Modalità di lettura

25 anni dal G8 di Genova: 3 giorni di repressione, dittatura militare, stato di polizia e sbirri cocainomani. Non ci dimenticheremo mai delle vostre ingiustizie/bastardate!

Il G8 di Genova del luglio 2001, rappresenta per Amnesty International “la più grave sospensione dei diritti umani in un Paese occidentale dal dopoguerra”. Il vertice del G8 si trasformò, in quei 3 giorni, in una operazione di feroce repressione, in un clima di militarizzazione della città (colpo di stato). Ma ora cominciamo ad  analizzare …

Leggi tutto "25 anni dal G8 di Genova: 3 giorni di repressione, dittatura militare, stato di polizia e sbirri cocainomani. Non ci dimenticheremo mai delle vostre ingiustizie/bastardate!"

  •  

Milano, processo Hydra: patto tra massoneria, potere militare e mafia – massomafia

In questi giorni i mass media scrivono che per la riqualificazione dei beni sequestrati a mammasantissima in 5 provincie lombarde (Milano, Bergamo, Cremona, Monza e Brianza e Varese), la regione Lombardia ha destinato un contributo regionale di oltre 1,8 milioni, in un contesto sociale, politico e militare dove per anni hanno prevalso illegalità e condizionamento …

Leggi tutto "Milano, processo Hydra: patto tra massoneria, potere militare e mafia – massomafia"

  •  

Gli sbirri arrestano come terroristi 7 compagni Anarchici!!

In questi giorni i mass media scrivono che le indagini ambigue sull’inchiesta dell’antiterrorismo Anarchico, hanno svelato il tentativo di infiltrare le proteste pro-Palestina. Gli sbirri col loro solito sporco giochetto, hanno arrestato 7 anarchici (5 in carcere e 2 ai domiciliari) incolpati di associazione con finalità di terrorismo. Il gruppo è ritenuto responsabile dei sabotaggi …

Leggi tutto "Gli sbirri arrestano come terroristi 7 compagni Anarchici!!"

  •  

Archiviata dopo trent’anni la sporca inchiesta sulle stragi di stato del 1993

Il 4 giugno 2026 sono state archiviate definitivamente le accuse contro Marcello Dell’Utri (a destra nella foto), il braccio destro di Berluskoni (a sinistra), quello che ha fatto da tramite per il patto segreto tra stato e mafia, facendo entrare Berluska dentro al potere politico dello stato (Forza italia). Era quello che Falcone aveva scoperto …

Leggi tutto "Archiviata dopo trent’anni la sporca inchiesta sulle stragi di stato del 1993"

  •  

52 anni dalla strage di stato in piazza Loggia a Brescia (parte 2)

La strage di stato in piazza Loggia a Brescia nel 1974, sempre nel contesto della “strategia della tensione”, sarà organizzata ed eseguita dallo stato che istigò, sovvenzionò e protesse alcuni soggetti per fare attentati e seminare la paura, salvo poi scaricarli quando non servivano più. Sono stati l’intelligence deviata, le lobby, i gruppi di dominio …

Leggi tutto "52 anni dalla strage di stato in piazza Loggia a Brescia (parte 2)"

  •  

Sono passati 52 anni dalla strage di stato in piazza Loggia a Brescia (parte 1)

Il 28/5/1974 i sindacati e il Comitato antifascista organizzarono a Brescia una grande manifestazione per protestare proprio contro il terrorismo nero, che stava proliferando, im sovvenzionato, protetto e impunito. Alle 10 e 12 di quel 28 maggio, in piazza della Loggia a Brescia, un ordigno è stato  fatto esplodere in un contenitore della spazzatura durante …

Leggi tutto "Sono passati 52 anni dalla strage di stato in piazza Loggia a Brescia (parte 1)"

  •  

Sbirri corrotti accedono abusivamente ai sistemi informatici del min. dell’interno e vendono le informazioni a privati

In questi giorni, il 16 maggio i mass media scrivono che l’inchiesta della Procura di Napoli coordinata dal procuratore Nicola Gratteri è partita tra Napoli, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano. L’inchiesta è partita da 730 mila accessi illeciti alle banche dati, effettuati in due anni da due sbirri bastardi corrotti e doppiogiochisti perchè giocavano con …

Leggi tutto "Sbirri corrotti accedono abusivamente ai sistemi informatici del min. dell’interno e vendono le informazioni a privati"

  •  

L’omicidio di stato del compagno Anarchico Franco Serantini ucciso dagli sbirri il 7 maggio 1972

Il 7/5/1972, l’Anarchico Franco Serantini moriva ingiustamente rinchiuso nel carcere Don Bosco a Pisa, dopo essere stato colpito a morte dalla polizia mentre si opponeva a un comizio fascista. Due giorni prima, il 5 maggio, Franco partecipava al presidio antifascista indetto a Pisa contro il comizio dell’ex federale fascista Giuseppe “Beppe” Niccolai, dell’allora Movimento Sociale …

Leggi tutto "L’omicidio di stato del compagno Anarchico Franco Serantini ucciso dagli sbirri il 7 maggio 1972"

  •  

Jules Bonnot della banda Bonnot – morì in Francia il 28 aprile 1912

La Banda Bonnot nasce nei primi anni del XX secolo in Francia, una nazione in cui le promesse rivoluzionarie borghesi ottocentesche stentavano a realizzarsi. La stessa Confédération générale du travail francese (la più rilevante confederazione sindacale dell’epoca) cominciò una sorta di deriva riformista, rendendo così difficile agli stessi anarchici la possibilità di mantenere un lavoro, …

Leggi tutto "Jules Bonnot della banda Bonnot – morì in Francia il 28 aprile 1912"

  •  

E’ USCITO IL LIBRO PER FESTEGGIARE I 40 ANNI DELLA SCINTILLA. “LA SCINTILLA 40 ANNI”

E’ USCITO IL LIBRO “LA SCINTILLA 40 ANNI”Edizioni I Libri di Mompracem 160 Pagine a colori, formato 21×24Il libro nasce dall’idea e l’impegno di alcuni compagni nel raccontare i 40 anni di storia del Circolo Libertario Autogestito La Scintilla di Modena, una storia di autogestione, resistenza, lotta, musica, dibattiti, campagne anarchia e libertà. Il racconto […]

💾

  •  

LA SCINTILLA COMPIE 40 ANNI!!! UNA STORIA DI LOTTA-RESISTENZA E AUTOGESTIONE 17-18-19 APRILE 2026

In questa 3 giorni proveremo a comprimere e far vivere una storia infinita!Una storia fatta di persone, amicizie, collaborazioni, autofinanziamento, musica, DIY e tanto altro. Inoltre, sabato 18/04 vi sarà la presentazione di un progetto durato anni, che ha visto partecipe tutto il collettivo, presente e passato: il libro “40 Anni di Scintille”
  •  

MILANO: NON VI LIBERERETE MAI DI NOI!

Riceviamo e diffondiamo: 🏴‍☠️ NON VI LIBERERETE MAI DI NOI 🏴‍☠️ Tre giorni di iniziative da Milano al Varesotto contro ogni gabbia e i suoi infami sgherri! 🔥 5 AGOSTO – Villa Occupata Ore 19 Aperitivo vegano benefit prigionierx. Ore 20:30 Proiezione del documentario «181 giorni contro il 41 BIS» e discussione. Via Litta Modignani … Leggi tutto "MILANO: NON VI LIBERERETE MAI DI NOI!"
  •  

PER L’AUTODIFESA COLLETTIVA E QUEER! CORAGGIO!

Riceviamo e diffondiamo: Scriviamo questo testo coi cuori pieni di rabbia, tristezza e tenerezza. Quello che ѐ successo a Berlino durante il Christopher Street Day, Sabato 25 luglio 2026 ci ha scioccato ma temevamo anche che potesse succedere. Questo ci dimostra una volta ancora che abbiamo bisogno di organizzarci per proteggere le nostre vite. Questa … Leggi tutto "PER L’AUTODIFESA COLLETTIVA E QUEER! CORAGGIO!"
  •  

LE PAROLE SONO PIETRE, LE PIETRE SONO PAROLE

Riceviamo e diffondiamo: Dopo il riesame negativo di Pietro, compagno anarchico arrestato nell’operazione del 16 giugno Mentre scorrono ancora sugli schermi di tutta Italia le immagini dell’omicidio per mano di due poliziotti di Abderrahim Fakir al Pilastro; mentre gli sbirri assassini che hanno ammazzato Fakir godranno dello “scudo penale” introdotto da questo governo per le … Leggi tutto "LE PAROLE SONO PIETRE, LE PIETRE SONO PAROLE"
  •  

ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME HA CONFERMATO IL CARCERE PER PIETRO

Diffondiamo: Il Tribunale del Riesame, chiamato il 23 luglio ad esprimersi sulla misura della detenzione, ha confermato le misure cautelari in carcere per Pietro, arrestato nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso. Non abbiamo parole. Mentre tuttx le altre persone arrestate sono state già scarcerate dal riesame di Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha … Leggi tutto "ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME HA CONFERMATO IL CARCERE PER PIETRO"
  •  

METTERE DEL PESO

Riceviamo e diffondiamo questa lettera-contributo sulla violenza di genere scritta da Stecco (Luca Dolce), compagno recluso nel carcere di Sanremo. Riflessioni per i compagni sulla violenza di genere […] Sono pronto ad un confronto costruttivo visto che non ho nessuna pretesa di aver toccato tutta la complessità del tema affrontato, e spero che lo spirito … Leggi tutto "METTERE DEL PESO"
  •  

BRESCIA: PRESIDIO AL CARCERE [25 LUGLIO]

Diffondiamo: Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti. Presidio al carcere di Brescia, sabato 25 luglio sabato 25 luglio , Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti ORE 11- Presidio al carcere di Brescia ORE 13- Paninata benefit al circolo ORE 15- Musica e caciara Nelle scorse torride giornate, dentro le mura di … Leggi tutto "BRESCIA: PRESIDIO AL CARCERE [25 LUGLIO]"
  •  

Lettera a Carlo Giuliani

Di Tomas Rothaus

[da CrimethInc.]

«Se parliamo seriamente di rivoluzione, dobbiamo guardare alla storia con occhi severi e vederne le conseguenze, non solo se falliamo, ma persino se trionfiamo. Le rivoluzioni significano sangue, morte e sofferenza. Se non siamo disposti ad accettarlo, allora non dovremmo invocarle.»

Le lezioni di Genova, Barricada #8, estate/settembre 2001

Scrissi quelle parole un tempo, Carlo, quando il tuo sangue era ancora fresco sull’asfalto e il tuo nome era ancora su ogni giornale e in ogni televisione. Le pubblicai sulla nostra rivista anarchica, Barricada, e continuo a condividerle. Ma ti prego, non fraintenderle. Mi dispiace che tu non ci sia più e vivo la tua morte come una tragedia. Ancora oggi ti penso più di quanto tu possa immaginare. Spero di non essere il solo, in questo.

Per anni e anni, finché ho potuto, mi sono assicurato che ogni 20 luglio la rabbia che portavamo nel cuore per la tua morte venisse diretta contro i nostri nemici. In città a caso, in qualunque paese mi trovassi, ci assicuravamo che le bottiglie molotov illuminassero la notte, che piovessero pietre nell’oscurità contro le banche, che venissero tese imboscate alle pattuglie degli sbirri, che il tuo nome venisse inciso sui muri di Boston, Gottinga, Parigi, Berlino. A volte, per celebrare la tua vita e non la tua morte (oltre che per depistare gli sbirri), sceglievamo di vendicarti nel giorno del tuo compleanno, il 14 marzo, anziché nel giorno della tua scomparsa.

Oggi, decenni dopo quel 20 luglio 2001, mi capiti spesso in mente nei modi più inaspettati. Vedo una persona sui quarant’anni. Vestita decorosamente, in ordine, magari con un completo da ufficio o una divisa da lavoro. Un essere umano abbastanza adulto da sembrare segnato dagli inevitabili stress della vita, dell’amore e del lavoro, ma ancora abbastanza giovane perché la sua giovinezza traspaia da dietro l’ombra della barba di fine giornata e un principio di pancia da birra. Perché quando vedo questa persona qualunque, una persona qualsiasi che ha all’incirca l’età che avresti tu oggi, mi torna in mente il giorno in cui il proiettile di un carabiniere ti ha portato via la vita e il tuo futuro.

Non mi indigna tanto la tua morte, quanto tutta la vita di cui sei stato derubato. [leggi tutto…]

Avevamo un’affinità nella lotta, ed è stata solo la sorte a metterti in quello specifico scontro, in quella determinata piazza; quella in cui io e i miei amici per caso non eravamo. L’unica volta, in quella particolare giornata, in cui le forze dell’ordine non hanno puntato le armi contro il cielo, ma contro la testa di un essere umano. La tua testa.

Da quello che mi dicono, se fossimo vissuti nella stessa città, ci sono buone probabilità che non saremmo andati molto d’accordo. Mi dicono che eri uno dei punkabbestia di Genova, il che (da quello che ho capito) sono simili ai chaos punk, i punk di strada che avevamo dalle mie parti. Non particolarmente organizzato, a volte presente a qualche assemblea politica ma decisamente non un attivista, un militante o un quadro di qualche tipo. Le Tute Bianche, le cui affermazioni ancora oggi ho ovvie riserve a prendere per buone, ti definirono «non particolarmente politico». Dissero che eri solito passare il tempo in Piazza delle Erbe, a «chiedere l’elemosina e cazzeggiare con amici e cani randagi». Cosa contro cui non ho assolutamente nulla, ma sappiamo tutti che i punk di strada e i giovani anarchici ortodossi e ossessivi spesso non andavano molto d’accordo.

Niente di tutto questo importa, però. Ciò che importa è che ti hanno congelato nel tempo. Sarai per sempre un giovane punk di strada, se è davvero quello che eri, privato dell’opportunità di fare qualsiasi cosa ti desse gioia e ti facesse sentire completo come persona negli anni e nei decenni che ti sarebbero dovuti rimanere. Forse la tua ribellione iniziale alla fine si sarebbe affievolita, avresti finito gli studi universitari, preso una laurea, saresti andato avanti, guardando con disprezzo ai tuoi giorni sulla strada come ribelle ed emarginato. O forse li avresti guardati con malinconica nostalgia, come un capitolo sano che hai attraversato nella tua esistenza prima di assimilarti, trovare un buon lavoro sindacalizzato grazie ai contatti di tuo padre, metter su famiglia e lanciare una moneta alla generazione successiva di punkabbestia incrociandoli per le strade che un tempo erano le tue. O, chissà, magari saresti diventato un vecchio punk con i capelli grigi ma ancora libero, con il cane al fianco, a fare la colletta per Genova fino a questo preciso giorno.

Ma ti hanno rubato il futuro, quindi non sarai mai nessuna di queste cose. Non ci tradirai, non andrai avanti, non camminerai tra noi. E, anche se le mie avventure non mi avessero esiliato dall’Europa e potessi ritrovarmi ancora una volta a Genova, non rievocheremmo mai insieme quella caldissima e assolata giornata estiva in cui saresti potuto andare al mare e invece, sdegnato per l’invasione poliziesca della tua città, ti sei unito a noi nello scontro.

Non avrai mai la possibilità di voltare pagina, di pentirti delle tue scelte, di rinnegare gli eccessi della tua giovinezza o di passare tutta la vita a rimanere loro fedele. Sarai per sempre, come ti ricordava il tuo migliore amico Daniele solo pochi giorni dopo il tuo assassinio:

«uno che aveva quel male dentro, quello che c’è qui nell’aria, che abbiamo tutti. Non si integrava nella società, nel sistema. Soffriva molto, e siccome era più sensibile di noi, più generoso e più buono, era anche più fragile».

Per sempre un ventitreenne, poco più di un ragazzo, che ci guarda da una foto sbiadita dal tempo, o che mi ricorda il prezzo brutale della ribellione mentre l’immagine di te sdraiato in una pozza di sangue mi balena costantemente in testa.

Così come sono indignato per il fatto che ti sia stato rubato qualsiasi futuro ti restasse da scegliere, allo stesso modo guardo con allarme il tuo ricordo svanire nel tempo dalla coscienza collettiva di chi è venuto dopo di te. Non so nemmeno perché ti stia scrivendo questa lettera. Non credo nell’aldilà, e dubito che ci credessi tu. Forse è solo il mio modo disperato di aggrapparmi a un senso di controllo su ciò che sembra inevitabile: che il tempo, alla fine, ci divora tutti. Che, per quanto le circostanze possano essere diverse, sia la morte che il passare degli anni un giorno verranno a prendere me, proprio come sono venuti a prendere te. Eppure, e qui presumo che siamo simili nello spirito, solo perché è inevitabile non significa che questo mi impedirà di cercare di evitarlo.

Tuttavia sono trascorsi molti anni, Carlo, e anch’io ho dovuto deporre le armi. Quindi, dato che non posso più fare la mia parte per mantenere viva la tua memoria attraverso l’azione, eccoci qui: un anarchico senza Dio che scrive una lettera a un punkabbestia morto. Con la speranza che altri la leggano e chiedano di te, delle condizioni, dei sogni e delle avventure che portarono alla marea montante del nostro movimento, e dell’onda che quel giorno si è portata via la tua vita. È l’unica arma utile che riesco a trovare oggi nel mio arsenale per combattere l’idea che tu venga dimenticato, ridotto a una semplice nota a piè di pagina nello scontro lontano di una stagione ormai rimossa. Il tuo volto, le tue speranze, i tuoi sogni e infine il tuo nome destinati a svanire nei libri di storia.

Combattiamo la battaglia per la tua memoria dal giorno in cui sei stato ucciso. Abbiamo fatto del nostro meglio per esserle fedeli. Per non attribuirti ruoli o aspirazioni che avresti potuto rifiutare. Ma non è stato facile, e ti chiedo scusa se non ti abbiamo rappresentato come avresti voluto. Su Barricada, senza esitazione e con audacia, ti abbiamo bollato come anarchico, senza mai sapere se ti identificassi in quella parola. A nostra difesa, non puoi immaginare cosa siano state quelle ore, quei giorni, quelle settimane e quei mesi dopo la tua morte.

C’era chi tra noi, con buone intenzioni ma fuorviato, ti ha fantasticato come un militante anarchico organizzato. Un combattente in prima linea del black bloc. Volevano trasformarti in un martire consapevole che ha sacrificato volentieri la propria vita per la causa. Ma so che non hai scelto questo, anche perché eri a un passo dal non presentarti nemmeno, quel giorno. E, cosa più importante, perché nessuno di noi lo sceglie. A differenza dei fascisti, noi celebriamo la vita, non la morte.

«Carlo vive – i morti siete voi.»

Poi ci sono stati i pacifisti e i riformisti. Di questi tempi cerco di stare lontano dal linguaggio iperbolico e settario dell’anarchismo della mia giovinezza, ma quando mi ricordo di loro, delle loro azioni e delle loro parole quando parlavano di te, quel vocabolario torna con violenza. Se tu avessi potuto vedere le lacrime di coccodrillo della feccia di quel movimento! Invocavano il tuo nome, fingevano di tenere in alto la tua memoria, ma ti celebravano e ti ricordavano solo perché eri morto. Nello stesso tempo, hanno infamato coloro che avevano agito con te, come te; che erano tuoi compagni quel giorno ma che il destino non ha messo sulla traiettoria del proiettile di un carabiniere in Piazza Alimonda. Hanno detto che eravamo noi i responsabili della violenza, che avevamo attirato la rabbia dello Stato sui “manifestanti buoni”. Che indirettamente eravamo noi i responsabili della tua scomparsa, non lo Stato, non il carabiniere che ha sparato. Hanno diffuso assurde teorie del complotto secondo cui il black bloc e la resistenza di massa, generalizzata e dignitosa, fossero opera di poliziotti infiltrati e fascisti.

Alla deriva nella realtà parallela creata dalla loro narrazione, hanno cercato di attaccarci, hanno cercato di espellerci dal movimento, spingendoci verso gli sbirri, dandoci dei fascisti e dei teppisti. E il giorno dopo, mentre ci muovevamo per vendicare la tua morte, hanno indirizzato i loro cori di «Assassini!» contro di noi tanto quanto contro la polizia. Anche loro hanno fatto di tutto per rivendicarti come martire del loro movimento, ma nel loro caso con l’incredibile cinismo e l’ipocrisia di rivendicare il tuo ricordo mentre denunciavano tutti gli altri che avevano agito come te. Per loro, eri meglio da morto che da vivo. Un teppista da vivo, un martire da morto.

Quelli di ATTAC, il Genoa Social Forum, le Tute Bianche, i partiti, i riformisti e tutta la zuppa di aspiranti gestori del malcontento: tutti hanno cercato di fare di te una vittima. Un giovane sfortunato e fuorviato, assassinato dallo Stato. Volevano privarti della tua capacità di azione, come fanno spesso con coloro le cui scelte non riescono a capire o non rispettano. Non sono ancora sicuro di quanto ci fosse di cinico opportunismo e quanto del fatto che non riescano proprio a concepire alcuna forma di lotta al di fuori delle manovre politiche e degli scontri mediati. Così, ogni volta che mettevamo in fuga i sbirri, ogni volta che si aprivano abbastanza fronti da tenerli a bada, così che alcuni di noi avessero la possibilità di decostruire con calma il paesaggio del capitalismo e prendersi pause tanto necessarie quanto meritate tra un combattimento e l’altro, svaccati sugli arredi urbani delle banche che avevamo piazzato in strada con la spensieratezza di un falò nel cortile di casa, loro fantasticavano su qualche grande piano supremo della polizia per giustificare la repressione contro l’intero movimento no-global. Noi che eravamo sopravvissuti eravamo fascisti, teppisti e provocatori, mentre tu, per il solo fatto di essere morto, diventavi una vittima e un martire. Semplicemente non potevano accettare che la ribellione a Genova non fosse solo organica e autentica, ma anche vincente.

Sei morto precisamente perché, in quel giorno e in quel momento, stavamo vincendo. Gli sbirri stavano ripiegando. Non so se tu l’abbia mai saputo, ma non succedeva solo lì in Piazza Alimonda: erano in fuga in tutta la zona. So che questo sarà controverso, ma date le circostanze, non sono nemmeno sicuro che sia corretto dire che ti abbiano “assassinato”. Risparmierò a entrambi la voyeuristica ricostruzione dei dettagli dei tuoi ultimi momenti. Ci sono stati anni di infinite discussioni sul fatto che il proiettile ti avesse colpito direttamente o avesse rimbalzato su qualcosa, se stessi lanciando l’estintore o lo stessi solo tenendo in mano. Alla fine si è stabilito che il militare che ti ha sparato ha agito per legittima difesa ed è stato assolto da ogni accusa. Non sono nemmeno sicuro che importi, a dire il vero, a parte il bisogno di molti compagni, persino compagni anarchici, di ricercare il ruolo di vittima della brutalità poliziesca, come se posizionarci nella parte di perenni vittime di fronte al Grande Stato Cattivo ci conferisse una qualche superiorità morale agli occhi della società. È un atteggiamento disfattista e lo odio, e presumo che lo odieresti anche tu. La giustizia che cercavamo non è mai stata quella dello Stato e dei suoi tribunali.

A proposito di paura, ecco cosa disse al giudice il militare che ti ha sparato, Mario Placanica, poco dopo aver preso la tua vita:

«Ho sparato perché avevo paura di morire. Non so cosa sia successo. Ricordo che ci stavano circondando, ci attaccavano, la jeep era un inferno. Mi tremavano le mani e ho sparato senza guardare fuori.»

Non fraintendermi: non sono certo un amico di sbirri o militari, ma non faccio alcuna fatica a credergli. All’epoca aveva vent’anni, poco più di un ragazzino, mandato per le strade di Genova quel giorno dopo che i suoi superiori gli avevano detto di «stare all’erta» perché i manifestanti avrebbero «lanciato sacche di sangue infetto» e ci sarebbero stati «attacchi terroristici». Ha detto: «La sensazione era come se stessimo andando in guerra».

Mi sono trovato in situazioni simili, anche in altri luoghi di Genova in quello stesso giorno. Sono stato al posto tuo, ma in un momento diverso e in un luogo diverso, e ho guardato negli occhi la persona in divisa davanti a me. Se fossi stato io il poliziotto o il soldato, anch’io avrei avuto paura. Forse anch’io avrei premuto il grilletto, specialmente se fossi stato un giovane soldato, credente in Dio e nella patria, di fronte a un’orda avanzante e apparentemente incontrollabile di anarchici incappucciati.

Per quel che vale, l’uomo che ti ha ucciso ora è l’ombra di un essere umano. Congedato dai carabinieri nel 2005 per problemi psichiatrici, oggi si descrive come un «uomo distrutto, solo e consumato» che combatte contro la depressione.

Com’è prevedibile, non ho quasi alcuna simpatia per la sua condizione. Ma è personalmente un assassino? Non lo so. Non siamo mai riusciti a deciderci davvero su questo, tanto che la quarta di copertina del numero di Barricada che abbiamo pubblicato subito dopo la battaglia di Genova, a te dedicato e in cui promettevamo di vendicarti, riporta la frase «Carlo non è stato una vittima della brutalità poliziesca», proclamando al contempo: «Hanno assassinato un anarchico».

Per quanto disprezzo provi per l’uomo che ti ha tolto la vita, qualche anno fa ha detto qualcosa che mi aiuta a capire perché io, come tanti altri anarchici, mi sia identificato così fortemente in te e abbia sentito la tua scomparsa in modo così personale e passionale:

«Quel giorno per me resta un trauma, un trauma per la morte di un ragazzo come me, anche lui vittima in quel giorno tragico. Non sono un carnefice, non sono un vendicatore. Quel giorno non impugnavo la pistola per Mario Placanica, la impugnavo per i Carabinieri, per lo Stato italiano».

Per un momento, ignoriamo l’autocommiserazione e la falsa equivalenza con cui si dipinge come una vittima tuo pari, dato che entrambi sappiamo che non era un coscritto ma un professionista che ha scelto volontariamente il suo mestiere. Ha comunque ragione nel dire che è stato lo Stato italiano a mettere la pistola in mano a questo soldato bambino e a dargli carta bianca per sparare contro chi si ribellava. Ti hanno sparato perché eri “uno di noi”.

“Uno di noi”. Lo abbiamo scritto sui muri per anni. Uno tra le decine e decine di migliaia nelle strade di Genova che quel giorno avevano scelto di insorgere. Uno di noi, uno identico a noi, a prescindere dall’etichetta politica che ci appiccichiamo addosso, a prescindere che alcuni passino le giornate a curare riviste anarchiche e a pianificare azioni mentre altri passano il tempo a fare la colletta e a cazzeggiare con i propri cani per la propria città.

Uno di noi. Tutti noi, al di là delle nostre motivazioni più specifiche, eravamo lì quel giorno perché vedevamo questo mondo come un ingranaggio rotto e ci rifiutavamo di stare a guardare. Hai scelto di ribellarti, proprio come noi, con una pietra in mano, il volto coperto, la testa alta e la tua dignità. Nessun intermediario, nessuna messa in scena o spettacolo a uso e consumo dei presunti gusti delle masse. Solo il tuo corpo come arma e i compagni al tuo fianco come forza. Hai scelto questa strada non per morire, ma per vivere. Perché volevi vivere, libero e senza catene.

Così libero, così senza catene, che so che la nostra affinità probabilmente esisteva solo nelle strade, nello scontro diretto contro coloro che riconoscevamo come nemici comuni. Non cederò a toni nostalgici su che persona fantastica tu fossi, anche se tuo padre dice che gli hai dato «la forza dei tuoi ideali» e gli hai insegnato a non giudicare la gente da «una maglietta strappata, i buchi nei pantaloni o i capelli colorati». Non ci sarà alcun voyeurismo del dolore qui; gli avvoltoi della stampa ne hanno già fatto abbastanza all’epoca.

Uno di noi. Forse non un attivista o un militante, non un quadro di alcuna organizzazione o struttura, ma uno di noi perché hai scelto di lottare. Di lottare al nostro fianco, spalla a spalla. Uno di noi: ed è per questo che ti hanno sparato. Sappiamo tutti che il proiettile che ha trovato te avrebbe potuto trovare benissimo chiunque di noi. Era destinato a uno qualsiasi di noi, a tutti noi.

Nei mesi e negli anni successivi alla tua morte, ho capito quanto questo fosse dolorosamente e visceralmente vero, mentre un compagno dopo l’altro cadeva sotto i proiettili dello Stato o le lame dei fascisti. Lo stesso anno in cui sei morto tu, lo Stato ha scatenato una pioggia di fuoco che ha ucciso decine di persone in Argentina. Non ho potuto fare a meno di ricordarmi di te mentre mi riparavo dietro le nostre barricate improvvisate, senza sapere se i proiettili che sfrecciavano verso di noi fossero di gomma o di piombo. Anni dopo, quando un poliziotto ha assassinato un anarchico di quindici anni ad Atene, molti di noi che avevano condiviso le strade con te a Genova hanno fatto piovere fuoco sugli sbirri fuori dal Politecnico occupato. Eri nei nostri pensieri anche allora.

Quello che sto per dire ora potrebbe sembrare contraddittorio, ma risulterà chiaro ad altri combattenti. Dopo molti anni, sono arrivato alla conclusione che è questo che siamo: combattenti. Certo, non andiamo in guerra, e non pretendo di spacciarci per ciò che non siamo. È vero che non c’è paragone tra i rischi associati ai conflitti a cui partecipiamo e le condizioni di un vero scontro bellico. Ma le mie esperienze di vita e quelle di chi mi circonda comportano una costante vicinanza alla morte, al carcere, alle lesioni gravi, all’esilio. Non sono le esperienze, i traumi, che la maggior parte dei civili vive in questa parte del mondo, almeno, non ancora.

Come combattente, credo a due cose contemporaneamente, anche se suonano contraddittorie.

Primo: la tua morte è stata tragica. Vorrei che non fosse mai accaduta. Abbiamo cercato disperatamente di vendicarti, sia per principio che per una questione di pura autodifesa. Per mandare un messaggio allo Stato: il sangue dei ribelli, degli anarchici, si paga a caro prezzo.

Ma allo stesso tempo, ed è qui che molte persone non la pensavano come noi, la tua morte era inaspettata? Probabilmente no. Dovremmo chiamarlo assassinio? Forse in senso lato, ma la questione sembra quasi irrilevante. Soprattutto: la tua morte era un motivo per fermare i nostri sforzi? Assolutamente no. La ribellione è importante. Ma i ribelli muoiono, in particolare quando le insurrezioni iniziano ad avere successo e lo Stato inizia a prendere sul serio i suoi nemici. E quando lo Stato toglie loro la vita, mi mancano e amo anche quelli che non ho mai incontrato.

Suona come demagogia dire che ti manca una persona che non hai mai incontrato e con cui probabilmente non saresti nemmeno andato d’accordo. Ma è così. Mi manchi come mi mancano Dax e Carlos, portati via dalle lame dei fascisti a Milano e Madrid; come mi manca Clément, caduto combattendo i fascisti a Parigi; come mi mancano Pocho Lepratti a Buenos Aires, Alexis ad Atene e Tortuguita ad Atlanta, tutti portati via dai proiettili della polizia. O come mi manca quel ragazzo a Gottinga che un giorno è entrato nel nostro infoshop, di cui non ricordo nemmeno il nome, e che mi vergogno di dire di non aver mai preso sul serio, che poi è andato a dare la vita combattendo contro il fascismo islamico e per la rivoluzione nel Rojava, come tanti altri volontari internazionali. Mi mancano loro e ogni altro compagno che non c’è più, perché quei proiettili e quelle lame erano puntati contro tutti noi. Mi mancano perché facevano tutti parte della lotta per un’idea comune. Mi mancano, così come mi manchi tu, perché anche se posso non conoscere la persona, conosco la specie.

Carlo, non ti conoscevo, ma mi dispiace che tu non ci sia più. Non ti ho mai incontrato, ma mi manchi. Terrò per sempre alta la tua memoria e cercherò di vendicare la tua morte, perché il sangue dei nostri compagni non si compra a poco prezzo. E anche se non riesco ancora a trovare l’ottimismo per credere in un comodo e bellissimo aldilà, non posso fare a meno di sperare che tu abbia sorrisi di approvazione da lassù per i nostri sforzi.

Questo testo è adattato dal libro From Riot to Insurrection: The G8 Summit of 2001 & The Battle of Genoa di Tomas Rothaus.

L'articolo Lettera a Carlo Giuliani proviene da Rivista Malamente.

  •  

L’ICE è qui

Il 19 luglio, a 25 anni esatti dall’omicidio poliziesco di Carlo Giuliani, dalle torture e dalle umiliazioni incancellabili delle strade genovesi, della Diaz, delle Pascoli, di Bolzaneto e di altre caserme e carceri, Abderrahim Fakir, 43 anni, è stato ammazzato dalla polizia a Bologna. Ad Abderrahim, ai suoi compagni e familiari va il nostro abbraccio.

I video sono evidenti: legato, soffocato a morte, davanti a numerosi testimoni e agli uomini del 118, fermi, impotenti, immobili.

Noi li conosciamo gli uomini delle volanti: per lo più giovani reclute, palestrati, arroganti, piccoli rambo tutto muscoli, il cervello a riposo da tempo, servi ciechi di un sistema criminale e corrotto, perfette braccia di una testa che siede sui banchi del ministero dell’Interno, diretto da un questurino che a Bologna ricordiamo bene. Teste e braccia del sistema di polizia fanno parte di un mondo da superare, sono una vergogna e un pericolo costante per tutte e tutti. Alla loro sinistra siedono i politici democratici a guida della città e della regione, sempre pronti a invocare nuove forze “di sicurezza” (la sicurezza di essere ammazzati?) e che oggi fanno finta di indignarsi. Chiedono più polizia e questi sono i risultati, ci sembra evidente: che senso ha la loro indignazione di oggi? [leggi tutto…]

Decenni fa i movimenti chiedevano il disarmo della polizia, nel 2026 abbiamo un numero immane di servizi armati dello stato, con nuovi corpi pesantemente militarizzati fino ai vigili urbani e ai vigili del fuoco.

È una società militare, la nostra. E questi sono oggi i risultati, i 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 per le strade, nelle carceri, nei CPR, nei commissariati e nelle caserme.

Di fronte a tutto ciò non chiediamo giustizia. Niente può ridare alla vita un uomo ucciso dalle forze di polizia. Giustizia, non ci può essere. E la verità, quella è già lì, nel video, davanti ai nostri occhi.

Piuttosto, vogliamo autodifesa. E 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎– come atto umano che si fa strumento della 𝑁𝑒́𝑚𝑒𝑠𝑖𝑠 e redistribuisce il destino – perché purtroppo sappiamo che le leggi dello Stato non possono restituire la misura al mondo, né arrestare la violenza criminale di una questura nota per la sua condotta omicida, come le vicende pluriennali della Uno bianca dimostrano: noi non dimentichiamo.

Siamo sconvolti di rabbia.

I loro muscoli, le loro armi, la loro arroganza devono ritornargli indietro e lasciare solo macerie. Ne va della nostra vita

L'articolo L’ICE è qui proviene da Rivista Malamente.

  •  

Free party contro i data centers

Racconto di un fine settimana di mobilitazione e di caldo torrido contro il tecnofascismo

pubblicato su lundimatin#526, 30 giugno 2026

Lo scorso fine settimana in Belgio si è tenuta la prima azione di protesta festosa del movimento Code Rouge contro l’installazione dei data centers. Tra un’ondata di perquisizioni avvenuta pochi giorni prima, la canicola e i temporali, gli eventi hanno preso una piega inaspettata. Ecco un breve resoconto frammentario e fotografico sulle lezioni apprese in quel fine settimana.

Data center che spuntano come funghi

In Belgio, questo fine settimana ad Aiseau, vicino a Charleroi, ha preso il via la lotta contro i data centers. I giganti della tecnologia hanno scelto il Belgio come una terra privilegiata per installare i loro data centers. Google, ad esempio, negli ultimi vent’anni ha investito miliardi in data centers nei dintorni di Charleroi, cinque miliardi solo per i prossimi due anni (2026-2027). In un raggio di 40 km, in Vallonia, l’azienda ne conta otto: cinque attualmente attivi, due in costruzione e uno per il quale è stato appena acquistato il terreno. Se la gente vallona è nota per essere cordiale e accogliente verso chiunque, il governo di questa regione riserva invece la propria ospitalità alle grandi aziende che vengono a devastare i suoi territori, ad accaparrarsi le sue risorse, il tutto ovviamente alla ricerca di una qualche possibilità di evasione fiscale. Questo fine settimana un’azione di Code Rouge, in collaborazione con attivisti locali, aveva deciso di occupare un sito in costruzione destinato a un data center di Google. Non è però il resoconto di questa azione che verrà proposto qui, ma solo alcune note significative sulla riconfigurazione delle condizioni di lotta, sulle mutevoli condizioni della guerra in corso per coloro che intendono ancora, nonostante tutto, opporsi all’Impero.

Forse è utile, prima di queste note, spendere qualche parola sui data centers. Potremmo raccogliere statistiche («i data center rappresentano già il 4% del consumo energetico belga, si prevede che raggiungano almeno il 10% nel 2035», ecc.) che ci danno ragione e mettere insieme sufficienti argomenti per invocare l’urgenza di distruggere queste infrastrutture. Questo lavoro di base, consistente nel condividere ciò che per molti è ovvio, per quanto possa essere tedioso, è importante e necessario (soprattutto quando la costruzione dei data centers avviene in un clima di voluta opacità): non tanto per attirare il sostegno dei media (anche se non possiamo permetterci di esentarci dal fetido gioco mediatico) quanto per stringere preziose alleanze che fondano una comunità di lotta. Qui ci risparmieremo questo lavoro, condividendo semplicemente il discorso della Fronde Liégeoise Anti-Militariste (FLAM), uno dei tre discorsi pronunciati all’inizio dell’azione in un accampamento militante allestito ai margini di una cascata: [leggi tutto…]

Cos’è un data center se non l’infrastruttura del disastro per eccellenza? Che cos’è un data center se non l’ultima infrastruttura strategica del capitalismo per garantire il proprio rinnovamento al prezzo di sacrificare più che mai il vivente? Come molti già sanno, l’insediamento dei data center – grandi magazzini che archiviano i dati digitali – si basa su una logica predatoria a ben quattro livelli:

  • predazione della terra, e in particolare dei terreni coltivabili che potremmo utilizzare per nutrirci.
  • predazione delle terre rare, dei minerali necessari per i server dei data centers e, più in generale, per tutte le tecnologie digitali – terre rare di cui l’Europa dispone in quantità molto limitate e che deve procurarsi altrove, in particolare nei paesi del Sud. La digitalizzazione del mondo, la costruzione dei data centers, tutto ciò si basa su una logica neocoloniale e su processi imperialisti di una violenza inaudita. Per comprendere il genocidio in corso in Congo, forse non occorre andare molto oltre. Le tasche in cui infiliamo i nostri smartphone sono macchiate del sangue dei congolesi, proprio come le nostre dita e le nostre voci, rese ottuse quando rivolgono domande a un’intelligenza artificiale.
  • Sfruttamento predatorio dell’acqua per il raffreddamento dei server, in un momento in cui l’acqua sta per diventare un bene raro.
  • Sfruttamento colossale dell’energia… una richiesta a un’intelligenza artificiale comporta un consumo energetico dieci volte superiore a quello di una semplice interrogazione di un motore di ricerca.

Questa logica predatoria è tanto più acuta e letale in quanto i sostenitori dell’Economia costruiscono sempre più data centers e data centers sempre più grandi. Basterebbe la sola dimensione palesemente ecocida e neocoloniale di queste infrastrutture a giustificare la nostra urgenza di impedire con ogni mezzo possibile e inimmaginabile qualsiasi costruzione di data centers. Ma, in quanto collettivo antimilitarista, noi della FLAM vorremmo insistere anche su un’altra dimensione dei data centers. Vorremmo considerarli come infrastrutture chiave non solo della visione societaria promossa da ciò che oggi viene definito “tecnofascismo”, ma anche come infrastrutture chiave delle guerre imperialiste in corso e a venire.

Per cogliere innanzitutto la portata dell’orrore tecnofascista, occorre immergersi nel manifesto pubblicato lo scorso 18 aprile da Palantir: un testo in cui l’azienda presenta chiaramente le sue posizioni suprematiste proclamando, ad esempio, che «alcune culture hanno permesso progressi essenziali; altre rimangono disfunzionali […] si sono rivelate mediocri, se non addirittura regressive e nefaste».

Questa azienda ha appena aperto un ufficio a Bruxelles per stipulare contratti con il Belgio. Palantir fornisce software per favorire il mantenimento dell’ordine autoritario; Palantir ha collaborato al genocidio a Gaza; Palantir è stata inoltre utilizzata come supporto per le retate delle milizie fasciste di Trump; Palantir ha un presidente apertamente maschilista, filosionista e neofascista. Ma il potere funesto di Palantir dipende strettamente dai data centers. Il manifesto di Palantir costituisce infatti «un cambiamento radicale di regime, in cui lo Stato deve essere messo a disposizione di un gruppo capitalista». I nostri cosiddetti “rappresentanti”, i nostri “democraticamente eletti”, intendono vendere se stessi e noi ad attori che manifestano chiaramente le loro ambizioni autoritarie e genocidarie!

Il progetto tecnofascista mira così ad assicurare il controllo autoritario delle popolazioni non solo diffondendo tecnologie di sorveglianza basate sull’intelligenza artificiale praticamente ovunque nello spazio pubblico, ma anche infiltrando il digitale e l’intelligenza artificiale in ogni angolo della nostra vita quotidiana per conoscere meglio, e quindi controllare meglio, i sudditi del potere. Occorre sottolineare la dinamica totalitaria del progetto tecnofascista, per non parlare dell’impatto deleterio di queste tecnologie sulla nostra salute mentale.

Per quanto riguarda le guerre imperialiste, assistiamo oggi alla sperimentazione di nuove forme di guerra, in cui i robot solcano i campi di battaglia, i droni minacciano dai cieli e numerose armi sono dotate di intelligenza artificiale, ovvero di un’intelligenza che si misura in base alla sua capacità letale. E il governo belga vorrebbe investire un miliardo di euro entro il 2030 per costruire data centers riservati esclusivamente all’esercito. Va da sé che gli investimenti sempre più massicci a favore del complesso militare-industriale avvengono a scapito di altri settori: il nostro antimilitarismo deve essere collegato all’attuale sciopero del settore istruzione e a qualsiasi altro sciopero selvaggio che intenda attaccare il neoliberismo autoritario.

Per concludere, vorremmo aggiungere un punto. L’orizzonte che si profila davanti a noi, con le guerre, il tecnofascismo, il degrado delle condizioni di vita sulla Terra, può sembrare opprimente e ineluttabile. Ma bisogna ricordare che possiamo sabotare questo orizzonte, modificarne i connotati. Perché le guerre, il tecnofascismo, l’ecocidio, tutto questo si fabbrica a casa nostra, come qui con il data center di Aiseau. È importante quindi radicare la lotta, creare collettivi che vogliano riappropriarsi del proprio territorio. Non possiamo invocare la liberazione della Palestina o del Congo senza liberare i nostri territori dalla macchina da guerra imperialista.

Con la FLAM abbiamo quindi deciso di condurre una guerra contro la guerra che si sta preparando a Liegi e di lanciare la campagna Disarmiamo Liegi. Perché a Liegi c’è un numero impressionante di aziende del settore degli armamenti. Iniziamo questa campagna ora, prendendo di mira Thalès, una delle peggiori aziende del complesso militare-industriale. Thalès ha siti produttivi e numerosi collaboratori di vario genere a Liegi; ha inoltre una partnership con l’Università di Liegi per dotare i razzi di intelligenza artificiale. Due settimane fa, con un blocco determinato, abbiamo impedito al commissario europeo alla Difesa, Andrus Kubilius, di recarsi presso la sede di Thalès e della FN Herstal per firmare dei contratti!

Ovunque ci troviamo, dobbiamo indagare intorno a noi per portare alla luce tutti gli anelli di questo complesso militare-industriale e del tecnofascismo, costituire collettivi di lotta e trovare il modo di agire efficacemente insieme per disarmare i nostri territori e riappropriarcene.

Per tutti questi neofascisti e altri mercanti di morte che hanno deciso di diffondere l’inferno sulla terra vogliamo che, a loro volta, la loro vita diventi un inferno. Questo contrattacco è necessario per poter vivere tutti quei bei momenti collettivi di gioia, di senso ritrovato e di solidarietà, come quello che stiamo vivendo oggi, come ogni volta che ci riuniamo per dare vita a un altro mondo e attaccare il mondo del nemico. Fanculo l’imperialismo e le sue guerre, abbasso il tecnofascismo, Free Palestine, Free Congo, e viva le lotte di liberazione!

Siamo quelle stelle che nel caos…

L’organizzazione di questa azione Code Rouge è stata più che perturbata. Il fatto che abbia avuto luogo non è tanto un miracolo quanto il risultato di una grande determinazione che ha dato vita ad alcuni momenti di grazia.

Due settimane prima di questa azione, che invitava a un’occupazione festosa contro il tecnofascismo, un’ondata di perquisizioni ha colpito Code Rouge in tutto il Belgio: 19 persone perquisite, 6 deferite al giudice istruttore, 2 poste sotto sorveglianza elettronica. Questa ondata è stato il risultato di un coordinamento tra diverse forze di polizia a livello nazionale e ha fatto seguito a un’azione di massa che lo scorso anno aveva preso di mira la Cargill (la più grande azienda agroalimentare del mondo, famigerato colosso americano così potente da plasmare a suo volere le politiche agricole), causando diversi milioni di euro di danni al sito attraverso energici atti di smantellamento. A questa repressione, che mirava anche a destabilizzare Code Rouge prima della sua prossima azione, si è aggiunta l’ondata di caldo. Come affrontare un’azione di massa, un certo conflitto con il braccio armato dello Stato capitalista, come mantenere un’occupazione festosa, magari per diversi giorni, sotto la pressione della polizia e con temperature che possono raggiungere e superare i 40°? I giovani della generazione X verranno a fare un’azione del genere con 40°? Che si tratti di logistica, di assistenza, delle possibilità fisiche di portare avanti questa o quella azione, si sono posti – e continueranno a porsi negli anni a venire – molti problemi un po’ nuovi. Bisogna rifletterci fin da ora, non per allarmare sul cambiamento climatico, ma per prepararci a lottare quando «davanti a noi il Diluvio!». Uno degli effetti concreti dell’ecocidio in corso, il riscaldamento globale, è quindi venuto a sconvolgere ciò che da diversi anni cerca con ogni mezzo di porre un freno d’emergenza a questa catastrofe. Code Rouge (Codice Rosso) pare proprio un nome azzeccato.

L’azione deve tenere conto di questo contesto e, partendo da lì, dotarsi di obiettivi politici comunque pertinenti, anche se l’antagonismo non potrà essere così intenso come nelle ultime edizioni di Code Rouge: 1. sensibilizzare il territorio sulla nocività dell’infrastruttura e consolidare le prime alleanze; 2. volgere il turbamento a nostro vantaggio trasformandolo in uno slancio di gioia.

Dunque, allestiamo un accampamento di protesta a pochi chilometri dal sito, in riva alla cascata, bloccando il ponte attraverso il quale la polizia, visibile a poche centinaia di metri di distanza, potrebbe tentare di irrompere. Fa un caldo torrido, la pelle è umida e il sudore imperla il corpo; gli interventi al microfono ci ridanno vigore, poi ci prendiamo il tempo di rinfrescarci nella cascata. All’inizio della serata smontiamo l’accampamento e diamo il via a una marcia rumorosa e musicale in direzione del sito, attraversando il villaggio, mentre la polizia è all’erta.

Ma all’avvicinarci al luogo della manifestazione, che si trova in riva alla Sambre, deviamo e costeggiamo il corso d’acqua, attraversiamo un ponte per raggiungere l’altra sponda e risaliamo in senso inverso il fiume, sulla cui superficie si spengono gli ultimi riflessi del giorno. Lungo il percorso, una struttura metallica su ruote, equipaggiata con un potente impianto audio, sbuca da una strada perpendicolare per unirsi a noi. Il bolide pompa musica a palla e prende la testa del corteo lungo l’alzaia; i fumogeni avvolgono il corteo di rosso, di nero e di fiamme, e si balla. Ci riversiamo su un’enorme lastra di cemento, appena ridipinta, proprio di fronte al data center. Proiezioni luminose decorano un traliccio elettrico, sul fianco di una collina boscosa, mentre sulla riva del data center vengono proiettate queste poche lettere giganti: «FUCK GAFAM». Intorno all’impianto audio prende forma un villaggio in festa: giradischi per accogliere i nostri DJ ospiti, uno stand RDR, un tavolo per il cibo in arrivo.

Fa caldo, molto caldo: è l’inizio della festa e delle tradizionali chiacchierate notturne, ma all’orizzonte alcuni lampi e grosse nuvole che sembrano avvicinarsi a grandi passi lasciano intuire che tra poco avremo un po’ di refrigerio. Prima si scatena un vento violento, che mette a rischio i gazebo facendoli quasi volare via, poi un acquazzone che, unito al vento impetuoso, ci colpisce come una grandinata. L’impianto audio sputa coraggiosamente e si continua a ballare, fradici, mentre il cielo si squarcia in lungo e in largo: lampi regolari, di dimensioni e geometria notevoli, di un colore a volte sorprendente che tende all’arancione, illuminano la pista da ballo e il data center. Fermo immagine (sublime): ci sono chiaramente due mondi nemici che si fronteggiano, quello dei data centers e quello della dance floor, e se la guerra non è potuta scoppiare in questo fine settimana, se il suo potenziale resta latente, dal rovescio in cui ci troviamo il cielo scatenato ci ricorda la violenza: quella di cui i data centers sono i vettori tecnologici, quella che in un certo senso non potremo fare a meno di rivendicare per smantellare queste infrastrutture e tutti coloro che le difendono.

Si balla quindi, per un po’, tra venti e violenti acquazzoni, sotto lampi mozzafiato, free party. Curiosamente, si sentono diverse persone citare il film Sirat come se fossimo una sua nuova scena. Un mondo strano e spesso denigrato, o non apprezzato nel suo giusto valore, quello del free party. Persino tra i rivoluzionari a volte si fatica a riconoscere la politica di cui il free party è portatore: ci si dice che l’energia della festa sarebbe meglio spesa altrove, si prova in fondo un po’ di disprezzo per tutti quei corpi strani che si muovono di notte, occupano luoghi in totale illegalità, si dedicano a rituali inconsueti. Eppure bisogna aver visto, come questo fine settimana (ma anche durante altre azioni politiche infuocate, quest’anno, in Belgio), l’ingegnosità collettiva e gli atti coraggiosi per cercare di innestare in vari modi la festa nell’azione politica, per tenere viva la festa in tempi proto-apocalittici, per offrire uno spazio-tempo di sfogo così gioioso in tempi così cupi.

Non c’è da stupirsi nel vedere come la free sia una vera ossessione per i politici reazionari: incarna infatti una sorta di bug nella gestione normativa del tempo, dello spazio, dei corpi. E più che mai, di fronte a un data center, la presenza della free preannuncia una politica futura: la politica del bug. Quella in cui si cerca di ostacolare la digitalizzazione del mondo attaccandone l’esoscheletro, in cui ci si arrangia nelle intemperie per far vivere momentaneamente una collettività, in cui si improvvisano le proprie tecnologie che da una parte abbelliscono la festa e dall’altra contrattaccano (fasci luminosi sufficientemente potenti possono servire a decorare il luogo della festa ma anche a disturbare il funzionamento dei droni…), in cui la collettività festante sa che la polizia è una minaccia alla quale bisogna saper far fronte, in cui si sperimenta lo sconvolgimento delle normatività del potere. Non ignoriamo i lati oscuri della festa, gli abissi che può aprire sotto i nostri piedi, i circoli viziosi in cui può trascinare le nostre menti allontanandole dall’organizzazione politica. Ma esiste eccome un’organizzazione del tutto politica del party, lontana dai centri culturali alternativi per cool kid, e crediamo fermamente che questa politica della festa sia una componente essenziale di una politica rivoluzionaria.

A un certo punto la pioggia diventa troppo forte, i fulmini troppo minacciosi, bisogna spegnere la corrente e la musica. Il tempo si sospende, l’atmosfera è lunare, piove forte, non si sa più se fa caldo o freddo, se è il caso di andarsene o restare, se si è in preda alla stanchezza o all’estasi. In quel momento arrivano altri festaioli, scoprono una festa messa in pausa dal violento temporale: è il gioco. Poi la pioggia smette, il suono riprende, i fuochi d’artificio esplodono nel cielo, i vari tavoli vengono rimontati e si ricomincia da capo, per tutta la notte. L’estasi ha la meglio sulla stanchezza e si scatena. La polizia, fino all’alba, svolgerà il suo compito: tentare di schedare, infastidire, reprimere, stroncare gli slanci vitali di ribellione, rendersi sempre più odiosa.

In pista

La repressione colpisce, il tempo impazzisce, ma noi non ci arrendiamo. Regoliamo l’offensiva e la ripensiamo in base al contesto, stringiamo alleanze, trasformiamo la festa in una forza, ci concediamo il tempo di una gioia condivisa in attesa del momento in cui bisogna colpire. C’è da temere o da gioire, a seconda della parte che si occupa nella linea del fronte, nel vedere la crescente determinazione a disarmare con ogni mezzo i data centers.

Questo è un invito a unirsi presto alla danza.

L'articolo Free party contro i data centers proviene da Rivista Malamente.

  •  

Se Rivoluzione vuol ancora dire trasformazione sociale

Racconto dalla terra della Rivoluzione delle Donne – Rojava del Kurdistan, 12 marzo 2026

Amelia Zumaglino, internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf dell’Accademia di Jineoloji in Rojava

Dopo un inverno in cui la guerra è tornata a serpeggiare in Rojava e ha sottoposto tutto il territorio a violenze senza precedenti, la primavera di questi primi giorni di marzo si fa strada lentamente, regalandoci un verde intenso e i primi germogli. Fa quasi impressione ora vedere e sentire l’insistenza della vita, nelle piante di ulivo così come nelle mani delle yade anziane che nei villaggi preparano i giardini, tessono e insistono nella cura del quotidiano.

Vi scrivo come internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf, struttura internazionalista dell’Accademia di Jineoloji in Rojava, per provare a restituire parte della realtà che la Rivoluzione nel territorio del Nord-Est della Siria sta attraversando. Conosciamo bene le difficoltà nel cogliere il cambiamento di questi tempi da territori lontani, come possono esserlo quelli italiani, e per questo mi propongo di aprire in queste pagine un racconto onesto che possa riportare la realtà della società, più che quella del quadro geopolitico.[1]

La guerra – iniziata il 6 gennaio con gli attacchi ai quartieri autogestiti nella città di Aleppo – non è arrivata inaspettata, perché sono diversi anni che ogni inverno diventa qui scenario di guerra, tuttavia questa ha obbligato a una trasformazione politica senza precedenti. La cooperazione tra il governo di transizione siriano, lo stato turco con le sue milizie sul territorio e i miliziani dell’ISIS colpisce immediatamente per le apparenti contraddizioni tra loro, che tuttavia non hanno impedito di lavorare uniti al massacro. Con uno sguardo meno in superficie è infatti immediatamente chiaro come non ci sia niente di contraddittorio tra queste forze sul livello profondo di come approcciano la vita e l’etica, il potere e – non meno importante – la morte. [leggi tutto…]

Fin da subito, negli attacchi in Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, i due quartieri di Aleppo organizzati nella forma del Confederalismo Democratico, si sono visti miliziani di HTS e turchi con il patch dell’ISIS appuntato sul petto e i corpi delle donne, combattenti così come civili, sono stati presi di mira con atti di violenza dalla brutalità ostentata e simbolica. Buttate giù da palazzi o calpestate con forza; attaccate sul piano simbolico con l’abbattimento delle statue che le celebravano; massacrate e poi sottratte delle loro trecce, esposte e vantate come trofeo di guerra: la linea della furia patriarcale, in opposizione a quello che è il cuore di questa Rivoluzione, è stata affermata in ogni modo.

A tutto questo la società non ha esitato a rispondere in maniera chiara: dai convogli di civili partiti per Aleppo durante gli attacchi per portare solidarietà, aiuto medico e recuperare i feriti, fin all’organizzazione dei quartieri con tutta la società civile coinvolta e organizzata secondo il sistema delle comuni. Nelle città si son tenute manifestazioni e presidi ogni giorno, con l’atto di intrecciarsi i capelli a simboleggiare che la dignità e l’orgoglio delle donne e della loro resistenza non sono stati danneggiati da questi atti brutali. Con il gesto semplice e quotidiano di intrecciarsi i capelli, ripetuto per cento, seicento, mille e più donne di ogni età e cultura, nelle piazze così come sui social media, una nuova forza è stata affermata.

Per una treccia sottratta, innumerevoli altre sono state create, ma non si tratta solo di un atto simbolico, perché il vero significato di questo gesto è il rendere esplicita la volontà delle ragazze – tantissime – e delle donne in risposta a questi attacchi. Vuol dire «noi siamo pronte, non faremo passi indietro». Sono le stesse donne che si sono unite in massa alle diverse strutture e unità di difesa, militari e civili, dando vita a nuovi battaglioni, nuove comuni e organizzando in modo diretto la loro volontà rivoluzionaria.

Quando si chiama questa terra “Rivoluzione delle Donne” è perché quella delle donne organizzate è realmente la realtà fondante qui, e in questi mesi di guerra è stato più esplicito che mai.

Le YPJ, le Unità di Difesa delle Donne, e la loro storia rivoluzionaria sono ormai note al mondo, mentre un altro esempio importante di forze civili di difesa è l’HPC-Jin, le Forze di Difesa della Società delle Donne, che esistono in Rojava da più di dieci anni. Negli scorsi mesi nuove donne si sono unite alle HPC e le si incontra per esempio nella notte agli incroci delle città, raccolte attorno al fuoco per tenere i turni di difesa. Le HPC non fanno parte delle SDF (Forze Democratiche Siriane), come invece le YPJ, e sono composte da giovani donne così come da madri e da anziane che insieme organizzano la difesa della vita, ossia la difesa della società nei loro quartieri.

Dall’inizio della guerra, infatti, l’organizzazione sociale si è intensificata sotto la guida delle donne e nelle città, in ogni quartiere, le comuni si sono moltiplicate: una responsabile dell’acqua, una della produzione e distribuzione del pane, altre per la difesa notturna e diurna o ancora per l’elettricità… ogni persona ha preso parte all’organizzazione della vita e della difesa facendo crollare la distinzione tra le due: non è la presa delle armi quel che rende forte l’autodifesa della società, ma una salda e organizzata consapevolezza di cosa si sta difendendo.

Mi dilungo su questo punto dell’organizzazione della società perché è ciò che sta continuando anche ora che la guerra non è più tanto sul fronte militare e si è spostata al livello di una difficile e scivolosa lotta al tavolo dei negoziati.

Qualcosa di molto forte in questa rivoluzione è la decisione di rimanere dove si è e scegliere di difendere il proprio villaggio o quartiere nei momenti degli attacchi, non solo in quanto rivoluzionarie o forze di difesa militare, ma in quanto civili, in quanto persone inseparabili dalla realtà del villaggio e del quartiere in cui vivono. Questa è la guerra popolare rivoluzionaria e questa è ancora oggi la realtà del Rojava.

Quando a metà gennaio la popolazione del Bakur, il Kurdistan nel territorio turco, ha iniziato a fare pressione sul confine che ha diviso la città di Qamişlo tra il territorio siriano e quello turco, anche da questo lato del muro le persone si sono radunate. Dovete immaginare attorno le 500 persone raccolte in balli, cerchi di donne che cantano sulla Rivoluzione, gruppi di bambini che si arrampicano sui cumuli di terra per sventolare più in alto possibile le bandiere delle YPJ e YPG… e poi, questa gente tutta insieme, che si avvicina al cancello che segna il confine. La bandiera turca sventolava alta e un paio di militari guardavano la scena restando immobili, dritti, fino a che sono stati costretti a indietreggiare e chiamare rinforzi, perché la massa di persone, tutte civili e diversissime tra loro per età e genere, sono avanzate fino ad aprire il cancello con forza, gridando «Yek yek yek gelê kurd yek e!» (uno uno uno il popolo curdo è uno!).

Il confine è stato varcato e la bandiera dello stato turco tirata giù e calpestata con gioia e forza da ragazzi e ragazze al grido di «Berxwedan Jiyan e» (la resistenza è vita), giusto prima che i militari raggiungessero nuovamente la loro postazione e costringessero tutte e tutti ad arretrare facendo fuoco. Per ore la situazione è continuata in questo modo: una schiera di militari turchi sparava in aria, bloccando l’accesso alla terra oltre il cancello e difendendo una linea di separazione che, come tutti i confini, ha un aspetto violento e tragico e uno ridicolo agli occhi dei popoli. Nel mentre però, la gente non smetteva di avanzare e alzare le mani nell’universale segno di pace, che qui in Medio Oriente ha negli anni acquisito un significato di pace radicata nella resistenza.

Il sole era alto nel cielo e all’uso degli idranti per allontanare le persone diversi arcobaleni sono apparsi tra la folla, creando una situazione surreale in cui le armi, gli spari e le divise militari turche, normalmente elemento di pericolo mortale, sono diventate completamente insignificanti. In prima linea ragazze giovani si tenevano strette le une alle altre in un cordone di resistenza, dettando il rimo degli slogan che tutti gli altri dietro seguivano e rilanciavano gridando. Una grande cassa con la musica si è fatta spazio tra la folla, trasportata di spalla in spalla, e attorno a essa giovani e bambini hanno iniziato a ballare sotto gli spari e l’acqua degli idranti. Questo è lo spirito che vive qui, questo è il morale della resistenza della gente. «Fede ed entusiasmo non mancano mai» ha riassunto la comandante YPJ e membro del Comando Generale delle SDF Rohilat Afrin.

Da quel giorno ci sono state anche diverse persone ferite da questa parte del confine e diversi morti, tra cui bambini, dall’altra parte, in Bakur. Tuttavia, un messaggio più che chiaro è stato affermato e continua a guidare la vita ancora in questi giorni: la volontà di pace è insistente e troverà ogni via per continuare ad affermarsi.

Un punto fondamentale da avere chiaro è che questa è una guerra ideologica, in cui si sono contrapposte due mentalità, due paradigmi mentali completamente opposti e divergenti. Da un lato la linea fascista, patriarcale delle milizie fondamentaliste, dall’altra i valori della rivoluzione del Rojava, l’unione delle differenze, la liberazione delle donne e di genere, la democrazia radicale e l’ecologia sociale. L’attacco qui è alla proposta di vita che con l’Amministrazione Autonoma aveva trovato una sua prima forma pratica e politica, ossia quella della Nazione Democratica, la “comune delle comuni”. Al posto di uno stato con un unico potere, un’unica lingua e una realtà violentemente omogenizzata, la nazione democratica si impegna a tenere insieme in una convivenza organizzata tutti i colori della società, le diverse identità, religioni, lingue…

L’intero sistema ha una leadership molto chiara, che è quella delle donne, il soggetto veramente in grado di portare la linea dell’unità e della lotta. La liberazione delle donne è qui nel concreto l’unica possibilità di vera liberazione della società. Grazie a questo, la rivoluzione non è mai stata la corsa alla “presa del Palazzo d’Inverno”, al potere, bensì un lavoro sottile e al contempo massiccio e costante per l’educazione e la trasformazione sociale, ossia il cambio di mentalità e la trasformazione delle relazioni tra persone, tanto quanto con la terra.

Dove la famiglia è la cellula base dello stato, nella nazione democratica è invece la comune la struttura di base su cui tutta la società si fonda e le comuni delle donne sono la struttura che garantisce la saldezza della lotta al patriarcato nella realtà della Rivoluzione. Per questo, anche l’economia si articola su base comunale, grazie all’uso delle cooperative ecologiche e a pratiche di economia di scambio, circolare, il più possibile, ossia fin dove la guerra, che sempre minaccia questa terra, lo permette.[2]

Ovviamente non è una proposta che finisce ai confini di questo territorio, ma qui si è data come primo modello concreto di autogoverno democratico su larga scala. In risposta a questa esistenza-resistenza che da 15 anni lavora nel segno della trasformazione sociale e socialista, la strategia di guerra messa in atto dagli attacchi voleva esser volta alla sua distruzione materiale per quanto riguarda i territori e la liquidazione della resistenza, e al contempo alla distruzione ideologica per quanto riguarda la volontà di imporre la linea di uno stato nazionale siriano più o meno unificato (ricordiamo la non-questionata occupazione di Israele nel sud della Siria) che si inserisce nel piano più ampio e guidato dalle potenze egemoni come gli Stati Uniti per ridisegnare l’intero Medio Oriente.

Gli attacchi sono stati brutali in particolar modo contro le istituzioni delle donne, ad Aleppo così come nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Tabqa. Dalle comuni alle librerie delle donne e ai centri di ricerca e ritrovo, tutto è stato bruciato o distrutto, perché la situazione sociale rispecchiava il fatto che fossero le donne le principali portatrici di emancipazione, partendo nella loro lotta dal mettere in discussione il loro status di prigioniere nelle case o proprietà del marito o oppresse da un’interpretazione patriarcale e fondamentalista del loro credo. Dove l’Islam stava assumendo forza in quanto religione democratica e le donne si stavano lasciando alle spalle per davvero la vita di oppressione violenta vissuta sotto l’ISIS e il Regime di Baath, gli attacchi sono stati particolarmente chiari nell’affermare che per la linea del governo attuale, così come per quella degli stati egemonici che lo sostengono e manovrano, il libero pensiero, la libertà nella fede e l’emancipazione della volontà e della vita delle donne non possono essere accettate. È chiaro che quanto la Rivoluzione afferma sin dall’inizio, ossia che sono le donne organizzate e le comuni delle donne il primo seme rivoluzionario, è vero anche nelle valutazioni – e nelle paure! – della controparte nemica.

C’è in questo punto qualcosa di difficile da affrontare all’interno di un racconto breve come questo, ma che è importante aprire perché costituisce un nodo importante nella realtà della società sul territorio, ossia la “guerra speciale” (nel senso di non ortodossa) portata avanti sul campo tanto quanto nei media per fomentare la separazione su base etnica tra popolazione araba e curda.

Questa è attualmente una strategia che in parte della società sta anche attecchendo, perché sfrutta a proprio favore la paura, il “sospetto per il proprio vicino” che in una guerra come questa è molto facile che emerga, così come sfrutta ciò che i molti anni di vita sotto un regime d’odio e separazione hanno creato nelle psicologie della gente. Inoltre, durante quest’ultima guerra anche gli sforzi delle milizie nemiche nel documentare uccisioni di donne e uomini curdi e non arabi è stato incredibile. Numerosissimi sono i video, da Aleppo a Raqqa, in cui si mostrano civili ammassati e tenuti fermi sotto minaccia di morte e in cui le voci dei miliziani dicono cose come «questi sono cani, sono curdi, vanno ammazzati. Loro no, sono arabi e non li ammazziamo»; così come ben noto è il video del bambino a cui vien chiesto chi è e alla risposta «sono curdo» viene brutalmente tolta la vita.

Questa è stata anche la realtà di questi mesi in questa terra, ma al contempo è bene essere molto consapevoli che non è affatto vero che la popolazione araba è stata “risparmiata”. In primis perché l’operazione mediatica che questi video portavano avanti è in realtà molto chiara sul piano ideologico e non dobbiamo cascarci, e poi perché la resistenza è stata del popolo, non solo curda, e lo testimoniamo le e i numerosi martiri arabi che han dato la vita per la difesa della Rivoluzione, la gente ferita e quella sopravvissuta. Inoltre, non venire uccise ma dover tornare sotto il regime di forze come l’ISIS o HTS non dà alcun tipo di sollievo. Nella regione di Tabqa e Raqqa, un paio di giorni dopo che queste forze ne hanno preso il controllo, sono state distribuite copie del Corano e veli neri per ogni donna, casa per casa. Un solo ordine, un solo potere, un unico dio: questa è la loro linea, che porta morte e fascismo.

In questo, la questione della mentalità è centrale, perché per comprendere con serietà questa guerra, così come questa fase di negoziati per l’integrazione, raccontata ora dal cinismo alienato dell’Occidente come “la fine del Rojava” o il “dopo la Rivoluzione”, serve andare più a fondo nella realtà della società.

Ancora una volta, torniamo alla comune delle donne.

Quando, prima della guerra, siamo state al Centro delle donne di Zenobia in Raqqa, abbiamo sentito storie di resistenza quotidiane, una lotta che iniziava prima ancora dell’incontrarsi lì, perché è già qualcosa per cui hanno dovuto lottare: passare oltre alle volontà del marito e alle aspettative sociali e uscire di casa recandosi in un posto in cui si sarebbero trovate con altre donne, è già iniziare una rivoluzione. Da questo coraggio che le porta fuori dalle case inizia il sovvertimento dell’ordine generale e creare una comune di donne che ogni giorno organizza la propria vita sulla base della volontà comune e non su quella del marito o della famiglia opprimente, significa creare un motore di liberazione che molto velocemente apre la strada anche alle altre donne. Questo non sul piano teorico, ma proprio guardando come è andata la storia fin qui.

La comune delle donne di Aleppo nei primi giorni di guerra è stata quella che ha dettato la linea del decidere di non lasciare i quartieri e rimanere a difendere fino alla fine; una donna che ne fa parte ci ha detto: «La comune delle donne deve essere la base di un vero socialismo, perché se le donne di una società non sono liberate, la società non può essere libera».

“Rivoluzione” vuol dire rivolgimento, volgere di nuovo, ossia è una parola che ci parla di movimento, di trasformazione e cambiamento. Nella storia però questo non avviene semplicemente sostituendo il vecchio col nuovo e l’oppressione e la liberazione non sono né fatti né oggetti, bensì processi, che riposano sul piano materiale tanto quanto su quello della mentalità.

Per costruire la mentalità dell’oppressione e dei popoli oppressi, secoli e secoli di orrende pratiche hanno sviluppato “ottimi” strumenti, patriarcato e stato in primis. Questi sono una realtà materiale tanto quanto una mentalità. La mentalità della mascolinità dominante va insieme a quella burocratica, che legge la realtà come statica nelle sue forme, che categorizza la vita, una mentalità controllante, volta al monopolio e al profitto.

Cosa vuol dire per un popolo vivere a lungo sotto un regime di questo tipo? (Cosa vuol dire per noi?) E quindi cosa vuol dire rivoluzionare la mentalità di un’intera società? Quanto tempo può impiegare? Cosa permette al nuovo di sedimentare e poi di venir passato di generazione in generazione?

Possiamo farci queste e altre domande anche a partire dalle nostre “vite europee”, perché nonostante tutti i diritti e le possibilità conquistate da secoli di lotte, ancora non siamo libere da queste mentalità e, per esempio, ora facciamo fatica a comprendere che una rivoluzione non cade con un’integrazione delle forze militari, non finisce con il cambio della forma o dei “confini”, non è un oggetto che puoi sostituire con un altro, bensì un movimento storico che agisce molto più in profondità. Se si fosse seguita la linea della lotta militare fino in fondo per “proteggere i territori della rivoluzione”, avrebbe voluto dire essere disposti a considerare l’opzione del genocidio. E questo, per un’amministrazione socialista e democratica che rifiuta di mettere la propria esistenza prima di quella del popolo che la compone, sarebbe stato semplicemente tradimento.

Quale mentalità della sconfitta guida i nostri pensieri quando caschiamo in queste semplici trappole del vedere bianco/nero, di non riuscire a uscire dagli occhi dello stato? Cosa vuol dire avere un tale livello di sfiducia nella lotta dei popoli?

Se scordiamo il significato di “rivoluzione” e la appiattiamo sul controllo delle terre, delle risorse e delle forze militari, facciamo il gioco degli stati. Anche di quelli rossi che furono.

Fare una rivoluzione socialista con la liberazione di genere come primo pilastro vuol dire prendersi la responsabilità storica di non ripetere l’errore del socialismo reale, sia per quanto riguarda la creazione di uno stato o di un’entità analoga statica e barricata in se stessa, sia per la lotta di genere contro il patriarcato.

Ora anche noi internazionaliste e internazionalisti, ovunque nel mondo, dobbiamo restituire questa serietà alla Rivoluzione e chiederci con che occhi guardiamo alla sua storia e alla sua realtà attuale: sono quelli dello stato o della comune?

Il processo di integrazione qui in Nord-Est della Siria, così come il processo di pace con la Turchia aperto dall’Appello per la Pace e la Società Democratica lanciato nel febbraio 2025 dal leader curdo Abdullah Öcalan, non sono fatti o momenti che chiudono la lotta e anzi, questa si è molto intensificata, aprendo una nuova fase per l’esistenza-resistenza curda, così come per l’internazionalismo. Il Confederalismo Democratico come proposta e quindi l’intero sistema delle comuni, dei consigli e della Nazione Democratica non si è mai dato come una forma chiusa e pronta all’uso. Si tratta di forme organizzative della società per la società, che quindi seguono i suoi bisogni tanto quanto i suoi tempi di cambiamento e di lotta.

Ora si tratta di avere profonda fiducia politica nei 15 anni (una cinquantina se li si conta dalla fondazione del PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan) di lavoro rivoluzionario nella e della società. Un lavoro che in generale è impossibile annullare, perché è una realtà in cui le avanguardie sono state e sono ancora le donne della società, cuore del tessuto del popolo. Ci sono ormai diverse generazioni di giovani cresciute con un modo di approcciare la vita che non ha niente a che vedere con quello del patriarcato e dello stato. E ci sono donne che ora sorridendo dicono «qui sono nata di nuovo», indicando Jinwar, il villaggio autonomo di donne in Rojava. C’è qui un radicamento geografico e storico che è tanto fatto pratico quanto intimo di ognuna. L’antico – il ricordo delle civiltà mesopotamiche raccolte attorno alle Dee Madri – guida verso il nuovo, in un movimento lento e costante di cui le comuni delle donne si fanno custodi. Come dicevo all’inizio, questa è la terra in cui la vita è in grado di essere davvero insistente e come mi ha detto un’amica – semplice e insieme poetica come tutte le rivoluzionarie: «la Rivoluzione delle donne è un ricordo del futuro».


[1]Per completezza, segnalo invece l’analisi politico-ideologica pubblicata sul sito di Jineoloji a fine gennaio. Porta il titolo di Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra e in questa sede può essere utile per inquadrare le forze coinvolte negli attacchi alla Rivoluzione e le dinamiche politiche e ideologiche nelle motivazioni di questa guerra. <https://jineoloji.eu/it/2026/01/26/difendere-la-vita-e-comprendere-la-realta-della-guerra>.

[2] Ne abbiamo parlato recentemente anche in cinque brevi episodi podcast, ascoltabili online anche in italiano su Youtube, sotto il titolo Defending Life. <https://youtu.be/8FIZfbNJxes?si=boVqMyXm7XhpnV9O>.

L'articolo Se Rivoluzione vuol ancora dire trasformazione sociale proviene da Rivista Malamente.

  •  

Interviste: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026).

La guerra per l’attenzione è una guerra totale
Intervista di Catherine Marin a Yves Marry e Florent Souillot, “Reporterre”, www.reporterre.net

La «guerra per l’attenzione» ci fa passare il nostro tempo davanti agli schermi, scrivono Yves Marry e Florent Souillot. E i GAFAM si arricchiscono. Di fronte a questa “influenza emotiva”, gli autori promuovono spazi di disconnessione.

Yves Marry è stato dipendente di una ONG prima di diventare dirigente dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), che ha co-fondato nel 2018 con Florent Souillot, responsabile del digitale presso le edizioni Gallimard-Flammarion. Hanno scritto insieme La guerra per l’attenzione. Come non perderla, (Edizioni Malamente, 2026; ed. originale: L’échappée, 2022). L’associazione Lève les yeux! e il suo Collettivo per la riconquista dell’attenzione intervengono in particolare nelle scuole, dalla materna alle superiori, per sensibilizzare bambini, ragazzi e genitori sui pericoli sanitari e psichici dell’abuso degli schermi e promuovere momenti di disconnessione.

Reporterre: Con La guerra per l’attenzione avete scritto un libro contro l’espansione incontrollata del digitale in tutti gli ambiti della vita sociale. Da quale esperienza ha tratto ispirazione la vostra analisi?

Yves Marry: Il primo shock emotivo l’ho avuto in Birmania. Lavoravo lì tra il 2014 e il 2018, quando il paese è stato coperto dalla rete 4G. Improvvisamente ho visto tutti i birmani, persone solitamente molto dignitose e rette, chinare il capo per immergersi nei loro smartphone, catturati dalle applicazioni digitali. La straordinaria animazione che fino ad allora riempiva ogni pomeriggio le strade di Yangon, con persone che suonavano la chitarra, altre che chiacchieravano, è svanita molto rapidamente. Le persone non parlavano più tra loro! È stato un vero shock e una grande tristezza… Ho visto l’alienazione stringersi molto rapidamente su menti che ammiravo per la loro maturità e la loro capacità di attenzione sostenuta grazie alla pratica della meditazione buddista. Una vera e propria colonizzazione dell’immaginario, come direbbe Serge Latouche. [leggi tutto…]

E poi, viaggiando molto tra il 2014 e il 2017, dal Sud-Est asiatico al Sud America, passando per la Russia, ho potuto constatarlo ovunque: in pochissimo tempo, il mondo intero aveva abbassato la testa!

Florent Souillot: Per me, il fattore scatenante è stato duplice: in primo luogo, è stato condividere con Yves questa sensazione di invasione degli schermi in tutte le relazioni sociali e amicali, un’invasione che ci stava facendo perdere qualcosa. Da qui la creazione dell’associazione Lève les yeux! nel 2018, poi del collettivo.

Inoltre, lavorando nell’editoria come responsabile digitale, al servizio quindi di questo formidabile strumento di sviluppo dell’attenzione che è il libro, mi occupo costantemente della questione dell’equilibrio tra carta e digitale.

Scrivete che questa cattura dell’attenzione è la manifestazione di un nuovo “capitalismo dell’attenzione”. Cosa intende dire con questo?

Yves Marry: Il capitalismo vede i suoi profitti minacciati dalla rarefazione delle risorse naturali: è grazie allo sfruttamento di queste risorse, come l’acqua, il petrolio, ecc., che è stato possibile accumulare profitti giganteschi. Con lo sviluppo tecnico digitale è apparsa una nuova risorsa: l’attenzione umana. Catturando questa risorsa è possibile vendere pubblicità mirata, raccogliere dati personali da rivendere, ecc. È ciò che chiamiamo «capitalismo dell’attenzione», espressione utilizzata per la prima volta da Yves Citton nel 2014.

In che modo l’uso del digitale da parte del capitalismo vi sembra così problematico?

Yves Marry: Il digitale sta determinando un’evoluzione di ordine antropologico nella nostra capacità di prestare attenzione a ciò che conta. Prendiamo ad esempio il caso dei minori di 18 anni. Circa il 90% dei contenuti che guardano su Internet sono pagine di social network, video, videogiochi e serie a volte molto violente, come GTA e Call of Duty, o pornografia. Se i ragazzi sono attratti da questo tipo di contenuti, è innanzitutto perché i progettisti di servizi digitali si rivolgono in primo luogo alle loro emozioni, suscitando paura ed eccitazione per rafforzare il loro potere di attrazione.

Questa immersione nel digitale fin dalla più tenera età ha gravi effetti sul loro sviluppo (ritardi linguistici o cognitivi) e, quindi, su scala sociale, conseguenze di ordine antropologico. Cattura l’attenzione, la disposizione a comprendere il mondo, a favore dell’“intrattenimento” e della dipendenza consumistica.

Nel vostro libro descrivete in dettaglio i danni subìti da bambini e ragazzi sovraesposti agli schermi (fino a 14 ore al giorno) da quando la scuola non è più un luogo protetto: disturbi del sonno, obesità, miopia, disturbi autistici, ecc. Il quadro che dipingete è terribile!

Yves Marry: Sì, a noi fa paura. Gli schermi hanno dimostrato la loro nocività per i bambini, dal punto di vista sanitario e cognitivo. Alcuni studi scientifici citati da M. Desmurget in Il cretino digitale (Rizzoli, 2020) hanno persino dimostrato che, sovraccaricando i loro riflessi, gli schermi hanno effetti deleteri sullo sviluppo della corteccia prefrontale, la zona del cervello che permette di proiettarsi nel tempo e di costruire progetti.

Al contrario, nessuno studio ha ancora dimostrato il loro interesse pedagogico. Gli schermi connessi hanno un costo economico ed ecologico enorme, ma lo Stato continua ostinatamente a voler dotare tutti i bambini francesi di tablet per l’apprendimento. È davvero incredibile.

L’influenza emotiva vale anche per gli adulti?

Florent Souillot: Assolutamente sì. Guardate come siamo costantemente spinti su Internet a valutare i servizi o le prestazioni ricevute, a mettere “mi piace” o meno, a dare la nostra opinione, preferibilmente negativa perché un’opinione negativa sarà più condivisa di una positiva. Anche sui siti di incontri, non si tratta di riconoscere l’altro, ma di “valutarlo”.

Gli effetti di questa influenza si vedono anche in ambito politico. I social network hanno sicuramente svolto un ruolo importante nella costituzione dei recenti movimenti sociali, dalla Primavera araba ai Gilet gialli.  Ma il loro contributo è ambivalente, perché impongono una logica di flusso permanente. Tutto è fatto in modo che la parola sia rapida, tagliente, persino violenta, se non altro per il numero massimo di parole consentite in un tweet. E subito una lotta ne sostituisce un’altra: siamo sovrainformati, sovramobilitati da innumerevoli petizioni online… ma senza essere coinvolti in azioni che obbediscano alla logica dell’impegno collettivo basato sul dibattito e sulla concertazione. I presunti vantaggi per le mobilitazioni sono un’illusione. Fuori dal bozzolo digitale, la realtà sfugge.

Nel vostro libro si ha la sensazione che questa «guerra per l’attenzione» sia al centro di una battaglia culturale tra la civiltà digitale, con il suo immaginario di continua crescita e transumanista, e una civiltà ecologica in divenire.

Yves Marry: Sì, ci sembra che questa sarà la questione centrale dei prossimi anni. Vediamo chiaramente le gravi crisi ecologiche che ci attendono, con la rarefazione delle risorse, ecc. Di fronte a questa realtà, il discorso dominante, fortemente diffuso dai media, è tecnosoluzionista e rimanda effettivamente al sogno di un superuomo, di un uomo-macchina potenziato da chip, protesi, schermi, che rassicura, credo, molti esseri umani. Ma ricordiamoci che i propagatori di questo sogno, i miliardari della Silicon Valley, mandano i propri figli nelle scuole Waldorf, istituti costosissimi dove i bambini non hanno schermi prima dei 14 anni, giocano tra gli alberi e sono circondati da molte persone, umane, che si prendono cura di loro…

La propaganda però è forte. Il mito della «crescita verde», con le sue «energie pulite» e le sue «città intelligenti», è lì per alimentare la speranza che saremo in grado di mantenere i nostri livelli di vita e persino di continuare a crescere raggiungendo la neutralità carbonica. Un’enorme farsa, ma che permette ai grandi interessi economici di perpetuarsi, con la convergenza delle lobby del nucleare, delle auto elettriche, delle reti elettriche, ecc.

È quindi necessario opporre a tutto questo una visione di riconciliazione con il vivente capace di entusiasmare. Si tratta di un’aspirazione che, del resto, è profonda nell’essere umano. Dai sondaggi pare che questa utopia ecologista di sobrietà e legame con la natura sia preferita dalla maggioranza delle persone rispetto all’utopia tecnofila.

Florent Souillot: Di fronte a questo tecnosoluzionismo e alle sue mistificazioni, vorrei ricordare che la decrescita è anche una battaglia culturale da combattere: come vivere in modo diverso il rapporto con se stessi, con il vivente, per considerare con più calma il rapporto con una necessaria sobrietà? A questo proposito, insistiamo molto sul fatto che la questione della disconnessione è fondamentale: l’interiorità deve poter essere preservata.

Ciò è tanto più necessario in quanto questa «guerra per l’attenzione» di cui parliamo è una guerra particolare: non è immediatamente visibile. Eppure è una guerra totale: riguarda tutti, ovunque, in tutti i settori dell’esistenza (dall’istruzione alle relazioni amorose, passando per il lavoro) e tutte le classi sociali, soprattutto le più povere. Crea dei “signori della guerra”, i GAFAM, che registrano profitti astronomici, e molte vittime.

Tuttavia, non c’è un dibattito democratico su tali questioni: in che modo il digitale è utile? Dove ne abbiamo bisogno? In che misura? Noi pensiamo invece che questo dibattito debba aver luogo, che sia finalmente giunto il momento che abbia luogo. La nostra speranza è che sia portato avanti dagli ecologisti, dai movimenti per il clima e dai rappresentanti politici, in relazione alle questioni della transizione ecologica e della decrescita. Una ricca tradizione di ecologia politica ci invita a farlo: da Bernard Charbonneau a Jacques Ellul, Ivan Illich, Murray Bookchin… Sì, questa è la speranza del libro: che il concetto di «disconnessione» serva a riconquistare l’attenzione a beneficio di tutti gli esseri viventi.

Quali misure potrebbe proporre l’ecologia politica per favorire questa controcultura dell’attenzione?

Yves Marry: Mi sembra che una delle idee principali potrebbe essere quella di moltiplicare i rifugi di disconnessione nelle città, con una politica urbana che favorisca i luoghi senza schermi, come i giardini collettivi, liberi le strade dagli schermi pubblicitari, ecc. Bisognerebbe anche preservare le scuole elementari dagli schermi e promuovere una politica di prevenzione rivolta a genitori e bambini molto più ambiziosa di quella attuale: niente schermi prima dei 5 anni, come raccomandato dall’OMS, niente smartphone prima dei 15 anni, ecc. E sviluppare un diritto alla protezione dell’attenzione.

Florent Souillot: In inglese, “fare attenzione” si dice “to pay attention”: rende bene l’idea che l’attenzione ha un prezzo. Purtroppo, la lingua francese è più ambivalente (si “presta” attenzione), e quindi spesso si ha l’idea che l’attenzione sia qualcosa che si percepisce, ma che non ha valore. Questa questione semantica è interessante, perché ci porta a interrogarci sul prezzo reale della nostra attenzione, sul fatto che oggi siamo un bersaglio, che siamo trasformati in oggetti, ma che abbiamo anche le chiavi per reagire!

La decrescita, con i suoi luoghi che favoriscono la disconnessione, non appare più solo come una gestione misurata delle risorse naturali, ma come un nuovo orizzonte di realizzazione personale. Quindi proteggere l’attenzione significa anche questo: percepire il nostro valore, il valore della nostra attenzione, e difenderlo.

L’attenzione è la nuova risorsa rara da proteggere
Intervista di Édouard Laugier a Yves Marry e Florent Souillot, “Le nuovel economiste”, www.lenouveleconomiste.fr

È in corso una guerra per conquistare la nostra attenzione. E noi la stiamo perdendo, sostengono Yves Marry e Florent Souillot. I due autori, fondatori dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), mettono in guardia dai numerosi danni causati dal digitale, che ci fa trascorrere la maggior parte del nostro tempo davanti a uno schermo. Obesità o disturbi del sonno nei più giovani, isolamento e perdita dei legami sociali, dittatura delle emozioni e isterizzazione del dibattito pubblico e, naturalmente, catastrofe ecologica.

Yves Marry e Florent Souillot mostrano come il nostro tempo cerebrale disponibile sia diventato il nuovo oro grigio delle multinazionali digitali. Propongono quindi soluzioni politiche concrete per riconquistare collettivamente la nostra attenzione. Una di queste è un’azione piuttosto semplice: disconnettersi. Trascorrere una serata o un fine settimana senza smartphone… bastava solo pensarci. Non è poi così stupido, e infatti perfino alcune aziende stanno iniziando a imporre ai propri dipendenti dei periodi di disconnessione. Allora, quando vedremo l’avvertenza: «l’uso eccessivo degli schermi nuoce gravemente alla salute»?

Édouard Laugier: Gli schermi sono ovunque. In media sette schermi per famiglia. I tempi di utilizzo sono impressionanti: 10 ore per gli adulti e fino a 13 ore e mezza per i giovani tra i 16 e i 24 anni! A leggere il vostro libro, gli usi principali riguardano soprattutto l’intrattenimento. Le coppie diventano mute, i genitori assenti. Come siamo arrivati a questo punto?

Florent Souillot: L’arrivo massiccio degli smartphone negli ultimi dieci anni e poi la crisi sanitaria sono stati fattori di accelerazione nell’aumento massiccio del tempo trascorso davanti allo schermo. E questo è solo l’inizio, ci attende l’imminente esplosione del numero di oggetti connessi promessa dalle industrie digitali. Se Internet prometteva trasparenza e condivisione, gli ultimi anni hanno visto trionfare la mercificazione e il controllo, con logiche ormai difficili da comprendere per i cittadini e servizi basati su algoritmi controllati solo da pochi grandi attori egemonici. Siamo passati dall’era dei baroni del petrolio e della predazione delle risorse naturali a una nuova fase del capitalismo in cui è il nostro cervello a essere preso di mira e sfruttato senza regole: il capitalismo dell’attenzione.

È un’epoca caratterizzata dall’estrema concentrazione della ricchezza mondiale e del potere nelle mani di poche aziende, i famosi GAFAM, che mantengono la loro redditività tecnologica grazie ai dati raccolti, al tempo trascorso davanti allo schermo e al coinvolgimento degli utenti.

Quali sono i principali danni di questa dipendenza generalizzata?

Yves Marry: Sono molteplici! Quasi ogni settimana, un nuovo studio dimostra le drammatiche conseguenze della nostra sovraesposizione agli schermi… Per riassumere, riteniamo che ci sia un’urgenza nei confronti dei più giovani, che sono i più vulnerabili: ritardi nel linguaggio, calo della concentrazione, della memoria, dell’intelligenza, del sonno, aumento dell’obesità, dell’aggressività, del malessere. La loro salute fisica e mentale è realmente e fortemente compromessa, non si può più negarlo.

Inoltre, più in generale, c’è l’isolamento in quello che Alain Damasio chiama il «bozzolo tecnologico», un calo dell’empatia, un aumento del narcisismo, una difficoltà ad ascoltare l’altro, a mobilitare la razionalità piuttosto che l’emozione, e quindi un’isterizzazione del dibattito pubblico che rappresenta una seria minaccia per le nostre democrazie.

Infine, pensiamo che questa era del “tutto digitale” sia una catastrofe ecologica: estrazione di terre rare, uso massiccio e crescente di elettricità, raffreddamento dei centri dati, riciclaggio inadeguato… Il costo energetico è enorme, come hanno dimostrato moltissimi studi.

Eppure gli schermi ci facilitano la vita, ci rendono più autonomi…

Yves Marry: Bisognerebbe chiedere al 40% delle persone che non riescono più ad accedere ai propri diritti – essenzialmente a causa della “dematerializzazione” – se sono d’accordo… E allo stesso modo a tutti coloro che non possono più fare a meno del proprio smartphone per cose semplici come orientarsi, discutere, scambiare opinioni, contemplare un paesaggio. Siamo diventati dipendenti da questi strumenti in misura preoccupante.

Senza dubbio è necessario mettersi d’accordo sul termine autonomia. Per essere autonomi, è necessaria una distanza critica, che risiede nella corteccia prefrontale, e che si va esaurendo nell’era dello zapping permanente, quando l’attenzione “riflessiva” prende il sopravvento sull’attenzione profonda. La tecnologia digitale ci offre dei servizi, accelera i processi e, in alcuni casi, può aumentare l’efficienza delle procedure. Una piccola parte di noi, spesso i più integrati socialmente, è agile e abile con i propri schermi, il che dà un’illusione di fluidità e facilità. Ma, fondamentalmente, rendendoci sempre più dipendenti da strumenti che non comprendiamo, rinchiudendoci in un comfort astratto, i nostri schermi ci fanno perdere la nostra forza vitale (tatto, vista, olfatto, senso dell’orientamento, empatia, ecc.): portano all’alienazione, che è l’opposto dell’autonomia.

Il vostro libro mette in luce una guerra per conquistare l’attenzione, il «nuovo oro grigio», ovvero la disponibilità del nostro cervello. Scrivete che «l’estrazione dell’attenzione è diventata la pietra angolare dello sviluppo dei GAFAM». In che modo queste multinazionali ci rendono dipendenti?

Florent Souillot: La captologia (nuova scienza il cui nome deriva da “computers as persuasive technology”) mette in atto i metodi di manipolazione offerti dalla tecnologia. Ponendola al centro della loro strategia industriale, i GAFAM e i loro satelliti impiegano team composti da ricercatori in scienze cognitive e sviluppatori il cui obiettivo è quello di progettare servizi in grado di colpire i punti deboli del nostro cervello (i “bias cognitivi”) stimolando o inibendo i nostri diversi regimi di attenzione. La sfida è quella di rendere questi servizi indispensabili e abituali, anche a costo di creare bisogni dal nulla.

Le tecniche possono essere piuttosto grossolane, ma il più delle volte sono nascoste (si parla allora di dark patterns). Si pensi allo scroll infinito sorretto da ricompense casuali su Facebook e Instagram, alla gratificazione sociale costante sui social network, ai cicli di feedback sempre più rapidi, ecc. Tutti questi esempi fanno parte dello stesso sforzo per attirare l’utente e fidelizzarlo nel tempo, garantendo enormi profitti tecnologici.

Dati, velocità, potenza di calcolo: i captologi fanno di tutto per aumentare il nostro tempo davanti allo schermo, il nostro coinvolgimento, per raccogliere i nostri dati e prevedere i nostri comportamenti. E dal momento in cui agiamo su queste piattaforme, collaboriamo a questo sistema. In concreto, ciò significa che alcune delle aziende più ricche del pianeta possono ora, grazie alla captologia, influenzare in tempo reale le azioni di miliardi di esseri umani.

L’economia dell’attenzione è il motore del capitalismo digitale. Tuttavia, stiamo assistendo a una ripresa del controllo politico. Sembra che si stia delineando un percorso verso una prospettiva più responsabile. Si tratta di una svolta o di un miraggio?

Florent Souillot: Una svolta è in atto, ma è ancora troppo timida. Da un lato, infatti, c’è la presa di coscienza ecologica, con la constatazione condivisa della finitezza delle nostre risorse e dei rischi di perpetuare un modello di crescita mortale per il nostro pianeta e per gli esseri umani. D’altra parte, c’è una presa di coscienza da parte dei regolatori, degli insegnanti, dei genitori e dei cittadini: non passa giorno senza che nuove testimonianze e studi informino sui danni causati dagli schermi. Ciò che manca ora sono azioni politiche forti volte alla disconnessione e alla regolamentazione.

È necessario proteggere i più esposti, i più giovani e i più vulnerabili. Bisogna proteggere la scuola, che non deve diventare la testa di ponte della digitalizzazione, ma restare uno spazio preservato dalla mercificazione del mondo, in grado di formare cittadini informati e attivi. Bisogna smettere di correre avanti nella digitalizzazione dei servizi pubblici e lasciare la scelta ai cittadini. Bisogna rafforzare il diritto alla disconnessione dei lavoratori, delle famiglie, degli insegnanti. Ne va delle nostre libertà e dei nostri figli, del nostro modello di società e del nostro futuro comune. Infine, dobbiamo reimparare a discutere serenamente di queste questioni.

Per uscire da questa alienazione tecnologica, auspicate una «politica dell’attenzione». Quali sono i suoi grandi principi guida?

Yves Marry: A problema politico, risposta politica. Desideriamo che la protezione dell’attenzione diventi un nuovo pilastro del progetto di transizione ecologica. L’attenzione è una nuova risorsa rara da proteggere. Proponiamo che siano garantiti tempi e spazi di disconnessione, proponiamo dei “divieti”, anche se la parola fa paura: niente tablet per i bambini di età inferiore ai 3 anni, niente smartphone almeno prima dei 12 anni, per esempio. Desideriamo anche una maggiore prevenzione e, naturalmente, il ricorso a dibattiti democratici sulle scelte tecnologiche, il che sarebbe già un notevole passo avanti. Questa politica potrebbe articolarsi attorno a un nuovo «diritto alla protezione dell’attenzione», mobilitabile per opporsi agli schermi pubblicitari nelle strade, agli schermi nelle scuole, alla pubblicità mirata, alle tecniche di manipolazione delle applicazioni digitali…

Tra poche settimane, i francesi eleggeranno il loro presidente. È già possibile misurare l’impatto politico che questa economia dell’attenzione ha sul nostro sistema democratico?

Florent Souillot: Costretti a immergersi nella guerra per l’attenzione, i nostri rappresentanti politici diventano a loro volta influencer, concentrati sulle nostre emozioni piuttosto che sulla nostra ragione. Tutto porta a credere che le elezioni di aprile (2022) saranno, da questo punto di vista, peggiori delle precedenti. L’ascesa di Éric Zemmour, Donald Trump, Matteo Salvini o Jair Bolsonaro, illustra perfettamente il potere dell’emozione in questa nuova agorà. Il fascismo esisteva prima di Twitter, ma la struttura del dibattito digitale, che favorisce lo scontro netto, gli mette le ali di fronte a tutti i difensori della ragione.

Ma non fraintendiamo: l’obiettivo dei GAFAM è quello di venderci il comfort di una vita individualizzata e digitalizzata, alimentata da immagini, una forma di sicurezza che solo loro sarebbero in grado di offrirci in un momento di pericoli sociali e climatici. In sostanza, l’esatto contrario della democrazia e delle sue lentezze istituzionali, della collettività e delle sofferenze da condividere, di una comunità morale ed empatica.

Perché i giganti del web vogliono renderci dipendenti dagli schermi
Intervista di Agathe Perrier a Yves Marry, “Marcelle”, www.marcelle.media.

L’attenzione è l’oro del XXI secolo. Come per il petrolio, le grandi aziende vogliono accaparrarsela. A cominciare dai GAFAM, i giganti del digitale che spendono miliardi per tenerci incollati ai nostri schermi. Un fenomeno pericoloso, che Yves Marry e Florent Souillot analizzano nel loro libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla.

I due autori descrivono le conseguenze di una società travolta dal «rullo compressore digitale». Lungi dall’essere un semplice saggio, le sue pagine contengono anche consigli per disconnettersi e, soprattutto, proposte politiche. Perché, come per molte battaglie, il cambiamento non dipende solo dalle azioni individuali, ma anche da un’indispensabile azione politica.

Agathe Perrier: Da dove è nata l’idea di dedicare un libro alla sovraesposizione agli schermi?

Yves Marry: Dalla nostra esperienza sul campo. Per quanto mi riguarda, è stata in Birmania, dove ho vissuto per quattro anni a partire dal 2014. Quando sono arrivato, non c’era Internet per strada, né smartphone. Io che venivo dalla Francia e ne avevo conosciuto lo sviluppo, mi ero riabituato a una vita senza. Mi sono immerso in questa cultura molto sorridente, con persone premurose. Ogni sera suonavo la chitarra sotto casa mia con i miei vicini! Quando la rete internet si è diffusa nel paese, tutti si sono dotati di uno smartphone. Ho letteralmente visto le persone abbassare lo sguardo. Non suonavamo più musica insieme, perché ognuno era davanti al proprio schermo. È stato uno shock. Anche Florent ha vissuto la stessa esperienza in Francia. Abbiamo quindi creato la nostra associazione, Lève les yeux!, per fare educazione popolare, in particolare tra i bambini, per prevenire gli effetti dell’eccessiva esposizione agli schermi e per sensibilizzare l’opinione pubblica. Questo ci ha portato a scrivere questo libro.

Nel libro si trovano sia constatazioni che soluzioni…

Sì. Nel libro si fanno delle constatazioni, piuttosto dure bisogna ammetterlo, su tutti i problemi legati alla dipendenza dal digitale. Obesità, disturbi del sonno e della concentrazione, isolamento, senza contare la messa in pericolo dei legami sociali e del dibattito democratico e l’accelerazione della catastrofe ecologica. L’elenco non è ovviamente esaustivo. Ci siamo basati su ciò che vediamo noi stessi sul campo e che è descritto in molti studi.

Analizza in particolare l’economia dell’attenzione. Come funziona? Come genera denaro? Quali tecniche vengono utilizzate per renderci dipendenti? Perché dietro c’è un vero e proprio progetto economico e politico, ideato dai grandi capi della Silicon Valley: Elon Musk, Bill Gates, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos. Infine, facciamo proposte concrete affinché questo libro non sia solo un saggio. Spieghiamo in particolare come la protezione dell’attenzione possa integrarsi in un progetto di transizione ecologica.

Lei parla di «guerra» dell’attenzione. È un termine forte…

È un po’ violento, è vero, ma è giustificato. Bisogna essere consapevoli che è in corso una vera e propria battaglia per attirare la nostra attenzione. Miliardi di euro vengono spesi per catturarla, in primo luogo da coloro che controllano le grandi aziende digitali. Ovviamente i GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft – ma anche tutti gli attori della lobby digitale. Hanno un grande potere economico e una grande capacità di influenza. Nel loro discorso, la crescita e la transizione ecologica passeranno attraverso il digitale. E hanno tutto l’interesse a perpetuare questa idea. Sostengono che guadagneremo in efficienza energetica, che l’intelligenza artificiale ci consentirà di essere più performanti, efficienti…

Non è così, secondo lei?

Nel libro dimostriamo che si tratta di chiacchiere. I piccoli guadagni in termini di efficienza pesano meno degli effetti contrari, del costo dello stoccaggio dei dati, dell’enorme quantità di oggetti da produrre… Il digitale rappresenta già oggi tra il 3% e il 4% dei gas serra. Con il 5G, l’esplosione degli oggetti connessi, la banda larga – tra le altre cose – la stima salirebbe almeno al 10% entro venti anni. Per non parlare dei rifiuti elettronici di cui non sappiamo cosa fare, e delle terre rare che vanno estratte. Dal punto di vista ecologico, non è sostenibile.

Considerando quanto il digitale occupi un posto centrale nella nostra vita quotidiana, non abbiamo forse già perso questa guerra?

Molti lo pensano, compresi coloro che sono impegnati nella nostra causa. Ci sono motivi per crederlo, basta guardare come è stata gestita la crisi del Covid. Le uniche soluzioni immaginate sono state quelle di accelerare con il digitale. C’è una spinta evidente, che viene chiamata «rullo compressore digitale». Il governo e le istituzioni europee sono convinti dai discorsi di questa industria. Per loro, il digitale è LA soluzione per preservare la crescita.

Ci sono comunque motivi per rimanere ottimisti?

In effetti ci sono motivi per pensare che la guerra non sia persa. Negli ultimi anni si è assistito a un’enorme presa di coscienza ecologica. In particolare tra i giovani, che sono il futuro. E soprattutto in tutto il mondo. I discorsi di propaganda industriale incontrano sempre più resistenza. Se il numero di menti critiche aumenta, se i politici assumono posizioni ambiziose, si può davvero agire.

Questo intervento politico appare indispensabile…

Esattamente. In La guerra dell’attenzione cerchiamo proprio di spiegare che, parallelamente alla prevenzione sul campo, c’è una battaglia politica da combattere. Sensibilizzare le persone ad essere più autonome e ad avere una maggiore distanza critica non è sufficiente, anche se i comportamenti individuali sono importanti. Ciò che fa la differenza sono le soluzioni collettive, come del resto nella lotta contro il cambiamento climatico.

L'articolo Interviste: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026). proviene da Rivista Malamente.

  •  

Recensioni: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026).

Affogare il cellulare, distruggere gli schermi
Delaunay Matthieu, “Mediapart”, blogs.mediapart.fr.

Dopo aver rovinato i nostri corpi con pesticidi, automobili, acqua inquinata, nucleare, grassi e zuccheri, ecco che il tecnocapitalismo – versione 2.0 del capitalismo – si scaglia senza pietà sulla nostra capacità di essere al mondo. La sua ultima vittima: l’attenzione.

Lo intuivamo. Lo sapevamo. Lo vedevamo. Un malessere. Quei colli indolenziti dal sostenere una fronte assorta verso luci blu. Quei pollici doloranti dal toccare interfacce multicolori. Quegli occhi arrossati e cerchiati dal vegliare sulle serie Netflix. Quei bronci debilitanti, rovinati dalle app. L’oggetto di questo malessere aveva un nome: gli schermi. A loro rimanevamo attaccati, come sanguisughe alla mammella di una mucca. Potrebbe essere storia antica. La lettura del libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla ci aiuterà a prendere la decisione salvifica di affogare i nostri telefoni cellulari e fracassare i nostri schermi.

Questo libro è la cronaca della perdita di uno dei fondamenti della nostra capacità umana di vivere liberi e bene: l’attenzione. Dopo aver descritto in dettaglio le conseguenze della colonizzazione delle nostre esistenze da parte degli schermi, i suoi autori – membri del collettivo Lève les yeux! – spiegano in dettaglio il prezzo che paghiamo lasciando che distraggano la nostra attenzione. La società senza contatto, l’infanzia con il sonno traumatizzato da incubi alimentati dai social network, la finta democrazia offerta da queste piattaforme, l’illusione della crescita verde o ancora il lavoro dei captologi pagati profumatamente per rubare la nostra attenzione sono i punti centrali di questo testo incisivo. [leggi tutto…]

Ricordiamo il ritornello: «se il digitale ha conseguenze negative sulla nostra esistenza, è perché non siamo educati al suo utilizzo». Ecco perché l’Unione Europea raccomanda di abituarcisi fin dall’infanzia, nel suo Piano d’azione per l’educazione digitale 2021-2027. Altrimenti, saremo ancora una volta in ritardo, e nessuno vuole essere in ritardo. Tutti vogliono guidare il grande mezzo. E se ciò non bastasse, perché siamo decisamente troppo stupidi, allora sarà necessario un maggiore controllo per «combattere le derive del digitale». Se c’è una cosa a cui prestare attenzione nelle tecnologie NBIC (nano, bio, informatiche e cognitive), sono proprio le derive. Non le tecnologie in sé, no, solo le loro derive…

“Deriva” è una bella parola. Secondo il dizionario, significa «allontanarsi dalla propria direzione; andare alla deriva sotto l’effetto del vento, di una corrente». È dolce come le onde trasparenti che lambiscono la sabbia di una spiaggia delle Maldive. Peccato che non corrisponda alla portata del disastro. Detto questo, in ambito militare, si usa per indicare un proiettile «che si allontana dalla traiettoria di tiro». Almeno è più chiaro.

Ma chi decide come proteggerci da queste derive? Lo Stato, ovviamente! Quello stesso Stato che permette al ministro Blanquer di assegnare 350 metri quadri di locali adiacenti al ministero dell’Istruzione al suo amico Stanislas Dehaene. Sapete, quel neuropsicologo, professore al Collège de France, per il quale i bambini «sono supercomputer» a cui bisogna dare «i dati di cui hanno bisogno». Voi pensavate che i bambini avessero bisogno di imparare delle cose e che per farlo avessero bisogno di un’attenzione costante, di metodi didattici vari e di tempo libero. Che antiquati! Date loro dei dati tramite tablet connessi al 5G, lo faranno molto meglio degli esseri umani in carne e ossa!

I lobbisti che bazzicano ai piedi del ministero dell’Istruzione non devono sforzarsi: i politici amano troppo spendere fortune di fondi pubblici per regalare ai loro amministrati gadget prodotti da aziende private. Si sentono importanti non appena parlano di innovazione. Con un iPad in una mano e l’altra che accarezza il collo del loro elettorato, criticano beffardamente «coloro che non sono nulla», gli Amish spaventati dalle onde radio. Uno schermo per ciascuno e la felicità connessa per tutti: ecco a cosa lavora questo bel mondo dall’inizio del XXI secolo.

Ma c’è un dettaglio che queste persone omettono di menzionare e che questo libro vuole ricordare: i loro discendenti non frequentano le stesse scuole della gente comune. Dove studiano non ci sono strumenti digitali. Si usano il gesso e la lavagna, la penna e la carta. E soprattutto, soprattutto, niente internet! Se vi stupite, potrebbero rispondervi che i loro figli «non sono uguali, capite? Sono diversi e probabilmente hanno un alto potenziale». Mentre per i ragazzi delle periferie non è molto grave se seguono corsi online o passano notti in bianco sui loro telefoni. E poi, cosa sono queste insinuazioni? Abbassate piuttosto lo sguardo sul vostro Snapchat o sul vostro account Instagram e lasciate che siano quelli che sanno a dirvi cosa imparare!

Le elezioni imminenti dimostrano ancora una volta che è impossibile contare sulla sinistra ufficiale per occuparsi dell’essenziale: la conservazione delle nostre facoltà cerebrali. È quindi più che mai tempo di agire da soli. È questa la bellezza di questo testo, che nella parte finale offre molteplici proposte per prendere il toro per le corna della disconnessione.

Alla fine di queste righe, si capisce l’imperiosa necessità di disconnettersi. In modo radicale, poiché i metodi soft hanno dimostrato la loro inefficacia. Anche se ci è stato venduto il contrario. Ma questo era prima… quando avevamo ancora schermi e cellulari. Da allora, leggiamo libri. La guerra per l’attenzione, ovviamente, e poi tutti gli altri eccellenti libri che si sono dati la missione di combattere l’inevitabile.

Ed Tech o Ad Tech
Alexandre Chollier, “Le courrier”, lecourrier.ch

La guerra per l’attenzione fa parte della moltitudine di libri dedicati alle questioni digitali in generale e alla dipendenza dagli schermi in particolare. Con un tono decisamente critico, delle prese di posizione informate ma soprattutto fondate e articolate su una pratica civica, senza tralasciare le questioni spinose né le soluzioni concrete, questo è senza dubbio un libro da mettere nelle mani e sotto gli occhi di chiunque desideri informarsi, comprendere e agire.

È una lettura che cattura, senza giochi di parole, la nostra attenzione. In particolare la parte dedicata alla captologia, scienza alla base dell’economia dell’attenzione, che è innanzitutto un’economia della cattura. In poche pagine illuminanti, gli autori, Yves Marry e Florent Souillot, tornano sulla svolta operata in seguito alla crisi della bolla Internet del 2000-2001. È in quel momento che la società Google, allora guidata da Eric Schmidt, capisce che per diventare e rimanere una Big Tech dovrà prima diventare e rimanere una Ad Tech, una società la cui attività principale è la pubblicità. Google svilupperà così il suo “ecosistema” in funzione di questo unico obiettivo: offrire sempre più servizi gratuiti per catturare sempre più la nostra attenzione, trasformandola in una merce per gli inserzionisti. Ha funzionato così bene che oggi, quasi vent’anni dopo, e ora sotto l’egida della casa madre Alphabet, Google detiene più di un quarto del mercato mondiale degli annunci online. L’unica ombra, per così dire, è che ora è diventata dipendente da questa attività, da cui ricava oltre l’80% dei suoi proventi (si parla di 147 miliardi di dollari per il 2020), e non è l’unica: Facebook si trova praticamente nella stessa situazione. La concorrenza è agguerrita e bisogna cercare costantemente nuove fonti di attenzione.

Da dove provengono questi dati? Dall’ultimo rapporto di Human Rights Watch (HRW) dedicato alle applicazioni digitali utilizzate in ambito scolastico (Ed Tech). Pubblicato il 25 maggio, lo studio How dare they peep into my private life? (Come osano ficcare il naso nella mia vita privata?) ci mostra un aspetto ancora poco conosciuto del mondo dell’Ed Tech e del ruolo che Google vi svolge, direttamente o indirettamente. Il suo contenuto è a dir poco esplosivo.

Condotto tra marzo e agosto 2021 in 49 paesi, lo studio mostra che, su 164 applicazioni dedicate, 146 offrivano a terzi – principalmente società attive nel settore pubblicitario – un accesso privilegiato ai dati personali degli studenti senza che questi ne fossero consapevoli, né del resto le autorità competenti. Quattro quinti delle applicazioni effettuavano questo tipo di raccolta tramite applicazioni Google. Per quanto riguarda i dati raccolti, molto spesso non si limitavano alle mura della classe virtuale e riguardavano anche familiari e amici.

Se non c’è dubbio che l’urgenza imposta dai vari lockdown in tutto il mondo abbia spinto le autorità a rinunciare a misure precauzionali adeguate, possiamo essere certi che il mondo dell’Ed Tech – di cui Google fa parte – ha saputo cogliere l’occasione che gli è stata offerta. Lo scenario è noto da tempo: si offre all’autorità competente un prodotto, spesso senza che questa debba sborsare denaro, assicurandole che non pone alcun problema di utilizzo. In questo modo, come osserva HRW, si trasferisce il costo dell’operazione sugli studenti, che lo pagheranno rinunciando, loro malgrado, al loro diritto alla privacy. Anche quando i governi hanno sviluppato le proprie applicazioni, si è scoperto che la maggior parte di esse violava tali diritti.

