Deadlocked Wars: How Major Powers Misread the Regions They Attacked

© Tyler Hicks/The New York Times

© Tyler Hicks/The New York Times

© Tyler Hicks/The New York Times

© Tyler Hicks/The New York Times
L’accordo tra Stati Uniti e Iran “sarà firmato oggi elettronicamente e dopo una settimana di persona, da qualche parte in Europa“. Lo ha detto il presidente americano Donald Trump, parlando con Trey Yingst di Fox News. ox News ha confermato la furia di Trump contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu per gli attacchi di Israele in Libano, mettendolo in guardia dal “non condurre ulteriori attacchi contro Hezbollah in modo da non impedire l’avanzamento dell’accordo” di pace. “Perché Bibi ha fatto questo dannato (turpiloquio) attacco? – ha detto, secondo quanto riporta Axios- Non potevo crederci. Un’ora prima era atteso che firmassimo l’accordo. Mi ha fatto infuriare (turpiloquio). Glielo farò sapere. Non alcun (turpiloquio) giudizio: glielo farò sapere”, ha aggiunto Trump
Trump ha detto che avrebbe chiesto “all’Iran di non rispondere con il lancio di missili verso Israele con questo accordo all’orizzonte che dovrebbe essere firmato in serata“. Il tycoon ha raccontato poi che gli attacchi fatti a metà della scorsa settimana, quando gli Usa stavano martellando molte di quelle posizioni iraniane, abbiano spinto gli iraniani a redersi nuovamente al tavolo delle trattative. “Ero nella Situation Room e gli iraniani mi chiamarono per chiedermi di fermare i bombardamenti”, ha aggiunto il tycoon nel resoconto di Fox News, secondo cui il presidente ha riferito di aver attribuito a quel preciso momento la capacità di “spostare l’equazione, in modo da convincere gli iraniani “a fare concessioni”.
Il massimo organo di sicurezza nazionale iraniano ha avvertito che una risposta è “imminente” dopo l’attacco israeliano contro Hezbollah, alleato di Teheran, nella periferia meridionale di Beirut. “La risposta dei combattenti dell’Islam è imminente”, ha dichiarato il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale in un comunicato stampa. “Il Libano è la nostra vita e la violazione delle linee rosse della Repubblica Islamica non sarà tollerata”.
L'articolo Iran, Trump annuncia la firma dell’accordo da remoto. Israele bombarda il Libano, ira del tycoon: “Bibi non ha giudizio” proviene da Affaritaliani.it.


© Pool photo by Ronen Zvulun

© Pool photo by Ronen Zvulun

© Haiyun Jiang/The New York Times
Scatta mezzogiorno di fuoco nello scacchiere internazionale e ad impugnare la pistola per primi sono ancora loro, gli Americani. È Trump ad incarnare perfettamente il ruolo del cowboy infallibile, pronto ad avere la meglio su qualsiasi nemico. Tutti noi occidentali questo lo sappiamo bene, cresciuti a Spaghetti e Western, nelle propaggini dell’Impero, siamo stati allevati almeno da cinquant’anni con questa sbobba hollywooddiana.
Ma il riferimento non è solo quello nei confronti di continue filmografie dedicate a diffondere l’American way of life, con modelli culturali plasmati ad immagine e somiglianza del perfetto uomo qualunque, ignorante, ma con i bicipiti robusti e i jeans, pronto a far eplodere un’intera civiltà in nome della libertà. Il riferimento è sopratutto verso quella silenziosa e più subdola manipolazione mediatica, che ancora oggi attenua e mitiga gli effetti e la gravità delle due bombe atomiche sganciate, a sangue freddo, nel cuore di due megapolopoli giapponesi nell’agosto del ’45, ormai a guerra finita.
Quale risonanza ha sortito l’effetto di quella spregiudicata azione di estrema violenza e crudeltà? Ben poca cosa! Eppure in un batter di ciglia Little boy quell’ordigno diabolico, di una potenza devastante, ha annientato le vite di migliaia di civili. Ma il giudizio storico resta flebile, quell’accaduto non è entrato nel nostro immaginario comune, condannato nell’archivio delle peggiori atrocità della storia.

Non ci suscita così tanto scalpore, anzi siamo portati quasi a giustificarlo, quel crimine dell’umanità (se mai sia stato definito tale) non ci evoca quello sdegno che invece scuote le coscienze di ognuno di noi al pari di altri eventi, di spregievole natura, ma di portata infinitamente minore. Mi riferisco ad esempio all’immagine della bambina in piazza Tienanmen, all’abbattimento del muro di Berlino, all’attentato dell’11 settembre, di cui tutti i media mainstream ne ripetono come un mantra l’abominio.
Ma rispetto alle due bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti, abbiamo ragguaggli alla memoria che condannino ad imperitura memoria l’efferatezza di quel gesto? No, neppure in Giappone. Anche qui infatti, lo scorso anno, la Presidente del consiglio Sanae Takaichi ha ricordato l’evento omettendo casualmente di citarne i carnefici, come se l’ordigno fosse esploso da solo. Noi occidentali, o meglio, noi tutti che viviamo sotto l’egida di Hollywood, siamo stati deresponsabilizzati da quell’accaduto, giacché, quando ne sentiamo parlare, crediamo che gli Americani lo possano utilizzare a loro piacimento quando e come vogliono. Non abbiamo nessuna riserva mentale sul fatto che gli Stati Uniti possano farlo in violazione di qualunque principio etico o istituzionale.
Ebbene, Trump ha giocato abilmente proprio su questo assunto. La sua minaccia velata, da far invidia anche ad Al Pacino, non ha spaventato tanto gli Iraniani, i quali convivono da settimane, se non anni, con il terrore di essere schiacciati brutalmente da qualsiasi strumento del male, da due due pistoleri armati fino ai denti e senza scrupoli…Ha spaventato noi, sudditi dell’Impero con la coda tra le gambe.
E così tutti un po’ sovreccitatiti e con la pelle d’oca ci siamo coricati a letto incerti sull’uso dell’atomica durante la notte, per poi svegliarci la mattina più sollevati dal nulla di fatto, e così al primo caffè sentirci dire: eh per forza si sono arresi, altrimenti Trump l’avrebbe utilizzata la Bomba! Eppure gli unici a non temere sono stati proprio gli Iraniani, che hanno perseguito la loro posizione. Perché, se di tutta questa storia si procede a tentoni come in una partita di poker tra i tavoli di un Saloon, ancora una volta, sugli ”alleati”, Hollywood ha vinto ancora.
L'articolo La paura fa 90, gradi! proviene da Visione TV.
Il capo di Stato ucraino Volodymyr Zelensky ha intrattenuto un colloquio telefonico con l’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, per esprimergli gli auguri di buon compleanno e affrontare il tema delle trattative. La notizia è stata diffusa dall’ufficio presidenziale di Kiev. Il confronto tra i due leader si è protratto per non meno di mezz’ora.
Dmytro Lytvyn, consulente per la comunicazione del presidente ucraino, ha commentato che si è trattato di “una conversazione piuttosto significativa su argomenti che spaziavano dagli auguri di compleanno alla diplomazia e alla guerra/pace“, secondo quanto riportato dagli organi di stampa locali.
L'articolo Telefonata di auguri tra Zelensky e Trump: per il compleanno del presidente Usa si parla di negoziati proviene da Affaritaliani.it.

