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La Comune di Parigi in scena

Cinque anni fa pubblicammo, in contemporanea con “Lundi matin” e nel 150° anniversario della Semaine sanglante con il titolo 2021. La Comune prende il volo la sezione conclusiva di un racconto utopico di Krill&Zon intitolato Il gran finale. L’antefatto del finale immagina che un gruppo assortito di sbandati, proletari e intellettuali che provengono da differenti percorsi si ritrovino in un singolare progetto commemorativo dell’anniversario di cui sopra. Siamo nella stagione del Covid e della Casa di carta quando  tutti fantasticavamo nelle ambasce del lockdown. I tre principali sottogruppi della banda si incontrano per casi a mangiare in un ristorante clandestino, aperto per pochi iniziati a fianco di un locale giapponese chiuso per Covid e rifornito di cibo da asporto da un ristorante vicino e reale (Le temps des Cérises, noto bistrot cooperativo a tema comunardo nel rione della Butte aux Cailles, luogo di uno dei pochi combattimenti vittoriosi durante la difesa di Parigi).

La cospirazione

Il progetto “Assalto al cielo” consiste nel dipingere la Colonna Vendôme, simbolo dei trionfi napoleonici, abbattuta dalla Commune antimilitarista su iniziativa di Courbet, rialzata dopo la restaurazione di Thiers, disancorarla dal suolo, armarla con otto razzi e scagliarla come un gigantesco missile contro la basilica del Sacré-Coeur – il bianco monumento espiatorio che corona Montmartre (da cui la Commune aveva preso le mosse con il rifiuto di restituire al governo i cannoni).

Un orrore architettonico ormai degradato a fondale turistico e un simbolo della repressione. Per realizzare il progetto, in cui la muralizzazione della Colonna serve per intraprendere un restauro mascherato da ponteggi e vele pubblicitarie che consentano invece lo smantellamento delle sovrastrutture figurative bronzee e l’aggancio con i razzi), occorrono numerosi passi e contatti, quindi un allargamento dei partecipanti all’iniziativa, che coinvolge nuovi imprevedibili interlocutori del mondo militare, economico e mafioso.

Soprattutto alla fantasia e competenza digitale della componente anarchica e post-fordista occorre unire la disciplina sindacale e la manualità dei vecchi métallos PCF stalinisti, riassunti nella persona del loro reclutatore Bertrand – cha addirittura è un critico dello spontaneismo della Commune che tanto esalta i suoi più giovani complici nell’impresa. Componente decisiva, ma anche l’unico che muore o meglio di cui si annuncia in coda il male che lo mina e che allegoricamente esprime l’estinzione  di un’intera e generosa sezione della classe operaia.

Fino alla spettacolare e festiva realizzazione del progetto, nel giorni del 150° anniversario della caduta della Commune (24 maggio 2021), in fortunata coincidenza con il raduno al Sacré-Coeur di tutta la corte macroniana, apparati dello stato, opposizione di facciata e ideologi di Sciences-Po (manca purtroppo, per ragioni cronologiche, l’esimio artefice della disfatta elettorale italiana del 2022).

All’inizio il massacro riparatore non era previsto, tutto si risolveva nella distruzione della Colonna e nella festa popolare, musiche, balli, cestini di vimini paracadutati, colmi di ciliegie (le cérises di Belleville furono da subito  l’emblema popolare della Commune). Il punto di svolta è inserito nella “favola” da un violento e ingiustificato episodio repressivo in cui un mezzo della polizia schiaccia decine di manifestanti pacifici, così da scatenare una vendetta che tiene insieme le fucilazioni del 1871 e le violenze macroniane contro i dimostranti e i beurs della banlieue.

Lo spettacolo

È proprio questa “gran finale” fantascientifico a ispirare la trasformazione, per opera di Nicola Grillenzoni, di questa “favola” in uno spettacolo popolare (volutamente “per bambini”) della durata di poco più di un’ora realizzato dallo stesso autore come One Man Show, con un prologo riassuntivo della storia della Commune (origini, manifesti programmatici e leggi, vicende militari e repressione versagliese), un breve riassunto degli antefatti  cospirativi e la messa in scena, con sollecitata partecipazione del pubblico, di alcuni passaggi della storia. La costruzione e demolizione delle barricate con blocchetti di plastica, la verniciatura della Colonna con pistole a spruzzo di colori lavabili, il lancio finale del razzo. I bambini si divertono un sacco a costruire barricate e spruzzare colori impasticciandosi, gli adulti riflettono sull’assalto al cielo e le miserie odierne. La miscela di soluzioni da teatro epico e improvvisazioni con coinvolgimento del pubblico funziona sul piano sia didattico che visuale e performativo. È agevolmente smontabile e rimontabile adattandolo ogni volta a realtà diverse, insomma è un buon utensile politico-narrativo.

Lo spettacolo ha girato in Francia, Svizzera, Lussemburgo, Belgio e varie sedi italiane, in un circuito di centri sociali, circoli di sinistra, sedi anarchiche, università e scuole, luoghi della Commune. Io l’ho visto nel giardino della Villetta di Garbatella a fine maggio. Le rappresentazioni riprenderanno a settembre.

Nel dopoguerra si cantava orgogliosamente «Non siamo più la Comune di Parigi», schiacciata nel sangue dai borghesi perché troppo poco organizzata, priva di un partito terzinternazionalista. Ahinoi, le cose non sono andate meglio, alla lunga, neppure con quelle integrazioni e oggi resta valido solo il primo verso: che non siamo più comunardi. Che uno spettacolo ci ricordi che invece potremmo ridiventarlo, allora non è affatto male.

Immagine di copertina di Efrem Efre via pexels

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Il potere della polizia e la qualità della democrazia. Intervista con Campesi e Caprioglio

Nella torrida estate del 2026, il ruolo della polizia è tornato prepotentemente al centro del dibattito pubblico. La drammatica morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine a Bologna ha riaperto interrogativi profondi sull’uso della forza da parte dello Stato, alimentando dolore, rabbia e richieste di verità e giustizia. Saranno le indagini ad accertare le eventuali responsabilità individuali e, se del caso, quelle penali. Sarà il conflitto politico e sociale a misurarsi con le responsabilità politiche. Rimane sullo sfondo una domanda più profonda: che cosa ci dice un caso come questo del modo in cui una democrazia organizza, disciplina e controlla il proprio monopolio della forza?

È una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. La cronaca, quasi inevitabilmente, spinge a discutere il singolo episodio: cosa è accaduto, chi ha sbagliato, quali responsabilità devono essere accertate. Più raramente ci si interroga sull’architettura istituzionale entro cui quei fatti prendono forma. Eppure è proprio lì che si gioca una parte decisiva della qualità democratica di un ordinamento. Come viene disciplinato l’uso della forza? Quali margini di discrezionalità sono riconosciuti agli operatori e alle operatrici? Chi controlla l’operato delle forze dell’ordine? Come sono configurati i meccanismi di responsabilità e di accountability?