HRW raccomanda che ogni paese, compresi quelli che non sono direttamente interessati da questo studio, conduca immediatamente delle verifiche. Tutti i dati personali raccolti dovrebbero essere identificati e cancellati il più rapidamente possibile. L’ONG ricorda infine un’ovvietà, tuttavia ignorata da molte amministrazioni pubbliche: è normale pagare per uno strumento, digitale o meno. Se è gratuito, è perché il prodotto è la vostra attenzione. In questo caso parliamo di quella dei bambini e dei giovani, la più preziosa di tutte.

L'articolo Recensioni: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026). proviene da Rivista Malamente.

  •  

Maledette zanzare

Come sterminarle con la biotecnologia “gene drive”

Di Luigi

Da Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025) QUI IL PDF

La zanzara è quell’animale capace di mettere a dura prova anche i più convinti antispecisti. Ah… potersene sbarazzare e godersi l’estate senza la loro fastidiosa presenza! Ma le zanzare non sono tutte uguali. Le specie con cui abbiamo a che fare alle nostre latitudini sono certamente antipatiche ma non potenzialmente letali come quelle in grado di trasmettere la malaria e altre malattie. Quest’ultime pare che stiano per fare una brutta fine: le biotecnologie genetiche hanno trovato il modo di sterminarle, eradicarle, cancellarle dalla faccia della terra. L’applicazione in campo aperto di questa tecnologia (“gene drive”) è davvero alle porte. Ma non è tutto pacifico come sembra. Ogni essere vivente ha il suo ruolo in un ecosistema interconnesso e nessuno sa – ammettono gli stessi scienziati – quali ripercussioni a lungo termine può avere questo intervento. Inoltre, perché limitarsi alle sole zanzare? Altri studi, su altri animali, sono in corso. Non è di buon auspicio nemmeno il fatto che i principali finanziatori di queste ricerche siano, guarda caso, le agenzie militari.

Andrea Crisanti. Come dimenticare questo nome? È stata una delle virostar più in voga ai tempi della pandemia. Ricordiamo, tra l’altro, il suo entusiasmo nel cantare il motivetto di Natale “Sì sì Vax” sulle note di Jingle Bells, «se tranquillo vuoi stare, i nonni non baciare…».[1] Ma il Covid è stato per lui solo un diversivo rispetto al suo principale oggetto di studio: le zanzare. Crisanti, insieme ad altri manipolatori genetici, è infatti uno dei protagonisti di una nuova frontiera biotecnologica: il gene drive. [leggi tutto…]

Le zanzare sono gli animali più letali del mondo. Ne esistono circa 3.500 specie, 50 delle quali sono in grado di trasmettere all’uomo malattie che, ogni anno, causano la morte di circa 700.000 persone. In particolare, le zanzare del genere Anopheles trasmettono il parassita della malaria, quelle del genere Aedes trasmettono infezioni virali come dengue e febbre gialla. Oggi la tecnologia promette di liberarci da tutto questo, ma a quale prezzo?

Chinino e DDT

Già in passato la tecnologia aveva dato prova di saper metter toppe peggiori del buco. Guardando al caso italiano, a cavallo tra Otto e Novecento la malaria che infestava le zone paludose come Agro pontino e Polesine era stata praticamente debellata, grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sociali, all’uso di zanzariere, al chinino (sostanza estratta dalla corteccia della Cinchona con cui venivano, tra l’altro, riempiti cioccolatini da regalare ai bambini) e, successivamente, alle famose bonifiche del fascismo. Poi, però, nei difficili anni della Seconda guerra mondiale il problema si era ripresentato.

Cessati i bombardamenti, la soluzione arrivò dall’ultimo ritrovato dei laboratori scientifici che si era visto come sterminasse non solo le zanzare, ma anche i pidocchi e tanti altri infestanti. Parliamo del DDT, che venne copiosamente spruzzato in stalle e abitazioni rurali. Una vera e propria tabula rasa di pulito: casi di malaria ridotti a zero, ma effetti collaterali che possiamo solo immaginare. Rimaneva fuori la Sardegna, ma ancora per poco; ben presto intervennero infatti i finanziamenti della Fondazione Rockfeller che garantirono anche all’isola le sue massicce dosi di insetticida, irrorato copiosamente e a tappeto (solo nel 1978 il DDT verrà messo al bando in Italia). Questa strategia alquanto discutibile verrà replicata pari pari nei decenni successivi nelle aree povere e rurali del mondo, sotto l’egida dell’appena costituita OMS, almeno fino a quando non iniziarono a svilupparsi zanzare resistenti al DDT. Una dinamica che dovrebbe per lo meno insegnarci qualcosa.

Successivamente, alla fine degli anni Novanta, a livello mondiale la strategia di contrasto alla malaria cambia. Con un passo indietro rispetto alla chimica tossica si ritorna agli strumenti che avevano dimostrato efficacia già nel secolo scorso: zanzariere (le zanzare responsabili della malaria pungono principalmente nelle ore serali e notturne, mantenerle fuori casa mentre si dorme si stima apporti una riduzione del 70% delle infezioni), accesso alle cure per tutti, rafforzamento dei sistemi sanitari e delle misure igieniche.

Troppo poco, in anni in cui si stanno realmente mettendo le mani sul DNA degli esseri viventi per piegarlo all’utilità umana: intorno al 2000 Crisanti e altri zanzarologi, dopo stagioni passate a coltivare sciami di insetti, “producono” in laboratorio le prime zanzare geneticamente modificate, impossibilitate a trasmettere la malaria.[2]

Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Plo GGB di Terni
Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Polo GGB di Terni

Hybris

Passare dal laboratorio al mondo esterno non è però un passo facile, ancor più arduo diffondere la mutazione genetica da un pugno di individui all’intera popolazione mondiale di una certa specie di zanzare. Ma non è tutto. Gli apprendisti stregoni puntano ancora più in alto: usare la genetica per cancellare dalla faccia della terra, una volta per tutte, le specie di zanzare responsabili della trasmissione della malaria. Ovvero sovvertire con un colpo di mano le regole dell’evoluzione perfezionatesi nel corso di milioni e miliardi di anni, perfettamente consapevoli, afferma Crisanti, di «dover affrontare una sfida alla natura di dimensione prometeica».[3] Hybris: insolenza e tracotanza.

È a questo punto che arrivano in soccorso i benefattori. La Fondazione Bill & Melinda Gates stanzia in prima battuta 10 milioni di dollari per sostenere il progetto che viene denominato Target Malaria. Obiettivo: sopprimere la capacità riproduttiva di intere popolazioni di zanzare, al fine di eradicarle.

I primi risultati non sono in realtà entusiasmanti perché, se all’inizio la sterilità si diffonde a macchia d’olio, dopo poche generazioni la natura pareva ribellarsi alla propagazione di questo assoluto svantaggio selettivo. Ma l’uomo – cartesianamente «signore e padrone della natura» – non ci sta. Le leggi che regolano la materia vivente devono piegarsi al suo volere tanto che, dopo ulteriori tentativi e sovvenzioni milionarie, alla fine, la soluzione arriva: si chiama gene drive, o reazione genetica a catena. Per la prima volta diventa possibile deviare il percorso evolutivo di una popolazione di animali dirottandolo verso una rapidissima estinzione.

Gene drive

Il meccanismo gene drive utilizza il CRISPR-Cas9, una tecnologia di editing genomico che permette di modificare il DNA in maniera molto precisa (più o meno…); evitiamo qui di addentrarci nei dettagli tecnici di questa tecnologia, rimandando ad altri articoli che abbiamo pubblicato in passato sulla Rivista.[4] Basti sapere che, in sostanza, il gene drive funziona da acceleratore della diffusione ereditaria di determinate caratteristiche: se in natura un gene ha il 50% di probabilità di essere trasmesso da un genitore a un figlio, se trasportato da un drive le sue possibilità sfiorano il 100%. Pertanto, truccando i dadi delle probabilità, nel giro di qualche generazione (avendo un ciclo vitale di poche settimane, le generazioni di zanzare si susseguono rapidamente) un gene programmato per danneggiare una specie può propagarsi con un effetto domino in tutta la popolazione, fino a farla collassare.

Gli zanzarologi lavorano in due direzioni, spiega Crisanti: «La prima consiste nel distruggere il cromosoma X durante la formazione degli spermatozoi, in modo che nascano solo maschi, che non pungono e non trasmettono la malaria. Lo sbilanciamento nel rapporto tra i sessi è destinato a causare il collasso della popolazione con un effetto domino. La seconda consiste nel distruggere un gene che è coinvolto nella fertilità delle femmine ma è inutilizzato nei maschi, che quindi lo diffondono, trasmettendolo alle femmine che diventano tutte sterili».[5] Riassumendo: si punta a far scomparire le femmine fertili di una specie, portandola di conseguenza all’estinzione.

Nel luglio 2018 Target Malaria ha avviato la Fase 1, ovvero il primo rilascio di insetti geneticamente modificati, nello specifico zanzare di sesso maschile e sterili, a Bana e Sourkoudingan, in Burkina Faso. La Fase 3, che dovrebbe partire nel 2027, dopo aver completato i vari adempimenti burocratici, prevede il rilascio di vere e proprie zanzare gene drive nell’Africa tropicale.

Nel frattempo vanno avanti gli esperimenti di laboratorio condotti da Crisanti & C. Prima su piccola scala, poi nelle grandi gabbie del Polo d’innovazione di genomica, genetica e biologia, a Terni, dove è stato ricreato un ambiente tropicale artificiale.[6] La tecnica ha funzionato, ma quel che si osserva all’interno di un laboratorio di confinamento ecologico dice poco o nulla rispetto a quali saranno le ricadute negli ecosistemi reali. Sponsor e sostenitori della ricerca sul gene drive si sono impegnati ad assicurare degli standard di biosicurezza condivisi e spergiurano che è tutto trasparente e sotto controllo, unicamente diretto al bene collettivo e che ogni passo sarà condiviso con le comunità interessate (ci crediamo, come quando l’oste dice che il vino è buono).[7]

Imprevedibilità

Ma quale sarà l’impatto sull’ambiente diventato, esso stesso, laboratorio di sperimentazione? Sono prevedibili tutte le ricadute, sapendo che lo scambio tra organismi ed ecosistemi è fatto di interazioni complesse che non possono essere ridotte a un meccanicismo genetico progettato a tavolino? Quali effetti ci saranno sulla salute degli altri animali e dell’uomo? Cosa accadrebbe se i geni modificati passassero ad altre specie di zanzara: eventualità giudicata «non trascurabile» secondo alcuni studi?[8]

E ancora: quanto ci vorrà prima che dalle zanzare si passi ad altri animali “nocivi”? Le stime ci dicono che in media il 10-15% dei raccolti si perde a causa dei parassiti: perché non risparmiare pesticidi e sterminarli tutti a forza di “bombe genetiche”? La Nuova Zelanda ha già annunciato l’intenzione di eliminare i ratti, gli opossum e gli ermellini entro il 2050, considerandoli specie invasive che causano enormi danni alla flora e alla fauna locale.[9] Al di là delle ripercussioni incontrollabili sull’intero ecosistema di cui tali animali sono parte integrante, chi può garantire che la sperimentazione non travalichi i confini dell’isola (basta qualche ratto che si imbarca casualmente, o deliberatamente) e finisca per diffondere l’estinzione a livello globale?

C’è un curioso precedente di tentato controllo biologico, fallito con effetti a catena devastanti e inaspettati. Fu quando la Cina di Mao decise di sterminare i passeri nell’ambito della campagna propagandistica contro le “quattro piaghe” promossa dal governo. I passeri, infatti, mangiavano il grano prima del raccolto. Tuttavia, si è scoperto che i passeri mangiavano anche i parassiti agricoli. La Cina si è vista costretta a limitare i danni importando successivamente passeri dalla Russia, ciononostante, la decimazione della popolazione di passeri ha portato a un enorme calo dei raccolti ed è stata probabilmente una delle cause principali della carestia che ha provocato la morte per fame di 30-45 milioni di persone tra il 1958 e il 1962.[10]

Un altro aspetto importante, che indirettamente fa capire molte cose, riguarda i flussi di denaro. Chi è diventato il più grande finanziatore al mondo della ricerca sul gene drive? I militari. La DARPA statunitense (Defense advanced research projects agency) ha investito subito 100 milioni di dollari (due e mezzo andati direttamente a Crisanti) e continua a sostenere gli sviluppi del progetto. Non ci vuole molto per capire come il gene drive, al di là delle zanzare, apra le porte alla possibilità di sviluppare armi biologiche utilizzandolo, ad esempio, per eradicare insetti importanti e benefici per l’agricoltura in una determinata regione. L’interesse dell’agenzia militare statunitense è ovviamente quello di padroneggiare tale tecnologia prima che qualche stato canaglia ci metta le mani…[11]

Queste e altre preoccupazioni attraversano anche gli stessi ambienti della ricerca scientifica. Nel 2016, ricercatori e attivisti riuniti a Cancún per la COP13 della Convenzione sulla diversità biologica (CBD) hanno lanciato un appello all’ONU chiedendo una moratoria sulle ricerche relative al gene drive. Nella lettera A call for conservation with a conscience: no place for gene drives in conservation scrivevano: «Il gene drive ha il potenziale di trasformare radicalmente il nostro mondo naturale e persino il rapporto dell’umanità con esso. […] L’assunzione di un tale potere è una soglia morale ed etica che non deve essere superata senza grande cautela».[12] Niente di particolarmente luddista: quel che chiedevano era solo una migliore valutazione e una regolamentazione della materia, nel solco dei tanti appelli alla prudenza lanciati nel corso dei decenni dagli stessi ricercatori ai loro colleghi (almeno, per quel che riguarda il tema da vicino, dalla Conferenza di Asilomar del 1975 sul DNA ricombinante): tutti scavalcati senza colpo ferire e risoltisi in un nulla di fatto. “Non si può fermare il progresso!” – con le armi e gli armigeri del progresso.

Una nuova proposta di moratoria emerge due anni dopo, alla COP14 (tenutasi in Egitto); proposta rigettata per non aver ottenuto il consenso unanime. Chi rappresentava un paese come l’Uganda in quel contesto? Uomini legati a Target Malaria (che lavorano in stretta collaborazione con il governativo Uganda virus research institute). Ulteriori proposte di moratoria internazionale, inascoltate, emergono anche negli anni successivi.

Un maggior senso di giustizia e moralità lo troviamo invece nell’opposizione dal basso, nei non specialisti che reclamano il diritto di parola dimostrando che c’è ancora una speranza, anche se di fronte alla potenza della tecnoscienza le forze dell’umanità appaiono troppo deboli. Attivisti di Burkina Faso, Senegal, Costa d’Avorio, da anni si stanno mobilitando e battendo per opporsi ai disegni di Target Malaria e della Fondazione Bill & Melinda Gates.[13]

Due documentari – A Question of Consent: Exterminator Mosquitoes in Burkina Faso e Gene Drives in Africa: Civil Society Speaks Out – danno voce all’opposizione della popolazione locale.[14] «Essere le cavie da laboratorio per un esperimento del genere è ragione di grande inquietudine», afferma Daouda Kambe Ouattara, dell’associazione Y’n a Marre. Ali Tapsoba dell’associazione Terre à vie denuncia la mentalità colonialista di Target Malaria: «non possono imporci un modo di curare la malaria senza prima chiedere la nostra opinione», tanto più visti i precedenti. È noto, ad esempio, quali danni abbia causato e come sia poi miseramente fallita l’esperienza di introduzione del cotone geneticamente modificato (Monsanto BT): «sappiamo che quando arriva questa gente, non si muove per il bene della popolazione, ma per i loro interessi», aggiunge Naufou Koussoube, della Fédération national des groupements de Naam. C’è poi una questione di tipo etico sollevata dagli attivisti che si chiedono per quale motivo si spendano miliardi in ricerche che sono potenzialmente pericolose (per la salute, per l’ambiente, e di riflesso potenzialmente dannose per l’economia locale), quando esistono soluzioni indigene per curare la malaria. In primo luogo, si chiedono quindi investimenti nell’igiene, nella bonifica, nella sanificazione dei villaggi.

Intanto, notizia di agosto 2025, il Burkina Faso ha ufficialmente ordinato la sospensione definitiva del progetto Target Malaria, quindi la chiusura dei laboratori e la distruzione dei campioni, opponendosi ai disegni di “neocolonialismo scientifico” della Fondazione Gates e dei suoi accoliti: questi presunti filantropi che investono in tecnologie brevettate e trasformano ogni “causa umanitaria” in un’opportunità finanziaria.[15]

In conclusione, sono in molti a paventare il rischio che qualcosa di irreversibile venga provocato agli ecosistemi africani e mondiali ancora prima che gli scienziati abbiano compreso appieno il funzionamento di questa tecnologia. Ai danni, qualora vi saranno, si risponderà elaborando nuove soluzioni tecnologiche. Con nuovi effetti collaterali imprevisti. E così via. Fino a dove? Ma anche se andasse fortuitamente tutto bene, resta la questione di fondo della distanza insormontabile tra chi vuol continuare a vivere da essere umano e chi rincorre la volontà di potenza: «anche se siete interessati ai problemi dell’Africa – ha detto un attivista africano a un ricercatore del MIT – ciò che ci preoccupa è il mondo che state lasciando».[16]

Per una disamina più approfondita di tutte gli interrogativi emersi in questo articolo si veda il sito della campagna Stop Gene Drive (www.stop-genedrives.eu) che riunisce circa 240 organizzazioni attive nella conservazione della natura, nella protezione dell’ambiente, nel benessere degli animali e nei campi dell’agricoltura e della cooperazione internazionale.


[1] <www.youtube.com/watch?v=rLzRGIaoYMw>.

[2] Flaminia Catteruccia [et al.], Stable germline transformation of the malaria mosquito Anopheles stephensi, “Nature”, 405, (2000), p. 959-962, DOI: 10.1038/35016096.

[3] Andrea Crisanti, Reazione genetica a catena: capovolgere le regole dell’evoluzione, Bologna, Il Mulino, 2025, p. 89.

[4] Cfr. E l’uomo creò l’uomo. CRISPR e le nuove frontiere dell’editing genomico, “Rivista Malamente”, n. 25, giu. 2022; Dio è morto in laboratorio, ivi, set. 2023; Verso il transumanesimo: crispizzare bambini, ivi, ott. 2024.

[5] Reazioni genetiche a catena. La frontiera dei “gene drive” parla italiano, intervista ad Andrea Crisanti, <https://crispr.blog>.

[6] Kyros Kyrou [et al.], A CRISPR–Cas9 gene drive targeting doublesex causes complete population suppression in caged Anopheles gambiae mosquitoes, “Nature biotechnology”, 36, (2018), p. 1062-1066, DOI: 10.1038/nbt.4245;  Andrew Hammond [et al.], Gene-drive suppression of mosquito populations in large cages as a bridge between lab and field, “Nature communications”, 12, 4589, (2021), DOI: 10.1038/s41467-021-24790-6.

[7] Clauda Emerson et al., Principles for gene drive research. Sponsors and supporters of gene drive research respond to a National Academies report, “Science”, 358, 6367, (2017), p. 1135-1136, DOI: 10.1126/science.aap9026.

[8] Virginie Courtier-Orgogozo [et al.], Evaluating the probability of CRISPR-based gene drive contaminating another species, “Evolutionary Applications”, 13, 8, (2020), p. 1888-1905, DOI: 10.1111/eva.12939.

[9] Kevin M. Esvelt, Neil J. Gemmell, Conservation demands safe gene drive, “PLOS Biology”, 16 nov. 2017, DOI: 10.1371/journal.pbio.2003850.

[10] Jemimah Steinfeld, China’s deadly science lesson: How an ill-conceived campaign against sparrows contributed to one of the worst famines in history, “Index on Censorship”, 47, 3, (2018), p. 49, DOI: 10.1177/0306422018800259.

[11] Arthur Nelsen, US military agency invests $100m in genetic extinction technologies, “The Guardian”, 4 dic. 2017, <www.theguardian.com>.

[12] <https://www.boell.de/en/2016/11/16/offener-brief-fur-naturschutz-mit-gewissen-kein-platz-fur-gene-drives>.

[13] Sulle opposizioni ai progetti di Target Malaria (ma anche per una disamina delle linee guida del filantrocapitalismo e, dall’altra parte, dei movimenti per la sovranità alimentare e territoriale) si veda Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment: for an ontological politics of the neoliberal bioeconomy and its controversies, “Rassegna italiana di sociologia”, 4, 2024, p. 959-986, DOI: 10.1423/115307

[14] I documentari, sottotitolati in italiano, sono disponibili sul canale youtube di Resistenze al nanomondo.

[15] Enrica Perucchietti, No al “neocolonialismo scientifico”: Il Burkina Faso vieta le zanzare OGM di Bill Gates, “L’indipendente”, 25 ago. 2025.

[16] Cit. in Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment, cit.

L'articolo Maledette zanzare proviene da Rivista Malamente.

  •  

Occupazione al polo Volponi dell’Università di Urbino

Le studentesse e gli studenti di Urbino si sono mobilitati contro un governo complice del genocidio, che rivendica oggi una pace fittizia, che sarà un nuovo inferno per i palestinesi.

La mobilitazione di lunedì 13, con grande partecipazione studentesca e cittadina, è terminata nell’occupazione dell’aula cinema del complesso Volponi di Urbino.

Data la posizione avanzata del nostro Ateneo rispetto alla situazione in Palestina – esplicitata dalla “Dichiarazione del Senato Accademico dell’Università di Urbino Carlo Bo sulla guerra in Palestina” – abbiamo ritenuto necessario portare alla luce alcune contraddizioni, tra cui le collaborazioni con le industrie belliche sul territorio (Benelli Armi) e con le multinazionali, come Coca-Cola HBC ITALIA, promotrici dell’occupazione e del genocidio del popolo palestinese.

Le nostre richieste, oltre alla cessazione di tali rapporti, comprendono l’istituzione di uno spazio di discussione politica, dove tutti gli studenti e le studentesse possano informarsi e organizzarsi e l’introduzione di insegnamenti decoloniali da parte dei docenti che sentono la necessità fare informazione sulla questione palestinese.

L’occupazione è continuata il giorno seguente.

Abbiamo ottenuto un primo colloquio nell’aula occupata con il Rettore dell’Università e siamo tutt’ora in trattativa.

SCARICA QUI IL DOCUMENTO CON LE RIVENDICAZIONI DELL’ASSEMBLEA DI OCCUPAZIONE

L'articolo Occupazione al polo Volponi dell’Università di Urbino proviene da Rivista Malamente.

  •  

One Piece è arrivato al porto

Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025)

di Redazione

Da qualche settimana la bandiera di One Piece sventola anche ad Ancona. Uno degli effetti più miracolosi delle formidabili manifestazioni per la Palestina nel capoluogo della nostra regione è stata l’apparizione della Generazione Z, finalmente nei cortei. Quando qualche migliaio di persone hanno travolto la ridicola linea di contenimento della digos e sono entrate nel porto commerciale di Ancona, la bandiera del pirata manga sventolava senza pensieri.

Le ultime settimane di settembre e poi lo sciopero generale del 3 ottobre e la manifestazione ardente di Roma il giorno dopo, hanno visto un’accelerazione di eventi, idee ed emozioni come non si vedeva da un po’. Il genocidio palestinese ha evidentemente raggiunto un livello di tale intollerabilità da alterare degli equilibri sociali che sembravano congelati.

Il 22 settembre, in solidarietà con l’iniziativa della Global Sumud Flotilla, più di 8.000 persone hanno occupato il porto di Ancona con un corteo e un presidio fisso, partecipando a due iniziative diverse che sono risultate complementari nonostante le differenze e la difficile comunicazione tra gli organizzatori, il Coordinamento Marche per la Palestina e i Centri sociali delle Marche. A distanza di meno di dieci giorni, quando la Flotilla di solidarietà con Gaza è stata sequestrata dai corsari israeliani, l’Italia è stata svegliata dal primo vero sciopero generale dopo vent’anni di torpore. Anche ad Ancona si è data la convergenza seppure difficoltosa di sindacalismo di base, CGIL e movimento per la Palestina.

Il 3 ottobre i manifestanti e le manifestanti, determinati e indisciplinati, sono riusciti con la loro pressione a entrare fin dentro il porto commerciale e a bloccare per ore le attività di carico e scarico di una mega nave della compagnia MSC. Lo stesso è accaduto ai traghetti in arrivo e in partenza. Alla fine della giornata un corteo spontaneo ha bloccato uno degli snodi più importanti del capoluogo e ha fronteggiato la polizia in assetto antisommossa che sbarrava l’accesso alla stazione ferroviaria. Proprio in quel momento si sono palesati al grido di “Palestina libera!” i fantasmagorici maranza, l’incubo di Piantedosi da quando Ramy è stato ammazzato a Milano da una volante dei carabinieri. Il tappo non è saltato, almeno per ora, ma sono nate delle amicizie e qualche complicità.

Durante queste giornate, e anche in quelle con minore partecipazione ma grande energia, abbiamo visto persone che pensavamo scomparse, la generazione sotto i trent’anni: determinata, curiosa, aperta. Ci sono stati incontri e si è riaperto un senso inedito di possibilità di cambiamento. Una posizione etica, contro un mondo insopportabile ha riaperto la possibilità di criticare tutto il resto, le condizioni materiali della miseria capitalista, la crisi ecologica, l’autoritarismo del fascismo degli algoritmi. Eppure i rapporti di forza sono ancora molto sfavorevoli. La minaccia di una guerra in Europa aumenta di livello e la Palestina viene maltrattata sempre di più nonostante una crescente solidarietà globale dal basso. L’intervento diplomatico di Trump per il cessate il fuoco a Gaza ha tanto il sapore di una grande operazione globale di contro-insurrezione preventiva, sulle spalle di una resistenza palestinese stremata e tradita dagli stati arabi.

Ci riempie il cuore il sorriso dei bambini e delle bambine di Gaza che forse per un po’ vivranno senza il suono delle bombe. Ma sappiamo che quella storia non finisce qui. Quello che abbiamo visto nascere è un movimento incredibile e necessario, quanto fragile e minacciato da tanti pericoli. Dobbiamo averne cura. Come rivista continuiamo a offrire uno spazio di crescita, confronto e critica a chi non si accontenta del presente e non vuole chiudersi in identità settarie ed escludenti.

Su questo numero continuiamo quindi ad approfondire i temi che ci stanno a cuore, per non rinunciare a formarci, per affinare capacità critica, creatività politica e culturale. Le pagine si aprono e si chiudono con due spazi anarchici di parola e cooperazione: il Bologna Anarchist Book Fair e l’intervista con il sempreverde Tomás Ibáñez, anarchico spagnolo di grande esperienza ed etica. Quel che c’è in mezzo ve lo lasciamo scoprire. Infine, lanciamo un saluto al Raduno intergalattico di Genuino Clandestino, ospitato a metà ottobre dalla CIURMA a Urbino: mercato contadino, festa, discussioni, convivialità… ne parleremo diffusamente sul prossimo numero.

L'articolo One Piece è arrivato al porto proviene da Rivista Malamente.

  •  

È morto Goffredo Fofi

La infosfera di quello che resta della sinistra in Italia esplode di necrologi, coccodrilli e ricordi.

Anche noi facciamo la nostra parte, ma per favore non metteteci nelle macerie della “sinistra che fu”, posizione stantia che non ci appartiene. Salutiamo il maestro Fofi come la redazione di un piccolo progetto di critica sociale anticapitalista e anarchica di provincia, di cui Goffredo aveva stima.

Immaginiamo che se potesse vedere questa proliferazione di parole sul suo conto, Goffredo sarebbe sarcastico come era suo modo, o addirittura manderebbe qualcuno affanculo come era solito fare con il sorriso sulla faccia e agiterebbe quel bastone malfermo che ultimamente sembrava più pronto a scagliare in testa al prossimo piuttosto che a usare per reggersi.

Noi l’abbiamo conosciuto meglio quando ha iniziato a sostenere il nostro progetto, nel 2018, e abbiamo avuto anche il piacere di ospitarlo a Senigallia per un incontro che si intitolava: “Nonostante la scuola”. Lo chiamiamo maestro perché ha sempre, fino all’ultimo, svolto un ruolo di supporto e sostegno alle giovani generazioni e ai processi di creazione collettiva di strumenti culturali e artistici. Questo è il suo grande merito e il suo grande metodo, che siamo contenti di aver potuto conoscere.

Non ci appartiene invece il rimpianto per il ruolo degli intellettuali nei bei tempi passati, la nostalgia per l’egemonia di sinistra nel campo della cultura e delle arti, ormai perduta. Gli intellettuali e gli artisti non sono eroi né geni, ma figli e figlie del proprio tempo e delle lotte che ogni generazione è capace di esprimere.

Quando questa Italia imbruttita e invecchiata tornerà ad ardere di rabbia e di dignità, anche le parole e i gesti cominceranno a essere belli e pieni di significato.

Adesso possiamo solo salutare il glorioso passato di una cultura che non c’è più, mentre si allontana come un iceberg dalla banchisa in questa torrida estate.

Ciao Goffredo, hai ragione, non ci stiamo capendo un cazzo.

[continua a leggere…]

Pubblichiamo qui l’articolo su Goffredo scritto da Massimo Raffaeli (appena uscito per “il manifesto”), anche in ricordo di quella serata di qualche anno fa, passata insieme ai tavoli del ristorante Bice, a Senigallia, dopo l’incontro “Nonostante la scuola”.

“Quella vana e però instancabile ricerca della verità delle cose”

di Massimo Raffaeli – il manifesto

Pensare a cos’abbia rappresentato per almeno due generazioni la figura di Goffredo Fofi è lo stesso che ritrovarselo davanti all’improvviso, sorridente, affettuosamente pungente nel suo socratico deambulare e intanto parlare, sempre partecipe, entusiasta anche nel dissenso, elegante di una sua speciale eleganza necessariamente delabré. Insomma Goffredo era Goffredo senza altri possibili aggettivi mentre la sua immagine poteva ricordare d’acchito un antico fraticello umbro (forse frate Leone, «pecorella di Dio») di quelli che stanno nei “Fioretti” e poi in “Francesco giullare di Dio” dell’amatissimo Rossellini ma rammentava anche un militante di base che abbia la voce arrochita in ore di assemblee, riunioni e discussioni dove peraltro Fofi prodigava il tesoro di una memoria sterminata (una anagrafe coi nomi di tutta quanta la letteratura, il cinema, la politica) la quale riaffiorava a cadenza in aneddoti all’improvviso trasformati in apologhi e parabole morali e politiche.

Perché Fofi ha scritto tanto e però da intellettuale naturaliter cristiano (una sua stella fissa è stata Aldo Capitini) ha sempre creduto che la verità della letteratura, pari a quella del cinema o di qualunque altra espressione artistica, stesse in ultima istanza fuori della letteratura, ovvero che se presa in sé stessa, o ridotta appena a sé stessa, la letteratura non fosse altro che una stolta o ambigua decorazione. Viceversa, per usare le parole di Franco Fortini (altro suo riferimento cruciale e insieme controverso), voleva che essa diventasse «cibo di molti» e cioè si traducesse o se non altro alludesse a un ethos, a una coerenza tra il dire e il fare, a una allegoria indirizzata, nella consapevolezza di mancarla ogni volta, verso la ricerca di una propria verità.

Prima e più che un critico (che da giovane, sfogliando le annate di Quaderni Piacentini o Ombre Rosse, poteva sembrare intransigente e persino efferato), Fofi era divenuto uno sparring degli scrittori, un vero e proprio compagno di via. E qui basta scorrere uno dei tanti libri il cui titolo è forse il più rivelatore nella sua insolenza, “Le nozze coi fichi secchi. Storie di un’altra Italia” (L’ancora del mediterraneo 1999), per ritrovare la costellazione dove accanto ai maestri secolari di una sinistra libertaria e fieramente antistalinista (Silone, Camus, Victor Serge, Nicola Chiaromonte) compaiono fisionomie dei grandi outsider con cui Fofi è entrato in contatto e a volte in intersezione, da Raniero Panzieri, il fondatore di Quaderni Rossi, all’economista Manlio Rossi-Doria, allo scrittore e meridionalista Danilo Dolci e a Danilo Montaldi, l’autore delle stupende “Autobiografie della leggera”, pioniere della ricerca sul campo e della storia orale che molto lo influenzò nella stesura del primo libro, un’opera pionieristica che sarebbe riduttivo definire di sola sociologia, “L’immigrazione meridionale a Torino”, edita da Feltrinelli nel 1964 (dal 2009 è nel catalogo di Aragno) dopo che Einaudi l’aveva rifiutata, per non avere grane con la Fiat e La Stampa, licenziando in tronco i redattori Panzieri e Renato Solmi che l’avevano sostenuto.

Ma c’è un altro libro che rappresenta, per così dire, il canone fofiano ed è “Scrittori per un secolo. I narratori, i poeti, i saggisti italiani del ’900” (Linea d’ombra, 1993) costruito sulle immagini fotografiche di Giovanni Giovannetti. Il centro pulsante è, in funzione anti-ermetica e più generalmente anti-accademica, la poesia di Saba, così calda di vita e fraterna al lettore, mentre le diramazioni vanno verso una letteratura di figure laterali e presunti minori che in realtà si scoprono maggiori, da Emilio Lussu (l’autore di “Un anno sull’altipiano”) al sempre poco rammentato Piero Jahier, da Alberto Savinio a Fausta Cialente, da un poligrafo geniale quale Luigi Bartolini, a Noventa, Carlo Levi, Brancati, Bilenchi, Volponi, Flaiano.

Solo delle nuove avanguardie e del Gruppo 63 non v’è traccia perché Fofi diffidava in genere delle costruzioni intellettualistiche e, in particolare, delle opere uscite dal Gruppo 63 che riteneva così à la page da trasformarsi subito in esercitazioni accademiche. L’epicentro della seconda metà del secolo per lui è invece Elsa Morante su cui non ha mai smesso di scrivere e di interrogarsi, facendo del libro più amato “Il mondo salvato dai ragazzini” (data topica d’uscita: 1968), una bibbia personale all’insegna della libera inventiva da basso che contesti il potere (politico, economico, militare, accademico) sempre esercitato dall’alto.

E non è un caso che Fofi, maestro elementare, umbro che si sentiva in cuor suo napoletano e cittadino del Sud universale, si sia sempre interessato alla pedagogia antiautoritaria e a figure come don Milani e Paulo Freire. Né va mai dimenticato il suo impegno di talent scout appassionato e molto generoso, pure se dolcemente assillante come sanno esserlo solo i frati questuanti: in Italia non si vedeva un simile esempio di fervore organizzativo dai tempi di Elio Vittorini, leggendario promotore di riviste e di collane editoriali. Al riguardo, è sufficiente scorrere il sommario dei periodici che Fofi ha fondato (da Ombre Rosse e Linea d’ombra alle più recenti Lo Straniero e Gli asini) per constatare l’infinità degli autori ospitati e, talvolta, da lui direttamente promossi: per stare ai soli narratori fra gli altri vi compaiono Gianni Celati, Giorgio Pressburger, Pier Vittorio Tondelli, Claudio Piersanti, Luca Doninelli, Giorgio van Straten, Stefano Benni, Alessandro Baricco, Maurizio Maggiani, Roberto Saviano e Lorenzo Pavolini.

Fra i titoli del suo diorama bibliografico spicca un libro-intervista che ben testimonia del talento prodigato in un’eterna ricerca di sé e dei propri compagni di via, “La vocazione minoritaria” (a cura di Oreste Pivetta. Laterza, 2009) dove Goffredo Fofi, involontariamente, scrive non soltanto il suo testamento ma anche il proprio autoritratto etico-politico.

L'articolo È morto Goffredo Fofi proviene da Rivista Malamente.

  •  

Canale di Sicilia, oltre mille dispersi: le organizzazioni chiedono procedure immediate per l’identificazione dei corpi e la restituzione alle famiglie

CommemorAction a Zarzis, Tunisia, settembre 2022. Foto: Chiara Denaro, Alarm Phone.

A seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante il ciclone “Harry”, che hanno causato circa mille dispersi tra il 14 e il 21 gennaio 2026, MEM.MED, ASGI, Mediterranea e Alarm Phone hanno inviato lettere alle autorità nazionali e locali competenti per sollecitare l’attivazione immediata di tutte le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati lungo le coste siciliane e calabresi, chiedendo il pieno rispetto dei protocolli per il prelievo del DNA e la tracciabilità certa delle sepolture per dare risposte alle numerose famiglie che cercano i propri cari.

Nel mese di gennaio 2026, a seguito dell’aggravarsi delle violenze in Tunisia, centinaia di persone sono partite da Sfax, nel tentativo di raggiungere le coste settentrionali del Mediterraneo. Molte partenze sono avvenute tra il 14 e il 21 gennaio, negli stessi giorni in cui il Canale di Sicilia è stato interessato del ciclone “Harry”, che ha colpito per circa due settimane il Mediterraneo centrale, rendendo le condizioni meteorologiche particolarmente avverse e rendendo difficile, a causa di effetti incrociati, il poter stabilire delle rotte certe. Secondo quanto riferito dalle organizzazioni Mediterranea, Refugees in Libya e Alarm Phone, sarebbero state oltre dieci le imbarcazioni partite in quel periodo, per un totale stimato di almeno mille persone disperse in mare. Ad oggi, risulta che solo una delle imbarcazioni sia riuscita a raggiungere Lampedusa, mentre delle altre non si hanno notizie certe. Nelle settimane successive, un corpo è stato recuperato in mare dalla nave Ocean Viking, operata dalla ONG SOS Méditerranée mentre altri sono riemersi dal mare o recuperati sulle coste vicino a Trapani e Marsala, vicino a Pantelleria, nei comuni di Tropea, Amantea, Scalea e Paola. Appare probabile che nei prossimi giorni e settimane ne verranno avvistati in avanzato stato di decomposizione e, quindi, non riconoscibili.

Le associazioni Alarm Phone e MEM.MED riferiscono di aver ricevuto numerose segnalazioni da parte di familiari alla ricerca di propri cari dispersi, partiti in quei giorni dalle coste tunisine. MEM.MED, per il tramite del legale incaricato dai congiunti delle persone disperse, ha inviato formali richieste alle autorità competenti affinché siano svolti tutti gli accertamenti necessari sui corpi rinvenuti, al fine di verificare l’eventuale corrispondenza tra le salme recuperate e i cari scomparsi.

Alla luce di tali circostanze, le organizzazioni coinvolte sottolineano l’importanza di attivare e garantire tutte le procedure necessarie per consentire il maggior numero possibile di identificazioni e la restituzione delle salme alle famiglie.

Al fine di restituire un’identità ed una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie in attesa abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate,” 

dichiarano le organizzazioni che hanno inviato lettere alle autorità nazionali e locali competenti, affinché tutte le procedure finalizzate a una corretta identificazione vengano svolte con tempestività e nel pieno rispetto dei protocolli previsti, inclusi il prelievo e la comparazione del DNA e la tracciabilità certa del luogo di sepoltura.

Ribadiamo che il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere,” concludono le organizzazioni.

 

MEM.MED – Memoria Mediterranea
ASGI APS – Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione
Mediterranea Saving Humans APS
Alarm Phone

Contatti

ASGI – info@asgi.it 3894988460
MEM.MED – info@memoriamediterranea.org  3391683338
Mediterranea Saving Humans – stampa@mediterranearescue.org
Alarm Phone – media@alarmphone.org

 

____

Ulteriori materiali

 

The post Canale di Sicilia, oltre mille dispersi: le organizzazioni chiedono procedure immediate per l’identificazione dei corpi e la restituzione alle famiglie appeared first on Alarm Phone.

  •  

Ostacolare le imbarcazioni di ricerca e soccorso significa causare centinaia di morti in mare

SV Nadir detained at Molo Commerciale, Lampedusa. Image: Paula Gaess / Resqship

32 organizzazioni chiedono l’immediata cessazione dell’ostruzionismo sistematico contro le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) delle ONG da parte dello Stato italiano. Soltanto nell’ultimo mese, le imbarcazioni delle ONG sono state fermate tre volte a causa di accuse basate sul Decreto Piantedosi. Una di esse, l’imbarcazione di monitoraggio “Nadir” gestita da RESQSHIP, è stata fermata due volte di seguito. Tenere deliberatamente lontane le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso dal Mediterraneo centrale causa innumerevoli morti in mare lungo una delle rotte migratorie più letali al mondo.

Nonostante i numerosi appelli lanciati dalle organizzazioni SAR, le imbarcazioni delle ONG continuano ad essere arbitrariamente detenute a causa del Decreto Piantedosi approvato nel gennaio 2023 e inasprito dalla conversione in legge del Decreto Flussi nel dicembre 2024. Nell’ultimo mese, “Nadir” e “Sea-Eye 5” – due delle imbarcazioni più piccole, rispettivamente gestite da RESQSHIP e Sea-Eye – sono state detenute con l’accusa di non aver rispettato le istruzioni delle autorità. Ad entrambi gli equipaggi sono stati assegnati porti distanti per sbarcare i sopravvissuti e sono stati invitati a procedere con trasbordi selettivi dei naufraghi sulla base di criteri di vulnerabilità, nonostante un’adeguata valutazione delle vulnerabilità richieda un ambiente sicuro e non possa essere condotta a bordo di una imbarcazione subito dopo un salvataggio.

L’introduzione di questi ostacoli legali e amministrativi persegue un obiettivo evidente: tenere le imbarcazioni SAR lontane dalle aree operative, limitando drasticamente la loro presenza e attività in mare. In assenza delle navi e degli aerei delle ONG, sempre più persone perderanno la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale; le violazioni dei diritti umani e i naufragi resteranno invisibili. Le imbarcazioni più piccole svolgono un ruolo cruciale: sorvegliano le rotte, forniscono i primi soccorsi alle persone in situazione di pericolo e, quando necessario, accolgono a bordo i sopravvissuti fino all’arrivo di navi meglio attrezzate.

Da febbraio 2023, le imbarcazioni delle ONG sono state oggetto di 29 fermi amministrativi, per un totale di 700 giorni trascorsi in porto invece di salvare vite umane in mare. Le stesse navi hanno trascorso altri 822 giorni in mare per raggiungere porti assegnati a distanze ingiustificabili, per un totale di 330.000 chilometri di navigazione. Misure che inizialmente riguardavano solo le navi SAR delle organizzazioni non governative sono ora estese anche alle imbarcazioni più piccole con un ruolo di monitoraggio.

Le ONG sono inoltre costrette a spendere una gran quantità di tempo e risorse per contestare la restrittiva legislazione italiana e i fermi amministrativi arbitrariamente imposti.

Negli ultimi mesi, alcuni tribunali italiani – a Catanzaro, Reggio Calabria, Crotone, Vibo Valentia e Ancona – hanno riconosciuto attraverso le loro sentenze l’illegittimità di fermi amministrativi nei confronti delle imbarcazioni di soccorso delle ONG, annullando di conseguenza le relative sanzioni. Nell’ottobre 2024, il Tribunale di Brindisi ha richiesto alla Corte costituzionale italiana di valutare la compatibilità del Decreto Piantedosi, convertito in legge nel febbraio 2023, con la Costituzione. L’8 luglio 2025 la Corte ha ribadito che il diritto marittimo internazionale non può essere aggirato da norme punitive e discriminatorie, e che qualsiasi decisione contraria ad esso deve essere pertanto considerata illegale e illegittima.

La mancata assistenza è reato!

In base al diritto marittimo internazionale, ogni comandante ha l’obbligo di prestare soccorso a persone che si trovino in situazione di pericolo in mare. Allo stesso modo, ogni Stato che gestisce un Centro di coordinamento del soccorso (RCC) è tenuto, per legge, a facilitare e avviare senza ritardo le operazioni di salvataggio. Quello a cui oggi assistiamo non è tanto un fallimento dello Stato, ma una serie di violazioni deliberate: l’occultamento di informazioni su casi di soccorso, il coordinamento con la cosiddetta Guardia Costiera libica per eseguire respingimenti illegali anche in acque maltesi, e le omissioni da parte di Frontex mentre osserva naufragi e intercettazioni violente senza intervenire.

Queste pratiche costituiscono una chiara violazione della Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS), della Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e del principio di “non refoulement”. Quando gli Stati ostacolano le operazioni di salvataggio invece di facilitarle, non stanno applicando la legge; la stanno violando.

Contesto

Nel dicembre 2024 è entrato in vigore il Decreto Flussi (convertito con legge 145/2024) relativo alla legislazione in materia di migrazione e asilo. Questo decreto inasprisce le disposizioni già restrittive del Decreto Piantedosi, che prevede sanzioni pecuniarie, detenzioni e confische definitive per le imbarcazioni di ricerca e soccorso. Le nuove disposizioni facilitano ulteriormente la confisca delle imbarcazioni di ricerca e soccorso, rendendo l’armatore e il proprietario della nave – indipendentemente dal comandante – responsabile in caso di violazioni ripetute. Costituiscono quindi un ulteriore strumento per ostacolare le attività di ricerca e soccorso delle ONG nel Mediterraneo centrale.

Dieci anni fa, ONG attive nel campo della ricerca e soccorso hanno iniziato a colmare il vuoto letale lasciato dall’UE e dai suoi Stati membri nel Mediterraneo centrale. Mentre l’UE si concentrava sempre più sul controllo e sull’esternalizzazione delle proprie frontiere per impedire l’arrivo di persone in fuga verso le coste europee, dal 2015 più di 175.500 persone sono state soccorse dalle imbarcazioni delle ONG. Dal 2017, tuttavia, queste organizzazioni SAR sono sempre più esposte alla criminalizzazione e all’ostruzionismo sistematico a causa di leggi e politiche restrittive, che contraddicono il diritto marittimo internazionale e i diritti umani.

Chiediamo che:

  • I Decreti Piantedosi e Flussi siano immediatamente abrogati, per mettere fine alle disumane richieste che impongono alle imbarcazioni di soccorso di procedere a sbarchi selettivi e all’assegnazione di porti distanti. In conformità con il diritto marittimo internazionale, le persone soccorse devono essere sbarcate senza ritardo nel luogo sicuro più vicino; non possono essere costrette a sostenere lunghi viaggi a fini di strumentalizzazione politica.
  • L’imbarcazione di monitoraggio “Nadir” sia immediatamente rilasciata e che siano definitivamente rimossi gli ostacoli e le pratiche di criminalizzazione contro le attività delle ONG impegnate nella ricerca e soccorso in mare.
  • Gli Stati membri dell’UE adempiano al loro dovere di soccorso in mare e rispettino il diritto internazionale. Le autorità dovrebbero fornire a tutte le imbarcazioni SAR il supporto necessario nelle operazioni di soccorso e assumersi la responsabilità e il coordinamento delle attività di salvataggio di chi si trova in situazione di pericolo in mare.
  • Sia istituita una missione di ricerca e soccorso finanziata e coordinata dall’UE.
  • Siano garantite vie di accesso sicure e legali verso l’Europa, per impedire che chiunque debba salire a bordo di imbarcazioni precarie ed intraprendere viaggi pericolosi o perfino mortali.

Firmatarie:

  1. Association for Juridical Studies on Immigration (ASGI)
  2. borderline-europe, Human rights without borders e.V.
  3. Captain Support Network
  4. Cilip | Bürgerrechte & Polizei
  5. CompassCollective
  6. CONVENZIONE DEI DIRITTI NEL MEDITERRANEO
  7. EMERGENCY
  8. European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR)
  9. Gruppo Melitea
  10. iuventa-crew
  11. LasciateCIEntrare
  12. Maldusa project
  13. Médecins Sans Frontières
  14. MEDITERRANEA Saving Humans
  15. MEM.MED Memoria Mediterranea
  16. migration-control.info project
  17. MV Louise Michel project
  18. Open Arms
  19. RESQSHIP
  20. r42 Sail And Rescue
  21. Refugees in Libya
  22. Salvamento Marítimo Humanitario (SMH)
  23. SARAH-Seenotrettung
  24. Sea-Eye
  25. Sea Punks e.V
  26. Sea-Watch
  27. SOS Humanity
  28. SOS MEDITERRANEE
  29. Statewatch
  30. Tunisian Forum for Social and Economic Rights FTDES
  31. United4Rescue
  32. Watch the Med Alarm Phone

The post Ostacolare le imbarcazioni di ricerca e soccorso significa causare centinaia di morti in mare appeared first on Alarm Phone.

  •  

Esposti alla morte: espulsioni dalla Tunisia in seguito ad intercettazioni in mare

Durante la primavera del 2025, in un momento in cui il governo tunisino aveva nuovamente intensificato la violenza contro le persone nere in movimento, siamo state ripetutamente allertate riguardo le sistematiche espulsioni verso il deserto, con conseguenti morti o sparizioni.

Espulsioni in seguito a naufragi

Il viaggio, secondo la testimonianza condivisa. Foto: Alarm Phone

L’ultimo pomeriggio del 2024, siamo state informate di una barca in pericolo con a bordo circa 60 uomini. Erano partiti il 31 dicembre da Zuwara alla volta di Lampedusa ma, poco dopo la partenza, avevano avuto un guasto al motore. Mohammad, alleato di Alarm Phone e membro di una rete siriana che sostiene le persone in pericolo in mare, ci aveva riportato quanto accaduto:

“All’inizio di questo nuovo anno, avevamo già assistito a troppe tragedie nel Mar Mediterraneo, causate dalle politiche di chiusura delle frontiere, del razzismo dilagante e dell’incapacità delle autorità di adempiere al loro dovere. Oggi ricordo un incidente avvenuto il 31 dicembre, che ha causato la morte di 16 migranti. Come molti altri giorni, avevo ricevuto una chiamata da persone in pericolo in mare. Erano le 8:00 del mattino, il mio telefono aveva squillato. La persona aveva detto “Pronto” e io avevo risposto “Pronto, cosa posso fare per lei?”. Aveva iniziato a spiegarmi la situazione, ma la chiamata era stata improvvisamente interrotta a causa di interferenze.

Prima che la linea cadesse, mi aveva detto che uno dei motori della loro barca si era guastato, e che l’altro funzionava ancora. Avevo provato a richiamare più volte, senza successo. In stretta collaborazione con Alarm Phone, avevamo lavorato instancabilmente per ore cercando di localizzarli. Nel frattempo, avevano iniziato ad arrivare chiamate da parte delle loro famiglie, con domande strazianti: “È successo qualcosa di grave? Sono arrivati sani e salvi?” Non avevo risposte.

Una madre mi aveva detto: “Mi dica, mio figlio è annegato?” La sua voce trasmetteva una certezza, come se sapesse già la verità senza che nessuno gliela avesse detta. Sì, la barca, con a bordo circa 60 persone, era affondata.

Più tardi, avevo ricevuto una chiamata da un pescatore che mi aveva detto di aver soccorso alcuni sopravvissuti e di averli portati in Tunisia. Tuttavia, le autorità locali li avevano trattati come sempre accade, e li avevano deportati nel deserto al confine con l’Algeria. Le persone avevano camminato per 10 ore nel deserto senza cibo né acqua prima di trovare qualcuno che le aiutasse.

In seguito, mi avevano richiamato per informarmi di aver finalmente raggiunto Algeri dopo un viaggio estenuante. Ma la tragedia non era finita qui. Mi avevano spiegato che il gruppo originario si era diviso durante il calvario e che alcune persone erano ancora dispersie nel deserto. Avevano anche perso un amico in mare, di cui non si conoscevano né il nome completo né i contatti della famiglia.

Avevamo cercato di sollecitare le autorità, affinché intervenissero, ma nessuno aveva fatto nulla. Avevano lasciato quelle persone morire in mare o nel deserto.

Spero che la lotta continui e che cresca il numero di coloro che lottano per la giustizia e l’umanità in mare. Le uccisioni alle frontiere devono finire! E tutte le persone hanno bisogno di vie di comunicazione libere e sicure per viaggiare”.

Frammenti di un video che mostrava il difficile soccorso dell’imbarcazione capovolta, da parte dei pescatori. Video condiviso con Alarm Phone da un parente delle persone a bordo.

Nonostante la nostra segnalazione alle autorità europee e tunisine, il soccorso dei naufraghi era stato effettuato da pescatori tunisini che, per fortuna, si trovavano nella zona. Tragicamente, per 16 persone il soccorso era giunto troppo tardi.

Una volta giunteo a terra, le autorità tunisine avevano deciso di deportare i sopravvissuti nel deserto, esponendoli nuovamente alla morte.

Uno dei gruppi più piccoli era stato spinto nella regione desertica al confine con l’Algeria. Grazie alla conoscenza dell’arabo, alla loro giovane età e buona salute, erano riusciti a raggiungere Algeri. Dopo la violenza subita alle frontiere esterne dell’Unione Europea, decisero di tornare in Siria.

Un altro sopravvissuto è scomparso dopo il soccorso verso Sfax. Dopo settimane di ricerche da parte del fratello, ha dato un segno di vita da una prigione di Tebesa, sul lato algerino del confine con la Tunisia. Era finito lì dopo essere stato portato in autobus a Kasserine, poi a Thala e successivamente spinto oltre il confine. Nella prigione era detenuto insieme ad altre 35 persone, di cui almeno due minorenni. Altri hanno riferito di essere stati lì per cinque o sei mesi.

Alla fine di aprile è stato espulso dall’Algeria verso il Pakistan, in aereo, insieme ad altre persone provenienti dal Pakistan.

Le espulsioni multiple che hanno causato la morte del piccolo Elian Michel

Il viaggio, secondo la testimonianza condivisa. Foto: Alarm Phone

Nel mese di febbraio, Alarm Phone è stata contattata da una madre che aveva perso il suo bimbo di soli tre mesi. Era accaduto dopo diverse espulsioni verso le zone di confine, seguite all’intercettazione in mare sua e del marito da parte della guardia costiera tunisina:

“Mi chiamo S., sono camerunese. Ho lasciato il mio paese due anni fa. All’epoca avevo una relazione con quello che ora è mio marito, ma essendo studenti non avevamo molti soldi, quindi i miei genitori volevano costringermi a sposarmi. È stato per evitare questo matrimonio forzato che mi sono vista costretta a fuggire dal mio Paese.

Io e mio marito siamo arrivati in Tunisia alla fine del 2023 con l’idea di stabilirci lì e iniziare una nuova vita. Sapevamo che la situazione nel Paese era difficile, ma non immaginavamo che le condizioni di vita fossero così dure. Abbiamo vissuto a Tunisi per due mesi, condividendo un appartamento con altre persone e lavorando per pagare l’affitto. Eppure, la situazione è peggiorata molto rapidamente: il razzismo era ovunque e sempre più persone che conoscevamo venivano arrestate e sbattute in prigione. Questo accadeva anche a persone che avevano i documenti. Molti sono scomparsi dopo essere stati deportati nel deserto.

Nell’inverno del 2024 siamo partiti per Sfax per cercare di fuggire, dinanzi  al numero crescente di arresti. Quando siamo arrivati, abbiamo trovato un piccolo posto in affitto. Purtroppo, dopo poche settimane, il nostro padrone di casa ha subito pressioni dalla Guardia Nazionale per sfrattarci e abbiamo dovuto andarcene. Siamo quindi andati a vivere fuori Sfax, negli uliveti. I campi venivano regolarmente distrutti dalle forze dell’ordine, e avevamo dovuto spostarci.

Le condizioni di vita nei campi sono molto precarie: Le persone vivono in rifugi fatti di rifiuti di plastica e legno. Li dentro fa molto freddo, ma almeno offrono un po’ di protezione. Non c’è accesso all’acqua corrente. A volte gli abitanti del posto vengono a venderci lattine. Ci sono anche agricoltori che ci aiutano e quando vengono ad annaffiare i campi ci lasciano usare i loro serbatoi. Ma quell’acqua non è potabile e dobbiamo comunque comprare bottiglie extra. Mio marito aveva trovato un piccolo lavoro notturno che gli permetteva di guadagnare un po’ di soldi. Questo ci permetteva di comprare da mangiare.

Le condizioni erano così difficili e gli arresti così frequenti che avevamo deciso di fuggire dalla Tunisia, soprattutto perché avevo appena avuto un bambino con mio marito: il piccolo Elian Michel. All’inizio di febbraio 2025, siamo partiti su una barca di metallo verso l’Europa. La barca era molto affollata e instabile (eravamo in 47), ma procedeva bene. Al mattino presto, dopo alcune ore di navigazione, quando eravamo in acque internazionali, la Guardia Nazionale ci ha individuati. Ci avevano chiesto di spegnere il motore, minacciando di affondare la barca se avessimo rifiutato. Avevamo obbedito immediatamente perché avevamo troppa paura che potessero provocare onde che ci avrebbero fatto capovolgere.

Eravamo stati avvistati inizialmente da guardie costiere su moto d’acqua, che poi avevano chiamato due grandi imbarcazioni della Guardia Nazionale, giunte poco dopo. Ci avevano diviso in due gruppi, uno su ogni imbarcazione, prima di farci sbarcare nel porto di Sfax. Eravamo tutti bagnati e tremanti dal freddo, ma non ci avevano dato né coperte, né acqua, né cibo. Dato che avevo lasciato il latte del bambino sulla barca, avevo chiesto all’ufficiale della Guardia Nazionale di poterlo andare comprare in farmacia. Lui aveva risposto che non era permesso. Eppure vedeva che il mio bambino era molto piccolo, che aveva solo due mesi e mezzo ed era tutto bagnato… non mi aveva ascoltato nonostante le mie suppliche. Eravamo rimasti rinchiusi nel porto, per terra, tutto il giorno. Due donne incinte erano svenute ed erano state portate in ospedale. Ma nessuno aveva fatto nulla per il mio bambino.

Alla fine della giornata sono arrivati altri poliziotti. Ci hanno ammanettato tutti. Avevo le mani legate dietro la schiena e il mio bambino era sul petto, non potevo più toccarlo. Ci hanno fatto salire su un autobus. Altre persone si erano unite a noi sull’autobus: erano altri neri che la guardia nazionale aveva arrestato e messo in prigione. Restammo ammanettati sull’autobus per 5 ore. C’era un autista e altri 4 poliziotti che avevano il compito di perquisirci durante il viaggio. Chi protestava veniva picchiato. Non ci avevano ancora dato nulla da mangiare o da bere. Altri veicoli della Guardia Nazionale seguivano l’autobus.

Quando l’autobus si è fermato era buio. I poliziotti ci hanno fatto scendere uno alla volta. C’erano quattro auto con circa quindici poliziotti armati fino ai denti. Ci hanno tolto le manette, ci hanno fatto camminare per un chilometro prima di dirci di andare avanti senza voltarci. Grazie a qualcuno che era riuscito a tenere il cellulare, abbiamo capito che eravamo al confine con l’Algeria. Ci siamo divisi in due gruppi: alcuni volevano rifugiarsi in Algeria, ma io e mio marito volevamo avvicinarci il più possibile a una città per comprare del cibo per il nostro bambino, quindi ci siamo uniti al gruppo che voleva tornare in Tunisia.

Così abbiamo camminato tutta la notte con altre quindici persone circa. Un fratello mi ha dato dell’acqua per il mio bambino, ma mi sono accorta che era molto debole. Nel cuore della notte, il nostro gruppo è stato individuato dalla Guardia Nazionale. Tutti sono stati catturati, picchiati e probabilmente deportati di nuovo, tranne noi tre che siamo riusciti a nasconderci. Al mattino presto siamo arrivati in una piantagione di datteri vicino a un villaggio. Lì c’era un anziano che ha deciso di aiutarci quando ci ha visti. Ha chiamato qualcuno che è andato a comprare del latte, un biberon e del cibo per noi. Abbiamo mangiato, riposato e alla fine della giornata abbiamo deciso di ripartire. Volevamo camminare di notte perché sapevamo che durante il giorno c’era troppo rischio di essere individuati: se qualcuno ti vede, spesso chiama direttamente la polizia…

Dopo aver camminato per due giorni, siamo arrivati in una città un po’ più grande, ma qualcuno deve averci denunciato perché è arrivata la polizia e ci ha arrestati. Siamo stati nuovamente trasportati in auto per molte ore. Ci siamo resi conto che la guardia nazionale ci stava portando in Libia. Era buio quando ci hanno fatto scendere dall’auto. I libici ci aspettavano a pochi metri di distanza. Altre persone venivano deportate insieme a noi. Per fortuna siamo riusciti a nasconderci in una specie di grande tubo che si trovava lì vicino. I libici ci hanno cercato per un po’, ma grazie a Dio non ci hanno trovato.

Ancora una volta abbiamo camminato tutta la notte, sperando di trovare un villaggio sul lato tunisino. Abbiamo incontrato un uomo che ha deciso di aiutarci. Ha chiamato suo figlio, che ci ha portato a una stazione per poter tornare a Sfax. Ma ancora una volta la polizia ci ha fermato. Questa volta siamo stati deportati al confine algerino, sulle colline vicino a Tebessa. Dopo una settimana di vagabondaggio sulle colline, siamo riusciti a convincere un abitante del luogo a riportarci a Sfax in cambio di una somma di denaro. E così, dopo un mese nel deserto, siamo tornati agli uliveti. Abbiamo scoperto che il nostro rifugio era stato distrutto, quindi siamo andati ad accamparci un po’ più lontano.

Dato che il mio bambino non stava bene, sono andata da una sorella africana che era infermiera nel mio paese. Ha visitato mio figlio e mi ha detto che probabilmente aveva l’ipotermia. Purtroppo non abbiamo avuto il tempo di fare nulla. Quella notte l’ho messo a letto, ben coperto. Non si è più svegliato. Mio marito ed io abbiamo pianto molto, eravamo sotto shock. Uno dei leader della comunità del campo è venuto a trovarci e ci ha detto che avrebbe informato la Guardia Nazionale della morte. La Guardia Nazionale è venuta a prendere mio marito e il corpo del bambino. Sono andati all’ospedale dove un medico ha dichiarato il decesso. La polizia ha riportato mio marito al campo: lui voleva tenere il corpo con sé, ma glielo hanno impedito e gli hanno detto di lasciarlo nel furgone.

Non so se il mio bambino è stato sepolto e cosa sia successo al corpo. Come madre in lutto, è importante per me sapere dove si trova il corpo e poterlo salutare. È una situazione molto difficile. Oltre a questa perdita, c’è la situazione molto complicata in cui ci troviamo in Tunisia, a causa del razzismo e dei continui arresti e deportazioni. Non possiamo restare in Tunisia. Non abbiamo altra scelta che cercare di fuggire di nuovo da questo Paese”.

Queste sono solo due testimonianze che descrivono la situazione disumana dei migranti in Tunisia, Libia e Algeria, dove le loro vite non contano nulla e vengono abbandonati.

Le testimonianze presentate in questo rapporto mettono a nudo le brutali conseguenze di un regime di deportazione transnazionale che svaluta sistematicamente le vite dei migranti neri. La catena di eventi – dalle intercettazioni in mare agli abbandoni nel deserto e alle espulsioni transfrontaliere – rivela una politica deliberata di deterrenza attraverso la sofferenza. La Tunisia, con il sostegno tacito e palese degli attori europei, sta attuando pratiche che espongono i migranti non solo a ripetute violazioni dei loro diritti fondamentali, ma anche al rischio imminente di morte.

Queste storie non sono isolate. Riflettono un modello: persone sopravvissute a naufragio, deportate nel deserto; famiglie che subiscono perdite devastanti dopo ripetuti sgomberi forzati; individui che scompaiono oltre confine, detenuti a tempo indeterminato o che svaniscono senza lasciare traccia.

Questo sistema di controllo esternalizzato delle frontiere non si ferma ai confini fisici: si estende alle vite delle persone, lacerando famiglie, cancellando futuri e aggravando la violenza del controllo razziale delle migrazioni. Il regime di frontiera ha trovato un altro modo di strumentalizzare questo ambiente letale, condannando le persone a morire in mare o nelle regioni desertiche. Queste tragiche conseguenze non sono accidentali. Sono il risultato prevedibile ed evitabile delle politiche gestite dall’UE, elaborate per rafforzare le frontiere, indipendentemente dai costi in termini di vite umane.

Con Alarm Phone, piangiamo queste morti e facciamo eco alla richiesta di coloro che resistono a queste ingiustizie: le uccisioni alle frontiere devono cessare, libertà di movimento per tutte e tutti!

The post Esposti alla morte: espulsioni dalla Tunisia in seguito ad intercettazioni in mare appeared first on Alarm Phone.

  •  

Comunicato di solidarietà con la Freedom Flotilla

Fonte: Freedom Flotilla Coalition

Di fronte al genocidio in corso a Gaza e a seguito dell’attacco con droni, siamo uniti nella solidarietà con la Freedom Flotilla!

Nella mattina del 2 maggio abbiamo assistito all’ennesima violazione del diritto umanitario internazionale: la nave Conscience, parte della Freedom Flotilla, diretta a Gaza per consegnare aiuti umanitari e medicinali, è stata attaccata da due droni.

Alcune ore prima dell’attacco, un C-130 Hercules dell’aviazione israeliana si è diretto verso Malta e il tracciato dell’aereo mostra che stava sorvolando a bassa quota la zona ad est di Malta. Sebbene l’esercito israeliano si sia rifiutato di commentare, la Freedom Flotilla sospetta fortemente che siano stati proprio droni israeliani a sparare colpi contro la nave disarmata, provocando un incendio e rischiando di uccidere l’equipaggio e i volontari a bordo (le prove sono raccolte qui). In seguito alla richiesta di Mayday lanciata dall’equipaggio, una nave cargo cipriota è arrivata sul posto e ha proceduto allo spegnimento dell’incendio. L’equipaggio si è rifiutato di abbandonare la nave, poiché ciò avrebbe significato lasciarla incustodita rischiando la perdita degli aiuti umanitari che trasporta.

La Palestina è occupata da Israele dal 1948, quando 700.000 palestinesi furono espulsi dalle loro case e dalle loro terre. Da allora, abbiamo assistito alla proliferazione di insediamenti israeliani dichiarati illegali secondo i principi del diritto internazionale mentre Israele ha imposto un regime di apartheid al popolo palestinese. Sebbene la violenza sia sempre stata strutturale a questo regime, dopo l’attacco condotto da Hamas oltre la recinzione di Gaza il 7 ottobre 2023, in cui sono stati uccisi più di 800 civili, abbiamo assistito a un’escalation senza precedenti, in cui lo Stato di Israele ha condotto operazioni sistematiche di genocidio volte a eliminare la popolazione palestinese residente nella Striscia di Gaza.

Da allora, sono state uccise più di 52.000 persone, tra cui più di 17.400 bambini, ma il bilancio reale delle vittime potrebbe essere ancora più alto visto il grande numero di dispersi.

Giornalisti, operatori umanitari e medici, così come ambulanze e ospedali, sono stati sistematicamente presi di mira dagli attacchi israeliani, in flagrante violazione del diritto umanitario internazionale.

Strumento centrale del piano genocida, l’assedio imposto da Israele sulla Striscia di Gaza ha impedito la consegna di beni di prima necessità – tra cui cibo, medicinali e attrezzature mediche – e ha distrutto le infrastrutture sanitarie del Paese.

Di fronte alla carestia imposta alla popolazione di Gaza e all’estrema carenza di medicinali, la Freedom Flotilla ha deciso di rompere l’assedio su Gaza portando nel Paese beni di prima necessità.

Rompere l’assedio avrebbe dovuto essere compito degli Stati europei, occidentali e arabi che continuano a definirsi democratici pur sostenendo Israele. Eppure, ancora una volta, è stato necessario che i membri della società civile agissero, mettendo a rischio le proprie vite.

Ricordiamo che il 31 maggio 2010 le Forze di difesa israeliane attaccarono la Freedom Flotilla mentre era in viaggio per consegnare aiuti umanitari, causando la morte di 10 persone. Purtroppo, come ha sottolineato un attivista del progetto, “viviamo in tempi in cui le navi che trasportano gli armamenti più avanzati del mondo transitato liberamente, e le navi che trasportano aiuti umanitari urgenti a una popolazione affamata bruciano”.

In un momento in cui il Primo Ministro Netanyahu sta pianificando l’attuazione di una “soluzione finale” che confinerà l’intera popolazione di Gaza in 45 chilometri quadrati e permetterà a Israele di occupare il restante 90% della Striscia di Gaza, condanniamo il rifiuto del Parlamento Europeo di discutere l’inaccettabile e potenzialmente letale attacco alla Freedom Flotilla e di condannare la pulizia etnica e il genocidio del popolo palestinese.

Condanniamo con forza l’attacco deliberato contro una nave civile carica di beni di prima necessità e aiuti medici.

Denunciamo il silenzio e l’inazione degli Stati occidentali e arabi di fronte all’ennesimo crimine dello Stato di Israele, che continua ad agire nella più completa impunità.

Esprimiamo la nostra piena solidarietà a coloro che a Gaza ancora resistono agli incessanti tentativi di sterminio delle forze israeliane, e a chi, come l’equipaggio della Freedom Flotilla, li sostiene, denunciando questi atti e agendo per fermare il genocidio.

 

Primi firmatari

  1. Al Bawsala / Tunisia
  2. Alternative Intervention of Lawyers, Athens
  3. Aktionstage Enough
  4. Aswat Nissa
  5. ASGI – Association for Juridical Studies on Immigration
  6. Association Beity – Tunisia
  7. Anti-Apartheid movement (AAM)
  8. Avocats Sans Frontières (ASF)
  9. Bewegung für den Sozialismus 
  10. Border Forensics
  11. booq Palermo – Bibliofficina di quartiere
  12. Cantine Tambouille
  13. Center for Research and Elaboration for Democracy 
  14. Centhra Malaysia
  15. Chile Lawyers for Palestine 
  16. Collectif National pour la Reconnaissance des Crimes Coloniaux 
  17. CORPORACION JURIDICA ALTERNATIVA CIUDADANA (Corpojurídica AC) – Colombia
  18. Comité pour le respect des libertés et des droits de l’Homme en Tunisie – CRLDHT
  19. Convenzione dei diritti nel Mediterraneo
  20. Damj, the Tunisian Association for Justice and Equality
  21. de:criminalize
  22. Fédération des tunisiens citoyens des deux Rives – FTCR (France)
  23. Feministisches Streikkollektiv Zürich
  24. Figli delle chiancarelle 
  25. Fundación Solidaire
  26. Gruppo Melitea
  27. Italiani Senza Cittadinanza
  28. iuventa-crew
  29. Jüdische Stimme für Demokratie und Gerechtigkeit in Israel/Palästina (JVJP), Switzerland
  30. Il Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia ( CRED) 
  31. KEERFA MOVEMENT UNITED AGAINST RACISM AND FASCIST THREAT 
  32. LasciateCIEntrare/MaipiuCie
  33. Legal Clinic on Migration and Asylum University of Roma Tre
  34. LEGAL TEAM ITALIA
  35. LIMINAL
  36. MALDUSA Project
  37. Mediterranea Saving Humans
  38. Mesdhe (Albania)
  39. migration-control.info project
  40. Missing Voices (REER)
  41. Movement for Debt and Reparations 
  42. Mv LOUISE MICHEL 
  43. Nachaz Dissonances Tunisia
  44. NOMAD08 TUNISIA
  45. PAL Commission on War Crimes, Justice, Reparations, and Return, Co-Counsel to Freedom Flotilla Coalition 
  46. Palestina e lirë (Albania)
  47. Palestine Solidarity Alliance 
  48. r42-SailAndRescue
  49. Rizomi.Lab
  50. Reclaim The Sea CIC
  51. Refugees platform In Egypt (RPE)
  52. Salvamento Maritimo Humanitario- SMH
  53. SAR Malta
  54. SARAH-Seenotrettung
  55. Sea Punks e.V.
  56. Seasters Coop
  57. THFwelcome e.V.
  58. Tunisian Association for the Defense of Individual Freedoms
  59. Tunisian Forum for Social and Economic Rights FTDES
  60. USA Peace Council
  61. WeAreOkay
  62. Watch the Med AlarmPhone 
  63. Worldwide Lawyers Association (WOLAS) as co-counsel to Freedom Flotilla Coalition
  64. Ya Basta Bologna

  1. Lamis J. Deek, Director of Legal and Diplomatic Affairs- PAL Commission on War Crimes, Justice, Reparations, and Return. Co-counsel To Freedom Flotilla
  2. Amadou Mbow, Président de l’Association Mauritanienne pour la citoyenneté et développement.
  3. Ridha Tlili, Film maker
  4. Pablo Andrés Araya Zacarías, Abogados Chilenos por Palestina, PAL Commission 
  5. Dimitra Linardaki Lawyer, Athens 
  6. Εvgenia Kouniaki, Lawyer, Alternative Intervention of Lawyers, Athens
  7. Ridwana Ibrahim
  8. Ioanna stentoumi
  9. Thanasis Kampagiannis, Lawyer, ex councillor in the Board of Directors in the Athens Bar Association
  10. Pablo Azarcaya, Attorney, Chile, PAL Law Commission,  Chile for Palestine 
  11. Evgenia Kouniaki, Attorney, Greece, PAL Law Commission, Alternative Intervention 
  12. Daniel Kovalik, Attorney, USA, PAL Law Commission, Peace Council USA
  13. Petros Constantinou,coordinator KEERFA GREECE 
  14. Sabrine Fourek
  15. Leonor aurrekoetxea
  16. Eleni Solomakou, Jurist/PhD Candidate NKUA
  17. Chryssa Maramatha
  18. DIMITRIW ZOTOS Athhens Bar accosiation No 9067
  19. Mountada Ettajdid, Tunis

 

The post Comunicato di solidarietà con la Freedom Flotilla appeared first on Alarm Phone.

  •  

La Tunisia non è un luogo sicuro per le persone soccorse in mare

Alla luce delle dilaganti violazioni dei diritti umani contro i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati in Tunisia, in particolare quelli neri; della mancanza di un sistema di asilo; della repressione della società civile, dell’indipendenza della magistratura e dei media da parte del governo tunisino; e dell’impossibilità di determinare in modo corretto e individualmente la nazionalità o di valutare le esigenze di protezione dei migranti e dei richiedenti asilo in mare, è chiaro che la Tunisia non è un luogo sicuro per lo sbarco delle persone intercettate o soccorse in mare. La cooperazione in corso tra l’Unione Europea (UE), gli Stati membri dell’UE e la Tunisia sul controllo della migrazione, che si basa sullo sbarco in Tunisia delle persone soccorse o intercettate in mare – come la precedente cooperazione con la Libia – contribuisce alle violazioni dei diritti umani.

Le politiche europee di esternalizzazione nella gestione delle frontiere verso la Tunisia sostengono le autorità di sicurezza che commettono gravi violazioni. Stanno inoltre ostacolando il diritto delle persone a lasciare qualsiasi Paese e a chiedere asilo, contenendo i rifugiati e i migranti in Paesi in cui i loro diritti umani sono a rischio. Inoltre, lo sbarco in Tunisia può mettere in pericolo le persone ed esporle a gravi danni, oltre a esporre i rifugiati e i migranti a un rischio elevato di espulsione collettiva verso la Libia e l’Algeria, una possibile violazione del principio di non-refoulement. L’istituzione, il 19 giugno 2024, della Regione tunisina di ricerca e soccorso (SRR), richiesta e sostenuta dalla Commissione europea, rischia di diventare un altro strumento di violazione dei diritti delle persone piuttosto che un legittimo adempimento della responsabilità di garantire la sicurezza in mare. Analogamente alla cooperazione con la Libia, l’impegno dell’UE e dei suoi Stati membri con la Tunisia può avere l’effetto di normalizzare le gravi violazioni contro le persone in cerca di protezione e di minare l’integrità del sistema internazionale di ricerca e soccorso, trasformandolo in uno strumento di controllo della migrazione.

Come organizzazioni umanitarie e per i diritti umani, chiediamo all’UE e ai suoi Stati membri di interrompere la cooperazione sul controllo della migrazione con le autorità tunisine, responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in mare e in Tunisia. Le ONG di ricerca e soccorso e le navi commerciali non dovrebbero ricevere istruzioni per sbarcare nessuno in Tunisia.

Violazioni diffuse e ripetute dei diritti umani

Negli ultimi due anni, dati osservati da organizzazioni tunisine e internazionali, nonché da organismi delle Nazioni Unite, indicano che la Tunisia non può essere considerata un “luogo sicuro”, come definito dalla Convenzione SAR del 1979, dal Comitato per la sicurezza marittima (MSC) e dagli organismi delle Nazioni Unite, per le persone intercettate o soccorse in mare, in particolare nere.

Nonostante abbia aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951, la Tunisia non ha una legge o un sistema di asilo nazionale. Le persone che entrano, soggiornano o escono dal Paese in modo irregolare sono criminalizzate dalla legge. In seguito ad intercettazioni in mare o ad arresti arbitrari in territorio tunisino, le autorità tunisine hanno ripetutamente abbandonato rifugiati, richiedenti asilo e migranti nel deserto tunisino o nelle remote regioni al confine con la Libia e l’Algeria. Queste pratiche

possono equivalere a espulsioni collettive illegali, dimostrando un totale disprezzo per il diritto alla vita di rifugiati e migranti e possono violare il principio di non-refoulement. Le persone espulse rischiano di subire gravi violazioni dei diritti umani in Libia e di essere espulse dall’Algeria al Niger. Secondo alcuni rapporti che citano informazioni delle Nazioni Unite, le forze di sicurezza tunisine hanno in particolare radunato presunte persone migranti irregolari sulla terraferma e le hanno trasferite direttamente alle autorità libiche, che le hanno poi sottoposte a detenzioni arbitrarie, lavori forzati, estorsioni, torture e altri maltrattamenti e uccisioni illegali.

Secondo le testimonianze di rifugiati, migranti e richiedenti asilo documentate da Amnesty International, Human Rights Watch, l’Organizzazione mondiale contro la tortura e Alarm Phone, le autorità tunisine in mare hanno commesso abusi e messo a rischio vite umane durante le intercettazioni delle imbarcazioni – tra cui manovre ad alta velocità che minacciavano di farle capovolgere, violenze fisiche, lancio di gas lacrimogeni a distanza ravvicinata e collisioni con le imbarcazioni – oltre all’incapacità di garantire sistematicamente valutazioni personalizzate dei bisogni di protezione al momento dello sbarco. Le autorità tunisine hanno anche sottoposto rifugiati, richiedenti asilo e migranti a torture e altri maltrattamenti nel contesto di sbarchi, detenzioni o espulsioni collettive.

Allo stesso tempo, diverse organizzazioni internazionali e locali, difensori dei diritti umani e avvocati hanno denunciato un allarmante deterioramento delle libertà civili e dei diritti fondamentali in Tunisia, con ripercussioni sia sulla popolazione migrante che sui cittadini tunisini. Dal 2021, il Paese ha assistito a un significativo arretramento dei diritti umani, caratterizzato dallo smantellamento delle garanzie istituzionali per la loro protezione, dall’erosione dell’indipendenza giudiziaria e da un giro di vite sulla libertà di espressione, associazione e riunione pacifica. Lo sbarco in Tunisia di cittadini tunisini intercettati o soccorsi in mare, che potrebbero includere persone in fuga da persecuzioni, torture o altri danni gravi e intenzionate a chiedere asilo all’estero, potrebbe di fatto negare il diritto di chiedere asilo a chi ha bisogno di protezione internazionale.

La complicità dell’Unione Europea nelle violazioni dei diritti umani

Nonostante le documentate violazioni dei diritti umani da parte delle autorità tunisine, l’UE e i suoi Stati membri hanno intensificato il loro sostegno all’amministrazione di Kais Saïed. Con il Memorandum d’intesa firmato nel luglio 2023, l’UE ha promesso alla Tunisia 1 miliardo di euro, tra cui 105 milioni di euro dedicati alla gestione delle frontiere e della migrazione, in cambio della prevenzione delle partenze via mare verso l’Europa, che includono persone bisognose di protezione. Con l’istituzione di una Regione tunisina di ricerca e soccorso (SRR), il governo tunisino ha soddisfatto una priorità da tempo fissata dall’UE. Se da un lato questo rappresenta un passo formale verso l’adempimento della responsabilità della Tunisia di proteggere la vita in mare, dall’altro la realtà è che ora i Centri di coordinamento del soccorso (RCC) europei indirizzeranno le imbarcazioni in difficoltà all’interno della SRR tunisina al RCC tunisino, rafforzando un graduale disimpegno degli attori dell’UE a favore di attori con una scarsa reputazione in materia di diritti umani.

Sostenendo un rafforzamento del ruolo della Guardia costiera tunisina (Guardia nazionale) – senza che siano stati adottati parametri di riferimento per i diritti umani o sistemi di monitoraggio, né disposizioni per garantire che le persone soccorse siano sbarcate in un luogo sicuro, che non può essere la Tunisia – l’UE sta contribuendo al rischio di ulteriori gravi violazioni dei diritti umani in mare e in Tunisia contro i rifugiati e i migranti e le persone a rischio di persecuzione nel Paese.

Lo spazio umanitario per le ONG che si occupano di ricerca e soccorso (SAR) sarà ulteriormente ridotto se i Centri di coordinamento del soccorso europei daranno istruzioni alle ONG SAR di mettersi in contatto con il nuovo MRCC tunisino per lo sbarco, che potrebbe rifiutarsi di rispettare il principio di non-refoulement. L’agenzia ONU per i rifugiati, l’UNHCR, ha osservato che le navi in mare non sono il luogo appropriato per determinare le esigenze di protezione. Secondo il diritto marittimo internazionale, gli Stati hanno la responsabilità primaria di coordinare i soccorsi all’interno delle loro SRR e di organizzare lo sbarco in un luogo sicuro, che può essere un altro Stato.

Il sostegno europeo alle violazioni dei diritti umani deve finire

Questi sviluppi seguono lo schema visto in Libia dal 2016. Oltre al sostegno materiale, tecnico e politico, l’UE e l’Italia hanno sostenuto l’istituzione di una SRR e di un MRCC libici, portando così al trasferimento della responsabilità SAR alla Guardia costiera libica e a un aumento dei pull backs e degli sbarchi in Libia, pur essendo consapevoli che ciò avrebbe esposto rifugiati e migranti a un grave rischio di violazioni orribili e mortali in Libia. Sia il governo italiano che le istituzioni dell’UE non solo hanno continuato questa cooperazione, ma hanno cercato di estenderla ad altri Paesi, compresa la Tunisia.

Esortiamo pertanto l’UE e i suoi Stati membri a:

  • Chiedere alle autorità tunisine di porre fine alle violazioni dei diritti umani contro i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti, anche per quanto riguarda le espulsioni collettive illegali che mettono a repentaglio la vita delle persone.
  • Chiedere alle autorità tunisine di porre fine alla repressione della società civile.
  • Assicurarsi che le ONG SAR e le navi commerciali non ricevano istruzioni di sbarcare le persone soccorse in mare in Tunisia, dato il rischio di violazioni dei diritti umani in quel Paese e dato che non è possibile effettuare valutazioni individuali corrette su tali rischi in mare. La Tunisia non può essere considerata un luogo sicuro per le persone soccorse in mare secondo il diritto internazionale applicabile.
  • Porre fine al sostegno finanziario e tecnico alle autorità tunisine responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in relazione al controllo delle frontiere e della migrazione.

Firmatari

Afrique-Europe Interact
Alarme Phone Sahara (APS)
All Included Amsterdam
Amnesty International
Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI)
Association CALAM
Association for Justice, Equality and Peace
Association Lina Ben Mhenni
Association Marocaine d’aide des Migrants en Situation Vulnérable (AMSV)
Association pour la promotion du droit à la différence (ADD)
Association Sentiers-Massarib
Association tunisienne de défense des libertés individuelles
Aswat Nissa
Avocats Sans Frontières (ASF)
BAOBAB EXPERIENCE
Campagna LasciateCIEntrare – MaipiuCIE
Carovane Migranti
CCFD-Terre Solidaire
Chkoun? Collective
Comité de Sauvegarde de la LADDH
Comité pour le respect des libertés et des droits de l’Homme en Tunisie (CRLDHT)
CompassCollective
Damj – l’Association Tunisienne pour la justice et l’égalité
Dance Beyond Borders
EMERGENCY
Fédération des Tunisiens pour une Citoyenneté des deux Rives (FTCR)
Fédération Internationale pour les Droits Humains (FIDH)
Forum Tunsien pour les Droits Economiques et Sociaux (FTDES)
FUNDACION SOLIDAIRE
Human Rights Watch
Intersection pour les droits et les libertés
iuventa-crew
L’association Tunisienne pour les Droits et les Libertés (ADL)
La Cimade
LDH (Ligue des droits de l’Homme)
Maldusa
Médecins Sans Frontières
MEDITERRANEA Saving Humans
Melting Pot Europa
migration-control.info project
Migreurop
Missing Voices (REER)
Mission Lifeline International e.V.
PRO ASYL Bundesweite Arbeitsgemeinschaft für Flüchtlinge e.V.
r42-SailAndRescue
Reclaim the Sea
Refugees in Libya – APS
Refugees Platform In Egypt (RPE) منصة اللاجئين في مصر
Resqship
SALVAMENTO MARITIMO HUMANITARIO -SMH
SARAH Seenotrettung gUG
Sea-Eye e.V.
Sea-Watch e.V.
Search and Rescue Malta Network
Seebrücke
SOS Humanity e.V.
SOS MEDITERRANEE
Statewatch
Union des diplômés-chômeurs (UDC)
United4Rescue – Gemeinsam retten e.V.
Univ. of Southern California Gould School of Law Immigration Clinic
Watch the med Alarm Phone

 

The post La Tunisia non è un luogo sicuro per le persone soccorse in mare appeared first on Alarm Phone.

  •  

Mare interrotto

Raccolta di testimonianze (2021-2023)

Barche di migranti sulla spiaggia di Beliana. Foto: anonimo

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, la società civile transnazionale si mobilita per denunciare le politiche assassine e razziste nel Mediterraneo!

Sulla base di testimonianze raccolte da diversi attori della società civile tunisina e transnazionale, questo rapporto documenta le pratiche di intercettazione della Guardia Nazionale tunisina nel Mediterraneo centrale. I dati raccolti, basati su 14 interviste approfondite condotte tra il 2021 e il 2023 con persone esiliate sopravvissute ad attacchi in mare, evidenziano pratiche violente e illegali, che vanno dalla mancata assistenza al rovesciamento intenzionale di imbarcazioni in difficoltà, causando naufragi e costando la vita a molte persone esiliate. 

Questa brutalizzazione da parte delle autorità di frontiera tunisine, documentata ormai da diversi anni, avviene in un contesto di crescente esternalizzazione delle frontiere da parte dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri. Di fronte all’aumento del traffico sulla rotta marittima tunisina a partire dal 2021, e nella speranza di limitare il numero di attraversamenti, l’UE ha aumentato considerevolmente il suo sostegno alle forze di sicurezza tunisine, istituendo un regime di “respingimento per procura”, sull’esempio della sua cooperazione con le milizie libiche. 

Per ragioni di sicurezza, nell’attuale contesto di criminalizzazione e di ripetuti attacchi a persone e organizzazioni che sostengono i migranti in Tunisia, si è ritenuto preferibile non menzionare i nomi di questi ultimi.  

Di fronte alla repressione, la pubblicazione di questo rapporto suona quindi come una promessa: la promessa che, a prescindere dai tentativi di intimidazione, la solidarietà continuerà a essere espressa senza sosta. 

Insieme, continueremo a documentare le pratiche violente della guardia costiera tunisina e di tutte le altre autorità coinvolte nelle intercettazioni e nei respingimenti nel Mediterraneo e nelle violazioni dei diritti in mare. 

Insieme, denunciamo questo regime repressivo di controllo della mobilità e le politiche di esternalizzazione che lo consentono e lo incoraggiano. 

Insieme, difendiamo un Mediterraneo aperto, solidale e rispettoso della libertà di movimento di tutti!

Leggi il rapporto completo qui sotto.

The post Mare interrotto appeared first on Alarm Phone.

  •  

Il silenzio assordante nel Mediterraneo centrale

Ultima posizione nota delle persone a bordo. Photo: Alarm Phone

Come Alarm Phone, veniamo regolarmente contattate da famiglie che cercano i loro cari dispersi, di cui hanno perso le tracce dopo che si sono imbarcati per attraversare il mare. Famiglie che hanno atteso invano un segno di vita e di arrivo: non arriva nessuna telefonata o messaggio che le informi che il viaggio è andato bene e che la persona a loro cara è arrivata sana e salva. 

Non esiste un elenco dei passeggeri che possa essere di aiuto per conoscere la loro sorte. Le persone sono costrette a viaggiare di nascosto, poiché l’attraversamento del Mediterraneo per raggiungere l’Europa è altamente criminalizzato e illegalizzato. 

Gli attori statali monitorano attentamente il Mediterraneo centrale. Diversi mezzi aerei volano al largo delle coste libiche, tunisine e di altre aree per individuare i movimenti migratori cosiddetti “illegali”. Svolgono vaste operazioni per ostacolare i movimenti migratori, ma quando si tratta di soccorrere vite umane, le operazioni di ricerca e soccorso arrivano spesso troppo tardi. Sebbene diverse autorità possano avere delle risposte sulle sorti delle imbarcazioni scomparse, restano generalmente in silenzio. Non ci sono attori ufficiali nazionali o transnazionali che si preoccupino delle famiglie e di informarle sul destino delle persone a loro care, scomparse. 

Come Alarm Phone, cerchiamo di supportare le famiglie nei loro sforzi di rintracciare i loro familiari, amici, amiche. Lo facciamo attraverso ricerche informali, consultando i media disponibili, o rivolgendoci alle nostre reti di amici e amiche nei paesi di partenza, di transito e di arrivo. Le famiglie spesso non si rivolgono solo ad Alarm Phone, ma tentano più strade per trovare delle risposte

Molto spesso, le risposte non si trovano, perché le tracce dei loro cari si sono perdute da qualche parte in mezzo al mare. Ciò significa che le famiglie sono bloccate in uno stato di incertezza poichè non sanno se i loro cari sono morti o meno. In questa situazione risulta molto difficile elaborare il lutto

Condanniamo le politiche di abbandono e di morte, quotidianamente implementate dalle autorità nel Mediterraneo centrale, che generano enormi sofferenze, in mare e non solo. Condanniamo l’orribile silenzio delle autorità che rifiutano deliberatamente di rispondere alle nostre domande sull’esito dei casi di emergenza in mare, e che rifiutano anche di fornire risposte alle famiglie nella loro ricerca della verità.

Riconosciamo l’infinito dolore che devono affrontare i parenti, gli amici e amiche e i membri della comunità di una persona che scompare senza lasciare traccia. 

Purtroppo, il più delle volte, possiamo solo continuare a cercare informazioni ufficiali e a protestare insieme contro le sparizioni forzate.

Lasciati senza risposte

L’11 gennaio 2024, Alarm Phone è stata informata di un altro caso in cui delle persone che avevano provato ad attraversare il mare sono scomparse, e in cui, ancora una volta, le famiglie sono rimaste senza risposte

Quel giorno, alle 19:45 CET, Alarm Phone ha ricevuto una chiamata da un parente che ci informava di una barca in pericolo. L’imbarcazione si trovava nella posizione N34°36 E12°20, in piena zona di ricerca e soccorso maltese (SAR). Alle 20:20 abbiamo inviato un primo SOS via e-mail all’MRCC italiano e all’RCC maltese, informandoli dell’imbarcazione con 39 persone a bordo, partita dalla Libia l’11 gennaio.

Alle 20:50 abbiamo ricevuto un’altra posizioneda un secondo parente di una persona a bordo. Ancora una volta, alle 21:13 abbiamo condiviso l’ultima posizione nota con le autorità italiane e maltesi via e-mail. Alle 21:25 Alarm Phone ha potuto stabilire un primo contatto diretto con le persone a bordo dell’imbarcazione ma, a causa della pessima connessione telefonica,la comunicazione si è interrotta prima di poter raccogliere tutte le informazioni di cui avevamo bisogno. 

Alarm Phone è ha mantenuto i contatti con i parenti mentre cercava di riconnettersi con le persone sull’imbarcazione, senza successo, fino al 12 gennaio alle 00:08, quando siamo riuscite a metterci nuovamente in contatto con le persone a bordo. Ci hanno fornito la seguente posizione GPS: N34 52 5465, E012 22 1202. Abbiamo trasmesso questa posizione alle autorità italiane e maltesi via e-mail, esortandole a lanciare un’operazione di soccorso. Alle 00:44 abbiamo inviato un’e-mail anche alle navi mercantili Oslocarrier3 e Gaz Concord, poiché entrambe in prossimità dell’ultima posizione nota dell’imbarcazione.

Alle 01:35, Alarm Phone ha stabilito un contatto diretto con le persone a bordo per la terza volta. Ci hanno fornito la loro posizione GPS aggiornata: N34 57 153, E012 21 500. Ancora una volta,abbiamo inviato questa posizione via e-mail alle autorità italiane e maltesi.

Alle 04:00 un parente ci ha chiamato per riferirci che le persone a bordo erano in preda al panico e alla paura, temendo le onde alte e il vento forte. Alle 04:20 abbiamo inviato la sesta e-mail alle autorità italiane e maltesi per avvertirle del peggioramento della situazione e per chiedere loro di avviare urgentemente un’operazione di salvataggio. 

Alle 04:45 l’aereo EAGLE1 di FRONTEX è arrivato sul posto e ha monitorato la situazione fino alle 07:00. 

Alle 05:30, uno dei parenti ci ha chiamato di nuovo, riferendo che le persone a bordo potevano vedere una luce intensa sopra di loro, identificata come proveniente da un elicottero. Il parente ha informato Alarm Phone della nuova posizione dell’imbarcazione: N35 07, E12 20.

Alle 05:38, Alarm Phone ha inviato la settima e-mail alle autorità italiane e maltesi, condividendo la posizione aggiornata. Nelle ore successive non è stato possibile ristabilire il contatto con le persone a bordo dell’imbarcazione. 

Il 13 gennaio, diversi mezzi aerei hanno effettuato voli di ricerca vicino e intorno a Lampedusa (RIMB, RIMC, I2321). 

Dal 12 gennaio alle 05:30, anche i parenti hanno perso ogni contatto con i loro cari. Abbiamo cercato di contattare regolarmente le persone sulla barca fino al 16 gennaiosenza successo. 

Le persone sono scomparse. Questa e le altre innumerevoli sparizioni forzate sono la conseguenza di un sistema razzista basato sullo sfruttamento e sull’esclusione delle persone razzializzate

Ad oggi, le 39 persone non hanno contattato i loro parenti, e di loro non c’è alcuna traccia. Ancora oggi, le famiglie attendono disperatamente una comunicazione ufficiale, una risposta, da parte delle autorità sulla sorte dei loro cari. Ad oggi, e da più di 30 anni, con l’introduzione globale di un regime razzista di visti, di rafforzamento dei controlli alle frontiere e di crescente violenza da parte dell’UE nei confronti delle persone in movimento, nessuna autorità statale è mai stata chiamato a rispondere dei crimini che commette quotidianamente.

Chiediamo: a fronte dell’incremento delle operazioni di sorveglianza aerea nel Mediterraneo centrale, con mezzi che percorrono quotidianamente aree di mare sempre più ampi, e del monitoraggio satellitare non-stop del mare, come possono le persone semplicemente scomparire?

Chiediamo: perché non sono state lanciate operazioni di ricerca e soccorso immediate quando l’imbarcazione in pericolo si trovava a sole 15 miglia nautiche da Lampedusa e mentre diverse motovedette della Guardia Costiera, della Guardia di Finanza e di Frontex erano presenti sull’isola?

Abbiamo bisogno di risposte da parte delle istituzioni competenti.

Vogliamo che questi attori rispondano delle loro azioni

Condanniamo le continue sparizioni forzate di persone che cercano coraggiosamente di attraversare il Mediterraneo, in fuga dalla violenza e alla ricerca di condizioni di vita più dignitose.

Come sempre, siamo solidali con le famiglie, gli amici e le amiche, le comunità delle persone scomparse, che continueranno incessantemente a chiedere risposte alle autorità – temiamo, invano. 

The post Il silenzio assordante nel Mediterraneo centrale appeared first on Alarm Phone.

  •  

Contro ogni previsione e oltre ogni ostacolo: 9 anni di Alarm Phone!

Source: Iuventa Crew

Oggi, l’Alarm Phone compie nove anni. 300 attivistx, su entrambe le sponde del mare Mediterraneo, hanno gestito e mantenuto attiva questa linea telefonica di emergenza per le persone in movimento. Senza sosta, giorno e notte, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

In questi nove anni, abbiamo assistito 7.192 imbarcazioni in pericolo lungo le diverse via di fuga marittime: il Mar Egeo, il Mar Mediterraneo Centrale, il Mar Mediterraneo Occidentale, l’Atlantico e, dal 2021, anche il Canale della Manica. Non abbiamo mai assistito così tante imbarcazioni in un anno come nel 2023, eppure mancano ancora tre mesi: 1.671 casi di pericolo.

Come attivistx, abbiamo lanciato la nostra hotline l’11 ottobre 2014. Abbiamo scelto questa data perché era il primo anniversario di un terribile naufragio avvenuto nella zona di ricerca e soccorso maltese, in cui persero la vita oltre 250 persone. Sia le autorità italiane che quelle maltesi erano a conoscenza di questa imbarcazione in pericolo, eppure hanno scelto di ignorarla fino a quando non si è capovolta.

Alarm Phone ha voluto fornire alle persone in movimento una linea telefonica di emergenza alternativa che non le ignorasse. Che le ascoltasse e amplificasse le loro voci. Che facesse sì che il loro disagio fosse ascoltato e potesse far pressione sulle autorità affinché non ignorassero, non respingessero, non lasciassero morire le persone.

In troppi casi non abbiamo potuto evitare che le persone morissero o scomparissero in mare. Abbiamo cercato di stare al loro fianco il più a lungo possibile, ma a un certo punto il collegamento telefonico si interrompeva e in seguito venivamo a sapere che non erano sopravvissute. Centinaia di parenti ci hanno contattato nella disperata ricerca dei loro cari. La violenza ai confini dell’UE riecheggia in tutto il mondo e infligge sofferenza a moltissime persone.

Il mare è sia un cimitero liquido che un luogo di lotta.

Quest’anno abbiamo assistito 144 imbarcazioni nella Manica, 154 nel Mediterraneo Occidentale e nell’Atlantico e 378 nell’Egeo. Il maggior numero di imbarcazioni ci ha chiamato dal Mediterraneo centrale: 995 imbarcazioni partite dalla Tunisia o dalla Libia. Abbiamo ricevuto richieste di soccorso anche da diverse frontiere terrestri, tra cui la regione di Evros, i Balcani e le zone di confine tra vari Paesi dell’Africa settentrionale.

I continui arrivi via mare dimostrano che il regime di frontiera dell’UE non è un deterrente. Dopo decenni di militarizzazione dei confini dell’UE, di esternalizzazione delle frontiere a regimi dittatoriali, di implementazione di un regime di non-assistenza e di respingimento, queste cifre dimostrano che i movimenti ostinati attraverso il mare continuano.

Anche la solidarietà in mare non si arresta. Nonostante gli innumerevoli tentativi di criminalizzare le attiviste e gli attivisti della flotta civile, i mezzi di soccorso tornano sempre nel Mediterraneo centrale, impegnandosi instancabilmente in attività di ricerca e soccorso.

Tutte le rotte marittime rimangono spazi di contestazione in cui le persone esercitano la loro libertà di movimento. Contro ogni probabilità e ogni ostacolo, nonostante la violenza e la militarizzazione dei confini, a prescindere dalla mancanza di soccorso o dalla criminalizzazione della migrazione, le persone non hanno smesso di attraversare il Mediterraneo, sfidando i confini e raggiungendo autonomamente l’Europa!

In un periodo in cui il discorso razzista sulle migrazioni si diffonde in Europa e non solo, dobbiamo pluralizzare le forme di solidarietà con le persone in movimento e combattere collettivamente le atrocità alle frontiere.

Continueremo a rispondere al telefono quando squillerà. Di giorno e di notte. Prenderemo il telefono e diremo: “Ciao amico mio, questo è l’Alarm Phone”.

ABBIAMO COMBATTUTO PER NOVE ANNI.
NON ABBIAMO ANCORA FINITO.
CONTINUEREMO.
NON CI ARRENDEREMO FINCHÉ NON CI SARÀ LIBERTÀ DI MOVIMENTO PER TUTTX.

Alarm Phone

Ottobre 2023

 

The post Contro ogni previsione e oltre ogni ostacolo: 9 anni di Alarm Phone! appeared first on Alarm Phone.

  •  

Arrivi a Lampedusa: Solidarietà e resistenza di fronte alla crisi dell’accoglienza in Europa!

In seguito all’arrivo di un numero record di persone in movimento a Lampedusa, la società civile esprime la sua profonda preoccupazione per la risposta degli Stati europei in materia di sicurezza, per la crisi dell’accoglienza e ribadisce la sua solidarietà alle persone in movimento che arrivano in Europa.

Lampedusa, foto scattata davanti all’hotspot, 14 settembre 2023. Photo Credits: Maldusa

Oltre 5.000 persone e 112 imbarcazioni: è questo il numero di arrivi registrati sull’isola italiana di Lampedusa martedì 12 settembre. Le imbarcazioni, la maggior parte delle quali arrivate autonomamente, provenivano dalla Tunisia o dalla Libia. In totale, dall’inizio dell’anno sono giunte sulle coste italiane oltre 118.500 persone, quasi il doppio rispetto alle 64.529 registrate nello stesso periodo del 2022[1]. L’accumulo di numeri non ci deve far dimenticare che, dietro ogni numero, c’è un essere umano, una storia individuale e che le persone continuano a perdere la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Sebbene Lampedusa sia da lungo tempo una destinazione per le imbarcazioni di centinaia di persone che cercano rifugio in Europa, le strutture di accoglienza dell’isola sono carenti. Martedì, il salvataggio caotico di un’imbarcazione ha causato la morte di un bambino di 5 mesi, caduto in acqua e immediatamente annegato, mentre decine di imbarcazioni continuavano ad attraccare nel porto commerciale. Per diverse ore, centinaia di persone sono rimaste bloccate sul molo, senza acqua né cibo, prima di essere trasferite nell’hotspot di Lampedusa.

L’hotspot, un centro di primo filtro dove le persone appena arrivate vengono tenute lontane e separate dalla popolazione locale e pre-identificate prima di essere trasferite sulla terraferma, con i suoi 389 posti, non ha alcuna capacità di accogliere dignitosamente le persone che arrivano quotidianamente sull’isola. Da martedì, il personale del centro è stato completamente sopraffatto dalla presenza di 6.000 persone. Alla Croce Rossa e al personale di altre organizzazioni è stato impedito di entrare nella struttura per “motivi di sicurezza”.

Giovedì mattina, molte persone hanno iniziato a fuggire dall’hotspot saltando le recinzioni a causa della situazione disumana che si stava vivendo. Nel frattempo, di fronte all’incapacità delle autorità italiane di fornire un’accoglienza dignitosa, la solidarietà locale ha preso il sopravvento. Molti abitanti si sono mobilitati per organizzare distribuzioni di cibo per coloro che si sono rifugiati in città[2].

Inoltre, diverse organizzazioni stanno denunciando la crisi politica in Tunisia e l’emergenza umanitaria nella città di Sfax, da cui parte la maggior parte dei barconi per l’Italia. In questo momento circa 500 persone dormono in piazza Beb Jebli, senza quasi nessun accesso a cibo e assistenza medica[3]. La maggior parte è stata costretta a fuggire da Sudan, Etiopia, Somalia, Ciad, Eritrea o Niger. Dopo le dichiarazioni razziste del presidente della Tunisia, Kais Saied, molti migranti sono stati espulsi dalle loro case e dai loro posti di lavoro[4]. Altri sono stati deportati nel deserto, dove alcuni sono morti di sete.

Mentre queste deportazioni di massa sono in corso e la situazione a Sfax continua a deteriorarsi, l’UE ha concordato tre mesi fa un nuovo accordo sulla migrazione con il governo tunisino, al fine di cooperare “in modo più efficace sulla migrazione”, sulla gestione delle frontiere e sulle misure “anti-contrabbando”, con una dotazione di oltre 100 milioni di euro. L’UE ha accettato questo nuovo accordo con piena consapevolezza delle atrocità compiute dal governo tunisino, compresi gli attacchi perpetrati dalle guardie costiere tunisine alle imbarcazioni dei migranti[5].

Nel frattempo, osserviamo con preoccupazione come i diversi governi europei stiano chiudendo le porte e non rispettino le leggi sull’asilo e i più elementari diritti umani. Mentre il ministro degli Interni francese ha annunciato l’intenzione di rafforzare i controlli alla frontiera italiana, anche diversi altri Stati membri dell’UE hanno dichiarato di voler chiudere le porte. Ad agosto, le autorità tedesche hanno deciso di interrompere i processi di selezione dei richiedenti asilo che arrivano in Germania dall’Italia nell’ambito del “meccanismo di solidarietà volontaria”[6].

Invitata domenica a Lampedusa dalla primo ministro Meloni, la presidente della Commissione europea Von der Leyen ha annunciato un piano d’azione in 10 punti che conferma questa risposta securitaria[7]. Rafforzare i controlli in mare a discapito dell’obbligo di soccorso, aumentare il ritmo delle espulsioni ed intensificare il processo di esternalizzazione delle frontiere… tutte vecchie ricette che l’Unione europea attua da decenni e che si sono rivelate fallimentari, oltre ad aggravare la crisi della solidarietà e la situazione delle persone in movimento.

Le organizzazioni sottoscritte chiedono un’Europa aperta e accogliente e sollecitano gli Stati membri dell’UE a fornire percorsi sicuri e legali e condizioni di accoglienza dignitose. Chiediamo che vengano presi provvedimenti urgenti a Lampedusa e che vengano rispettate le leggi internazionali che tutelano il diritto d’asilo. Siamo sconvolti dalle continue morti in mare causate dalle politiche di frontiera dell’UE e ribadiamo la nostra solidarietà alle persone in movimento!

 

Afrique-Europe-Interact
Alarme Phone Sahara (APS)
Alarme Phone Sahara – Mali
Alternative Espaces Citoyen – Niger
Anafé (association nationale d’assistance aux frontières pour les personnes étrangères)
Another Europe is Possible
ARCOM – association des réfugiés et communautés migrantes au Maroc
Are You Syrious?
Associazione studi giuridici sull’immigrazione (ASGI)
Association AFRIQUE INTELLIGENCE
Association Beity
Association d’aide des Migrants en Situation Vulnérable (AMSV) Oujda / Maroc
Association des Etudiants et Stagiaires Africains en Tunisie (AESAT)
Association Féministe Tanit
Association Lina Ben Mhenni
Association de solidarité avec les travailleurS/euses immigré.es (ASTI) des Ulis / France
Association pour la promotion du droit à la différence (ADD)
Association pour les Migrants-AMI, Nîmes, France
Association Sentiers-Massarib
Association Tunisienne de défense des libertés individuelles (ADLI)
Association Tunisienne pour les droits et les libertés (ADL)
Aswat Nissa
Avocats Sans Frontières (ASF)
Association Damj
BELREFUGEES, Plateforme Citoyenne / Belgium
borderline-europe- Menschenrechte ohne Grenzen
Boza Fii – Sénégal
CCFD-Terre Solidaire
CGTM Mauritanie
Chkoun Collective
Coalition des Associations Humanitaires de Médenine
Collectif Droit de Rester, Lausanne
Comité de Vigilance pour la Démocratie en Tunisie – Belgique
Comité pour le respect des libertés et des droits de l’homme en Tunisie (CRLDHT)
CompassCollective
Connexion
Damj l’association tunisienne de la justice et légalité
DZ Fraternité
Emmaüs Europe
European Alternatives
Fédération des tunIsiens citoyens des deux rives (FTCR)
Groupe de Recherche et d’Actions sur les Migrations (GRAM), Bamako / Mali
Groupe d’information et de soutien des immigré.e.s (Gisti)
iuventa-crew
Jeunesse Nigérienne au service du Développement Durable (JNSDD) – Agadez / Niger
Komitee für Grundrechte und Demokratie e.V.
La Cimade
La coalition tunisienne contre la peine de la mort
LasciateCIEntrare
Ligue Algérienne pour la Défense des Droits de l’Homme (LADDH)
Ligue des droits de l’Homme (LDH) – France
Ligue tunisienne des droits de l’homme (LTDH)
Maldusa
medico international
MEDITERRANEA Saving Humans
Mem.med:mémoire Méditerranée
Migrants’ Rights Network
migration-control.info project
Migreurop
MV Louise Michel
Paris d’Exil
Pro-Asyl
Push-Back Alarm Austria
r42-SailAndRescue
Refugees in Libya
Refugees in Tunisia
ResQ – People Saving People
RESQSHIP
Salvamento Marítimo Humanitario (SMH)
Sea-Watch
Seebrücke – Schafft sichere Häfen
Solidarité sans frontières (Sosf)
SOS Balkanroute
SOS Humanity
Statewatch
Tunisian Forum for Social and Economic Rights (FTDES)
Union des travailleurs immigrés tunisiens (UTIT)
United4Rescue
Vivre Ensemble | asile.ch
Watch the Med Alarm Phone
Welcome to Europe network
Zusammenland gUG/ MARE*GO

 

_________________________

[1] Reuters, “Italy’s Lampedusa island hit with record migrant arrivals”, 12 septembre 2023,

https://www.reuters.com/world/europe/italys-lampedusa-island-hit-with-record-migrant-arrivals-2023-09-12/

[2] Maldusa, “Lampedusa’s Hotspot System: From Failure to Nonexistence”, 14 septembre 2023 https://www.maldusa.org/l/lampedusas-hotspot-system-from-failure-to-nonexistence/

[3] Déclaration “Urgence humanitaire au Gouvernorat de Sfax : la société civile tire la sonnette d’alarme face à une situation inacceptable”, 14 septembre 2023

https://euromedrights.org/publication/urgence-humanitaire-au-gouvernorat-de-sfax-la-societe-civile-tire-la-sonnette-dalarme-face-a-une-situation-inacceptable/

[4] Migration-control.info-project, “Mass deportations and EU externalisation in Tunisia: Press Review and Critics”, 2 août 2023

https://migration-control.info/en/blog/mass-deportations-and-eu-externalisation-in-tunisia-overview-press-review-and-critics/

[5] Alarm Phone, “Deadly policies in the Mediterranean: Stop the shipwrecks caused off the coast of Tunisia”, December 19, 2022, https://alarmphone.org/en/2022/12/19/deadly-policies-in-the-mediterranean/

[6] La Repubblica, ” Migranti, da Berlino stop ad accoglienza dei richiedenti asilo dall’Italia”, 12 septembre 2023

https://www.repubblica.it/cronaca/2023/09/12/news/migranti_da_berlino_stop_ad_accoglienza_dei_richiedenti_asilo_dallitalia-414254801/?ref=RHLF-BG-I414254188-P2-S1-T1

[7] Commissione europea, “Press statement by President von der Leyen with Italian Prime Minister Meloni in Lampedusa”, 17 settembre 2023

https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/statement_23_4502

 

The post Arrivi a Lampedusa: Solidarietà e resistenza di fronte alla crisi dell’accoglienza in Europa! appeared first on Alarm Phone.

  •  

Tunisia: Anatomia di una deportazione forzata in Libia

Foto dei telefoni distrutti dalle autorità tunisine. Foto: Viaggiatori

Un gruppo di venti migranti e richiedenti asilo provenienti dall’Africa occidentale e centrale è stato deportato con la forza al confine tra Tunisia e Libia (vicino a Ben Guerdane) la mattina del 2 luglio 2023 dai militari tunisini e dagli ufficiali della Guardia Nazionale.

Il gruppo ha un immediato bisogno di aiuto. In totale ci sono sei donne (tra cui due incinte, una prossima al parto), una ragazza di 16 anni del Camerun e 13 uomini. Due degli uomini sono richiedenti asilo camerunesi registrati presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Il gruppo è composto da persone provenienti da Costa d’Avorio, Camerun, Mali, Guinea e Ciad.

Queste persone, insieme ad altre 28, sono state inizialmente arrestate sabato 1° luglio in una casa a Jbeniana, a circa 35 km da Sfax. Hanno riferito che le autorità, tra cui agenti di polizia, membri della Guardia Nazionale e ufficiali militari, hanno fatto irruzione nella casa in cui si trovavano. Le 48 persone sono state poi arrestate e portate alla stazione di polizia di Jbeniana. I loro passaporti e documenti di identificazione sono stati controllati e registrati.

La polizia avrebbe poi diviso le 48 persone in due gruppi. Il primo gruppo, composto da 28 persone, con cui siamo in contatto, non sa cosa sia successo all’altro gruppo.

Il gruppo di 28 persone è stato trasferito a Ben Guerdane, dove sono state divise in tre basi della Guardia Nazionale e in basi militari, sottoposte a percosse e maltrattamenti, prima di essere abbandonate al confine libico. La Guardia Nazionale ha arrestato otto persone (un ragazzo minorenne e sette uomini) e ha deportato le altre venti in Libia. I loro telefoni cellulari sono stati distrutti e il loro denaro è stato rubato.

Il 4 luglio, un secondo gruppo di 100 migranti e rifugiati è stato deportato nella stessa località al confine libico. Il gruppo è composto da persone di varie nazionalità, tra cui ivoriani, camerunensi e guineani, con almeno 12 bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 5 anni.