Prima gli auguri di Benjamin Netanyahu, poi due telefonate: una con Volodymyr Zelensky, un’altra con Vladimir Putin. Nel giorno del suo 80esimo compleanno, Donald Trump ha chiesto la fine della guerra in Ucraina, come riferisce il consigliere di Putin Ushakov. Il tycoon ha infatti prima sentito il presidente ucraino, poi quello russo. Con Putin una telefonata durata 55 minuti, come riporta la Tass. Per quanto riguarda la chiamata con Zelensky, invece, Dmytro Lytvyn, consigliere del presidente dell’Ucraina per le comunicazioni, ha affermato che si è trattato di “una conversazione piuttosto significativa su argomenti che spaziavano dagli auguri di compleanno alla diplomazia e alla guerra/pace”. A riferirlo sono anche i media ucraini.
Successivamente Trump ha anche postato su Truth, parlando anche della guerra in Iran: “L’attacco di questa mattina a Beirut non sarebbe dovuto accadere, soprattutto in un giorno così speciale, quando siamo così vicini a un accordo di pace con l’Iran”, ha scritto poi Donald Trump su Truth. “Israele ha il diritto di difendersi dalle minacce, ma l’attacco a cui ha risposto era di portata limitata e insignificante, nessuno è rimasto ferito o ucciso, e non dovrebbe interrompere questo importante processo – ha proseguito il presidente degli Stati Uniti -. Siamo molto vicini a un accordo che porterà la pace nella regione, Libano compreso, e tutte le parti dovrebbero desistere. Non dovrebbero esserci più attacchi da parte di Israele in Libano, ma non dovrebbero esserci nemmeno più attacchi da parte di altre fazioni, incluso Hezbollah, contro Israele. Questo potrebbe essere l’inizio di una pace lunga e meravigliosa: non roviniamola!”, ha concluso Trump.
L'articolo Trump sente Putin e Zelensky nel giorno del suo 80esimo compleanno: ha chiesto la fine della guerra in Ucraina proviene da Il Fatto Quotidiano.


