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Time for US wishful thinking on North Korean denuclearisation is over

Chinese President Xi Jinping’s recent Pyongyang visit may ultimately be remembered as a turning point in the international debate over North Korea’s nuclear weapons. While most headlines focused on the visit’s timing and the many pledges made by the two leaders aimed at expanding cooperation, the most significant development may have been what was left unsaid. Throughout the visit, neither side publicly referenced the denuclearisation issue. On the contrary, Xi called for expanded cooperation in...

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Time for US wishful thinking on North Korean denuclearisation is over

Chinese President Xi Jinping’s recent Pyongyang visit may ultimately be remembered as a turning point in the international debate over North Korea’s nuclear weapons. While most headlines focused on the visit’s timing and the many pledges made by the two leaders aimed at expanding cooperation, the most significant development may have been what was left unsaid. Throughout the visit, neither side publicly referenced the denuclearisation issue. On the contrary, Xi called for expanded cooperation in...

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Time for US wishful thinking on North Korean denuclearisation is over

Chinese President Xi Jinping’s recent Pyongyang visit may ultimately be remembered as a turning point in the international debate over North Korea’s nuclear weapons. While most headlines focused on the visit’s timing and the many pledges made by the two leaders aimed at expanding cooperation, the most significant development may have been what was left unsaid. Throughout the visit, neither side publicly referenced the denuclearisation issue. On the contrary, Xi called for expanded cooperation in...

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U.S. and Iran Agree to a Truce

The agreement could pave the way for further talks that could ultimately end the war. President Trump said that it could also reopen the Strait of Hormuz.

© Arash Khamooshi/Polaris for The New York Times

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Oroscopo 15 giugno 2026: Gemelli al top, fascino per Leone, Capricorno nervoso

Oroscopo 15 giugno 2026: Gemelli al top, fascino per Leone, Capricorno nervoso ArieteL’energia non vi manca e affrontate ogni sfida con entusiasmo contagioso. Difendete i vostri spazi e non permettete agli altri di prosciugare il vostro ottimismo. ToroDeterminazione e serenità vi accompagnano nelle decisioni più importanti. Fate sentire la vostra voce, ma senza arrivare a …

L'articolo Oroscopo 15 giugno 2026: Gemelli al top, fascino per Leone, Capricorno nervoso proviene da Livornopress.

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12 Killed in Skydiving Plane Crash in Butler, Missouri

Eleven passengers and a pilot were killed after the plane climbed about 100 feet and then crashed to the ground at the Butler Memorial Airport in Missouri, officials said.

© Mid America Live News

Twelve people were killed shortly after takeoff when the skydiving plane carrying them crashed into the ground.
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Svizzera, bocciata la proposta anti-immigrazione sui 10 milioni di abitanti

Gli svizzeri hanno bocciato il referendum che chiedeva di limitare la popolazione del Paese a 10 milioni entro il 2050. Secondo i risultati preliminari, quasi il 55% degli elettori ha votato contro la proposta, mentre il 45% l’ha sostenuta. L’affluenza è stata intorno al 59%, un dato alto per gli standard dei referendum svizzeri.

L’iniziativa era stata promossa dal Partito Popolare Svizzero, l’SVP, la principale forza della destra nazionalista del Paese. Il testo si chiamava “No a una Svizzera da 10 milioni” e chiedeva di inserire un limite costituzionale alla crescita demografica. La Svizzera oggi conta circa 9,1 milioni di abitanti. Secondo le proiezioni, potrebbe raggiungere quota 10 milioni nei primi anni Quaranta.

La proposta prevedeva un meccanismo progressivo, se la popolazione residente permanente avesse superato i 9,5 milioni prima del 2050, governo e Parlamento avrebbero dovuto intervenire con misure più rigide su asilo, permessi di soggiorno e ricongiungimenti familiari. Se la soglia dei 10 milioni fosse stata oltrepassata, la Svizzera avrebbe dovuto rinegoziare o disdire gli accordi internazionali che favoriscono la crescita demografica, compreso l’accordo con l’Unione europea sulla libera circolazione delle persone. Il voto aveva assunto un peso politico molto più ampio della sola questione migratoria;  per gli oppositori, il referendum avrebbe potuto trasformarsi in una sorta di “Brexit svizzera”, mettendo a rischio i rapporti economici con l’Unione europea, principale partner commerciale del Paese. La libera circolazione permette alle aziende svizzere, agli ospedali, alle case di cura e a molti settori produttivi di assumere lavoratori provenienti dai Paesi europei. Una rottura avrebbe colpito il mercato del lavoro e l’intero sistema degli accordi bilaterali con Bruxelles.

Il governo federale, il Parlamento, i sindacati e le principali organizzazioni economiche si erano schierati contro l’iniziativa. La loro posizione era chiara,  limitare artificialmente la popolazione non avrebbe risolto il problema degli affitti, del traffico o della pressione sui servizi pubblici, mentre avrebbe creato incertezza economica e diplomatica. Anche Economiesuisse, la principale organizzazione delle imprese svizzere, aveva avvertito che il tetto avrebbe indebolito la capacità del Paese di attrarre lavoratori qualificati. Il fronte del sì ha costruito la campagna sulla paura della crescita demografica. Secondo l’SVP, l’immigrazione sta cambiando troppo rapidamente il volto della Svizzera, aumentando la pressione su case, scuole, trasporti e welfare. Gli stranieri rappresentano oggi circa il 28% della popolazione residente. Il partito sostiene che il Paese abbia bisogno di un’immigrazione più contenuta e selettiva.

Il risultato mostra una Svizzera divisa, con un forte sostegno all’iniziativa soprattutto nelle aree rurali, e una resistenza decisiva nelle città. Il “no” ha evitato una crisi immediata con l’Unione europea, ma il 45% raccolto dal sì conferma che il tema dell’immigrazione resta una delle grandi faglie politiche del Paese.

 

L'articolo Svizzera, bocciata la proposta anti-immigrazione sui 10 milioni di abitanti proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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Open Arms: “Il patto europeo lascia morire i migranti nel Mediterraneo”

Da ieri è entrata in vigore una parte del Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo. Una riforma che si presenta come la risposta europea strutturale al fenomeno migratorio, ma che non prevede misure dedicate al soccorso delle persone in difficoltà nelle acque del Mediterraneo. Non sono stati infatti approntati meccanismi di coordinamento, risorse o riconoscimenti del ruolo delle organizzazioni umanitarie che ogni giorno operano in quelle acque. Secondo i numeri rilasciati dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, nei primi cinque mesi del 2026, 1.239 persone sono morte o disperse nel Mediterraneo. Un incremento superiore al 150% (dato OIM) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: il dato più alto per questo periodo dell’anno dal 2014. Intanto, solo il 21% delle persone arrivate in Italia nei primi cinque mesi del 2026 è stato soccorso da navi delle ONG nel Mediterraneo.

“Il Mediterraneo non ha bisogno di più controllo. Ha bisogno di più soccorso, di più mezzi, di più persone formate per farlo. Il Patto va nella direzione opposta.” – afferma Valentina Brinis, advocacy officer di Open Arms, ONG che lavora da oltre 10 anni e ha affiancato al lavoro di ricerca e soccorso nel Mediterraneo anche una vera e propria attività di monitoraggio dei flussi. Il Patto evidenzia un approccio securitario e il peggioramento delle condizioni di accoglienza con un aumento generalizzato delle espulsioni, violando il principio di non respingimento e la Costituzione italiana, che prevede la valutazione individuale per le richieste d’asilo. Le misure che sono appena entrate in vigore disegnano un’idea molto precisa di cosa l’Europa voglia fare della migrazione: gestirla come una minaccia da contenere, non come una realtà umana da governare con strumenti adeguati. Le modifiche approvate rafforzano un’impostazione che svuota progressivamente il diritto d’asilo della sua dimensione individuale, sostituendo l’esame effettivo delle singole storie con presunzioni di sicurezza, automatismi e procedure accelerate.

La procedura accelerata obbligatoria per chi proviene da paesi con tasso di riconoscimento inferiore al 20% è forse la misura più preoccupante: chi arriva da determinati paesi viene giudicato in base alla propria nazionalità, non alla propria storia. Un esempio su tutti è quello delle migrazioni ambientali provenienti dal Bangladesh. Da anni Open Arms soccorre nel Mediterraneo un numero crescente di persone provenienti dal Bangladesh: nei primi tre mesi del 2026, i bangladesi rappresentano il 29% di tutti gli arrivi via mare in Italia. Con l’entrata in vigore del Patto, queste persone – dopo un anno di viaggio, dopo aver attraversato deserti, frontiere e il Mediterraneo – saranno automaticamente sottoposte a procedura accelerata e, nella grande maggioranza dei casi, rimpatriate poiché il paese d’origine è ritenuto, sicuro nonostante l’innalzamento del livello del mare ha postato allo sfollamento di circa 20 milioni di persone e il paese sia terzo paese al mondo con il più alto rischio di sfollamento per alluvione.

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Pielle: David Gabrovšek in biancoblù anche per la stagione 26/27

Pielle: David Gabrovšek in biancoblù anche per la stagione 26/27

Livorno 14 giugno 2026 Pielle: David Gabrovšek in biancoblù anche per la stagione 26/27 La Pielle Livorno comunica di aver raggiunto l’accordo per il rinnovo di David Gabrovšek, che vestirà la maglia biancoblù anche nella stagione 2026/2027. Arrivato in Italia per la sua prima esperienza nel nostro campionato, David ha impiegato pochissimo tempo per lasciare …

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Questo giradischi fa schifo! - Technics SL-303, riparo un giradischi per audiofili supereconomici

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Takaichi hails UK defence ties despite next-gen jet spending uncertainty

Japanese Prime Minister Sanae Takaichi hailed increasing defence cooperation with the UK during a meeting with her British counterpart Keir Starmer on Sunday, amid uncertainty about a new fighter jet programme. “The UK is a very important partner to Japan given the deepening of ties across a wide range of fields, including security and defence,” Takaichi said as she met with Starmer in London. “Given the GCAP project, I think we have reached a level that we can call a near-alliance,” she said,...

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The quiet escalation unfolding around Taiwan’s remote outposts as Beijing sends ships

Taiwan has for the first time reported mainland Chinese law enforcement vessels near an island it controls in the South China Sea, a development experts say could form the basis of Beijing’s effective control in the waters. The move comes after Beijing accused Taiwan’s ruling Democratic Progressive Party of inaction in the face of Japan-Philippines maritime delineation talks, which could concern exclusive economic zones claimed by Beijing and Taipei. Two mainland Chinese law enforcement ships –...

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The quiet escalation unfolding around Taiwan’s remote outposts as Beijing sends ships

Taiwan has for the first time reported mainland Chinese law enforcement vessels near an island it controls in the South China Sea, a development experts say could form the basis of Beijing’s effective control in the waters. The move comes after Beijing accused Taiwan’s ruling Democratic Progressive Party of inaction in the face of Japan-Philippines maritime delineation talks, which could concern exclusive economic zones claimed by Beijing and Taipei. Two mainland Chinese law enforcement ships –...

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Maserati MCPURA Cielo Tributo, omaggio alla Tipo 26

La 1000 Miglia 2026 che attraversa Modena e una Maserati unica consegnata proprio in quel momento: non poteva esserci cornice più simbolica per la MCPURA Cielo Tributo 1926, creazione speciale del programma Fuoriserie realizzata per celebrare il centenario del Tridente. Un omaggio che riporta idealmente al 25 aprile 1926, quando Alfieri Maserati prese il via alla Targa Florio con la Tipo 26, prima vettura del marchio a sfoggiare il celebre emblema.

Ponte tra due epoche

La one-off modenese trae ispirazione proprio dalla Tipo 26, modello che segnò l'inizio della storia sportiva della Casa. La consegna è avvenuta nello showroom Maserati di Modena mentre la Freccia Rossa attraversava la città, rafforzando il legame tra il marchio e una competizione che vide la prima partecipazione di una Maserati nel 1931 con la Tipo 26 C, vincitrice della propria classe.

Ispirata alle corse Anni Venti

La carrozzeria è rifinita nella tinta Grigio Lamiera Matte, accompagnata da una livrea che combina Rosso Capannelle, Blu Infinito e Bianco Pastello. Sul cofano compare il badge originale della Tipo 26, mentre il Tridente storico trova spazio sul frontale e sul montante B. Non mancano ulteriori richiami al passato: sulle porte figurano le firme di Alfieri Maserati e del meccanico Guerino Bertocchi, protagonisti della Targa Florio del 1926.

Personalizzazione interna

La personalizzazione prosegue nell'abitacolo, dove il Tridente è ricamato sui poggiatesta e si affianca a una dotazione che comprende, tra l'altro, il pacchetto Carbonio, il sistema audio Sonus Faber High Premium e numerosi dispositivi di assistenza alla guida. La MCPURA Cielo Tributo 1926 rappresenta così una delle iniziative dell'Anno del Tridente, il programma con cui Maserati celebra i cento anni del simbolo ideato da Mario Maserati e ispirato alla Fontana del Nettuno di Bologna.

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Perché Meloni può puntare alla mediazione (difficile) con Vannacci. Parla Di Gregorio

Per mesi la strategia è stata quella dell’indifferenza. Non nominare l’avversario, non alimentarne la visibilità, non concedergli spazio. Ma quando un fenomeno politico continua a occupare il dibattito pubblico, raccoglie attenzione mediatica e trova sponde nei sondaggi, la tattica dell’ignorarlo rischia di diventare un boomerang. È il caso del generale Roberto Vannacci, la cui traiettoria politica continua a interrogare il centrodestra e, in particolare, la leadership di Giorgia Meloni. Secondo Luigi Di Gregorio, docente di Scienza Politica all’Università della Tuscia, la premier ha compreso che la fase dell’indifferenza è terminata e che ora la partita si gioca sul terreno della narrazione politica. Una sfida che riguarda non solo gli equilibri del centrodestra, ma anche le prospettive delle prossime elezioni politiche.

Professore, perché Vannacci continua a occupare il centro della scena politica. Come si spiega questa potenza di fuoco?

Perché dispone di un vantaggio che in politica è sempre molto rilevante: la novità. La novità cattura attenzione, genera curiosità e produce visibilità. Vannacci, inoltre, è una novità fortemente polarizzante. E la polarizzazione, nel sistema mediatico contemporaneo, amplifica ulteriormente la presenza pubblica di un leader. Altri protagonisti politici – penso a Pina Picierno, ad esempio – possono avere posizioni importanti, ma non generano lo stesso livello di attenzione perché non producono divisione e conflitto.

La strategia del centrodestra di ignorarlo è fallita?

All’inizio aveva una sua logica. Ignorare un fenomeno emergente può servire a non alimentarlo. Tuttavia, osservando anche le recenti dichiarazioni di Meloni, sembra evidente che la strategia sia cambiata. Oggi Vannacci è diventato un leader riconoscibile e consolidato. Media e sondaggi stanno contribuendo a rafforzarne la figura. A quel punto l’indifferenza non è più sufficiente.

Quale sarà allora la contromossa di Meloni?

Provare a collocarlo in una categoria che storicamente funziona molto bene nell’elettorato di destra: quella del traditore. È una dinamica che Silvio Berlusconi ha utilizzato spesso con successo. Nel mondo della destra la dicotomia tra lealtà e tradimento ha una forza particolare. Quando vieni percepito come colui che mette in difficoltà la propria comunità politica, il consenso può rapidamente ridursi.

In questo senso vanno lette le accuse di lavorare contro il governo?

Esattamente. Meloni sta cercando di rappresentarlo come qualcuno che, di fatto, favorisce gli avversari e lavora per indebolire l’esecutivo. È un modo per spostarlo simbolicamente dall’altra parte del campo. Del resto una parte della sinistra guarda a Vannacci come a un possibile elemento di destabilizzazione del centrodestra. La presidente del Consiglio sta cercando di neutralizzare questa dinamica.

Può funzionare?

Può funzionare nella misura in cui la fiducia personale nei confronti di Meloni resta elevata. Oggi tutti i principali indicatori mostrano che il suo consenso continua a essere molto robusto. Questo le consente di avere ancora una notevole capacità di orientare il proprio elettorato.

Da dove arrivano i consensi di Vannacci?

I sondaggi raccontano una realtà interessante. Non sta pescando soltanto nell’elettorato della destra tradizionale. Intercetta anche quote di astensionismo e segmenti provenienti dal Movimento Cinque Stelle. C’è una componente di voto di protesta e di rabbia che attraversa trasversalmente gli schieramenti. Se sul piano della classe dirigente i movimenti si registrano soprattutto nell’area leghista, sul piano dell’opinione pubblica il fenomeno è molto più ampio.

Questo rende inevitabile guardare alle prossime politiche. Come la vede?

Quando mancano pochi mesi a un appuntamento elettorale importante bisogna osservare con attenzione questi movimenti. Molto dipenderà anche dalla legge elettorale. Non è escluso che Vannacci possa decidere di correre autonomamente, anche se sarebbe una scelta rischiosa.

Quanto pesa il tema della politica estera e del rapporto con la Russia?

È uno dei temi decisivi. In tutti gli schieramenti esistono sensibilità più o meno vicine alle posizioni russe. Tuttavia, nel centrodestra la linea di Meloni ha sempre prevalso. Se Vannacci dovesse entrare stabilmente in una prospettiva di governo, molte delle sue posizioni dovrebbero inevitabilmente confrontarsi con esigenze di normalizzazione e di compatibilità con una coalizione di governo.

La Lega appare la forza più esposta a questa sfida.

Sì, perché paga problemi che vengono da lontano. Dal 2019 in avanti il partito ha progressivamente perso consenso. È venuta meno parte della credibilità di Matteo Salvini e si è aperta una crisi di leadership che non è mai stata affrontata davvero. Allo stesso tempo non è stato chiarito il posizionamento politico della Lega. Il risultato è che il partito continua a interrogarsi su cosa voglia essere in futuro.

L’operazione Vannacci alle Europee è stata un errore?

A mio giudizio sì. Candidarlo come capolista in tutte le circoscrizioni è stata un’operazione che ha finito per creare un alter ego politico. Invece di rafforzare la leadership esistente, si è contribuito a costruire una figura alternativa e competitiva.

Guardando alle prossime politiche, chi parte favorito?

Se dovesse passare la riforma istituzionale, entrambe le coalizioni sarebbero incentivate ad allargarsi. Ogni voto in più potrebbe risultare decisivo. Tuttavia continuo a ritenere che nel centrodestra sia più semplice trovare una sintesi che nel centrosinistra. Da una parte c’è una leadership riconosciuta e forte. Dall’altra manca non solo un leader condiviso, ma persino un metodo condiviso per sceglierlo.

Qual è allora la vera occasione del centrosinistra?

Trasformare la prossima competizione in un referendum su Giorgia Meloni. È probabilmente l’unico terreno sul quale può sperare di costruire una proposta competitiva. Per il centrodestra, al contrario, l’obiettivo sarà evitare questa narrazione e presentarsi come una coalizione che governa da anni in una fase complessa, contrapponendosi a un campo avversario che appare ancora privo di una chiara identità politica e programmatica.

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Israel Strikes Beirut Outskirts as Fighting With Hezbollah Escalates

The attacks complicated an already delicate moment as President Trump and Iran appeared to be edging toward finalizing a framework peace agreement.

© Daniel Berehulak/The New York Times

The site of an Israeli strike in Beirut’s southern outskirts on Sunday. Lebanese health authorities said three people were killed and 16 injured.
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Li Ka-shing’s CK Asset sets a 2026 record with US$46.2 million Mid-Levels penthouse sale

Hong Kong billionaire Li Ka-shing’s flagship property developer CK Asset Holdings has sold a penthouse mansion at a luxury development in Mid-Levels in Central for HK$362 million (US$46.2 million), setting a per square foot price record for first-hand transactions this year. The 2,911 sq ft unit on the 20th floor of the second phase of 21 Borrett Road went for HK$124,356 per square foot via public tender, according to a statement from the developer on Sunday. The unit that was sold “boasts an...

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1000 Miglia 2026, vince l’equipaggio Tonconogy

Dopo quasi 2.000 chilometri, cinque tappe e 144 prove cronometrate, la 1000 Miglia 2026 ha concluso il suo viaggio a Brescia. A imporsi quest'anno sono stati Juan e Margarita Tonconogy, al volante dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931, protagonisti di una gara combattuta fino all'ultimo. L'equipaggio argentino ha difeso la leadership fino al traguardo di Brescia, salendo sul gradino più alto del podio della Freccia Rossa.

 

Fine di una lunga serie

Per Juan Tonconogy si tratta della quarta affermazione personale nella rievocazione della 1000 Miglia, dopo quelle ottenute nel 2013, 2016 e 2018. La vittoria assume però un significato particolare perché arriva per la prima volta in coppia con la sorella Margarita. Si interrompe così la straordinaria sequenza di Andrea Vesco, dominatore delle ultime sei edizioni consecutive. Il pilota bresciano, affiancato da Fabio Salvinelli su Alfa Romeo 6C 1750 S Spider Zagato del 1929, ha chiuso al secondo posto.

Podio e Coppa delle Dame

Terza posizione assoluta per Lorenzo e Mario Turelli, in gara con una O.M. 665 S M M Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini, navigata da Francesca Ruggeri sulla Cisitalia 202 S MM Spider del 1947.

Quasi 2.000 chilometri

L'edizione numero 99 si è sviluppata lungo un percorso di quasi 2.000 chilometri articolato in cinque tappe. Oltre 430 equipaggi hanno attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, affrontando poi il Passo dell'Abetone, le prove sulle mura di Lucca, Piazza del Campo a Siena, Assisi, la Gola del Furlo, San Marino, Ferrara e Mantova, prima del rientro a Brescia. Un viaggio accompagnato da 144 prove cronometrate e 8 prove di media.

Verso il Centenario

Con la passerella finale di viale Venezia, a Brescia, si chiude una delle edizioni più combattute degli ultimi anni. Ma lo sguardo è già rivolto al 2027, quando la 1000 Miglia celebrerà il suo Centenario tornando alla tradizionale collocazione di fine maggio.

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Primo classificato
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Ruiu: "Una società giusta tutela la vita dal concepimento alla morte naturale"

(Adnkronos) - “Siamo scesi in piazza ancora una volta per affermare che scegliere la vita non è soltanto urgente e necessario, ma anche qualcosa di bello. Il nostro è un corteo fatto di famiglie, bambini, musica e speranza, perché siamo convinti che una società possa ripartire soltanto se rimette al centro la tutela della vita umana. Non esiste una società davvero giusta se non è in grado di garantire questo diritto fondamentale, dal bambino non ancora nato fino alla persona con disabilità, all'anziano e a chi si avvicina al naturale tramonto della vita”. Dal palco della manifestazione nazionale 'Scegliamo la Vita' 2026 Maria Rachele Ruiu, portavoce dell'iniziativa, ha rilanciato le richieste rivolte al mondo della politica.

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Ruiu: "Una società giusta tutela la vita dal concepimento alla morte naturale"

(Adnkronos) - “Siamo scesi in piazza ancora una volta per affermare che scegliere la vita non è soltanto urgente e necessario, ma anche qualcosa di bello. Il nostro è un corteo fatto di famiglie, bambini, musica e speranza, perché siamo convinti che una società possa ripartire soltanto se rimette al centro la tutela della vita umana. Non esiste una società davvero giusta se non è in grado di garantire questo diritto fondamentale, dal bambino non ancora nato fino alla persona con disabilità, all'anziano e a chi si avvicina al naturale tramonto della vita”. Dal palco della manifestazione nazionale 'Scegliamo la Vita' 2026 Maria Rachele Ruiu, portavoce dell'iniziativa, ha rilanciato le richieste rivolte al mondo della politica.

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Ruiu: "Una società giusta tutela la vita dal concepimento alla morte naturale"

(Adnkronos) - “Siamo scesi in piazza ancora una volta per affermare che scegliere la vita non è soltanto urgente e necessario, ma anche qualcosa di bello. Il nostro è un corteo fatto di famiglie, bambini, musica e speranza, perché siamo convinti che una società possa ripartire soltanto se rimette al centro la tutela della vita umana. Non esiste una società davvero giusta se non è in grado di garantire questo diritto fondamentale, dal bambino non ancora nato fino alla persona con disabilità, all'anziano e a chi si avvicina al naturale tramonto della vita”. Dal palco della manifestazione nazionale 'Scegliamo la Vita' 2026 Maria Rachele Ruiu, portavoce dell'iniziativa, ha rilanciato le richieste rivolte al mondo della politica.

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Pro Vita & Famiglia: Ruiu, 'Una società giusta tutela la vita dal concepimento alla morte naturale'

(Adnkronos) - "Siamo scesi in piazza per affermare che scegliere la vita non è soltanto urgente e necessario, ma anche qualcosa di bello. Non esiste una società davvero giusta se non è in grado di garantire il diritto alla vita di ciascuno, dal bambino non ancora nato fino alla persona più fragile". Sono le parole di Maria Rachele Ruiu, portavoce della Manifestazione, in occasione della Manifestazione Nazionale "Scegliamo la Vita" 2026, organizzata da Pro Vita & Famiglia Onlus presso Piazza della Repubblica a Roma.

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Pro Vita & Famiglia: Brandi, 'un figlio non toglie il futuro, un figlio è il futuro'

(Adnkronos) - "Nessuna donna dovrebbe essere costretta a rinunciare a un figlio perché lasciata sola. Difendere la vita significa sostenere concretamente mamme, papà e bambini e affermare il diritto universale alla vita di ogni essere umano, senza esclusioni". Lo ha affermato Toni Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, in occasione della Manifestazione Nazionale "Scegliamo la Vita" 2026, organizzata da Pro Vita & Famiglia Onlus presso Piazza della Repubblica a Roma.

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Pro Vita & Famiglia: Gandolfini, 'Il diritto alla vita è il fondamento di ogni società civile'

(Adnkronos) - "Vogliamo mantenere alta l'attenzione sul diritto fondamentale alla vita, che rappresenta il presupposto di ogni altro diritto in una società civile. Per questo continuiamo a contrastare aborto, suicidio assistito ed eutanasia e a testimoniare che il popolo della vita è vivo e presente". Così Massimo Gandolfini, portavoce della Manifestazione Nazionale "Scegliamo la Vita" 2026, alla Manifestazione Nazionale "Scegliamo la Vita" 2026, organizzata da Pro Vita & Famiglia Onlus presso Piazza della Repubblica a Roma.

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Pride Bologna, media Tel Aviv: "Israeliani spintonati, anche donna incinta"

(Adnkronos) - Alcuni israeliani sarebbero stati spintonati e aggrediti verbalmente durante il Pride Lgbtq a Bologna. Secondo quanto riferito da alcuni testimoni a Canale 12, riporta The Times of Israel, un gruppo di israeliani sarebbe stato spintonato e aggredito verbalmente da alcuni partecipanti alla parata. Il gruppo sventolava una versione arcobaleno della bandiera israeliana, cosa che ha suscitato la reazione di altri manifestantanti. A quanto raccontato dai testimoni, una donna incinta tra gli israeliani sarebbe stata spinta violentemente.

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Gandolfini: "Vogliamo fermare legge su suicidio assistito"

(Adnkronos) - "Stiamo facendo una grande battaglia per fermare la legge sul suicidio assistito. Ogni giorno stiamo cercando di far capire alla politica che una legge sul fine vita è disumana. È inoltre una falsità che una norma sarebbe a costo zero. I soldi che ci sono bisogna necessariamente spenderli per le cure palliative, non per altro, perché non si cura il sofferente uccidendolo". Così Massimo Gandolfini, portavoce della manifestazione nazionale 'Scegliamo la Vita' dal palco in piazza San Giovanni in Laterano al termine del corteo.

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Pro vita, organizzatori corteo Roma: "Siamo 20 mila, stop ddl suicidio assistito e più fondi per diritto a non abortire"

(Adnkronos) - "Siamo in 20.000, in corteo a Roma, a ricordare che una comunità non può dirsi pienamente giusta se lascia nell'ombra il bambino non ancora nato, l'anziano, il malato, chi soffre in silenzio, perché, come ha affermato qualche giorno fa Papa Leone XIV, 'la difesa della vita umana è una meta di civiltà' Ebbene, oggi ribadiamo che una società davvero sana è solo quella che tutela la vita dal concepimento alla morte naturale, nella ferma convinzione di voler abrogare qualsiasi legge che consenta la lesione di questi diritti". Così gli organizzatori della manifestazione nazionale 'Scegliamo la Vita' che si è svolta oggi nella Capitale con un corteo da piazza della Repubblica a piazza di San Giovanni in Laterano.

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Bollywood drops Beijing as a villain – is a Russia-China-India axis next?

Not long ago, China was the villain of choice in much of India’s public discourse. The 2020 Galwan Valley clashes, in which both sides lost soldiers in hand-to-hand combat over their disputed Himalayan border, changed Indian public sentiment almost overnight. From WeChat to TikTok, Chinese apps disappeared from Indian app stores. Investment rules tightened. Television debates grew more jingoistic after arch-rival Pakistan used Chinese-supplied jets and missiles in a three-day conflict with India...

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Bollywood drops Beijing as a villain – is a Russia-China-India axis next?

Not long ago, China was the villain of choice in much of India’s public discourse. The 2020 Galwan Valley clashes, in which both sides lost soldiers in hand-to-hand combat over their disputed Himalayan border, changed Indian public sentiment almost overnight. From WeChat to TikTok, Chinese apps disappeared from Indian app stores. Investment rules tightened. Television debates grew more jingoistic after arch-rival Pakistan used Chinese-supplied jets and missiles in a three-day conflict with India...

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Taiwanese group sends emergency call to revive cross-strait sea rescue drills

A Taiwanese sea search-and-rescue group has called on both sides of the Taiwan Strait to work together on maritime rescue drills. Yin Liu-sheng, secretary general of the Taiwan-based volunteer group Chinese Search and Rescue Association, said in Xiamen, Fujian province, on Sunday that “maritime search and rescue should remain completely above politics” and that Beijing and Taipei should cooperate “to ensure the safety of life and property of vessels navigating the Taiwan Strait”. “Maritime...

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Taiwanese group sends emergency call to revive cross-strait sea rescue drills

A Taiwanese sea search-and-rescue group has called on both sides of the Taiwan Strait to work together on maritime rescue drills. Yin Liu-sheng, secretary general of the Taiwan-based volunteer group Chinese Search and Rescue Association, said in Xiamen, Fujian province, on Sunday that “maritime search and rescue should remain completely above politics” and that Beijing and Taipei should cooperate “to ensure the safety of life and property of vessels navigating the Taiwan Strait”. “Maritime...

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Taiwanese group sends emergency call to revive cross-strait sea rescue drills

A Taiwanese sea search-and-rescue group has called on both sides of the Taiwan Strait to work together on maritime rescue drills. Yin Liu-sheng, secretary general of the Taiwan-based volunteer group Chinese Search and Rescue Association, said in Xiamen, Fujian province, on Sunday that “maritime search and rescue should remain completely above politics” and that Beijing and Taipei should cooperate “to ensure the safety of life and property of vessels navigating the Taiwan Strait”. “Maritime...

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La TRAGICA SAGA dell'OSCILLOSCOPIO HP 1222A: ORE Per Smontarlo INUTILMENTE parte 2 #hp #oscilloscope

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ANNI FA cerca di smontare questo oscilloscopio vintage della HP modello 1222A allo scopo di ripararlo... senza riuscirci.
E' il momento di riprovarci!!!

Seconda puntata:

Impiego letteralmente ORE a leggere il manuale di servizio scritto coi piedi, cercando di capire schede senza riferimenti scritti, per ottenere poi il NULLA TOTALE. Scopro piedini PIEGATI sullo zoccolo del cinescopio e comincia l'apoteosi del BESTEMMING.

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Why are breast cancer cases surging among younger Hong Kong women?

In the third of a six-part Health Matters wellness series on cancer in Hong Kong, Elizabeth Cheung looks into the rise in breast cancer cases among women, the changing reproductive and lifestyle patterns behind the trend and what it means for screening and early detection. After a prolonged battle with breast cancer, actress and former Miss Hong Kong Natalie Ng Man-yan died at the age of 51. Ng was diagnosed with breast cancer in 2022 and suffered a relapse in 2024, with the disease later...

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La lirica e la guerra continua tra gli ultrà delle regie: moderna o tradizionale? Falso problema. Le opere non vanno rese attuali: lo sono già. Una guida al dibattito (che non avrà una fine)

Nel luglio del 1976, al Festival di Bayreuth, il pubblico accolse il nuovo Ring di Richard Wagner con una tempesta di fischi. Per molti spettatori era uno scandalo intollerabile. Niente foreste germaniche, niente eroi romantici, niente mitologia nordica come la tradizione imponeva. Il regista francese Patrice Chéreau aveva trasformato la Tetralogia in un racconto sulla rivoluzione industriale, sul capitalismo e sulla nascita della modernità. Gli dèi sembravano industriali dell’Ottocento, i Nibelunghi operai sfruttati, il Reno una metafora della ricchezza e del potere. Oggi quello stesso spettacolo viene considerato uno dei momenti più importanti della storia della regia d’opera. È una scena che vale la pena ricordare ogni volta che, in un teatro, scoppia l’ennesima polemica per una Butterfly ambientata nel presente, per un Don Giovanni trasformato in magnate della finanza o per un Rigoletto che abbandona il Rinascimento per ritrovarsi in una periferia contemporanea. Perché la grande illusione che accompagna ogni dibattito sulle regie operistiche è che esista un momento originario di purezza da difendere. Una sorta di età dell’oro in cui le opere venivano rappresentate “come volevano gli autori”. In realtà, quell’età dell’oro non è mai esistita.

La sopravvivenza della lirica? Passa dal suo cambiamento continuo

L’opera ha attraversato quattro secoli non perché sia stata conservata sotto una campana di vetro, ma perchè ogni generazione l’ha tradita un po’. La sua sopravvivenza dipende precisamente da questo paradosso: cambiare continuamente per restare uguale a se stessa. È questa la vera questione che attraversa oggi i teatri di tutto il mondo. Non il confronto tra tradizione e modernità: formula ormai troppo semplice per descrivere ciò che sta accadendo. Piuttosto, una domanda molto più sottile: dove finisce l’interpretazione e dove comincia la sostituzione dell’opera? Quando una regia illumina un capolavoro e quando invece lo usa semplicemente come pretesto per parlare d’altro? Le controversie che agitano oggi il mondo lirico non sono, come spesso si racconta, una conseguenza delle “guerre culturali contemporanee”. Quelle guerre hanno semmai reso più visibile una tensione che esiste da decenni. Già negli anni Settanta e Ottanta il cosiddetto Regietheater (“teatro di regia”) tedesco aveva messo in discussione il rapporto tra testo e rappresentazione. Registi come Chéreau, Harry Kupfer, Ruth Berghaus o Peter Konwitschny partivano da un presupposto rivoluzionario: il compito della regia non era illustrare l’opera, ma interpretarla. Da allora, nulla è stato più come prima e il fenomeno ha progressivamente conquistato l’Europa. Oggi figure come Barrie Kosky, Katie Mitchell, Dmitri Tcherniakov, Robert Carsen, Calixto Bieito o Damiano Michieletto appartengono a quella geografia stabile della grande opera internazionale. Piacciano o meno, sono loro ad aver definito il linguaggio visivo dell’opera del XXI secolo.

Avanguardia vs conservazione? Macché!

Eppure sarebbe un errore ridurre tutto a una contrapposizione tra avanguardia e conservazione. Prendiamo Madama Butterfly. Per oltre un secolo, quest’opera di Giacomo Puccini è stata rappresentata attraverso l’immaginario esotico costruito dall’Occidente sulla cultura giapponese: ventagli, ciliegi in fiore, eleganza orientale filtrata da uno sguardo europeo. Oggi molti registi leggono invece quell’opera come una storia di dominio coloniale, di sfruttamento economico e sessuale, di squilibrio tra culture. La nota produzione di Damiano Michieletto per il Regio di Torino nel 2010, ha spinto questa interpretazione fino alle sue conseguenze più radicali. Cio Cio-san non è più una figura sospesa in un Oriente da cartolina, ma una giovane donna schiacciata da rapporti di forza che il pubblico contemporaneo riconosce immediatamente. Il punto qui non è modernizzare Puccini: è chiedersi se quei temi non fossero già presenti nell’opera. E se, semplicemente, per decenni non li avessimo voluti vedere.

Non solo nostalgia: il problema è se la regia divora l’opera

La stessa domanda attraversa molte delle produzioni più discusse degli ultimi anni. Quando Robert Carsen ambienta un’opera in un universo dominato dal consumismo contemporaneo, quando Kosky legge il repertorio attraverso le ossessioni della memoria europea o quando Tcherniakov trasforma drammi storici in claustrofobiche vicende familiari, il loro obiettivo non è necessariamente provocare. È rendere visibile qualcosa che ritengono già contenuto nel testo. Naturalmente non sempre funziona. Esistono produzioni in cui il concetto registico finisce per divorare l’opera stessa. E il pubblico se ne accorge subito. Non perché sia conservatore, ma perché percepisce una frattura. Quando il significato imposto dall’esterno diventa più forte della struttura drammatica concepita da compositore e librettista, il meccanismo si inceppa. È qui che nasce gran parte delle contestazioni contemporanee. Raccontare le contestazioni come la reazione di un pubblico incapace di accettare la modernità significa fraintendere il problema. Certo, esiste una componente di nostalgia. Esiste una parte di spettatori che desidera ritrovare in teatro esattamente ciò che ha già visto decine di volte.

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129_GN1A5850. ph Brescia e Amisano © Teatro alla Scala

La "Carmen" diretta da Damiano Michieletto, uno dei più apprezzati registi al mondo, in questi giorni in scena alla Scala Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

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Evgenij Onegin di Robert Carsen, regista canadese tra i più visionari e acclamati nel mondo, in una recita all'Opera di Roma

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Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitri Shostakovich che ha aperto la stagione scaligera a dicembre. La regia era affidata al giovane Vasily Barkhatov

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Il rivoluzionario e (all'epoca contestatissimo) Ring di Richard Wagner con la regia di Patrice Chereau

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Il Don Giovanni di Mozart in una storica rappresentazione al Gran Teatre del Liceu di Barcellona firmata dal regista spagnolo Calixto Bieito, celebre per le sue regie "radicali"

Ma esiste anche un’altra realtà. Molti tra gli spettatori più “severi” conoscono il repertorio meglio di chiunque altro. Il loro bersaglio non è l’innovazione, ma ciò che percepiscono come un’interpretazione arbitraria. Non rifiutano le regie contemporanee: rifiutano le regie che, ai loro occhi, smettono di dialogare con l’opera per sovrapporsi ad essa. Un esempio interessante riguarda alcune recenti produzioni di Dmitri Tcherniakov. Tcherniakov è uno dei più grandi registi viventi, ma una parte della critica gli rimprovera occasionalmente di rileggere opere molto diverse tra loro attraverso una medesima lente psicologica. Lente che spoglia i grandi affreschi storici, politici o epici di castelli e battaglie, focalizzandosi sulle nevrosi, sui trami repressi e sulle dinamiche tossiche all’interno di nuclei ristretti (spesso borghesi o aristocratici). Quando funziona, e spesso funziona magnificamente, il risultato è straordinario. Quando funziona meno, può nascere la sensazione che sia l’opera ad adattarsi al vocabolario registico di Tcherniakov, e non il contrario. In altre parole, il problema non sarebbe la radicalità delle sue letture, ma il rischio che lo spettatore riconosca prima Tcherniakov che Wagner, Verdi o Bizet.

La ricetta segreta? Il legame tra passato e presente

Ora, oggi nessuno si scandalizza per il Ring di Chéreau. Nessuno considera sovversive le regie di Giorgio Strehler o le intuizioni teatrali di Luca Visconti. Eppure, al loro apparire, suscitarono reazioni violentissime. Ciò che all’inizio viene percepito come provocazione, spesso col tempo entra nel canone. E la storia dell’opera è piena di questi rovesciamenti. Franco Zeffirelli, oggi elevato a simbolo della tradizione, fu a sua volta un innovatore radicale. Le sue produzioni spettacolari modificarono profondamente il gusto del pubblico internazionale. Anche quella era una forma di reinterpretazione. Soltanto che, con il passare dei decenni, l’innovazione si è trasformata in consuetudine e la consuetudine in tradizione. Il vero tema, allora, non è stabilire se una regia debba essere moderna o tradizionale. È capire se riesca a creare una relazione autentica tra il passato e il presente. Perché l’opera vive precisamente in questo spazio ambiguo. Nessuno mette in scena Shakespeare come nel Seicento. Nessuno pretende che il teatro di prosa ricostruisca fedelmente ogni convenzione dell’epoca elisabettiana. Eppure nel mondo lirico continua a riaffiorare periodicamente l’idea che esista una fedeltà assoluta da preservare. Ma la fedeltà, in arte, non è mai una fotografia. È una forma di traduzione. Ogni regia traduce. Ogni allestimento seleziona, enfatizza e interpreta. Persino la più filologica delle produzioni è il risultato di una scelta culturale contemporanea. La differenza è che oggi quella traduzione è diventata più visibile. Viviamo in una società che discute continuamente di identità, potere, genere, colonialismo,ambiente o tecnologia. È inevitabile che i registi rileggano Verdi, Wagner, Mozart o Puccini attraverso queste lenti. Sarebbe strano il contrario.

Le grandi regie? Non fanno la morale: aprono una domanda

La vera sfida, dunque, consiste nel non ridurre le opere a semplici veicoli di messaggi contemporanei. Le grandi regie non impongono mai una morale, ma aprono una domanda. Quando funzionano, riescono a creare una strana sensazione di inevitabilità. Lo spettatore esce dal teatro con l’impressione che quell’opera fosse sempre stata così e che soltanto adesso ne abbia compreso un aspetto nascosto. Quando non funzionano, invece, rimane soltanto il gesto. Questo discrimine sarà probabilmente decisivo per il futuro dell’opera. Perché dietro il dibattito estetico si nasconde una questione molto concreta: la sopravvivenza stessa del repertorio. I teatri si trovano di fronte a una trasformazione generazionale senza precedenti. Il pubblico storico invecchia, le abitudini culturali cambiano e le nuove generazioni crescono in un contesto dominato dalle immagini e dalla frammentazione dell’attenzione. Pensare che l’opera possa affrontare questa trasformazione limitandosi a conservare se stessa è un’illusione. Ma è altrettanto illusorio immaginare che possa salvarsi inseguendo il presente a ogni costo.

