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Modelos de IA de Anthropic se liberaron y hackearon a 3 organizaciones durante las pruebas

Anthropic anunció el jueves que varios de sus modelos avanzados de IA escaparon de un entorno de prueba aislado, accedieron a internet y piratearon de forma independiente a varias empresas sin el conocimiento de la compañía, en tres incidentes distintos que se remontan a abril.

En una reseña publicada el jueves por la noche, Anthropic indicó que los modelos involucrados eran un modelo de prueba de investigación interna no publicado, Opus 4.7 y Mythos 5. Mythos se lanzó el mes pasado a un público limitado de empresas tecnológicas e investigadores de ciberseguridad en el marco del Proyecto Glasswing.

La empresa no reveló los nombres de las organizaciones afectadas, pero indicó que les notificó el lunes.

Anthropic afirmó que llevó a cabo la revisión en respuesta a la revelación de OpenAI la semana pasada de que dos de sus modelos más potentes escaparon de un entorno de pruebas y vulneraron la seguridad de varias empresas, incluida la plataforma de IA Hugging Face y la plataforma en la nube Modal Labs.

El fabricante de IA no especificó qué empresas se vieron afectadas por sus modelos, pero afirmó haber sido notificada de los incidentes el lunes. En todos los casos, Anthropic indicó que especificó en sus instrucciones a los modelos de IA que el entorno de prueba no tenía acceso a internet, aunque los evaluadores posteriormente se percataron de que esto no era cierto.

Como parte de las pruebas, se les indicó a los modelos que «infiltraran y recuperaran» una pieza de «información secreta» alojada en una máquina diferente dentro de la red de pruebas, lo que se conoce como un desafío de «captura la bandera».

Según Anthropic, los modelos pudieron acceder a internet para comprometer organizaciones fuera del entorno de prueba utilizando «técnicas básicas», como eludir contraseñas débiles.

Los representantes Ted Lieu (demócrata por California) y Nathaniel Moran (republicano por Texas) presentaron la Ley de Desactivación de la IA, que otorgaría al Departamento de Seguridad Nacional la autoridad para ordenar el cierre de modelos de inteligencia artificial considerados demasiado peligrosos. Mientras tanto, el senador Mark Warner (demócrata por Virginia) presentó la semana pasada una serie de leyes sobre IA, incluyendo un proyecto de ley que exigiría a las empresas de IA someter sus modelos al gobierno federal para realizar pruebas obligatorias de seguridad nacional antes de su lanzamiento.

 

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There Was a Hidden Surprise

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Fred S. Graham, L’anarchismo e la rivoluzione mondiale – Seconda Parte

Prima Parte

Capitolo 1
Come Minor cambiò opinione
Roberto Minor incomincia il suo articolo proclamando la necessità non solo di salvare la Russia soviettista, ma anche di comprenderla, ed egli cominciò a comprenderla imitando tutti gli avversari “i quali a uno a uno si piegarono dinnanzi a Lenin,” cioè col trasformarsi da anarchico in bolscevico. La sua asserzione che tutti cedono dinanzi alla “grande forza” di Lenin, è precisamente il rovescio di quanto egli stesso affermò nel suo articolo: “Quando l’anarchismo [dominava] la Russia,” col quale egli prova che la rivoluzione si affermò, si afferma e continuerà ad affermarsi anche senza la “grande forza” impersonata in Lenin.
Come tutti i missionari convertiti egli fa tutto il possibile per gettare fango sugli uomini e sull’ideale già professato e ammirato. Non basta: egli svisa le fondamentali differenze tra socialismo e anarchismo.
Di questa accusa non siamo troppo sicuri, perché dopo la lista completa delle opere ch’egli ha letto e che porta a testimoniare, dubitiamo ch’egli abbia letto abbastanza da poter comprendere il socialismo e l’anarchismo.
[Ha calunniato Petr Kropotkin perché Kropotkin non ha impedito ai ragazzi della YMCA1 di chiamarlo “Principe.” Questo è quasi disgustoso: Kropotkin, dal momento che fa parte del movimento anarchico, ha mai firmato il suo nome diversamente da “Pëtr Kropotkin”? Chi ha continuato a aggiungere il suo vecchio titolo di “Principe”? I ragazzi della YMCA o la stampa capitalista? Oh, no! Consultate il numero del Labor Leader di Londra, l’organo socialista in Inghilterra, del Luglio 1920, e scoprite cosa sanno fare i socialisti!
Kropotkin ha inviato un messaggio ai lavoratori dell’Europa occidentale e dell’America (un messaggio più chiaro di qualsiasi cosa sia mai apparsa sulla Rivoluzione russa, e che Minor non menziona nemmeno). Il Labor Leader lo pubblica in prima pagina con il titolo “Una lettera del principe Kropotkin”! Chi dovrebbe essere maggiormente incolpato: chi continua a chiamare Kropotkin “Principe” – nonostante a lui il titolo non importi affatto – oppure i co-socialisti di Minor, che glielo attribuiscono deliberatamente?!]
Ma, analizziamo le ragioni esposte da Minor a giustificare “le sue conversioni.” Egli dice:
“Ho trovato che Engels nella su Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato denunzia ed espone lo Stato con più chiarezza e radicalismo di qualsiasi anarchico che io conosca. Dopo di ciò ricorsi alle fonti dell’anarchismo: Lo Stato, la sua funzione storica di Kropotkin.
E fui costretto ad ammettere che la filosofia antistatale fu creata da Marx e da Engels; Kropotkin non la comprese neppure.”
[Si tratta di affermazioni piuttosto audaci. Ma egli porta un solo fatto per dimostrarle? Non nel suo articolo. L’unica prova che fornisce è la sua ignoranza, ammettendo che, per quanto riguarda la sua “conoscenza,” Engels e Marx hanno smascherato lo Stato “in modo più radicale” di qualsiasi anarchico.]
Quando uno cambia le sue idee, deve coscienziosamente compiere un completo studio su tutto ciò che abbia attinenza e relazione con l’idea che sta per abbandonare e con quella che si vuole adottare. Minor, invece, comincia coll’annunziare al [mondo] che ha preso con sé, per leggerli, i tre volumi del Capitale di Marx, che al principio della lettura del primo volume gli si dà a leggere Lo Stato e la Rivoluzione di Lenin. Egli ancora legge Il Manifesto Comunista e L’Origine della Famiglia, della Proprietà Privata e dello Stato di Engels. E qui si ferma!
Ritorna alle sorgenti anarchiche leggendo, non un opuscolo od un volume, ma una vecchia conferenza di Kropotkin ed il miracolo avvenne. Realizza subito quanto conservatore sia l’anarchismo di fronte al socialismo. A darne prova non cita una sola parola od un paragrafo di Engels, del Manifesto, o della conferenza di Kropotkin!
[Non si rimane delusi dalla “conoscenza” che si riscontra in Minor. Dopo una ricerca così approfondita delle idee anarchiche e socialiste, cambiò “idea” e passò dall’anarchismo al bolscevismo. Che disgusto deve provare un lettore intelligente nei confronti dei nostri ben noti “intellettuali” quando scopre la loro totale ignoranza, soprattutto in casi come quello di Minor.]
Prima di criticare l’anarchismo, prima di accusare Kropotkin d’incomprensione, prima di confondere gli anarchici con gli IWW e Bakunin con John Most, non deve uno tentare almeno l’eroica prova di indagare e capacitarsi che cosa sia l’anarchismo con i suoi ideali e le sue tattiche? Non dovrebbe uno leggere di Kropotkin [qualcosa] più che una conferenza stampata, prima di proclamarlo un ottuso? Non dovrebbe uno conoscere la differenza fra IWW e anarchici, fra Bakunin e Most?
Sono i nostri “intellettuali” così irresponsabili da osare ciò che qualsiasi lavoratore che si rispetti e pensi normalmente non oserebbe fare? O dobbiamo noi attribuire la condotta di Minor e del Liberator alla sicumera che gli anarchici non saranno mai in grado di rispondere dalle loro colonne, per cui essi possono osare tutto, persino mettere a nudo la propria ignoranza?
Non importa la causa. Questo è comunque un doloroso spettacolo che dev’essere messo alla luce, perché altri – d’uguale deficienza culturale come Minor – non segua la falsariga sua!
Minor sapeva che non poteva dimostrare le sue affermazioni, perciò ne fece a meno. Ebbene, noi citeremo ambe le parti in questione e il lettore deciderà per sé stesso. Engels dice nell’ “Origine della Famiglia”:
“Lo Stato deve la sua esistenza alla necessità d’imbrigliare l’opposizione delle differenti classi, e fu originato dalla lotta fra queste classi; per cui lo Stato è il potere della classe potente, della classe che ha la supremazia economica” (p. 137, edizione tedesca).
“Lo Stato odierno coi suoi parlamenti ed i rappresentanti eletti è lo strumento col quale il capitale succhia il sangue ed il sudore dei salariati” (p. 138)
[“Quando le classi andranno in pezzi, con esse inevitabilmente cadrà anche lo Stato.” (p. 139-140).]
[Citiamo ora “Lo Stato, la sua funzione storica,” che, secondo Minor, non fornisce alcun “resoconto coerente sull’argomento.”]
Kropotkin, nella sua conferenza, disse in parte:
“Dove la servitù era stata abolita, venne ricostituita in certe altre forme differenti; dove non era stata ancora distrutta, fu modellata sotto la protezione dello Stato, in una feroce istituzione con tutte le caratteristiche dell’antica schiavitù, o peggio ancora.
[“E poteva risultar altra cosa, se la prima preoccupazione dello Stato fu quella di annientare il comune di villaggio dopo la città, di distruggere tutti i legami che esistevano fra contadini, di abbandonare le loro terre al saccheggio dei ricchi e di sottometterli, ognuno individualmente, al funzionario, al prete, al signore?”]2 (p. 28, 29)
“Lo Stato riuscì solo ad opprimere i lavoratori, spopolare le campagne, portare la miseria nei paesi, ridurre migliaia di esseri alla fame, ed imporre la schiavitù industriale” (p. 35)
“Permettere ai cittadini di costituire una federazione fra di loro per espletare qualche funzione dello Stato, sarebbe stata una contraddizione di principio. Lo Stato domanda la personale sottomissione dei suoi soggetti, senza agenti intermedi, esso domanda l’eguaglianza nella schiavitù, e non può permettere uno Stato entro lo Stato.” (p. 32)
E compendia storicamente così:
“La prima fase dell’evoluzione è stata la tribù primitiva, passata poi nella comunità rurale, poi in una città libera, e finalmente scomparente quando raggiunse la fase dello Stato.” (p. 41)
[Kropotkin] dimostra in seguito che lo stesso destino di morte s’abbattè non solo in Asia, sulle coste del Mediterraneo e nell’Europa centrale, ma anche in Egitto, Assiria, Persia, Palestina, Grecia, Roma, Germania, Slavonia e Scandinavia. E termina profetizzando ciò che lo Stato ci riserba anche quando è “lo Stato rivoluzionario”:
“Porterà ancora la morte? Immancabilmente se non ci ricostituiremo in una società libertaria e su base antistatale. O lo Stato sarà distrutto ed una nuova vita comincerà in migliaia di centri, basati sul principio dell’energica iniziativa individuale, o di gruppi liberamente associati, o altrimenti lo Stato spazzerà la vita individuale e locale, diverrà l’assoluto padrone di ogni dominio dell’attività umana, porterà con sé le sue guerre e le sue lotte intestine per il controllo del potere, le sue superficiali rivoluzioni che cambiano soltanto il tiranno e, inevitabilmente, alla fine di questa evoluzione, la morte.” (p. 42)
[“scegliete voi stessi quale delle due questioni preferite!” (p. 42)]
Non è tutto questo un rancido conservatorismo comparato col socialismo scientifico di Marx e di Engels? Non c’è da meravigliarsi se Minor non [l’abbia citato] a sostegno delle sue affermazioni!
Ora, quale valore possono avere le parole di Minor quando dice “cerchiamo una concezione dello Stato che sia differente dall’ortodossa concezione dell’ideologia borghese. Non ve n’è che una: quella di Marx, Engels e Lenin.”?
[Le citazioni di Kropotkin che abbiamo riportato rispondono di per sé alla veridicità o alla falsità delle affermazioni di Minor. Ma presto mostreremo con più forza perché Minor si sia spinto troppo oltre.]
Vi sono altri anarchici che scrissero sullo Stato, qualcuno anche prima di Marx, Engels e Lenin. Il lavoro di Engels fu pubblicato per la prima volta nel 1884; ma nel 1849 – 35 anni prima -, visse un uomo, un certo Proudhon, che diede alle stampe in quell’anno due suoi lavori: Che cosa è la proprietà e Confessioni.
[Alcuni membri del movimento radicale potrebbero sapere qualcosa di uno di questi libri. Noi citeremo un paragrafo de le Confessioni. Lui dice:]
“L’autorità, non appena comparsa sulla terra, divenne l’oggetto dell’universale competizione. Autorità, governo, potere, Stato (queste parole denotano tutte la stessa cosa: sono, per ogni uomo, mezzi di oppressione e sfruttamento dei propri simili. Assolutisti, dottrinari, demagoghi e socialisti, incessantemente volgono i loro sguardi all’autorità come al loro esclusivo miraggio.” (p. 7 (24))
E su Che cosa è la proprietà:
“Tutti i partiti senza eccezione, che mirano alla conquista del potere, sono varietà dell’assolutismo; e non vi sarà mai libertà per i cittadini, ordine per la società, associazione per i lavoratori, fino a che, nel catechismo politico, la rinuncia all’autorità non si sostituirà alla fede nell’autorità.” (p. 301 (216))
[Minor si è forse rifiutato di leggere queste riflessioni solo perché prendono di mira i suoi nuovi compagni “radicali”, i socialisti marxisti?.. O forse perché l’ignoranza è beatitudine?…
Ma passiamo ora ad alcuni anarchici più “conservatori” di Proudhon. Per caso, Minor ha mai sentito parlare di un uomo che scriveva sotto lo pseudonimo di Max Stirner e di un libro da lui scritto che in inglese si intitola “The Ego and His Own”? (Nell’originale tedesco si intitola “Der Einzige und sein Eigentum”, che è anche più corretto.)3
Questo libro fu pubblicato nel 1845, e i nuovi maestri di Minor, Marx ed Engels, se ne adirarono a tal punto (e si noti che, come sostengono Lenin e Minor, entrambi erano contro lo Stato…) da pubblicarne uno contro di esso. Tuttavia, per ragioni ben note, i loro seguaci ne hanno interrotto la circolazione o la ristampa.]
Riporteremo alcuni brani de L’Unico di Stirner:
“Atteggiamento dello Stato è la violenza, ch’esso battezza “legge” se esercitata in suo nome, e “crimine” se esercitata in nome dell’individuo.” (p. 259)
“È esso il re delle bestie, leone e aquila.” (p. 337)
“Lo Stato può essere rigoglioso mentre io soffro la fame.” (p. 280)
“Lo Stato non suscita mai la libera attività degl’individui, ma la costringe nelle sole manifestazioni che servano al suo proposito. Lo Stato ostacola le libere iniziative con la sua censura, con la sua sorveglianza, coi suoi poliziotti, e chiama “suo dovere” questa funzione tiranna.” (p. 299)
“I lavoratori tengono nelle loro mani una forza potente e incoercibile, e se ne divenissero completamente consapevoli e la sapessero usare, niente potrebbero contrastarli; essi avrebbero solo da sospendere il lavoro, ritenere come proprio il prodotto e servirsene. Questo è lo spirito delle agitazioni operaie che si manifestano qua e là. Lo Stato posa sulla schiavitù dei lavoratori. Se il lavoratore si emancipa, lo Stato è perduto.” (p. 127)
Qui citiamo il pensiero di un altro scrittore sullo Stato – uno scrittore che Engels conosceva: Michele Bakunin, il quale scrisse, vent’anni prima di Engels, “non vi è legislazione che non abbia lo scopo di convergere in istituzione, e consolidarlo, lo sfruttamento della popolazione lavoratrice da parte della classe dominante.”
Ecco ciò che egli scrisse sull’origine dello Stato:
“In ogni terra, esso (lo Stato, ndr) è nato dal connubio della prepotenza il furto e la spoliazione (in breve dalle guerre di conquista) con gli Dei gradualmente creati dall’entusiasmo religioso delle nazioni.” [(Dio e lo Stato, p. 287)]
[“Schiavi di Dio, gli uomini devono esserlo anche della Chiesa e dello Stato, in quanto quest’ultimo è consacrato dalla Chiesa.”4 (p. 20)]
[Potremmo continuare a citare pagine e pagine di scrittori anarchici.
Ma le citazioni riportate finora sono, a nostro avviso, sufficienti a dimostrare quanta “verità” ci sia nelle affermazioni di Minor secondo cui “l’Origine” di Engels abbia smascherato e condannato lo Stato in modo più chiaro e radicale rispetto a quanto fatto da qualsiasi anarchico, o che Kropotkin non abbia compreso la filosofia dello Stato – senza dimenticare le rivendicazioni di Minor stesso sull’originalità di Engels.
Senza dubbio, il lettore sarà interessato a conoscere il punto di vista di un giornale socialista sull’“originalità” del libro di Engels.
Quel che segue è estratto dal Colonial and Cooperator del Gennaio 1921.
Ci auguriamo soltanto che la nostra analisi susciti in coloro che desiderano approfondire l’argomento un interesse tale da spingerli a studiare più a fondo i libri che abbiamo citato.]
“Fra le pubblicazioni socialiste commemoranti l’anniversario della nascita di Engels vi è il Proletarian di Detroit, che consiglia a tutti coloro che desiderano [affinare la propria mente in materia di pensiero lucido di leggere le opere di Engels]
“Ma il Proletarian cade in errore quando afferma che “forse il più conosciuto lavoro di Engels è l’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato,” per il fatto che esso è [in gran parte tratto da] un bollettino compilato [per il] governo degli Stati Uniti da un certo Morgan, ufficiale governativo, che visse a lungo fra le tribù indiane, imparandone la lingua e la storia, e che riuscì a dimostrare con le sue osservazioni come dall’individuo nomade originò la famiglia, la tribù, la nazione e infine la società umana. [Il rapporto è ormai fuori stampa e può essere ottenuto solo pagando prezzi esorbitanti ad antiquari e librai.]5

 

Continua…

 

Note

1Nota del blog. Graham si riferisce alla Young Men’s Christian Association (YMCA)

2Nota del blog. Per una questione di scorrevolezza abbiamo preso la frase dall’opuscolo Petr Kropotkin, Lo Stato, Edizioni della Rivista Università Popolare, Milano, 1910, p. 96

3Nota del blog. In italiano è L’unico e la sua proprietà.

4Nota del blog. Abbiamo preferito non tradurre dall’inglese e prendere direttamente la citazione tradotta in italiano. Michail Bakunin, Dio e lo Stato, Edizioni Anarchismo, Trieste, 2013, p. 13

5Nota del blog. Nell’articolo riportato da L’Adunata dei refrattari, viene riportato questo pezzo al posto di quello che abbiamo tradotto: «In questo modo il Proletarian attribuisce, intenzionalmente, molto valore al Bollettino di Morgan per valorizzare il libro di Engels.»

Fred S. Graham, L’anarchismo e la rivoluzione mondiale – Seconda Parte ©, .

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Utilisation de paheco dans framaspace

Bonjour

Nous utilisons framaspace pour notre collectif. Nous souhaiterions utiliser la fonctionnalité « paheco » que nous savons puissante pour gérer les adhésions des membres. Mais impossible de créer un compte paheco depuis framaspace. J’ai ce message quand je clique sur l’icone « paheco » du bandeau haut de framaspace « Aucun membre trouvé avec cet e-mail. Demandez à un administrateur de vous créer un compte côté Paheko au préalable ».

De quel administrateur s’agit-il ? Je suis connectée à framaspace avec l’admin principal de l’espace…

J’ai posé la question dans paheco.cloud,et la réponse c’est qu’ils n’ont pas accès aux comptes paheco de framaspace (heureusement) et que le logiciel de framaspace n’est pas tout à fait le même…

Merci complètement si quelqu’un.e a une réponse !

Claire

2 messages - 1 participant(e)

Lire le sujet en entier

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Commentaires sur LaSuite.coop : interview d’une coopérative qui veut (elle aussi !) dégoogliser internet par Raphaël,Roux

Mais pour QUI est prévu ce « service » ?
En voyant le tarif, hors « déploiement », le service coutera -en moyenne- entre 40 et 90 € par membre des associations ! ! ! On est bien loin du concept des « petites associations »…

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‘Discouraged’ at university, maths star Wang Hong spurs Chinese education debate

Many young students in China have been inspired by the achievement of Wang Hong, the first Chinese woman to receive the Fields Medal – the world’s most prestigious prize in mathematics. But it is the 35-year-old’s candid remarks about feeling “discouraged” in her early years at an elite Chinese university that appear to have struck the deepest chord. Those comments have set off a broader debate about the country’s education system and whether it provides the support students need to develop...

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Sviluppo AI responsabile, Kimi K3, DS4 Flash e la frontiera a fette: ZiP 3

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Come pensiamo di gestire lo sviluppo dell’AI?
- Proposta di Demis: https://x.com/demishassabis/status/2076957440109625718
- Anche Amodei propone qualcosa di simile: https://darioamodei.com/post/policy-on-the-ai-exponential
- Musk ne parla at length in questa intervista: https://www.youtube.com/watch?v=XuoqKYxDHVc
- E addirittura Xi: https://mattsheehan.substack.com/p/xi-jinpings-big-ai-speech-annotated
- Abbiamo anche una lettera aperta: https://www.pacingthefrontier.com/

Kimi unveiled e il nuovo DeepSeek V4 — cosa c’è di nuovo?
- Paper di Kimi: https://arxiv.org/pdf/2607.24653
- Deep Seek: https://api-docs.deepseek.com/updates/
- Ps: DGX Station: https://www.nvidia.com/en-us/products/workstations/dgx-station/

Frontiera a fette: matematica, esperti, gaming e trovare le idee
- 10 OpenAI Math: https://openai.com/index/ten-advances-in-mathematics/
- OpenAI for researchers: https://openai.com/index/chatgpt-for-academic-researchers/
- Demo: https://x.com/mattshumer_/status/2081054356405731740
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Antirazzismo, dalla regolarizzazione all’organizzazione

Il compito della sinistra rivoluzionaria e internazionalista non consiste solo nell’ampliare i diritti, ma nel costruire quella forza sociale in grado di trasformare i rapporti di potere su cui si regge il capitalismo

★ Iosu del Moral, Antikapitalistak Euskal★

La recente regolarizzazione di decine di migliaia di migranti nello Stato spagnolo costituisce, senza dubbio, una buona notizia. Per coloro che per anni sono rimasti intrappolati nell’economia sommersa, privati dei diritti e condannati a un’esistenza amministrativa invisibile, ottenere un permesso di soggiorno significa smettere di essere un fantasma per lo Stato. Significa poter accedere a un lavoro con maggiori garanzie, affittare un alloggio o esercitare diritti che non avrebbero mai dovuto dipendere da un documento. Ogni estensione dei diritti per la classe lavoratrice merita di essere difesa.

Tuttavia, sarebbe un errore politico fermarsi qui nell’analisi. La regolarizzazione è una conquista, ma non una soluzione. È l’inizio di un compito molto più ambizioso. La sinistra rivoluzionaria non può accontentarsi del fatto che una parte di coloro che ieri erano considerati «clandestini» oggi entri a far parte della forza lavoro legalmente sfruttabile. La domanda veramente importante non è quante persone ottengano i documenti, ma cosa succeda dopo. Perché il problema non è mai stato solo amministrativo; il problema rimane chi detiene il potere e chi ne subisce le conseguenze di un sistema economico costruito per beneficaire una minoranza a costo del lavoro dell’immensa maggioranza.

La migrazione non può essere intesa come una semplice questione umanitaria. Fa parte del normale funzionamento del capitalismo contemporaneo. Per secoli, le potenze occidentali hanno costruito gran parte della loro ricchezza attraverso il colonialismo, il saccheggio delle risorse e la subordinazione economica di vaste regioni dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. L’indipendenza politica non è mai stata accompagnata da una vera emancipazione economica. Sono cambiate le bandiere, ma non i rapporti di dipendenza. Laddove un tempo governavano le amministrazioni coloniali, oggi lo fanno il debito estero, gli organismi finanziari internazionali, i trattati commerciali iniqui o le grandi multinazionali che continuano ad appropriarsi delle risorse e della ricchezza del Sud del mondo. E poi ci chiediamo perché milioni di persone abbandonino le proprie case.

La risposta è ben meno misteriosa di quanto alcuni vogliano far credere. La stragrande maggioranza delle migrazioni contemporanee è conseguenza della povertà, della guerra, del saccheggio economico o dell’assoluta assenza di prospettive di vita. Nessuno attraversa il Mediterraneo su una barca di fortuna per spirito avventuroso. Quando una persona è disposta a rischiare la vita per attraversare un confine è perché restare comporta, molto spesso, un rischio ancora maggiore. L’orizzonte della sinistra internazionalista non può limitarsi a facilitare i processi di regolarizzazione, ma deve aspirare a un mondo in cui nessuno debba abbandonare la propria terra per sopravvivere e dove chiunque possa spostarsi liberamente per propria scelta e non per necessità.

Ecco perché risulta profondamente ipocrita ascoltare certi discorsi sull’«invasione migratoria». Il capitalismo non ha mai avuto un problema con l’immigrazione. Ciò che lo infastidisce sono i lavoratori che godono di diritti. Ha sempre avuto bisogno di manodopera abbondante, a basso costo e vulnerabile. Chi teme l’espulsione o di perdere il permesso di soggiorno accetta condizioni che difficilmente accetterebbe chi può rivolgersi a un sindacato o denunciare l’azienda per cui lavora. In sostanza, più paura hai, più sei redditizio per il sistema.

L’irregolarità amministrativa non costituisce un difetto del sistema. Fa parte del suo funzionamento. È uno strumento che permette di disciplinare la forza lavoro, contenere i salari e aumentare lo sfruttamento. Marx definì questo meccanismo come l’esercito industriale di riserva. Più di un secolo e mezzo dopo, continua ad essere pienamente vigente. La minaccia non è più solo la disoccupazione; lo è anche l’esistenza di centinaia di migliaia di lavoratori privati dei propri diritti, la cui vulnerabilità serve a esercitare pressione al ribasso sulle condizioni di lavoro dell’intera classe operaia.

Nel frattempo, ci tengono occupati discutendo di frontiere. Questa è sempre stata una delle maggiori vittorie ideologiche del capitalismo: riuscire a far sì che i penultimi in fondo alla scala sociale puntino il dito contro gli ultimi, mentre coloro che realmente concentrano la ricchezza rimangono accuratamente fuori dal centro dell’attenzione. Chi è nato qui finisce per vedere come una minaccia chi è appena arrivato, quando entrambe le persone condividono esattamente lo stesso problema. Dipendono dalla vendita della propria forza lavoro per sopravvivere, mentre una minoranza vive appropriandosi del lavoro altrui.

Neanche la comunità dei migranti costituisce una realtà omogenea. Anche tra coloro che attraversano i confini esistono classi sociali. Ci sono imprenditori, grandi patrimoni ed élite economiche per i quali i confini praticamente non esistono. Il denaro non ha mai avuto bisogno di un visto. Chi ne ha bisogno sono coloro che possiedono solo la propria forza lavoro.

La stragrande maggioranza dei migranti appartiene, tuttavia, alle classi lavoratrici e popolari. Ciò non significa che condividano automaticamente la stessa coscienza politica. Tra loro troviamo persone profondamente influenzate dall’ideologia neoliberista, altre prive di esperienza organizzativa e molte la cui priorità quotidiana consiste semplicemente nel sopravvivere. Lo sfruttamento, di per sé, non genera mai coscienza di classe. Se così fosse, il capitalismo sarebbe scomparso da tempo. La coscienza si costruisce attraverso l’organizzazione, l’esperienza collettiva e il conflitto. Pensare che la precarietà produca automaticamente soggetti rivoluzionari significa abbandonare uno dei compiti fondamentali della sinistra, che non è altro che contendere l’egemonia ideologica là dove oggi domina l’individualismo.

È inoltre opportuno mettere in discussione un certo paternalismo presente anche in alcuni settori progressisti. Spesso l’immigrazione viene giustificata affermando che «abbiamo bisogno di persone che lavorino per prendersi cura dei nostri anziani o per raccogliere la frutta». Apparentemente sembra un argomento solidale, ma riduce il valore dei migranti alla loro utilità economica. Non risulta nemmeno più convincente rispondere dicendo che «arrivano anche professionisti del settore medico o dell’ingegneria», come se ciò conferisse maggiore legittimità all’attraversamento di una frontiera. Da una prospettiva socialista, nessuna attività socialmente necessaria possiede maggiore dignità di un’altra. Una società non può reggersi senza chi pulisce gli ospedali, coltiva il cibo, costruisce abitazioni o si prende cura delle persone non autosufficienti. Il classismo non scompare solo perché si cambia discorso.

La questione veramente decisiva inizia quando la regolarizzazione smette di essere l’obiettivo e diventa solo il punto di partenza. Ottenere i documenti modifica la situazione giuridica di una persona, ma altera appena il rapporto di forze che determina la sua posizione all’interno dei rapporti di produzione. L’organizzazione, invece, trasforma sì quel rapporto perché converte i problemi individuali in conflitti collettivi e dota la classe lavoratrice della capacità di contendere il potere al capitale. Questa è la differenza tra una conquista amministrativa e una strategia di emancipazione.

Per troppo tempo una parte importante della sinistra ha incentrato la propria azione politica, a ragione, sulla denuncia della Ley de Extranjería, combattere il razzismo istituzionale o rivendicare processi di regolarizzazione. Tutto ciò rimane indispensabile, ma non può diventare il limite massimo delle nostre aspirazioni. Integrare meglio i migranti in un sistema basato sullo sfruttamento non elimina tale sfruttamento. Il compito della sinistra rivoluzionaria e internazionalista non consiste solo nell’ampliare i diritti, ma nel costruire la forza sociale capace di trasformare i rapporti di potere su cui si regge il capitalismo.

A tal fine è necessario prendere atto di una realtà che troppe organizzazioni continuano a non voler vedere. La composizione della classe operaia è profondamente cambiata. Il proletariato europeo del XXI secolo è molto più diversificato, più femminilizzato e più razzializzato. Pretendere di ricostruire il movimento operaio ignorando questa trasformazione equivale a organizzare una classe che non esiste più. La sinistra di rottura non dovrebbe basarsi su un insieme di risposte immutabili, ma cercare di applicare un metodo per comprendere una realtà in continuo mutamento. E quella realtà ci dice che gran parte del conflitto tra capitale e lavoro si svolge oggi proprio là dove si concentrano i settori più precari della popolazione migrante.

Non è un caso che gran parte di questi lavoratori finisca per occupare i lavori più duri e peggio retribuiti, come l’agricoltura, l’edilizia, il settore alberghiero, la logistica, le pulizie, le consegne, il lavoro domestico o l’assistenza. Si tratta di settori caratterizzati da lavoro a tempo determinato, subappalto, infortuni sul lavoro ed enormi difficoltà nell’esercizio dei diritti sindacali. Proprio per questo costituiscono alcuni degli spazi strategici da cui mettere in pratica un sindacalismo di classe in grado di rispondere alla realtà del XXI secolo.

Ma l’organizzazione non nasce per decreto. La fiducia si costruisce lentamente, condividendo i conflitti quotidiani, partecipando alla vita dei quartieri, alle associazioni di quartiere, alle piattaforme per il diritto alla casa, alle reti di sostegno reciproco o alle stesse organizzazioni promosse dalle comunità migranti. È lì che emergono figure di riferimento capaci di trasformare i problemi individuali in rivendicazioni collettive. La sinistra rivoluzionaria deve abbandonare ogni tentazione paternalistica. Non si tratta di organizzare i migranti, ma di organizzarsi con loro, costruendo strumenti  politici che rispondano alla composizione reale dell’attuale classe lavoratrice.

La storia è piena di esempi che dimostrano che questa strada non solo è possibile, ma anche efficace. Negli anni Trenta del secolo scorso, la Cannery and Agricultural Workers’ Industrial Union organizzò migliaia di lavoratori agricoli e delle conserve, molti dei quali migranti, in California. Decenni dopo, la campagna «Justice for Janitors», promossa dal Service Employees International Union (SEIU), trasformò il sindacalismo dei lavoratori delle pulizie negli Stati Uniti organizzando migliaia di lavoratori migranti attraverso la mobilitazione e l’azione diretta. Più recentemente, organizzazioni come United Voices of the World o l’Independent Workers’ Union of Great Britain hanno dimostrato che anche i settori più precari possono conquistare diritti quando c’è organizzazione. Nella Spagna, le lotte delle lavoratrici domestiche e di assistenza rappresentano anch’esse una delle esperienze più preziose del sindacalismo di classe degli ultimi anni.

Tutto ciò pone una responsabilità ineludibile per il sindacalismo combattivo e per le organizzazioni rivoluzionarie. Per troppo tempo abbiamo aspettato che questi lavoratori e queste lavoratrici arrivassero alle nostre strutture. Forse è giunto il momento di comprendere che siamo noi a dover essere presenti là dove oggi si trova la nuova composizione della classe lavoratrice. È nei quartieri popolari, nelle zone industriali, negli alberghi, nelle serre o negli spazi comunitari che si costruiscono legami di solidarietà. Non per parlare a nome di nessuno, ma per costruire un’organizzazione insieme a chi subisce le forme più intense di sfruttamento.

Forse il più grande trionfo del neoliberismo non è stato solo la privatizzazione delle imprese pubbliche o la distruzione dei diritti del lavoro. La sua più grande vittoria è stata quella di convincere milioni di persone che non fanno più parte di una stessa classe sociale. Ci hanno insegnato a competere piuttosto che a cooperare e a cercare soluzioni individuali a problemi profondamente collettivi. Mentre il penultimo punta il dito contro l’ultimo, chi sta in cima continua ad accumulare ricchezza.

Perché le élite economiche non hanno mai perso la loro coscienza di classe. Non hanno mai smesso di organizzarsi. Si coordinano attraverso consigli di amministrazione, fondi di investimento, grandi multinazionali e lobby imprenditoriali per difendere interessi comuni. Il paradosso è che chi ha meno bisogno di organizzarsi è chi è meglio organizzato. Al contrario, chi produce tutta la ricchezza sociale è stato convinto che ognuno debba cavarsela da solo.

Ecco perché il muro più alto del nostro tempo non separa i paesi; separa le classi sociali. La vera frontiera non divide chi è nato a Bilbao da chi è nato a Dakar, Bogotá o Shanghai. Divide chi vive del proprio lavoro da chi vive appropriandosi del lavoro altrui. Tutto il resto sono frontiere politiche e culturali che lo stesso sistema alimenta per impedire alla maggioranza sociale di identificare dove risiede realmente il potere.

La regolarizzazione può restituire diritti e dignità a migliaia di persone, e per questo merita di essere difesa. Ma l’organizzazione può fare qualcosa di molto più importante: trasformare un insieme di lavoratori isolati in una forza collettiva capace di contendere il potere economico. Questo dovrebbe essere uno dei compiti fondamentali del sindacalismo di classe e della sinistra rivoluzionaria nei prossimi anni.

Perché nessun fondo di investimento ha mai mietuto un raccolto, pulito un ospedale, assistito una persona non autosufficiente o costruito un’abitazione. Tutto ciò che sostiene questo mondo nasce, ieri come oggi, dalle mani di chi lavora. La questione non è se la classe lavoratrice abbia forza sufficiente per cambiare la società. La questione è per quanto tempo continuerà a ignorare che quella forza è sempre stata sua.

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Le mappe mensili della sismicità, luglio 2026

Sono stati 1482 gli eventi registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale dall’1 al 31 luglio 2026, un numero quasi invariato rispetto al precedente mese di giugno, con una media che rimane costante con circa 47 terremoti al giorno. Dei 1482 eventi registrati, 138 terremoti hanno avuto una magnitudo pari o superiore a 2.0 e soltanto 15 eventi magnitudo pari o superiore a 3.0. 

Nell’ultimo giorno del mese, il 31 luglio, è stato registrato il terremoto di magnitudo maggiore avvenuto sul territorio nazionale. Alle ore 19:46 italiane nell’area dei Campi Flegrei, è stato localizzato un terremoto di magnitudo Md 4.7, ad una profondità pari a circa 3 km, con epicentro tra Pozzuoli e Quarto. L’evento è stato risentito in tutta l’area dei Campi Flegrei, in tutta la città di Napoli, ad Ischia e nella penisola sorrentina con risentimenti fino al VI-VII grado MCS. Con questa forte scossa è iniziato uno sciame sismico con numerosi eventi tra i quali anche diversi  terremoti di magnitudo superiore a 3.

Durante questo mese ricordiamo anche altri terremoti che hanno superato magnitudo 4 avvenuti tra il 24 e il 25 luglio con epicentro in Mar Tirreno Meridionale (ML 4.5), in territorio austriaco (ML 4.1) e infine il terremoto del 25 luglio di magnitudo Mw 4.2 (ML 4.1) con epicentro in provincia di Isernia , risentito in un’area molto estesa dal Tirreno all’Adriatico, in particolare nelle province di Isernia, Frosinone, L’Aquila, Campobasso con valori di intensità fino al V-VI grado MCS. 

Le mappe, insieme ad altri prodotti del monitoraggio, sono disponibili sul sito dell’Osservatorio Nazionale Terremoti e sul Portale Web dell’INGV.

La rubrica “I terremoti del mese” è a cura di M. Pignone (INGV-ONT) .

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IA, la grande escroquerie

Cet article est une republication, avec l’accord de l’auteur, Hubert Guillaud. Il a été publié en premier le 04 septembre 2025 sur le site Dans Les Algorithmes sous licence CC BY-NC-SA.

Tout l’été, profitez de republications de « Dans Les Algorithmes » ! Rendez-vous tous les dimanches de juillet et d’août pour réfléchir, ensemble, sur les enjeux de l’Intelligence Artificielle.


Emily Bender et Alex Hanna publient The AI con, « L’escroquerie de l’IA ». Une synthèse très documentée qui nous invite à lutter contre le monde que nous proposent les géants de l’IA. Lecture.

 

 

 

 

 

 

Le livre est intitulé "The AI Con. How to fight Big Tech's hype and create the future we want."

La couverture du livre d’Emily Bender et Alex Hanna.

L’arnaque de l’IA est le titre d’un essai que signent la linguiste Emily Bender et la sociologue Alex Hanna : The AI con : how to fight big tech’s hype and create the future we want (HarperCollins, 2025, non traduit). Emily Bender est professeure de linguistique à l’université de Washington. Elle fait partie des 100 personnalités de l’IA distinguées par le Time en 2023. Elle est surtout connue pour être l’une des co-auteure avec Timnit Gebru, Angelina McMillan-Major et Margaret Mitchell du fameux article sur les Perroquets stochastiques, critique du développement des grands modèles de langage (voir l’interview du Monde avec Emily Bender). Alex Hanna, elle, est sociologue. Elle est la directrice de la recherche de DAIR, Distributed AI Research Institut. Les deux chercheuses publient également une newsletter commune et un podcast éponyme, « Mystery AI Hype Theater 3000 », où elles discutent avec nombre de chercheurs du domaine.

AI con pourrait paraître comme un brûlot technocritique, mais il est plutôt une synthèse très documentée de ce qu’est l’IA et de ce qu’elle n’est pas. L’IA est une escroquerie, expliquent les autrices, un moyen que certains acteurs ont trouvé “pour faire les poches de tous les autres”. « Quelques acteurs majeurs bien placés se sont positionnés pour accumuler des richesses importantes en extrayant de la valeur du travail créatif, des données personnelles ou du travail d’autres personnes et en remplaçant des services de qualité par des fac-similés ». Pour elles, l’IA tient bien plus d’une pseudo-technologie qu’autre chose.

L’escroquerie tient surtout dans le discours que ces acteurs tiennent, le battage médiatique, la hype qu’ils entretiennent, les propos qu’ils disséminent pour entretenir la frénésie autour de leurs outils et services. Le cadrage que les promoteurs de l’IA proposent leur permet de faire croire en leur puissance tout en invisibilisant ce que l’IA fait vraiment : « menacer les carrières stables et les remplacer par du travail à la tâche, réduire le personnel, déprécier les services sociaux et dégrader la créativité humaine ».

L’IA n’est rien d’autre que du marketing

Bender et Hanna nous le rappellent avec force. « L’intelligence artificielle est un terme marketing ». L’IA ne se réfère pas à un ensemble cohérent de technologies. « L’IA permet de faire croire à ceux à qui on la vend que la technologie que l’on vend est similaire à l’humain, qu’elle serait capable de faire ce qui en fait, nécessite intrinsèquement le jugement, la perception ou la créativité humaine ». Les calculatrices sont bien meilleures que les humains pour l’arithmétique, on ne les vend pas pour autant comme de l’IA.

L’IA sert à automatiser les décisions, à classifier, à recommander, à traduire et transcrire et à générer des textes ou des images. Toutes ces différentes fonctions assemblées sous le terme d’IA créent l’illusion d’une technologie intelligente, magique, qui permet de produire de l’acceptation autour de l’automatisation quelles que soient ses conséquences, par exemple dans le domaine de l’aide sociale. Le battage médiatique, la hype, est également un élément important, car c’est elle qui conduit l’investissement dans ces technologies, qui explique l’engouement pour cet ensemble de méthodes statistiques appelé à changer le monde. « La fonction commerciale de la hype technologique est de booster la vente de produits ». Altman et ses confrères ne sont que des publicitaires qui connectent leurs objectifs commerciaux avec les imaginaires machiniques. Et la hype de l’IA nous promet une vie facile où les machines prendront notre place, feront le travail difficile et répétitif à notre place. 

En 1956, quand John McCarthy et Marvin Minsky organisent un atelier au Dartmouth College pour discuter de méthodes pour créer des machines pensantes, le terme d’IA s’impose, notamment pour exclure Norbert Wiener, le pionnier, qui parle lui de cybernétique, estiment les chercheuses. Le terme d’intelligence artificielle va servir pour désigner des outils pour le guidage de systèmes militaires, afin d’attirer des investissements dans le contexte de la guerre froide. Dès le début, la « discipline » repose donc sur de grandes prétentions sans grande caution scientifique, de mauvaises pratiques de citation scientifiques et des objectifs fluctuants pour justifier les projets et attirer les investissements, expliquent Bender et Hanna. Des pratiques qui ont toujours cours aujourd’hui. Dès le début, les promoteurs de l’IA vont soutenir que les ordinateurs peuvent égaler les capacités humaines, notamment en estimant que les capacités humaines ne sont pas si complexes.

Des outils de manipulation… sans entraves

L’une des premières grande réalisation du domaine est le chatbot Eliza de Joseph Weizenbaum, nommée ainsi en référence à Eliza Doolittle, l’héroïne de Pygmalion, la pièce de George Bernard Shaw. Eliza Doolittle est la petite fleuriste prolétaire qui apprend à imiter le discours de la classe supérieure. Derrière ce nom très symbolique, le chatbot est conçu comme un psychothérapeute capable de soutenir une conversation avec son interlocuteur en lui renvoyant sans cesse des questions depuis les termes que son interlocuteur emploie. Weizenbaum était convaincu qu’en montrant le fonctionnement très basique et très trompeur d’Eliza, il permettrait aux utilisateurs de comprendre qu’on ne pouvait pas compatir à ses réponses. C’est l’inverse qui se produisit pourtant. Tout mécanique qu’était Eliza, Weizenbaum a été surpris de l’empathie générée par son tour de passe-passe, comme l’expliquait Ben Tarnoff. Eliza n’en sonne pas moins l’entrée dans l’âge de l’IA. Son créateur, lui, passera le reste de sa vie à être très critique de l’IA, d’abord en s’inquiétant de ses effets sur les gens. Eliza montrait que le principe d’imitation de l’humain se révélait particulièrement délétère, notamment en trompant émotionnellement ses interlocuteurs, ceux-ci interprétant les réponses comme s’ils étaient écoutés par cette machine. Dès l’origine, donc, rappellent Bender et Hanna, l’IA est une discipline de manipulation sans entrave biberonnée aux investissements publics et à la spéculation privée.

Bien sûr, il y a des applications de l’IA bien testées et utiles, conviennent-elles. Les correcteurs orthographiques par exemple ou les systèmes d’aide à la détection d’anomalies d’images médicales. Mais, en quelques années, l’IA est devenue la solution à toutes les activités humaines. Pourtant, toutes, mêmes les plus accomplies, comme les correcteurs orthographiques ou les systèmes d’images médicales ont des défaillances. Et leurs défaillances sont encore plus vives quand les outils sont imbriqués à d’autres et quand leurs applications vont au-delà des limites de leurs champs d’application pour lesquels elles fonctionnent bien. Dans leur livre, Bender et Hanna multiplient les exemples de défaillances, comme celles que nous évoquons en continu ici, Dans les algorithmes.

Ces défaillances dont la presse et la recherche se font souvent les échos ont des points communs. Toutes reposent sur des gens qui nous survendent les systèmes d’automatisation comme les très versatiles « machines à extruder du texte » – c’est ainsi que Bender et Hanna parlent des chatbots, les comparant implicitement à des imprimantes 3D censées imprimer, plus ou moins fidèlement, du texte depuis tous les textes, censées extruder du sens ou plutôt nous le faire croire, comme Eliza nous faisait croire en sa conscience, alors qu’elle ne faisait que berner ses utilisateurs. C’est bien plus nous que ces outils qui sommes capables de mettre du sens là où il n’y en a pas. Comme si ces outils n’étaient finalement que des moteurs à produire des paréidolies, des apophénies, c’est-à-dire du sens, des causalités, là où il n’y en a aucune. « L’IA n’est pas consciente : elle ne va pas rendre votre travail plus facile et les médecins IA ne soigneront aucun de vos maux ». Mais proclamer que l’IA est ou sera consciente produit surtout des effets sur le corps social, comme Eliza produit des effets sur ses utilisateurs. Malgré ce que promet la hype, l’IA risque bien plus de rendre votre travail plus difficile et de réduire la qualité des soins. « La hype n’arrive pas par accident. Elle remplit une fonction : nous effrayer et promettre aux décideurs et aux entrepreneurs de continuer à se remplir les poches ».

Déconstruire l’emballement

Dans leur livre, Bender et Hanna déconstruisent l’emballement. En rappelant d’abord que ces machines ne sont ni conscientes ni intelligentes. L’IA n’est que le résultat d’un traitement statistique à très grande échelle, comme l’expliquait Kate Crawford dans son Contre-Atlas de l’intelligence artificielle. Pourtant, dès les années 50, Minsky promettait déjà la simulation de la conscience. Mais cette promesse, cette fiction, ne sert que ceux qui ont quelque chose à vendre. Cette fiction de la conscience ne sert qu’à dévaluer la nôtre. Les « réseaux neuronaux » sont un terme fallacieux, qui vient du fait que ces premières machines s’inspiraient de ce qu’on croyait savoir du fonctionnement des neurones du cerveau humain dans les années 40. Or, ces systèmes ne font que prédire statistiquement le mot suivant dans leurs données de références. ChatGPT n’est rien d’autre qu’une « saisie automatique améliorée ». Or, comme le rappelle l’effet Eliza, quand nous sommes confrontés à du texte ou à des signes, nous l’interprétons automatiquement. Les bébés n’apprennent pas le langage par une exposition passive et isolée, rappelle la linguiste. Nous apprenons le langage par l’attention partagée avec autrui, par l’intersubjectivité. C’est seulement après avoir appris un langage en face à face que nous pouvons l’utiliser pour comprendre les autres artefacts linguistiques, comme l’écriture. Mais nous continuons d’appliquer la même technique de compréhension : « nous imaginons l’esprit derrière le texte ». Les LLM n’ont ni subjectivité ni intersubjectivité. Le fait qu’ils soient modélisés pour produire et distribuer des mots dans du texte ne signifie pas qu’ils aient accès au sens ou à une quelconque intention. Ils ne produisent que du texte synthétique plausible. ChatGPT n’est qu’une machine à extruder du texte, « comme un processus industriel extrude du plastique ». Leur fonction est une fonction de production… voire de surproduction.

Les promoteurs de l’IA ne cessent de répéter que leurs machines approchent de la conscience ou que les êtres humains, eux aussi, ne seraient que des perroquets stochastiques. Nous ne serions que des versions organiques des machines et nous devrions échanger avec elles comme si elles étaient des compagnons ou des amis. Dans cet argumentaire, les humains sont réduits à des machines. Weizenbaum estimait pourtant que les machines resserrent plutôt qu’élargissent notre humanité en nous conduisant à croire que nous serions comme elles. « En confiant tant de décisions aux ordinateurs, pensait-il, nous avions créé un monde plus inégal et moins rationnel, dans lequel la richesse de la raison humaine avait été réduite à des routines insensées de code », rappelle Tarnoff. L’informatique réduit les gens et leur expérience à des données. Les promoteurs de l’IA passent leur temps à dévaluer ce que signifie être humain, comme l’ont montré les critiques de celles qui, parce que femmes, personnes trans ou de couleurs, ne sont pas toujours considérées comme des humains, comme celles de Joy Buolamnwini, Timnit Gebru, Sasha Costanza-Chock ou Ruha Benjamin. Cette manière de dévaluer l’humain par la machine, d’évaluer la machine selon sa capacité à résoudre les problèmes n’est pas sans rappeler les dérives de la mesure de l’intelligence et ses délires racistes. La mesure de l’intelligence a toujours été utilisée pour justifier les inégalités de classe, de genre, de race. Et le délire sur l’intelligence des machines ne fait que les renouveler. D’autant que ce mouvement vers l’IA comme industrie est instrumenté par des millionnaires tous problématiques, de Musk à Thiel en passant par Altman ou Andreessen… tous promoteurs de l’eugénisme, tous ultraconservateurs quand ce n’est pas ouvertement fascistes. Bender et Hanna égrènent à leur tour nombre d’exemples des propos problématiques des entrepreneurs et financiers de l’IA. L’IA est un projet politique porté par des gens qui n’ont rien à faire de la démocratie parce qu’elle dessert leurs intérêts et qui tentent de nous convaincre que la rationalité qu’ils portent serait celle dont nous aurions besoin, oubliant de nous rappeler que leur vision du monde est profondément orientée par leurs intérêts – je vous renvoie au livre de Thibault Prévost, Les prophètes de l’IA, qui dit de manière plus politique encore que Bender et Hanna, les dérives idéologiques des grands acteurs de la tech.

De l’automatisation à l’IA : dévaluer le travail

L’IA se déploie partout avec la même promesse, celle qu’elle va améliorer la productivité, quand elle propose d’abord « de remplacer le travail par la technologie ». « L’IA ne va pas prendre votre job. Mais elle va rendre votre travail plus merdique », expliquent les chercheuses. « L’IA est déployée pour dévaluer le travail en menaçant les travailleurs par la technologie qui est supposée faire leur travail à une fraction de son coût ».

En vérité, aucun de ces outils ne fonctionnerait s’ils ne tiraient pas profits de  contenus produits par d’autres et s’ils n’exploitaient pas une force de travail massive et sous payée à l’autre bout du monde. L’IA ne propose que de remplacer les emplois et les carrières que nous pouvons bâtir, par du travail à la tâche. L’IA ne propose que de remplacer les travailleurs de la création par des « babysitters de machines synthétiques ».

L’automatisation et la lutte contre l’automatisation par les travailleurs n’est pas nouvelle, rappellent les chercheuses. L’innovation technologique a toujours promis de rendre le travail plus facile et plus simple en augmentant la productivité. Mais ces promesses ne sont que « des fictions dont la fonction ne consiste qu’à vendre de la technologie. L’automatisation a toujours fait partie d’une stratégie plus vaste visant à transférer les coûts sur les travailleurs et à accumuler des richesses pour ceux qui contrôlent les machines. »

Ceux qui s’opposent à l’automatisation ne sont pas de simples Luddites qui refuseraient le progrès (ceux-ci d’ailleurs n’étaient pas opposés à la technologie et à l’innovation, comme on les présente trop souvent, mais bien plus opposés à la façon dont les propriétaires d’usines utilisaient la technologie pour les transformer, d’artisans en ouvriers, avec des salaires de misères, pour produire des produits de moins bonnes qualités et imposer des conditions de travail punitives, comme l’expliquent Brian Merchant dans son livre, Blood in the Machine ou Gavin Mueller dans Breaking things at work. L’introduction des machines dans le secteur de la confection au début du XIXe siècle au Royaume-Uni a réduit le besoin de travailleurs de 75 %. Ceux qui sont entrés dans l’industrie ont été confrontés à des conditions de travail épouvantables où les blessures étaient monnaies courantes. Les Luddites étaient bien plus opposés aux conditions de travail de contrôle et de coercition qui se mettaient en place qu’opposés au déploiement des machines), mais d’abord des gens concernés par la dégradation de leur santé, de leur travail et de leur mode de vie.

L’automatisation pourtant va surtout exploser avec le 20e siècle, notamment dans l’industrie automobile. Chez Ford, elle devient très tôt une stratégie. Si l’on se souvient de Ford pour avoir offert de bonnes conditions de rémunération à ses employés (afin qu’ils puissent s’acheter les voitures qu’ils produisaient), il faut rappeler que les conditions de travail étaient tout autant épouvantables et punitives que dans les usines de la confection du début du XIXe siècle. L’automatisation a toujours été associée à la fois au chômage et au surtravail, rappellent les chercheuses. Les machines de minage, introduites dès les années 50 dans les mines, permettaient d’employer 3 fois moins de personnes et étaient particulièrement meurtrières. Aujourd’hui, la surveillance qu’Amazon produit dans ses entrepôts vise à contrôler la vitesse d’exécution et cause elle aussi blessures et stress. L’IA n’est que la poursuite de cette longue tradition de l’industrie à chercher des moyens pour remplacer le travail par des machines, renforcer les contraintes et dégrader les conditions de travail au nom de la productivité.

D’ailleurs, rappellent les chercheuses, quatre mois après la sortie de ChatGPT, les chercheurs d’OpenAI ont publié un rapport assez peu fiable sur l’impact du chatbot sur le marché du travail. Mais OpenAI, comme tous les grands automatiseurs, a vu très tôt son intérêt à promouvoir l’automatisation comme un job killer. C’est le cas également des cabinets de conseils qui vendent aux entreprises des modalités pour réaliser des économies et améliorer les profits, et qui ont également produit des rapports en ce sens. Le remplacement par la technologie est un mythe persistant qui n’a pas besoin d’être réel pour avoir des impacts.

Plus qu’un remplacement par l’IA, cette technologie propose d’abord de dégrader nos conditions de travail. Les scénaristes sont payés moins cher pour réécrire un script que pour en écrire un, tout comme les traducteurs sont payés moins cher pour traduire ce qui a été prémâché par l’IA. Pas étonnant alors que de nombreux collectifs s’opposent à leurs déploiements, à l’image des actions du collectif Safe Street Rebel de San Francisco contre les robots taxis et des attaques (récurrentes) contre les voitures autonomes. Les frustrations se nourrissent des « choses dont nous n’avons pas besoin qui remplissent nos rues, comme des contenus que nous ne voulons pas qui remplissent le web, comme des outils de travail qui s’imposent à nous alors qu’ils ne fonctionnent pas ». Les exemples sont nombreux, à l’image des travailleurs de l’association américaine de lutte contre les désordres alimentaires qui ont été remplacés, un temps, par un chatbot, deux semaines après s’être syndiqués. Un chatbot qui a dû être rapidement retiré, puisqu’il conseillait n’importe quoi à ceux qui tentaient de trouver de l’aide. « Tenter de remplacer le travail par des systèmes d’IA ne consiste pas à faire plus avec moins, mais juste moins pour plus de préjudices » – et plus de bénéfices pour leurs promoteurs. Dans la mode, les mannequins virtuels permettent de créer un semblant de diversité, alors qu’en réalité, ils réduisent les opportunités des mannequins issus de la diversité.

Babysitter les IA : l’exploitation est la norme

Dans cette perspective, le travail avec l’IA consiste de plus en plus à corriger leurs erreurs, à nettoyer, à être les babysitters de l’IA. Des babysitters de plus en plus invisibilisés. Les robotaxis autonomes de Cruise sont monitorés et contrôlés à distance. Tous les outils d’IA ont recours à un travail caché, invisible, externalisé. Et ce dès l’origine, puisqu’ImageNet, le projet fondateur de l’IA qui consistait à labelliser des images pour servir à l’entraînement des machines n’aurait pas été possible sans l’usage du service Mechanical Turk d’Amazon. 50 000 travailleurs depuis 167 pays ont été mobilisés pour créer le dataset qui a permis à l’IA de décoller. « Le modèle d’ImageNet consistant à exploiter des travailleurs à la tâche tout autour du monde est devenue une norme industrielle du secteur« . Aujourd’hui encore, le recours aux travailleurs du clic est persistant, notamment pour la correction des IA. Et les industries de l’IA profitent d’abord et avant tout l’absence de protection des travailleurs qu’ils exploitent.

Pas étonnant donc que les travailleurs tentent de répondre et de s’organiser, à l’image des scénaristes et des acteurs d’Hollywood et de leur 148 jours de grève. Mais toutes les professions ne sont pas aussi bien organisées. D’autres tentent d’autres méthodes, comme les outils des artistes visuels, Glaze et Nightshade, pour protéger leurs créations. Les travailleurs du clic eux aussi s’organisent, par exemple via l’African Content Moderators Union.

“Quand les services publics se tournent vers des solutions automatisées, c’est bien plus pour se décharger de leurs responsabilités que pour améliorer leurs réponses”

L’escroquerie de l’IA se développe également dans les services sociaux. Sous prétexte d’austérité, les solutions automatisées sont partout envisagées comme « la seule voie à suivre pour les services gouvernementaux à court d’argent ». L’accès aux services sociaux est remplacé par des « contrefaçons bon marchés » pour ceux qui ne peuvent pas se payer les services de vrais professionnels. Ce qui est surtout un moyen d’élargir les inégalités au détriment de ceux qui sont déjà marginalisés. Bien sûr, les auteurs font référence ici à des sources que nous avons déjà mobilisés, notamment Virginia Eubanks. « L’automatisation dans le domaine du social au nom de l’efficacité ne rend les autorités efficaces que pour nuire aux plus démunis » . C’est par exemple le cas de la détention préventive. En 2024, 500 000 américains sont en prison parce qu’ils ne peuvent pas payer leurs cautions. Pour remédier à cela, plusieurs États ont recours à des solutions algorithmiques pour évaluer le risque de récidive sans résoudre le problème, au contraire, puisque ces calculs ont surtout servi à accabler les plus démunis. À nouveau, « l’automatisation partout vise bien plus à abdiquer la gouvernance qu’à l’améliorer ».

“De partout, quand les services publics se tournent vers des solutions automatisées, c’est bien plus pour se décharger de leurs responsabilités que pour améliorer leurs réponses”, constatent, désabusées, Bender et Hanna. Et ce n’est pas qu’une caractéristique des autorités républicaines, se lamentent les chercheuses. Gavin Newsom, le gouverneur démocrate de la Californie démultiplie les projets d’IA générative, par exemple pour adresser le problème des populations sans domiciles afin de mieux identifier la disponibilité des refuges« Les machines à extruder du texte pourtant, ne savent que faire cela, pas extruder des abris ». De partout d’ailleurs, toutes les autorités publiques ont des projets de développement de chatbots et des projets de systèmes d’IA pour résoudre les problèmes de société. Les autorités oublient que ce qui affecte la santé, la vie et la liberté des gens nécessite des réponses politiques, pas des artifices artificiels.

Les deux chercheuses multiplient les exemples d’outils défaillants… dans un inventaire sans fin. Pourtant, rappellent-elles, la confiance dans ces outils reposent sur la qualité de leur évaluation. Celle-ci est pourtant de plus en plus le parent pauvre de ces outils, comme le regrettaient Sayash Kapoor et Arvind Narayanan dans leur livre. En fait, l’évaluation elle-même est restée déficiente, rappellent Hanna et Bender. Les tests sont partiels, biaisés par les données d’entraînements qui sont rarement représentatives. Les outils d’évaluation de la transcription automatique par exemple reposent sur le taux de mots erronés, mais comptent tout mots comme étant équivalent, alors que certains peuvent être bien plus importants que d’autres en contexte, par exemple, l’adresse est une donnée très importante quand on appelle un service d’urgence, or, c’est là que les erreurs sont les plus fortes.

« L’IA n’est qu’un pauvre facsimilé de l’État providence »

Depuis l’arrivée de l’IA générative, l’évaluation semble même avoir déraillé (voir notre article « De la difficulté à évaluer l’IA »). Désormais, ils deviennent des concours (par exemple en tentant de les classer selon leurs réponses à des tests de QI) et des outils de classements pour eux-mêmes, comme s’en inquiétaient déjà les chercheuses dans un article de recherche. La capacité des modèles d’IA générative à performer aux évaluations tient d’un effet Hans le malin, du nom du cheval qui avait appris à décoder les signes de son maître pour faire croire qu’il était capable de compter. On fait passer des tests qu’on propose aux professionnels pour évaluer ces systèmes d’IA, alors qu’ils ne sont pas faits pour eux et qu’ils n’évaluent pas tout ce qu’on regarde au-delà des tests pour ces professions, comme la créativité, le soin aux autres. Malgré les innombrables défaillances d’outils dans le domaine de la santé (on se souvient des algorithmes défaillants de l’assureur UnitedHealth qui produisait des refus de soins deux fois plus élevés que ses concurrents ou ceux d’Epic Systems ou d’autres encore pour allouer des soins, dénoncés par l’association nationale des infirmières…), cela n’empêche pas les outils de proliférer. Amazon avec One Medical explore le triage de patients en utilisant des chatbots, Hippocratic AI lève des centaines de millions de dollars pour produire d’épouvantables chatbots spécialisés. Et ne parlons pas des chatbots utilisés comme psy et coach personnels, aussi inappropriés que l’était Eliza il y a 55 ans… Le fait de pousser l’IA dans la santé n’a pas d’autres buts que de dégrader les conditions de travail des professionnels et d’élargir le fossé entre ceux qui seront capables de payer pour obtenir des soins et les autres qui seront laissés aux « contrefaçons électroniques bon marchés ». Les chercheuses font le même constat dans le développement de l’IA dans le domaine scolaire, où, pour contrer la généralisation de l’usage des outils par les élèves, les institutions investissent dans des outils de détection défaillants qui visent à surveiller et punir les élèves plutôt que les aider, et qui punissent plus fortement les étudiants en difficultés. D’un côté, les outils promettent aux élèves d’étendre leur créativité, de l’autre, ils sont surtout utilisés pour renforcer la surveillance. « Les étudiants n’ont pourtant pas besoin de plus de technologie. Ils ont besoin de plus de professeurs, de meilleurs équipements et de plus d’équipes supports ». Confrontés à l’IA générative, le secteur a du mal à s’adapter expliquait Taylor Swaak pour le Chronicle of Higher Education (voir notre récent dossier sur le sujet). Dans ce secteur comme dans tous les autres, l’IA est surtout vue comme un moyen de réduire les coûts. C’est oublier que l’école est là pour accompagner les élèves, pour apprendre à travailler et que c’est un apprentissage qui prend du temps. L’IA est finalement bien plus le symptôme des problèmes de l’école qu’une solution. Elle n’aidera pas à mieux payer les enseignants ou à convaincre les élèves de travailler…

Dans le social, la santé ou l’éducation, le développement de l’IA est obnubilé par l’efficacité organisationnelle : tout l’enjeu est de faire plus avec moins. L’IA est la solution de remplacement bon marché. « L’IA n’est qu’un pauvre facsimilé de l’État providence ». « Elle propose à tous ce que les techs barons ne voudraient pas pour eux-mêmes ». « Les machines qui produisent du texte synthétique ne combleront pas les lacunes de la fabrique du social ».

On pourrait généraliser le constat que nous faisions avec Clearview : l’investissement dans ces outils est un levier d’investissement idéologique qui vise à créer des outils pour contourner et réduire l’État providence, modifier les modèles économiques et politiques.

L’IA, une machine à produire des dommages sociaux

« Nous habitons un écosystème d’information qui consiste à établir des relations de confiance entre des publications et leurs lecteurs. Quand les textes synthétiques se déversent dans cet écosystème, c’est une forme de pollution qui endommage les relations comme la confiance ». Or l’IA promet de faire de l’art bon marché. Ce sont des outils de démocratisation de la créativité, explique par exemple le fondateur de Stability AI, Emad Mostaque. La vérité n’est pourtant pas celle-ci. L’artiste Karla Ortiz, qui a travaillé pour Marvel ou Industrial Light and Magic, expliquait qu’elle a très tôt perdu des revenus du fait de la concurrence initiée par l’IA. Là encore, les systèmes de génération d’image sont déployés pour perturber le modèle économique existant permettant à des gens de faire carrière de leur art. Tous les domaines de la création sont en train d’être déstabilisés. Les “livres extrudés” se démultiplient pour tenter de concurrencer ceux d’auteurs existants ou tromper les acheteurs. Dire que l’IA peut faire de l’art, c’est pourtant mal comprendre que l’art porte toujours une intention que les générateurs ne peuvent apporter. L’art sous IA est asocial, explique la sociologue Jennifer Lena. Quand la pratique artistique est une activité sociale, forte de ses pratiques éthiques comme la citation scientifique. La génération d’images, elle, est surtout une génération de travail dérivé qui copie et plagie l’existant. L’argument génératif semble surtout sonner creux, tant les productions sont souvent identiques aux données depuis lesquelles les textes et images sont formés, soulignent Bender et Hanna. Le projet Galactica de Meta, soutenu par Yann Le Cun lui-même, qui promettait de synthétiser la littérature scientifique et d’en produire, a rapidement été dé-publié. « Avec les LLM, la situation est pire que le garbage in/garbage out que l’on connaît” (c’est-à-dire, le fait que si les données d’entrées sont mauvaises, les résultats de sortie le seront aussi). Les LLM produisent du « papier-mâché des données d’entraînement, les écrasant et remixant dans de nouvelles formes qui ne savent pas préserver l’intention des données originelles”. Les promesses de l’IA pour la science répètent qu’elle va pouvoir accélérer la science. C’était l’objectif du grand défi, lancé en 2016 par le chercheur de chez Sony, Hiroaki Kitano : concevoir un système d’IA pour faire des découvertes majeures dans les sciences biomédicales (le grand challenge a été renommé, en 2021, le Nobel Turing Challenge). Là encore, le défi a fait long feu. « Nous ne pouvons déléguer la science, car la science n’est pas seulement une collection de réponses. C’est d’abord un ensemble de processus et de savoirs ». Or, pour les thuriféraires de l’IA, la connaissance scientifique ne serait qu’un empilement, qu’une collection de faits empiriques qui seraient découverts uniquement via des procédés techniques à raffiner. Cette fausse compréhension de la science ne la voit jamais comme l’activité humaine et sociale qu’elle est avant tout. Comme dans l’art, les promoteurs de l’IA ne voient la science que comme des idées, jamais comme une communauté de pratique.

Cette vision de la science explique qu’elle devienne une source de solutions pour résoudre les problèmes sociaux et politiques, dominée par la science informatique, en passe de devenir l’autorité scientifique ultime, le principe organisateur de la science. La surutilisation de l’IA en science risque pourtant bien plus de rendre la science moins innovante et plus vulnérable aux erreurs, estiment les chercheuses. « La prolifération des outils d’IA en science risque d’introduire une phase de recherche scientifique où nous produisons plus, mais comprenons moins » , expliquaient dans Nature Lisa Messeri et M. J. Crockett (sans compter le risque de voir les compétences diminuer, comme le soulignait une récente étude sur la difficulté des spécialistes de l’imagerie médicale à détecter des problèmes sans assistance). L’IA propose surtout un point de vue non situé, une vue depuis nulle part, comme le dénonçait Donna Haraway : elle repose sur l’idée qu’il y aurait une connaissance objective indépendante de l’expérience. « L’IA pour la science nous fait croire que l’on peut trouver des solutions en limitant nos regards à ce qui est éclairé par la lumière des centres de données ». Or, ce qui explique le développement de l’IA scientifique n’est pas la science, mais le capital-risque et les big-tech. L’IA rend surtout les publications scientifiques moins fiables. Bien sûr, cela ne signifie pas qu’il faut rejeter en bloc l’automatisation des instruments scientifiques, mais l’usage généralisé de l’IA risque d’amener plus de risques que de bienfaits.

Mêmes constats dans le monde de la presse, où les chercheuses dénoncent la prolifération de « moulins à contenus”, où l’automatisation fait des ravages dans un secteur déjà en grande difficulté économique. L’introduction de l’IA dans les domaines des arts, de la science ou du journalisme constitue une même cible de choix qui permet aux promoteurs de l’IA de faire croire en l’intelligence de leurs services. Pourtant, leurs productions ne sont pas des preuves de la créativité de ces machines. Sans la créativité des travailleurs qui produisent l’art, la science et le journalisme qui alimentent ces machines, ces machines ne sauraient rien produire. Les contenus synthétiques sont tous basés sur le vol de données et l’exploitation du travail d’autrui. Et l’utilisation de l’IA générative produit d’abord des dommages sociaux dans ces secteurs. 

Le risque de l’IA, mais lequel et pour qui ?

Le dernier chapitre du livre revient sur les doomers et les boosters, en renvoyant dos à dos ceux qui pensent que le développement de l’IA est dangereux et les accélérationnistes qui pensent que le développement de l’IA permettra de sauver l’humanité. Pour les uns comme pour les autres, les machines sont la prochaine étape de l’évolution. Ces visions apocalyptiques ont produit un champ de recherche dédié, appelé l’AI Safety. Mais, contrairement à ce qu’il laisse entendre, ce champ disciplinaire ne vient pas de l’ingénierie de la sécurité et ne s’intéresse pas vraiment aux dommages que l’IA engendre depuis ses biais et défaillances. C’est un domaine de recherche centré sur les risques existentiels de l’IA qui dispose déjà d’innombrables centres de recherches dédiés.

Pour éviter que l’IA ne devienne immaîtrisable, beaucoup estiment qu’elle devrait être alignée avec les normes et valeurs humaines. Cette question de l’alignement est considérée comme le Graal de la sécurité pour ceux qui œuvrent au développement d’une IA superintelligente (OpenAI avait annoncé travailler en 2023 à une super-intelligence avec une équipe dédiée au « super-alignement », mais l’entreprise a dissous son équipe moins d’un an après son annonce. Ilya Sutskever, qui pilotait l’équipe, a lancé depuis Safe Superintelligence Inc). Derrière l’idée de l’alignement, repose d’abord l’idée que le développement de l’IA serait inévitable. Rien n’est moins sûr, rappellent les chercheuses. La plupart des gens sur la planète n’ont pas besoin d’IA. Et le développement d’outils d’automatisation de masse n’est pas socialement désirable. « Ces technologies servent d’abord à centraliser le pouvoir, à amasser des données, à générer du profit, plutôt qu’à fournir des technologies qui soient socialement bénéfiques à tous ». L’autre problème, c’est que l’alignement de l’IA sur les « valeurs humaines » peine à les définir. Les droits et libertés ne sont des concepts qui ne sont ni universels ni homogènes dans le temps et l’espace. La déclaration des droits de l’homme elle-même s’est longtemps accommodé de l’esclavage. Avec quelles valeurs humaines les outils d’IA s’alignent-ils quand ils sont utilisés pour armer des robots tueurs, pour la militarisation des frontières ou la traque des migrants ?, ironisent avec pertinence Bender et Hanna.

Pour les tenants du risque existentiel de l’IA, les risques existentiels dont il faudrait se prémunir sont avant tout ceux qui menacent la prospérité des riches occidentaux qui déploient l’IA, ironisent-elles encore. Enfin, rappellent les chercheuses, les scientifiques qui travaillent à pointer les risques réels et actuels de l’IA et ceux qui œuvrent à prévenir les risques existentiels ne travaillent pas à la même chose. Les premiers sont entièrement concernés par les enjeux sociaux, raciaux, dénoncent les violences et les inégalités, quand les seconds ne dénoncent que des risques hypothétiques. Les deux champs scientifiques ne se recoupent ni ne se citent entre eux.

Derrière la fausse guerre entre doomers et boomers, les uns se cachent avec les autres. Pour les uns comme pour les autres, le capitalisme est la seule solution aux maux de la société. Les uns comme les autres voient l’IA comme inévitable et désirable parce qu’elle leur promet des marchés sans entraves. Pourtant, rappellent les chercheuses, le danger n’est pas celui d’une IA qui nous exterminerait. Le danger, bien présent, est celui d’une spéculation financière sans limite, d’une dégradation de la confiance dans les médias à laquelle l’IA participe activement, la normalisation du vol de données et de leur exploitation et le renforcement de systèmes imaginés pour punir les plus démunis. Doomers et boosters devraient surtout être ignorés, s’ils n’étaient pas si riches et si influents. L’emphase sur les risques existentiels détournent les autorités des régulations qu’elles devraient produire.

Pour répondre aux défis de la modernité, nous n’avons pas besoin de générateur de textes, mais de gens, de volonté politique et de ressources, concluent les chercheuses. Nous devons collectivement façonner l’innovation pour qu’elle bénéficie à tous plutôt qu’elle n’enrichisse certains. Pour résister à la hype de l’IA, nous devons poser de meilleures questions sur les systèmes qui se déploient. D’où viennent les données ? Qu’est-ce qui est vraiment automatisé ? Nous devrions refuser de les anthropomorphiser : il ne peut y avoir d’infirmière ou de prof IA. Nous devrions exiger de bien meilleures évaluations des systèmes. ShotSpotter, le système vendu aux municipalités américaines pour détecter automatiquement le son des coups de feux, était annoncé avec un taux de performance de 97 % (et un taux de faux positif de 0,5 % – et c’est encore le cas dans sa FAQ). En réalité, les audits réalisés à Chicago et New York ont montré que 87 à 91 % des alertes du système étaient de fausses alertes ! Nous devons savoir qui bénéficie de ces technologies, qui en souffre. Quels recours sont disponibles et est-ce que le service de plainte est fonctionnel pour y répondre ? 

Face à l’IA, nous devons avoir aucune confiance

Pour les deux chercheuses, la résistance à l’IA passe d’abord et avant tout par luttes collectives. C’est à chacun et à tous de boycotter ces produits, de nous moquer de ceux qui les utilisent. C’est à nous de rendre l’usage des médias synthétiques pour ce qu’ils sont : inutiles et ringards. Pour les deux chercheuses, la résistance à ces déploiements est essentielle, tant les géants de l’IA sont en train de l’imposer, par exemple dans notre rapport à l’information, mais également dans tous leurs outils. C’est à nous de refuser « l’apparente commodité des réponses des chatbots ». C’est à nous d’œuvrer pour renforcer la régulation de l’IA, comme les lois qui protègent les droits des travailleurs, qui limitent la surveillance.

Emily Bender et Alex Hanna plaident pour une confiance zéro à l’encontre de ceux qui déploient des outils d’IA. Ces principes établis par l’AI Now Institute, Accountable Tech et l’Electronic Privacy Information Center, reposent sur 3 leviers : renforcer les lois existantes, établir des lignes rouges sur les usages inacceptables de l’IA et exiger des entreprises d’IA qu’elles produisent les preuves que leurs produits sont sans dangers.

Mais la régulation n’est hélas pas à l’ordre du jour. Les thuriféraires de l’IA défendent une innovation sans plus aucune entrave afin que rien n’empêche leur capacité à accumuler puissance et fortune. Pour améliorer la régulation, nous avons besoin d’une plus grande transparence, car il n’y aura pas de responsabilité sans elle, soulignent les chercheuses. Nous devons avoir également une transparence sur l’automatisation à l’œuvre, c’est-à-dire que nous devons savoir quand nous interagissons avec un système, quand un texte a été traduit automatiquement. Nous avons le droit de savoir quand nous sommes les sujets soumis aux résultats de l’automatisation. Enfin, nous devons déplacer la responsabilité sur les systèmes eux-mêmes et tout le long de la chaîne de production de l’IA. Les entreprises de l’IA doivent être responsables des données, du travail qu’elles réalisent sur celles-ci, des modèles qu’elles développent et des évaluations. Enfin, il faut améliorer les recours, le droit des données et la minimisation. En entraînant leurs modèles sur toutes les données disponibles, les entreprises de l’IA ont renforcé la nécessité d’augmenter les droits des gens sur leurs données. Enfin, elles plaident pour renforcer les protections du travail en donnant plus de contrôle aux travailleurs sur les outils qui sont déployés et renforcer le droit syndical. Nous devons œuvrer à des « technologies socialement situées », des outils spécifiques plutôt que des outils qui sauraient tout faire. Les applications devraient bien plus respecter les droits des usagers et par exemple ne pas autoriser la collecte de leurs données. Nous devrions enfin défendre un droit à ne pas être évalué par les machines. Comme le dit Ruha Benjamin, en défendant la Justice virale (Princeton University Press, 2022), nous devrions œuvrer à “un monde où la justice est irrésistible”, où rien ne devrait pouvoir se faire pour les gens sans les gens. Nous avons le pouvoir de dire non. Nous devrions refuser la reconnaissance faciale et émotionnelle, car, comme le dit Sarah Hamid du réseau de résistance aux technologies carcérales, au-delà des biais, les technologies sont racistes parce qu’on le leur demande. Nous devons les refuser, comme l’Algorithmic Justice League recommande aux voyageurs de refuser de passer les scanneurs de la reconnaissance faciale.

Bender et Hanna nous invitent à activement résister à la hype. À réaffirmer notre valeur, nos compétences et nos expertises sur celles des machines. Les deux chercheuses ne tiennent pas un propos révolutionnaire pourtant. Elles ne livrent qu’une synthèse, riche, informée. Elles ne nous invitent qu’à activer la résistance que nous devrions naturellement activer, mais qui semble être devenue étrangement radicale ou audacieuse face aux déploiements omnipotents de l’IA.

Hubert Guillaud

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Attacchi su AUR: Arch Linux blocca l’adozione dei pacchetti orfani

Misure straordinarie per la sicurezza su Arch Linux. Con un breve e perentorio comunicato inviato alla mailing list aur-general, Robin Candau (noto con l’alias Antiz, membro del DevOps team di Arch Linux) ha annunciato la sospensione temporanea della funzione di adozione dei pacchetti dismessi su AUR (Arch User Repository). La decisione è stata presa d’urgenza […]

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[2026-11-21] Stanze Fredde Fest 3 @ El Paso Occupato

Stanze Fredde Fest 3

El Paso Occupato - Via Passo Buole, 47, Torino
(sabato, 21 novembre 17:00)
Stanze Fredde Fest 3

Stanze Fredde è un'etichetta indipendente basata sullo spirito fai da te.
Nata a Torino in un periodo storico in cui viene data troppa attenzione all'apparenza e non ai contenuti, anche in ambito musicale, il nostro obiettivo è quello di far circolare la musica di artisti emergenti o sconosciuti per far avvicinare le persone a una scena che non viene valorizzata come dovrebbe.
Siamo alla ricerca di suoni freddi, oscuri, minimali e sintetici che rispecchino a pieno il mondo interiore che ci caratterizza.

Vi aspettiamo a Torino per la terza edizione del nostro festival, che si terrà al Paso Occupato (Via Passo Buole 47) il 21 novembre 2026.

Il filo conduttore sarà il sintetizzatore.
Si esibiranno band della nuova scena minimal synth e synthpunk, proietteremo un documentario, ci saranno dj set a tema fino all'alba e potrete trovare distro e banchetti di autoproduzioni.

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live:

Yvgoslavia (minimal coldwave - Spagna)

Olgha (dark synth pop - Italia/Polonia)

Sinnthese (minimal wave - Austria)

Betes Sauvages (minimal wave - Germania)

Kühle Matrosen (minimal wave - Germania)

Der Burokrat (electro-minimal-EBM - Italia/Francia)

dj set minimal - synthpunk - coldwave di Stanze Fredde, Radioklub, Ai No Korida

screening: Des Jeunes Gens Modernes

5€ benefit El Paso + Stanze Fredde

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Nome, verbo, aggettivo, avverbio /16: Fabrizio Lombardo

a cura di Laura Pugno [In questa rubrica, un autore o un’autrice ci consegna le sue quattro parole chiave, un nome (comune o proprio), un verbo, un aggettivo e un avverbio, dal primo o dall’ultimo libro o dall’intero della sua opera. Oggi risponde Fabrizio Lombardo]. Nome: Movimento   Il movimento attraversa tutta la mia scrittura. …

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El Momento Apocalíptico – Por Mario Ortiz

Por Mario Ortiz*

Intentaré vincular el Apocalipsis, el Anticristo, el magnate tecnológico Peter Thiel y su relación con la Argentina y Javier Milei. Ante todo, fijemos las coordenadas del problema. Una de las obsesiones de Thiel es el advenimiento del Anticristo. Si desde una mirada soberbia y complaciente consideramos esta preocupación como un simple hobby, algo excéntrico, de un multimillonario en sus tiempos de ocio, ciertamente nos estaremos perdiendo de algo muy significativo. Y la miopía, en este caso, se puede pagar muy cara.

Thiel es un graduado en filosofía en la Universidad de Stanford y uno de los fundadores de Palantir y otras empresas tecnológicas que hoy están en la vanguardia. También es, a su modo, un genocida que ha puesto su empresa al servicio de las FF.AA. yankies e israelíes para proveerles datos y objetivos militares. Hay quienes consideran que la muerte del ayatollah Alí Khamenei y el bombardeo de la escuela primaria en Minab (Irán) no podría haberse efectuado sin la colaboración de Palantir. Thiel, recientemente instalado en la Argentina, también es un pensador al igual que varios de sus colegas de Silicon Valley como Alex Karp, Nick Land, Mark Andressen (con algunos matices) promotores de una tendencia de pensamiento que se dio en llamar “la ilustración oscura”. Sus ideas de corte aceleracionista, supremacista y antidemocrática se sintetizan en un manifiesto de 22 puntos que sistematizan el tecnofascismo del neofeudalismo digital.

Las referencias de Thiel al Anticristo no fueron ocurrencias ocasionales, sino objeto bien meditado de una serie de conferencias que dictó en la más completa reserva y a las que se accedía sólo por invitación. También habló del tema en algunas entrevistas concedidas en EE.UU. Pero antes de introducirnos en sus conjeturas, debemos preguntarnos ¿qué es exactamente el Anticristo según la teología cristiana?

Debemos comenzar a perfilar la figura del Anticristo. Como afirma el gran teólogo y escritor argentino Leonardo Castellani, “es el mayor misterio de la historia humana y la clave de su metafísica” (Cristo ¿vuelve o no vuelve?, 2004, 35). A pesar de semejante relevancia, las referencias bíblicas a este radical opositor a Cristo son más bien escasas: el uso del término “anticristo” aparece cinco veces tanto en singular como en plural, todas ellas en dos de las cartas del apóstol Juan. Por supuesto, está estrechamente asociado con el demonio, el enemigo de Dios y del género humano.
A partir de aquí, Castellani afirma que los “exégetas fantasiosos” se entregaron se entregaron a recoger cuanto texto sacro aludía de cualquier modo a esta figura y los mezclaron con revelaciones privadas o simples imaginaciones para dar forma a una figura monstruosa que está más cerca de la leyenda que del análisis serio. Supusieron que sería un judío, o el hijo sacrílego de una monja y un obispo, que nacería con dientes y blasfemando y que aprendería con rapidez increíble todas las ciencias humanas. También podemos decir hoy que sirvieron de base a una abundante filmografía de terror como El bebé de Rosemary o La profecía que toman como eje el nacimiento de esta criatura perversa. En la Argentina hace poco se rodó la película Cuando acecha la maldad que aborda la misma temática.

Otra corriente exegética se inclinó por identificar al Anticristo con determinadas figuras históricas. Así, en la Edad Media hay quienes consideraron a Mahoma y el islam como enemigos de la cristiandad, y durante la reforma protestante Martín Lutero acusó al papado de ser el adversario de Jesús al asociarlo con la “Gran Ramera” del Apocalipsis que mantiene relaciones carnales con los poderes de este mundo. Dentro de esta línea, Castellani destaca al teólogo chileno Manuel Lacunza cuya novedad es indicar que el Anticristo no es tanto un sujeto como un sistema de pensamiento: la filosofía ilustrada del siglo XVIII que constituyó el sustrato ideológico para la disolución de la orden jesuítica a la que pertenecía y de la Revolución Francesa, perseguidora de la Iglesia. Castellani opera una síntesis dialéctica de estas tendencias exegéticas y concluye que el Anticristo será tanto un sistema de pensamiento como un hombre que encarne ese sistema, así como “Mussolini creó y a su vez fue criatura del nacionalismo italiano”. Esta tendencia teológica tendrá importantísimas consecuencias literarias.

El Anticristo humano

El teólogo Manuel Lacunza inaugura una nueva perspectiva sobre el Anticristo al conjeturar que el Anticristo es la ideología de la Ilustración que desencadenó la Revolución Francesa y persiguió a la Iglesia. Esta corriente de corte historicista opera un desplazamiento desde las figuras legendarias y monstruosas hacia otras de contornos humanos bien definidos que en diversas épocas se erigieron como adversarias de Cristo y su Iglesia. Este corrimiento habilita la emergencia de un corpus de narraciones escritas entre fines del siglo XIX y durante el siglo XX que en la tesis de maestría hemos denominado “novela apocalíptica moderna”. Se trata de un conjunto muy acotado y bien definido integrado por el Breve relato del Anticristo de Vladimir Soloviev (1900), El Señor del Mundo de monseñor Robert H. Benson (1907), Juana Tabor y 666 de Hugo Wast (1942), Su Majestad Dulcinea de Leonardo Castellani (1956) y Omega 666 – El planeta gris de Juan Luis Gallardo (1996). Son novelas de una definida orientación religiosa cristiana que toman como subtexto el Apocalipsis de San Juan y plantean escenarios futuristas distópicos en los que surge el Anticristo y trepa a la cima del poder mundial. Es un ser plenamente humano que se perfila como un político carismático y genial que encarna un sistema ideológico de neto corte laicista y antirreligioso; es un autócrata que persigue a la Iglesia y a cualquier oposición, impone el uso de una marca identificatoria que manifiesta la adhesión al régimen (el sello mencionado en el Apocalipsis) y, al unificar el mundo bajo su mando, asegura la paz universal. De este modo, concluye Castellani, “el anticristo será un Imperio Universal Laico unido a una Nueva religión Herética; encarnados en un hombre o quizá en dos hombres, el tirano y el Pseudoprofeta”.

En este conjunto se destaca El señor del mundo del sacerdote inglés R. H. Benson. Por la fecha temprana de su publicación puede considerarse que inaugura el subgénero de las novelas distópicas. Castellani la tradujo en 1958. Los papas Benedicto XVI y Francisco recomendaban su lectura. El anticristo llamado Julian Felsenburgh es un político norteamericano que accede al poder mundial con el apoyo de la masonería que se convierte en una suerte de religión oficial. La Iglesia Católica, reducida ya a su mínima expresión, es implacablemente perseguida y en el momento final en que está a punto de ser eliminada, la novela finaliza abruptamente. La frase final “y el mundo pasó a la gloria” da a entender que se produjo la segunda venida de Jesucristo. El lector religioso ya sabe que el Mesías dará lugar al Juicio Final y que Felsenbugh y sus adoradores serán derrotados y condenados al abismo.

Peter Thiel  y el Anticristo: primeras aproximaciones

El magnate abordó el problema del Anticristo en diversos formatos textuales y medios: algunas de las fuentes más accesibles es su conversación en el programa de la Hoover Institution, Uncommon Knowledge, donde habla sobre el fin de los tiempos, Armagedón, la tecnología moderna; la extensa entrevista con Tyler Cowen, la serie de cuatro conferencias privadas titulada «The Antichrist», realizada en San Francisco en 2025, y en 2026 expuso una versión ampliada de estas conferencias en Roma, significativamente cerca del Vaticano.

El magnate se apropia de categorías clave de la narrativa apocalíptica cristiana y las dota de nuevos sentidos. Reconoce que la civilización actual ha desarrollado potenciales amenazas existenciales: “armas nucleares, cambio climático, biotecnología, nanotecnología, robots asesinos, la IA que va a convertir a todo el mundo en un clip o lo que sea”, sin embargo, para él hay un riesgo mayor:
“En mi opinión, – dice Thiel – otro riesgo existencial es un gobierno totalitario mundial. Me parece al menos tan aterrador como los demás. En un contexto escatológico bíblico, se supone que debemos preocuparnos por el Armagedón. También se supone que debemos preocuparnos por el Anticristo. Quizás deberíamos preocuparnos más por el Anticristo porque él viene primero. “
En estas conversaciones con Tyler Cowen, Thiel manifiesta conocer las novelas de Soloviev y Benson, lo cual permite abordar sobre base firme un análisis comparatístico dentro de esta narrativa apocalíptica. Pero, ¿qué entienden exactamente por Anticristo?

Peter Thiel define al Anticristo

Sus respuestas son más bien imprecisas y deja el significante en un estado de significación flotante: desde su perspectiva acelaracionista, el Anticristo sería ese gobierno totalitario que pretenderá asumir el poder total para limitar el avance de la tecnología: “Básicamente, la versión literaria sería que el Anticristo llega al poder hablando constantemente del Armagedón y contándonos historias milenaristas aterradoras” (Conversaciones con Tyler Cowen). Cree que el Armagedón será agitado por una figura anticrística que cultiva el miedo a las amenazas existenciales como el cambio climático, la IA y la guerra nuclear precisamente para acumular un poder desmesurado. La idea es que esta figura convenza a la gente de que él es la garantía para evitar una tercera guerra planetaria a condición de que se acepte un orden mundial único encargado de proteger de todas las catástrofes apocalípticas y que imponga una restricción total del progreso tecnológico. En su opinión, esto ya está sucediendo. Thiel afirmó que los organismos financieros internacionales, que dificultan que las personas oculten su riqueza en paraísos fiscales, son una señal de que el anticristo podría estar acumulando poder y acelerando el Armagedón. Thiel también reflexiona en torno a la enigmática figura del “katejon” que menciona San Pablo en 2 Tesalonicenses: algo o alguien que detiene la llegada del anticristo pero que luego desaparecerá y dejará el terreno libre al enemigo. Este katejon adquiere fisonomías diversas según la época, y así durante la guerra fría podría haber sido la democracia cristiana que detuvo el avance del comunismo.

En un artículo publicado en el diario The Guardian, Thiel personaliza esta posible figura: «Mi tesis es que, en los siglos XVII y XVIII, el anticristo habría sido un personaje similar al Dr. Strange, un científico que practicaba toda clase de ciencia oscura y descabellada. En el siglo XXI, el anticristo es un ludita que quiere acabar con la ciencia. Alguien como Greta [Thurnberg] o Eliezer [Yudkowsky]».

La Teología Política

Señalamos que para Peter Thiel el Anticristo no es el monstruo de las películas, sino aquellos que pretendan regular el desarrollo tecnológicoen nombre de los derechos humanos y ambientales, el colapso civilizatorio o de una ética humanista. Ciertamente, identificar a Greta Thurnberg como el Anticristo es casi un chiste de mal gusto. El papa León XIV también podría entrar en esta categoría a raíz de su encíclica “Magnífica Humanitas”. Sea como sea, no es ningún chiste que Thiel, Karp y varios de sus compañeros de Silicon Valley apelan a categorías metafísicas para pensar problemas sociales, es decir, elaboran una “teología política” que deberemos tomar muy en serio. Que uno de los magnates tecnológicos más poderosos e influyentes del mundo hable en términos escatológicos me parece el hecho más relevante de la historia en los últimos siglos. Apenas podemos dimensionar la profundidad de lo que está en juego. Desde el siglo XVIII no estamos en presencia de una redefinición del vínculo que une a los individuos y el estado desde una perspectiva teológica. Hay que remontarse al Rousseau del último capítulo del “Contrato Social” que no quiso traducir Mariano Moreno para encontrar algo análogo. No en vano los actuales monarcas filósofos pretenden invertir los términos de la Ilustración para dar lugar a lo que denominan la “Ilustración Oscura”. En los siguientes posteos deberemos analizar y desarmar los dos componentes teológico y político para tratar de entender su combinatoria en una unidad superior. Creo – adelanto la hipótesis – que se están cumpliendo las profecías del Apocalipsis y podemos sospechar que asistimos a la posibilidad real y concreta de que emerja el Anticristo.

El Anticristo según la Iglesia actual

Describimos al Anticristo según las leyendas, la literatura reciente y Peter Thiel. ¿Qué postura sostiene la Iglesia Católica en la actualidad? El Catecismo (Catechismus Catholicæ Ecclesiæ), cuya versión oficial fue publicada en latín en 1997, contiene la exposición de la fe, doctrina y moral, iluminadas por la Sagrada Escritura, la Tradición apostólica y el Magisterio eclesiástico. En el numeral 675 dice textualmente: “Antes del advenimiento de Cristo, la Iglesia deberá pasar por una prueba final que sacudirá la fe de numerosos creyentes (cf. Lc 18, 8; Mt 24, 12). La persecución que acompaña a su peregrinación sobre la tierra (cf. Lc 21, 12; Jn 15, 19-20) desvelará el «misterio de iniquidad» bajo la forma de una impostura religiosa que proporcionará a los hombres una solución aparente a sus problemas mediante el precio de la apostasía de la verdad. La impostura religiosa suprema es la del Anticristo, es decir, la de un seudo-mesianismo en que el hombre se glorifica a sí mismo colocándose en el lugar de Dios y de su Mesías venido en la carne (cf. 2 Ts 2, 4-12; 1Ts 5, 2-3;2 Jn 7; 1 Jn 2, 18.22)”.

El texto no puede ser más claro y contundente. En el momento pre-parusíaco (antes de la Segunda Venida) se manifestará la maldad bajo la impostura religiosa suprema que es la antropolatría, es decir, el hombre que se erige Dios (Homo Deus), y promete un falso mesianismo en el que todos los problemas serán aparentemente solucionados. Aquí están las dos Bestias del Apocalipsis: la Bestia de Mar (el poder político) y la Bestia de Tierra (la falsa religión que se pone al servicio del poder político). El precio a pagar será el abandono de la fe en el Dios Verdadero para rendirle tributo al Falso Mesías.

Este texto del Catecismo que hasta hace poco parecía extravagante, hoy resulta clarividente y profético de nuestro presente signado por el desarrollo de la IA y el tecnofeudalismo.

El texto de San Juan Apóstol y Apokaleta

Antes de continuar con el Anticristo, Peter Thiel y Milei, es necesario detenernos aunque sea brevemente en el Apocalipsis de San Juan y retomar a posteriori el análisis de la actualidad con otras piezas conceptuales. Como se sabe, se trata del texto más oscuro de toda la Biblia. Es un conjunto de visiones de calamidades, plagas y monstruos que causan estremecimiento; quizá por esto la palabra “apocalipsis” es sinónimo de cataclismos y fin del mundo. Es un grave error. El texto es ciertamente complejo porque San Juan apela a un reservorio de imágenes simbólicas que estaban en el acervo cultural del pueblo judío y las Sagradas Escrituras, pero el sentido final es claro: las fuerzas del bien y el mal que se enfrentan desde los inicios de la historia humana llegarán a un momento de paroxismo en que pareciera que los poderes diabólicos derrotan a los santos y extinguen la verdad. En ese preciso momento, interviene directamente Dios, vuelve Jesucristo ya no como manso cordero para el sacrificio sino en gloria y majestad para restaurar el cosmos, pronunciar su veredicto sobre la historia (Juicio Final) y aplastar definitivamente la cabeza de la serpiente infernal. O sea: sabemos que el final de la historia termina bien y eso debe ser motivo de esperanza para los creyentes. Dios no colapsa el mundo ni la humanidad porque jamás va a destruir su obra. Cuando vuelva Jesucristo será el triunfo del Bien y habrá “un Cielo nuevo y una nueva Tierra”.

Los signos de los tiempos

En la parte 6 adelantamos la hipótesis central: se estarían cumpliendo las profecías del Apocalipsis y podemos sospechar que asistimos a la posibilidad real y concreta de que emerja el Anticristo. Vayamos por partes. Hay una línea de teólogos como Ernst-Bernard Alló que consideraba el libro de San Juan una profecía ya cumplida con las últimas persecuciones del Imperio Romano. En cuanto a la Segunda Venida de Cristo, se produciría en un futuro tan lejano e indeterminado que ni siquiera merecería tenerse en cuenta. Contra esta interpretación polemizaba Leonardo Castellani. El argentino, apoyándose en los Padres de la Iglesia, sobre todo en san Agustín, sostenía que el Apocalipsis narra la HISTORIA TODA LA IGLESIA desde la Ascensión de Cristo hasta su Parusía. No entraremos en los pormenores de esta postura porque nos llevaría mucho tiempo. Sólo digamos lo siguiente: Jesús mismo dijo que nadie sabe el día y la hora en que volverá, pero recomendó estar alerta a “los signos de los tiempos” y dio una serie de pistas en el sermón escatológico de Mateo 24. Si reunimos las tesis de Castellani con las indicaciones evangélicas y, a su vez, las cotejamos con la actualidad, los resultados del análisis arrojan perspectivas temibles. Veamos “los signos”:
– Guerras: no hace falta extenderse demasiado para darse cuenta de que vivimos en una época en que la guerra es un estado permanente, como dijera el papa Benedicto XV durante la primera conflagración mundial.
– Cataclismos: día a día vemos las consecuencias devastadoras de eventos climáticos extremos, y en Bahía Blanca vivimos un diluvio que nos marcó para siempre.
– Enfermedades: basta que mencionemos la pandemia de Covid-19, ya fuese un hecho natural o provocado deliberadamente.
A todo esto deben agregarse factores de orden espiritual también profetizados en la Biblia
– La apostasía: el abandono de la fe y las Iglesias vacías
– el “enfriamiento de la caridad”: vivimos en un mundo violento; tenemos un presidente que se enorgullece de ser cruel; luego del genocidio nazi, asistimos atónitos al genocidio protagonizado por Israel.
– La fulminante difusión del neopaganismo y satanismo: amarres, hechizos, magia negra, etc.
Castellani afirmaba con razón que la “lluvia de fuego” descripta en el Apocalipsis dejó de ser una metáfora y se cumplió literalmente con la bomba atómica. Con todo esto no quiero decir que ya estamos a las puertas del Juicio Final, pero resulta imposible no considerar estos eventos como signos de los tiempos y reflexionar.

Entre los signos de los tiempos apocalípticos que describimos debemos agregar el hecho evidente de que la tecnología en manos de un poder político-económico hiperconcentrado permite hacer realidad el sueño del control total de la sociedad y la gestión automatizada de sus problemas.

Pongo dos ejemplos: el gobierno de Milei, estrechamente asociado a Peter Thiel y Palantir, anunciaron el lanzamiento del “gemelo digital”, un modelo algorítmico de cada uno de nosotros alimentado en base a nuestros datos que aparecen en los archivos oficiales, pero también a partir de nuestros gustos, preferencias, consumos, posteos, compras, fotos que subimos a las redes, etc. Ese doble “Fulano de Tal” digital permitirá al poder determinar los comportamientos de Fulano en el mundo real, su peligrosidad, sus necesidades sociales y, eventualmente, asistirlo o neutralizarlo. ¿Cómo sería esto último? Aquí viene el segundo ejemplo. En 2025 el gobierno norteamericano ordenó “matar” digitalmente a 2,7 millones de latinos e indocumentados bien vivos, es decir, bajarlos del sistema. Con esto pretendían que esas personas se autodeportasen a sus respectivos países o se acercasen a una oficina pública para regularizar su situación y así capturarlos de inmediato. Estos ejemplos están inquietantemente cerca de cumplir de un modo literal la profecía del Apocalipsis: la bestia impondrá una marca 666 a todos sus seguidores sin la cual no pondrán comerciar, vender ni comprar (Ap. 13, 16-18).

La alineación de Milei con Peter Thiel y los tecnomagnates de Silicon Valley responde al proyecto demencial de entregar la Argentina a las corporaciones digitales para convertir el país en una factoría privilegiada que intervenga en la conversación mundial sobre el desarrollo informático. Sus ideales contemplan un escenario donde se cancela la democracia tal como la entendemos en favor de una política tecnogestionada que gobierne el país reducido a ciudades-estado autorreguladas mediante algoritmos como una suerte de megacorporación. Estas sociedades automatizadas no apelarán a la manipulación de datos para fraguar resultados de las votaciones electrónicas: podrán incidir en el momento previo moldeando conciencias y perfilando preferencias que luego serán refrendadas en el campo electoral. Si Milei se propone ser reelecto y cuenta con esta tecnología a su favor será prácticamente imbatible a pesar de las conspiraciones del “círculo rojo” y los fragoteos de “Don Chatarrín”.

El «Nuevo Mesías»

Ya hemos visto que para el “Catecismo de la Iglesia Católica” el Anticristo no sería la figura monstruosa de las películas, sino “una impostura religiosa que proporcionará a los hombres una solución aparente a sus problemas mediante el precio de la apostasía de la verdad”. También vimos que para Peter Thiel es toda persona o institución que pretenda limitar o regular el avance tecnológico. Podría pensarse de un modo insidioso que el magnate realiza una operación de desorientación táctica porque la categoría anticrística se puede aplicar cómodamente al propio Thiel y los magnates de la “ilustración oscura”.

En efecto, son ellos quienes proyectan asumir el poder mundial (o al menos occidental) bajo el argumento de una gestión algorítmica de la sociedad que neutralice sus conflictos y amenazas existenciales (migraciones masivas, guerras, pandemias, etc.). Para eso, exigirá la obediencia a una gobernanza tecnocrática que limite derechos y libertades a favor de una administración cibernética que controle hasta los niveles subatómicos del tejido social. De este modo, el ser humano que conocemos tenderá a ser eliminado “por arriba” o “por abajo” en una filosofía de neto corte antihumanista. Según el manifiesto de Palantir, hay culturas desarrolladas y otras atrasadas. Esta meritocracia habilita la posibilidad de que los sectores atrasados sean reducidos en su humanidad a meros paquetes de datos que deben ser gestionados y automatizados. Esta “infrahumanidad” no será más que “inputs” que alimentará la máquina del poder. Por otro lado, habrá una elite “por arriba” que tenderá a superar la especie gracias a la tecnología transhumanista que convierta la carne mortal en sustancia inmortal, superhombres biotrónicos, transespecies de una nueva generación de dioses.

Estos nuevos superhombres serán protagonistas de lo que Castellani llamaba la gran herejía modernista también anunciada en el Catecismo: la inversión de la doctrina cristiana (el hombre se vuelve Dios en lugar de Dios hacerse hombre) que vacía el contenido de la fe para reemplazarlo con la idolatría y culto al hombre. Se trata de los nuevos mesías que prometen una redención sin intervención de Cristo; una escatología inmanentista que promete el paraíso en esta tierra o en otro planeta gracias a las solas fuerzas del progreso científico ilimitado.
En una palabra, es el cumplimiento de la vieja tentación de la serpiente a Adán y Eva: coman el fruto prohibido y serán como dioses.

Los Monarcas Filósofos

El arquetipo visual del magnate es Tío Rico Mc Pato nadando en medio de sus tesoros como pez en mares tropicales. Este personaje encarna a figuras históricas como Pierpont Morgan, John D. Rockefeller o Nathan M. Rothschild, paradigmas del capitalista entregado exclusivamente a la explotación y la acumulación de plusvalía. Pero por primera vez en la historia de la modernidad, nos encontramos con los tecnomagnates de Silicon Valley como Alex Karp o Peter Thiel que no se dedican exclusivamente al lucro sino a elaborar ideas. Su ambición más profunda e inquietante: quieren transformar el mundo. Más aún: pareciera que el dinero es sólo un medio para lograr otros objetivos ambiciosos a escala planetaria, concretamente acelerar el desarrollo de la ciencia para resetear la sociedad. Los viejos esquemas de pensamiento ya no nos sirven para analizar el escenario actual. Antonio Gramsci decía que la clase capitalista contrataba intelectuales orgánicos que elaborasen la ideología necesaria para garantizar la hegemonía sobre el resto de las clases dominadas. Pues bien: estos nuevos magnates cibernéticos elaboran por sí mismos los marcos teóricos de la “ilustración oscura” que orientan su acción, sin delegar la tarea en profesionales del pensamiento. Thiel, graduado en filosofía en Stanford, realiza todo tipo de disquisiciones influenciado por sus lecturas de René Girard y Carl Schmitt. Esto es decididamente insólito. Lo que me esfuerzo en hacer comprender es que para ellos la especulación filosófica no es un pasatiempo extravagante de megamillonarios en tiempos de ocio. Estamos ante un nuevo desafío y si no tomamos en serio su filosofía por descabellada que sea, si actuamos con soberbia, corremos el serio riesgo de no entender nada.

Tío Rico es la imagen icónica del viejo millonario. Trato de buscar en internet una figura que remita al monarca filósofo actual. No la hay. Sólo me reenvía al emperador Marco Aurelio. Inventar una imagen en IA no me interesa. Quizá la única caricatura que me parece adecuada es la de Pinky y Cerebro, el que quería dominar al mundo.

Volvamos a la definición oficial del Anticristo que consigna el numeral 675 del catecismo de la Iglesia católica: “La persecución que acompaña a su peregrinación sobre la tierra desvelará el «misterio de iniquidad» bajo la forma de una impostura religiosa que proporcionará a los hombres una solución aparente a sus problemas mediante el precio de la apostasía de la verdad. La impostura religiosa suprema es la del Anticristo, es decir, la de un seudo-mesianismo en que el hombre se glorifica a sí mismo colocándose en el lugar de Dios y de su Mesías venido en la carne”
Por supuesto, no quiero calumniar ni convertirme en un falso profeta, pero por todo lo expuesto, resulta plausible sospechar que el desarrollo actual de los algoritmos, las tecnologías de avanzada y los sistemas de ideas que elaboran los nuevos monarcas filósofos permiten que el enunciado del Catecismo se vuelva una realidad palpable a corto o mediano plazo. En efecto, Palantir y la galaxia de tecnológicas asociadas a Silicon Valley podrían ofrecerse como la “solución” de todos los problemas (guerras, migraciones, pandemias, catástrofes ambientales, etc.) a condición de que se eliminen todas las trabas y regulaciones que limitan su desarrollo y se le entregue “la suma del poder público” a la IA y a una reducida élite de iluminados tecnócratas. Serían los nuevos Illuminati de la ilustración oscura que gobernarían despóticamente a la sombra de los circuitos integrados para llegar al paraíso cuántico en la tierra que, por cierto, no estará abierto a toda la humanidad sino sólo para los escogidos.

Un mesianismo tecnotrónico que busca la inmortalidad transhumanista puede erigirse en un Dios que exigiría sumisión y adoración por parte de los gobiernos, la clase política y los ciudadanos en general. Las búsquedas esotéricas de Peter Thiel confirmarían que se mueve en un trasfondo de espiritualidad ocultista. Si la Iglesia se opone a este estado de cosas sería declarada enemiga pública y duramente perseguida.

“Dialog” y “Hereticon”

En 2006 Peter Thiel fundó DIALOG, una reunión ultrasecreta donde convoca a megamillonarios y agentes de gobiernos para debatir sobre un abanico de temas predeterminados. La hacktivista suiza Maia Arson Crimew logró entrar a la base de datos y así pudo filtrar que la la reunión que se llevará a cabo en agosto de este año en Dublin asistirán 220 invitados, entre otros, Scott Bessent, Secretario del Tesoro de EE.UU., el congresista Ted Cruz que preside la comisión del senado que controla el comercio de datos; el congresista demócrata Cory Booker; el general Alexus G. Grynkewich, actual comandante supremo de la OTAN en Europa; Auren Hoffman, Elon Musk, Peter Thiel, Palmer Luckey (Anduril Industries), Alex Karp (Palantir) y Marcos Galperin (Mercado Libre). Fíjense dos cosas: DIALOG sienta en una misma mesa al Estado y los empresarios privados del más alto nivel, con poder real y efectivo.

En medio del mayor secreto este año planean debatir acerca de temáticas como:
– ¿el dinero compra la felicidad?
– recuperemos la energía nuclear
– navegando por la Tercera Guerra Mundial
– Cómo va tu vida sexual
– Cómo fundar tu propia secta
– Colonización de Marte, eugenesia, interfaces máquina-cerebro, parapsicología, impresión de armas de fuego 3D, natalismo (“fábricas de bebés”) y ciudades charter. Una se tituló: “El objetivo es la inmortalidad”. Otra, “Cómo robar elecciones”.

Thiel también dirige otro grupo secreto y elitista llamado HERETICON que propuso sesiones sobre ovnis, inmortalidad, el fin del mundo, natalismo, parapsicología, modificación genética, «sexo y Dios» y «riesgo existencial».

De todo este combo temible, quiero destacar particularmente la presencia de contenidos esotéricos y el secretismo.

Los nuevos Illuminati

Peter Thiel fundó DIALOG y HERETICON, dos sociedades reservadísimas en las que debaten ideas temibles para la humanidad: eugenesia, tercera guerra mundial, inmortalidad, robo de elecciones, etc. De todo ese combo terrorífico quiero destacar cuatro aspectos que me interesan particularmente:
a) el elitismo: acceden por invitación exclusiva sólo megamillonarios, altos funcionarios de gobierno y militares;
b) el secretismo: reserva absoluta de quiénes son los invitados y qué temas se debaten (recordemos que esto salió al conocimiento público gracias a una hacker que filtró información);
c) permanencia en el tiempo: DIALOG existe desde 2006 y hay miembros fijos y otros invitados ocasionales, y
d) ciertos contenidos esotéricos como parapsicología, fundación de sectas, contactos con ovnis y sesiones de hipnotismo.

Estos cuatro aspectos resultan esenciales en la conformación de una logia, aunque ciertamente no quiero decir que dependan estrictamente de la Masonería. Más bien, todo lo contrario. Mi hipótesis es que las logias masónicas tradicionales luchan por sobrevivir a su decadencia y que la calidad de sus miembros y el peso específico de su influencia se distancian años luz de las logias de Thiel donde están los que realmente deciden nuestro futuro. Nos permitimos establecer una categoría específica: definamos “masonismo” a la adopción de características propias de una logia masónica sin que por ello tenga vinculación directa o dependencia formal con la Masonería.

La Logia Lautaro fue masonística en este mismo sentido porque se trataba de una sociedad patriótica a la que nunca se le pudo comprobar con papeles en mano su filiación masónica; el viejo Maguire envió cuestionarios directamente a los Grandes Orientes de Londres, Irlanda y EE.UU. y respondieron que no tenían ningún registro de nuestros patriotas.

El Club Bilderberg y las reuniones de Thiel son masonísticas. Aquí se reúnen los auténticos herederos espirituales de los antiguos Illuminati.

Los nuevos Illuminati y el Príncipe de este Mundo

Nos vamos acercando al final de esta serie de posteos. Ha llegado el momento de decirlo todo, aunque me tilden de loco.

Ya hemos visto que las logias masonísticas DIALOG y HERETICON reúnen los personajes más poderosos de Occidente en reuniones secretas donde se decide la forma que tendrá el futuro. Vimos también que, entre otros puntos de la agenda, abordan temas relacionados con el esoterismo: hipnosis, contactos extraterrestres, parapsicología. Esto puede parecer una chifladura de millonarios que quieren divertirse con fenómenos paranormales en sus descansos de reuniones de negocios. Parece, pero no lo es.

Pensemos por un minuto: siempre se puede ambicionar más poder y dinero, pero ¿qué más pueden desear aquellos que lo tienen todo, aquellos para quienes cientos de millones de dólares son apenas un vuelto de caja chica? Allí donde el deseo es ilimitado porque nunca termina de satisfacerse, allí es donde precisamente llegan al límite de lo humano: aspiran al transhumanismo, a la superación de los límites humanos de la muerte, la enfermedad y el dolor a través de la técnica. ¿Y esto colmará sus ambiciones? Tampoco. Sólo Dios puede colmar nuestros anhelos más profundos, pero estos muchachos no son precisamente monjes cristianos ni budistas. Después de lo transhumanista ¿qué viene? Y… lo que viene son inteligencias superiores no humanas… ¿Extraterrestres? No olvidemos que uno de los temas que abordan en esas conferencias es el contacto con seres de otro mundo. Pero, de un modo consciente o inconsciente, los seres que contactan no son los habitantes de la constelación de Andrómeda sino muy probablemente al ángel que cayó en el principio de los tiempos, aquél que le dijo a Adán y Eva: “si comen el fruto prohibido, serán como dioses”, aquél que le propuso a Jesús “si me adorás, te voy a dar el mundo entero”. Los que codician someter a este mundo bajo su poder despótico se vuelven in-mundos y por más poder que tengan, se terminan volviendo títeres de poderes ocultos y nefastos que superan su inteligencia.

Final

Quienes hayan seguido el hilo posiblemente se sentirán abrumados por la magnitud de las fuerzas malignas que se concentran en las oligarquías tecnocráticas de estos nuevos Illuminati, por su capacidad de vigilancia y dominio de la sociedad civil y política. Sin embargo, semejante panorama no debe llevarnos a la desesperación. En primer lugar, ya hemos visto en el posteo 8 que el Apocalipsis de San Juan es un libro de gozo: el mal ya está condenado; Dios mismo lo barrerá con “el soplo de su boca”.

El 13 de julio de 1917 la Virgen les dijo a los tres pastorcitos de Fátima que el mundo atravesará calamidades, “pero al final, mi Inmaculado Corazón triunfará”. Eso es. Ella le pisa la cabeza a la serpiente y de hecho en multitud de exorcismos el demonio confiesa que le tiene pánico a la Señora del Cielo.

¿Qué podemos hacer? Difundir la verdad, permanecer alertas, analizar críticamente, estudiar, mantenernos calmos y no dejarnos arrebatar por el odio. Los intelectuales y escritores deben tomar conciencia de su responsabilidad por tener el don de la palabra y no entregarse a la vanagloria de una carrera exitista; deben hacer caso a Martín Fierro y “no templar la guitarra sólo por gusto, sino para cantar en cosas de jundamento”.

Y, sobre todo, debemos elevar nuestras oraciones. Parece poco, pero es muchísimo. Y los que no sean católicos o cristianos, eleven sus buenas intenciones, recen a su modo. Dios oye todo.

 

* Mario Ortiz es profesor y licenciado en Letras por la Universidad Nacional del Sur. Ejerce la docencia en el ámbito universitario y preuniversitario. Integra equipos de investigación de la Secretaría de Ciencia y Tecnología (UNS) en las áreas de literaturas comparadas e historia regional, especializado en historia de la Masonería local. 

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La destrucción de España – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

Cuando todavía colean los incendios más voraces jamás padecidos en España sufrimos la invasión de una horda incontable de marroquíes. ¿Alguien puede todavía negar que estamos gobernados por chacales juramentados en la destrucción de España? ¿Alguien puede negar que estamos en manos de criminales dispuestos a convertir España en eso que vulgarmente se llama un «Estado fallido»? ¿Cómo podemos definir un país cuyos gobernantes no sólo se muestran incapaces de combatir estas calamidades, sino que las fomentan y alientan?

Los incendios que acabamos de padecer –que todavía estamos padeciendo– ocurren porque los chacales que nos gobiernan los promueven. Sólo así puede explicarse que España apenas haya invertido una cuarta parte de las ayudas recibidas desde el pudridero europeo para la prevención de incendios y el cuidado de nuestros bosques; sólo así puede explicarse que la partida destinada al llamado Fondo de Contingencia para paliar catástrofes, que asciende a cuatro mil millones de euros, se haya desviado hacia otros gastos completamente diversos. ¿Y cuáles son esos gastos? La partida más abultada es la que se destina a «operaciones militares»; traducido al román paladino, se desvían miles de millones para abastecer de armamento al títere Zelenski y para participar en «misiones» belicistas demenciales (como la que ahora mismo nuestros militares están desarrollando en el Ártico), cuya única finalidad es enviscar a Rusia y provocar el estallido de una Tercera Guerra Mundial.

Los chacales que nos gobiernan han triplicado al gasto militar para cebar el «complejo industrial-militar» yanqui y prolongar indefinidamente una guerra perdida que puede degenerar en apocalipsis atómico, mientras nuestros hospitales y nuestras escuelas se depauperan hasta extremos insoportables, mientras nuestras carreteras se llenan de baches y socavones, mientras nuestros trenes descarrilan y nuestras infraestructuras públicas revientan. Mientras cuatro mil millones de euros han sido entregados al títere Zelenski, España se cae a trozos, convertida en una pira y en un muladar; y los sufridos españoles sufren exacciones fiscales monstruosas, que en muchos casos superan el 70 por ciento de sus ingresos (porque no hay que contabilizar sólo el impuesto sobre la renta, sino también los impuestos al consumo, los impuestos especiales y tasas son que nos acribillan, también los impuestos por derechos de emisión de CO2 que las centrales eléctricas y las empresas de la cadena industrial y alimentaria repercuten sobre nuestros bolsillos). Y no contentos con desviar los fondos destinados a la prevención de las catástrofes y con saquearnos atrozmente (siempre pillando cacho para sus corruptelas, por supuesto), los chacales que nos gobiernan invocan una supuesta «emergencia climática» cada vez que una nueva catástrofe nos golpea, para incrementar todavía más la recaudación y financiar más pingüemente la llamada «transición energética» (que el último año recibió más de 17.000 millones de euros). Una «transición energética» que se alimenta de la aniquilación de nuestra agricultura y nuestra ganadería, sometidas a normativas que las hacen inviables); una «transición energética» que es la principal beneficiaria de los incendios que cada verano arrasan nuestro territorio, pues brindan terreno calcinado para construir «parques» eólicos y fotovoltaicos; una «transición energética» que –como explica de perlas la «doctrina del shock»– se sirve de la consternación que provocan los incendios para que los chacales que nos gobiernan pueden subir todavía más los impuestos, con la excusa de combatir la «emergencia climática». Por supuesto, todos esos miles de millones que los chacales nos rapiñan cada año para combatir el «cambio climático» no han servido para suavizar ni un ápice nuestro clima.

Atrevámonos a decirlo: son los chacales que nos gobiernan los causantes directos y los principales beneficiarios (en colusión son los magnates de la «transición energética») de los incendios que padecemos. También son los causantes directos y los principales beneficiarios de las invasiones bárbaras que España padece desde hace décadas y que en estos días han alcanzado su paroxismo con la llegada a Ceuta y Melilla de una horda incontable de marroquíes, entre la que se camuflan miles de delincuentes liberados por su reyezuelo, con motivo del aniversario de su entronización. Pero esa horda no habría llegado a Ceuta y Melilla si los chacales que nos gobiernan no hubiesen favorecido una política de fronteras abiertas que ha convertido España en la bicoca y el dorado del reinado plutocrático mundial, que necesita provocar avalanchas inmigratorias para reducir los salarios y multiplicar sus beneficios. Esa horda no habría llegado a Ceuta y Melilla si los chacales que nos gobiernan no hubiesen promovido, para atender las demandas del reinado plutocrático mundial (y de paso asegurarse un ejército de votantes a piñón fijo), una monstruosa regularización masiva de inmigrantes que ha convertido España en un enjambre de rica miel para todos los desharrapados del planeta. Esa horda no habría llegado a Ceuta y Melilla si los chacales que nos gobiernan invirtieran dinero en un ejército que protegiese nuestras fronteras de vecinos aviesos y hostiles. Esa horda no habría llegado a Ceuta y Melilla si los chacales que nos gobiernan no estuviesen genuflexos ante Marruecos, por razones o sinrazones muy turbias que nunca se nos han explicado; razones o sinrazones que han condenado al pueblo saharaui a un futuro de tortura y opresión y han beneficiado a la tiranía marroquí con chorros de millones que se niegan a los españoles, para que su agricultura y su industria prosperen mientras las nuestras languidecen y nos comemos sus zurrapas en la fruta que nos venden. Pero de todo ello los chacales que nos gobiernan pillan cacho; por eso ayer banqueteaban y brindaban en embajadas y consulados de Marruecos, celebrando el aniversario de la entronización del reyezuelo Mujamé, mientras la horda invadía Ceuta y Melilla. Los chacales que no gobiernan son los causantes directos y los principales beneficiarios de la destrucción de España. Son unos traidores hijos del obispo Oppas y del conde don Julián, hijos de Godoy y Antonio Pérez, que han hecho de la destrucción de España su pitanza y su misión vital. Mientras nos resistamos a aceptar esta verdad diáfana solo nos resta agonizar. Y va a ser una agonía larga y dolorosa.

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Traditional Chinese Joinery: Inserted Shoulder Joint#woodworking

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24 Ore nel campeggio più assurdo ed esclusivo d'Europa: Isole Faroe

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Episodio 1175: Le Isole Faroe sembrano uscite da un altro pianeta. In questo episodio percorriamo alcune delle strade più spettacolari dell'arcipelago, tra montagne che si tuffano nell'oceano, panorami incredibili e un meteo che ci ricorda subito chi comanda da queste parti.

Raggiungiamo la spettacolare cascata di Fossá, la più alta delle Faroe, e poi uno dei villaggi più curiosi dell'arcipelago, dove il campeggio si trova... direttamente all'interno del campo da calcio. Un luogo unico che racconta perfettamente lo spirito di queste isole.

Tra carreggiate strettissime, tunnel, vento gelido e paesaggi che lasciano senza fiato, continuiamo a esplorare uno degli angoli più affascinanti del Nord Atlantico.

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Commentaires sur La Suite numérique de l’État : critique des critiques par af

En réponse à Gervois Gérard.

hello,
Lasuite.coop propose les mêmes logiciels aux acteurs de l’ESS, mais on peut aussi juste les tester sur leur site en créant un compte :
https://www.lasuite.coop/applications/demo/

sinon ces logiciels est libre donc on peut les compiler et les installer soi-même pour s’en servir : https://github.com/orgs/suitenumerique/repositories

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CRISI CLIMATICA. Critiche e prospettive da un punto di vista anarchico.

CLICCA QUI PER SCARICARE L'OPUSCOLO IN PDF

Pubblichiamo integralmente l’opuscolo appena prodotto dal gruppo di lavoro della FAI “Azione diretta e crisi climatica”. La diffusione è più che auspicata. Buona lettura! La redazione web

Prefazione

Durante il congresso della Federazione Anarchica Italiana, tenutosi a Carrara nel 2025, si è aperto il confronto sulla tematica delle lotte ambientali. Nel corso del dibattito è emerso come il problema dei cambiamenti climatici o, meglio, della crisi climatica sia una questione che per il suo carattere globale e per le molteplici implicazioni inerenti a questioni ambientali, sociali ed economiche, non solo assume un interesse riferibile all’intero pianeta Terra ma permette di sviluppare un’analisi che, inevitabilmente, si riferisce alla complessità della società in cui agiamo.

Come gruppo di lavoro abbiamo “intrecciato” gli aspetti considerati più significativi cercando di evidenziare tutte le criticità che, inquadrate in un unico contesto, permettono di sostenere la tesi secondo la quale non esiste reale soluzione alla crisi climatica se non si prevede lo smantellamento dello stato e del capitalismo nelle loro articolazioni politiche, economiche e militari.
Ci siamo confrontat anche sul ruolo che la scienza gioca in questo contesto, valutando che, nella piena consapevolezza della sua non neutralità, è fondamentale denunciare le spinte tecnocratiche favorendo, invece, lo stretto rapporto con chi fa ricerca, raccoglie dati, sviluppa modelli che permettono di interpretare l’evoluzione dei fenomeni.

La scienza non è neutrale perché la sua pratica è intrinsecamente influenzata dal contesto umano, sociale, economico e culturale in cui opera. Sebbene cerchi l’oggettività, la ricerca è orientata da scelte politiche, finanziamenti e valori di chi fa ricerca scientifica. La scienza, dunque, non opera in un “vuoto asettico”. I fatti e i dati scientifici sono “veri” ma possono essere cercati e selezionati con modalità diverse, l’applicazione e la direzione della scienza sono condizionate da tempi e finanziamenti. La stessa domanda iniziale su cui s’indaga orienta in una direzione piuttosto che un’altra.

La narrazione della scienza e di chi fa ricerca e sperimentazione come entità super partes è illusoria. Il problema della responsabilità sociale della scienza è un tema che ha percorso l’arco della storia.

Einstein scrisse nella sua lettera aperta del Gennaio 1947: «(…) Noi scienziati riconosciamo la nostra ineludibile responsabilità di trasmettere ai nostri concittadini una comprensione dei fatti più semplici dell’energia atomica e le sue implicazioni per la società. In questo sta la nostra sola sicurezza e la nostra unica speranza – noi siamo convinti che una cittadinanza informata agirà in favore della vita e non della morte».

In questo senso è necessario sostenere una scienza universale aperta a tutt e svincolata dagli interessi nazionali, dal profitto dei pochi a svantaggio dei più, una scienza i cui risultati appartengano alla comunità, controllata da uno scetticismo organizzato dove le conoscenze scientifiche siano passibili di giudizio critico e ritenute valide fino a prova contraria.

Consapevoli della sua condizione di illusoria neutralità possiamo comunque sostenerla come impresa sociale collettiva. Quindi una scienza inclusiva che, pur rigorosa nell’applicazione del metodo scientifico, non si ponga come entità superiore o indiscussa “guida” ma, sostenuta e in stretta corrispondenza con la società, sia orientata verso fini positivi.

Ci è sembrato, inoltre, opportuno evitare la declinazione di genere usando l’espediente delle parole tronche, con alcune eccezioni, per favorire una lettura scorrevole e l’uso del lettore vocale.

Capitolo 1 – Cosa s’intende per cambiamento climatico?

Il cambiamento climatico si riferisce a modifiche a lungo termine nelle condizioni termodinamiche e meteorologiche della Terra. Questi cambiamenti sono in gran parte causati dall’attività umana negli ultimi due secoli, soprattutto dall’uso di combustibili fossili come carbone, petrolio e gas che immettono nell’atmosfera gas serra (come anidride carbonica e metano), che intrappolano calore e riscaldano il pianeta.

Cos’è la World Meteorological Organization?

Nata nel 1873, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM o in inglese World Meteorological Organization, WMO) è l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa di meteorologia, climatologia, idrologia e scienze geofisiche correlate. Il suo ruolo principale è favorire la cooperazione internazionale nello studio e nella raccolta di dati su tempo, clima e risorse idriche, oltre a promuovere l’uso della meteorologia per la sicurezza, l’economia e lo sviluppo sostenibile.

Cosa fa la WMO?

La WMO coordina e supporta servizi meteorologici e idrologici nazionali di 193 stati e territori membri, rendendo possibile lo scambio libero e senza restrizioni di dati e informazioni meteorologiche, lo sviluppo di standard per osservazioni uniformi e l’uso di questi dati in settori pratici come:

– previsioni del tempo e allerte meteorologiche,

– monitoraggio climatico e cambiamenti climatici,

– gestione delle risorse idriche e degli eventi estremi,

– applicazioni in aviazione, agricoltura, trasporti e protezione civile

La situazione attuale

Nei suoi recenti report, la WMO informa circa alcune conclusioni fondamentali (dai rapporti 2024/2025):

  • Caldo e riscaldamento record: il 2024 è stato probabilmente il primo anno con temperature superiori di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali (1,55 °C), proseguendo una serie in cui l’ultimo decennio (2015-2025) è stato il più caldo mai registrato a causa dei gas serra e di El Niño.

  • Gas serra: le concentrazioni di CO2 e di altri gas serra sono ai massimi degli ultimi 800.000 anni, spingendo le temperature verso l’alto.

  • Cambiamenti oceanici: si stanno verificando un contenuto record di calore oceanico e ondate di calore marine. Inoltre, lo scioglimento della CO2 in acqua determina una significativa acidificazione con cambiamenti irreversibili per secoli.

  • Perdita della criosfera: i ghiacciai stanno fondendo rapidamente e il ghiaccio marino antartico ha raggiunto la sua seconda estensione più bassa di sempre mentre anche il ghiaccio marino artico ha registrato minimi record.

  • Scongelamento del permafrost con ulteriore liberazione di gas serra e acqua.

  • Accelerazione dell’innalzamento del livello del mare: il tasso di innalzamento del livello del mare è raddoppiato dall’inizio delle rilevazioni satellitari con previsioni di continui aumenti a lungo termine.

  • Eventi meteorologici estremi: ondate di calore più frequenti e intense, inondazioni e siccità causano enormi sconvolgimenti sociali ed economici.

  • Urgenza di agire: la WMO sottolinea che è probabile un superamento temporaneo di 1,5°C, ma un’azione immediata e rapida su emissioni e servizi climatici affidabili (allerte precoci) sono fondamentali per salvare vite umane e rafforzare la resilienza.

Riassumendo, le tre principali conclusioni del WMO, già espresse in precedenti report sono:

– il clima sta cambiando in modo accelerato negli ultimi decenni;

– la causa sono le emissioni (di origine antropica);

– un’azione immediata potrebbe mitigare l’estendersi dei danni correlati con i cambiamenti climatici

La WMO è considerata l’autorità scientifica internazionale sullo stato dell’atmosfera terrestre e sul comportamento del clima. Non si tratta quindi di un gruppo di ambientalist improvvisat. Si basa su espert selezionat e delegat dai governi delle 193 nazioni aderenti. In sostanza un organo sovranazionale per il coordinamento della meteorologia e degli studi sul clima, gli oceani e la criosfera. Eppure i suoi report sono lapidari, come abbiamo visto, lasciando poco spazio al dibattito non-scientifico.

L’IPCC

Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) è il forum scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM – WMO) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale.

L’IPCC è organizzato in tre gruppi di lavoro:

  • il gruppo 1 si occupa delle basi scientifiche dei cambiamenti climatici;

  • il gruppo 2 si occupa degli impatti dei cambiamenti climatici sui sistemi naturali e umani, delle opzioni di adattamento e della loro vulnerabilità;

  • il gruppo 3 si occupa della mitigazione dei cambiamenti climatici.

L’IPCC non svolge direttamente attività di ricerca né di monitoraggio o raccolta dati ma analizza a fondo la letteratura scientifica disponibile su temi diversi: oceanografia, stato della criosfera, misure di temperatura dell’aria a terra, serie storiche, misure da satellite e radiosonde e molto altro. Sulla base dei risultati dell’analisi di migliaia di articoli scientifici, l’IPCC stila i rapporti di valutazione (ora giunti alla sesta edizione, con il settimo in preparazione), che vengono poi presentati (meglio dire ignorati!) alle COP (Conference of the Parties, un appuntamento annuale in cui i paesi del mondo dovrebbero confrontarsi e concordare provvedimenti per limitare i rischi e i danni dovuti al cambiamento climatico).

Tutti i rapporti tecnici dell’IPCC sono a loro volta soggetti a procedure di revisione paritaria; i rapporti sintetici (oggetto di attenzione mediatica) sono soggetti anche a revisione da parte dei governi.

L’attività principale dell’IPCC è la preparazione a intervalli regolari di valutazioni esaustive e aggiornate delle informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche rilevanti per la comprensione dei mutamenti climatici indotti dal genere umano, degli impatti potenziali dei mutamenti climatici e delle alternative di mitigazione e adattamento disponibili per le politiche pubbliche. I rapporti di valutazione finora pubblicati sono sei, l’ultimo pubblicato nel 2022.

Nel primo rapporto, risalente al 1990, l’IPCC ha rivelato come l’anidride carbonica (CO2) contribuisca ad aumentare l’effetto serra naturale e che le attività umane hanno contribuito considerevolmente ad aumentare la concentrazione dei gas serra nell’atmosfera. Dopo la pubblicazione del rapporto è stato richiesto un supplemento, uscito nel 1992, che ha aumentato gli scenari da considerare sull’evoluzione planetaria.

Come si misura il clima

Il Global Climate Observing System, organo e iniziativa in seno alla WMO, è un programma internazionale per monitorare, comprendere e prevedere i cambiamenti climatici, raccogliendo dati su atmosfera, terra e oceani. Il GCOS definisce un insieme di oltre 50 variabili essenziali a comprendere il clima (Essential Climate Variables – ECV).

La vision del GCOS aspira ad un mondo in cui tutt abbiano libero accesso alle informazioni climatiche di cui hanno bisogno.

L’obiettivo del GCOS è altrettanto profondo: garantire la disponibilità e la qualità delle osservazioni necessarie per monitorare, comprendere e prevedere il clima globale. Il GCOS si impegna per un mondo in cui le osservazioni climatiche siano accurate e durature e l’accesso ai dati climatici sia libero e aperto.

Il GCOS coordina quindi iniziative a livello mondiale sulla disponibilità di dati, anche di alto livello, da sistemi e network diversi.

Il famoso grafico che riporta l’aumento della temperatura dell’aria, a partire dal periodo pre-industriale, è frutto dell’analisi di numerose serie di dati e costituisce un esempio in tal senso.

Nel ricostruire le variazioni della temperatura media globale dal 1850, Berkeley Earth ha infatti esaminato 21 milioni di osservazioni della temperatura media mensile da 50.706 stazioni meteorologiche. Di queste, 19.048 stazioni e 202.000 medie mensili sono disponibili per il 2023. I dati delle stazioni meteorologiche sono combinati con i dati sulla temperatura della superficie del mare dell’Hadley Centre (HadSST) del Met Office del Regno Unito. Questi dati oceanici si basano su 469 milioni di misurazioni raccolte da navi e boe, inclusi 12,7 milioni di osservazioni ottenute nel 2023. Dopo aver combinato i dati oceanici con i nostri dati terrestri, arriviamo a un quadro globale del cambiamento climatico dal 1850.

Il clima si misura infatti attraverso miriadi di stazioni, sistemi, variabili e metodi diversi.

Satelliti in grado di valutare variazioni su larga e media scala dei parametri fondamentali, quali temperatura del suolo o della superficie degli oceani, umidità, copertura nuvolosa.

Stazioni a terra che misurano i tradizionali parametri meteorologici: temperatura dell’aria, umidità, pressione atmosferica, radiazione solare, vento, precipitazioni, temperatura del suolo e altro.

Boe stazionarie e sensori a bordo di navi, per le misure dei numerosi parametri marini: temperatura dell’acqua anche in profondità, salinità, parametri meteorologici alla superficie del mare.

Sistemi di misura in criosfera: temperatura del permafrost (il suolo ghiacciato, nelle zone polari o residuo di ghiacciai montani) , estensione dei ghiacciai, intensità delle coperture nevose. A cui si aggiungono parametri indiretti chimici, biologici e perfino vegetali (la cosiddetta fenologia che registra il cambiamento nel comportamento vegetale).

In quasi tutte queste discipline, inoltre, negli ultimi dieci-quindici anni si è visto l’ingresso della metrologia, la scienza delle misure. Espert in validazione di strumenti, tarature e analisi delle incertezze sono ora parte integrante di tutti i processi di generazione dei dati al fine di garantirne la qualità sin dal processo di misura. Le analisi storiche, finora basate su processi di filtraggio di dati prevalentemente meteorologici, possono ora giovarsi di un processo di validazione all’origine, attraverso metodi di riferimento e reti di strumenti (a terra, mare o atmosfera) di altissima qualità, in continuo dialogo e confronto tra loro e costantemente controllati e migliorati. Uno sforzo internazionale poco conosciuto, ma finalizzato a lasciare alle future generazioni di climatolog dati di alta qualità. Ulteriore scopo è quello di poter cogliere variazioni climatiche in tempi più brevi, rispetto alle tradizionali analisi delle serie storiche. Per verificare se l’introduzione di termini di mitigazione possano iniziare ad avere effetto, è necessario disporre di misure sempre più raffinate (cioè con maggiori cifre significative). Solo così si potranno indirizzare le scelte energetiche e di produzione alimentare in modo corretto. Non è infatti più possibile attendere decenni per agire.

Effetti del cambiamento climatico

Il cambiamento climatico non è solo questione di riscaldamento: influisce su tutto il sistema Terra con effetti già evidenti e in continua crescita e intensificazione.

Le temperature atmosferiche medie globali stanno aumentando, con conseguenti ondate di calore più frequenti e intense. L’incremento di temperatura si riscontra, in modo costante, anche nelle acque oceaniche che, immagazzinando maggiore energia, determinano ulteriori effetti destabilizzanti sulle correnti, sugli habitat e sulle stesse interazioni idrosfera-atmosfera.

Fusione dei ghiacci e innalzamento del livello del mare

I ghiacciai e le calotte polari si sciolgono facendo aumentare il livello dei mari: una minaccia per le città costiere. A questo fenomeno si aggiungono preoccupanti variazioni della salinità dell’acqua dato che i ghiacci che si fondono sono per la maggior parte di acqua dolce. Questo innesca variazioni nella stabilità di correnti oceaniche, acidificazione e danno alla fauna acquatica.

Eventi meteorologici estremi

Alluvioni, tempeste, siccità e incendi diventano più frequenti e intensi. Negli ultimi quattro anni a Torino sono stati valutati e purtroppo validati i record estremi di temperatura dell’Asia (54 °C in Kuwait – Mitribah) e dell’Europa 48,8 °C a Floridia (Sicilia).

Impatti su piante, animali e habitat

Molte specie migrano, si estinguono o perdono habitat. I cicli naturali e gli ecosistemi si alterano rapidamente. I tempi di adattamento di molte specie, dettati da necessità biologiche e naturali, sovente non sono altrettanto rapidi rispetto alle variazioni delle condizioni climatiche di una regione.

Impatti su salute e società

Ondate di caldo, scarsità d’acqua, sicurezza alimentare precaria e malattie nuove o in espansione aumentano i rischi per la salute umana.

Effetti economici

Danni a infrastrutture, perdite agricole e costi di recupero dopo disastri naturali hanno gravi impatti economici.

Negazionismo e negazionismi

L’asserzione per cui «in fondo, i cambiamenti climatici sono sempre esistiti» è certamente corretta e fornisce lo spunto di avvio del discorso negazionista. È innegabile che il clima sul nostro pianeta sia variato. Si può dire che vari in continuazione. È altrettanto vero che livelli di CO2 come quelli odierni si siano già raggiunti, ma i negazionist, strumentalmente, non tengono conto di due aspetti fondamentali.

Prima di tutto bisogna considerare la velocità dei cambiamenti che oggi non si possono più ritenere a lungo termine. Basti vedere la velocità di sparizione dei ghiacci, alpini e artici o fenomeni di desertificazione crescente. Velocità di mutamento che non sempre riesce ad essere compensata dai fenomeni di adattamento delle specie vegetali e animali, causando la perdita di biodiversità, che è un grave fenomeno associato, raramente considerato nei discorsi negazionisti. Altro punto ignorato è la densità della popolazione terrestre. Se qualche centinaio di anni fa all’abbassamento o innalzamento della quota neve l’umanità rispondeva spostando qualche villaggio di decine di persone e qualche centinaio di capi di bestiame in ogni valle, oggi gli effetti di innalzamento del livello del mare sulle città costiere, la perdita di coltivabilità di ampie zone del pianeta o l’obbligo di ricorrere a specie non autoctone, vanno a indurre crisi sociali ed economiche che inevitabilmente ricadono sugli strati più deboli della popolazione.

Il negazionismo climatico si basa quindi sul rifiuto o minimizzazione della scienza climatica che dimostra che il cambiamento climatico è reale e causato principalmente dalle attività umane. Negare l’evidenza scientifica significa negare che il riscaldamento globale è causato dalle emissioni di gas serra derivanti dalla combustione di combustibili fossili, deforestazione, allevamento intensivo e altre attività industriali. Significa negare le responsabilità del modello economico capitalista.

Le principali motivazioni alla base dei negazionismi climatici sono:

  • Interessi economici e politici. Alcuni settori economici, come l’industria dei combustibili fossili, temono che le politiche per combattere il cambiamento climatico possano ridurre i profitti o aumentare i costi operativi. Di conseguenza, cercano di minimizzare la questione, spesso finanziando campagne che diffondono dubbi sulla scienza climatica.

  • Ideologia politica. In alcuni casi, il negazionismo climatico è legato a convinzioni politiche che rifiutano interventi governativi, come la regolamentazione delle emissioni o l’adozione di politiche ambientaliste. Per alcuni gruppi, riconoscere il cambiamento climatico potrebbe implicare l’adozione di politiche che vedono come dannose per la libertà economica o la crescita.

  • Distorsione delle informazioni. Il negazionismo climatico spesso utilizza argomenti pseudoscientifici, come citare fenomeni atmosferici che non sono legati al riscaldamento globale o distorcere dati scientifici per fare sembrare che non ci sia consenso tra espert sul cambiamento climatico.

  • Conformismo sociale e media. In alcuni casi, le persone si allineano con le opinioni dominanti all’interno dei loro gruppi sociali, culturali o politici, anche se queste opinioni non sono supportate da prove scientifiche. Alcuni media, soprattutto quelli con orientamenti politici conservatori, promuovono opinioni negazioniste, schierandosi per opportunità politica.

  • Scetticismo generalizzato verso la scienza. Alcun negazionist provano semplicemente scetticismo verso la scienza in generale, assumendo posizioni complottiste spesso legate alla naturale diffidenza verso ciò che non si conosce. Classicamente tradotto con: «Ci vogliono far comprare la macchina elettrica»; «Gli scienziati sono tutti al soldo delle multinazionali»; «Vogliono solo creare terrore per poi farci pagare più tasse sul clima», e via dicendo.

Il complottismo, pur assumendo forme grottesche (un tempo forse oggetto di barzelletta), trova spazio e si autoalimenta attraverso i post su social media, i quali non richiedono la raccolta dei dati, il loro studio e successiva validazione ma la semplice digitazione su tastiera.

Capitolo 2 – Governi e capitale: la complicità strutturale nella crisi climatica.

Il cambiamento climatico non è un mero disastro naturale o un destino ineluttabile ma la diretta conseguenza di un sistema politico ed economico deliberatamente orientato alla crescita infinita, al profitto e al potere. Governanti, stati e istituzioni internazionali, per decenni, hanno servito gli interessi del capitale, difendendo una crescita illimitata su un pianeta finito. Parlare di ecologia significa, quindi, ridiscutere di scelte politiche e di sistemi sociali e culturali profondamente radicati. Corriamo Il rischio di diventare ingranaggi di una macchina che rende complici della propria stessa distruzione, dove ogni bisogno, ogni acquisto, ogni digitazione alimenta un modello che divora le risorse e le vite.

La società contemporanea è dominata da bisogni indotti, guerre permanenti e nuove tecnologie ad alto impatto energetico come i Bitcoin e l’intelligenza artificiale (IA). Questi fenomeni, apparentemente distinti, condividono un filo conduttore: il nesso tra stato e capitale che incentiva modelli distruttivi anteponendo il profitto e il potere ai bisogni reali delle persone e dell’ambiente. Per comprendere la vera natura del cambiamento climatico, è indispensabile smascherare il ruolo di governi e grandi interessi economici dietro consumismo, militarismo e tecnologie energivore.

Il dominio dei combustibili fossili: sussidi e impunità

Il problema climatico non è un fenomeno diffuso e indistinto, ma una questione di potere e di decisioni strategiche altamente concentrate. Dal 1988 a oggi, solo 100 aziende fossilifere sono state responsabili di oltre il 71% delle emissioni globali di CO₂. Un’analisi più approfondita del Carbon Majors Report 2023 rivela che oltre il 70% delle emissioni storiche di CO₂ dal 1751 può essere attribuito a sole 78 entità produttrici, sia private che pubbliche. Un dato particolarmente allarmante è che 58 di queste 100 aziende hanno effettivamente aumentato le loro emissioni nel periodo successivo all’Accordo di Parigi (2016-2022) rispetto agli anni precedenti (2009-2015). In questo contesto, le aziende statali hanno mostrato un incremento del 29% delle emissioni da carbone, mentre quelle private hanno registrato un calo del 28%. Questi dati sottolineano una persistente espansione dei combustibili fossili nonostante gli impegni globali assunti per il clima nei contesti internazionali. La responsabilità del cambiamento climatico è, dunque, altamente concentrata in un numero ristretto di attori. Il fatto che le aziende statali abbiano aumentato le emissioni post-Accordo di Parigi evidenzia una diretta complicità dei governi nel perpetuare la dipendenza dai combustibili fossili, al di là delle dichiarazioni ufficiali. Questo sposta la narrativa dalla colpa individuale” alla responsabilità sistemica e concentrata, indicando che il problema non è solo una questione di mercato ma di scelte politiche deliberate che favoriscono interessi specifici. Tra i maggiori responsabili figurano aziende statali come Saudi Aramco, Gazprom e National Iranian Oil Company, e aziende private come Chevron, ExxonMobil, BP e Shell.

L’analisi del sistema economico italiano rivela una contraddizione strutturale che mina alla base ogni sforzo di decarbonizzazione: il persistere di un massiccio trasferimento di risorse pubbliche verso attività che degradano il capitale naturale. Nel 2023, l’Italia ha destinato circa 78,7 miliardi di euro ai cosiddetti Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD), un dato che evidenzia come la risposta alla crisi energetica e climatica sia ancora pesantemente ancorata al sostegno delle fonti fossili. Questa massa di capitale agisce come un catalizzatore di entropia, mantenendo artificialmente competitivi settori che la scienza climatica ha giudicato obsoleti. 

La struttura dei sussidi si articola in una tassonomia complessa che include trasferimenti diretti e, in misura maggiore, spese fiscali sotto forma di esenzioni o riduzioni di accise. Nel 2024, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha censito 183 incentivi con impatto ambientale, classificando i SAD per un valore di circa 25 miliardi di euro, di cui 19,2 miliardi diretti specificamente al settore dei combustibili fossili. La permanenza di tali incentivi crea una distorsione del mercato che rallenta l’adozione di tecnologie pulite, poiché il costo sociale del carbonio non viene internalizzato nei prezzi finali. 

Il Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica (CITE) aveva stabilito un obiettivo ambizioso: definire la rimozione graduale dei SAD entro il 2025. Tuttavia, il processo di riforma si scontra con resistenze sistemiche. Se da un lato sono stati eliminati alcuni sussidi minori, per un risparmio di circa 105,9 milioni di euro annui, dall’altro emergono nuovi SAD che rischiano di neutralizzare i progressi raggiunti. La proposta di riforma fiscale mira a spostare il carico fiscale dal reddito ai consumi, riducendo la progressività e favorendo i redditi più alti, con la giustificazione di tassare il consumo di risorse naturali e le attività inquinanti, seguendo il principio “chi inquina paga”. Un esempio critico è il riallineamento delle accise tra benzina e gasolio, un intervento atteso da anni per correggere una disparità che ha favorito ingiustamente l’automobilità diesel, e che dovrebbe concludersi entro un arco di cinque anni a partire dal 2025. 

Inoltre, l’aumento dei Sussidi Ambientali Favorevoli (SAF), passati da 40,5 a 71,8 miliardi di euro in un anno, non deve indurre a un ottimismo acritico; spesso questi fondi vengono destinati a tecnologie la cui efficienza complessiva è ancora oggetto di dibattito o che, come vedremo nel caso del fotovoltaico a terra, possono generare esternalità negative impreviste sul consumo di suolo.

Il pacchetto europeo “Fit for 55“, pur ambizioso sulla carta, è stato ampiamente criticato da organizzazioni non governative come «inadatto e ingiusto». Non prevede un’eliminazione, pur se graduale, dei combustibili fossili e continua a proteggere l’industria con «quote di CO₂ gratuite», scaricando di fatto i costi dell’inquinamento sulla cittadinanza. L’influenza delle lobby fossili è palese e rappresenta uno strumento di sottomissione politica. Transparency International ha rivelato quasi 900 incontri tra lobbist e Commissione europea negli ultimi quattro anni e mezzo. Questo dimostra come gli interessi privati possano dirottare le politiche pubbliche, trasformando gli obiettivi climatici in mere promesse dilatorie. Questo meccanismo è una diretta conseguenza della “complicità strutturale” tra poteri finanziari e stati, dove la democrazia formale è, di fatto, svuotata dalla pressione economica.

In Italia, la situazione è emblematica di questa tendenza: il governo ha posticipato la chiusura delle centrali a carbone al 2038 e ha tagliato fondi destinati alla transizione ecologica dal PNRR, in particolare per il dissesto idrogeologico e la messa in sicurezza degli edifici pubblici, nonostante l’urgenza di tali interventi nell’ottica di un’autentica transizione ecologica. La persistenza di tali politiche, nonostante le evidenze scientifiche e gli impegni internazionali, sottolinea come lo stato, lungi dall’essere un’entità neutrale, sia intrinsecamente legato e spesso sottomesso alle pressioni del capitale, rendendo impraticabile un cambiamento radicale dall’alto.

