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Funaro: aumento prezzo TPL? “Noi contrari, auspico confronto per trovare soluzioni’

Funaro: aumento prezzo TPL? “Noi contrari, auspico confronto per trovare soluzioni’

Secondo la Sindaca di Firenze  bisogna “trovare ‘misure compensative perché il nostro primo obiettivo sono i cittadini’. D’accordo con Funaro anche Federconsumatori che esprime  “forte preoccupazione per l’ipotesi di aumento delle tariffe del trasporto pubblico locale in Toscana”.

“Noi siamo contrari all’aumento degli abbonamenti“, “quando ci sono decisioni che coinvolgono gli altri enti c’è la necessità di un confronto preventivo. Anci aveva scritto per chiedere un confronto sul trasporto pubblico, questo confronto ad oggi non c’è stato: il mio auspicio è che possa esserci e che si possa iniziare a ragionare su possibili soluzioni”. Così la sindaca di Firenze Sara Funaro a proposito del rincaro del prezzo del biglietto del trasporto pubblico in Toscana: dall’1 agosto questo passerà da 1,7 euro a 2 euro.

Secondo Funaro bisogna trovare “misure compensative perché il nostro primo obiettivo sono i cittadini e quelli rimarranno sempre”. “Il Comune – ha spiegato la sindaca – sta incentivando con tante risorse gli abbonamenti per i cittadini. Abbiamo stanziato più di 3 milioni per fare in modo che il trasporto pubblico sia utilizzato sempre di più. Il Comune di Firenze sul trasporto pubblico non mette 12 milioni, ma mette più di 31 milioni tra tramvie, trasporto su gomma e incentivi ai cittadini, per cui noi la nostra parte la stiamo facendo”.

– “Forte preoccupazione per l’ipotesi di aumento delle tariffe del trasporto pubblico locale in Toscana”. La esprime Laura Grandi, presidente di Federconsumatori Toscana, che si chiede “quale sia stato il reale coinvolgimento dei cittadini, dei pendolari, degli studenti e delle famiglie che ogni giorno utilizzano autobus e servizi pubblici per studio, lavoro e necessità quotidiane”.

“Ancora una volta si rischia di chiedere un sacrificio economico agli utenti senza un adeguato confronto pubblico e senza garanzie certe sui miglioramenti del servizio – prosegue in una nota Grandi -. Aumentare il costo dei biglietti rischia di penalizzare proprio coloro che scelgono responsabilmente il trasporto collettivo e che già affrontano difficoltà economiche dovute all’aumento del costo della vita”. Federconsumatori ritiene che “prima di qualsiasi aumento tariffario sia necessario aprire un confronto con le associazioni dei consumatori e i rappresentanti degli utenti, perché bisogna garantire la massima trasparenza sui costi che giustificano il rincaro. Ma al tempo stesso sarebbe importante presentare un piano dettagliato di miglioramento del servizio, cosa molto molto sentita dalla cittadinanza”.

Critica anche il presidente Aduc Vincenzo Donvito Maxia: “E’ deciso: i biglietti del gestore monopolista del trasporto pubblico locale di Firenze (Autolinee Toscane) passeranno ad agosto da 1,70 a 2 euro – sottolinea -. Un aumento del 15%, dicono, ma che in realtà è del 17,6%. Percentuale a cui sono arrivati con operazioni in cui la matematica è funzionale alle opinioni di chi, per propri problemi gestionali e non solo per il rincaro del costo della vita, non è in grado di far fronte all’impegno preso con le pubbliche amministrazioni”. Secondo l’Aduc “il 7%, previsto per il 2026 da contratto di servizio come scaglione tariffario, si somma all’8% come recupero del tasso di inflazione” ma “il livello di inflazione attuale è al 3,2%. Sette e otto percento vengono dalla fantasia contabile di At, perché, se consideriamo il 3,2% Istat, l’aumento del biglietto dovrebbe essere di questa percentuale, cioè poco più di 5 centesimi” che “avrebbe potuto essere arrotondato a 1,80 euro, non certo a 2”

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Via Palazzuolo: altre 5 botteghe per il progetto Recreos

Via Palazzuolo: altre 5 botteghe per il progetto Recreos

 Cinque nuovi artigiani entrano a far parte del progetto Recreos di Fondazione Cr Firenze e Comune di Firenze per la rigenerazione di via Palazzuolo. Saranno inaugurate domani pomeriggio le botteghe Flor Rubaja Jewelry, Campucc10, Edoardo Lietti Studio, Toi Rilegatura e Max Poglia Saretta Studio: oggi il presidente di Fondazione Cr Firenze Bernabò Bocca e la sindaca Sara Funaro hanno fatto visita ai nuovi artigiani.

Nell’elenco delle nuove aperture del progetto Recreos figurano una bottega di gioielli, un’associazione culturale che promuove mostre e progetti sociali, uno studio di progettazione, uno dedicato alla rilegatura e un’agenzia creativa. Oltre alle 5 botteghe, tra le novità c’è l’apertura della sede dell’Associazione nazionale carabinieri 181/o nucleo ‘Pegaso’ Firenze. Domani sarà inaugurata anche la ludoteca Giamburrasca, la cui sede comunale è stata temporaneamente chiusa per lavori di ristrutturazione.

“Le nuove aperture segnano una svolta nel progetto Recreos – afferma in una nota Bocca -. Dopo una fase iniziale più lenta del previsto, stiamo vivendo una nuova fase di crescita caratterizzata da una maggiore fiducia da parte del quartiere. Questo è senz’altro un elemento molto positivo, perché la riuscita del nostro percorso di rigenerazione è strettamente legata alla disponibilità dei proprietari dei fondi dell’area. Entro la fine dell’anno apriranno, inoltre, altre quattro botteghe, portando a quattordici il numero degli spazi rigenerati”.

“L’apertura di cinque nuove botteghe rappresenta un ulteriore passo avanti nel percorso di rigenerazione di via Palazzuolo, cinque nuove realtà artigiane che scelgono di investire in questa strada, portando creatività, competenze, lavoro e nuove opportunità – sottolinea la sindaca Funaro – Il progetto Recreos è particolarmente importante e innovativo perché non riguarda soltanto il recupero degli spazi e la valorizzazione dell’artigianato ma punta a dare risposte concrete ed attese a 360 gradi in una strada su cui come amministrazione stiamo lavorando con diversi strumenti, a partire dalla polizia di prossimità attiva in più aree della città, tra cui questa, con presidi diffusi e un lavoro costante sui servizi. Obiettivo è lavorare per una via Palazzuolo che sia sempre più viva, sicura, inclusiva.

NELL’AUDIO LA SINDACA DI FIRENZE SARA FUNARO

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Magneti made in Usa. La spinta americana per dimenticare la Cina

L’obiettivo è sempre lo stesso, tagliare più ponti possibili con la Cina. E gli Stati Uniti ci stanno riuscendo. Da quando il mondo ha preso coscienza del pericolo rappresentato dal monopolio cinese sulle terre rare (il Dragone controlla il 70% delle miniere e il 90% della raffinazione), Washington ha costantemente cercato l’allungo, provando a diventare la prima economia indipendente e autonoma dalle forniture del Dragone. Missione almeno in parte riuscita, come dimostra l’abile gioco di sponde con Paesi ricchi di minerali, messo in atto fin qui dalla Casa Bianca. Ora però è tempo di fare un passo in avanti.

Dai documenti del Congresso americano, per esempio, emerge chiaramente l’idea di creare un’industria dei minerali critici a circuito chiuso, vale a dire con principio e fine negli Stati Uniti. Premessa. Lo scorso ottobre, Pechino ha introdotto un nuovo regime di restrizioni sull’esportazione di metalli. Nel breve termine, la mossa sembra aver avuto l’effetto desiderato, mettendo per esempio nei guai la stessa industria automobilistica statunitense. Tuttavia, una volta prese le misure, è arrivata la reazione. Pochi giorni fa la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha presentato una nuova proposta di legge volta a stimolare la crescita dell’industria nazionale americana dei magneti. Il disegno di legge, voluto dai membri John Moolenaar del Michigan e Ro Khanna della California, introduce incentivi finanziari lungo tutta la filiera dei magneti, dalla produzione di ossidi di terre rare alla fabbricazione di magneti destinati all’impiego in ambito militare.

“Questo disegno di legge crea gli incentivi di mercato necessari per riportare negli Stati Uniti una catena di approvvigionamento vitale e contribuisce a garantire che i produttori americani siano alla guida del futuro in crescita della produzione di magneti”, ha affermato Moolenaar. La proposta prevede nel dettaglio un credito d’imposta del 15% per i produttori automobilistici americani che si riforniscono di magneti da fornitori nazionali. Il disegno di legge limita inoltre i crediti alle produzioni americane che utilizzano componenti provenienti da alleati della Nato, tra cui Giappone, Australia, Corea del Sud, Canada e Messico.

D’altronde, c’era poca scelta. La crisi delle terre rare seguita alle restrizioni cinesi, ha spinto l’amministrazione Trump ad adottare un approccio decisamente non improntato al libero mercato nei confronti dell’industria dei magneti. Lo scorso luglio, il governo statunitense ha poi acquisito una partecipazione del 15% in MP Materials, che gestisce l’unica miniera di terre rare ancora attiva negli Stati Uniti, a Mountain Pass, in California. Da allora, ha acquisito una partecipazione del 10% in Trilogy Metals per sostenere un progetto di estrazione di minerali critici in Alaska, una partecipazione del 10% in Korea Zinc per lo sviluppo di una nuova fonderia nel Tennessee, ed è in trattative per acquisire circa l’8% di Critical Minerals, che possiede il più grande sito di estrazione di terre rare in Groenlandia.

Tutto questo mentre si rinforza l’asse Italia-Stati Uniti, proprio sulle terre rare. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato in queste ore che lunedì prossimo firmerà un accordo con il segretario di Stato statunitense Marco Rubio sulle materie prime. “C’è da definire un’altra strategia: quella delle materie prime. Il mercato è condizionato dalla Cina, noi dobbiamo creare un mercato alternativo”, ha spiegato il vicepremier, annunciando che lunedì mattina firmerà un accordo “con il segretario di Stato Rubio, ma stiamo già lavorando anche con Corea, Giappone ed altri paesi dell’Unione europea”.

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Le scelte della Bce e le incertezze del momento. L’analisi di Polillo

La decisione della Bce di aumentare leggermente i tassi di interesse non ha sorpreso il mercato più di tanto. Subito dopo l’annuncio, le borse che erano in attivo, hanno limato i possibili guadagni. Ma nulla di particolarmente drammatico. Dopo le decisioni assunte, la struttura dei tassi ha assunto queste caratteristiche: tasso di interesse sui depositi presso la Bce: 2,25%; tasso di rifinanziamento principale: 2,40%; tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale: 2,65%. In tutti e tre i casi l’aumento è stato dello 0,25%. Quasi a dimostrare che la situazione è completamente sotto controllo, per cui non è necessario manipolare i diversi tassi, con aumenti non uniformi, per far fronte alle maggiori o minori situazioni di rischio.

Nel board il verdetto è stato unanime. Il comunicato finale tende a sdrammatizzare ulteriormente: “La decisione di aumentare i tassi risulta fondata in una serie di scenari che illustrano come lo shock potrebbe evolversi e influire sulle prospettive a medio termine per l’area dell’euro”. Quindi wait and see, in attesa di scoprire se il trentanovesimo annuncio di Donald Trump su quella tregua che dovrebbe liberare lo stretto di Hormuz avrà finalmente modo di concretizzarsi. Nel frattempo i margini a favore della Bce sono ancora evidenti: il tasso di riferimento della Bank of England è pari al 3,75%. Quello della Fed, la Federal Reserve americana al 3,62%. C’è quindi tutto il tempo eventualmente per reagire, qualora il barometro volgesse al peggio.

Sul futuro, data l’incertezza quasi cosmica che caratterizza la geopolitica, la Bce non si pronuncia. Non vi sarà pertanto alcuna forward guidance, vale a dire quell’annuncio di indicazioni prospettiche sulla dinamica dei tassi che di solito le Banche centrali comunicano al mercato. La Banca, infatti, come si legge nel comunicato diffuso, ha deciso di “adottare un approccio basato sui dati e valutato riunione per riunione per determinare l’orientamento appropriato della politica monetaria”. Un indirizzo analogo a quello assunto da Jerome Powell, quando era presidente della Fed, per resistere alle pressioni di Donald Trump, che spingeva per una riduzione dei tassi al fine di gasare l’economia americana in vista delle elezioni di Midterm.

Gli operatori, tuttavia, sono scettici e già ipotizzano almeno un doppio rialzo dei tassi d’interesse da qui alla fine dell’anno. Non tutti sono d’accordo. C’è addirittura chi ritiene che anche questo rialzo sia stato eccessivo. Tesi che oggi potrebbe trovare conferma negli accordi appena conclusi per la tregua tra Iran, Stati Uniti e (forse) Israele. Accordi che hanno portato in borsa una ventata di euforia, poi in parte ridimensionata a seguito di una riflessione meno emotiva, considerate le grandi incertezze che ancora caratterizzano il negoziato. Per quanto ci riguarda, non ci pronunciamo. Due sono tuttavia gli elementi su cui riflettere.

Il differenziale con la Fed rimane ancora molto alto. Il che potrebbe determinare una certa attrazione. Sullo sfondo restano poi le preoccupazioni sugli andamenti di finanza pubblica sia dell’Eurozona che della Ue. Le ultime previsioni della Commissione europea indicano un deficit di bilancio pari al 3,34% ed al 3,5% per il 2026 e l’anno successivo. Per l’intera Ue, queste percentuali salgono al 3,47% ed al 3,59. I maggiori Paesi (Francia e Germania) stanno molto peggio. A dimostrazione di come i parametri di Maastricht siano stati travolti dalla dinamica dei processi reali.

Sullo sfondo, inoltre, sono due programmi quanto mai impegnativi sul piano finanziario. Quello per la sicurezza Safe (Safe – Security Action for Europe) che prevede un prestito pari a 150 miliardi di euro, per dotare il vecchio continente di una propria struttura militare, in vista del crescente disimpegno americano. Risorse che non saranno a fondo perduto, ma prestiti concessi agli Stati membri ed al Canada seppure ad un basso tasso d’interesse e con scadenze particolarmente diluite nel tempo. La quota italiana, com’è noto, sarà pari a 14,9 miliardi di euro.

Un secondo intervento, seppure di portata di gran lunga inferiore, sarà quello che prevede la possibilità di uno sforamento del “Patto di stabilità” per un importo pari allo 0,6% del Pil nei prossimi due anni per ridurre la dipendenza da gas e da petrolio, agevolando gli investimenti green. In apparenza un vincolo molto stretto che dovrebbe impedire un aumento dei consumi fossili, intervenendo sul prezzo del gas e dei carburanti. Di fatto una misura più di facciata che di sostanza. Basterà ai singoli Stati nazionali operare uno shift di bilancio. Utilizzare le somme già stanziate per quegli investimenti per intervenire sui prezzi dei combustibili fossili e coprire con il maggior spazio fiscale appena ottenuto, quei precedenti impegni.

Comunque sia, se si sommano l’insieme di questi interventi è facile prevedere come le precedenti previsioni in termini di deficit e di crescita del debito della Commissione europea, siano un po’ scritte sull’acqua. Al punto da far ritenere poco realistiche le relative proiezioni. Per l’Eurozona e la stessa Ue, si ipotizza una crescita maggiore di circa 2 punti e mezzo nel prossimo biennio. Quando quella degli Stati Uniti, nello stesso periodo, sembra essere destinata ad un salto di quasi 4 punti. A meno che non scoppi la pace, quindi, le previsioni sulle due sponde dell’Atlantico sono tutt’altro che tranquillizzanti.

C’è poi l’altro corno del dilemma: l’inflazione. Studi recenti (Francesco Corsello e Andrea Foschi: The different effects of oil and gas supply shocks on euro-area inflation – Banca d’Italia) hanno dimostrato che gli aumenti del prezzo del petrolio si trasferiscono sui prezzi con maggiore rapidità. Mentre quelli del gas sono più graduali, ma con un effetto più persistente. Nel caso in specie, con la chiusura dello stretto di Hormuz, avremo, fino a quando la situazione non si sarà completamente normalizzata, la sommatoria negativa di entrambi gli effetti.

Attualmente le previsioni indicano per il petrolio un prezzo medio per l’anno in corso pari a 96,9 dollari al barile (dopo l’annuncio della tregua è sceso a poco più di 80). Con una successiva caduta a 82,2 nel 2027 e a 77,2 l’anno successivo). Bene che vada le quotazioni prospettiche sono di un 15% superiori alla media delle quotazioni dello scorso anno. Per il gas naturale, invece, a partire dal 2027 si dovrebbe tornare ad una situazione di relativa normalità. Salvo il presente in cui la bolletta dovrebbe essere più cara di circa il 25%. Ragione in più per fare qualcosa, nell’immediato, per tamponare la situazione.

L’effetto combinato dei fenomeni richiamati sulla vita di tutti i giorni sarà, al tempo stesso, una maggiore inflazione ed un minor tasso di crescita dell’economia. La terribile stagflation. Soffermarci sulle possibile cifre, in attesa di vedere quel che accadrà effettivamente nel Medio Oriente, è un puro esercizio calligrafico. Quel che si può dire è che comunque vadano le cose, il prossimo anno anno sarà quello più problematico: sia perché se ci saranno nodi sarà lì che verranno al pettine, sia perché la strada dell’eventuale normalizzazione appare ancora piena di incognite.

Tanto per dare qualche elemento, per il 2027 le previsioni attuali indicano il massimo del contenimento del tasso di crescita dell’economia e la più forte inflazione. Fenomeni che sarebbero destinati a stemperarsi l’anno successivo. Prospettiva inquietante, almeno per l’Italia. Che proprio in quell’anno dovrà affrontare una difficile tornata elettorale. Ne saranno avvantaggiate le attuali forze di governo o le opposizioni? Difficile rispondere. Con ogni probabilità coloro che si dimostreranno più convincenti. Cioè in grado di dimostrare di avere le ricette migliori per affrontare una tempesta imprevista ed imprevedibile. Come sono stati gli avvenimenti che si sono succeduti in questi anni terribili, in cui la guerra l’ha fatta da padrone.

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Gli Stati Uniti puntano all’Italia per l’IA. La scommessa di Salesforce

L’Italia è un buon posto dove investire. Anche se il terreno di gioco è quello dell’Intelligenza artificiale, su cui lo Stivale sta facendo progressi decisamente poco banali. L’attestato di stima arriva direttamente da chi è al tempo stesso pioniere e alfiere dell’IA, gli Stati Uniti. Salesforce investirà infatti un miliardo di dollari in Italia nei prossimi cinque anni per accelerare la trasformazione digitale e la crescita dell’Intelligenza artificiale agentica. Il piano dell’azienda americana prevede l’apertura di una nuova sede a Milano, nuove assunzioni e programmi di formazione dedicati all’IA per imprese, pubbliche amministrazioni e professionisti.

