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L'estate di Annalisa sognando San Siro

La cantante racconta le sue mille identità, tra ricordi d’infanzia e un percorso costruito in 15 anni di carriera che oggi la spinge a guardare ancora più avanti

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Valentina Gargano, il soprano lirico che incanta gli stadi nei concerti di Achille Lauro

Come ben sanno i venticinque lettori manzoniani di queste mie colonne, ho sempre fondato la mia Weltanschauung sulla mescolanza fra l’alto e il basso, sulla ricerca di quella tensione interiore orientata al principio alchemico della concordia oppositorum. Ero dunque destinato all’incontro folgorante con l’artista che desidero presentare oggi: Valentina Gargano, soprano lirico che incanta il pubblico dei concerti rock negli stadi, artista in cui si fondono talento indubbio e innegabile fascino.

Gli spettatori dallo sguardo attento già rimasero colpiti dalla sua interpretazione irresistibile di Rosina ne Il Barbiere di Siviglia, all’interno della lodevole iniziativa itinerante del Teatro dell’Opera di Roma OperaCamion; già allora, dietro l’agilità vocale e la vivacità sulla scena, si imponeva quella presenza magnetica che ha rapito i fan di Achille Lauro a San Siro e allo Stadio Olimpico.

Gargano, infatti, vive un momento di improvvisa quanto meritata visibilità grazie alla sensibile intuizione dell’artista romano, che l’ha voluta come presenza cruciale nel suo commovente brano Perdutamente, portato trionfalmente sul palco dell’ultima edizione di Sanremo. Tecnicamente, Gargano è, prima di ogni altra considerazione, un soprano lirico di agilità, la cui specialità rimane il ruolo sublime della Regina della Notte; un cimento proverbialmente arduo, che impone il temibile Fa6 nei celebri picchettati.

Formatasi coi massimi voti a Santa Cecilia, perfezionatasi all’Accademia del Teatro dell’Opera di Roma, Gargano si è già esibita a livello internazionale; la sua voce potrebbe essere definita una lama dal colore brunito, per restituirne insieme la purezza tagliente e la profondità timbrica. Negli stadi, la sua vocalità si è rivelata sorprendentemente versatile (qualità che aveva già messo in luce nel doppiaggio della serie tv Belcanto), transitando dal registro di petto/misto dell’interludio epico che precede Perdutamente a suoni fissi di testa di matrice quasi barocca, per giungere infine a una vocalità lirica pura, coronata da due Re6 tenuti con apparente disinvoltura.

Rispetto al teatro, un live in uno stadio impone ulteriori asperità tecniche: l’auricolare in-ear, che sottrae alla cantante la percezione della propagazione della voce nello spazio circostante; il fumo di scena, che inaridisce le mucose; una platea immensa e volumi sonori tali da rendere quasi impossibile percepire con esattezza l’effettivo sforzo vocale.

Eppure ridurre Valentina Gargano a una scheda tecnica significherebbe non cogliere il punto. Davanti al pubblico caotico e popolare degli stadi si misura la potenza del suo magnetismo: la sua figura, esaltata da un abbigliamento classico che l’ha resa simile a una dea soave e tremenda, ha imposto un silenzio solenne al brusìo di decine di migliaia di persone, squarciato solo dal suono cristallino del suo acuto.

Ve ne parlo, però, non per perizia tecnica o superficiale seduzione estetica: di soprani dotati, come di modelle o attrici di evidente bellezza, il mondo dello spettacolo abbonda. Ciò che rende Valentina Gargano una figura davvero unica nel panorama contemporaneo è un quid unico e irriducibile: il dono, appunto, di incarnare l’unità dei contrari. Non solo sul piano stilistico (da soprano lirico in un’arena rock), ma anche nella figura: concilia una dolcezza da Madonna preraffaellita e un’inquietante aura gotica; sul palco abbaglia con un portamento naturale da diva, ma nelle sue apparizioni pubbliche è sempre spontanea; manifesta grazia femminile e virilità androgina (state attenti, ammiratori indiscreti: il soprano sa boxare abilmente!), sensualità quasi luciferina e sguardo colmo di meraviglia innocente, una ierofania di archetipi complementari, Atena ed Ecate, Medea e Violetta, Lilith e Beatrice.

Una figura già iconica per il cinema d’autore o (perché no?) nella moda: due mondi che vivono proprio di quella tensione fra ieraticità e contemporaneità che lei pare incarnare senza il minimo sforzo. Robert Eggers farebbe bene a tirare le orecchie ai loro responsabili del casting (ma ancor di più dovrebbero i nostri Sorrentino e Garrone), è da stolti lasciarsi sfuggire la perfetta protagonista di una trilogia gotica, un volto che illuminato anche da una sola candela renderebbe ciascun fotogramma un dipinto fiammingo.
I teatri d’opera e gli stadi pieni sono solo l’inizio di una carriera che mi auguro piena di meritato riconoscimento.

[Foto di Alessandra Trucillo]

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Jalen Ngonda, “Doctrine of Love”. Il Disco della Settimana.

Jalen Ngonda, “Doctrine of Love”. Il Disco della Settimana.

Dalla scuderia della Daptone Records, quella di Amy Whinehouse, Charles Bradley e Sharon Jones, Jalen Ngonda è il nuovo astro del retro-soul!

Il cantante e polistrumentista soul statunitense Jalen Ngonda è considerato uno degli astri nascenti del genere. Il suo secondo album, Doctrine of Love, è uscito il 5 giugno 2026 su Daptone Records, con lo stesso team creativo che ha contribuito al successo di Amy Winehouse, Sharon Jones o Charles Bradley. Il disco unisce arrangiamenti orchestrali, influenze gospel e un’inconfondibile impronta Motown.

Cresciuto nei pressi di Washington D.C., e successivamente trasferitosi a Liverpool, in Inghilterra, per studiare musica al Liverpool Institute of Performing Arts (fondato da Paul McCartney), Jalen è stato introdotto al genere fin da bambino dal padre, un collezionista compulsivo di dischi e, per sua stessa ammissione, non ascolta nulla che sia stato prodotto dopo il 1972.