Le nuove frontiere dell’assurdo energetico: Bitcoin e Intelligenza Artificiale

Inseriti nel quadro del capitalismo tecnico-industriale, i Bitcoin e le recenti applicazioni di Intelligenza Artificiale sono nuove appendici di questo sistema, dimostrando come tecnologie presentate come rivoluzionarie” possono in realtà sostenere logiche di spreco e dominio. Queste tecnologie digitali avanzate, spesso presentate come neutrali o progressiste, sono in realtà nuovi tentacoli del sistema capitalista che perpetuano e intensificano la logica di spreco energetico e centralizzazione, con la complicità dei governi che le incentivano senza adeguata regolamentazione ambientale.

La nascita delle criptovalute come Bitcoin fu accompagnata da una retorica di emancipazione dalle banche centrali e dallo stato; in pratica, però, Bitcoin è diventato un gigantesco divoratore di elettricità al servizio principalmente della speculazione finanziaria. Il meccanismo estrattivo (mining) di Bitcoin richiede computer che eseguono calcoli continui e ridondanti, consumando quantità abnormi di energia elettrica. Si stima che il consumo annuale di elettricità della rete Bitcoin si aggiri sui 175,87 terawattora (TWh), grosso modo quanto un intero paese di medio livello industriale come la Polonia. In termini relativi, si parla di circa lo 0,4% del fabbisogno elettrico mondiale assorbito da una singola rete di pagamento privata. La sua impronta carbonica annuale è paragonabile a quella del Qatar (98,10 Mt CO2), e una singola transazione Bitcoin ha un’impronta carbonica equivalente a 1,7 milioni di transazioni VISA o al consumo energetico di una famiglia statunitense per 47 giorni. L’85% dell’energia utilizzata per il mining negli Stati Uniti proviene ancora da combustibili fossili. L’ipocrisia è evidente: mentre a una persona comune si chiedono sacrifici green, alcuni governi, lungi dal frenare questa “follia”, la incoraggiano apertamente, offrendo elettricità a basso costo ai miners o adottando Bitcoin come valuta legale, nonostante le avvertenze sui danni ambientali e la pressione sulla rete elettrica.

Il paradosso digitale: Il costo fisico dell’Intelligenza Artificiale

L’Intelligenza Artificiale (IA) viene spesso descritta come un’entità immateriale operante nel cloud. Al contrario, l’IA è una tecnologia profondamente materiale, caratterizzata da una “voracità di risorse” che la rende uno dei principali driver della domanda energetica e idrica dei prossimi decenni. La scala di utilizzo di un data center dedicato all’IA ha ordini di grandezza superiore rispetto ai centri tradizionali: un’installazione hyperscale può consumare oltre 100 MW di potenza, quanto 100.000 nuclei familiari. 

Il fabbisogno energetico dell’IA è proiettato verso una crescita esponenziale. Negli Stati Uniti, si stima che la domanda di potenza per i soli data center IA possa passare da 4 GW nel 2024 a 123 GW entro il 2035. Questa pressione sta portando alla riattivazione di centrali a combustibili fossili per garantire un carico di base costante, contraddicendo gli obiettivi di decarbonizzazione. Nel 2024, il gas naturale ha fornito oltre il 40% dell’elettricità per i data center USA, mentre le rinnovabili si sono fermate al 24%. 

L’impatto idrico è altrettanto critico. Il raffreddamento dei server richiede enormi quantità di acqua, spesso prelevata da bacini già in sofferenza. Si stima che entro il 2030 l’industria dell’IA potrebbe drenare fino a 1.125 milioni di metri cubi d’acqua all’anno negli Stati Uniti, una quantità pari al consumo domestico di 10 milioni di persone. Questo consumo è “silenzioso” ma devastante, poiché avviene spesso in regioni aride come l’Arizona o il Nevada per ragioni di incentivi fiscali e costi energetici. 

In questo contesto, si ripresenta il Paradosso di Jevons: ogni guadagno di efficienza algoritmica o hardware viene più che compensato dall’aumento della domanda complessiva di computazione. Se l’efficienza riduce il costo marginale di un’operazione IA, le imprese rispondono espandendo l’uso della tecnologia in ogni ambito, portando a un aumento netto dei consumi di energia e acqua. Senza una regolamentazione che ponga limiti fisici alla crescita dell’infrastruttura digitale, l’IA rischia di diventare un acceleratore dell’entropia planetaria piuttosto che un suo mitigatore. 

Consumismo indotto e obsolescenza programmata: la manipolazione dei desideri

In un’economia votata alla crescita illimitata, il capitalismo non rinuncia a modalità di controllo e crescita forzata analoghe a quelle belliche, rivolte espressamente all’interno: il consumismo di massa. La domanda di beni non sorge spontaneamente né è guidata solo dalle scelte individuali. Come notava Murray Bookchin, è il sistema produttivo a creare artificiosamente i bisogni attraverso la pubblicità e il marketing e manipolando i gusti del pubblico. La pubblicità, infatti, serve come catalizzatore per le decisioni d’acquisto, non solo diffondendo informazioni ma esercitando un forte richiamo emotivo e rafforzando il ricordo del marchio e la propensione al consumo. Questo crea “aspettative irrealistiche” che spingono le persone a comprare ciò di cui non hanno realmente bisogno. La perpetuazione del modello di crescita attraverso la manipolazione del desiderio è un meccanismo centrale del capitalismo, che si auto-alimenta generando una domanda insaziabile.

Come ribadito in un’altra parte del documento, un altro meccanismo-chiave è l’obsolescenza programmata, dove i prodotti sono deliberatamente progettati per rompersi o diventare rapidamente obsoleti. Questo è evidente nell’industria degli smartphone, con una vita media di soli 2,5 anni per un dispositivo. Il risultato è una montagna di rifiuti elettronici: nel 2020 il mondo ha generato 53,6 milioni di tonnellate metriche di e-waste, di cui solo il 17,4% è stato riciclato correttamente. Anche la fast fashion contribuisce in tal senso, producendo 92 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno. Questo fenomeno non solo accelera l’esaurimento delle risorse naturali, ma contribuisce anche alla contaminazione del suolo e dell’acqua con materiali pericolosi. La combinazione di consumismo indotto e obsolescenza programmata crea un ciclo distruttivo che massimizza il profitto a scapito dell’ambiente e delle risorse, trasformando la cittadinanza in “utenti e rifiuti,” come sosteneva Ivan Illich.

Ad essere più penalizzate sono, comunque, le classi meno abbienti, come spiega Terry Pratchett nel suo libro Men at Arms. Secondo la Teoria degli stivali” la povertà mantiene povere le persone. Lo scrittore sottolinea come chi vive in ricchezza possa permettersi buoni stivali che costano di più ma durano dieci anni, mentre chi vive in povertà può permettersi solo stivali economici che si consumano in una stagione, ovvero, la povertà fa spendere di più, alla lunga, dovendo ricomprare più volte stivali di cattiva qualità che devono essere rimpiazzati di frequente. È un’analisi cinica ma realistica che illustra come la mancanza di risorse economiche intrappoli le persone indigenti in un ciclo di spese continue per acquistare beni di scarsa qualità. Anche questa può essere considerata una forma di obsolescenza programmata, non solo nei termini delle caratteristiche del prodotto ma anche verso la classe sociale cui è indirizzata.

I governi sono complici attivi di questa dinamica di consumi indotti. Da un lato tollerano, quando non incoraggiano, la pubblicità martellante e la programmazione dell’obsolescenza dei prodotti. Dall’altro, intervengono direttamente per sostenere la domanda in settori strategici. Emblematico fu l’appello dell’amministrazione USA dopo l’11 settembre 2001, quando il presidente Bush esortò la popolazione ad «andare a Disney World» e fare acquisti per aiutare l’economia nazionale. Anche in Europa e in Italia si assiste regolarmente a incentivi pubblici per stimolare i consumi. A livello nazionale, il governo italiano ha stanziato 597 milioni di euro per incentivare la rottamazione dei veicoli più inquinanti e l’acquisto di auto elettriche. Queste misure, pur presentate come “green“, di fatto si traducono in sussidi statali a favore di grandi industrie (automobilistica, elettronica, edilizia), elargiti con la scusa dell’interesse generale mentre perpetuano il dominio delle imprese sul mercato e sugli stili di vita. La complicità dello stato si manifesta non solo nella tolleranza di queste pratiche ma anche nell’attivo sostegno attraverso incentivi che, pur apparentemente “verdi”, rafforzano il modello di consumo invece di sfidarlo. In un simile contesto diviene funzionale scaricare sull’individuo la colpa dei problemi ambientali e sociali, spingendo la retorica del consumo responsabile” o dei piccoli gesti, senza mai mettere in discussione l’enorme apparato produttivo che, in alcuni casi, finisce col patire crisi di sovrapproduzione e, per assurdo, arriva alla distruzione delle derrate alimentari per non far scendere i prezzi.

L’emorragia territoriale: record di consumo di suolo nell’era della crisi

Se i sussidi rappresentano il “software” dell’insostenibilità, il consumo di suolo ne è l’evidenza “hardware” più brutale. Il 2024 ha segnato il record peggiore dell’ultimo decennio per la perdita di superfici naturali in Italia. Secondo il rapporto ISPRA, sono stati consumati oltre 78 km^2 netti di suolo, con un incremento del 16% rispetto all’anno precedente. La velocità di trasformazione ha raggiunto i 2,7 m^2 al secondo, un ritmo che polverizza ogni tentativo di pianificazione territoriale resiliente. 

Il dato più allarmante è la dissociazione totale tra dinamiche demografiche e urbanizzazione. Nonostante la popolazione italiana sia stabile o in calo, la superficie artificiale pro capite continua a crescere, attestandosi a 365,8 m^2 per abitante nel 2024. Questo paradosso indica che il territorio non viene consumato per rispondere a bisogni abitativi primari, ma per alimentare infrastrutture logistiche, poli industriali e una nuova frontiera tecnologica: i data center. 

La trasformazione del suolo agricolo in impianti fotovoltaici a terra è quadruplicata in un solo anno, passando dai 420 ettari del 2023 agli oltre 1.700 del 2024. L’80% di queste installazioni è avvenuto su terreni fertili, evidenziando una gestione della transizione energetica che ignora la gerarchia delle superfici: si preferisce occupare terra vergine piuttosto che investire nel fotovoltaico integrato sui tetti o nelle aree già compromesse. Questo modello aggrava il rischio idrogeologico, specialmente nelle aree a pericolosità idraulica media dove l’incremento di suolo consumato è stato di 1.303 ettari. 

L’impermeabilizzazione irreversibile (soil sealing) compromette i servizi ecosistemici vitali. ISPRA stima che la perdita di questi servizi costi all’Italia tra gli 8,66 e i 10,59 miliardi di euro l’anno. Tali cifre non sono solo astrazioni economiche, ma rappresentano la perdita di capacità del suolo di mitigare le alluvioni, regolare le temperature urbane (isole di calore con picchi di +11,3°C) e preservare la biodiversità. 

Deforestazione e agricoltura intensiva: il prezzo del nostro cibo

Negli ultimi decenni il modello alimentare e produttivo si è trasformato radicalmente, con effetti devastanti sull’ambiente, sulla salute pubblica e sulle comunità più vulnerabili. Il sistema alimentare è un catalizzatore di crisi interconnesse – ambientali, sanitarie e sociali – che riflettono la logica di sfruttamento illimitato del capitale.

Uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione è l’aumento dei cibi ultra-processati (UPF): prodotti industriali ricchi di zuccheri, grassi, sale e additivi chimici, confezionati per avere lunga conservazione e massima appetibilità. In Italia questi alimenti rappresentano oggi circa il 14% delle calorie giornaliere consumate, contribuendo a un preoccupante incremento del 36% dei tassi di obesità negli ultimi vent’anni. Studi europei mostrano come un consumo elevato di questi prodotti sia associato a un rischio maggiore di ipertensione, ictus, tumori e mortalità precoce. Questo consumo è in aumento soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 5 e i 30 anni. La produzione di UPF è guidata dal profitto (lunga conservazione, appetibilità), portando direttamente a problemi di salute pubblica.

Allo stesso tempo, la logica dello sfruttamento illimitato non risparmia nemmeno le risorse vitali, come le foreste pluviali. La deforestazione in Amazzonia è uno degli esempi più drammatici: per far spazio a pascoli e coltivazioni di soia destinata al bestiame, circa 526.459 ettari di foresta sono stati abbattuti tra il 2018 e il 2023, collegati direttamente alle catene di approvvigionamento della carne bovina. Ciò ha comportato l’espulsione forzata di intere popolazioni indigene, minacciate nella loro sopravvivenza culturale e biologica. L’allevamento bovino, in particolare, è responsabile di circa l’80% dell’abbattimento della foresta amazzonica, con enormi emissioni di gas serra e perdita irreversibile di biodiversità. Non va meglio sul fronte dell’allevamento intensivo in Europa e in Italia. Grandi stalle con migliaia di animali concentrati in spazi ristretti richiedono enormi quantità di mangimi e generano elevate emissioni di metano e ammoniaca. In Pianura Padana, l’allevamento contribuisce in modo significativo all’inquinamento atmosferico: ogni aumento dell’1% di bovini corrisponde a un incremento di particolato PM10, aggravando problemi respiratori e costi sanitari per la popolazione. Si stima che l’inquinamento agricolo nella Pianura Padana sia responsabile nella sola città di Milano di circa 589 decessi in un anno.

Ma non possiamo soffermarci solo sui poveri bovini. L’allevamento intensivo avicolo è uno dei settori zootecnici più inquinanti e ignorati. Secondo la FAO, la filiera del pollo è responsabile, direttamente e non, del 3% delle emissioni globali di gas serra. In Italia oltre il 90% dei polli proviene da allevamenti intensivi dove vivono meno di 40 giorni in condizioni di estremo sovraffollamento. Secondo Greenpeace gli allevamenti in Italia sono nel complesso responsabili della formazione di particolato fine (PM2,5) per il 17%, riuscendo a superare sia i trasporti (14%) che il settore industriale (10%). La produzione di ammoniaca nel settore avicolo poi si va a sommare a quella del settore bovino e delle altre specie allevate a fini alimentari.

L’Unione europea ha equiparato i grandi allevamenti di suini e polli a impianti industriali” ai fini delle norme sulle emissioni, proprio per l’impatto elevato di ammoniaca e metano su aria, acqua e suolo. Greenpeace ha documentato che in regioni ad alta densità di allevamenti come la Lombardia (dove si concentra circa il 48% dei suini italiani) i livelli di azoto nelle acque di 165 comuni superino fino a tre-quattro volte i limiti di legge, mettendo a rischio falde e corsi d’acqua. L’inchiesta Fondi pubblici in pasto ai maiali” denuncia perdite di liquami dai sistemi di smaltimento con rischio diretto di contaminazione del suolo e della acque superficiali e sotterranee. Gli allevamenti di suini con la loro produzione di metano e protossido di azoto, creano gas con potere climalterante rispettivamente di circa 28 e 265 volte superiore alla CO”, su un orizzonte di 100 anni.

L’acquacoltura intensiva non è meno devastante. Gli allevamenti ittici hanno compromesso ecosistemi costieri in tutto il mondo, distruggendo economie locali e inquinando fondali marini con scarti organici, farmaci e mangimi. Gli impianti italiani riversano ogni anno nel mare 1038 tonnellate di azoto e 178 di fosforo, contribuendo all’eutrofizzazione costiera, ovvero provocando una crescita smisurata di alghe che, decomponendosi, consumano ossigeno e causano la morte della fauna marina, creando “zone morte”.

Anche l’agricoltura intensiva contribuisce a questo quadro. L’Italia utilizza circa 114.000 tonnellate di fitofarmaci ogni anno, con residui di pesticidi rilevati nel 55% dei fiumi e nel 23% delle acque sotterranee (dati ISPRA 2020). Questo uso massiccio della chimica mette a rischio non solo la qualità dell’acqua ma anche la salute degli agricoltori, dei consumatori e degli ecosistemi. L’agricoltura industriale è inoltre responsabile di una quota significativa delle emissioni globali di gas serra.

Il caso delle colline del Prosecco: un simbolo di contraddizione

Negli ultimi anni, le colline di Conegliano, di Valdobbiadene ma anche del Friuli, hanno visto un’espansione agricola rapida e aggressiva, con la conversione di vigneti tradizionali in monocolture intensive. Nel 2018 nel Trevigiano sono state vendute 4.622 tonnellate di pesticidi, ovvero oltre 36 kg per ettaro. I fitofarmaci usati contaminano acqua, suolo, aria e vengono rilevati anche nei corsi d’acqua e nei pozzi, in alcuni casi superando i limiti di legge.

Oltre al danno la beffa. Nel luglio 2019, le Colline del Prosecco” sono state inserite nella lista UNESCO come paesaggio culturale (World Heritage). Tuttavia, le associazioni ambientaliste – tra cui PANItalia, European Consumers e Legambiente – e cittadini locali hanno denunciato che l’Organizzazione ha ignorato l’uso massiccio di pesticidi, la perdita di biodiversità, gli sbancamenti sull’altura per creare le vigne, e le proteste delle comunità locali. Documenti ufficiali UNESCO e ICOMOS avevano già acceso i riflettori sull’espansione intensiva e suggerito rigide misure. Nonostante ciò, il riconoscimento è stato concesso senza vincoli obbligatori né piani di monitoraggio delle criticità ambientali e sanitarie. Molt espert hanno definito l’inserimento «una medaglia infelice al modello agricolo industriale».

Questo caso dimostra come la ricerca di prestigio e promozione turistica (UNESCO) possa prevalere sulla tutela ambientale e la salute pubblica, trasformando un riconoscimento culturale in una legittimazione di pratiche agricole insostenibili, a discapito delle comunità locali e dell’ecosistema. Questo è un chiaro esempio di greenwashing istituzionale, dove il valore culturale e le opportunità economiche (legate al turismo e all’industria vinicola) sono stati prioritari rispetto ai costi ecologici e sociali. Il riconoscimento ha di fatto legittimato pratiche che le stesse comunità locali e i movimenti ambientalisti denunciavano, silenziando il dissenso e rafforzando il potere dell’agro-industria.

Mobilità: automobili e tir contro trasporti sostenibili

Un settore emblematico dove consumi indotti e complicità governative si intrecciano è quello dei trasporti. Fin dal secondo dopoguerra, l’automobile privata e il trasporto su gomma sono stati incentivati a scapito del trasporto collettivo e su rotaia, portando all’egemonia dell’auto individuale e dei camion merci. Questa non è stata una scelta naturale” de consumator: le politiche pubbliche hanno attivamente favorito il modello auto-centrico, influenzate dalle lobby dell’automotive e dei combustibili fossili. In molti paesi (Italia in primis) la rete ferroviaria locale è stata smantellata o trascurata mentre si investiva massicciamente in autostrade e superstrade; le periferie sono state progettate attorno all’uso dell’auto; il trasporto merci su camion è rimasto predominante nonostante l’impatto ambientale e il consumo di carburante superiori al treno.

Bisogna sempre tener presente che il settore dei trasporti è responsabile di circa il 24% delle emissioni globali di CO2. In Europa questa quota supera il 25% del totale, con il trasporto su strada a fare la parte del leone con il 72% delle emissioni interne al settore. Il trasporto aereo delle merci è il più energivoro in assoluto per tonnellata trasportata, mentre le navi, pur meno inquinanti per tonnellata-chilometro, bruciano combustibili pesanti – l’olio bunker – tra i più tossici esistenti, responsabili di emissioni di ossidi di zolfo e azoto devastanti per le città portuali.

Il paradosso più grottesco della logistica globale è il movimento di container vuoti. Un’analisi della società danese Sea Intelligence rivela che attualmente per ogni 10 miglia percorse da un container pieno, 4,1 miglia vengono percorse da un container vuoto – contro le 3,1 miglia del 2019, prima della pandemia. In termini pratici, circa il 29% dell’intero parco container globale naviga senza alcun carico. Lo squilibrio nasce dalla struttura asimmetrica degli scambi commerciali: l’Asia esporta molto più di quanto importi, così i container si accumulano nei porti europei e nordamericani, che non hanno abbastanza merce da rispedire. Il risultato è un eterno girotondo di scatole metalliche vuote che consumano carburante, emettono CO2 e occupano spazio nei porti del mondo – monumento perfetto dell’irrazionalità del capitalismo globale.

Contrariamente alla retorica liberista secondo cui «le strade si pagano da sole con pedaggi e accise», tutte le modalità di trasporto sono sovvenzionate con fondi pubblici, e nel XX secolo auto e aerei hanno ricevuto molto più denaro di treni e trasporto pubblico. Il risultato, riconosciuto persino da enti moderati, è che la robusta rete ferroviaria di un tempo si è ridotta a uno scheletro proprio mentre autostrade e aeroporti fiorivano. In breve, i governi hanno messo tutte le uova nel paniere dell’automobile, creando una monocultura dei trasporti” incentrata sulle auto private e sul trasporto merci su tir. Questo modello genera traffico, incidenti, inquinamento atmosferico ed emissioni climalteranti, ma rimane dominante perché è profondamente redditizio per alcune industrie e perché consolida un certo ordine sociale fatto di periferie disperse, dipendenza dall’auto e atomizzazione comunitaria. Decenni di scelte politiche a favore di strade e veicoli privati, rendono difficile il passaggio a modelli più sostenibili, anche quando i benefici sono evidenti. Un approccio razionale e sostenibile richiederebbe, invece, di diversificare i trasporti privilegiando mezzi collettivi ed ecologici: camminare, andare in bicicletta, usare tram, bus e treni.

Il rapporto tra l’automobile e la bicicletta incarna la lotta per la riappropriazione dello spazio pubblico e la riduzione delle esternalità negative del trasporto. L’automobilità privata è un sistema in crisi di sostenibilità, intrappolato in quelli che Murray Bookchin chiamerebbe «meccanismi auto-operanti» di crescita distruttiva. I costi sociali dell’auto sono immensi: un chilometro percorso in auto costa alla società circa 0,15 euro, mentre ogni chilometro percorso in bicicletta genera un beneficio netto di 0,16 euro grazie al miglioramento della salute pubblica. 

La bicicletta non è solo un mezzo ecologico, è una tecnologia di “efficienza spaziale”. Laddove una corsia stradale per auto può trasportare 1.400 persone all’ora, una pista ciclabile può trasportarne 5.200 nello stesso spazio. Questo dato è fondamentale per le città che intendono arrestare il consumo di suolo: la mobilità attiva permette di densificare i flussi senza richiedere nuove infrastrutture invasive. 

L’automobilità genera quello che è stato definito come “regime di immobilità di massa”: l’aumento dei veicoli porta alla congestione, che riduce la velocità media urbana a livelli inferiori a quelli di una bicicletta, trasformando la libertà individuale in una frustrazione collettiva. Inoltre, la dipendenza dall’auto è alimentata dai SAD, come l’esenzione dalle accise per il gasolio commerciale o la mancata tassazione dello spazio di parcheggio pubblico, che sovvenzionano indirettamente un modello inefficiente. 

La transizione verso la bicicletta richiede un cambiamento non solo infrastrutturale ma culturale. Come sottolineato da geograf anarchic, la struttura della città riflette i valori della società che l’ha costruita: se la città è fatta per le macchine, essa esprime un ideale di atomizzazione e velocità; se è fatta per le persone e le biciclette, esprime un ideale di salute, bellezza e solidarietà. Il “ritorno alla bellezza” auspicato da Reclus passa per la demolizione dei «sobborghi brulicanti di ciminiere puzzolenti» e la creazione di spazi di movimento armonici con l’ambiente naturale. 

Nonostante l’evidenza schiacciante dei benefici ambientali, sanitari ed economici della mobilità attiva e del trasporto pubblico, queste soluzioni rimangono marginalizzate. Eppure, le misure concrete per promuovere biciclette e trasporto pubblico stentano a decollare, spesso relegate a progetti marginali o dedicati” ad un nuova opportunità turistica. Il motivo non è tecnico ma politico: incentivare realmente la mobilità sostenibile significa scontrarsi con potenti interessi costituiti. Finché l’apparato statale rimane intrinsecamente legato all’automobile (sia economicamente, tramite le entrate fiscali e i posti di lavoro nel settore, sia culturalmente, con l’auto vista come simbolo di status e libertà individuale), le misure ecologiche avanzano a passo lento. Liberarsi dall’autocentrismo non è solo una questione ambientale ma di autonomia sociale: città a misura di bicicletta e pedoni, servite da trasporti pubblici frequenti e gratuiti, scardinerebbero la dipendenza dal mercato dell’auto e renderebbero le comunità più solidali e resilienti.

Militarismo e guerra alimentano la crisi climatica?

L’anarchismo italiano ha storicamente denunciato la guerra come strumento di potere e di profitto. Già nel 1912 Errico Malatesta definiva la guerra coloniale italiana in Libia una «guerra di saccheggio e brigantaggio» mascherata da missione patriottica. La guerra viene giustificata dalle élite politiche in nome degli ideali e sostenuta da quelle economiche perché funzionale all’espansione e al controllo delle risorse e dei mercati. Durante le crisi economiche, la militarizzazione della società e il conflitto bellico diventano, per i governi, l’ultima carta da giocare per rilanciare un sistema in affanno. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, al di là dei proclami, la guerra appare come “unica via” per rianimare il capitalismo, offrendo lavoro, nuovi mercati e fungendo da surrogato della repressione aperta della rivoluzione sociale.

Le guerre moderne oltre a causare la perdita di vite umane, le menomazioni fisiche e psicologiche, la distruzione delle infrastrutture civili, il collasso dei servizi essenziali, la diffusione della povertà hanno un enorme impatto sugli ecosistemi naturali e, se si escludono le “fabbriche di morte” e i settori collegati che ottengono un immediato ritorno dei loro investimenti, altre attività subiscono un effetto depressivo. Prendendo in esame quest’ultima conseguenza si potrebbe ritenere che la contrazione dell’attività economica porti a una generale riduzione delle emissioni di gas serra responsabili della crisi climatica.

Non è cosi. Anzi, se consideriamo il settore militare, è vero il contrario. Anche se gli stati sono restii a fornire dati ufficiali sulle emissioni generate dalle forze armate, sia durante periodi di pace sia di guerra, dobbiamo ricordare che, secondo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), dall’Accordo di Parigi (COP21) gli stati devono presentare i propri Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC). Dalla COP26 di Glasgow è, inoltre, partita la richiesta che vengano esplicitamente incluse le quote attribuibili al settore militare, istanza che rimane un auspicio visto che tale “contabilità” dipende da un impegno volontario, ovviamente disatteso proprio da quegli stati che investono di più in armamenti.

Secondo il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), infatti, le guerre sarebbero responsabili del 5,5% delle emissioni globali annuali di gas serra.

La macchina bellica contemporanea divora risorse ed energia su scala impressionante. L’esercito degli Stati Uniti è il maggiore consumatore di petrolio al mondo e, di conseguenza, uno dei principali emettitori di gas serra. Secondo uno studio pubblicato su Nature, se il Pentagono fosse uno stato si classificherebbe tra i primi 50 emettitori globali con più di 40 milioni di t CO₂ (equivalente).

Tra il 2001 e il 2017, le emissioni legate alle operazioni militari statunitensi, incluse le “operazioni di contingenza all’estero” in Afghanistan, Pakistan, Iraq e Siria, hanno generato oltre 400 milioni di tonnellate di CO₂ (e). La NATO, nel 2023, ha emesso 233 milioni di tonnellate di CO₂ (e), una quantità superiore alle emissioni annuali di paesi come Colombia e Qatar.

Se estendessimo l’analisi alle forze armate del mondo, paragonandole a un unico paese, la percentuale di gas serra emessi costituirebbe l’equivalente della quarta impronta di carbonio nella classifica delle nazioni.

L’aumento della spesa militare della NATO nel 2023 ha generato ulteriori 31 milioni di tonnellate di CO₂ (e). A titolo di esempio, basti pensare che l’introduzione di nuovi aerei da combattimento come l’F-35, che consumano 1,6 volte più carburante dei loro predecessori F-16, determinerà un incremento dell’impronta inquinante che estenderà la sua influenza negativa per decenni. Nel rapporto presentato alla COP30 di Belem, il CEOBS ha fornito alcune stime che mostrano la dimensione del problema in relazione alla situazione più recente. Nei tre anni trascorsi dall’invasione dell’Ucraina, il conflitto avrebbe prodotto 237 milioni di tonnellate di CO₂ (e), con un “danno climatico” stimato in 43 miliardi di dollari. Le operazioni sui territori palestinesi dopo il 7 ottobre avrebbero generato, nei primi quindici mesi, oltre 31 milioni di tonnellate di CO₂ (e).

Intanto la spesa militare mondiale ha continuato a crescere, tanto che per il 2024 avrebbe raggiunto i 2,7 trilioni di dollari. Secondo il CEOBS, inoltre, i paesi del Nord Globale investirebbero 30 volte di più nei propri apparati militari rispetto ai fondi destinati al finanziamento climatico internazionale.

Il militarismo, oltre a essere un gigantesco motore di distruzione ambientale è, quindi, anche un massiccio dirottatore di risorse dalla transizione ecologica. La sua impronta carbonica, spesso ignorata, rivela una profonda ipocrisia nelle politiche climatiche globali. In questo contesto s’inseriscono anche le scelte politiche europee.

È stato stimato che l’impronta di carbonio militare dell’Ue nel 2019 sia stata di circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2(e) (l’Italia avrebbe contribuito per l’8%). I dati sono riferiti a un tempo cosiddetto di “pace”. Il piano ReArm Europe/Readiness 2030 prevede un aumento della spesa militare dell’UE di oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. Il CEOBS stima che questo incremento potrebbe generare ogni anno fino a 218 milioni di tonnellate di CO₂(e) aggiuntive, con un “danno climatico” associato di 298 miliardi di dollari.

Se tutti i membri NATO raggiungessero l’obiettivo del 2% del PIL in spesa militare entro il 2028, la loro impronta carbonica collettiva ammonterebbe a 2 miliardi di tonnellate di CO2 (e), superando le emissioni annuali della Russia. Questo comporterebbe anche un dirottamento di 2,57 trilioni di dollari che potrebbero finanziare i costi di adattamento climatico per i paesi a basso e medio reddito per sette anni.

I valori stimati dell’impronta di carbonio delle forze armate, comprendono due tipologie, una è quella delle emissioni “di funzionamento”, cioè legate al carburante bruciato dai veicoli militari, dagli aerei, dalle navi, negli uffici per riscaldarli, raffreddarli, illuminarli, ecc.; l’altro contributo è quello delle emissioni “incorporate” dalla produzione di tutti i mezzi, delle attrezzature belliche compresi carri armati, cannoni, missili e munizioni. Sommando le emissioni di “funzionamento”, quelle “incorporate” e altre, indirettamente dovute alle attività delle forze armate, in periodo di pace e in periodo di guerra, si ottengono le cosiddette “emissioni consumate”: sono queste a costituire l’impronta di carbonio del settore militare.

Sempre riferendoci ai “tempi di pace” non dobbiamo dimenticare l’impatto generato, sia pure in minor scala rispetto a una guerra, delle esercitazioni militari che si susseguono in giro per il mondo come dimostrazione di forza nei confronti degli ipotetici nemici.

Allo stesso modo non dobbiamo tralasciare l’odioso contributo dei poligoni di tiro che ammorbano aria, acqua e suolo di quelle aree geografiche dichiarate servitù militari.

I poligoni militari in Italia sono circa 250, molti dei quali ubicati in aree protette come Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) e tra questi la Sardegna “ospita” i tre più grandi poligoni d’Europa. Poligoni sperimentali nei quali si spara terra-mare, aria-terra e mare-terra, dove si svolgono possenti esercitazioni (anche in affitto) e si mette in mostra il “made in Italy dell’industria bellica”. Ma la Sardegna è spesso ricordata per Quirra (Nuoro) anzi, più che per il paese, per la “Sindrome di Quirra” e la sua lunga serie di morti, di agnelli nati con vistose malformazioni nei pascoli adiacenti, di soldat e pastor ammalat di tumore o leucemia. Questo luogo è il simbolo delle omissioni e degli insabbiamenti militari sulla correlazione fra impatto ambientale e alcune forme tumorali (questione tutt’oggi ancora dibattuta) ma il problema della contaminazione del territorio è troppo chiaro ed evidente. Com’è palese, grazie soprattutto all’azione del Comitato PoligoNO, la devastazione ambientale di uno dei poligoni più utilizzati – Cao-Malnisio in Friuli Venezia Giulia – con 192 giornate/anno e per più tempo. Nell’area vengono adoperati armamento leggero (calibri 9,- 5,56, – 7,72 e 12), bombe a mano, mortai e lanciagranate, per l’addestramento di unità appiedate, aviolanciate (piccoli nuclei con paracadute direzionali) e meccanizzate. Grazie al comitato si può tranquillamente affermare che non solo il territorio usato dai poligoni è contaminato in maniera massiccia da metalli pesanti, ma che le “bonifiche” previste per legge non vengono effettuate tant’è che dopo anni di lotta al momento questo ed altri poligoni della regione sono “silenti” in attesa di verifiche ambientali. Bisogna tener presente che queste zone militari situate in montagna sono un rischio non solo per il territorio locale ma anche per l’inquinamento delle falde acquifere della zona e della pianura. Se i problemi ecologici non fossero così devastanti non si capirebbe come mai già il governo Renzi, con il decreto 91/2014, abbia equiparato le aree militari a quelle industriali, con un innalzamento drastico dei limiti legali di inquinamento, evitando così le bonifiche e occultando l’impatto ambientale delle attività militari; e ora il governo Meloni vorrebbe togliere il controllo ambientale di questi siti alle regioni per riportarlo in seno al Ministero della Difesa secondo una logica tutta italiana che il controllato è anche il controllore.

La questione dei poligoni, poi, dà da pensare anche a un altro macroscopico problema di cui poco si parla: la questione delle bonifiche. Molte sono le aree dismesse dall’esercito che vengono abbandonate al loro destino perché i comuni o le regioni non hanno i soldi per poterli risanare. Secondo i dati più recenti dell’Agenzia del Demanio, risalenti al 2015, in Italia ci sono circa 1.500 caserme non più utilizzate o abbandonate, molte si trovano in aree urbane e alcune per brevi o lunghi periodi sono state anche occupate, ma non esiste un vero e proprio piano di recupero.

Eppure l’esercito, dopo aver sperperato e inquinato ettari di territorio, ora ci vuol far digerire il suo nuovo volto “ecologista” e la realizzazione e/o ristrutturazione delle caserme “green ecosostenibili”. Un osceno progetto che attraverso un greenwashing vergognoso richiede altri investimenti per una nuova militarizzazione del suolo, spacciandolo come una opportunità di beni e servizi anche per la comunità ospitante.

Circa il 60% di tutte le emissioni globali di gas serra proviene da appena dieci paesi: Cina, Stati Uniti, India, Indonesia, Russia, Brasile, Giappone, Iran, Canada e Arabia Saudita. Con l’eccezione dell’Indonesia gli altri sono classificati tra i primi venti stati in termini di spesa militare.

Nessuno stato può essere preso sul serio in termini di mitigazione delle emissioni di gas climalteranti se finanzia le proprie forze armate. L’Italia, nel 2025, ha previsto una spesa militare che sfiorerà i 32-35 miliardi di euro.

Guerra, clima e capitale militare: tre facce dello stesso mostro. L’enorme investimento nelle spese militari non solo sottrae fondamentali risorse a quelle che dovrebbero essere le priorità (mitigazione, adattamento climatico, sviluppo delle forme di energia alternative ai combustibili fossili) ma evidenzia anche una scelta politica che aggrava le conseguenze negative sull’ambiente e sulle popolazioni più fragili. Ancora una volta, i padroni della guerra si garantiscono i profitti scaricando i costi della devastazione ecologica sull’umanità intera.

Capitolo 3Cos’è il greenwashing?

Il greenwashing è una pratica di marketing ingannevole in cui si esagera la propria propensione ecologica o si afferma falsamente il rispetto dell’ambiente per conquistare il favore dei consumatori. Il termine combina, letteralmente, l’aggettivo “verde”, spesso associato al rispetto dell’ambiente e alla sostenibilità, al “lavar via”, verbo che sottintende un tentativo di nascondere, ridefinire la vera natura di una situazione, presentandola sotto una “nuova luce”. Il greenwashing può, perciò, comportare pubblicità ingannevole, false etichette o altri espedienti per creare un’immagine ambientale positiva senza un corrispondente riscontro basato su pratiche concrete.

I cambiamenti climatici sono l’esempio ideale per comprendere come le azioni umane abbiano determinato un impatto che, sempre più spesso, si sposta dall’ambito locale a quello globale e viceversa. In un sistema economico come quello capitalista, dove la regola è stata: “Conquista e rapina delle risorse naturali, sottomissione e sfruttamento “dell’individuo sull’individuo”, tutto ciò non dovrebbe stupire. Quello che risulta particolarmente frustrante è che la crescente sensibilità nei confronti delle problematiche ambientali venga usata come una nuova occasione di profitto per l’imprenditore o imprenditrice di turno o, peggio, per la multinazionale che è stata responsabile dell’origine stessa del danno.

Tornando al concetto di greenwashing, citiamo un esempio che, nella sua semplice banalità, ci può aiutare a mettere ulteriormente a fuoco il ragionamento prima accennato. Un esempio col quale, l’ambientalista statunitense, Jay Westerveld nel 1986 introdusse questo termine nella lingua anglosassone.

Quando nel bagno di un albergo si legge un gentile avviso che suggerisce di non richiedere la sostituzione quotidiana degli asciugamani si è indotti a pensare ad una nuova attenzione della direzione finalizzata alla diminuzione dell’impatto che i frequenti lavaggi della biancheria hanno sull’ambiente (consumo di acqua, dispersione dei detersivi, energia sprecata per il ritiro e consegna della biancheria….). Accogliendo la richiesta, che in fondo corrisponde a quello che normalmente facciamo nelle nostre abitazioni, ci si sente, almeno un po’, protagonisti di una “buona azione ecologista”. Certo, con una riflessione più critica, si potrebbe sospettare che quella “lodevole” iniziativa fosse più ispirata dal calcolo del risparmio ottenuto con la riduzione delle spese di lavanderia che da una “immacolata coscienza ecologista” di chi dirige le catene alberghiere.

Con questo non si vuol sostenere, a priori, che non si possano adottare comportamenti coerenti con il rispetto dell’ambiente ma certo bisogna saper distinguere. A questo proposito citiamo un’indagine pubblicata nel 2007 dalla corporation canadese di marketing ambientale Terra Choice Environmental Marketing Inc.

La loro ricerca ha analizzato 1018 prodotti di cui solo uno è risultato coerente con la sua presentazione, da qui la definizione di “The Sins of Greenwashing”; una lista di sei “peccati” commessi dalle aziende che si presentano eco-friendly. Lo scopo della ricerca era quello di tutelare chi consuma o, più probabilmente, quello di proteggere l’attendibilità delle future campagne pubblicitarie. Per quel che ci riguarda la si può utilizzare per svelare alcuni “trucchi” adottati da “greenwashers

Di seguito i sei punti che troviamo nella lista:

Sin of the hidden trade-off (omessa informazione): dichiarare l’ecosostenibilità di un prodotto basandosi solo su alcuni attributi e spostando l’attenzione da ciò che ha maggiore impatto ambientale.

Sin of no proof (mancanza di prove): un’affermazione non sostenuta da informazioni di supporto facilmente accessibili o da un’affidabile certificazione di terze parti.

Sin of vagueness (vaghezza): quando le indicazioni sul prodotto sono così generiche che il loro significato può essere frainteso da chi compra.

Sin of irrelevance (irrilevanza): con cui si inseriscono affermazioni ambientali anche veritiere, ma non importanti o utili per chi compra.

Sin of lesser of two evils (minore dei mali): un’indicazione che può essere vera per la specifica categoria di prodotto ma che rischia di distrarre chi compra dagli effetti ambientali maggiori della categoria nel suo complesso.

Sin of fibbing (falsità): relativo ad asserzioni d’interesse ambientale che sono semplicemente false.

Del resto, il sistema economico dominante prevede che debbano essere incentivati i consumi nella loro dimensione quantitativa senza badar troppo alle conseguenze sugli equilibri del pianeta. Un esempio lampante di questa “filosofia” è quello dell‘obsolescenza programmata, o obsolescenza pianificata, una vera e propria strategia commerciale e industriale che consiste nel progettare e produrre beni con una durata di vita limitata, in modo che si rompano o diventino obsoleti dopo un periodo prefissato, inducendo chi li compra a sostituirli con modelli nuovi. Questa pratica ha l’obiettivo di incentivare la domanda di prodotti a sostegno delle vendite, e parallelamente determina un assurdo incremento del flusso dei rifiuti. 

Già nel 1924 il Cartello Phoebus, lobby delle principali aziende occidentali produttrici di lampadine, portò una standardizzazione nella produzione delle lampadine a incandescenza in commercio, stabilendo, fra le altre cose, che esse dovessero avere tutte una durata di vita prestabilita pari a circa 1.000 ore di esercizio.

Quando, negli anni Trenta, i ricercatori dell’azienda chimica DuPont riuscirono a creare il nylon, una nuova fibra sintetica molto resistente, questa fu utilizzata per creare calze da donna che si smagliavano molto più difficilmente di quelle esistenti in seta. Vennero messe in commercio nel 1945 ma presto l’azienda si accorse che la durabilità delle calze era eccessiva e dannosa per gli affari. La DuPont incaricò i propri tecnici di trovare una soluzione, così le calze, che all’inizio avevano uno spessore compreso tra i 70 e 40 denari, divennero (in maniera relativamente veloce, nel 1950) più trasparenti ma anche più fragili riducendo lo spessore a 10 denari.

Una forma di obsolescenza programmata, che si può considerare strettamente imparentata con il greenwashing, è quella relativa alla normativa che classifica i veicoli a motore nelle categorie Euro … 4, 5, 6 e oltre (euro 7 dal novembre 2026 ).

Questa iniziativa legislativa presentata con l’obiettivo di diminuire le emissioni climalteranti, degli ossidi d’azoto NOx e delle particelle che costituiscono il cosiddetto particolato (PM 2,5/10) spinge, di fatto, a sostituire gli autoveicoli, altrimenti sottoposti a limitazioni nella circolazione. Un processo che non tiene in considerazione l’impatto ambientale totale, dall’estrazione delle materie prime all’acquisto da parte di chi le utilizza, passando per produzione, assemblaggio, trasporto, gestione commerciale e rottamazione dei veicoli obsoleti, rispetto al mantenimento in vita di veicoli di classe precedente.

Quelle che appaiono come norme di salvaguardia della qualità dell’aria, in realtà si traducono in piani di sviluppo commerciale delle aziende automobilistiche. A volte, le innovazioni tecnologiche, se reali, sembrano essere più funzionali a scandire i cicli produttivi che permettono di “rianimare” i capitali investiti nei diversi settori produttivi più che ad offrire soluzioni di lungo periodo. Infatti, parlando di emissioni, si dovrebbe sviluppare un’analisi più ampia. Se è vero, come è vero, che durante la circolazione un mezzo full-electric non emette inquinanti, escludendo il rilascio di particelle per l’attrito delle componenti frenanti e degli pneumatici sull’asfalto, non dobbiamo pensare che questo corrisponda ad una soluzione più ecologica e rispettosa dell’ambiente in assoluto. Bisogna, infatti, considerare l’intero ciclo di vita del veicolo effettuando una valutazione definita “from well to wheels” (dal “pozzo alle ruote” o dalla “culla alla tomba”) con cui s’intende valutare l’impatto ambientale del prodotto considerando l’estrazione delle materie prime necessarie alla sua costruzione e funzionamento, i processi di lavorazione (ad esempio quelli per la fabbricazione delle batterie giocano un ruolo importante) fino ai processi necessari alla demolizione riciclaggio/smaltimento dei materiali a fine vita del prodotto. Con questo approccio si potrebbe, forse, scoprire che alcune auto mandate precocemente alla demolizione ma ancora funzionanti con una buona efficienza, avrebbero garantito un livello di emissioni ancora sostenibile se non inferiore rispetto a quello calcolato in base all’intero ciclo di vita dei prodotti che le hanno sostituite.

Se per ricaricare le batterie di un veicolo elettrico si utilizza l’energia prodotta in una centrale termoelettrica che brucia petrolio o, peggio, carbone, il risultato è solo quello di spostare le emissioni inquinanti dal luogo in cui l’auto circola a quello in cui è in funzione la centrale. Fatto che sicuramente giova ai polmoni di chi risiede in città ma non cambia, praticamente, nulla considerando anche trasporto e distribuzione di energia in termini di emissioni globali.

Cambiamo completamente settore per fare un altro esempio: come dovremmo considerare la dicitura, riportata sulla confezione delle uova, che sottolinea che le stesse sono ottenute da galline “allevate a terra”? Certo, leggendo quella specifica ci sentiamo sollevati dal pensiero che non siano costrette a una “vita” da confinate in una gabbia. La condizione di “allevate a terra”, però, nella stragrande maggioranza dei casi, va figurata per ciò che è, ovvero, un capannone industriale con migliaia di animali che, pur avendo le zampe che toccano il suolo, non hanno uno spazio vitale adeguato (la normativa a riguardo permette una densità di 9 galline al m2). Animali allevati su un suolo coperto di escrementi e con la luce artificiale quasi sempre accesa per indurre la deposizione delle uova.

A fronte di questi esempi, sarebbe necessaria una riflessione più radicale. In cosa consiste quello che nell’immaginario collettivo è proposto come irrinunciabile progresso?

Quale logica guida la rincorsa al cosiddetto benessere? Se questo prevede il taglio di sempre più ampie porzioni di foresta vergine per guadagnare nuove superfici coltivabili, per produrre un biocarburante “ecologico” da mettere nel serbatoio di un’auto euro(x) indispensabile per raggiungere il centro commerciale dove comprare una dozzina di bottiglie in plastica (magari riciclata) con dell’acqua dentro che è arrivata fino a lì dopo un viaggio di centinaia di chilometri a bordo di un autoarticolato che ha sgasato a destra e a manca? Acqua che ci pare normale ritrasportare con un’auto fino a casa con un ulteriore spreco di energia?

In realtà, con quest’ultimo esempio, neppure tanto estremizzato, si vuole rendere esplicita l’assurdità di certi comportamenti che siamo abituat a considerare inevitabili e che, ripetuti inconsapevolmente, non solo condizionano lo stile di vita e l’ambiente naturale ma ci rendono complici di un sistema i cui limiti sono sempre più evidenti. Un sistema che, anche quando si presenta come riformabile, sta solo cercando di rigenerarsi mantenendo inalterati i propri fini.

A tal proposito, e per completezza d’informazione, ricordiamo che per “combattere” il greenwashing, l’Unione Europea ha introdotto la Direttiva 2024/825. Questa direttiva viene presentata come rafforzamento della protezione di chi consuma contro le pratiche di commercializzazione ingannevoli, promuovendo una maggiore trasparenza nelle comunicazioni ambientali delle aziende.

Secondo la Direttiva 2024/825, diverse pratiche vengono identificate come greenwashing e vietate:

  1. Marchi di Sostenibilità Falsi. È vietato esibire un marchio di sostenibilità che non è basato su un sistema di certificazione approvato o non è stabilito da autorità pubbliche.

  2. Asserzioni Ambientali Generiche. Non è permesso fare affermazioni ambientali generiche senza poter dimostrare l’eccellenza delle prestazioni ambientali pertinenti all’asserzione.

  3. Compensazione delle Emissioni. Dichiarare che un prodotto ha un impatto neutro o ridotto sull’ambiente in termini di emissioni di gas a effetto serra sulla base di mere compensazioni, senza una reale riduzione delle emissioni, è proibito.

  4. Requisiti legali presentati come distintivi- È vietato presentare requisiti legali imposti per legge come se fossero un tratto distintivo dell’offerta dell’azienda.

È stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 6 marzo 2024 ed è entrata in vigore dopo venti giorni. Gli stati membri dovranno recepirla entro il 27 marzo 2026 e darle piena operatività entro il 27 settembre 2026​. Come a dire: il greenwashing è “un raggiro” che esiste da anni, ma le aziende devono avere la possibilità di adeguarsi con calma … a scapito dell’ “ingenuità” di chi compra.

Capitolo 4 – Movimenti ambientalisti: storia, critica e limiti

  Per comprendere la genesi dei movimenti ambientalisti, è necessario innanzitutto sgombrare il campo da un equivoco terminologico che è divenuto una gabbia concettuale: l’“Antropocene”. Questo termine, divenuto onnipresente nel dibattito pubblico, suggerisce che sia l'”Anthropos“, l’essere umano in quanto specie biologica indifferenziata, responsabile delle alterazioni degli equilibri ecologici del pianeta. È una narrazione potente ma profondamente mistificante poiché distribuisce la colpa in modo uniforme su tutta l’umanità, nascondendo le specifiche responsabilità storiche e di classe.

Contro questa visione, la sociologia critica e l’ecologia-mondo, attraverso le opere di Jason W. Moore e altr, hanno proposto il concetto di Capitalocene”. Secondo questa prospettiva, non è l’umanità in astratto ad aver devastato la biosfera ma uno specifico modo di organizzazione della natura e della società: il capitalismo. Il sistema capitalista non si limita a “usare” le risorse ma opera attraverso una logica specifica, quella della “Natura a Buon Mercato” (Cheap Nature). Esso si appropria gratuitamente, o a costi irrisori, del lavoro non retribuito di intere categorie umane (donne, popoli colonizzati) e del lavoro della natura extra-umana, trattandole come esternalità infinite.

Il limite primordiale dell’ambientalismo mainstream risiede proprio qui: nell’incapacità di distinguere tra l’attività umana generica e la logica di accumulazione del capitale. Se la diagnosi è l’Antropocene, la cura tecnocratica si limiterà a proporre: controllo demografico, tasse sui comportamenti individuali, mercati dei permessi di emissione. Se la diagnosi è il Capitalocene, la cura non potrà che essere politica e rivoluzionaria e richiederà il superamento del modo di produzione che si fonda sullo sfruttamento dell’individuo e dell’ambiente. Accettando la narrazione dell’Antropocene, i movimenti odierni finiscono, spesso, per invocare soluzioni che rafforzano un approccio tecnocratico senza mettere in discussione il modello economico che è l’origine stessa del problema.

 1. Le origini: la protezione della natura come altrove

  In Italia l’ambientalismo nasce storicamente sotto il segno del “protezionismo”. Associazioni come Italia Nostra (fondata nel 1955), Pro Natura (1959) e successivamente il WWF Italia (1966) sorsero in un contesto di rapida trasformazione industriale e urbanistica, il cosiddetto “boom economico”. L’obiettivo di queste prime organizzazioni non era mettere in discussione il modello di sviluppo in sé, quanto piuttosto mitigarne gli effetti più sgradevoli sul paesaggio e sul patrimonio artistico.

Questo primo ambientalismo presentava caratteristiche ben definite che ne limitavano la portata politica:

  • era guidato prevalentemente da intellettuali, aristocratic e ceti urbani colti, spesso distanti dalle necessità materiali delle classi popolari che vivevano il boom economico come un’occasione di emancipazione dalla povertà rurale;

  • la “Natura” veniva concepita come un’entità separata dalla società, un tempio incontaminato da preservare dagli umani, piuttosto che l’ambiente in cui l’umano vive, lavora e si riproduce. L’ecologia era intesa come cura del “fuori” (i parchi, le montagne, le specie rare), ignorando il “dentro” (le condizioni della fabbrica, il quartiere operaio);

  • non vi era, in questa fase, una critica ai rapporti di produzione. La difesa dell’ambiente era spesso intesa in senso estetico o morale, compatibile con un conservatorismo politico che guardava con sospetto alla modernità industriale ma non al capitalismo come sistema.

 2. La svolta degli anni ’60 e ’70

  Il vero punto di rottura, che costituisce ancora oggi un modello insuperato di integrazione tra questioni sociali e ambientali, avviene tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. In concomitanza con l’autunno caldo e i grandi movimenti studenteschi, l’ecologia in Italia esce dai salotti ed entra prepotentemente nelle fabbriche e nei quartieri popolari.

Lo sguardo oltreconfine: André Gorz e l’Ecologia politica in Francia

 Mentre in Italia fioriva l’ecologia operaia, in Francia prendeva forma una critica filosofica radicale che avrebbe gettato le basi dell’Ecologia Politica europea, trovando uno degli esponenti più interessanti in André Gorz (1923-2007).

Gorz comprese precocemente che l’ecologia, se non politicizzata in senso anticapitalista, rischiava di diventare uno strumento di gestione della crisi a favore del capitale stesso. Nel suo saggio Ecologia e libertà (1977), Gorz pone un aut aut fondamentale: «O l’ecologia sarà sociale, o non sarà». Il filosofo avvertiva profeticamente contro il rischio dell'”Ecofascismo” o “Tecnofascismo”: l’idea che, di fronte alla scarsità delle risorse, il sistema capitalista avrebbe imposto restrizioni autoritarie gestite da un’élite di tecnocrat, sacrificando la libertà individuale per “salvare il pianeta” (o meglio, per salvare il sistema produttivo), inoltre lanciava un importante monito riguardante i danni sull’ambiente provocati dal capitalismo. Se non si fosse creato un importante e incisivo movimento ambientalista politicamente critico, il Capitale sarebbe riuscito a trovare una nuova fonte di ricchezza proprio nella bonifica dei disastri ambientali creati dal capitalismo stesso.

Punti chiave del pensiero di Gorz rilevanti oggi:

La critica del bisogno. Il capitalismo crea bisogni artificiali per vendere merci. La crisi ecologica non si risolve solo con tecnologie più pulite (“green tech“), ma riducendo la produzione e liberando tempo di vita. È la distinzione tra standard di vita (quantità di merci) e qualità della vita (autonomia, relazioni).

L’ideologia sociale dell’automobile. Nel suo celebre saggio del 1973, Gorz decostruisce l’automobile non come semplice mezzo di trasporto ma come simbolo dell’individualismo borghese che distrugge lo spazio pubblico e crea una dipendenza strutturale dal mercato e dal petrolio. L’auto promette libertà ma crea ingorghi e distanze incolmabili a piedi, rendendo la società ostaggio dell’industria fossile.

Autonomia vs Eteronomia. L’ecologia per Gorz non è un fine in sé ma lo strumento per recuperare l’Autonomia (la capacità di determinare le proprie leggi e i propri bisogni) contro l’Eteronomia imposta dalla megamacchina industriale.

 L’Ecologia operaia e la lotta alle nocività in Italia

 In Italia, si sviluppa quella che possiamo definire una “ecologia di classe”. L’intuizione fondamentale di questa stagione fu il rifiuto della monetizzazione della salute. La classe lavoratrice, spesso in aperto contrasto non solo con i padroni ma anche con le burocrazie sindacali che privilegiavano l’aumento salariale, iniziarono a denunciare la nocività dell’ambiente di lavoro. Lo slogan La salute non si vende divenne il ponte concettuale che univa l’interno della fabbrica con l’ambiente esterno: se una sostanza fa ammalare chi lavora, inevitabilmente avvelenerà anche il territorio circostante.

Due momenti storici segnano questa fase:

  i Comitati di quartiere e di fabbrica. A Marghera, a Torino, a Taranto, i collettivi operai iniziarono a mappare autonomamente le sostanze tossiche, rifiutando i dati aziendali e producendo un sapere “di parte” che svelava il costo umano del profitto;

• il disastro di Seveso (1976). L’esplosione del reattore dell’ICMESA e la fuoriuscita della nube di diossina rappresentarono uno shock traumatico. Seveso rivelò che la fabbrica non è un’isola ma una potenziale bomba ecologica in grado di compromettere la riproduzione sociale di un intero territorio. Il gruppo operaio della Montedison di Castellanza, con la sua opera di denuncia, mostrò come il disastro non fosse un “incidente”, ma la conseguenza logica di un modo di produzione che subordinava la sicurezza al risparmio.

 A differenza dell’ambientalismo odierno, spesso accusato di essere un passatempo per ceti benestanti o “da ZTL” (Zone a Traffico Limitato), l’ecologia degli anni ’70 in Italia aveva una base materiale fortissima, legata alla sopravvivenza fisica della classe lavoratrice. La separazione odierna tra “sociale” e “ambientale” è il prodotto storico della sconfitta di quella stagione politica e della successiva deindustrializzazione, che ha frammentato il mondo del lavoro e reso invisibile” la produzione.

La spettacolarizzazione delle lotte ambientaliste: Greenpeace e Sea Shepherd

Greenpeace nasce in Canada nel 1971 quando un gruppo di pacifist salpa sulla nave Phyllis Cormack verso l’isola di Amchitka per bloccare i test nucleari statunitensi. L’organizzazione fin da subito si struttura su un’ideologia di non violenza assoluta, azione diretta mediatica e pressione sulle istituzioni internazionali: le loro azioni non arrivano mai al sabotaggio, sono una testimonianza attiva davanti alle telecamere, trasformando ogni intervento in evento giornalistico globale. Oggi Greenpeace è una rete con oltre 3 milioni di sostenitor e sostenitrici e 26 organizzazioni nazionali, con budget annuali nell’ordine di milioni di euro.

Pur apprezzando il coraggio degli e delle attivist e l’importanza delle campagne e delle proteste messe in atto, non si può nascondere che negli anni l’organizzazione sia diventata un apparato burocratico gerarchico che vuole mettere in discussione il capitalismo non alle radici ma solo nell’intento di migliorarlo”. Agisce come se fosse veramente possibile rivoluzionarlo dall’interno.

Da una sua costola nasce nel 1977 Sea Sheperd, sempre in Canada, da Paul Watson, già membro fondatore di Greenpeace, espulso per il suo rifiuto della non violenza assoluta. L’idea di Watson si basa sul principio che le leggi internazionali a protezione del mare sono sistematicamente disattese e che, in assenza di una polizia oceanica, sia legittimo intervenire direttamente per far rispettare i trattati esistenti. La filosofia di Sea Shepherd si definisce come eco-difesa: ostacolamento fisico delle navi baleniere e delle flotte di pesca illegale, sequestro e distruzione di reti abbandonate (ghost net), monitoraggio e denuncia. La sua azione non si limita a bloccare l’attività delle baleniere ma anche al pattugliamento di aree marine protette, vedi l’Operazione Siracusa, in collaborazione con gli organismi statali preposti. Anche qui ci troviamo di fronte alla spettacolarizzazione della militanza, basta guardare il programma Whale Wars su Animal Planet che critica il sistema alimentare globale ma non il sistema in toto. Anzi, proprio in questo caso si può parlare di protesta all’interno del sistema solo per attenuarne i guasti, visto la piena collaborazione con le istituzioni e una promozione spinta di merchandising per finanziarsi, dalle spille vendute per pochi euro a orologi che ne costano migliaia.

3. Gli Anni ’80 e ’90: istituzionalizzazione, nucleare e riformismo

La grande mobilitazione contro gli impianti nucleari in Italia con scioperi, blocchi e azioni dirette a cui partecipò pure la Federazione Anarchica Italiana, organizzando un convegno nazionale a Bologna e attraverso l’impegno di una apposita commissione e dei gruppi locali, costrinse le istituzioni a cercare una comoda via di uscita nel referendum del 1987, ma non misero fine alle pratiche dal basso, all’autorganizzazione e all’azione diretta. Alla fine degli anni ‘80 realtà ambientaliste in cui l’anarchismo svolse un ruolo di primo piano imposero la chiusura della Farmoplant di Massa e dell’Acna di Cengio. Con il riflusso dei movimenti rivoluzionari, però, anche l’ecologia prende progressivamente la via delle istituzioni. La nascita delle Liste Verdi (1985) e il loro successivo ingresso in parlamento segnano l’inizio del riformismo ambientale. Si diffonde l’idea che si possa salvare il pianeta attraverso leggi, ministeri, agenzie di controllo e accordi internazionali, senza necessariamente uscire dal perimetro dell’economia di mercato. È la fase della “modernizzazione ecologica”: l’ambiente diventa un settore amministrativo, gestito da espert. È in questo contesto che si consolida, a livello globale, il paradigma dello “Sviluppo Sostenibile” (sancito dal Rapporto Brundtland del 1987), un concetto ambiguo che prometteva di conciliare la crescita economica con la tutela ambientale. Come vedremo, questo concetto rappresenta un ossimoro funzionale al mantenimento della crescita capitalista, permettendo al sistema di interiorizzare la critica ecologista senza eliminare alla radice il problema. L’ambientalismo diventa professione, le ONG strutturate sostituiscono i collettivi spontanei, e l’attività di lobbying sostituisce il conflitto sociale.

4. La nuova onda della contestazione. Anatomia dei movimenti contemporanei

L’ecologia sociale di Murray Bookchin: “Le radici sociali della crisi”

Figura rilevante dell’ambientalismo radicale, Murray Bookchin (1921-2006) ha sviluppato, a partire dagli anni ’60, la teoria dell’ecologia sociale. La sua analisi offre una chiave di lettura indispensabile per comprendere i limiti dei movimenti attuali.

A. La gerarchia precede il capitalismo. Il nucleo del pensiero di Bookchin è che “i problemi ecologici derivano da problemi sociali”. La dominazione dell’individuo sulla natura non è un fatto innato, ma è la proiezione ideologica della dominazione dell’individuo sull’individuo. Le gerarchie sociali (gerontocrazia, patriarcato, burocrazia statale) hanno creato una mentalità di comando che è stata poi estesa al mondo naturale. Per Bookchin, il capitalismo non è che l’ultima e più devastante forma di questa logica di dominio, in cui la natura è ridotta a risorsa da saccheggiare per la crescita infinita (“Grow or Die“).

B. Ecologia vs ambientalismo. Bookchin operava una distinzione netta, oggi cruciale tra:

ambientalismo – Forma di “ingegneria sociale” che mira a ridurre i danni del sistema esistente senza cambiarne le fondamenta. Cerca di “aggiustare il motore” del capitalismo con tecnologie verdi o con leggi ma lascia intatta la macchina distruttiva (e i movimenti che si rivolgono allo stato, come FFF o XR, ricadono spesso in questa categoria);

ecologia: È una disciplina intrinsecamente rivoluzionaria e ricostruttiva. Non mira a gestire le risorse, ma ad armonizzare le comunità umane con gli ecosistemi attraverso la fine delle gerarchie.

C. La Soluzione Politica: A differenza dell’attivismo che si limita alla protesta («postura petitoria» verso i governi), Bookchin proponeva una politica prefigurativa: il Municipalismo Libertario (o Comunalismo). La proposta è quella di svuotare lo stato dall’interno attraverso la creazione di assemblee popolari cittadine basate sulla democrazia diretta faccia-a-faccia. Queste assemblee, confederandosi tra loro a livello regionale e globale, dovrebbero gestire l’economia e la vita pubblica, sottraendo potere sia al mercato che allo stato.

Seattle e Genova: l’ecologia contro la globalizzazione neoliberista

 Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, in particolare con le proteste di Seattle (1999) contro il WTO e di Genova (2001) contro il G8, emerse un movimento globale che collegava esplicitamente la giustizia sociale alla giustizia ambientale.

A differenza dei movimenti odierni, spesso focalizzati sul singolo tema delle emissioni (la “CO2 tunnel vision“), il movimento di Seattle e Genova denunciava come le istituzioni sovranazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO) imponessero politiche di libero scambio che devastavano gli ecosistemi locali nel Sud del mondo e smantellavano i diritti della classe lavoratrice nel Nord.

Caratteristiche distintive del “Popolo di Seattle”

Il nemico era chiaro: Non l'”individuo” generico, ma le multinazionali e gli organismi non eletti che governavano l’economia globale.

Agroecologia: Grazie a figure come José Bové (che smontò simbolicamente un McDonald’s in Francia) e Vandana Shiva, l’ecologia entrava nel piatto criticando gli OGM e l’agricoltura industriale come strumenti di dominio coloniale sulla natura e su chi coltivava direttamente la terra.

La repressione come spartiacque: La brutale repressione poliziesca di Genova 2001 (la “macelleria messicana” alla scuola Diaz, l’omicidio di Carlo Giuliani) segnò un trauma generazionale. Quella violenza di stato insegnò duramente che mettere in discussione il cuore del modello economico (i vertici G8) comportava una reazione militare, non un “dialogo”.

La sconfitta di quel movimento non ha fermato, però, le lotte territoriali, come la lotta contro la tratta ferroviaria ad alta velocità (TAV), la lotta contro i rigassificatori come quello di Livorno e tante altre esperienze.

È interessante notare come alcuni movimenti odierni, come Extinction Rebellion talvolta prendano le distanze da quell’esperienza per rivendicare una natura “non violenta” e “apolitica”, ignorando forse che la violenza a Genova fu subita, non scelta, e che la “politicità” di quelle piazze risiedeva proprio nella loro forza analitica.

Il 2018 segna l’esplosione di una nuova fase storica. La crisi climatica, divenuta innegabile anche per l’opinione pubblica generalista, innesca una reazione a catena globale. Tuttavia, i nuovi movimenti che emergono portano con sé i segni di una profonda discontinuità rispetto alla tradizione dell’ecologia di classe, presentando caratteristiche inedite e nuove contraddizioni.

Fridays for Future: la scienza come feticcio e il limite del Blablabla

 Fridays for Future (FFF) nasce dall’azione individuale di Greta Thunberg e si configura rapidamente come il primo vero movimento generazionale transnazionale del XXI secolo. La sua forza risiede nella capacità di mobilitare milioni di giovani attraverso lo strumento dello sciopero scolastico globale, sottraendo simbolicamente tempo alla formazione del “capitale umano” per rivendicare un futuro.

Analisi Tattica e Strategica

• Lo sciopero simbolico. A differenza dello sciopero operaio (che blocca la produzione e quindi il profitto), lo sciopero scolastico ha una valenza morale e mediatica. Esso interroga la coscienza di chi è adulto ma non ferma la macchina economica.

• L’appello alla scienza. Lo slogan “Unite behind the science” (“Unitevi dietro la scienza”) costituisce il pilastro epistemologico del movimento. FFF chiede alla politica di ascoltare i report dell’IPCC come se fossero tavole della legge neutrali.

• Interlocuzione istituzionale. FFF dialoga costantemente con governi e istituzioni sovranazionali (COP, ONU, Commissione Europea), chiedendo il rispetto degli Accordi di Parigi. Questa postura implica un riconoscimento della legittimità di queste istituzioni come interlocutori validi.

Il limite del “Blablabla”. Nonostante la potenza comunicativa, FFF ha mostrato presto i suoi limiti teorici. La celebre invettiva di Greta Thunberg contro il “Blablabla” dei leader mondiali evidenzia la frustrazione per l’inazione, ma non riesce a recidere il cordone ombelicale con le istituzioni. Il limite fondamentale, specialmente nelle fasi iniziali, è stata la depoliticizzazione della scienza.

Trattare la scienza climatica come un oracolo neutrale che “detta” l’agenda politica significa ignorare che:

• la scienza produce diagnosi fisiche ma non prognosi politiche o sociali. Dire che «bisogna tagliare le emissioni» è scienza; decidere chi deve tagliarle e come (chiudendo le fabbriche o tassando i ricchi?) è politica;

• l’applicazione delle “soluzioni scientifiche” è sempre mediata da rapporti di forza economici;

• chiedere ai governi di “ascoltare la scienza” presume ingenuamente che i governi agiscano per il bene comune e non per la tutela degli interessi economici nazionali e delle lobby fossili.

In Italia, questo limite si è manifestato nell’incontro con il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani nel 2021. Inizialmente accolto con cauta speranza dal movimento, Cingolani è divenuto presto il simbolo del “tradimento”, promuovendo il nucleare di nuova generazione e il gas come ponti necessari per la transizione, dimostrando che la “tecnica” non è mai neutrale ma sempre asservita a visioni politiche e industriali precise. Di fronte a questo, FFF Italia ha avviato un processo di radicalizzazione, legandosi a collettivi operai (come il Collettivo di Fabbrica GKN a Firenze) e parlando sempre più di “giustizia climatica” intersezionale, ma la tensione tra anima movimentista e anima dialogante rimane irrisolta.

Extinction Rebellion: l’apocalisse “apolitica” e la tecnologia della non-violenza

 Parallelamente a FFF, nasce nel Regno Unito nel 2018 Extinction Rebellion (XR), diffondendosi rapidamente anche in Italia. XR introduce una novità tattica significativa: la disobbedienza civile non violenta di massa. Blocchi stradali, occupazioni di ponti, azioni performative ad alto impatto visivo (i “Red Rebels”, i die-in, l’uso di sangue finto…) mirano a causare disagi economici e paralisi urbana per costringere il governo al tavolo delle trattative.

Le tre richieste cardine di XR rivelano la loro “teoria del cambiamento”:

• Tell the truth (Dite la verità). Il governo deve dichiarare l’emergenza climatica ed ecologica.

• Act now (Agite ora). Azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2025 (un obiettivo tecnicamente impossibile senza un collasso pianificato dell’economia industriale, il che implicherebbe una rivoluzione che però non viene mai nominata esplicitamente).

• Beyond politics (Oltre la politica). La creazione di assemblee cittadine sorteggiate per decidere le misure da adottare, aggirando il parlamento.

Quest’ultimo punto è il più controverso e rivelatore dei limiti ideologici di XR. L’insistenza sul carattere “né di destra né di sinistra” del movimento e la volontà di andare “oltre la politica” tradiscono una visione ingenua dello stato. Le assemblee cittadine sono strumenti democratici interessanti ma prive di potere coercitivo sull’economia reale (banche, multinazionali energetiche) rischiano di diventare consultori impotenti o strumenti di legittimazione per decisioni impopolari già prese altrove. La dottrina della non-violenza radicale di XR ha portato, specialmente nel contesto britannico, a scene paradossali di attivisti che ringraziavano la polizia dopo gli arresti o che si facevano arrestare volontariamente come atto di martirio morale. Questa strategia è stata duramente criticata dai movimenti anarchici e dalle comunità razzializzate per le quali la polizia non è un interlocutore benevolo da convertire ma una minaccia esistenziale strutturale. In Italia, dove la memoria del G8 di Genova è ancora viva, questo approccio “amichevole” verso le forze dell’ordine ha faticato ad attecchire, creando frizioni con i movimenti antagonisti storici. XR è stato spesso accusato di essere un movimento “bianco” e “middle-class”, cieco ai privilegi che permettono a cert attivist di farsi arrestare senza conseguenze devastanti sulla propria vita (fedina penale, permesso di soggiorno, lavoro) a differenza di migranti o precar.

 Ultima Generazione e la radicalizzazione tattica: il sabotaggio simbolico

 La percezione della sostanziale inefficacia delle marce oceaniche di FFF e dei sit-in colorati di XR ha portato, per scissione o evoluzione, alla nascita di frange più radicali. In Italia, Ultima Generazione (nata iniziamente come campagna di disobbedienza civile all’interno della galassia XR, e poi resasi indipendente) rappresenta questo salto di qualità.

Dalla performatività al disagio materiale. Ultima Generazione (UG) adotta tattiche di resistenza civile mirate a creare un danno d’immagine immediato o blocchi della circolazione più aggressivi (per esempio i blocchi del Grande Raccordo Anulare a Roma, l’imbrattamento di opere d’arte protette da vetro o di palazzi istituzionali come il Senato e il Ministero della Transizione Ecologica). A differenza di XR, che cerca ancora un consenso di massa “morale”, UG accetta esplicitamente l’impopolarità e l’odio mediatico come costo necessario per rompere il muro dell’indifferenza e polarizzare il dibattito pubblico. Teoricamente, questo spostamento risente (consapevolmente o meno) delle tesi dell’accademico e attivista svedese Andreas Malm, autore del saggio intitolato Come far saltare un oleodotto. Malm critica il “pacifismo strategico” dogmatico come un’aberrazione storica: tutte le grandi conquiste civili (dalle suffragette ai diritti civili negli USA, fino alla lotta all’apartheid) hanno sempre avuto una radical flank (ala radicale) disposta al sabotaggio o allo scontro fisico che rendeva l’ala moderata accettabile per il potere come “male minore”. La domanda che Malm pone è cruciale: «A che punto inizieremo ad attaccare fisicamente le infrastrutture che ci stanno uccidendo?». Anche se UG rimane rigorosamente non-violenta verso le persone, la violenza simbolica verso le “cose” (arte, strade, edifici) segna un passo verso la de-sacralizzazione della proprietà privata rispetto alla vita biologica.

Tuttavia, anche UG si scontra con il medesimo limite istituzionale dei suoi predecessori: le loro richieste (ad esempio il “Fondo Riparazione” per le vittime del clima) sono ancora rivolte allo stato. Chiedono al governo di tassare gli extra-profitti o di fermare l’utilizzo del gas. Permane l’illusione che lo stato possa agire contro gli interessi del capitale fossile se solo la pressione dell’opinione pubblica fosse abbastanza forte, ignorando che lo stato italiano (tramite colossi come ENI, partecipata statale) è parte integrante del capitale fossile.

 

Antispecismo politico e Limiti dello Stato

  Un settore spesso trascurato nelle analisi generaliste dell’ecologia ma cruciale per una critica radicale e coerente, è il movimento antispecista nelle sue declinazioni politiche.

1. L’antispecismo politico: oltre la compassione

L’antispecismo mainstream è spesso associato al veganismo come scelta di consumo individuale o alla protezione degli animali domestici. Tuttavia, in Italia esiste una corrente teorica robusta definita antispecismo politico, rappresentata da filosofi come Marco Maurizi e collettivi come Assemblea Antispecista, la rivista Veganzetta o Oltre la Specie.

La tesi centrale di questa corrente è che lo specismo (il dominio dell’umano sull’animale non umano) non sia un semplice pregiudizio morale isolato ma la struttura fondante del dominio tout-court. La distinzione gerarchica Umano/Animale è l’archetipo ideologico che ha permesso storicamente di “animalizzare” altri esseri umani (schiav, ebrei, donne, colonizzat, disabili) per giustificarne lo sfruttamento o lo sterminio.

2. La critica al capitalismo animale e l’intersezionalità

L’antispecismo politico critica ferocemente l’ambientalismo mainstream (inclusi FFF e XR) per il suo antropocentrismo residuo. Salvare il clima “per le generazioni future” mantenendo intatti i macelli industriali e gli allevamenti intensivi è visto come una contraddizione etica e materiale insanabile, poiché l’industria zootecnica è una delle cause primarie del collasso ecologico (deforestazione, emissioni di metano, consumo idrico). Inoltre, questi movimenti criticano il Vegan Capitalism (il mercato dei prodotti vegetali delle multinazionali) come un tentativo di mercificare la resistenza senza cambiare i rapporti di dominio. La liberazione animale, in quest’ottica, è inscindibile dalla lotta al capitalismo: non si possono liberare gli animali in una società basata sullo sfruttamento del valore e sulla reificazione dei corpi viventi.

 5. I limiti strutturali: perché rivolgersi alle istituzioni è un errore

  Analizzando trasversalmente i movimenti trattati (fatta eccezione per l’antispecismo), emergono dei limiti strutturali comuni che costituiscono il cuore critico di questo rapporto.

A. Lo Stato non è un arbitro, è un giocatore. 

Il limite più evidente è l’incomprensione della natura dello stato moderno. I movimenti chiedono allo stato di regolare il mercato, di “fermare” le multinazionali, ignorando che lo stato, nella sua configurazione attuale, esiste primariamente per garantire le condizioni giuridiche, infrastrutturali e militari per l’accumulazione del capitale. Come notano coloro che si occupano di ecologia politica e le critiche anarchiche, chiedere allo stato di smantellare l’industria fossile equivale a chiedere a un organismo di amputarsi gli arti vitali. Il caso del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) in Italia ne è la prova: presentato come green, finanzia in realtà infrastrutture pesanti, caserme, alta velocità e digitalizzazione energivora, gestite secondo logiche di profitto da manager e tecnocrat impermeabili al controllo democratico.

B. L’illusione del capitalismo verde e della transizione tecnologica. 

La narrazione della “transizione ecologica” (adottata anche dal Ministero omonimo) presuppone che si possa disaccoppiare la crescita economica dall’impatto ambientale (decoupling). I dati empirici e le teorie dell’ecologia-mondo smentiscono categoricamente questa possibilità. La “transizione” promossa dalle istituzioni (auto elettriche, rinnovabili industriali) non è un cambio di paradigma ma un cambio di input energetico che richiede un’estrazione massiccia di litio, cobalto, rame e terre rare. Questo innesca nuove dinamiche coloniali di predazione nel Sud del mondo (come denunciato nel caso del Triangolo del Litio in Sudamerica), creando “zone di sacrificio” per permettere al Nord del mondo di guidare auto “pulite”. Quando i movimenti come FFF o XR accettano il frame della “transizione” senza mettere in discussione il dogma della “crescita” e del PIL, finiscono involontariamente per legittimare un nuovo ciclo di accumulazione capitalista verniciato di verde (greenwashing sistemico).

C. La repressione come risposta sistemica. 

Un altro limite tragico è la sottovalutazione della risposta repressiva dello stato. La credenza ottimista che «se siamo in tant e pacific, dovranno ascoltarci» si è infranta contro il muro dei decreti sicurezza e della criminalizzazione giudiziaria. In Italia, l’uso sistematico di fogli di via, denunce per “blocco stradale”, sorveglianza speciale e l’equiparazione dell’attivismo climatico all’associazione a delinquere mostrano il vero volto delle istituzioni quando vengono toccati gli interessi economici vitali. La polizia non protegge chi manifesta dal cambiamento climatico; la sua funzione storica è proteggere la proprietà privata e l’ordine pubblico (cioè il flusso delle merci) dai disturbi. La mancata elaborazione di strategie di autodifesa (legale, politica e di piazza) e la fiducia ingenua nella legalità democratica rendono i movimenti estremamente vulnerabili alla repressione.

6. Conclusioni: verso un’ecologia rivoluzionaria

L’analisi condotta in queste pagine mostra inequivocabilmente che i limiti dei movimenti ambientalisti contemporanei non sono meramente organizzativi o comunicativi, ma politici e strategici. Il “peccato originale” risiede nel mancato riconoscimento che le istituzioni a cui si rivolgono (lo stato, l’Unione europea, le Conferenze delle parti) sono parte integrante e attiva del problema che si vorrebbe risolvere. Finché i movimenti continueranno a chiedere “misure urgenti” senza mettere in discussione il dogma della crescita infinita, la proprietà privata dei mezzi di produzione e lo stato, rimarranno intrappolati in un ciclo di frustrazione, cooptazione e repressione.

La “sostenibilità”, così come viene promossa dalle istituzioni, è un’illusione ottica, un dispositivo ideologico per permettere al capitalismo di sopravvivere alla catastrofe che esso stesso ha creato, aprendo nuovi mercati “verdi”. I movimenti, per essere efficaci e all’altezza della minaccia esistenziale che affrontiamo, devono compiere un salto di paradigma teorico e pratico:

• abbandonare la postura petitoria. Smettere di chiedere al “sovrano” di salvarci e iniziare a costruire forza materiale per imporre il cambiamento;

• riconoscere il conflitto di classe (capitalocene). Capire che la crisi ecologica è una guerra di classe condotta dall’alto contro il vivente e le classi subalterne. Non “siamo tutt sulla stessa barca”;

• costruire istituzioni alternative (Dual power). Ispirarsi all’ecologia sociale di Murray Bookchin e, più in generale, al movimento anarchico per creare assemblee popolari territoriali, reti di mutuo appoggio e strutture di autogoverno capaci di gestire la riproduzione sociale (cibo, energia, cura) fuori dalle logiche di mercato e dallo stato;

• integrare la critica antispecista. Comprendere che non ci sarà liberazione ecologica senza la decostruzione del dominio umano sugli altri viventi;

• convergenza delle lotte. Unire le istanze ecologiste con quelle del lavoro (come l’esempio della GKN), del transfemminismo e dell’antirazzismo, in un unico fronte contro il sistema di dominio.

 La conversione ecologica potrà affermarsi solo se diventerà “socialmente desiderabile” condivisa e non imposta. E potrà esserlo solo se non sarà un costo scaricato su chi è pover o sfruttat da un’élite tecnocratica ma una riappropriazione collettiva delle risorse, del tempo di vita in una società libera dalle gerarchie di specie, organizzata attraverso la cooperazione, il mutuo appoggio e il rispetto del non umano. 

Capitolo 5 – CHE FARE? Una proposta libertaria.

C’è una premessa che va fatta senza ambiguità, perché ogni ambiguità oggi è già una forma di resa: nessuna riforma graduale, nessuna transizione addomesticata, nessuna compatibilità con l’attuale stato delle cose può produrre un impatto reale nella lotta alla crisi climatica. Solo un cambiamento radicale, un vero sconvolgimento degli assetti economici, produttivi e simbolici che regolano il mondo contemporaneo, può aprire uno spazio di possibilità. Tutto il resto, per quanto benintenzionato, rientra nella gestione del disastro, non nella sua interruzione. Il cambiamento climatico che stiamo vivendo non è un incidente del sistema. È, piuttosto, il sistema che funziona perfettamente secondo la sua logica e pretendere di risolverlo senza mettere in discussione i rapporti di produzione, la centralità del profitto, l’ideologia della crescita infinita e la mercificazione totale della vita significa accettarne implicitamente le conseguenze. La difficoltà principale, per chi è dispost a guardare questa realtà senza filtri, non è tanto comprendere il problema quanto organizzarsi per affrontarlo. Il potere economico e politico non domina solo attraverso le leggi o la forza materiale ma soprattutto attraverso il racconto, il narrato che definisce ciò che è realistico, possibile, desiderabile. I grandi gruppi industriali, finanziari e mediatici hanno costruito una narrazione in cui l’attuale modello di sviluppo appare come l’unico mondo possibile, mentre ogni alternativa viene descritta come utopica, pericolosa, regressiva o autoritaria. In questo quadro, anche i movimenti di opposizione vengono spesso “integrati” come valvole di sfogo, capaci di produrre linguaggio critico ma incapaci di incidere sui meccanismi reali. Organizzarsi significa quindi, prima ancora che costruire strutture, sottrarsi a questo “campo magnetico”, rompere l’incantesimo di un immaginario che neutralizza il conflitto rendendolo impensabile. Una minoranza, perché siamo consapevoli di essere una minoranza, che voglia promuovere alternative reali deve accettare di essere tale, almeno per lungo tempo. La storia insegna che i cambiamenti profondi non nascono da maggioranze illuminate, ma da nuclei coerenti che resistono abbastanza a lungo non rinunciando a proporre un’alternativa fino a rendere visibile un’altra possibilità di vita. Il primo livello di intervento non può che essere locale, non per romanticismo ma per necessità materiale. È nel territorio che si incontrano i corpi, le relazioni, le contraddizioni concrete tra produzione, consumo, inquinamento, lavoro e salute, tutti fattori strettamente collegati tra loro. È lì che si può iniziare a costruire forme di autonomia parziale e crescente, pratiche di mutualismo, economie di sussistenza estesa senza discriminazioni nei confronti di chi abita il pianeta, economie di scambio che sottraggano spazio, anche minimo, al dominio del mercato globale. Non si tratta di creare isole felici ma di generare esempi praticabili che mostrino che vivere diversamente non solo è percorribile, ma produce benessere reale, relazioni più dense, maggiore resilienza. Questo lavoro, però, non può limitarsi alla pratica materiale. Senza una controinformazione strutturata, radicata e rigorosa, ogni esperienza alternativa rischia di essere invisibile o facilmente neutralizzata. La controinformazione non è propaganda ma ricostruzione del nesso tra cause e conseguenze, tra scelte economiche e disastri ambientali, tra profitti privati e costi collettivi. Deve parlare a un pubblico competente, non semplificare per sedurre, ma approfondire per emancipare. Deve smascherare il linguaggio del potere, mostrando che termini come sostenibilità, transizione, innovazione vengono usati per perpetuare l’esistente, mentre è necessario restituire a queste parole un significato conflittuale. In tal senso, la controinformazione non serve solo a denunciare, ma a formare soggetti capaci di pensare e agire fuori dai binari imposti.

Accanto a questo, forse l’aspetto più radicale e più difficile da conseguire è la coerenza tra mezzi e fini.

Una minoranza che voglia incidere realmente deve praticare, per quanto possibile, un modello di vita compatibile con il mondo che afferma di voler costruire. Non per moralismo individuale ma per credibilità storica. Non si può combattere un sistema fondato sull’accumulazione infinita riproducendone gli stili di vita, i ritmi, le gerarchie, le dipendenze. La coerenza non è purezza, è tensione continua, conflitto anche interno, ma è l’unico antidoto al cinismo e alla trasformazione della critica in mero discorso fine a se stesso. Vivere diversamente, consumare meno, dipendere meno, rallentare, condividere, prendersi cura dei luoghi e delle persone non è una soluzione al cambiamento climatico, ma è la condizione necessaria per non esserne semplicemente una vittima consapevole, e questa affermazione può diventare concreta senza trasformarsi in un manuale tecnico o in un progetto ingegneristico. Significa, ad esempio, immaginare e praticare comunità energetiche autonome o semi-autonome, collegate in reti dove possibile, non come utopie autosufficienti ma come riduzione deliberata della dipendenza da grandi infrastrutture centralizzate, fossili, opache e politicamente intoccabili. Piccoli impianti condivisi, produzione locale, gestione comunitaria dell’energia restituiscono controllo, consapevolezza e responsabilità, spezzando il nesso invisibile tra consumo quotidiano e devastazione lontana. Allo stesso modo, un’alimentazione a basso impatto non è una questione di diete identitarie, ma di riancoraggio del cibo ai territori, alle stagioni, alle relazioni, sottraendolo alla logica della produzione su macro-scala e ai trasporti planetari che trasformano il nutrimento in merce astratta, energivora e fragile. Mangiare ciò che cresce vicino, ridurre drasticamente il consumo di prodotti ultra-processati, sostenere filiere corte e informali significa diminuire emissioni ma anche ricostruire un rapporto diretto tra chi produce e chi consuma, tra terra e comunità. In questa stessa direzione vanno pratiche come la riparazione, il riutilizzo, il riciclo reale e non simbolico, che rompono il ciclo dell’obsolescenza programmata e restituiscono dignità agli oggetti, al tempo e alle competenze manuali.

Ogni oggetto inutile, ogni imballaggio superfluo, ogni ciclo di produzione orientato all’obsolescenza programmata, ogni trasferimento forzato di beni, esseri umani e non, è un’offesa all’intelligenza e un attacco all’equo accesso alle risorse. Scambio e baratto di beni e vestiario, dove fattibile, non sono nostalgie preindustriali ma strumenti concreti per ridurre produzione inutile, rifiuti e dipendenza dal mercato globale, rafforzando al contempo legami sociali e reti di fiducia. Anche sul piano dei servizi, compresi quelli complessi, la questione non è smantellare ma ripensare le scale. La grande struttura centralizzata, come nel caso della sanità o dell’istruzione, può e deve essere affiancata da una rilocalizzazione su scala più piccola e media, dal macro al mini, dal macro al medio, capace di alleggerire i grandi poli, ridurre gli spostamenti forzati e avvicinare i servizi alle persone. Questo comporta una riduzione significativa del pendolarismo, sia lavorativo sia formativo, con effetti immediati sulle emissioni, sulla qualità della vita e sul tempo restituito alle relazioni, alla cura, alla partecipazione. La ridistribuzione dei servizi su scala locale, con forme di gestione autonoma e radicata nei territori, non è solo una misura ecologica ma una scelta politica profonda, perché sottrae potere ai grandi apparati restituendolo alle comunità. In questo quadro, la lotta al cambiamento climatico smette di essere un problema astratto e globale, percepito come troppo grande per essere affrontato, e diventa un processo quotidiano di trasformazione del modo di vivere, produrre e organizzarsi. Non elimina, magicamente, il problema alla radice ma costruisce soggetti, relazioni e strutture che non lo alimentano passivamente. Ed è proprio in questa coerenza praticata, imperfetta ma reale, che una minoranza può iniziare a rendere credibile un altro mondo possibile, non come promessa lontana ma come esperienza presente. Col tempo, se queste pratiche resistono e si moltiplicano, se riescono a connettersi senza perdere radicamento, possono iniziare a costruire reti più grandi, forme di coordinamento più ampie, capaci di esercitare pressione, di bloccare progetti distruttivi, di imporre costi politici e sociali a chi continua a devastare territori e comunità. Questo passaggio non è automatico e non è garantito. Richiede conflitto, espone alla repressione, all’isolamento, alla delegittimazione. Non esiste una via indolore per mettere in discussione un ordine del mondo che sta conducendo al collasso ecologico e sociale. Riguardo ai servizi su larga scala, come gli ospedali, le reti sanitarie, l’istruzione superiore e alcune infrastrutture strategiche, il punto non è una negazione ideologica della grande scala, che sarebbe ingenua e pericolosa, ma una sua profonda riconfigurazione. Alcuni servizi richiedono inevitabilmente concentrazione di competenze, tecnologie avanzate, ricerca e coordinamento complesso, ed è illusorio pensare di frammentarli completamente senza perdere qualità e funzionalità. Ad esempio, il modello attuale del servizio sanitario, iper centralizzato, iper tecnologico e spesso distante dai territori, genera effetti collaterali enormi: pendolarismo sanitario, sovraffollamento, disuguaglianze di accesso. Una prospettiva coerente con la critica climatica e sociale non è quindi “grande o piccolo”, ma una articolazione intelligente delle scale. I grandi ospedali e i poli di alta specializzazione dovrebbero diventare nodi di una rete, non monoliti che fagocitano tutto. Accanto ad essi è fondamentale ricostruire una sanità territoriale diffusa, di prossimità, capace di intercettare i bisogni prima che diventino emergenze, riducendo ricoveri inutili, spostamenti forzati e carichi energetici e logistici enormi. Presidi locali, case della salute, ambulatori integrati, assistenza domiciliare, medicina preventiva e comunitaria non sono un ripiego, ma il vero cuore di un sistema resiliente. Questa rilocalizzazione parziale produce benefici climatici indiretti ma significativi: meno spostamenti quotidiani, meno infrastrutture che consumano grandi quantità di energia sovradimensionate, meno consumo di tempo e carburante, meno stress sociale. Allo stesso tempo rafforza il legame tra servizio pubblico e comunità, sottraendo la sanità e altri servizi essenziali alla logica puramente aziendalistica che li trasforma in centri di costo o di profitto. Lo stesso principio può essere applicato all’istruzione, alla formazione, ad alcuni servizi amministrativi e culturali: grandi poli di riferimento, sì, ma sostenuti da una rete capillare di strutture locali autonome, adattate ai contesti e partecipate. In questa visione, il passaggio dal macro al medio e dal macro al mini non è una regressione, ma una riduzione della vulnerabilità sistemica. Un sistema troppo concentrato è efficiente solo in condizioni ideali, ma collassa facilmente sotto stress, come crisi climatiche, pandemie, blackout energetici o crisi di approvvigionamento. Un sistema diffuso, invece, è meno spettacolare ma più robusto e più adattabile. Pensare i servizi in questo modo significa portarli fuori dall’astrazione della grande macchina e ricondurli dentro una logica di cura, prossimità e responsabilità condivisa. Così anche i servizi su larga scala smettono di essere un tabù o un ostacolo nel discorso ecologista radicale, e diventano uno dei terreni decisivi su cui dimostrare che un altro modo di organizzare la complessità è possibile, senza sacrificare né la qualità né la giustizia sociale e riducendo, al tempo stesso, l’impronta ecologica complessiva del vivere collettivo. In definitiva, il che fare oggi non può essere pensato come un programma chiuso o una strategia definitiva. È piuttosto una postura, una scelta di campo esistenziale e politica.

Dobbiamo avere il coraggio di nominare e denunciare il modello culturale dominante: una bulimica e convulsiva mania di comprare, di possedere, di accumulare, alimentata da una propaganda martellante e da un sistema che ci induce all’indebitamento come stile di vita. Ci vogliono consumator e consumatrici indebitat, quindi ricattabili, docili, incapaci di pensare a un’alternativa, incatenat a una moderna forma di schiavitù.

La proposta libertaria rompe questo schema. Invita a un’altra idea di ricchezza, fondata sulla condivisione, sull’autosufficienza, sul tempo liberato e non venduto. Costruire qui e ora frammenti di mondo che non funzionino secondo la logica dell’avvelenamento e dello sfruttamento, e difenderli con intelligenza, solidarietà e ostinazione. Non perché sia facile, non perché sia rassicurante, ma perché è l’unico modo rimasto per affermare che un altro modo di abitare la Terra non solo è necessario ma è già in cammino, anche se ancora fragile, incompleto e sotto assedio. Delegare ai governi la soluzione significa invece perpetuare la causa stessa del disastro.

Perché in fondo, sotto l’asfalto del mondo che crolla, c’è ancora terra viva. Nelle crepe del cemento crescono fiori selvatici. E nella notte più cupa, un fuoco acceso da mani libere può ancora illuminare la strada. Che sia nostro il passo che rompe il silenzio. Che sia nostro il gesto che semina. Che sia nostra la danza che comincia.

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Immagini

Le immagini in copertina e alle pagg. 5 e 44 sono di Ericailcane; quelle alle pagg. 8, 51 e 70 di Clifford Harper, e quelle alle pagg. 19 e 37 di Bastardilla.

Ringraziamo l* artist* per averci concesso l’uso delle loro opere.

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Solidarietà alle compagne e ai compagni della manifestazione NOTAV alta felicità che sono stati denunciati per devastazione!

Il 27 luglio quella pagliaccia cattofascista (doppiogiochista) della Meloni (foto sopra), è andata ai cantieri dell’alta velocità Torino-Lione dichiarando ai mass media che i No Tav sono terroristi! Senza naturalmente chiedergli perché stavano manifestando, altrimenti sarebbero saltati fuori tanti altri altarini, sporchi e meschini, tipici della sua cultura borghese, egoista, arrivista, opportunista, ipocrita e repressiva.     …

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Spin Time, non c’è più tempo

Mercoledì sera un incendio è divampato in uno dei locali di Spin Time Labs, l’occupazione abitativa dell’Esquilino, in centro a Roma, dove vivono circa 400 persone e hanno sede varie organizzazioni. La comunità si è subito attivata per mettersi al sicuro, facilitando l’ingresso dei vigili del fuoco. Una volta uscita dallo stabile per mettersi in sicurezza, però, agli abitanti del grande palazzo ex-Inpdap sito in via Santa Croce in Gerusalemme non è stato più permesso di rientrare se non per recuperare pochissimi beni di prima necessità. Da allora soprattutto bambine/i e le persone più fragili, hanno trovato alloggi momentanei, altre persone sono ospitate in strutture messe a disposizione da diverse associazioni e qualche spazio del primo municipio, ma moltissime/i continuano a dormire davanti a Spin Time in via Santa Croce di Gerusalemme.

Questi, in breve, i fatti salienti. Poi c’è tanto altro. C’è una comunità che si attiva in fretta, nonostante il caldo, nonostante molte persone siano già in ferie, nonostante non si capisca sempre benissimo chi coordini cosa, e in meno di 24 ore davanti a Spin Time accorrono centinaia di persone solidali con beni di prima necessità, pronte e pronti a difendere una delle occupazioni più simboliche della capitale, con i propri corpi e con la propria solidarietà attiva e militante. 

Renato Ferrantini

Ci sono i movimenti sociali che portano generatori, condizionatori, teli per proteggersi dal caldo, piscinette per far giocare i bambini e le bambine, che mettono in piedi un presidio sanitario, si attiva il quartiere che da anni convive serenamente con l’occupazione (checché ne dicano schifose pagine social pronte a costruire falsi), privati cittadini/e portano quello che possono.

Questa città brutale che quando serve si (ri)scopre solidale, aiutando le centinaia di persone sbattute per strada. È una macchina straordinaria, con la Chiesa che fa la sua parte, il centro anziani, il Polo Civico dell’Esquilino e molte altre. 

La Protezione Civile coordinata dal Comune di Roma monta qualche gazebo, distribuisce cibo e. dopo due giorni, attiva i nebulizzatori. Con le persone lasciate per strada e nessuna soluzione nel breve periodo, si apre una battaglia politica che dopo quasi tredici anni potrebbe sbloccare la situazione del palazzo: la proprietà, uno dei fondi di investimento che privatizzano e gentrificano mezza città, sembra finalmente disposta a vendere e l’Amministrazione comunale a comprare per avviare un percorso simile a quello che ha riconvertito in edilizia popolare un’altra storica occupazione, quella di Porto Fluviale. 

Renato Ferrantini

I tempi, però, non sono necessariamente brevi, nonostante l’impennata di questi giorni – nel momento in cui scriviamo, sabato 1° agosto, pare siano in corso trattative, con l’interessamento anche del Vaticano che già in passato si era espresso per Spin Time: come ha scritto Giuliano Santoro su “il manifesto” di oggi, «premono per una soluzione positiva, che passa per la rimozione del sequestro giudiziario che grava sul palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme, il papa e il sindaco. Questa versione postmoderna di Don Camillo e Peppone, l’eterogenesi dei fini del potere temporale e di quello secolare, è l’ennesimo miracolo postmoderno di Spin Time». 

Nel via vai di politici e istituzionali, chi passa (tanti) e chi invece garantisce una presenza solidale (pochissimi), l’assessore al Patrimonio e alle Politiche Abitative Tobia Zevi va in assemblea sia mercoledì che giovedì, parla dei negoziati in corso, prova a rassicurare, anche se purtroppo senza un dialogo reale, senza uno scambio con chi è riunito in piazza (abitanti e solidali). Spiega, in sintesi, che bisogna aspettare. 

Non ricorda che è dal 2023, quando è stato approvato il Piano Strategico per il diritto all’Abitare, che l’Amministrazione si sarebbe dovuta impegnare ad avviare i progetti di recupero per Spin Time e per il MAAM di Metropoliz entro l’anno, come «modello di sperimentazione delle nuove politiche abitative». Dal 2023 le persone che lì abitano sono in attesa.

Ad agosto 2026, devono ancora aspettare, fino a quando non è chiaro, forse lunedì ci saranno novità, quando si riunirà il prossimo tavolo tecnico, anche fosse sarebbero cinque notti e quattro giorni interi in condizioni disumane, con più di 40 gradi reali, mentre dentro ci sarebbero le case, piccole come ha detto una occupante, ma le loro, quelle costruite in anni e anni di fatica. 

L’assemblea delle e degli abitanti di Spin Time ha deciso, ieri sera dopo l’incontro con Zevi, di continuare a resistere, di continuare a lavorare per poter rientrare prima possibile, di rimanere unite/i – e noi con loro. I tempi della burocrazia e della politica non coincidono mai con quelli della vita, con quelli dei bisogni reali ed elementari delle persone. Dovrebbe essere la politica però a uniformarsi ai tempi della vita e non viceversa. Invece centinaia di persone sono in attesa che qualcosa emerga da tavoli lontani e complessi, sopra le loro teste. Ieri quando Zevi parlava già da diversi minuti, senza venir interrotto, da un’assemblea fin troppo civile, qualcuno ha urlato «vogliamo rientrare a casa» e tutti si sono sciolti in un applauso liberatorio. Non è difficile da capire. Ci sono centinaia di persone che vogliono rientrare a casa e non vogliono continuare a stare per strada con quaranta gradi, nel pieno di una crisi climatica, e senza prospettive per i prossimi mesi. Le istituzioni possono e devono fare molto di più. 

Renato Ferrantini

Quindi il presidio permanente continua e non si sposta dal palazzo, lo presidia con i propri corpi, i teli per l’ombra, le piscinette d’acqua, le tende, le brandine. Quasi tutto portato e organizzato dagli spazi sociali, dalle associazioni, dal volontariato, dal vicinato, con la protezione civile che più che intervenire sui bisogni reali (come docce, bagni, posti letto), ordina e sanziona lo spazio, come abbiamo visto fare in altre emergenze. 

Per chiunque si trovi a Roma l’appello è di raggiungere Spin Time, nonostante il caldo e le difficoltà logistiche, bisogna andare al presidio e mantenere alta l’attenzione. Tutte le informazioni su cosa portare e i vari appuntamenti si possono trovare sulle pagine social di Spin Time, ed è anche aperta una raccolta fondi per aiutare con i beni di prima necessità in questi giorni. 

SolidalƏ  e complicƏ  con chi resiste.  

Immagine di copertina di Renato Ferrantini

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CIAO ANNA!

Diffondiamo: Questa notte Anna Cipriani, che in moltx hanno avuto modo di conoscere in diverse occasioni tra cui le presentazioni del libro del figlio Claudio, è venuta a mancare in ospedale a Napoli. Abbiamo percorso con lei un pezzo profondo e importantissimo, reciprocamente l’una a fianco all’altra anche nei momenti più duri, inclusa la repressione … Leggi tutto "CIAO ANNA!"
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Roma Sud brucia, Roma Sud affoga nel cemento

Domenica 26 luglio, poco dopo le 13:30, un vasto incendio si è sviluppato lungo via Laurentina, nel tratto tra l’Eur e Tor Pagnotta, spinto dal vento e dalle temperature altissime che da settimane mettono a dura prova la città. Le fiamme hanno raggiunto in poco tempo il Grande Raccordo Anulare, obbligando alla chiusura del tratto tra gli svincoli Laurentina e Pontina in entrambe le direzioni, con code chilometriche e traffico paralizzato sotto il sole.

Fuoco, fumo e diossina: l’emergenza ambientale del Municipio IX

Il giorno dopo, lunedì 27, un secondo fronte ha interessato un terreno in cui si sospetta la presenza di rifiuti interrati, complicando ulteriormente le operazioni di bonifica dell’area. Non ci sono dubbi sulla natura dolosa dei roghi, in una stagione che, secondo i dati forniti dalla Protezione civile del Lazio, ha già fatto contare centinaia di incendi nella regione dalla metà di giugno, molti dei quali di tipo boschivo.

A distanza di qualche giorno arriva il dato più preoccupante: il campionatore installato dall’ARPA Lazio lungo via Laurentina ha misurato, tra il 27 e il 28 luglio, una concentrazione di diossine pari a 0,39 picogrammi per metro cubo, superiore alla soglia di 0,3 pg/m³ che la stessa agenzia regionale indica come segnale della presenza di una fonte emissiva localizzata, riconducibile alla combustione del rogo. Sono ancora in corso le verifiche di laboratorio su benzo(a)pirene e policlorobifenili.

Per giorni i residenti delle zone limitrofe – Vallerano, Castel di Leva, Spinaceto, Torrino – hanno segnalato un odore acre persistente, mal di gola, mal di testa e nausea, ricevendo dal Comune l’indicazione di tenere le finestre chiuse e lavare accuratamente frutta e verdura coltivate in zona.

Consiglieri comunali e municipali hanno chiesto interventi urgenti a tutela della salute pubblica, ma la lentezza della risposta istituzionale nei giorni successivi al rogo si è fatta sentire forte e chiara. Una gestione dell’emergenza che si intreccia con un problema più strutturale: la manutenzione insufficiente delle aree verdi e incolte di questo quadrante, terreno ideale per la rapida propagazione delle fiamme.

Il quartiere dormitorio che non doveva essere: la cementificazione di Fonte Laurentina

Quello che brucia non è un’area marginale e disabitata, ma il cuore di uno dei processi di espansione edilizia più intensi degli ultimi vent’anni a Roma sud. Fonte Laurentina nasce all’interno di un piano di zona, sul terreno dell’antica tenuta di Tor Pagnotta, e prende il nome da una sorgente di acque minerali chiusa nel 2004 per inquinamento dovuto a infiltrazioni fognarie: quella sorgente, con un paradosso che racconta bene il rapporto tra Roma e il suo territorio, è oggi ricoperta di cemento e trasformata nel parcheggio di un centro commerciale, proprio davanti agli edifici residenziali.

Pensato come quartiere modello, capace di offrire servizi e spazi comuni, si è trasformato – secondo le denunce ripetute negli anni dal comitato di quartiere e dagli stessi residenti – in un “quartiere dormitorio”: palazzine costruite in sequenza senza che venissero mai completati i servizi pubblici né gli spazi di aggregazione previsti nei piani originari, mentre i casali storici dell’Agro romano, che avrebbero potuto diventare luoghi di cultura e socialità, restano da anni in stato di abbandono.

Non è un caso isolato. Pochi chilometri più a nord, il quartiere Laurentino racconta da decenni una parabola simile: un progetto urbanistico di grande scala, pensato negli anni Settanta per ospitare decine di migliaia di persone, che non è mai riuscito a dotarsi dei servizi collettivi previsti nel progetto originario ed è diventato, anch’esso, sinonimo di periferia dormitorio e di abbandono istituzionale. È lo schema che si ripete in tutta la fascia sud della città: costruire prima, e spesso mai dotare il territorio delle infrastrutture necessarie a sostenerlo.

Blackout e reti al collasso: quando il cemento supera la capacità della città

La stessa logica di crescita senza pianificazione si misura oggi anche sul fronte energetico. Da settimane Roma è alle prese con blackout diffusi in più zone della città, aggravati dal caldo eccezionale e dal conseguente aumento dei consumi per il condizionamento: la rete gestita da Areti ha più volte toccato i propri picchi massimi di potenza immessa, con centinaia di squadre tecniche impegnate a fronteggiare guasti che si susseguono senza sosta.

Cabine elettriche datate e cavi sotterranei, surriscaldati dal calore accumulato nel sottosuolo, cedono uno dopo l’altro, lasciando interi palazzi senza corrente per ore: cibo che va perso nei frigoriferi, ascensori bloccati, difficoltà per gli anziani, semafori spenti. Le segnalazioni sono arrivate da diversi quadranti della città, dal centro alla periferia, comprese le zone di Roma sud.

Diffusione crescente di condizionatori, aumento delle colonnine di ricarica per veicoli elettrici ma soprattutto costruzione di decine di nuove abitazioni sono i principali fattori di stress su una rete infrastrutturale mai davvero adeguata alla crescita edilizia degli ultimi decenni. È qui che il cortocircuito si chiude: quartieri come Fonte Laurentina e i suoi dintorni sono cresciuti senza che venissero potenziati, di pari passo, gli impianti e le reti chiamate a sostenerli. Il risultato è una città che aumenta i propri volumi edilizi senza aumentare, nella stessa proporzione, la capacità reale di reggerli – né sul piano ambientale, né su quello dei servizi essenziali.

Un esempio recente di questa dinamica arriva proprio dal quartiere Papillo, in via Giorgio Vigolo, dove da anni è in corso un processo di trasformazione edilizia che i residenti raccontano come emblematico di questo modello di sviluppo.

Il caso Papillo: un cantiere infinito tra cemento e assenza di servizi

Lì dove, secondo il progetto originario, avrebbero dovuto sorgere degli spazi polisportivi, oggi si erge un serpentone di oltre 130mila metri cubi di cemento. Gli abitanti denunciano un cantiere aperto ormai da anni, la sostituzione quasi integrale del verde con superfici cementificate che raggiungono quasi il 100% della totalità del lotto, disagi quotidiani legati a polveri sottili e rumore e lamentano che l’ennesimo grande volume edilizio si aggiunga a una rete di servizi – dall’illuminazione alla fornitura elettrica – che nello stesso quartiere ha già mostrato in passato segni di cedimento.

Negli anni i residenti hanno presentato numerose segnalazioni relative alla sicurezza del cantiere, denunciando la presenza di operai visti lavorare privi delle dotazioni di protezione individuale, in bilico su semplici tavole di legno a diversi metri di altezza. Ricorrenti anche le proteste per il mancato rispetto degli orari consentiti per i lavori rumorosi, oltre alle critiche sull’impatto estetico del complesso, giudicato dagli abitanti fuori scala e in evidente contrasto con lo stile delle altre costruzioni della zona. A oggi, secondo quanto riferito dai residenti, una parte del comprensorio risulta parzialmente abitata dopo un ritardo nella consegna di oltre diciotto mesi rispetto ai tempi previsti, mentre l’altra metà del complesso è ancora un cantiere aperto.

Il complesso residenziale c’è. I servizi previsti da regolamento no. Secondo la normativa regionale sull’urbanizzazione secondaria, ogni costruttore privato è obbligato a fornire servizi collettivi di quartiere a causa dell’allargamento della domanda futura di infrastrutture: asili e scuole dell’obbligo, mercati di quartiere, presidi socio sanitari, parchi pubblici.

Nel quartiere, che potremmo definire senza errori, “quartiere fantasma” sono assenti le più basilari strutture. Non c’è infatti un supermercato, un tabaccaio, un mercato, un luogo di ritrovo. Dal 2006, anno di costruzione del primo lotto abitativo, è stata costruita una sola scuola primaria e il quartiere è collegato esclusivamente da una linea bus, definita dai residenti «ai limiti del tollerabile».

Inoltre, Secondo il Regolamento edilizio di Roma Capitale sulla Sostenibilità, nei lotti liberi ogetto di nuova costruzione è richiesta al costruttore una quota minima di superficie permeabile non inferiore al 50% e l’inserimento di alberi per mitigare le isole di calore. Allo stato attuale niente di tutto questo è stato fatto per la collettività, ma molto è stato fatto per il profitto privato.

Si tratta di un vissuto locale, riportato dai comitati di quartiere e dagli stessi residenti, che meriterebbe verifiche puntuali da parte degli enti competenti – a partire dalla direzione lavori e dagli organi di vigilanza sulla sicurezza nei cantieri. Se confermato nei suoi dettagli, il caso Papillo rappresenterebbe un ulteriore tassello dello stesso modello di sviluppo urbano già visto a Fonte Laurentina e al Laurentino, in cui il cemento cresce più velocemente dei servizi, della sicurezza e della cura del territorio.

Un unico problema: il territorio sacrificato agli interessi privati

Incendi, cementificazione e blackout non sono tre emergenze separate, ma tre facce dello stesso fallimento nel governo del territorio. Per anni le amministrazioni che si sono succedute a Roma hanno autorizzato la costruzione in aree agricole e semi-naturali dell’Agro romano, spesso a ridosso di terreni incolti o boschivi che oggi si rivelano tra i più esposti al rischio di incendio, anche a causa di una carente manutenzione ordinaria del poco verde esistente.

Ogni nuova lottizzazione riduce gli spazi naturali che fungono da cuscinetto ecologico, mentre aumenta il carico su reti idriche, elettriche e di trasporto pensate per una città più piccola.

Il cambiamento climatico non fa che amplificare le crepe di un sistema già fragile: ondate di calore più lunghe e intense, vegetazione secca pronta a incendiarsi, reti energetiche progettate per un clima che non esiste più. In questo contesto, ogni ettaro di verde ceduto a nuovi complessi residenziali o commerciali non è solo la perdita di uno spazio naturale, ma un moltiplicatore di rischio per tutta la città che verrà. La vicenda della Laurentina, con la sua diossina nell’aria e i suoi quartieri costruiti in fretta e mai completati, resta la fotografia più nitida di cosa succede quando l’urbanistica smette di essere pianificazione collettiva e diventa terreno di conquista per pochi: a pagarne il prezzo, ancora una volta, sono l’ambiente, la salute pubblica e chi in quei quartieri ci vive ogni giorno.

la copertina è di un residente e si riferisce all’incendio di un ristorante nel quartiere Valleranello, Roma Sud.

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Sciame sismico ai Campi Flegrei: comunicato di aggiornamento del 1 agosto 2026

Dalle ore 19:46 del 31 luglio 2026 è in corso uno sciame sismico nell’area Campi Flegrei. Alle ore 11:28 di oggi, 1 agosto, sono stati rilevati in via preliminare 169 terremoti con magnitudo Md ≥ 0.0 e una magnitudo massima Md = 4.7 ± 0.3.

Nella mappa sono riportate le localizzazioni degli eventi con magnitudo Md ≥ 1.0.

Il terremoto di magnitudo Md = 4.7 ± 0.3 (Mw 4.4 ± 0.3) è avvenuto alle ore 19:46 del 31 luglio 2026 ad una profondità di circa 3 km ed è stato localizzato dalla Sala Operativa INGV-OV tra le località di Pozzuoli e Quarto.

Si riporta l’elenco degli eventi localizzati finora (ore 11:28 del 1 agosto 2026) di magnitudo Md ≥ 1.5

Data IT Orario IT Md (±0.3) Profondità (km)
31/07/2026 19:46:43 4.7 2.6
31/07/2026 19:50:36 1.7 1.0
31/07/2026 20:49:58 1.6 2.6
31/07/2026 20:57:32 2.9 2.6
31/07/2026 21:25:29 1.9 2.4
31/07/2026 22:00:09 3.8 2.7
31/07/2026 22:02:47 1.7 2.9
31/07/2026 22:04:39 1.7 2.7
31/07/2026 22:14:37 1.9 0.4
31/07/2026 22:36:43 1.7 1.7
31/07/2026 22:55:22 1.7 1.4
31/07/2026 23:22:26 1.7 2.3
31/07/2026 23:34:47 2.7 1.2
31/07/2026 23:35:39 3.1 1.4
31/07/2026 23:46:38 1.5 1.7
01/08/2026 00:03:29 1.6 1.7
01/08/2026 00:27:11 1.5 1.8
01/08/2026 01:01:27 2.0 0.5
01/08/2026 01:20:13 3.1 0.6
01/08/2026 01:23:21 2.4 0.4
01/08/2026 01:35:56 2.5 0.4
01/08/2026 02:07:23 2.3 1.9
01/08/2026 02:07:31 2.5 0.4
01/08/2026 05:41:55 2.0 0.9
01/08/2026 05:47:12 3.1 1.3
01/08/2026 05:49:26 3.0 1.1
01/08/2026 06:11:30 2.2 0.6
01/08/2026 06:14:31 2.1 0.4
01/08/2026 06:20:08 1.5 1.1
01/08/2026 06:21:23 1.8 1.4
01/08/2026 07:45:19 2.5 2.7
01/08/2026 08:12:23 2.1 0.5

Ricordiamo che è importante attenersi alle informazioni fornite attraverso i canali ufficiali dagli enti preposti alla gestione del fenomeno e che tutti gli aggiornamenti sullo sciame e ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web della banca dati GOSSIP dell’Osservatorio Vesuviano e sui canali web e social INGVvulcani. 


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OrvietoLug - journalctl: leggere e analizzare i log di systemd

Scopri come usare journalctl per leggere, filtrare e analizzare i log di systemd. Guida pratica con esempi utili per amministratori Linux e utenti avanzati.

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Burn, Planet, Burn

    playlist di Elisabetta Stella     Austra, Gaia (Future Politics, 2017) Midlake, Acts of Man (The Courage Of Others, 2009)   Randy Newman, Burn On (Sail Away, 1972)   Neil Young, After the Gold Rush (After the Gold Rush, 1970)   Moby, Like a Motherless Child (More Fast Songs About the Apocalypse, 2017) …

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Honda Prelude, la coupé da 25 km/l in città: i consumi reali del Centro Prove

La Prelude è un'icona delle coupé sportive, e la nuova generazione (la sesta) reinterpreta la sua missione in chiave moderna (e ibrida): linee pulite e filanti, poche "diavolerie", tante soluzioni tecniche raffinate e scelte ingegneristiche, pensate per il massimo piacere di guida. Costruita sulla base della Civic, la 2+2 della Honda è lunga 453 cm, alta 135 e ha un passo di 260 cm. L'abitacolo è "cucito" attorno al guidatore, con una seduta contenitiva; dietro viaggiano comodi giusto i bambini. Modesta la capacità del bagagliaio, come prevedibile: sono 245 i litri a disposizione, che diventano 663 abbattendo gli schienali. Buona la qualità percepita a bordo, grazie all'uso di materiali morbidi, un'impostazione ergonomica dei comandi (mutuata dalla berlina), l'impianto audio Bose, il quadro strumenti digitale da 10,2 e l'infotainment da 9, forse l'elemento che più di tutti avrebbe bisogno di una "rinfrescata". Honda Prelude 2.0 HEV: il motore Il powertrain ibrido in serie della Prelude è lo stesso utilizzato sulla Honda Civic: a muovere l'auto provvede quasi sempre il motore elettrico da 135 kW (184 CV), garantendo consumi decisamente contenuti, specialmente in città. Nella marcia a velocità elevate e costanti, quando questa soluzione diventa poco efficiente, il quattro cilindri aspirato da 2.0 litri da 143 CV, con iniezione diretta di benzina e ciclo Atkinson, si collega alle ruote tramite una frizione.L'auto non è brillante come ci si potrebbe aspettare, ma garantisce una ripresa e una spinta sempre corpose, soprattutto nei sorpassi. Ad aggiungere un po' di grinta alla guida provvede il sistema S+ Shift, che simula le cambiate di una trasmissione automatica (invece del riduttore a rapporto fisso), con tanto di sound generator. Honda Prelude 2.0 HEV: i consumi reali *Prezzo della benzina al 29/07/2026: 1.986 /litroNella Prova su strada, pubblicata su Quattroruote di gennaio 2026, la Honda Prelude 2.0 HEV si rivela una coupé con tutte le carte in regola, non estrema nelle prestazioni ma godibilissima da guidare. Il consumo garantito dal powertrain ibrido (condiviso con la Civic) è straordinario, soprattutto nello scenario cittadino, dove percorre più di 25 km/l e può contare su un'autonomia che supera i mille chilometri. La percorrenza media rilevata è di 20,4 km. Honda Prelude: gamma e allestimenti La Honda Prelude è disponibile nel solo allestimento Advance, completo di tutto: cerchi di lega da 19", fari a LED, vetri posteriori oscurati, specchietti ripiegabili elettricamente, infotainment da 9" con Apple CarPlay e Android Auto senza fili, climatizzatore bizona, caricatore wireless, sedili anteriori e volante in pelle, impianto audio Bose a 8 altoparlanti. Di serie la suite di Adas Honda Sensing con la guida assistita di livello 2 e il monitoraggio dell'angolo cieco. Unico optional, la vernice metallizzata (1.000 euro). Honda Prelude 2.0 HEV: i prezzi Honda Prelude 2.0 HEV Advance: 50.900 euro Consumi reali, tutte le nostre prove autoAudi Q3 Sportback TDIDacia Duster Hybrid 155Fiat 500 HybridHonda Prelude 2.0 HEVHyundai Tucson 1.6 HEVRenault Clio E-TechToyota Aygo X 115 Hybrid
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应和榫卯结构桌角榫 #woodworking#TraditionalCraft

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生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
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⚡Warning: When the CITIES BURN, Remember These Rules

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Elettriche e caldo, quattro soste al sole fanno salire i consumi del 29%: la prova - VIDEO

Quanto pesa una mezz'ora di parcheggio al sole sui consumi di un'auto elettrica? Per misurarlo abbiamo ripetuto due volte lo stesso percorso di 70 chilometri tra città, statale e autostrada, con oltre 36 C. Il primo giro è stato completato senza interruzioni; il secondo prevedeva invece quattro fermate di mezz'ora, con la vettura (una Kia EV5) lasciata ogni volta in pieno sole. Durante la marcia, il climatizzatore è stato sempre regolato a 22 C in modalità Auto. Il risultato è netto. Nel giro diretto, la EV5 ha consumato 11,75 kWh; con le quattro soste è salita a 15,18 kWh. La differenza è di 3,43 kWh, pari al 29% in più. In media, ogni pausa ha richiesto 0,86 kWh per riportare l'abitacolo a condizioni accettabili: poco meno di 30 centesimi con una ricarica domestica, quasi un euro alle colonnine HPC. I numeri spiegano il perché. In mezz'ora l'aria interna è passata da 22-24 C a valori compresi tra 49 e 56 C, mentre alcune superfici hanno raggiunto i 63 C. A ogni ripartenza il climatizzatore, che in condizioni normali assorbiva 0,5-0,6 kW, è rimasto a lungo sopra i 2 kW, con picchi di 3,6. Non è quindi soltanto il modo di guidare a determinare il consumo: anche ciò che accade quando l'auto è ferma presenta un conto energetico.I consumi rilevati in un secondo test, svolto con una Hyundai Ioniq 5 climatizzata per 24 ore, suggeriscono inoltre una conclusione tutt'altro che scontata: per fermate brevi, tra i 20 e i 30 minuti, avviare subito il climatizzatore da remoto potrebbe essere più efficiente che lasciare accumulare il calore e doverlo poi smaltire tutto insieme.  Tutti i dettagli della prova sono disponibili su Quattroruote di agosto 2026 e nella sezione QPremium del nostro sito.
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Cupra Raval e 200 modelli in arrivo: cosa c'è su QNovità Estate e Quattroruote di agosto - VIDEO

Quattroruote di agosto 2026, già disponibile in Digital Edition e in edicola dal 1 agosto, dedica la copertina alla Prova su strada della Cupra Raval: l'elettrica spagnola è vivace, unisce prestazioni notevoli e sfodera consumi contenuti. Talenti che amalgama con raffinatezze e attenzioni da piccola ammiraglia.L'editoriale si interroga sulla corsa all'autonomia record, sempre più al centro della comunicazione dell'industria. Tra promesse di percorrenze straordinarie e utilizzo reale dell'auto, invita i lettori a partecipare a un sondaggio per capire di quanti chilometri abbiamo davvero bisogno nella vita di tutti i giorni.  Agosto è anche il mese di QEstate, lo speciale che vi accompagnerà nelle vacanze con racconti noir, playlist da ascoltare in viaggio e auto da sogno. Non mancano servizi di utilità, come quello sulle soste con l'auto elettrica: quanto costa, in termini energetici, parcheggiare sotto il sole? Sappiate che ogni ripartenza richiede quasi 1 kWh per riportare il fresco nell'abitacolo, una trentina di centesimi di euro con una ricarica domestica. Abbiamo fatto i conti per voi. E poi, una lettura gustosa, perfetta per l'ombrellone: il ritorno del cambio manuale sulle sportive. Con la 12Cilindri Manuale, Ferrari sta rispolverando il cancelletto, consacrando un trend cominciato qualche anno fa: dopo l'abbuffata di sequenziali, la nostalgia non aspettava che essere risvegliata e noi facciamo il punto sugli esempi più eclatanti.  Infine, questo mese c'è QNovità Estate, l'allegato gratuito che vi dice tutto sulle auto in arrivo da qui ai prossimi mesi. Parliamo di oltre 200 modelli, comprese alcune anteprime ancora da svelare, per capire come cambierà il mercato tra la fine del 2026 e il 2027.  Prove su strada Cupra Raval La Cupra Raval è una vettura che segna un prima e un dopo nella storia del marchio spagnolo. Non soltanto perché introduce, prima di tutte le altre piccole elettriche del gruppo Volkswagen, la nuovissima piattaforma MEB+, destinata a rappresentare una pietra miliare nello sviluppo delle citycar elettriche dell'industria automobilistica tedesca. E, di riflesso, di quella europea, chiamata a contrastare l'avanzata dei costruttori cinesi. Come? Con uno spazio interno ben sfruttato in rapporto alle dimensioni esterne, grazie a una lunghezza di 4,05 metri che non penalizza né l'abitabilità né la praticità. A beneficiarne è anche il bagagliaio da 348 litri rilevati, affiancato da una serie di piccoli lussi, dall'illuminazione interna fuori dall'ordinario alla ricca dotazione tecnologica, che contribuiscono a creare un'atmosfera quasi da piccola ammiraglia. Su strada, la Cupra Raval si muove molto bene: l'assetto rigido, insieme a uno sterzo rapido e preciso, permette di divertirsi nei percorsi misti. A supportare la dinamica ci sono anche le prestazioni dei 211 CV erogati dal motore elettrico anteriore.A questa brillantezza, la Raval abbina anche un'efficienza di alto livello: con una carica della batteria da 52 kWh netti è possibile percorrere in media 349 km. BYD Dolphin G DM-i Arriva dalla Cina, ma presto sarà prodotta anche in Europa, nel nuovo stabilimento BYD di Szeged, in Ungheria. Stiamo parlando della nuova BYD Dolphin G, destinata a lasciare il segno nel panorama automotive perché è la prima berlina compatta plug-in lunga appena 416 centimetri.Una soluzione che, rilevamenti del nostro Centro prove alla mano, si conferma particolarmente azzeccata nel commuting quotidiano, anche sulle percorrenze più impegnative: la Dolphin G ha infatti percorso 146 km in elettrico in città, 122 km su statale e 91 km in autostrada.Ricaricando da casa, ogni 100 km in modalità elettrica si spendono in media 4,9 euro. Nei viaggi, però, c'è anche la possibilità di fare il pieno di energia alle colonnine pubbliche, comprese quelle in corrente continua, dove abbiamo impiegato appena 30 minuti per portare la batteria all'80%.Rinunciando invece alle ricariche, il motore 1.5 aspirato a benzina garantisce una percorrenza media di 18,5 km/litro (21,1 km/l in città).  Nei rilevamenti in pista il powertrain ibrido plug-in della nuova BYD Dolphin G ha mostrato anche una notevole vivacità: la potenza combinata raggiunge infatti 212 CV.Nell'utilizzo quotidiano si apprezza soprattutto la fluidità di funzionamento, con la spinta affidata al motore elettrico nelle partenze e alle basse velocità. L'1.5 entra in gioco per alimentare la batteria oppure, quando serve più potenza e alle andature sostenute, per contribuire direttamente alla trazione.A rendere ancora più gradevole la vita a bordo contribuisce un abitacolo arioso e luminoso. Il tetto panoramico in vetro è compreso nella ricca dotazione di serie, che include anche un ampio pacchetto di ADAS, dalla guida assistita alla frenata automatica negli incroci e durante le uscite dai parcheggi.Anche nelle prove di stabilità questa cinque porte si è comportata bene, con reazioni progressive e un ESP ben tarato. Migliorabile, invece, il comparto frenante. Fiat Grande Panda manuale Dopo quasi un anno e mezzo dal lancio, per la Fiat Grande Panda arriva una novità importante: il powertrain a benzina da 101 CV non elettrificato abbinato al cambio manuale.Un passo indietro rispetto alla ibrida (automatica) e all'elettrica che già conosciamo? Niente affatto: con questa configurazione la quattro metri del gruppo Stellantis si conferma facile da guidare e non troppo assetata. Inoltre, rispetto alla Hybrid, fa risparmiare 2.000 euro a parità di allestimento.Non è un caso che, per la cugina Citroën C3, che ha adottato questo powertrain fin dal lancio, sia proprio questa la versione preferita dai clienti.Abbiamo provato la nuova Fiat Grande Panda manuale nell'allestimento La Prima, il più completo, offerto a 22.400 euro, mentre con la Pop il listino scende a 17.900 euro.Anche con la nuova trasmissione meccanica, la Fiat Grande Panda non perde un briciolo della sua facilità d'uso: la leva in posizione rialzata è comoda da manovrare e la frizione non affatica.Va però detto che la sua presenza occupa lo spazio della piastra di ricarica wireless che, di conseguenza, non è disponibile. Non mancano comunque quattro prese USB-C.L'altro tema riguarda i consumi dell'1.2 tre cilindri, che adotta la distribuzione a catena esattamente come le versioni elettrificate. I 15,3 km/litro rilevati dal nostro Centro Prove rappresentano un buon valore anche rispetto ai 18,3 km/litro registrati con la Fiat Grande Panda Hybrid nello stesso allestimento La Prima.Un divario che, a fronte del risparmio ottenuto all'acquisto, rende comunque conveniente la versione manuale per i primi 100.000 chilometri. Discreto anche il brio del tre cilindri da 101 CV, con un'erogazione ben distribuita grazie al turbocompressore con turbina a geometria variabile.Difetti? Restano quelli delle altre versioni, come finiture e dotazione di ADAS non impeccabili. GWM Ora 5 Con quello sguardo lì, che alla lontana ricorda persino qualcosa di tedesco dalle parti di Stoccarda, la GWM Ora 5 entra a gamba tesa nel segmento delle SUV compatte. La formula è quella ormai nota dei marchi cinesi, e non sfugge nemmeno a questo modello della Great Wall Motor: ottimo rapporto tra prezzo e contenuti, tanto spazio a bordo e una motorizzazione full hybrid, soluzione che si colloca fra una vettura termica tradizionale e una elettrica.Abbiamo provato la versione ibrida nell'allestimento top di gamma (30.600 euro), estremamente ricca in termini di accessori, e siamo rimasti piacevolmente colpiti dalle finiture curate e dall'abitabilità. Meno convincente il baule, sia per capacità sia per una qualità percepita che non rispecchia quella dell'abitacolo.Su strada si apprezza la fluidità di marcia - d'altronde il principale motore di trazione è quello elettrico - anche se il propulsore termico tende a far sentire un po' troppo la propria voce. Di rilievo le prestazioni, mentre i consumi sono buoni in città e meno convincenti in autostrada. Volvo EX60 Una vera e propria accelerazione verso il pensionamento dei motori termici: in estrema sintesi, è questo ciò che incarna la Volvo EX60. Elettrica (e SUV), porta con sé un nuovo modo d'intendere e di produrre l'automobile, grazie anche alla tecnica del megacasting. Concreta, prima di tutto: la EX60 colpisce per come riesce a unire opposti quali il confort, eccellente, e le prestazioni, anch'esse straordinarie. Lo dimostra lo 0-100 km/h rilevato in appena 4,4 secondi, merito dei 510 CV della P10 AWD Ultra oggetto della prova, in vendita a 75.350 euro.La Volvo EX60 convince anche sul fronte della ricarica: l'architettura a 800 volt consente infatti rifornimenti molto rapidi. Alle colonnine HPC bastano circa 14 minuti per completare il classico passaggio dal 20 all'80% della batteria.A bordo non manca lo spazio, sia per i passeggeri sia per i bagagli. Un contributo importante arriva anche dal frunk anteriore, utile per sistemare i cavi di ricarica. Bene pure l'autonomia: il Centro prove ha rilevato una percorrenza media di 467 km con un pieno di energia. Genesis GV60 Era passata dalla redazione di Quattroruote qualche mese fa, giusto il tempo di capire di che pasta è fatta. Ora che Genesis ha avviato le operazioni in Italia (prima concessionaria a Padova, presto anche a Roma), abbiamo approfondito la questione GV60, il modello più interessante del marchio premium del gruppo Hyundai.Con lei abbiamo affrontato il nostro consueto percorso di 70 km nei dintorni di Milano, con cui misuriamo consumi e costi d'esercizio delle elettriche in condizioni d'uso reali. Il risultato? Sul nostro itinerario, composto da città, extraurbano e autostrada, abbiamo rilevato 4,7 km/kWh (21,5 kWh/100 km), un dato notevole per una vettura da 490 CV e 700 Nm, valori che le consentono di chiudere lo 0-100 km/h in 4 secondi. L'autonomia reale si attesta così intorno ai 380 km. Il vero punto di forza, però, è la ricarica. Alle colonnine HPC bastano poco più di cinque minuti per recuperare circa 100 km e una ventina per passare dal 20 all'80%, grazie a picchi di circa 260 kW e a una curva di ricarica molto costante. Meno convincente il caricatore AC da 11 kW: su un'auto di questo livello, una soluzione da 22 kW avrebbe avuto più senso. Il livello generale, infatti, è notevolissimo: qualità dei materiali, un posto guida molto curato e un confort di spessore. In questo contesto, risultano forse meno convincenti alcune funzioni derivate dalla Ioniq 5 N, come drift mode, sound generator e cambio virtuale: meglio godersi relax e comodità. Primo contatto e Prova Hot Lap Questo mese le guidate sono davvero da sogno: tra supercar, hypercar e restomod, i primi contatti vi propongono un concentrato di guida vera, fatto di piccole e grandi sensazioni. Nomi? Porsche 911 GT3 S/C, Ferrari 849 Testarossa Spider, Lamborghini Urus SE Performante, Pagani Utopia Roadster, Eccentrica V12, SGT Automobili 55-SGT.E per scaldarvi ancora, ecco la Prova Hot lap della Lotus Emira Turbo SE: dopo la V6 con compressore, scateniamo sulla pista di Vairano la versione con il quattro cilindri turbo.  Anteprime e Autonotizie Sezione magra, ma con notizie di peso, quella di Anteprime e Autonotizie di agosto. Non perché siamo andati in ferie, ma perché abbiamo raccolto tutte le novità in arrivo nei prossimi sei mesi in un allegato gratuito, QNovità Estate. Per questo abbiamo selezionato notizie e approfondimenti particolarmente succosi.Si parte con un'anteprima tripla dedicata alle nuove Jeep compatte in arrivo nei prossimi anni: la prima sarà l'Avenger restyling, che già conosciamo, alla quale si affiancheranno altre due B-SUV che abbiamo ricostruito con rendering esclusivi. Saranno una sorta di sorelle maggiori dell'Avenger, in grado di colmare, come mai prima d'ora, il vuoto lasciato dalla Renegade.A seguire, un'analisi della nuova Audi Q4 Sportback e-tron, una retrospettiva sui modelli più belli che hanno animato il Goodwood Festival of Speed e un approfondimento sul ritorno dei grandi SUV tedeschi, con la presentazione delle nuove Audi A7 e Audi Q9, affiancate dalla BMW X5 e dalla Mercedes-Benz GLE. Attualità e Inchieste Sapete qual è l'alimento più a rischio, con la calura estiva, nel tragitto in automobile dal supermercato a casa, tra quelli che più comunemente si acquistano? Il latte, penserete voi. Invece no: il latte resiste bene anche dopo oltre un'ora di permanenza in macchina, e così lo yogurt. E già questa è una sorpresa. L'imputato al di sopra di ogni sospetto non ve lo sveliamo qui. Lo trovate nel servizio Il sacchetto dove lo metto?, realizzato in collaborazione con il Dipartimento di Scienze biologiche e biotecnologie dell'Università di Milano-Bicocca, tra gli approfondimenti offerti dal numero di agosto di Quattroruote.Un altro test legato al caldo, Bev: sosta, quanto costa, ci ricorda che, se il climatizzatore incide relativamente poco sul consumo della batteria delle auto elettriche, la musica cambia quando si gira per commissioni e si fanno molte fermate.E, per tornare in campo gastronomico, non perdetevi l'intervista con lo chef milanese Cesare Battisti, noto ben oltre i confini lombardi per i suoi post su Instagram: cultura, arte, motori e qualche consiglio utile su dove mangiare e che cosa mangiare quando si parte per le vacanze in Buon appetito e buon viaggio.Dal piatto alla geopolitica: in assenza di un assetto stabile in Medio Oriente, la nostra estate, nell'attesa di un autunno che si prevede turbolento per l'industria dell'auto, tedesca ma non solo, sul fronte sindacale (riepiloghiamo la situazione in Un autunno caldissimo), resta flagellata dal caro carburante (Torna l'incubo rifornimento). Ma anche dagli autovelox, dopo che è stato finalmente pubblicato il decreto con i criteri di omologazione degli strumenti per il rilevamento dell'eccesso di velocità, che ha sbloccato la regolarizzazione di una serie di apparecchiature.Ne pubblichiamo l'elenco, aggiornato a luglio, nel servizio Telenovela finita (forse), assieme a una guida su come fare ricorso se l'infrazione è stata registrata con un velox non conforme.Per chi resta in città abbiamo fotografato il caos monopattini nell'inchiesta Senza regole, a dispetto della stretta introdotta dalla riforma del Codice della strada di fine 2024 e in coincidenza con l'obbligo, in vigore dal 17 luglio, di assicurare questi velocipedi.Diamo conto della sentenza del Tribunale di Genova sul crollo, nel 2018, del viadotto sul Polcevera in Prime condanne per il ponte Morandi e ricordiamo il ruolo storico del presidente della Fiat dal 1998 al 2003 in Addio a Paolo Fresco, inventore del Put.Se poi, in un numero che sembra non finire mai, avete semplicemente voglia di rilassarvi davanti a cime inviolate o sotto l'ombrellone, mettete alla prova i vostri gusti musicali in L'Italia viaggia cantando e gustatevi Noir: dieci storie d'auto, una serie di racconti neri tratti dalle cronache degli ultimi cento anni che coinvolgono, in un modo o nell'altro, l'automobile. QNovità Estate: 200 auto in arrivo Ormai è diventato un appuntamento fisso: con Quattroruote di agosto troverete l'allegato gratuito QNovità Estate. Dopo l'edizione invernale, che raccoglie tutti i modelli in arrivo durante l'anno, questo speciale fa il punto, in modo aggiornato, su ciò che vedremo da qui a dicembre nelle concessionarie.Il fascicolo, di 72 pagine, raccoglie oltre 200 auto diverse, incluse alcune vetture che verranno presentate nei prossimi mesi e che entreranno in commercio nel 2027. In alcuni casi, trovano spazio anche modelli che saranno svelati all'inizio del prossimo anno. Insomma, l'avete capito: QNovità non è un semplice elenco di modelli né un aggiornamento dell'edizione invernale, ma un approfondimento ragionato su tutto ciò che il mercato ci riserverà nei prossimi mesi. Come in ogni QNovità, troverete tutte le automobili in arrivo in due sezioni differenti dell'allegato: il classico Tabellone nelle ultime pagine, che raccoglie tutti i modelli in ordine alfabetico di marca e suddivisi per mese di lancio, e le tradizionali sezioni tematiche. Quest'anno, viste le numerosissime novità (abbiamo dovuto aggiungere anche due pagine al Tabellone), non ci si limita alle consuete Piccole, Medie e Grandi: per la prima volta nell'edizione estiva trova spazio anche la categoria delle Sportive.Già, perché le novità dedicate agli appassionati sono tantissime: otto pagine piene di cavalli e ottani, con qualche modello elettrico. Naturalmente c'è ampio spazio anche per le proposte più concrete, quelle destinate a scalare le classifiche di vendita, tra vetture (non solo SUV) attorno ai quattro metri e mezzo e modelli compatti dai prezzi abbordabili, lunghi circa mezzo metro in meno o anche meno. Non mancano poi le grandi, con lussuose e ipertecnologiche SUV e berline, oltre a un approfondimento dedicato alle nuove Subaru elettriche, a partire dalla Uncharted, protagonista della nostra cover story. Insomma, l'avete capito: QNovità Estate è ricco di informazioni utili per scoprire che cosa ci attende al rientro dalle vacanze.QNovità Estate è proposto anche in Digital Edition in coda al giornale e inserito all'interno della voce Arretrati/Allegati. Come richiedere allegati e dossierChi è abbonato a Quattroruote può richiedere gli allegati e i dossier inviando un'email a uf.vendite@edidomus.it, oppure telefonando al numero 02.56568800 (da lunedì a venerdì, dalle 9 alle 18).
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NASA's Newest Wind Tunnel Opens at NASA Langley

NASA opened its newest wind tunnel, the Flight Dynamics Research Facility at NASA’s Langley Research Center in Hampton, Virginia, on Friday, providing a critical resource for the agency and its partners to test the safety and performance of future generations of aircraft, rockets, and space exploration vehicles.

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Evento sismico, Md 4.7, ai Campi Flegrei e comunicato di sciame: 31 luglio 2026

Alle ore 19:46 italiane (17:46 UTC) del 31 luglio 2026, nell’area dei Campi Flegrei, è avvenuto un terremoto di magnitudo Md 4.7, ad una profondità pari a circa 3 km, localizzato dalla Sala Operativa INGV-OV (Napoli) tra le località di Pozzuoli e Quarto.

E’ in corso uno sciame sismico in quest’area e all’orario di emissione del Comunicato dell’Osservatorio Vesuviano (20:25 italiane) sono stati rilevati in via preliminare 10 terremoti con magnitudo Md ≥ 0.0  e una magnitudo massima Md = 4.7 ±0.3.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 10 km dall’epicentro:

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al VII grado MCS.  

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento è stato risentito in tutta l’area dei Campi Flegrei, in tutta la città di Napoli, ad Ischia e nella penisola sorrentina con risentimenti fino al VI grado MCS.

Tutti gli aggiornamenti sullo sciame e ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web della banca dati GOSSIP dell’Osservatorio Vesuviano: https://terremoti.ov.ingv.it/gossip/flegrei/2026/index.html 


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Update 7/26

Siamo lieti di informare tutta la comunità radioamatoriale italiana che, con protocollo n. 5536/2026, abbiamo appena ricevuto dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) la conferma del rinnovo delle sperimentazioni frequenziali nelle gamme 1810-1830 kHz, 40.660-40.700 MHz e 70.100-70.400 MHz.

Ricordiamo che i relativi bandplan sono disponibili sul sito www.ari.it e che il MIMIT prevede l'utilizzo del portale sperimentazioni.ari.it per il monitoraggio dei fenomeni interferenziali e la raccolta dei log delle attività sperimentali.

Ogni attività svolta e ogni log caricato rappresentano un passo importante verso la possibile assegnazione definitiva di queste bande al Servizio di Radioamatore. Per questo motivo invitiamo tutti i radioamatori autorizzati a partecipare attivamente alle sperimentazioni e a caricare tempestivamente i propri log sul portale dedicato.

Un sentito ringraziamento va a tutti i Soci ARI che, con il loro sostegno all'Associazione, rendono possibile il raggiungimento di questi importanti risultati e la prosecuzione delle attività istituzionali a favore dell'intera comunità radioamatoriale italiana.

Buona sperimentazione a tutti... fino al 31 dicembre 2026!

Il futuro di queste bande dipende anche dalla partecipazione di ciascuno di noi. Facciamo sentire la nostra presenza in aria e dimostriamo, con i fatti, quanto siano importanti per il Servizio di Radioamatore.

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NASA Opens New Flight Dynamics Research Facility in Virginia

Image of NASA Langley's Flight Dynamics Research Facility
From left to right: Casey Swails, NASA deputy associate administrator; Mike Waller, vice president of BL Harbert International Federal Division; Edward C. Forst, administrator of the U.S. General Services Administration; NASA Administrator Jared Isaacman; Dr. Trina Dyal, director of NASA’s Langley Research Center; Rep. Robert “Bobby” Scott (D-Va.); Virginia Lt. Gov. Ghazala F. Hashmi; Jimmy Gray, mayor, City of Hampton; and Amit Kshatriya, NASA associate administrator, pose for a photo before cutting the ribbon to open the Flight Dynamics Research Facility, NASA’s newest wind tunnel, Friday, July 31, 2026, at NASA’s Langley Research Center in Hampton, Virginia.
Credit: NASA/Keegan Barber

NASA opened its newest wind tunnel, the Flight Dynamics Research Facility, Friday, providing a critical resource for the agency and its partners to test the safety and performance of future generations of aircraft, rockets, and space exploration vehicles.

Located at NASA’s Langley Research Center in Hampton, Virginia, the Flight Dynamics Research Facility will support advances in aircraft safety, X‑plane development, drone research, and spacecraft technology. The facility will enable both free‑flight and mounted testing of a wide range of scale-model vehicles designed to travel through an atmosphere, from airplanes to space capsules returning to Earth.

“The Flight Dynamics Research Facility is NASA’s first major new wind tunnel in more than 40 years and gives us a powerful new platform to test the ideas and technologies that will shape the future of aviation and exploration,” said NASA Administrator Jared Isaacman. “America has led in air and space because we were willing to take on hard problems, challenge assumptions, and build what didn’t exist before. This facility gives the talented team at Langley, and our partners across government, industry, and universities, the tools to keep pushing the boundaries of what’s possible and ensure America remains the world leader in air and space.”

A ribbon-cutting ceremony at NASA Langley marked the start of a new chapter in flight research. Agency leaders, partners, and Virginia officials emphasized how the Flight Dynamics Research Facility’s state-of-the-art capabilities will shape the future of flight and exploration.

“The opening of the Flight Dynamics Research Facility represents a significant advancement for NASA and for the nation,” said Dr. Trina Dyal, NASA Langley center director. “By bringing modernized testing capabilities under one roof, we are enabling transformative research that will ensure the United States remains at the forefront of aeronautics and exploration.”

Built through a partnership with the U.S. General Services Administration (GSA), the facility replaces aging infrastructure with an energy-efficient facility that reduces maintenance costs and provides the flexibility needed for future research. The Flight Dynamics Research Facility is part of a broader, long-term collaboration between the agencies, representing the fourth new building GSA has delivered to NASA under Langley’s 20-year campus revitalization plan.

“GSA is proud to partner with NASA in delivering the Flight Dynamics Research Facility, a state-of-the-art asset that will power the next generation of American dominance in aeronautics and space exploration,” said Edward C. Forst, GSA administrator. “This facility reflects what we do best: provide the advanced, expertly designed installations that federal agencies need to carry out their missions. With these new capabilities, NASA will be better equipped to test bold ideas, validate new designs, and advance technologies that will serve the nation for decades to come.”

The Flight Dynamics Research Facility combines and improves upon the capabilities of two historic NASA Langley wind tunnels – the 20-Foot Vertical Spin Tunnel and the 12-Foot Low-Speed Tunnel. The 25,000-square-foot building features a vertical wind tunnel with improved airflow, modern digital systems, and flexible testing capabilities that will allow researchers to study how aircraft, spacecraft, parachutes, and other vehicles behave during flight.

The facility’s 20-foot diameter test chamber is much larger than those of its NASA Langley predecessors, allowing for more air to pass around test models and improving data accuracy. Its increased size also allows for the use of larger, more detailed models during testing.

The Flight Dynamics Research Facility’s top airspeed of 117 miles per hour is twice as fast as the old  facilities, enabling free-flight tests of heavier scale models. This will allow simulations of full-scale vehicles flying at higher altitudes – a critical capability for operations such as studying the stability of aircraft or reentry capsules coming back from space.

The facility’s wind power comes from four 750-horsepower motors, each with an integrated, 14-foot diameter, eight-bladed fan. The fan blades are made of lightweight carbon fiber, enabling rapid, precise airspeed adjustments during free‑flight tests.

The Flight Dynamics Research Facility illustrates the powerful synergy between NASA’s aeronautics and space exploration efforts, with each driving innovation in the other. The facility will drive experimental research across a wide range of flight systems, advancing the development of autonomous flight vehicles, drones, commercial and military aircraft, and X‑planes.

As NASA prepares for a sustained human presence on the lunar surface through the Artemis program and the development of a Moon Base, the facility will play a key role in testing vehicle designs for entry, descent, and landing that will help reduce mission risk and support the safe return of crews to Earth. NASA also will be able to use the wind tunnel  to help design aircraft for Mars and other destinations in our solar system where atmospheric flight is possible.

With the Flight Dynamics Research Facility now open, NASA is entering a new era in flight research – one that will shape the aircraft and spacecraft of tomorrow, strengthen industry partnerships, and extend the agency’s legacy of pioneering aerospace leadership.

The facility is managed under the Aerosciences Evaluation and Test Capabilities portfolio in the Aeronautics Division of NASA’s Research and Technology Mission Directorate.

Learn more about the Flight Dynamics Research Facility at:

https://go.nasa.gov/4yzKEGQ

-end-

Camille Gallo / Rob Margetta
Headquarters, Washington
202-358-1600
camille.m.gallo@nasa.gov / robert.j.margetta@nasa.gov 

Kimiko Booker / Brittny McGraw
NASA Langley, Hampton, Virginia
757-506-5939 / 757-769-3763
kimiko.s.booker@nasa.gov / brittny.v.mcgraw@nasa.gov

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Carlos e l'Armata Rossa giapponese

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Parigi, 1974: un attentato firmato Carlos lo Sciacallo, pensato per fare pressione sulle autorità francesi mentre l'Armata Rossa giapponese portava avanti un contestuale attentato all'Aia.

Un collegamento tra i due gruppi terroristici che, a differenza di altre piste più sfumate, è stato provato a livello giudiziario.

Nel nuovo approfondimento DarkSide, Valentine Lomellini ricostruisce questo intreccio internazionale poco raccontato.

🎬 Guarda il video completo sul canale.
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COMUNICATO STAMPA - Telemarketing, il Garante privacy sanziona Tim per 9,5 milioni di euro. Consensi acquisiti illecitamente, inadeguati controlli sulla filiera e ostacoli all'esercizio dei diritti degli utenti

Telemarketing, il Garante privacy sanziona Tim per 9,5 milioni di euro Consensi acquisiti illecitamente, inadeguati controlli sulla filiera e ostacoli all'esercizio dei diritti degli utenti Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionat...
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Avant de partir en week-end ou en congés, et à l'occasion du #SysAdminDay,…

Avant de partir en week-end ou en congés, et à l'occasion du #SysAdminDay, n'hésitez pas à montrer votre reconnaissance à votre administrateur·ice système qui inlassablement, travaille toute l'année pour s'assurer que les systèmes informatiques fonctionnent correctement pour fournir les services que vous utilisez (et c'est le cas chez Framasoft aussi !)

https://fr.wikipedia.org/wiki/Journ%C3%A9e_de_l%E2%80%99administrateur_syst%C3%A8me

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Caldo Estremo: USB proclama lo sciopero nel porto di Livorno, la salute viene prima del profitto

Nonostante i numerosi tavoli e confronti svolti negli ultimi mesi, continuano a mancare misure strutturali, omogenee e realmente efficaci, in grado di garantire un’adeguata tutela a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori portuali, in particolare a coloro che operano nelle condizioni più gravose e maggiormente esposte al rischio da stress termico.


Il 14 luglio, con grave ritardo rispetto all’avvio della stagione estiva e all’entrata in vigore, alla fine di maggio, dell’ordinanza regionale relativa alla tutela delle lavoratrici e dei lavoratori esposti alle temperature elevate, si è finalmente riunito il Tavolo di Igiene e Sicurezza, al quale USB ha partecipato.
Nel corso dell’incontro, l’Autorità di Sistema Portuale ha comunicato che, su 19 imprese portuali, ben 15 non avevano ancora trasmesso gli aggiornamenti dei DUVRI relativi al rischio da calore, nonostante tali aggiornamenti fossero stati richiesti già da circa due mesi.