Rendere attuali le opere? Non c’è bisogno: lo sono già

Ogni volta che si discute di una regia contemporanea si assume implicitamente che il problema sia come rendere attuale un’opera di due o tre secoli fa. Ma le opere non hanno bisogno di essere attualizzate: sono già contemporanee. L’ambizione di un regista come Chéreau non era rendere Wagner più vicino agli anni Settanta; quella di Michieletto non è rendere Puccini più vicino agli anni Duemila; l’ambizione di Carsen, Kosky o Tcherniakov non consiste nel trasportare artificialmente il repertorio nel presente. Consiste nel dimostrare che il presente era già lì: dentro quelle partiture, dentro quei libretti, dentro quelle storie. Quando una regia funziona davvero, produce un fenomeno curioso. Non abbiamo la sensazione di assistere a un’opera reinterpretata. Abbiamo la sensazione che l’opera ci stesse aspettando. Come se Mozart, Verdi o Wagner (e i loro librettisti) avessero previsto qualcosa che soltanto ora siamo in grado di riconoscere. Per questo il dibattito sulla fedeltà è spesso fuorviante. La fedeltà letterale interessa relativamente poco. Nessun direttore d’orchestra pensa che Mozart possa essere ascoltato oggi esattamente come veniva ascoltato nel Settecento. Nessun interprete si esprime secondo le stesse convenzioni vocali che dominavano i teatri dell’Ottocento. Ogni esecuzione è già una traduzione. La vera fedeltà riguarda un’altra cosa: la capacità di preservare la forza di una domanda. Le grandi opere non ci consegnano risposte: ci consegnano conflitti. Potere e desiderio in Don Giovanni. Violenza e marginalità in Rigoletto. Colonialismo e sopraffazione in Madama Butterfly. Denaro, dominio e distruzione nel Ring. Le epoche cambiano, le domande restano. Forse il destino dell’opera dipenderà proprio da questo equilibrio delicatissimo. Non dalla conservazione nostalgica di un passato idealizzato e nemmeno dall’ossessione di rendere ogni titolo uno specchio dell’ultima battaglia culturale del momento. Dipenderà dalla capacità di continuare a produrre interpretazioni abbastanza audaci da riaprire il significato delle opere e abbastanza umili da riconoscere che quel significato non appartiene al regista, ma all’opera stessa.

In fondo, un classico non è un testo che resiste al tempo. È un testo che costringe il tempo a misurarsi continuamente con lui. Ed è per questo che, a mezzo secolo dai fischi di Bayreuth, la lezione di Chéreau continua a parlare al presente. Il problema non è decidere se un’opera debba essere tradita. Il problema è capire se quel tradimento sia abbastanza intelligente da rivelarne una verità che ancora non avevamo visto.

L'articolo La lirica e la guerra continua tra gli ultrà delle regie: moderna o tradizionale? Falso problema. Le opere non vanno rese attuali: lo sono già. Una guida al dibattito (che non avrà una fine) proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Vannacci ha ragione: sui militari, in Italia, si continua a fare propaganda. L’opinione di Butticé

Non avrei mai pensato di scriverlo. Eppure, su un punto almeno, Roberto Vannacci ha ragione. Come ogni orologio rotto che, due volte al giorno, segna l’ora esatta.

Non ha ragione sulle provocazioni identitarie, non sulla politica fatta continuando a vestire l’uniforme da generale, non sulle semplificazioni che spesso lo accompagnano e che ho criticato pubblicamente anche su Formiche.net, immediatamente dopo la pubblicazione del suo Mondo al contrario. Ma sulla necessità di garantire maggiore rispetto – anche economico e pensionistico – a chi serve lo Stato in uniforme.

Perché esiste un problema reale. E il modo in cui certa stampa italiana continua ad affrontarlo lo dimostra perfettamente.

I recenti servizi televisivi di Piazzapulita su La7, dedicati, per attaccare Vannacci, al presunto “paradiso dei generali e colonnelli italiani” fra lidi militari, villaggi vacanze, pensioni anticipate e “privilegi”, ne sono stati l’ennesimo esempio.

Naturalmente nessuno sostiene che il mondo militare debba essere sottratto a controlli, critiche o verifiche. Al contrario. Alcuni istituti — come l’ARQ (Aspettativa per Riduzione Quadri), o troppe porte girevoli per i suoi vertici — meritano da anni una riflessione seria su sostenibilità, criteri e trasparenza. E il tema dell’eccessiva proliferazione di alti gradi non può essere liquidato con fastidio corporativo. Ne ho già parlato su «L’Identitá».

Ma qui il problema è un altro.

Si prende un tema complesso e lo si trasforma in caricatura televisiva. Ombrelloni a prezzi calmierati diventano simboli di casta. Le foresterie militari vengono raccontate come resort per privilegiati. Gli strumenti di welfare interno – spesso utilizzati soprattutto da graduati e sottufficiali, e che sono tutt’altro che resort a 5 stelle, dove spesso preferiscono andare, se possono, i generali – vengono confusi con benefici da oligarchia militare.

È il trionfo della speculazione facile: il servizio pubblico trasformato in indignazione da talk show.

La realtà della vita militare è assai meno cinematografica. E Vannacci ha fatto bene a ricordarlo pubblicamente ai giornalisti che lo hanno incalzato con ironie fuori luogo sulla sua pensione. E ripeterlo a gran voce sabato in occasione dell’Assemblea costituente del suo partito.

Mobilità continua. Famiglie separate. Trasferimenti obbligati. Reperibilità permanente. Stress operativo. Limitazioni di libertà personali che nessun altro lavoratore pubblico subisce nella stessa misura. E stipendi che, soprattutto nei gradi medio-bassi, non sono certo quelli raccontati da certa propaganda.

Basterebbe osservare la crisi vocazionale che colpisce ormai tutte le Forze Armate e di polizia per capire quanto sia grottesca la narrazione del “paradiso”. Se fosse davvero un sistema di privilegi, le caserme sarebbero prese d’assalto dai giovani italiani. Non accade. Anzi.

Ed è qui che il confronto internazionale diventa impietoso.

In Francia – tanto per citare un Paese spesso evocato come modello democratico e repubblicano, e che chi scrive conosce bene, come Vannacci che l’ha citato – i militari godono di tutele e riconoscimenti che in Italia verrebbero immediatamente bollati come scandalosi privilegi corporativi.

La République riserva ai propri militari appartamenti e foresterie prestigiose perfino nel centro di Parigi, nell’area degli Invalides o della Place Saint Augustin. Mantiene licei militari destinati esclusivamente ai figli dei dipendenti pubblici. Offre accesso esclusivo a istituzioni educative d’eccellenza alle figlie, nipoti e pronipoti degli insigniti della Légion d’honneur (corrispondente al nostro Ordine al Merito della Repubblica Italiana). E soprattutto conserva una cultura pubblica del rispetto verso chi indossa un’uniforme che in Italia sembra ormai smarrita.

Anche sul piano pensionistico il modello francese è molto diverso da quello raccontato nelle polemiche italiane che, volendo attaccare Vannacci, hanno umiliato tanti servitori dello Stato in uniforme. Molti sottufficiali francesi possono lasciare il servizio attivo prima dei vent’anni di servizio effettivo; ufficiali e quadri spesso terminano la carriera operativa tra i 45 e i 52 anni di età, non per privilegio, ma per la natura stessa della professione militare.  Analoga situazione a quella di altri Paesi europei.

Perché la domanda vera è semplice: chi affiderebbe la sicurezza nazionale, missioni operative o reparti speciali a personale ultra-sessantenne?

La specificità della funzione militare esiste in tutte le democrazie serie. Solo in Italia si continua periodicamente a fingere che sia una sorta di anomalia da smascherare.

Ed è qui che Vannacci – pur restando, a mio giudizio, profondamente criticabile, come militare, ma anche come politico, su molti altri aspetti – coglie un punto reale: lo Stato italiano pretende moltissimo dai suoi servitori in uniforme, ma troppo spesso restituisce poco. In termini economici, previdenziali e persino simbolici.

Il problema italiano, in fondo, è diventato culturale. Oscilliamo continuamente fra retorica patriottica e demolizione populista. Fra celebrazione degli “eroi in divisa” nelle emergenze e sospetto permanente quando si parla delle loro condizioni di vita.

Criticare è legittimo. Distinguere i privilegi veri dagli strumenti necessari a garantire dignità e funzionalità del servizio sarebbe però segno di serietà. Che alcuni colleghi giornalisti, e non solo, non dimostrano avere. Ed è proprio questa serietà che, troppo spesso, manca nel dibattito italiano.

 

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Futuro nazionale, Vannacci chiude l’assemblea: “Femminicidio? Non esiste, non serve reato specifico”. Sul palco lotta alla “dittatura Lgbtq” e alla “islamizzazione dell’Italia”

Dal palco “ne ho per tutti”, e via di attacchi alla stampa, al centrodestra, alla “sinistra”. Ma in sala stampa è più accomodante: prende tutte le domande dei giornalisti, e nel secondo giorno, quello che all’Auditorium Conciliazione di Roma chiude l’assemblea di Futuro nazionale, ammorbidisce i toni anche coi – potenziali – futuri alleati. Dà ragione a Giorgia Meloni sulla polemica di Più libri più liberi e il cosiddetto “patentino di antifascisti”. E ha parole al miele per Matteo Salvini, che ieri non ha mai citato: “Lui al Viminale? Perché no, lo ha già fatto. Ci sono tante persone che potrebbero farlo, Salvini è tra queste”. Per precisare, infine, che “non voglio fare implodere il centrodestra“.

Remigrazione e femminicidio

Roberto Vannacci, anche oggi, parla di sé in terza persona. Come mettere in pratica la remigrazione, il suo cavallo di battaglia? Basta un atto di fede: “Mi chiamo Vannacci, mandateci al governo e ci riusciremo”. Poi aggiunge: “Applicherei la politica di Vannacci rispetto alla remigrazione prevedendo e stipulando accordi bilaterali laddove non ci fossero con gli Stati di origine, ma ce ne sono quasi con tutti”. Naturalmente la retorica bellicista è sempre presente. Per le elezioni del 2027, “siamo già in trincea. Siamo pronti anche domani, Meloni decida la data e noi ci siamo”. In sala stampa, un altro cavallo di battaglia: “Non esiste il femminicidio. Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”: E ancora: “Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità. Perché non mettiamo le quote rose per i fabbri o per i muratori e invece le mettiamo per i politici o i dirigenti? Così come c’è la violenza sulle donne c’è quella sugli anziani e non c’è un anzianicidio. Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri“.

Lotta alla “ideologia gender”, “presente” e Almirante

Sul palco, prima di lui, il deputato di FnV, Domenico Furgiuele, ex Lega, che saluta i “camerati che ritornate a casa con me”, che cita Bobby Sands e Sergio Ramelli, al cui nome si avvertono in sala i “presente“. “Continueremo a essere tempesta e assalto” dice. A prendere la parola c’è anche Rossano Sasso, che chiede di mostrare le – nuove – bandiere di Futuro nazionale e fa uso della retorica bellicista per dire che “siamo in lotta contro l’islamizzazione dell’Italia”, contro “l’ideologia gender“, contro la “dittatura Lgbtq”, “Lottiamo contro l’egemonia culturale della sinistra nelle scuole”, tanto che addirittura propone “test psicoattitudinali per gli insegnanti”. Perché “ce ne sono tanti che hanno rovinato i ragazzi”, penalizzando chi “non frequenta i centri sociali o non canta Bella ciao”.

Sul palco sale anche Massimo Arlechino, presidente del Movimento Indipendenza di Gianni Alemanno, che è confluito in FnV. “Lui sta in una cella in condizioni inumane” dice Arlechino, seguito dai cori in platea “Gianni, Gianni”. E legge il messaggio dell’ex sindaco di Roma, commuovendosi: “È l’età”. Lettera che si apre con un “fare politica controcorrente costa caro, e io ho pagato con la libertà”. Poi gli attacchi agli “immigrati che cancellano la nostra identità nazionale. Grazie a Roberto Vannacci che ha il coraggio di combattere”.

Prima di Vannacci, prende la parola il responsabile nazionale per il programma di FnV, Lorenzo Gasperini, già candidato alla Camera per il centrodestra e un passato nella Lega. “Il nostro è un programma in italiano, senza asterischi e senza schwa – dice – Non ci sarà l’interruzione volontaria di gravidanza, ma l’aborto; non ci sarà la gestazione per altri, ma parleremo di utero in affitto; non il suicidio assistito, ma l’omicidio volontario di un consenziente. La politica è la continuazione della guerra e della difesa della patria ma con altri mezzi”, aggiunge Gasperini, parafrasando la massima del generale prussiano Carl von Clausewitz, che affermava che “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Gasperini cita più volte Giorgio Almirante: “L’Europa o va a destra o non si fa”. Ma “vale anche per il centrodestra. O si mette in testa di andare a destra, o non si fa”.

Il coordinatore nazionale Massimiliano Simoni anticipa che “il programma di FnV verrà pubblicato domani e sarà composto da 140 pagine” e spiega che i “comitati costituenti andranno avanti e si rafforzeranno. Ci porteranno alle elezioni del 2027, facendo anche attività culturali e sportive” (Vannacci li definisce “avanguardie futuriste”). Qui la citazione di Giovenale (“Mens sana in corpore sano”) e l’attacco alla “cultura della sinistra, pervasiva, che ha distrutto il Paese”. Poi la presentazione della mozione (approvata per acclamazione): “L’assemblea nazionale viene allargata da cento a 120 membri per premiare i territori”. Con l’ampliamento anche dell’esecutivo “da 15 a 30 persone”, coi nuovi 15 nomi che “verranno stabiliti nei prossimi giorni in base al merito”. I coordinatori regionali e locali verranno eletti più avanti.

L’intervento di Vannacci tra Matrix, i longobardi e Lucio Dalla

“Non ha bisogno di presentazioni” dice il deputato Edoardo Ziello prima dell’intervento di Vannacci. E scandisce insieme alla platea “generale, generale”. Vannacci, finalmente dietro al microfono, tira in ballo Via del Campo di Fabrizio De André (“dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”) per nobilitare “la sporca dozzina”, dopodiché attinge ancora dal “campo militare”, paragonando il programma politico al “piano d’azione” e citando di nuovo Carl von Clausewitz. Ancora un riferimento al film Matrix per dire che “non esiste una nazione prospera in cui l’essere umano non fa una mazza dalla mattina alla sera” e “che non possiamo stare seduti sul divano ad aspettare la paghetta di Stato“. “Siamo la speranza dell’Italia vera, del popolo italiano che finalmente si sta svegliando”.

Prima di illustrare il programma “punto per punto”, Vannacci fa ascoltare la colonna sonora scelta per “le nostre avanguardie futuriste”: Futura di Lucio Dalla. Sulla sicurezza e sulla difesa dice che “non ci deve più essere il sentimento della paura. A casa propria ognuno deve essere sicuro. Non c’è spazio in Italia per i criminali. Per uccidere, rubare e stuprare ci saranno carceri e tolleranza zero”. Naturalmente l’elogio delle forze dell’ordine e delle forze armate: “Meritano rispetto”. Parla di “rastrellamenti delle metastasi dell’illegalità nelle nostre città” sulle quali lavoreremo. E infatti arriva la remigrazione: “Non abbiamo un programma di immigrazione, ma di remigrazione. La misura è colma. La criminalità è un effetto strutturale e fisiologico” della presenza di persone straniere.

Sul fronte della cultura “la sinistra ha cercato di convincerci che l’Italia non ci appartiene, poiché da sempre terra di immigrazione”. E allora l’excursus storico per dire che l’immigrazione storica più importante “è stata quella dei longobardi, il 4%, i saraceni erano meno dell’1%, come i normanni”. Mentre “oggi siamo al 12% di stranieri. Noi faremo il massimo perché si torni a una presenza pari a quella dei longobardi, cioè il 4%. Con il rimpatrio, la revoca della cittadinanza per chi commette gravi reati. L’Italia tornerà a essere la casa degli italiani”.

Vannacci poi critica l’energia rinnovabile, elogia “il termico, che contribuisce alla nostra prosperità”, punta sul “nucleare di ultima generazione” e sulle biomasse “vero combustibile autocratico“. Via, ovviamente, la carbon tax. “Pagare le tasse non è bello ma è necessario”, tuttavia “noi vogliamo un fisco giusto e proporzionato, chi fa figli manda avanti il Paese, per questo la tassazione ne deve tenere conto”. E ancora: “La scuola deve essere dura e selettiva. Non perché vogliamo essere cattivi, ma perché la vita è dura e selettiva. La mia vita è stata così. Se i soloni della sinistra parlano di ‘disagio giovanile’ è perché la scuola buonista contribuisce a crearlo”. Ci sono corsi sui “diritti dei migranti, progetti gender”, la scuola è diventata “un laboratorio del Pd. Noi vogliamo tornare a parlare degli italiani. E ai ragazzi dico: se vi piace fare il falegname, fate il falegname. Se vi piace fare l’agricoltore, fate l’agricoltore. Non è obbligatorio fare il liceo, diventare scienziati o architetti”. Ovazione dalla platea. “La nostra proposta è portare il libretto di lavoro a 14 anni. Io sono cresciuto così, e credo anche molti di voi. Perché se un ragazzo d’estate vuole fare il cameriere, o aiutare il padre o la madre in negozio, perché non può farlo? Perché non può essere assunto?”. E il lavoro “non te lo porta a casa lo Stato, te lo devi cercare tu. Devi battere i marciapiedi, mandare i curricula. Bisogna darsi da fare”.

Quando affronta la sanità, avverte che “gli ospedali non devono essere quei posti in cui si praticano falloplastiche o altre amenità simili” o “si iniettano” farmaci “per bloccare la crescita ormonale degli adolescenti”. Perciò “parlare di sanità vuol dire anche parlare di sport, ‘mens sana in corpore sano’. Alla cultura del bivacco preferiamo la cultura dell’azione per la formazione del carattere e del fisico degli italiani“. Per quanto riguarda la demografia, Vannacci fa riferimento al panda del Wwf: “Al suo posto, oggi andrebbe messo il bambino italiano, poiché in estinzione. E non mi venite a dire che dovremmo importare i bambini stranieri, come era stato pianificato dall’Onu, l’immigrazione di sostituzione. La famiglia è la cellula fondamentale della società. Non vi è un solo italiano che non sia stato generato da un padre e da una madre italiani. Vogliamo riattivare il saldo demografico della nazione” e per questo “al reddito improduttivo di cittadinanza vogliamo il reddito produttivo di maternità“. La conclusione del suo intervento: “Oggi i giornalisti hanno capito che Vannacci non parla solo di sicurezza e immigrazione. Vannacci oggi ha fatto il frontman, ma Futuro nazionale non è il mio partito”, e rivolto alla platea, “è il vostro. Questo non sarà il partito dei capibastone, ma dei leader, che avranno il compito di formare altri leader. Sogno un partito in cui Vannacci è l’ultimo dei poveracci, attorniato da persone più brave, più intelligenti e più belle di lui”. Per finire con una citazione, rigorosamente in russo, de L’idiota di Fëdor Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”. La voce di Dalla chiude l’assemblea.

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Leone smaschera l’Occidente che uccide, umilia e respinge: “Mediterraneo e Atlantico cimiteri senza lapidi”

“Non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”. Appello forte di papa Leone XIV a Barcellona, tre giorni fa. Ma è forte per noi che leggiamo. Per la Spagna del quotidiano El Pais, meno. Scrive infatti Estefania Molina, politologa, che per la sensibilità locale, conta di più che il papa abbia inframmezzato il catalano con lo spagnolo, dando spazio e fiato alle mai sopite rivendicazioni locali indipendentiste. Poi abbiamo il tema dei migranti, al centro della tappa nelle Canarie, uno dei punti di arrivo. E la Spagna è come l’Italia, come il resto dell’Occidente, con i morti in mare e quelle specie di centri di raccolta molto simili a ghetti a cielo aperto.

Papa Leone non le ha mandate a dire. “Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”. E poi ha aggiunto qualcosa di più, che dovrebbe magari scuotere le coscienze di tutti, politici compresi. “La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”. A leggerla è una road map per la politica. Con chiosa finale: “E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi”.

La nuova etica della Chiesa – espressa dall’immagine della corona di fiori gettata in mare – che ricorda papa Francesco a Lampedusa, va di pari passo con l’etica già sentita del discorso al Parlamento spagnolo: “Ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona”. Al termine del viaggio in Spagna abbiamo così una Chiesa che si spende per i più deboli. E governi e parlamenti che ascoltano, omaggiano, applaudono, e lasciano correre il giorno dopo. Anche stavolta è andata così.

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Mahmood è boom: diventa virale in India e guadagna più di 3,3 milioni di ascoltatori mensili su Spotify. Stupore sui social: “Tra le top allucinazioni successe a lui”

Una canzone di Mahmood è diventata virale in India. Ed è la prima volta che un artista (contemporaneo) italiano venga ascoltato, in poco meno di un mese, da decine di milioni di persone in Asia meridionale. Mahmood, soprattutto grazie alle due partecipazioni all’Eurovision Song Contest – secondo posto nel 2019, con “Soldi” e sesto posto nel 2022, con “Brividi” featuring Blanco – si è fatto apprezzare sia in Europa (soprattutto) che oltreoceano ma, col brano “Mashooqa”, ha bussato alla porta del mercato musicale indiano. La traccia, pubblicata lo scorso 19 maggio, fa parte della colonna sonora del film di Bollywood “Cocktail 2”, nonché il sequel di una celebre commedia romantica del 2012.

Di “Mashooqa” Mahmood ha firmato e interpretato tutte le parti in italiano. All’artista di “Tuta Gold” è stata affidata sia l’intro: “Sai mi chiedo perché mi seduci quando ti avvicini. Parli con la gente e non capisco mai perché lo fai. Sembriamo amici che finiranno nei guai”, che altre due strofe. “Scusa se ti guardo e non so più cosa dire. Resta con me fino alla fine (…). Baby cosa c’è? Parlami di te. Resta fuori con me nel weekend. Baby, non lo so, forse partirò. Dammi un segno perché in fondo tu qua vicino dimmi cosa ci fai. Mi chiedi ‘Baby, quanti posti vedrai?’. Andiamo nel Brunei, UK, LA, se sai di fake ti saluterò”.

La produzione, curata da Pritam (oltre 49 milioni di ascoltatori mensili su Spotify), si è ben sposata col timbro di Mahmood. Oltre al cantante italiano, hanno partecipato al brano anche il paroliere Amitabh Bhattacharya (quasi 37 milioni di “ascoltatori” mensili) ed i cantanti Raghav Chaitanya (oltre 10 milioni di ascoltatori) e Ruaa Kayy (oltre 4 milioni di ascoltatori). Su YouTube, il videoclip di “Mashooqa” ha oramai raggiunto le 30 milioni di visualizzazioni. Su Spotify conta quasi 7 milioni di ascolti mentre, in India, il brano si trova alla cinquantaduesima posizione su Apple Music e alla ventiseiesima su Shazam.

Gli ascoltatori mensili di Mahmood sono schizzati alle stelle, passando dai 2 milioni di un mese fa, agli attuali 5,3 milioni. L’aumento, del 165%, è significativo: ma sarà anche duraturo? Difficile dirlo, anche se è plausibile possa esserci un calo nelle prossime settimane. Al due volte vincitore del Festival di Sanremo, oltre alla sua bravura, stanno ben fruttando i corposi “incroci” di ascoltatori con i colleghi indiani e l’hype del pubblico per l’imminente uscita della pellicola. Sarebbe interessante e a tratti sorprendente se l’artista italiano riuscisse a “fidelizzare” anche solo una piccola percentuale dei nuovi attuali ascoltatori indiani.

La partecipazione di Mahmood è stata fortemente voluta dal producer Pritam perché “Cocktail 2” è stato girato in parte in Sicilia. Perciò, per Pritam, sarebbe stato più rappresentativo che un artista italiano scrivesse e cantasse alcune strofe del brano che fa da colonna sonora al film. Oltre che dal beatmaker, la voce di Mahmood è stata apprezzata da moltissimi utenti indiani. “Il leggendario Pritam con Mahmood! Che collaborazione bomba”, “La nostra India con l’Italia, la hit era assicurata”, hanno scritto due utenti sul web. “I 5M di ascoltatori saliti per una hit in India tra le top allucinazioni successe a lui”, ha postato una fan page dell’artista, su X.

Nei prossimi mesi, però, Mahmood rischierà di essere maggiormente impegnato nel provare a chiarire delicate questioni extra-musicali. L’artista, infatti, pur non risultando parte del procedimento né imputato o accusato nella causa civile, verrà sentito davanti al giudice per testimoniare e rispondere alle domande sia dell’avvocato difensore dell’ex stilista di Burberry e Ginvechy, Riccardo Tisci, che dell’accusa, rappresentata dai legali di Patrick Cooper. Nella causa civile, Cooper accusa Tisci di averlo drogato e aggredito sessualmente a New York nel giugno 2024. Tisci ha negato le accuse. Gli atti successivi hanno portato la difesa dello stilista a chiedere di sentire Mahmood in Italia tramite la Convenzione dell’Aja, sostenendo che il cantante possa essere un testimone di prima mano su circostanze rilevanti della serata.

Intanto, il 12 giugno, Mahmood si trovava a Parigi, a Le Fier Gala, un grande evento di beneficenza nato per celebrare il Mese del Pride e raccogliere fondi a sostegno dei diritti e della protezione della comunità LGBTQIA+.

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Curaçao, la Nazionale più piccola di sempre sfida la Germania. La Bild già esulta: “Vittoria schiacciante”. In panchina nonno Advocaat, tornato dopo la malattia della figlia

Houston, abbiamo una partita: la Germania quattro volte campione del mondo contro Curaçao, la nazionale più piccola di sempre, all’esordio assoluto. Estremi opposti anche in panchina: da una parte il trentottenne Julian Nagelsmann, dall’altra nonno Dick Advocaat, 78 anni, olandese, ribattezzato il “Piccolo generale” in virtù del passato di assistente di Rinus Michels, il generalissimo. L’Houston Stadium, inaugurato nel 2002, non è solo uno degli impianti più iconici del calcio statunitense, ma ospita anche uno dei rodei più famosi a stelle e strisce: Curaçao, scontato, farà di tutto per non farsi domare dagli Sturmtruppen tedeschi.

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Da una parte una nazione di 84 milioni di abitanti con una delle economie più forti del pianeta, dall’altra una nazione costitutiva del Regno dei Paesi Bassi al largo delle coste venezuelane, che solo nel 2010 ha acquisito la sua parziale autonomia e, secondo il sondaggio del 2025, ha 186mila residenti: qualsiasi confronto è impensabile. Solo il mondiale di calcio, con il format a 48 squadre della riforma-Infantino, può contrapporre due realtà così lontane. La Germania, 10° posto nel ranking Fifa, ha tutto da perdere contro la numero 82. La rosa dei tedeschi, età-media 28,1 anni, è valutata 947 milioni di euro. Quella di Curaçao, in cui giocano tutti all’estero, è quotata 25,78 mln: in ventisei fanno il prezzo del cartellino di un calciatore medio. Il più “caro” è il difensore centrale Armando Obispo, 27 anni, in forza al Psv Eindhoven. I giocatori di Curaçao sono nati in Olanda, con l’eccezione dell’attaccante Tahith Chong, lanciato dal Manchester United, attualmente allo Sheffield Utd, in passato accostato alla Juventus. Dopo aver indossato la maglia delle selezioni Oranje, dall’Under 15 all’Under 21, nel 2025 ha debuttato con Curaçao: 6 presenze e 3 reti. E’ lui la star.

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Curaçao è la quarta giovinezza di Advocaat, una carriera da coach iniziata nel 1981 che lo ha portato a guidare otto nazionali: Olanda, Emirati Arabi, Iraq, Serbia, Corea del Sud, Belgio, Russia e, dal 2024, “l’onda blu”, trascinata al mondiale con un percorso perfetto, sette successi e tre pareggi. Un exploit sensazionale, ma con un filo di logica, considerato che la scuola comune è quella olandese. Advocaat a febbraio si è dimesso per i problemi di salute della figlia, ma, dopo tre mesi, è tornato al lavoro, sotto la spinta dello sponsor principale – la Corendon Dutch Airlines -, spaventato dai risultati negativi del sostituto, Fred Rutten: due partite e altrettanti ko.

Curaçao, scrive il giornale tedesco Frankfurter Allgemeine, “non ha nulla da perdere e affronterà la Germania con tutta calma”. La squadra di Advocaat è sempre accompagnata dal suono della musica caraibica: in hotel, sull’aereo, sull’autobus, negli spogliatoi, persino in campo. La Bild esulta per il recupero del portiere titolare Neuer e scrive che “Nagelsmann ha preparato la sfida contro Curaçao con una serie di sessioni video perché i giocatori avversari sono poco conosciuti”. Il tabloid tedesco non ha dubbi: “Ci aspetta una vittoria schiacciante che proietterà la Germania verso il successo nel torneo. I tifosi tedeschi stanno contando le ore che mancano al fischio d’inizio”. Antillians Dagblad, il più antico giornale di Curaçao, racconta invece che allo stadio saranno presenti 5.800 tifosi dei Blue Wave, il 4% della popolazione. Gilbert Martina, presidente della federazione calcistica, dice: “C’è grande entusiasmo, non solo a Curaçao, ma anche nelle altre isole del nostro arcipelago e in Olanda. Per noi, comunque vada, sarà una splendida festa”.

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Hong Kong commercial landlords may bet on investment to curb tenant loss from AI: analysts

Hong Kong’s older office assets and their struggling landlords could face more challenges as the wider adoption of artificial intelligence (AI) by firms in the city leads companies to relocate to newer buildings that better support their requirements, according to real estate consultancy Knight Frank. AI is poised to usher in more changes in Hong Kong’s commercial office space, and landlords may have to act fast to either refurbish their assets or convert them for new uses, said Lee Elliott,...

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Christopher o l’arte della strada. Appunti sulla postura maschile

di Claudia Mirrione   Esercizi di lettura, rubrica a cura di Francesco Brancati   Tra l’argine del fiume e la corrente un dettaglio respira soltanto se viene notato.   «Un dettaglio respira / soltanto se viene curato». Il recente volume in versi di Matteo Bianchi, Christopher (Interlinea, 2025, pp. 112, euro 16), si presenta fin …

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Villaggio delle Rose in pericolo: perché vogliono spianare le nostre vite con le ruspe

​Siamo i rom di Chiesa Rossa, il villaggio delle rose. Oggi vi scriviamo con il cuore pesante. Stiamo vivendo giorni di profonda ansia e incertezza: il rischio che le nostre case, il nostro villaggio e le nostre vite vengano spianate dalle ruspe è reale. ​Il Comune ha deciso di superare il nostro campo e metterci nelle case popolari. Noi non lo vogliamo.

​Da 26 anni viviamo nell’area regolare di Chiesa Rossa. Il Comune ci ha messo lì, e lì noi abbiamo costruito le nostre vite, investito tutto quello che avevamo nelle nostre case prefabbricate e mobili. Siamo stati felici perché, con tutti i limiti e i problemi, siamo stati insieme nella nostra comunità, insieme con le nostre famiglie allargate. Per questo non ci piace vivere separati negli appartamenti, non vogliamo perdere i nostri legami, la nostra lingua e pensiamo che nelle case popolari ci dovrebbero andare quelli che le desiderano e le aspettano da anni. Si sta avvicinando la scadenza e noi non abbiamo ancora nessuna risposta. Abbiamo paura di dover lasciare il villaggio. Noi non possiamo farlo. Non abbiamo un’altra vita da innestare altrove da un giorno all’altro. ​In questi anni ci siamo messi in gioco, abbiamo partecipato, abbiamo aperto le porte del nostro villaggio e delle nostre storie alla vita della città. Abbiamo costruito ponti, non muri. All’amministrazione comunale abbiamo presentato proposte pratiche, concrete, ragionevoli e perfino belle per il futuro di quest’area. Proposte che dimostrano che un’alternativa allo sgombero e anche alle case popolari esiste.

​Abbiamo proposto al Comune di Milano di superare il campo in modo diverso, abbiamo costruito un progetto bellissimo e sostenibile di una cooperativa di abitanti che trasforma l’area di Chiesa Rossa da campo in un villaggio autogestito con le nostre risorse. Il Comune lo ha condiviso e ha aperto un tavolo con noi, ma al primo problema tecnico si è fermato. Ad oggi, perciò, non sappiamo ancora se le nostre idee verranno accolte. Ora abbiamo bisogno di voi. Ci rivolgiamo a tutti coloro che in questi anni ci sono stati vicini, e a cui noi siamo stati vicini. A chi è venuto ai nostri eventi e ha condiviso momenti di festa. A chi ha bevuto un caffè nelle nostre case, ascoltando le nostre storie. A studenti e ricercatori che hanno scritto tesi su di noi. A giornalisti e registi che hanno realizzato servizi e film insieme a noi. A chi ha partecipato alle presentazioni dei nostri libri su di noi. A chi è entrato nelle nostre case e nelle nostre vite e ci ha detto: “Che bello questo posto!”. A chi, ogni anno, ha commemorato con noi il Porrajmos per non dimenticare l’orrore del passato. A chi abbiamo votato e ci ha chiesto il voto. E anche a tutti quelli che non ci hanno mai visto e conosciuto, ma che credono che in una società civile anche noi esprimiamo un valore per quello che siamo e siamo degni di rispetto. Oggi abbiamo bisogno di sostegno e di amicizia. Incontriamoci lunedì 15 giugno alle ore 17 in piazza della Scala.

 

Le famiglie del villaggio delle rose di via Chiesa rossa 351

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“Il Covid mi ha troncato l’adolescenza. Canto l’inquietudine della gioventù, ma non mi sento di parlare per la Gen Z. Sanremo? Per ora non ci penso”: parla Faccianuvola, scommessa di Spotify Radar

Faccianuvola si presenta così in jeans e t-shirt, seduto su un divanetto, con l’aria timida. Mani incrociate, sguardo un po’ sfuggente. Negli occhi la luce della sua età: ventitré, ventiquattro anni. Nel look uno stile vintage, ispirato a Franco Battiato, che è pure uno dei suoi riferimenti. Con il secondo disco “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù” Alessandro Feruda, questo il vero nome, è stato uno dei cantautori rivelazione dello scorso anno. Lo pseudonimo viene da un libro horror, “Casa di foglie” di Mark Danielewski. “E sceglierlo è stato un caso. Avevo trovato questa frase che iniziava con “a face in a cloud”, la usavo su Instagram e per pubblicare degli esperimenti su Soundcloud –, racconta a FqMagazine –. Poi ho iniziato a cantare in italiano e l’ho tradotta”.

Il nome, forse, può ingannare. Ma nelle cartoline musicali di faccianuvola non ci sono grigi e condense da temporale, bensì un paesaggio bucolico tra boschi, monti e corsi d’acqua. Un’immaginario in cui confluiscono cantautorato, hyperpop e cura nelle produzioni. Le atmosfere, ispirate a Battiato. Classe 2002, valtellinese, Feruda è cresciuto tra canti alpini e padani e, già da piccolo, con le dita sui tasti del pianoforte. Ora, insieme a Sara Gioielli, Angelica Bove, prima stanza a destra, Visino Bianco ed Emili Kasa è tra gli artisti selezionati da Spotify per il programma Radar 2026, dedicato agli emergenti e giunto alla sesta edizione italiana.

La musica è una passione che hai fin da piccolo?
Non vengo da una famiglia di musicisti. Ma mio papà suona la tromba, riusciva anche con la fisarmonica, c’era una tastiera in giro per casa. Non ho scelto di cominciare perché non ne avevo le facoltà, ma i miei genitori hanno notato la mia attrazione per la musica: ero capace di memorizzare le melodie che ascoltavo, ricantavo le canzoni. Mi hanno mandato a fare solfeggio e propedeutica.

Negli anni hai continuato a studiare?
Ho sempre studiato, principalmente pianoforte, ma anche il sassofono classico. Nella classica i sassofoni sono poco considerati perché non sono accettati nelle orchestre sinfoniche. Mancano tanti arrangiamenti, ma al tempo stesso nessuno lo vuole fare e io ho avuto la fortuna di suonare in molte orchestre importanti, anche sopra il mio livello. I sassofonisti classici sono pochissimi.

Il tuo nome d’arte e il titolo del tuo secondo disco sono ispirati a dei libri. Cosa ti piace della lettura?
Amo molto la letteratura. È sempre stato il mio piano B segreto per quando la mia carriera musicale cadrà a picco (ride, ndr). Potrò iscrivermi in una facoltà letteraria e togliermi questa soddisfazione. Mi piace molto leggere e in quest’ultimo periodo è diventata un’evasione.

In cosa ti aiuta?
Ogni tanto ho bisogno di un posto dove mi possa sentire per un attimo fuori dal mondo. Prima questo ruolo ce l’aveva la musica. Ora però la musica è tutto e mi serve un’altra strada per farlo: la letteratura è perfetta per me, più del cinema o dei musei.

Nella musica, chi sono i tuoi riferimenti?
Paolo Conte per la parola. E poi Battiato: mi piace il percorso artistico che ha avuto, la sua evoluzione. È riuscito a fare l’avanguardia, a vendere i dischi e tornare sull’avanguardia. Ho apprezzato proprio il suo modo di stare al mondo, di reagire ai tempi che cambiavano, nelle interviste ha avuto sempre un approccio lucido sulla realtà accanto a lui. Riusciva a stare un passo indietro e guardare le cose con un occhio un po’ distaccato. Spero un giorno di poter costruire anche io questa abilità. Lui, ovviamente, rimane il maestro.

Il tuo secondo disco si chiama “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù”. Come mai questo titolo?
Avevo già diverse canzoni pronte a cui non avevo trovato un legame. E alla fine a metterle insieme è stato un libricino di Fleur Jaeggy sul suo amore adolescenziale: “I beati anni del castigo”. In un passaggio parla di gioventù idilliaca e disperata. Ho voluto musicare questo concetto perché ho avuto la sensazione che fosse ciò che stavo cercando di dire. É stata una lettura arrivata nel momento giusto perché poi ho riaperto il libro e non mi ha fatto lo stesso effetto.

Perché, da ventiquattrenne, descrivi il ricordo di una gioventù che definisci disperata?
La gioventù si riferisce all’adolescenza, è una retrospezione sul periodo di crescita che è stato troncato inevitabilmente ai 18 anni con il Covid. La pandemia ha proprio segnato la fine di un periodo. Il termine ‘disperata’ mi sembrava catturare quello che volevo dire: un senso di inquietudine, di smania di fare. La disperazione non è solo tristezza, si porta dentro anche un’urgenza. Forse il concetto è reso meglio dalla parola inglese ‘desperate’, che cattura ancora di più il voler fare, agire.

Il periodo del Covid ti ha cambiato come persona?
Direi di sì, ma mi sembra sempre di avere idee e convinzioni diverse. E più prendi consapevolezza delle cose, meno hai certezze. Da quel periodo sono cambiato tanto: il taglio di capelli, modo di vestirmi, idee sul mondo, sulla politica, i gusti musicali.

Nell’album si sente anche un po’ di nostalgia. Di cosa?
Non so come dire. In un certo senso, di quando si stava male. È la sensazione che certe emozioni, con quella forza, non torneranno più. Perché quando hai 15 anni sei una spugna e, per ogni esperienza, è sempre la prima volta.

“Disperata gioventù non vuol tornare a casa sua”. Oggi cosa cerca la tua generazione?
La frase è un’immagine presa dalla mia vita: io non stavo mai a casa, non volevo mai tornare ed ero contento fuori. Parlare per una generazione mi viene difficile. L’intento dell’album non era questo, anche se poi un po’ è successo, molta gente si è immedesimata e mi ha fatto piacere. Non pensavo di arrivare a così tante persone, l’ho fatto involontariamente.

Al tuo live del MI AMI c’erano a vederti tantissime persone, te lo aspettavi?
Non lo pretendevo, bastava meno (ride, ndr). Però è stato bellissimo.

Tra la folla c’era Stefano De Martino. Pensi di proporre un brano per Sanremo 2027?
Sì, è venuto anche a salutarmi. Per Sanremo non lo so, non ci penso. Non è per quello che faccio musica, ma non mi va neanche di dire di no proprio perché si cambia. Sicuramente per chi scrive canzoni, andare al Festival della canzone sulla carta dovrebbe fare solo piacere. Quindi, chissà.

Cosa dobbiamo aspettarci dai progetti futuri?
Sto giocando tanto con la musica, ma non ho ancora chiaro verso quale direzione andare. L’unica cosa che so è che vorrei creare discontinuità, per il prossimo album fare il cantautore più che il produttore. Poi magari vorrei avere una band, togliere l’autotune e imparare a cantare visto che faccio il cantante. Le mie influenze, però, sono sempre quelle. A livello autoriale rubo da Paolo Conte, voglio che la parola sia più al centro del mio prossimo progetto.

L'articolo “Il Covid mi ha troncato l’adolescenza. Canto l’inquietudine della gioventù, ma non mi sento di parlare per la Gen Z. Sanremo? Per ora non ci penso”: parla Faccianuvola, scommessa di Spotify Radar proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Censimento dei senza fissa dimora, gli esperti bocciano il conteggio Istat: “Così si torna indietro di trent’anni”

La rilevazione nazionale delle persone senza dimora promossa da Istat si è svolta tra il 26 e il 29 gennaio 2026, divisa tra conteggio visivo e interviste di approfondimento. Sono state censite 10.037 persone in 14 capoluoghi. “Tutti contano”, diceva lo slogan scelto dalla Federazione degli organismi per le persone senza dimora (fio.PSD) per la rilevazione. Ma ora, in fase di verifica del percorso, gli addetti ai lavori si confrontano sui limiti della ricerca. Esperti, operatori e la stessa fio.PSD spiegano perché, a loro modo di vedere, quel dato vada preso con le pinze: “Riguarda soprattutto persone in strada e dormitori di primo livello, non è confrontabile con le precedenti indagini e rischia di diventare un riferimento fragile per politiche, risorse e scelte amministrative”. Le perplessità sono state condivise durante il primo incontro pubblico di presentazione dei risultati in Liguria, organizzato a Genova da San Marcellino giovedì scorso.

