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Bomba contro Ranucci, indagato come mandante Valter Lavitola: giallo sul movente del faccendiere “amico” del giornalista

L’amico Valter Lavitola dietro l’attentato dinamitardo che ha fatto saltare in aria le sue due auto di fronte l’abitazione di famiglia a Campo Ascolano, la frazione del comune di Pomezia, alle porte di Roma. Per la Procura di Roma è il giornalista-editore, in passato molto vicino a Silvio Berlusconi e con due condanne passate in giudicato, oggi titolare di un ristorante di pesce non lontano da Trastevere, il mandante della bomba contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci. A Lavitola e ai suoi complici i magistrati della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Roma contestano il reato di tentata strage, detenzione, porto e impiego illegale di esplosivi, danneggiamento aggravato e minaccia aggravata, tutti contestati con l’aggravante del metodo mafioso. I carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e Frascati hanno perquisito l’abitazione dell’ex direttore L’Avanti! e hanno sequestrato telefoni e pc, che saranno analizzati.

“Sono sconvolto, siamo amici, adesso voglio capire. Per me Valter è un amico, dal 2019 ci sentivamo quasi tutti i giorni. Sono sconvolto, sconcertato, non so che cosa pensare, se non che mi affido alle indagini della Procura e dei Carabinieri. In questo momento non mi sento di rilasciare altre dichiarazioni”, sono le parole raccolte da Repubblica e Corriere della Sera da Ranucci dopo l’indagine a carico di Lavitola.

Dei rapporti tra Lavitola e Ranucci si era occupato il quotidiano Il Riformista, pubblicando la foto di una cena tra i due la sera del 21 maggio 2023 al ristorante “Cefalù” nel quartiere romano di Monteverde, di proprietà di Lavitola, insieme a monsignor Giovanni Fusco, collaboratore del cardinale segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, e ad altri commensali. All’epoca Ranucci accusò via sms Matteo Renzi, l’ex premier che a quei tempi era direttore del quotidiano, di averlo esposto a un rischio pubblicando la foto di quell’incontro essendo sotto scorta.

A Lavitola gli inquirenti sono arrivati dopo gli arresti della scorsa settimana del commando che ha materialmente piazzato l’ordigno esplosivo: analizzando telefoni, contatti e computer dei quattro, gli investigatori avrebbero ricostruito due ulteriori livelli dell’organizzazione, con gli arrestati che facevano riferimento ad un intermediario, un cittadino di origine camerunense che lavorava nel ristorante di Lavitola, a sua volta in contatto proprio con Lavitola.

Quel che non è ancora chiaro è il movente, cosa abbia spinto Lavitola ad assoldare il commando e collocare l’ordigno davanti la casa dell’”amico” Ranucci. Secondo Il Fatto Quotidiano, giornale molto vicino al giornalista, non risulterebbero inchieste in corso o servizi su Lavitola da parte di Report, con Ranucci che d’altra parte ha ammesso di essere amico dell’ex faccendiere condannato tra le altre cose a due anni e 8 mesi per tentata estorsione ai danni di Berlusconi nella vicenda che lo vede coinvolto insieme all’imprenditore Giampaolo Tarantini nel giro di escort per le famose “cene eleganti”.

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Ritrovata morta a 59 anni in casa, si indaga per omicidio: interrogato il figlio della vittima

Si propende per la pista dell’omicidio a Sanremo, dove una donna di circa 59 anni è stata trovata morta nella serata di ieri. Sul corpo della donna i segni delle violenze: in particolare sul collo e sui polsi. Potrebbe esser stata strangolata. Al vaglio degli inquirenti anche la posizione del figlio della vittima. Accertamenti in corso, in corso le indagini condotte dai Carabinieri coordinati dalla Procura di Imperia.

L’omicidio si sarebbe consumato in un’abitazione in via Hope. Il cadavere della donna è stato scoperto intorno alle 22:00, quando i Vigili del Fuoco sono intervenuti sul posto su richiesta del figlio ventenne della vittima. Aveva riferito di non riuscire più a entrare in casa, la porta dell’appartamento era chiusa dall’interno e i pompieri sono entrati passando da un balcone e aprendo dall’interno.

