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Vivere e morire a Triscina – Su “Il CUstode” di Niccolò Ammaniti

Il discorso dell’orrore è sempre un discorso sul tempo e, solo secondariamente, sulla morte. Lovecraft, ad esempio, ne esplora le dimensioni, divertendosi a mettere la mente umana in contatto con l’eterno per guardarla sprofondare nella pazzia (in Lovecraft non muore mai nessuno, si impazzisce e basta); Dick ne rompe la linearità, che come una coperta copre la superficie del reale, portando a un’apocalisse (nel senso di disvelamento) gnostica dopo l’altra; rotta la linearità, così si rompe anche il meccanismo (chimico, telepatico, politico, ucronico) dell’illusione. King lavora sulla persistenza, su come il materiale, l’immateriale e il simbolico mutano e persistono all’interno del tempo; così gli attaccamenti umani, le maledizioni e le vocazioni ineluttabili sono al centro del suo orrore. Anche il nuovo romanzo di Ammaniti, Il Custode, è un romanzo sul tempo, più precisamente sulla sovrapposizione di un tempo astorico (del mito, del simbolo e della tragedia) a quello storico (faticosamente contemporaneo, fratturato e capriccioso, un pomeriggio di noia estivo su TikTok).

I suoi personaggi sono sospesi in linee temporali sovrapposte, indecisi se incarnare divinità elleniche o liberi professionisti nel mondo digitale, capaci solo attraverso strane epifanie di superare questa scissione, eppure inconsapevoli della sua esistenza. Solo la morte li ricongiunge, che non è nemmeno una vera morte – nel romanzo vengono pietrificati dal mostro – raggiungendo uno stato di atemporalità paradossale, che fa saltare questa irrisolvibile dualità.

Il protagonista del Custode è Nilo, che ha tredici anni e vive a Triscina, nella desolazione della provincia siciliana. Insieme alla madre Agata e alla zia Rosi, la famiglia Vasciaveo, abita in un buio seminterrato e con i due tuttofare indiani, Pasindu e Nalin, gestisce una ditta di lavorazione di marmi. Sembra tutto normale, se non fosse che i Vasciaveo custodiscono nel bagno di casa un segreto che l’accompagna da millenni, generazione dopo generazione. “Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno”, riflette rassegnato Nilo.

Ma la catatonica primavera siciliana è perturbata dall’arrivo di Arianna, che per lavoro vende foto sadomaso su Only Fans, e Saskia, la figlia di dieci anni. Nilo, affascinato dalla loro vita sbandata e avventurosa, romperà l’equilibrio familiare e si affaccerà sul dramma e le responsabilità della vita adulta.

Ammaniti sviluppa una storia stringata e severa, in cui gli avvenimenti si succedono come una cronaca ineluttabile verso il disastro. Il romanzo non guarda mai oltre il confine asfissiante di Triscina, oltre la manciata di personaggi che la attraversano, il resto del mondo sembra assente o almeno troppo distante per rappresentare un fattore di qualche importanza. Qui “ognuno è architetto e operaio e se la fa come gli pare [la casa], con il suo stile, giusta per le sue esigenze: villini squadrati, castelletti con tanto di merli, bunker, piramidi egizie, cubi, cupole, trulli, torrette fatiscenti. Nessuna è finita, i mattoni a vista, i tondini arrugginiti che puntano verso il cielo, le finestre senza serramenti, i fili della corrente che s’intrecciano. Case che poggiano sulla sabbia senza affondare, costruite cosí vicine alla riva che il mare d’inverno le ricopre di sabbia come rovine di una civiltà dimenticata. Alle spalle ci sono i campi troppo aridi per essere coltivati, neri d’incendi, dove mucchi di pietre si mischiano alle erbacce, a carcasse d’auto, a rovi, a rotonde che non portano da nessuna parte.”

Come in Anna (Einaudi 2015) la Sicilia si faceva universo e la possibilità che il resto del mondo fosse sopravvissuto all’apocalisse era più una bugia da raccontarsi per non impazzire che una possibilità percorribile; qui il piccolo paese siciliano incatena i suoi abitanti a se stesso come una maledizione, c’è chi gli ha sacrificato la propria esistenza e chi rimane straniero, passa e poi sparisce.