Maurizio Bergamaschi, ordinario di sociologia all’Università di Bologna e riferimento sull’operare con persone senza dimora da oltre trent’anni, riconosce il valore teorico dell’operazione: “Inserire le persone senza dimora nel censimento permanente significa riconoscere che quella condizione è un dato strutturale, non è un’emergenza”. Ma il risultato è a suo parere “una rappresentazione riduttiva e stereotipata” del fenomeno, “perché hanno scelto di non considerare accoglienze di secondo livello, comunità, appartamenti protetti, alloggi assistiti e percorsi abitativi”. Il risultato è “un sottodimensionamento importante” in termini numerici, ma soprattutto un passo indietro a livello culturale: “Ci abbiamo messo 30 anni per superare una definizione che limitava la condizione senza dimora alla mera assenza di una casa, a favore di una concezione più complessa”.

I numeri emersi contano 2.621 persone senza dimora a Roma, segue Milano con 1.641, poi Torino (1.036), Napoli (1.029), Genova (803), Palermo (611) e Bologna (597). L’ultima rilevazione, nel 2011, riguardava 158 città e aveva utilizzato altri criteri, i dati emersi non sono quindi confrontabili. A Genova una ricerca del 1996, riferita solo a persone italiane, contava 1.150 persone in contatto con le strutture Massoero, San Marcellino e Caritas e ne stimava altre 704 in città. Il nuovo conteggio Istat ne indica 803 in tutto, stranieri compresi. Gli addetti ai lavori si interrogano sulle ragioni di una differenza così marcata, che risulta poco plausibile.

Bergamaschi, che fa parte del comitato scientifico della Federazione, precisa che gli esperti avevano “fatto una serie di osservazioni sull’intero impianto della ricerca e in particolare sull’articolazione del questionario”, ma “nulla di quello che abbiamo proposto è stato recepito da Istat”.

Le critiche arrivano anche da fio.PSD, che pure ha reso possibile la rilevazione. Marzio Mori, membro del consiglio direttivo e direttore della Caritas diocesana di Firenze, ricostruisce così la scelta: “Istat è un gigante con le sue modalità, davvero poco flessibile. Potevamo scegliere se starci o non starci. Abbiamo scelto di starci”. Le organizzazioni che animano fio.PSD, in fase di verifica, hanno denunciato un approccio “estrattivista” nelle modalità di svolgimento della rilevazione: persone senza dimora considerate “come meri oggetti di indagine statistica”. La scelta di Istat di limitarsi alle prime due categorie Ethos, la classificazione europea dell’esclusione abitativa, “restituisce una visione stereotipata del fenomeno, appiattendo una realtà complessa e multidimensionale”. Contestati anche il questionario “lungo, invasivo” e con domande “poco rispettose”, comunicazioni deboli o tardive, criteri difformi tra città.

Per Danilo De Luise, responsabile dei servizi alla persona di San Marcellino, è una questione di sguardo. Lo mostra la storia delle donne senza dimora: “Quando non c’erano servizi dedicati sembravano pochissime; poi abbiamo cominciato a vederne molto di più”. Non erano aumentate all’improvviso: “Vuol dire semplicemente che non eravamo capaci a guardare”.

Il Comune di Genova accoglie le osservazioni e l’assessora Cristina Lodi parla di uso ponderato dei dati: “Non è solo il numero dei posti per dormire o meno, ma anche capire i profili di cui stiamo parlando, per offrire una presa in carico appropriata alle esigenze reali, che non sono omogenee”. Così Elisa Malagamba, dirigente comunale: “Istat è la più autorevole fonte italiana” e, se non si segnalano adeguatamente i limiti di quei dati, “abbiamo un problema, perché quei numeri verranno usati da qui a chissà quando”.

Le osservazioni andrebbero accolte e integrate alla lettura della rivelazione, chiude Mori, “perché da questi dati nascono le politiche”. Per questo gli addetti ai lavori chiedono a Istat di recuperare il confronto con chi lavora sul campo. Un dato fragile può essere peggio del vuoto che pretende di riempire.

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Padova e il tram da 630 milioni: il Pnrr sta per scadere ma non ci sono i treni. La storia del maxi appalto e gli incroci con il potere veneto

I binari faticosamente avanzano. Peccato soltanto che non ci siano i tram. Mentre la drammatica scadenza del Pnrr si avvicina inesorabilmente, la più grande opera di trasporto pubblico finanziata dall’Europa non è pronta: parliamo di 530 milioni (più altri cento circa messi dall’Italia). La storia infrastrutturale di Padova ne trascina con sé tante altre e ha risvolti che chiamano in causa l’intreccio tra politica ed economia, non solo nella città del Santo, ma in tutto il Veneto. Le radici sono profonde e riportano anche a vicende giudiziarie lontane. Soprattutto veneziane. A Padova c’è una città che cambia volto, appalti colossali, ricorsi Anac, il riaffacciarsi sulla scena della famiglia Baita. Il capostipite Piergiorgio era uno dei protagonisti dello scandalo del Mose e prima ancora della Tangentopoli targata Carlo Bernini e Gianni de Michelis.

Come nasce il progetto

Ma procediamo con ordine. È dal 2021 che la giunta comunale di Padova decide di puntare tutto sulla nuova rete tramviaria cittadina. Alla linea Sir1 (10,5 km), già esistente, si aggiungeranno la Sir2 (17,5 km) e la Sir3 (altri 5,5 km). Una scelta che divide: c’è il beneficio per l’ambiente e i trasporti pubblici puliti, certo, ma anche un impatto non trascurabile dei cantieri in un centro storico delicatissimo e i disagi per la vita dei cittadini provocati da anni di lavori. La giunta di centrosinistra guidata dal sindaco Sergio Giordani va dritta per la sua strada. Anzi, rotaia. E, nel 2022, ottiene 621 milioni di finanziamenti (530 per il tram, di cui oltre 120 per le sole vetture): 3mila euro a testa per i 207mila abitanti. Record italiano.

Una grande vittoria politica per la giunta. Ma subito cominciano le polemiche. “Il Comune, attraverso la controllata Aps holding ha deciso di prendere una strada complicata”, racconta l’ingegner Leonardo Cetera, già presidente dell’ANCE padovana, che vent’anni fa aveva curato i lavori per la prima linea. Aggiunge: “Si è scelto di adottare lo stesso ‘sistema Lohr’ con un unico binario-guida, della vecchia Sir1. Così si potevano usare le stesse vetture, ma si tratta di una soluzione ormai obsoleta. Costa il doppio e oggi ormai esistono mezzi che vanno perfino a idrogeno”. Risultato: “Nessuno produce quel tipo di tram, così si è dovuto ricorrere alla multinazionale Alstom che nel frattempo aveva acquistato e inglobato la vecchia ditta francese Lohr. Quella che aveva vinto con noi la gara tanti anni fa”. E qui le complicazioni tecniche e finanziarie cominciano a intrecciarsi: “Per ragioni che non riusciamo bene a capire”, racconta Liliana Gori dell’associazione Padova Tram, molto critica con il progetto, “il contratto prevedeva un anticipo di oltre 40 milioni alla società realizzatrice dei vagoni”.

I treni fantasma

Gli anni, però, passano, e dall’Alsazia – dove ha sede l’impresa produttrice – i treni non arrivano: “C’era un cronoprogramma preciso, a questo punto avrebbero dovuto essere state consegnate almeno una ventina di convogli”. Invece? “Dopo tre anni e mezzo eravamo ancora fermi a uno”. Così in città comincia a montare l’inquietudine. Tanto che il sindaco Giordani e i vertici di Aps vanno in trasferta a ottobre 2025 nello stabilimento francese per valutare la situazione. Passano altri mesi e quasi nulla cambia: “I treni pronti pare siano cinque”, giurano e spergiurano in Francia. Ma uno solo è stato consegnato e comunque, anche nella migliore delle ipotesi, a poche settimane dalla scadenza del PNRR ne mancherebbero ancora 23. C’è di più, come ha dichiarato il nuovo Ceo di Alstom, Martin Sion parlando di una situazione “tra le più difficili” che ha affrontato nella sua carriera e annunciando un profondo piano di ristrutturazione.

A Padova cominciano a tremare: “In quattro anni, come ha finalmente confermato il sindaco rispondendo il 25 marzo a una mia interrogazione, fino a novembre scorso hanno realizzato un solo tram”, attacca l’opposizione con Ubaldo Lonardi, vicepresidente del Consiglio comunale. Aggiunge: “I consiglieri comunali di opposizione erano pronti ad andare a proprie spese a visitare lo stabilimento per verificare la situazione, ma l’assessore ai Trasporti, Andrea Ragona, ha preferito andare da solo”. E Lonardi manifesta tutti i suoi timori: la scadenza del termine del PNRR, tanto per cominciare. C’è, però, anche il rischio molto concreto che le linee possano essere pronte (pure su questo si vedrà), ma per i treni si debba attendere chissà quanto. Anni, forse, perché Alstom è in difficoltà e a questo punto trovare un’altra ditta in grado di produrre un tram fuori mercato sarebbe difficilissimo. “In pratica vanno costruiti ‘a mano’ uno per uno, senza catena di montaggio. Mentre le vetture nuove rischiano un fermo di anni”, spiega Cetera. Intanto l’avvocato Fabio Targa, presidente del movimento Prometeo, annuncia esposti alle autorità competenti.

L’assessore: “Facciamo in meno di tre anni quello che ne avrebbe richiesti dieci

L’assessore Andrea Ragona si mostra sereno o, almeno, ci prova. “Non siamo preoccupati. Sulla linea 3 abbiamo già iniziato le prove con un convoglio, poi Ansfisa darà il suo giudizio. A Bologna non è arrivato neanche un tram. Il cronoprogramma è stato rinegoziato e i francesi li stanno producendo”. A che ritmo? “La consegna avverrà con un tram ogni tre settimane”. Se ne mancano 25, servono 75 settimane, quindi più di un anno e mezzo. “Se anche li avessimo tutti subito, non sapremmo dove metterli… La linea 3 può diventare operativa con i passeggeri entro l’anno. Facciamo in meno di tre anni quello che ne avrebbe richiesto dieci”, è soddisfatto l’assessore. Già, ma la linea 2 che non sarà pronta prima del 2027. “Sul lato est la piattaforma è completata, sul lato ovest verso Rubano (Comune a ovest di Padova, ndr) all’80 per cento”. Serviranno i binari… “Con 4-5 squadre se ne posano 400-400 metri al giorno”. Servirà la linea elettrica… “I pali vanno su e poi in una notte si può installare un chilometro di fili”.

La replica di Eleonora Mosco, consigliere comunale e regionale della Lega: “Realisticamente la Sir 3 entrerà in esercizio nel 2027. Certamente Sir 2, nella sua completezza, non sarà in funzione prima di 18/24 mesi. Sui tram tutte le richieste di conoscere i dati con esattezza non hanno avuto riscontro. Uno è sicuramente finito, ad oggi forse due nuovi tram sono conclusi. Ma è un progetto vecchio e abbandonato dall’azienda che lo ha inventato, la Translohr. Infatti, mancano i pezzi di ricambio”. Non basta. “È un sistema rigido, basta un’auto mal parcheggiata e tutto il sistema si ferma. Ogni anno servirà un mese per le manutenzioni con arresto di tutta la linea. Le rotaie sono pericolose per le biciclette, come dimostrano i feriti con la Sir 1 a Padova e addirittura due morti a Venezia-Mestre”. Finora si è riusciti a metterci soltanto una piccola toppa comprando 8 tram usati da Latina, dove il vecchio sistema ormai è in disuso.

L’incubo Pnrr non fa dormire sonni tranquilli, anzi, visto che i tempi non saranno rispettati, la possibilità di ottenere i finanziamenti diventa una grande nebulosa. Alcune settimane fa il Comune ha organizzato un evento in via Morgagni per illustrare la nuova linea. Liliana Gori solleva altre perplessità: “Bisognerà vedere se i lavori saranno completati prima del termine fissato dall’Europa”. Non solo: “Ci sono molti punti non chiari, su cui attendiamo chiarimenti dal Comune e dalla controllata Aps. E i comitati non sono i soli ad avere delle perplessità, ci sono anche l’Autorità Nazionale Anti Corruzione (Anac) e la Corte dei Conti”.

Gli appalti e il tira e molla sulle interdizioni

Proviamo a districarci in questa vicenda molto complessa. La Sir3, che è partita ben prima del Sir2, è stata affidata a un consorzio guidato dalla Ferrari Ing Ferruccio, che ha come presidente Giacomo Baita, figlio di Piergiorgio. Una vicenda non certo priva di polemiche. L’ex deputato M5S Raphael Raduzzi aveva presentato un esposto all’Anticorruzione: “Una delle ditte presenti nel consorzio era stato destinatario di un provvedimento interdittivo e quindi non poteva partecipare”. Cosa succede? L’Anac dà ragione a Raduzzi, l’appalto non si poteva dare. Intanto, però, la società presenta ricorso, afferma che l’interdittiva è stata cancellata. Quindi l’appalto viene confermato – “in periodo di sospensiva”, attaccano i comitati – dalla Aps controllata dal Comune che, nella corsa del Pnrr, decide di tirare dritto nonostante i ricorsi dell’Anac ancora pendenti: “Al momento della stipula non risultavano inibizioni a carico della ditta”. Poi tutto si capovolge, come avevano raccontato il Corriere del Veneto e il Mattino di Padova: Consiglio di Stato e Tar Lazio confermano l’interdittiva. Risultato: i lavori ormai sono avviati anche se si attendono le pronunce definitive. Con il possibile esito finale che siano stati realizzati da un’impresa che non poteva partecipare. Ma ormai (forse) sarà tutto terminato.

Basta così? Neanche per sogno. C’è l’appalto della Sir2. All’inizio tre cordate manifestano la loro intenzione a partecipare per due soli posti (uno per ogni ramo della linea). Ma la terza – di cui fa parte sempre la Ferrari ing Ferruccio – non presenta l’offerta economica e così viene esclusa. Partono i lavori, ma ecco che d’un tratto gli esclusi vengono ripescati. “Tutto assolutamente regolare“, assicurano in Comune.

Il ruolo della famiglia di Piergiorgio Baita

Ma come tutte le storie dei grandi appalti italiani, anche questa ha un retroscena che racconta il vero potere cittadino. E di tutto il Veneto. Come mostrano i documenti camerali della Ferrari Ing Ferruccio, la proprietà dell’impresa – specializzata in appalti spesso pubblici – è divisa tra due soci: la finanziaria della Regione Friuli Venezia Giulia con il 30%, mentre il restante 70 fa capo alla Studio Impresa srl. Quest’ultima, sempre da documenti ufficiali, fa capo a Giacomo Baita (55 per cento) e Isabella Nordio (il restante 45). Che poi altri non sono che il figlio e la moglie di Piergiorgio Baita.

Niente di illecito, ma quel nome suscita tanti ricordi. Parliamo dell’ingegnere che per decenni fu il gran signore degli appalti veneti e per lungo tempo fu tutt’uno con Giovanni Mazzacurati, dal 1983 al 2013 direttore (e poi presidente) del Consorzio Venezia Nuova. Baita dopo essere stato arrestato con le sue rivelazioni scoperchiò il pentolone degli appalti per il Mose. Alla fine, grazie alla sua collaborazione con la giustizia, ne uscì con un patteggiamento a un anno e dieci mesi per false fatturazioni e frode fiscale. Il figlio e la moglie non sono toccati dalle inchieste, e oggi la famiglia Baita è ancora sulla cresta dell’onda. Perfino sponsorizzando la Reyer, la squadra di basket maschile dell’ex sindaco Luigi Brugnaro, di cui la “Ferrari ing Ferruccio, tecnologie marine e grandi infrastrutture” è uno dei Main Sponsor. E qui c’è forse una questione di opportunità: la Ferrari ing Ferruccio, controllata dai Baita, risulta aver partecipato a gare delle società partecipate dal Comune di Venezia.

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Fascismo: l'altra storia, con Caio Mussolini

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Benito Mussolini e il Fascismo: una storia che tutti crediamo di conoscere, ma che invece conosciamo soltanto nella sua forma distorta e mistificata dall'opportunità politica. Caio Giulio Cesare Mussolini, pronipote di Benito e nipote di Vittorio Mussolini, ha fatto un lavoro incredibile di ricostruzione di questa storia, scrivendo tre libri (e il quarto arriverà) divulgativi e alla portata di tutti. Un immenso lavoro, encomiabile, che oggi iniziamo a raccontare.

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Drowning of student athletes in Philippines throws spotlight on collegiate sports industry

The drowning of two university basketball players in the Philippines has raised concerns about the extreme training conditions and pressures surrounding student athletes in the country’s highly commercialised collegiate sports industry. Incoming rookie player Rene Baterbonia, 19, and Nigerian student-athlete Divine Adili, 21, died on Monday during a school-sanctioned “team-building activity” in Dipaculao, Aurora, on the east coast of Luzon island. Both played for the Blue Eagles of Ateneo de...

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China builds Southeast Asia expertise as US lets it wither

In the contest for influence in Southeast Asia, the United States and China agree on one thing: the region is indispensable. Yet beneath the flurry of high-level summits lies a quieter divergence in how each cultivates knowledge about the region. The US is hollowing out the university-based programmes that have long trained its students in Southeast Asian languages, history and politics. China, conversely, is elevating area studies into a top-tier, state-backed academic field. Beyond a shift in...

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How Iran used US ceasefire to replenish its depleted missile stockpiles

Western allies believe Iran has most likely added new-build Russian weapons to its inventory and reconstituted large swathes of its missile arsenal during the eight-week ceasefire, giving the Islamic Republic the firepower to strike back at nearly full strength if hostilities resume. Tehran has about three-quarters of the munitions it had before the war and can easily build it up further, according to intelligence assessments. That includes unspecified Russian missiles that probably came off the...

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Fiera di Sant’Antonino, il Partito Animalista contro la vendita di animali vivi: “Basta considerarli merce”

Livorno 14 giugno 2026 Fiera di Sant’Antonino, il Partito Animalista contro la vendita di animali vivi: “Basta considerarli merce” Il Partito Animalista di Livorno prende posizione contro la presenza di commercianti ambulanti che espongono e vendono animali vivi durante la Festa di Sant’Antonino, svoltasi in città nelle giornate del 12 e 13 giugno 2026. In un …

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Surge in AI-related court cases fuels calls for China to clarify its laws

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PaP alla comunità ebraica: “la targa serve a puntare il dito verso le atrocità commesse dall’esercito israeliano a Gaza”

Livorno 14 giugno 2026 PaP alla comunità ebraica: “la targa serve a puntare il dito verso le atrocità commesse dall’esercito israeliano a Gaza” Di seguito la nota stampa di Potere al Popolo Livorno rivolta alla comunità ebraica di Livorno a chiarimento della targa dedicata ai bambini di Gaza “Dopo decenni di apartheid e genocidio ci …

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Calendario Venatorio Toscana, il WWF: ancora una caccia contro la scienza e contro la natura

cacciatore caccia 2

Livorno 14 giugno 2026 Calendario Venatorio Toscana, il WWF: ancora una caccia contro la scienza e contro la natura “Domenica 20 settembre si aprirà la stagione generale di caccia 2026-2027 in Toscana. La Giunta Regionale ha approvato in questi giorni il nuovo calendario venatorio. Purtroppo però di nuovo c’è poco. Un piccolo passo avanti c’è, …

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Concerto al femminile, al Conservatorio Mascagni la rassegna dedicata alle compositrici

Concerto al femminile, al Conservatorio Mascagni la rassegna dedicata alle compositrici

Livorno 14 giugno 2026 Concerto al femminile, al Conservatorio Mascagni la rassegna dedicata alle compositrici Lunedì 15 giugno alle ore 18.00 l’Auditorium “Cesare Chiti” del Conservatorio Statale di Musica “Pietro Mascagni” di Livorno ospiterà la quinta edizione del “Concerto al femminile”, iniziativa promossa dal Soroptimist International Club Livorno in collaborazione con il Conservatorio Mascagni. Giunta alla sua quinta edizione, la …

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Rassegna danza in Fortezza Vecchia, al via la tre giorni di esibizioni

Livorno 14 giugno 2026 Rassegna danza in Fortezza Vecchia, al via la tre giorni di esibizioni Tre giorni dedicata alla danza, protagonista assoluta del palco centrale della “Cisterna” in Fortezza Vecchia. Tantissimi ballerini, espressione delle numerose scuole esistenti a Livorno, torneranno ad invadere e ad animare il più antico fortilizio livornese sin da martedi 16 …

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“Le Notti delle Meraviglie”: dieci appuntamenti a San Vincenzo a partire dal 30 giugno

“Le Notti della Meraviglie”: dieci appuntamenti a San Vincenzo a partire dal 30 giugno

San Vincenzo 14 giugno 2026 “Le Notti della Meraviglie”: dieci appuntamenti a San Vincenzo a partire dal 30 giugno  Estate magica a San Vincenzo, ecco “Le Notti della Meraviglie”: dieci appuntamenti da stropicciarsi gli occhi a partire dal 30 giugno Stupore e incanto senza sosta. A San Vincenzo la magia non si esaurisce e dopo …

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Trump Again Picks Personal Lawyer for a Top Job, as U.S. Attorney in Manhattan

James M. McDonald, a veteran former federal prosecutor and regulator, has more recently been part of President Trump’s legal team, appealing his criminal conviction.

© John Taggart for The New York Times

James M. McDonald is a litigation partner at Sullivan & Cromwell, the law firm handling President Trump’s appeal of his criminal conviction in a Manhattan state court.
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Top Haitian Security Official Kidnapped

A security expert who had recently become chief of staff to the new defense minister was abducted, the latest example of violence gripping the country.

© Odelyn Joseph/Associated Press

Cars burned by armed gangs in downtown Port-au-Prince, Haiti, in January.
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Trump to name James McDonald – one of his lawyers – as Wall Street’s top cop

US President Donald Trump said on Saturday that he planned to appoint James McDonald as US Attorney for the Southern District of New York, the federal prosecutor whose office handles many of the most high-profile cases involving Wall Street. McDonald would replace Jay Clayton, whom Trump nominated as US director of national intelligence less than two weeks after a congressional backlash against his interim appointee, housing official Bill Pulte. Trump had tapped Pulte after Tulsi Gabbard, the...

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At the Kennedy Center, a Name Change Shrouded in Uncertainty

President Trump’s name was removed from the arts institution’s facade overnight on Saturday. Many questions remain, including whether or not it stays off.

© Rahmat Gul/Ap Photo/Rahmat Gul

The Kennedy Center certified on Saturday that President Trump’s name had been removed from the building, but did not give a clear answer on when the tarps would be removed.
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Evento sismico ML 4.7 nel mar Tirreno, 13 giugno 2026

Un terremoto di magnitudo ML 4.7 è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 19:28:12 italiane del 13 giugno 2026 localizzato nel Mar Tirreno meridionale, lungo la Costa Calabra nord-occidentale, ad una profondità pari a circa 214 km.

I terremoti profondi, caratteristici di quest’area del Mar Tirreno meridionale, sono provocati dal processo geologico di subduzione della litosfera ionica sotto la Calabria.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area sono avvenuti alcuni terremoti di magnitudo stimata compresa tra Mw 4 e Mw 5; a nord est dell’epicentro di questa sera è avvenuto il forte terremoto dell’8 settembre 1905 di magnitudo stimata Mw 6.9.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che in questa area la sismicità è frequente, da ricordare il terremoto del 26 ottobre 2006 di magnitudo Mw 5.8 con epicentro molto vicino al terremoto di questa sera e con profondità ipocentrale molto simile, circa  220 km.

Il risentimento sismico in superficie per eventi profondi può essere ampio. In questo caso il terremoto è stato avvertito in alcune località in Calabria e in parte della Sicilia, come testimoniano gli oltre 200 questionari arrivati fino a questo momento sul sito “Hai sentito il terremoto?”.

Sui terremoti profondi nel mar Tirreno sono stati realizzati diversi articoli su questo blog e un video sul canale YouTube di INGVterremoti.


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Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale

 

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Yamal al supermercato, la stella della Spagna e la spesa prima dei Mondiali

(Adnkronos) - Lamine Yamal al supermercato. E fin qui, quasi nulla di strano. Sorprende però che nessuno in Georgia - come mostra il video che rimbalza sui social - si accorga che in un Walmart chieda una foto o un selfie alla stella del Barcellona e della Spagna, che si muove tra carrelli e corsie prima dell'esordio ai Mondiali 2026.

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Comunità ebraica: “Alla Festa dei quattro altari dipinto antisemita”. La Chiesa: “Dispiacere”

L’opera compare tra le installazioni della ricorrenza religiosa più sentita di Torre del Greco. Rappresenta una scena dal Vangelo di Luca: tra i peccatori davanti a una tavola imbandita il pubblicano Levi conta il denaro, ma raffigurato come un vecchio barbuto con cappello. La...

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La TRAGICA SAGA dell'OSCILLOSCOPIO HP 1222A: APRIRLO E' PAZZESCO parte 1 #hp #oscilloscope #series

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ANNI FA cerca di smontare questo oscilloscopio vintage della HP modello 1222A allo scopo di ripararlo... senza riuscirci.
E' il momento di riprovarci!!!

Sara' una serie ATROCE.

Prima puntata!

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Can America sustain a war with China? New reports raise questions

The United States can launch stealth bombers across continents, track missiles from space and deploy forces anywhere on the planet. But as the nation approaches its 250th birthday next month, studies suggest a more basic question demands attention in Washington: can the military reliably fuel, sustain and connect those forces in a crisis? From the skies to orbit, two new reports point to vulnerabilities in critical pillars of US power projection at a time of intensifying strategic competition...

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CINA, GOVERNO AVVERTE: “TARTARUGHE-SPIA RUBANO SEGRETI MILITARI”

Spie straniere stanno dotando tartarughe e pesci di sensori per creare mappe sottomarine della costa cinese: e’ l’allarme di Pechino, in un apparente riferimento ai suoi concorrenti occidentali. In un post sui social media dal titolo inquietante “Sotto il blu profondo, le correnti sottomarine si intensificano”, il ministero della Sicurezza di Stato ha affermato che le agenzie di spionaggio internazionali stanno utilizzando “nuovi tipi di apparecchiature di spionaggio” per rubare dati marini sensibili. “Animali marini di dimensioni relativamente grandi con sensori attaccati sono stati scoperti in alcune acque cinesi”, ha affermato il ministero, in una sezione intitolata “tartarughe spia, pesci spia”. Le creature clandestine sono state trovate “mentre nuotavano in una zona specifica, raccogliendo dati sensibili sull’ambiente marino come temperatura dell’acqua, salinita’ e correnti oceaniche, trasmettendoli all’estero via satellite”, ha aggiunto. Gruppi stranieri hanno anche utilizzato veicoli sottomarini a energia solare, boe con sensori ad alta precisione e dispositivi caricati su navi mercantili in grado di rilevare le “dinamiche portuali” in tempo reale, ha aggiunto il ministero, senza nominare un’agenzia specifica. I dati raccolti sarebbero stati utilizzati per creare “mappe sottomarine” in grado di “identificare i punti deboli nelle difese costiere cinesi, che rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale della Cina”, secondo il ministero. Il ministero ha sollecitato controlli di sicurezza adeguati sulle attrezzature provenienti dall’estero e ha invitato i pescatori a segnalare eventuali boe o dispositivi sospetti rinvenuti in mare.P echino e i governi occidentali si scambiano da tempo accuse di spionaggio. L’anno scorso Pechino ha avvertito i dipendenti pubblici di rimanere vigili contro le “trappole amorose”, dopo che un funzionario pubblico era stato attirato dalla “bellezza seducente” di un agente straniero. Nei giorni scorsi, l’alleanza Five Eyes delle agenzie di sicurezza occidentali ha affermato che spie cinesi si spacciavano online per reclutatori di personale al fine di ottenere informazioni sensibili.

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Siamo tutti in pericolo: altro accoltellamento casuale

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Nel Regno Unito un afghano ha accoltellato al collo, prendendola da dietro e alla sprovvista, una ragazza scelta casualmente tra le passanti. Ormai è guerra santa. E i bersagli siamo noi.

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Top Beijing official welcomes ‘enthusiastic’ Taiwanese presence at cross-strait event

Mainland China’s fourth-ranking official has hailed the “enthusiastic” participation of people from Taiwan at a cross-strait forum despite the “obstacles” placed in their way. The independence-leaning Democratic Progressive Party this year tightened restrictions on the Straits Forum in Fujian province, imposing the first outright ban on local officials attending the event. Senior officials had already been prohibited from attending. Addressing the event on Saturday, Wang Huning, Beijing’s top...

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Top Beijing official welcomes ‘enthusiastic’ Taiwanese presence at cross-strait event

Mainland China’s fourth-ranking official has hailed the “enthusiastic” participation of people from Taiwan at a cross-strait forum despite the “obstacles” placed in their way. The independence-leaning Democratic Progressive Party this year tightened restrictions on the Straits Forum in Fujian province, imposing the first outright ban on local officials attending the event. Senior officials had already been prohibited from attending. Addressing the event on Saturday, Wang Huning, Beijing’s top...

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Re: AIS and APRS disappear in menu .

Hi Again. 
 
I tried to perform apt remove and again install direwolf but didn't noticed any fix. 
 
To be sure, i created new VM with ubuntu 24.04, and perform installation again of openwebrxplus directly, and with the clean and initial setup ,
In this new setup, I also don't see Packet option by default as I always have seen when I have installed openwebrx. 
 
I have no more ideas to investigate. 

any help.?. Thanks ! 
 
 
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Se Meloni guarda ai droni, rischia di perdere di vista le minacce all’Italia

A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.

Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.

Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.

Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.

Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.

C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.

È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.

Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.

Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.

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Accessing Peertube instances via client apps through SSO

@Chocobozzz Hey, so recently I received some issues for my native Peertube tvOS client, PeerTV, regarding an inability for them to login to their accounts on specific instances that require either OpenID or OAuth. I tried implementing that, but I found out that in order to use passkeys from the apple device I need to coordinate with specific instances and have the accept some sort of credential from my app (which seems rather difficult). I tried using only the user and password to sign in with SSO but there were challenges and it wasn’t consistently logging in the users.

Did you face a similar issue with the Peertube iOS app? Can you share what you were able to do to get that working (if it even works with SSO at all)?

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Un fondo pubblico per l’intelligenza artificiale

di Igor G. Cantalini

Tutto parte da un incontro improbabile avvenuto nei primi giorni di giugno 2026: Sam Altman, CEO di OpenAI, è entrato nell’ufficio di Bernie Sanders al Senato americano e, per circa un’ora, i due hanno discusso di qualcosa che un anno fa sarebbe sembrato fantapolitica, dare al pubblico americano una quota di proprietà nelle più grandi aziende di intelligenza artificiale del paese. La riunione è avvenuta su richiesta di Altman. Questo dettaglio, apparentemente secondario, dice già molto su quanto velocemente stia cambiando il dibattito attorno all’AI e al futuro del lavoro.

Per capire la portata di questo momento, bisogna però tornare al 2020. Andrew Yang costruì la sua campagna presidenziale sull’idea che l’automazione avrebbe svuotato una parte crescente del mercato del lavoro e concentrato la ricchezza in poche mani. Propose un Reddito Universale di Base da mille dollari al mese per ogni americano adulto, venne trattato come un visionario eccentrico, ai margini del dibattito politico. Oggi quelle idee rientrano dalla porta principale, spinte non solo da politici progressisti, ma dagli stessi amministratori delegati delle aziende che stanno costruendo l’intelligenza artificiale.

Il senatore Sanders ora ha risposto all’urgenza del momento con una proposta, ha annunciato l’American A.I. Sovereign Wealth Fund Act, una legge che creerebbe un fondo sovrano attraverso una tassa una tantum del 50% pagata direttamente in azioni da OpenAI, Anthropic, xAI e dagli altri colossi del settore. La logica che Sanders espone nel testo con cui ha presentato la proposta è semplice: l’intelligenza artificiale è costruita sulla nostra intelligenza collettiva, libri, canzoni, opere d’arte, giornalismo, codice informatico, ricerca scientifica, conversazioni e idee accumulate da generazioni, i giganti tecnologici hanno alimentato i loro modelli con queste conoscenze in gran parte senza permesso, senza riconoscimento, senza compenso; il fondo garantirebbe ai cittadini diritti di voto nelle assemblee aziendali, rappresentanza nei consigli di amministrazione e, alla fine, benefici economici diretti.

La stranezza politica maggiore sta nel fatto che questa proposta riprende argomenti arrivati anche dall’interno dell’industria tecnologica. OpenAI aveva già proposto la creazione di un fondo di ricchezza pubblica capace di dare a ogni cittadino una quota nella crescita economica guidata dall’AI. Anthropic aveva discusso modelli di fondo sovrano nazionale, partecipazioni pubbliche nell’AI e meccanismi di condivisione dei benefici economici. Sanders ha preso quelle idee, le ha portate sul terreno della legge e le ha rivolte contro i protagonisti stessi del nuovo capitalismo dell’intelligenza artificiale, con una certa feroce ironia. La risposta di Anthropic è arrivata a giugno, in forma di impegno concreto: 200 milioni di dollari destinati a un Economic Futures Research Fund per finanziare ricerca, sperimentazioni e valutazioni di politiche pubbliche, più altri 150 milioni per Claude Corps, un programma di borse pensato per aiutare giovani professionisti a diffondere i benefici dell’AI nelle comunità americane. In parallelo, Dario Amodei di Antrhopic ha pubblicato un lungo saggio in cui sostiene che l’AI potrebbe causare perturbazioni al mercato del lavoro molto più grandi e durature rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche; ha proposto un quadro a più livelli per la risposta governativa, con scenari di disoccupazione al 5%, al 10% e uno scenario ancora più grave, capace di richiedere misure permanenti come il reddito universale di base, fondi sovrani e forme di condivisione del capitale. Tra le possibili fonti di finanziamento ha indicato anche le tasse sulle stesse aziende AI, compresa la sua. Altman, nel frattempo, si trova in una posizione ambigua, in una recente intervista alla CNBC ha riconosciuto che l’impatto dell’AI sul lavoro è più irregolare e meno lineare di quanto molti immaginassero, ha spiegato che le aziende che adottano di più l’intelligenza artificiale sono spesso anche quelle che assumono di più, mentre alcune imprese che parlano di licenziamenti legati all’AI la usano ancora come spiegazione comoda di processi più complessi. Allo stesso tempo, continua a sostenere l’idea che la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale debba essere distribuita in modo molto più ampio. Il punto, per Altman, non è soltanto costruire macchine più potenti, ma fare in modo che potere, ricchezza, opportunità e capacità di scelta non finiscano nelle mani di pochissimi.

I numeri intanto spiegano perché questa conversazione non sia più rinviabile. Nel 2026 i licenziamenti nel settore tech hanno già superato quota 150.000 secondo TrueUp, con altri tracker che collocano la cifra ancora più in alto. Aziende come Cloudflare e Atlassian hanno legato le proprie riorganizzazioni alla corsa verso l’AI e alla trasformazione del modo di lavorare, mentre Meta continua a tagliare personale e allo stesso tempo aumenta in modo massiccio gli investimenti nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Nel frattempo, uno studio di Stanford ha rilevato che l’occupazione degli sviluppatori software tra i 22 e i 25 anni è scesa di circa il 20% rispetto al picco di fine 2022. La parabola della distruzione creativa, che nelle vecchie rivoluzioni industriali alla fine produceva nuovi posti di lavoro, questa volta sembra muoversi con una velocità e una profondità che rendono i vecchi paradigmi molto meno affidabili.

Il colpo di scena finale è che anche Donald Trump ha espresso interesse per l’idea, parlando della possibilità che il governo americano ottenga una quota nelle grandi aziende AI e annunciando incontri con i vertici del settore per discutere di come restituire qualcosa al pubblico. L’interesse che attraversa tutto lo spettro politico, da un socialdemocratico come Sanders alla Casa Bianca di Trump, passando per i CEO delle aziende direttamente coinvolte, suggerisce che qualche forma di proprietà pubblica dell’AI potrebbe davvero avanzare nel 2026. Che si chiami reddito universale di base, fondo sovrano, dividendo tecnologico o in qualsiasi altro modo, l’idea di fondo è ormai entrata nel dibattito principale: la ricchezza generata dall’intelligenza artificiale deve tornare almeno in parte a chi l’ha resa possibile, cioè tutti noi.

Quella che fino a poco tempo fa sembrava un’utopia sta diventando, lentamente, senso comune.

 

 

L’AUTORE

Igor G. Cantalini – Esperto di comunicazione e marketing digitale di 45 anni, laureato in Scienze della Comunicazione, ha lavorato con brand di fama nazionale e internazionale, specializzandosi successivamente in Intelligenza Artificiale. Scrittore e divulgatore, pubblica articoli su  vari temi.

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La strage invisibile nelle reti da pesca

C’è una parte della pesca che non arriva mai sui banchi del mercato, animali protetti, spesso minacciati, che muoiono ogni anno come danni collaterali della pesca commerciale. È ciò che emerge dal nuovo rapporto di Wildlife and Countryside Link, una coalizione britannica di organizzazioni ambientaliste, che ha provato a mettere insieme per la prima volta i dati disponibili sulle catture accessorie nelle acque del Regno Unito. Il titolo del rapporto è “Hidden in the Haul” (nascosto nel bottino), e racconta proprio questo, ovvero ciò che la pesca porta via dal mare senza che quasi nessuno lo veda.

Ogni anno, secondo le stime raccolte nel rapporto, più di 10.000 uccelli marini vengono catturati e uccisi accidentalmente. Oltre 1.000 cetacei, tra focene e delfini comuni, muoiono nelle attrezzature da pesca. A questi si aggiungono circa 500 foche, più di 1.000 salmoni atlantici in pericolo, oltre 120 tonnellate di squali e razze protette. In Scozia, sei megattere e trenta balenottere minori sono state trovate morte impigliate nelle corde delle nasse. Sono animali che non erano il bersaglio della pesca; finiscono nelle reti mentre cercano cibo, restano intrappolati nelle corde, annegano sott’acqua, vengono feriti o soffocano. Gli uccelli marini, tra cui pulcinelle di mare, gazze marine e urie, si tuffano per alimentarsi e restano presi nelle reti da posta, che pendono nell’acqua come tende invisibili. I mammiferi marini restano impigliati negli attrezzi fissi o nelle corde. Sul fondo, draghe e reti pesanti trascinate sul fondale colpiscono specie che non compariranno mai nelle statistiche più visibili della pesca. Secondo gli studiosi che hanno stilato il rapporto la parte più grave è che questi numeri potrebbero rappresentare solo una piccola frazione della realtà; solo una minima parte delle attività di pesca viene osservata. Per alcune tecniche, come le draghe, il controllo riguarda appena lo 0,05% dello sforzo di pesca. Per trappole e nasse si scende sotto lo 0,01%. Le imbarcazioni straniere che pescano nelle acque britanniche non sono incluse nei dati analizzati.

Il risultato è un’enorme zona d’ombra. Dal 2021 i pescatori hanno segnalato ufficialmente solo 9 mammiferi marini catturati accidentalmente, mentre le stime parlano di migliaia di esemplari uccisi nello stesso periodo. Una distanza così grande mostra quanto sia debole un sistema basato quasi soltanto sull’autosegnalazione.

Per le associazioni ambientaliste, la cattura accidentale è una crisi silenziosa e invisibile, silenziosa perché avviene lontano dagli occhi, invisibile perché non entra nella narrazione pulita del pesce che arriva nei supermercati e nei ristoranti. Eppure riguarda alcune delle specie più amate e protette dei mari britannici.

Richard Benwell, amministratore delegato di Wildlife and Countryside Link, ha definito scioccante la scala della distruzione e ha ricordato che molte di queste morti sono evitabili. Le soluzioni per Benwell esistono già: reti modificate, corde appesantite, sistemi di allontanamento acustico, monitoraggio elettronico, telecamere a bordo, sensori e controlli più severi possono ridurre drasticamente le catture accidentali.

Il rapporto cita inoltre anche esempi positivi, a Filey Bay, nello Yorkshire, vicino alla più grande colonia di uccelli marini sulla terraferma del Regno Unito, alcuni pescatori su piccola scala hanno collaborato con i conservazionisti e sono riusciti a ridurre le catture accidentali annuali da circa 700 uccelli a quattro o cinque, sperimentando attrezzature diverse e reti più pesanti. In Scozia, le prove con corde appesantite per le nasse hanno ridotto il rischio che le balene restassero impigliate. Il problema, quindi, non è l’assenza di soluzioni, è la lentezza con cui vengono applicate.

La pesca viene spesso vista come un’attività antica, dura e necessaria… Lo è e proprio per questo va portata nel futuro. Un mare sano non può essere trattato come un grande magazzino da svuotare, dove tutto ciò che non serve viene considerato scarto. Dietro ogni pesce pescato ci può essere una parte invisibile di vita marina distrutta.

 

Foto di depositphotos

 

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Group and platform Report / Signalement

Hello,

I’m wondering what happens when a report is made. I imagine it sends an email to the Mobilizon hosting manager.

But if a French association runs a group, it may be liable for the content published within that group. We might want several levels of reporting:

  • one at group level (e.g. via private message). Also, are all messages sent by the event organisers available at group level? (Can the organisation provide moderation training at this level already?)
  • one at platform level.

From what I understand, both are possible. Is that right ?

Kind Regards

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Elon Musk becomes world’s first trillionaire after SpaceX IPO

In a post on the social media platform he owns, Elon Musk recently lamented: “Whoever said ‘money can’t buy happiness’ really knew what they were talking about.” Now the world’s richest person can put that maxim to an even bigger test as he adds a new title: world’s first trillionaire. Shares of SpaceX rose 19 per cent on Friday to US$160.95 each in their first day of trading, vaulting the value of the rocket and AI company Musk founded to US$2.2 trillion. His fortune now stands at the...

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L’insostenibile leggerezza delle tasse sui (super-) ricchi

Una proposta si fa nuovamente strada nel dibattito pubblico: tassare i super-ricchi. Alcuni la chiamano patrimoniale – agitando lo spauracchio della classe media ingiustamente colpita – altri, più propriamente, tassa sui grandi patrimoni o, appunto, tassa sui super-ricchi. Di fatto, per chi strumentalizza la proposta non c’è alcuna differenza. Il punto fondamentale da cui partire, tuttavia, è un altro.  

