Mondiali 2026: Iran-Nuova Zelanda, show e pareggio (2 a 2) a Los Angeles


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La nazionale del Capo Verde riesce nell’impresa impossibile. La squadra del minuscolo arcipelago africano scrive la storia pareggiando con la Spagna allo storico debutto in Coppa del Mondo, nel gruppo H. La squadra del commissario tecnico Bubista ha fermato i campioni d’Europa di De La Fuente sullo 0-0, anche e soprattutto grazie alle parate del 40enne portiere Vozinha, eroe di giornata con una serie di interventi da incorniciare nel primo e nel secondo tempo.
La nazionale dell’arcipelago di soli 530mila abitanti è un’altra delle favole più curiose di questo Mondiale. Sulla carta si trattava di una sfida a senso unico. Ma non è stato così. Gli africani sono stati protagonisti di una grande partita difensiva riuscendo a fermare sullo 0-0 una delle nazionali di calcio più titolate del mondo. Da registrare anche la scarsa aggressività spagnola salvo un traversa colpita da Ferran a fine primo tempo.
Dopo il delirio e le lacrime per la storica qualificazione, continua il sogno della nazionale di Capo Verde (che ha tra i convocati anche sei calciatori nati a Rotterdam). Increduli i tifosi presenti sugli spalti, che hanno dato subito il via a una grande festa per il risultato inaspettato alla vigilia.
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ENTRATE PAGAMENTO COPIE TRIESTE Gruppo Germinal FAI €200,00 SAVONA Gruppo Pietro Gori FAI €150,00 EMPOLI P.Becherini €25,00 LIVORNO Federazione anarchica livornese €60,00 Totale €435,00 ABBONAMENTI MILANO M.Fornasaro (pdf+gadget) €35,00 PISTOIA A.Piran (pdf) €25,00 MILANO F.Porcelli (pdf) €25,00 OSTUNI O.Casavola (cartaceo) €55,00 VALLECROSIA L.Ballestra (cartaceo+gadget) €65,00 GREMIASCO M.Zanini (pdf) €25,00 PREMOSELLO C. M.Mosoni (pdf) €25,00 GIOVINAZZO O.Amato (cartaceo+gadget) €65,00 MARSAGLIA C.Lauer (cartaceo) €55,00 BARGINO S.Arcidiacono (cartaceo) €35,00 VERANO BRIANZA M.Figliacci (cartaceo) €55,00 MODENA A.Pirondini (cartaceo) €55,00 ZUGLIANO L.Bertezzolo (cartaceo) €55,00 CALDOGNO N.Cunico (cartaceo) €55,00 PERUGIA A.Vantaggi (cartaceo) €55,00 Totale €€685,00 ABBONAMENTI SOSTENITORI TORINO D.Bevacqua €80,00 LIVORNO S.Chiellini €80,00 Totale €160,00 SOTTOSCRIZIONI REGGIO EMILIA Serata in ricordo di Maurizio Montecchi €200,00 OSTUNI O.Casavola €45,00 PISA Circolo anarchico vicolo del Tidi in ricordo di Claudio Strambi €792,00 CIPRESSA A.Martino, viva la FAI! €100,00 LIVORNO Fiorelli €10,00 LIVORNO Linda e Stefano €20,00 SLP M.Galletti in memoria di Ettore Felici €25,00 S.FRANCISCO F.D'Alessandro €810,00 GREMIASCO M.Zanini (pdf) €30,00 TORINO D.Bevacqua €20,00 EMPOLI P.Becherini ricordando Luigi Proietti €100,00 Totale €2.152,00 TOTALE ENTRATE €3.432,00 USCITE Spese tecniche giugno 26 -€24,16 Stampa n 18 -€611,00 Stampa n 19 -€611,00 Testate rosse nn 18-19-20 -€335,40 TOTALE USCITE -€1.581,56 saldo nn. 19-20 €1.850,44 saldo precedente €4.557,35 SALDO FINALE €6.407,79 IN CASSA AL 10/06/2026 7.207,24 Da Pagare Stampa n. 20 -€611,00 Spedizione n. 20 -€381,71
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Furto di orologi nella casa di Firenze del calciatore viola e della nazionale italiana Moise Kean. Il giocatore non era in Italia quando i ladri hanno assalito la sua abitazione fiorentina. Il valore della refurtiva ammonterebbe a circa 300mila euro. A dare l’allarme, stamattina, è stato un ospite di Kean nell’abitazione, nel quartiere di Campo di Marte. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della Sezione Investigazioni scientifiche che hanno svolto i rilievi alla ricerca di tracce dei malviventi. Gli investigatori hanno anche acquisito i filmati delle telecamere di videosorveglianza della zona per ricostruire la dinamica e individuare gli autori. Non si esclude che i malviventi possano essere entrati dal retro dello stabile per accedere all’appartamento del calciatore.
Sono diversi i furti ai calciatori negli ultimi mesi: a fine 2025 fu svaligiata la casa di Jamie Vardy, attaccante della Cremonese, mentre nel 2026 tra i casi che fecero più clamore, quelli a Nicolò Zaniolo, che fece anche una storia su Instagram, soprattutto a Neil El Ayanoui, centrocampista della Roma adesso impegnato ai Mondiali con il Marocco. In quella circostanza il calciatore marocchino era in casa con la famiglia e vennero anche sequestrati all’interno dell’abitazione per diverso tempo. Tornando a Moise Kean, il calciatore adesso si trova all’estero e in casa in quel momento non c’era più nessuno.
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Livorno, 15 giugno 2026 – Scatta dal 16 giugno la nuova disciplina dell’area pedonale in piazza Garibaldi, definita da un’ordinanza comunale che regola accessi e circolazione anche nella vicina via del Pettine.
Il provvedimento, ordinanza n. 4944 del 15 giugno 2026, attua quanto stabilito dalla Delibera di Giunta n. 460 del 9 giugno e introduce le modalità di utilizzo della nuova area.
L’accesso sarà consentito solo a categorie specifiche di veicoli, tra cui mezzi per la raccolta rifiuti, veicoli per servizi pubblici urgenti, residenti e fornitori per carico e scarico, mezzi diretti alle rimesse interne, autofunebri e veicoli espressamente autorizzati dagli uffici competenti. In tutti i casi è previsto il limite di velocità di 10 km/h.
La stessa ordinanza disciplina anche via del Pettine, dove vengono istituiti nuovi stalli per ciclomotori e motocicli, il divieto di sosta permanente sul lato dispari e il divieto di transito ai veicoli, con eccezione dei mezzi a due ruote.
La Quarta Sezione del Tribunale Provinciale di Valencia ha condannato in primo grado il calciatore Rafa Mir a otto anni e mezzo di reclusione per un reato di violenza sessuale e un altro per lesioni personali, come riportato lunedì dalla Corte Superiore di Giustizia della Comunità Valenciana. Secondo quanto riportato da Marca, il tribunale ha emesso una seconda sentenza anche nei confronti di un altro imputato, il calciatore Pablo Jara, condannandolo a due anni e mezzo di reclusione e al pagamento di una multa per reati di violenza sessuale, lesione della morale pubblica e lesioni personali.
La sentenza del tribunale, notificata alle parti lunedì scorso e non ancora definitiva, prevede anche un risarcimento di 64mila euro a favore della vittima nel caso Mir e di 6.280 euro per la vittima nel caso Jara. Rafa Mir, sotto contratto con l’Elche fino al 30 giugno e già titolare in questa stagione, in una storia Instagram ha dichiarato: “Non sono d’accordo con la sentenza e presenteremo ricorso nei prossimi giorni. Continuo ad avere fiducia nella giustizia“.
La sentenza giunge al termine del processo svoltosi il 28 maggio al Tribunale provinciale di Valencia. In questo procedimento, Mir – che la notte dei fatti (1 settembre 2024) giocava nel Valencia in prestito dal Siviglia – è stato processato per violenza sessuale e lesioni personali nei confronti di una giovane donna, reati per i quali l’accusa aveva inizialmente richiesto una pena di dieci anni e mezzo.
Il tribunale ha invece inflitto una pena di otto anni e mezzo: sette anni per la violenza sessuale e 18 mesi per l’aggressione. Ha inoltre disposto un’ordinanza restrittiva che vieta all’imputato di avvicinarsi alla vittima entro un raggio di 500 metri per un periodo di dieci anni e ha riconosciuto alla vittima un risarcimento di 14mila euro per i danni fisici subiti e di 50mila euro per il danno morale arrecato.
Nel caso di Jara, la condanna è di due anni di reclusione per violenza sessuale e altri sei mesi per il reato contro la morale pubblica. Secondo quanto deliberato dal tribunale, entrambe le vittime avevano incontrato i due calciatori alcune ore prima in una discoteca di Valencia ed erano poi andate nella loro abitazione. Una delle vittime ha sostenuto, sia durante le indagini che in tribunale, che Rafa Mir aveva abusato di lei per due volte in maniera non consensuale: una nella zona piscina della casa e un’altra all’interno di un bagno. La seconda vittima ha dichiarato che Pablo Jara l’ha toccata senza il suo consenso e che, successivamente, l’ha aggredita e cacciata di casa seminuda, fatti che il tribunale ha configurato come reati di violenza sessuale, contro la morale e lesioni lievi.
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Quaranta minuti di una partita del Mondiale (più l’intervallo) andati in onda senza telecronaca. In questo caso, per fortuna di Dazn, l’imprevisto è successo in piena notte e non in una partita di cartello, ma in uno Svezia-Tunisia finita 5 a 1 che non passerà alla storia del calcio. Ma vista l’attenzione sui Mondiali in corso è comunque un inciampo non da poco per il broadcaster che si è portato a casa per la prima volta i diritti di tutte le partite della competizione, lasciando alla Rai soltanto la diretta in chiaro di 35 incontri.
Ma cos’è successo nella notte tra domenica e lunedì? La partita è ancora disponibile on demand sul sito, dunque la si può recuperare. Al diciottesimo minuto, il telecronista Giovanni Marrucci ha appena finito di commentare il gol di Yasin Ayari quando all’improvviso, su un normale possesso palla della Svezia, la sua voce scompare. Restano solo i rumori ambientali dello stadio, senza alcuna comunicazione né altre voci che subentrano. Colpa di problemi tecnici, probabilmente dovuti al fatto che Dazn non copre tutte le partite da Stati Uniti, Messico e Canada, cioè da dove si sta giocando, ma alcuni incontri li segue e li commenta da studio, a Milano. E così mentre le immagini e i suoni ambientali continuava ad arrivare da Monterrey, in Messico, qualcosa a Milano va storto sull’audio lasciando muto il telecronista.
L’unica comunicazione per gli spettatori compare intorno al 40esimo. Un messaggio in sovraimpressione che resta in onda circa un minuto: “Ci scusiamo per il servizio temporaneamente interrotto. Verrà ripristinato al più presto”. Neanche la fine del primo tempo porta però miglioramenti. Bisogna aspettare fino al minuto 60, appena in tempo per annunciare il terzo gol della Svezia; in quel momento l’audio di Marrucci viene ripristinato e può proseguire fino al novantesimo e al triplice fischio.
Fino a questo pomeriggio non sono arrivati comunicati ufficiali da parte di Dazn, che evidentemente lascia scivolare la vicenda confidando sull’orario notturno. Ma sui social, in particolare su X, più di un utente inizia a segnalare il problema: “Ci hanno messo un’ora (tenendo conto dell’intervallo) per ripristinare la telecronaca”; scrive Federico; mentre un altro utilizza l’ironia: “Comunque chi sta sveglio per vedere Svezia-Tunisia si meriterebbe la telecronaca visto che saranno 10 minuti (forse anche di più) che la telecronaca è sparita”. Una protesta che dà l’idea di cosa sarebbe potuto succedere se il guasto si fosse verificato durante una partita più seguita, visto anche qualche disagio segnalato nei giorni scorsi sempre sulle telecronache (fuori sincro rispetto alle immagini o con audio ambientale azzerato). La buona notizia, per Dazn, è che restano 92 partite per migliorare.
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Aveva chiuso le porte alla Tunisia del padre per rappresentare la sua Svezia. “Sono nato a Solna, ho giocato per le giovanili di questo Paese. Mi sento svedese”. Ai Mondiali un copione che sembra già scritto: Yasin Ayari segna – per due volte – proprio contro la nazionale tunisina e non esulta in segno di rispetto. Nel 5-1 finale dei gialloblù la storia del centrocampista del Brighton ripercorre quella di una famiglia che ha sempre pensato alla scelta migliore per il bene del figlio. “Volevo che giocasse per la Svezia”, aveva detto qualche mese fa papà Azzouz al quotidiano Aftonbladet. “Deve sentirsi come se stesse dando qualcosa in cambio al Paese che si è preso cura di lui“.
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Figlio di padre tunisino e madre marocchina, fin da piccolo Ayari ha avuto tre strade davanti a lui: giocare per una delle due nazionali dei genitori – Tunisia e Marocco, appunto – oppure rimanere fedele alla Svezia, il Paese della sua infanzia e adolescenza. Nel 2021 la tentazione di vestire la maglia della Tunisia era forte. L’opportunità era unica: disputare (in Qatar, qualche mese più tardi) il primo Mondiale in carriera. Grazie (anche) al padre, però, Ayari decise di rimanere legato al gialloblù: Azzouz gli ricordò infatti che la Svezia aveva accolto la loro famiglia e aveva contribuito a costruire il proprio futuro.
Lo stesso Ayari disse che era “naturale” continuare a rappresentare il paese per cui aveva giocato da bambino. Tutto parte dalla contea di Stoccolma: all’età di 7 anni il centrocampista gioca nelle giovanili del Rasunda (la squadra locale di Solna). Poi arriva il trasferimento all’AIK. Il presente dice Premier League. Nel mezzo Ayari trova il suo spazio nel settore giovanili della nazionale.
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“Per me è stato abbastanza facile, perché sono nato in Svezia e ho giocato nelle loro nazionali giovanili, quindi è stata una decisione semplice. Ovviamente non dimentico le radici dei miei genitori: io voglio il meglio per loro. Mia madre e mio padre sono originari di Marocco e Tunisia. Quando ero piccolo ci andavo spesso in vacanza“. Insomma restare con la Svezia rappresenta il giusto epilogo di una storia di portata mondiale. Insieme nel girone F, il cerchio si chiude nel più classico dei modi. Doppietta, vittoria ma nessuna esultanza.
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“Non è censura, si chiama rispetto della Costituzione e delle leggi”. Il residente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo risponde così a Giorgia Meloni e a Carlo Nordio, che negli ultimi due giorni hanno criticato la fiera Più Libri Più Liberi per aver fatto sottoscrivere una sorta di adesione ai principi antifascisti a tutti gli editori coinvolti negli stand e negli eventi. Per Pagliarulo, intervenuto alla presentazione della Festa nazionale dell’Anpi 2026, quella scatenata dal governo è “una tempesta in un bicchier d’acqua” figlia della “legge della concorrenza tra Meloni e Vannacci” e del “riflesso pavloviano” della premier “quando si parla di antifascismo”.
Ma dal presidente dell’Associazione dei partigiani arriva anche un suggerimento, utile a spiegare che certe iniziative, per quanto sacrosante, si espongono a strumentalizzazioni che servono alla destra per distogliere l’attenzione da altri temi: “Quel che chiedono gli organizzatori della fiera è del tutto tautologico, pleonastico, nel senso che se entro in un supermercato non trovo cartelli con scritto ‘Non rubare’. Dunque non c’è alcuna censura, ma solo il rispetto della Costituzione, della Legge Scelba e della Legge Mancino. Detto questo, col senno di poi, forse sarebbe stato più ragionevole vigilare affinché nessun espositore pubblicizzasse o esponesse libri di istigazione all’odio o di apologia del fascismo, e in quel caso naturalmente intervenire”.
Secondo Pagliarulo, la baruffa mediatica è figlia del bisogno di Meloni di “non parlare di temi più importanti” e della rincorsa a destra con Roberto Vannacci: “La legge della concorrenza del mercato si sposta alla politica, io capisco che Meloni abbia il problema di Vannacci ma le vorrei dire di non esagerare e scindere la carica di leader di partito da quella di presidente del Consiglio”. Le sparate di Nordio e Meloni tengono banco, ma la conferenza serve anche a presentare programma e ospiti della Festa nazionale Anpi che si terrà a Limena (Padova) dal 18 al 22 giugno. Il titolo scelto è “Facciamo resistenza” e non è casuale : “La resistenza è elemento fondativo della memoria della Repubblica. Oggi è necessaria una resistenza a questo riarmo generalizzato parossistico e una resistenza alle derive autoritarie in giro per il mondo. Siamo davanti a una banalizzazione della guerra e a nuovi fascismi che mettono in discussione i sistemi democratici”.
Diversi gli ospiti e i dibattiti. Il primo giorno si confronteranno tra gli altri l’ex segretario generale Cgil Sergio Cofferati, Walter Massa (Arci) e l’ex eurodeputata Pasqualina Napoletano, mentre venerdì sarà il turno di altri illustri ospiti come la presidente di Emergency Rossella Miccio e l’ex presidente della Regione Toscana Vannino Chiti. Sabato previsto un lungo spazio per i giovani di Anpi e poi altri dibattiti con nomi come Francesco Vignarca (Rete Italiana Pace e Disarmo) e Alba Bonetti di Amnesty International, prima degli ultimi due giorni con focus in particolare sulla Costituzione (con giuristi come Enrico Grosso e Francesco Pallante e la magistrata Silvia Albano) e sul sociale, con rappresentanti della segreteria nazionale di Cgil, Cisl e Uil a confronto con il vicepresidente di Confindustria Maurizio Marchesini.
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Anche i rappresentanti del Milan erano presenti al super evento Ufc organizzato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca per il suo 80esimo compleanno. In attesa di novità sul fronte societario rossonero, il patron Gerry Cardinale e il suo braccio destro Zlatan Ibrahimovic, grande appassionato di arti marziali, hanno preso parte alle celebrazioni per il compleanno di Trump, come mostrato da tante immagini diffuse dalle tv americane.
I due dirigenti erano in prima fila per assistere a Ufc Freedom 250, organizzato nella gabbia alta 28 metri nel giardino della Casa Bianca, e i tifosi del Milan non l’hanno presa benissimo. Con il club rossonero ancora senza allenatore (ufficialmente, perché c’è già l’accordo con Amorim) e dirigenti chiave in vista della prossima stagione, dopo il fallimento dell’annata con Allegri in panchina, tanti sostenitori del club rossonero hanno commentato in maniera negativa la presenza – in un evento di puro divertimento – del numero uno di Redbird (e azionista di Paramount, il gruppo che negli Usa detiene i diritti tv della Ufc) e del senior advisor del club. In questi giorni Ibra è anche commentatore dei Mondiali per Fox e, tra l’altro, è stato criticato per non essere andato a vedere la prima partita della Svezia nel torneo (vinta 5-1 contro la Tunisia), che si è giocata proprio poche ore dopo l’evento alla Casa Bianca.
A far infuriare però i tifosi del Milan è stata proprio la presenza all’evento di Ufc. Basta fare un giro sui vari social per percepire il fastidio dei tifosi del Milan dopo l’apparizione in pubblico dei due praticamente unici dirigenti del Milan al momento. “Vergogna“, si legge sotto diversi post Instagram sull’argomento. “Mentre il Milan è nella me*da fino al collo e nella confusione più totale, questi due se la spassano altrove“, scrive qualcuno. C’è chi invece la vede in maniera positiva: nelle scorse settimane si era parlato anche di frizioni tra i due. Vederli insieme, all’evento organizzato d a Trump, sorridendo, ha di fatto smentito quelle voci. È però metà giugno e i rossoneri non hanno ancora un direttore sportivo, in attesa dell’ufficialità di Amorim.
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Essere “eroi per un giorno” è una frase tanto trita che, ormai, ha quasi perso di significato. Però per il Qatar, Goualem Khoukhi eroe è diventato davvero. Gli è servito (più che bastato, perché al Mondiale segnare non è mai una cosa scontata) il gol alla Svizzera per farsi notare. Una rete storica: in pieno recupero, con la squadra di Lopetegui sotto di 1-0 che raggiunge un pareggio. E l’esultanza di tutto il gruppo a fine partita ha reso bene l’idea di quello che si vuole intendere. Ecco, Khoukhi, con quella marcatura di testa, risultato di un atteggiamento davvero mai arrendevole di tutta la sua squadra, ha reso un servizio così importante all’immagine del paese che il Fondo d’invesimento Qatariota (il Qia) ha deciso di premiarlo. E quando si muove quel Fondo, il premio non è mai da poco.
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Khoukhi si è visto recapitare 3 milioni di dollari subito sul suo conto. Più una macchina: una Rolls-Royce Phantom del valore di 550mila dollari. È quanto riporta Bein Sports, facendo riferimento direttamente a quanto annunciato proprio dal Qia. Davvero niente male per il difensore dell’Al-Sadd che fu di Roberto Mancini, il quale è peraltro sempre più vicino a diventare il nuovo-vecchio Ct della Nazionale italiana.
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Il classe ‘90 (che ha segnato anche un gol in campionato, ma con in panchina Sergio Alegre, allenatore ad interim del club) ha in qualche modo mostrato a tutto il mondo i progressi del calcio qatariota in questi ultimi anni ed è per questo che è stato deciso di conferirgli un bonus di questo valore.
Bonus che, a dirla tutta, non è nemmeno troppo una novità per i paesi che vogliono provare a emergere nel calcio. Spesso infatti i giocatori delle nazionali minori hanno ricevuto ricchi bonus a seguito di traguardi storici. E per il movimento qatariota il gol al mondiale e il punto raggiunto hanno un valore simbolico molto alto. È stato quantificato.
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In un’epoca in cui il matrimonio viene spesso descritto come un’istituzione in crisi, a Roma c’è chi fa la fila per pronunciare il fatidico “sì”. Non davanti all’altare o negli uffici comunali, ma davanti a una macchina. Succede al Love Bar, locale situato in via Flaminia, dove è stata installata la Wedding Machine, un totem che permette di celebrare un matrimonio simbolico in pochi minuti. Secondo quanto riportato da Il Messaggero, l’iniziativa, che richiama nell’immaginario i celebri matrimoni lampo di Las Vegas, sta attirando curiosi, coppie e amici desiderosi di vivere un momento insolito e romantico. A idearla è stata Gaenette Raimo, 26 anni, che racconta così il progetto: “Il nome? La chiamiamo la Wedding Machine”. Il totem, attualmente alla sua prima versione, promette un’esperienza rapida e originale: ‘bastano tre minuti per dirsi “sì'”.
La scelta della location non è casuale. A pochi passi dal locale c’è Ponte Milvio, che negli anni è diventato uno dei punti più riconoscibili quando si parla d’amore a Roma, anche per la tradizione dei lucchetti lasciati dalle coppie. E poi c’è tutto l’immaginario legato a Tre metri sopra il cielo, il romanzo di Federico Moccia che ha reso quel ponte un simbolo romantico per una generazione intera, con la famosa scena dei lucchetti e la scritta “Io e te 3 metri sopra il cielo” che ha fatto il giro del mondo. “È il simbolo romano delle promesse d’amore”, sottolinea infatti la giovane ideatrice.
Il funzionamento della macchina è semplice. Una volta davanti al totem, i partecipanti inseriscono i propri nomi e seguono le indicazioni di un avatar presente sul display. La procedura prevede il pagamento di 15 euro tramite Pos o QR Code e, al termine, la macchina consegna due anelli simbolici e un certificato ricordo.
Si tratta di un’unione puramente simbolica, come precisa la stessa Raimo: “Sì, è simbolica. Ma non per questo priva di emozione”. Sul certificato stampato dalla macchina compare anche un messaggio che accompagna l’esperienza: “Siete ufficialmente sposati… per gioco. E siete invitati a custodire questo certificato come ricordo di un atto romantico e un po’ folle”.
L’idea sembra aver fatto centro. In appena due settimane, infatti, oltre mille persone hanno scelto di partecipare alla particolare cerimonia. “C’è chi lo fa per gioco, chi lo fa con più serietà. Il nostro obiettivo era quello di regalare un momento che fosse davvero magico”, spiega Raimo.
Dietro il progetto c’è una passione che nasce da lontano: “Sono sempre stata appassionata di matrimoni. Mi ha sempre affascinato, fin da quando ero piccola, l’idea che due persone si scelgano. Dopo essere stata a un matrimonio in cui ho passato ore a scattarmi foto in una cabina fotografica con il mio ragazzo e i miei amici, ho pensato: perché non creare qualcosa di simile che permetta a tutti di sposarsi? In modo veloce, quasi come ci si scatta una fotografia”.
Da quell’intuizione è nata la Wedding Machine, un progetto che potrebbe presto uscire dai confini della Capitale: “Il mio sogno è che le persone possano dire: mi sono sposata a Roma. Poi a Napoli. Poi a Milano. E così via, all’infinito”, afferma.
Nel frattempo, sempre secondo quanto riportato dal quotidiano romano, la macchina continua a raccogliere storie e testimonianze. Tra coloro che hanno deciso di vivere questa esperienza ci sono anche Matteo e Valentina, una coppia che per diversi motivi non può ancora celebrare un matrimonio ufficiale. Per loro, però, quel momento ha avuto un significato particolare: “Per noi già così è un enorme regalo”.
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Con la presenza di telecamere ovunque, in qualsiasi zona del campo, negli ultimi anni allenatori e calciatori hanno radicalmente cambiato modo di comunicare, inventando la qualsiasi. L’obiettivo? Non permettere agli avversari di comprendere le indicazioni. Ma quanto visto durante Giappone–Olanda ha sorpreso tifosi e addetti ai lavori. Nel pareggio per 2-2 contro gli olandesi, il commissario tecnico del Giappone, Hajime Moriyasu, ha infatti adottato un sistema di comunicazione decisamente insolito. A bordo campo è comparsa una grande lavagna sulla quale venivano mostrati numeri differenti a seconda dei momenti della partita. Una soluzione che in poco tempo è diventata virale sui social network.
Dietro quei numeri si nascondeva un vero e proprio linguaggio in codice. Ogni cifra corrispondeva a precise indicazioni tattiche concordate in precedenza con la squadra. In questo modo il tecnico poteva trasmettere istruzioni ai propri giocatori senza dover urlare dalla panchina e senza rivelare apertamente le proprie mosse agli avversari. I numeri, scritti in caratteri molto grandi, erano visibili da ogni zona del campo, ma ovviamente il significato è noto solo ai calciatori del Giappone.
Un metodo che richiede naturalmente una preparazione accurata e la memorizzazione preventiva dei vari codici, aspetto che non sembra aver creato particolari problemi ai giocatori nipponici, da sempre apprezzati per disciplina e organizzazione. In Giappone infatti studiano la matematica con il “soroban” (l’abaco giapponese), motivo per cui tutti sono “abituati” a recepire e memorizzare indicazioni attraverso l’utilizzo dei numeri. La lavagna non è stata utilizzata soltanto per le modifiche tattiche. Nei minuti conclusivi della gara è servita anche per segnalare in tempo reale il recupero rimanente, trasformandosi in una sorta di conto alla rovescia verso il triplice fischio. Alla fine il Giappone ha conquistato un prezioso 2-2, recuperando per due volte lo svantaggio contro l’Olanda.
L'articolo La lavagna dei numeri del Giappone incuriosisce tutti ai Mondiali: così il ct Moriyasu comunica in codice con la squadra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tutto accade a pochi secondi dal fischio d’inizio di Germania–Curaçao, match dei Mondiali giocato domenica alle ore 19 italiane. Come da tradizione, la regia internazionale della diretta televisiva stacca sulla sala VAR, per inquadrare e presentare gli arbitri addetti al video. Tra questi c’è anche l’australiano Shaun Evans, che compie uno strano gesto con la mano destra, stesa lungo il fianco. Poco dopo è scoppiata la bufera. Secondo molte interpretazioni, Evans ha fatto il gesto del “white power“, utilizzato da tempo negli ambienti dell’estrema destra e in particolare come simbolo dei suprematisti bianchi. La FIFA non ha ancora commentato la vicenda, così come il fischietto australiano non ha rilasciato dichiarazioni. La questione però va ben oltre i social: The Athletic, il portale sportivo del New York Times, ci ha dedicato un lungo articolo.
Il gesto del “potere bianco” può essere facilmente equivocato come un semplice “ok“, ma viene fatto con la mano capovolta. Il pollice e l’indice si toccano a formare un cerchio, mentre le altre tre dita vengono tenute distese e separate. In questo modo, secondo la simbologia, la mano forma la P di power e la W di white (vedi immagine). Questo gesto è diventato particolarmente noto dopo essere stato mostrato da Brenton Tarrant, suprematista bianco australiano che ha ucciso 50 persone in una sparatoria contro una moschea.
Secondo la rete antidiscriminazione “Fare“, interpellata da The Athletic, l’arbitro Evans avrebbe compiuto lo stesso gesto in diretta tv durante i Mondiali. “Secondo i nostri esperti, il gesto utilizzato assomiglia chiaramente al simbolo ‘ok’ capovolto, usato come simbolo di supremazia bianca“. Per ora non esistono conferme. Ma un portavoce della FIFA, pur senza fornire dichiarazioni ufficiali, ha ammesso che l’organismo sta esaminando la questione. Insomma, è in corso un’indagine interna. È stata anche data la possibilità all’arbitro di chiarire tutto, ma al momento tutto tace.
Evans è un arbitro australiano di grande esperienza, ha debuttato nella prima divisione nazionale già nel 2008 come assistente ed è stato eletto miglior direttore di gara della A-League 2018-19. Questa è la sua seconda edizione dei Mondiali: era presente in Qatar nel 2002, sempre come addetto al VAR.
Esistono già alcuni precedenti di sportivi puniti per aver compiuto il gesto del “white power”, che è classificato come simbolo d’odio. Nel luglio 2023, la squadra di MLS DC United ha licenziato un preparatore atletico che aveva fatto quel gesto in un post sui social.
L'articolo Un arbitro ai Mondiali è accusato di aver fatto il gesto del “white power” in sala Var: viene usato dai suprematisti bianchi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sarà Ruben Amorim il nuovo allenatore del Milan. Il tecnico portoghese ha raggiunto un accordo con il club rossonero, con cui ha firmato un contratto biennale (fino al 2028), con opzione per un terzo anno. Lo riferisce sul suo sito internet il quotidiano portoghese A Bola, secondo cui Amorim aveva pianificato di non sedersi in panchina in questa stagione dopo aver lasciato il Manchester United a gennaio, ma l’offerta del club italiano, che ha ammesso essere una delle squadre preferite della sua infanzia e che sognava di allenare, si è rivelato troppo allettante. In attesa di capire chi sarà il direttore sportivo (al momento il favorito come Head of Football è Markus Krösche, ma sulla carta il ds sarebbe nel caso Timmo Hardung) e di riassestarsi, i rossoneri hanno così scelto il portoghese in panchina.
A Milano, l’ex allenatore dello Sporting riceverà 3,5 milioni di euro netti a stagione, più bonus per scudetto e qualificazione alla Champions League, competizione mancata dai rossoneri nelle ultime due stagioni. Ruben Amorim, 41 anni, attende solo l’approvazione definitiva di Gerry Cardinale di Red Bird, proprietario del Milan, per recarsi in Italia, firmare il contratto e ambientarsi nella sua nuova città. Amorim avrebbe bruciato sul filo di lana Matthias Jaissle, campione d’Asia con l’Al Ahli, altro nome rimasto a lungo sul tavolo tra i dirigenti rossoneri.
41 anni, Ruben Amorim è uno degli allenatori più apprezzati della nuova generazione europea. Da calciatore ha vestito soprattutto le maglie di Benfica e della nazionale portoghese, prima di intraprendere la carriera in panchina. Dopo le esperienze con Casa Pia e Braga, si è imposto alla guida dello Sporting CP, riportando il club alla conquista del campionato portoghese dopo quasi vent’anni di attesa e distinguendosi per un calcio moderno, intenso e votato alla valorizzazione dei giovani talenti.
Amorim ha vinto due volte il campionato portoghese nel corso della sua esperienza allo Sporting: prima nel 2020/21, poi nel 2023/24. A novembre 2024 ha deciso di lasciare la squadra che lo ha reso grande per accettare la corte del Manchester United. In Premier League però non è riuscito a incidere: dopo esser arrivato 15esimo il primo anno, è stato esonerato nel corso di questa stagione.
Dopo il no di Ralf Rangnick, che rimarrà sulla panchina dell’Austria come commissario tecnico, il Milan guarda altrove per il ruolo di direttore sportivo. Al momento il favorito è Markus Krosche, ma resiste anche Devin Ozek. Krösche in realtà diventerebbe sulla carta l’Head of Football del club rossonero, mentre il direttore sportivo nel caso sarebbe Timmo Hardung, pronto a seguirlo. Al momento Krösche è il direttore sportivo dell’Eintracht Forte, ma sembra ormai vicinissimo all’accordo con il Milan. L’alternativa sarebbe nel caso Devin Ozek, giovanissimo direttore sportivo (ha soltanto 31 anni), attualmente al Fenerbahce.
L'articolo Amorim sarà il nuovo allenatore del Milan, c’è l’accordo: pronto un ricco biennale. Ora il ds: i nomi sul tavolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Patentino antifascista? Sulla polemica che ha infiammato la scena politica del fine settimana, arriva il commento del ministro Carlo Nordio. “Forse gli organizzatori non sanno” ha detto il Guardasigilli riferendosi a chi rende possibile la Fiera “Più libri più liberi”, “che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Mussolini“.
Il riferimento è al Codice Rocco del 1930, voluto dall’allora ministro Alfredo Rocco. Testo ancora in vigore ma che è stato ampiamente modificato, sia dalla Corte Costituzionale sia dal Legislatore, nelle parti più illiberali e autoritarie. Per esempio abrogando la pena di morte, il delitto d’onore, l’adulterio da parte della donna. Oppure dichiarando incostituzionale la norma che puniva penalmente lo sciopero (diventato un diritto nella nostra Carta). Ieri Giorgia Meloni aveva parlato di “censura” in relazione alla richiesta rivolta alle case editrici, da parte degli organizzatori della kermesse in programma a dicembre, di sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo. “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”.
Negli anni scorsi era richiesta alle case editrici una più generica adesione a “tutti i valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani”. Il presidente dell’Associazione italiana editori, Innocenzo Cipolletta, ha confermato: “Agli editori chiediamo di affermare il proprio antifascismo” perché “il richiamo all’antifascismo esplicita semplicemente il fondamento costituzionale della nostra democrazia“.
A pochi minuti dalla sua prima uscita, il ministro Nordio ha cercato di correggere il tiro così: “È proprio un paradosso che si pretendano attestazioni di antifascismo da chi non vuole cambiare un codice firmato da Mussolini”. Angelo Bonelli di Avs ha commentato che “le dichiarazioni di Nordio sono vergognose“. E ricorda al Guardasigilli che “è vero che Mussolini ha apposto la firma, nel 1931, al Codice penale, ma quel documento è stato modificato dalla Repubblica Italiana, dalla lotta antifascista e dalle sentenze della Corte Costituzionale. Stanno strizzando l’occhio ai neofascisti di Vannacci“.
Per il senatore del Pd, Dario Parrini, vicepresidente della commissione Affari costituzionali “nella corsa di FdI a inseguire a destra Vannacci la derapata più grossolana e ridicola la fa Nordio, campione vero di dichiarazioni assurde. Oggi Nordio dice che è sbagliato chiedere per la partecipazione a fiere editoriali una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione perché, udite udite, il codice penale ancora vigente in Italia porta la firma di Mussolini. Questa affermazione è sconcertante e ridicola per almeno tre ragioni. La prima: che c’entra il Codice Rocco con la vicenda Più libri più liberi? Niente. La seconda ragione è che le parole di Nordio comportano un osceno elogio revisionistico di Mussolini”. E infine: “La terza è che il ministro della Giustizia sostiene il falso: pur non essendo mai stato formalmente sostituito da un altro testo globale, il Codice Rocco del 1930 è stato progressivamente svuotato dei suoi elementi autoritari, illiberali e antidemocratici. È rimasto come guscio. È sparita la sua sostanza ideologica. Il ministro ancora una volta sembra aver perso una gigantesca occasione per tacere”.
Articolo in aggiornamento
L'articolo L’ultima di Nordio: “Patentino antifascista? Il libro più importante per la giustizia è firmato da Mussolini”. Poi il tentativo di spiegazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
I padri che non hanno versato il mantenimento ai propri figli non potranno accedere agli stadi per seguire le partite dei Mondiali. È la decisione delle autorità in Argentina. In altre parole, chi non è in regola con gli obblighi economici verso i figli resterà fuori dagli impianti. L’annuncio è arrivato dalla ministra della Sicurezza nazionale, Alejandra Monteoliva, che ha spiegato con fermezza la linea adottata dal governo: “Chi non si prende cura dei bisogni dei propri figli non entrerà allo stadio per assistere alla partita”. Una misura che può apparire insolita, ma che in Argentina non rappresenta una novità assoluta. Restrizioni simili, infatti, vengono già applicate abitualmente nelle competizioni nazionali.
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E al Mondiale in corso tra Usa, Messico e Canada, il governo di Buenos Aires ha inviato alle autorità statunitensi un elenco di circa 13mila persone che risultano inadempienti da almeno due mesi nel pagamento degli alimenti destinati ai figli minorenni. Questi tifosi non potranno quindi assistere alle gare del torneo. A questa categoria si aggiungono le persone coinvolte nel programma “Tribuna Segura”, il sistema che impedisce l’accesso agli stadi a imputati, soggetti sotto processo o già condannati per reati collegati agli eventi sportivi, oltre a individui considerati potenzialmente pericolosi per l’ordine pubblico. Complessivamente, il numero delle persone escluse dagli impianti supera le 30mila unità.
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L’Argentina dovrà quindi rinunciare a una parte del proprio seguito sugli spalti. Se in molti casi le difficoltà di ingresso negli Stati Uniti sono state attribuite ai severi controlli delle autorità americane, in questa circostanza il divieto nasce direttamente da una decisione del governo argentino. Un provvedimento che continua a dividere l’opinione pubblica del Paese. Sul fronte sportivo, invece, cresce l’attesa per l’esordio della Nazionale di Lionel Messi, che scenderà in campo nella notte tra martedì e mercoledì, alle 3 ora italiana, contro l’Algeria.
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La scena si ripete anche ad Arlington, in Texas, dopo il pareggio per 2-2 tra Giappone e Olanda. Cambiano i Mondiali, non i comportamenti dei tifosi giapponesi, che anche questa volta si sono fermati a ripulire lo stadio dopo la partita. Le borse blu che sventolavano con entusiasmo dopo il gol del pareggio segnato da Kamada nei minuti finali sono state poi utilizzate, al triplice fischio, per raccogliere i rifiuti nelle aree riservate ai tifosi.
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Non è la prima volta e non sarà neanche l’ultima. I video dei tifosi dei Samurai Blue che raccolgono e spazzano via i rifiuti dell’AT&T Stadium hanno attirato l’attenzione del pubblico. “Questa è la cultura, rispetto per tutti, giocatori, tifosi e stadio”, spiega una spettatrice giapponese. Scene simili si sono viste per la prima volta durante la prima partecipazione della nazionale giapponese ai Mondiali in Francia nel 1998. Da allora, lo fanno ogni volta che seguono la loro nazionale nei grandi eventi internazionali.
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Credit video: FIFA
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È caccia alle tracce biologiche sul corpo di Roberto Guerrino, l’interprete assassinato nel suo appartamento a Milano durante un appuntamento. La speranza degli investigatori è che l’uomo, 60 anni, si sia difeso e in questa maniera potrebbe avere sul proprio corpo elementi utili per risalire a chi ha incontrato nella casa di via Nino Oxilia. Il corpo è stato ritrovato seminudo, ucciso con più colpi al cranio sferrati probabilmente dall’uomo con cui aveva fissato l’incontro su una app di incontri. Proprio le chat, tra l’altro, potrebbero risultare decisive.
Guerrino è stato trovato nella camera che funge anche da salotto dopo che i vigili del fuoco avevano aperto la porta con la chiave che l’interprete lasciava normalmente a una vicina di casa quando si assentava. Non si esclude che si sia trattato di una rapina perché nell’appartamento mancano alcuni oggetti di valore. Guerrino e chi era con lui potrebbero aver litigato per una richiesta di soldi dopo il rapporto. I militari stanno analizzando telefoni e computer dell’interprete per individuare la persona con cui era entrato in contatto e analizzano l’attività dell’uomo sulle piattaforme Grindr e Romeo, che già l’interprete aveva usato per fissare incontri.
Ancora non c’è certezza sull’oggetto con il quale l’uomo è stato colpito alla testa: ce ne sono vari pesanti e insanguinati in casa. Si ipotizza che possa essersi trattato di una statuetta di Buddha. Quale sia l’arma lo stabilirà l’autopsia che sarò disposta domani dal pm Carlo Scalas. Per il resto, si analizzano le telecamere delle vicinanze del palazzo in cui viveva Guerrino: una, che puntava sull’entrata del palazzo e che poteva essere determinante è risultata inutile perché malfunzionante.
Vi sono poi testimoni che lo hanno visto vivo alle 21.30 di venerdì ed è quindi verosimile che la morte sia avvenuta nella notte. Chi l’ha ucciso ha infierito sul viso e in testa, il piccolo bilocale era pieno di sangue. Guerrino avrebbe compiuto 61 anni il prossimo 13 luglio. Era interprete di conferenza, nel suo curriculum aveva scritto di aver fatto da interprete a reali e capi di Stato, da Mattarella a Napolitano all’allora principe Carlo, ma anche per Bill Clinton e Henry Kissinger.
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L’attesa, l’entusiasmo di un possibile ritorno in Serie D e poi un finale da dimenticare, con invasione di campo e aggressione ai calciatori. Per Taranto doveva essere una giornata storica, quella del riscatto dopo un anno difficile e si è trasformata in un incubo. La formazione tarantina giocava la finale di ritorno degli spareggi di Eccellenza contro il Gladiator: all’andata era finita 0-0, in Campania, in casa del Gladiator.
Ieri, allo stadio Italia di Massafra, il ritorno: a vincere però è stato il Gladiator per 1-2, con il gol di Giorgio all’ultimo secondo. Dopo il fischio finale, il caos: alcuni tifosi del Taranto hanno fatto invasione di campo, iniziando la caccia all’uomo nei confronti dei calciatori. In alcuni video sul web si vede anche un tifoso scagliarsi contro Nicola Loiodice, top player del club e capitano, salvato solo da un uomo della sicurezza che si è frapposto tra il calciatore e l’aggressore. Poi anche alcuni scontri con la polizia, tutto in mezzo al campo.
Scene di caos, con i calciatori scappati immediatamente negli spogliatoi, mentre quelli del Gladiator festeggiavano sotto il settore ospiti. Il Taranto rimane così in Eccellenza, nonostante un budget importante messo a disposizione di allenatore e direttore sportivo per tornare in Serie D dopo il fallimento dello scorso anno in Serie C. E dall’anno prossimo la società tornerà in uno stadio “Iacovone” rinnovato per i Giochi del Mediterraneo.
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Si chiamava Davide Paglialunga, 21 anni di Ancona, il ragazzo morto nell’incidente di questa mattina in zona Baraccola ad Ancona. Si trovava al volante dell’auto e in macchina con lui c’erano altre tre persone ferite dopo lo schianto, una di loro in modo grave. Paglialunga, nato nel 2005, quest’anno ha giocato a calcio come centrocampista nel campionato di Eccellenza con la Jesina. Nelle giovanili aveva militato con l’Ascoli, il Fano e l’Ancona. Tutte società che con un post social hanno voluto ricordarlo.