L’annuncio è stato dato da Marc Benioff, presidente e ceo di Salesforce, durante la sua visita in Italia in occasione della Terza Conferenza annuale di Roma su IA, Etica e Governance. “Siamo orgogliosi di rafforzare la nostra presenza in Italia con questo importante investimento”, ha dichiarato Benioff, sottolineando che il Paese “si sta affermando rapidamente come uno dei principali poli europei dell’innovazione nell’Intelligenza Artificiale”. La nuova sede sorgerà a Palazzo Missori, nel cuore di Milano, e sarà progettata come spazio di collaborazione tra clienti, partner e dipendenti per lo sviluppo e l’implementazione di soluzioni innovative. Ospiterà anche attività di formazione, aggiornamento professionale e inclusione, con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento per le competenze digitali.

Non è tutto. Salesforce rafforzerà inoltre l’organico italiano con nuove figure professionali nei settori data science, IA agentica e ingegneria. Dal suo arrivo in Italia, nel settembre 2003, il gruppo ha creato oltre 600 posti di lavoro e conta oggi migliaia di clienti e un ecosistema di partner in crescita. Tra le iniziative previste c’è il lancio della Enterprise Architecture Academy, programma pensato per supportare partner e clienti nella preparazione all’adozione dell’IA. Nella fase iniziale l’Academy coinvolgerà oltre 70 partecipanti. “Crediamo in un’Italia protagonista nell’era dell’intelligenza artificiale agentica”, ha detto Vanessa Fortarezza, Svp e country general manager di Salesforce Italia.

Agentforce, la piattaforma di IA agentica di Salesforce, è comunque già utilizzata in Italia da gruppi come Ferrari, Enel, UniCredit, Telepass e Trenitalia, oltre che da migliaia di piccole e medie imprese. Anche il settore pubblico utilizza le tecnologie Salesforce, tra cui Inps per migliorare l’esperienza di utenti e dipendenti. In particolare Trenitalia sta implementando Agentforce a supporto delle attività commerciali e di assistenza. Non a caso Francesco Cacciapuoti, chief sales officer di Trenitalia, sottolinea che la piattaforma “consente ai team di gestire la complessità operativa e dedicare maggiore attenzione ai passeggeri, valorizzando il lavoro delle persone”.

D’altronde, non bisogna mai dimenticare che l’Italia ad oggi è tra i primi Paesi in Europa ad aver approvato una legge sull’Intelligenza artificiale, disponendo finalmente di una cornice normativa organica sull’IA. I decreti rappresentano un passaggio importante perché traducono l’AI Act europeo nell’ordinamento nazionale, chiarendo autorità competenti, formazione, tutela dei lavoratori, uso dell’IA nella pubblica amministrazione, giustizia, sanità, professioni, attività di polizia e responsabilità civile e penale.

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Professioni, Lcd-Lega: "Una legge su responsabilità civile per valorizzare quelle tecniche"

(Adnkronos) - Bilancia rischi e responsabilità tra professionisti e imprese, delimita le ricadute patrimoniali sugli eredi del tecnico e ridisegna il perimetro d’intervento delle polizze assicurative, che i professionisti iscritti agli albi sono obbligati a contrarre. Oltre, naturalmente, a tutelare il danneggiato che può rivalersi direttamente nei confronti della compagnia di assicurazione anche se i danni sono accertati successivamente alla cessazione dell’attività o morte del professionista stesso. Sono questi i confini della proposta di legge a prima firma Andrea de Bertoldi sulla responsabilità civile in capo alle professioni tecniche (tra gli altri, ingegneri, architetti, geometri, geologi, periti, agronomi, agrotecnici). Un testo, come spiega lo stesso presidente di Lcd (Liberali cristiano democratici) e deputato della Lega, “che nasce proprio con l’intento di valorizzare le professioni tecniche, offrendo loro un sistema più chiaro, equilibrato, equo e coerente con i principi costituzionali. Solo in un contesto di questo tipo, infatti, si possono liberare le giuste energie per rilanciare le opere pubbliche e private, le infrastrutture e il governo del territorio”.

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Professioni, Lcd-Lega: "Una legge su responsabilità civile per valorizzare quelle tecniche"

(Adnkronos) - Bilancia rischi e responsabilità tra professionisti e imprese, delimita le ricadute patrimoniali sugli eredi del tecnico e ridisegna il perimetro d’intervento delle polizze assicurative, che i professionisti iscritti agli albi sono obbligati a contrarre. Oltre, naturalmente, a tutelare il danneggiato che può rivalersi direttamente nei confronti della compagnia di assicurazione anche se i danni sono accertati successivamente alla cessazione dell’attività o morte del professionista stesso. Sono questi i confini della proposta di legge a prima firma Andrea de Bertoldi sulla responsabilità civile in capo alle professioni tecniche (tra gli altri, ingegneri, architetti, geometri, geologi, periti, agronomi, agrotecnici). Un testo, come spiega lo stesso presidente di Lcd (Liberali cristiano democratici) e deputato della Lega, “che nasce proprio con l’intento di valorizzare le professioni tecniche, offrendo loro un sistema più chiaro, equilibrato, equo e coerente con i principi costituzionali. Solo in un contesto di questo tipo, infatti, si possono liberare le giuste energie per rilanciare le opere pubbliche e private, le infrastrutture e il governo del territorio”.

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Sburlati, ‘tessile-moda diventa filiera strategica per l’Ai4i’

Sburlati, ‘tessile-moda diventa filiera strategica per l’Ai4i’

“L’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale nell’Industria (Ai4i) ha deciso di dire che anche la moda e il tessile diventano filiera strategica nazionale: questo verrà annunciato alla nostra assemblea del 30 giugno, e credo che per tutto l’ecosistema, anche l’innovazione tecnologica, sia motivo di orgoglio”. Lo ha detto Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda, intervenendo alla cerimonia d’apertura di Pitti Immagine Uomo oggi a Firenze.

La tecnologia, secondo Sburlati, “sarà fondamentale sui temi dell’Epr, cioè la responsabilità estesa del produttore. La legge deve entrare in vigore il prima possibile. I consorzi sono fondamentali, creeranno una nuova filiera, e io non voglio che la prendano all’estero, come già sta accadendo, perché il riciclo tessile sarà uno degli asset fondamentali nei prossimi anni”.

Il tema dell’innovazione, ha aggiunto il presidente di Confindustria Moda, entra in gioco inoltre “per come si racconta ai giovani di consumare o come i giovani intendono il consumo. Pensate a come le piattaforme social orientino i comportamenti. Ma l’innovazione è anche nel come si racconta il nostro mondo: i nostri ragazzi dai 12 ai 24 anni hanno un’idea diversa da noi sul bello, ben fatto, Made in Italy”.

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Palermo: Resto in Sicilia, domani 17 giugno il convegno di Cna Sicilia Giovani Imprenditori

Palermo: Resto in Sicilia, domani 17 giugno il convegno di Cna Sicilia Giovani Imprenditori

L’iniziativa si inserisce nel solco del Manifesto sulla Restanza promosso da Anci Sicilia

Palermo, 16 giugno 2026 – Quale futuro per i giovani che scelgono di restare in Sicilia? Quale ruolo possono giocare le imprese e il territorio nel trasformare la “restanza” da scelta coraggiosa a opportunità concreta? A queste domande prova a rispondere il convegno “Resto in Sicilia. Giovani, imprese, territorio”, in programma domani mercoledì 17 giugno alle ore 10.30 presso la sede della Camera di Commercio di Palermo Enna (Via Emerico Amari, 11 – Palermo).

L’iniziativa, promossa dai Giovani Imprenditori Cna Sicilia, si inserisce nel solco del Manifesto sulla Restanza promosso da Anci Sicilia e sottoscritto da una rete ampia di organizzazioni, tra cui la stessa Cna Sicilia. Obiettivo dell’incontro è redigere un documento operativo con proposte e iniziative concrete che alimentino il confronto già avviato sulla restanza. Il lavoro contribuirà a un documento di sintesi che verrà successivamente sottoposto alle istituzioni politiche regionali, per tradurre in azioni e politiche pubbliche le idee e le energie dei giovani che vogliono costruire il proprio futuro nell’isola.

Ad aprire i lavori sarà Alessandro Albanese, Presidente CCIAA di Palermo ed Enna. Seguiranno gli interventi di Davide Tranchina, Presidente CNA Sicilia Giovani Imprenditori; Filippo Scivoli, Presidente Cna Sicilia; Mario Emanuele Alvano, Segretario Generale ANCI Sicilia; Carmelo Traina, Patto per Restare; Arianna Campione e Anna Cacopardo, Startup Kimya; e Selene Re, Presidente CNA Nazionale Giovani Imprenditori. A moderare il confronto sarà Matteo Scirè, giornalista e responsabile comunicazione Cna Sicilia.

“La ‘restanza’ – dichiara Piero Giglione, Segretario di Cna Sicilia – non può essere solo un atto di coraggio individuale: deve diventare una politica pubblica consapevole e condivisa. I giovani siciliani hanno voglia di mettersi in gioco, di innovare, di creare impresa, ma spesso si scontrano con un sistema che non offre loro infrastrutture adeguate, accesso al credito e servizi alla persona. Come Cna Sicilia crediamo che il territorio debba fare la sua parte, creando un ecosistema favorevole a chi sceglie di restare. Questo convegno non è solo un momento di discussione: è l’avvio di un percorso concreto che porterà proposte chiare alle istituzioni regionali, perché nessun giovane debba più sentirsi obbligato a partire per realizzarsi”.

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Giustizia tributaria: la riforma c’è, ma i giudici continuano a dipendere dal ministero dell’Economia. Che dirige l’amministrazione fiscale

Un cittadino riceve un atto dell’Agenzia delle Entrate e decide di impugnarlo. La sua causa non va davanti a un giudice ordinario: la decide una magistratura speciale, le Corti di giustizia tributaria. Quei giudici dipendono dal ministero dell’Economia e delle finanze per la carriera e per le sanzioni che li riguardano. È lo stesso apparato di cui fa parte l’ufficio che ha emesso l’atto contestato. Il 22 maggio il Consiglio dei Ministri ha approvato in prima lettura uno schema di decreto che, secondo il governo, porta i giudici tributari su un piano di piena parità con le altre magistrature. La lettera del testo mantiene l’annuncio?

Un arbitro nominato da una delle squadre

Chi giudica deve essere indipendente dalle parti e deve anche apparire tale. Nella giustizia tributaria la condizione è incrinata all’origine: da un lato siede il contribuente, dall’altro l’amministrazione finanziaria, ma il giudice è inquadrato presso il ministero che quell’amministrazione dirige. È come se l’arbitro di una partita di calcio fosse ingaggiato e all’occorrenza punito da una delle due squadre. Anche se opera in perfetta buona fede, la sua posizione resta sbilanciata.

Lo schema, attuativo della delega fiscale interviene su molti aspetti dello stato giuridico dei giudici e su alcuni fa passi reali. La parità annunciata si ferma sul punto più delicato: il potere di punire il giudice. La vecchia norma viene abrogata e sostituita da una che ne ricopia il contenuto: cambia il nome del ministero, non l’architettura del potere. Il procedimento resta promosso dal vertice politico del governo e la rimozione resta firmata con decreto del Ministro dell’Economia. Il confronto è impietoso: per un giudice ordinario la rimozione è disposta con decreto del Presidente della Repubblica, su iniziativa di un magistrato, il Procuratore generale della Cassazione. Qui, invece, a firmare è il Ministro che dirige l’amministrazione finanziaria, cioè la stessa parte che si contrappone al contribuente. La formula è identica; cambia chi tiene la penna.

L’amministrazione finanziaria “al tempo stesso parte processuale e interlocutore istituzionale”

Il 16 aprile, nell’Aula Magna della Cassazione, si è inaugurato l’anno giudiziario tributario, per la prima volta alla presenza del Presidente della Repubblica. La presidente dell’organo di autogoverno dei giudici tributari, Carolina Lussana, ex deputata leghista, ha riconosciuto il problema apertamente: l’inquadramento della giustizia tributaria nel Mef, ha detto, “sotto il profilo dell’indipendenza — reale e percepita — resta un tema sensibile”. E ha aggiunto che la terzietà del giudice “non può essere data per scontata ma deve essere costruita, presidiata, resa visibile”. Ed è lei a definire l’amministrazione finanziaria “al tempo stesso parte processuale e interlocutore istituzionale della giurisdizione”. Parole che pesano, perché vengono dal vertice della stessa magistratura tributaria.

Dallo stesso palco, lo stesso giorno, il presidente del Consiglio Nazionale Forense, Francesco Greco, è stato ancora più netto. Ha chiamato il Mef la “controparte interessata all’esito del processo tributario” e ne ha tratto la conseguenza: se il processo tributario è giurisdizione e il giudice tributario è un giudice, la coerenza imporrebbe di ricondurre quella giurisdizione al Ministero della Giustizia oppure alla Presidenza del Consiglio, come già avviene per i giudici amministrativi e contabili. Il vertice dell’avvocatura e quello dell’autogoverno dei giudici dicono la stessa cosa: la stortura non è più un’obiezione di parte, è una questione di sistema.

Non è un problema marginale: nel 2025 il contenzioso tributario ha pesato in Cassazione per il 46,1 per cento delle cause civili e le sole controversie definite in primo e secondo grado valevano oltre 24 miliardi di euro.

Cosa c’è in gioco per il contribuente?

Tutto questo non riguarda soltanto gli addetti ai lavori. Riguarda chiunque, prima o poi, si trovi a discutere con il Fisco per una cartella, un avviso di accertamento, un diniego di rimborso. A decidere è un magistrato che, per la carriera e per le sanzioni che lo riguardano, dipende dalla controparte. L’indipendenza non si misura sui titoli o sullo stipendio, ma sull’organizzazione che la rende possibile e visibile.
La fase parlamentare che si apre è l’occasione per recidere il legame rimasto, sottraendo al Mef il potere disciplinare sul giudice. Un giudice indipendente garantisce che, quando lo Stato chiede e il cittadino contesta, a decidere sia un terzo; un giudice legato a una parte garantisce, nel migliore dei casi, la propria buona fede. Per chi cerca giustizia, è una differenza che si sente tutta.

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Il prezzo del petrolio Brent scende al minimo dall’inizio di marzo

Il prezzo del petrolio Brent scende al minimo dal 5 marzo con la fine della guerra in Iran.

 

Domenica i prezzi del petrolio sono crollati bruscamente dopo che il presidente Trump ha annunciato che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo di pace.

 

Il petrolio Brent, benchmark internazionale, è sceso di circa il 4%, attestandosi sotto gli 84 dollari al barile, il prezzo più basso dal 5 marzo. Il West Texas Intermediate, benchmark statunitense, è calato di quasi il cinque percento, scendendo sotto gli 81 dollari al barile.

 

«Con l’apertura dello Stretto in seguito alla firma dell’accordo di venerdì, ai fini della rimozione delle mine, il petrolio tornerà a fluire da entrambe le estremità, a beneficio della Regione e del mondo intero!», ha dichiarato il Presidente Trump domenica sera.

 

I future azionari legati al mercato azionario statunitense sono saliti in seguito alla notizia.

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«L’accordo con la Repubblica Islamica dell’Iran è ora completo», ha scritto Trump in un precedente post su Truth Social. «Congratulazioni a tutti! Con la presente autorizzo l’apertura senza pedaggio dello Stretto di Ormuzzo e, contemporaneamente, autorizzo l’immediata rimozione del blocco navale degli Stati Uniti. Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!»

 

La notizia dovrebbe mettere fine a scenari catastrofistici per l’economia mondiale apparsi sulla stampa internazionale in questi mesi, puntellati da continui aumenti a seguite degli sviluppi nel Golfo e nello Stretto ormusino.

 

Le ramificazioni dell’ingravescente crisi petrolifera erano molteplici. Un mese fa era emerso che il Kuwait, per la prima volta dopo 35 anni – cioè dall’invasione da parte dell’Iraq di Saddam Hussein – non stava esportando petrolio. Dall’altra parte del mondo si registrano fremiti separatisti nella provincia canadese dell’Alberta, considerata la più ricca di oro nero.

 

Come riportato da Renovatio 21, scommesse borsistiche sul prezzo del petrolio per 580 milioni erano state piazzate poco prima di un post di tre mesi fa sull’Iran di Trump in cui il presidente annunziava «sviluppi produttivi».

 

Prima del conflitto, appena dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, Trump aveva dichiarato che gli Stati Uniti arriverebbero a controllare il 55% della produzione mondiale di petrolio.

 

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Una mia richiesta di accesso agli atti deve aver allarmato l’ospedale di Novara: annullata la gara per due risonanze

Il Direttore Generale dell’AOU (Azienda ospedaliera universitaria) Maggiore della Carità di Novara indice una gara europea per “migliorare” due RM (risonanze magnetiche) attualmente in esercizio, senza che le due macchine siano di proprietà dell’Azienda. Lo richiede il direttore della Diagnostica, “evidenziando che le stesse hanno raggiunto il limite tecnologico e sono prossime ad un eventuale fuori supporto”. Manifestano interesse a partecipare alla fornitura la Philips (che produce le macchine) e la 3B srl che attraverso la partecipata Alpha Project sta gestendo le RM, che – fornite nell’abito di un progetto di Partenariato Pubblico Privato (Ppp) – diverranno di proprietà dell’AOU Maggiore della Carità solamente alla scadenza della concessione ancora in atto.

L’importo della gara: € 5.167.500,00 iva esclusa. Il 26 marzo 2026 il Direttore generale dell’AOU novarese, conclusa l’istruttoria, con la deliberazione n. 190 indice la gara per “migliorare” le RM, che prevede la partecipazione della sola 3B srl.

Gli umarèl, gente che osserva “i cantieri” guardando le carte, sono sorpresi dalla soluzione che l’Azienda di Novara sta applicando per risolvere il problema. Le incongruenze sono più di una. Uno degli umarèl – nella fattispecie il sottoscritto – ricorda bene la gara che aveva consegnato ad Alpha Project la fornitura e la gestione delle apparecchiature elettromedicali con un project financing multimilionario. Ne avevo scritto qui e mi ero anche beccato una querela (poi archiviata) da parte della 3B srl, una delle ditte che facevano parte del raggruppamento.

Così, aiutato del gruppo, per ripassare la lezione, il 13 aprile scorso ho inviato dalla direzione dell’AOU una richiesta di accesso agli atti per ottenere copia elettronica dei documenti che permettessero di avere il quadro completo del contratto di Ppp del 2017 e della sua attuazione. La mia richiesta però deve aver allarmato la dirigenza dell’AOU al punto da indurre il Direttore Generale, con la deliberazione n. 375 del 22/05/2026, ad annullare d’ufficio la gara indetta il 26/03/2026, cioè meno di 60 giorni prima.

