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Le ONG in Italia tra spinta ideale e logica manageriale 

 

A che punto è la cooperazione internazionale italiana? E quale è stata l’evoluzione politica ed economica di organizzazioni nate negli anni Sessanta e Settanta in stretta relazione con i movimenti di base e con una cultura di solidarietà internazionale? A queste domande prova a rispondere un libro di agile lettura che unisce ricostruzione storica e indagine sullo stato delle cose. ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive (Carocci, 2025) di Fiorenzo Polito, che porta a maturazione anni di studio sulle ONG italiane, trasformando una ricerca di dottorato in un libro che, affronta una questione complessa: il dibattersi delle ONG tra missioni e visioni originarie che ne hanno animato il lavoro e i dettami di un sempre più diffuso managerialismo. È infatti con il consolidarsi del neoliberismo, dagli anni Ottanta in avanti, che si diffonde e afferma l’idea che anche le organizzazioni non profit debbano essere guidate da logiche manageriali: professionalizzazione, misurazione dei risultati, omogeneizzazione delle pratiche.

La forza del volume sta proprio nell’accogliere la complessità, senza proporre una spiegazione semplicistica o di mero giudizio morale. Polito non descrive genericamente l’“istituzionalizzazione” del settore, ma la colloca dentro una cornice più ampia in cui mutano le logiche della cooperazione e degli aiuti, i rapporti tra donatori e beneficiari, la politica degli ultimi trent’anni e, infine, la configurazione stessa della società civile organizzata. La sua analisi mostra come l’incontro-scontro tra un ethos movimentista e i requisiti di efficienza, misurabilità e professionalizzazione (quest’ultima mai rinnegata da chi lavora nell’ambito o vissuta come una perdita, piuttosto identificata come un guadagno), abbia portato verso logiche aziendali che, nel contesto italiano, danno vita a un “managerialismo incompleto”, popolato da attori piccoli, plurali, radicati e difficilmente riconducibili ai modelli organizzativi dei colossi della cooperazione anglosassoni.  Quel che emerge dal volume è un settore trasformato, attraversato da tensioni verticali — tra grandi ONG internazionali e realtà minori — e da divisioni interne, in cui la spinta verso l’omogeneizzazione gestionale ha prodotto riflessioni, frammentazioni ed esclusioni. Ma anche un settore che continua a resistere strenuamente e che, nonostante gli standard imposti da governi, donatori e dalla logica competitiva, racconta di molte ONG italiane, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, che vogliono e riescono a mantenere un’identità radicata nel lavoro di prossimità nei territori e nei legami con il resto della società civile.

Dopo una quanto mai necessaria ricostruzione storica, Polito si concentra sull’ambiente organizzativo delle ONG italiane. Il libro va letto ovviamente nella sua interezza ma ci soffermeremo sulle tre dimensioni individuate dall’autore — identitaria, economica, relazionale — che permettono di cogliere la complessità di un settore collocato dentro una policrisi mondiale e segnato da fratture, ambivalenze e forme di resistenza. 

Nel paragrafo dedicato all’identità organizzativa, viene mostrato con chiarezza il paradosso che attraversa oggi la cooperazione internazionale non governativa: mai come ora — in un mondo segnato da instabilità geopolitica, devastazione climatica, guerre prolungate e crisi finanziarie — i valori fondativi delle ONG appaiono necessari; eppure proprio questi sono sempre più difficili da sostenere nella pratica quotidiana. Dalle interviste riportate emerge una consapevolezza diffusa, ovvero che il tradizionale “modello italiano” — associazioni piccole, radicate, con pochi dipendenti, progetti limitati territorialmente e una forte dipendenza da fondi istituzionali — non è facilmente sostenibile nel lungo periodo. La vitalità storica dell’associazionismo, frutto di spontaneità e capillarità, diventa oggi un elemento complicato che per alcune realtà è un pluralismo da difendere; per altre un fattore di frammentazione, destinato prima o poi a produrre un processo di “selezione naturale” in cui le realtà minori verranno assorbite dalle maggiori. È qui che Polito intercetta il nodo cruciale della trasformazione: la crescente pressione ad assumere forme e logiche quasi aziendali — ampliamento, specializzazione, centralizzazione — come unica via per la sopravvivenza. Una traiettoria che rischia di scardinare proprio la natura relazionale, politica e solidaristica che ha storicamente caratterizzato la cooperazione dal basso in Italia. 