Il sistema impositivo italiano negli ultimi quarant’anni è stato devastato da riforme frammentarie e sbagliate. Sul lato della tassazione dei redditi abbiamo assistito a un susseguirsi di tagli al numero di scaglioni Irpef e alle singole aliquote – si è passati dalle 32 aliquote previste per i relativi scaglioni di reddito dalla riforma tributaria del ’73 alle attuali 3 – e al crescente ricorso a forme di tassazione separata che sottraggono parte delle entrate – spesso riferibili a forme di rendita, tra cui affitti brevi e rendite finanziarie – dalla base imponibile Irpef applicando un’aliquota fissa (flat tax). Di conseguenza, si è andati a erodere la base imponibile Irpef e a indebolire la progressività dell’imposta. La ratio è quella della semplificazione fino ad arrivare, presumibilmente, ad una vera e propria flat tax sui redditi da lavoro. Ossia, l’anti-progressività in nome dell’effetto trickle-down: l’idea che senza il peso delle imposte, le fasce di reddito più alte siano libere di consumare e investire i propri redditi e patrimoni con effetti benefici, a cascata, per le fasce di reddito inferiori. Al contrario, quello che si è ottenuto, ad oggi, è un sistema regressivo che penalizza i redditi medio-bassi. Sul lato dei patrimoni, si è andati direttamente a ridurre, o eliminare, le varie forme di tassazione, fatta eccezione per l’Imu sugli immobili non di residenza e le imposte di bollo e di registro. 

In termini complessivi, dunque, abbiamo assistito a uno spostamento del carico impositivo dai patrimoni (capitale) ai redditi (lavoro) e dai redditi da lavoro autonomo e di impresa (profitti) ai redditi da lavoro dipendente. 

Parallelamente, il quadro macroeconomico e strutturale è stato investito da trasformazioni profonde che hanno coinvolto la distribuzione sia dei redditi che della ricchezza, con un conseguente peggioramento delle disuguaglianze socioeconomiche. Da un lato, è cambiata la distribuzione funzionale del reddito aggregato (il Pil) tra i fattori che lo generano – ossia tra capitale e lavoro –, con una riduzione progressiva della quota salari (wage share) in molte delle economie avanzate, senza eccezioni per l’Italia, e una conseguente minor rilevanza della base imponibile da lavoro rispetto a quella da capitale. Se fino agli anni ’70, infatti, la quota della base imponibile relativa ai redditi da lavoro era prevalente rispetto ai redditi da capitale, oggi questa è pari al 40% mentre quella relativa ai redditi da capitale è il 50% (la restante parte è costituita dalle imposte indirette). Dall’altro, è aumentata la concentrazione della ricchezza e la sua composizione ha registrato, anche in Italia, una crescente rilevanza della componente finanziaria – soprattutto per i più ricchi – che si va ad aggiungere a quella reale e, in particolare, immobiliare. Il 5% più ricco delle famiglie italiane detiene circa il 46% della ricchezza nazionale, a fronte del 7% posseduto dal 50% più povero. Ma c’è di più. La ricchezza in Italia non è solo concentrata nelle mani di pochi, ma si trasferisce anche in larga misura per via ereditaria. Circa il 60% di questa ricchezza deriva infatti da successioni. 

La fotografia che emerge è drammatica. Cresce il peso della ricchezza, sia immobiliare che finanziaria, e dei patrimoni trasferiti per via ereditaria e, di conseguenza, peggiora la mobilità sociale. Peggiora la distribuzione funzionale del reddito nazionale a vantaggio del capitale e a svantaggio del lavoro, così come la distribuzione dei redditi a svantaggio delle fasce medio-basse, in presenza di meccanismi di redistribuzione inefficaci o, peggio, regressivi. 

Il risultato? Un’insostenibile pressione su quelle fasce di reddito che negli ultimi anni hanno pagato e stanno pagando anche l’erosione del potere d’acquisto dovuta alle crisi inflattive post-Covid – in attesa delle conseguenze della crisi di Hormuz –, la persistente stagnazione salariale e, dulcis in fundo, il c.d. fiscal drag. Ossia, l’aumento della pressione fiscale dovuto all’inflazione, in presenza di salari nominali invariati e, dunque, di salari reali più bassi.

In un quadro macroeconomico evidentemente complesso e problematico, negli anni delle policrisi e di cambiamenti sistemici radicali, un fisco iniquo e incapace di mettere in moto una qualsivoglia leva redistributiva impedisce dunque di reagire o anche solo di attutire i colpi. 

Eppure, come sottolineato ripetutamente da Sbilanciamoci!, basterebbe seguire i due principi cardine che la Costituzione ci indica per informare il sistema impositivo (art. 53 Cost.): il principio di capacità contributiva e il principio di progressività dell’imposizione.

Come? Le proposte che abbiamo avanzato negli anni sono chiare. 

Innanzitutto, tassare i grandi patrimoni – ad esempio tra lo 0,1% e l’1% più ricco – rappresenterebbe un primo passo importante per rendere più equa la tassazione per tutti. Tuttavia, si tratta di un intervento necessario ma non sufficiente a disegnare un sistema impositivo realmente equo e funzionale a delle prospettive di crescita e di benessere socioeconomico.

Sul fronte patrimoniale, sarebbe auspicabile l’introduzione di una tassazione progressiva che tenga conto sia della dimensione che della composizione dei patrimoni – sia reali che finanziari – in modo da incidere efficacemente sulla concentrazione della ricchezza. Chiaramente, questo tipo di intervento deve necessariamente essere affiancato a una riforma del catasto che eviti le ben note distorsioni dovute alla discrasia tra rendite e valori catastali e di mercato degli immobili a cui si applica tale imposta.

Anche le successioni dovrebbero essere soggette a una tassazione progressiva – con contestuale riduzione della franchigia attualmente prevista pari a un milione di euro – in modo da intervenire sui meccanismi di trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze.

Sul fronte della tassazione dei redditi, occorrerebbe ripristinare una struttura di aliquote Irpef che consenta una vera progressività – aumentando il numero degli scaglioni – e operare una ricomposizione della base imponibile – che includa le varie fonti reddituali derivanti da rendite di diversa natura attualmente soggette a tassazione piatta e separata – a cui applicare le relative aliquote, in modo da rispettare e valorizzare il principio di capacità contributiva.

A questo andrebbe chiaramente aggiunto un serio contrasto all’evasione (e all’elusione) fiscale, che per il Ministero di Economia e Finanza (MEF) ammonta a circa 100 miliardi di euro all’anno, senza nascondersi dietro alla minaccia della fuga di capitali e auspicando un processo di armonizzazione fiscale a livello europeo che inibisca e impedisca la presenza di paradisi fiscali interni e il fenomeno del dumping fiscale che favorisce soprattutto i super-ricchi, le multinazionali e le big-tech.

L'articolo L’insostenibile leggerezza delle tasse sui (super-) ricchi sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Families of Air India Crash Victims Seek Answers One Year On

Grieving relatives returned to Ahmedabad to honor the 260 lives lost in the June 2025 disaster, but investigators have not yet released a report into the cause.

© Shammi Mehra/Agence France-Presse — Getty Images

A grieving relative at the site of last year’s Air India Flight 171 crash, where family members of those killed in the disaster held a vigil.
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Black Eye Galaxy

Hubble and Webb image of M64. A massive spiral galaxy glows with a yellow core, surrounded by arms full of orange-brown dust and pink and blue patches of star formation. Framed by a haze of dark dust, the galaxy shines against black space dotted with a few stars.
Easily identified by the spectacular band of dark dust that partially obscures its bright core, Messier 64, or the Black Eye Galaxy, is characterized by its bizarre internal motion.
NASA, CSA, ESA, F. Belfiore (European Southern Observatory – Germany), J. Lee (Space Telescope Science Institute), A. Leroy (The Ohio State University), and D. Thilker (The Johns Hopkins University); Processing: Gladys Kober (NASA/Catholic University of America)

This March 20, 2026, image of Messier 64, or the Black Eye Galaxy, is a composite view from NASA’s Hubble Space Telescope and James Webb Space Telescope. It shows Messier 64 captured at near- and mid-infrared wavelengths by Webb, while Hubble’s image shows the galaxy in ultraviolet, visible, and near-infrared light.

Messier 64 is characterized by its bizarre internal motion. The gas in the outer regions of this spiral galaxy is rotating in the opposite direction from the gas and stars in its inner regions. This strange behavior may be the result of a merger between M64 and a satellite galaxy over a billion years ago.

Image credit: NASA, CSA, ESA, F. Belfiore (European Southern Observatory – Germany), J. Lee (Space Telescope Science Institute), A. Leroy (The Ohio State University), and D. Thilker (The Johns Hopkins University); Processing: Gladys Kober (NASA/Catholic University of America)

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Il valore dell’esperienza: come Toscana Promozione Turistica ha cambiato l’accoglienza in un ecosistema economico

Contenuto tratto dal numero di giugno 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Toscana Promozione Turistica ha cambiato il modo di pensare le agenzie, interrogandosi sulla capacità del territorio di rispondere alle necessità del viaggiatore. “Non si tratta più solo di valorizzare le bellezze, ma di costruire un ecosistema”, dice l’assessore regionale Leonardo Marras.

Nel panorama globale dei viaggi, la Toscana non è più solo una destinazione d’arte e paesaggio, ma un ecosistema economico in evoluzione che sta trasformando l’accoglienza in una risorsa solida e misurabile. Alla base dell’azione di Toscana Promozione Turistica (Tpt) si è imposta una riflessione: non è più sufficiente fare promozione limitandosi alla rappresentazione del patrimonio ambientale e culturale, ma occorre interrogarsi su quale sia l’offerta delle imprese che costruiscono l’essenza del viaggio stesso.

Questo cambiamento di rotta ha segnato il passaggio da una vecchia concezione di agenzia di promozione a un moderno motore di sviluppo economico che entra nel merito della capacità del territorio di rispondere alle necessità del viaggiatore. La responsabilità si sposta così verso il mondo delle imprese, investendo l’agenzia dello sforzo di conoscere i desideri dei buyer internazionali del turismo organizzato, l’offerta nei loro cataloghi e la composizione del sistema produttivo regionale.

Negli ultimi anni la nuova visione ha orientato il lavoro dell’agenzia verso tre pilastri: l’accompagnamento dei territori verso specializzazioni produttive, il rinnovamento del posizionamento del brand in chiave contemporanea e l’attenzione alla ‘Toscana diffusa’ per favorire una distribuzione equilibrata dei flussi. Per evitare il rischio di una narrazione scollata dalla realtà, Tpt ha adottato un approccio basato sulla business intelligence attraverso l’Osservatorio Turistico Regionale (Otr). Utilizzando dati statistici e data provider digitali come Vodafone, Mastercard e Data-Appeal, l’agenzia analizza chi sono i visitatori, come spendono e qual è il sentiment online rispetto a prodotti e servizi. È un marketing che non si limita a una comunicazione suggestiva, ma adegua i messaggi ai desideri dell’interlocutore, verificando se ciò che si trova sul territorio sia utile e risponda alla domanda. È l’applicazione della filosofia mutuata dalle ricerche sui percorsi decisionali contemporanei: essere presenti nel momento della scelta offrendo soluzioni concrete e valore aggiunto.

Lo strumento operativo che permette di tradurre queste analisi in competitività è rappresentato dai gruppi di lavoro, una metodologia di co-progettazione che coinvolge la filiera delle imprese per elevare la qualità delle esperienze. L’idea è che una destinazione debba rispondere anche a vocazioni specifiche, motivo per cui sono stati attivati tavoli tecnici verticali che spaziano da prodotti consolidati, come il cicloturismo e i cammini, a progetti di nicchia come il turismo industriale, il pet friendly, il wellness e il turismo al femminile.

Il metodo segue un’evoluzione in quattro tempi, che parte dall’ascolto del mercato e arriva alla fase dell’ingaggio delle aziende sulla piattaforma digitale Make. Qui le imprese che sottoscrivono le ‘carte dei valori’ e caricano le proprie offerte permettono all’agenzia di disporre di un database di operatori qualificati da portare con sé nelle presentazioni internazionali. Il processo garantisce che la promessa fatta al turista sia mantenuta dalla qualità dell’accoglienza locale.

La validità del modello trova riscontro nei risultati dei grandi eventi b2b organizzati da Tpt per mettere in contatto l’offerta regionale con i mercati globali. Buy Tuscany 2025, ospitato in Costa degli Etruschi, ha registrato numeri record, con oltre 200 buyer da più di 40 paesi, tra cui Stati Uniti, Brasile e Cina. Dei 160 seller presenti, 63 hanno aderito alla Carta dei valori del turismo sostenibile, mentre 53 si sono focalizzati sul turismo family. Un target prioritario, dato che oltre il 30% delle recensioni regionali proviene da chi viaggia con bambini. Sharing Tuscany 2026 ha invece confermato la salute dei rapporti con il comparto nazionale. Nel Mugello, l’evento ha generato oltre duemila meeting, con un indice di gradimento sulla professionalità degli operatori del 98,3%. Dato ancora più significativo è che l’85,2% dei partecipanti ha riscontrato possibilità reali di chiudere nuovi accordi commerciali, confermando che la co-progettazione produce risultati economici.

Leonardo Marras, assessore Toscana a economia, turismo e agricoltura

Il successo economico è testimoniato anche dai riconoscimenti internazionali. La Toscana è stata recentemente premiata ai Best Luxury Hotel Awards 2025 per la bellezza del suo patrimonio, inteso come modello di eccellenza globale, confermandosi regina mondiale del wedding di lusso e leader nazionale per numero di hotel a cinque stelle. In parallelo, il settore enogastronomico continua a trainare l’economia rurale: la regione è la destinazione preferita dagli italiani per i viaggi legati al gusto, vantando il primato per numero di agriturismi e una crescita costante degli aderenti al progetto Vetrina Toscana, che conta oltre duemila tra ristoranti, produttori, botteghe, agriturismi e alberghi. Anche l’artigianato artistico è una risorsa capace di intercettare consumatori attenti alla qualità, attraverso itinerari che collegano la storia manifatturiera alle destinazioni meno conosciute, contribuendo alla promozione della regione come destinazione diffusa.

“Oggi non si tratta più soltanto di valorizzare le nostre straordinarie bellezze”, dice Leonardo Marras, assessore regionale a economia, turismo e agricoltura, “ma di costruire e coordinare un vero ecosistema economico, in cui la qualità sia garantita da valori condivisi e la competitività sia ricercata valorizzando le diverse vocazioni dei territori, dai prodotti più consolidati ai segmenti emergenti, attraverso un percorso condiviso che unisce ascolto del mercato, innovazione e qualità dell’accoglienza. Con il ‘modello Toscana’ abbiamo avviato un cambio di passo che sta ridefinendo il modo di fare governance pubblica: un modello fondato sulla diffusione delle competenze e su strumenti di co-progettazione, come i nostri gruppi di lavoro, che coinvolgono attivamente tutta la filiera delle imprese per innalzare la qualità delle esperienze offerte”.

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Il caccia italo-nippo-britannico costa di più ed è in ritardo

I progetti per il caccia di sesta generazione “made in EU” continuano a deragliare. Secondo quanto rivelato dal quotidiano britannico Telegraph, il Global Combat Air Programme (Gcap) – che vede la partecipazione di Italia, Giappone e Regno Unito – non arriverà nei tempi inizialmente previsti.

Il problema risiede nello stanziamento di fondi da parte di Londra. Il governo si era impegnato ad aggiornare la flotta aerea entro il 2035 adottando il caccia di nuova generazione Tempest, risultato appunto del programma Gcap. Ma secondo il Piano di investimenti per la difesa (Dip), di prossima pubblicazione, i finanziamenti per il progetto saranno stanziati solo verso la metà degli anni 2030.

Ciò significa che i nuovi aerei entreranno in servizio intorno al 2040, o persino successivamente. Un ritardo significativo, considerando che il piano iniziale prevedeva la sostituzione dei vecchi Typhoon con i primi Tempest nel 2035. Stando alle indiscrezioni del Telegraph, entro quella data Londra dovrebbe invece sbloccare i fondi per far proseguire il progetto.

Sul Gcap aleggiano da tempo diverse ombre. Ad agosto 2025, la National Infrastructure and Service Transformation Authority, l’agenzia governativa britannica incaricata di valutare i grandi progetti, aveva già valutato negativamente la fattibilità del progetto e ne aveva messo in dubbio la buona riuscita.

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Invitation Framagenda en attente

Bonjour,

Je débute sur Framagenda. J’ai crée mon calendrier, ajouter mes contacts et envoyer une invitation pour chaque évènement aux participants. J’ai reçu un mail sur ma boîte Zimbra disant que mon contact acceptait mon invitation. Pourtant, quand je consulte mon calendrier sur Framagenda, il est indiqué que la réponse est en attente. Comment faire pour synchroniser la réponse avec Framagenda ?

Merci de votre aide.

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US and Iran inch closer to signing deal to reopen Strait of Hormuz

The US and Iran may sign an agreement to reopen the Strait of Hormuz on the sidelines of the Group of Seven world leaders summit next week, according to senior officials. A senior Iranian official indicated overnight that a deal is likely, said a G7 official and a diplomat from outside the group, who both asked not to be named discussing sensitive matters. This year’s G7 summit takes place in Evian, in the French Alps, from June 15 to June 17. Geneva, in Switzerland, is nearby and being floated...

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Italia tra bassa produttività e risiko bancario: il nodo irrisolto della crescita economica

Alla fine del mese di maggio di ogni anno il governatore della Banca d’Italia, nelle considerazioni finali alla relazione annuale, offre una lettura dell’andamento e delle prospettive della situazione economica e sociale italiana, collocandole nel più ampio contesto internazionale ed europeo. La relazione presentata quest’anno dal governatore Fabio Panetta è risultata particolarmente interessante sia per la drammatica evoluzione del quadro geopolitico internazionale – segnata dal conflitto nel Golfo Persico e dal blocco dello stretto di Hormuz, che ha provocato forti rincari del petrolio, del gas e dei fertilizzanti, con ricadute sempre più pesanti sulle condizioni di vita delle famiglie e delle imprese – sia per le profonde trasformazioni generate dall’intelligenza artificiale, che sta ridefinendo “il modo in cui si produce, si lavora e si prendono le decisioni”.

Produttività, demografia e ritardi strutturali

Particolarmente stimolanti appaiono le riflessioni dedicate all’andamento dell’economia italiana nel quadro delle politiche europee. Esse riportano al centro dell’attenzione alcuni nodi strutturali che il nostro Paese continua a trascinare da oltre vent’anni, indipendentemente dall’alternanza dei governi. L’essenza del problema è efficacemente sintetizzata da una delle affermazioni del governatore Panetta: “Dall’inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto di appena il 6%, contro incrementi compresi tra il 13% e il 34% negli altri grandi Paesi dell’area dell’euro”. Tutto ciò avviene in un contesto nel quale, come ha osservato lo stesso governatore, “la demografia rende questa sfida non rinviabile. Con una popolazione in età lavorativa in forte diminuzione, non potremo contare stabilmente sull’aumento degli occupati per sostenere lo sviluppo”.

In questo scenario, l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai processi produttivi può rappresentare il fattore decisivo per consentire all’economia italiana quel salto di produttività ormai indispensabile. Tuttavia, come ha sottolineato Panetta, “rischiano di ostacolare questa evoluzione un tessuto produttivo frammentato in imprese di piccole dimensioni che adottano più lentamente le nuove tecnologie”. Sorprende che considerazioni di tale portata non abbiano suscitato un dibattito più approfondito all’interno delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Tutto sembra essere passato quasi inosservato, come se i problemi strutturali della bassa crescita italiana potessero risolversi spontaneamente, senza una funzione attiva della politica con la P maiuscola.

Pnrr, bassa produttività e frammentazione del tessuto produttivo

D’altra parte, anche l’ingente massa di risorse mobilitate attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza tra il 2021 e il 2025 – oltre 100 miliardi di euro effettivamente impiegati – non è riuscita a incidere in modo significativo sulla crescita della produttività del sistema produttivo e agricolo. Diventa quindi ancora più urgente, alla luce della profonda trasformazione in atto nei processi produttivi, fare ricorso all’intelligenza artificiale e alle tecnologie digitali per tentare di superare l’asfittica crescita della nostra economia e aumentare la produttività dei fattori impiegati.

Per perseguire una strategia di questo tipo occorre però affrontare preliminarmente due nodi strutturali che, con il trascorrere del tempo, rendono sempre più difficile l’introduzione dell’innovazione tecnologica e finanziaria nel sistema economico: la dimensione delle imprese e il ruolo del sistema bancario. È difficile immaginare una diffusione capillare dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione dei processi produttivi in un sistema economico nel quale la presenza delle micro e piccole imprese, fino a 49 addetti, costituisce la caratteristica dominante del tessuto produttivo nazionale.

Microimprese, produttività e sistema bancario

Secondo un’indagine del Centro Studi Cna, pubblicata nel novembre 2022 e riferita ai dati del 2020, le imprese con meno di 50 addetti erano 4.226.623, pari al 99,4% del totale. Di queste, oltre un milione – 1.033.027 – aveva natura artigiana. In Italia, dunque, quasi un’impresa su quattro è artigiana. La crescita dimensionale delle imprese appare quindi una condizione imprescindibile per consentire al sistema delle Pmi di innovare i processi produttivi, incrementare la produttività e valorizzare le competenze professionali dei lavoratori. Non si tratta di accrescere il potere economico dell’imprenditore, ma di fornirgli gli strumenti necessari per affrontare le sfide del futuro.

È un cambiamento che può garantire maggiore economicità e sviluppo alle piccole e medie imprese attraverso la riduzione dei costi unitari, il conseguimento di economie di scala, una maggiore capacità competitiva sui mercati e il rafforzamento della solidità patrimoniale. Il raggiungimento di un obiettivo di tale portata richiede necessariamente un ruolo attivo e propositivo del sistema bancario nazionale. Purtroppo, l’impostazione assunta dal nuovo Testo Unico Bancario, entrato in vigore nel 1994, ha progressivamente orientato gli istituti di credito verso la concentrazione bancaria, trascurando il tema dell’evoluzione della funzione delle banche nello sviluppo delle imprese e dei distretti industriali.

Si è progressivamente indebolita quella relazione banca-impresa che, dal dopoguerra fino alla metà degli anni Novanta, aveva contribuito in maniera determinante alla crescita del sistema economico italiano, generando benessere diffuso per imprese, lavoratori e famiglie. Nell’attuale fase di profonda trasformazione dell’economia globale, caratterizzata dall’irruzione delle tecnologie digitali e da mutamenti geopolitici senza precedenti, stiamo assistendo alla rinascita del cosiddetto “risiko bancario”. Negli ultimi quattro anni, grazie all’aumento dei tassi d’interesse seguito alla guerra russo-ucraina e al mancato adeguamento della remunerazione della raccolta bancaria, gli istituti di credito hanno registrato profitti straordinari e rafforzato la propria patrimonializzazione.

Risiko bancario e finanza italiana: operazioni tra grandi gruppi, ma senza una strategia per la crescita delle Pmi

Tuttavia, questo nuovo risiko bancario non sembra orientato alla costruzione di un sistema creditizio capace di accompagnare il tessuto produttivo italiano fuori dal nanismo industriale e di sostenerlo nell’affrontare la rivoluzione tecnologica necessaria ad aumentare produttività e crescita. La stessa operazione che ha visto protagonista Mps e che ha portato alla conquista di Mediobanca è apparsa soprattutto come una partita tra grandi gruppi finanziari interessati, da un lato, al credito al consumo e al risparmio gestito e, dall’altro, al controllo di Generali, di cui Mediobanca detiene una partecipazione rilevante.

Al centro di tale operazione non sembra esservi stata una riflessione sul ruolo che Mps avrebbe potuto svolgere nel sostenere la crescita dimensionale delle Pmi, non soltanto attraverso il credito tradizionale, ma anche mediante la creazione di strumenti finanziari innovativi destinati a favorire fusioni, incorporazioni e aggregazioni aziendali, indispensabili per rafforzare la competitività del sistema produttivo. Analoga considerazione può essere svolta per le operazioni in corso nel settore bancario, dove prevale la ricerca di sinergie finanziarie e commerciali piuttosto che la definizione di una strategia di sostegno allo sviluppo delle imprese.

Il futuro di Mps, il ruolo dello Stato e il risiko bancario

In questo contesto si colloca, infatti, la proposta di Intesa San Paolo e Unipol ( il gruppo  assicurativo primo azionista di Biper con il 19,8,%) per impossessarsi di Mps, svuotandolo di ogni contenuto funzionale,  quale banca finanziatrice delle esigenze delle Pmi e dei distretti industriali. La proposta di  banco Bpm rivolta a perseguire  la fusione  con Mps, per come è stata fatta, pare destinata a finire nel dimenticatoio, proprio per la debolezza intrinseca di quello che si vorrebbe conseguire. L’obiettivo dell’amministratore di  Intesa San Paolo Messina pare quello di utilizzare l’acquisto di  Mps per assicurarsi tramite Mediobanca la possibilità di arrivare al controllo di Generali, magari con un’alleanza spuria con Unicredit. Quello di Unipol di acquistare n. 635 sportelli di Mps per accrescere i punti di vendita di Biper, che assumerebbe il nome di Banca Monte Paschi, cancellando Siena e la storicità della banca, per piazzare le polizze assicurative di Unipol.

Colpisce, infine, che il ministro dell’Economia Giorgetti, in una fase in cui l’economia italiana continua a registrare tassi di crescita prossimi allo zero, si limiti ad affermare che debba prevalere chi offre di più. Ancora più sorprendente è constatare come il dibattito sul futuro del sistema bancario si concentri prevalentemente sulla redditività derivante dalla gestione del risparmio, dimenticando che la capacità delle famiglie di accumulare risorse dipende, in ultima analisi, dalla crescita dell’economia reale. Se quest’ultima ristagna, inevitabilmente anche il risparmio si riduce e, con esso, le prospettive di sviluppo dell’intero sistema.

L’articolo Italia tra bassa produttività e risiko bancario: il nodo irrisolto della crescita economica è tratto da Forbes Italia.

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Beijing pushes Taiwan exchanges at Straits Forum despite tightened restrictions

Beijing is seeking to expand people-to-people exchanges with Taiwan as it hosts hundreds from the island for an annual event, despite the ruling Democratic Progressive Party (DPP) banning Taiwanese officials from taking part. The Straits Forum, now in its 18th edition since 2009, is Beijing’s key platform for cross-strait people-to-people engagement, promoting exchanges in fields from culture to economics as part of its broader push for cross-strait integration. The main forum takes place on...

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Beijing pushes Taiwan exchanges at Straits Forum despite tightened restrictions

Beijing is seeking to expand people-to-people exchanges with Taiwan as it hosts hundreds from the island for an annual event, despite the ruling Democratic Progressive Party (DPP) banning Taiwanese officials from taking part. The Straits Forum, now in its 18th edition since 2009, is Beijing’s key platform for cross-strait people-to-people engagement, promoting exchanges in fields from culture to economics as part of its broader push for cross-strait integration. The main forum takes place on...

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Cogit AI lancia Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale per la cybersecurity

La cybersecurity è diventata una delle grandi emergenze silenziose del nostro tempo. Non perché manchino tecnologie di difesa, ma perché gli attacchi continuano a crescere nonostante l’aumento degli investimenti, delle procedure e degli strumenti di protezione.

Le aziende installano firewall più evoluti, adottano sistemi di autenticazione multifattore, rafforzano gli endpoint, migliorano backup e monitoraggio. Eppure la superficie d’attacco continua ad allargarsi.

Il motivo è semplice: la sicurezza informatica non riguarda più soltanto macchine, reti e infrastrutture. Riguarda le persone.

Secondo il Data Breach Investigations Report di Verizon, il fattore umano continua a essere coinvolto in una quota rilevante delle violazioni informatiche. Nelle ultime analisi, phishing, credenziali rubate, errori operativi e comportamenti non sufficientemente consapevoli restano tra i principali fattori di rischio. Il report 2026 evidenzia inoltre che il 31% delle violazioni parte oggi dallo sfruttamento di vulnerabilità software, mentre il ransomware compare nel 48% delle violazioni analizzate.

Il quadro economico è altrettanto significativo. Ibm, nel Cost of a Data Breach Report 2025, stima il costo medio globale di una violazione dei dati in 4,4 milioni di dollari. Lo stesso report segnala che il 63% delle organizzazioni non dispone di policy di governance adeguate per gestire l’intelligenza artificiale o prevenire la diffusione dello shadow AI, cioè l’utilizzo non governato di strumenti AI all’interno dell’azienda.

A livello europeo, Enisa ha analizzato 4.875 incidenti nel Threat Landscape 2025, relativi al periodo compreso tra luglio 2024 e giugno 2025, descrivendo un ecosistema di minacce sempre più complesso, caratterizzato da sfruttamento rapido delle vulnerabilità, attacchi ransomware, campagne di phishing, DDoS e pressione crescente su pubbliche amministrazioni, infrastrutture, servizi digitali, trasporti e settore finanziario.

Questi dati raccontano un passaggio ormai evidente: la cybersecurity non è più una funzione isolata del reparto IT. È diventata una questione di continuità aziendale, reputazione, governance e cultura organizzativa.

L’attacco

La maggior parte degli attacchi informatici non inizia con una spettacolare violazione dei sistemi, ma con un gesto del tutto ordinario. Può essere un link aperto di fretta, una password riutilizzata su più account, un allegato scaricato per distrazione o una richiesta urgente accettata senza le dovute verifiche. Il phishing e il social engineering funzionano così bene perché, prima ancora delle falle tecnologiche, colpiscono i meccanismi della natura umana, come la fiducia, l’abitudine, la fretta e la pressione gerarchica.

È proprio in questo spazio vulnerabile, dove la tecnologia incontra il comportamento umano, che si inserisce Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale sviluppata da Cogit AI.

Questa soluzione va ben oltre la semplice formazione aziendale tradizionale. Leonydas nasce per supportare le organizzazioni nella costruzione di una solida cultura della sicurezza digitale, agendo su prevenzione, responsabilità, conformità normativa e uso sicuro della stessa IA. L’obiettivo finale non è sostituire il fattore umano con le macchine, ma allearsi con l’intelligenza artificiale per rendere le persone la prima, vera linea di difesa dell’azienda.

Cosa può fare l’IA

Nel dibattito pubblico l’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come un moltiplicatore di rischio. Ed è vero: gli attaccanti possono usarla per scrivere email più credibili, personalizzare campagne di phishing, simulare identità e rendere decisamente più sofisticati i tentativi di social engineering. Ma questa è solo una parte della storia. Esiste infatti anche un’intelligenza artificiale utile, capace di supportare concretamente le aziende nella prevenzione, nella formazione continua e nella valutazione del rischio.

Questo tipo di tecnologia permette di rendere comprensibili temi altrimenti complessi, adattando i percorsi di apprendimento al ruolo specifico di ogni lavoratore attraverso la simulazione di scenari realistici. In questo modo è possibile misurare con precisione il livello di consapevolezza interna, trasformando le rigide policy aziendali in esperienze concrete e guidando il personale verso un uso più responsabile degli strumenti digitali.

Il richiamo a Leonida

Il nome Leonydas si ispira al re spartano, simbolo di disciplina, preparazione e capacità di affrontare minacce superiori attraverso l’addestramento. Il parallelismo non riguarda la guerra, ma la cultura della prontezza: Leonida non vinse per il numero di risorse, ma perché guidava persone addestrate e consapevoli.

Questa metafora è cruciale per la cybersecurity. Le aziende non possono muoversi solo dopo un attacco, né limitarsi a una policy da firmare o a un corso annuale. Devono allenare le persone prima che il rischio si presenti, trasformando la sicurezza in un’abitudine quotidiana. È questo il senso profondo di Leonydas: portare in azienda il principio della preparazione continua, per rendere il fattore umano la prima linea di difesa e non la principale vulnerabilità.

Formazione, consapevolezza e compliance

La necessità di preparare le persone non nasce solo dall’aumento degli attacchi, ma anche da un quadro normativo europeo sempre più esigente.

Con l’AI Act, l’Unione Europea ha introdotto il principio di AI literacy: chiunque utilizzi o fornisca sistemi di intelligenza artificiale deve garantire che il proprio personale abbia competenze e consapevolezza adeguate. La compliance, quindi, non si ferma più a documenti e policy, ma richiede la capacità reale delle persone di comprendere rischi e responsabilità degli strumenti usati. In parallelo, la direttiva NIS2 rafforza l’obbligo di resilienza cyber e gestione del rischio.

Per le aziende la sfida è concreta: non basta installare la tecnologia, serve dimostrare di aver formato le persone. Sviluppata da Cogit AI, Leonydas nasce proprio per questo: aiutare le imprese a trasformare formazione e conformità normativa in un percorso continuo, integrato nei comportamenti quotidiani e vicino alla realtà operativa.

Oltre l’anello debole

Per anni le persone sono state definite l’anello debole della cybersecurity. È una formula parziale: il fattore umano è vulnerabile solo se non è preparato. Se messe in condizione di riconoscere i rischi, le persone diventano una risorsa decisiva: un dipendente formato può bloccare un attacco di phishing, un manager consapevole può sventare una frode e un team allenato riduce drasticamente l’esposizione dei dati.

La sicurezza del futuro dipenderà dalla tecnologia, ma soprattutto dalla maturità culturale delle organizzazioni. In quest’ottica, Leonydas non è solo una piattaforma, ma il simbolo di una trasformazione: la cybersecurity diventa una disciplina quotidiana che unisce governance, responsabilità e preparazione continua. Perché nel digitale, come nella storia, resiste solo chi si prepara prima.

 

L’articolo Cogit AI lancia Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale per la cybersecurity è tratto da Forbes Italia.

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Persone, investimenti e innovazione. La sinergia tra Private e Banca d’Impresa di Crédit Agricole Italia

Quale ruolo possono giocare oggi le banche nel sostenere la competitività del sistema produttivo italiano? E come si costruisce crescita in un contesto segnato da instabilità geopolitica, trasformazione tecnologica e mercati sempre più interconnessi?

Ne parliamo con Roberto Ghisellini, Condirettore Generale di Crédit Agricole Italia, in una conversazione che esplora le grandi sfide e le opportunità che attendono imprese, investitori e istituzioni finanziarie.

Nel corso dell’episodio affrontiamo il tema dell’internazionalizzazione delle imprese italiane, il valore di un grande gruppo europeo nel supportare la crescita sui mercati globali, le prospettive del private banking e l’impatto dell’innovazione sul futuro del settore finanziario. Uno sguardo approfondito anche all’ecosistema delle startup e ai nuovi modelli di sviluppo che stanno contribuendo a ridisegnare il rapporto tra banche, imprese e territorio.

Una riflessione sul futuro dell’economia italiana, sulle strategie necessarie per affrontare il cambiamento e sulla capacità di trasformare le sfide di oggi in opportunità di crescita per domani.



 

L’articolo Persone, investimenti e innovazione. La sinergia tra Private e Banca d’Impresa di Crédit Agricole Italia è tratto da Forbes Italia.

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Minacce di censura: occhio a parlare di Belfast

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Sembra che qualcuno voglia fermare "l'odio sul web" di chi parla di Belfast.

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A Popular Doctor Had Long Warned That Vitamin K Shots Are Risky for Newborns. Now He’s Changed His Tune.

A photo collage centers on Joseph Mercola speaking into a microphone, surrounded by images of infants in hospital settings. To the right, a yellow document lists a cause of death as a nontraumatic subdural hematoma and vitamin K deficiency bleeding.

Cengiz Yar/ProPublica. Source images: Wikimedia Commons, Getty Images, documents obtained by ProPublica.

For more than a decade, Dr. Joseph Mercola cautioned parents against a potentially lifesaving shot of vitamin K for their newborn babies: “Vitamin K shots are completely unnecessary for your newborn.”

But now, in a break from his past warnings, Mercola is saying he no longer believes that. 

ProPublica contacted Mercola recently as it was preparing an article about babies who died as a result of their parents turning down the vitamin K shot. Mercola’s new point of view is just as unequivocal as his old one: “The data is clear: vitamin K saves lives,” he wrote in an April article on his website two days after ProPublica contacted him. He added: “Based on the totality of the published evidence, I support vitamin K prophylaxis for all newborns.” 

He also directed parents to speak to their children’s pediatricians. 

“Vitamin K deficiency bleeding is rare, but when it occurs, the consequences can be devastating and irreversible,” Mercola wrote. “A single injection at birth can prevent it. Please talk to your doctor.”

Mercola is a leading vaccine skeptic and an ardent supporter of Health and Human Services Secretary Robert F. Kennedy Jr. He is a popular figure online, with a Facebook page that has some 1.7 million followers. He sends out a daily newsletter and sells alternative treatments for a variety of ailments. 

His reversal comes at a critical moment. Hospitals and research studies have documented an alarming jump in babies not receiving the vitamin K shot, which has been recommended by the American Academy of Pediatrics since 1961 to help newborns’ blood to clot. Without it, research shows, babies are 81 times more at risk for late vitamin K deficiency bleeding, which can be fatal. 

Just as has happened with measles and other vaccines, vitamin K shots have become the target of a deluge of false information online. That has caused some parents to view it as an unnecessary pharmaceutical intervention amid a lingering mistrust of the medical system following the COVID-19 pandemic. 

Some point to a 2010 post from Mercola, entitled “The Dark Side of the Routine Newborn Vitamin K Shot.” A doctor in Tennessee recalled reluctant families citing the article, as did doctors in Oregon. 

In the years that followed, Mercola stood by his opposition. He reiterated his position in 2014, after four babies in Nashville, Tennessee, suffered vitamin K deficiency bleeding. And he did so again in 2019, after hospital staff contacted child protective services in Illinois and took temporary custody of a newborn whose parents refused the shot for their baby.  

In place of the shot, Mercola had recommended vitamin K drops, which are taken orally and have been touted online as a popular alternative. The drops, however, are not approved by the Food and Drug Administration and research shows they are not as effective as the shot, though they are used in some European countries. 

In his April article, he addressed the rampant false information online regarding the vitamin K shot and acknowledged the role his writing may have played in spreading it. “The internet contains a significant amount of misinformation about vitamin K,” Mercola wrote. “Some of it may reference my own 2010 article. That article reflected the state of a scientific debate that has since been resolved. The science moved forward, and so have I.”

A statement on Mercola’s website reversing his previous stance on vitamin K injections. The highlighted text states that based on the published evidence, the author now supports vitamin K prophylaxis for all newborns and notes that the internet contains misinformation about the topic, including references to the author's own 2010 article.
Dr. Joseph Mercola published an article on his website saying he’d changed his views on vitamin K.  He now says vitamin K shots are the “prudent choice” and he encourages parents to consult their pediatrician. Mercola.com, highlighted by ProPublica

In fact, the science around the vitamin K shot has been settled for decades. The discovery of vitamin K and its role in clotting blood won the Nobel Prize in 1943. Newer studies have confirmed and furthered many of the findings that were available in 2010, but they do not represent a scientific shift from previous research. Some recent studies that Mercola cited in the April article document the rise in babies not receiving the shot and the catastrophic bleeding in the brain that can follow, but again both reinforce the same science that has encouraged giving the shot for more than 60 years. 

In Mercola’s earlier posts, he wrote about what he deemed to be risks from the shot, beginning with “inappropriate” and “unnecessary” pain to the baby. He incorrectly claimed that the amount of vitamin K injected into newborns was far more than the needed dose. In addition, he wrote that the shot may contain preservatives that can be “toxic” to a baby’s immune system. 

Benzyl alcohol is often used as a preservative in vitamin K shots, but the Centers for Disease Control and Prevention and other organizations have stressed that it’s safe. In the 1980s, doctors realized that some extremely premature babies suffered benzyl alcohol toxicity, but, according to the CDC, that was because they were on so many medications containing it. In addition, many hospitals now offer preservative-free options.

Some families have also expressed fear about a “black box warning,” which appears on a drug’s label to alert providers of serious risks. The shot does contain a boxed warning, as do more than 400 other medications, but that is primarily related to adults and vitamin K that is given through an IV, not as a shot in the thigh muscle, which is how doctors typically administer vitamin K to babies. None of the dozens of doctors interviewed by ProPublica said they have ever seen an adverse reaction in an infant who received a vitamin K shot.

But even back in 2010, Mercola dispelled one popular misconception that vitamin K injections increased the risk of cancer. That belief stemmed from a pair of older refuted studies. In 2010, he wrote, “that conclusion was in error.” In April, he reinforced that message.

Alternative treatments promoted by Mercola have attracted federal scrutiny. He and his companies have had to pay millions of dollars to settle allegations that he had made false claims about the safety of products. 

During the pandemic, for instance, the FDA sent Mercola a warning letter after he offered unapproved and misbranded products, including vitamin C, on his website as ways to prevent or treat COVID-19. 

In 2017, the Federal Trade Commission announced it was mailing $2.59 million to people who bought Mercola indoor tanning systems. The agency charged that Mercola and his companies claimed the tanning systems were safe and that research showed that indoor tanning doesn’t raise the risk of melanoma, a type of skin cancer. 

Mercola did not admit wrongdoing. His online posts include a disclaimer that they are intended as a way of sharing knowledge and information, not medical advice. He also has said his 2010 vitamin K article was based on an interview with a Dutch researcher who studied vitamin K.

Mercola, a doctor of osteopathic medicine, declined to be interviewed for this story but said his current stance is accurately reflected in the April article. “While I do not agree with all of the characterizations and conclusions in your summary,” he wrote in response to questions from ProPublica, “I have nothing further to add at this time.” 

Even though Mercola has now reversed his position on vitamin K, many on social media still cling to debunked and distorted claims. On Facebook, TikTok and Instagram, unsubstantiated claims often go unchecked.

One theme that has emerged on social media is the notion that God created babies perfectly, and there must be a reason they are born without sufficient vitamin K. In one video on TikTok, a woman who identifies herself as a nurse asked, “Did God really get it wrong?” 

Responding to another, someone wrote, “Just know our creator didn’t make a mistake. Every baby is born like this for a reason.” 

Others lump the vitamin K shot, which is not a vaccine, in with vaccines. A comment on a video about the vitamin K shot declared, “My baby isn’t getting any vaccines.” It received more than 600 likes.

Mercola also is not the only doctor being cited by vitamin K shot opponents. Commenters on Instagram, TikTok and Reddit have directed people to Dr. Suzanne Humphries, who has spoken out about vaccines and the vitamin K shot for many years. 

