on the wrong side of their street. To get home, they would have to cross in front of the bus.

A side view of a man walking through a government building.
Transdev school bus driver Jean Charles arrives at his arraignment hearing on felony involuntary vehicular homicide in March. Charles drove the bus that ran over and killed kindergartner Lens Joseph. Robin Lubbock/WBUR

Neighbor Carolyn Tomlinson was inside her home cleaning windows when the cries of a child brought her outside. She followed the sound to the corner of Glenwood Avenue and Washington Street, where she saw the cousin screaming. Lens was on the ground.

“I’m looking at Lens, just lying there,” Tomlinson said. “And as a mom it broke my heart.”

Tomlinson said she dialed 911 and held the cousin in her arms to comfort her.

“I was praying with her, saying, ‘It’s going to be OK. God’s got us,’” Tomlinson said.

Lens’ father, Esaie Joseph, had parked his truck in North Carolina after a day on the road as a long-haul trucker when his brother told him about the crash in a phone call. Hours later, he got word that his boy was dead.

Lens was Joseph’s only son, and he was self-assured beyond his years, his father said in an interview with WBUR. His nickname was “smart guy.”

Every time Lens asked Joseph for a new toy, he’d begin with, “Dad, you know I’m a smart guy?” the father recalled.

Joseph has kept his son’s soccer ball and toy cars, and he smiled as he sorted through them on a recent evening: a police car, because Lens wanted to be an officer. A Spider-Man-themed car because he loved the superhero.

A man leaning over and pulling two trucks out of a basket of toys.
Esaie Joseph, Lens’ father, looks through his son’s favorite toys, which he kept after the boy’s death. He said he is suing Transdev because he wants the company to improve safety. Jesse Costa/WBUR

After he lost Lens, Joseph stopped driving trucks and moved with his relatives to a new neighborhood, away from the scene of the crash. He now is a driver for a city of Boston van service for seniors.

He and his family are suing Transdev and Charles, who resigned from Transdev soon after the crash. Joseph said he wants some good to come from Lens’ death, and for Transdev to operate safely.

“The first thing I hope is justice for him,” he said. “They have to care for safety so something like this will not happen again.”

Charles pleaded not guilty to felony involuntary manslaughter and other charges in March. His attorney did not respond to requests for comment.

Transdev did not comment about the crash and said the company had discussed its safety measures publicly during a Boston City Council meeting last August. The company and Charles denied in civil court filings that they were negligent or reckless.

Transdev is in the third year of its five-year, $651 million contract with Boston Public Schools and transports about 19,000 of the district’s students every school day. It is currently looking to expand in Boston, where it is one of three finalists for a multibillion-dollar commuter rail contract.

To this day, the federal record does not show that Transdev was the operator of the bus that killed Lens. Neighbor Tomlinson wants it to be part of Transdev’s safety record so regulators can hold them accountable, and agencies and school systems can understand the companies they are hiring.

“It should be visible to the ones that need it, so we can see it and keep our babies safe,” Tomlinson said.

A yellow school bus on a city street next to a sidewalk memorial made up of stuffed animals and flowers.
A Boston Public Schools bus drives past a memorial where Lens Joseph was run over in April 2025 by his own school bus. Erin Clark/The Boston Globe via Getty Images

The post A School Bus Killed a 5-Year-Old. The Crash Is Among Dozens Missing From the Bus Company’s Federal Safety Record. appeared first on ProPublica.

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Sustaining the Commons in an Age of Digital Sovereignty

Digital sovereignty raises legitimate questions about dependency, resilience and control. It can strengthen the Internet when it builds capacity and meaningful choice. It becomes risky when it is pursued as control over the common layer that keeps the global Internet interoperable.
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Khrys’presso du lundi 8 juin 2026

Comme chaque lundi, un coup d’œil dans le rétroviseur pour découvrir les informations que vous avez peut-être ratées la semaine dernière.


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Les autres lectures de la semaine

Les BDs/graphiques/photos de la semaine

Les vidéos/podcasts de la semaine

Les trucs chouettes de la semaine

Retrouvez les revues de web précédentes dans la catégorie Libre Veille du Framablog.

Les articles, commentaires et autres images qui composent ces « Khrys’presso » n’engagent que moi (Khrys).

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‘Immediately stop shooting’: Trump urges Iran and Israel amid tit-for-tat strikes

The Middle East is bracing for renewed conflict as a fragile ceasefire appears to have collapsed following the resumption of direct strikes between Iran and Israel on Monday. US President Donald Trump appealed for restraint in back-to-back social media posts on Monday, saying both sides “must immediately stop ‘shooting’”. He later announced that Iran and Israel were “looking to do an immediate CEASEFIRE!”, and that “final” peace negotiations were “proceeding, subject to ignorance or stupidity...

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La fattoria dove adotti un albero e ricevi il raccolto a casa

A Valencia c’è un’azienda agricola dove si può adottare un albero, dargli un nome e ricevere a casa i suoi frutti. Si chiama CrowdFarming ed è nata dall’esperienza di due fratelli spagnoli, Gonzalo e Gabriel Úrculo, che nel 2010 hanno ripreso in mano la fattoria di famiglia, Masia El Carmen, a Bétera, poco a nord di Valencia. Il terreno era stato lasciato fermo dopo la morte del nonno e così hanno deciso di riportarlo in vita passando all’agricoltura biologica rigenerativa.

Il meccanismo è semplice, l’utente entra sul sito, sceglie una fattoria, adotta un albero o un’altra coltivazione, segue la crescita attraverso foto e aggiornamenti e poi riceve il raccolto direttamente a casa. Nel caso degli aranci di Naranjas del Carmen, si può adottare un albero da 40 o 80 chili di arance a stagione, con consegne programmate tra novembre e aprile. L’azienda assegna l’albero, lo cura, appende una targhetta con il nome scelto dall’utente e permette anche di visitarlo di persona. La differenza rispetto alla normale vendita online sta nella produzione su richiesta. Il produttore sa in anticipo quante persone hanno prenotato il raccolto, organizza meglio il lavoro, riduce gli sprechi e vende senza passare dalla grande distribuzione. Il consumatore, dall’altra parte, conosce chi coltiva ciò che mangerà, vede da dove arriva il cibo e riceve prodotti raccolti in stagione. CrowdFarming presenta questo sistema come un modo per prevenire lo spreco alla fonte, sostenere la stabilità economica dei produttori e garantire prodotti stagionali a prezzo definito. Dopo aver testato il modello sulla loro fattoria, i fratelli Úrculo hanno lanciato CrowdFarming nel 2017. Oggi la piattaforma permette di acquistare frutta, verdura, olio d’oliva, frutta secca e altri prodotti direttamente da agricoltori partner in Europa. L’azienda ha più di 300.000 adozioni attive di alberi e lavora con oltre 300 produttori partner. Nel 2024 ha registrato ricavi per 65 milioni di euro. Dopo l’acquisizione della piattaforma francese La Ruche qui dit Oui!, il gruppo collega quasi 10.000 produttori con due milioni di utenti in circa trenta Paesi europei.

Adottare un albero non significa sempre ricevere esclusivamente i frutti di quel singolo albero; gli alberi non producono tutti allo stesso modo e l’azienda spiega che, per ragioni agricole, il raccolto può essere integrato con frutti di altri alberi dello stesso campo. Sul sito di CrowdFarming oggi si trovano avocado, mango, olivi, mirtilli, viti, campi di grano, miele, formaggi e altri prodotti agricoli. La piattaforma dichiara oltre 554.000 alberi adottati, più di 4,7 milioni di cassette spedite direttamente dagli agricoltori e 3.515 produttori in otto Paesi.

In un sistema alimentare dominato da intermediari, magazzini, celle frigorifere, imballaggi e prezzi compressi, questa formula prova a rimettere al centro il legame tra chi coltiva e chi mangia. Una famiglia in città può adottare un arancio a Valencia, un olivo in Spagna o un albero di mango, seguire il raccolto e ricevere a casa ciò che la terra produce davvero in quella stagione.

Un gesto piccolo, quasi simbolico, che racconta una trasformazione molto più grande.

L'articolo La fattoria dove adotti un albero e ricevi il raccolto a casa proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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Non chiamatele morti bianche

Caro Beppe, ti scrivo perché c’è qualcosa che non riesco più a ignorare. Ogni giorno si muore sul lavoro, e troppo spesso tutto passa in silenzio. Ma per qualcuno, in quel momento, tutto si ferma per sempre. La lettera che segue, nasce da questo: dal bisogno di non restare indifferenti e di ricordare che dietro ogni notizia ci sono persone, famiglie, vite spezzate. Se queste parole riuscissero a fermare anche una sola persona, avrebbero già un senso. Succede continuamente. Succede ogni giorno. Un titolo, poche righe, un nome che spesso nemmeno ricordiamo. Poi si volta pagina. Ma quella persona non era una notizia. Era qualcuno che quella mattina è uscito di casa senza sapere che non ci sarebbe mai tornato. Aveva una famiglia. Qualcuno che lo aspettava. Un figlio che avrebbe voluto raccontargli la sua giornata. Un compagno o una compagna con cui condividere la sera. Un genitore che contava di risentire la sua voce. E invece no. Chiamiamole con il loro nome: morti sul lavoro. Ma smettiamola, una volta per tutte, di chiamarle “morti bianche”. Non c’è niente di bianco. Non c’è niente di pulito. Non c’è niente che possa essere reso innocuo con una parola. In Italia si continua a morire lavorando, ogni giorno. Non per fatalità, non per destino. Si muore per mancanza di sicurezza, per leggerezza, per fretta, per risparmiare su ciò che dovrebbe essere sacro: la vita. E la cosa più dolorosa è l’abitudine. Ci stiamo abituando. Ai numeri. Alle statistiche. Ai servizi di pochi secondi. Ci stiamo abituando a un bollettino di guerra che non fa più rumore. Ma ogni volta che succede, non è solo una vita che si spegne. Sono vite che cambiano per sempre. È una sedia vuota a tavola. È un telefono che non squilla più. È un compleanno senza una voce. È un futuro che si spezza in silenzio. Il lavoro dovrebbe dare dignità, non togliere la vita. E invece oggi, per troppi, è ancora un rischio. Non possiamo più permetterci di voltare lo sguardo. Non possiamo accettare che tutto questo venga considerato normale. Serve coscienza. Serve responsabilità. Serve memoria viva. Serve la volontà di cambiare davvero,prima che un altro nome si aggiunga alla lista. Perché ogni giorno che passa, qualcuno non torna a casa. E ogni volta, non muore solo un lavoratore. Muore un pezzo della nostra umanità. E questo dovrebbe riguardarci tutti.

Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, Firenze

 

 

03/01/2026 Romeo Spera operaio di 53 anni, morto dopo due settimane di agonia.Era rimasto gravemente ferito, in un infortunio avvenuto in un deposito nel rione Pozzillo ad Acerra, in provincia di Napoli il 18 Dicembre 2025.Lascia la moglie e una figlia.

05/01/2026 Fabrizio Braghetto, autotrasportatore di 65 anni, è morto schiacciato, per essere precipitato dentro al compattatore della carta a Borgoricco, in provincia di Padova.Lascia la moglie e due figli.

08/01/2026 Antonio Formato operaio di 69 anni è morto sul lavoro, per essere caduto da un’altezza di 4 metri a Valdina, in provincia di Messina.

08/01/2026 Pietro Zantonini, vigilante di 55 anni, ogni 2 ore usciva dal gabbiotto per fare la ricognizione al cantiere delle Olimpiadi a Cortina, dove la temperatura era a 15 gradi sotto lo zero.È morto sul lavoro per il freddo causato dalle temperature polari.Lascia la moglie e due figli

09/01/2026 Halili Xhevdet operaio di 59 anni, è morto schiacciato da una pressa negli impianti Sesa a Este in provincia di Padova.Lascia la moglie e due figlie.

10/01/2026 Dario Codeluppi perito industriale di 50 anni, è morto dopo oltre 6 anni, per un infortunio sul lavoro avvenuto il 20 Novembre 2019.Era rimasto coinvolto in un grave infortunio, mentre operava ad una macchina a controllo numerico nella sede della Vetromeccanica a Provazzano di Parma, riportando gravi lesioni neurologiche e cardiache.Lascia una moglie e 3 figli.

12/01/2026 Claudio Salamida operaio di 46 anni, è morto per essere precipitato dal quinto al quarto piano, durante un controllo alle valvole alla ex Ilva di Taranto.Lascia la moglie e un bimbo piccolo.

13/01/2026 Erri Talone operaio di 41 anni è morto schiacciato da un trasformatore di 50 quintali, in un capannone industriale a Piombinara (poco distante da Colleferro).Lascia la moglie e due figlie

14/01/2026 Danilo Bergagna boscaiolo di 35 anni è morto colpito da un grosso ramo, precipitato da un albero che un collega stava potando a San Francesco al Campo, in provincia di Torino.Lascia la moglie e due figli piccoli.

16/01/2026 Loris Buscaglia operaio di 55 anni è morto per essere caduto da una piattaforma, da un’altezza di 4 metri, alla Vetrotec di Vallefoglia in provincia di Pesaro e Urbino.Lascia la moglie e due figli.

20_01/2026 Said Fennouni operaio di 48 anni è morto dopo essere caduto dal un’altezza di 5 metri, dal tetto di un’azienda che produce attrezzatture e veicoli per la raccolta dei rifiuti a Frosinone.

21/01/2026 Josip Krizanec autotrasportatore di 30 anni è morto per essere stato travolto dal carico di mais che stava trasportando e che stava scaricando a Dovera in provincia di Cremona.

21/01/2026 Andrea Cricca agricoltore di 24 anni è morto schiacciato in un macchinario agricolo a Brusasco, in provincia di Torino.

23/01/2026 Alessio La Targia operaio di 40 anni è morto per essere caduto da un’impalcatura dal un’altezza di 5 metri a Palermo.Lascia la moglie e due figli.

23/01/2026 Federico Ricci operaio di 51 anni è morto schiacciato dalla benna della gru del camion, mentre stava scaricando materiale edile a Livorno.Lascia la moglie e un figlio.

23/01/2026 Florinel Croitoru operaio di 59 anni è morto per essere stato travolto da un mezzo meccanico a Petrella Liri, frazione del comune di Cappadocia in provincia dell’Aquila.

27/01/2026 Vincenzo Pitasi, operaio di 59 anni è morto qualche ora fa, in un’azienda agricola a Vicofertile, alle porte di Parma, per essere precipitato da 7 metri. Cadendo avrebbe battuto la testa su una macchina tagliafieno, che purtroppo gli è stato fatale.

02/02/2026 Diego Palladino operaio di 57 anni è morto travolto dal cemento durante la pulizia dei silos a Guidonia Montecelio, in provincia di Roma. Lascia la moglie e due figli.

05/02/2026 Craiu Dino Florian operaio di 57 anni è morto schiacciato da una lastra di metallo, mentre stava utilizzando un macchinario, che cadendo (la lastra), l’ha travolto alla Prismag di Cambiago, nel Milanese. Lascia la moglie e una figlia.

06/02/2026 Salvatore Tegas operaio di 72 anni è morto schiacciato da un furgone, mentre stava lavorando in un terreno, nelle campagne di Lanusei in Ogliastra, in Sardegna.Lascia la moglie e 3 figli.

06/02/2026 Stefano Vuolo operaio di 56 anni è morto schiacciato da una lastra metallica a Pennabilli, in provincia di Rimini.Lascia la moglie e 3 figlie.

07/02/2026 Abdelhak Zanboura operaio di 53 anni è morto per essere precipitato da un capannone in ristrutturazione a Castelletto di Serravalle in provincia di Bologna.Lascia la moglie e due figli.

13/02/2026 Giovanni Cosci tecnico di 79 anni è morto schiacciato da un letto antidecubito al quale stava lavorando per delle riparazioni in una Rsa a Pescia.Lascia la moglie e un figlio

16/02/2026 Catalin Moise Robu operaio di 55 anni è morto per essere precipitato da un’altezza di 10 metri, mentre stava verificando le condizioni di un tetto, su una piattaforma aerea a Cremona.Lascia la moglie e due figli.

18/02/2026 Christopher Ivare operaio di 32 anni è morto per essere rimasto incastrato in un macchinario, in un’azienda avicola.

20/02/2026 Marco Cacchiani operaio di 38 anni è morto per essere precipitato da un’altezza di 7 metri, per il cedimento della copertura del tetto della fabbrica in provincia di Arezzo.Lascia la moglie e un figlio piccolo.

23/02/2026 Carmine Albero operaio di 24 anni è morto.Secondo una prima ricostruzione tra due mezzi che erano in riparazione quando per cause ancora in corso di accertamento, una terza motrice avrebbe urtato uno dei due mezzi fermi, spingendolo sul ragazzo.L’impatto non ha lasciato scampo all’operaio.L’operaio lavorava in una officina per riparazione camion a Nocera Inferiore.

24/02/2026 Niko Ulivieri 29 anni, pilota del corpo dei piloti del Porto di Livorno è morto per essere rimasto intrappolato nella pilotina (barca) ribaltata, in seguito allo scontro avvenuto a circa mezzo miglio dall’imbocco del porto.Lascia la moglie e un figlio (sarebbe diventato padre tra pochi giorni).

25/02/2026 Rocco Costantino operaio di 61 anni è morto per essere caduto da un’altezza di 5 metri, mentre stava lavorando al rifacimenti di un solaio a Cava De’Tirreni, in provincia di Salerno.Lascia la moglie e quattro figli.

25/02/2026 Tommaso Andreuzza operaio di 27 anni è morto per essere precipitato da un’altezza di 20 metri, nel cantiere navale di Fincantieri di Monfalcone.

26/02/2026 Nicola Iezza operaio di 68 anni è morto per essere caduto da un macchinario che spruzza cemento, in un cantiere in provincia di Benevento.Lascia la moglie e due figli.

28/02/2026 Antonio Russo operaio di 61 anni è morto per essere rimasto incastrato in un macchinario, in uno stabilimento di lavorazione di trasformazione degli agrumi, in provincia di Messina.Lascia la moglie e tre figli.

28/02/2026 Francesco Greco operaio di 50 anni è morto per essere precipitato da un edificio, mentre era impegnato in alcuni interventi tecnici a Mazara Del Vallo, in provincia di Trapani.Lascia la moglie e due figli.

02/03/2026 Loris Costantino operaio di 36 anni è morto per essere precipitato da una passarella, da un’altezza di 10 metri all’ex Ilva di Taranto.È il secondo operaio morto in poche settimane.Lascia la moglie e due figli.

02/03/2026 Saveria Doldo, 42 anni, titolare di una ditta di trasporti è morta, travolta da un camion in manovra, nel piazzale di un’azienda a Tezze sul Brenta, in provincia di Vicenza.Lascia due figli.

04/03/2026 Stefano Contiero imprenditore di 51 anni è morto per essere caduto da un tetto da un’altezza di metri, mentre installava dei pannelli fotovoltaici a Saonara in provincia di Padova.Lascia la moglie e due figli.

05/03/2026 Marco Turra operaio di 58 anni è morto per essere stato schiacciato dall’escavatore a Brescia.Lascia la moglie e due figli.

05/03/2026 Dorel Ciobanu operaio di 51 anni è morto per essere stato schiacciato da una pala meccanica, in una cava di Riano in provincia di Roma.Lascia la moglie e due figli.

09/03/2026 Paolo Gaggero operaio di 61 anni è morto per essere stato schiacciato da una pressa di 5 tonnellate alla Sva di Genova. Lascia la moglie e un figlio.

12/03/2026 Abdellah Rahali operaio di 37 anni è morto per essere caduto da un’altezza di circa 10 metri, in un cantiere a San Marcellino in provincia di Caserta.

19/03/2026 Murat Tafciu operaio di 53 anni è morto per essere caduto da un ponteggio, mentre era impegnato nel cantiere per la ristrutturazione dell’ex Banca d’Italia, a Modena.Lascia la moglie e 4 figli.

21/03/2026 Enrico Matera operaio di 29 anni è morto per una caduta da un tetto di un capannone industriale, da un’altezza di 6 metri, a Modugno, in provincia di Bari. Lascia la moglie e una figlia piccola.

23/03/2026 Domenico Minadeo operaio di 62 anni, è morto a San Giovanni Rotondo, in provincia di Foggia, dopo 7 mesi in ospedale, per un infortunio sul lavoro nel quale era rimasto gravemente ferito. Lascia la moglie e due figli.

23/03/2026 Mamour Mbow Pape operaio di 22 anni è morto per essere rimasto incastrato all’interno di un macchinario, in un capannone a Selvazzano Dentro, in provincia di Padova.

27/03/2026 Silvia Berton addetta alle pulizie di 60 anni è morta investita da un treno nella stazione di Ceriale.Lavorava in appalto per Fs, per una ditta che si occupa della pulizia in diverse stazioni.

30/03/2026 Ciro Di Martino di 49 anni è morto schiacciato da un macchinario, in uno stabilimento per la produzione di ovatta a Bellizzi, in provincia di Salerno.Lascia la moglie e due figli.

01/04/2026 Vincenzo Romano, operaio di 39 anni è morto per essere stato colpito da una pesante lamiera, in un cantiere a Sicignano, in provincia di Salerno.Lascia la compagna e una figlia piccola.

03/04/2026 Riaz Ahmed operaio di 55 anni è morto dopo un agonia di 24 giorni all’Ospedale Maggiore di Parma.Era caduto in una vasca di acqua bollente a oltre 90 gradi, in un’azienda della Bassa Reggiana.Le ustioni, purtroppo erano troppo gravi.L’operaio aveva riportato ustioni sul 50% del corpo.

03/04/2026 Sergiu Sirbu operaio di 52 anni è morto per essere caduto da un’altezza di 10 metri da un silos, mentre smontava un ponteggio, all’ex zuccherificio di Porto Viro, in provincia di Rovigo.

04/04/2026 Roberto Gavioli operaio di 73 anni è morto stamani a San Felice, provincia di Modena, per il cedimento della gru, che secondo le prime indiscrezioni si sarebbe staccata dal furgone. Sullo stesso furgone anche il figlio di 39 anni, ricoverato in terapia intensiva e in prognosi riservata.

06/04/2026 Eolo Monelletta, imprenditore agricolo di 60 anni, è morto schiacciato dal trattore a Perugia.Lascia la moglie e due figli.

07/04/2026 Italo Carpi operaio di 54 anni, morto in un serbatoio di alcol etilico, alle porte di Udine. Lascia due figlie.

10/04/2026 Daniluc Tiberi Un Mihai operaio di 50 anni e Najahi Jaleleddine operaio di 41 anni, sono morti per il cedimento della gru a Palermo.

13/04/2026 Domenico Di Ponzio operaio di 38 anni, è morto per essere stato colpito da un palo della luce che si è staccato, nel cimitero di Taranto.

13/04/2026 Nicolae Oprea operaio di 54 anni è morto schiacciato da un furgone che stava caricando.

16/04/2026 Vittorio Tino operaio di 66 anni è morto per essere caduto da un’impalcatura all’interno del depuratore di Casale (Vicenza).

16/04/2026 Massimiliano Lauro operaio di 46 anni è morto cadendo dal tetto, da un’altezza di 10 metri, mentre puliva una canna fumaria a Ospitaletto, in provincia di Brescia.Lascia la moglie e 6 figli.

17/04/2026 Ciro Mennella operaio di 46 anni è morto nella ristrutturazione di una gioielleria a Napoli.Lascia la moglie e un figlio piccolo.

22/04/2026 Antonio Pizzuti 55 anni, stava riparando un’auto (all’interno di un officina meccanica).quando – per cause da accertare – il cric che sosteneva il veicolo ha ceduto crollando rovinosamente.Immediati i soccorsi, ma purtroppo per Antonio non c’era già niente da fare. Il 55enne è morto sul colpo.

24/04/2026 Nicolaie Ciur operaio di 51 anni è morto precipitando in un dirupo per circa 50 metri, mentre stava svolgendo lavori di manutenzione delle canaline di scolo, nei pressi del ristoro di Frasso, frazione del paese della Valsesia.Lascia la moglie e due figli.

29/04/2026 Pasquale Perna operaio di 37 anni è morto in fabbrica ad Acerra, in cause ancora da chiarire, si parla di una possibile caduta o di un infortunio con il muletto.Lascia la moglie e due figli piccoli.

29/04/2026 Un operaio di 51 anni è morto in ospedale, per un infortunio mortale sul lavoro.Era stato travolto da una betoniera a Castelfiorentino.

30/04/2026 Danilo Trentin imprenditore di 63 anni è morto per un infortunio avvenuto in un cantiere a Borgo Valsugana il 15 Aprile 2026.Stavo lavorando sul balcone di una casa in costruzione, quando era precipitato da diversi metri, che gli aveva causato diverse ferite.Lascia la moglie e due figlie.

30/04/2026 Rocco Retucci operaio di 67 anni è morto all’Ospedale di Benevento.Era rimasto gravemente ferito in un infortunio sul lavoro accaduto ieri.Era impegnato in lavori di manutenzione sulla copertura di un tetto, quando per cause ancora in accertamento, parte del tetto ha ceduto sotto il suo peso e l’operaio è precipitato da diversi metri.

04/05/2026 Marco Rocchini, operaio di 48 anni è morto travolto da un muletto all’Aquila.Lascia la moglie e una figlia piccola.