© RaiNews
Scontri sono scoppiati oggi alla vigilia del vertice di Evian tra manifestanti anti-G7 e polizia nei pressi della sede delle Nazioni Unite a Ginevra, in Svizzera. Secondo quanto riportato dall’Afp, i manifestanti hanno lanciato bottiglie, pietre, pezzi di cemento e petardi contro la polizia che ha risposto con gas lacrimogeni. Diversi edifici sono stati presi di mira, tra cui gli uffici di PricewaterhouseCoopers e la sede dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU). Gli scontri arrivano in una vigilia caratterizzata da cittadine deserte, animate quasi unicamente dalle divise della gendarmerie, per l’occasione griffate con il logo del G7. Posti di blocco, lungo tutto il percorso che da Ginevra (aeroporto di arrivo per delegazioni e cronisti stranieri) conduce sulle rive del Lago Lemano. Évian-les-Bains è pronta ad accogliere i leader delle principali economie occidentali in un clima di massima sicurezza.
La località francese affacciata sul Lago è blindata per l’apertura del vertice del G7, mentre a Ginevra, a pochi chilometri dal confine e poco distante dalla sede dei lavori, le manifestazioni di protesta erano annunciate. Temendo possibili scontri, nella città Svizzera molte vetrine dei negozi sono state coperte con barriere di legno. Il summit prende ufficialmente il via con una cena di lavoro in programma alle 19.30, intitolata “Affrontare insieme le grandi sfide internazionali”: all’Evian Resort arriveranno i capi di Stato e di governo dei Paesi membri del G7 insieme ai rispettivi consorti, accolti dal presidente francese.
Tre giorni di lavori, incontri bilaterali e sessioni dedicate alle principali crisi internazionali e alle sfide economiche globali: questo il programma del summit, in programma fino al 17 giugno sotto la presidenza francese di Emmanuel Macron. Martedì 16 giugno entrerà nel vivo il confronto politico. La mattinata si aprirà con una sessione di lavoro sulla sicurezza dell’Ucraina e dell’Europa, seguita da una colazione di lavoro dedicata alle crisi e alla stabilità in Medio Oriente. Nel pomeriggio faranno il loro ingresso a Evian anche i rappresentanti dei cinque Paesi partner invitati dalla Francia (Brasile, India, Corea del Sud, Kenya ed Egitto) che parteciperanno alla sessione dedicata ai nuovi partenariati internazionali e al rilancio della solidarietà globale. La giornata si concluderà con il tradizionale appuntamento di rappresentanza: il pranzo di gala offerto da Macron e dalla première dame Brigitte in onore dei capi delegazione e dei loro consorti. Mercoledì 17 giugno sarà invece dedicato ai temi economici e tecnologici. I leader discuteranno delle misure per rilanciare una crescita economica “equilibrata, condivisa e sostenibile”, uno dei pilastri della presidenza francese del G7. A seguire, una colazione di lavoro vedrà al centro l’intelligenza artificiale e le condizioni per una sua diffusione “sicura, rapida ed efficace”. La chiusura del vertice è prevista nel primo pomeriggio. Alle 15, il presidente Macron terrà la conferenza stampa finale.
La speranza di molti è che questo G7 possa diventare quello della pace in Medio Oriente, con gli europei che già guardano allo sminamento dello Stretto di Hormuz come mano tesa a Donald Trump che sarà accolto con tutti gli onori dal presidente Macron, che in extremis ha strappato al tycoon l’impegno a una cena tutta franco-americana nei sontuosi saloni della Reggia di Versailles.
La morte di un gendarme che stava completando i lavori di messa in sicurezza di Evian e dintorni, cominciati oltre un anno fa, ha funestato la vigilia, le prove generali della “bolla” che racchiuderà e proteggerà i leader riuniti, dal loro arrivo all’aeroporto di Ginevra, fino alla permanenza blindata nel Resort dove si svolgerà il vertice. Sono 16.000 i poliziotti, gendarmi e militari schierati, con imbarcazioni, moto, droni, polizia a cavallo e squadre cinofile. Emmanuelle Dubée, prefetto dell’Alta Savoia, ha parlato di schieramento eccezionale per far fronte “ai rischi di un contesto internazionale estremamente teso“, al “rischio terrorismo che resta alto in Francia” e a quello di “sabotaggio o cyberattacco”. Oltre a quello dell’ordine pubblico, che domani sarà messo alla prova dalle manifestazioni di dissenso previste a Ginevra. Si tratterà, per chi ha ancora negli occhi i gravi incidenti e i danni per le violenze durante il G8 di Evian del 2003, di far dimenticare quell’esperienza.
I leader saranno comunque protetti da ogni minaccia esterna nell’Hotel Royal, che già accolse i loro predecessori 23 anni fa, che fa parte del più vasto e blindatissimo Resort. Fortemente voluta da Macron, la cena di mercoledì sera con Trump sarà un omaggio della Francia ai 250 anni dell’Indipendenza americana, proprio in quella Reggia di Versailles considerata “luogo sacro all’amicizia franco-americana” perché proprio lì – ricorda l’Eliseo – “fu firmato nel 1783 il trattato che sanciva l’indipendenza degli Stati Uniti“. Dall’Eliseo trapela che Trump, prima di cena, visiterà la Reggia, in particolare il Salone degli Specchi. La serata sarà allietata da uno spettacolo di luci e fontane nel giardino, oltre che da fuochi d’artificio. Il giorno prima, martedì, a Evian, si potrebbe concretizzare l’altro momento attesissimo costruito pazientemente da Macron, l’incontro di Trump con Volodymyr Zelensky. I due parteciperanno ad una riunione di lavoro, mentre al momento non è confermato un bilaterale formale tra i due, in un clima che vede Macron alla ricerca di un’unanimità dei Volenterosi non sempre scontata. Trump incontrerà ad Evian anche il premier indiano Narendra Modi, e i leader di Qatar, Emirati arabi ed Egitto mentre non ci sarà il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
L'articolo Évian e Ginevra, scontri tra manifestanti e polizia alla vigilia del G7. Con la cena di lavoro dei leader inizia il summit in Francia proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Buon compleanno signor presidente, buon compleanno Donald”. Così il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto gli auguri al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per il suo 80esimo compleanno con un messaggio pubblicato su X. “Quest’anno il tuo compleanno arriva in un momento propizio“, ha scritto Netanyahu, ricordando i 250 anni dalla fondazione degli Stati Uniti, definiti “una grande nazione costruita sulla libertà e sulla fede”. Il premier israeliano ha quindi augurato a Trump “forza ed energia” nel guidare gli Stati Uniti “verso un luminoso futuro di pace attraverso la forza“, auspicando al tempo stesso un ulteriore rafforzamento dell’alleanza tra Washington e Tel Aviv. “Continuiamo a portare le relazioni Usa-Israele a livelli sempre più alti”, ha affermato Netanyahu.
Un messaggio arrivato proprio mentre l’accordo tra Usa e Iran rischia di saltare dopo il raid delle Israel Defense Forces sul quartiere di Dahiyeh, a Beirut, che ha causato almeno 3 morti e 15 feriti. Intorno alle 14 italiane infatti il capo negoziatore e presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha affermato in un post su X che l’attacco ai sobborghi meridionali di Beirut “ha dimostrato ancora una volta che gli Stati Uniti non sono disposti o non sono in grado di rispettare i propri impegni“, accusando Washington di aver dato a Israele il “via libera”. Così ”non si ottengono vantaggi. Il gioco del poliziotto buono e poliziotto cattivo è passato di moda. Se non avete né la volontà né la capacità di adempiere ai vostri impegni, non è possibile parlare di proseguire lungo questa strada”, ha affermato.
L'articolo Gli auguri di Netanyahu a Trump per i suoi 80 anni: “Guida gli Stati Uniti verso un futuro di pace attraverso la forza” proviene da Il Fatto Quotidiano.

© Daniel Berehulak/The New York Times


© RaiNews


© RaiNews
È tutto pronto alla Casa Bianca, dove questa notte Donald Trump festeggerà il suo 80esimo compleanno con un evento senza precedenti. Il cuore della celebrazione è l’Ufc Freedom 250: combattimenti in una gabbia sul prato sud della residenza presidenziale. Sette incontri di arti marziali miste, oltre 4mila spettatori e 60 milioni di dollari spesi per l’organizzazione dell’evento. Formalmente lo spettacolo rientra nelle celebrazioni per i 250 anni dall’indipendenza americana, ma sovrapponendosi con il compleanno del presidente si è trasformato in uno show personale.
L’evento alla Casa Bianca diventerà il primo evento sportivo professionistico in assoluto ad essere ospitato nella residenza presidenziale degli Stati Uniti. Le oltre 4mila persone ospitate nel prato sud potranno accedere solo tramite invito ufficiale, mentre altre 85mila saranno presenti a poche centinaia di metri, sull’Ellipse e nell’area del National Mall, per seguire lo spettacolo sui maxischermi. Nei giorni scorsi lo studio legale Public Integrity Project ha intentato una causa per bloccare l’evento definito da loro “profondamente corrotto”.
Lo spettacolo è però riuscito a resistere: bisognerà vedere se reggerà anche contro il meteo. La pioggia prevista questa sera su Washington potrebbe smorzare l’enfasi degli scontri, tutti all’aperto: i combattimenti infatti si svolgeranno nella “Claw“, una struttura metallica alta 28 metri e di 600 tonnellate. Tutto inizierà alle 20.00 ora locale (24.00 ora italiana) ma il main event sarà l’incontro tra il peso leggero georgiano-spagnolo Ilia Topuria e l’americano Justin Gaethje. Sarà trasmesso in esclusiva su Paramount+, piattaforma gestita dall’amico di Trump, David Ellison, nonostante l’anno scorso, come riporta Bbc, l’Ufc abbia siglato un accordo da 7,7 miliardi di dollari con il servizio di streaming concorrente di Netflix.
L’evento evoca il modello “panem et circenses” dell’antica Roma: grandi spettacoli per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalle difficoltà politiche ed economiche del Paese. Gli Stati Uniti in effetti si avvicinano alla grande serata in una fase particolarmente complessa. Innanzitutto Washington è impegnata in delicati negoziati con l’Iran per cercare di mettere fine al conflitto in corso: sembra che le due parti non siano mai state così vicine alla firma, pare digitale, ma l’incertezza rimane alta. Trump è poi alla prese con le divisioni interne e un disperato bisogno di mantenere alto il gradimento nei sondaggi in vista delle elezioni di metà mandato a novembre. A questo si è aggiunto nelle ultime ore anche un duro colpo per l’orgoglio del tycoon, perché, in ottemperanza all’ordine di un tribunale, il Kennedy Center di Washington è tornato a essere intitolato solo ed esclusivamente a John Fitzgerald. L’edificio, da cui è stata rimossa la scritta con il nome di Trump a caratteri cubitali, era stato dedicato anche al presidente in carica appena sei mesi fa.
Negli Stati Uniti, proprio in occasione della festa, si è riaperto anche il tema sulla salute di Trump. A 80 anni, è già il presidente eletto in età più avanzata nella storia americana, superando Joe Biden, a cui il tycoon aveva rivolto aspre critiche in campagna elettorale, e non solo, proprio per la sua anzianità. Alcuni sondaggi, come riporta Associated Press, mostrano dubbi crescenti sulla lucidità mentale e sulla tenuta fisica del 47esimo presidente Usa. Tutte accuse che la Casa Bianca ha respinto citando i recenti controlli medici a cui il festeggiato si è sottoposto nelle scorse settimane: “eccellente salute”, sarebbe l’esito delle visite. Il confronto con il suo predecessore dem però rimane inevitabile, non solo sulla condizione fisica, ma anche sul modo di festeggiare. Biden aveva infatti celebrato i suoi 80 anni nel 2022 con un brunch privato in famiglia, lontano dai riflettori.
L'articolo Trump festeggia 80 anni alla Casa Bianca con un maxi evento di arti marziali: sullo sfondo la pace con l’Iran e i sondaggi in calo proviene da Il Fatto Quotidiano.