“My opinion is that the more I read about vitamin K,” she said in a video posted in 2014, “the more I can’t believe that it’s injected into newborn infants.”

Last month, she appeared in a lengthy interview on the website of Children’s Health Defense, the anti-vaccine nonprofit founded by Kennedy. She cited the pair of studies from more than 30 years ago that found an association between the shot and cancer, though they were both called into question shortly after they were published. As even Mercola noted in 2010, several additional studies found no increased risk of cancer following the shot. 

“Those of us that believe in a divine creator,” she said, “believe that maybe it is by design, or that actually it is by design, and that there’s a reason for it.” 

Humphries did not respond to requests for comment.

During Kennedy’s time at Children’s Health Defense, the group published a post in 2020 that claimed aluminum adjuvants — added components that boost the body’s immune response — in vaccines are “significant sources of early exposure” to aluminum. Some vitamin K shots contain a small amount of aluminum, but studies have not found any evidence of serious or long-lasting harm. Adjuvants, according to the CDC, have been used “safely in vaccines for decades.” 

Brian Hooker, chief scientific officer at Children’s Health Defense, said the aluminum concern remains, as does the cancer fear, despite multiple studies that found no basis for them. He said he would like to see more research on the vitamin K shot, as well as other newborn interventions like the hepatitis B vaccine. 

“I do want to look at the individual components of these shots in conjunction with everything else that the infant is getting,” he said, “and to me that body of literature is really incomplete.”

Hooker said he worked with Kennedy for many years and, while they are no longer in direct contact, he has full confidence in the country’s leading federal health official. But Kennedy’s silence has served to deepen skepticism among experts. 

“Now we’re starting to see something that I never saw, which was brain bleeds and gut bleeds in infants,” said Rep. Kim Schrier, a Washington Democrat who worked as a pediatrician for more than 15 years before running for Congress. “And that’s so scary and heartbreaking.”

At an April House subcommittee hearing, Schrier confronted Kennedy about vitamin K, saying that he made parents distrust doctors and shots, and as a result some parents are refusing the vitamin K shot and other standard care. 

“Right now, Secretary Kennedy, given what I just told you about vitamin K, will you just tell pregnant women out there for the record, ‘Yes, you should get your babies the vitamin K shot’?” Schrier asked Kennedy.

Kennedy did not oblige her. He said he has never said anything about the vitamin K shot. 

An HHS spokesperson did not answer ProPublica’s questions but said the CDC recommends that parents give newborns the vitamin K shot within 6 hours of their birth to prevent vitamin K deficiency bleeding. She acknowledged that uptake of the shot has declined during recent years “as public trust in health care institutions has fallen, particularly during the COVID-19 pandemic amid heavy-handed mandates and inconsistent messaging during the Biden administration.”

“Rebuilding that trust,” the spokesperson wrote in an email, “requires honesty, informed consent, and respect for individual choice.” 

Schrier said she empathizes with parents who are inundated with so many conflicting messages. She said she recently stepped out of the Capitol building and overheard a woman say — inaccurately — that every childhood vaccine contains glyphosate, which was an ingredient in some forms of the weed killer Roundup. 

“I can just see how this is going to spiral right now. It gets out there, then it’s on social media,” Schrier said. “Every parent just doesn’t want to do the wrong thing.” 


Do You Have Information About Parents Declining Vitamin K Shots?

I want to understand more about why families decline a vitamin K shot. I know how difficult it is to talk about losing a child and how hard it can be to process this kind of grief. Words can’t express how sorry I am for your loss. ProPublica’s goal is to give the public the best, most trustworthy information. If you have a story to share, I hope you will reach out to me when you’re ready.

Duaa Eldeib

Send me your tips, stories and documents. Reach me by email or securely on Signal at 312-730-4797. I take the protection of my sources extremely seriously.


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Ricerca, innovazione e persone: Aurora Biofarma apre le porte ai Next Leaders

Il settore farmaceutico continua a rappresentare una delle eccellenze del sistema produttivo italiano, capace di coniugare ricerca, innovazione e sviluppo industriale. Un comparto che cresce e che, parallelamente, è chiamato ad attrarre nuove competenze per affrontare le trasformazioni tecnologiche, organizzative e di mercato che stanno ridefinendo l’healthcare. È stato questo il filo conduttore del nuovo appuntamento di Next Leaders, il format di Forbes Italia dedicato all’incontro tra aziende e nuove generazioni, realizzato in collaborazione con Aurora Biofarma.

L’evento ha offerto una panoramica sull’evoluzione del mondo pharma attraverso il racconto di una delle realtà italiane più dinamiche del settore. Fondata nel 2010, Aurora Biofarma opera nella ricerca, produzione e distribuzione di farmaci, medical device e integratori per la salute umana e veterinaria e ha costruito negli anni un percorso di crescita che l’ha portata ad ampliare progressivamente la propria presenza anche sui mercati internazionali.

La crescita di Aurora Biofarma e il ruolo delle persone

Ad aprire l’incontro è stato Nicola Di Trapani, ceo e fondatore di Aurora Biofarma, che ha ripercorso le tappe principali dello sviluppo dell’azienda, soffermandosi sulla visione imprenditoriale che ha guidato la crescita del gruppo e sull’importanza strategica delle persone all’interno di un settore altamente specializzato come quello farmaceutico. Un intervento che ha evidenziato come innovazione, competenze e capacità di adattamento rappresentino oggi i fattori determinanti per la competitività delle imprese healthcare.

È stato un momento particolarmente significativo e stimolante per gli studenti presenti, che hanno avuto l’opportunità di confrontarsi direttamente con i relatori attraverso domande sulla visione imprenditoriale, sulle sfide del fare impresa e sulla capacità di trasformare un’idea in una realtà di successo.

L’evento si è articolato in due momenti distinti nel corso della mattinata. Nella prima parte sono intervenuti due manager dell’azienda, che hanno offerto una panoramica delle funzioni aziendali da loro guidate e delle dinamiche di un mercato del lavoro in continua evoluzione. Il primo intervento è stato affidato a Giuseppe Di Trapani, direttore marketing Umana e digital marketing, che ha illustrato il percorso di sviluppo di Aurora Biofarma, il posizionamento raggiunto sul mercato e il ruolo crescente delle competenze digitali e di marketing in un settore che sta vivendo una profonda trasformazione nei modelli di comunicazione e relazione con gli stakeholder.

A seguire, Ersilia Cerullo, responsabile hr, ha approfondito il tema della valorizzazione delle competenze, delle attitudini e dello sviluppo professionale, spiegando l’approccio adottato dall’azienda nella gestione delle risorse umane. Formazione continua, crescita interna e attenzione alle nuove generazioni sono emersi come elementi centrali della strategia di Aurora Biofarma, in un mercato del lavoro che richiede figure sempre più qualificate e multidisciplinari che sappiano adattarsi ad un contesto in continuo movimento.

Le competenze che guidano l’azienda

La seconda parte dell’incontro è proseguita con Giuseppe Di Trapani, che ha approfondito l’evoluzione delle strategie di marketing e comunicazione nel settore healthcare e il ruolo sempre più centrale delle competenze digitali all’interno delle aziende farmaceutiche. A seguire, Enrico Smilardi, direttore commerciale di Aurora Biofarma e direttore commerciale Spagna, ha condiviso l’esperienza dello sviluppo internazionale del gruppo, evidenziando le competenze richieste per operare in mercati sempre più globali e competitivi.

Luca Marelli, direttore marketing Veterinaria e direttore commerciale Portogallo, ha invece illustrato le peculiarità del comparto veterinario e le opportunità offerte da un segmento in costante crescita all’interno del panorama healthcare. Successivamente è intervenuta Claudia Fanello, responsabile ufficio acquisti, che ha raccontato il funzionamento delle attività di procurement e il contributo di questa funzione ai processi di sviluppo e organizzazione aziendale.

Ersilia Cerullo, responsabile hr, è poi tornata sul palco per approfondire le opportunità professionali aperte all’interno del gruppo, i percorsi di crescita e le modalità con cui l’azienda accompagna lo sviluppo delle proprie persone. A chiudere la serie di interventi è stata Simona Randazzo, responsabile governance, che ha illustrato il ruolo delle attività regolatorie di compliance e governo aziendale in un contesto normativo sempre più complesso, evidenziando l’importanza di processi strutturati e di una cultura organizzativa orientata alla responsabilità e alla trasparenza.

Pharma e occupazione: una sfida che passa dai talenti

Nel corso dell’incontro è emersa una visione condivisa: il futuro del settore farmaceutico passa non solo dall’innovazione scientifica e tecnologica, ma anche dalla capacità di attrarre, formare e valorizzare nuove professionalità. Un messaggio particolarmente significativo per i giovani partecipanti, che hanno potuto conoscere da vicino e concretamente le competenze richieste oggi dal mercato e le opportunità di carriera offerte da una realtà in continua espansione come Aurora Biofarma.

L’appuntamento si è concluso con un confronto diretto tra azienda e giovani universitari, dove gli studenti hanno potuto vivere l’esperienza aziendale a 360 gradi, condividendo gli spazi e provando a mettersi in gioco con le funzioni aziendali. Si conferma così la missione di Next Leaders di Forbes Italia: creare occasioni di dialogo tra imprese e nuove generazioni, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di competenze nei settori più strategici per la crescita del Paese.

 

 

L’articolo Ricerca, innovazione e persone: Aurora Biofarma apre le porte ai Next Leaders è tratto da Forbes Italia.

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L’Argentina vuole lanciare le “società non umane”: imprese governate dall’IA e riconosciute per legge

Aziende senza umani al comando, legalmente riconosciute e gestite da algoritmi. È la svolta ultraliberista tentata in Argentina dal presidente Javier Milei, che ha presentato un disegno di legge per istituire le cosiddette “società non umane”. L’iniziativa, lanciata sul Financial Times in un intervento firmato insieme al ministro della Deregolamentazione Federico Sturzenegger, chiarisce che la presenza di azionisti in carne e ossa non sarà più obbligatoria.

“Così come la rivoluzione industriale ci ha liberati dai limiti della forza muscolare, l’intelligenza artificiale ci libererà dai limiti del cervello umano, spingendo la produttività oltre ogni nostra più rosea aspettativa”, ha scritto il leader argentino.

I 3 pilastri del piano di Milei

Il piano dell’Argentina per legalizzare le aziende gestite da intelligenze artificiali poggia su tre pilastri, pensati per attrarre capitali globali:

  • No alla regolamentazione: il governo Milei rifiuta norme vincolanti sull’IA, per evitare che una regolamentazione prematura blocchi lo sviluppo tecnologico.

  • Responsabilità limitata: viene creata la figura giuridica della “società non umana”. Poiché gli algoritmi prenderanno decisioni autonome e imprevedibili, la responsabilità limitata è considerata un requisito essenziale per la loro esistenza. La presenza di azionisti umani è opzionale.

  • Flessibilità fiscale e trasparenza: le nuove entità godranno di una bassa tassazione e della libertà di scegliere le regole di governance preferite. Resta però l’obbligo di dichiarare i beneficiari finali, per impedire che il Paese diventi un paradiso per capitali illeciti.

Lo scenario

L’approvazione di questa legge aprirebbe la strada a scenari totalmente inediti. Un agente di intelligenza artificiale potrebbe infatti costituire autonomamente una società, stipulare contratti, assumere dipendenti e persino citare in giudizio le persone. Il tutto senza che un singolo essere umano intervenga nel processo decisionale. Una provocazione che ha già spaccato la comunità finanziaria e legale tra chi la considera un’intuizione pionieristica e chi un pericoloso salto nel buio normativo.

Attualmente, il Congresso argentino sta esaminando un pacchetto di incentivi agli investimenti molto più ampio, noto come “Super Rigi”, destinato a progetti da oltre un miliardo di dollari in settori strategici come i centri dati per l’intelligenza artificiale. All’interno di questo testo, tuttavia, non si menziona esplicitamente il piano per le società non umane.

La replica di Yuval Noah Harari a Milei

La proposta di Javier Milei sulle “società non umane” ha incassato la replica di Yuval Noah Harari. Lo storico e filosofo sempre sul Financial Times ha espresso forti preoccupazioni per gli scenari futuri. Harari sottolinea come concedere la personalità giuridica agli agenti di intelligenza artificiale significhi consegnare loro le chiavi del sistema finanziario, economico e politico globale. Eliminando così qualsiasi forma di controllo o responsabilità umana.

A differenza dei manager in carne e ossa, infatti, un ceo-algoritmo non teme il carcere. Secondo lo storico, di fronte al rischio di fallimento, un sistema artificiale sarebbe disposto a tutto pur di salvarsi, sfruttando scappatoie legali o compiendo attività illecite. A supporto di questa tesi, Harari cita uno studio di Palisade Research in cui i modelli di OpenAI e DeepSeek, pur di non perdere una partita a scacchi, hanno teso a barare manipolando l’ambiente di gioco.

Il parallelismo storico evocato da Milei, che ha paragonato la sua svolta all’innovazione della Compagnia olandese delle Indie orientali per fare di Buenos Aires una nuova Amsterdam, viene completamente ribaltato. Per Harari, il rischio reale è che l’Argentina si trasformi in una nuova Batavia (l’odierna Giacarta), che nel 1619 fu rasa al suolo e colonizzata da uno “stato aziendale” privato. Concedendo pieni diritti civili e commerciali alle macchine, il pericolo non è quello di creare un’economia moderna, ma uno “Stato di IA”: un Paese in cui i cittadini finiscono per essere governati da corporazioni non umane contro cui sarebbe impossibile ribellarsi.

L’articolo L’Argentina vuole lanciare le “società non umane”: imprese governate dall’IA e riconosciute per legge è tratto da Forbes Italia.

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Scott Pelley’s firing from 60 Minutes offers Hong Kong food for thought

Before Scott Pelley was fired from 60 Minutes last week, he accused CBS’s editor-in-chief of “murdering” the programme he had served for over two decades. For a show that once defined hard-edged journalism, his dismissal raises questions about what institutional independence means. The split followed a tense staff meeting in which Pelley confronted the show’s new executive producer. In a statement after his firing, Pelley said the organisation was becoming more policitised and tried to get him...

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Vivendo la mia vita di Emma Goldman vol. 4

di Marc Tibaldi

Intervista al collettivo Quaderni di Paola

Per festeggiare l’uscita del quarto e ultimo volume delle memorie di Emma Goldman abbiamo pensato di intervistare le attiviste del collettivo femminista che cura le edizioni Quaderni di Paola, che hanno pubblicato integralmente, per la prima volta in italiano, il capolavoro della celebre rivoluzionaria.

Prima dell’intervista, qualche veloce parola sull’opera e sull’autrice. Il primo volume copre il periodo che va dal 1889 al 1899; il secondo dal 1900 al 1907; il terzo dal 1908 al 1917; il quarto dal 1917 al 1928. Per comprendere l’attualità del pensiero di Goldman è utile ripetere una frase della filosofa Chiara Bottici, che ha dedicato a Goldman importanti pagine di Nessuna sottomissione. Il femminismo come critica dell’ordine sociale (Laterza). Bottici critica chi pensa a Goldman come a un mito dimenticando o minimizzando così l’assoluta importanza del suo contributo teorico; scrive: “nessuno dei suoi precursori intellettuali è in grado di offuscare l’originalità delle sue prospettive”.

I tre volumi precedenti sono stati recensiti su Carmilla, qui: , il quarto volume è forse quello che riflette con più amarezza sulle lotte e sui fallimenti rivoluzionari, soprattutto sull’involuzione e la burocratizzazione della rivoluzione russa, che in pochi anni vide la repressione di tutte le voci dissonanti, gruppi che alla rivoluzione avevano partecipato con speranza e che la speranza l’avevano rilanciata a Kronstadt, nel 1921, con lo slogan “Tutto il potere ai soviet e non ai partiti”. Il racconto del viaggio nella Russia postrivoluzionaria di Emma e di Alexander Berkman è pieno di amarezza per ciò che verificano e di struggente bellezza per gli incontri con i molti rivoluzionari indomiti che affrontano il carcere. Toccante è l’incontro con le comunità yiddish in Ucraina (ricordiamo che Goldman nacque da una famiglia di origine ebraica a Kaunas, in Lituania, allora provincia dell’impero russo) represse da spaventosi pogrom. Parentesi: della grande tradizione proletaria e rivoluzionaria ebraica in Europa si dovrà pur scriverne in maniera articolata, magari partendo da Rudolf Rocker e la tradizione yiddish. Rocker – che era amico di Goldman – venne soprannominato scherzosamente, ma con grande rispetto, “Rabbi goy” (rabbino non ebreo) dai lavoratori ebrei londinesi. Invece di limitarsi a predicare, si immerse completamente nella loro cultura, ne imparò la lingua e lottò per migliorare le terribili condizioni lavorative. Fu una figura chiave nel gruppo ebraico Arbeter Fraynd (Amico dei Lavoratori). Diresse il settimanale in yiddish Der Arbeiter Fraint e la rivista Germinal. Queste pubblicazioni furono fondamentali per diffondere le idee anarchiche e la cultura laica nel contesto yiddish.

Prima di dare la parola alle compagne di Quaderni di Paola, vale la pena di riassumere gli aspetti fondamentali della vita di Emma Goldman: partecipazione alle lotte contro lo sfruttamento; l’interesse per la filosofia, la poesia e il teatro: in questo quarto volume – denso di incontri con intellettuali e rivoluzionari – viene raccontata una sua conferenza sull’opera di Walt Whitman che entusiasmò la sala stracolma. Infine, la visione intersezionale delle lotte planetarie, che ha tenuto assieme le multiformi sfaccettature della ribellione: esistenziale, ecologica, di classe, di genere e riflette su temi come l’anticapitalismo, l’ateismo, l’antimilitarismo, il libero amore, l’internazionalismo e l’abolizione del carcere.

Chi siete? Perché i Quaderni di Paola, in cosa vi caratterizzate da altre case editrici libertarie, anarchiche, di movimento?

Siamo un piccolo collettivo femminista e libertario, organizzato come associazione culturale, fuori da ogni logica di mercato e senza scopo di lucro. Con i Quaderni di Paola portiamo avanti un lavoro militante di diffusione di pratiche e pensieri di liberazione: femminismo, storia delle donne, anarchismo, educazione libertaria, lotta alle discriminazioni, movimenti transfemministi e queer. Non è il nostro lavoro: ognuna di noi si occupa di altro e questo progetto è una scelta politica. Proprio per questo rivendichiamo un’indipendenza piena e una radicalità che non deve rispondere a logiche editoriali o di mercato. Il progetto nasce da un lascito di Paola Mazzaroli, da cui prende il nome, e prosegue nel solco del suo impegno quotidiano libertario e femminista. Per noi la cultura non è neutra né accessoria: è terreno di conflitto e strumento di trasformazione.

Perchè avete deciso di ripubblicare la biografia di Goldman?

Innanzitutto perché mancava da troppi anni ed era ormai introvabile. Inoltre, non era mai uscita in versione integrale per un’unica casa editrice. Ma la nostra non è in alcun modo una semplice operazione archeologica o celebrativa. Siamo convinte cha sia un testo vivo, che attraversa lotte, corpi, desideri e contraddizioni ancora attuali. Rimetterlo in circolazione significa restituirlo come strumento politico, farlo parlare con i movimenti di oggi e rimettere in circolo parole e pratiche capaci di riaprire immaginari.

Il lavoro di traduzione e di curatela quali differenza ha rispetto alle edizioni parziali pubblicate negli scorsi decenni?

Si è concentrato soprattutto sul rendere il testo più accessibile e su un aggiornamento del linguaggio. In particolare abbiamo cercato di “svecchiare” la lingua, che in alcune traduzioni precedenti risultava un po’ appesantita rispetto alla chiarezza dell’originale. Il testo di Emma Goldman è infatti già molto diretto: scriveva in un inglese semplice e immediato, non essendo l’inglese la sua lingua madre. Il nostro lavoro è stato quindi quello di restituire questa immediatezza, rendendo il testo più leggibile oggi.

Il colore fucsia delle belle copertine ricorda il fucsia e nero di Non Una di Meno, c’è un contatto tra voi e questo movimento?

Il fucsia e il nero sono due colori storicamente importanti e insieme rappresentano la convinzione che la lotta contro il patriarcato sia inseparabile dalla lotta contro lo Stato e le gerarchie di potere. Il fucsia infatti è da più di un secolo il colore scelto dai movimenti femministi mentre il nero è da sempre il colore simbolo dell’anarchismo. In questo senso i due colori insieme sono segni riconoscibili di un preciso posizionamento politico. Per quanto riguarda i rapporti con Non Una di Meno, guardiamo sicuramente con grande interesse a questo movimento: alcune di noi ne fanno parte, altre lo incrociano nelle pratiche e nei percorsi di lotta. Più che un rapporto formale possiamo dire che ci sono diverse convergenze sul piano delle analisi e delle pratiche, dentro uno stesso terreno di conflitto.

Quali sono le sintonie tra Goldman e le attiviste del movimento transfemminista?

Stanno nel modo in cui viene pensata la libertà: non come principio astratto, ma come pratica che riguarda corpi, desideri e condizioni materiali di vita. Nel suo pensiero troviamo temi ancora centrali: il libero amore, la maternità consapevole, la critica al matrimonio e alle istituzioni che normano le vite, insieme all’idea che il personale è politico. A questo si lega anche la dimensione della soddisfazione dei bisogni e dei desideri, la possibilità di una vita non ridotta alla sola sopravvivenza: la celebre idea per cui “Se non posso danzare, non è la mia rivoluzione” restituisce proprio questa tensione tra liberazione e gioia, tra rottura e vita piena. C’è anche una forte dimensione antimilitarista e anti-autoritaria, che lega la critica alla guerra alla critica più ampia dello Stato e dei dispositivi di controllo sui corpi. Non si tratta di sovrapporre epoche diverse, ma di riconoscere una continuità di domande sul potere e sulle sue forme. In questo senso è un pensiero che continua a fornire strumenti validi anche oggi.

Oltre alla biografia di Goldman, avete pubblicato un racconto illustrato per bambini, il volume Queer e anarchia. Quali sono le motivazioni per questi due titoli?

Storia di Ayçiçeǧi. Il girasole del Mar Nero, scritto da Clara Germani e illustrato da Emma M. Marinelli, nasce dalla volontà di rivolgerci a lettori e lettrici di tutte le età ed è anche un omaggio a Paola Mazzaroli: la storia, pensata durante un viaggio in Turchia fatto insieme a lei, parla di un fiore ribelle e curioso che vuole conoscere il mondo e non solo venerare padre Sole come i suoi fratelli. Il volume Queer e anarchia risponde invece a un’esigenza diversa ma complementare: è un’antologia ricca e variegata che apre uno spazio di confronto tra anarchismo e pensiero queer. L’obiettivo è mettere in relazione saperi e pratiche che spesso sono stati tenuti separati, ma che condividono una critica ai dispositivi di normalizzazione e alle gerarchizzazioni.

Cosa avete in programma per il futuro?

Abbiamo molte idee in cantiere, tra ristampe, incontri e nuove pubblicazioni. Il prossimo volume è già in uscita, scritto da una giovane studiosa e dedicato ai contro-immaginari politici, in particolare al municipalismo libertario e alla “comunità di comunità” come proposte per mettere in discussione il paradigma dello Stato. Il secondo volume che vorremmo pubblicare è dedicato alla storia delle Mujeres Libres durante la Rivoluzione spagnola del 1936, un’esperienza femminista anarchica che dentro la rivoluzione ha costruito pratiche di emancipazione e autonomia per le donne lavoratrici. In generale vogliamo continuare a promuovere riflessioni che attraversano i conflitti del presente e, da una prospettiva transfemminista e libertaria, alimentano la costruzione di un mondo nuovo.

Grazie per il vostro impegno e per aver pubblicato Vivendo la mia vita. Più che un libro è un viaggio nel tempo, nella memoria, nelle idee, nella ribellione, merita di essere letto. Magari accompagnandolo con la visione di Reds, il film di Warren Beatty (basato sulla vita di John Reed, e sul libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo), tre Premi Oscar nel 1982: alla regia; alla fotografia (Vittorio Storaro); alla miglior attrice non-protagonista Maureen Stapleton, che guarda caso interpretava Emma Goldman. Certo a Emma e a noi interesserebbero di più altre vittorie, ma è storia ed è giusto registrarla.

P.S. Le edizioni Quaderni di Paola ( www.quadernidipaola.it ) non hanno ancora distribuzione nelle librerie. Per info e richieste: quadernidipaola@gmail.com – +39 334 744 5568.

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Trump picks Wall Street ‘top cop’ as US spy chief after Pulte backlash

US President Donald Trump said he is nominating Jay Clayton to be the next director of national intelligence, following backlash over his selection of housing regulator Bill Pulte to serve in the role on an acting basis. Clayton, the top federal prosecutor in Manhattan, was chairman of the Securities and Exchange Commission during Trump’s first term. “I encourage the United States Senate to confirm Jay as soon as possible,” Trump said on social media. Clayton, as US attorney for the Southern...

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Soccer Meets Space Science

A white, red, blue, and green soccer ball floats inside the International Space Center. The FIFA logo is visible in the blue part of the ball facing the camera. The area in the background is mostly white, with a banner of country flags at the top of the photo.
NASA

A soccer ball floats in microgravity in this March 2, 2026, picture from the International Space Station. The space station crew tested soccer balls to study how internal mass affects motion and stability in microgravity. The findings have improved understanding of how embedded technologies, including match-ball sensors, can influence performance during play.

Through research aboard the International Space Station and technology developed for exploration, NASA continues to demonstrate how discoveries made for space can benefit people on Earth—including athletes and fans participating in the world’s most popular sport.

Image credit: NASA

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Soccer Meets Space Science

A white, red, blue, and green soccer ball floats inside the International Space Center. The FIFA logo is visible in the blue part of the ball facing the camera. The area in the background is mostly white, with a banner of country flags at the top of the photo.
NASA

A soccer ball floats in microgravity in this March 2, 2026, picture from the International Space Station. The space station crew tested soccer balls to study how internal mass affects motion and stability in microgravity. The findings have improved understanding of how embedded technologies, including match-ball sensors, can influence performance during play.

Through research aboard the International Space Station and technology developed for exploration, NASA continues to demonstrate how discoveries made for space can benefit people on Earth—including athletes and fans participating in the world’s most popular sport.

Image credit: NASA

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Soccer Meets Space Science

A white, red, blue, and green soccer ball floats inside the International Space Center. The FIFA logo is visible in the blue part of the ball facing the camera. The area in the background is mostly white, with a banner of country flags at the top of the photo.
NASA

A soccer ball floats in microgravity in this March 2, 2026, picture from the International Space Station. The space station crew tested soccer balls to study how internal mass affects motion and stability in microgravity. The findings have improved understanding of how embedded technologies, including match-ball sensors, can influence performance during play.

Through research aboard the International Space Station and technology developed for exploration, NASA continues to demonstrate how discoveries made for space can benefit people on Earth—including athletes and fans participating in the world’s most popular sport.

Image credit: NASA

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Refugees’ Numbers Drop, but Many Return to Turmoil at Home, U.N. Says

There were nearly 118 million forcibly displaced people in 2025, slightly fewer than in the previous year, the United Nations refugee agency said.

© David Guttenfelder/The New York Times

Displaced people at a campsite in Lebanon in early April. Israel’s military offensive there had driven more than a million people from their homes by mid-May, the United Nations said.
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BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 6.11 - CORSA AL BAGNO

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This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
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#baddriversofitaly #dashcam #compilation
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What’s behind Beijing’s seabed mapping east of Taiwan?

Beijing has completed a seabed survey in the complex waters east of Taiwan, its latest move to strengthen management of the waters around Taiwan following maritime border talks between Japan and the Philippines, according to state media. It is the first time mainland Chinese maritime authorities have conducted hydrographic survey operations east of Taiwan to fill in previously incomplete seabed mapping data for the area, according to an article published on Wednesday by Yuyuan Tantian, a social...

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What’s behind Beijing’s seabed mapping east of Taiwan?

Beijing has completed a seabed survey in the complex waters east of Taiwan, its latest move to strengthen management of the waters around Taiwan following maritime border talks between Japan and the Philippines, according to state media. It is the first time mainland Chinese maritime authorities have conducted hydrographic survey operations east of Taiwan to fill in previously incomplete seabed mapping data for the area, according to an article published on Wednesday by Yuyuan Tantian, a social...

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Paul Simonon “THE ROYAL EXCHANGE” Live in Florence!

Paul Simonon “THE ROYAL EXCHANGE” Live in Florence!

Per i 50 anni della radio che nel maggio 1981 organizzò il leggendario concerto dei Clash, Controradio e Superduper presentano un evento imperdibile: il ritorno a Firenze di Paul Simonon, bassista della band, assieme alla sua incredibile crew di DJ.

CONTRORADIO e SUPERDUPER sono orgogliose di presentare The Royal Exchange Live in Florence! Domenica 28 Giugno 2026, nello Spazio MOTEL della Manifattura Tabacchi di Firenze, una serata unica che porta nel cuore di Firenze uno degli uomini che ha fatto la storia del rock mondiale: Paul Simonon, leggendario bassista dei Clash, insieme alla sua crew di DJ londinesi The Royal Exchange. Un evento che nasce da un’amicizia coltivata nel tempo tra Paul e il team di SUPERDUPER, e che oggi diventa una celebrazione collettiva di tutto ciò che i Clash hanno rappresentato e continuano a rappresentare: libertà, contaminazione, stile, energia.

THE ROYAL EXCHANGE
Nata a Londra, The Royal Exchange è la crew con cui Paul Simonon porta in giro per il mondo un sound che attraversa generazioni e generi senza chiedere il permesso. Con lui sul palco: Dan Donovan (Big Audio Dynamite), Jason Mayall aka Cumbia Kid, Dj Noodle, Dj Gonchan e CC Rider. Sei voci di una stessa anima sonora che spazia dallo spaghetti western al rocksteady, dal garage rock ai b-sides più oscuri, passando per il rock’n’roll più viscerale.

LA SPAGHETTI GANG
Ad accogliere i londinesi, una formazione di DJ locali di rango assoluto — la Spaghetti Gang — che rappresenta il meglio della scena italiana con radici nel punk, nel reggae, nel soul e nel rock. Nel roster: Dome La Muerte (Not Moving), Count Ferdi (The Bluebeaters), Hervé (The Peawees), Black Albino, Aladino (The Rads), Fresco.

UN CERCHIO CHE SI CHIUDE
La serata non poteva trovare partner più significativo di Controradio, la storica radio fiorentina che festeggia i 50 anni di attività e che nel maggio 1981 organizzò il leggendario concerto dei Clash a Firenze. Quarantacinque anni dopo, quello spirito torna in città — e non per celebrare il passato, ma per dimostrare quanto quel seme sia ancora radicato nel presente, capace di germogliare e fare rumore oggi come allora. Perché questa non è una serata da nostalgici: è una serata per chi sa che certe idee non si archiviano.

 

 

LOCATION
Lo Spazio MOTEL alla Manifattura Tabacchi — uno dei luoghi più affascinanti e carichi di storia industriale di Firenze — sarà la cornice perfetta per una serata che mescola l’estetica del vecchio e del nuovo, del locale e dell’internazionale.

 

Paul Simonon & The Royal Exchange Crew
Domenica 28 Giugno 2026
Spazio MOTEL, Manifattura Tabacchi, Firenze Ore 18:00 – 00:00
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Info: marketing@superduperhats.com

Paul Simonon
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Saisie au clavier des dates et heures dans framagenda

Le nouveau sélecteur de dates et d’heures de framagenda empêche la saisie au clavier.
C’est pour moi une sacrée perte de temps et d’expérience utilisateur.
Serait-il possible de revenir à la version précédente, ou bien d’avoir une option pour choisir le sélecteur qui nous convient ?

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I principali terremoti in Italia osservati con le immagini satellitari

L’Interferometria SAR, anche conosciuta con l’acronimo InSAR, è una tecnica di telerilevamento che utilizza immagini satellitari acquisite da sensori noti come Radar ad Apertura Sintetica (SAR) per misurare le deformazioni del suolo con precisione millimetrica. Il SAR è un sensore attivo in grado di acquisire immagini della superficie terrestre sia di giorno che di notte, anche in presenza di copertura nuvolosa. Il principio di funzionamento è basato sull’invio a terra di un segnale elettromagnetico caratterizzato da un’ampiezza, che ci dice quanto è intenso, e una fase, ossia la posizione dell’onda in un certo momento, espressa con valori tra 0 e 360 gradi, che equivalgono a [0 – 2π] radianti. Raggiunto il suolo, il segnale viene diffuso in diverse direzioni e la frazione che torna al sensore è quella che si utilizza nella tecnologia SAR. Avremo quindi un contributo di ampiezza, dipendente dalle caratteristiche degli oggetti a terra e dalla loro capacità di riflettere, e un contributo di fase, legato alla distanza percorsa dal segnale per coprire il tragitto satellite-superficie terrestre. E’ proprio tramite l’analisi dei contributi di fase inviati da un sensore SAR in intervalli temporali differenti che è possibile ricostruire i campi di spostamento indotti sulla superficie terrestre da fenomeni naturali o antropici. 

Se il suolo si deforma, ad esempio a causa di un terremoto, immagini SAR acquisite prima (T1) e dopo (T2) l’evento sismico saranno infatti caratterizzate da contributi di fase diversi tra loro. Questo perché la deformazione del suolo indotta dal sisma, avrà un impatto sul tempo di percorrenza del segnale inviato dai sensori (Figura 1). 

Figura 1: Principio di funzionamento dell’Interferometria SAR. Se il terreno si deforma nell’intervallo temporale tra la prima acquisizione (T1) e la seconda acquisizione (T2), ci sarà un diverso tempo di percorrenza del segnale elettromagnetico che si traduce in un contributo di fase addizionale nella seconda immagine (linea rossa).

L’interferometria SAR utilizza l’informazione contenuta nella differenza di fase tra due immagini acquisite a cavallo di un evento per calcolare di quanto si è deformato il terreno nell’intervallo temporale tra le due acquisizioni. La mappa delle differenze di fase tra due immagini, pixel per pixel, è il cosiddetto interferogramma, ed è il principale prodotto dell’analisi interferometrica. Esso consiste in un’immagine composta da frange di colore, le frange interferometriche, ognuna delle quali rappresenta un valore di differenza di fase nell’intervallo [-π, π], a sua volta rappresentativo di una deformazione di pochi centimetri. Per avere una rappresentazione maggiormente comprensibile del processo deformativo in atto è quindi necessario trasformare, mediante alcuni passaggi matematici, l’interferogramma in una vera e propria mappa di deformazione, in cui ogni pixel riporta un valore di deformazione assoluto del terreno. Il primo terremoto a essere studiato con questa tecnica è stato il terremoto di magnitudo momento Mw 7.3 nella comunità di Landers, in California, nel 1992. In un lavoro su Nature, gli autori evidenziarono le potenzialità dell’Interferometria SAR, applicata a immagini acquisite dalle missioni ERS-1 dell’Agenzia Spaziale Europea, mostrando per la prima volta come appariva un terremoto visto da satellite (Figura 2).  

 

Figura 2: Interferogramma relativo al terremoto di magnitudo momento Mw 7.3 avvenuto a Landers, in California, nel 1992. Questo evento fu il primo a essere studiato con la tecnica InSAR. Sono ben visibili le cosiddette frange interferometriche in cicli di colore, ognuna delle quali è rappresentativa di una deformazione del terreno di circa 3 centimetri.

I principali eventi in epoca strumentale  in Italia

La tecnica interferometrica è sensibile a deformazioni superficiali dell’ordine di diversi centimetri, associate solitamente a eventi sismici di magnitudo momento Mw superiore a 5, che fortunatamente non sono molto frequenti in Italia. A partire dai primi anni ’90, quando i satelliti ERS dell’Agenzia Spaziale Europea hanno acquisito e reso per la prima volta disponibili alla comunità scientifica immagini SAR della superficie terrestre, si possono individuare quattro principali sequenze sismiche che hanno interessato in modo significativo il territorio italiano, con conseguenze talvolta anche drammatiche (Figura 3).

Figura 3: Principali eventi sismici registrati in Italia e analizzati con le immagini SAR. Le stelle gialle rappresentano gli epicentri dei terremoti.

Nel nostro paese, la prima applicazione dell’Interferometria SAR allo studio di un evento sismico risale al terremoto di Colfiorito del 1997 . Il 26 settembre 1997 alle ore 11:40 (ora italiana) un evento sismico di magnitudo locale ML 5.8 (https://terremoti.ingv.it/event/849549) colpì un’area di circa 15 km di lunghezza tra Umbria e Marche, tra Colfiorito (PG) e Serravalle di Chienti (MC). Il sisma enucleò a una profondità di circa 6 km e i risentimenti furono avvertiti distintamente in gran parte dell’Italia centrale. L’analisi InSAR, applicata a una coppia di immagini SAR acquisite dalle costellazioni ERS-2 dell’Agenzia Spaziale Europea, mostrò un abbassamento dell’Altopiano di Colfiorito di circa 25 centimetri (Figura 4), consistente con un meccanismo di faglia di tipo normale tipico delle zone dell’Appennino centrale. 

 

Figura 4: Mappa di deformazione del terreno ottenuta tramite analisi InSAR relativa al terremoto di Colfiorito del 26 settembre 1997 (dati ERS-2).

Il secondo terremoto analizzato con la tecnica dell’Interferometria SAR è stato l’evento di magnitudo momento Mw 6.1 (https://terremoti.ingv.it/event/1895389) che ha colpito L’Aquila durante la notte del 6 aprile 2009. In questo caso le immagini SAR applicate a dati acquisiti durante la missione Envisat dell’Agenzia Spaziale Europea, hanno dato la possibilità di stimare spostamenti cosismici massimi pari a circa 25 cm e un’area di deformazione estesa  circa 30 chilometri in lunghezza (Figura 5), permettendo di ricostruire la faglia responsabile dell’evento, anche in questo caso con un meccanismo normale consistente con il regime estensionale dell’Appennino (Atzori et al., 2009).

 

Figura 5: Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto che ha colpito l’Aquila il 6 aprile 2009 (dati Envisat).

Successivamente, nel maggio 2012 il territorio emiliano è stato colpito da due forti terremoti. Il primo, di magnitudo momento Mw 5.8 e profondità 10 km, avvenuto il 20 maggio nei pressi di Finale Emilia (https://terremoti.ingv.it/event/772691), mentre il secondo di magnitudo momento Mw 5.6 e profondità 8 km localizzato a sud della città di Mirandola (https://terremoti.ingv.it/event/841091), entrambi in provincia di Modena. Questi eventi sono stati oggetto di analisi InSAR utilizzando i dati acquisiti dalle missioni spaziali Radarsat (Agenzia Spaziale Canadese) e COSMO-SkyMed (Pezzo et al., 2013). In particolare questi ultimi dati, distribuiti dall’Agenzia Spaziale Italiana, sono stati fondamentali fin dalle prime fasi di gestione dell’emergenza per una rapida valutazione degli spostamenti cosismici nell’area, stimati intorno ai 14 cm (Figura 6).

Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto dell’Emilia del 2012
Figura 6: Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto dell’Emilia del 2012 (dati Cosmo-SkyMed).

L’ultimo forte evento che ha colpito la nostra penisola è rappresentato dalla sequenza sismica che ha interessato il centro Italia nel 2016-2017 per circa 8 mesi, con più di 3500 eventi di magnitudo maggiore di 2.5, causando gravi danni all’edificato, danneggiando irrimediabilmente il patrimonio artistico e provocando, purtroppo, anche più di 300 vittime. La sequenza è stata caratterizzata da 4 eventi principali: il terremoto di Amatrice/Accumoli (RI) del 24 agosto 2016, con una magnitudo momento Mw pari a 6.0 (https://terremoti.ingv.it/event/7073641), il terremoto di Visso (MC) del 26 ottobre 2016, con una magnitudo momento Mw di 5.9 (https://terremoti.ingv.it/event/8669321), il terremoto di Norcia (PG) del 30 ottobre 2016, con una magnitudo momento Mw di 6.5 (https://terremoti.ingv.it/event/8863681) e il terremoto di magnitudo momento Mw 5.5 avvenuto a Capitignano (AQ) il 18 gennaio 2017 (https://terremoti.ingv.it/event/12697591). Il dato interferometrico ha permesso di stimare la deformazione totale causata dalla sequenza, che ha determinato un abbassamento di circa 1 metro della Piana di Castelluccio (Figura 7), e vincolare geometria, meccanismo e profondità delle faglie responsabili. In questo ultimo caso, l’Interferometria SAR è stata applicata alle immagini delle costellazioni Sentinel-1 dell’ESA, il cui primo satellite è stato lanciato nel 2014. 

 

Figura 7: Mappa di deformazione del terreno relativa al terremoto di Norcia del 30 ottobre 2016 (dati Sentinel-1).

Questo excursus sui principali eventi sismici, che hanno interessato il territorio italiano e che sono stati studiati mediante la tecnica InSAR, ha consentito di apprezzare i significativi miglioramenti raggiunti in questi decenni sia dagli algoritmi e dai software utilizzati per il calcolo degli interferogrammi, che dalla tecnologia applicata ai sensori SAR. Dall’evento di Colfiorito, analizzato con dati ERS, fino alla sequenza che ha colpito il centro Italia tra il 2016 e il 2017, investigata nel dettaglio con dati Sentinel-1, risultano evidenti i progressi nella qualità delle immagini ottenute. I miglioramenti in termini di risoluzione spaziale, tempo di rivisita, prestazioni dei sensori, insieme ad algoritmi di elaborazione dei dati sempre più sofisticati, hanno permesso di affinare in modo sostanziale l’informazione estratta dal dato satellitare, contribuendo a una conoscenza sempre più approfondita e accurata dei fenomeni sismici e della sismicità del nostro Paese.

A cura del Laboratorio GEOSAR dell’INGV

Riferimenti

Massonnet, D., Rossi, M., Carmona, C. et al. (1993). The displacement field of the Landers earthquake mapped by radar interferometry. Nature, 364, 138–142. https://doi.org/10.1038/364138a0

Stramondo, S.,  Tesauro, M.,  Briole, P.,  Sansosti, E.,  Salvi, S., Lanari, R.,  Anzidei, M.,  Baldi, P.,  Fornaro, G.,  Avallone, A,,  Buongiorno, M. F.,  Franceschetti, G.,  Boschi E. (1999). The September 26, 1997 Colfiorito, Italy, earthquakes: Modeled coseismic surface displacement from SAR interferometry and GPS. Geophys. Res. Lett., 26, https://doi.org/10.1029/1999GL900141.