Un collaboratore del consigliere regionale Coluccio (M5S) gli parla di questa storia e lui decide di porre il problema della legittimità dell’operato dell’AOU di Novara direttamente al direttore della Sanità Regionale, dott. Sottile. Quest’ultimo risponde annunciando, fra l’altro, l’apertura un’indagine interna per capire come sia stato possibile tutto questo. Di solito gli uffici l’indagine dovrebbero farla prima, sono pagati per quello. Qui, l’istruttoria non andava proprio bene e la delibera di indizione prevedeva quasi 50mila euro di compenso extra al dirigente che l’ha allestita, quale contribuito di progettazione. Se tutto fosse andato liscio, questo è quanto gli avrebbero riconosciuto, oltre allo stipendio niente male che già percepisce. Risparmiati.

La sbornia liberista degli ultimi decenni ha convinto destra e sinistra che il male del Paese – ben più che la malavita organizzata, l’evasione fiscale ecc. – fosse la pubblica amministrazione, popolata da fannulloni dediti a rallentare e vanificare gli sforzi della politica a fare in fretta. In nome della modernizzazione sono stati introdotti modelli organizzativi mutuati dal privato. Le Unità Sanitarie Locali sono diventate Aziende, governate da potenti Direttori Generali nominati dalla politica.

Soprattutto sono spariti completamente i controlli. Così molti settori della PA sono finiti in braccio all’incultura, alla voracità dei fornitori e non solo. Una bella fetta di PA è anche diventata uno strumento per scambi di consulenze e prebende di varia natura che consumano le risorse residue. La sanità pubblica, dove nel 2025 sono stati spesi circa 150 miliardi di euro, è uno dei settori più esposti a queste tentazioni.

La drammatica mancanza di controlli e una dirigenza che, setacciata da decenni di politica al ribasso, oramai non riesce più a fare il suo lavoro producendo risultati per i cittadini nel rispetto delle norme, sono un elemento fondamentale nel degrado del paese e del sistema sanitario pubblico. Uno degli ingredienti fondamentali per vivificare la democrazia è la partecipazione: gli umarèl che mi aiutano a raccontare queste storie sono persone che lo fanno in modo disinteressato.

Sostengono che la Pubblica Amministrazione, dove molti di loro lavorano e hanno lavorato, è uno dei presidi della democrazia e che occorre perciò opporsi il degrado, intanto controllando che gli atti rispettino le leggi, la pubblica utilità e che gli scambi di favori fra i dirigenti sotto forma di sontuosi incarichi intrecciati non superino la decenza.

A tempo perso controllano, studiano, fanno quello che in uno Stato moderno dovrebbe essere il compito più alto di chi governa. Un lavoro che possono fare in tanti. Gli Enti pubblici hanno da tempo l’obbligo di pubblicare sui loro siti internet – sezione Amministrazione Trasparente – i dati delle attività che perciò possono essere consultati da chiunque lo voglia. Non sempre i dirigenti Responsabili della Prevenzione della Corruzione e della Trasparenza interpretano in modo adeguato il ruolo.

Insistiamo perché pubblichino i dati, così da potervi accedere e di poterne disporre. A garanzia di questi diritti c’è il dl 33/2013 a cui si è aggiunto il dl 97/2016, che ha previsto il cosiddetto Accesso Civico Generalizzato. Si tratta di diritti esercitabili anche per email. Più li usiamo meglio stiamo, umarèl compresi.

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“Hormuz completamente aperto venerdì”. Ma restano i nodi dello sminamento e del “pedaggio mascherato” per il transito nello Stretto

“Lo Stretto di Hormuz sarà completamente aperto venerdì”. L’annuncio di Donald Trump, arrivato a margine del G7 di Evian, fa sperare in una soluzione rapidissima per il principale collo di bottiglia energetico del pianeta. Ma la riapertura formale potrebbe essere solo il primo passo di un percorso molto più lungo. Basti dire che poco prima che parlasse il presidente un funzionario dell’amministrazione sentito da Bloomberg ha chiarito che il traffico marittimo non tornerà immediatamente alla normalità: gli Stati Uniti si aspettano un aumento graduale dei flussi nell’arco di una o due settimane, anche a causa delle operazioni necessarie per affrontare il problema delle mine presenti nell’area. Non solo: resta irrisolto anche il nodo del pedaggio – seppure mascherato – che Teheran intende riscuotere da chi attraversa il canale. “Abbiamo sempre detto che non intendiamo imporre pedaggi, ma che in cambio dei servizi che forniremo, ovvero servizi di navigazione, protezione ambientale, eventualmente assicurazione navale e altri servizi che saranno forniti da Iran e Oman, i costi necessari saranno definiti e riscossi”, ha infatti ribadito il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei.

La questione degli ordigni resta uno dei principali ostacoli. Secondo Gian Enzo Duci, docente di Economia e management marittimo e portuale all’Università di Genova, una bonifica completa dello Stretto potrebbe richiedere da tre a sei mesi. Questo non significa però che la navigazione sia impossibile. Esistono infatti aree prossime alle coste dell’Oman e dell’Iran considerate relativamente sicure e già utilizzabili per il passaggio delle navi. Come dimostra il fatto che nelle ultime settimane molte petroliere e navi commerciali sono riuscite comunque ad uscire da Golfo Persico spengendo i sistemi di localizzazione durante l’attraversamento dello Stretto. Trump ha detto che il mese scorso sono state oltre 200, nell’ambito di una “missione segreta” da lui ordinata, consentendo il passaggio di più di 100 milioni di barili di petrolio destinati ai mercati internazionali.

Il problema è che la riapertura di un corridoio non coincide automaticamente con il ripristino della capacità di trasporto precedente alla crisi. Nel corso delle settimane di tensione si è accumulata una forte congestione sia all’interno sia all’esterno dello Stretto. Petroliere, metaniere e altre navi commerciali potrebbero dover attendere il proprio turno per attraversare il passaggio, con inevitabili ripercussioni sui tempi di consegna e sui costi logistici. Quindi è irrealistico immaginare che già nei primi giorni si possa tornare ai volumi ordinari. “Non si potrà pensare che il primo giorno possano uscire 40 milioni di barili di petrolio”, osserva Duci. Anche una volta riaperto il transito, la logistica mondiale dovrà riassorbire settimane di interruzioni e deviazioni.

Negli ultimi giorni molte compagnie hanno infatti modificato rotte, programmi di carico e catene di approvvigionamento. Come sottolinea Luca Sisto, direttore generale di Confitarma, la logistica internazionale ha capacità di adattamento: quando una rotta si interrompe, gli operatori cercano alternative. Proprio per questo la fine dell’emergenza non implica necessariamente un ritorno immediato alla situazione precedente. Alcuni flussi potrebbero essersi già spostati verso percorsi differenti e impiegare mesi prima di tornare sui livelli abituali.

Sul tavolo resta poi il tema dei pagamenti richiesti alle navi in transito per “servizi marittimi“. L’ipotesi di un pedaggio fa ovviamente salire sulle barricate i diretti interessati ed è respinta al mittente da tutti gli addetti ai lavori. Per Confitarma qualunque forma di tassa obbligatoria per attraversare lo Stretto sarebbe incompatibile con il quadro normativo internazionale e rischierebbe di creare un precedente pericoloso. La stessa valutazione arriva dal professor Marco Roscini della Westminster Law School. Hormuz, ricorda il giurista, è utilizzato per la navigazione internazionale ed è soggetto al regime del “passaggio in transito”, che garantisce alle navi di tutti gli Stati il diritto di attraversarlo in modo continuo e rapido.

In questo contesto l’Iran e l’Oman non potrebbero subordinare il passaggio al pagamento di un pedaggio. E un eventuale accordo bilaterale tra Washington e Teheran non potrebbe modificare il regime giuridico dello Stretto. “L’accordo può certamente ridurre il rischio militare, prevedere meccanismi di sicurezza, istituire procedure di coordinamento navale o sminamento, ma non può eliminare o restringere i diritti di navigazione spettanti agli Stati terzi senza il loro consenso”. Diverso sarebbe il caso di servizi effettivamente forniti alle imbarcazioni, come pilotaggio, rimorchio o assistenza alla navigazione. Il distinguo ovviamente è cruciale. “Se la tariffa remunera un servizio reale, facoltativo e proporzionato, essa può essere compatibile con il diritto internazionale. Se la tariffa è in realtà una condizione per poter transitare, indipendentemente dall’utilizzo di servizi specifici, allora assomiglia molto a un pedaggio mascherato e rischia di essere incompatibile con il regime del passaggio in transito”, spiega Roscini. “Se tali pagamenti fossero obbligatori per attraversare Hormuz, sarebbe difficile distinguerli da un vero e proprio pedaggio”.

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IA e i demoni della tecnologia

Elon Musk continua con la sua blasfemia, affermando che le sue interfacce cervello-macchina daranno alle persone "superpoteri cibernetici" e realizzeranno "miracoli a livello di Gesù".Avete capito cosa dice l'ashkenazita Muskio? Con il suo biochip impiantato nel cervello (ammesso che riescano a trovarlo, l'encefalo) non potrai più fare il bagno al mare, perché ci camminerai sopra.Attenzione, ...continua a leggere "IA e i demoni della tecnologia"
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L’Iran esce vittorioso con l’accordo raggiunto

Mentre l'accordo tra gli Stati Uniti e l'Iran è stato confermato da funzionari di entrambe le parti, è stata presentata una bozza di risoluzione di 14 punti. Il memorandum include: ➡️ Un cessate il fuoco immediato e permanente su tutti i fronti, incluso il Libano (dubito che i nazisti di Sion manterranno l'accordo). ➡️ L'impegno ...continua a leggere "L’Iran esce vittorioso con l’accordo raggiunto"
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SpaceX è sbarcata in Borsa con un’offerta iniziale di duemila miliardi. Ma comprarne le azioni è davvero un affare?

Il 2026 probabilmente sarà ricordato come un anno pazzesco per la finanza Usa e internazionale, a causa di alcune straordinarie new entry. Le tre sorelle sulla rampa di lancio per la quotazione di borsa sono SpaceX di Musk, a cui seguiranno a breve termine Anthropic dei due Amodei e OpenAI di Altman.

Queste società, finora rimaste nel limbo di una complessa struttura societaria privata, si presenteranno in Borsa con imponenti offerte pubbliche di acquisto (in inglese Ipo, Initial Public Offering) che cambieranno la classifica delle società più importanti al mondo. La quotazione di SpaceX, appena approdata in Borsa, fa da battistrada e presenta alcune caratteristiche molto particolari che chiariscono bene gli aspetti principali della finanza legata alle società tecnologiche di punta.

La prima, naturalmente, riguarda la dimensione straordinaria dell’operazione. L’Ipo della società di Musk, con un valore iniziale di circa 1.800 miliardi di dollari e cioè quasi due terzi del Pil italiano, è già schizzata a 2.000. Sarà la più grande di sempre, superando il record dell’impresa saudita Saudi Aramco del 2019, che è stata valutata 1.700 miliardi.

Si tratta di un sorpasso anche di tipo simbolico. La vecchia economia industriale basata sulle risorse naturali è stata scalzata da quella tecnologica, il cui core business è il lancio di satelliti, ma anche quello più fondamentale di conquistare lo spazio, in particolare popolare di vita umana Marte.

La seconda è la stranezza della valutazione finanziaria, richiamata da molti analisti, del tutto stravagante. Nei documenti depositati per la quotazione è stato fissato un valore per azione di 135 dollari, da qui la valutazione stellare della capitalizzazione. Ne verrà immessa nel mercato solo una modesta quota per recuperare circa 80 miliardi da destinare ai nuovi investimenti programmati. La stranezza consiste nel fatto che SpaceX ha realizzato nel 2025 un fatturato di appena 18,6 miliardi. In base a questo dato la sua capitalizzazione è 100 volte il fatturato.

Se teniamo conto che per le società tecnologiche a elevata crescita un rapporto di cinque volte è ritenuto ottimale, siamo di fronte ad un caso di sicura “follia” finanziaria. Chi comprerà SpaceX non guarda al fatturato attuale, ma alle dimensioni del mercato spaziale che è stimato (con quali criteri?) in 28.500 miliardi, cioè un quarto del Pil mondiale.

La nuova società quotata in Borsa sarà degli azionisti, realizzando quella specie di capitalismo democratico delle opportunità tecnologiche che piace al senatore progressista Bernie Sanders? Certamente no. Elon Musk manterrà un ferreo controllo sulla società. Il suo 40% di azioni, già sostanzioso, vale però l’80% dei diritti di voto. La nuova società sarà un anello di quella che viene chiamata, un po’ esageratamente, la Muskeconomics. Con il passaggio societario Musk si prenderà dei bei soldi dai risparmiatori per realizzare i suoi sogni, senza nessuna cessione di potere effettivo.

Comprare oggi le azioni di SpaceX è un affare, come sembra indicare il buon risultato iniziale? Qui la questione non è semplice. La società di Musk, fondata nel 2002, non è mai stata in attivo, e l’anno scorso ha generato perdite per 5 miliardi. Le ingenti perdite di oggi si trasformeranno in scintillanti profitti futuri, come è accaduto a molte star tecnologiche? Non è dato saperlo, ma qualche dubbio c’è perché gli obiettivi dell’iper miliardario americano sembrano lunari.

Ecco allora profilarsi la reale dimensione della finanza contemporanea. Ogni atto finanziario è sempre una scommessa, ma qui il rischio è moltiplicato perché si puntano le fiches su qualcosa che appare irrealizzabile, come la costruzione di una base spaziale sul pianeta rosso.

Con Musk che incassa se la ridono anche le decine di dipendenti che in questi anni sono stati generosamente remunerati, anche per le loro condizioni di lavoro a volte disumane, con dei pacchetti azionari. Ora quella moneta virtuale ha acquistato un valore vero. Vedremo se coloro che hanno ricevuto questa insperata ricchezza la manterranno, oppure venderanno le azioni ottenute per portare a casa dei bei dollari, sicuramente più affidabili. Invece che salire verso le stelle, il valore delle azioni di SpaceX potrebbe scendere velocemente. In fondo, il prezzo è stato imposto in maniera arbitraria e al di fuori di ogni logica finanziaria.

Da ultimo è bene osservare che oggi le imprese della AI, e anche della corsa allo spazio, sono indebitate in maniera gigantesca, e devono ancora dimostrare la loro redditività. I ricavi sono modesti e i conti in rosso. Dopo la finanza tossica dei titoli derivati dei decenni passati, avremo un’altra bolla finanziaria, egualmente distruttiva, segnata dalle fantasie perverse di Musk e degli altri compagni di viaggio della AI? Il timore è più che fondato, anche perché le nuove azioni entreranno negli indici di borsa e persino negli acquisti dei fondi pensioni, aumentando il rischio sistemico.

Più che attendere gli sfracelli del mercato finanziario, che arriveranno puntuali come la sorte, sarebbe importante intervenire tempestivamente per mettere i necessari freni a questa pazza corsa verso l’impossibile. Ad essere pignoli poi, prima di andare a colonizzare Marte, ci sarebbero molte cosette da sistemare sul pianeta Terra che è messo ben peggio del pianeta rosso. Ma su questo punto Musk, come responsabile del Doge, ha miseramente fallito e ha dovuto ritirarsi malamente.

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Federmoda, continua crisi settore, in Toscana perse 2300 aziende in 3 anni

Federmoda, continua crisi settore, in Toscana perse 2300 aziende in 3 anni

“La crisi della moda in Toscana non smette di farsi sentire: 2.313 aziende in meno dal 2022 al 2025 e continua ad aumentare il ricorso alla cassa integrazione”. Lo segnala Cna Federmoda Toscana, elaborando dati di Movimprese, Istat, Irpet e Ebret, e alla dei numeri a corredo del Piano strategico 2030 presentato nei giorni scorsi dall’associazione nazionale.

“Nella nostra regione le imprese del settore sono 17.522 – si sottolinea in una nota -, di queste 9.195 sono artigiane, gli occupati nel settore in Toscana sono 105.000, il volume di export nel 2025 è stato di 12 miliardi, pari al 20% del totale nazionale. Se si vanno ad analizzare i rilevamenti storici recenti si comprende con chiarezza il quadro negativo che si sta dipingendo negli ultimi anni: tra il 2022-2025 nella nostra regione hanno chiuso 2.313 imprese (su un totale di 12.000 in tutta Italia) con impatti rilevanti su competenze, occupazione e presidio territoriale con una stima di perdita di ben 2400 posti di lavoro. Da aggiungere a questo la Toscana registra un calo dell’export del -20% di gran lunga superiore alla media nazionale che è al -6,8%”.

A confermare la complessità della situazione “il ricorso agli ammortizzatori sociali, nello specifico a Fsba (fondo che sostiene le aziende artigiane), dopo il calo di richieste del 2025 (dovuto anche all’esaurimento delle settimane a disposizione delle imprese) nei primi tre mesi del 2026 ha ripreso vigore, tanto che a marzo di quest’anno si registra un aumento del 33%, rispetto al dato di settembre 2025, delle imprese che vi hanno fatto ricorso ,con un aumento del 16% dei lavoratori coinvolti”. Per l’associazione “i dati toscani confermano, se ce ne fosse ancora stato bisogno, che la crisi è diventata strutturale e per combatterla bisogna lavorare insieme, associazioni, imprenditori, istituzioni”. “Quelli ripresi dal piano strategico – afferma Paolo Pernici. presidente di Federmoda Toscana – sono temi che sosteniamo da anni anche nella nostra regione e li abbiamo presentati in tutti i momenti di confronto con le Istituzioni, in particolare con la Regione in occasione delle convocazioni del Tavolo per la crisi della moda e delle audizioni nella specifica Commissione consiliare che lo scorso marzo ha approvato all’unanimità una risoluzione a cui Cna ha contribuito con dati e proposte”.

Secondo Pernici, “elemento chiave del piano è il principio della responsabilità condivisa lungo tutta la filiera, per superare squilibri contrattuali e distribuire equamente costi, rischi e benefici tra tutti gli attori. Ci auguriamo di poterne parlare al Tavolo regionale per la crisi della moda che, auspichiamo, venga riconvocato al più presto”.

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“Il patrimonio dei miliardari dell’energia è aumentato di 300 milioni al giorno con la guerra in Iran”: il rapporto Oxfam

Se la crisi economica globale sta spingendo in povertà oltre 30 milioni di persone, c’è chi con guerre ed emergenze geopolitiche accresce la propria ricchezza. È il caso dei miliardari del settore energetico dei paesi del G7: il loro patrimonio aggregato è cresciuto di 23,5 miliardi di dollari nei primi due mesi e mezzo del conflitto avviato da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. In pratica il loro patrimonio è cresciuto di più 300 milioni di dollari al giorno. È quanto evidenzia l’ultimo rapporto Oxfam, in occasione dell’apertura del summit di Evian, in Francia.

L’analisi della confederazione internazionale di organizzazioni no profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, rileva che dal 2020 i miliardari di tutto il mondo hanno incrementato la propria ricchezza di quasi 10.000 miliardi di dollari. In particolare, i paesi del G7 (Usa, Canada, Giappone, Regno Unito, Francia, Germania e Italia) hanno tagliato 48 miliardi di aiuti allo sviluppo per i Paesi più poveri del mondo tra il 2024 e il 2025, una cifra che i miliardari del G7 “hanno intascato” in soli 9 giorni.