07/05/2026 Driss Najem operaio di 51 anni è morto per essere caduto dal tetto del supermercato in costruzione, in un cantiere a Maerne, frazione del comune di Martellago, in provincia di Venezia

08/05/2026 Fabio Cananzi operaio di 46 anni è morto per essere precipitato dal terzo piano di un edificio, mentre stava eseguendo alcuni lavori edili ad Anoia in provincia di Reggio Calabria.Lascia la moglie e due figli piccoli.

12/05/2026 Raffaele Settembre operaio di 47 anni è morto per essere stato travolto da un bancale nello stabilimento della Centrale del Latte di Torino.Lascia la moglie e un figlio.

14/05/2026 Massimo Pinna imprenditore edile di 54 anni è morto dopo 6 giorni di agonia all’Ospedale di Cagliari. Il 9 Maggio era precipitato da una piattaforma mobile, mentre operava in un cantiere.Lascia la moglie e due figli.

15/05/2026 Asmir Slomic operaio di 51 anni è morto per essere stato schiacciato da un muletto in Alto Adige.Lascia la moglie e due figli.

15/05/2026 Vasile Comaschi, operaio di 52 anni è morto per essere stato travolto dal tronco di una pianta, durante le operazioni di taglio di potatura, in Alta Valle Camonica, nel Bresciano.Lascia la moglie e due figli.

16/05/2026 Andrea Scalambra operaio comunale di 59 anni è morto dopo 18 giorni di agonia.Era rimasto gravemente ferito il 29 Aprile, in un infortunio sul lavoro.Venne travolto dal suo stesso trattore mentre stava tagliando l’argine

19/05/2026 Raffaele Sacchitelli imprenditore agricolo di 34 anni è morto per essere stato schiacciato a seguito del ribaltamento del muletto, in agro di Orta Nova, nella sua azienda agricola.A breve si sarebbe sposato.

20/05/2026 Rudi Simaneta operaio di 60 anni è morto dopo la caduta da un muletto elevatore da circa 3 metri di altezza, in un capannone a Lungavilla, in provincia di Pavia.

21/05/2026 Franco Vescio operaio di 51 anni è morto nell’ospedale di Catanzaro, dove era stato ricoverato in gravi condizioni, dopo l’infortunio sul lavoro avvenuto il 14 Maggio.Era precipitato nel vuoto dal tetto di un edificio, mentre stava effettuando alcuni interventi di manutenzione sui cavi di telecomunicazione. Lascia la moglie e due figli.

21/05/2026 Michele Amelia operaio di 41 anni è stato travolto sull’A1 Milano-Napoli, da un auto.L’operaio era impegnato nella manutenzione del verde, è morto mentre investito da un auto, mentre stava predisponendo un cantiere mobile, in carreggiata.

21/05/2026 Rosario Pulerà operano sessantenne è morto per essere stato colpito da un ramo, mentre era impegnato a tagliare un albero nei boschi di Monterosso Calabro.Lavorava per una ditta di legnami.Lascia la moglie e 3 figli

22/05/2026 Viorel Ciocan operaio di 35 anni è morto all’ospedale Santa Chiara di Trento, dove era ricoverato dal 22 Aprile, dopo un infortunio sul lavoro.Era stato travolto da un camion che stava effettuando retromarci all’interno di un cantiere forestale.Lascia la moglie e un figlio piccolo.

26/05/2026 Giacomo Pucci, operaio di 30 anni, è morto schiacciato da una pressa, ad Altopascio (Lucca).

26/05/2026 Simone Dallai, operaio di 47 anni è morto, schiacciato da un muletto a Cavriago, in provincia di Reggio Emilia.

26/05/2026 Francesco Cannone, operaio di 31 anni è morto schiacciato da un muletto, in un’azienda di logistica, nella zona industriale di Catania.Lascia la moglie e due figli piccoli.

27/05/2026 Un operaio di 35 anni è morto schiacciato da un pallet nel Siracusano.

27/05/2026 Gianluigi Piaccia operaio di 35 anni è morto per essere stato investito dall’esplosione di una bombola.È morto agli Ospedali Riuniti Torrette di Ancona, dove era ricoverato da alcuni giorni, dopo essere stato investito da una pesante bombola (100kg) alla Tecno Collaudi di Fano.

28/05/2026 Massimo Daniele Desideri imprenditore di 65 anni , titolare della Utilplastic e di un’azienda agricola è morto sotto ad un trattore nella stessa azienda agricola a Larciano, in provincia di Pistoia.

29/05/2026 Nando Cursio operaio di 55 anni, addetto alla segnaletica è morto per essere stato travolto sull’A21, all’uscita del casello di Alessandria Ovest in direzione Piacenza.

29/05/2026 Sakil Hosseini operaio di 26 anni è morto dopo 5 giorni di agonia all’ospedale.5 giorni prima era stato colpito alla testa da un’altalena, mentre stava lavorando al luna park a Lioni, in provincia di Avellino.Tra pochi giorni sarebbe diventato papà.

01/06/2026 Raffaele Magri operaio di 58 anni è morto per le esalazioni di gas per la pulizia di un pozzo nero a Ercolano, in provincia di Napoli.A quanto pare lavorava in nero per un’azienda di Afragola, specializzata nel settore degli spurghi.Lascia la moglie e un figlio.

02/06/2026 Mohammed Gannaoui operaio di 27 anni è morto per essere rimasto schiacciato dal trattore che si è ribaltato in un allevamento di polli a Soprazocco di Gavardo, in provincia di Brescia.

03/06/2026 Fauzi Marwen operaio di 33 anni è morto per essere precipitato da un tetto, da un’altezza di 6/7 metri, per il cedimento della struttura dove stava lavorando, in una ditta di Rosignano, in provincia di Livorno.

04/06/2026 Salvatore Consolatevi meccanico di 53 anni è morto stamattina al Civico di Palermo, dove si trovava ricoverato da ieri sera, dopo essere rimasto schiacciato da un camion, sotto il quale stava lavorando.Lascia la moglie e due figli.

L'articolo Non chiamatele morti bianche proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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Revox B225: Lettore CD, Precisione Svizzera, Zero Difetti - Riparazione per audiofili incazzati

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00:00 - Introduzione e analisi delle condizioni del Revox B225
01:29 - Primo test di accensione e problemi al display
03:17 - Verifica del laser e del sistema di messa a fuoco
03:46 - Analisi termica: componenti che surriscaldano (IC2)
05:45 - Smontaggio della meccanica Philips CDM0 e test bobine
06:46 - Sostituzione del transistor BD136 in corto
07:12 - Test di funzionamento: la lente torna a muoversi
08:27 - Regolazione dell'altezza del motore (Service Manual)
08:58 - Recupero di un secondo Revox "rottame" per pezzi di ricambio
11:58 - Pulizia e restauro estetico (scambio frontalini e tasti)
13:10 - Scambio della scheda audio e primo ascolto riuscito
13:51 - Taratura fine: misura potenza laser e segnale RF
14:23 - Regolazione della messa a fuoco con oscilloscopio
16:57 - Restauro lampadine originali con vernice specifica
18:22 - Risoluzione errori di lettura e boost tensione laser
20:12 - Analisi finale del secondo apparecchio e conclusioni
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Installation sur serveur UnRaid

Bonjour à toustes !

Dans une logique de dégafamisation de ma vie numérique, je me suis lancé avec très très peu de connaissances dans la mise en place d’un serveur à la maison à partir de matériaux de récupération.

J’ai donc installé UnRaid sur un vieux MacMini que j’ai réparé. Jusqu’ici, j’ai pu virer Google Drive en mettant en place un serveur Seafile mais maintenant j’aurai besoin de remplacer Google Forms que j’utilise beaucoup pour ma gestion administrative familiale et mon suivi de santé.

En farfouillant, je vois qu’on peut installer Yakforms sur un serveur personnel mais comme je suis très débutant et que je découvre UnRaid, j’aimerai savoir si des personnes ici savent si on peut installer Yakforms sans avoir de version docker, ou comment en créer une pour pouvoir l’installer sur mon serveur ?

Je vous remercie pour votre aide !

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Can Mark Carney’s US-China juggling act keep Canada’s ‘primary relationship’ intact?

When China’s Foreign Minister Wang Yi arrived in Canada late last month to consolidate a new economic partnership, Prime Minister Mark Carney was in New York pitching for more than US$1 trillion in investment. “The timing was almost certainly deliberate,” said Alejandro Reyes, a professor of politics and a senior fellow at the Centre on Contemporary China and the World at the University of Hong Kong. “It signals to Washington that engagement with Beijing does not come at the expense of the...

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TV AUTOVOX: TIMELAPSE di recupero componenti ASMR, Ma Mi Si Sfascia IL SALDATORE!!! #ASMR #relaxing

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Questo AUTOVOX e' privo di speranza.
Il cinescopio e' ESAURITO, e' alimentato a 9 VOLT ed e' prossimo alla morte.
Il mobile e' in pessime condizioni, mancano manopole e parti interne.
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Ho provato a regalarlo in giro ma in zona non c'e' nessuno, spedirlo costa uno sfacelo e per le condizioni in cui versa, non ne vale la pena.

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Framaforms: traduction du button "soumettre"

Bonjour,

nous essayons d’utiliser framaforms pour une classe en Allemagne.

Mais le button “soumettre” reste en Francais.

J’ai regardé sur https://weblate.framasoft.org, et la langue allemande est traduite à 100%.

Est-ce que le label “soumettre” est en dur en Francais?

Je suis pret à contribuer si c’est utile.

Yann

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Liberi di sparare ai ladri, con l'Istituto Liberale

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Chinese medical team arrives in DR Congo to help fight Ebola, ‘filling US void’

A Chinese team of medical experts has arrived in the Democratic Republic of Congo for a three-month frontline mission to contain an expanding Ebola outbreak across a mining region with extensive Beijing-backed mineral investments. The five-member team of specialists in epidemiology, clinical medicine, research and traditional Chinese medicine arrived in the capital Kinshasa on Tuesday. According to China’s National Health Commission, the experts will work with local authorities to strengthen...

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La gestione delle crisi geopolitiche: il ruolo della leadership e della cultura d’intelligence

La catena di eventi che si snoda a partire dalla guerra tra Russia e Ucraina, passando attraverso i tragici fatti del 7 ottobre 2023 con l’attacco di Hamas ad Israele, per arrivare allo scontro tra gli Stati Uniti e l’Iran, nato dal contenzioso sul programma atomico e sfociato nel blocco del corridoio energetico dello stretto di Hormuz, ha evidenziato la fragilità dei tradizionali modelli di previsione strategica.

Questo perché le analisi delle sempre più frequenti crisi sistemiche globali, si sono sempre concentrate maggiormente solo su variabili quantitative, quali i flussi logistici, i budget militari o le asimmetrie tecnologiche, trascurando, invece, le visioni qualitative della complessità ed il conseguente fondamentale assunto, ovvero “more is different”, il “tutto è maggiore della somma delle singole parti”. 

Dunque, possiamo dire che l’attuale instabile scenario mondiale sta riportando al centro del dibattito due fattori da troppo tempo sottovalutati, quali la:

  • leadership e la sua capacità di governare l’incertezza;
  • cultura d’intelligence, intesa non solo come mero oggetto di sicurezza, ma come imprescindibile disciplina della conoscenza strategica.

Per comprendere l’importanza di questi due elementi gestionali delle crisi, è necessario abbandonare la visione, per così dire, lineare della politica internazionale ed analizzare i teatri geopolitici attraverso la lente della teoria dei sistemi complessi.

Oltre la linearità, l’orlo del caos e i sistemi adattativi complessi

Questo approccio, si rende necessario perché una crisi geopolitica odierna, in una società contemporanea fluida, veloce, poliedrica, non è un problema complicato risolvibile scomponendone i singoli aspetti in forme sempre più elementari, magari grazie ad un algoritmo sequenziale, ma è, a tutti gli effetti, l’affrontare la realtà di un sistema adattativo complesso, costituito da una miriade di reti instabili di attori statuali e non, in continua interazione ed auto-organizzazione tra loro, dove le azioni di un singolo elemento generano effetti non lineari ed imprevedibili ex-ante, sull’intero scacchiere planetario. 

In questo contesto dominato dall’incertezza e dall’imprevedibilità, il modello classico di leadership verticale e d’intelligence burocratico è destinato a sicuro fallimento. 

Il futuro di una governance strategica lungimirante, quindi, deve collocarsi in una zona intermedia che potremmo definire con un concetto caro agli scienziati dei sistemi complessi, come “orlo del caos”, per evitare che troppo ordine e rigidità decisionale conducano alla paralisi del sistema, così come l’assenza di direzione porti alla disintegrazione del contesto. 

Infatti, in questa cornice di perenne instabilità, il leader geopolitico moderno non è colui che pretende di prevedere e pianificare l’imprevedibile, ma colui che accetta la complessità e sviluppa una spiccata capacità di lettura dei segnali deboli, per navigarla in tempo reale. 

Così parimenti, l’operato generato dalla cultura d’intelligence deve assumere un ruolo cardine, diventando lo strumento primario per decodificare le guerre asimmetriche, le manovre finanziarie occulte che accompagnano e presagiscono i conflitti globali, per garantire la resilienza dello Stato e degli asset strategici nazionali, dotando sia il decisore politico che quello privato di moderni sistemi di anticipazione del futuro.

Geostatisti, ridondanza e lungimiranza progettuale

Quindi, per entrare ancora di più nel dettaglio delle considerazioni finora esposte, occorre sottolineare che la prima dote di una leadership performante nell’ambito delle perigliose acque della scena internazionale, consiste nella capacità di saper promuovere la ridondanza e la flessibilità strategica, con una visione del futuro progettuale di lungo periodo, superando così l’esasperazione dell’efficienza immediata e del consenso a breve termine, che tanto indebolisce le democrazie occidentali. 

Spetta ai cosiddetti “geostatisti”, così come definiti dall’economista Paolo Savona, ossia di persone capaci di vedere lontano, al di là dell’oggi e delle loro nazioni e di saper costruire assetti internazionali che prevengano le crisi economiche e propizino lo sviluppo dell’intero Pianeta.

Le scelte di un buon geostatista, infatti, devono essere ispirate ad una sana realpolitik, ma l’itinerario della sua azione deve essere altrettanto chiaro sulla traccia della ragione dei molti, come pretende la democrazia e non dei pochi, come inevitabilmente accade negli autoritarismi.

Dunque, esattamente come i grandi attori industriali hanno dovuto reintrodurre margini di sicurezza per proteggere la propria catena del valore dalle turbolenze geopolitiche, un’avveduta leadership politica deve saper costruire strutture istituzionali resilienti, capaci di assorbire shock imprevisti, senza collassare.

Logiche oloniche e reti decisionali molecolari

In secondo luogo, deve tenere a mente la necessità di muoversi secondo logiche oloniche, alla stregua di un sistema organizzato in grado di prendere decisioni ed attuarle, interagendo con gli altri elementi del sistema su base negoziale, dal momento che le crisi odierne – energetiche, cibernetiche, asimmetriche, militari, informative – si sviluppano in modo molecolare.

Il concetto di olone, infatti, definisce un’entità che è simultaneamente un tutto autonomo nel proprio ambito operativo e la frazione inscindibile di un disegno superiore ed in un sistema adattativo complesso, al quale paragoniamo una crisi internazionale globale, l’approccio olonico permette di superare la rigidità delle gerarchie tradizionali senza cadere nell’anarchia decisionale, coniugando il ‘massimo dell’autonomia locale con la massima coerenza strategica globale.

Per affrontare con successo le turbolenze globali, un leader saggio non deve accentrare ogni singola decisione all’interno di una rigida burocrazia piramidale, ma deve, invece, saper coordinare tutta una serie di nodi autonomi e specializzati – diplomazia, forze armate, intelligence, attori economici – in maniera tale da preservare l’agilità operativa economica e tattica, facendo agire tutte le componenti in modo sinergico, verso un obiettivo comune. 

Parimenti la cultura d’intelligence deve essere in grado di garantire la resilienza dello Stato dotando il decisore politico di moderni sistemi di anticipazione del futuro, in quanto nel mare pericoloso del complesso quadro geopolitico internazionale, anticipare non significa meramente profetizzare linearmente un singolo scenario, bensì mappare tutte le gamme dei futuri possibili, attraverso l’analisi dei segnali deboli e lo sviluppo di modelli predittivi dinamici. 

L’avvento dell’Intelligenza Artificiale e la centralità del fattore umano

Attualmente a questo fine, dunque, ci troviamo di fronte all’avvento dell’intelligenza artificiale che offre ai decisori strumenti informativi senza precedenti, capaci di elaborare miliardi di dati al secondo, offrendo una mole infinita d’informazioni, estendendo i conflitti in dimensioni sempre più vaste e multifattoriali. 

In questo ambito quindi, sia la leadership che la cultura d’intelligence devono attribuire la centralità assoluta del loro agire al fattore umano, fungendo entrambe da “sensore di confine”, mappando le interconnessioni e decodificando le minacce, in modo tale da attribuire la sintesi finale e le scelte morali agli esseri umani reali. 

Infatti, nessun algoritmo o IA può sostituire l’intuizione geopolitica, il giudizio etico e la sensibilità interpretativa che scaturiscono da una leadership e da apparati d’intelligence in cui l’elemento umano è ancora prevalente, poiché se le macchine eccellono nel calcolare le probabilità all’interno di schemi predefiniti, solo gli uomini possiedono la plasticità cognitiva necessaria per decidere “sull’orlo del caos”, per trasformare l’informazione in visione e la visione in azione sovrana, convertendo così il disordine globale in un’opportunità di resilienza e stabilità per l’intero sistema delle relazioni internazionali. 

In conclusione è bene rammentare, ad ognuno di noi, che non si può comprimere il futuro o semplificarlo in illusioni di previsione, si possono solo costruire scenari affinché esso non ci trovi impreparati e, come la storia insegna, raggiungere lo sviluppo non significa garantirsi un futuro radioso, perché bisogna saperselo mantenere.

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Prima diventa virale, poi viene prodotto

Un costume da bagno da 15 dollari compare online, diventa virale sui social, viene salvato, cercato e commentato e a quel punto parte la produzione. La sequenza è questa, e racconta uno dei cambiamenti più profondi della moda globale: prima il desiderio diventa visibile, poi la fabbrica si mette in moto.

Il modello che sta emergendo in Cina non funziona più solo come il fast fashion tradizionale, quello che produce enormi quantità di capi in anticipo e poi li spinge sul mercato, ora il meccanismo è più rapido e più reattivo, un capo esplode sui social, i dati mostrano che il pubblico lo vuole, i produttori realizzano i primi lotti, le piattaforme misurano le vendite e la produzione cresce solo se il prodotto continua a funzionare.

Uno dei luoghi simbolo di questa trasformazione è Xingcheng, una città costiera del Liaoning, nel nord est della Cina, ha meno di 500.000 abitanti ed è diventata una delle capitali mondiali dei costumi da bagno. Secondo Xinhua, produce circa 170 milioni di pezzi all’anno, cioè un costume da bagno su quattro venduto nel mondo. China Daily stima il valore della filiera locale in circa 15 miliardi di yuan, pari a 2,13 miliardi di dollari. La forza di Xingcheng non sta in una sola megafabbrica, sta in una rete, perchè nel suo territorio convivono aziende strutturate, laboratori più piccoli, fornitori, modellisti, confezionatori, venditori online e operatori della logistica. People’s Daily parla di oltre 1.300 produttori e di circa un terzo della popolazione locale coinvolta nella produzione o nelle attività collegate ai costumi da bagno. Il sistema nasce negli anni Ottanta da laboratori familiari e piccole attività locali. All’inizio erano case trasformate in punti di cucito, macchine domestiche, produzione semplice per il mercato turistico. In quarant’anni quel modello si è trasformato in un distretto industriale collegato alle piattaforme globali. Xinhua indicava già nel 2019 oltre 35.000 imprese e-commerce legate ai costumi da bagno nell’area di Huludao, con esportazioni in più di 140 Paesi attraverso piattaforme come AliExpress e Amazon.

Per molto tempo la moda ha funzionato partendo dall’offerta, i marchi progettavano, producevano, distribuivano e poi aspettavano la risposta del pubblico,  ora, in questi distretti, il segnale arriva prima dal mercato. Un video virale può diventare un’indicazione commerciale, una ricerca improvvisa può attivare un produttore, un aumento dei click può trasformarsi in un primo lotto. E questo rende la produzione molto diversa dal fast fashion classico, è una moda quindi reattiva, quasi in tempo reale, produce meno alla cieca e misura di più, che parte da quantità contenute, osserva la risposta e aumenta se il prodotto vende. La fabbrica diventa un sistema distribuito senza alcuno spreco.

La fabbrica segue l’algoritmo, legge il comportamento del pubblico e reagisce.

Questa capacità riduce in parte il rischio dei magazzini pieni di capi invenduti, perché la produzione può partire da segnali reali. Allo stesso tempo accelera ancora di più il ciclo del consumo. Un capo nasce online, viene desiderato, copiato, prodotto, venduto e sostituito in tempi brevissimi.

La storia di Xingcheng è quindi una nuova fase della produzione globale, simbolo di un’economia che non aspetta più le stagioni, né i cataloghi  né le collezioni, aspetta che qualcosa esploda online.

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La pipì che diventa fertilizzante

La pipì è una delle risorse più sprecate delle nostre città, la produciamo continuamente e la mandiamo negli scarichi usando acqua pulita per eliminarla. Dentro quel liquido, però, ci sono azoto, fosforo e potassio, gli stessi nutrienti che servono alle piante per crescere e che l’agricoltura acquista sotto forma di fertilizzanti.

Alla sede dell’Agenzia Spaziale Europea di Parigi questa risorsa viene recuperata. Quando il personale va in bagno, l’urina viene separata alla fonte, prima di essere diluita con l’acqua di scarico, e viene inviata attraverso tubature dedicate a un piccolo impianto di trattamento nel seminterrato dell’edificio. I servizi igienici sembrano bagni normali, ma funzionano in modo diverso; raccolgono il liquido separatamente e lo portano in un sistema che filtra, concentra e sanifica l’urina. Il processo rimuove microinquinanti come residui di farmaci e antibiotici, recupera i nutrienti utili alla crescita delle piante e pastorizza il liquido a 90 gradi, eliminando virus e altri patogeni. Alla fine restano acqua distillata, che può essere riutilizzata nel sistema di lavaggio, e un fertilizzante liquido chiamato Aurin.

Dietro questa tecnologia c’è VunaNexus, una startup svizzera che lavora sul recupero dei nutrienti dall’urina umana. Il suo fertilizzante è approvato in Svizzera e in Francia per l’uso su tutte le piante, viene venduto ad agricoltori, giardinieri e privati, ed è già in fase di test in città come Parigi, Losanna e Zurigo. Per anni un’idea del genere è stata considerata quasi eccentrica, ma oggi lo scenario è cambiato, la guerra, l’aumento dei prezzi dell’energia e le tensioni sulle rotte commerciali hanno mostrato quanto il mercato dei fertilizzanti sia fragile. Gran parte della produzione dipende da gas fossile, materie prime importate e filiere lunghe; quando questi equilibri saltano, aumenta il costo del cibo e cresce il rischio per i paesi più poveri.

Separare l’urina alla fonte rende il trattamento molto più semplice. È lo stesso principio che usiamo quando ricicliamo batterie, metalli o componenti elettronici. Una materia ricca di elementi utili viene raccolta prima che si mescoli con tutto il resto. In questo modo diventa più facile recuperarla e trasformarla in qualcosa di nuovo. Il sistema VunaNexus è già installato in diversi grandi edifici commerciali e residenziali, tra cui una grande banca privata svizzera a Ginevra. Oggi ricicla circa 3 milioni di litri di urina all’anno. La tecnologia sarà utilizzata anche in un nuovo ecoquartiere di Parigi, destinato a diventare uno dei più grandi progetti europei di questo tipo.

Secondo VunaNexus, se tutta l’urina prodotta in Europa venisse recuperata, potrebbe coprire circa il 30% del fabbisogno di azoto. Una quota significativa, capace di ridurre la dipendenza dai fertilizzanti sintetici, alleggerire i depuratori e rendere le città più resilienti.

Ma il nodo principale resta il costo: nei piccoli impianti produrre azoto dall’urina è ancora molto più caro rispetto ai fertilizzanti industriali. Per rendere il sistema competitivo servono impianti più grandi, una raccolta più efficiente e un riconoscimento economico del servizio ambientale svolto. Recuperare urina significa anche trattare meglio le acque reflue, ridurre l’inquinamento e chiudere un ciclo che oggi resta aperto.

Il progetto originario si chiamava Vuna, sigla di Valorisation of Urine Nutrients in Africa, e in isiZulu significa “raccolto”. Più di dieci anni fa, nell’area di Durban, in Sudafrica, furono installati oltre 80.000 bagni secchi capaci di separare l’urina. Il fertilizzante prodotto venne testato anche sulle colture di mais, dimostrando che il sistema funzionava. La difficoltà maggiore era logistica, perché raccogliere, trasportare e trattare grandi quantità di urina richiedeva costi troppo alti. Oggi a Durban ricercatori e organizzazioni locali stanno riprendendo quel lavoro, cercando sistemi più semplici per raccogliere urina da orinatoi pubblici e trasformarla in fertilizzante per gli agricoltori della zona. L’idea è creare un circuito locale, dove una sostanza considerata scarto urbano diventa nutrimento per i campi, infrastruttura sanitaria e possibile lavoro.