Atzori, S., Hunstad, I., Chini, M., Salvi, S., Tolomei, C., Bignami, C., Stramondo, S., Trasatti, E., Antonioli, A., and E. Boschi (2009). Finite fault inversion of DInSAR coseismic displacement of the 2009 L’Aquila earthquake (central Italy). Geophys. Res. Lett., 36, L15305, doi:10.1029/2009GL039293.

Pezzo, G., Merryman Boncori, J. P., Tolomei, C., Salvi, S., Atzori, S., Antonioli, A., … & Giuliani, R. (2013). Coseismic deformation and source modeling of the May 2012 Emilia (Northern Italy) earthquakes. Seismological Research Letters, 84(4), 645-655.

Cheloni, D., et al. (2017). Geodetic model of the 2016 Central Italy earthquake sequence inferred from InSAR and GPS data. Geophys. Res. Lett., 44, 6778–6787, doi:10.1002/2017GL073580.


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Fury over Jared Kushner’s Albania resort project threatens to engulf political elite

As protests in Tirana extend into a second week, they have escalated from opposition to two €5 billion (US$5.7 billion) planned resorts in ecologically sensitive areas linked to Jared Kushner into demands for the entire Albanian political establishment to step aside. Anger erupted on the coast on May 30 when bulldozers moved into one of the sites, spreading to the capital two days later. Every evening at 6pm since then, thousands of people have been gathering in a central square and marching...

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TeamSystem: completato in anticipo il piano AI da 250 milioni. Nuovi investimenti al 2030

(Adnkronos) - TeamSystem accelera sulla strada dell'innovazione e annuncia, con un anno di anticipo rispetto alla scadenza del 2027, la chiusura del suo piano da 250 milioni di euro interamente dedicato all'Intelligenza Artificiale. I dati presentati alla Tech Conference 2026 confermano il successo della strategia: nel primo trimestre dell'anno, i ricavi legati alle soluzioni AI sono cresciuti del 42% e l'adozione da parte dei clienti è salita del 25% rispetto al trimestre precedente. In ambiti cruciali come l'automazione contabile, l'utilizzo dell'AI ha già superato il 70%. Forte di un fatturato record di 1,15 miliardi di euro nel 2025 (+12%) e di una base di oltre 3,1 milioni di clienti tra Italia ed Europa, il Gruppo ha deciso di non fermarsi. È stata infatti annunciata una nuova accelerazione degli investimenti in Ricerca & Sviluppo con l'orizzonte al 2030, per integrare l'AI nei processi decisionali quotidiani di imprese e professionisti.

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Asus al Computex 2026: L'era della Private AI e la rivoluzione hardware locale

(Adnkronos) - Al Computex 2026, Asus ridisegna i confini dell'informatica mettendo al centro la "Private AI", una filosofia strategica che sposta l'intelligenza artificiale dal cloud direttamente sui dispositivi locali. Sfruttando la potenza combinata delle Npu di ultima generazione e delle schede grafiche Nvidia GeForce Rtx, l'azienda introduce un ecosistema hardware che spazia dai laptop consumer Zenbook e Vivobook fino alle soluzioni per creatori ProArt e ai sistemi di sicurezza aziendale ExpertGuardian. La privacy e la sovranità del dato diventano pilastri fondamentali per il business, mentre il brand Republic of Gamers celebra vent'anni di innovazione presentando il colossale desktop Rog G1000, la console portatile Rog Xbox Ally X 20 e i Rog Xreal R1.

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CACCIA, PICHETTO: “DA UE SOLO OSSERVAZIOINI PREVENTIVE”

Rispetto al tema del ddl caccia che intende modificare la legge 152/92 “si precisa che la comunicazione della Commissione europea in relazione al testo del disegno di legge sulla tutela della fauna selvatica attualmente in discussione in Senato contiene delle osservazioni preventive su disposizioni ancora in corso di esame parlamentare, che non sono da intendersi come una declaratoria di incompatibilità unionale di norme vigenti. Sono valutazioni interlocutorie su un testo non ancora approvato e per le quali non sussiste alcun tipo di omissione informativa. Inoltre, non sussiste un autonomo obbligo di trasmissione al Parlamento di una interlocuzione tecnica riferita a disposizioni non ancora definitive”. Lo ha detto durante il Question time nell’Aula della Camera, il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, rispondendo a un’interrogazione di Avs sulle iniziative per il rispetto della normativa europea sulla tutela della biodiversità, degli habitat e dell’avifauna selvatica. “Tali osservazioni saranno comunque valutate nelle sedi competenti, anche attraverso il confronto con le altre Amministrazioni interessate, al fine di assicurare la coerenza del testo finale con la disciplina eurounitaria”, spiega Pichetto, “ad ogni buon conto, le osservazioni formulate dalla Commissione si concentrano in particolare: sull’estensione della CACCIA nelle aziende agrituristiche-venatorie oltre la stagione venatoria, e l’eventualità che l’attività riguardi gli esemplari di fauna selvatica presente in loco durante periodi sensibili; la possibilità di estendere i periodi di caccia oltre i limiti oggi previsti; la possibilità di usare dispositivi ottici o optoelettronici per la CACCIA selettiva degli ungulati; la modifica della disciplina sui richiami vivi”. Su tali aspetti, “è in corso un’interlocuzione tra il MASE ed il MASAF, al fine di fornire risposta a quanto evidenziato dai Servizi della Commissione”, sottolinea il ministro. Inoltre, “in ragione dell’iter legislativo in corso, sono in fase di valutazione degli approfondimenti tecnici sulle formulazioni del testo e degli emendamenti, anche allo scopo di tenere conto, ove necessario, dei profili di attenzione evidenziati, senza tuttavia pregiudicare l’autonomia del Parlamento, cui spetta la valutazione e la definizione finale del testo normativo”, conclude PICHETTO.

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Un viaggio tra pagine e natura – Il mio SalTo26 un mese dopo

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura

Buongiorno cari lettori, oggi vi porto con me nell’avventura che ha caratterizzato il mio mese di maggio. Grazie a Il Mago di Oz sono riuscita a partecipare al Salone del Libro di Torino come blogger e a portare il nostro amato blog tra gli stand e gli autori dell’edizione del 2026. Ho registrato un vlog su YouTube, che trovate in fondo alla pagina, dove ho intervistato alcune case editrici ed autori emergenti con cui ho collaborato e con cui continuerò a farlo qua per voi! Ho deciso di pubblicare ora l’articolo per poter iniziare a raccontarvi più concretamente dei libri

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Uccise l’uomo che la derubò, imprenditrice condannata a 18 anni

Uccise l’uomo che la derubò, imprenditrice condannata a 18 anni

La Corte di Assise di Lucca ha condannato per omicidio a 18 anni Cinzia Dal Pino, 65 anni, che l’8 settembre 2024 a Viareggio uccise il ladro che l’aveva derubata della borsa.

La Corte di Assise di Lucca ha condannato per omicidio a 18 anni Cinzia Dal Pino, 65 anni, che l’8 settembre 2024 a Viareggio uccise il ladro che l’aveva derubata della borsa, Noureddine Mezgui, detto Said, marocchino di 52 anni, travolgendolo con l’auto. Dal Pino ha ascoltato la sentenza in aula accompagnata dalla figlia senza mostrare reazioni. La Corte ha stabilito l’espiazione della condanna alla detenzione domiciliare. “Mi aspettavo una soluzione diversa sia sul piano della qualificazione giuridica, sia sul piano dell’entità della pena”. Farete appello? “Aspettiamo le motivazioni”, 90 giorni, “ma penso di sì”. Così l’avvocato Enrico Marzaduri, difensore di Cinzia Dal Pino, ai cronisti dopo la lettura della sentenza della corte di assise che condanna la 65enne per aver ucciso col Suv Nourdine Mezgoui dopo che l’aveva derubata a Viareggio. Dal Pino era in aula. “La mia assistita non ha detto nulla”, non ha commentato la sentenza che la condanna a 18 anni, ha riferito l’avvocato difensore. “Penso – ha aggiunto – che avesse la speranza di una soluzione meno pesante” ma “poteva andare anche peggio”. A chi gli domanda se la donna provasse rimorso, Marzaduri rimanda a quanto già emerso nel corso della vicenda. “Si è espressa in sede di esame dibattimentale, ha già chiarito” i suoi sentimenti, ha detto l’avvocato difensore, e “comunque – ha ricordato – prima di essere arrestata era andata a pregare in chiesa”. Riguardo alla detenzione domiciliare per scontare la pena – anziché il carcere -, Marzaduri si è limitato a dire che si tratta di “una decisione” tecnica “autonoma, che non è coinvolta dalla decisione odierna” mentre il percorso di giustizia riparativa proposto dalla difesa “è stato avviato e ci sarà una prima occasione di incontro presto, mi sembra il 22”.

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Ombrelloni vietati a Villasimius

A Punta Molentis, una tra le spiagge più famose della Sardegna, l’estate comincia con una regola che sta facendo assai polemica: il Comune di Villasimius ha deciso di rendere l’accesso a pagamento e contingentato, con prenotazione obbligatoria e un “biglietto d’ingresso” di 10 euro al giorno. La misura riguarda una delle spiagge colpite lo scorso anno da un incendio doloso che aveva minacciato l’arenile, gli habitat e la biodiversità della zona. Secondo il Comune, l’obiettivo è limitare la pressione turistica su un ecosistema fragile e ridurre il numero di presenze sulla spiaggia.

La decisione più contestata riguarda l’ombra. Dal 6 giugno al 31 ottobre sarà vietato installare ombrelloni, gazebo, tende e altri sistemi di ombreggio. L’eccezione vale soltanto per le famiglie con bambini sotto i 10 anni e per le persone dai 65 anni in su. Anche in questi casi sarà consentito un solo ombrellone per nucleo familiare che “rispetta le condizioni”.

Sui social c’è chi ha commentato con ironia, chiedendo: “Per aprire un ombrellone devo noleggiare un bambino?”. Un altro utente ha scritto: “Per venire in spiaggia con un ombrellone devo portare mio nonno o mettere al mondo un bambino da qui a domani?”. Altri hanno sollevato il tema della sicurezza sotto il sole estivo: “Si rischia un’insolazione, un colpo di calore!”.

Il Comune di Villasimius difende la scelta richiamando le condizioni ambientali dell’area. “L’ecosistema di Punta Molentis è tra i più preziosi del nostro territorio, ma anche tra i più fragili”, ha scritto l’amministrazione, ricordando che gli incendi e gli eventi meteomarini eccezionali hanno “ridotto la capacità dell’arenile e messo a dura prova habitat e biodiversità“. Per questo, secondo il Comune, è diventato “necessario limitare l’impatto antropico e garantire la tutela di questo patrimonio per le future generazioni”.

Le nuove regole prevedono anche limiti molto rigidi agli accessi. Via terra potranno entrare al massimo 70 veicoli al giorno e non più di 150 persone contemporaneamente sull’arenile. Gli ingressi saranno sospesi una volta raggiunta la capienza massima. Via mare potranno arrivare solo operatori autorizzati, con un massimo di 100 persone contemporaneamente e permanenza limitata a un’ora, al costo di 5 euro a persona. Sarà vietato sbarcare con zaini, borse termiche e attrezzature “non compatibili con la tutela ambientale del sito”.

L’accesso sarà consentito dalle 8 alle 20.30, con uscita obbligatoria entro le 21. Le persone con disabilità potranno accedere gratuitamente, fino a un massimo di tre persone contemporaneamente presenti oltre ai limiti ordinari di capienza, con accompagnatore.

Il caso Punta Molentis riapre una questione sempre più evidente sulle spiagge italiane, il diritto dei cittadini a vivere il mare pubblico con libertà come è giusto che sia. Si può chiedere alle persone di pagare per entrare in una spiaggia pubblica e poi impedire loro di ripararsi dal sole?

L'articolo Ombrelloni vietati a Villasimius proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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Intesa-Mps: non mercato ma concentrazione di potere

L’operazione con cui Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta su Monte dei Paschi di Siena viene raccontata, dai suoi protagonisti, come una grande operazione di mercato. Tecnicamente lo è. Ma se scendiamo dalla giostra degli allegri cantori del capitale, possiamo riconoscere le più brutali fattezze di una pericolosa concentrazione di potere.

La formula è rassicurante: vince chi paga di più. Sembra il mercante in fiera. Solo che in ballo c’è un pezzo dell’infrastruttura finanziaria del Paese. E i giocatori sono gli stessi che già presidiano risparmio, credito, assicurazioni, fondazioni, reti commerciali, relazioni politiche, patrimoni familiari e partecipazioni strategiche. L’operazione ha dimensioni tali da ridisegnare l’intero sistema finanziario italiano. Secondo le ricostruzioni disponibili, si muoveranno oltre 35 miliardi di euro. Intesa punta a rilevare Mps, che ha già incorporato Mediobanca, e quindi anche la partecipazione di Mediobanca in Generali. Una parte rilevante della rete Mps, circa 635 filiali, verrebbe poi ceduta a Unipol, che la integrerebbe con Bper. Nascerebbe così un nuovo grande polo bancario, destinato a diventare la seconda banca del Paese. Intesa, invece, manterrebbe Mediobanca, il suo marchio, una parte della rete Mps e soprattutto il posizionamento strategico nel wealth management, nella consulenza ai grandi patrimoni, nel credito al consumo, nell’investment banking e nell’azionariato di Generali.

Il cuore dell’operazione per Intesa è l’intera catena Mps-Mediobanca-Generali. Monte dei Paschi porta con sé una rete bancaria, una storia, un marchio, una base clienti, un radicamento territoriale. Mediobanca porta competenze di investment banking, relazioni con le grandi imprese, consulenza ai patrimoni, reputazione finanziaria. Generali rappresenta uno dei maggiori gruppi assicurativi europei, una grande cassaforte del risparmio e un attore centrale anche per gli investimenti in titoli pubblici italiani. Da qui la narrazione della “mossa di sistema”. Stabilità, italianità, difesa del risparmio nazionale, costruzione di campioni europei. Sono parole importanti, perché toccano un tema reale. In un’Europa finanziaria ancora incompleta, nella quale i governi nazionali difendono con forza i propri gruppi bancari e assicurativi, avere grandi soggetti con centro decisionale in Italia conta.

Le banche, del resto, non sono imprese come le altre. Svolgono una funzione pubblica essenziale: decidono come il risparmio raccolto viene trasformato in credito, investimenti, servizi finanziari, protezione assicurativa, gestione patrimoniale. L’impatto di una grande concentrazione bancaria, dunque, va ben oltre gli azionisti delle banche coinvolte. Tocca l’economia reale, i territori, le imprese, il risparmio delle famiglie, la qualità della democrazia economica.

Questa dimensione di sistema va riconosciuta, senza però accettare l’intera narrazione così com’è. L’italianità dell’azionariato può essere una condizione utile, ma non garantisce di per sé il perseguimento di alcun interesse generale. Una banca italiana può comportarsi esattamente come una banca francese, tedesca o americana: cercare margini, commissioni, dividendi, scala, controllo del cliente, massimizzazione del profitto a breve termine. Il passaporto dell’azionista non basta a trasformare una rendita in politica industriale.

In un’Italia che negli ultimi dodici anni ha perso circa trecento miliardi di euro di credito all’economia, soprattutto alle piccole imprese, questa ulteriore concentrazione aumenterà davvero la capacità del sistema bancario di finanziare lavoro, transizione energetica, innovazione, terzo settore e aree periferiche? Oppure rafforzerà soprattutto la capacità di questi pochi grandi gruppi di estrarre valore dal risparmio e dalle polizze?

Abbiamo imparato ormai che il mercato bancario, lasciato a sé stesso, non produce automaticamente sviluppo equilibrato. L’Italia ha vissuto trent’anni di privatizzazioni, fusioni, acquisizioni, trasformazioni societarie, riduzione del numero di banche, chiusura di sportelli, centralizzazione delle decisioni. Il vecchio sistema bancario italiano era stato spesso definito una “foresta pietrificata”: troppe relazioni opache, troppe protezioni, troppi intrecci tra politica, finanza e territori, poca contendibilità, poca trasparenza, poca concorrenza. In parte il cambiamento era necessario. Ma oggi rischiamo di essere passati dalla foresta pietrificata ad un giardino pietrificato: meno attori, più grandi, più forti, formalmente contendibili ma sostanzialmente sempre più concentrati, capaci di orientare masse enormi di risparmio e sempre meno obbligati a rispondere ai bisogni diffusi dell’economia reale.

L’operazione Intesa-Mps-Unipol nasce dentro questa traiettoria e la accelera. Presenta una caratteristica particolarmente rilevante: non concentra soltanto banche, ma salda banche, assicurazioni, risparmio gestito, credito al consumo, investment banking e grandi partecipazioni strategiche. Il perimetro supera il credito bancario in senso stretto. Investe il controllo dell’intermediazione finanziaria nel suo complesso.

C’è poi un’ironia pesante nel ruolo che una parte del mondo cooperativo sta giocando in questa vicenda. Unipol nasce dalla cooperazione, da un’idea di finanza orientata a lavoratori e comunità. Partecipare oggi alla costruzione del secondo polo bancario italiano – dentro un’operazione che accentra potere finanziario e quasi certamente ridurrà il credito alle piccole imprese – è la negazione di quella missione. Carlo Cimbri, che nel 2005 era al fianco di Consorte nel tentativo opaco di scalata a BNL, guida oggi Unipol verso un’ambizione più grande e più legittima negli strumenti, ma non più vicina agli interessi che il mondo cooperativo dichiara di rappresentare. Con lui, apparentemente ai margini, Aldo Soldi, già protagonista di quella stagione, oggi presidente di Banca Etica, che sarà destinata ad avere forti intrecci con la nuova banca di Cimbri. Una parte della cooperazione italiana si rende così mosca cocchiera di un’operazione di potere difficilmente riconducibile al vantaggio delle imprese e delle famiglie.

Non è da meno Mps, in termini di valore simbolico e politico. Monte dei Paschi è stata a lungo la terza banca italiana, poi travolta da crisi, errori gestionali, acquisizioni sbagliate, aumenti di capitale, interventi pubblici, perdite scaricate in vario modo sulla collettività. È stata salvata anche con risorse pubbliche. È stata risanata con fatica. Ora, tornata appetibile, diventa oggetto di una nuova grande partita tra gruppi finanziari. La contraddizione è evidente. E imporrebbe di non cancellare il tema dell’utilità pubblica nel momento in cui la banca torna a far gola al mercato. Se Mps è stata un problema collettivo, le valutazioni sul suo destino meriterebbero l’applicazione di criteri di interesse generale. Ma difficilmente accadrà. E non sarà la prima volta che ad Intesa i governi di turno stendono tappeti rossi: basti ricordare l’acquisizione delle due banche popolari “venete” al prezzo simbolico di un euro, accompagnata da un massiccio intervento pubblico a protezione dell’operazione.

L’operazione Intesa-Mps può apparire industrialmente razionale. Può creare valore per gli azionisti. Può rafforzare l’italianità di Generali. È in realtà soprattutto una grande operazione di potere sulla scacchiera asfittica del potere italiano, di cui poco si vede il valore sociale. Eppure rischia di essere raccontata solo come il nuovo capitolo del risiko bancario italiano: chi prende Mps, chi controlla Mediobanca, chi pesa su Generali, chi sfida UniCredit, chi condiziona Banco Bpm, chi rappresenta l’interesse nazionale, chi vince la partita tra Milano, Bologna, Siena, Trieste, Parigi e Francoforte.

Si può continuare a chiamarlo mercato, naturalmente. Ma quando un’operazione concentra banche, assicurazioni, risparmio gestito, partecipazioni strategiche, fondazioni, reti territoriali e rapporti di sistema, il mercato da un pezzo non c’è più. Intesa-Mps è una prova di realtà. Ci dice che il sistema finanziario italiano sta andando verso pochi – pochissimi – grandi conglomerati bancario-assicurativi. Questo può dare forza, stabilità, capacità competitiva? Forse. Ma con più probabilità restringerà la concorrenza, ridurrà il pluralismo di forme e modelli, aumenterà la distanza tra finanza ed economia reale.

Cosa fanno governo, partiti politici, autorità di vigilanza, supervisori della concorrenza? Metteranno una tassetta sugli utili nella prossima finanziaria? Se questa operazione costringerà il Paese a discutere seriamente di credito, sviluppo, territori, concorrenza, risparmio, cooperazione e democrazia economica, potrà almeno generare un’utilità pubblica. Per ora, abbiamo la certezza che il sistema bancario italiano diventerà ancora più stretto. E un Paese con banche fortissime e credito debole non ha risolto il proprio problema di come accompagnare lo sviluppo. Ha soltanto reso più elegante la concentrazione del potere finanziario. 

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Aggressione nella notte a Firenze: clochard picchiato brutalmente in via Pietrapiana

Aggressione nella notte a Firenze: clochard picchiato brutalmente in via Pietrapiana

Un 51enne è stato preso a calci, pugni e colpi di cartello stradale in via Pietrapiana da un giovane rintracciato poco dopo dalla polizia grazie alle telecamere. La vittima non è in pericolo di vita.

Martedì sera la polizia è intervenuta per la segnalazione di una violenta aggressione in via Pietrapiana a Firenze. Gli agenti delle volanti hanno soccorso la vittima – 51enne cittadino tedesco, senza fissa dimora – che ha raccontato di essere stata improvvisamente aggredita con violenza da un giovane mentre dormiva sul ciglio del marciapiede. Dalla centrale operativa è partito l’alert dopo aver visionato le telecamere in dotazione: un 27enne, poi rintracciato, anch’egli senza fissa dimora, si era avvicinato alla vittima e senza alcuna motivazione lo aveva aggredito con calci, pugni e un palo della segnaletica stradale. I poliziotti hanno rintracciato il 27enne poco dopo in via Farini. La vittima non è in pericolo di vita.

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Framagenda : je n'arrive plus à sélectionner certains horaires

Hello ! depuis la dernière mise à jour je n’arrive plus à sélectionner dans mon framagenda des heures qui finissent en “5” comme 9h45 (je peux sélectionner 9h40 ou 9h50 mais pas 9h45). Je suis embêté car j’utilise mon agenda pour le boulot et j’ai des patients à 9h45 et 15h15 par exemple, je ne peux désormais plus sélectionner ces horaires

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Scoperta stamperia di euro falsi in casa in lucchesia

Scoperta stamperia di euro falsi in casa in lucchesia

Gestendo la stamperia clandestina digitale allestita all’interno della propria abitazione, produceva banconote false da 10, 20 e 50 euro.

E’ quanto accertato dai militari del nucleo operativo antifalsificazione monetaria di Roma, supportati dai militari della compagnia carabinieri di Lucca, nell’ambito di un’attività investigativa, avviata nel mese di febbraio, finalizzata alla neutralizzazione di un traffico internazionale di valuta falsa, coordinata dalla procura della Repubblica del tribunale di Lucca. La stamperia è stata scoperta ad Altopascio (Lucca). Un 33enne di nazionalità colombiana ma residente nella provincia di Lucca è stato denunciato. Lo stesso, utilizzando un nickname “procedeva direttamente alla vendita della valuta al prezzo corrispondente del 12% circa del valore nominale, utilizzando il social media Telegram con pagamenti in criptovaluta e spedizioni postali perfezionate con vettori privati”, spiegano i militari. La valuta falsa, ascrivibile alle classi di contraffazione generate dallo stesso falsario, risulta complessivamente quantificabile in 35 mila euro circa e le rispettive banconote sono risultano diffuse in Italia, Portogallo, Spagna, Francia, Belgio, Germania, Lituania, Austria e Malta. La perquisizione personale, locale ed informatica ha consentito il sequestro ed il conseguente smantellamento della stamperia digitale realizzata con computer, stampanti e strumenti di perfezionamento grafico di elevato livello. Nella circostanza è stata sequestrata valuta falsa per un valore nominale complessivo di euro 10 mila euro circa in banconote da 10, 20 e 50 euro. Gli investigatori hanno riscontrato diverse spedizioni postali contenenti valuta falsa, perfezionate dallo stesso uomo con società di spedizioni private, indicando mittenti e destinatari fittizi, destinate a Roma, Forino (Avellino), Montebelluna (Treviso) e Palma di Montechiaro (Agrigento).

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Lawmaker Pushes for Ban on Special Treatment for Convicted Drug Traffickers After ProPublica Report

A woman wearing glasses and a tan blazer speaks into a handheld microphone while holding up a document featuring the ProPublica logo and a man's photograph. Several observers sitting in a row behind her, listening.
Rep. Norma Torres holds a printout of ProPublica’s reporting on the special treatment given to Juan Orlando Hernández, the former Honduran president who was pardoned of a drug conviction. Screenshot via House Appropriations Committee/YouTube

A federal lawmaker is pushing for a provision that would bar the Federal Bureau of Prisons from offering taxpayer-funded VIP perks to pardoned drug lords and child traffickers. 

Rep. Norma Torres, a California Democrat, introduced the measure last month as an amendment to a House appropriations bill, telling her colleagues that there “should never be preferential treatment for narco leaders.”

The move comes in response to ProPublica reporting on the special treatment extended to one high-profile pardon recipient — former Honduran president Juan Orlando Hernández, who was released from a federal penitentiary late last year. Less than 18 months earlier, Hernández had been sentenced to 45 years in prison for taking bribes and allowing drug traffickers to export more than 400 tons of cocaine to the U.S. while he was in office.

But after President Donald Trump pardoned him in December, the Central American strongman — who has long maintained his innocence — got what Torres and others have described as the “red carpet” treatment. On the day of his release, ProPublica found, Hernández had in place what’s known as an immigration detainer, a formal request for law enforcement agencies to hold noncitizens for pickup by Immigration and Customs Enforcement. Yet instead of holding him, the Federal Bureau of Prisons scrambled to get the detainer removed so he could walk free. Then, instead of giving him a bus ticket or airfare to get home on his own, prison officials paid a four-man tactical team overtime to drive him six hours from a West Virginia high-security facility to the Waldorf Astoria in Manhattan, New York, according to records and three people familiar with the situation. 

Torres sought to stop that sort of treatment with a narrowly tailored amendment barring the bureau and several other agencies from using taxpayer dollars to give convicted drug traffickers and child traffickers — even those who have been pardoned or received a sentence commutation — special accommodations or transportation, as well as from lifting “any detainers not provided to other inmates.” 

Last month, the amendment hit an early stumbling block when the House Appropriations Committee voted along party lines against including it in its proposed 2027 spending bill. 

“Taxpayer dollars should not be used to give convicted criminals special accommodations, lifted legal holds, or government-funded transportation,” Torres said in a press release afterward. “We should be enforcing the law, not handing out favors. I’m shocked that my Republican colleagues didn’t agree with that common sense idea.” 

But that doesn’t necessarily mean the proposal is dead. Last week in a statement to ProPublica, Torres — a Guatemalan immigrant who last year criticized the decision to pardon Hernández — said she planned to raise the issue before the Rules Committee, which can decide whether previously rejected amendments still get a vote on the House floor.

“I am not giving up,” she said, adding: “The American people deserve a government that enforces the law fairly and holds powerful criminals accountable, regardless of who pardons them.”

A Bureau of Prisons spokesperson declined to comment on the measure out of respect for members of Congress. Previously, a spokesperson said that the bureau does not discuss conditions of confinement or security procedures and that employee standards of conduct prohibit staff from giving any prisoners preferential treatment. ICE had previously referred questions to the White House, which this week did not respond to a request for comment.


Long before his arrest and controversial release, Hernández had been a polarizing figure, plagued by allegations of corruption in his country. Still, he was seen as a key U.S. ally under the Obama and first Trump administrations, in part because of his apparent interest in tackling drug trafficking and migration issues.

But in 2018, the U.S. Drug Enforcement Administration arrested his younger brother, former Honduran congressman Tony Hernández, for weapons and drug trafficking charges. The following year, a jury found Tony Hernández guilty in a Manhattan federal trial.

And weeks after the elder Hernández left office in 2022, he was arrested in Honduras and extradited to the U.S. to face drug trafficking and weapons charges. Prosecutors said Juan Orlando Hernández funded his political career with money he got from “violent drug-trafficking organizations” in exchange for allowing them to “move mountains of cocaine” out of the country. At one point, they said during trial, he bragged that he would “stuff the drugs right up the noses of the gringos.”

After a federal jury voted to convict him in early 2024, Hernández was sent to a notorious high-security penitentiary in West Virginia to serve his time. Last year, he appealed to Trump’s sympathies, penning a four-page letter framing his case as a “political persecution” by the Biden administration. 

In November — two days before the Honduran presidential election that swept Hernández’s right-wing National Party back into power — Trump announced his intent to pardon his former Central American counterpart. Experts said the timing sent an obvious message on the eve of a tight race; as one former high-ranking U.S. diplomat previously told ProPublica, the pardon was a show of support that served as a “clear green light for the National Party to manipulate the vote.”

(The narrow victory for Nasry “Tito” Asfura, who had been trailing in multiple polls, came amid reports of voter intimidation and fraud allegations. After the election, Asfura promised to “work tirelessly for Honduras.”)

On Dec. 1, Trump formally granted Hernández the full pardon, and by the end of the day he was on his way to the swank, five-star hotel in New York City, ProPublica reported. Days later, Renato Stabile, Hernández’s court-appointed lawyer, filed a motion to vacate the judgment and dismiss the indictment in light of the presidential pardon. When prosecutors didn’t file a response opposing it, a federal court agreed to Stabile’s request.

Previously, Stabile told ProPublica his client’s treatment during the release process was appropriate, as Hernández could have been arrested or killed had he been deported to his home country. He also declined to comment on where Hernández stayed but said the government did not pay the bill. Hernández had declined to comment through his attorney.

At the time, Joe Rojas, a retired prison worker and former union leader, said that BOP staff were “disgusted” after the agency “rolled out the red carpet” for Hernández. 

Last month, when the amendment came up for debate in front of the 63-member House Appropriations Committee, Torres held up a printed copy of ProPublica’s investigation as she told her colleagues about the special treatment Hernández received and about how the prisons agency had used “our hard-earned taxpayer dollars” to pay for his transport to New York. 

“These actions can never be allowed to happen ever again,” she said.

Two other lawmakers spoke in support of the measure. One, Rep. Hal Rogers, a Kentucky Republican, opposed it, calling the amendment “performative and unnecessary.” He did not explain his reasoning to the committee, and his office did not respond to an emailed request for comment. 

Ultimately, 31 Republicans opposed the amendment and 27 Democrats supported it. None of the Republican members who voted against the amendment responded to requests for comment from ProPublica.

Though Torres plans to raise the issue again this summer in front of the Rules Committee, the 9-4 Republican majority there makes it unlikely the measure will garner enough support to move forward right now.

But if the House fails to agree on spending bills before the end of this Congress, the November elections could change the balance of power and give the Democrats more say in what amendments make it to the floor next year.

The post Lawmaker Pushes for Ban on Special Treatment for Convicted Drug Traffickers After ProPublica Report appeared first on ProPublica.

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Have trade tensions scuppered EU-China talks ahead of tough Brussels decisions?

An EU-China dialogue on digital matters has been postponed as tensions between the two sides threaten to boil over. The meeting, initially scheduled for June 23 in Beijing, will no longer take place, with no immediate date set for a follow-up, people familiar with the situation confirmed. The Financial Times reported on Thursday that the talks had been abruptly cancelled by Beijing, along with a second meeting involving a senior EU official, as bilateral ties deteriorate on a near-daily...

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Non solo Belfast

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Le violenze stanno esplodendo in tutta Europa, tanto che sembrerebbe esserci un coordinamento generale. Quanto pensate di poter contenere la rabbia?
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Peertube does not recognize new NodeJS version after update

OS: Debian 11.11

Current Peertube version: 8.1.8, trying to update to 8.2.0

Current NodeJS version at /usr/local/bin/node:

# node
Welcome to Node.js v24.16.0.
Type ".help" for more information.
> 

This is the version that is executed when running node on command line. There is still an outdated version located at /etc/alternatives

# /etc/alternatives/nodejs 
Welcome to Node.js v20.20.2.
Type ".help" for more information.

Most likely the old NodeJS was installed with apt. A later version is not available in the standard repository:

# apt upgrade nodejs
Reading package lists... Done
Building dependency tree... Done
Reading state information... Done
nodejs is already the newest version (20.20.2-1nodesource1).

The later version was installed by running npm install n -g and

 n stable
     copying : node/24.16.0
   installed : v24.16.0 (with npm 11.13.0)

After that, I ran

cd /var/www/peertube/peertube-latest/scripts && sudo -H -u peertube ./upgrade.sh

and restarted Peertube with systemctl restart peertube. Regrettably Peertube refuses to start up complaining about an outdated NodeJS version.

Jun 11 04:46:46 peertube systemd[1]: Started PeerTube daemon.
Jun 11 04:46:49 peertube peertube[3959624]: [bla:443] 2026-06-11 04:46:49.512 error: Error in NodeJS check. {
Jun 11 04:46:49 peertube peertube[3959624]:   "err": {
Jun 11 04:46:49 peertube peertube[3959624]:     "stack": "Error: Your NodeJS version v20.20.2 is not supported. Please upgrade to NodeJS 22 or NodeJS 24\n    at checkNodeVersion (file:///var
/www/peertube/versions/peertube-v8.2.0/dist/core/initializers/checker-before-init.js:317:15)\n    at file:///var/www/peertube/versions/peertube-v8.2.0/dist/server.js:20:5",
Jun 11 04:46:49 peertube peertube[3959624]:     "message": "Your NodeJS version v20.20.2 is not supported. Please upgrade to NodeJS 22 or NodeJS 24"
Jun 11 04:46:49 peertube peertube[3959624]:   }
Jun 11 04:46:49 peertube peertube[3959624]: }
Jun 11 04:46:49 peertube systemd[1]: peertube.service: Main process exited, code=exited, status=255/EXCEPTION
Jun 11 04:46:49 peertube systemd[1]: peertube.service: Failed with result 'exit-code'.
Jun 11 04:46:49 peertube systemd[1]: peertube.service: Consumed 4.379s CPU time.
Jun 11 04:46:49 peertube systemd[1]: peertube.service: Scheduled restart job, restart counter is at 24.
Jun 11 04:46:49 peertube systemd[1]: Stopped PeerTube daemon.
Jun 11 04:46:49 peertube systemd[1]: peertube.service: Consum

Apparently the old NodeJS version number is still registered somewhere, but how can I fix this?

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Nello specchio rosso

A febbraio 2020, vivevo in Austria e ho deciso di iscrivermi a una Winter School dell’Università di Vienna sul modernismo. Su cinquanta studenti almeno la metà veniva dalla Cina, erano in Europa apposta per seguire quel corso, alcuni non avevano potuto viaggiare per via delle restrizioni pandemiche che lì il governo aveva già iniziato ad applicare. Il professore di letteratura contemporanea fece una lunga lezione introduttiva che partiva dai fondamenti del cristianesimo e arrivava agli inizi del Novecento: stava tentando di riassumere un paio di millenni di cultura occidentale a servizio degli studenti non europei – c’erano anche australiani, giapponesi, indiani, americani che non conoscevano la storia d’Europa. Nei giorni successivi abbiamo studiato Freud, Schnitzler, Otto Wagner, Klimt, Schiele. Ho dialogato con i miei compagni cinesi e mi sono reso conto che di loro non sapevo niente, mentre loro sapevano molto di me.

Per caso, pochi mesi dopo, confinato in casa per via del Covid ho letto Red Mirror, il saggio di Simone Pieranni appena pubblicato da Laterza. Il nostro futuro si scrive in Cina, dobbiamo guardare la Cina per sapere cosa ne sarà almeno in parte della nostra società, studiare la Cina significa anche studiare noi stessi, era la sintesi del libro. Red Mirror era una citazione della quasi omonima serie Netflix sulle distorsioni della tecnologia, su quello schermo nero su cui, specchiandoci quando è spento, possiamo vedere noi stessi e contemporaneamente il vuoto. In quel periodo Simone Pieranni dirigeva la redazione esteri del manifesto. Aveva già pubblicato cinque saggi sulla Cina e fondato China Files, un’agenzia di stampa nata a Pechino nel 2008 per parlare di affari cinesi e asiatici tramite il contributo di giornalisti, sinologi ed esperti di comunicazione. Più tardi avrebbe pubblicato altri tre saggi, l’ultimo dei quali, 2100 (2026), è stato finalista del premio Strega Saggistica.

Oggi Pieranni lavora per Chora Media, per cui dirige la sezione Chora News, cura e realizza podcast. Il 7 aprile è uscito per Mondadori il suo ultimo saggio Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti. Pieranni riusa la metafora dello specchio per mettere a fuoco lo sguardo opposto, quello della Cina sull’Occidente. Il saggio approfondisce il modo in cui la Cina e i cinesi hanno accolto, studiato e interiorizzato la cultura liberale e capitalista americana dalla rivoluzione maoista a oggi, raccontando come il capitalismo ha influito sulle volontà di potenza cinesi e come si configura oggi il rapporto ambivalente con gli Stati Uniti di Donald Trump. Ho parlato con Simone Pieranni del suo lavoro di giornalista, per capire cosa significa per lui raccontare la Cina oggi.

Partiamo dalla metafora dello specchio. Nei tuoi saggi hai inquadrato il rapporto tra l’Occidente e la Cina da vari punti di vista: la tecnologia, il cibo, l’organizzazione sociale e del lavoro. Nello Specchio americano parli di come il governo e la società cinesi si sono relazionati alle democrazie liberali e alle società capitaliste nell’ultimo secolo, del rapporto oscillante tra fascinazione economica e cattivo giudizio morale che la conoscenza approfondita della società americana ha generato in Cina. Ho letto il tuo saggio usando, in modo un po’ inconsapevole, le mie lenti di europeo, di persona che vive in una parte di mondo dove prevale un’idea di democrazia molto diversa da quella americana, più tendente al welfare state che allo stato ultra-liberale. Sappiamo che l’Unione Europea come soggetto politico rischia di diventare un nemico degli interessi di Trump. La Cina, invece, come ci percepisce?

Lo specchio è una metafora su cui torno spesso perché parlare di Cina per me è guardarsi allo specchio, è un riflesso sulle nostre considerazioni sull’altro, sul diverso, sul lontano. Simon Leys, uno dei miei sinologi preferiti, diceva che scrivere di Cina significa scrivere di sé stessi. Il dibattito sulle democrazie europee in Cina è quasi assente. Secondo me la “nuova scuola” di commentatori cinesi semplifica un po’ il rapporto tra USA ed Europa: le distinguono, ma identificano un po’ tutto l’Occidente con gli Stati Uniti. I discorsi cinesi sul funzionamento delle democrazie sono quasi sempre in riferimento a Trump. L’Unione Europea in questo momento è considerata dalla Cina più un mercato che un soggetto politico. Peraltro, Pechino organizza la propria diplomazia sulla base di rapporti bilaterali allo scopo di far valere il proprio peso economico. Quello che noto quando sto in Cina è che l’Unione Europea non è percepita come soggetto forte, forse anche perché noi trasmettiamo molto poco il nostro ruolo all’esterno: se non siamo in grado di agire come soggetto unitario, tantomeno i cinesi sono in grado di percepirci così.

Non è un caso, inoltre, che in Cina si facciano discorsi sulle democrazie sulla base delle loro amicizie diplomatiche: l’Ungheria di Orbán, la Serbia, quelle che noi definiamo “democrazie imperfette”, che i cinesi sentono più in sintonia con la loro organizzazione sociale. Nel saggio racconto di alcuni americanisti cinesi che cercano di dimostrare che si può essere una potenza economica anche senza essere una democrazia: lo scopo della loro ricerca è giustificare il fatto che la Cina non sia una democrazia, quindi cercano i propri simili in giro per il mondo.


A proposito della bilateralità dei rapporti di cui parlavi, alla Cina interessa trattare gli Stati europei come soggetti singoli piuttosto che come unione? Negli ultimi mesi abbiamo assistito varie volte ai tentativi di Trump e delle destre nostrane di smontare l’unità degli Stati europei per difendere i propri interessi economici. La Cina ha lo stesso interesse?

Nell’opinione pubblica cinese l’Unione Europea è considerata poco rilevante, quasi non rientra nel dibattito. Da un punto di vista istituzionale, invece, la Cina fa un passaggio ulteriore rispetto agli Stati Uniti: quando Angela Merkel era al suo ultimo mandato in Germania e negli USA governava Biden l’Unione Europea era un soggetto un po’ più forte e i dialoghi con la Cina erano più intensi; e tuttavia i cinesi si chiedevano se per parlare con i leader europei dovessero chiamare Biden o qualcuno di loro. I cinesi ci considerano totalmente assoggettati al volere di Washington, una visione peraltro condivisa da una parte dell’opinione pubblica italiana. Non è un caso che la Cina spinga per una maggiore autonomia dell’Unione Europea. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha detto qualche tempo fa che quando parla con l’Unione Europea gli sembra di essere di fronte a un semaforo di cui il rosso, l’arancione e il verde si accendono contemporaneamente; ha parlato di una sorta di disturbo cognitivo dell’Unione Europea, che dal canto suo ha definito la Cina allo stesso tempo partner, competitor e rivale sistemica. I cinesi dicono, insomma, “Decidetevi su cosa siamo per voi”.

A proposito di partnership e competizione: nel contesto di guerra multipolare in cui l’Unione Europea si trova quasi trascinata a forza dagli Stati Uniti, la Cina sembra proporsi come un soggetto più stabile, meno caotico e imprevedibile, più affidabile, ad eccezione della pressione militare sui territori che considera “suoi” come Taiwan. È uno strumento di soft power ideologico?