Il figlio avrebbe raccontato agli investigatori di essere uscito di casa intorno alle 19:15 per andare a mangiare una pizza. Fonti della Procura di Imperia hanno confermato all’AdnKronos che il figlio sarà interrogato in mattinata dal pm Enrico Cinnella Della Porta, che coordina le indagini affidate ai Carabinieri. Stando ai primi accertamenti medico-legali, la morte risalirebbe ad almeno tre ore prima del ritrovamento. Il padre si trovava fuori casa.

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Dalla rissa al Kalashnikov, la urban marginality di Napoli

L’episodio di Montesanto è stato raccontato, nelle prime ore, secondo uno schema ormai consolidato. Camorra, baby gang, stesa. Era quasi inevitabile, quando in una strada di Napoli compare un Kalashnikov il riflesso condizionato è quello di ricondurre tutto alla criminalità organizzata. Poi, con il passare delle ore, il quadro si è fatto più complesso. Le ricostruzioni parlano di una lite tra privati degenerata, di una vendetta personale. È il destino di molta cronaca: la prima narrazione è quasi sempre la più semplice, quella successiva è quasi sempre la più vera. Eppure il punto più interessante non è stabilire se dietro quell’episodio ci fosse o meno la camorra. Il punto è capire perché siamo costretti a scegliere tra due sole spiegazioni: o criminalità organizzata o gesto isolato.
È una falsa alternativa. Tra queste due narrazioni esiste un livello intermedio che raramente viene raccontato, ed è probabilmente quello più importante.

La sociologia urbana lo descrive attraverso il concetto di urban marginality. Non indica semplicemente quartieri poveri o periferie degradate, descrive piuttosto territori in cui la presenza dello Stato è discontinua, dove le istituzioni non riescono a esercitare con continuità la loro funzione di regolazione sociale e dove, di conseguenza, acquistano forza codici informali, relazioni personali, reputazione e rapporti di forza. In questi contesti la violenza non è necessariamente organizzata. Non è sempre pianificata. Ma non è nemmeno casuale. Diventa una risorsa disponibile.
Non perché interi quartieri siano assimilabili alla criminalità organizzata: diventa disponibile perché il conflitto quotidiano trova troppo spesso modalità di regolazione alternative a quelle offerte dalle istituzioni. È questo il livello intermedio che sfugge al dibattito pubblico. Il problema, allora, non è soltanto la presenza della criminalità, è la qualità della presenza dello Stato.
In molte aree di Napoli lo Stato non è assente in senso assoluto: fa arresti, indaga, interviene, ma troppo spesso è assente nella sua funzione più importante, quella ordinaria. Manca nella manutenzione dello spazio pubblico, nella continuità dei servizi, nella scuola, nelle politiche sociali, nella capacità di prevenire i conflitti prima che diventino materia di ordine pubblico. È una presenza intermittente. Compare nell’emergenza e scompare nella quotidianità.

È questa discontinuità a produrre quella condizione che la sociologia urbana definisce urban marginality: territori in cui il monopolio delle regole è incompleto e nei quali continuano a convivere norme ufficiali e codici informali. È qui che Napoli dovrebbe interrogarsi. Negli ultimi dieci anni la città ha conosciuto una trasformazione straordinaria. Il turismo è esploso. L’immagine internazionale è cambiata. Quartieri un tempo ignorati sono diventati mete globali. Napoli è tornata a essere desiderata. Ma una città non diventa davvero internazionale soltanto perché aumenta il numero dei visitatori. Lo diventa quando chi ci vive e chi la visita percepiscono la stessa cosa: che lo spazio pubblico appartiene alle regole comuni e non ai rapporti di forza. Il successo turistico rischia invece di convivere con una modernizzazione incompleta, nella quale il centro storico diventa una vetrina globale mentre persistono, spesso a pochi metri di distanza, forme di regolazione sociale che appartengono a un’altra idea di città. È questa la contraddizione che Montesanto porta alla luce. Racconta qualcosa di difficile da affrontare: una città che sta diventando globale molto più rapidamente di quanto riesca a diventare pienamente governata. Finché il conflitto continuerà a trovare soluzioni fuori dalle istituzioni, la modernità di Napoli resterà una fotografia splendida con una crepa che attraversa il paesaggio.