Ampiamente paragonato a leggende del calibro di Marvin Gaye, Curtis Mayfield e David Ruffin per via del suo sublime e naturale uso del falsetto, il suo album d’esordio del 2023, Come Around and Love Me, ha superato i 300 milioni di stream complice il successo virale del singolo If You Don’t Want My Love. Ha conquistato l’ammirazione di icone come Elton John e Snoop Dogg, calcando i palchi di festival importanti come quello di Glastonbury. Prima del lancio del secondo disco, ha collaborato con i Gorillaz (nel brano The Mountain) e con Jordan Rakei.

Se il primo album guardava ai primi anni ’70, Doctrine of Love fa un salto temporale ideale indietro verso il 1968. Il sound fonde la tradizione Motown e Stax con ricchi arrangiamenti orchestrali, schiocchi di dita, cori fortemente influenzati dal gospel, fiati intensi e groove ritmici serrati, con evidenti i riferimenti al primo Stevie Wander o al soul solare e positivo di Brenton Wood.  Il disco, “Doctrine of Love”, èquasi un concept che si dipana sul credo personale di Ngonda, secondo cui ogni pensiero e azione dell’essere umano dovrebbe essere guidato innanzitutto dalla compassione per gli altri, essendo l’Amore la misura più alta del valore umano.

L’album, anticipato dai singoli Doctrine of Love (che rimanda già dalle prime note alla Back to Black di Amy Winehouse), Burning Temptation e Anyone In Love è composto da 10 tracce ed è stato prodotto nuovamente a New York da Vince Chiarito e Michael Buckley (già membri della band di Charles Bradley).

Sebbene stile e sonorità siano impeccabili, il limite del disco è proprio nella eccessiva filologicità che lo avvicina troppo ad un riuscitissimo esercizio di stile. La stoffa c’è, un po’ di coraggio in più avrebbe reso l’opera, pur godibilissima, ancor più interessante.

Jalen Ngonda promuoverà il nuovo album in tutto il mondo ed è atteso in Italia nell’estate 2026 per due tappe imperdibili:
• 5 Agosto 2026: Roma – Casa del Jazz
• 7 Agosto 2026: Locorotondo (Bari) – Locus Festival

 

Intanto muoviamo tutti il piedino con “Doctrine of Love” di Jalen Ngonda, il nostro Disco della Settimana!

 

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Un destino cinico e baro mi fa perdere i Massive Attack ma il Primavera Sound di Barcellona è sempre avanguardia

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Il Primavera Sound di Barcellona è uno dei pochi posti al mondo dove puoi perdere il concerto che aspettavi da 25 anni e rotti e ripartire, comunque, con la sensazione di aver vissuto qualcosa di irripetibile. L’edizione 2026 appena terminata si è aperta, infatti, con un colpo di teatro, chiamatela contrappasso-ordalia se volete: durante la prima serata ufficiale del giovedì, il Parc del Fòrum è stato investito da una pioggia torrenziale e da un vento semi-artico che hanno costretto gli organizzatori a fermare i palchi principali per ragioni di sicurezza. E tra gli show cancellati, anche quello dei Massive Attack. Sono cresciuto con il trip-hop di Bristol e per l’ennesima volta un destino cinico e baro mi ha impedito di assistere dal vivo alle alchimie audiovisive di Robert Del Naja e soci.

La mia prima giornata si esaurita così, con l’ascolto di appena una metà dei miei adorati Geese. Poi è cominciato il sabba: diluvio universale, o meglio, Apocalypse Now, e ho dovuto rinunciare pure a Father John Misty e Oklou (che si sono esibiti lo stesso, in mezzo al delirio meteo). Anche il live di Mac DeMarco è stato annullato.

Alle 11 della sera, in migliaia siamo fuggiti in direzione metropolitana zuppi fradici d’acqua. Ma il Primavera Sound ha un talento speciale: quello di saper rialzarsi sempre. E venerdì e sabato è tornato a essere il posto migliore del pianeta. Centinaia di migliaia di pacifiche e gioiose persone hanno riempito il Fòrum fino all’ultimo centimetro utile. Ragazze della Generazione Z e attempati ragazzi con i capelli grigi od ormai estinti, pensiamo al sottoscritto, che convivono uniti dalla medesima, quanto sfaccettata, passione musicale. Qui lo slogan “Nobody is normal” non è marketing, ma una pratica quotidiana, così come il grande “No War” impresso nel cuore del festival. Nel vortice di stages, il livello è stato altissimo.

I Cure hanno firmato il concerto dell’anno: due ore e mezza di repertorio attraverso quattro decenni di carriera senza nemmeno una sbavatura, con un Robert Smith ancora capace di tenere insieme epos e spleen. E sfodera ancora perfettamente la sua voce da ragazzo: la new wave, anche quella tinta di dark, mantiene for ever young. I My Bloody Valentine, quelli di Loveless, anno di grazia 199, capolavoro del genere cosiddetto shoegaze e nella top 50 di qualsiasi classifica rock tout court nella storia, hanno (ri)costruito il loro muro di suono distorto, ipnotico e voluttuoso; gli Slowdive hanno regalato una lezione di post-rock delle origini; l’immenso Damon Albarn, qui alla guida dei Gorillaz e non dei Blur, pur folgorato sulla via dell’Oriente ha confermato di appartenere alla ristrettissima genìa degli artisti che trasformano ogni live in evento. È andato in pellegrinaggio da lui persino il premier spagnolo Pedro Sanchez.

Tra le sorprese più scintillanti (almeno per quel che mi riguarda) annoto Addison Rae, ormai popstar a tutti gli effetti, magnetica e spavalda; la mesmerica Ethel Cain, con la sua tenebrosa e polarizzante liturgia sospesa; Little Simz e Sudan Archives, due bombe di energia; la dj-superstar coreana Peggy Gou, il cui set ha chiuso il festival all’alba di domenica. E poi The xx, in grado di ritrovare immediatamente quella cifra sofisticata e minimale che li ha resi una delle band simbolo di questo primo quarto di secolo.

Conclusioni provvisorie: il Primavera Sound, il mio quinto consecutivo, continua a essere un gigantesco laboratorio culturale dove convivono senza steccati rock, elettronica, pop, sperimentazione e avanguardie. Ma resta soprattutto una comunità civile e libertaria intermittente che dimostra come si possa stare insieme senza paura dell’altro, senza aggressività, senza bisogno di alzare muri. Una sublimazione di quelle che Hakim Bey, nel suo libro underground di culto, definì “T.A.Z.”, Zone Autonome Temporanee. Come i nostri sogni migliori. E si pensa subito all’edizione successiva. Tornerete, nel 2027, cari Massive Attack?