La pipì è sempre stata trattata come un rifiuto da far sparire in fretta. In realtà contiene una parte della fertilità che sottraiamo ai campi e poi ricompriamo sotto forma di prodotti industriali. Recuperarla significa guardare diversamente il metabolismo delle città. Il futuro dell’economia circolare passa anche da qui. Da un bagno, una tubatura, un piccolo impianto nel seminterrato, da qualcosa insomma che abbiamo sempre considerato uno scarico e che può tornare a essere una risorsa.

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Tsunami hub. Il Centro Allerta Tsunami al World Ocean Day di Genova

Dal 6 all’8 giugno, a Genova, la Giornata Mondiale degli Oceani diventa anche un’occasione per conoscere meglio gli tsunami. Il Centro Allerta Tsunami dell’INGV, infatti, partecipa all’edizione 2026 con lo stand espositivo Tsunami HUB. Qui troverete un simulatore video e una porta. Vi chiederete: cosa hanno in comune con gli tsunami?

Non vi anticipiamo la risposta: vi invitiamo a scoprirla di persona, passando a trovarci al Villaggio del Mare, in largo Pertini.

Qui, tra esperimenti, giochi, prove di forza e tsunami da generare con le proprie mani, sarà possibile capire come nascono questi fenomeni, perché sono così diversi dalle onde prodotte dal vento e quanta energia conservano quando raggiungono la costa. Sarà anche l’occasione per scoprire che gli tsunami non si generano solo negli Oceani e lontano da noi, ma possono verificarsi anche nel Mar Mediterraneo.

Le attività dello stand sono rivolte al pubblico dagli 8 anni in su, durano circa 20 minuti e prevedono la partecipazione attiva dei visitatori, con gruppi fino a 10 persone.

L’iniziativa si inserisce nel programma della Giornata Mondiale degli Oceani: Conoscere, Comprendere, Convivere, promossa dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) in occasione del World Oceans Day, la ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite per sensibilizzare il pubblico sull’importanza degli oceani, sull’impatto delle attività umane e dei cambiamenti climatici e sulla necessità di proteggere una risorsa essenziale per la vita sul pianeta.

L’evento è patrocinato dal Comune di Genova, dal Ministero dell’Università e della Ricerca, dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e dalla Regione Liguria, ha ottenuto anche quest’anno l’endorsement UNESCO ed è stata riconosciuta tra le Ocean Decade Activities del 2026.

 

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Questo TV AUTOVOX va in DISCARICA: lo SMONTO e faccio ESPERIMENTI DI ALTA TENSIONE! #crt #television

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Questo AUTOVOX e' privo di speranza.
Il cinescopio e' ESAURITO, e' alimentato a 9 VOLT ed e' prossimo alla morte.
Il mobile e' in pessime condizioni, mancano manopole e parti interne.

Ho bisogno di spazio nel lab, quindi e' inutile conservarlo.

Ho provato a regalarlo in giro ma in zona non c'e' nessuno, spedirlo costa uno sfacelo e per le condizioni in cui versa, non ne vale la pena.

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Berlusconi ha preso il potere mettendo le bombe?

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La follia di una "strategia della tensione 2.0" era alla base delle accuse mosse verso Silvio Berlusconi: avrebbe pagato Cosa Nostra per mettere le bombe del '93, in modo da favorire un clima politico che permettesse l'ascesa di Forza Italia alle urne. Una follia degna di un delirio. O di un progetto ben preciso.

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Berlusconi archiviato

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Berlusconi archiviato. Volevano accusarlo di aver messo le bombe del '93 per creare un clima favorevole a Forza Italia. Una strategia della tensione 2.0, quando anche la prima è una evidente fantasia. Non è che il vero progetto eversivo è quello che voleva impedire in ogni modo un progetto politico diverso dal comunismo?
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Wammu : pas possible d'utiliser en wifi?

Salut

J’utilise KDE Connect (sous Windows), mais je ne le trouve pas intuitif. J’ai installé Wammu pour le re-tester. il y a quelques années je l’avais testé mais mon tel n’était pas compatible. Depuis j’ai changé. Mais dans les réglages il n’est pas possible de passer par le wifi. Aurais-je raté quelque chose ou c’est vraiment pas possible ??

En plus je n’ai pas vu qu’il faille installé une appli sur le tel, comme avec KDE Connect. Comment Wammu peut se connecter au tel ??

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Un mondo vivibile è possibile, il problema sono i miliardari

Il futuro è sempre visto come una condanna già scritta: più caldo, più disuguaglianza, più lavoro, più ricchezza concentrata nelle mani di pochissimi; un pianeta sempre più difficile da abitare e una società sempre più difficile da tenere insieme. Ma il Global Justice Report del World Inequality Lab ribalta questa narrazione.

Secondo il rapporto, un mondo più uguale e ancora vivibile è materialmente possibile, l’umanità potrebbe aumentare il tenore di vita, ridurre le disuguaglianze e mantenere il riscaldamento globale sotto i 2 gradi entro la fine del secolo. La felicità di una società non si misura soltanto con il PIL, si misura con il tempo libero, la salute, l’istruzione, la sicurezza economica e la qualità dell’ambiente in cui si vive. Una buona vita può richiedere meno consumo materiale e più servizi essenziali, meno estrazione e meno spreco.

Il rapporto indica una riduzione drastica dell’orario di lavoro, fino a circa 1.000 ore l’anno, l’equivalente di una settimana di due giorni e mezzo; chiede di spostare gli investimenti dai settori più pesanti, come industria e miniere, verso istruzione e sanità, attività che consumano molta meno energia e molti meno materiali; prevede anche una riduzione del consumo di carne rossa, tra i fattori legati alla deforestazione e alla distruzione degli ecosistemi.

Secondo il rapporto i redditi dell’89% della popolazione mondiale raddoppierebbero entro il 2100. La quota di ricchezza detenuta dai miliardari, oggi pari a circa il 6% della ricchezza globale, scenderebbe allo 0,05%. Il 50% più povero dell’umanità passerebbe invece dal 2% al 30% della ricchezza globale. Per finanziare questa trasformazione, il rapporto immagina un Fondo globale per la giustizia, alimentato da una forte tassazione dei patrimoni più grandi e da una nuova architettura finanziaria internazionale. Le risorse servirebbero a sostenere la transizione energetica, la sanità, l’istruzione e l’adattamento climatico, soprattutto nei Paesi del Sud globale.

Thomas Piketty, tra i coordinatori del progetto, sostiene che la strada attuale porta verso più combustibili fossili, più ricchezza concentrata, più rabbia sociale e più instabilità politica. Il rapporto usa una parola quasi dimenticata nell’economia contemporanea: “sufficienza”.  Significa vivere bene senza trasformare ogni bisogno in consumo e ogni consumo in distruzione.

Il rapporto mette insieme crisi climatica e disuguaglianza. Una transizione ecologica pagata dai lavoratori fallisce, una politica sociale che ignora i limiti del pianeta fallisce, lq giustizia climatica funziona quando diventa anche giustizia economica.

Un mondo vivibile dunque è possibile, serve decidere per chi vogliamo costruirlo, per l’umanità o per quello 0,001% che oggi concentra una quota enorme della ricchezza globale, parliamo di meno di 60.000 persone, una élite capace di possedere tre volte la ricchezza della metà più povera del pianeta, in cima a questa piramide ci sono nomi noti, Elon Musk, Larry Page, Larry Ellison, Sergey Brin, Jeff Bezos, Michael Dell, Mark Zuckerberg, Jensen Huang, Bernard Arnault e Warren Buffett.

Secondo il rapporto, la quota di ricchezza globale detenuta dai miliardari dovrebbe scendere dal 6% allo 0,05%, mentre il 50% più povero dell’umanità dovrebbe salire dal 2% al 30%. In mezzo c’è la scelta politica del secolo, lasciare che la crisi climatica venga pagata da chi ha meno, oppure usare la ricchezza accumulata in cima alla piramide per finanziare sanità, istruzione, transizione energetica e una vita più libera dal lavoro inutile.

A noi la scelta.

 

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NASA’s X-59 Aircraft Flies Supersonic for First Time

4 min read

Preparations for Next Moonwalk Simulations Underway (and Underwater)

NASA’s X 59 eXternal Vision System digital display shows green flight data overlaid on the forward scenery as the aircraft flies supersonic. Numerical indicators, horizon references, and a Mach number readout are visible on the screen.
NASA’s X-59 eXternal Vision System shows Mach 1.077 on Friday, June 5, 2026, marking the aircraft’s first time reaching supersonic speed in support of NASA’s Quesst mission. The moment represents a milestone for the aircraft as it transitions to include test flights faster than the speed of sound.

NASA

NASA’s experimental X-59 aircraft marked a major milestone Friday, June 5, when it flew faster than the speed of sound for the first time, setting the stage for demonstrating its quiet supersonic capabilities later this year. 

NASA test pilot Jim “Clue” Less took off and landed at Edwards Air Force Base in California, reaching a top speed of approximately Mach 1.1 (713 mph) and altitude of 43,400 feet. The X-59’s flight began at 11:08 a.m. PDT and lasted 81 minutes, with the team focusing on flying qualities at both subsonic and then supersonic speeds.  

In the coming days, we expect to take the next step and push to Mach 1.4

jared isaacman

jared isaacman

NASA Administrator

”X-59 is getting ready for its quiet supersonic debut. Since the aircraft’s first flight on Oct. 28, 2025, the team has made tremendous progress, flying 16 times in the last 90 days and getting into a steady test rhythm. In the coming days, we expect to take the next step and push to Mach 1.4,” said NASA Administrator Jared Isaacman “I’m grateful to the NASA team and Lockheed Martin Skunk Works for their help getting us to this point, and I hope this is the first of many collaborations as we rebuild NASA’s X-plane portfolio.” 

The X-59 is designed to fly at supersonic speeds while creating only a quiet thump instead of a loud sonic boom. For this flight, a NASA F‑15 chase plane flew nearby to monitor the X‑59. The loud sonic booms from the F-15 obscured any sound made by the X-59.  

“The X-59’s first supersonic flight is a testament to America’s enduring leadership in science, engineering, and aerospace innovation,” said Michael Kratsios, Assistant to the President for Science and Technology and Director of the Office of Science and Technology Policy. “This achievement comes as the Trump Administration continues work to unleash supersonic flight and enable American ingenuity.” 

This first supersonic flight is a significant milestone, but an event even more critical to the mission is upcoming. In just days, the aircraft is expected to make its first “mission conditions” flight, reaching a cruising speed of Mach 1.4 (925 mph) and altitude of approximately 55,000 feet. The X-59 also will be accompanied by a chase plane for this flight.  

NASA’s X-59 quiet supersonic research aircraft flies above the clouds during its first supersonic flight. The aircraft is shown in side profile during level flight with desert and mountain terrain visible below.
NASA’s X-59 quiet supersonic research aircraft completed its first supersonic flight Friday, June 5, 2026, marking the first time the aircraft exceeded the speed of sound in support of NASA’s Quesst mission. The milestone represents a major step in flight testing as the aircraft expands into the supersonic portion of its flight envelope.
NASA / Lori Losey

This speed and altitude are the base conditions for the X-59 when it will eventually fly over several U.S. communities enabling NASA to gather data about how people may perceive its quiet thump. NASA will share this data with U.S. and international regulators to help establish new data-driven noise standards to enable a future viable market for supersonic commercial flight over land. 

For the last several months, the X-59 has been participating in an ongoing series of flights where the plane has been flying at a wide range of speeds and altitudes – a process known as envelope expansion. These tests are the first phase of the X-59’s flight testing. They are focused on performance and involve chase plane monitoring. When the aircraft completes this phase it will enter another, focused on its sound profile in order to verify its quiet thump capability.  

The X-59 is the centerpiece of NASA’s Quesst mission, which aims to demonstrate quiet supersonic flight and help enable commercial supersonic flight over land worldwide. These advancements will help travelers reach their preferred destinations faster, spending less time in the air. 

Through Quesst’s development of the X-59, NASA also will deliver design tools and technology for quiet supersonic airliners that will achieve the high speeds desired by commercial operators without disturbing people on the ground. NASA will validate design tools through ground and flight testing, providing U.S. aircraft manufacturers the ability to explore new quiet supersonic concepts, and provide them with confidence that their resulting designs will meet quiet flight requirements.  

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North Carolina Democrats Propose Changes to Block GOP Power Transfers and Secrecy

The interior of a spacious room with high ceilings, burgundy carpeting and rows of tables.
The North Carolina legislature, where Democrats recently introduced three bills to reform the state’s courts and protect the separation of powers between its branches of government Al Drago/Bloomberg via Getty Images

Democratic lawmakers in North Carolina introduced a trio of constitutional amendments this week aimed at protecting traditional powers of the state’s governor and reforming oversight of its court system.

The effort was prompted in part by ProPublica’s reporting, including an investigation that found that over nearly a decade, Republican lawmakers had pushed through law after law shrinking the powers of North Carolina’s governor, always a Democrat during that time.

At a press conference on Wednesday, the bills’ sponsors readily acknowledged that the initiatives are unlikely to pass, at least in the current legislative session: Republicans hold majorities in North Carolina’s House and Senate.

But in proposing the measures as changes to the state constitution, the group of eight Democrats said their goal was to make them less vulnerable to the persistent partisan warfare that has engulfed the narrowly divided swing state.

Republicans “won’t always be in the majority,” said Rep. Phil Rubin, the primary sponsor of one bill. “And when they’re not, they’re going to suddenly think these are great rules. So let’s do them now.”

Republican leaders in the House, Senate and court system did not respond to requests for comment on the bills.

Experts have long maintained that Republican power grabs have thwarted the will of North Carolina voters, removing the Democratic governor’s control or partial control over numerous boards, entities and executive prerogatives and leaving him the nation’s weakest. (Republican officials have defended the shifts, pointing out that voters also elected a GOP legislative majority.)

Rubin’s measure would bar the legislature from stripping away additional gubernatorial powers, as well as block majority leaders from what he called “government by ambush” — springing major legislation on the minority and public without notice.

“ProPublica’s reporting shows the perils of not having this law,” Rubin said. Voters should have “the opportunity to secure their constitution, demand absolute transparency in lawmaking and ensure that people, not backroom deals, have the final say.”

The two other constitutional amendments unveiled this week target aspects of the judicial system.

The first, authored by House Rep. Marcia Morey, would make disciplinary hearings and sanctions by the courts’ internal watchdog, the Judicial Standards Commission, public.

GOP rules currently cloak the commission’s work in secrecy. Behind closed doors, ProPublica revealed, the majority-Republican state Supreme Court quashed the commission’s recommendations that two Republican judges who’d admitted to committing egregious conduct violations be publicly reprimanded. (Spokespeople for the North Carolina Supreme Court and the Judicial Standards Commission declined to comment or respond to a detailed list of questions about the matter.)

Morey’s bill would also change who appoints the commission’s members, a step she called critical to preventing the “weaponization” of its work.

Currently, Republican legislative leaders and Paul Newby, the state’s conservative chief justice, appoint a majority of the commission’s members. As ProPublica has reported, in 2023 Newby encouraged the commission to investigate a Black Democratic justice who’d criticized his decision to effectively shut down a racial equity commission. (Newby, as well as spokespeople for the court and the Judicial Standards Commission, declined to comment for the story.)

Morey’s measure would divide commission appointments equally among the chief justice, the governor and the North Carolina State Bar. “Who makes decisions about discipline and who appoints the decision-makers,” she said, are critical to making the system “fair and effective.”

The second bill, sponsored by Rep. Deb Butler, would disqualify state Supreme Court justices from hearing cases in which family members are parties. Justice Phil Berger Jr. has caused controversy by ruling in multiple cases in which his father, the leader of the state Senate, is a defendant in his legislative capacity. (Berger referred recusal requests on these cases to the Republican majority on the Supreme Court, which ruled he could participate.)

Butler’s measure would also compel justices to disclose more information about large stock transactions, outside sources of income and sponsored travel. A ProPublica investigation found Newby didn’t disclose a trip to a luxurious Hawaiian resort, paid for by a conservative judicial education program. Newby and court spokespeople did not respond to requests for comment about his decision not to disclose the trip.

Butler described her bill as an effort to restore public trust. “People deserve complete confidence in the integrity of their court,” she said.

In the unlikely event that the bills pass, the public would then have the chance to vote on them in November. If not, the sponsors said, they’d revive them in the next session, by which time even some Republican strategists think that a blue wave may have flipped the North Carolina House.

“We’re committed to following through on these bills to ensure fairness and impartiality in our courts and legislature,” Morey said. “This should be the norm, not the partisan bias we have now.”

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Il vulcano Marsili e i terremoti profondi del Mar Tirreno: c’è una relazione?

Dopo il terremoto di magnitudo Mw 6.1 (ML 6.2) avvenuto il 2 giugno 2026 al largo della costa calabra nord-occidentale, sui social media sono comparsi numerosi commenti che mettevano in relazione questo evento sismico con il vulcano sottomarino Marsili. 

Batimetria del Tirreno Meridionale e localizzazione del vulcano Marsili (da Gennaro et al., 2023). Vedi il post su INGVvulcani.

La domanda è comprensibile: sia il terremoto sia il vulcano si trovano infatti nella stessa area geografica, il Tirreno meridionale. Ma cosa ci dicono i dati scientifici?

Un terremoto molto profondo

Il primo elemento da considerare è la profondità del terremoto. In Italia la maggior parte dei terremoti avviene a profondità crostali (nei primi 10-20 km). Tuttavia, a causa dei fenomeni geologici che hanno portato alla sua attuale configurazione, alcune aree della nostra penisola sono interessate anche da terremoti intermedi e profondi, fino a 600 km. L’evento del 2 giugno è avvenuto a una profondità di circa 250 chilometri, che è eccezionalmente elevata rispetto alla maggior parte dei terremoti che avvengono in Italia.

I terremoti profondi sono tipici delle zone di contatto tra placche oceaniche e continentali. Il terremoto del 2 giugno, come altri, ha infatti avuto origine in un particolare contesto geodinamico, che chiamiamo zona di subduzione, dove la placca tettonica del mar Ionio sprofonda nel mantello terrestre, al di sotto dell’arco calabro e del mar Tirreno. 

Schema generale di una zona di subduzione e dei terremoti che vi si generano (da INGVterremoti).

Il Mar Ionio, infatti, rappresenta il relitto di un antico grande oceano che occupava la regione del Mediterraneo e che è stato “subdotto” e in parte riassorbito nel mantello terrestre per decine di milioni di anni prima sotto le Alpi e poi sotto gli Appennini.

Il Marsili, come tutti i vulcani, anche se di notevoli dimensioni, è invece una struttura superficiale, sviluppata nella crosta terrestre e alimentata da processi geodinamici che interessano la parte superiore, più esterna, del mantello. Il Marsili si è formato a seguito dell’estensione, dell’assottigliamento della successiva lacerazione della crosta che forma il fondo marino Tirrenico. Ciò ha permesso la formazione di fratture utilizzate dal magma per risalire ed eruttare verso la superficie. Tra la zona in cui si è generato il terremoto e il vulcano, esiste quindi una distanza di centinaia di chilometri in profondità.

Un forte terremoto può innescare un’eruzione?

Un’altra domanda frequente riguarda la possibilità che un terremoto di grande magnitudo possa “risvegliare” un vulcano, in questo specifico caso il Marsili.

È vero che, in alcuni casi, terremoti con magnitudo molto elevata possono produrre variazioni nello stato di sforzo della crosta e influenzare temporaneamente sistemi vulcanici già prossimi ad una fase eruttiva. Ci sono numerosi studi che mirano a capire se la variazione di sforzo generata da un terremoto possa innescare un’eruzione. Le conclusioni non sono univoche, ma la possibilità che un terremoto possa perturbare un sistema vulcanico diminuisce molto rapidamente con la distanza e dipende da numerosi fattori. In primo luogo la magnitudo, ma anche le caratteristiche delle strutture geologiche (geometria e cinematica) relativamente alla posizione del vulcano e del suo sistema di alimentazione, e lo stato del sistema magmatico.

Nel caso dei terremoti profondi del Mar Tirreno, la sorgente sismica si trova a centinaia di chilometri di distanza, a causa dell’elevata profondità del terremoto, rispetto agli apparati vulcanici sottomarini. Per questo motivo, non esistono evidenze scientifiche che eventi come quello del 2 giugno possano innescare direttamente un’eruzione del Marsili o degli altri vulcani sottomarini dell’area.

In sintesi

Il terremoto del 2 giugno 2026 e il vulcano Marsili, anche se localizzati nella medesima area geografica, appartengono a contesti geologici diversi e sono espressione di processi geodinamici differenti.

Il terremoto è associato alla deformazione della litosfera ionica in subduzione sotto l’arco calabro, mentre il Marsili appartiene al sistema di apertura ed estensione di un nuovo bacino che consente la risalita di magmi del Tirreno meridionale

Sebbene si trovino nella stessa regione del Mar Tirreno, alla luce delle conoscenze scientifiche attuali, la grande distanza tra il terremoto e il Marsili suggerisce che il terremoto non sia stato causato dal vulcano. Inoltre, la moderata magnitudo del terremoto non può perturbare il sistema di alimentazione del Marsili, innescando qualche tipo di attività.

A cura di INGVvulcani e INGVterremoti.

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Framadate : apparition d'un choix "journée" ?!

Je viens de créer un sondage de date avec (la nouvelle mouture de) Framadate.

J’ai utilisé l’option “Appliquer les mêmes horaires à toutes les dates” et j’ai mis des horaires.

Mon sondage se retrouve avec les horaires que j’ai choisi mais aussi avec une option “journée” que je n’ai absolument pas rentrée. Qu’est-ce qui quoi ?

2 messages - 1 participant(e)

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Commentaires sur Framacount : partagez l’addition sans partager vos données par Hervé

Ravi de découvrir une alternative libre à Tricount, que j’utilise depuis quelques années mais dont la dérive commerciale récente ne me plaît guère.

J’ai donc testé Framacount, et me permets les trois souhaits d’amélioration suivants :

1. Dans l’onglet “statistiques”, pouvoir visualiser non seulement mes dépenses (en tant qu’utilisateur actif), mais également celles de tous les participants (afin de pouvoir communiquer à chacun le coût total pour lui de l’activité réalisée). L’idéal serait un tableau donnant le coût pour chacun(e).
2. Permettre de saisir des dépenses réglées par plusieurs personnes. Exemple : un groupe de 10 personnes, nous allons au restaurant, la note s’élève à 532 €. En fonction des espèces dont chacun dispose, 4 personnes mettent chacune 100 €, la cinquième 132 € (indépendamment de la répartition ultérieure, je ne parle ici que du paiement). Actuellement dans Framacount il faut saisir 5 dépenses séparées, fastidieux.
3. Dans les “catégories” de dépenses, il manque le thème “Hébergement” (Hôtel, location d’appart, etc.).
Merci d’avance

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Framacarte et carte "privée"

Hello,

pour favoriser le covoiturage au sein de notre association, nous voulons mettre en place une carte (Framacarte) localisant les membres.

Seulement, pour la simplicité d’usage, la carte comportera l’adresse précise et le numéro de téléphone de chaque membre. Nous voulons évidemment garder ça en privé au sein de l’association (même si on connaît les limites de cet aspect “privé”, mais c’est assumé).

Est-ce possible ?

Si oui, comment cela se passe pour l’accès à la carte ? Un simple mot de passe ?

Merci beaucoup.