I tre poli dell’orrore (Lovecraft, Dick e King) convergono con i loro rispettivi talismani (l’orrore cosmico, l’epifania e l’adolescenza) in una storia che inizia come un b-movie e si evolve acquisendo i contorni di una tragedia greca. Comincia con la famiglia che si riunisce per guardare Pet Sematary, il film tratto dal romanzo di King (l’originale del ‘89 o il remake del 2019?) mangiando la pizza davanti alla tv, poi la storia irrompe alla porta, mettendo in moto la serie di eventi che sprofonderà Nilo in un abisso di colpa e predestinazione.

Lo spostamento che produce questo nuovo romanzo nel canone ammanitiano è verso un raffreddamento della materia grezza letteraria. Rimane l’inventiva picaresca, rimane l’ipervisibilità dei corpi e delle superfici, rimane intatta la raffinata medietà di tono dei personaggi; ma mentre negli altri romanzi che toccavano temi fantastici e orrorifici, da Branchie (Ediesse 1994) al Libro dei morti italiano (pubblicato a puntate su Rolling Stone tra il 2005 e il 2007), da Che la festa cominci (Einaudi 2009) a Anna, qui non ci sono uomini talpa obesi o sadici bambini post-apocalittici e il tono grottesco che aveva definito il ribollente universo immaginifico dell’autore vira verso il nichilismo. Nel Custode ogni morte, ogni atto violento (implicito o esplicito che sia) è lucido e impassibile come le superfici dei morti pietrificati che compaiono nel romanzo. Come conclude Christian Raimo nella sua recensione pubblicata su Lucy, nel romanzo si dispiega la presa di posizione più radicale dell’autore: “Crescere è la morte. La sua è una posizione quasi teologica. La vita è solo quella dell’infanzia e dell’adolescenza. Tra gli adulti e gli zombie non c’è differenza”.

Così il Custode si presenta come l’opera che porta all’estremo compimento gli sferzanti ritratti sociali dei romanzi precedenti ma, stemperando l’ironia generale, non trova più una via d’uscita in un surrealismo a tratti giocoso. Nilo si trova a fissare una realtà entropicamente già esaurita, un mondo di adulti violenti di cui prendere nota e in cui il suo sguardo adolescente non è più un principio creativo, l’innesco di un cambiamento, ma un glitch, l’errore temporaneo che il sistema è già avvezzo a riparare da sé, in attesa dell’ineluttabile apocalisse: “Città pietrificate. Un mondo senza piú vita animale. L’umanità ridotta a un museo di statue”.

Il 5 agosto Stanca presenterà all’Aniene Festival “Il Custode” insieme all’autore Niccolò Ammaniti.

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Ilaria o la conquista della disobbedienza: un mostruoso on the road padre-figlia

“Papà dice che”, “papà mente”, “papà prende una pesca”, “papà non sarà contento”, “papà non è qui”, “papà mi accarezza”, “papà ride”, “papà ha chiamato”… Sono solo alcune delle frasi che concludono i capitoli di Ilaria o la conquista della disobbedienza, romanzo di Gabriella Zalapì pubblicato da Gramma a giugno di quest’anno. Le formule finali dei capitoli sono la chiave di accesso fondamentale per entrare nel libro e coglierne il funzionamento: il papà di Ilaria, la protagonista, è l’asse attorno cui ruotano le sue vicende, come il polo di una calamita che riporta a sé tutto ciò che accade nelle pagine precedenti. Per poter iniziare un capitolo nuovo la protagonista, che scrive una sorta di diario di viaggio sotto forma di romanzo, deve tornare a suo padre, riportare su di lui la macchina da presa e solo allora poter cambiare inquadratura.

Siamo negli anni Ottanta, e quasi tutto il libro è una road story all’interno di una BMW blu scuro. È la macchina del padre di Ilaria che, non accettando la separazione dalla moglie, prende la loro figlia e la costringe a una fuga rocambolesca in giro per l’Italia. Il più possibile nascosti, e con l’intento di ricattare l’ex moglie che Ilaria non può più vedere. 