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“Quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione. La tua famiglia non ti ha mai ostacolato: ti abbiamo lasciato libero, nonostante il dolore”: Nesli scrive al fratello Fabri Fibra

Caro fratello, credo sia arrivato il momento di parlarti a cuore aperto e dirti che tutto il male, tutto il dolore che hai provato e che quel dolore ha generato, possiamo lasciarli andare, perché appartengono al passato”. È iniziata così la lettera-social che Nesli ha dedicato a suo fratello Fabri Fibra dopo che, nella prima puntata del nuovo format “Nuova Scena Dissing Podcast”, intitolata “La famiglia rovina il rap?”, l’artista marchigiano ha accennato i suoi burrascosi rapporti col suo nucleo familiare. Nell’episodio, i quattro giudici del talent show di Netflix, si erano divisi in due schieramenti diametralmente opposti: da un lato c’erano Fibra e Guè (che sia in musica che nelle interviste non hanno mai nascosto alcuni screzi coi propri parenti stretti) e, dall’altro, Geolier e la neomamma Rose Villain.

La prima puntata del podcast era iniziata proprio con un disclaimer dello stesso Fibra, che aveva precisato (soprattutto agli spettatori): “Ricordatevi che stiamo giocando”. I quattro colleghi, nel confronto, hanno raccontato e dibattuto sul proprio significato di “famiglia”. A Geolier, “una delle prime cose che mi hanno insegnato è il valore della famiglia”, ha dichiarato l’artista. “Io quando penso alla famiglia, che possono essere anche solo tre persone, non penso al successo. Ti tiene completamente coi piedi per terra”, ha detto Rose Villain. Chi ha una visione meno romantica del termine sono Guè e Fibra. “Tra le varie cose in cui non credo c’è la famiglia (…). Tutti gli italiani hanno questa ipocrisia della famiglia, che palle. Dipende che famiglia è”, ha spiegato il rapper dei Club Dogo. Poi è arrivato il turno di Fabri Fibra: “A me dicevano una cosa molto leggera che è ‘non ce la farai mai’. E la mia risposta è ‘vaff*****o’”.

Geolier a Fibra: “La tua famiglia ti ha ostacolato? Son problemi tuoi”

Gli scambi di vedute sono proseguiti, fino ad arrivare alla domanda, posta dal rapper partenopeo a Fibra, che ha fatto il giro del web. “Con chi festeggi quando hai successo?”, ha chiesto Geolier. “Non festeggio con la gente che ha provato ad ostacolarmi”, ha risposto l’artista di Sinigallia. “La tua famiglia ti ha ostacolato?”, ha aggiunto Geolier. “È stata proprio la mia famiglia a farlo!”, ha chiosato Fibra. “Son problemi tuoi!”, ha, infine, replicato il cantante campano. Ed è stata proprio l’ultima esclamazione di Geolier a non passare inosservata e, anzi, a finire sotto bersaglio di alcuni commenti social da parte di utenti che (comprensibilmente) hanno storto il naso sull’apparente – quanto però, realmente, improbabile – “menefreghismo” esternato dal rapper di “I p’ me, tu p’ te”. “Geolier con la sensibilità di un sasso”, “E’ incommentabile”, “Non ha capito niente” e “Ridere dei problemi altrui è davvero raccapricciante”, sono alcuni dei commenti (con migliaia di like al supporto) di alcuni utenti che si sono risentiti. La risposta di Geolier, che è bene precisare sia venuta “a caldo” ed all’interno di uno show che prevedeva un botta e risposta, tendenzialmente, rapido, non è stata percepita come una carezza ma, a provare ad addolcire la pillola ci ha pensato Nesli, scrivendo parole al miele nei confronti del fratello Fibra. “La tua famiglia non ti ha mai ostacolato e ha sempre creduto in te, nel nome del valore più grande: l’amore. Perché amare significa anche lasciare liberi di essere e di diventare ciò che si è destinati a essere. Ed è ciò che abbiamo fatto: ti abbiamo lasciato libero, nonostante il dolore. Non abbiamo camminato accanto a te sulla tua strada, perché era la tua e non la nostra”, ha detto Nesli.

Le parole di Nesli: “Quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione”

E ancora: “E quando hai scelto di allontanarti, abbiamo rispettato la tua decisione. Non abbiamo mai chiesto nulla, perché l’amore autentico sa anche fare un passo indietro. Ognuno vive la propria storia e custodisce la propria verità. Ma tutto ciò che hai vissuto ti ha reso l’uomo che sei oggi, nel bene e nel male. E forse, dopo tutto questo tempo, è il momento di accogliere ciò che è stato con maggiore serenità, senza lasciare spazio alla rabbia e al rancore”, ha proseguito Nesli, terminando il post con un augurio a Fibra di pace e “di guardare al passato con occhi nuovi, sapendo che, anche nella distanza, non abbiamo mai smesso di amarti. Forse un giorno ci ritroveremo. Intanto, con affetto, tuo fratello Francesco”, ha concluso Nesli.
I due non si parlerebbero da più di 15 anni e chissà che non possa essere il primo passo di una ricucitura. A detta di Nesli, come da lui stesso raccontato in un’intervista di qualche anno fa a Vanity Fair, nei primi anni 2000, lui e Fibra sarebbero stati attenzionati dalla prima major del fratello ma, secondo l’ex concorrente del Festival di Sanremo “Per loro (l’etichetta discografica, ndr) ero un accessorio, l’eterno secondo. Eppure, se non fosse stato per me, Fabri Fibra starebbe ancora a montare i tappi alle penne in Inghilterra”. E quando Fibra “torna da Londra per registrare, iniziamo a guardarci diversi, la bolla scoppia”, aveva detto nell’intervista. Fibra gli ha quasi sempre risposto con le barre: “Preferisco i tuoi primi testi. Non avevi tutta la pressione che adesso ti mette mamma. E sentirti parlare d’amore un po’ mi stanca”, rappa in “Nessun aiuto”. “Lui mi ha sempre attaccato e io non ho mai risposto. Non potevo più non affrontare il problema”, aveva detto Fibra al Corriere della Sera. E ancora: “Nesli mi attacca come musicista e quindi attacca la mia persona. Ma lui per primo dovrebbe scindere l’aspetto professionale da quello personale. Quando ci riuscirà, forse potremmo di nuovo comunicare. Di certo gli voglio bene, è mio fratello e lo sarà per tutta la vita”.