È questo il terreno su cui si colloca Il potere coercitivo. Polizie, diritti e democrazia in Italia (Carocci, 2026), il volume di Giuseppe Campesi, professore ordinario di Filosofia e sociologia del diritto all’Università di Bari, e Carlo Caprioglio, assegnista di ricerca nello stesso ateneo, Il libro non è un’inchiesta sugli abusi di polizia, né un pamphlet contro le forze dell’ordine. È un’indagine sul posto che la polizia occupa all’interno dello Stato democratico, sulla sua architettura giuridica e istituzionale e sul delicato equilibrio tra sicurezza, diritti e democrazia. Gli autori ricostruiscono il modo in cui il potere di polizia viene organizzato, regolato, esercitato e sottoposto a controllo, mostrando come sia proprio questa architettura istituzionale a determinare la qualità democratica del rapporto tra polizia, cittadine e cittadini. È qui, prima ancora che nei singoli episodi, che si creano le condizioni per prevenire, limitare oppure rendere possibili gli abusi.

Uno dei principali meriti del volume è quello di rendere accessibili temi e prospettive spesso confinati nel dibattito specialistico. Attraverso un costante sforzo di chiarezza e sistematizzazione, gli autori costruiscono un libro capace di parlare non soltanto al mondo accademico, ma anche a chi, da prospettive molto diverse, si confronta quotidianamente con questi temi: avvocate e avvocati, operatori e operatrici del diritto, attiviste e attivisti, organizzazioni della società civile e, più in generale, chiunque voglia comprendere meglio un tema tanto urgente quanto complesso.

Il risultato è un contributo prezioso per sottrarre la discussione agli spazi angusti della cronaca e affrontare politicamente una questione che troppo spesso oscilla tra due posture opposte ma tendenzialmente speculari: la difesa incondizionata delle forze dell’ordine e l’indignazione confinata al singolo episodio.

Come mostra il libro, la polizia vive un paradosso strutturale: è l’istituzione chiamata a garantire i diritti fondamentali, ma è anche l’unica autorizzata a limitarli ricorrendo alla forza. Per questo il modo in cui una società organizza, disciplina, controlla e rende responsabile il proprio potere coercitivo dice molto della qualità della sua democrazia.

Ne abbiamo parlato con gli autori del libro.


Perché è importante interrogarsi sul modo in cui il potere di polizia viene organizzato, regolato e controllato? In che termini i recenti fatti di cronaca – l’ultimo dei quali a Bologna, con la tragica morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine – testimoniano quanto questa discussione sia indispensabile?

G.C.: La morte di Abderrahim Fakir evidenzia, a mio modo di vedere, due aspetti cruciali: il primo attiene alle condizioni strutturali di esercizio del potere di polizia che producono determinati esiti violenti; il secondo riguarda fattori di ordine intermedio, relativi alle forme di regolazione di tale potere.

Sotto il primo profilo, la tragica fine di Abderrahim Fakir evidenzia la tendenza strutturalmente espansiva delle prerogative di polizia, cui, in questo caso specifico, sono stati delegati compiti di gestione della sofferenza mentale che potrebbero e dovrebbero essere affidati ad altre agenzie pubbliche. Tale tendenza riflette un carattere originario del potere di polizia, cui storicamente è stato affidato un mandato generale di governo delle fasce sociali marginalizzate. Un mandato che soltanto con lo sviluppo del welfare state era stato in parte circoscritto.poli

La fase storica che viviamo è caratterizzata da un’evidente espansione delle prerogative e dei poteri di polizia, ma tale crescita è soprattutto il precipitato di un più profondo processo di recupero, da parte della polizia, delle sue più tradizionali funzioni di governo della popolazione e di mediazione violenta del conflitto sociale, che nei decenni centrali del XX secolo erano state erose. Intere fasce della popolazione hanno oggi nella polizia il primo, se non l’unico, punto di contatto istituzionale e, proprio per questo, le loro esigenze finiscono per essere inquadrate e interpretate attraverso le categorie del “pensiero” della polizia: pericolo, disordine, crimine.

Non soltanto la risposta istituzionale offerta dalla polizia in questi casi tende a essere strutturalmente criminalizzante e, come nel caso di Abderrahim Fakir, la sofferenza mentale viene trasformata in una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica, ma nell’interagire con soggetti che percepisce come “sua proprietà”, affidati al suo esclusivo mandato in quanto ritenuti ontologicamente minacciosi, la polizia tende ad avere meno remore, meno freni morali prima ancora che giuridici, nell’esercizio della coercizione.

Veniamo così al secondo profilo che intendevo sottolineare, quello relativo alla regolazione delle prerogative di polizia. Nel nostro Paese tutte le forme di regolazione del potere di polizia sono ampiamente inadeguate, e la nostra ricerca lo mostra chiaramente. È tuttavia lecito domandarsi quanto, in simili condizioni strutturali, anche una migliore formazione e l’introduzione di più adeguati standard operativi riuscirebbero a esplicare pienamente la propria efficacia regolativa, senza che venga neutralizzata gran parte dei freni morali all’esercizio della coercizione che essi dovrebbero instillare negli operatori.

In definitiva, la morte di Abderrahim Fakir ci ricorda che non è possibile tematizzare il rapporto tra polizia, democrazia e diritti prescindendo da un’analisi complessiva dell’architettura dei poteri di polizia e circoscrivendo la questione del loro controllo alla sola dimensione delle regole operative.

C.C.: Rispetto a quanto detto da Giuseppe, mi sento di aggiungere brevemente due questioni: una che ha a che fare con la regolazione dei poteri di polizia; l’altra, invece, con il ruolo che la polizia svolge e la comprensione sociale di esso. Rispetto al primo, il caso di Fakir è, tra le altre cose, il primo test rispetto all’impatto che le nuove norme introdotte dal governo a tutela della polizia hanno sull’accertamento dei fatti e delle responsabilità nei casi di uso della forza e di violenza poliziesca. Come sappiamo, infatti, in applicazione del c.d. scudo penale (definizione, a mio avviso, fuorviante, ma la uso qui per semplicità), i poliziotti intervenuti al Pilastro non sono stati iscritti nel registro degli indagati ma nel nuovo “modello” previsto per i casi in cui appaia evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una scriminante: nello specifico, con buona probabilità, l’adempimento di un dovere di ufficio (art. 51 c.p.). Se così fosse, sarà interessante vedere quale specifico dovere d’ufficio, visto che nessuna norma autorizza, né tantomeno impone, la contenzione fisica di un soggetto in stato di agitazione da parte della polizia. A ogni modo, questo è solo uno dei diversi profili che l’uccisione di Fakir chiama in causa, sollecitando con urgenza una riflessione critica sulla regolazione dei poteri delle polizie in Italia (una discussione cui stanno contribuendo in molti e molte, anche per via della coincidenza con il venticinquesimo anniversario del G8 di Genova).

In relazione al secondo aspetto, che si collega a quanto diceva Giuseppe sulla storica funzione di governo delle marginalità sociali della polizia, la drammatica vicenda del Pilastro pone un interrogativo all’apparenza semplice: perché chiamiamo la polizia? Detta altrimenti, si tratta di chiedersi se la polizia sia davvero l’attore istituzionale cui appellarsi quando in gioco c’è una mera richiesta di “rassicurazione” di fronte a una persona come Fakir, in stato di agitazione, oppure affetta da problemi di salute mentale, o ancora, sotto l’effetto di sostanze (non mi risulta sia questo il caso di Fakir), ma che, in ogni caso, non rappresenta una minaccia per nessuno. Come ho già scritto altrove, riprendendo le riflessioni dell’avvocata statunitense Derecka Purnell, la questione è che più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità e delle persone marginalizzate, più aumenta la probabilità che si verifichino casi come quello del Pilastro. La risposta alla domanda è dunque chiaramente negativa: la polizia non dovrebbe essere l’agenzia pubblica chiamata a intervenire in casi come questi. E attenzione, non si tratta di colpevolizzare chi al Pilastro ha chiamato la polizia: tanto più che dall’audio della telefonata, diffuso dai media, emerge con chiarezza come l’intenzione fosse di chiedere soccorso per Fakir, non un intervento coattivo volto a neutralizzare un soggetto “pericoloso”. Il punto però è che in quartieri e contesti sociali sempre più governati attraverso il dispositivo poliziesco, sistematicamente privati di servizi pubblici e in assenza di politiche pubbliche pensate insieme alle comunità, secondo il modello imposto dal c.d. decreto Caivano, la polizia finisce per diventare l’unica istituzione cui rivolgersi per affrontare problemi che richiederebbero invece competenze e strategie diverse, che nulla hanno a che vedere con le funzioni che, almeno formalmente, sono attribuite alle forze dell’ordine.

