Israele e il sionismo fuori controllo in apparente contrasto con Washington
di Luciano Lago
Fra gli avvenimenti più recenti si rende importante per il suo significato l’ultimo bombardamento, in ordine di tempo, effettuato dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) contro il quartiere di Dahiya, nella zona sud di Beirut, intensivamente popolata, fatto che ha causato la morte di civili libanesi con il trito pretesto di smantellare i “centri di comando” di Hezbollah, ma questo non è un episodio isolato.
Questo episodio rientra in una logica di aggressione sistematica che sfida apertamente i principi più elementari del diritto internazionale umanitario, della sovranità nazionale e della ricerca della pace nella regione.
Tuttavia, quest’ultimo attacco criminale messo in atto da Israele ha evidenziato un paradosso geopolitico fondamentale che scuote le fondamenta dell’analisi antimperialista tradizionale: le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che chiede l’immediata cessazione delle offensive in territorio libanese a causa dell’imminente firma di un memorandum d’intesa con l’Iran, sollevano un interrogativo scomodo ma urgente: chi controlla chi nel rapporto tra l’imperialismo statunitense e lo Stato di Israele?
Per comprendere le dinamiche attuali, dobbiamo smantellare il mito secondo cui Israele sarebbe una semplice pedina o una “portaerei terrestre” per Washington in Asia occidentale. La realtà del XXI secolo ci mostra che il sionismo ha sviluppato un’autonomia relativa talmente colossale da sembrare, a tratti, aver dirottato l’apparato politico e militare dello stesso impero USA.
L’economia politica dei conflitti ci insegna che i “cani della guerra” (il complesso militare-industriale globale, le aziende del settore della difesa e le élite finanziarie che traggono profitto dalla sofferenza umana) beneficiano della perpetuazione della barbarie. La guerra non è un fallimento del sistema; è connaturata al sistema imperiale e ne rappresenta il suo logico core business.
Per il governo suprematista di Tel Aviv, la pace territoriale rappresenta una minaccia esistenziale al suo progetto di espansione coloniale, mentre lo stato di guerra permanente giustifica il flusso incessante di miliardi di dollari in aiuti militari statunitensi.

Forze di occupazione israeliane
Israele è diventato il principale motore di questo ciclo di morte, testando tecnologie repressive e armamenti avanzati su popolazioni civili prima di esportarli sul mercato globale. È l’industria degli armamenti a dettare le regole e, in questa equazione, la sovranità di nazioni come il Libano viene considerata un costo collaterale accettabile.
La pubblica condanna di Israele da parte di Trump (che ha definito l’attacco a Beirut “non necessario” e “insignificante” nel contesto dei suoi negoziati con Teheran) rivela una profonda spaccatura all’interno del blocco egemonico.
Mentre la Casa Bianca cerca di stabilizzare la regione attraverso un patto pragmatico che riapre rotte commerciali strategiche come lo Stretto di Hormuz per salvaguardare gli interessi del capitalismo globale, l’ala più reazionaria del sionismo opera secondo la propria agenda massimalista.
Il fatto che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) abbiano informato a malapena il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) “poco prima dell’attacco” dimostra il livello di sfrontatezza e indipendenza tattica con cui opera Tel Aviv.
Israele sa che la lobby sionista interna agli USA (rappresentata da organizzazioni come l’AIPAC) e l’infiltrazione ideologica nelle strutture del Congresso degli Stati Uniti gli garantiscono un’impunità pressoché assoluta. Questa impunità consente a Israele di proseguire nel suo progetto di espansione coloniale a spese di tutti i paesi arabi confinanti come un rullo compressore.
Il governo di Tel Aviv agisce con la certezza che, al di là delle retoriche condanne sui social media, la fornitura di bombe e l’impunità diplomatica nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite raramente si interrompono. La complicità dei paesi europei e dei membri della Nato è assicurata (salvo eccezioni).
“Il sionismo non si è limitato a colonizzare territori in Palestina e ad attaccare il Libano e altri paesi; ha colonizzato i centri decisionali delle potenze occidentali, ha preso il controllo politico dei principali governi europei e con questo è stato in grado di ribaltare il rapporto di subordinazione imperiale.“
Dal punto di vista del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, l’aggressione contro il Libano viola palesemente la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e costituisce un crimine di aggressione.

Libano Fuga civili
La popolazione civile libanese deve subire l’aggressione e viene tenuta in ostaggio dalle contraddizioni interne tra gli amministratori dell’impero americano e gli esecutori del progetto sionista.
Nessun accordo di pace durerà se si basa unicamente sulla logica della divisione delle sfere d’influenza o dell’apertura di rotte commerciali per le multinazionali. La vera pace (con la P maiuscola) nascerà solo quando l’espansionismo e il militarismo israeliano incontrollato sarà arginato e sarà riconosciuto il diritto inalienabile dei popoli all’autodeterminazione, liberi dall’oppressione straniera e dalla costante minaccia di bombardamenti asimmetrici.
I freni che l’amministrazione statunitense sta cercando di imporre oggi alle ambizioni di Tel Aviv non derivano dalla compassione per le vittime di Beirut, bensì da calcoli geopolitici e dalla necessità di preservare la propria egemonia, ormai in declino.
Spetta ai popoli del mondo e alla giurisprudenza internazionale multipolare smantellare questo meccanismo criminale, denunciando che il sionismo, lungi dall’essere un satellite passivo, è diventato un protagonista centrale e sfrenato dell’imperialismo contemporaneo. In questo quadro si può capire quanto sia fondamentale il ruolo che svolge la resistenza, Hezbollah in particolare, nel rendere la vita difficile agli occupanti e nel frenare i piani espansionistici del sionismo.