“Se mia madre fosse qui adesso mi direbbe ‘Non ti vergogni? Non aiuti mai tuo fratello. Lui che insegue i tuoi stessi sogni’”

Fibra ha da sempre raccontato il suo complicato rapporto coi genitori e col fratello. In “Ringrazio”, Fibra rappa: “Mia madre mi soffoca da quando sono nato. Mi vorrebbe morto dopo quello che son diventato (…). Prendevo botte fino a quando non usciva il sangue (…). Mia madre mi ha rovinato la vita (…). Ho perso ogni compagnia (…). Non voleva che uscissi con una ragazza”. E poi, alla fine del brano, la parentesi su Nesli: “Se mia madre fosse qui adesso mi direbbe ‘Non ti vergogni? Non aiuti mai tuo fratello. Lui che insegue i tuoi stessi sogni’”.
Nel 2025, con “Mio Padre”, Fibra ha “vomitato” tutto ciò che si sarebbe sentito di dire al genitore, deceduto nel giugno del 2023. “Fanc**o papà, quel giorno è giunto, papà. Per colpa tua sono cresciuto insicuro. E ora dovrei restare muto perché non sei più qua (…). Solo discorsi sulle bollette a cena e a pranzo. A dimostrare un po’ d’affetto ti costava tanto (…). In casa c’era la guerra tu che poi lanciavi il tavolo, il piatto, la sedia. In famiglia era una mer*a, tu una mezza sega. Ti sogno morto senza alcuna pietà (…). Quando vedo una famiglia felice che sorride gli auguro le peggio sfighe (…). Mio padre è morto, non l’ho mai visto sorridere (…). Eppure sono qui che ancora ne parlo Come se fossi incastrato nel passato, un ostaggio”.

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Non c’è Beethoven senza di lui. Con Guido d’Arezzo si celebrano i mille anni della scrittura musicale

Galileo, Einstein, Michelangelo, Shakespeare, Giotto, Aristotele, Kant: e ne potrei aggiungere tanti, tanti altri. Sono personaggi enormi che hanno modificato, ampliato, arricchito interi territori della nostra cultura. Qui ve ne propongo un altro, forse meno universalmente noto, ma non per questo meno grande.

È Guido d’Arezzo. Non si sa dove sia nato, è probabile Pomposa, nel ferrarese, dove fu istruito. Fu monaco benedettino poco dopo l’anno Mille, nella locale abbazia, allora un importante centro monastico. Intorno al 1025 entrò al servizio di Teodaldo di Canossa vescovo di Arezzo. Che fece di così significativo? Una cosa semplice semplice, che ha però cambiato il corso della storia e della cultura musicale dell’Occidente: inventò la scrittura musicale su rigo. Un’invenzione dalle ricadute pedagogiche e didattiche immense, che incise profondamente sulla formazione dei musicisti, e rese possibile il poderoso sviluppo dell’arte musicale: la quale, come tutti sanno, proprio nella notazione ha un requisito essenziale, e perciò, non solo è suonata e cantata, ma è in primis musica scritta. Detto in soldoni: senza Guido non avremmo avuto Bach, Monteverdi, Beethoven, Schönberg, Debussy, Puccini, Britten, Šostakovič eccetera.

Quella di Guido fu un’invenzione geniale, ‘tecnologica’ la definiremmo oggi: lui la descrisse nel suo Prologus in antiphonarium, che nel 2025 ha compiuto mille anni. La scrittura consentì ai cantori ecclesiastici un cambiamento epocale nell’apprendimento: ora potevano intonare melodie non conosciute, leggendole semplicemente a prima vista. Non occorreva più, come si era fatto fin lì, impararle e ricordarle a memoria, con uno sforzo lungo ed intenso. I tempi di apprendimento erano abbreviati, e la difficoltà di memorizzare molto mitigata. Un bel risparmio di tempo e di energie: oggi un’operazione così farebbe schizzare in alto le borse del pianeta. C’è ancora un aspetto essenziale da sottolineare: la scrittura musicale, così come quella letteraria, rende possibile la memoria collettiva, e in tal modo mette in rapporto l’individuo e la collettività. Senza di essa non avremmo potuto costruire la storia musicale dell’uomo e della società dell’Occidente.

Per celebrare il Millenario della Notazione guidoniana, il Ministero della Cultura ha istituito un Comitato nazionale: esso ha il compito di ‘programmare, promuovere e curare’ lo svolgimento delle varie manifestazioni sull’arco di tre anni. Ne fanno parte illustri studiosi; il presidente eletto è Cesarino Ruini, già professore nell’Università di Bologna, riconosciuto a livello internazionale come autorevole medievista. La segretaria è la musicologa Cecilia Luzzi, che gran parte ha avuto nell’ideazione del Comitato.

Le iniziative previste nel primo anno delle celebrazioni prenderanno avvio in occasione della Festa della Musica, il 21 giugno, che ad Arezzo sarà celebrata come Guido Day. Tre i percorsi che si svilupperanno nel 2026.

(1) Il primo ha un intento divulgativo: vuole avvicinare un pubblico vasto alla storia della notazione. Prevede una pubblicazione illustrata per bambini sulla storia delle note musicali, DO, RE, MI … Guido Monaco e l’Invenzione delle note (ed. Curci Young), ossia l’edizione italiana, a cura dello stesso Ruini, del volumetto ideato dall’attrice Julie Andrews e dalla figlia Emma Walton. Inoltre, la mostra digitale “La mano guidoniana: il primo software musicale”, che rimarrà aperta fino al 21 settembre nel Museo Diocesano: s’incentra sulla pratica dei tempi di Guido di visualizzare le note musicali sulle falangi delle dita. Si aggiungono due conferenze-concerto dedicate alla didattica e al pensiero medievale sulla musica.
(2) Un secondo percorso punta a promuovere gli studi scientifici, con la digitalizzazione e lo studio del Breviario-Messale di Pomposa, databile intorno alla metà del Mille: è un documento di eccezionale importanza, in quanto è l’unico libro liturgico musicale pomposiano giunto fino a noi. È inoltre prevista la tavola rotonda “La voce, il segno e la memoria”, che tratterà il significato della scrittura musicale e la sua relazione con l’oralità nei repertori liturgici cristiani. Si prevede infine la costituzione di un gruppo di ricerca che affronti il tema della “Formazione professionale dei musicisti tra Italia, Europa e Stati Uniti”.
(3) Nel 2027, fra i vari progetti, persisterà l’accento sulla pedagogia e la didattica musicale, con il coinvolgimento della International Musicological Society. È prevista inoltre una tavola rotonda a Roma, altro luogo guidoniano per eccellenza: nel palazzo del Laterano, infatti, Guido presentò a papa Giovanni XIX il suo antifonario notato. Last but not least, si sta progettando anche un cammino guidoniano tra Pomposa, Arezzo e Camaldoli, per promuovere itinerari di turismo ‘lento’.