Paglialunga era alla guida della Opel Corsa coinvolta nel violento schianto con una Fiat Punto, che ha provocato anche quattro feriti. Secondo una prima ricostruzione, l’auto guidata dal 21enne morto avrebbe subito preso fuoco e proprio in quel momento un finanziere di Ancona che stava andando a lavoro, è passato dal luogo dell’incidente, si è fermato, è sceso ed è corso verso le auto distrutte per dare aiuto. Due degli amici di Paglialunga erano riusciti a uscire da soli dall’abitacolo, mentre un altro ragazzo di 19 anni – anche lui calciatore – era rimasto intrappolato. Il finanziere è riuscito a forzare lo sportello posteriore e trascinarlo fuori, salvandolo.
“Davide era un ragazzo brillante, e sensibile. Sempre positivo nello spogliatoio, un compagno di viaggio ideale”. Con queste parole la società di calcio Jesina, iscritta al campionato di Eccellenza, ha salutato Davide Paglialunga. “Ci sono notizie che lasciano senza fiato, che spezzano il respiro e congelano il tempo. La prematura e tragica scomparsa di Davide ha aperto un vuoto immenso nel cuore della nostra società, tra i compagni di squadra, lo staff e chiunque abbia avuto il privilegio di conoscerlo. – si legge nel post diffuso su Facebook – Solo pochi giorni fa avevamo annunciato il rinnovo di Davide anche per la prossima stagione sportiva. Davide, a soli 21 anni, ha messo a disposizione della squadra tutte le sue qualità sportive, il suo talento, una ferrea determinazione e una visione di gioco che lasciava intravedere per lui un futuro luminoso”.
La società di calcio marchigiano ricorda il giovane calciatore sottolineando come abbia sempre “dimostrato un attaccamento speciale per la maglia che ha spesso indossato da titolare nel corso di tutta la stagione da poco conclusa“. “Scendeva in campo con l’orgoglio di chi difende la propria casa, lottando su ogni pallone fino all’ultimo secondo, diventando un esempio di dedizione e lealtà per ogni suo compagno. – concludono – Fuori dal campo, il quadro si completava con la bellezza della sua persona. Il destino ce lo ha strappato via troppo presto, lungo una strada maledetta, ma non potrà mai cancellare quello che ha seminato nei nostri cuori. Ci piace pensare che Davide non ha smesso di correre: ha solo cambiato campo”.
“Ci sono domeniche che iniziano con lo strazio dentro. In queste ore si sta consumando il dramma più profondo dentro le case di alcune famiglie dell’Anconetano”, ha invece scritto sui social il sindaco di Ancona e vicepresidente vicario dell’Anci, Daniele Silvetti. “Un giovane, bello, spensierato e con una vita davanti ha perso la vita tra quelle lamiere e altri quattro ragazzi stanno combattendo contro la morte. – ha aggiunto il sindaco – Il pianto di quei genitori, di quella madre che stringo dentro di me porta ogni volta la nostra mente ai nostri figli. Al loro ritorno a casa, nelle loro camerette, tra le lenzuola dei loro letti. Ma non basta, poi ci sono le amicizie, quelle spezzate proprio da fatti come questo di oggi e senti tua figlia piangere e ti accorgi che il dramma è più vicino, ti ha quasi sfiorato, per poche ore, perché gli sguardi tra loro si erano incrociati al mare, di pomeriggio. Mi dispiace tremendamente, per loro e per quei genitori che non conosco ma che mi sembra di sentire, di percepire, almeno dentro di me”.
Credit foto: pagina Facebook “Jesina Calcio”
L'articolo Morto Davide Paglialunga, 21enne calciatore: la sua auto a fuoco dopo un incidente. Grave un suo amico, salvato da un finanziere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sarebbe bello dire che è merito del calcio, dello sport più in generale, e dei suoi valori universali. Ma non è così. È soltanto per un caso che l’Iran scende in campo per la prima volta ai Mondiali quasi in concomitanza – solo 24 ore dopo – con l’annuncio dell’accordo raggiunto con gli Usa. La guerra è finita (forse), ma giocatori e tecnici del Team Melli non hanno nessuna voglia di far festa. E nemmeno di parlarne. Domenica si sono correttamente presentati alla conferenza stampa programmata alla vigilia del debutto previsto questa sera a Los Angeles, nel cuore della notte italiana, contro la Nuova Zelanda, ma le facce del ct Ghalenoei e del capitano Taremi erano tutt’altro che distese.
Reduci da mezz’ora di volo e poi dalle solite sei ore di controlli di sicurezza, dopo il confino a Tijuana, in Messico, né l’allenatore né l’ex interista hanno voluto rispondere alle domande sulle notizie della imminente fine del conflitto: “Queste sono cose che non dovete chiedere a noi”. Piuttosto, non hanno nascosto la loro irritazione per come sono stati costretti ad avvicinarsi a questo Mondiale. Ha provato a fare il diplomatico il ct: “Sono molto felice di rappresentare la grande e orgogliosa nazione dell’Iran. Spero che il calcio porti gioia e divertimento e che avvicini culture e nazioni. E spero che per noi vada tutto bene nonostante i problemi che ci sono stati creati e che mi augurino non influenzino la qualità del nostro gioco”.
Però non ha potuto fare a meno di osservare: “Certamente ci hanno voluto mettere in difficoltà, siamo arrivati in Messico tardi e non abbiamo avuto abbastanza tempo per adattarci. La nostra preparazione non è stata ideale. Ma siamo abituati a trasformare le difficoltà in opportunità”. Ancora più diretto Taremi, che ha messo nel mirino il comportamento della Fifa: “C’è troppa tensione. Una situazione che mina il messaggio che la Fifa vuole trasmettere, cioè che il calcio porta pace. Questa Coppa del Mondo avrebbe dovuto offrire un’atmosfera migliore di quella che c’è. Peraltro non è stato solo l’Iran a essere colpito da questi problemi: anche altri, persino un arbitro, ne hanno risentito”. Nessun ringraziamento a Infantino, che si è vantato di essersi battuto perché comunque l’Iran ci fosse. Solo tanta riconoscenza per l’accoglienza ricevuta dal popolo messicano.
Molto diversa invece l’accoglienza a Los Angeles. Sia durante l’allenamento di rifinitura, sia all’arrivo nell’hotel in zona Manhattan Beach, ma non sul mare, il Team Melli ha trovato alcune decine di manifestanti in rappresentanza degli oltre mezzo milione di iraniani e dei 50mila appartenenti alla comunità ebraica persiana, li chiamano Teherangeles, fuoriusciti dal Paese dopo la rivoluzione islamica e concentrati in gran parte nella zona di Westwood, ribattezzata anche Little Persia. C’è grande preoccupazione per quello che potrà accadere stasera allo stadio: la Fifa ha predisposto il divieto di far entrare le bandiere pre-rivoluzionarie con il leone e il sole al posto dell’emblema di Allah. Difficile però che si riesca a rispettarlo. Queste bandiere già si sono viste allo stadio di San Francisco in occasione di Svizzera-Qatar. Il problema è che la Federazione di Teheran ha fatto sapere che alla prima bandiera di quel tipo esposto e addirittura al primo slogan ostile lanciato ritirerà la squadra dal campo.
Se si riuscirà a giocare a calcio regolarmente, nonostante la preparazione difficoltosa, l’Iran è favorito abbastanza nettamente. Nel ranking Fifa è al ventesimo posto, solo otto posizioni dietro l’Italia, mentre la Nuova Zelanda è 85esima. L’Iran partecipa al Mondiale per la settima volta, la quarta consecutiva, ma non ha mai passato la fase a gironi. Curioso che debutti nello stesso stadio che ha visto l’esordio degli Usa e che vi sia la possibilità che le due squadre si affrontino nei sedicesimi di finale. Quattro anni fa in Qatar finì 1-0 per gli americani.
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Le Borse dimostrano di credere all’accordo tra Usa e Iran. All’indomani dell’annuncio di Donald Trump, i mercati europei corrono in avvio di seduta. Il motivo è chiaro: con la riapertura dello stretto di Hormuz si intravedono segnali di ripresa degli approvvigionamenti energetici. Uno scenario che ha portato anche al ribasso delle quotazioni di petrolio e gas. Lo Stoxx 600, l’indice azionario delle seicento maggiori società quotate, sale dello 0,9%, ai massimi da fine febbraio. Avvio brillante per Francoforte e Parigi. Bene anche Piazza Affari, che apre in netto rialzo: primo indice milanese, Ftse Mib, guadagna l’1,4% a 52.219 punti. Dopo i primi scambi volano Stellantis e Ferrari. Bene anche Buzzi e Cucinelli.
L’apertura positiva delle Borse europee segue alla chiusura in forte rialzo dei listini asiatici. Balzo di Tokyo che chiude in rialzo del 4,99%, ancora meglio fa Seul: +5,2%. Positive anche tutte le alrte: Hong Kong, Shanghai, Shenzhen e Mumbai. Segno appunto che sui mercati è già tornato un clima positivo, mentre si attenuano le preoccupazioni per le interruzioni dell’approvvigionamento energetico.
In questo senso, sono in netto calo petrolio e gas.Il petrolio Brent, punto di riferimento in Europa, è sceso questa mattina del 3,74% a 83,59 dollari al barile. Il Wti, riferimento in Usa, è in calo del 4,02% a 80,86 dollari al barile. Avvio in calo anche per il prezzo del gas: ad Amsterdam le quotazioni registrano una flessione del 5,9% a 44,09 euro al megawattora.
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La notte dei Mondiali ha regalato due goleade e due partite ricche di emozioni, tra risultati larghi e finali al cardiopalma. A prendersi la scena sono state soprattutto Germania e Svezia, entrambe vittoriose con ampi margini. Se il 7-1 dei tedeschi contro l’esordiente Curacao era in qualche modo pronosticabile, più sorprendente è stato il netto 5-1 della Svezia sulla Tunisia, risultato che proietta gli scandinavi in testa al loro girone. Non sono mancati però neanche i match combattuti. A Dallas, Giappone e Olanda hanno chiuso sul 2-2 dopo una sfida equilibrata e ricca di colpi di scena. Ancora più spettacolare, nonostante il punteggio finale, è stata Costa d’Avorio-Ecuador: ritmo altissimo, occasioni continue, tre traverse colpite e un gol decisivo soltanto al 90’, firmato da Amad Diallo.
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Nel Gruppo E la Germania ha iniziato il proprio Mondiale travolgendo Curacao per 7-1 a Houston. Eppure la piccola nazionale caraibica, al debutto assoluto in una Coppa del Mondo, aveva persino fatto sognare i suoi tifosi trovando il momentaneo pareggio con Comenencia dopo il vantaggio iniziale di Nmecha. Prima dell’intervallo sono arrivati il 2-1 di Schlotterbeck e il rigore trasformato da Havertz. Nella ripresa i tedeschi hanno cambiato marcia e dilagato con Musiala, Brown, Undav e ancora Havertz, chiudendo con un eloquente 7-1.
A Dallas, invece, Giappone e Olanda hanno dato vita a una sfida molto più equilibrata. Dopo un primo tempo senza reti, Van Dijk ha portato avanti gli Oranje di testa. I nipponici hanno reagito con Nakamura, ma gli olandesi sono tornati in vantaggio grazie a una splendida conclusione di Summerville. Quando la vittoria sembrava ormai vicina, all’89’ è arrivato il colpo di testa di Kamada, che ha fissato il risultato sul 2-2.
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Lo spettacolo più intenso della notte è andato però in scena tra Costa d’Avorio ed Ecuador. Il punteggio finale di 1-0 racconta solo una parte della storia. Le due squadre hanno giocato a ritmi elevatissimi, colpendo complessivamente tre traverse e costruendo occasioni da una parte e dall’altra. A decidere il match è stato Amad Diallo, che al 90’ ha trovato il gol vittoria con un sinistro dall’interno dell’area. Per la Costa d’Avorio è un successo prezioso in chiave qualificazione, mentre per l’Ecuador si interrompe una striscia di 19 partite senza sconfitte.
Nel Gruppo F la sorpresa di giornata porta la firma della Svezia, che ha schiantato la Tunisia per 5-1. Protagonista assoluto Yasin Ayari, autore di una doppietta con due conclusioni dalla distanza. A segno anche Alexander Isak, Viktor Gyökeres e Mattias Svanberg, mentre per i tunisini il gol della bandiera è stato realizzato da Omar Rekik. Un successo che consente agli svedesi di balzare in vetta al girone.
Germania-Curacao 7-1 (nel pt 6’ Nmecha, 21’ Comenencia, 38’ Schlotterbeck, 45’+ rig. Havertz; nel st 2’ Musiala, 23’ Brown, 33’ Undav, 43’ Havertz)
Giappone-Olanda 2-2 (nel st 10’ Van Dijk, 17’ Nakamura, 29’ Summerville, 44’ Kamada)
Costa d’Avorio-Ecuador 1-0 (nel st 45’ Diallo)
Svezia-Tunisia 5-1 (nel pt 7’ Ayari; nel st Isak, Gyökeres, Svanberg, Rekik, Ayari)
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Tutti a caccia del nuovo record. I Mondiali 2026, la prima edizione a 48 squadre, offrono agli attaccanti la grande occasione per segnare più gol. C’è un match in più, i sedicesimi di finale. Ci sono soprattutto molte più squadre materasso nei gironi. I due grandi favoriti per vincere il titolo di capocannoniere della Coppa del Mondo sono Kylian Mbappé e Harry Kane. Chissà se uno di loro riuscirà a superare Just Fontaine, l’attaccante francese che in Svezia nel 1958 riuscì a segnare 13 reti in sole sei partite: ancora oggi detiene il primato di maggior gol segnati in una singola edizione dei Mondiali.
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Mbappé, che fu capocannoniere in Qatar, potrebbe anche puntare al record all-time: ha 12 gol all’attivo, il primo è Miroslav Klose con 16. Attenzione anche a Leo Messi (7 gol nel 2022 per trascinare l’Argentina al titolo) ad oggi fermo a quota 13. Ci sono anche il 41enne Cristiano Ronaldo e il giovanissimo Lamine Yamal, senza dimenticare Erling Haaland (molto dipenderà dal percorso della Norvegia). La caccia al primato di gol è iniziata.
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La strada verso il MetLife Stadium del New Jersey è iniziata: il 19 luglio verrà incoronato il Paese vincitore della Coppa del Mondo 2026. Partono 48 squadre, per la prima volta in un Mondiale, divise in 12 gironi: 72 partite per eliminare appena 16 Nazionali. Tutte le altre passano ai sedicesimi di finale: le prime due di ciascun gruppo, più le otto migliori terze. Ecco le classifiche dei gruppi aggiornate.
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In caso di arrivo a pari punti all’interno dello stesso girone, la FIFA applicherà nell’ordine i seguenti criteri per stabilire la classifica finale:
Per quanto riguarda le migliori terze, ci sarà una classifica a parte, composta appunto dalle 12 terze classificate. I criteri che si applicheranno per decretare le otto qualificate sono:
Gruppo A: Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Repubblica Ceca
Gruppo B: Canada, Bosnia ed Erzegovina, Qatar, Svizzera
Gruppo C: Brasile, Marocco, Haiti, Scozia
Gruppo D: Stati Uniti, Paraguay, Australia, Turchia
Gruppo E: Germania, Costa d’Avorio, Ecuador, Curaçao
Gruppo F: Olanda, Giappone, Svezia, Tunisia
Gruppo G: Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Gruppo H: Spagna, Capo Verde, Arabia Saudita, Uruguay
Gruppo I: Francia, Senegal, Iraq, Norvegia
Gruppo J: Argentina, Algeria, Austria, Giordania
Gruppo K: Portogallo, RD Congo, Uzbekistan, Colombia
Gruppo L: Inghilterra, Croazia, Ghana, Panama
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In un nuovo rapporto intitolato “Cancellare ogni traccia palestinese: la pulizia etnica israeliana delle comunità di beduini e pastori della Cisgiordania”, Amnesty International ha denunciato che il tacito o esplicito sostegno della comunità internazionale ai crimini israeliani – compresi il genocidio e l’apartheid – sta incoraggiando il governo Netanyahu a intensificare una brutale campagna di sfollamento forzato di persone palestinesi e di espansione del controllo della terra nella Cisgiordania.
Attraverso la pulizia etnica, la campagna sta prendendo di mira le comunità di beduini e pastori dell’area C della Cisgiordania occupata. Quest’area costituisce oltre il 60 per cento del territorio occupato e – a causa della relativamente scarsa popolazione palestinese nonché della disponibilità di risorse naturali e di terre dalle caratteristiche ideali per il pascolo – è da tempo al centro dei tentativi israeliani di controllarla.
L’annessione formale della Cisgiordania è un vero e proprio obiettivo politico, in attuazione dell’agenda nazionalista e religiosa del movimento dei coloni. A tale scopo, le autorità israeliane stanno accelerando l’espansione degli insediamenti e l’esproprio della terra, incrementando il sostegno finanziario e logistico agli insediamenti e armando i coloni.
Gli accordi per formare il 37esimo governo israeliano, costituito alla fine del 2022 sotto la guida del partito Likud di Benjamin Netanyahu in coalizione con Potere ebraico di Itamar Ben-Gvir e Sionismo religioso di Bezalel Smotrich, hanno incluso le priorità dei coloni tra le politiche statali e legittimato la visione del movimento dei coloni della “Grande Israele”, un’ideologia che considera l’intero Territorio palestinese occupato come parte integrante di Israele.
Lo hanno fatto sfidando sfacciatamente molteplici risoluzioni delle Nazioni Unite e il Parere consultivo emesso nel 2024 dalla Corte internazionale di giustizia, che ha dichiarato illegale l’occupazione del Territorio palestinese.
Non si può parlare dunque, come piace fare in Europa, di coloni estremisti, di organizzazioni estremiste o di un paio di ministri estremisti. La violenza dei coloni è una componente essenziale di una campagna, sostenuta dallo stato, di pulizia etnica, elemento centrale per il mantenimento del sistema israeliano di apartheid.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), dal gennaio 2023 all’aprile 2026 almeno 117 comunità per lo più di beduini e pastori palestinesi hanno subito uno sfollamento totale o parziale. Sempre secondo dati delle Nazioni Unite, alla fine dell’aprile 2026 erano state sfollate con la forza almeno 5910 persone palestinesi.
Ciò è accaduto nel contesto di un’ondata senza precedenti di attacchi dei coloni sostenuti dallo stato israeliano. Secondo dati forniti dall’ong israeliana Peace Now, alla fine dell’aprile 2026 i coloni israeliani avevano creato 363 avamposti, 212 dei quali a partire dal 2023. Le autorità israeliane li hanno attivamente incoraggiati e non hanno preso quasi alcun provvedimento per smantellarli, nonostante siano illegali tanto per la normativa interna quanto per il diritto internazionale. Sono usati dai coloni per appropriarsi di grandi aree di terra palestinese a scopo di pascolo.
Gli espropri delle terre palestinesi da parte del governo israeliano hanno raggiunto ormai il picco: quasi il 58 per cento della terra dell’area C non è registrata e, secondo dati risalenti al febbraio 2026, le autorità israeliane ne avevano già espropriata la metà attraverso dichiarazioni di appartenenza della terra allo stato.
L’intenzione di rimuovere le persone palestinesi dall’area C e di annetterne la terra è evidenziata dalle esplicite menzioni delle autorità israeliane all’espansione degli insediamenti, all’estensione della sovranità sul territorio occupato, a misure destinate a minimizzare la presenza palestinese nella suddetta area e al sostegno pubblico ai coloni da parte di importanti ministri, alcuni dei quali sono essi stessi coloni. È anche dimostrata dalla legislazione dedicata all’annessione e dai provvedimenti adottati per trasferire il potere in Cisgiordania dalle autorità militari a quelle civili, in violazione del diritto internazionale umanitario.
L’intento dello stato si manifesta anche in tutta una serie di dichiarazioni sul possesso della terra, nelle procedure semplificate per l’approvazione degli insediamenti, nell’aumento dell’espansione degli insediamenti, nelle legalizzazione retroattiva degli avamposti, nell’aumento dell’sostegno finanziario e politico alle infrastrutture delle colonie, nella demolizione delle proprietà palestinesi e nelle sistematiche limitazioni al movimento delle persone palestinesi e al loro accesso alla terra e all’acqua.
Nei primi tre anni di governo, il bilancio annuale del ministero degli Insediamenti e delle Missioni nazionali è cresciuto del 122 per cento, raggiungendo nel 2026 764 milioni di shekel (circa 225 milioni di euro).
Secondo Peace Now, tra il 2023 e il 2025 il governo ha portato avanti progetti per la costruzione di 50.785 unità abitative per gli insediamenti. Solo nel 2025, il Consiglio superiore della pianificazione ha approvato 27.941 unità, il più alto numero su base annua mai registrato.
Il totale dei nuovi insediamenti riconosciuti dal governo, alla data del 30 aprile 2026, era salito a 102, di gran lunga il più alto numero di nuovi insediamenti autorizzati da un singolo governo nella storia israeliana.
Parallelamente, secondo l’Ocha, tra gennaio del 2023 e aprile del 2026 le autorità israeliane hanno autorizzato la demolizione di 3407 abitazioni e strutture palestinesi nell’area C e sfollato 2996 persone palestinesi.
I coloni israeliani hanno adottato tattiche sempre più massicce per obbligare le comunità palestinesi ad andarsene, attraverso attacchi alle case e alle proprietà, intimidazioni costanti, minacce e aggressioni fisiche, restrizioni all’accesso ai pascoli e alle fonti d’acqua, furti o uccisioni di bestiame e distruzioni di terre agricole e raccolti. Secondo l’Ocha, tra il 2020 e il 2024 gli attacchi dei coloni contro le comunità di beduini e pastori palestinesi che hanno causato vittime sono settuplicati.
Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 diretti da Hamas, le autorità israeliane hanno allentato i requisiti per il possesso privato di armi da fuoco e hanno dotato migliaia di coloni di armi da fuoco e uniformi, rendendo difficile per le persone palestinesi distinguere tra soldati e coloni. Al gennaio 2026 oltre 240mila cittadine e cittadini israeliani avevano ottenuto una licenza per possedere armi da fuoco, con un incremento di 15 volte rispetto alle 8000 licenze annue prima del 7 ottobre 2023. Il tutto ha dato luogo a un profondo aumento degli attacchi armati dei coloni.
Il resto del rapporto, ricco di testimonianze e di esempi di pulizia etnica, può essere letto qui.
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L’esordio della Spagna contro Capo Verde, un’altra delle favole più curiose di questo Mondiale. E ancora il Belgio, l’Uruguay, ma soprattutto la prima dell’Iran, la nazionale più discussa della Coppa del Mondo ormai da diversi mesi. Queste alcune delle squadre che scenderanno in campo lunedì 15 giugno e nella notte tra il 15 e il 16 appunto.
Si parte alle ore 18 italiane: a scendere in campo sarà la Spagna di De La Fuente, un’altra delle squadre più attese dei Mondiali. Per più motivi: perché il calcio spagnolo è da anni tra i più divertenti, perché c’è Lamine Yamal di rientro da un infortunio, per un centrocampo stellare. Semplicemente perché è una delle favorite. Di fronte ci sarà Capo Verde, un arcipelago di soli 530mila abitanti che ha eliminato il Camerun nelle qualificazioni ed è alla sua prima storica partecipazione alla Coppa del Mondo. Sei dei suoi convocati sono nati a Rotterdam. Sulla carta è una sfida a senso unico.
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Più tardi, nella serata italiana in diretta sulla Rai, tocca al Belgio, eterna incompiuta che ha avuto nelle ultime edizioni una “generazione d’oro”, ma senza mai riuscire a ottenere successi. L’allenatore è Rudi Garcia, vecchia conoscenza della Serie A sulle panchine di Roma e Napoli. E a proposito di Napoli, c’è De Bruyne, c’è Lukaku: le stelle non mancano. Di fronte c’è l’Egitto, che tra le africane non è la squadra qualitativamente più forte ma di sicuro è una squadra fisica, di grande carattere e personalità.
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Nella notte italiana invece altre due sfide: prima a mezzanotte l’esordio dell’Uruguay – per la prima volta senza l’icona Luis Suarez – che sfida l’Arabia Saudita: la formazione saudita agli ultimi Mondiali sorprese l’Argentina all’esordio, battendola 1-0. Gli occhi sono però tutti sull’Iran, che alle 3 sfida la Nuova Zelanda. Più che per l’aspetto calcistico, c’è curiosità per tutto ciò che c’è intorno: l’Iran ha infatti prima avuto problemi con i visti (poi concessi, ma solo al gruppo giocatori e qualcuno dello staff, ma ne sono rimasti fuori circa 15), poi con l’organizzazione delle partite: la selezione iraniana si trova in Messico, ma gioca negli Stati Uniti. Deve andare e rientrare in giornata, tutto nel giro di 24 ore massimo.
Spagna-Capo Verde (girone H)
Orario: 18:00
Atlanta: Mercedes-Benz Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Belgio-Egitto (girone G)
Orario: 21:00
Seattle: Lumen Field
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay
Arabia Saudita-Uruguay (girone H)
Orario: 00:00 (notte tra il 15 e il 16 giugno)
Miami: Hard Rock Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Iran-Nuova Zelanda (girone G)
Orario: 03:00 (notte tra il 15 e il 16 giugno)
Inglewood: SoFi Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.
Per quanto riguarda le partite del 15 e 16 giugno, la sfida tra Belgio ed Egitto di lunedì sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. I match Spagna–Capo Verde, Arabia Saudita–Uruguay e Iran–Nuova Zelanda invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.
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Chi se lo ricorda il super santos? Quel pallone di plastica rosso granata, il compagno di giochi, di vita di tanti ragazzi italiani. Quel pallone mi è tornato in mente guardando il Marocco far girare la testa al Brasile che pure è uno squadrone. Da quando sono nate le scuole calcio, l’indottrinamento di questo sport è avanzato come fosse una specie di nuovo servizio militare, e le lezioni di tattica, l’allenatore col fischietto e bambini frastornati, inseguiti, inzuppati di promesse e di richieste. Un mondo di nuovi lavoratori del pallone, di impiegati annoiati che promuovendo la disciplina non si sono accorti di travolgere quel disordine creativo, quella gioia infinita e anche la caciara infinita di partite senza tempo e senza storie, di piccole e brevi zuffe quotidiane e di un amore totale a volte neanche ricambiato dalla palla.
Negli anni quegli spazi da noi sono andati svuotandosi di bambini, le nostre periferie sono divenute poco sicure, i paesi piegati dall’abbandono, le scuole calcio sempre invece più affollate, i papà più impazienti e più devoti alle necessità. Più tute, più tabelle, più ordine, più competizione. La fortuna dei Paesi che ancora arrancano in economia, come il Marocco, è che forse ancora si giocherà nei villaggi con un super santos africano, una palla e basta, senza linee laterali, senza arbitri e senza allenatori. Giocando a perdifiato, fin quando il sole non tramonta, fin quando ce n’è.
I marocchini ancora non hanno dismesso il loro super santos e, almeno in questo caso, il ritardo dell’economia africana rispetto a quella europea agevola il disordine creativo e non una scuola militarizzata, geometrica, competitiva già all’età della quinta elementare. Vedere i marocchini giocare così bene e tenere a distanza i giganti brasiliani dà fiducia in chi crede che la passione sopravanzi la gendarmeria, speranza a chi crede che ci si innamori senza la catene delle scuole, degli allenatori, delle tattiche.
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Claire Danes è la co-protagonista con il collega Richard Gadd, sulla cresta dell’onda per il successo HBO di “Half Man”, dell’intervista del format “Actors On Actors”, disponibile nell’app della CNN. I due attori si sono raccontati, ricordando anche le esperienze avute sul set. Danes torna indietro con la memoria nel al 1996, quando ha girato il film cult “Romeo + Giulietta” di William Shakespeare“, diretto da Baz Luhrmann, con Leonardo DiCaprio.
“Una volta sul set – ha ricordato l’attrice – stavo giocando con una pistola di scena. Leonardo passava da lì e mi ha rimproverato a tono dicendomi: ‘non fare cazzate!’. Aveva ragione, ma stavo solo facendo la scema e la ragazzina”.
Una curiosità sul film. Se da un lato Leonardo DiCaprio è stata la prima scelta di Baz Luhrmann per interpretare Romeo, per Giulietta le cose sono andate diversamente. Infatti la prima ipotesi del regista era Natalie Portman, che ha sostenuto anche dei provini, assieme a DiCaprio.
I produttori però hanno storto il naso perché assieme la coppia non funzionava dal punto di vista ‘visivo’, lui sembrava “più adulto di lei”. Dopo diversi tentativi e prove, la scelta poi è caduta su Claire Danes.
Le vicende ripercorrono fedelmente la celebre tragedia shakespeariana, di cui vengono mantenuti integralmente i testi e i dialoghi originali. A cambiare è il contesto: la storia viene trasportata in epoca contemporanea, con Verona che si trasforma nella moderna Verona Beach. Le storiche famiglie rivali dei Montecchi e dei Capuleti vengono reinterpretate come potenti dinastie imprenditoriali in aperto conflitto tra loro, mentre le tradizionali spade lasciano il posto alle pistole.
L'articolo “Leonardo DiCaprio mi rimproverò duramente: ‘non fare cazz*te!”. Stavo giocando con una pistola sul set”: Claire Danes svela un aneddoto di “Romeo And Juliet” proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un aspetto che in questi primi giorni di Mondiali sta facendo tanto discutere negli Stati Uniti e non solo: le nuove pause obbligatorie per bere (hydration break) introdotte a partire da questa edizione della Coppa del Mondo. Ufficialmente servono a tutelare la salute dei giocatori, ma molti hanno fatto notare come questi rappresentino soprattutto un’occasione commerciale. Il motivo? Durano tre minuti e le tv – in quello spazio – ne approfittano per lanciare pubblicità che valgono milioni e milioni di dollari. Michael Johnson, analista per S&P Global, ha dichiarato – come riporta La Gazzetta dello Sport – che ogni spazio pubblicitario “può raggiungere prezzi da Super Bowl, tra i 7 e i 9 milioni di dollari”.
La polemica è esplosa durante la partita inaugurale tra Messico e Sudafrica. Al 24esimo minuto di gioco, con una temperatura di circa 23 gradi a Città del Messico (temperatura nella media per l’estate messicana), l’arbitro ha fermato l’incontro per consentire ai calciatori di bere. Una sosta di tre minuti che, nelle trasmissioni televisive statunitensi, si è immediatamente trasformata in uno spazio pubblicitario dedicato agli sponsor del torneo.
Secondo diversi giornalisti internazionali, il problema non è tanto l’esistenza delle pause in condizioni climatiche estreme, quanto la decisione della FIFA di renderle obbligatorie in tutte le 104 partite della Coppa del Mondo. Anche quando le temperature non sono in realtà così alte. Una scelta senza precedenti che – come sostiene anche il quotidiano The Independent, interrompe il ritmo del gioco e offre alle emittenti televisive nuove finestre pubblicitarie. L’effetto si è percepito immediatamente allo stadio Azteca. Dopo un avvio intenso e dai ritmi alti – anche divertente -, lo stop ha spezzato il ritmo della gara. I tifosi lasciavano i propri posti per qualche minuto, la musica alta interrompeva il clima agonistico presente fino a quel momento e i maxischermi proponevano contenuti d’intrattenimento in attesa della ripresa del gioco. In piena atmosfera Nba, per intenderci.
Motivo per cui in tanti nel mondo del calcio ritengono che queste soste abbiano senso soltanto in presenza di temperature particolarmente elevate. Tra loro anche il commissario tecnico degli Stati Uniti, Mauricio Pochettino, che ha dichiarato di considerarle inutili quando le condizioni climatiche sono normali: “Non mi piace. Mi piace solo in condizioni estreme“. Sulla stessa linea anche altri commissari tecnici, come Didier Deschamps: “Cambia completamente il calcio, magari una squadra va benissimo e tre minuti fanno perdere il ritmo”.
Infatti c’è anche chi decide di “boicottare” queste pause, come il giornalista Alejandro Berry di Telemundo (tv in lingua spagnola negli Usa), che si è rivolto così agli ascoltatori: “Noi non mandiamo in onda spot pubblicitari durante la pausa per idratarci. Unitevi a noi per godervi il football senza interruzioni”. Carli Lloyd, ex campionessa di calcio, non ha risparmiato critiche: “La detesto”. L’interruzione, s’intende.
Dietro la decisione della FIFA, secondo l’analisi pubblicata da The Independent, ci sarebbero soprattutto ragioni economiche. Le pause trasformano infatti ogni partita in una sorta di evento suddiviso in quattro segmenti (in pieno stile basket, dove tra time-out e i quattro quarti, le interruzioni sono tantissime), aumentando sensibilmente il numero degli spazi pubblicitari disponibili. Considerando che il Mondiale 2026 prevede un numero record di gare, il valore commerciale di queste interruzioni potrebbe raggiungere cifre enormi per broadcaster e sponsor.
La questione si inserisce in un dibattito più ampio sulla crescente commercializzazione del calcio. Il Mondiale del Nord America è già il più ricco della storia e, secondo la FIFA, genererà ricavi superiori ai 10 miliardi di sterline. Per questo motivo la discussione è destinata a proseguire anche oltre il torneo. Se il sistema di “hydration break” verrà confermato, le pause per bere potrebbero diventare una presenza fissa nei grandi eventi internazionali. Anche se – scrive The Independent – “non è chiaro perché qualcuno abbia bisogno di tre minuti per bere un sorso d’acqua”.
L'articolo La scusa del caldo per vendere spazi pubblicitari: le pause per bere ai Mondiali valgono fino a 9 milioni di dollari. Scoppia la polemica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il ritardo si accumula: a poco più di due settimane dall’inizio della nuova stagione il Milan è ancora un enorme punto di domanda. È passato quasi un mese dal repulisti varato dal patron Gerry Cardinale, con la regia del consulente Zlatan Ibrahimovic, dopo la clamorosa uscita dalla zona Champions nell’ultima giornata di Serie A. Fuori tutti, dentro nessuno. Il candidato per assumere la regia sportiva rossonera era uno soltanto: Ralf Rangnick. L’attuale ct dell’Austria, che farà il suo esordio ai Mondiali mercoledì contro la Giordania, ha però annunciato il rinnovo con la sua nazionale fino al 2028. Un no secco al Milan, quindi, spiegato proprio tirando in ballo il caos che aleggia attorno al club: fino all’ultimo, ha dichiarato, non c’è stata “nessuna chiarezza” da parte dei rossoneri.
A fine maggio, Rangnick ha incontrato a Vienna i dirigenti del Milan, che volevano ingaggiarlo come direttore sportivo per il loro nuovo progetto. “Tre settimane fa c’è stato un primo contatto e si sono tenuti dei colloqui. Avevo chiesto chiarezza prima dell’inizio del Mondiale, per me, per la squadra, per la Federcalcio austriaca. Questa chiarezza non c’è stata“, ha detto il ct dell’Austria in conferenza stampa. Il tecnico di Salisburgo ha quindi optato per l’offerta della Federazione calcistica austriaca (ÖFB), che soddisfaceva non solo le sue richieste economiche, ma anche quelle del suo staff.
Rangnick ha sottolineato che la sua partenza non era in alcun modo subordinata alla richiesta di maggiori poteri decisionali o di un ampliamento delle sue responsabilità. Il progetto milanese avrebbe potuto essere allettante, ma proprio la mancanza di una visione chiara lo ha convinto a lasciar perdere. “Sono contento di aver preso questa decisione. È importante anche per me personalmente potermi ora concentrare completamente sui Mondiali”, ha detto Rangnick in un’intervista all’ORF, l’emittente pubblica austriaca. “Tutto lo staff è d’accordo e felice di essere qui”, ha spiegato. “Ecco perché posso sedermi qui e dire con una buona sensazione che è la decisione giusta“, ha aggiunto il tedesco.
Cardinale e Ibra per ora sono indietro con la programmazione. L’idea di affidare le sorti della rinascita del Milan a Rangnick, in qualità di super dirigente, non è andata a buon fine. E lo stesso è avvenuto sul fronte allenatore: tra una titubanza e l’altra Andoni Iraola si è accasato al Liverpool, mentre sembrano allungarsi i tempi della trattativa per l’ingaggio di Oliver Glasner. La situazione in casa Milan influisce anche sulla programmazione del Napoli, che ha già trovato l’accordo con Max Allegri, il quale – però – non riesce ad accordarsi con la sua ex società per una risoluzione del contratto. Il braccio di ferro fra il tecnico livornese e Ibra rallenta i piani di Aurelio De Laurentiis, che ora rischia di dover aspettare fino a luglio.
L'articolo “Si sono tenuti dei colloqui. Ecco perché posso sedermi qui e dire che è la decisione giusta”: il no di Rangnick al Milan proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’Al Sadd Sports Club ha annunciato l’addio di Roberto Mancini. Il tecnico aveva preso il posto di Felix Sanchez appena otto mesi fa, ma ha deciso di liberarsi subito del ricco contratto con il club qatariota. Un messaggio chiaro: io per la panchina della Nazionale ci sono. Mancini vuole tornare ct e ad oggi, un po’ a sorpresa, è in pole position per riprendersi la guida dell’Italia. Tutto sarà più chiaro dopo il voto del 22 giugno, quando si deciderà chi tra Giovanni Malagò e Giancarlo Abete sarà il nuovo presidente Figc. Intanto però l’unico sfidante di Mancini pare Antonio Conte, che a lungo era parso l’unica reale opzione per il prossimo ct.
Mancini aveva lasciato la Nazionale dopo l’Europeo vinto, ma anche dopo la seconda mancata qualificazione ai Mondiali, nell’estate del 2023: aveva dato le dimissioni ed era fuggito in Arabia Saudita a suon di petroldollari. Ufficialmente, aveva parlato di profondi dissapori con Gabriele Gravina. L’avventura da ct a Riad però è stata fallimentare ed è terminata a ottobre 2024. Mancini ha poi tentato di riappacificarsi con Gravina e con il mondo azzurro, ma nel frattempo in questa stagione ha preso la guida dall’Al Sadd, portandola alla vittoria della Qatar Stars League e alla finale della Coppa dell’Emiro.
Nonostante quella fuga, il 61enne Mancini evidentemente è un nome che piace a Malagò, segno che le incomprensioni con Gravina sono davvero alle spalle. Certo, si tratterebbe di un ritorno. Ma questo discorso vale anche per Conte, che a sua volta è già stato sulla panchina della Nazionale e ha ottenuto risultati peggiori (un quarto di finale agli Europei, prima di scappare a sua volta). Sullo sfondo resta l’ipotesi di confermare il ct ad interim Silvio Baldini, che negli ultimi giorni ha ritrovato grande entusiasmo (e due vittorie) con i giovani.
L'articolo La mossa di Roberto Mancini: lascia il suo incarico all’Al Saad, ora è libero per la panchina della Nazionale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sarà anche per la mancata vittoria, sarà per il dominio per lunghi tratti da parte del Marocco nella gara d’esordio, ma il Carlo Ancelotti visto nel post Brasile–Marocco si è mostrato poco sereno ai microfoni dei giornalisti. Risposte con monosillabi, sintetiche, il commissario tecnico non ha nascosto il proprio fastidio dopo il pareggio per 1-1 del Brasile contro il Marocco all’esordio in Coppa del Mondo, ma a irritare il commissario tecnico della Seleção non è stata soltanto la prestazione opaca della squadra, ma anche la gestione organizzativa del post-partita da parte della FIFA. “È una mancanza di rispetto“, ha detto a un funzionario Fifa incontrato per strada.
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Prima di raggiungere la sala conferenze, infatti, è stato fatto passare attraverso la mixed zone, uno spazio generalmente riservato ai giocatori. Una circostanza che non si aspettava e che lo ha portato a chiarire subito la propria posizione: “Non parlerò con tutti”. Nessun confronto acceso, ma un evidente segnale di insofferenza per una situazione che ha reso ancora più pesante una serata già complicata.
A peggiorare ulteriormente il clima è stata l’organizzazione della conferenza stampa. L’incontro con i media si è svolto sotto un tendone, in condizioni acustiche giudicate inadeguate. Tra problemi di amplificazione e il rumore proveniente dai generatori esterni, Ancelotti ha avuto difficoltà a comprendere persino le domande dei giornalisti. Dopo aver chiesto supporto a un membro del proprio staff, ha manifestato apertamente il proprio disappunto rivolgendosi ai rappresentanti della FIFA presenti sul posto: “Questa è una mancanza di rispetto“, ha ripetuto.
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Tornando sul piano tecnico, il ct brasiliano ha riconosciuto le difficoltà della sua squadra, ma non ha fatto drammi. “Non è un cattivo risultato“, ha spiegato, ricordando che un Mondiale non si decide alla prima partita. Ha però ammesso che il primo tempo disputato dal Brasile è stato decisamente insufficiente e che saranno necessari miglioramenti nelle prossime uscite, senza escludere possibili cambiamenti nella formazione titolare.
Il nervosismo di Ancelotti era già emerso pochi minuti dopo la partita, durante le interviste a bordo campo. Alle domande sulle modifiche necessarie a livello tattico, il tecnico ha risposto in modo estremamente sintetico: “Dobbiamo migliorare“. Quando gli è stato chiesto di indicare un aspetto specifico su cui intervenire, ha chiuso rapidamente la conversazione con un secco: “No”. Lo stesso atteggiamento si è ripetuto quando i media brasiliani hanno insistito sul mancato impiego di Endrick. Anche in quel caso Ancelotti ha evitato qualsiasi approfondimento individuale: “Non sono qui per parlare di un solo giocatore”. Una risposta netta, con cui ha ribadito la volontà di concentrarsi sulla prestazione collettiva piuttosto che sulle scelte riguardanti i singoli.
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Era riverso in terra in posizione supina, con il cranio fracassato mentre nell’appartamento erano presenti numerose tracce di sangue. Roberto Guerrino, il 60enne interprete internazionale di conferenza, è stato trovato così sabato nell’abitazione dove viveva, al quarto piano di uno stabile nel quartiere NoLo di Milano, in via Nino Oxilia poco distante da piazzale Loreto. Era seminudo. Addosso aveva solo delle calze a rete, un bustier e un paio di scarpe con i tacchi. Dettagli che hanno subito indirizzato gli investigatori su una pista: Guerrino è stato ucciso, con ogni probabilità, durante o al termine di un incontro intimo.
Non ci sarebbero però segni di rapina nell’appartamento. Guerrino – che avrebbe compiuto 61 anni esattamente fra un mese – è stato colpito alla testa con un corpo contundente che i carabinieri del Comando Provinciale di Milano stanno ancora cercando. Un grosso oggetto, forse un soprammobile presente in casa. Un omicidio avvenuto probabilmente a notte fonda, anche se nessuno dei vicini avrebbe sentito le urla. Il cadavere del 60enne è stato ritrovato nel primo pomeriggio di sabato, ma era già morto da almeno dodici ore.
Secondo quanto si apprende, Guerrino era in ottimi rapporti con il suo ex, originario come lui di Genova e lì residente, tanto da sentirsi tutti i giorni. Sarebbe stato lui ad allertare i parenti visto che non aveva notizie di lui da venerdì. Così anche la nipote del 60enne ha provato più volte a contattarlo, senza però ricevere risposta. Da lì la chiamata al 112 e l’intervento dei carabinieri e dei vigili del fuoco. Non è stato necessario però forzare la porta dell’appartamento: un’anziana vicina di casa, che spesso aiutava la vittima a innaffiare le piante di casa quando lui era in viaggio, aveva una copia delle chiavi. Porta blindata che è risultata chiusa con diverse mandate: si ipotizza che il killer abbia utilizzato e portato via il mazzo di chiavi di Guerrino dopo l’omicidio.
Gli investigatori stanno analizzando le telecamere di videosorveglianza della zona, un quartiere che però è molto movimentato nel weekend. Si cercando anche eventuali tracce biologiche da rapporto sessuale mentre, in contemporanea, sono in corso verifiche anche sulle app di incontri: chat che potrebbero essere fondamentali per ricostruire quanto accaduto.
La vittima era un noto interprete internazionale: nel suo curriculum aveva scritto di aver fatto da interprete per nomi nazionali e internazionali come l’ex presidente americano Bill Clinton, re Carlo d’Inghilterra, i presidenti Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. Dalle parole di alcune residenti nello stesso edificio “era un brava persona, gentile con tutti” e “nessuno aveva mai avuto problemi con lui”. La notizia della sua morte violenta ha creato forte choc nel condominio.
L'articolo L’interprete massacrato in casa a Milano: l’agguato durante un incontro intimo e le indagini su chat e app proviene da Il Fatto Quotidiano.