3 messages - 2 participant(e)s

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PALERMO, SCONTRO POLITICO SULLE CARROZZE TRAINATE DA CAVALLI

Si e’ appena aperta una estate caldissima, destinata a essere letale per i cavalli che trainano le carrozze dei turisti a Palermo, ma la politica non riesce a mettere fine a questa barbarie. “Nel corso delle ultime settimane abbiamo piu’ volte ribadito, anche nell’ambito delle conferenze dei capigruppo, l’urgenza e l’importanza di procedere rapidamente all’approvazione delle due delibere regolamentari inerenti questi due temi”, spiegano i partiti di maggioranza del Consiglio comunale. “La proposta avanzata dalla maggioranza – dicono – e’ stata sin dall’inizio chiara e responsabile: distinguere il tema generale del benessere animale da quello specifico della trazione equina, cosi’ da disciplinare entrambe le materie nei rispettivi regolamenti di riferimento, evitando inutili e potenzialmente pericolose sovrapposizioni normative. Per questa ragione, l’obiettivo condiviso era quello di incardinare contestualmente entrambi i provvedimenti nei lavori d’aula, procedere all’esame e alla votazione di tutti gli emendamenti e sospendere, se necessario, il voto finale sul primo atto nell’attesa del completamento del medesimo percorso sul secondo, indipendentemente dall’ordine di trattazione delle due delibere. Quanto accaduto nelle ultime settimane restituisce purtroppo un quadro chiaro: manca, da parte di alcune forze di opposizione anche a causa di evidenti divisioni interne una reale volonta’ di arrivare all’approvazione sia del regolamento sul benessere animale sia di quello relativo alla regolamentazione della trazione equina”.
“Per tale ragione, ci faremo promotori di un confronto interno in tempi brevissimi, – aggiunge la maggioranza – con l’intendo di chiedere formalmente al Consiglio comunale di procedere senza ulteriori indugi alla trattazione e all’approvazione di entrambi i provvedimenti, superando ritardi e rallentamenti che appaiono sempre piu’ il frutto di precise strategie politiche da parte di alcune opposizioni, il cui unico obiettivo sembra essere quello di alimentare il dibattito sui social attraverso una narrazione di facciata sul contrasto alle carrozze, senza assumersi fino in fondo la responsabilita’ delle scelte istituzionali”. L’opposizione, dal canto suo, rimprovera alla maggioranza un comportamento “ambiguo”. “Quanto avvenuto in Aula – dice – conferma ancora una volta la distanza tra la propaganda della maggioranza e le scelte compiute in questi anni. Sul benessere animale e sul superamento della trazione animale non sono mai mancati gli annunci. Sono mancate invece le decisioni. Da parte nostra non c’e’ mai stata alcuna ambiguita’. Le forze di opposizione sostengono da anni la necessita’ di rafforzare la tutela degli animali e di accompagnare il superamento delle carrozze trainate da cavalli attraverso la riconversione del settore. Lo abbiamo fatto con atti, proposte e iniziative pubbliche, assumendoci sempre la responsabilita’ delle nostre posizioni. Anche per questo appare sorprendente il tentativo di riscrivere una storia che il Consiglio comunale conosce bene”. “Nel regolamento sul benessere animale – cntinua l’opposizione – e’ gia’ presente uno specifico articolo dedicato alla trazione animale. Eppure, ogni volta che si arriva al momento delle scelte, si cerca una nuova ragione per rinviare. Non solo. Da oltre un anno e’ depositata una proposta di delibera che prevede un percorso concreto per accompagnare la sostituzione delle carrozze trainate da cavalli con mezzi elettrici. Anche su questo fronte la maggioranza non ha mai consentito che si arrivasse fino in fondo. I fatti parlano chiaro anche sul piano delle risorse. Nel 2023 – conclude l’opposizione alla giunta guidata da Roberto Lagalla -l’opposizione individuo’ un milione e mezzo di euro da destinare alla riconversione del settore e al progressivo superamento della trazione animale. Fu proprio la maggioranza a opporsi a quella scelta, rinviando tutto a un futuro regolamento che ancora oggi non e’ stato approvato. Per questo e’ difficile prendere sul serio chi oggi prova ad accreditarsi come difensore del benessere animale”.

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Gemini livelli pensiero: la guida per sfruttare al meglio l'AI di Google

Gemini livelli pensiero

I nuovi livelli di pensiero di Gemini sono finalmente disponibili per tutti. Questa è una novità che promette di cambiare il modo in cui interagisci con l'intelligenza artificiale di Google.

Se hai sempre desiderato un maggiore controllo sulla profondità delle risposte, ora puoi scegliere quanto a fondo l'assistente debba elaborare una richiesta prima di fornire una risposta. Ma cosa significa davvero e come puoi sfruttarlo al meglio? Questa funzione, annunciata da Josh Woodward (VP di Gemini) su X, non è più un'esclusiva per pochi utenti. È stata estesa a tutti, compresi quelli con un account gratuito, e funziona su ogni piattaforma: web, Android e iOS. Scopriamo insieme come funziona e quando conviene usare questa potente opzione.

Cosa sono esattamente i livelli di pensiero?

Immagina di poter dire a un esperto: "Prenditi il tuo tempo per questa domanda, voglio una risposta completa" oppure "Dammi una risposta veloce, mi serve solo un dato". I livelli di pensiero di Gemini funzionano proprio così. Ti permettono di scegliere tra diverse modalità di ragionamento, influenzando la profondità e il tempo di elaborazione della risposta. Non si tratta di una semplice modifica estetica. Cambiare il livello di pensiero impatta direttamente sul processo logico che l'IA segue per arrivare a una conclusione. Una scelta che può fare la differenza tra una risposta superficiale e un'analisi dettagliata.

Le modalità di ragionamento a confronto

Nelle impostazioni di Gemini troverai diverse opzioni per calibrare il suo "sforzo mentale". Ogni modalità è pensata per uno scopo preciso.

Standard: la risposta veloce e diretta

Questa è la modalità predefinita, quella che abbiamo usato tutti finora. È ottimizzata per la velocità. Quando poni una domanda in modalità Standard, Gemini cerca di darti la risposta più pertinente nel minor tempo possibile. È perfetta per domande fattuali, richieste semplici e conversazioni rapide.

Esteso: un ragionamento passo-passo

Qui le cose si fanno interessanti. Selezionando la modalità "Esteso", chiedi a Gemini di prendersi più tempo. L'IA attiva un ragionamento più complesso e articolato, valutando la richiesta da più angolazioni prima di formulare una risposta. Questo processo "passo-passo" è ideale per compiti che richiedono: Analisi approfondite Risoluzione di problemi complessi Brainstorming di idee strutturate Creazione di contenuti dettagliati Questa opzione è disponibile per tutti, anche su modelli come Gemini 1.5 Flash.

Deep think: l'esclusiva per gli utenti ultra

Per chi ha sottoscritto un abbonamento AI Ultra, c'è un'ulteriore marcia. La modalità "Deep Think", disponibile su Gemini 1.5 Pro, spinge il ragionamento a un livello ancora superiore. È progettata per le analisi più complesse in assoluto, dove la profondità e l'accuratezza sono critiche.

Il vero dilemma: quando usare il pensiero esteso?

Forse ti starai chiedendo: perché non usare sempre la modalità Estesa per ottenere risposte migliori? La risposta è semplice: implica un consumo maggiore di risorse e, di conseguenza, di crediti del tuo account. Sebbene non ci sia un contatore visibile, ogni richiesta complessa ha un "peso" maggiore rispetto a una standard. In pratica, attivare il ragionamento esteso per chiedere "qual è la capitale della Francia?" è un autentico spreco.

La modalità Standard è più che sufficiente per questo. Il consiglio è di usare questa funzione con strategia: Usa Standard per l'80% delle tue richieste: informazioni rapide, traduzioni, definizioni e domande semplici. Riserva Esteso per il 20% che conta davvero: quando hai bisogno di un'analisi di mercato, di una strategia di contenuti o di aiuto per programmare un codice complesso. In questo modo, ottimizzi le tue risorse senza sacrificarle per compiti banali.

Come attivare i Gemini livelli pensiero: guida pratica

Attivare questa funzione è molto facile. Ti basta accedere alle impostazioni del modello all'interno di Gemini, dove troverai le opzioni legate al ragionamento, presentate come "Standard" ed "Esteso". Non devi fare altro che selezionare quella che preferisci prima di inviare il tuo prompt.

Ricorda solo di riportare l'impostazione su Standard una volta terminato il tuo compito complesso, per evitare consumi inutili. In conclusione, Google ha messo nelle mani di tutti uno strumento potentissimo. Sta a noi imparare a usarlo con intelligenza, scegliendo il giusto livello di "sforzo" per ogni nostra richiesta. Sei pronto a sperimentare con un Gemini più riflessivo e profondo?

L'articolo Gemini livelli pensiero: la guida per sfruttare al meglio l'AI di Google proviene da sicurezza.net.

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Tonnellate di rifiuti urbani raccolti e trattati Aprile 2026

 

RIFIUTI URBANI TRATTATI Aprile 2026 TOTALE ANNO 2026
Carta e cartoni 725,55 2.999,70
Imballaggi in vetro 438,54 1.650,97
Multimateriale Leggero 669,81 2.620,38
Legno e ingombranti 478,01 1.940,22
Frazione organica e compostabili 1.388,92 5.559,82
RAEE 62,21 238,62
Altre RD 195,10 791,76
Macerie 98,95 370,49
Rifiuto indifferenziato 2.593,58 10.087,94
Totale tonnellate 6.650,67 26.259,90
Efficienza % raccolta differenziata 61,00% 61,58%
Variaz. efficienza % RD su anno 2025 -0,49% -0,87%

 

L'articolo Tonnellate di rifiuti urbani raccolti e trattati Aprile 2026 proviene da Aamps Livorno.

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Lo specchio e la lama. Giorgio Cesarano tra poesia e critica radicale

di Massimiliano Cappello   [È uscito in questi giorni per Quodlibet Lo specchio e la lama. Giorgio Cesarano tra poesia e critica radicaledi Massimiliano Cappello. Ne proponiamo la Premessa, per concessione dell’autore].   Una stanza circolare, simile alla sala di lettura del British Museum: è lì che scrittrici e scrittori di ogni lingua ed epoca …

read more "Lo specchio e la lama. Giorgio Cesarano tra poesia e critica radicale"

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BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 6.4 - BACK TO BACK

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This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
Do you want to send us the clips of YOUR DASHCAM? See how on https://bit.ly/inviavideo
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Studiare i movimenti sociali in tempi difficili come i nostri

Che cosa sono i movimenti sociali? Sono attori normali nella politica e nella società nei periodi di calma o sono attori straordinari nei periodi di forte tensione? Naturalmente, sono entrambe le cose, poiché tendono ad adattarsi alle circostanze: ricorrono a strategie organizzative più o meno radicate nella loro base sociale, a repertori di lotta più o meno dirompenti, e a identità più o meno radicali. A volte vengono sconfitti e a volte riemergono; a volte si adattano alla normalità e a volte la sfidano.

Inoltre, le due temporalità possono interagire nello stesso periodo storico. Concetti come cicli e ondate di lotte hanno da tempo indicato i modi in cui le proteste convergono nel tempo. Momenti di svolta, eventi trasformativi, proteste dense di avvenimenti sono concetti che indicano come i movimenti sociali non solo si adattino alle opportunità politiche e alle risorse disponibili, ma mettano in moto cambiamenti che producono nuove opportunità e risorse.

Empiricamente, inoltre, mentre i movimenti alternano visibilità e latenza, le memorie e l’eredità delle lotte passano da una fase intensa all’altra; nei periodi di stasi, il quadro di riferimento per pensare i conflitti, le reti organizzative, i repertori di mobilitazione vengono ricordati, alimentati e trasmessi da una generazione all’altra di attivisti.

La ricerca sui movimenti sociali è stata stimolata da momenti di conflitti intensi—come le mobilitazioni anticoloniali degli anni ’50, i cicli di protesta del ’68, compresa la ripresa della lotta di classe, le nuove proteste femministe per i diritti riproduttivi negli anni ’70, la solidarietà internazionale contro l’apartheid in Sudafrica e contro le guerre imperialiste negli anni ’80, ma anche, e con un ritmo accelerato, il movimento per la giustizia globale negli anni 2000, la Primavera Araba e le proteste contro l’austerità negli anni 2010, e le proteste per una Palestina libera e contro il genocidio israeliano negli anni 2020. Inoltre, ogni paese ha le proprie storie di intensificazione delle mobilitazioni dal basso — come, ad esempio, momenti di radicalizzazione come la violenza politica e la repressione, o gli episodi di democratizzazione che hanno trasformato la società e la politica.

Tuttavia, gli studi sui movimenti sociali si sono sviluppati in una fase “fordista” e hanno guardato soprattutto alle condizioni di “normalità”. Come ha osservato William Sewell, il fordismo ha fornito le basi per il positivismo nell’analisi dei movimenti sociali – soprattutto negli Stati Uniti – con l’assunto dell’universalismo, dell’empirismo metodologico e di una presunta neutralità priva di valori. Ciò che il positivismo aveva tralasciato, e che doveva essere reintrodotto, era la contestualizzazione di concetti e teorie, la loro storicizzazione. In contrapposizione alla ricerca di leggi generali, è emersa la necessità di considerare la congiuntura e l’azione.

Riflettendo su queste tendenze generali, il mio contributo allo studio dei movimenti sociali è stato guidato da alcuni punti di riferimento che trovo particolarmente utili per affrontare tempi difficili e intensi, caratterizzati da policrisi, snodi critici, cambiamenti di paradigma, rivolte e resistenze.

Gli elementi principali dell’approccio dinamico che ho utilizzato possono essere sintetizzati come segue:

  1. a) la dimensione processuale, in quanto radicata in una storia complessa
  2. b) la dimensione relazionale, che guarda agli attori nelle loro interazioni
  3. c) la dimensione della costruzione, considerando che i soggetti agiscono sulla base della propria valutazione del contesto esterno e del proprio ruolo in esso.

Nell’affrontare momenti di trasformazioni rapide e profonde, ho trovato la ricerca di solidi meccanismi causali (come li definivano McAdam, Tarrow e Tilly) più congeniale alla mia sensibilità storica “weberiana”, orientata alla comprensione piuttosto che alla ricerca di correlazioni e causalità volte a spiegare, o addirittura a prevedere. Così, nella ricerca sulla violenza politica o sui processi di democratizzazione, in tempi di pandemia o di genocidio, ho riflettuto sui meccanismi relazionali, cognitivi e affettivi che possono portare a cambiamenti nelle strutture politiche e sociali e al consolidamento delle relazioni in un processo di rotture, scosse e sedimentazione (…).

In sintesi, sono cresciuta insieme all’espansione degli studi sui movimenti sociali, contribuendo ai loro successi così come alle controversie, al loro consolidamento, alle sfide. Queste sono state molte, ma affrontate con spirito aperto grazie a ciò che possiamo definire eclettismo teorico e pluralismo metodologico. Ciò non significa che il campo d ricerca fosse privo di conflitti interni, selettività e pregiudizi – come qualsiasi altro settore – ma è rimasto aperto grazie alle continue evoluzioni dell’oggetto stesso su cui concentravamo la nostra attenzione, che ha portato nel mondo accademico nuove generazioni di studiosi con interessi e gusti specifici.

Sono rimasta molto legata agli studi sui movimenti sociali, per diverse ragioni. Innanzi tutto, la maggior parte dei ricercatori in questo campo è mossa da un sincero interesse a migliorare il mondo. Le esperienze di impegno sociale e politico sono state spesso criticate dagli studiosi più mainstream, ma ho scoperto che si sono rivelate molto fruttuose nello sviluppo del quadro cognitivo e nel miglioramento del clima tra gli studiosi del settore. In un momento in cui la “neutralità” viene predicata come requisito del valore scientifico, è fondamentale rivendicare, con Michael Burawoy, il valore di una visione critica della scienza che affronti problemi sociali che non sono affatto “apolitici”,

Inoltre, le vicende politiche hanno imposto una costante innovazione teorica con una propensione agli scambi reciproci tra approcci diversi. Gli studiosi dei movimenti hanno provenienze differenziate –  dalla sociologia delle organizzazioni allo studio delle interazioni simboliche, dalla teoria sociologica alle scienze politiche – e hanno costruito un bagaglio di concetti e ipotesi di ricerca combinando spunti provenienti da diversi campi del sapere. Questa tendenza si è ampliata nel tempo, dalla sociologia alle scienze politiche, estendendosi fino a includere la geografia, la storia, l’antropologia, la teoria normativa, il diritto e (persino) l’economia, man mano che ogni nuova ondata di conflitti politici portava nuove generazioni nella ricerca sui movimenti sociali.

L'articolo Studiare i movimenti sociali in tempi difficili come i nostri sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Tonnellate di rifiuti urbani raccolti e trattati Marzo 2026

 

RIFIUTI URBANI TRATTATI Marzo 2026 TOTALE ANNO 2026
Carta e cartoni 746,30 2.274,15
Imballaggi in vetro 416,77 1.223,03
Multimateriale Leggero 696,24 1.950,57
Legno e ingombranti 507,91 1.331,09
Frazione organica e compostabili 1.483,17 4.168,26
RAEE 59,65 176,41
Altre RD 207,32 601,03
Macerie 109,62 271,54
Rifiuto indifferenziato 2.494,35 7.499,96
Totale tonnellate 6.721,32 19.496,04
Efficienza % raccolta differenziata 62,89% 61,53%
Variaz. efficienza % RD su anno 2025 +0,6% -1,37%

 

L'articolo Tonnellate di rifiuti urbani raccolti e trattati Marzo 2026 proviene da Aamps Livorno.

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Archipellisation solarpunk

Framasoft, UPLOAD et solarpunk

Depuis 2024, Framasoft participe à l’animation d’ateliers d’écriture solarpunk à l’Université de Technologie de Compiègne pour imaginer un monde low-tech en 2042 autour de la future UPLOAD de Compiègne.

"Ancom or Ansyndie Solarpunk flag" by @Starwall@radical.town is licensed under CC BY-SA 4.0.

L’action se déroule sur le territoire de la Commune Libre de Compiègne, et plus précisément dans le cadre de l’Upload, l’Université Populaire Libre Ouverte Accessible et Décentralisée, une fédération internationale de lieux autonomes, destinés à la formation et à la recherche, confrontés aux défis d’un monde en effondrement économique et technologique, soumis à des crises écologiques et des conflits internationaux, mais ouverts à l’invention de nouveaux modes de vivre ensemble et de nouveaux rapports aux autres vivants et non-vivants. (voir notre annonce en 2024).

Pendant une semaine, des élèves ingénieurs s’adonnent à l’écriture de fiction pour penser un autre rapport à la technologie, avec des pratiques pédagogiques originales pour elleux dans leur formation, issues de l’éducation populaire, comme le débat mouvant ou l’arpentage (proposé autour de pizzas ou de lasagnes pour les appâter). Ils finissent par faire lecture d’un extrait de leur travail en direct à la radio Graf’hit.

Contenu de la semaine de cours sous licence libre CC BY SA sur librecours.net

Une partie des textes est retravaillé chemin faisant / a posteriori et est publié sur https://punkardie.fr/upload/ également sous licence CC BY SA.

Un premier recueil de textes basé sur ces productions (placées sous licence libre) est d’ailleurs en préparation en partenariat avec C&F édition, nous vous en reparlerons prochainement.

Et Archipel dans tout ça ?

Vue satellite de l’archipel de la mer Égée, avec le logo de la conférence Archipel en haut à gauche

Aller écouter l’annonce enregistrée et diffusée sur la radio Graf’Hitt

Et ce mois de juillet, toujours dans le cadre du partenariat avec l’UTC, Framasoft participera à la conférence Archipel à Compiègne, à l’UTC, du 6 au 9 juillet.

Archipel est une communauté de recherche francophone transdisciplinaire sur les enjeux de l’Anthropocène (limites planétaires, risques systémiques, leviers d’action) au sein de laquelle des rencontres et conférences sont organisées accueillant symposiums de recherche et ateliers. SI le programme vous semble impressionnant, il s’agit néanmoins d’un événement ouvert à toutes et tous, absolument pas réservé aux universitaires, chercheurs ou chercheuses.

Dans ce cadre, Framasoft, participera à un atelier autour de l’économie sociale et solidaire le mercredi 8 et co-animera un atelier d’écriture solarpunk le jeudi 9 juillet, qui présentera le genre solarpunk et l’univers UPLOAD. Comme les étudiants et étudiantes, les participants seront invité·es à plancher à leur tour sur des contributions afin d’imaginer un futur désirable, autour de thématiques proposées.

Le programme de la conférence Archipel : https://archipel.scenari-community.org/programme/co/0_programme.html

 

Pour pouvoir participer :

Il est obligatoire de s’inscrire en tant que participant·e à la conférence :

https://archipel.scenari-community.org/organisation/

(au plus tard le 12 juin ! )

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Ricevo un REGALO, e controllo un SACCHETTO Pieno Di KIT ELETTRONICI ELSEKIT #electronics #vintage

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Un video di COSE VARIE. Prima faccio un giro nel CALHORROR della zona industriale. Poi ricevo un pacchetto: mi e' stato fatto un REGALINO!
E quindi lo UNBOXO.
Poi procedo a verificare una serie di KIT della ELSEKIT che vorrei usare per divertimento e, forse, per futuri video sull'elettronica...

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Transizione verde: parola a chi lavora  

I lavoratori dell’automotive non chiedono di fermare la transizione ecologica. Chiedono invece formazione, investimenti, tutela del reddito e una politica industriale capace di governarla. È questo il messaggio che emerge dalla nuova puntata di “A qualcuno piace verde”, il podcast dell’Alleanza Clima Lavoro curato da Massimo Alberti, dedicata al punto di vista di chi vive ogni giorno il cambiamento nei luoghi di lavoro.

Da anni il dibattito pubblico sulla crisi dell’automotive europeo e italiano è accompagnato da una narrazione ricorrente: la transizione ecologica sarebbe la principale minaccia per il lavoro e per il futuro del settore. L’elettrificazione viene spesso descritta come una scelta imposta dall’alto, osteggiata da chi lavora e destinata a produrre chiusure di fabbriche e perdita di occupazione.

Ma è davvero così?

Per rispondere a questa domanda, la puntata parte dalle testimonianze raccolte a Bologna in occasione del convegno nazionale dell’Alleanza Clima Lavoro “Mobilità sostenibile al lavoro”, svoltosi il 14 e 15 maggio. Dalle voci di lavoratrici e lavoratori di aziende come Bonfiglioli, Caterpillar e Berco emergono preoccupazioni per il futuro occupazionale e per le trasformazioni in corso, ma anche la consapevolezza che il cambiamento tecnologico sia già una realtà e che ignorarlo significherebbe aggravare ulteriormente la crisi del settore.

Nella puntata queste testimonianze vengono messe a confronto con i risultati del rapporto “L’auto in transizione. Il punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori del settore in Italia”, realizzato dall’Alleanza Clima Lavoro su un campione rappresentativo di 501 addette e addetti dell’intera filiera automobilistica italiana: operai/e, impiegati/e, quadri e dirigenti, dalla componentistica alla produzione, fino alla vendita e al post-vendita.

Il rapporto restituisce un’immagine molto diversa da quella troppo spesso proposta nel confronto politico e mediatico. Il primo elemento che emerge è che la transizione non appartiene al futuro, ma è già realtà: secondo le persone intervistate, quattro aziende su cinque risultano oggi coinvolte, in forme diverse, nei processi di trasformazione industriale legati alla mobilità elettrica e sostenibile. Il tema, quindi, non è più se la transizione debba avvenire oppure no.

La vera questione riguarda il modo in cui questo cambiamento viene concretamente governato. Le lavoratrici e i lavoratori del comparto esprimono una forte richiesta di politiche pubbliche per accompagnare la trasformazione. Il 60% giudica inefficaci le misure messe in campo in Italia a sostegno del settore. E si registra una distanza crescente tra la velocità con cui cambiano tecnologie, mercati e processi produttivi e la capacità delle istituzioni di offrire strumenti adeguati per affrontare questa fase.

Un secondo tema centrale riguarda le competenze. Oltre il 90% delle persone coinvolte nel sondaggio riconosce che il settore sta attraversando trasformazioni che richiedono nuove professionalità. Eppure meno del 40% ritiene di possedere pienamente le competenze necessarie per affrontarle. Tecnologie elettriche, digitalizzazione, ricerca e sviluppo, intelligenza artificiale: sono queste le aree considerate più importanti per il futuro dell’automotive.

La formazione rappresenta quindi uno snodo decisivo. Tuttavia il quadro che emerge dall’indagine è tutt’altro che rassicurante. Meno del 60% dei lavoratori ha partecipato ad attività formative negli ultimi tre anni e circa uno su quattro segnala la totale assenza di opportunità di aggiornamento professionale. Una situazione che rischia di ampliare ulteriormente il divario tra esigenze produttive e competenze disponibili.

La ricerca mostra inoltre come la transizione si inserisca in un contesto segnato da forti difficoltà industriali e occupazionali. Cassa integrazione, contratti di solidarietà, delocalizzazioni, esternalizzazioni e uscite incentivate rappresentano esperienze diffuse tra le persone intervistate. Segno che molte criticità del settore precedono la diffusione dell’auto elettrica e affondano le loro radici in problemi e ritardi strutturali dell’industria italiana ed europea.

Il messaggio del sondaggio dell’Alleanza Clima Lavoro è chiaro. Le lavoratrici e i lavoratori dell’automotive italiano non chiedono di fermare il cambiamento: chiedono piuttosto di governarlo in modo adeguato. Due persone su tre ritengono infatti necessario guidare la transizione attraverso investimenti, formazione, sostegno al reddito nei periodi di riconversione e maggiore coinvolgimento dei lavoratori nei processi decisionali.

È questa la prospettiva della giusta transizione che l’Alleanza Clima Lavoro sostiene da sempre: coniugare decarbonizzazione, innovazione industriale, qualità del lavoro e tutela sociale. Perché la vera alternativa non è tra ambiente e occupazione, ma tra una transizione subita e una transizione governata.

In un dibattito pubblico spesso dominato dagli slogan, il sondaggio dell’Alleanza Clima Lavoro restituisce la parola a chi la transizione la vive ogni giorno nei luoghi di lavoro. E il messaggio che arriva dalle fabbriche è chiaro: il cambiamento non va fermato, va governato.

Ascolta la tredicesima puntata del podcast!

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Cosa aspettarsi dalla continua chiusura di Hormuz

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Ormai sono tre mesi di chiusura continua dello stretto, nonostante la propaganda ogni tanto racconti che le navi, in realtà, passano. Che cosa ci dobbiamo aspettare?

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Serbia: Intervista con Klasna Solidarnost

Pubblichiamo un estratto dall’intervista al gruppo anarchico serbo Klasna Solidarnost (KS) realizzata per Radio Libertaire, la radio della Federazione Anarchica Francofona (FA) con sede a Parigi, nel corso del Congresso dell’IFA che si è tenuto ad Atene lo scorso aprile, e a cui il gruppo di Belgrado ha partecipato come osservatore, chiedendo di aderire all’Internazionale. Per conoscere l’attività di KS potete consultare il sito klasol.org o il canale instagram @klasnasolidarnost. Di seguito il testo dell’intervista, condotta da Ouzo, del gruppo FA di Marsiglia, con due compagnx di KS.