© Kenny Holston/The New York Times
Il nome di Donald Trump è sparito. Il Kennedy Center di Washington torna a essere intitolato solo ed esclusivamente a John Fitzgerald, il 35esimo presidente degli Stati Uniti d’America assassinato il 22 novembre del 1963 a Dallas. Un duro colpo da incassare per il tycoon proprio il giorno del suo 80esimo compleanno.
Gli operai hanno rimosso completamente la scritta a caratteri cubitali con il nome del presidente Trump, che era stata applicata sull’edificio meno di sei mesi fa, in ottemperanza all’ordine del tribunale di annullare il cambio di denominazione. Un giudice aveva accolto la richiesta del Kennedy Center di ottenere più tempo per rimuovere in via definitiva il nome di Trump, concedendo alla struttura fino a mezzogiorno di sabato, dopo che l’organizzazione non aveva rispettato la scadenza delle 23:59 di venerdì. La proroga di 12 ore era stata concessa dopo che i legali del Dipartimento di Giustizia, in rappresentanza del centro, avevano riferito venerdì sera che, malgrado i lavori fossero in corso, i temporali abbattutisi sull’area di Washington avevano causato dei ritardi. Un telo bianco continua a coprire l’impalcatura costruita per consentire agli operai di rimuovere il nome di Trump.
Nella sua sentenza, in cui ha stabilito che solo il Congresso può apportare modifiche al nome del Kennedy Center, il giudice Christopher Cooper ha anche impedito all’amministrazione di chiudere la struttura culturale e artistica per i lavori di ristrutturazione che avrebbero dovuto iniziare a luglio e durare due anni. Inutile, al momento, è stato il ricorso presentato dai legali di Trump e dello stesso Kennedy Center (il suo consiglio di amministrazione è composto quasi interamente da fedelissimi del presidente). “Togliere le lettere sarebbe uno spreco di denaro se poi il giudice dovesse ordinare di rimetterle”, si legge nell’appello. Dal canto suo, Donald Trump ha fatto sapere – dopo una serie di messaggi contro il giudice – che, senza il pieno controllo sugli affari del centro, “non aveva alcun interesse a continuare quel che potrebbe essere un viaggio senza speranza verso un ‘NEVER NEVER LAND‘”.
L'articolo Terminata la rimozione del nome di Donald Trump dalla facciata del Kennedy Center di Washington proviene da Il Fatto Quotidiano.