Queste iniziative consentiranno al pubblico generico di conoscere Guido e il suo operato, agli studiosi e agli specialisti di maturare nuove consapevolezze sulla musica del Medioevo. Ma potranno avere, io credo, una ricaduta generale ancora più ampia, che investe la comprensione politico-culturale della musica. Guido, pur nella sua modestia di monaco, fu un grande pensatore che ha semplificato, costruito, e soprattutto ha unito. È il simbolo di un’Italia che ha gettato le fondamenta dell’arte musicale europea. Quell’arte che oggi accomuna tutto il continente, dall’Algarve agli Urali e al Caucaso, e che continua a brillare nei teatri e nelle sale da concerto del mondo intero.

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Mahmood è boom: diventa virale in India e guadagna più di 3,3 milioni di ascoltatori mensili su Spotify. Stupore sui social: “Tra le top allucinazioni successe a lui”

Una canzone di Mahmood è diventata virale in India. Ed è la prima volta che un artista (contemporaneo) italiano venga ascoltato, in poco meno di un mese, da decine di milioni di persone in Asia meridionale. Mahmood, soprattutto grazie alle due partecipazioni all’Eurovision Song Contest – secondo posto nel 2019, con “Soldi” e sesto posto nel 2022, con “Brividi” featuring Blanco – si è fatto apprezzare sia in Europa (soprattutto) che oltreoceano ma, col brano “Mashooqa”, ha bussato alla porta del mercato musicale indiano. La traccia, pubblicata lo scorso 19 maggio, fa parte della colonna sonora del film di Bollywood “Cocktail 2”, nonché il sequel di una celebre commedia romantica del 2012.

Di “Mashooqa” Mahmood ha firmato e interpretato tutte le parti in italiano. All’artista di “Tuta Gold” è stata affidata sia l’intro: “Sai mi chiedo perché mi seduci quando ti avvicini. Parli con la gente e non capisco mai perché lo fai. Sembriamo amici che finiranno nei guai”, che altre due strofe. “Scusa se ti guardo e non so più cosa dire. Resta con me fino alla fine (…). Baby cosa c’è? Parlami di te. Resta fuori con me nel weekend. Baby, non lo so, forse partirò. Dammi un segno perché in fondo tu qua vicino dimmi cosa ci fai. Mi chiedi ‘Baby, quanti posti vedrai?’. Andiamo nel Brunei, UK, LA, se sai di fake ti saluterò”.

La produzione, curata da Pritam (oltre 49 milioni di ascoltatori mensili su Spotify), si è ben sposata col timbro di Mahmood. Oltre al cantante italiano, hanno partecipato al brano anche il paroliere Amitabh Bhattacharya (quasi 37 milioni di “ascoltatori” mensili) ed i cantanti Raghav Chaitanya (oltre 10 milioni di ascoltatori) e Ruaa Kayy (oltre 4 milioni di ascoltatori). Su YouTube, il videoclip di “Mashooqa” ha oramai raggiunto le 30 milioni di visualizzazioni. Su Spotify conta quasi 7 milioni di ascolti mentre, in India, il brano si trova alla cinquantaduesima posizione su Apple Music e alla ventiseiesima su Shazam.

Gli ascoltatori mensili di Mahmood sono schizzati alle stelle, passando dai 2 milioni di un mese fa, agli attuali 5,3 milioni. L’aumento, del 165%, è significativo: ma sarà anche duraturo? Difficile dirlo, anche se è plausibile possa esserci un calo nelle prossime settimane. Al due volte vincitore del Festival di Sanremo, oltre alla sua bravura, stanno ben fruttando i corposi “incroci” di ascoltatori con i colleghi indiani e l’hype del pubblico per l’imminente uscita della pellicola. Sarebbe interessante e a tratti sorprendente se l’artista italiano riuscisse a “fidelizzare” anche solo una piccola percentuale dei nuovi attuali ascoltatori indiani.

La partecipazione di Mahmood è stata fortemente voluta dal producer Pritam perché “Cocktail 2” è stato girato in parte in Sicilia. Perciò, per Pritam, sarebbe stato più rappresentativo che un artista italiano scrivesse e cantasse alcune strofe del brano che fa da colonna sonora al film. Oltre che dal beatmaker, la voce di Mahmood è stata apprezzata da moltissimi utenti indiani. “Il leggendario Pritam con Mahmood! Che collaborazione bomba”, “La nostra India con l’Italia, la hit era assicurata”, hanno scritto due utenti sul web. “I 5M di ascoltatori saliti per una hit in India tra le top allucinazioni successe a lui”, ha postato una fan page dell’artista, su X.

Nei prossimi mesi, però, Mahmood rischierà di essere maggiormente impegnato nel provare a chiarire delicate questioni extra-musicali. L’artista, infatti, pur non risultando parte del procedimento né imputato o accusato nella causa civile, verrà sentito davanti al giudice per testimoniare e rispondere alle domande sia dell’avvocato difensore dell’ex stilista di Burberry e Ginvechy, Riccardo Tisci, che dell’accusa, rappresentata dai legali di Patrick Cooper. Nella causa civile, Cooper accusa Tisci di averlo drogato e aggredito sessualmente a New York nel giugno 2024. Tisci ha negato le accuse. Gli atti successivi hanno portato la difesa dello stilista a chiedere di sentire Mahmood in Italia tramite la Convenzione dell’Aja, sostenendo che il cantante possa essere un testimone di prima mano su circostanze rilevanti della serata.

