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Vertice Nato di Ankara, l’Ue è pronta a blandire Trump per evitare il “deragliamento” del tycoon

Il motto è stato coniato. Ed è molto suggestivo e ambizioso. La sua traduzione operativa, beh, questo è tutt’altro discorso. Molto, molto complicato. “Un’Europa più forte in una Nato più forte”. È il motto contenuto nella dichiarazione finale approvata dai 32 ambasciatori alleati e, a ben vedere, il senso del vertice di Ankara sta tutto qui. Tener fede alle promesse dell’anno scorso, far vedere agli Usa e a Donald Trump che il vecchio mondo sta davvero aprendo i cordoni della borsa, tracciando percorsi “credibili” verso il famoso 5% di Pil in difesa.

Il segretario generale Mark Rutte (e gli sherpa) hanno fatto il possibile per costruire un summit (l’ennesimo) a prova di Trump. Ma l’apprensione è palpabile perché se il tycoon deraglierà si potrà entrare in una fase che alcuni, alla Nato, non esitano a definire “pericolosa”. Oggi in una Ankara super blindata – centinaia i manifestanti anti-vertice arrestati – prima dell’arrivo dei leader, si terrà un gigantesco forum dell’industria della difesa transatlantica in cui verranno annunciati contratti, intese e cooperazioni per miliardi e miliardi: è uno degli spettacoli pirotecnici organizzati per stuzzicare l’immaginazione di Trump. Poi c’è la cena al palazzo presidenziale del Sultano, Recep Tayyip Erdoğan. Lì i 32 capi di Stato e di Governo alleati saranno soli – senza ambasciatori o consiglieri – con mogli (o mariti) e gli ospiti, tra cui ad esempio Volodymyr Zelensky.

In parallelo, le cene dei ministri degli Esteri e della Difesa, dove sono stati invitati, rispettivamente, i Paesi del Golfo e i partner asiatici (Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda). Mercoledì sarà la volta del vertice vero e proprio: un giro di tavolo del Consiglio Atlantico da 2-3 ore massimo, proprio per limitare il più possibile i rischi. Ecco, si capirà allora perché c’è chi vorrebbe abolire la ricorrenza annuale (gli Usa in primis ma non solo) e dunque l’edizione del 2027 prevista a Tirana è in bilico anche perché l’Albania è tra i Paesi che non è ancora al 2%. Il Paese candidato a egemone del nuovo corso della Nato 2.0 è senz’altro la Germania, che intende arrivare al 3,5% della difesa ‘core’ già nel 2029, con uno sforzo di bilancio mostruoso: nessuno, in Europa, ha una potenza di fuoco economica simile. Varsavia, pur con le debite proporzioni, è l’altro astro nascente della sicurezza continentale, che affianca i leader tradizionali, Francia e Gran Bretagna.

In questo quadro, l’incognita resta The Donald. «Putin vuole finire la guerra in Ucraina, lo vuole fortemente», proclama Trump nello Studio Ovale, nel giorno dell’ennesima strage di civili uccisi nei bombardamenti russi. «Anche Zelensky lo vuole, ne parleremo al vertice della Nato», ha aggiunto. “Tre settimane fa ho detto al presidente Xi che gli Stati Uniti hanno l’esercito più potente del mondo e non ha avuto nulla da obiettare”, ha fatto sapere il tycoon, riferendo del colloquio con il presidente cinese. A prendere la parola è anche il “cameriere” del tycoon a Bruxelles, al secolo Mark Rutte, segretario generale della Nato. Gli Usa non stanno «spaccando» la Nato, assicura Rutte nel corso della conferenza stampa prevertice, rispondendo ad una domanda sull’attacco di Hegseth alla scorsa ministeriale difesa. «Avere una revisione della postura e delle forze è una mossa saggia, sarà in consultazione con gli alleati, non c’è da preoccuparsi», ha aggiunto. Se lo dice lui…

Ad Ankara si disserta, in Ucraina si continua a morire. È di almeno 20 morti il bilancio degli attacchi russi della scorsa notte sull’Ucraina, che hanno preso di mira la capitale Kiev e la sua regione. Lo riferiscono le autorità locali, precisando che 14 persone sono morte a Kiev e altre 6 nella sua regione. L’aeronautica militare ucraina ha riferito che la Russia ha lanciato durante la notte 351 droni e 68 missili, prendendo di mira principalmente Kiev, e ha precisato che tutti i 29 missili balistici hanno colpito i loro obiettivi, sottolineando l’urgente necessità di un maggiore sostegno in materia di difesa. «Per intercettare i missili balistici, abbiamo bisogno dei mezzi per l’intercettazione», ha affermato il portavoce dell’aeronautica militare, Yurii Ihnat, parlando alla tv nazionale. «I russi stanno certamente sfruttando il fatto che ora vi sia una grave carenza di missili intercettori, sia in Ucraina che nel mondo», ha aggiunto.