Nelle fitte pieghe di un tessuto che sembra avvolgersi come un serpente, nei riflessi di pietre preziose e sovrapposizioni di strati leggeri come pergamena, nel nero metallico e luccicante del sacro scarabeo e nelle forme sinuose come dune di sabbia scorre la storia millenaria di regine e faraoni. Ad animare e ispirare “Hieroglam”, collezione-installazione di moda che scandisce il percorso del Museo Egizio di Torino fino al 15 giugno, l’immaginario potente di una delle culture millenarie più affascinanti e misteriose: la civiltà egizia.
I suoi simboli, divinità, sculture, i suoi geroglifici e dipinti, i minerali dalla cui polvere si ricavavano le sfumature deicolori e persino le sue mummie e i sarcofaghi diventano il soggetto della ricerca alla base del progetto espositivo.
Una mostra che, curata da Pasquale Esposito e Francesco Maffei e firmata da un gruppo selezionato di studenti dell’Accademia di moda IUAD, accompagna il visitatore attraverso l’esposizione di una trentina di abiti ispirati all’estetica, ai rituali e all’iconografia dell’antico Egitto.
Già nel titolo, “Hieroglam”, fusione fra “hiero”, dal greco hierós, sacro, e “glam”, abbreviazione di glamour, si cela la chiave di lettura del progetto a cui i giovani designer hanno lavorato per un anno: creare un dialogo visionario tra moda contemporanea, simbolismo ancestrale e patrimonio culturale. Ma con profondità e rispetto.
Alla base della visionaria capsule collection, quindi, non i cliché e gli stereotipi che spesso costituiscono e hanno costituito l’estetica della rivisitazione pop del patrimonio culturale e identitario della civiltà egizia, ma la sua idea di trasformazione, passaggio, rinascita.
La sensibilità di ragazze e ragazzi di oggi, aspiranti stilisti, trae impulso creativo dai simboli rituali, dalle armature e amuleti, dalle geometrie e dai disegni parietali, dai volumi scultorei, dalle minuziose statuine che accompagnavano il viaggio nell’aldilà dei defunti e dalle giganti statue alla base delle piramidi.
È un’idea di sacralità e spiritualità, non di forma, a plasmare le superfici luminose e cangianti degli abiti, apenetrare nelle spirali dei tessuti stratificati, a morire e a risorgere dalle sottili pieghe bianche a ventaglio di una camicia che sbuca come luce nel nero venato da striature di un completo maschile. È l’dea di protezione ma anche di morte a insinuarsi vedendo il drappo leggero che copre il volto lasciando fuori solo gli occhi.
Sospesa tra memoria archetipica e visione futuristica la mostra è una meditazione visiva sull’archetipo: il sole, il serpente, l’occhio, le divinità ibride, la forza vitale, l’anima. Il blu del Nilo, il nero cosmico, il rosso del deserto, il giallo oro, l’impercettibile colore della polvere e il sibilo del vento. Soprattutto, è il colore lucido e cangiante dello scarabeo che impersona la divinità Khepri, simbolo di rinascita, a restituire alla mostra il suo significato profpndo: la moda come rito identitario e rappresentazione dellatrasformazione.
Accanto alle opere degli studenti, la mostra accoglie anche una selezione di capi provenienti da Archivio di Ricerca Mazzini, luogo di riferimento internazionale per la ricerca e la conservazione della moda storica, con creazioni iconiche firmate da Issey Miyake, Gianfranco Ferré, Roberto Cavalli, Alexander McQueen e altri protagonisti della couture internazionale.
L'articolo Il mondo della moda incontra l’antica cultura egizia, e il corpo diventa un vero e proprio supporto narrativo: ecco la collezione-installazione “Hieroglam” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Houston, abbiamo una partita: la Germania quattro volte campione del mondo contro Curaçao, la nazionale più piccola di sempre, all’esordio assoluto. Estremi opposti anche in panchina: da una parte il trentottenne Julian Nagelsmann, dall’altra nonno Dick Advocaat, 78 anni, olandese, ribattezzato il “Piccolo generale” in virtù del passato di assistente di Rinus Michels, il generalissimo. L’Houston Stadium, inaugurato nel 2002, non è solo uno degli impianti più iconici del calcio statunitense, ma ospita anche uno dei rodei più famosi a stelle e strisce: Curaçao, scontato, farà di tutto per non farsi domare dagli Sturmtruppen tedeschi.
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Da una parte una nazione di 84 milioni di abitanti con una delle economie più forti del pianeta, dall’altra una nazione costitutiva del Regno dei Paesi Bassi al largo delle coste venezuelane, che solo nel 2010 ha acquisito la sua parziale autonomia e, secondo il sondaggio del 2025, ha 186mila residenti: qualsiasi confronto è impensabile. Solo il mondiale di calcio, con il format a 48 squadre della riforma-Infantino, può contrapporre due realtà così lontane. La Germania, 10° posto nel ranking Fifa, ha tutto da perdere contro la numero 82. La rosa dei tedeschi, età-media 28,1 anni, è valutata 947 milioni di euro. Quella di Curaçao, in cui giocano tutti all’estero, è quotata 25,78 mln: in ventisei fanno il prezzo del cartellino di un calciatore medio. Il più “caro” è il difensore centrale Armando Obispo, 27 anni, in forza al Psv Eindhoven. I giocatori di Curaçao sono nati in Olanda, con l’eccezione dell’attaccante Tahith Chong, lanciato dal Manchester United, attualmente allo Sheffield Utd, in passato accostato alla Juventus. Dopo aver indossato la maglia delle selezioni Oranje, dall’Under 15 all’Under 21, nel 2025 ha debuttato con Curaçao: 6 presenze e 3 reti. E’ lui la star.
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L’albo d’oro dei Mondiali
Curaçao è la quarta giovinezza di Advocaat, una carriera da coach iniziata nel 1981 che lo ha portato a guidare otto nazionali: Olanda, Emirati Arabi, Iraq, Serbia, Corea del Sud, Belgio, Russia e, dal 2024, “l’onda blu”, trascinata al mondiale con un percorso perfetto, sette successi e tre pareggi. Un exploit sensazionale, ma con un filo di logica, considerato che la scuola comune è quella olandese. Advocaat a febbraio si è dimesso per i problemi di salute della figlia, ma, dopo tre mesi, è tornato al lavoro, sotto la spinta dello sponsor principale – la Corendon Dutch Airlines -, spaventato dai risultati negativi del sostituto, Fred Rutten: due partite e altrettanti ko.
Curaçao, scrive il giornale tedesco Frankfurter Allgemeine, “non ha nulla da perdere e affronterà la Germania con tutta calma”. La squadra di Advocaat è sempre accompagnata dal suono della musica caraibica: in hotel, sull’aereo, sull’autobus, negli spogliatoi, persino in campo. La Bild esulta per il recupero del portiere titolare Neuer e scrive che “Nagelsmann ha preparato la sfida contro Curaçao con una serie di sessioni video perché i giocatori avversari sono poco conosciuti”. Il tabloid tedesco non ha dubbi: “Ci aspetta una vittoria schiacciante che proietterà la Germania verso il successo nel torneo. I tifosi tedeschi stanno contando le ore che mancano al fischio d’inizio”. Antillians Dagblad, il più antico giornale di Curaçao, racconta invece che allo stadio saranno presenti 5.800 tifosi dei Blue Wave, il 4% della popolazione. Gilbert Martina, presidente della federazione calcistica, dice: “C’è grande entusiasmo, non solo a Curaçao, ma anche nelle altre isole del nostro arcipelago e in Olanda. Per noi, comunque vada, sarà una splendida festa”.
L'articolo Curaçao, la Nazionale più piccola di sempre sfida la Germania. La Bild già esulta: “Vittoria schiacciante”. In panchina nonno Advocaat, tornato dopo la malattia della figlia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per l’Australia è arrivata una vittoria pesante, forse anche oltre le aspettative. Nella notte italiana tra sabato 13 e domenica 14 giugno la Nazionale dei Socceroos ha superato per 2-0 la Turchia a Vancouver, mettendo subito nei guai la squadra allenata dall’italiano Vincenzo Montella. Una serata amara per gli “italiani” Hakan Calhanoglu e Kenan Yildiz, incapaci di evitare il ko all’esordio. A decidere la sfida sono stati i gol di Nestor Irankunda al 27’ del primo tempo e di Connor Metcalfe al 75’.
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La situazione del Gruppo D si fa già interessante dopo una sola giornata. In testa ci sono infatti Stati Uniti e Australia a quota tre punti, mentre Turchia e Paraguay restano ferme a zero. Proprio turchi e paraguaiani si affronteranno nella prossima giornata in una sfida che ha già il sapore dell’ultima chiamata.
Nel Gruppo C, invece, il primo sorriso è per la Scozia. La nazionale guidata in campo da Scott McTominay ha battuto Haiti per 1-0 grazie alla rete di John McGinn al 28’, conquistando così la vetta solitaria del girone. Gli scozzesi però hanno faticato molto più delle aspettative contro la Nazionale caraibica, che è andata vicinissima a sfiorare l’impresa, mettendo paura al portiere Gunn. Alle spalle della Scozia ci sono Brasile e Marocco,che hanno pareggiato 1-1 nell’altra gara della giornata. I verdeoro non sono andati oltre il pari contro la formazione nordafricana. A sbloccare il risultato è stato Saibari al 21’, prima della risposta brasiliana firmata da Vinicius Jr undici minuti più tardi. Un punto a testa che lascia tutto aperto in vista della seconda giornata.
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Grande equilibrio anche nel Gruppo B, dove nessuna squadra è riuscita a prendere il largo. Dopo l’1-1 tra Canada e Bosnia, anche Qatar e Svizzera hanno chiuso sullo stesso risultato. Gli elvetici erano passati in vantaggio al quarto d’ora con Embolo, a segno su calcio di rigore. Quando la vittoria sembrava ormai in cassaforte, al 95’ è arrivato il colpo di testa di Koukhi, che ha regalato al Qatar il primo storico punto nella fase finale di una Coppa del Mondo.
Australia-Turchia 2-0 (nel pt 27’ Irankunda; nel st 30’ Metcalfe)
Scozia-Haiti 1-0 (nel pt 28’ McGinn)
Brasile-Marocco 1-1 (nel pt 21’ Saibari, 32’ Vinicius Jr)
Qatar-Svizzera 1-1 (nel pt 15’ rig. Embolo; nel st 50’ Koukhi)
L'articolo Mondiali, i risultati della notte: esordio da incubo per la Turchia di Montella. Scozia, che paura con Haiti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tutti a caccia del nuovo record. I Mondiali 2026, la prima edizione a 48 squadre, offrono agli attaccanti la grande occasione per segnare più gol. C’è un match in più, i sedicesimi di finale. Ci sono soprattutto molte più squadre materasso nei gironi. I due grandi favoriti per vincere il titolo di capocannoniere della Coppa del Mondo sono Kylian Mbappé e Harry Kane. Chissà se uno di loro riuscirà a superare Just Fontaine, l’attaccante francese che in Svezia nel 1958 riuscì a segnare 13 reti in sole sei partite: ancora oggi detiene il primato di maggior gol segnati in una singola edizione dei Mondiali.
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Mbappé, che fu capocannoniere in Qatar, potrebbe anche puntare al record all-time: ha 12 gol all’attivo, il primo è Miroslav Klose con 16. Attenzione anche a Leo Messi (7 gol nel 2022 per trascinare l’Argentina al titolo) ad oggi fermo a quota 13. Ci sono anche il 41enne Cristiano Ronaldo e il giovanissimo Lamine Yamal, senza dimenticare Erling Haaland (molto dipenderà dal percorso della Norvegia). La caccia al primato di gol è iniziata.
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L'articolo Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta: Havertz raggiunge Balogun in testa. Tutti a caccia del record proviene da Il Fatto Quotidiano.
La strada verso il MetLife Stadium del New Jersey è iniziata: il 19 luglio verrà incoronato il Paese vincitore della Coppa del Mondo 2026. Partono 48 squadre, per la prima volta in un Mondiale, divise in 12 gironi: 72 partite per eliminare appena 16 Nazionali. Tutte le altre passano ai sedicesimi di finale: le prime due di ciascun gruppo, più le otto migliori terze. Ecco le classifiche dei gruppi aggiornate.
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In caso di arrivo a pari punti all’interno dello stesso girone, la FIFA applicherà nell’ordine i seguenti criteri per stabilire la classifica finale:
Per quanto riguarda le migliori terze, ci sarà una classifica a parte, composta appunto dalle 12 terze classificate. I criteri che si applicheranno per decretare le otto qualificate sono:
Gruppo A: Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Repubblica Ceca
Gruppo B: Canada, Bosnia ed Erzegovina, Qatar, Svizzera
Gruppo C: Brasile, Marocco, Haiti, Scozia
Gruppo D: Stati Uniti, Paraguay, Australia, Turchia
Gruppo E: Germania, Costa d’Avorio, Ecuador, Curaçao
Gruppo F: Olanda, Giappone, Svezia, Tunisia
Gruppo G: Belgio, Egitto, Iran, Nuova Zelanda
Gruppo H: Spagna, Capo Verde, Arabia Saudita, Uruguay
Gruppo I: Francia, Senegal, Iraq, Norvegia
Gruppo J: Argentina, Algeria, Austria, Giordania
Gruppo K: Portogallo, RD Congo, Uzbekistan, Colombia
Gruppo L: Inghilterra, Croazia, Ghana, Panama
L'articolo Mondiali, la classifica dei gironi: c’è la Scozia in testa al gruppo C, choc Turchia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tommaso Paradiso e Carolina Sansoni si sono sposati, ieri 13 giugno, a Capalbio, nella Maremma toscana. Il cantautore romano e l’imprenditrice digitale hanno celebrato il matrimonio circondati dall’affetto di familiari, amici e numerosi volti noti del mondo della musica e dello spettacolo tra cui Lorenzo Jovanotti, Emma Marrone, Coez, Alessandro Borghi, Nicola Savino e Dario ‘Dardust’ Faini, solo per citarne alcuni. La storia d’amore è iniziata nel 2017.
La cerimonia religiosa si è svolta nella storica Pieve di San Nicola, nel cuore del centro storico del paese in provincia di Grosseto. Ad officiare il rito è stato il parroco del borgo, don Marcello Serio. Una cerimonia religiosa officiata dal parroco del borgo, don Marcello Serio. La piazza della Repubblica, nel cuore del centro storico, su cui affaccia la chiesa medievale, era gremita di invitati ma anche di curiosi e fan, che non hanno esitato a chiedere qualche selfie agli ospiti vip. All’uscita dalla chiesa, i neosposi sono stati accolti dal tradizionale lancio di riso e petali, bianchi come il bouquet della sposa e gli addobbi floreali scelti dalla coppia per la cerimonia.
Paradiso, in completo blu e inseparabili occhiali da sole a celare l’emozione, e la compagna, in abito lungo bianco molto elegante dalle linee pulite con un generoso décolleté, hanno poi accolto gli ospiti per un party in una tensostruttura sulla spiaggia di Chiarone, accanto al celebre stabilimento L’Ultima Spiaggia. Il montaggio dell’imponente tendone ha scatenato commenti polemici sul web di ambientalisti e vacanzieri per via della vicinanza all’Oasi Wwf del Lago di Burano.
Le nozze arrivano a poco più di un anno dalla nascita della prima figlia della coppia, Anna, venuta alla luce nell’aprile del 2025. Un ulteriore capitolo felice nella storia d’amore tra Paradiso e Sansoni, insieme da diversi anni.
(Photo Credit Instagram @GabrieleParpiglia)
L'articolo Tommaso Paradiso e Carolina Sansoni si sono sposati a Capalbio. Emma e Lorenzo Jovanotti tra amici e parenti. Poi party in spiaggia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre l’Italia guarda l’ennesimo Mondiale dal divano, il dibattito sul futuro del nostro calcio dovrebbe ripartire ancora una volta dai settori giovanili. E c’è chi quel mondo lo osserva ogni giorno da una prospettiva internazionale. Valerio Candido, allenatore UEFA B, ha lavorato per sette anni nel vivaio dell’Inter e da un decennio fa parte dell’area tecnica dei progetti “Inter Academy”, portando metodologia, formazione e cultura sportiva in ogni angolo del pianeta. Ha allenato bambini, formato tecnici e toccato con mano realtà profondamente diverse tra loro. In Sudamerica ha visto giovanissimi vivere il calcio come possibilità di riscatto sociale, mentre negli Usa ha scoperto strutture e organizzazioni all’avanguardia. A ilfattoquotidiano.it racconta i segreti del calcio giovanile globale: un’occasione per interrogarsi sullo stato di salute del sistema italiano.
Qual è la prima cosa che nota quando osserva una partita di settore giovanile o un allenamento in Italia rispetto all’estero?
La pressione esterna rispetto a quale Paese sono di ritorno. In Sud America è molto simile alla nostra per passione, per coinvolgimento, per i genitori. Negli Stati Uniti c’è n’è meno, la partita è vista più come la possibilità da parte dei genitori di passare un weekend calcistico con le altre famiglie. C’è uno spirito un po’ meno competitivo, meno agonistico. Da noi c’è troppa esasperazione.
L’invadenza e la pressione dei genitori sulle tribune italiane sono tristemente note. Nelle sue esperienze all’estero ha riscontrato dinamiche simili o c’è un rispetto diverso per il ruolo dell’educatore/allenatore?
La competitività c’è. Negli Usa l’ho visto molto nel femminile, dove il calcio è il primo sport. C’è però abbastanza rispetto per il lavoro, per la figura dell’allenatore o dello staff. Non l’ho visto solo nel calcio, ma anche nel basket, nel baseball, nel lacrosse. C’è grande competitività perché la capacità di emergere in questi sport ti permette anche di avere un accesso al college universitario preferenziale e quindi anche un percorso, sia scolastico che sportivo, differente. Ma comunque è più sana.
Le è mai capitato di vedere un talento che in Italia sarebbe stato considerato “indisciplinato” o “ingestibile”, ma che all’estero veniva valorizzato proprio per la sua creatività?
Sì, soprattutto in Sud America, dove l’estro e la personalità vengono vissuti come caratteristiche naturali del giovane calciatore. Anche in Italia esistono ragazzi con queste qualità: la differenza sta nel contesto culturale e familiare in cui crescono. Creatività e fantasia sono fondamentali, ma devono essere accompagnate da valori educativi solidi. Un club non deve limitarsi a sviluppare l’aspetto tecnico o tattico del ragazzo, ma deve aiutarlo anche a maturare dal punto di vista umano e culturale, soprattutto se in futuro dovrà affrontare esperienze all’estero.
In Argentina ha visto bambini vivere il calcio con una competitività impressionante. Dove finisce la sana fame di emergere e dove inizia il rischio di caricare un bambino di aspettative troppo grandi?
In Sud America il contesto sociale incide moltissimo. Tante famiglie vedono nel calcio una possibilità concreta di riscatto economico e sociale: questo porta a esercitare una forte pressione sui bambini. È una mentalità che difficilmente cambierà, ma che allo stesso tempo contribuisce a formare giocatori abituati a convivere con tensione e responsabilità. Proprio questa capacità di gestire la pressione rappresenta spesso uno dei punti di forza dei calciatori sudamericani quando arrivano in Europa. Non è molto pedagogico, però è il loro punto di forza.
In Italia si parla spesso di troppa tattica e poca tecnica nei settori giovanili. Condivide questa critica?
In parte sì. L’Italia ha storicamente puntato molto sugli aspetti tattici perché erano il suo punto di forza. In altri Paesi i bambini sviluppano tecnica, creatività e furbizia giocando spontaneamente in strada o nei parchi, prima ancora di entrare in una scuola calcio. In Italia questa dimensione è quasi scomparsa. Di conseguenza il lavoro tecnico dovrebbe essere curato maggiormente nei primi anni di formazione. Per farlo servono istruttori preparati, capaci di insegnare correttamente i gesti tecnici in base all’età e al livello dei bambini. Spesso si anticipano troppo i concetti tattici, mentre la priorità dovrebbe essere mettere il pallone e il divertimento al centro del percorso formativo.
Dopo l’ennesima mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali si è tornati a parlare proprio di settori giovanili. Per lei il problema principale è davvero la formazione dei ragazzi o riguarda piuttosto la cultura calcistica degli adulti che li circondano?
Il talento in Italia non manca e continuerà a esserci. Il nodo principale riguarda la crescita dei ragazzi nella fascia d’età tra i 16 e i 17 anni, quando emerge un divario rispetto ad altri Paesi. In quella fase servirebbe un lavoro più individualizzato, costruito sulle caratteristiche tecniche, fisiche e caratteriali di ogni giocatore. Inoltre è fondamentale che i club abbiano il coraggio di lanciare i giovani nel calcio professionistico. Le seconde squadre delle società di Serie A e Serie B rappresentano uno strumento importante per accompagnare i ragazzi nel passaggio verso il calcio adulto. I risultati ottenuti dalle Nazionali giovanili italiane dimostrano che la base qualitativa esiste.
Quale Paese le sembra più vicino al giusto equilibrio tra risultati, crescita tecnica e formazione umana?
Ogni realtà presenta punti di forza e limiti. Stati Uniti e Canada sono molto avanzati dal punto di vista organizzativo: strutture moderne, grandi spazi e attrezzature di alto livello rappresentano un modello da imitare. In Sud America, invece, ci sono meno risorse e infrastrutture più datate, ma un’enorme produzione di talento. In Italia uno dei problemi principali riguarda proprio le strutture sportive, che andrebbero migliorate attraverso investimenti e incentivi adeguati. Allo stesso tempo, non dimentichiamo i punti di forza storici del calcio italiano: osservare ciò che funziona all’estero è importante, ma senza cancellare una cultura calcistica che ha portato l’Italia a vincere quattro Mondiali.
Se dovesse scegliere una singola intuizione metodologica o organizzativa vista all’estero da inserire subito nei centri federali italiani, quale sarebbe?
Ridurre l’importanza del risultato almeno fino ai 12 anni. È vero che la vittoria è spesso utilizzata come parametro di valutazione del lavoro svolto, ma credo che nelle categorie dei più piccoli la formazione debba avere la precedenza sulla competizione. Solo dagli Under 14 in avanti, quando il livello diventa più marcato, il risultato può assumere un peso maggiore. Creare mentalità vincente e imparare a gestire la sconfitta sono aspetti importanti, ma senza perdere di vista l’equilibrio educativo e la crescita del giovane calciatore.
L'articolo Italia senza Mondiali, i problemi del calcio giovanile: “Il nodo principale riguarda i ragazzi tra 16 e 17 anni, lì emerge il divario rispetto ad altri Paesi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Obiezione Respinta*
Negli ultimi anni con Obiezione Respinta abbiamo accompagnato persone con vario background migratorio nella loro esperienza di interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Ne è emerso un quadro chiaro: il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è in grado di garantire un acceso libero, sicuro e gratuito all’aborto, tanto meno per chi vive già in condizioni di marginalità, all’incrocio di disuguaglianze di genere, provenienza, classe, salute. Ci siamo continuamente trovate all’interno di percorsi a ostacoli e corse contro il tempo.
Il problema è innanzitutto strutturale. La legge 194 che regola l’interruzione di gravidanza in Italia concepisce l’aborto come un’eccezione da limitare più che come un diritto da garantire. La legge lega l’accesso all’aborto a condizioni specifiche – pericolo per la salute fisica o psichica, difficoltà economiche o sociali – senza contemplare la possibilità che una persona semplicemente non desideri diventare genitore. A questo si aggiungono numerosi altri ostacoli: la “settimana di riflessione” dopo aver ottenuto il certificato IVG, l’obiezione di coscienza praticata da circa il 65% del personale medico e la presenza delle associazioni antiabortiste nei consultori e negli ospedali. In molte strutture vengono inoltre richiesti passaggi non previsti dalla legge, come l’ascolto del battito fetale nel momento dell’ecografia, causando ulteriori ritardi e disagi. In un percorso sanitario vincolato ai tempi come quello dell’IVG, ogni limite può compromettere concretamente l’accesso alle cure.
Per le persone straniere, questi problemi si moltiplicano. Il primo scoglio è capire a quale assistenza sanitaria si abbia diritto, orientandosi tra iscrizioni al SSN, codici sanitari, documenti amministrativi e regolamenti regionali spesso opachi.
Le persone provenienti da Paesi UE ed extra-UE che soggiornano in Italia per motivi di lavoro hanno diritto all’iscrizione obbligatoria e gratuita al SSN. Chi accede con permessi di soggiorno per motivi di studio o religiosi può iscriversi al SSN, ma lo deve fare a pagamento, al costo di 700 euro, con procedure burocraticamente complesse e con la validità dei servizi per l’anno solare. Chi si trova in Italia per soggiorni di breve durata (fino a 3 mesi) per motivi di turismo, affari o altre ragioni temporanee può accedere alle prestazioni sanitarie, che sono generalmente a pagamento secondo le tariffe previste dal Servizio Sanitario Regionale, salvo il diritto alle cure urgenti ed essenziali (art. 36 del T.U. n. 286/98). Ci si può anche affidare ad un’assicurazione privata, che tuttavia non sempre copre le prestazioni relative all’IVG. L’aborto, dunque, non viene sempre riconosciuto come prestazione urgente o essenziale ai fini dell’esenzione, nonostante le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si configura perciò come questione economica oltre che sanitaria.
Esistono poi codici specifici per situazioni di particolare vulnerabilità: il codice STP (“Straniero Temporaneamente Presente”) e il codice ENI (“Europeo Non Iscritto”). Il codice STP garantisce alle persone straniere in condizione di irregolarità l’accesso alle cure urgenti ed essenziali e continuative, inclusa l’interruzione volontaria di gravidanza secondo le modalità previste dal Servizio Sanitario Nazionale. Il codice ENI riguarda invece cittadine e cittadini dell’Unione Europea non iscritti al SSN e privi di copertura sanitaria, che si trovano in condizioni di difficoltà economica, e consente l’accesso alle prestazioni sanitarie urgenti ed essenziali.
Reperire informazioni corrette è difficile per chiunque e, per una persona straniera, orientarsi tra codici, uffici, iscrizioni e strutture può diventare quasi impossibile, data la diffusa assenza di traduttori nei presidi medici.
Crediamo che parte della soluzione risieda nella possibilità di avere sul proprio territorio consultori realmente accessibili (dovrebbe essercene uno ogni ventimila abitanti, secondo la legge 405/1975), servizi a bassa soglia, mediazione culturale e informazioni chiare e in diverse lingue sui siti ufficiali. Applicare infine le linee di indirizzo sulla RU486 (2020) anche nei consultori faciliterebbe enormemente l’accesso all’aborto alle persone straniere, al di là del loro status giuridico, del loro ISEE e della loro condizione migratoria.
Durante i nostri accompagnamenti, siamo riuscite a ovviare al problema economico attraverso raccolte fondi, grazie alla solidarietà e mutuo aiuto della nostra comunità. Abbiamo fatto da traduttrici, spiegato il senso dei documenti, accompagnato in auto alle strutture sanitarie più vicine. Tuttavia, non siamo un servizio sanitario e non vogliamo sostituirci a esso. Le pratiche di mutuo aiuto che costruiamo servono a condividere informazioni, esperienze e strumenti concreti di supporto, trasformando l’esperienza abortiva in un terreno di rivendicazione politica. Aborto, contraccezione e salute sessuale e riproduttiva continuano a essere trattati come temi eccezionali o moralmente controversi: sono invece aspetti fondamentali della vita e dell’autonomia delle persone. È anche nostro compito rendere visibili i corpi che questo sistema lascia indietro.
*Obiezione Respinta è un’associazione transfemminista nata a Pisa che pratica accompagnamento all’IVG
L'articolo Abortire in Italia è un percorso a ostacoli. Se sei straniera, lo è molto di più proviene da Il Fatto Quotidiano.
Meno che discreta la prima. Pur considerando la forza dell’avversario. Pronti, via: il Brasile di Ancelotti parte piano. Poi di strada ne farà, il percorso è lungo. Quanta ne farà, è presto per dirlo, ma certo per ora non sembra all’altezza delle grandi favorite del torneo, Francia, Spagna, Argentina… Il Marocco invece si presenta con una veste tutta nuova, più giovane e più offensiva, sbarazzina, talvolta persino troppo, ma si conferma all’altezza della nazionale che quattro anni fa stupì il mondo arrampicandosi fino alla semifinale. E’ stata comunque una partita interessante: di buon livello il primo tempo, meno brillante il secondo, e non per colpa del caldo, assolutamente accettabile, 30 gradi all’inizio, 28 alla fine, con umidità introno al 45%.
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Se non fosse stato per le magliette indossate, stavolta per fortuna quelle tradizionali, all’inizio e poi anche per altri larghi tratti della partita, il Marocco sembrava il Brasile e il Brasile sembrava il Marocco. Da una parte, calcio bailado, ritmi alti, fantasia, eccellente tecnica individuale, il tutto condito con grandi sorrisi dei giocatori che si divertivano a fare quello che stavano facendo. Era il Marocco, non il Brasile. Dall’altra parte, una squadra attendista, piuttosto lunga, più preoccupata di difendere che di attaccare, con i funamboli là davanti troppo distanti da centrocampisti e difensori, tutti persino un po’ distratti. Era il Brasile, non il Marocco. Strano, anche perché il Marocco che ci ricordavamo, quello del 2022, era una formazione che si basava soprattutto su una grandissima solidità difensiva. Evidentemente, il cambio di allenatore ha determinato un rovesciamento delle caratteristiche della squadra. Costretto alle dimissioni nonostante il successo (a tavolino) in Coppa d’Africa, anzi proprio perché non aveva vinto la finale sul campo, il ct Regragui, autore dell’impresa in Qatar, è stato sostituito da Mohamed Ouahbi, che alla guida della Under 20 marocchina aveva conquistato il titolo mondiale di categoria. Dominio del gioco, aggressività e pressing, anche alto, i suoi principi di gioco. Che si sono visti subito. Mezz’ora di ottimo calcio e bellissimo gol del vantaggio.
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Poi è apparso Vinicius, la stella che tutti aspettavano. Anche con un po’ di pressione addosso: 9 gol segnati in Nazionale in 49 presenze venivano giudicati, in Brasile e non soltanto in Brasile, troppo pochi rispetto alla qualità del giocatore. Lasciato a se stesso nelle prime battute della partita, a un certo punto ha deciso di fare da solo, è tornato sulla linea di metà campo, è partito palla al piede, ha chiesto e ottenuto un triangolo con Bruno Guimaraes, è arrivato in area quasi sulla linea di fondo, si è fermato, è tornato indietro, dribblando il romanista El Aynaoui, è rientrato sul destro e ha infilato l’incrocio dei pali. Una fiammata che ha svegliato il Brasile fin lì dormiente. Poi Vinicius si è di nuovo un po’ spento, anche per merito di Hakimi, con cui ha dato vita a una serie di duelli davvero godibili.
In realtà, a modificare l’andamento della partita è stata anche una mossa tattica di Ancelotti. Aveva cominciato con Paqueta sulla destra e Rafinha alle spalle del disastroso centravanti Igor Thiago e quando ha scambiato le posizioni dei due le cose sono andate meglio. Pure le sostituzioni decise nella ripresa (Fabinho per Casemiro e poi Cunha al centro dell’attacco) hanno consentito al Brasile di riprendere un po’ il controllo del gioco. Per quanto alla fine i dati dicono che il Marocco è riuscito ad avere il 49% di possesso palla. Che contro cotali avversari non è niente male. Addirittura al nono minuto di recupero del secondo tempo i marocchini hanno avuto la grande occasione per vincere: solo un doppio intervento salvavita di Alisson, prima su un insidiosissimo tiro da lontano e poi sul tap in successivo, ha evitato al Brasile di cominciare il suo Mondiale con una sconfitta. Particolarmente sotto tono il centrocampo brasiliano: spesso in inferiorità numerica e sempre in difficoltà contro la pressione organizzata degli avversari.