La seconda dimensione analizzata riguarda il terreno più scivoloso e meno discusso della sostenibilità economica. La natura non profit delle ONG non le mette al riparo dalle logiche di mercato, ma al contrario, le espone a una precarietà strutturale che condiziona scelte strategiche, priorità operative e perfino identità organizzative. La dipendenza quasi totale da finanziamenti esterni costringe le ONG a impostare il lavoro seguendo criteri economici e burocratici sempre più stringenti di cui le lavoratrici e i lavoratori sono consapevoli e dalle quali si sentono spesso soffocare. Come ricorda un’intervistata, i progetti si realizzano grazie alle persone ma, ad esempio, proprio le spese legate al personale sono sempre più difficili da giustificare nei budget di progetto, rendendo insostenibili molte attività cardine e prospettive desiderate.

Infine, la terza dimensione, quella relazionale, è uno dei contributi cruciali del libro. Polito ricostruisce la fitta rete di rapporti che le ONG intrattengono lungo la “catena della cooperazione” — con attori politici, istituzioni, enti finanziatori, media, opinione pubblica — mostrando come tali relazioni abbiano un peso notevole nell’ambiente operativo del settore. Il quadro che emerge è caratterizzato da un evidente arretramento della sfera politica.
Molte persone intervistate sottolineano la perdita di centralità dei temi della cooperazione internazionale nel dibattito pubblico, il disinteresse dei partiti, anche di centrosinistra e, quindi, la dissoluzione dei legami politici storici che per decenni avevano sostenuto le ONG. Oggi gli interlocutori principali sono i governi e i ministeri. Anche sul fronte dell’opinione pubblica, il quadro non è meno critico. Un mondo sempre meno propenso ai valori della solidarietà, che spesso viene criminalizzata, nonché un’evidente messa in discussione, soprattutto e paradossalmente dall’alto, dei principi democratici, vede la società civile organizzata indebolita. A questo si aggiunge, nel nostro paese, una delegittimazione politica e mediatica aggressiva, culminata nella campagna contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare, dal 2017 in poi, fino alla retorica dei “porti chiusi” e dei “taxi del mare”. In questo contesto, diverse voci riportate nel volume rivendicano la necessità di tornare a una postura più attivista, capace di ricollocare le ONG non solo come erogatrici di progetti, bisognose di fondi ma pur sempre come soggetti capaci di incidere sui cambiamenti sociali, culturali e politici.

Le conclusioni del volume mettono quindi in evidenza un contesto complesso e contraddittorio, in cui la pressione del managerialismo si intreccia con le aspirazioni originarie. Il modello manageriale, a cui alcune organizzazioni si adeguano e altre resistono, esercita una forza costante, obbligando le ONG a trovare un delicato equilibrio tra l’adesione ai requisiti dei donatori e la conservazione della propria identità. L’innovazione che sembra sempre più necessaria, non è un semplice strumento di crescita, ma diventa una condizione necessaria per garantire la sostenibilità dei progetti e degli ideali di cambiamento e trasformazione, che permetterebbe alle ONG di mantenere rilevanza e incisività in un contesto globale sempre più conservatore, frammentato e competitivo. Ma Polito mette in luce anche le risorse e le strategie di resilienza del settore. Le ONG italiane, pur consapevoli dei vincoli economici, burocratici e politici, mostrano una capacità significativa di adattamento, cercando di coniugare l’urgenza dell’azione con l’attenzione ai principi etici della cooperazione. Questo equilibrio tra pragmatismo e idealità, seppur infragilito, costituisce uno degli elementi più interessanti evidenziati, perché suggerisce che la società civile organizzata può continuare a esercitare un ruolo trasformativo, anche in contesti e condizioni difficili. Polito, evocando Gramsci, sottolinea come «affinché si verifichi una trasformazione reale, è necessario sviluppare un senso di autocoscienza condiviso e creare alleanze tra le diverse organizzazioni della società civile, cosa che la competizione e le gerarchie interne spesso ostacolano». ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive si configura così come un contributo prezioso per chi voglia comprendere le tensioni strutturali del settore della cooperazione non governativa italiana. Ma lo è anche per ampliare, come sarebbe necessario, lo sguardo su un attacco alla democrazia che vede nella delegittimazione della società civile la possibilità concreta di restringere gli spazi di azione, neutralizzare il dissenso e ridefinire la politica come mera gestione del potere. 