© Haiyun Jiang/The New York Times

© Tyler Hicks/The New York Times

© Audra Melton for The New York Times

© Kenny Holston/The New York Times

© Kenny Holston/The New York Times

© Tyler Hicks/The New York Times
Dio non esiste. Però noi siamo il suo popolo eletto.
(W. Allen)
Viviamo l’epoca dell’accaparramento intensivo. E generalizzato. L’imperativo-guida è: prendere. E possedere. Ogni cosa. Compreso Dio. Afferrare tanto i beni materiali quanto quelli spirituali. Vale per la ricchezza, mai come ora concentrata nelle mani di pochi, vale per le coscienze rese preda della politica ridotta a propaganda manipolante, come per il predominio dei più forti sui più deboli. C’è una intima corrispondenza fra Elon Musk, che infarcisce la bassa atmosfera di satelliti per le comunicazioni e l’IA controllata dai super ricchi. E la guerra, che viene sempre scatenata per prendere qualcosa. Questo parossismo del possesso investe pure Dio. Egli non è più l’Assoluto (absolutus, “sciolto da vincoli”), diventa invece un valore d’uso e, come tale, subordinato e sottoposto all’utilizzo che l’uomo intende farne. L’idea del divino, come entità trascendente, nasce nella mente umana in conseguenza del thàuma (la “meraviglia” dei greci), lo “stupore” angoscioso provocato dalla finitudine e dalla morte.
Da lì tutti i miti che creano gli dei, la cui onnipotenza si mostra con tratti simili a quelli umani (dagli innamoramenti alla violenza, dalla gelosia alla vendetta). La creazione del Dio unico è originata da dinamiche analoghe. L’immaginazione del Dio onnipotente, che crea il mondo e “getta” l’uomo nel mondo, che dà adito alla salvezza dopo la morte. Non a caso nella tradizione Dio è concepito in sembianze antropomorfe: è emblematico il Dio dal volto umano, un vegliardo vigoroso con barba e capelli fluenti, rappresentato da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina. La privatizzazione di Dio è una costante lungo la storia. Dal Deus vult (“Dio lo vuole!”) durante le Crociate, alle guerre di religione, al Gott mit uns (“Dio con noi”) inciso sui cinturoni delle SS. Ma oggi si è dinanzi a un salto di qualità nel processo volto a privatizzare il divino.
Dio è invocato dai governi a sostegno delle proprie politiche. Dio è divenuto ancoraggio di Stato. Non è evidente, questo, in Iran e Afghanistan? Non è evidente quando Trump si fa riprendere, nello studio ovale della Casa Bianca, circondato da esagitati evangelici, che gli impongono le mani come a garantirgli la protezione dell’Altissimo? E non è evidente in Israele, trasformatosi a sua volta in Stato teocratico?
Stefano Levi Della Torre, una delle menti più brillanti della diaspora ebraica, ripubblicando il suo libro Dio (Bollati Boringhieri, 2026) l’ha integrato con un interessante capitolo intitolato “Il concetto di Dio dopo Gaza”. Scrive fra l’altro: “La contesa prolungata col fondamentalismo islamista ha alimentato l’ascesa dal fondamentalismo ebraico in Israele, e viceversa”. E rileva: “Un Dio nazionale è quanto di più blasfemo, pagano e idolatrico si possa augurare all’idea di Dio”. L’Eretz Israel (il “grande Israele”) è l’obiettivo strategico derivante dall’affermazione biblica di Dio che “dona” la terra promessa al popolo ebraico. Da lì l’aberrazione del genocidio contro i palestinesi, che vanno sterminati in quanto abitanti abusivi di quella terra. Essi sono il nuovo Amalek. La privatizzazione di Dio – il suo accaparramento – mostra che egli vuole ciò che l’uomo vuole, e viceversa. Ciò che lo Stato vuole, e viceversa. È il rinnegamento più radicale dell’idea di Dio come entità suprema equanime. La sua “onnipotenza” resa evanescente dalla potenza umana, che la incorpora. Così abbassato, l’Altissimo non è più religione, diventa ideologia. Con il potere onniavvolgente della tecnica, l’uomo contemporaneo determina l’immanenza di Dio nelle proprie scelte, nelle proprie azioni e nel mondo, in misura radicalmente maggiore rispetto al passato. Dunque: “Dio è morto!”, come sosteneva Nietzsche? No, sopravvive trasposto nella privatizzazione dentro gli animi. Per cui non esiste il “superuomo”, ma, semplicemente, l’uomo. Con le sue bassezze e la sua potenziale grandezza, se decide di elevarsi oltre le proprie miserie.

© Pool photo by David Mareuil

© Pool photo by David Mareuil

© Pool photo by David Mareuil

© John Taggart for The New York Times

© Jason Henry for The New York Times

© Rahmat Gul/Ap Photo/Rahmat Gul
Joe Kent, ex direttore del Counter Intelligence Center, analizza criticamente l’escalation militare statunitense in Iran.
Kent definisce il conflitto “la guerra di Israele, non nostra”, criticando duramente la strategia dell’amministrazione Trump e l’approccio del Segretario alla Difesa Pete Hegseth. Secondo l’ospite, i continui bombardamenti non costringeranno Teheran a negoziare, ma ne rafforzeranno la resistenza, intrappolando gli USA in un pantano geopolitico da 1 miliardo di dollari al giorno che sottrae risorse al contrasto strategico contro la Cina.
Kent affronta inoltre il delicato tema dello spionaggio israeliano ai danni di Washington — equiparato in via ufficiale a quello di Russia e Cina — e commenta le dimissioni di Tulsi Gabbard, lodandone lo scetticismo costruttivo verso l’apparato d’intelligence. L’unica via d’uscita per Trump, conclude Kent, è dichiarare vittoria e ritirare immediatamente le truppe.
L'articolo Joe Kent: “La guerra in Iran è di Israele, non nostra: un totale pantano” proviene da Visione TV.

© Eric Lee for The New York Times

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

© Haiyun Jiang/The New York Times

© Mohammed Zaatari/Associated Press

© The New York Times

© Louiza Vradi/Reuters

El presidente de EE.UU., Donald Trump, declaró este jueves que Washington ha conseguido un acuerdo por el que «Irán nunca tendrá armas nucleares».
«Pronto habrá una firma y los documentos están prácticamente listos, así que ya veremos», indicó a los periodistas, añadiendo «eso debería hacerse bastante rápido».
Según el republicano, el documento podría firmarse «durante este fin de semana en Europa» y, aunque él no puede asistir, Vance «estará allí».
«Acabo de hablar con ‘Bibi’ [Benjamín Netanyahu]. He hablado con los grandes líderes de naciones como Catar, Emiratos Árabes Unidos, Arabia Saudí, Baréin, Kuwait y otros. Y vamos a hablar con Turquía», detalló.
Al ser preguntado si el líder supremo iraní, el ayatolá Mojtabá Jameneí, ha aprobado el acuerdo, el inquilino de la Casa Blanca dijo: «Entiendo que la respuesta es sí». Asimismo, señaló que el levantamiento del bloqueo naval a la nación persa «forma parte del acuerdo». «Y los precios del petróleo se desplomarán», agregó.
Mientras, una fuente iraní cercana al equipo negociador de la República Islámica indicó previamente a Fars que Teherán todavía no ha aprobado ningún texto respecto al acuerdo con EE.UU. Sin embargo, parece que, dado que Washington ha aceptado la propuesta de la nación persa, existe la posibilidad de que esta sea reconsiderada por las autoridades iraníes, señaló el interlocutor.
El presidente de Estados Unidos, Donald Trump, anunció este jueves la cancelación de los ataques y bombardeos que estaban previstos contra Irán para esta noche, al asegurar que las negociaciones con la República Islámica avanzaron hasta alcanzar un acuerdo preliminar respaldado por los principales actores involucrados en la crisis regional.
“Basado en el hecho de que las discusiones con la República Islámica de Irán han sido llevadas al más alto nivel de liderazgo iraní y aprobadas, yo, como presidente de los Estados Unidos de América, he cancelado los ataques y bombardeos programados contra Irán para esta noche”, escribió el mandatario.