In questo scenario devastato, Volodymyr Zelensky ha esortato i suoi alleati a prendere «decisioni forti» al vertice Nato «È di fondamentale importanza che il mondo, in primis gli Stati Uniti e i nostri partner europei, escano dal vertice Nato di Ankara con decisioni forti a sostegno della nostra difesa aerea», ha dichiarato il presidente ucraino sui suoi canali social. «Finché i missili Patriot rimarranno nelle scorte dei nostri alleati, la Russia è solo incoraggiata a continuare a `squarciare´ gli edifici residenziali. Stati Uniti e Europa hanno abbastanza forza per fermare questo terrore». La forza ce l’hanno. Quello che scarseggia è la volontà politica di esercitarla. E non solo a Washington. È il 1.594° giorno di guerra in Ucraina, ma Trump assicura: la fine della guerra è più vicina di quanto si crede. Sullo sfondo, il clamore dei missili che piovono su Kiev.

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Perché gli attacchi di Trump dimostrano la devastante sconfitta di Meloni in politica estera

Se fin qui aveva usato la mazza, adesso Donald Trump è passato direttamente alla clava. Il meme, che dovrebbe avere diffusione molto maggiore di un semplice post, messo in rete dal presidente americano nella notte tra domenica e lunedì equivale a una bomba di profondità mediatica. Giusto un’istantanea di Giorgia che guarda adorante l’americano preso di spalle e un laconico commento: “Restraining Order Needed”. Traduzione letterale: “È necessaria un’ordinanza restrittiva”. Traduzione in italiano corrente: “Toglietemela dai piedi”. A confronto la nota intervista telefonica con la quale il presidente aveva aperto le ostilità, quella del ‘ho accettato la foto perché mi faceva pena’ è una carezza.

A palazzo Chigi e nel governo la nuova carica non se l’aspettava nessuno. In vista del vertice di Ankara di domani promette malissimo. Se The Donald picchia così sulla leader che si è scelto come vittima preferita per bastonare l’intera Europa è probabile che arrivi in Turchia deciso a litigare e non è affatto escluso che per aprire le danze se la prenda di nuovo con Giorgia, e stavolta dal vivo. La decisione della premier era prevedibile. Non reagire. Non replicare. Non prestarsi al gioco e tenere le dita ben intrecciate augurandosi che l’americano non vada oltre. In privato i pezzi da novanta della maggioranza bersagliano l’ex idolo Maga. In pubblico restano muti come la stessa premier o commentano flautati. Lo fa Tajani:Parole che si commentano da sole ma le relazioni transatlantiche vanno al di là delle semplici dichiarazioni”. Lo fa anche Crosetto:Bisogna mantenere i rapporti con un alleato storico come gli Usa. Le persone passano, i rapporti restano”. Parole molto caute che proprio per questo mettono in risalto il silenzio del vicepremier Salvini che non arriva neppure a tanto e si barrica dietro un imbarazzante ‘No Comment’.

Mantenere la stessa cautela ad Ankara sarà più difficile, dal momento che per quanto si sforzi di star lontana dal nemico americano Meloni non potrà evitarlo soprattutto se a scegliere lo scontro fosse lui, come è in realtà improbabile ma non impossibile. Ma il punto critico non sono le eventuali villanie di Trump: è la concretissima materia del contendere, cioè le spese militari. Perché proprio su quel fronte l’Italia arriva ad Ankara ancora più esposta del resto d’Europa che già non scherza. Un anno fa, a L’Aja, tutti, con l’esplicito intento di ingraziarsi il rissoso Donald, avevano accettato l’impegno di portare le spese per la difesa sino al 3,5% e quelle per la sicurezza all’1,5% entro il 2035. Detto e non fatto, soprattutto dall’Italia.