Il Marocco ha messo in evidenza anche alcune individualità che andranno seguite con attenzione nel prosieguo del Mondiale. Su tutti, Ayyoub Bouaddi, 18 anni ma personalità da trentenne, centrocampista sicuro e dominante in tutte le zolle: titolare nel Lille, esordiente in Conference League a 16 e 3 giorni, in più giovane debuttante nelle coppe europee, in marzo ancora aveva giocato nella Under 21 francese prima di scegliere il Marocco. Poi il solito Brahim Diaz, con le sue traiettorie visionarie, come quella che ha propiziato il vantaggio marocchino, chissà se Mourinho lo lascerà andare alla Juventus, peccato sia stato costretto a uscire da un infortunio, speriamo per il bene del Mondiale che non sia grave. E ancora, Ismael Saibari, goleador di serata, migliore giocatore dell’ultimo campionato olandese, 15 gol nel Psg, 19 contando anche le euro-coppe, ma giocando da trequartista, suo ruolo naturale, non da centravanti come deve fare nel Marocco.
Insomma, volevamo scoprire il nuovo Brasile e invece abbiamo (ri)scoperto un nuovo Marocco. Ancelotti, non esattamente il volto della felicità, ha ammesso che la squadra deve migliorare, appellandosi all’inevitabile tensione del debutto. Vedremo. Prossima fermata: Scozia.
L'articolo Calcio bailado, ritmi alti e fantasia: sembrava il Brasile, era il Marocco proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si parte con Davide contro Golia, poi però arrivano tre sfide tutte a loro modo intriganti ed equilbrate. Questo offre il menù odierno del Mondiale 2026: da Dallas a Philadelphia, da Germania-Curaçao a Svezia-Tunisia.
Si parte alle ore 18 italiane: l’esordio della Nazionale guidata dal ct Nagelsmann contro il Paese più piccolo presente in questa Coppa del Mondo, l’isola caraibica di Curaçao. Terra di paradisi marini e fiscali, ma anche ex colonia olandese. C’è molto del calcio oranje dietro alla cenerentola dei Mondiali: il ct Dick Advocaat, oggi 78enne, guida un gruppo di giocatori in molti casi nati in Olanda e militanti in Eredivisie. Dall’altra parte, Nagelsmann deve testare il trio Sane, Musiala, Wirtz dietro all’unica punta Havertz. Se alchimia e condizione dovessero funzionare, la Germania potrebbe diventare molto pericolosa in questo Mondiale.
Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
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Più tardi, nella serata italiana in diretta sulla Rai, tocca alla vera Olanda sfidare il Giappone. La Nazionale guidata dal ct Koeman è in bilico tra possibile flop o sorpresa di questa edizione: tanti dubbi sul gioco finora espresso, ma anche un 11 titolare che sulla carta ha poco da invidiare. Soprattutto a centrocampo, dove combinano Gravenberch, Reijnders e De Jong. Occhio ai nipponici, che per molti hanno i gradi di outsider, ma devono scontare alcuni infortuni pesanti. Compreso il capitano Wataru Endo: il 33enne del Liverpool si è ritirato per un problema al piede.
Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali
Nella notte italiana invece gli altri due match del gruppo E e del gruppo F: rispettivamente Costa d’Avorio-Ecuador e Svezia-Tunisia. Tutte in lotta per guadagnare il secondo/terzo posto che può valere i sedicesimi. La Costa d’Avorio punta a superare i gironi per la prima volta: c’è tanta esperienza e tante conoscenze del calcio italiano in rosa, ma la stella è Yan Diomandé. Lo stesso obiettivo ce l’ha anche l’Ecuador del ct Beccacece, che a centrocampo schiera Moises Caicedo. Per la Svezia invece la vera incognita è l’attacco: c’è Gyokeres, ci sarà anche Isak? Di fronte una Tunisia molto solida, che punta a scombinare i piani di un girone molto equilibrato.
Germania-Curaçao (girone E)
Orario: 18:00
Houston: NRG Stadium
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Olanda-Giappone (girone F)
Orario: 22:00
Dallas: AT&T Stadium, Arlington
Dove vedere in tv e streaming: DAZN, Rai 1 e RaiPlay
Costa d’Avorio-Ecuador (girone E)
Orario: 01:00 (notte tra il 14 e il 15 giugno)
Philadelphia: Lincoln Financial Field
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Svezia-Tunisia (girone F)
Orario: 04:00 (notte tra il 14 e il 15 giugno)
Monterrey: Estadio BBVA
Dove vedere in tv e streaming: DAZN
Tutte le partite del Mondiale di calcio 2026 sono trasmesse in Italia in diretta streaming su DAZN, con l’abbonamento. Ma 35 partite vengono trasmesse anche in chiaro: sono disponibili in diretta televisiva sui canali Rai e in streaming sulla piattaforma RaiPlay.
Per quanto riguarda le partite del 14 e 15 giugno, la sfida tra Olanda e Giappone di domenica sera si vede sia su Dazn, ma anche in chiaro su Rai1 e in streaming su RaiPlay. I match Germania-Curaçao, Costa d’Avorio-Ecuador e Svezia-Tunisia invece sono visibili in esclusiva sulla piattaforma streaming.
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© Jason Henry for The New York Times
Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura
Cosa sono i simboli esoterici? Prima di addentrarci nell’analisi dei singoli glifi e nelle loro geometrie nascoste, è essenziale rispondere a una domanda fondamentale: cosa sono i simboli esoterici e perché, a distanza di millenni, continuano a esercitare su di noi un fascino così magnetico? Molto spesso li liquidiamo come semplici “disegni” misteriosi, ma la realtà è molto più complessa. La differenza fondamentale tra segno e simbolo Per comprendere a fondo la materia, dobbiamo prima tracciare una linea di demarcazione netta tra un segno e un simbolo. Un segno è un’indicazione pratica con un solo significato chiaro e bidimensionale. Un
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Cos’è l’esoterismo? Ogni volta che pronunciamo la parola “esoterismo”, l’immaginario collettivo corre immediatamente verso scenari oscuri: rituali segreti in castelli abbandonati, complotti globali o pratiche di magia superstiziosa. Eppure, se ci fermiamo ad analizzare la storia delle idee, il significato dell’esoterismo è qualcosa di molto più profondo, luminoso e intimamente legato alla natura umana. Il termine deriva dal greco esoterikos, che letteralmente significa “interno” o “riservato a chi è dentro”. Nell’antichità, filosofi come Pitagora o Platone dividevano i propri insegnamenti in due categorie: l’insegnamento essoterico (rivolto alla massa, comprensibile e pubblico) e quello esoterico (riservato a una cerchia ristretta di
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L’annuncio è arrivato ieri da Tenerife, dov’erano riuniti i rappresentanti degli Stati membri dell’Agenzia spaziale europea per prendere decisioni di ampia portata sul futuro del programma scientifico dell’agenzia stessa: la scelta del Comitato consultivo per le scienze spaziali (Ssac, Space Science Advisory Committee) per la prossima missione di classe media – la cosiddetta M7 – è andata a Plasma Observatory, una missione la cui lead proposer è l’astrofisica Maria Federica Marcucci, ricercatrice all’Inaf Iaps di Roma.
«La missione nasce da una visione scientifica maturata nel corso degli ultimi anni grazie al contributo di una vasta comunità internazionale e consentirà di studiare per la prima volta in modo sistematico i processi fondamentali che governano il comportamento dei plasmi nello spazio attraverso osservazioni simultanee su diverse scale spaziali realizzate da una costellazione di sette satelliti», spiega Marcucci «Questa capacità osservativa multiscala senza precedenti permetterà di comprendere fenomeni fondamentali che avvengono nei plasmi che permeano l’intero universo e che hanno effetti diretti anche sull’ambiente spaziale che circonda la Terra».
«Come lead proposer della missione, insieme ad Alessandro Retinò (co-lead proposer) del Laboratoire de Physique des Plasmas di Parigi, e chair dello science study team», continua Marcucci, «sono particolarmente orgogliosa del ruolo svolto dalla comunità italiana e dall’Inaf durante tutte le fasi dello studio. Ricercatrici e ricercatori dell’Istituto hanno partecipato attivamente ai gruppi di lavoro che hanno contribuito a definire gli obiettivi scientifici della missione. In questo contesto, un contributo fondamentale è stato fornito dall’Università della Calabria, attraverso la partecipazione di Francesco Valentini allo science study team, sul solco di una lunga e fruttuosa collaborazione».
«Desidero inoltre sottolineare il ruolo fondamentale svolto dall’Agenzia spaziale italiana, che ha consentito alla comunità scientifica nazionale di contribuire in modo sostanziale alla maturazione scientifica e tecnologica della proposta», ricorda Marcucci. «La raccomandazione di Plasma Observatory rappresenta anche il riconoscimento di questo investimento strategico perseguito con lungimiranza e continuità, nonché della capacità dell’Italia di valorizzare le competenze maturate ed essere protagonista nei grandi programmi scientifici europei, dalla definizione delle domande scientifiche fino alla realizzazione delle tecnologie necessarie per affrontarle.
La proposta del Comitato consultivo dell’Esa – che si avvale di gruppi di lavoro composti da scienziati esterni specializzati in diversi ambiti – arriva al termine di una durissima selezione: il numero delle missioni in gara, inizialmente 27, si è infatti ristretto progressivamente a cinque, poi a tre e infine, appunto, alla sola Plasma Observatory. Ora il Comitato per il programma scientifico (Spc, Science Programme Commitee) ha preso atto di questa raccomandazione e adotterà una decisione formale in merito nella prossima riunione, prevista per novembre 2026, una volta consolidati gli impegni finanziari relativi allo sviluppo della strumentazione.
L’operazione con cui Intesa Sanpaolo ha lanciato un’offerta su Monte dei Paschi di Siena viene raccontata, dai suoi protagonisti, come una grande operazione di mercato. Tecnicamente lo è. Ma se scendiamo dalla giostra degli allegri cantori del capitale, possiamo riconoscere le più brutali fattezze di una pericolosa concentrazione di potere.
La formula è rassicurante: vince chi paga di più. Sembra il mercante in fiera. Solo che in ballo c’è un pezzo dell’infrastruttura finanziaria del Paese. E i giocatori sono gli stessi che già presidiano risparmio, credito, assicurazioni, fondazioni, reti commerciali, relazioni politiche, patrimoni familiari e partecipazioni strategiche. L’operazione ha dimensioni tali da ridisegnare l’intero sistema finanziario italiano. Secondo le ricostruzioni disponibili, si muoveranno oltre 35 miliardi di euro. Intesa punta a rilevare Mps, che ha già incorporato Mediobanca, e quindi anche la partecipazione di Mediobanca in Generali. Una parte rilevante della rete Mps, circa 635 filiali, verrebbe poi ceduta a Unipol, che la integrerebbe con Bper. Nascerebbe così un nuovo grande polo bancario, destinato a diventare la seconda banca del Paese. Intesa, invece, manterrebbe Mediobanca, il suo marchio, una parte della rete Mps e soprattutto il posizionamento strategico nel wealth management, nella consulenza ai grandi patrimoni, nel credito al consumo, nell’investment banking e nell’azionariato di Generali.
Il cuore dell’operazione per Intesa è l’intera catena Mps-Mediobanca-Generali. Monte dei Paschi porta con sé una rete bancaria, una storia, un marchio, una base clienti, un radicamento territoriale. Mediobanca porta competenze di investment banking, relazioni con le grandi imprese, consulenza ai patrimoni, reputazione finanziaria. Generali rappresenta uno dei maggiori gruppi assicurativi europei, una grande cassaforte del risparmio e un attore centrale anche per gli investimenti in titoli pubblici italiani. Da qui la narrazione della “mossa di sistema”. Stabilità, italianità, difesa del risparmio nazionale, costruzione di campioni europei. Sono parole importanti, perché toccano un tema reale. In un’Europa finanziaria ancora incompleta, nella quale i governi nazionali difendono con forza i propri gruppi bancari e assicurativi, avere grandi soggetti con centro decisionale in Italia conta.
Le banche, del resto, non sono imprese come le altre. Svolgono una funzione pubblica essenziale: decidono come il risparmio raccolto viene trasformato in credito, investimenti, servizi finanziari, protezione assicurativa, gestione patrimoniale. L’impatto di una grande concentrazione bancaria, dunque, va ben oltre gli azionisti delle banche coinvolte. Tocca l’economia reale, i territori, le imprese, il risparmio delle famiglie, la qualità della democrazia economica.
Questa dimensione di sistema va riconosciuta, senza però accettare l’intera narrazione così com’è. L’italianità dell’azionariato può essere una condizione utile, ma non garantisce di per sé il perseguimento di alcun interesse generale. Una banca italiana può comportarsi esattamente come una banca francese, tedesca o americana: cercare margini, commissioni, dividendi, scala, controllo del cliente, massimizzazione del profitto a breve termine. Il passaporto dell’azionista non basta a trasformare una rendita in politica industriale.
In un’Italia che negli ultimi dodici anni ha perso circa trecento miliardi di euro di credito all’economia, soprattutto alle piccole imprese, questa ulteriore concentrazione aumenterà davvero la capacità del sistema bancario di finanziare lavoro, transizione energetica, innovazione, terzo settore e aree periferiche? Oppure rafforzerà soprattutto la capacità di questi pochi grandi gruppi di estrarre valore dal risparmio e dalle polizze?
Abbiamo imparato ormai che il mercato bancario, lasciato a sé stesso, non produce automaticamente sviluppo equilibrato. L’Italia ha vissuto trent’anni di privatizzazioni, fusioni, acquisizioni, trasformazioni societarie, riduzione del numero di banche, chiusura di sportelli, centralizzazione delle decisioni. Il vecchio sistema bancario italiano era stato spesso definito una “foresta pietrificata”: troppe relazioni opache, troppe protezioni, troppi intrecci tra politica, finanza e territori, poca contendibilità, poca trasparenza, poca concorrenza. In parte il cambiamento era necessario. Ma oggi rischiamo di essere passati dalla foresta pietrificata ad un giardino pietrificato: meno attori, più grandi, più forti, formalmente contendibili ma sostanzialmente sempre più concentrati, capaci di orientare masse enormi di risparmio e sempre meno obbligati a rispondere ai bisogni diffusi dell’economia reale.
L’operazione Intesa-Mps-Unipol nasce dentro questa traiettoria e la accelera. Presenta una caratteristica particolarmente rilevante: non concentra soltanto banche, ma salda banche, assicurazioni, risparmio gestito, credito al consumo, investment banking e grandi partecipazioni strategiche. Il perimetro supera il credito bancario in senso stretto. Investe il controllo dell’intermediazione finanziaria nel suo complesso.
C’è poi un’ironia pesante nel ruolo che una parte del mondo cooperativo sta giocando in questa vicenda. Unipol nasce dalla cooperazione, da un’idea di finanza orientata a lavoratori e comunità. Partecipare oggi alla costruzione del secondo polo bancario italiano – dentro un’operazione che accentra potere finanziario e quasi certamente ridurrà il credito alle piccole imprese – è la negazione di quella missione. Carlo Cimbri, che nel 2005 era al fianco di Consorte nel tentativo opaco di scalata a BNL, guida oggi Unipol verso un’ambizione più grande e più legittima negli strumenti, ma non più vicina agli interessi che il mondo cooperativo dichiara di rappresentare. Con lui, apparentemente ai margini, Aldo Soldi, già protagonista di quella stagione, oggi presidente di Banca Etica, che sarà destinata ad avere forti intrecci con la nuova banca di Cimbri. Una parte della cooperazione italiana si rende così mosca cocchiera di un’operazione di potere difficilmente riconducibile al vantaggio delle imprese e delle famiglie.
Non è da meno Mps, in termini di valore simbolico e politico. Monte dei Paschi è stata a lungo la terza banca italiana, poi travolta da crisi, errori gestionali, acquisizioni sbagliate, aumenti di capitale, interventi pubblici, perdite scaricate in vario modo sulla collettività. È stata salvata anche con risorse pubbliche. È stata risanata con fatica. Ora, tornata appetibile, diventa oggetto di una nuova grande partita tra gruppi finanziari. La contraddizione è evidente. E imporrebbe di non cancellare il tema dell’utilità pubblica nel momento in cui la banca torna a far gola al mercato. Se Mps è stata un problema collettivo, le valutazioni sul suo destino meriterebbero l’applicazione di criteri di interesse generale. Ma difficilmente accadrà. E non sarà la prima volta che ad Intesa i governi di turno stendono tappeti rossi: basti ricordare l’acquisizione delle due banche popolari “venete” al prezzo simbolico di un euro, accompagnata da un massiccio intervento pubblico a protezione dell’operazione.
L’operazione Intesa-Mps può apparire industrialmente razionale. Può creare valore per gli azionisti. Può rafforzare l’italianità di Generali. È in realtà soprattutto una grande operazione di potere sulla scacchiera asfittica del potere italiano, di cui poco si vede il valore sociale. Eppure rischia di essere raccontata solo come il nuovo capitolo del risiko bancario italiano: chi prende Mps, chi controlla Mediobanca, chi pesa su Generali, chi sfida UniCredit, chi condiziona Banco Bpm, chi rappresenta l’interesse nazionale, chi vince la partita tra Milano, Bologna, Siena, Trieste, Parigi e Francoforte.
Si può continuare a chiamarlo mercato, naturalmente. Ma quando un’operazione concentra banche, assicurazioni, risparmio gestito, partecipazioni strategiche, fondazioni, reti territoriali e rapporti di sistema, il mercato da un pezzo non c’è più. Intesa-Mps è una prova di realtà. Ci dice che il sistema finanziario italiano sta andando verso pochi – pochissimi – grandi conglomerati bancario-assicurativi. Questo può dare forza, stabilità, capacità competitiva? Forse. Ma con più probabilità restringerà la concorrenza, ridurrà il pluralismo di forme e modelli, aumenterà la distanza tra finanza ed economia reale.
Cosa fanno governo, partiti politici, autorità di vigilanza, supervisori della concorrenza? Metteranno una tassetta sugli utili nella prossima finanziaria? Se questa operazione costringerà il Paese a discutere seriamente di credito, sviluppo, territori, concorrenza, risparmio, cooperazione e democrazia economica, potrà almeno generare un’utilità pubblica. Per ora, abbiamo la certezza che il sistema bancario italiano diventerà ancora più stretto. E un Paese con banche fortissime e credito debole non ha risolto il proprio problema di come accompagnare lo sviluppo. Ha soltanto reso più elegante la concentrazione del potere finanziario.
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Immagine in evidenza rielaborata con Intelligenza Artificiale
I data center divorano l’1,5% dell’elettricità mondiale. Per la precisione: 415 terawattora nel 2024. L’equivalente di quasi l’intero consumo annuo di energia elettrica di una nazione come la Francia. Ma è una quota destinata a più che raddoppiare entro il 2030, spinta soprattutto dall’intelligenza artificiale generativa, che l’Agenzia Internazionale dell’Energia identifica come “il fattore più importante” di questa crescita.
Le reti elettriche globali sono già sotto pressione, ma la costruzione di nuove linee di trasmissione richiede dai quattro agli otto anni nei paesi più avanzati. Nel frattempo, la domanda di calcolo aumenta così velocemente che nessuna infrastruttura terrestre riesce a stare al passo.
È in questo contesto che governi e aziende tecnologiche hanno cominciato a guardare allo spazio. Del resto, lo spazio offre energia solare continua senza competere con le reti terrestri, la possibilità di sfruttare il raffreddamento passivo nel vuoto senza consumare acqua e di elaborare i dati direttamente a bordo dei satelliti che li raccolgono, senza doverli trasmettere integralmente a Terra. Quello che sembrava fantascienza è diventato, nel giro di pochi anni, un programma industriale con date, contratti e lanci già effettuati.
A maggio 2025, la Cina ha lanciato i primi satelliti di una costellazione per l’elaborazione dei dati direttamente nello spazio. Nella stessa direzione si stanno muovendo anche gli Stati Uniti. Le due grandi potenze hanno avviato programmi concreti, ancora in parte sperimentali, per portare calcolo e archiviazione oltre il cielo. Si tratta, però, di un salto tecnologico con una conseguenza politica: in futuro, i dati più strategici di governi, eserciti e grandi aziende potrebbero non trovarsi più in nessuna nazione.
I satelliti producono quantità enormi di dati, spesso troppo grandi per essere inviati interamente sulla Terra in tempo reale. Processarli in orbita riduce la latenza e la dipendenza dalle stazioni terrestri. Hewlett Packard Enterprise ha dimostrato la fattibilità di questo approccio con il programma Spaceborne Computer. La multinazionale statunitense, leader nelle soluzioni tecnologiche edge-to-cloud (in cui l’elaborazione dei dati avviene in parte sul dispositivo remoto e in parte sui server centrali), ha installato server commerciali standard sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) nel 2017, 2021 e 2024. Questo ha permesso di ridurre fino al 90% il volume dei dati da trasmettere a Terra.
In un’intervista a Via Satellite (novembre 2025), Clint Crosier, già responsabile della pianificazione della U.S. Space Force e oggi direttore Aerospace & Satellite Solutions di AWS, ha illustrato i risultati pratici. In un test con la startup italiana D-Orbit, elaborare i dati direttamente a bordo del satellite ha permesso di trasmettere a Terra solo le immagini realmente utili: il satellite ha continuato a soddisfare tutti i requisiti della missione usando il 42% in meno di banda. Liberando quella banda, lo stesso satellite può inviare quasi il doppio dei dati utili senza alcuna modifica all’hardware. Il vantaggio per le applicazioni militari è evidente (non a caso, il Department of Defense Space Strategy statunitense identifica lo spazio come dominio operativo a tutti gli effetti).
Gli Stati Uniti stanno inoltre sviluppando la Proliferated Warfighter Space Architecture (PWSA) della Space Development Agency (SDA): una costellazione di centinaia di piccoli satelliti in orbita bassa interconnessi otticamente. Una flotta progettata per garantire comunicazioni resilienti e rilevamento missilistico anche in caso di attacchi a infrastrutture terrestri. A dicembre 2025, la SDA ha assegnato contratti per circa 3,5 miliardi di dollari per la costruzione di altri 72 satelliti di tracciamento missilistico. La logica strategica è chiara: in uno scenario di conflitto, gli impianti e le installazioni a terra sono tra i primi obiettivi a essere colpiti. Una capacità di calcolo dislocata nello spazio, interconnessa otticamente e ridondante offre invece maggiore sicurezza e una continuità operativa difficilmente replicabile sulla Terra.
Dagli Stati Uniti alla Cina. Come già accennato, il 14 maggio 2025 la Repubblica Popolare ha lanciato i primi 12 satelliti della Three-Body Computing Constellation, sviluppata dall’istituto di ricerca Zhejiang Lab e dall’azienda ADA Space di Chengdu. Ogni satellite offre 744 TOPS (tera-operazioni al secondo) e l’intera rete è progettata per espandersi fino a 2.800 satelliti, con una potenza computazionale complessiva di 1.000 peta-operazioni al secondo, paragonabile per ordine di grandezza ai supercomputer terrestri più potenti. I satelliti sono collegati da link laser inter-satellite (un collegamento che usa fasci di luce laser per trasmettere dati direttamente da un satellite all’altro), alimentati da pannelli solari e raffreddati passivamente dal vuoto, eliminando i costosi sistemi di raffreddamento a liquido dei data center terrestri.
Secondo un piano quinquennale citato dall’emittente televisiva cinese CCTV e ripreso dalla Reuters lo scorso 29 gennaio, la CASC (China Aerospace Science and Technology Corporation) ha annunciato la costruzione di un’infrastruttura digitale spaziale da un gigawatt di potenza, identificata come pilastro del 15° Piano Quinquennale cinese, integrando capacità cloud, edge computing e terminali per elaborare dati direttamente in orbita.
C’è però da osservare che la corsa ai data center orbitali non è più una prerogativa dei governi. A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il primo satellite equipaggiato con una GPU NVIDIA H100, realizzando la prima dimostrazione di addestramento AI direttamente in orbita. L’11 gennaio 2026, con la missione Twilight di SpaceX, sono arrivati in orbita i primi due nodi del data center orbitale della statunitense Axiom Space, sviluppati in collaborazione con la canadese Kepler Communications e collegati tramite link ottici da 2,5 Gbps.
Google, con il progetto Suncatcher, punta invece a una costellazione di satelliti dotati di TPU (i processori per l’intelligenza artificiale progettati da Google) alimentati da energia solare, con un primo test, in collaborazione con la società di San Francisco Planet Labs, previsto per il 2027. Secondo indiscrezioni, SpaceX starebbe preparando una generazione aggiornata dei satelliti della sua costellazione Starlink capace di ospitare carichi di calcolo, con link ottici inter-satellite a banda ultralarga.
A rendere economicamente plausibili delle infrastrutture permanenti in orbita è anche la riduzione dei costi di lancio, che – secondo uno studio della NASA – sono passati da circa 54mila dollari al chilogrammo con lo Space Shuttle a 2.700 dollari con il razzo riutilizzabile Falcon 9 della società spaziale di Elon Musk: una riduzione di venti volte in due decenni. Tuttavia, la gestione privata di sistemi potenzialmente critici introduce domande (per ora) senza risposta: a cominciare da chi sia responsabile in caso di violazione dei dati su un satellite commerciale.
Dal canto suo, l’Europa non dispone di un programma comparabile per il cloud orbitale. Il progetto IRIS² – 290 satelliti per comunicazioni sicure, contratto da 10,5 miliardi firmato nel dicembre 2024 con il consorzio SpaceRISE – non include infrastrutture di calcolo orbitale autonome. Sul fronte della ricerca, il progetto europeo ASCEND ha completato nel 2024 uno studio che conferma la fattibilità tecnica dei data center orbitali e si pone l’obiettivo di dispiegare 1 GW entro il 2050. ASCEND è guidato da Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo: la partecipazione dell’azienda italiana è il contributo più diretto del nostro paese a questo scenario.
C’è poi da notare che D-Orbit, startup comasca già protagonista del test AWS, è tra le realtà italiane più avanzate sul tema dell’elaborazione dati in orbita e ha sottoscritto contratti con l’ESA (l’Agenzia spaziale europea) nell’ambito della costellazione di osservazione IRIDE, finanziata con fondi PNRR. Ma l’Italia non ha un programma nazionale dedicato al cloud orbitale. Il rischio è quello già visto in altri ambiti digitali: competenze industriali elevate senza controllo sull’infrastruttura finale.
Il 24 febbraio 2022, all’ora esatta dell’invasione russa dell’Ucraina, un attacco informatico ha colpito la rete KA-SAT di Viasat (il gigante californiano delle telecomunicazioni satellitari), disabilitando decine di migliaia di modem satellitari in Ucraina e in Europa. Il malware usato – un wiper chiamato AcidRain – non ha violato nessun satellite in orbita, sfruttando invece una vulnerabilità VPN in server di gestione della rete fisicamente localizzati nel nord Italia, propagandosi fino a disabilitare 5.800 turbine eoliche in Germania. A maggio 2022, Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e una dozzina di governi europei – inclusa l’Italia – hanno attribuito pubblicamente l’attacco al GRU, l’intelligence militare russa.
Il caso Viasat contiene una lezione che vale doppio per i data center orbitali: il punto più vulnerabile di un’infrastruttura spaziale non è il satellite. È tutto ciò che lo gestisce da Terra: stazioni di controllo, reti di uplink, sistemi di autenticazione, catena di fornitura dell’hardware. A questo si aggiunge un problema strutturale specifico dello spazio: il patching. Un data center terrestre può infatti ricevere una patch di sicurezza in pochi minuti. Un satellite in orbita bassa ha finestre di comunicazione limitate, banda ristretta e nessuna possibilità di intervento fisico. Se un sistema orbitale venisse compromesso, la risposta sarebbe strutturalmente più lenta e, in alcuni scenari, impossibile senza un nuovo lancio.
Jamming e spoofing GPS sono già operativi in zona di conflitto e documentati sistematicamente dall’Agenzia europea per la sicurezza aerea (EASA) nel Mar Nero, in Medio Oriente e nel Baltico: dimostrano che l’interferenza deliberata sulle infrastrutture spaziali è una realtà, non un’ipotesi. Un attacco a un sistema orbitale porterebbe le stesse complessità a un livello superiore: chi ha giurisdizione, chi può intervenire, con quali strumenti e in quale tempo utile.
L’Outer Space Treaty del 1967 attribuisce allo Stato di lancio la giurisdizione e il controllo sugli oggetti spaziali, indipendentemente da dove operino. Ma questo trattato non contempla infrastrutture digitali, non regola la proprietà dei dati in orbita, non prevede meccanismi di applicazione in caso di violazione informatica.
A quasi sessant’anni dalla firma, non esiste nessun trattato internazionale che disciplini specificamente la protezione dei dati nello spazio. Nel 2019, dopo otto anni di negoziato, l’UN COPUOS (la Commissione delle Nazioni Unite sull’uso pacifico dello spazio extra-atmosferico) ha adottato 21 linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali: volontarie, non vincolanti e relative a detriti, sicurezza operativa e traffico orbitale. La protezione dei dati non è contemplata.
Il primo segnale che la questione stia diventando urgente sul piano normativo è arrivato a gennaio di quest’anno: SpaceX ha depositato all’americana FCC (Federal Communications Commission) una richiesta per lanciare fino a un milione di satelliti definiti esplicitamente “orbital data centers”. Questo è il primo iter normativo al mondo che affronta direttamente il tema, ma riguarda una sola nazione e non tocca le questioni di giurisdizione sui dati.
Payal Arora, professoressa di AI inclusiva all’Università di Utrecht (Olanda), ha sintetizzato il problema in un’analisi pubblicata da Rest of World nel febbraio 2026: se i dati dei cittadini sono elaborati in orbita, la sovranità digitale “diventa ambigua”, sospesa tra il Paese d’origine, lo Stato di lancio e l’operatore commerciale del satellite. Nessuno dei meccanismi esistenti – né il diritto spaziale internazionale, né il diritto cyber nazionale, né i trattati di mutua assistenza giudiziaria – è stato progettato per rispondere a questi aspetti.
Per decenni il potere digitale è stato ancorato a piattaforme fisiche entro confini nazionali. Anche i cavi sottomarini, che trasportano oltre il 95% del traffico internet globale, hanno una giurisdizione di riferimento, con trattati, procedure e responsabilità definite. Il cloud orbitale rompe questo sistema. I dati possono essere archiviati ed elaborati in luoghi che nessuna autorità nazionale può raggiungere, né fisicamente né giuridicamente. In sostanza, per la prima volta, la localizzazione dei dati smette di coincidere con il territorio.
Come spiega Jane Munga, ricercatrice per l’Africa al Carnegie Endowment for International Peace, la sovranità tende a seguire la proprietà dell’infrastruttura: chi non partecipa al suo possesso e alla sua governance rischia di essere relegato a produttore di dati senza alcuna capacità reale di controllo su come siano archiviati, elaborati o usati. Un’incognita che sconfina dal campo dell’innovazione tecnologica. Quello in corso è un passaggio epocale le cui conseguenze sono ancora da scrivere. Il rischio è che si erigano infrastrutture informatiche cruciali per nazioni, imprese e cittadini che superino la sovranità digitale degli Stati. Senza che ci siano le regole per governarle.
L'articolo La sfida dei data center spaziali proviene da Guerre di Rete.