Qual è stata l’urgenza accademica e politica che vi ha spinto a immaginare e scrivere questo libro?

G.C.: Il libro rappresenta solo un primo tassello di una più ampia ricerca empirica sulla regolazione del potere di polizia, i cui risultati, al momento, sono stati pubblicati soltanto sotto forma di report di ricerca. Sinceramente, non avevamo in programma di scrivere un contributo autonomo di natura teorica sul rapporto tra polizia, democrazia e diritti in Italia. La ricerca che avevamo inizialmente immaginato era più circoscritta e di carattere esclusivamente empirico.

Tuttavia, nel corso del lavoro preparatorio alla fase empirica, ci siamo progressivamente resi conto della necessità di ricostruire con maggiore sistematicità le diverse dimensioni del rapporto tra potere di polizia, democrazia e diritti, anche per provare a sganciare il dibattito sull’accountability delle forze di polizia dalla sola questione della responsabilità penale dei singoli operatori, cui ci sembrava fosse confinato.

In quest’ottica, avvertivamo anche l’esigenza di rivitalizzare una tradizione di studi teorici sul potere di polizia che, in particolare nel campo delle scienze giuridiche, si era nel tempo parzialmente atrofizzata e frammentata nei rivoli degli specialismi propri delle diverse discipline, perdendo la capacità di cogliere le questioni nel loro insieme e di rivolgersi a un pubblico più ampio. Ci siamo assunti il rischio, accademicamente parlando, di affrontare il tema da un punto di vista dichiaratamente “non disciplinare”, quale quello della filosofia e della sociologia del diritto, nella speranza di avviare un dialogo aperto anche con studiosi appartenenti a discipline che, in passato, hanno offerto un contributo fondamentale all’elaborazione di una “dottrina” dei poteri di polizia.

Sotto questo profilo si colloca forse una delle principali, se non la principale, urgenza propriamente “accademica” che ci ha spinto a scrivere il libro: il nostro è anche un appello alla dottrina giuridica italiana, che ci sembrava avesse largamente abdicato al proprio compito di elaborazione teorica sul potere di polizia, lasciando questa materia ai “pratici” o all’elaborazione “interna” all’apparato di pubblica sicurezza.

L’accountability è uno dei concetti chiave del libro. Perché è qualcosa di diverso dalla semplice responsabilità? E perché ritenete che rappresenti uno dei punti più critici del sistema italiano di governo e controllo della polizia?

G.C.: In qualche modo, un primo accenno di risposta a questa domanda è già contenuto in alcune delle nostre risposte precedenti. Il concetto di accountability, com’è noto, non ha un equivalente esatto nella lingua italiana e tende spesso a essere ricondotto all’idea di responsabilizzazione del personale per le condotte illecite o scorrette. Sin dal principio, tuttavia, non siamo mai stati soddisfatti di questa accezione circoscritta del concetto. Le forme di controllo e di responsabilizzazione delle forze di polizia non possono essere comprese prescindendo dall’analisi dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia, dei modelli di governo della polizia, delle forme di regolazione dei poteri e delle prerogative a essa attribuiti, nonché del ruolo degli organismi giudiziari o indipendenti nel controllo e nel monitoraggio del loro esercizio. Naturalmente, non riteniamo che la responsabilità dei singoli operatori sia irrilevante: al tema dedichiamo, del resto, uno dei capitoli più lunghi del libro. Ridurre l’accountability a questa sola dimensione significa però, in qualche modo, accettare implicitamente la retorica delle “mele marce”.

C.C.: Sul punto, collegandomi alla risposta di Giuseppe, che condivido, mi sento qui di sottolineare una questione che approfondiamo ampiamente nel libro: l’affidamento in via prioritaria, e sostanzialmente esclusiva, al diritto penale del ruolo di strumento di responsabilizzazione della polizia porta con sé limiti strutturali che contribuiscono a svuotare di efficacia il complessivo sistema di accountability delle forze dell’ordine italiane. Tra i vari limiti del diritto penale che analizziamo nel libro, vorrei accennare a due che mi sembrano particolarmente importanti.

Il primo riguarda la natura personale e, quindi, individuale della responsabilità penale che, nel focalizzare l’attenzione sulla condotta dei singoli agenti, rende estremamente difficile l’accertamento del ruolo della c.d. catena gerarchica che, con scelte organizzative o addirittura decisioni operative (mi riferisco qui, in particolare, ai contesti di ordine pubblico), ha contribuito al verificarsi della lesione dei diritti di un soggetto terzo: sia esso un/a manifestante o il presunto autore/autrice di un reato. Non è un caso che questi aspetti emergano, invece, con chiarezza nelle varie sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’operato della polizia italiana, dove l’attenzione si sposta dalle responsabilità personali dei singoli agenti a quelle dello Stato nel prevenire e sanzionare le violazioni dei diritti fondamentali.

In secondo luogo, il diritto penale ha, per così dire, soglie di intervento relativamente elevate e richiede in molti casi che la vittima svolga un ruolo attivo nell’attivare il meccanismo repressivo. Questo fa sì che gli abusi di polizia più banali, routinari e quotidiani (lo schiaffo, l’insulto, un piccolo fermo di polizia prolungato, e così via), difficilmente emergano e siano sanzionati. Come scriviamo nelle conclusioni del libro, però, la violenza di polizia va compresa come un continuum che va dai “piccoli” abusi ai fatti più gravi, come quello del Pilastro. È necessario quindi spezzare questo continuum per prevenire eventi drammatici come la morte di Fakir e il diritto penale non sembra essere lo strumento più adatto a farlo.

Pur affrontando temi giuridici e istituzionali complessi, il libro è scritto con uno sforzo costante di chiarezza. Quale utilizzo immaginate possa avere dentro e fuori dall’università, tra operatori e operatrici del diritto, movimenti, istituzioni e società civile?

G.C.: Onestamente, è difficile immaginare quale utilizzo gli altri possano fare di questo libro. L’auspicio è di essere riusciti a scrivere un testo che, senza indebite semplificazioni, riesca a rivolgersi a un pubblico più ampio di quello costituito dagli specialisti delle scienze giuridiche o dagli esperti del tema.

Ciascuno dei capitoli identifica uno o più nodi problematici relativi al modo in cui, nel nostro Paese, si articola l’equilibrio tra poteri di polizia, controllo democratico e tutela dei diritti. Per questa ragione, ci sembra che il libro tocchi alcuni dei punti nevralgici dell’architettura istituzionale di uno Stato democratico di diritto. Il controllo politico sull’operato delle forze dell’ordine, i limiti costituzionali dei poteri di polizia, il controllo indipendente sul loro esercizio e sull’azione dei singoli operatori sono questioni che dovrebbero essere sottratte alla sola discussione specialistica e riportate al centro del dibattito pubblico.