Questa espulsione è simile ad altre deportazioni forzate avvenute tra Libia e Algeria, che sono state criticate dalle persone in movimento dall’Africa occidentale e centrale. Inoltre, negli ultimi giorni sono state segnalate ondate di arresti e violenze contro migranti e rifugiati nella città di Sfax.

Le organizzazioni sottoscritte condannano le violazioni dei diritti umani subite da questi migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Esortiamo le autorità tunisine a fornire chiarimenti su questi eventi e a intervenire con urgenza per garantire l’assistenza e il sostegno immediato a queste persone.

 

Association des Ivorien Actifs en Tunisie – ASSIVAT
Association pour le Leadership et le Développement en Afrique – ALDA
Association Tunisienne de Soutien aux Minorités – ATSM
BorderlineEurope – Menschenrechte ohne Grenzen e.V
EuroMed Droits
Forum tunisien pour les droits économiques et sociaux (FTDES)
Iuventa-crew
Ligue Algérienne pour la Défense des Droits Humains (LADDH)
Louise Michel MV
Maldusa
Mem.med
Migreurop
Minority Rights Group International
OnBorders
Organisation Marocaine Des Droits Humains (OMDH)
Organisation mondiale contre la torture (OMCT)
r42-sailandrescue
RESQSHIP
Salvamento Marítimo Humanitario
Sea-Watch
Syrian Centre for Media and Freedom of Expression (SCM)
Tamkeen for Legal Aid and Human Rights
WatchtheMed – Alarm Phone

The post Tunisia: Anatomia di una deportazione forzata in Libia appeared first on Alarm Phone.

  •  

Fred S. Graham, L’anarchismo e la rivoluzione mondiale – Prima Parte

Titolo originale: Anarchism and the World Revolution. An Answer to Robert Minor, Pubblicato negli USA, 1921, p. 74

Schizzo biografico
Marcus Graham, il cui vero nome era Shmuel Marcus, nacque nella città rumena di Dorohoi nel 1893 da genitori ebrei ortodossi.
Nel 1907 la sua famiglia emigrò a Philadelphia, dove lavorò come sarto. Inizialmente socialista, Graham si unì al movimento anarchico locale di lingua yiddish. Oppositore della Prima guerra mondiale, lasciò gli Stati Uniti con diversi compagni per evitare di registrarsi alla leva e condusse attività antimilitariste a Montreal e Toronto, dove adottò lo pseudonimo di Robert Parsons. In quest’ultima città diresse il giornale anarchico in lingua yddish Der Einziger.
Nel 1919 si trasferì a New York e usò gli pseudonimi Fred S. Graham e Marcus Graham. Iniziò a collaborare col giornale anarchico The Anarchist Soviet Bulletin (TASB).
Il periodico condannava l’intervento militare americano nella Russia rivoluzionaria e invitava i lavoratori americani a rovesciare con le armi il governo degli Stati Uniti con uno sciopero generale e organizzare «soviet anarchici.»
In risposta alle rivolte razziali del 1919,1 nel primo numero di Aprile, il gruppo redazionale del TASB esortò i «lavoratori d’America, di colore o bianchi» a riconoscere che gli antagonismi razziali nell’industria del nord derivassero dalle divisioni esclusiviste create dai sindacati e dai datori di lavoro, e a «rendersi conto che quando ci uccidiamo a vicenda, va solo a vantaggio del capitalismo e contribuisce a mantenere [i borghesi] nella ricchezza, mentre noi soffriamo nella miseria e nel bisogno.»2
Il 15 Aprile 1919 Graham fu arrestato a Paterson, nel New Jersey, dopo che un poliziotto, insospettito dai suoi movimenti, gli chiese di mostrare il contenuto della sua valigia – la quale conteneva 2500 copie del TASB. Durante l’interrogatorio Graham dichiarò di chiamarsi Robert Parsons e di essere un cittadino canadese nato a Montreal.
Il 1° Maggio fu trasferito a Ellis Island in attesa della notifica di espulsione per il Canada. Due settimane dopo, Graham versò una cauzione di mille dollari e tornò a occuparsi segretamente della redazione del TASB. Nei mesi successivi, diversi altri membri del suo gruppo redazionale furono arrestati per aver distribuito il giornale: due vennero espulsi in Russia a Dicembre, mentre un’altra, Mollie Steimer, fu imputata nel caso storico della Corte Suprema Abrams contro gli Stati Uniti ed espulsa nel Novembre 1921.3 4
Nel Gennaio 1921, Graham rilanciò il mensile TASB con un nuovo titolo: Free Society. Come riportato nell’autobiografia dell’anarchico rumeno,5 un mese dopo, nel Febbraio 1921, gli ispettori dell’immigrazione raggiunsero Graham sui gradini della Biblioteca Pubblica di New York e lo riportarono a Ellis Island, dove subì un interrogatorio-pestaggio di ventiquattro ore. Per tutto il tempo Graham rifiutò di rivelare dove il suo gruppo stampasse il giornale e continuò a sostenere di essere un cittadino canadese di nome Parsons.
L’Ufficio dell’Immigrazione reputò che stesse mentendo e concluse che egli fosse «un suddito russo». Gli Stati Uniti, però, non avevano relazioni diplomatiche con il nuovo governo sovietico – il quale stava conducendo una forte repressione politica 6 -, e rifiutarono l’ingresso alla maggior parte degli anarchici russi. Ignorando sia il luogo di nascita e sia il suo vero nome, l’Ufficio dell’Immigrazione lo dovette rilasciare.
La situazione razziale e migrantofobica statunitense di quel momento storico – culminate, oltre le citate rivolte razziali, con l’Emergency Quota Act (1921) e l’Immigration Act (1924), due leggi che limitarono fortemente ogni forma di immigrazione dall’Asia e dall’Africa e fissarono quote estremamente basse sul numero di migranti provenienti dall’Europa meridionale e orientale ammessi ogni anno nel Paese –, portò Graham ad approfondire ulteriormente il suo essere anarchico e a lottare contro lo Stato e il Capitale.
Nel 1924 l’anarchico rumeno aderì all’International Group di New York, un’organizzazione anarchica composta da ebrei, italiani, spagnoli, americani di origine europea e altri.
L’organo d’informazione era il Road to freedom, che si proponeva di «rappresentare la concezione teorica dell’anarchismo negli Stati Uniti,» assumendo «una posizione di tolleranza nei confronti di tutte le sfumature dell’opinione anarchica, siano esse esposte da comunisti, individualisti, sindacalisti o anarchici senza alcuna affiliazione. Affinché tutti possano avere pari opportunità di esprimere le proprie opinioni, le colonne di Road to Freedom saranno aperte, entro limiti ragionevoli, a ogni compagno che abbia qualcosa da dire e che sia in grado di dirlo.»7
Ben presto le opinioni intransigenti di Graham lo collocarono ai margini, fino all’isolamento del movimento anarchico.8
Uscito nel 1925 dall’International Group di New York, si ritirò per un certo periodo nella colonia anarchica multietnica di Stelton, New Jersey, dove vivevano numerosi anarchici ebrei. Il suo desiderio di lavorare la terra fu reso arduo dal suo rifiuto di sfruttare o danneggiare gli animali: egli arava il terreno a mano invece di usare i cavalli da tiro.9
Secondo Joseph Cohen, che non aveva una buona opinione di Graham, «la natura lo aveva dotato di una certa dose di ostinazione, sfrontatezza e di un temperamento rivoluzionario focoso. […] Formò una propria cerchia di anarchici russi e italiani che capivano a malapena l’inglese e portò avanti la sua agitazione rivoluzionaria tra loro.»10
Graham iniziò a collaborare con i Rebel Poets, un gruppo informale di scrittori radicali fondato nel 1928 dagli scrittori anarchici Ralph Cheyney e Lucia Trent. Questa collaborazione portò, nel 1929, alla pubblicazione del suo libro An Anthology of Revolutionary Poetry. L’opera si distingueva da altre raccolte radicali e proletarie per la presenza di poesie redatte da persone afroamericane quali Countee Cullen (che era membro del comitato editoriale del libro), Paul Laurence Dunbar, Fenton Johnson, Georgia Douglas Johnson, James Weldon Johnson, Claude McKay e Langston Hughes, membro dei Rebel Poets.
Nel 1930 Graham promosse l’antologia, consegnando alcune copie nelle biblioteche. Dopo una breve deviazione in Messico, Graham venne arrestato da un ispettore dell’immigrazione a Yuma, in Arizona, per possesso di presunta letteratura anarchica — ovvero copie dell’antologia — e richiese un mandato per espellerlo in Messico. Un comitato di difesa ad hoc composto da scrittori radicali e dall’American Civil Liberties Union (ACLU) accorse rapidamente in aiuto di Graham e, dopo due settimane, una commissione di revisione del Bureau of Immigration respinse la richiesta perchè il mandato di espulsione pendente del 1919 aveva la precedenza — nonostante non potesse essere eseguito.
Tra il 1929 e il 1940 l’anarchico rumeno collaborò con L’Adunata dei Refrattari, giornale anarchico italo-americano, dove scrisse articoli in lingua inglese (firmati Sh. Marcus). Trasferitosi a San Francisco nei primi anni ‘30, Graham partecipò alle assemblee dell’International Group della città californiana. All’interno vi erano gruppi e soggettività anarchiche di lingua italiana, polacca, cinese, spagnola, tedesca, francese, yddish e russa.
Visto che l’inglese fungeva da lingua comune, l’International Group creò un organo di informazione: Man! A Journal of the Anarchist Ideal and Movement.
Diretto da Graham, il giornale « Man! ha e avrà idee da proporre a coloro che sono disposti ad affrontare la verità e ad agire in prima persona. Se ha un obiettivo – ed è questo – l’uomo ritrova fiducia in se stesso, nel proprio grande potere di liberarsi da ogni forma di schiavitù che oggi lo circonda. Man! è una rivista dedicata all’ideale e al movimento anarchico. Ogni questione sociale sarà affrontata con coerenza, senza concedere alcuno spazio al compromesso, che è la rovina di tanti ideali e idealisti.»11
La pubblicazione sostenne coerentemente l’attività rivoluzionaria, condannando i fascismi, lo stalinismo e il New Deal – definito «un’enorme mobilitazione della ricchezza pubblica atta a riparare le crepe abissali aperte delle fortune private delle istituzioni capitalistiche»12 -, e criticando fortemente i sindacati.13
Sull’antirazzismo, Man!, e più nello specifico Graham, fu in prima fila contro le violenze razziali di Stato.
Quando l’anarchico rumeno fece un viaggio nel Sud degli Stati Uniti per i fatti riguardanti i ragazzi di Scottsboro14, descrisse così l’ambiente: «non dimenticherò mai le esperienze umilianti e vergognose che ho vissuto come uomo bianco, assistendo ai maltrattamenti e alle umiliazioni vergognose che i neri del Sud sono costretti a subire. Sul primo tram su cui sono salito a Richmond, in Virginia, mi sono seduto vicino a una ragazzina di colore. Sono stati i minuti in cui tutti i bianchi mi fissavano a farmi finalmente prendere coscienza di ciò che avevo letto in passato sul calvario dei neri nel Sud. Il primo grande magazzino in cui sono entrato presentava fontanelle con la scritta «Bianchi» e «Colorati.» Entrando nei bagni si vedevano cartelli simili. Avvicinandomi a un cinema, ho scelto l’ingresso della balconata. Il bigliettaio mi ha guardato con sorpresa. Fu solo dopo essere entrato nella balconata che mi resi conto che quella sezione, come quella del tram, era riservata esclusivamente alle persone di colore. (I bianchi del Sud mi assicurarono che solo il mio colore nocciola molto intenso mi aveva permesso di evitare violente reazioni di risentimento da parte dei bianchi). Si potrebbero continuare a descrivere altri modi vergognosi con cui i bianchi maltrattano i neri, in particolare la segregazione degli alloggi e il divieto di camminare da soli di notte in una strada abitata da bianchi. Dei continui linciaggi di neri da parte di folle di bianchi e di funzionari della «legge», non c’è quasi bisogno di dire nulla, poiché il mondo intero ne è a conoscenza.»15
La repressione istituzionale non si fece attendere contro il giornale e Graham. Quando la redazione di Man! sostenne lo sciopero generale del Luglio 1934, gli ispettori dell’Ufficio dell’Immigrazione avviarono dei procedimenti contro gli scioperanti e i sostenitori del giornale anarchico.
Due anarchici italiani, Vincenzo Ferrero e Domenico Sallitto, rischiarono l’espulsione verso l’Italia fascista solo perché la polizia trovò nella loro abitazione dei numeri di Man!. L’espulsione venne evitata dopo un iter giudiziario durato 4 anni.16
Durante questo periodo, l’Immigration and Naturalization Service (INS) – come era stato ribattezzato nel 1933 l’Ufficio per l’Immigrazione -, ordinò nel Marzo 1936 a Marcus Graham di presentarsi nei loro uffici per il mandato di espulsione del 1919. Graham si presentò ma fu rilasciato dopo diverse settimane quando i funzionari si resero conto che era impossibile procedere all’espulsione. Dopo il suo rilascio, l’anarchico rumeno trasferì la testata a Los Angeles, dove gli agenti dell’INS lo arrestarono nuovamente il 6 Ottobre 1937.17
Rilasciato su cauzione, il comitato di difesa del 1930 fu ricostituito grazie alla sezione californiana meridionale dell’ACLU. Nacque così il Marcus Graham Freedom of the Press Committee.
Il caso di Graham attirò l’attenzione di una vasta schiera di artisti e scrittori (Alice Stone Blackwell, Countee Cullen e Edna St. Vincent Millay). Tra i membri del comitato di difesa figuravano Sherwood Anderson, John Dewey, John Dos Passos, John Haynes Holmes, Dorothy Parker e Norman Thomas.18
Nel frattempo, l’INS adottò una nuova strategia: citò l’anarchico rumeno davanti al tribunale distrettuale il 13 Gennaio 1938 per «rivelare i particolari della sua nascita sotto pena di essere condannato pel delitto di “criminal contempt.”»19
Graham si rifiutò di rispondere a qualsiasi domanda nelle fasi di dibattimento e fu accusato di oltraggio alla corte. Il giorno seguente, il suo caso di oltraggio alla corte fu discusso davanti al giudice distrettuale, il liberale Leon R. Yankwich. L’avvocato dell’ACLU che rappresentava Graham sostenne che il Quinto Emendamento lo tutelava dal rendere una testimonianza che potesse incriminarlo. Yankwich stabilì che tali tutele non si applicavano ai procedimenti di espulsione – in quanto questi erano procedimenti amministrativi e non penali.
Il giudice dichiarò Graham colpevole di oltraggio alla corte ma gli permise di rilasciare la sua dichiarazione di sfida al tribunale: «Ordinandomi di rispondere, e condannandomi per il mio rifiuto questo tribunale dimostrerà corretta la posizione degli anarchici; i quali considerano il governo non un. organo amministrativo che serve gli interessi del popolo, ma un nemico di questi interessi; non organo di verità ma di menzogna…non di giustizia ma di bassa ingiustizia… Se adesso io non fossi il redattore del giornale “Man!,” non mi troverei faccia a faccia con la prigione. E intanto “Man!” è pubblicato legalmente e come tale è accettato dal dipartimento delle poste. […] Il procuratore federale, concludeva drammaticamente che il mio principale delitto era quello di redigere “Man!” che propugna l’avvento di una società anarchica. Io mi sento orgoglioso di dichiararmi colpevole di questa accusa… La prigionia impostami da un tribunale presieduto da un “liberale” viene a sostenere in toto l’asserto anarchico che i governi sono fondati, esistono e si perpetuano per mantenere l’ingiustizia. Io chiuderò con le parole del più grande degli americani, Henry David Thoreau: “Anzicchè amore, ricchezze, e fama, datemi la verità.” Ed io aggiungo la Libertà: l’essenza vera dell’anarchia.”»20
Condannato a sei mesi, Graham fu rilasciato su cauzione in attesa dell’appello.
Il 28 Ottobre 1938, la Corte d’Appello del Nono Circuito ribaltò parzialmente la sentenza di Yankwich. Da una parte la Corte riteneva che «la sentenza è stata annullata in base alla legge che dà diritto a rifiutare di testimoniare contro sé stessi»; dall’altra «approva la decisione della corte inferiore per ciò che riguarda il nocciolo della questione, e cioè che può essere applicato un mandato di deportazione vecchio di diciannove anni e già riconosciuto invalido.»21 22
La nuova udienza di Graham si tenne il 26 Giugno 1939 davanti al giudice Yankwich che rinunciò all’incarico. L’ACLU chiese «un procedimento di “habeas corpus” che impugna la validità costituzionale di tutta la procedura dal 1919 in poi.»
Graham, da parte sua, persistette «nel suo rifiuto di rispondere alle domande prescritte […e] fu di nuovo condannato a sei mesi di prigione dal giudice Harry A. Holzer. Contro questa nuova condanna egli ha inoltrato appello e si trova libero sotto cauzione di 1000 dollari.»23
L’anarchico rumeno venne condannato definitivamente a sei mesi di carcere dalla Corte d’Appello del Nono Circuito agli inizi di Giugno del 1940. Un’eventuale espulsione era comunque impossibile da attuare: essendo ebreo, Graham non poteva mettere piede in Romania per via delle leggi anti-semite del governo Gova.24
Il giornale Man! chiuse i battenti nell’Aprile del 1940 in quanto non si trovò una tipografia disposta a stampare la pubblicazione anarchica.
Durante il conflitto mondiale, Graham collaborò con la rivista antimilitarista britannica War Commentary – al cui interno vi era una polemica contro la visione pro-guerra di Rudolf Rocker.25
Dopo la fine del secondo conflitto, Graham pubblicò Mankind and the State nel 1946 – un opuscolo in cui criticava il nuovo ordine capitalistico e ne richiedeva l’abolizione a favore di una cooperazione orizzontale fra gli individui.26 Oltre il capitalismo, l’anarchico rumeno polemizzò contro le ideologie stataliste spacciate per liberatrici come il marxismo 27 e contro l’industrializzazione sempre più onnnipresente.28 In italiano vennero pubblicati due suoi scritti su Volontà. Rivista Anarchica Mensile.29
Visse a Los Gatos, collaborando con i giornali anarchici fino alla sua morte, avvenuta nel 1985.
«Graham visse una vita lunga e attiva all’interno del movimento anarchico, spesso costellata da coinvolgimenti controversi al suo interno. Pubblicò opuscoli, contribuì con articoli a numerose pubblicazioni e compilò e curò An Anthology of Revolutionary Poetry. Con qualche inevitabile interruzione, Graham era il direttore della rivista anarchica Man! La maggior parte della persecuzione che subì in seguito fu, in realtà, dovuta alla gestione di Man!, pubblicata dal Gennaio 1933 all’Aprile 1940.»30

=========================================================

Nota
Il saggio di Graham venne pubblicato a puntate su L’Adunata dei Refrattari, nn. 12- 20, (30 Settembre 1922 – 30 Gennaio 1923) e nn. 1-8 (10 Febbraio – 31 Marzo 1923). Le parole o frasi parentesi quadre sono correzioni o traduzioni fatte da noi.

 

Introduzione
È tempo che sulle cose russe ci addentriamo un po’. Insultati, additati come borghesi, grandi o piccoli, perché non ci accodammo mai al gregge dei plaudenti e vedemmo nel governo bolscevico un governo di più, è bene che ai lettori, agli appassionati di questioni sociali siano esposte le vere condizioni create ai rivoluzionari dai dittatori russi, condizioni che quelli in embrione vorrebbero imporre ovunque potesse trionfare uno scatto rivoluzionario. Niente più adatto che questo studio, in risposta a Roberto Minor, del compagno Fred S. Graham, che il nostro buon Picconiere31, ad utilizzare gli ozi forzati che la truculenta magistratura del Massachussets gli ha imposto, traduce per l’Adunata.


Robert Minor ha scelto il momento presente come il più opportuno per lanciare (vedi Il Liberator dell’Ottobre 1920) un attacco contro l’anarchismo, seguito dalla dichiarazione della sua conversione al bolscevichismo. Poi se ne viene fuori con un appello a tutti gli anarchici, esortandoli a seguire il suo esempio, e insinuando, nello stesso tempo, che in Russia gli anarchici tradiscono la Rivoluzione. Quando Robert Minor tornò dalla Russia, parecchi compagni nostri erano ansiosi di vederlo, specialmente per riguardo ai rapporti che allora ci pervenivano circa gli elogi che Robert Minor profondeva ai Soviet, e per la sua critica al Governo Bolscevico.
Oltre a questo noi sapevamo, per giunta, non solo dei suoi tre articoli apparsi sul “New York World” del Febbraio 1919, o dei due sul “London Herald” ma sapevamo anche di quelli pubblicati dal “Daily Bullentin” di Butte, Montana. Quando, finalmente, dalla costa del Pacifico egli arrivò all’est noi lo andammo a vedere, per sentire quello ch’egli aveva da raccontarci.
Ne fummo delusi. Egli se ne accorse subito. Più tardi Robert Minor cominciò a raccontare, a qualcuno di noi, ciò ch’egli realmente sapeva della Russia. Egli, in sostanza, asseriva che tutti i suoi articoli (inclusi quelli sul World) erano sostanzialmente veri, e oltre a ciò, ci raccontò cose tali da toglierci il respiro. Ma egli ci spiegò che il suo silenzio era dovuto principalmente al fatto che la stampa capitalistica interpretava ogni accusa contro il Governo Bolscevico come un attacco contro i Soviet della Russia, e siccome lui credeva che l’idea dei Soviet avrebbe suscitato l’universale Rivoluzione Sociale, così egli reputava meglio l’astenersi da ogni critica al Governo Bolscevico.
Fintanto che lui dimostrò di agire per salvare l’idea dei Soviet da ogni possibile danno noi ci sentimmo in dovere di mantenere il silenzio su molte cose ch’egli ci aveva raccontato.
Ora che lui non ci tiene più a salvare l’idea dei Soviet, ma solo di salvare l’idea Bolscevica, e accusa gli anarchici di tradimento, noi ci sentiamo svincolati dall’impostoci silenzio, e racconteremo a coloro che sanno leggere, pensare e ragionare, la storia che riguarda Minor e noi stessi.
Noi tacemmo allorquando Lenin cominciò ad attaccare l’Anarchismo e gli Anarchici col suo opuscolo La Rivoluzione e lo Stato (1917), e continuammo a tacere quand’egli continuò gli attacchi con tutti i suoi successivi scritti.
Noi tacemmo quando Bucharin e altri Bolscevichi Russi imitavano Lenin.
Noi tacemmo perfino quando Zinoview lanciò “l’appello” col quale invitava gli anarchici-sindacalisti e i gruppi degli anarchici-comunisti ad unirsi e collaborare col governo bolscevico, asserendo che parecchi gruppi anarchici erano di già passati al bolscevismo, e altrettanto avevano personalmente fatto molti anarchici. Noi sapevamo che “l’appello” fu lanciato dopo che gli anarchici sindacalisti della Russia ebbero spezzato ogni vincolo e ogni relazione coi bolscevichi, e che divennero aperti nemici.
Noi sapevamo che gli anarchici-sindacalisti avevano antecedentemente lavorato, di accordo coi bolscevichi, sul terreno rivoluzionario e industriale, ma che vennero costretti a dividersi, e a combattere i bolscevichi, perché costoro non cercavano che di centralizzare la proprietà del loro Governo, anziché assecondare lo sviluppo del Sindacalismo Industriale – come Minor dimostrò sì bene nel suo articolo “Lenin lotta contro il sindacalismo.”
Noi sapevamo che Zinoview mentiva, ma tacemmo.
E noi tacemmo, ancora e sempre, persino quando il “Partito-Comunista d’America,” con un’ignobile e inverecondo attacco travisava e calunniava l’Anarchismo col dire “che gli anarchici combattono per la “democrazia” e il capitalismo, tanto quanto combattono per i lavoratori” – mentre invece, essi, i “comunisti, sanno benissimo che noi combattiamo per il trionfo della Rivoluzione Sociale, e continueremo a lottare fino a che la libertà di ogni singolo individuo non sia un fatto compiuto.
Perché rimanemmo muti dinanzi a tanti insulti, a tante calunnie e a attacchi contro l’Anarchismo e gli Anarchici?
Noi abbiamo creduto che la vittoria della Rivoluzione, e la sua conquista del mondo intero, fosse cara ai bolscevichi quanto è a noi stessi, e che il rispondere apertamente a tanti e tali maliziosi attacchi, non avrebbe che danneggiato la Rivoluzione proprio quanto essa necessitava l’appoggio d’ogni ardente rivoluzionario. Ecco le ragioni del nostro silenzio.
Ora realizziamo quanto sbagliammo a credere la sincerità rivoluzionaria dei bolscevichi. È provato ormai che il loro mutamento di nome – da “bolscevichi” a “comunisti” – non è altro che uno stratagemma politico con lo scopo di spezzare l’onda del vero Comunismo, tanto in Russia come nelle altre nazioni, poiché il Comunismo, nel suo vero significato, è esattamente il rovescio di quanto i bolscevichi stanno facendo in nome di esso.
Perciò, quando riferendoci ai bolscevichi li chiameremo “comunisti,” quoteremo la parola quale un insulto al Comunismo – poiché essi lo sono.
Il servile appello per la pace da essi diretto alle nazioni capitalistiche, alle quali offrono lo sfruttamento delle risorse naturali della Russia, destituendo così il popolo Russo del suo legittimo avere, prova tutta la veridicità della nostra asserzione.
Nell’ultima sezione (1920) della loro Internazionale, i bolscevichi dimostrarono che essa non è un organo internazionale d’intesa e di cooperazione fra tutte le fazioni rivoluzionarie miranti al rovesciamento del capitalismo, ma è unicamente una meschina unione di dogmatici seguaci di Marx che vogliono dominare e controllare ogni possibile ed eventuale rivoluzione. Questo fatto prova irrefutabilmente la nostra antecedente asserzione dei continui attacchi, arresti e uccisioni compiute dai bolscevichi contro e sugli anarchici russi.
Sono coteste azioni da essi perpetrare in Russia, che ci costrinsero a dedicare un po’ del nostro tempo e della nostra energia ad esporli, una buona volta per sempre, al giudizio della Storia.
E siamo di lieti di farlo perché realizziamo pienamente che “per salvare la Rivoluzione russa, per rendere possibile la sua espansione sulle altre nazioni,” noi dobbiamo immediatamente dimostrare che i bolscevichi tradirono e tradiscono, e, se sarà possibile, tradiranno il Proletariato Internazionale.
Il Proletariato Mondiale deve cominciare a comprendere che due sono i suoi nemici nella sua lotta per la libertà.
E ora…! Uno di questi nemici è fuori di noi, l’altro è fra noi stessi.
Uno è il Capitalismo coi suoi organi di offesa e di difesa: lo Stato, la Stampa, la Scuola e la Chiesa; l’altro è, o meglio, sono i socialisti mascherati sotto il nome di Bolscevichi, Comunisti o Spartachiani, e tutti egualmente e concordemente intesi e desiderosi di ostacolare e rendere impossibile la vera liberazione dei lavoratori.
Sono questi i due nemici del Proletariato, che noi anarchici esporremo nella loro vera luce ed entità – sino a che il Proletariato insorga, e con noi lottando nella Rivoluzione Mondiale, rovescerà definitivamente questi due mortali nemici della libertà.
Per meglio avvalorare la nostra risposta, riportiamo la traduzione di un articolo: “Ciò che abbiamo attraversato,” scritto da due persone recentemente giunte dalla Russia e pubblicato dal giornale mensile degli anarchici russi “Volna” (“Onda) nel Settembre 1920.
Con questo chiudiamo questa introduzione, e, lasciando dinnanzi al lettore tutto il resto, confidiamo ch’egli vorrà studiare i fatti e gli argomenti da noi esposti, per poi agire conseguentemente.

 

Continua nella Seconda Parte

 

Note

1Vedi Red Summer. Link qui.

2To You Workers of America Colored or White, The Anarchist Soviet Bulletin, a. I, n. 1, Aprile 1919

3Richard Polenberg, Fighting Faiths: The Abrams Case, the Supreme Court, and Free Speech, Penguin, New York, 1987

4Secondo J. Edgar Hoover, capo del BOI (la futura FBI), la collaborazione dell’anarchica russa Steimer al TASB era «particolarmente pericolosa» e la induceva a tenere una «condotta disordinata.» Hoover fu anche il principale sostenitore dell’espulsione di Steimer dagli Stati Uniti. (Steve J. Shone, Women of Liberty, Brill, Leiden-Boston, 2019, p. 274)

5La nota autobiografica si trova nel libro Man!: An Anthology of Anarchist. Ideas, Essays, Poetry, and Commentaries, Cienfuegos Press, Londra, 1974

6Paul Avrich, L’altra anima della rivoluzione. Storia del movimento anarchico russo, Edizioni Antistato, Milano, 1978, pp. 241-274

7Ernesto A. Longa, Anarchist periodicals in english published in the United States (1833-1955). An annotated guide, The Scarecrow Press, Lanham-Toronto-Plymouth, 2010, p. 230

8Paul Avrich, Anarchist Voices. An Oral History of Anarchism in America, Princeton University Press, Princeton, 1995, p. 432

9Come raccontò Sam Dolgoff a Paul Avrich, «Stelton, come altre colonie, era infestata da vegetariani, naturisti, nudisti e altri membri di sette, che distoglievano l’attenzione dai veri obiettivi anarchici. Marcus Graham andava sempre a piedi nudi, mangiava cibi crudi, soprattutto noci e uvetta, e si rifiutava di usare il trattore perché contrario ai macchinari. Per non maltrattare i cavalli, [Graham] scavava la terra a mani nude. La maggior parte degli abitanti di Stelton lavorava a New York e nel New Brunswick, sebbene la colonia disponesse di una fabbrica cooperativa che produceva abbigliamento su commissione.» (Paul Avrich, Anarchist Voices…, p. 423)

10Joseph Cohen, The jewish anarchist movement in America. A historical review and personal reminiscences, AK Press, Edimburgo, 2024, p. 393

11In retrospect, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 1, n. 1, Gennaio 1933

12A New Deal?, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 2, n. 1, Gennaio 1934.

13Anarchists and the Labor Movement, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 2, n. 1, Gennaio 1934.

14Link qui

15The Scottsboro. Case of Injustice, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 3, n. 5, Maggio 1935.

16Le deportazioni, L’Adunata dei Refrattari, Vol. XVII, n. 3, 15 Gennaio 1938.

17U.S. Government Raids “Man!” and Jails Editor, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 5, n. 10, Ottobre 1937.

18Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 3, n. 6, Giugno 1935.

19Le deportazioni, Ibidem.

20Il caso Marcus Graham, L’Adunata dei Refrattari, Vol.. XVII, n. 5, 29 Gennaio 1938.

21Man!” in Tribunale, L’Adunata dei Refrattari, Vol. XVII, n. 53, 31 Dicembre 1938.

22Graham v. United States, 99 F.2d 746 (9th Cir. 1938). Link qui

23Il caso Graham, L’Adunata dei Refrattari, Vol. XVIII, n. 32, 19 Agosto 1939.

24Il governo di Octavian Gova pubblicò il 21 Gennaio 1938 il Decreto n. 169 “Legge sulla revisione della cittadinanza.” Gli ebrei presenti in Romania dovevano dimostrare di essere cittadini romeni all’indomani della costituzione della Grande Romania. Entro 40 giorni tutti gli ebrei dovevano presentare i documenti per la verifica. Coloro che non si conformavano o presentavano documenti incompleti, sarebbero stati dichiarati stranieri o apolidi – e quindi a rischio espulsione. In base a questo decreto furono esaminati i documenti di 617396 ebrei: 392172 (63,50%) conservarono la cittadinanza rumena, mentre i restanti 225222 (36,50%) la persero. Vedere Legislaţia antisemită în România Mare (ianuarie 1934 – 30 august 1940) (trad.: Legislazione antisemita nella Grande Romania (Gennaio 1934-30 Agosto 1940)). Link qui

25Vedere l’articolo di David Bernardini, Aderire o sabotare?, A Rivista Anarchica, a. 45, n. 401, Ottobre 2015; Marcus Graham, The Issues in the Present War, Freedom Press, Londra, 1943

26L’opuscolo è consultabile qui.

27Marcus Graham, Marxism and a free society, Cienfuegos Press, Over the water, Sanday, Orkney, KW17 2BL, 1976

28Vedere What Ought to be the Anarchist Attitude Towards the Machine, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 2, n. 3, Marzo 1934; FE View Not New…, Fifth Estate, vol. 15, n. 307, 19 Novembre 1981

29Anarchismo, capitalismo, marxismo, Volontà. Rivista Anarchica Mensile, n. 2-3, Ottobre 1950; Echi di un dibattito sulla stampa anarchica di lingua inglese, Volontà. Rivista Anarchica Mensile, n. 5, Settembre-Ottobre 1975.

30Nota inviata da un amico di Graham a Fifth Estate, n. 322, Vol. 20, Inverno-Primavera 1986

31Nota del blog. Pseudonimo usato da Bartolomeo Vanzetti. Vedere Luigi Botta, Sacco e Vanzetti: giustizia è fatta. La vicenda dei due anarchici, nei fatti e nelle battaglie per la riabilitazione, con lettere, fotografie e documenti inediti, Edizioni Gribaudo, Cavallermaggiore, 1978, p. 42

Fred S. Graham, L’anarchismo e la rivoluzione mondiale – Prima Parte ©, .

  •  

L’estremismo di destra in Romania – Seconda Parte

Prima Parte

 

Capitolo IV
– Tendenze estremiste nella Chiesa ortodossa rumena
– La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste
– La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto
– La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa
– Legami storici con il legionarismo
– L’esercito e la Chiesa ortodossa

 

Tendenze estremiste nella Chiesa Ortodossa Rumena

L’inserimento della Bisericii Ortodoxe Române (BOR) (trad.: Chiesa Ortodossa Rumena) tra gli attori che possono svolgere un ruolo significativo nell’evoluzione dell’estremismo in Romania rappresenta un punto fondamentale del presente rapporto. Per molto tempo, il ruolo della religione nello sviluppo dei conflitti è stato sottovalutato e si è avuto su questo fenomeno un’interpretazione ideologica.1 Dopo gli attacchi di Al-Qaeda dell’11 Settembre 2001, il rapporto tra religione, fondamentalismo ed estremismo deve essere rivalutato.

Questa affermazione di carattere generale trova un riscontro nel caso della BOR. Il cristianesimo della Chiesa Ortodossa è di natura mistica, poco interessato ai valori del rispetto e della tolleranza tipici del cristianesimo praticato. In quanto attore nazionale, la Chiesa Ortodossa Rumena afferma la propria volontà di regolamentare i rapporti sociali e imporre una concezione «ortodossa» sugli atteggiamenti delle persone e delle istituzioni.

L’atteggiamento della BOR deriva dalla convergenza di quattro elementi:

a) la promozione di una dottrina di carattere esclusivista, sintetizzata dalle due idee del nazionalismo ortodosso: la Romania è lo Stato dei rumeni; essere rumeno significa essere ortodosso;

b) la negazione da parte della Chiesa Ortodossa Rumena dei principi dello Stato di diritto, considerati «di secondo ordine» rispetto ai principi ortodossi, legittimati dalla loro origine divina;

c) l’uso da parte del clero ortodosso di alcuni «strumenti» violenti (dai discorsi offensivi alle minacce e aggressioni fisiche);

d) l’aumento, in misura assolutamente impressionante, dei mezzi e della forza della Chiesa Ortodossa Rumena rispetto a tutti gli altri attori sociali.

La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste

La Chiesa Ortodossa Rumena è un terreno di correnti estremiste fondamentaliste. Gli elementi fondamentalisti di una “dottrina” clericale si ritrovano ovunque: nelle pubblicazioni patrocinate dagli ecclesiastici ortodossi rumeni, nelle dichiarazioni della BOR, nelle prese di posizione pubbliche di alcune organizzazioni della Chiesa ortodossa – come l’Asociația Studenților Creștini Ortodocși din România (ASCOR) (trad.: Associazione degli Studenti Cristiani Ortodossi della Romania). Tra le riviste citiamo «Icoana din adânc» e «Scara.»2

«Icoana din adânc» (pubblicata nel mese di Novembre 1997), rivista «di orientamento cristiano-ortodosso, teologia, cultura e arte,»3 pubblicava nel suo primo numero il seguente memoriale dove si metteva in guardia l’opinione pubblica su alcuni «fatti che minaccerebbero l’esistenza stessa della nazione rumena,» ovvero:

1) l’allineamento della legislazione rumena alla legislazione unica continentale;

2) la rinuncia alla Bessarabia e alla Bucovina (gli autori si erano espressi contro l’adesione alla NATO e all’Unione Europea);

3) la concessione di diritti di cittadinanza agli immigrati (che definiscono «scarti sociali dell’Asia, dell’Africa e dell’America»);

4) la concessione di «privilegi» alle minoranze;

5) l’adozione di una legge che permette agli stranieri di acquistare i terreni;4

6) la subordinazione economica al capitale straniero (un riferimento alla libertà degli investimenti, alla privatizzazione ecc.);

7) la pressione esercitata alla cultura rumena dai modelli lanciati in America, Francia ecc. (definita «pressione dell’impero»);

8) il liberalismo ateo, il caos dei diritti – il diritto di espressione, di opinione, di informazione ecc.;

9) la trasformazione della Romania in un terreno di propaganda delle sette scismatiche ecc.

Secondo questo memoriale, le politiche elencate porterebbero all’«annientamento spirituale-religioso di uno dei pochi centri cristiani.» Ma non ci sono solo queste tendenze fondamentaliste all’interno della BOR. All’interno dei luoghi cristiano-ortodossi abbiamo manifestazioni estremiste come quelle legionarie.

Presso il monastero Sâmbăta de Sus si è tenuto, ad esempio, l’incontro dei giovani nazionalisti rumeni, al quale hanno partecipato rappresentanti provenienti da Bucarest, Sibiu, Brașov, Cluj, Iași e Bacău.5

Qui si è discusso dell’organizzazione dei «nidi» legionari 6 esistenti in queste città.7 Alle concezioni e alle alleanze di carattere apertamente estremista si sono aggiunte, nel corso del tempo, le azioni violente avallate dal clero ortodosso. Numerose sono state le aggressioni ai greco-cattolici da parte degli ortodossi incitati dai propri sacerdoti. Azioni violente hanno avuto luogo a Filea de Jos nel 1991; a Visuia (Bistrița-Năsăud) nel 1991; a Turda nel 1991; a Mărgău (Cluj) nel 1991; Ceaba (Cluj) nel 1992; a Hodac (Mureș) nel 1992; a Hopârta (provincia di Blaj) nel 1993; a Salva (Năsăud) nel Gennaio e Luglio 1993; a Romuli (Bistrița-Năsăud) nel 1994; a Pârâul Frunții (Neamț) nel 1994; Breb (Maramureș) nel 1994; Iclod (Cluj) nel 1997; Botiza (Maramureș) nel 1998; Ocna Mureș (Alba) nel 2002 ecc.8

Oltre ai conflitti con i greco-cattolici, sono state particolarmente note le ostruzioni o le aggressioni verso i battisti, gli evangelici,9 gli avventisti 10 e i Testimoni di Geova.11 Il caso di Ruginoasa/Iași (Dicembre 1997) ha portato a proteste internazionali.12

Il caso Ruginoasa è importante in quanto ha evidenziato il sostegno violento palese della stessa gerarchia ortodossa. Riguardo questa vicenda, il Metropolita di Moldavia e Bucovina ha reso pubblico il seguente comunicato: «Né la comunità ortodossa né i sacerdoti ortodossi sono colpevoli di ciò che è accaduto lì. I colpevoli sono coloro che sono entrati nel seno di una comunità eminentemente ortodossa (…) e li hanno aggrediti spiritualmente nella loro stessa casa. Non hanno rispettato la Costituzione, il buon senso, hanno sfiorato i limiti della morale sociale e cristiana presentandosi con sfrontatezza e sfacciataggine – considerando, probabilmente, gli abitanti del villaggio degli ignoranti – e hanno cercato di fare proselitismo.»

Altro esempio sulla violenza della BOR è la processione di Cluj del 20 Marzo 1998. Su invito dell’arcivescovo di Vad, Feleac e Cluj, Bartolomeu Anania, era stata organizzata una manifestazione di circa 2500 sacerdoti e seminaristi per protestare contro la sentenza giudiziaria che restituiva la Cattedrale della Trasfigurazione del Signore alla Chiesa greco-cattolica.13

Alla fine della manifestazione, l’arcivescovo minacciò in termini esopici14: «Voglio che tutti sappiano, amici e nemici, che siamo in piedi e che veglieremo e che al pugno o al bastone ci opporremo con la croce. Ma è bene sapere che da oggi la nostra croce sarà salda. Li invito a non approfittare dell’umiltà ortodossa.»15

La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto

L’esempio precedente illustra l’aperta opposizione della BOR a una sentenza giudiziaria definitiva e, più in generale, la contestazione dei principi dello Stato di diritto. La Chiesa ortodossa rumena ha rifiutato in molti casi l’esecuzione di sentenze giudiziarie a lei sfavorevoli; alcune chiese greco-cattoliche non sono state restituite nonostante i verdetti dei tribunali. Inoltre, le istituzioni statali hanno accettato di sottomettersi all’arbitrarietà della Chiesa Ortodossa Rumena. Un caso di questo tipo, anch’esso molto noto, è il divieto del Congresso internazionale dei Testimoni di Geova del Giugno 1996 – che si sarebbe dovuto tenere a Bucarest.

Alcuni ministeri e altre autorità pubbliche hanno violato il contratto iniziale con i Testimoni di Geova a causa dell’ampia campagna contro il Congresso lanciata dalla Chiesa ortodossa.

A sostegno della posizione della BOR si sono schierati numerosi politici – sia del governo e sia dell’opposizione.16 Una pratica corrente degli ecclesiastici ortodossi consiste nell’esercitare pressioni sul Parlamento e impedirgli così di risolvere questioni essenziali relative alla giustizia interconfessionale e adozione di atteggiamenti antidiscriminatori – in ottemperanza agli obblighi costituzionali e internazionali assunti.

Il 12 Giugno 1997 il Senato aveva approvato un progetto di restituzione di alcune chiese greco-cattoliche. La gerarchia ortodossa bloccò il progetto con una reazione pronta e veemente.

Il patriarca Teoctist definì l’iniziativa legislativa un diktat «che può avere conseguenze imprevedibili per la pace della Transilvania, di cui saranno responsabili coloro che hanno votato questo progetto di legge.»

Il metropolita di Ardeal ha dichiarato a sua volta: «La legge (…) genererà conflitti, rivolte, con risultati imprevedibili.» Essa costituirebbe «un attentato alla vita della Chiesa ortodossa rumena e del nostro popolo.» Andrei, vescovo di Alba Iulia, ha annunciato: «Non credo che la Chiesa ortodossa rumena permetterà a nessuno di imporre la propria volontà.»

Nei suoi interventi rivolti ai parlamentari, la BOR invoca spesso come minaccia la propria capacità di influenzare l’elettorato. Quando il 13 Settembre 2000 il Sinodo lanciò un appello contro la depenalizzazione dell’omosessualità, esso invocò con palese soddisfazione e a più riprese, i milioni di «cristiani ortodossi (…) che con il loro voto hanno dato mandato ai parlamentari della Romania,» concludendo che «i legislatori (…) prestino orecchio alle esigenze dei rumeni (…) che quest’autunno si recheranno alle urne.»

La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa

La sicurezza della gerarchia della BOR è dovuta anche all’umiliante sottomissione della classe politica. Oggi non esiste alcuna apertura di un congresso di partito senza un rito religioso ortodosso. I politici si sentono obbligati a essere presenti ai grandi eventi confessionali. Prima delle elezioni del 1996, tutti i candidati alla presidenza hanno dato prova della propria devozione accogliendo l’arrivo delle sacre reliquie di Sant’Andrea a Iași.17

Il presidente Emil Constantinescu, i rappresentanti della Chiesa ortodossa rumena e altre personalità dello Stato si sono riuniti il 5 Febbraio 1999 per benedire il luogo e erigere una croce nel punto in cui la BOR desiderava costruire la Cattedrale della Salvezza del Popolo, sebbene il Consiglio Generale del Comune di Bucarest – l’unico competente in materia –, si fosse rifiutato di approvare l’ubicazione richiesta dalla Patriarchia.18 Il presidente Emil Constantinescu ha partecipato insieme al patriarca Teoctist, nel 1999, alla consacrazione della chiesa costruita dalla società LukOil nel Cimitero dei Petrolieri di Ploiești, sebbene ciò non costituisse un segnale positivo, a livello internazionale, per la politica della Romania.19

Sulla scia di tali relazioni tra la Chiesa Ortodossa Rumena e il mondo politico, è prevedibile che alcune istituzioni destinate a difendere i valori dello Stato laico diventino strumenti della Chiesa Ortodossa Rumena. L’istituzione che si è distinta da questo punto di vista è stata la Segreteria di Stato per i Culti.20

Un esempio lampante, ma meno noto, è stato il sostegno da parte del primo ministro Radu Vasile, nel Settembre 1999, a un progetto di legge sul regime generale dei culti religiosi promosso dalla BOR. Esso violava gravemente le garanzie costituzionali della libertà di religione – tanto che il governo aveva modificato in senso positivo una serie di articoli. Nonostante sia il governo, e non il primo ministro, ad avere l’iniziativa legislativa, il primo ministro Radu Vasile ha presentato il progetto al Parlamento nella versione non emendata, contravvenendo alla volontà del governo e accontentando il Patriarca.21

La velocità e la portata dei cambiamenti di cui beneficia la Chiesa Ortodossa Rumena nella vita dello Stato è dimostrato dallo statuto della Patriarchia di Romania. Il Patriarca Teoctist Arăpașu, costretto all’inizio del 1990 a dimettersi dalla guida della BOR per la sua collaborazione con il regime di Ceaușescu, è diventato uno tra le personalità più onorate nel 2000.22 Un vero e proprio culto della personalità, secondo solo a Nicolae ed Elena Ceaușescu.

Un’altra possibile evoluzione nel rapporto tra la Chiesa Ortodossa Rumena e la vita politica è il coinvolgimento diretto dei religiosi ortodossi nelle elezioni. L’arcivescovo Bartolomeu Anania ha chiesto, nel 1998, che alle «prossime elezioni parlamentari, anticipate o meno che siano, la Chiesa ortodossa rumena (…) rinunci alla riserva che si è imposta e (…) raccomandi, a livello di parrocchie, le persone da promuovere in Parlamento, indipendentemente dalla loro appartenenza politica.»23

A sua volta, il vescovo di Argeș e Muscel, Calinic, ha chiesto ai partiti politici dei posti eleggibili all’interno delle liste dei candidati per le elezioni locali e persino per quelle parlamentari.24

Del resto, «quasi tutti i partiti di Argeș, sia di sinistra che di destra dello schieramento politico, hanno accettato sacerdoti nelle loro liste di candidati.»25

Legami storici con il legionarismo

Le tendenze estremiste della Chiesa Ortodossa Rumena si sono manifestate, a livello storico, nell’adesione al legionarismo tra le due guerre mondiali.

Da un lato, il legionarismo si era autodefinito come movimento cristiano-ortodosso – con il rituale legionario che riprendeva il culto dei defunti, la pratica del digiuno e della preghiera. D’altra parte, i sacerdoti e i gerarchi ortodossi costituirono un importante sostegno al legionarismo, mentre le ambiguità del Sinodo – che condivideva gran parte dei valori legionari – derivavano esclusivamente dalla sua doppiezza. Nella sua lettera pastorale del 1934, il Sinodo sostenne la gioventù universitaria nazionalista, incoraggiandola nelle sue azioni xenofobe e antisemite;26 tra i comandanti legionari vi furono anche degli ecclesiastici ortodossi.27 Dopo l’assassinio del primo ministro Armand Călinescu, vennero uccisi per rappresaglia numerosi legionari. Viorel Trifu, capo dell’Unione Nazionale degli Studenti Cristiani Ortodossi, fu uno dei principali iniziatori della ribellione legionarista del 21-23 Gennaio 1941; il 7,64% dei condannati per questo tentativo di colpo di Stato era costituito da sacerdoti.28

I ranghi inferiori del clero e gli studenti delle facoltà di teologia furono simpatizzanti del movimento legionarista. Questi ultimi parteciparono a azioni violente come la devastazione della sinagoga «Reşit Daath.» Tra i giovani legionari si distinse l’attuale Patriarca Teoctist Arăpașu29 e l’odierno Vescovo di Cluj, Feleac e Blaj, Bartolomeu Anania. Lo storico Gabriel Catalan sintetizza così questa storia: «…sebbene la leadership della Chiesa Ortodossa Rumena mantenesse una posizione riservata o congiunturale, il clero ortodosso di livello inferiore aderì o simpatizzò massicciamente con il Movimento Legionario, rappresentandone l’élite e svolgendo un’intensa attività propagandistica, fino alla partecipazione significativa della ribellione del Gennaio 1941.»30

Dopo l’ascesa al potere dei comunisti, molti sacerdoti legionari vennero imprigionati; altri, invece, furono reclutati, diventando pedine del nuovo regime all’interno dell’istituzione ecclesiastica. Fino al 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena fu uno strumento delle autorità comuniste. Tutti i gerarchi ortodossi dovettero collaborare con questo regime essenzialmente ateo.31 La BOR iniziò a svolgere un nuovo ruolo dal momento in cui il comunismo rumeno assunse i contorni di un nazional-comunismo.

Da quel momento, la Chiesa Ortodossa Rumena venne utilizzata apertamente per legittimare le misure scioviniste e xenofobe del regime.

L’Esercito e la Chiesa ortodossa

Una delle forme più pericolose e di indebolimento del confine tra la BOR e lo Stato è il rapporto tra la Chiesa e l’Esercito. Un fattore che ha contribuito all’avvicinamento delle due istituzioni è stato il sostegno popolare.32 Il Barometro dell’Opinione Pubblica – uno strumento di analisi dell’opinione pubblica in Romania -, ha riportato negli ultimi sei anni i seguenti dati relativi all’indicatore «fiducia» nei confronti della Chiesa e dell’Esercito33:

I dati mostrano una fiducia quasi unanime alla Chiesa.34 Anche la fiducia verso l’Esercito è notevole, sebbene sia inferiore rispetto alle altre istituzioni sociali.

In questo contesto è evidente la fragilità della coscienza civico-politica dell’intera società rumena: i vertici dell’Esercito e della Chiesa tengono a sottolineare costantemente l’idea che entrambi rappresentino le «istituzioni fondamentali» dello Stato rumeno.35 I vertici dell’esercito e della BOR, tenendo conto dei propri interessi e della necessità di massimizzare la propria quota rispetto agli altri attori della società, fanno costantemente riferimento alla fiducia popolare.

Queste due istituzioni sono accomunate dall’importanza del concetto di autorità, dalla logica comune dell’ordine istituzionale rigoroso 36 e dalla loro avversione ai valori liberali e della diversità – comprese le categorie che non si conformano al modello tradizionale di società.

Esse, quindi, possono contare su una solidarietà reciproca a lungo termine, che può essere sfruttata in contesti antidemocratici da forze politiche di carattere conservatore-estremista 37 e dai propri leader qualora si sentissero minacciati.

Un aspetto rilevante per la cooperazione «in profondità» tra l’Esercito e la Chiesa è la partecipazione del primo alla costruzione dei luoghi di culto, avvalendosi della manodopera – non retribuita – dei militari. Secondo delle indagini svolte sul campo, è emerso che le numerose chiese sorte in Romania sono completate grazie ai soldati inviati nei vari cantieri.

In che modo l’evoluzione della BOR nasconde un pericolo estremista? Dopo il 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena ha registrato una crescita straordinaria. Sono state ripristinate le arcidiocesi tradizionali38 e istituite nuove diocesi.39 Sono state inoltre istituite la Metropolia dell’Europa Occidentale, la Metropolia dell’Europa Centrale e la Diocesi Ortodossa Rumena in Ungheria – una chiara intenzione di istituire diocesi nella maggior parte degli Stati occidentali. L’intenzione, inoltre, è istituire una diocesi in ogni contea.40

Le spese per l’istituzione di nuove eparchie41 nel Paese e all’estero sono molto elevate. Come sedi sono state messe a disposizione le ex residenze di Ceaușescu o gli alberghi del PCR.42 I gerarchi sono dotati di limousine e dispongono di un numeroso personale ausiliario. Ogni nuova eparchia istituita riceve diversi consiglieri e ispettori retribuiti, oltre al personale ausiliare (contabili, segretari degli eparchi, referenti, autisti). L’intero clero e il personale ausiliario sono interamente retribuiti dallo Stato. Per le funzioni religiose vengono riscosse ingenti somme che, nella loro stragrande maggioranza, non vengono registrate.

Sono state istituite altre 13 nuove Facoltà di Teologia, per un totale di 15, alle quali si aggiungono 38 seminari ortodossi. Il numero degli studenti nell’istruzione teologica universitaria ha raggiunto quota 12.444, di cui 6.514 nella sezione di Teologia pastorale. (Il fabbisogno di sacerdoti per l’intero Paese non supera le 11mila unità).

La Patriarchia ha ricevuto per legge 200 ettari di terreno, mentre alle altre eparchie ne sono stati assegnati 100 ciascuna.43 Questa continua richiesta di risorse44 e lo sviluppo inarrestabile della Chiesa Ortodossa Rumena potrebbero provocare una crisi di sistema. Si creerà una forte pressione sulle istituzioni e sulla popolazione, compromettendo gli orientamenti della democrazia (laica) rumena. L’enorme numero di laureati, insieme all’acquisizione di ricchezze della BOR – che la rendono, di fatto, il più grande ente autonomo della Romania-, accresce giorno dopo giorno il potere del clero ortodosso.

Si tratta di un processo con effetto di retroazione positiva: quanto più lo Stato fornirà prestazioni alla Chiesa ortodossa rumena, tanto più aumenteranno le richieste di ulteriori prestazioni statali.

Gli eventi dell’11 Settembre 2001 hanno richiamato l’attenzione sul pericolo proveniente dal fondamentalismo religioso.

L’esempio di ciò che sta accadendo in paesi islamici come l’Arabia Saudita è eloquente.

L’élite politica ha concesso risorse economiche alle scuole islamiche che hanno prodotto fondamentalisti – i quali sfidano questa classe e aumentano la pressione su di essa –, e garantiscono al clero islamico nuovi benefici che, a loro volta, generano altri oppositori religiosi… e così via dicendo, in un processo che alimenta l’estremismo.

Questo schema relativo all’evoluzione del fondamentalismo nei Paesi islamici si ritrova oggi nei paesi ortodossi.45 In Paesi come la Romania, la laicità dello Stato è costantemente contestata da una Chiesa, il cui potere economico, simbolico e politico cresce di giorno in giorno, sia in termini assoluti che relativi, rispetto a tutti gli altri attori della vita sociale.

 

Continua…

Note

1Douglas Johnston, Cynthia Sampson (a cura di), Religion, the Missing Dimension of Statecraft, Oxford, Oxford University Press, 1994.

2Rivista ortodossa sovvenzionata dall’Arcidiocesi di Bucarest. Tra i membri fondatori figura l’arcivescovo Bartolomeu Anania.

3Una rivista della gerarchia ecclesiale ortodossa – anche se l’Arcidiocesi di Bucarest non figura come editore ufficiale. Il collegio redazionale era presieduto da Teodosio Snagoveanu, vescovo vicario dell’Arcidiocesi di Bucarest, e composto da ecclesiasti ortodossi.

4In precedenza, l’ASCOR aveva indirizzato una lettera aperta al Presidente della Romania in occasione del voto nelle due Camere del Parlamento riguardante un emendamento che sostituiva un articolo restrittivo della Legge sugli investimenti – la quale concedeva agli stranieri l’acquisto di terreni sul territorio rumeno. La lettera era contro «l’operazione di accaparramento strategico del territorio, sia da parte dei rappresentanti degli Stati con interessi diretti nella zona, sia da parte dei centri religiosi di propaganda e proselitismo» (România liberă, 2 Aprile 1997).

5Incontro tenutosi il 22 Luglio 2000

6Nota del blog. Il nido, storicamente parlando, era «un piccolo gruppo di sette о al massimo dodici membri, che si chiamavano vicendevolmente camarazi,» un termine mutuato dall’esercito rumeno. «A livello superiore, la Legione era formata da un’organizzazione semi-militare e semi-mistica con una rigida gerarchia. In cima c’erano il «Capitano» ed un ristretto gruppo di «grandi comandanti della Legione». Il «nido», come unità strutturale del partito, fu un modello per i gruppi totalitari. Il termine stesso venne scelto per richiamarsi al bisogno di dipendenza e di sicurezza dei giovani. In esso,i legionari ricevevano l’addestramento di base, che consisteva in una certa conoscenza della storia e del martirologio della Guardia, nelle istruzioni riguardanti le regole di condotta, e soprattutto nell’ubbidienza incondizionata al Capo. Il «nido» aveva un’organizzazione interna monolitica, nella quale tutte le decisioni venivano prese all’unanimità.» (Zeev Barba, Prospettive psico-storiche e sociologiche sulla Guardia di Ferro, il movimento fascista rumeno in AA.VV., I fascisti. Un’opera indispensabile per capire le radici e le cause di un fenomeno europeo, Ponte alle Grazie, Milano, 1996, pp. 425-443)

7Hanno partecipato circa 15 giovani, tra cui l’appartenente all’ex Senatul Mișcării Legionare (trad.: Senato del Movimento Legionario), Sebastian Mocanu, membro della Fondazione Culturale “Prof. George Manu.” Nota del blog. Sebastian Mocanu, nato nel 1916 e morto nel 2001, fu un legionario della Guardia di ferro verso la fine degli anni ‘30. Dopo la caduta del regime comunista, Mocanu divenne un’icona dei movimenti di estrema destra rumena. Il Senato del Movimento Legionario menzionato da Andreescu era «un foro composto d’uomini d’oltre 50 anni, intellettuali, contadini o operai, che abbiano vissuto una vita assolutamente corretta e dato prova di fede nell’avvenire legionario e di saggezza. Essi debbono essere convocati nei momenti difficili, ogni qualvolta si avverta la necessità del loro consiglio. Non sono scelti, ma indicati dal capo della Legione e cooptati dal Senato. Rappresentano il più alto grado d’onore cui possa aspirare un legionario.» (Corneliu Zelea Codreanu, Per i legionari. Guardia di Ferro, Edizione di Ar, Padova, 1984) Come spiegato da Horia Sima, secondo e ultimo leader della Guardia di Ferro, il Senato del Movimento Legionario serviva a Codreanu per «riunire i “saggi” della Legione con cui potersi consultare nei periodi più difficili del movimento. Far parte di questo gruppo era il più grande onore che il leader della Legione potesse concedere a un legionario. […]» (H. Sima, The History of the Legionary Movement, The Legionary Press, Liss (Hampshire), 1995, p. 56)

8In molti dei casi elencati, la polizia non è intervenuta. Al contrario, gli agenti di polizia hanno impedito alcune manifestazioni religiose non ortodosse.

9«Le attività religiose della Chiesa Battista e dell’Alleanza Evangelica sono state spesso ostacolate dalle autorità locali influenzate dal clero ortodosso locale a Crucea, Valul lui Traian (distretto di Costanza), Isaccea (distretto di Tulcea), Frațilești, Săvești (distretto di Ialomița), Vânători, Tulucești (distretto di Galați), Șuțești, Gemenele (distretto di Brăila)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001

10«La Chiesa avventista del settimo giorno ha incontrato difficoltà nell’ottenere le autorizzazioni per l’utilizzo di spazi pubblici nei villaggi di Luna, Băiuț e Vălenii de Maramureș (distretto di Maramureș)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001

11Le indagini hanno confermato la collaborazione tra le autorità statali e i sacerdoti ortodossi contro i Testimoni di Geova. Si vedano i casi di Roșu (1997); Bobicești e Laloșu (1997); Țânțăreni, provincia di Gorj (1997); Cluj-Napoca (1997); Pitești (1997) ecc.

12Dichiarazione dell’organizzazione «Droits de l’Homme sans Frontières» – Bruxelles, 1997. Diversi battisti sono stati aggrediti da una folla di ortodossi guidati dai loro sacerdoti. Inoltre i battisti sono stati aggrediti dagli abitanti di Cornereva nel 1997 (come mostrato da alcuni servizi giornalistici nazionali), di Pantelimon (Ilfov) nel 1998 e di Luncavicea (Caraș-Severin) nel 1999.

13Si sono uniti a loro i vescovi Bartolomeu Anania, Ion Mihălțan di Oradea, Andrei di Alba Iulia e Ioan di Harghita e Covasna, oltre al vescovo vicario patriarcale Visarion Rășinăreanu.

14Nota del blog. Per esopico si intende una modalità di comunicazione che fa uso consapevole di determinati accorgimenti retorici ed espressivi (come allegorie, metafore, circonlocuzioni) per mascherare il vero pensiero sottostante al testo e le idee veicolate dall’autore, in modo da render comprensibile il reale significato delle parole ai soli appartenenti a un movimento segreto o a un gruppo di cospiratori. Fonte: Linguaggio esopico. Link.

15Il discorso del metropolita presentava una straordinaria somiglianza stilistica con il discorso di Slobodan Milosevic del 28 Giugno 1989, tenuto al «Field of Blackbirds» – Pristina, luogo in cui si sono celebrati i 600 anni dalla battaglia del Kosovo (Kosovo Polje): «Sei secoli dopo [la battaglia di Kosovo Polje] ci troviamo nuovamente a scontrarci in battaglie e contese. Non si tratta ancora di battaglie armate, ma ciò non può essere ancora escluso» (Misha Glenny, The Fall of Yugoslavia, Londra, Penguin Books, 1993, p. 35).

16Al contrario, durante la sua visita a Bucarest, la moglie del presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton, ha protestato contro la violazione della libertà di culto in Romania, rifiutandosi di partecipare a un evento ufficiale.

17Il 13 Ottobre 1996, in occasione delle cerimonie legate all’arrivo delle spoglie dell’apostolo dalla Metropolia di Patrasso, erano giunti a Iași Emil Constantinescu, Ion Iliescu, Petre Roman, Nicolae Manolescu e tutti gli altri candidati. Tutti hanno rilasciato dichiarazioni devote e hanno sottolineato l’importanza della loro presenza in quella sede.

18Il Segretariato di Stato per i Culti aveva annunciato il 4 Gennaio 1999, tramite un comunicato, l’inizio dei lavori in Piața Unirii.

19La grande azienda petrolifera simboleggia la solidarietà tra la Chiesa Ortodossa Russa – guidata dall’ ex ufficiale del KGB, Alessio II, portavoce delle forze conservatrici russe – e la grande oligarchia russa, che ha pagato tra i 2 e i 3 miliardi di dollari per la costruzione di una cattedrale ortodossa di Mosca.

20Per rispondere alle richieste della Chiesa Ortodossa che intendeva fermare le attività delle minoranze religiose presenti in Romania, il segretario di Stato Gheorghe Anghelescu ha emesso, il 25 Marzo 1997, una circolare dove si chiedeva ai comuni di annullare o rifiutare le autorizzazioni per la costruzione di luoghi di culto di quelle comunità religiose non riconosciute (molte delle quali registrate come associazioni). Le autorità locali hanno prontamente eseguito ciò che era stato richiesto da questa circolare, nonostante la flagrante violazione delle garanzie costituzionali relative alla libertà religiosa (che include anche il diritto di beneficiare di tali luoghi di culto).

21Secondo le indagini dell’autore, l’iter è partito nell’Ottobre 1999. In seguito il progetto venne ritirato a causa di proteste interne e internazionali.

22Ha ricevuto medaglie e onorificenze di Stato; è diventato membro onorario dell’Accademia Rumena; è stato insignito di onorificenze da diverse associazioni professionali. Il Ministro della Cultura gli ha conferito la medaglia Eminescu mentre il Partidul Național Țărănesc Creștin Democrat (trad.: Partito Nazionale Contadino Cristiano Democratico) gli ha assegnato la medaglia giubilare etc.

23«Renașterea», n. 5/1998, p. 1.

24«Dato che la Chiesa ortodossa rappresenta l’87% della popolazione del Paese, sarebbe normale che essa avesse rappresentanti ecclesiastici in tutte le strutture di governo del Paese».(«La corsa al potere» in «Evenimentul zilei», 28 Aprile 2000, p. 6).

25Ibidem

26La prova più evidente della collaborazione tra il clero ortodosso e i legionari fu la processione in occasione dei funerali dei leader legionari Moța e Marin, nel Febbraio1937. Durante la processione officiarono decine di ecclesiastici, mentre la funzione religiosa principale fu celebrata da oltre 200 sacerdoti, guidati dal metropolita della Transilvania Nicolae Bălan, e da altri vescovi e vicari (Gabriel Catalan, La Legione e i ministri del Signore, in «Dosarele istoriei», n. 9, 2000, pp. 29-32).

27Quali Dumitrescu-Borșa, Vasile Boldeanu e Ștefan Palaghiță.

28Gabriel Catalan, op. cit.

29Archivio Serviciul Român de Informații, fascicolo 7755, vol. 3, f. 211: nota 131/30 Agosto 1949.

30Gabriel Catalan, op. cit., p. 32.

31Un solo gerarca aveva ammesso apertamente, dopo la rivoluzione del 1989, la collaborazione col regime comunista: il metropolita del Banat, Nicolae Corneanu. Questi ammise la destituzione di cinque sacerdoti della Metropolia del Banat – i quali nel 1981 avevano rimproverato la «prostituzione della Chiesa Ortodossa»,; la cooperazione con il Metropolita di Ardeal, Antonie Plămădeală nel denigrare, dinanzi al Consiglio Ecumenico delle Chiese, alcuni ecclesiastici oppositori del regime comunista; le relazioni presentate alla Securitate.

32Lo dimostrano tutti i sondaggi d’opinione successivi al 1990

33Come termine di paragone aggiungiamo il Parlamento, istituzione fondamentale della democrazia (Fondazione per una Società Aperta, Barometro dell’Opinione Pubblica, Maggio 2001, Bucarest, http://www.osf.ro).

34Il grado di osservanza delle pratiche religiose può essere valutato sulla base dello stesso sondaggio d’opinione (Maggio 2001). Sono stati rilevati i seguenti dati: coloro che frequentano la chiesa quotidianamente sono il 2%; quelli che ci vanno alcune volte alla settimana è il 15%; una volta al mese o meno è il 33%; più volte al mese è il 40%. Il 53% degli intervistati afferma di credere nella vita dopo la morte, il 65% nel giudizio universale e l’88% nel potere della preghiera.

35In un volume di rilevanza ideologica, dedicato al rapporto tra Esercito e Chiesa (Ilie Manole, a cura di, L’Esercito e la Chiesa, Bucarest, Collana «Rivista di Storia Militare», 1996), il comandante Ilie Manole intitolava così un capitolo: «L’Esercito e la Chiesa, istituzioni fondamentali dell’unità e della continuità rumena»: «Abbiamo adesso questo primo libro sull’opera eroica, profonda, ininterrotta e utile che l’Esercito e la Chiesa hanno posto per le fondamenta della nostra Casa, chiamata oggi Romania. Ora e nei secoli dei secoli, siano benedetti tutti: il Libro (inteso come Bibbia, ndt), la Croce, la loro opera e il focolare, in cui essi coesistono con lo scudo» (p. 6); «La Croce e la Spada, la Bandiera e il Vangelo devono convivere. La Chiesa e l’Esercito devono unirsi e dare il proprio contributo a lungo termine alla formazione delle grandi personalità di cui ha bisogno il nostro popolo e la società rumena» (p. 263). Il rappresentante della Chiesa ortodossa rumena, Daniel Ciubotea, metropolita di Moldavia e Bucovina, identifica le due istituzioni come garanti dell’unità dello Stato rumeno: «la cooperazione tra l’Esercito e la Chiesa è un fattore di promozione dell’unità nazionale.» (p. 10)

36All’interno della Chiesa ortodossa esiste un ordine quasi militare.

37È significativo che lo Stato rumeno abbia compiuto una dimostrazione simbolica nella regione con massima prevalenza ungherese – la contea di Harghita: 84,5% di ungheresi –, insediando un corpo d’armata e una diocesi ortodossa (Diocesi di Harghita e Covasna) nel 1998.

38Le arcidiocesi di Tomis e Suceava, la diocesi di Caransebeș e le diocesi di Huși, Argeș e Maramureș.

39L’arcidiocesi di Târgoviște, la diocesi di Călărași e Slobozia, la diocesi di Giurgiu, la diocesi di Alexandria e Teleorman e la diocesi di Harghita e Covasna.

40Nicolae Boroiu, «Studio sul sostegno della leadership della Chiesa Ortodossa Rumena al nazionalcomunismo e al fondamentalismo ortodosso», 2001, inedito.

41Nota del blog. È utilizzato in molte Chiese cristiane per indicare una circoscrizione amministrativa o religiosa. Il corrispondente titolo spettante al suo capo è Eparca o vescovo. Fonte: Eparchia. Link

42Precisamente a Slobozia, Miercurea Ciuc, Târgoviște, Alexandria, Turnu Severin e Slatina.

43Anche quelle di recente fondazione che non hanno mai posseduto terreni, parrocchie e monasteri antichi e nuovi,

44Solo per la costruzione del nuovo Seminario teologico di Bucarest sono stati stanziati di recente (Gennaio 2002) circa 1,5 milioni di dollari. La Chiesa della Salvezza del Popolo costerà, secondo le stime di alcuni architetti, oltre 1 miliardo di dollari, e la Chiesa Ortodossa Rumena intende ottenere il sostegno dello Stato, indipendentemente dall’impatto economico che ciò potrebbe comportare.

45In proporzioni variabili da Stato a Stato. Un’evoluzione simile si sta verificando nella Federazione Russa, dove la Chiesa Ortodossa è onnipresente nella vita dello Stato.

L’estremismo di destra in Romania – Seconda Parte ©, .

  •  

L’anarcosindacalismo versus la «ribellione contro il lavoro» – Seconda Parte

Prima Parte

L’anarco-sindacalismo nei film e nei documentari

La Patagonia rebelde (1974) di Hector Olivera – trasposizione cinematografica di uno degli episodi più tragici della storia dell’anarco-sindacalismo argentino -, e The Wobblies (1979) di Stewart Bird e Deborah Shaffer – un documentario che rende omaggio all’eredità dell’IWW -, condividono un impulso ideologico simile. Entrambi i film mostrano un affetto nostalgico per una solidarietà militante che sembra essersi erosa nel contesto contemporaneo dove il sindacalismo è identificato con le organizzazioni burocratiche (AFL–CIO e l’International Brotherhood of Teamsters.1)

 

Scena tratta dal film “La Patagonia rebelde”

La Patagonia rebelde riconosce apertamente il debito del movimento operaio argentino verso l’anarco-sindacalismo. Il film di Olivera sintetizza la tradizione del thriller politico,2 inaugurata da Francesco Rosi,3 con elementi di genere in gran parte derivati dai western e dai “film gaucho.”4 Il risultato è una narrazione in cui l’agenda ideologica appare intrigantemente distorta.

Prodotto in un momento storico turbolento per l’Argentina – e che da lì a poco sarebbe passata verso una severa repressione statale -, il film potrebbe essere visto come un’esortazione allegorica dei giorni di gloria degli anni Venti.

Al contrario, la conclusione pessimistica di Olivera, che descrive accuratamente la brutale strage di millecinquecento scioperanti e leader anarco-sindacalisti da parte dei militari durante lo sciopero della Patagonia del 1921, offre poche speranze per un ringiovanimento dell’anarco-sindacalismo negli anni ’70. Il periodo che va dal 1973, quando La Patagonia rebelde venne girato sotto l’egida della casa di produzione di Olivera, al 1974, quando il film fu soppresso da un governo meno tollerante – nonostante avesse riscosso un notevole successo al botteghino -, è similare a quello raccontato dal film stesso riguardo il passaggio avvenuto dal liberalismo ipocrita all’autoritarismo palese.

Ad esempio, la Confederación General del Trabajo de la República Argentina (CGT), costituita negli anni ‘30, era un sindacato vagamente socialdemocratico che conservava alcune tracce del sindacalismo militante fiorito negli anni ‘20. Ma quando nel 1974 il regime di destra di Isabel Perón sostituì quello leggermente più tollerante del marito, lo Stato decise di sradicare ogni traccia di opposizione di sinistra.

Dennis West osserva che «nel periodo d’oro del Cinema Novo brasiliano, il governo permetteva la proiezione di film sovversivi ma allegorici, presumibilmente perché potevano essere compresi o attrarre solo una manciata di intellettuali.»5 Tuttavia, West conclude che la rievocazione delle lotte passate da parte di Olivera fosse una provocazione eccessiva per i peronisti argentini reazionari – i quali esercitavano un potere altrettanto forte. L’importanza di questo film deriva dalla sua peculiare fusione di elementi populisti e radicali. In quanto esempio di cinema del Terzo Mondo, non si conforma alle formule “decostruttive” rigide proposte da alcuni critici. Tuttavia, la sua accessibilità non implica alcuna capitolazione all’ideologia dominante. La Patagonia rebelde si apre con un flash-forward in cui un anarchico lancia una bomba contro il tenente colonnello Zavala, l’emissario del governo che ha orchestrato la repressione contro la leadership anarco-sindacalista e il massacro in Patagonia. Il film impiega sottilmente figure composite per rappresentare personaggi storici reali, e questa sequenza iniziale rielabora l’omicidio compiuto da Kurt Wilckens (un anarchico tedesco che in origine era stato, ironia della sorte, un pacifista tolstojiano; la sua complessa discendenza politica non è menzionata nel film) ai danni dello spietato colonnello Varela, trasformando l’atto in un ritratto vagamente romanzato di vendetta disperata.6

Copertina del supplemento de La Protesta, “Causas y efectos. La tragedia de la Patagonia y el gesto de Kurt Wilckens,” a. VIII, n. 299, 31 Gennaio 1929

Come dimostra Osvaldo Bayer nella sua vivace biografia di Severino di Giovanni,7 la quasi totale eradicazione del movimento anarco-sindacalista da parte dell’élite argentina costrinse gli anarchici disperati ad adottare tattiche sempre più violente. L’anarco-sindacalismo si è spesso rivelato una tendenza controversa all’interno dello stesso anarchismo, poiché molti anarco-comunisti, in particolare Petr Kropotkin, sostenevano frequentemente che l’orientamento sindacalista fosse suscettibile a strategie riformiste che avrebbero ostacolato la trasformazione sociale. Gli anarco-sindacalisti di principio come Rudolf Rocker risposero a questi avvertimenti, sostenendo che la struttura decentralizzata dei singoli sindacati prefigurasse i contorni di una società post-rivoluzionaria.8

Dall’inizio de La Patagonia rebelde alla sua amara conclusione, Olivera sottolinea l’evidente divisione tra gli anarco-sindacalisti: da una parte gli intellettuali che promuovono, a livello teorico, ciò che Rocker definiva lo «sciopero sociale» — un intervento volto alla «protezione della comunità contro le conseguenze più perniciose del sistema attuale»9 —, dall’altra gli organizzatori che tentano attivamente di realizzare un evento catalitizzatore di questo tipo.

Olivera illustra questa opposizione tra pensatori e uomini d’azione attraverso l’antagonismo fraterno dei vecchi idealisti anarchici. Lo spagnolo Graña e il burbero, e alla fine martirizzato, bakuninista tedesco Schultz si scontrano energicamente con i loro compagni altrettanto altruisti ma più pragmatici – in particolare il giovane spagnolo Antonio Soto. Sebbene Schultz e Soto diventino compagni inseparabili, uno dei pochi momenti comici del film è una riunione sindacale in cui Graña viene rimproverato per aver blaterato sui classici anarchici e gli viene detto di riservare la sua esegesi per l’incontro dedicato alle questioni teoriche. Nonostante queste battute scherzose rivolte agli ideologi loquaci, La Patagonia rebelde condivide la malinconica speranza di Schultz per un “paradiso terrestre,” che appare come un obiettivo sempre più sfuggente man mano che il film procede. L’opera cinematografica è uno dei pochi esempi di cinema anarchico che esamina un’alleanza tra lavoratori urbani e rurali e, mentre Olivera sposta la sua narrazione da Buenos Aires a Rio Gallegos, lo stile cinematografico assume un ritmo frenetico che rivaleggia con gli spaghetti western di Leone; lo stile di montaggio a scatti ricorda in qualche modo Bonnie and Clyde (1967) di Arthur Penn. Mentre la prima parte del film impiega uno stile classico e sobrio (principalmente primi piani e inquadrature a due) per rafforzare la precaria alleanza tra la “bandiera nera dell’anarchia e la bandiera rossa del sindacalismo”, le sequenze dedicate allo scontro tra i militari e l’“Associazione dei Lavoratori Liberi” della Patagonia presentano zoom, rapidi movimenti della [macchina da presa] sul carrello e un uso sapiente del montaggio.

Il campo lungo dell’esercito che brandisce le armi spinge lo spettatore a considerare gli anarchici come vittime indifese. Il film è limitato da una traiettoria narrativa un po’ meccanicistica dove lo status degli oppressi-vittime è inalterabile; in ultima analisi il governo e i militari, nonostante le loro intenzioni malvagie, sono più astuti degli scioperanti. Sorprendentemente l’odioso Zavala è uno dei personaggi psicologicamente più complessi del film. La sua trasformazione da conciliatore pragmatico a spietato autocrate è presentata in modo più lucido rispetto al pensiero, a tratti confuso, dei leader sindacalisti. In larga misura, la discesa di Zavala verso l’approvazione dello spargimento di sangue rispecchia le politiche del regime apparentemente “liberale” del presidente argentino Yrigoyen durante gli anni ’20 (questo leader “riformista” approvò diversi massacri di lavoratori durante una presidenza ignominiosa) e prefigura il pseudo-riformismo altrettanto incoerente dei peronisti.

Le acque ideologiche si confondono ulteriormente in diverse sequenze dove compaiono dei criminali comuni – il sedicente “Consiglio Rosso”, che tenta di infiltrarsi nel movimento anarco-sindacalista. La sua presenza in Patagonia fornisce al governo di Buenos Aires una comoda scusa per una politica di brutale repressione. Questi invadenti agenti provocatori non sono dissimili dai pistoleros, le cui tattiche di disturbo si sono rivelate debilitanti nel corso della storia del movimento anarchico spagnolo. Tuttavia, i chiassosi membri del Consiglio Rosso sono, forse, giustamente turbati dal puritanesimo radicato degli anarco-sindacalisti. Quando Schultz inveisce contro gli effetti deleteri dell’alcol, un chiassoso membro del Consiglio Rosso osserva che gli anarchici «sembrano preti». Come i loro compagni spagnoli, i sindacalisti argentini univano la militanza a un regime personale ascetico. Non è chiaro se Olivera stia affermando il loro credo laico o commenti indirettamente la repressione statalista che avrebbe segnato la storia argentina nei successivi sessant’anni. Soto sopravvive ai massacri imminenti fuggendo a cavallo, mentre Schultz è una delle tante vittime del regime.

Sebbene gli obiettivi sindacalisti non siano identici all’agenda anarchica generale, la maggior parte degli anarchici, almeno fino a poco tempo fa, sarebbero stati concordi con la frase del sindacalista francese Fernand Pelloutier, secondo cui «l’emancipazione della classe operaia deve essere fatta attraverso l’auto-emancipazione e che tale emancipazione deve essere raggiunta attraverso la creazione di istituzioni controllate e organizzate dai lavoratori stessi – dalle quali avrebbero ottenuto l’educazione morale e tecnica adeguata per una futura società senza padroni.»10

Passare da La Patagonia rebelde a un documentario americano sull’IWW potrebbe sembrare un notevole salto spazio-temporale; ma c’è sempre stata una discreta quantità di contaminazione internazionale all’interno delle file degli anarco-sindacalisti. Benjamin Martin, ad esempio, ipotizza che il segno distintivo “one big union” dell’IWW fosse senza dubbio «ben noto ai sindacalisti di Barcellona e potrebbe essere stato all’origine del termine sindicato único11

L’IWW, uno dei pochi sindacati americani impegnati, nonostante le numerose difficoltà, per l’auto-emancipazione dei lavoratori, compì uno sforzo notevole per creare una “nuova società all’interno del guscio di quella vecchia”. La trilogia U.S.A. di John Dos Passos contribuì a diffondere l’immagine dei Wobblies come fusione tra il radicalismo e l’individualismo americano per antonomasia. Dopo la scomparsa del sindacato, Hollywood rese spesso un tributo ambivalente alla sua eredità, alludendo ai Wobblies con condiscendente stupore. Quando divenne evidente che il sindacato, un tempo temuto, non sarebbe risorto, il cinema hollywoodiano colse la palla al balzo nel riesumare i ricordi degli amabili Wobblies. Hallelujah, I’m A Bum (1933) di Lewis Milestone, ad esempio, prende il titolo da una canzone dei Wobblies – che in questo caso è privata delle sue implicazioni radicali. Molti anni dopo, Hammett (1982) di Wim Wenders, un fantasioso resoconto dei primi anni dello scrittore di gialli hard-boiled, ritraeva un Wobbly anziano e innocuo e accattivante. Eli (interpretato da Elisha Cook Jr), un tassista burbero ma affabile, viene salutato dal personaggio principale – ex agente della Pinkerton e futuro membro del Partito Comunista – come “l’ultimo degli organizzatori dell’IWW”. Eli risponde in un modo che deve aver sconcertato i fan in gran parte apolitici di Wenders: “in realtà sono un anarchico con tendenze sindacaliste.”

Scena tratta dal film-documentario “The Wobblies”

The Wobblies (1979) di Stewart Bird e Deborah Shaffer è un film molto più serio, un documentario che cerca di far rivivere i ricordi storici di un’epoca dove il sindacalismo conviveva con la possibilità di un’insurrezione operaia. (Il film di Bird e Shaffer non perde tempo nel raccontare la storia apocrifa del soprannome Wobbly — presumibilmente derivato dalla pronuncia errata dell’acronimo dell’organizzazione da parte di un proprietario di un ristorante cinese-americano). Sebbene The Wobblies sia notevolmente più radicale di qualsiasi cosa immaginata da Hollywood, è problematico perché non riconosce l’ispirazione anarco-sindacalista che ha guidato l’IWW sin dalla sua fondazione  nel 1905 (il sindacato è adesso una piccola setta; il film trascura di menzionare che l’IWW esista ancora anche se in una forma meno visibile). Bird e Shaffer hanno semplicemente affermato che «[l’IWW] fosse uno degli argomenti di cui le persone trovavano estremamente difficile parlare… Ogni volta che veniva fuori quel tipo di argomento, calava un velo di silenzio, il che ci causava molta frustrazione.»12

Sebbene fosse indubbiamente vero che i Wobblies, ormai anziani, trovassero difficile parlare dei dibattiti interni — e la riluttanza dei registi a riportare tali dibattiti nella loro voce fuori campo non può certamente essere attribuita alla malafede —, la mancata enfasi sulle componenti anarchiche e anarco-sindacaliste – che sono state un aspetto estremamente vitale dell’eredità dell’IWW -, si traduce in una serie di strane lacune in tutto il documentario.

Il fatto che i leader Wobblies come William “Big Bill” Haywood, Lucy Parsons ed Elizabeth Gurley Flynn abbiano percorso una strada pericolosa e, agli occhi di molti, tragica, dall’anarco-sindacalismo de facto alla torta di mele stalinista 13 del Partito Comunista degli Stati Uniti, viene completamente ignorato da Bird e Shaffer.

Questa negligenza sulle sfortunate realtà politiche non è intenzionale; è, però, indissolubilmente legata alle strategie narrative diventate sempre più popolari nei documentari americani che, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, hanno cercato di emulare le tecniche della storia orale. Film come The Wobblies, Seeing Red (1984) e The Good Fight intrecciano le interviste tra i partecipanti anziani dei movimenti radicali, filmati d’archivio e una narrazione fuori campo contenuta. Questo stile, quasi stereotipato, presenta numerosi vantaggi: gli anziani radicali sono spesso attraenti e un approccio sintetico consente una panoramica informativa su argomenti che raramente, se non mai, sono stati affrontati nel cinema mainstream. Un pubblico, ignaro di come negli ultimi cento anni i lavoratori ribelli abbiano costantemente scoperto alternative radicali al sindacalismo convenzionale, può conoscere la storia nascosta dell’America in una forma insolitamente accessibile.

Eppure proprio l’accessibilità – o la consumabilità, per usare un termine più dispregiativo –, di questi film indica la debolezza intrinseca [di The Wobblies e] del rifiuto educato di Bird e Shaffer nello smuovere le acque e fornire così un resoconto storico dell’IWW che ne abbracci la complessità. Il fatto che una New Left14 invecchiata non volesse riaprire antiche ferite, né smascherare, al contempo, come la Old Left fosse lacerata da lotte interne feroci quanto quelle avvenute negli anni ’60, dimostrava come l’esaurimento dell’energia radicale alla fine degli anni ’70 generasse un desiderio di un passato sereno e monolitico. Il rifiuto dell’auto-riflessione in un film come The Wobblies non è semplicemente il prodotto di un conservatorismo stilistico che alcuni critici hanno trovato carente. Tale modo di fare ha permesso ai registi nostalgici di costruire la propria versione del Fronte Popolare – dove le differenze vitali tra anarchismo, liberalismo, stalinismo e trotskismo svaniscono mentre gli spettatori rimangono rassicurati da un caldo bagliore avvolgente. Non c’è bisogno di approvare le preferenze estetiche di Noel King per ammettere che la feticizzazione dell’autenticità personale e dell’umanesimo etico nostalgico – che egli individua nel film Union Maids (1977) -, sia evidente anche in The Wobblies.15

È vero che The Wobblies include una frase del boscaiolo Tom Scribner sulle furibonde dispute tra anarchici e bolscevichi del Pacifico nord-occidentale riguardo la notizia della Rivoluzione russa giunta ai membri dell’IWW. Tuttavia, si tratta solo di un riferimento aneddotico su una scissione dalle conseguenze di vasta portata. La decisione di Bird e Shaffer di limitare la loro panoramica sull’IWW al periodo precedente al 1917, evita il mutevole rapporto dell’organizzazione con il Partito Comunista e trascura la partecipazione degli anarco-sindacalisti.16 Certo, The Wobblies rende un servizio informando il pubblico che l’IWW fosse l’unica setta radicale nella prima parte del ventesimo secolo ad accogliere gli afroamericani tra le sue file a braccia aperte – e il film mette in risalto i ricordi di un Wobbly nero, James Fair. Tuttavia, il film trascura completamente di menzionare una donna di colore come Lucy Parsons che è stata tra le fondatrici dell’IWW e, a quanto si dice, un’oratrice potente quanto Big Bill Haywood o Elizabeth Gurley Flynn. È possibile che i registi fossero riluttanti a mettere in risalto i contributi della Parsons perché il suo successivo stalinismo la rese un paradigma tutt’altro che esemplare della militanza nera del ventesimo secolo?

Una sequenza dedicata allo sciopero tessile di Lawrence (Massachusetts) del 1912, illustra sia i punti di forza che le debolezze della storiografia divulgativa dei Wobblies. Bird e Shaffer presentano le interviste fatte a Angelo Rocco, uno dei Wobblies sopravvissuti – un uomo ormai anziano che all’epoca dello sciopero aveva diciannove anni. I suoi ricordi dello sciopero sanguinoso riescono a fornire una testimonianza commovente di un’epoca meno cinica e più militante. Le interviste sono intervallate dalle riprese dei murales di Ralph Fasanella che commemorano lo sciopero; la sincerità della sua arte popolare la protegge dal kitsch. Si fa riferimento anche a Joseph Ettor e Arturo Giovannitti, due leader dell’IWW falsamente accusati, in un processo farsa, di cospirazione (seminare il caos nelle fabbriche) e incitamento a commettere omicidi

Eppure Bird e Shaffer, che introducono questa sequenza con filmati d’archivio di immigrati che affrontano i rigori della terza classe, considerano lo sciopero di Lawrence importante soprattutto per il suo ruolo emblematico – un caso di studio che illustra la crescente partecipazione al movimento operaio radicale di questi lavoratori appena arrivati [negli Stati Uniti]. Sebbene il contributo sindacalista degli italo-americani sia innegabilmente importante, il film evita di affrontare le questioni strategiche cruciali che preoccupavano la base dopo la conclusione relativamente positiva dello sciopero. Le rivendicazioni industriali locali sono importanti per promuovere le riforme, ma possono mai innescare una rivoluzione sociale che abolisca il lavoro salariato? La struttura di un sindacato dovrebbe essere decentralizzata per incoraggiare l’azione diretta spontanea, o una struttura organizzativa più rigida può determinare meglio quando l’agitazione è appropriata?17

Queste polemiche sono state apparentemente considerate troppo astratte per un pubblico generale e forse avrebbero sminuito gli sforzi dei registi nel dipingere i Wobblies come eroi americani semplici e autoctoni. Nonostante la tolleranza dell’IWW per l’azione diretta ingegnosa, l’andamento dello sciopero di Lawrence fu determinato dai lavoratori stessi, non dalla leadership – per quanto decentralizzata potesse essere. Eppure The Wobblies rende omaggio a un sindacato e ignora il rapporto tra le esigenze della base e i dettami dell’organizzazione.

La decisione dei registi di ingaggiare Roger Baldwin (che guidava l’American Civil Liberties Union (ACLU) e accettò di espellere la comunista Elizabeth Gurley Flynn dall’organizzazione) come narratore del film, diventa una componente essenziale della semplicità cauta di questo documentario. Come lo storico Shelby Foote, narratore-protagonista di The Civil War di Ken Burns, Baldwin narra con un fascino burbero. La scelta di The Wobblies di puntare sul fascino piuttosto che sulla complessità lo rende un film ben intenzionato ma lontano dall’essere definitivo. Bird e Shaffer trascurano completamente, ad esempio, l’affascinante alleanza tra gli intellettuali del Greenwich Village, in particolare John Reed e Mabel Dodge, e i lavoratori della seta di Paterson durante lo sciopero del 1913. In un’epoca dove l’avanguardia sembra aver reciso i propri legami con l’attivismo politico, le implicazioni dello spettacolo organizzato dai lavoratori della seta al Madison Square Garden (con l’aiuto di molti artisti e intellettuali) sembrerebbero un argomento ovvio da esplorare.18

Valutare i punti di forza e di debolezza di The Wobblies ci costringe a considerare il paradosso secondo cui alcune fazioni del movimento anarchico vogliono recuperare la zelante promozione dell’IWW di “un unico grande sindacato” (sostenuta da riviste come Libertarian Labor Review e Ideas and Action), mentre altre voci anarchiche, altrettanto influenti, considerano retrograda l’ossessione del sindacato sull’organizzazione puramente industriale. Eppure, all’inizio degli anni ’90, l’anarchico “neo-individualista” Hakim Bey, noto per i suoi manifesti lirici che promuovevano l’istituzione di “zone autonome temporanee”, difese con vigore la sua decisione di aderire alla sezione newyorkese degli artisti e degli scrittori dell’IWW. Bey ha affermato che «sebbene ci opponiamo all’idea del costrutto sociale ‘lavoro’… siamo ben lontani dall’opporci ai lavoratori,» sfidando poi «l’IWW a ampliare i propri orizzonti oltre la coscienza di classe, proprio come noi sfidiamo i punk (o gli ambientalisti) a diventare più consapevoli della classe, del lavoro e della storia anarchica.»19 Se si riuscisse a costruire un ponte tra queste correnti anarchiche disparate, forse il film di Bird e Shaffer non sarebbe più considerato un mero esercizio di nostalgia di sinistra.

Scena tratta dal film “Metello”

Proprio come l’IWW poteva paradossalmente incarnare le aspirazioni sindacaliste e quelle “anti-lavoro,” molti film, la maggior parte dei quali realizzati da esponenti della sinistra non anarchica, celebrano i movimenti operai radicali mettendo,al contempo in discussione la sacralità del lavoro. Metello (1970) di Mauro Bolognini,20 ad esempio, racconta la conversione di un operaio italiano dall’anarchismo al socialismo militante durante gli anni Ottanta del diciannovesimo secolo. Sebbene l’omonimo protagonista si affezioni più a Marx che a Bakunin, la sua predilezione per gli scioperi selvaggi assomiglia molto alle aspirazioni dei sindacalisti di fine Ottocento. Eppure, durante lo sciopero culminante del film, un collega di Metello osserva che preferirebbe non lottare per il discutibile “diritto al lavoro.” Questa osservazione estemporanea mette in discussione la sacralità del lavoro insita nell’agenda produttivista del socialismo e dell’anarco-sindacalismo – nonostante Metello evochi un momento della storia italiana dove il socialismo e le rivendicazioni del sindacalismo riformista stavano soppiantando il precedente movimento di massa anarchico. Betto Lambretti, un anziano militante anarchico, è l’incarnazione scoscesa dell’altruismo puro nel film. Ma Bolognini e lo sceneggiatore Suzo Cecchi D’Amico lo ritraggono come una reliquia del passato, nobile seppur eccentrica. Metello “rende omaggio agli anarchici”, ma li considera puristi – il cui idealismo è stato sommerso dalla marea della storia (esemplificata dalla realpolitik sindacalista).

 

Continua…

 

Note

1Nota del blog. Nel caso italiano abbiamo i sindacati confederali quali CGIL, UIL e CISL

2Nota del blog. I film “thriller politici” sono un sottogenere cinematografico che unisce la tensione e il ritmo serrato del thriller con le dinamiche oscure del potere. Esplorano cospirazioni, spionaggio e lotte istituzionali, analizzando come le decisioni di governi e multinazionali influenzino la vita dei singoli individui e della società.

3Nota del blog. Porton si riferisce ai seguenti film di Rosi: Salvatore Giuliano (1962), Le mani sulla città (1963), Il caso Mattei (1972), Cadaveri eccellenti (1976). Riguardo altri “thriller politici” italiani segnaliamo Elio Petri, A ciascuno il suo (1967) e Todo modo (1976), Roberto Faenza, H2S (1969), e Corrado Farina, …hanno cambiato faccia (1971).

4Nota del blog. Come spiega Carolina Rocha, i “gaucho films” o “cinematografia gauchesca” erano incentrati sugli abitanti rurali della pampa e rappresentati come precursori della nazione argentina. A partire dal 1968 – periodo in cui vi era la dittatura di Juan Carlos Onganía -, le case di produzione cinematografiche, incoraggiate dalla Legge 16995 (che classificava i film come produzioni «A» (di alta qualità) o «B» (di qualità inferiore)) e dalla retorica del “ser nacional” (trad.: essere nazionale), produssero «diversi film che rappresentavano il passato nazionale come mezzo per rafforzare l’identità argentina.» (C. Rocha, Argentine cinema and national identity (1966-1976), Liverpool University Press, Liverpool, 2018, p. 74). «Questo interesse per il passato,» spiega Rocha, «mirava a rafforzare l’identità nazionale argentina, soprattutto in un momento in cui l’Argentina si sforzava di mantenere la propria indipendenza finanziaria e culturale. I tumultuosi avvenimenti politici che hanno caratterizzato l’Argentina negli anni ’60 hanno certamente suscitato preoccupazioni riguardo l’identità del paese e il suo ruolo tra le altre nazioni.» (op. cit., p. 76)Questo stato di cose, quindi, ha influito sulla produzione cinematografica argentina: «da un lato, la rappresentazione dello stile gauchesco in un’epoca in cui il discorso ufficiale argentino sottolineava la modernizzazione […]; dall’altro, il ritorno al passato autoctono era uno degli obiettivi dei movimenti di decolonizzazione e di liberazione dei primi anni ’60.» (ibidem)

5Vedere Dennis West, recensione de Rebellion in Patagonia, Cineaste 10, no. 1 (Winter1979–1980): 50–52.

6Nota del blog. Sulle vicende della Patagonia rebelde, Gustav Wilckens e la morte di Varela, si vedano: Diego Abad de Santillán, LA FORA. Ideología y trayectoria del movimiento obrero revolucionario en la Argentina, Libros de Anarres, Buenos Aires, 2005, pp. 267-268; Causas y efectos. La tragedia de la Patagonia y el gesto de Kurt Wilckens, La Protesta. Suplemento Quincenal, a. VIII, n. 299, 31 Gennaio 1929. Riportiamo per intero l’articolo Wilckens di Severino Di Giovanni, pubblicato su Culmine. Rivista anarchica, a. I, n. 1, 1 Agosto 1925: «Ricordiamolo in tutti gli attimi della sua laboriosa ed eroica vita; ricordiamolo oscuro milite nella lontana terra tedesca nel seno delle miniere della Ruhr e rivoltoso incitatore alla ribellione, nello stato della Virginia. Oscuro senza nome nei lavori della demolizione, radioso nell’opera colossale realizzata. Giustiziere cosciente ed umano, sprezza la sua vita nobile per salvare una bimba che incoscia corre pericolo e benchè sfragellato, nella possanza costante di punire il carnefice, dopo avergli tirato una bomba, gli scarica addosso anche diversi colpi della sua rivoltella. Così, bello e terribile, buono e vendicatore, lo ricordiamo ancora una volta in questo secondo anniversario della sua tragica scomparsa. Gloria, o Kurt Wilckens, eroico valoroso! Anche noi, falange ribelle di minatori, che nel ventre buio dell’umanità battiamo le ferree pareti del pregiudizio con il piccone demolitore, alla luce flebile di una lampada che man mano all’aumento del cibo spande più radiosa la sua luce, non possiamo tralasciare di gettare in quest’antro pauroso e nero la nostra voce metallica, se non altro per fare risentire l’eco non sorso, ma squillante tutto in un maschio risveglio. E se quest’anno la protesta piazzaiuola non ha rintronato agli orecchi dei superstiti carnefici dei 1500 proletari trucidati nelle lontane terre di Santa Cruz, non per questo la innumerevole schiera dei senza nome, che in quelle regioni hanno vissuto giorni di terrore raccapricciante e che sopravvissuti alla immensa ecatombe ordinata dal colonnello Ettore Varela alle sue genti ubbriache di odio, di vino e di sangue, dimenticheranno il loro vendicatore, il generoso Wilckens. Tremino tutti gli autori di quell’orgia di sangue, ludibrio e vergogna di questa terra…democratica che diede i natali a Bernardino Rivadavia. Essi, gli scampati, spettri viventi, ridotti dal vostro terrore nella più squallida miseria, in questi giorni in omaggio al giustiziere di Varela si mescoleranno con tutti i loro fratelli di passione e sventoleranno in alto al di sopra di tutto, la vera bandiera della rivolta umana. Kurt Wilckens nacque nell’anno 1887 in uno dei sobborghi di Amburgo (Germania). Minatore di mestiere, nelle gallerie sotterranee, onde lavorava per procacciarsi i mezzi del suo sostentamento, ai colpi sfibranti del piccone incominciò a sbocciargli in petto il fiore dell’Ideale anarchico ed a esso si donò tutto fino al sublime sacrificio. Propagandista sincero ed esuberante alla causa si mostrò attivissimo raccogliendo le sue forze, unendo sempre l’entusiasmo che sapeva comunicare a tutti quanti gli oppressi che a lui si avvicinavano, concentrava tutta la sua persona e le sue belle doti ad opere che egli riteneva ottime ed utili al di fuori di ogni bizantinismo. Tale in tutte le sue manifestazioni, conoscitore profondo del movimento e della dottrina anarchica, lo sostenne con dignità virile, non mancando mai in nessuno dei grandi avvenimenti ov’egli si trovasse vicino. Negli Stati Uniti, dove si era recato prima che scoppiasse la carneficina europea-mondiale, con ammirevole ardore prese parte attiva nel movimento ribelle della Virginia, segnalandosi per la sua vitalità rivoluzionaria. Arrestato fra gli applausi dei grossi yanqui dominatori delle miniere, che esigevano la sua deportazione. Ma egli, valendosi di ricorsi che la sua fertile mente gli era prodiga, potè abbandonare il carcere. Nel 1919 ritornò in Germania e li constatò amaramente che il nuovo regime installatosi nulla aveva di buono ed utile per le genti che anelavano la vera libertà. La falsa democrazia socialista di Ebert non faceva altro che ribattere le catene sotto le quali gemeva il popolo tedesco dai tempi del Kaiser. E dopo aver lavorato alcuni giorni nella fosca Ruhr, ritornò alla natale Amburgo e non incontrando neppure qui quel poco di pace, s’imbarcò mestamente per l’Argentina, incrociando per la seconda volta l’Oceano. Nella terra di Ameghino e di Alberdi, gli venne…democraticamente negata l’entrata al paese dal dipartimento di Immigrazione. Riconosciuto da una spia, questi lo denunciò alle autorità come elemento pericoloso. Per mezzo di un avvocato, ammiratore del suo Ideale, che lo difese con tanto calore e dopo aver passato vari mesi in prigione potè far valere il diritto di permanenza nell’Argentina, naturalmente sottomesso a vigilanza speciale dalla sbirraglia poliziesca. Come corrispondente del periodo anarchico “Alarm” di Amburgo, cominciò a svolgere le sue attività nel paese del “pesos.” Gli elementi reazionari, nel frattempo facevano sentire la pesantezza della loro tirannide nella Patagonia, falciando i migliori militanti della rivoluzione. In Buenos Aires e negli altri centri avanzati dell’Argentina fu necessario costituire dei comitati di agitazione. Kurt Wilckens formava parte di uno di questi comitati, sempre spiegando la sua attività. Il bavaglio si estendeva, arrivando a sopprimere ogni libertà di riunione e di parola. Tutto ciò però era inutile, lo scopo del governo era di far passare nel massimo silenzio quanto avveniva nel territorio di Santa Cruz. Sotto il terrore sanguinario del Varela cadevano uccisi 1500 lavoratori nel modo più barbaro che ricordi la storia del movimento rivoluzionario americano in generale, lasciando nell’incubo, nella misera e nel lutto i superstiti. Un grido unanime di collera si levò, fosco, dalle gole del popolo davanti a questo infame massacro che si vuole paragonare alla strage degli Ugonotti nella famosa “notte di S. Bartolomeo.” Ritornò Ettore Varela, l’Attila argentino, in Buenos Aires dopo aver ridotta la tragica Santa Cruz in un vasto cimitero di morti e di vivi. Corsero i ruffiani dalla società assassina, torbidi e cinici, ad applaudire e a gozzovigliare inneggiando alla feroce gesta. Il Wilckens, davanti a questo spettacolo ributtante, si ribellò e il 26 Gennaio 1923, incontrando il carnefice Varela nella pubblica via, gli lanciò una bomba lasciandolo cadavere come un cane idrofobo. Egli stesso, Wilckens, per salvare una bimba che casualmente si trovava in quei paraggi, con ammirevole sangue freddo, gli fece scudo col suo corpo rimanendo gravemente ferito. Giustizia era fatta! I massacrati di Santa Cruz erano in parte vendicati! La notizia, come folgore, corse in ogni angolo dell’Argentina, diffondendo nelle anime buone ed umane un gran sospiro di sollievo. Il nome di Kurt Wilckens diventava agli occhi del popolo la bandiera della Giustizia. I legislatori impauriti di portare davanti ai tribunali una figura così nobile e per evitare il processo che avrebbe accusati gli accusatori, decisero di farlo scomparire. Armarono la mano di un sicario, Pérez Millàn, e nell’alba del 16 Giugno 1923, vigliaccamente, mentre dormiva, gli scaricò la sua arma. L’assassino, che era carceriere, ributtante e calmo, aspettava con l’arma ancora fumante nelle mani la lode e la paga del suo…eroismo patriottico! Dopo 20 ore di agonia terminava di vivere quest’eroe dell’azione, forza sovrumana e demolitrice, cuore buono e fraterno. Nella notte seguente, paurosi e vili, becchini schifosi come contrabbandieri del decoro umano, i mandanti del delitto involarono il suo cadavere che la folla tumultuosa richiedeva per rendergli l’ultimo tributo d’affetto e l’omaggio di fraterna mestizia. Buenos Aires, Giugno 1925. Severino Di Giovanni.»

7Osvaldo Bayer, Anarchism and Violence: Severino Di Giovanni in Argentina—1923–1931 (London: Elephant Editions, 1987).

8Vedere Rudolf Rocker, Anarchism and Anarcho-Syndicalism (London: FreedomPress, 1988). Ed Andrew ci ricorda che Malatesta «considerava l’ “anarco-sindacalismo” come un termine bastardo: “o è uguale all’anarchia ed è quindi una parola che serve solo a confondere le idee, o è una cosa diversa dall’anarchia e perciò non può essere accettata dagli anarchici”» Andrew concludeva che «l’anarco-sindacalismo nasce quindi da un’unità dialettica, non da una semplice identità dell’anarchismo e del sindacalismo.» Vedere Ed Andrew, Closing the Iron Cage: The Scientific Management of Work and Leisure (Montreal: Black Rose Books, 1981), pp. 154–55. Nota del blog. La citazione di Malatesta è tratta dall’articolo Sindacalismo e anarchismo, Pensiero e Volontà, a. II, n. 6, 16 Aprile 1925, p. 126-128. Link.

9Rocker, Anarchism and Anarcho-Syndicalism, p. 39.

10Jeremy Jennings, Syndicalism in France: A Study of Ideas (New York: St Martin’sPress, 1990), p. 23.

11Benjamin Martin, The Agony of Modernization: Labor and Industrialization in Spain (Ithaca, N.Y.: Cornell University Press, 1990), p. 198.

12Dan Georgakas, The Wobblies, The Making of a Documentary: An Interview with Stewart Bird and Deborah Shaffer, Cineaste 10, no. 2 (Spring 1980): 15.

13Nota del blog. Ci si riferisce a una frase di Earl Browder, segretario del Partito Comunista degli Stati Uniti (CPUSA): «Il comunismo è americano come la torta di mele.» La citazione corretta è: «noi siamo americani e il comunismo è l’americanismo del ventesimo secolo» (What Is Communism? 8: Americanism – Who Are the Americans?, New Masses, Volume 15, n. 13, 25 Giugno 1935. Link ; Revolutionary Background of the United States Constitution, The Communist, Volume 16, n. 9, Settembre 1937. Link). Porton utilizza questo riferimento per sottolineare la natura autoritaria, pro-nazionalista statunitense e anti-rivoluzionaria di Browder e, più in generale, del CPUSA degli anni ‘30 e ‘40.

14Nota del blog. Vedasi Sinistra, nuova in Enciclopedia Treccani. Link

15Vedere Noel King, “Recent ‘Political’ Documentary: Notes on Union Maids and Harlan County USA,” Screen 22, no. 2 (1981): pp. 7–18. King sembra preferire i documentari neo-brechtiani come The Night Cleaners, che hanno riscosso successo soprattutto tra altri intellettuali neo-brechtiani.

16In una conversazione con l’autore (Maggio 1987), Dolgoff ammise che molti membri dell’IWW erano ben lontani dall’essere anarchici, ma raccontò dei suoi sforzi per mantenere una posizione anarco-sindacalista all’interno dell’organizzazione durante gli anni ’30. Si veda anche l’autobiografia di Dolgoff, Fragments: A Memoir (Cambridge, Regno Unito: Refract Publications, 1986), pp. 53–54.

17Queste domande sono tratte da Dubofsky, We Shall Be All, pp. 260–62.

18Per ulteriori informazioni sul “Paterson Pageant”, si veda Steve Golin, The Fragile Bridge: Paterson Silk Strike, 1913 (Filadelfia: Temple University Press, 1988). Nota del blog. In italiano si veda l’articolo di Linda Nochlin, Il Pageant dello sciopero di Paterson del 1913, Ácoma. Rivista internazionale di studi nordamericani, a. VI, n. 6, Primavera 1999, pp. 22-29. Link

19Hakim Bey, “An Esoteric Interpretation of the I.W.W. Preamble,” International. Review 1 (1991): p. 3. Per una visione meno benevola dell’anarco-sindacalismo e della recente incarnazione dell’IWW, si veda Michael William, “The ‘Bufe-ooneries’ Continue: A Response to Chaz Bufe’s ‘Primitive Thought’ and to the Misery of Anarcho-Syndicalism,” Demolition Derby 1 (s.d.): 18–29. Sulla stessa linea, P. D. Anthony scrive che «i sindacalisti si creano da soli l’impossibile dilemma di cercare di risolvere il problema dell’autorità, sottolineando l’importanza del lavoro, che, al giorno d’oggi, è inseparabile dal problema dell’autorità». Cfr. Anthony, The Ideology of Work (Londra: Tavistock, 1977), p. 110.

20Metello è tratto dal celebre romanzo di Vasco Pratolini. Secondo un critico italiano, il protagonista ha avuto la “maturità” di rifiutare l’anarchismo e abbracciare il socialismo tradizionale. Cfr. Vittorio Cordero Montezemolo, Conversazioni con Mauro Bolognini (Milano: Ministero degli Affari Esteri, 1977), pp. 158–163.

L’anarcosindacalismo versus la «ribellione contro il lavoro» – Seconda Parte ©, .

  •  

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città

Pubblicato su Quaderni leif. Semestrale del Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento (CESPES), XIX (2026), 27, pp. 80-88
doi: 10.58035/unict-ql.27.2026.8

Abstract 
The text critically examines the housing crisis and the touristification of historic urban centers, with particular reference to Catania. It argues that the commodification of housing, intensified by short-term rentals and tourism-led development, has undermined the right to dwell in the city. Such dynamics have fostered gentrification, displaced residents from central areas, and weakened the social and civic fabric of urban life. The historic center is thus reconfigured as a space of consumption, heritage display, and external investment rather than everyday inhabitation. The author ultimately advocates for an alternative urban vision grounded in inclusivity, care, social justice, and the primacy of residents’ needs.
Keywords: Housing crisis; Touristification; Gentrification; Urban inequality.

La società del nostro tempo ci pone dinnanzi a tante nuove sfide: una tra queste è rappresentata dal ripensamento del concetto di città. Con la globalizzazione, l’uomo può scegliere in che parte del mondo stabilirsi senza incorrere nel pericolo di ritrovarsi in una situazione di completa estraneità. Ogni paese conserva la propria cultura, questo è certo, ma al giorno d’oggi l’uomo può considerarsi come cittadino del mondo. In effetti, ovunque si trovi il cittadino cosmopolita avrà la certezza di poter intessere delle relazioni che annulleranno le differenze culturali. Ma qual è il costo di questa nuova frontiera relazionale? La società del consumo che trasforma desideri, passioni ed hobby in oggetti da acquistare, sarà capace di assorbire questa rivoluzione nel modo di stare al mondo, facendo sì che ciò non diventi un nuovo mercato da sfruttare? Nel corso di questo lavoro cercheremo di rispondere a queste domande, prendendo ad esempio una città isolana, pertanto centro turistico e commerciale di primo piano del sud Italia.

Prima di addentrarci nel cuore delle problematiche etiche e urbane di Catania, ci sembra doveroso effettuare una piccola analisi sul concetto di città, che resta di difficile collocazione. È un’idea che può variare da cultura a cultura, da epoca ad epoca e risente di influssi, talvolta, colonialisti. Nella società occidentale questo concetto assume una forma ben precisa: la costruzione di un sistema complesso, interconnesso, in cui gli abitanti dipendono l’un l’altro ma in cui l’obiettivo è quello di emergere dalla collettività, separando il proprio ego da quello altrui. Ogni ideale trova la propria concretizzazione in un’istituzione ben precisa e strutturata. L’isolamento dell’individuo rappresenta un tema di fondamentale importanza in questo lavoro, che approfondirà l’argomento della gentrificazione e della crisi abitativa nelle città, e nel particolare analizzerà la situazione catanese. La costruzione della città “nuova” del capoluogo etneo risale al piano regolatore coordinato da Giuseppe Lanza, duca di Camastra, a seguito del catastrofico terremoto del 1693.1 Rispetto all’assetto medievale, la nuova disposizione fu pensata per ovviare al problema della sicurezza dei cittadini. Piazze, palazzi e strutture vennero riformulati in chiave antisismica, puntando sulla larghezza e sul movimento. Tutto il Val di Noto venne ricostruito in chiave tardo barocca. Catania non fece eccezione: tra i mascheroni grotteschi e le facciate “in movimento” si unì il gusto artistico alla sicurezza architettonica. L’ambiente, come notiamo, influenza l’organizzazione della società ed è parte integrante della costruzione dell’uomo. Egli non può prescindere dalla terra che abita. Eppure, l’assetto urbano moderno taglia fuori l’aspetto della relazione con la natura. E in quest’ambito le grandi città occidentali presentano un aspetto più o meno simile. Vi sono delle differenze importanti tra città europee ed extraeuropee, però. In Europa esiste un “centro storico”, luogo preposto alla socialità, all’amministrazione e al commercio. Il downtown americano presenta delle caratteristiche differenti: la costruzione delle città americane è di recente nascita e dunque la suddivisione delle aree urbane e lo stesso concetto di città risente di altri parametri. Primo fra tutti la suddivisione tra vita domestica e lavoro. Il centro è pensato come luogo in cui vivere la dimensione lavorativa. Grattacieli e superstrade dominano i paesaggi delle grandi metropoli americane.2 La situazione è totalmente differente nel vecchio continente. Vivere il centro storico, soprattutto nelle città italiane, vuol dire assaporare un determinato stile di vita e godere dell’estetica offerta dalle testimonianze delle epoche passate. La fortuna delle città con un importante passato storico è rappresentata dal patrimonio artistico e culturale che forma la personalità civica e morale del cittadino che la fruisce. Vivere la città significa avere cura del passato ereditato, avere coscienza del territorio che si abita, comprendere di essere un individuo immerso in una comunità, partecipando alla costruzione dei significati condivisi dalla collettività. Con l’avvento della globalizzazione, i viaggi legati alle visite di piacere e cultura si sono intensificati. Dai grand tour dei viaggiatori del Settecento, antenati dell’odierno Erasmus, aventi come scopo la conoscenza di culture straniere, i viaggi con finalità turistiche inglobano questa tipologia di esploratori aggiungendone anche altre: coloro che viaggiano per rilassarsi, godendosi la scoperta di città e culture come contorno del viaggio. La turistificazione delle città è il risultato naturale della globalizzazione. Il viaggiatore con il passaporto in mano si sente cittadino del mondo, proprietario di un passepartout funzionante ovunque vada. Questo è vero in parte. L’uomo occidentale, possessore delle chiavi del mondo vive i viaggi come una passeggiata tra le vie del proprio quartiere. La fruizione delle città è a disposizione di chi reca con sé possibilità economiche. In poche parole, il turismo è un commercio e la merce di scambio è rappresentata dall’anima di un territorio venduta al miglior offerente. In questo lavoro scandaglieremo il caso di Catania, città alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa, l’Etna, attirante turismo naturalistico, artistico e culturale.