Ouzo (FA): […] Potreste innanzitutto introdurre la vostra organizzazione?

KS1: Grazie per questa opportunità. Alcune rapide note sulla storia della nostra organizzazione. Klasn Solidarnost, che significa Solidarietà di Classe, è di base a Belgrado, capitale della Serbia. È stata fondata 10 anni fa. È la prima e, fino ad ora, unica organizzazione politica anarchica in Serbia.  Il nostro scopo è creare ed espandere una federazione con altri gruppi in altre città della Serbia. Siamo coinvolti in numerose lotte. La Serbia è uno dei paesi post-socialisti sottoposti ad una transizione incontrollata al capitalismo, con privatizzazioni che hanno lasciato devastata la classe lavoratrice. Centinaia di migliaia di persone hanno perso il proprio lavoro, la propria salute – molti di essi hanno perso la propria vita. Siamo su posizioni fermamente antimperialiste e anticapitaliste. La nostra opposizione alla NATO è un elemento chiave delle nostre attività. La nostra società ha fatto esperienza dei bombardamenti imperialisti della NATO. Avevo 7 anni quando hanno bombardato Belgrado. Abbiamo ricordi che ora la maggior parte delle persone in Europa vede solo nei reels sulle guerre in Medio Oriente: stai giocando fuori nel parco quando senti le sirene dei bombardamenti aerei, e corri a nasconderti nei rifugi. Per marcare l’anniversario dei  bombardamenti NATO, abbiamo appeso  uno striscione DIY su un ponte dell’autostrada, visibile da migliaia di macchine. Alcuni dei nostri membri sono fondatori e partecipanti del movimento per la Palestina in Serbia, così come in quello degli Antifascisti di Belgrado, costituito sei anni fa con lo scopo di contrastare la crescita del fascismo, ma anche di diffondere le idee dell’antifascismo e renderle più attrattive per le giovani generazioni!

KS2: KS è attiva per decostruire il mondo in cui viviamo, per distruggerlo, ma anche per costruirne uno nuovo. Molti nostri compagni hanno fondato i sindacati studenteschi orizzontali, coinvolti molti anni fa nel movimento contro gli sgomberi forzati. Ci sono state decine di azioni di successo in difesa delle famiglie minacciate di sgombero. C’è anche l’iniziativa per la mensa di solidarietà (tre volte la settimana, autogestita e autofinanziata). Molte persone che non sono politicizzate, persone ordinarie, fanno in realtà cose anarchiche, possiamo dire, partecipando a organizzazioni orizzontali basate sul mutuo appoggio e che non cooperano con le istituzioni, lo stato, partiti politici o ONG.

Riguardo alle iniziative studentesche: molti anarchici hanno partecipato ai movimenti del 2006, 2009, 2011 e 2014. In Serbia c’è un Parlamento degli Studenti che dovrebbe organizzare la vita degli studenti, ma in realtà è una istituzione che non ha altro proposito se non reclutare futuri politici. Negli ultimi due decenni, in particolare all’Università di Filosofia di Belgrado, ci sono state occupazioni e assemblee degli studenti. Sono anarchici nelle loro pratiche; ciascuno ha il diritto di parlare e di votare. È vietato parlare della propria organizzazione politica. Anche l’occupazione è azione diretta. Questo è qualcosa che ha influenzato la struttura del movimento che è emerso nel 2024.

Ouzo (FA): Grazie compagni. […] Chiedo ai compagni studenti che sono scesi in strada nelle rivolte a partire dal 2023 di condividere le loro esperienze di lotta con noi, le loro pratiche di autorganizzazione, ma anche le strutture della società capitalista che oppongono loro resistenza? […]

KS1: Quei blocchi stradali e quelle occupazioni delle università, che sono andati avanti per quasi un anno, hanno costituito uno dei movimenti più imponenti in Serbia. Ma perché? Credo che la risposta risieda nei metodi di organizzazione e di processo decisionale. Fin dall’inizio del movimento si è trattato di assemblee di democrazia diretta. Ci siamo ispirati all’esperienza dell’occupazione studentesca del Cookbook a Zagabria nel 2009. Sono stati distribuiti libri e volantini.

Nel 2023, la popolazione si ribellò contro il crimine di Stato che aveva provocato la strage di 16 persone nel crollo della stazione ferroviaria di Novi Sad. Di solito, quando si verificano crimini di Stato, le ONG e i partiti di opposizione si appropriano della lotta e la gente non è motivata a partecipare. Ma questa volta fu davvero una mobilitazione di massa. In quanto anarchici, il nostro ruolo non è quello di guidare il movimento, ma di discutere con la gente quali siano le strategie migliori. Crediamo che le persone si libereranno da sole. La prassi cambierà le loro menti.

Ma sfortunatamente, gli anarchici non erano abbastanza organizzati per essere presenti in tutte le università, e l’ideologia dominante ha prevalso. I politici dell’opposizione e le ONG opportuniste hanno cooptato le richieste degli studenti verso una richiesta di elezioni parlamentari. Ci sono, tuttavia, contraddizioni che devono essere evidenziate: queste assemblee chiedono elezioni e lo Stato di diritto, mentre si auto-organizzano in modo anarchico.

Le parti positive e progressiste del movimento esistono ancora. Ad esempio, nel caso in cui gli studenti hanno invitato i non studenti a organizzarsi allo stesso modo attraverso le assemblee di quartiere, gli zborovi. Questi gruppi esistono ancora oggi. Sono loro a portare avanti le azioni più avanzate. Ad esempio, gli scontri con la polizia. La gente ha sempre odiato la polizia, ma era solita dire che dovevamo essere pacifici. Ma dopo la violenza della polizia, queste persone hanno capito che la polizia non è nostra amica e che l’unica via è scontrarsi con la polizia. Le assemblee hanno anche organizzato proteste contro la gentrificazione, contro gli enormi progetti di sviluppo del governo (come il piano di costruire un acquario al posto di un parco). C’è stata anche una manifestazione antifa congiunta con gli studenti.

KS2: Sono testimone dei movimenti studenteschi da dieci anni. Dieci anni fa riguardavano solo il Dipartimento di Filosofia; ora coinvolgono l’intera università. Allora protestavamo contro la privatizzazione dell’università; le rivendicazioni erano di carattere sociale e anticapitalista, e miravano a rendere l’istruzione accessibile alla classe operaia. Ora queste occupazioni sono motivate dalla situazione politica del paese e sostenute da tutti i cittadini. Naturalmente le rivendicazioni sono liberali. Ma cosa possiamo aspettarci in un mondo in cui il pensiero neoliberista è così dominante? È normale che le persone credano di poter migliorare la propria vita utilizzando gli strumenti del sistema che conoscono. Ma penso che la prassi delle occupazioni stia cambiando le mentalità. È un processo; non possiamo vincere oggi, ma è un processo che ci porterà nella giusta direzione.

Ouzo (FA): Grazie per queste informazioni, compagni. Infine, riguardo alla vostra presenza al congresso dell’IFA: come vi sentite qui? Quali sono le vostre prospettive anarchiche sull’adesione all’IFA?

KS1: Innanzitutto, una breve storia che ci ha portato dove siamo oggi. Ciò è avvenuto grazie alla nostra collaborazione con l’APO (Αναρχική Πολιτική Οργάνωση, Ομοσπονδία Συλλογικοτήτων, Organizzazione Politica Anarchica, Federazione dei collettivi, federazione greca nell’IFA), che è l’organizzatrice del congresso. Abbiamo già collaborato con loro in numerose occasioni, tra le quali vorremmo sottolineare due importanti eventi in presenza a cui i nostri compagni sono stati invitati come ospiti. La prima la scorsa estate qui ad Atene per il festival dell’APO. E in ottobre a Salonicco al festival libertario organizzato anch’esso dall’APO. In quelle occasioni abbiamo partecipato a una sessione in cui abbiamo discusso del ruolo degli anarchici nella lotta di classe. Nel contesto degli omicidi di Stato in Grecia e in Serbia, in cui abbiamo individuato un filo conduttore comune a queste due tragedie.

Per quanto riguarda il congresso, parlo a titolo personale per quanto riguarda le mie impressioni, ma sono quasi certo che i miei compagni le condividano. Siamo più che onorati dell’opportunità di essere stati invitati come ospiti/osservatori partecipanti. Nel nostro discorso di apertura, abbiamo espresso il nostro fermo desiderio di aderire all’IFA. Questo perché il nostro principio fondamentale è la cooperazione anarchica internazionalista. Io stesso mi sento realizzato in un luogo come questo, dove ci sono persone provenienti da tutto il mondo, con culture diverse, storie diverse, etnie diverse, generi diversi e lingue diverse, eppure abbiamo tutti l’obiettivo comune di costruire un mondo nuovo e migliore, libero dallo sfruttamento capitalista.

KS2: Anch’io sono sempre felice di incontrare persone con cui condivido le mie convinzioni. Penso che sia davvero importante. In primo luogo, perché è quello che fanno i capitalisti e chi detiene il potere: lavorano insieme contro di noi. Noi dobbiamo fare lo stesso. Non possiamo cambiare il mondo se non ci colleghiamo a livello internazionale. In realtà mi sento molto commosso. Perché, come anarchico, a volte mi sento un utopista, che lotta per qualcosa di impossibile, ma quando incontro persone da tutto il mondo che la pensano come me, che lavorano e fanno cose anarchiche, mi sento più motivato e più coraggioso nel continuare. Ora che il mondo è alle prese con guerre e genocidi, è assolutamente essenziale essere internazionalisti. I meccanismi sono gli stessi; dobbiamo condividere le nostre strategie e le nostre diverse esperienze di lotta.

Ouzo (FA): Grazie, compagni. Parlo a titolo personale, ma so che questo sentimento è condiviso dalla Fédération Anarchiste. È un onore condividere e stringere un legame con voi e la vostra organizzazione. Siete i benvenuti in Francia. Volete dire qualche parola di chiusura?

KS: Merci, compagni, il piacere è reciproco. Per quanto riguarda lo slogan, credo che lo usiate anche in Francia: Ko seje bedu, žanje bes – Chi semina miseria, raccoglie la rivolta!

Ouzo, Federazione Anarchica Francofona, Marsiglia, Gruppo Oaï

L'articolo Serbia: Intervista con Klasna Solidarnost proviene da .

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Problème de couleurs des évenements dans Framagenda

Bonjour,

Je suis un utilisateur récent de Framagenda.
Je fonctionne beaucoup avec un code couleur pour repérer en un coup d’oeil les types de RDV dans ma journée.
Depuis la MAJ, ces couleurs sont toutes passées en transparence par défaut (donc couleurs fades et parfois indiférenciables). De plus, mes évenements passés sont encore plus transparents (quasi blanc). Y a t il un paramètre dans mon appli à modifier que je n’aurais pas trouvé afin de repasser cela comme avant ?

Sinon, si je n’ai pas la main sur cela, comment le remonter aux dev ?

Merci à vous =)

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Al centrosinistra serve un’idea di futuro

L’Europa e l’Italia si trovano in una condizione di smarrimento economico e politico. Sono schiacciate tra due grandi potenze che stanno ridisegnando gli equilibri globali: gli Stati Uniti, impegnati a riportare sotto la propria influenza economica tutte le aree considerate strategiche, e la Cina, che ha costruito un sistema produttivo capace di controllare materie prime, produzione industriale e leadership tecnologica dentro una struttura economica straordinariamente resiliente. In questo nuovo equilibrio internazionale, l’Europa rischia di diventare marginale, e con essa l’Italia. Questo smarrimento deve rapidamente trasformarsi in un progetto capace di collocare l’Europa dentro il nuovo duopolio globale, evitando che il continente venga progressivamente escluso dal potere economico reale. Gli effetti interni di questa marginalizzazione sarebbero gravi: minore crescita, salari più bassi, perdita di capacità industriale e crescente irrilevanza politica.

Per questa ragione il centrosinistra dovrebbe utilizzare il tempo disponibile per costruire un programma economico all’altezza della fase storica, non una sommatoria di provvedimenti o l’ennesimo catalogo elettorale. Serve un orizzonte di politica economica e sociale sufficientemente coraggioso. Senza ambizione, Italia ed Europa sono destinate ai margini.

Il ruolo dell’Europa

Il punto di partenza è l’Europa. Qualunque strategia nazionale seria deve partire dall’Europa. La competizione economica si organizza ormai tra grandi aree continentali. Nessun singolo Stato europeo possiede da solo la massa critica necessaria per competere con Stati Uniti e Cina: solo attraverso politiche europee più solide gli Stati nazionali possono tornare ad avere una funzione strategica. Serve innanzitutto un bilancio europeo autonomo, finanziato da risorse proprie, non inferiore al 5 per cento del Pil dell’Unione. Questa dimensione è appena sufficiente per immaginare un vero bilancio pubblico funzionale: uno strumento capace di utilizzare spesa pubblica, investimenti e, quando necessario, debito comune come leve di politica economica, industriale e anticiclica. Senza questa dimensione fiscale, il Parlamento europeo continuerà a non avere una piena legittimazione e l’euro resterà una moneta strutturalmente fragile.

La moneta unica può ambire a diventare una vera valuta internazionale soltanto se sostenuta da una politica fiscale comune. Una patrimoniale europea rappresenterebbe uno strumento credibile per rafforzare l’autonomia fiscale dell’Unione, da accompagnare a un mercato dei capitali integrato e regolato da istituzioni indipendenti. Di conseguenza, la BCE dovrebbe assumere un profilo più simile alla Federal Reserve, guardando all’inflazione così come all’occupazione. Solo un’Europa economicamente autonoma può costruire una politica estera autonoma, recuperando la diplomazia, una delle grandi invenzioni politiche europee.

Ricostruire il fisco italiano

Dentro questo quadro europeo, gli Stati devono mantenere una propria autonomia fiscale, ma in modo coerente e coordinato. I tributi si sono sempre adattati ai modi di produzione e agli assetti patrimoniali emergenti dall’evoluzione economica della società. Per l’Italia il punto è semplice: tutti i redditi devono concorrere al finanziamento della spesa pubblica sulla base della capacità contributiva e il sistema fiscale deve tornare a essere realmente progressivo. Il modello di riferimento dovrebbe essere la CIT (Comprehensive Income Tax), caratterizzata da una base imponibile formata da un reddito definito nel modo più ampio, così da includere tutte le entrate del contribuente, fra cui anche le plusvalenze. Negli ultimi anni il sistema tributario italiano è stato progressivamente svuotato nei suoi presupposti fondamentali attraverso aliquote sostitutive, agevolazioni settoriali e frammentazione delle basi imponibili. Il risultato è un sistema meno equo, meno trasparente e meno efficiente. Una riforma fiscale seria dovrebbe ricostruire universalità, progressività e coerenza. Ciò significa riportare a tassazione ordinaria quote crescenti di reddito oggi sottratte alla progressività, razionalizzare le tax expenditures, contrastare l’erosione delle basi imponibili e ridurre l’uso di strumenti fiscali costruiti per singole categorie. Meglio abbandonare le bandierine fiscali: il fisco o è coerente oppure non funziona.

Riformare la spesa pubblica.

Alla riforma fiscale deve accompagnarsi una riforma profonda della spesa pubblica. L’Italia gestisce ogni anno circa 1.300 miliardi di euro di spesa pubblica: una massa enorme di risorse che troppo spesso viene amministrata attraverso una moltiplicazione di strumenti frammentati che inseguono gli eventi economici invece di governarli. Ogni crisi produce una nuova misura; ogni emergenza genera un nuovo incentivo. Ogni governo aggiunge nuovi strumenti senza eliminare quelli precedenti. Non è così che si governa la spesa pubblica. Serve una grande riforma che riporti ordine nelle priorità e concentri le risorse sulle missioni fondamentali dello Stato: beni pubblici, beni di merito, investimenti ad alta esternalità positiva e protezione sociale.

Politica industriale e innovazione. La transizione energetica, tecnologica e industriale europea richiede anche una strategia nazionale coerente. L’Italia dovrebbe utilizzare la ricerca pubblica come leva di industrializzazione e contribuire al riposizionamento del proprio sistema produttivo. Il compito dello Stato non è sostituirsi al mercato, ma orientare il cambiamento tecnologico e anticipare la domanda di beni e servizi ad alto contenuto innovativo. In altre parole: cambiare il motore della macchina senza fermarla.

Occorre evitare di sostenere la domanda effettiva senza avere la capacità tecnica di soddisfarla: l’effetto sarebbe importare la parte più nobile e tecnologica degli investimenti.

Riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro

L’ultimo nodo riguarda il rapporto di forza tra capitale e lavoro. Negli ultimi anni si è consolidata una logica fondata su sussidi distribuiti alternativamente alle imprese e ai lavoratori, producendo una deriva verso un fisco sempre più categoriale. Questa strada va abbandonata. Serve innanzitutto un salario minimo definito per legge e costruito insieme alle parti sociali. Allo stesso tempo è necessario affrontare la frammentazione della contrattazione nazionale. Oggi esistono oltre mille contratti collettivi. Il problema non riguarda soltanto i cosiddetti contratti pirata, che interessano una quota limitata di lavoratori. Molti contratti coprono platee troppo ristrette e impediscono al lavoro di esercitare un reale potere contrattuale nei confronti del capitale.

Accorpare i contratti significa rafforzare il lavoro. Anche le tipologie contrattuali in ingresso nel mercato del lavoro devono essere drasticamente ridotte. Quattro o cinque forme contrattuali sono più che sufficienti. Un mercato del lavoro moderno non può essere costruito sulla precarietà permanente.

Il centrosinistra ha davanti una scelta semplice: governare il declino o provare a cambiare traiettoria.

Questo articolo è stato pubblicato da Domani il 2 giugno 2026

 

L'articolo Al centrosinistra serve un’idea di futuro sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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F3D (web) dans framalab?

Salut Frama!

J’ai rencontré des personnes de framasoft à ow2con hier et on a essayé de trouver des opportunités de collaboration.
Je suis mainteneur d’un viewer 3d universelle (F3D) et on s’est demandé de la pertinence d’un héberger une version sur Framalab.

Voici notre viewer: Web viewer | F3D

Plus d’info sur le projet: GitHub - f3d-app/f3d: Fast and minimalist 3D viewer. · GitHub

Est-ce que ça vous intéresserait de déployer cela ?

N’hésitez pas si vous avez la moindre question!

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Clono un woofer Tannoy con lo scanner 3D Revopoint POP 4 @Revopoint3D​

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01:31 Unboxing del Revopoint Pop 4
03:10 Analisi delle ottiche e dei sensori
04:55 Configurazione software
05:54 Test di scansione: oggetti riflettenti e trasparenti
07:33 Scansione laser ad alta precisione
10:08 Scansione del cono dell'altoparlante
12:15 Risultati della mesh 3D
12:44 Test di stampa 3D e confronto finale
13:19 Funzionamento del laser e conclusioni
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Mobilità sostenibile e lavoro: una sfida politica

La transizione ecologica non è una questione esclusivamente ambientale. È il terreno su cui si giocano il futuro industriale europeo, la qualità del lavoro, la sicurezza energetica, la coesione sociale e la capacità stessa delle democrazie di affrontare la crisi climatica. È questo il messaggio chiave del convegno nazionale “Mobilità sostenibile al lavoro” dell’Alleanza Clima Lavoro, che lo scorso 14-15 maggio ha riunito a Bologna rappresentanti del sindacato e dell’associazionismo ambientalista, ricercatori, amministratori locali ed esponenti del sistema delle imprese (qui il video con la registrazione integrale del convegno).

Uno degli elementi emersi con maggiore forza nel corso della due giorni è che la crisi climatica e la crisi sociale non possono più essere affrontate separatamente. Occorre scongiurare, in particolare, un duplice rischio: da un lato frenare o bloccare la decarbonizzazione per difendere assetti produttivi insostenibili, dall’altro portare avanti la transizione senza prevedere adeguati meccanismi di protezione sociale, lasciando che siano le lavoratrici e i lavoratori a pagarne il prezzo.

Il tema della costruzione di un sistema integrato di mobilità collettiva in Italia è centrale in questo ragionamento, con un trasporto pubblico locale che soffre di cronica carenza di finanziamenti, investimenti inadeguati e profonde disparità territoriali. A tutto ciò si somma l’assenza di una strategia nazionale capace di integrare trasporto pubblico, politiche urbane, diritto alla casa, infrastrutture ferroviarie e riduzione delle emissioni. A causa dell’insufficienza di offerta e di risorse per il TPL, il Paese continua così a essere fortemente dipendente dalla mobilità privata.

Non a caso, circa due terzi degli spostamenti continuano ad avvenire con mezzi individuali, una quota tra le più elevate d’Europa. Le poche alternative all’uso dell’auto privata di cui si dispone nelle periferie urbane, nelle aree interne e tra le fasce popolari producono così una doppia disuguaglianza, economica e ambientale. Da qui la critica alle scelte governative che privilegiano grandi opere e infrastrutture ad alta velocità rispetto al trasporto quotidiano di prossimità, quello utilizzato ogni giorno da milioni di persone per lavorare, studiare, raggiungere i servizi.

Il dibattito ha messo in evidenza, inoltre, come la mobilità sostenibile non consista in una semplice sostituzione di auto tradizionali con auto elettriche, cosa che porterebbe a riprodurre gli attuali problemi di congestione urbana e capacità di accesso al mezzo privato. La vera alternativa è quella di una mobilità pubblica, condivisa e integrata, capace di ridurre le emissioni, abbattere il traffico e al contempo assicurare il diritto alla mobilità per tutte le persone.

Si tratta di una prospettiva che richiama inevitabilmente il tema della capacità produttiva del Paese e del ruolo che una politica industriale orientata alla transizione – ad esempio per la produzione di mezzi per il trasporto pubblico – può svolgere nel sostenere occupazione, innovazione e riconversione ecologica. Ed è proprio sul rapporto tra transizione ecologica, politica industriale e lavoro che si è concentrata una parte rilevante del confronto bolognese.

In altre parole, il Green Deal è davvero il responsabile della crisi industriale europea e italiana? Oppure le difficoltà del sistema produttivo hanno radici più profonde? La risposta emersa con chiarezza è che le difficoltà dell’industria continentale e nazionale non derivano dalla traiettoria di decarbonizzazione ed elettrificazione avviata con il Green Deal, ma da un lungo periodo di sotto-investimenti, ritardi tecnologici, insufficiente ricerca e sviluppo e assenza di una politica industriale capace di accompagnare la trasformazione.

Emblematico in tal senso è il caso dell’automotive. Mentre l’Europa discute oggi se rallentare o meno la transizione, altrove – basti pensare alla Cina – si utilizza proprio la decarbonizzazione come leva per rafforzare il proprio sistema industriale, sostenere l’innovazione e consolidare il controllo sulle filiere strategiche del futuro. Nel mezzo di una competizione internazionale e di una rivoluzione tecnologica che stanno ridisegnando mercati, catene del valore e assetti produttivi, l’Europa – e con essa l’Italia – rischia allora di perdere ulteriore terreno.

In questa prospettiva, la narrazione secondo cui le difficoltà del settore deriverebbero dagli obiettivi di riduzione delle emissioni e dal phase-out dei motori endotermici dal 2035 è stata ampiamente contestata. Il problema, anche e soprattutto per l’automotive, non è la transizione all’elettrico, ma il ritardo con cui l’industria europea e quella italiana l’hanno affrontata. Per anni gran parte dei costruttori ha puntato sulla rendita dell’endotermico, sulle auto di fascia alta e sulla compressione dei costi, sottovalutando la rapidità e la profondità della trasformazione globale.

Il risultato è una crescente dipendenza tecnologica e industriale dai Paesi che guidano la transizione, con interi segmenti della componentistica messi sotto pressione dalla riduzione dei volumi produttivi e dall’assenza di una strategia coerente di riconversione. In altre parole, il rischio per l’Europa non è la transizione in sé, ma una transizione subita anziché governata.

Senza investimenti pubblici, filiere integrate e una strategia comune, la riconversione rischia di tradursi in perdita di capacità produttiva, occupazione e sovranità tecnologica. Il punto, quindi, è costruire una politica industriale europea capace di integrare domanda pubblica, investimenti produttivi, energia rinnovabile, infrastrutture di ricarica, formazione e tutela occupazionale.

Da qui la richiesta, emersa più volte, di una “reindustrializzazione verde” governata pubblicamente e che metta al centro il lavoro: la transizione dell’automotive non è soltanto una sfida ambientale, ma un’opportunità per sostenere capacità produttiva, occupazione qualificata e autonomia industriale. In assenza di una regia pubblica forte, invece, il rischio è che i costi sociali vengano scaricati sui lavoratori e sui territori attraverso chiusure di stabilimenti e aumento delle disuguaglianze sociali.

Un altro tema fondamentale del convegno è stato quello dell’energia e del ritardo italiano sulle rinnovabili. La dipendenza del nostro sistema energetico dalle fonti fossili – che rappresentano ancora circa il 75% del mix energetico nazionale – è stata indicata come uno dei principali fattori di debolezza economica e geopolitica del Paese. Una critica molto netta ha riguardato anche le cosiddette “false soluzioni”, a partire dal nucleare, tornato al centro della discussione pubblica in Italia sulla scia della crisi energetica legata alle guerre in Ucraina e Medio Oriente.