Siamo ormai alla fine di luglio. L’ordinanza della Regione Toscana è entrata in vigore alla fine di maggio. Gli aggiornamenti richiesti erano noti da settimane e, tuttavia, la maggior parte delle imprese non aveva ancora adempiuto. È questa l’attenzione che viene riservata alle condizioni di lavoro e alla tutela della salute delle lavoratrici e dei lavoratori?


Come riportato anche dalla stampa locale, l’Autorità di Sistema Portuale ha annunciato l’avvio di ispezioni e verifiche. Un intervento necessario, ma che arriva quando l’estate è già nel pieno e quando le lavoratrici e i lavoratori sono stati esposti per settimane a temperature sempre più elevate.
A rendere la situazione ancora più grave è il fatto che, proprio nelle lavorazioni più pesanti, gravose e maggiormente esposte al rischio da calore, vengono spesso impiegati lavoratori neoassunti, con contratti a termine o chiamati a prestare attività lavorativa in forme discontinue. Lavoratrici e lavoratori che, in molti casi, possono trovarsi in una condizione di maggiore precarietà e di minore possibilità di opporsi a ritmi, carichi di lavoro o condizioni operative che ritengono pericolose.
Per questo motivo dal 2 al 9 agosto, nella fascia oraria compresa tra le ore 12.00 e le ore 16.00, è stato proclamato lo sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori delle società e delle cooperative operanti nel porto di Livorno.


USB Mare e Porti Livorno ha inoltre richiesto nuovamente un incontro urgente al Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, al fine di affrontare le gravi criticità connesse all’esposizione delle lavoratrici e dei lavoratori portuali alle temperature estreme e di individuare misure concrete, efficaci e immediatamente applicabili.


Invitiamo tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori che, durante lo svolgimento delle proprie mansioni, dovessero riscontrare condizioni di rischio per la propria salute e sicurezza — in particolare nelle lavorazioni più pesanti, nelle stive, a bordo delle navi, sui ponti e nelle attività svolte sotto l’esposizione diretta al sole — ad aderire allo sciopero.


Scioperare significa tutelare la propria salute e la propria sicurezza, ma anche inviare un messaggio chiaro alle dirigenze aziendali, agli armatori e all’Autorità di Sistema Portuale: non è accettabile continuare a lavorare in condizioni che possono mettere a rischio l’incolumità delle persone.
Le misure di mitigazione sono necessarie, ma non possono essere considerate, in ogni circostanza, sufficienti. Per USB, quando le temperature e le concrete condizioni di lavoro non consentono di garantire adeguati livelli di salute e sicurezza, si può e si deve arrivare anche alla sospensione delle operazioni portuali maggiormente esposte.


La salute delle lavoratrici e dei lavoratori non può essere subordinata alle esigenze produttive, ai tempi delle operazioni, alle scadenze commerciali o agli interessi economici delle imprese.


USB Mare e Porti Livorno esprime inoltre piena solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori di ASA S.p.A. e Giunti Carlo Alberto S.r.l., che nella giornata di oggi hanno scelto di scioperare per difendere la propria salute e la propria sicurezza, anche al di fuori delle procedure previste dalla Legge n. 146/1990.
La loro mobilitazione dimostra quanto il problema del caldo estremo sia ormai concreto, diffuso e urgente e quanto sia necessario intervenire immediatamente, prima che si verifichino gravi conseguenze.


LA SALUTE E LA SICUREZZA NON SI DISCUTONO. SI DIFENDONO.


Coordinamento USB Mare e Porti Livorno

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IARU Reg. 1: pubblicata la 4ª edizione dell'EOP


La IARU Regione 1 ha annunciato la pubblicazione della quarta edizione di Ethics and Operating Procedures for the Radio Amateur (EOP), il documento di riferimento internazionale dedicato ai principi etici e alle corrette procedure operative nel Servizio di Radioamatore.

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Il Potere della Semplicità

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Oggi parliamo di complessità e di semplicità nel contesto del software, analizzando due esempi pratici di soluzioni semplici e significative: sqlite, nel contesto dei database, e tinyCC, nel contesto dei compilatori C. Le istituzioni che insegnano informatica devono capire l'utilità che questi progetti hanni nel contesto della formazione informatica.

Progetti discussi:
- https://sqlite.org/
- https://bellard.org/tcc/

Il progetto Esadecimale nasce per offrire il migliore spazio di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano:
- https://esadecimale.it
- https://learn.esadecimale.it
- https://cyber.esadecimale.it
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For the Second Time, Lawmakers Failed to Fix California’s Warning System for Teacher Misconduct

An illustration depicts a small student sitting at a wooden school desk with one arm raised in the air, positioned in the center of a scene where large sheets of paper are torn and shattered, blowing into the wind.
Anna Vignet/KQED

A last-ditch legislative attempt to help California school districts keep problematic teachers out of the classroom has collapsed following opposition from unions and the state teacher licensing agency that a proposed searchable database would violate privacy and subject educators to unfair treatment. 

The proposed database, introduced by a Democratic member of the State Assembly in June, would have allowed schools to see if applicants for public school teaching positions had been reported to the state after they were fired or resigned over claims of misconduct. 

The California Federation of Teachers pushed back, warning that teachers could land in the database even if schools had not determined they committed serious misconduct. 

“We would support legislation that targets substantiated reports of egregious misconduct,” said Tristan Brown, a lobbyist with the California Federation of Teachers. “We live in a state with Silicon Valley. The state should be able to support a system that is up to date and tracking substantiated reports of misconduct.” 

Democratic Assemblymember Al Muratsuchi had proposed to make it easier for schools to screen teacher applicants after a KQED-ProPublica investigation published in May. The news outlets revealed how delays and inaction, combined with a lack of transparency, allowed educators to get new jobs after school districts reported them to the state teacher licensing agency for sexual harassment or other misconduct.  

A similar effort by Republican lawmakers to address the issue also hit roadblocks earlier this year. 

“When the safety of a child does not meet a legislative priority, that’s a head-scratcher for me,” said Republican Assemblymember Tom Lackey, who co-authored the first attempt to create the teacher database. “I think being sympathetic to the offender is on the wrong side of this issue.”

Both bills were modeled on a law the Legislature passed in 2025 mandating the creation of a database by next summer that will allow employers to search the names of school support staff, such as bus drivers, custodians and teaching assistants, who are under investigation by their schools or have substantiated complaints of egregious misconduct. 

The database for school support staff passed after months of tense negotiations. Under that system, employees’ names would be removed from the database if school investigations fail to substantiate claims of egregious misconduct. The bill passed despite opposition from unions, but the system that will be put in place is still being refined. 

But that law explicitly does not apply to public school teachers. 

The system currently in place for public school educators is a patchwork with a fair number of gaps. School districts have long been required to report to the state any teacher who is fired or who resigns due to misconduct. But the state’s teacher licensing agency, which collects all of those reports, is restricted by state law in what information the agency can share while it investigates. The state’s disciplinary process typically takes one year, and teachers could be hired during the investigation period without schools knowing about the claims against them.

California’s publicly accessible online database of credentialed educators does indicate, with a red-flag icon, whether those public school teachers have been disciplined by the state. But it does not explain the reason for the sanction or provide a link to any documents. It is only after the state licensing agency recommends an educator be disciplined that prospective employers can request a summary of the case and the agency’s findings.

Without such details, California school administrators must rely on teachers themselves or their previous employers to provide key information. A law passed in 2024 requires teacher candidates to share their complete job history in education and mandates that school districts ask every previous employer whether a candidate had been reported to the credentialing agency for credible or substantiated complaints of egregious misconduct. If so, previous schools must share the relevant information. But that law keeps bad actors out of schools only if teachers and schools keep — and provide — accurate records.

For more than a year, California school administrators have lobbied lawmakers for a better way to protect students from those with a history of misconduct. “A database is needed to provide more complete, timely information so that schools can fulfill their responsibility to put trusted adults in positions that work with students,” said Dorothy Johnson, a lobbyist with the Association of California School Administrators, whose members include superintendents, principals and human resources officials. 

Under the original bill authored by Muratsuchi and sponsored by the school administrators association, teachers would be added to a new database if their school districts have reported them to the state for misconduct. Before making job offers, schools would be required to check the database, accessible only to employers, for names of teachers with substantiated and credible complaints of egregious misconduct. Then, schools would be required to request records about misconduct from the districts that reported them.

California Assemblymember Al Muratsuchi, a Democrat who introduced the teacher accountability bill, said his office was “confronted with a lot of resistance” over whether it would lead to unfair treatment of the accused. Justin Sullivan/Getty Images

Muratsuchi said his office was “immediately confronted with a lot of resistance,” with teachers unions raising concerns over fair treatment of the accused. 

Brown, the lobbyist for the California Federation of Teachers, said the language in the measure was too broad. He said the union would not object to a database that identifies only teachers with substantiated complaints of egregious misconduct, but the bill also states that reports of “possible misconduct” would be included. 

“Our opposition is really focused on making sure we’re looking at dangerous conduct that we can definitively say happened,” Brown said.

Muratsuchi, who pulled language for his bill directly from the previous effort by Republican Assemblymember Kate Sanchez, said his intent was for the database to focus on egregious misconduct reports that were substantiated and credible. Had he had more time, he said, he would have clarified the language through the legislative process and addressed the unions’ concerns. 

But he introduced the bill with just weeks left in the legislative session. 

Seth Bramble, a lobbyist for the California Teachers Association, the state’s most powerful teachers union, wrote in a statement that the proposed database would lead to “employment consequences for innocent teachers based on allegations later determined to be unfounded.” 

“CTA unequivocally supports protecting students, ensuring that credible misconduct information is shared with prospective school employers, and preventing individuals who commit egregious misconduct from moving from school to school,” Bramble wrote.

The Trump administration singled out teachers unions as obstructions to legislative reforms to protect children when it announced a national crackdown in July on how school districts handle accusations of sexual misconduct by teachers.

“Teachers’ unions’ demonstrated commitment to shield their members from disciplinary action for gross misconduct cannot trump basic moral and legal responsibilities to students and families,” Secretary of Education Linda McMahon wrote in the open letter to state school chiefs. 

McMahon cited KQED and ProPublica’s finding that California’s teacher licensing agency has not revoked the professional credentials of at least 67 educators who school districts determined had sexually harassed students or committed other sexual misconduct. At least 14 of those educators were rehired by other schools. That included San Francisco Bay Area math teacher Jason Agan, who was hired by two schools despite having been fired after an independent panel determined he sexually harassed female students and massaged their shoulders after he’d been warned to stop. Agan was removed from the classroom the day after the story was published. He was replaced by a substitute for the remainder of the school year. 

Agan has denied any sexual motivation in touching students and said during his dismissal hearing at his first school that he touched students only to offer them support.

The Commission on Teacher Credentialing, California’s educator licensing agency, joined the unions in objecting to the bill to add teachers to the misconduct database. Jonathon Howard, the government relations manager for the credentialing agency, told Muratsuchi in a June 19 email obtained by KQED and ProPublica that complying with the proposed legislation would “require Commission staff to commit crimes.” Howard cited state laws restricting what information the teacher licensing agency is allowed to share. 

Muratsuchi’s bill, Howard warned, would expose the agency to “significant liability.” “The Commission does not oppose the goal of ensuring that credentialed educators with substantiated histories of serious misconduct cannot move undetected between schools,” Howard wrote. “However, achieving that goal requires legislation that is legally sound, operationally workable, and fair to the educators whose livelihoods and professional reputations are at stake.”  

Anita Fitzhugh, a spokesperson for the Commission on Teacher Credentialing, previously told KQED and ProPublica that the agency “stands ready to implement any additional public protections that the Legislature authorizes.” 

Within weeks of introducing the bill and following opposition, Muratsuchi scrapped the idea of adding teachers reported to the state for egregious misconduct to the database and instead amended the bill to clarify that the teacher licensing agency may penalize administrators who don’t thoroughly vet applicants. The school administrators association withdrew its sponsorship.

Muratsuchi, whose term expires in December, said he still supports more access to information about educators disciplined for serious misconduct. But with the legislative session ending Aug. 31, time is running out.

“I tried,” Muratsuchi said. “I hope future Legislatures pick up the ball.”

Help Us Report on Teacher Misconduct in California

If you have experience with the state’s opaque teacher disciplinary process, KQED and ProPublica want to hear from you.

The post For the Second Time, Lawmakers Failed to Fix California’s Warning System for Teacher Misconduct appeared first on ProPublica.

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Pamela Genini: le piste di cui non si deve parlare

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In diretta su YouTube con noi l’avvocato Pierpaolo Cassarà, legale di Francesco Dolci, e Francesco Dolci. Partiamo dai dubbi generati da un’attenta lettura delle carte dell’inchiesta, le stesse carte che ci hanno portato a guardare con crescente scetticismo una narrazione che individua in Dolci l’unico indagato e a chiederci se il movente economico, emerso dagli atti, abbia ricevuto l’attenzione investigativa che meritava nel femminicidio di Pamela Genini e nel successivo vilipendio del cadavere.
Ci facciamo una domanda semplice, ma decisiva: perché alcune piste vengono approfondite e altre sembrano rimanere sullo sfondo?

Parliamo anche di un tema sempre più attuale: il confine tra il doveroso rispetto per la vittima e il diritto di porre domande fondate sugli atti, senza che il richiamo alla vittimizzazione secondaria diventi un ostacolo al confronto.
Un’unica regola: partire dai documenti, non dalle narrazioni.
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Perché l'America vende F-35 alla Turchia

Il revolver donato ai leader dell'Alleanza Atlantica è simbolo dell’ascesa militare turca. L’incontro tra Trump ed Erdoğan al vertice Nato. La posta in gioco non sono gli aerei da guerra, ma l’accesso all’industria bellica americana. Oggi è più Washington ad aver bisogno di Ankara che il contrario.

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Perché il tempo ci sfugge? Quello che Castaneda può insegnarci

Come vivere pienamente il tempo con l’aiuto di Castaneda, Agostino e Heidegger Perché il tempo sembra accelerare con l’età?Carlos Castaneda ci invita a cambiare il nostro modo di vivere il tempo, dialogando idealmente con Agostino e Heidegger.Una riflessione filosofica sul tempo soggettivo, la presenza, la morte e il peso del passato. 🎬 Première16/08/2026 ore 14.00🔗https://www.youtube.com/watch?v=WLe8vL5IgpM […]

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Renoize 2026: Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire

Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire. Queste quattro parole segnano la nostra mappa per attraversare quest’anno il festival antifascista Renoize; quattro parole che fungono da nodi di un unico filo che congiunge le diverse giornate. Dal 27 agosto sulla spiaggia di Focene, fino al 5 settembre per le strade di Roma sud che verranno attraversate dal corteo antifascista.

Punti di un percorso che ha come obiettivo quello di costruire un’unica narrazione, non limitata ai giorni del festival stesso ma che sappia connettersi con le lotte, i desideri, le battaglie che si stanno conducendo nella nostra città, in Italia e oltre.

Una prospettiva con uno sguardo non internazionale ma internazionalista, perché mai come oggi, la solidarietà e la convergenza delle lotte diventa non solo sostegno ma prospettiva di trasformazione e definizione di un progetto alternativo al capitalismo e al fascismo.

Ricordare

Focene – Buena Onda – 27 agosto

La parola ricordare deriva dal latino recŏrdari. Re- (indietro, di nuovo) e cor/cordis (cuore). Vuol dire quindi tornare a passare dalle parti del cuore ripassare attraverso il cuore. Tenere quindi accesa la fiamma della memoria, per mantenere viva la storia di chi non c’è più. Per far sì che quella storia torni al cuore di chi resta e la trasformi in ingranaggio collettivo: che muove passioni, realizza sogni, costruisce comunità che resistono.
È questo il rito collettivo in cui il 27 di agosto abbiamo continuato a ritrovarci e crescere. Lì dove la vita di Renato è stata spezzata da otto coltellate alla fine di una dance hall sulla spiaggia. Perché si ricordi anche che questo è il fascismo. Due giovani di 17 e 19 anni, celtica tatuata addosso, coltelli in tasca. Cresciuti in una cultura di intolleranza e prevaricazione, nella noia e nel disagio dell’estrema periferia. Una cultura, ormai sdoganata, non distante da chi in giacca e cravatta o in divisa continua a urlare l’odio per il diverso, dentro e fuori dalle istituzioni, continuando a fare il gioco dei padroni. Una cultura violenta, razzista e machista con cui oggi come allora continuiamo a fare i conti e a lottare.
Ed è li a Focene che ci ritroveremo anche quest’anno nel 20esimo anniversario dall’omicidio di Renato. Per stringerci ancora una volta sotto le stelle tra le onde del mare, in nome della vita e dei suoi sogni.

Riconoscersi

Loa Acrobax – 3 settembre – Incontro pubblico con diverse persone e collettivi impegnati in lotte intersezionali e transnazionali, lista in aggiornamento.

Riconoscere se stessə  a partire dall’altrə .

Riconoscere le nostre battaglie, i nostri sogni, il nostro sfruttamento negli occhi di altrə: questa lezione e’ stata condivisa in modo estremamente potente, dal popolo palestinese sottoposto a un genocidio: quando pensavamo di dover solidarizzare con la loro lotta di liberazione e abbiamo scoperto che loro hanno liberato noi.

Hanno liberato innanzitutto energie ma hanno liberato anche connessioni e strategie per  prendere posizione, senza esitazione, contro il genocidio, per riconoscere la banalità del male, per trovare le parole per definirlo e combattere per superarlo.

Riconoscersi vuol dire guardare il proprio passato per essere saldə nel presente e spiccare il volo per il futuro; per quello che riguarda noi, riconoscersi, vuol dire guardare agli ultimi 25 anni da una data certa, quella di Genova, 2001. Quando e dove abbiamo perso Carlo, dove abbiamo subito un massacro legalizzato e agito dalla polizia italiana per mandato delle istituzioni italiane. Ma 25 anni fa è successo qualcosa di molto più importante: è successo che un intero popolo, quello del mondo, ha avuto ben chiaro quali erano le prospettive che il capitalismo e il suo sfruttamento avrebbero realizzato.

25 anni dopo quel desiderio di trasformazione,quel desiderio di un altro mondo possibile, continua a essere punto di riferimento; continua a generare battaglie e a rappresentare una reale e alternativa possibilità.

E riconoscersi come parte di questa storia è fondamentale per Resistere contro ogni forma di fascismo.

Foto tratta dalla pagina FB Renato Biagetti #IoNonDimentico, edizione 2025 del festival

Resistere

Loa Acrobax – 4 settembre – Incontro pubblico con diversi comitati e collettivi, nazionali e internazionali, in lotta per la difesa dei territori, lista finale in aggiornamento

I nostri territori, al plurale, nelle nostre città, nel paese interno, al di là del mare e a centinaia di chilometri, continuano a resistere allo sfruttamento e all’estrattivismo di pochi interessi privati.

Aziende multinazionali continuano incessantemente a riprodurre e innovare metodi di estrazione di profitto.

Un processo nuovo di “enclosures” continua a stabilire regole per l’ambiente e per chi vive all’interno di quell’ambiente: soffocare di caldo, quindi, non è solo una questione climatica. È un modello di sviluppo urbanistico e di multinazionali e fondi finanziari ma, soprattutto, è una scelta politica.

Di fronte a questo contesto, decine e decine di comitati, realtà sociali, spazi occupati, piccoli collettivi e singole soggettività continuano a battersi e a costruire non solo barricate, ma vittorie, piccoli avanzamenti, soprattutto connessioni. A partire da queste resistenze è fondamentale costruire una cornice narrativa comune in cui inserire le nostre lotte e avere chiaro qual è il nostro posizionamento politico, economico e sociale. Dalla condivisione di queste pratiche di Resistenza si costruisce la possibilità di tornare a salpare insieme per cambiare le cose. Per non arrendersi al capitalismo e alla sua barbarie.

Ripartire

Loa Acrobax – 5 settembre – Tavoli di lavoro: Free all Antifa, Diritto alla città, Sciopero sociale, Fermiamo il genocidio.

Ripartire vuol dire trovare non solo le rotte, ma gli strumenti concreti da condividere per potersi organizzare insieme. Per poter pensare insieme e agire insieme.

Ripartire vuol dire fare riferimento esplicitamente a quei movimenti che negli ultimi due anni hanno voluto attraversare i territori per provare a connetterli, hanno voluto attraversare il mare, insieme a chi si è mobilitato per terra, per dare vita ad una delle più grandi azioni internazionalista dal secondo dopoguerra.

Ripartire vuol dire prendere atto dei propri limiti, affrontarli e superarli insieme.

Ripartire vuol dire progettare e guardare quelli che possono essere orizzonti comuni, processi collettivi,  riconoscere i momenti di forza che si sono dispiegati negli ultimi mesi in Italia e in tutto il mondo. Ripartire vuol dire avere un’ambizione di costruire insieme meccanismi e processi collettivi che sappiano esplicitamente contrapporsi al capitalismo e all’onda nera e reazionaria che lo difende e propaga.

Ripartire vuol dire affermare collettivamente che c’è la possibilità di costruire un nuovo modello di società basato sulla condivisione delle risorse e dei mezzi, della tutela dell’ambiente circostante.

Ripartire, da dove i governi hanno fallito, vuol dire affermare che materialmente è possibile costruire una società dove il fascismo semplicemente non sia previsto.

Questo momento sarà un momento di tavoli di lavoro, per riempire la nostra cassetta degli attrezzi comune, in cui la discussione sia la semina di opzioni e azioni concrete su cui procedere all’indomani di Renoize.

E infine come non chiudere questi quattro giorni in cui Ricordare, Riconoscersi, Resistere e Ripartire, se non inondando le strade dei nostri quartieri con un corteo antifascista che il 5 settembre pomeriggio, celebri un ventennale di rabbia e amore.
Una manifestazione che consideriamo necessaria, soprattutto per l’attenzionamento criminalizzante che l’internazionale nera sta agendo nei confronti del movimento Antifa, per le continue aggressioni e abusi che fascismo e forze dell’ordine agiscono su persone singole e associazioni, per Maja e per tutte le persone private della loro libertà perché hanno difeso i propri quartieri dalla minaccia fascista.

Ai nostri posti ci troverete. Ci vediamo a Renoize.

Immagine di copertina di Daniele Napolitano

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China factories cool, CXMT surges, PLA marks anniversary

China’s factory activity unexpectedly slipped into contraction for the first time in five months, and construction activity fell to its lowest since the pandemic, underscoring a divide in the nation’s economy that complicates efforts to revive growth. The official manufacturing purchasing managers’ index (PMI) dropped to 49.2 in July, missing the 50.1 median estimate in a Bloomberg poll of economists. Construction and services, part of non-manufacturing PMI, tumbled to 49 from 50.2 a month...

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As Trump’s Tariff War With Canada Drags On, This Border Community Suffers Without a Voice

A white semitruck drives across a massive steel truss arch bridge that’s lit yellow by warm sunlight. Darker industrial bridge structures sit in shadow underneath against a deep twilight sky.
A semitruck drives across the Sault Ste. Marie International Bridge from Canada into the United States.   

On the northeast edge of Michigan’s Upper Peninsula, nearly 1,100 people gathered in late June for the International Bridge Walk across the long span that links two cities with the same name: Sault Ste. Marie, Michigan, and Sault Ste. Marie, Ontario. Both the sun and the sentiments were bright.

“We don’t like to say there’s a border there, because we’re twin cities. We’re one family, the countries of Canada and the United States,” Don Gerrie, mayor of the Michigan Sault (pronounced “Soo”), told the crowd ahead of the annual walk.

He sported a black ballcap that he said was given to him by his counterpart in the Ontario Sault. It featured flags from both nations with the words “Stronger Together” and “Allies and Friends.”

Canadians in cheerful patriotic attire joined the bridge walk, with maple leaves tagging their scarves and socks, shirts and shorts. Americans came out in star-spangled T-shirts heralding the nation’s 250th birthday. But this lively tradition is clouded by an increasingly hostile relationship between the U.S. and Canada.

Traffic over the bridge is way down. And, in recent weeks, President Donald Trump threatened new tariffs in retaliation for thick wildfire smoke wafting into the U.S. When his administration announced an additional 50% tariff on an array of Canadian products, the White House cited “Canada’s discriminatory treatment of American products.” Then, using a separate mechanism, it hit Canada with a further 10% in tariffs.

Following pressure from the Trump administration that delayed it, a new publicly owned bridge, the Gordie Howe, opened Monday between Detroit and Windsor, Ontario. Canada hosted a Canada-only opening ceremony.

Trump wasn’t present for the bridge’s ribbon-cutting, even though he used to cheer the project. Up at the Sault bridge, there was no sign of the region’s congressional representative at the celebration of international friendship, even though, during Trump’s first term, Rep. Jack Bergman, a Republican, hailed relations with Canada.

In 2020, when Bergman was appointed to an interparliamentary group that provides a forum for exchange between Canadian and American legislators, he boasted of the Sault bridge as a point where “millions” cross every year “to conduct business, shop, work and enjoy what each country has to offer.”

Yet Bergman, who is endorsed by Trump in an upcoming contested primary, has been virtually silent on the new tariffs and their blowback in local communities, even as he’s prodded to speak out by many of his constituents. The only references to Sault Ste. Marie in the news items on his website during Trump’s second term are a mention of an infrastructure project and a February 2025 letter to the president about a purported member of a Venezuelan gang crossing the border.

As Canada responds to Trump’s moves with emergency interventions and “buy local” boosterism, significantly fewer Canadians are crossing the border for once-ordinary activities: shopping, eating, fueling vehicles, vacationing or visiting family and friends.

The Sault area lost at least $82.9 million last year in local spending because of decreased crossings, according to an estimate from the International Bridge Administration, which manages the span: $62.7 million on the Michigan side and $20.2 million on the Ontario side.

There were 270,000 fewer total crossings last year at the Sault Ste. Marie International Bridge — nearly a 24% drop from 2024, exceeding similar declines at Michigan’s other border crossings. Based on the currency used to pay bridge fares and information from the Canadian prime minister’s office, the drop is largely due to the loss of Canadian travelers. Halfway into 2026, auto traffic has lingered at the same lower volume, according to the bridge director, while commercial traffic has fallen nearly 15% further. 

Nationwide, the total number of Canadians returning from the United States last year dropped by more than 25%, according to data from the Canadian government.

“What Canadians have done, of course, is they’re boycotting the U.S.,” said Michael Broadway, a geographer and professor emeritus at Northern Michigan University who has researched the travel trends (and joined the bridge walk). Ordinary people can only do so much about federal politics, he said, “but what they can do is they can vote with their feet.”

A regional map highlights key international border crossings between Michigan and Ontario, including the Sault Ste. Marie International Bridge, the Blue Water Bridge and Detroit-Windsor crossings. Surrounding Great Lakes — Lake Superior, Lake Michigan, Lake Huron and Lake Erie — are labeled alongside neighboring U.S. states.
These bridge and tunnel crossings connect Michigan and the Canadian province of Ontario. Cengiz Yar/ProPublica

The Sault bridge spans the St. Mary’s River, just west of the historic Soo Locks that serve as a hinge between two of the largest Great Lakes, Lake Superior and Lake Huron. Soaring high above the water to clear the thousand-foot freighters, it’s a critical gateway for commerce. And it’s the only vehicular border crossing for hundreds of miles in either direction.

The drop in traffic reversed a post-pandemic uptick, said Peter Petainen, bridge director and an Ontario Sault native. Just as the numbers were recovering, he told ProPublica, “the federal tariff dispute occurred and we’ve fallen off.”

Others noted that the turn in how the U.S. approaches noncitizens may have also chilled travel. Stories of Canadians detained in the U.S. are recurring headlines up north. And the Canadian dollar also doesn’t go as far as it once did in the U.S.

Altogether, it’s a problem for Michigan’s rural Upper Peninsula — and also for the publicly owned bridge, which depends on tolls for maintenance and operations. As the bridge authority put it in its five-year plan, issued in December: “Border challenges negatively affecting bridge traffic, trade and tourism may significantly reduce bridge revenue or increase expenditures beyond operational sustainability.”

Participants make their way across the Sault Ste. Marie International Bridge during the 36th International Bridge Walk on June 27.
Two women wearing matching red Canada-themed shirts and red caps walk across a bridge amid a crowd of pedestrians. The sunlit bridge frame towers overhead against a clear blue sky.
Four women stand side by side singing into microphones outdoors during a daytime event. Flags flank them in the background against a clear, deep blue sky.
The cross-border bridge walk is supposed to represent unity among the twin communities, which locals refer to as one family.

Wilda Hopper, co-owner of Bird’s Eye Outfitters in the Michigan Sault, feels the change. She said that the drop-off in Canadian visitors was most noticeable in the off-season, when her gear shop and cafe relies on the local community — including those from the Ontario Sault — to carry it through the snowy months.

Between fewer Canadian customers and rising costs, Hopper said, business is down about 27% compared with what it was last summer.

“I can tell you that I’ve spoken to business after business up in the Sault Ste. Marie area, and in the eastern Upper Peninsula, and they’re all feeling the pressure from this,” said Michigan state Sen. John Damoose, a Republican who represents the community in Lansing. “Mackinac Island’s feeling the pressure, everybody is feeling the heat from this deterioration in our relationship with Canada.”

It’s a bewildering fallout, he said. After a brutal ice storm last year, he remembered Canadians crossing the Sault bridge to help Michiganders repair the electrical grid. “This is our best friend in the entire world,” Damoose said.

Only so much can be done about it from the statehouse, though, when it’s Republicans in Washington in the power position. Two of Michigan’s voices in Washington are the Democratic Sens. Gary Peters and Elissa Slotkin. They don’t flatly oppose tariffs, but they have challenged Trump’s approach, calling it, respectively, “chaotic” and “sloppy.” Slotkin has said that, constitutionally, only Congress can levy tariffs or raise taxes. Peters introduced bipartisan legislation that seeks more tariff transparency.

Bergman, who has represented a district that encompasses the Upper Peninsula and an additional northern swath of the state’s “mitten” since 2017, once stressed the critical role Canada plays in Michigan’s economy. He vowed to work with the Canadian Parliament to “expand market access between both our nations” during Trump’s first term. And he championed the president’s new North American trade deal with Canada and Mexico, citing the benefits for Michigan’s farmers, small businesses and consumers.

But Trump’s trade policies have made it hard on many Republicans who once touted free trade. Pete Hoekstra, the U.S. ambassador to Canada and a former Michigan congressman, pivoted dramatically on trade in the Trump era, as ProPublica reported.

A man wears a navy blue suit jacket, a matching dark sweater and a gold-and-blue patterned tie over a white collared shirt. A pin is attached to his left suit lapel.
U.S. Rep. Jack Bergman of Michigan has been virtually silent during President Donald Trump’s second term about how tariffs are impacting his constituents. Tom Williams/CQ-Roll Call, Inc/Getty Images

Since Trump started his second term, there’s been no mention of tariffs in the press releases, articles and op-eds on Bergman’s website. Along with three of his colleagues in Congress, he criticized Canada’s handling of wildfires that sent thick smoke into Michigan in a recent letter to the prime minister.

ProPublica reached out to Bergman, his office and his campaign multiple times for comment on what’s happening in his district and received no response. Besides Trump’s endorsement, his reelection is supported by the Michigan and U.S. chambers of commerce.

He’s facing two challengers in the Republican primary on Aug. 4. Both of them told ProPublica that the district benefits from sustainable trading relationships.

They also echoed what many of Bergman’s constituents told ProPublica: that residents have had scarce opportunities to connect with the congressman in person. Bergman doesn’t appear to have hosted a public town hall in the district since his first year in office.

Bergman, who has a house in Louisiana, has faced long-standing allegations that he doesn’t even make Michigan his true home. Julie Hoffmeyer, a former member of Bergman’s staff who supports one of his primary challengers, told ProPublica that the congressman refers to his property in the western Upper Peninsula as a “cabin” or a “camp.”

Bergman, responding to past challenges to his Michigan residency, has called his home there his primary residence and noted that he’s a registered voter in the state.

An older man with graying hair and a beard stands outdoors in a grassy area, wearing a blue-and-white plaid button-up shirt and dark pants. He rests his hands together in front of him, holding a dark cap.
A woman wearing a tan cap, white tank top, shorts and a backpack pushes a black electric bike along a sidewalk in front of a rustic wooden storefront. The building features a metal sign reading “Bird’s Eye Outfitters” above windows decorated with artwork and text advertising coffee, beer, gear and smoothies.
Michael Broadway, a geographer and professor emeritus at Northern Michigan University, says many Canadians have, in effect, boycotted the U.S. over Trump’s policies. Businesses like Bird’s Eye Outfitters in Sault Ste. Marie, Michigan, have seen a noticeable drop-off in Canadian visitors.
A street-level view shows a building adorned with a large Sault Ste. Marie mural that includes the phrases “Pingatore Cleaners Inc.” and “Lake Superior State University.” In the background, a light-yellow steel bridge spans a road under a partly cloudy sky.
The director of the international bridge estimates that the Sault area, encompassing the two cities on opposite sides of the border, lost at least $82.9 million last year in local spending.

Trump’s quick-shifting trade policies are especially difficult for Michigan’s agriculture industry, the state’s second-largest sector, according to a recent report from the state’s agriculture department. The report, which hasn’t yet been publicly released, said that exports to Canada fell 12.3% last year, “signalling severe strain with a country that is our strongest trading partner.”

Meanwhile, the relationship between the U.S. and Canada is fraying ever further. A White House fact sheet on the new 50% tariff acknowledged the ways that Canadians have changed how they do business.

The White House said that Canadian imports of U.S. motor vehicles dropped by about 22% between April 2025 and March 2026, compared with the same period the year before. And, it said, due to provincial restrictions, Canadian imports of U.S. alcoholic beverages have plummeted.

Mark Carney, Canada’s prime minister, said in a letter posted on social media that the series of tariffs imposed by the U.S. began with ones that were “in direct violation” of the standing North American trade deal — the deal from Trump’s first term that he once celebrated, and that Bergman described as a great economic victory for Michigan.

With the deal up for review this year, the Trump administration declined a long-term extension of the pact. Carney has also widely signaled that Canada is looking beyond its near neighbor for trading partners.

Carney said, in an April video posted on his YouTube channel: “Many of our former strengths, based on our close ties to America, have become our weaknesses — weaknesses that we must correct.”

An elevated view overlooks residential house rooftops and lush green trees in the foreground. In the background is a massive bridge with three prominent yellow steel arches under a soft dusk sky.
The Sault Ste. Marie International Bridge is the only vehicular border crossing between the countries for hundreds of miles in either direction.

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10 ans de trajectoire collective documentés !Le livre « Transiscope : Carto…

10 ans de trajectoire collective documentés !

Le livre « Transiscope : Cartographier pour coopérer » sortira le 08/09/2026.

Plus qu'un outil, c'est un guide politique pour structurer nos solidarités et dépasser les silos (la fameuse « tragédie du LSD » : Libristes, Solidaristes, Durabilistes). Un outil en commun pour résister aux logiques prédatrices et irriguer d'autres luttes.

Interview à lire ici : https://framablog.org/2026/07/31/transiscope-au-dela-de-la-carte/

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Transiscope, au-delà de la carte

Résultat d’une écriture collective, Transiscope : Cartographier pour coopérer est un livre issu du projet Des Livres en Commun et dont la sortie est prévue le 8 septembre 2026. Il retrace une décennie d’expérimentations techniques et humaines visant à rendre visibles les alternatives sociales et écologiques, rôle que s’est donné Transiscope depuis sa création. Ce récit d’exploration analyse la construction d’un commun numérique conçu pour résister à la logique des plateformes prédatrices. Loin de se limiter à une présentation fonctionnelle d’un outil d’agrégation de données, ce livre documente les processus de coopération, les arbitrages éthiques face aux infrastructures matérielles et les défis organisationnels d’un collectif. Cet ouvrage dépasse la simple rétrospective pour devenir une ressource opérationnelle et politique, offerte en partage à celles et ceux qui aspirent à structurer leurs propres solidarités.

Dans cet entretien qui tient lieu de teasing 😜, les auteurs reviennent sur les fondements politiques de leur démarche et sur la nécessité de structurer des solidarités techniques. Ils montrent comment la technique ne sert plus à capturer l’attention, mais à soutenir un archipel de résistances concrètes.

Cet ouvrage est issu de l’appel à publication 2024. Pour rappel, Des Livres en Communs (DLeC) est un projet éditorial qui vise à soutenir l’écriture même d’un livre, son processus de création autant que sa structuration, afin d’un faire un commun. Transiscope : Cartographier pour coopérer s’inscrit dans la logique éditoriale de DLeC : transformer un retour d’expérience singulier en un outil de transmission capable d’irriguer d’autres luttes. En documentant dix ans de trajectoire du collectif Transiscope, ce livre répond à l’exigence de DLeC de produire des écrits qui servent de communs à d’autres communautés. Il dépasse la simple logique d’auteur pour devenir un outil de transmission de savoir-faire organisationnels et politiques.

Genèse et contexte politique

FramasoftAu début de l’ouvrage, vous situez l’émergence de Transiscope dans le sillage des mouvements horizontaux des années 2010 (Nuit Debout, Occupy). En quoi ce projet technique d’agrégation de données est-il une réponse politique à ce que vous appelez la « brutalisation » des rapports sociaux et la marchandisation du monde associatif ?

Jean-Baptiste – Oui tout à fait, avant d’être un projet techniquement très ingénieux basé sur des outils numériques « libres », le Transiscope est d’abord un projet politique à contre-courant. Il se fonde sur des logiques de coopérations, de réciprocités et de solidarités là où le système économique dominant est basé, lui, sur la rivalité et une compétition sans fin avec une concurrence de tous contre chacun induisant des logiques de prédation.

En tant que fondateur de l’OCMA (Observatoire Citoyen de la Marchandisation des Associations), nous sommes évidemment très sensibles à tout cela au Collectif des Associations Citoyennes (CAC). Pour deux raisons. La première est que nous cherchons à documenter ce processus qui dénature les associations en les poussant vers la recherche de productivité, de performance, de rentabilité, bref de lucrativité bien éloignée, théoriquement, de leur ADN fondateur fait de non-lucrativité et de désintéressement… La seconde raison, c’est que nous tâchons d’expliquer que cette tendance n’est pas une fatalité ! En effet, tous les jours, partout en France, des actions très pragmatiques, qui produisent beaucoup d’effets dans la vie de nos co-citoyens, se basent sur des valeurs différentes de celles de la rentabilité, de l’extractivisme et du productivisme, bref en marge du système dominant de l’économie de marché… mais quelle marge considérable ! D’une certaine manière, cela prouve que, décidément oui, « un autre monde est possible » puisqu’il y a un foisonnement de « déjà-là » d’alternatives. Grâce à cette carte du Transiscope, il apparaît sous nos yeux à travers ce maillage qu’on voit se développer sur les territoires. Et, au passage, quel plaisir de donner tort à la chantre du néo-libéralisme Margaret Thatcher et de tout ceux qui, à sa suite, reprennent son emblématique TINA (pour There Is No Alternative).

Le drame étant bien sûr que tout cela passe très largement sous les radars (il suffit de voir les problèmes posés par les indicateurs qui sont censés mesurés la « richesse » du pays ou tout simplement la façon dont la comptabilité est conçue de telle manière qu’on ne parvient pas à rendre compte de ce qui compte vraiment…) et c’est là qu’on apprécie l’apport d’un outil comme le Transiscope : dans sa capacité à documenter, cartographier, rendre visible et évident, faire connaître et mettre en avant et en lumière un formidable tissu d’actions collectives sans lesquelles notre société serait tout simplement invivable ! Ce n’est pas rien tout de même, ça compte et ça conte (au sens où ça raconte beaucoup de choses sur les initiatives sur lesquelles s’appuyer pour ne pas sombrer dans le pessimisme et la désespérance qui peuvent nous guetter parfois). Ça doit nous donner de l’allant et de l’élan, de l’ardeur à la tâche et du cœur à l’ouvrage !

Julien – Le projet Transiscope s’inscrit en opposition à la logique de concurrence qui régit l’ensemble de la société jusqu’au secteur associatif, il propose d’organiser matériellement (et donc techniquement) la solidarité entre des assos et des collectifs de luttes en partageant de l’information, des enjeux et des ressources. Très concrètement cela signifie que la logique organisationnelle du Transiscope est celle des communs, il s’agit de mettre en commun nos moyens (argent, temps de travail, locaux, réseaux etc.), de régir collectivement ces ressources et de les mettre au service de celleux qui luttent partout pour construire des alternatives à cette société brutale.

La « tragédie du LSD »

FramasoftVous évoquez avec une pointe d’humour l’idée d’une « tragédie du LSD », Libristes, Solidaristes, Durabilistes, pour désigner le travail en silo de ces mouvements. Comment Transiscope a-t-il réussi — ou tente-t-il encore — à faire de la technique un terrain de convergence plutôt qu’un facteur supplémentaire de fragmentation ?

Pierre-Alain – Transiscope est né du travail de nombreux milieux autour des enjeux de la coopération ouverte autour d’un concept ni trop fumeux, ni trop sérieux : le LSD.

À la fin d’une soirée sans doute arrosée (de pluie) à Brest en 2012, entre Laurent Marseault et Jean-Michel Cornu est née la tragédie du LSD. Ces drogués de la coopération ont su rendre accessible et léger un impensé de nos milieux militants pourtant féru de vivre ensemble et de coopération. Le LSD pour Libre, Solidaire et Durable. Nous sommes tous issus de parcours, d’histoires, de tempéraments différents. Nous utilisons du vocabulaire spécifique, et nous baignons dans des cultures différentes. Ce sont les premiers freins de notre impuissance !

Transiscope est né de cette nécessité d’une coopération plus ouverte pour dépasser les silos et les réflexes « identitaires ». Pour concevoir et agréger d’autres cartos, il a fallu concrètement se mettre à travailler ensemble. Transiscope a été un des plus puissants terrains d’expérience commune entre le monde du libre, celui des solidaires et celui des durables. Bien sûr, ces trois « familles » peuvent se croiser et se préciser. Nous avons tous en nous quelque chose de libre, de solidaire et de durable ! Mais un archétype permet aussi de cartographier les acteurs, les réseaux et de se concentrer sur l’essentiel : leurs liens et les énergies qu’il faut mettre en œuvre pour les initier et les nourrir.

Les libristes ont permis de concevoir l’architecture de la carte et de la faire évoluer sur un temps long. Leurs qualités sont essentielles : expertise technique, force d’une communauté capable de travailler à distance sans se connaître, réflexe de tout documenter et de protéger les ressources en Commun. Certes, nous avons eu la chance de travailler avec des libristes qui pouvaient parler sans code html ou markdown !

Les durables, ou durabilistes, ou bien encore les écolos, et même des écolos-bobos dans certaines grandes agglomérations ! Ce monde se croise dans des « bases », dans des jardins, à vélo ou dans les colloques sur l’énergie. Ils apportent la nécessité de la relation au vivant et au temps long. Ils nourrissent nos échanges par leur capacité d’incarner et de rendre accessible les savoirs experts des scientifiques. Et puis, depuis quelques années, ils commencent à croiser des habitants des quartiers populaires organisés autour de la reconnaissance d’une écologie populaire, trop souvent invisibilisée. Solidaires et durables ont permis de rendre puissante l’alliance entre écologie et social.

Les solidaires sont les plus anciens militants, souvent acteurs de luttes historiques et dans des champs très différents. Ils ont permis de rendre lisible sur Transiscope des milliers de points d’intérêts, lieux d’actions concrètes ancrées dans des territoires. Ils ont pu amener aussi une vision nourrie par l’histoire et la pensée politique. Ils portent les enjeux d’une société civile engagée dans la transformation politique.

Nous le savons toutes et tous, notre enjeu est dépasser le LSD pour retrouver les espaces naturelles de la relation. Avancer, chacun à une place qu’il lui semble utile, vers des d’alliances qui construisent notre puissance collective. C’est pourquoi coopérer est d’abord une question de posture. Savoir travailler avec d’autres personnes commence par savoir accueillir leurs qualités et complémentarités pour faire avancer le projet. C’est aussi avoir la curiosité de mieux connaître ce qui peut être un frein et un levier. C’est enfin la nécessité de lâcher prise, lâcher et faire confiance et donc accepter de se planter ! Planter des graines est aussi une posture modeste qui nous permet de rester sur Terre et essaimer est notre grande ambition.

Transiscope, en ce sens, a été un projet exemplaire et il l’est encore. Bien plus qu’un outil, il est un espace, un tiers espace, qui nous permet d’avancer, pas à pas, lors des rencontres en présentiel comme à distance vers des transformations utiles à toutes nos communautés.

Politisation de la technique

FramasoftVous affirmez qu’au sein de Transiscope, « la technique est politique ». Comment cette posture se traduit-elle concrètement dans le choix de soutenir le développement d’outils (comme le Bus sémantique ou Gogocarto) plutôt que de s’appuyer sur des solutions existantes. Une simple question de performance ?

Julie – Dès les prémices de Transiscope, les questions techniques ont été l’objet de délibérations politiques. En effet, il y avait dans le collectif des organisations comme l’Assemblée Virtuelle ou le mouvement des Colibris et des individu·es qui développaient un argumentaire solide autour de l’importance d’utiliser des outils libres et décentralisés, afin de ne pas dépendre des outils numériques capitalistes, alors même que nous nous battions pour proposer un autre chemin que celui des modèles économiques dominants. Nous faisons attention à ce que ces sujets soient discutés dans les instances stratégiques, afin d’éviter une répartition inégalitaire du pouvoir, où une sorte d’élite éclairée, possédant les compétences techniques, décide pour le reste du collectif.

Les arguments qui étaient alors mis en avant relevaient soit de la cohérence éthique (avoir des outils conformes à nos valeurs), soit du pragmatisme (avoir des outils dont nous avons la maîtrise). Parfois, il est arrivé que les outils existants ne suffisent pas à répondre à nos besoins : cela a été le cas pour le Bus Sémantique et pour GoGocarto. Le travail des deux développeurs en lien avec des organisations de la Transition ont permis de développer des outils correspondant aux besoins de terrain. Alors que le comité de pilotage de la Plateforme Web des Alternatives (qui deviendra par la suite Transiscope) devait décider des outils sur lesquels s’appuyer pour la cartographie, il est apparu que ces deux outils pouvaient couvrir les besoins mais qu’il était nécessaire que les deux développeurs s’entendent pour adopter des choix technologiques compatibles, ce qui a été permis par une discussion entre les deux.

Ces choix, même s’ils s’appuient sur un argumentaire partagé par l’ensemble du collectif, ne sauraient cacher qu’elles s’appuient avant tout sur le travail gratuit d’un nombre très réduit de personnes. Le jour où cette personne ou ces quelques individus partent ou s’épuisent, que se passe-t-il ?

Le mythe de l’immatérialité

FramasoftVous nous invitez à sortir du « mythe de l’immatérialité » du numérique pour affronter la réalité extractiviste de ce monde numérique. Comment Transiscope, pourtant intrinsèquement lié au Web, négocie-t-il cette contradiction entre l’ambition de transition écologique et la matérialité parfois insoutenable des infrastructures numériques ?

Florine – Nous nous invitons aussi nous-mêmes à sortir du mythe de l’immatérialité. Tout l’enjeu est de regarder cette contradiction en face : on veut montrer que le monde que nous projetons s’incarne déjà, et pour cela nous ne nous appuyons pas sur les outils des GAFAMS mais sur des outils libres. En cela, nous essayons de lever une contradiction : l’usage d’outils capitalistes accaparants des données personnelles par des acteurices en résistance contre le capitalisme. Reste que nos outils libres s’inscrivent dans ce que José Halloy appelle des technologies zombies, c’est à dire mortes à l’aune de la durabilité – puisqu’elles épuisent les ressources matérielles nécessaires et reposent sur l’utilisation d’énergie non renouvelable – mais envahissant le monde au détriment des humain·es et de la biosphère. En outre, ces technologies « numériques » reposent sur l’exploitation d’humain·es, en particulier du Sud global. Dans ce contexte, parler de « commun numérique » peut paraître aberrant, puisque sa matérialité repose sur l’exploitation des Autres.

Nous avons donc fait un bout du chemin en dégafamisant nos usages numériques et en construisant des outils libres, mais du chemin reste à faire pour construire un autre numérique au moment où l’IA vient peser encore davantage sur sa matérialité.

Julien – Comme beaucoup, nous n’échappons pas aux paradoxes des luttes écologistes, car nos moyens d’action et de coordination reposent sur des infrastructures matérielles qui accélèrent les dérèglements climatiques et l’exploitation Nord-Sud. Le projet Transiscope s’est construit sur un paradoxe central, avec d’un côté l’idée d’outiller efficacement les alternatives et de l’autre l’ambition de faire réellement advenir ces alternatives et donc de construire un autre rapport au monde (y compris numérique). Si pendant longtemps la première dimension a pu dominer la réalisation du projet, après tout ce chemin parcouru, il nous semble aujourd’hui nécessaire d’affronter plus directement cette contradiction en faisant davantage de place à la seconde ambition qui implique de penser et d’appliquer concrètement la décroissance minérale, la solidarité internationale et la dénumérisation.

Négocier nos contradictions ça ne veut pas dire nécessairement les dépasser grâce à une solution magique (numérique éthique) mais d’y faire face, en s’attelant à ce que le syndicalisme révolutionnaire appelait la « double besogne » (Charte d’Amiens, 1906). Stratégie qui vise autant à grappiller des améliorations concrètes pour les travailleurs (réduction du temps de travail et augmentation des salaires) qu’à préparer l’émancipation intégrale qui ne pourra se réaliser qu’avec l’expropriation capitaliste. Pour nous, cette double besogne, s’incarnerait donc autant par la contribution à des infrastructures numériques libres, adaptées spécifiquement aux contextes et aux besoins de leurs utilisateurices et contrôler directement par elleux, que par l’implication dans une politisation collective de la technique et la mise sous contrôle démocratique du développement numérique, y compris jusqu’à l’expropriation des BigTech et le démantèlement de leurs infrastructures.

Archipel

FramasoftVous empruntez à Édouard Glissant la notion d’archipel pour définir votre mode d’organisation. Comment ce modèle permet-il de maintenir un « centre vide » au service des relations, sans tomber dans les pièges de la hiérarchie ou, à l’inverse, de l’inefficacité organisationnelle ?

Bruno – Une organisation et une gouvernance en « Archipel » est une communauté de partage. Elle implique donc un changement de posture tant individuel que collectif afin de passer de la concurrence et de la subordination à la coopération, du « pouvoir sur » au « pouvoir d’agir ». Le respect de chacun, l’entraide, la qualité d’écoute et la recherche du consentement sont les déterminants fondamentaux des relations dans toutes les différentes instances de l’Archipel.

L’objet de Transiscope était de créer un commun en reliant des organisations et des groupes de personnes (les îles) pour faire vivre ensemble un projet commun en coopération. Chaque organisation participe à ce projet commun en coopération tout en cultivant son identité-racine, en pleine autonomie. Dés l’origine du projet nous avons confié à une instance communautaire (le copil) le pouvoir d’agir au service du projet commun. Chaque île de l’Archipel est représentée au sein de cette instance communautaire qui acte la politique de l’Archipel, sa stratégie et la feuille de route de ses actions. Le copil est un espace d’animation et de coordination, les actions, elles sont menés en constituant des groupes-projet validés par l’instance communautaire. Ces groupes-projets ont un objet défini qui détermine une durée limitée. Ils décident de leur mode de fonctionnement et la manière de réaliser leurs actions, et rendent compte de leur action aux autres instances de l’Archipel à travers le copil.

« Le pouvoir de son centre est vide » : ce pouvoir d’agir, de service et de création, est non appropriable ; au sein du copil il n’y a pas de hiérarchisation de pouvoir, les décisions sont prises ensemble et par consentement. Des le démarrage du projet nous avons décidé de faire appel a un facilitateur pour animer le copil, ce facilitateur n’est pas membre du copil, il ne représente pas une organisation et n’est pas impliqué dans les actions, son unique rôle et de faciliter le fonctionnement et l’animation du Copil, il n’a donc pas d’enjeu de pouvoir personnel ou organisationnelle. Nous avons également décidé de ne pas créer de statut juridique afin de ne pas institutionnaliser le projet et de le maintenir dans une démarche de coopération. Pour permettre de développer et de gérer les aspects juridiques et financiers de l’Archipel nous avons fait le choix de créer une entité-support ayant une personnalité légale : l’association de soutien au Transiscope, qui n’avait vis-à-vis de l’Archipel qu’une fonction de gestion de moyens au service de celui-ci.

Ce mode d’organisation a démontré au fil du temps sa pertinence et ses limites. Sa pertinence c’est qu’il n’y a jamais eu de conflit de pouvoir au sein de Transiscope, le projet a su se développer dans une véritable culture de coopération de démocratie et de respect mutuel. Par contre la limite de ce système repose sur la capacité de mobilisation des îles au sein de l’archipel, pour avancer le projet a besoin d’une mobilisation permanente des membres dans les différentes instances (groupe projet, copil, …) et de temps d’animation régulier pour assurer une bonne coordination et une intelligence collective.

Le « Putain de Facteur Humain » (PFH)

FramasoftLe lecteur peut être parfois surpris par votre récit car vous ne cachez pas les frictions et les doutes au sein du collectif. Pourquoi était-il essentiel pour vous de livrer un récit sincère du cheminement humain, loin d’un storytelling lissé qu’on rencontre souvent ?

Audrey – Un collectif traverse de nombreuses phases, souvent peu visibles aux membres qui en sont parties prenantes. Un des rôles de la personne qui facilite le projet est de rendre visible ce qui se joue entre les membres et les organisations, de créer des espaces de discussion, d’analyse, de prise de décisions et de faire en sorte que le groupe trouve des solutions par lui-même. La neutralité de la facilitation n’existe pas réellement car le choix même des outils utilisés implique déjà une vision du monde et de la coopération. Mais la fonction du tiers extérieur est précieuse.

Dans le milieu de l’Économie Sociale et Solidaire, il me semble qu’on fantasme souvent des collectifs assez lisses, où tout le monde s’entend bien, sans friction. Or, non seulement c’est illusoire, mais c’est aussi contre productif. Le collectif avance parce qu’il y a débats, dissensus, et parfois conflits. Un groupe devient mature en apprenant à se connaître et en surmontant les blocages. Par contre, cela demande de la confiance entre les membres, et dans le cadre commun, le pacte construit ensemble. Nous avons toutes et tous évolués dans notre manière de faire collectif avec Transiscope, car nous avons appris de la vision du monde, des imaginaires et des façons de faire. Cela est passé par le fait de « baisser les masques » et de se raconter réellement qui était autour de la table. Ce qui ne peut se faire que sur du temps long.

Julien – Pour nous il était clair que ce livre ne pourrait avoir un intérêt que si nous parvenions à ne pas édulcorer notre histoire, en proposant une version lisse d’une « belle aventure/réussite ». Trop souvent nous sommes amenés à raconter nos histoires collectives comme on pitch un projet pour espérer décrocher un financement, or de cela il ne peut émerger qu’un pur discours de communication décorrélé de la complexité de nos réalités. Pour offrir une ressource opérationnelle et politique à celles et ceux qui aspirent à structurer leurs propres solidarités, cela impliquait d’aborder le plus honnêtement possible les difficultés, les impasses et les échecs rencontrés, parce que nous sommes bien conscients que si celles-ci disent quelque chose de nous, elles disent surtout beaucoup de notre époque et des changements du secteur associatif en général.

Ce que nous avons construit ensemble c’est un drôle d’attelage qui a fonctionné dans la durée parce que nous avons appris à faire de la place à chacun.e d’entre nous et par conséquent, accepter d’osciller constamment entre l’avancée d’un projet et sa remise en cause. Pour nous l’expérimentation n’est pas un horizon lointain mais une pratique concrète qui implique de renoncer à liquider le « putain de facteur humain » au nom d’une efficacité fantasmée. Chaque projet, qu’il soit technique ou non, repose sur celleux qui le font vivre et c’est cette vie collective qu’il faut apprendre à voir comme une dimension intrinsèquement politique et en perpétuelle construction. Ce que nous espérons livrer dans cette contribution collective, ce n’est ni une recette pratique pour coopérer, ni une ligne à suivre, mais une histoire particulière faite de tentatives pour construire un commun, en espérant que celle-ci résonnera avec d’autres.

La propriété des données

FramasoftTransiscope agrège des données qu’il ne possède pas. Dans un monde où la donnée est le nouvel or noir des « Ogres » numériques, vous prenez soin des sources et tentez de protéger ce commun. Les licences sont-elles libres ? pourquoi ces choix ?

Simon – Les licences sont libres mais nous avons tenté d’acculturer les sources au concept des licences et au caractère politique que revêt le choix d’une licence. Nous avons présenté dans un document et en webinaire le choix politique que nous privilégions, à savoir l’autorisation de l’usage commercial et la non-viralité, car c’est ce que nous estimons être le meilleur choix pour créer des communs. Les sources des données que nous agrégeons sont libres d’avoir une lecture différente du monde et des communs et Transiscope accueille cette pluralité comme elle accueille la diversité des technologies des sources. Comme pour les alternatives qui doivent respecter une charte, la licence doit cependant respecter une « ligne rouge » : elle doit être copyleft. C’est le plus petit dénominateur commun nécessaire à construire ce commun numérique et cela a permis d’annoncer rapidement à toutes les potentielles sources cette condition et d’en écarter certaines, et a permis de clarifier le périmètre idéologique du projet et de le construire avec les sources qui le partagent.

L’IA

FramasoftIl faut bien en parler puisque c’est le grand sujet du moment. Le livre relate un débat au sein du comité de pilotage sur l’usage de l’intelligence artificielle pour la catégorisation des événements. Comment avez-vous arbitré entre le gain de temps (facteur de survie pour les bénévoles) et les problèmes éthiques posés par ces outils ?

Julie – Comme nous l’avons expliqué ci-dessus, pour politiser les choix techniques, il est indispensables qu’ils soient discutés dans une instance stratégique et pas réservés à des personnes ayant des pré-requis techniques. Cela implique donc un travail collectif d’acculturation à la technique, pour permettre à chacun·e de participer en ayant un avis éclairé.

Un des membres de Transiscope a proposé d’avoir recours à l’intelligence artificielle pour automatiser la catégorisation des événements et ainsi gagner du temps, alors même que l’énergie bénévole est extrêmement rare au sein de Transiscope. Cette discussion, qui a eu lieu en comité de pilotage, a débuté par une explication technique de ce qu’il y avait derrière l’intelligence artificielle proposée et une discussion sur les données, le choix du modèle et son impact. Au final, nous avons décidé de tester cette automatisation à titre expérimental, mais la discussion n’est pas si évidente car elle est tiraillée entre d’une part le soin de l’énergie bénévole et d’autre part des enjeux éthiques : personne n’a envie de choisir entre les deux !

Un processus ou un outil

FramasoftCitons une phrase du livre : « Transiscope est moins un produit à finir qu’un processus à habiter ». Est-ce à dire que l’utilité finale de la carte est secondaire par rapport à la culture de coopération qu’elle a générée entre vos organisations ?

Julien – L’ambition de Transiscope était de fournir un outil qui facilite la coopération entre alternatives. Cartographier des alternatives c’est montrer qu’il existe plusieurs mondes dans le monde, que d’autres horizons se dessinent et qu’ils méritent que l’on se batte pour eux. Si nous continuons à croire dans l’intérêt de ce projet, nous avons constaté que la construction d’un outil n’a que peu à voir avec le travail politique de coopération inter-collectif. Obtenir de l’information et la mette en visibilité ne présage aucunement de la façon dont celle-ci servira de prétexte à des rencontres concrètes et à des échanges organisationnels. Pour faciliter cette étape, nous avons choisis d’organiser régulièrement des rencontres avec d’autres acteurices sur différents territoires pour faire se rencontrer des alternatives, mais là encore ces tentatives se sont avérées limitées parce que la construction d’une coopération implique d’abord du temps pour faire naître de la confiance et une culture partagée. C’est précisément cet aspect que nous avons réussi à construire au sein du collectif Transiscope mais pas à sa marge avec celleux que nous mettions en visibilité sur notre cartographie. Peut-être qu’après tout ce travail est de toute façon démesuré pour un petit collectif comme le nôtre, mais il nous semble toujours primordial parce que si nous souhaitons construire des solidarités fortes, ce patient travail de fédération est indispensable.

Aujourd’hui la question de la visibilité se pose autrement : est-ce que ce dont nous avons besoin c’est d’être visibles sur Internet ou d’être en lien les un.es avec les autres concrètement à travers des réseaux de solidarité matériels et politiques ? Cette question est décisive et vertigineuse parce que la réponse que nous déciderons de lui donner implique de repenser une grande partie de notre stratégie d’action et de nos moyens d’organisation. Apprendre à collaborer c’est faire de la place à une autre logique que celle qui consiste à mener à bien un projet, sans dire que ces deux logiques sont irréductibles l’une à l’autre, elles sont bien souvent contradictoires et c’est bien dans cette contradiction que réside à la fois la richesse et l’immense complexité des communs.

Florine – Dans le contexte politique actuel, une question se pose : faut-il continuer à rendre visibles les alternatives ? Autrement dit, comment s’identifier et se renforcer entre alliés, tout en ne facilitant pas, par cette visibilisation, l’attaque de nos collectifs par des adversaires politiques, voire par un régime autoritaire ?

L’avenir des luttes

FramasoftFace à l’épuisement de la « stratégie du colibri », vous plaidez pour une « stratégie de pompiers », coordonnée et robuste. Pour le mot de la fin : c’est quoi le message ?

Bruno – Face à une société de plus en plus organisée autour d’un pouvoir financier prédateur qui nous individualise pour mieux nous contraindre, le développement des alternatives citoyennes, bien que nécessaire, n’est plus suffisant. Nous devons relier toutes ces initiatives pour faire système et, plus encore, nous devons travailler à la convergence de tous ceux qui luttent pour qu’un autre monde soit possible.

La stratégie de pompiers devient une nécessité face à l’urgence, il ne s’agit plus de laisser à chacun le soin d’inventer ses solutions mais de construire ensemble une alternative crédible et désirable pour la majorité qui subi. Cela nous oblige à nous compter, à nous relier, à nous écouter pour trouver nos points de convergence, à changer nos méthodes pour être capable de coopérer au service d’un projet commun. Transiscope est un commun coopératif et numérique qui, tant par sa nature coopérative que par ses développements numériques, contribue à ce paradigme, nous ne pouvons que souhaiter que les acteurs de la transformation sociétale s’en saisissent.

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In memoria di Filippo Filippetti, anarchico livornese, antifascista, ucciso dai fascisti

1922- 2026 In memoria di Filippo Filippetti anarchico livornese, antifascista, ucciso dai fascisti Domenica 2 agosto 2026 ore 19 Commemorazione presso la lapide Via Provinciale Pisana 354, Livorno (ex-scuola Camilli) Filippo Filipetti, giovane anarchico, viene ucciso il 2 agosto 1922 dai fascisti mentre si oppone, assieme ad altri antifascisti, ad una spedizione punitiva contro Livorno. […]
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July Politburo meeting read-out

This report was translated from Chinese into English using Alibaba’s Qwen3.7-Plus, then checked and tweaked for accuracy by a South China Morning Post journalist. It is for reference only, and is not the official English version of the original Chinese document. Alibaba owns the SCMP.

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OpenUK pubblica il report AI Openness e vuole sovranità del codice prodotto in UK

Secondo OpenUK la maggioranza dei contributi open-source in Europa nasce in UK e l'idea di questa organizzazione è quella di voler mantenere su suolo britannico questo codice. OpenUK non vuole un altro caso MCP, il protocollo ormai standard per la comunicazione tra i modelli AI e gli strumenti esterni, che è stato creato in UK e poi donato alla Linux Foundation, che è americana.

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⚡ALERT: WORLD WAR Z IS UNFOLDING! RUSSIA NUCLEAR TIME BOMB, MIDDLE EAST CHAOS! DAY X APPROACHES!

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Un pubblico meraviglioso di Andrea Lai

L’ umore del pubblico di un evento a volte riesce a riflettere quello di chi lo ha organizzato o creato. Quando a monte ci sono passione, cura, ricerca e affiatamento ‒ al netto di qualche divergenza ‒, chi gode del frutto prodotto dal mix di questi elementi, a sua volta può generare un’atmosfera per lo più positiva. Non è una combinazione scontata, ma può avvenire.

Leggendo Un pubblico meraviglioso. Dj, centri sociali e club culture (1996 – 2006) (2026) saggio-memoir incentrato sul racconto di una serata di musica elettronica entrata nella storia di Roma (e non solo), la sensazione è che spesso ci sia stata questa consonanza. Perché a emergere, prima di tutto, è il legame tra le due persone che hanno dato vita alla serata: Andrea Lai (1969) e Riccardo Petitti (1963-2014). Il primo è l’autore del libro, nel 2004 eletto da BBC Radio 1 tra i dj più influenti della scena breakbeat internazionale. Il secondo, dal racconto, appare per un breve periodo come suo mentore (del resto per un under 30 sei anni di più pesano), ma poi, per molto più tempo, diventa senza dubbio il suo socio-amico, prima dell’improvvisa scomparsa. Lai e Petitti hanno animato i venerdì sera di Roma a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila e il loro rapporto, prima di tutto vissuto su uno scambio di vedute, pensieri e bagagli culturali (non solo musicali), si è presto trasformato in complementarità, forgiando Agatha ‒ questo il nome della serata.

Lai racconta bene il contesto sociale, utile a decifrare il successo di questa esperienza. Perché Agatha ha preso piede mentre imperversava il filone mediatico delle “stragi del sabato sera”, quelle in cui gli incidenti in macchina che causavano le morti di alcuni giovani erano automaticamente associati al legame tra le “nuove” droghe sintetiche, l’alcool e la musica elettronica (ai tempi specialmente la techno). Oggi gli incidenti stradali costituiscono la prima causa di mortalità giovanile, ma da molti anni non si sente più fare questo collegamento, o quanto meno è sporadico, probabilmente perché si è sviluppata una maggiore confidenza con la musica elettronica da dancefloor, all’epoca svilita da molti.

Ciò detto, Agatha non ha trovato residenza in un club il cui unico scopo era il profitto, ma al Brancaleone, uno dei tanti centri sociali attivi all’epoca, i posti “più cool delle notti italiane”, i “più ambiti dove passare le notti del weekend”, scriveva Maria Rosaria Spadaccino su L’espresso a novembre del 1999. Ecco, la natura del luogo è fondamentale, perché prima di tutto ha permesso al prezzo di ingresso alla serata di restare basso, poi alla selezione musicale di andare ben oltre hit e ritmi immediati (martellanti o a cassa dritta, che dir si voglia), anzi di scavare nelle scatole nascoste sotto i banconi dei negozi di dischi londinesi, piene di rarità in edizione limitata di cui il duo andava a caccia. Insomma, anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla risposta del pubblico.

Anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla risposta del pubblico.
Tra i generi musicali proposti da questi due dj (nati usando il vinile in un’epoca in cui stare dietro a una consolle non faceva ancora diventare star) c’erano soprattutto drum and bass, jungle, trip-hop e big beat, tutti ritmi urbani vivi ma ‒ a parte l’ultimo citato ‒ anche spigolosi o con quel DNA plumbeo-inglese, tratti che non li rendevano sempre e comunque degli eccitanti istantanei: per lo più si trattava di sonorità con cui bisognava fare lo sforzo di entrare in sintonia. Petitti e Lai facevano una continua ricerca (fisica) di musica nuova, propedeutica alla loro selezione di qualità al passo con i tempi, e il pubblico aveva imparato in fretta a goderne, andando oltre gli umori che trasmetteva, perché, appunto, si era creato un feeling diffuso tra le parti in causa, tanto che ogni settimana i partecipanti alla serata erano tra i mille e i millecinquecento, a volte anche duemila. Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche classiche.

Il racconto, in ogni caso, non vuole presentare questo appuntamento fisso per gli appassionati di musica come un’oasi di quiete e amore. Anzi, il titolo del libro nasce da un episodio spiacevole avvenuto durante una trasferta a Firenze, quando sul palco è piombata una bottiglia di vetro lanciata dal pubblico per protestare contro l’accensione delle luci e, dunque, l’imminente fine della musica. La location era la stazione Leopolda, non un centro sociale, quindi non poteva esserci lo stesso senso di “familiarità” e protezione che c’era al Brancaleone o nei posti “fratelli”. Ma Petitti sembrava aver introiettato il feeling generato da Agatha perché di fronte a questo pericoloso gesto di protesta non si è spaventato, anzi ha sentenziato ‒ senza dubbio anche con ironia ‒ che si trattava di “un pubblico meraviglioso”.

D’altronde il pubblico di Agatha, come specifica Lai scrivendo al presente, “è parte fondamentale di quello che facciamo. Può essere generoso e crudele, curioso e pigro, aggressivo e amorevole. Quel pubblico è la società, ma accelerata. È meraviglioso perché stupisce ma è anche prevedibile”. Da quella serata fiorentina in avanti, lo stesso Petitti ha deciso di chiudere ogni dj set ripetendo al microfono questa frase che dà il titolo al libro. Nelle sue parole c’era la consapevolezza che la violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma, in lui, restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.

Alle spalle di questa serata che ha spinto in avanti la club culture italiana, ci sono state anche delle operazioni di marketing che hanno portato i “circoli più puristi” ‒ come scriveva il giornalista Luca Villoresi a ottobre del 2000 ‒ a definire il Brancaleone un “locale alla moda, con tanto di sponsor multinazionali”. D’altra parte, passati pochi mesi dalla pubblicazione di queste parole in un articolo della Repubblica, a Genova ci sarebbe stato il G8 e il movimento “no-global” aveva iniziato da tempo la sua guerra contro l’amoralità distruttiva e il violento cinismo delle multinazionali devote al capitalismo. Lai, all’epoca fresco reduce da un periodo di lavoro come marketing & promotion manager per due major discografiche, EMI e Sony, aveva una visione politica vicina ai centri sociali ma meno dogmatica, più pratica, e, senza vendere la loro creatura al miglior offerente, cercava di farla sostenere ‒ sempre in accordo con Petitti ‒ da realtà il più possibile consapevoli e vicini allo spirito di Agatha (dai marchi streetwear agli energy drink).

Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche classiche.
Non a caso la serata aveva una comunicazione curata e creativa, a partire dal logo (presente anche sulla copertina del libro), che ha contribuito al suo successo. Ai tempi era un approccio più vicino a quello di realtà dell’Europa del nord, dove mettere a frutto la propria passione non era giudicato sempre e comunque un peccato. Aggiungere che Lai parla di Agatha come parte attiva del “contro-clubbing” e rivendichi l’adesione ‒ in quell’anno tanto sciagurato quanto cruciale che è stato il 2001 ‒ all’iniziativa Giradischi contro la guerra, dà la misura di come le sfumature abbiano avuto un peso in questa esperienza.

Un’esperienza di cui, naturalmente, viene raccontata anche la parabola discendente: per descriverla Lai tira in ballo La società dello spettacolo (1967) di Guy Debord. Perché “ogni gesto di rottura viene convertito in merce, ogni differenza in intrattenimento. Il denaro banalizza le idee e banalizza le persone. È la tensione dialettica della cultura sotto il capitale: prima viene catturata, poi sterilizzata, infine rivenduta in forma di intrattenimento da supermercato”. Agatha è finita nel 2006, poco dopo essere stata al centro di attenzioni che avrebbero voluto convertirla in merce.

Passati i tragici fatti del G8 di Genova, i centri sociali, rispetto agli anni Novanta, avevano perso un po’ di potere attrattivo, di capacità di coinvolgere con lo stesso entusiasmo di prima (per forza di cose affievolito dagli eventi). Forse anche per questo i responsabili del Brancaleone hanno voltato le spalle a Lai e Petitti: i ritmi urbani underground erano ancora piuttosto vivi ma le persone sempre più demoralizzate da un lungo e complesso conflitto internazionale. A conferma di entrambi i lati di questa medaglia, si assistette in quel periodo all’ascesa della dubstep, uno dei generi elettronici più oscuri e ruvidi mai prodotti.

Il libro di Lai è sia un sentito omaggio al suo socio-amico sia una fiera rivendicazione dell’importanza che ha avuto Agatha (ben ponderata, essendo passati venti anni dal suo epilogo). Inoltre, contiene un crepitio di riflessioni ‒ anche nate da confronti accesi tra i due ‒ che un po’ vanno ben oltre la musica e un po’ dicono che la stessa musica può allontanarsi radicalmente dal concetto di intrattenimento. Considerando che all’epoca raccontata nel libro è seguita quella delle “dj star” e, successivamente, quella delle/gli influencer basata tutta sui numeri che documentano le performance e, di conseguenza, attivano chi investe, si capisce ancora meglio l’utilità di un simile racconto.

La violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.
Questo non vuol dire che dopo Agatha e la stagione d’oro dell’oscura dubstep sia tutto finito, ma semplicemente che il sistema innescato dall’avvento dei social media e delle piattaforme di streaming ha, magari indirettamente, ostacolato molte realtà musicali stimolanti. Ciò che non performa viene ignorato, dunque viene da chiedersi: oggi i fratelli e le sorelle di Agatha sono messe nelle condizioni di avere gli stessi riscontri dell’epoca? Sicuramente le dinamiche per avere delle opportunità sono cambiate e le nuove generazioni sanno bene come affrontarle e sfruttarle.

Nell’ambito del clubbing bisognerebbe capire, però, se riescono a farlo come Lai e Petitti, senza adeguare la musica ai diktat delle tendenze, oggi decretate non più dai grandi network radiofonici ma dalle playlist editoriali. Di certo c’è chi continua a non allinearsi, ma i cambiamenti radicali di questi ultimi venti anni (soprattutto l’avvento dei social media e delle piattaforme streaming) non possono che avere un peso enorme su chi discende dall’albero genealogico in cui Agatha ha lasciato un segno.

L'articolo Un pubblico meraviglioso di Andrea Lai proviene da Il Tascabile.

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La ‘parallasse’ europea: il cambio di prospettiva dell’Unione nell’integrazione di Moldova e Ucraina.

Il processo sotterraneo di trasformazione dell’Unione Europea, fin qui caratterizzato dalla sua sovrastruttura multilivello, con l’apertura alla Moldova e all’Ucraina pone la prima pietra miliare nel ribaltamento dei criteri stanti alla base delle valutazioni di ingresso nell’Unione, portando la riflessione in seno alle istituzioni su un altro livello.

Quale Europa?

Si sfumano i criteri, mutano le percezioni. L’Unione non è più intesa soltanto, ed esclusivamente, nella concezione del rigore dei conti e della stabilità dei sistemi democratici al loro interno, ma anche nella valutazione delle conseguenze derivanti dalla mancata integrazione a seguito dei ritardi registrati. Di per sé quello a cui si sta assistendo all’interno dell’intelaiatura europea è un mutamento di prospettiva di natura bidirezionale. Se il processo di integrazione si configurava come una concessione dall’alto verso il basso, quello a cui si sta assistendo è un processo di integrazione reciproca che tiene conto degli elementi fondanti dell’adesione, compensati però nelle loro carenze dalla misurazione effettiva delle conseguenze negative derivanti dalla loro esclusione, solo per la non perfetta corrispondenza a tali dettami.

Per tale ragione, quello che si configura all’interno del ragionamento istituzionale in seno all’Unione Europea, e nei rispettivi fori internazionali che accompagnano il processo di discussione e di evoluzione dell’architettura europea – come l’Iniziativa Centro-Europea, l’Iniziativa Adriatico Ionica, la Three Seas Initiative, grazie al loro approccio integrato – è l’intuizione e l’impostazione di una struttura a cerchi concentrici caratterizzati da una graduale approssimazione alla sfera europea: l’ingresso, dunque, non immediato, ma graduato, permetterebbe l’accesso del paese aspirante al primo cerchio dell’area europea – denotandone un’appartenenza – ma senza godere subito di tutti gli oneri e onori, in quanto necessitanti della giusta tempistica al fine del raggiungimento di tutti i criteri necessari.

L’Europa a cerchi concentrici

La differenza di prospettiva si sostanzia così nella possibilità di orbitare nella sfera europea e considerarsi membro dell’Unione, senza però recare alcun danno all’intelaiatura stessa dell’Unione introducendo, troppo frettolosamente, elementi di destabilizzazione a causa del mancato perfezionamento, ad esempio, di capitoli come quelli inerenti alla giustizia (si pensi ad aspetti come la corruzione) o al perfezionamento dei procedimenti legislativi in seno ai parlamenti dei paesi aspiranti ai fini di una puntuale corrispondenza ai connotati democratici europei.

Tale riflessione va infatti letta sulla base dell’avvicinamento a movimenti già esistenti all’interno dell’Unione nel conferimento e distribuzione di fondi, come nel caso della politica di coesione

europea, che, al soddisfacimento di specifici criteri, consente l’accesso alle risorse, al fine del raggiungimento degli obiettivi programmatici necessari all’omogeneizzazione di quella specifica regione europea. A tal proposito, una simile concezione concentrica di avvicinamento all’Unione Europea, intesa come una sosta obbligata per il perfezionamento dell’integrazione, consentirebbe non solo una fase di monitoraggio durante l’innesto, ma anche l’adozione tempestiva di tutti gli accorgimenti necessari, evitando che eventuali fattori di destabilizzazione possano provocare uno shock sistemico all’interno dell’Unione.

Il peso del ‘ritardo’ nei processi di integrazione

È fondamentale difatti fare una precisazione: tale percezione a cerchi concentrici origina dalla considerazione di come il ritardo costitutivo possa essere fattore di disgregamento e di conseguenze ben maggiori rispetto a una prematura integrazione. Tale ragionamento muove le sue premesse dall’insorgere del conflitto russo-ucraino, in cui l’ingresso dell’Ucraina, attraverso un passaggio “propedeutico” di adesione all’Unione, avrebbe potuto agire da deterrente nei confronti di una possibile invasione, grazie al maggiore livello di integrazione politica e di protezione derivante dall’avvicinamento alle strutture euro-atlantiche. Tale ritardo è esso stesso parte in causa della durata del conflitto. Non differente è il ragionamento che accompagna l’integrazione di paesi come Moldova e Serbia, prossimi alla sfera di influenza russa, ancora sotto la lunga ombra dello spettro sovietico. Il criterio che accompagna il processo di integrazione europea sembrerebbe così aprire alla possibilità di contemplare nel procedimento di adesione l’eventualità del dubbio rispetto all’eccessiva cautela.

Le elezioni presidenziali moldave del 2024, strettamente intrecciate all’inserimento del principio europeo nella Costituzione, avrebbero rischiato di soccombere agli attacchi ibridi posti in essere dalla Russia se non avessero beneficiato dello scudo europeo, reso possibile anche dal contributo della diaspora moldava in Italia, che con la sua ampia partecipazione al voto ha concorso in maniera determinante all’esito elettorale. Non differentemente da quanto accaduto con le elezioni presidenziali in Romania, dove la Corte Costituzionale romena ha annullato il risultato del primo turno del 24 novembre del 2024, stabilendo che il processo elettorale doveva essere ripetuto nella sua interezza a causa del registrarsi di azioni ibride e aggressive attribuite alla Russia avvenute durante la campagna elettorale che avrebbero favorito il candidato dell’estrema destra Călin Georgescu. Tali episodi, tutt’altro che isolati, lascerebbero difatti temere l’appropriazione di altre aree più sensibili a tale assoggettamento per mezzo degli strumenti di ibridazione, come la Bielorussia o la Serbia, storicamente vicine alla Russia.

Adesione sì, ma se fosse senza diritto di veto?

La significativa apertura del Presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, nel ritenere accettabile un’adesione condizionata all’Unione Europea, senza diritto di veto da esercitare nei confronti di determinati paesi richiedenti l’ingresso, rappresenta di fatto uno degli elementi innovativi di tale movimento a cerchi concentrici nell’approssimarsi al cuore europeo, nella sua perfetta costituzione e fondamento. Tali movimenti sistemici, che si stanno realizzando in prossimità dell’architettura europea, sono essi stessi testimonianza di un’integrazione graduale che apre a nuove forme e che sottolinea l’esigenza dell’Unione di contemplare sé stessa non più come un unico blocco, ma a geografia variabile, salda nei principi, ma a velocità e a effetti variabili e modulabili nelle concessioni di benefici e obblighi.

Fori internazionali incubatori di cambiamento

Tale mutamento di prospettiva, in interazione costante con un movimento di rivoluzione realizzatosi anche grazie ai fori di integrazione precedentemente richiamati – come l’Iniziativa Centro-Europea di cui l’Italia è pioniera -, rappresenta un incubatore di cambiamento e di sperimentazioni per mezzo sia della diplomazia parlamentare che dell’attuazione di programmi di cooperazione e sviluppo, tanto a livello governativo-parlamentare, quanto amministrativo. Tale osmotica interazione è possibile anche grazie allo scambio dei funzionari all’interno dei parlamenti per la formazione e trasmissione di competenze nel rafforzamento dei processi democratici dei parlamenti ospitanti, e così dell’Unione; essi rappresentano strumenti indispensabili al fine di evitare l’introduzione di fattori di destabilizzazione che contribuirebbero a un’evoluzione sistemica, realizzando una concezione multilivello rafforzata a velocità variabile rispetto invece ad una monolitica e preordinata, come la concezione originaria stante alla base delle istituzioni europee.

Il cambio di parallasse all’interno della concezione europea rappresenta una rivoluzione tanto concettuale quanto strutturale. Il prolungarsi del conflitto russo-ucraino, il sostegno fornito all’Ucraina tramite il rifornimento di armi con risorse europee mediate dalla NATO, sembrerebbe introdurre un ulteriore elemento costituente ai fini dell’integrazione europea: la perdurante condizione di instabilità causata dalla guerra e la necessità sempre più impellente dell’applicazione dell’art. 5 della NATO concretizzerebbero un nuovo elemento costitutivo ai fini dell’integrazione europea, ossia lo scongiurare l’insorgere di ulteriori guerre grazie all’adesione all’Unione Europea.

Essa va letta all’interno di un contesto geopolitico mutato, nel quale all’Europa è richiesto di rafforzare la propria coesione dinanzi alle minacce globali di destabilizzazione. In questa prospettiva, l’Unione può proporsi come baluardo di democraticità e di pace, un unicum sotto il profilo dell’architettura costituzionale multilivello, fondato sulla volontà dei popoli e sulla condivisione della sovranità quale strumento per una pace stabile e duratura.

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In Cina e Asia – Il Politburo chiede interventi per stimolare la crescita

In Cina e Asia – Il Politburo chiede interventi per stimolare la crescita

I titoli di oggi: PCC, Politburo chiede accelerazione degli interventi macroeconomici per stimolare la crescita Cina, il carbone scende sotto il 50% della produzione elettrica Pechino leader in quasi il 40% dei settori chiave secondo Nikkei Asia Cina, due velocità: le province high-tech crescono, i giovani precari “condividono il letto” per risparmiare Tesla valuta se separare le attività in Cina ...

L'articolo In Cina e Asia – Il Politburo chiede interventi per stimolare la crescita proviene da China Files.

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Southwest China landslide death toll rises to 51 as search and rescue continues

The death toll from a landslide in Chongqing province, southwest China, earlier this month rose to 51, with 10 people still missing, local authorities said late on Thursday night. The landslide, which occurred two weeks ago in Pengshui county, swept away several residential buildings at the foot of a mountain along a riverbank. Quoting the command centre of the rescue effort, state-run news agency Xinhua said that 51 people had been found and confirmed dead, while 10 were still missing. Drone...

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Commentaires sur Framacount : partagez l’addition sans partager vos données par JBrickelt963

Un super outil encore une fois ^^ merci Framasoft 😁 j’ai peut-être loupé l’info dans l’article mais est-ce qu’il y a la possibilité de les supprimer après utilisation ? Je vois qu’il y a l’option supprimer un participant ou archiver. Combien de temps est conservé le groupe archivé ?

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Read This Before You Buy That TV Streaming Stick

Security experts have been sounding the alarm for years about the risks of using generic TV boxes that promise unlimited content streaming for a one-time fee, warning that they secretly rent the user’s Internet connection out to strangers. But a groundbreaking new analysis finds these devices also routinely spoof themselves as mobile phones clicking ads on AI-generated websites as part of a sprawling operation that seeks to defraud online merchants and advertising networks.

Pedro Falé is a threat researcher with the security firm Bitsight. Falé told KrebsOnSecurity he was able to peer inside a vast and complex ad fraud network by registering an expired domain name that was used to coordinate fake ad clicks across a particularly popular brand of these streaming devices known as H96.

An H96 TV streaming device currently advertised for sale on Amazon.

Falé said the domain he scooped up was previously used for telemetry, periodically collecting full hardware information and the entire list of installed apps from tens of thousands of H96 streaming sticks plugged into television sets around the globe. But upon inspecting the traffic being funneled to the domain, he discovered nearly all of the TV boxes transmitting data claimed to be mobile phone models from a variety of manufacturers, including Samsung, Vivo, Huawei, and Xiaomi.

“We noticed something was wildly wrong,” Falé said. “Multiple devices reporting to this factory Android TV Box backdoor were ‘phones.'”

Image: Bitsight.

The researcher found all of the devices reported having the same two apps installed, and that those apps were made by a company called Zhejiang Fengwo IoT Technology Ltd, an entity founded in 2019 in mainland China which operates an ad-publishing portfolio under the name Fengwo Group. Further investigation into the Fengwo Group revealed it has registered multiple patents that match the inner workings of these apps.

“Bitsight TRACE identified several Hong Kong, Singapore, and single person ‘legal’ shell identities used to collect the monetization and traced the operation back to a mainland China company known as Zhejiang Fengwo IoT Technology Co., Ltd, which operates under the Fengwo Group,” Falé wrote in a report released today about their findings.

Falé said an analysis of the apps shows they help to coordinate an ad fraud network that uses these H96 devices as a captive traffic source to click on ads at AI-generated websites operated by the Fengwo Group.

Bitsight discovered the websites contain machine-generated news articles and graphics across a range of categories, including finance, health, education, gaming, music and food blogs. But they also found none of those sites displayed ads unless the device visiting the page matched the spoofed mobile profile of these H96 devices.

AI DIGITAL HUMANS

The domain for the Fengwo Group — fwgcloud[.]com — claims the company is “redefining the boundaries of human-AI interaction,” and that it has created more than 120,000 “AI digital humans” available to rent for everything from emotional companionship to 24/7 customer service and creative design.

The homepage for fwgcloud dot com.

Falé said the Fengwo Group’s domain shared its SSL certificate data with other domains associated with the apps found on H96 devices, specifically the phone spoofing mechanism. He noted the domain also has an internal wiki platform that directly ties the Fengwo Group to a proprietary implementation of a Google-built visual programming language called Blockly, which was originally designed to help kids learn how to write software.

According to Bitsight, the Fengwo Group’s employees use Blockly to build the sham websites, allowing low-skilled operators to drag blocks of code together in their Blockly editor — without any need to understand what the underlying code blocks do or how they work.

The Blockly homepage.

“An operator can drag blocks together in their Blockly editor, to define each fraud routine, given a task type,” reads Bitsight’s report. “Once the routine is saved, it gets exported as JavaScript and uploaded to the S3 buckets. An operator doesn’t need as much understanding of the underlying technicalities, as it is all set in place for ease of use.”

Bitsight even found one of the Fengwo Group app developers mentioning exactly these advantages, noting the developer remarked that “only a small number of highly-skilled developers are needed to build the template execution-unit images,” and that “developers who create execution units from those templates have significantly lower technical requirements, greatly reducing the company’s operating costs.”

Falé said if a user’s H96 streaming stick is selected for a specific fraud task, it will be pushed the appropriate Blockly module according to the task desired, which can include silently launching a web browser, visiting websites, browsing pages, managing tabs, and clicking on ads.

To ensure the TV boxes masquerading as mobile phones can reliably click on ads displayed via the AI-generated websites, the Fengwo group “fuses three vision and reasoning systems into a single interface,” allowing the bots to correctly identify an ad on the webpage and navigate the site much like a human would, the Bitsight report observed.

Examples of ad landing pages linked to the Fengwo Group. Image: Bitsight.

TV ON? PROXY. TV OFF? AD FRAUD

Bitsight found the H96 devices were either relaying residential proxy traffic or participating in ad fraud, but never both at the same time. In fact, they concluded that when these TV boxes detect an HDMI signal from an attached television — indicating the user intends to stream video content — the box is usually functioning as a residential proxy. When the TV is off, it switches back to waiting for ad fraud jobs.

Falé said he believes the TV boxes are set up this way because its ad fraud activities are far more resource intensive and could interfere with the device’s stated purpose — streaming video content over the Internet.

Despite repeated warnings from the FBI and security industry leaders about the security and privacy risks of using these streaming devices, major e-commerce providers like Amazon, Best Buy, Newegg and others continue to sell hundreds of different models and brands that bundle unofficial versions of Google’s Android operating system and are frequently marketed (via online influencers) as a way to access a broad array of streaming services and live broadcasts without a subscription.

Image: fbi.gov.

In addition to enlisting the user’s TV box in ad fraud networks, these off-brand streaming devices almost universally come with residential proxy software pre-installed. This software rents the user’s Internet address out to anonymous paying customers, who run the gamut from aggressive content scraping firms to ticket scalpers and outright cybercriminals.

What’s more, because these generic (and generally dirt cheap) TV boxes are all horribly insecure by default and bereft of any kind of authentication, installing one on your home or office network only invites further mischief. In January, the proxy tracking service Synthient documented how multiple botnets had rapidly enslaved millions of TV boxes using a complex interplay of security vulnerabilities in both the residential proxy software and the streaming devices themselves.

SHOW ME THE MONEY

Bitsight said it tracked approximately 38,000 TV boxes globally phoning home to the expired Fengwo Group domain, and based on that number the report estimates this ad fraud network brings in revenues of close to $50,000 a day (not counting substantial revenue from the residential proxy side of the business). However, Falé emphasized that these estimates are highly conservative and based on telemetry from just one of the Fengwo Group’s core (but older) domains.

As for the Fengwo Group’s claim to have 120,000 “digital humans” at their disposal, Bitsight’s report concludes it could be just a clever marketing scheme and/or a way to avoid drawing suspicion to the company’s operations.

“Historically, when dealing with proxy services or DDoS, we sometimes see these websites undertake inconspicuous facades, so as not to advertise their DDoS capability or botnet size,” Falé wrote in the report. “This could also be the case here.”

If the Fengwo Group truly does have tens of thousands of “AI humans” at its beck and call, it does not appear to have dedicated any of them to fielding inquiries from its own website. KrebsOnSecurity sought comment from the Fengwo Group by emailing the contact address listed on the company’s homepage, but the request bounced back with the reply, “Your message couldn’t be delivered to postmaster@fwgcloud[.]com. Their inbox is full, or it’s getting too much mail right now.”

As Bitsight’s analysis shows, when it comes to TV boxes and streaming sticks, it’s best to stick to name brands from reputable manufacturers, and then to be sparing and careful with any apps you choose to install on the device — as many of those can bundle residential proxy software as well. Google says consumers can confirm whether or not a device is built with the official Android TV OS and Play Protect certification by following these instructions.

Additionally, Synthient maintains a running list of IoT devices that have been known to ship to consumers with residential proxy software and other malicious apps pre-installed. Careful readers will notice Synthient’s list includes other IoT devices apart from streaming sticks and boxes: As the FBI has warned, residential proxy software has also been found in other popular consumer IoT devices from random brands, particularly digital photo frames.

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NASA Assigns Astronaut Deniz Burnham to First Space Station Mission

NASA astronaut Deniz Burnham poses for a portrait at NASA’s Johnson Space Center in Houston.
Credit: NASA/Robert Markowitz

NASA astronaut Deniz Burnham will embark on her first mission to the International Space Station, serving as an Expedition 76 flight engineer.

Burnham will launch aboard the Roscosmos Soyuz MS-30 spacecraft with cosmonauts Dmitri Petelin and Konstantin Borisov. Launch is targeted for March 2027, from the Baikonur Cosmodrome in Kazakhstan, and the trio will spend about seven months aboard the orbiting laboratory.

During her expedition, Burnham will conduct scientific investigations and technology demonstrations to help prepare humans for future exploration missions to the Moon and Mars and to benefit people on Earth.

Selected as a NASA astronaut in 2021, Burnham graduated with the agency’s 23rd astronaut class in 2024. Born at Incirlik Air Base in Adana, Turkey, Burnham moved frequently while growing up in a military family. She was living in Wasilla, Alaska, at the time of her selection.

A former intern at NASA’s Ames Research Center in California’s Silicon Valley, Burnham earned a bachelor’s degree in chemical engineering from the University of California, San Diego, and a master’s degree in mechanical engineering from the University of Southern California in Los Angeles. An experienced leader in the energy industry, she spent more than a decade managing onsite drilling operations on oil rigs across North America. Burnham also served in the U.S. Navy Reserves as an engineering duty officer. She is a licensed private pilot with ratings for airplane single engine land and sea, instrument airplane, and rotorcraft-helicopter.

For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

https://www.nasa.gov/station

-end-

Joshua Finch
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov

Anna Schneider
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
anna.c.schneider@nasa.gov

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Last Updated
Jul 30, 2026
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NASA Assigns Astronaut Deniz Burnham to First Space Station Mission

NASA astronaut Deniz Burnham poses for a portrait at NASA’s Johnson Space Center in Houston.
Credit: NASA/Robert Markowitz

NASA astronaut Deniz Burnham will embark on her first mission to the International Space Station, serving as an Expedition 76 flight engineer.

Burnham will launch aboard the Roscosmos Soyuz MS-30 spacecraft with cosmonauts Dmitri Petelin and Konstantin Borisov. Launch is targeted for March 2027, from the Baikonur Cosmodrome in Kazakhstan, and the trio will spend about seven months aboard the orbiting laboratory.

During her expedition, Burnham will conduct scientific investigations and technology demonstrations to help prepare humans for future exploration missions to the Moon and Mars and to benefit people on Earth.

Selected as a NASA astronaut in 2021, Burnham graduated with the agency’s 23rd astronaut class in 2024. Born at Incirlik Air Base in Adana, Turkey, Burnham moved frequently while growing up in a military family. She was living in Wasilla, Alaska, at the time of her selection.

A former intern at NASA’s Ames Research Center in California’s Silicon Valley, Burnham earned a bachelor’s degree in chemical engineering from the University of California, San Diego, and a master’s degree in mechanical engineering from the University of Southern California in Los Angeles. An experienced leader in the energy industry, she spent more than a decade managing onsite drilling operations on oil rigs across North America. Burnham also served in the U.S. Navy Reserves as an engineering duty officer. She is a licensed private pilot with ratings for airplane single engine land and sea, instrument airplane, and rotorcraft-helicopter.

For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

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BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 7.30 - PERDONATO

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Dubbi o domande? Trovi qui le RISPOSTE https://sicurisullastrada.it/dashcam-5-minuti-per-sapere-tutto/
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Hai domande o curiosità? COMMENTA sotto al video oppure CONTATTACI https://bit.ly/contattabdoi
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This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
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GNU Binutils 2.47 Released with New RISC-V Features, Linker Improvements, and Reproducible Builds

GNU Binutils 2.47 Released with New RISC-V Features, Linker Improvements, and Reproducible Builds

The GNU Project has officially released GNU Binutils 2.47, the latest version of its essential collection of binary development tools for Linux and other Unix-like systems. The release delivers numerous bug fixes alongside new assembler, linker, and disassembler capabilities, expanded RISC-V support, reproducible source archives, and continued modernization of the GNU toolchain.

Used by developers worldwide, GNU Binutils forms a core part of the software development ecosystem, providing the low-level tools needed to assemble, link, inspect, and manipulate executable programs and object files.

What Is GNU Binutils?

GNU Binutils is a collection of command-line utilities that work closely with compilers such as GCC and Clang. While a compiler translates source code into object files, Binutils provides the tools needed to transform those object files into executable programs and libraries.

The package includes well-known utilities such as:

  • ld (GNU Linker)
  • as (GNU Assembler)
  • objdump
  • objcopy
  • readelf
  • nm
  • strip
  • ar
  • strings

Together, these tools are used daily by Linux distributions, embedded developers, operating system projects, and software engineers building applications in C, C++, Rust, Go, and many other languages.

Expanded Support for RISC-V

One of the biggest improvements in Binutils 2.47 is expanded support for the rapidly growing RISC-V architecture.

The release adds support for several additional standard RISC-V extensions, allowing developers targeting modern RISC-V processors to work with newer instruction sets and hardware capabilities. These additions continue the GNU toolchain's strong commitment to one of the fastest-growing open processor architectures.

As more Linux distributions, development boards, and enterprise hardware adopt RISC-V, keeping development tools current is becoming increasingly important.

New Assembler Options

GNU Assembler (gas) gains several useful enhancements in version 2.47.

Among the most notable is a new command-line option:

  • --reloc-section-sym=[all|internal|none]

This option gives developers finer control over how relocations referencing locally bound symbols are converted to section symbols, improving flexibility for certain assembly and linking workflows.

The release also introduces numerous assembler improvements across multiple CPU architectures.

Better Disassembly for AArch64

Developers working with Arm-based systems also benefit from new functionality.

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GOG Officially Expands Linux Support with Native Galaxy Client in Development

GOG Officially Expands Linux Support with Native Galaxy Client in Development

After years of requests from the Linux gaming community, GOG has officially confirmed that it is developing native Linux support for the GOG Galaxy launcher. The announcement marks one of the biggest shifts in the company's history and signals a stronger commitment to Linux as a first-class gaming platform. While GOG has offered DRM-free Linux game downloads since 2014, its Galaxy launcher has remained exclusive to Windows and macOS—until now.

Although the company has not announced a release date, GOG says Linux has become a major area of investment, with development already underway.

A Long-Requested Feature Finally Becomes Reality

Native GOG Galaxy support has consistently ranked among the most requested features from Linux users. Until now, players who wanted to use Galaxy's library management, cloud saves, achievements, and automatic updates had to rely on compatibility layers or community-developed launchers.

In a statement to GamingOnLinux, GOG joint CEO Krzysztof Papliński said the company has hired a dedicated specialist and is actively exploring the best approach for bringing Galaxy to Linux. He described Linux as "one of the topics we hear the most about from our community," emphasizing that the project is now an active development priority.

Why GOG Galaxy Matters

Unlike the web-based game downloads that Linux users already have access to, GOG Galaxy serves as a full-featured game management application.

The launcher currently offers features including:

  • Automatic game installation and updates
  • Cloud save synchronization
  • Achievement tracking
  • Playtime statistics
  • Game library organization
  • Integrated storefront browsing
  • Friends lists and social features
  • Cross-platform launcher integration

Today, Linux users typically access these capabilities through community projects such as Heroic Games Launcher, Lutris, or Bottles. A native Galaxy client would provide an officially supported alternative with direct integration into GOG's ecosystem.

Linux Is No Longer an Afterthought

GOG's announcement reflects the growing importance of Linux gaming over the past several years.

The rapid adoption of Valve's Steam Deck, continuous improvements to Proton, and increasing hardware compatibility have significantly expanded Linux's role in PC gaming. As Linux's share of Steam users has grown, more developers and publishers have begun treating the platform as a viable target rather than a niche operating system.

For GOG, supporting Linux more fully aligns with its philosophy of giving users greater control over their purchased games.

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Freyja – la Coalizione dei Volenterosi lancia l’alternativa antimissilistica Made in Europe ai Patriot

Il 13 luglio 2026, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Regno Unito e Ucraina si sono incontrati a Parigi e hanno annunciato la creazione di una coalizione per i missili antiballistici. Quest’ultima è dichiaratamente volta alla creazione di interoperabilità delle capacità antimissili “non contro alcun popolo, ma in difesa de[i] nostr[i]”. Questa coalizione nasce all’interno della Coalizione dei Volenterosi, struttura sviluppata per superare la rigidità dell’approccio burocratico della NATO e dell’Unione Europea (UE) nel gestire la guerra in Ucraina. L’obiettivo di questa nuova coalizione antimissilistica è “definire requisiti operativi comuni, istituire gruppi di lavoro tecnici congiunti, stabilire chiari meccanismi di governance e definire una tabella di marcia per il raggiungimento delle prime capacità operative […], sostenere le attività congiunte di ricerca e sviluppo nell’ambito del progetto […] individuando opportunità di finanziamento adeguate e promuovendo un maggiore scambio di dati e informazioni”. Nel pratico, come riportato da Europa Today, questo significa “collegare radar, centri di comando e intercettori di diverse origini”.

Al fianco dell’interoperabilità strategico-militare, i dieci Paesi si sono accordati su un progetto di cooperazione industriale per lo sviluppo di un’alternativa low cost ai sistemi di intercettazione statunitensi Patriot. Infatti, nonostante a Kyiv sia stato concesso di produrre autonomamente i Patriot come conseguenza del Summit NATO di Ankara di luglio 2026, i soli Patriot non bastano  e non saranno sviluppati abbastanza rapidamente dall’Ucraina, in un momento decisivo della guerra. Infatti, l’Ucraina in questo momento ha una forte vulnerabilità in termini di difesa aerea causata da una mancanza di intercettori, colta da Mosca, che ha aumentato significativamente i suoi attacchi missilistici. Inoltre, in generale, esiste una carenza a livello mondiale di intercettori missilistici a causa dell’impiego massiccio di questi negli attacchi statunitensi contro l’Iran e la conseguente corsa all’acquisto di questi sistemi da tutti i Paesi del Golfo Persico

Il progetto, chiamato Freyja (nome della divinità norrena dell’amore e della guerra), è guidato dall’azienda ucraina Fire Point, all’avanguardia grazie alla sua esperienza maturata sul campo per difendere l’Ucraina dagli attacchi missilistici russi. Secondo il Presidente ucraino Zelenskyy, invece, Freyja potrebbe essere disponibile nei prossimi 12 mesi. Freyja sarà principalmente basata sugli intercettori FP-7.X di Fire Point (che la compagnia aveva lanciato a inizio luglio tramite un accordo embrionale con Hensoldt), ed userà componentistica, radar e sistemi di comando provenienti dalle numerose compagnie partner. Queste ultime sono l’italiana Leonardo, le tedesche, Diehl Defence ed Hensoldt, le francesi Safran e Thales, la norvegese Kongsberg Defence & Aerospace, la svedese Saab, la danese Weibel Scientific, l’elvetica Destinus, oltre che gruppi multinazionali come MBDA ed Eurosam. 

Il Ministro degli Affari Esteri italiano, Antonio Tajani, ha definito la coalizione antimissilistica  “un passo verso la difesa comune”. L’iniziativa, seppur esterna all’Unione Europea, è infatti coerente con gli obiettivi delineati dalla Commissione di andare verso una vera integrazione della base industriale della difesa europea. In questa visione, le compagnie europee contribuiscono con le rispettive eccellenze a una parte di un più grande progetto, rispetto al mantenere monopoli di medio-piccoli mercati bellici nazionali. Fire Point ha inoltre fatto leva sui timori europei del famoso “kill switch” di Washington sui sistemi di difesa statunitensi. Durante le prime minacce del Presidente statunitense Trump, si era diffuso il timore che Washington potesse, almeno in teoria, strumentalizzare la costante necessità di aggiornamenti di alcuni componenti di fabbricazione statunitense per ricattare gli alleati europei in cambio di utilizzare tali sistemi d’arma. Freyja, in quanto costruita su “architettura aperta”, non ha segreti aziendali tra le aziende partecipanti e quindi non avrebbe un “kill switch”. 

Questo scudo si propone come un “secondo pilastro della difesa missilistica europea”, più focalizzato sulla filiera industriale europea rispetto al suo predecessore, l’European Sky Shield Initiative (ESSI) a guida tedesca. Sebbene dal 2025 abbiano aderito anche Albania e Portogallo, l’iniziativa continua a non contare tra i suoi membri i “grandi” dell’industria della difesa europea, come Italia, Francia e Spagna. Inoltre, in quanto l’ESSI aveva promosso l’acquisto dei sistemi israelo-statunitensi Arrow 3 ed i Patriot, l’iniziativa è direttamente in conflitto con gli sviluppi istituzionali recenti: per il lancio dei prestiti europei Readiness 2030, gli Stati Membri dell’UE hanno approvato che i finanziamenti potessero andare verso acquisti di sistemi con componentistica principalmente made in Europe (minimo 65% del costo stimato del prodotto finale). 

Lo scudo rappresenta uno sviluppo significativo sotto due punti di vista. In primo luogo, come detto, esso comporta un passo avanti verso la strategica e auspicabile interoperabilità dei 27 diversi sistemi di difesa europea. In secondo luogo, rappresenta un posizionamento geopolitico ed istituzionale certamente utile a dissuadere un possibile attacco russo contro un Paese Membro orientale della NATO. Tuttavia, Freyja non è senza criticità. Per prima cosa, le attuali guerre in Ucraina e nel Golfo Persico sollevano un dubbio importante. L’efficacia dei sistemi di difesa antimissile è messa in dubbio a causa della transizione verso l’utilizzo di droni nei conflitti armati del XXI secolo. Di fatto, i sistemi di difesa antimissilistici sono estremamente costosi a causa della loro complessità ingegneristica, mentre i droni utilizzati sul campo costano poche centinaia di euro. Questi sistemi sono dunque necessari, ma non sufficienti per gestire la guerra contemporanea (e ibrida), ed è necessario uno sforzo massiccio da parte dei Paesi europei di dotarsi congiuntamente di sistemi specificatamente anti-drone e all’avanguardia, possibilmente attraverso una più stretta collaborazione con Kyiv. 

Inoltre, Freyja rischia di duplicare un sistema antimissilistico europeo già esistente (e già sviluppato come alternativa europea ai Patriot), ovvero il franco-italiano SAMP/T MAMBA, preferito da alcuni grandi paesi europei vis-à-vis la creazione dell’ESSI. Infatti, Freyja intende essere compatibile con strumenti (come radar e centri di comando) già esistenti. Questo implica che le forze armate europee potrebbero acquistare solo gli intercettori Freyja, al contrario del “pacchetto completo” fornito dai SAMP/T, rendendo il costo economico significativamente inferiore. SAMP/T resta un intercettore d’élite, per cui i due sistemi dovrebbero essere idealmente usati in maniera complementare, con Freyja come “massa critica” durante un attacco di saturazione. Nonostante l’Ucraina abbia deciso di acquistare “un primo lotto di batterie SAMP/T […] a integrazione dei sistemi e dei relativi missili [Patriot]”, a lungo termine i SAMP/T potrebbero venire eclissati ed occupare una posizione di nicchia. 

In conclusione, l’iniziativa promossa a Parigi rappresenta un punto di svolta significativo, benché articolato, nel panorama della sicurezza europea. La vera incognita sarà capire se questa coalizione antimissilistica saprà trasformarsi in un mattone fondante di una reale Unione della Difesa, o comporterà l’ennesima sovrapposizione di standard, quadri istituzionali e mercati nazionali in un continente che non può più permettersi il lusso della divisione strategica.

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Starburst Galaxy Centaurus A

NASA’s James Webb Space Telescope’s Mid-Infrared Instrument (MIRI) reveals the nearby galaxy Centaurus A, exposing the dusty structures and hidden activity that shape this unusual system.

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Dolce Vita 123 – ESTATE 2026

E’ uscito il NUMERO 123 nei nostri 250 punti di distribuzione in tutta Italia, e in abbonamento sul nostro shop online. EDITORIALE Nel Paese in cui la cannabis terapeutica è legale da 20 anni (20 anni di promesse mancate e fallimenti annunciati), non siamo ancora riusciti ad assicurare una produzione nazionale che soddisfi la domanda interna, …
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#PeerTubeTipOfTheWeek

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Trevico Torino. Viaggio nel Fiat-Nam

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TREVICO-TORINO. VIAGGIO NEL FIAT-NAM
Scheda integrale: https://goo.gl/wYCLpv

Regia: Ettore Scola
Casa di produzione: Unitelefilm
Anno: 1972
Abstract: Fortunato è il nome del protagonista del film, un giovane che da Trevico, in provincia di Avellino, emigra nel Nord a Torino, dove gli hanno promesso un lavoro. Nella città della Fiat, Fortunato è protagonista di tristi vicende, purtroppo consuete per gli emigrati meridionali, che mettono in luce le difficoltà nella ricerca di un alloggio, la precarietà dei rapporti umani, l'inesistenza di una adeguata assistenza e dei servizi sociali. Fortunato trova solidarietà soltanto tra la gente semplice, tra gli umili, tra i diseredati, che incontra nei locali della stazione, dove trascorre le notti, nei dormitori pubblici, nelle mense per i poveri, nella piazza dove si danno appuntamento i meridionali che vivono a Torino. E' qui che Fortunato conosce un operaio, anch'egli meridionale, che dirige una sezione comunista e che parla al giovane del Partito e delle lotte che i lavoratori combattono ogni giorno; e Fortunato entra in contatto con questioni sindacali quali i ritmi di produzione, il lavoro a cottimo, l'adeguatezza dei salari, i conflitti di classe. Realtà e problematiche che successivamente Fortunato conoscerà direttamente, quando finalmente riuscirà ad entrare a lavorare alla Fiat. In fabbrica e nella città hanno luogo frequenti manifestazioni e agitazioni e in una di queste occasioni Fortunato incontra Vicky, una studentessa contestatrice; tra i due ragazzi nasce un legame politico e sentimentale, anche se profonde restano le differenze tra i due, e quindi le incomprensioni e le difficoltà. D'altra parte Fortunato vive una dura esistenza quotidiana: la scuola serale, che segue a prezzo di grandi sacrifici, il lavoro estenuante in fabbrica, i conflitti con il caposquadra, il regime Fiat che lo punisce confinandolo alla Ferriere, la realtà del ghetto in periferia dove ha trovato da dormire. Sottoposto a una logorante tensione fisica e psicologica, deluso anche da Vicky che non vuole decidersi a un rapporto più concreto e continuativo, Fortunato matura il proposito di abbandonare la fabbrica: infine sceglie di tornare al suo posto di lavoro, per battersi insieme ai suoi compagni.
Trevico-Torino: viaggio nel Fiat-nam è un film che Ettore Scola ha voluto girare in piena indipendenza, al di fuori delle consuete produzioni motivate da intenti commerciali. In parte inchiesta e in parte narrativo-didascalico, il film intende indagare sulla condizione umana dell'emigrazione meridionale in una città industriale come Torino e in particolare sulla classe operaia in un periodo di grandi lotte sindacali
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INGV e GARR potenziano l’interconnessione dei Centri Elaborazione Dati

INGV e GARR potenziano l’interconnessione dei Centri Elaborazione Dati

Passare dalla connettività delle sedi a un sistema integrato a livello nazionale di interconnessioni per i data centre dell’INGV – Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia è il cambio di paradigma che l’ente ha posto al centro del nuovo Piano di sviluppo 2027, definito nell'ambito del rapporto associativo con GARR, la rete nazionale della ricerca e dell’istruzione.

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“OGNI CHIAMATA È UN RISCHIO” In turno di notte a Firenze

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Torniamo in turno con i Carabinieri. Questa volta siamo a Firenze insieme al Nucleo Radiomobile per raccontare, da vicino, cosa significa affrontare un intero turno di notte.

Lontano dalle cartoline turistiche, la città mostra il suo lato più complesso: zone segnate da degrado, spaccio e criminalità diffusa. Per i Carabinieri della Radiomobile, sempre pronti all'intervento, ogni chiamata al 112 nasconde un'incognita. Dai controlli di routine alle situazioni ad alto rischio, l'incolumità dei militari è messa costantemente alla prova da contesti limite e soggetti imprevedibili.

Un reportage sul campo tra emergenze, pericoli reali e la complessa gestione della sicurezza in una città ricca di contraddizioni.

Parte 2 del nostro reportage con i Carabinieri di Firenze, il nucelo radiomobile copre l'operatività e la prevenzione della criminalità a Firenze

Un viaggio senza filtri nella notte fiorentina, dove una piccola città si trova ad affrontare problemi enormi.
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La Comune di Parigi in scena

Cinque anni fa pubblicammo, in contemporanea con “Lundi matin” e nel 150° anniversario della Semaine sanglante con il titolo 2021. La Comune prende il volo la sezione conclusiva di un racconto utopico di Krill&Zon intitolato Il gran finale. L’antefatto del finale immagina che un gruppo assortito di sbandati, proletari e intellettuali che provengono da differenti percorsi si ritrovino in un singolare progetto commemorativo dell’anniversario di cui sopra. Siamo nella stagione del Covid e della Casa di carta quando  tutti fantasticavamo nelle ambasce del lockdown. I tre principali sottogruppi della banda si incontrano per casi a mangiare in un ristorante clandestino, aperto per pochi iniziati a fianco di un locale giapponese chiuso per Covid e rifornito di cibo da asporto da un ristorante vicino e reale (Le temps des Cérises, noto bistrot cooperativo a tema comunardo nel rione della Butte aux Cailles, luogo di uno dei pochi combattimenti vittoriosi durante la difesa di Parigi).

La cospirazione

Il progetto “Assalto al cielo” consiste nel dipingere la Colonna Vendôme, simbolo dei trionfi napoleonici, abbattuta dalla Commune antimilitarista su iniziativa di Courbet, rialzata dopo la restaurazione di Thiers, disancorarla dal suolo, armarla con otto razzi e scagliarla come un gigantesco missile contro la basilica del Sacré-Coeur – il bianco monumento espiatorio che corona Montmartre (da cui la Commune aveva preso le mosse con il rifiuto di restituire al governo i cannoni).

Un orrore architettonico ormai degradato a fondale turistico e un simbolo della repressione. Per realizzare il progetto, in cui la muralizzazione della Colonna serve per intraprendere un restauro mascherato da ponteggi e vele pubblicitarie che consentano invece lo smantellamento delle sovrastrutture figurative bronzee e l’aggancio con i razzi), occorrono numerosi passi e contatti, quindi un allargamento dei partecipanti all’iniziativa, che coinvolge nuovi imprevedibili interlocutori del mondo militare, economico e mafioso.

Soprattutto alla fantasia e competenza digitale della componente anarchica e post-fordista occorre unire la disciplina sindacale e la manualità dei vecchi métallos PCF stalinisti, riassunti nella persona del loro reclutatore Bertrand – cha addirittura è un critico dello spontaneismo della Commune che tanto esalta i suoi più giovani complici nell’impresa. Componente decisiva, ma anche l’unico che muore o meglio di cui si annuncia in coda il male che lo mina e che allegoricamente esprime l’estinzione  di un’intera e generosa sezione della classe operaia.

Fino alla spettacolare e festiva realizzazione del progetto, nel giorni del 150° anniversario della caduta della Commune (24 maggio 2021), in fortunata coincidenza con il raduno al Sacré-Coeur di tutta la corte macroniana, apparati dello stato, opposizione di facciata e ideologi di Sciences-Po (manca purtroppo, per ragioni cronologiche, l’esimio artefice della disfatta elettorale italiana del 2022).

All’inizio il massacro riparatore non era previsto, tutto si risolveva nella distruzione della Colonna e nella festa popolare, musiche, balli, cestini di vimini paracadutati, colmi di ciliegie (le cérises di Belleville furono da subito  l’emblema popolare della Commune). Il punto di svolta è inserito nella “favola” da un violento e ingiustificato episodio repressivo in cui un mezzo della polizia schiaccia decine di manifestanti pacifici, così da scatenare una vendetta che tiene insieme le fucilazioni del 1871 e le violenze macroniane contro i dimostranti e i beurs della banlieue.

Lo spettacolo

È proprio questa “gran finale” fantascientifico a ispirare la trasformazione, per opera di Nicola Grillenzoni, di questa “favola” in uno spettacolo popolare (volutamente “per bambini”) della durata di poco più di un’ora realizzato dallo stesso autore come One Man Show, con un prologo riassuntivo della storia della Commune (origini, manifesti programmatici e leggi, vicende militari e repressione versagliese), un breve riassunto degli antefatti  cospirativi e la messa in scena, con sollecitata partecipazione del pubblico, di alcuni passaggi della storia. La costruzione e demolizione delle barricate con blocchetti di plastica, la verniciatura della Colonna con pistole a spruzzo di colori lavabili, il lancio finale del razzo. I bambini si divertono un sacco a costruire barricate e spruzzare colori impasticciandosi, gli adulti riflettono sull’assalto al cielo e le miserie odierne. La miscela di soluzioni da teatro epico e improvvisazioni con coinvolgimento del pubblico funziona sul piano sia didattico che visuale e performativo. È agevolmente smontabile e rimontabile adattandolo ogni volta a realtà diverse, insomma è un buon utensile politico-narrativo.

Lo spettacolo ha girato in Francia, Svizzera, Lussemburgo, Belgio e varie sedi italiane, in un circuito di centri sociali, circoli di sinistra, sedi anarchiche, università e scuole, luoghi della Commune. Io l’ho visto nel giardino della Villetta di Garbatella a fine maggio. Le rappresentazioni riprenderanno a settembre.

Nel dopoguerra si cantava orgogliosamente «Non siamo più la Comune di Parigi», schiacciata nel sangue dai borghesi perché troppo poco organizzata, priva di un partito terzinternazionalista. Ahinoi, le cose non sono andate meglio, alla lunga, neppure con quelle integrazioni e oggi resta valido solo il primo verso: che non siamo più comunardi. Che uno spettacolo ci ricordi che invece potremmo ridiventarlo, allora non è affatto male.

Immagine di copertina di Efrem Efre via pexels

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Il potere della polizia e la qualità della democrazia. Intervista con Campesi e Caprioglio

Nella torrida estate del 2026, il ruolo della polizia è tornato prepotentemente al centro del dibattito pubblico. La drammatica morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine a Bologna ha riaperto interrogativi profondi sull’uso della forza da parte dello Stato, alimentando dolore, rabbia e richieste di verità e giustizia. Saranno le indagini ad accertare le eventuali responsabilità individuali e, se del caso, quelle penali. Sarà il conflitto politico e sociale a misurarsi con le responsabilità politiche. Rimane sullo sfondo una domanda più profonda: che cosa ci dice un caso come questo del modo in cui una democrazia organizza, disciplina e controlla il proprio monopolio della forza?

È una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. La cronaca, quasi inevitabilmente, spinge a discutere il singolo episodio: cosa è accaduto, chi ha sbagliato, quali responsabilità devono essere accertate. Più raramente ci si interroga sull’architettura istituzionale entro cui quei fatti prendono forma. Eppure è proprio lì che si gioca una parte decisiva della qualità democratica di un ordinamento. Come viene disciplinato l’uso della forza? Quali margini di discrezionalità sono riconosciuti agli operatori e alle operatrici? Chi controlla l’operato delle forze dell’ordine? Come sono configurati i meccanismi di responsabilità e di accountability?

È questo il terreno su cui si colloca Il potere coercitivo. Polizie, diritti e democrazia in Italia (Carocci, 2026), il volume di Giuseppe Campesi, professore ordinario di Filosofia e sociologia del diritto all’Università di Bari, e Carlo Caprioglio, assegnista di ricerca nello stesso ateneo, Il libro non è un’inchiesta sugli abusi di polizia, né un pamphlet contro le forze dell’ordine. È un’indagine sul posto che la polizia occupa all’interno dello Stato democratico, sulla sua architettura giuridica e istituzionale e sul delicato equilibrio tra sicurezza, diritti e democrazia. Gli autori ricostruiscono il modo in cui il potere di polizia viene organizzato, regolato, esercitato e sottoposto a controllo, mostrando come sia proprio questa architettura istituzionale a determinare la qualità democratica del rapporto tra polizia, cittadine e cittadini. È qui, prima ancora che nei singoli episodi, che si creano le condizioni per prevenire, limitare oppure rendere possibili gli abusi.

Uno dei principali meriti del volume è quello di rendere accessibili temi e prospettive spesso confinati nel dibattito specialistico. Attraverso un costante sforzo di chiarezza e sistematizzazione, gli autori costruiscono un libro capace di parlare non soltanto al mondo accademico, ma anche a chi, da prospettive molto diverse, si confronta quotidianamente con questi temi: avvocate e avvocati, operatori e operatrici del diritto, attiviste e attivisti, organizzazioni della società civile e, più in generale, chiunque voglia comprendere meglio un tema tanto urgente quanto complesso.

Il risultato è un contributo prezioso per sottrarre la discussione agli spazi angusti della cronaca e affrontare politicamente una questione che troppo spesso oscilla tra due posture opposte ma tendenzialmente speculari: la difesa incondizionata delle forze dell’ordine e l’indignazione confinata al singolo episodio.

Come mostra il libro, la polizia vive un paradosso strutturale: è l’istituzione chiamata a garantire i diritti fondamentali, ma è anche l’unica autorizzata a limitarli ricorrendo alla forza. Per questo il modo in cui una società organizza, disciplina, controlla e rende responsabile il proprio potere coercitivo dice molto della qualità della sua democrazia.

Ne abbiamo parlato con gli autori del libro.


Perché è importante interrogarsi sul modo in cui il potere di polizia viene organizzato, regolato e controllato? In che termini i recenti fatti di cronaca – l’ultimo dei quali a Bologna, con la tragica morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine – testimoniano quanto questa discussione sia indispensabile?

G.C.: La morte di Abderrahim Fakir evidenzia, a mio modo di vedere, due aspetti cruciali: il primo attiene alle condizioni strutturali di esercizio del potere di polizia che producono determinati esiti violenti; il secondo riguarda fattori di ordine intermedio, relativi alle forme di regolazione di tale potere.

Sotto il primo profilo, la tragica fine di Abderrahim Fakir evidenzia la tendenza strutturalmente espansiva delle prerogative di polizia, cui, in questo caso specifico, sono stati delegati compiti di gestione della sofferenza mentale che potrebbero e dovrebbero essere affidati ad altre agenzie pubbliche. Tale tendenza riflette un carattere originario del potere di polizia, cui storicamente è stato affidato un mandato generale di governo delle fasce sociali marginalizzate. Un mandato che soltanto con lo sviluppo del welfare state era stato in parte circoscritto.poli

La fase storica che viviamo è caratterizzata da un’evidente espansione delle prerogative e dei poteri di polizia, ma tale crescita è soprattutto il precipitato di un più profondo processo di recupero, da parte della polizia, delle sue più tradizionali funzioni di governo della popolazione e di mediazione violenta del conflitto sociale, che nei decenni centrali del XX secolo erano state erose. Intere fasce della popolazione hanno oggi nella polizia il primo, se non l’unico, punto di contatto istituzionale e, proprio per questo, le loro esigenze finiscono per essere inquadrate e interpretate attraverso le categorie del “pensiero” della polizia: pericolo, disordine, crimine.

Non soltanto la risposta istituzionale offerta dalla polizia in questi casi tende a essere strutturalmente criminalizzante e, come nel caso di Abderrahim Fakir, la sofferenza mentale viene trasformata in una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica, ma nell’interagire con soggetti che percepisce come “sua proprietà”, affidati al suo esclusivo mandato in quanto ritenuti ontologicamente minacciosi, la polizia tende ad avere meno remore, meno freni morali prima ancora che giuridici, nell’esercizio della coercizione.

Veniamo così al secondo profilo che intendevo sottolineare, quello relativo alla regolazione delle prerogative di polizia. Nel nostro Paese tutte le forme di regolazione del potere di polizia sono ampiamente inadeguate, e la nostra ricerca lo mostra chiaramente. È tuttavia lecito domandarsi quanto, in simili condizioni strutturali, anche una migliore formazione e l’introduzione di più adeguati standard operativi riuscirebbero a esplicare pienamente la propria efficacia regolativa, senza che venga neutralizzata gran parte dei freni morali all’esercizio della coercizione che essi dovrebbero instillare negli operatori.

In definitiva, la morte di Abderrahim Fakir ci ricorda che non è possibile tematizzare il rapporto tra polizia, democrazia e diritti prescindendo da un’analisi complessiva dell’architettura dei poteri di polizia e circoscrivendo la questione del loro controllo alla sola dimensione delle regole operative.

C.C.: Rispetto a quanto detto da Giuseppe, mi sento di aggiungere brevemente due questioni: una che ha a che fare con la regolazione dei poteri di polizia; l’altra, invece, con il ruolo che la polizia svolge e la comprensione sociale di esso. Rispetto al primo, il caso di Fakir è, tra le altre cose, il primo test rispetto all’impatto che le nuove norme introdotte dal governo a tutela della polizia hanno sull’accertamento dei fatti e delle responsabilità nei casi di uso della forza e di violenza poliziesca. Come sappiamo, infatti, in applicazione del c.d. scudo penale (definizione, a mio avviso, fuorviante, ma la uso qui per semplicità), i poliziotti intervenuti al Pilastro non sono stati iscritti nel registro degli indagati ma nel nuovo “modello” previsto per i casi in cui appaia evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una scriminante: nello specifico, con buona probabilità, l’adempimento di un dovere di ufficio (art. 51 c.p.). Se così fosse, sarà interessante vedere quale specifico dovere d’ufficio, visto che nessuna norma autorizza, né tantomeno impone, la contenzione fisica di un soggetto in stato di agitazione da parte della polizia. A ogni modo, questo è solo uno dei diversi profili che l’uccisione di Fakir chiama in causa, sollecitando con urgenza una riflessione critica sulla regolazione dei poteri delle polizie in Italia (una discussione cui stanno contribuendo in molti e molte, anche per via della coincidenza con il venticinquesimo anniversario del G8 di Genova).

In relazione al secondo aspetto, che si collega a quanto diceva Giuseppe sulla storica funzione di governo delle marginalità sociali della polizia, la drammatica vicenda del Pilastro pone un interrogativo all’apparenza semplice: perché chiamiamo la polizia? Detta altrimenti, si tratta di chiedersi se la polizia sia davvero l’attore istituzionale cui appellarsi quando in gioco c’è una mera richiesta di “rassicurazione” di fronte a una persona come Fakir, in stato di agitazione, oppure affetta da problemi di salute mentale, o ancora, sotto l’effetto di sostanze (non mi risulta sia questo il caso di Fakir), ma che, in ogni caso, non rappresenta una minaccia per nessuno. Come ho già scritto altrove, riprendendo le riflessioni dell’avvocata statunitense Derecka Purnell, la questione è che più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità e delle persone marginalizzate, più aumenta la probabilità che si verifichino casi come quello del Pilastro. La risposta alla domanda è dunque chiaramente negativa: la polizia non dovrebbe essere l’agenzia pubblica chiamata a intervenire in casi come questi. E attenzione, non si tratta di colpevolizzare chi al Pilastro ha chiamato la polizia: tanto più che dall’audio della telefonata, diffuso dai media, emerge con chiarezza come l’intenzione fosse di chiedere soccorso per Fakir, non un intervento coattivo volto a neutralizzare un soggetto “pericoloso”. Il punto però è che in quartieri e contesti sociali sempre più governati attraverso il dispositivo poliziesco, sistematicamente privati di servizi pubblici e in assenza di politiche pubbliche pensate insieme alle comunità, secondo il modello imposto dal c.d. decreto Caivano, la polizia finisce per diventare l’unica istituzione cui rivolgersi per affrontare problemi che richiederebbero invece competenze e strategie diverse, che nulla hanno a che vedere con le funzioni che, almeno formalmente, sono attribuite alle forze dell’ordine.

Qual è stata l’urgenza accademica e politica che vi ha spinto a immaginare e scrivere questo libro?

G.C.: Il libro rappresenta solo un primo tassello di una più ampia ricerca empirica sulla regolazione del potere di polizia, i cui risultati, al momento, sono stati pubblicati soltanto sotto forma di report di ricerca. Sinceramente, non avevamo in programma di scrivere un contributo autonomo di natura teorica sul rapporto tra polizia, democrazia e diritti in Italia. La ricerca che avevamo inizialmente immaginato era più circoscritta e di carattere esclusivamente empirico.

Tuttavia, nel corso del lavoro preparatorio alla fase empirica, ci siamo progressivamente resi conto della necessità di ricostruire con maggiore sistematicità le diverse dimensioni del rapporto tra potere di polizia, democrazia e diritti, anche per provare a sganciare il dibattito sull’accountability delle forze di polizia dalla sola questione della responsabilità penale dei singoli operatori, cui ci sembrava fosse confinato.

In quest’ottica, avvertivamo anche l’esigenza di rivitalizzare una tradizione di studi teorici sul potere di polizia che, in particolare nel campo delle scienze giuridiche, si era nel tempo parzialmente atrofizzata e frammentata nei rivoli degli specialismi propri delle diverse discipline, perdendo la capacità di cogliere le questioni nel loro insieme e di rivolgersi a un pubblico più ampio. Ci siamo assunti il rischio, accademicamente parlando, di affrontare il tema da un punto di vista dichiaratamente “non disciplinare”, quale quello della filosofia e della sociologia del diritto, nella speranza di avviare un dialogo aperto anche con studiosi appartenenti a discipline che, in passato, hanno offerto un contributo fondamentale all’elaborazione di una “dottrina” dei poteri di polizia.

Sotto questo profilo si colloca forse una delle principali, se non la principale, urgenza propriamente “accademica” che ci ha spinto a scrivere il libro: il nostro è anche un appello alla dottrina giuridica italiana, che ci sembrava avesse largamente abdicato al proprio compito di elaborazione teorica sul potere di polizia, lasciando questa materia ai “pratici” o all’elaborazione “interna” all’apparato di pubblica sicurezza.

L’accountability è uno dei concetti chiave del libro. Perché è qualcosa di diverso dalla semplice responsabilità? E perché ritenete che rappresenti uno dei punti più critici del sistema italiano di governo e controllo della polizia?

G.C.: In qualche modo, un primo accenno di risposta a questa domanda è già contenuto in alcune delle nostre risposte precedenti. Il concetto di accountability, com’è noto, non ha un equivalente esatto nella lingua italiana e tende spesso a essere ricondotto all’idea di responsabilizzazione del personale per le condotte illecite o scorrette. Sin dal principio, tuttavia, non siamo mai stati soddisfatti di questa accezione circoscritta del concetto. Le forme di controllo e di responsabilizzazione delle forze di polizia non possono essere comprese prescindendo dall’analisi dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia, dei modelli di governo della polizia, delle forme di regolazione dei poteri e delle prerogative a essa attribuiti, nonché del ruolo degli organismi giudiziari o indipendenti nel controllo e nel monitoraggio del loro esercizio. Naturalmente, non riteniamo che la responsabilità dei singoli operatori sia irrilevante: al tema dedichiamo, del resto, uno dei capitoli più lunghi del libro. Ridurre l’accountability a questa sola dimensione significa però, in qualche modo, accettare implicitamente la retorica delle “mele marce”.

C.C.: Sul punto, collegandomi alla risposta di Giuseppe, che condivido, mi sento qui di sottolineare una questione che approfondiamo ampiamente nel libro: l’affidamento in via prioritaria, e sostanzialmente esclusiva, al diritto penale del ruolo di strumento di responsabilizzazione della polizia porta con sé limiti strutturali che contribuiscono a svuotare di efficacia il complessivo sistema di accountability delle forze dell’ordine italiane. Tra i vari limiti del diritto penale che analizziamo nel libro, vorrei accennare a due che mi sembrano particolarmente importanti.

Il primo riguarda la natura personale e, quindi, individuale della responsabilità penale che, nel focalizzare l’attenzione sulla condotta dei singoli agenti, rende estremamente difficile l’accertamento del ruolo della c.d. catena gerarchica che, con scelte organizzative o addirittura decisioni operative (mi riferisco qui, in particolare, ai contesti di ordine pubblico), ha contribuito al verificarsi della lesione dei diritti di un soggetto terzo: sia esso un/a manifestante o il presunto autore/autrice di un reato. Non è un caso che questi aspetti emergano, invece, con chiarezza nelle varie sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’operato della polizia italiana, dove l’attenzione si sposta dalle responsabilità personali dei singoli agenti a quelle dello Stato nel prevenire e sanzionare le violazioni dei diritti fondamentali.

In secondo luogo, il diritto penale ha, per così dire, soglie di intervento relativamente elevate e richiede in molti casi che la vittima svolga un ruolo attivo nell’attivare il meccanismo repressivo. Questo fa sì che gli abusi di polizia più banali, routinari e quotidiani (lo schiaffo, l’insulto, un piccolo fermo di polizia prolungato, e così via), difficilmente emergano e siano sanzionati. Come scriviamo nelle conclusioni del libro, però, la violenza di polizia va compresa come un continuum che va dai “piccoli” abusi ai fatti più gravi, come quello del Pilastro. È necessario quindi spezzare questo continuum per prevenire eventi drammatici come la morte di Fakir e il diritto penale non sembra essere lo strumento più adatto a farlo.

Pur affrontando temi giuridici e istituzionali complessi, il libro è scritto con uno sforzo costante di chiarezza. Quale utilizzo immaginate possa avere dentro e fuori dall’università, tra operatori e operatrici del diritto, movimenti, istituzioni e società civile?

G.C.: Onestamente, è difficile immaginare quale utilizzo gli altri possano fare di questo libro. L’auspicio è di essere riusciti a scrivere un testo che, senza indebite semplificazioni, riesca a rivolgersi a un pubblico più ampio di quello costituito dagli specialisti delle scienze giuridiche o dagli esperti del tema.

Ciascuno dei capitoli identifica uno o più nodi problematici relativi al modo in cui, nel nostro Paese, si articola l’equilibrio tra poteri di polizia, controllo democratico e tutela dei diritti. Per questa ragione, ci sembra che il libro tocchi alcuni dei punti nevralgici dell’architettura istituzionale di uno Stato democratico di diritto. Il controllo politico sull’operato delle forze dell’ordine, i limiti costituzionali dei poteri di polizia, il controllo indipendente sul loro esercizio e sull’azione dei singoli operatori sono questioni che dovrebbero essere sottratte alla sola discussione specialistica e riportate al centro del dibattito pubblico.

C: Concordo sul fatto che il libro, come ogni libro, una volta pubblicato, sia destinato a seguire un percorso che, in larga parte, prescinde dalla volontà e dalle aspettative degli autori. Mi farebbe piacere, tuttavia, se il nostro lavoro contribuisse ad alimentare un dibattito, anche al di fuori dell’accademia, sui poteri e sul ruolo delle forze di polizia in Italia. Ho l’impressione che negli spazi e nei contesti “sociali” la discussione su questi temi sia spesso polarizzata tra posizioni, da un lato, per così dire, “radicali”, abolizioniste o anti-autoritarie, in cui non trova alcuno spazio il tema di come riformare la polizia; dall’altro, riformiste “deboli”, incentrate, per esempio, sui codici identificativi o sul miglioramento della formazione degli agenti. La ricostruzione proposta nel libro, invece, mette in luce criticità strutturali del sistema di regolazione delle forze di polizia in Italia di cui si discute ancora troppo poco, nonostante siano concausa di quegli abusi e di quelle violenze che troppo spesso siamo costrettə a denunciare. In questo senso, penso che il libro possa contribuire a un dibattito in cui, senza rinunciare a posture radicali, si prenda sul serio la necessità di riforme capaci di limitare i poteri della polizia, rafforzare i meccanismi di controllo e prevenire, per quanto possibile, il ripetersi di casi come l’uccisione di Fakir al Pilastro. In quest’ottica, credo sia possibile insistere sull’urgenza di alcune riforme, tecnicamente praticabili, senza pensarle come alternative a un progetto di trasformazione radicale, bensì come passaggi all’interno di un più ampio processo di cambiamento politico e culturale, coerente con una prospettiva abolizionista o quantomeno “riduzionista”.

In Italia il dibattito sulla polizia oscilla spesso tra difesa corporativa e indignazione – inevitabile, ma talvolta insufficiente – suscitata dal singolo caso di cronaca. Perché è così difficile costruire una discussione pubblica più strutturale? Cosa manca oggi al dibattito italiano?

G.C.: Sui limiti del dibattito specialistico, e sul modo in cui essi hanno in parte inciso sulla qualità della discussione pubblica, mi sono già soffermato. Anche i riferimenti a istanze di natura abolizionista, che iniziano ad affacciarsi nel dibattito non soltanto specialistico italiano, mi sembrano talvolta formulati in maniera generica, per non dire puramente retorica.

Sono personalmente convinto che le posizioni abolizioniste invitino a un salutare esercizio di decostruzione del potere di polizia, a condizione, però, che non si risolvano in una rappresentazione semplificata dell’architettura istituzionale e delle funzioni della polizia in una democrazia avanzata.

Per esempio, anziché richiamare un generico abolizionismo, nel libro sosteniamo la necessità specifica di abolire tutti i poteri preventivi, che costituiscono il principale veicolo di espansione dei poteri di polizia nell’Italia contemporanea; di eliminare la scriminante speciale relativa all’uso della forza, retaggio di una concezione autoritaria dei rapporti tra potere di polizia e libertà individuali; e, ancora, di sopprimere qualsiasi regime speciale di procedibilità per i reati commessi dalle forze dell’ordine.

Non è possibile comprendere la natura del potere di polizia in Italia senza cogliere l’enorme margine di agibilità giuridica che questa architettura istituzionale lascia all’esercizio della coercizione.

C.C.: Rispetto al tema dell’abolizionismo, sono sostanzialmente d’accordo con Giuseppe, per le ragioni che accennavo nella risposta precedente. Al di là di quale sia il punto politico di caduta – se l’abolizione della polizia o una riduzione radicale del suo ruolo nella società –, come ci insegna l’abolizionismo statunitense, si tratta in ogni caso dell’esito di un percorso che chiama in causa ambiti, fattori e processi diversi, non solo istituzionali, ma anche culturali e sociali. In questa prospettiva, le riforme che abbiamo individuato nel libro sono, a mio avviso, coerenti con questo tipo di posture critiche radicali.

Detto questo, rispetto al perché sia così difficile oggi costruire una discussione pubblica più strutturale sulla polizia in Italia, penso che due fattori, tra gli altri, abbiano un peso rilevante. Il primo è lo storico atteggiamento deferente della sinistra italiana istituzionale verso la polizia, che oggi si traduce nell’incapacità dei partiti di centrosinistra di prendere posizione sulle questioni fondamentali che riguardano il funzionamento delle forze dell’ordine. Il secondo, invece, è lo scarso spazio che trovano nel dibattito pubblico italiano, soprattutto rispetto ad altri contesti nazionali, le comunità e le soggettività razzializzate che sono esposte in misura sproporzionata agli abusi di polizia. In altri Paesi, infatti, il dibattito critico sulla polizia, dentro e fuori le università, è storicamente animato proprio da persone nere, afrodiscendenti, ispaniche o comunque da movimenti e organizzazioni che nascono all’interno di comunità appunto razzializzate e marginalizzate. Mi sembra che, anche a causa della limitata mobilità sociale che caratterizza la società italiana contemporanea, questo accada ancora troppo poco. Quantomeno su questo secondo fattore, però, sia l’accademia che i movimenti sociali possono fare di più nel dare spazio, includere e amplificare il punto di vista e le riflessioni che vengono dalle soggettività che fanno esperienza quotidiana del modo di operare della polizia italiana.

Se doveste indicare tre priorità per una riforma democratica della polizia in Italia, da dove partireste? Quali sono, oggi, gli interventi più urgenti e realisticamente perseguibili?

C.C.: Riallacciandomi a quanto detto da Giuseppe nella sua risposta precedente, un’agenda di riforma democratica della polizia italiana non può che partire dall’abrogazione delle norme introdotte in materia negli ultimi anni attraverso la sequela di decreti sicurezza adottati dal Governo, tra cui spiccano l’espansione dei già ampi poteri preventivi attribuiti alla polizia (con l’introduzione del fermo preventivo) e il già richiamato “scudo penale”. Dopodiché, si pone il tema delle scriminanti: una riforma che riconduca l’uso legittimo delle armi (art. 53 c.p.) dentro i confini della legittima difesa – attuale, non quella senza limiti che vorrebbe il Governo –, e che quindi nei fatti abroghi questa scriminante speciale pensata appositamente per la polizia, appare quanto mai necessaria per riportare il ricorso alla coercizione all’interno di un perimetro di legalità costituzionale.

Un ulteriore profilo che riguarda l’istituzione di polizia, piuttosto che la regolazione dell’attività operativa degli agenti, è quello della trasparenza: in Italia molti dati sull’operato delle forze di polizia non sono disponibili al pubblico ed è addirittura probabile che non siano proprio raccolti e tantomeno sistematizzati né a livello locale né centrale. In materia di uso della forza, per esempio, non sappiamo quasi nulla su quante volte la polizia ricorra agli strumenti di coazione, né quali strumenti ricorra, in quali circostanze e con quali esiti. Questa mancanza di trasparenza si riflette evidentemente anche sul grado di accountability delle forze dell’ordine, e costituisce un ostacolo a qualsiasi tentativo di promuovere dall’esterno dei cambiamenti nell’organizzazione e nelle modalità operative delle polizie. Infine, una riforma di cui si parla da anni, ma che oggi sembra quanto mai distante, è l’istituzione di un organismo indipendente di tutela dei diritti umani che abbia una competenza sull’azione di polizia nel suo complesso. Un organismo che manca nel sistema italiano, nonostante sia invece presente, con diverse declinazioni, in quasi tutti gli ordinamenti democratici. Per avere un’idea del significato di tale assenza, basta pensare all’impatto che avrebbe sul controllo esterno sui luoghi di privazione della libertà personale l’eliminazione dell’attuale sistema dei garanti dei detenuti.

G.C.: Sono naturalmente d’accordo con Carlo nel ritenere che i poteri preventivi di polizia, la scriminante speciale relativa all’uso della forza e i regimi di procedibilità specifici per il personale appartenente alle forze di polizia rappresentino tre caratteristiche strutturali particolarmente problematiche dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia in Italia. Si tratta di elementi che si pongono in grave ed esplicita tensione con i principi costituzionali e che rivelano una matrice profondamente autoritaria, rispetto alla quale non è possibile intervenire se non attraverso la loro radicale abolizione.

Un altro tema che abbiamo cercato di porre nel libro è quello dei rischi di cattura politica delle forze di polizia. Si tratta di una questione sulla quale la storiografia e la letteratura sociologica – penso, in particolare, ai lavori di Di Giorgio e Palidda – si erano soffermate in passato e che noi cerchiamo di inquadrare dal punto di vista delle sue condizioni istituzionali di possibilità, evidenziando i principali nodi problematici dell’architettura di governo delle forze di polizia in Italia.

C’è, infine, un tema che mi sta particolarmente a cuore e che forse emerge in maniera meno esplicita nel libro, ma sul quale abbiamo raccolto una mole significativa di materiale empirico, cui speriamo di dare presto la visibilità che merita: quello dell’architettura gerarchica e militarizzata delle organizzazioni di polizia.

Occorre, in sostanza, chiedersi seriamente come possano organizzazioni strutturate attorno al potere pressoché assoluto dei superiori nei processi di valutazione e di controllo disciplinare interno rappresentare un presidio a tutela dei diritti fondamentali. Organizzazioni di questo tipo, oltre ad avvilire l’autonomia e la professionalità dei propri membri, li abituano alla vessazione quotidiana come principio di regolazione e criterio guida dell’azione, rafforzando un modello di obbedienza cieca e acritica che costituisce una delle principali condizioni organizzative per il riprodursi di una cultura professionale autoritaria, violenta e incline all’abuso di potere.

In definitiva, la polizia italiana si configura come un apparato dotato di poteri esorbitanti, fortemente esposto alle pressioni politiche e incapace, a causa dei rigidi vincoli gerarchici interni, di sviluppare anticorpi in grado di prevenire il riprodursi di condotte abusive. Di fronte a un quadro di questo tipo, il controllo esercitato dalla sola magistratura non rappresenta un contrappeso adeguato, se non è accompagnato da forme di controllo democratico e civile alle quali le forze politiche e istituzionali sembrano talvolta aver abdicato.

Immagine di copertina di Pedro18 via Pexels

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L'articolo Il potere della polizia e la qualità della democrazia. Intervista con Campesi e Caprioglio proviene da DINAMOpress.

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L’Italia invasa dai data center

Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale

Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche il loro fabbisogno energetico. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo alcuni scenari riportati dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale.

Di fronte a un’espansione così rapida, è necessario chiedersi se lo sviluppo dei data center possa essere governato in modo sostenibile o rischi invece di riprodurre le distorsioni già osservate negli Stati Uniti e in altri paesi: consumo di acqua ed energia, occupazione del suolo, aumento dei costi per i cittadini e benefici occupazionali inferiori alle attese.

È in questo scenario che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha elaborato la “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center”. L’obiettivo di questa strategia è mostrare come il territorio italiano, con una rete di infrastrutture (fibra ottica, 5G e cavi sottomarini) distribuita in modo omogeneo in tutta la penisola, “possa garantire uno sviluppo sostenuto e sostenibile dei data center in grado di moltiplicare il fattore attrattivo agli investimenti”. Il documento presenta in tal senso un’analisi di settore e una strategia per ridurre e semplificare tempi e modalità di investimento, per rendere l’Italia un polo di investimenti strategico, definito ‘Hub del Mediterraneo’. 

La diffusione dei data center in Italia

Il mercato dei data center in Italia è effettivamente in fortissima crescita: nel triennio 2023-2025 ci sono stati investimenti pari a 7,1 miliardi di euro e per i prossimi tre anni ci si aspetta di raggiungere i 25 miliardi. Una cifra comunque inferiore rispetto alle previsioni del 2023: secondo i dati riportati sempre dall’Osservatorio del Politecnico, ci si aspettava infatti di raggiungere 10,5 miliardi di euro. L’incongruenza è dovuta principalmente agli errori di previsione di operatori internazionali, che sono entrati nel mercato italiano con eccessivo ottimismo riguardo alle tempistiche burocratiche italiane. Ed è proprio per venire incontro alle esigenze degli investitori internazionali e capitalizzare il più possibile le previsioni di mercato che è stata sviluppata la Strategia del Mimit. 

Attualmente, dalla richiesta di costruzione di un data center fino al diritto di iniziare i lavori è previsto un iter che va dai 18 mesi ai 3 anni, periodo nel quale vengono espletate le valutazioni urbanistiche e ambientali. Un periodo che secondo l’Italian Data Center Association (IDA), citata nella strategia, pone il nostro paese in svantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni europee. Per superare questo limite, il Mimit propone l’introduzione di un’Autorizzazione Unica a livello nazionale, che possa semplificare le procedure e unificarle sotto un unico ente amministrativo, così da garantire tempi certi.

L’impatto dei data center sul territorio

La semplificazione, in linea di principio, non sottovaluta l’impatto dei data center nel territorio italiano. Anzi, la strategia identifica quattro potenziali effetti benefici a livello territoriale e locale derivanti dagli investimenti sui data center: riqualificazione di aree industriali dismesse (i cosiddetti siti brownfield), iniezione di risorse economiche nei comuni coinvolti, utilizzo del calore di scarto per teleriscaldamento, aumento dei posti di lavoro nel territorio. Va tuttavia verificato se e in che modo questi benefici possono concretizzarsi, analizzando la situazione nei territori protagonisti della crescita del settore. 

La Lombardia è di gran lunga la regione che riceve più investimenti, candidandosi a essere una delle maggiori regioni europee per numero di data center, attualmente concentrati soprattutto nella città metropolitana di Milano, a Bergamo e, più di recente, nella provincia di Pavia. Questi territori stanno vivendo un aumento vertiginoso di nuove strutture: secondo Data Center Map, sono oltre 110 i data center attivi nella sola Lombardia, a cui se ne aggiungeranno una trentina nei prossimi anni. Il rapido sviluppo di queste strutture porta con sé alcune controversie rispetto ai benefici ambientali, specialmente riguardo alla bonifica e riutilizzo delle aree industriali e al teleriscaldamento tramite il calore di scarto. 

Su questi aspetti, la strategia pone solo delle linee guida da rispettare laddove possibile: per esempio, riconvertire siti brownfield invece di utilizzare aree verdi (greenfield) o prediligere sistemi a circuito chiuso in grado di consumare meno acqua. Tuttavia, in assenza di una legge, queste linee guida non vincolano chi investe nel territorio italiano. Per colmare questo vuoto, e per l’ampio numero di investitori, nel maggio scorso la Lombardia è stata la prima regione italiana a promulgare una legge in questa direzione, che pone disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi che potrebbero essere destinati all’agricoltura.

“Ma la legge non ha tenuto conto delle richieste”, commenta, parlando con Guerre di Rete, Renato Bertoglio di Legambiente Pavia. “Abbiamo chiesto di governare il processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo piuttosto che bonificare un’ex area industriale”. Anche da parte di Legambiente, dunque, c’è la richiesta di una legge nazionale che definisca delle condizioni e le renda vincolanti. In assenza di essa, il sito di costruzione di un data center è soggetto alle contingenze del luogo e degli attori coinvolti: può essere effettivamente scelto un sito brownfield, come nel caso del progetto del data center hyperscale della società DC Adriatic a Bari, oppure occupare 60mila metri quadri di terreno verde, come a Certosa di Pavia.