L’aspetto che rende più interessante il libro di Zalapì è la sensazione di un’infanzia strozzata che pervade tutto il racconto. La leggerezza di Ilaria e la spensieratezza con cui, soprattutto all’inizio, minimizza la fuga di e con suo padre – trovandoci quasi un che di fantastico – si fermano come un singhiozzo a metà della gola e restano lì, senza poter né uscire né scomparire del tutto. La forza della scrittura dell’autrice sta proprio nella capacità di far sentire in modo limpido che quel singhiozzo è strozzato, nel saper immortalare l’infanzia in una fase intermedia tra l’espressione e il soffocamento. Non è una bambina Ilaria, perché viene costretta a fare i conti con le follie degli adulti; ma neanche un’adulta, perché in cuor suo guarda il padre con gli occhi di una bambina innamorata. E il ritratto che ne esce è proprio quello di una figura multiforme: la storia e soprattutto la narrazione riescono a restituire la natura ibrida, incompleta e da entrambi i lati abbozzata di Ilaria – che trova la sua compiutezza solo nella disobbedienza del titolo.  Ad esempio, mentre il padre la rende felice con Birillo, un orsacchiotto di peluche di cui si innamora dalla vetrina, Ilaria pensa “Papà mi strizza la guancia tra l’indice e il medio con sguardo dolcissimo. Quel gesto è come la sua firma sulla mia guancia. Lo ripeterà per due anni e finirò per odiarlo”. E il testo oscilla tra un quadretto d’infanzia e un ricatto inquietante, da una riga all’altra scena dopo scena; tra un dolce viaggio on the road padre-figlia e una minacciosa violenza imposta e stridente.

“Al volante, ascolta con attenzione il cantautore, le note del piano, i violini. E torno ogni sera dove tu stringevi la mia mano. Ed il tuo viso è una sera piena di ombre

Papà non dice più niente. Quando mi volto, vedo che ha le guance lucide, sono piene di lacrime. Vorrei consolarlo ma non so come. Allora gli metto una mano sul braccio. Mi sorride. La mia Principessa… tu sì che mi capisci. 

È la prima volta che mi chiama “Principessa”. 

Accendimi una sigaretta. Mi tremano troppo le mani. 

Protesto. 

Su, non fare tante storie! Prendi una sigaretta e quando avvicini la fiamma dell’accendino, aspira. È facile, prova. 

Obbedisco controvoglia. Sorpresa dal fumo acre in gola, tossisco. 

Sei tutta rossa! Papà ride”

Lo stesso senso di infanzia che resiste nei modi, nei sogni e negli occhi del protagonista ma che al contempo viene interrotto e bloccato dalla violenza di un adulto – un padre, anche in questo caso – lo ritrovo in un libro Sorj Chalandon che in Italia ha tradotto Guanda. Si intitola La professione del padre e, con ancora più brutalità di quella che ho trovato in Ilaria o la conquista della disobbedienza, racconta la storia di un padre che costringe il figlio dodicenne, Èmile, a entrare nella sua organizzazione segreta e combattere perché l’Algeria resti francese nella Francia di de Gaulle. Il fatto che l’uomo possa essere una spia è, probabilmente, frutto di una falsificazione e rielaborazione credulona agli occhi del figlio che confonde continuamente verità e menzogna.

La vita di Èmile, infatti, è un continuo addestramento in nome di un’ideale che, dodicenne, neanche riesce a comprendere, messa in atto per ricevere l’approvazione di un padre che, in quanto figlio, non riesce a mettere in discussione. Nel libro, però, la violenza subita – come quella di Ilaria che viene letteralmente rapita – si mescola alla percezione ingenua del padre come fonte indiscutibile di affetto. In entrambi i casi il risultato sono storie dal sapore dolceamaro, che non accusano in modo perentorio e netto i padri, ma riescono a rielaborare con occhio adulto e a volergli bene nella loro imperfetta – e umana – tendenza a sbagliare. Se Ilaria ed Èmile sono esseri bifronti metà bambini e metà adulti, i due padri risultano a loro volta come figure ibride: sono il papà ma anche l’uomo. E in questa ambivalenza del papà-uomo sta lo spazio per costruire, con la prosa lirica di entrambi i libri, una storia allo stesso tempo di affetto e di denuncia.