L’impennata dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, si legge nel dossier, sta mettendo in ginocchio le famiglie in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito già martoriati da anni di turbolenze economiche, crisi del debito e shock climatici. Secondo il rapporto, anche le tre maggiori aziende mondiali di fertilizzanti dovrebbero vedere i propri profitti aumentare del 23%, ossia di ben 928 milioni di dollari, rispetto a quanto si poteva prevedere prima dell’inizio della guerra all’Iran.

“I conflitti in corso stanno devastando interi paesi, spezzando decine di migliaia di vite e rischiano di spingere in povertà oltre 30 milioni di persone, eppure per alcuni sono straordinariamente redditizi“, ha dichiarato Francesco Petrelli, portavoce di Oxfam Italia. “I leader dei Paesi G7 non stanno facendo nulla per aiutare i Paesi più poveri e colpiti dalla crisi. Italia, Canada, Francia, Germania, Giappone e Regno Unito devono smettere di usare la posizione di Trump come scusa per non agire. Il ‘G6‘, anche senza gli Stati Uniti, ha un’enorme influenza sia a livello economico che diplomatico che sta scegliendo di non esercitare“. Per Oxfam è necessario e non più prorogabile un aumento della tassazione dei profitti in eccesso accompagnato da un’imposta sui patrimoni dei super-ricchi, dalla sospensione del debito per i paesi più poveri e da maggiori aiuti allo sviluppo.

“Per garantire la presenza del Presidente Trump a questo vertice, Macron ha accettato di escludere dall’agenda temi quali la crisi climatica o la disuguaglianza globale su cui servirebbero risposte condivise e coordinate. – conclude Petrelli– Sono state cancellate dall’agenda del vertice parole come ‘genere‘ o ‘clima’ per compiacere Washington con buona pace degli altri paesi, tutto questo avrà conseguenze disastrose. Il G6 non può dichiararsi impotente abdicando al suo ruolo e alla sua responsabilità politica e morale. Possono cancellare il debito, tassare gli extra profitti e i grandi patrimoni. Possono promuovere una nuova emissione di Diritti Speciali di Prelievo, fornire maggiori aiuti, a partire da quelli umanitari. Rifiutarsi di agire per compiacere gli Stati Uniti non è diplomazia, ma codardia e accelererà solo lo scivolamento del G6 verso l’irrilevanza globale“.

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L’ “inflazione di Hormuz” si può combattere col rialzo dei tassi? Ho i miei dubbi

di Riccardo Capanna

Il rialzo dei tassi è una scelta che potrà portare a danni politici non irrilevanti, e perciò è una scelta squisitamente europea.
Secondo la teoria economica, quando c’è un periodo di alta inflazione le banche centrali devono alzare i tassi d’interesse per far diminuire il denaro in circolazione e, di conseguenza, il suo costo. Affermare con orgoglio di “non essere mai un sostenitore dell’aumento dei tassi”, come ha fatto il ministro Tajani, dunque, è stupido e antieconomico.

Basta leggere le notizie per sapere, infatti, che a causa della guerra in Iran l’inflazione ha già toccato il 3% ed è prevista in aumento. Per la Bce, che per mandato deve puntare esclusivamente al target di un’inflazione al 2%, era una scelta obbligata aumentare il costo del denaro. Poi, ci si può chiedere se, al di là dell’inflazione, la stretta sui prestiti avrà altri effetti. E meno prestiti uguale meno crescita, il che può essere un duro colpo a un’economia già stagnante come quella europea.

Quello della crescita, però, non è l’ambito di cui si deve occupare la Bce. Allora vale la pena chiedersi: l’“inflazione di Hormuz”, ossia uno shock di offerta, si può combattere in questo modo? Se l’aumento dei prezzi fosse dovuto al troppo denaro in circolazione, infatti, la soluzione sarebbe a occhi chiusi l’aumento dei tassi. Ma l’inflazione di Hormuz è diversa: dipende dal costo delle materie prime in un mercato esterno a quello europeo, e per giunta di merci, come l’elettricità e la benzina, con una bassa elasticità (la cui domanda, cioè, non diminuisce all’aumentare del prezzo). È della stessa natura di quella del 2022, quando non a caso il rialzo dei tassi non contribuì alla diminuzione dell’inflazione (piuttosto, evitò il peggio, ovvero che aumentasse ancor di più).

Se non sono la panacea per l’inflazione, maggiori tassi d’interesse di riferimento faranno contenti gli istituti bancari, che emetteranno, come già nel 2022, meno prestiti e alzeranno i prelievi su quelli già in essere. Tra il 2022 e il 2024, in questo modo, in Italia le banche avevano incassato 112 miliardi di profitti, mentre nel sistema erano immessi 60 miliardi in meno rispetto agli anni precedenti.

In conclusione, si può dire che questo rialzo dei tassi, sia pur fatto con il buon proposito di abbassare l’inflazione, rimpinguerà le tasche dei banchieri, mentre le famiglie, le aziende e l’economia avranno meno liquidità e, in definitiva, meno soldi. Però tutto seguendo le regole europee!

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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Accordo Usa-Iran, la reazione dei mercati: volano le Borse europee, in calo il prezzo di petrolio e gas

Le Borse dimostrano di credere all’accordo tra Usa e Iran. All’indomani dell’annuncio di Donald Trump, i mercati europei corrono in avvio di seduta. Il motivo è chiaro: con la riapertura dello stretto di Hormuz si intravedono segnali di ripresa degli approvvigionamenti energetici. Uno scenario che ha portato anche al ribasso delle quotazioni di petrolio e gas. Lo Stoxx 600, l’indice azionario delle seicento maggiori società quotate, sale dello 0,9%, ai massimi da fine febbraio. Avvio brillante per Francoforte e Parigi. Bene anche Piazza Affari, che apre in netto rialzo: primo indice milanese, Ftse Mib, guadagna l’1,4% a 52.219 punti. Dopo i primi scambi volano Stellantis e Ferrari. Bene anche Buzzi e Cucinelli.

L’apertura positiva delle Borse europee segue alla chiusura in forte rialzo dei listini asiatici. Balzo di Tokyo che chiude in rialzo del 4,99%, ancora meglio fa Seul: +5,2%. Positive anche tutte le alrte: Hong Kong, Shanghai, Shenzhen e Mumbai. Segno appunto che sui mercati è già tornato un clima positivo, mentre si attenuano le preoccupazioni per le interruzioni dell’approvvigionamento energetico.

In questo senso, sono in netto calo petrolio e gas.Il petrolio Brent, punto di riferimento in Europa, è sceso questa mattina del 3,74% a 83,59 dollari al barile. Il Wti, riferimento in Usa, è in calo del 4,02% a 80,86 dollari al barile. Avvio in calo anche per il prezzo del gas: ad Amsterdam le quotazioni registrano una flessione del 5,9% a 44,09 euro al megawattora.

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Btp Italia Sì: al via il collocamento del nuovo titolo di Stato. Rendimento minimo all’1,6 per cento

Parte oggi il collocamento del nuovo Btp Italia Sì, il nuovo titolo di Stato indicizzato all’inflazione per i piccoli risparmiatori con cui il Mef punta a consolidare la quota di famiglie e home trading nel finanziare il debito pubblico.
L’emissione, della durata di cinque anni, offre un rendimento reale annuo minimo garantito dell’1,6%, cui si aggiunge la rivalutazione legata all’andamento dei prezzi, oltre a un premio fedeltà dello 0,6% del capitale sottoscritto per chi acquista il titolo nei giorni del collocamento e lo mantiene fino alla scadenza e alla tassazione agevolata al 12,5% prevista per tutti i titoli di Stato.

Si potrà accedere al nuovo titolo di Stato dal 15 giugno e fino a venerdì 19 giugno alle ore 13, salvo chiusura anticipata. Per il calcolo del valore complessivo delle cedole a questo tasso minimo, garantito anche in caso di deflazione, dovrà quindi essere sommato il tasso di inflazione nazionale nel periodo di riferimento. Il Btp Italia Sì – con godimento 23 giugno 2026 e scadenza 23 giugno 2031 – prevede cedole semestrali legate al tasso di inflazione nazionale, oltre a un premio finale extra dello 0,6% sul capitale sottoscritto riservato a coloro che lo acquistano nei giorni di emissione e lo detengono fino a scadenza. Al termine del collocamento il tasso minimo garantito potrà essere confermato o rivisto al rialzo, in base alle condizioni di mercato. La sottoscrizione del Btp Italia Sì è riservata ai soli risparmiatori individuali e affini. Non sono previsti tetti o riparti, quindi tutte le domande pervenute nel periodo di collocamento saranno interamente soddisfatte. Il codice Isin del titolo necessario per identificarlo e acquistarlo durante il periodo di collocamento è IT0005713539.

Il Mef ricorda che è possibile comprare Btp Italia Sì, oltre che in banca o all’ufficio postale, anche online mediante il proprio home-banking (con funzione di trading abilitata). L’emissione avrà luogo sul Mot (Mercato telematico delle obbligazioni e titoli di Stato di Borsa italiana) attraverso Intesa Sanpaolo e UniCredit (dealer dell’operazione), e Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco Bpm (co-dealer dell’operazione). Il Btp Italia Sì viene acquistato a partire da un minimo di 1.000 euro durante i giorni del collocamento e potrà essere ceduto interamente o in parte prima della sua scadenza, senza vincoli e alle condizioni di mercato, sempre per lotti minimi da 1.000 euro nominali. Il capitale nominale sottoscritto è garantito a scadenza.

Il pacchetto nasce per invogliare la platea di ‘risparmiatori individuali e affini’ a restare fedeli ai Btp, ora che l’inflazione elevata causata dallo shock energetico in Medio Oriente rende meno convenienti i vecchi titoli. Le cedole, anziché essere calcolate sul capitale rivalutato per l’inflazione, semplicemente aggiungono al tasso minimo l’inflazione calcolata dall’indice Nic. Nel concreto, se l’inflazione (calcolata dall’indice Foi) fosse del 2%, le cedole semestrali sarebbero dell’1,8%: un tasso ottenuto sommando all’1,6% l’inflazione, per arrivare a un 3,6% annuo da dividere in due semestri. Per un raffronto con il mercato, il Btp Italia Giugno 2032, cedola 1,85% rende un tasso reale di circa l’1,44%. Le sottoscrizioni potrebbero beneficiare anche della recente scadenza per oltre sette miliardi di euro, di un Btp Italia a maggio.

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La crisi dell’elettrodomestico: i tagli di Electrolux in Italia, il riassetto internazionale e la longa manus dei cinesi di Midea

Una forbice tra Nord America e Spagna che alla fine porta a un taglio di posti di lavoro nel nostro Paese. Un po’ come sta avvenendo nel mondo dell’automotive, l’Italia rischia di pagare dazio nel settore del bianco, comparto scosso da un riassetto internazionale per reggere l’onda d’urto innescata dall’avanzata dei prodotti cinesi a basso costo. Movimenti nei quali le aziende di Pechino danno le carte e fanno il gioco. Dopo aver visto andare in fumo quasi mille posti di lavoro nella vertenza Beko, il governo deve ora gestire i 1.700 licenziamenti annunciati da Electrolux negli stabilimenti italiani. Oggi è in programma il tavolo al ministero delle Imprese per comprendere se esista un’apertura da parte dell’azienda a rimodulare gli esuberi. La strada è stretta perché la multinazionale svedese, da decenni nel nostro Paese, ha chiarito di non avere intenzione di retrocedere: la fabbrica di Cerreto d’Esi deve chiudere, lasciando per strada 170 operai, e verranno sacrificati oltre 1.500 posti di lavoro negli altri stabilimenti.

Il taglio di circa il 40% dei dipendenti italiani arriva a pochi mesi di distanza da una maxi-operazione in Nord America che ha coinvolto l’azienda con sede a Stoccolma. Ad aprile Electrolux ha siglato un accordo con il gigante cinese Midea che prevede la creazione di una joint venture paritetica per sviluppare e vendere prodotti di refrigerazione in quell’area. Il Nord America rappresenta circa un terzo del fatturato di Electrolux, soprattutto grazie al marchio Frigidaire, e negli ultimi anni aveva registrato forti perdite operative. Attraverso un aumento di capitale da 9 miliardi di corone svedesi, la multinazionale metterà a terra il piano con i cinesi incentrato sulla collaborazione nelle fabbriche di Juarez (Messico) e Anderson (Carolina del Sud) sperando in un rilancio. Nel frattempo la creazione della piattaforma industriale condivisa negli Stati Uniti permette a Midea, sfruttando la debolezza contingente di Electrolux, di penetrare nel mercato americano garantendosi la rete distributiva degli svedesi.

Se negli Stati Uniti Midea si è appoggiata sulle spalle degli svedesi, in Europa si è già da tempo posizionata comprando Teka da Heritage B, la holding tedesca che controllava il marchio spagnolo e Küppersbusch. L’operazione ha avuto il via libera dell’Antitrust Ue nel 2025, un passo che ha sbloccato definitivamente l’intesa del 2024. Teka è il brand più importante in Spagna con una quota di mercato intorno al 15%. Specializzata in piani cottura, cappe ed elettrodomestici da incasso, ha fabbriche a Santander e Saragozza. Il piano dei cinesi è espansivo e punta a portare i prodotti Teka in nuovi mercati. Come l’Italia. A marzo, l’azienda ha riunito oltre 300 ospiti da 18 Paesi a Venezia in un evento che ha sancito lo sbarco nel nostro Paese: “Un passaggio strategico nel percorso di crescita del brand in Europa”, lo definì Alberto Di Luzio, general manager di Midea Italia.

Il vortice di acquisizioni e riposizionamenti su scala globale ha finora tagliato fuori l’Italia e rischia ora di travolgerla. Dopo gli accordi in Nord America, Electrolux ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Jaszbereny, in Ungheria, entro la fine dell’anno: perderanno il posto circa 600 dipendenti specializzati nella produzione di frigoriferi da incasso e a libera installazione. Quindi è arrivata la sforbiciata in Italia: la produzione di cappe aspiranti cesserà a Cerreto d’Esi mentre sta avviando produzioni gemelle in Polonia, mentre ci saranno forti tagli a Forlì che vedrà scomparire la linea di piani cottura e a Susegana dove si producono frigoriferi da incasso, Porcia invece ci rimetterà le lavasciuga e Solaro dovrà razionalizzare la produzione di lavatrici.

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Micro-rate, così giovani e classe media vivono a debito

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Lo chiamano Buy now, pay later (BNPL): compra ora, paga dopo. Ma forse, guardandolo dal lato sociale, dovremmo iniziare a chiamarlo Buy not, pay later: compro ciò che non potrei permettermi e rinvio a domani il conto economico, psicologico e sociale.

Il fenomeno è in piena esplosione. Non riguarda più soltanto l’acquisto occasionale di un elettrodomestico o di un bene durevole: è entrato nella quotidianità — abbigliamento, elettronica, vacanze, cosmetici, arredamento, persino spese ordinarie. La promessa è semplice e seducente: nessun interesse, pochi clic, rate leggere, approvazione immediata. Ma proprio questa leggerezza apparente è il punto critico.

Il debito smette di apparire come debito e diventa un gesto di consumo. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements-BIS), gli utenti BNPL tendono a essere i più giovani, i più indebitati, con punteggi creditizi più bassi e maggiori tassi di insolvenza rispetto agli utilizzatori del credito tradizionale.

Banca d’Italia, in una nota del marzo 2026, segnala che in Italia l’uso del BNPL è passato dal 4 per cento delle famiglie nel 2022 al 30 per cento nel 2025, sebbene circa due terzi lo utilizzino solo occasionalmente. Crif (società italiana, oggi di proprietà di una multinazionale, leader in Italia nei sistemi di informazioni creditizie e business information) ha rilevato che nel secondo semestre 2024 gli importi erogati in Italia sono cresciuti dell’85 per cento rispetto a due anni prima e del 32 per cento rispetto al secondo semestre 2023.

Numeri che non descrivono più una nicchia fintech, ma un cambiamento profondo nei comportamenti di consumo. Il BNPL è esploso su scala globale: il mercato mondiale ha raggiunto circa cinquecentosettanta miliardi di dollari di transazioni nel 2025, con una crescita del 13,7 per cento anno su anno, e conta già oltre trecentottanta milioni di utenti attivi secondo stime Juniper Research.

In Australia, Paese che ha visto nascere e crescere colossi del settore come Afterpay, il fenomeno ha assunto dimensioni tali da spingere il governo a classificarlo come credito regolamentato a partire dal giugno 2025, imponendo licenze e obblighi di verifica del merito creditizio, una mossa che conferma quanto il modello si fosse diffuso al di là di ogni controllo.

Nel Sud-Est asiatico il caso dell’Indonesia è emblematico: i debiti accumulati attraverso i sistemi BNPL hanno raggiunto 1,8 miliardi di dollari nel novembre 2024, con un aumento del 42,7 per cento rispetto all’anno precedente.

Oltre il 70 per cento degli utenti ha tra diciotto e trentacinque anni, molti dei quali hanno contratto debiti per acquisti impulsivi legati a pressioni sociali. L’autorità di vigilanza finanziaria (OJK) ha registrato nel 2023 oltre settantanove milioni di contratti BNPL, con una crescita del centoquarantaquattro per cento rispetto al 2019.

Nel Regno Unito il mercato BNPL cresce al trentanove per cento annuo secondo il World Pay Report, con un’utenza che si allarga ormai ben oltre la fascia giovanile: nel 2024 la quota di utilizzatori nella fascia 55-64 anni ha superato il ventuno per cento, più che raddoppiata rispetto al 2023.

Negli Stati Uniti circa quaranta milioni di americani hanno utilizzato il BNPL nel 2024, e più del quarantuno per cento degli utenti dichiara di aver saltato almeno un pagamento nell’ultimo anno (dati LendingTree).

In tutti questi contesti emerge lo stesso schema: il BNPL cresce non perché le persone stiano meglio, ma perché il divario tra reddito disponibile e costo della vita si allarga. Lo strumento finanziario si inserisce in una frattura sociale preesistente e la rende più comoda da abitare, senza sanarla.

Il punto non è demonizzare lo strumento. Per alcuni può essere utile: consente di distribuire nel tempo una spesa, evitare l’uso del credito revolving, accedere a beni necessari senza interessi. Il problema nasce quando la dilazione diventa anestesia. Quando il consumatore non percepisce più il limite. Quando tre o quattro piccole rate, sommate ad altre tre o quattro piccole rate, costruiscono una gabbia invisibile.