Particolarmente rilevante è stata la discussione sull’efficienza energetica, che rappresenta un pilastro nella traiettoria di riduzione delle emissioni e una leva strategica per la stessa politica industriale europea. Le direttive comunitarie sull’efficienza, gli edifici e l’ecodesign hanno infatti portato a una cospicua riduzione dei consumi energetici, creando inoltre occupazione qualificata e riducendo, nei fatti, la dipendenza energetica del continente.

In questo quadro, il ritardo italiano nella loro attuazione è stato segnalato come uno dei più pesanti ostacoli alla transizione nel Paese. Molto forte anche la critica al nostro sistema fiscale, che continua a penalizzare l’elettrificazione attraverso una struttura di oneri e tassazione squilibrata a favore del gas, portando a una distorsione che rallenta la diffusione di pompe di calore, mobilità elettrica ed elettrificazione industriale proprio quando nell’Unione europea si prova a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili.

Altro aspetto discusso nel corso della due giorni bolognese è stato il rapporto tra transizione tecnologica e qualità del lavoro. Sul tema dell’intelligenza artificiale e dell’automazione è emersa una lettura distante sia dagli entusiasmi tecnocratici sia dalle visioni catastrofiste che spesso dominano il dibattito pubblico: la questione non è stata posta in termini di semplice “sostituzione” del lavoro umano, ma di organizzazione del potere nei processi produttivi.

Le nuove tecnologie digitali, il management algoritmico e l’automazione possono infatti produrre effetti molto diversi. Possono ridurre fatica e rischi oppure aumentare controllo, intensificazione dei ritmi e precarizzazione. La qualità degli esiti dipende dai modelli organizzativi e dalle relazioni industriali, oltre che dalla governance delle tecnologie, per cui il tema democratico ritorna centrale: chi decide come vengono utilizzate le innovazioni tecnologiche? Con quali obiettivi? Per aumentare profitti o migliorare condizioni di vita e lavoro?

Dal convegno di Bologna è dunque emersa una consapevolezza condivisa: il conflitto attorno alla transizione ecologica è, prima di tutto, un conflitto politico. La trasformazione è già iniziata e la vera sfida riguarda chi ne orienterà la direzione, come verranno distribuiti costi e benefici e quali interessi prevarranno. Lasciare che siano esclusivamente le logiche di mercato a guidare questo processo significa rischiare di scaricarne gli effetti sui lavoratori, sui territori più vulnerabili e sulle fasce sociali più esposte.

Governare la transizione significa invece costruire politiche industriali, energetiche e sociali capaci di accompagnare il cambiamento e di renderlo sostenibile non soltanto sul piano ambientale, ma anche su quello economico e sociale. Da questo dipenderà la possibilità di tenere insieme lotta alla crisi climatica, qualità del lavoro e coesione sociale.

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Il Gattablu di Scampia. Esperienze di de-istituzionalizzazione della psichiatria

Questo testo, curato da Nicola Valentino per le edizioni “Sensibili alle foglie”, racconta l’esperienza del “Gattablu”, uno dei primi centri di riabilitazione psichiatrica e psicosociale espressione del vasto movimento basagliano nato in Campania nei primi anni ’90, durante la fase di  chiusura dell’ex Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, il cosiddetto “Frullone”. Un’operazione coraggiosa, affrontata con l’entusiasmo e l’ottimismo di quel momento storico, dal prof. Sergio Piro e da un gruppo di operator3 che occuparono piccole costruzioni in stato di abbandono diventate poi la casa della comunità che cura, di cui questo libro ci racconta.

Qui, come in altri centri diurni con la medesima ispirazione ideale, iniziano i processi di affrancamento dalle solitudini, si inizia ad allenare relazioni e dialogo, si potenziano strumenti e abilità che consentono di raggiungere uno stato di benessere soggettivo, sociale, e funzionale. Il Gattablu rappresenta uno snodo cruciale di quel processo di de-istituzionalizzazione che ha rivoluzionato la psichiatria e che ha contribuito e contribuisce a migliorare la vita degli utenti e delle famiglie.

I pazienti vengono coinvolti a vari livelli nella gestione delle attività del centro, anche la preparazione collettiva del cibo stimola l’attività e la tessitura di relazioni affettive. L’arte ha un ruolo centrale come forma di “autocura” , quando l’esistenza diventa difficile, è una risorsa vitale, un mondo in cui ci si rifugia e che rigenera, un’esperienza che esce dal centro ad incontrare il mondo fuori: “dall’arte reclusa all’arte pubblica”.

Le opere diventano installazioni in giardini pubblici, fanno parte di mostre e incontrano collezionisti o appassionati, sono sul carro di carnevali di quartiere a Napoli. Molte opere hanno trovato acquirenti e il ricavato di ogni vendita è andato a beneficio di tutta la comunità, nell’ottica di qualcosa di proteso verso un futuro diverso per ognun.

La vocazione inclusiva del centro, all’interno dell’ampio movimento associativo creato dal basso in quegli anni, porta il Gattablu a intessere relazioni con una vasta rete di soggetti e situazioni. Al Gattablu, (nome probabilmente derivato da un gatto che abitava le strutture, e il blu un probabile riferimento al cavallo blu basagliano), nei più di trent’anni di attività, sono state organizzate iniziative, incontri con altre associazioni, progetti con scuole, occasioni di socialità.

Il libro cerca di raccontare proprio il valore umano e sociale di questa rete di legami sociali indispensabile per la cura della sofferenza psichica, una rete che tiene insieme, come osservava Sergio Piro, sofferenza individuale e sofferenza sociale.

Per tornare sull’arte come come modo per uscire fuori dal centro diurno e aprirsi al mondo, è molto interessante la vasta produzione artistica che include dipinti, disegni, sculture, scrittura di racconti, poesie, pensieri.

La stessa ristrutturazione delle palazzine è stata impreziosita da mosaici e installazioni che, insieme a quanto è rimasto nella struttura, costituiscono un patrimonio che ha bisogno di essere innanzitutto preservato, in particolare da quando, a gennaio 2026, l’ASL ha chiuso il centro e stabilito di procedere alla demolizione delle strutture. In questa fase di regressione nei metodi della cura della malattia mentale e di tagli alla sanità, l’incontro con l’archivio “arte ir-ritata” della Coop Sensibili alle foglie, assume un particolare valore per la divulgazione e la protezione di questo patrimonio a rischio di dispersione o di appropriazione indebita. In attesa  che si apra una nuova prospettiva di esistenza per questa preziosa esperienza di cura e solidarietà.

 Il Gattablu         

Una narrazione delle attività artistiche e sociali del Centro Diurno di salute mentale di Napoli Scampia  a cura di Nicola Valentino

Edizioni : Sensibili alle foglie (pag. 109)

recensione a cura di Nadia Nardi

 

 

 

 

 

 

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PROTESTA ANTI-CORRIDA DURANTE UDIENZA PAPALE

Protesta contro la corrida in piazza San Pietro. Due manifestanti dell’organizzazione per i diritti degli animali Peta (People for the Ethical Treatment of Animals) sono stati scortati via dalla sicurezza papale dopo aver interrotto il passaggio della papamobile del pontefice durante un’udienza generale. Leone XIV partirà sabato per una visita di sette giorni in Spagna, paese in cui si svolgono circa 1.500 corride all’anno.

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RAGUSA, CAGNETTA KIM TORNA A CORRERE CON PROTESI 3D

Kim, una cagnetta di tre anni, con un moncone al posto di una zampetta a causa di un incidente, potrà tornare a correre grazie a una protesi realizzata con una stampante 3D. La sua storia inizia otto mesi fa, a ottobre 2025, quando venne ritrovata abbandonata sul ciglio di una strada, tra Chiaramonte e Pedalino, nel Ragusano: era sanguinante, debilitata, con un moncone al posto della zampa posteriore sinistra. I volontari del ‘Canile rifugio degli Iblei Achille Birotto’ di Chiaramonte Gulfi si sono presi cura di lei, a poco a poco la ferita si è rimarginata e Kim, un pitbull dall’indole dolcissima, inizia a riprendersi. Ma il suo futuro sembrava segnato fino a quando Pietro Di Falco, tecnico ortopedico , l’ha incontrata e se ne è ‘innamorato’. Oggi Pietro trascorre con lei gran parte del suo tempo libero. Lei resta seduta nella sua cuccia, nella stanzetta vicina alle officine che realizzano le protesi, poi fa rientro al canile. Pietro Di Falco ha ideato una piccola protesi, realizzata con stampante 3D. I componenti non deperibili (le parti esterne) sono in acciaio, l’invaso che accoglie il moncherino è in materiale Tpu, realizzato in 3D e, quindi, facilmente replicabile qualora – com’è normale che accada – vada soggetto a deterioramento a causa dell’usura. “Kim è una cagnetta buonissima – racconta Di Falco -. Nonostante il trauma e l’amputazione, non ha perso il movimento dell’arto amputato e questo agevola l’intervento di protesi. Se non ci fosse la protesi il moncone tenderebbe ad appoggiarsi a terra e ciò provocherebbe delle ulcerazioni. La protesi è necessaria soprattutto durante le passeggiate o la corsa su un prato. Kim ha accettato fin dal primo momento la protesi ed è riuscita a recuperare tutti i movimenti originari. Per ora sta spesso con me, deve abituarsi e io la sto monitorando. Poi ritorna al canile”. “Kim è in cerca di una buona adozione – conclude -. Presto tornerà a correre chi volesse adottarla saprà che io mi occuperò per sempre, gratuitamente, della sua protesi. Quando questa si deteriorerà, o ci sarà bisogno di interventi, sarò io a intervenire: ho promesso a Kim che mi occuperò sempre di lei e manterrò la mia promessa. Se nessuno dovesse volerla adottare, potrei farlo io”. (Immagine di repertorio)

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Germania, assoluzione per la canapa: il limite di THC rispettato non può bastare a condannare

Una decisione giudiziaria arrivata dalla Baviera potrebbe avere effetti importanti sul futuro della canapa industriale in Germania. Il Tribunale distrettuale di Amberg ha infatti assolto un commerciante accusato di aver venduto prodotti derivati dalla canapa conformi ai limiti legali di THC. Dopo la rinuncia della Procura a presentare ulteriori ricorsi, il verdetto è diventato definitivo …
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Anniversario della rivoluzione spagnola. Fresco di stampa

Zero in Condotta ha pensato di ricordare il 90° dell’inizio della rivoluzione e della guerra civile in Spagna con la pubblicazione di un testo inedito in italiano, uscito nel 2019 in castigliano e successivamente in inglese e francese.

Fresco di stampa è ora disponibile:

VERSO SARAGOZZA – CRONACA DELLA COLONNA DURRUTI 1936/1937

di Roberto Martínez Catalán

pp.176, EUR 15,00

ISBN 978-88-95950-89-1

Il 24 luglio del 1936 partiva da Barcellona una colonna armata costituita prevalentemente da aderenti alla CNT, la confederazione anarcosindacalista. Alla sua testa vi era un ‘uomo d’azione’ ben conosciuto, José Buenaventura Durruti. Erano trascorsi pochi giorni da quando lui e molti di quelli che lo accompagnavano avevano partecipato ai conflitti di piazza, sulle barricate, sconfiggendo il sollevamento militare nella capitale catalana. Ora si dirigevano verso Saragozza, importante snodo del paese, caduto nelle mani dei militari golpisti, la cui liberazione era considerata decisiva per lo sviluppo della guerra e della rivoluzione appena iniziata.

Verso Saragozza è la cronaca di questa colonna: la storia delle sue azioni, ma anche della sua organizzazione e del suo funzionamento, dalla costituzione fino all’integrazione nell’Esercito popolare della Repubblica, nel contesto del contemporaneo sviluppo politico, militare, economico della società civile: dall’evoluzione fino alla sconfitta del processo rivoluzionario iniziato a seguito del sollevamento golpista.

Basato su un’ampia documentazione costituita da fonti scritte e orali, comprese le voci, raccolte nel tempo, di numerosi protagonisti dei fatti raccontati, Verso Saragozza indaga, racconta, approfondisce molte delle problematiche affrontate dai miliziani, a partire dal rifiuto della disciplina e della gerarchia, tipiche della struttura militare, fino alla militarizzazione imposta, alla controrivoluzione montante, alle tragiche giornate del maggio 1937. Un testo che solleva riflessioni e interrogativi, utili per quanti si pongono, ancora oggi, il tema della trasformazione rivoluzionaria della società.

Roberto Martínez Catalán, professore di geografia e storia in Aragona, è autore di numerosi articoli e del libro En el comienzo. Un cuento antiteológico.

Verso Saragozza è il suo primo libro in italiano.

a cura di editrice ZIC

 

L'articolo Anniversario della rivoluzione spagnola. Fresco di stampa proviene da .

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Il modello ARISTOTLE: la valutazione multi-rischio delle emergenze naturali

Gli eventi naturali pericolosi possono non verificarsi da soli. Un’area colpita da un terremoto potrebbe essere interessata da una perturbazione meteorologica, oppure il territorio potrebbe essere già stato indebolito da eventi sismici recenti. In alcuni casi, un terremoto può essere innescato da dinamiche legate all’attività dei vulcani, o lo stesso può innescare uno tsunami o altri fenomeni secondari – frane, liquefazione del suolo, variazioni del regime idrogeologico – effetti a cascata che amplificano l’impatto sulla popolazione.

È da questa consapevolezza che nasce ARISTOTLE (All Risk Integrated System TOwards Trans-boundary hoListic Early-warning – European Natural Hazards Scientific Partnership), un’iniziativa promossa dal Parlamento Europeo per colmare una lacuna fondamentale nella gestione delle emergenze: l’assenza di una valutazione scientifica autorevole e tempestiva a supporto dei sistemi di allerta precoce automatici.

Sebbene questi ultimi siano in grado di rilevare rapidamente un evento e diffondere segnalazioni, non riescono a tradurre il dato in informazioni operative perché mancano di una comprensione scientifica completa della fenomenologia in atto e dei possibili effetti a cascata. ARISTOTLE nasce quindi con l’obiettivo di integrare queste informazioni con analisi esperte multi-hazard, fornendo all’Emergency Response Coordination Centre della Commissione Europea (ERCC) un quadro interpretativo più ampio e affidabile. In questo modo è possibile supportare decisioni operative più informate, comprendere quali siano le necessità reali delle aree colpite e valutare anche i rischi a cui potrebbe essere esposto il personale dispiegato sul campo.

ARISTOTLE riunisce 23 enti scientifici e università europee con competenze nei principali tipi di rischio naturale: terremoti, tsunami, eruzioni vulcaniche, incendi boschivi, alluvioni ed eventi meteorologici estremi. Il punto di forza del progetto è aver sviluppato, nei 10 anni di operatività, metodi e strumenti per valutare più rischi contemporaneamente, tenendo conto delle loro interazioni e della loro evoluzione nel tempo.

Il sistema multi-hazard operativo di ARISTOTLE a servizio di ERCC nell’ambito del Meccanismo Unionale di Protezione Civile

L’INGV è il coordinatore del progetto, partecipa alla valutazione della pericolosità di tre dei sei rischi naturali e fa parte del gruppo di coordinamento che gestisce le attività scientifiche e operative del consorzio.

Il valore della valutazione integrata

Cosa cambia quando si valutano i rischi in modo integrato? La risposta è nella qualità delle informazioni utilizzate al momento della crisi. Un sistema multi-hazard è in grado di identificare scenari in cui eventi distinti si influenzano reciprocamente, e di supportare le decisioni di allerta e di gestione dell’emergenza attraverso un quadro completo. Tutto questo concorre inoltre a migliorare la preparazione nel lungo termine, considerando il verificarsi in contemporanea dei pericoli.

Nel contesto multi-hazard, infatti, due o più fenomeni pericolosi possono verificarsi nello stesso periodo e/o nella stessa area geografica. Questo non implica necessariamente un rapporto causa-effetto diretto. I pericoli possono essere indipendenti ma simultanei oppure influenzarsi reciprocamente. Ad esempio, piogge intense e mareggiate possono aumentare il rischio di un’alluvione costiera.

Combinazioni di fenomeni come quelli descritti possono aumentare la vulnerabilità del territorio, moltiplicando gli impatti sociali ed economici, e richiedono analisi integrate.

Compito di ARISTOTLE è trasformare per ERCC dati scientifici complessi in informazioni chiare e utili per chi deve prendere decisioni operative rapide e finalizzate quindi anche a salvare vite umane e mitigare i danni.

Come funziona ARISTOTLE?

ARISTOTLE è una sala operativa virtuale in cui si alternano 24 ore su 24, 7 giorni su 7, circa 170 esperti rappresentativi dei sei hazard attualmente monitorati. A supporto degli esperti c’è una rete di ricercatori e tecnici di oltre 23 istituzioni scientifiche di tutta Europa che garantisce informazioni puntuali, aggiornate e realistiche per un monitoraggio continuativo a scala globale.

Il team ARISTOTLE fornisce il servizio operativo in:

  • Modalità di risposta alle emergenze (ERM): in risposta al verificarsi di un evento naturale rilevante, il team si riunisce virtualmente ed effettua una valutazione multi-hazard dell’impatto dell’evento su popolazione e infrastrutture del Paese coinvolto. Entro le tre ore successive redige e invia a ERCC un rapporto dettagliato a Bruxelles;
  • Modalità operativa ordinaria (ROM): con un servizio trisettimanale di monitoraggio multi-hazard in cui redige un report di aggiornamento per ERCC degli eventi occorsi nei giorni precedenti descrivendo anche la loro evoluzione nei giorni a venire;
  • Con un servizio di science “on-demand” (SEOD) per supportare ERCC nella comprensione della fenomenologia di eventi catastrofici estremi o durante crisi particolarmente rilevanti. 

I primi dieci anni

Quest’anno ARISTOTLE compie 10 anni di operatività. Nato come progetto pilota, oggi fornisce supporto scientifico a ERCC attraverso l’analisi di centinaia di eventi naturali che hanno richiesto il coordinamento degli aiuti internazionali. Il progetto ha inoltre supportato l’ERCC anche in occasione di crisi non legate a eventi naturali, fornendo informazioni utili alle attività di intervento umanitario. 

Sintesi delle attivazioni di Aristotle durante i 4 contratti precedenti a quello attuale e suddivisa per le diverse modalità: ERM (l’emergenza per un grave evento), ROM (il report trisettimanale), STAF/SEOD (il servizio on-demand in caso di eventi complessi). 

Guardando al futuro, ARISTOTLE punta a diventare ancora più efficace, integrando altri rischi naturali come Meteorologia spaziale, siccità e ondate di calore, e nuovi strumenti di monitoraggio, per far sì che la scienza sia sempre più al servizio della società.

A cura di Giovanna Forlenza, Spina Cianetti, Licia Faenza, Giuseppe Salerno, Marco Olivieri, Valentino Lauciani del Centro ARISTOTLE.


Licenza

Licenza Creative Commons

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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Lawmakers Demand Answers After the White House Initiated a $620M Loan to a Firm Tied to Donald Trump Jr.

A man in a suit and tie, wearing an American flag lapel pin, looks to his left.
Donald Trump Jr. Andrew Harnik/Getty Images

A group of lawmakers demanded answers from the White House this week following a ProPublica investigation revealing that a top aide to the president intervened to secure a $620 million Pentagon loan to a startup linked to the president’s eldest son.

ProPublica’s reporting “reveals a staggering level of corruption and influence peddling that superseded this process, enriching the President’s son at the expense of U.S. national security and taxpayer dollars,” wrote the group of Democratic lawmakers, including Sens. Elizabeth Warren of Massachusetts, Richard Blumenthal of Connecticut and Mazie Hirono of Hawaii as well as Reps. Jason Crow of Colorado and Mike Levin of California.

Last year, the Pentagon announced the loan to Vulcan Elements, a small North Carolina startup, about three months after Donald Trump Jr.’s venture capital firm took a stake of undisclosed size in the rare-earth magnet company.

Interviews and Defense Department records reviewed by ProPublica show that the request to lend to the firm was made by Peter Navarro, who serves as the president’s senior counselor for trade and manufacturing and is a friend of Trump Jr.’s.

Of the dozens of companies the Pentagon was considering funding at the time, Vulcan’s was the only deal initiated by a top aide to the president, an official at the Pentagon who was not authorized to speak publicly told ProPublica.

After defense officials got the White House request, they asked Pentagon staff to move at an unusually rapid pace, said another person who was involved in the deal at the Pentagon but not authorized to speak about it.

“The call came from the White House: We have to get this done,” the person said.

In their letter, addressed to White House Chief of Staff Susie Wiles, the lawmakers asked a series of questions about Navarro’s involvement in the deal, including whether he intervened at someone else’s direction, if the president was aware or involved, and who Navarro communicated with at the Pentagon.

They also asked more broadly about whether White House officials have communicated with federal agency officials about other companies linked to the Trump family.

“The American public — and service members that are in harm’s way — expect that the DoD contracting process is fair, unbiased, and competitive to ensure that only the best companies, providing only the best products, receive taxpayer dollars,” the lawmakers wrote.

Navarro, who served as trade adviser in the president’s first term, and Trump Jr. have formed a close bond in recent years. The president’s son visited Navarro in prison while he served time for defying a subpoena from lawmakers investigating the Jan. 6, 2021, riot at the U.S. Capitol. Trump Jr. was one of the small group of people Navarro dedicated his latest book to for having “my back when it was against the wall.” And a week before the Vulcan deal was announced, Trump Jr. hosted Navarro on his streaming show, encouraging his nearly 2 million subscribers to buy Navarro’s book. That interview was not long after word came down from Navarro to Pentagon staff to make the massive loan to Vulcan, one of the defense officials involved in the deal said.

Asked to respond to the lawmakers’ allegations and ProPublica’s reporting, Navarro in a text message wrote “Staggering level of hyperbole. More fake news” but did not elaborate. The White House did not immediately respond to a request for comment on Tuesday.

Navarro did not respond to questions from ProPublica sent to him directly before the initial article was published. But in a post on X afterward, he called the story “fake news on steroids.”

Vulcan has not commented. A White House spokesperson had said in a statement that the administration is working “in the best interest of the American people,” adding, “The President’s entire team, including Senior Counselor Navarro and officials at the Department of War, is working together and with private industry to secure America’s critical mineral supply chain at Trump Speed.” Trump Jr.’s spokesperson said last week that the president’s son does not discuss companies he has invested in with federal government officials and did not speak to Navarro about Vulcan. He “has no knowledge about how this deal came together,” the spokesperson said. A spokesperson for 1789 Capital, the venture firm where Trump Jr. is a partner, said it also played no role in Vulcan getting the loan and did not learn about the deal before it was public.

“No company receives preferential treatment,” a Pentagon spokesperson said. “Outside affiliations, investors, or political connections play absolutely no role in the Department’s funding decisions.”

The loan was part of the Pentagon’s effort to fund companies that could help the U.S. reduce dependence on China’s critical mineral supply chains. It represented a big win for Vulcan and its investors. Estimates of the company’s valuation grew tenfold after the deal was announced.

The deal is one of many actions by the administration of President Donald Trump that have helped companies in which his family holds stakes. Government contracts and other benefits have gone to various Trump-linked companies. But ProPublica’s reporting on the Vulcan loan represented the first time the awarding of a contract from a federal agency was directly linked to White House intervention.

A number of other lawmakers also criticized the Vulcan deal following ProPublica’s investigation.

Sen. Raphael Warnock, a Georgia Democrat, called it “corruption to the highest degree,” alleging on X: “They are looting this country. Dismantling it, selling it for parts, and lining their own pockets.”

Sen. Patty Murray, a Washington Democrat, called for a congressional investigation. “It’s just nonstop corruption from this White House, and Republicans in Congress are content to twiddle their thumbs and look right in the other direction,” she posted on X. “Congress should be investigating and putting a stop to this kind of crooked self-dealing—not enabling it.”

The post Lawmakers Demand Answers After the White House Initiated a $620M Loan to a Firm Tied to Donald Trump Jr. appeared first on ProPublica.

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What does Beijing’s response to Tokyo-Manila boundary talks mean for Taiwan?

The mainland Chinese coastguard’s first independent law enforcement patrol east of Taiwan on Monday – in response to the maritime border talks between Japan and the Philippines – marked an expansion of its patrolled area beyond the traditional focus. Since its launch in 2021, the China Coast Guard (CCG) has routinely patrolled in the South China Sea, East China Sea and Yellow Sea. In recent years, apart from routine patrols around a few Taiwan-controlled islands, the CCG has also joined the...

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[Résolu] Framagenda: notes disparues?

Bonjour,

Depuis la mise à jour de Framagenda de ce matin, je vois que les “Notes” ont disparu. Ça me mets en grande difficultés, puisque je les utilise beaucoup, y compris en mode partagé avec d’autres user.

Quelqu’un sait-il ce qu’il se passe ?

Merci pour l’aide.

4 messages - 3 participant(e)s

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In China’s coal country, party chief called to account after fatal safety failures

Disciplinary authorities in central China are investigating a county-level Communist Party chief following a coal mine gas blast that killed 82 people and left two missing. Zhao Yongjin, party secretary of Qinyuan county in Changzhi, was “suspected of serious violations of discipline and law”, the Shanxi provincial discipline inspection and supervisory commission, an anti-corruption watchdog, said on Tuesday night. The blast at the Liushenyu Coal Mine on May 22 was China’s deadliest mine...