C: Concordo sul fatto che il libro, come ogni libro, una volta pubblicato, sia destinato a seguire un percorso che, in larga parte, prescinde dalla volontà e dalle aspettative degli autori. Mi farebbe piacere, tuttavia, se il nostro lavoro contribuisse ad alimentare un dibattito, anche al di fuori dell’accademia, sui poteri e sul ruolo delle forze di polizia in Italia. Ho l’impressione che negli spazi e nei contesti “sociali” la discussione su questi temi sia spesso polarizzata tra posizioni, da un lato, per così dire, “radicali”, abolizioniste o anti-autoritarie, in cui non trova alcuno spazio il tema di come riformare la polizia; dall’altro, riformiste “deboli”, incentrate, per esempio, sui codici identificativi o sul miglioramento della formazione degli agenti. La ricostruzione proposta nel libro, invece, mette in luce criticità strutturali del sistema di regolazione delle forze di polizia in Italia di cui si discute ancora troppo poco, nonostante siano concausa di quegli abusi e di quelle violenze che troppo spesso siamo costrettə a denunciare. In questo senso, penso che il libro possa contribuire a un dibattito in cui, senza rinunciare a posture radicali, si prenda sul serio la necessità di riforme capaci di limitare i poteri della polizia, rafforzare i meccanismi di controllo e prevenire, per quanto possibile, il ripetersi di casi come l’uccisione di Fakir al Pilastro. In quest’ottica, credo sia possibile insistere sull’urgenza di alcune riforme, tecnicamente praticabili, senza pensarle come alternative a un progetto di trasformazione radicale, bensì come passaggi all’interno di un più ampio processo di cambiamento politico e culturale, coerente con una prospettiva abolizionista o quantomeno “riduzionista”.

In Italia il dibattito sulla polizia oscilla spesso tra difesa corporativa e indignazione – inevitabile, ma talvolta insufficiente – suscitata dal singolo caso di cronaca. Perché è così difficile costruire una discussione pubblica più strutturale? Cosa manca oggi al dibattito italiano?

G.C.: Sui limiti del dibattito specialistico, e sul modo in cui essi hanno in parte inciso sulla qualità della discussione pubblica, mi sono già soffermato. Anche i riferimenti a istanze di natura abolizionista, che iniziano ad affacciarsi nel dibattito non soltanto specialistico italiano, mi sembrano talvolta formulati in maniera generica, per non dire puramente retorica.

Sono personalmente convinto che le posizioni abolizioniste invitino a un salutare esercizio di decostruzione del potere di polizia, a condizione, però, che non si risolvano in una rappresentazione semplificata dell’architettura istituzionale e delle funzioni della polizia in una democrazia avanzata.

Per esempio, anziché richiamare un generico abolizionismo, nel libro sosteniamo la necessità specifica di abolire tutti i poteri preventivi, che costituiscono il principale veicolo di espansione dei poteri di polizia nell’Italia contemporanea; di eliminare la scriminante speciale relativa all’uso della forza, retaggio di una concezione autoritaria dei rapporti tra potere di polizia e libertà individuali; e, ancora, di sopprimere qualsiasi regime speciale di procedibilità per i reati commessi dalle forze dell’ordine.

Non è possibile comprendere la natura del potere di polizia in Italia senza cogliere l’enorme margine di agibilità giuridica che questa architettura istituzionale lascia all’esercizio della coercizione.

C.C.: Rispetto al tema dell’abolizionismo, sono sostanzialmente d’accordo con Giuseppe, per le ragioni che accennavo nella risposta precedente. Al di là di quale sia il punto politico di caduta – se l’abolizione della polizia o una riduzione radicale del suo ruolo nella società –, come ci insegna l’abolizionismo statunitense, si tratta in ogni caso dell’esito di un percorso che chiama in causa ambiti, fattori e processi diversi, non solo istituzionali, ma anche culturali e sociali. In questa prospettiva, le riforme che abbiamo individuato nel libro sono, a mio avviso, coerenti con questo tipo di posture critiche radicali.

Detto questo, rispetto al perché sia così difficile oggi costruire una discussione pubblica più strutturale sulla polizia in Italia, penso che due fattori, tra gli altri, abbiano un peso rilevante. Il primo è lo storico atteggiamento deferente della sinistra italiana istituzionale verso la polizia, che oggi si traduce nell’incapacità dei partiti di centrosinistra di prendere posizione sulle questioni fondamentali che riguardano il funzionamento delle forze dell’ordine. Il secondo, invece, è lo scarso spazio che trovano nel dibattito pubblico italiano, soprattutto rispetto ad altri contesti nazionali, le comunità e le soggettività razzializzate che sono esposte in misura sproporzionata agli abusi di polizia. In altri Paesi, infatti, il dibattito critico sulla polizia, dentro e fuori le università, è storicamente animato proprio da persone nere, afrodiscendenti, ispaniche o comunque da movimenti e organizzazioni che nascono all’interno di comunità appunto razzializzate e marginalizzate. Mi sembra che, anche a causa della limitata mobilità sociale che caratterizza la società italiana contemporanea, questo accada ancora troppo poco. Quantomeno su questo secondo fattore, però, sia l’accademia che i movimenti sociali possono fare di più nel dare spazio, includere e amplificare il punto di vista e le riflessioni che vengono dalle soggettività che fanno esperienza quotidiana del modo di operare della polizia italiana.

Se doveste indicare tre priorità per una riforma democratica della polizia in Italia, da dove partireste? Quali sono, oggi, gli interventi più urgenti e realisticamente perseguibili?

C.C.: Riallacciandomi a quanto detto da Giuseppe nella sua risposta precedente, un’agenda di riforma democratica della polizia italiana non può che partire dall’abrogazione delle norme introdotte in materia negli ultimi anni attraverso la sequela di decreti sicurezza adottati dal Governo, tra cui spiccano l’espansione dei già ampi poteri preventivi attribuiti alla polizia (con l’introduzione del fermo preventivo) e il già richiamato “scudo penale”. Dopodiché, si pone il tema delle scriminanti: una riforma che riconduca l’uso legittimo delle armi (art. 53 c.p.) dentro i confini della legittima difesa – attuale, non quella senza limiti che vorrebbe il Governo –, e che quindi nei fatti abroghi questa scriminante speciale pensata appositamente per la polizia, appare quanto mai necessaria per riportare il ricorso alla coercizione all’interno di un perimetro di legalità costituzionale.

Un ulteriore profilo che riguarda l’istituzione di polizia, piuttosto che la regolazione dell’attività operativa degli agenti, è quello della trasparenza: in Italia molti dati sull’operato delle forze di polizia non sono disponibili al pubblico ed è addirittura probabile che non siano proprio raccolti e tantomeno sistematizzati né a livello locale né centrale. In materia di uso della forza, per esempio, non sappiamo quasi nulla su quante volte la polizia ricorra agli strumenti di coazione, né quali strumenti ricorra, in quali circostanze e con quali esiti. Questa mancanza di trasparenza si riflette evidentemente anche sul grado di accountability delle forze dell’ordine, e costituisce un ostacolo a qualsiasi tentativo di promuovere dall’esterno dei cambiamenti nell’organizzazione e nelle modalità operative delle polizie. Infine, una riforma di cui si parla da anni, ma che oggi sembra quanto mai distante, è l’istituzione di un organismo indipendente di tutela dei diritti umani che abbia una competenza sull’azione di polizia nel suo complesso. Un organismo che manca nel sistema italiano, nonostante sia invece presente, con diverse declinazioni, in quasi tutti gli ordinamenti democratici. Per avere un’idea del significato di tale assenza, basta pensare all’impatto che avrebbe sul controllo esterno sui luoghi di privazione della libertà personale l’eliminazione dell’attuale sistema dei garanti dei detenuti.