Cosa vuol dire abitare profondamente uno spazio ? Vivere un luogo ma sentirsi fuori luogo ?
In verità io sono nel mondo, forse sono gli altri ad essere fuori luogo perché il mondo non dialoga con loro.- rispose lui a me.
Giovedì 18 giugno, Ore 18
Proiezione del cortometraggio
“Totò – La voce del sottopasso“
di Cosimo Lastrucci
Francesco Martinelli intervista Totò e Cosimo Lastrucci
🚩 Redazione Fuori Binario, Via del Leone 76, Firenze

La Nasa ha annunciato oggi la composizione dell’equipaggio della missione Artemis III: Randy Bresnik (comandante, Nasa), Luca Parmitano (Esa), Frank Rubio e Andre Douglas (specialisti di atterraggio, entrambi Nasa). È stato inoltre designato come membro di riserva dell’equipaggio l’astronauta Bob Hines (Nasa). L’equipaggio inizierà ora un rigoroso programma di addestramento per familiarizzarsi con i sistemi della navicella Orion e con il funzionamento dei sistemi di atterraggio con equipaggio umano, in vista di un’ambiziosa serie di dimostrazioni che precederanno la missione di atterraggio sulla Luna.

L’equipaggio della missione Artemis III. Da sinistra: Andre Douglas, Luca Parmitano, Randy Bresnik e Frank Rubio. Crediti: Nasa
Luca Parmitano, astronauta italiano dell’Esa, ha trascorso 366 giorni nello spazio nel corso di due missioni di lunga durata sulla Stazione spaziale internazionale, Volare e Beyond. Durante queste missioni, ha collaborato a centinaia di esperimenti, ha effettuato sei passeggiate spaziali per un totale di oltre 30 ore ed è diventato comandante della Stazione. Da quando è tornato sulla Terra, Parmitano ha ricoperto il ruolo di referente dell’Esa presso il Johnson Space Center della Nasa a Houston, agendo come “CapCom” e addestrando gli astronauti dell’Esa per le passeggiate spaziali e le operazioni robotiche. L’anno scorso Parmitano ha partecipato all’Underway Recovery Test 12 della Nasa, al largo delle coste della California, per simulare l’ammaraggio e il recupero degli astronauti di Artemis da un modello in scala reale della navicella Orion.
«Sono onorato di far parte di questo equipaggio e allo stesso tempo mi sento umile: i miei compagni di missione apportano un bagaglio di esperienze molto variegato, e non vedo l’ora di lavorare con loro, desideroso di imparare e di dare il mio massimo contributo nel mio ruolo. In qualità di pilota collaudatore, questa è davvero una missione da sogno, poiché potremo contribuire a testare i sistemi e a sviluppare le procedure affinché i futuri equipaggi possano spingersi più lontano e, in ultima analisi, riportare l’umanità sulla Luna», ha detto Luca Parmitano. «Sono molto grato all’Aeronautica militare per avermi fornito l’addestramento nelle mie prime fasi; all’Agenzia spaziale italiana – e all’Italia nel suo complesso – per avermi affidato il loro primissimo volo di lunga durata quando ero solo un novellino; all’Agenzia spaziale europea per l’addestramento, il sostegno infinito e le incredibili opportunità che ho avuto da quando sono diventato un astronauta dell’Esa, e alla Nasa per la sua leadership nel riportare l’umanità sulla Luna. È la conferma che l’Esa è un partner affidabile e la continuazione di una solida collaborazione che porterà un europeo sulla Luna».
«Artemis III amplierà i confini delle operazioni spaziali in orbita. La nomina dell’astronauta dell’Esa Luca Parmitano a pilota riflette la profonda competenza europea nel campo dei voli spaziali con equipaggio umano e fa leva sulla sua vasta esperienza operativa in situazioni di forte pressione», ha detto Josef Aschbacher, direttore generale dell’Esa. «Allo stesso tempo, il Modulo di servizio europeo (Esm) dell’Esa fornirà ancora una volta le capacità fondamentali che alimentano Orion, dimostrando il ruolo duraturo dell’Europa nel cuore stesso del programma Artemis. La notizia giunta oggi da Houston è un forte riconoscimento del ruolo dell’Esa nel rendere possibile il ritorno dell’umanità sulla Luna – e un progresso chiave nella nostra collaborazione con la Nasa. Gli europei possono essere orgogliosi di far parte di questo emozionante viaggio».
Fonte: press release Esa
La dichiarazione di Luca Parmitano (in inglese) sul canale YouTube dell’Esa:
Il nuovo assetto geopolitico mondiale ha messo a nudo una serie di problematiche che sono state trascurate troppo a lungo. In pratica, quello che per anni abbiamo visto accadere nel software, ovvero l’entusiasmo per le nuove feature che andava a coprire la necessità di rendere sicuro il loro utilizzo, si è applicato anche in mille […]
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di Massimo Cervelli
Le guerre, le diseguaglianze, i cambiamenti climatici sono i veri protagonisti dell’imminente campionato Mondiale di calcio organizzato nel già difficile equilibrio dei paesi organizzatori: USA, Messico e Canada. Mentre l’ente promotore, la FIFA, parla di “armonia e rispetto”, dando l’indicazione di sorridere ed essere felici, gli Stati Uniti negano visti d’ingresso a membri di delegazioni ufficiali, a partire dall’IRAN, e ai tifosi provenienti dai paesi del sud del mondo…
Fra i tanti elementi tecnici e tecnologici che accompagnano le partite quest’anno ci sarà anche l’indice di stress termico (WBGT, Wet Bulb Globe Temperature) che farà scattare pause obbligatorie di 3 minuti per tempo.
Un mondiale extralarge, con 48 paesi partecipanti (16 europei, 10 africani, 9 asiatici, 6 sudamericani, 6 americani e la Nuova Zelanda, rappresentante dell’Oceania) che insegue l’ambizioso obiettivo di incassare più di 10 miliardi di dollari. Lo sponsor principale sarà la saudita ARAMCO, la più grande compagnia petrolifera ed energetica.
Insomma, tanti elementi su cui riflettere, ben oltre ai destini del pallone…
Un Mondiale a cui, per la terza volta consecutiva, l’Italia non partecipa, ma con la presenza di molte rappresentative di paesi che hanno consistenti comunità migranti. Ed è stata proprio la curiosità sul modo delle varie comunità di vivere la Coppa del Mondo, di seguire assieme le partite che ha rappresentato la molla di questa trasmissione radiofonica, offrendo un’occasione per parlare dei loro paesi e delle loro comunità.
Il programma di Novaradio in collaborazione con Massimo Cervelli, in avvicinamento al Mondiale di Calcio. Tutti i lunedì alle 12.00, si parlerà del Mondiale che si disputerà in Usa, Canada e Messico, da un punto di vista più politico che sportivo, con uno sguardo ad alcuni dei paesi partecipanti. Lo faremo insieme ad ospiti vari che rappresenteranno il punto di vista delle varie comunità straniere di Firenze e non solo.
Quelli ospitati in Svezia nel 1958 furono i primi Mondiali di calcio in cui la nazionale italiana non riuscì a qualificarsi alla fase finale. Alla competizione del 1958 ed ai suoi “dintorni” è dedicato il volume 1958. L’altra volta che non andammo ai Mondiali (Rogas 2018) di Bruno Barba, ricercatore di Antropologia del Dipartimento di Scienze Politiche – Scuola di Scienze Sociali – dell’Università di Genova, studioso del meticciato culturale e del sincretismo religioso del Brasile, oltre che dei significati antropologici del calcio [gh.t.].
«Nel 1958 la Svezia ospitò un Mondiale elettrizzante e spettacolare, che vide le gesta di Pelé, Garrincha e di un Brasile assurto finalmente alla gloria del calcio dopo la “tragedia del Maracanã” di otto anni prima. Analogie, ricordi, narrazioni del tempo passato che spingono a varie riflessioni. Com’era il Brasile, com’era il mondo, com’era l’Italia e com’era il calcio dell’epoca? Tra speranze di pace e conservatorismo politico, bossa nova brasiliana e l’immortale Volare di Modugno, boom economico nascente e tensioni da guerra fredda, conquiste spaziali e rock and roll, questo testo è l’occasione per focalizzare l’attenzione su “un anno decisivo” come si disse allora. Con il calcio che funge da più che un pretesto per leggere dinamiche sociali, eroi, fatti antichi e nuovi della nostra vita».
Comunicato stampa a firma MARCELLA AMADIO Consigliere Comunale FdI e ALESSANDRO PERINI Consigliere Comunale FdI
“Il sindaco Salvetti intende applicare la norma del Decreto Sicurezza che consente di destinare i fondi della tassa di soggiorno proprio alla sicurezza della città? Il problema sicurezza e del decoro urbano sono fortemente sentiti dai livornesi, per questo, insieme al collega Alessandro Perini, ho presentato un’ interpellanza per chiedere un cambio di passo immediato e concreto, sfruttando le grandi opportunità messe a disposizione dal decreto sicurezza.Si tratta di una norma di buonsenso e mi auguro che l’amministrazione comunale sarà disponibile ad accogliere le nostre istanze.
Oggi infatti i Comuni hanno uno strumento formidabile in più: la legge, infatti, consente di destinare una quota del gettito dell’imposta di soggiorno direttamente al finanziamento della sicurezza urbana. Questo significa poter potenziare il corpo di Polizia Locale, finanziare i turni di lavoro straordinario e assumere personale a tempo determinato, superando i vecchi vincoli di spesa che bloccavano le varie amministrazioni . Inoltre chiediamo a Salvetti di fare totale chiarezza sullo stato della videosorveglianza comunale. Troppo spesso sentiamo parlare di telecamere che poi, all’atto pratico, risultano obsolete o non funzionanti. Vogliamo un report chiaro sullo stato degli impianti e un piano di manutenzione serio.
Infine chiediamo di sapere se il Comune di Livorno intenda finalmente avvalersi di queste risorse per presidiare il territorio. Chiediamo che queste risorse siano destinate anche all’acquisto di ulteriori fototrappole per cogliere sul fatto gli incivili che continuano ad abbandonare i rifiuti ovunque , infischiandosene delle regole, devastando il decoro dei nostri quartieri .Se il turismo porta risorse, tali risorse devono contribuire a garantire sicurezza e decoro per la città”
Un gruppo cybercriminale di lingua cinese fino a poco tempo fa concentrato prevalentemente sul mercato asiatico sta ampliando rapidamente il proprio raggio d’azione verso Europa e Africa. Secondo le analisi pubblicate da Proofpoint, il gruppo chiamato TA4922 ha aumentato sensibilmente il volume delle proprie operazioni nel corso del 2026, prendendo di mira organizzazioni nel Regno […]
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I lavoratori dell’automotive non chiedono di fermare la transizione ecologica. Chiedono invece formazione, investimenti, tutela del reddito e una politica industriale capace di governarla. È questo il messaggio che emerge dalla nuova puntata di “A qualcuno piace verde”, il podcast dell’Alleanza Clima Lavoro curato da Massimo Alberti, dedicata al punto di vista di chi vive ogni giorno il cambiamento nei luoghi di lavoro.
Da anni il dibattito pubblico sulla crisi dell’automotive europeo e italiano è accompagnato da una narrazione ricorrente: la transizione ecologica sarebbe la principale minaccia per il lavoro e per il futuro del settore. L’elettrificazione viene spesso descritta come una scelta imposta dall’alto, osteggiata da chi lavora e destinata a produrre chiusure di fabbriche e perdita di occupazione.
Ma è davvero così?
Per rispondere a questa domanda, la puntata parte dalle testimonianze raccolte a Bologna in occasione del convegno nazionale dell’Alleanza Clima Lavoro “Mobilità sostenibile al lavoro”, svoltosi il 14 e 15 maggio. Dalle voci di lavoratrici e lavoratori di aziende come Bonfiglioli, Caterpillar e Berco emergono preoccupazioni per il futuro occupazionale e per le trasformazioni in corso, ma anche la consapevolezza che il cambiamento tecnologico sia già una realtà e che ignorarlo significherebbe aggravare ulteriormente la crisi del settore.
Nella puntata queste testimonianze vengono messe a confronto con i risultati del rapporto “L’auto in transizione. Il punto di vista delle lavoratrici e dei lavoratori del settore in Italia”, realizzato dall’Alleanza Clima Lavoro su un campione rappresentativo di 501 addette e addetti dell’intera filiera automobilistica italiana: operai/e, impiegati/e, quadri e dirigenti, dalla componentistica alla produzione, fino alla vendita e al post-vendita.
Il rapporto restituisce un’immagine molto diversa da quella troppo spesso proposta nel confronto politico e mediatico. Il primo elemento che emerge è che la transizione non appartiene al futuro, ma è già realtà: secondo le persone intervistate, quattro aziende su cinque risultano oggi coinvolte, in forme diverse, nei processi di trasformazione industriale legati alla mobilità elettrica e sostenibile. Il tema, quindi, non è più se la transizione debba avvenire oppure no.
La vera questione riguarda il modo in cui questo cambiamento viene concretamente governato. Le lavoratrici e i lavoratori del comparto esprimono una forte richiesta di politiche pubbliche per accompagnare la trasformazione. Il 60% giudica inefficaci le misure messe in campo in Italia a sostegno del settore. E si registra una distanza crescente tra la velocità con cui cambiano tecnologie, mercati e processi produttivi e la capacità delle istituzioni di offrire strumenti adeguati per affrontare questa fase.
Un secondo tema centrale riguarda le competenze. Oltre il 90% delle persone coinvolte nel sondaggio riconosce che il settore sta attraversando trasformazioni che richiedono nuove professionalità. Eppure meno del 40% ritiene di possedere pienamente le competenze necessarie per affrontarle. Tecnologie elettriche, digitalizzazione, ricerca e sviluppo, intelligenza artificiale: sono queste le aree considerate più importanti per il futuro dell’automotive.
La formazione rappresenta quindi uno snodo decisivo. Tuttavia il quadro che emerge dall’indagine è tutt’altro che rassicurante. Meno del 60% dei lavoratori ha partecipato ad attività formative negli ultimi tre anni e circa uno su quattro segnala la totale assenza di opportunità di aggiornamento professionale. Una situazione che rischia di ampliare ulteriormente il divario tra esigenze produttive e competenze disponibili.
La ricerca mostra inoltre come la transizione si inserisca in un contesto segnato da forti difficoltà industriali e occupazionali. Cassa integrazione, contratti di solidarietà, delocalizzazioni, esternalizzazioni e uscite incentivate rappresentano esperienze diffuse tra le persone intervistate. Segno che molte criticità del settore precedono la diffusione dell’auto elettrica e affondano le loro radici in problemi e ritardi strutturali dell’industria italiana ed europea.
Il messaggio del sondaggio dell’Alleanza Clima Lavoro è chiaro. Le lavoratrici e i lavoratori dell’automotive italiano non chiedono di fermare il cambiamento: chiedono piuttosto di governarlo in modo adeguato. Due persone su tre ritengono infatti necessario guidare la transizione attraverso investimenti, formazione, sostegno al reddito nei periodi di riconversione e maggiore coinvolgimento dei lavoratori nei processi decisionali.
È questa la prospettiva della giusta transizione che l’Alleanza Clima Lavoro sostiene da sempre: coniugare decarbonizzazione, innovazione industriale, qualità del lavoro e tutela sociale. Perché la vera alternativa non è tra ambiente e occupazione, ma tra una transizione subita e una transizione governata.
In un dibattito pubblico spesso dominato dagli slogan, il sondaggio dell’Alleanza Clima Lavoro restituisce la parola a chi la transizione la vive ogni giorno nei luoghi di lavoro. E il messaggio che arriva dalle fabbriche è chiaro: il cambiamento non va fermato, va governato.
Ascolta la tredicesima puntata del podcast!
L'articolo Transizione verde: parola a chi lavora sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.
Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile mette sul piatto 30 milioni di euro per sostenere gli orfani di femminicidio, contrastare la dispersione scolastica e promuovere la musica come strumento di inclusione sociale. È quanto deciso dal Comitato di indirizzo strategico del Fondo, che ha approvato tre nuovi bandi destinati ai bambini e agli adolescenti più vulnerabili, che saranno avviati nel corso del 2026. Il loro scopo è arrivare dove il disagio sociale rischia di essere più forte: nelle famiglie spezzate dalla violenza, nelle periferie prive di opportunità culturali e tra gli adolescenti che rischiano di abbandonare la scuola e i percorsi formativi.
Tra le iniziative più significative c’è la seconda edizione di “A braccia aperte”, dedicato agli orfani di vittime di crimini domestici. Dopo un femminicidio, infatti, i figli rimasti affrontano non soltanto la perdita di un genitore, ma anche traumi con conseguenze psicologiche, educative e relazionali profonde. Il bando punta a costruire reti territoriali stabili capaci di accompagnare questi minori nel lungo periodo, attraverso interventi multidisciplinari di sostegno.
Il bando “Note di comunità, invece”, punta sulla forza educativa della musica: nelle zone più svantaggiate, in cui la coesione e la società è fragile e gli spazi culturali aggregativi sono poveri, orchestre, bandi e cori giovanili possono essere veri e propri presidi sociali. Il bando vuole sostenere proprio questi progetti musicali, capaci di coinvolgere bambini e adolescenti in esperienze formative e relazionali positive.
Il bando “Futuro per me. Percorsi di seconda opportunità”, invece, vuole essere una risorsa per i giovani tra i 14 e i 21 anni che hanno abbandonato gli studi o sono a rischio di esclusione formativa e lavorativa. L’obiettivo? Intercettare le situazioni più fragili e costruire percorsi flessibili e personalizzati, capaci di riattivare motivazione, competenze e fiducia nel futuro.
Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile è nato nel 2016 da un protocollo d’intesa tra le fondazioni di origine bancaria rappresentate dall’Associazione di fondazioni e casse di risparmio – Acri, il Governo e il Terzo settore, con lo scopo di sostenere interventi sperimentali rivolti ai minori che vivono condizioni di svantaggio economico, sociale e culturale.
A gestire i programmi del Fondo è l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro costituita a questo scopo nel giugno 2016 e interamente partecipata da Fondazione Con il Sud. In questi anni, attraverso bandi e iniziative territoriali, sono stati avviati oltre 800 progetti in tutta Italia, coinvolgendo circa 650mila bambini e ragazzi insieme alle loro famiglie. Le attività hanno messo in rete oltre 10mila organizzazioni tra Terzo settore, scuole ed enti pubblici e privati, con un investimento complessivo di circa 500 milioni di euro.
Le scelte di indirizzo strategico del Fondo sono definite da un apposito Comitato di indirizzo strategico nel quale sono pariteticamente rappresentate le Fondazioni di origine bancaria, il Governo, le organizzazioni del Terzo Settore e rappresentanti di Inapp e dell’Istituto Einaudi per l’economia e la finanza – Eief.
Foto in apertura da Pixabay
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Se leggiamo la notizia di una famiglia distrutta perché uno dei due coniugi fa uso di droga, beh, quasi non è nemmeno una notizia. Ovvio che sia così. Se poi scopriamo che i vicini di casa hanno divorziato perché uno dei due è alcolista, ci dispiace, ma non ci stupisce più di tanto. Quante volte invece abbiamo saputo di separazioni causate dall’azzardo?
Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione Matrimonialisti Italiani – Ami, con casi simili ci ha a che fare spesso. «Le stime ci dicono che circa il 10% delle coppie si separa per motivi legati all’azzardo». Se si considera che in Italia si separano mediamente circa 87mila coppie l’anno – solo quelle eterosessuali, che rappresentano la quasi totalità delle pratiche seguite dai matrimonialisti -, stiamo parlando di circa 8.700 famiglie ogni anno distrutte dall’azzardo. Si tratta però di una stima: non è mai stata condotta in Italia un’indagine epidemiologica sistematica che incroci i dati su chi gioca in modo problematico o patologico con lo stato civile e le variabili familiari.
La correlazione tra gioco d’azzardo patologico e rottura del matrimonio è tra le più solide della letteratura psichiatrica sul gambling. I dati più citati vengono infatti dal Gambling Impact and Behavior Study condotto nel 1999 dal National Opinion Research Center (Norc) per la National Gambling Impact Study Commission statunitense: il tasso di divorzio nel corso della vita è del 18,2% nella popolazione generale, sale al 39,5% tra i giocatori problematici e raggiunge il 53,5% tra i giocatori patologici, quasi tre volte la media. Numeri che erano sostanzialmente validi anche nel 2012.
In Europa uno studio più recente su Bmc Psychiatry (2023), basato sull’intero registro clinico norvegese, ha confermato una prevalenza di separazione e divorzio superiore di circa 5 punti percentuali rispetto ai controlli abbinati per età e genere. Questo non perché i giocatori d’azzardo siano cattivi partner. Piuttosto, perché la dipendenza dal gioco crea sistematicamente condizioni che distruggono le relazioni: inganni finanziari, promesse non mantenute, indisponibilità emotiva, erosione della fiducia. E in oltre la metà delle famiglie colpite, sfocia nella violenza domestica.
A pagare il conto non è solo il coniuge. La letteratura scientifica infatti ha sviluppato il concetto di Affected Others (AOs): ogni giocatore problematico coinvolge negativamente in media dalle 7 alle 8 persone. Tra queste, il partner è la figura più colpita. Inoltre, una studio del 2025 pubblicato su Addiction (Tipping, Wardle, Pryce, Università di Glasgow) ha rilevato un’associazione significativa tra i punteggi di gambling problematico del coniuge e il deterioramento del benessere emotivo e della salute mentale del partner. Uno studio italiano su Frontiers in Psychology (2022, Università di Firenze) ha analizzato i familiari durante il lockdown: il 77% degli Affected Others erano donne, con livelli di paura, stress e ansia superiori persino a quelli dei giocatori stessi.
Quello che l’avvocato Gassani rileva con certezza dal proprio osservatorio è che il profilo tipico del giocatore e della giocatrice è quello del ceto medio e medio-basso, e che è trasversale per età, provenienza geografica e orientamento politico. «C’è una livella alla Totò, pazzesca, quando si parla di azzardo. Nord, Sud, Centro, giovani, meno giovani, non c’è alcuna differenza. E la dipendenza non si nutre di casinò e di grandi puntate: si alimenta di gratta e vinci, schedine, giocate da cinque euro al tabaccaio. Quei giochi che apparentemente sembrano più innocenti sono quelli più pericolosi».
Il meccanismo è insidioso anche dal punto di vista della tracciabilità. «Il denaro viene prelevato al bancomat e usato in contanti, invisibile nei rendiconti bancari. Per quattro, sei mesi vai avanti, ti arrangi, poi esce il bubbone». Il partner si accorge quasi sempre del problema quando il danno è già grave: il mutuo non si paga, la retta scolastica nemmeno, il frigo è vuoto. È quasi sempre l’aspetto economico a portare in tribunale: dopo le bugie e la perdita di fiducia, è l’impossibilità di immaginare un futuro insieme a diventare un ostacolo insuperabile. «Puoi perdonare un tradimento, ma quando non ci sono più soldi, soprattutto se ci sono figli, non c’è psicoterapia che tenga».
Sul fronte del genere, «gli uomini sviluppano dipendenza con maggiore frequenza, ma il trend tra le donne è in crescita». E c’è un’asimmetria nella risposta del partner: «Sono le donne a essere particolarmente intolleranti nei confronti del coniuge dipendente». C’è poi un rischio molto frequente che aggrava ulteriormente la situazione. «Per salvare il salvabile si chiedono soldi in prestito. Gli usurai ci marciano, richiedono interessi a strozzo e si crea un meccanismo criminale da cui è molto difficile uscire». Il problema familiare diventa così anche un problema penale: chi gioca alimenta il mercato dell’usura, che è un reato.
Non solo l’azzardo distrugge i matrimoni, ma il divorzio stesso aumenta il rischio di sviluppare un disturbo da gioco. Lo stesso studio longitudinale norvegese su BMC Psychiatry (2023) ha dimostrato che chi ha vissuto un divorzio ha 2,83 probabilità volte in più, rispetto alla popolazione generale, di sviluppare successivamente un disturbo da gioco. Specularmente, il matrimonio funziona come fattore protettivo: chi è sposato ha probabilità inferiori del 43% di sviluppare una dipendenza da azzardo.
Il legame affettivo stabile, in altre parole, funziona come ancora di prevenzione. Mentre la sua perdita è una vulnerabilità. Si identifica così un meccanismo circolare: l’azzardo distrugge il matrimonio e la rottura del matrimonio può alimentare ulteriormente l’azzardo.
Sul piano legale, la giurisprudenza italiana ha riconosciuto che il disturbo da gioco d’azzardo, quando compromette i doveri coniugali di assistenza morale e materiale e provoca un danno grave al coniuge o ai figli, in particolare attraverso la dilapidazione del patrimonio comune, può giustificare l’addebito della separazione al coniuge giocatore, purché sia fornita prova del nesso causale. Le conseguenze sono significative: la perdita del diritto all’assegno di mantenimento e, in caso di divorzio, la perdita dei diritti successori.
L’addebito tuttavia non è automatico: il giudice valuta caso per caso, e anche in caso di addebito, se il coniuge dipendente si trova in stato di bisogno ha diritto al sostentamento minimo, non al mantenimento completo. Il problema pratico, segnalato dagli avvocati matrimonialisti, è che il coniuge giocatore è quasi sempre diventato un nullatenente, rendendo difficile l’esecuzione dei suoi obblighi.