1. Case vacanza
Lo sviluppo economico della città di Catania è legato al boom delle industrie zolfatare, tessili e altre. Già dalla fine dell’Ottocento, il capoluogo etneo presentava una variegata popolazione costituita da classi borghesi e commercianti. L’intraprendenza catanese fece sì che la città diventasse un polo industriale e commerciale di primo piano. Arrivarono investitori da altre città e dall’estero. Uno dei primi esempi di attività alberghiera a Catania fu quello del Grand Hotel, ex sede di un’industria tessile, appartenente alla famiglia Fischetti, nel quartiere di San Berillo. Fu proprio il proprietario della fabbrica, Rosario Fischetti, a scorgere l’opportunità rappresentata dall’inaugurazione della vicina stazione ferroviaria di Catania nel 1873, aprendo le porte del proprio palazzo per farlo diventare un sontuoso hotel in cui soggiornarono nomi e volti noti (tra gli altri ricordiamo Bismarck, Cairoli e Sarah Bernhardt), godendosi la vista sull’Etna dalle finestre affacciate sull’allora Piazza Cappellini.3 Il quartiere di San Berillo era formato da un labirinto di vie che sbucavano in piazze che abbracciavano palazzi barocchi, in cui piccole attività commerciali si fondevano con le case. Il quartiere rappresentava il cuore pulsante del centro storico catanese e racchiudeva l’anima degli abitanti della città. Ogni aspetto della vita veniva condiviso comunitariamente. Quando venne approvato il progetto di risanamento del quartiere, la città subì uno sfregio da cui non si riprese mai più. Attraverso ISTICA, l’istituto preposto alla demolizione e ricostruzione del vecchio quartiere nel modernissimo asse Corso Sicilia-Corso Martiri della libertà, che sarebbe servito come viale per collegare il centro storico alla stazione centrale, Catania perse parte della sua identità. Le distruzioni e le ricostruzioni sono da sempre parte della memoria della città etnea ma in questo caso la mano distruttiva fu quella dei propri abitanti, che attraverso un referendum di democrazia partecipata scelsero la costruzione della city finanziaria, con la promessa da parte degli investitori che la città avrebbe guadagnato in efficienza, modernità ed igiene, adducendo la scusa che San Berillo rappresentava un’emergenza sanitaria.4

Una volta delineato il quadro storico e identitario della città possiamo addentrarci nella problematica che si analizzerà in questo paragrafo. Con il cambiamento della morfologia urbana la città inizia a essere percepita non più come comunità ma come luogo in cui mandare avanti la propria quotidianità attraverso il lavoro, quindi prevalentemente come centro economico. Così l’uomo perde entusiasmo e diventa l’ingranaggio della macchina-città, annoiato dagli stimoli di un centro urbano sempre più vasto in cui perdersi.5 Anche il concetto di casa muta attraverso i cambiamenti epocali che la società attraversa dal dopoguerra in poi. L’abitazione passa dall’essere un diritto all’essere una merce.6 In inglese il concetto appare rafforzato. In effetti, Madden e Marcuse utilizzano home per indicare il diritto all’abitare, mentre chiamano housing il caso dell’abitazione utilizzata come merce. Le città sono luoghi d’investimento, quindi non sorprende che le case diventino capitale da sfruttare. Con l’ammodernamento della città, frutto delle nuove infrastrutture, Catania entra a far parte del cerchio delle destinazioni turistiche. E con questo nuovo status, fioriscono le attività legate alla ricezione turistica. Se dapprima la novità delle case vacanze venne accolta come una novità positiva da parte dei catanesi, con il tempo l’emergenza affitti ha evidenziato un problema sistemico. La minor disponibilità di case a disposizione di chi vuole una residenza fissa fa volare i prezzi degli affitti alle stelle, favorendo i proprietari degli immobili e indebolendo le fasce più deboli della popolazione cittadina. In questo modo il processo di gentrificazione sfugge di mano agli attori principali, ovvero coloro che vivono la città e avrebbero diritto a partecipare alle decisioni collettive. Lees, Slater e Wyly ci parlano di gentrificazione dall’alto, distinguendola dal movimento spinto dal basso (gentrification from below), criticando le politiche municipali incentivanti il capitale privato, come se la gentrificazione favorisse una forma di violenza strutturale.7 Si ridisegna l’asset urbano, favorendo la ristrutturazione delle facciate di chiese e palazzi antichi per rendere il centro storico attraente per il turista di turno, spostando ospedali e servizi essenziali in periferia. La progressiva musealizzazione del centro storico attira sempre di più gli investitori, spesso stranieri, accentuando maggiormente il rent gap, ovvero la differenza tra il valore attuale di un immobile e quello che avrà dopo la trasformazione di un intero quartiere. Neil Smith a questo proposito si esprime in termini di “colonizzazione interna” della città.8 Vi è un’autentica invasione che spinge certe fasce sociali ai confini. Gli esempi concreti di spostamento dei servizi nel catanese stanno avvenendo sotto ai nostri occhi proprio negli ultimi anni. Con lo sradicamento dei presidi ospedalieri dal centro, il cittadino subisce una perdita in termini di servizi essenziali. Al posto degli ospedali sorgono o sorgeranno musei e piazze per “riqualificare” intere aree urbane. Mentre gli ospedali, i consultori, gli ambulatori spariscono, le case vacanza e i B&B sorgono come funghi ad ogni angolo, garantendo affitti brevi a chi vuole assaporare la città per poi poterla pubblicizzare come nuovo oggetto esotico da mostrare sui social. La dicotomia è presto servita su un piatto d’argento: i luoghi appartengono a una specifica popolazione o il mondo è di tutti, e pertanto i confini sono delle linee arbitrarie disegnate su una mappa? Non ha, forse, diritto un imprenditore di investire e guadagnarsi da vivere attraverso il turismo? Quesiti inquietanti che presentano delle sfumature non così nitide. Proviamo a rispondere alla prima. Partiamo da una breve analisi storica per farlo. Le nazioni sono il frutto di un processo così come l’idea di popolo. Il passaggio dall’antico regime allo stato moderno avvenne in modo tortuoso, attraversando momenti in cui si andò avanti per tentativi ed errori. Chiaramente vi era una stabilità culturale ancora prima che l’intero processo si mise in atto. Lingue, costumi, usi e identità erano una componente abbastanza stabile appartenente alle genti di determinati territori. L’appartenenza alla propria terra era un sentimento già diffuso. La costituzione degli stati ha rafforzato la questione identitaria, però. Si può, dunque, asserire che un pezzo di terra sia proprietà di chi la abita? Il concetto di possesso non può che rimandarci a ciò che Rousseau aveva teorizzato nel suo Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes e cioè che «la prima persona che, dopo aver recintato un pezzo di terreno, si è messa in testa di dire questo è mio e ha trovato persone così ingenue da credergli, è stato il vero fondatore della società civile»9, aggiungendo che «i frutti appartengono a tutti, ma la terra non è di nessuno».10 Se accettiamo la lezione del pensatore ginevrino dovremmo assecondare la spinta globalizzatrice, eppure sembra che la questione non possa essere risolta con l’idea che il mondo appartiene a tutti e a nessuno. L’ideale umano della fratellanza viene messo a dura prova da un sistema che trasforma qualsiasi ambito sociale in affare economico. È il capitalismo che esaspera le condizioni di processi “naturali” come la migrazione e il movimento umani. Se una data comunità ha deciso di stanziarsi in un territorio non può di certo essere la logica del denaro a decidere chi deve spostarsi verso dove o chi ha bisogno di cosa. Si potrebbe rispondere a quest’argomento asserendo che gli strumenti economici sono un mezzo di sopravvivenza per la specie umana.
D’altronde, l’essere umano usa le armi a propria disposizione per garantirsi un soggiorno più lungo e confortevole sul pianeta. I numeri allarmanti, messi a nostra disposizione da geologi, climatologi, tecnici ambientali ecc., ci forniscono l’idea che forse il sistema usato per garantirci la sopravvivenza è andato troppo in là, distruggendo l’unico habitat che conosciamo. Questa metafora “climatica” ci permette di capire come il sistema capitalistico abbia preso largo in qualsiasi ambito della vita umana, sorpassando limiti e ristrutturando regole a proprio piacimento. Il non rispetto delle condizioni di chi si trova ad occupare per scopi abitativi un territorio, sfruttando la componente del marketing per attirare denaro, rappresenta una delle conseguenze del capitalismo.

2. Una città da mostrare
L’analisi fin qui condotta permette di pervenire alla fase finale del progetto di gentrificazione: attraverso l’espulsione degli abitanti verso zone periferiche e la proliferazione delle attività ricettive si completa il processo di musealizzazione della città. Il centro storico diventa un museo a cielo aperto fatto di percorsi realizzati ad hoc per invogliare il turista a consumare una pizza tra i vicoli o ad acquistare souvenir stereotipati di dubbia qualità e dal prezzo ipertrofico. La città si presenta seducente, illuminata da luci soffuse e abbellita da decorazioni che strizzano l’occhio alla festività di turno o alla presenza di attività limitrofe. Il caso dei famosi ombrellini che fanno da soffitto immaginario al centro storico catanese, posti proprio a segnalare la presenza dei locali della movida, è esemplare. Numerosi sono i TikTok di chi visita la città e rimane affascinato dal trionfo di colori svettanti sopra le proprie teste. Questo meccanismo di commercializzazione dell’autenticità è solo un’altra faccia della turistificazione. Perdipiù, forzarla rischia proprio di far perdere di veridicità i costumi, offrendo sia allo spettatore esterno che all’autoctono un sapore di artefatto.11 A questo proposito, la cultura assume il ruolo di placebo nei riguardi dell’espulsione del cittadino poiché viene utilizzata come dolcificante per edulcorare la pillola.12 Con la scusa dei palazzi storici, delle chiese, del patrimonio UNESCO, si tenta di giustificare lo sventramento di interi quartieri a favore della città-museo. L’analisi delle criticità della turistificazione non vuole, però, sminuire il ruolo della preservazione e della cura dell’arte e della bellezza della città. Semmai, si vorrebbe rivendicare la fruizione di quest’ultime da parte del cittadino in primis. Il caso di Venezia è emblematico. Infatti, da qualche anno il capoluogo lagunare ha approntato il pagamento di un ticket per accedere alla città, per cercare di ovviare al problema dell’over-tourism.13 Un’attenta educazione artistica e ai valori civici non possono che rafforzare la cura che ogni cittadino dovrebbe riservare al luogo in cui vive. La mancata analisi socio-politica del tessuto urbano ha portato a una scissione sempre più irreparabile tra le istituzioni e i cittadini. Interi quartieri vivono il mancato coinvolgimento alla vita politica come un vero e proprio abbandono. Ciò porta a una sorta di ribellione e distaccamento da parte dei quartieri, considerati periferici, proprio per questa traumatica separazione tra ciò che viene curato, cioè il centro, vero e proprio salotto accogliente, e i distaccamenti in cui vivono i cittadini di serie b. Il risultato è che molte zone della città non ricevono la stessa cura delle aree turistiche, con conseguente rassegnazione della popolazione. Il cittadino si abitua al degrado e inizia a considerarlo parte dell’arredo urbano. Oltre all’aspetto esteriore, il degrado assume forme più subdole: esso diventa pratica relazionale. I rapporti tra cittadini che vivono nel disagio non possono che soffrire di una condizione degradante. Il senso di comunità si perde, così come quello della cura. Il rispetto per il luogo in cui si vive si riflette soprattutto nella cura che si ha per il vicino. Questa problematica ci porta a un concetto molto discusso: può esistere una rigenerazione urbana? Sappiamo che dietro a quest’idea si intravede l’ombra di investimenti economici e progetti di marketing legati allo sfruttamento di certe aree “malfamate”, da ridisegnare e trasformare in luoghi “nuovi”.14 Ma chi beneficia davvero di questa rigenerazione? Agli occhi degli abitanti delle aree degradate si compie una sorta di colonizzazione, mentre da parte di chi la compie si avverta la “Sindrome di Cristoforo Colombo”.15 Il salvatore del degrado è simile al navigatore genovese: parte alla conquista di territori da scoprire, non rendendosi conto che esiste già una popolazione autoctona. A questo punto è chiaro come certi meccanismi non possano essere imposti dall’alto ma dovrebbero nascere dal dialogo o dal conflitto, all’interno della stessa comunità.

3. Una prospettiva diversa
L’analisi condotta fin qui evidenzia un problema di prospettiva: la città, così com’è, appare progettata da gruppi che detengono il potere. Innanzitutto, la struttura delle città occidentali o occidentalizzate presenta un assetto che favorisce il pendolarismo casa-lavoro, sfavorendo il tema della cura. In moltissimi casi, soprattutto al sud, sono ancora le donne ad occuparsi della gestione della casa e della famiglia, sobbarcandosi il peso delle trasferte sui mezzi pubblici, spesso inefficienti. Con lo spostamento dei servizi dal centro alle periferie, questo problema è andato aggravandosi. Assieme alle difficoltà di movimento, le donne ne sperimentano altre, non meno gravi. Se l’uomo è percepito come una presenza neutra per le strade della città, non si può dire lo stesso delle donne. Gli sguardi inquisitori, curiosi e invadenti rendono la permanenza del genere femminile per le strade spesso insicura.16 Nel paragrafo precedente si è parlato di degrado esterno e interiorizzato. Certamente, l’assenza di illuminazione efficiente e la presenza di sporcizia non aiutano le soggettività a rischio ad avvertire un senso di sicurezza. In una città “brutta” la percezione del pericolo cambia radicalmente. È incontestabile che l’essere umano si senta più a suo agio in uno spazio curato e bello dal punto di vista estetico, e non solo. La cura verso le soggettività più deboli fa parte della responsabilità che una comunità nutre verso il luogo che abita. Spostandoci all’urbanistica, la situazione delle donne non migliora. I marciapiedi sono spesso inadatti alla fruizione da parte delle mamme con passeggini, poiché troppo stretti o occupati da automobili. Riprogettare la città, pensando alle soggettività marginali, non può che rappresentare il futuro delle aggregazioni urbane. Una città che non si pone il problema di includere è una città che rischia di sprofondare nel buco nero della storia. Pertanto, la prospettiva diversa che dà il nome al paragrafo, non può che essere una prospettiva di abbattimento della struttura sociale esistente, quella piramidale, con a capo un uomo occidentale, normo-abile, legato a una visione capitalista e patriarcale del mondo. Riabbracciare il rapporto umano-natura non può che far parte di questa nuova prospettiva. Una città che non ingloba l’aspetto della natura nelle proprie politiche, con conseguente rispetto verso gli altri animali si ritroverà a fare i conti con i disastri ambientali provocati da un’urbanizzazione selvaggia. La prospettiva dovrebbe, quindi, passare dall’essere verticale all’essere orizzontale. Una società in cui le decisioni sono prese dall’alto, favorendo le élite di turno, non potrà che accentuare le ingiustizie e le disuguaglianze. Le popolazioni dovrebbe essere al centro della vita e delle decisioni riguardanti la propria città. La trasformazione di quest’ultima in un prodotto da vendere al turista non può che esacerbare le disuguaglianze sociali, e rischia di trasformare anche il sentimento di appartenere a un luogo da chiamare casa in valore economico. La “follia” capitalista appare inarrestabile e assume forme inafferrabili, d’altro canto. L’uomo contemporaneo si pensa come un ego solitario, immerso in obiettivi professionali, con hobby a cui dedicare i propri ritagli di tempo dopo una giornata passata a pensare al profitto. Il percorso di vita appare per tutti lo stesso: lavorare, avere una famiglia, comprare cose, pretendere di possedere sempre di più, abbandonando ogni forma di pensiero critico, delegando ad altri il compito di pensare e di prendere decisioni al proprio posto. Una macchina perfetta al servizio della produzione. Di fronte alla velocità del mondo globalizzato, però, il ritorno dell’umano a sé stesso e alla terra appare come una via di fuga liberatrice da una trasformazione in macchina di tutte le specie e del pianeta stesso.

Note
(*) Università di Catania, Laureanda in Scienze Filosofiche (LM-78)

1Archivio di Stato di Catania (d’ora in poi ASC) Fondo Atti Notarili, Notaio Carlo Lo Monaco, cc. 353-356 (1693–1696)

2Cfr. L. Wirth, Urbanism as a Way of Life, in «American Journal of Sociology» 44, no. 1, 1938, pp. 1-24.

3E. Lombardo, comunicazione personale, 24 novembre 2025.

4Cfr. C. Barbanti, Problematizzare il ‘basso’ nei processi di rigenerazione urbana per un’autentica inclusività: il caso di San Berillo a Catania, in «Tracce Urbane. Rivista italiana transdisciplinare di studi urbani» 8, no. 12, 2023, p. 166.

5Cfr. Georg Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, in «Rivista di Scienze del Territorio», n. 3, 2015, Firenze University Press, p. 350-354.

6Cfr. D. Madden & P. Marcuse, In defense of housing, Londra,Verso Books, 2016, p. 60.

7Cfr. L. Lees, T. Slater & E. Wyly, Gentrification, Londra, Routledge, 2008, p. 222.

8Cfr. N. Smith, The New Urban Frontier: Gentrification and the Revanchist City, Londra, Routledge, 1996, pp. 64-6

9«Le premier qui, ayant enclos un terrain, s’avisa de dire ceci est à moi et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile» (trad. mia); J.-J. Rousseau, Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, Parigi, Hachette Livre, 1997, p. 76.

10«Les fruits sont à tous, et que la terre n’est à personne» (trad. mia); ivi.

11Cfr. S. Zukin, Naked city: the death and life of authentic urban places, Oxford University Press, Oxford-New york, 2010, p. 45.

12Ivi, pp. 42-43.

13Comune di Venezia, Delibera di Consiglio Comunale n. 51 del 12 settembre 2023.

14Cfr. G. Semi, Gentrification: Tutte le città come Disneyland?, Bologna, il Mulino, 2015, p. 95-100.

15Ivi, pp. 99-100.

16Cfr. L. Kern, La città femminista: Reclamare lo spazio in un mondo a misura d’uomo, trad. N. Pennacchietti, Roma, Treccani, 2021, p. 29.

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città ©, .

  •  

L’estremismo di destra in Romania – Prima Parte

Introduzione

L’estremismo di destra è un argomento più vivo che mai in Europa, specie in quella parte del continente che ha attraversato una fase di finta-transizione dalla dittatura (di destra o comunista che fosse) al regime democratico neoliberista. La crisi e successiva restaurazione del potere istituzionale ed economico, ha consentito a una serie di soggetti politici ed economici di riciclarsi, più o meno, come democratici e portare avanti impunemente tematiche che possiamo considerare “esclusivistiche” quali la xenofobia, il razzismo e il nazionalismo, mescolato a credenze cristiane, il revisionismo storico, l’auto-vittimizzazione1, la negazione dell’Olocausto, il tradizionalismo, l’anticapitalismo, l’anti-liberalismo e l’anti-europeismo.

Per capire meglio come questi movimenti esistano e prosperino, è necessario fare una premessa su due processi politici interconnessi esistenti nel cosiddetto “Mondo Occidentale”:

«in primo luogo, il momento storico di convergenza tra una crisi del capitalismo globale, l’accelerazione dei flussi migratori verso il Nord Globale e l’intensificarsi della sfiducia verso la governance sovranazionale. In secondo luogo, la crescente territorializzazione del discorso populista stesso, in quanto l’insoddisfazione per la mobilitazione di persone, capitali e cultura operata dalla globalizzazione – e per le élite che hanno tratto beneficio da tale mobilitazione – si esprime attraverso gli appelli all’isolamento spaziale, alla chiusura e al ritiro.»2

Retoriche di questo tipo coincidono con la tesi sostenuta da Daniel Guerin in Fascismo e gran capitale dove spiegava i meccanismi di manipolazione verso le masse impoverite.

Partendo da un anticapitalismo demagogico, gli antenati dell’estrema destra seducevano le classi medie con le loro aspirazioni retrograde, lusingando «le masse operaie – soprattutto quelle categorie di lavoratori che mancano di coscienza di classe […] L’abilità del fascismo consiste nel proclamarsi anticapitalistico senza attaccare seriamente il capitalismo, per cui si ingegna in primo luogo a trasformare in nazionalismo l’anticapitalismo delle masse. Impresa agevole, perché si è visto che, sempre, l’ostilità delle classi medie nei confronti del grande capitalismo si accompagna a un tenace attaccamento al concetto di nazione.»3

Il caso politico rumeno, sebbene si differenzi dal caso spagnolo, portoghese e greco per il regime comunista avuto, ha molte similitudini con ciò che abbiamo appena citato. Sebbene le prime fasi post-regime comunista facessero sperare in un regime democratico multipartitico, la realtà dei fatti fu molto diversa. A seguito della morte violenta dei coniugi Caecescu (25 Dicembre 1989), in Romania venne instaurato un governo provvisorio retto da Ion Iliescu. Questi aveva fondato il Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) e lo aveva reso un partito a tutti gli effetti. La candidatura del FSN alle elezioni generali del 20 Maggio 1990 generò una serie di malumori e opposizioni politiche in quanto un partito del genere controllava tutto fino a quel momento: l’esercito, le forze dell’ordine, l’economia, i mass media, la giustizia, il parlamento. Il timore quindi era che la Romania, nelle fasi iniziali di transizione verso la democrazia, potesse sprofondare in una zona grigia dove da un lato vi era un partito grande e dominante e dall’altro un’opposizione di facciata. Le proteste non si fecero attendere. Iliescu e i suoi, però, furono abbastanza furbi e astuti nel manipolare i lavoratori, in particolare i minatori, contro le opposizioni.

Circa cinquemila minatori arrivarono a Bucarest da Valea Jiului a fine Gennaio 1990 e aggredirono, con oggetti contundenti e catene, gli oppositori del FSN.

Vi furono numerosi incidenti e i minatori e militanti del partito di Iliescu organizzarono incursioni e perquisizioni nelle sedi dell’opposizione, sequestrando le persone lì dentro.

La fine di questo evento, noto come Minierada4, consentì ai dirigenti del FSN di creare il Consiglio Provvisorio di Unità Nazionale (CPUN) – organo atto a garantire la rappresentanza dei partiti di recente costituzione nelle strutture di potere.

È in questa fase di crisi e scontri tra il cosiddetto “nuovo” e “vecchio” corso politico che nel biennio 1990-1991 nascono due movimenti politici: l’Uniunea Vatra Românească (UVR) (trad.: Unione del Focolare Rumeno) e il Partidul România Mare (PRM) (trad.: Partito della Grande Romania).

Se l’UVR nacque in contrapposizione violenta contro gli ungheresi rumeni (e più nello specifico contro il Romániai Magyar Demokrata Szövetség (RMDSZ) / Uniunea Democrată Maghiară din România (UDMR) (trad.: Unione Democratica Magiara di Romania)) ed ebbe una breve vita politica partitica tramite il Partidul Unității Națiunii Române (PUNR) (trad.: Partito per l’Unità Nazionale dei Rumeni) – quest’ultimo fusosi col Partidul Conservator (trad.: Partito Conservatore) nel 2006 -, il PRM invece volle riprendere delle modalità tipiche delle dittature civico-militari.5

Il nome di quest’ultimo partito era stato scelto deliberatamente per le sue connotazioni storiche. Da un lato si riferiva allo Stato-nazione di tutti i rumeni costituito dopo la Prima guerra mondiale (comprendente la Transilvania, la Bucovina, la Bessarabia, nonché parti del Banato, Crișana e Maramureș); dall’altro alludeva alla perdita, a seguito della Seconda guerra mondiale, dei territori rumeni che oggi fanno parte dei paesi confinanti (Moldavia e Ucraina).

Il PRM raggiunse il suo picco di notorietà quando il proprio leader, Corneliu Vadim Tudor, attraverso la retorica xenofoba e omofoba riuscì a classificarsi secondo alle elezioni presidenziali del 2000, dietro a Ion Iliescu – quest’ultimo divenuto presidente grazie alla candidatura del leader del partito di estrema destra .

Durante questo lasso di tempo, la Romania diventò un territorio dove una serie di aziende iniziarono a sfruttare le persone lavoratrici e le risorse naturali. La disuguaglianza strutturale, la povertà e la corruzione sistemica portarono alla polarizzazione politica e all’emigrazione di massa – che, insieme al basso tasso di natalità, innescarono un grave calo demografico.6

Per attirare ulteriori investitori, il governo rumeno, nella prima metà degli anni 2000, utilizzò ogni mezzo per poter entrare nella NATO e nell’Unione Europea.

L’ “Ordonanţa de urgenţă nr. 31/2002” (trad. : Ordinanza d’urgenza nr. 31/2002), dove vennero vietate le formazioni e i simboli delle organizzazioni fasciste, razziste e xenofobe, oltre la promozione di personaggi colpevoli di crimini contro la pace e l’umanità, fu una mossa fintamente “umanitaria” e “antifascista e antirazzista” dove non si mise in discussione la retorica dei vari partiti movimenti di estrema destra. Anzi, questa mossa “europeista” e “occidentalista” del governo rumeno diede slancio ai gruppi e partiti di estrema destra che si rifacevano, più o meno, al cristianesimo ortodosso e/o all’ex Guardia di Ferro di Codreanu – come il Totul Pentru Ţară (trad.: Ogni Cosa per il Paese) e il Partidul Noua Generație – Creștin Democrat (trad.: Partito Nuova Generazione – Cristiano Democratico). Essi riuscirono ad ottenere nuovi consensi e potenziamenti della retorica non solo contro le persone migranti e non eterosessuali ma anche contro l’Unione Europea – colpevole, a detta loro, di introdurre valori contrari alle morali cristiano-legionarie rumene

Fu con la crisi economica mondiale del 2008 che l’estrema destra rumena fece il salto di qualità. La nascita (o, per essere più corretti, rinascita7) della Frăția Ortodoxă “Sfântul Mare Mucenic Gheorghe purtătorul de Biruință” (trad.: Fratellanza Ortodossa “San Giorgio megalomartire portatore di vittoria”) servì a promuovere corsi speciali inerenti alle tematiche cristiano-ortodosse, dibattiti, convegni e simposi, processioni, pellegrinaggi ed escursioni nei luoghi santi e nei monasteri. Dal punto di vista della Frăția Ortodoxă, chi impediva questa spiritualità cristiana e metteva un freno all’economia capitalistica rumena erano le persone migranti e la comunità LGBTQIA+, nonché tutti quelli a favore di una procreazione “cosciente e responsabile.”8

Non è un caso che la Frăția Ortodoxă abbia sostenuto attivamente, a partire dal 2019, un nuovo partito di estrema destra: l’Alianța pentru Unirea Românilor (AUR) (trad.: Alleanza per l’Unione dei Romeni).

Nel corso di questi ultimi anni l’AUR ha raccolto e riunito i conservatori religiosi, i nazionalisti intransigenti e, durante le fasi della sindemia da Covid-19, i negazionisti e gli antivaccinisti. Tutti soggetti politici che si presentavano come difensori della libertà contro la dittatura dell’élite.

Le principali figure di questo partito sono state George Simion, attuale presidente dell’AUR, nazionalista e ambientalista, e Claudiu Târziu, copresidente dell’AUR fino al 2025, omofobo e grande estimatore della Guardia di Ferro. Il successo fulmineo dell’AUR può essere interpretato come una risposta alla crescente disillusione nei confronti del neoliberismo e del secolarismo. Il partito ha utilizzato il crescente risentimento e la sofferenza sociale di una popolazione che deve affrontare uno sfruttamento economico incontrollabile.

In tal senso l’AUR ha alimentato i risentimenti storici legati alla posizione geopolitica marginale della Romania, promettendo di riportare il paese a uno stato di pienezza demografica, economica ed ecologica, salvaguardare la sovranità nazionale e rivendicare un orgoglio contro i presunti avversari – ovvero le élite capitaliste dell’Unione Europea.

L’AUR ha così articolato una soluzione culturalmente comprensibile ed emotivamente galvanizzante all’esperienza socio-economica traumatica di un Paese che “esporta” i suoi abitanti in altre parti d’Europa – dove questi soggetti sono integrati, loro malgrado, nelle catene globali del lavoro e della produzione.

«Le masse» scriveva Guerin, «sono disposte a credere che il nemico sia il capitalismo straniero, e non già il proprio. Così il fascismo riesce facilmente a sottrarre i suoi finanziatori alla collera popolare stornando l’anticapitalismo delle masse verso la «plutocrazia internazionale.»»9

L’estrema destra rumena è oggi legittimata e aiutata dai politici parlamentari, dai media (nuovi e tradizionali che siano) e personalità intellettuali e artistiche, nonché dai vari strati fondamentalisti della Chiesa ortodossa.

Per avere un minimo di panoramica su come si sia arrivati all’AUR e come le retoriche neofasciste e dell’estrema destra non siano troppo diverse da un paese all’altro – si pensi al caso italiano con la Lega e l’attuale Futuro Nazionale di Vannacci -, presentiamo alcuni capitoli tratti dal libro di Gabriel Andreescu, Extremismul de dreapta in Romania (trad.: Estremismo di destra in Romania), edito dal Centrul de Resurse Pentru Diversitate Etnocultural, Cluj, 2003. Nonostante sia un lavoro vecchio di 23 anni e non di stampo anarchico ma democratico, Andreescu fa una panoramica della società rumena a cavallo tra la transizione dal regime comunista e l’entrata nell’Unione Europea e nella NATO, soffermandosi su come certi gruppi, movimenti e partiti politici di estrema destra della Romania abbiano avuto un ruolo importante nel Paese.

L’espansione della retorica di estrema destra in Europa e più in generale nel cosiddetto Mondo Occidentale, nasconde un regime capitalista in crisi effettiva o potenziale dove i soggetti economici-culturali applicano e invocano ristrutturazioni aziendali (iper-sfruttamento e licenziamenti) ed esclusioni di quella parte della popolazione non rientrante nei canoni imposti dalle morali eterosessuali-religiose.

===================================================================

Capitolo III

– Principali forze estremiste: dalla Uniunea Vatra Românească al PUNR e PRM
– Il Partidul România Mare
– Il tentato colpo di Stato del 1999

Principali forze estremiste: dalla Uniunea Vatra Românească al PUNR e PRM

La più consistente, efficace e minacciosa forma di estremismo in Romania è l’ultra-nazionalismo. L’organizzazione che ha dato inizio a questa forma di estremismo è la Uniunea Vatra Românească (UVR) (trad.: Unione del Focolare Rumeno) fondata a Târgu Mureș il 1 febbraio 1990.10 L’iniziativa è partita, però, dalle nuove autorità di Bucarest 11, i cui leader erano alla ricerca di una nuova legittimità – in quanto la loro precedente carriera nel Partito Comunista Rumeno rappresentava un ostacolo e non un punto a loro favore dopo la rivoluzione del Dicembre 1989. L’ideologia fondante dell’UVR fu l’anti-magiarismo; i suoi fondatori organizzarono provocazioni anti-ungheresi a partire dalla fine del Gennaio 1990 – alcune in segreto12, altre utilizzando come mezzo di comunicazione il quotidiano locale Cuvântul liber (trad.: Parola libera), tribuna della futura organizzazione, o le televisioni locali. Il clima anti-ungherese, alimentato anche dai media della capitale, raggiunse il culmine a metà Marzo 1990. Il 19 Marzo, una manifestazione dell’UVR si trasformò in un attacco alla sede locale della Romániai Magyar Demokrata Szövetség (RMDSZ) / Uniunea Democrată Maghiară din România (UDMR) (trad.: Unione Democratica Magiara di Romania), dove una personalità della comunità ungherese venne brutalmente picchiata.13 Gli episodi violenti si intensificarono così tanto che, il 21 Marzo 1990, la città di Târgu Mureș divenne teatro di sanguinosi scontri tra rumeni14 e ungheresi. Cinque persone erano state uccise e diverse centinaia erano rimaste ferite.15 A causa di questa situazione di instabilità, alla fine del Marzo 1990 venne istituito il Serviciul Român de Informații (SRI) (trad.: Servizio Rumeno di Informazione), basato sulla Securitate16 e in violazione delle procedure legali del momento.17

L’associazione anti-ungherese UVR, organizzatrice di questi disordini, aveva goduto di un sostegno sempre più consistente, sia a livello locale che nazionale, diventando da lì a poco un attore politico di rilievo.18 Prima delle elezioni del 20 Maggio 1990, l’UVR aveva fondato il Partidul Unității Națiunii Române (PUNR) (trad.: Partito per l’Unità Nazionale dei Rumeni).

Il PUNR era diventato, per alcuni anni, il principale partito ultra-nazionalista della Romania. Alle elezioni comunali del 1992, il suo leader, Gheorghe Funar, era stato eletto sindaco della più grande città della Transilvania, Cluj-Napoca.19 Alle elezioni parlamentari dello stesso anno, il PUNR ottenne il 7,72% dei seggi alla Camera dei Deputati e l’8,12% al Senato, diventando il principale partner del Frontul Democrat al Salvării Naționale (FDSN) (trad.: Fronte Democratico di Salvezza Nazionale) nella coalizione nazionalista che governò la Romania tra il 1992 e il 1996. Nel governo definito dall’opposizione dell’epoca “il quadrilatero rosso,” il PUNR ottenne due ministeri e occupò numerose cariche di livello inferiore.

Un’idea del linguaggio e dell’atteggiamento del PUNR è data dalla seguente citazione che sintetizza l’ultra-nazionalismo anti-ungherese di questa formazione politica: «Come è noto, questo spirito nomade, questo carattere barbaro, di cui gode il popolo ungherese e la minoranza [presente] in Romania, non è mai scomparso in 1000 anni. Probabilmente saremo noi, i rumeni, a doverli curare da questa vergogna e a farli diventare un popolo europeo pacifico, civilizzato, che non brami più territori stranieri. Che Dio li preservi dal tendere ancora la zampa verso i territori rumeni.»20

Alle elezioni del 1996, il PUNR ottenne solo il 4,36% dei seggi alla Camera dei Deputati e il 4,22% al Senato, subendo una considerevole perdita di popolarità. L’ingresso dell’UDMR nella coalizione di governo diede un colpo decisivo al PUNR. Il leader di questo partito di estrema destra, Gheorghe Funar, lasciò il partito per diventare segretario generale del Partidul România Mare (PRM) (trad.: Partito Grande Romania). Nel 2000, il PUNR non entrò più in Parlamento. I suoi sostenitori passarono al PRM che, oltre a sviluppare un linguaggio giustizialista, attaccava la corruzione, la povertà, gli ungheresi, gli zingari e gli ebrei. Oggi (2003, ndt) il PUNR è come l’UVR: una formazione marginale, senza grandi speranze di rivitalizzarsi.

Il Partidul România Mare (trad.: Partito Grande Romania)

La maggior parte delle organizzazioni estremiste si era sviluppata grazie agli organi di stampa messi a loro disposizione, integrandosi così nella società rumena. L’UVR aveva trovato spazio in quasi tutti i quotidiani della Transilvania che, da ex filiali locali del giornale del Partidul Comunist Român (PCR) (trad.: Partito Comunista Rumeno) Scânteia (trad.: Scintilla), si erano trasformate in pubblicazioni indipendenti. Al contrario, alcuni organi di stampa avevano gettato le basi per i partiti di estrema destra. È il caso della rivista România Mare (trad.: Grande Romania), apparsa nel 1990 e precedente al Partito România Mare (trad.: Partito Grande Romania).21

Il linguaggio di România Mare ebbe un rapido successo. Il suo tipico discorso di incitamento all’odio era contro gli ungheresi, gli zingari, gli ebrei e qualsiasi categoria politica o culturale democratica.22 All’inizio, lo sciovinismo anti-ungherese prevalse in quanto garantiva il massimo capitale politico: «Temo fortemente che, di questo passo, se continueremo a essere provocati all’infinito faremo un’altra cavalcata di salute fino a quella meravigliosa città [dove si balla] la ciarda e le donne sono disponibili. E lì resteremo per un po’, fino all’anno 2000, in modo da garantire la pace in quella zona. Non vogliamo che si arrivi a questo punto. A nessuno piacciono le campagne militari. Ma tra gli ungheresi a Bucarest o i rumeni a Budapest, potete immaginare quale variante sceglieremo e quale sia la musica che ci piace…»23

Il Partito România Mare era indissolubilmente legato al suo leader, Corneliu Vadim Tudor.

Il suo linguaggio superava qualsiasi limite di un normale politico: «Ma parlando dei discendenti di quei barbari, non crediamo di offendere la nazione ungherese; al contrario, diffondiamo testi autentici e storici che attestano come in origine [gli ungheresi] fossero dei primitivi, cosa che i rumeni non sono mai stati.»24

Alle elezioni del 1992, il PRM ottenne il 3,89% dei seggi alla Camera dei Deputati e il 3,85% al Senato – il numero minimo per entrare in Parlamento. Nel 1996, il Partito era salito al 4,46% alla Camera e al 4,54% al Senato, diventando così il primo raggruppamento politico estremista del Paese. Posizionato all’opposizione, il PRM si era dimostrato molto attivo, partecipando, all’inizio del 1999, a un tentativo di colpo di Stato. In quel momento furono avviate azioni per mettere il PRM fuori legge; ma queste vennero archiviate. La debolezza delle autorità aveva gravemente compromesso, nel tempo, la vita politica del Paese.

Durante la campagna presidenziale del Novembre 2000, Corneliu Vadim Tudor aveva adattato il suo discorso alle nuove realtà. Per quanto riguardava la sua coerenza sciovinista, si era concentrato maggiormente sugli zingari (anche se, secondo me, sarebbe meglio dire romaní) in quanto all’epoca gli ungheresi rappresentavano un bersaglio meno interessante. Ha parlato in diretta televisiva della «tipologia della mafia zingara (…). Attaccano in gruppo, controllano i mercati e non violentano i propri figli e genitori perchè sono impegnati a violentare i nostri…»25

In precedenza, nel 1998, Tudor aveva pubblicato un manifesto dove affermava: «gli zingari che non vogliono andare a lavorare (…) saranno mandati nei campi di lavoro.»26 All’ampia protesta delle ONG e dei gruppi romaní, Tudor rispose: «non siamo interessati a ciò che vogliono gli zingari. Tutti [gli zingari] dovrebbero essere mandati in prigione. Non c’è altra soluzione.»27

Attribuendo al suo discorso un forte tono giustizialista, Corneliu Vadim Tudor aveva ottenuto un successo che superò ogni aspettativa precedente.28 Aveva ottenuto il 30% dei voti totali al ballottaggio delle elezioni presidenziali del 2000. Il suo partito aveva ottenuto il 21,01% dei seggi al Senato e il 19,48% dei seggi alla Camera dei Deputati. È importante notare come il presidente Ion Iliescu,vincitore delle elezioni, non avesse fatto alcun tentativo di denunciare le manifestazioni razziste del suo avversario. Anzi, nell’Aprile 2001 aveva affermato che la Romania «avesse sviluppato un sistema immunitario contro l’odio interetnico, l’intolleranza, la xenofobia, l’estremismo, l’antisemitismo e il razzismo.»29 Inoltre, il presidente aveva utilizzato il termine «colorat»30 verso un romaní, lamentandosi successivamente che l’interesse internazionale per questi ultimi derivasse da una «campagna» occidentale anti-romena.31

Il tentato colpo di Stato del 1999

Come formazione estremista, il PRM aveva dimostrato la sua massima pericolosità durante le fasi del fallito colpo di Stato del 1999.

Gli eventi, che col tempo si sarebbero trasformati in un tentativo di golpe, avvennero nella terza settimana di Gennaio del 1999 e iniziarono con una protesta dei minatori della Valle del Jiu.32 Corneliu Vadim Tudor si rivolse a loro dicendo: «Miei cari compagni, il Paese è con voi. (…) Vi porterò negli uffici lussuosi di Bucarest, mentre le canaglie che hanno rovinato il Paese le manderò in miniera.»33

Su invito e sotto la guida del leader sindacale – e al tempo stesso vicepresidente del PRM –, Miron Cosma, i minatori annunciarono una marcia su Bucarest per imporre le loro richieste salariali. Nel Giugno 1990, un’azione di questo tipo – sempre sotto la guida di Miron Cosma –, terrorizzò Bucarest per alcuni giorni, e nel Settembre 1991 determinò la caduta del governo. Durante la marcia, una folla di circa 12mila minatori, guidata secondo tecniche militari ben collaudate, distrusse due blocchi della polizia e della gendarmeria e il primo ministro fu costretto a negoziare sotto la minaccia di un’invasione di Bucarest.

Dopo una prima interruzione della marcia su Bucarest, Cosma riprese il cammino. Venne però arrestato e i circa 2mila minatori rimasti sotto la sua guida furono respinti dalle forze dell’ordine. Per rendere possibile questa repressione, il presidente della Romania dichiarò lo stato di emergenza.34

Secondo un Rapporto della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite35, gli eventi [accaduti in Romania] rientravano nella categoria della ribellione, della sovversione, della turbativa della quiete e della minaccia alla Costituzione, all’autorità, all’ordine pubblico e alla sicurezza delle persone, nonché un pericolo per la vita economica del Paese.36 Il pericolo che questi rappresentavano era al tempo stesso «eccezionale ed imminente.»37

I minatori, guidati sul campo da Miron Cosma, erano in contatto con la dirigenza del PRM. I capi del Partito di estrema destra avevano costantemente incitato e preparato, attraverso delle dichiarazioni – sia dagli scranni del Parlamento che tramite i mass media –, l’eventuale sostituzione forzata delle autorità elette nelle libere elezioni dell’autunno del 1996. Il PRM aveva chiesto le dimissioni del governo e elezioni anticipate, entrando in sintonia con lo sciopero dei minatori. A seguito di questi eventi, diverse personalità pubbliche avevano chiesto la messa al bando del PRM, basandosi su cinque accuse: mancato rispetto dei principi della democrazia costituzionale, incitamento alla violenza pubblica, mancato rispetto dell’ordine dello Stato di diritto, istigazione all’odio nazionale, razziale e religioso, militanza contro il pluralismo politico.38 Anche il ministro della Giustizia intervenne; ma nonostante le prove evidenti e le violazioni del PRM riguardanti i principi costituzionali e le disposizioni di legge sui partiti, il caso fu archiviato.

 

Continua nella Seconda Parte

Note

1In un ambito psicologico, l’auto-vittimizzazione è una strategia utilizzata da una persona che assume il ruolo di vittima e agisce nel seguente modo: cerca attenzioni, non accetta le proprie responsabilità, accusa gli altri delle sue disgrazie e si lagna continuamente. Nell’ambito politico, l’auto-vittimizzazione è un elemento fondante di tutti quei gruppi e partiti politici che, attraverso le loro retoriche, inneggiano tramite rimpianti determinati periodi storici e figure eroiche e rivoluzionarie.

2Christopher Lizotte, Where Are the People? Refocusing Political Geography on Populism, Political Geography, 71, Maggio 2019, pp. 139-141

3Daniel Guerin, Fascismo e gran capitale, trad. it. a cura di Giorgio Galli (aggiornata), Erre Emme Edizioni, Roma, 1994, p. 144

4Per avere un quadro sintetico e completo su cosa fosse questa protesta, rimandiamo all’articolo di Mihaela Iliescu, Mineriada din iunie 1990 – o scurtă incursiune istorică (trad.: Mineriade del Giugno 1990 – una breve incursione storica), Astra Salvensis, 13 (1), 77–82. Link

5Si veda più avanti il Capitolo III, paragrafi Il Partidul România Mare e Il tentato colpo di Stato del 1999

6Vedere Ban Cornel, Ruling ideas. How global neoliberalism goes local, Oxford University Press, New York, 2016; Dan Popa, România – locul 17 în lume la emigrare. Aproape 6 milioane de români au ales să lucreze și să se stabilească în străinătate. La 6 români care emigrează aducem un imigrant (analiză) (trad.: Romania – 17° posto nel mondo per emigrazione. Quasi 6 milioni di rumeni hanno scelto di lavorare e stabilirsi all’estero. Per ogni 6 rumeni che emigrano, ne arriva uno dall’estero (analisi)), hotnews.ro, 27 Febbraio 2024. Link

7Fondata come Frăția Ortodoxă Română (FOR) (trad.: Fratellanza Ortodossa Rumena) dal filologo rumeno Sextil Pușcariu nel Febbraio 1933 e patrocinata dal vescovo Nicolae Ivan della diocesi di Vad, Feleac e Cluj, l’organizzazione si prefiggeva come obiettivi la propaganda cristiana volta a implementare uno stile di vita e un comportamento pubblico appropriato nelle relazioni interpersonali e gli aiuti sociali e religiosi a tutti i livelli e in tutte le classi e rami della vita sociale. Nella Romania degli anni ‘30, attraversata da conflitti tra il potere governativo e la Guardia di Ferro, la FOR, e più nello specifico Pușcariu, non nascondeva l’ammirazione per quest’ultimi e un’insofferenza sempre più marcata contro lo Stato democratico e il bolscevismo. Fonti utilizzate: Frăția Ortodoxă Română, Foaia Diecezana, a. XLVIII, n. 6, 5 Febbraio 1933; Frăția Ortodoxă Română, Sfarmă-Piatră, A. II, n. 49, 29 Ottobre 1936, p. 2; Horia Sima, Era Libertatii. Statul National Legionar Vol. 1, Editura Mişcării Legionare, Madrid, 1982.

8A tal merito si vedano i post sulla pagina facebook di Fratia Ortodoxa sull’aborto e la pillola anticoncezionale (link 1 ; link 2), sui migranti (link 1 ; link 2) e sulla comunità LGBTQIA+ (link 1 ; link 2)

9Daniel Guerin, Ibid.

10La prima presentazione pubblica della Uniunea Vatra Românească ebbe luogo il 25 Gennaio 1990 a Reghin.

11La sera del 25 Gennaio 1990, il presidente Ion Iliescu parlò delle «tendenze separatiste ungheresi,» espressione che in seguito divenne un leitmotiv dell’ultra-nazionalismo. Del resto, Ion Iliescu figurava nell’elenco dei membri fondatori della Uniunea Vatra Românească. Vedi Elõd Kincses, Martie negru la Târgu Mureș, Ed. Juventus, Târgu Mureș, 2001; Gabriel Andreeescu, Ruleta. Români și maghiari, 1990–2000, Ego, 2001.

12Il 25 Gennaio 1990, dall’ufficio postale di Târgu Mureș venne diffuso un telegramma-appello dal contenuto falso e provocatorio: «Fratelli rumeni, colleghi delle Poste e delle Telecomunicazioni. (…) Nelle nostre unità e in altre a Târgu Mureș si procede, in modo sistematico e abusivo, alla sostituzione dei quadri dirigenti a tutti i livelli con ungheresi. Dalle scuole sono stati cacciati, brutalizzati e sputati addosso i rumeni e i docenti rumeni.» (Elõd Kincses, Op.cit., p.44).

13La vittima era Sütõ András, uno dei più importanti scrittori ungheresi, membro della dirigenza locale dell’UDMR (Tom Gallagher, Democrație și naționalism în România, 1989-1998, Bucarest, Edit. All Educational, 1999). Nota del blog. Stando alla biografia tracciata dalla treccani, András, «lavorò al giornale ungherese Új Élet (trad.: Nuova vita”) e dal 1971 si trasferì in Transilvania, dove prese parte attiva alla vita politica locale contrassegnata talvolta da aspri conflitti (rivoluzione del 1989, scontri etnici del 1990).» András si trovava dentro la sede dell’UDMR quando i manifestanti nazionalisti rumeni la assaltarono. A seguito della violenza subita, András perse l’occhio sinistro e riportò ferite alla testa, alle costole e alla mano sinistra.

14Alcuni erano stati portati in autobus dai villaggi alla città, armati di bastoni e preparati per questo scontro.

15Tra i morti e i feriti c’erano sia rumeni che ungheresi.

16L’ex polizia politica di Ceaușescu.

17Per la costituzione legale sarebbe stato necessario il voto del Consiliul Provizoriu de Uniune Națională (CPUN) (trad.: Consiglio Provvisorio di Unità Nazionale). Il CPUN non era stato informato al riguardo.

18Un membro dell’UVR venne inserito nella delegazione rumena dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) (Tom Gallagher, Op. cit., p. 132).

19È da notare che nella competizione per il secondo turno delle elezioni, Gheorghe Funar ricevette l’aiuto del Frontul Salvării Naționale (FSN) (trad.: Fronte di Salvezza Nazionale) (Ibidem, p. 154).

20Gheorghe Funar in Informația Zilei, Satu Mare, 27 Ottobre 1994. La citazione che abbiamo riportato risale alla fase centrale dell’attività del partito; i temi e l’aggressività del linguaggio, in ogni caso, sono rimasti costanti nel tempo.

21Un altro caso è quello della rivista estremista Mișcarea (trad.: Movimento), che ha preceduto il partito Mișcarea pentru România (trad.: Movimento per la Romania).

22Si veda il parere espresso dal Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania (2001), che identifica per la prima volta il PRM come partito di estrema destra: «Nel mese di Maggio [2001] l’ambasciatore di Israele ha espresso preoccupazione per un libro pubblicato da un membro del partito di estrema destra Partidul România Mare (PRM) che contiene due barzellette sullo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti.»

23Corneliu Vadim Tudor, Atenție la Ungaria (4) (trad.: Attenzione all’Ungheria), in România Mare, I, 1990, n. 17, (28 Settembre).

24Corneliu Vadim Tudor, senatore, presidente del PRM, discorso pronunciato il 7 Febbraio 1995, in occasione dell’incontro di lavoro tra PDSR, PUNR, PRM e PSM, in România Mare, n. 241, anno VI, 17 Febbraio 1995.

25Doresc să fiu Preoedinte (trad.: Voglio diventare presidente), PRO TV, Bucarest, 14 Novembre 2000 (programma televisivo).

26La dichiarazione era stata pubblicata integralmente su România Mare del 21 Agosto 1998, Ziua del 17 Agosto 1998 e Libertatea del 18 Agosto 1998.

27George Toader, Romii nul iartă pe C.V. Tudor, dar nici el nu se lasă intimidat (trad.: I Rom non perdonano C.V. Tudor, ma nemmeno lui si lascia intimidire), in Cronica Română, 22 Agosto 1998.

28Anche in relazione ai sondaggi di opinione.

29Ion Iliescu all’apertura di un forum sulle relazioni interregionali nei Balcani, Bucarest, 20 Aprile 2001. Cfr. România Liberă, 23 Aprile 2001.

30Scurt pe doi (trad.: A corto di due), TVR, Bucarest, 9 Aprile 2001 (programma televisivo).

31RFE/RL Newsline, 20 Aprile 2001.

32Gabriel Andreescu, Tema stării de urgență din perspectiva tentativei de lovitură destat (trad.: La questione dello stato di emergenza dal punto di vista del tentativo di colpo di Stato), in Sfera politicii, n. 67, 1999.

33Corneliu Vadim Tudor, Manifest pentru minerii din Valea Jiului (trad.: Manifesto per i minatori della Valle del Jiu), in România Mare, n. 444 del 15 Gennaio 1999.

34In conformità con le attribuzioni costituzionali, art. 93, comma 1. Si era reso necessario adottare un’ordinanza d’urgenza – nella notte tra il 21 e il 22 Gennaio 1999 –, in quanto allo scoppio delle ostilità in Romania, non esisteva una norma che regolasse lo stato di emergenza o di assedio.

35Queste legittimavano l’istituzione di misure adottate dalle autorità di Bucarest (tra cui l’istituzione dello stato di emergenza). Cfr. UN Commission on Human Rights, Study of the Rights of Everyone to be Free from Arbitrary Arrest,Detention and Exile, E/CN. 4/826, 1962, p. 257

36N. Questiaux, Study of the Implications for Human Rights of Recent Developments concerning Situations Known as State of Siege or Emergency, E/CN, 4/ Sub, 2/1982/15.

37Nel senso del caso greco: Report on the EHCR, YBECHR 12, 1969. Nota del blog. L’autore si riferisce nello specifico alla Dittatura dei colonnelli in Grecia (1967-1974) e alle accuse della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) di violazione dei diritti umani e torture contro le persone detenute. Link

38Dan Pavel, docente presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bucarest, aveva avviato un procedimento per dichiarare fuorilegge il PRM.

L’estremismo di destra in Romania – Prima Parte ©, .

  •  

Film e pedagogia anarchica – Prima Parte

Estratto dal capitolo quattro, «Film and Anarchist Pedagogy», Richard Porton, Film and the Anarchist Imagination, University of Illinois Press, Chicago, Urbana, Springfield, 2020, pp. 110-53, Seconda Edizione

 

-Anarchismo in classe: La riforma dell’istruzione contro la “descolarizzazione”

«L’istruzione è una cosa ammirevole. Ma è bene ricordare, di tanto in tanto, che niente di ciò che vale la pena sapere può essere insegnato.» — Oscar Wilde, A Few Maxims for the Instructionof the Over-Educated.1

Conservatori, liberali e marxisti hanno tutti dedicato una considerevole dose di energia a valutare e, per certi versi, trasformare la teoria e la pratica educativa. Eppure, l’attenzione che gli anarchici hanno riservato alle sfumature della pedagogia non ha eguali in nessun’altra tendenza politica.

È chiaramente difficile ignorare la recente fioritura di teorie pedagogiche elaborate da autori non anarchici, principalmente neo-marxisti e post-strutturalisti.

L’importanza teorica di questo lavoro non dovrebbe essere liquidata con leggerezza; ma, nel bene e nel male, non è facile colmare il divario tra la teoria pedagogica postmoderna – sostenuta principalmente da studiosi universitari -, e i contributi di teorici ed educatori anarchici come Michail Bakunin, William Godwin e Francisco Ferrer.

Henry Giroux – per citare l’unica figura postmoderna che ha effettivamente mostrato familiarità con le tradizioni educative anti-autoritarie – non ha del tutto torto quando descrive i pedagoghi anarchici come romantici sostenitori della “realizzazione personale” che occasionalmente dimenticano le dinamiche di gerarchia e potere che i libertari non dovrebbero trascurare.2

Tuttavia, nonostante nell’opera dei postmodernisti permangano tracce della pedagogia anarchica, è sorprendente che, salvo rare eccezioni, essi ignorino completamente l’opera di Ferrer, Godwin e Paul Goodman, nonché la pedagogia auto-emancipatoria sostenuta da militanti anarchici quali Emma Goldman e Mikhail Bakunin.

La pedagogia anarchica contemporanea è iniziata con i lavori di William Godwin e Max Stirner, e si è definita attraverso un approccio critico al falso libertarismo dell’influente, sebbene pieno di contraddizioni, romanzo-trattato educativo Émile di Jean-Jaques Rousseau.

“Rousseauiano” è diventato un sinonimo per la celebrazione o, per meglio dire, feticizzazione, di uno “stato naturale”. Eppure, di fronte alle esigenze della civiltà, Rousseau propone un “contratto sociale” innegabilmente statalista che risulta sorprendentemente congeniale ai sostenitori del governo autocratico – un commentatore ha persino definito la sua teoria politica, con la sua amorfa nozione di “volontà generale”, un esempio di proto-totalitarismo.3

Tuttavia è innegabile che l’obiettivo pedagogico dell’Émile prefigurava la tradizione liberale di Maria Montessori e John Dewey (e, sotto certi aspetti, la psicologia cognitiva di Jean Piaget) – correnti con le quali l’anarchismo ha alcune affinità, nonostante l’opposizione radicale verso questi riformatori disposti ad adeguarsi all’ordine costituito

La visione dell’infanzia di Rousseau è, allo stesso tempo, elogiativa e paternalistica: nell’Émile, l’autore francese incoraggia i bambini a godersi il loro beato irrazionalismo fino all’arrivo della pubertà. Impegnato in una vera educazione sentimentale, Rousseau sosteneva che l’educazione infantile dovesse essere “puramente negativa,” preoccupata solo di salvare «il cuore dal vizio e la mente dall’errore.»4

Anche se l’ “educazione negativa” dell’Émile mira a favorire l’auto-sufficienza – senza il peso dei libri o aforismi morali fin dalla tenera età («impara dalla natura e non dagli uomini»5) -, il suo tutore onnipresente e apparentemente benevolo, agirebbe come un burattinaio pedagogico, sempre vicino nel tirare i fili del suo allievo ignaro.

Come osserva Jean Starobinski, l’educazione di Émile potrebbe essere pensata «per la libertà, ma non è certamente, in senso autentico, un’educazione attraverso la libertà.»6

Quando Émile raggiunge l’età adulta, il suo tutore gioca il ruolo di Pandaro7 dietro le quinte, progettando l’amore e il successivo matrimonio con una donna di nome Sophie. Anche l’«educazione dei sensi» del pupillo deve essere orchestrata da un despota illuminato.
Michael Smith sostiene che la propensione di Rousseau nella «coercizione mascherata … sia un doppio affronto all’autonomia del bambino.» Smith propone una critica anarchica all’elaborata regolamentazione della libertà operata da Rousseau, suggerendo che una modalità più legittima di autonomia possa aiutarci a distinguere gli insegnanti «liberali» o «progressisti» da quelli «veramente libertari».8

William Godwin, ad esempio, cercò di ribaltare i «modi di educazione tradizionali», dove «il maestro guida e l’allievo segue.»9 Godwin è determinato a demistificare la cosiddetta «impotenza del bambino» e, al contrario di Rousseau, la sua pedagogia prende il dolore non per manipolare indebitamente i bisogni e desideri dei bambini.
Godwin può essere visto come il primo difensore delle “scuole libere” e a favore di una riforma radicale dell’educazione – un precursore del diciottesimo secolo di educatori radicali come Herb Kohl, John Holt e Jonathan Kozol.

Le implicazioni della critica radicale alla pedagogia tradizionale, anche se meno concreta, del giovane hegeliano Max Stirner non sono state ancora assimilate completamente dagli educatori anarchici.

Il breve trattato di Stirner, Il falso Principio della Nostra Educazione, presenta una sorprendente somiglianza a quello che si conosce oggi come descolarizzazione radicale. Stirner affermava che «vi è dappertutto una grande quantità di cadaveri politici, sociali, ecclesiastici, scientifici, artistici, morali ed altri ancora; e finché tutti questi cadaveri non saranno consumati, l’aria non sarà pura, pesante rimarrà il respiro.» 10

Probabilmente perché fu maestro, Stirner identificava le scuole con il filisteismo11 e tracciava una distinzione tra l’ «uomo istruito» e il vero individuo libero. Sebbene una lettura miope mostri la rabbia di Stirner contro la pedagogia – ovvero un sintomo dell’anti-intellettualismo di cui gli anarchici sono spesso (e a volte giustamente) accusati -, l’autore tedesco non discute sul valore dell’acquisizione della conoscenza, ma sostiene che «attraverso il sapere, noi diventiamo liberi soltanto interiormente (una libertà, alla quale del resto mai si deve rinunciare); ma con tutta la libertà di coscienza e di pensiero noi esteriormente possiamo restare schiavi e in soggezione.»12

Mentre il fervore polemico di Stirner corrisponde al disprezzo del primo Nietzsche sulla mediocrità dell’istruzione istituzionale, e rimanga più ad un livello esistenziale che pratico, la chiamata di Bakunin per una «educazione integrale» – formazione professionale e intellettuale volta a formare la «persona nella sua totalità» -, si focalizzava specialmente sulle diseguaglianze che separavano le classi più alte dal proletariato.

L’agenda pedagogica di Bakunin comprendeva una forma leggermente coercitiva dell’anti-autoritarismo, predicando che «bisogna diffondere a piene mani l’istruzione delle masse, e trasformare tutte le chiese, tutti quei templi dedicati alla gloria di Dio e all’asservimento degli uomini, in altrettante scuole di emancipazione umana.»13

Con la sua tipica geniale indecisione, Bakunin sintetizzava in modo lungimirante le due principali correnti all’interno della pedagogia anarchica contemporanea.

Ai tempi, l’anarchico russo difendeva l’ideale dell’educazione universale; eppure, in un distinto passaggio stirneriano, l’anarchico russo ammise che «fino a un certo punto l’uomo può essere il suo stesso educatore, insegnante e persino creatore.»14 Se l’anarchismo del diciannovesimo e del primo ventesimo secolo esaltava il potenziale trasformativo delle scuole alternative, gli ultimi trenta anni sono stati marcati da una graduale perdita di fede nell’efficacia istituzionale di tutte le scuole. (mainstream o apparentemente “libere” che siano)

Sotto molti aspetti, l’impegno di Ivan Illich nella “descolarizzazione” ha concretizzato le astrazioni contenute ne Il falso principio della nostra educazione, cercando, al contempo, di dare seguito all’esortazione conclusiva dell’opera: «il sapere deve morire per risorgere di nuovo come volontà e per ricrearsi ogni giorno da capo come persona libera.»15

Il socialista utopista Charles Fourier, una figura rivendicata sia dalla tradizione anarchica che da quella surrealista, formulava un’eccentrica, e a volte affascinante ed ingegnosa, pratica d’educazione che era, sotto molti aspetti, genuinamente anti-autoritaria. Puramente proto-femminista, Fourier rigettava la venerazione della famiglia di Rousseau o l’occasionale visione condiscendente delle donne di Bakunin. Di conseguenza, la ricerca dell’armonia apparentemente stravagante di Fourier – «un ordine sociale organizzato in modo che la soddisfazione dei desideri individuali contribuisca a promuovere il bene comune»16 – ha generato una pedagogia anti-dogmatica dove i bambini potevano apprendere tanto dai propri coetanei quanto dalle persone anziane. La decisione nel 1909 del governo spagnolo di giustiziare l’insegnante anarchico Francisco Ferrer, fondatore della Scuola Moderna (successivamente emulata da pedagoghi anarchici nell’est Europa e negli Stati Uniti), prova che anche un’intenzione modesta di introdurre i princìpi anti-autoritari agli studenti possa essere percepita come una minaccia da un esecutivo nervoso.

Sebbene le autorità spagnole tentassero goffamente di coinvolgere Ferrer in un complotto per assassinare re Alfonso XIII, la riluttanza del regime nel cedere alle richieste internazionali di liberazione dell’educatore era motivata dal timore, quasi primordiale, della sua difesa di un’istruzione laica e razionalista, che, sebbene insipida per gli standard contemporanei, allarmava l’establishment educativo cattolico.

La risposta del movimento anarco-sindacalista catalano all’intransigenza del governo e della Chiesa culminò nella “Semana Tragica” (trad: Settimana tragica) del 1909 – dove vi fu uno sciopero generale a Barcellona e una violenza spontanea popolare contro i simboli e i rappresentanti del cattolicesimo.17 Secondo Joan Connelly Ullman, gli operai incendiarono «quaranta conventi e dodici parrocchie.»18 Il martirio di Ferrer divenne emblematico per il ruolo centrale della pedagogia alternativa assunta dagli anarchici convinti.

Mentre i radicali rifiutavano parole come “positivismo” e “razionalismo” – considerati gettoni dell’ideologia conformista -, Ferrer, grazie al suo anticlericalismo, abbracciava la scienza quale antidoto logico all’egemonia cattolica. Data l’ostilità della Chiesa alla sua concezione di scuola come laboratorio per il cambiamento, non sorprende che le autorità spagnole abbiano accolto con preoccupazione le dichiarazioni di Ferrer: «al bambino, al fine di evitare errori, deve essere insegnato che è fondamentale non dare nulla per scontato.»19 Per Ferrer, la scuola dovrebbe servire come luogo di fermento rivoluzionario; Joel Spring ha osservato che al pedagogo spagnolo «non bastava desiderare una società anti-autoritaria e che l’Escuela Moderna rappresentava il primo passo di un progetto che si muoveva in quella direzione.»20

Questa tensione tra la fede in istituzioni alternative e una tendenza alla de-istituzionalizzazione è al cuore della strategia polemica di Ivan Illich. Il suo trattato Descolarizzare la Società è perfetto da citare, e lo stile pungente aforistico eviscera coscientemente i fondamenti di base del discorso di sinistra. Anche se Illich era decisamente un uomo di sinistra e avesse simpatie per l’eredità anarchica – tra cui Paul Goodman -, riusciva a citare in una pagina l’appello di Milton Friedman a favore dei crediti per le tasse universitarie, mentre in un’altra ad approvare la dichiarazione di Fidel Castro (del 1970): «Cuba potrà chiudere l’università perché l’intera vita cubana sarà un’esperienza educativa.»21 Fedele alla sua vocazione di provocatore intellettuale, Illich si avventurava maliziosamente in territori non anarchici, concludendo che «la scuola non favorisce né l’apprendimento né la giustizia.»22

Illich osservava che «si insegnava agli allievi-consumatori a conformare i propri desideri ai valori suscettibili di essere messi sul mercato.»23

Come antidoto al rigido «curriculum nascosto» dell’istruzione mainstream, Illich propose di rimpiazzare la pedagogia istituzionale con «reti di apprendimento» capaci di rimpiazzare la scuola dell’obbligo. Così facendo si dava un’opportunità agli studenti entusiasti di approfittare dei centri di apprendimento comunitari – i quali avrebbero contattato i coetanei e i «docenti in generale» che condividevano abilità e conoscenze specializzate.

Come antidoto al rigido «curriculum nascosto» dell’istruzione tradizionale, Illich proponeva di sostituire la pedagogia istituzionale con le «reti di apprendimento»: esse avrebbero rimpiazzato la scuola dell’obbligo e dato delle opportunità a quegli studenti desiderosi di trarre vantaggio dai centri di apprendimento comunitari – i quali avrebbero contattato i propri coetanei e gli «insegnanti in generale» che condividevano competenze e conoscenze specialistiche.

Michael P. Smith ha ragione a criticare Illich riguardo il pregiudizio legalistico insito nella descolarizzazione. Secondo Smith, la descolarizzazione privilegia «l’apprendimento contrattuale» e mostra la sua inadeguatezza nel distinguere i bisogni di apprendimento dei bambini, adolescenti e adulti. Illich, quindi, pecca di «ingenuità» sul potere e questo «lo distingue dal movimento anarchico.»24

Inoltre, vi è una strana convergenza tra gli interessi dei presunti anarchici descolarizzatori e gli istruttori domiciliari (in inglese: homeschooler, ndt) di destra, il cui anti-statalismo deve molto agli insegnamenti degli apostoli del mercato libero come F.A. Hayek.

Tuttavia, è importante notare che «con la descolarizzazione, Illich non intende una completa de-istituzionalizzazione [della scuola] ma una trasformazione di essa…Si riferisce esplicitamente al bisogno di “nuovi istituti di istruzione formale”»25 – un’aspirazione perfettamente in linea con l’attività autonoma degli anarchici.

Molti anarchici sono stati degli autodidatti intraprendenti, anche attraverso studiosi auto-istruiti o intellettuali non allineati che hanno superato le limitazioni della loro educazione formale. La convinzione di Proust che «la saggezza non la si riceve, bisogna scoprirla da soli al termine di un itinerario che nessuno può compiere per noi, nessuno può risparmiarci, perchè è un modo di vedere le cose»26 è, anche se idealistico, metà del credo della pedagogia anarchica. Anche se la conoscenza più produttiva è ottenuta dall’apprendimento in proprio, l’abilità di far fronte o trionfare sulla inevitabile e lunga – e occasionalmente interminabile – marcia attraverso gli istituti scolastici, ha preoccupato molti pedagoghi libertari di sinistra dalla mentalità pratica.

Il cinema narrativo, che ha tradizionalmente concepito la classe come un microcosmo cinematico dove si racchiudono i conflitti e le contraddizioni dell’infanzia ed adolescenza, fornisce un territorio fertile dove si tracciano le vicissitudini ideologiche – e a volte estetiche – dell’educazione autoritaria, riformista, e antiautoritaria. I modi in cui il film può mostrare entrambe le correnti pedagogiche – e funzionare anche come pratica pedagogica stessa-, ci terrà occupati nel prossimo capitolo.

Continua nella Seconda Parte

Note

1Nota del blog. O. Wilde, “Alcune massime per l’informazione dei troppo istruiti” in Tutte le opere, trad. it. a cura di Masolino d’Amico, Newton Compton editori, Roma, 1994

2Per approfondire si veda la critica di Giroux alle “ideologie interazioniste” di Rousseau, A.S. Neil, Carl Rogers e Joel Spring in Theory and Resistance in Education: A Pedagogy for the Opposition (New York, Westport, Conn., e Londra: Greenwood Press, 1983), pp. 218-20. Va detto che Giroux non usa il termine “anarchici”; in questo quartetto, solo Spring, e probabilmente Neil, possono essere propriamente identificati come anarchici.

3Vedere Julia Simon, Mass Enlightenment: Critical Studies in Rousseau and Diderot (Albany: State University of New York Press, 1995), esp pp. 19–27. Nota del blog. Per quanto riguarda il proto-totalitarismo, sia Porton sia Simon si sono occupati di questa problematica, insita nel pensiero rousseauiano. «La visione di Rousseau della comunità ideale,» scrive Simon, «aderisce necessariamente ai principi del diritto naturale […] la sua concezione dello stato di natura sottolinea l’indipendenza e la libertà degli individui grazie al loro isolamento, all’istinto di autoconservazione, all’amor di sé e, in una certa misura, alla loro capacità di provare pietà». (J. Simon, Mass Enlightenment: Critical Studies in Rousseau and Diderot, op. cit., p. 39) Invece, secondo il filosofo francese la “società ideale” dovrebbe essere composta da piccoli gruppi familiari autosufficienti, che vivono in un contesto di relativo isolamento gli uni dagli altri. A tal proposito, «sarebbero agenti morali e amorevoli, protetti dagli effetti alienanti di un eccessivo contatto sociale o di un eccesso di conoscenza, fattori che porterebbero allo sviluppo dell’amore proprio.» (J. Simon, Mass Enlightenment: Critical Studies in Rousseau and Diderot, op. cit., p. 40) Questo contatto minimo o inesistente fra le persone dovrebbe portare, secondo la filosofia di Rousseau, a una volontà generale «che è sempre retta e tende sempre all’utilità pubblica» e che quindi di conseguenza supera le particolarità. Infatti, «quando il popolo sufficientemente informato delibera, se i Cittadini non avessero alcuna comunicazione tra loro, dal gran numero delle piccole differenze deriverebbe sempre la volontà generale e la deliberazione sarebbe sempre buona. Ma quando si creano degli intrighi, delle associazioni parziali a scapito della grande, la volontà di ciascuna di esse diventa generale in rapporto ai suoi membri e particolare in rapporto allo Stato; si può dire allora che non ci sono più tanti votanti quanti sono gli uomini, ma soltanto quante sono le associazioni. Le differenze divengono meno numerose e danno un risultato meno generale. Infine, quando una di queste associazioni è così grande da prevalere su tutte le altre, non si ha più come risultato una somma di piccole differenze, ma una differenza unica; allora non c’è più volontà generale e il parere che s’impone è unicamente un parere particolare». (J. J. Rousseau, “Se la volontà generale possa sbagliare” in Il contratto sociale, J. J. Rousseau, trad. it. a cura di R. Gatti, Corriere della Sera, Milano, 2010, pp. 30-31) La “conformità” che menziona Rousseau è dunque criticata da Simon in quanto tali comunità discuterebbero solo dei propri interessi, identici tra loro, ed ogni individuo si troverebbe assorbito dalla volontà generale, che rispecchia gli interessi collettivi. L’individuo risulterebbe così isolato: in quest’ottica, l’isolamento costituirebbe un dispositivo asservito al sistema di dominio. La cosiddetta “libertà degli individui” di Rosseau rispecchia un contesto dove questi «non solo riprodurranno se stessi e i beni necessari alla soddisfazione dei propri bisogni», secondo Simon, «ma riprodurranno anche gli uni e gli altri in una società composta ironicamente da individui identici e unici. Liberi, in un certo senso, di perseguire i propri interessi immediati; ma il loro isolamento e la mancanza di contatti sociali limiteranno la portata di tali interessi nonché la possibilità del loro sviluppo.» (Simon, Mass Enlightenment: Critical Studies in Rousseau and Diderot, op. cit., p. 42) Anche Bakunin muove una critica politicamente aspra nei confronti di Rousseau. A differenza di Porton e Simon, l’anarchico russo lo incolpava di aver creato una «minacciosa e disumana teoria del diritto assoluto dello Stato», fondata su una «dottrina sentimentalmente terroristica, cioè religiosa.» (M. Bakunin, Libertà e rivoluzione, trad. it. a cura di Carlo Doglio, Avanzini e Torraca, Napoli, 1968, pp. 52-53) Sempre secondo l’autore, «la menzogna divina, di cui l’umanità s’era nutrita – non parlando che del mondo cristiano – per diciotto secoli, doveva mostrarsi, ancora una volta, più forte dell’umana verità. Non poten do più servirsi degli uomini neri, dei corvi consacrati della Chiesa, dei preti cattolici e protestanti, che avevano perduto ogni credibilità, si servì dei preti laici, dei mentitori e sofisti dalla veste corta, tra i quali il ruolo principale fu devoluto a due uomini fatali: uno lo spirito più falso, l’altro la volontà più dottrinariamente dispotica del secolo scorso, J.-J. Rousseau e Robespierre. Il primo rappresenta il vero tipo della ristrettezza e della meschinità ombrosa, dell’esaltazione senza altro scopo che la sua stessa persona, dell’entusiasmo a freddo e dell’ipocrisia contemporaneamente sentimentale ed implacabile, della menzogna forzata dell’idealismo moderno. Lo si può considerare come il vero creatore della reazione moderna. In apparenza lo scrittore più democratico del XVIII secolo, cova in sé il dispotismo spietato dell’uomo di Stato. Egli fu il profeta dello Stato dottrinario, come Robespierre, suo degno e fedele discepolo, tentò di diventarne il gran sacerdote. Avendo sentito dire a Voltaire che se non esistesse Dio bisognerebbe inventarne uno, J.-J. Rousseau inventò l’Essere supremo, il Dio astratto e sterile dei deisti. Ed è a nome dell’Essere supremo, e della virtù ipocrita comandata dall’Essere supremo, che Robespierre ghigliottinò prima gli hebertisti,e poi il genio stesso della Rivoluzione, Danton, nella persona del quale assassinò la Repubblica, preparando così il trionfo, divenuto da quel momento necessario, della dittatura di Bonaparte I. Dopo questo grande trionfo, la reazione idealista cercò e trovò dei servitori meno fanatici, meno terribili, del livello notevolmente ridotto della borghesia del nostro secolo. In Francia, furono Chateaubriand, Lamartine, e- occorre dirlo? eh, perché no?, bisogna dire tutto, quando è vero – fu Victor Hugo stesso, il democratico, il repubblicano, il quasi socialista di oggi, e al loro seguito la coorte malinconica e sentimentale degli spiriti emaciati e pallidi che costituirono, sotto la direzione dei padroni, la scuola del romanticismo moderno. In Germania, furono gli Schlegel, i Tieck, i Novalis, i Werner, fu Schelling, e tanti altri ancora i cui nomi non meritano neppure d’essere citati». (M. Bakunin, “L’ Impero knut-germanico e la rivoluzione sociale (1870-1871)” in Opere complete, trad. it. a cura di Andrea Chersi, Edizioni Anarchismo, Trieste, 2009, pp. 172-173) Non rimaniamo dunque sorpresi se per Bakunin «Rousseau rappresenta il vero tipo della limitatezza e della meschineria sospettosa, dell’esaltazione senz’altro oggetto al di fuori della propria persona, dell’entusiasmo freddo e dell’ipocrisia insieme sentimentale e implacabile,della forzata menzogna dell’idealismo moderno. Lo si può considerare il vero creatore della moderna reazione. In apparenza, lo scrittore più democratico del diciottesimo secolo cova in se l’implacabile dispotismo dell’uomo di Stato». (M. Bakunin, Libertà e rivoluzione, op. cit., p. 53) Più nel merito, risulta articolare una critica maggiormente dettagliata l’anarchico tedesco Rudolf Rocker. Nel primo volume di Nazionalismo e Cultura, egli riporta infatti che Rousseau fu «l’apostolo di una nuova religione politica, le cui conseguenze avevano per la libertà degli uomini effetti mostruosi quanto quelli previamente generati dalla fede nel diritto divino dei re. In realtà Rousseau è stato uno degli inventori della nuova astratta idea di Stato che si sviluppò in Europa mentre giungeva alla sua fine l’adorazione del feticcio dello Stato espresso dal monarca personale assoluto». A tal proposito, l’autore prosegue: «lo Stato ideale di Rousseau è una struttura artificiale. Egli aveva imparato da Montesquieu a spiegare i vari sistemi sociali secondo l’ambiente climatico di ciascun popolo, ma tuttavia seguiva le tracce degli alchimisti politici che nel suo tempo tentavano tutti gli esperimenti concepibili con gli “ignobili costituenti della natura umana”, nella costante speranza di riuscire al fine a ricavare dal crogiuolo delle loro vane speculazioni l’oro puro dello « Stato fondato sulla ragione assoluta ». Egli era fermamente convinto che la possibilità di sviluppare gli uomini in esseri perfetti dipendeva soltanto dal trovare la giusta forma di governo o la migliore forma di legislazione». (R. Rocker, Nazionalismo e cultura, trad. it. a cura di Virgilio Gozzoli, Edizioni della Rivista Anarchismo, Catania, 1977, p. 148) Rousseau ha creato quindi «un fantasma al quale conferiva diritti assoluti, allo stesso modo di Hobbes che dava il potere assoluto allo Stato incorporato nella persona del monarca, contro il quale nessun diritto dell’individuo poteva più esistere. Il nuovo “Leviathan” che Rousseau immaginava derivava la sua assolutezza di potere da un concetto collettivo, la volonté générale. Ma tale « volontà comune » non era affatto quella volontà di tutti che si forma integrando ogni volontà individuale con le volontà individuali degli altri, giungendosi in tal modo per vie concrete al concetto astratto della volontà sociale. Anzi, la “volontà comune” di Rousseau, risultato diretto del “contratto sociale” da cui secondo il suo concetto della società politica è emerso lo Stato, è sempre giusta di per sé indipendentemente
dalle volontà individuali ed è sempre infallibile perchè la sua attività ha di per sé in ogni momento la presunzione del bene generale. L’idea di Rousseau sorge da una fantasia religiosa radicata nel concetto di una Provvidenza politica, la quale non può mai abbandonare la giusta via poiché è dotata di una completa saggezza di una totale perfezione. Ogni protesta personale contro il dominio di una tale provvidenza costituisce quindi una bestemmia politica. Gli uomini possono ben sbagliare interpretando la volontà comune, perchè secondo Rousseau “il popolo non può essere mai corrotto, ma può essere spesso ingannato,” ma la “volontà comune” in sé non viene toccata comunque da qualunque falsa interpretazione, fluttua come lo spirito di dio sopra le acque dell’opinione pubblica […] Al tempo di questo concetto speculativo Rousseau respingeva quindi ogni idea di associazioni indipendenti dallo Stato, in quanto tali associazioni avrebbero oscurato il chiaro riconoscimento della “volontà comune” […] Dall’idea della volontà comune si sviluppò così una nuova tirannia,le cui catene erano tanto più permanenti in quanto venivano decorate con l’orpello d’una libertà immaginaria, la libertà di Rousseau, pura ombra senza senso come il suo concetto della “volontà comune”. Rousseau divenne il creatore di nuovi idoli ai quali l’uomo sacrificava la libertà e la vita con la stessa devozione prestata in tempi ormai svaniti agli dèi caduti. Ogni indipendenza di pensiero si mutò in delitto per la illimitata completezza del potere della fittizia volontà comune; la ragione come già dice Lutero, divenne “la prostituta del diavolo.” Allo Stato, secondo Rousseau, fu pure attribuita la creazione e la conservazione di ogni moralità, e contro di esso nessun altro concetto etico poteva sostenersi. Si veniva ripetendo la sanguinosa tragedia delle età antiche : tutto è dio,l’uomo è nulla». (R. Rocker, op. cit., p. 149-150) Dalle argomentazioni dei due autori anarchici si evince dunque che in Rousseau la religione sia importante per sottomettere i popoli e la volontà generale – e con essa lo Stato – costringa l’individuo ad essere libero, schiavo e, in contesti di guerra guerreggiata, “carne da cannone.”

4Jean-Jacques Rousseau, Émile, or On Education, trans. Allan Bloom (New York: Basic Books, 1979), p. 93.

5 Ibid., p. 116.

6Jean Starobinski, Jean-Jacques Rousseau: Transparency and Obstruction, trans.Arthur Goldhammer (Chicago and London: University of Chicago Press), p. 216. Starobinski osserva che è un errore leggere Émile come «un inno al sentimento irriflessivo.» Egli dimostra come Rousseau costruisca «una trappola sofisticata…Rousseau sostiene la necessità di mediazione (dato che un insegnante è sempre necessario) ma allo stesso tempo la rifiuta (dato che l’insegnante predica il vangelo dell’immediato).»

7Nota del blog. Porton cita il Pandaro boccaccesco (Filostrato) e non quello omerico (Iliade). Se Boccaccio dipinge Pandaro come « un giovane dal carattere modernissimo, forgiato dall’esperienza; abile affabulatore, dote (o vizio) che lo innalza a ruolo di comprimario, sicuramente figura imprescindibile al fine della realizzazione, seppur breve, dell’esperienza amorosa di Criseida e Troiolo » (Roberta Attanasio, Pandaro nel Filostrato di Boccaccio: analisi del personaggio (link)), Porton, invece, lo usa per sottolineare in negativo il carattere e le azioni del tutore rousseauiano.

8Michael P. Smith, The Libertarians and Education (London: George Allen &Unwin, 1983), p. 8

9La visione di Godwin sull’educazione, tratta dai suoi articoli sull’Enquirer, sono citati in George Woodcock, William Godwin: A Biographical Study (Londra: Porcupine Press, 1946), p. 129.

10Max Stirner, The False Principle of Our Education, or Humanism or Realism,trans. Robert H. Beebe, edited by James Martin (Colorado Springs, Colo.: RalphMyles, 1967), p. 11. Nota del blog. La citazione che abbiamo riportato è tratta dalla versione tradotta in italiano di Max Stirner, trad. it. a cura della Redazione di Edizioni Anarchismo, Il falso principio della nostra educazione, Edizione Anarchismo, Trieste, Novembre 2012, Seconda Edizione, p. 16

11Nota del blog. Per “filisteismo” si intende una situazione gretta o luogo di chiusura mentale.

12Stirner, Ibid., p. 27. Nota del blog. Vedi nota 10. Stirner, op. cit., p. 26

13G. P. Maximoff, ed., The Political Philosophy of Bakunin: Scientific Anarchism (New York: The Free Press, 1953), pp. 331–37. Nota del blog. La citazione che abbiamo riportato è tratta da M. Bakunin, “L’ Impero knut-germanico e la rivoluzione sociale (1870-1871)” in Opere complete, op. cit., p. 143

14Bakunin è citato da Richard B. Saltman, The Social and Political Thought of Michael Bakunin (Westport, Conn. and London: Greenwood Press, 1983), p. 41. Nota del blog. La citazione è riportata anche da Maximoff, op. cit., p. 97. Bakunin ne parla nelle Considération philosophique sur fantôme divin, le monde réel et l’homme del 1871. (Considerazioni filosofiche sul fantasma divino, il mondo reale e l’uomo, trad. it. a cura di Edy Zarro, Edizioni La Baronata, Lugano, 2000, p. 43)

15Stirner, Ibid., p. 22. Nota del blog. Vedi nota 10. Stirner, op. cit.

16Jonathan Beecher e Richard Bienvenu, The Utopian Vision of Charles Fourier: Selected Texts on Work Love, and Passionate Attraction (Columbia: University of Missouri Press, 1983), p. 420.

17Nota del blog. Per dovere di cronaca, Porton fa intendere che la “Semana Tragica” di Barcellona sia stata causata dall’arresto di Ferrer. In realtà l’evento fu causato dal richiamo, da parte del governo, di truppe di riserva da mandare come rinforzi in Marocco. Gli scioperi e le barricate, più le varie devastazioni, che si perpetrarono per una settimana (26 Luglio-2 Agosto 1909), scatenò la reazione del governo che mandò l’esercito a sedare le rivolte. Dopo la pacificazione ottenuta con i fucili, l’esecutivo continuò l’opera di repressione con i processi sommari. Vennero condannate cinquantanove persone all’ergastolo e cinque a morte (tra cui Ferrer).

18Joan Connelly Ullman, The Tragic Week: A Study of Anticlericalism in Spain,1875–1912 (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1968), p. 3.

19Francisco Ferrer, The Origins and Ideas of the Modern School, trans. Joseph McCabe (New York and London: G.P. Putnam’s Sons, 1923), p. 17.

20Joel Spring, A Primer of Libertarian Education (New York: Free Life Editions,1975). Nota del blog. J. Spring, L’educazione libertaria, trad. it. a cura di Rossella Di Leo, Eleuthera, Milano, 1987, p. 67

21Nota del blog. I. Illich, Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, trad. it. a cura di Ettore Capriolo, Mimesis, Roma, 2010, p. 11

22Ivan Illich, Deschooling Society (New York and Evanston, Ill.: Harper & Row, 1970), p. 11. Nota del blog. I. Illich, op. cit. p. 15

23Ibid., pag. 26. Nota del blog. Illich, op. cit., p. 49

24Michael P. Smith, Libertarians and Education, pp. 27–42. Nota del blog. M. P. Smith, Educare per la libertà, trad. it. a cura di Rossella Di Leo, Eleuthera, Milano, 1990, pp. 190-214

25Raymond Allan Morrow and Carlos Alberto Torres, Social Theory and Education: A Critique of Theories of Social and Cultural Reproduction (Albany: State University of New York Press, 1995), p. 226.

26Proust è citato in Roger Shattuck, Teaching the Unreachable: Nietzsche, Proust, Kipling and Co., Salmagundi 108 (Fall 1995): 9.

Film e pedagogia anarchica – Prima Parte ©, .

  •  

Bologna: dal Pilastro, il vuoto di una sicurezza di facciata

Abderrahim Fakir è morto a Bologna mentre si trovava immobilizzato, ammanettato e disteso a terra durante un intervento di polizia. La sua morte interroga una città che ama rappresentarsi come accogliente, progressista e capace di includere le differenze. Ma, soprattutto, costringe a interrogare il modello di sicurezza che si sta affermando in Italia: un modello fondato sempre più sulla forza, sul sospetto e sulla neutralizzazione dei comportamenti percepiti come anomali, e sempre meno sulla capacità di riconoscere, dietro quei comportamenti, una persona in difficoltà.

Ci sono immagini che non consentono a una città di voltarsi dall’altra parte e quelle degli ultimi minuti di vita di Abderrahim Fakir, che tutti abbiamo visto, appartengono a questa categoria.

Una volta a terra Abderrahim chiede aiuto, domanda dell’acqua, dice di non riuscire a respirare. Viene immobilizzato durante un intervento della polizia in via Italo Svevo, nel rione Pilastro e dopo pochi minuti di fermo, i suoi movimenti cessano. Abderrahim muore così.

La causa precisa della morte deve ancora essere stabilita con certezza. Sono attesi gli esiti degli accertamenti medico-legali, che dovranno chiarire il ruolo delle modalità di immobilizzazione, dello spray urticante, delle condizioni di salute dell’uomo e dei tempi di soccorso. La Procura sta inoltre esaminando altri filmati, le registrazioni delle bodycam e il comportamento delle persone intervenute, compresi gli agenti e gli operatori sanitari.

Attendere l’autopsia e gli accertamenti ufficiali è necessario. Usare questa attesa per fingere che le immagini non sollevino già alcuna questione sarebbe, però, disonesto. La domanda, infatti, non riguarda soltanto che cosa abbia materialmente provocato il decesso, ma il modo in cui una persona confusa o in evidente difficoltà viene percepita dalle istituzioni prima ancora di essere trattata: come un individuo da soccorrere oppure come un corpo da neutralizzare.

Quando qualcuno viene immediatamente classificato come aggressivo, incontrollabile o pericoloso, la sua individualità rischia di scomparire. Le sue parole, i suoi gesti e perfino le sue richieste di aiuto vengono interpretati attraverso l’immagine costruita nei primi momenti dell’intervento: la persona concreta lascia il posto alla categoria, all’idea che ci si fa dell’individuo. Diventa quindi un una minaccia da contenere o un elemento di disordine da riportare sotto controllo ad ogni costo.

È precisamente in questo passaggio, dalla “persona” al “problema”, che il confine tra soccorso e repressione rischia di dissolversi.

Il Pilastro non è soltanto lo sfondo

La morte di Fakir non è avvenuta in un punto qualunque di Bologna. È avvenuta al Pilastro, un quartiere che porta nella propria struttura urbana e nella propria memoria collettiva la storia delle migrazioni, della casa popolare, dell’emarginazione, delle lotte per il riconoscimento e della violenza istituzionale.

Nato negli anni Sessanta per rispondere alla necessità di abitazioni economiche, il Pilastro accolse inizialmente migliaia di famiglie provenienti soprattutto da altre regioni italiane. I primi abitanti si trovarono a vivere in un quartiere incompleto, povero di servizi e fisicamente separato dal resto della città. Furono le mobilitazioni degli inquilini a conquistare scuole, autobus, riscaldamento, strutture sanitarie, impianti sportivi e una biblioteca.

Il Pilastro, dunque, non è stato soltanto costruito dall’urbanistica pubblica o dall’interventismo statale, ma è stato costruito socialmente dai suoi abitanti, dalle loro rivendicazioni e dalla loro capacità di trasformare una periferia assegnata dall’alto in uno spazio di appartenenza e agency collettiva.

Negli anni successivi sono cambiate le provenienze degli abitanti, ma non il meccanismo attraverso cui il resto della città guarda al quartiere. Il Pilastro continua a essere rappresentato, alternativamente, come laboratorio di integrazione o come zona problematica da presidiare. Le periferie spesso sono parte della comunità quando servono a confermare l’immagine di una città inclusiva, ma diventano territori estranei quando emergono conflitto, disagio o comportamenti non conformi. È una contraddizione tipicamente bolognese.

Il quartiere Pilastro viene celebrato quando bisogna raccontare la Bologna solidale. Viene militarizzato o stigmatizzato quando emergono conflitti, disagio e rabbia. È incluso nella narrazione ufficiale della città, ma non sempre nella distribuzione effettiva della sicurezza sociale, della salute mentale e della fiducia nelle istituzioni.

Questo stigma a lungo andare ha finito per influenzare il modo in cui vengono interpretati i comportamenti di chi lo abita. La stessa condotta può essere letta come fragilità, eccentricità o bisogno di aiuto in un contesto socialmente protetto e abitato da cittadini prevalentemente italiani e come pericolosità in un quartiere multiculturale già associato al disordine.

Foto Gianluca Rizzello

Una crisi da curare o una minaccia da reprimere?

Secondo le ricostruzioni disponibili, la polizia era stata chiamata perché Abderrahim si comportava in maniera aggressiva e avrebbe danneggiato un’automobile. Alcuni filmati precedenti alla fase finale mostrerebbero gli agenti mantenere inizialmente le distanze e tentare di tranquillizzarlo.

Anche questi elementi devono essere considerati, perchè isolare pochi minuti dal resto dell’intervento produrrebbe una ricostruzione incompleta e rischierebbe di sostituire l’analisi con una narrazione già chiusa. Ma riconoscere la complessità iniziale dell’intervento non significa sospendere ogni domanda su ciò che avviene dopo. Quando una persona già immobilizzata ripete di non riuscire a respirare, quelle parole non possono essere trattate come semplice resistenza verbale. Non dopo George Floyd, non dopo decenni di studi sui rischi della contenzione prona e non in presenza di personale sanitario.

Tornando al discorso della classificazione iniziale, se una persona è stata classificata come aggressiva fin dal principio, anche una richiesta di aiuto può essere letta come manipolazione, opposizione o tentativo di sottrarsi al controllo. La prima etichetta finisce per orientare l’interpretazione di tutto ciò che segue, e il problema diventa ancora più grave quando questa rigidità percettiva si combina con un forte squilibrio di potere.

Chi è a terra, immobilizzato e ammanettato non ha più la possibilità di correggere l’immagine che gli altri si sono costruiti di lui. La sua parola perde credibilità proprio nel momento in cui il suo corpo dipende completamente da chi lo sta trattenendo.

La questione non consiste nel sostenere che ogni poliziotto sia violento. Sarebbe una generalizzazione ideologica, ma occorre respingere anche l’idea opposta, altrettanto ideologica, secondo cui criticare un intervento significherebbe automaticamente odiare le forze dell’ordine.  Una democrazia adulta non protegge la polizia sottraendola alle domande. La protegge imponendo formazione, proporzionalità, trasparenza e responsabilità.

Protegge gli agenti anche riconoscendo che le istituzioni non possono affidarsi esclusivamente alla buona volontà individuale. Devono predisporre protocolli capaci di limitare gli errori di valutazione, le reazioni automatiche e le escalation che possono prodursi quando più operatori confermano reciprocamente la stessa lettura della situazione.

Il metodo ICE e la sua versione italiana

Il paragone con l’ICE statunitense, richiamato anche nel dibattito internazionale seguito alla morte di Abderrahim Fakir, non deve essere inteso come un parallelismo vero e proprio. La polizia italiana non è l’Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti, Abderrahim non è morto durante un’operazione di espulsione e le leggi del governo italiano non corrispondono a quelle del governo americano.

Però è opportuno sviluppare un parallelismo tra il metodo politico e culturale americano e quello italiano.

Il metodo ICE comincia quando lo straniero, il povero, il senzatetto o la persona in crisi smettono di essere riconosciuti come individui e diventano categorie di rischio. Comincia quando la presenza di un corpo considerato fuori controllo viene interpretata immediatamente come una minaccia, quando la sicurezza non consiste più nel proteggere le persone, ma nel rimuovere rapidamente dalla vista tutto ciò che disturba l’ordine.

Ogni società costruisce dei confini, spesso invisibili, tra chi viene considerato pienamente parte della comunità e chi vi appartiene soltanto a determinate condizioni. Non sono necessariamente confini geografici o giuridici. Sono confini che separano le vite considerate degne di protezione da quelle percepite soprattutto come fonti di rischio, disturbo o paura.

In Italia questa impostazione si manifesta attraverso l’espansione dei poteri di polizia, la criminalizzazione del disagio, l’ossessione per il decoro, la retorica dei quartieri difficili e la tendenza a presentare qualsiasi richiesta di controllo democratico come un attacco agli agenti.

Ricordiamoci che il richiamo al decoro non è mai completamente neutrale: stabilisce quali corpi, quali comportamenti e quali forme di presenza siano compatibili con l’immagine legittima della città. Il povero che dorme in strada, il migrante che occupa rumorosamente lo spazio pubblico, la persona in crisi psichica o chi manifesta un comportamento imprevedibile diventano elementi da allontanare prima ancora che persone da comprendere.

C’è poi un dettaglio che pesa sulla storia personale di Abderrahim. Secondo i suoi legali, l’uomo viveva una paura, ritenuta immotivata, di essere mandato via dall’Italia, mentre era coinvolto in una procedura riguardante il permesso di soggiorno. Questo elemento non prova che quell’intervento della polizia avesse natura razzista, né spiega da solo il comportamento di Abderrahim. Mostra però quanto la precarietà amministrativa possa trasformarsi in paura concreta, soprattutto per chi vive da decenni nel Paese ma continua a percepire la propria permanenza come revocabile.

L’incertezza giuridica non rimane confinata negli uffici amministrativi, ma chiaramente entra nell’esperienza quotidiana di chi la subisce, modifica il rapporto con le istituzioni e può produrre una condizione di allerta permanente. Chi teme di perdere il diritto a restare può vivere anche un incontro ordinario con l’autorità come una minaccia esistenziale.

Il modello ICE non arriva necessariamente con agenti mascherati e furgoni destinati alle deportazioni. Può avanzare anche attraverso una cultura pubblica che divide le persone tra cittadini da rassicurare e presenze da controllare.

La Bologna progressista davanti al proprio limite

Bologna non è una città come le altre rispetto a questo tema. La sua identità pubblica è costruita attorno all’antifascismo, all’accoglienza, ai servizi sociali, al mutualismo e alla partecipazione. Proprio per questo la morte di Abderrahim Fakir apre una ferita più profonda.

Ogni comunità costruisce un’immagine ideale di sé: questa immagine non è necessariamente falsa, ma tende a selezionare gli aspetti della realtà che la confermano e a rimuovere quelli che la contraddicono.

Bologna si pensa come città solidale e progressista, e la morte di Abderrahim costringe quindi la città a confrontare la propria identità dichiarata con una scena concreta di immobilizzazione, sofferenza e morte.

Di fronte a questa contraddizione, la reazione più facile che parte della città ha avuto consiste nel proteggere l’immagine del tessuto sociale bolognese espellendo simbolicamente la vittima dalla comunità. Si insiste allora sulla sua aggressività, sul danneggiamento dell’automobile, sulla sua condizione di alterazione. In questo modo non si nega necessariamente ciò che è accaduto, ma lo si rende meno perturbante: la vittima viene rappresentata come responsabile della situazione che ha condotto alla propria morte.

È facile dichiararsi città dei diritti quando i diritti rimangono un principio astratto, ma è più difficile difenderli quando la persona coinvolta urla, danneggia qualcosa, appare incontrollabile e mette alla prova la capacità delle istituzioni di intervenire senza disumanizzarla.

Il diritto alla vita, al soccorso e a un uso proporzionato della forza non dipende dalla compostezza della vittima. Non è riservato alle persone innocue, educate o immediatamente comprensibili. I diritti servono esattamente nei momenti in cui la persona non riesce a presentarsi nella forma rassicurante che la società si aspetta.

La violenza delle proteste non cancella la domanda originaria

Dopo la diffusione dei filmati, Bologna è stata attraversata da manifestazioni, alcune delle quali si sono trasformate in scontri contro le forze dell’ordine.

Ognuno è libero di ritenere che la violenza possa essere uno strumento di giustizia o meno in risposta alla morte di un cittadino. Ma è importante fare un ragionamenti: questi fatti, purtroppo, permettono alla discussione pubblica di spostarsi dalla morte di un cittadino al concetto di ordine pubblico.

E questo spostamento non è casuale, perché nei conflitti sociali l’attenzione collettiva tende spesso a concentrarsi sull’evento più visibile, spettacolare e immediatamente condannabile.

Un’automobile incendiata produce immagini più semplici da interpretare rispetto a una morte avvenuta durante un delicato e in qualche modo necessario intervento istituzionale. Consente una divisione netta tra colpevoli e vittime, ordine e disordine, civiltà e violenza.

La morte di un uomo durante un’operazione di polizia, invece, impone domande più scomode. Costringe a esaminare procedure, responsabilità, rapporti di potere e forme di violenza esercitate in nome dell’autorità. Impone riflessione, prima di trasformare il dibattito in chiacchere da bar.

E’ quindi una manipolazione usare gli scontri successivi per assolvere preventivamente l’intervento precedente, ed è sempre utile scendere in piazza con questa consapevolezza, per non finire con il cadere nel tranello dei media mainstream, che produrrà una retorica basata sulla classificazione dei collettivi di  sinistra e dei manifestanti come bolle criminali, oscurando la rabbia e l’indignazione che si è manifestata da parte di una grande fetta dei cittadini bolognesi di ogni età.

Corteo a Pilastro, Foto Gianluca Rizzello

Chi controlla i controllori?

La morte di Abderrahim Fakir impone infine una domanda istituzionale: quali strumenti possiede oggi un cittadino per verificare realmente l’operato delle forze dell’ordine?

Le bodycam possono essere utili, ma non bastano se le immagini rimangono esclusivamente nelle mani dell’apparato coinvolto. I numeri identificativi sulle uniformi, protocolli pubblici sull’immobilizzazione, una formazione specifica per gli interventi nelle crisi psichiche e organismi di controllo realmente indipendenti non sono misure contro la polizia, sono garanzie per i cittadini e anche per gli agenti che operano correttamente.

Ogni istituzione dotata del potere legittimo di usare la forza costruisce inevitabilmente una propria cultura interna: un insieme di linguaggi, solidarietà, gerarchie, abitudini e interpretazioni condivise, e questa coesione è necessaria per consentire agli operatori di agire in situazioni difficili, ma può diventare problematica quando produce chiusura corporativa, conformismo di gruppo o resistenza al controllo esterno.

La domanda “chi controlla i controllori?” riconosce un principio elementare della democrazia: quanto maggiore è il potere esercitato da un’istituzione, tanto più forti devono essere gli strumenti di verifica.

In casi  come quello di Abderrahim occorre garantire che l’accertamento sia pieno, trasparente e comprensibile alla cittadinanza. La fiducia nelle istituzioni non nasce dalla richiesta di credere senza vedere., ma nasce dalla possibilità di verificare, comprendere e contestare le decisioni pubbliche.

Dal Pilastro, una domanda rivolta a tutta la città

La vicenda di Abderrahim non racconta soltanto gli ultimi minuti di un uomo. Racconta il confine tra cura e repressione, tra sicurezza e forza, tra cittadinanza dichiarata e appartenenza realmente riconosciuta.

Racconta anche il Pilastro: un quartiere nato dall’immigrazione interna, cresciuto attraverso le lotte per i servizi e ancora oggi costretto a difendersi dalle rappresentazioni che lo descrivono soltanto attraverso l’emergenza o la devianza.

Da lì arriva una domanda che Bologna non può confinare in periferia: che cosa significa essere una città accogliente quando una persona perde il controllo? Chi viene riconosciuto come qualcuno da proteggere e chi, invece, viene percepito immediatamente come un problema da immobilizzare?

La questione riguarda il modo in cui una comunità stabilisce chi merita empatia. L’empatia pubblica non viene distribuita in maniera uniforme ed è più facile identificarsi con chi appare simile, innocente, composto e rispettabile. È invece molto più difficile riconoscere pienamente l’umanità di chi urla, spaventa, rompe un oggetto, vive una crisi o non riesce a spiegare il proprio comportamento.

Ma è proprio in quel momento che una società rivela la reale estensione dei propri valori: una città non è accogliente soltanto quando celebra la diversità nelle campagne istituzionali o durante i pride. Lo è quando le sue strutture riescono a intervenire su un corpo disordinato, impaurito o aggressivo senza trasformarlo in un corpo sacrificabile.

L’autopsia potrà chiarire la causa medica della morte. La magistratura dovrà accertare eventuali responsabilità individuali. Ma la responsabilità politica e culturale è già visibile: costruire istituzioni capaci di fermare una persona senza smettere di vederla come una persona.

Perché il compito dello Stato non è soltanto mantenere l’ordine, è impedire che l’ordine diventi più importante di una vita. È fare in modo che chi viene affidato alla sua forza ne esca vivo.

la copertina è di Gianluca Rizzello

Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione.
Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580

L'articolo Bologna: dal Pilastro, il vuoto di una sicurezza di facciata proviene da DINAMOpress.

  •  

Difendiamo la città pubblica! Colazione solidale a Casale Garibaldi

Pubblichiamo l’appello sottoscritto lanciato dal Collettivo di Casale Garibaldi e promosso da decine di collettivi e associazioni della città per un momento di lotta e condivisione a difesa di uno spazio sociale che vede ancora una volta messa a rischio la sua storia.

Giovedì 30 luglio, ore 8.30 colazione solidale a Casale Garibaldi.

A un anno dalle elezioni comunali, il governo della città si trova davanti a un bivio: da una parte, gli interessi dei grandi gruppi economici che vogliono una città vetrina, turistificata, dove lo spazio pubblico diventi semplice accessorio dei profitti privati; dall’altra, un’idea di sviluppo urbano che metta al centro il diritto all’abitare, la difesa ed estensione dei servizi pubblici, la gestione democratica del patrimonio, il riconoscimento delle esperienze diffuse di mutualismo, produzione culturale e autogestione.

In questo corpo a corpo tra valore d’uso e valore di scambio – che nei mesi scorsi è stato segnato da diverse operazioni di sgombero – si gioca il destino di due importanti delibere, relative al Piano casa e al patrimonio pubblico (104/2022), entrambe frutto di un lungo percorso di confronto e conflitto tra i movimenti e la giunta Gualtieri. Nello specifico, la delibera 104, aveva due obiettivi: riconoscere e “sanare” quel ricco tessuto di realtà sociali e autogestite attive da quasi 40 anni; avviare una gestione “sociale” del patrimonio pubblico vuoto e abbandonato.

A oggi l’applicazione della delibera non è stata minimamente all’altezza degli obiettivi dichiarati. Spesso si è tradotta in procedure punitive, assedi burocratici ed economici, gestioni opache, canoni previsionali folli: atti che hanno colpito e rovesciato la mission della norma.

La recente istituzione della “task force” da parte dell’assessore Zevi vorrebbe essere un segnale di risposta a queste criticità; per esserlo veramente occorre aprire le porte e le finestre di questo spazio di confronto, misurarlo sulle necessità concrete della città, ascoltare chi nei territori vive, partecipa e lavora. Ma soprattutto riaffermare con atti amministrativi coerenti il valore sociale e politico della delibera 104.

Giovedì 30 luglio, a Casale Garibaldi, ci sarà la prima occasione per misurare questo cambio di passo: la direzione tecnica del Municipio V vorrebbe operare un “sopralluogo tecnico” che ha il sapore di un’operazione di polizia mascherata, che mette a rischio quasi 40 anni di storia. L’ultimo capitolo di una vicenda surreale nata alla scadenza della concessione, nel 2017, e conclusa con un avviso pubblico e relativa graduatoria fallace e illegittima.

In questo passaggio si giocherà un pezzo decisivo della credibilità della delibera 104: chiamiamo la città solidale alla mobilitazione e, allo stesso tempo, invitiamo le forze politiche e le istituzioni a prendersi le loro responsabilità davanti a questo scempio politico e amministrativo.

Appello promosso da:
A Sud, Arci Roma, Anpi Centocelle, Angelo Mai, Borgata Gordiani, Casa delle Donne Lucha y Siesta, Casale Garibaldi, Casetta Rossa, C.s. Brancaleone, C.s La Strada, C.s. Spartaco, Celio Azzurro, Cemea del Mezzogiorno, Cip Alessandrino, Clap – Camere del lavoro autonomo e precario, Cnca Lazio, Collettivo studentesco Francesco d’Assisi, Communia, Confederazione Cobas, Cooperativa Autorecupero TECLA, Esc – atelier autogestito, Gap bio XV, La Maggiolina, Loa Acrobax, Lsa100celle, Made in Jail, Mo.V.I. Roma Metropolitana Odv, Quarticciolo Ribelle, Rete eco-socialista romana, Rete #nobavaglio, Spazio libero Aps, Senza confine, Spin Time labs

Elenco in costante aggiornamento

Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione.
Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580

L'articolo Difendiamo la città pubblica! Colazione solidale a Casale Garibaldi proviene da DINAMOpress.

  •  

Commentaires sur LaSuite.coop : interview d’une coopérative qui veut (elle aussi !) dégoogliser internet par Tukan

Est-ce que j’ai bien compris qu’il s’agit d’un service en ligne (SaaS, dans le « cloud ») ?
Et qui, pour le moment, a récolté environ 250 000 euros ?

Dans ce cas, est-ce que ça ne va pas un peu à l’encontre de ce pour quoi le collectif CHATONS a été monté ?

Je crois me souvenir qu’à l’époque, Framasoft avait dit quelque chose plus ou moins comme « en tant que fournisseur de services on devient trop gros, et par nature ce n’est pas quelque chose qui va dans le sens de ce que nous défendons. Alors on limite l’accès à nos services, emparez vous des outils et formez vos fournisseurs de services locaux. »
Ce qui a donné un essaimage d’alternatives crédibles aux GAFAM, plus décentralisés.

Et là on reviendrait à une forme de centralisation à grande échelle (avec du logiciel libre) ? Je ne suis pas certain d’avoir bien compris si c’est le cas, mais je ne trouve pas d’information disant le contraire.

Je me demande également quel impact ça peut avoir dans la dynamique (qui me semble saine) des CHATONS. La décentralisation des CHATONS
permet une réelle coopération, même si informelle.
Je me demande enfin comment un nouvel acteur, centralisé et doté de relativement beaucoup de moyens financiers par rapport aux CHATONS (on parle au moins d’aller jusqu’au million d’euros), va faire en sorte de se faire une place raisonnable dans le panorama, sans devenir un concurrent, voire écraser des acteurs plus sobres mais néanmoins très pertinents.

Vos avis m’intéressent.

  •  

GARR partecipa al progetto europeo SUBMERSE

GARR partecipa al progetto europeo SUBMERSE

GARR, OGS e Università di Trieste sono entrati a far parte di SUBMERSE (SUBMarine cablEs for ReSearch and Exploration), l’innovativo progetto finanziato dall’Unione europea che mira a utilizzare i cavi sottomarini esistenti come sensori estesi geograficamente, già impiegati dalla comunità della ricerca e dell’istruzione, per monitorare la Terra e i suoi sistemi.

  •  

Aperte le iscrizioni alla Conferenza GARR 2026

Aperte le iscrizioni alla Conferenza GARR 2026

Sono aperte le iscrizioni alla Conferenza GARR 2026, l’appuntamento annuale della comunità della ricerca e dell’istruzione in cui si condividono esperienze, progetti e visioni sull’uso delle infrastrutture e dei servizi digitali. Un’occasione di confronto tra chi utilizza la rete GARR e chi contribuisce ogni giorno a svilupparla e innovarla.

  •  

È uscito il nuovo GARR NEWS!

È uscito il nuovo GARR NEWS!

La nuova edizione di GARR NEWS è dedicata al tema della sostenibilità, intesa nel suo significato più ampio: tecnologico, ambientale, economico e sociale. Non come obiettivo astratto, ma come  criterio guida per progettare infrastrutture digitali capaci di durare nel tempo, adattarsi al cambiamento e continuare a generare valore per la comunità della ricerca e dell’istruzione.

  •  

NPAPW25: creatività alla velocità della luce

NPAPW25: creatività alla velocità della luce

Il Network Performing Arts Production Workshop (NPAPW), l’iniziativa congiunta di GÉANT e Internet2 che da oltre quindici anni unisce arti performative, ricerca scientifica e tecnologie avanzate, è tornato nel 2025 con un’edizione ricca di novità e testimonianze dal mondo della creatività che incontra il digitale.

  •  

Forum Global Gateway: verso un corridoio digitale UE-Africa-India

Forum Global Gateway: verso un corridoio digitale UE-Africa-India

Nel corso del Global Gateway Forum, tenutosi a Bruxelles il 10 ottobre scorso, la Commissione europea e i principali partner provenienti da Africa, India e dall’area del Mediterraneo hanno discusso dell’iniziativa EU-Africa-India Digital Corridor, che punta a creare una connessione dati affidabile, sicura e ad alta capacità tra i continenti.

  •  

Opportunità di lavoro nell’Ufficio del Personale GARR

La risorsa selezionata si occuperà di supportare le attività di reclutamento e selezione, onboarding, organizzazione e amministrazione del personale, contribuendo alla gestione dei processi HR e alla valorizzazione delle persone all’interno dell’organizzazione.

Si tratta di un’opportunità per entrare in un ambiente innovativo e collaborativo, in cui le nuove idee e la crescita professionale sono incoraggiate e sostenute. È richiesta una laurea triennale o a ciclo unico e almeno 2 anni di esperienza in ruoli analoghi maturata presso enti, aziende strutturate o studi professionali.

Il contratto previsto è a tempo determinato di 12 mesi, con prospettiva di stabilizzazione. Tra i benefit previsti: buoni pasto, assicurazione sanitaria integrativa, formazione continua, flessibilità oraria e possibilità di lavoro agile dopo i primi 6 mesi.