Intanto, il 12 giugno, Mahmood si trovava a Parigi, a Le Fier Gala, un grande evento di beneficenza nato per celebrare il Mese del Pride e raccogliere fondi a sostegno dei diritti e della protezione della comunità LGBTQIA+.

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“Il Covid mi ha troncato l’adolescenza. Canto l’inquietudine della gioventù, ma non mi sento di parlare per la Gen Z. Sanremo? Per ora non ci penso”: parla Faccianuvola, scommessa di Spotify Radar

Faccianuvola si presenta così in jeans e t-shirt, seduto su un divanetto, con l’aria timida. Mani incrociate, sguardo un po’ sfuggente. Negli occhi la luce della sua età: ventitré, ventiquattro anni. Nel look uno stile vintage, ispirato a Franco Battiato, che è pure uno dei suoi riferimenti. Con il secondo disco “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù” Alessandro Feruda, questo il vero nome, è stato uno dei cantautori rivelazione dello scorso anno. Lo pseudonimo viene da un libro horror, “Casa di foglie” di Mark Danielewski. “E sceglierlo è stato un caso. Avevo trovato questa frase che iniziava con “a face in a cloud”, la usavo su Instagram e per pubblicare degli esperimenti su Soundcloud –, racconta a FqMagazine –. Poi ho iniziato a cantare in italiano e l’ho tradotta”.

Il nome, forse, può ingannare. Ma nelle cartoline musicali di faccianuvola non ci sono grigi e condense da temporale, bensì un paesaggio bucolico tra boschi, monti e corsi d’acqua. Un’immaginario in cui confluiscono cantautorato, hyperpop e cura nelle produzioni. Le atmosfere, ispirate a Battiato. Classe 2002, valtellinese, Feruda è cresciuto tra canti alpini e padani e, già da piccolo, con le dita sui tasti del pianoforte. Ora, insieme a Sara Gioielli, Angelica Bove, prima stanza a destra, Visino Bianco ed Emili Kasa è tra gli artisti selezionati da Spotify per il programma Radar 2026, dedicato agli emergenti e giunto alla sesta edizione italiana.

La musica è una passione che hai fin da piccolo?
Non vengo da una famiglia di musicisti. Ma mio papà suona la tromba, riusciva anche con la fisarmonica, c’era una tastiera in giro per casa. Non ho scelto di cominciare perché non ne avevo le facoltà, ma i miei genitori hanno notato la mia attrazione per la musica: ero capace di memorizzare le melodie che ascoltavo, ricantavo le canzoni. Mi hanno mandato a fare solfeggio e propedeutica.

Negli anni hai continuato a studiare?
Ho sempre studiato, principalmente pianoforte, ma anche il sassofono classico. Nella classica i sassofoni sono poco considerati perché non sono accettati nelle orchestre sinfoniche. Mancano tanti arrangiamenti, ma al tempo stesso nessuno lo vuole fare e io ho avuto la fortuna di suonare in molte orchestre importanti, anche sopra il mio livello. I sassofonisti classici sono pochissimi.

Il tuo nome d’arte e il titolo del tuo secondo disco sono ispirati a dei libri. Cosa ti piace della lettura?
Amo molto la letteratura. È sempre stato il mio piano B segreto per quando la mia carriera musicale cadrà a picco (ride, ndr). Potrò iscrivermi in una facoltà letteraria e togliermi questa soddisfazione. Mi piace molto leggere e in quest’ultimo periodo è diventata un’evasione.

In cosa ti aiuta?
Ogni tanto ho bisogno di un posto dove mi possa sentire per un attimo fuori dal mondo. Prima questo ruolo ce l’aveva la musica. Ora però la musica è tutto e mi serve un’altra strada per farlo: la letteratura è perfetta per me, più del cinema o dei musei.

Nella musica, chi sono i tuoi riferimenti?
Paolo Conte per la parola. E poi Battiato: mi piace il percorso artistico che ha avuto, la sua evoluzione. È riuscito a fare l’avanguardia, a vendere i dischi e tornare sull’avanguardia. Ho apprezzato proprio il suo modo di stare al mondo, di reagire ai tempi che cambiavano, nelle interviste ha avuto sempre un approccio lucido sulla realtà accanto a lui. Riusciva a stare un passo indietro e guardare le cose con un occhio un po’ distaccato. Spero un giorno di poter costruire anche io questa abilità. Lui, ovviamente, rimane il maestro.

Il tuo secondo disco si chiama “il dolce ricordo della nostra disperata gioventù”. Come mai questo titolo?
Avevo già diverse canzoni pronte a cui non avevo trovato un legame. E alla fine a metterle insieme è stato un libricino di Fleur Jaeggy sul suo amore adolescenziale: “I beati anni del castigo”. In un passaggio parla di gioventù idilliaca e disperata. Ho voluto musicare questo concetto perché ho avuto la sensazione che fosse ciò che stavo cercando di dire. É stata una lettura arrivata nel momento giusto perché poi ho riaperto il libro e non mi ha fatto lo stesso effetto.

Perché, da ventiquattrenne, descrivi il ricordo di una gioventù che definisci disperata?
La gioventù si riferisce all’adolescenza, è una retrospezione sul periodo di crescita che è stato troncato inevitabilmente ai 18 anni con il Covid. La pandemia ha proprio segnato la fine di un periodo. Il termine ‘disperata’ mi sembrava catturare quello che volevo dire: un senso di inquietudine, di smania di fare. La disperazione non è solo tristezza, si porta dentro anche un’urgenza. Forse il concetto è reso meglio dalla parola inglese ‘desperate’, che cattura ancora di più il voler fare, agire.

Il periodo del Covid ti ha cambiato come persona?
Direi di sì, ma mi sembra sempre di avere idee e convinzioni diverse. E più prendi consapevolezza delle cose, meno hai certezze. Da quel periodo sono cambiato tanto: il taglio di capelli, modo di vestirmi, idee sul mondo, sulla politica, i gusti musicali.

Nell’album si sente anche un po’ di nostalgia. Di cosa?
Non so come dire. In un certo senso, di quando si stava male. È la sensazione che certe emozioni, con quella forza, non torneranno più. Perché quando hai 15 anni sei una spugna e, per ogni esperienza, è sempre la prima volta.