Il BNPL intercetta una ferita precisa del nostro tempo: l’impoverimento relativo del ceto medio.  Non siamo di fronte soltanto a persone povere che cercano credito. Siamo di fronte a famiglie, giovani lavoratori, professionisti, pensionati che vedono restringersi il margine tra reddito disponibile e costo della vita. L’OCSE lo aveva già scritto con chiarezza: la classe media nei Paesi avanzati è sotto pressione perché redditi, casa, istruzione, salute e sicurezza economica non crescono più insieme.

In molti Paesi il costo dell’abitare è diventato uno dei principali fattori di fragilità. La casa, che era il simbolo della stabilità, è diventata il primo luogo della precarietà. Dentro questa compressione si produce un paradosso: si ha meno sicurezza, ma si fatica a rinunciare ai segni esteriori della normalità. Una vacanza, un vestito, un telefono, una cena, un weekend non sono solo beni: sono appartenenza.

Dire «non posso permettermelo» significa spesso confessare a sé stessi (e agli altri) una caduta di status. Il BNPL offre allora una via d’uscita emotiva: non risolve il problema, lo sposta in avanti. È una forma di credito, ma anche una forma di narrazione: mi consente di continuare a recitare la parte di chi è ancora dentro il benessere. Qui il tema diventa politico.

Servirebbero politiche strutturali lungimiranti e concrete: affordable housing e housing sociale, salari coerenti con il costo reale della vita, politiche industriali capaci di creare lavoro buono, non solo occupazione povera; strumenti di reinclusione finanziaria prima che il debito diventi stigma. In assenza di tutto questo, il mercato offre la soluzione più rapida: non aumentare il reddito, ma anticipare il consumo.

Mariana Mazzucato, nel suo recentissimo “The Common Good Economy”, insiste sulla necessità di superare l’idea di uno Stato che interviene solo per correggere i fallimenti del mercato. La sua tesi è che il punto sia costruire mercati orientati al bene comune, con missioni pubbliche, investimenti, reciprocità e responsabilità condivise.

«Questa impostazione economica basata sulla riparazione dei mercati” ci intrappola in un ciclo infinito di reazione, di rattoppo dei problemi anziché di costruzione proattiva dell’economia di cui abbiamo bisogno», sottolinea la Mazzuccato nel suo libro. Il BNPL, quindi, non è soltanto un prodotto finanziario, è il sintomo di un’economia che ha perso la capacità di garantire sicurezza, futuro e dignità attraverso il lavoro.

Il professor Guy Standing ha descritto da anni la crescita del “precariato”: una classe esposta a redditi intermittenti, diritti deboli, ansia permanente. Nel suo “The Precariat: the new dangerous class” (ed. aggiornata 2014) scrive con preconizzante lucidità: «Poiché i salari del precariato sono sempre più instabili e in calo, il risultato complessivo è che queste persone vivono sull’orlo di un debito insostenibile e in una condizione di cronica incertezza economica». 

I due vincitori del premio Nobel per l’economia nel 2024, Daron Acemoglu e Simon Johnson, hanno ricordato nel loro libro “Power and Progress: our thousand-year struggle over technology and prosperity” che la tecnologia non produce automaticamente progresso sociale: dipende da chi la governa, da come distribuisce potere, reddito e opportunità. Questo vale ancora di più oggi, mentre avanza l’IA agentica: sistemi capaci non solo di assistere, ma di eseguire compiti, prendere iniziative, sostituire porzioni crescenti di lavoro cognitivo e amministrativo. Il rischio è che una parte del ceto medio venga colpita due volte: prima dal costo della vita, poi dalla svalutazione del proprio lavoro.

Non siamo ancora davanti a una catastrofe inevitabile. Ma siamo davanti a un’urgenza. Se il futuro viene lasciato alla somma di micro-rate, micro-contratti, micro-lavori e macro-profitti concentrati, il risultato sarà una società formalmente consumatrice ma sostanzialmente impoverita. Una società dove il debito diventa il linguaggio ordinario della sopravvivenza e il consumo l’ultimo travestimento della fragilità.

Servono azioni e programmi politici lungimiranti che non si fermino al bonus una tantum, spesso scarsamente accessibile; servono investimenti pubblici di lungo respiro idoneamente calati e incentivi legati a occupazione stabile e formazione; un uso governato dell’IA per aumentare produttività e qualità del lavoro in particolare per le Pmi e non solo per ridurre il personale. Una comunità felice non è quella in cui tutti possono indebitarsi più facilmente. È quella in cui meno persone hanno bisogno di farlo per vivere con dignità.

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Perché Donaldo è così desideroso di ottenere un accordo con l’Iran?

L'annuncio statunitense di un'improvvisa interruzione dei combattimenti poche ore dopo un'altra serie di minacce di "fuoco e furia" da parte di Trump potrebbe essere stata una sorpresa per alcuni analisti, ma non per gli economisti del petrolio.Nonostante si vanti di "indipendenza energetica" e ripetute dichiarazioni che la guerra all'Iran vale il dolore economico, l'economia energetica ...continua a leggere "Perché Donaldo è così desideroso di ottenere un accordo con l’Iran?"
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Euro digitale, servizi di base gratuiti e accessibili anche a chi non ha un conto. O è colpito da sanzioni (come quelle Usa su Albanese)

L’euro digitale assume una forma sempre più definita. Tra gli elementi emersi dalla bozza del testo del Parlamento europeo sulla proposta di regolamento della futura moneta elettronica dell’Unione figurano secondo l’Ansa la gratuità dei servizi di pagamento di base per i cittadini, un’ampia accessibilità e anche alcune norme contro le sanzioni imposte da Paesi terzi. Il testo degli “emendamenti di compromesso”, composto da un centinaio di pagine, è frutto dell’accordo politico raggiunto fra i gruppi alla Commissione Affari economici del Parlamento Ue. Si tratta comunque di una bozza e andrà al voto della Commissione Econ il 23 giugno e in plenaria ai primi di luglio. Secondo alcune indiscrezioni soddisfa le aspettative della Bce. L’adozione definitiva dovrebbe avvenire entro fino anno, facendo partire il progetto pilota nel 2028. Il lancio definitivo è atteso l’anno successivo.

La nuova moneta non sostituirà le banconote, ma sarà “complementare”. Funzionerà sia online che offline, permettendo di pagare anche senza connessione dal telefono e senza un limite specifico alla massima giacenza sul wallet di euro digitali (inizialmente si erano ipotizzati 3mila euro). Oltre a questo, tra gli elementi chiave spicca la gratuità dei servizi di pagamento di base in euro digitale, con il divieto ai fornitori di adottare pratiche commerciali che aggirino tali diritto. “Le transazioni non devono essere soggette a commissioni eccessive da parte dei fornitori di servizi di pagamento”, spiega il testo.

Si aggiunge l’obbligo di accettazione nei negozi della valuta. Le transazioni “non devono essere soggette a commissioni eccessive da parte dei fornitori di servizi di pagamento”, che “possono addebitare ulteriori servizi oltre le funzionalità di base” ma “non imporre pratiche commerciali per aggirare il diritto degli utenti ad avere gratuitamente servizi di pagamento di base in euro digitale”. Altra grande novità sarà l’accesso universale per anziani, persone con disabilità, cittadini con limitate competenze digitali e soggetti privi di conto bancario. Per questi soggetti “è essenziale – si legge nella bozza – che enti pubblici, autorità locali, o uffici postali, distribuiscano l’euro digitale“, con riferimento specifico ai “distributori di ultima istanza” per garantire l’accesso a tutti. In tutta l’area euro poi qualsiasi utilizzatore della nuova valuta avrà garantita la possibilità di pagare chiunque a prescindere dal provider di pagamenti e dai servizi che ha sottoscritto.

Dalla bozza di proposta di regolamento emergono anche novità sulla sicurezza e sulla protezione dei dati. I wallet europei di identità digitale, come ad esempio l’app Io nel caso italiano, “possono facilitare le transazioni digitali”, sottolinea il testo. Gli utenti, se vorranno, potranno “integrare e autorizzare i pagamenti con l’euro digitale utilizzando i portafogli di identità digitale europea”, rendendo l’accesso ancora più universale. Per quanto riguarda la sicurezza, la banca centrale non può identificare l’utente chi effettua una transazione: si delinea così una grande novità per tutti i soggetti sottoposti a sanzioni finanziarie da Paesi terzi o organizzazioni internazionali. Esemplare è il caso delle recenti sanzioni che gli Stati Uniti hanno inflitto ad alcuni membri della Corte penale internazionale e dell’Onu, come Francesca Albanese. La relatrice speciale è sottoposta a restrizioni da parte di Washington da luglio 2025: a maggio un giudice americano le aveva sospese per poi essere reintrodotte poco dopo a seguito del ricorso dell’amministrazione Trump. Nel caso in cui l’Unione non avvalli le imposizione estere, una situazione del genere non potrà replicarsi perché nessuno potrà impedire l’accesso ai servizi di base dell’euro digitale.

Infine, dalla proposta emerge anche un grande potenziale rappresentato dai pagamenti tra diverse valute che “contribuirebbe ulteriormente a promuovere l’uso internazionale dell’euro“. I servizi di euro digitale per utenti residenti o domiciliati in Paesi terzi saranno regolati da accordi fra le autorità monetarie. Su questa linea si inserisce l’obiettivo generale della nuova valuta, pensata per rafforzare la “sovranità digitale” dell’Europa nell’era dei pagamenti digitali, riducendo la “dipendenza dai fornitori non europei” come carte di credito Usa o PayPal. Con l’euro digitale prenderà infatti vita un opzione di pagamento “sovrana, sicura, efficiente ed accessibile”.

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Trump non è il salvatore: dall’illusione messianica alla sua demenza

Se ne sono accorti perfino nell'ex Persia.L'Iran infatti ha aggiunto psicologi senior al suo team di negoziatori per rivedere le bozze delle comunicazioni prima che fossero inviate a Trump.Il motivo è semplice: "Riconosciamo che abbiamo a che fare con un individuo mentalmente incapace. Abbiamo fatto lavorare psicologi senior per elaborare un profilo psicologico di quello ...continua a leggere "Trump non è il salvatore: dall’illusione messianica alla sua demenza"
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La vendita di perdoni di Trump

La clemenza sotto Donaldo non riguarda la giustizia, ma la narrazione e soprattutto il denaro.Il 96% delle concessioni di clemenza di don il Demente sono andate a persone che non rispettavano le linee guida del DOJ. Solo l'1% dei destinatari della clemenza dell'altro coglione Biden ha violato le stesse regole.Reuters ha identificato 290 influencer che ...continua a leggere "La vendita di perdoni di Trump"
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Il precariato giovanile, e l’inarrestabile fuga di cervelli

In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.

L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.

Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.

Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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Sosteniamo la proposta “Un per cento equo” per un’imposta sui grandi patrimoni

Sinistra Anticapitalista sostiene la campagna “1% Equo” per una “Imposta sui grandi patrimoni” e per una legge di iniziativa popolare per ottenere questa misura minimale di giustizia ed equità fiscale.

Oggi in Italia le enormi ricchezze, con il 5% delle famiglie italiane che possiede il 50% della ricchezza, sono determinate da almeno tre fattori:

  1. sono frutto dello sfruttamento e dell’ipersfruttamento del lavoro altrui, con enormi profitti e salari da fame che chiedono fatica e precarietà a chi lavora ma non offrono in cambio un’esistenza libera e dignitosa;

  2. sono frutto di rendite parassitarie che consentono ai soldi di generare altri soldi senza fare nulla di utile alla società, salvo togliere risorse alle classi popolari;

  3. sono conseguenza di redditi non tassati, liberi di evadere, di occultarsi, di fruire di incentivi alle grandi imprese e alle grandi speculazioni, pagate dalla massa di lavoratori e lavoratrici, pensionate e pensionati a vantaggio dei ceti più ricchi.

Di solito questi tre fattori agiscono insieme e contemporaneamente, determinando un’ingiustizia clamorosa, un furto sistematico ed uno sfruttamento delle risorse di tutte e tutti a vantaggio di pochi.

Questa campagna per una “Imposta sui grandi patrimoni”, che si propone di tassare il patrimonio eccedente i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa) con un’aliquota dell’1% che sale fino al 3,5% per i patrimoni sopra i 20 milioni di euro, è un primo passo limitato per introdurre in Italia meccanismi di maggiore equità. Questa imposta non è una rivoluzione, ma una misura fiscale in grado di creare risorse per un rilancio dei servizi sociali, dalla sanità alla scuola, dalla tutela del territorio alla cultura, dall’assistenza sociale delle persone non autosufficienti ai programmi a favore dell’abitare.

Solo i ricchi ed i ricchissimi, con patrimoni sopra i due milioni e magari perfino plurimiliardari possono essere contrari a questa proposta.

Sono loro i ceti difesi a spada tratta da Meloni e dal suo governo di destra ma anche, da sempre, anche da una parte consistente del centrosinistra.

Quanto a noi – invece –

a tutte e tutti noi

“Noi siamo i milioni del cui lavoro vive l’intera società”.

Rosa Luxemburg, 1914.

Era vero oltre un secolo fa.

Oggi è più vero che mai.

Per firmare la proposta di legge di iniziativa popolare collegarsi al sito: unpercentoequo.it

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Il Belpaese, un paradiso solo per i milionari

di Emiliano Brancaccio (da il manifesto)

Il miliardario Warren Buffett ha ragione, la lotta di classe esiste e la stanno vincendo loro. Una tendenza internazionale, tra le tante, lo comprova: da decenni, i governi dei diversi paesi gareggiano tra loro per allietare i possessori di capitali privati, con generosi vantaggi fiscali e sussidi pubblici.

In questa corsa a far felici i proprietari maggiori, l’Italia indubbiamente ha spiccato. Il nostro paese non solo garantisce le consuete tassazioni agevolate per i redditi da capitale, ma in più attira i ricchi dall’estero con risibili tasse piatte, offre successioni ereditarie a costo quasi nullo per gli abbienti, garantisce aliquote straordinariamente vantaggiose sulle rendite immobiliari, asseconda l’uso del contante e le relative evasioni di piccoli e grandi capitali, e non lesina condoni a favore di chi abbia nascosto ricchezze oltreconfine. Belpaese «paradiso dei signori», verrebbe da dire.

Sostenere che questa politica abbia aiutato lo sviluppo del paese suonerebbe ironico. Il capitalismo italiano resta agli ultimi posti europei in termini di efficienza, produttività, capacità di creare ricchezza diffusa. Né vale la litania secondo cui avremmo bisogno di attrarre investimenti esteri.

Oggi l’Italia è esportatrice netta di capitali a causa soprattutto dell’austerità del decennio passato, che ha ulteriormente depresso la nostra crescita e le nostre importazioni rispetto agli altri Paesi. Come spesso accade, creare il «paradiso dei ricchi» significa assecondare un’economia arretrata.

In un tale scenario, di carnevale per i capitali e quaresima per il lavoro, c’è chi prova a cambiar passo. Da qualche tempo è tornata in auge l’idea di un’imposta sui patrimoni più elevati. A partire da alcuni studi, pubblicati dalla Scuola Sant’Anna e da altri, sono state avanzate proposte dalle forze della sinistra sindacale e politica.

Le ipotesi convergono verso un’imposta strutturale, da applicare ai contribuenti più ricchi: meno di 400mila soggetti dotati di patrimonio netto superiore a 2 milioni di euro. L’aliquota da applicare oscillerebbe intorno a una media dell’1,5 percento. Il gettito atteso è di un certo rilievo, intorno a 25 miliardi annui.

La proposta ha aizzato gli oppositori. Le destre di governo gridano che loro non «metteranno le mani nelle tasche degli italiani». Se precisassero «degli italiani del Billionaire» l’affermazione sarebbe tecnicamente corretta. Ma anche il Corriere della Sera e vari pezzi di mondo liberale lanciano allarmi contro la patrimoniale.

La prima critica è che si tratterebbe di una doppia imposizione, prima sul reddito risparmiato e poi sulla ricchezza accumulata. Questo appunto è obsoleto. La letteratura scientifica e le proposte avanzate, al G20 e in altre sedi internazionali, intendono la patrimoniale proprio come un rimedio ai guasti provocati dagli attuali regimi di prelievo «colabrodo» sui redditi da capitale. Si può discutere sull’adeguatezza del metodo, ma restare comodamente attendisti dinanzi al disastro di tali regimi è ormai inaccettabile.

La seconda obiezione è che una patrimoniale sarebbe inefficace, dato che provocherebbe fughe di capitali all’estero. Questo spauracchio è tanto in voga quanto pretestuoso. Le proposte avanzate tengono conto di una misura ampiamente adottata dagli esperti in tema, che si chiama «elasticità dell’imponibile». In pratica, significa che già tengono conto di eventuali riallocazioni di capitale conseguenti all’introduzione della misura. Naturalmente, si può discutere dell’eventualità che, in assenza di coordinamento internazionale, il gettito fiscale sia inferiore a quello previsto. Ma chi ritiene che il provvedimento darebbe meno di 10 miliardi al netto dell’Imu dovrebbe fornire prove empiriche, non parole in libertà.

L’ultima critica è di ordine politico. Viene contestato che i soggetti colpiti dall’imposta voterebbero contro un tale programma economico. Obiezione sensata quanto ovvia. La replica è agevole: si tratta di una minoranza potente, certo, ma esigua in termini elettorali.

La storia di questo paese è costellata di programmi che avrebbero dovuto soddisfare, tutti assieme appassionatamente, sia i maggiori proprietari che i lavoratori. L’esito è sotto i nostri occhi: ormai l’Italia compete coi paradisi fiscali per sedurre i grandi possessori di ricchezza.

E così asseconda la distruzione del welfare, dell’istruzione, della sanità, della ricerca pubblica.

Sarebbe ora di rimediare a questa immane, inefficiente, catastrofica elargizione di regalie pubbliche al capitale privato. Una patrimoniale sopra i due milioni di euro sarebbe un primo tentativo per avviare un’inversione di tendenza. A cui sarebbe utile aggiungere una revisione della massa di immotivate prebende statali a favore di padroni non sempre meritevoli. Programma minimo, per non dire minimale.

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Controculture hippie e cyber, “comune” e sussunzione capitalistica

L a controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta non sono mai apparse così vicine come in Grateful Dead economy. La psichedelia finanziaria di Andrea Fumagalli (2016, ora in corso di ripubblicazione in lingua inglese per i tipi di Bloomsbury’s con il titolo Financial Psychedelia and the Commons). Sia gli hippie auto-organizzati nelle proprie comunità sia gli hacker connessi tramite la rete informatica hanno mostrato uno spirito cooperativo mediante cui svicolare da pressioni, imperativi e coazioni del capitale. Se la mossa conclusiva del sistema capitalista consiste nel separare le persone le une dalle altre, allora la replica più plausibile a questo scacco sta proprio nel creare inedite forme comunitarie o di connessione e condivisione, come quelle degli hippie prima e degli hacker poi.