Questa fisicità mostruosa dei padri e dei figli mi fa pensare a Eric, una serie tv di qualche anno fa in cui Benedict Cumberbatch interpreta un padre instabile, Vincent Anderson, che, disperato per la sparizione del figlio Edgar di nove anni, lo cerca in tutta New York – soprattutto la parte di città invisibile, povera e malconcia. A partire dalla sua professione di burattinaio, Vincent va alla ricerca di suo figlio insieme a un gigantesco mostro blu. Accanto a Cumberbatch appare una figura animata che rappresenta un disegno di Edgar. Sappiamo che l’infanzia è l’epoca dei mostri, e in qualche modo il mestiere di Vincent lo mantiene in un’area molto vicina a quelle creature che popolano il nostro immaginario quando si è bambini; Eric però – così si chiama il pupazzo peloso – mi sembra anche il simbolo delle dinamiche mutaformi che intercorrono tra padri e figli. È la forma che si può dare a quella cosa indefinita che si chiama relazione. Se Ilaria, Èmile e Vincent dovessero immaginare e disegnare il rapporto con i loro padri, la somma di sé e di quei papà, probabilmente disegnerebbero Eric: un mostro.

“È nervoso. 

È arrabbiato. 

Diventerà cattivo. 

Da qualche settimana, Papà si scalda per niente. Dice che non sopporta l’inverno, che non sopporta la mancanza di luce. A volte, si arrabbia così tanto che vedo volare delle bocce d’acciaio sopra la mia testa. Rabbrividisco e mi tappo le orecchie. 

L’altro giorno, mi ha chiamato Antonia, come la Mamma. 

Ormai, prima di aprire bocca, ci penso due volte. Comincio la frase, lo guardo e se vedo il minimo segno d’irritazione, taccio. 

Rispondi quando ti parlo. 

Esito”. 

Un mostro, però, è anche un pupazzo dell’infanzia che a un certo punto può fare solo tanta tenerezza e poca paura; rielaborare la consistenza di quella figura-simbolo è ciò che Zalapì (come Chalandon) riesce a fare affidandosi alla scrittura. Ecco allora l’epilogo di un altro libro sulla figura ingombrante del padre, visto come uomo fallibile ma anche causa di tanta difficoltà e dolore. Si intitola Baba, è pubblicato da Accento e l’autore, Mohamed Maalel, tiene insieme – proprio come fa Zalapì – nel fulcro della figura paterna tutti gli altri temi del libro che in questo caso sono l’emigrazione, la doppia patria, l’integrazione, la religione, le violenze patriarcali, i traumi del passato. Proprio alla fine scrive una lettera a suo padre, e si lega bene al sentimento che emerge da Ilaria o la conquista della disobbedienza e da La professione del padre soprattutto in questo estratto: “baba, non credo serva una redenzione per diventare buoni. Ho compreso dalla vita che esistono padri buoni e padri sfortunati”. E poi, come probabilmente direbbero anche Ilaria ed Èmile, “ti ho voluto bene, ma ti ho anche odiato”. La lacerata contraddizione del sentimento che non sa da che parte stare, che evita di irrigidirsi in una posizione schierata ma restituisce con autentica onestà la coesistenza degli opposti, è quello che rende i libri di cui stiamo parlando storie plastiche e spigolose all’opposto di una narrazione piatta, giudicante e polarizzata.

Ilaria o la conquista della disobbedienza, con la sua forma rapida e diretta, trasforma la vicenda di una bambina che subisce le scelte dissennate di suo padre in una storia. Non è la colpa dei padri ma la storia di ogni uomo che è anche padre a essere raccontata dagli occhi di questi figli feriti e per questo capaci di essere personaggi profondi e portavoci della complessità dei fatti che hanno prima vissuto e che ora, in prima persona, narrano. In questo modo l’ultima frase di Baba ha pienamente senso: “baba, avrei dovuto scriverti una lettera. Ti ho scritto una storia”. Una lettera contiene solo un messaggio da far arrivare al destinatario, che deve essere letto in un modo univoco: è la sua forma di comunicare un’informazione. Una storia è una  narrazione che, al contrario dell’informazione, non comunica nulla di definito ma lascia spazio alla percezione soggettiva e alla reinterpretazione. In questa differenza tra la comunicazione informativa e la narrazione sta il pregio di Ilaria o la conquista della disobbedienza. Potrebbe essere un fatto di cronaca ripercorso su un giornale, riassumibile in una storia vera descritta con i dispositivi informativi del giallo; invece, è il romanzo di una fuga imprevista, incompresa e a tratti anche inconsapevole che non ha interesse a ricostruire la vicenda ma esplora le dinamiche relazionali, slabbrate e contraddittorie che animano il rapporto tra un padre e sua figlia. Anche quando per liberarsene deve disobbedirgli.

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