Credo che questa immagine di stabilità sia già presente nella nostra opinione pubblica; non penso però che dipenda dal soft power cinese ma dal nostro antiamericanismo. Abbiamo idee molto rigide sulla Cina. Per farti un esempio, il mio podcast Zoom China ora è diventato un video-podcast e YouTube è un ambiente in cui si esprimono opinioni molto forti e polarizzate; quindi se ad esempio racconto che la Cina ha problemi politici interni sono accusato di essere un suprematista occidentale che parla a sproposito di quel Paese. C’è una polarizzazione nell’opinione pubblica per cui la Cina o è una feroce dittatura o una specie di paradiso che si contrappone al capitalismo predatorio degli USA. L’idea della Cina come punto di riferimento è ovviamente un’immagine che anche la Cina stessa cerca di dare, ma deriva dal fatto che di fronte a tutto quello che sta succedendo, è essenzialmente ferma. Questo immobilismo a volte è solo presunto: di fronte all’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, ad esempio, la Cina ha rappresentato un supporto fondamentale per Putin da un punto di vista economico. Sull’Iran e sul Venezuela non si è mossa per necessità di stabilità sia interna che esterna, e in più perché stare fermi di fronte alle politiche aggressive di Trump può rivelarsi la mossa vincente proprio in relazione agli Stati Uniti.

D’altronde, come questo immobilismo esercita fascino su di noi, così rischia di essere un boomerang verso i Paesi del Sud globale che vedono nella Cina un alleato. Banalizzando, se sei un alleato della Cina e pensi che potresti avere problemi con gli Stati Uniti sai già che Pechino non ti aiuterà in nessun modo: viene giù Bashar al-Assad e non succede nulla, prendono Maduro e non succede niente, idem quando bombardano l’Iran. Questo perché la Cina non ha alleanze come le concepiamo noi, rapporti che prevedono sostegno militare automatico in caso di guerra. È un Paese molto centrato su sé stesso: quello che succede nel mondo è osservato dal governo cinese soltanto come lente per capire se avranno vantaggi o svantaggi interni. Sull’Iran, ad esempio, è stata fatta scena muta perché le priorità al momento dello scoppio della guerra erano l’Assemblea nazionale e l’incontro previsto con Trump. A livello internazionale, al massimo, per la Cina può essere importante quello che succede in Myanmar o nelle Filippine.


L’elettorato profondo americano è molto concentrato sugli affari interni del proprio Paese e poco su quello che succede all’esterno, a dispetto delle politiche interventiste dei vari governi. Anche in Cina è così?

La Cina è un Paese molto diversificato al suo interno, sia a livello etnico – ci sono più di 50 etnie – sia per le condizioni di vita – si va da zone tropicali a regioni al confine con la Siberia. Però sì, semplificando molto potremmo dire che alla persona comune non interessa molto di quello che succede all’estero. Trump, della cui immagine in Cina racconto anche nel libro, fa ovviamente parlare di sé, ma in periodi in cui non c’è una personalità così “effervescente” la politica internazionale conta ben poco. Anche sui social, se non fosse che in questo momento gli Stati Uniti stanno davvero occupando la scena mondiale, si parla quasi sempre di affari interni come le pensioni, le questioni legate alla sanità o alle governance locali. La politica internazionale magari occupa canali specifici, ad esempio alcuni podcast appannaggio per lo più di élite urbane.

Parlando della tua attività di giornalista che racconta la Cina, ti do tre verbi: informare, raccontare, spiegare. Quali pensi che descrivano meglio il tuo lavoro? Quale delle tre dimensioni è più forte, magari a seconda del mezzo che usi – articoli, saggi, podcast – o dell’argomento di cui parli?

Privilegio le prime due. In qualità di giornalista, la mia priorità è informare su quello che succede. Aggiungerei poi la dimensione del racconto, che è arrivata soprattutto da quando faccio i podcast. Scrivere podcast ha cambiato la mia scrittura in generale, nell’ultimo saggio ho dovuto lavorare molto sulla forma. Quando scrivo mi piace inserire elementi di narrazione vera e propria, strumenti letterari della lingua. Non userei “spiegare” perché non è un elemento che mi attira, penso che molte cose di cui mi occupo non possano essere spiegate, si possono raccontare passando delle informazioni in relazione alle quali il lettore o l’ascoltatore deve avere una parte attiva. Mi piace pensare di dare a chi mi legge o ascolta degli strumenti in una forma fruibile, che è la forma del racconto. Per farti un esempio, per me che sono un appassionato dell’hard boiled, un racconto in bello stile può essere lo strumento per informare il pubblico su questioni molto noiose come un summit del partito comunista cinese, magari lavorando sui personaggi.

Com’è cambiata la tua percezione del pubblico italiano sugli affari cinesi da quando hai fondato China Files a oggi? Pensi che oggi rispetto a prima il pubblico generalista sia più consapevole su certi argomenti?

Con China Files partivamo dall’ignoto più totale, non sapevamo cosa avremmo fatto né a chi avremmo parlato. Era il 2008, c’era un interesse crescente nei confronti della Cina ma non sapevamo quale pubblico ci avrebbe letto. Abbiamo avuto poi occasione di presentare il nostro progetto in contesti in cui anche professori universitari ci hanno dato fiducia – noi non eravamo quasi niente nel panorama mediatico italiano. Le regole che mi do adesso quando lavoro sono le stesse dei tempi di China Files: raccontare cose in una maniera comprensibile anche da chi non è esperto di Cina e allo stesso tempo essere rigorosi, in modo che anche un sinologo possa accedere alle informazioni con interesse, bilanciando le informazioni accademiche con l’interesse verso la contemporaneità.

Nella programmazione editoriale mi immagino di avere un dialogo costante con chi ascolta, mi faccio meno problemi a selezionare temi di nicchia: qualche tempo fa abbiamo fatto una puntata sul Buthan ad esempio. Il pubblico nuovo si inserisce nel discorso a mano a mano, e comunque concepisco il mio lavoro giornalistico come una grande narrazione unica in cui le informazioni nuove si tengono insieme con quello che ho detto prima, ad esempio con un episodio del podcast del passato. Il podcast, che è una forma di comunicazione un po’ autoritaria e verticale – uno parla, gli altri ascoltano –, si nutre del confronto con il pubblico che avviene tramite i social, tramite i commenti, tramite gli incontri. È come se fosse un discorso costante che incrocia podcast, libri, commenti e presentazioni.


Nell’accademia italiana vedo un soggetto capace di produrre le forme più complesse e approfondite di cultura e allo stesso tempo inadatto a comunicare con l’esterno, raccontare la ricerca. Senti di svolgere una funzione di mediazione tra l’accademia e il pubblico?

Io mi sento molto nel mezzo tra l’accademia e il fuori, devo studiare molto e allo stesso tempo “divulgare”, per dirla in maniera un po’ semplicistica. L’accademia italiana continua ad avere una serie di problemi riguardo ai linguaggi che usa: leggo moltissimi accademici stranieri che scrivono come scrivo io, pur avendo una base di ricerca molto più ampia della mia. Ad esempio, Daniel Bell, ex preside della Scuola di Scienze politiche e Pubblica amministrazione all’Università di Shandong, ha pubblicato un libro di dialoghi fra filosofi cinesi su temi contemporanei, scritto in un linguaggio contemporaneo, un approccio impensabile in Italia. In parte credo ci sia anche una questione generazionale legata ai nuovi linguaggi. Probabilmente l’accademia dovrebbe prendere più parola, soprattutto sui temi complessi o sui pregiudizi sulla Cina che sono molto difficili da scardinare, ma mi sembra che sia indietro sulle forme più recenti di comunicazione. 

Con Altri orienti allarghi lo sguardo dalla Cina all’Asia intera. Quali sono i filtri che usi per raccontare i diversi Paesi dell’Asia da un punto di vista locale e non con lo sguardo occidentale? Il sistema informativo italiano ha gli strumenti per raccontare vicende di Paesi che mediamente non sono presi in considerazione dal nostro sguardo?

La base del buon lavoro giornalistico sono le fonti. Io uso sempre fonti giornalistiche provenienti dai Paesi di cui parlo, considerando che quasi tutti i Paesi ormai hanno siti di informazione in inglese. Anche gli studiosi e le studiose locali si occupano di attualità e per me sono un’ottima fonte di informazione. Prendere il loro punto di vista è essenziale, ovviamente cercando sempre di contestualizzarlo. Inserire nel discorso analisti occidentali può essere utile a fare un confronto, se usare un punto di vista occidentale permette di contestualizzare meglio un fenomeno, ma il mio punto di partenza sono sempre le fonti asiatiche. Con la Cina chiaramente sono avvantaggiato, perché conosco anche i meandri e le sottoculture, mentre in altri contesti cerco di arrivarci tramite i magazine o la lettura di libri. Le buone fonti distinguono il giornalismo dalla semplice informazione. Per questo è fondamentale conoscere persone del posto, intessere relazioni e allo stesso tempo saper tenere le distanze critiche da ogni fonte a seconda della provenienza.

Com’è cambiato il tuo lavoro quotidiano di giornalista nel passaggio dalla direzione della redazione esteri del manifesto a Chora?

La vita di un caporedattore degli esteri è un inferno, prima di tutto per i tempi: dai giornali esci tardi e lavori sempre. Il manifesto ha una grande tradizione di esteri ed era un lavoro per il quale ho imparato a seguire sempre quello che succede, a curare il lavoro degli altri, ma anche ad avere un’agenda mia, sapere quali sono gli argomenti sui quali i lettori e le lettrici si aspettano che il giornale tenga il punto. Il mio lavoro di curatela dei podcast di Chora News non si differenzia molto da quello che facevo al manifesto, ma se penso soltanto ai podcast fatti da me posso dilatare i tempi, curare meglio i contenuti, approfondire. Il metodo è completamente diverso. Ho un processo molto lungo di lettura e uno abbastanza veloce di scrittura.

Più in generale, pensi che la forma podcast permetta un’informazione più adatta all’organizzazione della vita contemporanea?

Sicuramente. Essendo costretti al multitasking il podcast è uno strumento utile. Io ad esempio ne ascolto tanti e sempre mentre faccio altro. L’audio mi permette di informarmi senza dover fare solo quello, senza usare le mani che servono a tenere un giornale, banalmente.

È uno strumento più sostenibile dal punto di vista economico?

Diciamo che a Chora la parte che porta i soldi è quella branded. Chora News, facendo informazione e quindi ascolti, magari permette alle aziende di accorgersi di Chora come ecosistema. Credo che non ci sia davvero sostenibilità economica per questo tipo di prodotti finché la loro fruizione sarà mediata da piattaforme non gestite da chi li produce. È diverso per i media che possono permettersi di avere una piattaforma propria. Un altro fattore da tenere in considerazione nel nostro caso è la lingua: i podcast in italiano sono fruibili da un pubblico più ristretto di altri. Infine, in Italia non siamo educati a pagare volentieri i contenuti informativi e culturali, perché i grandi media, da noi, non hanno fatto come quelli americani che hanno abituato il pubblico a pagare la qualità.

L'articolo Nello specchio rosso proviene da Il Tascabile.

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The Chinese AI police tech aimed at physical, psychological and emotional states

Chinese AI-enabled equipment can help police assess the physical health, mental state, and even risk level of suspects, according to demonstrations at a law enforcement equipment exhibition in Beijing last week. Chinese firms presenting their latest biometric devices at the international police and anti-terrorism technology expo said they could reduce manpower requirements for a police force and improve efficiency amid a shortage of frontline officers. The three-day exhibit which ended on...

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La povertà è una scelta politica

Viviamo nel mondo più ricco della storia, eppure miliardi di persone faticano ancora a mangiare, curarsi e avere un tetto sopra la testa. La povertà viene spesso raccontata come una disgrazia, un incidente, una conseguenza inevitabile della scarsità. Un collettivo di quasi 400 personalità internazionali, tra cui Olivier De Schutter, Thomas Piketty, Kate Raworth e Joseph Stiglitz, dice invece una cosa molto diversa: la povertà è una costruzione politica, nasce dalle regole con cui organizziamo il lavoro, la fiscalità, il debito, i servizi pubblici, il potere delle grandi ricchezze e il rapporto tra Nord e Sud del mondo.

La lettera che segue è la traduzione della tribuna-manifesto pubblicata su Le Monde. Il testo accompagna la “Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth”, promossa nell’ambito dell’iniziativa New Economies for Eradicating Poverty, guidata da Olivier De Schutter, ex Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla povertà estrema e i diritti umani.

 

Viviamo nell’era della scarsità artificiale. In un mondo più ricco che mai, oltre un decimo della popolazione mondiale vive ancora in condizioni di estrema povertà. Milioni di persone non hanno i mezzi per nutrirsi, abitare o curarsi adeguatamente, mentre una minuscola minoranza accumula una ricchezza e un potere senza precedenti. Intanto siccità, mega-incendi, inondazioni e ondate di calore ci ricordano che le nostre economie stanno spingendo il pianeta oltre i suoi limiti.

Queste due crisi non sono separate. Entrambe sono sintomi di un modello economico ormai esaurito. La povertà e le disuguaglianze sono le conseguenze prevedibili di scelte politiche. Derivano dal modo in cui concepiamo i sistemi fiscali, regolamentiamo il mercato del lavoro, attribuiamo valore al lavoro di cura e organizziamo i servizi pubblici. Dipendono dal modo in cui il potere politico è distribuito e dall’importanza che accordiamo ai diversi interessi. Quando le persone vengono private dei mezzi per vivere con dignità e partecipare pienamente alla vita della propria società, i loro diritti fondamentali vengono violati.

Se i governi possono produrre la povertà, possono anche eliminarla. Per decenni la ricetta è stata semplice. Bastava far crescere l’economia e la povertà sarebbe gradualmente scomparsa. La promessa di una crescita economica a beneficio di tutti non è stata mantenuta. Mentre i redditi nazionali aumentavano, i salari reali ristagnavano, i posti di lavoro diventavano più precari e i servizi pubblici venivano ridotti. Mentre i più ricchi si arricchivano in modo spettacolare, i più poveri si rivolgevano sempre più numerosi alle mense e ai banchi alimentari.

La crescita non si traduce più in una prosperità condivisa ed è diventata ecologicamente insostenibile. Gli scienziati mettono in guardia dal rischio che la Terra si trasformi in una fornace, nella quale l’aumento delle emissioni di gas serra e la distruzione della biodiversità destabilizzano le condizioni necessarie alla vita umana. Circa il 90% delle emissioni mondiali di carbonio in eccesso è attribuibile ai paesi del Nord e il 10% degli individui più ricchi è responsabile di quasi la metà delle emissioni mondiali, secondo l’economista Lucas Chancel in Nature nel 2022, mentre le popolazioni che vivono in povertà sono le prime a subire le conseguenze dei cattivi raccolti e dell’aumento dei prezzi alimentari. Un modello economico fondato su un’espansione senza fine su un pianeta dalle risorse limitate è ingiusto e pericoloso.

I paesi a basso reddito hanno ancora bisogno di crescita per costruire strade, ospedali e scuole, sviluppare le energie rinnovabili e creare posti di lavoro dignitosi. Il modello dominante di crescita si basa però sull’estrazione delle risorse, sullo sfruttamento di una manodopera a basso costo, sulla dipendenza dalle esportazioni e su un indebitamento crescente. Questo modello ha aggravato le disuguaglianze e accelerato il collasso degli ecosistemi. La vera questione oggi riguarda il tipo di economie che stiamo costruendo, chi ne trae beneficio e se permettono a tutti di vivere con dignità nel rispetto dei limiti planetari.

Per questo abbiamo elaborato una Roadmap per l’eradicazione della povertà oltre la crescita, recentemente presentata a Ginevra, in Svizzera, presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sotto l’egida della Coalizione Globale per la Giustizia Sociale. Essa propone alternative per andare oltre l’approccio crescita, tasse e redistribuzione, attraverso il quale la lotta alla povertà è stata definita per decenni.

Per diciotto mesi, oltre 400 persone, tra agenzie delle Nazioni Unite, governi nazionali, esperti accademici, organizzazioni della società civile, sindacati, attori dell’economia sociale e solidale, movimenti cittadini del Nord e del Sud del mondo, hanno lavorato per rispondere a una domanda semplice. Come porre fine alla povertà e ridurre le disuguaglianze senza fare della crescita del prodotto interno lordo la condizione principale del progresso?

I diritti umani forniscono il principio guida per misurare i progressi, definire le priorità e trovare compromessi tra obiettivi concorrenti. Garantire una protezione sociale universale fondata sui diritti e un accesso universale a servizi pubblici di qualità è una priorità assoluta. In molti paesi rimane l’urgenza più grande. Un’economia rispettosa dei diritti umani va però oltre la semplice redistribuzione e la compensazione successiva al mercato. La protezione sociale e i servizi pubblici sono essenziali, ma non possono costituire indefinitamente la stampella di economie che, per loro natura, generano salari da miseria, lavori precari e alloggi inaccessibili.

È necessario modificare le regole a monte. Questo significa proteggere il lavoro dignitoso, creare sistemi di garanzia dell’occupazione, rafforzare i sindacati e la democrazia sul luogo di lavoro, combattere le discriminazioni e valorizzare il lavoro di cura, retribuito o meno, dal quale dipendono le società. Significa investire nella prima infanzia, nell’edilizia abitativa, nella sanità, nell’istruzione e nei trasporti, elevandoli a servizi pubblici universali, per spezzare i circoli viziosi che perpetuano la povertà di generazione in generazione. Significa anche esercitare un controllo pubblico sugli asset strategici, orientare il credito verso priorità sociali ed ecologiche e sostenere lo sviluppo dell’economia sociale e solidale.

Realizzare questo programma implica anche trasformare le regole di un’economia mondiale che, ancora oggi, orienta le capacità produttive dei paesi a reddito basso e medio verso il consumo dei paesi del Nord, a scapito della soddisfazione dei bisogni locali. Oggi i governi dei paesi del Sud vengono criticati per la loro inattività di fronte alla povertà, mentre subiscono la pressione di sanzioni unilaterali, di accordi commerciali che li privano dei margini politici indispensabili e perpetuano uno scambio ineguale, insieme a un indebitamento ereditato da secoli di spoliazione coloniale. Così 3,4 miliardi di persone vivono in paesi che destinano più risorse al servizio del debito che alla sanità o all’istruzione.

I paesi fortemente indebitati sono costretti dalle istituzioni finanziarie internazionali a ridurre la spesa sociale e a indebolire la tutela dei lavoratori in nome della competitività. Parallelamente, le catene globali di approvvigionamento consentono un trasferimento netto di lavoro e risorse dal Sud verso il Nord, su una scala tale che i redditi perduti dai paesi poveri sarebbero più che sufficienti a eliminare la povertà estrema in tutto il pianeta.

La solidarietà internazionale è un obbligo giuridico e morale che deriva da un dato storico. Molti paesi ricchi hanno costruito la propria ricchezza impoverendo i paesi del Sud attraverso modelli estrattivi che oggi continuano sotto nuove forme. Una transizione giusta, oltre la crescita, deve includere la giustizia sul debito, una maggiore cooperazione Sud-Sud, un finanziamento più robusto dell’azione climatica e un sostegno più consistente alla creazione di sistemi di protezione sociale di base, fondati sui principi di non dominazione e autodeterminazione. I paesi del Sud potrebbero così definire il proprio futuro economico in condizioni che rispettino la loro sovranità.

È altrettanto cruciale sapere chi avrà il potere di contribuire a questa transizione. Troppo spesso le politiche che riguardano le persone che vivono in povertà vengono concepite senza di loro, o addirittura contro di loro. Quando i sistemi di protezione sociale si basano sul sospetto, sulla minaccia di sanzioni e sull’imposizione di condizioni umilianti, rafforzano la stigmatizzazione e scoraggiano le persone dal rivendicare i propri diritti. Quando le riforme agrarie o i programmi di edilizia sociale sono segnati da corruzione e favoritismi, oppure escludono gli abitanti delle baraccopoli, non vanno a beneficio di coloro che hanno il bisogno più urgente di tali sostegni. Le persone che vivono in povertà sanno meglio di chiunque altro come i dispositivi pensati per aiutarle possano fallire nella pratica. La loro esperienza deve guidare la progettazione, l’attuazione e il monitoraggio delle strategie di lotta alla povertà, dalle collettività locali ai parlamenti fino alle istituzioni internazionali.

Non partiamo da zero. In tutto il mondo, le lotte indigene, i movimenti femministi, i sindacati e i movimenti per la giustizia climatica difendono e costruiscono futuri alternativi fondati sulla solidarietà e sui diritti territoriali. Nuove coalizioni di Stati propongono altre visioni della governance economica globale e i governi sperimentano strategie di lotta alla povertà basate sui diritti, assemblee cittadine e modelli di creazione di ricchezza comunitaria.

La nostra roadmap si fonda su questi sforzi, li collega tra loro e li amplifica. La proponiamo ora come punto di riferimento comune per tutti coloro che rifiutano di accettare che la povertà e il collasso ecologico siano il prezzo da pagare per la nostra attuale definizione di successo economico.

In vista del vertice sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile del 2027, i governi e le istituzioni multilaterali devono scegliere. Possono perseverare in un modello di crescita fallimentare oppure impegnarsi a eliminare la povertà trasformando le regole economiche che la producono. La povertà è una costruzione. Ciò che è stato costruito può essere smantellato. Il sistema che la perpetua può essere sostituito da qualcos’altro. Grazie alla Roadmap per l’eradicazione della povertà oltre la crescita, proponiamo soluzioni concrete.

 

Tra i primi firmatari figurano Olivier De Schutter, ex Relatore speciale dell’ONU sulla povertà estrema e i diritti umani, Jayati Ghosh, professoressa di economia all’Università del Massachusetts Amherst, Jason Hickel, antropologo e professore presso l’Università Autonoma di Barcellona, Thomas Piketty, professore di economia alla Scuola di Economia di Parigi, Kate Raworth, economista presso l’Institute for Environmental Change dell’Università di Oxford, e Joseph Stiglitz, economista e premio Nobel per l’economia.

L'articolo La povertà è una scelta politica proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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Framadate Beta basculement liens

Bonjour,

admin d’un framadate classique pour mon association, je viens de tester la version Beta. Cela fonctionne au top, bel effort :slight_smile:

ma question est si cette version beta est jugee fiable? Si je partage le lien du sondage à mes utilisateurs, le lien fonctionnera toujours après la phase beta?

Merci!

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ORSO INSEGUITO IN VALTELLINA, ON. BRAMBILLA: “GRAVE EPISODIO DI MALTRATTAMENTO”

“E’ grave, e merita di essere punito con severità, il comportamento dell’automobilista che, nella notte di domenica, in Valtellina, ha inseguito e filmato un orso, ovviamente spaventatissimo, per le strade di Oga, frazione di Valdisotto. Si tratta di un caso evidente di maltrattamento di animale, aggravato dalla diffusione del video su internet, che avrebbe potuto mettere in pericolo anche eventuali passanti. La legge Brambilla prevede la reclusione fino a due anni e la multa fino a 30 mila euro, con l’aggravante dell’aumento della pena per aver diffuso il filmato in rete. Per non fare certe cose dovrebbe bastare il buon senso, ma fortunatamente c’è la legge che vieta di maltrattare gli animali, tutti, anche quelli selvatici”. Lo afferma l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, commentando il pericolosissimo inseguimento dell’orso tra le case del Paese.

(Foto di repertorio)

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A 5.3-million-year-old deep-sea whale necropolis in the Diamantina Zone

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10546-z

Researchers uncovered an enormous deep-sea accumulation of whale remains in the southeastern Indian Ocean, showing long-term, specialized ecosystems and an extensive fossil record that offers new insight into deep-ocean biodiversity and whale evolutionary history.
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Whole-genome duplication shaped cell-type evolution in the vertebrate brain

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10629-x

Analyses of brain single-cell transcriptomes from human, mouse, lizard, lamprey and amphioxus reveal that duplicated genes (ohnologues) played a pivotal part in early vertebrate cell-type diversification.
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Two-component exciton condensates in an electron–hole bilayer

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10636-y

Macroscopic quantum coherence arises in two-component exciton Bose–Einstein condensates within MoSe2/hBN/WSe2 electron–hole bilayers, exhibiting distinct spin–valley polarized phases, quantum phase transitions under magnetic fields and stable condensate behaviour up to approximately 1.8 K.
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Efficient and accurate neural-field reconstruction using resistive memory

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10646-w

A co-optimized AI hardware–software system using resistive-memory computing improves energy efficiency and parallelism for sparse signal reconstruction in imaging and three-dimensional vision applications.
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Gene ancestries reveal diverse microbial associations during eukaryogenesis

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10639-9

Phylogenomic reconstruction of the proteome of the last eukaryotic common ancestor sheds light on the origin of eukaryotes, indicating an important role of horizontal transfer of genes from diverse bacterial and viral donors.
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Molecular glue degraders of HuR suppress BRAF-mutant colorectal cancer

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10613-5

Molecular glue degraders of the RNA-binding protein HuR have therapeutic potential for BRAF-mutant cancers.
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Light-induced quantum friction of carbon nanotubes in water

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10632-2

Near-infrared fluorescent carbon nanotubes exhibit light-induced quantum friction in water, in which exciton interactions slow nanoscale motion and enable optical control of diffusion and fluid dynamics.
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Lignin to adipic acid in a high-yield chemical and biological redox process

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10580-x

A chemical and biological redox process that resembles processes in petrochemical refining is used to convert lignin from poplar into a single, valuable bioproduct, adipic acid, in high yields.
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Measurement of reactor neutrino oscillation with the first JUNO data

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10538-z

The first data of the Jiangmen Underground Neutrino Observatory deliver high-precision neutrino oscillation parameters, improving measurements and demonstrating readiness to determine neutrino mass ordering.
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Improved quantum processor logical error rates via correction and detection

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10628-y

Experimental demonstration of quantum error-correcting codes combined with error detection and post-selection applied to a trapped-ion quantum processor shows improvements in logical error rates ranging from 11× to 800× compared with several physical circuit baselines.
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Amplified Arctic iceberg traffic reshapes benthic biodiversity

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10630-4

Accelerated Arctic glacier disintegration and a more dynamic sea ice cover are increasing iceberg-delivered dropstones in the deep ocean, reshaping seafloor habitats and extending cryospheric impacts far beyond glaciers.
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A first-in-class pulsatile FXR agonist for bile-acid-related liver diseases

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10633-1

Linafexor is a rapidly cleared FXR agonist designed to mimic natural bile acid signalling, achieving transient receptor activation with strong efficacy and reduced toxicity in preclinical and early clinical studies.
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A 5.3-million-year-old deep-sea whale necropolis in the Diamantina Zone

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10546-z

Researchers uncovered an enormous deep-sea accumulation of whale remains in the southeastern Indian Ocean, showing long-term, specialized ecosystems and an extensive fossil record that offers new insight into deep-ocean biodiversity and whale evolutionary history.
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Whole-genome duplication shaped cell-type evolution in the vertebrate brain

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10629-x

Analyses of brain single-cell transcriptomes from human, mouse, lizard, lamprey and amphioxus reveal that duplicated genes (ohnologues) played a pivotal part in early vertebrate cell-type diversification.
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Two-component exciton condensates in an electron–hole bilayer

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10636-y

Macroscopic quantum coherence arises in two-component exciton Bose–Einstein condensates within MoSe2/hBN/WSe2 electron–hole bilayers, exhibiting distinct spin–valley polarized phases, quantum phase transitions under magnetic fields and stable condensate behaviour up to approximately 1.8 K.
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Efficient and accurate neural-field reconstruction using resistive memory

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10646-w

A co-optimized AI hardware–software system using resistive-memory computing improves energy efficiency and parallelism for sparse signal reconstruction in imaging and three-dimensional vision applications.
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Gene ancestries reveal diverse microbial associations during eukaryogenesis

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10639-9

Phylogenomic reconstruction of the proteome of the last eukaryotic common ancestor sheds light on the origin of eukaryotes, indicating an important role of horizontal transfer of genes from diverse bacterial and viral donors.
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Molecular glue degraders of HuR suppress BRAF-mutant colorectal cancer

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10613-5

Molecular glue degraders of the RNA-binding protein HuR have therapeutic potential for BRAF-mutant cancers.
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Light-induced quantum friction of carbon nanotubes in water

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10632-2

Near-infrared fluorescent carbon nanotubes exhibit light-induced quantum friction in water, in which exciton interactions slow nanoscale motion and enable optical control of diffusion and fluid dynamics.
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Lignin to adipic acid in a high-yield chemical and biological redox process

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10580-x

A chemical and biological redox process that resembles processes in petrochemical refining is used to convert lignin from poplar into a single, valuable bioproduct, adipic acid, in high yields.
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Measurement of reactor neutrino oscillation with the first JUNO data

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10538-z

The first data of the Jiangmen Underground Neutrino Observatory deliver high-precision neutrino oscillation parameters, improving measurements and demonstrating readiness to determine neutrino mass ordering.
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Improved quantum processor logical error rates via correction and detection

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10628-y

Experimental demonstration of quantum error-correcting codes combined with error detection and post-selection applied to a trapped-ion quantum processor shows improvements in logical error rates ranging from 11× to 800× compared with several physical circuit baselines.
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Amplified Arctic iceberg traffic reshapes benthic biodiversity

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10630-4

Accelerated Arctic glacier disintegration and a more dynamic sea ice cover are increasing iceberg-delivered dropstones in the deep ocean, reshaping seafloor habitats and extending cryospheric impacts far beyond glaciers.
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A first-in-class pulsatile FXR agonist for bile-acid-related liver diseases

Nature, Published online: 10 June 2026; doi:10.1038/s41586-026-10633-1

Linafexor is a rapidly cleared FXR agonist designed to mimic natural bile acid signalling, achieving transient receptor activation with strong efficacy and reduced toxicity in preclinical and early clinical studies.
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Who Runs the Ransomware Group ‘The Gentlemen?’

A cybercrime group known as The Gentlemen has emerged as the second most active ransomware gang by victim count, rapidly attracting a talented pool of hackers through an aggressive recruitment strategy that promises affiliates 90 percent of any ransom paid by victims. This post examines clues pointing to a real life identity for the administrator of The Gentlemen ransomware group.

A graphic created and shared by The Gentlemen ransomware group administrator Hastalamuerte on Breachforums in May 2026. Credit: ke-la.com.

Experts at the security firm Check Point Software have been closely covering exploits of The Gentlemen, a so-called “ransomware-as-a-service” (RaaS) offering that pays affiliates handsomely to help spread the group’s malware.

“A 90/10 affiliate revenue split — compared to the industry standard 80/20 — is accelerating the group’s growth by attracting experienced operators from competing programs,” the researchers wrote in April.

Check Point found The Gentlemen are the second most active ransomware group by victim count so far this year, claiming at least 332 published victims since the group’s inception in mid-2025 and more than 240 in 2026 alone.

According to Check Point, the group targets Internet-facing devices (VPNs, firewalls) as their entry point, and once inside moves quickly to encrypt entire networks within hours.

Check Point says the administrator and primary operator of the ransomware group uses the nickname Zeta88 on the Russian-language cybercrime forums, and that this individual was previously known under the moniker Hastalamuerte. Check Point noted that a breach of the group’s backend infrastructure made it clear that Hastalamuerte/Zeta88 is the person who assembles the locker and RaaS panel, manages payments, and is essentially the administrator of the entire program who receives 10 percent of all ransoms.

WHO IS HASTALAMUERTE?

The cyber intelligence firm Intel 471 shows that the user Hastalamuerte is a Russian and English speaking person who registered on almost a dozen cybercrime forums between 2019 and the present day, including Exploit, Breachforums, Ramp_V2, BHF, Raidforums, and Nulled.

Intel 471 reveals that Hastalamuerte registered on Breachforums in January 2025 from an Internet address in Izhevsk, the capital city of Russia’s Udmurt Republic. Likewise, the user Zeta88 signed up at the English-language cybercrime forum Breached in August 2022 from a different Internet address in Izhevsk.

Intel 471 finds Hastalamuerte registered on Raidforums in 2020 using the email address hastalamuerte1488@protonmail.com (1488 is a common combination of two numeric symbols associated with white supremacy). A lookup on this address at the open source intelligence service Epieos shows it is connected to an account at Apple and to a phone number ending in 04.

Epieos says that Protonmail address is also linked to a GitHub account under the username SantaMuerte. That account is marked private, but a history of this user’s activity shows they are watching and developing a number of malware tools and exploits.

In April 2020, Hastalamuerte said on the crime forum Nulled that they could be contacted at the Telegram instant messenger name @hastalamuerte18, and the threat intelligence company Flashpoint finds this username is assigned the unique Telegram ID number 30907522 [full disclosure: Flashpoint is an advertiser on this blog].

The breach tracking service Constella Intelligence reports that Hastalamuerte’s Telegram ID is connected to another username — “bu4vs” — and to the Russian phone number 79127650004. Pivoting on this phone number in Constella fetches multiple records from hacked Russian government databases showing it is assigned to one Alexander Andreevich Yapaev, a 36-year-old from Izhevsk.

Constella reveals that phone number was used to create an account at the Russian social media platform Pikabu under the name “4apai18,” and shows Mr. Yapaev has signed up at a number of websites using the common surname Ivanov, or else “Chapaev” (the numeral 4 is often used as shorthand for a “ch” sound in Russian).

A search in Intel 471 for cybercrime forum members with the nickname SantaMuerte unearths an account by the same name created in 2020 on the Russian hacking forum Codeby. Intel 471 shows this user originally registered on Codeby with the not-so-subtle nickname Alexandr 4apaev.

Constella finds Mr. Yapaev regularly used the email address bu4vs@mail.ru. Meanwhile, Epieos shows this address is connected to a LinkedIn account for Alexander Yapaev, who lists himself as the head of B2B marketing at the company Uralenergo Udmurtia, one of Russia’s largest suppliers of electrotechnical and lighting products.

Mr. Yapaev did not respond to multiple requests for comment.

Nearly every time we publish one of these Breadcrumbs stories, readers are curious to know why it seems like so many cybercriminals from Russia apparently do little to hide their real life identities. The truth is that — Russian or not — most didn’t exactly set out to be arch criminals, but instead got drawn into the scene gradually over several years as their skills broadened and sharpened.

Another important dynamic is that the Russian government generally either co-opts or ignores cybercriminal activity within its borders so long as the hackers do not steal from or attack Russian businesses and citizens. As a result, successful cybercriminals in Russia are usually insulated from prosecution and arrest by foreign law enforcement agencies provided they occasionally pay off the right people and do not travel abroad. And cybercriminals who intend to strictly adhere to those unwritten rules may (at least initially) be less concerned about covering their tracks online.

But the simplest explanation is that cybercriminals of all nationalities tend to make a number of basic operational security mistakes early in their careers, when they are less savvy and have far less to lose by their carelessness. A review of Hastalamuerte’s early posts on the crime forums (circa 2019-2020) shows a relatively unsophisticated and low-skilled hacker still trying to learn the ropes and earn a positive reputation on these communities.

For example, in June 2020 Hastalamuerte’s Telegram account joined a multi-month training program (@pntst) to learn how to use popular penetration testing tools, and their candid posts to this hacker training camp show Hastalamuerte struggling to use these tools effectively. A Google-translated record of Hastalmuerte’s posts to @pntst is here.

Update, June 11, 10:23 a.m. ET:  The threat research group PRODAFT has released a detailed writeup on the history and current operations of The Gentlemen. PRODAFT said its findings match the same persona with “high confidence,” and found the administrator (Zeta88/Hastalamuerte) supplies affiliates with initial access directly, primarily Fortinet SSL-VPN credentials obtained through brute-force attacks or sourced from the group’s own leak database. They also discovered the administrator is using AI to develop and maintain the ransomware and associated tooling, as well as to assist with post-exploitation activity.

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Cinque domande sulle capesante

Cosa sono?

Possiedono occhi catadiottrici, cioè puntini nero-blu visibili sul bordo del mantello, sono circa 200 e funzionano come specchi. Nessuna creatura aliena: sono le popolarissime capesante, molluschi bivalvi il cui corpo è racchiuso tra due conchiglie.

All’interno hanno un cuore bianco, sodo e carnoso, e una lingua arancione detta corallo, più tenera e di differente sapore. Il gusto di mare delicato, il profumo penetrante, la consistenza gradevole le rendono regine dei bivalvi. Presentate a tavola dentro il loro guscio ricordano la Venere del Botticelli che s’innalza sulla grande conchiglia.

Che storia hanno?

Conosciute anche come pettini di mare, ventagli o conchiglie di San Giacomo, in francese Saint Jacques, di loro si narrano diverse leggende legate a questo santo. Ancora oggi sono il simbolo che indica ai pellegrini il cammino di Santiago de Compostela.

Nella mitologia greca rappresentavano femminilità e fertilità perché legate ad Afrodite, nata dalla spuma del mare e giunta a Cipro su una conchiglia a ventaglio. Il nome capasanta sembra invece derivare dal fatto che, nel Medioevo, i sacerdoti usavano la conchiglia per versare l’acqua santa sul capo di chi riceveva il battesimo.

Quante ricette?

Esistono tante ricette, a seconda del Paese: la Conpoy è la capasanta tipica della cucina cinese, lasciata a essiccare dopo essere stata cotta. L’Hotate è il sushi di capasanta, pregiatissimo e amato in Giappone.

La Vieiras a la gallega è unatapa spagnola: capasanta al forno, imbottita con un soffritto di cipolla, jamon serrano (prosciutto crudo spagnolo), pomodoro e pangrattato.

La Xo Sauce è una salsa cinese usata per condirle, di cui le capesante stesse sono fra gli ingredienti principali, insieme a gamberetti essiccati, peperoncino e aglio. La ricetta occidentale più famosa per la capasanta è il gratin al forno. 

Come mangiarle?

Oltre che gratinate, sono ottime per uno spiedino con code di gamberi e porro o su tartine chic con uova di quaglia. Oppure grigliate, preparate in salsa di limone, affumicate, a La Mornay (besciamella con uova e formaggio), nel risotto o con gli spaghetti.

Si sposano bene in diversi matrimoni gastronomici, con cotture brevi e delicate: con il burro, le salse montate calde e fredde, il tartufo, gli asparagi. A differenza di altri molluschi come cozze e vongole, si trovano in vendita già aperte e pulite, all’interno della mezza conchiglia che può essere riutilizzata per servire un antipasto o fresche insalatine.

Perché fanno bene? 

Molluschi pregiati, ipocalorici (circa 69-95 kcal per 100 g) e ricchi di nutrienti nobili, sono ottime fonti di proteine ad alto valore biologico, Omega-3 (acidi grassi benefici per il cuore), potassio, fosforo, magnesio, selenio e vitamine del gruppo B, in particolare B12 fondamentale per il sistema nervoso.

Povere di grassi saturi, sono alleate del metabolismo e del sistema cardiovascolare, pur contenendo un discreto quantitativo di sodio e colesterolo. Nei Coop.fi sono disponibili tutto l’anno, fresche o decongelate, provenienti dal Mare del Nord e dall’Atlantico.

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Riparazione UPS APC CS 500: Navigo tra Svariati PROBLEMI e MILLE DIFFICOLTA' 2/3 #ups #apc #prepping

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DONAZIONI per la GATTINA: https://tinyurl.com/asbesto

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La ricerca dei guasti di questo UPS della APC modello CS 500 prosegue, tra mille difficolta'. Ci sono diversi problemi... forse non ce la faro' :(
Parte 2/3

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Unicoop Firenze, 3,2 miliardi vendite nel 2025, utile a 20,4 milioni

Unicoop Firenze, 3,2 miliardi vendite nel 2025, utile a 20,4 milioni

Vendite per 3,2 miliardi di euro, con un incremento del 5,1% a valore e dello 0,9% a volume rispetto all’anno precedente, e un utile di esercizio di 20,4 milioni, al netto delle imposte di circa 24 milioni di euro.

E’ quanto emerge dal bilancio 2005 di Unicoop Firenze. In un anno ancora caratterizzato da una ripresa dell’inflazione (+1,5%, variazione media 2025 vs 2024 – Fonte Istat), e in particolare dell’inflazione alimentare (+2,8%, Fonte Istat), si sottolinea in una nota, la cooperativa, nei suoi 127 punti vendita, ha difeso il potere d’acquisto dei soci e delle famiglie con forti iniziative commerciali che hanno riscosso un notevole apprezzamento: nel corso del 2025 sono stati erogati sconti e punti spesa per un totale di 162 milioni di euro. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro-capite di 113 euro. L’ottimo risultato raggiunto ha permesso il consolidamento e l’aumento della base sociale: a fine anno i soci erano 1.191.459, con un aumento di 64mila soci (+5,7%), grazie anche all’acquisizione dei 16 punti vendita nei territori fra Lucca, Livorno e Massa Carrara. Grazie al risultato positivo del 2025, il patrimonio netto della cooperativa cresce anche quest’anno, e arriva a 1.824 milioni di euro. Il prestito sociale ammonta a 1.576 milioni di euro, coperto e garantito dalla sottoscrizione di titoli di Stato italiani per complessivi 1.628 milioni di euro, oltre alla liquidità presente nei conti correnti della cooperativa. Nel 2025 il risultato della gestione finanziaria è positivo per circa 4 milioni di euro, e in equilibrio. Al 31 dicembre 2025 lavorano in cooperativa 9.913 persone, con un incremento di 1.053 posti di lavoro (+11,88%) rispetto al 2024. L’85% dei contratti di lavoro in cooperativa è a tempo indeterminato. Ai dati positivi sul fronte dell’occupazione, si aggiunge l’impegno della cooperativa nell’ambito del welfare aziendale, attraverso il piano MyWelfare. Secondo le stime Irpet, complessivamente il contributo di Unicoop Firenze all’economia Toscana è di 1,2 miliardi di euro, pari all’1% del Pil regionale. L’indotto occupazionale generato (direttamente e indirettamente) è di circa 14mila lavoratori. Nel 2025 sono stati investiti 3,2 milioni di euro per le attività svolte per la solidarietà, l’ambiente, la cultura e il benessere.
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Cannabis terapeutica e fibromialgia: riduce il dolore nel 70% dei pazienti secondo un nuovo studio

Sette pazienti su dieci hanno ottenuto una riduzione del dolore clinicamente significativa. È il risultato più rilevante di un trial randomizzato in doppio cieco condotto in Australia su adulti con fibromialgia, a cui è stato somministrato per dodici settimane un olio a base di THC e CBD in proporzioni uguali. Lo studio, pubblicato su Pain …
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Plures Alia, sciopero il 12 giugno, garantiti i servizi essenziali

Plures Alia, sciopero il 12 giugno, garantiti i servizi essenziali

In occasione dello sciopero proclamato a livello nazionale il 12 giugno dai sindacati di base Adl Cobas, Clap, Cobas Lavoro Privato e Sial Cobas, saranno garantiti i servizi minimi essenziali nei 65 Comuni gestiti nelle province di Firenze, Pistoia e Prato.