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LA GUERRA PERDUTA

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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BIDEN ABBASSA LA CRESTA. DA “CI SARANNO CONSEGUENZE” A ” VOGLIAMO COMPETERE”

ALL’INTERVENTO A MUSO DURO DEL NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI QUIN GANG , IL GOVERNO USA ABBASSA I TONI E CERCA DI RAFFREDDARE LA POLEMICA. SI RIVELA LA TIGRE DI CARTA PROFETIZZATA DA MAO.

Il tono minaccioso e la lista delle posizioni criticabili della Cina rispetto alla guerra Ucraina ( mancata condanna della Russia all’ONU, rafforzamento della collaborazione economica russo-cinese, possibilità di invio di armi e munizioni ai russi) si sono dissolte come neve al sole.

Il tono irritante del dipartimento di stato e i solenni avvertimenti a non toccare Taiwan anche. Lo sceriffo si é reso conto di avere a che fare con un osso duro ed é diventato più conciliante. Niente più oscure minacce di ritorsioni: qua la mano !

Nel link sottostante troverete il testo che Biden finse di snobbare, inducendo molti alla imitazione, e che adesso dovrà imparare a memoria. E’ il decalogo cinese per essere coerenti col concetto di pace.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35641&action=edit

In effetti, la storia degli Stati Uniti é caratterizzata dalla violenza e dall’espansione il suo budget assomma al 40% di quello di tutti i paesi del mondo messi insieme ed hanno 800 basi militari sparse in paesi esteri, senza contare le flotte. Difficile dire che lo fanno per la pace.

Aver fatto notare queste verità che sono sotto gli occhi di tutti, la Cina si é vista sbeffeggiare dal presidente Joe Biden che ha snobbato il documento, implacabile ma pacato. Poco dopo il nuovo ministro degli Esteri cinese, ha cambiato il tono ed ha dichiarato che se gli USA continueranno con questi comportamenti miranti a soggiogare, prima psicologicamente, poi economicamente, la Cina, ” lo scontro sarebbe inevitabile”. Una notizia d’agenzia ha fatto circolare la cifra dei coscritti possibili: 20 milioni.

Gli USA – che sono già stati impressionati dal richiamo alle armi di trecentomila uomini fatto dalla Russia e memori della definizione di “unwise” data da Henri Kissinger all’atteggiamento bullesco di affrontare due crisi in contemporanea – hanno cambiato tono e smesso di cercare di stanare la Cina. Ancor oggi non sono riusciti a capire fino a che punto il celeste impero sia coinvolto con l’impero del male. Il timone punta a neutrale.

XI JINPING ha infatti confermato che non c’é stata nessuna cessione di armi ai duellanti, non ha dedicato una sola riga all’Europa e si é concentrato sui temi anticinesi degli USA: Taiwan, TIK TOK vessata quotidianamente, Huawei, le strumentali campagne per i diritti umani a favore degli Uiguri ( una delle sedici etnie presenti in Cina); la costruzione di una catena strategica attorno alla Cina ( AUKUS) , mirante a mortificarla nel suo mare, l’appoggio dato alla Filippine per il contenzioso per le isole Spratly, il riarmo accelerato giapponese. Tutte questioni sollevate ( o risollevate) dagli USA nell’ultimo anno miranti a indebolire XI.

La superiorità intellettuale cinese ha fatto fronte a tutte questi ostacoli affrontati senza ai usare toni aggressivi.

In questo secondo link troverete un estratto di un documento americano che tratta a un dipresso degli stessi temi del cinese, ma lo fa concentrandosi sulla Russia, al punto che affronta la situazione globale senza mai nominare Cina e India, nel tentativo di affrontare un avversario alla volta. Forse pensano che i cinesi siano tanto sciocchi da non averci pensato.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35317&action=edit

L’ultimo link é al più completo documento Rand sulla Russia: Extending Russia ci ho messo un pò a capire che intendevano l’espansione delle spese russe a causa di guerre e rivolte ( indicate analiticamente) fino al punto da provocarne il crollo. Ed é qui che risalta il concetto di competitive advantage, ossia ottenere un vantaggio competitivo provocando una proxy war ( guerra per procura). Non si sono resi conto che , a partire da oggi, molti, sentendo parlare di competition la prenderanno per un sinonimo di guerra. Dovranno spolverare il vocabolario.

https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html

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