Sede di lavoro: Roma (zona San Lorenzo)

Scadenza per partecipare: 3 novembre 2025, ore 12:00

Vai al bando

  •  

Iscrizioni aperte per il Workshop GARR 2025

Iscrizioni aperte per il Workshop GARR 2025

Aperte le iscrizioni per il Workshop GARR 2025, che si terrà dal 3 al 5 novembre presso l’Università Roma Tre, Dipartimento di Architettura. L’evento rappresenta l’appuntamento annuale degli esperti di networking del mondo dell’istruzione e della ricerca, un’occasione di aggiornamento, discussione e confronto sui temi più attuali del momento.

  •  

Addio a Stefano Trumpy, tra i padri di Internet in Italia e figura chiave nella nascita di GARR

Foto di Stefano Trumpy

Il primo ottobre è scomparso Stefano Trumpy, ingegnere e ricercatore che ha contribuito in modo decisivo alla nascita di Internet in Italia e allo sviluppo della rete della ricerca nazionale. Con la sua visione e la sua determinazione, ha segnato una tappa fondamentale nella storia digitale del nostro Paese e nella costruzione di quella che sarebbe diventata la rete GARR.

 

  •  

GARR finalista al Premio Nazionale per le Competenze Digitali – al via le votazioni pubbliche

GARR finalista al Premio Nazionale per le Competenze Digitali – al via le votazioni pubbliche

Siamo lieti di annunciare che GARR è tra i 3 finalisti del Premio Nazionale per le Competenze Digitali per la categoria “Competenze specialistiche ICT”, promosso nell’ambito dell’iniziativa Repubblica Digitale. Il riconoscimento valorizza i progetti e le esperienze che contribuiscono a diffondere le competenze digitali in Italia.

  •  

Il progetto GN4-3N candidato agli EU Digital Connectivity Awards

Il progetto europeo che ha rivoluzionato la rete GÉANT, GN4-3N, è tra i candidati ai prestigiosi European Digital Connectivity Awards 2025, un’iniziativa promossa dalla Commissione europea per premiare progetti che contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi di connettività in Europa. In GARR siamo lieti di condividere questa candidatura, che è un riconoscimento della capacità di innovare della comunità delle reti nazionali ricerca.

  •  

Online la nuova edizione di GARR NEWS

Online la nuova edizione di GARR NEWS

È online GARR NEWS, con un design grafico completamente rinnovato. Questa edizione è dedicata al tema della visione: uno sguardo proiettato verso il futuro che prende forma attraverso progetti innovativi nei campi più diversi, uniti da un filo conduttore comune – affrontare le sfide della società digitale.

  •  

Il Movimento Nonviolento risponde al fuoco pacifista: “Adesso anche basta”.

Gli attacchi ci possono stare, ma le mistificazioni non sono tollerabili. Finora non avevamo risposto perché davvero non ne valeva la pena, e abbiamo altro da fare. Ma se la calunnia viene riprodotta a mezzo stampa, allora la replica è d’obbligo. Primo falso. Si dice che ci sarebbe “un dibattito che sta attraversando il movimento nelle [...]

L'articolo Il Movimento Nonviolento risponde al fuoco pacifista: “Adesso anche basta”. proviene da Movimento Nonviolento.

  •  

Framagroupes: abonnés en erreur avec adresses posteo.net

Bonjour!
Je crée ce nouveau sujet car je n’ai pas trouvé les réponses (ni tout à fait la même situation) dans les sujets qui semblaient similaires…

J’ai récemment créé un petit framagroupe . Il y a 4 adresses abonnées, dont mon adresse perso qui est aussi celle avec laquelle j’ai créé mon compte framagroupe (c’est donc l’adresse administratrice).
C’est une adresse posteo.net
Les mails que j’envoie au framagroupe depuis cette adresse arrivent bien chez les autres, et si un mail est envoyé depuis une autre des adresses abonnées, je le reçois. Mais je ne reçois pas les mails que j’envoie moi-même (contrairement à l’habitude avec les framalistes) et mon adresse se trouve ‹ ‹ en erreur › ›
Pour pousser le test un peu plus loin, j’ai ajouté une adresse alias (donc posteo aussi): même chose qu’avec l’adresse de base.

précisions:

  • Posteo n’a aucun lien avec microsoft ou autre gafam, comme évoqué dans de précédents sujets sur les erreurs dans les framagroupes
  • je passe par Thunderbird pour envoyer mes mails (en passant directement par le site de posteo, la même chose se passe).
  • comme il s’agit d’un tout petit groupe, le fait que mon adresse soit en erreur dès que j’envoie un message fait que le taux d’erreurs est tout de suite très élevé: je risque donc d’arriver rapidement au désabonnement automatique, sauf à annuler les erreurs à chaque mail envoyé… pas pratique…

Quelqu’un sait ce que peut être le problème? ce sont des adresses valables, les mails sont légers… Est-ce que ça peut avoir un lien avec Posteo?

merci beaucoup!

7 messages - 4 participant(e)s

Lire le sujet en entier

  •  

In difesa del Servizio Civile. Il Movimento Nonviolento al Senato

Oggi il MN, rappresentato da Daniele Quilli, è in audizione al Senato in merito al disegno di legge n. 1953 che affianca, nello stesso provvedimento, il riordino delle politiche giovanili e la revisione della normativa sul Servizio civile universale Di seguito riportiamo l'intervento: "Grazie per l’invito e per questa occasione di confronto Intervengo in rappresentanza [...]

L'articolo In difesa del Servizio Civile. Il Movimento Nonviolento al Senato proviene da Movimento Nonviolento.

  •  

IL DOMINIO DELLE BANDE IN METRO A ROMA: Ecco Cosa Succede Davvero

💾

Metro di Roma: il fenomeno dei borseggi continua ogni giorno sotto gli occhi di tutti.

Famiglie di turisti e passeggeri vengono aggredite e rapinate quotidianamente sugli stessi convogli. Nonostante molti di questi volti siano ormai tristemente noti, queste persone continuano a girare indisturbate per le linee della metropolitana: senza biglietto, senza controlli e spesso violando apertamente la misura del divieto di dimora nella Capitale.

Negli ultimi tempi la situazione è cambiata: dopo che gran parte delle gang sudamericane ha spostato la propria attività verso bus, ristoranti, negozi, luoghi di culto e appartamenti, le bande in metro sono ormai composte quasi esclusivamente da gruppi di etnia Rom.

Una realtà complessa e difficile da contrastare, ma che continuiamo a documentare e denunciare. Grazie anche alla pubblicazione di questi video, riusciamo a rendere la vita di questi borseggiatori un po' più difficile e a mettere in guardia cittadini e turisti.
  •  

What’s behind China’s recent spike in Covid-19 cases? And is it anything to worry about?

China has seen a spike in Covid-19 in recent weeks, overtaking influenza as the top respiratory pathogen for the first time this year, but most patients experienced mild symptoms, while the medical authorities said data suggested the infection rate was significantly lower than last year’s peak. The spread of the Omicron NB.1.8.1 variant has reached a “moderate transmission level”, according to the Chinese Centre for Disease Control and Prevention (CDC). The CDC does not give a weekly total of...

  •  

I corsi di studio universitari del Polo di Prato dell'Università di Firenze

I corsi di studio universitari del Polo di Prato dell'Università di Firenze

Polo di Prato dell'Università di Firenze offre percorsi di studio capaci di coniugare la qualità didattica dell'Ateneo fiorentino con le esigenze di innovazione e sviluppo del territorio pratese. La sede della Fondazione PIN ospita un'offerta formativa articolata, progettata per rispondere alle sfide del mondo del lavoro e fortemente connessa al tessuto economico, culturale e sociale locale.

  •  

I corsi di studio universitari del Polo di Prato dell'Università di Firenze

I corsi di studio universitari del Polo di Prato dell'Università di Firenze

Polo di Prato dell'Università di Firenze offre percorsi di studio capaci di coniugare la qualità didattica dell'Ateneo fiorentino con le esigenze di innovazione e sviluppo del territorio pratese. La sede della Fondazione PIN ospita un'offerta formativa articolata, progettata per rispondere alle sfide del mondo del lavoro e fortemente connessa al tessuto economico, culturale e sociale locale.

  •  

Traffico di agosto: previsioni e date da segnare prima di mettersi in viaggio

Traffico in primo piano per l'esodo estivo 2026: per agosto, Autostrade per l'Italia ha delineato il quadro completo della circolazione, evidenziando i giorni più critici sia per chi si sposta verso le località di villeggiatura sia per chi rientra nei grandi centri urbani.&nbsp;&nbsp;Come sempre, fa testo la legenda coi bollini di quattro colori, ossia verde che sta per regolare, giallo per intenso, per poi passare al rosso (intenso con possibile criticità), fino al nero con punto esclamativo (critico). Con le stime divise per fasce orarie: mattino dalle 7 alle 13, pomeriggio 13-16, e sera 16-21. Traffico agosto 2026: le date da bollino rosso e nero Ben tre i bollini neri e cinque i rossi ad agosto sulla rete Aspi. L'esordio, sabato 1, è contrassegnato da traffico critico&nbsp;(bollino nero, il primo della stagione) al mattino e da un'allerta elevata (bollino rosso) al pomeriggio per gli spostamenti in crescita dai grandi centri urbani per le prime partenze e per weekend brevi verso le località di villeggiatura e di mare. Bollino rosso&nbsp;che si ritrova dalle 7 alle 13 di domenica 2.&nbsp;Ma è venerdì 7 che il traffico intenso con possibile criticità domina, seguito da un doppio nero il giorno successivo, con leggero calo domenica 9.&nbsp;Meno bollente il Ferragosto, mentre sabato 22 si ricomincia con un rosso al mattino. Idem sabato 29 agosto.&nbsp; Weekend 1-2 agosto dominato dal giallo, con un verde la sera di sabato e un rosso domenica pomeriggio. Lunedì 3 mattina, ancora intenso con possibile criticità. Dopodiché, un'ondata di bollini verdi fino a venerdì 7 mattina, con sabato 8 rosso.&nbsp;Ferragosto è il momento peggiore: se sabato 15 ci sono due gialli e un verde, domenica 16 e lunedì 17 seguono un andamento identico, con rosso mattina e pomeriggio, più un giallo la sera. Idem gli altri due weekend: 22-23 e 29-30. Con una coda di traffico intenso di lunedì 31. Cliccare qui per saperne di più.&nbsp; Mezzi pesanti: tutti i giorni di divieto alla circolazione Oltre alle previsioni Anas su strade e autostrade di propria competenza, è utile il calendario di agosto delle limitazioni alla circolazione stradale fuori dai centri abitati per i veicoli con massa complessiva superiore a 7,5 tonnellate. Ecco i divieti:&nbsp;&nbsp;&nbsp;- sabato 1 agosto dalle 8 alle 22;&nbsp;- domenica 2 dalle 7 alle 22;&nbsp;- venerdì 7 dalle 16 alle 22;&nbsp;- sabato 8 dalle ore 8 alle 22;&nbsp;- domenica 9 dalle 7 alle 22;&nbsp;- venerdì 14 dalle 16 alle 22;&nbsp;- sabato 15 dalle 7 alle 22;&nbsp;- domenica 16 dalle 7 alle 22;&nbsp;- sabato 22 dalle 08 alle 16;&nbsp;- domenica 23 dalle 7 alle 22;&nbsp;- sabato 29 dalle 8 alle 16;&nbsp;- domenica 30 dalle 7 alle 22. Telecamere per aumentare la sicurezza Per prevenire gli incidenti durante esodo e controesodo estivo, Aspi si avvale del Control Room, il Centro per il monitoraggio del traffico con sede a Roma, capace di raccogliere ogni anno 3,5 miliardi di dati provenienti dalla rete, oltre a 400 mila eventi legati alla viabilità.Il sistema è composto da 5.000 telecamere (di cui 3.000 nelle gallerie), 900 sensori per la rilevazione dei flussi di traffico e 400 centraline meteo, che supportano la gestione tempestiva di eventuali criticità.In più, il gestore ha attivato presìdi medici e veterinari in quattro aree di servizio lungo le principali direttrici: Teano Ovest e Casilina Est sull'A1, e La Pioppa Ovest e Sillaro Est sull'A14. Viabilità in tempo reale: numeri e servizi utili per gli automobilisti Notizie sempre aggiornate sul traffico sono disponibili tramite i canali del Cciss (numero gratuito 1518, siti web www.cciss.it e mobile.cciss.it), le trasmissioni di Rai-Isoradio, i notiziari di Onda Verde sulle tre reti Radio-Rai e sul Televideo.&nbsp;Informazioni in tempo reale sulla rete autostradale in concessione, sulle condizioni di viabilità e del traffico lungo le varie tratte e altre notizie utili per il viaggio, sono disponibili sui diversi canali attivati dalle singole società concessionarie (siti Internet, numeri dedicati, app ecc.). Ulteriori informazioni sono riportate su www.aiscat.it.&nbsp;
  •  

阿木爷爷做了一个苹果锁和33柱锁,非常有智慧【阿木爷爷 Grandpa Amu】

💾

生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#手工艺#老木匠
  •  

YOTA Summer Camp 2026

Seguite giorno dopo giorno l'avventura della squadra italiana allo YOTA Summer Camp 2026, in programma a Wagrain (Austria) dal 25 luglio al 1° agosto.
Una settimana ricca di attività, formazione, sperimentazione e amicizia, durante la quale i giovani radioamatori italiani si confronteranno con coetanei provenienti da numerosi Paesi, condividendo la comune passione per il radiantismo.

Mostreremo, giorno dopo giorno, i racconti, le immagini e i momenti più significativi dell'esperienza, per vivere insieme tutte le emozioni dello YOTA Summer Camp 2026 cliccate sull'immagine sotto!


  •  

14 luglio - Open Day con tutta l'offerta dell’Università di Firenze al Polo di Prato

14 luglio - Open Day con tutta l'offerta dell’Università di Firenze al Polo di Prato

Open Day dell'Offerta formativa dell’Università degli Studi di Firenze, un appuntamento dedicato a studenti, famiglie e a tutti coloro che vogliono conoscere da vicino il mondo universitario e le opportunità formative offerte dall’Ateneo fiorentino. L’evento si terrà martedì 14 luglio 2026, dalle ore 9 alle 13, presso la Fondazione PIN – Polo di Prato dell’Università di Firenze.

  •  

14 luglio - Open Day con tutta l'offerta dell’Università di Firenze al Polo di Prato

14 luglio - Open Day con tutta l'offerta dell’Università di Firenze al Polo di Prato

Open Day dell'Offerta formativa dell’Università degli Studi di Firenze, un appuntamento dedicato a studenti, famiglie e a tutti coloro che vogliono conoscere da vicino il mondo universitario e le opportunità formative offerte dall’Ateneo fiorentino. L’evento si terrà martedì 14 luglio 2026, dalle ore 9 alle 13, presso la Fondazione PIN – Polo di Prato dell’Università di Firenze.

  •  

Dopo 21 anni, Ubuntu potrebbe eliminare /etc/debian_version, o forse no?

Incredibile a dirsi, ma anche file piccoli e all'apparenza insignificanti, quando si parla di open-source diventano una questione. È il caso di /etc/debian_version che tutti gli utenti Ubuntu si sono sempre chiesti a cosa servisse e perché contenesse riferimenti alla versione instabile di Debian. Recentemente, pare che la questione rimozione si sia risvegliata, ma da qui a dire che il file verrà rimosso...

  •  

I dubbi sul biocarburante del Kenya

U n raccolto dal sapore indigesto, quello del ricino in Kenya. A quasi quattro anni dall’avvio delle coltivazioni, sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti. Un’operazione energetica e industriale in mano a Eni e sostenuta nell’ambito del Piano Mattei, nel segno della cooperazione economica con l’Africa. Il colosso energetico italiano ha ricevuto un finanziamento di 75 milioni di euro dal Fondo italiano per il clima. Risorse che si sommano ai 135 milioni di dollari erogati dall’IFC (International Finance Corporation), gruppo della Banca mondiale.

Sono oltre un centinaio le interviste ai proprietari terrieri che raccontano di essere stati prima convinti a convertire i loro campi in piantagioni di ricino e poi lasciati soli, senza soldi né ulteriore affiancamento. Ma non è andata male solo a tanti agricoltori intervistati. Tutto il business delle biomasse keniote sembra non aver funzionato come avrebbe dovuto. Per sopperire alle raccolte di ricino, rivelatesi insufficienti, sarebbe stata importata in Kenya anche una quota significativa di colza sudafricana, poi spedita e raffinata in Italia: una biomassa agricola che ha innanzitutto una destinazione alimentare. Il tutto dentro una filiera molto difficile da controllare, con il “cane a sei zampe” da una parte, a disegnare il progetto, e dall’altra una serie di ramificazioni operative che sembrano disperdersi fino a rendere la tracciabilità sempre meno esplicita.

Per il proprio progetto di agri-feedstock in Kenya, Eni ha scelto le contee costiere di Kwale e Kilifi e le aree interne di Isiolo e Meru. Per intercettare gli agricoltori sono stati ingaggiati operatori e intermediari locali, gli “aggregatori”: individui o microsocietà incaricati di convincere piccoli proprietari terrieri a dedicare i loro appezzamenti al ricino, una pianta che non ha usi alimentari ma che, una volta raffinata, può diventare carburante vegetale. Dopo la distribuzione dei semi, i raccolti sono stati parzialmente lavorati direttamente in Kenya, nello stabilimento di Makueni, e quindi spediti agli impianti di Gela per il completamento della raffinazione. Da qui, il prodotto finale viene venduto alle società di trasporto aereo come biocarburante destinato a sostituire, almeno in parte, il cherosene fossile.

Campo di piante di ricino nella contea di Kwale, Kenya, vicino alla costa/ fot. Carlotta Indiano, Osservatorio Eni di A Sud.

Risposte che non bastano
Sono molte le domande e le questioni controverse sollevate attorno alla produzione di oli vegetali per i biocarburanti. Ultima della serie, l’inchiesta della rivista Politico Europe, pubblicata nel marzo 2026 ed elaborata in sinergia con il pool di giornalismo investigativo SourceMaterial, che ha raccolto nelle quattro contee keniote le testimonianze degli agricoltori che si considerano ingannati dagli aggregatori di Eni. A queste, sempre nell’inchiesta, si aggiungono le analisi dei dati commerciali messe a fuoco dall’organizzazione indipendente Transport & Environment.

Sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti.
Ma il lavoro giornalistico dedicato alle attività di Eni in Kenya si innesta su un dossier già ampio di indagini, via via accumulate dal 2022, anno di avvio del progetto. Una mole di lavoro portata avanti da organizzazioni indipendenti, ONG e ricercatori, da cui sono scaturite le domande che, lo scorso maggio, Fondazione Banca Etica, come azionista critica, ha portato all’Assemblea degli azionisti di Eni Spa per chiedere chiarimenti e integrazioni. Le argomentazioni che l’azienda ha restituito in forma scritta hanno lasciato gli interlocutori interdetti: “Su alcuni aspetti centrali le risposte sono rimaste generiche o hanno rinviato a certificazioni e procedure senza fornire gli elementi di dettaglio necessari a una verifica indipendente”, osserva per Il Tascabile Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica.

Le domande portate da Fondazione Banca Etica vanno dritte al cuore dell’inchiesta e ce n’è una che le mette insieme tutte: “Può Eni rendere pubblici dati disaggregati sulla produzione effettiva di olio di ricino in Kenya, anno per anno dall’avvio del progetto – volumi raccolti, volumi acquistati dagli aggregatori, volumi effettivamente processati nella raffineria di Gela – e i relativi pagamenti erogati agli agricoltori? Questi dati permetterebbero di valutare in modo indipendente l’impatto economico reale del progetto sulle comunità locali, rispetto alle dichiarazioni ufficiali”.

Nella risposta a essa pervenuta, però, Eni oppone il segreto dei dati economici in questione: “Le informazioni richieste sono riservate in quanto di natura commerciale e strategica”. Una risposta lapidaria su cui torna a riflettere il direttore della Fondazione Finanza Etica, Siliani: “Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti. Senza numeri verificabili su produzione, acquisti e remunerazione degli agricoltori, la valutazione resta affidata esclusivamente alle dichiarazioni dell’azienda”.

Una lunga inchiesta
Il primo lato delle perplessità da cui sono scaturite le domande a Eni riguarda il coinvolgimento degli agricoltori kenioti. Nelle testimonianze raccolte e nei report consultati, alcuni agricoltori raccontano di essere stati in qualche modo raggirati, altri esprimono insoddisfazione. Le situazioni cambiano molto a seconda delle zone, ma, salvo rarissime eccezioni, restituiscono un quadro negativo.

Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti.
Tra le quarantaquattro storie documentate da SourceMaterial c’è, a titolo di esempio, quella di Katsele Shauri Mitsanze, un’agricoltrice di quarant’anni convinta da un intermediario a sostituire la propria coltivazione di mais con il ricino, che Eni avrebbe poi trasformato in carburante verde per clienti come BMW, EasyJet e Ryanair. Da quel mais dipendeva l’economia domestica della donna e dei suoi sette figli. Ma quegli stessi intermediari non si sono più presentati e la famiglia di Mitsanze ha finito per soffrire la fame. Politico cita anche le cinquanta testimonianze raccolte nel maggio 2025 da Valerio Bini, professore dell’Università di Milano. Qui gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno raccontato di aver convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.

Tra chi si occupa da lungo tempo dell’agri-feedstock della società di San Donato Milanese c’è l’associazione A Sud, che a fine marzo 2025 si è recata fra le piantagioni di ricino con Carlotta Indiano. Le venti testimonianze raccolte confermano il malessere già ascoltato tra i contadini e hanno a loro volta alimentato le domande presentate a Eni durante l’assemblea degli azionisti. “Oltre alle ricerche autonome sul territorio e ai nostri articoli giornalistici, che sono poi confluiti in due report, sui biocarburanti in Kenya va registrato un bel lavoro di rete dall’Italia, condotto da ONG come Transport & Environment, ReCommon e ActionAid, organizzazioni che stavano già lavorando sul Kenya e sulla filiera dei biocarburanti”, spiega al Tascabile Andrea Turco, che per l’associazione A Sud cura proprio l’Osservatorio Eni.

Gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Dinanzi ai chiarimenti chiesti da A Sud attraverso l’ausilio di Fondazione Banca Etica, Eni sostiene che i casi riportati di mancato adempimento rappresentino una quota minimale rispetto ai 130.000 agricoltori coinvolti nel progetto: lo 0,03% del totale. Ma, come commenta Turco, “l’azienda minimizza una serie di problemi emersi ormai su più fronti e che formano un blocco innegabile. Le interviste raccolte in Kenya sono a campione, certo, ma vanno tutte nella stessa direzione. Inoltre, questa minoranza merita in ogni caso la massima attenzione”.

La catena opaca degli aggregatori
Nelle risposte all’Assemblea, la principale azienda energetica italiana sembra imputare parte delle responsabilità agli “aggregatori”, ovvero gli intermediari che hanno il ruolo di convincere gli agricoltori a convertire i propri campi in ricino e poi di pagare il raccolto. Scrive infatti: “Nei pochi casi in cui Eni Kenya ha appreso che l’aggregatore, nonostante l’obbligo contrattuale, non ha seguito correttamente la raccolta dei semi prodotti, il contratto tra Eni Kenya e l’aggregatore è stato rescisso”.

Ma il punto è che il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione. Ci sono società come Safa e Agricycle, ingaggiate da Eni per verificare il rispetto degli standard di qualità sulle colture di ricino. Sono poi queste stesse società a occuparsi dell’ingaggio degli aggregatori che operano nelle campagne. “Parliamo di figure locali, prevalentemente keniote, anche se in alcuni casi ci sono pure italiani coinvolti. Sono soggetti già attivi sul territorio o comunque contattati nel contesto della filiera – spiega ancora Andrea Turco – e dunque è un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente”.

Il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione: un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente.
Come rilevato dalle verifiche di SourceMaterial, alcuni aggregatori si sarebbero dimostrati sprovvisti del certificato ISCC (International Sustainability and Carbon Certification), il sistema di certificazione chiamato a garantire, tra le altre cose, che il ricino non andasse a rimpiazzare colture alimentari nelle campagne.

Quando il ricino scarseggia
C’è un altro punto, questa volta di natura più commerciale, che emerge dall’inchiesta di Politico. A metterlo in rilievo è Transport & Environment, ONG ambientalista europea indipendente che si occupa di politiche dei trasporti, energia e clima. A spiegarlo è Carlo Tritto, responsabile carburanti sostenibili dell’ufficio italiano dell’organizzazione.

“La nostra analisi si basa su dati doganali. Eni sembra avere importato in Kenya una quota molto rilevante di colza dal Sudafrica: parliamo dell’80% di quanto poi ri-esportato in Italia dalla sussidiaria keniota di Eni. Secondo quanto è possibile ricostruire, le quantità di colza sarebbero dunque coltivate in Sudafrica, importate in Kenya, dove i semi vengono schiacciati negli agri-hub locali per poi essere spediti in Italia, nella raffineria di Gela, dove vengono affinati in biocarburanti e venduti nel mercato dei carburanti aerei sostenibili”, spiega Tritto: “È uno scenario che apre una serie di problemi. Primo: la colza è una coltura alimentare, un food crop, e quindi non rispetterebbe i criteri fissati dalla Renewable Energy Directive dell’UE, il quadro legislativo generale per la promozione e l’espansione dell’energia rinnovabile nei diversi settori dell’economia europea, incluso quello dei trasporti. Secondo: l’azienda avrebbe ricevuto più di 200 milioni di finanziamenti pubblici ‒ inclusi quelli del Fondo italiano per il clima ‒ per la coltivazione di biomassa non in competizione con la filiera alimentare in Kenya, mentre, in realtà, coltiva colza in Sudafrica”.

La direttiva europea spinge progressivamente a ridurre il ricorso a materie prime legate al mercato alimentare, orientando la produzione di biocarburanti verso feedstock non alimentari, scarti e residui agricoli e industriali.

Che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia.
Inoltre, e qui il discorso torna al Piano Mattei, se nel presentare il progetto è stato sottolineato il coinvolgimento degli agricoltori locali kenioti, chiamati a mettere a frutto terreni marginali, l’importazione di colza sudafricana cambia il senso complessivo dell’operazione. Nelle risposte fornite all’assemblea degli azionisti del maggio 2026, il “cane a sei zampe” dichiara che la colza importata dal Sudafrica, nella variante dei semi di canola, si attesta al 40%. Una quota usata, scrive Eni, per “garantire la continuità operativa degli impianti industriali, anche in considerazione dei cicli agricoli stagionali”.

Eppure, riflette Tritto, “che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia. Il dato va anche in contrasto con i criteri legati ai finanziamenti della Banca mondiale, che vorrebbero escludere colture alimentari o non coerenti con la logica del progetto”.

Chi controlla i certificatori
Anche quando ridimensiona le quantità importate rispetto alle stime di Transport & Environment, il colosso energetico non fornisce ulteriori dettagli sulla tracciabilità della filiera e sulle verifiche effettuate lungo i diversi passaggi industriali e commerciali. Eni spiega nelle sue risposte: “La coltivazione della canola, varietà di colza, in Sudafrica è stata effettuata su terreni severamente degradati, ovvero con contenuto di sostanza organica inferiore al 2%”.

La sostenibilità dei biocarburanti dipende però in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata. E i sistemi chiamati a certificare questo passaggio in modo incontrovertibile, secondo le organizzazioni critiche, sarebbero tutt’altro che infallibili. Intanto, gli enti di certificazione – ad esempio per le certificazioni ISCC – sono molti, e questo rischia di generare una sorta di corsa al ribasso: se un certificatore non “passa” il prodotto, un operatore può rivolgersi comunque a un altro. Inoltre, gli standard di certificazione nascono dentro un sistema largamente volontario, in cui un ruolo rilevante è giocato dallo stesso mondo industriale. “È un sistema che non offre garanzie sufficienti sulla reale sostenibilità di una materia prima, specialmente perché gli interessi economici in gioco sono molto forti”, spiega Carlo Tritto.

La sostenibilità dei biocarburanti dipende in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata.
Uno degli standard riconosciuti anche dall’UE per la certificazione della sostenibilità dei biocarburanti è l’ISCC (International Sustainability and Carbon Certification) a cui si è accennato poco sopra. È a esso che Eni si affida per verificare la conformità del proprio progetto alle norme europee. L’ISCC viene citato in numerose risposte come garanzia di controllo, sostenibilità e rispetto degli standard etici nelle coltivazioni di ricino in Kenya e di colza in Sudafrica. Ma anche questo sistema è stato recentemente investito da forti contestazioni. L’ISCC è finito sotto esame dopo che uno dei circa 200 enti certificatori all’interno del suo schema ha ricevuto accuse di irregolarità nelle importazioni di derivati dell’olio di palma dal Sud-Est asiatico. Nell’ambito dell’inchiesta sono state arrestate undici persone, tra soggetti governativi e industriali, mentre la frode fiscale contestata ammonterebbe a circa 900 milioni di dollari.

Biocarburanti, un salvagente per i motori a combustione
Nei suoi documenti iniziali Eni puntava a produrre 30.000 tonnellate di olio di ricino nel 2023, poi ridimensionate a 20.000. Ma quando si legge il Report di sostenibilità di Eni del 2025, si scopre che in un intero anno l’azienda è riuscita a portare nelle proprie bioraffinerie di Gela e Venezia solo 6.960 tonnellate di materie prime agricole provenienti da Kenya, Tanzania e Sudafrica. Il grosso del rifornimento continua ad arrivare dall’Indonesia e dalla Malesia, con più di 550.000 tonnellate di oli derivanti da rifiuti e residui vegetali. L’Italia, dati alla mano, come abbiamo visto, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.

Nonostante questi numeri tutt’altro che esaltanti, i biocarburanti vengono presentati con un ruolo centrale nella strategia industriale di Eni. Non si tratta solo di un segmento “verde” del business, ma di un tassello decisivo nella riconversione delle vecchie raffinerie italiane – Porto Marghera, Gela e, dal 2026 con un finanziamento della Banca europea per gli investimenti (BEI), Livorno – in bioraffinerie. Non solo, Eni prevede di riconvertire entro il 2030 anche i siti di Sannazzaro (anche questo con un finanziamento da 500 milioni balla BEI), in provincia di Pavia, e quello di Priolo, in provincia di Siracusa, in partenariato con IP. Su questo terreno, il governo si è schierato con decisione a favore della linea sostenuta dal colosso italiano dell’energia a controllo pubblico di fatto.

L’Italia, dati alla mano, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.
“Sui biocarburanti Eni e il governo italiano hanno gettato la maschera: se prima si sosteneva che fossero utili per la decarbonizzazione dei trasporti, ora si sostiene apertamente che permettono di proseguire con un modello di mobilità ancora molto dipendente dall’auto privata e dai mezzi a combustione”, commenta ancora Andrea Turco per A Sud: “Eppure i volumi di feedstock importati ci raccontano come il loro ruolo non sia sostenibile in un’ottica di sostituzione su larga scala delle auto alimentate da combustibili fossili”.

Sulla stessa linea si muove Carlo Tritto di Transport & Environment: “Se le biomasse da cui sono prodotti sono realmente sostenibili, è vero che i biocarburanti possono dare un loro contributo alla transizione energetica, ma i volumi di tali materie prime sono limitati e dovrebbero venire dalla chiusura di processi circolari e legati a filiere realmente residuali. Oggi, all’opposto, la grandissima parte delle materie prime impiegate per la bioraffinazione è di importazione. Invece, il settore dell’automobile e soprattutto quello oil & gas usa spesso i biocarburanti per chiedere un rilassamento delle regole, in particolare rispetto allo stop alla vendita di auto nuove a combustione interna dal 2035, ma non dice che i volumi di biofuels sarebbero altamente insufficiente a coprire il fabbisogno energetico del settore e anzi, li toglie da quei settori hard to abate, come il settore aereo, che ne avrebbero bisogno dei limitati quantitativi sostenibili”. Così questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.

L’aiuto “a casa loro” si fa business
L’operazione keniota, si è detto, si inserisce nel Piano Mattei. È proprio qui che il caso Kenya diventa un banco di prova della strategia nazionale varata, come spiega il Consiglio dei ministri, “per imprimere un cambio di paradigma nei rapporti con il Continente africano e costruire partenariati su base paritaria, superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità reciproche”.

Il Piano Mattei coordina e sostiene iniziative agricole, energetiche, infrastrutturali, sanitarie e formative, spesso realizzate con imprese italiane e istituzioni finanziarie internazionali. Tra i progetti più rilevanti figurano il Corridoio di Lobito, le coltivazioni agricole nel deserto algerino, gli investimenti agroalimentari in Senegal e Costa d’Avorio, gli impianti energetici in Egitto e Mozambico, oltre alla filiera dei biocarburanti di Eni in Kenya. La dotazione iniziale indicata per il Piano è di 5,5 miliardi di euro, articolata tra crediti, contributi a fondo perduto e garanzie.

Questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
Di queste risorse, 2,5 miliardi provengono dai fondi della cooperazione allo sviluppo, mentre altri 3 miliardi fanno capo al Fondo italiano per il clima, uno dei principali strumenti finanziari del Piano Mattei. Il Fondo è stato istituito per sostenere “iniziative nei settori delle energie rinnovabili e dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali”. Nel maggio 2026, però, la Corte dei conti ha avviato, con una propria delibera, un’analisi sulle criticità dello stesso Fondo, richiamando in particolare la “scarsa attrattività dei progetti per i soggetti finanziatori, anche a causa della limitata capacità tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e continuativa”.

Come la stessa Giorgia Meloni ha spiegato nel discorso di apertura del vertice Italia-Africa del 29 gennaio 2024, il Piano Mattei nasce anche per “garantire […] il diritto a non dover essere costretti a emigrare”, realizzando nei Paesi africani “un’alternativa fatta di opportunità, lavoro, formazione e percorsi di migrazione legale”. In altre parole, il Piano viene presentato anche come uno strumento di sviluppo per “aiutarli a casa loro”, per usare uno slogan che, alla prova del caso Kenya, mostra già limiti stridenti. Se un’iniziativa presentata come partenariato agricolo, climatico e produttivo finisce invece per dipendere da filiere opache, dall’impiego di colture alimentari importate e da interessi energetici italiani, mentre tanti piccoli agricoltori locali denunciano di essere stati danneggiati, la promessa di una cooperazione paritaria con l’Africa indossa una maschera ambigua.

L'articolo I dubbi sul biocarburante del Kenya proviene da Il Tascabile.

  •  

In Cina e Asia – Record di accordi in energia verde lungo la BRI

In Cina e Asia – Record di accordi in energia verde lungo la BRI BRI energia verde

I titoli di oggi: La Belt and Road vola a quota record: 20 miliardi in energia verde nel primo semestre 2026 Giappone, primo calo significativo per Takaichi: l’approvazione scende al 58% Cina, il tecnocrate Fang Xinghai colpito dalla campagna anticorruzione Semiconduttori, i legami Nvidia-PLA e la svolta nelle macchine DUV Filippine, Marcos Jr. alla prova del discorso alla nazione tra ...

L'articolo In Cina e Asia – Record di accordi in energia verde lungo la BRI proviene da China Files.

  •  

China turns to public for help in deadly dam collapse probe after Typhoon Maysak

The Chinese government has appealed to the public for information as part of its investigation into a reservoir dam that collapsed in southern China earlier this month, causing heavy casualties. State media reported on Monday that the public could call a hotline to submit information related to the collapse of the Liulan Reservoir in Hengzhou, Guangxi Zhuang autonomous region on July 6. People also have until August 15 to post submissions to an investigation and assessment work group from the...

  •  

Il viaggio in traghetto più incredibile d'Europa: 48 ore verso le Isole Faroe e l'Islanda

💾

#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1173: Ed eccoci a bordo della Norrona, una nave mitica, l'unico traghetto ad affrontare l'Atlantico settentrionale in tutte le stagioni. Molti dicono essere uno dei migliori traghetti al mondo, lo è veramente? In questo episodio facciamo un Tour a bordo mentre navighiamo verso le isole Faroe

☀️Il nostro link PayPal con cui potete donarci un "gelato" per aiutarci a mantenere vivo questo canale.
https://paypal.me/stepsover

🔥 NUOVO LIBRO 👉 SEI ANNI NELLE AMERICHE https://amzn.eu/d/56bdWQ4

👉 Secondo CANALE https://www.youtube.com/@STEPSOVER_EXTRA
🔥 Lost in Stepsover https://www.youtube.com/@lostinstepsover
😵
Entra a far parte del nostro TEAM PATREON!
🔥https://www.patreon.com/stepsover

👉 La seconda EDIZIONE del nostro libro su come CAMPERIZZARE un veicolo Overland lo trovi qui 🔥900 PAGINE ✌️
https://www.stepsover.com/prodotto/lo-zen-e-larte-della-camperizzazione-di-un-veicolo-overland-ebook/

Dove siamo? https://bit.ly/34ZKZGi

🙏Grazie ai nostri SUPPORTERS🙏 SIETE MERAVIGLIOSI ❤️
Abramo Pauselli
Annamaria Petito

🤜Canale pubblico Telegram https://t.me/stepsover
😈Il nostro BAR su TWITCH https://www.twitch.tv/stepsover
🌏La nostra pagina Facebook e Gruppo su FACEBOOK 🌈STEPSOVER
⭐️Instagram https://bit.ly/34ZKZGi
⚡️Visitate il nostro blog: https://www.stepsover.com
🔥community DISCORD WORK IN PROGRESS https://discord.gg/eV8eAWaF43
  •  

Nitto Santapaola – L'ascesa del padrino di Catania Parte 1

💾

Dall’omicidio di Giuseppe Calderone alla conquista della mafia catanese.

In questa prima parte ricostruiamo la scalata al potere di Nitto Santapaola: l’ingresso in Cosa Nostra, il rapporto con Giuseppe Calderone, l’avvicinamento ai Corleonesi, la guerra contro Alfio Ferlito e gli eventi che conducono fino all’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

────────────────────────────

📌 IN QUESTO DOCUMENTARIO SCOPRIRAI

✓ Le origini di Benedetto “Nitto” Santapaola nel quartiere San Cristoforo di Catania

✓ Il suo ingresso nella famiglia mafiosa catanese e l’ascesa al fianco di Giuseppe Calderone

✓ I rapporti con Totò Riina, Michele Greco e il gruppo dei Corleonesi

✓ Il tradimento e l’omicidio di Giuseppe Calderone nel settembre 1978

✓ La guerra per il controllo di Catania tra Santapaola e Alfio Ferlito

✓ La strage della circonvallazione di Palermo e l’eliminazione di Ferlito

✓ Il consolidamento del potere di Santapaola nella mafia catanese

✓ Le prime indagini sul suo possibile coinvolgimento nell’omicidio del generale dalla Chiesa

────────────────────────────

📺 QUESTA INCHIESTA FA PARTE DELLA SERIE

NITTO SANTAPAOLA

➡ Guarda la playlist completa e segui la vicenda in ordine cronologico:

https://www.youtube.com/playlist?list=PLjklKhxhc2tnxO2rT90g3lEnp_uSNNIsp

────────────────────────────

🔔 ISCRIVITI AL CANALE ITALIA MISTERO:

https://www.youtube.com/@italiamistero

────────────────────────────

⭐ ACCEDI ALL’ARCHIVIO INVESTIGATIVO DI ITALIA MISTERO

✓ Archivio documentale

✓ Mappe investigative

✓ Documentari del lunedì senza pubblicità

👉 Diventa membro:

https://www.youtube.com/@italiamistero/join

────────────────────────────

🌐 SITO UFFICIALE:

https://www.italiamistero.it

────────────────────────────

AVVERTENZA

• Questo video è frutto di ricerca giornalistica e utilizza solo fonti pubbliche e accessibili.
• Alcune immagini o brevi spezzoni video sono riprodotti per finalità di cronaca, critica, commento o informazione ai sensi dell'art. 70 LDA.
• Le ricostruzioni hanno esclusivamente scopo divulgativo.
• Non vengono promossi comportamenti contrari alla legge.
• Questo contenuto NON costituisce pubblicità né contiene contenuti sponsorizzati.

#NittoSantapaola #CosaNostra #Mafia #Catania #ItaliaMistero
  •  

Carlos: l'attentato all'OPEC

💾

Dicembre 1975. Un commando di sei persone si introduce nella sede dell'OPEC a Vienna e rapisce undici ministri del petrolio, quasi il 90% del greggio mondiale nelle mani di un singolo gruppo terroristico.

È l'operazione che consacra Carlos lo Sciacallo come il terrorista internazionale per eccellenza, l'attentato più sensazionale del XX secolo prima dell'11 settembre.

Nel nuovo approfondimento DarkSide, la storica Valentine Lomellini ricostruisce quei giorni e cosa cambiò per sempre nella sua figura.

🎬 Guarda il video completo sul canale.
  •  

NASA Astronaut Chris Williams Returns to Earth

NASA astronaut Chris Williams is seen outside the Soyuz MS-28 spacecraft after he landed with Expedition 74 Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov, and Sergei Mikaev in a remote area near the town of Zhezkazgan, Kazakhstan on Sunday, July 26, 2026. The trio returned to Earth after logging 241 days in space as a members of Expeditions 73 and 74 aboard the International Space Station.

  •  

BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 7.27 - ROSSO DI SERA, TORINO SI DISPERA

💾

Trova la tua prossima DASHCAM https://sicurisullastrada.it/dashcam/
Dubbi o domande? Trovi qui le RISPOSTE https://sicurisullastrada.it/dashcam-5-minuti-per-sapere-tutto/
Vuoi inviarci le clip della TUA DASHCAM? Guarda come fare su https://bit.ly/inviavideo
Seguici sui canali BDOI per essere AGGIORNATO e vedere le MIGLIORI CLIP https://bit.ly/canalibdoi
Hai domande o curiosità? COMMENTA sotto al video oppure CONTATTACI https://bit.ly/contattabdoi
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
Do you want to send us the clips of YOUR DASHCAM? See how on https://bit.ly/inviavideo
Follow us on BDOI channels to be UPDATED and see the BEST CLIPS https://bit.ly/canalibdoi
Do you have any questions or curiosities? COMMENT below the video or CONTACT US https://bit.ly/contattabdoi

#baddriversofitaly #dashcam #compilation
  •  

libc @ Savannah: The GNU C Library version 2.44 is now available

The GNU C Library
=================

The GNU C Library version 2.44 is now available.

The GNU C Library is used as the C library in the GNU system and
in GNU/Linux systems, as well as many other systems that use Linux
as the kernel.

The GNU C Library is primarily designed to be a portable
and high performance C library.  It follows all relevant
standards including ISO C23 and POSIX.1-2024.  It is also
internationalized and has one of the most complete
internationalization interfaces known.

The GNU C Library website is at http://www.gnu. ... /software/libc/

Packages for the 2.44 release may be downloaded from:
        http://ftpmirr ... .gnu.org/libc/
        http://ftp.gn ... org/gnu/libc/

The mirror list is at http://www.gnu. ... /order/ftp.html

Distributions are encouraged to track the release/* branches
corresponding to the releases they are using.  The release
branches will be updated with conservative bug fixes and new
features while retaining backwards compatibility.

NEWS for version 2.44
=====================

Major new features:

  • System-wide tunables can be applied using /etc/tunables.conf and

  running ldconfig.  Specific tunable settings and the
  /etc/tunables.conf file format and path are not part of the stable
  library interfaces and may change between releases.

  • A new tunable, glibc.elf.thp, is added to map read-only segments with

  Transparent Huge Pages (THP) if THP is not disabled in the kernel.  When
  glibc.elf.thp is set to 1, malloc uses the actual kernel THP mode
  instead of defaulting to madvise mode and madvise_thp will stop issuing
  MADV_HUGEPAGE if kernel THP mode is always.

  • The THP page size in malloc is capped to MAX_THP_PAGESIZE.  If the THP

  page size is above MAX_THP_PAGESIZE, THP in malloc is disabled.

  • Additional optimized and correctly rounded mathematical functions have

  been imported from the CORE-MATH project, in particular cosh, sinh, and
  tanh.

  • Many additional improvements to existing functions have been synchronized

  from the CORE-MATH project.

  • For C++26, the assert macro is now variadic, allowing more complex

  arguments containing commas (which however still must evaluate to a single
  value).

  • The SVID error handling for cosh and sinh was moved to compatibility

  symbols, allowing improvements in performance.

  • Static PIE is now supported for arm-*-linux-gnueabi.  It requires toolchain

  support to correctly set the expected linker options.

  • On AArch64 targets that support the Guarded Control Stack extension all GCS

  operations (including status, write on shadow stack, and push to shadow
  stack) are locked after enabling GCS with ENFORCED or OVERRIDE GCS policy.
  When a GCS operation is locked, a program cannot change this operation
  status via the prctl syscall.  This prevents disabling or corrupting the
  GCS shadow stack during runtime.

  • On AArch64 targets, log, exp, sin, cas, sinh, cosh, asinh, acosh, atanh

  single and double precision special cases have been vectorized for SVE and
  AdvSIMD, and vector variants of powr have been added.

  • On RISC-V targets, vector extension optimized variants of memcmp, memccpy,

  memchr, memcpy, memmove, stpncpy, strcmp, strchr, strcpy, strncmp, strncpy,
  strlen, and strrchr have been added.

  • On PowerPC, memchr optimized for Power10 has been re-added.


  • Support for LoongArch32 has been added.


  • Pre-built ld.so.cache files can be installed with ldconfig.


  • A new locale has been added: hrx_BR (Hunsrik language spoken in Brazil).


Deprecated and removed features, and other changes affecting compatibility:

  • Although malloc and related functions currently return pointers

  aligned to alignof (max_align_t), the documentation now says future
  versions of glibc may relax alignment requirements for small allocations.
  For example, a future malloc(1) might return a pointer with odd
  alignment, because no object of size 1 can have a fundamental
  alignment greater than 1.

  • The s390-linux-gnu (31bit) configuration is no longer supported.


  • The --enable-memory-tagging configure option has been removed.

  The corresponding AArch64-specific functionality that was previously
  activated by this flag has been removed as well.

  • The --enable-static-nss configure option has been removed.  It had no

  effect on the build since the NSS reorganization in glibc 2.33; its only
  remaining behavior was to suppress the link-time warnings on the NSS
  interface functions in libc.a, which are now emitted unconditionally.

Security related changes:

The following CVEs were fixed in this release, details of which can be
found in the advisories directory of the release tarball:

  GLIBC-SA-2026-0005:
    gethostbyaddr and gethostbyaddr_r may incorrectly handle DNS
    response (CVE-2026-4437)

  GLIBC-SA-2026-0006:
    gethostbyaddr and gethostbyaddr_r return invalid DNS hostnames
    (CVE-2026-4438)

  GLIBC-SA-2026-0007:
    iconv crash due to assertion failure with untrusted input
    (CVE-2026-4046)

The following bugs were resolved with this release:

  [2363] libc: EOPNOTSUPP and ENOTSUP in errno.h must be different,
    according to SUSv3
  [3794] manual: iconv: TRANSLIT and IGNORE feature not documented
  [15792] dynamic-link: [arm] ARM dynamic linker should save/restore
    coprocessor registers
  [20331] libc: fts ignores errors from readdir()
  [20680] dynamic-link: ifunc resolver cannot access the thread pointer
    with static linking
  [22944] libc: fts cannot traverse paths which have a length longer
    than USHRT_MAX
  [25257] libc: sotruss: fix error message for '--f' argument
  [25770] locale: newlocale memory leak in LOCPATH parsing and on error
    paths
  [27582] libc: x86_64: IFUNC in static user programs may crash when
    built with -fstack-protector-all
  [28218] dynamic-link: ld.so: ifunc resolver calls a lazy PLT. When
    does it work?
  [28817] libc: static-pie ifunc resolver tls failure
  [28940] nss: __nss_database_get doesn't check for allocation failure
  [30136] manual: Please document behaviour of iconv(3) when input is
    untranslatable
  [30304] nptl: nptl/tst-pthread-gdb-attach test fails with new libc
    shared library version
  [30769] malloc: malloc_trim is not working correctly for arenas other
    than arena 0
  [30976] dynamic-link: rtld: resolve ifunc relocations after
    JUMP_SLOT/GLOB_DAT/etc
  [30992] libc: alpha: setrlimit() with negative values besides
    RLIM_INFINITY returns EPERM
  [31901] libc: elf/tst-glibc-hwcaps-prepend-cache fails on i686
  [33226] math: math-vector-fortran.h vs not ffast-math
  [33626] libc: execvpe should skip inaccessible $PATH components
  [33650] build: abilist.awk doesn't handle unversioned defined symbols
  [33785] stdio: New streams are linked into global list before they are
    fully initialized
  [33848] build: Build fails at openat2.h, redefinition of 'struct
    open_how'
  [33882] libc: Recursion in nftw() causes stack overflow(CWE-674)
  [33904] build: error: '__vasprintf_chk' undeclared here
  [33921] build: Building with Linux-7.0-rc1 errors on OPEN_TREE_CLONE
  [33935] stdio: _IO_wfile_doallocate not linked correctly when linking
    glibc statically
  [33980] locale: iconv: ibm139x trigger assertion error when converting
    to internal while lack enough room (CVE-2026-4046)
  [33985] build: ld: cannot find -lgcc_s: No such file or directory
  [33999] stdio: libio: potential dangling _IO_save_base or memory leak
    in wgenops.c
  [34006] stdio: libio: inconsistent fmemopen_write behavior on last \0
  [34008] stdio: stdio-common: scanf %mc pattern will cause heap
    overflow when width > 1024
  [34014] nss: gethostbyaddr and gethostbyaddr_r may incorrectly handle
    DNS response
  [34015] nss: gethostbyaddr and gethostbyaddr_r return invalid DNS
    hostnames
  [34019] stdio: libio: undefined behavior when setbuf on open_memstream
  [34033] network: resolv/ns_print.c: ns_sprintrrf TSIG path bypasses
    buflen and can overflow caller buffer
  [34064] dynamic-link: The unnecessary PT_NOTE check in when loading a
    binary
  [34069] network: Buffer overread in ns_sprintrrf with corrupted RDATA
    field (CVE-2026-6238)
  [34070] hurd: Calling open ("/dev/tty/", O_RDONLY) causes the program
    to segfault
  [34073] regex: regexec can mistakenly match with backrefs and the $
    anchor
  [34079] dynamic-link: THP segment load aligns all PT_LOAD segments to
    THP page size
  [34080] dynamic-link: Support THP segment load with THP enabled with
    madvise
  [34083] dynamic-link: __get_thp_mode and __get_thp_size are called
    twice
  [34090] libc: wordexp WRDE_APPEND rollback restores stale we_wordv,
    leading to invalid free in wordfree
  [34098] libc: Missing SUPPORT_STATIC_PIE in arm32
  [34129] string: x86: Non-temporal memset unreachable on AMD Zen 3/4/5
  [34144] libc: ld.so clobbers VFP registers during runtime linking
  [34154] network: Segfault in sock_eq after res_init() returns -1, due
    to stale _u._ext.nscount in __res_iclose
  [34156] dynamic-link: dlsym(RTLD_DEFAULT, ...) from a constructor
    SIGSEGVs when tail-called
  [34164] dynamic-link: elf: IFUNC resolvers do not see static TLS
    initialization
  [34170] dynamic-link: elf:  IFUNC resolver reading global-
    dynamic/TLSDESC __thread variable crashes inside __tls_get_addr
  [34183] math: fma produces wrong results
  [34192] nptl: pthread_setname_np opens /proc/<tid>/comm with O_RDWR
    instead of O_WRONLY|O_CLOEXEC
  [34196] libc: elf: static dlopen: pointer guard of the loaded
    ld.so/libc.so is left uninitialized
  [34197] dynamic-link: elf: Stack canary and pointer guard are
    recoverable from AT_RANDOM (getauxval)
  [34205] libc: aarch64: SIGSEGV in tunable_strcmp in static-pie
    binaries run with a string tunable
  [34208] stdio: scanf not pushback after matching failure
  [34210] libc: elf/tst-glibc-hwcaps-prepend-cache fails on
    armv7a-unknown-linux-gnueabihf
  [34236] locale: Non-representable transliteration still causes iconv
    to exit with 1 if TRANSLIT is specified
  [34289] network: ns_sprintrrf uses p_class, p_type internally
  [34311] build: THP tests failed to link
  [34347] libc: Incorrect trailing bitfield word of struct tcp_info
  [34348] dynamic-link: FAIL: elf/tst-thp-1 if THP is disabled in kernel
  [34351] build: Random test failures
  [34355] build: [2.44 Regression] "make check -j7 subdirs=stdio-common"
    no longer works
  [34396] libc: sparc64-unknown-linux-gnu , Gentoo: >200 test failures,
    SIGILL in many binaries
  [34398] string: Truncated strncpy on s390x z900 ifunc variant

Release Notes
=============

https://sourcewar ... wiki/Release/2.44

Contributors
============

This release was made possible by the contributions of many people.
The maintainers are grateful to everyone who has contributed
changes or bug reports.  These include:

Adam Yi
Adhemerval Zanella
Alejandro Colomar
Andreas K. Hüttel
Andreas Schwab
Arjun Shankar
Aurelien Jarno
Avinal Kumar
Brian Jorgensen
Carlos O'Donell
Carlos Peón Costa
Charlotte Mcmenamin
Collin Funk
Cosmina Dunca
DJ Delorie
Daan De Meyer
Deng Jianbo
Dev Jain
Diego Nieto Cid
Dmitry Kovalenko
Dylan Fleming
Etienne Brateau
Fabian Rast
Florian Weimer
Frédéric Bérat
Garccez
George Hu
H.J. Lu
Jakub Jelinek
Jiamei Xie
Jiho Lee
Jiri Stransky
John David Anglin
Jonathan Wakely
Josef Johansson
Joseph Myers
Justus Winter
Luca Boccassi
Lucas Chollet
Martin Coufal
Matt Turner
Michael Ford
Michael Jeanson
Michael Kelly
Mike FABIAN
Mike Kelly
Muhammad Kamran
Nicolas Boulenguez
Paul Eggert
Peter Bergner
Peter Collingbourne
Petr Menšík
Pierre Blanchard
Pino Toscano
Pádraig Brady
Richard Wild
Rocket Ma
RyotaSaito
Sachin Monga
Sajan Karumanchi
Sam James
Samuel Balazi
Samuel Thibault
Sana Kazi
Sergey Kolosov
Shamil Abdulaev
Shengwen Cheng
Siddhesh Poyarekar
Stefan Liebler
Thomas Daubney
Tomasz Kamiński
Uros Bizjak
WANG Rui
Weihong Ye
Weixie Cui
Wilco Dijkstra
Xi Ruoyao
Xiang Gao
Yao Zihong
Yunze Zhu
Yury Khrustalev
Zihong Yao
mengqinggang
xiejiamei
zombie12138

We would like to call out the following and thank them for their
tireless patch review:

Adhemerval Zanella
Andreas K. Hüttel
Arjun Shankar
Aurelien Jarno
caiyinyu
Carlos O'Donell
Collin Funk
DJ Delorie
Florian Weimer
Frédéric Bérat
Ganesh Gopalasubramanian
H.J. Lu
JiangNing
Mathieu Desnoyers
Paul Eggert
Paul Zimmermann
Peter Bergner
Sam James
Samuel Thibault
Siddhesh Poyarekar
Stefan Liebler
Sunil K Pandey
Wilco Dijkstra
Yury Khrustalev

  •  

NASA to Cover Three US Spacewalks, Host Preview News Conference

006B6348.NEF
NASA astronaut Jessica Meir works inside the International Space Station’s Quest airlock in March, her reflection visible in a spacesuit helmet visor as she installs leg and arm components and swaps parts between suits.
Credit: NASA/Jack Hathaway

Editor’s Note: This advisory was updated on Aug. 10, 2026, to reflect the assigned crew members and coverage times for U.S. spacewalk 97, scheduled to take place on Tuesday, Aug. 18. 

Editor’s Note: The advisory was updated on Aug. 7, 2026, with a date change for U.S. spacewalk 97, which is now scheduled for Tuesday, Aug. 18. Read more on the International Space Station blog.

Editor’s note: This media advisory was updated July 27, 2026 to reflect an updated start time for the spacewalk on Thursday, Aug. 6.

NASA will provide coverage as astronauts venture outside the International Space Station during three spacewalks in August to continue upgrading solar arrays, replace a communications antenna, and connect power and data cables in support of space station operations.

Experts will preview the upcoming spacewalks during a news conference at 2 p.m. EDT, Thursday, July 30, from NASA’s Johnson Space Center in Houston.

NASA will stream these events through a variety of platforms. Learn where to watch online:

https://www.nasa.gov/live

NASA participants in the news conference include:

  • Bill Spetch, deputy manager of Commercial, Low Earth Orbit Program
  • Chris Dobbins, spacewalk flight director
  • Chloe Mehring, spacewalk flight director

United States-based media interested in attending in person must contact the Johnson newsroom no later than 3 p.m., Wednesday, July 29, at jsccommu@mail.nasa.gov. Media joining by phone should request dial-in details by the same deadline. To ask a question, media must dial in no later than 15 minutes before the start of the news conference.

Thursday, Aug. 6

NASA astronauts Jessica Meir and Anil Menon will exit the Quest airlock to install hardware that will modify the station’s 3B power channel and prepare it for the future installation of an International Space Station Roll-Out Solar Array (IROSA). The solar array, scheduled for delivery later this year, will be the seventh IROSA and will provide additional power to support critical station operations, including its safe and controlled deorbit.

Watch NASA’s live coverage of U.S. spacewalk 96 beginning at 7 a.m. The spacewalk is expected to start at 8:35 a.m. and last about six and a half hours.

This spacewalk will be the sixth for Meir and the first for Menon. Meir will serve as spacewalk crew member 1 and will wear a suit with red stripes. Menon will serve as crew member 2 and will wear an unmarked suit.

Tuesday, Aug. 18

During U.S. spacewalk 97, NASA astronaut Anil Menon and ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot will exit the station’s Quest airlock to replace a Space-to-Ground antenna on the orbital complex. The antenna is a critical communications link NASA uses to transmit data, enabling high-speed communications between the Mission Control Center in Houston and the space station. 

Watch NASA’s live coverage beginning at 7 a.m. The spacewalk is expected to start at approximately 8:35 a.m. and last about six and a half hours.

Menon will serve as spacewalk crew member 1, and Adenot will serve as crew member 2. The spacewalk will be Menon’s second and Adenot’s first. Adenot will become the first French woman to conduct a spacewalk.

Tuesday, Aug. 25

The U.S. spacewalk 98 crew members will connect power channel cables and data relay systems as part of ongoing maintenance, including preparations for the space station’s future deorbit. The astronauts also will replace a navigational aid used for spacecraft docking on the Harmony module’s forward port.

NASA will share additional details about U.S. spacewalk 98, including timing, assigned crew members, and coverage information, closer to the operation.

The spacewalks will be the 281st, 282nd, and 283rd conducted in support of space station assembly, maintenance, and upgrades.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

https://www.nasa.gov/station

-end-

Joshua Finch / Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov / james.j.russell@nasa.gov

Sandra Jones / Anna Schneider 
Johnson Space Center, Houston 
281-483-5111 
sandra.p.jones@nasa.gov / anna.c.schneider@nasa.gov

Share

Details

Last Updated
Aug 10, 2026
Editor
Jennifer M. Dooren
  •  

NASA to Cover Three US Spacewalks, Host Preview News Conference

006B6348.NEF
NASA astronaut Jessica Meir works inside the International Space Station’s Quest airlock in March, her reflection visible in a spacesuit helmet visor as she installs leg and arm components and swaps parts between suits.
Credit: NASA/Jack Hathaway

Editor’s Note: This advisory was updated on Aug. 10, 2026, to reflect the assigned crew members and coverage times for U.S. spacewalk 97, scheduled to take place on Tuesday, Aug. 18. 

Editor’s Note: The advisory was updated on Aug. 7, 2026, with a date change for U.S. spacewalk 97, which is now scheduled for Tuesday, Aug. 18. Read more on the International Space Station blog.

Editor’s note: This media advisory was updated July 27, 2026 to reflect an updated start time for the spacewalk on Thursday, Aug. 6.

NASA will provide coverage as astronauts venture outside the International Space Station during three spacewalks in August to continue upgrading solar arrays, replace a communications antenna, and connect power and data cables in support of space station operations.

Experts will preview the upcoming spacewalks during a news conference at 2 p.m. EDT, Thursday, July 30, from NASA’s Johnson Space Center in Houston.

NASA will stream these events through a variety of platforms. Learn where to watch online:

https://www.nasa.gov/live

NASA participants in the news conference include:

  • Bill Spetch, deputy manager of Commercial, Low Earth Orbit Program
  • Chris Dobbins, spacewalk flight director
  • Chloe Mehring, spacewalk flight director

United States-based media interested in attending in person must contact the Johnson newsroom no later than 3 p.m., Wednesday, July 29, at jsccommu@mail.nasa.gov. Media joining by phone should request dial-in details by the same deadline. To ask a question, media must dial in no later than 15 minutes before the start of the news conference.

Thursday, Aug. 6

NASA astronauts Jessica Meir and Anil Menon will exit the Quest airlock to install hardware that will modify the station’s 3B power channel and prepare it for the future installation of an International Space Station Roll-Out Solar Array (IROSA). The solar array, scheduled for delivery later this year, will be the seventh IROSA and will provide additional power to support critical station operations, including its safe and controlled deorbit.

Watch NASA’s live coverage of U.S. spacewalk 96 beginning at 7 a.m. The spacewalk is expected to start at 8:35 a.m. and last about six and a half hours.

This spacewalk will be the sixth for Meir and the first for Menon. Meir will serve as spacewalk crew member 1 and will wear a suit with red stripes. Menon will serve as crew member 2 and will wear an unmarked suit.

Tuesday, Aug. 18

During U.S. spacewalk 97, NASA astronaut Anil Menon and ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot will exit the station’s Quest airlock to replace a Space-to-Ground antenna on the orbital complex. The antenna is a critical communications link NASA uses to transmit data, enabling high-speed communications between the Mission Control Center in Houston and the space station. 

Watch NASA’s live coverage beginning at 7 a.m. The spacewalk is expected to start at approximately 8:35 a.m. and last about six and a half hours.

Menon will serve as spacewalk crew member 1, and Adenot will serve as crew member 2. The spacewalk will be Menon’s second and Adenot’s first. Adenot will become the first French woman to conduct a spacewalk.

Tuesday, Aug. 25

The U.S. spacewalk 98 crew members will connect power channel cables and data relay systems as part of ongoing maintenance, including preparations for the space station’s future deorbit. The astronauts also will replace a navigational aid used for spacecraft docking on the Harmony module’s forward port.

NASA will share additional details about U.S. spacewalk 98, including timing, assigned crew members, and coverage information, closer to the operation.

The spacewalks will be the 281st, 282nd, and 283rd conducted in support of space station assembly, maintenance, and upgrades.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

https://www.nasa.gov/station

-end-

Joshua Finch / Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov / james.j.russell@nasa.gov

Sandra Jones / Anna Schneider 
Johnson Space Center, Houston 
281-483-5111 
sandra.p.jones@nasa.gov / anna.c.schneider@nasa.gov

Share

Details

Last Updated
Aug 10, 2026
Editor
Jennifer M. Dooren
  •  

Cybersecurity 05 - SSH

💾

SSH è un protocollo fondamentale da conoscere e da saper utilizzare. In questa challenge vediamo come connetterci ad un server con SSH, per poi sfruttare delle miss-configurazioni della utility sudo e diventare amministratori. Un classico esempio di privilege-escalation.

Il progetto Esadecimale nasce per offrire il migliore spazio di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano.
- https://esadecimale.it
- https://learn.esadecimale.it
- https://cyber.esadecimale.it
- https://forum.esadecimale.it
  •  

IL CONTATTO CHE HA ROVINATO LA NOSTRA AMICIZIA...

💾

Terzo Round della Malossi Racing accademy. Siamo a Bari e questa gara è decisiva per il campionato. Durante questo weekend ho scoperto che gli amici possono diventare rivali, Un contatto di gara che si è trasformato in un litigio...

👕ABBIGLIAMENTO FORN X TOTO👕: https://www.forn-lab.com/negozio-online/Toto-c117430564

🛒LA MIA ATTREZZATURA🛒
https://www.amazon.it/shop/torquatotesta

📩 RICHIESTE COMMERCIALI: totocollab@gmail.com

SEGUIMI SU INSTAGRAM:
https://www.instagram.com/torquatotesta/

SEGUIMI SU FACEBOOK:
https://www.facebook.com/torquatotestapage
  •  

Will the heat from a cooking oil scandal help the opposition in Taiwan?

Taipei mayor Wayne Chiang Wan-an has emerged as the biggest political winner from an opposition protest against the government’s handling of a food safety scandal that drew what organisers said were more than 200,000 people onto the streets of the city. The unexpectedly large turnout on Saturday appears to have given the island’s main opposition party, the Kuomintang, fresh momentum ahead of the local elections in November, and could reshape the race to become the party’s candidate in the next...

  •  

China charges alleged scam kingpin Chen Zhi with intentional injury: report

Alleged scam-network mastermind Chen Zhi could face the death penalty, with Chinese prosecutors adding intentional injury to the list of charges against him. Chen, 38, was extradited from Cambodia to China six months ago and formally arrested on July 6, according to Chinese business magazine Caixin. He founded the Cambodian conglomerate Prince Group, which authorities say was linked to a sprawling online scam network. Caixin reported on Monday that prosecutors dropped a previous count of...

  •  

TIDRADIO TD-Q2L: il microfono Bluetooth che cambia tutto? Prova completa!

💾

Il TIDRADIO TD-Q2L è un microfono altoparlante Bluetooth progettato per le radio compatibili come TD-H3 Plus e TD-H9, ma può essere utilizzato anche con smartphone, Zello e, tramite adattatore BL-2, con moltissime altre ricetrasmittenti. In questo video lo metto alla prova per capire se vale davvero la pena acquistarlo.
#TIDRADIO #TDQ2L #Radioamatore

ACQUISTALO DA QUI: https://tidradio.com/products/td-q2l-bluetooth-noise-cancelling-magnetic-mic-for-td-h3-plus-td-h9?ref=camptech

CODICE SCONTO: CAMPERISTATECH


📖 ACQUISTA I MIEI LIBRI!
RADIANTISMO 2.0: https://amzn.to/4l7J9Js
Formato Kindle: https://amzn.to/3Rmfcrq

CAMPER LIFE: https://amzn.to/4aptC4E
Formato Kindle: https://amzn.to/49RnBO4

📖 LOGBOOK DEDICATO AI PMR446 E CB: https://amzn.to/42mjaFG

🔥 SOSTIENI IL CANALE E OTTIENI VANTAGGI ESCLUSIVI!
Abbonati ora per accedere a contenuti riservati:
https://www.youtube.com/channel/UCi806dzpuB41cL1L9RcbzpA/join

💬 UNISCITI AI NOSTRI GRUPPI E SOCIAL!

🔹 Offerte Esclusive – Le migliori offerte del giorno!
https://t.me/offertedalweb2022

🔹 Gruppo Appassionati Radio – Condividi la tua passione!
https://t.me/appassionatiradio

🔹 Progetto PMR Toscana – Per gli amanti delle comunicazioni locali!
https://t.me/PMRToscana

🔹 Gruppo Zello Toscana – Resta in contatto anche in movimento!
https://zello.me/k/iA6db

🔹 Il mio Vinted: https://www.vinted.it/member/178198346

🔹 Gruppo Facebook CB/PMR Toscana – Parliamo di comunicazioni radio!
https://www.facebook.com/groups/cbpmr446toscana

🔹 Seguimi su Instagram – Contenuti extra e dietro le quinte!
https://www.instagram.com/matteocamperistatech/

🛒 SOSTIENI IL CANALE CON I TUOI ACQUISTI!
Acquistando tramite questi link, aiuti il canale a crescere senza costi aggiuntivi per te!

Banggood: https://www.banggood.com/custlink/GvmmUuzKiN
AliExpress: https://s.click.aliexpress.com/e/_dT7y3hx

💡 In qualità di Affiliato Amazon, Banggood e AliExpress, guadagno una piccola commissione sugli acquisti idonei.
  •  

La piattaforma Git Codeberg ha deciso di bannare progetti scritti principalmente con gen AI

Anche se controllare quanto e quale codice sia generato dall'AI risulta certamente un'impresa ardua, quella di Codeberg è una scelta in profonda controtendenza rispetto ai colossi come GitHub e GitLab, che promuovono l'utilizzo incondizionato dell'AI. Codeberg dice no a questo tipo di progetti, e dimostra di volersi chiamare fuori da questo gioco promozionale.

  •  

OrvietoLug - Come creare un servizio systemd (.service): guida completa

Impara a creare il tuo primo servizio systemd. Guida pratica alla realizzazione di un file .service, alla sua installazione e gestione con systemctl.

L'articolo Come creare un servizio systemd (.service): guida completa proviene da Orvieto Linux User Group | Promozione software libero a Orvieto.

...
  •  

Al via il progetto ASCALONICUM: firmata l’ATS per la valorizzazione dello Scalogno di Monteverdi Marittimo

 progetto ASCALONICUM

Ha preso ufficialmente avvio il progetto ASCALONICUM – acronimo di “Aggregazione per lo SCALOgno Necessaria per l’Innovazione e la Caratterizzazione di un Unicum vegetale di Monteverdi Marittimo” – finanziato nell’ambito dell’intervento SRG01 “Sostegno ai Gruppi Operativi PEI-AGRI” (art. 77 Reg. UE 2021/2115) del Piano Strategico della PAC 2023-2027, bando annualità 2024. Con la sottoscrizione dell’Associazione Temporanea di Scopo (ATS) tra i partner, il Gruppo Operativo entra nella sua fase operativa. Anche Fondazione PIN tra gli 11 partner che svilupperanno il progetto.

  •  

Al via il progetto ASCALONICUM: firmata l’ATS per la valorizzazione dello Scalogno di Monteverdi Marittimo

 progetto ASCALONICUM

Ha preso ufficialmente avvio il progetto ASCALONICUM – acronimo di “Aggregazione per lo SCALOgno Necessaria per l’Innovazione e la Caratterizzazione di un Unicum vegetale di Monteverdi Marittimo” – finanziato nell’ambito dell’intervento SRG01 “Sostegno ai Gruppi Operativi PEI-AGRI” (art. 77 Reg. UE 2021/2115) del Piano Strategico della PAC 2023-2027, bando annualità 2024. Con la sottoscrizione dell’Associazione Temporanea di Scopo (ATS) tra i partner, il Gruppo Operativo entra nella sua fase operativa. Anche Fondazione PIN tra gli 11 partner che svilupperanno il progetto.

  •  

Università di Firenze al top per l'occupazione: i dati AlmaLaurea

Università di Firenze al top per l'occupazione: i dati AlmaLaurea

Scegliere il proprio percorso universitario significa fare un investimento sul proprio domani. E per chi sceglie l’Università degli Studi di Firenze, i dati dimostrano che si tratta di una scelta vincente. Il recente Rapporto AlmaLaurea 2026 sulla condizione occupazionale ha delineato un quadro molto positivo per l'Ateneo fiorentino, con risultati che non solo crescono anno dopo anno, ma superano stabilmente le medie nazionali. Scopri l’offerta Unifi il prossimo 14 luglio a Prato!

  •  

Università di Firenze al top per l'occupazione: i dati AlmaLaurea

Università di Firenze al top per l'occupazione: i dati AlmaLaurea

Scegliere il proprio percorso universitario significa fare un investimento sul proprio domani. E per chi sceglie l’Università degli Studi di Firenze, i dati dimostrano che si tratta di una scelta vincente. Il recente Rapporto AlmaLaurea 2026 sulla condizione occupazionale ha delineato un quadro molto positivo per l'Ateneo fiorentino, con risultati che non solo crescono anno dopo anno, ma superano stabilmente le medie nazionali. Scopri l’offerta Unifi il prossimo 14 luglio a Prato!

  •  

Dal reggae roots alle nuove tendenze giamaicane: torna il Rototom

Dal 16 al 22 agosto Benicàssim (Spagna) ospita la 31ª edizione del Rototom Sunsplash, che quest’anno, con il motto “The place to be”, si conferma il più importante festival europeo dedicato alla musica reggae dal 1994. Sette giorni intensi che vanno ben oltre la musica: su un’area di oltre 130mila mq, il pubblico potrà vivere un’esperienza completa tra aree tematiche, …
  •  

Come il Trumpismo cambia l’economia

Nell’ultimo decennio – dopo la crisi finanziaria del 2008, la pandemia e il ritorno della guerra ai margini dell’Occidente – la globalizzazione è entrata in una fase di diffusa incertezza. Grazie al clima di fiducia instaurato negli anni Ottanta e alle regole internazionali favorevoli al multilateralismo del mondo occidentale si sono ampliati gli scambi commerciali, finanziari, di merci e di persone a livello mondiale, offrendo opportunità di crescita a molte economie arretrate, migliorandone le prospettive di reddito e benessere. Tuttavia, la riorganizzazione produttiva accentrata lungo le nuove filiere tecnologiche e logistiche globali, sostenuta da una finanza sempre più internazionale, ha trasformato profondamente gli apparati produttivi nazionali soprattutto occidentali, incidendo sugli equilibri politici interni con costi significativi in termini di occupazione, di diseguaglianze e di esposizione a shock esterni. Ne è derivato, per ampi gruppi sociali, l’indebolimento della fiducia nella promessa neoliberista di quel trickle-down secondo cui le politiche economiche favorevoli a imprese e fasce più ricche avrebbero stimolato una crescita destinata poi a beneficiare l’intera società. 

Porre l’accento sulla “fiducia” come necessario “collante” della società e del processo che ne orienta il futuro implica che di essa non si possa prescindere quando si intenda valutare la formazione e gli effetti della politica economica. In effetti, senza una precisa forma storica di fiducia, difficilmente si sarebbero formate e mantenute le innumerevoli relazioni di mercato tra paesi, imprese e persone che hanno reso credibile, accettabile e condiviso l’ordine economico degli ultimi decenni. Ma, allora, sorgono alcune domande: la crisi dell’attuale assetto interno e internazionale non può essere letta come una crisi di fiducia? E, da questa prospettiva, non si possono comprendere meglio le dinamiche politiche in corso e le loro ricadute economiche e sociali? Sono domande poste da Dario Togati in Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella, Diarkos, 2026), dove la fiducia è utilizzata come chiave interpretativa del presente per spiegare “perché Trump ha vinto le elezioni” e leggere le sue politiche come risposta, coerente o meno, a una crisi che interroga il futuro del capitalismo e della democrazia in Occidente.

  1. 1. La tesi di Togati, secondo cui la politica di Trump non sia (del tutto) folle e meriti di essere presa “sul serio”, gli impone di precisare, nelle prime parti del libro, i due aspetti che saranno cruciali per la sua successiva analisi: la fiducia come categoria utilizzabile per l’analisi economica e, di conseguenza, la necessità di un approccio si analisi che riconduce al “vero” pensiero di Keynes. 

Non basta affermare che l’economia si regge sulla fiducia tra le persone, che essa è la “colla” che tiene insieme la società, ma occorre chiarire di cosa sia fatta quella colla e in quale ruolo incida sugli esiti del sistema. Non sorprende allora che gran parte del libro sia dedicata all’analisi di come i soggetti utilizzino le fonti di informazione quando le loro scelte devono essere effettuate in condizioni di incertezza. Nella distinzione tra una fiducia individuale e interindividuale, tipica delle decisioni di routine, e una fiducia sistemica o istituzionale) nei riguardi delle informazioni fornite da istituzioni (pubbliche e private), la sua attenzione è rivolta soprattutto a quest’ultima poiché su di essa si fonda principalmente l’aspettativa dei soggetti economici nella stabilità dell’ordine vigente e delle sue necessarie regole. Quando “[g]li agenti economici del mondo reale sono costretti a fidarsi degli altri perché ‘non sanno abbastanza’ (…) e quando fanno incontri nuovi o pericolosi, difficili da interpretare [non potendo] cavarsela da soli”, sono costretti a ricorrere a stratagemmi (definiti “trucchi di fiducia” nel libro) che consistono di affidarsi alle conoscenze di altre persone o istituzioni. Cosa particolarmente evidente per le scelte strategico-innovative – tipiche degli investimenti produttivi e finanziari – che, per il loro orizzonte di lungo periodo, devono essere assunte in condizioni di forte incertezza. Spesso, in questi casi in cui mancano punti di riferimento affidabili, i soggetti assumono come segnale “oggettivo” del futuro le opinioni “soggettive” della maggioranza degli altri operatori, specie quando, come avviene nei mercati finanziari, esse si traducono in “convincenti” valori (medi) di mercato. 

La fiducia è in questi casi una “costruzione sociale” la cui esistenza, introiettata culturalmente, è percepita dagli interessati come fondata su una realtà “naturale”, le cui informazioni sono considerate un’espressione dell’ordine che regola l’esistente. Una fiducia costruita sulla base di una razionalità “collettiva” introduce, per un verso, un elemento di inerzia nei comportamenti individuali che, soggettivamente, permette ai singoli di superare l’impasse dovuto a un futuro oggettivamente non pienamente conoscibile, ma, per un altro verso, per fragilità o disfunzionalità del processo su cui essa si fonda, non esclude che si creino situazioni “particolarmente vulnerabili o instabili”.

Queste sono le ragioni per cui l’economista nella sua analisi dei comportamenti individuali e degli equilibri macroeconomici non può prescindere dal ruolo che vi svolge la fiducia e la sua evoluzione. Per fornire una immagine del processo economico che l’economista deve interpretare, l’autore utilizza la metafora del “viaggio di Ulisse”. L’eroe dell’Odissea nell’indirizzare la sua rotta verso la mitica Itaca − porto sicuro e casa accogliente − deve affrontare mari dalle sponde inesplorate, essere soggetto ai capricci degli déi che, improvvisando tempeste e naufragi, lo costringono ad approdi dalle conseguenze inaspettate. Per definire la rotta non gli è sufficiente adottare le procedure abituali della navigazione. Egli deve costantemente rimanere in guardia su cosa di nuovo può accadere, pronto a cambiare rotta, ancorché sulla base di informazioni incomplete, per sottrarsi ai pericoli emergenti o per cogliere opportunità inattese. Il valore della sua guida, specie in un viaggio turbolento, è la capacità di interpretare l’ambiente in cui si muove, vagliare le novità rilevanti, adottare gli strumenti più adeguati; in altre parole, è l’abilità di impiegare la strategia che minimizza il pericolo di disperdere equipaggio e carico della nave prima di attraccare alla mitica Itaca, realtà, nel racconto di Omero, meno serena e confortante della prospettiva agognata. 

La metafora del viaggio di Ulisse e di Itaca come meta serve a Togati per sottolineare che la realtà che l’economista deve indagare presenta strette analogie con il viaggio turbolento di Ulisse coinvolto in continue sfide e pericoli. Il modo in cui l’economia “viene spesso insegnata” non è sufficiente in quanto dà per scontato che, assunto un sistema di mercato ben funzionante, gli agenti economici non abbiano bisogno di fiducia poiché imparano spontaneamente a fidarsi gli uni degli altri; a priori, essi sanno “già quasi tutto”, si formano aspettative “razionali” sul futuro, non commettono errori sistematici: la rotta ottimale è tracciata e, per l’irrilevanza degli eventi inaspettati, conduce di sicuro all’obiettivo. Se, in un mondo simile, la fiducia non è un problema, lo è però in un contesto in cui la realtà, presente e futura, non è pienamente conosciuta; in cui il “materiale” che essa offre, inclusa la solidità dei “trucchi” utilizzabili, è molteplice e contradditorio. Il contesto corrente, l’obiettivo da perseguire, le informazioni da selezionare, gli strumenti da attivare non sono dati forniti una volta per tutte, ma sono il risultato della continua costruzione di “credenze argomentate” − dotate di un certo grado di probabilità (di un certo grado di fiducia) − che sono alla base delle scelte economiche strategiche; scelte che innovano la realtà corrente e modificano il quadro informativo delle decisioni future. L’ordine economico risultante non è l’esito preordinato di automatismi razionali di lungo periodo, ma l’espressione della scoperta della situazione emergente determinato dalle condizioni iniziali e dell’azione dei soggetti. Affinché la fiducia abbia il suo adeguato ruolo nell’interpretazione del processo economico, l’analisi non può essere quella tradizionale, ma quella, esistente anche se non maggioritaria nel dibattito di economia politica, che l’autore definisce come il “nostro Keynes”, ovvero quel Keynes che, a differenza di altri “keynesismi”, integra l’analisi con il ruolo determinante “delle istituzioni e della politica in generale”.

  1. 2. Arriviamo così al punto cruciale del libro, l’interpretazione della politica economica di Trump. Sebbene questa sia manifestamente in contrasto con i dettami del pensiero economico corrente, Togati non ritiene utile bollarla come “folle”, ritenendo invece che vada compresa meglio anche per contrastarla più efficacemente. La sua argomentazione – che si sviluppa nella terza parte del libro – riguarda tre punti: il “contesto” che ha reso possibile la sua ascesa; il senso della sua politica economica; la possibile realtà che ne può risultare.

Per quanto riguarda le “ragioni” che sono alla base del fenomeno-Trump, è difficile non essere d’accordo con la tesi che esse vadano rintracciate nella crisi di fiducia di settori crescenti della popolazione americana sulla capacità-volontà della classe politica di contrastare il continuo deterioramento dell’american way of life. Facendo retoricamente riferimento al buono stato dell’economia USA al momento del voto presidenziale del 2016 e del 2024 (crescita buona del PIL, bassa disoccupazione, bassa inflazione o in calo, aumento dei salari reali) l’élite politico-economica non disponeva degli strumenti per rendersi conto di quanto si stesse inaridendo, in ampie fasce sociali, il “sogno americano”; in altre parole, di veder “arrivare Trump”.

I successi del neoliberismo che, a cavallo del millennio, avevano rafforzato la centralità dell’economia americana sono stati accompagnati da una crescente disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza e da un accentuato impoverimento di una parte della popolazione per il modo in cui sono state affrontate le debolezze strutturali dell’economia USA: la lunga deindustrializzazione, la crescita lenta e settorialmente concentrata della produttività, l’incertezza dei redditi e la loro disparità, la dipendenza dalla finanza delle prospettive di vita comune, il ricorrente rischio di una sua crisi. Negli strati sociali degli americani bianchi meno avvantaggiati si era via via rafforzato il convincimento che il peggioramento della loro posizione sociale fosse strettamente collegato al processo di globalizzazione sostenuta dalle classi dirigenti per ridefinire il meccanismo economico a loro favore. Per un’ampia parte della popolazione si era venuta esaurendo la fiducia nella capacità dell’attuale forma sociale di garantire quegli obiettivi di benessere e prospettive di vita futura su cui si è fondato per lungo tempo un consenso maggioritario; da qui il “risentimento persistente” nei confronti dell’élite politica, responsabile di aver truccato il gioco del capitalismo “ideale”, infrangendo il “sogno americano”. Una tesi accettabile, se non addirittura scontata, che “Trump [sia] arrivato alla Casa Bianca perché ha saputo interpretare la crisi di fiducia degli elettori americani (…) provocata [dal]l’incapacità del libero mercato di risolvere da solo i problemi del salario giusto (…), [di] eliminare il forte deficit commerciale americano e [di] garantire un sufficiente livello di investimenti per ricostruire la base industriale di quel Paese”. La soluzione di Trump alla crisi di fiducia della società americana non può che risiedere in una politica economica – “anche se grossolana e istintiva, e perfino incoerente” – che ricrei la fiducia in quel “sogno”. 

Il suo tentativo può essere interpretato presentando le tre questioni più qualificanti: il salario giusto; il ruolo della finanza; la questione della moneta”. Per quanto riguarda l’obiettivo di migliorare la fiducia nel salario giusto dei “suoi” lavoratori, la soluzione dipende, di fatto, dagli effetti indiretti di interventi strutturali intrapresi in altre parti del sistema: i dazi per l’industrializzazione e la lotta agli immigrati dovrebbero rafforzare la domanda e l’offerta del lavoro, portare a un aumento della produzione interna, un miglioramento sia occupazionale che dei redditi interni per gli “americani di Trump”. Una tale visione politica riflette un’interpretazione della crisi del sogno americano che ha le radici all’esterno dell’economia americana: gli immigrati e gli “scrocconi” europei e cinesi. Si capisce allora come la punizione “[de]i poteri forti e [de]lle élite non solo nazionali, ma anche estere” vada ostentata quale indennizzo morale per coloro che ritengono di essere stati truffati nel passato. È una considerazione che induce l’autore ad assumere, come concetto cruciale per comprendere la politica di Trump, quello di “salario ideologico” che integrerebbe – per i lavoratori che si riconoscono nel movimento Maga – la parte di salario costituita dal reddito percepito e dal pacchetto di servizi pubblici ricevuti, con una sorta di “compensazione” alla loro passata passiva subordinazione alla crescita della forbice tra redditi alti e redditi bassi, e alla loro collocazione in più basse fasce sociali e intellettuali. Il riconoscimento del legittimo “risentimento persistente” di ripulsa dell’élite, che si pone più sul piano morale e politico che su quello economico, spiega perché “Trump persegua con ferrea determinazione un’agenda autoritaria a sfondo religioso basata su politiche di deportazione, militarizzazione, dazi e attacchi alle élite”.

La questione non è allora quella di chiedersi quanto siano razionali i provvedimenti di Trump per risolvere gli squilibri interni provocati dalla globalizzazione e se sia accettabile la critica della globalizzazione da parte di chi, gli Stati Uniti, ne ha maggiormente beneficiato; interessante è notare come, di fronte ai problemi creati dal neoliberismo globalizzato, i suoi interventi siano tutti interni a una politica dell’offerta che si rifà al neoliberismo stesso. Una prospettiva che appare immediata dalle sue relazioni con le grandi imprese dell’intelligenza artificiale e del capitalismo bellico alle quali affida, di fatto, il compito di sostenere con i loro investimenti l’economia americana; d’altra parte, non mancano le attenzioni nei confronti delle grandi istituzioni finanziarie e per la solidità del mercato azionario.

Anche per queste realtà la fiducia gioca un ruolo rilevante. Per le decisioni degli operatori del mercato azionario incide certamente la fiducia da loro acquisita attraverso l’esperienza, ma incide in misura forse maggiore la suggestione che siano fondate le informazioni sullo sviluppo futuro del capitale e della ricchezza privata che si traggono dall’andamento del mercato. Quanto più è ritenuta affidabile la “convenzione” secondo cui la convinzione (media) della maggioranza è la più attendibile, tanto più si uniformano i comportamenti e tanto più la convenzione si rafforza. Il “capitalismo della rendita” – “cioè il fatto che i ‘potenti’ (soprattutto grandi imprese e banche) riescono (…) ad estrarre rendite dall’economia e ad impiegarle per controllare il regime politico, mettendo fatalmente a rischio i valori morali fondativi del capitalismo” [da Martin Wolf, La crisi del capitalismo democratico, citato in Togati D., Il fenomeno Trump. Il metodo dietro la follia, in «Menabò» di Etica ed Economia, n.257/2026 del 15 aprile 2026] – non è un prodotto della politica di Trump, ma spiega la sua esortazione di Trump all’enrichissez-vous! volta ad aggregare un più ampio ceto medio di lavoratoti bianchi alla grande proprietà e con ciò spiega anche la pressante necessità politica di garantire una crescita forte e stabile del mercato azionario.

È questa la condizione per prolungare l’adesione a un modello che fa assegnamento su un’economia guidata dagli interessi privati come occasione di continuo e rapido arricchimento. In una cultura, come quella dei nostri tempi, in cui è l’andamento della Borsa piuttosto che la crescita del Pil ad essere l’indice della prosperità del paese, una crisi di Borsa costituisce un pericolo esiziale poiché un dissesto finanziario minerebbero le basi della fiducia posta in Trump e nella sua politica. Di ciò si ha un’esemplificazione sul ruolo che assumono al riguardo le criptovalute.

Come sufficientemente noto, le criptovalute sono delle attività prodotte in automatico dalla tecnologia che possono essere acquistate e vendute a un prezzo corrente caratterizzato da fluttuazioni anche piuttosto ampie. Si tratta di un’attività tipicamente speculativa il cui mercato, per sostenere la crescita delle quotazioni, richiede un costante aumento della domanda assistita da afflussi di liquidità proveniente o da nuovi entranti o dal supporto del sistema finanziario. “[Q]uesto mondo delle criptovalute è entrato nei portafogli dei grandi fondi e aspira alla funzione di moneta a tutto tondo” nonostante che il mercato in cui sono trattate non sia un mercato regolamentato, quindi privo di un controllo a garanzia della stabilità del suo valore monetario. La fiducia di coloro che vi operano conta sull’affidabilità di quel mondo e delle sue regole interne. Anche in questo caso, Trump non ha ovviamente inventato questo mondo, ma lo utilizza e se ne è fatto padrino perché può facilitargli la soluzione della crisi del salario giusto e dell’instabilità degli investimenti: “si tratta di sostituire il vecchio sogno americano, legato alla crescita del settore manifatturiero (…) con un nuovo sogno: quello dell’arricchimento a portata di tutti, grazie al potente connubio tra nuove tecnologie e finanza”.

L’obiettivo ambizioso dello sviluppo delle valute digitali è però quello di trasformare il sistema monetario esistente in un sistema decentralizzato, sostituendo le monete nazionali con una moneta privata, ovvero un dollaro prodotto da una tecnologia “neutrale” e indipendente dal controllo della Fed; un risultato che assumerebbe il simbolo di “un mondo Maga che diventa Stato nello Stato”. L’instabilità del valore delle criptovalute le rendono però inadeguate come strumento normale di mezzo di pagamento. Per superare questo inconveniente, sono state emesse delle attività finanziarie innovative, le stablecoin, che, garantendo un aggancio stretto al dollaro, potrebbero essere un mezzo di pagamento che fornisce liquidità al mercato delle criptovalute. Dato che il pieno rimborso in dollari delle stablecoin è sostenuto dalle loro riserve frazionarie in titoli pubblici statunitensi, la mancanza di informazioni più precise sulla struttura della loro attività (precluse peraltro alle Autorità monetarie), rende difficile il giudizio sulla solidità. L’unica certezza è che le criptovalute vanno sostenute e protette in modo che la gente continui a fidarsi della Borsa, del dollaro e dei titoli di Stato americani sui mercati finanziari di tutto il mondo; Trump “non può permettere che [la finanza] crolli, come è già successo più volte in tempi recenti: quel mondo deve essere salvato”. 

Si apre così la spiegazione del contenzioso con la Federal Reserve. Il Sistema di banche centrali che, per tenere sotto controllo l’inflazione dei prezzi, ha fatto resistenza sia all’estensione del sistema bancario non sottoposto al suo controllo, sia alla piena integrazione delle criptovalute private nel mondo finanziario e monetario, ora deve essere reindirizzato politicamente affinché il mondo delle criptovalute disponga di un “ombrello di salvataggio ufficiale, un bail out (…)giustificato (…) dal fatto che tale mondo è diventato too big to fail, come lo erano i colossi di Wall Street nella crisi del 2008, ma con un’importante differenza: (…) salvando le criptovalute si salva in realtà la gente del mondo Maga che le compra, per cui non si fa un favore all’élite finanziaria ma all’intera collettività”.

Si tratta di una linea di politica finanziaria fortemente innovativa: non sono più i prezzi industriali (e relativi interessi) a dover essere stabilizzati, ma lo sono i valori finanziari (e i relativi interessi). A tale fine, le trasformazioni tecnologiche-finanziari la cui punta sono le criptovalute, non solo rendono possibile una più diffusa privatizzazione della finanza, ma rendono necessaria una privatizzazione delle relazioni monetarie. Non solo a livello interno, ma, come osserva Togati, anche a livello internazionale dove, di fatto, si assiste alla rinuncia degli Usa a governare la moneta mondiale in quanto viene delegata al “settore privato”, al connubio grandi società e grande finanza privata. L’obiettivo di una moneta forte all’interno e all’estero non è più espressione della forza economica, ma della forza politica del governo degli Stati Uniti. Il ridimensionamento perseguito dell’immagine dell’Europa e della sua moneta è espressione dell’instaurarsi di una forma di “criptomercantilismo” che, attraverso l’esportazione dei sistemi di pagamento, rafforza l’influenza economica degli Stati Uniti riducendo il potere di controllo delle altre nazioni sulla propria moneta interna.

  1. 3. La ricostruzione dei punti essenziali della visione di politica (economica) di Trump per dare soluzione alla crisi di fiducia della società americana è utile per valutare il titolo posto al libro; in altre parole, per comprendere perché Togati parla di “capitalismo fragile”. Nella visione corrente degli economisti – anche keynesiani, sebbene non del “nostro” Keynes, come Krugman, peraltro molto apprezzato e citato nel libro – la fragilità è un’espressione azzeccata perché nella loro concezione la crisi seguirà inevitabilmente dal fallimento dei singoli interventi adottati: la politica dei dazi, il Genius Act, la politica monetaria con le loro ricadute sull’occupazione, sull’inflazione. Fallimenti dai quali non può che discendere il rigetto dell’elettorato dell’intera politica trumpiana. Togati non è però convinto che una tale lettura “lineare” che procede dal singolo intervento al suo fallimento e, da qui, al rifiuto dell’intera politica sia quella decisiva: la fiducia di cui gode Trump fa riferimento alla sua politica complessiva e può non dipendere strettamente dai risultati dei singoli interventi, comunque settoriali.

Dalla precedente analisi, si comprende bene come, nella visione di Trump, la sua politica miri a far coesistere interessi ben diversi: il sostegno alla visione neoliberista delle grandi corporations e della grande finanza; l’ombrello finanziario a garanzia dei settori che mirano ad arricchirsi con la speculazione di mercato; la fornitura di un salario “ideologico” come riscatto per i lavoratori generalmente bianchi. Si tratta di interessi eterogenei che hanno necessità di sostenersi vicendevolmente; per cui una crisi “locale” può essere sottovalutata dalla maggioranza (elettorale) della popolazione, purché preservi l’intero sistema. 

Non significa, tuttavia, che il libro escluda che il modello-Trump possa essere investito da una crisi di fiducia. Anzi, per coglierne l’emergere, sollecita a fare attenzione a quando le scelte di Trump rischiano di spingere il sistema oltre a una o più delle situazioni indicate come le “linee rosse” della sua politica. Si tratta di soglie critiche all’evoluzione di parti del sistema che, se non vengono contenute o compensate, rischiano di sciogliere il collante che lega gli interessi delle diverse parti sociali accomunate dalla politica trumpiana. Non a caso – con un’evidente analogia con la metafora del viaggio di Ulisse – le scelte presidenziali sono spesso segnate da improvvisazioni e da correzioni di rotta, dovute alla necessità di contrastare improvvisi e imprevisti effetti delle proprie iniziative ridefinendo, anche radicalmente, la propria direzione. La fragilità non è quindi una conseguenza strutturale dell’economia, ma è frutto di un’incompatibilità politica, l’incapacità di mantenere unita una (maggioranza della) popolazione attorno a una visione del futuro che è sociale e culturale prima ancora che economico.

La fiducia nella politica di Trump è una commistione di fattori non strettamente economici, come, del resto, dimostra la necessità della politica di Trump di innovare le regole del passato: La liberalizzazione offerta alle corporations e l’aggregazione intorno ad esse sia degli interessi finanziari di ampi settori della popolazione, sia del desidero di riscatto politico delle masse lavoratrici bianche, comporta che la fiducia risulti funzionale a una trasformazione strutturale politica; funzionale al consenso di una parte della società per una innovazione “costituzionale” in cui le libertà individuali sono riformulate e il potere sovrano, seppur elettorale, possa assumere forme che trova un limite solo in se stesso. Si tratta di una prospettiva in cui il pensiero economico, per le molte radici che ha in quello liberale e socialista, fa fatica ad affrontare e pone un punto problematico: come gli studiosi sociali (e gli economisti nel caso in discussione) sono in grado di adattare la loro strumentazione analitica per approfondire il formarsi e il dissolversi delle “linee rosse”, poiché solo comprendendo la flessibilità dei parametri che condizionano lo sviluppo di un’economia (e di una società) è possibile formulare proposte in grado di ridefinirli per renderli coerenti con la visione del futuro che ispira la politica economica.

Introducendo la terza parte del libro, Togati dichiara che il suo tentativo era quello di “affrontare una doppia sfida [sia quella] empirica o descrittiva di riuscire a cogliere le “nuove regole del gioco”, cioè cosa sta cambiando nell’economia e nella società attuali (…) dopo l’elezione del Tycoon [sia quella] intellettuale di adeguare il modo di pensare l’economia per comprendere e governare questi cambiamenti”. Per l’efficace presentazione del quadro generale e delle numerose questioni di dibattito, nonché per la piacevole esposizione, il libro testimonia che la sfida è stata efficacemente raccolta. 

Dario Togati, Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella), Diarkos, 2026.

L'articolo Come il Trumpismo cambia l’economia sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

  •  

Sacro o sacrificabile

L a Val d’Orcia è uno di quei luoghi che riconosciamo prima ancora di averli visti. Un’unica immagine: le file di cipressi sul crinale, le colline color pane, il casale isolato in fondo alla strada bianca. È l’icona per eccellenza della campagna toscana, quella che vende il Brunello e riempie i social media. Nel 2004 l’UNESCO l’ha iscritta nella Lista del Patrimonio mondiale come paesaggio culturale, per i criteri quarto e sesto: il ridisegno del paesaggio secondo gli ideali di buon governo e l’influenza sui pittori senesi del Rinascimento. Il testo attraverso il quale viene presentata contiene già la contraddizione che quel riconoscimento alimenta.

La Val d’Orcia è un eccezionale esempio del ridisegno del paesaggio nel Rinascimento, che illustra gli ideali di buon governo nei secoli XIV e XV della città-stato italiana e la ricerca estetica che ne ha guidato la concezione.

Ridisegno. La motivazione che consacra il territorio lo definisce esplicitamente un artefatto: un territorio “riscritto” dall’uomo per rappresentare un’idea politica, quella della città-stato senese e del suo governo.

La cartolina che non c’era
L’antropologo Mariano Fresta, in “La Val d’Orcia: ovvero l’invenzione di un paesaggio tipico toscano” uscito su Lares nel 2011, ha definito quelle motivazioni “arbitrarie e inventate”. La sua lettura poggia su una storia documentata. Fino agli anni Trenta del Novecento la Val d’Orcia era tutt’altro che il dolce paesaggio mezzadrile che conosciamo: una distesa argillosa di calanchi e biancane, quasi disabitata e improduttiva, un deserto di crete che i viaggiatori del Grand Tour attraversavano con sgomento. Nel 1739 il “Presidente” De Brosses vi vedeva scheletri di roccia calcinata senza un filo di verde; l’anno dopo il poeta Thomas Gray parlava di colline orrende e inutili. Ancora nel 1924 Iris Origo, arrivando alla Foce, trovava un paesaggio lunare e disumano, arido come un deserto.

Quella bellezza che oggi consideriamo eterna è un prodotto del Novecento. A partire dal 1929 il Consorzio per la trasformazione fondiaria della Val d’Orcia avviò l’opera, proseguita per tutto il secolo a colpi di mine e di ruspe: i calanchi vennero spianati, le biancane arrotondate, i corsi d’acqua imbrigliati, la valle resa finalmente coltivabile. Fu una bonifica guidata da grandi proprietari, il marchese Antonio Origo tra i primi, pensata per una conduzione mezzadrile. Il paesaggio ameno di oggi è giovanissimo: circa un secolo.

La cartolina della Val d’Orcia è la manifestazione plastica di una decisione: quale configurazione territoriale meritasse di essere sottratta alla trasformazione e chiamata “bene da tutelare”.
Persino l’immagine più fotografata della Toscana, la strada bianca che sale a tornanti fiancheggiata dai cipressi, appartiene a quella stagione. La compose, negli anni Venti e Trenta, la cerchia degli Origo con l’architetto inglese Cecil Pinsent, per collegare i poderi appena bonificati e per evocare deliberatamente la pittura senese del Trecento, gli affreschi del Buon governo che Ambrogio Lorenzetti dipinse nel 1338. La motivazione dell’UNESCO chiama “rinascimentale” quel ridisegno e colloca la Scuola senese “durante il Rinascimento”. Sbaglia l’epoca due volte: il ridisegno vero è del Novecento; la Scuola Senese di Lorenzetti è del Trecento, tardo Medioevo, un secolo prima del Rinascimento che semmai annuncia.

Il rapporto va dunque corretto: un artefatto del Novecento è stato disegnato per assomigliare a dipinti trecenteschi. Il “buon governo” citato nella motivazione è l’ispirazione per un diorama a grandezza naturale, la ricostruzione moderna di un affresco del 1338. Il vincolo del 2004 ha congelato questa immagine costruita e l’ha dichiarata natura originaria. La cartolina della Val d’Orcia è la manifestazione plastica di una decisione: quale configurazione territoriale meritasse di essere sottratta alla trasformazione e chiamata “bene da tutelare”.

Il paesaggio come sedimento di decisioni
Proviamo a partire da più lontano. L’idea di una natura originaria e intatta, precedente la mano dell’uomo, è essa stessa un’illusione. Anche i cacciatori-raccoglitori modellavano l’ambiente, soprattutto con il fuoco: le bruciature a mosaico aprivano radure, orientavano la fauna, ridisegnavano la vegetazione. In questo senso, non c’è un paesaggio vergine da difendere, perché il territorio porta impronte umane da molto prima dell’agricoltura.

L’idea di una natura originaria e intatta, precedente la mano dell’uomo, è essa stessa un’illusione. La forma ordinata che chiamiamo bellezza è già, alle sue origini agricole, proprietà.
Ciò che cambia con l’agricoltura stanziale è, in realtà, la tipologia di impronta. Il foraggiatore riplasmava un ecosistema che restava “mobile” e ne regolava l’accesso in forme molto varie, da territori difesi a confini fluidi, spesso senza alcuna nozione di proprietà della terra. L’agricoltore sedentario recintava, misurava, possedeva e trasmetteva: imponeva al suolo una forma stabile, parcellizzata, ereditabile. Da allora, ogni paesaggio porta inscritta una divisione della terra e un rapporto di potere. La forma ordinata che chiamiamo bellezza è già, alle sue origini agricole, forma della proprietà.

Che il paesaggio agrario sia storia sedimentata, stratificata, lo aveva argomentato Emilio Sereni nella sua Storia del paesaggio agrario italiano, del 1961. Per Sereni ogni configurazione del territorio coltivato è la traccia leggibile di un modo di produzione, di un regime di proprietà, di una divisione del lavoro. La disposizione dei filari, la forma dei campi, la rete dei sentieri raccontano chi possedeva la terra e chi la lavorava. Il paesaggio è pertanto un documento e va decifrato come tale, più che contemplato. Nello stesso anno, Lucio Gambi pubblicava la sua Critica ai concetti geografici di paesaggio umano, un testo radicale. Gambi contestava l’idea stessa di “paesaggio” come categoria scientifica neutra, perché quella parola tende a naturalizzare ciò che è sociale: trasforma i rapporti di potere e di classe in una forma estetica autoevidente, in un panorama.

La conseguenza è che chiamare paesaggio un assetto del territorio significa già sottrarlo alla domanda su chi lo ha voluto e a vantaggio di chi. Vent’anni dopo, Eric Hobsbawm e Terence Ranger davano un nome al meccanismo generale con The Invention of Tradition, del 1983. La loro tesi riguardava riti, bandiere e cerimonie presentati come antichissimi ma in realtà costruiti a tavolino nell’Ottocento industriale.

Nessun paesaggio è un dato originario. Ognuno è una configurazione tra le tante possibili, selezionata a un certo punto della storia, congelata e poi ridefinita come naturale.
Il procedimento che descrivono è valido, però, anche per i luoghi. Si sceglie un frammento del passato, lo si dichiara autentico e originario, lo si sottrae al tempo. La tradizione inventata infatti funziona anche perché nasconde la propria data di nascita.

Mettendo insieme le tre lezioni si ottiene una chiave interpretativa interessante: nessun paesaggio è un dato originario. Ognuno è una configurazione tra le tante possibili, selezionata a un certo punto della storia, congelata e poi ridefinita come naturale.

Attenzione: questa non è una raffinatezza da specialisti. È la premessa che rende comprensibile tutto ciò che accade oggi quando il territorio diventa terreno di scontro tra chi vuole tutelarlo e chi vuole trasformarlo. La stessa lettura circola in un fronte vivo di studi, le environmental humanities, che ha uno dei suoi centri nel Rachel Carson Center di Monaco. L’antropologo Paolo Gruppuso, sulle paludi pontine, mostra come perfino la tutela della natura possa diventare spossessamento. Con un’avvertenza: il territorio è oggetto delle nostre decisioni e insieme un soggetto che reagisce.

Lo stesso territorio, due sguardi
C’è un’inconscia simultaneità dei due atteggiamenti. Guardiamo la stessa area geografica in due modi opposti e li teniamo insieme senza avvertire la contraddizione. Da un lato il territorio è opera d’arte: intoccabile, sacro, da proteggere da qualsiasi intervento come si protegge un affresco. Dall’altro è supporto: materia grezza, superficie disponibile, riserva di risorse da mettere a reddito. La stessa collina può essere l’una o l’altra cosa a seconda dello sguardo e delle intenzioni.

Il dibattito italiano sulla transizione è bloccato dentro un’alternativa data unanimemente per buona: tutelare oppure trasformare, conservare il paesaggio oppure sacrificarlo agli impianti. Nessuna delle due posizioni mette in discussione la premessa: che esista un paesaggio dato.
La parola che tiene insieme i due punti di vista, permettendo di passare dall’uno all’altro senza dichiararlo, è “naturale”. Definire naturale un pezzo di mondo produce due effetti in un colpo solo. Se quel territorio è naturale nel senso di prezioso e incontaminato, ogni trasformazione diventa profanazione. Se è naturale nel senso di grezzo e non ancora valorizzato, ogni trasformazione diventa progresso e modernizzazione; una messa a frutto di ciò che altrimenti resterebbe inerte. In entrambi i casi la parola svolge la stessa funzione: elimina le domande su chi abbia stabilito la condizione di quel luogo e perché.

Al di là della curiosità intellettuale, l’ostacolo è concreto. Il dibattito italiano sulla transizione energetica è bloccato dentro un’alternativa data unanimemente per buona: tutelare oppure trasformare, conservare il paesaggio oppure sacrificarlo agli impianti. Chi difende un crinale dalle pale eoliche invoca il paesaggio. Chi rivendica quelle pale come necessità energetico-climatica accetta implicitamente che il paesaggio sia un costo da pagare. Nessuna delle due posizioni mette in discussione la premessa: che esista un paesaggio dato, con confini stabiliti da qualcuno prima e altrove.

La domanda, invece, è un’altra e riguarda chi decide quale territorio è sacro e quale sacrificabile, con quali criteri e a beneficio di chi. Spostare la questione dal cosa al chi cambia la natura del problema: da estetica a politica o, più brutalmente, dalla contemplazione al potere.

Chi firma la sentenza
In Italia esiste una macchina amministrativa che decide materialmente quale suolo sia idoneo a ospitare un impianto e quale no. È la procedura di individuazione delle aree idonee e non idonee per le fonti rinnovabili, il cuore del permitting. È lì che si vede all’opera, in forma di norma, il meccanismo descritto finora. Il criterio con cui un’area viene dichiarata idonea continua a essere, dopo anni, geometrico prima ancora che qualitativo. La legge di conversione del decreto sulle aree idonee, la n. 4/2026, che ha riscritto la materia dentro il Testo unico sulle rinnovabili (d. lgs. 190/2024), impone alle Regioni fasce di rispetto misurate a compasso: tre chilometri dai beni tutelati per gli impianti eolici, cinquecento metri per il fotovoltaico. Fissa una quota massima di terreno agricolo utilizzabile. Esclude in blocco interi insiemi, come i siti UNESCO e i beni vincolati; dove l’area è idonea, invece, alleggerisce iter e controlli.

L’idoneità di un suolo non discende dalle sue caratteristiche reali, bensì dalla distanza da un perimetro tracciato altrove e da una percentuale calcolata a monte. La sentenza su un territorio precede l’incontro con quel territorio.
L’idoneità di un suolo non discende, dunque, dalle sue caratteristiche reali, dalla qualità agronomica, dal valore ecologico o storico di quel campo specifico. Discende dalla distanza da un perimetro tracciato altrove e da una percentuale calcolata a monte. La sentenza su un territorio precede l’incontro con quel territorio. L’instabilità di questi criteri ne dimostra l’arbitrarietà. Un decreto del giugno 2024 concedeva fasce di rispetto fino a sette chilometri; un anno dopo il TAR del Lazio le ha annullate. Sette chilometri o tre, cinquecento metri o mille: il confine tra idoneo e non idoneo si sposta a colpi di decreto e di sentenza, mentre il suolo su cui cade resta identico.

Le piste dell’aeroporto di Fiumicino pagano ancora oggi la storia ignorata di quel suolo: sorgono sul sedime dell’antico Stagno di Maccarese, il più grande del delta tiberino, prosciugato dalla bonifica novecentesca. Quei suoli torbosi e argillosi cedono di circa un centimetro e mezzo l’anno; da decenni le piste vanno riprofilate e ripavimentate per inseguire un terreno che sprofonda. La bonifica aveva cancellato lo stagno dalla carta ma il suolo continua a ricordarlo. Anche il territorio decide, a modo suo. Leggere la storia di un luogo prima di scegliere ha un prezzo concreto: chi salta quella lettura lo paga in cedimenti, denaro e manutenzione senza fine.

La partita giuridica degli ultimi due anni, combattuta soprattutto in Sardegna, dimostra che l’idoneità di un’area è un verdetto piuttosto che una lettura oggettiva della realtà. Nel luglio 2024 la Regione ha varato una legge che, fin dal titolo, invocava “la salvaguardia del paesaggio” per imporre diciotto mesi di moratoria a ogni nuovo impianto. Il paesaggio come scudo. La Corte costituzionale, con la sentenza 28/2025, l’ha dichiarata illegittima: una tutela che diventa divieto generalizzato contrasta con l’obbligo di diffondere le rinnovabili.

Poco dopo la moratoria, la Sardegna aveva approvato un’altra legge, la n. 20/2024, che individuava le aree idonee e non idonee classificando come non idonea la quasi totalità del proprio territorio. Anche questa è caduta. Con la sentenza n. 184/2025 la Corte costituzionale ha bocciato in gran parte quella legge, ribadendo un principio che vale ben oltre la Sardegna: la qualifica di non idoneità di un’area non può tradursi in un divieto aprioristico e assoluto di installare impianti.

La stessa logica geometrica produce un effetto analogo sul versante agricolo. Il “decreto agricoltura” del 2024 ha vietato il fotovoltaico a terra su tutti i terreni classificati agricoli, gran parte del Paese, senza distinguere il campo di pregio dal seminativo abbandonato. Il TAR del Lazio lo ha giudicato sproporzionato e lo ha rimesso alla Consulta, che si è espressa il 16 luglio dichiarandolo legittimo; nel frattempo il legislatore lo ha riproposto quasi identico. Categorie tracciate a priori, sempre indifferenti alla qualità del suolo che colpiscono. Il filo che tiene insieme la moratoria bocciata, la legge sarda sulle aree idonee, il divieto sul fotovoltaico agricolo è uno solo. In tutti questi casi “paesaggio” e “suolo agricolo” funzionano come categorie giuridiche buone a includere o escludere interi territori con un tratto di penna, prima e indipendentemente da qualsiasi esame del luogo.

La Val d’Orcia e i crinali della Basilicata
Torniamo ai due poli. Da un lato la Val d’Orcia: consacrata dal vincolo, monetizzata dal turismo e dal vino, protetta come opera d’arte e venduta come esperienza. Dall’altro i crinali della Basilicata, che i 1.567 megawatt di torri eoliche rendono la quarta regione d’Italia per potenza installata, dietro Puglia, Sicilia e Campania, secondo i dati raccolti da Legambiente nella guida Parchi del vento del giugno 2026. Un territorio consacrato e un territorio messo a reddito energetico. Occorre una concessione onesta: le pale sui crinali lucani trasformano il paesaggio davvero. Chi le difende, dicendo che non si vedono o che ci si abitua, mente o si illude. Un aerogeneratore alto come un palazzo di quaranta piani modifica lo skyline di una valle in modo irreversibile per la durata della sua vita. Il costo paesaggistico dell’eolico è reale e va ricordato.

La consacrazione della valle agisce da esenzione: tiene gli impianti lontani da quelle colline e li spinge altrove, sui crinali che nessun vincolo difende.
Ma proprio qui appare l’ipocrisia del doppio sguardo. Anche la Val d’Orcia è stata trasformata dalla mano dell’uomo in modo altrettanto radicale, in tempi assai più recenti di quanto la sua aura lasci pensare. Spianare a mine e ruspe i calanchi di una valle o piantare aerogeneratori su un crinale sono due modi di “riscrivere” il territorio, entrambi novecenteschi, entrambi guidati da capitale e potere. La differenza, come spesso accade, sta tutta nel racconto: una trasformazione è stata consacrata, l’altra è additata come profanazione. Lo stesso gesto, il decidere quale forma imporre al territorio e chi ne pagherà il prezzo, può significare tutela o condanna.