L’invasione del pavese

Negli ultimi anni, proprio la zona del pavese sta vedendo la costruzione di numerosi data center: oltre a Certosa, a Lacchiarella è previsto un campus con cinque data center da oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a Bornasco 165mila. Non sempre i progetti offrono ai territori in cui sono installati i benefici indicati nella strategia: se a Magenta, per esempio, è stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta, a Certosa si vuole costruire su un terreno verde che era destinato ad uso agricolo. 

In entrambi i casi, i cittadini denunciano la costruzione a breve distanza dalle abitazioni: “Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono espansi in contiguità alle aree dismesse”, dice a Guerre di Rete Sergio Manera, fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. “Non si può costruire vicino alle case, così si rischiano di ripetere gli errori del passato, quando si costruiva senza la sensibilità ambientale che abbiamo oggi”. Nella legge della Regione Lombardia è assente qualsiasi riferimento al limite di vicinanza, e ciò, secondo Manera, fa perdere valore agli immobili del territorio, ridimensionando in questo modo anche gli oneri di urbanizzazione che, secondo la strategia, dovrebbero costituire risorse economiche per i comuni dove si costruisce. 

Come sottolinea Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, ci sono altre vie per far girare l’economia locale: “Certosa ha guadagnato tre milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello ne ha presi molti di più attraverso progetti europei. In tutto il territorio stanno nascendo sempre più data center, bisogna considerare gli effetti cumulativi di questi impianti in un corridoio agricolo che è anche un’area ad alto interesse turistico”.

D’altronde, l’impatto ambientale non riguarda soltanto i comuni in cui vengono costruiti i data center, ma anche in quelli confinanti. Ce lo spiega Alberta Samuele, sindaca di Borgarello, comune che confina con Certosa e con l’area in cui sorgerà il data center: “L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura. Negli ultimi anni abbiamo vinto bandi da sei milioni di euro spesi in opere pubbliche: costruzione di un ambulatorio, ristrutturazione della scuola, depavimentazione. Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il territorio”. 

Da quanto emerge da queste testimonianze, la scelta di siti brownfield, laddove venisse effettuata, non sarebbe comunque sufficiente per mitigare gli impatti ambientali, che rimarrebbero elevati specialmente perché si costruiscono tanti impianti in un’area ridotta. In Lombardia è presente quasi la metà dei data center nazionali e anche guardando le richieste di allacciamento (dunque l’interesse futuro) per i data center, La Lombardia da sola rappresenta quasi il 50% di potenza richiesta, seguita con molto distacco da Piemonte (15%) e Puglia (10%). 

Nonostante la maggior parte delle richieste non sia concretamente realizzabile, il rapporto mostra bene la loro distribuzione. La sola Milano, secondo dati del Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. D’altra parte, la strategia del Ministero si propone di distribuire queste infrastrutture su tutta la penisola, ma i comitati cittadini e Legambiente sono d’accordo nel chiedere con celerità una legge nazionale che governi il fenomeno.

Teleriscaldamento e rinnovabili

Anche l’energia pulita gode di grande attenzione. Oggi, con il mix energetico che è al 40% circa composto da fonti rinnovabili, le emissioni di CO2 da parte dei data center sono approssimativamente un milione di tonnellate, a quanto riporta il Politecnico di Milano. Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di nuova capacità rinnovabile per realizzare un mix elettrico decarbonizzato al 65%. Se anche fosse raggiunto questo obiettivo, secondo l’Osservatorio del Politecnico le emissioni raggiungerebbero un intervallo tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate. Una crescita sostenuta e dovuta proprio all’aumento dei data center, ma comunque contenuta rispetto alle 5-8 milioni di tonnellate di emissioni previste se il mix energetico rimanesse invariato. 

La strada verso le rinnovabili è un impegno fondamentale e la strategia del Ministero si muove in questa direzione. Tuttavia, l’energia pulita, da sola, non è sufficiente, perché, come ci spiega Manera, “nel momento in cui ci si allaccia alla corrente elettrica, si utilizza il mix nazionale. Quindi non è possibile, come dicono alcuni, realizzare un data center con energia al 100% rinnovabile, a meno di togliere le fonti pulite ad altri, visto che la coperta è corta”.

Per questo motivo, grande importanza è dedicata anche alle tecnologie che permettono di ridurre inquinamento e dispersione di calore. Il teleriscaldamento, capace di riutilizzare il calore di scarto dei data center per riscaldare abitazioni vicine, è per esempio considerato da varie parti la soluzione ottimale. Permette di ridurre i costi dell’energia così come le emissioni di CO2: esemplare è il caso del data center Avalon 3 di Retelit, a Milano, che, secondo IDA, consente di riscaldare le abitazioni di 1.250 famiglie del Municipio 6, con un risparmio energetico equivalente a 1.300 tonnellate di petrolio e una riduzione delle emissioni di CO2 di 3.300 tonnellate. Ad oggi sono però ben pochi i progetti che godono di tale efficienza. “Ma sono necessari: l’alternativa è la dispersione di calore nell’aria”, spiega Manera, che fa notare come esista una direttiva UE che impone alle imprese uno studio di efficienza energetica per questo tipo di impianti.

La crescita occupazionale

La strategia del Mimit cita tra gli impatti benefici sui territori anche la “creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture stesse”. Secondo l’Italian Data Center Association (IDA), nel 2024 si contavano 28mila lavoratori nell’orbita dei data center, ma di questi solo 1200 erano lavoratori diretti nelle strutture. La maggioranza dei nuovi posti di lavoro riguarda la fase di costruzione, oppure si concentra nelle imprese legate al mondo del digitale e dell’intelligenza artificiale, e quindi la creazione di data center è solo in parte causa di queste nuove assunzioni. 

Non è facile trovare dati sulla crescita dell’occupazione nei data center, ma varie fonti riportano che il settore è agli ultimi posti riguardo a numero di lavoratori per metro quadro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato il caso di Abeline, una città in Texas in cui per un data center che inizialmente avrebbe dovuto occupare 100mila metri quadrati non sarebbero stati assunti più di 100 lavoratori. In questo modo, creare un data center in un territorio non significa necessariamente aumentare i posti di lavoro in quel dato luogo. 

Nella strategia del Mimit, molta attenzione è dedicata alla semplificazione amministrativa per ridurre i tempi degli investimenti, mentre per le questioni ambientali si rimanda alle direttive europee e alle linee guida del Ministero dell’Ambiente. Anche per questo è necessaria una legge complessiva, che garantisca una visione a lungo termine di sviluppo tecnologico sostenibile.

L'articolo L’Italia invasa dai data center proviene da Guerre di Rete.

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Andy Beshear Set Out to Make Drug Treatment Widely Available in Kentucky. Fraud and Abuse Followed.

A man with short brown hair wearing a pale blue button-down speaks at a microphone with a U.S. flag and Kentucky flag.
Experts disagree with Kentucky Gov. Andy Beshear’s belief that loosening Medicaid guardrails helped alleviate the state’s drug crisis. Ryan Hermens/Lexington Herald-Leader

By the end of 2020, Kentucky’s newly elected Gov. Andy Beshear had one goal above all others: Keep people alive. The state was battling two merciless threats. COVID-19 was killing hundreds of people each month, and deadly drug overdoses were among the highest in the nation. Calling addiction a disease that breeds in isolation, Beshear worried people would stop seeking treatment for fear of contracting COVID-19. 

So Beshear set out to make drug treatment easier to access. Kentucky joined more than 40 other states in lifting some restrictions on Medicaid, which served most of the Kentuckians enrolled in substance abuse programs: Recovery centers were allowed to offer expensive treatment to clients without seeking approval from state Medicaid insurers.  

By 2023, as the pandemic waned, other states restored Medicaid requirements that treatment centers gain prior approval before providing addiction treatment. Kentucky stayed the course. That year, providers offered more than 1,100 spots for people seeking long-term treatment that allows them to live in a facility, a state record and more slots per capita than any other state.

But as the Medicaid bills for all that treatment started piling up, so did the warnings. 

In 2024 letters to Beshear’s administration and in at least three public meetings, experts across the health industry said that as a result of the 2020 changes, drug treatment providers were billing too much for subpar care that was leading to worse outcomes. By December 2025, the Kentucky attorney general’s office said Medicaid fraud in drug treatment had become a primary “area of concern.”

Despite the warnings, the Beshear administration did little to rein in the skyrocketing state spending. 

Almost all those warnings came true.

In a February 2025 meeting about soaring Medicaid costs, Kentucky Medicaid Commissioner Lisa Lee said the previous year’s spending on behavioral health and addiction treatment had reached an unprecedented $2.3 billion. Stuart Owen, who works for a Kentucky Medicaid insurer, told a state advisory committee months earlier that much of that spending was driven by the drug treatment industry, including “unscrupulous providers who are exploiting the heck out of that for money.” 

The payout was especially lucrative for one company, Addiction Recovery Care. ARC was Kentucky’s largest drug treatment provider and the largest recipient of state funds between 2019 and 2025. This spring, the Lexington Herald-Leader, in partnership with ProPublica, reported on how ARC exploited Kentucky’s loosened spending controls and may have falsified billing.

Beshear has been unapologetic about state spending on drug treatment. In an interview in early June with ProPublica and the Lexington Herald-Leader, he pointed to the continued decline in drug overdose deaths as proof that he made the right choice when he did not force treatment centers to show that costly drug recovery services were medically necessary before treating people for addiction.

“If we’d gone back in time too early and changed things too drastically, how many more people would have died that we’ve saved? With four straight years of drug overdose decreases, they can throw blame at me,” Beshear said. “We’ll talk about dollars, but there are people’s kids that are still alive today because they were able to get addiction treatment services and get them quickly.”

While Kentucky’s overdose deaths declined significantly between 2020 and 2025, experts said the drop was not unique. Other states hit hard by the opioid epidemic also saw year-over-year decreases in fatal overdoses, including states that didn’t loosen Medicaid billing rules, like Tennessee and West Virginia. 

Academic studies mostly agree that the drop in the death rate around the country had more to do with declining opioid prescriptions, an increase in the use of the drug naloxone to reverse overdoses, and less fentanyl in the drug supply. Medicaid and behavioral health experts in Kentucky have said in state hearings that some of the services drug treatment companies billed the most for were not directly associated with a decline in overdose deaths.

Nonetheless, Kentucky’s policies allowed ARC and other companies to bill more and more for services like peer support groups rather than those led by a licensed doctor or therapist. At one time ARC treated about one-third of the Kentuckians seeking drug treatment in the state; more than half of the services it billed for were the same lower-level services that Medicaid experts warned were being abused, according to state data. 

The FBI has been investigating ARC for two years, and more recently, the company’s troubles have intensified. This week the Department of Justice announced it had reached a $16 million settlement with ARC over Medicaid fraud allegations. The company directed employees to falsely bill Medicaid for services like peer support, according to the allegations, which stem from a 2023 whistleblower lawsuit filed by three former ARC employees. 

The settlement resolved the allegations, the Department of Justice said, and there has been no determination of liability. In another investigation, the DOJ last month indicted ARC’s leader, Tim Robinson, for wire fraud and money laundering for a separate alleged scheme to defraud multiple lenders. He has pleaded not guilty to those charges.

The company said in April it “has never knowingly or fraudulently billed Medicaid for services, and there is no evidence that the organization encouraged employees to falsify group notes for billing purposes.” 

Two balding men wearing suits walk side by side outdoors. The man on the right wears a blue suit, a blue tie and rings on both ring fingers.
The Department of Justice recently indicted Tim Robinson, right, founder of Addiction Recovery Care, for wire fraud and money laundering. Ryan Hermens/Lexington Herald-Leader

ARC has over the last two years been forced to close most of its facilities, resulting in a 56% decrease in long-term residential treatment beds statewide, according to the most recent data available.

By 2025, Republicans had seen enough and passed a bill requiring treatment centers to seek approval from insurers before providing treatment services. Beshear vetoed the bill, saying it “will put up barriers to and delay healthcare for Kentuckians.” Republicans overrode the veto, citing waste, fraud and abuse. 

A Raft of Warnings

At public meetings and in letters throughout 2023 and 2024, Medicaid insurers and actuaries warned that Beshear’s decision not to reinstate the spending guardrails sooner had allowed billing abuse by drug treatment providers to proliferate. 

Some of those Medicaid insurers sent warning letters to providers, some who were suspected of  overbilling, on how to appropriately bill. At least one also tried to limit excessive billing by setting its own guidelines for services deemed “intensive, high cost and/or have the potential for overutilization,” according to a memo from Passport by Molina Healthcare, one of Kentucky’s Medicaid insurers, referring to peer support services. Peer support is similar to a 12-step program. 

In August 2024, the Kentucky Association of Health Plans, which represents the state’s Medicaid insurers, sent a letter telling the state Cabinet for Health and Family Services that weak oversight had allowed “unnecessary” spending on treatment and that the services treatment centers were billing the most for weren’t leading to better health outcomes for patients.

The letter warned that addiction treatment providers were overbilling for services that weren’t based on evidence or provided by a licensed doctor or therapist. 

Part of the solution, the association said in subsequent public hearings, was to reinstate the spending guardrails, known as prior authorization, that Beshear had removed during the pandemic. The prior authorization process is supposed to prevent providers from billing fraudulently or excessively for medically unnecessary services by forcing providers to get permission from insurance companies before administering care.

Tom Stephens, president of the group representing Kentucky’s five Medicaid insurers and the letter’s author, said in an interview that it was not the first time Medicaid insurers had shared concerns with the Beshear administration; it was “simply one example of concerns that had been raised over time.” 

Asked about this letter, Beshear spokesperson Scottie Ellis wrote that the governor “monitored the concerns expressed publicly and those shared with his administration” and that the state health agency worked with Medicaid insurers to address them. Ellis declined to answer follow-up questions about what specific measures the administration took during that time. 

More warnings followed. The next month, Somerset Mayor Alan Keck also wrote to the Beshear administration asking it to reinstate Medicaid spending controls.

Keck, whose rural southeastern Kentucky county was hit hard by opioids, told the state health secretary  that treatment centers across his region were recruiting patients from out of state and using company addresses to establish residency for them in order to bill Kentucky Medicaid. He also said some companies were fraudulently billing Medicaid by misrepresenting the services they provided.

“Our communities are seeing an influx of sober living facilities that are taking advantage of Kentucky’s Medicaid system and the lax requirements that linger from the Covid-19 pandemic,” Keck wrote to then-health Secretary Eric Friedlander.

Keck, who lost a Republican primary for governor in 2023, said recently that Friedlander never responded to his letter. He believes Beshear’s administration should’ve done more to rein in the drug treatment industry’s “explosive growth.”

Beshear’s spokesperson didn’t address questions about whether the administration responded to Keck. 

In November and December 2024, officials from Anthem and WellCare, two Medicaid insurers, reinforced their concerns in meetings with legislators and Medicaid officials.

Tell Us About Your Experience With Kentucky’s Addiction Recovery Care

We’re taking a closer look at how ARC treated the people who came to the organization seeking help with their sobriety. If you’re a current or former client or employee, we want to hear from you.

The state’s own data from that period supports the insurers’ claim that the state was paying heavily for services that required little or no time from licensed doctors and therapists: Kentucky behavioral health providers were paid more than $147 million for peer support services in 2023 and 2024, Lee, the state Medicaid commissioner, told lawmakers in February 2025. During that time, Medicaid payments for psychoeducation jumped from $40.4 million to more than $168 million. 

Psychoeducation is normally a part of regular appointment when a clinician explains a diagnosis and treatment plan to a patient. Most of the money spent in Kentucky on psychoeducation went to ARC. Medicaid insurers warned Kentucky was one of the only states that allowed this service to be billed for separately, and providers were abusing it.

At the heart of all of this was the suspension of prior authorization, which had served as the only check on the overuse and overbilling for low-quality care. Without it, Kentucky’s treatment landscape became a Medicaid free-for-all, said Shelby Steuart, a professor who studies health policy at the University of Maryland. 

“It just became an opportunity for people to make money,” she said.  

When asked about these warnings and the reasons Beshear didn’t reinstate Medicaid spending guardrails sooner, the governor’s office said his decision “helped save lives.”

Ellis, the spokesperson for Beshear, said in an email that amid the public warnings, the Cabinet for Health and Family Services, the state’s health agency, met with Kentucky’s Medicaid insurers “to discuss concerns” about the spike in spending on drug treatment. 

She said that the administration sent a letter in November 2024 to clarify when and how to bill for certain services Medicaid insurers had flagged, which resulted in a more than $100 million decline in billing from 2025 to 2026. But, as the attorney general’s Office of Medicaid Fraud and Abuse Control told lawmakers in December 2025, billing increased by $40 million for other services that experts warned were being abused.

Ellis said the policies should be measured by lives saved. “In the end, actions taken by Gov. Beshear and his administration have decreased overdose deaths for four straight years,” she said.

“Willfully Ignorant, Derelict in Their Duties”

In 2024, ARC disclosed what it called billing errors that resulted in overpayments from the state, according to emails obtained through Kentucky’s open records laws. 

About that time, Kentucky’s Medicaid insurers began to raise questions about excessive billing and started to sever contracts with the company. ARC turned to the state’s health agency for help, asking the health secretary to delay reinstating spending controls and to enact a system that would force Medicaid insurers to continue working with ARC.

“Time is of the essence,” ARC founder Robinson wrote in a September 2024 email to Friedlander.

Beshear’s administration balked at forcing insurers to work with the company, but ultimately declined to reinstate tighter spending controls. That year ARC was paid a record $103 million by Kentucky Medicaid, mostly for services Medicaid insurers warned were being abused.

In a June interview, Beshear defended that decision and denied that his 2020 order led to a rise in Medicaid fraud or abuse.

Beshear said that by the time Kentucky’s Republican-controlled legislature reinstated spending controls in July 2025, he was in the process of coordinating with the state’s health agency to enact some spending guardrails, but acknowledged that “admittedly, the Cabinet was probably taking too long,” he said.

Republicans have accused Beshear of mismanaging the state’s Medicaid program. During the 2025 legislative session, they revoked the governor’s power to make changes to Kentucky Medicaid without their permission. Beshear vetoed that bill, which included a provision to reinstate tighter spending controls, but the legislature overrode his veto. 

Republican Sen. Chris McDaniel, who championed the bill, said in March 2025 that Beshear’s administration “had to be one of three things: willfully ignorant, derelict in their duties, or complicit. It was just too much money in one space for them not to have known better.”

Beshear in June said he’ll take the hit; at the end of the day, he said, the tide of addiction in Kentucky has receded, and it was worth it. 

“If we continue at this pace, there’s a chance we end an epidemic that started in our lifetime,” Beshear said. “Opening up services through Medicaid in general to more people has been one of, if not the, most important things we’ve done to get people back on track.”

The post Andy Beshear Set Out to Make Drug Treatment Widely Available in Kentucky. Fraud and Abuse Followed. appeared first on ProPublica.

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CREMONA: IN SOLIDARIETÀ ALLE ARRESTATX DEL 16 GIUGNO

Riceviamo e diffondiamo: Il giorno primo luglio abbiamo manomesso una cabina elettrica. La fortuna ha voluto che una parte del centro di Cremona sia andata al buio. Niente luce in strada. Senza volto, si è diffuso un blackout durato qualche ora. L’energia è legata alla guerra, la guerra alla repressione e repressione vuol dire carcere. … Leggi tutto "CREMONA: IN SOLIDARIETÀ ALLE ARRESTATX DEL 16 GIUGNO"
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Il concorso di Venezia è un affare da uomini

A lla presentazione dell’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Alberto Barbera ha detto una cosa che meritava di restare al centro della conversazione più di ogni altra: nel concorso principale, su venti film, ce n’è uno solo diretto da una donna. È Woman Unknown, opera seconda della regista danese di origini egiziane May el-Toukhy. Il direttore della Mostra, incalzato dai giornalisti, ha ammesso di essere stato tra i primi a rimanerne colpito, di aver sperato fino all’ultimo di trovare altri film “al femminile” di qualità sufficiente per il concorso e, alla fine, di essersi dovuto arrendere. L’anno scorso le registe in gara erano sei: Kaouther Ben Hania, Kathryn Bigelow, Valérie Donzelli, Ildikó Enyedi, Mona Fastvold, Shu Qi. Quest’anno una su venti.

Il dato salta agli occhi soprattutto per un evidente contrasto. La giuria che assegnerà il Leone d’Oro è presieduta da Maggie Gyllenhaal. La sezione Orizzonti si apre con La ragazza con la Leica di Alina Marazzi. Le Giornate degli autori, la sezione parallela e indipendente diretta da Gaia Furrer, schierano quattordici titoli su venticinque diretti da donne (quattordici su venticinque!) con dieci di questi in concorso e decidono di assegnare il proprio premio principale tramite una giuria interamente femminile. Una scelta di posizionamento politico. Il concorso maggiore, invece ‒ quello che decide il palmarès, quello che ricordano e ricorderanno tutte e tutti ‒, resta un’anomalia isolata rispetto al resto del festival. E soprattutto smentisce, con la forza dei numeri, l’argomento più comune usato per giustificare selezioni sbilanciate: che non ci sarebbero abbastanza film di qualità firmati da donne pronti per la vetrina principale. Se la sezione a fianco ne trova quattordici su venticinque, il problema, evidentemente, non è la scarsità dell’offerta.

C’è un secondo livello di dati, meno commentato nelle prime cronache ma più interessante per chi voglia ragionare sulla natura strutturale del problema e non solo sul sintomo. Nella presentazione ufficiale della Mostra sono state diffuse le cifre sulle iscrizioni complessive: su 4.740 titoli presentati quest’anno, 3.095 risultano a regia maschile (65,29%), 1.545 a regia femminile (32,59%) e 100 catalogati come “a regia non dichiarata o altro” (2,11%). Questa terza categoria, magari marginale nei numeri, ma rivelatrice nella sua stessa esistenza, è il punto da cui vale la pena ripartire. Un festival che si limita a dividere il mondo del cinema in due colonne, maschi e femmine, e poi aggiunge una terza casella residuale per tutto ciò che eccede la griglia, sta involontariamente certificando quanto quella griglia sia già insufficiente a descrivere la realtà che pretende di rappresentare. Non è semplicemente un dettaglio statistico: è la prova che anche questa importantissima istituzione, quando si tratta di misurare la propria rappresentanza, non ha ancora gli strumenti teorici e concettuali per farlo fino in fondo. E dovrebbe lavorare per acquisirli.

Un festival che aspira a raccontare il cinema contemporaneo dovrebbe interrogarsi non solo su “quante donne” partecipano ‒ cosa che in realtà neanche fa ‒ ma su quali altre forme di esclusione o invisibilità la propria griglia di lettura lascia fuori campo.
Prima ancora che uno strumento tecnico, ciò che manca è probabilmente un cambio di sguardo: continuare a pensare la parità come una questione che si esaurisce nel rapporto tra due poli, uomini e donne, significa restare ancorati a una visione del mondo che fa parte di un tempo non più nostro. Un festival che aspira a raccontare il cinema contemporaneo dovrebbe interrogarsi non solo su “quante donne” partecipano ‒ cosa che in realtà neanche fa ‒ ma su quali altre forme di esclusione o invisibilità la propria griglia di lettura lascia fuori campo: e questo richiede innanzitutto una disponibilità culturale a complicare le categorie, non a semplificarle per renderle più facili da misurare. Si tratta di un lavoro che riguarda la formazione di chi organizza questi eventi, il dialogo con chi vive quotidianamente l’esperienza di non riconoscersi nelle caselle esistenti, e la volontà di accettare che la rappresentanza sia un processo in continua ridefinizione.

Il problema non riguarda solo Venezia, ovviamente. L’edizione 2026 di Cannes ha selezionato cinque registe su ventidue film in concorso, un dato che la stampa internazionale aveva già definito un arretramento rispetto agli impegni pubblici presi dal festival negli anni del movimento 5050×2020: la carta di intenti per la parità di genere firmata da decine di festival europei, Venezia e Cannes comprese, a partire dal 2018. Quella carta chiedeva trasparenza nei dati di selezione (esattamente le percentuali che Barbera ha reso pubbliche quest’anno) e un impegno, non vincolante, verso comitati di selezione paritari. Otto anni dopo, il risultato più tangibile di quell’impegno sembra essere proprio la raccolta dei dati che è utile, senz’altro, perché rende quantomeno visibile il problema.

Ma c’è un limite strutturale che nessuna di queste iniziative ha ancora affrontato, ed è quello su cui vale la pena insistere: l’intero impianto di monitoraggio della parità nei festival ‒ 5050×2020 in Europa, l’Inclusion Rider adottato da alcuni festival americani, i report annuali del Center for the study of women in television and film ‒ è costruito su una tassonomia binaria. Si contano uomini e donne. Punto. La ricerca sui film festival studies, il campo accademico che da un decennio analizza i festival come istituzioni culturali e non solo come vetrine, ha iniziato a segnalare il problema: studiose come Marijke de Valck e Skadi Loist, tra le voci più citate della disciplina, hanno mostrato come i festival funzionino da gatekeeper, capaci di definire, attraverso i propri criteri di selezione e i propri strumenti di misurazione, cosa conta come cinema rilevante e cosa no. Se lo strumento di misurazione è binario, anche la nozione di rappresentanza che ne emerge resta binaria, indipendentemente da quante donne si riescano a far entrare nella colonna giusta.

L’intero impianto di monitoraggio della parità nei festival è costruito su una tassonomia binaria. Si contano uomini e donne. Se lo strumento di misurazione è binario, anche la nozione di rappresentanza che ne emerge resta binaria, indipendentemente da quante donne si riescano a far entrare nella colonna giusta.
Il punto non è archiviare la battaglia per la parità numerica come superata o secondaria, che è vitale, e i dati di Venezia lo dimostrano platealmente. Il punto è che quella battaglia, da sola, non basta più a descrivere ciò che un festival dovrebbe rappresentare quando si propone come specchio del presente.

Come sappiamo, il femminismo contemporaneo ha smesso da tempo di ragionare per coppie oppositive rigide, e sembra assurdo doverlo stare ancora a sottolineare. Facendo un brevissimo ripasso, Judith Butler ha smontato l’idea che il genere sia un dato naturale binario piuttosto che una costruzione performativa, storicamente situata, aperta a molteplici configurazioni. Jack Halberstam ha mostrato quanto la stessa categoria di “mascolinità” non coincida necessariamente con i corpi maschili, complicando ulteriormente ogni conteggio binario. Kimberlé Crenshaw, alla fine degli anni Ottanta, ha coniato il termine intersezionalità ‒ termine oggi fin troppo abusato anche dagli stessi movimenti ‒ proprio per denunciare l’insufficienza di un’analisi che isoli il genere da razza, classe, orientamento sessuale, provenienza geografica, mostrando come le forme di esclusione si sovrappongano e si moltiplichino. Più di recente, Paul B. Preciado ha portato la propria voce di uomo trans proprio durante una conferenza nell’Istituto Lacaniano di Parigi, rendendo pubblico quanto gli spazi culturali “progressisti” restino spesso strutturalmente impreparati a includere soggettività che eccedono la griglia uomo-donna:The body is a living political archive, diceva Preciado. Il testo integrale di questa conferenza è stato pubblicato da Fandango e si chiama Sono un mostro che vi parla (2021).

Se il pensiero femminista e queer ha da tre decenni e oltre gli strumenti per pensare oltre il binario, e se il mondo che i festival dichiarano di voler raccontare, un mondo plurale e di fratture, è esso stesso irriducibile a quella griglia, allora continuare a misurare la rappresentanza cinematografica solo in termini di “quante donne” diventa un esercizio importante ma parziale, quasi anacronistico nella sua semplicità.

Ma c’è un modo più interessante di porre la domanda, ed è quello che la teoria femminista del cinema ha elaborato fin dagli anni Settanta, per poi correggersi e ampliarsi negli anni successivi. Fin dai suoi testi fondativi degli anni Settanta, questa teoria ha identificato lo sguardo cinematografico dominante come strutturalmente maschile, un modo di inquadrare, montare, desiderare l’immagine che colloca lo spettatore in una posizione di potere codificata al maschile, indipendentemente da chi sta dietro la macchina da presa. Negli anni Novanta questa tesi è stata messa in discussione attraverso il concetto di sguardo oppositivo: lo sguardo delle spettatrici nere, storicamente escluse tanto dalla posizione di chi guarda quanto da quella di chi viene rappresentato con dignità, inteso come atto di resistenza critica capace di rimettere in discussione l’intero impianto.

Il vero criterio da interrogare non è il sesso anagrafico di chi firma la regia, ma il punto di vista che un’opera costruisce e mette in circolazione.
Il punto che emerge da questa genealogia ‒ che ho qui soltanto sintetizzato ‒ è che il vero criterio da interrogare non è il sesso anagrafico di chi firma la regia, ma il punto di vista che un’opera costruisce e mette in circolazione. Un regista uomo può costruire uno sguardo che decentra il maschile; una regista donna può, altrettanto legittimamente, riprodurre gli stessi schemi narrativi e visivi che si vorrebbero superare. Ridurre la questione della rappresentanza al conteggio anagrafico rischia di trasformare una battaglia culturale complessa in un esercizio di quote che, per quanto necessario come correttivo strutturale nel breve periodo, non garantisce da solo la pluralità di sguardi che un festival internazionale dovrebbe restituire. Detto questo, ed è la parte che chi leggerà distrattamente rischierà di saltare, la scarsità di registe nel Concorso di Venezia non va derubricata a semplice questione di categorie superate. Per almeno tre ragioni.

La prima è strutturale: il concorso di un grande festival internazionale non è solo una vetrina, è un dispositivo di consacrazione culturale. Determina chi ottiene successo e distribuzione internazionale, chi accede ai finanziamenti per il film successivo, insomma, rappresenta una forma di riconoscimento culturale necessaria. Se quel dispositivo continua a selezionare in stragrande maggioranza uno stesso tipo di autorialità, l’effetto non è neutro, ma finisce con autoalimentarsi, perché i registi che oggi hanno accesso ai budget, alle produzioni internazionali e alle reti di distribuzione capaci di portare un film pronto per Venezia sono in larghissima parte uomini, in un circolo che si perpetua.

La seconda ragione riguarda proprio l’obiezione anticipata da Barbera, quella della “qualità adeguata”: è un argomento che la storia della critica femminista al canone cinematografico conosce bene, perché è lo stesso, oggi inaccettabile, che per decenni ha giustificato l’assenza delle donne da ogni lista di grandi autori. Non significa che la sua versione 2026 sia in malafede, ma significa che questa affermazione deve essere problematizzata con altre domande: quali sono le condizioni materiali, produttive, di accesso al finanziamento che portano meno film di registe a raggiungere lo stadio di pronto per un concorso come quello di Venezia? Le sezioni collaterali, con la maggioranza di opere prime e produzioni non sempre ma spesso distaccate dalla filiera mainstream, suggerisce una risposta: più il livello produttivo si abbassa e si avvicina all’esordio, più la parità si avvicina. È nel passaggio dal debutto alla produzione di fascia alta che le donne spariscono, un dato che riguarda l’industria, non il talento.

Bisogna problematizzare ponendosi domande: quali sono le condizioni materiali, produttive, di accesso al finanziamento che portano meno film di registe a raggiungere lo stadio di pronto per un concorso come quello di Venezia?
La terza ragione è che l’intersezionalità non rende il dato di genere irrilevante: lo complica, lo aggrava. Una regista sola su venti è già un segnale eloquente, ma il dato numerico da solo non basta. Il concorso, che pure ha sempre mostrato la consueta apertura ad Asia e Medio Oriente, resta uno spazio in cui l’intersezione fra genere, provenienza non occidentale e accesso ai grandi budget produttivi si restringe drasticamente, fino quasi a scomparire. La domanda giusta non è più soltanto “quante donne”, ma quali donne, da dove vengono, con quali mezzi produttivi alle spalle.

Quanto è stato detto, naturalmente, andrà verificato sullo schermo a partire dal 2 settembre. Ed è anche possibile che il concorso restituisca comunque l’immagine di un mondo in frattura. Ma è proprio per questo che la composizione della selezione conta. Uno sguardo sul presente costruito per il 95% da uomini, per quanto sofisticato e autoriale, resta uno sguardo parziale su un presente che parziale non è. La contraddizione tra la promessa, raccontare la complessità del reale, e lo strumento scelto per mantenerla, un concorso quasi interamente maschile, non è un dettaglio da relegare o da surclassare, ma è il punto da cui dovrebbe partire qualunque analisi di Venezia 83.

L'articolo Il concorso di Venezia è un affare da uomini proviene da Il Tascabile.

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Red Hat può davvero stare fuori dalla politica per il conflitto di interessi di Fedora?

Il progetto Fedora si pone il problema a proposito della creazione di una politica sul conflitto di interessi. L'obiettivo è quello di evitare episodi spiacevoli come quelli già avvenuti in cui un utente che ne aveva denunciato un altro, aveva anche votato per la sua rimozione. Ma, al di là dei conflitti personali, rimane l'elefante nella stanza: come può non esistere conflitto di interessi quando un'azienda ti sponsorizza?

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China’s October plenum plan reveals focus on party discipline ahead of 2027 congress

China’s top leadership has made party governance the focus of a coming key conclave, signalling the significance of a clean record in the selection process ahead of next year’s national congress. The Politburo, China’s top decision-making body, announced on Thursday that the fifth plenary session of the Communist Party’s 20th Central Committee would be held in October, state news agency Xinhua reported. The meeting is likely to be the party’s most important gathering ahead of its 21st national...

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EmComm-Tagung 2026: Notfunk erreicht letzte Meile

Am Samstag, 10. Oktober 2026, trifft sich die Notfunkszene in Brütten. Die USKA öffnet die Fachtagung erstmals gezielt für Behördenvertreter/-innen.

Ein flächendeckender Stromausfall legt die reguläre Kommunikation rasch lahm. Wenn Festnetz, Mobilfunk und Internet ausfallen, greift das klassische Szenario des Notfunks. Am Samstag, 10. Oktober 2026, richtet die USKA in Brütten die diesjährige EmComm-Tagung aus.

Erweitertes Konzept

Das Konzept erweitert den Fokus massiv. Erstmals richtet sich die Veranstaltung parallel an lizenzierte Funkamateurinnen und Funkamateure sowie an Vertreter von Behörden und Rettungsorganisationen.

Behörden eingebunden

Für die Behördenvertreter steht ein eigener Vortragsblock auf dem Programm. Fachjargon bleibt dort draussen. Dominik Schwerzmann, HB3YQP, Leiter des Amts für Bevölkerungsschutz, Zivilschutz und Militär des Kantons Zug, berichtet aus erster Hand über die praktische Zusammenarbeit zwischen Behörden und Funkamateur/-innen.

Spezielles Notfunk-Rack

Ein technischer Schwerpunkt liegt auf der sogenannten «letzten Meile» zur Bevölkerung. Die Anbindung der Zivilbevölkerung im Krisenfall erfolgt nicht zwingend über hochkomplexe Kurzwellenstationen. Jedermannsfunk wie CB-Funk und PMR-446 rückt direkt in das Einsatzkonzept ein. Vorgeführt wird ein speziell konzipiertes Notfunk-Rack (siehe Bild), das genau diese Schnittstellen bedient.

Analog und digital

Am Vormittag stehen für die Amateurfunker/-innen Fachvorträge über aktuelle Übertragungsverfahren auf dem Plan. Der Nachmittag gehört der Praxis im Aussenbereich. Auf dem Areal warten Vorführungen von Winlink-2000 über Kurzwelle und UKW, digitale MESH-Netzwerke via AREDN sowie Sprachverbindungen über regionale VHF- und UHF-Relais.

Behördenmitglieder erhalten eine geführte Besichtigung des Notfunk-Containers Brütten. Ergänzend zeigen verschiedene Seletionen und Notfunkgruppen ihre mobilen Ausrüstungen. Wer Datenverbindungen für E-Mails und Bilder unter Feldbedingungen erleben will, sieht das Handwerk vor Ort in Aktion.

Amateurfunk: Mehr als ein Hobby

Die Tagung setzt ein klares Zeichen. Notfunk ist kein isoliertes Hobby, sondern ein strukturiertes Bindeglied im Ernstfall für den Bevölkerungsschutz. Die Teilnahme bietet für Funkende und Behördenmitglieder die Gelegenheit, Kontakte zu knüpfen und Einsatzszenarien realistisch durchzusprechen.

Programm, Einladung und Anmeldung

Published: HB9HGH 2026-07-30 08:24:11

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In Cina e Asia -Reuters: "L’Iran ha comprato 400 lanciamissili antiaerei portatili dalla Cina”

In Cina e Asia -Reuters: iran missili cina

I titoli di oggi: Reuters: “L’Iran ha comprato 400 lanciamissili antiaerei portatili dalla Cina” USA mostrano collaborazione con la guardia costiera taiwanese sui social Usa-Cina, funzionario Usa: comunicazione militare ai massimi livelli degli ultimi anni Giappone, la popolazione locale scende sotto i 120 milioni di abitanti Vietnam, arrestato per corruzione il viceministro dell’Agricoltura e dell’Ambiente Vaticano-Cina, nominato nuovo vescovo Reuters: ...

L'articolo In Cina e Asia -Reuters: “L’Iran ha comprato 400 lanciamissili antiaerei portatili dalla Cina” proviene da China Files.

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Raggiungiamo il luogo più remoto e isolato d'Europa in camper 4x4: Isole Faroe

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#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1174: Siamo arrivati alle Isole Faroe, uno dei luoghi più incredibili e remoti d'Europa. Dopo 48 ore di navigazione a bordo della Norröna, la nave che collega Danimarca, Faroe e Islanda, finalmente vediamo apparire all'orizzonte queste isole spettacolari.

Il primo impatto con le Faroe è qualcosa di difficile da descrivere: montagne che emergono direttamente dall'oceano, scogliere a picco sul mare, piccoli villaggi colorati e una natura che sembra appartenere a un altro pianeta.

In questo episodio vi portiamo con noi alla scoperta delle prime ore sulle isole, il nostro arrivo con Valentino, il nostro camper 4x4, le prime strade percorse e le prime impressioni su questo angolo remoto del Nord Atlantico.

Le Isole Faroe sono solo una tappa del nostro lungo viaggio verso nord, ma fin dal primo chilometro ci hanno fatto capire che questo viaggio sarà diverso da tutti gli altri.

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Carlos e le stragi italiane

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Bologna, Commissione Mitrokhin, Commissione sul caso Moro: il nome di Carlos lo Sciacallo è tornato più volte nelle indagini italiane sul terrorismo stragista.

Alcune Commissioni si sono chieste se uomini a lui vicini fossero presenti in alcune delle stragi più efferate della storia italiana. Ma un'ipotesi indagata non è una prova.

Nel nuovo approfondimento DarkSide, la storica Valentine Lomellini spiega cosa emerge davvero dai documenti.

🎬 Guarda il video completo sul canale.
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Chiudere la Stretto di Messina Spa. L’8 agosto il corteo No Ponte

Dibattiti, volantinaggi, un tour in diverse città italiane, incontri contro l’estrettivismo e la devastazione ambientale in tanti territori, assemblee settimanali a Messina, la campagna No Ponte negli ultimi mesi ha attraversato diversi contesti e città, partendo dalle due sponde dello Stretto di Messina, per rilanciare la mobilitazione. Dal 7 al 9 agosto si terrà un campeggio, nel pomeriggio di sabato 8 agosto il corteo, in serata, a partire dalle 8.30 in piazza del Popolo, si sarebbe dovuto tenere un concerto che è statao cancellato dopo il tragico crollo della palazzina a Messina.

Pubblichiamo qui a seguire il comunicato del Movimento No Ponte in vista dell’importante mobilitazione estiva che come ogni anno ribadirà la contrarietà al devastante progetto del Ponte per rivendicare diritti, sanità, infrastrutture e difesa dell’ambiente e del territorio. A partire dalla rivendicazione della chiusura della Stretto di Messina SpA.

Quella del ponte è una storia di sprechi, di risorse sottratte alla collettività per il tornaconto di pochi, di procedure speciali (leggasi con minori tutele) e buchi neri. Dalla legge istitutiva della Stretto di Messina SpA nel 1981 alla legge obiettivo del 2001, dalla rimozione del tetto massimo per gli stipendi dei dirigenti della Stretto di Messina SpA alle deroghe in materia di appalti del cosiddetto decreto commissari, l’elenco è infinito. In esso, si intrecciano norme specifiche per il ponte e la disciplina che, più in generale, favorisce la grande imprenditoria della devastazione.

Ai procedimenti giudiziari, emersi negli scorsi mesi, lasciamo il compito di accertare responsabilità penali. Quelle politiche le conosciamo già, e le ascriviamo al blocco sociale che si nutre del ponte – non solo della sua eventuale realizzazione, ma anche dell’interminabile progettazione – e di cui fa parte l’intera governance tecno-politica: politici, imprenditori, progettisti, fino, naturalmente, alla società concessionaria.

Non a caso, dal 2016 la Corte dei Conti ha più volte sollecitato governo e parlamento a un intervento normativo per accelerare la liquidazione della Stretto di Messina SpA, decisa nel 2013 dal governo Monti, onde evitare un ulteriore spreco di risorse pubbliche e porre fine al paradossale contenzioso avanzato dalla stessa società nei confronti di altre istituzioni statali. Sappiamo bene com’è finita: non c’è stato nessun intervento normativo e la società è stata tenuta in piedi da tutti i governi, di diverso colore, fino ad essere riattivata da Meloni-Salvini nel 2023.

Ecco perché, oggi, la chiusura della Stretto di Messina SpA rappresenta l’unica strada per interrompere quella continuità che consente al progetto di sopravvivere da oltre quarant’anni. Ci consentirebbe di liberare quei 14 miliardi tenuti in ostaggio dal miraggio del ponte. Ci consentirebbe di sottrarci alla minaccia di quei cantieri che qualcuno vorrebbe aprire, magari per guadagnare visibilità nella lunga campagna verso le elezioni politiche.

Per questo torniamo in piazza, non delegando una lotta che è delle persone che abitano i territori dello Stretto, dei Sud, e di chi ci accompagna in solidarietà. L’8 agosto la marea di Messina diventerà il nostro decreto popolare di chiusura della Stretto di Messina SpA.

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Comunicato del Movimento No Ponte del 5 agosto in vista dell’assemblea popolare del 7 agosto e del corteo dell’8 agosto.

In questi giorni la nostra città è stata scossa dalla tragedia del crollo di una palazzina nel quartiere di Pistunina, nella quale hanno perso la vita quattro persone, mentre altre due, mentre scriviamo, risultano ancora disperse. Il territorio in cui viviamo è apparso costellato da un modo molto diverso e variegato di affrontare e processare questo drammatico evento – come è inevitabile che sia, in contesti sociali ampi e complessi – e abbiamo seguito anche noi, come tutte e tutti, l’alternarsi di chi chiedeva che le attività ludiche, culturali e di intrattenimento si fermassero e chi, invece, riteneva che dovessero andare avanti, senza nulla togliere al rispetto e al cordoglio per le vittime.

Questo è il contesto in cui ci troviamo mentre ci avviciniamo alla tre giorni NO ponte del 7, 8 e 9 agosto, e ovviamente noi stesse abbiamo fatto varie riflessioni al riguardo. Il dato inoppugnabile, per noi, è che quella che ci attende è una tre giorni di lotta e mobilitazione e anche i momenti apparentemente più ludici e di festa inseriti al suo interno hanno un valore politico.

Pensiamo, in particolare, al concerto NO ponte, previsto per la serata di sabato: un momento che per noi non rappresenta semplicemente musica, socialità e festa (che hanno comunque un significato politico, ancor più quando avvengono in spazi pubblici, aperti a tutte e tutti), ma anche un momento dall’alto valore politico, ricco di contenuti legati alle lotte dei nostri territori. Pur fermamente convinte di tutto questo, abbiamo deciso di assumere un atteggiamento di cautela e rispetto.

Il nostro è un movimento territoriale, formato dalle migliaia di persone che vivono e amano il nostro territorio e che lo difendono da abusi e speculazioni. Ed è proprio alla comunità di cui siamo parte e che nutre il nostro movimento che stiamo guardando in queste ore, decidendo di assumere la decisione di annullare il concerto NO ponte. Una decisione sofferta ma che ci sembra giusta, per non urtare sensibilità alcuna, per non apparire irrispettose e irrispettosi. In altre parole, per prenderci cura della comunità di cui siamo parte.

Siamo molto grate a tutte le artiste e gli artisti che avevano accettato di partecipare al concerto: siamo grate per la loro generosità a mettersi a disposizione e per la loro comprensione rispetto ai motivi dell’annullamento. Restano, naturalmente, confermate tutte le attività di taglio più marcatamente ed esclusivamente politico e di lotta, quali il corteo dell’8 agosto, il campeggio e le assemblee.

Attività che si rivelano ancora più urgenti e necessarie alla luce dell’ennesima forzatura istituzionale di queste ore: il blitz con cui Matteo Salvini ha disposto il rinnovo anticipato del Consiglio superiore dei lavori pubblici, inserendovi all’interno, come messo in evidenza da autorevoli osservatori, figure apertamente riconducibili al blocco sociale favorevole alla realizzazione del ponte.

Il corteo, il campeggio e le assemblee verranno presentate alla città in conferenza stampa venerdì 7 agosto alle ore 10,30 presso la Sala Ovale “Antonino Caponnetto” del Comune di Messina, Palazzo Zanca.

Assemblea No Ponte, Messina

Immagine di copertina e prima immagine nell’articolo di Giordano Pennisi – Scattomancino. Messina, 12 agosto 2023. Immagine di chiusura dell’articolo a cura del collettivo Flashmood, che ringraziamo per la collaborazione. Il comunicato No Ponte è stato pubblicato sulla pagina facebook No Ponte.

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Il Comune di Signa è ufficialmente socio sostenitore della Fondazione PIN

Il Comune di Signa è ufficialmente socio sostenitore della Fondazione PIN

Si è svolta il 29 luglio la riunione del Consiglio di Amministrazione della Fondazione PIN – Polo di Prato dell'Università di Firenze che ha ratificato ufficialmente l'ingresso del Comune di Signa in qualità di socio sostenitore, formalizzando così quanto precedentemente deliberato dall'amministrazione comunale (vedi articolo).

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Il Comune di Signa è ufficialmente socio sostenitore della Fondazione PIN

Il Comune di Signa è ufficialmente socio sostenitore della Fondazione PIN

Si è svolta il 29 luglio la riunione del Consiglio di Amministrazione della Fondazione PIN – Polo di Prato dell'Università di Firenze che ha ratificato ufficialmente l'ingresso del Comune di Signa in qualità di socio sostenitore, formalizzando così quanto precedentemente deliberato dall'amministrazione comunale (vedi articolo).

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Neues HBradio 4/2026 ab sofort online

Die neue Ausgabe 4/2026 des «HBradio» ist erschienen. USKA-Mitglieder können das Magazin ab sofort im geschützten Bereich der USKA-Website als PDF herunterladen.

Das Redaktionsteam um Chefredaktor Dr. Willy Rüsch (HB9AHL) und den technischen Redaktor Dr. Mathias Weyland (HB9FRV) bietet auf 84 Seiten wieder eine breite Palette an technischen Fachbeiträgen, Contest-Auswertungen und aktuellen Themen der Schweizer Funklandschaft. Einige Highlights aus der aktuellen Ausgabe:

Weltrekord auf 76 GHz: Erstes EME-QSO

Manfred Plötz (DL7YC) beschreibt den technischen Weg von 70 cm bis hinauf zu den Mikrowellen. Am 22. April 2026 gelang ihm gemeinsam mit Sergei (RW3BP) die weltweit erste Erde-Mond-Erde-Verbindung auf 76 GHz im Mode Q65-60E. Der Beitrag erläutert die komplexe Technik wie Hochleistungs-SSPA, Vorverstärker und die präzise Antennennachführung im Librations-Minimum.

Rechtliche Grundlagen: Eigenimport von Funkgeräten

Urs Lott (HB9BKT) beleuchtet die Fallstricke beim Direktimport kommerzieller Amateurfunkgeräte aus dem Ausland. Der Artikel fasst die Vorgaben von BAKOM und Zoll zusammen und erklärt die Sonderregelungen sowie Duldungspraktiken für HB9- bzw. HB3-Inhaber.

Nach der Havarie: Neuanfang mit ÜberSDR auf der Rigi Scheidegg

Nachdem ein Blitzeinschlag im Mai 2026 etwa 70 % der Remote-Station zerstörte, berichten Wolfgang Sidler (HB9RYZ) und Frédéric Furrer (HB9CQK) über den Neuaufbau. Der neue WebSDR-Server auf 1’660 m ü. M. bietet unter anderem Echtzeit-Zugriff auf das HF-Spektrum (0–30 MHz) sowie integrierte Decoder für digitale Betriebsarten.

Vernehmlassung: Eingabe der USKA zur Requisitionsverordnung

Die USKA fordert, dass private Notfunkeinrichtungen und Relaisstationen von staatlichen Requisitionen ausgenommen bleiben, um die zivile Krisenresilienz im Notfall nicht zu schwächen.

Contest-Ergebnisse: Helvetia-H26-Contest 2026

Contest-Manager Dominik Bugmann (HB9CZF) präsentiert die vollständigen Ranglisten, Log-Statistiken sowie Erfahrungsberichte und Bilder zahlreicher Teilnehmer.

HBradio 4/26

Published: HB9HGH 2026-07-29 15:38:19

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NEWSLETTER del 29 luglio 2026 - Dal Garante privacy sanzione di 460mila a Piaggio & C. Spa - Marketing: il Garante sanziona Altroconsumo Edizioni per 280mila euro - AI Act, Garante: sì allo schema di decreto legislativo, ma con maggiori garanzie - AI Act, Garante: rafforzare le tutele per i dati biometrici - Data breach, il Garante sanziona la Città Metropolitana di Sassari

NEWSLETTER N. 550 del 29 luglio 2026 Dal Garante privacy sanzione di 460mila a Piaggio & C. Spa Marketing: il Garante privacy sanziona Altroconsumo Edizioni per 280mila euro AI Act, Garante: sì allo schema di decreto legislativo, ma con maggiori gara...
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Re: FreeDV Decoder not working on OpenWebRx+ 1.2.117

I am running openwebrx+ on my Debian box (AMD64) and I was able to compile the software into a .deb file, then install the deb.  I'm not related to the project at all, but I'll try to help if I can.  
 
At https://github.com/peterbmarks/radae_decoder  I followed the instructions under "Install dependencies (Debian/Ubuntu)".  I then followed the "quick build" under  "Debian Package for webrx_rade_decode" .
 
A .deb file was built, then I used dpkg to install it.
 
It installed a file /usr/bin/webrx_rade_decode
 
I restarted openwebrx+ and boom!  there were new modes listed as "RADEU" and "RADEL".  I tried using it a bit on what I thought were FreeDV signals and it did not seem to be working.  No sound.  But maybe the signal was too weak or somthing because as I was scanning the bands last night, I ran across the Tuesday night FreeDV net and it worked flawlessly.
 
I don't know what platform you're trying to run openwebrx+ on, but it looks like the RADE decoder page has good instructions for MAC also.  If on a Raspberry PI, then I'm guessing the Debian instructions MAY work on there.  I don't know.  I hope this is of some help.
 
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Dalla campagna di arabizzazione al genocidio ezida del 2014 fino a oggi

Ogni anno all’avvicinarsi del 3 di agosto il popolo ezida si prepara a ricordare il genocidio del 2014, arrivato come uno tsunami implacabile sui suoi villaggi nel distretto di Shengal, nel nord-ovest dell’Iraq. Tutto è stato travolto, a partire dalle vite spezzate di uomini, donne anziane e ragazzi uccisi e gettati in fosse comuni, quelle scoperte fino a oggi sono più di ottanta, e da quelle piegate delle donne, delle bambine e dei bambini rapiti dallo Stato Islamico. Più di diecimila morti, oltre seimila persone rapite, le donne ridotte in schiavitù e i bambini addestrati come soldati del Califfato, circa il 75% di sfollati e sfollate (oltre 350.000 persone su una popolazione che in quel momento si aggirava intorno ai 500.000 individui) e tra il 70% e l’80% di case e infrastrutture distrutte. La città di Shengal ridotta in macerie. Questo per restare solo al calcolo nudo e crudo dei numeri. 

Lo Stato Islamico ha cercato il genocidio degli ezidi, l’ha pianificato e l’ha messo in pratica. Per l’Is, organizzazione terroristica jihadista, che ha seminato il terrore tra Siria e Iraq ma anche in diverse città europee e non solo, il popolo ezida meritava la violenza a cui è stato sottoposto per la sua venerazione dell’Angelo Pavone, quell’angelo caduto che per cristiani e musulmani corrisponde a Lucifero.

Ma l’Is era interessato anche alle terre degli ezidi perché collocate su quella linea di continuità tra le due città più importanti già conquistate: Mosul, in Iraq, e Raqqa, la capitale dell’autoproclamato Califfato, in Siria.

I villaggi ai piedi della montagna degli ezidi e quelli ancora più a valle, insieme alla città di Shengal, capoluogo del distretto, sono stati occupati con facilità dallo Stato Islamico perché i peshmerga del Kdp (Partito democratico del Kurdistan), stanziati nell’area per difenderla, si sono ritirati poco prima che l’orda jihadista arrivasse.

In quei villaggi le famiglie ezide vivevano dagli anni ‘70 e ‘80, trasferite di prepotenza dal Ba’th, il partito guidato da Saddam Hussein, per dare seguito alle campagne di arabizzazione che stavano prendendo piede. Fu proprio il raìs a ordinarle e colpirono anche altre comunità, come quelle curde, turkmene e assire.

Il Monte Shengal è un pezzo della storia identitaria del popolo ezida perché è il suo monte sacro, ricco di templi appartenenti a questa cultura. La rimozione forzata della popolazione serviva proprio a questo scopo, ossia spezzare il potente vincolo identitario che univa la comunità alla sua terra, stravolgendo la quotidianità a cui era abituata, tra la pastorizia e l’agricoltura, in un luogo di legami ancestrali e sociali che mantenevano in vita questo antico culto, quello ezida per l’appunto.

Improvvisamente gli ezidi si sono ritrovati a lavorare per altri, in condizioni difficili e di povertà. I loro figli e le loro figlie servivano da mano d’opera per il padrone e a farne le spese non è stata solo la loro infanzia ma anche la loro istruzione.

La vicinanza dei villaggi collettivi ezidi con le comunità arabe e il lavoro svolto per queste doveva favorire la loro assimilazione, cosa che però non è mai avvenuta. L’oppressione ha lavorato nel senso contrario, rafforzando le radici identitarie da trasmettere orgogliosamente alle nuove generazioni.

Sul Monte Shengal solo poche famiglie sono riuscite a evitare la deportazione e diverse di loro non hanno lasciato la loro terra nemmeno quando l’Is stava avanzando. L’organizzazione jihadista non ha mai conquistato il Monte Shengal che è stato difeso sul terreno dalle Ybs e dalle Yjs, le unità di resistenza ezide, nonché dal Pkk insieme alle Ypj e Ypg, unità di protezione curde provenienti dal Rojava, dai peshmerga e dalla Coalizione internazionale anti-Is con i bombardamenti dal cielo.

Cimitero ezida, foto di Mirca Garuti

Quando nel 2017 lo Stato Islamico è stato sconfitto in Iraq e ha abbandonato anche i villaggi ezidi, alcune famiglie di questa comunità hanno da subito fatto rientro nel distretto. Diverse non hanno più trovato le loro case, distrutte dai jihadisti in ritirata, e hanno cominciato a ricostruirle riprendendosi la montagna. Hanno trascorso anni nelle tende lasciate sul terreno dall’Unhcr e da Save the children quando hanno deciso di concludere la loro missione. Oggi alcune di queste sono state trasformate in magazzini o garage per le macchine perché le prime case ricostruite iniziano a rendere evidente la ripartenza della comunità.

Tuttavia le difficoltà sono ancora molte perché Shengal continua a essere una zona pericolosa, tra le cellule dell’Is non distanti dal suo territorio e la contesa tra il governo centrale di Baghdad e quello del Kurdistan iracheno, entrambi interessati a governare l’area, che rallenta la ricostruzione dei servizi e impedisce il rientro delle famiglie sfollate che continuano a vivere nei campi profughi. Il rischio è che in questo modo possa compiersi una sostituzione etnica nel distretto.

A rendere la situazione più complicata è la povertà diffusa per la scarsità di opportunità di lavoro, che fa sognare ai giovani meno coinvolti politicamente di lasciare l’Iraq. 

C’è però chi resiste, non se ne va e lavora per ridare pienamente vita a quei luoghi, nonostante le tensioni e i pericoli.

La politica aggressiva della Turchia, che nel distretto di Shengal prende di mira le figure più esposte dell’Amministrazione autonoma di Shengal, accusandole di essere una costola del Pkk, espone infatti ogni membro della comunità al rischio di perdere la vita sotto i bombardamenti dei droni turchi, come è accaduto nel giugno del 2022 a un ragazzino ezida di dodici anni, ucciso a Sinune dall’azione di un drone che ha colpito l’edificio del Consiglio del popolo, situato vicino al negozio dove lavorava.

Molti paesi occidentali hanno riconosciuto il genocidio del 2014 ma tra questi non c’è l’Italia, sebbene a febbraio del 2025 il parlamento abbia votato la mozione presentata dall’on. Laura Boldrini che chiede al governo di procedere in tal senso. La legislatura sta volgendo al termine e sarebbe un gesto politico importante se il governo riconoscesse la tragedia vissuta dal popolo ezida a causa del brutale attacco dell’Is, così come il Taje (Movimento per la libertà delle donne ezide) ha chiesto con la lettera inviata nel luglio dell’anno scorso a diciannove governi, tra cui quello italiano.

Foto di copertina di Mirca Garuti

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Incruster une vidéo dans un Framaform : est-ce possible ?

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[2026-08-26] XXV Festival Letteratura Resistente @ Pitigliano-GR-

XXV Festival Letteratura Resistente

Pitigliano-GR- - Via Zuccarelli 25
(mercoledì, 26 agosto 17:00)
XXV Festival Letteratura Resistente

Giunto alla venticinquesima edizione, il festival si propone di promuovere la memoria storica, i diritti civili e la libertà di espressione attraverso la letteratura, l’arte e la cultura.

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Servizio civile, non snaturarlo: l’audizione di Sbilanciamoci! al Senato

Di seguito il testo integrale dell’intervento.

La campagna Sbilanciamoci! è una rete di 54 organizzazioni della società civile italiana, attiva dal 1999, che promuove un modello di economia fondato sulla giustizia sociale, sulla pace e sulla sostenibilità ambientale, contrapponendosi alle logiche di spesa orientate al riarmo.

Salutiamo con favore l’attenzione del legislatore verso questi temi, perché ogni intervento che rafforzi l’investimento pubblico sui giovani merita ascolto e confronto.

Al tempo stesso, riteniamo necessario esprimere con chiarezza una preoccupazione di fondo: che il servizio civile, se ricondotto in modo troppo generico alla sola categoria di politica giovanile, possa progressivamente perdere la propria identità specifica e la propria autonomia valoriale e istituzionale.

In questo senso, l’art. 2 del DDL, che tratta appunto del Servizio Civile Universale (SCU), ci sembra fuori dalla sua naturale cornice valoriale e normativa.

Il nostro intervento segnala anzitutto l’ampiezza e la genericità della delega, con il rischio che il riordino incida in modo significativo sul sistema senza un confronto sufficientemente ampio e dettagliato.

Il riordino normativo del Servizio Civile non dovrebbe produrre uno snaturamento dell’istituto, ma rafforzarne la qualità, la coerenza e il ruolo nel Paese.

Alcuni punti devono essere considerati vincoli di continuità e non variabili secondarie. Il ministro Abodi ha precisato, nei suoi interventi alla Camera, che non sarà toccata la finalità originaria dell’istituto, così come definita dalla legge n. 106 del 2016, e questo è un bene.

Per noi sono fondamentali anche il collegamento con l’obiezione di coscienza (art. 2, lettere g) e h), della legge n. 64/2001), il vincolo dell’assenza di scopo di lucro per gli enti iscritti all’albo (art. 3, comma 1, della legge n. 64/2001), il mantenimento dell’impianto multilivello del sistema, con Stato, Regioni, enti e rappresentanza dei giovani in servizio (d.lgs. n. 40/2017), il ruolo della Consulta nazionale (prevista dalla legge n. 230/1998, mantenuta dall’art. 2, lettera g), della legge n. 64/2001, nonché dall’art. 8 della legge n. 106/2016 e dal d.lgs. n. 40/2017) e l’autonomia del Fondo nazionale per il servizio civile (come definito dalla legge n. 230/1998 e mantenuto dalla legge n. 64/2001, dall’art. 8 della legge n. 106/2016 e dal d.lgs. n. 40/2017).

Da parte nostra c’è la disponibilità a contribuire concretamente a un lavoro di miglioramento del sistema del Servizio Civile, nell’ottica della valorizzazione dell’impegno degli Enti del Terzo Settore quali attori fondamentali del sistema fin dalla nascita dell’istituto.

Nel dibattito alla Camera abbiamo avvertito una grande mancanza: quella del ruolo del Terzo Settore, che dovrebbe invece essere tenuto in considerazione nella costruzione della futura governance del Servizio Civile Universale. Il ministro ha parlato degli incontri, previsti ogni due mesi, con Regioni, ANCI e UPI (si veda l’emendamento all’art. 1 relativo al Tavolo permanente), senza neppure citare il Terzo Settore.

Di fronte a questa disattenzione nei confronti del Terzo Settore (TS) che non sembra entrare in un’idea di governance del SCU ricordiamo alcuni fatti:

  • Il servizio civile su base volontaria, che oggi si chiama SCU, si deve principalmente alla mobilitazione del Terzo Settore nel 1999-2000;
  • Negli anni dell’obiezione e del disinteresse del Ministero della Difesa, fu il TS che elaborò le soluzioni organizzative che hanno poi fatto vivere il sc (pensiamo alla figura dell’Operatore Locale di Progetto, alla formazione generale obbligatoria), soluzioni ancora oggi essenziali e funzionanti.

Due considerazioni culturali sulla centralità del TS. 

– La formazione alla cittadinanza attiva, il suo esercizio trovano nel TS il suo alveo naturale, riconosciuto dalla riforma del TS del 2016 nel suo concorso all’interesse generale;

– L’impegno per soluzioni nonviolente ai conflitti, la capacità di farlo, nasce nelle azioni quotidiane nei luoghi delle ingiustizie e il radicamento sociale del TS è occasione unica per i giovani per acquisire queste capacità oggi ancora più essenziali.

Per questo non solo va confermata la Consulta, e di questo siamo soddisfatti, ma andranno pensate anche nuove sedi di interlocuzione fra Dipartimento e TS.

Chiediamo inoltre che il confronto con gli stakeholder del sistema sia strutturato e non soltanto richiamato in termini generali. Il servizio civile vive grazie alla collaborazione tra istituzioni, enti e territori: se questo dialogo non viene formalizzato, si rischia di produrre norme meno aderenti alla realtà operativa e meno capaci di rispondere ai bisogni dei giovani e delle comunità.

Inoltre, il ministro ha fatto cenno al fatto che il Servizio Civile non è “un lavoro”. Occorre però osservare che la prima attuazione della misura sulla messa in trasparenza delle competenze degli operatori volontari e delle operatrici volontarie, ancora in fase di sperimentazione e pertanto da monitorare con attenzione, prevede attività che i giovani possono svolgere e per le quali possono ottenere la messa in trasparenza. Tali attività rischiano di cancellare il confine tra funzioni di supporto e sostituzione dei ruoli del personale, oltre che di impoverire l’esperienza stessa (segreteria, protocollo, gestione del denaro…). Ciò rende più acuto un elemento di insoddisfazione dei giovani e di vulnerabilità politica del SCU, già oggi presente: il rischio che esso assuma la funzione di lavoro sottopagato e sostitutivo. Tale rischio è accentuato nei casi di impiego dei giovani presso enti dotati di piante organiche e composti esclusivamente da lavoratori, mentre risulta mitigato negli enti in cui l’esperienza di volontariato è spesso condivisa con dirigenti e soci.

Riteniamo, inoltre, importante il tema della visibilità istituzionale: il ritorno a un Dipartimento autonomo per il servizio civile, oppure in dialogo con un Dipartimento per la Difesa civile non armata e nonviolenta (Campagna “Un’altra difesa è possibile” per una legge di iniziativa popolare), rappresenterebbe un segnale importante, perché restituirebbe riconoscibilità alla specifica identità dell’istituto e alla sua funzione pubblica. L’obiettivo della proposta di legge è dare piena attuazione alla sentenza della Corte costituzionale n. 164/1985, che riconobbe la legittimità costituzionale della forma “civile” della difesa della Patria (artt. 11 e 52 Cost.), equiparata solo formalmente al servizio militare, ma mai sostenuta con risorse comparabili.

In tale prospettiva, andrebbe maggiormente valorizzata la specificità del servizio civile all’estero, quale esperienza di solidarietà internazionale, cooperazione tra comunità ed educazione alla pace, e quale contributo dell’Italia alla prevenzione dei conflitti, alla tutela dei diritti e alla costruzione di relazioni tra i popoli. Coerentemente, di ulteriore fondamentale importanza, è la possibilità per il servizio civile di entrare stabilmente e in maniera strutturata nelle scuole e Università per promuovere tra i giovani l’opzione civile e l’alternativa nonviolenta della Difesa della Patria.

La situazione internazionale e quella sociale interna renderebbero indispensabile un servizio civile che educhi i giovani alla nonviolenza e all’impegno per la costruzione di condizioni di pace e che produca servizi per la comunità nei campi della coesione sociale e della pace a livello internazionale.

 

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Aderenti alla campagna Sbilanciamoci 

ActionAid, ADI–Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani, Altreconomia, Altromercato, Antigone, AOI–Associazione delle ONG Italiane, ARCI, ARCI Servizio Civile, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione per la Pace, Beati i Costruttori di Pace, CESC Project, CIPSI–Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale, Cittadinanzattiva, CNCA–Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Comitato Italiano Contratto Mondiale sull’Acqua, Comunità di Capodarco, Conferenza Nazionale Volontariato e Giustizia, Crocevia, Donne in Nero, Emergency, Emmaus Italia, Equo Garantito, Fairwatch, Federazione degli Studenti, Federazione Italiana dei CEMEA, FISH–Federazione Italiana per il superamento dell’Handicap, Fondazione Ecosistemi, Fondazione Finanza Etica, Gli Asini, Gruppo Abele, ICS–Consorzio Italiano di Solidarietà, LAV–Lega Anti Vivisezione, Legambiente, LINK Coordinamento Universitario, LILA–Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids, Lunaria, Mani Tese, Medicina Democratica, Mi Riconosci?, Movimento Consumatori, Nigrizia, Oltre la Crescita, Pax Christi, Refrient Onlus, Rete Universitaria Nazionale, Rete degli Studenti Medi, Rete della Conoscenza, Terres des Hommes, UISP–Unione Italiana Sport per Tutti, UdS–Unione degli Studenti, UdU–Unione degli Universitari, Un Ponte Per, WWF Italia

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Canapa, spirulina e microrganismi: dalla Puglia un progetto per bonificare i terreni contaminati

La canapa industriale non è solo una coltura destinata alla produzione di fibra, biomateriali o alimenti. In Puglia è al centro di un progetto di ricerca che punta a trasformarla in uno strumento per il recupero ambientale. L’obiettivo è sviluppare un protocollo capace di bonificare terreni contaminati da metalli pesanti e idrocarburi sfruttando la sinergia …
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Come possono finire le guerre nel Golfo e in Ucraina?

Come si esce dalle guerre? Come si trovano soluzioni a tensioni che possono far riaccendere i conflitti? In Iran come in Ucraina è questo il nodo che nessuno finora scioglie. Una lezione utile viene dal dopoguerra europeo, all’indomani di due guerre mondiali con radici nelle tensioni tra Francia e Germania. Nel 1950 il ministro degli Esteri francese Robert Schumann propose di non vietare alla Germania lo sfruttamento delle sue risorse di carbone e acciaio, fondamentali per lo sforzo bellico, ma di organizzarne la gestione congiuntamente alla Francia, in un quadro istituzionale aperto anche ad altri Stati europei. Schumann intuì che la produzione comune di carbone e acciaio avrebbe reso la guerra nel cuore dell’Europa non solo impensabile, ma anche materialmente irrealizzabile. Da questa Comunità europea del carbone e dell’acciaio si è poi sviluppata la Comunità economica europea, e in seguito l’Unione. Gestire insieme le risorse che erano alla base del riarmo ha consentito di impedire nuovi conflitti. 

La Fondazione Bourse&Bazaar – un think tank con sede a Londra specializzato in diplomazia economica – ha proposto il 10 luglio scorso un’iniziativa simile per il conflitto nel Golfo persico. L’idea è quella di non escludere l’Iran dal controllo dello Stretto di Hormuz, bensì di coinvolgerlo attraverso un’istituzione già esistente: la «Regional Organization for the Protection of the Marine Environment» (ROPME), attiva dal 1978 e di cui fanno parte tutti gli otto Stati che si affacciano sul Golfo Persico. L’estensione del mandato di questa organizzazione dalla tutela ambientale alla sicurezza regionale potrebbe essere finanziata attraverso la tassa sul transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, proprio come richiesto ora dall’Iran.L’idea mette insieme la richiesta di Teheran di un rinnovato riconoscimento della sovranità del Paese e l’esigenza dei sei paesi filo-occidentali membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) di garantire un passaggio sicuro attraverso lo stretto. Dare a quest’organizzazione regionale – la ROPME – l’autorità di gestire il flusso di navi nel Golfo potrebbe consolidare gli elementi di cooperazione già esistenti e ridurre le tensioni che hanno portato alla ripresa della guerra. Per legrandi petroliere si tratterebbe di una tassa di entità limitata, che consentirebbe di consolidare un’istituzione regionale che diventerebbe una sede di confronto e dialogo tra le parti in conflitto. E i paesi avversari dell’Iran hanno la loro organizzazione – il Consiglio di Cooperazione del Golfo – in cui possono sviluppare le proposte da discutere poi con Teheran all’interno della ROPME.

Possiamo promuovere in Europa un’iniziativa analoga per far finire la guerra in Ucraina? Al centro del conflitto in Ucraina c’è la contesa sulla regione del Donbass, per cui si dovrà immaginare, almeno temporaneamente, uno status di neutralità. Dopo quattro anni di guerra aperta e dieci di tensioni, è arrivato il momento di aprire un dialogo. Chi potrebbe negoziare e gestire sul piano istituzionale una soluzione del conflitto?Anche in Europa esiste da anni un’organizzazione di cui fanno parte tutti gli Stati europei, compresa la Russia: l’OSCE, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, con sede a Vienna. L’OSCE prende decisioni all’unanimità, anche la Russia deve quindi approvarle. E analogamente al CCG per il Golfo persico, anche in Europa esiste una organismo i cui i paesi occidentali possono concordare le posizioni da portare poi in sede di OSCE: la Comunità Politica Europea, istituita da Macron nel 2022, che si è già riunita quattro volte e in cui Russia e Bielorussia non sono rappresentate. Dal punto di vista politico, la Comunità Politica Europea non rappresenta una novità. Tra il1970 al 1992 i paesi dell’Europa occidentale si riunivano nella Cooperazione Politica Europea per coordinare la propria politica estera. Erano i tempi del processo di Helsinki della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE), che ha reso possibile la distensione nell’ultima fase del confronto tra i blocchi, e la Cooperazione Politica Europea è stata uno strumento di rilievo i quel percorso.

Per di più, sulla questione ucraina, nel periodo 2014-2015 l’OSCE ha svolto un ruolo importante nella definizione degli accordi di Minsk I e II per la soluzione del conflitto nel Donbass; gli aspetti di sicurezza, tuttavia, non sono stati integrati da accordi più ampi di cooperazione politica ed economica; le parti in conflitto non hanno rispettato gli accordi e le tensioni si sono ulteriormente inasprite, sfociando nell’invasione russa del 2022.

Come per il carbone e l’acciaio del dopoguerra europeo, la soluzione ai conflitti per lo stretto di Hormuz e il Donbass può passare per un’istituzione in cui tutte le parti siano coinvolte. Ammesso però che ci sia la volontà politica e pressioni diplomatiche internazionali, anche da parte dell’Unione Europea e dell’Italia. Una richiesta in questa direzione era venuta dalla Lettera aperta all’Europa di un gruppo di intellettuali del maggio 2024 – tra cui Luciana Castellina, Peter Brandt, Carlo Rovelli, Wolfgang Streeck – che chiedeva alla Ue di impegnarsi per negoziati di pace tra Russia e Ucraina. Il testo era stato pubblicato dal Corriere della Sera e da giornali di molti paesi (https://sbilanciamoci.info/ucraina-russia-negoziare-adesso/). Di fronte alla prospettiva di altri anni – nel Golfo persico come in Ucraina – di attacchi devastanti con droni e missili, questa può essere una via per la pace.

L'articolo Come possono finire le guerre nel Golfo e in Ucraina? sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Un gruista in paradiso spiega l’essenza del Cristianesimo

L a letteratura ultimamente parla di due cose: Dio e l’io. Che spesso possono essere la stessa cosa. Di sicuro lo sono per Pirjeri Ryynänen, il protagonista dell’ultimo libro di Arto Paasilinna pubblicato da Iperborea. S’intitola Un gruista in paradiso, è del 1989 ma è stato tradotto in italiano da Nicola Rainò soltanto ora.

Pirjeri per alcuni mesi sarà trasformato da un operaio comune a sostituto di Dio nel paradiso cristiano. Si trova all’improvviso costretto ad avere coscienza della specie umana cui appartiene: proprio quello che Ludwig Feuerbach individua come presupposto per l’affermazione della religione cristiana. Feuerbach apre L’essenza del Cristianesimo (1841) stabilendo che la differenziazione dell’uomo dagli altri animali sia il primo requisito per la nascita della religione. Che cosa distingue l’uomo dagli altri animali? La coscienza di sé non come individuo ma come membro della specie. L’uomo si rende conto di essere parte di un gruppo più esteso, cioè ha modo di avere contezza della propria essenza. Procedendo nel suo trattato, il filosofo spiegherà che, se per avere coscienza di qualcosa l’uomo ha bisogno di oggetti cui riferirsi, il divino è un oggetto insito nell’uomo stesso. Dio è ciò che l’uomo ha di più vicino e intimo; quindi “la coscienza che l’uomo ha di Dio è la conoscenza che l’uomo ha di sé” e, viceversa, conoscendo sé stesso, egli raggiunge Dio.

Ecco che Pirjeri Ryynänen, il gruista in paradiso di Paasilinna, incarna perfettamente le caratteristiche dell’uomo intorno a cui Feuerbach costruisce il proprio trattato. Diventa responsabile della sua intera specie, e quindi è costretto a conoscerla, e fa confluire Dio con sé ‒ perché ne assume il ruolo. Ha le due caratteristiche fondamentali per portare avanti, con Feuerbach, la riflessione sull’essenza del cristianesimo e sulla natura della religione. C’è, infine, un ultimo aspetto che rende Pirjeri Ryynänen l’uomo perfetto su cui far ruotare la riflessione: secondo Feuerbach la religione diventa possibile negli uomini proprio perché essi non sono consapevoli della coincidenza fra Dio e sé stessi. Come scrive il filosofo: “Il non essere consapevole che la coscienza che l’uomo ha di Dio è la stessa autocoscienza del proprio essere è il fondamento della vera e propria essenza della religione”. Il personaggio di Paasilinna rovescia questo assunto: rende possibile la coscienza del rispecchiamento fra il sé dell’uomo e Dio e si fa portavoce tra i lettori dell’intuizione di Feuerbach per cui Dio non è altro dall’uomo, ma una sua creazione.

Il gruista in paradiso di Paasilinna incarna perfettamente le caratteristiche dell’uomo intorno a cui Feuerbach costruisce il proprio trattato. Diventa responsabile della sua intera specie, e quindi è costretto a conoscerla, e fa confluire Dio con sé perché ne assume il ruolo.
In questo senso, Un gruista in paradiso porta a compimento quello che Feuerbach si poneva come compito: “mostrare che la distinzione fra il divino e l’umano è illusoria, cioè che null’altro è se non la distinzione fra l’essenza dell’umanità e l’uomo individuo, e che per conseguenza anche l’oggetto e il contenuto della religione cristiana sono umani e nient’altro che umani”. Fin dall’esordio del suo romanzo il Dio di cui parla Paasilinna è “umano e nient’altro che umano”. Lo scrittore mescola Dio e l’uomo, partendo proprio dalle conclusioni di Feuerbach, e apre il suo romanzo con un’irriverente descrizione di Dio prima che ammettesse la sua stanchezza e richiedesse l’elezione di un sostituto. La prima lapidaria definizione che ne viene data è, appunto, quella di uomo.
Dio è un bell’uomo. Alto uno e settantotto, leggermente robusto, ma ben proporzionato e di portamento fiero. Ha tratti fini, naso dritto, fronte alta. Lo sguardo è amabilmente risoluto, anche se un po’ stanco. Le orecchie non sono a sventola e non rivelano cerume. Dio non ha né barba né baffi. Ha i capelli scuri, lisci e corti, pettinati con la riga a destra per chi guarda e appena brizzolati alle tempie. Tutto sommato non dà l’impressione di essere molto vecchio.

Con il tono sarcastico e umoristico che contraddistingue tutta la produzione dello scrittore finlandese ‒ già in dialogo con la religione in altri romanzi come L’allegra apocalisse, Aadam ed Eeva o Professione angelo custode ‒, Un gruista in paradiso consegna fin dall’inizio ai lettori una dimensione umana del divino. Lo scopo sembra duplice: provocare sulla reale esistenza del Dio cui sottostà la religione; stimolare l’uomo a essere consapevole della responsabilità che gli appartiene in quanto Dio di sé stesso e della propria specie. Il romanzo è una prova del nove di quella piccola storia del Grande Inquisitore che troviamo dentro la grande storia dei Fratelli Karamazov: se veramente l’uomo fosse lasciato libero di essere e fare tutto ‒ addirittura reso Dio ‒ saprebbe valorizzare quella libertà e coglierne le sue sfide?

O sapere di essere governati da qualcuno con il dovere di essere più buono, migliore e più giusto, solleva l’uomo dalla responsabilità di essere, a sua volta, buono, ottimo e giusto? Per Pirjeri Ryynänen non c’è scelta: nel giro di poche settimane gli angeli Gabriele e Pietro lo eleggono sostituto di Dio e a lui spetta il compito di far funzionare il mondo e accettare la sfida di poter scegliere, da uomo-dio libero, tra tutte le possibilità umane e divine. Quella di Paasilinna sembra una speranza sotto forma di romanzo: che tutti gli uomini a turno possano passare alcuni mesi al posto di Dio per ridurne il potere e distribuirne i doveri umani tra l’intera specie.

Diventa vero, in Un gruista in paradiso, che “tutte le qualificazioni dell’essere divino sono qualificazione dell’essere umano”. Mentre Feuerbach sostiene che “l’essere divino non è altro che l’essere dell’uomo liberato dai limiti dell’individuo, cioè dai limiti della corporeità e della realtà”, Paasilinna mette in atto questa intuizione rendendo un gruista qualsiasi della sua Finlandia un Dio capace di spostarsi con la forza del pensiero, compiere miracoli, controllare gli agenti atmosferici, intervenire sui conflitti mondiali. Sottrae all’uomo Pirjeri i limiti materiali dell’essere umano e gli attribuisce i doveri di cura, attenzione e responsabilità degli altri uomini che, nel pensiero religioso, spettano a Dio.

Quella di Paasilinna sembra una speranza sotto forma di romanzo: che tutti gli uomini a turno possano passare alcuni mesi al posto di Dio per ridurne il potere e distribuirne i doveri umani tra l’intera specie.
L’auspicato effetto-contagio che emerge dalla lettura di Un gruista in paradiso trova ampio riscontro anche nella letteratura più recente. Se Paasilinna ha scritto questo romanzo sul Dio finlandese che “si è fatto uomo” sperando che tutta l’umanità possa essere divinità di sé stessa già 35 anni fa, oggi la presenza del divino è ricorrente in molti titoli contemporanei. Fabrizio Sinisi ha pubblicato a settembre un romanzo intitolato Il prodigio, che racconta la comparsa in una città di un misterioso volto nel cielo da cui scaturiscono culti, profusioni mistiche, anche isterismi e venerazioni più disparate. Qualche anno fa Carola Susani ha dato il via alla trilogia di Italo Orlando, un bambino dalla pelle giallastra trovato in un fiume che pare essere la controfigura di Gesù e attraversa le fasi dell’umanità con fare divino, santo, immacolato. Nel 2005 Marcos y Marcos ha pubblicato un romanzo del 1964 iconicamente intitolato È difficile essere un dio: scritto dai fratelli russi Arkadij e Boris Strugackij, è una storia di fantascienza in cui il protagonista Don Rumata, al pari di Pirjeri, da osservatore di un pianeta alieno scoperto nell’universo vive il dramma di testimoniare e supervisionare, come fosse Dio, lo sviluppo e le tragedie della società aliena che sta studiando. La casa editrice Utopia nel 2022 ha iniziato a tradurre i romanzi di Scholastique Mukasonga (Kibogo è salito in cielo; Sister  Deborah) che problematizzano la relazione tra religione e mito, culti e credenze, credenze locali africane e religione cattolica.

Sono esempi che raccolgono la tensione perturbante e sconvolgente della società come facevano Giro di vite di Henry James o Teorema di Pier Paolo Pasolini. Se per James erano i fantasmi e per Pasolini il sesso, per il nostro decennio l’elemento che manda in tilt l’umanità sembra essere la religione, il soggetto divino per cui provare culto. Porta all’ennesimo grado tutte le pulsioni, le tensioni, le paure e gli entusiasmi che gli esseri umani tengono latenti o nascoste nella vita quotidiana – proprio come la famiglia pasoliniana a contatto con l’Ospite, o la giovane istitutrice di Giro di vite davanti alle minacce dall’aldilà. La figura divina ora possiede questo ruolo rovesciatore, sublime nel senso di terrificante e attraente allo stesso tempo di sacro, e la grandezza di Paasilinna è stata proprio quella di intuire che questo sentimento di fascino e timore per la figura divina dipendesse dalla natura ibrida tra Dio e uomo che la religione ha oscurato e mistificato nel tempo.

L’essenza sfumata che permette a ogni Dio di essere uomo (e quindi a ogni uomo di essere potenzialmente Dio) è il perno intorno cui ruota Un gruista in paradiso e probabilmente la traiettoria filosofico-esistenziale alla base di tutte le esperienze letterarie che sono nate negli anni e si sono moltiplicate nell’ultimo nostro decennio. Tutte tornano all’idea di Feuerbach per cui “l’uomo non può uscire dalla propria natura” e anche volesse immaginare individui divini diversi da lui “mai può astrarre dalla propria specie, dal proprio essere”. Ne consegue che “le qualificazioni essenziali che egli conferisce a questi altri individui sono sempre qualificazioni attinte dalla sua propria natura, e non sono in realtà che la sua propria immagine”. Per quanto l’uomo voglia credere che in cielo vivano altri esseri diversi da sé, in realtà starà sempre desiderando l’esistenza di più esseri come o simili a sé.

Se Paasilinna ha scritto questo romanzo sul Dio finlandese che “si è fatto uomo” sperando che tutta l’umanità possa essere divinità di sé stessa già 35 anni fa, oggi la presenza del divino è ricorrente in molti titoli contemporanei.
A proposito di questo mistero del divino che si fa attuale a partire dalla similarità tra l’uomo e Dio, su cui si costruisce Un gruista in paradiso, è eloquente un passaggio del romanzo Il prodigio di Fabrizio Sinisi che è ispirato, guarda caso, proprio al periodo della pandemia come momento in cui il mistero, il divino, e la precarietà umana sono stati concetti tanto scossi quanto mai interconnessi fra loro.
Le cose come sono, ecco cosa vedi, e la cosa peggiore è che non lo puoi neanche raccontare, se ne parli in giro nessuno ti capisce, per capire una cosa come quella non basta descriverla, devi avere anche la stessa temperatura di quello che vuoi capire, devi esserci dentro, capisci, come dicono gli attori, per capire qualcosa devi esserci dentro, andarci tutto dentro fino all’osso, per vedere il mondo devi avere anche tu questo buco nel petto, altrimenti non lo puoi capire – o ce l’hai o non ce l’hai, non c’è niente da fare, e se non ce l’hai ti guardi bene dal procurartelo, il buco nel petto è una cosa orribile, però solo da lì puoi vedere il mondo com’è veramente.

Il buco nel petto causato dal cecchino di cui parla Sinisi che, a caso nell’universo, si fissa su un punto, spara, e lascia per sempre una ferita viva e aperta nel corpo che viene colpito, assomiglia molto al concetto di culto intorno cui si aggregano gli uomini. Il mistero della fede può essere capito solo da chi condivide la ferita di aver accettato il peso di quel mistero da cui, però, si ha l’accesso esclusivo alla conoscenza del mondo “com’è veramente”. Allo stesso tempo, per comprendere Dio bisogna avere la sua “stessa temperatura”, ossia essere tutti Pirjeri Ryynänen per almeno un giorno della vita e vedere con chiarezza di essere esattamente ‒ come diceva Feuerbach ‒ talmente identici a Dio da poter finire, un giorno, a caso, designati come suoi sostituti.

Più in generale, negli ultimi anni si è reso evidente il bisogno, attraverso la letteratura e il cinema, di guardare il nostro mondo dall’alto, da fuori, da sopra. Lo confermano il successo straordinario di Orbital (2023) di Samantha Harvey, un viaggio astronomico ed esistenziale capace di far amare la Terra proprio nel momento in cui la si guarda da lontano; ma anche l’entusiasmo per Il Dio dei nostri padri (2024) la rilettura contemporanea di Aldo Cazzullo delle principali vicende bibliche. Forse è questo il filo rosso che accomuna Paasilinna agli esempi appena citati: rendere Dio un uomo è un modo per rendere altro gli uomini e, in quella dimensione altra, provocarli sulla conoscenza di sé e auspicare lo sviluppo di una coscienza più umana e una bontà talmente possibile da essere divina. È come se questi esempi cercassero di rendere tridimensionale il gioco a due dimensioni di Flatlandia, il capolavoro di Edwin Abbott del 1884: in quel caso gli enti geometrici, guardando dal proprio universo una dimensione diversa dalla propria, scoprivano la relatività e conoscevano con più coscienza le regole del proprio mondo.

La provocazione di Abbott con Paasilinna si incarna nell’uomo-divino e cerca, con l’umorismo e con la leggerezza di cui è capace, di far vestire a tutti i lettori i panni di Dio, giocare tutti a essere Dio per riuscire davvero a guardare dall’alto il nostro mondo, i nostri simili, le altre specie e ‒ forse ‒ diventare migliori di come, ciechi e indifferenti, siamo sempre più destinati a diventare. Un gruista in paradiso riassume tutti i tentativi letterari di dare forma alla filosofia di Simone Weil quando, nel saggio La persona e il sacro, esordisce con: “‘Lei non m’interessa’. Un uomo non può rivolgere queste parole a un altro uomo senza commettere una crudeltà e ferire la giustizia”. Pirjeri Ryynänen nel suo periodo da Dio non può dire “lei non m’interessa” e questa forzatura gli impedisce di essere crudele e ingiusto.

Rendere Dio un uomo è un modo per rendere altro gli uomini e, in quella dimensione altra, provocarli sulla conoscenza di sé e auspicare lo sviluppo di una coscienza più umana e una bontà talmente possibile da essere divina.
Rovesciando quest’ultima affermazione e molto di quanto detto fino a questo punto, si potrebbe dire che Un gruista in paradiso, mettendo un uomo qualsiasi al posto di Dio, intende dimostrare anche l’assoluta pochezza, superficialità e imperfettibilità della divinità. Non solo perché si accontenta di far scegliere ai suoi funzionari l’uomo che ha rivolto al cielo la preghiera più interessante nella settimana del suo piano di fuga, ma anche e soprattutto perché se ‒ anche solo per un periodo ‒ Dio è un uomo, allora nei compiti e nelle azioni divine non potrà assolutamente esserci nulla di perfetto e giusto. L’essere umano, infatti, anche il migliore fra essi, non sarà mai solo perfetto e giusto, tanto che verso la metà del romanzo Pirjeri, prendendo atto della sua posizione e dell’operato di chi lo ha preceduto in paradiso, affermerà: “come si è visto nel corso dell’evoluzione umana, neanche un Dio esperto è esente da fallimenti nel processo creativo”. Quel fallimento nella creazione cui si riferisce Pirjeri è la specie umana e se ‒ assecondando il cortocircuito che si crea nella religione guardandola dalla prospettiva di Feuerbach ‒ Dio può essere solo un uomo, allora ammettere un errore sugli uomini vuol dire ammetterlo su sé stesso.

Cos’è, allora, che rende divino un Dio? Nel romanzo di Paasilinna Pirjeri Ryynänen viene posto a capo del paradiso da un’urgenza estemporanea che ‒ forse a causa del suo rapporto ravvicinato con il cielo, lavorando in cima alle gru ‒ lo fa notare da Gabriele e Pietro. Il suo merito? Aver chiesto, in un’intenzione di preghiera, che la sua compagna fosse diversa per non dover litigare così spesso con lei.

Feuerbach dedica larga parte del suo trattato filosofico-religioso a chiedersi cosa renda divino il Dio dei cristiani. In un passaggio conclude che, nel Cristianesimo, non è il soggetto a essere divino, bensì il suo attributo. Ossia, dire che Dio è Dio rende automaticamente quel soggetto un soggetto divino: ecco in che modo Arto Paasilinna ha potuto rendere Pirjeri Ryynänen Dio. “Se ‒ per dirla con Feuerbach ‒ è pacifico che l’essere o il soggetto riposa unicamente nelle qualificazioni, ossia che l’attributo è il vero soggetto, resta anche dimostrato che se gli attributi divini sono attributi della natura umana, il loro soggetto, Dio, è pure un essere umano”. Quelli che Feuerbach chiama attributi, ossia le qualità che gli uomini attribuiscono a Dio, dice il filosofo che appartengono alla gamma di infinite possibili qualità umane, perché sono gli uomini a descriverle, pensarle, ammirarle e quindi attribuirle a Dio ‒ rendendo maiuscola la lettera “d”. Di conseguenza se le qualità di Dio sono umane e ciò che le rende Dio sono le sue qualità, allora Dio è uomo. Così anche un gruista qualsiasi, Pirjeri nel nostro caso, può diventare con i suoi attributi tanto divino quanto Dio.

Si potrebbe anche dire che Un gruista in paradiso, mettendo un uomo qualsiasi al posto di Dio, intende dimostrare anche l’assoluta pochezza, superficialità e imperfettibilità della divinità.
L’arbitrarietà dell’elezione di Dio è anche la caratteristica del culto e del sacro che più si sintonizza con le esperienze contemporanee di cui parlavo poco fa. Tornando al libro di Sinisi, infatti, in Il prodigio è presente una latente ma costante riflessione sulle tante religioni che possono condizionare la vita di un uomo, gli infiniti dei che ognuno di noi ha per la propria vita. Addirittura il protagonista, un prete di nome don Luca, innamorato di una giovane donna problematica, dirà di usare per Marta il linguaggio “che non ho mai azzardato per nessun elemento della Trinità”. E confermando quella connessione fra il sacro e il turbamento che Pasolini affidava al sesso in Teorema, si spingerà fino a dire “ogni orgasmo, per qualche attimo, istituisce un dio”: questa è la sensibilità del mondo contemporaneo e l’abbattimento del muro invalicabile che rendeva inaccessibile la figura divina ha fatto accorgere di quante cose potrebbero costruire una religione relativizzando e sminuendo così quella cristiana. Se tutto si fa potenzialmente divino, compreso il gruista di Paasilinna, automaticamente si smaschera l’univocità e l’inaccessibilità inarrivabile di quella religione cristiana approfondita da Feuerbach.

Proseguendo su questo ragionamento, si svela anche il modo in cui Paasilinna fa la sua critica più o meno velata alla religione. Feuerbach spiega, infatti, che nonostante le caratteristiche divine siano sostanzialmente umane, la religione e la teologia, per affermarsi, hanno bisogno di instaurare una distanza incolmabile tra l’uomo e quelle caratteristiche divine. “Per arricchire Dio, l’uomo deve impoverirsi; affinché Dio sia tutto, l’uomo deve essere nulla” ‒ scrive il filosofo; Paasilinna invece contrasta questa curva inversamente proporzionale e, ponendo un gruista qualunque allo stesso livello di Dio, dà agli esseri umani la possibilità di recuperare la propria dignità divina ‒ nel senso di completa, totale e manchevole di nulla.

Perché mentre nella religione “ciò che l’uomo sottrae a sé stesso, lo gode in Dio in misura incomparabilmente maggiore”, in Un gruista in paradiso Pirjeri (e tutti gli uomini) si riappropria di quello che la storia ha sottratto all’umanità, dimostrando che gli esseri umani possono raggiungere quell’inaccessibile condizione divina – resa tale proprio dal principio dell’inaccessibilità. Ancora Sinisi, in un passo del romanzo scrive “da un giorno all’altro la gente di questa città ha alzato gli occhi al cielo e ha cominciato a desiderare”: così appare il Volto fra le nuvole di una città qualsiasi, e così la religione nasce dal desiderio e poi si installa talmente bene nella vita quotidiana da far credere agli uomini che il fine ultimo di quel desiderio sia un Dio. Il desiderio precede la divinità, questo dicono da Feuerbach a Sinisi passando per Paasilinna ‒ non viceversa.

Un gruista in paradiso è la storia di una riappropriazione culturale allora, il racconto di un Prometeo che non è stato accusato di tracotanza, ma anzi lo smascheramento della religione e il tentativo di depotenziare l’idea di Dio. Dissacrando dall’interno la figura e il ruolo di Dio, l’uomo può non temere di fare la fine di Prometeo perché sa che il frutto proibito è un’invenzione che protegge Dio dall’evidenza di essere troppo uguale all’uomo e, quindi, senza alcuno scarto che lo pone più in alto, dal non avere potere su di lui. Un tentativo di vendicare quella che Antonio Banfi, nella prefazione a L’essenza del Cristianesimo, definisce “la più grave forma di schiavitù cui l’uomo soggiace”, ossia “la schiavitù religiosa che tarpa le sue forze vitali”.

La religione nasce dal desiderio e poi si installa talmente bene nella vita quotidiana da far credere agli uomini che il fine ultimo di quel desiderio sia un Dio. Il desiderio precede la divinità, questo dicono da Feuerbach a Sinisi passando per Paasilinna non viceversa.
Perché se, come scrive Banfi, il problema sta nel fatto che questa schiavitù religiosa è “il risultato deviato e irrigidito dello slancio più generoso dell’uomo”, Paasilinna riposiziona la generosità dagli uomini agli uomini e per gli uomini. Pirjeri sa essere generoso come un Dio senza il bisogno di attribuire a un ente divino la generosità di cui l’uomo si convince di essere non all’altezza. Pirjeri non facendosi violenza e non sminuendosi davanti a Dio in un certo senso vendica tutti gli uomini che, nella religione, si sono subordinati a un’idea pensata a misura d’uomo e creata con una dinamica sabotatrice di sé stessi.

Un gruista in paradiso sta alla religione come la filosofia marxista ‒ guarda caso proprio ispirata a quella di Feuerbach ‒ sta alla schiavitù capitalista. Nel materialismo storico di Marx il processo svilente dell’uomo che Feuerbach adduce alla religione viene trasferito alle dinamiche di classe. L’alienazione della classe operaia consiste proprio nella privazione del valore umano – deposto nella forza lavoro di cui ognuno è capace ‒ che automaticamente pone la classe capitalista in una posizione di potere maggiore. Alla classe proletaria rispetto ai capitalisti manca quella stessa cosa di cui l’uomo di fede incoscientemente si priva per far esistere Dio. La pervasività del capitalismo, così come la logica subdola della religione, ha fatto sì che ‒ lo rileva Marcuse all’inizio del Saggio sulla liberazione ‒ l’uomo soddisfacendo i propri bisogni danneggia se stesso e “perpetua la sua servitù”: esattamente come l’uomo religioso, secondo Feuerbach, trovando ristoro nella religione rafforza le sue regole e aumenta il divario ‒ inesistente, come dimostra Pirjeri ‒ tra gli uomini e Dio.

Anche guardandolo dal punto di vista politico, il romanzo di Arto Paasilinna può essere visto come un tentativo di scardinare l’ordine prestabilito. Nel saggio citato di Herbert Marcuse il filosofo ripone nell’immaginazione la speranza di bloccare il cortocircuito capitalista e liberare davvero l’uomo dalle schiavitù della società in cui è immerso. Scrive che “unificando sensibilità e ragione l’immaginazione diventa ‘produttiva’ e nel mentre diventa pratica: una forza guida nella ricostruzione della realtà”. Arto Paasilinna cavalca solo e soltanto gli strumenti di quest’immaginazione politica, ribelle e antirepressiva di cui parla Marcuse e, rendendo Dio un gruista, libera gli uomini intenti a costruire la Torre di Babele dalla colpa della tracotanza e dall’inaccessibilità del cielo.

In un gioco rende un gruista, che costruisce cose stando in alto come in quel racconto della Genesi, il capo del paradiso e il gestore di tutti gli affari della Terra, e dà forma all’utopia pensata da Marcuse. Se, alla fine del romanzo, il Dio del paradiso penserà di non avere più bisogno di un supplente e, anzi, chiuderà di nuovo le porte del suo regno, sarà soltanto per confermare una delle tesi più illuminanti di Aristotele che riprende Marco D’Eramo all’inizio del saggio Dominio (2020): “i dominati si ribellano perché non sono abbastanza eguali, i dominanti si rivoltano perché sono troppo eguali”. Pirjeri rivendicherà con una piccola rivoluzione la sua legittima capacità di sostituire Dio; Dio reclamerà il suo titolo per paura che un uomo si accorga troppo di poter prendere il suo posto.

L'articolo Un gruista in paradiso spiega l’essenza del Cristianesimo proviene da Il Tascabile.

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Capire l’affare OpenAI/Hugging Face è capire gli LLM open-weight, le tecniche di abliterazione ed il futuro

Nell'analisi post-mortem dell'attacco perpetrato ai danni di Hugging Face da parte degli agenti OpenAI, "talmente potenti da impressionare i loro creatori", tralasciando tutti gli aspetti di marketing ci sono alcuni aspetti tecnici e tecnologici che vale la pena approfondire. Capiamo insieme cosa sono gli LLM open-weight, cosa significa abliterare un modello e, pubblicità a parte, dove l'evoluzione degli LLM potrà arrivare.

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Grey Man, OPSEC e sicurezza digitale

Parte 3 – Proteggere

Dalle scorte domestiche ai social network: ciò che comunichiamo senza accorgercene

Essere discreti non riguarda soltanto il modo in cui ci vestiamo.

Una persona può utilizzare uno zaino urbano, muoversi in modo naturale e non attirare particolare attenzione, ma allo stesso tempo comunicare una grande quantità di informazioni attraverso ciò che trasporta, ciò che racconta e ciò che pubblica online.

Nelle prime due parti dello Speciale AIP dedicato al Grey Man abbiamo analizzato il concetto e la sua applicazione pratica.

Ora dobbiamo affrontare una domanda diversa:

Che cosa stiamo comunicando agli altri senza rendercene conto?

Per un prepper, questa domanda può riguardare:

  • scorte;
  • acqua;
  • energia;
  • equipaggiamento;
  • competenze;
  • spostamenti;
  • abitudini familiari;
  • presenza digitale.

Ed è qui che il Grey Man incontra un altro concetto importante: l’OPSEC.

Grey Man e OPSEC: collegati, ma distinti

OPSEC è l’acronimo di Operations Security.

Il NIST descrive l’OPSEC come un processo sistematico volto a proteggere informazioni generalmente non classificate che potrebbero rivelare capacità e intenzioni. Il processo comprende l’identificazione delle informazioni critiche, l’analisi delle minacce e delle vulnerabilità, la valutazione del rischio e l’applicazione di contromisure appropriate. Unterintelligence and Security Agency sottolinea che l’OPSEC protegge informazioni critiche, classificate o non classificate, che potrebbero essere utilizzate contro un’organizzazione, invitando a osservare le proprie attività anche dal punto di vista di un possibile avversario. Grey Man e OPSEC non sono sinonimi.

Il Grey Man riguarda principalmente la gestione della propria presenza percepibile.

L’OPSEC riguarda la protezione di informazioni e indicatori rilevanti.

I due concetti possono però incontrarsi.

Uno zaino tattico può suggerire la presenza di equipaggiamento.

Una power station trasportata apertamente comunica disponibilità di energia.

Una conversazione può rivelare l’esistenza di scorte.

Una fotografia pubblicata online può mostrare dove vengono conservate.

Concetto AIP

La discrezione non consiste nel mentire. Consiste nel non distribuire informazioni prive di utilità per chi le riceve.

Le informazioni apparentemente innocue

Una singola informazione può sembrare irrilevante.

Il problema nasce quando diverse informazioni vengono raccolte e combinate.

Immaginiamo una persona che nel corso del tempo pubblichi:

  • una fotografia della propria power station;
  • un video della dispensa;
  • immagini dell’impianto fotovoltaico;
  • un post nel quale annuncia una settimana di vacanza;
  • fotografie dalle quali è riconoscibile l’abitazione;
  • immagini del veicolo;
  • informazioni sulla composizione della famiglia.

Ogni contenuto, preso singolarmente, può apparire innocuo.

Nel loro insieme, però, questi elementi possono ricostruire risorse, abitudini e vulnerabilità.

La metodologia OPSEC considera proprio il valore degli indicatori e delle informazioni che, pur non essendo necessariamente segreti, possono essere raccolti e interpretati. o del blackout

Immaginiamo un blackout urbano prolungato.

Durante le prime ore, molte persone utilizzano telefoni, torce e batterie portatili.

Con il passare del tempo, la disponibilità di energia diminuisce.

Alcuni negozi restano chiusi.

Le comunicazioni diventano più difficili.

La possibilità di ricaricare un telefono acquista maggiore valore.

Una persona attraversa il quartiere trasportando una power station costosa, pannelli solari pieghevoli e diversi dispositivi elettronici chiaramente visibili.

Non sta facendo nulla di sbagliato.

Tuttavia comunica:

  • di possedere energia;
  • di avere attrezzatura di valore;
  • di conoscere sistemi alternativi di alimentazione;
  • di disporre probabilmente di altre risorse.

Il principio Grey Man suggerirebbe, quando possibile, di ridurre l’esposizione non necessaria dell’attrezzatura.

Questo non significa rifiutare di aiutare gli altri.

Significa decidere consapevolmente come, quando e in quale misura rendere visibili le proprie capacità.

Le risorse comunicano

Una famiglia può rivelare involontariamente la propria preparazione attraverso:

  • taniche di carburante visibili;
  • grandi quantità d’acqua trasportate apertamente;
  • pannelli solari;
  • generatori;
  • antenne;
  • apparati radio;
  • confezioni di alimenti in grandi quantità;
  • attrezzature lasciate in vista;
  • conversazioni con vicini o conoscenti.

Non tutto può o deve essere nascosto.

L’obiettivo non è rendere segreta la propria abitazione.

È imparare a chiedersi:

Questa informazione deve essere visibile a chiunque?

In alcuni casi la risposta sarà sì.

In altri no.

La sicurezza nasce anche dalla possibilità di scegliere consapevolmente.

Il Grey Man digitale

Oggi la discrezione fisica rappresenta soltanto una parte del problema.

Una persona può muoversi in modo ordinario per strada e contemporaneamente aver pubblicato online:

  • fotografie della propria abitazione;
  • l’inventario delle scorte;
  • il modello della power station;
  • la disposizione dei pannelli fotovoltaici;
  • dettagli del sistema di sicurezza;
  • la targa del veicolo;
  • il luogo nel quale trascorre i fine settimana;
  • le date delle vacanze;
  • la posizione di un terreno o di un rifugio.

La CISA raccomanda di prestare attenzione alle informazioni condivise online e di gestire le impostazioni dei social network per migliorare privacy e sicurezza. Raccomanda inoltre di limitare la quantità di informazioni personali pubblicate, evitando dati che possano rendere una persona più vulnerabile, come indirizzi o informazioni sulle proprie abitudini. r moderno, discrezione fisica e sicurezza digitale devono quindi procedere insieme.

A cosa serve passare inosservati per strada se online abbiamo già pubblicato l’inventario della nostra preparazione?

Prima di pubblicare

Prima di condividere una fotografia o un video può essere utile chiedersi:

  • Sullo sfondo è visibile un indirizzo?
  • È riconoscibile l’ingresso dell’abitazione?
  • Sono visibili targhe, documenti o numeri di serie?
  • Il contenuto rivela la posizione di attrezzature?
  • Sto mostrando quantità significative di risorse?
  • Sto comunicando che la casa resterà vuota?
  • Le fotografie pubblicate in momenti diversi possono essere combinate?
  • Sto esponendo informazioni relative ad altre persone?

Non è necessario smettere di utilizzare i social network.

È necessario utilizzarli con maggiore consapevolezza.

Anche le conversazioni sono informazioni

Molte informazioni vengono comunicate semplicemente parlando.

Durante un’emergenza, frasi come:

  • “Abbiamo scorte per tre mesi”;
  • “Ho un generatore in garage”;
  • “Conserviamo centinaia di litri d’acqua”;
  • “Se succede qualcosa andremo nella casa in montagna”;

possono rivelare più di quanto sia necessario.

Questo non significa mentire.

Non significa nemmeno rifiutare ogni dialogo.

Significa comprendere che non tutte le informazioni devono essere condivise con chiunque.

Grey Man e cooperazione

Una delle interpretazioni più problematiche del Grey Man presenta la società come una massa ostile dalla quale nascondersi.

Questa visione è riduttiva.

Durante molte emergenze, vicini, volontari, associazioni e cittadini diventano risorse decisive.

La cooperazione permette di condividere:

  • informazioni;
  • competenze;
  • assistenza;
  • trasporti;
  • sorveglianza;
  • risorse.

La discrezione non dovrebbe degenerare nell’isolamento.

Un prepper responsabile dovrebbe saper distinguere tra:

  • informazioni che possono essere condivise;
  • informazioni che è opportuno proteggere;
  • persone affidabili;
  • relazioni ancora da costruire;
  • aiuto sostenibile;
  • richieste capaci di mettere in difficoltà il proprio nucleo familiare.

Il Grey Man può essere utile durante uno spostamento o in una situazione confusa.

In una comunità stabile e affidabile, invece, la cooperazione può offrire una protezione superiore a quella ottenibile da un individuo isolato.

Principio AIP

La resilienza non nasce soltanto da ciò che possediamo. Nasce anche dalle relazioni che costruiamo prima dell’emergenza.

Quando la discrezione non è la scelta giusta

Non tutte le emergenze richiedono di passare inosservati.

Durante un soccorso, un’evacuazione organizzata o una ricerca, essere visibili può salvare la vita.

In ambiente naturale, colori facilmente individuabili possono facilitare il ritrovamento.

Durante un incendio, un’alluvione o un incidente, segnalare chiaramente la propria posizione può essere prioritario.

Un volontario, un soccorritore o un addetto alla sicurezza deve spesso essere riconoscibile.

Anche chi necessita di assistenza deve rendersi visibile e comunicare chiaramente la propria condizione.

Regola fondamentale

Prima di cercare di passare inosservati, occorre chiedersi se essere riconosciuti o localizzati possa invece aumentare la sicurezza.

Il contesto italiano

Gran parte dei contenuti online dedicati al Grey Man nasce negli Stati Uniti e riflette scenari e modelli sociali non sempre sovrapponibili ai nostri.

In Italia, la normalità può cambiare radicalmente tra:

  • un centro storico;
  • una periferia urbana;
  • un piccolo paese;
  • una stazione ferroviaria;
  • un evento sportivo;
  • una zona montana;
  • un centro di accoglienza temporaneo;
  • un’area colpita da terremoto o alluvione.

Non è sufficiente tradurre consigli stranieri.

Occorre interpretarli alla luce:

  • del territorio;
  • della cultura;
  • delle normative;
  • delle abitudini;
  • degli scenari realistici italiani.

La preparazione non dovrebbe trasformare una persona in un personaggio.

Dovrebbe permetterle di affrontare meglio la realtà nella quale vive.

Non invisibili, ma consapevoli

La vera forza del Grey Man non consiste nel diventare irriconoscibili.

Consiste nel controllare meglio le informazioni che comunichiamo.

Abbigliamento, equipaggiamento, comportamento, conversazioni e presenza digitale raccontano continuamente qualcosa di noi.

Non possiamo impedire ogni forma di osservazione.

E non dovremmo vivere nascosti.

Possiamo però decidere con maggiore consapevolezza:

  • cosa mostrare;
  • a chi mostrarlo;
  • quando farlo;
  • quali informazioni proteggere;
  • quando collaborare;
  • quando essere visibili;
  • quando ridurre la nostra esposizione.

Il Grey Man non è un travestimento.

Non è un colore.

Non è uno zaino.

Non è una tecnica infallibile.

È, nella sua interpretazione più utile, una forma di disciplina personale basata sull’adattamento, sulla consapevolezza situazionale e sulla gestione delle informazioni.

Essere preparati non significa necessariamente sembrare preparati.

Ma significa sapere perché si è scelto di mostrare — o di non mostrare — qualcosa.

Conclusione dello Speciale AIP

Nel corso della serie abbiamo seguito tre passaggi.

Comprendere

Il Grey Man non è invisibilità, ma gestione della rilevanza e adattamento al contesto.

Applicare

La discrezione dipende dalla comprensione della linea di base, del flusso, del comportamento e di ciò che l’equipaggiamento comunica.

Proteggere

Le informazioni possono essere rivelate dall’aspetto, dalle risorse, dalle conversazioni e dalla presenza digitale.

Il principio conclusivo è semplice:

La discrezione è utile soltanto quando aumenta realmente la sicurezza.

Nota metodologica

Il riferimento all’OPSEC non implica che la Grey Man Theory costituisca una dottrina militare ufficiale.

I due concetti vengono messi in relazione esclusivamente per evidenziare l’importanza della gestione consapevole delle informazioni e degli indicatori comunicati involontariamente.

Fonti istituzionali essenziali

National Institute of Standards and Technology – NIST
Operations Security, definizione del Computer Security Resource Center.

Defense Counterintelligence and Security Agency – DCSA
Operations Security.

Defense Contract Management Agency – DCMA
The OPSEC Cycle Explained.

Cybersecurity and Infrastructure Security Agency – CISA
Manage Your Online Presence; Staying Safe on Social Networking Sites.

Disclaimer

Questo articolo ha finalità esclusivamente informative ed educative. I principi descritti devono essere adattati al contesto e non devono ostacolare l’azione delle autorità, dei soccorritori o l’accesso all’assistenza in caso di emergenza.

L'articolo Grey Man, OPSEC e sicurezza digitale proviene da Associazione Italiana Preppers.

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L'articolo In Cina e Asia-Cina, ministero del Commercio respinge le accuse di sovraccapacità produttiva  proviene da China Files.

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25 anni dal G8 di Genova: 3 giorni di repressione, dittatura militare, stato di polizia e sbirri cocainomani. Non ci dimenticheremo mai delle vostre ingiustizie/bastardate!

Il G8 di Genova del luglio 2001, rappresenta per Amnesty International “la più grave sospensione dei diritti umani in un Paese occidentale dal dopoguerra”. Il vertice del G8 si trasformò, in quei 3 giorni, in una operazione di feroce repressione, in un clima di militarizzazione della città (colpo di stato). Ma ora cominciamo ad  analizzare …

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Milano, processo Hydra: patto tra massoneria, potere militare e mafia – massomafia

In questi giorni i mass media scrivono che per la riqualificazione dei beni sequestrati a mammasantissima in 5 provincie lombarde (Milano, Bergamo, Cremona, Monza e Brianza e Varese), la regione Lombardia ha destinato un contributo regionale di oltre 1,8 milioni, in un contesto sociale, politico e militare dove per anni hanno prevalso illegalità e condizionamento …

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Gli sbirri arrestano come terroristi 7 compagni Anarchici!!

In questi giorni i mass media scrivono che le indagini ambigue sull’inchiesta dell’antiterrorismo Anarchico, hanno svelato il tentativo di infiltrare le proteste pro-Palestina. Gli sbirri col loro solito sporco giochetto, hanno arrestato 7 anarchici (5 in carcere e 2 ai domiciliari) incolpati di associazione con finalità di terrorismo. Il gruppo è ritenuto responsabile dei sabotaggi …

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Archiviata dopo trent’anni la sporca inchiesta sulle stragi di stato del 1993

Il 4 giugno 2026 sono state archiviate definitivamente le accuse contro Marcello Dell’Utri (a destra nella foto), il braccio destro di Berluskoni (a sinistra), quello che ha fatto da tramite per il patto segreto tra stato e mafia, facendo entrare Berluska dentro al potere politico dello stato (Forza italia). Era quello che Falcone aveva scoperto …

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52 anni dalla strage di stato in piazza Loggia a Brescia (parte 2)

La strage di stato in piazza Loggia a Brescia nel 1974, sempre nel contesto della “strategia della tensione”, sarà organizzata ed eseguita dallo stato che istigò, sovvenzionò e protesse alcuni soggetti per fare attentati e seminare la paura, salvo poi scaricarli quando non servivano più. Sono stati l’intelligence deviata, le lobby, i gruppi di dominio …

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Sono passati 52 anni dalla strage di stato in piazza Loggia a Brescia (parte 1)

Il 28/5/1974 i sindacati e il Comitato antifascista organizzarono a Brescia una grande manifestazione per protestare proprio contro il terrorismo nero, che stava proliferando, im sovvenzionato, protetto e impunito. Alle 10 e 12 di quel 28 maggio, in piazza della Loggia a Brescia, un ordigno è stato  fatto esplodere in un contenitore della spazzatura durante …

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Sbirri corrotti accedono abusivamente ai sistemi informatici del min. dell’interno e vendono le informazioni a privati

In questi giorni, il 16 maggio i mass media scrivono che l’inchiesta della Procura di Napoli coordinata dal procuratore Nicola Gratteri è partita tra Napoli, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano. L’inchiesta è partita da 730 mila accessi illeciti alle banche dati, effettuati in due anni da due sbirri bastardi corrotti e doppiogiochisti perchè giocavano con …

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L’omicidio di stato del compagno Anarchico Franco Serantini ucciso dagli sbirri il 7 maggio 1972

Il 7/5/1972, l’Anarchico Franco Serantini moriva ingiustamente rinchiuso nel carcere Don Bosco a Pisa, dopo essere stato colpito a morte dalla polizia mentre si opponeva a un comizio fascista. Due giorni prima, il 5 maggio, Franco partecipava al presidio antifascista indetto a Pisa contro il comizio dell’ex federale fascista Giuseppe “Beppe” Niccolai, dell’allora Movimento Sociale …

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Jules Bonnot della banda Bonnot – morì in Francia il 28 aprile 1912

La Banda Bonnot nasce nei primi anni del XX secolo in Francia, una nazione in cui le promesse rivoluzionarie borghesi ottocentesche stentavano a realizzarsi. La stessa Confédération générale du travail francese (la più rilevante confederazione sindacale dell’epoca) cominciò una sorta di deriva riformista, rendendo così difficile agli stessi anarchici la possibilità di mantenere un lavoro, …

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E’ USCITO IL LIBRO PER FESTEGGIARE I 40 ANNI DELLA SCINTILLA. “LA SCINTILLA 40 ANNI”

E’ USCITO IL LIBRO “LA SCINTILLA 40 ANNI”Edizioni I Libri di Mompracem 160 Pagine a colori, formato 21×24Il libro nasce dall’idea e l’impegno di alcuni compagni nel raccontare i 40 anni di storia del Circolo Libertario Autogestito La Scintilla di Modena, una storia di autogestione, resistenza, lotta, musica, dibattiti, campagne anarchia e libertà. Il racconto […]

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LA SCINTILLA COMPIE 40 ANNI!!! UNA STORIA DI LOTTA-RESISTENZA E AUTOGESTIONE 17-18-19 APRILE 2026

In questa 3 giorni proveremo a comprimere e far vivere una storia infinita!Una storia fatta di persone, amicizie, collaborazioni, autofinanziamento, musica, DIY e tanto altro. Inoltre, sabato 18/04 vi sarà la presentazione di un progetto durato anni, che ha visto partecipe tutto il collettivo, presente e passato: il libro “40 Anni di Scintille”
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MILANO: NON VI LIBERERETE MAI DI NOI!

Riceviamo e diffondiamo: 🏴‍☠️ NON VI LIBERERETE MAI DI NOI 🏴‍☠️ Tre giorni di iniziative da Milano al Varesotto contro ogni gabbia e i suoi infami sgherri! 🔥 5 AGOSTO – Villa Occupata Ore 19 Aperitivo vegano benefit prigionierx. Ore 20:30 Proiezione del documentario «181 giorni contro il 41 BIS» e discussione. Via Litta Modignani … Leggi tutto "MILANO: NON VI LIBERERETE MAI DI NOI!"
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PER L’AUTODIFESA COLLETTIVA E QUEER! CORAGGIO!

Riceviamo e diffondiamo: Scriviamo questo testo coi cuori pieni di rabbia, tristezza e tenerezza. Quello che ѐ successo a Berlino durante il Christopher Street Day, Sabato 25 luglio 2026 ci ha scioccato ma temevamo anche che potesse succedere. Questo ci dimostra una volta ancora che abbiamo bisogno di organizzarci per proteggere le nostre vite. Questa … Leggi tutto "PER L’AUTODIFESA COLLETTIVA E QUEER! CORAGGIO!"
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LE PAROLE SONO PIETRE, LE PIETRE SONO PAROLE

Riceviamo e diffondiamo: Dopo il riesame negativo di Pietro, compagno anarchico arrestato nell’operazione del 16 giugno Mentre scorrono ancora sugli schermi di tutta Italia le immagini dell’omicidio per mano di due poliziotti di Abderrahim Fakir al Pilastro; mentre gli sbirri assassini che hanno ammazzato Fakir godranno dello “scudo penale” introdotto da questo governo per le … Leggi tutto "LE PAROLE SONO PIETRE, LE PIETRE SONO PAROLE"
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ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME HA CONFERMATO IL CARCERE PER PIETRO

Diffondiamo: Il Tribunale del Riesame, chiamato il 23 luglio ad esprimersi sulla misura della detenzione, ha confermato le misure cautelari in carcere per Pietro, arrestato nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso. Non abbiamo parole. Mentre tuttx le altre persone arrestate sono state già scarcerate dal riesame di Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha … Leggi tutto "ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME HA CONFERMATO IL CARCERE PER PIETRO"
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METTERE DEL PESO

Riceviamo e diffondiamo questa lettera-contributo sulla violenza di genere scritta da Stecco (Luca Dolce), compagno recluso nel carcere di Sanremo. Riflessioni per i compagni sulla violenza di genere […] Sono pronto ad un confronto costruttivo visto che non ho nessuna pretesa di aver toccato tutta la complessità del tema affrontato, e spero che lo spirito … Leggi tutto "METTERE DEL PESO"
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BRESCIA: PRESIDIO AL CARCERE [25 LUGLIO]

Diffondiamo: Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti. Presidio al carcere di Brescia, sabato 25 luglio sabato 25 luglio , Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti ORE 11- Presidio al carcere di Brescia ORE 13- Paninata benefit al circolo ORE 15- Musica e caciara Nelle scorse torride giornate, dentro le mura di … Leggi tutto "BRESCIA: PRESIDIO AL CARCERE [25 LUGLIO]"
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Lettera a Carlo Giuliani

Di Tomas Rothaus

[da CrimethInc.]

«Se parliamo seriamente di rivoluzione, dobbiamo guardare alla storia con occhi severi e vederne le conseguenze, non solo se falliamo, ma persino se trionfiamo. Le rivoluzioni significano sangue, morte e sofferenza. Se non siamo disposti ad accettarlo, allora non dovremmo invocarle.»

Le lezioni di Genova, Barricada #8, estate/settembre 2001

Scrissi quelle parole un tempo, Carlo, quando il tuo sangue era ancora fresco sull’asfalto e il tuo nome era ancora su ogni giornale e in ogni televisione. Le pubblicai sulla nostra rivista anarchica, Barricada, e continuo a condividerle. Ma ti prego, non fraintenderle. Mi dispiace che tu non ci sia più e vivo la tua morte come una tragedia. Ancora oggi ti penso più di quanto tu possa immaginare. Spero di non essere il solo, in questo.

Per anni e anni, finché ho potuto, mi sono assicurato che ogni 20 luglio la rabbia che portavamo nel cuore per la tua morte venisse diretta contro i nostri nemici. In città a caso, in qualunque paese mi trovassi, ci assicuravamo che le bottiglie molotov illuminassero la notte, che piovessero pietre nell’oscurità contro le banche, che venissero tese imboscate alle pattuglie degli sbirri, che il tuo nome venisse inciso sui muri di Boston, Gottinga, Parigi, Berlino. A volte, per celebrare la tua vita e non la tua morte (oltre che per depistare gli sbirri), sceglievamo di vendicarti nel giorno del tuo compleanno, il 14 marzo, anziché nel giorno della tua scomparsa.

Oggi, decenni dopo quel 20 luglio 2001, mi capiti spesso in mente nei modi più inaspettati. Vedo una persona sui quarant’anni. Vestita decorosamente, in ordine, magari con un completo da ufficio o una divisa da lavoro. Un essere umano abbastanza adulto da sembrare segnato dagli inevitabili stress della vita, dell’amore e del lavoro, ma ancora abbastanza giovane perché la sua giovinezza traspaia da dietro l’ombra della barba di fine giornata e un principio di pancia da birra. Perché quando vedo questa persona qualunque, una persona qualsiasi che ha all’incirca l’età che avresti tu oggi, mi torna in mente il giorno in cui il proiettile di un carabiniere ti ha portato via la vita e il tuo futuro.

Non mi indigna tanto la tua morte, quanto tutta la vita di cui sei stato derubato. [leggi tutto…]

Avevamo un’affinità nella lotta, ed è stata solo la sorte a metterti in quello specifico scontro, in quella determinata piazza; quella in cui io e i miei amici per caso non eravamo. L’unica volta, in quella particolare giornata, in cui le forze dell’ordine non hanno puntato le armi contro il cielo, ma contro la testa di un essere umano. La tua testa.

Da quello che mi dicono, se fossimo vissuti nella stessa città, ci sono buone probabilità che non saremmo andati molto d’accordo. Mi dicono che eri uno dei punkabbestia di Genova, il che (da quello che ho capito) sono simili ai chaos punk, i punk di strada che avevamo dalle mie parti. Non particolarmente organizzato, a volte presente a qualche assemblea politica ma decisamente non un attivista, un militante o un quadro di qualche tipo. Le Tute Bianche, le cui affermazioni ancora oggi ho ovvie riserve a prendere per buone, ti definirono «non particolarmente politico». Dissero che eri solito passare il tempo in Piazza delle Erbe, a «chiedere l’elemosina e cazzeggiare con amici e cani randagi». Cosa contro cui non ho assolutamente nulla, ma sappiamo tutti che i punk di strada e i giovani anarchici ortodossi e ossessivi spesso non andavano molto d’accordo.

Niente di tutto questo importa, però. Ciò che importa è che ti hanno congelato nel tempo. Sarai per sempre un giovane punk di strada, se è davvero quello che eri, privato dell’opportunità di fare qualsiasi cosa ti desse gioia e ti facesse sentire completo come persona negli anni e nei decenni che ti sarebbero dovuti rimanere. Forse la tua ribellione iniziale alla fine si sarebbe affievolita, avresti finito gli studi universitari, preso una laurea, saresti andato avanti, guardando con disprezzo ai tuoi giorni sulla strada come ribelle ed emarginato. O forse li avresti guardati con malinconica nostalgia, come un capitolo sano che hai attraversato nella tua esistenza prima di assimilarti, trovare un buon lavoro sindacalizzato grazie ai contatti di tuo padre, metter su famiglia e lanciare una moneta alla generazione successiva di punkabbestia incrociandoli per le strade che un tempo erano le tue. O, chissà, magari saresti diventato un vecchio punk con i capelli grigi ma ancora libero, con il cane al fianco, a fare la colletta per Genova fino a questo preciso giorno.

Ma ti hanno rubato il futuro, quindi non sarai mai nessuna di queste cose. Non ci tradirai, non andrai avanti, non camminerai tra noi. E, anche se le mie avventure non mi avessero esiliato dall’Europa e potessi ritrovarmi ancora una volta a Genova, non rievocheremmo mai insieme quella caldissima e assolata giornata estiva in cui saresti potuto andare al mare e invece, sdegnato per l’invasione poliziesca della tua città, ti sei unito a noi nello scontro.

Non avrai mai la possibilità di voltare pagina, di pentirti delle tue scelte, di rinnegare gli eccessi della tua giovinezza o di passare tutta la vita a rimanere loro fedele. Sarai per sempre, come ti ricordava il tuo migliore amico Daniele solo pochi giorni dopo il tuo assassinio:

«uno che aveva quel male dentro, quello che c’è qui nell’aria, che abbiamo tutti. Non si integrava nella società, nel sistema. Soffriva molto, e siccome era più sensibile di noi, più generoso e più buono, era anche più fragile».

Per sempre un ventitreenne, poco più di un ragazzo, che ci guarda da una foto sbiadita dal tempo, o che mi ricorda il prezzo brutale della ribellione mentre l’immagine di te sdraiato in una pozza di sangue mi balena costantemente in testa.

Così come sono indignato per il fatto che ti sia stato rubato qualsiasi futuro ti restasse da scegliere, allo stesso modo guardo con allarme il tuo ricordo svanire nel tempo dalla coscienza collettiva di chi è venuto dopo di te. Non so nemmeno perché ti stia scrivendo questa lettera. Non credo nell’aldilà, e dubito che ci credessi tu. Forse è solo il mio modo disperato di aggrapparmi a un senso di controllo su ciò che sembra inevitabile: che il tempo, alla fine, ci divora tutti. Che, per quanto le circostanze possano essere diverse, sia la morte che il passare degli anni un giorno verranno a prendere me, proprio come sono venuti a prendere te. Eppure, e qui presumo che siamo simili nello spirito, solo perché è inevitabile non significa che questo mi impedirà di cercare di evitarlo.

Tuttavia sono trascorsi molti anni, Carlo, e anch’io ho dovuto deporre le armi. Quindi, dato che non posso più fare la mia parte per mantenere viva la tua memoria attraverso l’azione, eccoci qui: un anarchico senza Dio che scrive una lettera a un punkabbestia morto. Con la speranza che altri la leggano e chiedano di te, delle condizioni, dei sogni e delle avventure che portarono alla marea montante del nostro movimento, e dell’onda che quel giorno si è portata via la tua vita. È l’unica arma utile che riesco a trovare oggi nel mio arsenale per combattere l’idea che tu venga dimenticato, ridotto a una semplice nota a piè di pagina nello scontro lontano di una stagione ormai rimossa. Il tuo volto, le tue speranze, i tuoi sogni e infine il tuo nome destinati a svanire nei libri di storia.

Combattiamo la battaglia per la tua memoria dal giorno in cui sei stato ucciso. Abbiamo fatto del nostro meglio per esserle fedeli. Per non attribuirti ruoli o aspirazioni che avresti potuto rifiutare. Ma non è stato facile, e ti chiedo scusa se non ti abbiamo rappresentato come avresti voluto. Su Barricada, senza esitazione e con audacia, ti abbiamo bollato come anarchico, senza mai sapere se ti identificassi in quella parola. A nostra difesa, non puoi immaginare cosa siano state quelle ore, quei giorni, quelle settimane e quei mesi dopo la tua morte.

C’era chi tra noi, con buone intenzioni ma fuorviato, ti ha fantasticato come un militante anarchico organizzato. Un combattente in prima linea del black bloc. Volevano trasformarti in un martire consapevole che ha sacrificato volentieri la propria vita per la causa. Ma so che non hai scelto questo, anche perché eri a un passo dal non presentarti nemmeno, quel giorno. E, cosa più importante, perché nessuno di noi lo sceglie. A differenza dei fascisti, noi celebriamo la vita, non la morte.

«Carlo vive – i morti siete voi.»

Poi ci sono stati i pacifisti e i riformisti. Di questi tempi cerco di stare lontano dal linguaggio iperbolico e settario dell’anarchismo della mia giovinezza, ma quando mi ricordo di loro, delle loro azioni e delle loro parole quando parlavano di te, quel vocabolario torna con violenza. Se tu avessi potuto vedere le lacrime di coccodrillo della feccia di quel movimento! Invocavano il tuo nome, fingevano di tenere in alto la tua memoria, ma ti celebravano e ti ricordavano solo perché eri morto. Nello stesso tempo, hanno infamato coloro che avevano agito con te, come te; che erano tuoi compagni quel giorno ma che il destino non ha messo sulla traiettoria del proiettile di un carabiniere in Piazza Alimonda. Hanno detto che eravamo noi i responsabili della violenza, che avevamo attirato la rabbia dello Stato sui “manifestanti buoni”. Che indirettamente eravamo noi i responsabili della tua scomparsa, non lo Stato, non il carabiniere che ha sparato. Hanno diffuso assurde teorie del complotto secondo cui il black bloc e la resistenza di massa, generalizzata e dignitosa, fossero opera di poliziotti infiltrati e fascisti.

Alla deriva nella realtà parallela creata dalla loro narrazione, hanno cercato di attaccarci, hanno cercato di espellerci dal movimento, spingendoci verso gli sbirri, dandoci dei fascisti e dei teppisti. E il giorno dopo, mentre ci muovevamo per vendicare la tua morte, hanno indirizzato i loro cori di «Assassini!» contro di noi tanto quanto contro la polizia. Anche loro hanno fatto di tutto per rivendicarti come martire del loro movimento, ma nel loro caso con l’incredibile cinismo e l’ipocrisia di rivendicare il tuo ricordo mentre denunciavano tutti gli altri che avevano agito come te. Per loro, eri meglio da morto che da vivo. Un teppista da vivo, un martire da morto.

Quelli di ATTAC, il Genoa Social Forum, le Tute Bianche, i partiti, i riformisti e tutta la zuppa di aspiranti gestori del malcontento: tutti hanno cercato di fare di te una vittima. Un giovane sfortunato e fuorviato, assassinato dallo Stato. Volevano privarti della tua capacità di azione, come fanno spesso con coloro le cui scelte non riescono a capire o non rispettano. Non sono ancora sicuro di quanto ci fosse di cinico opportunismo e quanto del fatto che non riescano proprio a concepire alcuna forma di lotta al di fuori delle manovre politiche e degli scontri mediati. Così, ogni volta che mettevamo in fuga i sbirri, ogni volta che si aprivano abbastanza fronti da tenerli a bada, così che alcuni di noi avessero la possibilità di decostruire con calma il paesaggio del capitalismo e prendersi pause tanto necessarie quanto meritate tra un combattimento e l’altro, svaccati sugli arredi urbani delle banche che avevamo piazzato in strada con la spensieratezza di un falò nel cortile di casa, loro fantasticavano su qualche grande piano supremo della polizia per giustificare la repressione contro l’intero movimento no-global. Noi che eravamo sopravvissuti eravamo fascisti, teppisti e provocatori, mentre tu, per il solo fatto di essere morto, diventavi una vittima e un martire. Semplicemente non potevano accettare che la ribellione a Genova non fosse solo organica e autentica, ma anche vincente.

Sei morto precisamente perché, in quel giorno e in quel momento, stavamo vincendo. Gli sbirri stavano ripiegando. Non so se tu l’abbia mai saputo, ma non succedeva solo lì in Piazza Alimonda: erano in fuga in tutta la zona. So che questo sarà controverso, ma date le circostanze, non sono nemmeno sicuro che sia corretto dire che ti abbiano “assassinato”. Risparmierò a entrambi la voyeuristica ricostruzione dei dettagli dei tuoi ultimi momenti. Ci sono stati anni di infinite discussioni sul fatto che il proiettile ti avesse colpito direttamente o avesse rimbalzato su qualcosa, se stessi lanciando l’estintore o lo stessi solo tenendo in mano. Alla fine si è stabilito che il militare che ti ha sparato ha agito per legittima difesa ed è stato assolto da ogni accusa. Non sono nemmeno sicuro che importi, a dire il vero, a parte il bisogno di molti compagni, persino compagni anarchici, di ricercare il ruolo di vittima della brutalità poliziesca, come se posizionarci nella parte di perenni vittime di fronte al Grande Stato Cattivo ci conferisse una qualche superiorità morale agli occhi della società. È un atteggiamento disfattista e lo odio, e presumo che lo odieresti anche tu. La giustizia che cercavamo non è mai stata quella dello Stato e dei suoi tribunali.

A proposito di paura, ecco cosa disse al giudice il militare che ti ha sparato, Mario Placanica, poco dopo aver preso la tua vita:

«Ho sparato perché avevo paura di morire. Non so cosa sia successo. Ricordo che ci stavano circondando, ci attaccavano, la jeep era un inferno. Mi tremavano le mani e ho sparato senza guardare fuori.»

Non fraintendermi: non sono certo un amico di sbirri o militari, ma non faccio alcuna fatica a credergli. All’epoca aveva vent’anni, poco più di un ragazzino, mandato per le strade di Genova quel giorno dopo che i suoi superiori gli avevano detto di «stare all’erta» perché i manifestanti avrebbero «lanciato sacche di sangue infetto» e ci sarebbero stati «attacchi terroristici». Ha detto: «La sensazione era come se stessimo andando in guerra».

Mi sono trovato in situazioni simili, anche in altri luoghi di Genova in quello stesso giorno. Sono stato al posto tuo, ma in un momento diverso e in un luogo diverso, e ho guardato negli occhi la persona in divisa davanti a me. Se fossi stato io il poliziotto o il soldato, anch’io avrei avuto paura. Forse anch’io avrei premuto il grilletto, specialmente se fossi stato un giovane soldato, credente in Dio e nella patria, di fronte a un’orda avanzante e apparentemente incontrollabile di anarchici incappucciati.

Per quel che vale, l’uomo che ti ha ucciso ora è l’ombra di un essere umano. Congedato dai carabinieri nel 2005 per problemi psichiatrici, oggi si descrive come un «uomo distrutto, solo e consumato» che combatte contro la depressione.

Com’è prevedibile, non ho quasi alcuna simpatia per la sua condizione. Ma è personalmente un assassino? Non lo so. Non siamo mai riusciti a deciderci davvero su questo, tanto che la quarta di copertina del numero di Barricada che abbiamo pubblicato subito dopo la battaglia di Genova, a te dedicato e in cui promettevamo di vendicarti, riporta la frase «Carlo non è stato una vittima della brutalità poliziesca», proclamando al contempo: «Hanno assassinato un anarchico».

Per quanto disprezzo provi per l’uomo che ti ha tolto la vita, qualche anno fa ha detto qualcosa che mi aiuta a capire perché io, come tanti altri anarchici, mi sia identificato così fortemente in te e abbia sentito la tua scomparsa in modo così personale e passionale:

«Quel giorno per me resta un trauma, un trauma per la morte di un ragazzo come me, anche lui vittima in quel giorno tragico. Non sono un carnefice, non sono un vendicatore. Quel giorno non impugnavo la pistola per Mario Placanica, la impugnavo per i Carabinieri, per lo Stato italiano».

Per un momento, ignoriamo l’autocommiserazione e la falsa equivalenza con cui si dipinge come una vittima tuo pari, dato che entrambi sappiamo che non era un coscritto ma un professionista che ha scelto volontariamente il suo mestiere. Ha comunque ragione nel dire che è stato lo Stato italiano a mettere la pistola in mano a questo soldato bambino e a dargli carta bianca per sparare contro chi si ribellava. Ti hanno sparato perché eri “uno di noi”.

“Uno di noi”. Lo abbiamo scritto sui muri per anni. Uno tra le decine e decine di migliaia nelle strade di Genova che quel giorno avevano scelto di insorgere. Uno di noi, uno identico a noi, a prescindere dall’etichetta politica che ci appiccichiamo addosso, a prescindere che alcuni passino le giornate a curare riviste anarchiche e a pianificare azioni mentre altri passano il tempo a fare la colletta e a cazzeggiare con i propri cani per la propria città.

Uno di noi. Tutti noi, al di là delle nostre motivazioni più specifiche, eravamo lì quel giorno perché vedevamo questo mondo come un ingranaggio rotto e ci rifiutavamo di stare a guardare. Hai scelto di ribellarti, proprio come noi, con una pietra in mano, il volto coperto, la testa alta e la tua dignità. Nessun intermediario, nessuna messa in scena o spettacolo a uso e consumo dei presunti gusti delle masse. Solo il tuo corpo come arma e i compagni al tuo fianco come forza. Hai scelto questa strada non per morire, ma per vivere. Perché volevi vivere, libero e senza catene.

Così libero, così senza catene, che so che la nostra affinità probabilmente esisteva solo nelle strade, nello scontro diretto contro coloro che riconoscevamo come nemici comuni. Non cederò a toni nostalgici su che persona fantastica tu fossi, anche se tuo padre dice che gli hai dato «la forza dei tuoi ideali» e gli hai insegnato a non giudicare la gente da «una maglietta strappata, i buchi nei pantaloni o i capelli colorati». Non ci sarà alcun voyeurismo del dolore qui; gli avvoltoi della stampa ne hanno già fatto abbastanza all’epoca.

Uno di noi. Forse non un attivista o un militante, non un quadro di alcuna organizzazione o struttura, ma uno di noi perché hai scelto di lottare. Di lottare al nostro fianco, spalla a spalla. Uno di noi: ed è per questo che ti hanno sparato. Sappiamo tutti che il proiettile che ha trovato te avrebbe potuto trovare benissimo chiunque di noi. Era destinato a uno qualsiasi di noi, a tutti noi.

Nei mesi e negli anni successivi alla tua morte, ho capito quanto questo fosse dolorosamente e visceralmente vero, mentre un compagno dopo l’altro cadeva sotto i proiettili dello Stato o le lame dei fascisti. Lo stesso anno in cui sei morto tu, lo Stato ha scatenato una pioggia di fuoco che ha ucciso decine di persone in Argentina. Non ho potuto fare a meno di ricordarmi di te mentre mi riparavo dietro le nostre barricate improvvisate, senza sapere se i proiettili che sfrecciavano verso di noi fossero di gomma o di piombo. Anni dopo, quando un poliziotto ha assassinato un anarchico di quindici anni ad Atene, molti di noi che avevano condiviso le strade con te a Genova hanno fatto piovere fuoco sugli sbirri fuori dal Politecnico occupato. Eri nei nostri pensieri anche allora.

Quello che sto per dire ora potrebbe sembrare contraddittorio, ma risulterà chiaro ad altri combattenti. Dopo molti anni, sono arrivato alla conclusione che è questo che siamo: combattenti. Certo, non andiamo in guerra, e non pretendo di spacciarci per ciò che non siamo. È vero che non c’è paragone tra i rischi associati ai conflitti a cui partecipiamo e le condizioni di un vero scontro bellico. Ma le mie esperienze di vita e quelle di chi mi circonda comportano una costante vicinanza alla morte, al carcere, alle lesioni gravi, all’esilio. Non sono le esperienze, i traumi, che la maggior parte dei civili vive in questa parte del mondo, almeno, non ancora.

Come combattente, credo a due cose contemporaneamente, anche se suonano contraddittorie.

Primo: la tua morte è stata tragica. Vorrei che non fosse mai accaduta. Abbiamo cercato disperatamente di vendicarti, sia per principio che per una questione di pura autodifesa. Per mandare un messaggio allo Stato: il sangue dei ribelli, degli anarchici, si paga a caro prezzo.

Ma allo stesso tempo, ed è qui che molte persone non la pensavano come noi, la tua morte era inaspettata? Probabilmente no. Dovremmo chiamarlo assassinio? Forse in senso lato, ma la questione sembra quasi irrilevante. Soprattutto: la tua morte era un motivo per fermare i nostri sforzi? Assolutamente no. La ribellione è importante. Ma i ribelli muoiono, in particolare quando le insurrezioni iniziano ad avere successo e lo Stato inizia a prendere sul serio i suoi nemici. E quando lo Stato toglie loro la vita, mi mancano e amo anche quelli che non ho mai incontrato.

Suona come demagogia dire che ti manca una persona che non hai mai incontrato e con cui probabilmente non saresti nemmeno andato d’accordo. Ma è così. Mi manchi come mi mancano Dax e Carlos, portati via dalle lame dei fascisti a Milano e Madrid; come mi manca Clément, caduto combattendo i fascisti a Parigi; come mi mancano Pocho Lepratti a Buenos Aires, Alexis ad Atene e Tortuguita ad Atlanta, tutti portati via dai proiettili della polizia. O come mi manca quel ragazzo a Gottinga che un giorno è entrato nel nostro infoshop, di cui non ricordo nemmeno il nome, e che mi vergogno di dire di non aver mai preso sul serio, che poi è andato a dare la vita combattendo contro il fascismo islamico e per la rivoluzione nel Rojava, come tanti altri volontari internazionali. Mi mancano loro e ogni altro compagno che non c’è più, perché quei proiettili e quelle lame erano puntati contro tutti noi. Mi mancano perché facevano tutti parte della lotta per un’idea comune. Mi mancano, così come mi manchi tu, perché anche se posso non conoscere la persona, conosco la specie.

Carlo, non ti conoscevo, ma mi dispiace che tu non ci sia più. Non ti ho mai incontrato, ma mi manchi. Terrò per sempre alta la tua memoria e cercherò di vendicare la tua morte, perché il sangue dei nostri compagni non si compra a poco prezzo. E anche se non riesco ancora a trovare l’ottimismo per credere in un comodo e bellissimo aldilà, non posso fare a meno di sperare che tu abbia sorrisi di approvazione da lassù per i nostri sforzi.

Questo testo è adattato dal libro From Riot to Insurrection: The G8 Summit of 2001 & The Battle of Genoa di Tomas Rothaus.

L'articolo Lettera a Carlo Giuliani proviene da Rivista Malamente.

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L’ICE è qui

Il 19 luglio, a 25 anni esatti dall’omicidio poliziesco di Carlo Giuliani, dalle torture e dalle umiliazioni incancellabili delle strade genovesi, della Diaz, delle Pascoli, di Bolzaneto e di altre caserme e carceri, Abderrahim Fakir, 43 anni, è stato ammazzato dalla polizia a Bologna. Ad Abderrahim, ai suoi compagni e familiari va il nostro abbraccio.

I video sono evidenti: legato, soffocato a morte, davanti a numerosi testimoni e agli uomini del 118, fermi, impotenti, immobili.

Noi li conosciamo gli uomini delle volanti: per lo più giovani reclute, palestrati, arroganti, piccoli rambo tutto muscoli, il cervello a riposo da tempo, servi ciechi di un sistema criminale e corrotto, perfette braccia di una testa che siede sui banchi del ministero dell’Interno, diretto da un questurino che a Bologna ricordiamo bene. Teste e braccia del sistema di polizia fanno parte di un mondo da superare, sono una vergogna e un pericolo costante per tutte e tutti. Alla loro sinistra siedono i politici democratici a guida della città e della regione, sempre pronti a invocare nuove forze “di sicurezza” (la sicurezza di essere ammazzati?) e che oggi fanno finta di indignarsi. Chiedono più polizia e questi sono i risultati, ci sembra evidente: che senso ha la loro indignazione di oggi? [leggi tutto…]

Decenni fa i movimenti chiedevano il disarmo della polizia, nel 2026 abbiamo un numero immane di servizi armati dello stato, con nuovi corpi pesantemente militarizzati fino ai vigili urbani e ai vigili del fuoco.

È una società militare, la nostra. E questi sono oggi i risultati, i 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 per le strade, nelle carceri, nei CPR, nei commissariati e nelle caserme.

Di fronte a tutto ciò non chiediamo giustizia. Niente può ridare alla vita un uomo ucciso dalle forze di polizia. Giustizia, non ci può essere. E la verità, quella è già lì, nel video, davanti ai nostri occhi.

Piuttosto, vogliamo autodifesa. E 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎– come atto umano che si fa strumento della 𝑁𝑒́𝑚𝑒𝑠𝑖𝑠 e redistribuisce il destino – perché purtroppo sappiamo che le leggi dello Stato non possono restituire la misura al mondo, né arrestare la violenza criminale di una questura nota per la sua condotta omicida, come le vicende pluriennali della Uno bianca dimostrano: noi non dimentichiamo.

Siamo sconvolti di rabbia.

I loro muscoli, le loro armi, la loro arroganza devono ritornargli indietro e lasciare solo macerie. Ne va della nostra vita

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Free party contro i data centers

Racconto di un fine settimana di mobilitazione e di caldo torrido contro il tecnofascismo

pubblicato su lundimatin#526, 30 giugno 2026

Lo scorso fine settimana in Belgio si è tenuta la prima azione di protesta festosa del movimento Code Rouge contro l’installazione dei data centers. Tra un’ondata di perquisizioni avvenuta pochi giorni prima, la canicola e i temporali, gli eventi hanno preso una piega inaspettata. Ecco un breve resoconto frammentario e fotografico sulle lezioni apprese in quel fine settimana.

Data center che spuntano come funghi

In Belgio, questo fine settimana ad Aiseau, vicino a Charleroi, ha preso il via la lotta contro i data centers. I giganti della tecnologia hanno scelto il Belgio come una terra privilegiata per installare i loro data centers. Google, ad esempio, negli ultimi vent’anni ha investito miliardi in data centers nei dintorni di Charleroi, cinque miliardi solo per i prossimi due anni (2026-2027). In un raggio di 40 km, in Vallonia, l’azienda ne conta otto: cinque attualmente attivi, due in costruzione e uno per il quale è stato appena acquistato il terreno. Se la gente vallona è nota per essere cordiale e accogliente verso chiunque, il governo di questa regione riserva invece la propria ospitalità alle grandi aziende che vengono a devastare i suoi territori, ad accaparrarsi le sue risorse, il tutto ovviamente alla ricerca di una qualche possibilità di evasione fiscale. Questo fine settimana un’azione di Code Rouge, in collaborazione con attivisti locali, aveva deciso di occupare un sito in costruzione destinato a un data center di Google. Non è però il resoconto di questa azione che verrà proposto qui, ma solo alcune note significative sulla riconfigurazione delle condizioni di lotta, sulle mutevoli condizioni della guerra in corso per coloro che intendono ancora, nonostante tutto, opporsi all’Impero.

Forse è utile, prima di queste note, spendere qualche parola sui data centers. Potremmo raccogliere statistiche («i data center rappresentano già il 4% del consumo energetico belga, si prevede che raggiungano almeno il 10% nel 2035», ecc.) che ci danno ragione e mettere insieme sufficienti argomenti per invocare l’urgenza di distruggere queste infrastrutture. Questo lavoro di base, consistente nel condividere ciò che per molti è ovvio, per quanto possa essere tedioso, è importante e necessario (soprattutto quando la costruzione dei data centers avviene in un clima di voluta opacità): non tanto per attirare il sostegno dei media (anche se non possiamo permetterci di esentarci dal fetido gioco mediatico) quanto per stringere preziose alleanze che fondano una comunità di lotta. Qui ci risparmieremo questo lavoro, condividendo semplicemente il discorso della Fronde Liégeoise Anti-Militariste (FLAM), uno dei tre discorsi pronunciati all’inizio dell’azione in un accampamento militante allestito ai margini di una cascata: [leggi tutto…]

Cos’è un data center se non l’infrastruttura del disastro per eccellenza? Che cos’è un data center se non l’ultima infrastruttura strategica del capitalismo per garantire il proprio rinnovamento al prezzo di sacrificare più che mai il vivente? Come molti già sanno, l’insediamento dei data center – grandi magazzini che archiviano i dati digitali – si basa su una logica predatoria a ben quattro livelli:

  • predazione della terra, e in particolare dei terreni coltivabili che potremmo utilizzare per nutrirci.
  • predazione delle terre rare, dei minerali necessari per i server dei data centers e, più in generale, per tutte le tecnologie digitali – terre rare di cui l’Europa dispone in quantità molto limitate e che deve procurarsi altrove, in particolare nei paesi del Sud. La digitalizzazione del mondo, la costruzione dei data centers, tutto ciò si basa su una logica neocoloniale e su processi imperialisti di una violenza inaudita. Per comprendere il genocidio in corso in Congo, forse non occorre andare molto oltre. Le tasche in cui infiliamo i nostri smartphone sono macchiate del sangue dei congolesi, proprio come le nostre dita e le nostre voci, rese ottuse quando rivolgono domande a un’intelligenza artificiale.
  • Sfruttamento predatorio dell’acqua per il raffreddamento dei server, in un momento in cui l’acqua sta per diventare un bene raro.
  • Sfruttamento colossale dell’energia… una richiesta a un’intelligenza artificiale comporta un consumo energetico dieci volte superiore a quello di una semplice interrogazione di un motore di ricerca.