G.C.: Sono naturalmente d’accordo con Carlo nel ritenere che i poteri preventivi di polizia, la scriminante speciale relativa all’uso della forza e i regimi di procedibilità specifici per il personale appartenente alle forze di polizia rappresentino tre caratteristiche strutturali particolarmente problematiche dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia in Italia. Si tratta di elementi che si pongono in grave ed esplicita tensione con i principi costituzionali e che rivelano una matrice profondamente autoritaria, rispetto alla quale non è possibile intervenire se non attraverso la loro radicale abolizione.

Un altro tema che abbiamo cercato di porre nel libro è quello dei rischi di cattura politica delle forze di polizia. Si tratta di una questione sulla quale la storiografia e la letteratura sociologica – penso, in particolare, ai lavori di Di Giorgio e Palidda – si erano soffermate in passato e che noi cerchiamo di inquadrare dal punto di vista delle sue condizioni istituzionali di possibilità, evidenziando i principali nodi problematici dell’architettura di governo delle forze di polizia in Italia.

C’è, infine, un tema che mi sta particolarmente a cuore e che forse emerge in maniera meno esplicita nel libro, ma sul quale abbiamo raccolto una mole significativa di materiale empirico, cui speriamo di dare presto la visibilità che merita: quello dell’architettura gerarchica e militarizzata delle organizzazioni di polizia.

Occorre, in sostanza, chiedersi seriamente come possano organizzazioni strutturate attorno al potere pressoché assoluto dei superiori nei processi di valutazione e di controllo disciplinare interno rappresentare un presidio a tutela dei diritti fondamentali. Organizzazioni di questo tipo, oltre ad avvilire l’autonomia e la professionalità dei propri membri, li abituano alla vessazione quotidiana come principio di regolazione e criterio guida dell’azione, rafforzando un modello di obbedienza cieca e acritica che costituisce una delle principali condizioni organizzative per il riprodursi di una cultura professionale autoritaria, violenta e incline all’abuso di potere.

In definitiva, la polizia italiana si configura come un apparato dotato di poteri esorbitanti, fortemente esposto alle pressioni politiche e incapace, a causa dei rigidi vincoli gerarchici interni, di sviluppare anticorpi in grado di prevenire il riprodursi di condotte abusive. Di fronte a un quadro di questo tipo, il controllo esercitato dalla sola magistratura non rappresenta un contrappeso adeguato, se non è accompagnato da forme di controllo democratico e civile alle quali le forze politiche e istituzionali sembrano talvolta aver abdicato.

Immagine di copertina di Pedro18 via Pexels

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CREMONA: IN SOLIDARIETÀ ALLE ARRESTATX DEL 16 GIUGNO

Riceviamo e diffondiamo: Il giorno primo luglio abbiamo manomesso una cabina elettrica. La fortuna ha voluto che una parte del centro di Cremona sia andata al buio. Niente luce in strada. Senza volto, si è diffuso un blackout durato qualche ora. L’energia è legata alla guerra, la guerra alla repressione e repressione vuol dire carcere. … Leggi tutto "CREMONA: IN SOLIDARIETÀ ALLE ARRESTATX DEL 16 GIUGNO"
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LE PAROLE SONO PIETRE, LE PIETRE SONO PAROLE

Riceviamo e diffondiamo: Dopo il riesame negativo di Pietro, compagno anarchico arrestato nell’operazione del 16 giugno Mentre scorrono ancora sugli schermi di tutta Italia le immagini dell’omicidio per mano di due poliziotti di Abderrahim Fakir al Pilastro; mentre gli sbirri assassini che hanno ammazzato Fakir godranno dello “scudo penale” introdotto da questo governo per le … Leggi tutto "LE PAROLE SONO PIETRE, LE PIETRE SONO PAROLE"
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ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME HA CONFERMATO IL CARCERE PER PIETRO

Diffondiamo: Il Tribunale del Riesame, chiamato il 23 luglio ad esprimersi sulla misura della detenzione, ha confermato le misure cautelari in carcere per Pietro, arrestato nell’ambito dell’operazione antianarchica del 16 giugno scorso. Non abbiamo parole. Mentre tuttx le altre persone arrestate sono state già scarcerate dal riesame di Roma, quello di Bologna (competente per territorio) ha … Leggi tutto "ARRESTI DEL 16 GIUGNO. IL RIESAME HA CONFERMATO IL CARCERE PER PIETRO"
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BRESCIA: PRESIDIO AL CARCERE [25 LUGLIO]

Diffondiamo: Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti. Presidio al carcere di Brescia, sabato 25 luglio sabato 25 luglio , Giornata di chiusura estiva del circolo anarchico Bonometti ORE 11- Presidio al carcere di Brescia ORE 13- Paninata benefit al circolo ORE 15- Musica e caciara Nelle scorse torride giornate, dentro le mura di … Leggi tutto "BRESCIA: PRESIDIO AL CARCERE [25 LUGLIO]"
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IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR, BASTA POLIZIA!

IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR, BASTA POLIZIA! Il tremendo omicidio consumato a freddo a Bologna dalle forze dell’ordine ai danni di una persona che chiedeva aiuto è qualcosa che riporta alla mente altri fatti, altre brutalità, altri omicidi, successi troppe volte anche da noi e quindi impossibili da ascrivere solo alla brutalità della polizia che […]
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IN PIAZZA PER FRANCO SERANTINI

7 MAGGIO 1972 – 7 MAGGIO 2026 A Cinquantaquattro anni dall’assassinio del compagno Franco Serantini “ANARCHICO VENTENNE COLPITO A MORTE DALLA POLIZIA MENTRE SI OPPONEVA AD UN COMIZIO FASCISTA” GIOVEDÌ 7 MAGGIO ORE 18 IN PIAZZA SERANTINI (S. Silvestro)
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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata)

Nella prima parte di questa disamina abbiamo affrontato due differenti approcci: quello che pretende che il potere garantisca la fruizione in sicurezza dell’adrenalina facile e quello colpevolizzante verso l’escursionista per scaricare su di lui le responsabilità di politica e marketing, cioè di chi l’ha invogliato a andare in montagna promettendo adrenalina facile e sicura.
In questo secondo pezzo vorremmo dar conto della visione Molotov, che è radicalmente opposta a entrambi agli approcci precedenti, perché li considera facce della stessa medaglia: l’estrattivismo turistico che va contestato in maniera radicale. La voce molotova promuove la conoscenza e il rispetto del territorio, la consapevolezza dei propri limiti e la responsabilità nell’assunzione del rischio. Per farlo, a seguito di una prima analisi, utilizzeremo un esempio assurto alle cronache quest’estate.

PARTE TERZA
– La versione Molotov –

Le vere lacune, quello che manca in toto nel dibattito, sono conoscenza e consapevolezza di quel che si sta andando a fare. È più che evidente. E infatti si commentano drammi senza capacità di analizzarli, additando.
Se ipotizzassimo una libertà di scelta consapevole e informata non sarebbe necessario garantire qualcuno, ma semplicemente assumere responsabilità senza pretesa di voler distribuire colpe. Come in ogni cosa della vita se ci si infila nei casini ci si arrangia, se non si è sicuri si evita.