Già uno studio della Fondazione Tagliolini con l’Università di Pisa, nel 2011, raccoglieva le voci di agricoltori della valle che, davanti a un grano duro sempre meno redditizio, avrebbero voluto installare pale e pannelli nei propri campi e si trovavano bloccati in un territorio che uno di loro definiva “ingessato”. La domanda di rinnovabili affiorava anche qui; a mancare era l’idoneità. La consacrazione della valle agisce da esenzione: tiene gli impianti lontani da quelle colline e li spinge altrove, sui crinali che nessun vincolo difende.

Chi conosce la storia della bonifica dell’Agro Pontino ritrova qui lo stesso schema novecentesco. Le paludi a sud di Roma erano un latifondo di proprietà esclusiva. I pochi che vi abitavano vivevano di concessione ed elargizione dei padroni, lontano da qualsiasi Eden di beni comuni. La modernizzazione che le “riscrisse” fu prima un progetto dell’Italia liberale: l’intuizione elettrofinanziaria di un imprenditore lombardo, Gino Clerici, che molto prima del fascismo immaginò di prosciugare quelle terre e di fondarvi una città, proprio dove sarebbe poi sorta Littoria. Quel disegno divenne, in altre mani e con altra bandiera, la bonifica integrale del regime, che costruì le città nuove e si intestò la paternità dell’idea. In entrambe le stagioni la posta era la stessa: trasformare un territorio a vantaggio di chi ne aveva i mezzi, mentre a lavorarlo arrivavano operai e coloni-mezzadri da lontano, su terre non loro.

La rimozione funziona anche al contrario. Oggi quelle paludi vengono rimpiante in televisione come “la nostra Amazzonia”, foresta selvaggia cancellata dal cemento. Dietro quella natura perduta spariscono di nuovo il latifondo e i suoi concessionari. Con una beffa: neppure l’Amazzonia è natura vergine, plasmata com’è da millenni di presenza umana. Lo stesso vale per la wilderness americana: Yosemite e Yellowstone, icone della natura vergine, sono paesaggi costruiti espellendo le popolazioni native che li abitavano, come ha argomentato William Cronon. La bonifica pontina, la consacrazione della Val d’Orcia e il sacrificio dei crinali lucani sono, in questo quadro, una cosa sola.

Il paesaggio come alibi nella transizione
Il modo ambiguo con cui ci rapportiamo al territorio, opera d’arte da un lato e supporto da sfruttare dall’altro, spiega il modo altrettanto ambiguo con cui guardiamo alla transizione energetica ed ecologica. Perché il doppio sguardo rende “paesaggio” una parola-alibi: uno strumento retorico che seleziona ciò che merita indignazione e ciò che merita silenzio, secondo criteri mai dichiarati. Si invoca il paesaggio per fermare l’impianto che non si vuole vedere e lo si ignora davanti all’autostrada, al capannone, al villaggio turistico, al ponte che già occupano o occuperanno lo stesso orizzonte.

Il modo ambiguo con cui ci rapportiamo al territorio, opera d’arte da un lato e supporto da sfruttare dall’altro, spiega il modo altrettanto ambiguo con cui guardiamo alla transizione energetica ed ecologica.
Finché il dibattito resta impigliato nell’alternativa tra tutelare e trasformare, vince sempre chi ha ottenuto il vincolo o scritto la norma: il confine tra il sacro e il sacrificabile è tracciato a monte, da chi ha peso economico e culturale sufficiente per farlo. Restituire al tema il suo centro, ricordare che si tratta di una questione di potere sul suolo prima che di estetica, non risolve il conflitto tra energia e paesaggio. Lo sposta però sul terreno giusto. Prima di stabilire se un luogo sia intoccabile o sacrificabile andrebbe letto: ricostruite le trasformazioni che lo hanno reso ciò che è, riconosciuto chi le ha volute e a chi sono servite. Interpretare un territorio, prima di giudicarlo, è già togliergli la maschera della natura. Ed è allora che possiamo porre la domanda vera: quale interesse ha deciso che quella valle valesse più di un crinale, quando lo ha deciso e chi ci ha guadagnato.

Consacrare una valle e sacrificare un crinale sono lo stesso gesto, anche a un secolo di distanza.

L'articolo Sacro o sacrificabile proviene da Il Tascabile.

  •  

Pradhan si dimette. La vittoria della Gen Z indiana è solo a metà

Pradhan si dimette. La vittoria della Gen Z indiana è solo a metà

Modi, costretto a venire a patti con il movimento degli scarafaggi, fa saltare un suo ministro. Consente anche il risarcimento delle famiglie dei suicidi, e cadono i procedimenti legali contro chi ha manifestato. Ma in tanti vogliono continuare la protesta

L'articolo Pradhan si dimette. La vittoria della Gen Z indiana è solo a metà proviene da China Files.

  •  

In Cina e Asia – Il colosso cinese dei chip CXMT debutta alla borsa di Shanghai

In Cina e Asia – Il colosso cinese dei chip CXMT debutta alla borsa di Shanghai CXMT

I titoli di oggi:

Il colosso cinese dei chip CXMT debutta alla borsa di Shanghai
La Cina affronta i nuovi dazi americani da una posizione di forza
Cina, annunciati nuovi controlli sulle esportazioni di prodotti “dual use” verso l'Ue
Università di Shanghai apre indagine sulla morte di una bambina sottoposta a editing genetico
Due accademici cinesi hanno vinto il più prestigioso premio mondiale per la matematica
Zelensky:"30mila soldati nordcoreani pronti a raggiungere l'Ucraina"
Myanmar, diminuiscono gli scontri tra esercito e ribelli
Il Giappone effettuerà un test per estrarre terre rare a 6 km di profondità
Gli scontri con la Thailandia hanno messo in crisi l'economia cambogiana

L'articolo In Cina e Asia – Il colosso cinese dei chip CXMT debutta alla borsa di Shanghai proviene da China Files.

  •  

制作一张可以伸缩的榫卯椅子【阿木爷爷 Grandpa Amu】

💾

生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube 【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#手工艺#老木匠
  •  

U-Matic JVC il videoregistratore indistruttibile - Lo riporto in vita 40 anni dopo!

💾

🥼SUPPORTO AL CANALE:
🪛Patreon: https://www.patreon.com/c/MVVblog
🪛Donazioni Paypal: https://www.paypal.com/donate/?hosted_button_id=LSV2ELFE5P9UW
🪛Abbonati a questo canale per accedere agli svantaggi:
https://www.youtube.com/channel/UCKzaFqpSVNmFxiOLTqZmv9Q/join
🪛Wishlist https://www.amazon.it/hz/wishlist/ls/3ICN20O96DPWT?ref_=wl_share
----------------------------------------------------------------------------------
🪛Tutti i miei affiliati e sconti: https://mvvblog.it/sponsor
----------------------------------------------------------------------------------
🥼INFO, SOCIAL E CONTATTI:
🪛 https://www.mvvblog.it
🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼
🪛SOLO per Sponsor e affiliati: mvvblogbusiness@gmail.com
-----------------------------------------------------------------------------------
Shinkiro su U-Matic https://www.youtube.com/watch?v=pnlBUTwPX6s
"Fra le altre cose" versione strumentale https://www.youtube.com/watch?v=sEer01CXIHE
-----------------------------------------------------------------------------------
JVC CR-8250E Service Manual https://archive.org/details/manual_CR8250E_SM_JVC_EN/page/n7/mode/2up
Brochure ufficiale “New Tape Handler” del CR-8250U
https://archive.org/details/jvc-cr-8250-u-new-tape-handler-34-inch-videocassette-editing-recorder
-----------------------------------------------------------------------------------
Timeline
00:00 - Introduzione al videoregistratore professionale JVC U-VCR (U-matic)
00:41 - Sono Enrico Papi
01:07 - Prima accensione e analisi
04:02 - Gestione di un "disastro" meccanico: nastro incastrato e tilt del sistema.
05:57 - Identificazione e riparazione del primo guasto
08:17 - Problemi persistenti: il sistema va in errore.
12:20 - Analisi tecnica tramite il service manual
15:00 - Test con oscilloscopio e individuazione del guasto.
16:30 - Tentativi di riparazione.
18:24 - Soluzione temporanea.
19:24 - Test finale e funzioni di montaggio video.
22:51 - Conclusioni e saluti finali dal bunker.
-----------------------------------------------------------------------------------
#MVVblog #elettronica #riparazione #vintage #tecnologia #Umatic #JVC #videoregistratore #analogico #restauro #restoration #teardown #oscilloscopio #lab #fattoincasa #VCR
  •  

Carlos lo Sciacallo, il più temuto terrorista internazionale tra mito e verità

💾

In questo nuovo approfondimento DarkSide entriamo nella vita di Ilich Ramírez Sánchez, alias Carlos lo Sciacallo: il terrorista internazionale più ricercato della Guerra Fredda, autore dell'attacco più clamoroso del XX secolo prima dell'11 settembre.

Con Valentine Lomellini, storica e docente all'Università di Padova, ripercorriamo la sua parabola a partire dal libro "Carlos lo Sciacallo. Storia del più temuto terrorista internazionale", frutto di una ricerca su documenti d'archivio mai consultati prima — comprese le carte di Cecoslovacchia, Bulgaria e Germania Est.
Tra i temi trattati:

Infanzia e formazione in una famiglia comunista venezuelana
Dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina al jihadismo
Il rapimento dei ministri OPEC a Vienna, 1975
Il vero rapporto con l'URSS: agente doppio o stratega indipendente?
Il legame provato con l'Armata Rossa giapponese
Le domande ancora aperte sulla sua figura

"Non credo fosse un agente doppio, credo che avesse un proprio disegno politico" — Valentine Lomellini.

Capitoli:

00:30 Perché la sua figura affascina ancora oggi
01:49 Infanzia e formazione: la famiglia comunista venezuelana
03:14 Londra, Mosca e i primi passi nella militanza
03:51 La svolta jihadista: quando e come avviene
05:08 L'adesione alla causa palestinese e il PFLP
05:45 L'attentato all'OPEC di Vienna: l'azione più clamorosa
07:50 Negli archivi: documenti mai consultati prima
09:55 Il rapporto con l'URSS: agente doppio o stratega autonomo?
12:38 Il legame con l'Armata Rossa giapponese
14:32 Mito o realtà: cosa resta ancora da capire

---

🔎 DarkSide - Storia Segreta d'Italia è il format di informazione indipendente promosso dall'Associazione Culturale DarkSide per raccontare gli angoli bui della storia contemporanea d'Italia.

🔴 SOSTIENICI: https://darksideitalia.it/associazione-culturale-darkside/#dona-ora
📩 Iscriviti alla newsletter: https://darksideitalia.it/#contatto
📲 Seguici su Instagram: https://www.instagram.com/darksideitalia/
✅ Iscriviti al canale WhatsApp: https://whatsapp.com/channel/0029VaVj6IU0gcfFmvvHnH3x
  •  

Typhoon Noul: Shenzhen girl, 6, blown away by gale, runs back to safety

As Typhoon Noul barrelled into southern China on Sunday with winds reaching 160km/h (99mph), violent gusts ripped a cot from indoors and flipped it over several metres away, sending the child inside flying to the ground. Hongxing News, a Chinese media outlet, reported that a six-year-old girl lying in her cot in the southern city of Shenzhen was blown from inside a building onto the grass verge outside. Footage released by Hongxing showed a ground-floor grocery shop being battered by the gale,...

  •  

Fake ICE raids and kidnapping drills: how Chinese teens prepare for US college

International students once saw US colleges as a gateway to a world-class education and career head start but shifting United States immigration policies, tightening visa conditions and high-profile ICE raids are causing them to reconsider. In the first in our series, Phoebe Zhang looks at how Chinese students are preparing for life – and safety – in America. The second instalment in our series is here. Beijing student Lulu Lu was just preparing for bed when she was startled by loud banging at...

  •  

Radio DARC berichtet über USKA-Widerstand

Radiomacher Wolf-Dieter, DL2MCD, hat auf Radio DARC berichtet, wie sich die USKA gegen die im Ernstfall drohende Beschlagnahmung der Funkanlagen der Schweizer Funkamateure wehrt.

Der Bund greift nach den Funkgeräten der Schweizer Funkamateurinnen und Funkamateure. Am 26.7.2026 schilderte Wolf-Dieter, DL2MCD, auf Radio DARC (KW: 6070 kHz und 9670 kHz) die Pläne des Eidgenössischen Departements für Verteidigung, Bevölkerungsschutz und Sport (VBS).

Die geplante Requisitionsverordnung erlaubt der Armee im Ernstfall den Zugriff auf technische Anlagen. Das VBS will die Ausrüstung im Krisenfall schlicht abholen. In ihrer Vernehmlassung fordert die USKA Kooperation statt Enteignung.

Beitrag von Radio DARC hören (MP3)

Zum Bericht der USKA

USKA Eingabe Vernehmlassung Requisition

Published: HB9HGH 2026-07-26 13:41:24

  •  

NASA Astronaut Chris Williams, Crewmates Return from Space Station

The Soyuz MS-28 spacecraft is seen as it lands in a remote area near the town of Zhezkazgan, Kazakhstan
The Soyuz MS-28 spacecraft is seen as it lands in a remote area near the town of Zhezkazgan, Kazakhstan with Expedition 74 NASA astronaut Chris Williams, and Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov, and Sergei Mikaev aboard, Sunday, July 26, 2026. 
NASA/Bill Ingalls

Concluding an eight-month science mission aboard the International Space Station, NASA astronaut Chris Williams returned to Earth on Sunday alongside Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov and Sergei Mikaev.

The crew made its safe, parachute-assisted landing at 5:27 a.m. CDT (3:27 p.m., Kazakhstan time), southeast of Dzhezkazgan, after departing the space station at 2:03 a.m., aboard the Soyuz MS-28 spacecraft.

The crew was in space for 241 days, orbiting the Earth 3,856 times and traveling more than 102 million miles. They launched to the International Space Station on Nov. 27, 2025. The mission was the first for Williams and Mikaev and the second for Kud-Sverchkov.

While aboard the orbiting laboratory, Williams supported a wide range of scientific investigations and technology demonstrations. He helped advance research for new cancer treatments and improved in-space manufacturing of materials used in high-performance computers and electronics. Williams also completed two spacewalks to prep for space station power system upgrades and to replace a faulty joint on the Canadarm2 robotic arm. The crew’s work aboard the space station helps improve life on Earth and prepare for future human missions to the Moon and Mars.

Following post-landing medical checks, the crew members will fly by helicopter to Karaganda, Kazakhstan, where recovery teams are based. Williams then will board a NASA aircraft bound for the agency’s Johnson Space Center in Houston.

For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

www.nasa.gov/station

-end-

Joshua Finch / Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov / james.j.russell@nasa.gov

Leah Cheshier / Anna Schneider
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
leah.d.cheshier@nasa.gov / anna.c.schneider@nasa.gov

Share

Details

Last Updated
Jul 26, 2026
Editor
Jennifer M. Dooren
  •  

NASA Astronaut Chris Williams, Crewmates Return from Space Station

The Soyuz MS-28 spacecraft is seen as it lands in a remote area near the town of Zhezkazgan, Kazakhstan
The Soyuz MS-28 spacecraft is seen as it lands in a remote area near the town of Zhezkazgan, Kazakhstan with Expedition 74 NASA astronaut Chris Williams, and Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov, and Sergei Mikaev aboard, Sunday, July 26, 2026. 
NASA/Bill Ingalls

Concluding an eight-month science mission aboard the International Space Station, NASA astronaut Chris Williams returned to Earth on Sunday alongside Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov and Sergei Mikaev.

The crew made its safe, parachute-assisted landing at 5:27 a.m. CDT (3:27 p.m., Kazakhstan time), southeast of Dzhezkazgan, after departing the space station at 2:03 a.m., aboard the Soyuz MS-28 spacecraft.

The crew was in space for 241 days, orbiting the Earth 3,856 times and traveling more than 102 million miles. They launched to the International Space Station on Nov. 27, 2025. The mission was the first for Williams and Mikaev and the second for Kud-Sverchkov.

While aboard the orbiting laboratory, Williams supported a wide range of scientific investigations and technology demonstrations. He helped advance research for new cancer treatments and improved in-space manufacturing of materials used in high-performance computers and electronics. Williams also completed two spacewalks to prep for space station power system upgrades and to replace a faulty joint on the Canadarm2 robotic arm. The crew’s work aboard the space station helps improve life on Earth and prepare for future human missions to the Moon and Mars.

Following post-landing medical checks, the crew members will fly by helicopter to Karaganda, Kazakhstan, where recovery teams are based. Williams then will board a NASA aircraft bound for the agency’s Johnson Space Center in Houston.

For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

www.nasa.gov/station

-end-

Joshua Finch / Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov / james.j.russell@nasa.gov

Leah Cheshier / Anna Schneider
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
leah.d.cheshier@nasa.gov / anna.c.schneider@nasa.gov

Share

Details

Last Updated
Jul 26, 2026
Editor
Jennifer M. Dooren
  •  

Were the German courts too soft on Chinese members of drug rape network?

Minutes after a Berlin court sentenced a Chinese man to five years in prison for aiding and abetting aggravated rape and sexual coercion, two women who had sat through the trial hugged each other and cried. But the case left one of those women, named Kristina, balancing mixed emotions as she struggled to reconcile her desire to see the perpetrators punished and questions about what justice really meant in a case of this nature. The 32-year-old accused, who was studying medicine, was jailed for...

  •  

Agostino e il mistero dell’anima | Il Libro X delle Confessioni

Agostino ci conduce nel luogo più misterioso che esista: l’anima umana. Il Libro X delle Confessioni è una delle più grandi esplorazioni dell’interiorità mai scritte. In questa puntata di Scorribande filosofiche ascolteremo una selezione continuativa delle pagine dedicate alla memoria, alla felicità, alla verità e alla ricerca di Dio. Lasciate parlare direttamente Agostino: poche opere […]

  •  

Oltre 800 km in autostrada: i consumi reali dell'Audi Q3 Sportback TDI

In Italia la Audi Q3 è la bestseller dei Quattro anelli: la terza serie si presenta con uno stile più pulito e soluzioni tecnologiche ereditate dai modelli di segmento superiore. Accanto alla SUV c'è la Sportback, con il tetto dall'andamento più filante e 4 cm meno in altezza, che le danno un look più sportivo. La SUV di Ingolstadt è lunga 4.531 mm e ha un passo di 2.681 mm, che assicura un buon agio per chi siede dietro (ma non per chi sta al centro). Non da record la capacità del bagagliaio, che però ha forme regolari e si rivela versatile grazie al divano che scorre di 10 cm: si passa da un minimo di 363 a 421 litri. Come da tradizione per la Casa tedesca, anche sulla Q3 materiali e assemblaggi sono di ottima fattura. Nuovo il Palcoscenico Digitale, il grande display che ospita la strumentazione digitale e l'infotainment. Audi Q3 Sportback TDI: il motore Il quattro cilindri turbodiesel da 2.0 litri è un grande classico della produzione tedesca, che qui lavora senza &quot;aiutini&quot; elettrici ed è abbinato all'altrettanto collaudato cambio DSG a doppia frizione a sette rapporti: il motore eroga 110 kW (150 CV) e 360 Nm di coppia, che gestiscono senza affanni il peso dell'auto (1.799 kg in condizioni di prova). Considerando l'autonomia di oltre 800 km in autostrada e il confort di cui è capace, i viaggi sono il pane quotidiano della Q3. A cui però non è il caso di chiedere troppa sportività: la ripresa non manca mai, ma senza eccessi. La trazione integrale è disponibile sulla motorizzazione più potente, da 142 kW (193 CV). Audi Q3 Sportback TDI: i consumi reali *Prezzo del gasolio al 21/07/2026: 2.107 /litroNella Prova su strada, pubblicata su Quattroruote di febbraio 2026, la Audi Q3 Sportback TDI conferma la sua vocazione di auto per chi deve macinare tanti chilometri tutti i giorni, anche in virtù di un'autonomia notevolissima nei lunghi viaggi (14,8 km/l in autostrada). In città sconta, come prevedibile, l'assenza del mild hybrid (13,9 km/l). Il 2.0 TDI da 150 CV si conferma comunque un buon compromesso tra efficienza e prestazioni. Certo, il prezzo del gasolio di queste ultime settimane costringe a qualche valutazione aggiuntiva. Audi Q3 Sportback TDI: gamma e allestimenti La gamma della Audi Q3 è composta dai tre allestimenti Business, Business Advanced e S line. Fin dal modello base sono di serie i cerchi in lega da 17&quot;, il palcoscenico digitale con quadro strumenti da 11,9&quot; e infotainment da 12,8&quot;, l'impianto audio Audi Sound System, la ricarica wireless per gli smartphone, il portellone ad apertura elettrica, il climatizzatore bizona e lo sterzo progressivo. La Business Advanced aggiunge i cerchi da 18&quot;, il cruise control adattivo, l'assistente di parcheggio Plus e la guida assistita di livello 2. La S line completa la dotazione con una caratterizzazione sportiva esterna e interna, i cerchi da 19 e i gruppi ottici a LED anteriori e posteriori. Audi Q3 Sportback TDI: i prezzi Audi Q3 Sportback TDI Business: 47.500 euroAudi Q3 Sportback TDI Business Advanced: 50.100 euroAudi Q3 Sportback TDI S line: 52.300 euro Consumi reali, tutte le nostre prove autoAudi Q3 Sportback TDIDacia Duster Hybrid 155Fiat 500 HybridHonda Prelude 2.0 HEVHyundai Tucson 1.6 HEVRenault Clio E-TechToyota Aygo X 115 Hybrid
  •  

Typhoon Noul grounds 1,800 flights and halts trains as southern China hit by heavy rains

High-speed rail services and flights across Guangdong province were cancelled on Sunday after Typhoon Noul made landfall in the province, bringing heavy rainfall to large parts of southern China. Noul – the strongest typhoon to hit China so far this year – made landfall at Huizhou city in Guangdong at around 3.50am on Sunday. The National Meteorological Centre issued its first red typhoon warning of the year – the highest alert level in a four-tier system – on Saturday evening. The following...

  •  

2000 km Dall'Italia alla Danimarca, e ora? Il grande MOMENTO 😳

💾

#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1172: Viaggio lunghissimo dall'Italia alla Danimarca e dopo circa 2000 km arriviamo a destinazione, ovvero il porto che ci consentirà di imbarcarci per le Isole Faroe e dopodiché per l'Islanda.
Un viaggio fatto di soste e preparazione per una lunga traversata.

☀️Il nostro link PayPal con cui potete donarci un "gelato" per aiutarci a mantenere vivo questo canale.
https://paypal.me/stepsover

🔥 NUOVO LIBRO 👉 SEI ANNI NELLE AMERICHE https://amzn.eu/d/56bdWQ4

👉 Secondo CANALE https://www.youtube.com/@STEPSOVER_EXTRA
🔥 Lost in Stepsover https://www.youtube.com/@lostinstepsover
😵
Entra a far parte del nostro TEAM PATREON!
🔥https://www.patreon.com/stepsover

👉 La seconda EDIZIONE del nostro libro su come CAMPERIZZARE un veicolo Overland lo trovi qui 🔥900 PAGINE ✌️
https://www.stepsover.com/prodotto/lo-zen-e-larte-della-camperizzazione-di-un-veicolo-overland-ebook/

Dove siamo? https://bit.ly/34ZKZGi

🙏Grazie ai nostri SUPPORTERS🙏 SIETE MERAVIGLIOSI ❤️
Adriano Marangon
Abramo Pauselli
Annamaria Petito
Arcangelo Indelicati

🤜Canale pubblico Telegram https://t.me/stepsover
😈Il nostro BAR su TWITCH https://www.twitch.tv/stepsover
🌏La nostra pagina Facebook e Gruppo su FACEBOOK 🌈STEPSOVER
⭐️Instagram https://bit.ly/34ZKZGi
⚡️Visitate il nostro blog: https://www.stepsover.com
🔥community DISCORD WORK IN PROGRESS https://discord.gg/eV8eAWaF43
  •  

La “pastaflora” di canapa: tradizione culinaria che unisce

Con diverse varianti per il ripieno e con un’origine meticcia, la “pastaflora” fa parte della storia gastronomica argentina da decenni.  Non ha bisogno di presentazioni perché è un classico della pasticceria rioplatense. Senza dubbio, raccoglie più appassionati che detrattori. È molto difficile che non sia sugli scaffali di qualsiasi pasticceria o panetteria argentina. Sono disponibili …
  •  

Pasolini e Moro: "Due persone scomode"

💾

Carlo Alfredo Moro presiedette la sentenza di primo grado sull'omicidio Pasolini. Tre anni dopo, suo fratello Aldo verrà ucciso dalle Brigate Rosse.

Per l'avvocato Stefano Maccioni non è un caso: due uomini che nel 1975 e nel 1978 non potevano più "vivere nel nostro Paese", perché si opponevano alla posizione dell'Italia nel blocco atlantico.

Guarda l'intervista completa sul canale YouTube DarkSide.
  •  

Linux Kernel 7.1.4 Released with Bug Fixes, Security Updates, and Hardware Improvements

Linux Kernel 7.1.4 Released with Bug Fixes, Security Updates, and Hardware Improvements

Greg Kroah-Hartman has announced the release of Linux Kernel 7.1.4, the latest stable maintenance update for the Linux 7.1 series. As with other stable kernel releases, version 7.1.4 focuses on fixing bugs, improving hardware compatibility, and addressing security and reliability issues without introducing new features. The update became available on July 18, 2026, and users of the Linux 7.1 branch are encouraged to upgrade as soon as possible.

Rather than changing the kernel's feature set, Linux 7.1.4 delivers dozens of targeted fixes collected from developers across multiple kernel subsystems, helping ensure a more stable experience for desktops, servers, embedded devices, and cloud deployments.

Another Important Stable Maintenance Release

The Linux stable branch exists to provide safe updates between major kernel versions. Every stable release undergoes review before being published and contains fixes that have already been tested in the mainline kernel.

Linux 7.1.4 continues this process by incorporating patches that resolve regressions, improve system stability, and fix issues reported by users since the release of Linux 7.1.3.

For most users, these maintenance updates are recommended because they improve reliability without altering existing functionality.

Bug Fixes Across Multiple Kernel Subsystems

Like previous stable releases, Linux 7.1.4 includes fixes spanning many areas of the kernel.

The update addresses issues affecting:

  • Memory management
  • File systems
  • Networking
  • Device drivers
  • Architecture-specific code
  • Core kernel infrastructure
  • USB and storage subsystems

These targeted patches help eliminate crashes, improve compatibility with newer hardware, and resolve edge cases that may only appear under specific workloads.

Improved Hardware Compatibility

One of the ongoing goals of Linux stable releases is expanding support for existing and newly released hardware.

Linux 7.1.4 includes updated drivers and compatibility fixes for various devices, helping improve support for:

  • Graphics hardware
  • Storage controllers
  • Networking devices
  • USB peripherals
  • Laptop components
  • ARM development boards

Although no major driver additions are expected in a maintenance release, incremental improvements like these often resolve hardware-specific bugs reported by users after earlier releases.

Security and Reliability Updates

Stable kernel releases also include security-related fixes that have been accepted into the maintenance branch.

  •  

New Crew Members Welcomed to International Space Station

From left, Expedition 74 flight engineers Anna Kikina and Pyotr Dubrov of Roscosmos, and Anil Menon of NASA pose for a portrait while holding a cake celebrating their recent arrival aboard the International Space Station.
NASA/Chris Williams

From left, Expedition 74 flight engineers Anna Kikina and Pyotr Dubrov of Roscosmos, and Anil Menon of NASA pose for a July 18, 2026, photo while holding a cake celebrating their recent arrival aboard the International Space Station. The trio arrived at the space station on July 14, 2026, after launching from the Baikonur Cosmodrome in Kazakhstan earlier the same day.

Kikina, Dubrov, and Menon are in the second week of their planned eight-and-a-half-month mission. They are using their new skills to conduct space research while still familiarizing themselves with living and working in space.

Keep up with space station activity on the International Space Station blog.

Image credit: NASA/Chris Williams

  •  

New Crew Members Welcomed to International Space Station

From left, Expedition 74 flight engineers Anna Kikina and Pyotr Dubrov of Roscosmos, and Anil Menon of NASA pose for a portrait while holding a cake celebrating their recent arrival aboard the International Space Station.
NASA/Chris Williams

From left, Expedition 74 flight engineers Anna Kikina and Pyotr Dubrov of Roscosmos, and Anil Menon of NASA pose for a July 18, 2026, photo while holding a cake celebrating their recent arrival aboard the International Space Station. The trio arrived at the space station on July 14, 2026, after launching from the Baikonur Cosmodrome in Kazakhstan earlier the same day.

Kikina, Dubrov, and Menon are in the second week of their planned eight-and-a-half-month mission. They are using their new skills to conduct space research while still familiarizing themselves with living and working in space.

Keep up with space station activity on the International Space Station blog.

Image credit: NASA/Chris Williams

  •  

Quality Recognition ai Corsi di Laurea Triennale e Magistrale in Pianificazione dell'Università di Firenze nell’ambito del World Planning Congress 2026 di AESOP

Quality Recognition ai Corsi di Laurea Triennale e Magistrale in Pianificazione dell'Università di Firenze 

Il Corso di Laurea Triennale Pianificazione della Città del Territorio e del Paesaggio (PCTP) presieduto dalla Prof.ssa Valeria Lingua e il Corso di Laurea Magistrale Pianificazione e Progettazione per la Sostenibilità Urbana e Territoriale (PPSUT) dell'Università di Firenze presieduto dalla Prof.ssa Daniela Poli hanno ottenuto l'AESOP Quality Recognition.

  •  

Quality Recognition ai Corsi di Laurea Triennale e Magistrale in Pianificazione dell'Università di Firenze nell’ambito del World Planning Congress 2026 di AESOP

Quality Recognition ai Corsi di Laurea Triennale e Magistrale in Pianificazione dell'Università di Firenze 

Il Corso di Laurea Triennale Pianificazione della Città del Territorio e del Paesaggio (PCTP) presieduto dalla Prof.ssa Valeria Lingua e il Corso di Laurea Magistrale Pianificazione e Progettazione per la Sostenibilità Urbana e Territoriale (PPSUT) dell'Università di Firenze presieduto dalla Prof.ssa Daniela Poli hanno ottenuto l'AESOP Quality Recognition.

  •  

[2026-09-06] Dai monti ai piani partigiani/e @ circolo arci la costituzione

Dai monti ai piani partigiani/e

circolo arci la costituzione - via gramsci 480 Quinto Basso- Sesto F.no
(domenica, 6 settembre 18:00)
Dai monti ai piani partigiani/e

82 anni fa' le brigate partigiane liberano Firenze Nord e la Piana Fiorentina dai nazi fascisti

Csa Next-Emerson, Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, circolo Arci di Quinto Basso e Ape Firenze tre giorni insieme per

  • Mantenere una memoria popolare resistente e collettiva

  • Rafforzare le radici dell'antifascismo

  • Dare continuità alla solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese

programma

CSA NEXT-EMERSON (4 settembre)

Memoria resistente, racconti partigiani

dalle 19.00

- intervento: la liberazione di Firenze Nord

- racconto: "Ribelli - la resistenza, l'eccidio e la liberazione di Prato" con Lorenzo Tempestini

- intervento: microstorie di partigiani stranieri nella lotta di liberazione

- letture: lo sciopero delle sigaraie della Manifattura tabacchi del 4 marzo 1944 con Gruppo teatrale la gramigna rossa

>> storie cantate con "I suonatori della leggera"

h 20.30 cena benefit

+ info csaexemerson.org

-----------------------------------------------------------------------------------

CANTIERE SOCIALE CAMILO CIENFUEGOS (5 settembre)

La resistenza non ha nazione

ore 18.00 Presentazione del libro "Il Sionismo è Nazismo" a cura del Comitato Fosco Dinucci

ore 20.00 Grigliata palestinese a cura della brigata di Chef Mohammed Abu Uday da Nuseirat (Gaza)

A seguire Hip-Hop night jam

Live show case:

- Dj Mars (Firenze)

- Hola&Edo (Firenze)

- Mc Nill (Bologna)

- Giovane Veltro (Prato)

- Lapazz (Montale)

- Micheal Perez (Firenze)

- Jova Mc (Firenze)

Hosted by: Tenore Fi ( Romanticismo Periferico)

-------------------------------------------------------------------------------------

EX-MACELLI QUINTO BASSO (6 settembre)

Il filo rosso dell'antifascismo nella piana

ore 16.00 "I sentieri della memoria" Camminata urbana per ripercorrere i luoghi che hanno fatto la storia del quartiere

ore 19.00 "Riannodare il filo" Restituzioen del progetto micro-storie circolanti e interventi

ore 20.00 Cena a prezzi popolari

ore 21.00 "La Nuova Pippolese" in concerto. Canti della tradizione popolare e antifascista fiorentina

  •  

[2026-09-05] Dai monti ai piani partigiani/e @ Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos

Dai monti ai piani partigiani/e

Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos - Via Chiella, 4, 50013 Campi Bisenzio FI
(sabato, 5 settembre 18:00)
Dai monti ai piani partigiani/e

82 anni fa' le brigate partigiane liberano Firenze Nord e la Piana Fiorentina dai nazi fascisti

Csa Next-Emerson, Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, circolo Arci di Quinto Basso e Ape Firenze tre giorni insieme per

  • Mantenere una memoria popolare resistente e collettiva

  • Rafforzare le radici dell'antifascismo

  • Dare continuità alla solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese

programma

CSA NEXT-EMERSON (4 settembre)

Memoria resistente, racconti partigiani

dalle 19.00

- intervento: la liberazione di Firenze Nord

- racconto: "Ribelli - la resistenza, l'eccidio e la liberazione di Prato" con Lorenzo Tempestini

- intervento: microstorie di partigiani stranieri nella lotta di liberazione

- letture: lo sciopero delle sigaraie della Manifattura tabacchi del 4 marzo 1944 con Gruppo teatrale la gramigna rossa

>> storie cantate con "I suonatori della leggera"

h 20.30 cena benefit

+ info csaexemerson.org

-----------------------------------------------------------------------------------

CANTIERE SOCIALE CAMILO CIENFUEGOS (5 settembre)

La resistenza non ha nazione

ore 18.00 Presentazione del libro "Il Sionismo è Nazismo" a cura del Comitato Fosco Dinucci

ore 20.00 Grigliata palestinese a cura della brigata di Chef Mohammed Abu Uday da Nuseirat (Gaza)

A seguire Hip-Hop night jam

Live show case:

- Dj Mars (Firenze)

- Hola&Edo (Firenze)

- Mc Nill (Bologna)

- Giovane Veltro (Prato)

- Lapazz (Montale)

- Micheal Perez (Firenze)

- Jova Mc (Firenze)

Hosted by: Tenore Fi ( Romanticismo Periferico)

-------------------------------------------------------------------------------------

EX-MACELLI QUINTO BASSO (6 settembre)

Il filo rosso dell'antifascismo nella piana

ore 16.00 "I sentieri della memoria" Camminata urbana per ripercorrere i luoghi che hanno fatto la storia del quartiere

ore 19.00 "Riannodare il filo" Restituzioen del progetto micro-storie circolanti e interventi

ore 20.00 Cena a prezzi popolari

ore 21.00 "La Nuova Pippolese" in concerto. Canti della tradizione popolare e antifascista fiorentina

  •  

[2026-09-04] Dai monti ai piani partigiani/e @ Csa Next-Emerson

Dai monti ai piani partigiani/e

Csa Next-Emerson - Via di Bellagio 15
(venerdì, 4 settembre 19:00)
Dai monti ai piani partigiani/e

82 anni fa' le brigate partigiane liberano Firenze Nord e la Piana Fiorentina dai nazi fascisti

Csa Next-Emerson, Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, circolo Arci di Quinto Basso e Ape Firenze tre giorni insieme per

  • Mantenere una memoria popolare resistente e collettiva

  • Rafforzare le radici dell'antifascismo

  • Dare continuità alla solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese

programma

CSA NEXT-EMERSON (4 settembre)

Memoria resistente, racconti partigiani

dalle 19.00

- intervento: la liberazione di Firenze Nord

- racconto: "Ribelli - la resistenza, l'eccidio e la liberazione di Prato" con Lorenzo Tempestini

- intervento: microstorie di partigiani stranieri nella lotta di liberazione

- letture: lo sciopero delle sigaraie della Manifattura tabacchi del 4 marzo 1944 con Gruppo teatrale la gramigna rossa

>> storie cantate con "I suonatori della leggera"

h 20.30 cena benefit

+ info csaexemerson.org

-----------------------------------------------------------------------------------

CANTIERE SOCIALE CAMILO CIENFUEGOS (5 settembre)

La resistenza non ha nazione

ore 18.00 Presentazione del libro "Il Sionismo è Nazismo" a cura del Comitato Fosco Dinucci

ore 20.00 Grigliata palestinese a cura della brigata di Chef Mohammed Abu Uday da Nuseirat (Gaza)

A seguire Hip-Hop night jam

Live show case:

- Dj Mars (Firenze)

- Hola&Edo (Firenze)

- Mc Nill (Bologna)

- Giovane Veltro (Prato)

- Lapazz (Montale)

- Micheal Perez (Firenze)

- Jova Mc (Firenze)

Hosted by: Tenore Fi ( Romanticismo Periferico)

-------------------------------------------------------------------------------------

EX-MACELLI QUINTO BASSO (6 settembre)

Il filo rosso dell'antifascismo nella piana

ore 16.00 "I sentieri della memoria" Camminata urbana per ripercorrere i luoghi che hanno fatto la storia del quartiere

ore 19.00 "Riannodare il filo" Restituzioen del progetto micro-storie circolanti e interventi

ore 20.00 Cena a prezzi popolari

ore 21.00 "La Nuova Pippolese" in concerto. Canti della tradizione popolare e antifascista fiorentina

  •  

IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR – BASTA POLIZIA!

IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR
BASTA POLIZIA!
Il tremendo omicidio consumato a freddo a Bologna dalle forze dell’ordine ai danni di una persona che chiedeva aiuto è qualcosa che riporta alla mente altri fatti, altre brutalità, altri omicidi, successi troppe volte anche da noi e quindi impossibili da ascrivere solo alla brutalità della polizia che agisce altrove, a Minneapolis come al Cairo, come ad Ashdod.
La violenza e la brutalità della polizia sono anche qui, le vittime e i morti ammazzati hanno nomi e cognomi.
E proprio a 25 anni da Genova, dalle torture di Bolzaneto, da Carlo Giuliani ammazzato in piazza, domenica 19 luglio a Bologna la polizia uccide un cittadino inerme che sta male. Lo fa con l’arroganza di sempre e con l’ulteriore impunità assicurata dallo scudo penale recentemente introdotto dal governo. Ma, soprattutto – quello che ancor più colpisce – lo fa mentre i sanitari del 118 presenti non intervengono, non soccorrono chi sta male e chiede aiuto.
L’azienda sanitaria bolognese ha avviato un’indagine per accertare le responsabilità del personale sanitario coinvolto, ma quella mancanza di soccorso non è solo responsabilità individuale.
In una realtà sanitaria devastante fatta di tagli, riduzione di servizi e di personale, la risposta alla gestione di una situazione spesso insostenibile è quella securitaria, tanto per cambiare. E così è normale che in un pronto soccorso si moltiplichino i poliziotti invece che i medici e gli infermieri, così come sui treni troviamo più polfer che ferrovieri. Per precise scelte governative e aziendali, i lavoratori vengono indotti a delegare alle forze dell’ordine la gestione di alcune procedure lavorative, assolte non secondo ciò che il contesto e la professionalità richiede, ma in modo autoritario, punitivo, violento, repressivo dalle forze dell’ordine: l’unico modo che conoscono.
È anche così che si può morire, per strada come in galera, ammazzati da quei tutori dell’ordine che vediamo spesso nelle scuole a mostrare il loro volto più accattivante per propagandare un mestiere basato solo sull’esercizio della violenza.
Solidarietà ai familiari e agli amici di Abderrahim Fakir.
Sosteniamo le iniziative di protesta contro la brutalità poliziesca, contro la repressione e la violenza, contro l’ossessione della sicurezza e le politiche securitarie del governo, contro l’arroganza omicida delle forze dell’ordine. Partecipiamo al presidio di martedì 21 ore 17.30 Piazza Grande
Federazione Anarchica Livornese

L'articolo IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR – BASTA POLIZIA! proviene da .

  •  

CONTRO LO STATO CHE DA SEMPRE UCCIDE I PROLETARI, A NAPOLI IERI SI E’MANIFESTATO PER L’UCCISIONE DI UN NOSTRO FRATELLO: FAKIR.

CONTRO LO STATO CHE DA SEMPRE UCCIDE I PROLETARI, A NAPOLI IERI [21 Luglio 2026] SI E’MANIFESTATO PER L’UCCISIONE DI UN NOSTRO FRATELLO: FAKIR.
I partecipanti hanno gridato con rabbia per tutta la durata del corteo il nome di FAKIR , questo ennesimo proletario ucciso a Bologna dal potere dei padroni , per mano del suoi servi come sempre reazionari , fascisti e criminali , chiedendo che venga fatta giustizia e chiarezza; ma con la consapevolezza, di una buona parte dei partecipanti, che ciò può avvenire solo con la realizzazione della rivoluzione sociale che libererà veramente la stragrande maggioranza dell’umanità da questo sistema di morte , guerre , sfruttamento , fame nel mondo, (ogni 6 minuti muore un bambino per denutrizione),miseria e devastazione ambientale .Questo sistema, che si chiama CAPITALISMO, sta portando l’intero pianeta verso la distruzione.
Noi comunisti libertari del gruppo anarchico Francesco Mastrogiovanni eravamo presenti con le nostre bandiere e i nostri cuori per ribadire che insieme a chi lo vorrà CONTINUEREMO A LOTTARE PER UN MONDO FATTO DI UGUAGLIANZA , LIBERTA ,SOLIDARIETA E AMORE ; AFFINCHÉ IN NESSUNA PARTE DEL MONDO SUCCEDA CIO’ CHE E’ SUCCESSO A NOSTRO FRATELLO FAKIR.
PACE TRA GLI OPPRESSI E GUERRA AGLI OPPRESSORI.

L'articolo CONTRO LO STATO CHE DA SEMPRE UCCIDE I PROLETARI, A NAPOLI IERI SI E’MANIFESTATO PER L’UCCISIONE DI UN NOSTRO FRATELLO: FAKIR. proviene da .

  •  

432 CVE per il Kernel Linux pubblicate in due giorni vi spaventano? È tutto normale!

Quello che sulla carta appare come un diluvio di problemi di sicurezza che riguardano il Kernel Linux è in realtà un normale momento di vita del progetto open-source più importante del mondo. Il momento torna però utile al manutentore del Kernel Linux stabile, Greg Kroah-Hartman, per ricordare a tutti che aggiornare i propri sistemi con frequenza non è un'opzione, ma dovrebbe essere un mantra.

  •  

三根木块制做几何榫卯 #woodworking

💾

生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube 【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#手工艺#老木匠
  •  

Perché il Paradiso non si apre ai credenti? | Filosofia sufi

Chi sei davvero, quando togli tutte le etichette con cui ti definisci? La filosofia del Sufismo propone una risposta sorprendente, capace di dialogare con Platone, Aristotele e la grande tradizione filosofica occidentale. Una lezione dedicata all’identità, all’ego e alla ricerca della verità. 🎬 Premiere24/07/2026 ore 14.00👉https://youtu.be/HrpXeiaCcjs Il Sufismo è spesso presentato come la corrente mistica […]

  •  

In Cina e Asia –

In Cina e Asia – taiwan

I titoli di oggi:

Cina, esercitazioni nello Stretto di Taiwan e segnali contro la “sola unificazione pacifica”

Germania deporta 21enne uiguro in Cina, mentre Regno Unito arresta ex leader del Partito Democratico di Hong Kong

Il controllo della Cina sulla finanza marittima spinge l'Ue ad ammorbidire le sanzioni contro la Russia
Cina-Giappone, segnale di disgelo: a Manila breve scambio tra ministri degli Esteri
Mar cinese meridionale, terzo intervento della Cina contro le Filippine in una settimana
Canada entra nel programma militare UK-Italia-Giappone GCAP come osservatore
Coree, Seoul modifica la sua politica da “denuclerizzazione prima di tutto” a “pace prima di tutto”
India, accordo commerciale con Usa sotto pressione mentre i contadini marciano su Delhi

L'articolo In Cina e Asia – proviene da China Files.

  •  

Ports Repository Frozen

The ports repository has been frozen to revert a very large commit. There is no concern that the tree has been compromised. More information about the freeze can be found on the 2026 Ports Freeze page.
  •  

BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 7.23 - MAMMA HO PERSO LA TARGA

💾

Trova la tua prossima DASHCAM https://sicurisullastrada.it/dashcam/
Dubbi o domande? Trovi qui le RISPOSTE https://sicurisullastrada.it/dashcam-5-minuti-per-sapere-tutto/
Vuoi inviarci le clip della TUA DASHCAM? Guarda come fare su https://bit.ly/inviavideo
Seguici sui canali BDOI per essere AGGIORNATO e vedere le MIGLIORI CLIP https://bit.ly/canalibdoi
Hai domande o curiosità? COMMENTA sotto al video oppure CONTATTACI https://bit.ly/contattabdoi
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
Do you want to send us the clips of YOUR DASHCAM? See how on https://bit.ly/inviavideo
Follow us on BDOI channels to be UPDATED and see the BEST CLIPS https://bit.ly/canalibdoi
Do you have any questions or curiosities? COMMENT below the video or CONTACT US https://bit.ly/contattabdoi

#baddriversofitaly #dashcam #compilation
  •  

MIL€X: l’aumento della spesa militare è strutturale. Si spende sempre di più. Il Parlamento lo sa? Vogliamo trasparenza e controllo democratico

Comunicato Stampa Il documento dell'Osservatorio MIL€X, in collaborazione con il Movimento Nonviolento Spese militari italiane: mezzo “trilione” pagato dal 2010 e quasi 500 miliardi in più da qui al 2035 Presentato alla Camera l’Annuario Mil€x 2026: le serie pluriennali dal 2010, gli scenari futuri e i dati a consuntivo dimostrano che l’aumento della spesa militare [...]

L'articolo MIL€X: l’aumento della spesa militare è strutturale. Si spende sempre di più. Il Parlamento lo sa? Vogliamo trasparenza e controllo democratico proviene da Movimento Nonviolento.

  •  

 Crews Move Artemis IV Liquid Hydrogen Tank

Crews at NASA’s Michoud Assembly Facility in New Orleans transport the 130-foot-tall liquid hydrogen tank out of a production cell inside the main factory building into a detached test building on a separate portion of the 829-acre site.

  •  

OpenAI, Hugging Face e il terrorismo psicologico di chi vende servizi e trasforma un test in Skynet

Durante un test sulla capacità di creazione di exploit effettivi a fronte di vulnerabilità, i modelli di OpenAI hanno "ragionato" che potevano ottenere le soluzioni già pronte proprio dal database di produzione di Hugging Face, organizzando un attacco per rubare le risposte. Ed ovunque si urla al miracolo, alla creazione dell'AI definitiva, talmente potente da non poter essere condivisa con tutti. Ma solo da quelli disposti a pagare il giusto.

  •  

NASA Astronaut Chris Williams Closes Out Space Station Mission

5 Min Read

NASA Astronaut Chris Williams Closes Out Space Station Mission

After eight months aboard the International Space Station for his first mission, NASA astronaut Chris Williams is preparing to return to Earth. During his assignment, Williams contributed to research for new cancer treatments, advanced the production of materials to improve computers and electronics, ventured into the vacuum of space to complete two spacewalks, and much more. Williams’ work aboard the space station helped to improve life on Earth and prepare for future missions to the Moon and Mars.

Here are some of the research highlights from his mission:

Cancer-fighting constructs

NASA astronaut Chris Williams and ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot work together at the International Space Station's Life Sciences Glovebox. Sophie reaches into the illuminated glovebox while Chris floats beside her, smiling toward the camera. Blue cables, scientific equipment, and white station walls surround the workstation.
NASA

NASA astronaut Chris Williams and ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot work to process DNA-inspired materials that could advance new cancer treatments for people on Earth. In space, these rod-shaped materials form more evenly and consistently, which may improve their performance and readiness for treatments on Earth. While there have been major advancements in cancer therapies, many treatments can affect the whole body and cause side effects without fully treating solid tumors. This research aims to enable targeted cancer therapies that reach deep into tumors, stay in the body longer, and release medicine in a more controlled way.

Learn more about DNA Nano Therapeutics-3.

Superior semiconductors

NASA astronaut Chris Williams smiles while reaching into the Microgravity Science Glovebox. The inside of the rectangular workspace is illuminated by white light. There is a plastic bag floating inside the upper left side of the glovebox, and Chris holds a small black and silver object in his hands.
NASA

NASA astronaut Chris Williams conducts research to grow semiconductor crystals in space. In microgravity, researchers can grow more crystals of the desired size than can be produced on Earth. Previous research shows that space-grown crystals can offer increased performance to help advance technologies like high-performance computers, artificial intelligence, and medical devices. This research lays the groundwork for commercial semiconductor manufacturing in space and advances the semiconductor industry.

Learn more about In-Space Production of Semimetal-Semiconductor Composite Bulk Crystals in Microgravity (SUBSA-InSPA-SSCug).

Eyeing Earth

NASA astronaut Chris Williams gazes out of a trapezoid-shaped window at a glowing red aurora above the Earth. The curvature of the Earth is visible through a bright green curve. It is dark aboard the International Space Station in the photo, and the glow from the aurora softly illuminates Williams' face.
Roscosmos

NASA astronaut Chris Williams looks out of a cupola window at a red aurora glowing above the Earth. Since the 1960s, astronauts have photographed Earth from space to help scientists monitor the planet’s changing landscapes, natural disasters, and other features over time. Along the way, astronauts also have captured images of celestial objects such as comets, auroras, and the Milky Way.

Sub-zero medical samples

NASA astronaut Chris Williams inserts a cryogenic storage unit into the space station's science freezer. The wedge-shaped unit resembles a slice of pie, and Williams wears thick insulated gloves to protect his hands from the extremely cold temperatures. There are many blue cables beneath him.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works with a special freezer aboard the International Space Station that keeps research samples at ultra-cold temperatures until they can return to Earth. Throughout each mission, astronauts collect biological samples like blood and urine to help scientists understand how long-duration spaceflight affects the human body. Observing crew members during their space missions and studying these frozen samples back on Earth helps NASA protect astronaut health during future missions to the Moon, Mars, and beyond.

Learn more about the Minus Eighty-Degree Laboratory Freezer for the International Space Station (MELFI) and Human Research.

Capturing cargo

NASA astronauts Jack Hathaway (left) and Chris Williams (right) look through a circular window in the International Space Station's cupola as Northrop Grumman’s Cygnus XL spacecraft approaches. The spacecraft is a silver cylinder with two hexagonal solar arrays extending from either side of the top end of the cylinder. Behind the spacecraft, white clouds cover the Earth.
NASA

NASA astronauts Jack Hathaway and Chris Williams watch from the cupola windows as Northrop Grumman’s Cygnus XL cargo spacecraft approaches the International Space Station. The two played key roles in the capture of the spacecraft, which delivered approximately 11,000 pounds of supplies, including fresh food, life support equipment, and scientific research as part of NASA’s Northrop Grumman Commercial Resupply Services 24 mission. Cargo missions help keep the space station operating and provide astronauts with the supplies they need to live, work, and conduct research in orbit.

Blocking biofilms

NASA astronaut Chris Williams smiles at the camera as he reaches into the clear, sealed Life Sciences Glovebox and holds a transparent orange package. The illuminated workspace contains plastic bags, scientific equipment, and a pair of scissors.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works on an investigation that tests the use of ultraviolet light to help prevent the formation of microbial colonies, called biofilms. Biofilms can clog and contaminate water systems, damage equipment, and pose health risks to astronauts. This research aims to keep surfaces cleaner and safeguard systems during long-duration space missions. Using UV light for sanitation also could reduce the need for chemical disinfectants in space, decreasing the risk of chemical exposure and eliminating difficulties in transporting or storing supplies.

Learn more about Germicidal Ultraviolet Light Biofilm Inhibition (GULBI).

Strengthening solar power

NASA astronaut Chris Williams is seen smiling through his spacesuit helmet outside of the International Space Station. Williams is anchored next to several white structures and surrounded by space station equipment. Behind him there is a SpaceX Dragon spacecraft docked to the space station. Earth's blue curvature and scattered white clouds stretch across the background.
NASA

NASA astronaut Chris Williams ventured outside the International Space Station for two spacewalks during his mission. In June, he helped make repairs to Canadarm2, a robotic arm that captures cargo spacecraft and deploys external research. In March, Williams prepared the orbiting laboratory for new solar arrays to be added to the station in a future spacewalk. Once installed, the final set of International Space Station Roll Out Solar Arrays (IROSA) will complete the full suite of additional solar power, increasing the station’s power generation by about 30% and enhancing support for scientific research and daily operations. The same solar array technology also powered NASA’s Double Asteroid Redirection Test and could support future missions to the Moon and Mars.

Learn more about the space station’s IROSAs.

Microgravity medicine

NASA astronaut Chris Williams holds a small, rectangular hard drive as he works to swap computer components for a protein crystal growth investigation. A tablet is secured to one of his legs, while two plastic bags are attached to the other. Bundles of cables float next to him and a circular hatch is visible in the background.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works with hardware to support the development of new cancer and disease treatments by studying the growth of protein crystals for pharmaceuticals. In space, protein crystals form higher-quality structures than they do on Earth, allowing researchers to better understand how to target and treat disease. Here, Williams works with a project that aims to develop a new formula for a cancer treatment that could be taken orally. Growing protein crystals in space paves the way for more commercial companies to create new therapies that could improve patient outcomes on Earth.

Learn more about the Pharmaceutical In-space Laboratory (ADSEP-PIL-10).

Robotic refinement

A video shows NASA astronaut Chris Williams working on hardware inside a rectangular space. Facing away from the camera, Williams makes small adjustments to the experiment, which consists of two white robotic arms. There are many white cables on the inside of the compartment.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works with equipment that tests the performance of small robotic arms in space. Some experiments and operations require very precise movements, where tiny errors can significantly impact results. Understanding how microgravity affects delicate robotic operations helps researchers improve designs for future automated systems that can perform operations while astronauts focus on the most critical tasks.

Learn more about the Test facility for lab-aUtomation System in Kibo (TUSK).

Share

Details

Last Updated
Jul 23, 2026

💾

NASA astronaut Chris Williams is set to return to Earth after an eight-month mission aboard the International Space Station. During his assignment, Williams ...
  •  

NASA Astronaut Chris Williams Closes Out Space Station Mission

5 Min Read

NASA Astronaut Chris Williams Closes Out Space Station Mission

After eight months aboard the International Space Station for his first mission, NASA astronaut Chris Williams is preparing to return to Earth. During his assignment, Williams contributed to research for new cancer treatments, advanced the production of materials to improve computers and electronics, ventured into the vacuum of space to complete two spacewalks, and much more. Williams’ work aboard the space station helped to improve life on Earth and prepare for future missions to the Moon and Mars.

Here are some of the research highlights from his mission:

Cancer-fighting constructs

NASA astronaut Chris Williams and ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot work together at the International Space Station's Life Sciences Glovebox. Sophie reaches into the illuminated glovebox while Chris floats beside her, smiling toward the camera. Blue cables, scientific equipment, and white station walls surround the workstation.
NASA

NASA astronaut Chris Williams and ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot work to process DNA-inspired materials that could advance new cancer treatments for people on Earth. In space, these rod-shaped materials form more evenly and consistently, which may improve their performance and readiness for treatments on Earth. While there have been major advancements in cancer therapies, many treatments can affect the whole body and cause side effects without fully treating solid tumors. This research aims to enable targeted cancer therapies that reach deep into tumors, stay in the body longer, and release medicine in a more controlled way.

Learn more about DNA Nano Therapeutics-3.

Superior semiconductors

NASA astronaut Chris Williams smiles while reaching into the Microgravity Science Glovebox. The inside of the rectangular workspace is illuminated by white light. There is a plastic bag floating inside the upper left side of the glovebox, and Chris holds a small black and silver object in his hands.
NASA

NASA astronaut Chris Williams conducts research to grow semiconductor crystals in space. In microgravity, researchers can grow more crystals of the desired size than can be produced on Earth. Previous research shows that space-grown crystals can offer increased performance to help advance technologies like high-performance computers, artificial intelligence, and medical devices. This research lays the groundwork for commercial semiconductor manufacturing in space and advances the semiconductor industry.

Learn more about In-Space Production of Semimetal-Semiconductor Composite Bulk Crystals in Microgravity (SUBSA-InSPA-SSCug).

Eyeing Earth

NASA astronaut Chris Williams gazes out of a trapezoid-shaped window at a glowing red aurora above the Earth. The curvature of the Earth is visible through a bright green curve. It is dark aboard the International Space Station in the photo, and the glow from the aurora softly illuminates Williams' face.
Roscosmos

NASA astronaut Chris Williams looks out of a cupola window at a red aurora glowing above the Earth. Since the 1960s, astronauts have photographed Earth from space to help scientists monitor the planet’s changing landscapes, natural disasters, and other features over time. Along the way, astronauts also have captured images of celestial objects such as comets, auroras, and the Milky Way.

Sub-zero medical samples

NASA astronaut Chris Williams inserts a cryogenic storage unit into the space station's science freezer. The wedge-shaped unit resembles a slice of pie, and Williams wears thick insulated gloves to protect his hands from the extremely cold temperatures. There are many blue cables beneath him.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works with a special freezer aboard the International Space Station that keeps research samples at ultra-cold temperatures until they can return to Earth. Throughout each mission, astronauts collect biological samples like blood and urine to help scientists understand how long-duration spaceflight affects the human body. Observing crew members during their space missions and studying these frozen samples back on Earth helps NASA protect astronaut health during future missions to the Moon, Mars, and beyond.

Learn more about the Minus Eighty-Degree Laboratory Freezer for the International Space Station (MELFI) and Human Research.

Capturing cargo

NASA astronauts Jack Hathaway (left) and Chris Williams (right) look through a circular window in the International Space Station's cupola as Northrop Grumman’s Cygnus XL spacecraft approaches. The spacecraft is a silver cylinder with two hexagonal solar arrays extending from either side of the top end of the cylinder. Behind the spacecraft, white clouds cover the Earth.
NASA

NASA astronauts Jack Hathaway and Chris Williams watch from the cupola windows as Northrop Grumman’s Cygnus XL cargo spacecraft approaches the International Space Station. The two played key roles in the capture of the spacecraft, which delivered approximately 11,000 pounds of supplies, including fresh food, life support equipment, and scientific research as part of NASA’s Northrop Grumman Commercial Resupply Services 24 mission. Cargo missions help keep the space station operating and provide astronauts with the supplies they need to live, work, and conduct research in orbit.

Blocking biofilms

NASA astronaut Chris Williams smiles at the camera as he reaches into the clear, sealed Life Sciences Glovebox and holds a transparent orange package. The illuminated workspace contains plastic bags, scientific equipment, and a pair of scissors.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works on an investigation that tests the use of ultraviolet light to help prevent the formation of microbial colonies, called biofilms. Biofilms can clog and contaminate water systems, damage equipment, and pose health risks to astronauts. This research aims to keep surfaces cleaner and safeguard systems during long-duration space missions. Using UV light for sanitation also could reduce the need for chemical disinfectants in space, decreasing the risk of chemical exposure and eliminating difficulties in transporting or storing supplies.

Learn more about Germicidal Ultraviolet Light Biofilm Inhibition (GULBI).

Strengthening solar power

NASA astronaut Chris Williams is seen smiling through his spacesuit helmet outside of the International Space Station. Williams is anchored next to several white structures and surrounded by space station equipment. Behind him there is a SpaceX Dragon spacecraft docked to the space station. Earth's blue curvature and scattered white clouds stretch across the background.
NASA

NASA astronaut Chris Williams ventured outside the International Space Station for two spacewalks during his mission. In June, he helped make repairs to Canadarm2, a robotic arm that captures cargo spacecraft and deploys external research. In March, Williams prepared the orbiting laboratory for new solar arrays to be added to the station in a future spacewalk. Once installed, the final set of International Space Station Roll Out Solar Arrays (IROSA) will complete the full suite of additional solar power, increasing the station’s power generation by about 30% and enhancing support for scientific research and daily operations. The same solar array technology also powered NASA’s Double Asteroid Redirection Test and could support future missions to the Moon and Mars.

Learn more about the space station’s IROSAs.

Microgravity medicine

NASA astronaut Chris Williams holds a small, rectangular hard drive as he works to swap computer components for a protein crystal growth investigation. A tablet is secured to one of his legs, while two plastic bags are attached to the other. Bundles of cables float next to him and a circular hatch is visible in the background.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works with hardware to support the development of new cancer and disease treatments by studying the growth of protein crystals for pharmaceuticals. In space, protein crystals form higher-quality structures than they do on Earth, allowing researchers to better understand how to target and treat disease. Here, Williams works with a project that aims to develop a new formula for a cancer treatment that could be taken orally. Growing protein crystals in space paves the way for more commercial companies to create new therapies that could improve patient outcomes on Earth.

Learn more about the Pharmaceutical In-space Laboratory (ADSEP-PIL-10).

Robotic refinement

A video shows NASA astronaut Chris Williams working on hardware inside a rectangular space. Facing away from the camera, Williams makes small adjustments to the experiment, which consists of two white robotic arms. There are many white cables on the inside of the compartment.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works with equipment that tests the performance of small robotic arms in space. Some experiments and operations require very precise movements, where tiny errors can significantly impact results. Understanding how microgravity affects delicate robotic operations helps researchers improve designs for future automated systems that can perform operations while astronauts focus on the most critical tasks.

Learn more about the Test facility for lab-aUtomation System in Kibo (TUSK).

Share

Details

Last Updated
Jul 23, 2026

💾

NASA astronaut Chris Williams is set to return to Earth after an eight-month mission aboard the International Space Station. During his assignment, Williams ...
  •  

health @ Savannah: GNU Health en la facultad de Ciencias Sociales de la Universidad de Buenos Aires

Los próximos días 5, 6 y 7 de agosto tendrán lugar las XVII Jornadas Nacionales de Debate Interdisciplinario en Salud y Población “Investigar e intervenir en salud en tiempos de negacionismos y retrocesos”, organizadas por el Área de Salud y Población del Instituto de Investigaciones Gino Germani de la Facultad de Ciencias Sociales de la Universidad de Buenos Aires (UBA).

Luis Falcón (GNU Solidario) junto al Dr. Fernando Sassetti (UNER) presentarán en la sección "Desigualdades Sociales de la Salud", con el título "Software Libre como modelo de equidad, privacidad, soberanía tecnológica y sostenibilidad en salud. El caso de GNU Health".

Para la comunidad de GNU Health es un privilegio y un honor ser parte de este tan importante evento que lucha por la dignidad del individuo y de la comunidad, por un sistema sanitario público, de calidad y universal. Un sistema y un derecho hoy seriamente  comprometido y amenazado por las grandes corporaciones financieras y tecnológicas.

Haciendo alusión al título de las jornadas, la comunidad GNU y la filosofía del Software Libre representan el faro moral para Investigar e intervenir en salud en tiempos de negacionismos y retrocesos.

¡Nos vemos en Buenos Aires!

  •  

OrvietoLug - Distribuzioni Linux Atomic (Immutable): cosa sono e perché stanno cambiando il modo di usare Linux

Scopri cosa sono le distribuzioni Linux Atomic o Immutable, come funzionano, quali vantaggi offrono e perché rappresentano il futuro di molte distribuzioni Linux.

L'articolo Distribuzioni Linux Atomic (Immutable): cosa sono e perché stanno cambiando il modo di usare Linux proviene da Orvieto Linux User Group | Promozione software libero a Orvieto.

...
  •  

OrvietoLug - Come ridurre il consumo di risorse su Linux: monitoraggio, servizi e priorità dei processi

Guida pratica per ottimizzare il consumo di risorse su Linux:
monitoraggio, servizi di sistema e priorità dei processi con comandi
semplici e sicuri.

L'articolo Come ridurre il consumo di risorse su Linux: monitoraggio, servizi e priorità dei processi proviene da Orvieto Linux User Group | Promozione software libero a Orvieto.

...
  •  

FLUG - Riunione operativa del 17/07/2026

Venerdì 17 luglio 2026 alle 21:00 si terrà una riunione operativa del FLUG nei pressi del locale all'aperto Ultravox, situato nel prato della Tinaia nel parco delle Cascine. La consumazione non è obbligatoria. Ordine del giorno: accordo con ElsaGLUG per riunioni per il prossimo Linux Day; verifica dei contatti da (ri)prendere per gli interventi previsti … Continua la lettura d...
  •  

OrvietoLug - Systemd troubleshooting: come diagnosticare un servizio che non parte con systemctl e journalctl

Una guida pratica per capire perché un servizio systemd
fallisce, leggere i log corretti e riportarlo online con systemctl,
journalctl e systemd-analyze.

L'articolo Systemd troubleshooting: come diagnosticare un servizio che non parte con systemctl e journalctl proviene da Orvieto Linux User Group | Promozione software libero a Orvieto.

...
  •  

FediLUG Italia - Nuova vita per un vecchio PC: le 5 distro Linux più leggere

Hai un PC fermo in un angolo troppo lento per Windows 11 ma ancora perfettamente sano? Prima di buttarlo fermati un attimo: probabilmente non serve un computer nuovo, serve solo un sistema operativo che lo tratti con più leggerezza.

Le distribuzioni Linux leggere nascono esattamente per questo, sfruttare al

  •  

FLUG - ICFP Contest 2026

La rete di collettivi Studenti di Sinistra e in particolare il LILiK ci segnalano l'iniziativa ICFP Contest, che si svolgerà dal 24 al 27 luglio 2026 presso il Dipartimento di Matematica "Ulisse Dini" dell'Università di Firenze. Segue il comunicato ufficiale. Dal 24 al 27 luglio 2026, il Dipartimento di Matematica "Ulisse Dini" dell'Università di Firenze … Continua la lettura ...
  •  

FLUG - Chiusura lista flug-tech

In seguito alla proposta inviata a marzo 2026 a entrambe le liste (flug e flug-tech), la lista flug-tech è stata chiusa con l'unanimità dei partecipanti alla decisione. Con l'occasione è stata rinominata la dicitura della lista principale da La lista di discussione del Firenze Linux User Group a Firenze Linux User Group. Motivi La lista … Continua la lettura di Chiusura lista ...
  •  

Luccalug - Serata a tema: Parallel Computing su GPU

Sabato 27 giugno, a partire dalle 16:30 in poi, vi aspettiamo per una serata a tema dedicata al parallel computing, presentata dal nostro membro Massimiliano Ghilardi.

Scopriamo insieme come sfruttare il parallelismo delle GPU per migliorare le prestazioni del nostro software. Com’è fatto l’hardware e il software alla base dell’intelligenza artificiale?

Programma d...
  •  

FLUG - Riunione posthackmeeting del 22/06/2026

Dopo l'hackmeeting abbiamo deciso di ritrovarci per fare il punto della manifestazione e dei contatti che abbiamo preso. Ci vedremo lunedì 22 giugno 2026 alle 21:00 nei pressi dell'locale all'aperto Ultravox, situato nel prato della Tinaia nel parco delle Cascine. La consumazione non è obbligatoria. Resoconto Rimaneggiamento del messaggio di Leandro in lista. Proseguono i … Continu...
  •  

PLUG - Cena Sociale PLUG 2026

Quest’anno, 2026, il Prato Linux User Group ha compiuto un’intera rotazione attorno al sole come associazione* dopo anni di assenza sul territorio. L’evento non poteva che essere celebrato con gli amici vecchi e nuovi che ci hanno aiutato a crescere.

Abbiamo dunque organizzato una cena sociale per il compleanno del PLUG inviando un invito a tutti i LUG della Toscana, al quale hanno...

  •  

Luccalug - Come eravamo: una macchina del tempo per il sito del LuccaLUG

Il nuovo sito appena andato online ma ci siamo già affezionati a questa estetica un po’ anni ‘90, fatta di marquee che scorrono, font a pixel e contatore delle visite. Ma mentre lo costruivamo ci è venuta una curiosità: quanti siti ha avuto il LuccaLUG in tutti questi anni?

Tanti. Tantissimi. Uno per ogni moda del web che è passata di qui dal 2007 a oggi. Così abbiamo fa...

  •  

Hamer: uno contro tutti!

Il grandissimo dottor Ryke Geerd Hamer (1935-2017) ha cercato più volte di praticare la Medicina Germanica in cliniche private.Quando si è esiliato in Norvegia, lo ha fatto con il desiderio di promuovere la propria medicina in un Paese presumibilmente più libero.Per questo motivo ha chiesto l'autorizzazione all'associazione medica, che gli è stata negata, mentre la ...continua a leggere "Hamer: uno contro tutti!"
  •  

Pasolini: "Non sapremo mai cosa è successo questa notte"

💾

Poche ore dopo l'omicidio di Pasolini, il TG1 riporta integralmente un interrogatorio e chiude con una frase che suona quasi come un avvertimento: "Non sapremo mai cosa è successo questa notte"

Con l'avvocato Stefano Maccioni abbiamo parlato di come, sin dalle prime ore dopo il delitto, sia iniziata quella che gli americani chiamano character assassination: la demolizione dell'immagine pubblica di Pier Paolo Pasolini.

Guarda l'intervista completa sul canale YouTube DarkSide.
  •  

OpenAI e Hugging Face: hack per errore, situazione assurda #cybersecurity #ai

💾

OpenAI ha accidentalmente compromesso Hugging Face durante i test di GPT 5.6 Sol. I modelli, accortisi di essere sottoposti a un benchmark, hanno bypassato la sandbox per accedere a Internet e poi hackerato Hugging Face per trovare i dataset del test. La storia rivela come gli attacchi e la difesa nel cybersecurity vengono ormai eseguiti con AI, e come il futuro degli attacchi zero day è già qui con i nuovi exploit zero hour.

0:00 L'incidente: OpenAI hackera Hugging Face
2:29 Perché i modelli hanno cercato di barare
4:35 Il bypass della sandbox e l'accesso a Internet
6:37 L'assurdo: i modelli AI si bloccano nell'analisi forense
8:48 Tre considerazioni importanti sulla storia
10:59 Il vero vincitore: GLM 5.2
13:14 Da zero day a zero hour: il presente è arrivato
15:20 La difesa deve trasformarsi in automazione

🔗 Link utili
https://huggingface.co/blog/security-incident-july-2026
https://openai.com/index/hugging-face-model-evaluation-security-incident/

=[ INFO ]=
inviaci un messaggio a info@rev3rse.it

🌐 Contatti e community
🔗 LinkedIn → linkedin.com/company/rev3rse-security
📸 Instagram → instagram.com/rev3rsesecurity
💬 Telegram (invite-only) → @rev3rsesecuritychat
🎙️ Twitch → twitch.tv/rev3rsesecurity
🌍 Website → rev3rse.it
  •  

Pronto l’annuario MIL€X 2026 sulle spese militari italiane

Oggi, giovedì 23 luglio alle 16.00, verrà presentato a Montecitorio l'annuario MIL€X 2026 sulle spese militari italiane. Segui lo streaming in diretta tramite WebTV della Camera dei Deputati A breve, anche sul nostro sito, tutti i dati. E' possibile sostenere il lavoro dell'Osservatorio MIL€X con delle donazione: QUI L'operato dell'Osservatorio MIL€X è sostenuto dal Movimento [...]

L'articolo Pronto l’annuario MIL€X 2026 sulle spese militari italiane proviene da Movimento Nonviolento.

  •  

一块木板凿制百变支架 #woodworking

💾

生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube 【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#手工艺#老木匠
  •  

IA e colonialismo dei dati

“Anche questa mi doveva capitare”, pensa,“di parlare a una macchina come se fosse un essere umano.”

      Dino Buzzati, Il grande ritratto

Informatiche del dominio

La comparsa dell’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA) ha cambiato in maniera significativa gli scenari del possibile, e qualche volta dell’impossibile, invadendo i luoghi del digitale in una inarrestabile corsa verso un futuro che non sappiamo esattamente cosa prometta. 

Ormai parte imprescindibile del nostro immaginario collettivo, l’IA percorre senza sosta il dedalo di Internet che credevamo realtà virtuale pronta a soddisfare ogni nostro desiderio, mettendo saperi e conoscenza a disposizione di ciascuno in uno scambio totalmente orizzontale e democratico, e soprattutto perfettamente gratuito, all’insegna di una piena condivisione. Ma non è andata così, come era abbastanza prevedibile, nel momento in cui le piattaforme commerciali hanno preso possesso della Rete, trasformandola in un lucroso affare di proporzioni planetarie.

L’IA si distingue in due principali tipologie: generativa e discriminativa. Quest’ultima è incentrata su compiti di classificazione e previsione statistica mentre quella generativa è decisamente più complessa poiché prevede che si possano realizzare contenuti originali, quali testo, foto, musica, audio e video sulla base di modelli di apprendimento automatico addestrati a questo scopo. In risposta a precise richieste, i cosiddetti prompt, la macchina fornisce altrettanto precise risposte, o quanto più precise possibili, basandosi su set di dati di enormi dimensioni per comprendere, riassumere e produrre nuovi contenuti. Maggiore la quantità di dati a disposizione, maggiori le possibilità che l’elaborazione dell’IA sia efficace su ogni questione riguardante lo scibile umano. 

Spesso è stato detto che i dati sono il nuovo petrolio, carburante che alimenta questi oracoli al silicio virtuosi e dottissimi, riflesso sempre più abbagliante di ciò che sta al di là dello schermo. Eppure, i dati non sono presenti in natura, bisogna appropriarsene dopo averli strutturati e resi tali; impadronirsene ed elaborarli significa costruire “relazioni di dati” che assicurano la conversione quasi spontanea della vita quotidiana in una corrente continua di informazioni. Il risultato è ineluttabile: un nuovo ordine sociale fondato su un monitoraggio costante, che offre incalcolabili opportunità per la selezione e l’influenza comportamentale

Le “relazioni di dati”, tuttavia, sono sottoposte anche ad un rinnovato colonialismo, mettendo “a profitto” gli stessi esseri umani che ne facilitano la strutturazione interagendo con i loro dispositivi – computer, tablet, telefoni, smartwatch e via dicendo –, proprio come il colonialismo europeo si è appropriato, lungo un arco di alcuni secoli, di territori e risorse d’oltremare per ricavarne favolosi guadagni. 

Il “colonialismo dei dati”, neologismo coniato per indicare questo recente processo di espropriazione, combina pratiche predatorie tipiche del colonialismo storico, utilizzando metodi di quantificazione del calcolo per mezzo di algoritmi. Non si tratta più, come un tempo, di occupare nuove terre e sottomettere le popolazioni native per allargare i confini metropolitani e rendere più ricca la propria nazione; piuttosto, di invadere gli spazi virtuali di Internet, per farli diventare veri e propri siti di sfruttamento, geografie immateriali nelle quali esercitare un potere “digitale-territoriale”.

I dati sono, dunque, una forma di appropriazione fondamentale di risorse. In questo caso, però, non si tratta semplicemente di impossessarsi di materie prime allo stato naturale, come poteva accadere con l’argento delle miniere del Sud America, il cotone delle piantagioni schiaviste degli Stati Uniti o la gomma del Congo belga. É la vita, adesso, che deve essere configurata in modo da facilitare la produzione di queste ricchezze digitali; i dati sui comportamenti o sulle caratteristiche di un individuo si combinano con i dati relativi a quelli di altri individui collegati in Rete per dare origine a connessioni “informazionali” tra punti prestabiliti che le piattaforme digitali intendono governare. Principali protagoniste del “colonialismo dei dati” sono le grandi aziende, che oggi conosciamo con l’appellativo di Big Tech, coinvolte nell’incetta di atti sociali quotidiani, tramutati poi in dati quantificabili che vengono analizzati e conservati per creare profitti: Amazon, Google, Apple, Meta con Facebook, Instagram e Whatsapp, ma anche, in Cina, Baidu, Alibaba, Tencent.

Stiamo assistendo, in buona sostanza, ad una riorganizzazione della comunità umana tramite un’ampia trasformazione dei rapporti sociali. La recentissima tecnologia informatica, grazie all’insieme delle conoscenze, abilità e competenze che incarna – con particolare riferimento alle infrastrutture digitali innervate dalle IA algoritmiche – sta approntando giorno dopo giorno un nuovo tipo di società “tradotta” in un flusso di dati che sarà continuamente monitorato, catturato e ordinato per valore. 

Ora, rappresentando noi stessi quella società, ne consegue, irrimediabilmente, che ne sta andando della nostra esistenza personale e della nostra identità. Il nostro stesso “sé” risulta compromesso e veniamo indebitamente “espropriati” come collettività e come individualità nel medesimo momento. Il “colonialismo dei dati” tramuta la nostra vita in un costrutto sociale virtuale, ormai maturo per la mercificazione. 

I pregiudizi degli algoritmi

Riproposizione, in qualche misura, della vecchia colonial mind, l’IA generativa sembra perpetuare stereotipi che amplificano i preconcetti sul genere e sulle etnie, forse mettendo perfino in pericolo l’incolumità delle persone. 

Interessante e drammatica la testimonianza di Joy Buolamwini dalle pagine del Time nel 2019. Scienziata, attivista e fondatrice dell’Algorithmic Justice League, Buolamwini scrive: “Le macchine possono discriminare in modo dannoso. L’ho sperimentato in prima persona, quando ero una studentessa laureata al MIT nel 2015 e ho scoperto che alcuni software di analisi facciale non potevano rilevare il mio viso dalla pelle scura fino a quando non ho indossato una maschera bianca. Questi sistemi sono spesso addestrati su immagini di uomini prevalentemente dalla pelle chiara”.

Le IA vengono istruite a partire da insiemi di dati che riflettono i pregiudizi tipici della cultura occidentale ad ogni livello. Questo significa che l’IA propone modelli di interpretazione della realtà ingannevoli e fortemente orientati a privilegiare i bianchi e la loro cultura. Un aspetto, quest’ultimo, da non sottovalutare. Vengono   fabbricati veri e propri cliché improntati al più schietto razzismo: le donne asiatiche sono iper-sessualizzate; le africane e gli africani vengono per lo più rappresentati come primitivi, al contrario degli europei che appaiono solidamente evoluti; i leaders appartengono sempre al sesso maschile e i detenuti nella maggioranza dei casi sono persone di colore. Esempi eclatanti di colonizzazione algoritmica li ritroviamo in Sud Africa o in Indonesia, dove si sperimentano modelli di sorveglianza digitale utili all’industria globale del controllo per esportare quelle tecnologie altrove, vendendole in tutto il mondo.  

Il “colonialismo dei dati” nutre sé stesso divorando senza sosta informazioni con modalità che possono apparire scontate e quel che è peggio neutrali, allo scopo di promuovere, ci viene ripetuto ossessivamente, indiscutibili miglioramenti favoriti dall’uso di tecnologie che sembrano davvero miracolose e alla portata di tutti e non, invece, persistenti tentativi di coercizione dello sviluppo umano. 

Ma non è soltanto questione di Big data o di piattaforme concepite per impiegarne lo straordinario potenziale. La materialità dell’IA, un elemento che non dobbiamo trascurare e su cui vale la pena riflettere, ci racconta un’altra storia, fatta di corpi e terre rare: basti pensare soltanto al litio senza il quale non funzionerebbero le batterie dei nostri cellulari oppure al lavoro in condizione quasi servile di coloro che “ripuliscono” i pacchetti di dati per eliminarne i contenuti cruenti, pornografici o particolarmente sgradevoli, la cosiddetta “etichettatura”, facendo sì che l’IA non sia in grado di proporli in risposta a una delle tante domande che le vengono formulate sugli argomenti più disparati e l’utente finale non li riceva. Sottopagati e traumatizzati da ciò che vedono e sentono con conseguenze dirette sulla loro salute mentale, i data cleaners, principalmente del Sud globale (l’insieme dei Paesi in via di sviluppo collocati perlopiù nell’emisfero meridionale), conducono un’attività “fantasma”, occultata a sguardi indiscreti, di cui i consumatori occidentali non hanno nemmeno lontanamente conoscenza.

L’Impero dell’IA, se così possiamo definirlo, è ben più tangibile di quanto si possa credere mentre, per altro verso, siamo sedotti dallo spettacolo del digitale che ci promette scenografie maestose e pirotecniche: basterà, a questo proposito, citare gli archivi di informazioni depositati nei potenti server, unità fisiche di cui si evita il surriscaldamento con appositi circuiti di raffreddamento ad acqua, conservati in molte aree del pianeta con maggior concentrazione negli Stati Uniti, che vengono alimentate da semplice energia elettrica, al pari di ciò che accade per una qualsiasi lampadina.

Nel labirinto irrequieto di Internet, pieno di intense suggestioni ma al tempo stesso di molti anfratti oscuri, il Minotauro aspetta un Teseo che liberi i prigionieri dalle loro catene virtuali. Probabilmente noi tutte e noi tutti.

L'articolo IA e colonialismo dei dati sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

  •  

Caldo estremo e rischio per i lavoratori. ASA e consociate tutti nella stessa barca

Come preannunciato USB non avendo avuto risposte in merito all' emergenza caldo un ASA il 31/7/2026 ha proclamato il primo sciopero per tutelare la salute dei lavoratori che si trovano a lavorare con indumenti non idonei a queste temperature, inoltre i carichi eccessivi aumentano il rischio a cui sono sottoposti. Ore di straordinario in continuo aumento: +2400 h rispetto ai primi dei mesi del 2025, reperibilità che vanno oltre i limiti contrattuali: +494gg di eccedenze sempre nei primi 6 mesi. In alcuni reparti viene chiesto di cambiare turni aggravando i carichi di lavoro della reperibilità. Conseguenze dovute in parte ad un' organizzazione da rivedere ma in larga parte alla mancanza di personale operativo. Purtroppo la situazione denunciata da USB in altre occasioni non è mai stata presa seriamente e adesso in piena emergenza caldo chi ne paga le conseguenze sono i lavoratori.
Stessa situazione nella consociata 100% di ASA, la ditta Giunti Carlo Alberto che con numeri esiguo di personale copre un servizio per ASA sovraccaricando i lavoratori con turni di reperibilità oltre i 14 giorni mensili  cadauno e ore di straordinario oltre i limiti dei d.lgs. sulla sicurezza. Lavori portati avanti anche con temperature che oltrepassano i 35 gradi senza un turno over sufficiente per la scarsità di personale.

Per questo il 31/7/2026 USB ha proclamato la prima giornata di sciopero dei lavoratori di  ASA e del Giunti Carlo Alberto con la speranza che si trovi una soluzione prima che sua troppo tardi per la salute dei lavoratori.

 

Unione Sindacale di Base - Livorno

  •  

What's ARP Got to Do with It?

It's only ARP. It works. So how much can it really matter? The answer lies beyond ARP itself, in the IPv4 layer cake that grew around it over four decades. The IPv4 internet is not going away in bounded time, and nobody should pretend otherwise.
  •  

In Cina e Asia – Vertice ASEAN, Rubio e Wang preparano l’incontro Xi-Trump

In Cina e Asia – Vertice ASEAN, Rubio e Wang preparano l’incontro Xi-Trump wang yi rubio asean

I titoli di oggi:

Vertice ASEAN, Rubio e Wang preparano l'incontro Xi-Trump
Cina, numero quattro del Pcc visita il Tibet
Taiwan “riconsidera” importazioni di gas dalla Papua Nuova Guinea dopo la chiusura del suo ufficio di rappresentanza
Gli Usa accusano Moonshot di aver utilizzato tecnologia vietata
Cina-UE, firmato nuovo accordo per collaborazione nella ricerca
Ue, multa record da 550 milioni ad AliExpress per prodotti illegali
Pronto nuovo accordo di sicurezza tra Stati Uniti e Isole Salomone

L'articolo In Cina e Asia – Vertice ASEAN, Rubio e Wang preparano l’incontro Xi-Trump proviene da China Files.

  •  

La nuova rotta dei migranti cinesi passa per il Balcani

La nuova rotta dei migranti cinesi passa per il Balcani nigranti cinesi balcani

“Vorrei restare un po’ qui e trovare un lavoro, guadagnare un po’ di soldi. Magari cercherò lavoro in un negozio. Oppure come venditore ambulante”. Yong ha poco più di vent’anni. Proviene della provincia cinese dello Henan, dove fino a poco tempo fa lavorava come fattorino per la consegna di cibo. A novembre era uno dei cinesi ospitati nel campo profughi di Blazuj, ...

L'articolo La nuova rotta dei migranti cinesi passa per il Balcani proviene da China Files.

  •  

osip @ Savannah: osip2 [5.3.2]

A new security release was published today! A minor Out-of-bounds Read was discovered. And fixed!

No confidential impact is possible.
A very low risk of crash is possible.

Enjoy & update!
Aymeric

  •  

Firefox 153 Released with HDR Video, Smarter PDF Tools, Better Privacy, and New Linux Improvements

Firefox 153 Released with HDR Video, Smarter PDF Tools, Better Privacy, and New Linux Improvements

Mozilla has officially released Firefox 153, bringing another round of improvements to its open-source web browser. The latest version introduces new multimedia capabilities, enhanced PDF editing tools, stronger privacy protections, better support for modern web technologies, and several features aimed at improving the browsing experience across Linux, Windows, and macOS. Firefox 153 became available on the stable release channel on July 21, 2026.

While this isn't a major redesign, Firefox 153 delivers a collection of practical updates that benefit both everyday users and web developers.

HDR Video Playback Comes to Windows

One of the headline features in Firefox 153 is support for High Dynamic Range (HDR) video playback on compatible Windows systems.

Users with HDR-capable displays and Windows HDR enabled can now enjoy richer colors, improved contrast, and brighter highlights when watching supported online video content. Mozilla notes that certain laptop displays offering only "HDR video streaming" are not currently supported, and some HDR videos recorded on mobile phones may still have limitations.

Although this feature is Windows-specific, it represents another step toward bringing Firefox in line with modern multimedia standards.

PDF Editing Becomes Even More Powerful

Mozilla continues expanding Firefox's built-in PDF editor, eliminating the need for third-party applications in many situations.

Firefox 153 introduces the ability to:

  • Merge multiple PDF documents
  • Insert images as new PDF pages
  • Continue using existing editing tools such as annotations, page organization, and text editing

These additions make Firefox an even more capable document viewer and editor, especially for users who frequently work with PDF files.

Stronger Privacy and Permission Controls

Privacy remains one of Firefox's biggest selling points, and version 153 introduces several enhancements designed to give users more visibility and control over website permissions.

New improvements include:

  • A visual indicator when a website is actively accessing your location
  • More restrictive default permissions for browser extensions accessing local files
  • Local Area Network (LAN) restrictions enabled by default for all users

These changes reduce unnecessary exposure of local resources while making it easier to understand what websites and extensions can access.

Experimental JPEG XL Support

Firefox 153 also adds experimental support for the JPEG XL image format, which many developers consider a promising successor to older image standards.

JPEG XL offers several advantages, including:

  •  

Germania VS Italia 👉 Perché l'Italia è più CARA? 🇮🇹 😨

💾

#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1171: E' il momento di ripartire. Dopo i giorni bellissimi trascorsi al raduno dei The Family in val di Rabbi è arrivato il momento di prendere la direzione Nord. Sarà davvero un viaggio lungo e per i nostri standard rapido che ci metterà alla prova dal punto di vista logistico ma sopratutto dal punto di vista dei costi. Questa è anche una buona occasione per capire quanto costa l'Europa dopo tanto tempo in cui manchiamo ad esempio la Germania è davvero cosi cara? Quanto costa fare la spesa? Quanto costa comprare articoli in un negozio di fai da te? E un Hamburger in un fast food? Vediamolo!

☀️Il nostro link PayPal con cui potete donarci un "gelato" per aiutarci a mantenere vivo questo canale.
https://paypal.me/stepsover

🔥 NUOVO LIBRO 👉 SEI ANNI NELLE AMERICHE https://amzn.eu/d/56bdWQ4

👉 Secondo CANALE https://www.youtube.com/@STEPSOVER_EXTRA
🔥 Lost in Stepsover https://www.youtube.com/@lostinstepsover
😵
Entra a far parte del nostro TEAM PATREON!
🔥https://www.patreon.com/stepsover

👉 La seconda EDIZIONE del nostro libro su come CAMPERIZZARE un veicolo Overland lo trovi qui 🔥900 PAGINE ✌️
https://www.stepsover.com/prodotto/lo-zen-e-larte-della-camperizzazione-di-un-veicolo-overland-ebook/

Dove siamo? https://bit.ly/34ZKZGi

🙏Grazie ai nostri SUPPORTERS🙏 SIETE MERAVIGLIOSI ❤️
Mecogen66
Abramo Pauselli
Annamaria Petito

🤜Canale pubblico Telegram https://t.me/stepsover
😈Il nostro BAR su TWITCH https://www.twitch.tv/stepsover
🌏La nostra pagina Facebook e Gruppo su FACEBOOK 🌈STEPSOVER
⭐️Instagram https://bit.ly/34ZKZGi
⚡️Visitate il nostro blog: https://www.stepsover.com
🔥community DISCORD WORK IN PROGRESS https://discord.gg/eV8eAWaF43
  •  

NASA to Showcase Agency’s Newest Wind Tunnel in Virginia

Flight Dynamics Research Facility
The Flight Dynamics Research Facility, located at NASA’s Langley Research Center in Hampton, Virginia, is the agency’s first major wind tunnel built in more than 40 years.
NASA/Mark Knopp

Media are invited to NASA’s Langley Research Center in Hampton, Virginia, on Friday, July 31, to attend a media tour and ribbon-cutting ceremony for the Flight Dynamics Research Facility, the agency’s first new wind tunnel in more than 40 years.

The event will include a brief media availability with:

  • NASA Administrator Jared Isaacman
  • Dr. Trina Dyal, center director, NASA Langley
  • Administrator Edward C. Forst, U.S. General Services Administration

This event is in person only and open to members of the media who are United States citizens or lawful permanent residents. Information about timing will be shared closer to the event. NASA’s media accreditation policy is available online.

Media requesting to participate in person must RSVP no later than 5 p.m. EDT on Wednesday, July 29. Media RSVPs must be sent to Kimiko Booker, kimiko.s.booker@nasa.gov, and Brittny McGraw, brittny.v.mcgraw@nasa.gov, with the following information:

  • Legal first and last names (must match government identification)
  • Email
  • Phone number
  • Job title and organization

The wind tunnel opening marks a major milestone in the evolution of NASA and the nation’s aeronautics and space research capabilities. The state-of-the-art facility will support research and technology development that will advance NASA’s aeronautics, exploration, and science goals, including establishing a sustained human presence on the lunar surface through the Artemis program and the development of a Moon Base.

Learn more about the Flight Dynamics Research Facility at:

https://go.nasa.gov/4yzKEGQ

-end-

Camille Gallo / Rob Margetta
Headquarters, Washington
202-358-1600
camille.m.gallo@nasa.gov / robert.j.margetta@nasa.gov 

Kimiko Booker / Brittny McGraw
NASA Langley, Hampton, Va.
757-506-5939 / 757-769-3763
kimiko.s.booker@nasa.gov / brittny.v.mcgraw@nasa.gov

Share

Details

Last Updated
Jul 22, 2026
Editor
Jennifer M. Dooren
  •  

NASA Sets Coverage for Astronaut Chris Williams, Crewmates Return

D4_2071158_20251127T124233_R_2025-11-27 12-42-38.NEF
The Roscosmos Soyuz MS 28 spacecraft is pictured in November 2025 shortly after docking to the International Space Station’s Rassvet module.
Credit: NASA

Editor’s Note: This advisory was updated on July 23, 2026, to reflect changes to the mission timeline. 

NASA astronaut Chris Williams and Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov and Sergei Mikaev are wrapping up their 241‑day mission aboard the International Space Station.

The crew and its Soyuz MS-28 spacecraft will undock from the orbiting laboratory’s Rassvet module at 3:03 a.m. EDT Sunday, July 26, heading for a parachute-assisted landing at 6:25 a.m. (3:25 p.m. local time) on the steppe of Kazakhstan, southeast of Dzhezkazgan.

NASA’s live return coverage will stream through a variety of platforms. Learn where to watch online:

https://www.nasa.gov/live

Williams and his crewmates will complete 3,856 orbits and travel more than 102 million miles before returning to Earth. The flight marks the first mission for Williams and Mikaev and the second for Kud‑Sverchkov.

After landing, the crew will fly by helicopter to Karaganda, Kazakhstan, where recovery teams are based. Williams then will return to NASA’s Johnson Space Center in Houston, while Kud‑Sverchkov and Mikaev head back to their training base in Star City, Russia.

NASA’s live return coverage is as follows (all times Eastern and subject to change based on real-time operations):

Saturday, July 25

9:40 a.m. – Coverage of the Space Station Expedition 74/75 change of command ceremony begins.

Kud‑Sverchkov will transfer command of the orbital complex to NASA astronaut Jessica Meir. Expedition 75 officially begins when Soyuz MS‑28 undocks.

11:10 p.m. – Coverage of crew farewells and hatch closing begins.

11:30 p.m. – Hatch closing

Sunday, July 26

2:30 a.m. – Coverage of undocking begins.

3:03 a.m. – Undocking

5:15 a.m. – Coverage of deorbit and landing begins.

5:31 a.m. – Deorbit burn

6:25 a.m. – Landing

For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

www.nasa.gov/station

-end-

Joshua Finch / Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov / james.j.russell@nasa.gov

Leah Cheshier / Anna Schneider
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
leah.d.cheshier@nasa.gov / anna.c.schneider@nasa.gov

  •  

NASA Sets Coverage for Astronaut Chris Williams, Crewmates Return

D4_2071158_20251127T124233_R_2025-11-27 12-42-38.NEF
The Roscosmos Soyuz MS 28 spacecraft is pictured in November 2025 shortly after docking to the International Space Station’s Rassvet module.
Credit: NASA

Editor’s Note: This advisory was updated on July 23, 2026, to reflect changes to the mission timeline. 

NASA astronaut Chris Williams and Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov and Sergei Mikaev are wrapping up their 241‑day mission aboard the International Space Station.

The crew and its Soyuz MS-28 spacecraft will undock from the orbiting laboratory’s Rassvet module at 3:03 a.m. EDT Sunday, July 26, heading for a parachute-assisted landing at 6:25 a.m. (3:25 p.m. local time) on the steppe of Kazakhstan, southeast of Dzhezkazgan.

NASA’s live return coverage will stream through a variety of platforms. Learn where to watch online:

https://www.nasa.gov/live

Williams and his crewmates will complete 3,856 orbits and travel more than 102 million miles before returning to Earth. The flight marks the first mission for Williams and Mikaev and the second for Kud‑Sverchkov.

After landing, the crew will fly by helicopter to Karaganda, Kazakhstan, where recovery teams are based. Williams then will return to NASA’s Johnson Space Center in Houston, while Kud‑Sverchkov and Mikaev head back to their training base in Star City, Russia.

NASA’s live return coverage is as follows (all times Eastern and subject to change based on real-time operations):

Saturday, July 25

9:40 a.m. – Coverage of the Space Station Expedition 74/75 change of command ceremony begins.

Kud‑Sverchkov will transfer command of the orbital complex to NASA astronaut Jessica Meir. Expedition 75 officially begins when Soyuz MS‑28 undocks.

11:10 p.m. – Coverage of crew farewells and hatch closing begins.

11:30 p.m. – Hatch closing

Sunday, July 26

2:30 a.m. – Coverage of undocking begins.

3:03 a.m. – Undocking

5:15 a.m. – Coverage of deorbit and landing begins.

5:31 a.m. – Deorbit burn

6:25 a.m. – Landing

For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

www.nasa.gov/station

-end-

Joshua Finch / Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov / james.j.russell@nasa.gov

Leah Cheshier / Anna Schneider
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
leah.d.cheshier@nasa.gov / anna.c.schneider@nasa.gov

  •  

Pasolini: "Gli archivi della vergogna sono ancora pieni"

💾

Dallo stragismo degli anni '70 e '80 fino al crollo del muro di Berlino: per l'avvocato Stefano Maccioni l'Italia non ha ancora avuto il coraggio di aprire i suoi archivi di Stato.

Gli stessi "armadi della vergogna" evocati per le Fosse Ardeatine restano, secondo Maccioni, ancora pieni — e per lui l'omicidio Pasolini fa parte della stessa lista di verità mai raccontate fino in fondo, insieme a Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Bologna e Aldo Moro.

Guarda l'intervista completa sul canale YouTube DarkSide.
  •  

Rothko, o l’arte di sottrarsi

La mano si immerge nelle acque dello stagno, le dita tese e aperte. La carpa bianca e rossa guizza come un fulmine una spanna più avanti. L’acqua accarezza vorticando la mano che si sposta per raggiungere la carpa, inutilmente.

Nel primo semestre del 2026 si tiene a palazzo Strozzi a Firenze una grande mostra sul pittore russo-ebreo-americano Mark Rothko che ne ripercorre l’evoluzione artistica presentando opere che attraversano tutta la sua produzione artistica. La curatela dell’esibizione è stata seguita da Elena Geuna e da Christopher Rothko, psicologo, autore e attento custode dell’eredità paterna. Proprio nel 2026 la casa editrice Marsilio Arte ha pubblicato la traduzione in italiano della raccolta di saggi scritti da Christopher sul lavoro del padre volta a chiarirne alcuni aspetti dalla sua prospettiva privilegiata, dall’interno della faccenda – la raccolta si chiama significativamente Mark Rothko: dentro l’opera. Tornando al pittore, quello che vogliamo raccontare oggi non è tanto una lettura dei suoi quadri, quanto una traiettoria: la parabola di un artista che, ogni volta che sente di essere usato – come decoro, come conferma, persino come garanzia di trascendenza – risponde con un gesto che ha la forma della ribellione. Questa ribellione passa interamente attraverso lo stile: è la tela stessa, il colore stesso, a sottrarsi alla presa di chi crede di averlo finalmente capito. È forse per questo che Rothko esercita ancora oggi una risonanza così particolare: la sua vita rispecchia un sogno che molti coltivano in segreto, quello di poter cambiare pelle ogni volta che qualcuno crede di possederci per poter rimanere fedeli a noi stessi senza compromessi.

Rothko sembra avere un rapporto complicato con le richieste e questo si evidenzia in due punti centrali del suo percorso artistico: i murali preparati per il Four Season hotel di New York dietro commissione dei Seagram (1957-1959) e la serie di 18 dipinti chiamata Black and grey del 1969 – anche quest’ultima stimolata da un’altra importante commissione, quella del palazzo dell’UNESCO a Parigi. Le scelte artistiche prese in questi contesti sembrano suggerire che ogni volta che il pittore viene portato su un grosso palcoscenico egli si renda conto di esserci stato invitato per il motivo sbagliato, per un fraintendimento – e urge una correzione del discorso. 

Da autrice sono consapevole che questa è una interpretazione personale dei fatti e che Christopher Rothko, amorevole ma severo guardiano della agiografia del padre, non sarebbe pienamente d’accordo con questo mio tentativo di estrarre una narrativa coerente da quella che è una vita complessa e di cui senz’altro, altrove, si vuole mantenere l’attenzione sulla sovradeterminazione delle cause che hanno portato l’artista a compiere determinate scelte. Il ritrarsi progressivo di Rothko nella sua arte mediante il prosciugamento dell’appagamento dei sensi ha lasciato una nota di intrigo che ho voluto esplorare con questo pezzo. Lontano dal voler attribuire una valenza psicologica al progressivo scurimento dei toni e irrigidimento delle forme – che molti hanno interpretato come uno dei tanti sintomi della depressione, voglio comunque seguire le parole di Cristopher Rothko quando interviene riportando l’attenzione sul fatto che il padre non abbia mai creato opere autobiografiche e non vi è motivo di credere che anche quelle lo siano.

Ma per capire il fraintendimento serve fare un passo indietro. Rothko raggiunge la notorietà negli anni cinquanta quando i suoi quadri sono pieni di rettangoli di colori vividi e suadenti. Le tonalità stratificate e la lucentezza della pittura a olio rendono ogni tela una finestra su un paesaggio metafisico che incanta il pubblico. Anche senza alcuna elaborazione a livello concettuale la semplice osservazione di una tela di quel periodo diventa in sé un’esperienza significativa; la stratificazione dei colori stessi conferiscono una qualità sinestetica all’immagine – sembra di poter toccare, o ascoltare, molte delle tele di Rothko. 

Mark Rothko, No. 5 / No. 22, 1950

Questa raffinatezza arriva a Rothko attraverso una solida rielaborazione teorica della pittura, distillata nel testo pubblicato postumo “La realtà dell’artista” – scritto tra il ’36 e il ’41, anni in cui Rothko insegnava pittura, e rimasto incompiuto, quasi un trattato didattico su cosa renda un’immagine capace di comunicare, senza mai lasciar trapelare che l’autore sia un pittore egli stesso. Guardando ai maestri del Rinascimento italiano, Rothko non si interessa alle figure ma alla capacità espressiva della pittura in sé: la luce, l’atmosfera, la tattilità, lo spazio. Le tele a partire dal 1949 – svariati anni più tardi – sono la messa in pratica diretta di quella grammatica, sedimentata ed elaborata ben prima di essere dipinta.

Manca solo il soggetto: cosa rappresentano i suoi quadri? Christopher Rothko suggerisce una chiave di lettura precisa: il dramma umano, che non ha mai una sola forma ma tante quante sono gli individui che lo vivono. La tecnica di Rothko si mette al servizio di questa messa in scena – non a caso le sue tele, spesso grandi quanto una scenografia teatrale, sembrano costruite apposta per contenere un dramma senza volto e senza nome.

Il pittore arriva ad abbandonare l’usanza di apporre un titolo alle sue opere per non influenzare l’esperienza dello spettatore, per lasciare che il dramma si svolga, si consumi nell’incontro con l’opera; tuttavia non riesce a sopportare che i suoi quadri vengano superficialmente – sebbene liberamente – interpretati come tramonti o raffigurazioni astratte di un soggetto. L’incomprensione, con queste premesse, è quasi inevitabile. Si trova ben presto stretto tra forze contrastanti e il punto di rottura avviene con la famosa commissione dei murali Seagram. 

Infatti, la stessa immediatezza che rende l’esperienza di un quadro di Rothko così potente è anche ciò che permette al pubblico di fermarsi alla soglia, di godere della superficie senza mai approfondire quello che sta in realtà avvenendo interiormente nell’incontro con le opere di Rothko. Il pubblico ama i quadri, ma li ama per le ragioni sbagliate: come oggetti di piacere immediato, non come portali su qualcosa di più grande.

Proprio il desiderio dell’autore di non compromettere l’esperienza del pubblico di fronte alla sua arte, lasciando un vuoto di spiegazioni a partire dal mutismo del titolo, apre allora le porte a insinuanti fraintendimenti tra cui il peggiore di tutti: pensare i quadri di Rothko come un bel bouquet di fiori o di una carta da parati d’autore. Purtroppo, è verosimilmente con questo spirito che la direzione del nuovo hotel Seagram di New York si rivolge a Rothko. I committenti chiedono a Rothko delle opere su misura per il ristorante del prestigioso hotel in costruzione: una richiesta ormai esplicita a essere decorativo. È il fraintendimento temuto che si materializza senza più margini di equivoco – il mondo vuole il guscio delle sue pitture, e ne scarta il contenuto come un vezzo accessorio dell’artista.

Questa frustrazione lo porta a un cambiamento radicale nel suo stile pittorico, come una ribellione adolescenziale davanti all’autorità: i toni si scuriscono e la palette si riduce nettamente. Il Rothko che era diventato famoso per i suoi colori vivaci non è più disponibile. La sua arte non può essere degradata a decorazione muraria, e quindi diventa incubo.  “Voi volete una bella carta da parati, e io invece vi faccio vedere l’inferno” sembra dire. I murali Seagram segnano infatti una grande svolta rispetto allo stile classico. Ora i rettangoli si verticalizzano creando dei portali, delle aperture che sembrano bocche spalancate (o il colonnato di un tempio greco, direbbe educatamente Christopher Rothko), che hanno un intento quasi minaccioso nei confronti dell’osservatore. I colori allegri lasciano il posto a tinte sanguinose, oscure, ctonie. Sappiamo che l’artista aveva raggiunto il desiderio di essere rifiutato e sarebbe forse stata questa una conferma che aveva finalmente lasciato comprendere a pieno il messaggio tragico e universale delle sue opere. Ma forse colto da un moto di amor proprio Rothko si accorge di questo suo desiderio di rifiuto, riconosce il tenore filosofico delle sue opere e decide di destinarle a luoghi ove siano finalmente valorizzate, invece che lasciarle alla loro funzione di exploit sovversivo. Nove di queste imponenti tavole verranno donate alla Tate Modern di Londra dove ancora oggi possono essere ammirate.

Mark Rothko, Black on maroon, 1958

Da questa esperienza lo stile di Rothko non tornerà più indietro, lasciando interdette molte persone, molti potenziali acquirenti che ancora lo conoscevano per i suoi “tramonti”. Ma ecco ancora una nuova trasformazione: a distanza di una decina d’anni, nel 1969, compaiono le tele della serie Black and Grey. Proprio in quel periodo era arrivata a Rothko una nuova commissione: l’UNESCO desiderava inserire delle opere d’arte nella sua sede di Parigi ed era in contatto con diversi artisti, tra cui Alberto Giacometti per le sue esili sculture metalliche e Rothko per un murale da inserire nelle aree comuni del palazzo, almeno da quanto si legge nei report di quel periodo. Rothko arriva a rifiutare il lavoro per motivi di salute, ma dalle poche informazioni disponibili si pensa che la serie Black and Grey possa essere considerata come uno studio per quel lavoro. Anche questa commissione, sebbene non vi sia conflitto, offre l’occasione a Rothko di schiarirsi ulteriormente la voce, per affinare ancora quel linguaggio scarnificato che aveva già cominciato a emergere con Seagram.

Per chi non ha mai visto le tavole di questa serie forse farebbe fatica a riconoscerle come dei Rothko perché gli elementi stilistici che lo definivano sono stati a tal punto prosciugati, scheletrificati, da allontanare l’osservatore piuttosto che invitarlo. Lo schema di colori è, in apparenza, elementare: due sole campiture rettangolari, una nera e una grigia, direttamente confinanti, racchiuse da una cornice bianca ottenuta lasciando nuda la tela ai margini. Guardando da vicino si scopre che quelle campiture non sono tinta unita ma conservano ancora la stratificazione di colori cara a Rothko – solo che ora la lucida pittura a olio ha lasciato il posto all’acrilico, dalla resa opaca e più fredda. Come dice Christopher Rothko, sembra che qui il pittore desideri allontanare lo spettatore, chiedendogli tutta la propria attenzione per decifrare le immagini che inizialmente respingono lo sguardo. Rothko compie una sorta di ascesa verso la frugalità dei sensi, che alcuni hanno chiamato minimalismo, per puntare con ancora maggior forza all’universalità del suo messaggio. 

Mark Rothko, untitled, 1969

“[Rothko] era consapevole di aver cambiato il modo di comunicare con lo spettatore e di averne modificato il ruolo di fronte all’opera […]. Non siamo più al centro dell’arena emotiva. Ne rimaniamo fuori e sentiamo le onde emotive propagarsi anche se non ne siamo più investiti ” scrive il figlio.

“Questo abisso, questo vuoto, non è necessariamente quello della morte. È un vuoto esistenziale, un nulla temuto. È la vita senza senso, senza un dopo. […]  i dipinti di Rothko sono una sfida a guardare in profondità, anziché rivolgere lo sguardo sulle cose banali; ad affrontare il vuoto invece che fingere che non ci sia. E a rispondere con coraggio a quello che crediamo importante, a quello che conta, a ciò che ci definisce.”

C’è però un ultimo episodio, cronologicamente incastonato proprio tra Seagram e queste ultime tele, che la mostra di Palazzo Strozzi non espone ma che l’apparato critico-didattico dell’esposizione richiamano più volte: la Rothko Chapel di Houston, la cappella ecumenica per cui Rothko lavora tra il 1964 e il 1967 su commissione di John e Dominique de Menil. È un caso diverso da tutti gli altri, ma non per questo meno interessante. Qui non c’è fraintendimento nel senso di Seagram: i committenti non chiedono a Rothko di essere decorativo, gli chiedono anzi di essere se stesso nella sua forma più assoluta – un artista capace di dare forma visiva al sacro, al silenzio, alla contemplazione. Eppure, anche in questo contesto di rispetto quasi devoto, mi pare di intravedere lo stesso meccanismo che ha già mosso Rothko altrove: viene chiesto all’artista di essere qualcosa, questa volta un garante di trascendenza, un nome che certifichi la serietà spirituale del luogo. E anche qui, con gli enormi pannelli quasi neri e quasi monocromatici che compongono la cappella, Rothko sembra sottrarsi all’idea che i committenti potevano avere della sua arte e ripresentarsi in un modo ancora diverso, come nessuno l’aveva ancora mai visto.

Rothko Chapel, foto di Thomas Struth

Ad ogni svolta, lo spettatore rimane spiazzato dalla frizione che le nuove scelte pittoriche creano con quelle precedenti. Le campiture che sembravano aleggiare nel colore come nuvole delicate si sono prima incupite e poi irrigidite fino a richiamare la durezza e la rigidità del cemento e dell’asfalto. La mostra a Palazzo Strozzi prepara il campo per un’esperienza che assomiglia a un piccolo tradimento: lo spettatore, convinto di aver finalmente afferrato Rothko, vede la mano chiudersi sul vuoto – mentre Rothko, con un guizzo, è già altrove, nel suo elemento, quello della pittura, dove nuota meglio di chiunque provi a stringerlo in una definizione.

The post Rothko, o l’arte di sottrarsi first appeared on Stanca.

  •  

Che ruolo ha il talento naturale? Che ruolo ha la fatica, il sangue e il sudore?

💾

Bisogna fare particolare attenzione al modo in cui ci rapportiamo al concetto di "abilità naturale", detto anche a volte "talento naturale". Dobbiamo ricordare il ruolo della fatica e dello sforzo nell'acquisizione di nuove abilità.

Il progetto Esadecimale nasce per offrire il migliore spazio di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano. Se vuoi supportare la mia missione puoi approfondire il mio progetti tramite i seguenti link:
https://esadecimale.it
https://learn.esadecimale.it
https://cyber.esadecimale.it
https://forum.esadecimale.it
  •  

Da minacce e tentata corruzione alla rissa sfiorata: caos in metropolitana

💾

Le fermate della metropolitana sono state letteralmente prese d'assalto da gruppi numerosi di borseggiatori e ladri: uomini, donne e ragazzini pronti ad agire in qualsiasi momento. Ad un certo punto ne ho contati oltre venti.

Oltre all'atteggiamento intimidatorio quando provavo ad avvisare i passeggeri, qualcuno di loro ha persino cercato di corrompermi — prima proponendomi dei soldi, poi offrire sostanze stupefacenti e alcol.

La situazione è poi degenerata: tra i passeggeri e i "guardaspalle" dei borseggiatori si è sfiorata la rissa. Per fortuna, siamo riusciti a far scendere il gruppo più pericoloso che era ormai partito all'attacco.

Infine, sapendo che alcuni passeggeri avevano allertato i Carabinieri per la fermata successiva, abbiamo teso loro una trappola: siamo rimasti in banchina per spingerli a salire sul treno pur di liberarsi di noi... facendoli andare dritti verso le forze dell'ordine!
  •  

制作一个刨圆神器,太智慧了 #woodworking #手工艺

💾

生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube 【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#手工艺#老木匠
  •  

Prolusione del prof. Paolo Corsini per l’82° anniversario della Liberazione di Livorno

In occasione dell’82° anniversario della Liberazione di Livorno, il prof. Paolo Corsini, Presidente dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, è stato invitato dal Comune di Livorno a tenere la prolusione per ricordare l’evento. L’intervento ha chiuso una serata particolarmente intensa ed importante per la vita di ISTORECO, alla quale hanno preso parte le principali autorità politiche del territorio.

Ecco il testo dell’intervento:

Ho accolto di buon grado l’invito rivoltomi dal collega Claudio Seriacopi, presidente dell’Istoreco, nell’occasione della ricorrenza della liberazione della città di Livorno, avvenuta esattamente 82 anni fa. Non si poteva scegliere data migliore per inaugurare la nuova sede dell’Istituto, generosamente resa disponibile da parte dell’Amministrazione comunale, cui rivolgo un caloroso ringraziamento nella persona del signor Sindaco , dottor Luca Salvetti. L’Istituto infatti deve la propria origine, dispiega il proprio impegno, coltiva la sua vocazione attraverso una vasta gamma di iniziative , sviluppando la ricerca storica e alimentando la memoria di quanto l’antifascismo e la Resistenza hanno rappresentato e continuano a rappresentare per la vita pubblica di questa città e per il Paese. Mi riprometto di svolgere alcune considerazioni lungo due direttrici: l’evocazione di quel 19 luglio 1944, che ha posto fine all’occupazione nazista e il valore attuale della Resistenza come esperienza dalla quale scaturisce la nuova Italia repubblicana e democratica.