Questa logica predatoria è tanto più acuta e letale in quanto i sostenitori dell’Economia costruiscono sempre più data centers e data centers sempre più grandi. Basterebbe la sola dimensione palesemente ecocida e neocoloniale di queste infrastrutture a giustificare la nostra urgenza di impedire con ogni mezzo possibile e inimmaginabile qualsiasi costruzione di data centers. Ma, in quanto collettivo antimilitarista, noi della FLAM vorremmo insistere anche su un’altra dimensione dei data centers. Vorremmo considerarli come infrastrutture chiave non solo della visione societaria promossa da ciò che oggi viene definito “tecnofascismo”, ma anche come infrastrutture chiave delle guerre imperialiste in corso e a venire.

Per cogliere innanzitutto la portata dell’orrore tecnofascista, occorre immergersi nel manifesto pubblicato lo scorso 18 aprile da Palantir: un testo in cui l’azienda presenta chiaramente le sue posizioni suprematiste proclamando, ad esempio, che «alcune culture hanno permesso progressi essenziali; altre rimangono disfunzionali […] si sono rivelate mediocri, se non addirittura regressive e nefaste».

Questa azienda ha appena aperto un ufficio a Bruxelles per stipulare contratti con il Belgio. Palantir fornisce software per favorire il mantenimento dell’ordine autoritario; Palantir ha collaborato al genocidio a Gaza; Palantir è stata inoltre utilizzata come supporto per le retate delle milizie fasciste di Trump; Palantir ha un presidente apertamente maschilista, filosionista e neofascista. Ma il potere funesto di Palantir dipende strettamente dai data centers. Il manifesto di Palantir costituisce infatti «un cambiamento radicale di regime, in cui lo Stato deve essere messo a disposizione di un gruppo capitalista». I nostri cosiddetti “rappresentanti”, i nostri “democraticamente eletti”, intendono vendere se stessi e noi ad attori che manifestano chiaramente le loro ambizioni autoritarie e genocidarie!

Il progetto tecnofascista mira così ad assicurare il controllo autoritario delle popolazioni non solo diffondendo tecnologie di sorveglianza basate sull’intelligenza artificiale praticamente ovunque nello spazio pubblico, ma anche infiltrando il digitale e l’intelligenza artificiale in ogni angolo della nostra vita quotidiana per conoscere meglio, e quindi controllare meglio, i sudditi del potere. Occorre sottolineare la dinamica totalitaria del progetto tecnofascista, per non parlare dell’impatto deleterio di queste tecnologie sulla nostra salute mentale.

Per quanto riguarda le guerre imperialiste, assistiamo oggi alla sperimentazione di nuove forme di guerra, in cui i robot solcano i campi di battaglia, i droni minacciano dai cieli e numerose armi sono dotate di intelligenza artificiale, ovvero di un’intelligenza che si misura in base alla sua capacità letale. E il governo belga vorrebbe investire un miliardo di euro entro il 2030 per costruire data centers riservati esclusivamente all’esercito. Va da sé che gli investimenti sempre più massicci a favore del complesso militare-industriale avvengono a scapito di altri settori: il nostro antimilitarismo deve essere collegato all’attuale sciopero del settore istruzione e a qualsiasi altro sciopero selvaggio che intenda attaccare il neoliberismo autoritario.

Per concludere, vorremmo aggiungere un punto. L’orizzonte che si profila davanti a noi, con le guerre, il tecnofascismo, il degrado delle condizioni di vita sulla Terra, può sembrare opprimente e ineluttabile. Ma bisogna ricordare che possiamo sabotare questo orizzonte, modificarne i connotati. Perché le guerre, il tecnofascismo, l’ecocidio, tutto questo si fabbrica a casa nostra, come qui con il data center di Aiseau. È importante quindi radicare la lotta, creare collettivi che vogliano riappropriarsi del proprio territorio. Non possiamo invocare la liberazione della Palestina o del Congo senza liberare i nostri territori dalla macchina da guerra imperialista.

Con la FLAM abbiamo quindi deciso di condurre una guerra contro la guerra che si sta preparando a Liegi e di lanciare la campagna Disarmiamo Liegi. Perché a Liegi c’è un numero impressionante di aziende del settore degli armamenti. Iniziamo questa campagna ora, prendendo di mira Thalès, una delle peggiori aziende del complesso militare-industriale. Thalès ha siti produttivi e numerosi collaboratori di vario genere a Liegi; ha inoltre una partnership con l’Università di Liegi per dotare i razzi di intelligenza artificiale. Due settimane fa, con un blocco determinato, abbiamo impedito al commissario europeo alla Difesa, Andrus Kubilius, di recarsi presso la sede di Thalès e della FN Herstal per firmare dei contratti!

Ovunque ci troviamo, dobbiamo indagare intorno a noi per portare alla luce tutti gli anelli di questo complesso militare-industriale e del tecnofascismo, costituire collettivi di lotta e trovare il modo di agire efficacemente insieme per disarmare i nostri territori e riappropriarcene.

Per tutti questi neofascisti e altri mercanti di morte che hanno deciso di diffondere l’inferno sulla terra vogliamo che, a loro volta, la loro vita diventi un inferno. Questo contrattacco è necessario per poter vivere tutti quei bei momenti collettivi di gioia, di senso ritrovato e di solidarietà, come quello che stiamo vivendo oggi, come ogni volta che ci riuniamo per dare vita a un altro mondo e attaccare il mondo del nemico. Fanculo l’imperialismo e le sue guerre, abbasso il tecnofascismo, Free Palestine, Free Congo, e viva le lotte di liberazione!

Siamo quelle stelle che nel caos…

L’organizzazione di questa azione Code Rouge è stata più che perturbata. Il fatto che abbia avuto luogo non è tanto un miracolo quanto il risultato di una grande determinazione che ha dato vita ad alcuni momenti di grazia.

Due settimane prima di questa azione, che invitava a un’occupazione festosa contro il tecnofascismo, un’ondata di perquisizioni ha colpito Code Rouge in tutto il Belgio: 19 persone perquisite, 6 deferite al giudice istruttore, 2 poste sotto sorveglianza elettronica. Questa ondata è stato il risultato di un coordinamento tra diverse forze di polizia a livello nazionale e ha fatto seguito a un’azione di massa che lo scorso anno aveva preso di mira la Cargill (la più grande azienda agroalimentare del mondo, famigerato colosso americano così potente da plasmare a suo volere le politiche agricole), causando diversi milioni di euro di danni al sito attraverso energici atti di smantellamento. A questa repressione, che mirava anche a destabilizzare Code Rouge prima della sua prossima azione, si è aggiunta l’ondata di caldo. Come affrontare un’azione di massa, un certo conflitto con il braccio armato dello Stato capitalista, come mantenere un’occupazione festosa, magari per diversi giorni, sotto la pressione della polizia e con temperature che possono raggiungere e superare i 40°? I giovani della generazione X verranno a fare un’azione del genere con 40°? Che si tratti di logistica, di assistenza, delle possibilità fisiche di portare avanti questa o quella azione, si sono posti – e continueranno a porsi negli anni a venire – molti problemi un po’ nuovi. Bisogna rifletterci fin da ora, non per allarmare sul cambiamento climatico, ma per prepararci a lottare quando «davanti a noi il Diluvio!». Uno degli effetti concreti dell’ecocidio in corso, il riscaldamento globale, è quindi venuto a sconvolgere ciò che da diversi anni cerca con ogni mezzo di porre un freno d’emergenza a questa catastrofe. Code Rouge (Codice Rosso) pare proprio un nome azzeccato.

L’azione deve tenere conto di questo contesto e, partendo da lì, dotarsi di obiettivi politici comunque pertinenti, anche se l’antagonismo non potrà essere così intenso come nelle ultime edizioni di Code Rouge: 1. sensibilizzare il territorio sulla nocività dell’infrastruttura e consolidare le prime alleanze; 2. volgere il turbamento a nostro vantaggio trasformandolo in uno slancio di gioia.

Dunque, allestiamo un accampamento di protesta a pochi chilometri dal sito, in riva alla cascata, bloccando il ponte attraverso il quale la polizia, visibile a poche centinaia di metri di distanza, potrebbe tentare di irrompere. Fa un caldo torrido, la pelle è umida e il sudore imperla il corpo; gli interventi al microfono ci ridanno vigore, poi ci prendiamo il tempo di rinfrescarci nella cascata. All’inizio della serata smontiamo l’accampamento e diamo il via a una marcia rumorosa e musicale in direzione del sito, attraversando il villaggio, mentre la polizia è all’erta.

Ma all’avvicinarci al luogo della manifestazione, che si trova in riva alla Sambre, deviamo e costeggiamo il corso d’acqua, attraversiamo un ponte per raggiungere l’altra sponda e risaliamo in senso inverso il fiume, sulla cui superficie si spengono gli ultimi riflessi del giorno. Lungo il percorso, una struttura metallica su ruote, equipaggiata con un potente impianto audio, sbuca da una strada perpendicolare per unirsi a noi. Il bolide pompa musica a palla e prende la testa del corteo lungo l’alzaia; i fumogeni avvolgono il corteo di rosso, di nero e di fiamme, e si balla. Ci riversiamo su un’enorme lastra di cemento, appena ridipinta, proprio di fronte al data center. Proiezioni luminose decorano un traliccio elettrico, sul fianco di una collina boscosa, mentre sulla riva del data center vengono proiettate queste poche lettere giganti: «FUCK GAFAM». Intorno all’impianto audio prende forma un villaggio in festa: giradischi per accogliere i nostri DJ ospiti, uno stand RDR, un tavolo per il cibo in arrivo.

Fa caldo, molto caldo: è l’inizio della festa e delle tradizionali chiacchierate notturne, ma all’orizzonte alcuni lampi e grosse nuvole che sembrano avvicinarsi a grandi passi lasciano intuire che tra poco avremo un po’ di refrigerio. Prima si scatena un vento violento, che mette a rischio i gazebo facendoli quasi volare via, poi un acquazzone che, unito al vento impetuoso, ci colpisce come una grandinata. L’impianto audio sputa coraggiosamente e si continua a ballare, fradici, mentre il cielo si squarcia in lungo e in largo: lampi regolari, di dimensioni e geometria notevoli, di un colore a volte sorprendente che tende all’arancione, illuminano la pista da ballo e il data center. Fermo immagine (sublime): ci sono chiaramente due mondi nemici che si fronteggiano, quello dei data centers e quello della dance floor, e se la guerra non è potuta scoppiare in questo fine settimana, se il suo potenziale resta latente, dal rovescio in cui ci troviamo il cielo scatenato ci ricorda la violenza: quella di cui i data centers sono i vettori tecnologici, quella che in un certo senso non potremo fare a meno di rivendicare per smantellare queste infrastrutture e tutti coloro che le difendono.

Si balla quindi, per un po’, tra venti e violenti acquazzoni, sotto lampi mozzafiato, free party. Curiosamente, si sentono diverse persone citare il film Sirat come se fossimo una sua nuova scena. Un mondo strano e spesso denigrato, o non apprezzato nel suo giusto valore, quello del free party. Persino tra i rivoluzionari a volte si fatica a riconoscere la politica di cui il free party è portatore: ci si dice che l’energia della festa sarebbe meglio spesa altrove, si prova in fondo un po’ di disprezzo per tutti quei corpi strani che si muovono di notte, occupano luoghi in totale illegalità, si dedicano a rituali inconsueti. Eppure bisogna aver visto, come questo fine settimana (ma anche durante altre azioni politiche infuocate, quest’anno, in Belgio), l’ingegnosità collettiva e gli atti coraggiosi per cercare di innestare in vari modi la festa nell’azione politica, per tenere viva la festa in tempi proto-apocalittici, per offrire uno spazio-tempo di sfogo così gioioso in tempi così cupi.

Non c’è da stupirsi nel vedere come la free sia una vera ossessione per i politici reazionari: incarna infatti una sorta di bug nella gestione normativa del tempo, dello spazio, dei corpi. E più che mai, di fronte a un data center, la presenza della free preannuncia una politica futura: la politica del bug. Quella in cui si cerca di ostacolare la digitalizzazione del mondo attaccandone l’esoscheletro, in cui ci si arrangia nelle intemperie per far vivere momentaneamente una collettività, in cui si improvvisano le proprie tecnologie che da una parte abbelliscono la festa e dall’altra contrattaccano (fasci luminosi sufficientemente potenti possono servire a decorare il luogo della festa ma anche a disturbare il funzionamento dei droni…), in cui la collettività festante sa che la polizia è una minaccia alla quale bisogna saper far fronte, in cui si sperimenta lo sconvolgimento delle normatività del potere. Non ignoriamo i lati oscuri della festa, gli abissi che può aprire sotto i nostri piedi, i circoli viziosi in cui può trascinare le nostre menti allontanandole dall’organizzazione politica. Ma esiste eccome un’organizzazione del tutto politica del party, lontana dai centri culturali alternativi per cool kid, e crediamo fermamente che questa politica della festa sia una componente essenziale di una politica rivoluzionaria.

A un certo punto la pioggia diventa troppo forte, i fulmini troppo minacciosi, bisogna spegnere la corrente e la musica. Il tempo si sospende, l’atmosfera è lunare, piove forte, non si sa più se fa caldo o freddo, se è il caso di andarsene o restare, se si è in preda alla stanchezza o all’estasi. In quel momento arrivano altri festaioli, scoprono una festa messa in pausa dal violento temporale: è il gioco. Poi la pioggia smette, il suono riprende, i fuochi d’artificio esplodono nel cielo, i vari tavoli vengono rimontati e si ricomincia da capo, per tutta la notte. L’estasi ha la meglio sulla stanchezza e si scatena. La polizia, fino all’alba, svolgerà il suo compito: tentare di schedare, infastidire, reprimere, stroncare gli slanci vitali di ribellione, rendersi sempre più odiosa.

In pista

La repressione colpisce, il tempo impazzisce, ma noi non ci arrendiamo. Regoliamo l’offensiva e la ripensiamo in base al contesto, stringiamo alleanze, trasformiamo la festa in una forza, ci concediamo il tempo di una gioia condivisa in attesa del momento in cui bisogna colpire. C’è da temere o da gioire, a seconda della parte che si occupa nella linea del fronte, nel vedere la crescente determinazione a disarmare con ogni mezzo i data centers.

Questo è un invito a unirsi presto alla danza.

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Se Rivoluzione vuol ancora dire trasformazione sociale

Racconto dalla terra della Rivoluzione delle Donne – Rojava del Kurdistan, 12 marzo 2026

Amelia Zumaglino, internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf dell’Accademia di Jineoloji in Rojava

Dopo un inverno in cui la guerra è tornata a serpeggiare in Rojava e ha sottoposto tutto il territorio a violenze senza precedenti, la primavera di questi primi giorni di marzo si fa strada lentamente, regalandoci un verde intenso e i primi germogli. Fa quasi impressione ora vedere e sentire l’insistenza della vita, nelle piante di ulivo così come nelle mani delle yade anziane che nei villaggi preparano i giardini, tessono e insistono nella cura del quotidiano.

Vi scrivo come internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf, struttura internazionalista dell’Accademia di Jineoloji in Rojava, per provare a restituire parte della realtà che la Rivoluzione nel territorio del Nord-Est della Siria sta attraversando. Conosciamo bene le difficoltà nel cogliere il cambiamento di questi tempi da territori lontani, come possono esserlo quelli italiani, e per questo mi propongo di aprire in queste pagine un racconto onesto che possa riportare la realtà della società, più che quella del quadro geopolitico.[1]

La guerra – iniziata il 6 gennaio con gli attacchi ai quartieri autogestiti nella città di Aleppo – non è arrivata inaspettata, perché sono diversi anni che ogni inverno diventa qui scenario di guerra, tuttavia questa ha obbligato a una trasformazione politica senza precedenti. La cooperazione tra il governo di transizione siriano, lo stato turco con le sue milizie sul territorio e i miliziani dell’ISIS colpisce immediatamente per le apparenti contraddizioni tra loro, che tuttavia non hanno impedito di lavorare uniti al massacro. Con uno sguardo meno in superficie è infatti immediatamente chiaro come non ci sia niente di contraddittorio tra queste forze sul livello profondo di come approcciano la vita e l’etica, il potere e – non meno importante – la morte. [leggi tutto…]

Fin da subito, negli attacchi in Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, i due quartieri di Aleppo organizzati nella forma del Confederalismo Democratico, si sono visti miliziani di HTS e turchi con il patch dell’ISIS appuntato sul petto e i corpi delle donne, combattenti così come civili, sono stati presi di mira con atti di violenza dalla brutalità ostentata e simbolica. Buttate giù da palazzi o calpestate con forza; attaccate sul piano simbolico con l’abbattimento delle statue che le celebravano; massacrate e poi sottratte delle loro trecce, esposte e vantate come trofeo di guerra: la linea della furia patriarcale, in opposizione a quello che è il cuore di questa Rivoluzione, è stata affermata in ogni modo.

A tutto questo la società non ha esitato a rispondere in maniera chiara: dai convogli di civili partiti per Aleppo durante gli attacchi per portare solidarietà, aiuto medico e recuperare i feriti, fin all’organizzazione dei quartieri con tutta la società civile coinvolta e organizzata secondo il sistema delle comuni. Nelle città si son tenute manifestazioni e presidi ogni giorno, con l’atto di intrecciarsi i capelli a simboleggiare che la dignità e l’orgoglio delle donne e della loro resistenza non sono stati danneggiati da questi atti brutali. Con il gesto semplice e quotidiano di intrecciarsi i capelli, ripetuto per cento, seicento, mille e più donne di ogni età e cultura, nelle piazze così come sui social media, una nuova forza è stata affermata.

Per una treccia sottratta, innumerevoli altre sono state create, ma non si tratta solo di un atto simbolico, perché il vero significato di questo gesto è il rendere esplicita la volontà delle ragazze – tantissime – e delle donne in risposta a questi attacchi. Vuol dire «noi siamo pronte, non faremo passi indietro». Sono le stesse donne che si sono unite in massa alle diverse strutture e unità di difesa, militari e civili, dando vita a nuovi battaglioni, nuove comuni e organizzando in modo diretto la loro volontà rivoluzionaria.

Quando si chiama questa terra “Rivoluzione delle Donne” è perché quella delle donne organizzate è realmente la realtà fondante qui, e in questi mesi di guerra è stato più esplicito che mai.

Le YPJ, le Unità di Difesa delle Donne, e la loro storia rivoluzionaria sono ormai note al mondo, mentre un altro esempio importante di forze civili di difesa è l’HPC-Jin, le Forze di Difesa della Società delle Donne, che esistono in Rojava da più di dieci anni. Negli scorsi mesi nuove donne si sono unite alle HPC e le si incontra per esempio nella notte agli incroci delle città, raccolte attorno al fuoco per tenere i turni di difesa. Le HPC non fanno parte delle SDF (Forze Democratiche Siriane), come invece le YPJ, e sono composte da giovani donne così come da madri e da anziane che insieme organizzano la difesa della vita, ossia la difesa della società nei loro quartieri.

Dall’inizio della guerra, infatti, l’organizzazione sociale si è intensificata sotto la guida delle donne e nelle città, in ogni quartiere, le comuni si sono moltiplicate: una responsabile dell’acqua, una della produzione e distribuzione del pane, altre per la difesa notturna e diurna o ancora per l’elettricità… ogni persona ha preso parte all’organizzazione della vita e della difesa facendo crollare la distinzione tra le due: non è la presa delle armi quel che rende forte l’autodifesa della società, ma una salda e organizzata consapevolezza di cosa si sta difendendo.

Mi dilungo su questo punto dell’organizzazione della società perché è ciò che sta continuando anche ora che la guerra non è più tanto sul fronte militare e si è spostata al livello di una difficile e scivolosa lotta al tavolo dei negoziati.

Qualcosa di molto forte in questa rivoluzione è la decisione di rimanere dove si è e scegliere di difendere il proprio villaggio o quartiere nei momenti degli attacchi, non solo in quanto rivoluzionarie o forze di difesa militare, ma in quanto civili, in quanto persone inseparabili dalla realtà del villaggio e del quartiere in cui vivono. Questa è la guerra popolare rivoluzionaria e questa è ancora oggi la realtà del Rojava.

Quando a metà gennaio la popolazione del Bakur, il Kurdistan nel territorio turco, ha iniziato a fare pressione sul confine che ha diviso la città di Qamişlo tra il territorio siriano e quello turco, anche da questo lato del muro le persone si sono radunate. Dovete immaginare attorno le 500 persone raccolte in balli, cerchi di donne che cantano sulla Rivoluzione, gruppi di bambini che si arrampicano sui cumuli di terra per sventolare più in alto possibile le bandiere delle YPJ e YPG… e poi, questa gente tutta insieme, che si avvicina al cancello che segna il confine. La bandiera turca sventolava alta e un paio di militari guardavano la scena restando immobili, dritti, fino a che sono stati costretti a indietreggiare e chiamare rinforzi, perché la massa di persone, tutte civili e diversissime tra loro per età e genere, sono avanzate fino ad aprire il cancello con forza, gridando «Yek yek yek gelê kurd yek e!» (uno uno uno il popolo curdo è uno!).

Il confine è stato varcato e la bandiera dello stato turco tirata giù e calpestata con gioia e forza da ragazzi e ragazze al grido di «Berxwedan Jiyan e» (la resistenza è vita), giusto prima che i militari raggiungessero nuovamente la loro postazione e costringessero tutte e tutti ad arretrare facendo fuoco. Per ore la situazione è continuata in questo modo: una schiera di militari turchi sparava in aria, bloccando l’accesso alla terra oltre il cancello e difendendo una linea di separazione che, come tutti i confini, ha un aspetto violento e tragico e uno ridicolo agli occhi dei popoli. Nel mentre però, la gente non smetteva di avanzare e alzare le mani nell’universale segno di pace, che qui in Medio Oriente ha negli anni acquisito un significato di pace radicata nella resistenza.

Il sole era alto nel cielo e all’uso degli idranti per allontanare le persone diversi arcobaleni sono apparsi tra la folla, creando una situazione surreale in cui le armi, gli spari e le divise militari turche, normalmente elemento di pericolo mortale, sono diventate completamente insignificanti. In prima linea ragazze giovani si tenevano strette le une alle altre in un cordone di resistenza, dettando il rimo degli slogan che tutti gli altri dietro seguivano e rilanciavano gridando. Una grande cassa con la musica si è fatta spazio tra la folla, trasportata di spalla in spalla, e attorno a essa giovani e bambini hanno iniziato a ballare sotto gli spari e l’acqua degli idranti. Questo è lo spirito che vive qui, questo è il morale della resistenza della gente. «Fede ed entusiasmo non mancano mai» ha riassunto la comandante YPJ e membro del Comando Generale delle SDF Rohilat Afrin.

Da quel giorno ci sono state anche diverse persone ferite da questa parte del confine e diversi morti, tra cui bambini, dall’altra parte, in Bakur. Tuttavia, un messaggio più che chiaro è stato affermato e continua a guidare la vita ancora in questi giorni: la volontà di pace è insistente e troverà ogni via per continuare ad affermarsi.

Un punto fondamentale da avere chiaro è che questa è una guerra ideologica, in cui si sono contrapposte due mentalità, due paradigmi mentali completamente opposti e divergenti. Da un lato la linea fascista, patriarcale delle milizie fondamentaliste, dall’altra i valori della rivoluzione del Rojava, l’unione delle differenze, la liberazione delle donne e di genere, la democrazia radicale e l’ecologia sociale. L’attacco qui è alla proposta di vita che con l’Amministrazione Autonoma aveva trovato una sua prima forma pratica e politica, ossia quella della Nazione Democratica, la “comune delle comuni”. Al posto di uno stato con un unico potere, un’unica lingua e una realtà violentemente omogenizzata, la nazione democratica si impegna a tenere insieme in una convivenza organizzata tutti i colori della società, le diverse identità, religioni, lingue…

L’intero sistema ha una leadership molto chiara, che è quella delle donne, il soggetto veramente in grado di portare la linea dell’unità e della lotta. La liberazione delle donne è qui nel concreto l’unica possibilità di vera liberazione della società. Grazie a questo, la rivoluzione non è mai stata la corsa alla “presa del Palazzo d’Inverno”, al potere, bensì un lavoro sottile e al contempo massiccio e costante per l’educazione e la trasformazione sociale, ossia il cambio di mentalità e la trasformazione delle relazioni tra persone, tanto quanto con la terra.

Dove la famiglia è la cellula base dello stato, nella nazione democratica è invece la comune la struttura di base su cui tutta la società si fonda e le comuni delle donne sono la struttura che garantisce la saldezza della lotta al patriarcato nella realtà della Rivoluzione. Per questo, anche l’economia si articola su base comunale, grazie all’uso delle cooperative ecologiche e a pratiche di economia di scambio, circolare, il più possibile, ossia fin dove la guerra, che sempre minaccia questa terra, lo permette.[2]

Ovviamente non è una proposta che finisce ai confini di questo territorio, ma qui si è data come primo modello concreto di autogoverno democratico su larga scala. In risposta a questa esistenza-resistenza che da 15 anni lavora nel segno della trasformazione sociale e socialista, la strategia di guerra messa in atto dagli attacchi voleva esser volta alla sua distruzione materiale per quanto riguarda i territori e la liquidazione della resistenza, e al contempo alla distruzione ideologica per quanto riguarda la volontà di imporre la linea di uno stato nazionale siriano più o meno unificato (ricordiamo la non-questionata occupazione di Israele nel sud della Siria) che si inserisce nel piano più ampio e guidato dalle potenze egemoni come gli Stati Uniti per ridisegnare l’intero Medio Oriente.

Gli attacchi sono stati brutali in particolar modo contro le istituzioni delle donne, ad Aleppo così come nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Tabqa. Dalle comuni alle librerie delle donne e ai centri di ricerca e ritrovo, tutto è stato bruciato o distrutto, perché la situazione sociale rispecchiava il fatto che fossero le donne le principali portatrici di emancipazione, partendo nella loro lotta dal mettere in discussione il loro status di prigioniere nelle case o proprietà del marito o oppresse da un’interpretazione patriarcale e fondamentalista del loro credo. Dove l’Islam stava assumendo forza in quanto religione democratica e le donne si stavano lasciando alle spalle per davvero la vita di oppressione violenta vissuta sotto l’ISIS e il Regime di Baath, gli attacchi sono stati particolarmente chiari nell’affermare che per la linea del governo attuale, così come per quella degli stati egemonici che lo sostengono e manovrano, il libero pensiero, la libertà nella fede e l’emancipazione della volontà e della vita delle donne non possono essere accettate. È chiaro che quanto la Rivoluzione afferma sin dall’inizio, ossia che sono le donne organizzate e le comuni delle donne il primo seme rivoluzionario, è vero anche nelle valutazioni – e nelle paure! – della controparte nemica.

C’è in questo punto qualcosa di difficile da affrontare all’interno di un racconto breve come questo, ma che è importante aprire perché costituisce un nodo importante nella realtà della società sul territorio, ossia la “guerra speciale” (nel senso di non ortodossa) portata avanti sul campo tanto quanto nei media per fomentare la separazione su base etnica tra popolazione araba e curda.

Questa è attualmente una strategia che in parte della società sta anche attecchendo, perché sfrutta a proprio favore la paura, il “sospetto per il proprio vicino” che in una guerra come questa è molto facile che emerga, così come sfrutta ciò che i molti anni di vita sotto un regime d’odio e separazione hanno creato nelle psicologie della gente. Inoltre, durante quest’ultima guerra anche gli sforzi delle milizie nemiche nel documentare uccisioni di donne e uomini curdi e non arabi è stato incredibile. Numerosissimi sono i video, da Aleppo a Raqqa, in cui si mostrano civili ammassati e tenuti fermi sotto minaccia di morte e in cui le voci dei miliziani dicono cose come «questi sono cani, sono curdi, vanno ammazzati. Loro no, sono arabi e non li ammazziamo»; così come ben noto è il video del bambino a cui vien chiesto chi è e alla risposta «sono curdo» viene brutalmente tolta la vita.

Questa è stata anche la realtà di questi mesi in questa terra, ma al contempo è bene essere molto consapevoli che non è affatto vero che la popolazione araba è stata “risparmiata”. In primis perché l’operazione mediatica che questi video portavano avanti è in realtà molto chiara sul piano ideologico e non dobbiamo cascarci, e poi perché la resistenza è stata del popolo, non solo curda, e lo testimoniamo le e i numerosi martiri arabi che han dato la vita per la difesa della Rivoluzione, la gente ferita e quella sopravvissuta. Inoltre, non venire uccise ma dover tornare sotto il regime di forze come l’ISIS o HTS non dà alcun tipo di sollievo. Nella regione di Tabqa e Raqqa, un paio di giorni dopo che queste forze ne hanno preso il controllo, sono state distribuite copie del Corano e veli neri per ogni donna, casa per casa. Un solo ordine, un solo potere, un unico dio: questa è la loro linea, che porta morte e fascismo.

In questo, la questione della mentalità è centrale, perché per comprendere con serietà questa guerra, così come questa fase di negoziati per l’integrazione, raccontata ora dal cinismo alienato dell’Occidente come “la fine del Rojava” o il “dopo la Rivoluzione”, serve andare più a fondo nella realtà della società.

Ancora una volta, torniamo alla comune delle donne.

Quando, prima della guerra, siamo state al Centro delle donne di Zenobia in Raqqa, abbiamo sentito storie di resistenza quotidiane, una lotta che iniziava prima ancora dell’incontrarsi lì, perché è già qualcosa per cui hanno dovuto lottare: passare oltre alle volontà del marito e alle aspettative sociali e uscire di casa recandosi in un posto in cui si sarebbero trovate con altre donne, è già iniziare una rivoluzione. Da questo coraggio che le porta fuori dalle case inizia il sovvertimento dell’ordine generale e creare una comune di donne che ogni giorno organizza la propria vita sulla base della volontà comune e non su quella del marito o della famiglia opprimente, significa creare un motore di liberazione che molto velocemente apre la strada anche alle altre donne. Questo non sul piano teorico, ma proprio guardando come è andata la storia fin qui.

La comune delle donne di Aleppo nei primi giorni di guerra è stata quella che ha dettato la linea del decidere di non lasciare i quartieri e rimanere a difendere fino alla fine; una donna che ne fa parte ci ha detto: «La comune delle donne deve essere la base di un vero socialismo, perché se le donne di una società non sono liberate, la società non può essere libera».

“Rivoluzione” vuol dire rivolgimento, volgere di nuovo, ossia è una parola che ci parla di movimento, di trasformazione e cambiamento. Nella storia però questo non avviene semplicemente sostituendo il vecchio col nuovo e l’oppressione e la liberazione non sono né fatti né oggetti, bensì processi, che riposano sul piano materiale tanto quanto su quello della mentalità.

Per costruire la mentalità dell’oppressione e dei popoli oppressi, secoli e secoli di orrende pratiche hanno sviluppato “ottimi” strumenti, patriarcato e stato in primis. Questi sono una realtà materiale tanto quanto una mentalità. La mentalità della mascolinità dominante va insieme a quella burocratica, che legge la realtà come statica nelle sue forme, che categorizza la vita, una mentalità controllante, volta al monopolio e al profitto.

Cosa vuol dire per un popolo vivere a lungo sotto un regime di questo tipo? (Cosa vuol dire per noi?) E quindi cosa vuol dire rivoluzionare la mentalità di un’intera società? Quanto tempo può impiegare? Cosa permette al nuovo di sedimentare e poi di venir passato di generazione in generazione?

Possiamo farci queste e altre domande anche a partire dalle nostre “vite europee”, perché nonostante tutti i diritti e le possibilità conquistate da secoli di lotte, ancora non siamo libere da queste mentalità e, per esempio, ora facciamo fatica a comprendere che una rivoluzione non cade con un’integrazione delle forze militari, non finisce con il cambio della forma o dei “confini”, non è un oggetto che puoi sostituire con un altro, bensì un movimento storico che agisce molto più in profondità. Se si fosse seguita la linea della lotta militare fino in fondo per “proteggere i territori della rivoluzione”, avrebbe voluto dire essere disposti a considerare l’opzione del genocidio. E questo, per un’amministrazione socialista e democratica che rifiuta di mettere la propria esistenza prima di quella del popolo che la compone, sarebbe stato semplicemente tradimento.

Quale mentalità della sconfitta guida i nostri pensieri quando caschiamo in queste semplici trappole del vedere bianco/nero, di non riuscire a uscire dagli occhi dello stato? Cosa vuol dire avere un tale livello di sfiducia nella lotta dei popoli?

Se scordiamo il significato di “rivoluzione” e la appiattiamo sul controllo delle terre, delle risorse e delle forze militari, facciamo il gioco degli stati. Anche di quelli rossi che furono.

Fare una rivoluzione socialista con la liberazione di genere come primo pilastro vuol dire prendersi la responsabilità storica di non ripetere l’errore del socialismo reale, sia per quanto riguarda la creazione di uno stato o di un’entità analoga statica e barricata in se stessa, sia per la lotta di genere contro il patriarcato.

Ora anche noi internazionaliste e internazionalisti, ovunque nel mondo, dobbiamo restituire questa serietà alla Rivoluzione e chiederci con che occhi guardiamo alla sua storia e alla sua realtà attuale: sono quelli dello stato o della comune?

Il processo di integrazione qui in Nord-Est della Siria, così come il processo di pace con la Turchia aperto dall’Appello per la Pace e la Società Democratica lanciato nel febbraio 2025 dal leader curdo Abdullah Öcalan, non sono fatti o momenti che chiudono la lotta e anzi, questa si è molto intensificata, aprendo una nuova fase per l’esistenza-resistenza curda, così come per l’internazionalismo. Il Confederalismo Democratico come proposta e quindi l’intero sistema delle comuni, dei consigli e della Nazione Democratica non si è mai dato come una forma chiusa e pronta all’uso. Si tratta di forme organizzative della società per la società, che quindi seguono i suoi bisogni tanto quanto i suoi tempi di cambiamento e di lotta.

Ora si tratta di avere profonda fiducia politica nei 15 anni (una cinquantina se li si conta dalla fondazione del PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan) di lavoro rivoluzionario nella e della società. Un lavoro che in generale è impossibile annullare, perché è una realtà in cui le avanguardie sono state e sono ancora le donne della società, cuore del tessuto del popolo. Ci sono ormai diverse generazioni di giovani cresciute con un modo di approcciare la vita che non ha niente a che vedere con quello del patriarcato e dello stato. E ci sono donne che ora sorridendo dicono «qui sono nata di nuovo», indicando Jinwar, il villaggio autonomo di donne in Rojava. C’è qui un radicamento geografico e storico che è tanto fatto pratico quanto intimo di ognuna. L’antico – il ricordo delle civiltà mesopotamiche raccolte attorno alle Dee Madri – guida verso il nuovo, in un movimento lento e costante di cui le comuni delle donne si fanno custodi. Come dicevo all’inizio, questa è la terra in cui la vita è in grado di essere davvero insistente e come mi ha detto un’amica – semplice e insieme poetica come tutte le rivoluzionarie: «la Rivoluzione delle donne è un ricordo del futuro».


[1]Per completezza, segnalo invece l’analisi politico-ideologica pubblicata sul sito di Jineoloji a fine gennaio. Porta il titolo di Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra e in questa sede può essere utile per inquadrare le forze coinvolte negli attacchi alla Rivoluzione e le dinamiche politiche e ideologiche nelle motivazioni di questa guerra. <https://jineoloji.eu/it/2026/01/26/difendere-la-vita-e-comprendere-la-realta-della-guerra>.

[2] Ne abbiamo parlato recentemente anche in cinque brevi episodi podcast, ascoltabili online anche in italiano su Youtube, sotto il titolo Defending Life. <https://youtu.be/8FIZfbNJxes?si=boVqMyXm7XhpnV9O>.

L'articolo Se Rivoluzione vuol ancora dire trasformazione sociale proviene da Rivista Malamente.

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Interviste: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026).

La guerra per l’attenzione è una guerra totale
Intervista di Catherine Marin a Yves Marry e Florent Souillot, “Reporterre”, www.reporterre.net

La «guerra per l’attenzione» ci fa passare il nostro tempo davanti agli schermi, scrivono Yves Marry e Florent Souillot. E i GAFAM si arricchiscono. Di fronte a questa “influenza emotiva”, gli autori promuovono spazi di disconnessione.

Yves Marry è stato dipendente di una ONG prima di diventare dirigente dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), che ha co-fondato nel 2018 con Florent Souillot, responsabile del digitale presso le edizioni Gallimard-Flammarion. Hanno scritto insieme La guerra per l’attenzione. Come non perderla, (Edizioni Malamente, 2026; ed. originale: L’échappée, 2022). L’associazione Lève les yeux! e il suo Collettivo per la riconquista dell’attenzione intervengono in particolare nelle scuole, dalla materna alle superiori, per sensibilizzare bambini, ragazzi e genitori sui pericoli sanitari e psichici dell’abuso degli schermi e promuovere momenti di disconnessione.

Reporterre: Con La guerra per l’attenzione avete scritto un libro contro l’espansione incontrollata del digitale in tutti gli ambiti della vita sociale. Da quale esperienza ha tratto ispirazione la vostra analisi?

Yves Marry: Il primo shock emotivo l’ho avuto in Birmania. Lavoravo lì tra il 2014 e il 2018, quando il paese è stato coperto dalla rete 4G. Improvvisamente ho visto tutti i birmani, persone solitamente molto dignitose e rette, chinare il capo per immergersi nei loro smartphone, catturati dalle applicazioni digitali. La straordinaria animazione che fino ad allora riempiva ogni pomeriggio le strade di Yangon, con persone che suonavano la chitarra, altre che chiacchieravano, è svanita molto rapidamente. Le persone non parlavano più tra loro! È stato un vero shock e una grande tristezza… Ho visto l’alienazione stringersi molto rapidamente su menti che ammiravo per la loro maturità e la loro capacità di attenzione sostenuta grazie alla pratica della meditazione buddista. Una vera e propria colonizzazione dell’immaginario, come direbbe Serge Latouche. [leggi tutto…]

E poi, viaggiando molto tra il 2014 e il 2017, dal Sud-Est asiatico al Sud America, passando per la Russia, ho potuto constatarlo ovunque: in pochissimo tempo, il mondo intero aveva abbassato la testa!

Florent Souillot: Per me, il fattore scatenante è stato duplice: in primo luogo, è stato condividere con Yves questa sensazione di invasione degli schermi in tutte le relazioni sociali e amicali, un’invasione che ci stava facendo perdere qualcosa. Da qui la creazione dell’associazione Lève les yeux! nel 2018, poi del collettivo.

Inoltre, lavorando nell’editoria come responsabile digitale, al servizio quindi di questo formidabile strumento di sviluppo dell’attenzione che è il libro, mi occupo costantemente della questione dell’equilibrio tra carta e digitale.

Scrivete che questa cattura dell’attenzione è la manifestazione di un nuovo “capitalismo dell’attenzione”. Cosa intende dire con questo?

Yves Marry: Il capitalismo vede i suoi profitti minacciati dalla rarefazione delle risorse naturali: è grazie allo sfruttamento di queste risorse, come l’acqua, il petrolio, ecc., che è stato possibile accumulare profitti giganteschi. Con lo sviluppo tecnico digitale è apparsa una nuova risorsa: l’attenzione umana. Catturando questa risorsa è possibile vendere pubblicità mirata, raccogliere dati personali da rivendere, ecc. È ciò che chiamiamo «capitalismo dell’attenzione», espressione utilizzata per la prima volta da Yves Citton nel 2014.

In che modo l’uso del digitale da parte del capitalismo vi sembra così problematico?

Yves Marry: Il digitale sta determinando un’evoluzione di ordine antropologico nella nostra capacità di prestare attenzione a ciò che conta. Prendiamo ad esempio il caso dei minori di 18 anni. Circa il 90% dei contenuti che guardano su Internet sono pagine di social network, video, videogiochi e serie a volte molto violente, come GTA e Call of Duty, o pornografia. Se i ragazzi sono attratti da questo tipo di contenuti, è innanzitutto perché i progettisti di servizi digitali si rivolgono in primo luogo alle loro emozioni, suscitando paura ed eccitazione per rafforzare il loro potere di attrazione.

Questa immersione nel digitale fin dalla più tenera età ha gravi effetti sul loro sviluppo (ritardi linguistici o cognitivi) e, quindi, su scala sociale, conseguenze di ordine antropologico. Cattura l’attenzione, la disposizione a comprendere il mondo, a favore dell’“intrattenimento” e della dipendenza consumistica.

Nel vostro libro descrivete in dettaglio i danni subìti da bambini e ragazzi sovraesposti agli schermi (fino a 14 ore al giorno) da quando la scuola non è più un luogo protetto: disturbi del sonno, obesità, miopia, disturbi autistici, ecc. Il quadro che dipingete è terribile!

Yves Marry: Sì, a noi fa paura. Gli schermi hanno dimostrato la loro nocività per i bambini, dal punto di vista sanitario e cognitivo. Alcuni studi scientifici citati da M. Desmurget in Il cretino digitale (Rizzoli, 2020) hanno persino dimostrato che, sovraccaricando i loro riflessi, gli schermi hanno effetti deleteri sullo sviluppo della corteccia prefrontale, la zona del cervello che permette di proiettarsi nel tempo e di costruire progetti.

Al contrario, nessuno studio ha ancora dimostrato il loro interesse pedagogico. Gli schermi connessi hanno un costo economico ed ecologico enorme, ma lo Stato continua ostinatamente a voler dotare tutti i bambini francesi di tablet per l’apprendimento. È davvero incredibile.

L’influenza emotiva vale anche per gli adulti?

Florent Souillot: Assolutamente sì. Guardate come siamo costantemente spinti su Internet a valutare i servizi o le prestazioni ricevute, a mettere “mi piace” o meno, a dare la nostra opinione, preferibilmente negativa perché un’opinione negativa sarà più condivisa di una positiva. Anche sui siti di incontri, non si tratta di riconoscere l’altro, ma di “valutarlo”.

Gli effetti di questa influenza si vedono anche in ambito politico. I social network hanno sicuramente svolto un ruolo importante nella costituzione dei recenti movimenti sociali, dalla Primavera araba ai Gilet gialli.  Ma il loro contributo è ambivalente, perché impongono una logica di flusso permanente. Tutto è fatto in modo che la parola sia rapida, tagliente, persino violenta, se non altro per il numero massimo di parole consentite in un tweet. E subito una lotta ne sostituisce un’altra: siamo sovrainformati, sovramobilitati da innumerevoli petizioni online… ma senza essere coinvolti in azioni che obbediscano alla logica dell’impegno collettivo basato sul dibattito e sulla concertazione. I presunti vantaggi per le mobilitazioni sono un’illusione. Fuori dal bozzolo digitale, la realtà sfugge.

Nel vostro libro si ha la sensazione che questa «guerra per l’attenzione» sia al centro di una battaglia culturale tra la civiltà digitale, con il suo immaginario di continua crescita e transumanista, e una civiltà ecologica in divenire.

Yves Marry: Sì, ci sembra che questa sarà la questione centrale dei prossimi anni. Vediamo chiaramente le gravi crisi ecologiche che ci attendono, con la rarefazione delle risorse, ecc. Di fronte a questa realtà, il discorso dominante, fortemente diffuso dai media, è tecnosoluzionista e rimanda effettivamente al sogno di un superuomo, di un uomo-macchina potenziato da chip, protesi, schermi, che rassicura, credo, molti esseri umani. Ma ricordiamoci che i propagatori di questo sogno, i miliardari della Silicon Valley, mandano i propri figli nelle scuole Waldorf, istituti costosissimi dove i bambini non hanno schermi prima dei 14 anni, giocano tra gli alberi e sono circondati da molte persone, umane, che si prendono cura di loro…

La propaganda però è forte. Il mito della «crescita verde», con le sue «energie pulite» e le sue «città intelligenti», è lì per alimentare la speranza che saremo in grado di mantenere i nostri livelli di vita e persino di continuare a crescere raggiungendo la neutralità carbonica. Un’enorme farsa, ma che permette ai grandi interessi economici di perpetuarsi, con la convergenza delle lobby del nucleare, delle auto elettriche, delle reti elettriche, ecc.

È quindi necessario opporre a tutto questo una visione di riconciliazione con il vivente capace di entusiasmare. Si tratta di un’aspirazione che, del resto, è profonda nell’essere umano. Dai sondaggi pare che questa utopia ecologista di sobrietà e legame con la natura sia preferita dalla maggioranza delle persone rispetto all’utopia tecnofila.

Florent Souillot: Di fronte a questo tecnosoluzionismo e alle sue mistificazioni, vorrei ricordare che la decrescita è anche una battaglia culturale da combattere: come vivere in modo diverso il rapporto con se stessi, con il vivente, per considerare con più calma il rapporto con una necessaria sobrietà? A questo proposito, insistiamo molto sul fatto che la questione della disconnessione è fondamentale: l’interiorità deve poter essere preservata.

Ciò è tanto più necessario in quanto questa «guerra per l’attenzione» di cui parliamo è una guerra particolare: non è immediatamente visibile. Eppure è una guerra totale: riguarda tutti, ovunque, in tutti i settori dell’esistenza (dall’istruzione alle relazioni amorose, passando per il lavoro) e tutte le classi sociali, soprattutto le più povere. Crea dei “signori della guerra”, i GAFAM, che registrano profitti astronomici, e molte vittime.

Tuttavia, non c’è un dibattito democratico su tali questioni: in che modo il digitale è utile? Dove ne abbiamo bisogno? In che misura? Noi pensiamo invece che questo dibattito debba aver luogo, che sia finalmente giunto il momento che abbia luogo. La nostra speranza è che sia portato avanti dagli ecologisti, dai movimenti per il clima e dai rappresentanti politici, in relazione alle questioni della transizione ecologica e della decrescita. Una ricca tradizione di ecologia politica ci invita a farlo: da Bernard Charbonneau a Jacques Ellul, Ivan Illich, Murray Bookchin… Sì, questa è la speranza del libro: che il concetto di «disconnessione» serva a riconquistare l’attenzione a beneficio di tutti gli esseri viventi.

Quali misure potrebbe proporre l’ecologia politica per favorire questa controcultura dell’attenzione?

Yves Marry: Mi sembra che una delle idee principali potrebbe essere quella di moltiplicare i rifugi di disconnessione nelle città, con una politica urbana che favorisca i luoghi senza schermi, come i giardini collettivi, liberi le strade dagli schermi pubblicitari, ecc. Bisognerebbe anche preservare le scuole elementari dagli schermi e promuovere una politica di prevenzione rivolta a genitori e bambini molto più ambiziosa di quella attuale: niente schermi prima dei 5 anni, come raccomandato dall’OMS, niente smartphone prima dei 15 anni, ecc. E sviluppare un diritto alla protezione dell’attenzione.

Florent Souillot: In inglese, “fare attenzione” si dice “to pay attention”: rende bene l’idea che l’attenzione ha un prezzo. Purtroppo, la lingua francese è più ambivalente (si “presta” attenzione), e quindi spesso si ha l’idea che l’attenzione sia qualcosa che si percepisce, ma che non ha valore. Questa questione semantica è interessante, perché ci porta a interrogarci sul prezzo reale della nostra attenzione, sul fatto che oggi siamo un bersaglio, che siamo trasformati in oggetti, ma che abbiamo anche le chiavi per reagire!

La decrescita, con i suoi luoghi che favoriscono la disconnessione, non appare più solo come una gestione misurata delle risorse naturali, ma come un nuovo orizzonte di realizzazione personale. Quindi proteggere l’attenzione significa anche questo: percepire il nostro valore, il valore della nostra attenzione, e difenderlo.

L’attenzione è la nuova risorsa rara da proteggere
Intervista di Édouard Laugier a Yves Marry e Florent Souillot, “Le nuovel economiste”, www.lenouveleconomiste.fr

È in corso una guerra per conquistare la nostra attenzione. E noi la stiamo perdendo, sostengono Yves Marry e Florent Souillot. I due autori, fondatori dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), mettono in guardia dai numerosi danni causati dal digitale, che ci fa trascorrere la maggior parte del nostro tempo davanti a uno schermo. Obesità o disturbi del sonno nei più giovani, isolamento e perdita dei legami sociali, dittatura delle emozioni e isterizzazione del dibattito pubblico e, naturalmente, catastrofe ecologica.

Yves Marry e Florent Souillot mostrano come il nostro tempo cerebrale disponibile sia diventato il nuovo oro grigio delle multinazionali digitali. Propongono quindi soluzioni politiche concrete per riconquistare collettivamente la nostra attenzione. Una di queste è un’azione piuttosto semplice: disconnettersi. Trascorrere una serata o un fine settimana senza smartphone… bastava solo pensarci. Non è poi così stupido, e infatti perfino alcune aziende stanno iniziando a imporre ai propri dipendenti dei periodi di disconnessione. Allora, quando vedremo l’avvertenza: «l’uso eccessivo degli schermi nuoce gravemente alla salute»?

Édouard Laugier: Gli schermi sono ovunque. In media sette schermi per famiglia. I tempi di utilizzo sono impressionanti: 10 ore per gli adulti e fino a 13 ore e mezza per i giovani tra i 16 e i 24 anni! A leggere il vostro libro, gli usi principali riguardano soprattutto l’intrattenimento. Le coppie diventano mute, i genitori assenti. Come siamo arrivati a questo punto?

Florent Souillot: L’arrivo massiccio degli smartphone negli ultimi dieci anni e poi la crisi sanitaria sono stati fattori di accelerazione nell’aumento massiccio del tempo trascorso davanti allo schermo. E questo è solo l’inizio, ci attende l’imminente esplosione del numero di oggetti connessi promessa dalle industrie digitali. Se Internet prometteva trasparenza e condivisione, gli ultimi anni hanno visto trionfare la mercificazione e il controllo, con logiche ormai difficili da comprendere per i cittadini e servizi basati su algoritmi controllati solo da pochi grandi attori egemonici. Siamo passati dall’era dei baroni del petrolio e della predazione delle risorse naturali a una nuova fase del capitalismo in cui è il nostro cervello a essere preso di mira e sfruttato senza regole: il capitalismo dell’attenzione.

È un’epoca caratterizzata dall’estrema concentrazione della ricchezza mondiale e del potere nelle mani di poche aziende, i famosi GAFAM, che mantengono la loro redditività tecnologica grazie ai dati raccolti, al tempo trascorso davanti allo schermo e al coinvolgimento degli utenti.

Quali sono i principali danni di questa dipendenza generalizzata?

Yves Marry: Sono molteplici! Quasi ogni settimana, un nuovo studio dimostra le drammatiche conseguenze della nostra sovraesposizione agli schermi… Per riassumere, riteniamo che ci sia un’urgenza nei confronti dei più giovani, che sono i più vulnerabili: ritardi nel linguaggio, calo della concentrazione, della memoria, dell’intelligenza, del sonno, aumento dell’obesità, dell’aggressività, del malessere. La loro salute fisica e mentale è realmente e fortemente compromessa, non si può più negarlo.

Inoltre, più in generale, c’è l’isolamento in quello che Alain Damasio chiama il «bozzolo tecnologico», un calo dell’empatia, un aumento del narcisismo, una difficoltà ad ascoltare l’altro, a mobilitare la razionalità piuttosto che l’emozione, e quindi un’isterizzazione del dibattito pubblico che rappresenta una seria minaccia per le nostre democrazie.

Infine, pensiamo che questa era del “tutto digitale” sia una catastrofe ecologica: estrazione di terre rare, uso massiccio e crescente di elettricità, raffreddamento dei centri dati, riciclaggio inadeguato… Il costo energetico è enorme, come hanno dimostrato moltissimi studi.

Eppure gli schermi ci facilitano la vita, ci rendono più autonomi…

Yves Marry: Bisognerebbe chiedere al 40% delle persone che non riescono più ad accedere ai propri diritti – essenzialmente a causa della “dematerializzazione” – se sono d’accordo… E allo stesso modo a tutti coloro che non possono più fare a meno del proprio smartphone per cose semplici come orientarsi, discutere, scambiare opinioni, contemplare un paesaggio. Siamo diventati dipendenti da questi strumenti in misura preoccupante.

Senza dubbio è necessario mettersi d’accordo sul termine autonomia. Per essere autonomi, è necessaria una distanza critica, che risiede nella corteccia prefrontale, e che si va esaurendo nell’era dello zapping permanente, quando l’attenzione “riflessiva” prende il sopravvento sull’attenzione profonda. La tecnologia digitale ci offre dei servizi, accelera i processi e, in alcuni casi, può aumentare l’efficienza delle procedure. Una piccola parte di noi, spesso i più integrati socialmente, è agile e abile con i propri schermi, il che dà un’illusione di fluidità e facilità. Ma, fondamentalmente, rendendoci sempre più dipendenti da strumenti che non comprendiamo, rinchiudendoci in un comfort astratto, i nostri schermi ci fanno perdere la nostra forza vitale (tatto, vista, olfatto, senso dell’orientamento, empatia, ecc.): portano all’alienazione, che è l’opposto dell’autonomia.

Il vostro libro mette in luce una guerra per conquistare l’attenzione, il «nuovo oro grigio», ovvero la disponibilità del nostro cervello. Scrivete che «l’estrazione dell’attenzione è diventata la pietra angolare dello sviluppo dei GAFAM». In che modo queste multinazionali ci rendono dipendenti?

Florent Souillot: La captologia (nuova scienza il cui nome deriva da “computers as persuasive technology”) mette in atto i metodi di manipolazione offerti dalla tecnologia. Ponendola al centro della loro strategia industriale, i GAFAM e i loro satelliti impiegano team composti da ricercatori in scienze cognitive e sviluppatori il cui obiettivo è quello di progettare servizi in grado di colpire i punti deboli del nostro cervello (i “bias cognitivi”) stimolando o inibendo i nostri diversi regimi di attenzione. La sfida è quella di rendere questi servizi indispensabili e abituali, anche a costo di creare bisogni dal nulla.

Le tecniche possono essere piuttosto grossolane, ma il più delle volte sono nascoste (si parla allora di dark patterns). Si pensi allo scroll infinito sorretto da ricompense casuali su Facebook e Instagram, alla gratificazione sociale costante sui social network, ai cicli di feedback sempre più rapidi, ecc. Tutti questi esempi fanno parte dello stesso sforzo per attirare l’utente e fidelizzarlo nel tempo, garantendo enormi profitti tecnologici.

Dati, velocità, potenza di calcolo: i captologi fanno di tutto per aumentare il nostro tempo davanti allo schermo, il nostro coinvolgimento, per raccogliere i nostri dati e prevedere i nostri comportamenti. E dal momento in cui agiamo su queste piattaforme, collaboriamo a questo sistema. In concreto, ciò significa che alcune delle aziende più ricche del pianeta possono ora, grazie alla captologia, influenzare in tempo reale le azioni di miliardi di esseri umani.

L’economia dell’attenzione è il motore del capitalismo digitale. Tuttavia, stiamo assistendo a una ripresa del controllo politico. Sembra che si stia delineando un percorso verso una prospettiva più responsabile. Si tratta di una svolta o di un miraggio?

Florent Souillot: Una svolta è in atto, ma è ancora troppo timida. Da un lato, infatti, c’è la presa di coscienza ecologica, con la constatazione condivisa della finitezza delle nostre risorse e dei rischi di perpetuare un modello di crescita mortale per il nostro pianeta e per gli esseri umani. D’altra parte, c’è una presa di coscienza da parte dei regolatori, degli insegnanti, dei genitori e dei cittadini: non passa giorno senza che nuove testimonianze e studi informino sui danni causati dagli schermi. Ciò che manca ora sono azioni politiche forti volte alla disconnessione e alla regolamentazione.

È necessario proteggere i più esposti, i più giovani e i più vulnerabili. Bisogna proteggere la scuola, che non deve diventare la testa di ponte della digitalizzazione, ma restare uno spazio preservato dalla mercificazione del mondo, in grado di formare cittadini informati e attivi. Bisogna smettere di correre avanti nella digitalizzazione dei servizi pubblici e lasciare la scelta ai cittadini. Bisogna rafforzare il diritto alla disconnessione dei lavoratori, delle famiglie, degli insegnanti. Ne va delle nostre libertà e dei nostri figli, del nostro modello di società e del nostro futuro comune. Infine, dobbiamo reimparare a discutere serenamente di queste questioni.

Per uscire da questa alienazione tecnologica, auspicate una «politica dell’attenzione». Quali sono i suoi grandi principi guida?

Yves Marry: A problema politico, risposta politica. Desideriamo che la protezione dell’attenzione diventi un nuovo pilastro del progetto di transizione ecologica. L’attenzione è una nuova risorsa rara da proteggere. Proponiamo che siano garantiti tempi e spazi di disconnessione, proponiamo dei “divieti”, anche se la parola fa paura: niente tablet per i bambini di età inferiore ai 3 anni, niente smartphone almeno prima dei 12 anni, per esempio. Desideriamo anche una maggiore prevenzione e, naturalmente, il ricorso a dibattiti democratici sulle scelte tecnologiche, il che sarebbe già un notevole passo avanti. Questa politica potrebbe articolarsi attorno a un nuovo «diritto alla protezione dell’attenzione», mobilitabile per opporsi agli schermi pubblicitari nelle strade, agli schermi nelle scuole, alla pubblicità mirata, alle tecniche di manipolazione delle applicazioni digitali…

Tra poche settimane, i francesi eleggeranno il loro presidente. È già possibile misurare l’impatto politico che questa economia dell’attenzione ha sul nostro sistema democratico?

Florent Souillot: Costretti a immergersi nella guerra per l’attenzione, i nostri rappresentanti politici diventano a loro volta influencer, concentrati sulle nostre emozioni piuttosto che sulla nostra ragione. Tutto porta a credere che le elezioni di aprile (2022) saranno, da questo punto di vista, peggiori delle precedenti. L’ascesa di Éric Zemmour, Donald Trump, Matteo Salvini o Jair Bolsonaro, illustra perfettamente il potere dell’emozione in questa nuova agorà. Il fascismo esisteva prima di Twitter, ma la struttura del dibattito digitale, che favorisce lo scontro netto, gli mette le ali di fronte a tutti i difensori della ragione.

Ma non fraintendiamo: l’obiettivo dei GAFAM è quello di venderci il comfort di una vita individualizzata e digitalizzata, alimentata da immagini, una forma di sicurezza che solo loro sarebbero in grado di offrirci in un momento di pericoli sociali e climatici. In sostanza, l’esatto contrario della democrazia e delle sue lentezze istituzionali, della collettività e delle sofferenze da condividere, di una comunità morale ed empatica.

Perché i giganti del web vogliono renderci dipendenti dagli schermi
Intervista di Agathe Perrier a Yves Marry, “Marcelle”, www.marcelle.media.

L’attenzione è l’oro del XXI secolo. Come per il petrolio, le grandi aziende vogliono accaparrarsela. A cominciare dai GAFAM, i giganti del digitale che spendono miliardi per tenerci incollati ai nostri schermi. Un fenomeno pericoloso, che Yves Marry e Florent Souillot analizzano nel loro libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla.

I due autori descrivono le conseguenze di una società travolta dal «rullo compressore digitale». Lungi dall’essere un semplice saggio, le sue pagine contengono anche consigli per disconnettersi e, soprattutto, proposte politiche. Perché, come per molte battaglie, il cambiamento non dipende solo dalle azioni individuali, ma anche da un’indispensabile azione politica.

Agathe Perrier: Da dove è nata l’idea di dedicare un libro alla sovraesposizione agli schermi?

Yves Marry: Dalla nostra esperienza sul campo. Per quanto mi riguarda, è stata in Birmania, dove ho vissuto per quattro anni a partire dal 2014. Quando sono arrivato, non c’era Internet per strada, né smartphone. Io che venivo dalla Francia e ne avevo conosciuto lo sviluppo, mi ero riabituato a una vita senza. Mi sono immerso in questa cultura molto sorridente, con persone premurose. Ogni sera suonavo la chitarra sotto casa mia con i miei vicini! Quando la rete internet si è diffusa nel paese, tutti si sono dotati di uno smartphone. Ho letteralmente visto le persone abbassare lo sguardo. Non suonavamo più musica insieme, perché ognuno era davanti al proprio schermo. È stato uno shock. Anche Florent ha vissuto la stessa esperienza in Francia. Abbiamo quindi creato la nostra associazione, Lève les yeux!, per fare educazione popolare, in particolare tra i bambini, per prevenire gli effetti dell’eccessiva esposizione agli schermi e per sensibilizzare l’opinione pubblica. Questo ci ha portato a scrivere questo libro.

Nel libro si trovano sia constatazioni che soluzioni…

Sì. Nel libro si fanno delle constatazioni, piuttosto dure bisogna ammetterlo, su tutti i problemi legati alla dipendenza dal digitale. Obesità, disturbi del sonno e della concentrazione, isolamento, senza contare la messa in pericolo dei legami sociali e del dibattito democratico e l’accelerazione della catastrofe ecologica. L’elenco non è ovviamente esaustivo. Ci siamo basati su ciò che vediamo noi stessi sul campo e che è descritto in molti studi.

Analizza in particolare l’economia dell’attenzione. Come funziona? Come genera denaro? Quali tecniche vengono utilizzate per renderci dipendenti? Perché dietro c’è un vero e proprio progetto economico e politico, ideato dai grandi capi della Silicon Valley: Elon Musk, Bill Gates, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos. Infine, facciamo proposte concrete affinché questo libro non sia solo un saggio. Spieghiamo in particolare come la protezione dell’attenzione possa integrarsi in un progetto di transizione ecologica.

Lei parla di «guerra» dell’attenzione. È un termine forte…

È un po’ violento, è vero, ma è giustificato. Bisogna essere consapevoli che è in corso una vera e propria battaglia per attirare la nostra attenzione. Miliardi di euro vengono spesi per catturarla, in primo luogo da coloro che controllano le grandi aziende digitali. Ovviamente i GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft – ma anche tutti gli attori della lobby digitale. Hanno un grande potere economico e una grande capacità di influenza. Nel loro discorso, la crescita e la transizione ecologica passeranno attraverso il digitale. E hanno tutto l’interesse a perpetuare questa idea. Sostengono che guadagneremo in efficienza energetica, che l’intelligenza artificiale ci consentirà di essere più performanti, efficienti…

Non è così, secondo lei?

Nel libro dimostriamo che si tratta di chiacchiere. I piccoli guadagni in termini di efficienza pesano meno degli effetti contrari, del costo dello stoccaggio dei dati, dell’enorme quantità di oggetti da produrre… Il digitale rappresenta già oggi tra il 3% e il 4% dei gas serra. Con il 5G, l’esplosione degli oggetti connessi, la banda larga – tra le altre cose – la stima salirebbe almeno al 10% entro venti anni. Per non parlare dei rifiuti elettronici di cui non sappiamo cosa fare, e delle terre rare che vanno estratte. Dal punto di vista ecologico, non è sostenibile.

Considerando quanto il digitale occupi un posto centrale nella nostra vita quotidiana, non abbiamo forse già perso questa guerra?

Molti lo pensano, compresi coloro che sono impegnati nella nostra causa. Ci sono motivi per crederlo, basta guardare come è stata gestita la crisi del Covid. Le uniche soluzioni immaginate sono state quelle di accelerare con il digitale. C’è una spinta evidente, che viene chiamata «rullo compressore digitale». Il governo e le istituzioni europee sono convinti dai discorsi di questa industria. Per loro, il digitale è LA soluzione per preservare la crescita.

Ci sono comunque motivi per rimanere ottimisti?

In effetti ci sono motivi per pensare che la guerra non sia persa. Negli ultimi anni si è assistito a un’enorme presa di coscienza ecologica. In particolare tra i giovani, che sono il futuro. E soprattutto in tutto il mondo. I discorsi di propaganda industriale incontrano sempre più resistenza. Se il numero di menti critiche aumenta, se i politici assumono posizioni ambiziose, si può davvero agire.

Questo intervento politico appare indispensabile…

Esattamente. In La guerra dell’attenzione cerchiamo proprio di spiegare che, parallelamente alla prevenzione sul campo, c’è una battaglia politica da combattere. Sensibilizzare le persone ad essere più autonome e ad avere una maggiore distanza critica non è sufficiente, anche se i comportamenti individuali sono importanti. Ciò che fa la differenza sono le soluzioni collettive, come del resto nella lotta contro il cambiamento climatico.

L'articolo Interviste: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026). proviene da Rivista Malamente.

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Recensioni: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026).

Affogare il cellulare, distruggere gli schermi
Delaunay Matthieu, “Mediapart”, blogs.mediapart.fr.

Dopo aver rovinato i nostri corpi con pesticidi, automobili, acqua inquinata, nucleare, grassi e zuccheri, ecco che il tecnocapitalismo – versione 2.0 del capitalismo – si scaglia senza pietà sulla nostra capacità di essere al mondo. La sua ultima vittima: l’attenzione.

Lo intuivamo. Lo sapevamo. Lo vedevamo. Un malessere. Quei colli indolenziti dal sostenere una fronte assorta verso luci blu. Quei pollici doloranti dal toccare interfacce multicolori. Quegli occhi arrossati e cerchiati dal vegliare sulle serie Netflix. Quei bronci debilitanti, rovinati dalle app. L’oggetto di questo malessere aveva un nome: gli schermi. A loro rimanevamo attaccati, come sanguisughe alla mammella di una mucca. Potrebbe essere storia antica. La lettura del libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla ci aiuterà a prendere la decisione salvifica di affogare i nostri telefoni cellulari e fracassare i nostri schermi.

Questo libro è la cronaca della perdita di uno dei fondamenti della nostra capacità umana di vivere liberi e bene: l’attenzione. Dopo aver descritto in dettaglio le conseguenze della colonizzazione delle nostre esistenze da parte degli schermi, i suoi autori – membri del collettivo Lève les yeux! – spiegano in dettaglio il prezzo che paghiamo lasciando che distraggano la nostra attenzione. La società senza contatto, l’infanzia con il sonno traumatizzato da incubi alimentati dai social network, la finta democrazia offerta da queste piattaforme, l’illusione della crescita verde o ancora il lavoro dei captologi pagati profumatamente per rubare la nostra attenzione sono i punti centrali di questo testo incisivo. [leggi tutto…]

Ricordiamo il ritornello: «se il digitale ha conseguenze negative sulla nostra esistenza, è perché non siamo educati al suo utilizzo». Ecco perché l’Unione Europea raccomanda di abituarcisi fin dall’infanzia, nel suo Piano d’azione per l’educazione digitale 2021-2027. Altrimenti, saremo ancora una volta in ritardo, e nessuno vuole essere in ritardo. Tutti vogliono guidare il grande mezzo. E se ciò non bastasse, perché siamo decisamente troppo stupidi, allora sarà necessario un maggiore controllo per «combattere le derive del digitale». Se c’è una cosa a cui prestare attenzione nelle tecnologie NBIC (nano, bio, informatiche e cognitive), sono proprio le derive. Non le tecnologie in sé, no, solo le loro derive…

“Deriva” è una bella parola. Secondo il dizionario, significa «allontanarsi dalla propria direzione; andare alla deriva sotto l’effetto del vento, di una corrente». È dolce come le onde trasparenti che lambiscono la sabbia di una spiaggia delle Maldive. Peccato che non corrisponda alla portata del disastro. Detto questo, in ambito militare, si usa per indicare un proiettile «che si allontana dalla traiettoria di tiro». Almeno è più chiaro.

Ma chi decide come proteggerci da queste derive? Lo Stato, ovviamente! Quello stesso Stato che permette al ministro Blanquer di assegnare 350 metri quadri di locali adiacenti al ministero dell’Istruzione al suo amico Stanislas Dehaene. Sapete, quel neuropsicologo, professore al Collège de France, per il quale i bambini «sono supercomputer» a cui bisogna dare «i dati di cui hanno bisogno». Voi pensavate che i bambini avessero bisogno di imparare delle cose e che per farlo avessero bisogno di un’attenzione costante, di metodi didattici vari e di tempo libero. Che antiquati! Date loro dei dati tramite tablet connessi al 5G, lo faranno molto meglio degli esseri umani in carne e ossa!

I lobbisti che bazzicano ai piedi del ministero dell’Istruzione non devono sforzarsi: i politici amano troppo spendere fortune di fondi pubblici per regalare ai loro amministrati gadget prodotti da aziende private. Si sentono importanti non appena parlano di innovazione. Con un iPad in una mano e l’altra che accarezza il collo del loro elettorato, criticano beffardamente «coloro che non sono nulla», gli Amish spaventati dalle onde radio. Uno schermo per ciascuno e la felicità connessa per tutti: ecco a cosa lavora questo bel mondo dall’inizio del XXI secolo.

Ma c’è un dettaglio che queste persone omettono di menzionare e che questo libro vuole ricordare: i loro discendenti non frequentano le stesse scuole della gente comune. Dove studiano non ci sono strumenti digitali. Si usano il gesso e la lavagna, la penna e la carta. E soprattutto, soprattutto, niente internet! Se vi stupite, potrebbero rispondervi che i loro figli «non sono uguali, capite? Sono diversi e probabilmente hanno un alto potenziale». Mentre per i ragazzi delle periferie non è molto grave se seguono corsi online o passano notti in bianco sui loro telefoni. E poi, cosa sono queste insinuazioni? Abbassate piuttosto lo sguardo sul vostro Snapchat o sul vostro account Instagram e lasciate che siano quelli che sanno a dirvi cosa imparare!

Le elezioni imminenti dimostrano ancora una volta che è impossibile contare sulla sinistra ufficiale per occuparsi dell’essenziale: la conservazione delle nostre facoltà cerebrali. È quindi più che mai tempo di agire da soli. È questa la bellezza di questo testo, che nella parte finale offre molteplici proposte per prendere il toro per le corna della disconnessione.

Alla fine di queste righe, si capisce l’imperiosa necessità di disconnettersi. In modo radicale, poiché i metodi soft hanno dimostrato la loro inefficacia. Anche se ci è stato venduto il contrario. Ma questo era prima… quando avevamo ancora schermi e cellulari. Da allora, leggiamo libri. La guerra per l’attenzione, ovviamente, e poi tutti gli altri eccellenti libri che si sono dati la missione di combattere l’inevitabile.

Ed Tech o Ad Tech
Alexandre Chollier, “Le courrier”, lecourrier.ch

La guerra per l’attenzione fa parte della moltitudine di libri dedicati alle questioni digitali in generale e alla dipendenza dagli schermi in particolare. Con un tono decisamente critico, delle prese di posizione informate ma soprattutto fondate e articolate su una pratica civica, senza tralasciare le questioni spinose né le soluzioni concrete, questo è senza dubbio un libro da mettere nelle mani e sotto gli occhi di chiunque desideri informarsi, comprendere e agire.

È una lettura che cattura, senza giochi di parole, la nostra attenzione. In particolare la parte dedicata alla captologia, scienza alla base dell’economia dell’attenzione, che è innanzitutto un’economia della cattura. In poche pagine illuminanti, gli autori, Yves Marry e Florent Souillot, tornano sulla svolta operata in seguito alla crisi della bolla Internet del 2000-2001. È in quel momento che la società Google, allora guidata da Eric Schmidt, capisce che per diventare e rimanere una Big Tech dovrà prima diventare e rimanere una Ad Tech, una società la cui attività principale è la pubblicità. Google svilupperà così il suo “ecosistema” in funzione di questo unico obiettivo: offrire sempre più servizi gratuiti per catturare sempre più la nostra attenzione, trasformandola in una merce per gli inserzionisti. Ha funzionato così bene che oggi, quasi vent’anni dopo, e ora sotto l’egida della casa madre Alphabet, Google detiene più di un quarto del mercato mondiale degli annunci online. L’unica ombra, per così dire, è che ora è diventata dipendente da questa attività, da cui ricava oltre l’80% dei suoi proventi (si parla di 147 miliardi di dollari per il 2020), e non è l’unica: Facebook si trova praticamente nella stessa situazione. La concorrenza è agguerrita e bisogna cercare costantemente nuove fonti di attenzione.

Da dove provengono questi dati? Dall’ultimo rapporto di Human Rights Watch (HRW) dedicato alle applicazioni digitali utilizzate in ambito scolastico (Ed Tech). Pubblicato il 25 maggio, lo studio How dare they peep into my private life? (Come osano ficcare il naso nella mia vita privata?) ci mostra un aspetto ancora poco conosciuto del mondo dell’Ed Tech e del ruolo che Google vi svolge, direttamente o indirettamente. Il suo contenuto è a dir poco esplosivo.

Condotto tra marzo e agosto 2021 in 49 paesi, lo studio mostra che, su 164 applicazioni dedicate, 146 offrivano a terzi – principalmente società attive nel settore pubblicitario – un accesso privilegiato ai dati personali degli studenti senza che questi ne fossero consapevoli, né del resto le autorità competenti. Quattro quinti delle applicazioni effettuavano questo tipo di raccolta tramite applicazioni Google. Per quanto riguarda i dati raccolti, molto spesso non si limitavano alle mura della classe virtuale e riguardavano anche familiari e amici.

Se non c’è dubbio che l’urgenza imposta dai vari lockdown in tutto il mondo abbia spinto le autorità a rinunciare a misure precauzionali adeguate, possiamo essere certi che il mondo dell’Ed Tech – di cui Google fa parte – ha saputo cogliere l’occasione che gli è stata offerta. Lo scenario è noto da tempo: si offre all’autorità competente un prodotto, spesso senza che questa debba sborsare denaro, assicurandole che non pone alcun problema di utilizzo. In questo modo, come osserva HRW, si trasferisce il costo dell’operazione sugli studenti, che lo pagheranno rinunciando, loro malgrado, al loro diritto alla privacy. Anche quando i governi hanno sviluppato le proprie applicazioni, si è scoperto che la maggior parte di esse violava tali diritti.

HRW raccomanda che ogni paese, compresi quelli che non sono direttamente interessati da questo studio, conduca immediatamente delle verifiche. Tutti i dati personali raccolti dovrebbero essere identificati e cancellati il più rapidamente possibile. L’ONG ricorda infine un’ovvietà, tuttavia ignorata da molte amministrazioni pubbliche: è normale pagare per uno strumento, digitale o meno. Se è gratuito, è perché il prodotto è la vostra attenzione. In questo caso parliamo di quella dei bambini e dei giovani, la più preziosa di tutte.

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Maledette zanzare

Come sterminarle con la biotecnologia “gene drive”

Di Luigi

Da Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025) QUI IL PDF

La zanzara è quell’animale capace di mettere a dura prova anche i più convinti antispecisti. Ah… potersene sbarazzare e godersi l’estate senza la loro fastidiosa presenza! Ma le zanzare non sono tutte uguali. Le specie con cui abbiamo a che fare alle nostre latitudini sono certamente antipatiche ma non potenzialmente letali come quelle in grado di trasmettere la malaria e altre malattie. Quest’ultime pare che stiano per fare una brutta fine: le biotecnologie genetiche hanno trovato il modo di sterminarle, eradicarle, cancellarle dalla faccia della terra. L’applicazione in campo aperto di questa tecnologia (“gene drive”) è davvero alle porte. Ma non è tutto pacifico come sembra. Ogni essere vivente ha il suo ruolo in un ecosistema interconnesso e nessuno sa – ammettono gli stessi scienziati – quali ripercussioni a lungo termine può avere questo intervento. Inoltre, perché limitarsi alle sole zanzare? Altri studi, su altri animali, sono in corso. Non è di buon auspicio nemmeno il fatto che i principali finanziatori di queste ricerche siano, guarda caso, le agenzie militari.

Andrea Crisanti. Come dimenticare questo nome? È stata una delle virostar più in voga ai tempi della pandemia. Ricordiamo, tra l’altro, il suo entusiasmo nel cantare il motivetto di Natale “Sì sì Vax” sulle note di Jingle Bells, «se tranquillo vuoi stare, i nonni non baciare…».[1] Ma il Covid è stato per lui solo un diversivo rispetto al suo principale oggetto di studio: le zanzare. Crisanti, insieme ad altri manipolatori genetici, è infatti uno dei protagonisti di una nuova frontiera biotecnologica: il gene drive. [leggi tutto…]

Le zanzare sono gli animali più letali del mondo. Ne esistono circa 3.500 specie, 50 delle quali sono in grado di trasmettere all’uomo malattie che, ogni anno, causano la morte di circa 700.000 persone. In particolare, le zanzare del genere Anopheles trasmettono il parassita della malaria, quelle del genere Aedes trasmettono infezioni virali come dengue e febbre gialla. Oggi la tecnologia promette di liberarci da tutto questo, ma a quale prezzo?

Chinino e DDT

Già in passato la tecnologia aveva dato prova di saper metter toppe peggiori del buco. Guardando al caso italiano, a cavallo tra Otto e Novecento la malaria che infestava le zone paludose come Agro pontino e Polesine era stata praticamente debellata, grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sociali, all’uso di zanzariere, al chinino (sostanza estratta dalla corteccia della Cinchona con cui venivano, tra l’altro, riempiti cioccolatini da regalare ai bambini) e, successivamente, alle famose bonifiche del fascismo. Poi, però, nei difficili anni della Seconda guerra mondiale il problema si era ripresentato.

Cessati i bombardamenti, la soluzione arrivò dall’ultimo ritrovato dei laboratori scientifici che si era visto come sterminasse non solo le zanzare, ma anche i pidocchi e tanti altri infestanti. Parliamo del DDT, che venne copiosamente spruzzato in stalle e abitazioni rurali. Una vera e propria tabula rasa di pulito: casi di malaria ridotti a zero, ma effetti collaterali che possiamo solo immaginare. Rimaneva fuori la Sardegna, ma ancora per poco; ben presto intervennero infatti i finanziamenti della Fondazione Rockfeller che garantirono anche all’isola le sue massicce dosi di insetticida, irrorato copiosamente e a tappeto (solo nel 1978 il DDT verrà messo al bando in Italia). Questa strategia alquanto discutibile verrà replicata pari pari nei decenni successivi nelle aree povere e rurali del mondo, sotto l’egida dell’appena costituita OMS, almeno fino a quando non iniziarono a svilupparsi zanzare resistenti al DDT. Una dinamica che dovrebbe per lo meno insegnarci qualcosa.

Successivamente, alla fine degli anni Novanta, a livello mondiale la strategia di contrasto alla malaria cambia. Con un passo indietro rispetto alla chimica tossica si ritorna agli strumenti che avevano dimostrato efficacia già nel secolo scorso: zanzariere (le zanzare responsabili della malaria pungono principalmente nelle ore serali e notturne, mantenerle fuori casa mentre si dorme si stima apporti una riduzione del 70% delle infezioni), accesso alle cure per tutti, rafforzamento dei sistemi sanitari e delle misure igieniche.

Troppo poco, in anni in cui si stanno realmente mettendo le mani sul DNA degli esseri viventi per piegarlo all’utilità umana: intorno al 2000 Crisanti e altri zanzarologi, dopo stagioni passate a coltivare sciami di insetti, “producono” in laboratorio le prime zanzare geneticamente modificate, impossibilitate a trasmettere la malaria.[2]

Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Plo GGB di Terni
Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Polo GGB di Terni

Hybris

Passare dal laboratorio al mondo esterno non è però un passo facile, ancor più arduo diffondere la mutazione genetica da un pugno di individui all’intera popolazione mondiale di una certa specie di zanzare. Ma non è tutto. Gli apprendisti stregoni puntano ancora più in alto: usare la genetica per cancellare dalla faccia della terra, una volta per tutte, le specie di zanzare responsabili della trasmissione della malaria. Ovvero sovvertire con un colpo di mano le regole dell’evoluzione perfezionatesi nel corso di milioni e miliardi di anni, perfettamente consapevoli, afferma Crisanti, di «dover affrontare una sfida alla natura di dimensione prometeica».[3] Hybris: insolenza e tracotanza.

È a questo punto che arrivano in soccorso i benefattori. La Fondazione Bill & Melinda Gates stanzia in prima battuta 10 milioni di dollari per sostenere il progetto che viene denominato Target Malaria. Obiettivo: sopprimere la capacità riproduttiva di intere popolazioni di zanzare, al fine di eradicarle.

I primi risultati non sono in realtà entusiasmanti perché, se all’inizio la sterilità si diffonde a macchia d’olio, dopo poche generazioni la natura pareva ribellarsi alla propagazione di questo assoluto svantaggio selettivo. Ma l’uomo – cartesianamente «signore e padrone della natura» – non ci sta. Le leggi che regolano la materia vivente devono piegarsi al suo volere tanto che, dopo ulteriori tentativi e sovvenzioni milionarie, alla fine, la soluzione arriva: si chiama gene drive, o reazione genetica a catena. Per la prima volta diventa possibile deviare il percorso evolutivo di una popolazione di animali dirottandolo verso una rapidissima estinzione.

Gene drive

Il meccanismo gene drive utilizza il CRISPR-Cas9, una tecnologia di editing genomico che permette di modificare il DNA in maniera molto precisa (più o meno…); evitiamo qui di addentrarci nei dettagli tecnici di questa tecnologia, rimandando ad altri articoli che abbiamo pubblicato in passato sulla Rivista.[4] Basti sapere che, in sostanza, il gene drive funziona da acceleratore della diffusione ereditaria di determinate caratteristiche: se in natura un gene ha il 50% di probabilità di essere trasmesso da un genitore a un figlio, se trasportato da un drive le sue possibilità sfiorano il 100%. Pertanto, truccando i dadi delle probabilità, nel giro di qualche generazione (avendo un ciclo vitale di poche settimane, le generazioni di zanzare si susseguono rapidamente) un gene programmato per danneggiare una specie può propagarsi con un effetto domino in tutta la popolazione, fino a farla collassare.

Gli zanzarologi lavorano in due direzioni, spiega Crisanti: «La prima consiste nel distruggere il cromosoma X durante la formazione degli spermatozoi, in modo che nascano solo maschi, che non pungono e non trasmettono la malaria. Lo sbilanciamento nel rapporto tra i sessi è destinato a causare il collasso della popolazione con un effetto domino. La seconda consiste nel distruggere un gene che è coinvolto nella fertilità delle femmine ma è inutilizzato nei maschi, che quindi lo diffondono, trasmettendolo alle femmine che diventano tutte sterili».[5] Riassumendo: si punta a far scomparire le femmine fertili di una specie, portandola di conseguenza all’estinzione.

Nel luglio 2018 Target Malaria ha avviato la Fase 1, ovvero il primo rilascio di insetti geneticamente modificati, nello specifico zanzare di sesso maschile e sterili, a Bana e Sourkoudingan, in Burkina Faso. La Fase 3, che dovrebbe partire nel 2027, dopo aver completato i vari adempimenti burocratici, prevede il rilascio di vere e proprie zanzare gene drive nell’Africa tropicale.

Nel frattempo vanno avanti gli esperimenti di laboratorio condotti da Crisanti & C. Prima su piccola scala, poi nelle grandi gabbie del Polo d’innovazione di genomica, genetica e biologia, a Terni, dove è stato ricreato un ambiente tropicale artificiale.[6] La tecnica ha funzionato, ma quel che si osserva all’interno di un laboratorio di confinamento ecologico dice poco o nulla rispetto a quali saranno le ricadute negli ecosistemi reali. Sponsor e sostenitori della ricerca sul gene drive si sono impegnati ad assicurare degli standard di biosicurezza condivisi e spergiurano che è tutto trasparente e sotto controllo, unicamente diretto al bene collettivo e che ogni passo sarà condiviso con le comunità interessate (ci crediamo, come quando l’oste dice che il vino è buono).[7]

Imprevedibilità

Ma quale sarà l’impatto sull’ambiente diventato, esso stesso, laboratorio di sperimentazione? Sono prevedibili tutte le ricadute, sapendo che lo scambio tra organismi ed ecosistemi è fatto di interazioni complesse che non possono essere ridotte a un meccanicismo genetico progettato a tavolino? Quali effetti ci saranno sulla salute degli altri animali e dell’uomo? Cosa accadrebbe se i geni modificati passassero ad altre specie di zanzara: eventualità giudicata «non trascurabile» secondo alcuni studi?[8]

E ancora: quanto ci vorrà prima che dalle zanzare si passi ad altri animali “nocivi”? Le stime ci dicono che in media il 10-15% dei raccolti si perde a causa dei parassiti: perché non risparmiare pesticidi e sterminarli tutti a forza di “bombe genetiche”? La Nuova Zelanda ha già annunciato l’intenzione di eliminare i ratti, gli opossum e gli ermellini entro il 2050, considerandoli specie invasive che causano enormi danni alla flora e alla fauna locale.[9] Al di là delle ripercussioni incontrollabili sull’intero ecosistema di cui tali animali sono parte integrante, chi può garantire che la sperimentazione non travalichi i confini dell’isola (basta qualche ratto che si imbarca casualmente, o deliberatamente) e finisca per diffondere l’estinzione a livello globale?

C’è un curioso precedente di tentato controllo biologico, fallito con effetti a catena devastanti e inaspettati. Fu quando la Cina di Mao decise di sterminare i passeri nell’ambito della campagna propagandistica contro le “quattro piaghe” promossa dal governo. I passeri, infatti, mangiavano il grano prima del raccolto. Tuttavia, si è scoperto che i passeri mangiavano anche i parassiti agricoli. La Cina si è vista costretta a limitare i danni importando successivamente passeri dalla Russia, ciononostante, la decimazione della popolazione di passeri ha portato a un enorme calo dei raccolti ed è stata probabilmente una delle cause principali della carestia che ha provocato la morte per fame di 30-45 milioni di persone tra il 1958 e il 1962.[10]

Un altro aspetto importante, che indirettamente fa capire molte cose, riguarda i flussi di denaro. Chi è diventato il più grande finanziatore al mondo della ricerca sul gene drive? I militari. La DARPA statunitense (Defense advanced research projects agency) ha investito subito 100 milioni di dollari (due e mezzo andati direttamente a Crisanti) e continua a sostenere gli sviluppi del progetto. Non ci vuole molto per capire come il gene drive, al di là delle zanzare, apra le porte alla possibilità di sviluppare armi biologiche utilizzandolo, ad esempio, per eradicare insetti importanti e benefici per l’agricoltura in una determinata regione. L’interesse dell’agenzia militare statunitense è ovviamente quello di padroneggiare tale tecnologia prima che qualche stato canaglia ci metta le mani…[11]

Queste e altre preoccupazioni attraversano anche gli stessi ambienti della ricerca scientifica. Nel 2016, ricercatori e attivisti riuniti a Cancún per la COP13 della Convenzione sulla diversità biologica (CBD) hanno lanciato un appello all’ONU chiedendo una moratoria sulle ricerche relative al gene drive. Nella lettera A call for conservation with a conscience: no place for gene drives in conservation scrivevano: «Il gene drive ha il potenziale di trasformare radicalmente il nostro mondo naturale e persino il rapporto dell’umanità con esso. […] L’assunzione di un tale potere è una soglia morale ed etica che non deve essere superata senza grande cautela».[12] Niente di particolarmente luddista: quel che chiedevano era solo una migliore valutazione e una regolamentazione della materia, nel solco dei tanti appelli alla prudenza lanciati nel corso dei decenni dagli stessi ricercatori ai loro colleghi (almeno, per quel che riguarda il tema da vicino, dalla Conferenza di Asilomar del 1975 sul DNA ricombinante): tutti scavalcati senza colpo ferire e risoltisi in un nulla di fatto. “Non si può fermare il progresso!” – con le armi e gli armigeri del progresso.

Una nuova proposta di moratoria emerge due anni dopo, alla COP14 (tenutasi in Egitto); proposta rigettata per non aver ottenuto il consenso unanime. Chi rappresentava un paese come l’Uganda in quel contesto? Uomini legati a Target Malaria (che lavorano in stretta collaborazione con il governativo Uganda virus research institute). Ulteriori proposte di moratoria internazionale, inascoltate, emergono anche negli anni successivi.

Un maggior senso di giustizia e moralità lo troviamo invece nell’opposizione dal basso, nei non specialisti che reclamano il diritto di parola dimostrando che c’è ancora una speranza, anche se di fronte alla potenza della tecnoscienza le forze dell’umanità appaiono troppo deboli. Attivisti di Burkina Faso, Senegal, Costa d’Avorio, da anni si stanno mobilitando e battendo per opporsi ai disegni di Target Malaria e della Fondazione Bill & Melinda Gates.[13]

Due documentari – A Question of Consent: Exterminator Mosquitoes in Burkina Faso e Gene Drives in Africa: Civil Society Speaks Out – danno voce all’opposizione della popolazione locale.[14] «Essere le cavie da laboratorio per un esperimento del genere è ragione di grande inquietudine», afferma Daouda Kambe Ouattara, dell’associazione Y’n a Marre. Ali Tapsoba dell’associazione Terre à vie denuncia la mentalità colonialista di Target Malaria: «non possono imporci un modo di curare la malaria senza prima chiedere la nostra opinione», tanto più visti i precedenti. È noto, ad esempio, quali danni abbia causato e come sia poi miseramente fallita l’esperienza di introduzione del cotone geneticamente modificato (Monsanto BT): «sappiamo che quando arriva questa gente, non si muove per il bene della popolazione, ma per i loro interessi», aggiunge Naufou Koussoube, della Fédération national des groupements de Naam. C’è poi una questione di tipo etico sollevata dagli attivisti che si chiedono per quale motivo si spendano miliardi in ricerche che sono potenzialmente pericolose (per la salute, per l’ambiente, e di riflesso potenzialmente dannose per l’economia locale), quando esistono soluzioni indigene per curare la malaria. In primo luogo, si chiedono quindi investimenti nell’igiene, nella bonifica, nella sanificazione dei villaggi.

Intanto, notizia di agosto 2025, il Burkina Faso ha ufficialmente ordinato la sospensione definitiva del progetto Target Malaria, quindi la chiusura dei laboratori e la distruzione dei campioni, opponendosi ai disegni di “neocolonialismo scientifico” della Fondazione Gates e dei suoi accoliti: questi presunti filantropi che investono in tecnologie brevettate e trasformano ogni “causa umanitaria” in un’opportunità finanziaria.[15]

In conclusione, sono in molti a paventare il rischio che qualcosa di irreversibile venga provocato agli ecosistemi africani e mondiali ancora prima che gli scienziati abbiano compreso appieno il funzionamento di questa tecnologia. Ai danni, qualora vi saranno, si risponderà elaborando nuove soluzioni tecnologiche. Con nuovi effetti collaterali imprevisti. E così via. Fino a dove? Ma anche se andasse fortuitamente tutto bene, resta la questione di fondo della distanza insormontabile tra chi vuol continuare a vivere da essere umano e chi rincorre la volontà di potenza: «anche se siete interessati ai problemi dell’Africa – ha detto un attivista africano a un ricercatore del MIT – ciò che ci preoccupa è il mondo che state lasciando».[16]

Per una disamina più approfondita di tutte gli interrogativi emersi in questo articolo si veda il sito della campagna Stop Gene Drive (www.stop-genedrives.eu) che riunisce circa 240 organizzazioni attive nella conservazione della natura, nella protezione dell’ambiente, nel benessere degli animali e nei campi dell’agricoltura e della cooperazione internazionale.


[1] <www.youtube.com/watch?v=rLzRGIaoYMw>.

[2] Flaminia Catteruccia [et al.], Stable germline transformation of the malaria mosquito Anopheles stephensi, “Nature”, 405, (2000), p. 959-962, DOI: 10.1038/35016096.

[3] Andrea Crisanti, Reazione genetica a catena: capovolgere le regole dell’evoluzione, Bologna, Il Mulino, 2025, p. 89.

[4] Cfr. E l’uomo creò l’uomo. CRISPR e le nuove frontiere dell’editing genomico, “Rivista Malamente”, n. 25, giu. 2022; Dio è morto in laboratorio, ivi, set. 2023; Verso il transumanesimo: crispizzare bambini, ivi, ott. 2024.

[5] Reazioni genetiche a catena. La frontiera dei “gene drive” parla italiano, intervista ad Andrea Crisanti, <https://crispr.blog>.

[6] Kyros Kyrou [et al.], A CRISPR–Cas9 gene drive targeting doublesex causes complete population suppression in caged Anopheles gambiae mosquitoes, “Nature biotechnology”, 36, (2018), p. 1062-1066, DOI: 10.1038/nbt.4245;  Andrew Hammond [et al.], Gene-drive suppression of mosquito populations in large cages as a bridge between lab and field, “Nature communications”, 12, 4589, (2021), DOI: 10.1038/s41467-021-24790-6.

[7] Clauda Emerson et al., Principles for gene drive research. Sponsors and supporters of gene drive research respond to a National Academies report, “Science”, 358, 6367, (2017), p. 1135-1136, DOI: 10.1126/science.aap9026.

[8] Virginie Courtier-Orgogozo [et al.], Evaluating the probability of CRISPR-based gene drive contaminating another species, “Evolutionary Applications”, 13, 8, (2020), p. 1888-1905, DOI: 10.1111/eva.12939.

[9] Kevin M. Esvelt, Neil J. Gemmell, Conservation demands safe gene drive, “PLOS Biology”, 16 nov. 2017, DOI: 10.1371/journal.pbio.2003850.

[10] Jemimah Steinfeld, China’s deadly science lesson: How an ill-conceived campaign against sparrows contributed to one of the worst famines in history, “Index on Censorship”, 47, 3, (2018), p. 49, DOI: 10.1177/0306422018800259.

[11] Arthur Nelsen, US military agency invests $100m in genetic extinction technologies, “The Guardian”, 4 dic. 2017, <www.theguardian.com>.

[12] <https://www.boell.de/en/2016/11/16/offener-brief-fur-naturschutz-mit-gewissen-kein-platz-fur-gene-drives>.

[13] Sulle opposizioni ai progetti di Target Malaria (ma anche per una disamina delle linee guida del filantrocapitalismo e, dall’altra parte, dei movimenti per la sovranità alimentare e territoriale) si veda Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment: for an ontological politics of the neoliberal bioeconomy and its controversies, “Rassegna italiana di sociologia”, 4, 2024, p. 959-986, DOI: 10.1423/115307

[14] I documentari, sottotitolati in italiano, sono disponibili sul canale youtube di Resistenze al nanomondo.

[15] Enrica Perucchietti, No al “neocolonialismo scientifico”: Il Burkina Faso vieta le zanzare OGM di Bill Gates, “L’indipendente”, 25 ago. 2025.

[16] Cit. in Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment, cit.

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Occupazione al polo Volponi dell’Università di Urbino

Le studentesse e gli studenti di Urbino si sono mobilitati contro un governo complice del genocidio, che rivendica oggi una pace fittizia, che sarà un nuovo inferno per i palestinesi.

La mobilitazione di lunedì 13, con grande partecipazione studentesca e cittadina, è terminata nell’occupazione dell’aula cinema del complesso Volponi di Urbino.

Data la posizione avanzata del nostro Ateneo rispetto alla situazione in Palestina – esplicitata dalla “Dichiarazione del Senato Accademico dell’Università di Urbino Carlo Bo sulla guerra in Palestina” – abbiamo ritenuto necessario portare alla luce alcune contraddizioni, tra cui le collaborazioni con le industrie belliche sul territorio (Benelli Armi) e con le multinazionali, come Coca-Cola HBC ITALIA, promotrici dell’occupazione e del genocidio del popolo palestinese.

Le nostre richieste, oltre alla cessazione di tali rapporti, comprendono l’istituzione di uno spazio di discussione politica, dove tutti gli studenti e le studentesse possano informarsi e organizzarsi e l’introduzione di insegnamenti decoloniali da parte dei docenti che sentono la necessità fare informazione sulla questione palestinese.

L’occupazione è continuata il giorno seguente.

Abbiamo ottenuto un primo colloquio nell’aula occupata con il Rettore dell’Università e siamo tutt’ora in trattativa.

SCARICA QUI IL DOCUMENTO CON LE RIVENDICAZIONI DELL’ASSEMBLEA DI OCCUPAZIONE

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One Piece è arrivato al porto

Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025)

di Redazione

Da qualche settimana la bandiera di One Piece sventola anche ad Ancona. Uno degli effetti più miracolosi delle formidabili manifestazioni per la Palestina nel capoluogo della nostra regione è stata l’apparizione della Generazione Z, finalmente nei cortei. Quando qualche migliaio di persone hanno travolto la ridicola linea di contenimento della digos e sono entrate nel porto commerciale di Ancona, la bandiera del pirata manga sventolava senza pensieri.

Le ultime settimane di settembre e poi lo sciopero generale del 3 ottobre e la manifestazione ardente di Roma il giorno dopo, hanno visto un’accelerazione di eventi, idee ed emozioni come non si vedeva da un po’. Il genocidio palestinese ha evidentemente raggiunto un livello di tale intollerabilità da alterare degli equilibri sociali che sembravano congelati.

Il 22 settembre, in solidarietà con l’iniziativa della Global Sumud Flotilla, più di 8.000 persone hanno occupato il porto di Ancona con un corteo e un presidio fisso, partecipando a due iniziative diverse che sono risultate complementari nonostante le differenze e la difficile comunicazione tra gli organizzatori, il Coordinamento Marche per la Palestina e i Centri sociali delle Marche. A distanza di meno di dieci giorni, quando la Flotilla di solidarietà con Gaza è stata sequestrata dai corsari israeliani, l’Italia è stata svegliata dal primo vero sciopero generale dopo vent’anni di torpore. Anche ad Ancona si è data la convergenza seppure difficoltosa di sindacalismo di base, CGIL e movimento per la Palestina.

Il 3 ottobre i manifestanti e le manifestanti, determinati e indisciplinati, sono riusciti con la loro pressione a entrare fin dentro il porto commerciale e a bloccare per ore le attività di carico e scarico di una mega nave della compagnia MSC. Lo stesso è accaduto ai traghetti in arrivo e in partenza. Alla fine della giornata un corteo spontaneo ha bloccato uno degli snodi più importanti del capoluogo e ha fronteggiato la polizia in assetto antisommossa che sbarrava l’accesso alla stazione ferroviaria. Proprio in quel momento si sono palesati al grido di “Palestina libera!” i fantasmagorici maranza, l’incubo di Piantedosi da quando Ramy è stato ammazzato a Milano da una volante dei carabinieri. Il tappo non è saltato, almeno per ora, ma sono nate delle amicizie e qualche complicità.

Durante queste giornate, e anche in quelle con minore partecipazione ma grande energia, abbiamo visto persone che pensavamo scomparse, la generazione sotto i trent’anni: determinata, curiosa, aperta. Ci sono stati incontri e si è riaperto un senso inedito di possibilità di cambiamento. Una posizione etica, contro un mondo insopportabile ha riaperto la possibilità di criticare tutto il resto, le condizioni materiali della miseria capitalista, la crisi ecologica, l’autoritarismo del fascismo degli algoritmi. Eppure i rapporti di forza sono ancora molto sfavorevoli. La minaccia di una guerra in Europa aumenta di livello e la Palestina viene maltrattata sempre di più nonostante una crescente solidarietà globale dal basso. L’intervento diplomatico di Trump per il cessate il fuoco a Gaza ha tanto il sapore di una grande operazione globale di contro-insurrezione preventiva, sulle spalle di una resistenza palestinese stremata e tradita dagli stati arabi.

Ci riempie il cuore il sorriso dei bambini e delle bambine di Gaza che forse per un po’ vivranno senza il suono delle bombe. Ma sappiamo che quella storia non finisce qui. Quello che abbiamo visto nascere è un movimento incredibile e necessario, quanto fragile e minacciato da tanti pericoli. Dobbiamo averne cura. Come rivista continuiamo a offrire uno spazio di crescita, confronto e critica a chi non si accontenta del presente e non vuole chiudersi in identità settarie ed escludenti.

Su questo numero continuiamo quindi ad approfondire i temi che ci stanno a cuore, per non rinunciare a formarci, per affinare capacità critica, creatività politica e culturale. Le pagine si aprono e si chiudono con due spazi anarchici di parola e cooperazione: il Bologna Anarchist Book Fair e l’intervista con il sempreverde Tomás Ibáñez, anarchico spagnolo di grande esperienza ed etica. Quel che c’è in mezzo ve lo lasciamo scoprire. Infine, lanciamo un saluto al Raduno intergalattico di Genuino Clandestino, ospitato a metà ottobre dalla CIURMA a Urbino: mercato contadino, festa, discussioni, convivialità… ne parleremo diffusamente sul prossimo numero.

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È morto Goffredo Fofi

La infosfera di quello che resta della sinistra in Italia esplode di necrologi, coccodrilli e ricordi.

Anche noi facciamo la nostra parte, ma per favore non metteteci nelle macerie della “sinistra che fu”, posizione stantia che non ci appartiene. Salutiamo il maestro Fofi come la redazione di un piccolo progetto di critica sociale anticapitalista e anarchica di provincia, di cui Goffredo aveva stima.

Immaginiamo che se potesse vedere questa proliferazione di parole sul suo conto, Goffredo sarebbe sarcastico come era suo modo, o addirittura manderebbe qualcuno affanculo come era solito fare con il sorriso sulla faccia e agiterebbe quel bastone malfermo che ultimamente sembrava più pronto a scagliare in testa al prossimo piuttosto che a usare per reggersi.

Noi l’abbiamo conosciuto meglio quando ha iniziato a sostenere il nostro progetto, nel 2018, e abbiamo avuto anche il piacere di ospitarlo a Senigallia per un incontro che si intitolava: “Nonostante la scuola”. Lo chiamiamo maestro perché ha sempre, fino all’ultimo, svolto un ruolo di supporto e sostegno alle giovani generazioni e ai processi di creazione collettiva di strumenti culturali e artistici. Questo è il suo grande merito e il suo grande metodo, che siamo contenti di aver potuto conoscere.

Non ci appartiene invece il rimpianto per il ruolo degli intellettuali nei bei tempi passati, la nostalgia per l’egemonia di sinistra nel campo della cultura e delle arti, ormai perduta. Gli intellettuali e gli artisti non sono eroi né geni, ma figli e figlie del proprio tempo e delle lotte che ogni generazione è capace di esprimere.

Quando questa Italia imbruttita e invecchiata tornerà ad ardere di rabbia e di dignità, anche le parole e i gesti cominceranno a essere belli e pieni di significato.

Adesso possiamo solo salutare il glorioso passato di una cultura che non c’è più, mentre si allontana come un iceberg dalla banchisa in questa torrida estate.

Ciao Goffredo, hai ragione, non ci stiamo capendo un cazzo.

[continua a leggere…]

Pubblichiamo qui l’articolo su Goffredo scritto da Massimo Raffaeli (appena uscito per “il manifesto”), anche in ricordo di quella serata di qualche anno fa, passata insieme ai tavoli del ristorante Bice, a Senigallia, dopo l’incontro “Nonostante la scuola”.

“Quella vana e però instancabile ricerca della verità delle cose”

di Massimo Raffaeli – il manifesto

Pensare a cos’abbia rappresentato per almeno due generazioni la figura di Goffredo Fofi è lo stesso che ritrovarselo davanti all’improvviso, sorridente, affettuosamente pungente nel suo socratico deambulare e intanto parlare, sempre partecipe, entusiasta anche nel dissenso, elegante di una sua speciale eleganza necessariamente delabré. Insomma Goffredo era Goffredo senza altri possibili aggettivi mentre la sua immagine poteva ricordare d’acchito un antico fraticello umbro (forse frate Leone, «pecorella di Dio») di quelli che stanno nei “Fioretti” e poi in “Francesco giullare di Dio” dell’amatissimo Rossellini ma rammentava anche un militante di base che abbia la voce arrochita in ore di assemblee, riunioni e discussioni dove peraltro Fofi prodigava il tesoro di una memoria sterminata (una anagrafe coi nomi di tutta quanta la letteratura, il cinema, la politica) la quale riaffiorava a cadenza in aneddoti all’improvviso trasformati in apologhi e parabole morali e politiche.

Perché Fofi ha scritto tanto e però da intellettuale naturaliter cristiano (una sua stella fissa è stata Aldo Capitini) ha sempre creduto che la verità della letteratura, pari a quella del cinema o di qualunque altra espressione artistica, stesse in ultima istanza fuori della letteratura, ovvero che se presa in sé stessa, o ridotta appena a sé stessa, la letteratura non fosse altro che una stolta o ambigua decorazione. Viceversa, per usare le parole di Franco Fortini (altro suo riferimento cruciale e insieme controverso), voleva che essa diventasse «cibo di molti» e cioè si traducesse o se non altro alludesse a un ethos, a una coerenza tra il dire e il fare, a una allegoria indirizzata, nella consapevolezza di mancarla ogni volta, verso la ricerca di una propria verità.

Prima e più che un critico (che da giovane, sfogliando le annate di Quaderni Piacentini o Ombre Rosse, poteva sembrare intransigente e persino efferato), Fofi era divenuto uno sparring degli scrittori, un vero e proprio compagno di via. E qui basta scorrere uno dei tanti libri il cui titolo è forse il più rivelatore nella sua insolenza, “Le nozze coi fichi secchi. Storie di un’altra Italia” (L’ancora del mediterraneo 1999), per ritrovare la costellazione dove accanto ai maestri secolari di una sinistra libertaria e fieramente antistalinista (Silone, Camus, Victor Serge, Nicola Chiaromonte) compaiono fisionomie dei grandi outsider con cui Fofi è entrato in contatto e a volte in intersezione, da Raniero Panzieri, il fondatore di Quaderni Rossi, all’economista Manlio Rossi-Doria, allo scrittore e meridionalista Danilo Dolci e a Danilo Montaldi, l’autore delle stupende “Autobiografie della leggera”, pioniere della ricerca sul campo e della storia orale che molto lo influenzò nella stesura del primo libro, un’opera pionieristica che sarebbe riduttivo definire di sola sociologia, “L’immigrazione meridionale a Torino”, edita da Feltrinelli nel 1964 (dal 2009 è nel catalogo di Aragno) dopo che Einaudi l’aveva rifiutata, per non avere grane con la Fiat e La Stampa, licenziando in tronco i redattori Panzieri e Renato Solmi che l’avevano sostenuto.

Ma c’è un altro libro che rappresenta, per così dire, il canone fofiano ed è “Scrittori per un secolo. I narratori, i poeti, i saggisti italiani del ’900” (Linea d’ombra, 1993) costruito sulle immagini fotografiche di Giovanni Giovannetti. Il centro pulsante è, in funzione anti-ermetica e più generalmente anti-accademica, la poesia di Saba, così calda di vita e fraterna al lettore, mentre le diramazioni vanno verso una letteratura di figure laterali e presunti minori che in realtà si scoprono maggiori, da Emilio Lussu (l’autore di “Un anno sull’altipiano”) al sempre poco rammentato Piero Jahier, da Alberto Savinio a Fausta Cialente, da un poligrafo geniale quale Luigi Bartolini, a Noventa, Carlo Levi, Brancati, Bilenchi, Volponi, Flaiano.

Solo delle nuove avanguardie e del Gruppo 63 non v’è traccia perché Fofi diffidava in genere delle costruzioni intellettualistiche e, in particolare, delle opere uscite dal Gruppo 63 che riteneva così à la page da trasformarsi subito in esercitazioni accademiche. L’epicentro della seconda metà del secolo per lui è invece Elsa Morante su cui non ha mai smesso di scrivere e di interrogarsi, facendo del libro più amato “Il mondo salvato dai ragazzini” (data topica d’uscita: 1968), una bibbia personale all’insegna della libera inventiva da basso che contesti il potere (politico, economico, militare, accademico) sempre esercitato dall’alto.

E non è un caso che Fofi, maestro elementare, umbro che si sentiva in cuor suo napoletano e cittadino del Sud universale, si sia sempre interessato alla pedagogia antiautoritaria e a figure come don Milani e Paulo Freire. Né va mai dimenticato il suo impegno di talent scout appassionato e molto generoso, pure se dolcemente assillante come sanno esserlo solo i frati questuanti: in Italia non si vedeva un simile esempio di fervore organizzativo dai tempi di Elio Vittorini, leggendario promotore di riviste e di collane editoriali. Al riguardo, è sufficiente scorrere il sommario dei periodici che Fofi ha fondato (da Ombre Rosse e Linea d’ombra alle più recenti Lo Straniero e Gli asini) per constatare l’infinità degli autori ospitati e, talvolta, da lui direttamente promossi: per stare ai soli narratori fra gli altri vi compaiono Gianni Celati, Giorgio Pressburger, Pier Vittorio Tondelli, Claudio Piersanti, Luca Doninelli, Giorgio van Straten, Stefano Benni, Alessandro Baricco, Maurizio Maggiani, Roberto Saviano e Lorenzo Pavolini.

Fra i titoli del suo diorama bibliografico spicca un libro-intervista che ben testimonia del talento prodigato in un’eterna ricerca di sé e dei propri compagni di via, “La vocazione minoritaria” (a cura di Oreste Pivetta. Laterza, 2009) dove Goffredo Fofi, involontariamente, scrive non soltanto il suo testamento ma anche il proprio autoritratto etico-politico.

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Canale di Sicilia, oltre mille dispersi: le organizzazioni chiedono procedure immediate per l’identificazione dei corpi e la restituzione alle famiglie

CommemorAction a Zarzis, Tunisia, settembre 2022. Foto: Chiara Denaro, Alarm Phone.

A seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante il ciclone “Harry”, che hanno causato circa mille dispersi tra il 14 e il 21 gennaio 2026, MEM.MED, ASGI, Mediterranea e Alarm Phone hanno inviato lettere alle autorità nazionali e locali competenti per sollecitare l’attivazione immediata di tutte le procedure necessarie per l’identificazione dei corpi riaffiorati lungo le coste siciliane e calabresi, chiedendo il pieno rispetto dei protocolli per il prelievo del DNA e la tracciabilità certa delle sepolture per dare risposte alle numerose famiglie che cercano i propri cari.

Nel mese di gennaio 2026, a seguito dell’aggravarsi delle violenze in Tunisia, centinaia di persone sono partite da Sfax, nel tentativo di raggiungere le coste settentrionali del Mediterraneo. Molte partenze sono avvenute tra il 14 e il 21 gennaio, negli stessi giorni in cui il Canale di Sicilia è stato interessato del ciclone “Harry”, che ha colpito per circa due settimane il Mediterraneo centrale, rendendo le condizioni meteorologiche particolarmente avverse e rendendo difficile, a causa di effetti incrociati, il poter stabilire delle rotte certe. Secondo quanto riferito dalle organizzazioni Mediterranea, Refugees in Libya e Alarm Phone, sarebbero state oltre dieci le imbarcazioni partite in quel periodo, per un totale stimato di almeno mille persone disperse in mare. Ad oggi, risulta che solo una delle imbarcazioni sia riuscita a raggiungere Lampedusa, mentre delle altre non si hanno notizie certe. Nelle settimane successive, un corpo è stato recuperato in mare dalla nave Ocean Viking, operata dalla ONG SOS Méditerranée mentre altri sono riemersi dal mare o recuperati sulle coste vicino a Trapani e Marsala, vicino a Pantelleria, nei comuni di Tropea, Amantea, Scalea e Paola. Appare probabile che nei prossimi giorni e settimane ne verranno avvistati in avanzato stato di decomposizione e, quindi, non riconoscibili.

Le associazioni Alarm Phone e MEM.MED riferiscono di aver ricevuto numerose segnalazioni da parte di familiari alla ricerca di propri cari dispersi, partiti in quei giorni dalle coste tunisine. MEM.MED, per il tramite del legale incaricato dai congiunti delle persone disperse, ha inviato formali richieste alle autorità competenti affinché siano svolti tutti gli accertamenti necessari sui corpi rinvenuti, al fine di verificare l’eventuale corrispondenza tra le salme recuperate e i cari scomparsi.

Alla luce di tali circostanze, le organizzazioni coinvolte sottolineano l’importanza di attivare e garantire tutte le procedure necessarie per consentire il maggior numero possibile di identificazioni e la restituzione delle salme alle famiglie.

Al fine di restituire un’identità ed una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie in attesa abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate,” 

dichiarano le organizzazioni che hanno inviato lettere alle autorità nazionali e locali competenti, affinché tutte le procedure finalizzate a una corretta identificazione vengano svolte con tempestività e nel pieno rispetto dei protocolli previsti, inclusi il prelievo e la comparazione del DNA e la tracciabilità certa del luogo di sepoltura.

Ribadiamo che il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere,” concludono le organizzazioni.

 

MEM.MED – Memoria Mediterranea
ASGI APS – Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione
Mediterranea Saving Humans APS
Alarm Phone

Contatti

ASGI – info@asgi.it 3894988460
MEM.MED – info@memoriamediterranea.org  3391683338
Mediterranea Saving Humans – stampa@mediterranearescue.org
Alarm Phone – media@alarmphone.org

 

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Ulteriori materiali

 

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Ostacolare le imbarcazioni di ricerca e soccorso significa causare centinaia di morti in mare

SV Nadir detained at Molo Commerciale, Lampedusa. Image: Paula Gaess / Resqship

32 organizzazioni chiedono l’immediata cessazione dell’ostruzionismo sistematico contro le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) delle ONG da parte dello Stato italiano. Soltanto nell’ultimo mese, le imbarcazioni delle ONG sono state fermate tre volte a causa di accuse basate sul Decreto Piantedosi. Una di esse, l’imbarcazione di monitoraggio “Nadir” gestita da RESQSHIP, è stata fermata due volte di seguito. Tenere deliberatamente lontane le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso dal Mediterraneo centrale causa innumerevoli morti in mare lungo una delle rotte migratorie più letali al mondo.

Nonostante i numerosi appelli lanciati dalle organizzazioni SAR, le imbarcazioni delle ONG continuano ad essere arbitrariamente detenute a causa del Decreto Piantedosi approvato nel gennaio 2023 e inasprito dalla conversione in legge del Decreto Flussi nel dicembre 2024. Nell’ultimo mese, “Nadir” e “Sea-Eye 5” – due delle imbarcazioni più piccole, rispettivamente gestite da RESQSHIP e Sea-Eye – sono state detenute con l’accusa di non aver rispettato le istruzioni delle autorità. Ad entrambi gli equipaggi sono stati assegnati porti distanti per sbarcare i sopravvissuti e sono stati invitati a procedere con trasbordi selettivi dei naufraghi sulla base di criteri di vulnerabilità, nonostante un’adeguata valutazione delle vulnerabilità richieda un ambiente sicuro e non possa essere condotta a bordo di una imbarcazione subito dopo un salvataggio.

L’introduzione di questi ostacoli legali e amministrativi persegue un obiettivo evidente: tenere le imbarcazioni SAR lontane dalle aree operative, limitando drasticamente la loro presenza e attività in mare. In assenza delle navi e degli aerei delle ONG, sempre più persone perderanno la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale; le violazioni dei diritti umani e i naufragi resteranno invisibili. Le imbarcazioni più piccole svolgono un ruolo cruciale: sorvegliano le rotte, forniscono i primi soccorsi alle persone in situazione di pericolo e, quando necessario, accolgono a bordo i sopravvissuti fino all’arrivo di navi meglio attrezzate.

Da febbraio 2023, le imbarcazioni delle ONG sono state oggetto di 29 fermi amministrativi, per un totale di 700 giorni trascorsi in porto invece di salvare vite umane in mare. Le stesse navi hanno trascorso altri 822 giorni in mare per raggiungere porti assegnati a distanze ingiustificabili, per un totale di 330.000 chilometri di navigazione. Misure che inizialmente riguardavano solo le navi SAR delle organizzazioni non governative sono ora estese anche alle imbarcazioni più piccole con un ruolo di monitoraggio.

Le ONG sono inoltre costrette a spendere una gran quantità di tempo e risorse per contestare la restrittiva legislazione italiana e i fermi amministrativi arbitrariamente imposti.

Negli ultimi mesi, alcuni tribunali italiani – a Catanzaro, Reggio Calabria, Crotone, Vibo Valentia e Ancona – hanno riconosciuto attraverso le loro sentenze l’illegittimità di fermi amministrativi nei confronti delle imbarcazioni di soccorso delle ONG, annullando di conseguenza le relative sanzioni. Nell’ottobre 2024, il Tribunale di Brindisi ha richiesto alla Corte costituzionale italiana di valutare la compatibilità del Decreto Piantedosi, convertito in legge nel febbraio 2023, con la Costituzione. L’8 luglio 2025 la Corte ha ribadito che il diritto marittimo internazionale non può essere aggirato da norme punitive e discriminatorie, e che qualsiasi decisione contraria ad esso deve essere pertanto considerata illegale e illegittima.

La mancata assistenza è reato!

In base al diritto marittimo internazionale, ogni comandante ha l’obbligo di prestare soccorso a persone che si trovino in situazione di pericolo in mare. Allo stesso modo, ogni Stato che gestisce un Centro di coordinamento del soccorso (RCC) è tenuto, per legge, a facilitare e avviare senza ritardo le operazioni di salvataggio. Quello a cui oggi assistiamo non è tanto un fallimento dello Stato, ma una serie di violazioni deliberate: l’occultamento di informazioni su casi di soccorso, il coordinamento con la cosiddetta Guardia Costiera libica per eseguire respingimenti illegali anche in acque maltesi, e le omissioni da parte di Frontex mentre osserva naufragi e intercettazioni violente senza intervenire.

Queste pratiche costituiscono una chiara violazione della Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS), della Convenzione internazionale sulla ricerca ed il salvataggio marittimo, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e del principio di “non refoulement”. Quando gli Stati ostacolano le operazioni di salvataggio invece di facilitarle, non stanno applicando la legge; la stanno violando.

Contesto

Nel dicembre 2024 è entrato in vigore il Decreto Flussi (convertito con legge 145/2024) relativo alla legislazione in materia di migrazione e asilo. Questo decreto inasprisce le disposizioni già restrittive del Decreto Piantedosi, che prevede sanzioni pecuniarie, detenzioni e confische definitive per le imbarcazioni di ricerca e soccorso. Le nuove disposizioni facilitano ulteriormente la confisca delle imbarcazioni di ricerca e soccorso, rendendo l’armatore e il proprietario della nave – indipendentemente dal comandante – responsabile in caso di violazioni ripetute. Costituiscono quindi un ulteriore strumento per ostacolare le attività di ricerca e soccorso delle ONG nel Mediterraneo centrale.

Dieci anni fa, ONG attive nel campo della ricerca e soccorso hanno iniziato a colmare il vuoto letale lasciato dall’UE e dai suoi Stati membri nel Mediterraneo centrale. Mentre l’UE si concentrava sempre più sul controllo e sull’esternalizzazione delle proprie frontiere per impedire l’arrivo di persone in fuga verso le coste europee, dal 2015 più di 175.500 persone sono state soccorse dalle imbarcazioni delle ONG. Dal 2017, tuttavia, queste organizzazioni SAR sono sempre più esposte alla criminalizzazione e all’ostruzionismo sistematico a causa di leggi e politiche restrittive, che contraddicono il diritto marittimo internazionale e i diritti umani.

Chiediamo che:

  • I Decreti Piantedosi e Flussi siano immediatamente abrogati, per mettere fine alle disumane richieste che impongono alle imbarcazioni di soccorso di procedere a sbarchi selettivi e all’assegnazione di porti distanti. In conformità con il diritto marittimo internazionale, le persone soccorse devono essere sbarcate senza ritardo nel luogo sicuro più vicino; non possono essere costrette a sostenere lunghi viaggi a fini di strumentalizzazione politica.
  • L’imbarcazione di monitoraggio “Nadir” sia immediatamente rilasciata e che siano definitivamente rimossi gli ostacoli e le pratiche di criminalizzazione contro le attività delle ONG impegnate nella ricerca e soccorso in mare.
  • Gli Stati membri dell’UE adempiano al loro dovere di soccorso in mare e rispettino il diritto internazionale. Le autorità dovrebbero fornire a tutte le imbarcazioni SAR il supporto necessario nelle operazioni di soccorso e assumersi la responsabilità e il coordinamento delle attività di salvataggio di chi si trova in situazione di pericolo in mare.
  • Sia istituita una missione di ricerca e soccorso finanziata e coordinata dall’UE.
  • Siano garantite vie di accesso sicure e legali verso l’Europa, per impedire che chiunque debba salire a bordo di imbarcazioni precarie ed intraprendere viaggi pericolosi o perfino mortali.

Firmatarie:

  1. Association for Juridical Studies on Immigration (ASGI)
  2. borderline-europe, Human rights without borders e.V.
  3. Captain Support Network
  4. Cilip | Bürgerrechte & Polizei
  5. CompassCollective
  6. CONVENZIONE DEI DIRITTI NEL MEDITERRANEO
  7. EMERGENCY
  8. European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR)
  9. Gruppo Melitea
  10. iuventa-crew
  11. LasciateCIEntrare
  12. Maldusa project
  13. Médecins Sans Frontières
  14. MEDITERRANEA Saving Humans
  15. MEM.MED Memoria Mediterranea
  16. migration-control.info project
  17. MV Louise Michel project
  18. Open Arms
  19. RESQSHIP
  20. r42 Sail And Rescue
  21. Refugees in Libya
  22. Salvamento Marítimo Humanitario (SMH)
  23. SARAH-Seenotrettung
  24. Sea-Eye
  25. Sea Punks e.V
  26. Sea-Watch
  27. SOS Humanity
  28. SOS MEDITERRANEE
  29. Statewatch
  30. Tunisian Forum for Social and Economic Rights FTDES
  31. United4Rescue
  32. Watch the Med Alarm Phone

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Esposti alla morte: espulsioni dalla Tunisia in seguito ad intercettazioni in mare

Durante la primavera del 2025, in un momento in cui il governo tunisino aveva nuovamente intensificato la violenza contro le persone nere in movimento, siamo state ripetutamente allertate riguardo le sistematiche espulsioni verso il deserto, con conseguenti morti o sparizioni.

Espulsioni in seguito a naufragi

Il viaggio, secondo la testimonianza condivisa. Foto: Alarm Phone

L’ultimo pomeriggio del 2024, siamo state informate di una barca in pericolo con a bordo circa 60 uomini. Erano partiti il 31 dicembre da Zuwara alla volta di Lampedusa ma, poco dopo la partenza, avevano avuto un guasto al motore. Mohammad, alleato di Alarm Phone e membro di una rete siriana che sostiene le persone in pericolo in mare, ci aveva riportato quanto accaduto:

“All’inizio di questo nuovo anno, avevamo già assistito a troppe tragedie nel Mar Mediterraneo, causate dalle politiche di chiusura delle frontiere, del razzismo dilagante e dell’incapacità delle autorità di adempiere al loro dovere. Oggi ricordo un incidente avvenuto il 31 dicembre, che ha causato la morte di 16 migranti. Come molti altri giorni, avevo ricevuto una chiamata da persone in pericolo in mare. Erano le 8:00 del mattino, il mio telefono aveva squillato. La persona aveva detto “Pronto” e io avevo risposto “Pronto, cosa posso fare per lei?”. Aveva iniziato a spiegarmi la situazione, ma la chiamata era stata improvvisamente interrotta a causa di interferenze.

Prima che la linea cadesse, mi aveva detto che uno dei motori della loro barca si era guastato, e che l’altro funzionava ancora. Avevo provato a richiamare più volte, senza successo. In stretta collaborazione con Alarm Phone, avevamo lavorato instancabilmente per ore cercando di localizzarli. Nel frattempo, avevano iniziato ad arrivare chiamate da parte delle loro famiglie, con domande strazianti: “È successo qualcosa di grave? Sono arrivati sani e salvi?” Non avevo risposte.

Una madre mi aveva detto: “Mi dica, mio figlio è annegato?” La sua voce trasmetteva una certezza, come se sapesse già la verità senza che nessuno gliela avesse detta. Sì, la barca, con a bordo circa 60 persone, era affondata.

Più tardi, avevo ricevuto una chiamata da un pescatore che mi aveva detto di aver soccorso alcuni sopravvissuti e di averli portati in Tunisia. Tuttavia, le autorità locali li avevano trattati come sempre accade, e li avevano deportati nel deserto al confine con l’Algeria. Le persone avevano camminato per 10 ore nel deserto senza cibo né acqua prima di trovare qualcuno che le aiutasse.

In seguito, mi avevano richiamato per informarmi di aver finalmente raggiunto Algeri dopo un viaggio estenuante. Ma la tragedia non era finita qui. Mi avevano spiegato che il gruppo originario si era diviso durante il calvario e che alcune persone erano ancora dispersie nel deserto. Avevano anche perso un amico in mare, di cui non si conoscevano né il nome completo né i contatti della famiglia.

Avevamo cercato di sollecitare le autorità, affinché intervenissero, ma nessuno aveva fatto nulla. Avevano lasciato quelle persone morire in mare o nel deserto.

Spero che la lotta continui e che cresca il numero di coloro che lottano per la giustizia e l’umanità in mare. Le uccisioni alle frontiere devono finire! E tutte le persone hanno bisogno di vie di comunicazione libere e sicure per viaggiare”.

Frammenti di un video che mostrava il difficile soccorso dell’imbarcazione capovolta, da parte dei pescatori. Video condiviso con Alarm Phone da un parente delle persone a bordo.

Nonostante la nostra segnalazione alle autorità europee e tunisine, il soccorso dei naufraghi era stato effettuato da pescatori tunisini che, per fortuna, si trovavano nella zona. Tragicamente, per 16 persone il soccorso era giunto troppo tardi.

Una volta giunteo a terra, le autorità tunisine avevano deciso di deportare i sopravvissuti nel deserto, esponendoli nuovamente alla morte.

Uno dei gruppi più piccoli era stato spinto nella regione desertica al confine con l’Algeria. Grazie alla conoscenza dell’arabo, alla loro giovane età e buona salute, erano riusciti a raggiungere Algeri. Dopo la violenza subita alle frontiere esterne dell’Unione Europea, decisero di tornare in Siria.

Un altro sopravvissuto è scomparso dopo il soccorso verso Sfax. Dopo settimane di ricerche da parte del fratello, ha dato un segno di vita da una prigione di Tebesa, sul lato algerino del confine con la Tunisia. Era finito lì dopo essere stato portato in autobus a Kasserine, poi a Thala e successivamente spinto oltre il confine. Nella prigione era detenuto insieme ad altre 35 persone, di cui almeno due minorenni. Altri hanno riferito di essere stati lì per cinque o sei mesi.

Alla fine di aprile è stato espulso dall’Algeria verso il Pakistan, in aereo, insieme ad altre persone provenienti dal Pakistan.

Le espulsioni multiple che hanno causato la morte del piccolo Elian Michel

Il viaggio, secondo la testimonianza condivisa. Foto: Alarm Phone

Nel mese di febbraio, Alarm Phone è stata contattata da una madre che aveva perso il suo bimbo di soli tre mesi. Era accaduto dopo diverse espulsioni verso le zone di confine, seguite all’intercettazione in mare sua e del marito da parte della guardia costiera tunisina:

“Mi chiamo S., sono camerunese. Ho lasciato il mio paese due anni fa. All’epoca avevo una relazione con quello che ora è mio marito, ma essendo studenti non avevamo molti soldi, quindi i miei genitori volevano costringermi a sposarmi. È stato per evitare questo matrimonio forzato che mi sono vista costretta a fuggire dal mio Paese.

Io e mio marito siamo arrivati in Tunisia alla fine del 2023 con l’idea di stabilirci lì e iniziare una nuova vita. Sapevamo che la situazione nel Paese era difficile, ma non immaginavamo che le condizioni di vita fossero così dure. Abbiamo vissuto a Tunisi per due mesi, condividendo un appartamento con altre persone e lavorando per pagare l’affitto. Eppure, la situazione è peggiorata molto rapidamente: il razzismo era ovunque e sempre più persone che conoscevamo venivano arrestate e sbattute in prigione. Questo accadeva anche a persone che avevano i documenti. Molti sono scomparsi dopo essere stati deportati nel deserto.

Nell’inverno del 2024 siamo partiti per Sfax per cercare di fuggire, dinanzi  al numero crescente di arresti. Quando siamo arrivati, abbiamo trovato un piccolo posto in affitto. Purtroppo, dopo poche settimane, il nostro padrone di casa ha subito pressioni dalla Guardia Nazionale per sfrattarci e abbiamo dovuto andarcene. Siamo quindi andati a vivere fuori Sfax, negli uliveti. I campi venivano regolarmente distrutti dalle forze dell’ordine, e avevamo dovuto spostarci.

Le condizioni di vita nei campi sono molto precarie: Le persone vivono in rifugi fatti di rifiuti di plastica e legno. Li dentro fa molto freddo, ma almeno offrono un po’ di protezione. Non c’è accesso all’acqua corrente. A volte gli abitanti del posto vengono a venderci lattine. Ci sono anche agricoltori che ci aiutano e quando vengono ad annaffiare i campi ci lasciano usare i loro serbatoi. Ma quell’acqua non è potabile e dobbiamo comunque comprare bottiglie extra. Mio marito aveva trovato un piccolo lavoro notturno che gli permetteva di guadagnare un po’ di soldi. Questo ci permetteva di comprare da mangiare.

Le condizioni erano così difficili e gli arresti così frequenti che avevamo deciso di fuggire dalla Tunisia, soprattutto perché avevo appena avuto un bambino con mio marito: il piccolo Elian Michel. All’inizio di febbraio 2025, siamo partiti su una barca di metallo verso l’Europa. La barca era molto affollata e instabile (eravamo in 47), ma procedeva bene. Al mattino presto, dopo alcune ore di navigazione, quando eravamo in acque internazionali, la Guardia Nazionale ci ha individuati. Ci avevano chiesto di spegnere il motore, minacciando di affondare la barca se avessimo rifiutato. Avevamo obbedito immediatamente perché avevamo troppa paura che potessero provocare onde che ci avrebbero fatto capovolgere.

Eravamo stati avvistati inizialmente da guardie costiere su moto d’acqua, che poi avevano chiamato due grandi imbarcazioni della Guardia Nazionale, giunte poco dopo. Ci avevano diviso in due gruppi, uno su ogni imbarcazione, prima di farci sbarcare nel porto di Sfax. Eravamo tutti bagnati e tremanti dal freddo, ma non ci avevano dato né coperte, né acqua, né cibo. Dato che avevo lasciato il latte del bambino sulla barca, avevo chiesto all’ufficiale della Guardia Nazionale di poterlo andare comprare in farmacia. Lui aveva risposto che non era permesso. Eppure vedeva che il mio bambino era molto piccolo, che aveva solo due mesi e mezzo ed era tutto bagnato… non mi aveva ascoltato nonostante le mie suppliche. Eravamo rimasti rinchiusi nel porto, per terra, tutto il giorno. Due donne incinte erano svenute ed erano state portate in ospedale. Ma nessuno aveva fatto nulla per il mio bambino.

Alla fine della giornata sono arrivati altri poliziotti. Ci hanno ammanettato tutti. Avevo le mani legate dietro la schiena e il mio bambino era sul petto, non potevo più toccarlo. Ci hanno fatto salire su un autobus. Altre persone si erano unite a noi sull’autobus: erano altri neri che la guardia nazionale aveva arrestato e messo in prigione. Restammo ammanettati sull’autobus per 5 ore. C’era un autista e altri 4 poliziotti che avevano il compito di perquisirci durante il viaggio. Chi protestava veniva picchiato. Non ci avevano ancora dato nulla da mangiare o da bere. Altri veicoli della Guardia Nazionale seguivano l’autobus.

Quando l’autobus si è fermato era buio. I poliziotti ci hanno fatto scendere uno alla volta. C’erano quattro auto con circa quindici poliziotti armati fino ai denti. Ci hanno tolto le manette, ci hanno fatto camminare per un chilometro prima di dirci di andare avanti senza voltarci. Grazie a qualcuno che era riuscito a tenere il cellulare, abbiamo capito che eravamo al confine con l’Algeria. Ci siamo divisi in due gruppi: alcuni volevano rifugiarsi in Algeria, ma io e mio marito volevamo avvicinarci il più possibile a una città per comprare del cibo per il nostro bambino, quindi ci siamo uniti al gruppo che voleva tornare in Tunisia.

Così abbiamo camminato tutta la notte con altre quindici persone circa. Un fratello mi ha dato dell’acqua per il mio bambino, ma mi sono accorta che era molto debole. Nel cuore della notte, il nostro gruppo è stato individuato dalla Guardia Nazionale. Tutti sono stati catturati, picchiati e probabilmente deportati di nuovo, tranne noi tre che siamo riusciti a nasconderci. Al mattino presto siamo arrivati in una piantagione di datteri vicino a un villaggio. Lì c’era un anziano che ha deciso di aiutarci quando ci ha visti. Ha chiamato qualcuno che è andato a comprare del latte, un biberon e del cibo per noi. Abbiamo mangiato, riposato e alla fine della giornata abbiamo deciso di ripartire. Volevamo camminare di notte perché sapevamo che durante il giorno c’era troppo rischio di essere individuati: se qualcuno ti vede, spesso chiama direttamente la polizia…

Dopo aver camminato per due giorni, siamo arrivati in una città un po’ più grande, ma qualcuno deve averci denunciato perché è arrivata la polizia e ci ha arrestati. Siamo stati nuovamente trasportati in auto per molte ore. Ci siamo resi conto che la guardia nazionale ci stava portando in Libia. Era buio quando ci hanno fatto scendere dall’auto. I libici ci aspettavano a pochi metri di distanza. Altre persone venivano deportate insieme a noi. Per fortuna siamo riusciti a nasconderci in una specie di grande tubo che si trovava lì vicino. I libici ci hanno cercato per un po’, ma grazie a Dio non ci hanno trovato.

Ancora una volta abbiamo camminato tutta la notte, sperando di trovare un villaggio sul lato tunisino. Abbiamo incontrato un uomo che ha deciso di aiutarci. Ha chiamato suo figlio, che ci ha portato a una stazione per poter tornare a Sfax. Ma ancora una volta la polizia ci ha fermato. Questa volta siamo stati deportati al confine algerino, sulle colline vicino a Tebessa. Dopo una settimana di vagabondaggio sulle colline, siamo riusciti a convincere un abitante del luogo a riportarci a Sfax in cambio di una somma di denaro. E così, dopo un mese nel deserto, siamo tornati agli uliveti. Abbiamo scoperto che il nostro rifugio era stato distrutto, quindi siamo andati ad accamparci un po’ più lontano.

Dato che il mio bambino non stava bene, sono andata da una sorella africana che era infermiera nel mio paese. Ha visitato mio figlio e mi ha detto che probabilmente aveva l’ipotermia. Purtroppo non abbiamo avuto il tempo di fare nulla. Quella notte l’ho messo a letto, ben coperto. Non si è più svegliato. Mio marito ed io abbiamo pianto molto, eravamo sotto shock. Uno dei leader della comunità del campo è venuto a trovarci e ci ha detto che avrebbe informato la Guardia Nazionale della morte. La Guardia Nazionale è venuta a prendere mio marito e il corpo del bambino. Sono andati all’ospedale dove un medico ha dichiarato il decesso. La polizia ha riportato mio marito al campo: lui voleva tenere il corpo con sé, ma glielo hanno impedito e gli hanno detto di lasciarlo nel furgone.

Non so se il mio bambino è stato sepolto e cosa sia successo al corpo. Come madre in lutto, è importante per me sapere dove si trova il corpo e poterlo salutare. È una situazione molto difficile. Oltre a questa perdita, c’è la situazione molto complicata in cui ci troviamo in Tunisia, a causa del razzismo e dei continui arresti e deportazioni. Non possiamo restare in Tunisia. Non abbiamo altra scelta che cercare di fuggire di nuovo da questo Paese”.

Queste sono solo due testimonianze che descrivono la situazione disumana dei migranti in Tunisia, Libia e Algeria, dove le loro vite non contano nulla e vengono abbandonati.

Le testimonianze presentate in questo rapporto mettono a nudo le brutali conseguenze di un regime di deportazione transnazionale che svaluta sistematicamente le vite dei migranti neri. La catena di eventi – dalle intercettazioni in mare agli abbandoni nel deserto e alle espulsioni transfrontaliere – rivela una politica deliberata di deterrenza attraverso la sofferenza. La Tunisia, con il sostegno tacito e palese degli attori europei, sta attuando pratiche che espongono i migranti non solo a ripetute violazioni dei loro diritti fondamentali, ma anche al rischio imminente di morte.

Queste storie non sono isolate. Riflettono un modello: persone sopravvissute a naufragio, deportate nel deserto; famiglie che subiscono perdite devastanti dopo ripetuti sgomberi forzati; individui che scompaiono oltre confine, detenuti a tempo indeterminato o che svaniscono senza lasciare traccia.

Questo sistema di controllo esternalizzato delle frontiere non si ferma ai confini fisici: si estende alle vite delle persone, lacerando famiglie, cancellando futuri e aggravando la violenza del controllo razziale delle migrazioni. Il regime di frontiera ha trovato un altro modo di strumentalizzare questo ambiente letale, condannando le persone a morire in mare o nelle regioni desertiche. Queste tragiche conseguenze non sono accidentali. Sono il risultato prevedibile ed evitabile delle politiche gestite dall’UE, elaborate per rafforzare le frontiere, indipendentemente dai costi in termini di vite umane.

Con Alarm Phone, piangiamo queste morti e facciamo eco alla richiesta di coloro che resistono a queste ingiustizie: le uccisioni alle frontiere devono cessare, libertà di movimento per tutte e tutti!

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Comunicato di solidarietà con la Freedom Flotilla

Fonte: Freedom Flotilla Coalition

Di fronte al genocidio in corso a Gaza e a seguito dell’attacco con droni, siamo uniti nella solidarietà con la Freedom Flotilla!

Nella mattina del 2 maggio abbiamo assistito all’ennesima violazione del diritto umanitario internazionale: la nave Conscience, parte della Freedom Flotilla, diretta a Gaza per consegnare aiuti umanitari e medicinali, è stata attaccata da due droni.

Alcune ore prima dell’attacco, un C-130 Hercules dell’aviazione israeliana si è diretto verso Malta e il tracciato dell’aereo mostra che stava sorvolando a bassa quota la zona ad est di Malta. Sebbene l’esercito israeliano si sia rifiutato di commentare, la Freedom Flotilla sospetta fortemente che siano stati proprio droni israeliani a sparare colpi contro la nave disarmata, provocando un incendio e rischiando di uccidere l’equipaggio e i volontari a bordo (le prove sono raccolte qui). In seguito alla richiesta di Mayday lanciata dall’equipaggio, una nave cargo cipriota è arrivata sul posto e ha proceduto allo spegnimento dell’incendio. L’equipaggio si è rifiutato di abbandonare la nave, poiché ciò avrebbe significato lasciarla incustodita rischiando la perdita degli aiuti umanitari che trasporta.

La Palestina è occupata da Israele dal 1948, quando 700.000 palestinesi furono espulsi dalle loro case e dalle loro terre. Da allora, abbiamo assistito alla proliferazione di insediamenti israeliani dichiarati illegali secondo i principi del diritto internazionale mentre Israele ha imposto un regime di apartheid al popolo palestinese. Sebbene la violenza sia sempre stata strutturale a questo regime, dopo l’attacco condotto da Hamas oltre la recinzione di Gaza il 7 ottobre 2023, in cui sono stati uccisi più di 800 civili, abbiamo assistito a un’escalation senza precedenti, in cui lo Stato di Israele ha condotto operazioni sistematiche di genocidio volte a eliminare la popolazione palestinese residente nella Striscia di Gaza.

Da allora, sono state uccise più di 52.000 persone, tra cui più di 17.400 bambini, ma il bilancio reale delle vittime potrebbe essere ancora più alto visto il grande numero di dispersi.

Giornalisti, operatori umanitari e medici, così come ambulanze e ospedali, sono stati sistematicamente presi di mira dagli attacchi israeliani, in flagrante violazione del diritto umanitario internazionale.

Strumento centrale del piano genocida, l’assedio imposto da Israele sulla Striscia di Gaza ha impedito la consegna di beni di prima necessità – tra cui cibo, medicinali e attrezzature mediche – e ha distrutto le infrastrutture sanitarie del Paese.

Di fronte alla carestia imposta alla popolazione di Gaza e all’estrema carenza di medicinali, la Freedom Flotilla ha deciso di rompere l’assedio su Gaza portando nel Paese beni di prima necessità.

Rompere l’assedio avrebbe dovuto essere compito degli Stati europei, occidentali e arabi che continuano a definirsi democratici pur sostenendo Israele. Eppure, ancora una volta, è stato necessario che i membri della società civile agissero, mettendo a rischio le proprie vite.

Ricordiamo che il 31 maggio 2010 le Forze di difesa israeliane attaccarono la Freedom Flotilla mentre era in viaggio per consegnare aiuti umanitari, causando la morte di 10 persone. Purtroppo, come ha sottolineato un attivista del progetto, “viviamo in tempi in cui le navi che trasportano gli armamenti più avanzati del mondo transitato liberamente, e le navi che trasportano aiuti umanitari urgenti a una popolazione affamata bruciano”.

In un momento in cui il Primo Ministro Netanyahu sta pianificando l’attuazione di una “soluzione finale” che confinerà l’intera popolazione di Gaza in 45 chilometri quadrati e permetterà a Israele di occupare il restante 90% della Striscia di Gaza, condanniamo il rifiuto del Parlamento Europeo di discutere l’inaccettabile e potenzialmente letale attacco alla Freedom Flotilla e di condannare la pulizia etnica e il genocidio del popolo palestinese.

Condanniamo con forza l’attacco deliberato contro una nave civile carica di beni di prima necessità e aiuti medici.

Denunciamo il silenzio e l’inazione degli Stati occidentali e arabi di fronte all’ennesimo crimine dello Stato di Israele, che continua ad agire nella più completa impunità.

Esprimiamo la nostra piena solidarietà a coloro che a Gaza ancora resistono agli incessanti tentativi di sterminio delle forze israeliane, e a chi, come l’equipaggio della Freedom Flotilla, li sostiene, denunciando questi atti e agendo per fermare il genocidio.

 

Primi firmatari

  1. Al Bawsala / Tunisia
  2. Alternative Intervention of Lawyers, Athens
  3. Aktionstage Enough
  4. Aswat Nissa
  5. ASGI – Association for Juridical Studies on Immigration
  6. Association Beity – Tunisia
  7. Anti-Apartheid movement (AAM)
  8. Avocats Sans Frontières (ASF)
  9. Bewegung für den Sozialismus 
  10. Border Forensics
  11. booq Palermo – Bibliofficina di quartiere
  12. Cantine Tambouille
  13. Center for Research and Elaboration for Democracy 
  14. Centhra Malaysia
  15. Chile Lawyers for Palestine 
  16. Collectif National pour la Reconnaissance des Crimes Coloniaux 
  17. CORPORACION JURIDICA ALTERNATIVA CIUDADANA (Corpojurídica AC) – Colombia
  18. Comité pour le respect des libertés et des droits de l’Homme en Tunisie – CRLDHT
  19. Convenzione dei diritti nel Mediterraneo
  20. Damj, the Tunisian Association for Justice and Equality
  21. de:criminalize
  22. Fédération des tunisiens citoyens des deux Rives – FTCR (France)
  23. Feministisches Streikkollektiv Zürich
  24. Figli delle chiancarelle 
  25. Fundación Solidaire
  26. Gruppo Melitea
  27. Italiani Senza Cittadinanza
  28. iuventa-crew
  29. Jüdische Stimme für Demokratie und Gerechtigkeit in Israel/Palästina (JVJP), Switzerland
  30. Il Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia ( CRED) 
  31. KEERFA MOVEMENT UNITED AGAINST RACISM AND FASCIST THREAT 
  32. LasciateCIEntrare/MaipiuCie
  33. Legal Clinic on Migration and Asylum University of Roma Tre
  34. LEGAL TEAM ITALIA
  35. LIMINAL
  36. MALDUSA Project
  37. Mediterranea Saving Humans
  38. Mesdhe (Albania)
  39. migration-control.info project
  40. Missing Voices (REER)
  41. Movement for Debt and Reparations 
  42. Mv LOUISE MICHEL 
  43. Nachaz Dissonances Tunisia
  44. NOMAD08 TUNISIA
  45. PAL Commission on War Crimes, Justice, Reparations, and Return, Co-Counsel to Freedom Flotilla Coalition 
  46. Palestina e lirë (Albania)
  47. Palestine Solidarity Alliance 
  48. r42-SailAndRescue
  49. Rizomi.Lab
  50. Reclaim The Sea CIC
  51. Refugees platform In Egypt (RPE)
  52. Salvamento Maritimo Humanitario- SMH
  53. SAR Malta
  54. SARAH-Seenotrettung
  55. Sea Punks e.V.
  56. Seasters Coop
  57. THFwelcome e.V.
  58. Tunisian Association for the Defense of Individual Freedoms
  59. Tunisian Forum for Social and Economic Rights FTDES
  60. USA Peace Council
  61. WeAreOkay
  62. Watch the Med AlarmPhone 
  63. Worldwide Lawyers Association (WOLAS) as co-counsel to Freedom Flotilla Coalition
  64. Ya Basta Bologna

  1. Lamis J. Deek, Director of Legal and Diplomatic Affairs- PAL Commission on War Crimes, Justice, Reparations, and Return. Co-counsel To Freedom Flotilla
  2. Amadou Mbow, Président de l’Association Mauritanienne pour la citoyenneté et développement.
  3. Ridha Tlili, Film maker
  4. Pablo Andrés Araya Zacarías, Abogados Chilenos por Palestina, PAL Commission 
  5. Dimitra Linardaki Lawyer, Athens 
  6. Εvgenia Kouniaki, Lawyer, Alternative Intervention of Lawyers, Athens
  7. Ridwana Ibrahim
  8. Ioanna stentoumi
  9. Thanasis Kampagiannis, Lawyer, ex councillor in the Board of Directors in the Athens Bar Association
  10. Pablo Azarcaya, Attorney, Chile, PAL Law Commission,  Chile for Palestine 
  11. Evgenia Kouniaki, Attorney, Greece, PAL Law Commission, Alternative Intervention 
  12. Daniel Kovalik, Attorney, USA, PAL Law Commission, Peace Council USA
  13. Petros Constantinou,coordinator KEERFA GREECE 
  14. Sabrine Fourek
  15. Leonor aurrekoetxea
  16. Eleni Solomakou, Jurist/PhD Candidate NKUA
  17. Chryssa Maramatha
  18. DIMITRIW ZOTOS Athhens Bar accosiation No 9067
  19. Mountada Ettajdid, Tunis

 

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La Tunisia non è un luogo sicuro per le persone soccorse in mare

Alla luce delle dilaganti violazioni dei diritti umani contro i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati in Tunisia, in particolare quelli neri; della mancanza di un sistema di asilo; della repressione della società civile, dell’indipendenza della magistratura e dei media da parte del governo tunisino; e dell’impossibilità di determinare in modo corretto e individualmente la nazionalità o di valutare le esigenze di protezione dei migranti e dei richiedenti asilo in mare, è chiaro che la Tunisia non è un luogo sicuro per lo sbarco delle persone intercettate o soccorse in mare. La cooperazione in corso tra l’Unione Europea (UE), gli Stati membri dell’UE e la Tunisia sul controllo della migrazione, che si basa sullo sbarco in Tunisia delle persone soccorse o intercettate in mare – come la precedente cooperazione con la Libia – contribuisce alle violazioni dei diritti umani.

Le politiche europee di esternalizzazione nella gestione delle frontiere verso la Tunisia sostengono le autorità di sicurezza che commettono gravi violazioni. Stanno inoltre ostacolando il diritto delle persone a lasciare qualsiasi Paese e a chiedere asilo, contenendo i rifugiati e i migranti in Paesi in cui i loro diritti umani sono a rischio. Inoltre, lo sbarco in Tunisia può mettere in pericolo le persone ed esporle a gravi danni, oltre a esporre i rifugiati e i migranti a un rischio elevato di espulsione collettiva verso la Libia e l’Algeria, una possibile violazione del principio di non-refoulement. L’istituzione, il 19 giugno 2024, della Regione tunisina di ricerca e soccorso (SRR), richiesta e sostenuta dalla Commissione europea, rischia di diventare un altro strumento di violazione dei diritti delle persone piuttosto che un legittimo adempimento della responsabilità di garantire la sicurezza in mare. Analogamente alla cooperazione con la Libia, l’impegno dell’UE e dei suoi Stati membri con la Tunisia può avere l’effetto di normalizzare le gravi violazioni contro le persone in cerca di protezione e di minare l’integrità del sistema internazionale di ricerca e soccorso, trasformandolo in uno strumento di controllo della migrazione.

Come organizzazioni umanitarie e per i diritti umani, chiediamo all’UE e ai suoi Stati membri di interrompere la cooperazione sul controllo della migrazione con le autorità tunisine, responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in mare e in Tunisia. Le ONG di ricerca e soccorso e le navi commerciali non dovrebbero ricevere istruzioni per sbarcare nessuno in Tunisia.