Detto in pratica, secondo noi la responsabilizzazione avrebbe senso se servisse a smontare l’idea che tanto, dovesse andar male qualcosa, qualcuno dall’alto dei cieli aiuterà se non si è capaci, se non si è ragionevolmente al sicuro.
Semplicemente deve essere reso chiaro come dato ambientale che non ci si può fidare al 100% di nessun cavo, che non ci si può fidare di nessun sentiero, mappa, tacca, cartello, app, di niente e nessuno.
Ci si può fidare di quello che si sa valutare, si impara a farlo non fidandosi, e non si è comunque del tutto immuni dal rischio. Riassumendo va sviluppata competenza a saggiare il territorio, a calarcisi dentro e non a starci sopra: la mappa non è il territorio.

La consapevolezza di una scelta, in questo caso estrema: Hansjörg Auer in solitaria e slegato sulla Via attraverso il pesce alla Punta Rocca in Marmolada.

C’è caso e caso: c’è chi assume la propria responsabilità conscio di quel che affronta e c’è chi non ha il senso dello stare in montagna tenendo conto degli altri.
Tornare ‘slegati’ da un sentiero impervio e selvaggio, anche attrezzato, oppure scegliere di salire ‘slegati’ un itinerario alpinistico, osare quindi, è una cosa. E fa parte del gioco, pericoloso certo ma consapevole. Altra cosa è mettersi in mostra in una situazione turistica, non sapere cosa si rischia e si fa rischiare a chi è intorno.
Per un sacco di ragioni. La prima che ci viene in mente è che se il terreno è isolato o poco frequentato si rischierà in proprio. I pericoli oggettivi sono comunque dietro l’angolo, ma non più che in ogni cosa della vita.

Conoscere bene una zona e i propri limiti aiuta a saper valutare con sufficiente precisione e a ‘mettersi in sicurezza’. La stessa persona, con la stessa esperienza, saprà cambiare approccio di salita o discesa in relazione a un contesto diverso, da parco divertimenti. Ecco perché se si è su un tratto attrezzato zeppo di gente non è buona prassi passare slegati. Perché si fa rischiare, oltre a rischiare in proprio. L‘appiattimento di sfumatura che porta con sé l’iper-frequentazione non dà ragione di queste dinamiche spicce, figuriamoci di altre, ben più delicate.

OUTRO
– Un esempio –

Prendiamo un esempio di cronaca e una ferrata che risponde al criterio dello snaturamento storico in ottica turistica: la Bepi Zac alle cime di Costabella.
Una ferrata storica importante, in una regione a vocazione turistico-alpina talmente forte che va tenuta in piedi a qualsiasi costo. Ricordiamo qui che i grimaldelli che tengono in vita con accanimento questo come altri percorsi, sono l’inserimento delle infrastrutture della grande guerra tra i beni culturali protetti dal codice Urbani e la “sicurezza”.

L’invasività dei lavori di consolidamento e “messa in sicurezza” della Ferrata Bepi Zac alle creste di Costabella.

Il fatto è il seguente:
alcune famigliole portano i bambini slegati sulla ferrata Bepi Zac che percorre sfasciumi in quota e sale fino attorno ai 2700mslm. Le foto sono state scattate nel secondo tratto, in zona Costabella.
Di pericoli oggettivi ce ne sono, caduta massi ad esempio, ma non è nemmeno questo il punto, è proprio che ci sono passaggi esposti (come nella quasi totalità dei casi quando c’è un cavo) e portarsi un pargolo in braccio perché incapace a percorrerla (e forse spaventato) non pare il caso, tout court.
A cadere su un terreno del genere ci si può far male-male; se si cade con un bimbo in braccio ci si è comportati idioti.
Premesso questo, e che portare figli piccoli senza attrezzatura è promuovere l’incultura e non la cultura della fruizione della montagna, il dibattito a cui normalmente si assiste in questi casi è fuorviante, e suona più o meno sempre allo stesso modo: «criminali», oppure «se i tizi fossero dei super esperti della zona che avessero valutato quello che stavano facendo e non dei turisti sprovveduti?»

Per quanto ci riguarda restano vittime del marketing. Possono essere tra i più esperti dell’Universo, sono però in un ambiente altamente frequentato, in cui il pericolo oggettivo è in primis l’affollamento (le scariche di sassi che ne possono derivare, attese lunghe e estenuanti fissi a un cavo, cadute altrui…).
Altrettanto oggettivo è il fatto che un figlio piccolo non può essere esperto, che il genitore sta decidendo per lui (al punto che in alcuni scatti il genitore se lo carica in collo).
Se ti cade un etto di sasso sul braccio che fai?
È la visione indotta del marketing, in cui l’escursionista-consumatore viene preso in trappola, è la modalità di vendita della fruizione a proiettare l’immagine per cui basta spendere, comprare l’attrezzatura cara, per essere sicuri e al sicuro.
Aggiungiamo poi che se il terreno di gioco è quello alpinistico, in cui il potere d’acquisto applicato alla retorica e al terreno acrobatico, al linguaggio spesse volte ricalcato da quello bellico – militarista –, essere indotti nell’abbaglio del superuomo che fa tutto da solo è un passo brevissimo.
Comportamenti del genere su terreni a zero possibilità di sperimentazione, che obbligano a seguire un tracciato più pedissequamente che una via alpinistica o un sentiero, sono stupidi e non del tutto consapevoli.
È una protesi del gioco che l’imprenditoria e la politica stanno costruendo sulla pelle delle valli e delle cime.

In conclusione non caschiamo nel gioco: sono le scelte di indirizzo a generare i mostri cui la politica che le ha prodotte non vuole rispondere in maniera proficua.
La responsabilità è politica, la colpa è del modello economico che ha intenzione di sfruttare ancor di più la montagna in ogni modo, oltre qualunque limite di ragionevolezza.
In altre parole: se si precludono i corridoi faunistici agli orsi che si è ‘preteso’ di importare sul territorio anche per aumentare l’afflusso turistico, salvo poi lamentarsi del loro sovrannumero e proporre come unica soluzione l’abbattimento, si sta giocando con la pelle degli animali non umani.
Se si rendono instagrammabili i sentieri, con panchine giganti e ammiccamenti acchiappa click, perché si vuol far crescere il turismo in maniera esponenziale e incontrollata ma poi li si chiude quando qualcuno si fa male, si sta giocando con la pelle degli animali umani.
Se si trova normale spendere valanghe di soldi per alimentare i comprensori sciistici (o per realizzare skidome al chiuso in assenza di neve), per alimentare la speculazione edilizia, per realizzare Olimpiadi che lasceranno scheletri e macerie; se si pretende eliminare il rischio nelle attività ludiche criminalizzando per decreto o divieto ma si dà per assodata l’alta probabilità di farsi male in quell’obbligo alienante che è il mondo del lavoro si sta giocando con la pelle della società.