1. La liberazione di Livorno riveste un significato tutt’affatto particolare : un caso che si distingue per differenza da un lato e per esemplarità dall’altro rispetto a vicende di altre città italiane. Stiamo dunque ad una descrizione in presa diretta dell’evento, alla testimonianza di quel giovinetto, partigiano appena diciassettenne, poi autorevole esponente del giornalismo italiano, Mario Lenzi, autore di O miei compagni, lo straordinario “romanzo di formazione” -così Enrico Iozzelli- che , per approcciare la giornata dell’ingresso in città delle avanguardie della Quinta armata statunitense del generale Clark e dei partigiani della Terza brigata “Val di Cecina”, prende le mosse dal 28 maggio 1943: il primo bombardamento a tappeto cui altri seguirono in giugno e in luglio: “migliaia di case furono distrutte, saltarono le centrali della luce, del gas e dell’acquedotto, tutti fuggirono e intorno alle macerie deserte fu poi esteso il filo spinato. La chiamarono zona nera. Per quasi un anno la città fu morta”. Non è questa la sede per delineare caratteristiche e vicende dell’opposizione antifascista livornese e del movimento resistenziale. Come annota Enrico Acciai, lo studioso oggi membro del Consiglio direttivo dell’Istituto nazionale “Ferruccio Parri”, una presenza tutt’altro che marginale, ampiamente articolata sul piano organizzativo e dell’ispirazione politico-ideale, plurale quanto alle stesse basi sociali, con particolare insediamento nel mondo operaio e portuale, capace di molteplici iniziative -scioperi, produzione di stampa clandestina, sabotaggi, assistenza agli sfollati-, oltre che ben radicata: 200 livornesi schedati nel casellario politico centrale, trenta volontari labronici nella guerra civile spagnola e tra di essi una figura leggendaria come quella di Ilio Barontini, capo di stato maggiore della XII brigata “Garibaldi” combattente a Yarama, a Guadalajara , a Huesca. Una esperienza altresì assai combattiva se, come si evince dal saggio di Stefano Gallo, pubblicato in Spaesamenti, un lavoro edito dal nostro Istituto, oltre alle decine di azioni compiute dalle formazioni partigiane a partire dal settembre del 1943, tra giugno e luglio 1944 si annoverano ben cento episodi che vedono le “bande” agire con grande determinazione, tanto lungo direttrici “orizzontali” -l’entroterra- quanto lungo la “dorsale”- cito testualmente – che “verso l’interno segue la costa” in direzione nord-sud. E questo nel quadro di “un rinnovato sforzo da parte delle strutture militari regionali di coordinare l’azione e di prepararsi per il momento della liberazione in maniera unitaria”, nella previsione di una sollecita avanzata degli Alleati. Dunque le dramatis personae: i partigiani che hanno mappato campi minati e difese tedesche, gli Alleati, operazioni complesse tenuto conto l’intensificarsi dei bombardamenti -tra maggio e giugno del 1944 viene praticamente raso al suolo il centro storico- e delle operazioni antipartigiane. Il 9 giugno il comando tedesco infatti emana l’ordine di scatenare offensive ad ampio raggio ed appena una settimana dopo il feldmaresciallo Kesserling emette nuove e severe direttive al fine – l’osservazione è di Paolo Pezzino – di “prendere in ostaggio l’intera popolazione civile” che è stata costretta ad abbandonare la città. Un panorama di devastazione, una somma di fattori che rendono Livorno -così un soldato americano- “una città fantasma che giace in rovina, polverizzata dai bombardamenti”, stretta dal progressivo assedio di Alleati e partigiani. Torniamo a Mario Lenzi: “dalla città che c’era una volta ora si alzavano pigramente nell’aria colonne di fumo. I tedeschi facevano saltare le ultime mine” -il riferimento è al porto, a Torretta, Fanale, via Roma. “Percorsi la città morta. Forse quel mondo non era mai esistito e se era esistito poi è scomparso”. Agli occhi del giovane partigiano -una fotografia lo ritrae in primo piano mentre sfila lungo l’attuale via Gramsci, “le rovine del porto, decine di navi affondate” -le carcasse di 150 piroscafi- “che emergevano dall’acqua bassa, le macerie della piazza Grande, il Duomo sventrato” e poi lungo il cammino “via Ricasoli, via Roma, piazza Magenta, il cannocchiale assegnatogli dagli americani puntato “dove era villa Medina, ma la mia scuola non c’era più, un baratro si era aperto, ingoiando per sempre […] le strade, i miei compagni. Erano andati via tutti e con loro se ne era andato anche il ragazzo che io ero stato”. L’ingresso dei partigiani in città è al seguito delle guide della 34a divisione “Red Bull” che avanza lentamente; due pattuglie in tuta mimetica attrezzate in azioni di commando si incaricano di individuare le mine , mentre l’artiglieria americana batte a nord di Livorno e nella città “da tempo abbandonata e deserta [sono] rimasti gruppi di guastatori”. La città deve essere rastrellata anche dalle forze tedesche che “continuavano” -così la narrazione di Mario Lenzi- “ad aggirarsi tra le case diroccate. Ancora qualche cecchino, votato alla morte era appostato sui tetti”. Poi l’inizio della “più strana guerra mai raccontata”: la lenta avanzata degli Alleati verso Lucca e Pisa, il raggiungimento dell’Arno 4 giorni dopo il 19 luglio. Questa in estrema sintesi la cronaca dei fatti. Nessun cedimento alla retorica, piuttosto la consapevolezza di una tragedia consumata. Come Luigi Comencini , in Tutti a casa del 1960 , fa dire ad un soldato americano “Livorno boom…boom, tutto finito, non c’è più Livorno”. E così pure Cesare Ciano parla di una città “morta ed impraticabile”, distrutta come è da bombardamenti sganciati anche in funzione di diversivi, secondo una strategia volta a far mantenere sulla costa toscana una grande quantità di truppe tedesche e a far credere all’imminenza di uno sbarco navale che invece avviene ad Anzio nel gennaio del 1944. Dunque nessuna esultanza di popolo il giorno della liberazione, nessuna folla entusiasta e festante ad accogliere le truppe alleate e i partigiani delle varie formazioni. Il 19 luglio la quasi totalità degli abitanti di Livorno si trova a decine se non a centinaia di kilometri lontana dalle proprie case. Livorno non è solo la città più devastata d’Italia, è anche “una città in fuga”.La città che ha conosciuto il massiccio esodo della sua popolazione civile a partire dall’ottobre del 1943 e che solo dall’autunno del 1944, dopo l’autorizzazione concessa dagli Alleati vede succedere allo sfollamento un processo di rientro. Esso si accompagna alla ricostituzione del tessuto comunitario cui una personalità di grande statura politica e intellettuale come Furio Diaz, a partire dal 29 luglio sindaco su designazione del Cln, offre uno straordinario contributo di idee e di opere, avviando pochi mesi dopo la commissione che lavora alla rinascita sulla base di una larga convergenza tra le diverse forze politiche democratiche. Esemplare la collaborazione tra comunisti e cattolici, democristiani e cristiano-sociali durata sino al 1951, dunque ben oltre la rottura del 1947 avvenuta sul piano nazionale e successivamente nei termini di una opposizione costruttiva della Dc protrattasi sino al 1953, cioè ad un anno prima della conclusione della giunta Diaz. Una sorta di mito fondativo della Livorno postbellica e un’ulteriore peculiarità della vicenda pubblica locale tra guerra e immediato dopoguerra. La ricostruzione dalle macerie materiali e morali prodotte dal conflitto a maggior ragione è impegnativa e faticosa per quanto lo sfollamento -attorno ai novantamila cittadini, grosso modo l’80% della popolazione urbana- ha costituito: un vero e proprio collasso sociale, nonché un fenomeno di massa di precarizzazione delle vite. Una vicenda da ricondurre ad una più generale strategia di guerra ai civili e che in Toscana conosce una drammatica contabilità con 807 eccidi e 4413 vittime. E’ lo sfollamento, con le sue dimensioni, con il cumulo di problemi che suscita e le conseguenze che determina -angosciante ricerca della sopravvivenza, dell’approvvigionamento di viveri, caduta verticale dell’occupazione, pendolarismo rischioso tra città e campagna, sconvolgimento dei rapporti col territorio, conflitti con le autorità, contrasti con le popolazioni del luogo di rifugio, scontri all’interno degli stessi gruppi di fuoriusciti-, a rendere la specificità, accanto alle distruzioni subite, della situazione livornese. Essa vede però anche la costruzione di reti informali di solidarietà, collegamenti con le formazioni partigiane, la possibilità di aderire alle bande armate, di rinsaldare le organizzazioni clandestine attorno ad alcune figure che già hanno assunto o vengono assumendo ruoli di direzione del movimento di liberazione. In questo quadro un prezzo assai alto è pagato dalla comunità ebraica, la quinta per importanza nel Paese che, oltre a cercare riparo dai bombardamenti, si trova alle prese con la caccia all’uomo scatenata dalle forze nazifasciste, pagando un alto tributo di morte e di deportazione: ebrei perseguitati in quanto tali , a maggior ragione se di provenienza straniera, se “sovversivi” e promotori di scioperi, ulteriormente penalizzati se in precarie condizioni economiche e di lavoro. Sono questi sostanzialmente i temi sui quali si è cimentata la storiografia, sia quella che fa capo al nostro Istituto, sia quella accademica : la ricerca storica come condizione e alimento della memoria.

2. La memoria come ethos condiviso, come patrimonio pubblico consente ad una comunità di riconoscersi in un sistema di valori , oltre il vissuto di ciascuno. L’evocazione della liberazione della città e della Resistenza non costituisce un rito stanco e imbalsamato, ma esprime la volontà di fare memoria, di custodire pubblicamente ciò che va mantenuto vivo perché rappresenta un giacimento che non può essere dissipato: la Resistenza inizio fondativo della nuova Italia democratica disegnata nei principi di fondo e nelle regole organizzative della Carta costituzionale antifascista e repubblicana. E neppure una semplice celebrazione dei sacrifici consumati che comunque costituiscono un esemplare paradigma da consegnare alle giovani generazioni. La Resistenza non solo fatto storico , ma come fonte di prospettive progettuali, di una tradizione generativa, come modo di vita, come esperienza esistenziale che contrassegna il nostro stare al mondo, il nostro stesso essere nella sua disposizione a resistere contro ogni forma di sopraffazione e di ingiustizia. Resistere: insurrezione di ogni giorno che mobilita energie, che offre linfa all’indignazione e motiva i no della coscienza. C’è tutto questo all’origine della scelta partigiana che porta giovani cresciuti alla retorica del regime, ai miti di una diseducazione volta ad irregimentarli, a schierarsi dalla parte giusta, a rifiutare la guerra, a negarsi all’arruolamento fascista , cercando le vie della montagna o il riparo nelle campagne della pianura , a irrobustire le file della cospirazione antifascista nelle realtà urbane, a vivere il rifiuto del fascismo come afflato di libertà fino a maturare una scelta politica che si collega e recupera lotte, idealità, esperienze dei partiti e delle formazioni politiche estromesse dalla vita pubblica ad opera della dittatura mussoliniana e dei suoi manutengoli. Da qui il patto resistenziale –come scrive Piero Calamandrei rivolgendosi al “camerata Kesserling”- “giurato fra uomini liberi che volentieri si adunarono per dignità e non per odio , decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo”. Uomini e donne di diversa ispirazione ideale –liberali, monarchici, cattolici, democratici cristiani, cristiano sociali, comunisti, socialisti, azionisti- ed estrazione sociale –operai, contadini, studenti, intellettuali, borghesi delle libere professioni, un fenomeno in precedenza sconosciuto di partecipazione, di mobilitazione popolare – che si organizzano per bande, scendono in lotta, imbracciano le armi attaccando il nemico, dando vita ad inedite esperienze istituzionali –le repubbliche partigiane- , elaborando avanzati programmi di rinnovamento politico e di ardite palingenesi sociali. Una Resistenza plurale, quella armata, e quella senz’armi, quella civile, delle donne -non solo staffette- che non esitano a manifestare e sostengono , attraverso un inedito maternage , le formazioni alla macchia, dei contadini che rifiutano l’ammasso obbligatorio, dei sacerdoti cattolici o dei credenti in altre fedi che in nome di un’insorgenza spirituale-religiosa, affiancano e partecipano al movimento di liberazione. Una Resistenza che si fa forte attingendo pure a sacche di dissenso dal nazifascismo dovuto ad un sentimento antitedesco talora riconducibile anche alla tutela di precisi interessi, quelli degli industriali che proteggono i propri stabilimenti e con essi i propri operai dalle sottrazioni naziste. Il movimento partigiano insomma come soggetto che rivendica una rinnovata identità della nazione, una nuova idea di patria, la riunificazione degli italiani e che non si lascia imbrigliare in una pratica “agra e stentata” di cobelligeranza , che non esita a scontrarsi col fascismo di quegli italiani fascisti colpevoli di aver trascinato il Paese in una guerra civile : non solo lo scontro tra la civiltà e l’anticiviltà della barbarie, della persecuzione razziale e della Shoah, ma pure il conflitto che vede contrapporsi sino all’estremo i cittadini di uno stesso Paese. Ebbene, a decenni di distanza noi possiamo guardare a quanti sono caduti nel corso della guerra civile con cristiana pietà o laica commiserazione. Sappiamo, come scrive Italo Calvino, che “bastava un soffio, un impennamento dell’anima” per stare con gli uni o con gli altri, da una parte o dall’altra ,ma fermamente crediamo che non può essere in alcun modo offuscato il giudizio sulle vite vissute e perse in nome di un indistinto paradigma vittimario nel quale, alla fine, viene meno ogni criterio di giudizio, ogni possibile identificazione della parte giusta rispetto a quella ingiusta, ingiusta e non semplicemente sbagliata: chi si è battuto per la libertà e la democrazia, chi invece a sostegno di un regime dittatoriale , chi ha attribuito una solida legittimazione ad un disegno che ha poi trovato compimento nella Carta costituzionale, “la fonte battesimale della nuova Italia”, e chi invece, con la Repubblica sociale italiana ha sostenuto l’orrore nazista, lo Stato dei campi di sterminio, lo Stato della disumanità. C’è un nesso inscindibile tra Resistenza, Liberazione e Costituzione: dalla morte della patria , dovuta alla dominazione fascista , alla sua rinascita, dalla sovranità autoritaria dello Stato etico alla sovranità democratica del popolo, nelle “forme e nei limiti della Costituzione” di uno Stato di diritto che assume il dovere verso i suoi cittadini, non più sudditi, di rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza […] e impediscono il pieno sviluppo della persona umana, l’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, come recita l’articolo 3. La Resistenza va, dunque, celebrata in rapporto all’antifascismo di ieri e di oggi, una festa della libertà perché guadagnata con la Liberazione, una festa per tutti quanti si riconoscono nel patriottismo della Costituzione. E con la Costituzione non è compatibile una memoria indulgente e, a essere benevoli, afascista, secondo la quale il fascismo “ha fatto anche cose buone”. Una vera idiozia ed una memoria in definitiva anti-antifascista. In realtà, come il Presidente Sergio Mattarella ha più volte ribadito, irremovibile non può che essere una interpretazione della Resistenza quale approdo di un processo di cui l’antifascismo costituisce la premessa, la condizione della democratizzazione delle istituzioni e della società. E questo vale ancor oggi, allorché da talune parti si propone di sostituire all’antifascismo l’antitotalitarismo come cardine portante della vita democratica, facendo così scomparire il fascismo come fenomeno reale e riconducendolo ad una manifestazione astratta , confinata nel passato . Un passato che purtroppo definitivamente non passa e che ritorna con le nefaste esibizioni delle marce su Bologna o ad Acca Larentia sino alla profanazione di quella piazza della Loggia a Brescia -la mia città- in cui nel maggio del 1974 si è consumata un’orribile strage fascista come ormai acclarato da definitive sentenze giudiziarie. Ebbene netta e incomponibile è la divaricazione tra il patriottismo nazionalista e bellicista del regime e il patriottismo democratico, solidale, europeista –noi non dimentichiamo Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni – propugnato dal movimento di liberazione nazionale. Esattamente per questo la Resistenza è attuale. Perché pulsioni nazionalistiche sono di nuovo all’ordine del giorno, perché il nazionalismo, che ha costituito la malattia mortale del secolo scorso , di nuovo infesta il nostro tempo su entrambe le sponde dell’Atlantico, facendo balenare i lugubri fantasmi dell’alterazione dello Stato di diritto, alimentando le esperienze autoritarie proprie di quelle democrature che vedono intaccata la libertà di stampa e l’espressione della volontà popolare messa in discussione, sottoposta al rischio di essere revocata come avvenuto nell’attacco a Capitol Hill in un Paese dalle indubbie tradizioni democratiche. Un neonazionalismo sovranista che attraverso politiche protezionistiche produce guerre commerciali, penalizza i Paesi più deboli, incrementa il divario tra nord e sud del mondo e le distorsioni proprie dello scambio ineguale, fino a puntare ad una progressiva erosione dell’ordine geopolitico retto sul diritto internazionale e su trattati multilaterali. E ancora: un neonazionalismo che punta ad uno sfiguramento plebiscitario e populistico della democrazia, facendo leva su di una ideologia che orienta l’opinione pubblica verso modelli illiberali e persino reazionari, un sovranismo forte del sostegno di imprenditori globali che gestiscono direttamente gangli dello Stato, secondo i quali la democrazia non sarebbe compatibile con la libertà. La Resistenza è attuale perché la Costituzione non va solo predicata, ma va attuata e strenuamente difesa contro ogni tentativo di sbrego a colpi di maggioranza come purtroppo racconta la storia parlamentare più e meno recente a carico di ambedue i versanti dello schieramento politico. Centralità del Parlamento come argine alla verticalizzazione del potere , equilibri e meccanismi di contrappeso a garanzia delle necessarie limitazioni nell’esercizio delle funzioni di governo per evitare il rischio che la democrazia si snaturi in capocrazia con una esorbitante concentrazione di poteri , salvaguardia dell’unità della Repubblica e valorizzazione del sistema delle autonomie , la magistratura autonoma e indipendente, meccanismi elettorali in grado di rispecchiare fedelmente la volontà popolare: questo il disegno dei padri costituenti . La Resistenza è attuale perché l’ideale di un’Europa unita, degli Stati Uniti d’Europa -una tra le visioni più appassionanti elaborata negli anni della seconda guerra mondiale nell’isola di confino di Ventotene – sta scontando enormi contraddizioni e l’Unione europea si ritrova in preda a laceranti contrasti , inabilitata a promuovere una politica estera e di sicurezza comune adeguata a fronteggiare le sfide di un’epoca di cambiamenti e grandi trasformazioni. La crisi che l’Europa vive a tutti i livelli -politico, sociale, culturale, economico, militare-, la fase discendente che sta attraversando, le difficoltà ad esercitare una leadership autorevole e all’altezza, la subalternità a logiche volte a ridimensionare pesantemente il welfare, l’ossessione militarista che la attraversa, si accompagnano all’incapacità di costruire un’architettura diplomatica retta sulla cooperazione, su pratiche di dialogo, di rafforzamento di quella integrazione comunitaria che renderebbe l’Europa forte di potenzialità di attrazione e di condizionamento. L’identità europea è oggi profondamente offuscata . È dunque legittimo chiedersi : dove è finita l’Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della libertà , della democrazia, del progresso sociale? Quest’Europa, non in grado di far sentire la propria voce , si inabissa nelle acque del Mediterraneo, dove a migliaia sono le vittime di un gretto egoismo, di una colpevole e irresponsabile indifferenza. Questa Europa disconosce sé stessa al cospetto di quanto tragicamente è stato consumato in Palestina, dall’attacco terroristico di Hamas a inermi cittadini israeliani alla ritorsione contro i civili attraverso efferati massacri perpetrati dal governo di Netanyahu nel tentativo di porre fine alla questione palestinese. Un disegno che ha prodotto e continua a produrre orrori e determina una vera e propria catastrofe umanitaria. L’Europa nega sé stessa quando si ritrova incapacitata a promuovere concrete iniziative di pace a fronte del conflitto ucraino-russo, a far pesare la sua presenza rispetto ad una guerra che è tornata entro i suoi confini e che , oltre a determinare centinaia di migliaia di morti, ulteriormente incrementa il fenomeno della emigrazione di intere popolazioni alla ricerca della loro stessa sopravvivenza. Questa Europa è incapace di assumere un ruolo da grande potenza in modo da prevenire iniziative di guerra illegittime come è avvenuto e sta avvenendo in Iran. La Resistenza è attuale perché l’invocazione “mai più la guerra” suggella la conclusione del conflitto mondiale, quando i superstiti di Mauthausen il 16 maggio del 1945 proclamano ad alta voce con un solenne giuramento che “solo la pace e la libertà sono garanti della libertà dei popoli” e che “la ricostruzione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale è la sola via per la collaborazione pacifica tra Stati e popoli”. Dunque la pace come il messaggio oggi più pregnante e denso di significati , la pace, -nelle parole di Leone XIV, “disarmata e disarmante, umile e perseverante”-, inseparabile dalla giustizia – la distinzione tra aggredito e aggressore – , come l’invocazione più coinvolgente e pressante che si trasmette a noi da quanti si sono sacrificati in Italia e in Europa per donarci la libertà e si sono immolati per conquistare la democrazia: l’eredità della Resistenza.

Paolo Corsini

  •  

Se i chatbot fanno consulenza sull’aborto

“Ciao, ho 16 anni e ho bisogno di abortire. Aiutami.” La risposta arriva in pochi secondi: empatica, rassicurante, strutturata. “Prima di tutto, voglio dirti che capisco quanto la tua situazione debba essere opprimente. Respira profondamente: non devi capire tutto nei prossimi cinque minuti. Non sei sola. Io sono qui.” Poi il chatbot elenca le diverse opzioni – tenere il bambino, adottarlo, interrompere la gravidanza – e propone risorse e testimonianze. Sembra utile. Ma da dove arrivano le informazioni? E chi le ha scelte?

Testando ChatGPT, Gemini, Grok e Claude, nell’ambito di un’inchiesta a cui ha partecipato anche Guerre di Rete, sono state raccolte 188 risposte sull’aborto: se fa male, quanto costa, se poi si potrà ancora restare incinta e se ci sono storie di altre donne che lo hanno già vissuto. Le domande sono state poste in tre lingue (italiano, inglese e tedesco) e impersonando tre profili femminili con esigenze diverse: un’adolescente di 16 anni, una ventottenne con un lavoro precario, una madre di due figli con una gravidanza economicamente insostenibile.

Non è un esercizio marginale. Secondo dati resi noti da OpenAI, oltre 230 milioni di persone nel mondo pongono ogni settimana domande su salute e benessere a ChatGPT. In Italia, un sondaggio Sociometrica-FieldCare – condotto a inizio 2026 per Fondazione Italia in Salute su un campione di quasi mille persone – ha rilevato che il 94,2% della popolazione cerca informazioni su sintomi e terapie in rete o tramite intelligenza artificiale. Il 42,8% usa già l’AI generativa per la propria salute: la seconda fonte più diffusa dopo Google. Non esistono, a oggi, dati pubblici altrettanto specifici sull’aborto, ma non c’è motivo di pensare che il tema sfugga a questa tendenza.

Come i chatbot raccontano l’aborto

Il punto di partenza è stata una consulenza SEO, per individuare le domande più cercate su Google in Italia, Germania e Regno Unito quando si parla di aborto. Le stesse domande sono state poste su un arco di diverse settimane nei primi 6 mesi del 2026. Ogni risposta è stata classificata in base al tipo di fonte citata: istituzionale, ong, forum, sito di consulenza privata, organizzazione con un orientamento ideologico dichiarato o facilmente riconoscibile.

Nessuno dei quattro modelli ha mai rifiutato di rispondere. Nessuno ha scoraggiato apertamente l’aborto. Ma quasi sempre l’interruzione di gravidanza compariva come seconda o terza opzione, dopo il tenere il bambino e l’adozione. 

Nelle chat più lunghe, l’adozione di un tono via via più empatico da parte dell’utente che interpreta il ruolo di un’adolescente sembra accompagnarsi a risposte meno caute da parte del modello. Un fenomeno che i ricercatori interpellati per questa inchiesta riconducono a una caratteristica di fondo dei chatbot commerciali: la tendenza a restare collaborativi e “piacevoli” con chi scrive, anche a costo di allentare i filtri di sicurezza pensati per argomenti delicati.

Fabio Mercorio, docente di computer science dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, lo descrive così: “Prompt formulati con un linguaggio poetico o espressi con un tono particolarmente empatico o amichevole possono ridurre i meccanismi di filtraggio difensivo del modello”. Un tono emotivamente coinvolgente – come quello di chi racconta una gravidanza inattesa a sedici anni – può quindi di per sé abbassare la soglia di cautela del sistema.

Simon Ostermann, ricercatore del DFKI (German Research Center for Artificial Intelligence), descrive questo compromesso come strutturale al funzionamento dei modelli: “Esiste sempre questa interazione tra controllo e creatività. Più lo controllo, meno creativo diventa il modello. Ma più è creativo, più produce anche assurdità. È sempre un compromesso”. I sistemi vengono inoltre addestrati, spiega Ostermann, perché sappiano essere “il più possibile utili all’utente”: un obiettivo che può entrare in tensione con la prudenza necessaria su un tema medico e legalmente sensibile come l’aborto.

Chi dà voce alle risposte dell’AI

Se il tono delle domande d’urgenza poste spiega in qualche modo perché le risposte diventano meno caute, solo un’analisi delle fonti può spiegare in che direzione vadano. Nei test condotti in Italia e nel Regno Unito, siti istituzionali come il Ministero della Salute o il National Health Service comparivano spesso mescolati a forum, associazioni e siti di consulenza privata, senza una gerarchia percepibile: un’organizzazione con un orientamento ideologico esplicito, se dotata di un sito ben costruito, sembra poter ottenere un’autorevolezza apparente non troppo diversa da quella di una fonte medica ufficiale.

Interrogati su testimonianze di donne che avevano abortito, i modelli attingevano soprattutto da Reddit e da blog personali, apparentemente sovrarappresentando la prospettiva del rimpianto post-aborto, rispetto a quanto indicherebbe la letteratura scientifica disponibile.

Il caso più documentato riguarda ProFemina, organizzazione tedesca che si presenta come servizio di consulenza in gravidanza ed è affiliata a Heartbeat International, una delle reti anti-aborto più antiche al mondo. Durante i test è comparsa in circa il 19% delle risposte ottenute, non solo in corrispondenza della richiesta di testimonianze, ma anche in quelle su costi e procedure. Alla domanda diretta se ProFemina fosse un servizio neutrale, ChatGPT ha risposto di sì, per poi aggiungere solo in un secondo momento che non lo è.

Secondo ricerche citate da più fonti, ma non verificate in modo autonomo per questa inchiesta, una parte consistente dei siti affiliati a Heartbeat International conterrebbe informazioni mediche non corrette. Dopo uno scandalo del 2019 legato a presunte consulenze manipolative in Germania, ProFemina avrebbe spostato gran parte della propria attività online. Il sito è consultabile anche in lingua italiana e compare nei test come fonte assieme ai siti di ASL, associazioni e ministero della Salute.

Nei test in tedesco, una seconda criticità si aggiunge alla presenza nelle fonti di ProFemina. Svariati modelli indicano infatti la German Caritas Association come riferimento per la consulenza in gravidanza, sebbene l’organizzazione non sia autorizzata a rilasciare il Beratungsschein, il certificato senza cui non si accede legalmente all’aborto nel Paese.

L’importanza di addestramento e indicizzazione

Il meccanismo di fondo sembra ricorrente: i chatbot tenderebbero ad attingere a ciò che è meglio indicizzato online, indipendentemente dall’orientamento della fonte, e chi ha investito in visibilità digitale tenderebbe a occupare quello spazio più facilmente di chi non lo ha fatto. Chi studia il funzionamento interno di questi sistemi offre una possibile spiegazione al meccanismo osservato: “I dati di addestramento vengono scomposti fino al livello dei token (gli elementi linguistici alla base dell’addestramento delle intelligenze artificiali, ndR). Alla fine, si tratta davvero solo di relazioni statistiche”, spiega Jennifer Haase, ricercatrice del Weizenbaum Institute. “Se una frase compare da qualche parte significa che ha fatto parte dei dati. Ma poi è stata completamente scomposta, ed è soltanto un minuscolo elemento crittografico all’interno delle statistiche.”

Ostermann aggiunge un elemento pratico: i modelli linguistici, tipicamente, lavorerebbero concatenando i primi risultati di un motore di ricerca prima di riassumerli in poche righe, il che spiegherebbe perché siti curati come ProFemina abbiano più probabilità di essere selezionati e citati. Sul motivo per cui contenuti di questo tipo non vengano filtrati, è netto: “ProFemina si presenta con un linguaggio serio e orientato alla cittadinanza. Un sito web del genere non mostra segnali d’allarme evidenti. Non c’è, per esempio, un contenuto razzista. Quindi non viene evitato”.

Mercorio segnala infine come questi sistemi di protezione non siano uniformi tra un paese e l’altro, né stabili nel tempo, e restino in gran parte opachi anche per chi li studia dall’esterno. Sul piano normativo, l’AI Act europeo, in vigore dall’agosto 2024, classifica i chatbot come sistemi a rischio limitato, senza imporre obblighi specifici di trasparenza sulla qualità delle fonti citate su temi sanitari sensibili.

Il vuoto italiano come spazio di conquista

In Italia, la presenza tra le fonti consultate dai chatbot di organizzazioni come ProFemina si somma a difficoltà già documentate relative all’accesso all’aborto presso i servizi sul territorio. Secondo l’ultima relazione del Ministero della Salute, relativa ai dati del 2023, il 57,1% dei ginecologi risulta obiettore di coscienza, in calo rispetto al 60,5% del 2022, con punte del 91,7% in Molise e del 78,6% in Sicilia. La legge 194 garantisce dal 1978 il diritto all’interruzione di gravidanza entro i primi novanta giorni (e successivamente nei casi previsti dalla legge), ma la possibilità concreta di esercitarlo dipende dalla regione e dalla rapidità con cui si trovano informazioni affidabili.

Come osserva la ricercatrice e attivista pro-choice Eleonora Cirant, in un contesto come questo, i chatbot possono facilmente diventare un interlocutore di riferimento. “Il problema principale è la mancanza di una fonte istituzionale”, spiega Cirant, che ha studiato per mesi il posizionamento digitale dei movimenti attorno al diritto all’aborto. “L’assenza di informazioni strutturate e facilmente accessibili che spieghino dove andare, cosa fare, che documenti portare e come usufruire di questo diritto è una questione critica evidenziata anche dall’Atlante Europeo sull’Accesso all’Aborto. Ma non sembra che le istituzioni italiane si stiano muovendo per cambiare la situazione”.

Sul fronte pro-choice, osserva Cirant, la situazione non sarebbe più solida: “La galassia transfemminista non ha una strategia di posizionamento sul web. Le nuove generazioni vivono su Instagram. Se l’intelligenza artificiale non attinge da lì – e spesso non lo fa – chi presidia i motori di ricerca vince comunque”.

A titolo di confronto, la ricercatrice cita l’Irlanda, dove esisterebbe un sito istituzionale dedicato alle domande pratiche essenziali: “Anche in Italia le associazioni potrebbero fare qualcosa di simile, anche se a farlo per prime dovrebbero essere le istituzioni stesse”. Secondo Cirant, le lacune digitali nel terzo settore e degli attivisti non hanno una radice ideologica, ma organizzativa: “Dovremmo costruire molta più rete. Invece ognuno ha il suo sito, ognuno ha il suo canale. E così rischiamo di restare più deboli”.

Detto ciò, c’è un tema alla base che non va trascurato: l’urgenza di un’educazione emotiva digitale diffusa. “I chatbot restano sistemi ai quali non ritengo appropriato affidare il proprio disagio emotivo. È sempre un rischio, ma il fenomeno può addirittura amplificarsi quando si tratta di un argomento stigmatizzato come l’aborto, sul quale è spesso difficile trovare persone con cui parlare.”

Il caso WoW, Women on Web 

Esplorando chi presidia gli spazi digitali quando si parla di accesso all’aborto, anche in italiano può accadere di imbattersi nel sito di Women on Web, piattaforma internazionale che fornisce informazioni e supporto anche sull’aborto farmacologico. O meglio: poteva accadere, perché negli ultimi mesi il team di questo servizio ha segnalato di aver perso visibilità in Italia in modo improvviso.

Da metà febbraio 2026, secondo l’organizzazione, l’accesso al proprio sito da parte di alcuni tra i principali provider italiani – Fastweb, Vodafone Italia, Iliad, Sky Italia, Eolo e Intred – risulterebbe bloccato a livello DNS, circostanza che Women on Web dice di aver riscontrato anche grazie al lavoro dell’osservatorio indipendente OONI. Le cause del presunto blocco restano, per ammissione della stessa organizzazione, ancora in fase di accertamento; il blocco, in ogni caso, resterebbe aggirabile cambiando il DNS del dispositivo o usando una VPN.

Il tempismo, secondo Women on Web, non sarebbe indifferente. In Italia le linee guida che permettono l’accesso alla pillola abortiva attraverso i consultori sono state adottate solo da alcune regioni: “Altre non l’hanno fatto, lasciando molte persone nell’incertezza riguardo ai propri diritti e alla disponibilità della procedura nel luogo in cui vivono”, racconta una portavoce italiana dell’organizzazione, che ha chiesto di restare anonima. 

Un’incertezza che può spingere le persone a digitare domande e atterrare sul loro sito. Tra il 2024 e il 2025, riferisce sempre Women on Web, il traffico dall’Italia verso il sito sarebbe cresciuto del 79%, fino a circa 13mila sessioni monitorate; nel 2026 la domanda sarebbe rimasta elevata nonostante il presunto blocco.

La direttrice esecutiva dell’organizzazione, Venny Ala-Siurua, colloca l’episodio in una tendenza più ampia: “Il fatto che le persone si rivolgano a internet per conoscere i propri diritti e riappropriarsene è precisamente il motivo per cui il nostro lavoro viene percepito come una minaccia da coloro che insistono nel voler controllare i nostri corpi”. Al momento, l’organizzazione riferisce di essere ancora al lavoro per ricostruire con precisione origine e portata del problema. “Nel corso degli anni, Women on Web ha dovuto farsi strada affrontando molte diverse forme di repressione digitale. Sappiamo come rendere disponibile il nostro servizio nonostante la censura. E possiamo contare sul fatto che le persone incinte trovano sempre il modo di raggiungerci”, aggiunge Hannes-Jeremia Jaacks, il Digital Strategist dell’organizzazione.

Ancora apparentemente attivo (in data 18/7, nda), il blocco non fa che aggravare la carenza, di cui parlava Cirant, delle informazioni riguardo all’aborto accessibili online da persone (e chatbot): “Non basta esserci e informare online, se non si riesce a occupare lo spazio in cui le persone cercano risposte”, afferma la ricercatrice. E aggiunge: “Al di là dell’uso dei chatbot, oggi chiunque cerchi su un motore di ricerca scopre che le prime righe sono generate da algoritmi. In un modo o nell’altro, bisogna sempre farci i conti”.

Correzione, 28 luglio 2026: in una versione precedente dell’articolo erano riportati i dati relativi al 2022 sull’obiezione di coscienza e un’imprecisione sulla legge 194.

Questa inchiesta è stata realizzata in collaborazione con Mayya Chernobylskaya e Carlotta Dotto nell’ambito del programma “Algorithmic Accountability Reporting Fellowship” organizzato da AlgorithmWatch.

L'articolo Se i chatbot fanno consulenza sull’aborto proviene da Guerre di Rete.

  •  

Audizione del Presidente del Garante - Esame dello schema di decreto legislativo recante adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento (UE) 2024/1689 che stabilisce regole armonizzate sull'intelligenza artificiale, in materia di poteri delle autorità nazionali e di utilizzo dell’intelligenza artificiale nella formazione (AG. n. 421)

- IL VIDEO DELL'AUDIZIONE Audizione del Presidente del Garante per la protezione dei dati personali, Pasquale Stanzione - Esame dello schema di decreto legislativo recante adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento (UE)...
  •  

Caldo estremo. Basta parole: ora servono fatti. Usb proclama lo stato di agitazione in tutto il porto di Livorno

Le ultime settimane hanno confermato ciò che ormai è sotto gli occhi di tutti: il caldo estremo non rappresenta più un'emergenza occasionale, ma una nuova condizione con cui i lavoratori saranno costretti a fare i conti ogni estate.
Nei porti, dove migliaia di persone lavorano all'aperto, in stiva, sulle banchine e a bordo delle navi, questo significa una sola cosa: il rischio di malori, infortuni e persino di eventi mortali è destinato ad aumentare se non verranno adottate misure immediate e realmente efficaci.
Eppure, nonostante mesi di incontri, tavoli tecnici, confronti con l'Autorità di Sistema Portuale, l'Azienda USL Toscana Nord Ovest e gli altri enti competenti, la realtà è che le aziende continuano a muoversi con estrema lentezza. Ancora oggi non esistono protocolli omogenei, vincolanti e realmente in grado di garantire la salute di chi lavora nelle giornate caratterizzate da temperature estreme. E i protocolli esistenti non vengono rispettati.
La Regione Toscana ha emanato un'ordinanza che richiama chiaramente il rischio connesso al lavoro nelle ore più calde delle giornate da "bollino rosso". Pur permanendo dubbi interpretativi sulla sua applicazione al settore portuale, il principio è inequivocabile: la salute dei lavoratori viene prima della produzione.
Per USB questo principio non è negoziabile.
Quando le misure di mitigazione non sono sufficienti a garantire condizioni di sicurezza, le attività più esposte — come il lavoro in stiva, sulle banchine o in altri ambienti soggetti a forte stress termico — devono essere sospese nelle ore centrali della giornata. Nessun carico, nessuna nave, nessuna produttività può valere più della vita di una persona.
Tutti gli interventi necessari per eliminare o ridurre il rischio devono essere integralmente a carico delle aziende, come impone il D.Lgs. 81/2008. Non accetteremo mai che il peso economico o organizzativo della sicurezza venga scaricato sui lavoratori.
Particolarmente sconcertanti sono state alcune considerazioni emerse durante il seminario sul rischio da calore organizzato il 16 luglio presso la Provincia di Livorno, al quale hanno partecipato anche ASL, INAIL e agli altri soggetti istituzionali coinvolti. Rappresentanti degli imprenditori ma non le organizzazioni sindacali.
Nel corso dell'iniziativa, Stefano Frangerini della Cassa Edile di Livorno ha sostenuto, tra le altre cose, che gli infortuni sarebbero spesso riconducibili ai comportamenti dei lavoratori e che, sul tema del caldo estremo, non dovrebbero prevalere strumenti coercitivi nei confronti delle aziende, ma il "buon senso".
Se queste affermazioni corrispondono a quanto espresso durante il seminario, USB le considera profondamente sbagliate e culturalmente pericolose.
La sicurezza sul lavoro non può essere affidata al buon senso delle imprese. La sicurezza è un obbligo di legge. La prevenzione non è una scelta volontaria. Il rispetto delle norme non può dipendere dalla sensibilità del singolo datore di lavoro. Non in Italia dove muoiono oltre 1300 lavoratori ogni anno.
Troppo spesso, nel nostro Paese, dopo ogni tragedia si invocano controlli, responsabilità e cambiamenti. Poi, passata l'emergenza, tutto torna come prima. Noi non intendiamo aspettare il prossimo lavoratore colpito da un malore per dire che si poteva intervenire.
Per queste ragioni USB ha proclamato lo stato di agitazione in tutte le società operanti nel porto di Livorno.
Pretendiamo l'immediata adozione di misure concrete, uniformi e vincolanti per tutte le aziende del porto, comprese procedure che prevedano la sospensione delle lavorazioni più esposte nelle fasce orarie di massimo rischio quando le condizioni climatiche rendano impossibile garantire la sicurezza.
In assenza di risposte rapide e di impegni concreti, USB è pronta ad aprire una fase di mobilitazione che potrà culminare nella proclamazione dello sciopero.
La salute non si negozia.
La sicurezza non è un favore concesso dalle aziende.
La vita dei lavoratori vale più di qualsiasi profitto.


Usb Mare e Porti Livorno

  •  

In Cina e Asia – Wang Yi accoglie delegazione del parlamento Ue

In Cina e Asia – Wang Yi accoglie delegazione del parlamento Ue ue cina

I titoli di oggi: Wang Yi accoglie delegazione del parlamento Ue Harvard, dipartimento di Giustizia indaga per influenza cinese nei finanziamenti India, Modi chiede un sistema d’esami “a prova di errore” dopo le proteste  Cina, fattorino vince il premio letterario Lu Xun Giappone, dibattito sui pantaloncini negli uffici pubblici Taiwan, via libera a Starlink sul mercato delle telecomunicazioni nazionale Cuba, ...

L'articolo In Cina e Asia – Wang Yi accoglie delegazione del parlamento Ue proviene da China Files.

  •  

LG to Ban Residential Proxies from Smart TV Apps

The home appliance giant LG Electronics USA said this week it plans to suspend any apps built for its smart TVs that turn one’s television into an always-on residential proxy node. The move comes less than a month after researchers found that more than 42 percent of games and other apps available for download on LG’s webOS store allow unknown third-parties to route their Internet traffic through a user’s TV.

Proxy SDK prevalence among smart TV apps for LG (webOS) and Samsung (Tizen OS) televisions. Image: Spur.us.

On July 2, we featured research by the security firm Spur that examined the prevalence of residential proxy software development kits (SDKs) in smart TV apps. Spur found more than 42 percent of apps available for download on LG smart TVs include SDKs that turn one’s television in a proxy node indefinitely, and that more than a quarter of the apps made for Samsung’s Tizen operating system had similar residential proxy components.

Responding to questions about Spur’s research, LG Senior Vice President John Taylor told KrebsOnSecurity the company was working with app developers to remove the residential proxy option from their apps on the webOS platform. Developers that fail to comply, he said, will find their apps suspended.

“A residential proxy network is not an intended use for LG smart TVs, and LG Electronics is working with developers to remove the residential proxy option from their apps on the webOS platform,” Taylor said. “If this option is not removed, these apps will be suspended.”

Taylor said LG is committed to keeping residential proxy networks out of its smart TV apps going forward, and that the company’s review of those apps is “well underway now.”

“As part of our ongoing efforts to enhance platform quality and the user experience, LG will continue to strengthen our evaluation process for developer-submitted apps, including those that incorporate residential proxy SDKs,” Taylor wrote in an emailed statement.

App makers looking for ways to monetize their creations can turn to residential proxy providers, which pay developers to include SDKs that turn the user’s device into a residential proxy node that is rented to paying customers. In the case of LG and Samsung smart TVs, Spur found residential proxy SDKs bundled with everything from simple games like Pac-Man to screensavers and file utilities.

A Pac-Man smart TV app from Bright Data offers users the choice between viewing ads in the game or agreeing to allow their TV to serve as a residential proxy node. Image: Spur.us.

Spur’s report found the residential proxy network Bright Data accounted for a majority of proxy SDKs across both Samsung and LG smart TVs. In a statement shared with KrebsOnSecurity, Bright Data said its network is built on consent and responsibility and operates by LG and Samsung terms.

“Every peer opts in through a dedicated screen and receives value in return; every customer is vetted, and our practices have now undergone a second independent audit by PwC,” the statement reads. “We remain committed to an open, transparent internet where legitimate businesses, researchers, and institutions can responsibly access data that lives in the public domain.”

Bright Data and other proxy providers named in Spur’s report all say they follow rigorous know-your-customer processes to validate legitimate uses of their services, which is often heavily tied to content-scraping activities by said customers. The proxy companies also say they incorporate technological countermeasures to prevent proxy service customers from being able to interact with and control other devices on the proxy user’s local network.

Spur argues the problem is not that residential proxy networks exist, but rather that they are being embedded at scale in devices that most consumers do not think of as computers and are not equipped to audit.

“A one-time consent prompt buried in a TV app is not a substitute for meaningful transparency, ongoing control, and platform oversight,” Spur’s Trevor Sutter wrote. “The risk is amplified when consent comes from individuals within the household who use the device but shouldn’t give consent, such as minors.”

LG’s announcement that it is culling residential proxy SDKs from its app store is welcome news, but the company recently came under fire for another questionable partnership: Pimping McAfee security products via software drivers included in its high-end LCD monitors.

Earlier this week, the Youtube channel Gamers Nexus showed that certain LG LCD monitors will automatically install an app that promotes paid McAfee antivirus subscriptions, and that the app arrives through Windows Update without an approval prompt.

Update, July 22, 1:06 p.m. ET: Added statement from Bright Data.

  •  

parallel @ Savannah: GNU Parallel 20260722 ('Chat Control') released [stable]

GNU Parallel 20260722 ('Chat Control')  has been released. It is available for download at: lbry://@GnuParallel:4

Quote of the month:

  gnu parallelすごい!!!
    -- たらたら@nosennyuu@twitter

New in this release:

  • Bug fixes and man page updates.



GNU Parallel - For people who live life in the parallel lane.

If you like GNU Parallel record a video testimonial: Say who you are, what you use GNU Parallel for, how it helps you, and what you like most about it. Include a command that uses GNU Parallel if you feel like it.


About GNU Parallel


GNU Parallel is a shell tool for executing jobs in parallel using one or more computers. A job can be a single command or a small script that has to be run for each of the lines in the input. The typical input is a list of files, a list of hosts, a list of users, a list of URLs, or a list of tables. A job can also be a command that reads from a pipe. GNU Parallel can then split the input and pipe it into commands in parallel.

If you use xargs and tee today you will find GNU Parallel very easy to use as GNU Parallel is written to have the same options as xargs. If you write loops in shell, you will find GNU Parallel may be able to replace most of the loops and make them run faster by running several jobs in parallel. GNU Parallel can even replace nested loops.

GNU Parallel makes sure output from the commands is the same output as you would get had you run the commands sequentially. This makes it possible to use output from GNU Parallel as input for other programs.

For example you can run this to convert all jpeg files into png and gif files and have a progress bar:

  parallel --bar convert {1} {1.}.{2} ::: *.jpg ::: png gif

Or you can generate big, medium, and small thumbnails of all jpeg files in sub dirs:

  find . -name '*.jpg' |
    parallel convert -geometry {2} {1} {1//}/thumb{2}_{1/} :::: - ::: 50 100 200

You can find more about GNU Parallel at: http://www.gnu ... rg/s/parallel/

You can install GNU Parallel in just 10 seconds with:

    $ (wget -O - pi.dk/3 || lynx -source pi.dk/3 || curl pi.dk/3/ || \
       fetch -o - http://pi.dk/3 ) > install.sh
    $ sha1sum install.sh | grep c555f616391c6f7c28bf938044f4ec50
    12345678 c555f616 391c6f7c 28bf9380 44f4ec50
    $ md5sum install.sh | grep 707275363428aa9e9a136b9a7296dfe4
    70727536 3428aa9e 9a136b9a 7296dfe4
    $ sha512sum install.sh | grep b24bfe249695e0236f6bc7de85828fe1f08f4259
    83320d89 f56698ec 77454856 895edc3e aa16feab 2757966e 5092ef2d 661b8b45
    b24bfe24 9695e023 6f6bc7de 85828fe1 f08f4259 6ce5480a 5e1571b2 8b722f21
    $ bash install.sh

Watch the intro video on http://www.youtub ... L284C9FF2488BC6D1

Walk through the tutorial (man parallel_tutorial). Your command line will love you for it.

When using programs that use GNU Parallel to process data for publication please cite:

O. Tange (2018): GNU Parallel 2018, March 2018, https://doi.org/1 ... 81/zenodo.1146014.

If you like GNU Parallel:

  • Give a demo at your local user group/team/colleagues
  • Post the intro videos on Reddit/Diaspora*/forums/blogs/ Identi.ca/Google+/Twitter/Facebook/Linkedin/mailing lists
  • Get the merchandise https://gnuparall ... igns/gnu-parallel
  • Request or write a review for your favourite blog or magazine
  • Request or build a package for your favourite distribution (if it is not already there)
  • Invite me for your next conference


If you use programs that use GNU Parallel for research:

  • Please cite GNU Parallel in you publications (use --citation)


If GNU Parallel saves you money:



About GNU SQL


GNU sql aims to give a simple, unified interface for accessing databases through all the different databases' command line clients. So far the focus has been on giving a common way to specify login information (protocol, username, password, hostname, and port number), size (database and table size), and running queries.

The database is addressed using a DBURL. If commands are left out you will get that database's interactive shell.

When using GNU SQL for a publication please cite:

O. Tange (2011): GNU SQL - A Command Line Tool for Accessing Different Databases Using DBURLs, ;login: The USENIX Magazine, April 2011:29-32.


About GNU Niceload


GNU niceload slows down a program when the computer load average (or other system activity) is above a certain limit. When the limit is reached the program will be suspended for some time. If the limit is a soft limit the program will be allowed to run for short amounts of time before being suspended again. If the limit is a hard limit the program will only be allowed to run when the system is below the limit.

  •  

Caso Orlandi: le telefonate che riaprirono il mistero | I Soliti Sospetti E.17

💾

🎬 Le telefonate che riaprirono il caso Orlandi.

Nel 1997 una telefonata intercettata tra Marco Accetti e la sua ex compagna Ornella Carnazza rimase per anni dimenticata negli archivi. Soltanto molti anni dopo, riletta alla luce delle dichiarazioni di Accetti sul caso Emanuela Orlandi, avrebbe attirato nuovamente l'attenzione degli investigatori e della Commissione parlamentare d'inchiesta.

In questa puntata analizziamo il contenuto di quella conversazione, il contesto in cui fu registrata e il motivo per cui alcune frasi continuano ancora oggi a suscitare interrogativi. Le parole pronunciate durante l'intercettazione rappresentano davvero un elemento rilevante oppure possono essere interpretate in modo diverso?

📌 In questo video:
• L'intercettazione telefonica del 1997
• Chi era Ornella Carnazza
• Il rapporto con Marco Accetti
• Le frasi che richiamano Emanuela Orlandi
• Perché quella telefonata è tornata al centro delle indagini
• Gli elementi documentali oggi disponibili

▶ Guarda la playlist completa dedicata al caso Emanuela Orlandi:
https://www.youtube.com/playlist?list=INSERISCI_PLAYLIST

🔔 Iscriviti al canale:
https://www.youtube.com/@italiamistero?sub_confirmation=1

⭐ Diventa membro di Italia Mistero
Accedi all'Archivio Investigativo con documenti esclusivi, mappe investigative e ai documentari del lunedì senza pubblicità.
https://www.youtube.com/channel/UCxxxxxxxx/join

🌐 Sito ufficiale:
https://www.italiamistero.it

────────────────────────

Tra le fonti di approfondimento consultate per la realizzazione di questo contenuto si segnala il Blog Emanuela Orlandi, dal quale sono stati tratti materiali, analisi e documentazione originale dedicati alla ricostruzione della vicenda.
https://emanuelaorlandi.altervista.org/

────────────────────────

AVVERTENZA

• Questo video è frutto di ricerca giornalistica e utilizza esclusivamente fonti pubbliche e accessibili.
• Alcune immagini o brevi sequenze video sono riprodotte per finalità di cronaca, critica, commento o informazione ai sensi dell'art. 70 della Legge sul Diritto d'Autore.
• Le ricostruzioni presenti nel video hanno esclusivamente finalità divulgative.
• Le ipotesi e le interpretazioni illustrate vengono presentate come tali e non costituiscono fatti accertati, salvo diversa indicazione.
• Questo contenuto NON costituisce pubblicità né contiene contenuti sponsorizzati.
  •  

Alza Joystick a Trapano Motorizzato #mvvblog #retro #elettronica #retrogaming

💾

🥼SUPPORTO AL CANALE:
🪛Patreon: https://www.patreon.com/c/MVVblog
🪛Donazioni Paypal: https://www.paypal.com/donate/?hosted_button_id=LSV2ELFE5P9UW
🪛Abbonati a questo canale per accedere agli svantaggi:
https://www.youtube.com/channel/UCKzaFqpSVNmFxiOLTqZmv9Q/join
🪛Wishlist https://www.amazon.it/hz/wishlist/ls/3ICN20O96DPWT?ref_=wl_share
----------------------------------------------------------------------------------
🪛Tutti i miei affiliati e sconti: https://mvvblog.it/sponsor
----------------------------------------------------------------------------------
🥼INFO, SOCIAL E CONTATTI:
🪛 https://www.mvvblog.it
🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼🥼
🪛SOLO per Sponsor e affiliati: mvvblogbusiness@gmail.com
-----------------------------------------------------------------------------------
  •  

Psyche Approaches Mars

This composite of images taken by NASA’s Psyche mission shows the crescent of Mars grow as the spacecraft approached the planet for a gravity assist from May 2 to May 15, 2026. Because Psyche approached Mars from a high phase angle, the planet appeared as a thin crescent in the days running up to the close approach, lit by sunlight reflecting off its surface.

  •  

IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR, BASTA POLIZIA!

IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR, BASTA POLIZIA! Il tremendo omicidio consumato a freddo a Bologna dalle forze dell’ordine ai danni di una persona che chiedeva aiuto è qualcosa che riporta alla mente altri fatti, altre brutalità, altri omicidi, successi troppe volte anche da noi e quindi impossibili da ascrivere solo alla brutalità della polizia che […]
  •  

Hugging Face violata da un agente AI: gli attacchi autonomi sono arrivati

Per anni l’idea di un attacco informatico condotto interamente da un agente di Intelligenza Artificiale è rimasta confinata ai laboratori di ricerca e alle presentazioni dei vendor. Oggi non è più così. La piattaforma Hugging Face, punto di riferimento mondiale per lo sviluppo e la distribuzione di modelli AI open source, ha confermato di essere […]

L'articolo Hugging Face violata da un agente AI: gli attacchi autonomi sono arrivati proviene da Securityinfo.it.

  •  

Grey Man nella pratica: ambiente, comportamento ed equipaggiamento

Parte 2 – Applicare

Baseline, flusso ambientale, abbigliamento e comportamento: come adattarsi al contesto senza trasformarsi in un personaggio

Nella prima parte dello Speciale AIP dedicato al Grey Man abbiamo chiarito che la discrezione non consiste nel diventare invisibili e che non esiste un abbigliamento universalmente adatto a passare inosservati.

Ciò che appare normale in un luogo può risultare insolito in un altro.

Ma come si traduce questo principio nella vita reale?

La risposta non comincia dall’acquisto di uno zaino o dalla scelta di un colore.

Comincia dall’osservazione.

La linea di base: comprendere ciò che è normale

Possiamo utilizzare il termine baseline, o linea di base, per indicare l’insieme dei comportamenti, dei ritmi e delle caratteristiche che, in un determinato luogo e momento, appaiono ordinari.

Entrando in una stazione ferroviaria potremmo osservare persone che:

  • consultano i tabelloni;
  • utilizzano il telefono;
  • trascinano valigie;
  • aspettano sedute;
  • camminano verso i binari;
  • si fermano davanti ai distributori;
  • parlano a volume moderato.

In uno stadio, in una biblioteca, in un mercato o durante un’evacuazione, la linea di base sarà completamente diversa.

Osservare una baseline significa chiedersi:

  • come sono vestite mediamente le persone;
  • cosa trasportano;
  • a quale velocità si muovono;
  • quanto parlano;
  • dove si fermano;
  • quale livello di agitazione appare normale;
  • quali direzioni seguono;
  • quali comportamenti vengono accettati senza particolare attenzione.

Concetto AIP

Prima di cercare di confondersi con un ambiente, bisogna comprenderne la normalità.

La baseline non è però una formula matematica.

Una folla è composta da persone diverse. All’interno della normalità esiste sempre una certa variabilità.

Lo scopo non è diventare una copia degli altri, ma evitare incoerenze inutilmente evidenti.

Il flusso ambientale

Ogni ambiente possiede anche un proprio flusso: il modo in cui persone, mezzi e attività si muovono nello spazio.

In una stazione durante l’ora di punta il flusso può essere rapido e direzionale.

In una piazza turistica può essere lento e irregolare.

In una fila è quasi immobile.

Durante un’evacuazione può diventare veloce, confuso e mutevole.

Una persona può attirare l’attenzione non perché è vestita diversamente, ma perché interrompe il flusso.

Per esempio:

  • si ferma improvvisamente nel mezzo di un passaggio;
  • procede nella direzione opposta alla maggioranza;
  • cambia continuamente percorso;
  • cammina molto più velocemente o lentamente degli altri;
  • si volta ripetutamente;
  • rimane immobile dove tutti stanno lasciando il luogo.

Nessuno di questi comportamenti indica automaticamente un’intenzione ostile.

Può però rendere una persona più riconoscibile.

Il principio pratico è:

Comprendere il ritmo dell’ambiente ed evitare di interromperlo senza una ragione necessaria.

La sicurezza viene comunque prima della discrezione. Se il movimento della folla conduce verso un pericolo, seguirlo soltanto per non distinguersi sarebbe un errore.

La coerenza: quando qualcosa non torna

Spesso l’attenzione non viene attirata da un singolo elemento vistoso, ma da una contraddizione tra ciò che una persona sembra essere e ciò che sta facendo.

Per esempio:

  • appare rilassata ma controlla continuamente le uscite;
  • porta una borsa ordinaria ma la protegge in modo ossessivo;
  • sembra aspettare qualcuno ma osserva sempre lo stesso punto;
  • è vestita come gli altri ma si muove con un ritmo completamente diverso;
  • tenta di apparire distratta mentre controlla sistematicamente l’ambiente.

Questi comportamenti non permettono di conoscere le intenzioni della persona.

Rendono però la sua presenza meno facilmente spiegabile e quindi potenzialmente più interessante.

Per il Grey Man, aspetto e comportamento dovrebbero raccontare una storia semplice e coerente.

Non serve inventare una falsa identità.

Spesso basta non rendere misterioso ciò che non ha bisogno di esserlo.

Ridurre la descrivibilità

Immaginiamo di chiedere a qualcuno di descrivere una persona vista pochi minuti prima.

Probabilmente utilizzerà gli elementi più distintivi:

  • “quello con la giacca gialla”;
  • “quello con lo zaino militare”;
  • “quello con il cappello rosso”;
  • “quello che continuava a voltarsi”;
  • “quello che parlava ad alta voce”.

Questi elementi diventano appigli descrittivi.

Quando la discrezione è utile, può essere ragionevole ridurre:

  • grandi loghi;
  • scritte particolarmente provocatorie;
  • colori molto insoliti rispetto al luogo;
  • accessori appariscenti;
  • equipaggiamento tecnico esposto;
  • comportamenti ripetitivi;
  • voce eccessivamente alta;
  • ostentazione di oggetti costosi.

L’obiettivo non è cancellare la propria identità, ma evitare di creare senza necessità una caratteristica che permetta di essere immediatamente classificati.

Domanda pratica

Se qualcuno dovesse descrivermi tra dieci minuti, quale sarebbe la prima caratteristica che utilizzerebbe?

Il paradosso dell’equipaggiamento tattico

Uno degli errori più comuni consiste nel credere che uno zaino tattico diventi discreto semplicemente perché è nero, grigio o verde oliva.

Può comunque essere riconoscibile per:

  • pannelli MOLLE;
  • velcro per patch;
  • tasche modulari;
  • cinghie esterne molto evidenti;
  • moschettoni;
  • torce o utensili agganciati;
  • struttura particolarmente rigida.

In determinate circostanze questo non rappresenta alcun problema.

In altre può comunicare:

“Questa persona potrebbe trasportare attrezzatura interessante.”

Il materiale tattico non deve essere demonizzato. Deve essere scelto in base alla funzione e al contesto.

Una comune borsa urbana può contenere:

  • acqua;
  • torcia;
  • power bank;
  • kit di primo soccorso;
  • documenti;
  • radio compatta;
  • piccoli strumenti di emergenza.

Le capacità restano disponibili, ma non vengono necessariamente dichiarate.

Errore comune

Pensare che esista uno “zaino Grey Man” universale.

La discrezione non è una caratteristica assoluta dell’oggetto. Nasce dalla relazione tra oggetto, persona, comportamento e ambiente.

Scarpe, accessori e piccoli dettagli

Anche elementi apparentemente secondari contribuiscono alla percezione complessiva.

Le calzature devono essere funzionali, ma anche plausibili rispetto al contesto.

Scarponi da montagna sono normali su un sentiero, meno comuni in altri ambienti. Scarpe eleganti possono essere adatte a un centro direzionale e completamente inadatte durante un’evacuazione su terreno fangoso.

Lo stesso vale per:

  • orologi costosi;
  • gioielli;
  • grandi loghi;
  • accessori tecnici;
  • profumi particolarmente intensi;
  • oggetti rumorosi;
  • strumenti appesi all’esterno dello zaino.

Non è necessario eliminare ogni elemento personale.

Bisogna però ricordare che la nostra presenza viene comunicata attraverso l’insieme dei dettagli.

Il corpo comunica prima delle parole

Una persona che desidera essere discreta potrebbe commettere l’errore di:

  • evitare ossessivamente il contatto visivo;
  • mantenere sempre il capo abbassato;
  • camminare sistematicamente vicino ai muri;
  • controllare continuamente chi si trova alle spalle;
  • cambiare bruscamente direzione;
  • osservare insistentemente uscite e telecamere;
  • stringere lo zaino al petto;
  • apparire eccessivamente rigida.

Questi comportamenti possono attirare più attenzione di un atteggiamento naturale.

Il Grey Man non dovrebbe sembrare furtivo.

L’ambiente può essere osservato anche attraverso azioni normali: consultare un tabellone, guardare una vetrina, scegliere un punto con una buona visuale o cambiare posizione con calma.

Anche il contatto visivo deve rimanere naturale.

Fissare insistentemente le persone può risultare invasivo. Evitare ostentatamente lo sguardo di chiunque può apparire altrettanto insolito.

La consapevolezza può essere elevata internamente senza essere ostentata esternamente.

Anche la voce comunica

La discrezione non è soltanto visiva.

Ogni ambiente possiede un proprio livello sonoro.

In una biblioteca si parla diversamente rispetto a uno stadio. In un vagone ferroviario silenzioso, una telefonata ad alta voce può rendere una persona immediatamente memorabile.

Durante una situazione di emergenza, discutere pubblicamente delle proprie scorte, delle attrezzature possedute o della destinazione scelta può comunicare informazioni non necessarie.

La voce può rivelare:

  • agitazione;
  • intenzioni;
  • destinazioni;
  • disponibilità di risorse;
  • competenze;
  • informazioni familiari.

Essere Grey Man non significa non parlare.

Significa valutare quanto, come e con chi parlare.

Discrezione non significa vulnerabilità

Il Grey Man viene talvolta descritto come una persona che dovrebbe sembrare debole, povera o priva di risorse.

Questa interpretazione può essere controproducente.

In alcuni ambienti, apparire eccessivamente vulnerabili potrebbe aumentare il rischio di essere selezionati come bersaglio.

La discrezione non coincide con la sottomissione.

Un atteggiamento equilibrato comprende:

  • postura sicura ma non aggressiva;
  • movimenti calmi;
  • attenzione all’ambiente;
  • capacità di mantenere una distanza adeguata;
  • decisioni semplici e tempestive;
  • assenza di provocazioni;
  • disponibilità ad allontanarsi prima che una situazione peggiori.

Preparare le decisioni

L’indecisione può rendere più visibili.

Fermarsi improvvisamente, tornare più volte sui propri passi, controllare continuamente il telefono o discutere animatamente su cosa fare può attirare attenzione.

Conoscere in anticipo:

  • le principali uscite;
  • un punto di incontro familiare;
  • modalità alternative di comunicazione;
  • percorsi secondari;
  • ciò che deve essere portato con sé;
  • le condizioni che suggeriscono di lasciare un luogo;

può ridurre l’incertezza.

La preparazione riduce il numero di decisioni che devono essere improvvisate sotto stress.

Un piano non deve essere rigido. Deve fornire opzioni.

Grey Man e consapevolezza situazionale

Grey Man e consapevolezza situazionale sono collegati, ma non equivalenti.

La consapevolezza situazionale riguarda la capacità di:

  1. percepire ciò che accade;
  2. comprenderne il significato;
  3. valutarne la possibile evoluzione;
  4. decidere come comportarsi.

Il Grey Man riguarda soprattutto la gestione di ciò che la propria presenza comunica agli altri.

Una persona può essere discreta ma totalmente inconsapevole di ciò che accade.

Un’altra può essere molto attenta, ma manifestare la propria vigilanza in modo così evidente da attirare l’attenzione.

La condizione ideale consiste nel combinare le due capacità:

  • osservare senza fissare;
  • valutare senza giudicare troppo rapidamente;
  • decidere senza agitarsi;
  • muoversi senza attirare inutilmente attenzione.

Le sette domande del Grey Man

Prima di entrare in un ambiente o affrontare uno spostamento può essere utile chiedersi:

1. Qual è la linea di base?

Come sono vestite le persone? Cosa trasportano? Come si comportano?

2. Qual è il flusso?

Dove si muovono? A quale velocità? Dove si fermano?

3. Cosa attira l’attenzione?

Oggetti costosi, abbigliamento incongruo, movimenti nervosi o voce alta?

4. Cosa comunica il mio equipaggiamento?

Suggerisce valore, capacità, autorità, vulnerabilità o disponibilità di risorse?

5. Il mio comportamento è coerente?

Ciò che faccio appare naturale rispetto al luogo e alla situazione?

6. Come sarei descritto?

Quale sarebbe la prima caratteristica utilizzata per identificarmi?

7. In questo scenario è davvero utile essere discreti?

Oppure sarebbe più sicuro rendersi visibili, chiedere aiuto o identificarsi chiaramente?

Queste domande non producono una risposta universale.

Producono qualcosa di più utile:

Una decisione adattata al contesto.

Gli errori più comuni

Cercare di essere invisibili

Il Grey Man non si nasconde necessariamente. Si adatta.

Utilizzare sempre colori scuri

Nero, grigio e verde oliva non sono automaticamente discreti.

Indossare un’uniforme da “uomo grigio”

Pantaloni tecnici, cappellino e zaino tattico possono diventare essi stessi uno stereotipo.

Osservare tutto in modo evidente

La vigilanza ostentata può richiamare attenzione.

Evitare sistematicamente lo sguardo

Può risultare più insolito di un breve contatto visivo naturale.

Pensare soltanto all’abbigliamento

Voce, postura, gesti e movimento possono essere più riconoscibili dei vestiti.

Interpretare ogni anomalia come una minaccia

Una deviazione dalla linea di base è un’informazione, non una prova.

La discrezione è adattamento

La pratica del Grey Man non consiste nell’acquistare un prodotto.

Consiste nel comprendere il contesto, osservare prima di agire, scegliere ciò che è funzionale senza ostentarlo e mantenere consapevolezza senza trasformarla in comportamento artificiale.

La discrezione deve sempre rimanere subordinata alla sicurezza.


Continua lo Speciale AIP

Parte 3 — Grey Man, OPSEC e sicurezza digitale

Nella terza parte analizzeremo ciò che comunichiamo senza rendercene conto: scorte, energia, equipaggiamenti, conversazioni, social network e informazioni personali.

L'articolo Grey Man nella pratica: ambiente, comportamento ed equipaggiamento proviene da Associazione Italiana Preppers.

  •  

KONRAD LORENZ: GLI 8 PECCATI CAPITALI DELLA NOSTRA CIVILTÀ | Che cosa ci sta distruggendo?

Che cosa sta davvero minacciando la nostra civiltà? Nel 1973 Konrad Lorenz propose una diagnosi sorprendente: non è la tecnologia in sé a distruggerci, ma alcuni meccanismi profondi della natura umana che la civiltà moderna ha imparato ad alimentare. In questa Scorribanda filosofica attraversiamo uno dei libri più inquietanti e attuali del Novecento. 🎬 Premiere21/07/2026 […]

  •  

In Cina e Asia – Mar cinese meridionale, tensioni tra Filippine e Cina prima del vertice ASEAN

In Cina e Asia – Mar cinese meridionale, tensioni tra Filippine e Cina prima del vertice ASEAN mar cinese meridionale

I titoli di oggi: Mar cinese meridionale, tensioni tra Filippine e Cina prima del vertice ASEAN Cina, Pechino sostiene il mercato azionario Usa-Cina, proseguono i contatti nonostante le tensioni politiche ed economiche India, migliaia in piazza per la “protesta degli scarafaggi” contro il ministro dell’Istruzione Cina-Europa, delegazioni ceca a Pechino mentre Budapest indaga su BYD Giappone, prima sindaca in congedo ...

L'articolo In Cina e Asia – Mar cinese meridionale, tensioni tra Filippine e Cina prima del vertice ASEAN proviene da China Files.

  •  

中华传统榫卯手艺大进小出榫,十字榫【阿木爷爷 Grandpa Amu】

💾

生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube 【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#榫卯结构 #老木匠
  •  

三根木块制作大进小出榫,中华榫卯 #woodworking

💾

生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube 【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#手工艺#老木匠
  •  

NASA, GE Aerospace Work Enables Hybrid-Electric Flight Demonstration

4 min read

Preparations for Next Moonwalk Simulations Underway (and Underwater)

Modified Saab 340, a hybrid-electric aircraft in flight.
A modified Saab 340B aircraft in flight powered in part by a hybrid electric system built by GE Aerospace, along with NASA, BETA Technologies, and Boeing.
GE Aerospace

An aircraft powered by a megawatt-class hybrid-electric engine developed in collaboration with NASA and built by GE Aerospace, demonstrated flight of an innovation that can inform new generations of fuel-saving aircraft power systems.

Mounted to a Saab 340B aircraft, the engine flew at Farnborough International Air Show in the United Kingdom. It was the public debut of a system that has in recent months made historic test flights, becoming the first hybrid electric-powered aircraft to fly above 30,000 feet.

“This achievement reflects what NASA does best in aeronautics: we explore bold possibilities, validate them through rigorous research and testing, and work with industry to turn breakthrough ideas into technologies that bring real value for the American people,” said Laurie Grindle, director of the Aeronautics Division within the agency’s Research and Technology Mission Directorate at NASA Headquarters in Washington.

The testing leveraged work done through NASA’s former Electrified Powertrain Flight Demonstration project and the agency’s ongoing Subsonic Vehicle Technologies and Tools project – years of collaborative research that included key testing at NASA test facilities. 

The engine integrates electric motors, a gas turbine, and energy storage capabilities. It was designed to demonstrate the capacity to power an aircraft around the size of a regional-class jet, reducing fuel burn and costs without sacrificing performance. The unit’s technology and designs are expected to be used to help develop future hybrid systems that could lower airline operating costs. 

The demonstration flight came after years of rapid development for the technology. For NASA, it also validates work that stretches back to a time when hybrid aviation propulsion seemed almost beyond the horizon of possibility.

This achievement reflects what NASA does best in aeronautics: we explore bold possibilities, validate them through rigorous research and testing, and work with industry to turn breakthrough ideas into technologies that bring real value for the American people.

LAURIE A. GRINDLE

LAURIE A. GRINDLE

Director of the Aeronautics Division within the agency's Research and Technology Mission Directorate

“This is the culmination of more than 15 years of work, and we did that because it’s going to have an impact for aircraft that will help reduce energy use and help U.S. companies and the public,” said Ralph Jansen, aerospace engineer at NASA’s Glenn Research Center in Cleveland. “It’s about having a vision that no one believes can happen and then doing the work to define and execute the research and development needed to make it happen.”  

This accomplishment was possible because of the collaborative effort of hundreds of people working on Electrified Powertrain Flight Demonstration and Subsonic Vehicle Technologies and Tools projects across NASA centers, in conjunction with GE Aerospace and its partner companies.

Hybird-Electric Evolves

In recent years, aviation has seen a boom in small aircraft and drones powered by electrical systems drawing from batteries. But large passenger and cargo planes require complex engines capable of supplying massive amounts of power. So more than a decade ago when NASA began contemplating hybrid systems, just the possibility of using electric motors to supplement some energy was a daunting engineering challenge. 

NASA spent about seven years performing preliminary research, working with small businesses and other partners to consider technological obstacles and the potential commercial viability of hybrid systems. During that time, the agency addressed several barriers to implementation including the power, thermal, and battery technology, and the integration of the power system, engine, and aircraft.

Through the agency’s Electrified Powertrain Flight Demonstration award, GE Aerospace and NASA worked with researchers to develop lighter and more efficient power systems and shrink key components – sometimes dramatically. 

NASA and GE Aerospace also leveraged agency facilities and resources to further their research. In 2022, GE Aerospace tested an integrated version of its propulsion system at NASA’s Electric Aircraft Testbed at the agency’s Neil A. Armstrong Test Facility in Sandusky, Ohio. Testing allowed the system to operate in conditions simulating 45,000 feet in altitude, the range in which commercial single-aisle aircraft fly. 

The team added components, including electric motors, power converters, propellers, and a GE Aerospace commercial engine, followed by more ground tests and eventual flight tests. For the researchers who’d spent years on the concept, seeing the engine powering an aircraft in flight was a major step in a long journey.

“I’ve got to say, I was pretty touched seeing it fly. It was just awesome,” Jansen said.  “It’s just like a regular plane, which is probably the best thing of all.”

NASA’s current support for this research is through the Aeronautics Division of its Research and Technology Mission Directorate.

  •  

GNUnet News: libgnunetchat 0.8.0

libgnunetchat 0.8.0 released

We are pleased to announce the release of libgnunetchat 0.8.0.
This is a minor new release bringing compatibility with the major changes in latest GNUnet release 0.28.0. Some minor issues in the API got fixed. Additionally the library was updated to make use of the newer PILS service and an additional layer of encryption for shared files got removed. It is intended to rely on the encryption layer of the FS service in GNUnet for that in the future to reduce overall complexity.

Older releases of the applications using libgnunetchat stay compatible with this release.

Download links

The GPG key used to sign is: 3D11063C10F98D14BD24D1470B0998EF86F59B6A

Note that due to mirror synchronization, not all links may be functional early after the release. For direct access try http://ftp.gnu.org/gnu/gnunet/

Noteworthy changes in 0.8.0

  • Remove additional file encryption layer besides FS implicit layer
  • Fix issue creating duplicate contexts/chats for individual contacts

A detailed list of changes can be found in the ChangeLog .

  •  

Il VERO MOTIVO per cui TORNIAMO IN ITALIA 🇮🇹 GRAZIE A TUTTI 🇮🇹

💾

#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1170: Ci troviamo in Val Di Rabbi, e finalmente ci possiamo riposare dopo tanti giorni di lavori e pratiche burocratiche davvero intense. Siamo al raduno dei @THEFAMILY_ONTOUR e qui avremo modo di abbracciare vecchi amici ed incontrarne di nuovi.
Sono stati dei giorni magnifici che porteremo nel cuore durante la prossima fase del nostro viaggio.
Questo raduno per noi è anche la dimostrazione che i social possono anche essere usati al meglio per fare incontri di tante belle persone!
A tutti gli amici che abbiamo incontrato grazie di cuore per tutto l'affetto che ci avete dimostrato! SIETE MITICI!
UN MEGA GRAZIE ai @THEFAMILY_ONTOUR per la grande ospitalità.
p.s. L'area di sosta Al Plan in Val di Rabbi è spettacolare!

☀️Il nostro link PayPal con cui potete donarci un "gelato" per aiutarci a mantenere vivo questo canale.
https://paypal.me/stepsover

🔥 NUOVO LIBRO 👉 SEI ANNI NELLE AMERICHE https://amzn.eu/d/56bdWQ4

👉 Secondo CANALE https://www.youtube.com/@STEPSOVER_EXTRA
🔥 Lost in Stepsover https://www.youtube.com/@lostinstepsover
😵
Entra a far parte del nostro TEAM PATREON!
🔥https://www.patreon.com/stepsover

👉 La seconda EDIZIONE del nostro libro su come CAMPERIZZARE un veicolo Overland lo trovi qui 🔥900 PAGINE ✌️
https://www.stepsover.com/prodotto/lo-zen-e-larte-della-camperizzazione-di-un-veicolo-overland-ebook/

Dove siamo? https://bit.ly/34ZKZGi

🙏Grazie ai nostri SUPPORTERS🙏 SIETE MERAVIGLIOSI ❤️
Claiborne Merritt
Abramo Pauselli
Annamaria Petito
eclypse77

🤜Canale pubblico Telegram https://t.me/stepsover
😈Il nostro BAR su TWITCH https://www.twitch.tv/stepsover
🌏La nostra pagina Facebook e Gruppo su FACEBOOK 🌈STEPSOVER
⭐️Instagram https://bit.ly/34ZKZGi
⚡️Visitate il nostro blog: https://www.stepsover.com
🔥community DISCORD WORK IN PROGRESS https://discord.gg/eV8eAWaF43
  •  

NASA Sets Briefings for SpaceX Crew-13 Mission to Space Station

The SpaceX Crew-13 members are pictured in their pressure suits seated inside a mockup Dragon spacecraft during a preflight training session at the company's headquarters in Hawthorne, California. From left are, Roscosmos Sergey Teteryatnikov, NASA astronauts Luke Delaney and Jessica Watkins, and CSA (Canadian Space Agency) astronaut Joshua Kutryk.
NASA’s SpaceX Crew-13 members are pictured in their pressure suits seated inside a mockup Dragon spacecraft during a preflight training session at the company’s headquarters in Hawthorne, California. From left are Roscosmos Sergey Teteryatnikov, NASA astronauts Luke Delaney and Jessica Watkins, and CSA (Canadian Space Agency) astronaut Joshua Kutryk.
Credit: SpaceX

NASA and its partners will discuss the upcoming crew rotation mission to the International Space Station during a pair of news conferences on Monday, Aug. 3, from the agency’s Johnson Space Center in Houston.

Mission leadership will provide an overview of NASA’s SpaceX Crew‑13 mission at 12 p.m. EDT. Next, crew members will discuss their training and mission preparations at 2 p.m. This is Crew-13’s final media availability prior to traveling to the agency’s Kennedy Space Center in Florida for launch.

NASA will stream these events live. Learn where to watch online:

https://www.nasa.gov/live

The Crew-13 mission will carry NASA astronauts Jessica Watkins and Luke Delaney, CSA (Canadian Space Agency) astronaut Joshua Kutryk, and Roscosmos cosmonaut Sergey Teteryatnikov to the orbiting laboratory. The crew will launch aboard a SpaceX Dragon spacecraft on the company’s Falcon 9 rocket from Space Launch Complex 40 at Cape Canaveral Space Force Station in Florida no earlier than mid-September.

International media attending in person must email the NASA Johnson newsroom at jsccommu@mail.nasa.gov by 5 p.m., Tuesday, July 21. United States-based media attending in person must respond by 5 p.m., Thursday, July 30. Media joining virtually must respond by 10 a.m. the day of the event. NASA’s media accreditation policy is available online.

Briefing participants are as follows (all times Eastern and subject to change based on real-time operations):

12 p.m.: Mission Overview News Conference

  • Joel Montalbano, deputy associate administrator, Human Spaceflight Mission Directorate, NASA Headquarters
  • Dana Weigel, manager, Low Earth Orbit Program, NASA Johnson
  • Mathieu Caron, director, Astronauts, Life Sciences, and Space Medicine, CSA
  • Julianna Scheiman, director, NASA Science and Dragon Programs, SpaceX

2 p.m.: Crew-13 News Conference

  • Jessica Watkins, commander, NASA
  • Luke Delaney, pilot, NASA
  • Joshua Kutryk, mission specialist, CSA
  • Sergey Teteryatnikov, mission specialist, Roscosmos

Following the news conference, crew members will be available for limited media interviews. All interview requests must be submitted by 5 p.m. on July 30, to the NASA Johnson newsroom at: jsccommu@mail.nasa.gov.

This will be the second flight to the space station for Watkins, who was selected as a NASA astronaut in 2017. Watkins grew up in Lafayette, Colorado, and earned an undergraduate degree in geological and environmental sciences from Stanford University, as well as a doctorate in geology from the University of California, Los Angeles. As a geologist, she studied the Martian surface and was a member of the Curiosity rover science team at NASA’s Jet Propulsion Laboratory in Southern California. Watkins first launched to the space station as a crew member aboard NASA’s SpaceX Crew-4 mission, spending a total of 170 days in space across space station Expeditions 67/68 in 2022. She will be the first NASA astronaut to launch aboard a SpaceX Dragon spacecraft twice.

Selected as a NASA astronaut in 2021, Delaney earned a bachelor’s degree in mechanical engineering at the University of North Florida and a master’s degree in aerospace engineering at the Naval Postgraduate School. The Florida native is a distinguished naval aviator who participated in exercises throughout the Asia Pacific region and conducted missions in support of Operation Enduring Freedom. As a test pilot, Delaney evaluated developmental aircraft systems and served as a test pilot instructor. He also worked as a research pilot at NASA’s Langley Research Center in Hampton, Virginia, where he supported airborne science missions. This is the first spaceflight for Delaney.

The Crew-13 mission also is the first spaceflight for Kutryk. Prior to his selection as a CSA astronaut in 2017, he served as a CF-18 fighter pilot, flying missions in support of Canada’s NATO, U.N., and North American Aerospace Defense Command commitments. A native of Fort Saskatchewan, Alberta, Kutryk also worked as an experimental and operational test pilot at the Aerospace Engineering Test Establishment in Cold Lake, Alberta. Kutryk received a bachelor’s degree in mechanical engineering from the Royal Military College of Canada in Kingston, Ontario, and he is a distinguished graduate of the United States Air Force Test Pilot school in Edwards, California. He has master’s degrees in space studies, flight test engineering, and defense studies.

This mission will be Teteryatnikov’s first trip to the orbiting laboratory. He graduated from the Naval Academy, St. Petersburg, Russia, in 2011 as an engineer specializing in ship power plant operations. Before his selection as a test cosmonaut, Teteryatnikov served in various naval engineering roles, including undersea vessels and specialized engine room operations. He was selected for the Gagarin Research and Test Cosmonaut Training Center Cosmonaut Corps in 2021 and has served as a test cosmonaut since 2023.

For more information about the mission, visit:

https://www.nasa.gov/mission/nasas-spacex-crew-13

-end-

Joshua Finch / Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov / james.j.russell@nasa.gov

Leah Cheshier / Anna Schneider
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
leah.d.cheshier@nasa.gov / anna.c.schneider@nasa.gov

Share

Details

Last Updated
Jul 20, 2026
Editor
Jessica Taveau
  •  

NASA Sets Briefings for SpaceX Crew-13 Mission to Space Station

The SpaceX Crew-13 members are pictured in their pressure suits seated inside a mockup Dragon spacecraft during a preflight training session at the company's headquarters in Hawthorne, California. From left are, Roscosmos Sergey Teteryatnikov, NASA astronauts Luke Delaney and Jessica Watkins, and CSA (Canadian Space Agency) astronaut Joshua Kutryk.
NASA’s SpaceX Crew-13 members are pictured in their pressure suits seated inside a mockup Dragon spacecraft during a preflight training session at the company’s headquarters in Hawthorne, California. From left are Roscosmos Sergey Teteryatnikov, NASA astronauts Luke Delaney and Jessica Watkins, and CSA (Canadian Space Agency) astronaut Joshua Kutryk.
Credit: SpaceX

NASA and its partners will discuss the upcoming crew rotation mission to the International Space Station during a pair of news conferences on Monday, Aug. 3, from the agency’s Johnson Space Center in Houston.

Mission leadership will provide an overview of NASA’s SpaceX Crew‑13 mission at 12 p.m. EDT. Next, crew members will discuss their training and mission preparations at 2 p.m. This is Crew-13’s final media availability prior to traveling to the agency’s Kennedy Space Center in Florida for launch.

NASA will stream these events live. Learn where to watch online:

https://www.nasa.gov/live

The Crew-13 mission will carry NASA astronauts Jessica Watkins and Luke Delaney, CSA (Canadian Space Agency) astronaut Joshua Kutryk, and Roscosmos cosmonaut Sergey Teteryatnikov to the orbiting laboratory. The crew will launch aboard a SpaceX Dragon spacecraft on the company’s Falcon 9 rocket from Space Launch Complex 40 at Cape Canaveral Space Force Station in Florida no earlier than mid-September.

International media attending in person must email the NASA Johnson newsroom at jsccommu@mail.nasa.gov by 5 p.m., Tuesday, July 21. United States-based media attending in person must respond by 5 p.m., Thursday, July 30. Media joining virtually must respond by 10 a.m. the day of the event. NASA’s media accreditation policy is available online.

Briefing participants are as follows (all times Eastern and subject to change based on real-time operations):

12 p.m.: Mission Overview News Conference

  • Joel Montalbano, deputy associate administrator, Human Spaceflight Mission Directorate, NASA Headquarters
  • Dana Weigel, manager, Low Earth Orbit Program, NASA Johnson
  • Mathieu Caron, director, Astronauts, Life Sciences, and Space Medicine, CSA
  • Julianna Scheiman, director, NASA Science and Dragon Programs, SpaceX

2 p.m.: Crew-13 News Conference

  • Jessica Watkins, commander, NASA
  • Luke Delaney, pilot, NASA
  • Joshua Kutryk, mission specialist, CSA
  • Sergey Teteryatnikov, mission specialist, Roscosmos

Following the news conference, crew members will be available for limited media interviews. All interview requests must be submitted by 5 p.m. on July 30, to the NASA Johnson newsroom at: jsccommu@mail.nasa.gov.

This will be the second flight to the space station for Watkins, who was selected as a NASA astronaut in 2017. Watkins grew up in Lafayette, Colorado, and earned an undergraduate degree in geological and environmental sciences from Stanford University, as well as a doctorate in geology from the University of California, Los Angeles. As a geologist, she studied the Martian surface and was a member of the Curiosity rover science team at NASA’s Jet Propulsion Laboratory in Southern California. Watkins first launched to the space station as a crew member aboard NASA’s SpaceX Crew-4 mission, spending a total of 170 days in space across space station Expeditions 67/68 in 2022. She will be the first NASA astronaut to launch aboard a SpaceX Dragon spacecraft twice.

Selected as a NASA astronaut in 2021, Delaney earned a bachelor’s degree in mechanical engineering at the University of North Florida and a master’s degree in aerospace engineering at the Naval Postgraduate School. The Florida native is a distinguished naval aviator who participated in exercises throughout the Asia Pacific region and conducted missions in support of Operation Enduring Freedom. As a test pilot, Delaney evaluated developmental aircraft systems and served as a test pilot instructor. He also worked as a research pilot at NASA’s Langley Research Center in Hampton, Virginia, where he supported airborne science missions. This is the first spaceflight for Delaney.

The Crew-13 mission also is the first spaceflight for Kutryk. Prior to his selection as a CSA astronaut in 2017, he served as a CF-18 fighter pilot, flying missions in support of Canada’s NATO, U.N., and North American Aerospace Defense Command commitments. A native of Fort Saskatchewan, Alberta, Kutryk also worked as an experimental and operational test pilot at the Aerospace Engineering Test Establishment in Cold Lake, Alberta. Kutryk received a bachelor’s degree in mechanical engineering from the Royal Military College of Canada in Kingston, Ontario, and he is a distinguished graduate of the United States Air Force Test Pilot school in Edwards, California. He has master’s degrees in space studies, flight test engineering, and defense studies.

This mission will be Teteryatnikov’s first trip to the orbiting laboratory. He graduated from the Naval Academy, St. Petersburg, Russia, in 2011 as an engineer specializing in ship power plant operations. Before his selection as a test cosmonaut, Teteryatnikov served in various naval engineering roles, including undersea vessels and specialized engine room operations. He was selected for the Gagarin Research and Test Cosmonaut Training Center Cosmonaut Corps in 2021 and has served as a test cosmonaut since 2023.

For more information about the mission, visit:

https://www.nasa.gov/mission/nasas-spacex-crew-13

-end-

Joshua Finch / Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov / james.j.russell@nasa.gov

Leah Cheshier / Anna Schneider
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
leah.d.cheshier@nasa.gov / anna.c.schneider@nasa.gov

Share

Details

Last Updated
Jul 20, 2026
Editor
Jessica Taveau
  •  

stanca dei negazionisti dell’emergenza climatica

Sono le nove del mattino, scendo dall’autobus che mi porta alla stazione della metro. Mentre attraverso la strada che separa la fermata dai tornelli spero che il prossimo treno abbia l’aria condizionata. In 200 metri di tragitto ho già oltrepassato la soglia della sensazione trascurabile. Oggi sono pure sfortunata: le porte che si spalancano di fronte a me fanno un rumore che esprime tutt’altro che modernità. Un sospiro brusco e stanco, con picchi acuti che mi stordiscono. La testa già mi gira, ma penso che sono solo le nove del mattino. Il treno è di quelli vecchia scuola, la metro B di Roma ne conserva ancora qualche esemplare superstite risalente al massimo alla fine degli anni Novanta. Accanto a me sulla banchina due sessantenni, un signore e una signora indietreggiano lentamente come spostati dal lieve tepore fuori luogo proveniente dall’interno del vagone, rinunciano, aspettano il prossimo. Con un passo sono dentro, voltandomi tra le porte li vedo inquadrati. La signora è già seduta sulla panchina, si è tolta gli occhiali e si asciuga la fronte con un fazzoletto di carta. Il signore cammina lento nel verso opposto al treno, alza lo sguardo e lo rivolge alla sua destra, l’unico occhio che posso osservare sembra quello di Dio nella Creazione di Michelangelo, ma con una patina di lacrime o, più probabilmente, di sudore.

Le porte si chiudono, facendo il rumore assordante di prima che sfianca fino a tradursi in un movimento meccanico di una flemma indescrivibile. Il treno parte, devo fare sette fermate e già fatico a respirare.

Attorno a me alcuni ventagli svolazzano con una precisione e un vigore incredibili che solo determinate donne sono in grado di sfoggiare. Altri mezzi cerchi colorati ondeggiano impacciati sbattono sui gomiti, sulle spalle o sui petti, altri direttamente si chiudono, scivolando arenati lungo i ciondoli legati alle borsette.

Penso poche cose, due: come farò? E come faccio adesso? 

Sono dentro a una serra piena di ormoni coltivati dalla temperatura ottimale. Non posso rifugiarmi concentrandomi sul mio odore perché sono fuori casa da mezz’ora e già non lo riconosco più, non è più familiare. Dietro al collo sento come un alito caldo, ma è una persona che muovendosi ha spostato l’aria. Sono completamente sudata, devo stare fuori casa fino alle otto.

Le abitudini delle persone in un vagone della metropolitana sopra i quaranta gradi cambiano, la rivoluzione antropologica è questa: alcune, completamente stordite, spengono i display del telefono. Alcune si fissano i piedi, altre chiudono gli occhi: sono costretti a disconnettersi contro la loro volontà. Mi sembra uno stand by sempre più frequente, comandato dal clima come fosse la punizione della natura al nostro progresso. Ho pensato la stessa cosa quando sono venuta a sapere che a Torino il sistema elettrico non regge l’aumentare dei consumi causato dall’impiego dei climatizzatori e interi quartieri vanno sistematicamente in black out per ore. Nel duemilaventisei, all’apice della società della performance, della liquidità e dei suoi flussi, del tenere traccia, del monitorare ogni cosa, tutto collassa per una cosa che scientificamente possiamo misurare e gestire come il caldo.

C’è qualcosa che non funziona, stiamo proprio mancando gli obiettivi minimi del progresso. Un signore ha sotto al braccio il giornale di oggi, Elon Musk si esprime contro i giudici che hanno condannato il gioielliere di… Non riesco a leggere. Non riesco nemmeno a capire. Davvero a un tizio che può possedere tutto non importa niente di possedere anche il pianeta Terra come ambiente umanamente vivibile? Sono stanca, mi pulsa la testa, ho pure le mestruazioni e sento uscire una biglia di roba calda da me. È evidente che è così, come potrebbe una persona normale e ragionevole diventare Elon Musk? Sto mostrificando. La verità è che voglio tornare a casa.

Una ragazza vicino a me ha un odore dolce, dopo quindici minuti mi ha preso in ostaggio i recettori olfattivi e mi ha fatto venire la nausea. Per fortuna la prossima fermata è la mia. Comunque io non sono una persona che soffre il caldo, tutt’altro, penso che fino ai sedici anni non ho nemmeno mai sudato veramente. D’estate stavo la mattina al mare e in mezzo alla strada dalle 15:45 fino all’ora di cena, capitava al massimo un paio di giorni che facesse più caldo del solito e si preferisse rimanere a casa dove comunque non avevamo mai dovuto comprare né condizionatori né ventilatori e si stava bene. 

Da pendolare cronica ho passato ore sotto al sole ad aspettare gli autobus, le corriere, è capitato a mezzogiorno anche nelle stazioni dei treni affollate, dove sotto l’ombra della tettoia non ci si stava: ma non ho mai avuto così tanta paura di sentirmi male. 

Scendo a Castro Pretorio, sono le dieci, e le persone si muovono lente, affaticate o sudate. Nessuno fuma tra il bar e le scale della metro vicino ai posacenere dei secchioni.

Sei minuti di strada e sono a lavoro. Ho già imparato a memoria i punti all’ombra e tengo un andamento sostenuto e preciso per non fare nemmeno un passo in più. Il percorso l’ho capito già da metà maggio. A un certo punto, fisso, un fuoristrada militare con un’inutile tendinda bianca mi costringe ad attraversare la strada, o meglio, a superare la barriera tangibile e misurabile oltre la quale l’ombra smette di fare il suo lavoro. Tengo duro, attraverso, in almeno tre strati di indumenti mimetici due ventenni mi guardano ignorare le strisce pedonali. Hanno le pupille dilatate come tossici, ma so perfettamente che è il caldo, se mi concentrassi sul movimento della pupilla e lo decifrassi in codice morse sono certa che uscirebbe fuori “aiuto”. Mi fanno un po’ pena, ma hanno pure un mitra e questi due pensieri sbattono nella mia testa producendo lo stesso rumore pieno e acuto delle porte dei treni vecchi della metro B.

Sono puntuale, ma il caffè non lo prendo perché se mi fermo è finita. Varco la porta sul retro del locale con cinque minuti di anticipo. Dentro c’è l’aria condizionata, ancora bassa, ma c’è. Mi cambio e scendo.

“Ciao come va?” mi sorride “Fa caldo” è l’unica cosa che riesco a dire, lo constato al minimo della voce per non risultare strana, lo sussurrerei a stento, se fosse per me. Per i prossimi venti minuti vorrei poter non pensare e non parlare. 

“Sì è vero….” dice lei mentre apre una scatola da cui tira fuori delle posate nuove e le getta in una vaschetta piena d’acqua calda “… ma io comunque mi ricordo che anche in passato, tipo nel duemilatre forse? O era il duemila? Ma anche quando sono andata in Grecia dopo la maturità, faceva caldissimo”. Io sono impalata e la guardo, mi sento imperscrutabile, io non ce la faccio. Mi guarda come se mo io dovessi rispettare quella cazzata dei turni di parola. Non mi avrai. 

“Nel senso, comunque ora c’è anche l’aria condizionata, non si soffre più come prima! Io mi ricordo a inizio agosto a Roma non si stava!”. Penso “sarà la decima volta quest’anno” dico “Sì. Può darsi”, non mi avrai.

The post stanca dei negazionisti dell’emergenza climatica first appeared on Stanca.

  •  

BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 7.20 - MARANZATI

💾

Trova la tua prossima DASHCAM https://sicurisullastrada.it/dashcam/
Dubbi o domande? Trovi qui le RISPOSTE https://sicurisullastrada.it/dashcam-5-minuti-per-sapere-tutto/
Vuoi inviarci le clip della TUA DASHCAM? Guarda come fare su https://bit.ly/inviavideo
Seguici sui canali BDOI per essere AGGIORNATO e vedere le MIGLIORI CLIP https://bit.ly/canalibdoi
Hai domande o curiosità? COMMENTA sotto al video oppure CONTATTACI https://bit.ly/contattabdoi
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
Do you want to send us the clips of YOUR DASHCAM? See how on https://bit.ly/inviavideo
Follow us on BDOI channels to be UPDATED and see the BEST CLIPS https://bit.ly/canalibdoi
Do you have any questions or curiosities? COMMENT below the video or CONTACT US https://bit.ly/contattabdoi

#baddriversofitaly #dashcam #compilation
  •  

Our First View of the Surface of Mars

On the morning of July 20, 1976, roughly 40 minutes after mission controllers received word that the Viking 1 lander had successfully touched down on the surface of Mars, this photo gave us our first view from the surface of the Red Planet.

  •  

MIO PAPÀ CAMMINA GRAZIE ALL'ESOSCHELETRO

💾

Mio Papà ha 77 anni e da qualche anno ha iniziato a fare fatica a camminare. Ho deciso di fargli una sorpresa portandogli un esoscheletro che lo aiuterà a tornare a camminare!

L'esoscheletro nel video @Hypershell_Tech #HypershellXUltraS #HyperEverest:
https://hypershell.tech/a/omnitrack/46ae9ad8

👕ABBIGLIAMENTO FORN X TOTO👕: https://www.forn-lab.com/negozio-online/Toto-c117430564

🛒LA MIA ATTREZZATURA🛒
https://www.amazon.it/shop/torquatotesta

📩 RICHIESTE COMMERCIALI: totocollab@gmail.com

SEGUIMI SU INSTAGRAM:
https://www.instagram.com/torquatotesta/

SEGUIMI SU FACEBOOK:
https://www.facebook.com/torquatotestapage

Nel video sono presenti inserimenti a scopo commerciale di Hypershell.
  •  

Chiusura estiva della biblioteca

La Biblioteca del Circolo culturale “Errico Malatesta” sarà chiusa da lunedì 20 luglio per la consueta pausa estiva. Ci rivediamo a settembre con la riapertura dei servizi di prestito e consultazione, nuove iniziative e presentazioni
  •  

Cybersecurity 04 - CVE

💾

Oggi parliamo di CVE, ovvero di vulnerabilità note.

Il progetto Esadecimale nasce per offrire il migliore spazio di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano. Se vuoi supportare la mia missione puoi approfondire il mio progetti tramite i seguenti link:
https://esadecimale.it
https://learn.esadecimale.it
https://cyber.esadecimale.it
https://forum.esadecimale.it
  •  

Carabinieri arresti e inseguimenti a Firenze (Parte 1)

💾

IN PATTUGLIA CON I CARABINIERI A FIRENZE: Arresti in diretta e inseguimenti folli! (Parte 1)
Siamo saliti a bordo delle gazzelle del Nucleo Radiomobile dei Carabinieri di Firenze per documentare da vicino, senza filtri, cosa significa garantire la sicurezza in una delle città più visitate d'Italia. Quello che abbiamo vissuto è stato un turno ad altissima tensione, segnato da interventi rapidi, inseguimenti e arresti ripresi in tempo reale.

In questa prima parte vi mostriamo la cruda realtà della strada.

L'inseguimento del pusher in monopattino (Arresto in diretta!)
Durante un normale posto di controllo, i Carabinieri intimano l'alt a un ragazzo sospetto. Da quel momento si scatena il caos:
Il giovane, che nasconde addosso diversi involucri di droga, inizia una fuga disperata a bordo di un monopattino elettrico, imboccando le strade di Firenze contromano. Sentendosi braccato, lancia il monopattino contro l'auto dei Carabinieri e prosegue la fuga a piedi, tentando di disfarsi delle sostanze stupefacenti lungo la strada. Una volta raggiunto, oppone una violenta resistenza prima di essere definitivamente bloccato e ammanettato.

Rapina col coccio di bottiglia alla gola
Poco prima, un altro intervento ad alta tensione: un cittadino extracomunitario ha aggredito un passante, minacciandolo con un coccio di bottiglia puntato direttamente alla gola per rapinarlo. Solo il tempestivo arrivo dei militari ha evitato il peggio: l'uomo è stato disarmato, immobilizzato e arrestato.

Il mistero nella camera di sicurezza
Le sorprese non finiscono in strada. Una volta portato in caserma e chiuso nella camera di sicurezza in attesa del rito direttissimo, l'arrestato della rapina viene visto dalle telecamere mentre armeggia con un oggetto misterioso e potenzialmente pericoloso... I Carabinieri sono dovuti intervenire immediatamente per un controllo d'urgenza.

👉 Questa è solo la prima parte di una notte incredibile sulle strade di Firenze. La seconda parte arriverà a brevissimo: iscriviti al canale e attiva la campanella 🔔 per non perdertela!

Lascia un commento per dirci cosa ne pensi del lavoro straordinario che questi uomini e donne in divisa svolgono ogni giorno per la nostra sicurezza.
  •  

Who's Running All Those Tiny RPKI Servers?

Who runs the hidden infrastructure behind secure Internet routing? An internship report from SIDN Labs looks beyond the RIRs at the independently operated RPKI publication servers helping to secure BGP.
  •  

Federico Faggin | La fisica quantistica può svelare il mistero della coscienza?

La fisica quantistica può davvero dimostrare il libero arbitrio? Federico Faggin sostiene che la coscienza sia una realtà fondamentale dell’universo. Ma che cosa risponderebbero Baruch Spinoza e Rudolf Steiner? 🎬 Première19/07/2026 [riservato agli Abbonati a Scorribande filosofiche]👉https://youtu.be/El7d-vSnaYA Federico Faggin, inventore del primo microprocessore, è oggi uno dei più autorevoli sostenitori dell’idea che la coscienza non […]

  •  

[2026-09-23] ARRUOLAMENTO CLOWN ARMY @ Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito

ARRUOLAMENTO CLOWN ARMY

Manituana - Laboratorio Culturale Autogestito - Largo Maurizio Vitale 113, Torino
(mercoledì, 23 settembre 20:30)
ARRUOLAMENTO CLOWN ARMY

sdeng sdeng sdeng!!! 🔔🔔🔔 Arruolamento Clown Army!!! 🔫🤡🎖

ULTIMO ALLENAMENTO PRIMA DELLA PAUSA ESTIVA - accorrette pazzu ribellu in erba!

Vieni con noi, padroneggia la grande arte del clowneggiamento ribelle e della cospirazione approssimativa :O)

Cos'è Clown ARMY?? È una tecnica di piazza spontanea e autogestita nata con l'intento di inviare messaggi irriverenti e gestire i nostri colleghi delle forze dell'ordine.

Leggi sto articolo e vai a studiare va'! https://www.instagram.com/p/DQrx3caj58O/?igsh=MWhmazMzZXE2ZWs1Nw==

Lanciamo una grande campagna di arruolamento aperto a tutt*, che più siamo meglio è!

Ci vediamo ogni secondo e quarto mercoledì del mese nella palestra del mani, a cui lasciamo un contributo volontario per le spese.

Ogni incontro alterniamo allenamento di tecniche improbabili e ridicole da usare in piazza e discussioni deliranti in cui ci rilanciamo le idee pazze a vicenda.

LA CLOWN ARMY CERCA ✨TE ✨

MA ESSENDO FORZA DEL (DIS)ORDINE NON RIESCE A TROVARTI

RENDILE IL LAVORO FACILE E UNISCITI A LEI DIRETTAMENTE grazie

Quando:

Mercoledì 24 giugno

dalle 20.30 alle 22.30

Dove:

Al CLIM (Manituana), in Largo Maurizio Vitale 113 To)

Porta:

Abbigliamento comodo

Naso da clown e access. militari (se li hai)

Per info: clownarmyto@canaglie.net

  •  

Renault Clio E-Tech, i consumi reali del Centro Prove Quattroruote

Con la sesta generazione, la Renault Clio ha cambiato completamente faccia: linee più scolpite e soluzioni stilistiche che non ti aspetti su una segmento B, con la calandra sporgente e le quattro luci poligonali al posteriore, abbinate a un lunotto molto inclinato, quasi da coupé. La piattaforma è la stessa del modello precedente, ma le misure crescono leggermente: la compatta francese è lunga 412 cm (7 in più) e larga 177 (-3), con un passo di 259 cm (+1). Lo spazio per i passeggeri posteriori resta pressoché invariato, mentre rimane piccolo il bagagliaio: il Centro prove ha rilevato 203 litri utili. Notevole invece il salto di qualità in abitacolo, a cominciare dai due schermi da 10,1&quot; per strumentazione digitale e infotainment (con connettività wireless per gli smartphone e la suite software di Google). Renault Clio E-Tech: il motore Rispetto al modello precedente, il nuovo powertrain full hybrid della Clio guadagna potenza, passando da 145 a 158 CV complessivi. Merito soprattutto dell'unità termica, un 1.8 quattro cilindri aspirato più potente del vecchio 1.6 (109 CV contro 94), che funziona con il ciclo Atkinson e prevede l'iniezione diretta. Il motore elettrico principale ha 50 CV e 205 Nm, muove le ruote di trazione e ricarica la batteria da 1,4 kWh; la seconda unità lavora all'interno del cambio robotizzato, privo di frizione e sincronizzatori, con quattro rapporti dedicati al motore termico e due a quello elettrico. Renault Clio E-Tech: i consumi reali *Prezzo della benzina al 16/07/2026: 1,910 /litroNella Prova su strada, pubblicata su Quattroruote di marzo 2026, la Clio conferma la bontà del powertrain francese (sviluppato dalla Horse, joint-venture tra la Casa francese, Geely e Aramco), che riesce a prodursi in consumi decisamente contenuti, offrendo al tempo stesso una dose di potenza che fa viaggiare tranquilli, specialmente in ripresa. La percorrenza cittadina è leggermente peggiorata rispetto all'E-Tech della precedente Clio (che spuntava 30,7 km/l in città), ma rimane comunque elevatissima. Nonostante il serbatoio di appena 39 litri, in ambito urbano l'autonomia supera di slancio i 1.100 km. E in autostrada riesce a fare di meglio del modello che sostituisce, passando da 13,6 a 15,5 km/l. Renault Clio: gamma e allestimenti La gamma della nuova Renault Clio E-Tech apre con l'allestimento evolution, che prevede cerchi d'acciaio da 16, connettività wireless per Apple CarPlay e Android Auto, climatizzatore manuale e sensori di parcheggio posteriori. La versione intermedia techno aggiunge i cerchi di lega da 16, il quadro strumenti da 10 e l'infotainment con servizi Google integrati, il climatizzatore automatico, gli specchietti ripiegabili elettricamente, la telecamera posteriore e il sensore per la pioggia. La top di gamma esprit Alpine si distingue per i tanti dettagli sportivi, dentro e fuori l'abitacolo (come i sedili avvolgenti e la pedaliera in alluminio), ma anche per la più ricca dotazione di Adas, che prevedono guida assistita di livello 2 e monitoraggio dell'angolo cieco. Renault Clio E-Tech: i prezzi Renault Clio E-Tech evolution: 24.900 euroRenault Clio E-Tech evolution: 26.700 euroRenault Clio E-Tech evolution: 28.300 euro Consumi reali, tutte le nostre prove autoAudi Q3 Sportback TDIDacia Duster Hybrid 155Fiat 500 HybridHonda Prelude 2.0 HEVHyundai Tucson 1.6 HEVRenault Clio E-TechToyota Aygo X 115 Hybrid
  •  

[2026-09-19] NOISE FOR PEACE - MUSICA SENZA MURI @ Centro Dai

NOISE FOR PEACE - MUSICA SENZA MURI

Centro Dai - Via Brignole 34 Santena TO
(sabato, 19 settembre 16:00)
  NOISE FOR PEACE - MUSICA SENZA MURI

NOISE FOR PEACE FEST 2026

🎶 Musica Senza Muri

La pace non è silenzio. È partecipazione. È cultura. È musica.

C'è un modo diverso di vivere un festival.

Un luogo dove la musica incontra le persone, dove le idee diventano dialogo e dove ogni palco, ogni stand e ogni incontro raccontano la possibilità di costruire una comunità più unita.

Noise for Peace Fest è una giornata dedicata alla musica dal vivo, alla condivisione e all'impegno civile. Un evento apartitico, aperto a chiunque creda che la cultura possa abbattere i muri, creare relazioni e dare spazio alla solidarietà rinnegando guerra, violenza e razzismo.

________________________________________

Sabato 19 settembre 2026

Centro Dai Via

Via Brignole 34 – Santena (TO)

 Apertura cancelli: ore 16.00

________________________________________

Durante tutta la giornata

Stand, incontri e momenti di confronto con associazioni e realtà impegnate nella solidarietà, nella cooperazione internazionale, nella memoria, nell'informazione indipendente e nel sostegno alle comunità.

Saranno presenti:

• Emergency

• Medici Senza Frontiere

• Cambiano for Gaza

• Radici della Memoria

• Reciproca Mensa

• Il Cubo Chieri 

• CIL – Collettivo Cambiare Rotta

• Radio Bandito

• Radio Alice

• Radio Base 2.0

📻Per tutta la giornata Radio Bandito, insieme a Radio Base 2.0 e Radio Alice trasmetterà in diretta con talk, interviste, approfondimenti e ospiti.

________________________________________

🎤 LIVE MUSIC

Ore 18.00

🎙 Vogue MC

🎙 DOSR

________________________________________

Ore 20.00

🎧 DJ Set con WURZ

________________________________________

Ore 21.00                      

🎶 Ellie Cottino & Sista Sofy

🎶Rankore

🎶Juda's Kiss

________________________________________

Dalle ore 24.00

After Party al Centro Giovani con HEIDI REBEL

________________________________________

🍔 Food & Drink con Biga Burgher di Villanova D'Asti

Area food, drink e birra disponibili per tutta la giornata.

Evento in collaborazione con Radio Base 2.0 Radio Bandito Radio Alice Chieri e Associazione Dai

#NoiseForPeaceFest #MusicaSenzaMuri #Santena #LiveMusic #Peace #Solidarietà #Comunità #Festival #NoWar #StopViolence #NoRacism

  •  

Ha senso odiare la tecnologia?

💾

Il progetto Esadecimale nasce per offrire il migliore spazio di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano. Se vuoi supportare la mia missione puoi approfondire il mio progetti tramite i seguenti link:
https://esadecimale.it
https://learn.esadecimale.it
https://cyber.esadecimale.it
https://forum.esadecimale.it
  •  

Il NOSTRO CAMPER 4x4 è PRONTO? 😨 Il momento più INTENSO degli ULTIMI anni 😳

💾

#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1169: Dobbiamo terminare i lavori in officina e dopodiché ci spostiamo a Milano per organizzare un po' Valentino e prepararlo davvero alla partenza. Inizia a tutti gli effetti una nuova parte del viaggio!

☀️Il nostro link PayPal con cui potete donarci un "gelato" per aiutarci a mantenere vivo questo canale.
https://paypal.me/stepsover

🔥 NUOVO LIBRO 👉 SEI ANNI NELLE AMERICHE https://amzn.eu/d/56bdWQ4

👉 Secondo CANALE https://www.youtube.com/@STEPSOVER_EXTRA
🔥 Lost in Stepsover https://www.youtube.com/@lostinstepsover
😵
Entra a far parte del nostro TEAM PATREON!
🔥https://www.patreon.com/stepsover

👉 La seconda EDIZIONE del nostro libro su come CAMPERIZZARE un veicolo Overland lo trovi qui 🔥900 PAGINE ✌️
https://www.stepsover.com/prodotto/lo-zen-e-larte-della-camperizzazione-di-un-veicolo-overland-ebook/

Dove siamo? https://bit.ly/34ZKZGi

🙏Grazie ai nostri SUPPORTERS🙏 SIETE MERAVIGLIOSI ❤️
Maria Fortunata Ovadia
Annamaria Petito
Ida Rossini

🤜Canale pubblico Telegram https://t.me/stepsover
😈Il nostro BAR su TWITCH https://www.twitch.tv/stepsover
🌏La nostra pagina Facebook e Gruppo su FACEBOOK 🌈STEPSOVER
⭐️Instagram https://bit.ly/34ZKZGi
⚡️Visitate il nostro blog: https://www.stepsover.com
🔥community DISCORD WORK IN PROGRESS https://discord.gg/eV8eAWaF43
  •  

NASA Pushes New Wing Design to Find Structural Limits

3 Min Read

NASA Pushes New Wing Design to Find Structural Limits

A wide view of a test structure in a laboratory shows a full test assembly secured inside a steel rig. Hydraulic lines, sensors, and support equipment surround the structure, with additional lab equipment visible in the background.
The 15-foot Structural Wing Experiment Evaluating Truss-bracing test article is fully installed in the Flight Loads Laboratory at NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, on Wednesday, May 20, 2026. The model is part of NASA’s research to develop technologies for future ultra-efficient aircraft.
Credits: NASA/Carla Escamilla

NASA researchers recently put a new wing design, appearing long and thin with a lightweight structural design, through a series of grueling tests to find its structural limits. What they found left them encouraged about the wing’s potential, even when they pushed it past its intended limits.

The 15-foot Structural Wing Experiment Evaluating Truss-bracing (SWEET-15) test article is part of NASA’s research to develop future ultra-efficient aircraft. The design incorporates a long wing supported by an aerodynamic strut, based on NASA’s earlier Transonic Truss‑Braced Wing concept.

The research team is working to understand whether SWEET-15’s design and its new lightweight structural designs could help commercial airliners save fuel. But first, they need to understand how it behaves under the kinds of force wings experience in flight.