Gassani avanza una proposta concreta: una tessera personale del giocatore, con un tetto massimo di spesa, esaurito il quale non si può più giocare. Una soglia oltre la quale il sistema si blocca automaticamente. «L’azzardo patologico è un problema sociale e a volte, per proteggerlo, bisogna violare principi di libertà individuale». Perché il conto dell’azzardo, alla fine, non lo paga solo chi gioca.
In apertura, fotografia di Samuel Yongbo su Unsplash
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A leggere il nuovo “2026 Cloud Security Report” realizzato da Check Point insieme a Cybersecurity Insiders, sembra proprio che l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle aziende stia crescendo più rapidamente della capacità delle organizzazioni di proteggerla. Il report, basato sulle risposte di 1.042 professionisti IT e cybersecurity provenienti da organizzazioni di tutto il mondo, mostra un quadro […]
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Das aktuelle HBradio 3/2026 steht ab sofort auf der USKA-Website zum Download bereit.
Die Ausgabe bietet eine breite Palette an technischen Fachartikeln, Expeditionsberichten und Verbandsmitteilungen.
Einige Highlights dieser Ausgabe:
Das Heft kann von Mitgliedern im geschützten Downloadbereich heruntergeladen werden.
Published: HB9HGH 2026-05-28 12:43:17
Le campagne di SEO poisoning non sono certo una novità nel panorama cybercriminale. Da decenni gli attaccanti manipolano i motori di ricerca per spingere siti malevoli tra i primi risultati, inducendo gli utenti a scaricare malware credendo di visitare pagine legittime. Ma una nuova campagna analizzata da Microsoft Security Blog mostra un’evoluzione particolarmente interessante del […]
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Straordinaria giornata a Gallarate sabato 23 maggio nella sede del Sindacato Generale di Classe che ha convocato una Conferenza Operaia a cui hanno partecipato avanguardie di lotta da tutta Italia.
Ero presente con altri compagni del nostro Partito per ascoltare e approfondire il rapporto con la classe operaia.
Sono stati trattati diversi temi e relazioni su luoghi specifici, ma in ognuno di essi emergeva il nesso generale che lega le lotte di queste avanguardie.
Il tema del salario, il tema della sicurezza del lavoro e il tema della guerra imperialista.
Con mio grande piacere alla fine sono stato anche invitato a portare il saluto del Partito. Ho quindi fatto emergere qualcosa che è implicito nei discorsi fatti durante la giornata, ossia il ruolo nazionale che la classe operaia svolge nel nostro Paese, così come negli altri.
Perché la rivendicazione salariale non è un tema corporativo, ma coinvolge l’interesse di sviluppo e innovazione di una nazione?
Il padronato è sempre stato bravo a demonizzare le rivendicazioni salariali in nome del superiore interesse dell’azienda. È il vecchio apologo di Menenio Agrippa, in cui lo stomaco esalta la propria funzione indispensabile rispetto alle varie membra. In realtà, vediamo che l’abbassamento della conflittualità e la costante compressione dei salari nei decenni ha fatto fare enormi passi indietro all’intera economia nazionale, in quanto la competizione rispetto ai costi non viene sviluppata attraverso innovazione e ricerca, ma solo abbassando la qualità del prodotto. i padroni si lamentano della bassa produttività italiana, di cui però sono loro gli unici responsabili e non chi esegue i lavori. Essendosi impossessati in prima persona delle leve della politica e avendo ridotto questa a mera cinghia di trasmissione dei loro diktat, tutti i governi che si sono succeduti non hanno svolto alcuna funzione dirigente. Gravissima quindi anche la corresponsabilità che portano i sindacati concertativi, avendo avallato questa tendenza che ha portato alla situazione di sottosviluppo odierna.
Perché le privatizzazioni fanno male alla società?
I lavoratori dell’ATM di Milano rappresentano un baluardo di lotta anche contro il tentativo di privatizzare una delle più antiche e prestigiose aziende italiane. La loro lotta difende non solo il loro posto di lavoro, ma il servizio pubblico per tutti i cittadini. Si osservi come, dopo avere spolpato le aziende pubbliche, in tutto il mondo occidentale si sta facendo un passo indietro. Portiamo come esempio quello delle ferrovie inglesi, privatizzate dalla Thatcher e ora al collasso. Ma la situazione di sanità, trasporti, ecc. è ormai una evidenza incontestabile. Naturalmente, solo il controllo operaio all’interno dell’azienda pubblica può garantire che essa non venga piegata a interessi clientelari.
Perché la sicurezza nelle aziende non garantisce solo i lavoratori all’interno, ma tutti i cittadini all’esterno?
In Italia 3 morti al giorno sul lavoro. E la tendenza non diminuisce. Si vedono anche casi in cui a perire sono anche i piccoli padroncini che prendono appalti sotto costo, anche da commesse pubbliche, e poi tagliano i costi nell’unico modo che la parte debole può fare, la sicurezza, un tiro di dadi sperando che vada bene. Per le grandi aziende invece impunità più totale. Ma se si taglia sulla sicurezza, vuol dire che si è tagliato anche su tutto il resto della qualità del prodotto o del servizio. E quindi è tutto il sistema che è compromesso. Sicurezza per i lavoratori, significa qualità, qualità di ciò che si produce, che si crea, barriera contro chi inquina il lavoro offrendosi sottocosto.
Perché contro la guerra?
Perché, quando si smette di produrre auto e si passa a produrre carri armati, si distrugge ricchezza e l’intera nazione ne paga le conseguenze. Non è solo furto da parte dei padroni delle aziende produttrici di armi, è saccheggio con distruzione di ricchezza. Non lasciamoci ingannare dal “keynesismo militare”, esso ha funzionato nel centro della cittadella imperialista, quando lo ha pagato tutto il resto del mondo sottomesso.
Perché la classe operaia è l’unica che può dichiararsi classe “nazionale”?
Perché è l’unica che può incarnare l’interesse generale di una nazione. Perché i suoi interessi – il salario, lo sviluppo, la sicurezza, il benessere, la pace – sono gli interessi di tutti e non di una sempre più ristretta minoranza.
Il Partito Comunista si batte perché la classe operaia riprenda la propria coscienza del proprio ruolo storico, così come lo avuto nel recente passato, al di là delle sconfitte momentanee.
L'articolo IL RUOLO DELLA LOTTA DI CLASSE OPERAIA NEL CONTESTO NAZIONALE proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.
L’epoca d’oro dei bug bounty potrebbe stare entrando in una nuova fase molto più complessa. HackerOne, una delle piattaforme più importanti al mondo per la segnalazione responsabile di vulnerabilità, ha drasticamente ridotto le ricompense economiche del proprio programma Internet Bug Bounty (IBB), provocando forti reazioni nella comunità dei ricercatori di sicurezza. Secondo quanto riportato da […]
L'articolo HackerOne taglia drasticamente le ricompense dei bug bounty proviene da Securityinfo.it.

Stella danzante, cosa ti condurrebbe sulla cima di una montagna, nel cuore di una foresta o… lungo i sentieri della parola?
Le tue gambe e… la poesia!
Via Alfieri è lieta di presentare la Sagra della Poesia Terrestre!
Si terrà presso il rifugio-cascinale Il Vespaio, nel Parco dell’Acquerino, a due passi dalla sorgente del Bisenzio, sabato 20 e domenica 21 giugno, per il solstizio d’estate.
La Sagra è un momento di festa e riscoperta, ed è anche un invito a chi pratica, legge, odia o ama l’arte dei versi a unirsi per condividere, conoscere e conoscersi, riconoscerci magari, poi chissà.
Strada Comunale di Luogomano 89, Cantagallo, PO.
🗺️https://maps.app.goo.gl/KuDWr2eXoDVqF8g27
Ma è meglio cercare "Bivio per rifugio il Vespaio" (https://maps.app.goo.gl/oRnCAfZesFvCCuu5A) e da lì seguire la strada sterrata fino al monumento partigiano, dove si può lasciare l'auto.
Sabato 20 giugno
16.00-16.30 | Ritrovo al monumento partigiano e camminata (circa 30’) con guida ambientale nel Parco dell’Acquerino, fino al rifugio 📯
18.00-20.00 | Poesia e viaggio:
La via del loto, con Luca Buonaguidi 🖋️
Pastorale. Beatrice di Pian degli Ontani e i poeti della montagna, con Paolo Ciampi 📖
20.00-21.00 | Convivio serale 🍻 +🍷+ 🥗
20.30-22.00 | Anti-slam, nomenomen con Ossi di Nutria 🎙️
22.00-23.30 | Lorena e Saul, Via Alfieri + Elena Romano (versi e musica e Saturno) 🎙️+ 🎹 + 🪐
23.30-01.00 | Apollinaire, menestrellerie degli Apollineo + microfono aperto accanto al fuoco 🎤+ 🎸+ 🔥
Domenica 21 giugno
10.00-11.00 | Colazione dei campioni 🥐+ ☕
11.00-13.00 | Libere letture viandanti, passeggiata poetica nel bosco guidata da Altavoz🌲+ 🐿️
13.00-14.30 | Lauto pasto e succo di sole 🥙+ 🥪+ 🧃
14.30-15.30 | Arcani inventati, vecchienuove canzoni di Frateasino 🎤+ 🎸
15.30-16.30 | Dell’amore e della natura. Omaggio a fumetti a Beatrice di Pian degli Ontani, con l'autrice Silvia Rocchi 📖
16.30-∞ | Domenica bestiale, Apollineo ad libitum 🎤+ 🎸
(Non fosse chiaro: almeno tre momenti del programma sono predisposti per la libera espressione dei partecipanti. Altri certamente da sé verranno. Ricorda, oltre al sacco-a-pelo, di portare i tuoi versi!)
Il posto è raggiungibile solo a piedi, con una camminata di circa trenta minuti dal punto in cui si può lasciare l’auto (in caso di necessità sarà comunque prevista una Panda-navetta). Ci sarà la possibilità di rimanere a dormire al rifugio nella notte tra sabato e domenica (lo consigliamo caldamente!), montando una tenda fuori oppure all’interno, in uno dei numerosi posti letto disponibili. Tutto è del tutto gratuito tranne i pasti, preparati con amore dai ragazzi del Vespaio.
Facci sapere se ci sarai, è importante per organizzarci al meglio, compila questo modulo: sagrapoesia.vado.li

Nella notte tra il 31 dicembre 2015 e l’ 1 gennaio 2016 a Colonia, in Germania, sono avvenuti fatti gravissimi. Fatti che nonostante fossero già di per sé estremamente gravi sono stati fin da subito cristallizzati e presi in ostaggio dal frame dello scontro fra civiltà rendendo estremamente difficile leggere gli eventi semplicemente per quel che son stati privandoli dei colori attribuitigli da teorie preconcette capaci solo di provocare reazioni isteriche.
Per meglio tentar di comprendere cosa sia avvenuto quella notte a Colonia é però utile farsi prima un’idea generale del luogo e contesto in cui sono avvenuti.
Ma prima ancora della lettura, un assaggio di “superiorità morale dei giovani occidentali”, giusto per far sbollire un po gli animi ricordando che la realtà non é fatta di monolitici bianchi e neri ma di una serie infinita di colori e sfumature che si fondono e si separano continuamente.
https://www.youtube.com/watch?v=WndSJTO5BvY
[il post é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale]
Questo post é organizzato in cinque sezioni:
Colonia, con il suo milione d’abitanti che quasi raddoppiano considerando l’agglomerato urbano che immediatamente la circonda, é la più grande città della Renania Settentrionale-Westfalia. E’ la quarta città della Germania per dimensioni. Si trova più o meno a metà strada tra Düsseldorf e Bonn, da cui dista rispettivamente 34Km e 24Km circa, con le quali forma la “regione metropolitana Colonia-Bonn“. Colonia, quindi, pur essendo formalmente una città da un milione di abitanti, che diventano quasi due con l’hinterland, é in realtà il centro vitale di una “città estesa” di oltre tre milioni di abitanti.
Sviluppata sui due lati del fiume Reno, il centro città vero e proprio é l’Innenstadt, nel cui cuore si trova la città vecchia divisa in Altstadt-Sud ed in Altstadt-Nord. Quest’ultima rappresenta il centro del centro: é nell’Altstadt-Nord che sorgeva la città romana su cui si é sviluppata la città moderna, che si trovano il Duomo, l’Alter Markt (il mercato vecchio), le principali aree pedonali e la stazione centrale dei treni.

L’Innestadt di Colonia, a forma di mezzaluna, al cui interno troviamo l’Altstadt-Nord (in verde) e l’Altstadt-Sud (in rosso)
Come in tutta la Germania, durante il boom economico tedesco degli anni ’60 e primi ’70, Colonia ha visto una fortissima immigrazione di lavoratori chiamati soprattutto dalla Turchia ed in misura minore anche dall’Italia e altri paesi mediterranei. La regione della RenaniaSettentrionale-Westfalia é la più ricca della Germania ed in assoluto una delle regioni più ricche d’Europa. Qui l’industria pesante del carbone e dell’acciaio ha contribuito al miracolo economico tedesco nel secondo dopoguerra e non stupisce che quindi sia stata quella col maggior tasso d’immigrazione. Non stupisce nemmeno che la maggior parte degli immigrati sia giunta proprio dalla Turchia, dato il secolare rapporto tra Turchia e Germania. Giusto per dare un’idea di misura: ad oggi nella regione del Nord Reno-Westphalia vive 1/3 dei tedeschi d’origine turca.
Per i primi trent’anni si può parlare di convivenza più che di vera e propria integrazione: inizialmente i lavoratori giungevano come Gastarbeiter (lavoratore-ospite) con un contratto triennale non estendibile Ma già alla fine degli anni ’60 questo limite venne meno soprattutto per il volere delle aziende cui un turnover triennale stava stretto. Negli anni a cavallo tra i ’60 ed i ’70 si vedono arrivare numerosi mogli e figli degli operai per ricongiungimento famigliare. La popolazione tedesca, non essendo etnicamente molto diversificata, accoglie questi lavoratori temporanei con un certo scetticismo.
Nel 1973 a Colonia nasce il centro di cultura islamica.
I nuovi arrivi provocano qualche brusio di risentimento razziale in tutto il paese. Dopo il colpo di stato in Turchia del 1980 si assiste ad una nuova ondata migratoria, stavolta di richiedenti asilo. La tensione razziale sale ed il discorso pubblico vede favorevolmente azioni di contenimento degli arrivi e di aiuti economici a chi decidesse di tornare ai luoghi d’origine ma tali progetti si risolsero in un nulla di fatto: si stava giungendo alla seconda generazione ed i nati in Germania non erano intenzionati a lasciare la Germania per il paese d’origine dei genitori che non avevano mai visto.
Dal 1984 a Colonia ha sede l’unione turco-islamica degli affari religiosi, una delle più grandi organizzazioni religiose tedesche. Dal 1986 sempre a Colonia ha sede il concilio islamico per la Germania e dal 1989, sempre a Colonia, ha sede la comunità alevitica tedesca.
Gli anni ’80 vedono rinvigorirsi numerosi focolai neonazisti che organizzano manifestazioni ed atti violenti a sfondo razziale, inclusi incendi ed omicidi che hanno un picco tra il 1990 e ’92, immediatamente dopo il crollo del muro di Berlino, e proseguono durante tutto il decennio della riunificazione delle due Germanie fino ai primissimi anni del 2000.
Dal 1994 proprio a Colonia ha sede il consiglio generale dei mussulmani in Germania. La città si conferma un punto di riferimento per le diverse comunità islamiche tedesche.
Tuttavia é proprio durante gli anni ’90 che si vede maturare un netto e costante distanziamento dell’opinione pubblica da queste manifestazioni estremiste.
Dati del 2011, anno dell’ultimo censimento, relativi alla sola città di Colonia riportano che su poco più di un milione di abitanti, 147.603 é cittadino tedesco ma ha un “background migratorio”, 117.343 sono cittadini provenienti da paesi extraeuropei (metà di questi dalla sola Turchia) e 55.502 sono cittadini provenienti da altri paesi europei
[Purtroppo non abbiamo trovato dati relativi all’agglomerato urbano che circonda immediatamente la città, pur sapendo che é abitato da circa 800.000 persone o dell’intera regione. Partendo però dal presupposto che solitamente chi arriva in Germania dal di fuori dell’Europa ha un tenore economico mediamente basso, così come i turchi-tedeschi, si può supporre che la percentuale di cittadini extraeuropei nell’hinterland di Colonia sia maggiore di quello rilevato al centro]
A marzo 2015 risultavano esserci circa 5500 rifugiati a Colonia, numero oggi sicuramente maggiorato dal drammatico aumento migratorio degli ultimi mesi, considerando che nel solo settembre 2015 sono giunti in Germania tra i 270.000 ed i 280.000 rifugiati: più del totale di arrivi dell’intero 2014. Ci si aspetta circa un milione di nuovi rifugiati durante il 2016.
Tentando di fare una fotografia della situazione dei turchi-tedeschi tra il 2001 ed il 2010 si potrebbe riassumere così: convivenza sufficiente, integrazione non sufficiente. Proprio la più ampia delle minoranze presenti sul territorio tedesco é quella che presenta il tasso d’integrazione tra i più bassi.
Anche in Germania, dopo il 2001, il sentimento anti immigrati é stato catalizzato dall’anti-islamismo conseguentemente ai fatti dell’ 11 settembre.
Giunti alla terza generazione, nella scena pubblica sono oramai presenti numerosi artisti e sportivi di origine turca, tuttavia il tasso di abbandono scolastico é molto più alto tra i turco-tedeschi e conseguentemente lo status economico che questi raggiungono é mediamente inferiore rispetto alla media nazionale. Per i turco-tedeschi l’accesso al credito é mediamente più difficoltoso ed hanno più probabilità di ottenerlo da banche turche che da banche tedesche.
Come quasi sempre nei casi d’integrazione culturale, anche qui é facile osservare sia una certa resistenza sommessa da parte della popolazione tedesca ad un’integrazione effettivamente compiuta che un rafforzamento del sentimento identitario dei turco-tedeschi, il che non giova a favore di un maggiore avvicinamento culturale.
Negli ultimi quattro-cinque anni vi é stato un rapidissimo sviluppo di questi equilibri: la Germania é uno dei paesi europei in cui si é stabilito un numero elevatissimo di migranti e rifugiati e sia per la quantità che per la rapidità con cui ciò é avvenuto era quasi inevitabile non nascesse del malcontento, soprattutto laddove esisteva già un qualche tipo di disagio (per esempio nell’area dell’ex-DDR, economicamente più arretrata rispetto all’ovest). Come negli anni ’60, la ricchissima area di Colonia é stata ovviamente una delle mete preferite dai migranti.
Appena fuori dall’Innenstadt é stata da poco realizzata una grande moschea dal design futuristico commissionata da un’organizzazione di turchi-tedeschi.

fonte: Wikipedia
Nel 2007, all’annuncio della costruzione, hanno protestato associazioni di estrema destra provenienti anche da Austria e Belgio, ma si é trattato di episodi marginali relativi a poche centinaia di persone di chiaro indirizzo neonazista.

(2007) 150 membri di Pro-Köln marciano protestando contro la costruzione della moschea Fonti: Telegraph e Spiegel
Anche a Colonia si registrano episodi di razzismo quotidiano del tutto esplicito; in alcuni locali notturni a Colonia i buttafuori impediscono l’ingresso a chi non é di pelle bianca.
Nel 2014 a Dresda (ex DDR) viene fondata Pegida, un movimento politico a puro carattere anti-islamico che conquisterà un certo rapido successo: a gennaio 2015 capeggerà una marcia di 25.000 persone in una manifestazione contro gli attacchi di Parigi ed a giugno otterrà quasi il 10% dei voti alle elezioni municipali di Dresda. Il caso di Pegida, per quanto contenuto, suona però come campanello d’allarme in quanto manifestazione di un sentimento anti-immigrati ed anti-islamico molto più diffuso, trasversale, esplicito e socialmente accettato rispetto a solo pochissimi anni prima.

Fonte: Independent
Il 26 Ottobre 2014 a Colonia migliaia di hooligans anti-islam (HoGeSa) ubriachi manifestano violentemente provocando forti scontri con passanti e polizia. La manifestazione aveva destato scalpore e tensione fin dal suo annuncio. Da un’altra parte della città é organizzata una contro-dimostrazione cui partecipano circa 10.000 persone. Ci sono scontri nell’area intorno alla stazione (link 1, link 2). in quanto tra gli 800 ed i 1000 contro-dimostranti di sinistra tentano di impedire agli hooligan di HoGeSa di uscire dalla stazione. Cannoni ad acqua, spray urticanti, arresti da entrambe le parti.
A metà dicembre 15.000 persone rispondono ai fatti di fine ottobre manifestando contro il razzismo.
In quegli stessi giorni Pegida indice una manifestazione a Colonia per il 5 gennaio successivo. L’arcidiocesi della città reagisce spegnendo le luci della Cattedrale.
Ai primi di settembre 2015 un’eccezionale ondata migratoria proveniente principalmente dalla Siria al suo quarto anno di guerra, migliaia di tedeschi s’attivano e manifestano a favore dell’accoglienza ai rifugiati. Anche a Colonia e Bonn associazioni si organizzano per portare un primo conforto ed appoggio ai rifugiati che giungono coi treni.

Fonte: Fanzeit
Più di recente, il 17 ottobre 2015, il giorno prima del voto alle elezioni comunali la candidata sindaco Henriette Reker (58) é stata pugnalata gravemente al collo da un disoccupato quarantaquattrenne noto per le posizioni vicine all’estrema destra neonazista negli anni ’90 che disapprovava le posizioni liberali della Reker a favore dei rifugiati. 24 ore più tardi il voto eleggerà la Reker a nuovo sindaco, che ne riceverà l’annuncio dall’ospedale.
La Germania insomma ha maturato oltre mezzo secolo di rapporti intensi con comunità di immigrati, soprattutto di religione islamica provenienti dalla Turchia. Tra alti e bassi ha tutto sommato intrapreso una strada che punta attivamente all’integrazione culturale ma oltre a scontrarsi con la resistenza che s’incontra spesso in questo tipo di situazioni, l’attuale crisi dei rifugiati e gli attentati terroristici su territorio europeo, stanno alimentando sempre più sentimenti xenofobi e reazionari che non mancano di manifestarsi in maniera violenta. In Germania la polarizzazione su immigrazione ed islam é decisamente maggiore, più organizzata e manifesta rispetto alla situazione italiana.
La quarta città per grandezza della Germania é la seconda per tasso di criminalità. Dal 2003 il crimine più diffuso é il borseggio, perlopiù da parte di persone provenienti dal’ Africa del Nord che mirano al furto di smartphone. Negli ultimi tre anni vi sono stati 11.000 casi di furti e violenze in città. I giorni di carnevale registrano un’impennata dei borseggi. Il secondo crimine per frequenza sono i furti per cui la polizia accusa soprattutto bande dell’est Europa che non vivono in città. I borseggi in particolare sono d’interesse per quanto riguarda i fatti presi in esame in questo post. Un gran numero di questi avviene nei dintorni della stazione dei treni. Come avvisa il sito di publica utilità della polizia tedesca i casi più frequenti riguardano situazioni di ressa (tipo i mercatini di Natale) e sono effettuati soprattutto da stranieri che mirano tendenzialmente ai portafogli posti nelle tasche posteriori, che contano sull’annebbiamento della vittima che abbia alzato un po il gomito durante una giornata di festa. Altro metodo ben conosciuto dalla polizia tedesca é distrarre la vittima spintonandola mentre un complice la deruba, ma soprattutto é noto che questo tipo di furti avviene più con azioni fulminee e “fisiche” e non con silenziosa destrezza e sono compiuti perlopiù da persone provenienti dal’ Europa dell’est e dall’Africa del Nord. Un’altra variante é quella di distrarre la persona toccandola. Un’ulteriore variante meno usata é quella di circondare la vittima in gruppo impedendole ogni tipo di movimento per poi dividersi rapidamente dopo averla derubata. La polizia della Renania Settentrionale-Westfalia diffonde manuali come questo per prevenire i numerosi casi di taccheggio. La zona della stazione é luogo di spaccio di gruppi di nordafricani che non di rado si danno pure al taccheggio.

Altstadt-Nord. In Rosso é indicata la piazza tra Stazione e Duomo. In giallo la piazza del chiostro e più a sud la Roncalliplatz. La linea verde sul tetto del Duomo indica 100 metri.
La Bahnhofsvorplatz é una piazza pedonale di forma triangolare che, come dice il nome, sorge dinnanzi alla stazione centrale dei treni di Colonia che ne occupa il lato est. Sul lato ovest ci sono un paio di palazzi e l’angolo di una chiesa mentre a sud c’é il maestoso Duomo la cui base é cinque-sei metri più in alto rispetto alla piazza della stazione. Tra la piazza e il Duomo c’é la Trankgasse, una strada percorsa da automobili che però si oltrepassa facilmente con un sovrapassaggio che funge da scalinata del Duomo. Proseguendo verso il centro, proprio attorno al Duomo s’incontrano altre due piazze pedonali: la piazza del chiostro ad ovest e la Roncalliplatz a sud.
La stazione di Colonia é molto grande. Ci passano giornalmente 280.000 persone. Tra i negozi e ristoranti al suo interno si trova sempre tantissima gente.
L’area attorno al Duomo e della stazione é comunemente nota come un luogo di taccheggio e spaccio di Marijuana in cui stazionano regolarmente bande di spacciatori-taccheggiatori prevalentemente di origine nordafricana. Non é un mistero: chiunque abiti a Cologna lo sa ed é pure indicato nelle guide per i turisti. Lo scorso luglio una retata della polizia ha identificato una rete di 40 persone che operavano in quelle piazze.
L’intera area é dunque un’importante zona di passaggio: impossibile andare in centro a Colonia senza passare dalla zona della stazione. Da qui si passa per attraversare l’Hohenzollernbrucke: uno dei tre ponti che collegano il centro all’altra sponda del Reno su cui le coppiette attaccano i lucchetti.