Così facendo le amministrazioni e governi dimostrano di prendere scelte politiche di indirizzo che non manifestano rispetto alcuno verso i luoghi, verso le differenti specie animali che abitano quei luoghi, nessun rispetto anche verso le persone che abitano la montagna o che vengono da fuori, invogliate ad andare a ‘fare il ponte tibetano’ con la stessa spensieratezza con cui andrebbero nell’ennesimo inutile nuovissimo iper mega centro commerciale.
In questi precisi ambiti queste scelte vanno censurate e attaccate.
Servono cultura e capacità interpretative, sensibilizzazione, non overdose di emozioni indotte, normate da chi al primo guaio provocato si lava le mani e risponde con l’unico strumento che padroneggia: la repressione.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione

INTRO
– inquadramento-

La storia dell’alpinismo, in genere, è una storia coloniale ed elitaria: il ricco, il nobile (“il” perché questa storia porta con sé anche un approccio maschilista) arriva ai monti inizialmente per ragioni cartografiche ed esplorative, in seguito per ragioni di conquista e blasone.
In questa narrazione l’abitante, ‘il montanaro’, è un esserino grezzo e impaurito, che non sa godere delle bellezze della montagna, che non fa passeggiate o arrampicate per “vivere le cime” – con tutto il fascino di verticalità, desolazione e pericolosità – ma che tutt’al più “serve” perché conosce i luoghi circostanti a quelli che abita e può indicarli, e perché da bravo spallone può farsi portatore di strumenti e vettovaglie*.

Il monte come luogo piacevole e d’incanto, salubre, unito alla massificazione turistica cominciata tra gli anni ’60 e ‘70, porta allo sviluppo di un nuovo terreno di gioco, anche se non particolarmente originale, basti pensare alle similitudini con l’impiego di corde fisse. Se prima la ferrata era turistica e poi fu utilizzata per scopi militari, ora finte élite di eroici bardati assaltano il percorso ‘di massa’, un combinato da logica turistica: colonizzazione dello spazio e appiattimento dell’immaginario.

Addentrarsi in questo ambiente è provare a sviscerare un tema tecnico e ispido, sul quale scegliamo di non intervenire, però qualche considerazione e riflessione generale crediamo vada fatta.

 

La successione di cenge attrezzate per mettere in sicurezza l’itinerario. Bocchette centrali di Brenta.

Ci sono varie tipologie di ferrata: talune, storiche, nascono con l’idea di mettere in sicurezza percorsi già frequentati, altre, specie quelle dolomitiche o di bassa quota non sono realizzate per portare in un dato luogo ma esplicitamente per cercare la difficoltà.
Fino ad una certa fase, forse, lo sviluppo di alcune ferrate assurde ha avuto a che fare con echi di arrampicata in artificiale, con diversi mezzi ma la medesima propensione a non porsi problema di manomissione del contesto.
Un esempio di itinerario con logiche di artificiale, scale come staffe: ferrata Castiglioni alla Cima d’Agola.

Possiamo distinguere grossomodo tre tipi di ferrate e conseguenti tipi di fruizione.

  1. Opera militare mantenuta o ristrutturata a scopo turistico. Quasi assente in alpi occidentali;
  2. attrezzatura fissa di un itinerario che semplifica una via alpinistica, rendendola accessibile a escursionisti ‘esperti’, e che di solito serve ad arrivare in cima o a traversare. È il caso della ferrata Bolver-Lugli a Cima Vezzana nelle Pale di San Martino o della Arosio al Corno di Grevo, nel gruppo dell’Adamello;
  3. ferrata estrema, acrobatica, mozzafiato-adrenalina, tipicamente fine a sé stessa, in ottica di lunapark, di solito ridondante di infrastruttura: scalette, ponti, ecc., più orientata a palestrati che ad alpinisti/escursionisti. Non infrequente in alpi occidentali anche francesi, la ferrata Du Diable risponde sicuramente al caso lunapark.

A sinistra la ferrata du Diable in tutta la sua insensatezza.
A destra la ferrata Arosio al Corno di Grevo, già via alpinistica di cresta. Per anni è stata accompagnata da polemiche, più volte ne sono stati sabotati i fittoni e un tempo erano visibili scritte come «no ferrata» e «CAI Cedegolo incivile».

Che ad esempio nei tardi anni ’30, in Dolomiti di Brenta, si sia pensato di attrezzare un percorso sfruttando le sequenze di cenge lì esistenti e ne siano così nate le Bocchette Centrali, può essere una cosa ragionevole.
Il problema tuttavia, più che l’attrezzatura dei percorsi in sé, è la fruizione che se ne fa, la turistificazione intensiva dovuta al boom e al conseguente aumento del potere d’acquisto del ceto medio.
Da qui nascono i ‘ferrata adventure park’ o percorsi come quello delle Aquile in Paganella e Intersport nel Donnerkogel. Tra questi ultimi e gli itinerari classici, storici, dovrebbe esserci una gran differenza.

Sopra la  ferrata delle Aquile in Paganella.
Sotto la ferrata Intersport al Donnerkogel.

PARTE PRIMA
– l’approccio sceriffo –

Ci pare che negli ultimi anni le modalità di fruizione abbiano appiattito le sfumature costruttive in virtù di un’unica fruizione possibile.

Così già da tempo (immagine del 2016): botta-risposta su un noto blog dedicato al tema.

Si vendono – si compra-vendono – ferrate. L’espansione tremenda della frequentazione alpina e del movimento dell’arrampicata sportiva, se da un lato testimoniano di una moda, dall’altro concorrono alla creazione e all’ingigantimento del problema. Notiamo che il modo di stare sulla ferrata, la terminologia di che ne racconta le difficoltà, gli entusiastici report fotografici che ne seguono, descrivono atteggiamenti assimilabili al tipo 3.

Ci si concentra sull’adrenalina e si riflette poco – o per nulla – di sicurezza o rispetto dell’ambiente col quale si interagisce. Non si dice mai ad esempio, ed è disonesto, che una caduta su ferrata è potenzialmente molto più pericolosa di una in arrampicata. Senza tutto un sistema di dissipazione in ordine, senza competenze specifiche (spesso risolte con ‘compra l’attrezzatura’), si possono generare fattori di caduta nettamente più alti che scalando, con sollecitazioni che, per come sono progettati, moschettoni e corde non possono reggere. E se resistessero, non lo farebbe il corpo umano. La strada che si sta percorrendo – stiamo ragionando per ipotesi – è quella del «vorrei ma non posso, però c‘è la ferrata». È così che questi percorsi si sono guadagnati e si stanno guadagnando una larga ‘fetta di mercato’.

Come per gli orsi e i lupi, come per il Natisone, buona parte delle criticità che stanno alla base  del discorso sono la turistificazione e lo sfruttamento, il rilassamento delle sinapsi preposte all’accortezza, in favore della deresponsabilizzazione collettiva: ci si diverte, si provano ‘brividi’, si racconta l’atto acrobatico con la go-pro. Nel frattempo si intasa, si erode, si sovra-alimenta la bulimia del profitto, e così ferrate che potevano tranquillamente rientrare nella categoria 1, quella di opera militare manutenuta come il Sentiero dei Fiori in Adamello, grazie al battage pubblicitario schizzano dritte nella 3: adrenalina.

Passerelle si materializzano al ritmo dei ponti tibetani, lavori degni di grandi opere, appalti con imprese e eccesso di infrastruttura. Nomi evocativi, da marketing, come nel caso dell’Epic trail.
L’epica dell’Odissea, de Il mucchio selvaggio, messe a disposizione per pochi spicci a chi passa le settimane sfruttato sul luogo di lavoro, con giubilo dei geometri che progettano siffatti percorsi.

Tram a Milano pubblicizzano il sentiero dei fiori.