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La perla nera dei Caraibi. Cuba: scontro di poteri sulla pelle degli oppressi

L’ipocrita accusa del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti emessa il 20 maggio contro Raùl Castro Ruz, generale dell’esercito e personalità tra le più rappresentative della Rivoluzione cubana, non ha soltanto i tratti dell’arroganza impunita di chi si sente forte e al di sopra del diritto, ma forse vuole anche essere un tentativo di dare un tocco di legittimità al criminale embargo che dura da decenni e alle ancor più vergognose misure coercitive che in questi ultimi mesi hanno colpito la popolazione inerme (240 da gennaio). La popolazione è stata soffocata da un feroce blocco energetico imposto dalla potenza egemone, il cui unico risultato sembra essere stato quello di aver fatto precipitare la quasi totalità delle masse lavoratrici ad un livello di quasi sussistenza, incalzate dalla pressante urgenza di reperire beni di prima necessità e dalla minaccia costante di un’aggressione armata.

Una lettura unilaterale, assai poco conforme al contesto in cui si svolsero i fatti, un’incriminazione priva di alcun valore legale (anche a prenderlo per vero) e di una giurisdizione in cui poterla applicare, vorrebbe far giustizia in merito a un episodio che nel 1996 portò all’abbattimento di due velivoli facenti capo a Brothers to the Rescue, organizzazione che opera con metodi violenti e ha sede a Miami. L’abbattimento avvenne dopo ripetuti sconfinamenti e violazioni dello spazio aereo cubano, infrazioni più volte segnalate dalle autorità dell’isola agli enti governativi statunitensi e da questi ripetutamente ignorati; sintomo, quantomeno, di una certa complicità se non di una vera e propria pianificazione e sovvenzione; una condotta, tra l’altro, che si inscrive nella lunga traiettoria costellata di attentati, sabotaggi e tentativi di aggressione che il governo degli Stati Uniti ha messo in opera da che nel gennaio del 1959 il socialismo di stato è stato imposto quale religione ufficiale. Un ultimo – per ora – atto di quella mai sopita, controversa e irrisolta questione che tiene occupati i due paesi da quasi settant’anni, ma che pure visto dalla prospettiva meramente giuridica del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e della Convenzione di Chicago sull’Aviazione Civile Internazionale, rientrerebbe in un’azione di legittima difesa del proprio spazio aereo contro quelli che potrebbero essere interpretati come atti di “terrorismo”, che la suddetta organizzazione avrebbe messo in pratica tra il 1994 e il 1996, in barba alla stessa legislazione statunitense. Oltretutto, questa accusa arriva dopo che le forze armate Usa per mesi hanno spadroneggiato nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico, arrivando ad uccidere quasi duecento persone e a sequestrare il presidente del Venezuela, a corollario di una dottrina che, sostenuta da un imponente apparato bellico, cerca di applicare attraverso l’imposizione unilaterale delle sanzioni, quella pressione politica ed economica i cui scopi mirano a ridefinire gli assetti geopolitici della regione. Giustificata con le parole del procuratore generale “se uccidete degli americani, vi perseguiremo. Non importa chi siate. Non importa quale carica ricopriate”, frasi che riecheggiano da tempi storici che ritenevamo oramai tramontati ma che purtroppo oggi si ripropongono con logica spietata anche ad altre latitudini (vedi Medioriente). Questa montatura extragiudiziale che agisce su un piano politico vorrebbe essere la giustificazione delle recenti imposizioni coercitive che, operando a livello economico, producono i loro effetti devastanti direttamente sui corpi delle persone. Evidentemente questa Legge dei Poteri Economici d’Emergenza Internazionale (IEEPA), che amplia sanzioni già esistenti (tra l’altro in violazione degli articoli 1, 2 e 55 della Carta delle Nazioni Unite e della risoluzione del 1992 sulla rimozione del blocco), rientra in quella nuova fase di riassetto degli equilibri della regione che Washington sembra voglia ridefinire attraverso un protagonismo deciso e un utilizzo cinico di quelle che si mostrano come le raffinate tecniche della nuova guerra ibrida: sanzioni, dazi, strangolamento finanziario, incriminazione a livello internazionale, propaganda mediatica e uso extragiudiziale della propria giustizia. Nel frattempo però, si fa ricorso anche ai vecchi metodi con la portaerei Nimitz che scorrazza indisturbata nelle acque delle Antille, in attesa di sviluppi.

Al ritorno dal suo viaggio in Vaticano, tra le cui motivazioni non espresse figurava verosimilmente la ricerca di un’intesa col mondo cattolico, ben radicato sull’isola, il segretario di stato Marco Rubio, di origini cubane, soltanto poche ore prima dell’annuncio delle sanzioni se ne usciva con un video diretto alla popolazione oramai allo stremo: “Cuba non è governata da nessuna rivoluzione, ma da GAESA, uno stato dentro lo stato, i cui benefici sono appannaggio di una piccola élite”. Questo Gruppo di Amministrazione Imprenditoriale a cui si fa riferimento, bollato come organismo cancerogeno che parassita l’economia nazionale, incolpato dei continui black out, della scarsità di combustibile, cibo e medicine, è un consorzio imprenditoriale creato negli anni ’90 con lo scopo di captare la valuta estera, che in quei frangenti cominciava ad affluire in seguito all’apertura al turismo voluta da Fidel Castro e all’introduzione della doppia moneta (pesos e dollari). Ideato dall’allora ministro della difesa Raùl Castro, tale holding ha finito per inglobare tutta una serie di attività commerciali e finanziarie che vanno dagli hotel ai centri di immersione, dai porti sportivi alle agenzie di viaggio; dal 2010 assorbe Cimex, impresa statale dei supermercati, e centinaia di stazioni di servizio, e infine diventa proprietaria della Banca Finanziaria Internazionale, una delle più grandi del paese, arrivando a controllare il 40-70% dell’economia nazionale attraverso un impero stimato, nel 2025, in 18 miliardi di dollari. Il 7 maggio l’amministrazione Trump ha inasprito ulteriormente le sanzioni contro GAESA e la sua direttrice ufficiale Ania Guillermina Lastres Morera, adducendo il pretesto della sicurezza nazionale. Mentre  il 22 l’ ICE arrestava la sorella a Miami sotto identica motivazione, cercando così di  colpire l’esercito cubano nelle sue finanze. Quanto queste misure possano incidere realmente sulla tenuta di questo conglomerato imprenditoriale resta tuttavia un mistero, data l’estrema opacità da cui è sempre stato avvolto.

Il blocco energetico ha ridotto quasi a zero un turismo già in caduta libera, mentre le rimesse dall’estero, che nel 2019 erano stimate in 3,7 miliardi di dollari, la cifra più alta mai registrata, nel 2024 si aggiravano intorno all’ 1,1 milioni, con un crollo del 43% rispetto all’anno precedente. In parallelo, Washington si dice pronta ad offrire cento milioni di dollari in aiuti umanitari, mentre Rubio esorta la popolazione affinché si decida per un cambio di regime: “Una nuova Cuba, dove qualsiasi cubano, e non solo GAESA, possa aprire una banca o un’impresa edile”. Stessa ricetta, questa volta cucinata in salsa caraibica.

Cuba vive un periodo di decadenza che, sebbene si possa far risalire al perìodo especial degli anni ’90, vede oggi una recrudescenza senza eguali che investe la gran parte della popolazione e che è sfociata in una crisi alimentare spaventosa e in un altrettanto deplorevole crisi energetica; due aspetti di uno scenario dove il reperimento dei beni di prima necessità e i ricorrenti black out segnano le modalità e i ritmi della quotidianità. Quello che si dice del capitalismo, ovvero essere la gestione pianificata della scarsità, può a buon diritto essere applicato su scala locale anche a Cuba e al suo regime, che ha saputo far tesoro in questi decenni di tecniche di governo assai raffinate, ma che oggi vede progressivamente venir meno la sua autorevolezza grazie a un risveglio, seppur timido, delle coscienze, che si traduce in certe forme di comunitarismo o di solidarietà popolare che scandiscono l’agire quotidiano; nel mentre si va affievolendo l’immagine di padre benefattore che il castrismo ha saputo dispensare lungo tutto l’arco della sua esistenza. Di contro, però, bisognerebbe considerare anche l’altro lato della medaglia, ossia il fatto che la competizione per la sopravvivenza e le diverse manifestazioni di egoismo che l’accompagnano sono andate anch’esse aumentando. Di pari passo si è inoltre avuto un incremento dell’azione repressiva dello stato e un’estensione del raggio operativo della polizia politica, che ha portato a un aumento esponenziale delle carcerazioni e all’emersione di un vero e proprio problema carcerario, con migliaia di prigionieri politici da gestire e le complesse conseguenze sociali che questo comporta, con la sensibilizzazione di interi settori sociali contro la gestione autoritaria della cosa pubblica che interdice la benché minima possibilità di una qualche riforma, seppur blanda. Lo stato ha risposto con una serie di misure a carattere sociale per sopperire alle mancanze degli strati più disagiati della popolazione insieme ad una campagna propagandistica in grande stile nel tentativo di poter recuperare quell’aura di benevolenza che l’ha sempre caratterizzato. Ma di fatto,  quello che maggiormente definisce la gestione della sovranità continua ad essere, benché in forme più dissimulate, l’amministrazione centralizzata della paura, che può contare, oltre che su un apparato repressivo tra i più efficienti, anche sulla disaffezione generalizzata e su una pressoché totale ignoranza o disconoscimento di forme elementari di organizzazione e reazione nei confronti del dispositivo dispotico imperante; un dispositivo che può fare affidamento, oltre che sull’accaparramento delle risorse economiche e finanziarie, su un progressivo spopolamento che interessa le fasce più giovani, le quali trovano nell’emigrazione la possibilità di sottrarsi ad una condizione fattasi insostenibile ma che ha portato ad un decremento demografico e a un parallelo consolidamento del conservatorismo politico. Le deboli proteste che pur saltuariamente affiorano si limitano a qualche cacerolazo urlato a gran voce ma privo di una struttura organizzativa, espressione di una disperazione ormai endemica avvolta da fatalismo e rassegnazione, comunque ben lontane da quelle grandi manifestazioni di massa che si ebbero quattro anni fa, quando sembrava che qualcosa si stesse realmente muovendo. Le proteste antigovernative dell’11 luglio 2022 partite da San Antonio de Los Baños, poco fuori l’Avana, e da Palma Soriano, nella provincia orientale di Santiago, poi dilagate nei centri principali nel giro di ventiquattro ore, che videro riversarsi nelle strade migliaia di cittadini dei settori maggiormente precarizzati della società cubana, un evento di cui non si ricordano precedenti (se non forse il cosiddetto Maleconazo, del 1994), e che hanno portato all’arresto di 1848 persone, sono state anch’esse l’espressione di una resistenza al dominio dello stato e alle varie forme di autoritarismo imperanti che intere classi, gruppi e individui hanno cercato di opporre, nella loro complessità e anche a dispetto del tentativo di cooptazione da parte di forze esterne o straniere, con il fine di rivendicare scampoli di libertà e migliori condizioni di esistenza. È stata una spinta che è giunta dalle fasce più marginalizzate della classe proletaria, quella dei lavoratori precari, a giornata, dei disoccupati e delle moltitudini  contadine che abitano le periferie delle grandi città, arrivate sull’onda di una forte migrazione interna ma sprovviste della consapevolezza di essere classe, che però non può essere caratterizzata come movimento operaio in senso stretto, mancando di organizzazione, di forme sindacali o corporative classiche, o finanche di organismi territoriali vincolati al lavoro. Rispecchiano piuttosto la disperazione dei gruppi meno abbienti, influenzati dagli effetti delle politiche governative degli ultimi decenni che hanno portato ad una estrema atomizzazione del tessuto sociale, e dalla suggestione di un modello consumistico che arriva dall’emigrazione, soprattutto statunitense. Non si può quindi parlare di forze politiche a rigor di termini, tutt’al più di forze sociali non organizzate che si scontrano con forze di polizia, queste sì estremamente organizzate,  che nella loro opera meticolosa sono riuscite a disarticolare ogni forma di dissenso e di opposizione politica nel paese, lasciando una situazione anche peggiore ed eludendo la questione e le motivazioni che ne hanno decretato l’esplosione. Il vuoto che oggi viene avvertito, l’impossibilità sperimentata di poter operare un cambio politico dall’interno, sono con buona probabilità all’origine della grande popolarità di cui attualmente gode, ovviamente in alcuni settori, Marco Rubio, insieme all’ambasciatore Mike Hammer, e spiegano in parte il senso di impotenza sociale che avvolge l’isola. Secondo un recente sondaggio effettuato da El Toque, organo indipendente locale, sembrerebbe che la maggior parte dei cubani (56% di chi vive sull’isola e il 67% di quelli della diaspora) veda di buon occhio un intervento armato statunitense, o comunque come il male minore di fronte alla fame che avanza. L’amministrazione Trump ha avuto diverse interlocuzioni negli ultimi mesi con il presidente Dìaz-Canel e il suo consiglio dei ministri, e contatti diretti con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote del vecchio dirigente e il più zelante delle sue guardie del corpo, figlio dell’ex direttore di GAESA insignito del grado di generale da Raùl Castro per meriti nella gestione dell’azienda; il “granchio”, così soprannominato per via di una deformazione alla mano, si sarebbe incontrato più volte in Messico con il segretario di stato nordamericano. Se ciò fosse confermato, se ne potrebbe dedurre che gli USA hanno scelto di trattare con gli apparati militari, almeno con i settori maggiormente orientati agli affari, piuttosto che con quelli politici, che dopo decenni di criminalizzazione del dissenso si ritrovano ora a dover negoziare con l’unico interlocutore disponibile, ossia il potere corporativo yanqui. Nonostante la frattura che attraversa le forze armate, divise tra una fazione composta da generali anziani legati alla dirigenza politica e i quadri inferiori maggiormente esposti agli effetti della crisi (chiamati con spregio fagioli e riso, in riferimento alla loro dieta), la Casa Bianca sembra disposta ad un accomodamento, concedendo a Castro il privilegio di garantire una transizione tranquilla mentre alla cupola militare di disarticolare il vecchio sistema politico facendosi garanti del nuovo ordine; una soluzione molto auspicata dalla superpotenza, che di certo non vuole casini a 144 km dalle sue coste. In questo senso è da vedere anche la visita del direttore della CIA, John Ratcliffe, avvenuta a metà maggio, che ha alimentato le voci in merito ad una eventuale tutela di Raùl, che resterebbe a margine di qualsiasi rappresaglia, e ad un possibile cambio di regime per interposta persona, come avvenuto in Venezuela. Questa soluzione soddisferebbe Trump e il suo entourage più pragmatico, che grazie ad un tocco cosmetico favorirebbe l’ingresso mascherato del capitale nordamericano, ma assai meno l’ala più oltranzista, capitanata da Rubio, che pone tra i suoi desiderata una trasformazione radicale della società. Le parole di Marcell Felipe, direttore del Museo della Diaspora Cubana di Miami, “non abbiamo lottato per 67 anni, con prigionieri e morti, per guadagnare il diritto di investire sotto le regole di un regime comunista”, sono condivise da almeno tre deputati di origine cubana del congresso a stelle e strisce. L’ansia e il timore di molti, a Cuba e nell’esilio, è quello che sia arrivato il momento, per via di una serie di fattori: le elezioni di medio termine, la presenza a breve dei mondiali di calcio, Trump nelle vesti di colui che ha portato la democrazia, la nuova configurazione degli assetti geopolitici nell’emisfero occidentale; ma soprattutto perché  il popolo cubano non ce la fa più: i bambini non vanno più a scuola, molti non hanno di che sfamarsi, diversi gli ospedali incapacitati ad operare, gli altri si fermeranno a breve; le medicine scarseggiano mentre le malattie cominciano a mietere le prime vittime, uomini e donne disperano di una situazione sentita come surreale. Sul palcoscenico della storia di questo nuovo millennio, l’eterna commedia dello scontro di poteri si rappresenta sullo sfondo della tragedia che affama e asservisce moltitudini di proletari, oppressi e assoggettati, ma non ancora piegati, a logiche a loro estranee, i cui effetti devastanti avvertono sulla propria pelle.

Massimiliano Bonvissuto

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Look Up!

Two astronauts look up through a round window in the International Space Station's cupola. Earth's blue water and white clouds are visible. In a trapezoid-shaped window between the two astronauts, we can see the blue haze of Earth's atmosphere.
ESA/Sophie Adenot

Astronauts Sophie Adenot of ESA (European Space Agency) and Jack Hathaway of NASA, both Expedition 74 flight engineers, look out a window in the cupola, monitoring the automated approach and docking of the SpaceX Dragon cargo spacecraft to the International Space Station on May 17, 2026. The orbital outpost was soaring 259 miles above the Indian Ocean just west of the Maldives at the time of this photograph.

See the cupola and other parts of the space station in our guided tour.

Image credit: ESA/Sophie Adenot

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Look Up!

Two astronauts look up through a round window in the International Space Station's cupola. Earth's blue water and white clouds are visible. In a trapezoid-shaped window between the two astronauts, we can see the blue haze of Earth's atmosphere.
ESA/Sophie Adenot

Astronauts Sophie Adenot of ESA (European Space Agency) and Jack Hathaway of NASA, both Expedition 74 flight engineers, look out a window in the cupola, monitoring the automated approach and docking of the SpaceX Dragon cargo spacecraft to the International Space Station on May 17, 2026. The orbital outpost was soaring 259 miles above the Indian Ocean just west of the Maldives at the time of this photograph.

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Image credit: ESA/Sophie Adenot

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Modena ribelle. Contro lo sciacallaggio fascista e le intimidazioni di Stato

La settimana tra il 16 e il 23 maggio ha visto la città di Modena trasformarsi in un terreno di scontro aperto tra il fango del razzismo di Stato e la risposta militante, autorganizzata e antifascista.

Sabato 16 maggio: la tragedia e l’attivazione della macchina reazionaria

Tutto ha inizio sabato 16 maggio. All’interno dello Spazio Sociale Libera è in corso un’assemblea per discutere l’autodifesa comunitaria contro i nuovi decreti sicurezza e la svolta autoritaria del governo Meloni. All’improvviso, la riunione viene interrotta da una notizia drammatica: un’auto a forte velocità ha travolto otto persone che stavano camminando in pieno centro, in una zona pedonale frequentata quotidianamente da ognuno di noi.

La macchina dello sciacallaggio razzista e securitario si attiva istantaneamente, non appena viene resa nota l’identità del guidatore: Salim El Koudri, trentunenne nato in Italia da genitori marocchini.

I professionisti dell’odio xenofobo si fiondano sulla tragedia per strumentalizzarla. Personaggi come Roberto Vannacci e Roberto Fiore piombano immediatamente a Modena per tenere comizi improvvisati, cercando di trasformare un dramma legato al disagio o alla fatalità in un manifesto d’odio permanente.

Questo odio xenofobo, viscerale e calcolato, non è un’anomalia: è lo strumento con cui il potere divide gli sfruttati, indicando un finto nemico per nascondere i veri responsabili della miseria sociale. Contro questa violenza verbale e antropologica, che deumanizza l’individuo in base alla sua origine, non chiediamo le ipocrite “politiche di inclusione” della sinistra istituzionale. L’inclusione di Stato è solo un’assimilazione forzata nelle logiche del capitale, un modo per rendere tollerabile lo sfruttamento purché normato. Noi non vogliamo essere inclusi in questo sistema violento; vogliamo distruggerlo attraverso la solidarietà internazionalista.

I giorni successivi: la caccia alle streghe e le intimidazioni all’avvocato

Nei giorni successivi al 16 maggio, il clima in città si fa ancora più pesante. La rabbia sociale viene scientificamente deviata dai media borghesi e dai fascisti contro un unico capro espiatorio. In questo scenario di caccia alle streghe si inseriscono le pesanti pressioni e le tutele negate alla difesa legale.

L’avvocato di Salim El Koudri, che è anche lo storico legale dello Spazio Sociale Libera, diventa il bersaglio di una campagna diffamatoria e intimidatoria senza precedenti. Non si è trattato solo di attacchi sui giornali o sui social, ma di vere e proprie pressioni politiche e minacce velate volte a isolare il legale e a colpire, attraverso di lui, l’intero tessuto politico della Modena antifascista e libertaria. Un tentativo di linciaggio che dimostra come, per lo Stato e i suoi servi, il “diritto alla difesa” sia solo un paravento ipocrita, pronto a saltare non appena un caso tocca gli interessi della propaganda razzista e dell’ordine costituito.

Di fronte a questa provocazione reazionaria, la parte autoorganizzata e antifascista della città non è rimasta a guardare, rispondendo subito con la mobilitazione, un presidio immediato e la costruzione della piazza successiva.

Sabato 23 maggio: la risposta della Modena complice e solidale

Il culmine della mobilitazione si è raggiunto sabato 23 maggio, quando le strade di Modena sono state attraversate da un corteo antifascista determinato, autogestito e partecipato. Centinaia di compagne, compagni, realtà studentesche, del sindacalismo di base e singole individualità si sono date appuntamento per respingere l’odio neofascista e le logiche securitarie dello Stato che lo spalleggiano.

A differenza di chi si limita alla sterile retorica delle celebrazioni istituzionali, la piazza ha voluto ricordare che l’antifascismo a Modena ha radici profonde, che affondano nella storica e mai sopita tradizione anarchica del territorio. Dalle barricate del passato alle lotte operaie, Modena ricorda i suoi figli libertari che hanno sempre combattuto il fascismo non in nome di una legalità borghese, ma per l’emancipazione totale delle oppresse e degli oppressi.

“La risposta della Modena complice e solidale è stata chiara,” dichiarano le realtà libertarie e antifasciste promotrici. “Il fascismo e l’odio xenofobo non si combattono delegando alle istituzioni, firmando patti per l’inclusione o difendendo carte costituzionali troppo spesso tradite dal potere. Si combattono con l’organizzazione dal basso, la vigilanza militante, il mutuo soccorso e l’azione diretta nelle strade. Di fronte alla violenza strutturale di chi propone confini, espulsioni e gabbie, noi rispondiamo con il rifiuto di ogni autorità.”

La mobilitazione si è svolta in un clima di forte compattezza e fermezza, dimostrando che la memoria della resistenza anarchica e comunarda non è un cimelio da museo, ma uno strumento vivo per bloccare ogni rigurgito nostalgico e autoritario.

Nessuno spazio al fascismo, al razzismo, ai loro servitori e a chi usa l’intimidazione per tappare la bocca ai compagni. La lotta continua nelle strade, ogni giorno.

Colby Lia. USI Modena

 

 

 

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FRAMAFORMS : Accès aux réponses pour les participants

Bonjour,

Je viens de créer un formulaire pour que les associations puissent faire un diagnostic de leur santé sociale et je voudrais qu’elles puissent accéder à leur résultat. Malheureusement, quand elles cliquent sur le lien reçu par mail pour y accéder, le message “accès refusé” apparaît. Est-ce qu’il faut avoir un compte framasoft pour pouvoir y accéder ? Ou bien y a-t-il un paramétrage que je dois modifier quelque part, pour qu’elles puissent y accéder librement ?

J’espère de tout cœur que c’est la 2ème option …

D’avance, merci à toutes et tous pour votre aide et vos réponses,

Nelly

2 messages - 2 participant(e)s

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C’è chi vede e provvede. Elezioni amministrative a Venezia

Il risultato delle elezioni comunali di Venezia ha occupato per alcuni giorni i canali di informazione.

La vittoria del candidato del centro destra Simone Venturini è giunta inaspettata, dopo una serie di tornate elettorali in cui i partiti che hanno sostenuto il candidato sconfitto del centro sinistra, Andrea Martella, avevano superato la coalizione avversaria.

Alle elezioni europee del 2024 PD, AVS e M5S raggiungevano circa il 45%, contro il 40% complessivo del centro destra; alle regionali del 2025 le due coalizioni si sono trovate alla pari, con un leggerissimo vantaggio per il centro sinistra; infine il referendum sulla giustizia ha visto a Venezia prevalere il NO, con un’affluenza record sia in termini percentuali, sia in valori assoluti.

Le ultime elezioni comunali hanno visto la coalizione a sostegno di Andrea Martella aumentare ancora i consensi in termini assoluti, ottenendo 43.294 voti rispetto ai 40.915 delle regionali, non riuscendo però ad intercettare i voti degli elettori che sono tornati a votare.

Le spiegazioni che sono circolate si infrangono contro i dati di fatto.

L’idea che il PD abbia perso consensi a causa dell’accordo con la comunità bengalese a proposito della moschea da costruire in Terraferma si scontra con l’aumento dei voti al PD, passato dai 21.440 delle regionali ai 26.444 delle ultime comunali. Così pure attribuire la sconfitta al Movimento 5 Stelle si scontra col fatto che anche quest’ultimo ha visto aumentare i consensi rispetto alle regionali.

Anche attribuire la sconfitta alla scelta di un “politico” estraneo alla “società civile”, oppure all’uso delle reti social sono spiegazioni che lasciano il tempo che trovano, visto che i numeri ci parlano di una sconfitta del centro sinistra maturata grazie alla partecipazione di una fetta di elettorato che non aveva partecipato né alle europee del 2024 né alle regionali del 2025, una fetta di elettorato che non è stata mobilitata dai meme o da paure irrazionali, ma da un’organizzazione profondamente radicata sia nei sestieri del capoluogo sia nei quartieri e nei paesi di Terraferma; un’organizzazione che ha lanciato un progetto politico a partire dalla scelta del candidato del centro destra.