Nella notte di San Silvestro migliaia di persone si recano a Colonia per ammirare i fuochi d’artificio. Il capodanno di Colonia é “IL” capodanno del Reno Settentrionale-Westfalia ed attira anche numerosi turisti stranieri. Famiglie con bambini, compagnie di amici e coppiette in giro dappertutto. Come ad ogni capodanno ci si ritroverà con gli amici, si brinderà assieme con birra e spumante, si faran scoppiare i petardi e così via.
Un tipico capodanno tra amici per le strade di Colonia é più o meno come in questo video del 31 dicembre 2014:
E lo spettacolo di fuochi che ci si aspetta attorno alla mezzanotte é questo:
Come in ogni capodanno, o meglio, come in ogni grande evento di piazza, esattamente come avviene in tantissime città del mondo, si verificano numerosi casi di borseggio e molestie, ci saranno compagnie di ragazzi ubriachi, incidenti coi petardi e pure qualche rissa. (Nell’ultima edizione dell’Oktoberfest sono stati denunciati 40 casi di molestie, nessuna delle quali a carico di “nordafricani o immigrati”)

I luoghi principali in cui si svolge il capodanno nel centro di Colonia sono grossomodo le aree pedonali dell’Altstadt-Nord che vanno dalla stazione dei treni e l’adiacente duomo alla piazza alberata dell’Heumarkt ed il lungarno. Alla mezzanotte molte persone si spostano sul lungoreno e sui ponti per ammirare lo spettacolo dei fuochi d’artificio.
19:00 Una ragazza viene circondata da 5 persone ed afferrata mentre cammina
19:30 Parcheggio della stazione. Una ragazza si trova all’interno della propria macchina ferma. Un uomo le bussa sul finestrino e le indica di guardare le ruote. La ragazza esce dal veicolo e vi gira intorno osservando le ruote. Rientrata nell’abitacolo scopre che la sua borsetta é scomparsa.

eventi tra le 19 e le 21 (dati aggiornati all’ 11/01/16)
20:30 Nella Banhofsvorplatz (la piazza antistante la stazione dei treni, indicata in rosso nell’immagine sopra) inizia a formarsi una folla composta da diverse centinaia di persone, perlopiù di origine nordafricana.
21:00 Nella piazza sono presenti circa 400/500 persone, quasi esclusivamente giovani uomini nordafricani e mediorientali tra i 15 e 35 anni. Alcuni stanno in piedi divisi per gruppetti nella piazza a far esplodere petardi. Altri stanno sulle gradinate del Duomo a guardare la scena. Per terra ci sono bottiglie di birra. Sono molto rumorosi. Si sentono continui fischi dei mazzetti in volo e ogni volta che uno di questi esplode si sentono fischi e “Oooooh”. Una persona viene derubata all’interno della stazione. Decine di cellulari riprendono quel che succede. Alcuni gruppetti lanciano pericolosamente i petardi addosso ad altri gruppetti in un “gioco” decisamente irresponsabile. Alcune delle persone che escono dalla stazione preferiscono aggirare in fretta il centro della piazza piuttosto che passare in mezzo alle esplosioni. Qualcuno si ferma a vedere che succede. C’é un caso di accoltellamento per cui arrivano la polizia ed un’ambulanza ed altre risse.
21:30 Polizia locale, polizia federale e rappresentanti del comune tengono un briefing sulla situazione alla piazza della stazione. Si propone di far intervenire la polizia antisommossa per le 22:00

eventi tra le 21 e le 22 (dati aggiornati all’ 11/1/16)
22:00 La folla davanti alla stazione si é fatta più aggressiva. Chi passa di lì ne é intimorito. Molti di loro sono ubriachi ed “inconsapevoli di dove si trovassero“. Probabilmente molti han consumato anche droghe. Le bottiglie di birra vuote vengono frantumate per terra. Ci sono diverse chiazze di vomito. Lo scoppio continuo di petardi rende il tutto ancor più caotico. Ad ogni passo si calpestano vetri rotti. Due uomini bloccano delle donne vicino alla cattedrale e queste, urlando, tentano di reagire. Ci sono diverse risse nella stazione e la polizia tenta di contenerle ma sono troppe e c’é una difficoltà oggettiva nel focalizzarsi su ogni singola rissa. Si sente una ragazza urlare, piangere e scappare da un uomo che le urla contro puntandole il dito per poi inseguirla assieme ad altri. C’é un secondo briefing tra le polizie ed il Comune. L’intervento della polizia antisommossa é rimandato alle 22:30. Ubriachi lanciano petardi addosso ad altra gente. Iniziano le prime aggressioni: branchi da 2 fino a 20 persone individuano delle vittime, quasi esclusivamente giovani ragazze, le circondano e continuando a camminare al passo delle vittime vi si stringono addosso impedendone la fuga. A questo punto diverse mani iniziano a toccare aggressivamente la vittima da più parti: mani sul sedere, mani sul seno, tra le gambe. Mani che afferrano le braccia e che tirano la giacca. In alcuni casi mani che s’infilano dentro ai pantaloni. Intanto il branco rivolge frasi oscene alle vittime, le chiama “Bitch” o “Schlampfe” (Troia) e gli dice “Ficki, Ficki” (Scopiamo, scopiamo). Una macchina della polizia sosta davanti al Duomo e viene bombardata di petardi.
22:15 Una donna viene assalita e toccata mentre esce dalla stazione. Contemporaneamente c’é un tentativo di rubare la borsa del marito.
22:25 In piazza giungono dieci poliziotti antisommossa.
22:30 Due ragazze vengono assalite all’ingresso della stazione. Gli assalitori le toccano dappertutto, compresi i genitali. (Si tratta dell’episodio più grave e che porterà a due denunce per stupro). Una ragazza passa nel bel mezzo di una folla. Successivamente si accorge di esser stata derubata. Un petardo esplode sulla spalla di una ragazza ustionandola. Un’altra ragazza giunta da Bonn testimonia che scesa dal treno vede in stazione quasi esclusivamente maschi nordafricani. Ubriachi. La folla é tanto densa da potersi a malapena muovere e diverse mani la toccano sul sedere. “non avevano la sensazione di star facendo qualcosa che é vietato”
22:40 Un ragazzo e due ragazze alla stazione. Mentre queste vengono circondate e toccate lui viene derubato.
22:50 Tutte le squadre antisommossa sono ora nel piazzale. Sei tratta di 142 poliziotti. All’interno della stazione invece ci sono 70 poliziotti federali i quali determinano che all’interno della stazione c’é un grande numero di uomini e ragazzi.

eventi tra le 22 e le 23 (dati aggiornati all’ 11/1/16)
23:00 Le persone radunate nella Banhofsvorplatz adesso sono circa un migliaio. Secondo alcuni 1.500. Più rumore, più petardi. Più caos. C’é una situazione caotica con gente “completamente disinibita” che urla, fumo di petardi esplosi ovunque. Gran parte delle persone é ubriaca o intossicata. Nessuno si cura più di tanto della presenza della polizia. Si stanno verificando ancora aggressioni all’interno della folla ma la polizia antisommossa non se ne accorge. Passa un’ambulanza e viene bersagliata di petardi. In un angolo della piazza alcuni stanno litigando. Altre risse. Per la maggior parte sono ragazzi e giovani uomini nordafricani o mediorientali. Non é più una situazione tranquilla: raggiungere la stazione dei treni é ora oggettivamente pericoloso per i passanti e le persone in piazza si stanno facendo aggressive. Alcuni ragazzi si sono messi a far scoppiare petardi nel bel mezzo dell’adiacente sottopasso impedendo l’eventuale passaggio delle automobili. Nel frattempo sono giunte diverse macchine e camionette della polizia. Un’altra ragazza testimonia di esser stata toccata nelle parti intime più o meno a quest’ora nel piazzale della stazione.
https://www.youtube.com/watch?v=FrNUwzUTVSI
23:15 Due ragazze vengono circondate e toccate dalla folla. Cade la borsetta. Vengono derubate di cellulare, contanti e gioielleria. La polizia decide di sgomberare la scalinata del Duomo.
23:30 La polizia decide d’intervenire prima che accada qualcosa di grave ed inizia lo sgombero della piazza. Con qualche difficoltà circondano la zona ed iniziano a disperdere le persone presenti allontanandole dalla zona della stazione. La polizia di Colonia informa della situazione la LZPD, l’organo di coordinamento delle polizie del Länder. La LZPD chiede se siano necessari rinforzi ma la polizia di Colonia dichiara di non ritenerlo necessario.
23:35 La polizia inizia a sgomberare la scalinata del Duomo.
23:40 Una ragazza si trova nella folla. Viene toccata e derubata.

principali eventi tra le 23 e le 24 (dati aggiornati all’ 11/1/16)
00:00 Mezzanotte: festeggiamento del nuovo anno.
00:05 Ragazza viene toccata sul sedere da stranieri. In seguito si accorge che le é stato rubato il cellulare.
00:15 La scalinata del Duomo é ora sgombra.
00:20 Vittima testimonia di esser stata “toccata dappertutto”
00:27 Il grosso dei festeggiamenti é finito e da questo momento in poi molte persone dovranno recarsi alla stazione per tornare a casa. La polizia decide di riaprire l’accesso alla piazza e alla scalinata. Sempre la polizia dichiarerà successivamente che da questo momento la situazione in piazza si era “calmata notevolmente”
00:30 Madre e figlia vengono assalite. Uno degli assalitori tenta di baciare la ragazza mentre un’altro le tira fuori il portafoglio dalla borsa. Una ragazza viene circondata da 5 uomini che tentano di toccarla sotto alla gonna mentre un’altro le strappa via la borsetta. Tra la mezzanotte e adesso la polizia ha controllato tra le 30 e le 50 persone. Una squadra viene spostata in un’altra zona della città. Alcune donne dichiarano agli agenti di non esser state aiutate dai poliziotti presenti in stazione. C’é il primo arresto per borseggio.
00:45 La polizia dichiarerà successivamente che a quest’ora era stata disperso il grosso della folla presente in piazza. Tuttavia vi sono diverse testimonianze che affermano il contrario. Ad esempio la testimonianza di una ragazza, il fidanzato e due amiche che trovatisi nel piazzale a quest’ora vengono circondati da diversi uomini che iniziano a toccarli dappertutto, anche in zone intime. Dopodiché, ancora in stato di shock, han raggiunto dei poliziotti all’interno della stazione che immediatamente sono scattati nel tentativo di catturare gli aggressori. Aggressioni simili avvengono sia all’interno che al di fuori del piazzale della stazione.
00:50 La polizia dichiarerà in seguito che solo a quest’ora viene informata per la prima volta che ci son state molestie sessuali. Vicino al duomo c’é un tentativo di stupro.
00:57 Gruppo di cinque femmine ed un maschio vengono circondati da 30-50 persone. Le femmine vengono molestate ed il maschio derubato.

eventi tra le 00 e le 01 (dati aggiornati all’ 11/1/16)
01:00 Amir, un 37enne iraniano residente da 17 anni in Germania, testimonia che a quell’ora é entrato alla stazione con la fidanzata e i suoi genitori per tornare tutti a casa. Un poliziotto cerca di impedirgli l’accesso finché lui non gli dice “Siamo una famiglia e vogliamo tornare a casa”. Entrati nella stazione vedono vomito dappertutto. Giorni dopo testimonierà: “Ho avuto paura” – “E’qualcosa che non avevo mai visto in Germania”. Durante la serata, davanti alla stazione dei treni la polizia ha identificato 70 delle persone presenti. La polizia si apposta all’ingresso della stazione per permettere alle persone di raggiungere i binari in sicurezza. Tre ragazze vengono circondate e toccate dappertutto da un gruppo di nordafricani. C’é un tentativo di rubare una borsetta. Viene rubato un cellulare.
01:20 La polizia deve ancora contenere delle aggressioni tentando d’impedire l’assembramento di persone “che apparentemente si raggruppavano per commettere crimini o celarli”
01:30 Una ragazza viene separata dal suo ragazzo, toccata dappertutto e derubata della borsetta ed il suo contenuto.
01:40 Ai binari una ragazza viene toccata sotto gli abiti nell’area genitale.

principali eventi tra le 01 e le 02 (dati aggiornati all’ 11/1/16)
02:00 Attorno alla stazione c’é ancora gente. Ci sono diverse risse. Ubriachi che lanciano le bottiglie rischiando di colpire passanti. Un gruppo di uomini infastidisce delle ragazzine nella metropolitana ma un signore tedesco interviene e queste riescono ad allontanarsi.
02:30 Ragazzo e ragazza vengono molestati mentre camminano dall’Heumarkt al Duomo
03:15 Ragazzo e ragazza vengono circondati. L’uomo viene derubato.
04:00 La polizia dichiarerà che a quest’ora la situazione si é ulteriormente calmata.
04:15 Ragazza viene toccata dappertutto.
04:30 Una ragazza esce da un bar e viene derubata del cellulare.

eventi tra le 02 e le 05 (dati aggiornati all’ 11/1/16)
05:00 Viene mandata via una delle squadre di poliziotti dalla stazione
05:05 Vengono rilasciate le prime persone che erano state arrestate e trattenute in cella.
06:40 Ragazzo in bici nei pressi della stazione. Dalla giacca gli vengono rubati cellulare, documenti e carte di credito.

eventi dalle 05 alle 12 (dati aggiornati all’ 11/1/16)
Dopo le 5 la situazione é ritornata quella di una giornata normale.
[fra parentesi quadre ed in rosso alcune considerazioni che si é preferito inserire qui anziché nella quarta sezione]
Venerdì 1 Gennaio 2016 POLIZIA NEGA, I SOCIAL NETWORK S’INFERVORANO
Alle 08.57 viene rilasciata una relazione della polizia segnala che “la celebrazione del capodanno é stata perlopiù pacifica” e che all’indomani dei festeggiamenti il clima é “ritranquillo”. Si segnalano 20 casi di danneggiamento (l’anno precedente furono 25), 78 colluttazioni, 80 interventi della polizia, 80 casi di festeggiamenti eccessivamente rumorosi e il fatto che poco prima di mezzanotte si é dovuta sgomberare l’area del Duomo per evitare la formazione di una ressa pericolosa causata da circa 1000 persone intente a far esplodere fuochi pirotecnici.
Sul gruppo Facebook “Nett-Werk Köln” vengono pubblicati dei post sugli assalti ma gli amministratori del gruppo li cancellano in quanto contrarie alle regole contro l’incitamento
Il Köllner Express pubblica un articolo intitolato: “Notte di San Silvestro: giovani donne molestate sessualmente” in cui riporta la testimonianza di una giovane donna (28) che dichiara che nei pressi della stazione alle 00:45 lei, il fidanzato e due amiche sono stati circondati da diversi uomini che hanno iniziato a toccarli dappertutto, anche in zone intime. Dopodiché, ancora in stato di shock, han raggiunto dei poliziotti all’interno della stazione che immediatamente sono scattati nel tentativo di catturare gli aggressori.
Sabato 2 Gennaio 2016 PRIME AMMISSIONI DELLA POLIZIA
La polizia dichiara che una trentina di uomini “di aspetto nordafricano” ha agito assalendo diverse vittime circondandole in gruppi per immobilizzarle e distrarle mentre le derubavano di portafogli e cellulare e che in alcuni casi sono andati oltre toccando le parti intime delle vittime dei furti.
NOTA RIGUARDANTE I DIVERSI CORPI DI POLIZIA TEDESCA
Nel piazzale della stazione di Colonia a capodanno intervenivano due diversi corpi di polizia:
Bundespolizei (polizia federale tedesca, dipendente dal ministero degli interni. Ha il controllo della ferrovia e della stazione dei treni fino ad una distanza di 30 metri da essa, il che include tutta la piazza antistante.)
Kölner Polizei (o Landespolizei Köln, polizia locale di Colonia, dipendente dal proprio Länder di appartenenza. Ha il controllo del territorio)
Inoltre alcune dichiarazioni verranno rilasciate dal leader locale del GdP, ossia il principale sindacato di polizia.
Ciò ha provocato a volte una qualche confusione sui media riguardo le dichiarazioni dei diversi “capi della polizia”.
Domenica 3 Gennaio 2006 A COLONIA NON SI PARLA D’ALTRO
A Colonia non si parla d’altro soprattutto sui social network a causa della scarsa copertura mediatica che già qualcuno indica come voluta.
Il “Köllner Express” pubblica un nuovo articolo in cui riporre più un dettaglio la testimonianza del primo articolo. La giovane donna, che dichiara di essere nativa di Colonia, si chiama Katia L (28) e specifica che l’assalto é avvenuto nei pressi della vecchia sala d’attesa aggiungendo “Quando uscimmo dalla stazione fummo molto sorpresi dal gruppo che incontrammo fuori” – “erano solamente uomini stranieri” („Als wir aus der Bahnhofshalle kamen, waren wir sehr verwundert über die Gruppe, die uns da empfing“ – „Es handelte sich ausschließlich um junge ausländische Männer”), che “sarò stata toccata 100 volte in 200 metri” mentre gli uomini le dicevano “Schlampen” (troie) e “Ficki, Ficki” (scopare, scopare) e che “per fortuna indossava giacca e pantaloni perché una gonna le sarebbe stata sicuramente strappata”. Una delle due amiche racconta che il gruppo era di 40 o forse 100 uomini e che collant e mutande le son state quasi completamente tolte. Tornate alla stazione hanno avvertito subito la polizia ma non son state in grado di dire chi le avesse toccate né dove. Katia L. aggiunge “spero che li catturino o non scenderò in piazza al Carnevale”. L’articolo termina informando che la polizia ha iniziato un’attività di verifica dei fatti e che 35 donne hanno già fatto denuncia ma la cifra é destinata ad aumentare. In totale sono state fatte 60 denunce, il 25% delle quali includeva molestie sessuali.
Lunedì-Martedì 4 -5
Gennaio 2006 LA NOTIZIA FA IL GIRO DEL MONDO
Il capo della polizia di Colonia, Wolfgang Albers, dichiara che il numero di denunce é arrivato a 60. Parla di “una dimensione completamente nuova di crimine“. La sindaco Reker annuncia una riunione apposita.
Sull’Huffington Post tedesco si fa notare come i fatti di Colonia incredibilmente non abbiano avuto eco sui media nazionali nonostante la gravità e che le uniche fonti sono, oltre a brevi dichiarazioni su WDR, il “Köllner Express” e “Focus Online“, entrambi di noto indirizzo conservatore e non proprio adatti a fungere da fonte primaria. Si parla di disinformazione, censura ed eccessiva prudenza. Poco dopo la pubblicazione dell’articolo, però, la notizia riceverà una copertura internazionale.
Il ministro della giustizia tedesco Maas parla di attacchi “vili e odiosi”. La cancelliera Merkel chiede una risposta severa della legge. La sindaco di Colonia dichiara misure restrittive per i prossimi eventi pubblici. La polizia dichiara che le denunce sono salite a 90, alcune delle quali per molestia, alcune per furto e alcune per furto con molestia. In un caso v’é una denuncia per stupro. La sindaco Reker dichiara che non v’é alcuna prova che vi fossero rifugiati tra gli assalitori e diffonde alcuni “consigli utili” per evitare in futuro situazioni simili che scatenano ilarità e critiche. Quello che appare subito chiaro é che non ci sono dei veri sospetti e non é chiaro il loro numero ma “Non si é trattato di mille assalitori“, come ripete la stampa, ma di persone che si sono mescolate nella folla.
La notizia viene riportata dai media internazionali che sostanzialmente riprendono quanto scritto sul “Köllner Express” e “Focus Online“. Ciò che passa é sostanzialmente “Nella notte di Capodanno a Colonia mille arabi o nordafricani ubriachi ed aggressivi hanno assalito dalle 60 alle 90 donne”, così come lo riporta la BBC, il DailyMail,
In Italia la notizia giunge così:







[Da una parte i quotidiani di estrema destra parlano di “stupri di massa”, dall’altra alcune incomprensioni diffuse sui termini “molestie”, “attacchi” e “gruppi” e il patatrac é fatto! Da questo momento in Italia si parla di “mille rifugiati mussulmani ubriachi che si sono organizzati in massa per stuprare in branco le nostre donne”]
Mercoledì 6 Gennaio 2006 SALE L’HYPE
Salta fuori un foglio in cui sono riportate sia in arabo che in tedesco frasi come: “Voglio scopare con te”, “belle tette” e “ti ammazzo”.
Una donna di lingua araba informa la polizia che alcuni rifugiati di Duisburg le avrebbero rivelato di esser stati a Colonia per il capodanno. Alcuni cellulari rubati sarebbero stati rinvenuti presso abitazioni di rifugiati o nelle loro vicinanze, ma la polizia non conferma.
Duecento donne manifestano contro il sessismo davanti al Duomo di Colonia.
[In GERMANIA dapprima si é parlato del ritardo con cui la notizia é giunta ai notiziari nazionali accusando la polizia di aver voluto mantenere in silenzio i fatti, poi ci si é concentrati sul fatto che molti media hanno dato scarso risalto alla nazionalità/origine degli assalitori indicandoli come “probabilmente nordafricani” o “indicativamente di aspetto arabo”; poi si é proseguito con le accuse di incompetenza verso la polizia e allo stesso tempo si son toccate appieno le politiche di accoglienza del governo in carica, passando per il senso di sicurezza generale.
In ITALIA invece il livello del discorso é ben esemplificato qui: 
Si é parlato di “stupri organizzati”, “rete internazionale degli stupri di massa”, “attacco organizzato” equiparando i fatti di Colonia ad un atto terroristico.
Come sempre in questi casi sui social network ottengono maggio risalto le voci più estremiste e informazioni vere si legano a bufale di facile presa. Foto risalenti ad altre notizie, falsi palesi, dettagli ingigantiti, voci date per buone ed un video delle aggressioni che poi si scopre esser risalente ai fatti del Cairo del 2012 (NB pur non riferendosi ai fatti di Colonia il video é utile in quanto le modalità delle aggressioni di Colonia é praticamente identica a quella mostrata nel video in questione) . Il tutto ovviamente per dipingere i fatti in modo ancor più drammatico di quanto non siano già.
Ciò che molto velocemente é stato messo in secondo piano sia in Germania che in Italia é la possibile discussione sul trattamento delle donne nei luoghi pubblici. Già a questa data i “fatti di Colonia” sono diventati merce di propaganda politica incentrata sulla tesi dello scontro di civiltà e cioé immigrazione, Islam, Europa, accordi di Schengen ecc. Le vittime dei fatti sono già diventate un mero numero da spendere e l’interesse vige più sulla nazionalità/origine degli aggressori che su ciò che han passato le vittime (Quanti erano rifugiati? Quante molestie? Quante donne? Quanti disoccupati? Quanti?)
Il fatto é decisamente interessante soprattutto se paragonato ad un recente episodio che presenta alcuni particolari analoghi:
https://www.youtube.com/watch?v=4vznKyl_4A8
Roma, 18-19 febbraio 2015, un migliaio di ultras olandesi del Feyenoord perlopiù ubriachi, tengono in ostaggio diverse zone del centro con risse, danneggiamenti, vandalizzazioni, scontri con la polizia. Vengono danneggiati 15 autobus e la fontana del Bernini in quelle che vengono descritte da più parti “scene di guerriglia“. In quel caso oltre a qualche ovvia critica sull’operato della polizia é interessante osservare in che modo sono stati descritti gli ultras del Feyenoord sulla stampa più critica:
“orda sbronza”, “teppaglia” che forse han dovuto sfogare la loro frustrazione di vivere in una città brutta (Libero)
“teppisti” che hanno compiuto “barbarie” (Libero)
“teppisti” (Libero)
“tifosi ubriachi” (Il Giornale)
“tifosi-vandali”, “nuovi lanzichenecchi” (Il Giornale)
“barbari”, “hooligan” (Il Fatto Quotidiano)
“bestie completamente ubriache”, “energumeno”, “esaltati” “soliti imbecilli” (Il Fatto Quotidiano)
Qui la tesi dello scontro di civiltà non é scattato. Perché? Non si inneggiato contro la “razza olandese” né contro la “cultura nordica”, né contro la “violenza repressa dei protestanti”: i tifosi ubriachi sono contestati semplicemente per il fatto di essere dei tifosi ubriachi. La loro origine viene considerata solo come appiglio su cui costruire delle immagini colorite (barbari, vandali, lanzichenecchi) ma non é mai elemento centrale della critica. Gli ultras olandesi sono condannati in quanto ultras e non in quanto olandesi. Mai, mai, mai é stata proposta una lettura razziale-culturale di ciò che gli olandesi hanno fatto a Roma. Mai si é accennato alla loro fede protestante. Al contrario, per i fatti di Colonia, i teppisti nordafricani e mediorientali vengono condannati in quanto nordafricani e mediorientali secondo l’equazione “nordafricani e mediorientali = teppisti”. ].
Giovedì 7 Gennaio 2006 NOTIZIE A CATENA
Sull’Huffington Post tedesco si prende atto che moltissima stampa ha abusato dei termini “1000 uomini”, “rifugiati” in quanto a questa data nessun elemento indica che effettivamente vi fossero mille persone implicate, né che vi fossero coinvolti rifugiati ma che oramai la vulgata dell’evento é “mille rifugiati hanno molestato donne tedesche” [se avesse letto i giornali italiani molto probabilmente l’autore avrebbe sostituito “molestato” con “stuprato”] .
[Le dichiarazioni della polizia hanno fatto si che si smorzassero le voci sui “mille stupri”. Nel frattempo alla notizia di Colonia si sommano anche le segnalazioni di molestie avvenute in altre città europee da Amburgo a Zurigo passando per Helsinki. Da questo momento ogni molestia, furto, violenza o rissa di un seppur minimo interesse verrà collegata ai fatti di Colonia e troverà spazio sulla stampa: si andrà da un gruppo di 500 uomini che han tentato di forzare l’ingresso in una discoteca a Bielefeld (la polizia di Bielefeld però rimarcherà che i fatti di Colonia non c’entrano niente con quanto avvenuto a Bielefeld e che le voci in rete hanno ingigantito e snaturato) ai 6 (sei) casi di molestie avvenuti la stessa notte a Zurigo. Ciò non deve stupire in quanto risponde perfettamente ad una nota tendenza dei news-media, ossia la creazione di notizie-catena ottenute relazionando forzatamente fatti scollegati per cavalcare l’onda dell’interesse per la notizia iniziale col risultato di amplificare agli occhi del pubblico la portata dei fatti. Un esempio illuminante é il caso delle “morìa di uccelli del 2011.]
Il Consiglio centrale dei mussulmani tedeschi, con sede a Colonia, riceve centinaia di email e 50 telefonate telefonate minatorie. Sono costretti a staccare i telefoni.
Venerdì 8 Gennaio 2006 LICENZIATO IL CAPO DELLA POLIZIA LOCALE
Il capo della polizia di Colonia viene mandato in pensionamento anticipato. La polizia federale dichiara di aver identificato 31 persone sospettate di aver preso parte alle aggressioni, tra cui 18 richiedenti asilo ma la polizia specifica che non sono sospettati di molestie sessuali ma di furto. Fra gli identificati vi sono 9 algerini, 8 marocchini, 4 siriani, 5 iraniani, 1 iracheno, 1 serbo, 1 statunitense e 2 tedeschi (secondo alcune fonti tre) . Sono perlopiù persone già note alla polizia di Colonia e non sono tra i profughi arrivati di recente. Vengono inoltre arrestate due persone: un sedicenne di origine marocchina ed un ventitreenne di origine tunisina. Le denunce sono salite a 200. Tra telecamere a circuito chiuso e telefoni cellulari sono state raccolte 350 ore di filmati divisi in circa 250 files.
Sabato 9 Gennaio 2016 SCONTRI TRA MANIFESTANTI
A Colonia il partito anti-Islam Pegida organizza una manifestazione anti-rifugiati cui partecipano circa 1700 persone mentre nel piazzale della stazione dei treni si é tenuta una contro-manifestazione. Mentre quest’ultima si é svolta pacificamente quella di Pegida é sfociata in scontri. Discorsi di grande violenza verbale, che hanno acceso ancor più gli animi: “Angela Merkel peggior cancelliere dopo Hitler”, “Islam cancro e Pegida la sua cura”, “Profughi invasori che violentano donne e bambini”, alcune delle frasi più roboanti pronunciate dagli oratori.
https://www.youtube.com/watch?v=tkNTKaNEP5U
La polizia di Colonia dichiara che 100 detective stanno investigando su 379 denunce, di cui circa il 40% include molestie sessuali e che le indagini sono focalizzate su persone originarie del nordafrica, perlopiù “richiedenti asilo e persone che vivono in Germania illegalmente”
Sulla rete nazionale tedesca i fatti di Capodanno vengono definiti un “campanello d’allarme” che illumina sulle difficoltà che incontra la Germania nell’integrare i nuovi arrivati, ma si dichiara altresì che “non bisogna cedere alle paure” per “non perdere ciò che abbiamo raggiunto”.
Una nuova manifestazione contro il sessismo sulle scalinate del Duomo.
La cancelliera Merkel presenta la proposta “che i profughi possano perdere il diritto d’asilo in caso di reati, anche per quelli in cui è prevista la condizionale”
Domenica 10 Gennaio 2016 PROSEGUONO LE INDAGINI. AUMENTANO LE DENUNCE
La polizia locale di Colonia dichiara di star indagando su 19 sospetti: 10 richiedenti asilo e 9 presunti clandestini, fra cui alcuni “rifugiati arrivati in Germania negli ultimi mesi“. Quattro di essi sono già in stato di fermo accusati di furto. Nessuno di essi é residente a Colonia. Il direttore generale dell’anticrimine del Reno Settentrionale-Westfalia fa inoltre sapere che “dalle indagini sulla notte di San Silvestro finora non risulta che gli attacchi alle donne a Colonia siano stati “organizzati o guidati” e utilizza il termine “Tarraush gamea, utilizzato nei paesi arabi (ma anche in India e Bangladesh) per indicare le molestie sessuali di gruppo in luoghi pubblici
Le denunce sono salite a 516. La percentuale di denunce che include anche o solo molestie sessuali resta del 40% circa.
Di questi episodi, 107 includono il furto.
Si sono verificate aggressioni ai danni di persone dall’aspetto nordafricano e mediorientale. La polizia indaga per verificare se vi sia collegamento con un gruppo di hooligan, rocker e buttafuori che avrebbe lanciato su Facebook una “caccia all’uomo nel centro storico di Colonia”.
[Nel frattempo l’hype sulla notizia é ancora alto e dopo le prime reazioni indignate adesso i media iniziano a diffondere le proprie letture dell’accaduto, a volte andando al nocciolo della questione e a volte raggiungendo picchi dell’orrido (ma alcuni se ne accorgono)]
Lunedì 11 Gennaio 2016 LA LISTA DELLE DENUNCE
Il presidente della polizia federale tedesca Heiko Maas dichiara a proposito delle aggressioni: «deve esserci dietro una qualche forma di organizzazione. Nessuno può venirmi a raccontare che non sia stato preparato o concordato […] Normalmente una cosa del genere viene organizzata sui social network […] non si tratta di criminalità organizzata […] » e che dietro agli assalti «[…] non ci sia nessun tipo di gruppo strutturato». La polizia indaga tra decine di sms, chat ed email. Si continua a parlare di “regia unica” anche sulla stampa ma non c’é alcuna evidenza di ciò e la polizia locale invece smentisce. [1. Heiko Maas parla chiaramente di una sua ferma convinzione non ancora confermata da prove. Molta stampa però trasmette incorrettamente l’informazione “gli attacchi erano organizzati” dandola già per certa. 2.Il sospetto che traspare da diverse dichiarazioni é quello della “grande rete internazionale dei mussulmani organizzati per attaccare l’occidente” e dice molte più cose su chi la sostiene che delle persone sospettate]
Per il momento si indaga su 19 sospetti di cui 10 profughi.
Bild Zeitung pubblica la relazione del Ministero in cui sono elencate una ad una le descrizioni degli assalti denunciati
A Lipsia (ex DDR) Pegida sfila in un corteo anti-immigrati. Ci sono scontri, danneggiamenti ed arresti. La notizia trova eco internazionale poiché viene incatenata ai fatti di Colonia.
Rolf Jaeger, ministro del Land del Reno Settentrionale-Westfalia, dichiara: “I testimoni e i rapporti della polizia locale, così come i resoconti della polizia federale, puntano sul fatto che i reati sono stati commessi quasi esclusivamente da persone dell’ambiente dei migranti“, punta il dito contro la polizia locale, affermando che questa non avesse chiesto rinforzi citando anche la nota stampa rilasciata il primo gennaio in cui si dichiarava la situazione “tranquilla” e dichiara che secondo le indagini non risulta che gli attacchi siano stati “organizzati” o “guidati”
Martedì 12 Gennaio 2016 L’ATTENZIONE INIZIA A CALARE
Il procuratore Ulrich Bremer dichiara che le denunce sono salite a 563, che la percentuale di queste che include molestie sessuali é ora del 50% e che i sospettati identificati dalla polizia sono 23. Rolf Jaeger, ministro del Land del Reno Settentrionale-Westfalia, ha rilasciato nella notte un report in cui dichiara quanto che la polizia sapesse della situazione. Vengono resi noti i tempi, gli orari dei briefing, il numero di poliziotti presenti, l’osservazione che le forze fossero in realtà insufficienti e che ciò abbia lasciato ampi margini di manovra agli aggressori, il fatto che la polizia di Colonia non sentì necessario avere rinforzi dal LZPD. Si rende noto che tra le ore 20:00 del 31 dicembre e le ore 07:00 del 1 gennaio sono giunte 1267 chiamate d’emergenza che hanno portato ad eseguire 873 controlli, di cui 53 nell’area della stazione, 12 dei quali riguardavano molestie, furti e/o percosse. Si parla di errori di valutazione, incapacità di adattamento e disorganizzazione (sovraccarico di lavoro per le forze ordinarie.
[Da questo momento i “fatti di Colonia” non trovano più spazio sulle prime pagine internazionali]
Possibile che mille, millecinquecento persone si siano radunate nello stesso luogo senza alcun coordinamento? Finora nulla ha fatto emergere la presenza di un coordinamento generale. Vi sono però diversi elementi che possono spiegare come ciò sia stato possibile:
Nell’area della stazione stazionano sempre piccoli gruppi di nordafricani dediti allo spaccio ed al taccheggio. Altri gruppi di nordafricani sono giunti a Colonia passando proprio dalla stazione. Il punto di ritrovo della piazza é la scalinata del Duomo. E’sulla scalinata che ci si da appuntamento e ci si trova. La scalinata però é involontariamente al tempo stesso anche una perfetta platea: basta che una persona nel piazzale inizi ad attirare l’attenzione che la gente sulla scalinata si trasformi volente o nolente in pubblico e quella sera c’era gente in piazza che tirava razzi e petardi. Non serve molto perché gruppi di persone sulla scalinata inizino ad incitare quelli che tirano i petardi e perché altri gruppi giunti successivamente si fermino lì nel piazzale sommandosi alla folla preesistente. Non va nemmeno dimenticato che molti tedeschi già vedendo i primi assembramenti di nordafricani han preferito non mescolarsi, facendo sì che tale folla mantenesse la propria omogeneità iniziale (giovani maschi di origine tendenzialmente nordafricana).
Che alcuni di questi gruppi si siano dati appuntamento alla stazione non sembra affatto strano, così come non sembra nemmeno strano se alcuni gruppi di assalitori si siano coordinati sul momento via chat (stupisce che nel 2015 vi siano giovani che interloquiscono via chat e social network?)
Ci sono ancora indagini e discussioni in corso é già chiaro che i corpi di polizia di Colonia abbiano gestito malissimo la situazione in piazza sottostimandone il rischio potenziale ed agendo tardivamente con mezzi limitati. Purtroppo capire esattamente perché sia successo richiederebbe approfondimenti sulla situazione, sugli equilibri interni e funzionamento dei corpi di polizia della città che francamente esula dall’interesse di questo post ed a meno che non saltino fuori rivelazioni stravolgenti basterà sapere che c’é stata disorganizzazione da parte della polizia ed all’indomani s’é tentato di sorvolare sull’accaduto.
Tutte le testimonianze concordano nel descrivere la folla in piazza ed in stazione come composta quasi unicamente di nordafricani o mediorientali. Le persone sospettate di aver assalito le ragazze provengono da Algeria, Marocco, Siria, Iran, Iraq, Serbia, Stati Uniti e Germania. Si può dunque già affermare che per la stragrande maggioranza si: si parla di persone la cui origine é ascrivibile al nordafrica ed al medio oriente. Magari salterà fuori che tra gli assalitori c’erano pure dei russi, brasiliani o italiani e ci sarà chi pungolerà sul paese di origine dei genitori di questi russi, brasiliani e italiani ma sono questioni di lana caprina in quanto l’origine delle persone coinvolte non é fondamentale nelle dinamiche di quanto accaduto
E’ un problema che coinvolge ANCHE il mondo mussulmano: le aree di provenienza delle persone coinvolte sono caratterizzate da società fortemente maschiliste e patriarcali in cui sono comunemente diffusi stereotipi sessisti sulle donne occidentali. Ciò non toglie che allo stesso tempo anche in Germania (e in Europa e nel cosiddetto “mondo occidentale”) sia ancora fortemente radicata una cultura maschilista e patriarcale. Le differenze tra “mondo occidentale” e “mondo islamico” sul rapporto con il genere femminile, quando ci sono, son soprattutto differenze esteriori relative al grado di accettazione sociale di tale impostazione. Il rapporto disequilibrato fra i generi non é dunque un problema spiccatamente mussulmano: se da una parte v’é una manifestazione più esplicita di una visione maschilista, dall’altra, nel “mondo occidentale”, si finge che tale visione non sia diffusa illudendosi che i pur numerosi segnali contrari siano solo casi isolati o eccezioni.
L’impressione é che durante i fatti di Colonia si siano intersecati diversi fatti distinti che si sono legati tra loro:
A) CURVA. Il raduno spontaneo di numerosi giovani maschi intossicati d’origine nordafricana che, complici alcool, clima festoso, anonimato della massa ed esibizioni di machismo é rapidamente degenerato in un mix tra la peggior curva da stadio ed una sorta di spring break di soli maschi.
B) GHETTIZZAZIONE. Da un lato le diverse persone e gruppi di nordafricani e mediorientali han preferito stare tra di loro e dall’altro i tedeschi han fin da subito evitato di mescolarsi nella piazza. Per quanto possa esser stata una volontà bidirezionale, ciò ha portato sostanzialmente ad una sorta di ghettizzazione che ha permesso la formazione di un’assembramento omogeneo di giovani maschi.
A+B) Questi due elementi, uniti al fatto che ciò sta avvenendo in un luogo di grande passaggio ove inevitabilmente transitano diversi gruppi di persone, tra cui gruppi di nordafricani e mediorientali, porta a far ingrandire una folla che alimenta un clima da stadio. Molti sfruttano la confusione della folla per palpeggiare le ragazze.
C) TACCHEGGIATORI. Alcune decine di noti taccheggiatori mescolatisi alla folla hanno iniziato ad assalire giovani donne che dovevano obbligatoriamente passare dalla stazione con l’intento di derubarle.
A+B+C) A quanto già detto si aggiungono i taccheggiatori che non agiscono all’interno di una folla normale, ma in una folla infuocata. Questo provoca inevitabilmente effetti a catena con taccheggiatori che vengono imitati da altri maschi ubriachi interessati solo a palpeggiare le ragazze. Le molestie diventano così più aggressive ed esplicite.
D) MALGOVERNO. La polizia ha agito in maniera disorganizzata sottostimando le forze necessarie ed agendo tardivamente. Ciò ha permesso da un lato la formazione di un assembramento eccessivamente ampio ed al tempo stesso ha permesso in questi lo sviluppo di una sensazione d’onnipotenza, alimentandone l’aggressività.
A+B+C+D) Ghettizzazione ed auto-ghettizzazione, atmosfera aggressiva, folla, taccheggiatori all’opera, polizia inefficace e insufficiente, alcool, petardi che scoppiano di continuo, giovani maschi che seguono l’andazzo e colgono l’occasione per allungare le mani, sensazione di forza degli aggressori esaltata dall’ubriachezza e dall’inefficienza delle forze dell’ordine.
Servono altri elementi per spiegare le dinamiche per cui una folla di maschi ubriachi non integrati con un background fortemente maschilista e patriarcale degeneri nei comportamenti visti a Colonia?
Colpisce molto il fatto che l’ipotesi di “situazione degenerata” risulti tanto difficile da applicare a questo caso solamente perché i protagonisti sono considerati innanzitutto in base alla loro origine. Se i protagonisti di questo episodio fossero stati bianchissimi e biondissimi tedeschi figli, nipoti e pronipoti di tedeschi probabilmente ci si sarebbe limitati ad evocare “questa gioventù senza valori” che però é normale e che di solito va a far caciara a Ibiza, a Malta, a Barcellona…
Uno dei problemi evidenziati da molti é quello del rapporto con le donne nella società islamica.