Violazioni diffuse e ripetute dei diritti umani

Negli ultimi due anni, dati osservati da organizzazioni tunisine e internazionali, nonché da organismi delle Nazioni Unite, indicano che la Tunisia non può essere considerata un “luogo sicuro”, come definito dalla Convenzione SAR del 1979, dal Comitato per la sicurezza marittima (MSC) e dagli organismi delle Nazioni Unite, per le persone intercettate o soccorse in mare, in particolare nere.

Nonostante abbia aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951, la Tunisia non ha una legge o un sistema di asilo nazionale. Le persone che entrano, soggiornano o escono dal Paese in modo irregolare sono criminalizzate dalla legge. In seguito ad intercettazioni in mare o ad arresti arbitrari in territorio tunisino, le autorità tunisine hanno ripetutamente abbandonato rifugiati, richiedenti asilo e migranti nel deserto tunisino o nelle remote regioni al confine con la Libia e l’Algeria. Queste pratiche

possono equivalere a espulsioni collettive illegali, dimostrando un totale disprezzo per il diritto alla vita di rifugiati e migranti e possono violare il principio di non-refoulement. Le persone espulse rischiano di subire gravi violazioni dei diritti umani in Libia e di essere espulse dall’Algeria al Niger. Secondo alcuni rapporti che citano informazioni delle Nazioni Unite, le forze di sicurezza tunisine hanno in particolare radunato presunte persone migranti irregolari sulla terraferma e le hanno trasferite direttamente alle autorità libiche, che le hanno poi sottoposte a detenzioni arbitrarie, lavori forzati, estorsioni, torture e altri maltrattamenti e uccisioni illegali.

Secondo le testimonianze di rifugiati, migranti e richiedenti asilo documentate da Amnesty International, Human Rights Watch, l’Organizzazione mondiale contro la tortura e Alarm Phone, le autorità tunisine in mare hanno commesso abusi e messo a rischio vite umane durante le intercettazioni delle imbarcazioni – tra cui manovre ad alta velocità che minacciavano di farle capovolgere, violenze fisiche, lancio di gas lacrimogeni a distanza ravvicinata e collisioni con le imbarcazioni – oltre all’incapacità di garantire sistematicamente valutazioni personalizzate dei bisogni di protezione al momento dello sbarco. Le autorità tunisine hanno anche sottoposto rifugiati, richiedenti asilo e migranti a torture e altri maltrattamenti nel contesto di sbarchi, detenzioni o espulsioni collettive.

Allo stesso tempo, diverse organizzazioni internazionali e locali, difensori dei diritti umani e avvocati hanno denunciato un allarmante deterioramento delle libertà civili e dei diritti fondamentali in Tunisia, con ripercussioni sia sulla popolazione migrante che sui cittadini tunisini. Dal 2021, il Paese ha assistito a un significativo arretramento dei diritti umani, caratterizzato dallo smantellamento delle garanzie istituzionali per la loro protezione, dall’erosione dell’indipendenza giudiziaria e da un giro di vite sulla libertà di espressione, associazione e riunione pacifica. Lo sbarco in Tunisia di cittadini tunisini intercettati o soccorsi in mare, che potrebbero includere persone in fuga da persecuzioni, torture o altri danni gravi e intenzionate a chiedere asilo all’estero, potrebbe di fatto negare il diritto di chiedere asilo a chi ha bisogno di protezione internazionale.

La complicità dell’Unione Europea nelle violazioni dei diritti umani

Nonostante le documentate violazioni dei diritti umani da parte delle autorità tunisine, l’UE e i suoi Stati membri hanno intensificato il loro sostegno all’amministrazione di Kais Saïed. Con il Memorandum d’intesa firmato nel luglio 2023, l’UE ha promesso alla Tunisia 1 miliardo di euro, tra cui 105 milioni di euro dedicati alla gestione delle frontiere e della migrazione, in cambio della prevenzione delle partenze via mare verso l’Europa, che includono persone bisognose di protezione. Con l’istituzione di una Regione tunisina di ricerca e soccorso (SRR), il governo tunisino ha soddisfatto una priorità da tempo fissata dall’UE. Se da un lato questo rappresenta un passo formale verso l’adempimento della responsabilità della Tunisia di proteggere la vita in mare, dall’altro la realtà è che ora i Centri di coordinamento del soccorso (RCC) europei indirizzeranno le imbarcazioni in difficoltà all’interno della SRR tunisina al RCC tunisino, rafforzando un graduale disimpegno degli attori dell’UE a favore di attori con una scarsa reputazione in materia di diritti umani.

Sostenendo un rafforzamento del ruolo della Guardia costiera tunisina (Guardia nazionale) – senza che siano stati adottati parametri di riferimento per i diritti umani o sistemi di monitoraggio, né disposizioni per garantire che le persone soccorse siano sbarcate in un luogo sicuro, che non può essere la Tunisia – l’UE sta contribuendo al rischio di ulteriori gravi violazioni dei diritti umani in mare e in Tunisia contro i rifugiati e i migranti e le persone a rischio di persecuzione nel Paese.

Lo spazio umanitario per le ONG che si occupano di ricerca e soccorso (SAR) sarà ulteriormente ridotto se i Centri di coordinamento del soccorso europei daranno istruzioni alle ONG SAR di mettersi in contatto con il nuovo MRCC tunisino per lo sbarco, che potrebbe rifiutarsi di rispettare il principio di non-refoulement. L’agenzia ONU per i rifugiati, l’UNHCR, ha osservato che le navi in mare non sono il luogo appropriato per determinare le esigenze di protezione. Secondo il diritto marittimo internazionale, gli Stati hanno la responsabilità primaria di coordinare i soccorsi all’interno delle loro SRR e di organizzare lo sbarco in un luogo sicuro, che può essere un altro Stato.

Il sostegno europeo alle violazioni dei diritti umani deve finire

Questi sviluppi seguono lo schema visto in Libia dal 2016. Oltre al sostegno materiale, tecnico e politico, l’UE e l’Italia hanno sostenuto l’istituzione di una SRR e di un MRCC libici, portando così al trasferimento della responsabilità SAR alla Guardia costiera libica e a un aumento dei pull backs e degli sbarchi in Libia, pur essendo consapevoli che ciò avrebbe esposto rifugiati e migranti a un grave rischio di violazioni orribili e mortali in Libia. Sia il governo italiano che le istituzioni dell’UE non solo hanno continuato questa cooperazione, ma hanno cercato di estenderla ad altri Paesi, compresa la Tunisia.

Esortiamo pertanto l’UE e i suoi Stati membri a:

  • Chiedere alle autorità tunisine di porre fine alle violazioni dei diritti umani contro i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti, anche per quanto riguarda le espulsioni collettive illegali che mettono a repentaglio la vita delle persone.
  • Chiedere alle autorità tunisine di porre fine alla repressione della società civile.
  • Assicurarsi che le ONG SAR e le navi commerciali non ricevano istruzioni di sbarcare le persone soccorse in mare in Tunisia, dato il rischio di violazioni dei diritti umani in quel Paese e dato che non è possibile effettuare valutazioni individuali corrette su tali rischi in mare. La Tunisia non può essere considerata un luogo sicuro per le persone soccorse in mare secondo il diritto internazionale applicabile.
  • Porre fine al sostegno finanziario e tecnico alle autorità tunisine responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in relazione al controllo delle frontiere e della migrazione.

Firmatari

Afrique-Europe Interact
Alarme Phone Sahara (APS)
All Included Amsterdam
Amnesty International
Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI)
Association CALAM
Association for Justice, Equality and Peace
Association Lina Ben Mhenni
Association Marocaine d’aide des Migrants en Situation Vulnérable (AMSV)
Association pour la promotion du droit à la différence (ADD)
Association Sentiers-Massarib
Association tunisienne de défense des libertés individuelles
Aswat Nissa
Avocats Sans Frontières (ASF)
BAOBAB EXPERIENCE
Campagna LasciateCIEntrare – MaipiuCIE
Carovane Migranti
CCFD-Terre Solidaire
Chkoun? Collective
Comité de Sauvegarde de la LADDH
Comité pour le respect des libertés et des droits de l’Homme en Tunisie (CRLDHT)
CompassCollective
Damj – l’Association Tunisienne pour la justice et l’égalité
Dance Beyond Borders
EMERGENCY
Fédération des Tunisiens pour une Citoyenneté des deux Rives (FTCR)
Fédération Internationale pour les Droits Humains (FIDH)
Forum Tunsien pour les Droits Economiques et Sociaux (FTDES)
FUNDACION SOLIDAIRE
Human Rights Watch
Intersection pour les droits et les libertés
iuventa-crew
L’association Tunisienne pour les Droits et les Libertés (ADL)
La Cimade
LDH (Ligue des droits de l’Homme)
Maldusa
Médecins Sans Frontières
MEDITERRANEA Saving Humans
Melting Pot Europa
migration-control.info project
Migreurop
Missing Voices (REER)
Mission Lifeline International e.V.
PRO ASYL Bundesweite Arbeitsgemeinschaft für Flüchtlinge e.V.
r42-SailAndRescue
Reclaim the Sea
Refugees in Libya – APS
Refugees Platform In Egypt (RPE) منصة اللاجئين في مصر
Resqship
SALVAMENTO MARITIMO HUMANITARIO -SMH
SARAH Seenotrettung gUG
Sea-Eye e.V.
Sea-Watch e.V.
Search and Rescue Malta Network
Seebrücke
SOS Humanity e.V.
SOS MEDITERRANEE
Statewatch
Union des diplômés-chômeurs (UDC)
United4Rescue – Gemeinsam retten e.V.
Univ. of Southern California Gould School of Law Immigration Clinic
Watch the med Alarm Phone

 

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Mare interrotto

Raccolta di testimonianze (2021-2023)

Barche di migranti sulla spiaggia di Beliana. Foto: anonimo

In occasione della Giornata mondiale del rifugiato, la società civile transnazionale si mobilita per denunciare le politiche assassine e razziste nel Mediterraneo!

Sulla base di testimonianze raccolte da diversi attori della società civile tunisina e transnazionale, questo rapporto documenta le pratiche di intercettazione della Guardia Nazionale tunisina nel Mediterraneo centrale. I dati raccolti, basati su 14 interviste approfondite condotte tra il 2021 e il 2023 con persone esiliate sopravvissute ad attacchi in mare, evidenziano pratiche violente e illegali, che vanno dalla mancata assistenza al rovesciamento intenzionale di imbarcazioni in difficoltà, causando naufragi e costando la vita a molte persone esiliate. 

Questa brutalizzazione da parte delle autorità di frontiera tunisine, documentata ormai da diversi anni, avviene in un contesto di crescente esternalizzazione delle frontiere da parte dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri. Di fronte all’aumento del traffico sulla rotta marittima tunisina a partire dal 2021, e nella speranza di limitare il numero di attraversamenti, l’UE ha aumentato considerevolmente il suo sostegno alle forze di sicurezza tunisine, istituendo un regime di “respingimento per procura”, sull’esempio della sua cooperazione con le milizie libiche. 

Per ragioni di sicurezza, nell’attuale contesto di criminalizzazione e di ripetuti attacchi a persone e organizzazioni che sostengono i migranti in Tunisia, si è ritenuto preferibile non menzionare i nomi di questi ultimi.  

Di fronte alla repressione, la pubblicazione di questo rapporto suona quindi come una promessa: la promessa che, a prescindere dai tentativi di intimidazione, la solidarietà continuerà a essere espressa senza sosta. 

Insieme, continueremo a documentare le pratiche violente della guardia costiera tunisina e di tutte le altre autorità coinvolte nelle intercettazioni e nei respingimenti nel Mediterraneo e nelle violazioni dei diritti in mare. 

Insieme, denunciamo questo regime repressivo di controllo della mobilità e le politiche di esternalizzazione che lo consentono e lo incoraggiano. 

Insieme, difendiamo un Mediterraneo aperto, solidale e rispettoso della libertà di movimento di tutti!

Leggi il rapporto completo qui sotto.

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Il silenzio assordante nel Mediterraneo centrale

Ultima posizione nota delle persone a bordo. Photo: Alarm Phone

Come Alarm Phone, veniamo regolarmente contattate da famiglie che cercano i loro cari dispersi, di cui hanno perso le tracce dopo che si sono imbarcati per attraversare il mare. Famiglie che hanno atteso invano un segno di vita e di arrivo: non arriva nessuna telefonata o messaggio che le informi che il viaggio è andato bene e che la persona a loro cara è arrivata sana e salva. 

Non esiste un elenco dei passeggeri che possa essere di aiuto per conoscere la loro sorte. Le persone sono costrette a viaggiare di nascosto, poiché l’attraversamento del Mediterraneo per raggiungere l’Europa è altamente criminalizzato e illegalizzato. 

Gli attori statali monitorano attentamente il Mediterraneo centrale. Diversi mezzi aerei volano al largo delle coste libiche, tunisine e di altre aree per individuare i movimenti migratori cosiddetti “illegali”. Svolgono vaste operazioni per ostacolare i movimenti migratori, ma quando si tratta di soccorrere vite umane, le operazioni di ricerca e soccorso arrivano spesso troppo tardi. Sebbene diverse autorità possano avere delle risposte sulle sorti delle imbarcazioni scomparse, restano generalmente in silenzio. Non ci sono attori ufficiali nazionali o transnazionali che si preoccupino delle famiglie e di informarle sul destino delle persone a loro care, scomparse. 

Come Alarm Phone, cerchiamo di supportare le famiglie nei loro sforzi di rintracciare i loro familiari, amici, amiche. Lo facciamo attraverso ricerche informali, consultando i media disponibili, o rivolgendoci alle nostre reti di amici e amiche nei paesi di partenza, di transito e di arrivo. Le famiglie spesso non si rivolgono solo ad Alarm Phone, ma tentano più strade per trovare delle risposte

Molto spesso, le risposte non si trovano, perché le tracce dei loro cari si sono perdute da qualche parte in mezzo al mare. Ciò significa che le famiglie sono bloccate in uno stato di incertezza poichè non sanno se i loro cari sono morti o meno. In questa situazione risulta molto difficile elaborare il lutto

Condanniamo le politiche di abbandono e di morte, quotidianamente implementate dalle autorità nel Mediterraneo centrale, che generano enormi sofferenze, in mare e non solo. Condanniamo l’orribile silenzio delle autorità che rifiutano deliberatamente di rispondere alle nostre domande sull’esito dei casi di emergenza in mare, e che rifiutano anche di fornire risposte alle famiglie nella loro ricerca della verità.

Riconosciamo l’infinito dolore che devono affrontare i parenti, gli amici e amiche e i membri della comunità di una persona che scompare senza lasciare traccia. 

Purtroppo, il più delle volte, possiamo solo continuare a cercare informazioni ufficiali e a protestare insieme contro le sparizioni forzate.

Lasciati senza risposte

L’11 gennaio 2024, Alarm Phone è stata informata di un altro caso in cui delle persone che avevano provato ad attraversare il mare sono scomparse, e in cui, ancora una volta, le famiglie sono rimaste senza risposte

Quel giorno, alle 19:45 CET, Alarm Phone ha ricevuto una chiamata da un parente che ci informava di una barca in pericolo. L’imbarcazione si trovava nella posizione N34°36 E12°20, in piena zona di ricerca e soccorso maltese (SAR). Alle 20:20 abbiamo inviato un primo SOS via e-mail all’MRCC italiano e all’RCC maltese, informandoli dell’imbarcazione con 39 persone a bordo, partita dalla Libia l’11 gennaio.

Alle 20:50 abbiamo ricevuto un’altra posizioneda un secondo parente di una persona a bordo. Ancora una volta, alle 21:13 abbiamo condiviso l’ultima posizione nota con le autorità italiane e maltesi via e-mail. Alle 21:25 Alarm Phone ha potuto stabilire un primo contatto diretto con le persone a bordo dell’imbarcazione ma, a causa della pessima connessione telefonica,la comunicazione si è interrotta prima di poter raccogliere tutte le informazioni di cui avevamo bisogno. 

Alarm Phone è ha mantenuto i contatti con i parenti mentre cercava di riconnettersi con le persone sull’imbarcazione, senza successo, fino al 12 gennaio alle 00:08, quando siamo riuscite a metterci nuovamente in contatto con le persone a bordo. Ci hanno fornito la seguente posizione GPS: N34 52 5465, E012 22 1202. Abbiamo trasmesso questa posizione alle autorità italiane e maltesi via e-mail, esortandole a lanciare un’operazione di soccorso. Alle 00:44 abbiamo inviato un’e-mail anche alle navi mercantili Oslocarrier3 e Gaz Concord, poiché entrambe in prossimità dell’ultima posizione nota dell’imbarcazione.

Alle 01:35, Alarm Phone ha stabilito un contatto diretto con le persone a bordo per la terza volta. Ci hanno fornito la loro posizione GPS aggiornata: N34 57 153, E012 21 500. Ancora una volta,abbiamo inviato questa posizione via e-mail alle autorità italiane e maltesi.

Alle 04:00 un parente ci ha chiamato per riferirci che le persone a bordo erano in preda al panico e alla paura, temendo le onde alte e il vento forte. Alle 04:20 abbiamo inviato la sesta e-mail alle autorità italiane e maltesi per avvertirle del peggioramento della situazione e per chiedere loro di avviare urgentemente un’operazione di salvataggio. 

Alle 04:45 l’aereo EAGLE1 di FRONTEX è arrivato sul posto e ha monitorato la situazione fino alle 07:00. 

Alle 05:30, uno dei parenti ci ha chiamato di nuovo, riferendo che le persone a bordo potevano vedere una luce intensa sopra di loro, identificata come proveniente da un elicottero. Il parente ha informato Alarm Phone della nuova posizione dell’imbarcazione: N35 07, E12 20.

Alle 05:38, Alarm Phone ha inviato la settima e-mail alle autorità italiane e maltesi, condividendo la posizione aggiornata. Nelle ore successive non è stato possibile ristabilire il contatto con le persone a bordo dell’imbarcazione. 

Il 13 gennaio, diversi mezzi aerei hanno effettuato voli di ricerca vicino e intorno a Lampedusa (RIMB, RIMC, I2321). 

Dal 12 gennaio alle 05:30, anche i parenti hanno perso ogni contatto con i loro cari. Abbiamo cercato di contattare regolarmente le persone sulla barca fino al 16 gennaiosenza successo. 

Le persone sono scomparse. Questa e le altre innumerevoli sparizioni forzate sono la conseguenza di un sistema razzista basato sullo sfruttamento e sull’esclusione delle persone razzializzate

Ad oggi, le 39 persone non hanno contattato i loro parenti, e di loro non c’è alcuna traccia. Ancora oggi, le famiglie attendono disperatamente una comunicazione ufficiale, una risposta, da parte delle autorità sulla sorte dei loro cari. Ad oggi, e da più di 30 anni, con l’introduzione globale di un regime razzista di visti, di rafforzamento dei controlli alle frontiere e di crescente violenza da parte dell’UE nei confronti delle persone in movimento, nessuna autorità statale è mai stata chiamato a rispondere dei crimini che commette quotidianamente.

Chiediamo: a fronte dell’incremento delle operazioni di sorveglianza aerea nel Mediterraneo centrale, con mezzi che percorrono quotidianamente aree di mare sempre più ampi, e del monitoraggio satellitare non-stop del mare, come possono le persone semplicemente scomparire?

Chiediamo: perché non sono state lanciate operazioni di ricerca e soccorso immediate quando l’imbarcazione in pericolo si trovava a sole 15 miglia nautiche da Lampedusa e mentre diverse motovedette della Guardia Costiera, della Guardia di Finanza e di Frontex erano presenti sull’isola?

Abbiamo bisogno di risposte da parte delle istituzioni competenti.

Vogliamo che questi attori rispondano delle loro azioni

Condanniamo le continue sparizioni forzate di persone che cercano coraggiosamente di attraversare il Mediterraneo, in fuga dalla violenza e alla ricerca di condizioni di vita più dignitose.

Come sempre, siamo solidali con le famiglie, gli amici e le amiche, le comunità delle persone scomparse, che continueranno incessantemente a chiedere risposte alle autorità – temiamo, invano. 

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Contro ogni previsione e oltre ogni ostacolo: 9 anni di Alarm Phone!

Source: Iuventa Crew

Oggi, l’Alarm Phone compie nove anni. 300 attivistx, su entrambe le sponde del mare Mediterraneo, hanno gestito e mantenuto attiva questa linea telefonica di emergenza per le persone in movimento. Senza sosta, giorno e notte, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

In questi nove anni, abbiamo assistito 7.192 imbarcazioni in pericolo lungo le diverse via di fuga marittime: il Mar Egeo, il Mar Mediterraneo Centrale, il Mar Mediterraneo Occidentale, l’Atlantico e, dal 2021, anche il Canale della Manica. Non abbiamo mai assistito così tante imbarcazioni in un anno come nel 2023, eppure mancano ancora tre mesi: 1.671 casi di pericolo.

Come attivistx, abbiamo lanciato la nostra hotline l’11 ottobre 2014. Abbiamo scelto questa data perché era il primo anniversario di un terribile naufragio avvenuto nella zona di ricerca e soccorso maltese, in cui persero la vita oltre 250 persone. Sia le autorità italiane che quelle maltesi erano a conoscenza di questa imbarcazione in pericolo, eppure hanno scelto di ignorarla fino a quando non si è capovolta.

Alarm Phone ha voluto fornire alle persone in movimento una linea telefonica di emergenza alternativa che non le ignorasse. Che le ascoltasse e amplificasse le loro voci. Che facesse sì che il loro disagio fosse ascoltato e potesse far pressione sulle autorità affinché non ignorassero, non respingessero, non lasciassero morire le persone.

In troppi casi non abbiamo potuto evitare che le persone morissero o scomparissero in mare. Abbiamo cercato di stare al loro fianco il più a lungo possibile, ma a un certo punto il collegamento telefonico si interrompeva e in seguito venivamo a sapere che non erano sopravvissute. Centinaia di parenti ci hanno contattato nella disperata ricerca dei loro cari. La violenza ai confini dell’UE riecheggia in tutto il mondo e infligge sofferenza a moltissime persone.

Il mare è sia un cimitero liquido che un luogo di lotta.

Quest’anno abbiamo assistito 144 imbarcazioni nella Manica, 154 nel Mediterraneo Occidentale e nell’Atlantico e 378 nell’Egeo. Il maggior numero di imbarcazioni ci ha chiamato dal Mediterraneo centrale: 995 imbarcazioni partite dalla Tunisia o dalla Libia. Abbiamo ricevuto richieste di soccorso anche da diverse frontiere terrestri, tra cui la regione di Evros, i Balcani e le zone di confine tra vari Paesi dell’Africa settentrionale.

I continui arrivi via mare dimostrano che il regime di frontiera dell’UE non è un deterrente. Dopo decenni di militarizzazione dei confini dell’UE, di esternalizzazione delle frontiere a regimi dittatoriali, di implementazione di un regime di non-assistenza e di respingimento, queste cifre dimostrano che i movimenti ostinati attraverso il mare continuano.

Anche la solidarietà in mare non si arresta. Nonostante gli innumerevoli tentativi di criminalizzare le attiviste e gli attivisti della flotta civile, i mezzi di soccorso tornano sempre nel Mediterraneo centrale, impegnandosi instancabilmente in attività di ricerca e soccorso.

Tutte le rotte marittime rimangono spazi di contestazione in cui le persone esercitano la loro libertà di movimento. Contro ogni probabilità e ogni ostacolo, nonostante la violenza e la militarizzazione dei confini, a prescindere dalla mancanza di soccorso o dalla criminalizzazione della migrazione, le persone non hanno smesso di attraversare il Mediterraneo, sfidando i confini e raggiungendo autonomamente l’Europa!

In un periodo in cui il discorso razzista sulle migrazioni si diffonde in Europa e non solo, dobbiamo pluralizzare le forme di solidarietà con le persone in movimento e combattere collettivamente le atrocità alle frontiere.

Continueremo a rispondere al telefono quando squillerà. Di giorno e di notte. Prenderemo il telefono e diremo: “Ciao amico mio, questo è l’Alarm Phone”.

ABBIAMO COMBATTUTO PER NOVE ANNI.
NON ABBIAMO ANCORA FINITO.
CONTINUEREMO.
NON CI ARRENDEREMO FINCHÉ NON CI SARÀ LIBERTÀ DI MOVIMENTO PER TUTTX.

Alarm Phone

Ottobre 2023

 

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Arrivi a Lampedusa: Solidarietà e resistenza di fronte alla crisi dell’accoglienza in Europa!

In seguito all’arrivo di un numero record di persone in movimento a Lampedusa, la società civile esprime la sua profonda preoccupazione per la risposta degli Stati europei in materia di sicurezza, per la crisi dell’accoglienza e ribadisce la sua solidarietà alle persone in movimento che arrivano in Europa.

Lampedusa, foto scattata davanti all’hotspot, 14 settembre 2023. Photo Credits: Maldusa

Oltre 5.000 persone e 112 imbarcazioni: è questo il numero di arrivi registrati sull’isola italiana di Lampedusa martedì 12 settembre. Le imbarcazioni, la maggior parte delle quali arrivate autonomamente, provenivano dalla Tunisia o dalla Libia. In totale, dall’inizio dell’anno sono giunte sulle coste italiane oltre 118.500 persone, quasi il doppio rispetto alle 64.529 registrate nello stesso periodo del 2022[1]. L’accumulo di numeri non ci deve far dimenticare che, dietro ogni numero, c’è un essere umano, una storia individuale e che le persone continuano a perdere la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa.

Sebbene Lampedusa sia da lungo tempo una destinazione per le imbarcazioni di centinaia di persone che cercano rifugio in Europa, le strutture di accoglienza dell’isola sono carenti. Martedì, il salvataggio caotico di un’imbarcazione ha causato la morte di un bambino di 5 mesi, caduto in acqua e immediatamente annegato, mentre decine di imbarcazioni continuavano ad attraccare nel porto commerciale. Per diverse ore, centinaia di persone sono rimaste bloccate sul molo, senza acqua né cibo, prima di essere trasferite nell’hotspot di Lampedusa.

L’hotspot, un centro di primo filtro dove le persone appena arrivate vengono tenute lontane e separate dalla popolazione locale e pre-identificate prima di essere trasferite sulla terraferma, con i suoi 389 posti, non ha alcuna capacità di accogliere dignitosamente le persone che arrivano quotidianamente sull’isola. Da martedì, il personale del centro è stato completamente sopraffatto dalla presenza di 6.000 persone. Alla Croce Rossa e al personale di altre organizzazioni è stato impedito di entrare nella struttura per “motivi di sicurezza”.

Giovedì mattina, molte persone hanno iniziato a fuggire dall’hotspot saltando le recinzioni a causa della situazione disumana che si stava vivendo. Nel frattempo, di fronte all’incapacità delle autorità italiane di fornire un’accoglienza dignitosa, la solidarietà locale ha preso il sopravvento. Molti abitanti si sono mobilitati per organizzare distribuzioni di cibo per coloro che si sono rifugiati in città[2].

Inoltre, diverse organizzazioni stanno denunciando la crisi politica in Tunisia e l’emergenza umanitaria nella città di Sfax, da cui parte la maggior parte dei barconi per l’Italia. In questo momento circa 500 persone dormono in piazza Beb Jebli, senza quasi nessun accesso a cibo e assistenza medica[3]. La maggior parte è stata costretta a fuggire da Sudan, Etiopia, Somalia, Ciad, Eritrea o Niger. Dopo le dichiarazioni razziste del presidente della Tunisia, Kais Saied, molti migranti sono stati espulsi dalle loro case e dai loro posti di lavoro[4]. Altri sono stati deportati nel deserto, dove alcuni sono morti di sete.

Mentre queste deportazioni di massa sono in corso e la situazione a Sfax continua a deteriorarsi, l’UE ha concordato tre mesi fa un nuovo accordo sulla migrazione con il governo tunisino, al fine di cooperare “in modo più efficace sulla migrazione”, sulla gestione delle frontiere e sulle misure “anti-contrabbando”, con una dotazione di oltre 100 milioni di euro. L’UE ha accettato questo nuovo accordo con piena consapevolezza delle atrocità compiute dal governo tunisino, compresi gli attacchi perpetrati dalle guardie costiere tunisine alle imbarcazioni dei migranti[5].

Nel frattempo, osserviamo con preoccupazione come i diversi governi europei stiano chiudendo le porte e non rispettino le leggi sull’asilo e i più elementari diritti umani. Mentre il ministro degli Interni francese ha annunciato l’intenzione di rafforzare i controlli alla frontiera italiana, anche diversi altri Stati membri dell’UE hanno dichiarato di voler chiudere le porte. Ad agosto, le autorità tedesche hanno deciso di interrompere i processi di selezione dei richiedenti asilo che arrivano in Germania dall’Italia nell’ambito del “meccanismo di solidarietà volontaria”[6].

Invitata domenica a Lampedusa dalla primo ministro Meloni, la presidente della Commissione europea Von der Leyen ha annunciato un piano d’azione in 10 punti che conferma questa risposta securitaria[7]. Rafforzare i controlli in mare a discapito dell’obbligo di soccorso, aumentare il ritmo delle espulsioni ed intensificare il processo di esternalizzazione delle frontiere… tutte vecchie ricette che l’Unione europea attua da decenni e che si sono rivelate fallimentari, oltre ad aggravare la crisi della solidarietà e la situazione delle persone in movimento.

Le organizzazioni sottoscritte chiedono un’Europa aperta e accogliente e sollecitano gli Stati membri dell’UE a fornire percorsi sicuri e legali e condizioni di accoglienza dignitose. Chiediamo che vengano presi provvedimenti urgenti a Lampedusa e che vengano rispettate le leggi internazionali che tutelano il diritto d’asilo. Siamo sconvolti dalle continue morti in mare causate dalle politiche di frontiera dell’UE e ribadiamo la nostra solidarietà alle persone in movimento!

 

Afrique-Europe-Interact
Alarme Phone Sahara (APS)
Alarme Phone Sahara – Mali
Alternative Espaces Citoyen – Niger
Anafé (association nationale d’assistance aux frontières pour les personnes étrangères)
Another Europe is Possible
ARCOM – association des réfugiés et communautés migrantes au Maroc
Are You Syrious?
Associazione studi giuridici sull’immigrazione (ASGI)
Association AFRIQUE INTELLIGENCE
Association Beity
Association d’aide des Migrants en Situation Vulnérable (AMSV) Oujda / Maroc
Association des Etudiants et Stagiaires Africains en Tunisie (AESAT)
Association Féministe Tanit
Association Lina Ben Mhenni
Association de solidarité avec les travailleurS/euses immigré.es (ASTI) des Ulis / France
Association pour la promotion du droit à la différence (ADD)
Association pour les Migrants-AMI, Nîmes, France
Association Sentiers-Massarib
Association Tunisienne de défense des libertés individuelles (ADLI)
Association Tunisienne pour les droits et les libertés (ADL)
Aswat Nissa
Avocats Sans Frontières (ASF)
Association Damj
BELREFUGEES, Plateforme Citoyenne / Belgium
borderline-europe- Menschenrechte ohne Grenzen
Boza Fii – Sénégal
CCFD-Terre Solidaire
CGTM Mauritanie
Chkoun Collective
Coalition des Associations Humanitaires de Médenine
Collectif Droit de Rester, Lausanne
Comité de Vigilance pour la Démocratie en Tunisie – Belgique
Comité pour le respect des libertés et des droits de l’homme en Tunisie (CRLDHT)
CompassCollective
Connexion
Damj l’association tunisienne de la justice et légalité
DZ Fraternité
Emmaüs Europe
European Alternatives
Fédération des tunIsiens citoyens des deux rives (FTCR)
Groupe de Recherche et d’Actions sur les Migrations (GRAM), Bamako / Mali
Groupe d’information et de soutien des immigré.e.s (Gisti)
iuventa-crew
Jeunesse Nigérienne au service du Développement Durable (JNSDD) – Agadez / Niger
Komitee für Grundrechte und Demokratie e.V.
La Cimade
La coalition tunisienne contre la peine de la mort
LasciateCIEntrare
Ligue Algérienne pour la Défense des Droits de l’Homme (LADDH)
Ligue des droits de l’Homme (LDH) – France
Ligue tunisienne des droits de l’homme (LTDH)
Maldusa
medico international
MEDITERRANEA Saving Humans
Mem.med:mémoire Méditerranée
Migrants’ Rights Network
migration-control.info project
Migreurop
MV Louise Michel
Paris d’Exil
Pro-Asyl
Push-Back Alarm Austria
r42-SailAndRescue
Refugees in Libya
Refugees in Tunisia
ResQ – People Saving People
RESQSHIP
Salvamento Marítimo Humanitario (SMH)
Sea-Watch
Seebrücke – Schafft sichere Häfen
Solidarité sans frontières (Sosf)
SOS Balkanroute
SOS Humanity
Statewatch
Tunisian Forum for Social and Economic Rights (FTDES)
Union des travailleurs immigrés tunisiens (UTIT)
United4Rescue
Vivre Ensemble | asile.ch
Watch the Med Alarm Phone
Welcome to Europe network
Zusammenland gUG/ MARE*GO

 

_________________________

[1] Reuters, “Italy’s Lampedusa island hit with record migrant arrivals”, 12 septembre 2023,

https://www.reuters.com/world/europe/italys-lampedusa-island-hit-with-record-migrant-arrivals-2023-09-12/

[2] Maldusa, “Lampedusa’s Hotspot System: From Failure to Nonexistence”, 14 septembre 2023 https://www.maldusa.org/l/lampedusas-hotspot-system-from-failure-to-nonexistence/

[3] Déclaration “Urgence humanitaire au Gouvernorat de Sfax : la société civile tire la sonnette d’alarme face à une situation inacceptable”, 14 septembre 2023

https://euromedrights.org/publication/urgence-humanitaire-au-gouvernorat-de-sfax-la-societe-civile-tire-la-sonnette-dalarme-face-a-une-situation-inacceptable/

[4] Migration-control.info-project, “Mass deportations and EU externalisation in Tunisia: Press Review and Critics”, 2 août 2023

https://migration-control.info/en/blog/mass-deportations-and-eu-externalisation-in-tunisia-overview-press-review-and-critics/

[5] Alarm Phone, “Deadly policies in the Mediterranean: Stop the shipwrecks caused off the coast of Tunisia”, December 19, 2022, https://alarmphone.org/en/2022/12/19/deadly-policies-in-the-mediterranean/

[6] La Repubblica, ” Migranti, da Berlino stop ad accoglienza dei richiedenti asilo dall’Italia”, 12 septembre 2023

https://www.repubblica.it/cronaca/2023/09/12/news/migranti_da_berlino_stop_ad_accoglienza_dei_richiedenti_asilo_dallitalia-414254801/?ref=RHLF-BG-I414254188-P2-S1-T1

[7] Commissione europea, “Press statement by President von der Leyen with Italian Prime Minister Meloni in Lampedusa”, 17 settembre 2023

https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/statement_23_4502

 

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Tunisia: Anatomia di una deportazione forzata in Libia

Foto dei telefoni distrutti dalle autorità tunisine. Foto: Viaggiatori

Un gruppo di venti migranti e richiedenti asilo provenienti dall’Africa occidentale e centrale è stato deportato con la forza al confine tra Tunisia e Libia (vicino a Ben Guerdane) la mattina del 2 luglio 2023 dai militari tunisini e dagli ufficiali della Guardia Nazionale.

Il gruppo ha un immediato bisogno di aiuto. In totale ci sono sei donne (tra cui due incinte, una prossima al parto), una ragazza di 16 anni del Camerun e 13 uomini. Due degli uomini sono richiedenti asilo camerunesi registrati presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Il gruppo è composto da persone provenienti da Costa d’Avorio, Camerun, Mali, Guinea e Ciad.

Queste persone, insieme ad altre 28, sono state inizialmente arrestate sabato 1° luglio in una casa a Jbeniana, a circa 35 km da Sfax. Hanno riferito che le autorità, tra cui agenti di polizia, membri della Guardia Nazionale e ufficiali militari, hanno fatto irruzione nella casa in cui si trovavano. Le 48 persone sono state poi arrestate e portate alla stazione di polizia di Jbeniana. I loro passaporti e documenti di identificazione sono stati controllati e registrati.

La polizia avrebbe poi diviso le 48 persone in due gruppi. Il primo gruppo, composto da 28 persone, con cui siamo in contatto, non sa cosa sia successo all’altro gruppo.

Il gruppo di 28 persone è stato trasferito a Ben Guerdane, dove sono state divise in tre basi della Guardia Nazionale e in basi militari, sottoposte a percosse e maltrattamenti, prima di essere abbandonate al confine libico. La Guardia Nazionale ha arrestato otto persone (un ragazzo minorenne e sette uomini) e ha deportato le altre venti in Libia. I loro telefoni cellulari sono stati distrutti e il loro denaro è stato rubato.

Il 4 luglio, un secondo gruppo di 100 migranti e rifugiati è stato deportato nella stessa località al confine libico. Il gruppo è composto da persone di varie nazionalità, tra cui ivoriani, camerunensi e guineani, con almeno 12 bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 5 anni.

Questa espulsione è simile ad altre deportazioni forzate avvenute tra Libia e Algeria, che sono state criticate dalle persone in movimento dall’Africa occidentale e centrale. Inoltre, negli ultimi giorni sono state segnalate ondate di arresti e violenze contro migranti e rifugiati nella città di Sfax.

Le organizzazioni sottoscritte condannano le violazioni dei diritti umani subite da questi migranti, richiedenti asilo e rifugiati. Esortiamo le autorità tunisine a fornire chiarimenti su questi eventi e a intervenire con urgenza per garantire l’assistenza e il sostegno immediato a queste persone.

 

Association des Ivorien Actifs en Tunisie – ASSIVAT
Association pour le Leadership et le Développement en Afrique – ALDA
Association Tunisienne de Soutien aux Minorités – ATSM
BorderlineEurope – Menschenrechte ohne Grenzen e.V
EuroMed Droits
Forum tunisien pour les droits économiques et sociaux (FTDES)
Iuventa-crew
Ligue Algérienne pour la Défense des Droits Humains (LADDH)
Louise Michel MV
Maldusa
Mem.med
Migreurop
Minority Rights Group International
OnBorders
Organisation Marocaine Des Droits Humains (OMDH)
Organisation mondiale contre la torture (OMCT)
r42-sailandrescue
RESQSHIP
Salvamento Marítimo Humanitario
Sea-Watch
Syrian Centre for Media and Freedom of Expression (SCM)
Tamkeen for Legal Aid and Human Rights
WatchtheMed – Alarm Phone

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Fred S. Graham, L’anarchismo e la rivoluzione mondiale – Prima Parte

Titolo originale: Anarchism and the World Revolution. An Answer to Robert Minor, Pubblicato negli USA, 1921, p. 74

Schizzo biografico
Marcus Graham, il cui vero nome era Shmuel Marcus, nacque nella città rumena di Dorohoi nel 1893 da genitori ebrei ortodossi.
Nel 1907 la sua famiglia emigrò a Philadelphia, dove lavorò come sarto. Inizialmente socialista, Graham si unì al movimento anarchico locale di lingua yiddish. Oppositore della Prima guerra mondiale, lasciò gli Stati Uniti con diversi compagni per evitare di registrarsi alla leva e condusse attività antimilitariste a Montreal e Toronto, dove adottò lo pseudonimo di Robert Parsons. In quest’ultima città diresse il giornale anarchico in lingua yddish Der Einziger.
Nel 1919 si trasferì a New York e usò gli pseudonimi Fred S. Graham e Marcus Graham. Iniziò a collaborare col giornale anarchico The Anarchist Soviet Bulletin (TASB).
Il periodico condannava l’intervento militare americano nella Russia rivoluzionaria e invitava i lavoratori americani a rovesciare con le armi il governo degli Stati Uniti con uno sciopero generale e organizzare «soviet anarchici.»
In risposta alle rivolte razziali del 1919,1 nel primo numero di Aprile, il gruppo redazionale del TASB esortò i «lavoratori d’America, di colore o bianchi» a riconoscere che gli antagonismi razziali nell’industria del nord derivassero dalle divisioni esclusiviste create dai sindacati e dai datori di lavoro, e a «rendersi conto che quando ci uccidiamo a vicenda, va solo a vantaggio del capitalismo e contribuisce a mantenere [i borghesi] nella ricchezza, mentre noi soffriamo nella miseria e nel bisogno.»2
Il 15 Aprile 1919 Graham fu arrestato a Paterson, nel New Jersey, dopo che un poliziotto, insospettito dai suoi movimenti, gli chiese di mostrare il contenuto della sua valigia – la quale conteneva 2500 copie del TASB. Durante l’interrogatorio Graham dichiarò di chiamarsi Robert Parsons e di essere un cittadino canadese nato a Montreal.
Il 1° Maggio fu trasferito a Ellis Island in attesa della notifica di espulsione per il Canada. Due settimane dopo, Graham versò una cauzione di mille dollari e tornò a occuparsi segretamente della redazione del TASB. Nei mesi successivi, diversi altri membri del suo gruppo redazionale furono arrestati per aver distribuito il giornale: due vennero espulsi in Russia a Dicembre, mentre un’altra, Mollie Steimer, fu imputata nel caso storico della Corte Suprema Abrams contro gli Stati Uniti ed espulsa nel Novembre 1921.3 4
Nel Gennaio 1921, Graham rilanciò il mensile TASB con un nuovo titolo: Free Society. Come riportato nell’autobiografia dell’anarchico rumeno,5 un mese dopo, nel Febbraio 1921, gli ispettori dell’immigrazione raggiunsero Graham sui gradini della Biblioteca Pubblica di New York e lo riportarono a Ellis Island, dove subì un interrogatorio-pestaggio di ventiquattro ore. Per tutto il tempo Graham rifiutò di rivelare dove il suo gruppo stampasse il giornale e continuò a sostenere di essere un cittadino canadese di nome Parsons.
L’Ufficio dell’Immigrazione reputò che stesse mentendo e concluse che egli fosse «un suddito russo». Gli Stati Uniti, però, non avevano relazioni diplomatiche con il nuovo governo sovietico – il quale stava conducendo una forte repressione politica 6 -, e rifiutarono l’ingresso alla maggior parte degli anarchici russi. Ignorando sia il luogo di nascita e sia il suo vero nome, l’Ufficio dell’Immigrazione lo dovette rilasciare.
La situazione razziale e migrantofobica statunitense di quel momento storico – culminate, oltre le citate rivolte razziali, con l’Emergency Quota Act (1921) e l’Immigration Act (1924), due leggi che limitarono fortemente ogni forma di immigrazione dall’Asia e dall’Africa e fissarono quote estremamente basse sul numero di migranti provenienti dall’Europa meridionale e orientale ammessi ogni anno nel Paese –, portò Graham ad approfondire ulteriormente il suo essere anarchico e a lottare contro lo Stato e il Capitale.
Nel 1924 l’anarchico rumeno aderì all’International Group di New York, un’organizzazione anarchica composta da ebrei, italiani, spagnoli, americani di origine europea e altri.
L’organo d’informazione era il Road to freedom, che si proponeva di «rappresentare la concezione teorica dell’anarchismo negli Stati Uniti,» assumendo «una posizione di tolleranza nei confronti di tutte le sfumature dell’opinione anarchica, siano esse esposte da comunisti, individualisti, sindacalisti o anarchici senza alcuna affiliazione. Affinché tutti possano avere pari opportunità di esprimere le proprie opinioni, le colonne di Road to Freedom saranno aperte, entro limiti ragionevoli, a ogni compagno che abbia qualcosa da dire e che sia in grado di dirlo.»7
Ben presto le opinioni intransigenti di Graham lo collocarono ai margini, fino all’isolamento del movimento anarchico.8
Uscito nel 1925 dall’International Group di New York, si ritirò per un certo periodo nella colonia anarchica multietnica di Stelton, New Jersey, dove vivevano numerosi anarchici ebrei. Il suo desiderio di lavorare la terra fu reso arduo dal suo rifiuto di sfruttare o danneggiare gli animali: egli arava il terreno a mano invece di usare i cavalli da tiro.9
Secondo Joseph Cohen, che non aveva una buona opinione di Graham, «la natura lo aveva dotato di una certa dose di ostinazione, sfrontatezza e di un temperamento rivoluzionario focoso. […] Formò una propria cerchia di anarchici russi e italiani che capivano a malapena l’inglese e portò avanti la sua agitazione rivoluzionaria tra loro.»10
Graham iniziò a collaborare con i Rebel Poets, un gruppo informale di scrittori radicali fondato nel 1928 dagli scrittori anarchici Ralph Cheyney e Lucia Trent. Questa collaborazione portò, nel 1929, alla pubblicazione del suo libro An Anthology of Revolutionary Poetry. L’opera si distingueva da altre raccolte radicali e proletarie per la presenza di poesie redatte da persone afroamericane quali Countee Cullen (che era membro del comitato editoriale del libro), Paul Laurence Dunbar, Fenton Johnson, Georgia Douglas Johnson, James Weldon Johnson, Claude McKay e Langston Hughes, membro dei Rebel Poets.
Nel 1930 Graham promosse l’antologia, consegnando alcune copie nelle biblioteche. Dopo una breve deviazione in Messico, Graham venne arrestato da un ispettore dell’immigrazione a Yuma, in Arizona, per possesso di presunta letteratura anarchica — ovvero copie dell’antologia — e richiese un mandato per espellerlo in Messico. Un comitato di difesa ad hoc composto da scrittori radicali e dall’American Civil Liberties Union (ACLU) accorse rapidamente in aiuto di Graham e, dopo due settimane, una commissione di revisione del Bureau of Immigration respinse la richiesta perchè il mandato di espulsione pendente del 1919 aveva la precedenza — nonostante non potesse essere eseguito.
Tra il 1929 e il 1940 l’anarchico rumeno collaborò con L’Adunata dei Refrattari, giornale anarchico italo-americano, dove scrisse articoli in lingua inglese (firmati Sh. Marcus). Trasferitosi a San Francisco nei primi anni ‘30, Graham partecipò alle assemblee dell’International Group della città californiana. All’interno vi erano gruppi e soggettività anarchiche di lingua italiana, polacca, cinese, spagnola, tedesca, francese, yddish e russa.
Visto che l’inglese fungeva da lingua comune, l’International Group creò un organo di informazione: Man! A Journal of the Anarchist Ideal and Movement.
Diretto da Graham, il giornale « Man! ha e avrà idee da proporre a coloro che sono disposti ad affrontare la verità e ad agire in prima persona. Se ha un obiettivo – ed è questo – l’uomo ritrova fiducia in se stesso, nel proprio grande potere di liberarsi da ogni forma di schiavitù che oggi lo circonda. Man! è una rivista dedicata all’ideale e al movimento anarchico. Ogni questione sociale sarà affrontata con coerenza, senza concedere alcuno spazio al compromesso, che è la rovina di tanti ideali e idealisti.»11
La pubblicazione sostenne coerentemente l’attività rivoluzionaria, condannando i fascismi, lo stalinismo e il New Deal – definito «un’enorme mobilitazione della ricchezza pubblica atta a riparare le crepe abissali aperte delle fortune private delle istituzioni capitalistiche»12 -, e criticando fortemente i sindacati.13
Sull’antirazzismo, Man!, e più nello specifico Graham, fu in prima fila contro le violenze razziali di Stato.
Quando l’anarchico rumeno fece un viaggio nel Sud degli Stati Uniti per i fatti riguardanti i ragazzi di Scottsboro14, descrisse così l’ambiente: «non dimenticherò mai le esperienze umilianti e vergognose che ho vissuto come uomo bianco, assistendo ai maltrattamenti e alle umiliazioni vergognose che i neri del Sud sono costretti a subire. Sul primo tram su cui sono salito a Richmond, in Virginia, mi sono seduto vicino a una ragazzina di colore. Sono stati i minuti in cui tutti i bianchi mi fissavano a farmi finalmente prendere coscienza di ciò che avevo letto in passato sul calvario dei neri nel Sud. Il primo grande magazzino in cui sono entrato presentava fontanelle con la scritta «Bianchi» e «Colorati.» Entrando nei bagni si vedevano cartelli simili. Avvicinandomi a un cinema, ho scelto l’ingresso della balconata. Il bigliettaio mi ha guardato con sorpresa. Fu solo dopo essere entrato nella balconata che mi resi conto che quella sezione, come quella del tram, era riservata esclusivamente alle persone di colore. (I bianchi del Sud mi assicurarono che solo il mio colore nocciola molto intenso mi aveva permesso di evitare violente reazioni di risentimento da parte dei bianchi). Si potrebbero continuare a descrivere altri modi vergognosi con cui i bianchi maltrattano i neri, in particolare la segregazione degli alloggi e il divieto di camminare da soli di notte in una strada abitata da bianchi. Dei continui linciaggi di neri da parte di folle di bianchi e di funzionari della «legge», non c’è quasi bisogno di dire nulla, poiché il mondo intero ne è a conoscenza.»15
La repressione istituzionale non si fece attendere contro il giornale e Graham. Quando la redazione di Man! sostenne lo sciopero generale del Luglio 1934, gli ispettori dell’Ufficio dell’Immigrazione avviarono dei procedimenti contro gli scioperanti e i sostenitori del giornale anarchico.
Due anarchici italiani, Vincenzo Ferrero e Domenico Sallitto, rischiarono l’espulsione verso l’Italia fascista solo perché la polizia trovò nella loro abitazione dei numeri di Man!. L’espulsione venne evitata dopo un iter giudiziario durato 4 anni.16
Durante questo periodo, l’Immigration and Naturalization Service (INS) – come era stato ribattezzato nel 1933 l’Ufficio per l’Immigrazione -, ordinò nel Marzo 1936 a Marcus Graham di presentarsi nei loro uffici per il mandato di espulsione del 1919. Graham si presentò ma fu rilasciato dopo diverse settimane quando i funzionari si resero conto che era impossibile procedere all’espulsione. Dopo il suo rilascio, l’anarchico rumeno trasferì la testata a Los Angeles, dove gli agenti dell’INS lo arrestarono nuovamente il 6 Ottobre 1937.17
Rilasciato su cauzione, il comitato di difesa del 1930 fu ricostituito grazie alla sezione californiana meridionale dell’ACLU. Nacque così il Marcus Graham Freedom of the Press Committee.
Il caso di Graham attirò l’attenzione di una vasta schiera di artisti e scrittori (Alice Stone Blackwell, Countee Cullen e Edna St. Vincent Millay). Tra i membri del comitato di difesa figuravano Sherwood Anderson, John Dewey, John Dos Passos, John Haynes Holmes, Dorothy Parker e Norman Thomas.18
Nel frattempo, l’INS adottò una nuova strategia: citò l’anarchico rumeno davanti al tribunale distrettuale il 13 Gennaio 1938 per «rivelare i particolari della sua nascita sotto pena di essere condannato pel delitto di “criminal contempt.”»19
Graham si rifiutò di rispondere a qualsiasi domanda nelle fasi di dibattimento e fu accusato di oltraggio alla corte. Il giorno seguente, il suo caso di oltraggio alla corte fu discusso davanti al giudice distrettuale, il liberale Leon R. Yankwich. L’avvocato dell’ACLU che rappresentava Graham sostenne che il Quinto Emendamento lo tutelava dal rendere una testimonianza che potesse incriminarlo. Yankwich stabilì che tali tutele non si applicavano ai procedimenti di espulsione – in quanto questi erano procedimenti amministrativi e non penali.
Il giudice dichiarò Graham colpevole di oltraggio alla corte ma gli permise di rilasciare la sua dichiarazione di sfida al tribunale: «Ordinandomi di rispondere, e condannandomi per il mio rifiuto questo tribunale dimostrerà corretta la posizione degli anarchici; i quali considerano il governo non un. organo amministrativo che serve gli interessi del popolo, ma un nemico di questi interessi; non organo di verità ma di menzogna…non di giustizia ma di bassa ingiustizia… Se adesso io non fossi il redattore del giornale “Man!,” non mi troverei faccia a faccia con la prigione. E intanto “Man!” è pubblicato legalmente e come tale è accettato dal dipartimento delle poste. […] Il procuratore federale, concludeva drammaticamente che il mio principale delitto era quello di redigere “Man!” che propugna l’avvento di una società anarchica. Io mi sento orgoglioso di dichiararmi colpevole di questa accusa… La prigionia impostami da un tribunale presieduto da un “liberale” viene a sostenere in toto l’asserto anarchico che i governi sono fondati, esistono e si perpetuano per mantenere l’ingiustizia. Io chiuderò con le parole del più grande degli americani, Henry David Thoreau: “Anzicchè amore, ricchezze, e fama, datemi la verità.” Ed io aggiungo la Libertà: l’essenza vera dell’anarchia.”»20
Condannato a sei mesi, Graham fu rilasciato su cauzione in attesa dell’appello.
Il 28 Ottobre 1938, la Corte d’Appello del Nono Circuito ribaltò parzialmente la sentenza di Yankwich. Da una parte la Corte riteneva che «la sentenza è stata annullata in base alla legge che dà diritto a rifiutare di testimoniare contro sé stessi»; dall’altra «approva la decisione della corte inferiore per ciò che riguarda il nocciolo della questione, e cioè che può essere applicato un mandato di deportazione vecchio di diciannove anni e già riconosciuto invalido.»21 22
La nuova udienza di Graham si tenne il 26 Giugno 1939 davanti al giudice Yankwich che rinunciò all’incarico. L’ACLU chiese «un procedimento di “habeas corpus” che impugna la validità costituzionale di tutta la procedura dal 1919 in poi.»
Graham, da parte sua, persistette «nel suo rifiuto di rispondere alle domande prescritte […e] fu di nuovo condannato a sei mesi di prigione dal giudice Harry A. Holzer. Contro questa nuova condanna egli ha inoltrato appello e si trova libero sotto cauzione di 1000 dollari.»23
L’anarchico rumeno venne condannato definitivamente a sei mesi di carcere dalla Corte d’Appello del Nono Circuito agli inizi di Giugno del 1940. Un’eventuale espulsione era comunque impossibile da attuare: essendo ebreo, Graham non poteva mettere piede in Romania per via delle leggi anti-semite del governo Gova.24
Il giornale Man! chiuse i battenti nell’Aprile del 1940 in quanto non si trovò una tipografia disposta a stampare la pubblicazione anarchica.
Durante il conflitto mondiale, Graham collaborò con la rivista antimilitarista britannica War Commentary – al cui interno vi era una polemica contro la visione pro-guerra di Rudolf Rocker.25
Dopo la fine del secondo conflitto, Graham pubblicò Mankind and the State nel 1946 – un opuscolo in cui criticava il nuovo ordine capitalistico e ne richiedeva l’abolizione a favore di una cooperazione orizzontale fra gli individui.26 Oltre il capitalismo, l’anarchico rumeno polemizzò contro le ideologie stataliste spacciate per liberatrici come il marxismo 27 e contro l’industrializzazione sempre più onnnipresente.28 In italiano vennero pubblicati due suoi scritti su Volontà. Rivista Anarchica Mensile.29
Visse a Los Gatos, collaborando con i giornali anarchici fino alla sua morte, avvenuta nel 1985.
«Graham visse una vita lunga e attiva all’interno del movimento anarchico, spesso costellata da coinvolgimenti controversi al suo interno. Pubblicò opuscoli, contribuì con articoli a numerose pubblicazioni e compilò e curò An Anthology of Revolutionary Poetry. Con qualche inevitabile interruzione, Graham era il direttore della rivista anarchica Man! La maggior parte della persecuzione che subì in seguito fu, in realtà, dovuta alla gestione di Man!, pubblicata dal Gennaio 1933 all’Aprile 1940.»30

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Nota
Il saggio di Graham venne pubblicato a puntate su L’Adunata dei Refrattari, nn. 12- 20, (30 Settembre 1922 – 30 Gennaio 1923) e nn. 1-8 (10 Febbraio – 31 Marzo 1923). Le parole o frasi parentesi quadre sono correzioni o traduzioni fatte da noi.

 

Introduzione
È tempo che sulle cose russe ci addentriamo un po’. Insultati, additati come borghesi, grandi o piccoli, perché non ci accodammo mai al gregge dei plaudenti e vedemmo nel governo bolscevico un governo di più, è bene che ai lettori, agli appassionati di questioni sociali siano esposte le vere condizioni create ai rivoluzionari dai dittatori russi, condizioni che quelli in embrione vorrebbero imporre ovunque potesse trionfare uno scatto rivoluzionario. Niente più adatto che questo studio, in risposta a Roberto Minor, del compagno Fred S. Graham, che il nostro buon Picconiere31, ad utilizzare gli ozi forzati che la truculenta magistratura del Massachussets gli ha imposto, traduce per l’Adunata.


Robert Minor ha scelto il momento presente come il più opportuno per lanciare (vedi Il Liberator dell’Ottobre 1920) un attacco contro l’anarchismo, seguito dalla dichiarazione della sua conversione al bolscevichismo. Poi se ne viene fuori con un appello a tutti gli anarchici, esortandoli a seguire il suo esempio, e insinuando, nello stesso tempo, che in Russia gli anarchici tradiscono la Rivoluzione. Quando Robert Minor tornò dalla Russia, parecchi compagni nostri erano ansiosi di vederlo, specialmente per riguardo ai rapporti che allora ci pervenivano circa gli elogi che Robert Minor profondeva ai Soviet, e per la sua critica al Governo Bolscevico.
Oltre a questo noi sapevamo, per giunta, non solo dei suoi tre articoli apparsi sul “New York World” del Febbraio 1919, o dei due sul “London Herald” ma sapevamo anche di quelli pubblicati dal “Daily Bullentin” di Butte, Montana. Quando, finalmente, dalla costa del Pacifico egli arrivò all’est noi lo andammo a vedere, per sentire quello ch’egli aveva da raccontarci.
Ne fummo delusi. Egli se ne accorse subito. Più tardi Robert Minor cominciò a raccontare, a qualcuno di noi, ciò ch’egli realmente sapeva della Russia. Egli, in sostanza, asseriva che tutti i suoi articoli (inclusi quelli sul World) erano sostanzialmente veri, e oltre a ciò, ci raccontò cose tali da toglierci il respiro. Ma egli ci spiegò che il suo silenzio era dovuto principalmente al fatto che la stampa capitalistica interpretava ogni accusa contro il Governo Bolscevico come un attacco contro i Soviet della Russia, e siccome lui credeva che l’idea dei Soviet avrebbe suscitato l’universale Rivoluzione Sociale, così egli reputava meglio l’astenersi da ogni critica al Governo Bolscevico.
Fintanto che lui dimostrò di agire per salvare l’idea dei Soviet da ogni possibile danno noi ci sentimmo in dovere di mantenere il silenzio su molte cose ch’egli ci aveva raccontato.
Ora che lui non ci tiene più a salvare l’idea dei Soviet, ma solo di salvare l’idea Bolscevica, e accusa gli anarchici di tradimento, noi ci sentiamo svincolati dall’impostoci silenzio, e racconteremo a coloro che sanno leggere, pensare e ragionare, la storia che riguarda Minor e noi stessi.
Noi tacemmo allorquando Lenin cominciò ad attaccare l’Anarchismo e gli Anarchici col suo opuscolo La Rivoluzione e lo Stato (1917), e continuammo a tacere quand’egli continuò gli attacchi con tutti i suoi successivi scritti.
Noi tacemmo quando Bucharin e altri Bolscevichi Russi imitavano Lenin.
Noi tacemmo perfino quando Zinoview lanciò “l’appello” col quale invitava gli anarchici-sindacalisti e i gruppi degli anarchici-comunisti ad unirsi e collaborare col governo bolscevico, asserendo che parecchi gruppi anarchici erano di già passati al bolscevismo, e altrettanto avevano personalmente fatto molti anarchici. Noi sapevamo che “l’appello” fu lanciato dopo che gli anarchici sindacalisti della Russia ebbero spezzato ogni vincolo e ogni relazione coi bolscevichi, e che divennero aperti nemici.
Noi sapevamo che gli anarchici-sindacalisti avevano antecedentemente lavorato, di accordo coi bolscevichi, sul terreno rivoluzionario e industriale, ma che vennero costretti a dividersi, e a combattere i bolscevichi, perché costoro non cercavano che di centralizzare la proprietà del loro Governo, anziché assecondare lo sviluppo del Sindacalismo Industriale – come Minor dimostrò sì bene nel suo articolo “Lenin lotta contro il sindacalismo.”
Noi sapevamo che Zinoview mentiva, ma tacemmo.
E noi tacemmo, ancora e sempre, persino quando il “Partito-Comunista d’America,” con un’ignobile e inverecondo attacco travisava e calunniava l’Anarchismo col dire “che gli anarchici combattono per la “democrazia” e il capitalismo, tanto quanto combattono per i lavoratori” – mentre invece, essi, i “comunisti, sanno benissimo che noi combattiamo per il trionfo della Rivoluzione Sociale, e continueremo a lottare fino a che la libertà di ogni singolo individuo non sia un fatto compiuto.
Perché rimanemmo muti dinanzi a tanti insulti, a tante calunnie e a attacchi contro l’Anarchismo e gli Anarchici?
Noi abbiamo creduto che la vittoria della Rivoluzione, e la sua conquista del mondo intero, fosse cara ai bolscevichi quanto è a noi stessi, e che il rispondere apertamente a tanti e tali maliziosi attacchi, non avrebbe che danneggiato la Rivoluzione proprio quanto essa necessitava l’appoggio d’ogni ardente rivoluzionario. Ecco le ragioni del nostro silenzio.
Ora realizziamo quanto sbagliammo a credere la sincerità rivoluzionaria dei bolscevichi. È provato ormai che il loro mutamento di nome – da “bolscevichi” a “comunisti” – non è altro che uno stratagemma politico con lo scopo di spezzare l’onda del vero Comunismo, tanto in Russia come nelle altre nazioni, poiché il Comunismo, nel suo vero significato, è esattamente il rovescio di quanto i bolscevichi stanno facendo in nome di esso.
Perciò, quando riferendoci ai bolscevichi li chiameremo “comunisti,” quoteremo la parola quale un insulto al Comunismo – poiché essi lo sono.
Il servile appello per la pace da essi diretto alle nazioni capitalistiche, alle quali offrono lo sfruttamento delle risorse naturali della Russia, destituendo così il popolo Russo del suo legittimo avere, prova tutta la veridicità della nostra asserzione.
Nell’ultima sezione (1920) della loro Internazionale, i bolscevichi dimostrarono che essa non è un organo internazionale d’intesa e di cooperazione fra tutte le fazioni rivoluzionarie miranti al rovesciamento del capitalismo, ma è unicamente una meschina unione di dogmatici seguaci di Marx che vogliono dominare e controllare ogni possibile ed eventuale rivoluzione. Questo fatto prova irrefutabilmente la nostra antecedente asserzione dei continui attacchi, arresti e uccisioni compiute dai bolscevichi contro e sugli anarchici russi.
Sono coteste azioni da essi perpetrare in Russia, che ci costrinsero a dedicare un po’ del nostro tempo e della nostra energia ad esporli, una buona volta per sempre, al giudizio della Storia.
E siamo di lieti di farlo perché realizziamo pienamente che “per salvare la Rivoluzione russa, per rendere possibile la sua espansione sulle altre nazioni,” noi dobbiamo immediatamente dimostrare che i bolscevichi tradirono e tradiscono, e, se sarà possibile, tradiranno il Proletariato Internazionale.
Il Proletariato Mondiale deve cominciare a comprendere che due sono i suoi nemici nella sua lotta per la libertà.
E ora…! Uno di questi nemici è fuori di noi, l’altro è fra noi stessi.
Uno è il Capitalismo coi suoi organi di offesa e di difesa: lo Stato, la Stampa, la Scuola e la Chiesa; l’altro è, o meglio, sono i socialisti mascherati sotto il nome di Bolscevichi, Comunisti o Spartachiani, e tutti egualmente e concordemente intesi e desiderosi di ostacolare e rendere impossibile la vera liberazione dei lavoratori.
Sono questi i due nemici del Proletariato, che noi anarchici esporremo nella loro vera luce ed entità – sino a che il Proletariato insorga, e con noi lottando nella Rivoluzione Mondiale, rovescerà definitivamente questi due mortali nemici della libertà.
Per meglio avvalorare la nostra risposta, riportiamo la traduzione di un articolo: “Ciò che abbiamo attraversato,” scritto da due persone recentemente giunte dalla Russia e pubblicato dal giornale mensile degli anarchici russi “Volna” (“Onda) nel Settembre 1920.
Con questo chiudiamo questa introduzione, e, lasciando dinnanzi al lettore tutto il resto, confidiamo ch’egli vorrà studiare i fatti e gli argomenti da noi esposti, per poi agire conseguentemente.

 

Continua nella Seconda Parte

 

Note

1Vedi Red Summer. Link qui.

2To You Workers of America Colored or White, The Anarchist Soviet Bulletin, a. I, n. 1, Aprile 1919

3Richard Polenberg, Fighting Faiths: The Abrams Case, the Supreme Court, and Free Speech, Penguin, New York, 1987

4Secondo J. Edgar Hoover, capo del BOI (la futura FBI), la collaborazione dell’anarchica russa Steimer al TASB era «particolarmente pericolosa» e la induceva a tenere una «condotta disordinata.» Hoover fu anche il principale sostenitore dell’espulsione di Steimer dagli Stati Uniti. (Steve J. Shone, Women of Liberty, Brill, Leiden-Boston, 2019, p. 274)

5La nota autobiografica si trova nel libro Man!: An Anthology of Anarchist. Ideas, Essays, Poetry, and Commentaries, Cienfuegos Press, Londra, 1974

6Paul Avrich, L’altra anima della rivoluzione. Storia del movimento anarchico russo, Edizioni Antistato, Milano, 1978, pp. 241-274

7Ernesto A. Longa, Anarchist periodicals in english published in the United States (1833-1955). An annotated guide, The Scarecrow Press, Lanham-Toronto-Plymouth, 2010, p. 230

8Paul Avrich, Anarchist Voices. An Oral History of Anarchism in America, Princeton University Press, Princeton, 1995, p. 432

9Come raccontò Sam Dolgoff a Paul Avrich, «Stelton, come altre colonie, era infestata da vegetariani, naturisti, nudisti e altri membri di sette, che distoglievano l’attenzione dai veri obiettivi anarchici. Marcus Graham andava sempre a piedi nudi, mangiava cibi crudi, soprattutto noci e uvetta, e si rifiutava di usare il trattore perché contrario ai macchinari. Per non maltrattare i cavalli, [Graham] scavava la terra a mani nude. La maggior parte degli abitanti di Stelton lavorava a New York e nel New Brunswick, sebbene la colonia disponesse di una fabbrica cooperativa che produceva abbigliamento su commissione.» (Paul Avrich, Anarchist Voices…, p. 423)

10Joseph Cohen, The jewish anarchist movement in America. A historical review and personal reminiscences, AK Press, Edimburgo, 2024, p. 393

11In retrospect, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 1, n. 1, Gennaio 1933

12A New Deal?, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 2, n. 1, Gennaio 1934.

13Anarchists and the Labor Movement, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 2, n. 1, Gennaio 1934.

14Link qui

15The Scottsboro. Case of Injustice, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 3, n. 5, Maggio 1935.

16Le deportazioni, L’Adunata dei Refrattari, Vol. XVII, n. 3, 15 Gennaio 1938.

17U.S. Government Raids “Man!” and Jails Editor, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 5, n. 10, Ottobre 1937.

18Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 3, n. 6, Giugno 1935.

19Le deportazioni, Ibidem.

20Il caso Marcus Graham, L’Adunata dei Refrattari, Vol.. XVII, n. 5, 29 Gennaio 1938.

21Man!” in Tribunale, L’Adunata dei Refrattari, Vol. XVII, n. 53, 31 Dicembre 1938.

22Graham v. United States, 99 F.2d 746 (9th Cir. 1938). Link qui

23Il caso Graham, L’Adunata dei Refrattari, Vol. XVIII, n. 32, 19 Agosto 1939.

24Il governo di Octavian Gova pubblicò il 21 Gennaio 1938 il Decreto n. 169 “Legge sulla revisione della cittadinanza.” Gli ebrei presenti in Romania dovevano dimostrare di essere cittadini romeni all’indomani della costituzione della Grande Romania. Entro 40 giorni tutti gli ebrei dovevano presentare i documenti per la verifica. Coloro che non si conformavano o presentavano documenti incompleti, sarebbero stati dichiarati stranieri o apolidi – e quindi a rischio espulsione. In base a questo decreto furono esaminati i documenti di 617396 ebrei: 392172 (63,50%) conservarono la cittadinanza rumena, mentre i restanti 225222 (36,50%) la persero. Vedere Legislaţia antisemită în România Mare (ianuarie 1934 – 30 august 1940) (trad.: Legislazione antisemita nella Grande Romania (Gennaio 1934-30 Agosto 1940)). Link qui

25Vedere l’articolo di David Bernardini, Aderire o sabotare?, A Rivista Anarchica, a. 45, n. 401, Ottobre 2015; Marcus Graham, The Issues in the Present War, Freedom Press, Londra, 1943

26L’opuscolo è consultabile qui.

27Marcus Graham, Marxism and a free society, Cienfuegos Press, Over the water, Sanday, Orkney, KW17 2BL, 1976

28Vedere What Ought to be the Anarchist Attitude Towards the Machine, Man! A journal of the anarchist ideal and movement, Vol. 2, n. 3, Marzo 1934; FE View Not New…, Fifth Estate, vol. 15, n. 307, 19 Novembre 1981

29Anarchismo, capitalismo, marxismo, Volontà. Rivista Anarchica Mensile, n. 2-3, Ottobre 1950; Echi di un dibattito sulla stampa anarchica di lingua inglese, Volontà. Rivista Anarchica Mensile, n. 5, Settembre-Ottobre 1975.

30Nota inviata da un amico di Graham a Fifth Estate, n. 322, Vol. 20, Inverno-Primavera 1986

31Nota del blog. Pseudonimo usato da Bartolomeo Vanzetti. Vedere Luigi Botta, Sacco e Vanzetti: giustizia è fatta. La vicenda dei due anarchici, nei fatti e nelle battaglie per la riabilitazione, con lettere, fotografie e documenti inediti, Edizioni Gribaudo, Cavallermaggiore, 1978, p. 42

Fred S. Graham, L’anarchismo e la rivoluzione mondiale – Prima Parte ©, .

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L’estremismo di destra in Romania – Seconda Parte

Prima Parte

 

Capitolo IV
– Tendenze estremiste nella Chiesa ortodossa rumena
– La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste
– La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto
– La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa
– Legami storici con il legionarismo
– L’esercito e la Chiesa ortodossa

 

Tendenze estremiste nella Chiesa Ortodossa Rumena

L’inserimento della Bisericii Ortodoxe Române (BOR) (trad.: Chiesa Ortodossa Rumena) tra gli attori che possono svolgere un ruolo significativo nell’evoluzione dell’estremismo in Romania rappresenta un punto fondamentale del presente rapporto. Per molto tempo, il ruolo della religione nello sviluppo dei conflitti è stato sottovalutato e si è avuto su questo fenomeno un’interpretazione ideologica.1 Dopo gli attacchi di Al-Qaeda dell’11 Settembre 2001, il rapporto tra religione, fondamentalismo ed estremismo deve essere rivalutato.

Questa affermazione di carattere generale trova un riscontro nel caso della BOR. Il cristianesimo della Chiesa Ortodossa è di natura mistica, poco interessato ai valori del rispetto e della tolleranza tipici del cristianesimo praticato. In quanto attore nazionale, la Chiesa Ortodossa Rumena afferma la propria volontà di regolamentare i rapporti sociali e imporre una concezione «ortodossa» sugli atteggiamenti delle persone e delle istituzioni.

L’atteggiamento della BOR deriva dalla convergenza di quattro elementi:

a) la promozione di una dottrina di carattere esclusivista, sintetizzata dalle due idee del nazionalismo ortodosso: la Romania è lo Stato dei rumeni; essere rumeno significa essere ortodosso;

b) la negazione da parte della Chiesa Ortodossa Rumena dei principi dello Stato di diritto, considerati «di secondo ordine» rispetto ai principi ortodossi, legittimati dalla loro origine divina;

c) l’uso da parte del clero ortodosso di alcuni «strumenti» violenti (dai discorsi offensivi alle minacce e aggressioni fisiche);

d) l’aumento, in misura assolutamente impressionante, dei mezzi e della forza della Chiesa Ortodossa Rumena rispetto a tutti gli altri attori sociali.

La Chiesa ortodossa rumena: un contesto dove si manifestano le correnti estremiste fondamentaliste

La Chiesa Ortodossa Rumena è un terreno di correnti estremiste fondamentaliste. Gli elementi fondamentalisti di una “dottrina” clericale si ritrovano ovunque: nelle pubblicazioni patrocinate dagli ecclesiastici ortodossi rumeni, nelle dichiarazioni della BOR, nelle prese di posizione pubbliche di alcune organizzazioni della Chiesa ortodossa – come l’Asociația Studenților Creștini Ortodocși din România (ASCOR) (trad.: Associazione degli Studenti Cristiani Ortodossi della Romania). Tra le riviste citiamo «Icoana din adânc» e «Scara.»2

«Icoana din adânc» (pubblicata nel mese di Novembre 1997), rivista «di orientamento cristiano-ortodosso, teologia, cultura e arte,»3 pubblicava nel suo primo numero il seguente memoriale dove si metteva in guardia l’opinione pubblica su alcuni «fatti che minaccerebbero l’esistenza stessa della nazione rumena,» ovvero:

1) l’allineamento della legislazione rumena alla legislazione unica continentale;

2) la rinuncia alla Bessarabia e alla Bucovina (gli autori si erano espressi contro l’adesione alla NATO e all’Unione Europea);

3) la concessione di diritti di cittadinanza agli immigrati (che definiscono «scarti sociali dell’Asia, dell’Africa e dell’America»);

4) la concessione di «privilegi» alle minoranze;

5) l’adozione di una legge che permette agli stranieri di acquistare i terreni;4

6) la subordinazione economica al capitale straniero (un riferimento alla libertà degli investimenti, alla privatizzazione ecc.);

7) la pressione esercitata alla cultura rumena dai modelli lanciati in America, Francia ecc. (definita «pressione dell’impero»);

8) il liberalismo ateo, il caos dei diritti – il diritto di espressione, di opinione, di informazione ecc.;

9) la trasformazione della Romania in un terreno di propaganda delle sette scismatiche ecc.

Secondo questo memoriale, le politiche elencate porterebbero all’«annientamento spirituale-religioso di uno dei pochi centri cristiani.» Ma non ci sono solo queste tendenze fondamentaliste all’interno della BOR. All’interno dei luoghi cristiano-ortodossi abbiamo manifestazioni estremiste come quelle legionarie.

Presso il monastero Sâmbăta de Sus si è tenuto, ad esempio, l’incontro dei giovani nazionalisti rumeni, al quale hanno partecipato rappresentanti provenienti da Bucarest, Sibiu, Brașov, Cluj, Iași e Bacău.5

Qui si è discusso dell’organizzazione dei «nidi» legionari 6 esistenti in queste città.7 Alle concezioni e alle alleanze di carattere apertamente estremista si sono aggiunte, nel corso del tempo, le azioni violente avallate dal clero ortodosso. Numerose sono state le aggressioni ai greco-cattolici da parte degli ortodossi incitati dai propri sacerdoti. Azioni violente hanno avuto luogo a Filea de Jos nel 1991; a Visuia (Bistrița-Năsăud) nel 1991; a Turda nel 1991; a Mărgău (Cluj) nel 1991; Ceaba (Cluj) nel 1992; a Hodac (Mureș) nel 1992; a Hopârta (provincia di Blaj) nel 1993; a Salva (Năsăud) nel Gennaio e Luglio 1993; a Romuli (Bistrița-Năsăud) nel 1994; a Pârâul Frunții (Neamț) nel 1994; Breb (Maramureș) nel 1994; Iclod (Cluj) nel 1997; Botiza (Maramureș) nel 1998; Ocna Mureș (Alba) nel 2002 ecc.8

Oltre ai conflitti con i greco-cattolici, sono state particolarmente note le ostruzioni o le aggressioni verso i battisti, gli evangelici,9 gli avventisti 10 e i Testimoni di Geova.11 Il caso di Ruginoasa/Iași (Dicembre 1997) ha portato a proteste internazionali.12

Il caso Ruginoasa è importante in quanto ha evidenziato il sostegno violento palese della stessa gerarchia ortodossa. Riguardo questa vicenda, il Metropolita di Moldavia e Bucovina ha reso pubblico il seguente comunicato: «Né la comunità ortodossa né i sacerdoti ortodossi sono colpevoli di ciò che è accaduto lì. I colpevoli sono coloro che sono entrati nel seno di una comunità eminentemente ortodossa (…) e li hanno aggrediti spiritualmente nella loro stessa casa. Non hanno rispettato la Costituzione, il buon senso, hanno sfiorato i limiti della morale sociale e cristiana presentandosi con sfrontatezza e sfacciataggine – considerando, probabilmente, gli abitanti del villaggio degli ignoranti – e hanno cercato di fare proselitismo.»

Altro esempio sulla violenza della BOR è la processione di Cluj del 20 Marzo 1998. Su invito dell’arcivescovo di Vad, Feleac e Cluj, Bartolomeu Anania, era stata organizzata una manifestazione di circa 2500 sacerdoti e seminaristi per protestare contro la sentenza giudiziaria che restituiva la Cattedrale della Trasfigurazione del Signore alla Chiesa greco-cattolica.13

Alla fine della manifestazione, l’arcivescovo minacciò in termini esopici14: «Voglio che tutti sappiano, amici e nemici, che siamo in piedi e che veglieremo e che al pugno o al bastone ci opporremo con la croce. Ma è bene sapere che da oggi la nostra croce sarà salda. Li invito a non approfittare dell’umiltà ortodossa.»15

La Chiesa ortodossa rumena e la contestazione dello Stato di diritto

L’esempio precedente illustra l’aperta opposizione della BOR a una sentenza giudiziaria definitiva e, più in generale, la contestazione dei principi dello Stato di diritto. La Chiesa ortodossa rumena ha rifiutato in molti casi l’esecuzione di sentenze giudiziarie a lei sfavorevoli; alcune chiese greco-cattoliche non sono state restituite nonostante i verdetti dei tribunali. Inoltre, le istituzioni statali hanno accettato di sottomettersi all’arbitrarietà della Chiesa Ortodossa Rumena. Un caso di questo tipo, anch’esso molto noto, è il divieto del Congresso internazionale dei Testimoni di Geova del Giugno 1996 – che si sarebbe dovuto tenere a Bucarest.

Alcuni ministeri e altre autorità pubbliche hanno violato il contratto iniziale con i Testimoni di Geova a causa dell’ampia campagna contro il Congresso lanciata dalla Chiesa ortodossa.

A sostegno della posizione della BOR si sono schierati numerosi politici – sia del governo e sia dell’opposizione.16 Una pratica corrente degli ecclesiastici ortodossi consiste nell’esercitare pressioni sul Parlamento e impedirgli così di risolvere questioni essenziali relative alla giustizia interconfessionale e adozione di atteggiamenti antidiscriminatori – in ottemperanza agli obblighi costituzionali e internazionali assunti.

Il 12 Giugno 1997 il Senato aveva approvato un progetto di restituzione di alcune chiese greco-cattoliche. La gerarchia ortodossa bloccò il progetto con una reazione pronta e veemente.

Il patriarca Teoctist definì l’iniziativa legislativa un diktat «che può avere conseguenze imprevedibili per la pace della Transilvania, di cui saranno responsabili coloro che hanno votato questo progetto di legge.»

Il metropolita di Ardeal ha dichiarato a sua volta: «La legge (…) genererà conflitti, rivolte, con risultati imprevedibili.» Essa costituirebbe «un attentato alla vita della Chiesa ortodossa rumena e del nostro popolo.» Andrei, vescovo di Alba Iulia, ha annunciato: «Non credo che la Chiesa ortodossa rumena permetterà a nessuno di imporre la propria volontà.»

Nei suoi interventi rivolti ai parlamentari, la BOR invoca spesso come minaccia la propria capacità di influenzare l’elettorato. Quando il 13 Settembre 2000 il Sinodo lanciò un appello contro la depenalizzazione dell’omosessualità, esso invocò con palese soddisfazione e a più riprese, i milioni di «cristiani ortodossi (…) che con il loro voto hanno dato mandato ai parlamentari della Romania,» concludendo che «i legislatori (…) prestino orecchio alle esigenze dei rumeni (…) che quest’autunno si recheranno alle urne.»

La sottomissione della classe politica alla pressione ortodossa

La sicurezza della gerarchia della BOR è dovuta anche all’umiliante sottomissione della classe politica. Oggi non esiste alcuna apertura di un congresso di partito senza un rito religioso ortodosso. I politici si sentono obbligati a essere presenti ai grandi eventi confessionali. Prima delle elezioni del 1996, tutti i candidati alla presidenza hanno dato prova della propria devozione accogliendo l’arrivo delle sacre reliquie di Sant’Andrea a Iași.17

Il presidente Emil Constantinescu, i rappresentanti della Chiesa ortodossa rumena e altre personalità dello Stato si sono riuniti il 5 Febbraio 1999 per benedire il luogo e erigere una croce nel punto in cui la BOR desiderava costruire la Cattedrale della Salvezza del Popolo, sebbene il Consiglio Generale del Comune di Bucarest – l’unico competente in materia –, si fosse rifiutato di approvare l’ubicazione richiesta dalla Patriarchia.18 Il presidente Emil Constantinescu ha partecipato insieme al patriarca Teoctist, nel 1999, alla consacrazione della chiesa costruita dalla società LukOil nel Cimitero dei Petrolieri di Ploiești, sebbene ciò non costituisse un segnale positivo, a livello internazionale, per la politica della Romania.19

Sulla scia di tali relazioni tra la Chiesa Ortodossa Rumena e il mondo politico, è prevedibile che alcune istituzioni destinate a difendere i valori dello Stato laico diventino strumenti della Chiesa Ortodossa Rumena. L’istituzione che si è distinta da questo punto di vista è stata la Segreteria di Stato per i Culti.20

Un esempio lampante, ma meno noto, è stato il sostegno da parte del primo ministro Radu Vasile, nel Settembre 1999, a un progetto di legge sul regime generale dei culti religiosi promosso dalla BOR. Esso violava gravemente le garanzie costituzionali della libertà di religione – tanto che il governo aveva modificato in senso positivo una serie di articoli. Nonostante sia il governo, e non il primo ministro, ad avere l’iniziativa legislativa, il primo ministro Radu Vasile ha presentato il progetto al Parlamento nella versione non emendata, contravvenendo alla volontà del governo e accontentando il Patriarca.21

La velocità e la portata dei cambiamenti di cui beneficia la Chiesa Ortodossa Rumena nella vita dello Stato è dimostrato dallo statuto della Patriarchia di Romania. Il Patriarca Teoctist Arăpașu, costretto all’inizio del 1990 a dimettersi dalla guida della BOR per la sua collaborazione con il regime di Ceaușescu, è diventato uno tra le personalità più onorate nel 2000.22 Un vero e proprio culto della personalità, secondo solo a Nicolae ed Elena Ceaușescu.

Un’altra possibile evoluzione nel rapporto tra la Chiesa Ortodossa Rumena e la vita politica è il coinvolgimento diretto dei religiosi ortodossi nelle elezioni. L’arcivescovo Bartolomeu Anania ha chiesto, nel 1998, che alle «prossime elezioni parlamentari, anticipate o meno che siano, la Chiesa ortodossa rumena (…) rinunci alla riserva che si è imposta e (…) raccomandi, a livello di parrocchie, le persone da promuovere in Parlamento, indipendentemente dalla loro appartenenza politica.»23

A sua volta, il vescovo di Argeș e Muscel, Calinic, ha chiesto ai partiti politici dei posti eleggibili all’interno delle liste dei candidati per le elezioni locali e persino per quelle parlamentari.24

Del resto, «quasi tutti i partiti di Argeș, sia di sinistra che di destra dello schieramento politico, hanno accettato sacerdoti nelle loro liste di candidati.»25

Legami storici con il legionarismo

Le tendenze estremiste della Chiesa Ortodossa Rumena si sono manifestate, a livello storico, nell’adesione al legionarismo tra le due guerre mondiali.

Da un lato, il legionarismo si era autodefinito come movimento cristiano-ortodosso – con il rituale legionario che riprendeva il culto dei defunti, la pratica del digiuno e della preghiera. D’altra parte, i sacerdoti e i gerarchi ortodossi costituirono un importante sostegno al legionarismo, mentre le ambiguità del Sinodo – che condivideva gran parte dei valori legionari – derivavano esclusivamente dalla sua doppiezza. Nella sua lettera pastorale del 1934, il Sinodo sostenne la gioventù universitaria nazionalista, incoraggiandola nelle sue azioni xenofobe e antisemite;26 tra i comandanti legionari vi furono anche degli ecclesiastici ortodossi.27 Dopo l’assassinio del primo ministro Armand Călinescu, vennero uccisi per rappresaglia numerosi legionari. Viorel Trifu, capo dell’Unione Nazionale degli Studenti Cristiani Ortodossi, fu uno dei principali iniziatori della ribellione legionarista del 21-23 Gennaio 1941; il 7,64% dei condannati per questo tentativo di colpo di Stato era costituito da sacerdoti.28

I ranghi inferiori del clero e gli studenti delle facoltà di teologia furono simpatizzanti del movimento legionarista. Questi ultimi parteciparono a azioni violente come la devastazione della sinagoga «Reşit Daath.» Tra i giovani legionari si distinse l’attuale Patriarca Teoctist Arăpașu29 e l’odierno Vescovo di Cluj, Feleac e Blaj, Bartolomeu Anania. Lo storico Gabriel Catalan sintetizza così questa storia: «…sebbene la leadership della Chiesa Ortodossa Rumena mantenesse una posizione riservata o congiunturale, il clero ortodosso di livello inferiore aderì o simpatizzò massicciamente con il Movimento Legionario, rappresentandone l’élite e svolgendo un’intensa attività propagandistica, fino alla partecipazione significativa della ribellione del Gennaio 1941.»30

Dopo l’ascesa al potere dei comunisti, molti sacerdoti legionari vennero imprigionati; altri, invece, furono reclutati, diventando pedine del nuovo regime all’interno dell’istituzione ecclesiastica. Fino al 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena fu uno strumento delle autorità comuniste. Tutti i gerarchi ortodossi dovettero collaborare con questo regime essenzialmente ateo.31 La BOR iniziò a svolgere un nuovo ruolo dal momento in cui il comunismo rumeno assunse i contorni di un nazional-comunismo.

Da quel momento, la Chiesa Ortodossa Rumena venne utilizzata apertamente per legittimare le misure scioviniste e xenofobe del regime.

L’Esercito e la Chiesa ortodossa

Una delle forme più pericolose e di indebolimento del confine tra la BOR e lo Stato è il rapporto tra la Chiesa e l’Esercito. Un fattore che ha contribuito all’avvicinamento delle due istituzioni è stato il sostegno popolare.32 Il Barometro dell’Opinione Pubblica – uno strumento di analisi dell’opinione pubblica in Romania -, ha riportato negli ultimi sei anni i seguenti dati relativi all’indicatore «fiducia» nei confronti della Chiesa e dell’Esercito33:

I dati mostrano una fiducia quasi unanime alla Chiesa.34 Anche la fiducia verso l’Esercito è notevole, sebbene sia inferiore rispetto alle altre istituzioni sociali.

In questo contesto è evidente la fragilità della coscienza civico-politica dell’intera società rumena: i vertici dell’Esercito e della Chiesa tengono a sottolineare costantemente l’idea che entrambi rappresentino le «istituzioni fondamentali» dello Stato rumeno.35 I vertici dell’esercito e della BOR, tenendo conto dei propri interessi e della necessità di massimizzare la propria quota rispetto agli altri attori della società, fanno costantemente riferimento alla fiducia popolare.

Queste due istituzioni sono accomunate dall’importanza del concetto di autorità, dalla logica comune dell’ordine istituzionale rigoroso 36 e dalla loro avversione ai valori liberali e della diversità – comprese le categorie che non si conformano al modello tradizionale di società.

Esse, quindi, possono contare su una solidarietà reciproca a lungo termine, che può essere sfruttata in contesti antidemocratici da forze politiche di carattere conservatore-estremista 37 e dai propri leader qualora si sentissero minacciati.

Un aspetto rilevante per la cooperazione «in profondità» tra l’Esercito e la Chiesa è la partecipazione del primo alla costruzione dei luoghi di culto, avvalendosi della manodopera – non retribuita – dei militari. Secondo delle indagini svolte sul campo, è emerso che le numerose chiese sorte in Romania sono completate grazie ai soldati inviati nei vari cantieri.

In che modo l’evoluzione della BOR nasconde un pericolo estremista? Dopo il 1989, la Chiesa Ortodossa Rumena ha registrato una crescita straordinaria. Sono state ripristinate le arcidiocesi tradizionali38 e istituite nuove diocesi.39 Sono state inoltre istituite la Metropolia dell’Europa Occidentale, la Metropolia dell’Europa Centrale e la Diocesi Ortodossa Rumena in Ungheria – una chiara intenzione di istituire diocesi nella maggior parte degli Stati occidentali. L’intenzione, inoltre, è istituire una diocesi in ogni contea.40

Le spese per l’istituzione di nuove eparchie41 nel Paese e all’estero sono molto elevate. Come sedi sono state messe a disposizione le ex residenze di Ceaușescu o gli alberghi del PCR.42 I gerarchi sono dotati di limousine e dispongono di un numeroso personale ausiliario. Ogni nuova eparchia istituita riceve diversi consiglieri e ispettori retribuiti, oltre al personale ausiliare (contabili, segretari degli eparchi, referenti, autisti). L’intero clero e il personale ausiliario sono interamente retribuiti dallo Stato. Per le funzioni religiose vengono riscosse ingenti somme che, nella loro stragrande maggioranza, non vengono registrate.

Sono state istituite altre 13 nuove Facoltà di Teologia, per un totale di 15, alle quali si aggiungono 38 seminari ortodossi. Il numero degli studenti nell’istruzione teologica universitaria ha raggiunto quota 12.444, di cui 6.514 nella sezione di Teologia pastorale. (Il fabbisogno di sacerdoti per l’intero Paese non supera le 11mila unità).

La Patriarchia ha ricevuto per legge 200 ettari di terreno, mentre alle altre eparchie ne sono stati assegnati 100 ciascuna.43 Questa continua richiesta di risorse44 e lo sviluppo inarrestabile della Chiesa Ortodossa Rumena potrebbero provocare una crisi di sistema. Si creerà una forte pressione sulle istituzioni e sulla popolazione, compromettendo gli orientamenti della democrazia (laica) rumena. L’enorme numero di laureati, insieme all’acquisizione di ricchezze della BOR – che la rendono, di fatto, il più grande ente autonomo della Romania-, accresce giorno dopo giorno il potere del clero ortodosso.

Si tratta di un processo con effetto di retroazione positiva: quanto più lo Stato fornirà prestazioni alla Chiesa ortodossa rumena, tanto più aumenteranno le richieste di ulteriori prestazioni statali.

Gli eventi dell’11 Settembre 2001 hanno richiamato l’attenzione sul pericolo proveniente dal fondamentalismo religioso.

L’esempio di ciò che sta accadendo in paesi islamici come l’Arabia Saudita è eloquente.

L’élite politica ha concesso risorse economiche alle scuole islamiche che hanno prodotto fondamentalisti – i quali sfidano questa classe e aumentano la pressione su di essa –, e garantiscono al clero islamico nuovi benefici che, a loro volta, generano altri oppositori religiosi… e così via dicendo, in un processo che alimenta l’estremismo.

Questo schema relativo all’evoluzione del fondamentalismo nei Paesi islamici si ritrova oggi nei paesi ortodossi.45 In Paesi come la Romania, la laicità dello Stato è costantemente contestata da una Chiesa, il cui potere economico, simbolico e politico cresce di giorno in giorno, sia in termini assoluti che relativi, rispetto a tutti gli altri attori della vita sociale.

 

Continua…

Note

1Douglas Johnston, Cynthia Sampson (a cura di), Religion, the Missing Dimension of Statecraft, Oxford, Oxford University Press, 1994.

2Rivista ortodossa sovvenzionata dall’Arcidiocesi di Bucarest. Tra i membri fondatori figura l’arcivescovo Bartolomeu Anania.

3Una rivista della gerarchia ecclesiale ortodossa – anche se l’Arcidiocesi di Bucarest non figura come editore ufficiale. Il collegio redazionale era presieduto da Teodosio Snagoveanu, vescovo vicario dell’Arcidiocesi di Bucarest, e composto da ecclesiasti ortodossi.

4In precedenza, l’ASCOR aveva indirizzato una lettera aperta al Presidente della Romania in occasione del voto nelle due Camere del Parlamento riguardante un emendamento che sostituiva un articolo restrittivo della Legge sugli investimenti – la quale concedeva agli stranieri l’acquisto di terreni sul territorio rumeno. La lettera era contro «l’operazione di accaparramento strategico del territorio, sia da parte dei rappresentanti degli Stati con interessi diretti nella zona, sia da parte dei centri religiosi di propaganda e proselitismo» (România liberă, 2 Aprile 1997).

5Incontro tenutosi il 22 Luglio 2000

6Nota del blog. Il nido, storicamente parlando, era «un piccolo gruppo di sette о al massimo dodici membri, che si chiamavano vicendevolmente camarazi,» un termine mutuato dall’esercito rumeno. «A livello superiore, la Legione era formata da un’organizzazione semi-militare e semi-mistica con una rigida gerarchia. In cima c’erano il «Capitano» ed un ristretto gruppo di «grandi comandanti della Legione». Il «nido», come unità strutturale del partito, fu un modello per i gruppi totalitari. Il termine stesso venne scelto per richiamarsi al bisogno di dipendenza e di sicurezza dei giovani. In esso,i legionari ricevevano l’addestramento di base, che consisteva in una certa conoscenza della storia e del martirologio della Guardia, nelle istruzioni riguardanti le regole di condotta, e soprattutto nell’ubbidienza incondizionata al Capo. Il «nido» aveva un’organizzazione interna monolitica, nella quale tutte le decisioni venivano prese all’unanimità.» (Zeev Barba, Prospettive psico-storiche e sociologiche sulla Guardia di Ferro, il movimento fascista rumeno in AA.VV., I fascisti. Un’opera indispensabile per capire le radici e le cause di un fenomeno europeo, Ponte alle Grazie, Milano, 1996, pp. 425-443)

7Hanno partecipato circa 15 giovani, tra cui l’appartenente all’ex Senatul Mișcării Legionare (trad.: Senato del Movimento Legionario), Sebastian Mocanu, membro della Fondazione Culturale “Prof. George Manu.” Nota del blog. Sebastian Mocanu, nato nel 1916 e morto nel 2001, fu un legionario della Guardia di ferro verso la fine degli anni ‘30. Dopo la caduta del regime comunista, Mocanu divenne un’icona dei movimenti di estrema destra rumena. Il Senato del Movimento Legionario menzionato da Andreescu era «un foro composto d’uomini d’oltre 50 anni, intellettuali, contadini o operai, che abbiano vissuto una vita assolutamente corretta e dato prova di fede nell’avvenire legionario e di saggezza. Essi debbono essere convocati nei momenti difficili, ogni qualvolta si avverta la necessità del loro consiglio. Non sono scelti, ma indicati dal capo della Legione e cooptati dal Senato. Rappresentano il più alto grado d’onore cui possa aspirare un legionario.» (Corneliu Zelea Codreanu, Per i legionari. Guardia di Ferro, Edizione di Ar, Padova, 1984) Come spiegato da Horia Sima, secondo e ultimo leader della Guardia di Ferro, il Senato del Movimento Legionario serviva a Codreanu per «riunire i “saggi” della Legione con cui potersi consultare nei periodi più difficili del movimento. Far parte di questo gruppo era il più grande onore che il leader della Legione potesse concedere a un legionario. […]» (H. Sima, The History of the Legionary Movement, The Legionary Press, Liss (Hampshire), 1995, p. 56)

8In molti dei casi elencati, la polizia non è intervenuta. Al contrario, gli agenti di polizia hanno impedito alcune manifestazioni religiose non ortodosse.

9«Le attività religiose della Chiesa Battista e dell’Alleanza Evangelica sono state spesso ostacolate dalle autorità locali influenzate dal clero ortodosso locale a Crucea, Valul lui Traian (distretto di Costanza), Isaccea (distretto di Tulcea), Frațilești, Săvești (distretto di Ialomița), Vânători, Tulucești (distretto di Galați), Șuțești, Gemenele (distretto di Brăila)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001

10«La Chiesa avventista del settimo giorno ha incontrato difficoltà nell’ottenere le autorizzazioni per l’utilizzo di spazi pubblici nei villaggi di Luna, Băiuț e Vălenii de Maramureș (distretto di Maramureș)» – Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania, 2001

11Le indagini hanno confermato la collaborazione tra le autorità statali e i sacerdoti ortodossi contro i Testimoni di Geova. Si vedano i casi di Roșu (1997); Bobicești e Laloșu (1997); Țânțăreni, provincia di Gorj (1997); Cluj-Napoca (1997); Pitești (1997) ecc.

12Dichiarazione dell’organizzazione «Droits de l’Homme sans Frontières» – Bruxelles, 1997. Diversi battisti sono stati aggrediti da una folla di ortodossi guidati dai loro sacerdoti. Inoltre i battisti sono stati aggrediti dagli abitanti di Cornereva nel 1997 (come mostrato da alcuni servizi giornalistici nazionali), di Pantelimon (Ilfov) nel 1998 e di Luncavicea (Caraș-Severin) nel 1999.

13Si sono uniti a loro i vescovi Bartolomeu Anania, Ion Mihălțan di Oradea, Andrei di Alba Iulia e Ioan di Harghita e Covasna, oltre al vescovo vicario patriarcale Visarion Rășinăreanu.

14Nota del blog. Per esopico si intende una modalità di comunicazione che fa uso consapevole di determinati accorgimenti retorici ed espressivi (come allegorie, metafore, circonlocuzioni) per mascherare il vero pensiero sottostante al testo e le idee veicolate dall’autore, in modo da render comprensibile il reale significato delle parole ai soli appartenenti a un movimento segreto o a un gruppo di cospiratori. Fonte: Linguaggio esopico. Link.

15Il discorso del metropolita presentava una straordinaria somiglianza stilistica con il discorso di Slobodan Milosevic del 28 Giugno 1989, tenuto al «Field of Blackbirds» – Pristina, luogo in cui si sono celebrati i 600 anni dalla battaglia del Kosovo (Kosovo Polje): «Sei secoli dopo [la battaglia di Kosovo Polje] ci troviamo nuovamente a scontrarci in battaglie e contese. Non si tratta ancora di battaglie armate, ma ciò non può essere ancora escluso» (Misha Glenny, The Fall of Yugoslavia, Londra, Penguin Books, 1993, p. 35).

16Al contrario, durante la sua visita a Bucarest, la moglie del presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton, ha protestato contro la violazione della libertà di culto in Romania, rifiutandosi di partecipare a un evento ufficiale.

17Il 13 Ottobre 1996, in occasione delle cerimonie legate all’arrivo delle spoglie dell’apostolo dalla Metropolia di Patrasso, erano giunti a Iași Emil Constantinescu, Ion Iliescu, Petre Roman, Nicolae Manolescu e tutti gli altri candidati. Tutti hanno rilasciato dichiarazioni devote e hanno sottolineato l’importanza della loro presenza in quella sede.

18Il Segretariato di Stato per i Culti aveva annunciato il 4 Gennaio 1999, tramite un comunicato, l’inizio dei lavori in Piața Unirii.

19La grande azienda petrolifera simboleggia la solidarietà tra la Chiesa Ortodossa Russa – guidata dall’ ex ufficiale del KGB, Alessio II, portavoce delle forze conservatrici russe – e la grande oligarchia russa, che ha pagato tra i 2 e i 3 miliardi di dollari per la costruzione di una cattedrale ortodossa di Mosca.

20Per rispondere alle richieste della Chiesa Ortodossa che intendeva fermare le attività delle minoranze religiose presenti in Romania, il segretario di Stato Gheorghe Anghelescu ha emesso, il 25 Marzo 1997, una circolare dove si chiedeva ai comuni di annullare o rifiutare le autorizzazioni per la costruzione di luoghi di culto di quelle comunità religiose non riconosciute (molte delle quali registrate come associazioni). Le autorità locali hanno prontamente eseguito ciò che era stato richiesto da questa circolare, nonostante la flagrante violazione delle garanzie costituzionali relative alla libertà religiosa (che include anche il diritto di beneficiare di tali luoghi di culto).

21Secondo le indagini dell’autore, l’iter è partito nell’Ottobre 1999. In seguito il progetto venne ritirato a causa di proteste interne e internazionali.

22Ha ricevuto medaglie e onorificenze di Stato; è diventato membro onorario dell’Accademia Rumena; è stato insignito di onorificenze da diverse associazioni professionali. Il Ministro della Cultura gli ha conferito la medaglia Eminescu mentre il Partidul Național Țărănesc Creștin Democrat (trad.: Partito Nazionale Contadino Cristiano Democratico) gli ha assegnato la medaglia giubilare etc.

23«Renașterea», n. 5/1998, p. 1.

24«Dato che la Chiesa ortodossa rappresenta l’87% della popolazione del Paese, sarebbe normale che essa avesse rappresentanti ecclesiastici in tutte le strutture di governo del Paese».(«La corsa al potere» in «Evenimentul zilei», 28 Aprile 2000, p. 6).

25Ibidem

26La prova più evidente della collaborazione tra il clero ortodosso e i legionari fu la processione in occasione dei funerali dei leader legionari Moța e Marin, nel Febbraio1937. Durante la processione officiarono decine di ecclesiastici, mentre la funzione religiosa principale fu celebrata da oltre 200 sacerdoti, guidati dal metropolita della Transilvania Nicolae Bălan, e da altri vescovi e vicari (Gabriel Catalan, La Legione e i ministri del Signore, in «Dosarele istoriei», n. 9, 2000, pp. 29-32).

27Quali Dumitrescu-Borșa, Vasile Boldeanu e Ștefan Palaghiță.

28Gabriel Catalan, op. cit.

29Archivio Serviciul Român de Informații, fascicolo 7755, vol. 3, f. 211: nota 131/30 Agosto 1949.

30Gabriel Catalan, op. cit., p. 32.

31Un solo gerarca aveva ammesso apertamente, dopo la rivoluzione del 1989, la collaborazione col regime comunista: il metropolita del Banat, Nicolae Corneanu. Questi ammise la destituzione di cinque sacerdoti della Metropolia del Banat – i quali nel 1981 avevano rimproverato la «prostituzione della Chiesa Ortodossa»,; la cooperazione con il Metropolita di Ardeal, Antonie Plămădeală nel denigrare, dinanzi al Consiglio Ecumenico delle Chiese, alcuni ecclesiastici oppositori del regime comunista; le relazioni presentate alla Securitate.

32Lo dimostrano tutti i sondaggi d’opinione successivi al 1990

33Come termine di paragone aggiungiamo il Parlamento, istituzione fondamentale della democrazia (Fondazione per una Società Aperta, Barometro dell’Opinione Pubblica, Maggio 2001, Bucarest, http://www.osf.ro).

34Il grado di osservanza delle pratiche religiose può essere valutato sulla base dello stesso sondaggio d’opinione (Maggio 2001). Sono stati rilevati i seguenti dati: coloro che frequentano la chiesa quotidianamente sono il 2%; quelli che ci vanno alcune volte alla settimana è il 15%; una volta al mese o meno è il 33%; più volte al mese è il 40%. Il 53% degli intervistati afferma di credere nella vita dopo la morte, il 65% nel giudizio universale e l’88% nel potere della preghiera.

35In un volume di rilevanza ideologica, dedicato al rapporto tra Esercito e Chiesa (Ilie Manole, a cura di, L’Esercito e la Chiesa, Bucarest, Collana «Rivista di Storia Militare», 1996), il comandante Ilie Manole intitolava così un capitolo: «L’Esercito e la Chiesa, istituzioni fondamentali dell’unità e della continuità rumena»: «Abbiamo adesso questo primo libro sull’opera eroica, profonda, ininterrotta e utile che l’Esercito e la Chiesa hanno posto per le fondamenta della nostra Casa, chiamata oggi Romania. Ora e nei secoli dei secoli, siano benedetti tutti: il Libro (inteso come Bibbia, ndt), la Croce, la loro opera e il focolare, in cui essi coesistono con lo scudo» (p. 6); «La Croce e la Spada, la Bandiera e il Vangelo devono convivere. La Chiesa e l’Esercito devono unirsi e dare il proprio contributo a lungo termine alla formazione delle grandi personalità di cui ha bisogno il nostro popolo e la società rumena» (p. 263). Il rappresentante della Chiesa ortodossa rumena, Daniel Ciubotea, metropolita di Moldavia e Bucovina, identifica le due istituzioni come garanti dell’unità dello Stato rumeno: «la cooperazione tra l’Esercito e la Chiesa è un fattore di promozione dell’unità nazionale.» (p. 10)

36All’interno della Chiesa ortodossa esiste un ordine quasi militare.

37È significativo che lo Stato rumeno abbia compiuto una dimostrazione simbolica nella regione con massima prevalenza ungherese – la contea di Harghita: 84,5% di ungheresi –, insediando un corpo d’armata e una diocesi ortodossa (Diocesi di Harghita e Covasna) nel 1998.

38Le arcidiocesi di Tomis e Suceava, la diocesi di Caransebeș e le diocesi di Huși, Argeș e Maramureș.

39L’arcidiocesi di Târgoviște, la diocesi di Călărași e Slobozia, la diocesi di Giurgiu, la diocesi di Alexandria e Teleorman e la diocesi di Harghita e Covasna.

40Nicolae Boroiu, «Studio sul sostegno della leadership della Chiesa Ortodossa Rumena al nazionalcomunismo e al fondamentalismo ortodosso», 2001, inedito.

41Nota del blog. È utilizzato in molte Chiese cristiane per indicare una circoscrizione amministrativa o religiosa. Il corrispondente titolo spettante al suo capo è Eparca o vescovo. Fonte: Eparchia. Link

42Precisamente a Slobozia, Miercurea Ciuc, Târgoviște, Alexandria, Turnu Severin e Slatina.

43Anche quelle di recente fondazione che non hanno mai posseduto terreni, parrocchie e monasteri antichi e nuovi,

44Solo per la costruzione del nuovo Seminario teologico di Bucarest sono stati stanziati di recente (Gennaio 2002) circa 1,5 milioni di dollari. La Chiesa della Salvezza del Popolo costerà, secondo le stime di alcuni architetti, oltre 1 miliardo di dollari, e la Chiesa Ortodossa Rumena intende ottenere il sostegno dello Stato, indipendentemente dall’impatto economico che ciò potrebbe comportare.

45In proporzioni variabili da Stato a Stato. Un’evoluzione simile si sta verificando nella Federazione Russa, dove la Chiesa Ortodossa è onnipresente nella vita dello Stato.

L’estremismo di destra in Romania – Seconda Parte ©, .

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L’anarcosindacalismo versus la «ribellione contro il lavoro» – Seconda Parte

Prima Parte

L’anarco-sindacalismo nei film e nei documentari

La Patagonia rebelde (1974) di Hector Olivera – trasposizione cinematografica di uno degli episodi più tragici della storia dell’anarco-sindacalismo argentino -, e The Wobblies (1979) di Stewart Bird e Deborah Shaffer – un documentario che rende omaggio all’eredità dell’IWW -, condividono un impulso ideologico simile. Entrambi i film mostrano un affetto nostalgico per una solidarietà militante che sembra essersi erosa nel contesto contemporaneo dove il sindacalismo è identificato con le organizzazioni burocratiche (AFL–CIO e l’International Brotherhood of Teamsters.1)

 

Scena tratta dal film “La Patagonia rebelde”

La Patagonia rebelde riconosce apertamente il debito del movimento operaio argentino verso l’anarco-sindacalismo. Il film di Olivera sintetizza la tradizione del thriller politico,2 inaugurata da Francesco Rosi,3 con elementi di genere in gran parte derivati dai western e dai “film gaucho.”4 Il risultato è una narrazione in cui l’agenda ideologica appare intrigantemente distorta.

Prodotto in un momento storico turbolento per l’Argentina – e che da lì a poco sarebbe passata verso una severa repressione statale -, il film potrebbe essere visto come un’esortazione allegorica dei giorni di gloria degli anni Venti.

Al contrario, la conclusione pessimistica di Olivera, che descrive accuratamente la brutale strage di millecinquecento scioperanti e leader anarco-sindacalisti da parte dei militari durante lo sciopero della Patagonia del 1921, offre poche speranze per un ringiovanimento dell’anarco-sindacalismo negli anni ’70. Il periodo che va dal 1973, quando La Patagonia rebelde venne girato sotto l’egida della casa di produzione di Olivera, al 1974, quando il film fu soppresso da un governo meno tollerante – nonostante avesse riscosso un notevole successo al botteghino -, è similare a quello raccontato dal film stesso riguardo il passaggio avvenuto dal liberalismo ipocrita all’autoritarismo palese.

Ad esempio, la Confederación General del Trabajo de la República Argentina (CGT), costituita negli anni ‘30, era un sindacato vagamente socialdemocratico che conservava alcune tracce del sindacalismo militante fiorito negli anni ‘20. Ma quando nel 1974 il regime di destra di Isabel Perón sostituì quello leggermente più tollerante del marito, lo Stato decise di sradicare ogni traccia di opposizione di sinistra.

Dennis West osserva che «nel periodo d’oro del Cinema Novo brasiliano, il governo permetteva la proiezione di film sovversivi ma allegorici, presumibilmente perché potevano essere compresi o attrarre solo una manciata di intellettuali.»5 Tuttavia, West conclude che la rievocazione delle lotte passate da parte di Olivera fosse una provocazione eccessiva per i peronisti argentini reazionari – i quali esercitavano un potere altrettanto forte. L’importanza di questo film deriva dalla sua peculiare fusione di elementi populisti e radicali. In quanto esempio di cinema del Terzo Mondo, non si conforma alle formule “decostruttive” rigide proposte da alcuni critici. Tuttavia, la sua accessibilità non implica alcuna capitolazione all’ideologia dominante. La Patagonia rebelde si apre con un flash-forward in cui un anarchico lancia una bomba contro il tenente colonnello Zavala, l’emissario del governo che ha orchestrato la repressione contro la leadership anarco-sindacalista e il massacro in Patagonia. Il film impiega sottilmente figure composite per rappresentare personaggi storici reali, e questa sequenza iniziale rielabora l’omicidio compiuto da Kurt Wilckens (un anarchico tedesco che in origine era stato, ironia della sorte, un pacifista tolstojiano; la sua complessa discendenza politica non è menzionata nel film) ai danni dello spietato colonnello Varela, trasformando l’atto in un ritratto vagamente romanzato di vendetta disperata.6

Copertina del supplemento de La Protesta, “Causas y efectos. La tragedia de la Patagonia y el gesto de Kurt Wilckens,” a. VIII, n. 299, 31 Gennaio 1929

Come dimostra Osvaldo Bayer nella sua vivace biografia di Severino di Giovanni,7 la quasi totale eradicazione del movimento anarco-sindacalista da parte dell’élite argentina costrinse gli anarchici disperati ad adottare tattiche sempre più violente. L’anarco-sindacalismo si è spesso rivelato una tendenza controversa all’interno dello stesso anarchismo, poiché molti anarco-comunisti, in particolare Petr Kropotkin, sostenevano frequentemente che l’orientamento sindacalista fosse suscettibile a strategie riformiste che avrebbero ostacolato la trasformazione sociale. Gli anarco-sindacalisti di principio come Rudolf Rocker risposero a questi avvertimenti, sostenendo che la struttura decentralizzata dei singoli sindacati prefigurasse i contorni di una società post-rivoluzionaria.8

Dall’inizio de La Patagonia rebelde alla sua amara conclusione, Olivera sottolinea l’evidente divisione tra gli anarco-sindacalisti: da una parte gli intellettuali che promuovono, a livello teorico, ciò che Rocker definiva lo «sciopero sociale» — un intervento volto alla «protezione della comunità contro le conseguenze più perniciose del sistema attuale»9 —, dall’altra gli organizzatori che tentano attivamente di realizzare un evento catalitizzatore di questo tipo.

Olivera illustra questa opposizione tra pensatori e uomini d’azione attraverso l’antagonismo fraterno dei vecchi idealisti anarchici. Lo spagnolo Graña e il burbero, e alla fine martirizzato, bakuninista tedesco Schultz si scontrano energicamente con i loro compagni altrettanto altruisti ma più pragmatici – in particolare il giovane spagnolo Antonio Soto. Sebbene Schultz e Soto diventino compagni inseparabili, uno dei pochi momenti comici del film è una riunione sindacale in cui Graña viene rimproverato per aver blaterato sui classici anarchici e gli viene detto di riservare la sua esegesi per l’incontro dedicato alle questioni teoriche. Nonostante queste battute scherzose rivolte agli ideologi loquaci, La Patagonia rebelde condivide la malinconica speranza di Schultz per un “paradiso terrestre,” che appare come un obiettivo sempre più sfuggente man mano che il film procede. L’opera cinematografica è uno dei pochi esempi di cinema anarchico che esamina un’alleanza tra lavoratori urbani e rurali e, mentre Olivera sposta la sua narrazione da Buenos Aires a Rio Gallegos, lo stile cinematografico assume un ritmo frenetico che rivaleggia con gli spaghetti western di Leone; lo stile di montaggio a scatti ricorda in qualche modo Bonnie and Clyde (1967) di Arthur Penn. Mentre la prima parte del film impiega uno stile classico e sobrio (principalmente primi piani e inquadrature a due) per rafforzare la precaria alleanza tra la “bandiera nera dell’anarchia e la bandiera rossa del sindacalismo”, le sequenze dedicate allo scontro tra i militari e l’“Associazione dei Lavoratori Liberi” della Patagonia presentano zoom, rapidi movimenti della [macchina da presa] sul carrello e un uso sapiente del montaggio.

Il campo lungo dell’esercito che brandisce le armi spinge lo spettatore a considerare gli anarchici come vittime indifese. Il film è limitato da una traiettoria narrativa un po’ meccanicistica dove lo status degli oppressi-vittime è inalterabile; in ultima analisi il governo e i militari, nonostante le loro intenzioni malvagie, sono più astuti degli scioperanti. Sorprendentemente l’odioso Zavala è uno dei personaggi psicologicamente più complessi del film. La sua trasformazione da conciliatore pragmatico a spietato autocrate è presentata in modo più lucido rispetto al pensiero, a tratti confuso, dei leader sindacalisti. In larga misura, la discesa di Zavala verso l’approvazione dello spargimento di sangue rispecchia le politiche del regime apparentemente “liberale” del presidente argentino Yrigoyen durante gli anni ’20 (questo leader “riformista” approvò diversi massacri di lavoratori durante una presidenza ignominiosa) e prefigura il pseudo-riformismo altrettanto incoerente dei peronisti.

Le acque ideologiche si confondono ulteriormente in diverse sequenze dove compaiono dei criminali comuni – il sedicente “Consiglio Rosso”, che tenta di infiltrarsi nel movimento anarco-sindacalista. La sua presenza in Patagonia fornisce al governo di Buenos Aires una comoda scusa per una politica di brutale repressione. Questi invadenti agenti provocatori non sono dissimili dai pistoleros, le cui tattiche di disturbo si sono rivelate debilitanti nel corso della storia del movimento anarchico spagnolo. Tuttavia, i chiassosi membri del Consiglio Rosso sono, forse, giustamente turbati dal puritanesimo radicato degli anarco-sindacalisti. Quando Schultz inveisce contro gli effetti deleteri dell’alcol, un chiassoso membro del Consiglio Rosso osserva che gli anarchici «sembrano preti». Come i loro compagni spagnoli, i sindacalisti argentini univano la militanza a un regime personale ascetico. Non è chiaro se Olivera stia affermando il loro credo laico o commenti indirettamente la repressione statalista che avrebbe segnato la storia argentina nei successivi sessant’anni. Soto sopravvive ai massacri imminenti fuggendo a cavallo, mentre Schultz è una delle tante vittime del regime.

Sebbene gli obiettivi sindacalisti non siano identici all’agenda anarchica generale, la maggior parte degli anarchici, almeno fino a poco tempo fa, sarebbero stati concordi con la frase del sindacalista francese Fernand Pelloutier, secondo cui «l’emancipazione della classe operaia deve essere fatta attraverso l’auto-emancipazione e che tale emancipazione deve essere raggiunta attraverso la creazione di istituzioni controllate e organizzate dai lavoratori stessi – dalle quali avrebbero ottenuto l’educazione morale e tecnica adeguata per una futura società senza padroni.»10

Passare da La Patagonia rebelde a un documentario americano sull’IWW potrebbe sembrare un notevole salto spazio-temporale; ma c’è sempre stata una discreta quantità di contaminazione internazionale all’interno delle file degli anarco-sindacalisti. Benjamin Martin, ad esempio, ipotizza che il segno distintivo “one big union” dell’IWW fosse senza dubbio «ben noto ai sindacalisti di Barcellona e potrebbe essere stato all’origine del termine sindicato único11

L’IWW, uno dei pochi sindacati americani impegnati, nonostante le numerose difficoltà, per l’auto-emancipazione dei lavoratori, compì uno sforzo notevole per creare una “nuova società all’interno del guscio di quella vecchia”. La trilogia U.S.A. di John Dos Passos contribuì a diffondere l’immagine dei Wobblies come fusione tra il radicalismo e l’individualismo americano per antonomasia. Dopo la scomparsa del sindacato, Hollywood rese spesso un tributo ambivalente alla sua eredità, alludendo ai Wobblies con condiscendente stupore. Quando divenne evidente che il sindacato, un tempo temuto, non sarebbe risorto, il cinema hollywoodiano colse la palla al balzo nel riesumare i ricordi degli amabili Wobblies. Hallelujah, I’m A Bum (1933) di Lewis Milestone, ad esempio, prende il titolo da una canzone dei Wobblies – che in questo caso è privata delle sue implicazioni radicali. Molti anni dopo, Hammett (1982) di Wim Wenders, un fantasioso resoconto dei primi anni dello scrittore di gialli hard-boiled, ritraeva un Wobbly anziano e innocuo e accattivante. Eli (interpretato da Elisha Cook Jr), un tassista burbero ma affabile, viene salutato dal personaggio principale – ex agente della Pinkerton e futuro membro del Partito Comunista – come “l’ultimo degli organizzatori dell’IWW”. Eli risponde in un modo che deve aver sconcertato i fan in gran parte apolitici di Wenders: “in realtà sono un anarchico con tendenze sindacaliste.”

Scena tratta dal film-documentario “The Wobblies”

The Wobblies (1979) di Stewart Bird e Deborah Shaffer è un film molto più serio, un documentario che cerca di far rivivere i ricordi storici di un’epoca dove il sindacalismo conviveva con la possibilità di un’insurrezione operaia. (Il film di Bird e Shaffer non perde tempo nel raccontare la storia apocrifa del soprannome Wobbly — presumibilmente derivato dalla pronuncia errata dell’acronimo dell’organizzazione da parte di un proprietario di un ristorante cinese-americano). Sebbene The Wobblies sia notevolmente più radicale di qualsiasi cosa immaginata da Hollywood, è problematico perché non riconosce l’ispirazione anarco-sindacalista che ha guidato l’IWW sin dalla sua fondazione  nel 1905 (il sindacato è adesso una piccola setta; il film trascura di menzionare che l’IWW esista ancora anche se in una forma meno visibile). Bird e Shaffer hanno semplicemente affermato che «[l’IWW] fosse uno degli argomenti di cui le persone trovavano estremamente difficile parlare… Ogni volta che veniva fuori quel tipo di argomento, calava un velo di silenzio, il che ci causava molta frustrazione.»12

Sebbene fosse indubbiamente vero che i Wobblies, ormai anziani, trovassero difficile parlare dei dibattiti interni — e la riluttanza dei registi a riportare tali dibattiti nella loro voce fuori campo non può certamente essere attribuita alla malafede —, la mancata enfasi sulle componenti anarchiche e anarco-sindacaliste – che sono state un aspetto estremamente vitale dell’eredità dell’IWW -, si traduce in una serie di strane lacune in tutto il documentario.

Il fatto che i leader Wobblies come William “Big Bill” Haywood, Lucy Parsons ed Elizabeth Gurley Flynn abbiano percorso una strada pericolosa e, agli occhi di molti, tragica, dall’anarco-sindacalismo de facto alla torta di mele stalinista 13 del Partito Comunista degli Stati Uniti, viene completamente ignorato da Bird e Shaffer.

Questa negligenza sulle sfortunate realtà politiche non è intenzionale; è, però, indissolubilmente legata alle strategie narrative diventate sempre più popolari nei documentari americani che, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, hanno cercato di emulare le tecniche della storia orale. Film come The Wobblies, Seeing Red (1984) e The Good Fight intrecciano le interviste tra i partecipanti anziani dei movimenti radicali, filmati d’archivio e una narrazione fuori campo contenuta. Questo stile, quasi stereotipato, presenta numerosi vantaggi: gli anziani radicali sono spesso attraenti e un approccio sintetico consente una panoramica informativa su argomenti che raramente, se non mai, sono stati affrontati nel cinema mainstream. Un pubblico, ignaro di come negli ultimi cento anni i lavoratori ribelli abbiano costantemente scoperto alternative radicali al sindacalismo convenzionale, può conoscere la storia nascosta dell’America in una forma insolitamente accessibile.

Eppure proprio l’accessibilità – o la consumabilità, per usare un termine più dispregiativo –, di questi film indica la debolezza intrinseca [di The Wobblies e] del rifiuto educato di Bird e Shaffer nello smuovere le acque e fornire così un resoconto storico dell’IWW che ne abbracci la complessità. Il fatto che una New Left14 invecchiata non volesse riaprire antiche ferite, né smascherare, al contempo, come la Old Left fosse lacerata da lotte interne feroci quanto quelle avvenute negli anni ’60, dimostrava come l’esaurimento dell’energia radicale alla fine degli anni ’70 generasse un desiderio di un passato sereno e monolitico. Il rifiuto dell’auto-riflessione in un film come The Wobblies non è semplicemente il prodotto di un conservatorismo stilistico che alcuni critici hanno trovato carente. Tale modo di fare ha permesso ai registi nostalgici di costruire la propria versione del Fronte Popolare – dove le differenze vitali tra anarchismo, liberalismo, stalinismo e trotskismo svaniscono mentre gli spettatori rimangono rassicurati da un caldo bagliore avvolgente. Non c’è bisogno di approvare le preferenze estetiche di Noel King per ammettere che la feticizzazione dell’autenticità personale e dell’umanesimo etico nostalgico – che egli individua nel film Union Maids (1977) -, sia evidente anche in The Wobblies.15

È vero che The Wobblies include una frase del boscaiolo Tom Scribner sulle furibonde dispute tra anarchici e bolscevichi del Pacifico nord-occidentale riguardo la notizia della Rivoluzione russa giunta ai membri dell’IWW. Tuttavia, si tratta solo di un riferimento aneddotico su una scissione dalle conseguenze di vasta portata. La decisione di Bird e Shaffer di limitare la loro panoramica sull’IWW al periodo precedente al 1917, evita il mutevole rapporto dell’organizzazione con il Partito Comunista e trascura la partecipazione degli anarco-sindacalisti.16 Certo, The Wobblies rende un servizio informando il pubblico che l’IWW fosse l’unica setta radicale nella prima parte del ventesimo secolo ad accogliere gli afroamericani tra le sue file a braccia aperte – e il film mette in risalto i ricordi di un Wobbly nero, James Fair. Tuttavia, il film trascura completamente di menzionare una donna di colore come Lucy Parsons che è stata tra le fondatrici dell’IWW e, a quanto si dice, un’oratrice potente quanto Big Bill Haywood o Elizabeth Gurley Flynn. È possibile che i registi fossero riluttanti a mettere in risalto i contributi della Parsons perché il suo successivo stalinismo la rese un paradigma tutt’altro che esemplare della militanza nera del ventesimo secolo?

Una sequenza dedicata allo sciopero tessile di Lawrence (Massachusetts) del 1912, illustra sia i punti di forza che le debolezze della storiografia divulgativa dei Wobblies. Bird e Shaffer presentano le interviste fatte a Angelo Rocco, uno dei Wobblies sopravvissuti – un uomo ormai anziano che all’epoca dello sciopero aveva diciannove anni. I suoi ricordi dello sciopero sanguinoso riescono a fornire una testimonianza commovente di un’epoca meno cinica e più militante. Le interviste sono intervallate dalle riprese dei murales di Ralph Fasanella che commemorano lo sciopero; la sincerità della sua arte popolare la protegge dal kitsch. Si fa riferimento anche a Joseph Ettor e Arturo Giovannitti, due leader dell’IWW falsamente accusati, in un processo farsa, di cospirazione (seminare il caos nelle fabbriche) e incitamento a commettere omicidi

Eppure Bird e Shaffer, che introducono questa sequenza con filmati d’archivio di immigrati che affrontano i rigori della terza classe, considerano lo sciopero di Lawrence importante soprattutto per il suo ruolo emblematico – un caso di studio che illustra la crescente partecipazione al movimento operaio radicale di questi lavoratori appena arrivati [negli Stati Uniti]. Sebbene il contributo sindacalista degli italo-americani sia innegabilmente importante, il film evita di affrontare le questioni strategiche cruciali che preoccupavano la base dopo la conclusione relativamente positiva dello sciopero. Le rivendicazioni industriali locali sono importanti per promuovere le riforme, ma possono mai innescare una rivoluzione sociale che abolisca il lavoro salariato? La struttura di un sindacato dovrebbe essere decentralizzata per incoraggiare l’azione diretta spontanea, o una struttura organizzativa più rigida può determinare meglio quando l’agitazione è appropriata?17

Queste polemiche sono state apparentemente considerate troppo astratte per un pubblico generale e forse avrebbero sminuito gli sforzi dei registi nel dipingere i Wobblies come eroi americani semplici e autoctoni. Nonostante la tolleranza dell’IWW per l’azione diretta ingegnosa, l’andamento dello sciopero di Lawrence fu determinato dai lavoratori stessi, non dalla leadership – per quanto decentralizzata potesse essere. Eppure The Wobblies rende omaggio a un sindacato e ignora il rapporto tra le esigenze della base e i dettami dell’organizzazione.

La decisione dei registi di ingaggiare Roger Baldwin (che guidava l’American Civil Liberties Union (ACLU) e accettò di espellere la comunista Elizabeth Gurley Flynn dall’organizzazione) come narratore del film, diventa una componente essenziale della semplicità cauta di questo documentario. Come lo storico Shelby Foote, narratore-protagonista di The Civil War di Ken Burns, Baldwin narra con un fascino burbero. La scelta di The Wobblies di puntare sul fascino piuttosto che sulla complessità lo rende un film ben intenzionato ma lontano dall’essere definitivo. Bird e Shaffer trascurano completamente, ad esempio, l’affascinante alleanza tra gli intellettuali del Greenwich Village, in particolare John Reed e Mabel Dodge, e i lavoratori della seta di Paterson durante lo sciopero del 1913. In un’epoca dove l’avanguardia sembra aver reciso i propri legami con l’attivismo politico, le implicazioni dello spettacolo organizzato dai lavoratori della seta al Madison Square Garden (con l’aiuto di molti artisti e intellettuali) sembrerebbero un argomento ovvio da esplorare.18

Valutare i punti di forza e di debolezza di The Wobblies ci costringe a considerare il paradosso secondo cui alcune fazioni del movimento anarchico vogliono recuperare la zelante promozione dell’IWW di “un unico grande sindacato” (sostenuta da riviste come Libertarian Labor Review e Ideas and Action), mentre altre voci anarchiche, altrettanto influenti, considerano retrograda l’ossessione del sindacato sull’organizzazione puramente industriale. Eppure, all’inizio degli anni ’90, l’anarchico “neo-individualista” Hakim Bey, noto per i suoi manifesti lirici che promuovevano l’istituzione di “zone autonome temporanee”, difese con vigore la sua decisione di aderire alla sezione newyorkese degli artisti e degli scrittori dell’IWW. Bey ha affermato che «sebbene ci opponiamo all’idea del costrutto sociale ‘lavoro’… siamo ben lontani dall’opporci ai lavoratori,» sfidando poi «l’IWW a ampliare i propri orizzonti oltre la coscienza di classe, proprio come noi sfidiamo i punk (o gli ambientalisti) a diventare più consapevoli della classe, del lavoro e della storia anarchica.»19 Se si riuscisse a costruire un ponte tra queste correnti anarchiche disparate, forse il film di Bird e Shaffer non sarebbe più considerato un mero esercizio di nostalgia di sinistra.

Scena tratta dal film “Metello”

Proprio come l’IWW poteva paradossalmente incarnare le aspirazioni sindacaliste e quelle “anti-lavoro,” molti film, la maggior parte dei quali realizzati da esponenti della sinistra non anarchica, celebrano i movimenti operai radicali mettendo,al contempo in discussione la sacralità del lavoro. Metello (1970) di Mauro Bolognini,20 ad esempio, racconta la conversione di un operaio italiano dall’anarchismo al socialismo militante durante gli anni Ottanta del diciannovesimo secolo. Sebbene l’omonimo protagonista si affezioni più a Marx che a Bakunin, la sua predilezione per gli scioperi selvaggi assomiglia molto alle aspirazioni dei sindacalisti di fine Ottocento. Eppure, durante lo sciopero culminante del film, un collega di Metello osserva che preferirebbe non lottare per il discutibile “diritto al lavoro.” Questa osservazione estemporanea mette in discussione la sacralità del lavoro insita nell’agenda produttivista del socialismo e dell’anarco-sindacalismo – nonostante Metello evochi un momento della storia italiana dove il socialismo e le rivendicazioni del sindacalismo riformista stavano soppiantando il precedente movimento di massa anarchico. Betto Lambretti, un anziano militante anarchico, è l’incarnazione scoscesa dell’altruismo puro nel film. Ma Bolognini e lo sceneggiatore Suzo Cecchi D’Amico lo ritraggono come una reliquia del passato, nobile seppur eccentrica. Metello “rende omaggio agli anarchici”, ma li considera puristi – il cui idealismo è stato sommerso dalla marea della storia (esemplificata dalla realpolitik sindacalista).

 

Continua…

 

Note

1Nota del blog. Nel caso italiano abbiamo i sindacati confederali quali CGIL, UIL e CISL

2Nota del blog. I film “thriller politici” sono un sottogenere cinematografico che unisce la tensione e il ritmo serrato del thriller con le dinamiche oscure del potere. Esplorano cospirazioni, spionaggio e lotte istituzionali, analizzando come le decisioni di governi e multinazionali influenzino la vita dei singoli individui e della società.

3Nota del blog. Porton si riferisce ai seguenti film di Rosi: Salvatore Giuliano (1962), Le mani sulla città (1963), Il caso Mattei (1972), Cadaveri eccellenti (1976). Riguardo altri “thriller politici” italiani segnaliamo Elio Petri, A ciascuno il suo (1967) e Todo modo (1976), Roberto Faenza, H2S (1969), e Corrado Farina, …hanno cambiato faccia (1971).

4Nota del blog. Come spiega Carolina Rocha, i “gaucho films” o “cinematografia gauchesca” erano incentrati sugli abitanti rurali della pampa e rappresentati come precursori della nazione argentina. A partire dal 1968 – periodo in cui vi era la dittatura di Juan Carlos Onganía -, le case di produzione cinematografiche, incoraggiate dalla Legge 16995 (che classificava i film come produzioni «A» (di alta qualità) o «B» (di qualità inferiore)) e dalla retorica del “ser nacional” (trad.: essere nazionale), produssero «diversi film che rappresentavano il passato nazionale come mezzo per rafforzare l’identità argentina.» (C. Rocha, Argentine cinema and national identity (1966-1976), Liverpool University Press, Liverpool, 2018, p. 74). «Questo interesse per il passato,» spiega Rocha, «mirava a rafforzare l’identità nazionale argentina, soprattutto in un momento in cui l’Argentina si sforzava di mantenere la propria indipendenza finanziaria e culturale. I tumultuosi avvenimenti politici che hanno caratterizzato l’Argentina negli anni ’60 hanno certamente suscitato preoccupazioni riguardo l’identità del paese e il suo ruolo tra le altre nazioni.» (op. cit., p. 76)Questo stato di cose, quindi, ha influito sulla produzione cinematografica argentina: «da un lato, la rappresentazione dello stile gauchesco in un’epoca in cui il discorso ufficiale argentino sottolineava la modernizzazione […]; dall’altro, il ritorno al passato autoctono era uno degli obiettivi dei movimenti di decolonizzazione e di liberazione dei primi anni ’60.» (ibidem)

5Vedere Dennis West, recensione de Rebellion in Patagonia, Cineaste 10, no. 1 (Winter1979–1980): 50–52.

6Nota del blog. Sulle vicende della Patagonia rebelde, Gustav Wilckens e la morte di Varela, si vedano: Diego Abad de Santillán, LA FORA. Ideología y trayectoria del movimiento obrero revolucionario en la Argentina, Libros de Anarres, Buenos Aires, 2005, pp. 267-268; Causas y efectos. La tragedia de la Patagonia y el gesto de Kurt Wilckens, La Protesta. Suplemento Quincenal, a. VIII, n. 299, 31 Gennaio 1929. Riportiamo per intero l’articolo Wilckens di Severino Di Giovanni, pubblicato su Culmine. Rivista anarchica, a. I, n. 1, 1 Agosto 1925: «Ricordiamolo in tutti gli attimi della sua laboriosa ed eroica vita; ricordiamolo oscuro milite nella lontana terra tedesca nel seno delle miniere della Ruhr e rivoltoso incitatore alla ribellione, nello stato della Virginia. Oscuro senza nome nei lavori della demolizione, radioso nell’opera colossale realizzata. Giustiziere cosciente ed umano, sprezza la sua vita nobile per salvare una bimba che incoscia corre pericolo e benchè sfragellato, nella possanza costante di punire il carnefice, dopo avergli tirato una bomba, gli scarica addosso anche diversi colpi della sua rivoltella. Così, bello e terribile, buono e vendicatore, lo ricordiamo ancora una volta in questo secondo anniversario della sua tragica scomparsa. Gloria, o Kurt Wilckens, eroico valoroso! Anche noi, falange ribelle di minatori, che nel ventre buio dell’umanità battiamo le ferree pareti del pregiudizio con il piccone demolitore, alla luce flebile di una lampada che man mano all’aumento del cibo spande più radiosa la sua luce, non possiamo tralasciare di gettare in quest’antro pauroso e nero la nostra voce metallica, se non altro per fare risentire l’eco non sorso, ma squillante tutto in un maschio risveglio. E se quest’anno la protesta piazzaiuola non ha rintronato agli orecchi dei superstiti carnefici dei 1500 proletari trucidati nelle lontane terre di Santa Cruz, non per questo la innumerevole schiera dei senza nome, che in quelle regioni hanno vissuto giorni di terrore raccapricciante e che sopravvissuti alla immensa ecatombe ordinata dal colonnello Ettore Varela alle sue genti ubbriache di odio, di vino e di sangue, dimenticheranno il loro vendicatore, il generoso Wilckens. Tremino tutti gli autori di quell’orgia di sangue, ludibrio e vergogna di questa terra…democratica che diede i natali a Bernardino Rivadavia. Essi, gli scampati, spettri viventi, ridotti dal vostro terrore nella più squallida miseria, in questi giorni in omaggio al giustiziere di Varela si mescoleranno con tutti i loro fratelli di passione e sventoleranno in alto al di sopra di tutto, la vera bandiera della rivolta umana. Kurt Wilckens nacque nell’anno 1887 in uno dei sobborghi di Amburgo (Germania). Minatore di mestiere, nelle gallerie sotterranee, onde lavorava per procacciarsi i mezzi del suo sostentamento, ai colpi sfibranti del piccone incominciò a sbocciargli in petto il fiore dell’Ideale anarchico ed a esso si donò tutto fino al sublime sacrificio. Propagandista sincero ed esuberante alla causa si mostrò attivissimo raccogliendo le sue forze, unendo sempre l’entusiasmo che sapeva comunicare a tutti quanti gli oppressi che a lui si avvicinavano, concentrava tutta la sua persona e le sue belle doti ad opere che egli riteneva ottime ed utili al di fuori di ogni bizantinismo. Tale in tutte le sue manifestazioni, conoscitore profondo del movimento e della dottrina anarchica, lo sostenne con dignità virile, non mancando mai in nessuno dei grandi avvenimenti ov’egli si trovasse vicino. Negli Stati Uniti, dove si era recato prima che scoppiasse la carneficina europea-mondiale, con ammirevole ardore prese parte attiva nel movimento ribelle della Virginia, segnalandosi per la sua vitalità rivoluzionaria. Arrestato fra gli applausi dei grossi yanqui dominatori delle miniere, che esigevano la sua deportazione. Ma egli, valendosi di ricorsi che la sua fertile mente gli era prodiga, potè abbandonare il carcere. Nel 1919 ritornò in Germania e li constatò amaramente che il nuovo regime installatosi nulla aveva di buono ed utile per le genti che anelavano la vera libertà. La falsa democrazia socialista di Ebert non faceva altro che ribattere le catene sotto le quali gemeva il popolo tedesco dai tempi del Kaiser. E dopo aver lavorato alcuni giorni nella fosca Ruhr, ritornò alla natale Amburgo e non incontrando neppure qui quel poco di pace, s’imbarcò mestamente per l’Argentina, incrociando per la seconda volta l’Oceano. Nella terra di Ameghino e di Alberdi, gli venne…democraticamente negata l’entrata al paese dal dipartimento di Immigrazione. Riconosciuto da una spia, questi lo denunciò alle autorità come elemento pericoloso. Per mezzo di un avvocato, ammiratore del suo Ideale, che lo difese con tanto calore e dopo aver passato vari mesi in prigione potè far valere il diritto di permanenza nell’Argentina, naturalmente sottomesso a vigilanza speciale dalla sbirraglia poliziesca. Come corrispondente del periodo anarchico “Alarm” di Amburgo, cominciò a svolgere le sue attività nel paese del “pesos.” Gli elementi reazionari, nel frattempo facevano sentire la pesantezza della loro tirannide nella Patagonia, falciando i migliori militanti della rivoluzione. In Buenos Aires e negli altri centri avanzati dell’Argentina fu necessario costituire dei comitati di agitazione. Kurt Wilckens formava parte di uno di questi comitati, sempre spiegando la sua attività. Il bavaglio si estendeva, arrivando a sopprimere ogni libertà di riunione e di parola. Tutto ciò però era inutile, lo scopo del governo era di far passare nel massimo silenzio quanto avveniva nel territorio di Santa Cruz. Sotto il terrore sanguinario del Varela cadevano uccisi 1500 lavoratori nel modo più barbaro che ricordi la storia del movimento rivoluzionario americano in generale, lasciando nell’incubo, nella misera e nel lutto i superstiti. Un grido unanime di collera si levò, fosco, dalle gole del popolo davanti a questo infame massacro che si vuole paragonare alla strage degli Ugonotti nella famosa “notte di S. Bartolomeo.” Ritornò Ettore Varela, l’Attila argentino, in Buenos Aires dopo aver ridotta la tragica Santa Cruz in un vasto cimitero di morti e di vivi. Corsero i ruffiani dalla società assassina, torbidi e cinici, ad applaudire e a gozzovigliare inneggiando alla feroce gesta. Il Wilckens, davanti a questo spettacolo ributtante, si ribellò e il 26 Gennaio 1923, incontrando il carnefice Varela nella pubblica via, gli lanciò una bomba lasciandolo cadavere come un cane idrofobo. Egli stesso, Wilckens, per salvare una bimba che casualmente si trovava in quei paraggi, con ammirevole sangue freddo, gli fece scudo col suo corpo rimanendo gravemente ferito. Giustizia era fatta! I massacrati di Santa Cruz erano in parte vendicati! La notizia, come folgore, corse in ogni angolo dell’Argentina, diffondendo nelle anime buone ed umane un gran sospiro di sollievo. Il nome di Kurt Wilckens diventava agli occhi del popolo la bandiera della Giustizia. I legislatori impauriti di portare davanti ai tribunali una figura così nobile e per evitare il processo che avrebbe accusati gli accusatori, decisero di farlo scomparire. Armarono la mano di un sicario, Pérez Millàn, e nell’alba del 16 Giugno 1923, vigliaccamente, mentre dormiva, gli scaricò la sua arma. L’assassino, che era carceriere, ributtante e calmo, aspettava con l’arma ancora fumante nelle mani la lode e la paga del suo…eroismo patriottico! Dopo 20 ore di agonia terminava di vivere quest’eroe dell’azione, forza sovrumana e demolitrice, cuore buono e fraterno. Nella notte seguente, paurosi e vili, becchini schifosi come contrabbandieri del decoro umano, i mandanti del delitto involarono il suo cadavere che la folla tumultuosa richiedeva per rendergli l’ultimo tributo d’affetto e l’omaggio di fraterna mestizia. Buenos Aires, Giugno 1925. Severino Di Giovanni.»

7Osvaldo Bayer, Anarchism and Violence: Severino Di Giovanni in Argentina—1923–1931 (London: Elephant Editions, 1987).

8Vedere Rudolf Rocker, Anarchism and Anarcho-Syndicalism (London: FreedomPress, 1988). Ed Andrew ci ricorda che Malatesta «considerava l’ “anarco-sindacalismo” come un termine bastardo: “o è uguale all’anarchia ed è quindi una parola che serve solo a confondere le idee, o è una cosa diversa dall’anarchia e perciò non può essere accettata dagli anarchici”» Andrew concludeva che «l’anarco-sindacalismo nasce quindi da un’unità dialettica, non da una semplice identità dell’anarchismo e del sindacalismo.» Vedere Ed Andrew, Closing the Iron Cage: The Scientific Management of Work and Leisure (Montreal: Black Rose Books, 1981), pp. 154–55. Nota del blog. La citazione di Malatesta è tratta dall’articolo Sindacalismo e anarchismo, Pensiero e Volontà, a. II, n. 6, 16 Aprile 1925, p. 126-128. Link.

9Rocker, Anarchism and Anarcho-Syndicalism, p. 39.

10Jeremy Jennings, Syndicalism in France: A Study of Ideas (New York: St Martin’sPress, 1990), p. 23.

11Benjamin Martin, The Agony of Modernization: Labor and Industrialization in Spain (Ithaca, N.Y.: Cornell University Press, 1990), p. 198.

12Dan Georgakas, The Wobblies, The Making of a Documentary: An Interview with Stewart Bird and Deborah Shaffer, Cineaste 10, no. 2 (Spring 1980): 15.

13Nota del blog. Ci si riferisce a una frase di Earl Browder, segretario del Partito Comunista degli Stati Uniti (CPUSA): «Il comunismo è americano come la torta di mele.» La citazione corretta è: «noi siamo americani e il comunismo è l’americanismo del ventesimo secolo» (What Is Communism? 8: Americanism – Who Are the Americans?, New Masses, Volume 15, n. 13, 25 Giugno 1935. Link ; Revolutionary Background of the United States Constitution, The Communist, Volume 16, n. 9, Settembre 1937. Link). Porton utilizza questo riferimento per sottolineare la natura autoritaria, pro-nazionalista statunitense e anti-rivoluzionaria di Browder e, più in generale, del CPUSA degli anni ‘30 e ‘40.

14Nota del blog. Vedasi Sinistra, nuova in Enciclopedia Treccani. Link

15Vedere Noel King, “Recent ‘Political’ Documentary: Notes on Union Maids and Harlan County USA,” Screen 22, no. 2 (1981): pp. 7–18. King sembra preferire i documentari neo-brechtiani come The Night Cleaners, che hanno riscosso successo soprattutto tra altri intellettuali neo-brechtiani.

16In una conversazione con l’autore (Maggio 1987), Dolgoff ammise che molti membri dell’IWW erano ben lontani dall’essere anarchici, ma raccontò dei suoi sforzi per mantenere una posizione anarco-sindacalista all’interno dell’organizzazione durante gli anni ’30. Si veda anche l’autobiografia di Dolgoff, Fragments: A Memoir (Cambridge, Regno Unito: Refract Publications, 1986), pp. 53–54.

17Queste domande sono tratte da Dubofsky, We Shall Be All, pp. 260–62.

18Per ulteriori informazioni sul “Paterson Pageant”, si veda Steve Golin, The Fragile Bridge: Paterson Silk Strike, 1913 (Filadelfia: Temple University Press, 1988). Nota del blog. In italiano si veda l’articolo di Linda Nochlin, Il Pageant dello sciopero di Paterson del 1913, Ácoma. Rivista internazionale di studi nordamericani, a. VI, n. 6, Primavera 1999, pp. 22-29. Link

19Hakim Bey, “An Esoteric Interpretation of the I.W.W. Preamble,” International. Review 1 (1991): p. 3. Per una visione meno benevola dell’anarco-sindacalismo e della recente incarnazione dell’IWW, si veda Michael William, “The ‘Bufe-ooneries’ Continue: A Response to Chaz Bufe’s ‘Primitive Thought’ and to the Misery of Anarcho-Syndicalism,” Demolition Derby 1 (s.d.): 18–29. Sulla stessa linea, P. D. Anthony scrive che «i sindacalisti si creano da soli l’impossibile dilemma di cercare di risolvere il problema dell’autorità, sottolineando l’importanza del lavoro, che, al giorno d’oggi, è inseparabile dal problema dell’autorità». Cfr. Anthony, The Ideology of Work (Londra: Tavistock, 1977), p. 110.

20Metello è tratto dal celebre romanzo di Vasco Pratolini. Secondo un critico italiano, il protagonista ha avuto la “maturità” di rifiutare l’anarchismo e abbracciare il socialismo tradizionale. Cfr. Vittorio Cordero Montezemolo, Conversazioni con Mauro Bolognini (Milano: Ministero degli Affari Esteri, 1977), pp. 158–163.

L’anarcosindacalismo versus la «ribellione contro il lavoro» – Seconda Parte ©, .

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Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città

Pubblicato su Quaderni leif. Semestrale del Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento (CESPES), XIX (2026), 27, pp. 80-88
doi: 10.58035/unict-ql.27.2026.8

Abstract 
The text critically examines the housing crisis and the touristification of historic urban centers, with particular reference to Catania. It argues that the commodification of housing, intensified by short-term rentals and tourism-led development, has undermined the right to dwell in the city. Such dynamics have fostered gentrification, displaced residents from central areas, and weakened the social and civic fabric of urban life. The historic center is thus reconfigured as a space of consumption, heritage display, and external investment rather than everyday inhabitation. The author ultimately advocates for an alternative urban vision grounded in inclusivity, care, social justice, and the primacy of residents’ needs.
Keywords: Housing crisis; Touristification; Gentrification; Urban inequality.

La società del nostro tempo ci pone dinnanzi a tante nuove sfide: una tra queste è rappresentata dal ripensamento del concetto di città. Con la globalizzazione, l’uomo può scegliere in che parte del mondo stabilirsi senza incorrere nel pericolo di ritrovarsi in una situazione di completa estraneità. Ogni paese conserva la propria cultura, questo è certo, ma al giorno d’oggi l’uomo può considerarsi come cittadino del mondo. In effetti, ovunque si trovi il cittadino cosmopolita avrà la certezza di poter intessere delle relazioni che annulleranno le differenze culturali. Ma qual è il costo di questa nuova frontiera relazionale? La società del consumo che trasforma desideri, passioni ed hobby in oggetti da acquistare, sarà capace di assorbire questa rivoluzione nel modo di stare al mondo, facendo sì che ciò non diventi un nuovo mercato da sfruttare? Nel corso di questo lavoro cercheremo di rispondere a queste domande, prendendo ad esempio una città isolana, pertanto centro turistico e commerciale di primo piano del sud Italia.