Il nuovo sindaco di Venezia, Simone Venturini, è il più giovane sindaco della città lagunare. È stato eletto da una coalizione di centro destra ed è un politico di lungo corso. Come ci informa Wikipedia, ha una formazione in diritto pubblico e diritto amministrativo ed inizia la sua carriera elettorale candidandosi alle elezioni comunali del 2010 nella lista dell’Unione di Centro a sostegno del candidato di centrosinistra Giorgio Orsoni, venendo eletto consigliere comunale all’età di 22 anni e diventando anche capogruppo. Alle elezioni europee del 2014 viene candidato per la lista Nuovo Centrodestra – Unione di Centro, ottenendo 8949 preferenze, ma senza risultare eletto. Nelle comunali del 2015 si candida con la lista Brugnaro nella coalizione di centrodestra, venendo eletto con 957 preferenze ed è nominato lo stesso anno dal neo-sindaco come assessore alla coesione sociale, al lavoro, alle infrastrutture e allo sviluppo economico della giunta comunale. Viene rieletto per un terzo mandato in consiglio comunale nelle elezioni comunali del 2020, riconfermando anche la stessa carica di assessore, a cui si aggiungono le deleghe al turismo e alle politiche della residenza.

Si tratta evidentemente di una rottura nella continuità: oltre che dalla scadenza dei due mandati, la giunta Brugnaro è stata al centro di polemiche politiche e di vicende giudiziarie. Il nuovo sindaco ha una storia personale che lo colloca in un’area politica fortemente segnata dall’influenza clericale, come dimostrano le candidature con l’UDC e il Nuovo Centro, ma altrettanto chiaramente orientata verso il centro destra e organico alla precedente amministrazione. Le deleghe ricevute come assessore da Venturini (coesione sociale, turismo e politiche di residenza) lo portano ad incrociare gli interessi e le politiche della Curia veneziana.

Non ho certo gli strumenti per individuare le cause dei fenomeni su cui si scornano commentatori più esperti di me, ma mi permetto di avanzare l’ipotesi che dietro l’elezione di Venturini ci sia un impegno non comune del Patriarcato di Venezia, impegno che ha dato un carattere meno fascista alla coalizione del nuovo sindaco, operazione favorita anche dal fatto che la presidente del consiglio non si è esposta andando a Venezia a sostenere il candidato del centro destra. Del resto, il risultato politico ottenuto dalla Chiesa all’inizio della giunta Brugnaro, con il ritiro dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia comunali dei libri contenenti fiabe che mostravano nuclei familiari omogenitoriali ha avuto risonanza mondiale, e non si può rischiare di gettare tutto alle ortiche permettendo che sia eletto sindaco un candidato come Martella che non si è nemmeno sposato in chiesa!

Nell’omelia tenuta il 24 maggio, primo giorno delle elezioni, il Patriarca di Venezia ha affermato che “la contrapposizione tra Babele (dove c’è un’unica lingua che diventa incomprensibile) e la Pentecoste (dove i molti e diversi linguaggi sono compresi) è il cuore del mistero dell’unità.

A Babele l’orgoglio umano tenta di costruire l’unità imponendo un’unica lingua e un’unica organizzazione. Il risultato è la confusione, l’incomprensione e la dispersione. A Gerusalemme e nella Pentecoste lo Spirito Santo scende e unisce gli uomini. Non cancella le diversità, ma le valorizza: parlando lingue diverse, tutti si comprendono nell’unico messaggio di Cristo. È l’unione nell’amore e nella differenza.”

La Chiesa è abituata a parlare per allusioni, allegorie, minacce velate che sono difficilmente interpretabili, comunque mi sembra possibile interpretare il riferimento di Babele alla coalizione che rifiuta l’egemonia dello Spirito Santo, mentre nella coalizione di centro destra è ravvisabile la Gerusalemme in cui, pur nella diversità, le varie componenti si comprendono grazie al messaggio di Cristo. Va da sé che l’interprete autentico, sia dello Spirito Santo che del messaggio di Cristo, è la Chiesa cattolica.

Se questa interpretazione è realistica, è meglio gettare alle ortiche ogni illusione su un presunto ruolo progressista della Chiesa: la gerarchia cattolica, come ogni gerarchia religiosa, si conferma custode gelosa della tradizione, sia in campo religioso che in campo sociale e, nonostante le prediche accattivanti, non può che militare nel campo della conservazione e della reazione. Dalla vicenda di Venezia si possono anche trarre indicazioni per le prossime elezioni: se il campo largo vuole governare, deve adattare il suo programma al magistero del vicario di Pietro, che si può riassumere nella raccomandazione alle classi sfruttate di garantire ai privilegiati il paradiso in terra, in cambio, un domani, del paradiso in cielo. Siamo sempre alla politica dei due tempi!

Tiziano Antonelli

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Ossessioni securitarie e repressione. Il nuovo documento antiterrorismo della Casa Bianca

A fine maggio la Casa Bianca ha diffuso il nuovo United States Counterterrorism Strategy 2026, il documento con cui l’amministrazione statunitense definisce priorità, obiettivi e strumenti della propria politica di contrasto al terrorismo. Non è una nota tecnica per addetti ai lavori. È il testo con cui Washington dichiara quali minacce considera prioritarie e quale idea di sicurezza intende affermare dentro e fuori i propri confini.

Sono sedici pagine dense di indicazioni operative e di visione politica. Si parla di cartelli della droga, jihadismo internazionale, controllo delle frontiere, cyber-operazioni, Medio Oriente e America Latina.  Ma dentro questo testo compare anche qualcosa che merita particolare attenzione, perché riguarda direttamente il terreno del conflitto politico e sociale.

Tra le principali minacce terroristiche contro gli Stati Uniti vengono infatti indicati anche i “Violent Left-Wing Extremists, including Anarchists and Anti-Fascists”. Il documento si sofferma sul tema in modo esplicito, indicando, tra le priorità strategiche, l’identificazione e la neutralizzazione di gruppi politici definiti anti-americani, radicalmente pro-transgender e anarchici.

Vale la pena soffermarsi su queste righe. Non si tratta di una dichiarazione estemporanea né di uno slogan da comizio. Si tratta di un documento ufficiale di sicurezza nazionale. Ed è proprio questo a renderlo politicamente rilevante.

Perché quando una potenza come gli Stati Uniti inserisce esplicitamente anarchici e antifascisti dentro il perimetro della lotta al terrorismo non siamo soltanto di fronte a una scelta lessicale. Siamo davanti a un segnale politico preciso, che parla agli apparati di intelligence, alle forze di polizia, agli alleati internazionali e ai governi occidentali. Un segnale che si colloca dentro un clima più ampio, in cui il dissenso sociale e politico viene trattato sempre più spesso come una questione di ordine pubblico e sicurezza.

 

Quando il nemico politico diventa una questione di sicurezza

La storia dello Stato moderno è anche la storia della costruzione del “nemico interno”. Cambiano i tempi, i governi, i nomi. Ma il meccanismo ritorna. Di volta in volta è stato il sovversivo, il bolscevico, lo straniero indesiderabile, l’anarchico, il terrorista. Figure diverse, ricondotte però a una stessa funzione politica: indicare chi viene percepito come estraneo all’ordine e presentarlo come minaccia collettiva.

Negli ultimi venticinque anni questo processo si è concentrato soprattutto attorno alla parola “terrorismo”. Dopo l’11 settembre quella categoria ha assunto un peso enorme nel lessico politico e giuridico occidentale. In suo nome sono state approvate leggi speciali, ampliati i poteri di sorveglianza, rafforzati gli apparati di intelligence. Misure nate come eccezionali sono diventate ordinarie.

Oggi quel paradigma sembra allargarsi ancora.

Nel documento della Casa Bianca non si parla soltanto di reti jihadiste o organizzazioni armate transnazionali. Compare qualcosa di ulteriore: il conflitto sociale entra esplicitamente nel linguaggio della sicurezza nazionale. L’anarchismo, l’antifascismo militante e più in generale la radicalità politica vengono nominati come elementi di una minaccia da monitorare e neutralizzare.

Non è soltanto un passaggio lessicale. È un passaggio politico.

Quando il dissenso viene letto attraverso la categoria della sicurezza smette di essere percepito come espressione di conflitto sociale o opposizione politica e viene ricollocato dentro il campo dell’emergenza. Non più avversario politico, ma possibile fattore di destabilizzazione.

Ed è proprio qui che il confine si fa sottile. Dove finisce la repressione di comportamenti violenti e dove comincia la gestione securitaria del dissenso? È una domanda che riguarda gli Stati Uniti, ma parla molto da vicino anche all’Europa di oggi.

 

Dall’America all’Europa: lessici diversi, stessa direzione

Sarebbe troppo semplice immaginare un passaggio diretto dagli Stati Uniti all’Europa. I contesti politici sono diversi, come diverse sono le tradizioni giuridiche e istituzionali. Eppure, osservando il quadro complessivo, una tendenza comune emerge con chiarezza.

Negli Stati Uniti il linguaggio è quello della counterterrorism strategy. In Europa il vocabolario cambia: sicurezza pubblica, controllo delle frontiere, ordine urbano, contrasto all’estremismo. Le parole sono diverse, ma spesso la direzione politica appare la stessa.

Il dissenso sociale e politico viene trattato sempre meno come parte fisiologica del conflitto democratico e sempre più come questione di sicurezza. Mobilitazioni, picchetti, occupazioni e proteste vengono sottratti al terreno del confronto politico per essere ricondotti a quello dell’ordine pubblico o dell’emergenza.

Il conflitto smette così di essere letto per ciò che esprime — una frattura sociale, una rivendicazione, un bisogno — e viene tradotto nel linguaggio del rischio da contenere.

È in questo slittamento che il conflitto viene progressivamente depoliticizzato. Non lo si affronta più sul terreno sociale o politico, ma attraverso il diritto penale, gli apparati di polizia, la sorveglianza preventiva.

Il risultato è che ciò che dovrebbe aprire uno spazio di discussione viene sempre più spesso trattato come un problema di sicurezza. E il dissenso, da espressione di conflitto, diventa fattore di disordine e oggetto di controllo.

 

Il caso italiano

In Italia questo processo non nasce oggi. Ha radici profonde, ma negli ultimi anni ha trovato nuova accelerazione e nuova legittimazione politica.

Il lessico dei cosiddetti “decreti sicurezza” ha spostato progressivamente il baricentro del discorso pubblico: ciò che un tempo veniva letto sul terreno sociale o politico viene sempre più spesso tradotto in termini di sicurezza, ordine pubblico, emergenza. Il conflitto finisce così per essere raccontato non per ciò che esprime — rivendicazione, opposizione, resistenza — ma per il disturbo che produce rispetto all’ordine esistente.

Non riguarda un solo movimento. Il fenomeno è più ampio e coinvolge realtà molto diverse tra loro: migrazioni, occupazioni abitative, conflitti territoriali, picchetti operai, mobilitazioni ecologiste, reti di solidarietà.

Il punto non è soltanto l’inasprimento delle sanzioni o la repressione di singoli comportamenti. C’è qualcosa di più profondo: la costruzione di una cultura politica dell’ordine in cui chi interrompe la normalità sociale viene facilmente trasformato in problema di sicurezza.

Così il dissenso smette di apparire come espressione di un conflitto reale e viene raccontato come minaccia collettiva. Non più voce scomoda nello spazio pubblico, ma elemento da contenere, isolare, prevenire. Ed è in questo slittamento — spesso graduale, quasi impercettibile — che si misura uno dei cambiamenti politici più evidenti di questi anni.

 

Una convergenza politica che viene da lontano

Sarebbe eccessivo parlare di una regia unica. Ma è difficile non vedere, tra Stati Uniti ed Europa, una convergenza politica e culturale sempre più evidente.

Cambiano i governi, i sistemi istituzionali, i lessici. Ma il quadro generale presenta tratti comuni. La sicurezza diventa terreno privilegiato della costruzione del consenso. L’ordine viene contrapposto al conflitto, la stabilità al dissenso, il controllo alla libertà di movimento e di organizzazione. Tutto ciò che eccede il perimetro della normalità governabile tende a essere ricondotto al linguaggio della minaccia.

Su questo terreno la destra contemporanea ha costruito una parte importante della propria egemonia. Promette protezione, ma spesso produce controllo. Invoca sicurezza, ma finisce per restringere lo spazio del conflitto legittimo e allargare quello della sorveglianza. Non reprime soltanto comportamenti: ridefinisce ciò che può essere percepito come pericoloso.

Per il movimento anarchico tutto questo ha qualcosa di profondamente familiare.

Negli Stati Uniti la criminalizzazione dell’anarchismo non è una novità. La storia americana l’ha già conosciuta: dopo Haymarket, durante le Palmer Raids del 1919-1920, nel clima politico e giudiziario che accompagnò il processo e l’esecuzione di Sacco e Vanzetti. Ogni volta il meccanismo si ripresenta con forme diverse ma secondo una dinamica riconoscibile: si costruisce un’emergenza, si rafforzano gli strumenti repressivi, si amplia il perimetro del bersaglio.

E quel perimetro raramente resta confinato ai primi colpiti.

È questa la lezione che la storia continua a consegnarci. Quando il dissenso viene trasformato in questione di sicurezza non è in gioco soltanto il destino di una minoranza politica. Si restringe, poco alla volta, lo spazio di libertà di tutte e tutti.

Per questo leggere oggi con attenzione un documento come lo United States Counterterrorism Strategy 2026 non significa soffermarsi su un dettaglio della politica americana. Significa osservare una tendenza più ampia del nostro presente. Perché ciò che oggi viene nominato come minaccia può diventare domani il confine della libertà di tutte e tutti.

Totò Caggese

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Evento sismico del 2 giugno 2026 (ML 6.2, Mw 6.1) e i terremoti profondi nel mar Tirreno 

Il terremoto di magnitudo ML 6.2 (Mw 6.1) delle ore 0:12:35 IT del 02 giugno 2026 localizzato nel Mar Tirreno, lungo la Costa Calabra nord-occidentale, ha avuto una profondità pari a circa 250 km

Nella regione del Tirreno sono piuttosto frequenti i terremoti profondi, a causa della subduzione della litosfera ionica sotto la Calabria. Questa sismicità, tipica delle zone di contatto tra placche oceaniche e continentali – come quelle del margine dell’oceano Pacifico e dell’oceano Indiano-, si manifesta nel nostro Paese laddove la litosfera del mar Ionio si approfondisce sotto l’arco calabro e il Tirreno meridionale. Il mar Ionio, infatti, rappresenta il relitto di un antico grande oceano che occupava la regione del Mediterraneo e che è stato “subdotto” e in parte riassorbito nel mantello terrestre per decine di milioni di anni prima sotto le Alpi e poi sotto gli Appennini.

Sezione verticale che taglia il bacino tirrenico da nord-ovest a sud-est dove è riportata la sismicità dal 2005 ad oggi, 2 giugno 2026, con profondità maggiori di 30 km. Si tratta di circa 11 mila terremoti, di questi circa 100 hanno magnitudo ≥ 4.0 e circa 500 magnitudo ≥ 3.0. Dati da terremoti.ingv.it, mappa e sezione di P. De Gori, INGV-ONT.

Per comprendere la struttura della placca litosferica ionica in subduzione (slab) sotto al mar Tirreno, in questa sezione verticale che taglia il bacino tirrenico da nord-ovest (indicato come S120 nella figura) a sud-est (indicato come N120 nella figura) è riportata la sismicità dal 2005 ad oggi, con profondità maggiori di 30 km. La sismicità “disegna” lo sprofondamento dello “slab” litosferico verso nord-ovest. La stella rappresenta la posizione del terremoto avvenuto oggi a una profondità di circa 250 km, e mostra come questo evento sia avvenuto in una porzione dello slab quasi verticale, prima della parte più profonda che sembra avere una immersione più graduale verso nord-ovest. 

In figura il segnale sismico registrato dalla stazione GIZZ, situata a Gizzeria (CZ) a nord di Lamezia Terme, a circa 38 km dall’epicentro. La differenza dei tempi di arrivo tra l’onda P e l’onda S è di circa 25 secondi a causa della notevole profondità ipocentrale. A parità di distanza dall’epicentro, se si trattasse di un terremoto crostale, quindi superficiale, tipico dell’Appennino, l’intervallo tra l’arrivo delle onde S e delle onde P sarebbe di soli 5 secondi circa.  

A causa dell’intervallo di diversi secondi che intercorre tra gli arrivi delle onde P e delle onde S, molte persone hanno erroneamente ipotizzato che si fossero verificati due terremoti distinti; in realtà, si tratta di due diverse tipologie di onde generate dal medesimo terremoto.

Sismogrammi del terremoto profondo (Mw 6.1) avvenuto nel Mar Tirreno il 2 giugno 2026 alle 00:12 italiane (1 giugno 2026 ore 22:12 UTC). Fonte: sito Progetto RS

In figura sono mostrati i segnali sismici, registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale integrata, ordinati con la distanza espressa in gradi, da 0 a 14 gradi, fino a circa 1500 km. Si vedono i primi arrivi delle onde longitudinali – onde P – e delle onde trasversali – onde S; la linea rossa e la linea blu indicano i tempi di arrivo teorici delle onde P e delle onde S, rispettivamente. Dalla figura è evidente la marcata differenza tra i tempi di arrivo delle onde P e quelli delle onde S, che si osserva anche a brevi distanze epicentrali; questa è una caratteristica specifica degli eventi sismici molto profondi. 

Il risentimento sismico in superficie per eventi profondi è molto ampio e caratterizzato da una percezione di onde a più bassa frequenza rispetto a quelle ad alta frequenza caratteristiche dei terremoti superficiali. In questo caso il terremoto è stato avvertito dalla popolazione diffusamente dal Lazio alla Sicilia, come testimoniano gli oltre 7400 questionari arrivati fino a questo momento sul sito “Hai sentito il terremoto?”.

Mappa delle intensità macrosismiche basata sugli oltre 7400 questionari arrivati fino a questo momento sul sito “Hai sentito il terremoto?”.

Sui terremoti profondi nel mar Tirreno sono stati realizzati diversi articoli su questo blog e un video sul canale YouTube di INGVterremoti.


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Ode al moto perpetuo  

Io canto l’equilibrio del moto perpetuo
Io canto la vita che si muove silente
Io sussurro nell’aria in cui circolo e nuoto
Io mi avvito per strade, seguo tutta la gente
E fra tutta la gente porto il genio fecondo
Dell’ingegneria che sconfigge la fretta
Senza strepito o fumi che inquinino il mondo
Lode eterna, signori, per la mia bicicletta.
Lode eterna al pedale, al manubrio, alla ruota
Al fanale di dietro, alla dinamo avanti
Al campanellino, alla sua unica nota
Alla voce argentina che vi squilla l’attenti.
State attenti che questo è il vero progresso
Ed è il nesso che lega una tecnologia
Che senza ridurre il mondo ad un cesso
Ti moltiplica la tua stessa energia.

“La rivoluzione – compagni – arriverà in bicicletta”
Suola e pedale
Questo è il vero ideale.
Senza fretta – compagno – boicotta il motore
Senza fare rumore
Calpesta il potere.
Occhio al ginocchio
È lo stinco che stendo.
La rivoluzione sta già pedalando!

Il vibrante mormorio della ruota dentata
Dente a dente si insinua, dente a dente incatena
La catena trattiene l’energia liberata
E la libra veloce, precisa e serena
E la bicicletta – metaforicamente –
Simboleggia una vita che non sia foglia al vento
Ma passione e pensiero, sia corpo e sia mente
In cui si resta in piedi finché c’è movimento.
Circolare a tutti i movimentisti
Lettera aperta a chi vive lottando:
Ciclicamente, internazionalisti
Unitevi in ogni parte del mondo!
Non avrete da perder le vostre catene
Ma da stenderle fra le due ruote in tensione
Libertari, anarco-ciclisti conviene
Arrivarci a pedali alla rivoluzione!

“La rivoluzione – compagni – arriverà in
bicicletta!”
La salita ora è pesa
Verrà la discesa!
Senza fare rumore  boicotta il motore
Senza fare rumore
Calpesta il potere.
Occhio al ginocchio
È lo stinco che stendo
La rivoluzione sta già pedalando!

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Toxic Ground: How Oil Field Pollution Is Threatening Oklahoma

In a collage, a photo shows a man and a woman embracing their three children against a sunset-toned sky. A white house and oil wells sit in the background of the landscape.
Collage by Mauricio Rodriguez Pons/ProPublica. Source images: Katie Campbell/ProPublica.

Kara Meredith can tell you the exact day her life turned upside down: Aug. 23, 2025.

She was at her home in Fort Gibson, Oklahoma, caring for her 5-week-old son, when one of her daughters ran to tell her there was water all over the bathroom floor. Her husband, Mitch Meredith, wasn’t worried — until he saw the dark liquid bubbling up around the base of the bathtub. Mitch and his relatives worked all night trying to contain it. It was near dawn when his uncle said, “This is oil.”

The United States is the largest oil and gas producer in the world. All of that drilling produces hundreds of billions of gallons of toxic wastewater each year. For decades, energy companies have disposed of that briny fluid by shooting it back underground using high-pressure injection wells. But across Oklahoma, the fluid is spreading uncontrollably belowground, blasting out of old, unplugged wells, polluting land and contaminating drinking water.

In a new documentary from The Frontier and ProPublica, reporter Nick Bowlin investigates a scourge of oil field wastewater seeping into the lives of Oklahomans, about half of whom live within a mile of an oil and gas operation.

His reporting takes him to the headquarters of the Oklahoma Corporation Commission, the state agency tasked with regulating oil and gas. The agency told Bowlin that it is committed to “doing the right thing, holding operators accountable, protecting Oklahoma and its resources, and providing fair and balanced regulation.” But as Bowlin continues to dig, he discovers he is far from the first one to raise the alarm about what’s happening in Oklahoma.

Watch the documentary here.

Show Us What It’s Like to Live with Oil Pollution in Oklahoma

We’ve reported on oil and gas pollution contaminating drinking water, killing cattle and damaging property. We need your help to show how this affects people across the state.

The post Toxic Ground: How Oil Field Pollution Is Threatening Oklahoma appeared first on ProPublica.

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As pioneering Chinese web forum returns, authorities warn free speech has limits

Chinese authorities have praised the return of Tianya – which was one of the country’s most popular internet forums in the pre-algorithm, pre-short-video era – while cautioning that freedom of speech must be balanced with responsibility. The pioneering web portal was launched by Tianya Community Network Technology Co in 1999, when the internet was in its infancy in China, but suddenly closed in April 2023 due to financial problems. On Sunday, the company announced that the forum would come back...

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Hackers Used Meta’s AI Support Bot to Seize Instagram Accounts

The Instagram accounts for the Obama White House and the Chief Master Sergeant of the U.S. Space Force were briefly defaced with pro-Iranian images and messages over the weekend, after instructions began circulating on Telegram showing how to trick Meta’s “AI support assistant” bot into resetting account passwords.

A screenshot from a video released on Telegram claiming to show how Meta’s AI customer support bot could be tricked into resetting a target’s password.

On May 31, word began to spread on several Telegram instant message channels that Meta’s AI bot would happily add an email address to an existing account as part of the bot’s standard password reset flow.

A video released on Telegram by pro-Iran hackers claimed to document a remarkably simple exploit that appears to have involved using a VPN connection with an IP address that is in or near the target’s usual hometown, requesting a password reset for the account, and then choosing to chat with Meta’s AI support assistant. From there, the video shows the attacker told the bot to link the account in question to a new email address, after which the bot dutifully sent that address a one-time code that allowed a password reset.

The Telegram account that posted the video also linked to screenshots of pro-Iran images, videos and messages that defaced the hacked Instagram accounts, saying hackers had used the exploit to hijack a number of valuable (read: short) Instagram account names that allegedly have a resale value of more than a half million dollars.

Meta has not responded to requests for comment on the video’s claims, but Meta’s Andy Stone said on Twitter/X that the issue had been resolved and that they were securing impacted accounts. The security blog thecybersecguru.com reports that Meta pushed an emergency patch over the weekend, and clarified that no back end database was breached.

“Instagram has notoriously poor human support infrastructure,” Cybersecguru wrote. “Recovering a locked account – especially a high-value one can take weeks of back-and-forth with an automated ticketing system. Meta’s solution was to deploy a conversational AI layer to handle common recovery workflows: relinking a lost email address, triggering a password reset, verifying account ownership. The assistant, presumably, was supposed to reduce friction for legitimate users stuck in account-access hell.”

Ian Goldin, a threat researcher at Lumen’s Black Lotus Labs, said we’re entering unchartered security territory as more large online platforms start allowing AI chatbots to handle sensitive account recovery requests. Just like human customer support employees can be social engineered into providing unauthorized access to someone’s account, AI bots are equally eager to help and vulnerable to persuasion and trickery, he said.

“AI chatbots create interesting new attack surface, and we’re likely going to see a lot more of these kinds of attacks,” Goldin said.

Securing your various online accounts means taking full advantage of the most secure form of multi-factor authentication (MFA) offered (such as a passkey or security key). In this case, even using the least robust form of MFA that Instagram offers — a one-time code sent via SMS — likely would have blocked the exploit: The hackers who released the video on Telegram said their exploit failed to work against any accounts that had MFA enabled.

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BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 6.1 - FIGHT CLUB

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