E in mezzo a queste due controculture cosa c’entrano i Grateful Dead? La band di San Francisco è stata attiva dagli anni Sessanta (in prima battuta sotto altri nomi, per poi assumere quello definitivo nel 1966) fino al 1995, anno della morte del leader Jerry García, coprendo l’intero periodo durante cui si avvicendano le comunità hippie e il movimento hacker. I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: “vivevano in una sorta di comune, composta da più di venti persone, al centro del quartiere di Haight-Ashbury”. La sussistenza dei comunardi dipendeva dagli introiti della band, ma i Grateful Dead rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella libera fruizione della musica: i loro concerti, partecipati da migliaia e migliaia di persone (100.000 spettatori all’ultimo concerto primo della morte di Jerry García), erano gratuiti o a prezzi modici o ancora organizzati per sovvenzionare iniziative solidali promosse da comunità hippie, e le stazioni radio li trasmettevano gratuitamente.

Perdipiù, la band permetteva al pubblico di registrare liberamente i brani suonati nel corso dei suoi straordinari eventi live, alimentando un mercato sommerso che non aiutava le vendite discografiche. Insomma, la situazione finanziaria non era delle più rosee, eppure i membri della band mantennero sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro: quando il reverendo Hart, padre del percussionista, scappò con il fondo cassa per finanziare le proprie attività religiose, “i Dead la presero con filosofia (come era nel loro spirito), al punto da scriverci sopra una canzone ironica: He’s Gone!”.

I Grateful Dead rappresentavano una sincera espressione della controcultura hippie: vivevano in una sorta di comune, rifiutavano le leggi di mercato e credevano nella libera fruizione della musica mantennero sempre un divertito distacco da quell’equivalente generale e astratto che è il denaro.
I Grateful Dead tengono comunque una testa di ponte nella cultura hacker: si tratta di John Perry Barlow, che collaborò con la band in qualità di paroliere dal 1971 fino al suo scioglimento, e che era anche un giornalista informatico, un filosofo digitale e un pioniere e attivista del web. Insomma, un autentico esponente dello spirito hacker. Nel 1996 Barlow assistette alle sessioni del Forum economico mondiale, una serie di incontri e conferenze che si tiene ogni inverno a Davos, in Svizzera, e vede la partecipazione di esponenti di primo piano dell’oligarchia politico-industriale globale: quell’occasione gli fu propizia per scrivere “A Declaration of the Independence of Cyberspace”, che poi spedì via e-mail alla sua rete di contatti. In essa incalzava i governi: “[n]on avete alcuna sovranità sui luoghi [virtuali] dove ci incontriamo […] lo spazio sociale globale (il web) che stiamo costruendo è per sua natura indipendente dalla tirannia che voi volete imporci”. Le sue parole sono espressione di quell’anelito antiautoritario e libertario che è alla base pure delle comunità hippie.

Al di là della figura di Barlow, tra i Dead e la cultura hacker sussiste una profonda analogia data dalla rilevanza che per entrambi assumono i beni comuni, categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà pubblica; come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili grazie a esso come un bene comune: in tal modo, “[l]o spirito della musica come common si traduce e si rilancia nel concetto di cyberspazio come common”.

I beni comuni assumono un rilievo fondamentale, oltre che per i Dead, anche nella controcultura hippie: furono gli hippie di San Francisco a fondare la Haight Ashbury Free Clinics, un ospedale rimasto in funzione fino al 2019 e dove chiunque avesse necessità poteva ricevere cure gratuite. Le comunità hippie sono il frutto di un esodo attivo dalla società capitalista, di quello che si dice un drop out:

il movimento hippie non si pone sul piano del conflitto diretto con le istituzioni. Diversamente pratica e diffonde stili di vita che si basano sul motto, coniato da Timothy Leary [professore di psicologia ad Harvard tra i protagonisti del movimento hippie]: Turn on, tune in, drop out. Il significato e l’interpretazione della frase in italiano è: “accendi la mente” (turn on), sintonizzati con l’universo (tune in), abbandona il tempo e lo spazio presente realizzando te stesso (drop out).

Il valore prodotto al loro interno è un valore d’uso, esito di una produzione fatta dall’essere umano e destinata all’essere umano, senza alcuna struttura proprietaria di mezzo che si appropri di questo valore per trasformarlo in denaro, in valore di scambio. Le risorse che consentono la produzione non sono date da nient’altro che dalla natura e dalla forza-lavoro: le comuni hippie sono per la maggior parte comuni agricole dove è l’uomo a dominare le macchine e non viceversa. La base della produzione stessa è la rete, cioè un intreccio di rapporti orizzontali e cooperativi tra i membri della comunità che costituisce ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”: concetto da non confondere né con la comunità stessa né con i beni comuni. La sussunzione di questo comune da parte del capitale, cioè la sua messa al servizio del processo di produzione e accumulazione, ha dato origine al contemporaneo capitalismo biocognitivo, in cui le conoscenze degli uomini costituiscono la materia prima e “sfuma la divisione fra tempo di lavoro e tempo libero”.
Come i Grateful Dead concepivano la musica quale sorta di bene comune, così gli hacker intendevano lo spazio informatico e le informazioni accessibili grazie a esso come un bene comune, categoria capace di superare la dicotomia tra proprietà privata e proprietà pubblica.
Il concetto di capitalismo biocognitivo teorizzato da Andrea Fumagalli è stretto parente di quello di semiocapitale elaborato da Franco Bifo Berardi: mentre il primo pone l’accento sulle conoscenze che gli esseri umani utilizzano nel processo produttivo di beni sempre più spesso immateriali, il secondo insiste sui segni e i simboli che gli esseri umani si scambiano in funzione del buon andamento del ciclo di produzione e consumo. In entrambi i casi, ciò che tanto le conoscenze quanto i segni e i simboli pongono in rilievo è la centralità del linguaggio, il quale veicola le conoscenze ed è a sua volta veicolato da segni e simboli. L’essere umano dell’odierno capitalismo è un animale parlante, che attraverso la parola si relaziona e coopera con i suoi simili: un soggetto astratto al quale è senz’altro riconducibile l’hippie che si organizza assieme agli altri attivisti per condurre un’esistenza comunitaria entro un villaggio agricolo.

Il limite delle comunità hippie, nonché la ragione ultima della fine della loro esperienza, stava nella loro dimensione limitata, che rendeva impossibile raggiungere l’autosufficienza solo grazie ai valori d’uso prodotti dai comunardi; comunque, quello che soprattutto mancava a queste comunità era, secondo Andrea Fumagalli, una moneta che stabilisse il valore dei beni autoprodotti, così da intrattenere con l’esterno quei rapporti di scambio necessari per bilanciare le carenze interne.

Lo spirito comunitario e di condivisione proprio delle comunità hippie e dei Grateful Dead trasmigrerà, venendo però contrassegnato da una più o meno marcata nota individualistica, nella cultura hacker. Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo.

La cultura hacker mette in primo piano la tecnologia, soprattutto quella informatica e cibernetica, nelle quali vede un mezzo per il libero e gratuito accesso all’informazione e alle conoscenze scientifiche: insomma, uno strumento per aumentare la consapevolezza delle persone e affrancarle dal complesso militare-industriale. L’apprendimento del sapere è dunque mediato dagli ultimi ritrovati della tecnologia e dalla costituzione di una rete permessa non tanto dalla prossimità fisica quanto dalle connessioni telematiche. Proprio per questa ragione parliamo di “cultura” hacker anziché di comunità: essa, sebbene fondata sulla condivisione di conoscenze e opinioni, non ha espresso mai forme di vita associata più significative dei computer club, ove quante più persone venivano familiarizzate all’uso delle nuove tecnologie, e degli esperimenti di connessioni multiple, antesignani degli odierni servizi digitali di messaggistica, che permettevano agli utenti di offrirsi servizi, scambiarsi consigli e trovarsi dei compagni per le attività del tempo libero.

Se le comunità hippie rappresentano l’esperimento di “un altrove dal sistema capitalistico”, gli hacker connessi nel cyberspazio cercano “di ritagliare spazi di autonomia e alterità nel sistema capitalistico di produzione”: il loro non è più un esodo.
Nella rete degli hacker il concerto che nel contesto della comunità hippie coinvolgeva solo gli esseri umani viene ora a implicare anche le macchine informatiche: sono proprio il libero accesso dell’uomo ai dispositivi informatici e la diffusione gratuita delle informazioni a configurare un “comune”, una rete cooperativa, differente da quella al centro dell’esperienza hippie.

Le reti informatiche attraverso cui, secondo la controcultura hacker, dovrebbe realizzarsi l’emancipazione dell’individuo dal complesso militare-industriale vengono facilmente risignificate dal capitale, che scorge in questo reticolo planetario l’infrastruttura di un nuovo paradigma produttivo, i cui cardini sono la rapida condivisione di conoscenze e l’immediata comunicazione consentite dalla istantaneità della connessione informatica. Non a caso oggi la rete informatica è alla base dei servizi offerti dalle società di consulenza transnazionali e dei profitti delle grandi multinazionali, nonché della compravendita di titoli sulle piazze finanziarie di tutto il globo e del microtrading, ma anche del lavoro schiavile di uomini e donne del Sud del mondo che addestrano ChatGpt e altre forme di intelligenza artificiale.

La controcultura cyber non ha fatto altro che unificare ed espandere su tutto il pianeta le reti cooperative inaugurate dagli hippie: a differenza dello spazio geografico, Internet promette di espandersi illimitatamente o perlomeno proporzionalmente alla capienza delle nostre menti e dei nostri immaginari. Il terreno, tutto immateriale, che il capitale può mettere a coltura per ricavarne valore appare sconfinato o quasi.

Oggi nell’universo delle Ict, di internet, dei social media tutta la nostra vita viene messa a valore. […] è l’insieme della collettività umana che continua a riprodursi in modo allargato sino a diventare la base dell’accumulazione e della valorizzazione proprietaria individuale e d’impresa. L’individuo è fonte di valore solo se opera collettivamente, negando tale collettività. Da qui nasce l’espropriazione capitalistica dell’etica hacker, della cooperazione sociale, del comune: in ultima analisi della Grateful Dead economy.

In parallelo allo stabilimento dell’egemonia sulla rete informatica, il capitale ha proceduto alla cooptazione degli appetiti egoistici espressi da coloro che sarebbero poi assurti a imprenditori di punta della Silicon Valley. Andrea Fumagalli fissa il momento fatidico di questa svolta nel 1985: allora viene sì fondata the Well (Whole Earth ʼLectronic Link), comunità virtuale articolata in personal computer collegati tra loro e volta a promuovere e diffondere informazioni, attività e oggetti utili alla costruzione di un’esistenza emancipata, ma anche il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology, il cui scopo era (ed è tuttora) produrre innovazioni a fini di lucro.

Si tratta di esperienze agli antipodi, espressione di due declinazioni radicalmente differenti delle potenzialità insite nella rete informatica quale “piattaforma orizzontale e flessibile su cui la stessa società potrebbe evolversi”: sarà il secondo modello a prevalere e a concorrere all’affermazione dell’etica anarco-capitalista, la quale, pur battendosi contro le grandi concentrazioni di capitale nell’universo delle tecnologie di informazione e comunicazione e di internet,non mette mai in discussione le fondamenta del sistema di produzione capitalistico: la proprietà privata nella figura dell’individualismo proprietario e il rapporto capitale-lavoro come fonte di valorizzazione e accumulazione, ovvero di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

In definitiva, la nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico individuale, anziché il progresso della società, e fatto sì che le nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, venissero per ciò stesso recintate e privatizzate: ricondotte sotto lo scudo dei diritti di proprietà intellettuale e così distolte dal servizio alla collettività.

La tesi di Andrea Fumagalli è che le prassi cooperative spontanee che animavano la controcultura hippie degli anni Sessanta e quella cyber degli anni Novanta, potenzialmente in grado di sottrarre terreno all’ordine dominante, siano state largamente sussunte dal capitale: in altre parole, esso ha saputo valorizzarle, volgendole dunque alla propria logica. In particolare, la cooperazione tra gli esseri umani è stata posta alle base del modello di produzione e accumulazione postfordista, che si è affermato in seguito alla crisi economica del 1975 scatenata dalla guerra dello Yom-Kippur e dal rialzo del prezzo del petrolio. La recessione ha messo in crisi il modello verticale-gerarchico di fabbrica fordista, dove la produzione era “fondata su uno schema omogeneo e standardizzato di organizzazione del lavoro”, e fatto da apripista a un’organizzazione d’impresa più cooperativa, “dove la forza-lavoro viene coinvolta in misura maggiore nel processo di elaborazione progettuale e produttiva”.

La nuova cooperazione umana nascente grazie ai computer è stata sviata dal mercato, che ha riconnesso alla produzione di innovazioni un premio economico individuale, anziché il progresso della società: le nuove conoscenze prodotte dal lavoro vivo dell’essere umano, una volta codificate nei software, vengono per ciò stesso recintate e privatizzate.
Se nella fabbrica fordista “i luoghi di lavori erano puntellati da scritte del tipo ‘Silenzio, qui si lavora’, ora è la lingua, il comunicare, che comincia a creare valore”. Nel modello postfordista il general intellect, cioè la capacità tecnico-scientifica raggiunta dalla civiltà, non viene più a trasfondersi, come riteneva Marx, nelle macchine e nei mezzi di produzione più avanzati; esso alberga invece, come scrive Christian Marazzi (Capitale & linguaggio, 2002, nei corpi dei lavoratori, “scatol[e] degli arnesi del lavoro mentale”, e si esprime nelle reti cooperative, in ciò che Andrea Fumagalli chiama “comune”.

In conclusione, le controculture hippie e cyber presentano indubbiamente il merito di avere messo in discussione il concetto di proprietà privata, eppure non hanno impedito che lo spirito imprenditoriale prevalesse su quello sociale, mettendo a profitto la cooperazione cui tendono gli esseri umani. Andrea Fumagalli ritiene che il rilancio di un’esperienza comunitaria capace di rappresentare un esodo stabile dalla società capitalista debba passare per la creazione di una moneta alternativa, sostitutiva di quelle legali. Deve trattarsi di una moneta che fissi il valore dei beni ancorandolo al tempo necessario alla loro produzione, secondo la teoria del valore-lavoro: si tratta di retribuire le persone esclusivamente in base al loro tempo di lavoro, rimuovendo così una gran fetta di diseguaglianze.

Questa moneta diverrebbe quindi l’unità contabile di una grande banca del tempo, nella quale la disponibilità economica di ciascuno dipenderà soltanto dalla sua attività lavorativa, calcolata in ore; le persone la userebbero, oltre che per pagare il lavoro prestato all’interno della comunità i beni e i servizi lì offerti, anche per avviare scambi con l’esterno. Non potrà però essere prestata in cambio del pagamento di interessi, dunque non svolgerà quella funzione creditizia, propria delle banche tradizionali, la quale consente l’accumulazione di capitale a favore delle banche stesse e delle grandi imprese in grado di indebitarsi. In tal modo si svilupperà un circuito dei pagamenti non assimilabile a quello capitalistico, insomma ciò che Andrea Fumagalli chiama “psichedelia finanziaria”.

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Crans Montana, al Villaggio Fondazione Roma la memoria diventa speranza

una testimonianza di memoria e speranza per ricordare le vittime di Crans Montana, teatro a Capodanno di un devastante incendio costato la vita a 41 persone. Una vicenda che ha profondamente scosso il Paese.

Al Villaggio Fondazione Roma, la struttura di assistenza ai malati di Alzheimer e Parkinson, sei abitazioni sono state intitolate ai sei italiani morti nel rogo: Achille Barosi, Chiara Costanzo, Emanuele Galeppini, Riccardo Minghetti, Sofia Prosperi e Giovanni Tamburi.

Questa iniziativa, precisa la fondazione, «nasce da una profonda riflessione sul valore del ricordo e assume una valenza simbolica ancora più forte, proprio per la natura stessa del luogo in cui prende forma».

Dal 2018 ad oggi, si spiega, «il Villaggio ha ospitato in modo del tutto gratuito più di 300 persone, realizzando un’esperienza unica nel panorama socio-assistenziale pensata specificamente per malati di Alzheimer e Parkinson di livello medio o moderato».

villaggio
Al Villaggio Fondazione Roma 6 case della struttura sono state intitolate ai giovani italiani morti nella tragedia di Crans Montana. Sullo sfondo, accanto al presidente Franco Parasassi, il murales dell’artista italo-filippino Jerico che ritrae i volti dei sei ragazzi

Oltre la tragedia

Proprio al Villaggio Fondazione Roma, in uno spazio dedicato a chi, per motivi patologici, perde progressivamente i propri ricordi, attraverso questa iniziativa, «la Fondazione Roma e le famiglie coinvolte, hanno scelto di guardare oltre la tragedia, costruendo un percorso condiviso».

L’obiettivo, chiarisce l’ente, è «creare un ponte tra la fragilità degli assistiti e la comunità del Villaggio, che nel quotidiano si farà custode della memoria dei sei ragazzi scomparsi, affinché resti sempre viva e non si affievolisca».

Un messaggio di speranza sul valore della vita

In questo contesto il murales dell’artista italo-filippino Jerico, che ritrae i sei giovani volti, «vuole essere un simbolo visivo capace di parlare ad ogni visitatore, residente ed operatore, trasformando il dolore in una testimonianza indelebile, con un messaggio di speranza che celebri il valore della vita».

Oltre al tributo alle vittime, si mette in evidenza, «l’intera iniziativa intende porsi come monito ed auspicio, affinché drammi simili non si ripetano, ribadendo l’impegno costante della Fondazione nel promuovere contesti ed iniziative a tutela della dignità integrale della persona».

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La sfida della memoria

«Le nostre vite», fanno sapere le famiglie, «sono state segnate indelebilmente dalla tragedia che ci ha travolti e sarebbe stato semplice abbandonarsi allo sconforto ed al rancore. Invece no, abbiamo sfidato noi stessi decidendo di onorare la memoria dei nostri figli rendendo la luce dei loro sorrisi talmente fulgida da offuscare il buio della nostra disperazione».

In questi mesi, hanno sottolineato ancora, «ci siamo stretti l’uno all’altro e sostenuti tanto da percepirci come un’unica famiglia. La Fondazione Roma ha cementato questa nuova realtà, allargato questa famiglia regalandole un ulteriore valore: in un luogo nel quale i ricordi svaniscono, rimarrà indelebile, nel quotidiano, la presenza dei nostri angeli, nella speranza che i loro volti con le loro espressioni possano perpetuare la loro energia, spandendone la gioia di vivere e la fiducia nel futuro, che in nessuno di noi dovrebbe scemare. Un sincero ringraziamento va al Card. Giovanni Battista Re che ha officiato la cerimonia di intitolazione e per la sua preghiera piena di conforto e speranza».