La premier arriverà vantando un salto dall’ 1,6% al 2,8% nell’ultimo anno e promettendo di “proseguire in questa traiettoria”, cioè confermando quanto meno esplicitamente possibile il proibitivo impegno. Quelle percentuali però sono in buona parte taroccate. La spesa italiana va divisa in un 2,09% per la difesa propriamente detta e in uno 0,71% per la sicurezza intesa in senso molto lato. La prima percentuale supera di poco quella del 2025, 2% e anche allora il salto di quattro decimali era dovuto non a veri nuovi investimenti ma a un riconteggio di spese precedenti che, tirando un po’ le cose per i capelli, possono rientrare comunque negli standard Nato. La percentuale investita in sicurezza, poi, stata raggiunta considerando “sicurezza” davvero di tutto e di più. Lo sanno tutti in Italia. Difficile credere che non lo sappia Trump.

Bisogna aggiungere due particolari decisivi. L’Italia ha scelto di non aderire al Purl, il piano di acquisti di armi americane da inviare all’Ucraina. Soprattutto, dopo aver prenotato in autunno 14,9 mld per le armi con il SAFE, il prestito molto agevolato europeo, tutto è stato congelato e, nonostante le recenti e volutamente ambigue dichiarazioni, non è affatto detto che il governo scelga di accedere a quel prestito. Conclusione: anche al di là del personale malanimo di Trump nei confronti della ex pupilla che considera oggi una traditrice, l’Italia è davvero l’anello più debole della catena europea e si presterebbe pertanto comunque a fare da primo bersaglio se il presidente americano decidesse, come è probabile che faccia, di attaccare a testa bassa. La premier mira a parare il colpo con la promessa di investire lo 0,55% in più entro il 2028. Sono 17 mld e trovarli in piena campagna elettorale non sarà né facile né indolore.

In casa l’opposizione tutta offre solidarietà alla premier. Schlein e Conte adoperano quasi le stessa formula: le parole di Trump sono inaccettabili ma a prestare il fianco facendosi incantare dalla propaganda Maga invece di scegliere risolutamente l’Europa è stata proprio la maltrattata. Piena solidarietà ma è ora che si svegli. Non che Giorgia possa battere altre strade. A questo punto fidarsi ancora della Casa Bianca indicherebbe solo tendenze suicide e cercare riparo dietro l’Europa è l’unica possibilità per Giorgia. È una devastante sconfitta di tutta la sua strategia in politica estera ma è anche una strada a modo suo comunque impervia. Perché sia per quanto riguarda l’Ucraina che il riarmo anche i partner europei pretendono a questo punto molto più che belle e molto economiche parole.

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IL RITORNO DELLA GUERRA ‘RISOLUTIVA’

La guerra di Corea è probabilmente l’ultima che gli Stati Uniti abbiano combattuto con l’intento strategico e la volontà di vincerla sul campo. Come sappiamo, è finita in un pareggio. Da quel momento in avanti, gli USA – che pure sono certamente il paese più guerrafondaio dell’era moderna – hanno fatto delle forze armate, e quindi della guerra, essenzialmente uno strumento di deterrenza, volto a contenere i nemici comunisti – URSS, Repubblica Popolare Cinese – nella loro espansione politico-ideologica oltre i confini (rispettivamente) dell’est europeo e della Cina continentale.
A partire dalla fine degli anni cinquanta del novecento, gli Stati Uniti non hanno mai preso seriamente in considerazione l’ipotesi di uno scontro diretto con una delle due potenze socialiste; hanno ovviamente ingaggiato un confronto per cercare di raggiungere la supremazia nucleare, ed altrettanto ovviamente hanno elaborato strategie e tattiche in funzione di un ipotetico scontro di tal genere, ma si è trattato di pure ipotesi di scuola. Sul piano concreto, questa possibilità non è mai stata veramente considerata possibile, né tantomeno desiderabile.

Fintanto che è esistita l’Unione Sovietica, questa ha anzi costituito uno dei pilastri su cui si è fondata l’egemonia americana sull’Europa occidentale. Fedele agli accordi spartitori di Yalta, Washington non è mai intervenuta direttamente contro Mosca, anche quando (Berlino ‘53, Budapest ‘56, Praga ‘68) ne avrebbe avuto un ottimo pretesto. E quando il confronto militare c’è stato, si è collocato in periferia, ed è sempre stato indiretto. Vietnam ed Afghanistan docet.
Se guardiamo alla storia dell’espansionismo militare statunitense, ed alla infinita serie di guerre e guerricciole che ha alimentato, dalla seconda metà del secolo scorso in avanti, ci rendiamo però conto di come le vittorie militari, quelle sul campo di battaglia e quelle strategiche, non solo non si sono quasi mai concretizzate, ma probabilmente non erano nemmeno messe in conto.
La grande strategia egemonica americana si è basata sulla deterrenza, piuttosto che sulla vittoria.
Tutti i paesi che, per una ragione o per un’altra, si sono trovati a dover confrontarsi militarmente con gli USA, hanno pagato un prezzo elevatissimo, che ha quasi sempre comportato la devastazione pressoché completa. E quanto più alta e duratura è stata la sfida all’egemone, tanto più è stato duro il prezzo da pagare.