Ivanka Trump, hija del presidente de los EE.UU. y su esposo, Jared Kushner, han adquirido la isla de Sazan, en la costa adriática de Albania, un antiguo enclave militar comunista de 567 hectáreas que cuenta con más de 3.500 búnkeres de estilo soviético, kilómetros de túneles subterráneos y refugios antibombas construidos durante la Guerra Fría. La pareja, a través de su firma Affinity Partners, invierte alrededor de 1.400 millones de dólares en convertir este “arreglo” —como lo describió Ivanka— en un resort de lujo exclusivo, preservando algunos de estos refugios como elementos del proyecto turístico. La isla, que fue zona militar restringida, aún contiene municiones sin detonar que requieren limpieza exhaustiva antes de recibir visitantes.
Este desarrollo no se limita a Sazan: incluye también una franja costera protegida en Zvërnec, dentro de una reserva natural y parque marítimo con alta biodiversidad, lo que ha generado fuertes protestas de ambientalistas y locales. Excavadoras ya han comenzado a despejar terreno en zonas sensibles para flamingos, tortugas y otros especies migratorias, desatando críticas por el impacto ecológico irreversible y cuestionamientos sobre la transparencia del acuerdo multimillonario. El gobierno albanés defiende la inversión como un impulso al turismo de élite y su aspiración europea, pese a investigaciones de agencias anticorrupción.
La red de búnkeres de la familia Trump en Sazan encaja en una tendencia creciente entre multimillonarios que buscan refugios aislados ante posibles crisis bélicas globales. La isla, con sus instalaciones militares preexistentes, ofrece una base natural para un complejo autosuficiente, similar a otros proyectos de la élite. Kushner e Ivanka descubrieron el lugar durante un paseo en barco y una caminata descalza, quedando “cautivados” por su potencial como paraíso privado.
Otros magnates siguen patrones parecidos. Mark Zuckerberg construye un enorme complejo en Kauai, Hawái, con un búnker subterráneo de 1500 metros cuadrados, suministros independientes y puertas a prueba de explosiones, valorado en cientos de millones. Peter Thiel exploró opciones en Nueva Zelanda y Argentina, mientras que figuras como Bill Gates y Jeff Bezos poseen propiedades fortificadas o islas privadas. Empresas especializadas venden lujosos búnkeres con piscinas, cines y granjas hidropónicas, reflejando una preparación ante colapsos sociales o geopolíticos.
Esta ola de “preparacionismo de élite” —islas remotas, búnkeres de lujo y enclaves autosuficientes— plantea preguntas sobre visión del futuro. Mientras la familia Trump transforma Sazan en su versión de paraíso fortificado, críticos ven en estos refugios no solo protección personal, sino un síntoma de desconexión: los más ricos blindándose en fortalezas mientras el resto enfrenta los desafíos globales sin tales redes de escape. El proyecto albanés, rodeado de controversia, ilustra cómo la riqueza extrema se traduce en búnkers literales y simbólicos.
L’ipocrita accusa del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti emessa il 20 maggio contro Raùl Castro Ruz, generale dell’esercito e personalità tra le più rappresentative della Rivoluzione cubana, non ha soltanto i tratti dell’arroganza impunita di chi si sente forte e al di sopra del diritto, ma forse vuole anche essere un tentativo di dare un tocco di legittimità al criminale embargo che dura da decenni e alle ancor più vergognose misure coercitive che in questi ultimi mesi hanno colpito la popolazione inerme (240 da gennaio). La popolazione è stata soffocata da un feroce blocco energetico imposto dalla potenza egemone, il cui unico risultato sembra essere stato quello di aver fatto precipitare la quasi totalità delle masse lavoratrici ad un livello di quasi sussistenza, incalzate dalla pressante urgenza di reperire beni di prima necessità e dalla minaccia costante di un’aggressione armata.
Una lettura unilaterale, assai poco conforme al contesto in cui si svolsero i fatti, un’incriminazione priva di alcun valore legale (anche a prenderlo per vero) e di una giurisdizione in cui poterla applicare, vorrebbe far giustizia in merito a un episodio che nel 1996 portò all’abbattimento di due velivoli facenti capo a Brothers to the Rescue, organizzazione che opera con metodi violenti e ha sede a Miami. L’abbattimento avvenne dopo ripetuti sconfinamenti e violazioni dello spazio aereo cubano, infrazioni più volte segnalate dalle autorità dell’isola agli enti governativi statunitensi e da questi ripetutamente ignorati; sintomo, quantomeno, di una certa complicità se non di una vera e propria pianificazione e sovvenzione; una condotta, tra l’altro, che si inscrive nella lunga traiettoria costellata di attentati, sabotaggi e tentativi di aggressione che il governo degli Stati Uniti ha messo in opera da che nel gennaio del 1959 il socialismo di stato è stato imposto quale religione ufficiale. Un ultimo – per ora – atto di quella mai sopita, controversa e irrisolta questione che tiene occupati i due paesi da quasi settant’anni, ma che pure visto dalla prospettiva meramente giuridica del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e della Convenzione di Chicago sull’Aviazione Civile Internazionale, rientrerebbe in un’azione di legittima difesa del proprio spazio aereo contro quelli che potrebbero essere interpretati come atti di “terrorismo”, che la suddetta organizzazione avrebbe messo in pratica tra il 1994 e il 1996, in barba alla stessa legislazione statunitense. Oltretutto, questa accusa arriva dopo che le forze armate Usa per mesi hanno spadroneggiato nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico, arrivando ad uccidere quasi duecento persone e a sequestrare il presidente del Venezuela, a corollario di una dottrina che, sostenuta da un imponente apparato bellico, cerca di applicare attraverso l’imposizione unilaterale delle sanzioni, quella pressione politica ed economica i cui scopi mirano a ridefinire gli assetti geopolitici della regione. Giustificata con le parole del procuratore generale “se uccidete degli americani, vi perseguiremo. Non importa chi siate. Non importa quale carica ricopriate”, frasi che riecheggiano da tempi storici che ritenevamo oramai tramontati ma che purtroppo oggi si ripropongono con logica spietata anche ad altre latitudini (vedi Medioriente). Questa montatura extragiudiziale che agisce su un piano politico vorrebbe essere la giustificazione delle recenti imposizioni coercitive che, operando a livello economico, producono i loro effetti devastanti direttamente sui corpi delle persone. Evidentemente questa Legge dei Poteri Economici d’Emergenza Internazionale (IEEPA), che amplia sanzioni già esistenti (tra l’altro in violazione degli articoli 1, 2 e 55 della Carta delle Nazioni Unite e della risoluzione del 1992 sulla rimozione del blocco), rientra in quella nuova fase di riassetto degli equilibri della regione che Washington sembra voglia ridefinire attraverso un protagonismo deciso e un utilizzo cinico di quelle che si mostrano come le raffinate tecniche della nuova guerra ibrida: sanzioni, dazi, strangolamento finanziario, incriminazione a livello internazionale, propaganda mediatica e uso extragiudiziale della propria giustizia. Nel frattempo però, si fa ricorso anche ai vecchi metodi con la portaerei Nimitz che scorrazza indisturbata nelle acque delle Antille, in attesa di sviluppi.