In apertura il murales dell’artista italo-filippino Jerico che ritrae i volti dei sei ragazzi vittime del rogo di Crans Montana. Nel testo un’immagine dell’inaugurazione. Foto da ufficio stampa Fondazione Roma

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Oltre il Pnrr: istituzioni, imprese e Terzo settore a confronto sulla sostenibilità come leva strategica

«Il tema della sostenibilità e della transizione ecologica è strategico e l’abbiamo affrontato e attuato nel Pnrr: si parla di circa 72 miliardi di euro di risorse investite in tutte le missioni del Piano, di cui 57 miliardi nella sola missione 2. Oggi dobbiamo ragionare per macro-progetti che possano dare una svolta di innovazione rispetto a un assetto del vecchio mondo industriale come lo abbiamo concepito fino ad ora. Siamo al cosiddetto ultimo miglio ed è qui che si decide la partita. Sul territorio di Bergamo e di tutta la Lombardia, i risultati del Pnrr sono stati eccellenti. La Regione aveva circa 113mila progetti finanziati e, a oggi, circa 100mila risultano conclusi» ha affermato l’on. Tommaso Foti, ministro per gli Affari Europei, le Politiche di Coesione e il Pnrr questa mattina presso l’Auditorium di Confindustria Bergamo, all’evento pubblico “Oltre il Pnrr. La sostenibilità come leva strategica per imprese, territori ed enti non profit”, promosso da Cesvi e Confindustria Bergamo.

L’iniziativa dell’organizzazione umanitaria e dell’associazione degli industriali bergamaschi è stata l’occasione per un confronto tra istituzioni, imprese, mondo accademico, finanza e Terzo settore sul futuro dello sviluppo sostenibile. Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi, ha sottolineato come «la sostenibilità non è più un capitolo del bilancio, né un esercizio di compliance: è una scelta strategica sul tipo di crescita che vogliamo costruire e sul contributo che imprese, istituzioni e Terzo settore possono lasciare ai territori». In una fase segnata da instabilità geopolitica, crisi climatiche, tensioni sociali e nuove fragilità economiche, il convegno ha posto al centro una domanda cruciale per il sistema Paese: come rendere la sostenibilità una leva concreta di crescita, innovazione e coesione, oltre la stagione straordinaria del Pnrr e oltre una lettura puramente normativa o reputazionale.

Al centro dell’incontro, moderato da Debora Rosciani, giornalista di Radio 24 – Il Sole 24 Ore, una riflessione sul passaggio dalla stagione delle risorse straordinarie del Pnrr a una visione di lungo periodo, in cui la sostenibilità non sia letta soltanto come adempimento normativo o rendicontazione, ma come leva strategica per la competitività delle imprese, la crescita dei territori e la costruzione di modelli di sviluppo più inclusivi. L’evento si è aperto con i saluti istituzionali di Giovanna Ricuperati, presidente di Confindustria Bergamo, Raffaele Cattaneo, sottosegretario con delega alle relazioni internazionali ed europee di Regione Lombardia, Elena Carnevali, Sindaca di Bergamo, e Stefano Piziali, direttore generale di Cesvi.

Nel suo intervento, Giovanna Ricuperati ha richiamato la complessità del contesto economico e internazionale attuale, sottolineando come imprese, istituzioni e Terzo Settore siano oggi parte di uno stesso ecosistema territoriale. «Ci sembra particolarmente rilevante questa riflessione comune sulla sostenibilità come leva strategica per le imprese, che avviene in occasione di un anniversario molto significativo, i quarant’anni di attività di Cesvi, con cui anche nel recente passato abbiamo collaborato nell’ambito di iniziative umanitarie. Oggi le imprese, pur fra mille criticità, sono sempre più consapevoli dell’importanza di agire in modo virtuoso nelle reti sociali, istituzionali, educative. Allo stesso tempo i territori crescono e affrontano meglio il cambiamento quando esiste un tessuto imprenditoriale dinamico, capace di creare valore, attrarre competenze, guardare al futuro. Confindustria Bergamo con le sue imprese vuole essere in questo senso un laboratorio di sperimentazione, un esempio di sviluppo innovativo, nella consapevolezza che il valore più duraturo si costruisce sempre all’interno di una comunità» ha affermato Ricuperati. 

Raffaele Cattaneo ha dichiarato «Il modello Pnrr ha un grave limite, che la Commissione europea replica nella proposta del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (il bilancio europeo 2028-2034): impone ai territori dall’alto le priorità decise a Bruxelles, tuttalpiù in accordo con i governi nazionali, ma senza un reale ascolto e coinvolgimento delle regioni e delle comunità locali. È un approccio che non condividiamo. Le Regioni chiedono alla UE politiche che rispettino il principio di sussidiarietà sancito dai Trattati: le priorità devono nascere dai territori, non essere imposte dall’alto perché il vero sviluppo si costruisce dal basso. Questo vale in particolare quando si parla di sostenibilità e anche di cooperazione internazionale. La sostenibilità, per essere autentica, deve integrare la dimensione ambientale con quella economica e sociale. È tempo di lasciare dietro le spalle l’approccio ideologico che la UE troppe volte ha mostrato nella applicazione del Green Deal. Allo stesso modo la cooperazione internazionale si snaturerebbe se perdesse la propria natura sussidiaria: da sempre ciò che la contraddistingue è il coinvolgimento delle organizzazioni della società civile, del Terzo settore, delle imprese, delle istituzioni locali e dei territori come protagonisti di uno sviluppo realmente sostenibile e capace di generare insieme crescita e coesione sociale».

A chiudere la cornice istituzionale l’intervento di Stefano Piziali, direttore Generale di Cesvi, che ha richiamato la necessità di superare una visione della sostenibilità limitata a bilanci, rating, compliance e reputazione. «Oggi la sostenibilità non è più soltanto una scelta etica: è una richiesta del mercato, degli investitori, delle banche, dei consumatori e dei giovani che scelgono dove lavorare», ha dichiarato Piziali. «Le aziende vengono valutate non solo per ciò che producono, ma per il modo in cui producono, per l’impatto che generano e per il ruolo che scelgono di avere nella società».

La mattinata è proseguita con il keynote speech di Mario Calderini, Professore Ordinario di Management for Sustainability and Impact alla School of Management del Politecnico di Milano e Direttore del Centro di ricerca Tiresia. Calderini ha proposto una lettura critica dell’evoluzione del paradigma della sostenibilità, evidenziando come negli ultimi anni molte strategie aziendali siano rimaste su un piano prevalentemente segnaletico, poco trasformativo e non sempre integrato con i processi di innovazione. La sostenibilità, secondo questa prospettiva, può invece diventare realmente strategica quando produce innovazione, crea valore misurabile e permette di superare il trade-off tra profitto e impatto sociale o ambientale.

Esperienze e approcci diversi dal mondo delle imprese, della finanza, dello sport e della consulenza Esg sono stati invece i temi al centro della tavola rotonda “La sostenibilità che genera valore: da obbligo a opportunità strategica”, moderata da Rossella Sobrero, Presidente di Koinètica. Sono intervenutiAndrea Rocco, Chief Sustainability & Risk Officer Brembo, Andrea Forghieri, Executive Director Intesa Sanpaolo per il sociale, Paolo Angeletti, Consigliere Delegato di S.A.L.F. S.p.A., Andrea Fabris, Direttore Generale Corporate di Atalanta B.C., e Francesca D’Angelo, Founder di Sostenibilità Consulting e advisor di strategia, governance e organizzazione.

Dal confronto è emerso come la sostenibilità sia sempre meno un tema laterale rispetto al business e sempre più una dimensione che incide sulla capacità delle organizzazioni di innovare, attrarre competenze, rafforzare la reputazione, costruire relazioni solide con gli stakeholder e generare valore nel tempo. Tra gli interventi quello di Andrea Forghieri, che ha sottolineato «Per Intesa Sanpaolo la sostenibilità è una scelta chiara e necessaria per promuovere uno sviluppo inclusivo e duraturo. Come prima banca italiana, sentiamo la responsabilità di essere vicini ai territori e alle comunità non solo come attore economico, ma anche come soggetto attivo nel favorire inclusione e coesione sociale. Per questo il nostro impegno va oltre il sostegno finanziario a famiglie e imprese: investire nell’azione sociale significa valorizzare il capitale umano, rafforzare la resilienza delle comunità e contribuire a ridurre disuguaglianze e fragilità. Tutto questo rappresenta non solo una scelta etica, ma una visione strategica: far crescere insieme economia e equità sociale significa creare valore duraturo per tutti. E farlo con importanti Enti del Terzo settore come il Cesvi, in un’ottica di coprogettazione, sottolinea ancora una volta la nostra attenzione all’economia sociale».

Le esperienze presentate hanno mostrato come le partnership sociali, se costruite con obiettivi chiari e logiche di impatto misurabile, possano diventare strumenti concreti per collegare competitività aziendale, responsabilità territoriale e risposta ai bisogni delle comunità. Un passaggio centrale è stato dedicato al ruolo del Terzo settore, non solo come destinatario di iniziative filantropiche, ma come soggetto competente, capace di leggere i bisogni sociali, attivare reti, progettare interventi ad alto impatto e accompagnare le imprese in percorsi di sostenibilità più credibili, radicati e trasformativi. In questo quadro, la collaborazione tra profit, non profit e istituzioni è stata indicata come una delle condizioni essenziali per rendere strutturale la sostenibilità oltre la fase degli incentivi e delle risorse straordinarie.

L’ultima parte dell’evento ha ospitato il dialogo istituzionale tra Maurizio Carrara, fondatore e presidente ad honorem di Cesvi, e l’on. Tommaso Foti, Ministro per gli Affari Europei, le Politiche di Coesione e il Pnrr, dedicato al tema “Oltre il Pnrr: un primo bilancio e le altre leve per una competitività sostenibile”. 

Nel corso dell’incontro, Carrara ha portato la sua esperienza concreta evidenziando come il Pnrr abbia acceso una nuova consapevolezza sul valore della sostenibilità non solo come principio etico, ma come reale motore di sviluppo per il sistema Paese. Richiamando l’esperienza del Progetto Rinascimento, ha sottolineato l’importanza delle reti territoriali e della collaborazione tra imprese, istituzioni e Terzo Settore, capaci di generare risposte rapide ed efficaci nei momenti di maggiore trasformazione economica e sociale.

Il Ministro Foti ha invece delineato il quadro strategico delle politiche di coesione e delle prospettive oltre il Pnrr, ribadendo il ruolo centrale della sostenibilità e della competitività per la crescita dei territori. Ha inoltre evidenziato come il rafforzamento delle sinergie tra pubblico, privato e Terzo Settore rappresenti una leva fondamentale per creare valore economico e sociale duraturo, con particolare attenzione alle aree interne e allo sviluppo di progettualità capaci di produrre impatti concreti e diffusi sul territorio nazionale. 

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Stipendi stellari dei ceo ma Elon Musk stavolta non c’entra

Due persone lavorano nella stessa organizzazione. Hanno compiti e responsabilità differenti, ma sono pur sempre al servizio di una causa comune. Tuttavia, una voragine retributiva le separa: la prima può guadagnare anche 300, 400, mille volte in più della seconda. Si tratta della forbice, in alcuni casi con ampiezze oggettivamente fuori scala, che descrive la diseguaglianza tra i compensi degli amministratori delegati e gli stipendi dei propri dipendenti. C’è da dire che valori così alti si ritrovano solo nelle grandi multinazionali, molto spesso americane. Nonostante lo scarto sia mediamente più basso al confronto con gli Stati Uniti, il tema è rilevante anche in Italia. Nel nostro Paese, però, fatto di piccole imprese e frenato da poca innovazione, bassa crescita e stipendi reali fermi ai primi anni ’90, il dibattito sembra meno presente.

Venti che separano

Secondo una recente analisi della Confederazione sindacale internazionale e dell’Oxfam, nel 2025 i compensi degli amministratori delegati delle più grandi società del mondo sono cresciuti dell’11%, mentre il salario reale del lavoratore medio globale è aumentato appena dello 0,5%. In altri termini, la retribuzione dei ceo è aumentata oltre venti volte più velocemente rispetto agli incrementi salariali dei dipendenti. La questione è calda soprattutto negli Usa, dove i compensi di chi sta al vertice delle grandi organizzazioni possono raggiungere valori realmente esagerati, tra paga base, bonus legati agli obiettivi e stock option. Si calcola che nel 2025 i dieci ceo più pagati del mondo hanno guadagnato complessivamente oltre un miliardo di dollari. Lo scorso anno il colosso finanziario Blackstone, la multinazionale tech Broadcom, la banca d’investimento Goldman Sachs e Microsoft hanno pagato i propri ceo oltre cento milioni ciascuno.

Giù la… Musk

Se è poco sensato citare Elon Musk, tra le altre cose cofondatore e amministratore delegato di Tesla, del quale si parla spesso per ipotetici compensi da centinaia di miliardi di euro (legati però a obiettivi estremamente ambiziosi), si può guardare alle grandi aziende tecnologiche. Sundar Pichai, ceo di Google e amministratore della holding Alphabet, potrebbe percepire fino a 692 milioni di dollari nei prossimi tre anni: non tanto con la paga base, pari a circa due milioni di dollari, ma in gran parte grazie ai risultati finanziari e alla capacità di raggiungere obiettivi. Il ceo di Apple, Tim Cook, che a breve lascerà il posto per passare alla carica di presidente esecutivo, nel 2025 ha avuto un compenso fisso di tre milioni di dollari, più altri 70 milioni tra azioni e bonus.

il ceo di Google, Sundar Pichai, foto di Jose Luis Magana per AP Photo/LaPresse

Il vero fallimento

«A ben vedere gli stipendi dei grandi manager non sono salari: si tratta in realtà di rendite autodefinite. Non esistono ragioni vere, né di mercato, né di efficienza, per pagare un amministratore delegato 10 o 50 milioni di euro. Spesso non sono neanche compensi legati alle performance», ragiona Luigino Bruni, economista e presidente della Scuola di Economia civile.

«Quando si raggiungono cifre del genere siamo di fronte a un fallimento del mercato e dell’etica. Senza contare che quelle somme esagerate rappresentano naturalmente una decurtazione dei profitti dell’azienda, una diminuzione dei compensi dei lavoratori o un costo aggiuntivo scaricato sui consumatori». Negli anni ’50 alla Olivetti lo stipendio più alto non poteva superare di circa dieci volte quello più basso. «Al tempo il problema si poneva per tenere unità una comunità. C’è una soglia oltre la quale la diseguaglianza diventa insopportabile e ci fa dubitare che esista qualcosa che ci tiene insieme: vale per la società in generale e anche per le imprese».

Italia meno

In Italia siamo molto lontani dai livelli americani, anche prendendo come esempio emblematico il compenso dell’ex amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares. Per il 2023 il manager portoghese della holding nata dalla fusione di Fca e Groupe Psa era arrivato a percepire quasi 36,5 milioni di euro (tra paga base, bonus e buonuscita), mentre l’attuale ceo, l’italiano Antonio Filosa, nel 2025 ha avuto un compenso di circa 5,4 milioni. Guardando invece ai vertici delle partecipate pubbliche, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, nel 2025 ha avuto un compenso fisso di 1,6 milioni di euro, a cui bisogna aggiungere la parte variabile e il controvalore delle azioni gratuite, per un totale percepito di quasi 8,9 milioni di euro. Di recente si è parlato per lui di un aumento che porterebbe il compenso potenziale fino a 15,4 milioni, criticato dal proxy advisor Iss. Nel caso dell’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, il compenso fisso nel 2025 è stato di 1,5 milioni, arrivato però a 10,2 milioni sommando bonus variabili, azioni e benefit.

Manca la ratio

Per comprendere davvero l’entità di cifre così alte, più che il dato secco può aiutare mettere i compensi in rapporto agli stipendi dei lavoratori ordinari, attraverso il cosiddetto ceo pay ratio. Si definisce così il rapporto tra il compenso complessivo annuo del ceo e la retribuzione mediana, ossia il valore che divide in due metà numericamente identiche i dipendenti (calcolata escludendo la remunerazione del ceo). Se per esempio quel rapporto è di 5 a 1, significa che per ogni euro guadagnato dal lavoratore con retribuzione mediana al ceo spetta un compenso cinque volte superiore.

Secondo l’Economic policy institute, think tank non profit che analizza da anni le diseguaglianze salariali negli Stati uniti, nel 1965 gli amministratori delegati delle prime 350 aziende americane venivano pagati circa 21 volte in più rispetto al lavoratore tipico. Quel rapporto è cresciuto a 31 a 1 nel 1978 e a 60 a 1 nel 1989, prima di esplodere negli anni ’90 e soprattutto nei primi anni duemila, raggiungendo quota 380 a 1. La crisi finanziaria del 2008 ha alleggerito il fenomeno, che è poi tornato prepotentemente raggiungendo il massimo storico nel 2020, con un rapporto di oltre 400 a 1, prima di scendere ancora: nel 2024 è stato di circa 281 a 1. Anche in questo caso in Italia i rapporti sono molto più bassi. Nel 2025 il pay ratio in Enel è stato di 186 a 1, in Eni di 138 a 1 e in Stellantis di 82 a 1 (ma di 248 a 1, se si considera la media degli ultimi cinque anni).

Bastano quattro giorni

Dal 2017 negli Stati Uniti la Sec, l’equivalente americana della Consob, ha imposto alle società quotate l’obbligo di divulgare il rapporto tra la remunerazione del ceo e la retribuzione mediana all’interno dell’azienda. Qualcosa di simile è stato introdotto nel 2019 nel Regno Unito, per le società quotate con più di 250 dipendenti. Quell’anno si era molto parlato del “fat cat friday“, la giornata di venerdì 4 gennaio. Si era calcolato che entro quella data, cioè ad appena quattro giorni dall’inizio dell’anno, il ceo medio a capo delle prime cento società quotate al London stock exchange aveva già intascato l’equivalente della paga media annua di un lavoratore britannico a tempo pieno. Alla base di queste politiche c’è la convinzione che una maggiore trasparenza sulle disuguaglianze interne alle aziende possa ridurre le disparità retributive e prevenire reazioni negative nell’opinione pubblica. Il ragionamento è intuitivo: mettere nero su bianco la retribuzione di un ceo può influenzare direttamente il morale dei lavoratori, il loro coinvolgimento e la percezione di equità all’interno dell’azienda. Inoltre, non sono da sottovalutare le ricadute dirette anche sugli azionisti e in generale sulla percezione dell’organizzazione all’esterno.

Effetto trasparenza

Uno studio di due economisti italiani per l’istituto di ricerca internazionale Iza ha analizzato proprio l’effetto della trasparenza sulle retribuzioni dei vertici aziendali (in gran parte degli amministratori delegati) a capo delle società italiane quotate in borsa a partire dal 1998, anno dal quale è stato introdotto l’obbligo di renderle pubbliche e così i compensi sono diventati osservabili e sistematicamente divulgati. L’operazione trasparenza ha prodotto qualche effetto nelle aziende guidate da ceo con compensi elevati, ma solo per pochi: a beneficiarne è stato soprattutto chi aveva già un alto stipendio, mentre chi guadagnava poco non ha visto differenze significative in busta paga. «Abbiamo osservato che la conoscenza dell’ammontare esatto dei guadagni dell’amministratore delegato può essere una leva per i top manager, che in questo modo hanno la possibilità di negoziare compensi migliori. Ma nel caso del lavoratore mediano quella possibilità di negoziare di fatto non c’è», dice Vincenzo Pezone, professore associato di finanza presso il dipartimento di economia e management dell’università Luiss e autore dello studio con Agata Maida, dell’Università statale di Milano.