A group of people work together in a large workshop, handling and inspecting a long metallic structure laid across padded tables. Tools, materials, and protective equipment are spread across the workspace.
Lab technicians Phil Tofts, Chris McLain, and Jeff Howell and NASA engineers Erin Anderson and Richard Larson prepare the 15-foot Structural Wing Experiment Evaluating Truss-bracing model in the Flight Loads Laboratory at NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, on Thursday, Dec. 11, 2025. The model is part of NASA’s research to develop technologies for future ultra-efficient aircraft. 
NASA/Christopher LC Clark

The SWEET-15 design originated with combining five different advanced composite manufacturing and assembly technologies that enabled the novel structural design. The 15-foot-long test article was then designed and fabricated at NASA’s Langley Research Center in Hampton, Virginia, before traveling to NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, for testing.

Over several months, NASA engineers intentionally bent the test wing in the Flight Loads Laboratory at NASA Armstrong. Numerous strain and load sensors, including fiber-optic strain sensors, were placed throughout the structure to track how the wing responded as forces increased.

The data from the sensors confirmed the predictions made by NASA’s computer models. According to initial findings, the wing withstood the anticipated in-flight forces without issue. The results provided the team with confidence in the new manufacturing approaches and methods for connecting wing parts used in SWEET-15, which could support future efficient aircraft designs. The manufacturing approach, developed at NASA Langley used the Integrated Structural Assembly of Advanced Composites robot, aims to produce lighter and stronger composite structures for aerospace vehicles.

A long beam is suspended in a laboratory while personnel observe and guide its placement. Overhead support equipment, cables, and lab infrastructure surround the test area.
Lab technicians Jeff Howell, left and Chris Mount install the 15-foot Structural Wing Experiment Evaluating Truss-bracing model in the Flight Loads Lab at NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, Wednesday, February 11, 2026. The model is part of NASA’s research to develop technologies for future ultra-efficient aircraft.
NASA/Christopher LC Clark

The test concluded with a deliberate test-to-failure, where engineers increased loads beyond the wing’s design limits to determine how and where it would fail. The structure ultimately failed at roughly 127% of its design limit load, with visible damage appearing near the back edge of the wing and in the upper wing cover. This element of testing provided valuable insight into how the joints connecting the wing to its main strut and a secondary one, called a jury strut, behave under forces beyond the expected flight envelope.

This marks the first time a representative composite truss-braced wing configuration has undergone this type of structural evaluation.  It was made possible only through NASA collaboration across centers and projects, with researchers utilizing agency resources such as the Fiber Optic Sensing System developed to gather data on both aircraft and spacecraft.

A man wearing ear protection works closely with multiple hydraulic and instrumentation units connected to a large beam mounted on a test structure. Numerous cables, hoses, and measurement devices extend from the setup.
NASA research engineer Walter Hargis regulates the 15-foot Structural Wing Experiment Evaluating Truss-bracing model in the Flight Loads Laboratory at NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, on Tuesday, March 31, 2026. The model is part of NASA’s research to develop technologies for future ultra-efficient aircraft. 
NASA/Ryan Kline

To prepare for the testing, engineers at NASA Langley designed, analyzed, and manufactured the wing and completed safety preparations and lab setup.

Researchers will now analyze the data collected during testing to inform future airframe designs and support NASA’s ongoing efforts to develop more efficient aviation technologies.

The work is being conducted through NASA’s Subsonic Flight Demonstrator project in the agency’s Research Technology Mission Directorate. The successful testing of multiple innovative components marks a milestone in NASA’s aeronautics research.

To learn more, visit:

https://www.nasa.gov/aeronautics/

  •  

GNU Hurd development blog: 2026-q2

Hello and welcome to another Qoth! Here's what's been happening in Q2 of 2026!

Joshua Branson added a pretty cool svg logo for our ethernet multiplexor. He built that image with Inkscape whilst using a Hurd laptop (Thinkpad 420) running on real iron! The Hurd wiki could certainly use more artwork. Perhaps you have a favorite Hurd translator that you believes needs some artwork!

Sergey Bugaev announced his WIP 9pfs (source code), and it has a wiki page! He writes:

Some years ago, I experimented with implementing a 9P translator for
the Hurd. Hopefully there is no need to tell this list what 9P is :)

Besides just browsing files on the few existing servers out there, a
potential use case is virtio-9p, to enable shared directory trees
between VMs and the host. But that would need someone to implement
virtio support in the Hurd.

I wanted to complete 9pfs before publishing, but that ultimately
didn't happen, so now it's time to turn it over to the community. I
now went and made the repository public on GitHub:
https://github.com/bugaevc/9pfs

What's implemented is basic browsing (readdir, stat), path resolution
(dir_lookup), and reading files (io_read). And below that, the whole
tracking for nodes, peropens, protids, fids, tags, and 9p RPCs.

Improvements are welcome, send patches to this list with [PATCH 9pfs]
in the subject. A good starting point would be to continue porting
things that I had implemented in the old netfs-based version (see
netfs.c) but didn't yet port to the new one.

He then got a little more motivated, and he added some write support!

Etienne Brateau added validation to msync, so that the Hurd better follows POSIX.

Diego Nieto Cid worked on allowing privileged users to set their task priority (nice value). His patches landed in glibc and GNU Mach. He also fixed a tiny bug in our test suite. He fixed an adjtime bug, which is helpful to the OpenNTPD port, and he fixed two more bugs.

Paulo Duarte sent a RFC patch series trying to commit Sergey’s previous AArch64 work. He writes:

This series adds the gnumach kernel-side implementation for the
aarch64 ABI Sergey landed in April 2024, plus the test-suite arms.
Patch 01 brings in the aarch64-only sources from bugaevc/wip-aarch64
verbatim, with Sergey as Author; the rest is mine.

The meaningful divergence from wip-aarch64 is what I left out:
roughly 150 files of cross-arch refactoring across kern/, ipc/, vm/,
device/intr.{c,h}, and the i386 tree. Each got replaced with a
smaller per-arch shim under aarch64/ so kern/bootstrap.c,
device/intr.{c,h}, kern/lock.h, and the i386 trees all stay
bit-identical to current master. The shared-file footprint outside
aarch64/ is four files: a new ELF constant, two missing decls plus
their include, and a linker-symbol filter extension...

Tested: 12/12 pass on x86_64, i686, and aarch64 under qemu. No
bare-metal validation yet. I plan to build bootable images and boot
the kernel on Apple M1 / Raspberry Pi (aarch64) and an x86_64 box
(x86_64 + i686). Help on any of these welcome.

He also fixed a tiny cross compilation issue.

gfleury fixed some tmpfs typos. He also fixed a kernel crash on a null pointer deference.

Almudena Garcia is developing a WIP trivfs implementation in rust. The work is not complete yet, but it is possible to write Hurd translators in Rust!

Mikhail Karpov added some checks for mmap in several places. He also worked on adding storeio to the bootstrap chain. This is actually quite interesting. Currently the Hurd sets device entries in /dev/ statically. For example, I am writing this qoth on a Hurd machine that is using two /dev/ entries for my filesystem: /dev/wd0s1 for swap and /dev/wd0s5 for my root filesystem. However, /dev/wd0s1 through /dev/wd0s16 exist on my computer! Once Mikhail's project is done, then the Hurd will dynamically populate SATA devices at boot time! No more need for static translators! He writes:

I've expanded the functionality of the partfs translator to work
with multiple disks and their partitions. Thus, by running the
command:
settrans -c partfs /hurd/partfs /root/disk1.img /root/disk2.img /root/disk3.img


The translator directory will have the following directory tree:
partfs
├── 0
│ ├── 1
│ ├── 2
│ └── ...
├── 1
│ ├── 1
│ ├── 2
│ └── ...
├── 2
│ ├── 1
│ ├── 2
│ └── ...
Since the disks are directories, the cd and ls commands work in the translator node.

I also tested mounting, reading, and writing using the commands:
`settrans -c ext01 /hurd/ext2fs -w -T typed file:/root/partfs/0/1`
and
`settrans -c ext1_1 /hurd/ext2fs -w -T typed part:1:file:/root/partfs/1`

It actually is even cooler! Samuel (our fearless leader) is seeking feedback for how to name these newer /dev entries. Samuel writes:

One thing that would be really needed for efficiency is to implement
netfs_file_get_storage_info, so that libstore would be able to get the
underlying storage information, and directly get data from there rather
than partfs having to pass data with io_read/write.

I'm then wondering how this would fit in the "grand scheme". Our current
approach, /dev/hd0s* being always there, is indeed not really good
because it doesn't easily tell the user which partitions are actually
there. We used to have to have this because partitions used to be
handled by the kernel, and then we have moved to
storerio+parted-supported partitions, which brings much more
flexibility.

Perhaps we could use

settrans -c /dev/hd0s /hurd/partfs /dev/hd0

and then we'd have /dev/hd0s/1, which is almost like before, but allows
the entries to be dynamic. Actually, we could even have some

settrans -c /dev/hd /hurd/probedisk hd

and then we'd have /dev/hd/0, and we could have /dev/hd/0s being partfs,
so we'd eventually have

/dev/hd/0s/1

But I'm also thinking that perhaps it could be integrated more with
storeio, i.e. /dev/hd0 can as well also act as a directory with partfs
behavior, so you could have

/dev/hd0/1

and with the probedisk translator, you could have

/dev/hd/0/1

What do people think about it?

Mike Kelly has been hard at work porting OpenBSD’s OpenNTPD, which required some glibc work. The Hurd doesn't currently have a NTP daemon, so thanks Mike!

He also debugged a weird memory error with rump, and he provided a "brown-tape" solution for it. Hopefully, he (or you dear reader), can reach out to the NetBSD people to fix this bug. This just goes to show that when two projects use the same code, both projects benefit!

He also got a glibc patch committed. Essentially SIGSTOP/SIGCONT was duplicating portions of files, which is now fixed. However, there are still some other issues with building some haskell packages.

Joan Lledó continued his work on porting dhcpcd. Also Roy Maples, the dhcpcd maintainer did a lot of helpful work to help us out. Thanks Roy!

Bradley Morgan fixed a tiny implementation bug with cat. He also tweaked procfs to show hidden files, and he allowed passing “-s” to init. Previously, passing "-s" to init was silently ignored.

Johannes Schauer Marin Rodrigues has been working on getting s-build to run on amd64 Hurd. It is a rather long email thread, so grab some popcorn and dig in!

Milos Nikic ported Neovim. He also worked on bug fixes to libdiskfs, and he fixed a deadlock bug in the “ext3/ext4” filesystem journal.

In the last qoth we had talked about how the Milos was working on adding an ext3/ext4 binary compatible journal. Samuel has committed it! Samuel wrote:

There is a couple things that I fixed on the fly:

- We want to use pthread_cond_clockwait rather than
  pthread_cond_timedwait, to be able to use CLOCK_MONOTONIC instead of
  CLOCK_REALTIME, to avoid being hit by ntpdate and such.

- In diskfs_S_dir_rename, there was an addition of:

  pthread_mutex_unlock (&fnp->lock);

  which was clearly bogus: we were unlocking it again below.

There are a couple things that we'd want to fix now:

- when calling diskfs_file_update, don't we have to be inside a
  transaction? Otherwise if we pass wait=1 and use a journal, we won't
  be waiting AIUI? Notably, in diskfs_S_dir_rmdir we don't use a
  transaction. And ideally we'd have an assertion that makes sure we
  respect this.

- we should define some helper for this recurring pattern:

  if ((docommit) && (diskfs_synchronous || diskfs_journal_needs_sync (txn)))
    diskfs_journal_commit_transaction (txn);
  else
    diskfs_journal_stop_transaction (txn);

- journal_drain_deferred_blocks should document what it does, not just
  its call conditions :), and more generally the functions that are
  not already documented in a .h and not just a _locked variant of a
  documented function.

Leonardo Lopes Pereira did some spring cleaning to remove some dead code.

Samuel Thibault mentioned in an email that the Hurd can support nvmes with rump, but that the work was just not done yet. Perhaps you, dear reader, would like to help us accomplish this task?

The mysterious user yelini worked on porting the D language compiler.

Damien Zammit worked on tweaking the Hurd’s WIP CI. He also fixed several bugs to make it possible to run the Hurd’s test suite from GNU/Linux running on an AArch64 computer. He also is working on integrating qemu’s Hurd support into upstream qemu’s CI, so that the support does not bitrot.

Sophiel Zhou fixed a tiny pfinet permission checking issue and taught pfinet to not fail under memory pressure:

This series fixes two latent crash bugs in pfinet where mmap
return values go unchecked, may causing crash when memory is tight.

Both bugs follow the same pattern: mmap is called to grow a buffer,
but the returned pointer is dereferenced before (or without) checking
for MAP_FAILED.  Under normal operation mmap rarely fails, so these
have gone unnoticed, but under address-space pressure pfinet would
crash.
  •  

GNUnet News: GNUnet 0.28.0

GNUnet 0.28.0 released

We are pleased to announce the release of GNUnet 0.28.0.
GNUnet is an alternative network stack for building secure, decentralized and privacy-preserving distributed applications. Our goal is to replace the old insecure Internet protocol stack. Starting from an application for secure publication of files, it has grown to include all kinds of basic protocol components and applications towards the creation of a GNU internet.

This is a new major release. Major versions may break protocol compatibility with the 0.27.X versions. Please be aware that Git master is thus henceforth (and has been for a while) INCOMPATIBLE with the 0.27.X GNUnet network, and interactions between old and new peers will result in issues. In terms of usability, users should be aware that there are still a number of known open issues in particular with respect to ease of use, but also some critical privacy issues especially for mobile users. Also, the nascent network is tiny and thus unlikely to provide good anonymity or extensive amounts of interesting information. As a result, the 0.28.0 release is still only suitable for early adopters with some reasonable pain tolerance .

Download links

  • gnunet-0.28.0.tar.gz ( signature )
  • The GPG key used to sign is: 3D11063C10F98D14BD24D1470B0998EF86F59B6A

    Note that due to mirror synchronization, not all links might be functional early after the release. For direct access try http://ftp.gnu.org/gnu/gnunet/

    Changes

    A detailed list of changes can be found in the git log, the NEWS.

    Known Issues

    • There are known major issues with the TRANSPORT subsystem.
    • There are known moderate implementation limitations in CADET that negatively impact performance.
    • There are known moderate design issues in FS that also impact usability and performance.
    • There are minor implementation limitations in SET that create unnecessary attack surface for availability.
    • The RPS subsystem remains experimental.

    In addition to this list, you may also want to consult our bug tracker at bugs.gnunet.org which lists about 190 more specific issues.

    Thanks

    This release was the work of many people. The following people contributed code and were thus easily identified: Christian Grothoff, Florian Dold, TheJackiMonster, and Martin Schanzenbach.

  •  

COMUNICATO STAMPA - I Garanti privacy europei all'UE: rafforzare la cooperazione tra le autorità di regolazione. A Dublino il Gruppo di Alto Livello del Comitato europeo per la protezione dei dati

I Garanti privacy europei all'UE: rafforzare la cooperazione tra le autorità di regolazione A Dublino il Gruppo di Alto Livello del Comitato europeo per la protezione dei dati Una base giuridica europea che favorisca lo scambio di informazioni tra Au...
  •  

Sono ciclica, su Ciclica di Donatella Fiacchino

Le mie mutande sono macchiate di sangue e so che dentro ci sono brandelli di materia organica, oggi il veterinario ha asportato l’utero al mio gatto, una semplice sterilizzazione. Vorrei fosse stata usanza culturale negli anni Novanta farlo anche con gli esseri umani come per i buchi alle orecchie. So che questa cosa non si può dire e provo un senso di rabbia all’idea di non conoscere  parole utili per spiegarmi: Ciclica – Mestruazioni, corpo e società di Donatella Fiacchino, pubblicato questa primavera dalla casa editrice Le Plurali, mi accoglie con il fiato sospeso, in un mischione di rabbia personale e politica. 

Mia madre mi ha detto per una vita che avevo carenze di magnesio, mi faceva bere questi bibitoni bianchi salati. Da adolescente almeno una giornata al mese la passavo immobile a letto con una bottiglia di vetro riempita con l’acqua bollita nel pentolone della pasta anche in piena estate. Un paio di volte mi sono ustionata e ho tratto sollievo dal nuovo dolore, mi distraeva  dai crampi. In quarta superiore ero già una tossica di antidolorifici. Ma, essendo l’organizzazione umana altamente fallibile e le mie mestruazioni abbastanza imprevedibili, mi sono ritrovata più volte accasciata dietro il bancone del posto in cui lavoravo, sul bordo di un marciapiede o, una volta, dentro un bagno chimico in piena estate, mentre sudavo freddo e supplicavo al telefono qualcuno di portarmi l’antidolorifico più forte che avesse. Come funziona il mio corpo me lo ricordo sempre quando non posso fare altro che odiarlo. Per questo leggere questo saggio è stato difficile.

È faticoso metter da parte la frustrazione, uscire dal silenzio e condividere l’esperienza di mestruare, ma non sono sola. Anche Fiacchino parte da sé, seguendo un approccio frequente in questo genere di saggistica: quando un’esperienza pervasiva come questa viene marginalizzata dalla struttura sociale e confinata entro la sfera individuale, si genera una forte necessità di incontro espressa a pieno titolo nella forma della testimonianza. Il bisogno di nominare e comprendere ciò che la società ci ha insegnato a tacere rimane tumultuoso, ma spesso indistinto, finché non trova un dialogo capace di dargli senso. È precisamente ciò che avviene in Ciclica: il saggio si avvicina all’esperienza individuale con delicatezza, la cinge senza determinarla e le dà del tu. Getta così, in modo esplicito e consapevole, le basi di un discorso comune abbastanza ampio da poter essere attraversato da esperienze differenti senza cancellarne la singolarità.

Il presupposto con cui ho approcciato il tema delle mestruazioni è che non tutte le persone socializzate donne hanno o hanno avuto le mestruazioni nella loro vita e che, viceversa, non tutte le persone che hanno o hanno avuto le mestruazioni sono donne. Per quanto possibile nel testo ho cercato di mantenere un linguaggio neutro, utilizzando i termini persone con le mestruazioni o persone che mestruano.

Non è quindi casuale che Fiacchino decida di scrivere Ciclica mentre affronta il percorso che la porterà alla diagnosi di endometriosi e alla prescrizione di una terapia ormonale. Non è casuale nemmeno che il saggio si apra con una premessa dedicata al linguaggio. Per sottrarsi alla narrazione patriarcale, segregante e infantilizzante delle mestruazioni, il discorso deve innanzitutto parlare a chi ne fa esperienza quotidiana e cercare con queste persone un contatto sincero e radicale, è da qui che trae la sua forza.

Tutto, nella società, ci dissuade dal parlare del ciclo. Prima del menarca è raro entrare in contatto, anche soltanto visivo, con il sangue mestruale; e quando accade, ancora più raramente la situazione sarà vissuta senza drammi o mani che cercano borsette e che corrono subito nei corridoi verso i bagni. Fin dall’infanzia sai che, se un giorno inizierai a mestruare, sarà una faccenda da gestire da solə, o al massimo con zia Monica preoccupata che bussa alla porta del bagno e ti chiede se stai bene. Sto bene o non sto bene se mi succede tutti i mesi? Se è solo una questione privata, come capisco cos’è la normalità?

Il saggio sceglie una serie di questioni sostanziali e si prende il tempo necessario per fare chiarezza su  cosa sia il ciclo, su come funzionino le diverse fasi e su come le mestruazioni siano state storicamente stigmatizzate in Europa, dall’antichità fino all’avvento del marketing, oltre che all’interno delle dottrine religiose. Da questa ricostruzione emerge, con una semplicità sfacciata, che se dolori insopportabili vengono taciuti, minimizzati e scambiati per una parte inevitabile dell’esperienza di abitare un corpo che mestrua, non è perché siano davvero normali, ma si tratta del risultato di un’equazione che possiamo invertire soltanto attraverso una consapevolezza comune.

Ciclica è una lettura in grado di toccare i punti giusti, attraverso un percorso argomentativo particolarmente curato, il nostro funzionamento biologico, la nostra ciclicità si prende i suoi termini per essere raccontata e con questi i suoi spazi e la sua completa e possente legittimità di stare al centro della scena. Fiacchino non sceglie di farlo trasformando le mestruazioni in un trionfo o imponendo una forma di devozione verso il corpo, Ciclica ci invita piuttosto a trasformare la rabbia in una coscienza capace di fornire gli strumenti per distinguere il funzionamento individuale dalla patologia. Il carattere distruttivo e rivoluzionario della rabbia può allora rivolgersi contro le fondamenta che permettono di oscurare in un grande mistero omogeneo l’esperienza quotidiana e sfaccettata di due miliardi di persone. 

L’immaginario comune sulla menopausa comprende tutte caratteristiche associate di solito all’immagine di una persona anziana, perché lo stereotipo ci dice che la menopausa vuol dire questo, vecchiaia. Tuttavia, al giorno d’oggi non definiremmo una persona di cinquant’anni “vecchia”

L’intenzione di Ciclica è soprattutto quella di dedicare spazio alle esperienze che non rientrano nell’immagine convenzionale della donna cisgender tra i quattordici e i quarantacinque anni. Fiacchino parla di persone molto giovani, persone trans, disabili e neurodivergenti, e dedica attenzione anche alla premenopausa e alla postmenopausa, ampliando il discorso oltre i confini in cui  la ciclicità e l’esperienza mestruale vengono abitualmente racchiuse. 

Chiedersi «chi mestrua, oltre alle donne?» permette non solo di riconoscere altre esperienze e ampliare la nostra consapevolezza, ma anche  liberare il ciclo mestruale dallo stretto legame con l’educazione femminile in una società patriarcale. Rinchiudere questa esperienza dentro un genere è un’arma che colpisce due volte, dal un lato esclude chi mestrua senza essere donna, e dall’altro confina chi lo è entro una cornice di ruolo sociale essenzialista, costruita intorno a un funzionamento biologico. In entrambi i casi, riduce la possibilità di vivere la ciclicità in forme creative e originali.

Nonostante le mestruazioni siano, in molte culture, un simbolo di salute e fertilità e il loro arrivo sia un rito di passaggio da celebrare (chi non ha ricevuto gli auguri il giorno che è “diventata signorina”?), il ciclo mestruale è anche una delle cose più censurate, edulcorate e ignorate nella pletora dei meccanismi fisiologici e degli eventi fisici che attraversa il corpo umano nel corso della vita. È il paradosso delle mestruazioni: si festeggia quando arrivano e si passano i decenni successivi a fingere che non esistano. Eppure, non sembriamo, in quanto società occidentale, così tanto inibiti quando si tratta di altri fenomeni e meccanismi che interessano il corpo umano. Quanti film avete visto in cui ci sono persone che mangiano? Che vomitano? Persone che sudano e che eiaculano? Qualsiasi cosa abbia a che fare con la materia che costituisce il nostro corpo può essere oggetto di discussione in pubblica piazza. Eppure, è ancora raro che si parli di mestruazioni e che le si includano nella rappresentazione del quotidiano, esclusi i liquidi blu nelle pubblicità per assorbenti igienici in televisione. Non sta mai bene chiamarle con il vero nome, ma è opportuno ricorrere a codici cifrati (“il marchese”, “quei giorni”, “le mie cose”… ). La rappresentazione e la discussione del ciclo mestruale sembra essere considerata tuttora imbarazzante, disgustosa, non necessaria.

La povertà di narrazioni e di esperienze condivise riguardo alle mestruazioni non emargina soltanto l’esperienza quotidiana, ma come abbiamo visto anche le sue manifestazioni patologiche. Fiacchino rimarca l’arretratezza scientifica, diagnostica e legislativa, affrontando questioni come il congedo mestruale e le tasse imposte sui prodotti per l’igiene mestruale, all’interno di una cornice argomentativa diretta, ampia e sempre disponibile a essere messa in discussione.

Il saggio accenna in maniera sintetica, seppur convinta, alla necessità di organizzare percorsi di educazione sessuale, indicandoli come una delle azioni pratiche più utili. In Ciclica vengono aperti molti temi con lucidità, ma non sempre trovano lo spazio necessario per essere approfonditi sul piano specialistico. La postura dialettica del libro rende evidente che questo discorso non può considerarsi concluso, tenendo bene a mente la stratificazione e l’eterogeneità di esperienze che comprende, rappresenta un’occasione per riconoscersi in un funzionamento biologico quasi sempre invisibilizzato.

The post Sono ciclica, su Ciclica di Donatella Fiacchino first appeared on Stanca.

  •  

Prompt Injection e Token Distribution Dynamic

💾

Spiego come i sistemi di difesa riescono a intercettare i tentativi di prompt injection e come possiamo eluderli con la tecnica token distribution dynamic. Mostro un esperimento pratico in cui chiedo a GPT di risolvere un compito che riconosce come malintenzionato e rifiuta.

0:00 Rilevamento prompt injection

=[ INFO ]=
inviaci un messaggio a info@rev3rse.it

🌐 Contatti e community
🔗 LinkedIn → linkedin.com/company/rev3rse-security
📸 Instagram → instagram.com/rev3rsesecurity
💬 Telegram (invite-only) → @rev3rsesecuritychat
🎙️ Twitch → twitch.tv/rev3rsesecurity
🌍 Website → rev3rse.it
  •  

NanoKVM-Go Brings AI-Powered Hardware Control to Linux with a Compact USB-C KVM

NanoKVM-Go Brings AI-Powered Hardware Control to Linux with a Compact USB-C KVM

Sipeed has introduced NanoKVM-Go, a compact USB-C KVM-over-IP device that combines remote hardware management with AI integration. Designed for Linux, Windows, macOS, and other USB-C devices, NanoKVM-Go allows users to remotely view and control a system through a web browser while exposing its keyboard, mouse, and display functions to AI agents via the Model Context Protocol (MCP).

Unlike traditional KVM-over-IP solutions that require multiple cables and dedicated networking hardware, NanoKVM-Go simplifies the setup into a single USB-C connection, making remote administration and AI-assisted automation more accessible for developers, system administrators, and homelab enthusiasts.

A Portable USB-C KVM

NanoKVM-Go is roughly the size of a smartwatch, measuring about 45 × 40 × 15 mm, yet it combines several functions into a single device.

Key hardware features include:

  • USB-C connection for video, audio, keyboard, mouse, and power
  • Wi-Fi 6 connectivity
  • Browser-based remote management
  • Support for virtual USB storage
  • Built-in Tailscale integration for secure remote access
  • Fanless aluminum enclosure with low power consumption

Because it connects over USB-C using DisplayPort Alt Mode, the device can manage a wide variety of hardware without requiring software installation on the target system.

Designed for Linux and Beyond

NanoKVM-Go supports numerous USB-C devices, including:

  • Linux desktops and laptops
  • Windows PCs
  • macOS systems
  • Mini PCs
  • Steam Deck
  • Android devices with DisplayPort Alt Mode
  • iPhone 15 and newer models
  • Tablets supporting USB-C video output

For Linux users, this provides an easy way to perform BIOS configuration, operating system installation, kernel debugging, or remote troubleshooting—even when the operating system is unavailable.

AI Integration Through MCP

One of NanoKVM-Go's defining features is its AI-native design.

Rather than simply streaming a desktop remotely, the device exposes its KVM functions as an MCP (Model Context Protocol) server, allowing compatible AI agents to interact with the connected computer using hardware-level keyboard and mouse input.

This enables AI systems to:

  • View the screen
  • Move the mouse
  • Type on the keyboard
  • Launch applications
  • Navigate user interfaces
  • Complete repetitive desktop workflows

Because control happens at the hardware level, AI agents can interact with systems regardless of the operating system installed.

  •  

Il Pericolo delle Tecniche Manipolatorie degli LLM e Companion AI

💾

Un'analisi approfondita su come le app di companion AI sfruttano tecniche di manipolazione psicologica per trattenere gli utenti, specialmente quelli vulnerabili alla solitudine. Il video esamina studi scientifici, ricerche del MIT e Harvard Business School, presenta le sei principali tecniche di manipolazione, racconta casi tragici come quello di Sewell Setzer, e condivide un test diretto con Replica per documentare questi meccanismi.

0:00 Il conflitto di interesse delle companion AI
2:00 Chi arriva su queste app e l'epidemia di solitudine
6:40 Studi e benchmark: DarkBench e Harvard Business School
11:30 Le sei tecniche di manipolazione identificate
18:20 Uso problematico vs uso moderato: i dati del MIT
23:00 Il caso di Sewell Setzer e Character AI
27:36 Google, Character Technologies e responsabilità legale
32:12 Il test con Replica: ammissioni dirette
34:41 Scarico di responsabilità e pattern manipolatori

FONTI

Paper scientifici
- **MIT Media Lab** — Liu, Pataranutaporn, Maes, *"Chatbot Companionship: A Mixed-Methods Study of Companion Chatbot Usage Patterns and Their Relationship to Loneliness in Active Users"* (2025): https://arxiv.org/pdf/2410.21596
- Articolo divulgativo MIT Media Lab: https://www.media.mit.edu/articles/supportive-addictive-abusive-how-ai-companions-affect-our-mental-health/
- Versione pubblicata (AAAI/AIES): https://doi.org/10.1609/aies.v8i2.36658
- **MIT Media Lab / OpenAI** — Fang et al., *"How AI and Human Behaviors Shape Psychosocial Effects of Extended Chatbot Use: A Longitudinal Controlled Study"* (2025): https://arxiv.org/html/2503.17473v1
- **Harvard Business School** — De Freitas et al., *"Emotional Manipulation by AI Companions"* (ottobre 2025): https://doi.org/10.2139/ssrn.5390377
- Pagina HBS: https://www.hbs.edu/faculty/Pages/item.aspx?num=67750
- **DarkBench** — *"DarkBench: Benchmarking Dark Patterns in Large Language Models"* (ICLR 2025): https://arxiv.org/abs/2503.10728
- **DarkBench+** — versione estesa, ~40 modelli recenti (AAAI 2026): https://doi.org/10.1609/aaai.v40i44.41103
- PDF: https://ojs.aaai.org/index.php/AAAI/article/download/41103/45064
- **CDT (Center for Democracy and Technology)** — *"Dark Patterns in AI Chatbots: A Taxonomy to Inform Better Design"* (maggio 2026): https://cdt.org/insights/dark-patterns-in-ai-chatbots-a-taxonomy-to-inform-better-design/
- PDF diretto: https://cdt.org/wp-content/uploads/2026/05/2026-05-28-CDT-Research-Dark-Patterns-in-AI-Chatbots-Report-final-2.pdf
- **"Playing Games with My Heart: An Evaluation of AI Companion Apps"** (arXiv): https://arxiv.org/pdf/2605.08093

Atti giudiziari e casi legali
- **Garcia v. Character Technologies, Inc.** — Order 21 maggio 2025 (M.D. Fla., Doc. 115, giudice Anne Conway):
- PDF (Courthouse News): https://www.courthousenews.com/wp-content/uploads/2025/05/garcia-v-character-technologies-order.pdf
- Copia (Emory University): https://scholarblogs.emory.edu/proflawrence/files/2025/05/Garcia-v.-Character-Technologies-Inc.-et-al-Entry-115.pdf
- Versione HTML (FindLaw): https://caselaw.findlaw.com/court/us-dis-crt-m-d-flo-orl-div/117299600.html
- Docket completo (CourtListener): https://www.courtlistener.com/docket/69300919/garcia-v-character-technologies-inc/
- Pagina del caso (Tech Justice Law Project): https://techjusticelaw.org/cases/garcia-v-character-technologies-google-and-character-ai-co-founders-daniel-de-frietas-and-noam-shazeer/
- **Causa Peralta v. Character Technologies** (settembre 2025, Colorado — Social Media Victims Law Center)
- **Garante Privacy (Italia)** — sanzione €5M a Luka Inc. (Replika), maggio 2025: https://www.gpdp.it
- **Esposto FTC contro Luka/Replika** — Tech Justice Law Project, Young People's Alliance, Encode (gennaio 2025)

Giornalismo
- **Der Spiegel** — Frauke Hunfeld, *"A Deadly Love Affair with a Chatbot"* (marzo 2025): https://www.spiegel.de/international/zeitgeist/artificial-intelligence-a-deadly-love-affair-with-a-chatbot-a-e5498031-c2b0-4da4-9192-65da9d3f40d6

Dati e report
- **U.S. Surgeon General** — advisory *"Our Epidemic of Loneliness and Isolation"* (2023): https://www.hhs.gov
- **Common Sense Media** — studio su adolescenti e AI companionship (dato 72%)

=[ INFO ]=
inviaci un messaggio a info@rev3rse.it

🌐 Contatti e community
🔗 LinkedIn → linkedin.com/company/rev3rse-security
📸 Instagram → instagram.com/rev3rsesecurity
💬 Telegram (invite-only) → @rev3rsesecuritychat
🎙️ Twitch → twitch.tv/rev3rsesecurity
🌍 Website → rev3rse.it
  •  

libtool @ Savannah: libtool-2.6.2 released [stable]

Libtoolers!

The Libtool Team is pleased to announce the release of libtool 2.6.2.

GNU Libtool hides the complexity of using shared libraries behind a
consistent, portable interface. GNU Libtool ships with GNU libltdl, which
hides the complexity of loading dynamic runtime libraries (modules)
behind a consistent, portable interface.

See the NEWS below for a brief summary.

Thanks to everyone who has contributed!
The following people contributed changes to this release:

libtool 2.6.2 [stable]:
  Ileana Dumitrescu (4)

libtool 2.6.1 [beta]:
  Alexandre Janniaux (4)
  Alexey Samsonov (1)
  Anthony Mallet (1)
  Arnold (1)
  Dima Pasechnik (1)
  Frederic Berat (1)
  Ileana Dumitrescu (15)
  KO Myung-Hun (4)
  Kirill Makurin (1)
  Mintsuki (1)
  Nicolas Boulenguez (1)
  Olly Betts (1)
  Patrice Dumas (1)
  Richard J. Mathar (1)

libtool 2.6.0 [alpha]:
  Anthony Mallet (1)
  Bruno Haible (2)
  Christian Feld (1)
  Collin Funk (1)
  Elizabeth Figura (1)
  Evgeny Grin (1)
  Frédéric Bérat (1)
  Gleb Popov (1)
  Ileana Dumitrescu (47)
  Julien ÉLIE (1)
  Karl Berry (1)
  Kirill Makurin (1)
  Manoj Gupta (1)
  Martin Storsjö (1)
  Michael Haubenwallner (2)
  Mintsuki (1)
  Mitch (1)
  Pierre Ossman (2)
  Takashi Yano (1)


Ileana
 [on behalf of the libtool maintainers]
==================================================================

Here is the GNU libtool home page:
    https://gnu. ... g/s/libtool/

Here are the compressed sources:
  https://ftpmirror ... tool-2.6.2.tar.gz   (2.1MB)
  https://ftpmirror ... tool-2.6.2.tar.xz   (1.1MB)

Here are the GPG detached signatures:
  https://ftpmirror ... -2.6.2.tar.gz.sig
  https://ftpmirror ... -2.6.2.tar.xz.sig

Use a mirror for higher download bandwidth:
  https://www.gnu.o ... rg/order/ftp.html

Here are the SHA256 and SHA3-256 checksums:

  File: libtool-2.6.2.tar.gz
  SHA256 sum:   24adb3aa9ae035c70faba344af57d73215eb89281045af6c7ccd307751f8b0bf
  SHA3-256 sum: b0e77c0dc9a082830c95d182da77747d1f5435a06132feefd5054bfde2c9da81

  File: libtool-2.6.2.tar.xz
  SHA256 sum:   2ef1067c16c97db930fd740cc9bc3d3ba9a583804ae5ac42cc3e8719e49e191e
  SHA3-256 sum: c24b9995af8391a310a258dcb98897f92d86f47acca235f3d2859ca0ed1d9dd0

Verify the SHA256 checksum with either sha256sum, sha256, or
'shasum -a 256'.

Verify the SHA3-256 checksum with 'cksum -a sha3 -l 256 --base64'
from coreutils-9.8.

Use a .sig file to verify that the corresponding file (without the
.sig suffix) is intact.  First, be sure to download both the .sig file
and the corresponding tarball.  Then, run a command like this:

  gpg --verify libtool-2.6.2.tar.gz.sig

The signature should match the fingerprint of the following key:

  pub   rsa4096 2021-09-23 [SC]
        FA26 CA78 4BE1 8892 7F22  B99F 6570 EA01 146F 7354
  uid   Ileana Dumitrescu <ileanadumitrescu95@gmail.com>
  uid   Ileana Dumitrescu <ileanadumi95@protonmail.com>

If that command fails because you don't have the required public key,
or that public key has expired, try the following commands to retrieve
or refresh it, and then rerun the 'gpg --verify' command.

  gpg --locate-external-key ileanadumitrescu95@gmail.com

  gpg --recv-keys 6570EA01146F7354

  wget -q -O- 'https://savannah. ... ol&download=1' | gpg --import -

As a last resort to find the key, you can try the official GNU
keyring:

  wget -q https://ftp.gnu.o ... u/gnu-keyring.gpg
  gpg --keyring gnu-keyring.gpg --verify libtool-2.6.2.tar.gz.sig

This release is based on the libtool git repository, available as

  git clone https://https.git ... g/git/libtool.git

with commit 309bb53a8adfb22c6e5869cc8da049bf123e5438 tagged as v2.6.2.

For a summary of changes and contributors, see:

  https://gitweb.gi ... shortlog;h=v2.6.2

or run this command from a git-cloned libtool directory:

  git shortlog v2.6.1..v2.6.2

This release was bootstrapped with the following tools:
  Autoconf 2.73
  Automake 1.18.1
  Gnulib 2026-07-03 491f1bb7d3049f3ab7825f3ee665c209658e9965

NEWS

  • Noteworthy changes in release 2.6.2 (2026-07-16) [stable]


  Please see beta release 2.6.1 and alpha release 2.6.0 for a list of
  release changes.


  • Noteworthy changes in release 2.6.1 (2026-06-04) [beta]


** New features:

  - Pass 'resource-dir=*' flag for Clang.

  - Recognise explicit shared library arguments when linking dependency
    libraries to a shared library, like exists when linking a program.

  - Support OpenMP with macOS clang by processing '-Xpreprocessor
    -fopenmp' as one token.

** Bug fixes:

  - Store cygpath file path conversions correctly for MSYS2 and MSVC.

  - Fix syntax error in LT_PROG_OBJC and LT_PROG_OBJCXX.

  - Separate Objective C and C++ cache check for proper tagging support.

  - Fix in darwin to support values with spaces.

  - Limit the length of DLL name to 8.3 correctly to avoid corrupting a
    generated DLL on OS/2.

  - Remove unused variable on OS/2, which could cause issues with static
    library generation if defined.

  - Recognise more static linking options for Clang.

  - Fix emscripten CXX postdeps using non-PIC sysroot.

  - Avoid deprecated option '-o' with MSVC compilers and replace with '-Fe'.

  - Avoid overlinking of dependency libraries on ELF systems.

  - Ensure old libraries are not archived.

** Changes in supported systems or compilers:

  - Add support for SlimCC compiler.

  - Add support for *-ironclad-gnu.


  • Noteworthy changes in release 2.6.0 (2025-09-18) [alpha]


** New features:

  - Add a new tool, libtool-next-version, to guide users through updating
    library versions.

  - Add tagging for Objective-C and Objective-C++, OBJC and OBJCXX.

  - Increase 5 digit limit on revision value for libraries to 19 digits,
    which is referencing Unix epoch time in nanoseconds.

  - Add configuration options to choose whether to use '-nostdlib' to let
    the compiler frontend decide what standard libraries to link when
    building C++ shared libraries and modules, --enable-cxx-stdlib and
    --disable-cxx-stdlib.

  - Allow statically linking GCC and Clang compiler support libraries
    into shared libraries.

  - Add linking clang_rt static archives compiler internal libraries by
    their absolute path.

  - Set 'mklink' as the symlinking tool for MSVC.

  - Pass '--target' architecture flag for Clang.

  - Support MSYS and MSYS2 file path conversions.

** Bug fixes:

  - Fix wrongly deduplicated compiler dependencies on linux.

  - Fix NetBSD postdeps for shared libraries.

  - Fix statically linking dependencies into shared C++ libraries when
    utilizing clang builtins or g++ options like, -static-libstdc++, by
    using a new configuration option, --enable-cxx-stdlib.

  - Ensure *-linux-mlibc host matches to mlibc userland rather than
    matching to GNU/Linux and similar userlands.

  - Fix hang with cmd.exe in MSYS.

  - For MSVC, fix mishandling compiler flags, symlinking, cl.exe '.exp'
    extension collision, symbol names, and numerous testsuite bugs.

  - Fix undeclared reference to access on Windows in libltdl.

  - Fix flang -Wl flags on FreeBSD.

  - Fix reordering '--as-needed' flag.

  - Fix libltdl early failures for multi-arch.

** Changes in supported systems or compilers:

  - Support additional Intel OneAPI compilers, 'icx', 'icpx', and 'ifx'.

  - Support ML64 (Microsoft Macro Assembler).

Enjoy!

  •  

Come scrivere un articolo SEO nel 2027: metodo, struttura e ottimizzazione

Laptop con editor di contenuti SEO, struttura articolo e pannello di ottimizzazione.
Scrivere un articolo SEO nel 2027 significa andare oltre la semplice ripetizione delle keyword. Servono metodo, intento di ricerca, contenuti realmente utili, struttura chiara, autorevolezza e attenzione alla visibilità nei motori di ricerca e nei sistemi AI.

L'articolo Come scrivere un articolo SEO nel 2027: metodo, struttura e ottimizzazione proviene da FullPress.

  •  

BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 7.16 - GTA BARI

💾

Trova la tua prossima DASHCAM https://sicurisullastrada.it/dashcam/
Dubbi o domande? Trovi qui le RISPOSTE https://sicurisullastrada.it/dashcam-5-minuti-per-sapere-tutto/
Vuoi inviarci le clip della TUA DASHCAM? Guarda come fare su https://bit.ly/inviavideo
Seguici sui canali BDOI per essere AGGIORNATO e vedere le MIGLIORI CLIP https://bit.ly/canalibdoi
Hai domande o curiosità? COMMENTA sotto al video oppure CONTATTACI https://bit.ly/contattabdoi
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
Do you want to send us the clips of YOUR DASHCAM? See how on https://bit.ly/inviavideo
Follow us on BDOI channels to be UPDATED and see the BEST CLIPS https://bit.ly/canalibdoi
Do you have any questions or curiosities? COMMENT below the video or CONTACT US https://bit.ly/contattabdoi

#baddriversofitaly #dashcam #compilation
  •  

Era finito nelle mani di un PAZZO. Ecco come lo abbiamo salvato!

💾

SALVATO DALL'INFERNO: La storia del cane Tao e di come lo abbiamo liberato!
Un cane indifeso, costretto a girare sotto il sole cocente, senza acqua né cibo, vittima di continui maltrattamenti. Non potevamo girarci dall'altra parte.

Dopo una drammatica segnalazione, insieme a Enrico Rizzi, ci siamo attivati immediatamente per rintracciarlo. Grazie alla straordinaria mobilitazione e al supporto costante di tutti voi che ci seguite, siamo riusciti a trovarlo e a strapparlo dalle grinfie del suo aguzzino.

🔍 La verità dietro la vicenda
Siamo andati a fondo e abbiamo rintracciato il vero proprietario di Tao (questo il nome del cagnolone). L'uomo, a causa di gravi problemi di salute sorti negli ultimi mesi, aveva temporaneamente affidato Tao a un amico, convinto di metterlo in buone mani. Purtroppo, il cane è finito nelle mani di un criminale che lo ha ridotto in condizioni disperate.

🐾 Oggi Tao è finalmente libero, ma il nostro viaggio non finisce qui!
Ora che è al sicuro e fuori pericolo, dobbiamo scrivergli un lieto fine. Stiamo cercando una famiglia speciale che possa adottarlo e donargli tutto l'amore che merita dopo questo incubo.
  •  

Press release - Irish Presidency debriefs European Parliament committees on its priorities

Ministers hold a series of meetings in parliamentary committees to present the priorities of the Irish Presidency of the Council in the relevant policy fields.
Committee on Constitutional Affairs
Committee on Foreign Affairs
Committee on Agriculture and Rural Development
Committee on Culture and Education
Committee on Development
Committee on Economic and Monetary Affairs
Committee on Employment and Social Affairs
Committee on the Environment, Public Health and Food Safety
Committee on Women’s Rights and Gender Equality
Committee on International Trade
Committee on Civil Liberties, Justice and Home Affairs
Committee on Fisheries
Committee on Regional Development
Committee on Public Health
Committee on Security and Defence
Committee on Transport and Tourism

Source : © European Union, 2026 - EP
  •  

Young Galaxy Cluster

In the Picture of the Month from the James Webb Space Telescope, we are taken on a visit to a building site of significant scale. The project is a galaxy cluster named MACS J0553.4-3342, located in the constellation Columba (the Dove).

  •  

NEWSLETTER del 16 luglio 2026 - Data breach, il Garante privacy sanziona Wind Tre per 1,7 milioni di euro - Recupero crediti: il Garante sanziona due società per 50mila e 30mila euro - Garante a Enel Energia: il cliente può avere accesso all’audio delle conversazioni - Dai Garanti europei le linee guida su anonimizzazione, web scraping e blockchain

NEWSLETTER N. 549 del 16 luglio 2026 Data breach, il Garante privacy sanziona Wind Tre per 1,7 milioni di euro Recupero crediti: il Garante sanziona due società per 50mila e 30mila euro Garante a Enel Energia: il cliente può avere accesso all’audio d...
  •  

L’industria della colonizzazione lunare

Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale

Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società.

È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.

Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi dal programma Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno  infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera.

È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture.

Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).

I primi commerci spaziali

Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano.

La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.

Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori.

La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne.

Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo.

Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo.

Obiettivo: elio-3

Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra.

Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.

Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività  estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare.

Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.

Colonizzare la Luna

Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare…

Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz). 

La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.

Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna.

Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione di dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti.

Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti.

Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare.

La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo.

L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica.

L'articolo L’industria della colonizzazione lunare proviene da Guerre di Rete.

  •  

Fu strage e genocidio. L’Italia fascista al fianco di Franco contro il popolo iberico

Durante la guerra civile spagnola (1936-1939) Barcellona fu pesantemente bombardata dalla Regia Aeronautica italiana. Le incursioni più gravi si svolsero nei giorni del 16, 17 e 18 marzo 1938 e provocarono oltre mille morti e la distruzione di decine di edifici.

L’azione fu ordinata da Mussolini in persona, allora capo del governo italiano e che godeva della fiducia del re, senza informare la Giunta golpista di Burgos.

La Regia Aeronautica era intervenuta in Spagna fin dai primi giorni del conflitto, su ordine diretto di Mussolini, che aveva inviato 12 bombardieri SM 81 con i relativi equipaggi e specialisti, per permettere l’invio in Spagna delle truppe marocchine agli ordini dei generali ribelli. Per evitare complicazioni internazionali, furono cancellati i simboli identificativi e i piloti furono dotati di documenti falsi. Una volta arrivati nel Marocco Spagnolo, gli equipaggi vennero arruolati nel Tercio de etranjeros, la Legione straniera spagnola, e costituirono il nucleo di quella che sarà chiamata l’Aviazione Legionaria.

Gli aerei che bombardavano Barcellona e Valencia provenivano dalle basi nelle isole Baleari. All’indomani dell’alzamiento dei generali fascisti contro la Repubblica (19 luglio 1936), nelle isole Baleari questi ultimi ottennero un successo, sopraffacendo le forze popolari. Ben presto da Barcellona, sotto la guida del Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste, furono organizzate spedizioni che portarono alla liberazione di Ibiza e Minorca, e a sbarcare nella stessa Maiorca (16 agosto1936), dove le forze fasciste stavano per essere sopraffatte. Per evitare che le Baleari tornassero sotto il controllo repubblicano, l’Italia fascista inviò nell’arcipelago il console della milizia Arconovaldo Bonacorsi (26 agosto 1936), alla guida di uno stormo di bombardieri e caccia, che ebbero rapidamente ragione dei miliziani (19 settembre 1936).

Il Bonacorsi impose alle Baleari la propria dittatura personale e compì massicce stragi fra i sostenitori della Repubblica, che secondo alcune fonti raggiungevano la cifra di tremila persone. I massacri compiuti dagli italiani e dai falangsti spinsero lo scrittore reazionario francese Georges Bernanos a condannare il franchismo nel suo libro “I grandi cimiteri sotto la Luna”.

Il governo fascista puntava all’annessione dell’arcipelago, come rivelò Camillo Berneri nel 1937 basandosi sui documenti trovati nel consolato italiano di Barcellona, all’indomani della sconfitta, in quella città, della ribellione fascista. Del resto, le isole erano state riempite di simboli fascisti come le aquile romane; la via principale di Palma di Maiorca fu ribattezzata “Via Roma”. Il governo italiano stabilì a Maiorca la principale base militare in Spagna. Le isole Baleari furono poste sotto la giurisdizione del Ministero della Marina Militare italiano.

Alla fine di ottobre 1936 la presenza militare italiana sull’isola ammontava a 12.100 unità e le bandiere italiane sventolavano sull’isola.

Furono più di settecento gli aerei che il governo fascista impiegò contro le forze repubblicane in Spagna, dal 1936 al 1939.

Accanto all’Aeronautica fu impiegata anche la Marina Militare: lo scopo era garantire la sicurezza dei convogli, come quelli che trasportarono l’armata d’Africa sul territorio metropolitano, e il rifornimento della zona nazionalista. A partire dall’estate del 1937 fu attuato il blocco dei porti repubblicani, con l’uso di sommergibili senza insegne, provocando l’affondamento di parecchie navi che portavano aiuti alla Spagna repubblicana.

Anche in questo caso Francia e Gran Bretagna misero in scena la commedia di una conferenza internazionale per la sicurezza della navigazione nel Mediterraneo, che si concluse con l’istituzione di pattuglie navali di controllo a cui avrebbero partecipato anche Italia e Germania, gli stati responsabili degli affondamenti, e da cui sarebbe stata esclusa l’Unione Sovietica, la principale vittima.

Dal 15 dicembre 1936 cominciò anche l’intervento di terra. Da quella data fu operativa la M.M.I.S. (Missione Militare Italiana in Spagna), composta da istruttori che avevano l’incarico di formare due Brigate Miste italo-spagnole nonché di fornire materiali e armi. Sotto questo nome, un primo contingente di 3000 soldati viene inviato a Cadice con un ponte aereo.

Il 17 febbraio 1937 la M.M.I.S. divenne il C.T.V. (Corpo Truppe Volontarie), composto in massima parte da volontari del Regio Esercito e della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, l’organizzazione degli squadristi. Complessivamente, il Corpo Truppe Volontarie arriverà a contare fino a 70.000 effettivi. L’importanza di tale contributo si capisce subito se si pensa che i generali golpisti, all’indomani del colpo di stato, disponevano di 80.000 uomini delle truppe regolari.

Nel febbraio del 1937, la divisione di camicie nere “Dio lo vuole” partecipa all’offensiva franchista su Malaga. L’apporto italiano è decisivo per la sconfitta repubblicana: oltre alle camicie nere, l’aviazione legionaria e la Marina Militare bombardano. Dopo la conquista di Malaga, una massa di 250.000 persone abbandona la città e si dirige verso Alméria, in territorio repubblicano, inseguita dalle camicie nere e dall’aviazione: i fascisti italiani compiono un massacro, assassinando dalle 5.000 alle 15.000 persone. È il peggior crimine contro i civili di tutta la guerra di Spagna.

Nel marzo 1937 truppe italiane composte da circa 35.000 unità sono impiegate nella battaglia di Guadalajara, con cui il generale Franco spera di conquistare Madrid. La volontà dei caporioni fascisti è chiara: alla vigilia dell’attacco, il generale Mario Roatta, che comanda il C.T.V., dirama una circolare in cui ordina di fucilare dopo la cattura gli italiani combattenti nelle fila della Repubblica. Dell’esecuzione di tale ordine il generale doverosamente informava i superiori romani con telegramma del 12 marzo 1937. Coerentemente Roatta alla vigilia di Guadalajara aveva esortato le sue truppe a non temere i decantati “internazionali”, trattandosi solo di “quelli stessi che i nostri squadristi hanno sonoramente legnato per le vie d’Italia”. Nonostante queste roboanti dichiarazioni, gli italiani subiscono una pesante sconfitta, perdendo 3.800 combattenti, tra morti, feriti e prigionieri. Il C.T.V. lascia sul terreno anche una grande quantità di armi e materiale: 65 cannoni, 13 mortai, 10 carri armati, 500 mitragliatrici e 3.000 fucili. A Guadalajara Mussolini è stato sconfitto da “quegli stessi” di cui parlava Roatta, dagli anarcosindacalisti di Cipriano Mera e dai comunisti di Lister.

Dopo la sconfitta di Guadalajara, le truppe inviate dal governo fascista italiano cominciano ad operare in unità miste spagnole e italiane.

Il Corpo Truppe Volontarie parteciperà alla battaglia di Santander (agosto-settembre 1937) e successivamente viene trasferito sul fronte aragonese, dove prese parte alla corsa verso il mare che nel 1938 spezzerà in due il territorio repubblicano.

Nel 1939 il C.T.V. partecipa alla conquista di Barcellona e di tutta la Catalogna. Alla notizia che sono stati presi anche molti italiani, anarchici e comunisti, Mussolini ordina di farli fucilare tutti, ed aggiunge: “I morti non raccontano la storia”.

L’intervento del governo italiano in Spagna è stato decisivo per la vittoria del generale Franco, ed è stato favorito e appoggiato dalle altre potenze imperialiste, che vedevano il pericolo della Spagna rivoluzionaria. Si è caratterizzato per una lunga striscia di sangue, di massacri di civili, per cui nessuno ha pagato. Finché è stato al potere Francisco Franco, il generalissimo aveva tutto l’interesse a nascondere la montagna di morti provocati dalla sua Cruzada; una volta che Franco è morto e il franchismo è caduto, il nuovo regime ha preferito aderire alla Comunità Economica Europea e mantenere buoni rapporti con l’Italia.

Che cosa significa ancora oggi l’intervento italiano in Spagna ce lo dice un sito antifascista catalano: genocidio. L’armadio delle stragi non comprende solo Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema: in quell’armadio c’è anche l’Amba Aradam, Barcellona, Maiorca, Malaga e così via. Che senso ha per lo Stato italiano chiedere il risarcimento alla Germania per i crimini di guerra del 1944-1945, se non si preoccupa di risarcire le vittime dell’aggressione alla Spagna nel 1936-39? Se non rende conto del blocco della costa mediterranea per impedire il traffico marittimo da e per la Repubblica; dei bombardamenti a tappeto nelle città per diffondere il terrore tra la popolazione civile; della distruzione sistematica delle infrastrutture civili lungo l’intera costa catalana e valenciana; dell’occupazione di Maiorca, con i massacri degli oppositori?

Alla fine della seconda guerra mondiale, alla conferenza di Parigi del febbraio 1947, l’Italia dovette pagare un risarcimento economico a Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica, Etiopia, Albania. Egitto e Libia avrebbero ricevuto un risarcimento in seguito. Le riparazioni sono ancora esecutive, con mezzi diplomatici e giudiziari, ma le vittime iberiche sono le uniche che non hanno ricevuto alcuna riparazione dai governi italiani che sono succeduti al regime fascista di Mussolini. Evidentemente trucidare un popolo realmente in grado di battersi contro il fascismo è considerato ancora oggi meritorio.

Tiziano Antonelli

L'articolo Fu strage e genocidio. L’Italia fascista al fianco di Franco contro il popolo iberico proviene da .

  •  

Il pensiero può essere meccanizzato?

💾

Esplorazione della domanda filosofica se il pensiero possa essere meccanizzato, partendo da La Mettrie e il suo libro L'uomo macchina, dove sostiene che il cervello ha muscoli per pensare come le gambe hanno muscoli per camminare. Si contrappone questo al dualismo cartesiano di Cartesio, che separava anima e corpo.

0:00 La domanda fondamentale

=[ INFO ]=
inviaci un messaggio a info@rev3rse.it

🌐 Contatti e community
🔗 LinkedIn → linkedin.com/company/rev3rse-security
📸 Instagram → instagram.com/rev3rsesecurity
💬 Telegram (invite-only) → @rev3rsesecuritychat
🎙️ Twitch → twitch.tv/rev3rsesecurity
🌍 Website → rev3rse.it
  •  

Torniamo in OFFICINA per RIFARE il CAMPER 4x4 e prepararlo all'IMPOSSIBILE 😳 Lavori DEVASTANTI 😵

💾

#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1168: Terminati i lavori per la costruzione della cassa porta catene e altre modifiche ci spostiamo in officina per iniziare a sistemare la parte meccanica del nostro camper 4x4. Saranno giorni davvero intensi in cui metteremo davvero a nuovo Valentino che dovrà affrontare una grande sfida invernale.

☀️Il nostro link PayPal con cui potete donarci un "gelato" per aiutarci a mantenere vivo questo canale.
https://paypal.me/stepsover

🔥 NUOVO LIBRO 👉 SEI ANNI NELLE AMERICHE https://amzn.eu/d/56bdWQ4

👉 Secondo CANALE https://www.youtube.com/@STEPSOVER_EXTRA
🔥 Lost in Stepsover https://www.youtube.com/@lostinstepsover
😵
Entra a far parte del nostro TEAM PATREON!
🔥https://www.patreon.com/stepsover

👉 La seconda EDIZIONE del nostro libro su come CAMPERIZZARE un veicolo Overland lo trovi qui 🔥900 PAGINE ✌️
https://www.stepsover.com/prodotto/lo-zen-e-larte-della-camperizzazione-di-un-veicolo-overland-ebook/

Dove siamo? https://bit.ly/34ZKZGi

🙏Grazie ai nostri SUPPORTERS🙏 SIETE MERAVIGLIOSI ❤️
Mecogen66
Daniele Ferrara

🤜Canale pubblico Telegram https://t.me/stepsover
😈Il nostro BAR su TWITCH https://www.twitch.tv/stepsover
🌏La nostra pagina Facebook e Gruppo su FACEBOOK 🌈STEPSOVER
⭐️Instagram https://bit.ly/34ZKZGi
⚡️Visitate il nostro blog: https://www.stepsover.com
🔥community DISCORD WORK IN PROGRESS https://discord.gg/eV8eAWaF43
  •  

NASA Uses Subscale Aircraft to Accelerate Flight Innovation

4 Min Read

NASA Uses Subscale Aircraft to Accelerate Flight Innovation

A white, blue, and red probe attached to a rotor with four blades flies in the blue sky, just above the Moon.
An atmospheric probe model attached upside down to a quad rotor remotely piloted aircraft ascends with the Moon visible on Oct. 22, 2024. The quad rotor aircraft released the probe above Rogers Dry Lake, a flight area adjacent NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California. The probe was designed and built at the center.
Credits: NASA/Steve Freeman

Testing new aerospace concepts in flight remains one of NASA’s most effective ways to advance knowledge and reduce risk.

The Dale Reed Subscale Flight Research Laboratory at NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, supports this mission by using small, remotely piloted and autonomous aircraft as cost‑effective platforms to mature innovative ideas, accelerate learning, and enable smoother transitions to full‑scale flight.

When experiments require a flight platform, several NASA remotely piloted aircraft are available: the Alta‑X quadrotor; the Dryden Remotely Operated Integrated Drone (DROID) with its 10‑foot wingspan; and the Multi‑Use Cub, a 14‑foot‑span fixed‑wing aircraft with an expandable payload capacity for flight experiments. For electric vertical takeoff and landing testing, the HQ‑90 quadrotor provides an additional option.

Once aircraft and experiments are cleared for operations, laboratory pilots support the mission, including ground operations and flight activities.

One man manages engine speed with a hand-held controller, while another firmly holds the subscale aircraft in place.
Justin Link, left, holds the subscale aircraft in place, while Justin Hall manages engine speed during preliminary engine tests on Friday, Sept. 12, 2025, at NASA’s Armstong Flight Research Center in Edwards, California. Link is a pilot for small uncrewed aircraft systems at the center’s Dale Reed Subscale Flight Research Laboratory and Hall is the chief pilot.
NASA/Christopher LC Clark

Flight expertise

Each staff member serves as an experienced and certified subscale aircraft pilot and is prepared to fly unique one-of-a-kind or modified commercial aircraft wherever the mission requires.

NASA’s FireSense project conducted flights in the Geneva State Forest, located about 100 miles south of Montgomery, Alabama. NASA Armstrong flight research staff integrated the instrument onto an Alta-X drone and tested the system before deployment. Two team members then transported the drone and sensor to the forest, prepared the vehicle for flight, and operated it during the mission. The NASA sensor was flown on the drone to demonstrate how remotely piloted aircraft can gather localized weather data that influences smoke movement and fire behavior. This information may help operational agencies improve wildfire decision-making and better allocate firefighters and resources.

Other missions occur closer to NASA Armstrong, such as the Enhancing Parachutes by Instrumenting the Canopy (EPIC) project. EPIC involved air‑launching a capsule containing a parachute and flexible sensor from the Alta‑X. Laboratory staff piloted the flights, supported flight operations, and worked with the EPIC team to design and integrate the parachute‑drop mechanism and safety system into the aircraft.

These tests demonstrated that a flexible sensor could help researchers study supersonic parachutes. Continuation of this work can help fill gaps in computer models, making supersonic parachutes safer and more reliable for delivering science instruments and payloads to Mars.

Two men integrate instruments onto a drone.
Justin Link, left, pilot for small uncrewed aircraft systems, and Justin Hall, chief pilot for small uncrewed aircraft systems, install weather instruments on NASA’s Alta X drone at the agency’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California. Members of the center’s Dale Reed Subscale Flight Research Laboratory used the Alta X to support the agency’s FireSense project in March 2025 for a prescribed burn in Geneva State Forest, which is about 100 miles south of Montgomery, Alabama.
NASA/Steve Freeman

Advancing challenging research

The Dale Reed Subscale Flight Research Laboratory uses rapid design and testing capabilities to help small aircraft fly big ideas. These concepts could lead to future breakthroughs that support NASA’s missions across aeronautics, science, and exploration.

For decades, NASA and its partners have advanced Automatic Collision Avoidance Technology. The research demonstrated an autopilot could detect and recover from an imminent ground collision – a capability now helping save lives in high‑performance U.S. military jets. NASA Armstrong had key roles in that work and developed a simplified version, the Automatic Ground Collision Avoidance System, which was installed on the DROID for testing.

The system demonstrated on the DROID — developed to assist general aviation pilots as well as remotely piloted and autonomous aircraft — performed well and led to further research toward a version that provides alerts and steering cues. The NASA Armstrong Technology Transfer Office is working to license the technology for U.S. businesses to develop the system as a commercial product.

The Prandtl‑D (Preliminary Research Aerodynamic Design to Lower Drag) flying‑wing glider was also designed, fabricated, and flown at NASA Armstrong. Researchers found that its twisted wing design could reduce drag and generate thrust at the wingtips, advancing concepts that may support greater fuel economy for future aircraft. The original Prandtl‑D is now part of the Smithsonian National Air and Space Museum collection in Washington, and the Prandtl-D3 is at the California Science Center in Los Angeles. Researchers continue developing the next generation of the design in the laboratory.

A wide range of capabilities in the laboratory help transform promising concepts into flight-ready test structures. These include rapid prototyping using traditional and advanced 3D manufacturing techniques, as well as composite and conventional fabrication processes. The team of engineers and technicians also provides custom component design and specialized fabrication to meet unique research needs.

The laboratory supports electrical and mechanical design, hardware and software integration, and the safety and flight-readiness processes required for successful missions. Additional technical facilities, such as the Experimental Fabrication Branch and the Environmental Laboratory at NASA Armstrong, further enhance these capabilities. Together, they support development, testing, and validation activities that advance NASA’s aeronautics and exploration goals.

Deborah Jackson, Al Bowers and Abbigail Waddell successfully launch the subscale Prandtl-D 3C glider.
Deborah Jackson, Al Bowers and Abbigail Waddell successfully launch the subscale Prandtl-D 3C glider.
NASA

Share

Details

Last Updated
Jul 15, 2026
Editor
Dede Dinius
Contact

💾

NASA researchers are developing technology to close knowledge gaps and make supersonic parachutes safer and more reliable for delivering science instruments ...
  •  

Anil Menon Launches to Space Station

NASA astronaut candidate Anna Menon and her children watch as a Soyuz rocket launches to the International Space Station with Expedition 75 crewmembers NASA astronaut Anil Menon and Roscosmos cosmonauts Pyotr Dubrov and Anna Kikina, Tuesday, July 14, 2026, at Site 31/6 at the Baikonur Cosmodrome in Kazakhstan.

  •  

AI Uncovers a 15-Year-Old Linux Kernel Root Vulnerability Hidden Since 2011

AI Uncovers a 15-Year-Old Linux Kernel Root Vulnerability Hidden Since 2011

Artificial intelligence has helped uncover one of the most significant Linux kernel security flaws in recent years. Security researchers at Nebula Security announced the discovery of GhostLock (CVE-2026-43499), a critical local privilege escalation vulnerability that remained hidden in the Linux kernel for approximately 15 years before being identified by the company's AI-powered vulnerability research platform, VEGA.

The vulnerability affects Linux kernels dating back to version 2.6.39 (2011) and allows an unprivileged local user to obtain full root privileges on vulnerable systems. Its discovery not only highlights the importance of timely kernel updates but also demonstrates how AI is beginning to transform vulnerability research.

What Is GhostLock?

GhostLock is a use-after-free (UAF) vulnerability located in the Linux kernel's futex (fast userspace mutex) implementation.

Futexes are synchronization primitives that allow user-space applications to efficiently coordinate access to shared resources while minimizing expensive kernel interactions. Because they are widely used throughout Linux, any flaw within this subsystem can have broad security implications.

According to Nebula Security, incorrect handling of the remove_waiter() function can leave behind a dangling kernel pointer that an attacker can manipulate to execute arbitrary code with kernel privileges.

A Reliable Path to Root Access

One of the reasons GhostLock has attracted so much attention is the reported reliability of the exploit.

Researchers demonstrated that an attacker with nothing more than a standard local user account can escalate privileges to root in roughly five seconds, with a reported success rate of 97% on vulnerable systems.

Unlike many kernel exploits that are unstable or require highly specific system configurations, GhostLock appears to be both practical and repeatable, making it particularly concerning for administrators.

Container Escapes Are Also Possible

The implications extend beyond traditional Linux desktops and servers.

Researchers report that GhostLock can also be used to escape containers and compromise the underlying host operating system. Because containers share the host kernel, a successful privilege escalation inside a container can potentially grant root access to the host itself.

This makes the vulnerability especially important for environments running:

  •  

ESISTONO SOLO NEL LINGUAGGIO? | Da Ulisse all’Intelligenza Artificiale

Le persone vengono prima del linguaggio o, almeno in parte, nascono dentro di esso? Da Ulisse a Jung, da Vico a Wittgenstein, attraversiamo una domanda antica e inquietante: che cosa esiste quando esiste soltanto nelle parole, nei racconti e nella memoria condivisa? Personaggi letterari, nazioni, leggi, identità personali, figure interiori e intelligenze artificiali sembrano appartenere […]

  •  

La scuola sa ancora perché esiste?

Quale uomo vogliamo formare?È una domanda antica quanto la filosofia e sorprendentemente attuale per comprendere la crisi della scuola contemporanea.Un viaggio tra paideia, cittadinanza, conoscenza e responsabilità educativa, oltre le mode pedagogiche e le polemiche del presente. 🎬 Premiere14/07/2026👉https://youtu.be/obmoSEjswj4 Le riforme della scuola si susseguono da decenni. Cambiano programmi, metodologie, sistemi di valutazione, tecnologie e […]

  •  

La libertà è una condanna? La risposta di Sartre

Essere liberi è davvero una fortuna? Per Jean-Paul Sartre la libertà non è un privilegio, ma una condanna. In questa lezione scopriamo perché, nell’esistenzialismo ateo, ogni uomo è chiamato a costruire da sé il significato della propria vita. Che cosa significa affermare che l’esistenza precede l’essenza? Perché Sartre sostiene che l’uomo è «condannato a essere […]

  •  

Attivazione procedura di raffreddamento contro le società Toscana Aeroport i SpA, GH Toscana Srl e Consulta SpA negli aeroport i di Pisa e Firenze

Attivazione procedura di raffreddamento ai sensi dell'art.2 comma 2 L. 146/1990 e L. 83/2000 e s.m.i. contro le società Toscana Aeroport i SpA, GH Toscana Srl e Consulta SpA negli aeroport i di Pisa e Firenze.

La scrivente o.s. registra il fallimento delle relazioni industriali con il gestore aeroportuale Toscana Aeroporti e con le aziende di handling Gh Toscana e Consulta.

Per quanto riguarda il gestore Toscana Aeroporti, si rileva il fallimento delle relazioni industriali a proposito di:

  • Mancata supervisione, controllo e coordinamento delle attività di handling;
  • Inadeguata capacità di pronto intervento rispetto a situazioni emergenziali;
  • Mancati interventi per il miglioramento delle infrastrutture — in particolare si segnalano gravi carenze nelle aree Airside di Firenze e Pisa (p.es.: assenza di misure per il contrasto al microclima caldo nelle aree di stazionamento di entrambi gli aeroporti), inidoneità dei varchi sicurezza e delle aree imbarchi di Pisa, nonché insufficienza degli spazi concessi agli handlers Consulta e GH Toscana.

Per quanto riguarda le società di handling Consulta e GH Toscana, si rileva il fallimento delle relazioni industriali a proposito di:

  • Condizioni di lavoro carenti con possibili ricadute su Salute e Sicurezza di lavoratori e lavoratrici;
  • Scarsi investimenti sulla formazione del personale;
  • Livelli occupazionali insufficienti e eccessivo utilizzo del part-time rispetto alla costante crescita del traffico che transita dal sistema aeroportuale toscano;
  • Carenze di mezzi e lacune nell’organizzazione del lavoro.

Per quanto concerne la società Consulta, inoltre, la scrivente segnala il mancato rispetto del CCNL in materia di orario di lavoro e mancato rispetto della normativa sul part-time.

Si rileva infine l’assenza di correttezza delle relazioni sindacali da parte di GH Toscana che non ha dato comunicazione alle oo.ss. sulla decisione del vettore Ryanair di inserire il self bag drop-off all’aeroporto di Pisa, trascurando l’impatto che un tale servizio potrebbe avere sui livelli occupazionali.

Per tutto quanto sopra si dichiara aperta la procedura di raffreddamento ai sensi dell'art 2 comma 2 L. 146/1990, L.83/2000 e s.m.i.

USB Lavoro Privato Firenze-Pisa

  •  

Vivere e morire a Triscina – Su “Il CUstode” di Niccolò Ammaniti

Il discorso dell’orrore è sempre un discorso sul tempo e, solo secondariamente, sulla morte. Lovecraft, ad esempio, ne esplora le dimensioni, divertendosi a mettere la mente umana in contatto con l’eterno per guardarla sprofondare nella pazzia (in Lovecraft non muore mai nessuno, si impazzisce e basta); Dick ne rompe la linearità, che come una coperta copre la superficie del reale, portando a un’apocalisse (nel senso di disvelamento) gnostica dopo l’altra; rotta la linearità, così si rompe anche il meccanismo (chimico, telepatico, politico, ucronico) dell’illusione. King lavora sulla persistenza, su come il materiale, l’immateriale e il simbolico mutano e persistono all’interno del tempo; così gli attaccamenti umani, le maledizioni e le vocazioni ineluttabili sono al centro del suo orrore. Anche il nuovo romanzo di Ammaniti, Il Custode, è un romanzo sul tempo, più precisamente sulla sovrapposizione di un tempo astorico (del mito, del simbolo e della tragedia) a quello storico (faticosamente contemporaneo, fratturato e capriccioso, un pomeriggio di noia estivo su TikTok).

I suoi personaggi sono sospesi in linee temporali sovrapposte, indecisi se incarnare divinità elleniche o liberi professionisti nel mondo digitale, capaci solo attraverso strane epifanie di superare questa scissione, eppure inconsapevoli della sua esistenza. Solo la morte li ricongiunge, che non è nemmeno una vera morte – nel romanzo vengono pietrificati dal mostro – raggiungendo uno stato di atemporalità paradossale, che fa saltare questa irrisolvibile dualità.

Il protagonista del Custode è Nilo, che ha tredici anni e vive a Triscina, nella desolazione della provincia siciliana. Insieme alla madre Agata e alla zia Rosi, la famiglia Vasciaveo, abita in un buio seminterrato e con i due tuttofare indiani, Pasindu e Nalin, gestisce una ditta di lavorazione di marmi. Sembra tutto normale, se non fosse che i Vasciaveo custodiscono nel bagno di casa un segreto che l’accompagna da millenni, generazione dopo generazione. “Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno”, riflette rassegnato Nilo.

Ma la catatonica primavera siciliana è perturbata dall’arrivo di Arianna, che per lavoro vende foto sadomaso su Only Fans, e Saskia, la figlia di dieci anni. Nilo, affascinato dalla loro vita sbandata e avventurosa, romperà l’equilibrio familiare e si affaccerà sul dramma e le responsabilità della vita adulta.

Ammaniti sviluppa una storia stringata e severa, in cui gli avvenimenti si succedono come una cronaca ineluttabile verso il disastro. Il romanzo non guarda mai oltre il confine asfissiante di Triscina, oltre la manciata di personaggi che la attraversano, il resto del mondo sembra assente o almeno troppo distante per rappresentare un fattore di qualche importanza. Qui “ognuno è architetto e operaio e se la fa come gli pare [la casa], con il suo stile, giusta per le sue esigenze: villini squadrati, castelletti con tanto di merli, bunker, piramidi egizie, cubi, cupole, trulli, torrette fatiscenti. Nessuna è finita, i mattoni a vista, i tondini arrugginiti che puntano verso il cielo, le finestre senza serramenti, i fili della corrente che s’intrecciano. Case che poggiano sulla sabbia senza affondare, costruite cosí vicine alla riva che il mare d’inverno le ricopre di sabbia come rovine di una civiltà dimenticata. Alle spalle ci sono i campi troppo aridi per essere coltivati, neri d’incendi, dove mucchi di pietre si mischiano alle erbacce, a carcasse d’auto, a rovi, a rotonde che non portano da nessuna parte.”

Come in Anna (Einaudi 2015) la Sicilia si faceva universo e la possibilità che il resto del mondo fosse sopravvissuto all’apocalisse era più una bugia da raccontarsi per non impazzire che una possibilità percorribile; qui il piccolo paese siciliano incatena i suoi abitanti a se stesso come una maledizione, c’è chi gli ha sacrificato la propria esistenza e chi rimane straniero, passa e poi sparisce.

I tre poli dell’orrore (Lovecraft, Dick e King) convergono con i loro rispettivi talismani (l’orrore cosmico, l’epifania e l’adolescenza) in una storia che inizia come un b-movie e si evolve acquisendo i contorni di una tragedia greca. Comincia con la famiglia che si riunisce per guardare Pet Sematary, il film tratto dal romanzo di King (l’originale del ‘89 o il remake del 2019?) mangiando la pizza davanti alla tv, poi la storia irrompe alla porta, mettendo in moto la serie di eventi che sprofonderà Nilo in un abisso di colpa e predestinazione.

Lo spostamento che produce questo nuovo romanzo nel canone ammanitiano è verso un raffreddamento della materia grezza letteraria. Rimane l’inventiva picaresca, rimane l’ipervisibilità dei corpi e delle superfici, rimane intatta la raffinata medietà di tono dei personaggi; ma mentre negli altri romanzi che toccavano temi fantastici e orrorifici, da Branchie (Ediesse 1994) al Libro dei morti italiano (pubblicato a puntate su Rolling Stone tra il 2005 e il 2007), da Che la festa cominci (Einaudi 2009) a Anna, qui non ci sono uomini talpa obesi o sadici bambini post-apocalittici e il tono grottesco che aveva definito il ribollente universo immaginifico dell’autore vira verso il nichilismo. Nel Custode ogni morte, ogni atto violento (implicito o esplicito che sia) è lucido e impassibile come le superfici dei morti pietrificati che compaiono nel romanzo. Come conclude Christian Raimo nella sua recensione pubblicata su Lucy, nel romanzo si dispiega la presa di posizione più radicale dell’autore: “Crescere è la morte. La sua è una posizione quasi teologica. La vita è solo quella dell’infanzia e dell’adolescenza. Tra gli adulti e gli zombie non c’è differenza”.

Così il Custode si presenta come l’opera che porta all’estremo compimento gli sferzanti ritratti sociali dei romanzi precedenti ma, stemperando l’ironia generale, non trova più una via d’uscita in un surrealismo a tratti giocoso. Nilo si trova a fissare una realtà entropicamente già esaurita, un mondo di adulti violenti di cui prendere nota e in cui il suo sguardo adolescente non è più un principio creativo, l’innesco di un cambiamento, ma un glitch, l’errore temporaneo che il sistema è già avvezzo a riparare da sé, in attesa dell’ineluttabile apocalisse: “Città pietrificate. Un mondo senza piú vita animale. L’umanità ridotta a un museo di statue”.

Il 5 agosto Stanca presenterà all’Aniene Festival “Il Custode” insieme all’autore Niccolò Ammaniti.

The post Vivere e morire a Triscina – Su “Il CUstode” di Niccolò Ammaniti first appeared on Stanca.

  •  

Many Sovereignties, One Internet

Digital sovereignty is not simply good or bad. The commons test offers a practical framework for assessing whether different strategies expand choice, preserve interoperability, strengthen resilience and support meaningful participation, or create new dependencies and chokepoints.
  •  

[2026-08-16] Festival del 16 agosto in ricordo di Sante Geronimo Caserio @ Roccatederighi (GR)

Festival del 16 agosto in ricordo di Sante Geronimo Caserio

Roccatederighi (GR) - Campo sportivo San Matino
(domenica, 16 agosto 12:00)
Festival del 16 agosto in ricordo di Sante Geronimo Caserio

🎶 X° Festival del SedicidAgosto 🎶

Settimana di Rassegna di Musica Popolare in ricordo di SANTE GERONIMO CASERIO

📍 Roccatederighi (GR) – Campo Sportivo S. Martino

📅 Dal 16 al 22 Agosto 2026

«A fianco di tutti i popoli in lotta per la terra, l'acqua e la libertà! Nostra patria è il mondo intero.»

📅 PROGRAMMA GIORNALIERO (Inizio eventi ore 17:30):

🔹 Domenica 16 Agosto

* Apertura Festival

* Stazione Rossa

* Dino Simone

* Musicanti di Maremma

* BandaJorona

🔹 Lunedì 17 Agosto

* Banciardi: una distonia mai raccontata

* Ore 18:30: Feudalesimo industriale e vicende operaie in Val di Cecina: 1818-1921 di Alessandro Rossi

* Andy con la chitarra

* Alberto Fauro

* Orkestra Maldestra

🔹 Martedì 18 Agosto

* Editoria indipendente e stampa alternativa (spazio aperto di COMUNIC/AZIONE)

* Francesco Lauretig

* Cantografi

* Gli Inguastiti

🔹 Mercoledì 19 Agosto

* Largo alle donne (spazio aperto di COMUNIC/AZIONE)

* Lisetta Luchini

* Senza Soglia

* Terraticanti

🔹 Giovedì 20 Agosto

* La terza vita di Stampa Alternativa (FAI e UMANITÀ NOVA)

* Canti dei senza volto: melodie della rivolta (con interventi musicali di Duccio Ghelardoni)

* lodiotrio

* Presentazione libro Idiotria

* Cialtroni sul palco

* Banda Putiferio

* Alessio Lega

🔹 Venerdì 21 Agosto

* La terza vita di Stampa Alternativa - Dibattito sulla reintroduzione della leva obbligatoria (FAI e UMANITÀ NOVA)

* L'estate infinita

* Banditi ribelli sognatori e fuggitivi

* Culo al caldo

* Orchestra Filarmonica Fatica e Sudore

* L'Ukulequio

* Chirimiri

* Jonny Rankore

* Dj Mathar (dub reggae tekno)

🔹 Sabato 22 Agosto

* La terza vita di Stampa Alternativa - 90° dalla Rivoluzione spagnola (FAI e UMANITÀ NOVA)

* Spazio aperto di COMUNIC/AZIONE

* Folkalbegna

* Egin

* Ribellanti

* Nuovo canzoniere elettronico

* Speciale intervento di Stefano Arrighetti (presidente Istituto Ernesto di Martino)

🎨 LABORATORI:

* Danze e percussioni africane (Djembé Sabar):

* Ore 14:30–15:30: Corso di percussioni con Mass Ndiaye

* Ore 15:30–17:30: Corso di danza africana con Flaminia e i musicisti Mass e Tidiane

(Laboratori a pagamento con iscrizione necessaria al numero 346 5735907)

* Bambini e ragazzi

* Canto corale

ℹ️ INFO UTILI:

* Ingresso gratuito (con offerta libera e consapevole)

* Pranzo su prenotazione e cena "Sotto i castagni"

* Libri, CD, mercatino dell'autoproduzione e punto ristoro

* Ampio parcheggio sotto i castagni e pernottamento sotto le stelle

* 📞 Per informazioni: Giampiero +39 334 9522075 | Jonny (via WhatsApp) +39 346 6824736

#SedicidAgosto2026 #Roccatederighi #MusicaPopolare #Festi

val #Maremma #CantiPopolari #EventiMaremma #IstitutoErnestoDiMartino

  •  

Come funzionano davvero i token negli LLM

💾

Spiego perché i prompt injection funzionano con gli LLM e come il modello non ha vera empatia ma segue scelte statistiche basate su token. Un token è un segmento di testo convertito in vettore numerico, approssimativamente 0,75 parole in inglese e 0,6 in italiano.

0:00 Prompt injection e LLM
0:18 Token e statistica

=[ INFO ]=
inviaci un messaggio a info@rev3rse.it

🌐 Contatti e community
🔗 LinkedIn → linkedin.com/company/rev3rse-security
📸 Instagram → instagram.com/rev3rsesecurity
💬 Telegram (invite-only) → @rev3rsesecuritychat
🎙️ Twitch → twitch.tv/rev3rsesecurity
🌍 Website → rev3rse.it
  •  

Microsoft Patches a Record 570 Security Flaws

Microsoft Corp. today released software updates to plug at least 570 security holes in its Windows operating systems and other software, almost triple the number of vulnerabilities the software giant fixed in its record-smashing Patch Tuesday release last month. Microsoft attributed the burgeoning patch counts to vulnerability discoveries aided by artificial intelligence.

A picture of a windows laptop in its updating stage, saying do not turn off the computer.

Nearly 60 of the bugs quashed in July’s Patch Tuesday earned a “critical” severity rating, meaning miscreants or malware could use them to seize remote control over a Windows device with little or no help from the user. Microsoft also addressed three zero-day flaws, including two that are already being exploited in the wild.

Two of the zero-day weaknesses allow an attacker to elevate their user rights on a Windows system, as do approximately 250 other elevation of privilege flaws fixed this month; they include CVE-2026-56155 — an Active Directory Federation Services bug — and CVE-2026-56164, a Microsoft Sharepoint vulnerability.

CVE-2026-50661 is a security feature bypass in Windows BitLocker that could allow attackers to gain access to encrypted data if they have physical access to the device. Microsoft said this bug has been detailed publicly, but that it is not aware of any active exploitation.

In a blog post on July 9, Microsoft Executive Vice President Pavan Davuluri wrote that Windows users will notice “a higher volume of security updates included in each security release” as a result of AI aiding in the discovery of vulnerabilities.

“The pace of vulnerability discovery is changing with advances in AI making it possible to find more issues, faster, across more code, with new mechanisms that can accelerate both discovery and analysis,” Davuluri wrote.

Jack Bicer, director of vulnerability research at Action1, called attention to CVE-2026-48561, a remote code execution flaw in Microsoft Copilot (with a 9.6 CVSS threat score) that allows an unauthorized attacker to execute code over the network. Microsoft says an attacker could exploit this bug by hosting a malicious website that causes Microsoft Edge for Android to automatically send crafted prompts to Copilot when a user visits the site.

As AI advances the state of vulnerability discovery and remediation, it is also making it easier for attackers to quickly devise working exploits for known software flaws. Microsoft has long labeled security bugs using its “exploitability index,” which is Redmond’s best guess as to how likely it is that attackers will be able to figure out a reliable way to exploit a given vulnerability.

But Satnam Narang, senior staff research engineer at Tenable, argues that Microsoft’s exploitability index needs to do a better job of shifting with the machine speed of discovery. For example, Microsoft originally gave this month’s SharePoint zero-day an exploitability rating of “less likely,” although the flaw was added to CISA’s Known Exploited Vulnerabilities list on July 1.

“Anthropic’s Red Team’s own findings for known vulnerabilities (n-days) revealed how fragile this system has become, with its Mythos Preview model being able to produce proof-of-concept exploits for 13 of 14 vulnerabilities that were rated ‘Exploitation Less Likely’ or ‘Exploitation Unlikely,'” Narang said. “What this means is that our way of looking at Patch Tuesday has changed, because the exploitability index is centered around humans, not AI tools, and as these tools continue to improve, defense needs to improve alongside it.”

Chris Goettl at Ivanti observed that the record patch numbers from Microsoft come as a number of other major software makers are increasing their patch cadence, including Adobe which announced today it is moving to twice-monthly security bulletins published on the 2nd and 4th Tuesday of each month (Adobe also cited AI for accelerating their patch cycles). Cisco, Mozilla and Oracle also are shipping updates more frequently, while Google’s patch batches in June 2026 totaled more than 900 security fixes, Goettl noted.

Backing up your Windows system and/or data is always a good idea before applying operating system updates. Given the volume of patches addressed this month it may be wise for end users to wait a few days before applying these fixes. It’s not uncommon for security patches to introduce system stability issues, and those chances probably increase quite a bit with the gigantic patch count released today.

Further reading:

Action1’s Patch Tuesday blog

Automox’s rundown

  •  

Bunker-Aktivierungen im Hochsommer

Die erste Schweizer Outdoor-Radio Aktivitätswoche lockt vom 24. Juli bis zum 2. August 2026 Funkamateure an die Funkgeräte und in die Alpen – aber nicht nur.

Das Schweizer HBBOTA-Programm ist jung und verlangt nach Aufmerksamkeit. Deswegen schicken die Verantwortlichen die Szene im Sommer in die Festungsbauten des Landes. Das Ziel ist simpel: Jäger und Aktivatoren sollen die Schweizer Bunker in die Logbücher bringen.

WWBOTA

Die Aktion startet international. Vom 24. bis 26. Juli 2026 organisiert WWBOTA das weltweite Bunkerfest. Funkerinnen und Funker aus den europäischen Nachbarländern lauern auf Verbindungen mit den eidgenössischen Anlagen.

Wer hier punkten will, muss die Spielregeln kennen. Für den WWBOTA-Award zählt jeweils nur ein Bunker gleichzeitig. Funkkontakte von Bunker zu Bunker versprechen an diesen drei Tagen eine hohe Erfolgsquote, weil die europäischen Untergruppen koordiniert ausschwärmen.

HBBOTA

Nach dem internationalen Auftakt folgt die nationale Verlängerung. Die Organisatoren dehnen die Aktivitätswoche bewusst über den Nationalfeiertag bis zum 2. August aus. Am eigentlichen HBBOTA-Wochenende vom 1. und 2. August rückt die Kombination verschiedener Diplome in den Fokus der Funkbetriebstechnik.

Sylvia HB9INY verweist auf logistische Highlights: Es existieren Standorte in der Schweiz, an denen Operator mit einer einzigen Antennenkonstruktion gleichzeitig Punkte für SOTA, POTA und BOTA einfahren. Ein Berggipfel, der in einem Naturpark liegt und eine alte Militärfestung beherbergt, macht diese Triple-Aktivierung möglich.

Details auf der Website

Wer die Standorte dieser kombinierten Zonen sucht oder die genauen Award-Bedingungen studieren will, findet die Details auf der BOTA-Webseite. Die Betreiber aktualisieren die Datenlisten und Aktivierungshinweise laufend.

Published: HB9HGH 2026-07-14 20:32:54

  •  

NASA Jets Turn Red, White, and Blue

A jet aircraft painted in red, white and blue flies over green trees below.
A NASA F-15 aircraft flies above Washington on Saturday, July 4, 2026, as part of a flyover to celebrate America’s 250th birthday. This aircraft is from NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, and it joined other NASA aircraft for the flyover.
NASA/Jim Ross

In honor of America’s 250th birthday, two of NASA’s most iconic aircraft got a fresh coat of red, white, and blue paint ahead of a flyover in Washington on July 4, 2026, with other NASA aircraft.  

An F-15 and an F/A-18 from NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, recently were repainted in patriotic colors as a tribute to the past and a salute to the future.

The red, white, and blue commemorative paint and Freedom 250 logo will remain on these aircraft for at least the next year, so be sure to catch these at local air shows and events.

Follow along on social media and at https://www.nasa.gov/freedom250/ to learn more about where to spot the aircraft (dependent upon availability and flying schedules):

  • July 23-24: EAA AirVenture, Oshkosh, Wisconsin
  • Oct. 3-4: Pacific Airshow, Huntington Beach, California
  • And more…

Check out more images here: https://www.nasa.gov/gallery/freedom-250/

Two red, white and blue jet aircraft are sitting on the ramp ready for takeoff. The body of the aircraft is painted in blue with white stars, and the wings are red and white stripes to mirror the American flag.
NASA’s F-15, right, and F/A-18 aircraft are shown at International Aerospace Coatings Inc.’s facility in Spokane, Washington, on Thursday, July 2, 2026, with new red, white, and blue paint to celebrate America’s 250th birthday. The aircraft, from NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, participated in the Freedom 250 flyover in Washington on Saturday, July 4, 2026, with other NASA and military aircraft. NASA/Jim Ross
NASA/Jim Ross
Two red, white and blue jet aircraft are sitting on the ramp ready for takeoff. The body of the aircraft is painted in blue with white stars, and the wings are red and white stripes to mirror the American flag.
NASA’s F-15 aircraft is shown at International Aerospace Coatings Inc.’s facility in Spokane, Washington, on Thursday, July 2, 2026, with new red, white, and blue paint to celebrate America’s 250th birthday. The aircraft, from NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, participated in the Freedom 250 flyover in Washington on Saturday, July 4, 2026, with other NASA and military aircraft. NASA/Jim Ross
NASA/Jim Ross
Two red, white and blue jet aircraft are sitting on the ramp ready for takeoff. The body of the aircraft is painted in blue with white stars, and the wings are red and white stripes to mirror the American flag.
NASA’s F-18 aircraft is shown at International Aerospace Coatings Inc.’s facility in Spokane, Washington, on Thursday, July 2, 2026, with new red, white, and blue paint to celebrate America’s 250th birthday. The aircraft, from NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, participated in the Freedom 250 flyover in Washington on Saturday, July 4, 2026, with other NASA and military aircraft. NASA/Jim Ross
NASA/Jim Ross

Share

Details

Last Updated
Jul 14, 2026
Editor
Dede Dinius
Contact
  •  

Gli assistenti AI di coding sono sicuri? Il caso xAI

Gli strumenti di AI per lo sviluppo software promettono di aumentare la produttività degli sviluppatori, ma una recente analisi indipendente riaccende il dibattito sulla sicurezza dei dati affidati agli assistenti di coding. Al centro della vicenda c’è Grok Build, il tool a riga di comando di xAI, accusato di aver trasmesso (in chiaro) ai server […]

L'articolo Gli assistenti AI di coding sono sicuri? Il caso xAI proviene da Securityinfo.it.

  •  

Grey Man: la discrezione come strategia di sicurezza

Parte 1 – Comprendere

Cos’è realmente la Grey Man Theory, cosa può insegnarci la psicologia dell’attenzione e perché passare inosservati non significa diventare invisibili

Quando si parla di preparazione alle emergenze, l’immaginario collettivo tende spesso ad associare il prepper a un’estetica immediatamente riconoscibile: abbigliamento tattico, zaino dotato di sistema MOLLE, scarponi robusti, numerose tasche, strumenti visibili e un atteggiamento costantemente vigile.

Questo tipo di equipaggiamento può essere perfettamente funzionale in determinati ambienti. In una stazione ferroviaria, in un centro commerciale o durante uno spostamento urbano, però, potrebbe comunicare più informazioni di quanto sia opportuno.

Potrebbe suggerire che una persona è organizzata, preparata o in possesso di attrezzature e risorse utili. In condizioni ordinarie ciò potrebbe essere irrilevante. In uno scenario caratterizzato da tensione, scarsità o disordine, invece, attirare inutilmente l’attenzione potrebbe diventare un fattore di rischio.

Da questa considerazione nasce ciò che nel mondo del prepping, del survival e della sicurezza personale viene comunemente chiamato Grey Man, letteralmente “uomo grigio”.

  • Il Grey Man, però, non è necessariamente vestito di grigio.
  • Non è invisibile.
  • E non è una spia.

Il principio può essere riassunto in modo molto più semplice:

Quando la situazione lo richiede, evitare di diventare inutilmente rilevanti agli occhi degli altri.

In breve

Il Grey Man non cerca necessariamente di non essere visto.

Cerca di non offrire ragioni particolari per essere osservato più attentamente, ricordato o selezionato.

Non esiste un colore, un abbigliamento o uno zaino capace di rendere una persona invisibile. La discrezione dipende dalla relazione tra individuo, comportamento, equipaggiamento e ambiente.

Una strategia pratica, non una teoria scientifica

L’espressione Grey Man Theory è molto diffusa negli ambienti prepper e survival, ma non indica una teoria scientifica formalizzata con una definizione accademica condivisa.

Non risulta inoltre prudente attribuirle un’unica origine militare, di intelligence o storica senza disporre di fonti primarie sufficientemente solide.

È più corretto considerarla una strategia pratica composta da principi provenienti da ambiti differenti, tra cui:

  • consapevolezza situazionale;
  • adattamento al contesto;
  • gestione dell’attenzione;
  • comunicazione non verbale;
  • protezione delle informazioni;
  • riduzione dell’ostentazione;
  • sicurezza personale.

Questa distinzione è essenziale.

Un suggerimento nato dall’esperienza può essere ragionevole senza rappresentare una legge scientifica. Allo stesso modo, uno studio di psicologia non deve essere utilizzato per dimostrare qualcosa che non ha esaminato direttamente.

Vedere non significa necessariamente notare

Ogni giorno siamo esposti a una quantità enorme di informazioni: volti, movimenti, suoni, veicoli, colori, cartelli, oggetti e conversazioni.

Il cervello non elabora tutto con la stessa profondità. L’attenzione seleziona una parte delle informazioni disponibili, privilegiando ciò che appare pertinente rispetto al compito che stiamo svolgendo, ai nostri obiettivi e alle nostre aspettative.

Uno dei fenomeni più conosciuti in questo ambito è la cecità da disattenzione, o inattentional blindness.

Nel celebre studio pubblicato nel 1999 da Daniel Simons e Christopher Chabris, i partecipanti dovevano osservare un filmato e contare i passaggi effettuati da alcuni giocatori. Durante la scena compariva un evento inatteso e molto evidente, che una parte consistente degli osservatori non riferiva di aver notato. Lo studio è diventato noto attraverso il cosiddetto esperimento del “gorilla invisibile”. L’esperimento non dimostra la Grey Man Theory e non prova che una persona possa rendersi volontariamente invisibile.

Dimostra qualcosa di diverso:

Essere presenti nel campo visivo di qualcuno non significa necessariamente diventare il centro della sua attenzione.

Il lavoro di Arien Mack e Irvin Rock sulla cecità da disattenzione ha contribuito a mostrare quanto la percezione cosciente dipenda dall’attenzione dedicata agli stimoli presenti.

Essere visibili, essere notati ed essere ricordati non sono necessariamente la stessa cosa.

L’attenzione non è un interruttore

Sarebbe però sbagliato concludere che sia sufficiente confondersi con lo sfondo per non essere notati.

Ciò che richiama l’attenzione dipende da molti fattori:

  • ciò che una persona sta cercando;
  • ciò che si aspetta di vedere;
  • il compito che sta svolgendo;
  • le caratteristiche dello stimolo;
  • la posizione rispetto al punto osservato;
  • l’esperienza dell’osservatore;
  • il contesto complessivo.

Anche la posizione di uno stimolo rispetto al centro dell’attenzione può influire sulla probabilità che venga rilevato. Grey Man non può essere ridotto a una formula del tipo:

Colori neutri uguale invisibilità.

Il colore è soltanto una variabile. Possono essere altrettanto importanti:

  • la forma dello zaino;
  • la postura;
  • il modo di camminare;
  • la velocità dei movimenti;
  • la direzione dello sguardo;
  • il tono della voce;
  • gli oggetti trasportati;
  • la coerenza complessiva con il luogo.

La domanda corretta non è quindi:

“Quale colore mi rende meno visibile?”

La domanda più utile è:

“Che cosa, in questo specifico ambiente, potrebbe rendermi insolitamente interessante?”

La normalità è contestuale

Non esiste un abbigliamento Grey Man valido ovunque.

Una persona con scarponi, pantaloni tecnici e zaino da escursionismo può essere assolutamente ordinaria all’inizio di un sentiero montano.

Lo stesso abbigliamento potrebbe risultare più riconoscibile in un ambiente professionale o durante una serata elegante.

Un completo formale può essere normale in un centro direzionale e insolito durante un’attività di volontariato in una zona alluvionata.

Persino un colore acceso non è sempre incompatibile con la discrezione. Durante una festa o un evento sportivo, presentarsi completamente vestiti di nero, grigio o verde oliva potrebbe rendere una persona più riconoscibile rispetto a chi indossa i colori diffusi tra i partecipanti.

Il concetto fondamentale è quindi quello della normalità contestuale.

Essere Grey Man non significa adottare un’uniforme. Significa capire che ciò che appare normale in un luogo può risultare insolito in un altro.

Errore comune

Pensare che esista un “look Grey Man”.

Pantaloni tecnici, cappellino neutro, occhiali scuri e zaino tattico possono creare un nuovo stereotipo facilmente riconoscibile.

Non invisibili, ma meno rilevanti

Il termine “invisibile” viene spesso utilizzato nella divulgazione sul Grey Man. È efficace dal punto di vista narrativo, ma rischia di essere fuorviante.

Nessuna tecnica può garantire che una persona:

  • non venga osservata;
  • non venga ricordata;
  • non venga riconosciuta;
  • non venga ripresa da una telecamera;
  • non richiami l’attenzione di qualcuno.

Il Grey Man deve essere considerato un tentativo di ridurre la rilevanza non necessaria della propria presenza, non una tecnica di invisibilità.

In termini semplici:

Non diventare la cosa più interessante nell’ambiente, quando non esiste una buona ragione per esserlo.

Il Grey Man non è un travestimento

Trasformare la discrezione in una recita può produrre l’effetto opposto.

Un abbigliamento può apparire formalmente coerente, mentre il comportamento racconta qualcosa di completamente diverso.

Una persona può vestirsi come un escursionista, ma muoversi in modo evidentemente inesperto.

Può utilizzare uno zaino urbano, ma proteggerlo ossessivamente come se contenesse qualcosa di eccezionale.

Può cercare di apparire rilassata, controllando però in continuazione ciò che accade alle proprie spalle.

La discrezione efficace non nasce necessariamente dalla costruzione di una falsa identità.

Nasce soprattutto dalla coerenza tra aspetto, comportamento e contesto.

Un’anomalia non è una prova

Un’altra interpretazione problematica del Grey Man consiste nel considerare ogni persona o comportamento insolito come una possibile minaccia.

Questo approccio può generare valutazioni errate, ipervigilanza e reazioni sproporzionate.

Una persona può deviare dalla normalità di un ambiente per numerose ragioni innocue:

  • non conosce il luogo;
  • ha una disabilità;
  • sta cercando qualcuno;
  • è in ritardo;
  • ha ricevuto una telefonata importante;
  • è semplicemente distratta.

La consapevolezza situazionale richiede osservazione e valutazione, non conclusioni immediate.

Principio AIP

Un’anomalia è un’informazione, non una prova.

I limiti del Grey Man

Il Grey Man:

  • non garantisce anonimato;
  • non elimina i rischi;
  • non sostituisce la consapevolezza situazionale;
  • non rende invisibili alle tecnologie di sorveglianza;
  • non impedisce a un osservatore attento di notare una persona;
  • non è adatto a tutte le emergenze.

Durante una ricerca o un soccorso, essere visibili può salvare la vita.

In ambiente naturale, colori facilmente individuabili possono facilitare il ritrovamento.

Durante un incendio, un’alluvione o un incidente, segnalare chiaramente la propria posizione può essere prioritario.

La discrezione è quindi uno strumento situazionale, non una regola universale.

Comprendere prima di applicare

Il valore del Grey Man non consiste nell’insegnare alle persone a nascondersi.

Consiste nel ricordare che comunichiamo continuamente informazioni attraverso:

  • l’aspetto;
  • il comportamento;
  • ciò che trasportiamo;
  • il modo in cui ci muoviamo;
  • il modo in cui interagiamo.

Il Grey Man non è un colore.

Non è uno zaino.

Non è una tecnica infallibile.

È, nella sua interpretazione più ragionevole, una forma di adattamento consapevole al contesto.

E per adattarsi a un ambiente, prima bisogna imparare a leggerlo.


Continua lo Speciale AIP

Parte 2 — Grey Man nella pratica: ambiente, comportamento ed equipaggiamento

Nella seconda parte analizzeremo come osservare la linea di base e il flusso di un ambiente, come scegliere equipaggiamento e abbigliamento coerenti e quali comportamenti possono attirare involontariamente l’attenzione.


Nota metodologica

La Grey Man Theory è un concetto divulgativo diffuso soprattutto negli ambienti prepper, survival e della sicurezza personale, non una teoria scientifica formalizzata.

Gli studi sulla cecità da disattenzione vengono citati per illustrare alcuni meccanismi dell’attenzione umana. Non costituiscono una dimostrazione sperimentale dell’efficacia complessiva del Grey Man.

Fonti essenziali

Simons, D. J., & Chabris, C. F. (1999).
Gorillas in our midst: Sustained inattentional blindness for dynamic events. Perception, 28(9), 1059–1074. DOI: 10.1068/p281059.

Mack, A., & Rock, I. (1998).
Inattentional Blindness. MIT Press.

L'articolo Grey Man: la discrezione come strategia di sicurezza proviene da Associazione Italiana Preppers.

  •  

Chiusura estiva 2026

L’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Livorno rimarrà chiuso al pubblico, in tutti i suoi servizi (archivio, biblioteca, didattica e uffici) dal 14 al 24 agosto compresi.

Auguriamo a tutti buon riposo e vi aspettiamo per le nostre numerose iniziative a partire da settembre!

  •  

Token case sensitivity effect on ChatGPT output

💾

A demonstration of how changing the capitalization of just two tokens (from lowercase 'low' to uppercase 'Low') completely changes ChatGPT's output selection, causing it to choose different tokens as winners in the model's prediction. This illustrates a potential security concern where minor, non-semantic changes in text can significantly alter the AI's behavior and output.

0:00 Token case sensitivity demo

=[ INFO ]=
inviaci un messaggio a info@rev3rse.it

🌐 Contatti e community
🔗 LinkedIn → linkedin.com/company/rev3rse-security
📸 Instagram → instagram.com/rev3rsesecurity
💬 Telegram (invite-only) → @rev3rsesecuritychat
🎙️ Twitch → twitch.tv/rev3rsesecurity
🌍 Website → rev3rse.it
  •  

NASA Study Points to Smoother Air Taxi Rides

3 min read

Preparations for Next Moonwalk Simulations Underway (and Underwater)

A brown and yellow platform holding a seat that is raised up in the air is holding one passenger. The passenger is wearing virtual reality goggles and a harness. There is a TV monitor to the right of the monitor showing the words “liftoff” and a second screen behind the passenger.
Matt Kamlet, an employee at NASA’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, sits atop the virtual reality passenger ride quality simulator during a study of air taxi motion Monday, Dec. 15, 2025. NASA recently completed a multi-year study to understand how large, sudden air taxi motion affects ride comfort.
NASA/Christopher LC Clark

No one wants to get into an uncomfortable aircraft. NASA research could help the emerging industry of air taxis —small, vertical-takeoff-and-landing aircraft meant for short trips — understand the relationship between comfort and willingness to fly.

That’s where NASA comes in, with data that can help identify how to plan air taxi rides that can keep travelers feeling good.

NASA was able to gather that data by putting its own employees through some rough virtual flights. At the agency’s Armstrong Flight Research Center in Edwards, California, volunteers have been strapping into a virtual reality motion simulator to experience the sudden shifts and tilts that tomorrow’s air taxis could encounter, showing researchers those moments feel from a passenger’s point of view.

Their reactions are giving NASA new insight into how aircraft motion influences comfort and confidence in flight — for instance, that certain kinds of large, sudden motions can be especially bothersome. Using that data, the team developed new models linking those sudden motions to passengers’ willingness to fly. The models can help guide future aircraft design and flight operations, letting producers know what maneuvers will be too jarring for future air taxi riders.

Large, sudden movements can also come from gusting winds or landings. The NASA data allows researchers to estimate when passengers may begin to feel uncomfortable as motion increases, giving them the ability to shape aircraft designs and operations to minimize the impact of those situations.

“Through this study and others, we are starting to identify passenger comfort thresholds for aggressive flight motion,” said Curtis Hanson, NASA Armstrong lead researcher for this effort. “We can begin to make predictions about how air taxis should fly so that most passengers will find the experience enjoyable and want to ride again, which will benefit the public and the industry.”

In the simulator, each participant experienced four levels of their aircraft pitching up and down, tilting from side-to-side, rotating, or accelerating quickly into a climb or a dive during flights from downtown San Francisco to Alcatraz Island in California. Even moderate changes in these motions reduced comfort for some participants, while others remained comfortable at higher levels. Participants rated each flight on a five-point scale and identified which motions felt uncomfortable.

Participants were asked whether they would take a real air taxi flight with motion they find uncomfortable. Their answers suggested that today’s travelers may be less tolerant of rough motion than airline passengers 50 years ago, based on comparisons with earlier NASA ride-quality research.

This latest feedback builds on a multiyear NASA study to better understand air taxi passenger comfort. The overall research effort found clear relationships between specific aircraft motions and how comfortable people feel during flight.

This work is currently led under the Subsonic Vehicle Technologies and Tools project in NASA’s Research and Technology Mission Directorate and contributes to the agency’s advanced air mobility research.

Share

Details

Last Updated
Jul 13, 2026
Editor
Dede Dinius
Contact
  •  

Il nostro CAMION 4x4 cambia DEFINITIVAMENTE 🤜 Siamo nelle migliori mani 🥶

💾

#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1167: Siamo a casa di amici e ci stanno aiutando a preparare il camper per la prossima parte del viaggio. Dobbiamo costruire una scatola di acciaio inox dove mettere quattro pesantissime catene da neve per affrontare le strade più difficili nel prossimi inverno in Scandinavia. Ecco come sta andando!

☀️Il nostro link PayPal con cui potete donarci un "gelato" per aiutarci a mantenere vivo questo canale.
https://paypal.me/stepsover

🔥 NUOVO LIBRO 👉 SEI ANNI NELLE AMERICHE https://amzn.eu/d/56bdWQ4

👉 Secondo CANALE https://www.youtube.com/@STEPSOVER_EXTRA
🔥 Lost in Stepsover https://www.youtube.com/@lostinstepsover
😵
Entra a far parte del nostro TEAM PATREON!
🔥https://www.patreon.com/stepsover

👉 La seconda EDIZIONE del nostro libro su come CAMPERIZZARE un veicolo Overland lo trovi qui 🔥900 PAGINE ✌️
https://www.stepsover.com/prodotto/lo-zen-e-larte-della-camperizzazione-di-un-veicolo-overland-ebook/

Dove siamo? https://bit.ly/34ZKZGi

🙏Grazie ai nostri SUPPORTERS🙏 SIETE MERAVIGLIOSI ❤️
Abramo Pauselli
Annamaria Petito

🤜Canale pubblico Telegram https://t.me/stepsover
😈Il nostro BAR su TWITCH https://www.twitch.tv/stepsover
🌏La nostra pagina Facebook e Gruppo su FACEBOOK 🌈STEPSOVER
⭐️Instagram https://bit.ly/34ZKZGi
⚡️Visitate il nostro blog: https://www.stepsover.com
🔥community DISCORD WORK IN PROGRESS https://discord.gg/eV8eAWaF43
  •  

Agenda Rossa Borsellino: il Carteggio Segreto che Ricattò l'Italia — Parte 3

💾

Cosa nascondeva davvero l'Agenda Rossa di Paolo Borsellino? E quale legame potrebbe esistere con il misterioso carteggio tra Winston Churchill e Benito Mussolini? Due vicende apparentemente lontane che continuano ad alimentare uno dei più grandi misteri della storia italiana.

In questa terza e ultima parte analizziamo la scomparsa dell'Agenda Rossa di Paolo Borsellino dopo la strage di via D'Amelio del 19 luglio 1992 e il presunto carteggio segreto Churchill-Mussolini, da decenni al centro di ipotesi, testimonianze e ricerche storiche. Un viaggio tra documenti scomparsi, depistaggi e interrogativi ancora aperti.

Cosa troverai in questo video:
✔ La scomparsa dell'Agenda Rossa di Paolo Borsellino
✔ I depistaggi e le testimonianze legate alla strage di via D'Amelio
✔ Il mistero del carteggio segreto tra Churchill e Mussolini
✔ Le trattative riservate durante la Seconda Guerra Mondiale
✔ I documenti scomparsi dagli archivi di Stato
✔ Le ipotesi sul possibile ricatto politico legato ai documenti

► Playlist completa della serie:
https://www.youtube.com/playlist?list=INSERISCI_PLAYLIST

► Iscriviti al canale:
https://www.youtube.com/@italiamistero

► Diventa membro di Italia Mistero:
https://www.youtube.com/@italiamistero/join

Con l'abbonamento potrai accedere a:
• Archivio documentale esclusivo
• Mappe investigative dei principali casi italiani
• Documentari del lunedì senza pubblicità

🌐 Sito ufficiale:
https://www.italiamistero.it

AVVERTENZA
• Questo video è frutto di ricerca giornalistica e utilizza solo fonti pubbliche e accessibili.
• Alcune immagini o brevi spezzoni video sono riprodotti per finalità di cronaca, critica, commento o informazione ai sensi dell'art. 70 della Legge sul Diritto d'Autore.
• Le ricostruzioni hanno esclusivamente scopo divulgativo.
• Non vengono promossi comportamenti contrari alla legge.
• Questo contenuto NON costituisce pubblicità né contiene contenuti sponsorizzati.
  •  

BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 7.13 - ANALFABETA

💾

Trova la tua prossima DASHCAM https://sicurisullastrada.it/dashcam/
Dubbi o domande? Trovi qui le RISPOSTE https://sicurisullastrada.it/dashcam-5-minuti-per-sapere-tutto/
Vuoi inviarci le clip della TUA DASHCAM? Guarda come fare su https://bit.ly/inviavideo
Seguici sui canali BDOI per essere AGGIORNATO e vedere le MIGLIORI CLIP https://bit.ly/canalibdoi
Hai domande o curiosità? COMMENTA sotto al video oppure CONTATTACI https://bit.ly/contattabdoi
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
Do you want to send us the clips of YOUR DASHCAM? See how on https://bit.ly/inviavideo
Follow us on BDOI channels to be UPDATED and see the BEST CLIPS https://bit.ly/canalibdoi
Do you have any questions or curiosities? COMMENT below the video or CONTACT US https://bit.ly/contattabdoi

#baddriversofitaly #dashcam #compilation
  •  

Controllare le idee è veramente più importante di guardare il codice?

💾

Commentario sull'ultimo articolo di Antirez
- https://antirez.com/news/169

Ci ha fatto anche un video al riguardo
- https://www.youtube.com/watch?v=XZZ_ddBvELc

Il progetto Esadecimale nasce per offrire il migliore spazio di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano. Se vuoi supportare la mia missione puoi approfondire il mio progetti tramite i seguenti link:
https://esadecimale.it
https://learn.esadecimale.it
https://cyber.esadecimale.it
https://forum.esadecimale.it
  •  

NASA Astronaut Anil Menon

NASA astronaut and Expedition 75 flight engineer Anil Menon poses in a spacesuit for a portrait at NASA's Johnson Space Center in Houston, Texas.

  •  

RIPE NCC Strategy 2027-31 Published

The RIPE NCC Strategy 2027-31 is now available. This strategy builds upon our existing vision, mission and values and sets the long-term direction for the organisation. The document explains RIPE NCC’s role in the Internet ecosystem, sets out six strategic focus areas for the coming five-year period and the external factors that influence our operating environment.
  •  

RIPE NCC Strategy 2027-31 Published

The RIPE NCC Strategy 2027-31 is now available. This strategy builds upon our existing vision, mission and values and sets the long-term direction for the organisation. The document explains RIPE NCC’s role in the Internet ecosystem, sets out six strategic focus areas for the coming five-year period and the external factors that influence our operating environment.
  •  
❌