Al ritorno dal suo viaggio in Vaticano, tra le cui motivazioni non espresse figurava verosimilmente la ricerca di un’intesa col mondo cattolico, ben radicato sull’isola, il segretario di stato Marco Rubio, di origini cubane, soltanto poche ore prima dell’annuncio delle sanzioni se ne usciva con un video diretto alla popolazione oramai allo stremo: “Cuba non è governata da nessuna rivoluzione, ma da GAESA, uno stato dentro lo stato, i cui benefici sono appannaggio di una piccola élite”. Questo Gruppo di Amministrazione Imprenditoriale a cui si fa riferimento, bollato come organismo cancerogeno che parassita l’economia nazionale, incolpato dei continui black out, della scarsità di combustibile, cibo e medicine, è un consorzio imprenditoriale creato negli anni ’90 con lo scopo di captare la valuta estera, che in quei frangenti cominciava ad affluire in seguito all’apertura al turismo voluta da Fidel Castro e all’introduzione della doppia moneta (pesos e dollari). Ideato dall’allora ministro della difesa Raùl Castro, tale holding ha finito per inglobare tutta una serie di attività commerciali e finanziarie che vanno dagli hotel ai centri di immersione, dai porti sportivi alle agenzie di viaggio; dal 2010 assorbe Cimex, impresa statale dei supermercati, e centinaia di stazioni di servizio, e infine diventa proprietaria della Banca Finanziaria Internazionale, una delle più grandi del paese, arrivando a controllare il 40-70% dell’economia nazionale attraverso un impero stimato, nel 2025, in 18 miliardi di dollari. Il 7 maggio l’amministrazione Trump ha inasprito ulteriormente le sanzioni contro GAESA e la sua direttrice ufficiale Ania Guillermina Lastres Morera, adducendo il pretesto della sicurezza nazionale. Mentre il 22 l’ ICE arrestava la sorella a Miami sotto identica motivazione, cercando così di colpire l’esercito cubano nelle sue finanze. Quanto queste misure possano incidere realmente sulla tenuta di questo conglomerato imprenditoriale resta tuttavia un mistero, data l’estrema opacità da cui è sempre stato avvolto.
Il blocco energetico ha ridotto quasi a zero un turismo già in caduta libera, mentre le rimesse dall’estero, che nel 2019 erano stimate in 3,7 miliardi di dollari, la cifra più alta mai registrata, nel 2024 si aggiravano intorno all’ 1,1 milioni, con un crollo del 43% rispetto all’anno precedente. In parallelo, Washington si dice pronta ad offrire cento milioni di dollari in aiuti umanitari, mentre Rubio esorta la popolazione affinché si decida per un cambio di regime: “Una nuova Cuba, dove qualsiasi cubano, e non solo GAESA, possa aprire una banca o un’impresa edile”. Stessa ricetta, questa volta cucinata in salsa caraibica.
Cuba vive un periodo di decadenza che, sebbene si possa far risalire al perìodo especial degli anni ’90, vede oggi una recrudescenza senza eguali che investe la gran parte della popolazione e che è sfociata in una crisi alimentare spaventosa e in un altrettanto deplorevole crisi energetica; due aspetti di uno scenario dove il reperimento dei beni di prima necessità e i ricorrenti black out segnano le modalità e i ritmi della quotidianità. Quello che si dice del capitalismo, ovvero essere la gestione pianificata della scarsità, può a buon diritto essere applicato su scala locale anche a Cuba e al suo regime, che ha saputo far tesoro in questi decenni di tecniche di governo assai raffinate, ma che oggi vede progressivamente venir meno la sua autorevolezza grazie a un risveglio, seppur timido, delle coscienze, che si traduce in certe forme di comunitarismo o di solidarietà popolare che scandiscono l’agire quotidiano; nel mentre si va affievolendo l’immagine di padre benefattore che il castrismo ha saputo dispensare lungo tutto l’arco della sua esistenza. Di contro, però, bisognerebbe considerare anche l’altro lato della medaglia, ossia il fatto che la competizione per la sopravvivenza e le diverse manifestazioni di egoismo che l’accompagnano sono andate anch’esse aumentando. Di pari passo si è inoltre avuto un incremento dell’azione repressiva dello stato e un’estensione del raggio operativo della polizia politica, che ha portato a un aumento esponenziale delle carcerazioni e all’emersione di un vero e proprio problema carcerario, con migliaia di prigionieri politici da gestire e le complesse conseguenze sociali che questo comporta, con la sensibilizzazione di interi settori sociali contro la gestione autoritaria della cosa pubblica che interdice la benché minima possibilità di una qualche riforma, seppur blanda. Lo stato ha risposto con una serie di misure a carattere sociale per sopperire alle mancanze degli strati più disagiati della popolazione insieme ad una campagna propagandistica in grande stile nel tentativo di poter recuperare quell’aura di benevolenza che l’ha sempre caratterizzato. Ma di fatto, quello che maggiormente definisce la gestione della sovranità continua ad essere, benché in forme più dissimulate, l’amministrazione centralizzata della paura, che può contare, oltre che su un apparato repressivo tra i più efficienti, anche sulla disaffezione generalizzata e su una pressoché totale ignoranza o disconoscimento di forme elementari di organizzazione e reazione nei confronti del dispositivo dispotico imperante; un dispositivo che può fare affidamento, oltre che sull’accaparramento delle risorse economiche e finanziarie, su un progressivo spopolamento che interessa le fasce più giovani, le quali trovano nell’emigrazione la possibilità di sottrarsi ad una condizione fattasi insostenibile ma che ha portato ad un decremento demografico e a un parallelo consolidamento del conservatorismo politico. Le deboli proteste che pur saltuariamente affiorano si limitano a qualche cacerolazo urlato a gran voce ma privo di una struttura organizzativa, espressione di una disperazione ormai endemica avvolta da fatalismo e rassegnazione, comunque ben lontane da quelle grandi manifestazioni di massa che si ebbero quattro anni fa, quando sembrava che qualcosa si stesse realmente muovendo. Le proteste antigovernative dell’11 luglio 2022 partite da San Antonio de Los Baños, poco fuori l’Avana, e da Palma Soriano, nella provincia orientale di Santiago, poi dilagate nei centri principali nel giro di ventiquattro ore, che videro riversarsi nelle strade migliaia di cittadini dei settori maggiormente precarizzati della società cubana, un evento di cui non si ricordano precedenti (se non forse il cosiddetto Maleconazo, del 1994), e che hanno portato all’arresto di 1848 persone, sono state anch’esse l’espressione di una resistenza al dominio dello stato e alle varie forme di autoritarismo imperanti che intere classi, gruppi