Cosa c’é di tanto difficile nel vedere che all’interno di situazioni così…
…posson prender vita i nostri mostri che fingiamo continuamente non esistano?

Autoformazione: catturare il traffico da un'applicazione android - Unit hacklab @ ZAM
Hai un oggetto furbo, che funziona solo con un'app? Sei curiosa di sapere cosa dice ai server dell'azienda produttrice l'app che monitora quanta cacca hai fatto oggi? Hai comprato un vecchio dispositivo di un'azienda fallita e vorresti farlo funzionare in …
A seguito delle vicende belliche riguardanti l’est Europa e la confinante Russia, la paura di un conflitto nucleare ed il relativo rischio radioattivo, ha scatenato una psicosi di massa portando i meno attenti ad un acquisto compulsivo delle compresse del famigerato Iodio o Ioduro di Potassio su qualsiasi sito lo rendesse disponibile.
La psicosi da iodoprofilassi è un fenomeno psicologico e comportamentale che si manifesta in alcune situazioni di emergenza radiologica o nucleare. È legato alla reazione di massa all’idea di dover assumere iodio stabile (ioduro di potassio, KI) per proteggere la tiroide dall’assorbimento di iodio radioattivo rilasciato nell’ambiente durante un incidente nucleare.
Cos’è la Iodio-profilassi per rischio radioattivo?
La iodio-profilassi è una misura preventiva adottata per proteggere la tiroide dall’assorbimento di iodio radioattivo in caso di esposizione a radiazioni, come durante un incidente nucleare o un’esplosione di una bomba atomica. Consiste nell’assunzione controllata di ioduro di potassio (KI), un composto chimico contenente iodio stabile, che satura temporaneamente la tiroide, impedendole di captare lo iodio radioattivo disperso nell’ambiente.
La tiroide utilizza lo iodio per produrre ormoni tiroidei. In caso di contaminazione, può assorbire lo iodio radioattivo, aumentando il rischio di danni cellulari e di sviluppare tumori, in particolare nei bambini e nei giovani adulti. Assumendo iodio stabile (non radioattivo) prima o durante l’esposizione, la tiroide si “satura”, riducendo o impedendo l’assorbimento dello iodio radioattivo.
Quando è necessaria?
La iodioprofilassi è indicata solo in caso di rischio concreto di esposizione a iodio radioattivo. Non è una misura preventiva generale e deve essere attivata su indicazione delle autorità sanitarie o di protezione civile.
È più efficace se il KI viene assunto entro poche ore prima o dopo l’esposizione al materiale radioattivo. Idealmente, entro 2 ore prima dell’arrivo del plume radioattivo.
Conti alla mano

In rete è possibile trovare numerosi prodotti a base di ioduro di potassio stabile sotto forma di integratori, il problema però è che non sono idonei alla iodioprofilassi per incidente nucleare.
La motivazione è semplice; le compresse integratori hanno una grammatura in genere da 200/300 mcg (microgrammi ossia la milionesima parte del grammo).
Le compresse ufficiali di KI per la profilassi hanno una grammatura da 65 mg (milligrammi ossia la millesima parte del grammo).
Fatta questa premessa sulle grammature è importate capire i dosaggi.
Secondo gli studi della EUROPEAN COMMISSION – RADIATION PROTECTION, il dosaggio per un adulto di età inferiore ai 40 anni fino ai 12 anni è di circa 130 mg ossia 2 compresse di quelle ufficiali, se si dovessero usare invece quelle da integratori occorrerebbe ingerirne al giorno circa 650 per arrivare alla dose giusta (vedi Tabella).

Da qui si evince che spendere soldi per un prodotto che non è fisicamente possibile usare per lo scopo per cui lo si acquista è inutile.
Link Utili:
Chi deve assumerlo?
Popolazione più a rischio: Neonati, bambini, adolescenti e donne in gravidanza sono i più vulnerabili ai danni tiroidei causati da iodio radioattivo.
Gli adulti sopra i 40 anni generalmente non necessitano di iodio-profilassi, poiché il rischio di sviluppare tumori tiroidei è molto basso, e gli effetti collaterali potrebbero superare i benefici.
Chi è preposto alla distribuzione delle compresse di Ioduro di Potassio?
La fornitura di ioduro di potassio (KI) per incidenti nucleari è generalmente gestita da autorità nazionali o locali, in collaborazione con organismi internazionali, in base a protocolli di emergenza radiologica. Ecco una panoramica di chi può fornire il KI in tali situazioni:
Autorità sanitarie nazionali
Protezione Civile
Aziende farmaceutiche autorizzate
Organizzazioni internazionali
Strutture locali nei pressi di centrali nucleari
Cosa fare in caso di emergenza:
Nel caso di incidente dove si necessita la diffusione del farmaco, in ogni regione esposta vengono istituiti dei punti di consegna organizzati dalle istituzioni sanitarie, eventualmente coadiuvate da organizzazioni di volontariato.
L’eventuale somministrazione del farmaco verrà fatta in autonomia e con screening nominativo.
Nota: Limiti della iodioprofilassi?
L’uso di ioduro di potassio è raccomandato solo per proteggere la tiroide dall’assorbimento di iodio radioattivo. Non offre protezione contro altri isotopi radioattivi o contro i danni da radiazione totale. La distribuzione è mirata e avviene solo nelle zone in cui vi è un rischio concreto e immediato.
Non protegge da altri tipi di radionuclidi (cesio-137, stronzio-90) o dalle radiazioni ionizzanti in generale.
Non sostituisce altre misure di protezione, come l’evacuazione, il riparo al chiuso o l’uso di filtri per l’aria.
Effetti collaterali?
Sebbene generalmente sicuro, il KI può causare reazioni avverse, come:
È importante seguire le dosi raccomandate e le indicazioni delle autorità competenti.
Conclusioni
La iodioprofilassi è una misura salvavita in caso di emergenze radiologiche con rilascio di iodio radioattivo, ma deve essere utilizzata in modo responsabile e solo su indicazione delle autorità. La distribuzione e l’informazione preventiva sono fondamentali per garantire un uso appropriato.
ATTENZIONE!
Tutte le informazioni scritte nell’articolo sono da intendersi allo stato dell’arte, ossia alla data di pubblicazione.
L'articolo Rischio Nucleare – Cosa sappiamo e cosa c’è da sapere “Iodio-profilassi” proviene da Associazione Italiana Preppers.
Sgomberato lunedì mattina il capannone dismesso, e occupato abusivamente, di via Novara 75, che un tempo veniva utilizzato da Atm come deposito e si trova tra la rimessa della stessa Atm e il negozio Toys. Il capannone era occupato da senzatetto da qualche mese e i residenti nella zona...
"Termina con una sconfitta la 33ª giornata di Serie C Now. La sfida interna contro la Pro Vercelli finisce infatti 2-1 per gli ospiti, che capitalizzano al meglio le proprie occasioni e riescono poi a difendere il vantaggio con attenzione e un po’ di fortuna. Gli Orange infatti, come accaduto a... Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.
In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.
La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».
Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.
Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi
A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.
Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.
In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.
Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.
Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.
Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.
Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.
La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.
Lo ski stadium di Bormio durante il presidio
Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.
Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio
Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.
Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.
I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.
Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.
La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.
A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.
Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.
Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.
Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.
Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.
La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.
Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.
Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».
Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.
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Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico
Dossier di candidatura
Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023
Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici
Primo report OpenOlympics
Secondo report OpenOlympics
Rapporto Neve diversa 2024
La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)
Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)
Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)
Video integrale convegno Off Topic
Video Duccio Facchini – Altreconomia
L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.
Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.
Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopico. Attraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.
Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.
Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.
Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.
Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.
Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.
È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.
Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.
Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.
L'articolo Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Noto in Italia come zaino di salvataggio, il BOB (Bug-out-bag) o 72h kit è uno zaino, un sacco o un qualsiasi altro contenitore portatile (es. scatola alluminio) che al suo interno tiene stipato un equipaggiamento di emergenza che consente un’autonomia di circa 3 giorni (ovvero 72 ore), dal momento in cui si scatena il disastro.
Il ‘kit di sopravvivenza classico‘, è spesso concepito per affrontare lunghi periodi di sopravvivenza in territori ostili e selvaggi, invece la Bug-out-bag nasce con lo scopo di affrontare situazioni di emergenza di breve durata, in conseguenza a disastri urbani o calamità naturali.
Il kit di sopravvivenza urbano ci servirà per garantire i punti base della sopravvivenza (fuoco, cibo, acqua, segnalazione, riparo) fino all’arrivo dei soccorsi.
Lo zaino di salvataggio viene consigliato, principalmente a chi risiede in zone ad alto rischio calamità naturali (es. vicino ad un vulcano, un grosso fiume, in alta montagna). Comunque può acquistarlo chiunque, in quest’ultimo periodo (forse per i vari accadimenti e per i vari programmi televisivi dedicati al survivalismo) è nata una vera e propria caccia (e anche moda) al kit di sopravvivenza urbano, tantochè è sorto un grande business e sempre più negozianti propongono il loro kit, basta fare una ricerca su google.
Lo zaino deve essere leggero, semplice, efficace, compatto, e deve contenere il numero di oggetti necessari in base al numero delle persone che lo utilizzeranno (es. una famiglia).
Lo zaino deve essere controllato periodicamente e deve sempre trovarsi a portata di mano, infatti non possiamo prevedere il momento nel quale ne avremo bisogno.
In quali situazioni usare la Bug-out-bag:
IL CONTENUTO DEL KIT DA 72 ORE

Cosa deve contenere la bug-out bag?

In foto (alcuni oggetti di un kit)
ATTENZIONE: Lo zaino deve essere compatto e leggero con una capienza di 20 litri fino a un massimo di 30 lt. Uno zaino da trekking è ben consigliato.
L'articolo IL KIT PER LA SOPRAVVIVENZA URBANA sembra essere il primo su SOPRAVVIVERE.NET.
Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,abitata da chi ti ci ha cacciato.
sono gli squòtter che occupano!)
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.
Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).
Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.
Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.
Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno. Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.
Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.
Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.
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Clicca sulla mappa per consultarla (è a circa metà articolo)
Siamo in piena crisi energetica e le politiche europee galoppano in retromarcia.
Su sollecitazione europea l’Italia si appresta a sostenere la ricerca di giacimenti di metalli rari.
Rileviamo inoltre che mentre per le fonti rinnovabili è stata data delega alle regioni, sarà il governo stesso a gestire la questione di quelle fossili.
Dopo le concessioni per trivellare in mare, mentre non si fa nulla per contrastare la crisi climatica, si passa al capitolo estrattivismo, un ritorno al futuro a tinte distopiche.
Metalli rari indispensabili allo “sviluppo”, che servono, stando al nuovo mantra energivoro, alla “transizione ecologica”.
L’arco alpino, la Sardegna e tutta la costa tirrenica sono le zone maggiormente minacciate, ma è l’intera penisola a essere in grave pericolo.
In Valsusa e nel Pinerolese ci sono parecchie miniere “storiche”, la cosa mostruosa è che una buona parte dei siti segnalati in mappa (appoggiare il mouse per leggere i nomi) sono in quota anche in posti impervi e per ora lontani da strade.
Facciamo alcuni esempi di siti censiti:
– in bassa valle “Cruino” (che dovrebbe essere Cruvin, ndr) praticamente un alpeggio nel vallone del Prebec, a circa 1700 metri;
– in Val Pellice “Castelluzzo” (Castlus), un appicco selvaggio tra l’altro luogo della resistenza valdese, a circa 1400 metri di quota;
– in Friuli è segnata la val Aupa. Si tratta si una valle selvaggia pochissimo abitata, percorsa da una strada in cui se due macchine si incrociano una deve fare un km di retromarcia. Un posto bellissimo;
– in Val Germanasca “Vallon Cros” (anche Valloncrò), altro alpeggio. Dovrebbe essere il vallone che porta al colle del Beth, a quota 2700, zona di miniere dal sec. XVIII. Oltretutto la rete escursionistica della zona è basata in gran parte sulle splendide mulattiere costruite proprio per le miniere o per scopi militari. Due reti sono praticamente indistinguibili e insistono sullo stesso territorio.
Negli ultimi trent’anni le mulattiere sono parecchio deteriorate, ma fino agli anni ‘80 erano ben conservate e godibilissime. L’idea di strade e camion a 2700 metri è agghiacciante. Un vero massacro. E le valli in questione sono ormai quasi spopolate, per cui anche resistere allo scempio sarà difficilissimo.
Per fortuna per ora in elenco mancano la grande quantità di miniere ancora più a monte. L’intera Val Germanasca è un paradiso e ne è piena, l’idea che venga consegnata alle compagnie minerarie è terrorizzante.
Utilizzare la lotta al fossile per rendere politicamente corretto l’estrattivismo è come usare la lotta all’antisemitismo per rendere politicamente corretto il genocidio dei palestinesi.
Invitiamo chiunque a osservare la mappa al link e a mobilitarsi per difendere il proprio territorio.
L'articolo Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.
Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.
Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.
Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.
L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.
L'articolo Mattie: la discarica perc*lata sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.
In passato ci siamo occupati di sicurezza in montagna a proposito del crollo del ghiacciaio della Marmolada. All’epoca abbiamo fatto delle riflessioni che a nostro avviso hanno una valenza più generale, e possono essere applicate ad altre situazioni in cui ci si approccia ad ambienti naturali o semi-naturali. Torniamo ora sull’argomento in seguito a un episodio che ha riempito le cronache, verificatosi alcuni giorni fa a Premariacco, nel Friuli orientale, sul greto del Natisone. In breve: tre giovani (due ragazze e un ragazzo) sono stati sorpresi dalla piena del fiume mentre si trovavano su un ghiaione normalmente frequentato come spiaggia e, presi dal panico, sono rimasti bloccati per una decina di minuti mentre il livello dell’acqua e la forza della corrente aumentavano rapidamente, fino ad essere sommersi e poi trascinati nella forra a valle.


Ad oggi sono stati recuperati i corpi delle due ragazze, e sono ancora in corso le ricerche del corpo del ragazzo. Il modo in cui i media stanno parlando dell’episodio è molto simile a quello in cui era stato affrontato l’episodio della Marmolada: da un lato c’è la colpevolizzazione dei giovani, con punte di crudeltà insostenibili, una miscela micidiale di carogneria da paese e di cinismo da social. Dall’altro la ricerca di un capro espiatorio istituzionale (la protezione civile, i vigili del fuoco, il sindaco, il 118, il 112…), insomma la via giudiziaria alla risoluzione dei problemi. Qualcuno ovviamente propone interventi securitari, come il divieto di avvicinamento al fiume a prescindere; qualcun altro invece si frega le mani prefigurando appalti per la “messa in sicurezza” del luogo. La cosa che quasi nessuno dice, invece, è che la leggerezza con cui i tre ragazzi si sono mossi è conseguenza della non conoscenza del territorio, che a sua volta è conseguenza dell’interruzione della trasmissione orale di tale conoscenza. C’è stato un tempo, che nel Friuli orientale è finito intorno alla metà degli anni ottanta, in cui i paesi situati vicino ai fiumi vivevano di e sul fiume. Nel fiume si pescava e si raccoglieva la legna dopo le piene, i contadini in estate di sera facevano il bagno per lavarsi via il sudore e la polvere, i ragazzini passavano l’estate a tuffarsi e nuotare. Tutti sapevano quali erano i punti pericolosi, e soprattutto *quando* erano pericolosi. Si sapevano leggere i segni di una piena in arrivo, si teneva d’occhio il livello e il colore dell’acqua. Cose che non si sapevano per scienza infusa, ma perché da piccoli te le insegnavano i grandi. La gente affogava anche allora, sia chiaro, ma c’era una consapevolezza del rischio che ora manca. I bei tempi non ci sono mai stati, lo diciamo sempre. Il punto è che non ci sono nemmeno adesso, non ci sono *soprattutto* adesso. Per un paio di decenni le rive dei fiumi sono diventate non-luoghi, o luoghi da cuore di tenebra. E dopo 20 anni di oblio si è cominciato a parlare di “riscoperta” e di “valorizzazione” (che, ricordiamolo, significa “messa a valore”), è arrivato il tempo dei luoghi pittoreschi, poi diventati “instagrammabili”, decontestualizzati dall’ambiente naturale e antropico circostante; il tempo in cui si può progettare una “Premariacco beach” su un ghiaione che si trova tra lo sbocco di una forra e l’ingresso della forra successiva, un luogo tranquillo e sicuro per gran parte dell’anno, sì, ma pericolosissimo in occasione di piogge abbondanti nelle montagne retrostanti.

Come per la montagna, si è persa la consapevolezza che il letto di un fiume è un ambiente naturale che presenta dei rischi, che non possono essere eliminati o tenuti sotto controllo, ma possono essere conosciuti e valutati di volta in volta. In generale, si dimentica una cosa che dovrebbe essere ovvia: nessuna autorità può garantirci l’incolumità di fronte a un fenomeno naturale, per il semplice fatto che autorità e fenomeni naturali sono concetti che appartengono a piani discorsivi e di realtà distinti. Questa amnesia, se ci si pensa, è alla base anche dell’antropizzazione scriteriata delle aree prossime ai fiumi, con le conseguenze su vasta scala che stiamo sperimentando sempre più spesso.
L'articolo Riflessioni sulla morte di tre ragazzi nel fiume Natisone sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.
dal 18 febbraio 2024 ore 12:00 UTC +2
al 19 febbraio 2024 ore 12:00 UTC +2
24hrs Palestine

24hrs/Palestine è un programma radiofonico plurilingue che, attraversando differenti geografie e fusi orari, intende far sentire un coro eterogeneo di voci unite nella solidarietà con il popolo palestinese. Nel corso di 24 ore, ci riuniremo in spazi fisici e nell'etere con l'obiettivo di ascoltare, da persone e realtà di tutto il mondo, le necessità e le possibilità della solidarietà anticoloniale da prospettive locali. La Palestina è una terra che ci spinge e ci ispira ad agire, a pensare e a partecipare ad un internazionalismo capace di interrogarsi a ogni latitudine sulle interconnessioni e sulla solidarietà. La situazione a Gaza è misura della giustizia, ovunque nel mondo. La trasmissione inizia domenica 18 febbraio alle 12:00 (fuso orario palestinese, ore 11:00 in Italia), proponendo interventi da Santiago ad Algeri, da Nouméa a Helsinki, da Casablanca a Kampala, da Beirut a Montreal, da Bandung a Parigi, dal Cairo a Teheran, Betlemme, Ramallah, Città del Capo a Londra, Tunisia, Ucraina, Italia e India, per culminare alle 12:00 di lunedì 19 febbraio in Palestina. Connettendo una rete di stazioni radio indipendenti …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

Mercoledì 5 luglio 2023, dallo studio radio di ZAM
Diritti sociali e digitali
Twitter e la rivoluzione francese
Immaginazione teoretica
API, social media, scraping e la possibilità di informarsi anonimamente
durata: 50 minuti
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

Mercoledì 28 giugno 2023, dallo studio radio di ZAM
Mare crudele
IBM aveva una sua AI e la chiamava Watson
Aggiornamenti sul sottomarino che scese a visitare il Titanic
Viaggi su Marte e altri ambienti scomodi che …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

Mercoledì 21 giugno 2023, dallo studio radio di ZAM
Parliamo d'altro!
Moderatori di Reddit in sciopero (hanno ragione)
Gossipz dai socialz
Il sottomarino fermo a 3000 mm di profondità usa un Logitech game joystick
Apple Computers denuncia …
5 maggio 2022 ore 21 - FOA Boccaccio, Monza
Parteciperemo giovedì 5 maggio a LABYRINTHUS 2.0 / Forme di resistenza nello spazio digitale. Dal Web 3.0 al Metaverso, dalle blockchain agli NFT.
La nostra prima reazione è stata: preferiremmo di no, perché siamo contro. "Sì ok, ma per favore potreste …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a cura di Unit hacklab di Milano.

Mercoledì 23 febbraio 2022, dallo studio radio di ZAM
Distro dramma n.1 - Installazione Debian GNU/Linux su Mac AIR/Piccolo
durata: 59 minuti
L'approfondimento satirico della …
Sabato 11 dicembre 2021 alle ore 17:00
a seguire dalle 19:00 acheritivo e live music by unit electric assembly
unit hacklab @zam via sant'abbondio 4, milano
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

Puntata di lunedì 07 dicembre 2020: il Virus.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

Puntata di mercoledì 30 settembre 2020: la Piattaformazione delle nazioni.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media …
Ciao, abbiamo ricominciato a fare assemblea il mercoledì.
Bacilli
..e dopo aver pensato molto, riflettuto, studiato la storia delle pandemie ed
esaminato i modelli trovati in natura.. abbiamo deciso che le attività IRL di
Unit Hacklab rimarranno in stato dormiente fino a nuove notizie.
Sembra che Madre Natura ci stia chiedendo (a noi umane/i) di rallentare,
riflettere, ri-fare …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

Puntata di lunedì 27 gennaio 2020: decodifiche binarie.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi …

Lunedì 27 gennaio 2020 ore 21
Quarta puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

Puntata di mercoledì 25 dicembre 2019: antropocene.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi …

Mercoledì 25 dicembre 2019 ore 22
Terza puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …
Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

Puntata di lunedì 10 dicembre 2019: meme stupendo.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media …

Lunedì 09 dicembre 2019 ore 21
Seconda puntata di Bitume: trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

Lunedì 18 novembre 2019 ore 21
Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

Lunedì 18 novembre 2019 ore 21
Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.
L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.
Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …
di Mario Maldini
TRARRE DALLA CINA LE RISORSE PER TENERE L’INDIA……questa sentenza, mirabile nella sua sintesi, venne pensata da qualcuno, in Inghilterra, all’inizio dell Ottocento.
Mentre in Europa infuriavano le guerre napoleoniche. e gli inglesi combattevano per la vita e per la morte, quelli fra loro che si occupavano di Oriente guardavano lontano dal vecchio continente, consapevoli che la sorgente del loro potere e della loro ricchezza stava da quelle parti.
Dominare l’India, per gli inglesi che l’avevano presa da pochi anni in modo fortunoso, quasi fortuito, era come per un gatto dominare un cinghiale: occorreva aguzzare l’ingegno. Tanto per cominciare occorreva avere le risorse per pagare gli indiani mansueti e castigare quelli riottosi alla dominazione britannica.
La Cina era, già allora, la nazione più popolosa del mondo, e anche la più ricca: un mercato ( come pensano gli anglo ) di trecento e trenta milioni abitanti. I cinesi però non desideravano trafficare con gli stranieri, erano dominati da un Imperatore disinteressato a quel che accadeva fuori dai suoi confini, vendevano sì molti prodotti ai mercanti europei, ma non compravano da loro quasi niente. Così, ogni anno, fiumi di argento e oro fluivano da tutto il mondo per acquistare merci cinesi; non si poteva continuare in questo modo. I cinesi avevano anche uno sguardo razzista sugli europei; al massimo erano barbari cotti ( che avevano assorbito qualcosa di cinese), ma di solito erano barbari crudi ( tutti gli altri ). Massimo disinteresse, insomma, da parte dell’Impero Celeste, verso la crescente penetrazione europea in Asia, in un tempo nel quale le cineserie erano di gran moda in Inghilterra, Francia e negli altri paesi.
Così, dopo qualche decennio di tentativi e falliti approcci tesi ad aprire la Cina al commercio europeo e inglese, questi ultimi passarono all’azione. Nel 1839 inizia la Guerra dell’Oppio; britannici ( e francesi ) bombardano i porti cinesi, nel 1841 prendono Canton e la restituiscono dietro pagamento di un riscatto. Gli europei hanno navi e cannoni potenti, sulle coste fanno quel che vogliono, vincono sempre, umiliano i cinesi, che cominciano a pensare che l’Imperatore Manchu avesse perso il favore del Cielo, il che in Cina significava la fine della dinastia.
I cinesi si oppongono alla penetrazione europea soprattutto su un punto: il libero commercio dell’oppio nel loro paese, il modo scelto per riequilibrare la bilancia dei pagamenti. I cinesi comprano quantità enormi di oppio, il consumo si diffonde, gli europei glielo portano dall’India, se lo fanno pagare bene; come gradito sottoprodotto ottengono la disgregazione della società locale e possono sostenere che i cinesi sono inferiori perché sono un popolo di drogati marci.
Fra i più accaniti nel volere la guerra, il liberale Lord Palmerston, capo del governo inglese. Dopo varie tragedie, nel 1860 il consumo dell’oppio diventa legale in Cina. Nel frattempo era scoppiata la Rivoluzione Tai Ping ( significa Regno della Pace) ;
un profeta autoproclamato che sosteneva di essere fratello di Gesù, incendia la Cina profonda con istanze comunitarie e contadine. Venne represso da inglesi, francesi ed eserciti imperiali cinesi ( in tal caso d’accordo ) che massacrarono decine di milioni di persone.La libertà di commercio e la libertà di delinquere coincidono, in questa lunga storia cinese, che loro chiamano Il Secolo dell’Umiliazione; lo schema può essere assimilato alla sequenza Rivoluzione Colorata – Intervento Militare straniero – Riclassificazione dell’Illecito che diviene Diritto e Norma.
Non per una volta ma di continuo; occorre vendere “ prodotti sconosciuti ieri, indispensabili oggi, superati domani “ come notò un contemporaneo. Fiacca la risposta dei cinesi che avevano tutto contro: a fine secolo i patrioti si organizzano e danno vita alla Società del Pugno e dell’Armonia, che gli europei chiamarono con disprezzo Rivolta dei Boxer, come se si fosse trattato di una sommossa di sportivi invasati.
Le successive generazioni cinesi, che si trovarono a vivere in un paese asservito allo straniero, impoverito, umiliato, sprofondato nella dipendenza dalla droga, seppero trovare la via della Riscossa.
Nel 1911 l’Imperatore fu deposto, e fu proclamata la Repubblica, guidata da Sun Yat Sen, dichiarato estimatore di Mazzini e Garibaldi.
Poi le guerre contro i giapponesi, la proclamazione del regime comunista, la rinascita della Nazione, a prezzo di un mare di morti.
Nella Cina moderna non entra più l’oppio britannico, gli stranieri che commettono reati non vengono più giudicati da tribunali del loro paese. Le navi, i magazzini e gli edifici di ogni genere che inalberassero una bandiera di qualche stato europeo ( si potevano comprare tranquillamente) erano sottratti ad ogni norma di diritto cinesi; oggi sono lontani ricordi, non dimenticati però.
Europei e cinesi ricchi vivevano in paradiso, il 99 per cento dei cinesi era precipitato all’inferno, noi chiamammo questo Libertà di Commercio. Era soprattutto Libertà di Delinquere: oggi chiamiamo GLOBALIZZAZIONE e AFFERMAZIONE DEI DIRITTI CIVILI le stesse cose.

Lewis Mumford: il monastero e l'orologio
da Lewis Mumford, Tecnica e cultura, Il Saggiatore 1961
Il paragrafo sulla misurazione del tempo della giornata, dal monastero alla fabbrica.
1 luglio 2022
alle ore 19.30
presentazione del libro
LOC0-19 Pensieri, voci e cronache da un silenzioso pandemonio

A un tratto è sembrato che il tempo si fosse fermato mentre invece stava iniziando il bordello...
A seguire: a tavola assieme
Prenotazioni cena: tel 348 055 9421
email: arci.traverso@gmail.com
Trattoria Popolare ARCI Traverso
Via Ambrogio Figino 13, Milano
20 marzo 2022
alle ore 16.00
@Cox18 - via Conchetta 18 - Milano
presentazione del libro
LOC0-19 Pensieri, voci e cronache da un silenzioso pandemonio

Dopo due anni LOST torna con un incontro in presenza.
Era proprio il 15 marzo 2020 quando sospendemmo un incontro con tracking.exposed sulla profilazione di pornhub (questo qui), ed era proprio il 15 marzo 2020 che iniziammo "la radio".
A distanza di due anni cerchiamo di riprendere il ragionamento materialmente presenti e con un testo che raccoglie, aggiornati, alcuni pezzi delle trasmissioni.
Nel frattempo molte cose sono successe, ad un tratto è sembrato che il tempo si fosse fermato mentre invece correva veloce, per non perdersi e non farsi confondere troppo vale la pena di ripercorrere i propri passi.
============================================== SCHEDA ==============================================
Il virus Covid-19 si presenta nel 2020, la sua diffusione, grazie ai ritmi dello scambio globale di persone e merci, ne determina la diffusione su tutto il Pianeta. L'epidemia ha creato occasioni di confronto e obbligato all'ascolto di punti di vista molto diversi, mettendo alla prova diverse chiavi di lettura e quadri interpretativi sia sugli assetti generali che su quelli particolari. Queste testimonianze concrete di resistenza e di coscienza critica sono state trasmesse …
Le nuove tecnologie in Inghilterra tra '700 e '800
di Angelo Rossi
da SAPERE numero 774, agosto-settembre 1974
Lo sviluppo economico-produttivo che va sotto il nome di rivoluzione industriale, momento del decollo economico della borghesia inglese fra '700 e '800, non è solo all'origine di una nuova tecnologia scientifica in cui si formarono concetti fondamentali della meccanica e della termodinamica. Esso stimolò anche la nascita di una nuova concezione e di una nuova organizzazione scientifica, che sostituì il newtonianismo inglese del '700 con una visione più dinamica della realtà naturale e un più organico rapporto scienza-tecnica.
1789: prassi e organizzazione della scienza
di Angelo Baracca e Angelo Rossi
da SAPERE numero 775, ottobre 1974
La presa del potere da parte della borghesia francese, dopo la rivoluzione del 1789, comportò anche una radicale trasformazione nei contenuti, nei metodi e nell'organizzazione della scienza, resi funzionali al nuovo ordine sociale, come elementi integranti in esso profondamente radicati.

Siete tutti invitati ai festeggiamenti per la riapertura dei laboratori del Gabrio!
Vogliamo farvi conoscere i collettivi nati in questi 5 anni di occupazione di via Millio, condividendo con voi il frutto delle nostre gioie e fatiche, con esposizioni, attività aperte e dimostrazioni pratiche.
Vi aspettiamo al secondo piano con il bar e un buffet offerto dai vari collettivi, il tutto condito con Dj set a cura di Black Dynamite Trio, e dalle 17.30 concerti con Vandisky, Yuma e Muddy Mama Davis.
Collettivo Orto Gila arti grafiche Gabrio school of music Hacklab Cinespritz Microclinica
Dentro e fuori dalle stanze del nostro bellissimo hacklab metteremo a disposizione le nostre menti migliori per chiacchere e divertimento.
Cosa sono? Delle piccole presentazioni di dieci minuti su un argomento a scelta. Tutti potranno segnarsi e prendere uno spazio per raccontare un progetto su cui stanno lavorando o un idea o quello che vi pare. Abbiamo già qualche asso nella manica!
Avremo una presentazione su mastodon e social network che potrebbe durare un po' più di dieci minuti.

Lunedì 19 Novembre alle ore 21.00~ presso il CSOA Gabrio in via Millio 42.
Se non potete essere presenti con noi alla serata sintonizzatevi su #stakkastakka sulle libere frequenze di radio blackout tra le 13.00 e le 15.00 per una diretta con i redattori.
La storia dell’hacking come lo conosciamo oggi ha origine negli anni ottanta e nei fenomeni controculturali che li attraversarono: di questa esperienza abbiamo tentato in questo numero di offrire una delle prime forme di narrazione corale disponibili nel contesto italiano (e non).
Partiti con l’intenzione di affrontare la storia dell’hacking in una prospettiva globale, è diventata per noi dominante l’idea di affrontare la nascita e l’evoluzione dell’hacktivism, cioè del nesso delle pratiche hacker con l’attivismo e la militanza politica. Questo perché abbiamo preferito concentrarci su un percorso profondamente politico e peculiare del contesto italiano: nonostante la consapevolezza della non neutralità della tecnica, i movimenti italiani infatti riflettono da almeno tre decenni sull’uso sociale delle tecnologie digitali, dimostrando un particolare interesse per i nuovi media e per il loro uso ai fini di una comunicazione e una (contro)informazione libere e indipendenti. Nella costruzione del numero abbiamo seguito le reti dei protagonisti dell’hacking italiano e ci siamo avvicinati a coloro che, prima di noi, si erano interessati di queste storie. La linea di demarcazione tra gli uni e gli altri si è rivelata labile: per questo ci è impossibile distinguere con certezza quanto ci sia di emico (proveniente dall’interno) e quanto di etico (frutto di interpretazione) in questo numero.
Abbiamo cominciato a trasmettere sulle mitiche libere frequenze di radio
blackout con una trasmissione di critica
delle nuove tecnologie e approfondimenti digitali, si chiama stakkastakka.
Per ora tutti i lunedì dalle 13 alle 15 sui 105.25fm (ovviamente solo
torino e dintorni) o in streaming sempre qui
Durante le trasmissioni potete interagire con noi in tempo reale, ci trovate su IRC nel canale #stakkastakka del server
di autistici (qui trovate come
fare).
Ci uniamo quindi alla combricola acaroradiofonica che vede tra le sue fila:
e quindi stay tuned, qui trovate i podcast