“Disperata gioventù non vuol tornare a casa sua”. Oggi cosa cerca la tua generazione?
La frase è un’immagine presa dalla mia vita: io non stavo mai a casa, non volevo mai tornare ed ero contento fuori. Parlare per una generazione mi viene difficile. L’intento dell’album non era questo, anche se poi un po’ è successo, molta gente si è immedesimata e mi ha fatto piacere. Non pensavo di arrivare a così tante persone, l’ho fatto involontariamente.

Al tuo live del MI AMI c’erano a vederti tantissime persone, te lo aspettavi?
Non lo pretendevo, bastava meno (ride, ndr). Però è stato bellissimo.

Tra la folla c’era Stefano De Martino. Pensi di proporre un brano per Sanremo 2027?
Sì, è venuto anche a salutarmi. Per Sanremo non lo so, non ci penso. Non è per quello che faccio musica, ma non mi va neanche di dire di no proprio perché si cambia. Sicuramente per chi scrive canzoni, andare al Festival della canzone sulla carta dovrebbe fare solo piacere. Quindi, chissà.

Cosa dobbiamo aspettarci dai progetti futuri?
Sto giocando tanto con la musica, ma non ho ancora chiaro verso quale direzione andare. L’unica cosa che so è che vorrei creare discontinuità, per il prossimo album fare il cantautore più che il produttore. Poi magari vorrei avere una band, togliere l’autotune e imparare a cantare visto che faccio il cantante. Le mie influenze, però, sono sempre quelle. A livello autoriale rubo da Paolo Conte, voglio che la parola sia più al centro del mio prossimo progetto.

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Ode al moto perpetuo  

Io canto l’equilibrio del moto perpetuo
Io canto la vita che si muove silente
Io sussurro nell’aria in cui circolo e nuoto
Io mi avvito per strade, seguo tutta la gente
E fra tutta la gente porto il genio fecondo
Dell’ingegneria che sconfigge la fretta
Senza strepito o fumi che inquinino il mondo
Lode eterna, signori, per la mia bicicletta.
Lode eterna al pedale, al manubrio, alla ruota
Al fanale di dietro, alla dinamo avanti
Al campanellino, alla sua unica nota
Alla voce argentina che vi squilla l’attenti.
State attenti che questo è il vero progresso
Ed è il nesso che lega una tecnologia
Che senza ridurre il mondo ad un cesso
Ti moltiplica la tua stessa energia.

“La rivoluzione – compagni – arriverà in bicicletta”
Suola e pedale
Questo è il vero ideale.
Senza fretta – compagno – boicotta il motore
Senza fare rumore
Calpesta il potere.
Occhio al ginocchio
È lo stinco che stendo.
La rivoluzione sta già pedalando!

Il vibrante mormorio della ruota dentata
Dente a dente si insinua, dente a dente incatena
La catena trattiene l’energia liberata
E la libra veloce, precisa e serena
E la bicicletta – metaforicamente –
Simboleggia una vita che non sia foglia al vento
Ma passione e pensiero, sia corpo e sia mente
In cui si resta in piedi finché c’è movimento.
Circolare a tutti i movimentisti
Lettera aperta a chi vive lottando:
Ciclicamente, internazionalisti
Unitevi in ogni parte del mondo!
Non avrete da perder le vostre catene
Ma da stenderle fra le due ruote in tensione
Libertari, anarco-ciclisti conviene
Arrivarci a pedali alla rivoluzione!

“La rivoluzione – compagni – arriverà in
bicicletta!”
La salita ora è pesa
Verrà la discesa!
Senza fare rumore  boicotta il motore
Senza fare rumore
Calpesta il potere.
Occhio al ginocchio
È lo stinco che stendo
La rivoluzione sta già pedalando!

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30 milioni di euro per orfani di femminicidio, dispersione scolastica e musica per l’inclusione

Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile mette sul piatto 30 milioni di euro per sostenere gli orfani di femminicidio, contrastare la dispersione scolastica e promuovere la musica come strumento di inclusione sociale. È quanto deciso dal Comitato di indirizzo strategico del Fondo, che ha approvato tre nuovi bandi destinati ai bambini e agli adolescenti più vulnerabili, che saranno avviati nel corso del 2026. Il loro scopo è arrivare dove il disagio sociale rischia di essere più forte: nelle famiglie spezzate dalla violenza, nelle periferie prive di opportunità culturali e tra gli adolescenti che rischiano di abbandonare la scuola e i percorsi formativi.

I tre bandi

Tra le iniziative più significative c’è la seconda edizione di “A braccia aperte”, dedicato agli orfani di vittime di crimini domestici. Dopo un femminicidio, infatti, i figli rimasti affrontano non soltanto la perdita di un genitore, ma anche traumi con conseguenze psicologiche, educative e relazionali profonde. Il bando punta a costruire reti territoriali stabili capaci di accompagnare questi minori nel lungo periodo, attraverso interventi multidisciplinari di sostegno.

Il bando “Note di comunità, invece”, punta sulla forza educativa della musica: nelle zone più svantaggiate, in cui la coesione e la società è fragile e gli spazi culturali aggregativi sono poveri, orchestre, bandi e cori giovanili possono essere veri e propri presidi sociali. Il bando vuole sostenere proprio questi progetti musicali, capaci di coinvolgere bambini e adolescenti in esperienze formative e relazionali positive.

Il bando “Futuro per me. Percorsi di seconda opportunità”, invece, vuole essere una risorsa per i giovani tra i 14 e i 21 anni che hanno abbandonato gli studi o sono a rischio di esclusione formativa e lavorativa. L’obiettivo? Intercettare le situazioni più fragili e costruire percorsi flessibili e personalizzati, capaci di riattivare motivazione, competenze e fiducia nel futuro.

Cos’è il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile

Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile è nato nel 2016 da un protocollo d’intesa tra le fondazioni di origine bancaria rappresentate dall’Associazione di fondazioni e casse di risparmio – Acri, il Governo e il Terzo settore, con lo scopo di sostenere interventi sperimentali rivolti ai minori che vivono condizioni di svantaggio economico, sociale e culturale.

A gestire i programmi del Fondo è l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro costituita a questo scopo nel giugno 2016 e interamente partecipata da Fondazione Con il Sud. In questi anni, attraverso bandi e iniziative territoriali, sono stati avviati oltre 800 progetti in tutta Italia, coinvolgendo circa 650mila bambini e ragazzi insieme alle loro famiglie. Le attività hanno messo in rete oltre 10mila organizzazioni tra Terzo settore, scuole ed enti pubblici e privati, con un investimento complessivo di circa 500 milioni di euro.