e individui hanno cercato di opporre, nella loro complessità e anche a dispetto del tentativo di cooptazione da parte di forze esterne o straniere, con il fine di rivendicare scampoli di libertà e migliori condizioni di esistenza. È stata una spinta che è giunta dalle fasce più marginalizzate della classe proletaria, quella dei lavoratori precari, a giornata, dei disoccupati e delle moltitudini contadine che abitano le periferie delle grandi città, arrivate sull’onda di una forte migrazione interna ma sprovviste della consapevolezza di essere classe, che però non può essere caratterizzata come movimento operaio in senso stretto, mancando di organizzazione, di forme sindacali o corporative classiche, o finanche di organismi territoriali vincolati al lavoro. Rispecchiano piuttosto la disperazione dei gruppi meno abbienti, influenzati dagli effetti delle politiche governative degli ultimi decenni che hanno portato ad una estrema atomizzazione del tessuto sociale, e dalla suggestione di un modello consumistico che arriva dall’emigrazione, soprattutto statunitense. Non si può quindi parlare di forze politiche a rigor di termini, tutt’al più di forze sociali non organizzate che si scontrano con forze di polizia, queste sì estremamente organizzate, che nella loro opera meticolosa sono riuscite a disarticolare ogni forma di dissenso e di opposizione politica nel paese, lasciando una situazione anche peggiore ed eludendo la questione e le motivazioni che ne hanno decretato l’esplosione. Il vuoto che oggi viene avvertito, l’impossibilità sperimentata di poter operare un cambio politico dall’interno, sono con buona probabilità all’origine della grande popolarità di cui attualmente gode, ovviamente in alcuni settori, Marco Rubio, insieme all’ambasciatore Mike Hammer, e spiegano in parte il senso di impotenza sociale che avvolge l’isola. Secondo un recente sondaggio effettuato da El Toque, organo indipendente locale, sembrerebbe che la maggior parte dei cubani (56% di chi vive sull’isola e il 67% di quelli della diaspora) veda di buon occhio un intervento armato statunitense, o comunque come il male minore di fronte alla fame che avanza. L’amministrazione Trump ha avuto diverse interlocuzioni negli ultimi mesi con il presidente Dìaz-Canel e il suo consiglio dei ministri, e contatti diretti con Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote del vecchio dirigente e il più zelante delle sue guardie del corpo, figlio dell’ex direttore di GAESA insignito del grado di generale da Raùl Castro per meriti nella gestione dell’azienda; il “granchio”, così soprannominato per via di una deformazione alla mano, si sarebbe incontrato più volte in Messico con il segretario di stato nordamericano. Se ciò fosse confermato, se ne potrebbe dedurre che gli USA hanno scelto di trattare con gli apparati militari, almeno con i settori maggiormente orientati agli affari, piuttosto che con quelli politici, che dopo decenni di criminalizzazione del dissenso si ritrovano ora a dover negoziare con l’unico interlocutore disponibile, ossia il potere corporativo yanqui. Nonostante la frattura che attraversa le forze armate, divise tra una fazione composta da generali anziani legati alla dirigenza politica e i quadri inferiori maggiormente esposti agli effetti della crisi (chiamati con spregio fagioli e riso, in riferimento alla loro dieta), la Casa Bianca sembra disposta ad un accomodamento, concedendo a Castro il privilegio di garantire una transizione tranquilla mentre alla cupola militare di disarticolare il vecchio sistema politico facendosi garanti del nuovo ordine; una soluzione molto auspicata dalla superpotenza, che di certo non vuole casini a 144 km dalle sue coste. In questo senso è da vedere anche la visita del direttore della CIA, John Ratcliffe, avvenuta a metà maggio, che ha alimentato le voci in merito ad una eventuale tutela di Raùl, che resterebbe a margine di qualsiasi rappresaglia, e ad un possibile cambio di regime per interposta persona, come avvenuto in Venezuela. Questa soluzione soddisferebbe Trump e il suo entourage più pragmatico, che grazie ad un tocco cosmetico favorirebbe l’ingresso mascherato del capitale nordamericano, ma assai meno l’ala più oltranzista, capitanata da Rubio, che pone tra i suoi desiderata una trasformazione radicale della società. Le parole di Marcell Felipe, direttore del Museo della Diaspora Cubana di Miami, “non abbiamo lottato per 67 anni, con prigionieri e morti, per guadagnare il diritto di investire sotto le regole di un regime comunista”, sono condivise da almeno tre deputati di origine cubana del congresso a stelle e strisce. L’ansia e il timore di molti, a Cuba e nell’esilio, è quello che sia arrivato il momento, per via di una serie di fattori: le elezioni di medio termine, la presenza a breve dei mondiali di calcio, Trump nelle vesti di colui che ha portato la democrazia, la nuova configurazione degli assetti geopolitici nell’emisfero occidentale; ma soprattutto perché il popolo cubano non ce la fa più: i bambini non vanno più a scuola, molti non hanno di che sfamarsi, diversi gli ospedali incapacitati ad operare, gli altri si fermeranno a breve; le medicine scarseggiano mentre le malattie cominciano a mietere le prime vittime, uomini e donne disperano di una situazione sentita come surreale. Sul palcoscenico della storia di questo nuovo millennio, l’eterna commedia dello scontro di poteri si rappresenta sullo sfondo della tragedia che affama e asservisce moltitudini di proletari, oppressi e assoggettati, ma non ancora piegati, a logiche a loro estranee, i cui effetti devastanti avvertono sulla propria pelle.
Massimiliano Bonvissuto
L'articolo La perla nera dei Caraibi. Cuba: scontro di poteri sulla pelle degli oppressi proviene da .
At dawn on January 3, 2026, as Caracas awakened to the roar of explosions tearing through the darkness above the Fuerte Tiuna military complex, President Nicolás Maduro and his wife…
The post Venezuela Oil: The Phantom Barrel That Feeds Financial Empire appeared first on Another World.

La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.
Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.
I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra
Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.

L'articolo VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO proviene da Giubbe Rosse News.
Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.
A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.
L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.
Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.
Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.
Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.
Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.
Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.
Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.
Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.
Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.
Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.