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Aurelio e Luigi De Laurentiis indagati per bancarotta, l’inchiesta sulla cessione del portiere Caprile tra Bari e Napoli

È ancora una volta il calciomercato a mettere nei guai il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis. L’imprenditore e il figlio Luigi sono indagati dalla Procura di Bari per bancarotta fraudolenta e false comunicazioni sociali in merito all’operazione che, nell’estate del 2023, portò al trasferimento del calciatore Elia Caprile dal Bari al Napoli. Stando alle accuse dei pubblici ministeri baresi l’operazione di cessione del portiere dal Bari al Napoli nel 2023, due società entrambe di proprietà della Filmauro spa, società della famiglia De Laurentiis, avrebbe provocato un ingiusto profitto nei confronti del Napoli.

Si tratta di una tesi nota ma difficilmente dimostrabile in sede giudiziaria. Secondo gli inquirenti nel giro di due anni il Napoli realizzò una plusvalenza di circa 7 milioni di euro: nel bilancio di esercizio del 2024 della Ssc Bari infatti non sarebbero evidenziati i criteri adottati per la determinazione del corrispettivo e la valutazione del potenziale valore futuro del calciatore, ceduto per 2,2 milioni di euro dalla società pugliese a quella campana. Il Napoli poi cedette Caprile al Cagliari per 8 milioni di euro: per la Procura quella plusvalenza sarebbe riconducibile a un percorso di valorizzazione sportiva che avrebbe potuto porre in essere il Bari.

Quanto all’ipotesi di bancarotta fraudolenta, per gli inquirenti il valore di 2,2 milioni di euro con cui Caprile fu ceduto dal Bari al Napoli non risponderebbe al valore effettivo dell’asset e, dunque, la mancata plusvalenza maturata dal Bari avrebbe causato un danno al patrimonio della società pugliese guida da Luigi De Laurentiis. L’inchiesta ha portato a perquisizioni nelle sedi delle due società da parte della finanza: i destinatari delle perquisizioni per questa vicenda (non indagati) sono i direttori sportivi del Bari,Ciro Polito e del Napoli Cristiano Giuntoli (fino al giugno 2023) e Mauro Meluso (da luglio 2023 a maggio 2024), oltre al procuratore sportivo di Caprile Graziano Battistini.

La Procura ha chiesto formalmente l’apertura della liquidazione giudiziale, una procedura che di fatto corrisponde alla richiesta di fallimento per la società biancorossa. L’inchiesta sul passaggio di Caprile dal Bari al Napoli si fonda infatti su una serie di approfondimenti della Guardia di Finanza sui bilanci del club pugliese, che secondo gli inquirenti si trova da tempo in una situazione di perdita sistemica con “rossi” accumulati tra il 2019 e il 2025 che avrebbero raggiunto la cifra di circa 30 milioni di euro. Un deficit accompagnato da un pesante indebitamento, a cui la proprietà non avrebbe contrapposto un piano concreto e solido per risanare i conti.

Per il patron del Napoli non è il primo problema con la giustizia legato alla compravendita di calciatori. Aurelio De Laurentiis nel novembre 2025 è stato rinviato a giudizio dal Gup di Roma per l’accusa di falso in bilancio in un procedimento che riguarda presunte plusvalenze fittizie legate agli acquisti dei calciatori Victor Osimhen (dal Lille nell’estate del 2020) e Kostas Manolas (dalla Roma nell’estate 2019).

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Chiude TiscaliNews: qualcuno racconterà

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Ecco perché escort e calciatori non sono indagati, l'inchiesta è sullo sfruttamento. Caccia ai conti degli arrestati e ragazze testimoni

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La Federazione delle Associazioni Italia-Israele contro la risoluzione del Consiglio comunale di Firenze: “Hamas è un gruppo terroristico, Nardella chiarisca”

Il presidente Bruno Gazzo contro il documento approvato dalla maggioranza: “C’è da domandarsi se le richiamate 'pace, giustizia e dignità dei popoli' enunciati nell’atto possano basarsi su presupposti che non hanno alcun rapporto con la realtà”

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Firenze, sembrava un incendio, si scopre che erano stati assassinati: un fermato per l’omicidio di una coppia di anziani

Clamorosa svolta nell'indagine sul fatto di Bagno a Ripoli dello scorso 5 dicembre. I coniugi ritrovati senza vita nella loro abitazione non sarebbero morti a causa del rogo, ma per una spietata aggressione. Ipotesi usura. Lei picchiata e poi forse strangolata

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