In occasione dello sciopero proclamato a livello nazionale il 12 giugno dai sindacati di base Adl Cobas, Clap, Cobas Lavoro Privato e Sial Cobas, saranno garantiti i servizi minimi essenziali nei 65 Comuni gestiti nelle province di Firenze, Pistoia e Prato. Lo comunica Plures Alia. Saranno dunque garantiti, si spiega in una nota, raccolta e trasporto rifiuti definiti pericolosi; raccolta e trasporto rifiuti solidi urbani per mense pubbliche e private, ospedali, case di cura, ospizi, centri di accoglienza, orfanotrofi, stazioni ferroviarie ed aeroportuali, caserme e carceri. E ancora, pulizia di mercati, aree sosta attrezzate, e aree di interesse turistico e museale. Saranno anche garantite le attività di raccolta delle siringhe, nonché disinfestazione, derattizzazione e disinfezione per casi urgenti e su segnalazione dell’autorità sanitaria e per ogni altro caso oggetto di ordinanza da parte dell’Autorità sanitaria e/o di pubblica sicurezza, oltre al presidio di pronto intervento e al servizio di centralino.

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EU threat of trade war against China is a strategic farce

The European Commission has declared its trade and economic relationship with China “unsustainable”, pointing to a daily trade deficit of €1 billion (US$1.16 billion) and Chinese manufacturing overcapacity that puts millions of jobs across various sectors at risk. However, a clear-eyed analysis reveals this premise to be entirely flawed. The narrative spun by Brussels is a desperate attempt to weaponise trade policy to mask structural, self-inflicted failures. To understand the absurdity of the...

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Bilancio positivo per Unicoop Firenze: vendite a quota 3,2 miliardi di euro

Si chiude con un risultato positivo il bilancio 2025 di Unicoop Firenze. In uno scenario complesso e caratterizzato da forte instabilità, la cooperativa ha svolto la sua attività in 127 punti vendita, con ricavi per vendite lorde al dettaglio pari a 3,2 miliardi di Euro, con un incremento delle vendite del 5,1% a valore e dello 0,9% a volume rispetto all’anno precedente.

Un dato di crescita a volumi che testimonia il forte apprezzamento dei soci e clienti per la politica commerciale fatta dalla cooperativa e che è in controtendenza con quanto avvenuto sul mercato dove il commercio alimentare chiude il 2025 in calo, con una perdita dei volumi di vendita del -0,8%.

Il bilancio evidenzia un utile di esercizio di 20,4 milioni di euro, al netto delle imposte di circa 24 milioni di euro. In un contesto generale critico e sfavorevole, caratterizzato da forti tensioni geopolitiche e instabilità internazionale che ha fortemente condizionato il mondo produttivo e distributivo, la cooperativa ha continuato a conseguire importanti risultati economici e patrimoniali, garantendo comunque le migliori condizioni di acquisto e di servizio ai propri soci e alla clientela in genere.

2022: buoni propositi

Iniziative per tutelare il potere di acquisto dei soci

In un anno ancora caratterizzato da una ripresa dell’inflazione (+1,5%, variazione media 2025 vs 2024 – Fonte Istat), e in particolare dell’inflazione alimentare (+2,8%, Fonte Istat) la cooperativa ha difeso il potere d’acquisto dei soci e delle famiglie con forti iniziative commerciali che hanno riscosso un notevole apprezzamento.

Nel corso del 2025 sono stati erogati sconti e punti spesa per un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 Euro, lo sconto del 10% su una spesa di dicembre fino alle iniziative sui prodotti esclusivi per i soci, rappresentativi dei valori della cooperativa e proposti con forti sconti (fino al 60%). Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro-capite di 113 euro.

L’ottimo risultato raggiunto ha permesso il consolidamento e l’aumento della base sociale: a fine anno i soci erano 1.191.459 mila, con un aumento di 64mila soci (+5,7%), grazie anche all’acquisizione dei 16 punti vendita nei territori fra Lucca, Livorno e Massa Carrara. Un dato che la cooperativa registra come segnale molto positivo, perché significa che la cooperativa continua a essere scelta e a rappresentare un riferimento per i consumatori in Toscana.

Patrimonio netto e prestito sciale

Grazie al risultato positivo del 2025, il patrimonio netto della cooperativa cresce anche quest’anno, e arriva a 1.824 milioni di euro.

Il prestito sociale, che ammonta a 1.576 milioni di euro: il prestito sociale è interamente coperto e garantito dalla sottoscrizione di titoli di Stato italiani per complessivi 1.628 milioni di euro, oltre alla liquidità presente nei conti correnti della cooperativa.

Nel 2025 il risultato della gestione finanziaria è positivo per circa 4 milioni di euro, e in equilibrio, tenuto conto che nel corso dell’anno la cooperativa ha riconosciuto ai soci sul prestito ordinario un tasso dell’1,3% fino al 28 febbraio e dell’1% dal primo marzo, mentre sul prestito vincolato a 18 mesi un tasso del 4% fino al 28 febbraio e del 3,30% dal 1°marzo.

Interno punto vendita
Interno punto vendita

Occupazione

Al 31 dicembre 2025 lavorano in cooperativa 9.913 persone, con un incremento di 1.053 posti di lavoro (+11,88%) rispetto al 2024. L’85% dei contratti di lavoro in cooperativa è a tempo indeterminato, un indicatore importante di buona occupazione.

Rispetto al 2024 i contratti a tempo indeterminato sono aumentati di 812 unità, variazione principalmente dovuta all’operazione di acquisizione dei 16 punti vendita sulla costa.

Nel 2025 Unicoop Firenze ha ottenuto la certificazione di parità di genere, un riconoscimento ufficiale di un trattamento di equità e pari opportunità per le persone che lavorano in cooperativa, di cui 5.693 sono donne (67%).

Unicoop Firenze è costantemente impegnata nel ridurre il gap uomo-donna sul lavoro: un impegno portato avanti con misure che hanno ricadute concrete e positive sull’equilibrio vita-lavoro, come la conferma delle 4 settimane di congedo di paternità retribuita al 100%misura utilizzata dal 95% dei lavoratori diventati padri nel 2025.

Ai dati positivi sul fronte dell’occupazione, si aggiunge l’impegno della cooperativa nell’ambito del welfare aziendale, attraverso il piano MYWelfare. Nel 2025 la Cooperativa ha consolidato un modello di welfare aziendale orientato alla persona e progettato per rispondere in modo flessibile alle esigenze della comunità interna.

L’anno è stato caratterizzato da un ampliamento dell’offerta, da una forte partecipazione dei dipendenti e da un crescente apprezzamento verso i servizi disponibili. Tra i pilastri del piano, il sostegno alla famiglia è risultato ancora una volta centrale. Ampio spazio è stato dedicato anche alla salute e alla prevenzione, con l’organizzazione di iniziative gratuite rivolte ai dipendenti e alle loro famiglie.

Nel 2025 sono stati coinvolti 8.680 dipendenti in attività di formazione professionale; sono state erogate 268.379 ore di formazione, in continuità con l’anno precedente come per l’investimento complessivo pari a circa 7,8 milioni di euro.

Unicoop Firenze

Convenienza

In un anno ancora difficile, la cooperativa ha costantemente impiegato risorse per garantire un aiuto concreto alle famiglie. L’impegno per mantenere il primato della convenienza trova riscontro in diversi indicatori da fonti esterne e interne.

L’inflazione all’acquisto e alla vendita negli ultimi anni hanno subito forti accelerazioni, che la Cooperativa ha contenuto con azioni calmieranti sui prezzi. Il confronto dell’andamento pluriennale dell’inflazione cumulata 2019-2025 lo dimostra: Unicoop Firenze +21,7%, Istat Italia +28,6%, Istat Comune Firenze +24,6%.

Dalle elaborazioni Nielsen, ente terzo e indipendente, svolte nel periodo settembre-novembre 2025 (Largo consumo confezionato sia dei prodotti a marchio che dei prodotti di marca), emerge che nel 2025 la Toscana ha un indice di prezzo inferiore alla media italiana e risulta la regione con l’indice più basso: fatto 100 la media dei prezzi praticati dagli ipermercati e supermercati nazionali, la Toscana si posiziona al primo posto con un indice di 96,7.

Le prime cinque province più convenienti d’Italia sono toscane: Pistoia (94,5), Firenze (94,9), Prato (95,0), Arezzo (95,9) e Lucca (96,1), tutti territori in cui opera Unicoop Firenze. Risultati che confermano il contributo della Cooperativa nell’operare quotidianamente per tutelare il potere d’acquisto di soci e clienti attraverso la sua politica di convenienza.

L’elaborazione di Circana, ente terzo e indipendente, svolta a giugno 2025 nelle 7 province dove era presente la Cooperativa, conferma, per il 2025, il ruolo di Unicoop Firenze nel calmierare i prezzi in Toscana: la Cooperativa si posiziona su un indice di 97,9, rispetto alla media 100 dei prezzi praticati da tutti gli ipermercati e supermercati. Dati che dimostrano la leadership di convenienza della Cooperativa sui territori in cui opera.

Territorio

Il bilancio segna numeri positivi anche sul fronte della tutela del territorio e della valorizzazione dell’economia locale, con un particolare impegno nei settori dell’ortofrutta, della forneria, della gastronomia, del pesce e delle carni e dei generi vari, con lo sviluppo di prodotti a marchio Coop Fior fiore.

Nel 2025 la Cooperativa ha collaborato con 835 fornitori toscani, di prodotti alimentari e non alimentari, per un giro d’affari superiore al 25% del fatturato annuo all’acquisto della Cooperativa.

Secondo le stime Irpet, complessivamente il contributo di Unicoop Firenze all’economia Toscana è di 1,2 miliardi di Euro, pari all’1% del Pil regionale. L’indotto occupazionale generato (direttamente e indirettamente dall’attività della cooperativa e dalla filiera) è di circa 14mila lavoratori.

Interventi di efficientamento energetico

Nel corso del 2025 sono stati sviluppati numerosi interventi di efficientamento energetico sull‘illuminazione e gli impianti frigo che hanno consentito un’ulteriore riduzione di consumi pari al consumo annuo di energia elettrica da parte di circa 321 famiglie. Tale riduzione di consumi ha permesso di non immettere in atmosfera circa 690 tonnellate di CO2.

Impianti fotovolatici

Dal 2007 ad oggi Unicoop Firenze ha realizzato 60 impianti fotovoltaici: con la produzione di tali impianti viene coperto circa il 10% dei consumi della rete vendita e dei magazzini. L’autoproduzione di energia elettrica per l’anno 2025 è stata di circa 12 milioni di kWh, in aumento rispetto alla produzione dell’anno precedente.

L’energia elettrica prodotta corrisponde al consumo annuo di 4.400 famiglie equivalenti e si caratterizza per una riduzione di CO2 immessa in atmosfera pari a circa 6.000 tonnellate.

Olii esausti e raccolta differenziata

Grazie ai 27 punti di raccolta di olii esausti, nel 2024 sono stati recuperate 245 tonnellate di olio che, dopo un successivo processo di rilavorazione, torna materia prima per nuovi biocombustibili.

La raccolta differenziata effettuata presso i punti vendita ed i magazzini della Cooperativa ha ormai superato l’82% del totale dei rifiuti prodotti.

Presso i punti vendita della cooperativa sono stati installati 24 punti di raccolta delle bottiglie alimentari in PET, grazie all’accordo stipulato con Coripet. A fine anno sono state raccolte circa 24 milioni di bottiglie, grazie al contributo di soci e clienti che hanno aderito al progetto.

Ambiente e cura della persona

Tre le iniziative più significative, nel 2025 la cooperativa ha avviato la realizzazione di 7 Fabbriche dell’Aria negli ospedali di Arezzo San Donato, Firenze Careggi, Pisa Cisanello, Pistoia San Jacopo, Prato Santo Stefano, Siena Azienda Ospedaliero Universitaria Senese.

Risultato raccolta alimentare

Solidarietà e impegno sociale

Nel 2025 sono stati investiti 3,2 milioni di euro per le attività svolte per la solidarietà, l’ambiente, la cultura e il benessere.

Sul fronte della solidarietà internazionale, anche grazie alle raccolte fondi e alimentari, la cooperativa ha donato 305mila euro per finanziare 15 borse di studio per studenti palestinesi in Toscana, 200mila euro per sostenere l’attività di Medici Senza Frontiere a Gaza e 20 tonnellate di prodotti alimentari destinati alla popolazione palestinese.

Grazie alle due raccolte alimentari del 2025, promosse in collaborazione con la Fondazione Il Cuore si scioglie e oltre 200 associazioni di volontariato del territorio, sono state donate 393 tonnellate di prodotti, a cui si aggiungono 169mila confezioni di materiale donato con la raccolta scolastica di settembre.

Lotta allo spreco alimentare: l'impegno di Coop

Da spreco a risorsa

Con il progetto Buon Fine, nel 2025 la cooperativa ha recuperato oltre 495 tonnellate e 786mila prodotti idonei al consumo ma non più vendibili, donati a 87 associazioni toscane impegnate nella lotta alla povertà.

Contro la violenza sulle donne

Grazie all’iniziativa lanciata in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, con la vendita del pane dedicato, sono stati raccolti 52mila Euro donati ai centri antiviolenza toscani.

Prevenzione e salute

Dopo l’accordo e i progetti di prevenzione e salute promossi con Regione Toscana (prevenzione oncologica con Ispro, Casa sicura, Punti Digitale Facile), nel 2025 la cooperativa ha avviato una serie di convenzioni con i soggetti del privato sociale (Misericordia, Anpas Toscana, Croce Rossa Comitato regionale Toscana) per favorire servizi sanitari con vantaggi per i soci Unicoop Firenze.

Scuola

Nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza consapevole, nell’anno scolastico 2025/2026, nel complesso, sono state coinvolte 1500 classi.

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Le ONG in Italia tra spinta ideale e logica manageriale 

 

A che punto è la cooperazione internazionale italiana? E quale è stata l’evoluzione politica ed economica di organizzazioni nate negli anni Sessanta e Settanta in stretta relazione con i movimenti di base e con una cultura di solidarietà internazionale? A queste domande prova a rispondere un libro di agile lettura che unisce ricostruzione storica e indagine sullo stato delle cose. ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive (Carocci, 2025) di Fiorenzo Polito, che porta a maturazione anni di studio sulle ONG italiane, trasformando una ricerca di dottorato in un libro che, affronta una questione complessa: il dibattersi delle ONG tra missioni e visioni originarie che ne hanno animato il lavoro e i dettami di un sempre più diffuso managerialismo. È infatti con il consolidarsi del neoliberismo, dagli anni Ottanta in avanti, che si diffonde e afferma l’idea che anche le organizzazioni non profit debbano essere guidate da logiche manageriali: professionalizzazione, misurazione dei risultati, omogeneizzazione delle pratiche.

La forza del volume sta proprio nell’accogliere la complessità, senza proporre una spiegazione semplicistica o di mero giudizio morale. Polito non descrive genericamente l’“istituzionalizzazione” del settore, ma la colloca dentro una cornice più ampia in cui mutano le logiche della cooperazione e degli aiuti, i rapporti tra donatori e beneficiari, la politica degli ultimi trent’anni e, infine, la configurazione stessa della società civile organizzata. La sua analisi mostra come l’incontro-scontro tra un ethos movimentista e i requisiti di efficienza, misurabilità e professionalizzazione (quest’ultima mai rinnegata da chi lavora nell’ambito o vissuta come una perdita, piuttosto identificata come un guadagno), abbia portato verso logiche aziendali che, nel contesto italiano, danno vita a un “managerialismo incompleto”, popolato da attori piccoli, plurali, radicati e difficilmente riconducibili ai modelli organizzativi dei colossi della cooperazione anglosassoni.  Quel che emerge dal volume è un settore trasformato, attraversato da tensioni verticali — tra grandi ONG internazionali e realtà minori — e da divisioni interne, in cui la spinta verso l’omogeneizzazione gestionale ha prodotto riflessioni, frammentazioni ed esclusioni. Ma anche un settore che continua a resistere strenuamente e che, nonostante gli standard imposti da governi, donatori e dalla logica competitiva, racconta di molte ONG italiane, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, che vogliono e riescono a mantenere un’identità radicata nel lavoro di prossimità nei territori e nei legami con il resto della società civile.

Dopo una quanto mai necessaria ricostruzione storica, Polito si concentra sull’ambiente organizzativo delle ONG italiane. Il libro va letto ovviamente nella sua interezza ma ci soffermeremo sulle tre dimensioni individuate dall’autore — identitaria, economica, relazionale — che permettono di cogliere la complessità di un settore collocato dentro una policrisi mondiale e segnato da fratture, ambivalenze e forme di resistenza. 

Nel paragrafo dedicato all’identità organizzativa, viene mostrato con chiarezza il paradosso che attraversa oggi la cooperazione internazionale non governativa: mai come ora — in un mondo segnato da instabilità geopolitica, devastazione climatica, guerre prolungate e crisi finanziarie — i valori fondativi delle ONG appaiono necessari; eppure proprio questi sono sempre più difficili da sostenere nella pratica quotidiana. Dalle interviste riportate emerge una consapevolezza diffusa, ovvero che il tradizionale “modello italiano” — associazioni piccole, radicate, con pochi dipendenti, progetti limitati territorialmente e una forte dipendenza da fondi istituzionali — non è facilmente sostenibile nel lungo periodo. La vitalità storica dell’associazionismo, frutto di spontaneità e capillarità, diventa oggi un elemento complicato che per alcune realtà è un pluralismo da difendere; per altre un fattore di frammentazione, destinato prima o poi a produrre un processo di “selezione naturale” in cui le realtà minori verranno assorbite dalle maggiori. È qui che Polito intercetta il nodo cruciale della trasformazione: la crescente pressione ad assumere forme e logiche quasi aziendali — ampliamento, specializzazione, centralizzazione — come unica via per la sopravvivenza. Una traiettoria che rischia di scardinare proprio la natura relazionale, politica e solidaristica che ha storicamente caratterizzato la cooperazione dal basso in Italia. 

La seconda dimensione analizzata riguarda il terreno più scivoloso e meno discusso della sostenibilità economica. La natura non profit delle ONG non le mette al riparo dalle logiche di mercato, ma al contrario, le espone a una precarietà strutturale che condiziona scelte strategiche, priorità operative e perfino identità organizzative. La dipendenza quasi totale da finanziamenti esterni costringe le ONG a impostare il lavoro seguendo criteri economici e burocratici sempre più stringenti di cui le lavoratrici e i lavoratori sono consapevoli e dalle quali si sentono spesso soffocare. Come ricorda un’intervistata, i progetti si realizzano grazie alle persone ma, ad esempio, proprio le spese legate al personale sono sempre più difficili da giustificare nei budget di progetto, rendendo insostenibili molte attività cardine e prospettive desiderate.

Infine, la terza dimensione, quella relazionale, è uno dei contributi cruciali del libro. Polito ricostruisce la fitta rete di rapporti che le ONG intrattengono lungo la “catena della cooperazione” — con attori politici, istituzioni, enti finanziatori, media, opinione pubblica — mostrando come tali relazioni abbiano un peso notevole nell’ambiente operativo del settore. Il quadro che emerge è caratterizzato da un evidente arretramento della sfera politica.
Molte persone intervistate sottolineano la perdita di centralità dei temi della cooperazione internazionale nel dibattito pubblico, il disinteresse dei partiti, anche di centrosinistra e, quindi, la dissoluzione dei legami politici storici che per decenni avevano sostenuto le ONG. Oggi gli interlocutori principali sono i governi e i ministeri. Anche sul fronte dell’opinione pubblica, il quadro non è meno critico. Un mondo sempre meno propenso ai valori della solidarietà, che spesso viene criminalizzata, nonché un’evidente messa in discussione, soprattutto e paradossalmente dall’alto, dei principi democratici, vede la società civile organizzata indebolita. A questo si aggiunge, nel nostro paese, una delegittimazione politica e mediatica aggressiva, culminata nella campagna contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare, dal 2017 in poi, fino alla retorica dei “porti chiusi” e dei “taxi del mare”. In questo contesto, diverse voci riportate nel volume rivendicano la necessità di tornare a una postura più attivista, capace di ricollocare le ONG non solo come erogatrici di progetti, bisognose di fondi ma pur sempre come soggetti capaci di incidere sui cambiamenti sociali, culturali e politici.

Le conclusioni del volume mettono quindi in evidenza un contesto complesso e contraddittorio, in cui la pressione del managerialismo si intreccia con le aspirazioni originarie. Il modello manageriale, a cui alcune organizzazioni si adeguano e altre resistono, esercita una forza costante, obbligando le ONG a trovare un delicato equilibrio tra l’adesione ai requisiti dei donatori e la conservazione della propria identità. L’innovazione che sembra sempre più necessaria, non è un semplice strumento di crescita, ma diventa una condizione necessaria per garantire la sostenibilità dei progetti e degli ideali di cambiamento e trasformazione, che permetterebbe alle ONG di mantenere rilevanza e incisività in un contesto globale sempre più conservatore, frammentato e competitivo. Ma Polito mette in luce anche le risorse e le strategie di resilienza del settore. Le ONG italiane, pur consapevoli dei vincoli economici, burocratici e politici, mostrano una capacità significativa di adattamento, cercando di coniugare l’urgenza dell’azione con l’attenzione ai principi etici della cooperazione. Questo equilibrio tra pragmatismo e idealità, seppur infragilito, costituisce uno degli elementi più interessanti evidenziati, perché suggerisce che la società civile organizzata può continuare a esercitare un ruolo trasformativo, anche in contesti e condizioni difficili. Polito, evocando Gramsci, sottolinea come «affinché si verifichi una trasformazione reale, è necessario sviluppare un senso di autocoscienza condiviso e creare alleanze tra le diverse organizzazioni della società civile, cosa che la competizione e le gerarchie interne spesso ostacolano». ONG in Italia. Storia, organizzazione, prospettive si configura così come un contributo prezioso per chi voglia comprendere le tensioni strutturali del settore della cooperazione non governativa italiana. Ma lo è anche per ampliare, come sarebbe necessario, lo sguardo su un attacco alla democrazia che vede nella delegittimazione della società civile la possibilità concreta di restringere gli spazi di azione, neutralizzare il dissenso e ridefinire la politica come mera gestione del potere. 

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Belfast

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A Belfast un norreno, adoratore di Odino, cerca di decapitare un irlandese, in mezzo alla strada. Scoppia la rivolta, e la città ora è a ferro e fuoco. La misura è colma.
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Contro tutte le guerre, antimilitarismo e internazionalismo

In un clima di guerra generalizzata e permanente la federazione ritiene importante rilanciare l’internazionalismo e l’antimilitarismo come principi e pratiche caratterizzanti il proprio agire politico.

L’Italia è parte attiva sui principali fronti di guerra, sia con propri contingenti militari, sia con l’invio di armamenti, con la fornitura di servizi logistici, nonché ospitando sul proprio territorio infrastrutture militari strategiche USA e NATO. Contemporaneamente si chiudono ancora di più le frontiere per chi fugge da guerre e miseria. Il governo italiano vuole attuare il nuovo patto europeo per l’asilo, legalizzando i respingimenti in mare con il “blocco navale”, e applicando la detenzione ai richiedenti asilo in prigioni anche fuori dai confini nazionali. Il governo ha per questo firmato un nuovo memorandum con la Libia, e fornisce mezzi e personale alle autorità tunisine, nell’obiettivo di reprimere e bloccare le persone in movimento. Uno sterminio silenzioso, che si aggiunge alle massicce uccisioni di civili in Ucraina, in Iran, in Libano, e ai genocidi ancora in corso a Gaza e in Sudan.

In questo scenario continuano ad aumentare le spese militari, che si traducono in precarietà, disoccupazione e povertà per ampi strati di popolazione, in quella che ormai è, a tutti gli effetti, economia di guerra. Fa parte della corsa al riarmo anche la riproposizione della leva militare, l’aumento degli effettivi del personale militare e delle riserve e un generale arruolamento della società nello sforzo bellico e nella propaganda di guerra, che vedono una diffusa opposizione nella società, soprattutto nelle più giovani generazioni.

L’industria delle armi, in gran parte controllata dallo Stato, fa affari d’oro, e in questo contesto le infrastrutture logistiche diventano sempre più strategiche per la movimentazione di materiali bellici. Le ferrovie, come i porti, sono tra le infrastrutture più coinvolte dal traffico militare e sono al contempo i settori in cui i lavoratori si sono mobilitati contro i trasporti di armi. Le ferrovie in particolare hanno visto una potente militarizzazione attraverso i corridoi europei e internazionali strategici.

Per opporsi a tutto questo il convegno ritiene fondamentale sostenere e rilanciare l’attività dell’assemblea antimilitarista, e avviare una serie di campagne contro la guerra ai migranti, contro il ritorno della leva militare e l’arruolamento della società, contro la produzione di armi e l’utilizzo militare delle ferrovie, a sostegno dei disertori di tutte le guerre e dellx compagnx che si oppongono ai regimi guerrafondai e sanguinari.

Federazione Anarchica Italiana (FAI) Convegno di Asti 6-7 giugno 2026

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Fermiamo la stretta autoritaria, moltiplichiamo le lotte e la solidarietà

Il Convegno della FAI riunito ad Asti nei giorni 5 e 6 giugno 2026 ha confermato le analisi già prodotte nel precedente appuntamento di federazione sulla situazione repressiva nel paese.

Nel denunciare pubblicamente la stretta autoritaria del governo che mira a colpire con provvedimenti intimidatori e terroristici tutta l’opposizione sociale, mondo del lavoro, giovani e studenti, immigrati e tutte le categorie sociali più vulnerabili, il Convegno della Federazione Anarchica Italiana respinge con fermezza l’esplicita criminalizzazione dell’anarchismo da parte del governo e dei mezzi di comunicazione asserviti alle logiche del potere.

In deroga a ogni residua parvenza di garanzia democratica, il governo fascista ha portato a maturazione un lungo percorso con il quale gli individui vengono perseguitati non per ciò che fanno ma per quello che pensano. L’anarchismo è nel mirino del governo perché l’anarchismo si propone come irriducibile avversario del dominio, dello sfruttamento, della guerra. Nessuno, però, può sentirsi al sicuro poiché questo attacco alle idee e alla libertà di pensiero rappresenta un punto di non ritorno al quale bisogna rispondere con forme di lotta diffusa e solidarietà attiva, per la libertà contro ogni fascismo e ogni ingiustizia.

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Il riarmo del Giappone: necessità strategica o fonte di instabilità regionale?

Il ritorno del dibattito sul ruolo delle Forze di Autodifesa giapponesi si è intensificato sotto la leadership di Sanae Takaichi, il cui approccio più esplicito ha riportato al centro dell’agenda politica un tema a lungo rimasto tecnicizzato. Le sue proposte, come la nuova revisione dei vincoli costituzionali e del quadro postbellico, l’aumento delle spese per la difesa, lo sviluppo di capacità di controattacco e l’allentamento delle restrizioni sull’export di armamenti, indicano una traiettoria di rafforzamento delle capacità militari che potrebbe incidere in modo significativo sul ruolo strategico del Giappone nella regione.

La questione, tuttavia, non riguarda semplicemente il grado di riarmo del Giappone, ma la sua interpretazione: si tratta della progressiva normalizzazione di una potenza che per decenni ha delegato la propria sicurezza agli Stati Uniti oppure dell’avvio di una trasformazione strutturale destinata a modificare gli equilibri dell’Asia orientale?

Le letture divergono a seconda del punto di osservazione. Per alcuni, il rafforzamento della postura difensiva giapponese rappresenta un adattamento necessario a un ambiente strategico sempre più instabile. Per altri, invece, segna un cambiamento più profondo, che potrebbe riattivare tensioni storiche e sensibilità regionali tuttora irrisolte.

Cosa significa “riarmo” del Giappone: l’Articolo 9 e l’ordine postbellico

Per comprendere il dibattito che circonda l’attuale traiettoria politica giapponese è necessario partire dall’architettura di sicurezza costruita nel secondo dopoguerra. Dopo la sconfitta del 1945, il Giappone fu occupato dagli Stati Uniti e avviato a un processo di democratizzazione e smilitarizzazione volto a prevenire il ritorno del militarismo imperiale. La Costituzione del 1947, in particolare l’Articolo 9, sancì la rinuncia alla guerra come strumento di politica nazionale e impose forti limiti al possesso di capacità militari offensive. Da questo assetto nacque il modello di sicurezza anche noto come Dottrina Yoshida: gli Stati Uniti garantivano la sicurezza del Giappone attraverso l’alleanza e l’ombrello nucleare, mentre Tokyo concentrava le risorse sulla crescita economica, mantenendo un profilo militare strettamente difensivo.

Con la guerra fredda e la guerra di Corea, Washington ricalibrò la propria posizione. Il Giappone non era più solo un paese da contenere, ma un perno della strategia americana in Asia. Su impulso statunitense nacquero quindi le prime strutture di difesa, poi evolute nelle Forze di Autodifesa (Japan Self-Defense Forces o JSDF) nel 1954. Durante la guerra fredda, Tokyo consolidò questo assetto con i “tre principi non nucleari” (1971) e con ulteriori vincoli a spese militari ed export di armamenti. Tuttavia, dagli anni Ottanta, con l’ascesa della Cina e il progressivo emergere di nuove fonti di instabilità nell’Asia orientale (dalla Corea del Nord alle dispute marittime nel Mar Cinese Orientale) il Giappone iniziò una lenta trasformazione. Sotto il governo di Yasuhiro Nakasone si cominciò a rafforzare il profilo difensivo, mentre con quello di Shinzo Abe si arrivò alla reinterpretazione dell’Articolo 9 e alla dottrina del “Contributo Proattivo alla Pace”.

Sebbene le richieste di revisione dell’assetto pacifista siano state storicamente sostenute dalle correnti più conservatrici del Partito Liberal Democratico, la crescente percezione delle minacce regionali rese sempre più accettabile nell’intero establishment politico l’idea di un rafforzamento delle capacità militari nazionali. Si arriva quindi a un punto di svolta nel 2022 con la National Security Strategy del governo Kishida, che definisce l’ambiente di sicurezza della regione come “il più grave dalla Seconda guerra mondiale” e sancisce il rafforzamento della difesa giapponese, incluse capacità di controattacco e maggiore interoperabilità con gli Stati Uniti, e l’aumento delle spese della difesa fino al 2% del PIL.

Perché il cambio di traiettoria: un ambiente strategico in deterioramento

La trasformazione della politica di sicurezza giapponese deve essere quindi compresa in un processo di lungo periodo, iniziato negli anni Ottanta e progressivamente accelerato, influenzato dalle dinamiche regionali esterne. L’Indo-Pacifico è oggi percepito da Tokyo come uno spazio sempre più competitivo, segnato dal ritorno della rivalità tra grandi potenze e di crescente instabilità dello status quo regionale. In questo quadro, le principali fonti di pressione strategica per il Giappone possono essere ricondotte a quattro fattori.

In primo luogo, la Cina. La modernizzazione della People’s Liberation Army, che dispone oggi della più grande marina militare al mondo per numero di unità, si accompagna allo sviluppo di capacità avanzate nei domini missilistico, cibernetico, spaziale e informativo. Particolare rilevanza assumono i sistemi anti-access/area denial (A2/AD), progettati per limitare la libertà operativa di forze avversarie potenziali in caso di crisi regionale. Per il Giappone, la questione non riguarda solo la crescita cinese, ma anche la possibile erosione della superiorità militare americana nell’aera, garante della sicurezza giapponese dal dopoguerra. Da qui deriva il timore di una progressiva riduzione della deterrenza garantita dall’alleanza con Washington, rendendo necessario un maggiore contributo giapponese alla propria sicurezza.

A questo si aggiunge una pressione costante nelle dispute regionali, come le frizioni nel Mar Cinese Orientale e le isole Senkaku/Diaoyu. Nelle isole rivendicate da Pechino ma amministrate da Tokyo si è registrato un aumento delle attività navali e aeree cinesi nell’area, interpretate come una strategia di pressione permanente volta a contestare la sovranità e modificare lo status quo senza ricorrere a un conflitto diretto.

Più strutturale poi è la questione di Taiwan, ormai centrale nella pianificazione strategica giapponese. Situata lungo la First Island Chain, Taiwan rappresenta un nodo strategico tra Cina continentale e Pacifico occidentale. Una crisi nello Stretto coinvolgerebbe inevitabilmente le forze statunitensi stanziate in Giappone, soprattutto a Okinawa e nelle Ryukyu, rendendo Tokyo parte integrante di qualsiasi scenario di escalation. Per il Giappone, le implicazioni andrebbero oltre il piano militare perché una modifica dello status quo rafforzerebbe la proiezione cinese nel Pacifico e ridurrebbe la profondità strategica giapponese, mettendo a rischio rotte marittime e catene di approvvigionamento fondamentali per l’economia nazionale fortemente dipendente dal commercio estero.

Anche la Corea del Nord contribuisce a questo quadro di instabilità. I progressi del programma missilistico e nucleare di Pyongyang hanno trasformato una minaccia astratta in una vulnerabilità diretta, con ripetuti lanci di missili balistici che hanno più volte sorvolato il territorio giapponese. Questo ha evidenziato le difficoltà di garantire una difesa esclusivamente passiva in caso di attacchi improvvisi e la necessità di aumentare le capacità di risposta e di controattacco.

Infine, la guerra in Ucraina ha rafforzato un messaggio chiave: il ricorso alla forza per cambiare gli equilibri internazionali non è un’eccezione del passato. Il parallelismo con Taiwan è immediato, e consolida l’idea che sia necessario rafforzare la deterrenza prima che si materializzino crisi analoghe. La guerra ha avuto effetti rilevanti anche sulle relazioni del Giappone, che da una parte ha ridotto ulteriormente i rapporti con la Russia, già segnati dalla disputa sulle Isole Curili, e dall’altra ha accelerato il coordinamento con i paesi G7 e NATO, segnando un progressivo ampliamento dell’orizzonte strategico di Tokyo oltre l’Asia orientale e un più stretto allineamento con le architetture di sicurezza euro-atlantiche.

Un nuovo equilibrio per la sicurezza giapponese?

La combinazione dei fattori menzionati ha contribuito a creare un ambiente strategico radicalmente diverso da quello in cui nacque l’attuale modello di sicurezza giapponese, alimentando la percezione che l’assetto costruito dopo il 1945 richiedesse un adattamento. Ma la trasformazione della politica di difesa giapponese non è solo il prodotto di pressioni esterne. Per gran parte del dopoguerra, il pacifismo e la diffidenza verso il riarmo hanno rappresentato elementi centrali dell’identità nazionale, alimentati dall’esperienza traumatica della guerra e dei bombardamenti atomici. Con il progressivo venir meno della generazione che aveva vissuto direttamente quel periodo e l’indebolimento dei tradizionali movimenti pacifisti, l’idea che il Giappone debba assumere maggiori responsabilità per la propria sicurezza è diventata più accettabile. Il sostegno all’Articolo 9 resta significativo e parte dell’opinione pubblica oppone o guarda con cautela l’ulteriore rafforzamento delle capacità militari, ma il dibattito gode di una legittimità politica che in passato sarebbe stata impensabile. 

In questo contesto si inserisce Sanae Takaichi, che ha reso più esplicito il legame tra sicurezza nazionale e identità politica, richiamando la necessità che il Giappone diventi una “nazione normale“, capace di assumersi responsabilità strategiche proporzionate al proprio peso economico e politico . Gli Stati Uniti e molti partner occidentali leggono questo processo come un adeguamento necessario a un contesto più competitivo e come un passo verso una condivisione più equa degli oneri della sicurezza nella regione.

Ma questa lettura non è condivisa da tutti. In Cina, Russia e Corea del Sud, per esempio, il rafforzamento delle capacità di difesa giapponesi viene osservato con maggiore cautela o perfino in maniera molto critica. La memoria del militarismo del Novecento continua infatti a influenzare il modo in cui i vicini interpretano l’evoluzione della politica di sicurezza di Tokyo, rendendo particolarmente sensibile qualsiasi ampliamento delle sue capacità militari. Tra gli anni Trenta e Quaranta il Giappone imperiale fu protagonista di una politica espansionistica che lasciò profonde ferite in gran parte dell’Asia orientale. Dall’occupazione della Corea alle campagne militari in Cina, episodi come il massacro di Nanchino, il sistema delle cosiddette comfort women e le politiche di assimilazione forzata restano ancora oggi oggetto di controversie diplomatiche e dispute memoriali

In conclusione, il dibattito sul rafforzamento della postura di sicurezza giapponese non riguarda soltanto l’evoluzione delle sue capacità militari, ma la ridefinizione del rapporto tra sicurezza, identità e memoria storica nell’Asia orientale. La combinazione tra pressioni strategiche esterne e trasformazioni interne ha reso possibile un cambiamento che per decenni sarebbe apparso politicamente improbabile. Tuttavia, questo processo non viene interpretato in modo uniforme nella regione ed è proprio in questa divergenza di percezioni che si colloca il punto cruciale del dibattito. Se per alcuni attori si tratta di un adattamento necessario a un contesto strategico più competitivo e instabile, per altri rappresenta un’evoluzione che potrebbe alterare equilibri consolidati e riattivare sensibilità storiche mai del tutto superate.

In un’area come l’Indo-Pacifico, la stabilità non dipende soltanto dalla distribuzione della forza, ma anche dal modo in cui tale forza viene percepita dagli attori regionali. Quando queste percezioni divergono, anche misure concepite come difensive possono essere interpretate come segnali di revisione degli equilibri esistenti, con conseguenze dirette sulla stabilità regionale.

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US strikes Iran as Tehran targets bases in Bahrain and Jordan

The United States launched fresh strikes against Iran on Tuesday, prompting retaliation from Tehran, which targeted a major US naval base in Bahrain and an airbase in Jordan. It came just hours after US President Donald Trump vowed to retaliate for what he described as the hostile downing of an American AH-64 Apache attack helicopter over the strategic Strait of Hormuz. The escalation tested a fragile US-Iran ceasefire that had taken effect on April 8 as both sides negotiate terms to end the...

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A Record-Breaking Patch Tuesday for June 2026

Microsoft today released software updates to plug nearly 200 security holes across its Windows operating systems and supported software, a record number of fixes for the company’s monthly Patch Tuesday cycle. Nearly three dozen of those bugs earned Microsoft’s most dire “critical” rating, and exploit code for at least three of the weaknesses is now publicly available.

The software giant said in a blog post last month that both its engineers and the security community are increasing using artificial intelligence tools to find bugs, meaning this month’s heavy Patch Tuesday may start to become the norm, said Satnam Narang, senior staff research engineer at Tenable.

“Some surveys put AI usage among security professionals generally at 90%, so it’s unsurprising that this volume of patches may be the norm,” Narang said. “Pandora’s proverbial box has been opened, and as more advanced AI models become available, we expect the norm to continue upward across the board, not just for Patch Tuesday.”

June’s zero-day bugs include CVE-2026-49160, a denial of service vulnerability affecting a range of web servers, including Microsoft Internet Information Services (IIS). Microsoft says the flaw was reported by OpenAI’s Codex.

Two of the zero-days addressed this month appear to stem from recent vulnerability disclosures by Nightmare Eclipse, the nickname chosen by a security researcher who has been dropping exploits for various Windows flaws. One of those, dubbed “GreenPlasma,” leverages an elevation of privilege weakness in the Windows Collaborative Translation Framework, the same framework patched today in CVE-2026-45586.

Nightmare Eclipse also last month released “YellowKey,” an exploit for a Windows BitLocker vulnerability that allows an attacker with physical access to view encrypted data, and CVE-2026-50507 is a patch for an elevation of privilege bug in BitLocker.

Microsoft received heavy blowback on social media last month after it said in a blog post that it was considering taking legal action against the security researcher. The company later clarified on Twitter/X that while it has no intention of pursuing legal actions against researchers, it would report them to authorities if they break the law. The advisories for CVE-2026-49160 and CVE-2026-50507 do not credit any researchers in the acknowledgement section, saying only that “Microsoft recognizes the efforts of those in the security community who help us protect customers through coordinated vulnerability disclosure.”

Nightmare Eclipse claims to be a former employee of Microsoft, although Microsoft has not responded to questions about this claim. Rapid7 notes that a recent blog post by Nightmare Eclipse included an image of Albert Wesker, a character from the Resident Evil video game series who formerly worked as a researcher for a technology company before going rogue.

Nightmare Eclipse has pledged to release even more zero-day exploits for Windows in what they called a “bone shattering” drop planned for July 14 (the same day as next month’s Patch Tuesday). Immediately following the release of Microsoft patches today, the researcher published an exploit for what they claimed was a zero-day bug in Windows Defender.

While 200 vulnerabilities may be a record for Patch Tuesday, the actual number of security flaws Microsoft addressed this month is far higher, said Rapid7’s Adam Barnett.

“So far this month, Microsoft has provided patches to address 360 browser vulnerabilities, which is an order of magnitude more than has been typical in any given month over the past few years,” Barnett wrote. “As usual, browser [flaws] are not included in the Patch Tuesday count above. Indeed, the vast, and presumably sustained, uptick in the number of browser vulnerabilities has led to Microsoft no longer enumerating Chromium CVEs in the Security Update Guide.”

Microsoft also patched a zero-day vulnerability in Visual Studio Code that allows attackers to steal GitHub tokens with a single click. The company was forced to push a stopgap fix for the flaw on June 3, after a researcher published instructions showing how to exploit it. The researcher said they opted not to work with Microsoft because of a recent experience wherein Redmond silently patched a flaw they reported without offering credit or recognition.

Microsoft battled its own internal zero-day emergencies last week, after at least 72 of the company’s public code repositories were infected with a variant of the Shai-Hulud worm. Researchers found that all of the affected packages were connected to Microsoft official Azure Durable Task SDK, which got hit by the same Shai-Hulud worm in May.

Other major software makers are also shipping outsized update bundles this month. Adobe has released updates to fix a massive number of critical vulnerabilities across a range of products, including Adobe Experience Manager, Acrobat Reader and Cold Fusion. On June 3, Google resolved a whopping 429 vulnerabilities in its latest Chrome browser update (Chrome automatically downloads updates but installing them usually requires a complete restart of the browser).

As ever, please consider backing up your data before applying operating system updates, and drop a note in the comments if you run into any problems with this month’s patches.

Further reading:

Microsoft’s Security Update Guide

Action1’s Patch Tuesday breakdown

SANS Internet Storm Center notes on Patch Tuesday

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