Sapere non basta

La trasparenza aiuta, quindi, ma forse meno del previsto. «Studi americani hanno dimostrato che la disponibilità su internet dei guadagni dei ceo, ossia la loro divulgazione pubblica e il dibattito innescato dai media, hanno effettivamente portato a una diminuzione dei compensi dei vertici aziendali. La trasparenza può quindi essere un fattore per ridurre la diseguaglianza, ma da sola non basta, soprattutto in Italia», aggiunge Pezone. «Una grossa differenza tra gli Usa e il nostro Paese è che negli ultimi trent’anni negli Stati Uniti una crescita dei salari c’è stata, mentre in Italia sono rimasti fermi.

È difficile parlare di ridistribuzione della ricchezza quando la ricchezza di fatto non si crea». Se negli Stati Uniti o in Inghilterra l’opinione pubblica si è indignata, sull’onda di una crescita che ha arricchito pochi e lasciato indietro tanti, in Italia il contesto è molto diverso. Secondo Pezone, «forse di questo tema in Italia se ne parla un po’ meno perché il dibattito è superato dalla bassa crescita. Inoltre, siamo anche un’anomalia, perché nel nostro Paese la figura del manager professionale, a parte nel caso delle banche, è poco presente. Molte imprese sono familiari e di conseguenza è più difficile creare scandalo e indignarsi per grossi stipendi percepiti da persone che molto spesso hanno fondato le società che dirigono».

Azionisti… in azione

La sostenibilità, in tutte le sue forme, è uno dei grandi temi del nostro tempo ed è entrata di prepotenza anche in relazione ai compensi milionari dei ceo. Da anni i guadagni degli amministratori delegati delle grandi aziende non sono legati soltanto a fattori finanziari e alla massimizzazione del valore per gli azionisti. Nel 2018 soltanto il 25% delle aziende considerava la performance Esg come fattore nella retribuzione variabile dei propri ceo, mentre già nel 2022 erano diventate circa il 90%. Ma secondo uno studio della Banca d’Italia, che ha analizzato le principali società quotate in Italia, Francia, Germania e Spagna tra il 2018 e il 2022, collegare cospicui bonus per gli amministratori delegati al raggiungimento di migliori valutazioni Esg non è sempre efficiente. Nell’analisi l’Italia è risultata tra i paesi con i ceo più efficaci a raggiungere obiettivi Esg: traguardi tuttavia spesso vaghi, poco impegnativi e a basso impatto sul modello di business, con un alto rischio di greenwashing. «Siamo immersi in questa grande retorica delle capitalismo dal volto umano e delle leadership condivise e inclusive», spiega ancora Bruni, «ma quando poi guardi agli stipendi e vedi uno scarto di mille volte diventa tutto fumo negli occhi. È un problema di qualità morale dell’intero capitalismo». Una possibile soluzione? «Nel nostro piccolo potremmo iniziare a non acquistare i prodotti delle grandi aziende che strapagano i top manager. Ma prima ancora dei consumatori, a indignarsi dovrebbero essere gli azionisti».

Nella foto di apertura, di Mauro Scrobogna per LaPresse, Flavio Cattaneo, amministratore delegato di Enel, durante l’edizione 2025 di Atreju, il Festival di Fratelli d’Italia: guadagna 1,52 milioni annui che diventano 10,2 annui (lordi), sommando bonus e componenti variabili.

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Riduzione delle emissioni, quelle 60 aziende italiane che sfidano l’Europa

È una classifica che ha l’obiettivo di mettere in evidenza quali sono le aziende europee che hanno fatto più progressi nella riduzione delle emissioni di gas serra.

Si chiama Europe’s climate leaders 2026 ed è un elenco che concentra la sua attenzione su quelle aziende che hanno ottenuto la maggiore riduzione delle proprie emissioni principali tra il 2019 e il 2024: le cosiddette Scope 1 e 2, emissioni che derivano dalle attività operative dell’azienda e dall’energia che ha utilizzato.

A stilarla, per il sesto anno consecutivo, il Financial Times sulle informazioni raccolte dal provider di dati Statista: 600 le imprese virtuose.

L’azienda con il punteggio più alto è Fortum, società finlandese attiva nei settori dell’energia e dei servizi di pubblica utilità. Al secondo posto si posiziona la società di servizi professionali Accenture, mentre la società francese di software Dassault systèmes si piazza al terzo posto.

E le italiane? Sono 60 e tra loro figurano anche Enel, Safilo, Intesa Sanpaolo, A2A, Pirelli, Campari, Cassa depositi e prestiti, Ferrari, Poste Italiane, Generali e Banca Generali (QUI l’elenco completo).

Il Piano di Generali

Il riconoscimento, fa sapere in particolare il Gruppo Generali, «conferma l’efficacia dell’approccio alla sostenibilità e del Piano di transizione climatica: una direzione integrata nella strategia del gruppo, che definisce impegni, leve, risorse e meccanismi di governance attraverso cui Generali promuove una transizione giusta verso un’economia a zero emissioni nette, nelle attività assicurative, di investimento e operative, entro il 2050»

Ambizioni, si specifica, «che sono supportate da obiettivi intermedi al 2030 e che mirano a favorire un modello economico e sociale più sostenibile».

Specifiche leve di decarbonizzazione

In particolare, sull’inclusione di Banca Generali nella classifica, per il gruppo si tratta di «un riconoscimento che riflette il percorso strutturato e avviato da tempo dalla banca, concretizzatosi nell’adozione del Piano di transizione climatica all’inizio del 2025»

Il piano, si chiarisce, «definisce obiettivi di decarbonizzazione sia per le attività operative sia per il portafoglio investimenti, con target intermedi al 2030 e l’obiettivo di lungo periodo di emissioni Net-zero al 2040, supportati da specifiche leve di decarbonizzazione».

Lucia Silva, group chief sustainability officer di Generali, e Carmelo Reale, general counsel & group sustainability di Banca Generali

Piano strategico che dimostra efficacia

L’inclusione tra gli «Europe’s climate leaders», sottolinea Lucia Silva, group chief sustainability officer di Generali, «rappresenta un riconoscimento importante dei progressi compiuti da Generali nel contrasto al cambiamento climatico delineati nel Piano di transizione approvato dal Consiglio di amministrazione del gruppo».

I risultati raggiunti, spiega, «dimostrano l’efficacia del nostro piano strategico e la nostra capacità di integrare la sostenibilità nel core business, contribuendo concretamente a una transizione verde e giusta».

Fattori di sostenibilità e business integrati

Per Carmelo Reale, general counsel & group sustainability di Banca Generali, «l’inclusione tra gli Europe’s climate leaders conferma il percorso intrapreso da Banca Generali e il costante impegno nell’ambito Esg, volto all’integrazione dei fattori di sostenibilità nel modello di business e al rafforzamento di un framework orientato alla promozione di investimenti responsabili e alla creazione di valore nel lungo termine».

In questo percorso, dice ancora, «si inserisce il Piano di transizione cimatica approvato dal nostro Consiglio di Amministrazione, che definisce obiettivi chiari di decarbonizzazione e guida l’evoluzione della Banca verso un modello sempre più sostenibile».

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In apertura foto da Andrey K per Unsplash. Nel testo foto da ufficio stampa Banca Generali

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Fondazione Giordano Dell’Amore: un motore per l’ecosistema dell’impatto sociale made in Italy

La Fondazione Social Venture Giordano dell’Amore – Fsvgda è impegnata dal 2017, anno della sua nascita, nella promozione e nello sviluppo dell’ecosistema italiano dell’impact investing – sui versanti della domanda e dell’offerta di capitale – attraverso un’attività integrata di capacity building, investimento e advisory.

Tra i risultati che emergono dall’Impact Report 2025 consultabile sul sito www.fsvgda.it si possono ricordare gli 11,7 milioni di euro investiti in 60 soggetti, 192 percorsi di incubazione/accelerazione e mentorship offerti a startup a impatto sociale, oltre 2 milioni di euro erogati in servizi di incubazione/accelerazione e servizi di accompagnamento alle iniziative imprenditoriali

Attività di capacity building

L’offerta di competenze sul mercato rappresenta uno strumento centrale nel modello di intervento promosso da Fsvgda. Le iniziative di capacity building – orientate allo sviluppo di una domanda di capitali più solida e strutturata – costituiscono una condizione necessaria a rendere l’attività di impact investing sostenibile e attrattiva per gli investitori. Sulla base di tale consapevolezza, la Fondazione, grazie alle risorse filantropiche di Fondazione Cariplo, ha concluso nel 2025 la quarta edizione di Get it!, realizzata in partnership con Cariplo Factory.

Ad oggi, Fsvgda ha promosso 13 programmi di capacity building (4 edizioni della Call for Impact di Get it!, 3 edizioni di Get it! 4 Partners e 6 programmi esterni in qualità di partner) che hanno raccolto complessivamente 1.960 candidature, consentendo alla Fondazione di finanziare 192 percorsi di incubazione/accelerazione e mentorship e di investire 1,5 milioni di euro  in 25 startup a impatto. Nell’ambito di Get it!, inoltre, Fsvgda ha erogato oltre 2 milioni di euro in servizi di accompagnamento imprenditoriale, coinvolgendo nei percorsi di empowerment oltre 50 mentors e supportando attraverso il suo Evaluation Lab oltre 80 imprese nello sviluppo di modelli di valutazione dell’impatto delle loro attività.

Attività di investimento

Al 31 dicembre 2025, la Fondazione ha investito complessivamente 11,7 milioni di euro in 60 soggetti: 2,5 milioni di euro in 4 veicoli e 9,2 milioni di euro in 56 imprese.

Il portafoglio di investimenti – diretti e indiretti – della Fondazione è il frutto della volontà di allocare risorse finanziarie per lo sviluppo di iniziative imprenditoriali capaci di offrire soluzioni innovative e sostenibili a bisogni prioritari e per contribuire alla nascita e al rafforzamento dei veicoli attivi nel campo dell’impact investing.

Prosegue il programma Gda Invest

Con l’obiettivo di rilanciare e rafforzare l’offerta di capitali, nel novembre 2024, Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore e Fondazione Cariplo hanno avviato ufficialmente Gda Invest, un programma di investimenti a impatto di oltre 60 milioni di euro: al 31 dicembre scorso il programma ha investito 8,5 milioni in 25 iniziative, di cui 22 startup, un Ets (investimento a lungo termine) e 2 veicoli finanziari.

Nel complesso, il portafoglio dei 56 investimenti diretti risulta eterogeneo per natura giuridica – 32 S.r.l., di cui 7 imprese sociali, 20 Cooperative Sociali e 4 S.p.A., di cui un’impresa sociale – e per settore: il 40,6% è afferente all’area sociale, il 44,9% all’area arte e cultura, il 13,2% all’area ambientale e l’1,3% all’area della ricerca scientifica.

L’analisi del portafoglio, inoltre, evidenzia alcuni dati significativi rispetto all’andamento e alle caratteristiche dei dipendenti impiegati dalle 56 partecipazioni dirette: sempre al 31 dicembre scorso sono infatti 1.140 i dipendenti complessivi, di cui 595 donne (52%) e 373 soggetti ascrivibili alle fasce deboli (33%).

In apertura foto by Mattia Poli on Unsplash

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Pietro Segata, nuovo presidente di “Agci imprese sociali”: «Il benessere dei nostri lavoratori è una priorità»

“Scenario attuale ed evoluzioni in corso: il ruolo della cooperazione sociale”, questo il titolo del congresso del settore sociale di Agci– Associazione Generale Cooperative Italiane che si è tenuto a Roma, presso Palazzo Merulana e ha visto l’elezione del bolognese Pietro Segata, presidente di Società Dolce al vertice di Agci imprese sociali. Segata raccoglie il testimone da Giuseppina Colosimo. Oltre a Segata la presidenza è così costituita: Marco Olivieri (vicepresidente vicario), Massimo Ramerino (vicepresidente), Antonella Cappadona, Pierandrea Costa, Giuseppe D’Anna, Emanuele Monaci, Federico Pericoli e Rocco Rota. 

Il settore imprese sociali di Agci nasce nel 1998 e oggi raggruppa 1.112 cooperative del settore sociale, per un totale di circa 212.777 soci,  53.633 occupati e un fatturato pari a 1.459.016.025 euro.


Quali gli obiettivi di mandato del neo presidente? Segata a colloquio con VITA ne individua quattro. Il primo è dare «piena cittadinanza alle imprese sociali». Già oggi le imprese sociali costituite in forma non cooperativa possono aderire al network senza però effettivo diritto di voto (se non in forma consultiva): «Proporrò al presidente nazionale Massimo Mota una modifica al nostro statuto affinché si avvii un processo in base al quale anche le imprese sociali a partecipazione cooperativa (ovvero possedute per almeno dal 51% da coop sociali) o che inseriscano nella governance il coinvolgimento dei dipendenti nella gestione e negli utili dell’azienda (sul modello tedesco in base alla riforma proposta dalla Cisl) possano godere del pieno diritto di voto».

Secondo punto: «L’estensione del contratto nazionale delle cooperative sociali come riferimento base per tutte le imprese sociali, anche non cooperative».

Terzo obiettivo: favorire la nascita di cooperative o consorzi di cooperative sociali a indirizzo plurimo, ovvero soggetti che gestiscono contemporaneamente i servizi socio-sanitari/educativi (tipo A) e le attività produttive finalizzate all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate (tipo B). «Un orizzonte», ragiona Segata, «che contribuirà a rafforzare la sostenibilità e la capacità innovativa delle nostre imprese».

Infine il capitolo sul lavoro di cura. Su questo Segata ha un’idea ben definita: «Rendere Agci imprese sociali, non solo un organo di rappresentanza delle imprese, ma anche dei lavoratori. Dagli educatori agli assistenti sociali, dobbiamo lavorare a fondo per rendere attrattive queste professioni». Come in concreto? «Stiamo discutendo del rinnovo del contratto nazionale, che, in linea con le indicazioni del Governo, in prima battuta recupererà tutta l’inflazione, dopo di che dobbiamo mettere in campo altri strumenti, lavorando sul welfare aziendale, sulla previdenza integrativa e sulle prestazioni mutualistiche di assistenza sanitaria. Non dobbiamo nasconderci dietro un dito: oggi troppe nostre persone sono già o rischiano di finire nel perimetro dei lavoratori poveri. Invertire la rotta è una priorità». 

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

Segata è una delle voci che parlano nel numero di VITA magazine in distribuzione “Social worker, senza di loro perdiamo tutti”, all’interno del quale trovate il “Manifesto del lavoro sociale” che presenteremo il 4 giugno a Torino. 

Tornando a Roma, all’evento, moderato dalla giornalista Rai Simona Rolandi, ha inviato un videomessaggio Alessandra Locatelli, ministro per le Disabilità. Mentre hanno partecipato dal vivo Maria Teresa Bellucci, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali; Massimiliano Maselli, assessore all’Inclusione sociale della Regione Lazio; Claudia Pratelli, assessora alla Scuola, Formazione e Lavoro del Comune di Roma; Cristina Almici, deputata di Fdi; Silvio Lai, deputato del Pd; Maria Chiara Gadda, deputata di Italia Viva; Marco Lombardo, deputato di Azione; Gabriele Sepio, avvocato esperto di Terzo settore ed economia sociale; il direttore di VITA Stefano Arduini; il professor Stefano Zamagni; il presidente di Confcooperative Federsolidarietà Stefano Granata e Massimo Ascari, presidente di Legacoopsociali. A concludere  i lavori è stato il presidente di Agci nazionale Massimo Mota

La viceministro al Lavoro con delega al Terzo settore, Maria Teresa Bellucci con il presidente nazionale di Agci Massimo Moro

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Inclusione al “Quadrato”: Centimetro Zero fa il bis e conquista Ascoli

Un nuovo ristorante che unirà inclusione sociale, sostenibilità economica e ambientale in una location unica, Palazzo Saladini Pilastri ad Ascoli Piceno. È l’ultima sfida di Locanda Centimetro Zero di Pagliare del Tronto , il ristorante sociale di Pagliare del Tronto (frazione di Spinetoli, AP) aperto nel 2015. Il nuovo ristorante richiamerà, nel nome, il primo – Centimetro Zero al Quadrato – e aprirà le cucine entro la fine dell’anno.

Nato per iniziativa di Emidio Mandozzi e Roberta D’Emidio, nel corso di questi 11 anni il progetto ha diversificato le proprie attività. Al ristorante sociale e all’orto biologico si è aggiunta, nel 2020, la produzione di vino in collaborazione con il produttore Roberto Cipresso. Nel 2022, poi, l’apertura della cioccolateria “Cioccole” sotto la direzione della maîtres chocolatiers Giorgia Ciarrocchi. Ora, dunque, un nuovo ristorante, in un luogo storico del capoluogo.

In tutto, la Locanda, occupa stabilmente circa venti ragazzi con disabilità intellettiva, che a rotazione prestano servizio tra cucina e sala, in un contesto dove la disabilità diventa inclusione e coinvolgimento sociale con una clientela fidelizzata e sempre crescente.

«Abbiamo cercato di dare una risposta ad un bisogno che, per questi ragazzi, era duplice: offrire loro un’occasione di mettersi in gioco attraverso un lavoro che li facesse sentire autonomi, e dall’altro lato sentirsi liberi ed accettati dalla società», sottolinea Mandozzi. Gli fa eco D’Emidio: «Il nostro è un progetto che, oltre a offrire opportunità a tanti ragazzi, ai quali ci siamo talmente affezionati da diventare la nostra grande famiglia allargata è anche un sostegno per le famiglie che, attraverso una rete di supporto condiviso, riduce il carico di cura quotidiana». Lo conferma Martino Acquaroli, un “veterano” dei ragazzi che lavorano alla Locanda: «Noi esistiamo, perché ci siete voi».

Le foto sono di Locanda Centimetro Zero

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Dichiarazione dei redditi, cambia tutto: chi paga meno e chi rischia di più. Attenzione agli errori: così puoi rimediare senza sanzioni

Il fisco riapre le porte digitali. Ma il calendario non perdona: chi arriva tardi, resta fuori. Il Modello 730/2026 torna online e con lui una stagione fatta di scadenze, detrazioni e qualche nuova regola che può cambiare il saldo finale. Dal 30 aprile l’Agenzia delle Entrate metterà a...

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Vivendi scommette sul cinema: il gruppo francese guidato da Bollorè acquisisce il 51% di Lucky Red. Ecco quanto ha sborsato 

Importante passaggio di proprietà di Lucky Red, la nota casa di produzione cinematografica fondata da Andrea Occhipinti che ne era amministratore unico e socio di controllo con l’89% tramite la Keyek, e che ora passa sotto il controllo del gruppo francese Vivendi di Vincent Bolloré. Segui su affaritaliani.it

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