Prima di addentrarci nel cuore delle problematiche etiche e urbane di Catania, ci sembra doveroso effettuare una piccola analisi sul concetto di città, che resta di difficile collocazione. È un’idea che può variare da cultura a cultura, da epoca ad epoca e risente di influssi, talvolta, colonialisti. Nella società occidentale questo concetto assume una forma ben precisa: la costruzione di un sistema complesso, interconnesso, in cui gli abitanti dipendono l’un l’altro ma in cui l’obiettivo è quello di emergere dalla collettività, separando il proprio ego da quello altrui. Ogni ideale trova la propria concretizzazione in un’istituzione ben precisa e strutturata. L’isolamento dell’individuo rappresenta un tema di fondamentale importanza in questo lavoro, che approfondirà l’argomento della gentrificazione e della crisi abitativa nelle città, e nel particolare analizzerà la situazione catanese. La costruzione della città “nuova” del capoluogo etneo risale al piano regolatore coordinato da Giuseppe Lanza, duca di Camastra, a seguito del catastrofico terremoto del 1693.1 Rispetto all’assetto medievale, la nuova disposizione fu pensata per ovviare al problema della sicurezza dei cittadini. Piazze, palazzi e strutture vennero riformulati in chiave antisismica, puntando sulla larghezza e sul movimento. Tutto il Val di Noto venne ricostruito in chiave tardo barocca. Catania non fece eccezione: tra i mascheroni grotteschi e le facciate “in movimento” si unì il gusto artistico alla sicurezza architettonica. L’ambiente, come notiamo, influenza l’organizzazione della società ed è parte integrante della costruzione dell’uomo. Egli non può prescindere dalla terra che abita. Eppure, l’assetto urbano moderno taglia fuori l’aspetto della relazione con la natura. E in quest’ambito le grandi città occidentali presentano un aspetto più o meno simile. Vi sono delle differenze importanti tra città europee ed extraeuropee, però. In Europa esiste un “centro storico”, luogo preposto alla socialità, all’amministrazione e al commercio. Il downtown americano presenta delle caratteristiche differenti: la costruzione delle città americane è di recente nascita e dunque la suddivisione delle aree urbane e lo stesso concetto di città risente di altri parametri. Primo fra tutti la suddivisione tra vita domestica e lavoro. Il centro è pensato come luogo in cui vivere la dimensione lavorativa. Grattacieli e superstrade dominano i paesaggi delle grandi metropoli americane.2 La situazione è totalmente differente nel vecchio continente. Vivere il centro storico, soprattutto nelle città italiane, vuol dire assaporare un determinato stile di vita e godere dell’estetica offerta dalle testimonianze delle epoche passate. La fortuna delle città con un importante passato storico è rappresentata dal patrimonio artistico e culturale che forma la personalità civica e morale del cittadino che la fruisce. Vivere la città significa avere cura del passato ereditato, avere coscienza del territorio che si abita, comprendere di essere un individuo immerso in una comunità, partecipando alla costruzione dei significati condivisi dalla collettività. Con l’avvento della globalizzazione, i viaggi legati alle visite di piacere e cultura si sono intensificati. Dai grand tour dei viaggiatori del Settecento, antenati dell’odierno Erasmus, aventi come scopo la conoscenza di culture straniere, i viaggi con finalità turistiche inglobano questa tipologia di esploratori aggiungendone anche altre: coloro che viaggiano per rilassarsi, godendosi la scoperta di città e culture come contorno del viaggio. La turistificazione delle città è il risultato naturale della globalizzazione. Il viaggiatore con il passaporto in mano si sente cittadino del mondo, proprietario di un passepartout funzionante ovunque vada. Questo è vero in parte. L’uomo occidentale, possessore delle chiavi del mondo vive i viaggi come una passeggiata tra le vie del proprio quartiere. La fruizione delle città è a disposizione di chi reca con sé possibilità economiche. In poche parole, il turismo è un commercio e la merce di scambio è rappresentata dall’anima di un territorio venduta al miglior offerente. In questo lavoro scandaglieremo il caso di Catania, città alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa, l’Etna, attirante turismo naturalistico, artistico e culturale.

1. Case vacanza
Lo sviluppo economico della città di Catania è legato al boom delle industrie zolfatare, tessili e altre. Già dalla fine dell’Ottocento, il capoluogo etneo presentava una variegata popolazione costituita da classi borghesi e commercianti. L’intraprendenza catanese fece sì che la città diventasse un polo industriale e commerciale di primo piano. Arrivarono investitori da altre città e dall’estero. Uno dei primi esempi di attività alberghiera a Catania fu quello del Grand Hotel, ex sede di un’industria tessile, appartenente alla famiglia Fischetti, nel quartiere di San Berillo. Fu proprio il proprietario della fabbrica, Rosario Fischetti, a scorgere l’opportunità rappresentata dall’inaugurazione della vicina stazione ferroviaria di Catania nel 1873, aprendo le porte del proprio palazzo per farlo diventare un sontuoso hotel in cui soggiornarono nomi e volti noti (tra gli altri ricordiamo Bismarck, Cairoli e Sarah Bernhardt), godendosi la vista sull’Etna dalle finestre affacciate sull’allora Piazza Cappellini.3 Il quartiere di San Berillo era formato da un labirinto di vie che sbucavano in piazze che abbracciavano palazzi barocchi, in cui piccole attività commerciali si fondevano con le case. Il quartiere rappresentava il cuore pulsante del centro storico catanese e racchiudeva l’anima degli abitanti della città. Ogni aspetto della vita veniva condiviso comunitariamente. Quando venne approvato il progetto di risanamento del quartiere, la città subì uno sfregio da cui non si riprese mai più. Attraverso ISTICA, l’istituto preposto alla demolizione e ricostruzione del vecchio quartiere nel modernissimo asse Corso Sicilia-Corso Martiri della libertà, che sarebbe servito come viale per collegare il centro storico alla stazione centrale, Catania perse parte della sua identità. Le distruzioni e le ricostruzioni sono da sempre parte della memoria della città etnea ma in questo caso la mano distruttiva fu quella dei propri abitanti, che attraverso un referendum di democrazia partecipata scelsero la costruzione della city finanziaria, con la promessa da parte degli investitori che la città avrebbe guadagnato in efficienza, modernità ed igiene, adducendo la scusa che San Berillo rappresentava un’emergenza sanitaria.4

Una volta delineato il quadro storico e identitario della città possiamo addentrarci nella problematica che si analizzerà in questo paragrafo. Con il cambiamento della morfologia urbana la città inizia a essere percepita non più come comunità ma come luogo in cui mandare avanti la propria quotidianità attraverso il lavoro, quindi prevalentemente come centro economico. Così l’uomo perde entusiasmo e diventa l’ingranaggio della macchina-città, annoiato dagli stimoli di un centro urbano sempre più vasto in cui perdersi.5 Anche il concetto di casa muta attraverso i cambiamenti epocali che la società attraversa dal dopoguerra in poi. L’abitazione passa dall’essere un diritto all’essere una merce.6 In inglese il concetto appare rafforzato. In effetti, Madden e Marcuse utilizzano home per indicare il diritto all’abitare, mentre chiamano housing il caso dell’abitazione utilizzata come merce. Le città sono luoghi d’investimento, quindi non sorprende che le case diventino capitale da sfruttare. Con l’ammodernamento della città, frutto delle nuove infrastrutture, Catania entra a far parte del cerchio delle destinazioni turistiche. E con questo nuovo status, fioriscono le attività legate alla ricezione turistica. Se dapprima la novità delle case vacanze venne accolta come una novità positiva da parte dei catanesi, con il tempo l’emergenza affitti ha evidenziato un problema sistemico. La minor disponibilità di case a disposizione di chi vuole una residenza fissa fa volare i prezzi degli affitti alle stelle, favorendo i proprietari degli immobili e indebolendo le fasce più deboli della popolazione cittadina. In questo modo il processo di gentrificazione sfugge di mano agli attori principali, ovvero coloro che vivono la città e avrebbero diritto a partecipare alle decisioni collettive. Lees, Slater e Wyly ci parlano di gentrificazione dall’alto, distinguendola dal movimento spinto dal basso (gentrification from below), criticando le politiche municipali incentivanti il capitale privato, come se la gentrificazione favorisse una forma di violenza strutturale.7 Si ridisegna l’asset urbano, favorendo la ristrutturazione delle facciate di chiese e palazzi antichi per rendere il centro storico attraente per il turista di turno, spostando ospedali e servizi essenziali in periferia. La progressiva musealizzazione del centro storico attira sempre di più gli investitori, spesso stranieri, accentuando maggiormente il rent gap, ovvero la differenza tra il valore attuale di un immobile e quello che avrà dopo la trasformazione di un intero quartiere. Neil Smith a questo proposito si esprime in termini di “colonizzazione interna” della città.8 Vi è un’autentica invasione che spinge certe fasce sociali ai confini. Gli esempi concreti di spostamento dei servizi nel catanese stanno avvenendo sotto ai nostri occhi proprio negli ultimi anni. Con lo sradicamento dei presidi ospedalieri dal centro, il cittadino subisce una perdita in termini di servizi essenziali. Al posto degli ospedali sorgono o sorgeranno musei e piazze per “riqualificare” intere aree urbane. Mentre gli ospedali, i consultori, gli ambulatori spariscono, le case vacanza e i B&B sorgono come funghi ad ogni angolo, garantendo affitti brevi a chi vuole assaporare la città per poi poterla pubblicizzare come nuovo oggetto esotico da mostrare sui social. La dicotomia è presto servita su un piatto d’argento: i luoghi appartengono a una specifica popolazione o il mondo è di tutti, e pertanto i confini sono delle linee arbitrarie disegnate su una mappa? Non ha, forse, diritto un imprenditore di investire e guadagnarsi da vivere attraverso il turismo? Quesiti inquietanti che presentano delle sfumature non così nitide. Proviamo a rispondere alla prima. Partiamo da una breve analisi storica per farlo. Le nazioni sono il frutto di un processo così come l’idea di popolo. Il passaggio dall’antico regime allo stato moderno avvenne in modo tortuoso, attraversando momenti in cui si andò avanti per tentativi ed errori. Chiaramente vi era una stabilità culturale ancora prima che l’intero processo si mise in atto. Lingue, costumi, usi e identità erano una componente abbastanza stabile appartenente alle genti di determinati territori. L’appartenenza alla propria terra era un sentimento già diffuso. La costituzione degli stati ha rafforzato la questione identitaria, però. Si può, dunque, asserire che un pezzo di terra sia proprietà di chi la abita? Il concetto di possesso non può che rimandarci a ciò che Rousseau aveva teorizzato nel suo Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes e cioè che «la prima persona che, dopo aver recintato un pezzo di terreno, si è messa in testa di dire questo è mio e ha trovato persone così ingenue da credergli, è stato il vero fondatore della società civile»9, aggiungendo che «i frutti appartengono a tutti, ma la terra non è di nessuno».10 Se accettiamo la lezione del pensatore ginevrino dovremmo assecondare la spinta globalizzatrice, eppure sembra che la questione non possa essere risolta con l’idea che il mondo appartiene a tutti e a nessuno. L’ideale umano della fratellanza viene messo a dura prova da un sistema che trasforma qualsiasi ambito sociale in affare economico. È il capitalismo che esaspera le condizioni di processi “naturali” come la migrazione e il movimento umani. Se una data comunità ha deciso di stanziarsi in un territorio non può di certo essere la logica del denaro a decidere chi deve spostarsi verso dove o chi ha bisogno di cosa. Si potrebbe rispondere a quest’argomento asserendo che gli strumenti economici sono un mezzo di sopravvivenza per la specie umana.
D’altronde, l’essere umano usa le armi a propria disposizione per garantirsi un soggiorno più lungo e confortevole sul pianeta. I numeri allarmanti, messi a nostra disposizione da geologi, climatologi, tecnici ambientali ecc., ci forniscono l’idea che forse il sistema usato per garantirci la sopravvivenza è andato troppo in là, distruggendo l’unico habitat che conosciamo. Questa metafora “climatica” ci permette di capire come il sistema capitalistico abbia preso largo in qualsiasi ambito della vita umana, sorpassando limiti e ristrutturando regole a proprio piacimento. Il non rispetto delle condizioni di chi si trova ad occupare per scopi abitativi un territorio, sfruttando la componente del marketing per attirare denaro, rappresenta una delle conseguenze del capitalismo.

2. Una città da mostrare
L’analisi fin qui condotta permette di pervenire alla fase finale del progetto di gentrificazione: attraverso l’espulsione degli abitanti verso zone periferiche e la proliferazione delle attività ricettive si completa il processo di musealizzazione della città. Il centro storico diventa un museo a cielo aperto fatto di percorsi realizzati ad hoc per invogliare il turista a consumare una pizza tra i vicoli o ad acquistare souvenir stereotipati di dubbia qualità e dal prezzo ipertrofico. La città si presenta seducente, illuminata da luci soffuse e abbellita da decorazioni che strizzano l’occhio alla festività di turno o alla presenza di attività limitrofe. Il caso dei famosi ombrellini che fanno da soffitto immaginario al centro storico catanese, posti proprio a segnalare la presenza dei locali della movida, è esemplare. Numerosi sono i TikTok di chi visita la città e rimane affascinato dal trionfo di colori svettanti sopra le proprie teste. Questo meccanismo di commercializzazione dell’autenticità è solo un’altra faccia della turistificazione. Perdipiù, forzarla rischia proprio di far perdere di veridicità i costumi, offrendo sia allo spettatore esterno che all’autoctono un sapore di artefatto.11 A questo proposito, la cultura assume il ruolo di placebo nei riguardi dell’espulsione del cittadino poiché viene utilizzata come dolcificante per edulcorare la pillola.12 Con la scusa dei palazzi storici, delle chiese, del patrimonio UNESCO, si tenta di giustificare lo sventramento di interi quartieri a favore della città-museo. L’analisi delle criticità della turistificazione non vuole, però, sminuire il ruolo della preservazione e della cura dell’arte e della bellezza della città. Semmai, si vorrebbe rivendicare la fruizione di quest’ultime da parte del cittadino in primis. Il caso di Venezia è emblematico. Infatti, da qualche anno il capoluogo lagunare ha approntato il pagamento di un ticket per accedere alla città, per cercare di ovviare al problema dell’over-tourism.13 Un’attenta educazione artistica e ai valori civici non possono che rafforzare la cura che ogni cittadino dovrebbe riservare al luogo in cui vive. La mancata analisi socio-politica del tessuto urbano ha portato a una scissione sempre più irreparabile tra le istituzioni e i cittadini. Interi quartieri vivono il mancato coinvolgimento alla vita politica come un vero e proprio abbandono. Ciò porta a una sorta di ribellione e distaccamento da parte dei quartieri, considerati periferici, proprio per questa traumatica separazione tra ciò che viene curato, cioè il centro, vero e proprio salotto accogliente, e i distaccamenti in cui vivono i cittadini di serie b. Il risultato è che molte zone della città non ricevono la stessa cura delle aree turistiche, con conseguente rassegnazione della popolazione. Il cittadino si abitua al degrado e inizia a considerarlo parte dell’arredo urbano. Oltre all’aspetto esteriore, il degrado assume forme più subdole: esso diventa pratica relazionale. I rapporti tra cittadini che vivono nel disagio non possono che soffrire di una condizione degradante. Il senso di comunità si perde, così come quello della cura. Il rispetto per il luogo in cui si vive si riflette soprattutto nella cura che si ha per il vicino. Questa problematica ci porta a un concetto molto discusso: può esistere una rigenerazione urbana? Sappiamo che dietro a quest’idea si intravede l’ombra di investimenti economici e progetti di marketing legati allo sfruttamento di certe aree “malfamate”, da ridisegnare e trasformare in luoghi “nuovi”.14 Ma chi beneficia davvero di questa rigenerazione? Agli occhi degli abitanti delle aree degradate si compie una sorta di colonizzazione, mentre da parte di chi la compie si avverta la “Sindrome di Cristoforo Colombo”.15 Il salvatore del degrado è simile al navigatore genovese: parte alla conquista di territori da scoprire, non rendendosi conto che esiste già una popolazione autoctona. A questo punto è chiaro come certi meccanismi non possano essere imposti dall’alto ma dovrebbero nascere dal dialogo o dal conflitto, all’interno della stessa comunità.

3. Una prospettiva diversa
L’analisi condotta fin qui evidenzia un problema di prospettiva: la città, così com’è, appare progettata da gruppi che detengono il potere. Innanzitutto, la struttura delle città occidentali o occidentalizzate presenta un assetto che favorisce il pendolarismo casa-lavoro, sfavorendo il tema della cura. In moltissimi casi, soprattutto al sud, sono ancora le donne ad occuparsi della gestione della casa e della famiglia, sobbarcandosi il peso delle trasferte sui mezzi pubblici, spesso inefficienti. Con lo spostamento dei servizi dal centro alle periferie, questo problema è andato aggravandosi. Assieme alle difficoltà di movimento, le donne ne sperimentano altre, non meno gravi. Se l’uomo è percepito come una presenza neutra per le strade della città, non si può dire lo stesso delle donne. Gli sguardi inquisitori, curiosi e invadenti rendono la permanenza del genere femminile per le strade spesso insicura.16 Nel paragrafo precedente si è parlato di degrado esterno e interiorizzato. Certamente, l’assenza di illuminazione efficiente e la presenza di sporcizia non aiutano le soggettività a rischio ad avvertire un senso di sicurezza. In una città “brutta” la percezione del pericolo cambia radicalmente. È incontestabile che l’essere umano si senta più a suo agio in uno spazio curato e bello dal punto di vista estetico, e non solo. La cura verso le soggettività più deboli fa parte della responsabilità che una comunità nutre verso il luogo che abita. Spostandoci all’urbanistica, la situazione delle donne non migliora. I marciapiedi sono spesso inadatti alla fruizione da parte delle mamme con passeggini, poiché troppo stretti o occupati da automobili. Riprogettare la città, pensando alle soggettività marginali, non può che rappresentare il futuro delle aggregazioni urbane. Una città che non si pone il problema di includere è una città che rischia di sprofondare nel buco nero della storia. Pertanto, la prospettiva diversa che dà il nome al paragrafo, non può che essere una prospettiva di abbattimento della struttura sociale esistente, quella piramidale, con a capo un uomo occidentale, normo-abile, legato a una visione capitalista e patriarcale del mondo. Riabbracciare il rapporto umano-natura non può che far parte di questa nuova prospettiva. Una città che non ingloba l’aspetto della natura nelle proprie politiche, con conseguente rispetto verso gli altri animali si ritroverà a fare i conti con i disastri ambientali provocati da un’urbanizzazione selvaggia. La prospettiva dovrebbe, quindi, passare dall’essere verticale all’essere orizzontale. Una società in cui le decisioni sono prese dall’alto, favorendo le élite di turno, non potrà che accentuare le ingiustizie e le disuguaglianze. Le popolazioni dovrebbe essere al centro della vita e delle decisioni riguardanti la propria città. La trasformazione di quest’ultima in un prodotto da vendere al turista non può che esacerbare le disuguaglianze sociali, e rischia di trasformare anche il sentimento di appartenere a un luogo da chiamare casa in valore economico. La “follia” capitalista appare inarrestabile e assume forme inafferrabili, d’altro canto. L’uomo contemporaneo si pensa come un ego solitario, immerso in obiettivi professionali, con hobby a cui dedicare i propri ritagli di tempo dopo una giornata passata a pensare al profitto. Il percorso di vita appare per tutti lo stesso: lavorare, avere una famiglia, comprare cose, pretendere di possedere sempre di più, abbandonando ogni forma di pensiero critico, delegando ad altri il compito di pensare e di prendere decisioni al proprio posto. Una macchina perfetta al servizio della produzione. Di fronte alla velocità del mondo globalizzato, però, il ritorno dell’umano a sé stesso e alla terra appare come una via di fuga liberatrice da una trasformazione in macchina di tutte le specie e del pianeta stesso.

Note
(*) Università di Catania, Laureanda in Scienze Filosofiche (LM-78)

1Archivio di Stato di Catania (d’ora in poi ASC) Fondo Atti Notarili, Notaio Carlo Lo Monaco, cc. 353-356 (1693–1696)

2Cfr. L. Wirth, Urbanism as a Way of Life, in «American Journal of Sociology» 44, no. 1, 1938, pp. 1-24.

3E. Lombardo, comunicazione personale, 24 novembre 2025.

4Cfr. C. Barbanti, Problematizzare il ‘basso’ nei processi di rigenerazione urbana per un’autentica inclusività: il caso di San Berillo a Catania, in «Tracce Urbane. Rivista italiana transdisciplinare di studi urbani» 8, no. 12, 2023, p. 166.

5Cfr. Georg Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, in «Rivista di Scienze del Territorio», n. 3, 2015, Firenze University Press, p. 350-354.

6Cfr. D. Madden & P. Marcuse, In defense of housing, Londra,Verso Books, 2016, p. 60.

7Cfr. L. Lees, T. Slater & E. Wyly, Gentrification, Londra, Routledge, 2008, p. 222.

8Cfr. N. Smith, The New Urban Frontier: Gentrification and the Revanchist City, Londra, Routledge, 1996, pp. 64-6

9«Le premier qui, ayant enclos un terrain, s’avisa de dire ceci est à moi et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile» (trad. mia); J.-J. Rousseau, Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, Parigi, Hachette Livre, 1997, p. 76.

10«Les fruits sont à tous, et que la terre n’est à personne» (trad. mia); ivi.

11Cfr. S. Zukin, Naked city: the death and life of authentic urban places, Oxford University Press, Oxford-New york, 2010, p. 45.

12Ivi, pp. 42-43.

13Comune di Venezia, Delibera di Consiglio Comunale n. 51 del 12 settembre 2023.

14Cfr. G. Semi, Gentrification: Tutte le città come Disneyland?, Bologna, il Mulino, 2015, p. 95-100.

15Ivi, pp. 99-100.

16Cfr. L. Kern, La città femminista: Reclamare lo spazio in un mondo a misura d’uomo, trad. N. Pennacchietti, Roma, Treccani, 2021, p. 29.

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città ©, .

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L’estremismo di destra in Romania – Prima Parte

Introduzione

L’estremismo di destra è un argomento più vivo che mai in Europa, specie in quella parte del continente che ha attraversato una fase di finta-transizione dalla dittatura (di destra o comunista che fosse) al regime democratico neoliberista. La crisi e successiva restaurazione del potere istituzionale ed economico, ha consentito a una serie di soggetti politici ed economici di riciclarsi, più o meno, come democratici e portare avanti impunemente tematiche che possiamo considerare “esclusivistiche” quali la xenofobia, il razzismo e il nazionalismo, mescolato a credenze cristiane, il revisionismo storico, l’auto-vittimizzazione1, la negazione dell’Olocausto, il tradizionalismo, l’anticapitalismo, l’anti-liberalismo e l’anti-europeismo.

Per capire meglio come questi movimenti esistano e prosperino, è necessario fare una premessa su due processi politici interconnessi esistenti nel cosiddetto “Mondo Occidentale”:

«in primo luogo, il momento storico di convergenza tra una crisi del capitalismo globale, l’accelerazione dei flussi migratori verso il Nord Globale e l’intensificarsi della sfiducia verso la governance sovranazionale. In secondo luogo, la crescente territorializzazione del discorso populista stesso, in quanto l’insoddisfazione per la mobilitazione di persone, capitali e cultura operata dalla globalizzazione – e per le élite che hanno tratto beneficio da tale mobilitazione – si esprime attraverso gli appelli all’isolamento spaziale, alla chiusura e al ritiro.»2

Retoriche di questo tipo coincidono con la tesi sostenuta da Daniel Guerin in Fascismo e gran capitale dove spiegava i meccanismi di manipolazione verso le masse impoverite.

Partendo da un anticapitalismo demagogico, gli antenati dell’estrema destra seducevano le classi medie con le loro aspirazioni retrograde, lusingando «le masse operaie – soprattutto quelle categorie di lavoratori che mancano di coscienza di classe […] L’abilità del fascismo consiste nel proclamarsi anticapitalistico senza attaccare seriamente il capitalismo, per cui si ingegna in primo luogo a trasformare in nazionalismo l’anticapitalismo delle masse. Impresa agevole, perché si è visto che, sempre, l’ostilità delle classi medie nei confronti del grande capitalismo si accompagna a un tenace attaccamento al concetto di nazione.»3

Il caso politico rumeno, sebbene si differenzi dal caso spagnolo, portoghese e greco per il regime comunista avuto, ha molte similitudini con ciò che abbiamo appena citato. Sebbene le prime fasi post-regime comunista facessero sperare in un regime democratico multipartitico, la realtà dei fatti fu molto diversa. A seguito della morte violenta dei coniugi Caecescu (25 Dicembre 1989), in Romania venne instaurato un governo provvisorio retto da Ion Iliescu. Questi aveva fondato il Fronte di Salvezza Nazionale (FSN) e lo aveva reso un partito a tutti gli effetti. La candidatura del FSN alle elezioni generali del 20 Maggio 1990 generò una serie di malumori e opposizioni politiche in quanto un partito del genere controllava tutto fino a quel momento: l’esercito, le forze dell’ordine, l’economia, i mass media, la giustizia, il parlamento. Il timore quindi era che la Romania, nelle fasi iniziali di transizione verso la democrazia, potesse sprofondare in una zona grigia dove da un lato vi era un partito grande e dominante e dall’altro un’opposizione di facciata. Le proteste non si fecero attendere. Iliescu e i suoi, però, furono abbastanza furbi e astuti nel manipolare i lavoratori, in particolare i minatori, contro le opposizioni.

Circa cinquemila minatori arrivarono a Bucarest da Valea Jiului a fine Gennaio 1990 e aggredirono, con oggetti contundenti e catene, gli oppositori del FSN.

Vi furono numerosi incidenti e i minatori e militanti del partito di Iliescu organizzarono incursioni e perquisizioni nelle sedi dell’opposizione, sequestrando le persone lì dentro.

La fine di questo evento, noto come Minierada4, consentì ai dirigenti del FSN di creare il Consiglio Provvisorio di Unità Nazionale (CPUN) – organo atto a garantire la rappresentanza dei partiti di recente costituzione nelle strutture di potere.

È in questa fase di crisi e scontri tra il cosiddetto “nuovo” e “vecchio” corso politico che nel biennio 1990-1991 nascono due movimenti politici: l’Uniunea Vatra Românească (UVR) (trad.: Unione del Focolare Rumeno) e il Partidul România Mare (PRM) (trad.: Partito della Grande Romania).

Se l’UVR nacque in contrapposizione violenta contro gli ungheresi rumeni (e più nello specifico contro il Romániai Magyar Demokrata Szövetség (RMDSZ) / Uniunea Democrată Maghiară din România (UDMR) (trad.: Unione Democratica Magiara di Romania)) ed ebbe una breve vita politica partitica tramite il Partidul Unității Națiunii Române (PUNR) (trad.: Partito per l’Unità Nazionale dei Rumeni) – quest’ultimo fusosi col Partidul Conservator (trad.: Partito Conservatore) nel 2006 -, il PRM invece volle riprendere delle modalità tipiche delle dittature civico-militari.5

Il nome di quest’ultimo partito era stato scelto deliberatamente per le sue connotazioni storiche. Da un lato si riferiva allo Stato-nazione di tutti i rumeni costituito dopo la Prima guerra mondiale (comprendente la Transilvania, la Bucovina, la Bessarabia, nonché parti del Banato, Crișana e Maramureș); dall’altro alludeva alla perdita, a seguito della Seconda guerra mondiale, dei territori rumeni che oggi fanno parte dei paesi confinanti (Moldavia e Ucraina).

Il PRM raggiunse il suo picco di notorietà quando il proprio leader, Corneliu Vadim Tudor, attraverso la retorica xenofoba e omofoba riuscì a classificarsi secondo alle elezioni presidenziali del 2000, dietro a Ion Iliescu – quest’ultimo divenuto presidente grazie alla candidatura del leader del partito di estrema destra .

Durante questo lasso di tempo, la Romania diventò un territorio dove una serie di aziende iniziarono a sfruttare le persone lavoratrici e le risorse naturali. La disuguaglianza strutturale, la povertà e la corruzione sistemica portarono alla polarizzazione politica e all’emigrazione di massa – che, insieme al basso tasso di natalità, innescarono un grave calo demografico.6

Per attirare ulteriori investitori, il governo rumeno, nella prima metà degli anni 2000, utilizzò ogni mezzo per poter entrare nella NATO e nell’Unione Europea.

L’ “Ordonanţa de urgenţă nr. 31/2002” (trad. : Ordinanza d’urgenza nr. 31/2002), dove vennero vietate le formazioni e i simboli delle organizzazioni fasciste, razziste e xenofobe, oltre la promozione di personaggi colpevoli di crimini contro la pace e l’umanità, fu una mossa fintamente “umanitaria” e “antifascista e antirazzista” dove non si mise in discussione la retorica dei vari partiti movimenti di estrema destra. Anzi, questa mossa “europeista” e “occidentalista” del governo rumeno diede slancio ai gruppi e partiti di estrema destra che si rifacevano, più o meno, al cristianesimo ortodosso e/o all’ex Guardia di Ferro di Codreanu – come il Totul Pentru Ţară (trad.: Ogni Cosa per il Paese) e il Partidul Noua Generație – Creștin Democrat (trad.: Partito Nuova Generazione – Cristiano Democratico). Essi riuscirono ad ottenere nuovi consensi e potenziamenti della retorica non solo contro le persone migranti e non eterosessuali ma anche contro l’Unione Europea – colpevole, a detta loro, di introdurre valori contrari alle morali cristiano-legionarie rumene

Fu con la crisi economica mondiale del 2008 che l’estrema destra rumena fece il salto di qualità. La nascita (o, per essere più corretti, rinascita7) della Frăția Ortodoxă “Sfântul Mare Mucenic Gheorghe purtătorul de Biruință” (trad.: Fratellanza Ortodossa “San Giorgio megalomartire portatore di vittoria”) servì a promuovere corsi speciali inerenti alle tematiche cristiano-ortodosse, dibattiti, convegni e simposi, processioni, pellegrinaggi ed escursioni nei luoghi santi e nei monasteri. Dal punto di vista della Frăția Ortodoxă, chi impediva questa spiritualità cristiana e metteva un freno all’economia capitalistica rumena erano le persone migranti e la comunità LGBTQIA+, nonché tutti quelli a favore di una procreazione “cosciente e responsabile.”8

Non è un caso che la Frăția Ortodoxă abbia sostenuto attivamente, a partire dal 2019, un nuovo partito di estrema destra: l’Alianța pentru Unirea Românilor (AUR) (trad.: Alleanza per l’Unione dei Romeni).

Nel corso di questi ultimi anni l’AUR ha raccolto e riunito i conservatori religiosi, i nazionalisti intransigenti e, durante le fasi della sindemia da Covid-19, i negazionisti e gli antivaccinisti. Tutti soggetti politici che si presentavano come difensori della libertà contro la dittatura dell’élite.

Le principali figure di questo partito sono state George Simion, attuale presidente dell’AUR, nazionalista e ambientalista, e Claudiu Târziu, copresidente dell’AUR fino al 2025, omofobo e grande estimatore della Guardia di Ferro. Il successo fulmineo dell’AUR può essere interpretato come una risposta alla crescente disillusione nei confronti del neoliberismo e del secolarismo. Il partito ha utilizzato il crescente risentimento e la sofferenza sociale di una popolazione che deve affrontare uno sfruttamento economico incontrollabile.

In tal senso l’AUR ha alimentato i risentimenti storici legati alla posizione geopolitica marginale della Romania, promettendo di riportare il paese a uno stato di pienezza demografica, economica ed ecologica, salvaguardare la sovranità nazionale e rivendicare un orgoglio contro i presunti avversari – ovvero le élite capitaliste dell’Unione Europea.

L’AUR ha così articolato una soluzione culturalmente comprensibile ed emotivamente galvanizzante all’esperienza socio-economica traumatica di un Paese che “esporta” i suoi abitanti in altre parti d’Europa – dove questi soggetti sono integrati, loro malgrado, nelle catene globali del lavoro e della produzione.

«Le masse» scriveva Guerin, «sono disposte a credere che il nemico sia il capitalismo straniero, e non già il proprio. Così il fascismo riesce facilmente a sottrarre i suoi finanziatori alla collera popolare stornando l’anticapitalismo delle masse verso la «plutocrazia internazionale.»»9

L’estrema destra rumena è oggi legittimata e aiutata dai politici parlamentari, dai media (nuovi e tradizionali che siano) e personalità intellettuali e artistiche, nonché dai vari strati fondamentalisti della Chiesa ortodossa.

Per avere un minimo di panoramica su come si sia arrivati all’AUR e come le retoriche neofasciste e dell’estrema destra non siano troppo diverse da un paese all’altro – si pensi al caso italiano con la Lega e l’attuale Futuro Nazionale di Vannacci -, presentiamo alcuni capitoli tratti dal libro di Gabriel Andreescu, Extremismul de dreapta in Romania (trad.: Estremismo di destra in Romania), edito dal Centrul de Resurse Pentru Diversitate Etnocultural, Cluj, 2003. Nonostante sia un lavoro vecchio di 23 anni e non di stampo anarchico ma democratico, Andreescu fa una panoramica della società rumena a cavallo tra la transizione dal regime comunista e l’entrata nell’Unione Europea e nella NATO, soffermandosi su come certi gruppi, movimenti e partiti politici di estrema destra della Romania abbiano avuto un ruolo importante nel Paese.

L’espansione della retorica di estrema destra in Europa e più in generale nel cosiddetto Mondo Occidentale, nasconde un regime capitalista in crisi effettiva o potenziale dove i soggetti economici-culturali applicano e invocano ristrutturazioni aziendali (iper-sfruttamento e licenziamenti) ed esclusioni di quella parte della popolazione non rientrante nei canoni imposti dalle morali eterosessuali-religiose.

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Capitolo III

– Principali forze estremiste: dalla Uniunea Vatra Românească al PUNR e PRM
– Il Partidul România Mare
– Il tentato colpo di Stato del 1999

Principali forze estremiste: dalla Uniunea Vatra Românească al PUNR e PRM

La più consistente, efficace e minacciosa forma di estremismo in Romania è l’ultra-nazionalismo. L’organizzazione che ha dato inizio a questa forma di estremismo è la Uniunea Vatra Românească (UVR) (trad.: Unione del Focolare Rumeno) fondata a Târgu Mureș il 1 febbraio 1990.10 L’iniziativa è partita, però, dalle nuove autorità di Bucarest 11, i cui leader erano alla ricerca di una nuova legittimità – in quanto la loro precedente carriera nel Partito Comunista Rumeno rappresentava un ostacolo e non un punto a loro favore dopo la rivoluzione del Dicembre 1989. L’ideologia fondante dell’UVR fu l’anti-magiarismo; i suoi fondatori organizzarono provocazioni anti-ungheresi a partire dalla fine del Gennaio 1990 – alcune in segreto12, altre utilizzando come mezzo di comunicazione il quotidiano locale Cuvântul liber (trad.: Parola libera), tribuna della futura organizzazione, o le televisioni locali. Il clima anti-ungherese, alimentato anche dai media della capitale, raggiunse il culmine a metà Marzo 1990. Il 19 Marzo, una manifestazione dell’UVR si trasformò in un attacco alla sede locale della Romániai Magyar Demokrata Szövetség (RMDSZ) / Uniunea Democrată Maghiară din România (UDMR) (trad.: Unione Democratica Magiara di Romania), dove una personalità della comunità ungherese venne brutalmente picchiata.13 Gli episodi violenti si intensificarono così tanto che, il 21 Marzo 1990, la città di Târgu Mureș divenne teatro di sanguinosi scontri tra rumeni14 e ungheresi. Cinque persone erano state uccise e diverse centinaia erano rimaste ferite.15 A causa di questa situazione di instabilità, alla fine del Marzo 1990 venne istituito il Serviciul Român de Informații (SRI) (trad.: Servizio Rumeno di Informazione), basato sulla Securitate16 e in violazione delle procedure legali del momento.17

L’associazione anti-ungherese UVR, organizzatrice di questi disordini, aveva goduto di un sostegno sempre più consistente, sia a livello locale che nazionale, diventando da lì a poco un attore politico di rilievo.18 Prima delle elezioni del 20 Maggio 1990, l’UVR aveva fondato il Partidul Unității Națiunii Române (PUNR) (trad.: Partito per l’Unità Nazionale dei Rumeni).

Il PUNR era diventato, per alcuni anni, il principale partito ultra-nazionalista della Romania. Alle elezioni comunali del 1992, il suo leader, Gheorghe Funar, era stato eletto sindaco della più grande città della Transilvania, Cluj-Napoca.19 Alle elezioni parlamentari dello stesso anno, il PUNR ottenne il 7,72% dei seggi alla Camera dei Deputati e l’8,12% al Senato, diventando il principale partner del Frontul Democrat al Salvării Naționale (FDSN) (trad.: Fronte Democratico di Salvezza Nazionale) nella coalizione nazionalista che governò la Romania tra il 1992 e il 1996. Nel governo definito dall’opposizione dell’epoca “il quadrilatero rosso,” il PUNR ottenne due ministeri e occupò numerose cariche di livello inferiore.

Un’idea del linguaggio e dell’atteggiamento del PUNR è data dalla seguente citazione che sintetizza l’ultra-nazionalismo anti-ungherese di questa formazione politica: «Come è noto, questo spirito nomade, questo carattere barbaro, di cui gode il popolo ungherese e la minoranza [presente] in Romania, non è mai scomparso in 1000 anni. Probabilmente saremo noi, i rumeni, a doverli curare da questa vergogna e a farli diventare un popolo europeo pacifico, civilizzato, che non brami più territori stranieri. Che Dio li preservi dal tendere ancora la zampa verso i territori rumeni.»20

Alle elezioni del 1996, il PUNR ottenne solo il 4,36% dei seggi alla Camera dei Deputati e il 4,22% al Senato, subendo una considerevole perdita di popolarità. L’ingresso dell’UDMR nella coalizione di governo diede un colpo decisivo al PUNR. Il leader di questo partito di estrema destra, Gheorghe Funar, lasciò il partito per diventare segretario generale del Partidul România Mare (PRM) (trad.: Partito Grande Romania). Nel 2000, il PUNR non entrò più in Parlamento. I suoi sostenitori passarono al PRM che, oltre a sviluppare un linguaggio giustizialista, attaccava la corruzione, la povertà, gli ungheresi, gli zingari e gli ebrei. Oggi (2003, ndt) il PUNR è come l’UVR: una formazione marginale, senza grandi speranze di rivitalizzarsi.

Il Partidul România Mare (trad.: Partito Grande Romania)

La maggior parte delle organizzazioni estremiste si era sviluppata grazie agli organi di stampa messi a loro disposizione, integrandosi così nella società rumena. L’UVR aveva trovato spazio in quasi tutti i quotidiani della Transilvania che, da ex filiali locali del giornale del Partidul Comunist Român (PCR) (trad.: Partito Comunista Rumeno) Scânteia (trad.: Scintilla), si erano trasformate in pubblicazioni indipendenti. Al contrario, alcuni organi di stampa avevano gettato le basi per i partiti di estrema destra. È il caso della rivista România Mare (trad.: Grande Romania), apparsa nel 1990 e precedente al Partito România Mare (trad.: Partito Grande Romania).21

Il linguaggio di România Mare ebbe un rapido successo. Il suo tipico discorso di incitamento all’odio era contro gli ungheresi, gli zingari, gli ebrei e qualsiasi categoria politica o culturale democratica.22 All’inizio, lo sciovinismo anti-ungherese prevalse in quanto garantiva il massimo capitale politico: «Temo fortemente che, di questo passo, se continueremo a essere provocati all’infinito faremo un’altra cavalcata di salute fino a quella meravigliosa città [dove si balla] la ciarda e le donne sono disponibili. E lì resteremo per un po’, fino all’anno 2000, in modo da garantire la pace in quella zona. Non vogliamo che si arrivi a questo punto. A nessuno piacciono le campagne militari. Ma tra gli ungheresi a Bucarest o i rumeni a Budapest, potete immaginare quale variante sceglieremo e quale sia la musica che ci piace…»23

Il Partito România Mare era indissolubilmente legato al suo leader, Corneliu Vadim Tudor.

Il suo linguaggio superava qualsiasi limite di un normale politico: «Ma parlando dei discendenti di quei barbari, non crediamo di offendere la nazione ungherese; al contrario, diffondiamo testi autentici e storici che attestano come in origine [gli ungheresi] fossero dei primitivi, cosa che i rumeni non sono mai stati.»24

Alle elezioni del 1992, il PRM ottenne il 3,89% dei seggi alla Camera dei Deputati e il 3,85% al Senato – il numero minimo per entrare in Parlamento. Nel 1996, il Partito era salito al 4,46% alla Camera e al 4,54% al Senato, diventando così il primo raggruppamento politico estremista del Paese. Posizionato all’opposizione, il PRM si era dimostrato molto attivo, partecipando, all’inizio del 1999, a un tentativo di colpo di Stato. In quel momento furono avviate azioni per mettere il PRM fuori legge; ma queste vennero archiviate. La debolezza delle autorità aveva gravemente compromesso, nel tempo, la vita politica del Paese.

Durante la campagna presidenziale del Novembre 2000, Corneliu Vadim Tudor aveva adattato il suo discorso alle nuove realtà. Per quanto riguardava la sua coerenza sciovinista, si era concentrato maggiormente sugli zingari (anche se, secondo me, sarebbe meglio dire romaní) in quanto all’epoca gli ungheresi rappresentavano un bersaglio meno interessante. Ha parlato in diretta televisiva della «tipologia della mafia zingara (…). Attaccano in gruppo, controllano i mercati e non violentano i propri figli e genitori perchè sono impegnati a violentare i nostri…»25

In precedenza, nel 1998, Tudor aveva pubblicato un manifesto dove affermava: «gli zingari che non vogliono andare a lavorare (…) saranno mandati nei campi di lavoro.»26 All’ampia protesta delle ONG e dei gruppi romaní, Tudor rispose: «non siamo interessati a ciò che vogliono gli zingari. Tutti [gli zingari] dovrebbero essere mandati in prigione. Non c’è altra soluzione.»27

Attribuendo al suo discorso un forte tono giustizialista, Corneliu Vadim Tudor aveva ottenuto un successo che superò ogni aspettativa precedente.28 Aveva ottenuto il 30% dei voti totali al ballottaggio delle elezioni presidenziali del 2000. Il suo partito aveva ottenuto il 21,01% dei seggi al Senato e il 19,48% dei seggi alla Camera dei Deputati. È importante notare come il presidente Ion Iliescu,vincitore delle elezioni, non avesse fatto alcun tentativo di denunciare le manifestazioni razziste del suo avversario. Anzi, nell’Aprile 2001 aveva affermato che la Romania «avesse sviluppato un sistema immunitario contro l’odio interetnico, l’intolleranza, la xenofobia, l’estremismo, l’antisemitismo e il razzismo.»29 Inoltre, il presidente aveva utilizzato il termine «colorat»30 verso un romaní, lamentandosi successivamente che l’interesse internazionale per questi ultimi derivasse da una «campagna» occidentale anti-romena.31

Il tentato colpo di Stato del 1999

Come formazione estremista, il PRM aveva dimostrato la sua massima pericolosità durante le fasi del fallito colpo di Stato del 1999.

Gli eventi, che col tempo si sarebbero trasformati in un tentativo di golpe, avvennero nella terza settimana di Gennaio del 1999 e iniziarono con una protesta dei minatori della Valle del Jiu.32 Corneliu Vadim Tudor si rivolse a loro dicendo: «Miei cari compagni, il Paese è con voi. (…) Vi porterò negli uffici lussuosi di Bucarest, mentre le canaglie che hanno rovinato il Paese le manderò in miniera.»33

Su invito e sotto la guida del leader sindacale – e al tempo stesso vicepresidente del PRM –, Miron Cosma, i minatori annunciarono una marcia su Bucarest per imporre le loro richieste salariali. Nel Giugno 1990, un’azione di questo tipo – sempre sotto la guida di Miron Cosma –, terrorizzò Bucarest per alcuni giorni, e nel Settembre 1991 determinò la caduta del governo. Durante la marcia, una folla di circa 12mila minatori, guidata secondo tecniche militari ben collaudate, distrusse due blocchi della polizia e della gendarmeria e il primo ministro fu costretto a negoziare sotto la minaccia di un’invasione di Bucarest.

Dopo una prima interruzione della marcia su Bucarest, Cosma riprese il cammino. Venne però arrestato e i circa 2mila minatori rimasti sotto la sua guida furono respinti dalle forze dell’ordine. Per rendere possibile questa repressione, il presidente della Romania dichiarò lo stato di emergenza.34

Secondo un Rapporto della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite35, gli eventi [accaduti in Romania] rientravano nella categoria della ribellione, della sovversione, della turbativa della quiete e della minaccia alla Costituzione, all’autorità, all’ordine pubblico e alla sicurezza delle persone, nonché un pericolo per la vita economica del Paese.36 Il pericolo che questi rappresentavano era al tempo stesso «eccezionale ed imminente.»37

I minatori, guidati sul campo da Miron Cosma, erano in contatto con la dirigenza del PRM. I capi del Partito di estrema destra avevano costantemente incitato e preparato, attraverso delle dichiarazioni – sia dagli scranni del Parlamento che tramite i mass media –, l’eventuale sostituzione forzata delle autorità elette nelle libere elezioni dell’autunno del 1996. Il PRM aveva chiesto le dimissioni del governo e elezioni anticipate, entrando in sintonia con lo sciopero dei minatori. A seguito di questi eventi, diverse personalità pubbliche avevano chiesto la messa al bando del PRM, basandosi su cinque accuse: mancato rispetto dei principi della democrazia costituzionale, incitamento alla violenza pubblica, mancato rispetto dell’ordine dello Stato di diritto, istigazione all’odio nazionale, razziale e religioso, militanza contro il pluralismo politico.38 Anche il ministro della Giustizia intervenne; ma nonostante le prove evidenti e le violazioni del PRM riguardanti i principi costituzionali e le disposizioni di legge sui partiti, il caso fu archiviato.

 

Continua nella Seconda Parte

Note

1In un ambito psicologico, l’auto-vittimizzazione è una strategia utilizzata da una persona che assume il ruolo di vittima e agisce nel seguente modo: cerca attenzioni, non accetta le proprie responsabilità, accusa gli altri delle sue disgrazie e si lagna continuamente. Nell’ambito politico, l’auto-vittimizzazione è un elemento fondante di tutti quei gruppi e partiti politici che, attraverso le loro retoriche, inneggiano tramite rimpianti determinati periodi storici e figure eroiche e rivoluzionarie.

2Christopher Lizotte, Where Are the People? Refocusing Political Geography on Populism, Political Geography, 71, Maggio 2019, pp. 139-141

3Daniel Guerin, Fascismo e gran capitale, trad. it. a cura di Giorgio Galli (aggiornata), Erre Emme Edizioni, Roma, 1994, p. 144

4Per avere un quadro sintetico e completo su cosa fosse questa protesta, rimandiamo all’articolo di Mihaela Iliescu, Mineriada din iunie 1990 – o scurtă incursiune istorică (trad.: Mineriade del Giugno 1990 – una breve incursione storica), Astra Salvensis, 13 (1), 77–82. Link

5Si veda più avanti il Capitolo III, paragrafi Il Partidul România Mare e Il tentato colpo di Stato del 1999

6Vedere Ban Cornel, Ruling ideas. How global neoliberalism goes local, Oxford University Press, New York, 2016; Dan Popa, România – locul 17 în lume la emigrare. Aproape 6 milioane de români au ales să lucreze și să se stabilească în străinătate. La 6 români care emigrează aducem un imigrant (analiză) (trad.: Romania – 17° posto nel mondo per emigrazione. Quasi 6 milioni di rumeni hanno scelto di lavorare e stabilirsi all’estero. Per ogni 6 rumeni che emigrano, ne arriva uno dall’estero (analisi)), hotnews.ro, 27 Febbraio 2024. Link

7Fondata come Frăția Ortodoxă Română (FOR) (trad.: Fratellanza Ortodossa Rumena) dal filologo rumeno Sextil Pușcariu nel Febbraio 1933 e patrocinata dal vescovo Nicolae Ivan della diocesi di Vad, Feleac e Cluj, l’organizzazione si prefiggeva come obiettivi la propaganda cristiana volta a implementare uno stile di vita e un comportamento pubblico appropriato nelle relazioni interpersonali e gli aiuti sociali e religiosi a tutti i livelli e in tutte le classi e rami della vita sociale. Nella Romania degli anni ‘30, attraversata da conflitti tra il potere governativo e la Guardia di Ferro, la FOR, e più nello specifico Pușcariu, non nascondeva l’ammirazione per quest’ultimi e un’insofferenza sempre più marcata contro lo Stato democratico e il bolscevismo. Fonti utilizzate: Frăția Ortodoxă Română, Foaia Diecezana, a. XLVIII, n. 6, 5 Febbraio 1933; Frăția Ortodoxă Română, Sfarmă-Piatră, A. II, n. 49, 29 Ottobre 1936, p. 2; Horia Sima, Era Libertatii. Statul National Legionar Vol. 1, Editura Mişcării Legionare, Madrid, 1982.

8A tal merito si vedano i post sulla pagina facebook di Fratia Ortodoxa sull’aborto e la pillola anticoncezionale (link 1 ; link 2), sui migranti (link 1 ; link 2) e sulla comunità LGBTQIA+ (link 1 ; link 2)

9Daniel Guerin, Ibid.

10La prima presentazione pubblica della Uniunea Vatra Românească ebbe luogo il 25 Gennaio 1990 a Reghin.

11La sera del 25 Gennaio 1990, il presidente Ion Iliescu parlò delle «tendenze separatiste ungheresi,» espressione che in seguito divenne un leitmotiv dell’ultra-nazionalismo. Del resto, Ion Iliescu figurava nell’elenco dei membri fondatori della Uniunea Vatra Românească. Vedi Elõd Kincses, Martie negru la Târgu Mureș, Ed. Juventus, Târgu Mureș, 2001; Gabriel Andreeescu, Ruleta. Români și maghiari, 1990–2000, Ego, 2001.

12Il 25 Gennaio 1990, dall’ufficio postale di Târgu Mureș venne diffuso un telegramma-appello dal contenuto falso e provocatorio: «Fratelli rumeni, colleghi delle Poste e delle Telecomunicazioni. (…) Nelle nostre unità e in altre a Târgu Mureș si procede, in modo sistematico e abusivo, alla sostituzione dei quadri dirigenti a tutti i livelli con ungheresi. Dalle scuole sono stati cacciati, brutalizzati e sputati addosso i rumeni e i docenti rumeni.» (Elõd Kincses, Op.cit., p.44).

13La vittima era Sütõ András, uno dei più importanti scrittori ungheresi, membro della dirigenza locale dell’UDMR (Tom Gallagher, Democrație și naționalism în România, 1989-1998, Bucarest, Edit. All Educational, 1999). Nota del blog. Stando alla biografia tracciata dalla treccani, András, «lavorò al giornale ungherese Új Élet (trad.: Nuova vita”) e dal 1971 si trasferì in Transilvania, dove prese parte attiva alla vita politica locale contrassegnata talvolta da aspri conflitti (rivoluzione del 1989, scontri etnici del 1990).» András si trovava dentro la sede dell’UDMR quando i manifestanti nazionalisti rumeni la assaltarono. A seguito della violenza subita, András perse l’occhio sinistro e riportò ferite alla testa, alle costole e alla mano sinistra.

14Alcuni erano stati portati in autobus dai villaggi alla città, armati di bastoni e preparati per questo scontro.

15Tra i morti e i feriti c’erano sia rumeni che ungheresi.

16L’ex polizia politica di Ceaușescu.

17Per la costituzione legale sarebbe stato necessario il voto del Consiliul Provizoriu de Uniune Națională (CPUN) (trad.: Consiglio Provvisorio di Unità Nazionale). Il CPUN non era stato informato al riguardo.

18Un membro dell’UVR venne inserito nella delegazione rumena dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) (Tom Gallagher, Op. cit., p. 132).

19È da notare che nella competizione per il secondo turno delle elezioni, Gheorghe Funar ricevette l’aiuto del Frontul Salvării Naționale (FSN) (trad.: Fronte di Salvezza Nazionale) (Ibidem, p. 154).

20Gheorghe Funar in Informația Zilei, Satu Mare, 27 Ottobre 1994. La citazione che abbiamo riportato risale alla fase centrale dell’attività del partito; i temi e l’aggressività del linguaggio, in ogni caso, sono rimasti costanti nel tempo.

21Un altro caso è quello della rivista estremista Mișcarea (trad.: Movimento), che ha preceduto il partito Mișcarea pentru România (trad.: Movimento per la Romania).

22Si veda il parere espresso dal Rapporto del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla Romania (2001), che identifica per la prima volta il PRM come partito di estrema destra: «Nel mese di Maggio [2001] l’ambasciatore di Israele ha espresso preoccupazione per un libro pubblicato da un membro del partito di estrema destra Partidul România Mare (PRM) che contiene due barzellette sullo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti.»

23Corneliu Vadim Tudor, Atenție la Ungaria (4) (trad.: Attenzione all’Ungheria), in România Mare, I, 1990, n. 17, (28 Settembre).

24Corneliu Vadim Tudor, senatore, presidente del PRM, discorso pronunciato il 7 Febbraio 1995, in occasione dell’incontro di lavoro tra PDSR, PUNR, PRM e PSM, in România Mare, n. 241, anno VI, 17 Febbraio 1995.

25Doresc să fiu Preoedinte (trad.: Voglio diventare presidente), PRO TV, Bucarest, 14 Novembre 2000 (programma televisivo).

26La dichiarazione era stata pubblicata integralmente su România Mare del 21 Agosto 1998, Ziua del 17 Agosto 1998 e Libertatea del 18 Agosto 1998.

27George Toader, Romii nul iartă pe C.V. Tudor, dar nici el nu se lasă intimidat (trad.: I Rom non perdonano C.V. Tudor, ma nemmeno lui si lascia intimidire), in Cronica Română, 22 Agosto 1998.

28Anche in relazione ai sondaggi di opinione.

29Ion Iliescu all’apertura di un forum sulle relazioni interregionali nei Balcani, Bucarest, 20 Aprile 2001. Cfr. România Liberă, 23 Aprile 2001.

30Scurt pe doi (trad.: A corto di due), TVR, Bucarest, 9 Aprile 2001 (programma televisivo).

31RFE/RL Newsline, 20 Aprile 2001.

32Gabriel Andreescu, Tema stării de urgență din perspectiva tentativei de lovitură destat (trad.: La questione dello stato di emergenza dal punto di vista del tentativo di colpo di Stato), in Sfera politicii, n. 67, 1999.

33Corneliu Vadim Tudor, Manifest pentru minerii din Valea Jiului (trad.: Manifesto per i minatori della Valle del Jiu), in România Mare, n. 444 del 15 Gennaio 1999.

34In conformità con le attribuzioni costituzionali, art. 93, comma 1. Si era reso necessario adottare un’ordinanza d’urgenza – nella notte tra il 21 e il 22 Gennaio 1999 –, in quanto allo scoppio delle ostilità in Romania, non esisteva una norma che regolasse lo stato di emergenza o di assedio.

35Queste legittimavano l’istituzione di misure adottate dalle autorità di Bucarest (tra cui l’istituzione dello stato di emergenza). Cfr. UN Commission on Human Rights, Study of the Rights of Everyone to be Free from Arbitrary Arrest,Detention and Exile, E/CN. 4/826, 1962, p. 257

36N. Questiaux, Study of the Implications for Human Rights of Recent Developments concerning Situations Known as State of Siege or Emergency, E/CN, 4/ Sub, 2/1982/15.

37Nel senso del caso greco: Report on the EHCR, YBECHR 12, 1969. Nota del blog. L’autore si riferisce nello specifico alla Dittatura dei colonnelli in Grecia (1967-1974) e alle accuse della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) di violazione dei diritti umani e torture contro le persone detenute. Link

38Dan Pavel, docente presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bucarest, aveva avviato un procedimento per dichiarare fuorilegge il PRM.

L’estremismo di destra in Romania – Prima Parte ©, .

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Film e pedagogia anarchica – Prima Parte

Estratto dal capitolo quattro, «Film and Anarchist Pedagogy», Richard Porton, Film and the Anarchist Imagination, University of Illinois Press, Chicago, Urbana, Springfield, 2020, pp. 110-53, Seconda Edizione

 

-Anarchismo in classe: La riforma dell’istruzione contro la “descolarizzazione”

«L’istruzione è una cosa ammirevole. Ma è bene ricordare, di tanto in tanto, che niente di ciò che vale la pena sapere può essere insegnato.» — Oscar Wilde, A Few Maxims for the Instructionof the Over-Educated.1

Conservatori, liberali e marxisti hanno tutti dedicato una considerevole dose di energia a valutare e, per certi versi, trasformare la teoria e la pratica educativa. Eppure, l’attenzione che gli anarchici hanno riservato alle sfumature della pedagogia non ha eguali in nessun’altra tendenza politica.

È chiaramente difficile ignorare la recente fioritura di teorie pedagogiche elaborate da autori non anarchici, principalmente neo-marxisti e post-strutturalisti.

L’importanza teorica di questo lavoro non dovrebbe essere liquidata con leggerezza; ma, nel bene e nel male, non è facile colmare il divario tra la teoria pedagogica postmoderna – sostenuta principalmente da studiosi universitari -, e i contributi di teorici ed educatori anarchici come Michail Bakunin, William Godwin e Francisco Ferrer.

Henry Giroux – per citare l’unica figura postmoderna che ha effettivamente mostrato familiarità con le tradizioni educative anti-autoritarie – non ha del tutto torto quando descrive i pedagoghi anarchici come romantici sostenitori della “realizzazione personale” che occasionalmente dimenticano le dinamiche di gerarchia e potere che i libertari non dovrebbero trascurare.2

Tuttavia, nonostante nell’opera dei postmodernisti permangano tracce della pedagogia anarchica, è sorprendente che, salvo rare eccezioni, essi ignorino completamente l’opera di Ferrer, Godwin e Paul Goodman, nonché la pedagogia auto-emancipatoria sostenuta da militanti anarchici quali Emma Goldman e Mikhail Bakunin.

La pedagogia anarchica contemporanea è iniziata con i lavori di William Godwin e Max Stirner, e si è definita attraverso un approccio critico al falso libertarismo dell’influente, sebbene pieno di contraddizioni, romanzo-trattato educativo Émile di Jean-Jaques Rousseau.

“Rousseauiano” è diventato un sinonimo per la celebrazione o, per meglio dire, feticizzazione, di uno “stato naturale”. Eppure, di fronte alle esigenze della civiltà, Rousseau propone un “contratto sociale” innegabilmente statalista che risulta sorprendentemente congeniale ai sostenitori del governo autocratico – un commentatore ha persino definito la sua teoria politica, con la sua amorfa nozione di “volontà generale”, un esempio di proto-totalitarismo.3

Tuttavia è innegabile che l’obiettivo pedagogico dell’Émile prefigurava la tradizione liberale di Maria Montessori e John Dewey (e, sotto certi aspetti, la psicologia cognitiva di Jean Piaget) – correnti con le quali l’anarchismo ha alcune affinità, nonostante l’opposizione radicale verso questi riformatori disposti ad adeguarsi all’ordine costituito

La visione dell’infanzia di Rousseau è, allo stesso tempo, elogiativa e paternalistica: nell’Émile, l’autore francese incoraggia i bambini a godersi il loro beato irrazionalismo fino all’arrivo della pubertà. Impegnato in una vera educazione sentimentale, Rousseau sosteneva che l’educazione infantile dovesse essere “puramente negativa,” preoccupata solo di salvare «il cuore dal vizio e la mente dall’errore.»4

Anche se l’ “educazione negativa” dell’Émile mira a favorire l’auto-sufficienza – senza il peso dei libri o aforismi morali fin dalla tenera età («impara dalla natura e non dagli uomini»5) -, il suo tutore onnipresente e apparentemente benevolo, agirebbe come un burattinaio pedagogico, sempre vicino nel tirare i fili del suo allievo ignaro.

Come osserva Jean Starobinski, l’educazione di Émile potrebbe essere pensata «per la libertà, ma non è certamente, in senso autentico, un’educazione attraverso la libertà.»6

Quando Émile raggiunge l’età adulta, il suo tutore gioca il ruolo di Pandaro7 dietro le quinte, progettando l’amore e il successivo matrimonio con una donna di nome Sophie. Anche l’«educazione dei sensi» del pupillo deve essere orchestrata da un despota illuminato.
Michael Smith sostiene che la propensione di Rousseau nella «coercizione mascherata … sia un doppio affronto all’autonomia del bambino.» Smith propone una critica anarchica all’elaborata regolamentazione della libertà operata da Rousseau, suggerendo che una modalità più legittima di autonomia possa aiutarci a distinguere gli insegnanti «liberali» o «progressisti» da quelli «veramente libertari».8

William Godwin, ad esempio, cercò di ribaltare i «modi di educazione tradizionali», dove «il maestro guida e l’allievo segue.»9 Godwin è determinato a demistificare la cosiddetta «impotenza del bambino» e, al contrario di Rousseau, la sua pedagogia prende il dolore non per manipolare indebitamente i bisogni e desideri dei bambini.
Godwin può essere visto come il primo difensore delle “scuole libere” e a favore di una riforma radicale dell’educazione – un precursore del diciottesimo secolo di educatori radicali come Herb Kohl, John Holt e Jonathan Kozol.

Le implicazioni della critica radicale alla pedagogia tradizionale, anche se meno concreta, del giovane hegeliano Max Stirner non sono state ancora assimilate completamente dagli educatori anarchici.

Il breve trattato di Stirner, Il falso Principio della Nostra Educazione, presenta una sorprendente somiglianza a quello che si conosce oggi come descolarizzazione radicale. Stirner affermava che «vi è dappertutto una grande quantità di cadaveri politici, sociali, ecclesiastici, scientifici, artistici, morali ed altri ancora; e finché tutti questi cadaveri non saranno consumati, l’aria non sarà pura, pesante rimarrà il respiro.» 10

Probabilmente perché fu maestro, Stirner identificava le scuole con il filisteismo11 e tracciava una distinzione tra l’ «uomo istruito» e il vero individuo libero. Sebbene una lettura miope mostri la rabbia di Stirner contro la pedagogia – ovvero un sintomo dell’anti-intellettualismo di cui gli anarchici sono spesso (e a volte giustamente) accusati -, l’autore tedesco non discute sul valore dell’acquisizione della conoscenza, ma sostiene che «attraverso il sapere, noi diventiamo liberi soltanto interiormente (una libertà, alla quale del resto mai si deve rinunciare); ma con tutta la libertà di coscienza e di pensiero noi esteriormente possiamo restare schiavi e in soggezione.»12

Mentre il fervore polemico di Stirner corrisponde al disprezzo del primo Nietzsche sulla mediocrità dell’istruzione istituzionale, e rimanga più ad un livello esistenziale che pratico, la chiamata di Bakunin per una «educazione integrale» – formazione professionale e intellettuale volta a formare la «persona nella sua totalità» -, si focalizzava specialmente sulle diseguaglianze che separavano le classi più alte dal proletariato.

L’agenda pedagogica di Bakunin comprendeva una forma leggermente coercitiva dell’anti-autoritarismo, predicando che «bisogna diffondere a piene mani l’istruzione delle masse, e trasformare tutte le chiese, tutti quei templi dedicati alla gloria di Dio e all’asservimento degli uomini, in altrettante scuole di emancipazione umana.»13

Con la sua tipica geniale indecisione, Bakunin sintetizzava in modo lungimirante le due principali correnti all’interno della pedagogia anarchica contemporanea.

Ai tempi, l’anarchico russo difendeva l’ideale dell’educazione universale; eppure, in un distinto passaggio stirneriano, l’anarchico russo ammise che «fino a un certo punto l’uomo può essere il suo stesso educatore, insegnante e persino creatore.»14 Se l’anarchismo del diciannovesimo e del primo ventesimo secolo esaltava il potenziale trasformativo delle scuole alternative, gli ultimi trenta anni sono stati marcati da una graduale perdita di fede nell’efficacia istituzionale di tutte le scuole. (mainstream o apparentemente “libere” che siano)

Sotto molti aspetti, l’impegno di Ivan Illich nella “descolarizzazione” ha concretizzato le astrazioni contenute ne Il falso principio della nostra educazione, cercando, al contempo, di dare seguito all’esortazione conclusiva dell’opera: «il sapere deve morire per risorgere di nuovo come volontà e per ricrearsi ogni giorno da capo come persona libera.»15

Il socialista utopista Charles Fourier, una figura rivendicata sia dalla tradizione anarchica che da quella surrealista, formulava un’eccentrica, e a volte affascinante ed ingegnosa, pratica d’educazione che era, sotto molti aspetti, genuinamente anti-autoritaria. Puramente proto-femminista, Fourier rigettava la venerazione della famiglia di Rousseau o l’occasionale visione condiscendente delle donne di Bakunin. Di conseguenza, la ricerca dell’armonia apparentemente stravagante di Fourier – «un ordine sociale organizzato in modo che la soddisfazione dei desideri individuali contribuisca a promuovere il bene comune»16 – ha generato una pedagogia anti-dogmatica dove i bambini potevano apprendere tanto dai propri coetanei quanto dalle persone anziane. La decisione nel 1909 del governo spagnolo di giustiziare l’insegnante anarchico Francisco Ferrer, fondatore della Scuola Moderna (successivamente emulata da pedagoghi anarchici nell’est Europa e negli Stati Uniti), prova che anche un’intenzione modesta di introdurre i princìpi anti-autoritari agli studenti possa essere percepita come una minaccia da un esecutivo nervoso.

Sebbene le autorità spagnole tentassero goffamente di coinvolgere Ferrer in un complotto per assassinare re Alfonso XIII, la riluttanza del regime nel cedere alle richieste internazionali di liberazione dell’educatore era motivata dal timore, quasi primordiale, della sua difesa di un’istruzione laica e razionalista, che, sebbene insipida per gli standard contemporanei, allarmava l’establishment educativo cattolico.

La risposta del movimento anarco-sindacalista catalano all’intransigenza del governo e della Chiesa culminò nella “Semana Tragica” (trad: Settimana tragica) del 1909 – dove vi fu uno sciopero generale a Barcellona e una violenza spontanea popolare contro i simboli e i rappresentanti del cattolicesimo.17 Secondo Joan Connelly Ullman, gli operai incendiarono «quaranta conventi e dodici parrocchie.»18 Il martirio di Ferrer divenne emblematico per il ruolo centrale della pedagogia alternativa assunta dagli anarchici convinti.

Mentre i radicali rifiutavano parole come “positivismo” e “razionalismo” – considerati gettoni dell’ideologia conformista -, Ferrer, grazie al suo anticlericalismo, abbracciava la scienza quale antidoto logico all’egemonia cattolica. Data l’ostilità della Chiesa alla sua concezione di scuola come laboratorio per il cambiamento, non sorprende che le autorità spagnole abbiano accolto con preoccupazione le dichiarazioni di Ferrer: «al bambino, al fine di evitare errori, deve essere insegnato che è fondamentale non dare nulla per scontato.»19 Per Ferrer, la scuola dovrebbe servire come luogo di fermento rivoluzionario; Joel Spring ha osservato che al pedagogo spagnolo «non bastava desiderare una società anti-autoritaria e che l’Escuela Moderna rappresentava il primo passo di un progetto che si muoveva in quella direzione.»20

Questa tensione tra la fede in istituzioni alternative e una tendenza alla de-istituzionalizzazione è al cuore della strategia polemica di Ivan Illich. Il suo trattato Descolarizzare la Società è perfetto da citare, e lo stile pungente aforistico eviscera coscientemente i fondamenti di base del discorso di sinistra. Anche se Illich era decisamente un uomo di sinistra e avesse simpatie per l’eredità anarchica – tra cui Paul Goodman -, riusciva a citare in una pagina l’appello di Milton Friedman a favore dei crediti per le tasse universitarie, mentre in un’altra ad approvare la dichiarazione di Fidel Castro (del 1970): «Cuba potrà chiudere l’università perché l’intera vita cubana sarà un’esperienza educativa.»21 Fedele alla sua vocazione di provocatore intellettuale, Illich si avventurava maliziosamente in territori non anarchici, concludendo che «la scuola non favorisce né l’apprendimento né la giustizia.»22

Illich osservava che «si insegnava agli allievi-consumatori a conformare i propri desideri ai valori suscettibili di essere messi sul mercato.»23

Come antidoto al rigido «curriculum nascosto» dell’istruzione mainstream, Illich propose di rimpiazzare la pedagogia istituzionale con «reti di apprendimento» capaci di rimpiazzare la scuola dell’obbligo. Così facendo si dava un’opportunità agli studenti entusiasti di approfittare dei centri di apprendimento comunitari – i quali avrebbero contattato i coetanei e i «docenti in generale» che condividevano abilità e conoscenze specializzate.

Come antidoto al rigido «curriculum nascosto» dell’istruzione tradizionale, Illich proponeva di sostituire la pedagogia istituzionale con le «reti di apprendimento»: esse avrebbero rimpiazzato la scuola dell’obbligo e dato delle opportunità a quegli studenti desiderosi di trarre vantaggio dai centri di apprendimento comunitari – i quali avrebbero contattato i propri coetanei e gli «insegnanti in generale» che condividevano competenze e conoscenze specialistiche.

Michael P. Smith ha ragione a criticare Illich riguardo il pregiudizio legalistico insito nella descolarizzazione. Secondo Smith, la descolarizzazione privilegia «l’apprendimento contrattuale» e mostra la sua inadeguatezza nel distinguere i bisogni di apprendimento dei bambini, adolescenti e adulti. Illich, quindi, pecca di «ingenuità» sul potere e questo «lo distingue dal movimento anarchico.»24

Inoltre, vi è una strana convergenza tra gli interessi dei presunti anarchici descolarizzatori e gli istruttori domiciliari (in inglese: homeschooler, ndt) di destra, il cui anti-statalismo deve molto agli insegnamenti degli apostoli del mercato libero come F.A. Hayek.

Tuttavia, è importante notare che «con la descolarizzazione, Illich non intende una completa de-istituzionalizzazione [della scuola] ma una trasformazione di essa…Si riferisce esplicitamente al bisogno di “nuovi istituti di istruzione formale”»25 – un’aspirazione perfettamente in linea con l’attività autonoma degli anarchici.

Molti anarchici sono stati degli autodidatti intraprendenti, anche attraverso studiosi auto-istruiti o intellettuali non allineati che hanno superato le limitazioni della loro educazione formale. La convinzione di Proust che «la saggezza non la si riceve, bisogna scoprirla da soli al termine di un itinerario che nessuno può compiere per noi, nessuno può risparmiarci, perchè è un modo di vedere le cose»26 è, anche se idealistico, metà del credo della pedagogia anarchica. Anche se la conoscenza più produttiva è ottenuta dall’apprendimento in proprio, l’abilità di far fronte o trionfare sulla inevitabile e lunga – e occasionalmente interminabile – marcia attraverso gli istituti scolastici, ha preoccupato molti pedagoghi libertari di sinistra dalla mentalità pratica.

Il cinema narrativo, che ha tradizionalmente concepito la classe come un microcosmo cinematico dove si racchiudono i conflitti e le contraddizioni dell’infanzia ed adolescenza, fornisce un territorio fertile dove si tracciano le vicissitudini ideologiche – e a volte estetiche – dell’educazione autoritaria, riformista, e antiautoritaria. I modi in cui il film può mostrare entrambe le correnti pedagogiche – e funzionare anche come pratica pedagogica stessa-, ci terrà occupati nel prossimo capitolo.

Continua nella Seconda Parte

Note

1Nota del blog. O. Wilde, “Alcune massime per l’informazione dei troppo istruiti” in Tutte le opere, trad. it. a cura di Masolino d’Amico, Newton Compton editori, Roma, 1994

2Per approfondire si veda la critica di Giroux alle “ideologie interazioniste” di Rousseau, A.S. Neil, Carl Rogers e Joel Spring in Theory and Resistance in Education: A Pedagogy for the Opposition (New York, Westport, Conn., e Londra: Greenwood Press, 1983), pp. 218-20. Va detto che Giroux non usa il termine “anarchici”; in questo quartetto, solo Spring, e probabilmente Neil, possono essere propriamente identificati come anarchici.

3Vedere Julia Simon, Mass Enlightenment: Critical Studies in Rousseau and Diderot (Albany: State University of New York Press, 1995), esp pp. 19–27. Nota del blog. Per quanto riguarda il proto-totalitarismo, sia Porton sia Simon si sono occupati di questa problematica, insita nel pensiero rousseauiano. «La visione di Rousseau della comunità ideale,» scrive Simon, «aderisce necessariamente ai principi del diritto naturale […] la sua concezione dello stato di natura sottolinea l’indipendenza e la libertà degli individui grazie al loro isolamento, all’istinto di autoconservazione, all’amor di sé e, in una certa misura, alla loro capacità di provare pietà». (J. Simon, Mass Enlightenment: Critical Studies in Rousseau and Diderot, op. cit., p. 39) Invece, secondo il filosofo francese la “società ideale” dovrebbe essere composta da piccoli gruppi familiari autosufficienti, che vivono in un contesto di relativo isolamento gli uni dagli altri. A tal proposito, «sarebbero agenti morali e amorevoli, protetti dagli effetti alienanti di un eccessivo contatto sociale o di un eccesso di conoscenza, fattori che porterebbero allo sviluppo dell’amore proprio.» (J. Simon, Mass Enlightenment: Critical Studies in Rousseau and Diderot, op. cit., p. 40) Questo contatto minimo o inesistente fra le persone dovrebbe portare, secondo la filosofia di Rousseau, a una volontà generale «che è sempre retta e tende sempre all’utilità pubblica» e che quindi di conseguenza supera le particolarità. Infatti, «quando il popolo sufficientemente informato delibera, se i Cittadini non avessero alcuna comunicazione tra loro, dal gran numero delle piccole differenze deriverebbe sempre la volontà generale e la deliberazione sarebbe sempre buona. Ma quando si creano degli intrighi, delle associazioni parziali a scapito della grande, la volontà di ciascuna di esse diventa generale in rapporto ai suoi membri e particolare in rapporto allo Stato; si può dire allora che non ci sono più tanti votanti quanti sono gli uomini, ma soltanto quante sono le associazioni. Le differenze divengono meno numerose e danno un risultato meno generale. Infine, quando una di queste associazioni è così grande da prevalere su tutte le altre, non si ha più come risultato una somma di piccole differenze, ma una differenza unica; allora non c’è più volontà generale e il parere che s’impone è unicamente un parere particolare». (J. J. Rousseau, “Se la volontà generale possa sbagliare” in Il contratto sociale, J. J. Rousseau, trad. it. a cura di R. Gatti, Corriere della Sera, Milano, 2010, pp. 30-31) La “conformità” che menziona Rousseau è dunque criticata da Simon in quanto tali comunità discuterebbero solo dei propri interessi, identici tra loro, ed ogni individuo si troverebbe assorbito dalla volontà generale, che rispecchia gli interessi collettivi. L’individuo risulterebbe così isolato: in quest’ottica, l’isolamento costituirebbe un dispositivo asservito al sistema di dominio. La cosiddetta “libertà degli individui” di Rosseau rispecchia un contesto dove questi «non solo riprodurranno se stessi e i beni necessari alla soddisfazione dei propri bisogni», secondo Simon, «ma riprodurranno anche gli uni e gli altri in una società composta ironicamente da individui identici e unici. Liberi, in un certo senso, di perseguire i propri interessi immediati; ma il loro isolamento e la mancanza di contatti sociali limiteranno la portata di tali interessi nonché la possibilità del loro sviluppo.» (Simon, Mass Enlightenment: Critical Studies in Rousseau and Diderot, op. cit., p. 42) Anche Bakunin muove una critica politicamente aspra nei confronti di Rousseau. A differenza di Porton e Simon, l’anarchico russo lo incolpava di aver creato una «minacciosa e disumana teoria del diritto assoluto dello Stato», fondata su una «dottrina sentimentalmente terroristica, cioè religiosa.» (M. Bakunin, Libertà e rivoluzione, trad. it. a cura di Carlo Doglio, Avanzini e Torraca, Napoli, 1968, pp. 52-53) Sempre secondo l’autore, «la menzogna divina, di cui l’umanità s’era nutrita – non parlando che del mondo cristiano – per diciotto secoli, doveva mostrarsi, ancora una volta, più forte dell’umana verità. Non poten do più servirsi degli uomini neri, dei corvi consacrati della Chiesa, dei preti cattolici e protestanti, che avevano perduto ogni credibilità, si servì dei preti laici, dei mentitori e sofisti dalla veste corta, tra i quali il ruolo principale fu devoluto a due uomini fatali: uno lo spirito più falso, l’altro la volontà più dottrinariamente dispotica del secolo scorso, J.-J. Rousseau e Robespierre. Il primo rappresenta il vero tipo della ristrettezza e della meschinità ombrosa, dell’esaltazione senza altro scopo che la sua stessa persona, dell’entusiasmo a freddo e dell’ipocrisia contemporaneamente sentimentale ed implacabile, della menzogna forzata dell’idealismo moderno. Lo si può considerare come il vero creatore della reazione moderna. In apparenza lo scrittore più democratico del XVIII secolo, cova in sé il dispotismo spietato dell’uomo di Stato. Egli fu il profeta dello Stato dottrinario, come Robespierre, suo degno e fedele discepolo, tentò di diventarne il gran sacerdote. Avendo sentito dire a Voltaire che se non esistesse Dio bisognerebbe inventarne uno, J.-J. Rousseau inventò l’Essere supremo, il Dio astratto e sterile dei deisti. Ed è a nome dell’Essere supremo, e della virtù ipocrita comandata dall’Essere supremo, che Robespierre ghigliottinò prima gli hebertisti,e poi il genio stesso della Rivoluzione, Danton, nella persona del quale assassinò la Repubblica, preparando così il trionfo, divenuto da quel momento necessario, della dittatura di Bonaparte I. Dopo questo grande trionfo, la reazione idealista cercò e trovò dei servitori meno fanatici, meno terribili, del livello notevolmente ridotto della borghesia del nostro secolo. In Francia, furono Chateaubriand, Lamartine, e- occorre dirlo? eh, perché no?, bisogna dire tutto, quando è vero – fu Victor Hugo stesso, il democratico, il repubblicano, il quasi socialista di oggi, e al loro seguito la coorte malinconica e sentimentale degli spiriti emaciati e pallidi che costituirono, sotto la direzione dei padroni, la scuola del romanticismo moderno. In Germania, furono gli Schlegel, i Tieck, i Novalis, i Werner, fu Schelling, e tanti altri ancora i cui nomi non meritano neppure d’essere citati». (M. Bakunin, “L’ Impero knut-germanico e la rivoluzione sociale (1870-1871)” in Opere complete, trad. it. a cura di Andrea Chersi, Edizioni Anarchismo, Trieste, 2009, pp. 172-173) Non rimaniamo dunque sorpresi se per Bakunin «Rousseau rappresenta il vero tipo della limitatezza e della meschineria sospettosa, dell’esaltazione senz’altro oggetto al di fuori della propria persona, dell’entusiasmo freddo e dell’ipocrisia insieme sentimentale e implacabile,della forzata menzogna dell’idealismo moderno. Lo si può considerare il vero creatore della moderna reazione. In apparenza, lo scrittore più democratico del diciottesimo secolo cova in se l’implacabile dispotismo dell’uomo di Stato». (M. Bakunin, Libertà e rivoluzione, op. cit., p. 53) Più nel merito, risulta articolare una critica maggiormente dettagliata l’anarchico tedesco Rudolf Rocker. Nel primo volume di Nazionalismo e Cultura, egli riporta infatti che Rousseau fu «l’apostolo di una nuova religione politica, le cui conseguenze avevano per la libertà degli uomini effetti mostruosi quanto quelli previamente generati dalla fede nel diritto divino dei re. In realtà Rousseau è stato uno degli inventori della nuova astratta idea di Stato che si sviluppò in Europa mentre giungeva alla sua fine l’adorazione del feticcio dello Stato espresso dal monarca personale assoluto». A tal proposito, l’autore prosegue: «lo Stato ideale di Rousseau è una struttura artificiale. Egli aveva imparato da Montesquieu a spiegare i vari sistemi sociali secondo l’ambiente climatico di ciascun popolo, ma tuttavia seguiva le tracce degli alchimisti politici che nel suo tempo tentavano tutti gli esperimenti concepibili con gli “ignobili costituenti della natura umana”, nella costante speranza di riuscire al fine a ricavare dal crogiuolo delle loro vane speculazioni l’oro puro dello « Stato fondato sulla ragione assoluta ». Egli era fermamente convinto che la possibilità di sviluppare gli uomini in esseri perfetti dipendeva soltanto dal trovare la giusta forma di governo o la migliore forma di legislazione». (R. Rocker, Nazionalismo e cultura, trad. it. a cura di Virgilio Gozzoli, Edizioni della Rivista Anarchismo, Catania, 1977, p. 148) Rousseau ha creato quindi «un fantasma al quale conferiva diritti assoluti, allo stesso modo di Hobbes che dava il potere assoluto allo Stato incorporato nella persona del monarca, contro il quale nessun diritto dell’individuo poteva più esistere. Il nuovo “Leviathan” che Rousseau immaginava derivava la sua assolutezza di potere da un concetto collettivo, la volonté générale. Ma tale « volontà comune » non era affatto quella volontà di tutti che si forma integrando ogni volontà individuale con le volontà individuali degli altri, giungendosi in tal modo per vie concrete al concetto astratto della volontà sociale. Anzi, la “volontà comune” di Rousseau, risultato diretto del “contratto sociale” da cui secondo il suo concetto della società politica è emerso lo Stato, è sempre giusta di per sé indipendentemente
dalle volontà individuali ed è sempre infallibile perchè la sua attività ha di per sé in ogni momento la presunzione del bene generale. L’idea di Rousseau sorge da una fantasia religiosa radicata nel concetto di una Provvidenza politica, la quale non può mai abbandonare la giusta via poiché è dotata di una completa saggezza di una totale perfezione. Ogni protesta personale contro il dominio di una tale provvidenza costituisce quindi una bestemmia politica. Gli uomini possono ben sbagliare interpretando la volontà comune, perchè secondo Rousseau “il popolo non può essere mai corrotto, ma può essere spesso ingannato,” ma la “volontà comune” in sé non viene toccata comunque da qualunque falsa interpretazione, fluttua come lo spirito di dio sopra le acque dell’opinione pubblica […] Al tempo di questo concetto speculativo Rousseau respingeva quindi ogni idea di associazioni indipendenti dallo Stato, in quanto tali associazioni avrebbero oscurato il chiaro riconoscimento della “volontà comune” […] Dall’idea della volontà comune si sviluppò così una nuova tirannia,le cui catene erano tanto più permanenti in quanto venivano decorate con l’orpello d’una libertà immaginaria, la libertà di Rousseau, pura ombra senza senso come il suo concetto della “volontà comune”. Rousseau divenne il creatore di nuovi idoli ai quali l’uomo sacrificava la libertà e la vita con la stessa devozione prestata in tempi ormai svaniti agli dèi caduti. Ogni indipendenza di pensiero si mutò in delitto per la illimitata completezza del potere della fittizia volontà comune; la ragione come già dice Lutero, divenne “la prostituta del diavolo.” Allo Stato, secondo Rousseau, fu pure attribuita la creazione e la conservazione di ogni moralità, e contro di esso nessun altro concetto etico poteva sostenersi. Si veniva ripetendo la sanguinosa tragedia delle età antiche : tutto è dio,l’uomo è nulla». (R. Rocker, op. cit., p. 149-150) Dalle argomentazioni dei due autori anarchici si evince dunque che in Rousseau la religione sia importante per sottomettere i popoli e la volontà generale – e con essa lo Stato – costringa l’individuo ad essere libero, schiavo e, in contesti di guerra guerreggiata, “carne da cannone.”

4Jean-Jacques Rousseau, Émile, or On Education, trans. Allan Bloom (New York: Basic Books, 1979), p. 93.

5 Ibid., p. 116.

6Jean Starobinski, Jean-Jacques Rousseau: Transparency and Obstruction, trans.Arthur Goldhammer (Chicago and London: University of Chicago Press), p. 216. Starobinski osserva che è un errore leggere Émile come «un inno al sentimento irriflessivo.» Egli dimostra come Rousseau costruisca «una trappola sofisticata…Rousseau sostiene la necessità di mediazione (dato che un insegnante è sempre necessario) ma allo stesso tempo la rifiuta (dato che l’insegnante predica il vangelo dell’immediato).»

7Nota del blog. Porton cita il Pandaro boccaccesco (Filostrato) e non quello omerico (Iliade). Se Boccaccio dipinge Pandaro come « un giovane dal carattere modernissimo, forgiato dall’esperienza; abile affabulatore, dote (o vizio) che lo innalza a ruolo di comprimario, sicuramente figura imprescindibile al fine della realizzazione, seppur breve, dell’esperienza amorosa di Criseida e Troiolo » (Roberta Attanasio, Pandaro nel Filostrato di Boccaccio: analisi del personaggio (link)), Porton, invece, lo usa per sottolineare in negativo il carattere e le azioni del tutore rousseauiano.

8Michael P. Smith, The Libertarians and Education (London: George Allen &Unwin, 1983), p. 8

9La visione di Godwin sull’educazione, tratta dai suoi articoli sull’Enquirer, sono citati in George Woodcock, William Godwin: A Biographical Study (Londra: Porcupine Press, 1946), p. 129.

10Max Stirner, The False Principle of Our Education, or Humanism or Realism,trans. Robert H. Beebe, edited by James Martin (Colorado Springs, Colo.: RalphMyles, 1967), p. 11. Nota del blog. La citazione che abbiamo riportato è tratta dalla versione tradotta in italiano di Max Stirner, trad. it. a cura della Redazione di Edizioni Anarchismo, Il falso principio della nostra educazione, Edizione Anarchismo, Trieste, Novembre 2012, Seconda Edizione, p. 16

11Nota del blog. Per “filisteismo” si intende una situazione gretta o luogo di chiusura mentale.

12Stirner, Ibid., p. 27. Nota del blog. Vedi nota 10. Stirner, op. cit., p. 26

13G. P. Maximoff, ed., The Political Philosophy of Bakunin: Scientific Anarchism (New York: The Free Press, 1953), pp. 331–37. Nota del blog. La citazione che abbiamo riportato è tratta da M. Bakunin, “L’ Impero knut-germanico e la rivoluzione sociale (1870-1871)” in Opere complete, op. cit., p. 143

14Bakunin è citato da Richard B. Saltman, The Social and Political Thought of Michael Bakunin (Westport, Conn. and London: Greenwood Press, 1983), p. 41. Nota del blog. La citazione è riportata anche da Maximoff, op. cit., p. 97. Bakunin ne parla nelle Considération philosophique sur fantôme divin, le monde réel et l’homme del 1871. (Considerazioni filosofiche sul fantasma divino, il mondo reale e l’uomo, trad. it. a cura di Edy Zarro, Edizioni La Baronata, Lugano, 2000, p. 43)

15Stirner, Ibid., p. 22. Nota del blog. Vedi nota 10. Stirner, op. cit.

16Jonathan Beecher e Richard Bienvenu, The Utopian Vision of Charles Fourier: Selected Texts on Work Love, and Passionate Attraction (Columbia: University of Missouri Press, 1983), p. 420.

17Nota del blog. Per dovere di cronaca, Porton fa intendere che la “Semana Tragica” di Barcellona sia stata causata dall’arresto di Ferrer. In realtà l’evento fu causato dal richiamo, da parte del governo, di truppe di riserva da mandare come rinforzi in Marocco. Gli scioperi e le barricate, più le varie devastazioni, che si perpetrarono per una settimana (26 Luglio-2 Agosto 1909), scatenò la reazione del governo che mandò l’esercito a sedare le rivolte. Dopo la pacificazione ottenuta con i fucili, l’esecutivo continuò l’opera di repressione con i processi sommari. Vennero condannate cinquantanove persone all’ergastolo e cinque a morte (tra cui Ferrer).

18Joan Connelly Ullman, The Tragic Week: A Study of Anticlericalism in Spain,1875–1912 (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 1968), p. 3.

19Francisco Ferrer, The Origins and Ideas of the Modern School, trans. Joseph McCabe (New York and London: G.P. Putnam’s Sons, 1923), p. 17.

20Joel Spring, A Primer of Libertarian Education (New York: Free Life Editions,1975). Nota del blog. J. Spring, L’educazione libertaria, trad. it. a cura di Rossella Di Leo, Eleuthera, Milano, 1987, p. 67

21Nota del blog. I. Illich, Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, trad. it. a cura di Ettore Capriolo, Mimesis, Roma, 2010, p. 11

22Ivan Illich, Deschooling Society (New York and Evanston, Ill.: Harper & Row, 1970), p. 11. Nota del blog. I. Illich, op. cit. p. 15

23Ibid., pag. 26. Nota del blog. Illich, op. cit., p. 49

24Michael P. Smith, Libertarians and Education, pp. 27–42. Nota del blog. M. P. Smith, Educare per la libertà, trad. it. a cura di Rossella Di Leo, Eleuthera, Milano, 1990, pp. 190-214

25Raymond Allan Morrow and Carlos Alberto Torres, Social Theory and Education: A Critique of Theories of Social and Cultural Reproduction (Albany: State University of New York Press, 1995), p. 226.

26Proust è citato in Roger Shattuck, Teaching the Unreachable: Nietzsche, Proust, Kipling and Co., Salmagundi 108 (Fall 1995): 9.

Film e pedagogia anarchica – Prima Parte ©, .

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Bologna: dal Pilastro, il vuoto di una sicurezza di facciata

Abderrahim Fakir è morto a Bologna mentre si trovava immobilizzato, ammanettato e disteso a terra durante un intervento di polizia. La sua morte interroga una città che ama rappresentarsi come accogliente, progressista e capace di includere le differenze. Ma, soprattutto, costringe a interrogare il modello di sicurezza che si sta affermando in Italia: un modello fondato sempre più sulla forza, sul sospetto e sulla neutralizzazione dei comportamenti percepiti come anomali, e sempre meno sulla capacità di riconoscere, dietro quei comportamenti, una persona in difficoltà.

Ci sono immagini che non consentono a una città di voltarsi dall’altra parte e quelle degli ultimi minuti di vita di Abderrahim Fakir, che tutti abbiamo visto, appartengono a questa categoria.

Una volta a terra Abderrahim chiede aiuto, domanda dell’acqua, dice di non riuscire a respirare. Viene immobilizzato durante un intervento della polizia in via Italo Svevo, nel rione Pilastro e dopo pochi minuti di fermo, i suoi movimenti cessano. Abderrahim muore così.

La causa precisa della morte deve ancora essere stabilita con certezza. Sono attesi gli esiti degli accertamenti medico-legali, che dovranno chiarire il ruolo delle modalità di immobilizzazione, dello spray urticante, delle condizioni di salute dell’uomo e dei tempi di soccorso. La Procura sta inoltre esaminando altri filmati, le registrazioni delle bodycam e il comportamento delle persone intervenute, compresi gli agenti e gli operatori sanitari.

Attendere l’autopsia e gli accertamenti ufficiali è necessario. Usare questa attesa per fingere che le immagini non sollevino già alcuna questione sarebbe, però, disonesto. La domanda, infatti, non riguarda soltanto che cosa abbia materialmente provocato il decesso, ma il modo in cui una persona confusa o in evidente difficoltà viene percepita dalle istituzioni prima ancora di essere trattata: come un individuo da soccorrere oppure come un corpo da neutralizzare.

Quando qualcuno viene immediatamente classificato come aggressivo, incontrollabile o pericoloso, la sua individualità rischia di scomparire. Le sue parole, i suoi gesti e perfino le sue richieste di aiuto vengono interpretati attraverso l’immagine costruita nei primi momenti dell’intervento: la persona concreta lascia il posto alla categoria, all’idea che ci si fa dell’individuo. Diventa quindi un una minaccia da contenere o un elemento di disordine da riportare sotto controllo ad ogni costo.

È precisamente in questo passaggio, dalla “persona” al “problema”, che il confine tra soccorso e repressione rischia di dissolversi.

Il Pilastro non è soltanto lo sfondo

La morte di Fakir non è avvenuta in un punto qualunque di Bologna. È avvenuta al Pilastro, un quartiere che porta nella propria struttura urbana e nella propria memoria collettiva la storia delle migrazioni, della casa popolare, dell’emarginazione, delle lotte per il riconoscimento e della violenza istituzionale.

Nato negli anni Sessanta per rispondere alla necessità di abitazioni economiche, il Pilastro accolse inizialmente migliaia di famiglie provenienti soprattutto da altre regioni italiane. I primi abitanti si trovarono a vivere in un quartiere incompleto, povero di servizi e fisicamente separato dal resto della città. Furono le mobilitazioni degli inquilini a conquistare scuole, autobus, riscaldamento, strutture sanitarie, impianti sportivi e una biblioteca.

Il Pilastro, dunque, non è stato soltanto costruito dall’urbanistica pubblica o dall’interventismo statale, ma è stato costruito socialmente dai suoi abitanti, dalle loro rivendicazioni e dalla loro capacità di trasformare una periferia assegnata dall’alto in uno spazio di appartenenza e agency collettiva.

Negli anni successivi sono cambiate le provenienze degli abitanti, ma non il meccanismo attraverso cui il resto della città guarda al quartiere. Il Pilastro continua a essere rappresentato, alternativamente, come laboratorio di integrazione o come zona problematica da presidiare. Le periferie spesso sono parte della comunità quando servono a confermare l’immagine di una città inclusiva, ma diventano territori estranei quando emergono conflitto, disagio o comportamenti non conformi. È una contraddizione tipicamente bolognese.

Il quartiere Pilastro viene celebrato quando bisogna raccontare la Bologna solidale. Viene militarizzato o stigmatizzato quando emergono conflitti, disagio e rabbia. È incluso nella narrazione ufficiale della città, ma non sempre nella distribuzione effettiva della sicurezza sociale, della salute mentale e della fiducia nelle istituzioni.

Questo stigma a lungo andare ha finito per influenzare il modo in cui vengono interpretati i comportamenti di chi lo abita. La stessa condotta può essere letta come fragilità, eccentricità o bisogno di aiuto in un contesto socialmente protetto e abitato da cittadini prevalentemente italiani e come pericolosità in un quartiere multiculturale già associato al disordine.

Foto Gianluca Rizzello

Una crisi da curare o una minaccia da reprimere?

Secondo le ricostruzioni disponibili, la polizia era stata chiamata perché Abderrahim si comportava in maniera aggressiva e avrebbe danneggiato un’automobile. Alcuni filmati precedenti alla fase finale mostrerebbero gli agenti mantenere inizialmente le distanze e tentare di tranquillizzarlo.

Anche questi elementi devono essere considerati, perchè isolare pochi minuti dal resto dell’intervento produrrebbe una ricostruzione incompleta e rischierebbe di sostituire l’analisi con una narrazione già chiusa. Ma riconoscere la complessità iniziale dell’intervento non significa sospendere ogni domanda su ciò che avviene dopo. Quando una persona già immobilizzata ripete di non riuscire a respirare, quelle parole non possono essere trattate come semplice resistenza verbale. Non dopo George Floyd, non dopo decenni di studi sui rischi della contenzione prona e non in presenza di personale sanitario.

Tornando al discorso della classificazione iniziale, se una persona è stata classificata come aggressiva fin dal principio, anche una richiesta di aiuto può essere letta come manipolazione, opposizione o tentativo di sottrarsi al controllo. La prima etichetta finisce per orientare l’interpretazione di tutto ciò che segue, e il problema diventa ancora più grave quando questa rigidità percettiva si combina con un forte squilibrio di potere.

Chi è a terra, immobilizzato e ammanettato non ha più la possibilità di correggere l’immagine che gli altri si sono costruiti di lui. La sua parola perde credibilità proprio nel momento in cui il suo corpo dipende completamente da chi lo sta trattenendo.

La questione non consiste nel sostenere che ogni poliziotto sia violento. Sarebbe una generalizzazione ideologica, ma occorre respingere anche l’idea opposta, altrettanto ideologica, secondo cui criticare un intervento significherebbe automaticamente odiare le forze dell’ordine.  Una democrazia adulta non protegge la polizia sottraendola alle domande. La protegge imponendo formazione, proporzionalità, trasparenza e responsabilità.

Protegge gli agenti anche riconoscendo che le istituzioni non possono affidarsi esclusivamente alla buona volontà individuale. Devono predisporre protocolli capaci di limitare gli errori di valutazione, le reazioni automatiche e le escalation che possono prodursi quando più operatori confermano reciprocamente la stessa lettura della situazione.

Il metodo ICE e la sua versione italiana

Il paragone con l’ICE statunitense, richiamato anche nel dibattito internazionale seguito alla morte di Abderrahim Fakir, non deve essere inteso come un parallelismo vero e proprio. La polizia italiana non è l’Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti, Abderrahim non è morto durante un’operazione di espulsione e le leggi del governo italiano non corrispondono a quelle del governo americano.

Però è opportuno sviluppare un parallelismo tra il metodo politico e culturale americano e quello italiano.

Il metodo ICE comincia quando lo straniero, il povero, il senzatetto o la persona in crisi smettono di essere riconosciuti come individui e diventano categorie di rischio. Comincia quando la presenza di un corpo considerato fuori controllo viene interpretata immediatamente come una minaccia, quando la sicurezza non consiste più nel proteggere le persone, ma nel rimuovere rapidamente dalla vista tutto ciò che disturba l’ordine.

Ogni società costruisce dei confini, spesso invisibili, tra chi viene considerato pienamente parte della comunità e chi vi appartiene soltanto a determinate condizioni. Non sono necessariamente confini geografici o giuridici. Sono confini che separano le vite considerate degne di protezione da quelle percepite soprattutto come fonti di rischio, disturbo o paura.

In Italia questa impostazione si manifesta attraverso l’espansione dei poteri di polizia, la criminalizzazione del disagio, l’ossessione per il decoro, la retorica dei quartieri difficili e la tendenza a presentare qualsiasi richiesta di controllo democratico come un attacco agli agenti.

Ricordiamoci che il richiamo al decoro non è mai completamente neutrale: stabilisce quali corpi, quali comportamenti e quali forme di presenza siano compatibili con l’immagine legittima della città. Il povero che dorme in strada, il migrante che occupa rumorosamente lo spazio pubblico, la persona in crisi psichica o chi manifesta un comportamento imprevedibile diventano elementi da allontanare prima ancora che persone da comprendere.

C’è poi un dettaglio che pesa sulla storia personale di Abderrahim. Secondo i suoi legali, l’uomo viveva una paura, ritenuta immotivata, di essere mandato via dall’Italia, mentre era coinvolto in una procedura riguardante il permesso di soggiorno. Questo elemento non prova che quell’intervento della polizia avesse natura razzista, né spiega da solo il comportamento di Abderrahim. Mostra però quanto la precarietà amministrativa possa trasformarsi in paura concreta, soprattutto per chi vive da decenni nel Paese ma continua a percepire la propria permanenza come revocabile.

L’incertezza giuridica non rimane confinata negli uffici amministrativi, ma chiaramente entra nell’esperienza quotidiana di chi la subisce, modifica il rapporto con le istituzioni e può produrre una condizione di allerta permanente. Chi teme di perdere il diritto a restare può vivere anche un incontro ordinario con l’autorità come una minaccia esistenziale.

Il modello ICE non arriva necessariamente con agenti mascherati e furgoni destinati alle deportazioni. Può avanzare anche attraverso una cultura pubblica che divide le persone tra cittadini da rassicurare e presenze da controllare.

La Bologna progressista davanti al proprio limite

Bologna non è una città come le altre rispetto a questo tema. La sua identità pubblica è costruita attorno all’antifascismo, all’accoglienza, ai servizi sociali, al mutualismo e alla partecipazione. Proprio per questo la morte di Abderrahim Fakir apre una ferita più profonda.

Ogni comunità costruisce un’immagine ideale di sé: questa immagine non è necessariamente falsa, ma tende a selezionare gli aspetti della realtà che la confermano e a rimuovere quelli che la contraddicono.

Bologna si pensa come città solidale e progressista, e la morte di Abderrahim costringe quindi la città a confrontare la propria identità dichiarata con una scena concreta di immobilizzazione, sofferenza e morte.

Di fronte a questa contraddizione, la reazione più facile che parte della città ha avuto consiste nel proteggere l’immagine del tessuto sociale bolognese espellendo simbolicamente la vittima dalla comunità. Si insiste allora sulla sua aggressività, sul danneggiamento dell’automobile, sulla sua condizione di alterazione. In questo modo non si nega necessariamente ciò che è accaduto, ma lo si rende meno perturbante: la vittima viene rappresentata come responsabile della situazione che ha condotto alla propria morte.

È facile dichiararsi città dei diritti quando i diritti rimangono un principio astratto, ma è più difficile difenderli quando la persona coinvolta urla, danneggia qualcosa, appare incontrollabile e mette alla prova la capacità delle istituzioni di intervenire senza disumanizzarla.

Il diritto alla vita, al soccorso e a un uso proporzionato della forza non dipende dalla compostezza della vittima. Non è riservato alle persone innocue, educate o immediatamente comprensibili. I diritti servono esattamente nei momenti in cui la persona non riesce a presentarsi nella forma rassicurante che la società si aspetta.

La violenza delle proteste non cancella la domanda originaria

Dopo la diffusione dei filmati, Bologna è stata attraversata da manifestazioni, alcune delle quali si sono trasformate in scontri contro le forze dell’ordine.

Ognuno è libero di ritenere che la violenza possa essere uno strumento di giustizia o meno in risposta alla morte di un cittadino. Ma è importante fare un ragionamenti: questi fatti, purtroppo, permettono alla discussione pubblica di spostarsi dalla morte di un cittadino al concetto di ordine pubblico.

E questo spostamento non è casuale, perché nei conflitti sociali l’attenzione collettiva tende spesso a concentrarsi sull’evento più visibile, spettacolare e immediatamente condannabile.

Un’automobile incendiata produce immagini più semplici da interpretare rispetto a una morte avvenuta durante un delicato e in qualche modo necessario intervento istituzionale. Consente una divisione netta tra colpevoli e vittime, ordine e disordine, civiltà e violenza.

La morte di un uomo durante un’operazione di polizia, invece, impone domande più scomode. Costringe a esaminare procedure, responsabilità, rapporti di potere e forme di violenza esercitate in nome dell’autorità. Impone riflessione, prima di trasformare il dibattito in chiacchere da bar.

E’ quindi una manipolazione usare gli scontri successivi per assolvere preventivamente l’intervento precedente, ed è sempre utile scendere in piazza con questa consapevolezza, per non finire con il cadere nel tranello dei media mainstream, che produrrà una retorica basata sulla classificazione dei collettivi di  sinistra e dei manifestanti come bolle criminali, oscurando la rabbia e l’indignazione che si è manifestata da parte di una grande fetta dei cittadini bolognesi di ogni età.

Corteo a Pilastro, Foto Gianluca Rizzello

Chi controlla i controllori?

La morte di Abderrahim Fakir impone infine una domanda istituzionale: quali strumenti possiede oggi un cittadino per verificare realmente l’operato delle forze dell’ordine?

Le bodycam possono essere utili, ma non bastano se le immagini rimangono esclusivamente nelle mani dell’apparato coinvolto. I numeri identificativi sulle uniformi, protocolli pubblici sull’immobilizzazione, una formazione specifica per gli interventi nelle crisi psichiche e organismi di controllo realmente indipendenti non sono misure contro la polizia, sono garanzie per i cittadini e anche per gli agenti che operano correttamente.

Ogni istituzione dotata del potere legittimo di usare la forza costruisce inevitabilmente una propria cultura interna: un insieme di linguaggi, solidarietà, gerarchie, abitudini e interpretazioni condivise, e questa coesione è necessaria per consentire agli operatori di agire in situazioni difficili, ma può diventare problematica quando produce chiusura corporativa, conformismo di gruppo o resistenza al controllo esterno.

La domanda “chi controlla i controllori?” riconosce un principio elementare della democrazia: quanto maggiore è il potere esercitato da un’istituzione, tanto più forti devono essere gli strumenti di verifica.

In casi  come quello di Abderrahim occorre garantire che l’accertamento sia pieno, trasparente e comprensibile alla cittadinanza. La fiducia nelle istituzioni non nasce dalla richiesta di credere senza vedere., ma nasce dalla possibilità di verificare, comprendere e contestare le decisioni pubbliche.

Dal Pilastro, una domanda rivolta a tutta la città

La vicenda di Abderrahim non racconta soltanto gli ultimi minuti di un uomo. Racconta il confine tra cura e repressione, tra sicurezza e forza, tra cittadinanza dichiarata e appartenenza realmente riconosciuta.

Racconta anche il Pilastro: un quartiere nato dall’immigrazione interna, cresciuto attraverso le lotte per i servizi e ancora oggi costretto a difendersi dalle rappresentazioni che lo descrivono soltanto attraverso l’emergenza o la devianza.

Da lì arriva una domanda che Bologna non può confinare in periferia: che cosa significa essere una città accogliente quando una persona perde il controllo? Chi viene riconosciuto come qualcuno da proteggere e chi, invece, viene percepito immediatamente come un problema da immobilizzare?

La questione riguarda il modo in cui una comunità stabilisce chi merita empatia. L’empatia pubblica non viene distribuita in maniera uniforme ed è più facile identificarsi con chi appare simile, innocente, composto e rispettabile. È invece molto più difficile riconoscere pienamente l’umanità di chi urla, spaventa, rompe un oggetto, vive una crisi o non riesce a spiegare il proprio comportamento.

Ma è proprio in quel momento che una società rivela la reale estensione dei propri valori: una città non è accogliente soltanto quando celebra la diversità nelle campagne istituzionali o durante i pride. Lo è quando le sue strutture riescono a intervenire su un corpo disordinato, impaurito o aggressivo senza trasformarlo in un corpo sacrificabile.

L’autopsia potrà chiarire la causa medica della morte. La magistratura dovrà accertare eventuali responsabilità individuali. Ma la responsabilità politica e culturale è già visibile: costruire istituzioni capaci di fermare una persona senza smettere di vederla come una persona.

Perché il compito dello Stato non è soltanto mantenere l’ordine, è impedire che l’ordine diventi più importante di una vita. È fare in modo che chi viene affidato alla sua forza ne esca vivo.

la copertina è di Gianluca Rizzello

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Difendiamo la città pubblica! Colazione solidale a Casale Garibaldi

Pubblichiamo l’appello sottoscritto lanciato dal Collettivo di Casale Garibaldi e promosso da decine di collettivi e associazioni della città per un momento di lotta e condivisione a difesa di uno spazio sociale che vede ancora una volta messa a rischio la sua storia.

Giovedì 30 luglio, ore 8.30 colazione solidale a Casale Garibaldi.

A un anno dalle elezioni comunali, il governo della città si trova davanti a un bivio: da una parte, gli interessi dei grandi gruppi economici che vogliono una città vetrina, turistificata, dove lo spazio pubblico diventi semplice accessorio dei profitti privati; dall’altra, un’idea di sviluppo urbano che metta al centro il diritto all’abitare, la difesa ed estensione dei servizi pubblici, la gestione democratica del patrimonio, il riconoscimento delle esperienze diffuse di mutualismo, produzione culturale e autogestione.

In questo corpo a corpo tra valore d’uso e valore di scambio – che nei mesi scorsi è stato segnato da diverse operazioni di sgombero – si gioca il destino di due importanti delibere, relative al Piano casa e al patrimonio pubblico (104/2022), entrambe frutto di un lungo percorso di confronto e conflitto tra i movimenti e la giunta Gualtieri. Nello specifico, la delibera 104, aveva due obiettivi: riconoscere e “sanare” quel ricco tessuto di realtà sociali e autogestite attive da quasi 40 anni; avviare una gestione “sociale” del patrimonio pubblico vuoto e abbandonato.

A oggi l’applicazione della delibera non è stata minimamente all’altezza degli obiettivi dichiarati. Spesso si è tradotta in procedure punitive, assedi burocratici ed economici, gestioni opache, canoni previsionali folli: atti che hanno colpito e rovesciato la mission della norma.

La recente istituzione della “task force” da parte dell’assessore Zevi vorrebbe essere un segnale di risposta a queste criticità; per esserlo veramente occorre aprire le porte e le finestre di questo spazio di confronto, misurarlo sulle necessità concrete della città, ascoltare chi nei territori vive, partecipa e lavora. Ma soprattutto riaffermare con atti amministrativi coerenti il valore sociale e politico della delibera 104.

Giovedì 30 luglio, a Casale Garibaldi, ci sarà la prima occasione per misurare questo cambio di passo: la direzione tecnica del Municipio V vorrebbe operare un “sopralluogo tecnico” che ha il sapore di un’operazione di polizia mascherata, che mette a rischio quasi 40 anni di storia. L’ultimo capitolo di una vicenda surreale nata alla scadenza della concessione, nel 2017, e conclusa con un avviso pubblico e relativa graduatoria fallace e illegittima.

In questo passaggio si giocherà un pezzo decisivo della credibilità della delibera 104: chiamiamo la città solidale alla mobilitazione e, allo stesso tempo, invitiamo le forze politiche e le istituzioni a prendersi le loro responsabilità davanti a questo scempio politico e amministrativo.

Appello promosso da:
A Sud, Arci Roma, Anpi Centocelle, Angelo Mai, Borgata Gordiani, Casa delle Donne Lucha y Siesta, Casale Garibaldi, Casetta Rossa, C.s. Brancaleone, C.s La Strada, C.s. Spartaco, Celio Azzurro, Cemea del Mezzogiorno, Cip Alessandrino, Clap – Camere del lavoro autonomo e precario, Cnca Lazio, Collettivo studentesco Francesco d’Assisi, Communia, Confederazione Cobas, Cooperativa Autorecupero TECLA, Esc – atelier autogestito, Gap bio XV, La Maggiolina, Loa Acrobax, Lsa100celle, Made in Jail, Mo.V.I. Roma Metropolitana Odv, Quarticciolo Ribelle, Rete eco-socialista romana, Rete #nobavaglio, Spazio libero Aps, Senza confine, Spin Time labs

Elenco in costante aggiornamento

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Commentaires sur LaSuite.coop : interview d’une coopérative qui veut (elle aussi !) dégoogliser internet par Tukan

Est-ce que j’ai bien compris qu’il s’agit d’un service en ligne (SaaS, dans le « cloud ») ?
Et qui, pour le moment, a récolté environ 250 000 euros ?

Dans ce cas, est-ce que ça ne va pas un peu à l’encontre de ce pour quoi le collectif CHATONS a été monté ?

Je crois me souvenir qu’à l’époque, Framasoft avait dit quelque chose plus ou moins comme « en tant que fournisseur de services on devient trop gros, et par nature ce n’est pas quelque chose qui va dans le sens de ce que nous défendons. Alors on limite l’accès à nos services, emparez vous des outils et formez vos fournisseurs de services locaux. »
Ce qui a donné un essaimage d’alternatives crédibles aux GAFAM, plus décentralisés.

Et là on reviendrait à une forme de centralisation à grande échelle (avec du logiciel libre) ? Je ne suis pas certain d’avoir bien compris si c’est le cas, mais je ne trouve pas d’information disant le contraire.

Je me demande également quel impact ça peut avoir dans la dynamique (qui me semble saine) des CHATONS. La décentralisation des CHATONS
permet une réelle coopération, même si informelle.
Je me demande enfin comment un nouvel acteur, centralisé et doté de relativement beaucoup de moyens financiers par rapport aux CHATONS (on parle au moins d’aller jusqu’au million d’euros), va faire en sorte de se faire une place raisonnable dans le panorama, sans devenir un concurrent, voire écraser des acteurs plus sobres mais néanmoins très pertinents.

Vos avis m’intéressent.

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GARR partecipa al progetto europeo SUBMERSE

GARR partecipa al progetto europeo SUBMERSE

GARR, OGS e Università di Trieste sono entrati a far parte di SUBMERSE (SUBMarine cablEs for ReSearch and Exploration), l’innovativo progetto finanziato dall’Unione europea che mira a utilizzare i cavi sottomarini esistenti come sensori estesi geograficamente, già impiegati dalla comunità della ricerca e dell’istruzione, per monitorare la Terra e i suoi sistemi.

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Aperte le iscrizioni alla Conferenza GARR 2026

Aperte le iscrizioni alla Conferenza GARR 2026

Sono aperte le iscrizioni alla Conferenza GARR 2026, l’appuntamento annuale della comunità della ricerca e dell’istruzione in cui si condividono esperienze, progetti e visioni sull’uso delle infrastrutture e dei servizi digitali. Un’occasione di confronto tra chi utilizza la rete GARR e chi contribuisce ogni giorno a svilupparla e innovarla.

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È uscito il nuovo GARR NEWS!

È uscito il nuovo GARR NEWS!

La nuova edizione di GARR NEWS è dedicata al tema della sostenibilità, intesa nel suo significato più ampio: tecnologico, ambientale, economico e sociale. Non come obiettivo astratto, ma come  criterio guida per progettare infrastrutture digitali capaci di durare nel tempo, adattarsi al cambiamento e continuare a generare valore per la comunità della ricerca e dell’istruzione.

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NPAPW25: creatività alla velocità della luce

NPAPW25: creatività alla velocità della luce

Il Network Performing Arts Production Workshop (NPAPW), l’iniziativa congiunta di GÉANT e Internet2 che da oltre quindici anni unisce arti performative, ricerca scientifica e tecnologie avanzate, è tornato nel 2025 con un’edizione ricca di novità e testimonianze dal mondo della creatività che incontra il digitale.

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Forum Global Gateway: verso un corridoio digitale UE-Africa-India

Forum Global Gateway: verso un corridoio digitale UE-Africa-India

Nel corso del Global Gateway Forum, tenutosi a Bruxelles il 10 ottobre scorso, la Commissione europea e i principali partner provenienti da Africa, India e dall’area del Mediterraneo hanno discusso dell’iniziativa EU-Africa-India Digital Corridor, che punta a creare una connessione dati affidabile, sicura e ad alta capacità tra i continenti.

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Opportunità di lavoro nell’Ufficio del Personale GARR

La risorsa selezionata si occuperà di supportare le attività di reclutamento e selezione, onboarding, organizzazione e amministrazione del personale, contribuendo alla gestione dei processi HR e alla valorizzazione delle persone all’interno dell’organizzazione.

Si tratta di un’opportunità per entrare in un ambiente innovativo e collaborativo, in cui le nuove idee e la crescita professionale sono incoraggiate e sostenute. È richiesta una laurea triennale o a ciclo unico e almeno 2 anni di esperienza in ruoli analoghi maturata presso enti, aziende strutturate o studi professionali.

Il contratto previsto è a tempo determinato di 12 mesi, con prospettiva di stabilizzazione. Tra i benefit previsti: buoni pasto, assicurazione sanitaria integrativa, formazione continua, flessibilità oraria e possibilità di lavoro agile dopo i primi 6 mesi.

Sede di lavoro: Roma (zona San Lorenzo)

Scadenza per partecipare: 3 novembre 2025, ore 12:00

Vai al bando

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Iscrizioni aperte per il Workshop GARR 2025

Iscrizioni aperte per il Workshop GARR 2025

Aperte le iscrizioni per il Workshop GARR 2025, che si terrà dal 3 al 5 novembre presso l’Università Roma Tre, Dipartimento di Architettura. L’evento rappresenta l’appuntamento annuale degli esperti di networking del mondo dell’istruzione e della ricerca, un’occasione di aggiornamento, discussione e confronto sui temi più attuali del momento.

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Addio a Stefano Trumpy, tra i padri di Internet in Italia e figura chiave nella nascita di GARR

Foto di Stefano Trumpy

Il primo ottobre è scomparso Stefano Trumpy, ingegnere e ricercatore che ha contribuito in modo decisivo alla nascita di Internet in Italia e allo sviluppo della rete della ricerca nazionale. Con la sua visione e la sua determinazione, ha segnato una tappa fondamentale nella storia digitale del nostro Paese e nella costruzione di quella che sarebbe diventata la rete GARR.

 

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GARR finalista al Premio Nazionale per le Competenze Digitali – al via le votazioni pubbliche

GARR finalista al Premio Nazionale per le Competenze Digitali – al via le votazioni pubbliche

Siamo lieti di annunciare che GARR è tra i 3 finalisti del Premio Nazionale per le Competenze Digitali per la categoria “Competenze specialistiche ICT”, promosso nell’ambito dell’iniziativa Repubblica Digitale. Il riconoscimento valorizza i progetti e le esperienze che contribuiscono a diffondere le competenze digitali in Italia.

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Il progetto GN4-3N candidato agli EU Digital Connectivity Awards

Il progetto europeo che ha rivoluzionato la rete GÉANT, GN4-3N, è tra i candidati ai prestigiosi European Digital Connectivity Awards 2025, un’iniziativa promossa dalla Commissione europea per premiare progetti che contribuiscono al raggiungimento degli obiettivi di connettività in Europa. In GARR siamo lieti di condividere questa candidatura, che è un riconoscimento della capacità di innovare della comunità delle reti nazionali ricerca.

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Online la nuova edizione di GARR NEWS

Online la nuova edizione di GARR NEWS

È online GARR NEWS, con un design grafico completamente rinnovato. Questa edizione è dedicata al tema della visione: uno sguardo proiettato verso il futuro che prende forma attraverso progetti innovativi nei campi più diversi, uniti da un filo conduttore comune – affrontare le sfide della società digitale.

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Il Movimento Nonviolento risponde al fuoco pacifista: “Adesso anche basta”.

Gli attacchi ci possono stare, ma le mistificazioni non sono tollerabili. Finora non avevamo risposto perché davvero non ne valeva la pena, e abbiamo altro da fare. Ma se la calunnia viene riprodotta a mezzo stampa, allora la replica è d’obbligo. Primo falso. Si dice che ci sarebbe “un dibattito che sta attraversando il movimento nelle [...]

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Framagroupes: abonnés en erreur avec adresses posteo.net

Bonjour!
Je crée ce nouveau sujet car je n’ai pas trouvé les réponses (ni tout à fait la même situation) dans les sujets qui semblaient similaires…

J’ai récemment créé un petit framagroupe . Il y a 4 adresses abonnées, dont mon adresse perso qui est aussi celle avec laquelle j’ai créé mon compte framagroupe (c’est donc l’adresse administratrice).
C’est une adresse posteo.net
Les mails que j’envoie au framagroupe depuis cette adresse arrivent bien chez les autres, et si un mail est envoyé depuis une autre des adresses abonnées, je le reçois. Mais je ne reçois pas les mails que j’envoie moi-même (contrairement à l’habitude avec les framalistes) et mon adresse se trouve ‹ ‹ en erreur › ›
Pour pousser le test un peu plus loin, j’ai ajouté une adresse alias (donc posteo aussi): même chose qu’avec l’adresse de base.

précisions:

  • Posteo n’a aucun lien avec microsoft ou autre gafam, comme évoqué dans de précédents sujets sur les erreurs dans les framagroupes
  • je passe par Thunderbird pour envoyer mes mails (en passant directement par le site de posteo, la même chose se passe).
  • comme il s’agit d’un tout petit groupe, le fait que mon adresse soit en erreur dès que j’envoie un message fait que le taux d’erreurs est tout de suite très élevé: je risque donc d’arriver rapidement au désabonnement automatique, sauf à annuler les erreurs à chaque mail envoyé… pas pratique…

Quelqu’un sait ce que peut être le problème? ce sont des adresses valables, les mails sont légers… Est-ce que ça peut avoir un lien avec Posteo?

merci beaucoup!

7 messages - 4 participant(e)s

Lire le sujet en entier

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In difesa del Servizio Civile. Il Movimento Nonviolento al Senato

Oggi il MN, rappresentato da Daniele Quilli, è in audizione al Senato in merito al disegno di legge n. 1953 che affianca, nello stesso provvedimento, il riordino delle politiche giovanili e la revisione della normativa sul Servizio civile universale Di seguito riportiamo l'intervento: "Grazie per l’invito e per questa occasione di confronto Intervengo in rappresentanza [...]

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IL DOMINIO DELLE BANDE IN METRO A ROMA: Ecco Cosa Succede Davvero

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Metro di Roma: il fenomeno dei borseggi continua ogni giorno sotto gli occhi di tutti.

Famiglie di turisti e passeggeri vengono aggredite e rapinate quotidianamente sugli stessi convogli. Nonostante molti di questi volti siano ormai tristemente noti, queste persone continuano a girare indisturbate per le linee della metropolitana: senza biglietto, senza controlli e spesso violando apertamente la misura del divieto di dimora nella Capitale.

Negli ultimi tempi la situazione è cambiata: dopo che gran parte delle gang sudamericane ha spostato la propria attività verso bus, ristoranti, negozi, luoghi di culto e appartamenti, le bande in metro sono ormai composte quasi esclusivamente da gruppi di etnia Rom.

Una realtà complessa e difficile da contrastare, ma che continuiamo a documentare e denunciare. Grazie anche alla pubblicazione di questi video, riusciamo a rendere la vita di questi borseggiatori un po' più difficile e a mettere in guardia cittadini e turisti.
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What’s behind China’s recent spike in Covid-19 cases? And is it anything to worry about?

China has seen a spike in Covid-19 in recent weeks, overtaking influenza as the top respiratory pathogen for the first time this year, but most patients experienced mild symptoms, while the medical authorities said data suggested the infection rate was significantly lower than last year’s peak. The spread of the Omicron NB.1.8.1 variant has reached a “moderate transmission level”, according to the Chinese Centre for Disease Control and Prevention (CDC). The CDC does not give a weekly total of...

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I corsi di studio universitari del Polo di Prato dell'Università di Firenze

I corsi di studio universitari del Polo di Prato dell'Università di Firenze

Polo di Prato dell'Università di Firenze offre percorsi di studio capaci di coniugare la qualità didattica dell'Ateneo fiorentino con le esigenze di innovazione e sviluppo del territorio pratese. La sede della Fondazione PIN ospita un'offerta formativa articolata, progettata per rispondere alle sfide del mondo del lavoro e fortemente connessa al tessuto economico, culturale e sociale locale.

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Traffico di agosto: previsioni e date da segnare prima di mettersi in viaggio

Traffico in primo piano per l'esodo estivo 2026: per agosto, Autostrade per l'Italia ha delineato il quadro completo della circolazione, evidenziando i giorni più critici sia per chi si sposta verso le località di villeggiatura sia per chi rientra nei grandi centri urbani.&nbsp;&nbsp;Come sempre, fa testo la legenda coi bollini di quattro colori, ossia verde che sta per regolare, giallo per intenso, per poi passare al rosso (intenso con possibile criticità), fino al nero con punto esclamativo (critico). Con le stime divise per fasce orarie: mattino dalle 7 alle 13, pomeriggio 13-16, e sera 16-21. Traffico agosto 2026: le date da bollino rosso e nero Ben tre i bollini neri e cinque i rossi ad agosto sulla rete Aspi. L'esordio, sabato 1, è contrassegnato da traffico critico&nbsp;(bollino nero, il primo della stagione) al mattino e da un'allerta elevata (bollino rosso) al pomeriggio per gli spostamenti in crescita dai grandi centri urbani per le prime partenze e per weekend brevi verso le località di villeggiatura e di mare. Bollino rosso&nbsp;che si ritrova dalle 7 alle 13 di domenica 2.&nbsp;Ma è venerdì 7 che il traffico intenso con possibile criticità domina, seguito da un doppio nero il giorno successivo, con leggero calo domenica 9.&nbsp;Meno bollente il Ferragosto, mentre sabato 22 si ricomincia con un rosso al mattino. Idem sabato 29 agosto.&nbsp; Weekend 1-2 agosto dominato dal giallo, con un verde la sera di sabato e un rosso domenica pomeriggio. Lunedì 3 mattina, ancora intenso con possibile criticità. Dopodiché, un'ondata di bollini verdi fino a venerdì 7 mattina, con sabato 8 rosso.&nbsp;Ferragosto è il momento peggiore: se sabato 15 ci sono due gialli e un verde, domenica 16 e lunedì 17 seguono un andamento identico, con rosso mattina e pomeriggio, più un giallo la sera. Idem gli altri due weekend: 22-23 e 29-30. Con una coda di traffico intenso di lunedì 31. Cliccare qui per saperne di più.&nbsp; Mezzi pesanti: tutti i giorni di divieto alla circolazione Oltre alle previsioni Anas su strade e autostrade di propria competenza, è utile il calendario di agosto delle limitazioni alla circolazione stradale fuori dai centri abitati per i veicoli con massa complessiva superiore a 7,5 tonnellate. Ecco i divieti:&nbsp;&nbsp;&nbsp;- sabato 1 agosto dalle 8 alle 22;&nbsp;- domenica 2 dalle 7 alle 22;&nbsp;- venerdì 7 dalle 16 alle 22;&nbsp;- sabato 8 dalle ore 8 alle 22;&nbsp;- domenica 9 dalle 7 alle 22;&nbsp;- venerdì 14 dalle 16 alle 22;&nbsp;- sabato 15 dalle 7 alle 22;&nbsp;- domenica 16 dalle 7 alle 22;&nbsp;- sabato 22 dalle 08 alle 16;&nbsp;- domenica 23 dalle 7 alle 22;&nbsp;- sabato 29 dalle 8 alle 16;&nbsp;- domenica 30 dalle 7 alle 22. Telecamere per aumentare la sicurezza Per prevenire gli incidenti durante esodo e controesodo estivo, Aspi si avvale del Control Room, il Centro per il monitoraggio del traffico con sede a Roma, capace di raccogliere ogni anno 3,5 miliardi di dati provenienti dalla rete, oltre a 400 mila eventi legati alla viabilità.Il sistema è composto da 5.000 telecamere (di cui 3.000 nelle gallerie), 900 sensori per la rilevazione dei flussi di traffico e 400 centraline meteo, che supportano la gestione tempestiva di eventuali criticità.In più, il gestore ha attivato presìdi medici e veterinari in quattro aree di servizio lungo le principali direttrici: Teano Ovest e Casilina Est sull'A1, e La Pioppa Ovest e Sillaro Est sull'A14. Viabilità in tempo reale: numeri e servizi utili per gli automobilisti Notizie sempre aggiornate sul traffico sono disponibili tramite i canali del Cciss (numero gratuito 1518, siti web www.cciss.it e mobile.cciss.it), le trasmissioni di Rai-Isoradio, i notiziari di Onda Verde sulle tre reti Radio-Rai e sul Televideo.&nbsp;Informazioni in tempo reale sulla rete autostradale in concessione, sulle condizioni di viabilità e del traffico lungo le varie tratte e altre notizie utili per il viaggio, sono disponibili sui diversi canali attivati dalle singole società concessionarie (siti Internet, numeri dedicati, app ecc.). Ulteriori informazioni sono riportate su www.aiscat.it.&nbsp;
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阿木爷爷做了一个苹果锁和33柱锁,非常有智慧【阿木爷爷 Grandpa Amu】

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生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#手工艺#老木匠
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YOTA Summer Camp 2026

Seguite giorno dopo giorno l'avventura della squadra italiana allo YOTA Summer Camp 2026, in programma a Wagrain (Austria) dal 25 luglio al 1° agosto.
Una settimana ricca di attività, formazione, sperimentazione e amicizia, durante la quale i giovani radioamatori italiani si confronteranno con coetanei provenienti da numerosi Paesi, condividendo la comune passione per il radiantismo.

Mostreremo, giorno dopo giorno, i racconti, le immagini e i momenti più significativi dell'esperienza, per vivere insieme tutte le emozioni dello YOTA Summer Camp 2026 cliccate sull'immagine sotto!


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14 luglio - Open Day con tutta l'offerta dell’Università di Firenze al Polo di Prato

14 luglio - Open Day con tutta l'offerta dell’Università di Firenze al Polo di Prato

Open Day dell'Offerta formativa dell’Università degli Studi di Firenze, un appuntamento dedicato a studenti, famiglie e a tutti coloro che vogliono conoscere da vicino il mondo universitario e le opportunità formative offerte dall’Ateneo fiorentino. L’evento si terrà martedì 14 luglio 2026, dalle ore 9 alle 13, presso la Fondazione PIN – Polo di Prato dell’Università di Firenze.

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14 luglio - Open Day con tutta l'offerta dell’Università di Firenze al Polo di Prato

14 luglio - Open Day con tutta l'offerta dell’Università di Firenze al Polo di Prato

Open Day dell'Offerta formativa dell’Università degli Studi di Firenze, un appuntamento dedicato a studenti, famiglie e a tutti coloro che vogliono conoscere da vicino il mondo universitario e le opportunità formative offerte dall’Ateneo fiorentino. L’evento si terrà martedì 14 luglio 2026, dalle ore 9 alle 13, presso la Fondazione PIN – Polo di Prato dell’Università di Firenze.

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Dopo 21 anni, Ubuntu potrebbe eliminare /etc/debian_version, o forse no?

Incredibile a dirsi, ma anche file piccoli e all'apparenza insignificanti, quando si parla di open-source diventano una questione. È il caso di /etc/debian_version che tutti gli utenti Ubuntu si sono sempre chiesti a cosa servisse e perché contenesse riferimenti alla versione instabile di Debian. Recentemente, pare che la questione rimozione si sia risvegliata, ma da qui a dire che il file verrà rimosso...

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I dubbi sul biocarburante del Kenya

U n raccolto dal sapore indigesto, quello del ricino in Kenya. A quasi quattro anni dall’avvio delle coltivazioni, sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti. Un’operazione energetica e industriale in mano a Eni e sostenuta nell’ambito del Piano Mattei, nel segno della cooperazione economica con l’Africa. Il colosso energetico italiano ha ricevuto un finanziamento di 75 milioni di euro dal Fondo italiano per il clima. Risorse che si sommano ai 135 milioni di dollari erogati dall’IFC (International Finance Corporation), gruppo della Banca mondiale.

Sono oltre un centinaio le interviste ai proprietari terrieri che raccontano di essere stati prima convinti a convertire i loro campi in piantagioni di ricino e poi lasciati soli, senza soldi né ulteriore affiancamento. Ma non è andata male solo a tanti agricoltori intervistati. Tutto il business delle biomasse keniote sembra non aver funzionato come avrebbe dovuto. Per sopperire alle raccolte di ricino, rivelatesi insufficienti, sarebbe stata importata in Kenya anche una quota significativa di colza sudafricana, poi spedita e raffinata in Italia: una biomassa agricola che ha innanzitutto una destinazione alimentare. Il tutto dentro una filiera molto difficile da controllare, con il “cane a sei zampe” da una parte, a disegnare il progetto, e dall’altra una serie di ramificazioni operative che sembrano disperdersi fino a rendere la tracciabilità sempre meno esplicita.

Per il proprio progetto di agri-feedstock in Kenya, Eni ha scelto le contee costiere di Kwale e Kilifi e le aree interne di Isiolo e Meru. Per intercettare gli agricoltori sono stati ingaggiati operatori e intermediari locali, gli “aggregatori”: individui o microsocietà incaricati di convincere piccoli proprietari terrieri a dedicare i loro appezzamenti al ricino, una pianta che non ha usi alimentari ma che, una volta raffinata, può diventare carburante vegetale. Dopo la distribuzione dei semi, i raccolti sono stati parzialmente lavorati direttamente in Kenya, nello stabilimento di Makueni, e quindi spediti agli impianti di Gela per il completamento della raffinazione. Da qui, il prodotto finale viene venduto alle società di trasporto aereo come biocarburante destinato a sostituire, almeno in parte, il cherosene fossile.

Campo di piante di ricino nella contea di Kwale, Kenya, vicino alla costa/ fot. Carlotta Indiano, Osservatorio Eni di A Sud.

Risposte che non bastano
Sono molte le domande e le questioni controverse sollevate attorno alla produzione di oli vegetali per i biocarburanti. Ultima della serie, l’inchiesta della rivista Politico Europe, pubblicata nel marzo 2026 ed elaborata in sinergia con il pool di giornalismo investigativo SourceMaterial, che ha raccolto nelle quattro contee keniote le testimonianze degli agricoltori che si considerano ingannati dagli aggregatori di Eni. A queste, sempre nell’inchiesta, si aggiungono le analisi dei dati commerciali messe a fuoco dall’organizzazione indipendente Transport & Environment.

Sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti.
Ma il lavoro giornalistico dedicato alle attività di Eni in Kenya si innesta su un dossier già ampio di indagini, via via accumulate dal 2022, anno di avvio del progetto. Una mole di lavoro portata avanti da organizzazioni indipendenti, ONG e ricercatori, da cui sono scaturite le domande che, lo scorso maggio, Fondazione Banca Etica, come azionista critica, ha portato all’Assemblea degli azionisti di Eni Spa per chiedere chiarimenti e integrazioni. Le argomentazioni che l’azienda ha restituito in forma scritta hanno lasciato gli interlocutori interdetti: “Su alcuni aspetti centrali le risposte sono rimaste generiche o hanno rinviato a certificazioni e procedure senza fornire gli elementi di dettaglio necessari a una verifica indipendente”, osserva per Il Tascabile Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica.

Le domande portate da Fondazione Banca Etica vanno dritte al cuore dell’inchiesta e ce n’è una che le mette insieme tutte: “Può Eni rendere pubblici dati disaggregati sulla produzione effettiva di olio di ricino in Kenya, anno per anno dall’avvio del progetto – volumi raccolti, volumi acquistati dagli aggregatori, volumi effettivamente processati nella raffineria di Gela – e i relativi pagamenti erogati agli agricoltori? Questi dati permetterebbero di valutare in modo indipendente l’impatto economico reale del progetto sulle comunità locali, rispetto alle dichiarazioni ufficiali”.

Nella risposta a essa pervenuta, però, Eni oppone il segreto dei dati economici in questione: “Le informazioni richieste sono riservate in quanto di natura commerciale e strategica”. Una risposta lapidaria su cui torna a riflettere il direttore della Fondazione Finanza Etica, Siliani: “Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti. Senza numeri verificabili su produzione, acquisti e remunerazione degli agricoltori, la valutazione resta affidata esclusivamente alle dichiarazioni dell’azienda”.

Una lunga inchiesta
Il primo lato delle perplessità da cui sono scaturite le domande a Eni riguarda il coinvolgimento degli agricoltori kenioti. Nelle testimonianze raccolte e nei report consultati, alcuni agricoltori raccontano di essere stati in qualche modo raggirati, altri esprimono insoddisfazione. Le situazioni cambiano molto a seconda delle zone, ma, salvo rarissime eccezioni, restituiscono un quadro negativo.

Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti.
Tra le quarantaquattro storie documentate da SourceMaterial c’è, a titolo di esempio, quella di Katsele Shauri Mitsanze, un’agricoltrice di quarant’anni convinta da un intermediario a sostituire la propria coltivazione di mais con il ricino, che Eni avrebbe poi trasformato in carburante verde per clienti come BMW, EasyJet e Ryanair. Da quel mais dipendeva l’economia domestica della donna e dei suoi sette figli. Ma quegli stessi intermediari non si sono più presentati e la famiglia di Mitsanze ha finito per soffrire la fame. Politico cita anche le cinquanta testimonianze raccolte nel maggio 2025 da Valerio Bini, professore dell’Università di Milano. Qui gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno raccontato di aver convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.

Tra chi si occupa da lungo tempo dell’agri-feedstock della società di San Donato Milanese c’è l’associazione A Sud, che a fine marzo 2025 si è recata fra le piantagioni di ricino con Carlotta Indiano. Le venti testimonianze raccolte confermano il malessere già ascoltato tra i contadini e hanno a loro volta alimentato le domande presentate a Eni durante l’assemblea degli azionisti. “Oltre alle ricerche autonome sul territorio e ai nostri articoli giornalistici, che sono poi confluiti in due report, sui biocarburanti in Kenya va registrato un bel lavoro di rete dall’Italia, condotto da ONG come Transport & Environment, ReCommon e ActionAid, organizzazioni che stavano già lavorando sul Kenya e sulla filiera dei biocarburanti”, spiega al Tascabile Andrea Turco, che per l’associazione A Sud cura proprio l’Osservatorio Eni.

Gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Dinanzi ai chiarimenti chiesti da A Sud attraverso l’ausilio di Fondazione Banca Etica, Eni sostiene che i casi riportati di mancato adempimento rappresentino una quota minimale rispetto ai 130.000 agricoltori coinvolti nel progetto: lo 0,03% del totale. Ma, come commenta Turco, “l’azienda minimizza una serie di problemi emersi ormai su più fronti e che formano un blocco innegabile. Le interviste raccolte in Kenya sono a campione, certo, ma vanno tutte nella stessa direzione. Inoltre, questa minoranza merita in ogni caso la massima attenzione”.

La catena opaca degli aggregatori
Nelle risposte all’Assemblea, la principale azienda energetica italiana sembra imputare parte delle responsabilità agli “aggregatori”, ovvero gli intermediari che hanno il ruolo di convincere gli agricoltori a convertire i propri campi in ricino e poi di pagare il raccolto. Scrive infatti: “Nei pochi casi in cui Eni Kenya ha appreso che l’aggregatore, nonostante l’obbligo contrattuale, non ha seguito correttamente la raccolta dei semi prodotti, il contratto tra Eni Kenya e l’aggregatore è stato rescisso”.

Ma il punto è che il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione. Ci sono società come Safa e Agricycle, ingaggiate da Eni per verificare il rispetto degli standard di qualità sulle colture di ricino. Sono poi queste stesse società a occuparsi dell’ingaggio degli aggregatori che operano nelle campagne. “Parliamo di figure locali, prevalentemente keniote, anche se in alcuni casi ci sono pure italiani coinvolti. Sono soggetti già attivi sul territorio o comunque contattati nel contesto della filiera – spiega ancora Andrea Turco – e dunque è un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente”.

Il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione: un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente.
Come rilevato dalle verifiche di SourceMaterial, alcuni aggregatori si sarebbero dimostrati sprovvisti del certificato ISCC (International Sustainability and Carbon Certification), il sistema di certificazione chiamato a garantire, tra le altre cose, che il ricino non andasse a rimpiazzare colture alimentari nelle campagne.

Quando il ricino scarseggia
C’è un altro punto, questa volta di natura più commerciale, che emerge dall’inchiesta di Politico. A metterlo in rilievo è Transport & Environment, ONG ambientalista europea indipendente che si occupa di politiche dei trasporti, energia e clima. A spiegarlo è Carlo Tritto, responsabile carburanti sostenibili dell’ufficio italiano dell’organizzazione.

“La nostra analisi si basa su dati doganali. Eni sembra avere importato in Kenya una quota molto rilevante di colza dal Sudafrica: parliamo dell’80% di quanto poi ri-esportato in Italia dalla sussidiaria keniota di Eni. Secondo quanto è possibile ricostruire, le quantità di colza sarebbero dunque coltivate in Sudafrica, importate in Kenya, dove i semi vengono schiacciati negli agri-hub locali per poi essere spediti in Italia, nella raffineria di Gela, dove vengono affinati in biocarburanti e venduti nel mercato dei carburanti aerei sostenibili”, spiega Tritto: “È uno scenario che apre una serie di problemi. Primo: la colza è una coltura alimentare, un food crop, e quindi non rispetterebbe i criteri fissati dalla Renewable Energy Directive dell’UE, il quadro legislativo generale per la promozione e l’espansione dell’energia rinnovabile nei diversi settori dell’economia europea, incluso quello dei trasporti. Secondo: l’azienda avrebbe ricevuto più di 200 milioni di finanziamenti pubblici ‒ inclusi quelli del Fondo italiano per il clima ‒ per la coltivazione di biomassa non in competizione con la filiera alimentare in Kenya, mentre, in realtà, coltiva colza in Sudafrica”.

La direttiva europea spinge progressivamente a ridurre il ricorso a materie prime legate al mercato alimentare, orientando la produzione di biocarburanti verso feedstock non alimentari, scarti e residui agricoli e industriali.

Che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia.
Inoltre, e qui il discorso torna al Piano Mattei, se nel presentare il progetto è stato sottolineato il coinvolgimento degli agricoltori locali kenioti, chiamati a mettere a frutto terreni marginali, l’importazione di colza sudafricana cambia il senso complessivo dell’operazione. Nelle risposte fornite all’assemblea degli azionisti del maggio 2026, il “cane a sei zampe” dichiara che la colza importata dal Sudafrica, nella variante dei semi di canola, si attesta al 40%. Una quota usata, scrive Eni, per “garantire la continuità operativa degli impianti industriali, anche in considerazione dei cicli agricoli stagionali”.

Eppure, riflette Tritto, “che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia. Il dato va anche in contrasto con i criteri legati ai finanziamenti della Banca mondiale, che vorrebbero escludere colture alimentari o non coerenti con la logica del progetto”.

Chi controlla i certificatori
Anche quando ridimensiona le quantità importate rispetto alle stime di Transport & Environment, il colosso energetico non fornisce ulteriori dettagli sulla tracciabilità della filiera e sulle verifiche effettuate lungo i diversi passaggi industriali e commerciali. Eni spiega nelle sue risposte: “La coltivazione della canola, varietà di colza, in Sudafrica è stata effettuata su terreni severamente degradati, ovvero con contenuto di sostanza organica inferiore al 2%”.

La sostenibilità dei biocarburanti dipende però in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata. E i sistemi chiamati a certificare questo passaggio in modo incontrovertibile, secondo le organizzazioni critiche, sarebbero tutt’altro che infallibili. Intanto, gli enti di certificazione – ad esempio per le certificazioni ISCC – sono molti, e questo rischia di generare una sorta di corsa al ribasso: se un certificatore non “passa” il prodotto, un operatore può rivolgersi comunque a un altro. Inoltre, gli standard di certificazione nascono dentro un sistema largamente volontario, in cui un ruolo rilevante è giocato dallo stesso mondo industriale. “È un sistema che non offre garanzie sufficienti sulla reale sostenibilità di una materia prima, specialmente perché gli interessi economici in gioco sono molto forti”, spiega Carlo Tritto.

La sostenibilità dei biocarburanti dipende in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata.
Uno degli standard riconosciuti anche dall’UE per la certificazione della sostenibilità dei biocarburanti è l’ISCC (International Sustainability and Carbon Certification) a cui si è accennato poco sopra. È a esso che Eni si affida per verificare la conformità del proprio progetto alle norme europee. L’ISCC viene citato in numerose risposte come garanzia di controllo, sostenibilità e rispetto degli standard etici nelle coltivazioni di ricino in Kenya e di colza in Sudafrica. Ma anche questo sistema è stato recentemente investito da forti contestazioni. L’ISCC è finito sotto esame dopo che uno dei circa 200 enti certificatori all’interno del suo schema ha ricevuto accuse di irregolarità nelle importazioni di derivati dell’olio di palma dal Sud-Est asiatico. Nell’ambito dell’inchiesta sono state arrestate undici persone, tra soggetti governativi e industriali, mentre la frode fiscale contestata ammonterebbe a circa 900 milioni di dollari.

Biocarburanti, un salvagente per i motori a combustione
Nei suoi documenti iniziali Eni puntava a produrre 30.000 tonnellate di olio di ricino nel 2023, poi ridimensionate a 20.000. Ma quando si legge il Report di sostenibilità di Eni del 2025, si scopre che in un intero anno l’azienda è riuscita a portare nelle proprie bioraffinerie di Gela e Venezia solo 6.960 tonnellate di materie prime agricole provenienti da Kenya, Tanzania e Sudafrica. Il grosso del rifornimento continua ad arrivare dall’Indonesia e dalla Malesia, con più di 550.000 tonnellate di oli derivanti da rifiuti e residui vegetali. L’Italia, dati alla mano, come abbiamo visto, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.

Nonostante questi numeri tutt’altro che esaltanti, i biocarburanti vengono presentati con un ruolo centrale nella strategia industriale di Eni. Non si tratta solo di un segmento “verde” del business, ma di un tassello decisivo nella riconversione delle vecchie raffinerie italiane – Porto Marghera, Gela e, dal 2026 con un finanziamento della Banca europea per gli investimenti (BEI), Livorno – in bioraffinerie. Non solo, Eni prevede di riconvertire entro il 2030 anche i siti di Sannazzaro (anche questo con un finanziamento da 500 milioni balla BEI), in provincia di Pavia, e quello di Priolo, in provincia di Siracusa, in partenariato con IP. Su questo terreno, il governo si è schierato con decisione a favore della linea sostenuta dal colosso italiano dell’energia a controllo pubblico di fatto.

L’Italia, dati alla mano, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.
“Sui biocarburanti Eni e il governo italiano hanno gettato la maschera: se prima si sosteneva che fossero utili per la decarbonizzazione dei trasporti, ora si sostiene apertamente che permettono di proseguire con un modello di mobilità ancora molto dipendente dall’auto privata e dai mezzi a combustione”, commenta ancora Andrea Turco per A Sud: “Eppure i volumi di feedstock importati ci raccontano come il loro ruolo non sia sostenibile in un’ottica di sostituzione su larga scala delle auto alimentate da combustibili fossili”.

Sulla stessa linea si muove Carlo Tritto di Transport & Environment: “Se le biomasse da cui sono prodotti sono realmente sostenibili, è vero che i biocarburanti possono dare un loro contributo alla transizione energetica, ma i volumi di tali materie prime sono limitati e dovrebbero venire dalla chiusura di processi circolari e legati a filiere realmente residuali. Oggi, all’opposto, la grandissima parte delle materie prime impiegate per la bioraffinazione è di importazione. Invece, il settore dell’automobile e soprattutto quello oil & gas usa spesso i biocarburanti per chiedere un rilassamento delle regole, in particolare rispetto allo stop alla vendita di auto nuove a combustione interna dal 2035, ma non dice che i volumi di biofuels sarebbero altamente insufficiente a coprire il fabbisogno energetico del settore e anzi, li toglie da quei settori hard to abate, come il settore aereo, che ne avrebbero bisogno dei limitati quantitativi sostenibili”. Così questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.

L’aiuto “a casa loro” si fa business
L’operazione keniota, si è detto, si inserisce nel Piano Mattei. È proprio qui che il caso Kenya diventa un banco di prova della strategia nazionale varata, come spiega il Consiglio dei ministri, “per imprimere un cambio di paradigma nei rapporti con il Continente africano e costruire partenariati su base paritaria, superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità reciproche”.

Il Piano Mattei coordina e sostiene iniziative agricole, energetiche, infrastrutturali, sanitarie e formative, spesso realizzate con imprese italiane e istituzioni finanziarie internazionali. Tra i progetti più rilevanti figurano il Corridoio di Lobito, le coltivazioni agricole nel deserto algerino, gli investimenti agroalimentari in Senegal e Costa d’Avorio, gli impianti energetici in Egitto e Mozambico, oltre alla filiera dei biocarburanti di Eni in Kenya. La dotazione iniziale indicata per il Piano è di 5,5 miliardi di euro, articolata tra crediti, contributi a fondo perduto e garanzie.

Questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
Di queste risorse, 2,5 miliardi provengono dai fondi della cooperazione allo sviluppo, mentre altri 3 miliardi fanno capo al Fondo italiano per il clima, uno dei principali strumenti finanziari del Piano Mattei. Il Fondo è stato istituito per sostenere “iniziative nei settori delle energie rinnovabili e dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali”. Nel maggio 2026, però, la Corte dei conti ha avviato, con una propria delibera, un’analisi sulle criticità dello stesso Fondo, richiamando in particolare la “scarsa attrattività dei progetti per i soggetti finanziatori, anche a causa della limitata capacità tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e continuativa”.

Come la stessa Giorgia Meloni ha spiegato nel discorso di apertura del vertice Italia-Africa del 29 gennaio 2024, il Piano Mattei nasce anche per “garantire […] il diritto a non dover essere costretti a emigrare”, realizzando nei Paesi africani “un’alternativa fatta di opportunità, lavoro, formazione e percorsi di migrazione legale”. In altre parole, il Piano viene presentato anche come uno strumento di sviluppo per “aiutarli a casa loro”, per usare uno slogan che, alla prova del caso Kenya, mostra già limiti stridenti. Se un’iniziativa presentata come partenariato agricolo, climatico e produttivo finisce invece per dipendere da filiere opache, dall’impiego di colture alimentari importate e da interessi energetici italiani, mentre tanti piccoli agricoltori locali denunciano di essere stati danneggiati, la promessa di una cooperazione paritaria con l’Africa indossa una maschera ambigua.

L'articolo I dubbi sul biocarburante del Kenya proviene da Il Tascabile.

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In Cina e Asia – Record di accordi in energia verde lungo la BRI

In Cina e Asia – Record di accordi in energia verde lungo la BRI BRI energia verde

I titoli di oggi: La Belt and Road vola a quota record: 20 miliardi in energia verde nel primo semestre 2026 Giappone, primo calo significativo per Takaichi: l’approvazione scende al 58% Cina, il tecnocrate Fang Xinghai colpito dalla campagna anticorruzione Semiconduttori, i legami Nvidia-PLA e la svolta nelle macchine DUV Filippine, Marcos Jr. alla prova del discorso alla nazione tra ...

L'articolo In Cina e Asia – Record di accordi in energia verde lungo la BRI proviene da China Files.

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China turns to public for help in deadly dam collapse probe after Typhoon Maysak

The Chinese government has appealed to the public for information as part of its investigation into a reservoir dam that collapsed in southern China earlier this month, causing heavy casualties. State media reported on Monday that the public could call a hotline to submit information related to the collapse of the Liulan Reservoir in Hengzhou, Guangxi Zhuang autonomous region on July 6. People also have until August 15 to post submissions to an investigation and assessment work group from the...

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Il viaggio in traghetto più incredibile d'Europa: 48 ore verso le Isole Faroe e l'Islanda

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Nitto Santapaola – L'ascesa del padrino di Catania Parte 1

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Dall’omicidio di Giuseppe Calderone alla conquista della mafia catanese.