Oltre ai già citati Vietnam ed Afghanistan, ricordiamo l’Iraq, la Siria, la Libia… Tutte guerre che, da un punto di vista strategico, possiamo considerare perdute. Ma che sono costate a quei paesi un prezzo tale che, a distanza di decenni, non ha consentito loro di riprendersi.
Questo è l’assioma su cui si è costruita la strategia imperialista americana: semplicemente, la deterrenza del potere distruttivo.
Nei confronti delle potenze avverse – Russia e Cina – la strategia prevedeva il contenimento (da qui l’enorme rete di basi militari lungo i confini di questi due paesi), nella convinzione che prima o poi sarebbe avvenuta la loro caduta per strangolamento, o che – nella peggiore delle ipotesi – sarebbero rimaste confinate nei propri spazi.
Ragione per cui le forze armate degli Stati Uniti non si sono mai veramente preparate a scontrarsi con le forze armate sovietiche o con quelle cinesi – men che meno con entrambe.

Il conflitto in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta un giro di boa. Gli Stati Uniti, e la loro armata imperiale allargata, la NATO, non si erano mai impegnati in questa misura in un confronto diretto con una delle potenze antagoniste. Non si erano mai impegnati in un conflitto che non fosse marcatamente asimmetrico. Non si erano mai impegnati in una guerra d’attrito prolungata.
E lo hanno fatto senza prima mettersi in condizione di condurre e sostenere un conflitto di tal genere.
Non erano pronti strategicamente (capacità di produzione bellica industriale, riserve di armi e munizioni), non erano pronti al combattimento (sistemi d’arma mai effettivamente testati sul campo, misconoscenza delle capacità del nemico), non erano pronti sotto il profilo dottrinario (strategie e tattiche, strutturazione delle forze armate, sostanzialmente identiche a quelle dei precedenti conflitti asimmetrici).
La battuta d’arresto era inevitabile.

Il conflitto russo-ucraino segna, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, il passaggio ad una fase in cui la deterrenza viene destrutturata, la devastazione si registra nel campo occidentale, e l’inadeguatezza della potenza imperiale si manifesta nella sua piena evidenza.
Questo passaggio, parzialmente oscurato dal difficile scontro politico interno nel paese egemone, richiede pertanto una radicale riconversione complessiva delle politiche imperiali, che deve necessariamente investire sia il piano logistico-strutturale che quello più squisitamente operativo militare. Un processo, questo, che non può chiaramente essere portato a termine in breve tempo, e che quindi apre ad una stagione di interludio, in cui la capacità dello strumento militare non è più in grado di esercitare la propria storica funzione deterrente, e non è ancora in grado di passare ad una in cui la deterrenza viene sostituita dalla capacità di sconfiggere il nemico sul campo.

Il mutamento del quadro geopolitico e strategico complessivo, di cui questa crisi militare statunitense è in parte il prodotto, ma che ne è al tempo stesso causa, finisce pertanto col determinare una estrema instabilità – di cui ciò che accade in Palestina è la manifestazione più evidente – che a sua volta va ad incidere sui tempi e sui modi con cui gli USA cercheranno di rispondere alla crisi.
Ciò che possiamo vedere già adesso, comunque, è la direzione di massima intrapresa. E che potremmo riassumere nel passaggio dalla guerra come deterrenza alla guerra come soluzione.
La prossima guerra Washington la deve vincere, deve sconfiggere il nemico e metterlo in ginocchio. E poiché non sarà un paese debole, ma una delle grandi potenze belliche del pianeta, e quindi tra l’altro dotato di armamenti nucleari tali da distruggere l’America, non sarà per niente facile.
Lo schema, con ogni probabilità, sarà lo stesso della seconda guerra mondiale. Il grosso delle truppe lo dovrà mettere l’Europa, e sarà questo il campo di battaglia.

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LA CATABASI IMPERIALE

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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