Le scelte di indirizzo strategico del Fondo sono definite da un apposito Comitato di indirizzo strategico nel quale sono pariteticamente rappresentate le Fondazioni di origine bancaria, il Governo, le organizzazioni del Terzo Settore e rappresentanti di Inapp e dell’Istituto Einaudi per l’economia e la finanza – Eief.

Foto in apertura da Pixabay

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BallAbile Reiv, il rave che ancora non c’era

AA Melegnano, alle porte di Milano, l’inclusione sociale ha trovato una nuova e rivoluzionaria frequenza acustica. La cooperativa sociale Eureka! ha investito trent’anni di risparmi per trasformare una cascina del Cinquecento, Cascina Cappuccina, in un polo socioeducativo all’avanguardia e in un’officina di autonomia. Questo spazio innovativo abbatte le barriere sensoriali e architettoniche, dimostrando che il divertimento e la socialità sono diritti di ogni essere umano.

Il cuore pulsante di questa trasformazione si manifesta in due anime strettamente connesse: da un lato, l’abbattimento dei limiti fisici attraverso la “Cattedrale” del suono, un salone dotato di un sound system immersivo e pannelli fonoassorbenti pensato specificamente per tutelare le persone con neurodivergenze dalle “trappole sensoriali” dei locali commerciali; dall’altro, il superamento dell’assistenzialismo.

Qui, infatti, i ragazzi con neurodivergenze non sono semplici ospiti dei servizi diurni, ma abitanti e cittadini protagonisti: imparano l’indipendenza quotidiana nei Servizi di Formazione all’Autonomia – Sfa, lavorano nei 60mila metri quadrati di orti e serre della cooperativa Eureka Verde e arrivano alla consolle come dj tecnici e trascinanti durante il BallAbile Reiv. Un ecosistema di un welfare a chilometro zero e a energia pulita, capace di unire l’housing sociale per fasce vulnerabili con l’outdoor education, ridefinendo l’idea stessa di divertimento notturno e integrazione nel territorio milanese e lodigiano.

La cattedrale del suono

Uno dei paradossi del divertimento moderno è che spesso, per chi soffre di neurodivergenze, i luoghi della socialità si trasformano in trappole sensoriali. I volumi esasperati e le distorsioni acustiche dei normali locali commerciali possono infatti innescare crisi o profondi malesseri psicofisici. Per disinnescare questo rischio, Eureka! ha messo in campo un investimento di ben 80mila euro per il trattamento acustico della “Cattedrale”, il grande salone della cascina destinato agli eventi.

«Abbiamo installato pannelli fonoassorbenti su tutte le pareti per eliminare le riflessioni sonore contro i muri, quelle distorsioni che costringono ad alzare il volume a livelli dannosi», spiega Guglielmo Prati, musicista, dj e presidente del Circolo Culturale Cascina Cappuccina. Il risultato è un sound system immersivo di nuova concezione che, anche a volumi contenuti, permette alla musica di propagarsi con una qualità purissima e di arrivare dritta al corpo attraverso le vibrazioni fisiche. 

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Un’innovazione tecnologica ed etica che “fa respirare” il cervello. Nicolò è un ragazzo con una grave ipoacusia che durante il BallAbile Reiv ha “riempito” la pista: non potendo sentire pienamente con le orecchie, percepiva perfettamente la spazialità della musica attraverso il corpo. «La dimensione della festa è fondamentale per l’essere umano, è il luogo in cui esprimersi con creatività senza la paura del giudizio o del diverso», ricorda la presidente e fondatrice di Eureka!, Eleonora Bortolotti

Dai laboratori alla console: i ragazzi non sono ospiti, sono abitanti

A Cascina Cappuccina l’inclusione rifiuta lo schema della delega e dell’assistenzialismo. I giovani con disabilità intellettiva che frequentano lo Sfa e il Centro diurno non sono semplici utenti passivi, ma cittadini protagonisti. Frequentano la cascina dalle 9 alle 16 per percorsi pluriennali volti a conquistare quei piccoli, enormi pezzi di indipendenza quotidiana: dal sapersi fare la colazione all’imparare a prendere l’autobus da soli, fino al delicato lavoro di distacco emotivo dalle famiglie d’origine. 

Questo percorso passa anche dalla consolle. Molti dei ragazzi ospiti della Casa di Robi – la struttura residenziale dedicata al “Dopo di noi” – hanno infatti seguito un laboratorio esperienziale per dj utilizzando lo stesso impianto professionale destinato agli artisti internazionali. Il risultato? Durante il BallAbile Reiv, a far ballare la folla c’erano proprio loro, talmente tecnici e trascinanti che il Circolo Culturale sta ora pensando di produrli musicalmente. 

L’esperienza di Melegnano: terra, musica e diritti

Il polo di Melegnano dimostra come la cooperazione sociale possa generare un welfare a chilometro zero, capace di tenere insieme la tutela dei minori e il pronto soccorso sociale con la transizione ecologica (la cascina viaggia interamente a energia solare e rinnovabile certificata). I 60mila metri quadrati di frutteti, orti e grandi serre ospitano l’AgriSfa e la cooperativa di inserimento lavorativo Eureka Verde, dove persone con neurodivergenze trovano contratti di qualità nella manutenzione del verde e nella cura degli animali (cavalli, asini e oche), sperimentando il valore terapeutico dell’outdoor education in tutte le stagioni. 

Stiamo attenti ai bisogni e ai desideri degli abitanti e costruiamo insieme quello che serve ma che ancora non c’è

Eleonora Bortolotti, presidente Eureka!

Allo stesso tempo, gli spazi della cascina diventano un rifugio temporaneo di housing sociale per donne in fuga dalla violenza con i loro figli o per padri separati. Realtà umane diverse, che la sera si mescolano agli abitanti del vicino quartiere popolare Montorfano e ai giovani della movida milanese e lodigiana durante i festival musicali del Circolo. «Stiamo attenti ai bisogni e ai desideri degli abitanti e costruiamo insieme quello che serve ma che ancora non c’è», conclude la presidente Bortolotti. 

Foto inviate da Eureka!

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