In questa prima parte ricostruiamo la scalata al potere di Nitto Santapaola: l’ingresso in Cosa Nostra, il rapporto con Giuseppe Calderone, l’avvicinamento ai Corleonesi, la guerra contro Alfio Ferlito e gli eventi che conducono fino all’omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

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📌 IN QUESTO DOCUMENTARIO SCOPRIRAI

✓ Le origini di Benedetto “Nitto” Santapaola nel quartiere San Cristoforo di Catania

✓ Il suo ingresso nella famiglia mafiosa catanese e l’ascesa al fianco di Giuseppe Calderone

✓ I rapporti con Totò Riina, Michele Greco e il gruppo dei Corleonesi

✓ Il tradimento e l’omicidio di Giuseppe Calderone nel settembre 1978

✓ La guerra per il controllo di Catania tra Santapaola e Alfio Ferlito

✓ La strage della circonvallazione di Palermo e l’eliminazione di Ferlito

✓ Il consolidamento del potere di Santapaola nella mafia catanese

✓ Le prime indagini sul suo possibile coinvolgimento nell’omicidio del generale dalla Chiesa

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📺 QUESTA INCHIESTA FA PARTE DELLA SERIE

NITTO SANTAPAOLA

➡ Guarda la playlist completa e segui la vicenda in ordine cronologico:

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AVVERTENZA

• Questo video è frutto di ricerca giornalistica e utilizza solo fonti pubbliche e accessibili.
• Alcune immagini o brevi spezzoni video sono riprodotti per finalità di cronaca, critica, commento o informazione ai sensi dell'art. 70 LDA.
• Le ricostruzioni hanno esclusivamente scopo divulgativo.
• Non vengono promossi comportamenti contrari alla legge.
• Questo contenuto NON costituisce pubblicità né contiene contenuti sponsorizzati.

#NittoSantapaola #CosaNostra #Mafia #Catania #ItaliaMistero
  •  

Carlos: l'attentato all'OPEC

💾

Dicembre 1975. Un commando di sei persone si introduce nella sede dell'OPEC a Vienna e rapisce undici ministri del petrolio, quasi il 90% del greggio mondiale nelle mani di un singolo gruppo terroristico.

È l'operazione che consacra Carlos lo Sciacallo come il terrorista internazionale per eccellenza, l'attentato più sensazionale del XX secolo prima dell'11 settembre.

Nel nuovo approfondimento DarkSide, la storica Valentine Lomellini ricostruisce quei giorni e cosa cambiò per sempre nella sua figura.

🎬 Guarda il video completo sul canale.
  •  

NASA Astronaut Chris Williams Returns to Earth

NASA astronaut Chris Williams is seen outside the Soyuz MS-28 spacecraft after he landed with Expedition 74 Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov, and Sergei Mikaev in a remote area near the town of Zhezkazgan, Kazakhstan on Sunday, July 26, 2026. The trio returned to Earth after logging 241 days in space as a members of Expeditions 73 and 74 aboard the International Space Station.

  •  

BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 7.27 - ROSSO DI SERA, TORINO SI DISPERA

💾

Trova la tua prossima DASHCAM https://sicurisullastrada.it/dashcam/
Dubbi o domande? Trovi qui le RISPOSTE https://sicurisullastrada.it/dashcam-5-minuti-per-sapere-tutto/
Vuoi inviarci le clip della TUA DASHCAM? Guarda come fare su https://bit.ly/inviavideo
Seguici sui canali BDOI per essere AGGIORNATO e vedere le MIGLIORI CLIP https://bit.ly/canalibdoi
Hai domande o curiosità? COMMENTA sotto al video oppure CONTATTACI https://bit.ly/contattabdoi
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This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
Do you want to send us the clips of YOUR DASHCAM? See how on https://bit.ly/inviavideo
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Do you have any questions or curiosities? COMMENT below the video or CONTACT US https://bit.ly/contattabdoi

#baddriversofitaly #dashcam #compilation
  •  

libc @ Savannah: The GNU C Library version 2.44 is now available

The GNU C Library
=================

The GNU C Library version 2.44 is now available.

The GNU C Library is used as the C library in the GNU system and
in GNU/Linux systems, as well as many other systems that use Linux
as the kernel.

The GNU C Library is primarily designed to be a portable
and high performance C library.  It follows all relevant
standards including ISO C23 and POSIX.1-2024.  It is also
internationalized and has one of the most complete
internationalization interfaces known.

The GNU C Library website is at http://www.gnu. ... /software/libc/

Packages for the 2.44 release may be downloaded from:
        http://ftpmirr ... .gnu.org/libc/
        http://ftp.gn ... org/gnu/libc/

The mirror list is at http://www.gnu. ... /order/ftp.html

Distributions are encouraged to track the release/* branches
corresponding to the releases they are using.  The release
branches will be updated with conservative bug fixes and new
features while retaining backwards compatibility.

NEWS for version 2.44
=====================

Major new features:

  • System-wide tunables can be applied using /etc/tunables.conf and

  running ldconfig.  Specific tunable settings and the
  /etc/tunables.conf file format and path are not part of the stable
  library interfaces and may change between releases.

  • A new tunable, glibc.elf.thp, is added to map read-only segments with

  Transparent Huge Pages (THP) if THP is not disabled in the kernel.  When
  glibc.elf.thp is set to 1, malloc uses the actual kernel THP mode
  instead of defaulting to madvise mode and madvise_thp will stop issuing
  MADV_HUGEPAGE if kernel THP mode is always.

  • The THP page size in malloc is capped to MAX_THP_PAGESIZE.  If the THP

  page size is above MAX_THP_PAGESIZE, THP in malloc is disabled.

  • Additional optimized and correctly rounded mathematical functions have

  been imported from the CORE-MATH project, in particular cosh, sinh, and
  tanh.

  • Many additional improvements to existing functions have been synchronized

  from the CORE-MATH project.

  • For C++26, the assert macro is now variadic, allowing more complex

  arguments containing commas (which however still must evaluate to a single
  value).

  • The SVID error handling for cosh and sinh was moved to compatibility

  symbols, allowing improvements in performance.

  • Static PIE is now supported for arm-*-linux-gnueabi.  It requires toolchain

  support to correctly set the expected linker options.

  • On AArch64 targets that support the Guarded Control Stack extension all GCS

  operations (including status, write on shadow stack, and push to shadow
  stack) are locked after enabling GCS with ENFORCED or OVERRIDE GCS policy.
  When a GCS operation is locked, a program cannot change this operation
  status via the prctl syscall.  This prevents disabling or corrupting the
  GCS shadow stack during runtime.

  • On AArch64 targets, log, exp, sin, cas, sinh, cosh, asinh, acosh, atanh

  single and double precision special cases have been vectorized for SVE and
  AdvSIMD, and vector variants of powr have been added.

  • On RISC-V targets, vector extension optimized variants of memcmp, memccpy,

  memchr, memcpy, memmove, stpncpy, strcmp, strchr, strcpy, strncmp, strncpy,
  strlen, and strrchr have been added.

  • On PowerPC, memchr optimized for Power10 has been re-added.


  • Support for LoongArch32 has been added.


  • Pre-built ld.so.cache files can be installed with ldconfig.


  • A new locale has been added: hrx_BR (Hunsrik language spoken in Brazil).


Deprecated and removed features, and other changes affecting compatibility:

  • Although malloc and related functions currently return pointers

  aligned to alignof (max_align_t), the documentation now says future
  versions of glibc may relax alignment requirements for small allocations.
  For example, a future malloc(1) might return a pointer with odd
  alignment, because no object of size 1 can have a fundamental
  alignment greater than 1.

  • The s390-linux-gnu (31bit) configuration is no longer supported.


  • The --enable-memory-tagging configure option has been removed.

  The corresponding AArch64-specific functionality that was previously
  activated by this flag has been removed as well.

  • The --enable-static-nss configure option has been removed.  It had no

  effect on the build since the NSS reorganization in glibc 2.33; its only
  remaining behavior was to suppress the link-time warnings on the NSS
  interface functions in libc.a, which are now emitted unconditionally.

Security related changes:

The following CVEs were fixed in this release, details of which can be
found in the advisories directory of the release tarball:

  GLIBC-SA-2026-0005:
    gethostbyaddr and gethostbyaddr_r may incorrectly handle DNS
    response (CVE-2026-4437)

  GLIBC-SA-2026-0006:
    gethostbyaddr and gethostbyaddr_r return invalid DNS hostnames
    (CVE-2026-4438)

  GLIBC-SA-2026-0007:
    iconv crash due to assertion failure with untrusted input
    (CVE-2026-4046)

The following bugs were resolved with this release:

  [2363] libc: EOPNOTSUPP and ENOTSUP in errno.h must be different,
    according to SUSv3
  [3794] manual: iconv: TRANSLIT and IGNORE feature not documented
  [15792] dynamic-link: [arm] ARM dynamic linker should save/restore
    coprocessor registers
  [20331] libc: fts ignores errors from readdir()
  [20680] dynamic-link: ifunc resolver cannot access the thread pointer
    with static linking
  [22944] libc: fts cannot traverse paths which have a length longer
    than USHRT_MAX
  [25257] libc: sotruss: fix error message for '--f' argument
  [25770] locale: newlocale memory leak in LOCPATH parsing and on error
    paths
  [27582] libc: x86_64: IFUNC in static user programs may crash when
    built with -fstack-protector-all
  [28218] dynamic-link: ld.so: ifunc resolver calls a lazy PLT. When
    does it work?
  [28817] libc: static-pie ifunc resolver tls failure
  [28940] nss: __nss_database_get doesn't check for allocation failure
  [30136] manual: Please document behaviour of iconv(3) when input is
    untranslatable
  [30304] nptl: nptl/tst-pthread-gdb-attach test fails with new libc
    shared library version
  [30769] malloc: malloc_trim is not working correctly for arenas other
    than arena 0
  [30976] dynamic-link: rtld: resolve ifunc relocations after
    JUMP_SLOT/GLOB_DAT/etc
  [30992] libc: alpha: setrlimit() with negative values besides
    RLIM_INFINITY returns EPERM
  [31901] libc: elf/tst-glibc-hwcaps-prepend-cache fails on i686
  [33226] math: math-vector-fortran.h vs not ffast-math
  [33626] libc: execvpe should skip inaccessible $PATH components
  [33650] build: abilist.awk doesn't handle unversioned defined symbols
  [33785] stdio: New streams are linked into global list before they are
    fully initialized
  [33848] build: Build fails at openat2.h, redefinition of 'struct
    open_how'
  [33882] libc: Recursion in nftw() causes stack overflow(CWE-674)
  [33904] build: error: '__vasprintf_chk' undeclared here
  [33921] build: Building with Linux-7.0-rc1 errors on OPEN_TREE_CLONE
  [33935] stdio: _IO_wfile_doallocate not linked correctly when linking
    glibc statically
  [33980] locale: iconv: ibm139x trigger assertion error when converting
    to internal while lack enough room (CVE-2026-4046)
  [33985] build: ld: cannot find -lgcc_s: No such file or directory
  [33999] stdio: libio: potential dangling _IO_save_base or memory leak
    in wgenops.c
  [34006] stdio: libio: inconsistent fmemopen_write behavior on last \0
  [34008] stdio: stdio-common: scanf %mc pattern will cause heap
    overflow when width > 1024
  [34014] nss: gethostbyaddr and gethostbyaddr_r may incorrectly handle
    DNS response
  [34015] nss: gethostbyaddr and gethostbyaddr_r return invalid DNS
    hostnames
  [34019] stdio: libio: undefined behavior when setbuf on open_memstream
  [34033] network: resolv/ns_print.c: ns_sprintrrf TSIG path bypasses
    buflen and can overflow caller buffer
  [34064] dynamic-link: The unnecessary PT_NOTE check in when loading a
    binary
  [34069] network: Buffer overread in ns_sprintrrf with corrupted RDATA
    field (CVE-2026-6238)
  [34070] hurd: Calling open ("/dev/tty/", O_RDONLY) causes the program
    to segfault
  [34073] regex: regexec can mistakenly match with backrefs and the $
    anchor
  [34079] dynamic-link: THP segment load aligns all PT_LOAD segments to
    THP page size
  [34080] dynamic-link: Support THP segment load with THP enabled with
    madvise
  [34083] dynamic-link: __get_thp_mode and __get_thp_size are called
    twice
  [34090] libc: wordexp WRDE_APPEND rollback restores stale we_wordv,
    leading to invalid free in wordfree
  [34098] libc: Missing SUPPORT_STATIC_PIE in arm32
  [34129] string: x86: Non-temporal memset unreachable on AMD Zen 3/4/5
  [34144] libc: ld.so clobbers VFP registers during runtime linking
  [34154] network: Segfault in sock_eq after res_init() returns -1, due
    to stale _u._ext.nscount in __res_iclose
  [34156] dynamic-link: dlsym(RTLD_DEFAULT, ...) from a constructor
    SIGSEGVs when tail-called
  [34164] dynamic-link: elf: IFUNC resolvers do not see static TLS
    initialization
  [34170] dynamic-link: elf:  IFUNC resolver reading global-
    dynamic/TLSDESC __thread variable crashes inside __tls_get_addr
  [34183] math: fma produces wrong results
  [34192] nptl: pthread_setname_np opens /proc/<tid>/comm with O_RDWR
    instead of O_WRONLY|O_CLOEXEC
  [34196] libc: elf: static dlopen: pointer guard of the loaded
    ld.so/libc.so is left uninitialized
  [34197] dynamic-link: elf: Stack canary and pointer guard are
    recoverable from AT_RANDOM (getauxval)
  [34205] libc: aarch64: SIGSEGV in tunable_strcmp in static-pie
    binaries run with a string tunable
  [34208] stdio: scanf not pushback after matching failure
  [34210] libc: elf/tst-glibc-hwcaps-prepend-cache fails on
    armv7a-unknown-linux-gnueabihf
  [34236] locale: Non-representable transliteration still causes iconv
    to exit with 1 if TRANSLIT is specified
  [34289] network: ns_sprintrrf uses p_class, p_type internally
  [34311] build: THP tests failed to link
  [34347] libc: Incorrect trailing bitfield word of struct tcp_info
  [34348] dynamic-link: FAIL: elf/tst-thp-1 if THP is disabled in kernel
  [34351] build: Random test failures
  [34355] build: [2.44 Regression] "make check -j7 subdirs=stdio-common"
    no longer works
  [34396] libc: sparc64-unknown-linux-gnu , Gentoo: >200 test failures,
    SIGILL in many binaries
  [34398] string: Truncated strncpy on s390x z900 ifunc variant

Release Notes
=============

https://sourcewar ... wiki/Release/2.44

Contributors
============

This release was made possible by the contributions of many people.
The maintainers are grateful to everyone who has contributed
changes or bug reports.  These include:

Adam Yi
Adhemerval Zanella
Alejandro Colomar
Andreas K. Hüttel
Andreas Schwab
Arjun Shankar
Aurelien Jarno
Avinal Kumar
Brian Jorgensen
Carlos O'Donell
Carlos Peón Costa
Charlotte Mcmenamin
Collin Funk
Cosmina Dunca
DJ Delorie
Daan De Meyer
Deng Jianbo
Dev Jain
Diego Nieto Cid
Dmitry Kovalenko
Dylan Fleming
Etienne Brateau
Fabian Rast
Florian Weimer
Frédéric Bérat
Garccez
George Hu
H.J. Lu
Jakub Jelinek
Jiamei Xie
Jiho Lee
Jiri Stransky
John David Anglin
Jonathan Wakely
Josef Johansson
Joseph Myers
Justus Winter
Luca Boccassi
Lucas Chollet
Martin Coufal
Matt Turner
Michael Ford
Michael Jeanson
Michael Kelly
Mike FABIAN
Mike Kelly
Muhammad Kamran
Nicolas Boulenguez
Paul Eggert
Peter Bergner
Peter Collingbourne
Petr Menšík
Pierre Blanchard
Pino Toscano
Pádraig Brady
Richard Wild
Rocket Ma
RyotaSaito
Sachin Monga
Sajan Karumanchi
Sam James
Samuel Balazi
Samuel Thibault
Sana Kazi
Sergey Kolosov
Shamil Abdulaev
Shengwen Cheng
Siddhesh Poyarekar
Stefan Liebler
Thomas Daubney
Tomasz Kamiński
Uros Bizjak
WANG Rui
Weihong Ye
Weixie Cui
Wilco Dijkstra
Xi Ruoyao
Xiang Gao
Yao Zihong
Yunze Zhu
Yury Khrustalev
Zihong Yao
mengqinggang
xiejiamei
zombie12138

We would like to call out the following and thank them for their
tireless patch review:

Adhemerval Zanella
Andreas K. Hüttel
Arjun Shankar
Aurelien Jarno
caiyinyu
Carlos O'Donell
Collin Funk
DJ Delorie
Florian Weimer
Frédéric Bérat
Ganesh Gopalasubramanian
H.J. Lu
JiangNing
Mathieu Desnoyers
Paul Eggert
Paul Zimmermann
Peter Bergner
Sam James
Samuel Thibault
Siddhesh Poyarekar
Stefan Liebler
Sunil K Pandey
Wilco Dijkstra
Yury Khrustalev

  •  

NASA to Cover Three US Spacewalks, Host Preview News Conference

006B6348.NEF
NASA astronaut Jessica Meir works inside the International Space Station’s Quest airlock in March, her reflection visible in a spacesuit helmet visor as she installs leg and arm components and swaps parts between suits.
Credit: NASA/Jack Hathaway

Editor’s Note: This advisory was updated on Aug. 10, 2026, to reflect the assigned crew members and coverage times for U.S. spacewalk 97, scheduled to take place on Tuesday, Aug. 18. 

Editor’s Note: The advisory was updated on Aug. 7, 2026, with a date change for U.S. spacewalk 97, which is now scheduled for Tuesday, Aug. 18. Read more on the International Space Station blog.

Editor’s note: This media advisory was updated July 27, 2026 to reflect an updated start time for the spacewalk on Thursday, Aug. 6.

NASA will provide coverage as astronauts venture outside the International Space Station during three spacewalks in August to continue upgrading solar arrays, replace a communications antenna, and connect power and data cables in support of space station operations.

Experts will preview the upcoming spacewalks during a news conference at 2 p.m. EDT, Thursday, July 30, from NASA’s Johnson Space Center in Houston.

NASA will stream these events through a variety of platforms. Learn where to watch online:

https://www.nasa.gov/live

NASA participants in the news conference include:

  • Bill Spetch, deputy manager of Commercial, Low Earth Orbit Program
  • Chris Dobbins, spacewalk flight director
  • Chloe Mehring, spacewalk flight director

United States-based media interested in attending in person must contact the Johnson newsroom no later than 3 p.m., Wednesday, July 29, at jsccommu@mail.nasa.gov. Media joining by phone should request dial-in details by the same deadline. To ask a question, media must dial in no later than 15 minutes before the start of the news conference.

Thursday, Aug. 6

NASA astronauts Jessica Meir and Anil Menon will exit the Quest airlock to install hardware that will modify the station’s 3B power channel and prepare it for the future installation of an International Space Station Roll-Out Solar Array (IROSA). The solar array, scheduled for delivery later this year, will be the seventh IROSA and will provide additional power to support critical station operations, including its safe and controlled deorbit.

Watch NASA’s live coverage of U.S. spacewalk 96 beginning at 7 a.m. The spacewalk is expected to start at 8:35 a.m. and last about six and a half hours.

This spacewalk will be the sixth for Meir and the first for Menon. Meir will serve as spacewalk crew member 1 and will wear a suit with red stripes. Menon will serve as crew member 2 and will wear an unmarked suit.

Tuesday, Aug. 18

During U.S. spacewalk 97, NASA astronaut Anil Menon and ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot will exit the station’s Quest airlock to replace a Space-to-Ground antenna on the orbital complex. The antenna is a critical communications link NASA uses to transmit data, enabling high-speed communications between the Mission Control Center in Houston and the space station. 

Watch NASA’s live coverage beginning at 7 a.m. The spacewalk is expected to start at approximately 8:35 a.m. and last about six and a half hours.

Menon will serve as spacewalk crew member 1, and Adenot will serve as crew member 2. The spacewalk will be Menon’s second and Adenot’s first. Adenot will become the first French woman to conduct a spacewalk.

Tuesday, Aug. 25

The U.S. spacewalk 98 crew members will connect power channel cables and data relay systems as part of ongoing maintenance, including preparations for the space station’s future deorbit. The astronauts also will replace a navigational aid used for spacecraft docking on the Harmony module’s forward port.

NASA will share additional details about U.S. spacewalk 98, including timing, assigned crew members, and coverage information, closer to the operation.

The spacewalks will be the 281st, 282nd, and 283rd conducted in support of space station assembly, maintenance, and upgrades.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

https://www.nasa.gov/station

-end-

Joshua Finch / Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov / james.j.russell@nasa.gov

Sandra Jones / Anna Schneider 
Johnson Space Center, Houston 
281-483-5111 
sandra.p.jones@nasa.gov / anna.c.schneider@nasa.gov

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Details

Last Updated
Aug 10, 2026
Editor
Jennifer M. Dooren
  •  

NASA to Cover Three US Spacewalks, Host Preview News Conference

006B6348.NEF
NASA astronaut Jessica Meir works inside the International Space Station’s Quest airlock in March, her reflection visible in a spacesuit helmet visor as she installs leg and arm components and swaps parts between suits.
Credit: NASA/Jack Hathaway

Editor’s Note: This advisory was updated on Aug. 10, 2026, to reflect the assigned crew members and coverage times for U.S. spacewalk 97, scheduled to take place on Tuesday, Aug. 18. 

Editor’s Note: The advisory was updated on Aug. 7, 2026, with a date change for U.S. spacewalk 97, which is now scheduled for Tuesday, Aug. 18. Read more on the International Space Station blog.

Editor’s note: This media advisory was updated July 27, 2026 to reflect an updated start time for the spacewalk on Thursday, Aug. 6.

NASA will provide coverage as astronauts venture outside the International Space Station during three spacewalks in August to continue upgrading solar arrays, replace a communications antenna, and connect power and data cables in support of space station operations.

Experts will preview the upcoming spacewalks during a news conference at 2 p.m. EDT, Thursday, July 30, from NASA’s Johnson Space Center in Houston.

NASA will stream these events through a variety of platforms. Learn where to watch online:

https://www.nasa.gov/live

NASA participants in the news conference include:

  • Bill Spetch, deputy manager of Commercial, Low Earth Orbit Program
  • Chris Dobbins, spacewalk flight director
  • Chloe Mehring, spacewalk flight director

United States-based media interested in attending in person must contact the Johnson newsroom no later than 3 p.m., Wednesday, July 29, at jsccommu@mail.nasa.gov. Media joining by phone should request dial-in details by the same deadline. To ask a question, media must dial in no later than 15 minutes before the start of the news conference.

Thursday, Aug. 6

NASA astronauts Jessica Meir and Anil Menon will exit the Quest airlock to install hardware that will modify the station’s 3B power channel and prepare it for the future installation of an International Space Station Roll-Out Solar Array (IROSA). The solar array, scheduled for delivery later this year, will be the seventh IROSA and will provide additional power to support critical station operations, including its safe and controlled deorbit.

Watch NASA’s live coverage of U.S. spacewalk 96 beginning at 7 a.m. The spacewalk is expected to start at 8:35 a.m. and last about six and a half hours.

This spacewalk will be the sixth for Meir and the first for Menon. Meir will serve as spacewalk crew member 1 and will wear a suit with red stripes. Menon will serve as crew member 2 and will wear an unmarked suit.

Tuesday, Aug. 18

During U.S. spacewalk 97, NASA astronaut Anil Menon and ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot will exit the station’s Quest airlock to replace a Space-to-Ground antenna on the orbital complex. The antenna is a critical communications link NASA uses to transmit data, enabling high-speed communications between the Mission Control Center in Houston and the space station. 

Watch NASA’s live coverage beginning at 7 a.m. The spacewalk is expected to start at approximately 8:35 a.m. and last about six and a half hours.

Menon will serve as spacewalk crew member 1, and Adenot will serve as crew member 2. The spacewalk will be Menon’s second and Adenot’s first. Adenot will become the first French woman to conduct a spacewalk.

Tuesday, Aug. 25

The U.S. spacewalk 98 crew members will connect power channel cables and data relay systems as part of ongoing maintenance, including preparations for the space station’s future deorbit. The astronauts also will replace a navigational aid used for spacecraft docking on the Harmony module’s forward port.

NASA will share additional details about U.S. spacewalk 98, including timing, assigned crew members, and coverage information, closer to the operation.

The spacewalks will be the 281st, 282nd, and 283rd conducted in support of space station assembly, maintenance, and upgrades.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

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202-358-1100
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Jennifer M. Dooren
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Cybersecurity 05 - SSH

💾

SSH è un protocollo fondamentale da conoscere e da saper utilizzare. In questa challenge vediamo come connetterci ad un server con SSH, per poi sfruttare delle miss-configurazioni della utility sudo e diventare amministratori. Un classico esempio di privilege-escalation.

Il progetto Esadecimale nasce per offrire il migliore spazio di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano.
- https://esadecimale.it
- https://learn.esadecimale.it
- https://cyber.esadecimale.it
- https://forum.esadecimale.it
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IL CONTATTO CHE HA ROVINATO LA NOSTRA AMICIZIA...

💾

Terzo Round della Malossi Racing accademy. Siamo a Bari e questa gara è decisiva per il campionato. Durante questo weekend ho scoperto che gli amici possono diventare rivali, Un contatto di gara che si è trasformato in un litigio...

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Will the heat from a cooking oil scandal help the opposition in Taiwan?

Taipei mayor Wayne Chiang Wan-an has emerged as the biggest political winner from an opposition protest against the government’s handling of a food safety scandal that drew what organisers said were more than 200,000 people onto the streets of the city. The unexpectedly large turnout on Saturday appears to have given the island’s main opposition party, the Kuomintang, fresh momentum ahead of the local elections in November, and could reshape the race to become the party’s candidate in the next...

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China charges alleged scam kingpin Chen Zhi with intentional injury: report

Alleged scam-network mastermind Chen Zhi could face the death penalty, with Chinese prosecutors adding intentional injury to the list of charges against him. Chen, 38, was extradited from Cambodia to China six months ago and formally arrested on July 6, according to Chinese business magazine Caixin. He founded the Cambodian conglomerate Prince Group, which authorities say was linked to a sprawling online scam network. Caixin reported on Monday that prosecutors dropped a previous count of...

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TIDRADIO TD-Q2L: il microfono Bluetooth che cambia tutto? Prova completa!

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Il TIDRADIO TD-Q2L è un microfono altoparlante Bluetooth progettato per le radio compatibili come TD-H3 Plus e TD-H9, ma può essere utilizzato anche con smartphone, Zello e, tramite adattatore BL-2, con moltissime altre ricetrasmittenti. In questo video lo metto alla prova per capire se vale davvero la pena acquistarlo.
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La piattaforma Git Codeberg ha deciso di bannare progetti scritti principalmente con gen AI

Anche se controllare quanto e quale codice sia generato dall'AI risulta certamente un'impresa ardua, quella di Codeberg è una scelta in profonda controtendenza rispetto ai colossi come GitHub e GitLab, che promuovono l'utilizzo incondizionato dell'AI. Codeberg dice no a questo tipo di progetti, e dimostra di volersi chiamare fuori da questo gioco promozionale.

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OrvietoLug - Come creare un servizio systemd (.service): guida completa

Impara a creare il tuo primo servizio systemd. Guida pratica alla realizzazione di un file .service, alla sua installazione e gestione con systemctl.

L'articolo Come creare un servizio systemd (.service): guida completa proviene da Orvieto Linux User Group | Promozione software libero a Orvieto.

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Al via il progetto ASCALONICUM: firmata l’ATS per la valorizzazione dello Scalogno di Monteverdi Marittimo

 progetto ASCALONICUM

Ha preso ufficialmente avvio il progetto ASCALONICUM – acronimo di “Aggregazione per lo SCALOgno Necessaria per l’Innovazione e la Caratterizzazione di un Unicum vegetale di Monteverdi Marittimo” – finanziato nell’ambito dell’intervento SRG01 “Sostegno ai Gruppi Operativi PEI-AGRI” (art. 77 Reg. UE 2021/2115) del Piano Strategico della PAC 2023-2027, bando annualità 2024. Con la sottoscrizione dell’Associazione Temporanea di Scopo (ATS) tra i partner, il Gruppo Operativo entra nella sua fase operativa. Anche Fondazione PIN tra gli 11 partner che svilupperanno il progetto.

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Al via il progetto ASCALONICUM: firmata l’ATS per la valorizzazione dello Scalogno di Monteverdi Marittimo

 progetto ASCALONICUM

Ha preso ufficialmente avvio il progetto ASCALONICUM – acronimo di “Aggregazione per lo SCALOgno Necessaria per l’Innovazione e la Caratterizzazione di un Unicum vegetale di Monteverdi Marittimo” – finanziato nell’ambito dell’intervento SRG01 “Sostegno ai Gruppi Operativi PEI-AGRI” (art. 77 Reg. UE 2021/2115) del Piano Strategico della PAC 2023-2027, bando annualità 2024. Con la sottoscrizione dell’Associazione Temporanea di Scopo (ATS) tra i partner, il Gruppo Operativo entra nella sua fase operativa. Anche Fondazione PIN tra gli 11 partner che svilupperanno il progetto.

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Università di Firenze al top per l'occupazione: i dati AlmaLaurea

Università di Firenze al top per l'occupazione: i dati AlmaLaurea

Scegliere il proprio percorso universitario significa fare un investimento sul proprio domani. E per chi sceglie l’Università degli Studi di Firenze, i dati dimostrano che si tratta di una scelta vincente. Il recente Rapporto AlmaLaurea 2026 sulla condizione occupazionale ha delineato un quadro molto positivo per l'Ateneo fiorentino, con risultati che non solo crescono anno dopo anno, ma superano stabilmente le medie nazionali. Scopri l’offerta Unifi il prossimo 14 luglio a Prato!

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Università di Firenze al top per l'occupazione: i dati AlmaLaurea

Università di Firenze al top per l'occupazione: i dati AlmaLaurea

Scegliere il proprio percorso universitario significa fare un investimento sul proprio domani. E per chi sceglie l’Università degli Studi di Firenze, i dati dimostrano che si tratta di una scelta vincente. Il recente Rapporto AlmaLaurea 2026 sulla condizione occupazionale ha delineato un quadro molto positivo per l'Ateneo fiorentino, con risultati che non solo crescono anno dopo anno, ma superano stabilmente le medie nazionali. Scopri l’offerta Unifi il prossimo 14 luglio a Prato!

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Dal reggae roots alle nuove tendenze giamaicane: torna il Rototom

Dal 16 al 22 agosto Benicàssim (Spagna) ospita la 31ª edizione del Rototom Sunsplash, che quest’anno, con il motto “The place to be”, si conferma il più importante festival europeo dedicato alla musica reggae dal 1994. Sette giorni intensi che vanno ben oltre la musica: su un’area di oltre 130mila mq, il pubblico potrà vivere un’esperienza completa tra aree tematiche, …
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Come il Trumpismo cambia l’economia

Nell’ultimo decennio – dopo la crisi finanziaria del 2008, la pandemia e il ritorno della guerra ai margini dell’Occidente – la globalizzazione è entrata in una fase di diffusa incertezza. Grazie al clima di fiducia instaurato negli anni Ottanta e alle regole internazionali favorevoli al multilateralismo del mondo occidentale si sono ampliati gli scambi commerciali, finanziari, di merci e di persone a livello mondiale, offrendo opportunità di crescita a molte economie arretrate, migliorandone le prospettive di reddito e benessere. Tuttavia, la riorganizzazione produttiva accentrata lungo le nuove filiere tecnologiche e logistiche globali, sostenuta da una finanza sempre più internazionale, ha trasformato profondamente gli apparati produttivi nazionali soprattutto occidentali, incidendo sugli equilibri politici interni con costi significativi in termini di occupazione, di diseguaglianze e di esposizione a shock esterni. Ne è derivato, per ampi gruppi sociali, l’indebolimento della fiducia nella promessa neoliberista di quel trickle-down secondo cui le politiche economiche favorevoli a imprese e fasce più ricche avrebbero stimolato una crescita destinata poi a beneficiare l’intera società. 

Porre l’accento sulla “fiducia” come necessario “collante” della società e del processo che ne orienta il futuro implica che di essa non si possa prescindere quando si intenda valutare la formazione e gli effetti della politica economica. In effetti, senza una precisa forma storica di fiducia, difficilmente si sarebbero formate e mantenute le innumerevoli relazioni di mercato tra paesi, imprese e persone che hanno reso credibile, accettabile e condiviso l’ordine economico degli ultimi decenni. Ma, allora, sorgono alcune domande: la crisi dell’attuale assetto interno e internazionale non può essere letta come una crisi di fiducia? E, da questa prospettiva, non si possono comprendere meglio le dinamiche politiche in corso e le loro ricadute economiche e sociali? Sono domande poste da Dario Togati in Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella, Diarkos, 2026), dove la fiducia è utilizzata come chiave interpretativa del presente per spiegare “perché Trump ha vinto le elezioni” e leggere le sue politiche come risposta, coerente o meno, a una crisi che interroga il futuro del capitalismo e della democrazia in Occidente.

  1. 1. La tesi di Togati, secondo cui la politica di Trump non sia (del tutto) folle e meriti di essere presa “sul serio”, gli impone di precisare, nelle prime parti del libro, i due aspetti che saranno cruciali per la sua successiva analisi: la fiducia come categoria utilizzabile per l’analisi economica e, di conseguenza, la necessità di un approccio si analisi che riconduce al “vero” pensiero di Keynes. 

Non basta affermare che l’economia si regge sulla fiducia tra le persone, che essa è la “colla” che tiene insieme la società, ma occorre chiarire di cosa sia fatta quella colla e in quale ruolo incida sugli esiti del sistema. Non sorprende allora che gran parte del libro sia dedicata all’analisi di come i soggetti utilizzino le fonti di informazione quando le loro scelte devono essere effettuate in condizioni di incertezza. Nella distinzione tra una fiducia individuale e interindividuale, tipica delle decisioni di routine, e una fiducia sistemica o istituzionale) nei riguardi delle informazioni fornite da istituzioni (pubbliche e private), la sua attenzione è rivolta soprattutto a quest’ultima poiché su di essa si fonda principalmente l’aspettativa dei soggetti economici nella stabilità dell’ordine vigente e delle sue necessarie regole. Quando “[g]li agenti economici del mondo reale sono costretti a fidarsi degli altri perché ‘non sanno abbastanza’ (…) e quando fanno incontri nuovi o pericolosi, difficili da interpretare [non potendo] cavarsela da soli”, sono costretti a ricorrere a stratagemmi (definiti “trucchi di fiducia” nel libro) che consistono di affidarsi alle conoscenze di altre persone o istituzioni. Cosa particolarmente evidente per le scelte strategico-innovative – tipiche degli investimenti produttivi e finanziari – che, per il loro orizzonte di lungo periodo, devono essere assunte in condizioni di forte incertezza. Spesso, in questi casi in cui mancano punti di riferimento affidabili, i soggetti assumono come segnale “oggettivo” del futuro le opinioni “soggettive” della maggioranza degli altri operatori, specie quando, come avviene nei mercati finanziari, esse si traducono in “convincenti” valori (medi) di mercato. 

La fiducia è in questi casi una “costruzione sociale” la cui esistenza, introiettata culturalmente, è percepita dagli interessati come fondata su una realtà “naturale”, le cui informazioni sono considerate un’espressione dell’ordine che regola l’esistente. Una fiducia costruita sulla base di una razionalità “collettiva” introduce, per un verso, un elemento di inerzia nei comportamenti individuali che, soggettivamente, permette ai singoli di superare l’impasse dovuto a un futuro oggettivamente non pienamente conoscibile, ma, per un altro verso, per fragilità o disfunzionalità del processo su cui essa si fonda, non esclude che si creino situazioni “particolarmente vulnerabili o instabili”.

Queste sono le ragioni per cui l’economista nella sua analisi dei comportamenti individuali e degli equilibri macroeconomici non può prescindere dal ruolo che vi svolge la fiducia e la sua evoluzione. Per fornire una immagine del processo economico che l’economista deve interpretare, l’autore utilizza la metafora del “viaggio di Ulisse”. L’eroe dell’Odissea nell’indirizzare la sua rotta verso la mitica Itaca − porto sicuro e casa accogliente − deve affrontare mari dalle sponde inesplorate, essere soggetto ai capricci degli déi che, improvvisando tempeste e naufragi, lo costringono ad approdi dalle conseguenze inaspettate. Per definire la rotta non gli è sufficiente adottare le procedure abituali della navigazione. Egli deve costantemente rimanere in guardia su cosa di nuovo può accadere, pronto a cambiare rotta, ancorché sulla base di informazioni incomplete, per sottrarsi ai pericoli emergenti o per cogliere opportunità inattese. Il valore della sua guida, specie in un viaggio turbolento, è la capacità di interpretare l’ambiente in cui si muove, vagliare le novità rilevanti, adottare gli strumenti più adeguati; in altre parole, è l’abilità di impiegare la strategia che minimizza il pericolo di disperdere equipaggio e carico della nave prima di attraccare alla mitica Itaca, realtà, nel racconto di Omero, meno serena e confortante della prospettiva agognata. 

La metafora del viaggio di Ulisse e di Itaca come meta serve a Togati per sottolineare che la realtà che l’economista deve indagare presenta strette analogie con il viaggio turbolento di Ulisse coinvolto in continue sfide e pericoli. Il modo in cui l’economia “viene spesso insegnata” non è sufficiente in quanto dà per scontato che, assunto un sistema di mercato ben funzionante, gli agenti economici non abbiano bisogno di fiducia poiché imparano spontaneamente a fidarsi gli uni degli altri; a priori, essi sanno “già quasi tutto”, si formano aspettative “razionali” sul futuro, non commettono errori sistematici: la rotta ottimale è tracciata e, per l’irrilevanza degli eventi inaspettati, conduce di sicuro all’obiettivo. Se, in un mondo simile, la fiducia non è un problema, lo è però in un contesto in cui la realtà, presente e futura, non è pienamente conosciuta; in cui il “materiale” che essa offre, inclusa la solidità dei “trucchi” utilizzabili, è molteplice e contradditorio. Il contesto corrente, l’obiettivo da perseguire, le informazioni da selezionare, gli strumenti da attivare non sono dati forniti una volta per tutte, ma sono il risultato della continua costruzione di “credenze argomentate” − dotate di un certo grado di probabilità (di un certo grado di fiducia) − che sono alla base delle scelte economiche strategiche; scelte che innovano la realtà corrente e modificano il quadro informativo delle decisioni future. L’ordine economico risultante non è l’esito preordinato di automatismi razionali di lungo periodo, ma l’espressione della scoperta della situazione emergente determinato dalle condizioni iniziali e dell’azione dei soggetti. Affinché la fiducia abbia il suo adeguato ruolo nell’interpretazione del processo economico, l’analisi non può essere quella tradizionale, ma quella, esistente anche se non maggioritaria nel dibattito di economia politica, che l’autore definisce come il “nostro Keynes”, ovvero quel Keynes che, a differenza di altri “keynesismi”, integra l’analisi con il ruolo determinante “delle istituzioni e della politica in generale”.

  1. 2. Arriviamo così al punto cruciale del libro, l’interpretazione della politica economica di Trump. Sebbene questa sia manifestamente in contrasto con i dettami del pensiero economico corrente, Togati non ritiene utile bollarla come “folle”, ritenendo invece che vada compresa meglio anche per contrastarla più efficacemente. La sua argomentazione – che si sviluppa nella terza parte del libro – riguarda tre punti: il “contesto” che ha reso possibile la sua ascesa; il senso della sua politica economica; la possibile realtà che ne può risultare.

Per quanto riguarda le “ragioni” che sono alla base del fenomeno-Trump, è difficile non essere d’accordo con la tesi che esse vadano rintracciate nella crisi di fiducia di settori crescenti della popolazione americana sulla capacità-volontà della classe politica di contrastare il continuo deterioramento dell’american way of life. Facendo retoricamente riferimento al buono stato dell’economia USA al momento del voto presidenziale del 2016 e del 2024 (crescita buona del PIL, bassa disoccupazione, bassa inflazione o in calo, aumento dei salari reali) l’élite politico-economica non disponeva degli strumenti per rendersi conto di quanto si stesse inaridendo, in ampie fasce sociali, il “sogno americano”; in altre parole, di veder “arrivare Trump”.

I successi del neoliberismo che, a cavallo del millennio, avevano rafforzato la centralità dell’economia americana sono stati accompagnati da una crescente disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza e da un accentuato impoverimento di una parte della popolazione per il modo in cui sono state affrontate le debolezze strutturali dell’economia USA: la lunga deindustrializzazione, la crescita lenta e settorialmente concentrata della produttività, l’incertezza dei redditi e la loro disparità, la dipendenza dalla finanza delle prospettive di vita comune, il ricorrente rischio di una sua crisi. Negli strati sociali degli americani bianchi meno avvantaggiati si era via via rafforzato il convincimento che il peggioramento della loro posizione sociale fosse strettamente collegato al processo di globalizzazione sostenuta dalle classi dirigenti per ridefinire il meccanismo economico a loro favore. Per un’ampia parte della popolazione si era venuta esaurendo la fiducia nella capacità dell’attuale forma sociale di garantire quegli obiettivi di benessere e prospettive di vita futura su cui si è fondato per lungo tempo un consenso maggioritario; da qui il “risentimento persistente” nei confronti dell’élite politica, responsabile di aver truccato il gioco del capitalismo “ideale”, infrangendo il “sogno americano”. Una tesi accettabile, se non addirittura scontata, che “Trump [sia] arrivato alla Casa Bianca perché ha saputo interpretare la crisi di fiducia degli elettori americani (…) provocata [dal]l’incapacità del libero mercato di risolvere da solo i problemi del salario giusto (…), [di] eliminare il forte deficit commerciale americano e [di] garantire un sufficiente livello di investimenti per ricostruire la base industriale di quel Paese”. La soluzione di Trump alla crisi di fiducia della società americana non può che risiedere in una politica economica – “anche se grossolana e istintiva, e perfino incoerente” – che ricrei la fiducia in quel “sogno”. 

Il suo tentativo può essere interpretato presentando le tre questioni più qualificanti: il salario giusto; il ruolo della finanza; la questione della moneta”. Per quanto riguarda l’obiettivo di migliorare la fiducia nel salario giusto dei “suoi” lavoratori, la soluzione dipende, di fatto, dagli effetti indiretti di interventi strutturali intrapresi in altre parti del sistema: i dazi per l’industrializzazione e la lotta agli immigrati dovrebbero rafforzare la domanda e l’offerta del lavoro, portare a un aumento della produzione interna, un miglioramento sia occupazionale che dei redditi interni per gli “americani di Trump”. Una tale visione politica riflette un’interpretazione della crisi del sogno americano che ha le radici all’esterno dell’economia americana: gli immigrati e gli “scrocconi” europei e cinesi. Si capisce allora come la punizione “[de]i poteri forti e [de]lle élite non solo nazionali, ma anche estere” vada ostentata quale indennizzo morale per coloro che ritengono di essere stati truffati nel passato. È una considerazione che induce l’autore ad assumere, come concetto cruciale per comprendere la politica di Trump, quello di “salario ideologico” che integrerebbe – per i lavoratori che si riconoscono nel movimento Maga – la parte di salario costituita dal reddito percepito e dal pacchetto di servizi pubblici ricevuti, con una sorta di “compensazione” alla loro passata passiva subordinazione alla crescita della forbice tra redditi alti e redditi bassi, e alla loro collocazione in più basse fasce sociali e intellettuali. Il riconoscimento del legittimo “risentimento persistente” di ripulsa dell’élite, che si pone più sul piano morale e politico che su quello economico, spiega perché “Trump persegua con ferrea determinazione un’agenda autoritaria a sfondo religioso basata su politiche di deportazione, militarizzazione, dazi e attacchi alle élite”.

La questione non è allora quella di chiedersi quanto siano razionali i provvedimenti di Trump per risolvere gli squilibri interni provocati dalla globalizzazione e se sia accettabile la critica della globalizzazione da parte di chi, gli Stati Uniti, ne ha maggiormente beneficiato; interessante è notare come, di fronte ai problemi creati dal neoliberismo globalizzato, i suoi interventi siano tutti interni a una politica dell’offerta che si rifà al neoliberismo stesso. Una prospettiva che appare immediata dalle sue relazioni con le grandi imprese dell’intelligenza artificiale e del capitalismo bellico alle quali affida, di fatto, il compito di sostenere con i loro investimenti l’economia americana; d’altra parte, non mancano le attenzioni nei confronti delle grandi istituzioni finanziarie e per la solidità del mercato azionario.

Anche per queste realtà la fiducia gioca un ruolo rilevante. Per le decisioni degli operatori del mercato azionario incide certamente la fiducia da loro acquisita attraverso l’esperienza, ma incide in misura forse maggiore la suggestione che siano fondate le informazioni sullo sviluppo futuro del capitale e della ricchezza privata che si traggono dall’andamento del mercato. Quanto più è ritenuta affidabile la “convenzione” secondo cui la convinzione (media) della maggioranza è la più attendibile, tanto più si uniformano i comportamenti e tanto più la convenzione si rafforza. Il “capitalismo della rendita” – “cioè il fatto che i ‘potenti’ (soprattutto grandi imprese e banche) riescono (…) ad estrarre rendite dall’economia e ad impiegarle per controllare il regime politico, mettendo fatalmente a rischio i valori morali fondativi del capitalismo” [da Martin Wolf, La crisi del capitalismo democratico, citato in Togati D., Il fenomeno Trump. Il metodo dietro la follia, in «Menabò» di Etica ed Economia, n.257/2026 del 15 aprile 2026] – non è un prodotto della politica di Trump, ma spiega la sua esortazione di Trump all’enrichissez-vous! volta ad aggregare un più ampio ceto medio di lavoratoti bianchi alla grande proprietà e con ciò spiega anche la pressante necessità politica di garantire una crescita forte e stabile del mercato azionario.

È questa la condizione per prolungare l’adesione a un modello che fa assegnamento su un’economia guidata dagli interessi privati come occasione di continuo e rapido arricchimento. In una cultura, come quella dei nostri tempi, in cui è l’andamento della Borsa piuttosto che la crescita del Pil ad essere l’indice della prosperità del paese, una crisi di Borsa costituisce un pericolo esiziale poiché un dissesto finanziario minerebbero le basi della fiducia posta in Trump e nella sua politica. Di ciò si ha un’esemplificazione sul ruolo che assumono al riguardo le criptovalute.

Come sufficientemente noto, le criptovalute sono delle attività prodotte in automatico dalla tecnologia che possono essere acquistate e vendute a un prezzo corrente caratterizzato da fluttuazioni anche piuttosto ampie. Si tratta di un’attività tipicamente speculativa il cui mercato, per sostenere la crescita delle quotazioni, richiede un costante aumento della domanda assistita da afflussi di liquidità proveniente o da nuovi entranti o dal supporto del sistema finanziario. “[Q]uesto mondo delle criptovalute è entrato nei portafogli dei grandi fondi e aspira alla funzione di moneta a tutto tondo” nonostante che il mercato in cui sono trattate non sia un mercato regolamentato, quindi privo di un controllo a garanzia della stabilità del suo valore monetario. La fiducia di coloro che vi operano conta sull’affidabilità di quel mondo e delle sue regole interne. Anche in questo caso, Trump non ha ovviamente inventato questo mondo, ma lo utilizza e se ne è fatto padrino perché può facilitargli la soluzione della crisi del salario giusto e dell’instabilità degli investimenti: “si tratta di sostituire il vecchio sogno americano, legato alla crescita del settore manifatturiero (…) con un nuovo sogno: quello dell’arricchimento a portata di tutti, grazie al potente connubio tra nuove tecnologie e finanza”.

L’obiettivo ambizioso dello sviluppo delle valute digitali è però quello di trasformare il sistema monetario esistente in un sistema decentralizzato, sostituendo le monete nazionali con una moneta privata, ovvero un dollaro prodotto da una tecnologia “neutrale” e indipendente dal controllo della Fed; un risultato che assumerebbe il simbolo di “un mondo Maga che diventa Stato nello Stato”. L’instabilità del valore delle criptovalute le rendono però inadeguate come strumento normale di mezzo di pagamento. Per superare questo inconveniente, sono state emesse delle attività finanziarie innovative, le stablecoin, che, garantendo un aggancio stretto al dollaro, potrebbero essere un mezzo di pagamento che fornisce liquidità al mercato delle criptovalute. Dato che il pieno rimborso in dollari delle stablecoin è sostenuto dalle loro riserve frazionarie in titoli pubblici statunitensi, la mancanza di informazioni più precise sulla struttura della loro attività (precluse peraltro alle Autorità monetarie), rende difficile il giudizio sulla solidità. L’unica certezza è che le criptovalute vanno sostenute e protette in modo che la gente continui a fidarsi della Borsa, del dollaro e dei titoli di Stato americani sui mercati finanziari di tutto il mondo; Trump “non può permettere che [la finanza] crolli, come è già successo più volte in tempi recenti: quel mondo deve essere salvato”. 

Si apre così la spiegazione del contenzioso con la Federal Reserve. Il Sistema di banche centrali che, per tenere sotto controllo l’inflazione dei prezzi, ha fatto resistenza sia all’estensione del sistema bancario non sottoposto al suo controllo, sia alla piena integrazione delle criptovalute private nel mondo finanziario e monetario, ora deve essere reindirizzato politicamente affinché il mondo delle criptovalute disponga di un “ombrello di salvataggio ufficiale, un bail out (…)giustificato (…) dal fatto che tale mondo è diventato too big to fail, come lo erano i colossi di Wall Street nella crisi del 2008, ma con un’importante differenza: (…) salvando le criptovalute si salva in realtà la gente del mondo Maga che le compra, per cui non si fa un favore all’élite finanziaria ma all’intera collettività”.

Si tratta di una linea di politica finanziaria fortemente innovativa: non sono più i prezzi industriali (e relativi interessi) a dover essere stabilizzati, ma lo sono i valori finanziari (e i relativi interessi). A tale fine, le trasformazioni tecnologiche-finanziari la cui punta sono le criptovalute, non solo rendono possibile una più diffusa privatizzazione della finanza, ma rendono necessaria una privatizzazione delle relazioni monetarie. Non solo a livello interno, ma, come osserva Togati, anche a livello internazionale dove, di fatto, si assiste alla rinuncia degli Usa a governare la moneta mondiale in quanto viene delegata al “settore privato”, al connubio grandi società e grande finanza privata. L’obiettivo di una moneta forte all’interno e all’estero non è più espressione della forza economica, ma della forza politica del governo degli Stati Uniti. Il ridimensionamento perseguito dell’immagine dell’Europa e della sua moneta è espressione dell’instaurarsi di una forma di “criptomercantilismo” che, attraverso l’esportazione dei sistemi di pagamento, rafforza l’influenza economica degli Stati Uniti riducendo il potere di controllo delle altre nazioni sulla propria moneta interna.

  1. 3. La ricostruzione dei punti essenziali della visione di politica (economica) di Trump per dare soluzione alla crisi di fiducia della società americana è utile per valutare il titolo posto al libro; in altre parole, per comprendere perché Togati parla di “capitalismo fragile”. Nella visione corrente degli economisti – anche keynesiani, sebbene non del “nostro” Keynes, come Krugman, peraltro molto apprezzato e citato nel libro – la fragilità è un’espressione azzeccata perché nella loro concezione la crisi seguirà inevitabilmente dal fallimento dei singoli interventi adottati: la politica dei dazi, il Genius Act, la politica monetaria con le loro ricadute sull’occupazione, sull’inflazione. Fallimenti dai quali non può che discendere il rigetto dell’elettorato dell’intera politica trumpiana. Togati non è però convinto che una tale lettura “lineare” che procede dal singolo intervento al suo fallimento e, da qui, al rifiuto dell’intera politica sia quella decisiva: la fiducia di cui gode Trump fa riferimento alla sua politica complessiva e può non dipendere strettamente dai risultati dei singoli interventi, comunque settoriali.

Dalla precedente analisi, si comprende bene come, nella visione di Trump, la sua politica miri a far coesistere interessi ben diversi: il sostegno alla visione neoliberista delle grandi corporations e della grande finanza; l’ombrello finanziario a garanzia dei settori che mirano ad arricchirsi con la speculazione di mercato; la fornitura di un salario “ideologico” come riscatto per i lavoratori generalmente bianchi. Si tratta di interessi eterogenei che hanno necessità di sostenersi vicendevolmente; per cui una crisi “locale” può essere sottovalutata dalla maggioranza (elettorale) della popolazione, purché preservi l’intero sistema. 

Non significa, tuttavia, che il libro escluda che il modello-Trump possa essere investito da una crisi di fiducia. Anzi, per coglierne l’emergere, sollecita a fare attenzione a quando le scelte di Trump rischiano di spingere il sistema oltre a una o più delle situazioni indicate come le “linee rosse” della sua politica. Si tratta di soglie critiche all’evoluzione di parti del sistema che, se non vengono contenute o compensate, rischiano di sciogliere il collante che lega gli interessi delle diverse parti sociali accomunate dalla politica trumpiana. Non a caso – con un’evidente analogia con la metafora del viaggio di Ulisse – le scelte presidenziali sono spesso segnate da improvvisazioni e da correzioni di rotta, dovute alla necessità di contrastare improvvisi e imprevisti effetti delle proprie iniziative ridefinendo, anche radicalmente, la propria direzione. La fragilità non è quindi una conseguenza strutturale dell’economia, ma è frutto di un’incompatibilità politica, l’incapacità di mantenere unita una (maggioranza della) popolazione attorno a una visione del futuro che è sociale e culturale prima ancora che economico.

La fiducia nella politica di Trump è una commistione di fattori non strettamente economici, come, del resto, dimostra la necessità della politica di Trump di innovare le regole del passato: La liberalizzazione offerta alle corporations e l’aggregazione intorno ad esse sia degli interessi finanziari di ampi settori della popolazione, sia del desidero di riscatto politico delle masse lavoratrici bianche, comporta che la fiducia risulti funzionale a una trasformazione strutturale politica; funzionale al consenso di una parte della società per una innovazione “costituzionale” in cui le libertà individuali sono riformulate e il potere sovrano, seppur elettorale, possa assumere forme che trova un limite solo in se stesso. Si tratta di una prospettiva in cui il pensiero economico, per le molte radici che ha in quello liberale e socialista, fa fatica ad affrontare e pone un punto problematico: come gli studiosi sociali (e gli economisti nel caso in discussione) sono in grado di adattare la loro strumentazione analitica per approfondire il formarsi e il dissolversi delle “linee rosse”, poiché solo comprendendo la flessibilità dei parametri che condizionano lo sviluppo di un’economia (e di una società) è possibile formulare proposte in grado di ridefinirli per renderli coerenti con la visione del futuro che ispira la politica economica.

Introducendo la terza parte del libro, Togati dichiara che il suo tentativo era quello di “affrontare una doppia sfida [sia quella] empirica o descrittiva di riuscire a cogliere le “nuove regole del gioco”, cioè cosa sta cambiando nell’economia e nella società attuali (…) dopo l’elezione del Tycoon [sia quella] intellettuale di adeguare il modo di pensare l’economia per comprendere e governare questi cambiamenti”. Per l’efficace presentazione del quadro generale e delle numerose questioni di dibattito, nonché per la piacevole esposizione, il libro testimonia che la sfida è stata efficacemente raccolta. 

Dario Togati, Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella), Diarkos, 2026.

L'articolo Come il Trumpismo cambia l’economia sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Sacro o sacrificabile

L a Val d’Orcia è uno di quei luoghi che riconosciamo prima ancora di averli visti. Un’unica immagine: le file di cipressi sul crinale, le colline color pane, il casale isolato in fondo alla strada bianca. È l’icona per eccellenza della campagna toscana, quella che vende il Brunello e riempie i social media. Nel 2004 l’UNESCO l’ha iscritta nella Lista del Patrimonio mondiale come paesaggio culturale, per i criteri quarto e sesto: il ridisegno del paesaggio secondo gli ideali di buon governo e l’influenza sui pittori senesi del Rinascimento. Il testo attraverso il quale viene presentata contiene già la contraddizione che quel riconoscimento alimenta.

La Val d’Orcia è un eccezionale esempio del ridisegno del paesaggio nel Rinascimento, che illustra gli ideali di buon governo nei secoli XIV e XV della città-stato italiana e la ricerca estetica che ne ha guidato la concezione.

Ridisegno. La motivazione che consacra il territorio lo definisce esplicitamente un artefatto: un territorio “riscritto” dall’uomo per rappresentare un’idea politica, quella della città-stato senese e del suo governo.

La cartolina che non c’era
L’antropologo Mariano Fresta, in “La Val d’Orcia: ovvero l’invenzione di un paesaggio tipico toscano” uscito su Lares nel 2011, ha definito quelle motivazioni “arbitrarie e inventate”. La sua lettura poggia su una storia documentata. Fino agli anni Trenta del Novecento la Val d’Orcia era tutt’altro che il dolce paesaggio mezzadrile che conosciamo: una distesa argillosa di calanchi e biancane, quasi disabitata e improduttiva, un deserto di crete che i viaggiatori del Grand Tour attraversavano con sgomento. Nel 1739 il “Presidente” De Brosses vi vedeva scheletri di roccia calcinata senza un filo di verde; l’anno dopo il poeta Thomas Gray parlava di colline orrende e inutili. Ancora nel 1924 Iris Origo, arrivando alla Foce, trovava un paesaggio lunare e disumano, arido come un deserto.

Quella bellezza che oggi consideriamo eterna è un prodotto del Novecento. A partire dal 1929 il Consorzio per la trasformazione fondiaria della Val d’Orcia avviò l’opera, proseguita per tutto il secolo a colpi di mine e di ruspe: i calanchi vennero spianati, le biancane arrotondate, i corsi d’acqua imbrigliati, la valle resa finalmente coltivabile. Fu una bonifica guidata da grandi proprietari, il marchese Antonio Origo tra i primi, pensata per una conduzione mezzadrile. Il paesaggio ameno di oggi è giovanissimo: circa un secolo.

La cartolina della Val d’Orcia è la manifestazione plastica di una decisione: quale configurazione territoriale meritasse di essere sottratta alla trasformazione e chiamata “bene da tutelare”.
Persino l’immagine più fotografata della Toscana, la strada bianca che sale a tornanti fiancheggiata dai cipressi, appartiene a quella stagione. La compose, negli anni Venti e Trenta, la cerchia degli Origo con l’architetto inglese Cecil Pinsent, per collegare i poderi appena bonificati e per evocare deliberatamente la pittura senese del Trecento, gli affreschi del Buon governo che Ambrogio Lorenzetti dipinse nel 1338. La motivazione dell’UNESCO chiama “rinascimentale” quel ridisegno e colloca la Scuola senese “durante il Rinascimento”. Sbaglia l’epoca due volte: il ridisegno vero è del Novecento; la Scuola Senese di Lorenzetti è del Trecento, tardo Medioevo, un secolo prima del Rinascimento che semmai annuncia.

Il rapporto va dunque corretto: un artefatto del Novecento è stato disegnato per assomigliare a dipinti trecenteschi. Il “buon governo” citato nella motivazione è l’ispirazione per un diorama a grandezza naturale, la ricostruzione moderna di un affresco del 1338. Il vincolo del 2004 ha congelato questa immagine costruita e l’ha dichiarata natura originaria. La cartolina della Val d’Orcia è la manifestazione plastica di una decisione: quale configurazione territoriale meritasse di essere sottratta alla trasformazione e chiamata “bene da tutelare”.

Il paesaggio come sedimento di decisioni
Proviamo a partire da più lontano. L’idea di una natura originaria e intatta, precedente la mano dell’uomo, è essa stessa un’illusione. Anche i cacciatori-raccoglitori modellavano l’ambiente, soprattutto con il fuoco: le bruciature a mosaico aprivano radure, orientavano la fauna, ridisegnavano la vegetazione. In questo senso, non c’è un paesaggio vergine da difendere, perché il territorio porta impronte umane da molto prima dell’agricoltura.

L’idea di una natura originaria e intatta, precedente la mano dell’uomo, è essa stessa un’illusione. La forma ordinata che chiamiamo bellezza è già, alle sue origini agricole, proprietà.
Ciò che cambia con l’agricoltura stanziale è, in realtà, la tipologia di impronta. Il foraggiatore riplasmava un ecosistema che restava “mobile” e ne regolava l’accesso in forme molto varie, da territori difesi a confini fluidi, spesso senza alcuna nozione di proprietà della terra. L’agricoltore sedentario recintava, misurava, possedeva e trasmetteva: imponeva al suolo una forma stabile, parcellizzata, ereditabile. Da allora, ogni paesaggio porta inscritta una divisione della terra e un rapporto di potere. La forma ordinata che chiamiamo bellezza è già, alle sue origini agricole, forma della proprietà.

Che il paesaggio agrario sia storia sedimentata, stratificata, lo aveva argomentato Emilio Sereni nella sua Storia del paesaggio agrario italiano, del 1961. Per Sereni ogni configurazione del territorio coltivato è la traccia leggibile di un modo di produzione, di un regime di proprietà, di una divisione del lavoro. La disposizione dei filari, la forma dei campi, la rete dei sentieri raccontano chi possedeva la terra e chi la lavorava. Il paesaggio è pertanto un documento e va decifrato come tale, più che contemplato. Nello stesso anno, Lucio Gambi pubblicava la sua Critica ai concetti geografici di paesaggio umano, un testo radicale. Gambi contestava l’idea stessa di “paesaggio” come categoria scientifica neutra, perché quella parola tende a naturalizzare ciò che è sociale: trasforma i rapporti di potere e di classe in una forma estetica autoevidente, in un panorama.

La conseguenza è che chiamare paesaggio un assetto del territorio significa già sottrarlo alla domanda su chi lo ha voluto e a vantaggio di chi. Vent’anni dopo, Eric Hobsbawm e Terence Ranger davano un nome al meccanismo generale con The Invention of Tradition, del 1983. La loro tesi riguardava riti, bandiere e cerimonie presentati come antichissimi ma in realtà costruiti a tavolino nell’Ottocento industriale.

Nessun paesaggio è un dato originario. Ognuno è una configurazione tra le tante possibili, selezionata a un certo punto della storia, congelata e poi ridefinita come naturale.
Il procedimento che descrivono è valido, però, anche per i luoghi. Si sceglie un frammento del passato, lo si dichiara autentico e originario, lo si sottrae al tempo. La tradizione inventata infatti funziona anche perché nasconde la propria data di nascita.

Mettendo insieme le tre lezioni si ottiene una chiave interpretativa interessante: nessun paesaggio è un dato originario. Ognuno è una configurazione tra le tante possibili, selezionata a un certo punto della storia, congelata e poi ridefinita come naturale.

Attenzione: questa non è una raffinatezza da specialisti. È la premessa che rende comprensibile tutto ciò che accade oggi quando il territorio diventa terreno di scontro tra chi vuole tutelarlo e chi vuole trasformarlo. La stessa lettura circola in un fronte vivo di studi, le environmental humanities, che ha uno dei suoi centri nel Rachel Carson Center di Monaco. L’antropologo Paolo Gruppuso, sulle paludi pontine, mostra come perfino la tutela della natura possa diventare spossessamento. Con un’avvertenza: il territorio è oggetto delle nostre decisioni e insieme un soggetto che reagisce.

Lo stesso territorio, due sguardi
C’è un’inconscia simultaneità dei due atteggiamenti. Guardiamo la stessa area geografica in due modi opposti e li teniamo insieme senza avvertire la contraddizione. Da un lato il territorio è opera d’arte: intoccabile, sacro, da proteggere da qualsiasi intervento come si protegge un affresco. Dall’altro è supporto: materia grezza, superficie disponibile, riserva di risorse da mettere a reddito. La stessa collina può essere l’una o l’altra cosa a seconda dello sguardo e delle intenzioni.

Il dibattito italiano sulla transizione è bloccato dentro un’alternativa data unanimemente per buona: tutelare oppure trasformare, conservare il paesaggio oppure sacrificarlo agli impianti. Nessuna delle due posizioni mette in discussione la premessa: che esista un paesaggio dato.
La parola che tiene insieme i due punti di vista, permettendo di passare dall’uno all’altro senza dichiararlo, è “naturale”. Definire naturale un pezzo di mondo produce due effetti in un colpo solo. Se quel territorio è naturale nel senso di prezioso e incontaminato, ogni trasformazione diventa profanazione. Se è naturale nel senso di grezzo e non ancora valorizzato, ogni trasformazione diventa progresso e modernizzazione; una messa a frutto di ciò che altrimenti resterebbe inerte. In entrambi i casi la parola svolge la stessa funzione: elimina le domande su chi abbia stabilito la condizione di quel luogo e perché.

Al di là della curiosità intellettuale, l’ostacolo è concreto. Il dibattito italiano sulla transizione energetica è bloccato dentro un’alternativa data unanimemente per buona: tutelare oppure trasformare, conservare il paesaggio oppure sacrificarlo agli impianti. Chi difende un crinale dalle pale eoliche invoca il paesaggio. Chi rivendica quelle pale come necessità energetico-climatica accetta implicitamente che il paesaggio sia un costo da pagare. Nessuna delle due posizioni mette in discussione la premessa: che esista un paesaggio dato, con confini stabiliti da qualcuno prima e altrove.

La domanda, invece, è un’altra e riguarda chi decide quale territorio è sacro e quale sacrificabile, con quali criteri e a beneficio di chi. Spostare la questione dal cosa al chi cambia la natura del problema: da estetica a politica o, più brutalmente, dalla contemplazione al potere.

Chi firma la sentenza
In Italia esiste una macchina amministrativa che decide materialmente quale suolo sia idoneo a ospitare un impianto e quale no. È la procedura di individuazione delle aree idonee e non idonee per le fonti rinnovabili, il cuore del permitting. È lì che si vede all’opera, in forma di norma, il meccanismo descritto finora. Il criterio con cui un’area viene dichiarata idonea continua a essere, dopo anni, geometrico prima ancora che qualitativo. La legge di conversione del decreto sulle aree idonee, la n. 4/2026, che ha riscritto la materia dentro il Testo unico sulle rinnovabili (d. lgs. 190/2024), impone alle Regioni fasce di rispetto misurate a compasso: tre chilometri dai beni tutelati per gli impianti eolici, cinquecento metri per il fotovoltaico. Fissa una quota massima di terreno agricolo utilizzabile. Esclude in blocco interi insiemi, come i siti UNESCO e i beni vincolati; dove l’area è idonea, invece, alleggerisce iter e controlli.

L’idoneità di un suolo non discende dalle sue caratteristiche reali, bensì dalla distanza da un perimetro tracciato altrove e da una percentuale calcolata a monte. La sentenza su un territorio precede l’incontro con quel territorio.
L’idoneità di un suolo non discende, dunque, dalle sue caratteristiche reali, dalla qualità agronomica, dal valore ecologico o storico di quel campo specifico. Discende dalla distanza da un perimetro tracciato altrove e da una percentuale calcolata a monte. La sentenza su un territorio precede l’incontro con quel territorio. L’instabilità di questi criteri ne dimostra l’arbitrarietà. Un decreto del giugno 2024 concedeva fasce di rispetto fino a sette chilometri; un anno dopo il TAR del Lazio le ha annullate. Sette chilometri o tre, cinquecento metri o mille: il confine tra idoneo e non idoneo si sposta a colpi di decreto e di sentenza, mentre il suolo su cui cade resta identico.

Le piste dell’aeroporto di Fiumicino pagano ancora oggi la storia ignorata di quel suolo: sorgono sul sedime dell’antico Stagno di Maccarese, il più grande del delta tiberino, prosciugato dalla bonifica novecentesca. Quei suoli torbosi e argillosi cedono di circa un centimetro e mezzo l’anno; da decenni le piste vanno riprofilate e ripavimentate per inseguire un terreno che sprofonda. La bonifica aveva cancellato lo stagno dalla carta ma il suolo continua a ricordarlo. Anche il territorio decide, a modo suo. Leggere la storia di un luogo prima di scegliere ha un prezzo concreto: chi salta quella lettura lo paga in cedimenti, denaro e manutenzione senza fine.

La partita giuridica degli ultimi due anni, combattuta soprattutto in Sardegna, dimostra che l’idoneità di un’area è un verdetto piuttosto che una lettura oggettiva della realtà. Nel luglio 2024 la Regione ha varato una legge che, fin dal titolo, invocava “la salvaguardia del paesaggio” per imporre diciotto mesi di moratoria a ogni nuovo impianto. Il paesaggio come scudo. La Corte costituzionale, con la sentenza 28/2025, l’ha dichiarata illegittima: una tutela che diventa divieto generalizzato contrasta con l’obbligo di diffondere le rinnovabili.

Poco dopo la moratoria, la Sardegna aveva approvato un’altra legge, la n. 20/2024, che individuava le aree idonee e non idonee classificando come non idonea la quasi totalità del proprio territorio. Anche questa è caduta. Con la sentenza n. 184/2025 la Corte costituzionale ha bocciato in gran parte quella legge, ribadendo un principio che vale ben oltre la Sardegna: la qualifica di non idoneità di un’area non può tradursi in un divieto aprioristico e assoluto di installare impianti.

La stessa logica geometrica produce un effetto analogo sul versante agricolo. Il “decreto agricoltura” del 2024 ha vietato il fotovoltaico a terra su tutti i terreni classificati agricoli, gran parte del Paese, senza distinguere il campo di pregio dal seminativo abbandonato. Il TAR del Lazio lo ha giudicato sproporzionato e lo ha rimesso alla Consulta, che si è espressa il 16 luglio dichiarandolo legittimo; nel frattempo il legislatore lo ha riproposto quasi identico. Categorie tracciate a priori, sempre indifferenti alla qualità del suolo che colpiscono. Il filo che tiene insieme la moratoria bocciata, la legge sarda sulle aree idonee, il divieto sul fotovoltaico agricolo è uno solo. In tutti questi casi “paesaggio” e “suolo agricolo” funzionano come categorie giuridiche buone a includere o escludere interi territori con un tratto di penna, prima e indipendentemente da qualsiasi esame del luogo.

La Val d’Orcia e i crinali della Basilicata
Torniamo ai due poli. Da un lato la Val d’Orcia: consacrata dal vincolo, monetizzata dal turismo e dal vino, protetta come opera d’arte e venduta come esperienza. Dall’altro i crinali della Basilicata, che i 1.567 megawatt di torri eoliche rendono la quarta regione d’Italia per potenza installata, dietro Puglia, Sicilia e Campania, secondo i dati raccolti da Legambiente nella guida Parchi del vento del giugno 2026. Un territorio consacrato e un territorio messo a reddito energetico. Occorre una concessione onesta: le pale sui crinali lucani trasformano il paesaggio davvero. Chi le difende, dicendo che non si vedono o che ci si abitua, mente o si illude. Un aerogeneratore alto come un palazzo di quaranta piani modifica lo skyline di una valle in modo irreversibile per la durata della sua vita. Il costo paesaggistico dell’eolico è reale e va ricordato.

La consacrazione della valle agisce da esenzione: tiene gli impianti lontani da quelle colline e li spinge altrove, sui crinali che nessun vincolo difende.
Ma proprio qui appare l’ipocrisia del doppio sguardo. Anche la Val d’Orcia è stata trasformata dalla mano dell’uomo in modo altrettanto radicale, in tempi assai più recenti di quanto la sua aura lasci pensare. Spianare a mine e ruspe i calanchi di una valle o piantare aerogeneratori su un crinale sono due modi di “riscrivere” il territorio, entrambi novecenteschi, entrambi guidati da capitale e potere. La differenza, come spesso accade, sta tutta nel racconto: una trasformazione è stata consacrata, l’altra è additata come profanazione. Lo stesso gesto, il decidere quale forma imporre al territorio e chi ne pagherà il prezzo, può significare tutela o condanna.

Già uno studio della Fondazione Tagliolini con l’Università di Pisa, nel 2011, raccoglieva le voci di agricoltori della valle che, davanti a un grano duro sempre meno redditizio, avrebbero voluto installare pale e pannelli nei propri campi e si trovavano bloccati in un territorio che uno di loro definiva “ingessato”. La domanda di rinnovabili affiorava anche qui; a mancare era l’idoneità. La consacrazione della valle agisce da esenzione: tiene gli impianti lontani da quelle colline e li spinge altrove, sui crinali che nessun vincolo difende.

Chi conosce la storia della bonifica dell’Agro Pontino ritrova qui lo stesso schema novecentesco. Le paludi a sud di Roma erano un latifondo di proprietà esclusiva. I pochi che vi abitavano vivevano di concessione ed elargizione dei padroni, lontano da qualsiasi Eden di beni comuni. La modernizzazione che le “riscrisse” fu prima un progetto dell’Italia liberale: l’intuizione elettrofinanziaria di un imprenditore lombardo, Gino Clerici, che molto prima del fascismo immaginò di prosciugare quelle terre e di fondarvi una città, proprio dove sarebbe poi sorta Littoria. Quel disegno divenne, in altre mani e con altra bandiera, la bonifica integrale del regime, che costruì le città nuove e si intestò la paternità dell’idea. In entrambe le stagioni la posta era la stessa: trasformare un territorio a vantaggio di chi ne aveva i mezzi, mentre a lavorarlo arrivavano operai e coloni-mezzadri da lontano, su terre non loro.

La rimozione funziona anche al contrario. Oggi quelle paludi vengono rimpiante in televisione come “la nostra Amazzonia”, foresta selvaggia cancellata dal cemento. Dietro quella natura perduta spariscono di nuovo il latifondo e i suoi concessionari. Con una beffa: neppure l’Amazzonia è natura vergine, plasmata com’è da millenni di presenza umana. Lo stesso vale per la wilderness americana: Yosemite e Yellowstone, icone della natura vergine, sono paesaggi costruiti espellendo le popolazioni native che li abitavano, come ha argomentato William Cronon. La bonifica pontina, la consacrazione della Val d’Orcia e il sacrificio dei crinali lucani sono, in questo quadro, una cosa sola.

Il paesaggio come alibi nella transizione
Il modo ambiguo con cui ci rapportiamo al territorio, opera d’arte da un lato e supporto da sfruttare dall’altro, spiega il modo altrettanto ambiguo con cui guardiamo alla transizione energetica ed ecologica. Perché il doppio sguardo rende “paesaggio” una parola-alibi: uno strumento retorico che seleziona ciò che merita indignazione e ciò che merita silenzio, secondo criteri mai dichiarati. Si invoca il paesaggio per fermare l’impianto che non si vuole vedere e lo si ignora davanti all’autostrada, al capannone, al villaggio turistico, al ponte che già occupano o occuperanno lo stesso orizzonte.

Il modo ambiguo con cui ci rapportiamo al territorio, opera d’arte da un lato e supporto da sfruttare dall’altro, spiega il modo altrettanto ambiguo con cui guardiamo alla transizione energetica ed ecologica.
Finché il dibattito resta impigliato nell’alternativa tra tutelare e trasformare, vince sempre chi ha ottenuto il vincolo o scritto la norma: il confine tra il sacro e il sacrificabile è tracciato a monte, da chi ha peso economico e culturale sufficiente per farlo. Restituire al tema il suo centro, ricordare che si tratta di una questione di potere sul suolo prima che di estetica, non risolve il conflitto tra energia e paesaggio. Lo sposta però sul terreno giusto. Prima di stabilire se un luogo sia intoccabile o sacrificabile andrebbe letto: ricostruite le trasformazioni che lo hanno reso ciò che è, riconosciuto chi le ha volute e a chi sono servite. Interpretare un territorio, prima di giudicarlo, è già togliergli la maschera della natura. Ed è allora che possiamo porre la domanda vera: quale interesse ha deciso che quella valle valesse più di un crinale, quando lo ha deciso e chi ci ha guadagnato.

Consacrare una valle e sacrificare un crinale sono lo stesso gesto, anche a un secolo di distanza.

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Pradhan si dimette. La vittoria della Gen Z indiana è solo a metà

Pradhan si dimette. La vittoria della Gen Z indiana è solo a metà

Modi, costretto a venire a patti con il movimento degli scarafaggi, fa saltare un suo ministro. Consente anche il risarcimento delle famiglie dei suicidi, e cadono i procedimenti legali contro chi ha manifestato. Ma in tanti vogliono continuare la protesta

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In Cina e Asia – Il colosso cinese dei chip CXMT debutta alla borsa di Shanghai

In Cina e Asia – Il colosso cinese dei chip CXMT debutta alla borsa di Shanghai CXMT

I titoli di oggi:

Il colosso cinese dei chip CXMT debutta alla borsa di Shanghai
La Cina affronta i nuovi dazi americani da una posizione di forza
Cina, annunciati nuovi controlli sulle esportazioni di prodotti “dual use” verso l'Ue
Università di Shanghai apre indagine sulla morte di una bambina sottoposta a editing genetico
Due accademici cinesi hanno vinto il più prestigioso premio mondiale per la matematica
Zelensky:"30mila soldati nordcoreani pronti a raggiungere l'Ucraina"
Myanmar, diminuiscono gli scontri tra esercito e ribelli
Il Giappone effettuerà un test per estrarre terre rare a 6 km di profondità
Gli scontri con la Thailandia hanno messo in crisi l'economia cambogiana

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制作一张可以伸缩的榫卯椅子【阿木爷爷 Grandpa Amu】

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U-Matic JVC il videoregistratore indistruttibile - Lo riporto in vita 40 anni dopo!

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Carlos lo Sciacallo, il più temuto terrorista internazionale tra mito e verità

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In questo nuovo approfondimento DarkSide entriamo nella vita di Ilich Ramírez Sánchez, alias Carlos lo Sciacallo: il terrorista internazionale più ricercato della Guerra Fredda, autore dell'attacco più clamoroso del XX secolo prima dell'11 settembre.

Con Valentine Lomellini, storica e docente all'Università di Padova, ripercorriamo la sua parabola a partire dal libro "Carlos lo Sciacallo. Storia del più temuto terrorista internazionale", frutto di una ricerca su documenti d'archivio mai consultati prima — comprese le carte di Cecoslovacchia, Bulgaria e Germania Est.
Tra i temi trattati:

Infanzia e formazione in una famiglia comunista venezuelana
Dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina al jihadismo
Il rapimento dei ministri OPEC a Vienna, 1975
Il vero rapporto con l'URSS: agente doppio o stratega indipendente?
Il legame provato con l'Armata Rossa giapponese
Le domande ancora aperte sulla sua figura

"Non credo fosse un agente doppio, credo che avesse un proprio disegno politico" — Valentine Lomellini.

Capitoli:

00:30 Perché la sua figura affascina ancora oggi
01:49 Infanzia e formazione: la famiglia comunista venezuelana
03:14 Londra, Mosca e i primi passi nella militanza
03:51 La svolta jihadista: quando e come avviene
05:08 L'adesione alla causa palestinese e il PFLP
05:45 L'attentato all'OPEC di Vienna: l'azione più clamorosa
07:50 Negli archivi: documenti mai consultati prima
09:55 Il rapporto con l'URSS: agente doppio o stratega autonomo?
12:38 Il legame con l'Armata Rossa giapponese
14:32 Mito o realtà: cosa resta ancora da capire

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Typhoon Noul: Shenzhen girl, 6, blown away by gale, runs back to safety

As Typhoon Noul barrelled into southern China on Sunday with winds reaching 160km/h (99mph), violent gusts ripped a cot from indoors and flipped it over several metres away, sending the child inside flying to the ground. Hongxing News, a Chinese media outlet, reported that a six-year-old girl lying in her cot in the southern city of Shenzhen was blown from inside a building onto the grass verge outside. Footage released by Hongxing showed a ground-floor grocery shop being battered by the gale,...

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Fake ICE raids and kidnapping drills: how Chinese teens prepare for US college

International students once saw US colleges as a gateway to a world-class education and career head start but shifting United States immigration policies, tightening visa conditions and high-profile ICE raids are causing them to reconsider. In the first in our series, Phoebe Zhang looks at how Chinese students are preparing for life – and safety – in America. The second instalment in our series is here. Beijing student Lulu Lu was just preparing for bed when she was startled by loud banging at...

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Radio DARC berichtet über USKA-Widerstand

Radiomacher Wolf-Dieter, DL2MCD, hat auf Radio DARC berichtet, wie sich die USKA gegen die im Ernstfall drohende Beschlagnahmung der Funkanlagen der Schweizer Funkamateure wehrt.

Der Bund greift nach den Funkgeräten der Schweizer Funkamateurinnen und Funkamateure. Am 26.7.2026 schilderte Wolf-Dieter, DL2MCD, auf Radio DARC (KW: 6070 kHz und 9670 kHz) die Pläne des Eidgenössischen Departements für Verteidigung, Bevölkerungsschutz und Sport (VBS).

Die geplante Requisitionsverordnung erlaubt der Armee im Ernstfall den Zugriff auf technische Anlagen. Das VBS will die Ausrüstung im Krisenfall schlicht abholen. In ihrer Vernehmlassung fordert die USKA Kooperation statt Enteignung.

Beitrag von Radio DARC hören (MP3)

Zum Bericht der USKA

USKA Eingabe Vernehmlassung Requisition

Published: HB9HGH 2026-07-26 13:41:24

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NASA Astronaut Chris Williams, Crewmates Return from Space Station

The Soyuz MS-28 spacecraft is seen as it lands in a remote area near the town of Zhezkazgan, Kazakhstan
The Soyuz MS-28 spacecraft is seen as it lands in a remote area near the town of Zhezkazgan, Kazakhstan with Expedition 74 NASA astronaut Chris Williams, and Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov, and Sergei Mikaev aboard, Sunday, July 26, 2026. 
NASA/Bill Ingalls

Concluding an eight-month science mission aboard the International Space Station, NASA astronaut Chris Williams returned to Earth on Sunday alongside Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov and Sergei Mikaev.

The crew made its safe, parachute-assisted landing at 5:27 a.m. CDT (3:27 p.m., Kazakhstan time), southeast of Dzhezkazgan, after departing the space station at 2:03 a.m., aboard the Soyuz MS-28 spacecraft.

The crew was in space for 241 days, orbiting the Earth 3,856 times and traveling more than 102 million miles. They launched to the International Space Station on Nov. 27, 2025. The mission was the first for Williams and Mikaev and the second for Kud-Sverchkov.

While aboard the orbiting laboratory, Williams supported a wide range of scientific investigations and technology demonstrations. He helped advance research for new cancer treatments and improved in-space manufacturing of materials used in high-performance computers and electronics. Williams also completed two spacewalks to prep for space station power system upgrades and to replace a faulty joint on the Canadarm2 robotic arm. The crew’s work aboard the space station helps improve life on Earth and prepare for future human missions to the Moon and Mars.

Following post-landing medical checks, the crew members will fly by helicopter to Karaganda, Kazakhstan, where recovery teams are based. Williams then will board a NASA aircraft bound for the agency’s Johnson Space Center in Houston.

For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

www.nasa.gov/station

-end-

Joshua Finch / Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov / james.j.russell@nasa.gov

Leah Cheshier / Anna Schneider
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
leah.d.cheshier@nasa.gov / anna.c.schneider@nasa.gov

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Jul 26, 2026
Editor
Jennifer M. Dooren
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NASA Astronaut Chris Williams, Crewmates Return from Space Station

The Soyuz MS-28 spacecraft is seen as it lands in a remote area near the town of Zhezkazgan, Kazakhstan
The Soyuz MS-28 spacecraft is seen as it lands in a remote area near the town of Zhezkazgan, Kazakhstan with Expedition 74 NASA astronaut Chris Williams, and Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov, and Sergei Mikaev aboard, Sunday, July 26, 2026. 
NASA/Bill Ingalls

Concluding an eight-month science mission aboard the International Space Station, NASA astronaut Chris Williams returned to Earth on Sunday alongside Roscosmos cosmonauts Sergey Kud-Sverchkov and Sergei Mikaev.

The crew made its safe, parachute-assisted landing at 5:27 a.m. CDT (3:27 p.m., Kazakhstan time), southeast of Dzhezkazgan, after departing the space station at 2:03 a.m., aboard the Soyuz MS-28 spacecraft.

The crew was in space for 241 days, orbiting the Earth 3,856 times and traveling more than 102 million miles. They launched to the International Space Station on Nov. 27, 2025. The mission was the first for Williams and Mikaev and the second for Kud-Sverchkov.

While aboard the orbiting laboratory, Williams supported a wide range of scientific investigations and technology demonstrations. He helped advance research for new cancer treatments and improved in-space manufacturing of materials used in high-performance computers and electronics. Williams also completed two spacewalks to prep for space station power system upgrades and to replace a faulty joint on the Canadarm2 robotic arm. The crew’s work aboard the space station helps improve life on Earth and prepare for future human missions to the Moon and Mars.

Following post-landing medical checks, the crew members will fly by helicopter to Karaganda, Kazakhstan, where recovery teams are based. Williams then will board a NASA aircraft bound for the agency’s Johnson Space Center in Houston.

For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

www.nasa.gov/station

-end-

Joshua Finch / Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov / james.j.russell@nasa.gov

Leah Cheshier / Anna Schneider
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
leah.d.cheshier@nasa.gov / anna.c.schneider@nasa.gov

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Jul 26, 2026
Editor
Jennifer M. Dooren
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Were the German courts too soft on Chinese members of drug rape network?

Minutes after a Berlin court sentenced a Chinese man to five years in prison for aiding and abetting aggravated rape and sexual coercion, two women who had sat through the trial hugged each other and cried. But the case left one of those women, named Kristina, balancing mixed emotions as she struggled to reconcile her desire to see the perpetrators punished and questions about what justice really meant in a case of this nature. The 32-year-old accused, who was studying medicine, was jailed for...

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Agostino e il mistero dell’anima | Il Libro X delle Confessioni

Agostino ci conduce nel luogo più misterioso che esista: l’anima umana. Il Libro X delle Confessioni è una delle più grandi esplorazioni dell’interiorità mai scritte. In questa puntata di Scorribande filosofiche ascolteremo una selezione continuativa delle pagine dedicate alla memoria, alla felicità, alla verità e alla ricerca di Dio. Lasciate parlare direttamente Agostino: poche opere […]

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Oltre 800 km in autostrada: i consumi reali dell'Audi Q3 Sportback TDI

In Italia la Audi Q3 è la bestseller dei Quattro anelli: la terza serie si presenta con uno stile più pulito e soluzioni tecnologiche ereditate dai modelli di segmento superiore. Accanto alla SUV c'è la Sportback, con il tetto dall'andamento più filante e 4 cm meno in altezza, che le danno un look più sportivo. La SUV di Ingolstadt è lunga 4.531 mm e ha un passo di 2.681 mm, che assicura un buon agio per chi siede dietro (ma non per chi sta al centro). Non da record la capacità del bagagliaio, che però ha forme regolari e si rivela versatile grazie al divano che scorre di 10 cm: si passa da un minimo di 363 a 421 litri. Come da tradizione per la Casa tedesca, anche sulla Q3 materiali e assemblaggi sono di ottima fattura. Nuovo il Palcoscenico Digitale, il grande display che ospita la strumentazione digitale e l'infotainment. Audi Q3 Sportback TDI: il motore Il quattro cilindri turbodiesel da 2.0 litri è un grande classico della produzione tedesca, che qui lavora senza &quot;aiutini&quot; elettrici ed è abbinato all'altrettanto collaudato cambio DSG a doppia frizione a sette rapporti: il motore eroga 110 kW (150 CV) e 360 Nm di coppia, che gestiscono senza affanni il peso dell'auto (1.799 kg in condizioni di prova). Considerando l'autonomia di oltre 800 km in autostrada e il confort di cui è capace, i viaggi sono il pane quotidiano della Q3. A cui però non è il caso di chiedere troppa sportività: la ripresa non manca mai, ma senza eccessi. La trazione integrale è disponibile sulla motorizzazione più potente, da 142 kW (193 CV). Audi Q3 Sportback TDI: i consumi reali *Prezzo del gasolio al 21/07/2026: 2.107 /litroNella Prova su strada, pubblicata su Quattroruote di febbraio 2026, la Audi Q3 Sportback TDI conferma la sua vocazione di auto per chi deve macinare tanti chilometri tutti i giorni, anche in virtù di un'autonomia notevolissima nei lunghi viaggi (14,8 km/l in autostrada). In città sconta, come prevedibile, l'assenza del mild hybrid (13,9 km/l). Il 2.0 TDI da 150 CV si conferma comunque un buon compromesso tra efficienza e prestazioni. Certo, il prezzo del gasolio di queste ultime settimane costringe a qualche valutazione aggiuntiva. Audi Q3 Sportback TDI: gamma e allestimenti La gamma della Audi Q3 è composta dai tre allestimenti Business, Business Advanced e S line. Fin dal modello base sono di serie i cerchi in lega da 17&quot;, il palcoscenico digitale con quadro strumenti da 11,9&quot; e infotainment da 12,8&quot;, l'impianto audio Audi Sound System, la ricarica wireless per gli smartphone, il portellone ad apertura elettrica, il climatizzatore bizona e lo sterzo progressivo. La Business Advanced aggiunge i cerchi da 18&quot;, il cruise control adattivo, l'assistente di parcheggio Plus e la guida assistita di livello 2. La S line completa la dotazione con una caratterizzazione sportiva esterna e interna, i cerchi da 19 e i gruppi ottici a LED anteriori e posteriori. Audi Q3 Sportback TDI: i prezzi Audi Q3 Sportback TDI Business: 47.500 euroAudi Q3 Sportback TDI Business Advanced: 50.100 euroAudi Q3 Sportback TDI S line: 52.300 euro Consumi reali, tutte le nostre prove autoAudi Q3 Sportback TDIDacia Duster Hybrid 155Fiat 500 HybridHonda Prelude 2.0 HEVHyundai Tucson 1.6 HEVRenault Clio E-TechToyota Aygo X 115 Hybrid
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Typhoon Noul grounds 1,800 flights and halts trains as southern China hit by heavy rains

High-speed rail services and flights across Guangdong province were cancelled on Sunday after Typhoon Noul made landfall in the province, bringing heavy rainfall to large parts of southern China. Noul – the strongest typhoon to hit China so far this year – made landfall at Huizhou city in Guangdong at around 3.50am on Sunday. The National Meteorological Centre issued its first red typhoon warning of the year – the highest alert level in a four-tier system – on Saturday evening. The following...

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2000 km Dall'Italia alla Danimarca, e ora? Il grande MOMENTO 😳

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Episodio 1172: Viaggio lunghissimo dall'Italia alla Danimarca e dopo circa 2000 km arriviamo a destinazione, ovvero il porto che ci consentirà di imbarcarci per le Isole Faroe e dopodiché per l'Islanda.
Un viaggio fatto di soste e preparazione per una lunga traversata.

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La “pastaflora” di canapa: tradizione culinaria che unisce

Con diverse varianti per il ripieno e con un’origine meticcia, la “pastaflora” fa parte della storia gastronomica argentina da decenni.  Non ha bisogno di presentazioni perché è un classico della pasticceria rioplatense. Senza dubbio, raccoglie più appassionati che detrattori. È molto difficile che non sia sugli scaffali di qualsiasi pasticceria o panetteria argentina. Sono disponibili …
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Pasolini e Moro: "Due persone scomode"

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Carlo Alfredo Moro presiedette la sentenza di primo grado sull'omicidio Pasolini. Tre anni dopo, suo fratello Aldo verrà ucciso dalle Brigate Rosse.

Per l'avvocato Stefano Maccioni non è un caso: due uomini che nel 1975 e nel 1978 non potevano più "vivere nel nostro Paese", perché si opponevano alla posizione dell'Italia nel blocco atlantico.

Guarda l'intervista completa sul canale YouTube DarkSide.
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Linux Kernel 7.1.4 Released with Bug Fixes, Security Updates, and Hardware Improvements

Linux Kernel 7.1.4 Released with Bug Fixes, Security Updates, and Hardware Improvements

Greg Kroah-Hartman has announced the release of Linux Kernel 7.1.4, the latest stable maintenance update for the Linux 7.1 series. As with other stable kernel releases, version 7.1.4 focuses on fixing bugs, improving hardware compatibility, and addressing security and reliability issues without introducing new features. The update became available on July 18, 2026, and users of the Linux 7.1 branch are encouraged to upgrade as soon as possible.

Rather than changing the kernel's feature set, Linux 7.1.4 delivers dozens of targeted fixes collected from developers across multiple kernel subsystems, helping ensure a more stable experience for desktops, servers, embedded devices, and cloud deployments.

Another Important Stable Maintenance Release

The Linux stable branch exists to provide safe updates between major kernel versions. Every stable release undergoes review before being published and contains fixes that have already been tested in the mainline kernel.

Linux 7.1.4 continues this process by incorporating patches that resolve regressions, improve system stability, and fix issues reported by users since the release of Linux 7.1.3.

For most users, these maintenance updates are recommended because they improve reliability without altering existing functionality.

Bug Fixes Across Multiple Kernel Subsystems

Like previous stable releases, Linux 7.1.4 includes fixes spanning many areas of the kernel.

The update addresses issues affecting:

  • Memory management
  • File systems
  • Networking
  • Device drivers
  • Architecture-specific code
  • Core kernel infrastructure
  • USB and storage subsystems

These targeted patches help eliminate crashes, improve compatibility with newer hardware, and resolve edge cases that may only appear under specific workloads.

Improved Hardware Compatibility

One of the ongoing goals of Linux stable releases is expanding support for existing and newly released hardware.

Linux 7.1.4 includes updated drivers and compatibility fixes for various devices, helping improve support for:

  • Graphics hardware
  • Storage controllers
  • Networking devices
  • USB peripherals
  • Laptop components
  • ARM development boards

Although no major driver additions are expected in a maintenance release, incremental improvements like these often resolve hardware-specific bugs reported by users after earlier releases.

Security and Reliability Updates

Stable kernel releases also include security-related fixes that have been accepted into the maintenance branch.

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New Crew Members Welcomed to International Space Station

From left, Expedition 74 flight engineers Anna Kikina and Pyotr Dubrov of Roscosmos, and Anil Menon of NASA pose for a portrait while holding a cake celebrating their recent arrival aboard the International Space Station.
NASA/Chris Williams

From left, Expedition 74 flight engineers Anna Kikina and Pyotr Dubrov of Roscosmos, and Anil Menon of NASA pose for a July 18, 2026, photo while holding a cake celebrating their recent arrival aboard the International Space Station. The trio arrived at the space station on July 14, 2026, after launching from the Baikonur Cosmodrome in Kazakhstan earlier the same day.

Kikina, Dubrov, and Menon are in the second week of their planned eight-and-a-half-month mission. They are using their new skills to conduct space research while still familiarizing themselves with living and working in space.

Keep up with space station activity on the International Space Station blog.

Image credit: NASA/Chris Williams

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New Crew Members Welcomed to International Space Station

From left, Expedition 74 flight engineers Anna Kikina and Pyotr Dubrov of Roscosmos, and Anil Menon of NASA pose for a portrait while holding a cake celebrating their recent arrival aboard the International Space Station.
NASA/Chris Williams

From left, Expedition 74 flight engineers Anna Kikina and Pyotr Dubrov of Roscosmos, and Anil Menon of NASA pose for a July 18, 2026, photo while holding a cake celebrating their recent arrival aboard the International Space Station. The trio arrived at the space station on July 14, 2026, after launching from the Baikonur Cosmodrome in Kazakhstan earlier the same day.

Kikina, Dubrov, and Menon are in the second week of their planned eight-and-a-half-month mission. They are using their new skills to conduct space research while still familiarizing themselves with living and working in space.

Keep up with space station activity on the International Space Station blog.

Image credit: NASA/Chris Williams

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Quality Recognition ai Corsi di Laurea Triennale e Magistrale in Pianificazione dell'Università di Firenze nell’ambito del World Planning Congress 2026 di AESOP

Quality Recognition ai Corsi di Laurea Triennale e Magistrale in Pianificazione dell'Università di Firenze 

Il Corso di Laurea Triennale Pianificazione della Città del Territorio e del Paesaggio (PCTP) presieduto dalla Prof.ssa Valeria Lingua e il Corso di Laurea Magistrale Pianificazione e Progettazione per la Sostenibilità Urbana e Territoriale (PPSUT) dell'Università di Firenze presieduto dalla Prof.ssa Daniela Poli hanno ottenuto l'AESOP Quality Recognition.

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Quality Recognition ai Corsi di Laurea Triennale e Magistrale in Pianificazione dell'Università di Firenze nell’ambito del World Planning Congress 2026 di AESOP

Quality Recognition ai Corsi di Laurea Triennale e Magistrale in Pianificazione dell'Università di Firenze 

Il Corso di Laurea Triennale Pianificazione della Città del Territorio e del Paesaggio (PCTP) presieduto dalla Prof.ssa Valeria Lingua e il Corso di Laurea Magistrale Pianificazione e Progettazione per la Sostenibilità Urbana e Territoriale (PPSUT) dell'Università di Firenze presieduto dalla Prof.ssa Daniela Poli hanno ottenuto l'AESOP Quality Recognition.

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[2026-09-06] Dai monti ai piani partigiani/e @ circolo arci la costituzione

Dai monti ai piani partigiani/e

circolo arci la costituzione - via gramsci 480 Quinto Basso- Sesto F.no
(domenica, 6 settembre 18:00)
Dai monti ai piani partigiani/e

82 anni fa' le brigate partigiane liberano Firenze Nord e la Piana Fiorentina dai nazi fascisti

Csa Next-Emerson, Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, circolo Arci di Quinto Basso e Ape Firenze tre giorni insieme per

  • Mantenere una memoria popolare resistente e collettiva

  • Rafforzare le radici dell'antifascismo

  • Dare continuità alla solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese

programma

CSA NEXT-EMERSON (4 settembre)

Memoria resistente, racconti partigiani

dalle 19.00

- intervento: la liberazione di Firenze Nord

- racconto: "Ribelli - la resistenza, l'eccidio e la liberazione di Prato" con Lorenzo Tempestini

- intervento: microstorie di partigiani stranieri nella lotta di liberazione

- letture: lo sciopero delle sigaraie della Manifattura tabacchi del 4 marzo 1944 con Gruppo teatrale la gramigna rossa

>> storie cantate con "I suonatori della leggera"

h 20.30 cena benefit

+ info csaexemerson.org

-----------------------------------------------------------------------------------

CANTIERE SOCIALE CAMILO CIENFUEGOS (5 settembre)

La resistenza non ha nazione

ore 18.00 Presentazione del libro "Il Sionismo è Nazismo" a cura del Comitato Fosco Dinucci

ore 20.00 Grigliata palestinese a cura della brigata di Chef Mohammed Abu Uday da Nuseirat (Gaza)

A seguire Hip-Hop night jam

Live show case:

- Dj Mars (Firenze)

- Hola&Edo (Firenze)

- Mc Nill (Bologna)

- Giovane Veltro (Prato)

- Lapazz (Montale)

- Micheal Perez (Firenze)

- Jova Mc (Firenze)

Hosted by: Tenore Fi ( Romanticismo Periferico)

-------------------------------------------------------------------------------------

EX-MACELLI QUINTO BASSO (6 settembre)

Il filo rosso dell'antifascismo nella piana

ore 16.00 "I sentieri della memoria" Camminata urbana per ripercorrere i luoghi che hanno fatto la storia del quartiere

ore 19.00 "Riannodare il filo" Restituzioen del progetto micro-storie circolanti e interventi

ore 20.00 Cena a prezzi popolari

ore 21.00 "La Nuova Pippolese" in concerto. Canti della tradizione popolare e antifascista fiorentina

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[2026-09-05] Dai monti ai piani partigiani/e @ Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos

Dai monti ai piani partigiani/e

Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos - Via Chiella, 4, 50013 Campi Bisenzio FI
(sabato, 5 settembre 18:00)
Dai monti ai piani partigiani/e

82 anni fa' le brigate partigiane liberano Firenze Nord e la Piana Fiorentina dai nazi fascisti

Csa Next-Emerson, Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, circolo Arci di Quinto Basso e Ape Firenze tre giorni insieme per

  • Mantenere una memoria popolare resistente e collettiva

  • Rafforzare le radici dell'antifascismo

  • Dare continuità alla solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese

programma

CSA NEXT-EMERSON (4 settembre)

Memoria resistente, racconti partigiani

dalle 19.00

- intervento: la liberazione di Firenze Nord

- racconto: "Ribelli - la resistenza, l'eccidio e la liberazione di Prato" con Lorenzo Tempestini

- intervento: microstorie di partigiani stranieri nella lotta di liberazione

- letture: lo sciopero delle sigaraie della Manifattura tabacchi del 4 marzo 1944 con Gruppo teatrale la gramigna rossa

>> storie cantate con "I suonatori della leggera"

h 20.30 cena benefit

+ info csaexemerson.org

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CANTIERE SOCIALE CAMILO CIENFUEGOS (5 settembre)

La resistenza non ha nazione

ore 18.00 Presentazione del libro "Il Sionismo è Nazismo" a cura del Comitato Fosco Dinucci

ore 20.00 Grigliata palestinese a cura della brigata di Chef Mohammed Abu Uday da Nuseirat (Gaza)

A seguire Hip-Hop night jam

Live show case:

- Dj Mars (Firenze)

- Hola&Edo (Firenze)

- Mc Nill (Bologna)

- Giovane Veltro (Prato)

- Lapazz (Montale)

- Micheal Perez (Firenze)

- Jova Mc (Firenze)

Hosted by: Tenore Fi ( Romanticismo Periferico)

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EX-MACELLI QUINTO BASSO (6 settembre)

Il filo rosso dell'antifascismo nella piana

ore 16.00 "I sentieri della memoria" Camminata urbana per ripercorrere i luoghi che hanno fatto la storia del quartiere

ore 19.00 "Riannodare il filo" Restituzioen del progetto micro-storie circolanti e interventi

ore 20.00 Cena a prezzi popolari

ore 21.00 "La Nuova Pippolese" in concerto. Canti della tradizione popolare e antifascista fiorentina

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[2026-09-04] Dai monti ai piani partigiani/e @ Csa Next-Emerson

Dai monti ai piani partigiani/e

Csa Next-Emerson - Via di Bellagio 15
(venerdì, 4 settembre 19:00)
Dai monti ai piani partigiani/e

82 anni fa' le brigate partigiane liberano Firenze Nord e la Piana Fiorentina dai nazi fascisti

Csa Next-Emerson, Cantiere Sociale Camilo Cienfuegos, circolo Arci di Quinto Basso e Ape Firenze tre giorni insieme per

  • Mantenere una memoria popolare resistente e collettiva

  • Rafforzare le radici dell'antifascismo

  • Dare continuità alla solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese

programma

CSA NEXT-EMERSON (4 settembre)

Memoria resistente, racconti partigiani

dalle 19.00

- intervento: la liberazione di Firenze Nord

- racconto: "Ribelli - la resistenza, l'eccidio e la liberazione di Prato" con Lorenzo Tempestini

- intervento: microstorie di partigiani stranieri nella lotta di liberazione

- letture: lo sciopero delle sigaraie della Manifattura tabacchi del 4 marzo 1944 con Gruppo teatrale la gramigna rossa

>> storie cantate con "I suonatori della leggera"

h 20.30 cena benefit

+ info csaexemerson.org

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CANTIERE SOCIALE CAMILO CIENFUEGOS (5 settembre)

La resistenza non ha nazione

ore 18.00 Presentazione del libro "Il Sionismo è Nazismo" a cura del Comitato Fosco Dinucci

ore 20.00 Grigliata palestinese a cura della brigata di Chef Mohammed Abu Uday da Nuseirat (Gaza)

A seguire Hip-Hop night jam

Live show case:

- Dj Mars (Firenze)

- Hola&Edo (Firenze)

- Mc Nill (Bologna)

- Giovane Veltro (Prato)

- Lapazz (Montale)

- Micheal Perez (Firenze)

- Jova Mc (Firenze)

Hosted by: Tenore Fi ( Romanticismo Periferico)

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EX-MACELLI QUINTO BASSO (6 settembre)

Il filo rosso dell'antifascismo nella piana

ore 16.00 "I sentieri della memoria" Camminata urbana per ripercorrere i luoghi che hanno fatto la storia del quartiere

ore 19.00 "Riannodare il filo" Restituzioen del progetto micro-storie circolanti e interventi

ore 20.00 Cena a prezzi popolari

ore 21.00 "La Nuova Pippolese" in concerto. Canti della tradizione popolare e antifascista fiorentina

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IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR – BASTA POLIZIA!

IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR
BASTA POLIZIA!
Il tremendo omicidio consumato a freddo a Bologna dalle forze dell’ordine ai danni di una persona che chiedeva aiuto è qualcosa che riporta alla mente altri fatti, altre brutalità, altri omicidi, successi troppe volte anche da noi e quindi impossibili da ascrivere solo alla brutalità della polizia che agisce altrove, a Minneapolis come al Cairo, come ad Ashdod.
La violenza e la brutalità della polizia sono anche qui, le vittime e i morti ammazzati hanno nomi e cognomi.
E proprio a 25 anni da Genova, dalle torture di Bolzaneto, da Carlo Giuliani ammazzato in piazza, domenica 19 luglio a Bologna la polizia uccide un cittadino inerme che sta male. Lo fa con l’arroganza di sempre e con l’ulteriore impunità assicurata dallo scudo penale recentemente introdotto dal governo. Ma, soprattutto – quello che ancor più colpisce – lo fa mentre i sanitari del 118 presenti non intervengono, non soccorrono chi sta male e chiede aiuto.
L’azienda sanitaria bolognese ha avviato un’indagine per accertare le responsabilità del personale sanitario coinvolto, ma quella mancanza di soccorso non è solo responsabilità individuale.
In una realtà sanitaria devastante fatta di tagli, riduzione di servizi e di personale, la risposta alla gestione di una situazione spesso insostenibile è quella securitaria, tanto per cambiare. E così è normale che in un pronto soccorso si moltiplichino i poliziotti invece che i medici e gli infermieri, così come sui treni troviamo più polfer che ferrovieri. Per precise scelte governative e aziendali, i lavoratori vengono indotti a delegare alle forze dell’ordine la gestione di alcune procedure lavorative, assolte non secondo ciò che il contesto e la professionalità richiede, ma in modo autoritario, punitivo, violento, repressivo dalle forze dell’ordine: l’unico modo che conoscono.
È anche così che si può morire, per strada come in galera, ammazzati da quei tutori dell’ordine che vediamo spesso nelle scuole a mostrare il loro volto più accattivante per propagandare un mestiere basato solo sull’esercizio della violenza.
Solidarietà ai familiari e agli amici di Abderrahim Fakir.
Sosteniamo le iniziative di protesta contro la brutalità poliziesca, contro la repressione e la violenza, contro l’ossessione della sicurezza e le politiche securitarie del governo, contro l’arroganza omicida delle forze dell’ordine. Partecipiamo al presidio di martedì 21 ore 17.30 Piazza Grande
Federazione Anarchica Livornese

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CONTRO LO STATO CHE DA SEMPRE UCCIDE I PROLETARI, A NAPOLI IERI SI E’MANIFESTATO PER L’UCCISIONE DI UN NOSTRO FRATELLO: FAKIR.

CONTRO LO STATO CHE DA SEMPRE UCCIDE I PROLETARI, A NAPOLI IERI [21 Luglio 2026] SI E’MANIFESTATO PER L’UCCISIONE DI UN NOSTRO FRATELLO: FAKIR.
I partecipanti hanno gridato con rabbia per tutta la durata del corteo il nome di FAKIR , questo ennesimo proletario ucciso a Bologna dal potere dei padroni , per mano del suoi servi come sempre reazionari , fascisti e criminali , chiedendo che venga fatta giustizia e chiarezza; ma con la consapevolezza, di una buona parte dei partecipanti, che ciò può avvenire solo con la realizzazione della rivoluzione sociale che libererà veramente la stragrande maggioranza dell’umanità da questo sistema di morte , guerre , sfruttamento , fame nel mondo, (ogni 6 minuti muore un bambino per denutrizione),miseria e devastazione ambientale .Questo sistema, che si chiama CAPITALISMO, sta portando l’intero pianeta verso la distruzione.
Noi comunisti libertari del gruppo anarchico Francesco Mastrogiovanni eravamo presenti con le nostre bandiere e i nostri cuori per ribadire che insieme a chi lo vorrà CONTINUEREMO A LOTTARE PER UN MONDO FATTO DI UGUAGLIANZA , LIBERTA ,SOLIDARIETA E AMORE ; AFFINCHÉ IN NESSUNA PARTE DEL MONDO SUCCEDA CIO’ CHE E’ SUCCESSO A NOSTRO FRATELLO FAKIR.
PACE TRA GLI OPPRESSI E GUERRA AGLI OPPRESSORI.

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432 CVE per il Kernel Linux pubblicate in due giorni vi spaventano? È tutto normale!

Quello che sulla carta appare come un diluvio di problemi di sicurezza che riguardano il Kernel Linux è in realtà un normale momento di vita del progetto open-source più importante del mondo. Il momento torna però utile al manutentore del Kernel Linux stabile, Greg Kroah-Hartman, per ricordare a tutti che aggiornare i propri sistemi con frequenza non è un'opzione, ma dovrebbe essere un mantra.

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三根木块制做几何榫卯 #woodworking

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生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube 【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://bit.ly/2X8YIu3
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本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#手工艺#老木匠
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Perché il Paradiso non si apre ai credenti? | Filosofia sufi

Chi sei davvero, quando togli tutte le etichette con cui ti definisci? La filosofia del Sufismo propone una risposta sorprendente, capace di dialogare con Platone, Aristotele e la grande tradizione filosofica occidentale. Una lezione dedicata all’identità, all’ego e alla ricerca della verità. 🎬 Premiere24/07/2026 ore 14.00👉https://youtu.be/HrpXeiaCcjs Il Sufismo è spesso presentato come la corrente mistica […]

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In Cina e Asia –

In Cina e Asia – taiwan

I titoli di oggi:

Cina, esercitazioni nello Stretto di Taiwan e segnali contro la “sola unificazione pacifica”

Germania deporta 21enne uiguro in Cina, mentre Regno Unito arresta ex leader del Partito Democratico di Hong Kong

Il controllo della Cina sulla finanza marittima spinge l'Ue ad ammorbidire le sanzioni contro la Russia
Cina-Giappone, segnale di disgelo: a Manila breve scambio tra ministri degli Esteri
Mar cinese meridionale, terzo intervento della Cina contro le Filippine in una settimana
Canada entra nel programma militare UK-Italia-Giappone GCAP come osservatore
Coree, Seoul modifica la sua politica da “denuclerizzazione prima di tutto” a “pace prima di tutto”
India, accordo commerciale con Usa sotto pressione mentre i contadini marciano su Delhi

L'articolo In Cina e Asia – proviene da China Files.

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Ports Repository Frozen

The ports repository has been frozen to revert a very large commit. There is no concern that the tree has been compromised. More information about the freeze can be found on the 2026 Ports Freeze page.
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BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 7.23 - MAMMA HO PERSO LA TARGA

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#baddriversofitaly #dashcam #compilation
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MIL€X: l’aumento della spesa militare è strutturale. Si spende sempre di più. Il Parlamento lo sa? Vogliamo trasparenza e controllo democratico

Comunicato Stampa Il documento dell'Osservatorio MIL€X, in collaborazione con il Movimento Nonviolento Spese militari italiane: mezzo “trilione” pagato dal 2010 e quasi 500 miliardi in più da qui al 2035 Presentato alla Camera l’Annuario Mil€x 2026: le serie pluriennali dal 2010, gli scenari futuri e i dati a consuntivo dimostrano che l’aumento della spesa militare [...]

L'articolo MIL€X: l’aumento della spesa militare è strutturale. Si spende sempre di più. Il Parlamento lo sa? Vogliamo trasparenza e controllo democratico proviene da Movimento Nonviolento.

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 Crews Move Artemis IV Liquid Hydrogen Tank

Crews at NASA’s Michoud Assembly Facility in New Orleans transport the 130-foot-tall liquid hydrogen tank out of a production cell inside the main factory building into a detached test building on a separate portion of the 829-acre site.

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OpenAI, Hugging Face e il terrorismo psicologico di chi vende servizi e trasforma un test in Skynet

Durante un test sulla capacità di creazione di exploit effettivi a fronte di vulnerabilità, i modelli di OpenAI hanno "ragionato" che potevano ottenere le soluzioni già pronte proprio dal database di produzione di Hugging Face, organizzando un attacco per rubare le risposte. Ed ovunque si urla al miracolo, alla creazione dell'AI definitiva, talmente potente da non poter essere condivisa con tutti. Ma solo da quelli disposti a pagare il giusto.

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NASA Astronaut Chris Williams Closes Out Space Station Mission

5 Min Read

NASA Astronaut Chris Williams Closes Out Space Station Mission

After eight months aboard the International Space Station for his first mission, NASA astronaut Chris Williams is preparing to return to Earth. During his assignment, Williams contributed to research for new cancer treatments, advanced the production of materials to improve computers and electronics, ventured into the vacuum of space to complete two spacewalks, and much more. Williams’ work aboard the space station helped to improve life on Earth and prepare for future missions to the Moon and Mars.

Here are some of the research highlights from his mission:

Cancer-fighting constructs

NASA astronaut Chris Williams and ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot work together at the International Space Station's Life Sciences Glovebox. Sophie reaches into the illuminated glovebox while Chris floats beside her, smiling toward the camera. Blue cables, scientific equipment, and white station walls surround the workstation.
NASA

NASA astronaut Chris Williams and ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot work to process DNA-inspired materials that could advance new cancer treatments for people on Earth. In space, these rod-shaped materials form more evenly and consistently, which may improve their performance and readiness for treatments on Earth. While there have been major advancements in cancer therapies, many treatments can affect the whole body and cause side effects without fully treating solid tumors. This research aims to enable targeted cancer therapies that reach deep into tumors, stay in the body longer, and release medicine in a more controlled way.

Learn more about DNA Nano Therapeutics-3.

Superior semiconductors

NASA astronaut Chris Williams smiles while reaching into the Microgravity Science Glovebox. The inside of the rectangular workspace is illuminated by white light. There is a plastic bag floating inside the upper left side of the glovebox, and Chris holds a small black and silver object in his hands.
NASA

NASA astronaut Chris Williams conducts research to grow semiconductor crystals in space. In microgravity, researchers can grow more crystals of the desired size than can be produced on Earth. Previous research shows that space-grown crystals can offer increased performance to help advance technologies like high-performance computers, artificial intelligence, and medical devices. This research lays the groundwork for commercial semiconductor manufacturing in space and advances the semiconductor industry.

Learn more about In-Space Production of Semimetal-Semiconductor Composite Bulk Crystals in Microgravity (SUBSA-InSPA-SSCug).

Eyeing Earth

NASA astronaut Chris Williams gazes out of a trapezoid-shaped window at a glowing red aurora above the Earth. The curvature of the Earth is visible through a bright green curve. It is dark aboard the International Space Station in the photo, and the glow from the aurora softly illuminates Williams' face.
Roscosmos

NASA astronaut Chris Williams looks out of a cupola window at a red aurora glowing above the Earth. Since the 1960s, astronauts have photographed Earth from space to help scientists monitor the planet’s changing landscapes, natural disasters, and other features over time. Along the way, astronauts also have captured images of celestial objects such as comets, auroras, and the Milky Way.

Sub-zero medical samples

NASA astronaut Chris Williams inserts a cryogenic storage unit into the space station's science freezer. The wedge-shaped unit resembles a slice of pie, and Williams wears thick insulated gloves to protect his hands from the extremely cold temperatures. There are many blue cables beneath him.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works with a special freezer aboard the International Space Station that keeps research samples at ultra-cold temperatures until they can return to Earth. Throughout each mission, astronauts collect biological samples like blood and urine to help scientists understand how long-duration spaceflight affects the human body. Observing crew members during their space missions and studying these frozen samples back on Earth helps NASA protect astronaut health during future missions to the Moon, Mars, and beyond.

Learn more about the Minus Eighty-Degree Laboratory Freezer for the International Space Station (MELFI) and Human Research.

Capturing cargo

NASA astronauts Jack Hathaway (left) and Chris Williams (right) look through a circular window in the International Space Station's cupola as Northrop Grumman’s Cygnus XL spacecraft approaches. The spacecraft is a silver cylinder with two hexagonal solar arrays extending from either side of the top end of the cylinder. Behind the spacecraft, white clouds cover the Earth.
NASA

NASA astronauts Jack Hathaway and Chris Williams watch from the cupola windows as Northrop Grumman’s Cygnus XL cargo spacecraft approaches the International Space Station. The two played key roles in the capture of the spacecraft, which delivered approximately 11,000 pounds of supplies, including fresh food, life support equipment, and scientific research as part of NASA’s Northrop Grumman Commercial Resupply Services 24 mission. Cargo missions help keep the space station operating and provide astronauts with the supplies they need to live, work, and conduct research in orbit.

Blocking biofilms

NASA astronaut Chris Williams smiles at the camera as he reaches into the clear, sealed Life Sciences Glovebox and holds a transparent orange package. The illuminated workspace contains plastic bags, scientific equipment, and a pair of scissors.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works on an investigation that tests the use of ultraviolet light to help prevent the formation of microbial colonies, called biofilms. Biofilms can clog and contaminate water systems, damage equipment, and pose health risks to astronauts. This research aims to keep surfaces cleaner and safeguard systems during long-duration space missions. Using UV light for sanitation also could reduce the need for chemical disinfectants in space, decreasing the risk of chemical exposure and eliminating difficulties in transporting or storing supplies.

Learn more about Germicidal Ultraviolet Light Biofilm Inhibition (GULBI).

Strengthening solar power

NASA astronaut Chris Williams is seen smiling through his spacesuit helmet outside of the International Space Station. Williams is anchored next to several white structures and surrounded by space station equipment. Behind him there is a SpaceX Dragon spacecraft docked to the space station. Earth's blue curvature and scattered white clouds stretch across the background.
NASA

NASA astronaut Chris Williams ventured outside the International Space Station for two spacewalks during his mission. In June, he helped make repairs to Canadarm2, a robotic arm that captures cargo spacecraft and deploys external research. In March, Williams prepared the orbiting laboratory for new solar arrays to be added to the station in a future spacewalk. Once installed, the final set of International Space Station Roll Out Solar Arrays (IROSA) will complete the full suite of additional solar power, increasing the station’s power generation by about 30% and enhancing support for scientific research and daily operations. The same solar array technology also powered NASA’s Double Asteroid Redirection Test and could support future missions to the Moon and Mars.

Learn more about the space station’s IROSAs.

Microgravity medicine

NASA astronaut Chris Williams holds a small, rectangular hard drive as he works to swap computer components for a protein crystal growth investigation. A tablet is secured to one of his legs, while two plastic bags are attached to the other. Bundles of cables float next to him and a circular hatch is visible in the background.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works with hardware to support the development of new cancer and disease treatments by studying the growth of protein crystals for pharmaceuticals. In space, protein crystals form higher-quality structures than they do on Earth, allowing researchers to better understand how to target and treat disease. Here, Williams works with a project that aims to develop a new formula for a cancer treatment that could be taken orally. Growing protein crystals in space paves the way for more commercial companies to create new therapies that could improve patient outcomes on Earth.

Learn more about the Pharmaceutical In-space Laboratory (ADSEP-PIL-10).

Robotic refinement

A video shows NASA astronaut Chris Williams working on hardware inside a rectangular space. Facing away from the camera, Williams makes small adjustments to the experiment, which consists of two white robotic arms. There are many white cables on the inside of the compartment.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works with equipment that tests the performance of small robotic arms in space. Some experiments and operations require very precise movements, where tiny errors can significantly impact results. Understanding how microgravity affects delicate robotic operations helps researchers improve designs for future automated systems that can perform operations while astronauts focus on the most critical tasks.

Learn more about the Test facility for lab-aUtomation System in Kibo (TUSK).

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Jul 23, 2026

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NASA astronaut Chris Williams is set to return to Earth after an eight-month mission aboard the International Space Station. During his assignment, Williams ...
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NASA Astronaut Chris Williams Closes Out Space Station Mission

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NASA Astronaut Chris Williams Closes Out Space Station Mission

After eight months aboard the International Space Station for his first mission, NASA astronaut Chris Williams is preparing to return to Earth. During his assignment, Williams contributed to research for new cancer treatments, advanced the production of materials to improve computers and electronics, ventured into the vacuum of space to complete two spacewalks, and much more. Williams’ work aboard the space station helped to improve life on Earth and prepare for future missions to the Moon and Mars.

Here are some of the research highlights from his mission:

Cancer-fighting constructs

NASA astronaut Chris Williams and ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot work together at the International Space Station's Life Sciences Glovebox. Sophie reaches into the illuminated glovebox while Chris floats beside her, smiling toward the camera. Blue cables, scientific equipment, and white station walls surround the workstation.
NASA

NASA astronaut Chris Williams and ESA (European Space Agency) astronaut Sophie Adenot work to process DNA-inspired materials that could advance new cancer treatments for people on Earth. In space, these rod-shaped materials form more evenly and consistently, which may improve their performance and readiness for treatments on Earth. While there have been major advancements in cancer therapies, many treatments can affect the whole body and cause side effects without fully treating solid tumors. This research aims to enable targeted cancer therapies that reach deep into tumors, stay in the body longer, and release medicine in a more controlled way.

Learn more about DNA Nano Therapeutics-3.

Superior semiconductors

NASA astronaut Chris Williams smiles while reaching into the Microgravity Science Glovebox. The inside of the rectangular workspace is illuminated by white light. There is a plastic bag floating inside the upper left side of the glovebox, and Chris holds a small black and silver object in his hands.
NASA

NASA astronaut Chris Williams conducts research to grow semiconductor crystals in space. In microgravity, researchers can grow more crystals of the desired size than can be produced on Earth. Previous research shows that space-grown crystals can offer increased performance to help advance technologies like high-performance computers, artificial intelligence, and medical devices. This research lays the groundwork for commercial semiconductor manufacturing in space and advances the semiconductor industry.

Learn more about In-Space Production of Semimetal-Semiconductor Composite Bulk Crystals in Microgravity (SUBSA-InSPA-SSCug).

Eyeing Earth

NASA astronaut Chris Williams gazes out of a trapezoid-shaped window at a glowing red aurora above the Earth. The curvature of the Earth is visible through a bright green curve. It is dark aboard the International Space Station in the photo, and the glow from the aurora softly illuminates Williams' face.
Roscosmos

NASA astronaut Chris Williams looks out of a cupola window at a red aurora glowing above the Earth. Since the 1960s, astronauts have photographed Earth from space to help scientists monitor the planet’s changing landscapes, natural disasters, and other features over time. Along the way, astronauts also have captured images of celestial objects such as comets, auroras, and the Milky Way.

Sub-zero medical samples

NASA astronaut Chris Williams inserts a cryogenic storage unit into the space station's science freezer. The wedge-shaped unit resembles a slice of pie, and Williams wears thick insulated gloves to protect his hands from the extremely cold temperatures. There are many blue cables beneath him.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works with a special freezer aboard the International Space Station that keeps research samples at ultra-cold temperatures until they can return to Earth. Throughout each mission, astronauts collect biological samples like blood and urine to help scientists understand how long-duration spaceflight affects the human body. Observing crew members during their space missions and studying these frozen samples back on Earth helps NASA protect astronaut health during future missions to the Moon, Mars, and beyond.

Learn more about the Minus Eighty-Degree Laboratory Freezer for the International Space Station (MELFI) and Human Research.

Capturing cargo

NASA astronauts Jack Hathaway (left) and Chris Williams (right) look through a circular window in the International Space Station's cupola as Northrop Grumman’s Cygnus XL spacecraft approaches. The spacecraft is a silver cylinder with two hexagonal solar arrays extending from either side of the top end of the cylinder. Behind the spacecraft, white clouds cover the Earth.
NASA

NASA astronauts Jack Hathaway and Chris Williams watch from the cupola windows as Northrop Grumman’s Cygnus XL cargo spacecraft approaches the International Space Station. The two played key roles in the capture of the spacecraft, which delivered approximately 11,000 pounds of supplies, including fresh food, life support equipment, and scientific research as part of NASA’s Northrop Grumman Commercial Resupply Services 24 mission. Cargo missions help keep the space station operating and provide astronauts with the supplies they need to live, work, and conduct research in orbit.

Blocking biofilms

NASA astronaut Chris Williams smiles at the camera as he reaches into the clear, sealed Life Sciences Glovebox and holds a transparent orange package. The illuminated workspace contains plastic bags, scientific equipment, and a pair of scissors.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works on an investigation that tests the use of ultraviolet light to help prevent the formation of microbial colonies, called biofilms. Biofilms can clog and contaminate water systems, damage equipment, and pose health risks to astronauts. This research aims to keep surfaces cleaner and safeguard systems during long-duration space missions. Using UV light for sanitation also could reduce the need for chemical disinfectants in space, decreasing the risk of chemical exposure and eliminating difficulties in transporting or storing supplies.

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Strengthening solar power

NASA astronaut Chris Williams is seen smiling through his spacesuit helmet outside of the International Space Station. Williams is anchored next to several white structures and surrounded by space station equipment. Behind him there is a SpaceX Dragon spacecraft docked to the space station. Earth's blue curvature and scattered white clouds stretch across the background.
NASA

NASA astronaut Chris Williams ventured outside the International Space Station for two spacewalks during his mission. In June, he helped make repairs to Canadarm2, a robotic arm that captures cargo spacecraft and deploys external research. In March, Williams prepared the orbiting laboratory for new solar arrays to be added to the station in a future spacewalk. Once installed, the final set of International Space Station Roll Out Solar Arrays (IROSA) will complete the full suite of additional solar power, increasing the station’s power generation by about 30% and enhancing support for scientific research and daily operations. The same solar array technology also powered NASA’s Double Asteroid Redirection Test and could support future missions to the Moon and Mars.

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Microgravity medicine

NASA astronaut Chris Williams holds a small, rectangular hard drive as he works to swap computer components for a protein crystal growth investigation. A tablet is secured to one of his legs, while two plastic bags are attached to the other. Bundles of cables float next to him and a circular hatch is visible in the background.
NASA

NASA astronaut Chris Williams works with hardware to support the development of new cancer and disease treatments by studying the growth of protein crystals for pharmaceuticals. In space, protein crystals form higher-quality structures than they do on Earth, allowing researchers to better understand how to target and treat disease. Here, Williams works with a project that aims to develop a new formula for a cancer treatment that could be taken orally. Growing protein crystals in space paves the way for more commercial companies to create new therapies that could improve patient outcomes on Earth.

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Robotic refinement

A video shows NASA astronaut Chris Williams working on hardware inside a rectangular space. Facing away from the camera, Williams makes small adjustments to the experiment, which consists of two white robotic arms. There are many white cables on the inside of the compartment.
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NASA astronaut Chris Williams works with equipment that tests the performance of small robotic arms in space. Some experiments and operations require very precise movements, where tiny errors can significantly impact results. Understanding how microgravity affects delicate robotic operations helps researchers improve designs for future automated systems that can perform operations while astronauts focus on the most critical tasks.

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NASA astronaut Chris Williams is set to return to Earth after an eight-month mission aboard the International Space Station. During his assignment, Williams ...
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health @ Savannah: GNU Health en la facultad de Ciencias Sociales de la Universidad de Buenos Aires

Los próximos días 5, 6 y 7 de agosto tendrán lugar las XVII Jornadas Nacionales de Debate Interdisciplinario en Salud y Población “Investigar e intervenir en salud en tiempos de negacionismos y retrocesos”, organizadas por el Área de Salud y Población del Instituto de Investigaciones Gino Germani de la Facultad de Ciencias Sociales de la Universidad de Buenos Aires (UBA).

Luis Falcón (GNU Solidario) junto al Dr. Fernando Sassetti (UNER) presentarán en la sección "Desigualdades Sociales de la Salud", con el título "Software Libre como modelo de equidad, privacidad, soberanía tecnológica y sostenibilidad en salud. El caso de GNU Health".

Para la comunidad de GNU Health es un privilegio y un honor ser parte de este tan importante evento que lucha por la dignidad del individuo y de la comunidad, por un sistema sanitario público, de calidad y universal. Un sistema y un derecho hoy seriamente  comprometido y amenazado por las grandes corporaciones financieras y tecnológicas.

Haciendo alusión al título de las jornadas, la comunidad GNU y la filosofía del Software Libre representan el faro moral para Investigar e intervenir en salud en tiempos de negacionismos y retrocesos.

¡Nos vemos en Buenos Aires!

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OrvietoLug - Distribuzioni Linux Atomic (Immutable): cosa sono e perché stanno cambiando il modo di usare Linux

Scopri cosa sono le distribuzioni Linux Atomic o Immutable, come funzionano, quali vantaggi offrono e perché rappresentano il futuro di molte distribuzioni Linux.

L'articolo Distribuzioni Linux Atomic (Immutable): cosa sono e perché stanno cambiando il modo di usare Linux proviene da Orvieto Linux User Group | Promozione software libero a Orvieto.

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OrvietoLug - Come ridurre il consumo di risorse su Linux: monitoraggio, servizi e priorità dei processi

Guida pratica per ottimizzare il consumo di risorse su Linux:
monitoraggio, servizi di sistema e priorità dei processi con comandi
semplici e sicuri.

L'articolo Come ridurre il consumo di risorse su Linux: monitoraggio, servizi e priorità dei processi proviene da Orvieto Linux User Group | Promozione software libero a Orvieto.

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FLUG - Riunione operativa del 17/07/2026

Venerdì 17 luglio 2026 alle 21:00 si terrà una riunione operativa del FLUG nei pressi del locale all'aperto Ultravox, situato nel prato della Tinaia nel parco delle Cascine. La consumazione non è obbligatoria. Ordine del giorno: accordo con ElsaGLUG per riunioni per il prossimo Linux Day; verifica dei contatti da (ri)prendere per gli interventi previsti … Continua la lettura d...
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OrvietoLug - Systemd troubleshooting: come diagnosticare un servizio che non parte con systemctl e journalctl

Una guida pratica per capire perché un servizio systemd
fallisce, leggere i log corretti e riportarlo online con systemctl,
journalctl e systemd-analyze.

L'articolo Systemd troubleshooting: come diagnosticare un servizio che non parte con systemctl e journalctl proviene da Orvieto Linux User Group | Promozione software libero a Orvieto.

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FediLUG Italia - Nuova vita per un vecchio PC: le 5 distro Linux più leggere

Hai un PC fermo in un angolo troppo lento per Windows 11 ma ancora perfettamente sano? Prima di buttarlo fermati un attimo: probabilmente non serve un computer nuovo, serve solo un sistema operativo che lo tratti con più leggerezza.

Le distribuzioni Linux leggere nascono esattamente per questo, sfruttare al

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FLUG - ICFP Contest 2026

La rete di collettivi Studenti di Sinistra e in particolare il LILiK ci segnalano l'iniziativa ICFP Contest, che si svolgerà dal 24 al 27 luglio 2026 presso il Dipartimento di Matematica "Ulisse Dini" dell'Università di Firenze. Segue il comunicato ufficiale. Dal 24 al 27 luglio 2026, il Dipartimento di Matematica "Ulisse Dini" dell'Università di Firenze … Continua la lettura ...
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FLUG - Chiusura lista flug-tech

In seguito alla proposta inviata a marzo 2026 a entrambe le liste (flug e flug-tech), la lista flug-tech è stata chiusa con l'unanimità dei partecipanti alla decisione. Con l'occasione è stata rinominata la dicitura della lista principale da La lista di discussione del Firenze Linux User Group a Firenze Linux User Group. Motivi La lista … Continua la lettura di Chiusura lista ...
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Luccalug - Serata a tema: Parallel Computing su GPU

Sabato 27 giugno, a partire dalle 16:30 in poi, vi aspettiamo per una serata a tema dedicata al parallel computing, presentata dal nostro membro Massimiliano Ghilardi.

Scopriamo insieme come sfruttare il parallelismo delle GPU per migliorare le prestazioni del nostro software. Com’è fatto l’hardware e il software alla base dell’intelligenza artificiale?

Programma d...
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FLUG - Riunione posthackmeeting del 22/06/2026

Dopo l'hackmeeting abbiamo deciso di ritrovarci per fare il punto della manifestazione e dei contatti che abbiamo preso. Ci vedremo lunedì 22 giugno 2026 alle 21:00 nei pressi dell'locale all'aperto Ultravox, situato nel prato della Tinaia nel parco delle Cascine. La consumazione non è obbligatoria. Resoconto Rimaneggiamento del messaggio di Leandro in lista. Proseguono i … Continu...
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PLUG - Cena Sociale PLUG 2026

Quest’anno, 2026, il Prato Linux User Group ha compiuto un’intera rotazione attorno al sole come associazione* dopo anni di assenza sul territorio. L’evento non poteva che essere celebrato con gli amici vecchi e nuovi che ci hanno aiutato a crescere.

Abbiamo dunque organizzato una cena sociale per il compleanno del PLUG inviando un invito a tutti i LUG della Toscana, al quale hanno...

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Luccalug - Come eravamo: una macchina del tempo per il sito del LuccaLUG

Il nuovo sito appena andato online ma ci siamo già affezionati a questa estetica un po’ anni ‘90, fatta di marquee che scorrono, font a pixel e contatore delle visite. Ma mentre lo costruivamo ci è venuta una curiosità: quanti siti ha avuto il LuccaLUG in tutti questi anni?

Tanti. Tantissimi. Uno per ogni moda del web che è passata di qui dal 2007 a oggi. Così abbiamo fa...

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Hamer: uno contro tutti!

Il grandissimo dottor Ryke Geerd Hamer (1935-2017) ha cercato più volte di praticare la Medicina Germanica in cliniche private.Quando si è esiliato in Norvegia, lo ha fatto con il desiderio di promuovere la propria medicina in un Paese presumibilmente più libero.Per questo motivo ha chiesto l'autorizzazione all'associazione medica, che gli è stata negata, mentre la ...continua a leggere "Hamer: uno contro tutti!"
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Pasolini: "Non sapremo mai cosa è successo questa notte"

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Poche ore dopo l'omicidio di Pasolini, il TG1 riporta integralmente un interrogatorio e chiude con una frase che suona quasi come un avvertimento: "Non sapremo mai cosa è successo questa notte"

Con l'avvocato Stefano Maccioni abbiamo parlato di come, sin dalle prime ore dopo il delitto, sia iniziata quella che gli americani chiamano character assassination: la demolizione dell'immagine pubblica di Pier Paolo Pasolini.

Guarda l'intervista completa sul canale YouTube DarkSide.
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OpenAI e Hugging Face: hack per errore, situazione assurda #cybersecurity #ai

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OpenAI ha accidentalmente compromesso Hugging Face durante i test di GPT 5.6 Sol. I modelli, accortisi di essere sottoposti a un benchmark, hanno bypassato la sandbox per accedere a Internet e poi hackerato Hugging Face per trovare i dataset del test. La storia rivela come gli attacchi e la difesa nel cybersecurity vengono ormai eseguiti con AI, e come il futuro degli attacchi zero day è già qui con i nuovi exploit zero hour.

0:00 L'incidente: OpenAI hackera Hugging Face
2:29 Perché i modelli hanno cercato di barare
4:35 Il bypass della sandbox e l'accesso a Internet
6:37 L'assurdo: i modelli AI si bloccano nell'analisi forense
8:48 Tre considerazioni importanti sulla storia
10:59 Il vero vincitore: GLM 5.2
13:14 Da zero day a zero hour: il presente è arrivato
15:20 La difesa deve trasformarsi in automazione

🔗 Link utili
https://huggingface.co/blog/security-incident-july-2026
https://openai.com/index/hugging-face-model-evaluation-security-incident/

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Pronto l’annuario MIL€X 2026 sulle spese militari italiane

Oggi, giovedì 23 luglio alle 16.00, verrà presentato a Montecitorio l'annuario MIL€X 2026 sulle spese militari italiane. Segui lo streaming in diretta tramite WebTV della Camera dei Deputati A breve, anche sul nostro sito, tutti i dati. E' possibile sostenere il lavoro dell'Osservatorio MIL€X con delle donazione: QUI L'operato dell'Osservatorio MIL€X è sostenuto dal Movimento [...]

L'articolo Pronto l’annuario MIL€X 2026 sulle spese militari italiane proviene da Movimento Nonviolento.

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一块木板凿制百变支架 #woodworking

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生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
Youtube 【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://bit.ly/2X8YIu3
Facebook【阿木爷爷 Grandpa Amu】https://www.facebook.com/GrandpaAmu188/
本频道制作的所有视频都符合平台的使用政策,没有任何违规行为。
#阿木爷爷GrandpaAmu#手工艺#老木匠
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IA e colonialismo dei dati

“Anche questa mi doveva capitare”, pensa,“di parlare a una macchina come se fosse un essere umano.”

      Dino Buzzati, Il grande ritratto

Informatiche del dominio

La comparsa dell’Intelligenza Artificiale (d’ora in poi IA) ha cambiato in maniera significativa gli scenari del possibile, e qualche volta dell’impossibile, invadendo i luoghi del digitale in una inarrestabile corsa verso un futuro che non sappiamo esattamente cosa prometta. 

Ormai parte imprescindibile del nostro immaginario collettivo, l’IA percorre senza sosta il dedalo di Internet che credevamo realtà virtuale pronta a soddisfare ogni nostro desiderio, mettendo saperi e conoscenza a disposizione di ciascuno in uno scambio totalmente orizzontale e democratico, e soprattutto perfettamente gratuito, all’insegna di una piena condivisione. Ma non è andata così, come era abbastanza prevedibile, nel momento in cui le piattaforme commerciali hanno preso possesso della Rete, trasformandola in un lucroso affare di proporzioni planetarie.

L’IA si distingue in due principali tipologie: generativa e discriminativa. Quest’ultima è incentrata su compiti di classificazione e previsione statistica mentre quella generativa è decisamente più complessa poiché prevede che si possano realizzare contenuti originali, quali testo, foto, musica, audio e video sulla base di modelli di apprendimento automatico addestrati a questo scopo. In risposta a precise richieste, i cosiddetti prompt, la macchina fornisce altrettanto precise risposte, o quanto più precise possibili, basandosi su set di dati di enormi dimensioni per comprendere, riassumere e produrre nuovi contenuti. Maggiore la quantità di dati a disposizione, maggiori le possibilità che l’elaborazione dell’IA sia efficace su ogni questione riguardante lo scibile umano. 

Spesso è stato detto che i dati sono il nuovo petrolio, carburante che alimenta questi oracoli al silicio virtuosi e dottissimi, riflesso sempre più abbagliante di ciò che sta al di là dello schermo. Eppure, i dati non sono presenti in natura, bisogna appropriarsene dopo averli strutturati e resi tali; impadronirsene ed elaborarli significa costruire “relazioni di dati” che assicurano la conversione quasi spontanea della vita quotidiana in una corrente continua di informazioni. Il risultato è ineluttabile: un nuovo ordine sociale fondato su un monitoraggio costante, che offre incalcolabili opportunità per la selezione e l’influenza comportamentale

Le “relazioni di dati”, tuttavia, sono sottoposte anche ad un rinnovato colonialismo, mettendo “a profitto” gli stessi esseri umani che ne facilitano la strutturazione interagendo con i loro dispositivi – computer, tablet, telefoni, smartwatch e via dicendo –, proprio come il colonialismo europeo si è appropriato, lungo un arco di alcuni secoli, di territori e risorse d’oltremare per ricavarne favolosi guadagni. 

Il “colonialismo dei dati”, neologismo coniato per indicare questo recente processo di espropriazione, combina pratiche predatorie tipiche del colonialismo storico, utilizzando metodi di quantificazione del calcolo per mezzo di algoritmi. Non si tratta più, come un tempo, di occupare nuove terre e sottomettere le popolazioni native per allargare i confini metropolitani e rendere più ricca la propria nazione; piuttosto, di invadere gli spazi virtuali di Internet, per farli diventare veri e propri siti di sfruttamento, geografie immateriali nelle quali esercitare un potere “digitale-territoriale”.

I dati sono, dunque, una forma di appropriazione fondamentale di risorse. In questo caso, però, non si tratta semplicemente di impossessarsi di materie prime allo stato naturale, come poteva accadere con l’argento delle miniere del Sud America, il cotone delle piantagioni schiaviste degli Stati Uniti o la gomma del Congo belga. É la vita, adesso, che deve essere configurata in modo da facilitare la produzione di queste ricchezze digitali; i dati sui comportamenti o sulle caratteristiche di un individuo si combinano con i dati relativi a quelli di altri individui collegati in Rete per dare origine a connessioni “informazionali” tra punti prestabiliti che le piattaforme digitali intendono governare. Principali protagoniste del “colonialismo dei dati” sono le grandi aziende, che oggi conosciamo con l’appellativo di Big Tech, coinvolte nell’incetta di atti sociali quotidiani, tramutati poi in dati quantificabili che vengono analizzati e conservati per creare profitti: Amazon, Google, Apple, Meta con Facebook, Instagram e Whatsapp, ma anche, in Cina, Baidu, Alibaba, Tencent.

Stiamo assistendo, in buona sostanza, ad una riorganizzazione della comunità umana tramite un’ampia trasformazione dei rapporti sociali. La recentissima tecnologia informatica, grazie all’insieme delle conoscenze, abilità e competenze che incarna – con particolare riferimento alle infrastrutture digitali innervate dalle IA algoritmiche – sta approntando giorno dopo giorno un nuovo tipo di società “tradotta” in un flusso di dati che sarà continuamente monitorato, catturato e ordinato per valore. 

Ora, rappresentando noi stessi quella società, ne consegue, irrimediabilmente, che ne sta andando della nostra esistenza personale e della nostra identità. Il nostro stesso “sé” risulta compromesso e veniamo indebitamente “espropriati” come collettività e come individualità nel medesimo momento. Il “colonialismo dei dati” tramuta la nostra vita in un costrutto sociale virtuale, ormai maturo per la mercificazione. 

I pregiudizi degli algoritmi

Riproposizione, in qualche misura, della vecchia colonial mind, l’IA generativa sembra perpetuare stereotipi che amplificano i preconcetti sul genere e sulle etnie, forse mettendo perfino in pericolo l’incolumità delle persone. 

Interessante e drammatica la testimonianza di Joy Buolamwini dalle pagine del Time nel 2019. Scienziata, attivista e fondatrice dell’Algorithmic Justice League, Buolamwini scrive: “Le macchine possono discriminare in modo dannoso. L’ho sperimentato in prima persona, quando ero una studentessa laureata al MIT nel 2015 e ho scoperto che alcuni software di analisi facciale non potevano rilevare il mio viso dalla pelle scura fino a quando non ho indossato una maschera bianca. Questi sistemi sono spesso addestrati su immagini di uomini prevalentemente dalla pelle chiara”.

Le IA vengono istruite a partire da insiemi di dati che riflettono i pregiudizi tipici della cultura occidentale ad ogni livello. Questo significa che l’IA propone modelli di interpretazione della realtà ingannevoli e fortemente orientati a privilegiare i bianchi e la loro cultura. Un aspetto, quest’ultimo, da non sottovalutare. Vengono   fabbricati veri e propri cliché improntati al più schietto razzismo: le donne asiatiche sono iper-sessualizzate; le africane e gli africani vengono per lo più rappresentati come primitivi, al contrario degli europei che appaiono solidamente evoluti; i leaders appartengono sempre al sesso maschile e i detenuti nella maggioranza dei casi sono persone di colore. Esempi eclatanti di colonizzazione algoritmica li ritroviamo in Sud Africa o in Indonesia, dove si sperimentano modelli di sorveglianza digitale utili all’industria globale del controllo per esportare quelle tecnologie altrove, vendendole in tutto il mondo.  

Il “colonialismo dei dati” nutre sé stesso divorando senza sosta informazioni con modalità che possono apparire scontate e quel che è peggio neutrali, allo scopo di promuovere, ci viene ripetuto ossessivamente, indiscutibili miglioramenti favoriti dall’uso di tecnologie che sembrano davvero miracolose e alla portata di tutti e non, invece, persistenti tentativi di coercizione dello sviluppo umano. 

Ma non è soltanto questione di Big data o di piattaforme concepite per impiegarne lo straordinario potenziale. La materialità dell’IA, un elemento che non dobbiamo trascurare e su cui vale la pena riflettere, ci racconta un’altra storia, fatta di corpi e terre rare: basti pensare soltanto al litio senza il quale non funzionerebbero le batterie dei nostri cellulari oppure al lavoro in condizione quasi servile di coloro che “ripuliscono” i pacchetti di dati per eliminarne i contenuti cruenti, pornografici o particolarmente sgradevoli, la cosiddetta “etichettatura”, facendo sì che l’IA non sia in grado di proporli in risposta a una delle tante domande che le vengono formulate sugli argomenti più disparati e l’utente finale non li riceva. Sottopagati e traumatizzati da ciò che vedono e sentono con conseguenze dirette sulla loro salute mentale, i data cleaners, principalmente del Sud globale (l’insieme dei Paesi in via di sviluppo collocati perlopiù nell’emisfero meridionale), conducono un’attività “fantasma”, occultata a sguardi indiscreti, di cui i consumatori occidentali non hanno nemmeno lontanamente conoscenza.

L’Impero dell’IA, se così possiamo definirlo, è ben più tangibile di quanto si possa credere mentre, per altro verso, siamo sedotti dallo spettacolo del digitale che ci promette scenografie maestose e pirotecniche: basterà, a questo proposito, citare gli archivi di informazioni depositati nei potenti server, unità fisiche di cui si evita il surriscaldamento con appositi circuiti di raffreddamento ad acqua, conservati in molte aree del pianeta con maggior concentrazione negli Stati Uniti, che vengono alimentate da semplice energia elettrica, al pari di ciò che accade per una qualsiasi lampadina.

Nel labirinto irrequieto di Internet, pieno di intense suggestioni ma al tempo stesso di molti anfratti oscuri, il Minotauro aspetta un Teseo che liberi i prigionieri dalle loro catene virtuali. Probabilmente noi tutte e noi tutti.

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Caldo estremo e rischio per i lavoratori. ASA e consociate tutti nella stessa barca

Come preannunciato USB non avendo avuto risposte in merito all' emergenza caldo un ASA il 31/7/2026 ha proclamato il primo sciopero per tutelare la salute dei lavoratori che si trovano a lavorare con indumenti non idonei a queste temperature, inoltre i carichi eccessivi aumentano il rischio a cui sono sottoposti. Ore di straordinario in continuo aumento: +2400 h rispetto ai primi dei mesi del 2025, reperibilità che vanno oltre i limiti contrattuali: +494gg di eccedenze sempre nei primi 6 mesi. In alcuni reparti viene chiesto di cambiare turni aggravando i carichi di lavoro della reperibilità. Conseguenze dovute in parte ad un' organizzazione da rivedere ma in larga parte alla mancanza di personale operativo. Purtroppo la situazione denunciata da USB in altre occasioni non è mai stata presa seriamente e adesso in piena emergenza caldo chi ne paga le conseguenze sono i lavoratori.
Stessa situazione nella consociata 100% di ASA, la ditta Giunti Carlo Alberto che con numeri esiguo di personale copre un servizio per ASA sovraccaricando i lavoratori con turni di reperibilità oltre i 14 giorni mensili  cadauno e ore di straordinario oltre i limiti dei d.lgs. sulla sicurezza. Lavori portati avanti anche con temperature che oltrepassano i 35 gradi senza un turno over sufficiente per la scarsità di personale.

Per questo il 31/7/2026 USB ha proclamato la prima giornata di sciopero dei lavoratori di  ASA e del Giunti Carlo Alberto con la speranza che si trovi una soluzione prima che sua troppo tardi per la salute dei lavoratori.

 

Unione Sindacale di Base - Livorno

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What's ARP Got to Do with It?

It's only ARP. It works. So how much can it really matter? The answer lies beyond ARP itself, in the IPv4 layer cake that grew around it over four decades. The IPv4 internet is not going away in bounded time, and nobody should pretend otherwise.
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In Cina e Asia – Vertice ASEAN, Rubio e Wang preparano l’incontro Xi-Trump

In Cina e Asia – Vertice ASEAN, Rubio e Wang preparano l’incontro Xi-Trump wang yi rubio asean

I titoli di oggi:

Vertice ASEAN, Rubio e Wang preparano l'incontro Xi-Trump
Cina, numero quattro del Pcc visita il Tibet
Taiwan “riconsidera” importazioni di gas dalla Papua Nuova Guinea dopo la chiusura del suo ufficio di rappresentanza
Gli Usa accusano Moonshot di aver utilizzato tecnologia vietata
Cina-UE, firmato nuovo accordo per collaborazione nella ricerca
Ue, multa record da 550 milioni ad AliExpress per prodotti illegali
Pronto nuovo accordo di sicurezza tra Stati Uniti e Isole Salomone

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