Se questa è la logica, ci sentiamo di affermare che, indipendentemente da quel che si pensi della loro bontà, una volta che una ferrata esiste chi va in montagna tende a pensare che sia in ordine. Che sia sufficiente fissare il moschettone a un cavo che terrà, i cui chiodi non salteranno via come bottoni, e seguirlo camminando. Su questo aspetto risulta impossibile colpevolizzare l’escursionista, e infatti si gioca alla deresponsabilizzazione, al ‘ludico gestito dalla legge’. Soprattutto se gli escursionisti vengono attratti e invogliati a percorrere quella ferrata dagli opuscoli delle Pro Loco.

In alcune zone – Dolomiti su tutte – si esaspera il ruolo di parco giochi dei sentieri attrezzati, pensati esplicitamente per cercare la difficoltà e frequentati da individui accessoriati. In altre la dimensione tecnica conta molto meno, i percorsi sono stati conservati come retaggi militari o sono nati soprattutto per poter dire «li abbiamo anche qui», anche se non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai primi e salvo poche eccezioni hanno molto meno senso.
Se si costruiscono parchi giochi si promuove una certa idea per cui si paga il biglietto – leggi “compra l’attrezzatura giusta e cool per agganciarti alle pareti e il più è fatto” – ed è ragionevole che il consumatore pretenda che lo spettacolo fili liscio: che la messa in scena sia sicura e l’attrezzatura che userà sarà in buono stato, funzionante e certificata.

PARTE SECONDA
– l’approccio bimbominkia –

Nei cantieri sono di solito posti cartelli in cui si elencano i vari strumenti di protezione e si invita i lavoratori a usarli. Della pericolosità del lavoro in sé niente, non si sa, non si dice.
Aspetti diversi, certo, il cui trait d’union è che si può – si deve visto che si fa poco o nulla per evitarlo – morire di lavoro. Attraverso il marketing si raccontano domatori di montagne su ferrata salvo poi drammatizzare i sentieri per tenere alla larga rogne legali come capitato, ad esempio a San Felice in Circeo.

Ordinanza di chiusura sentieri del comune di San Felice in Circeo. Stando al sito del parco del Circeo, nel momento in cui scriviamo il sentiero 750 risulta ancora interdetto (clicca qui per leggere l’ordinanza completa).

Manovre per le quali non è difficile immaginare la funzione di anticamera per stabilire parcelle di soccorso, nella cornice di un attacco al tempo libero, alla preservazione della ‘carne-lavoro’.
Il tema delle garanzie e dei diritti – compreso quello alla sicurezza – vengono insomma innestati su aspetti della vita in cui non entrerebbero – o non dovrebbero entrare – per nulla, come gli ambienti naturali.
La frequentazione di ambienti ‘selvaggi’ con tale mentalità, avviene dando per scontato che ‘qualcuno’ si occupi di ‘far funzionare’ tutto, che sia un preciso diritto del fruitore, che se qualcosa non funziona ci deve per forza essere qualcuno che ne ha colpa.

In questo contesto a poco vale, è anzi fuorviante, l’idea lanciata dal CAI sulle pagine de Lo Scarpone di predisporre un non meglio descritto codice di ‘autoresponsabilità sui sentieri’. Proposta che suona stonata quanto la colpevolizzazione dell’atteggiamento individuale di fronte a altri due macro-temi: la crisi climatica e la gestione pandemica appena trascorsa.

A una lettura di superficie del dispositivo che dovrebbe responsabilizzare si potrebbe rispondere con qualcosa come: «Alla buon’ora. Bene.»
Tuttavia rileggendo l’articolo de Lo Scarpone le certezze vanno sgretolandosi.
Anzitutto si scrive solo di sentieri e escursionisti, e non si fa cenno a tutte quelle situazioni e manovre dove responsabilità ‘altre, dall’alto e collettive’ potrebbero esserci: come è attrezzata una via alpinistica, da quanto? Quanto sono manutenute una ferrata o una falesia (ecc.)? Ce lo chiediamo perché in fin dei conti una via di roccia, misto o ghiaccio – e a maggior ragione una ferrata – non sono altro che sentieri tecnicamente più difficili.
In secondo luogo leggiamo: «i volontari che si occupano della manutenzione della rete sentieristica non possono essere responsabili di chi s’incammina lungo i sentieri con troppa leggerezza».
Questa frase suona un po’ come uno scarico di responsabilità
post tragedia in Marmolada.
O post alluvione: non si muove un dito per piani di assesto idrogeologico, per uno studio approfondito e conseguente messa in sicurezza del territorio, in generale si continua ovunque nell’opera di cementificazione.
Si irride il rischio, si perseguono disboscamenti e depauperamenti dei territori, si realizzano grandi opere. Ma se succede qualcosa, se questo qualcosa si ripete con sempre maggior frequenza, tocca che si renda d’obbligo l’assicurazione, che l’individuo paghi.

Vecchio gioco applicato all’alpe: quando mai non si è sovraccaricato il singolo di comportamenti non corretti per la morale corrente?
Criminalizzare l’individuo è una mossa del cavallo tipica, utile a tutelare l’amministrazione pubblica di turno e il profitto dell’indotto.
Molti sentieri sono manutenuti dai comuni, enti, o associazioni da questi riconosciute. Con l’iper-turistificazione in atto nelle terre alte ci si auto-sgrava da quel che si produce: intasamento e scarsa conoscenza.
In rete e sui blog si leggono sempre più richieste del tenore: «la (tal ferrata) è percorribile d’inverno?», «è aperta anche se ha fatto molta neve? Fa freddo: se c’è ghiaccio ci si può andare?», come se un percorso fosse equiparabile o assimilabile a un impianto di risalita. Col relativo gestore a attivarne e regolarne la corrente, il flusso.

L’idea di indagare Comuni e centri meteo a seguito della tragedia in Marmolada era pessima, le ipotesi di reato sono state archiviate, pare però che il CAI voglia espungere dal discorso quell’ipotesi per sovraccaricare il singolo di un altrettanto presunto e assurdo comportamento scorretto.
Teniamo inoltre presente che a decidere non sarà uno specialista di monti, ma un giudice che non potrà applicare attenuanti, che anzi sarà messo in condizione di aggravare la posizione individuale sulla scorta di una valutazione di tipo morale.

Una proposta che non impedirà comunque chiusure arbitrarie di percorsi in nome del securitarismo, della ‘sterilizzazione del pericolo’. Un’idea che rafforzerà la caccia alle streghe, i discorsi allucinati sulle responsabilità del capo-gita o cordata, individuato come ‘il più capace’ e dunque responsabile in toto della salute di interi gruppi amicali e/o parentali. Il meccanismo piuttosto ricorrente, insomma, per cui si nasconde sotto al tappeto la responsabilità collettiva e si individua un capro espiatorio. E dal momento in cui tutto è acquistabile, non è difficile immaginare qualcosa di simile a vecchie proposte come il patentino di montagna o l’obbligo assicurativo per le calamità naturali o per sciare in pista. «Per sgravarsi dalla responsabilità su sentiero va pagata la guida», che è un po’ quello che già succede con l’obbligo di Artva, pala e sonda: «non conta dove vai o cosa fai, ma cosa possiedi. Compra l’attrezzatura, anche quella inutile o che non sai usare, e godrai di un trattamento ‘riservato’».
Il fatto che nell’articolo si dica che molti dei lavori di manutenzione sono fatti da volontari fa puzzare la situazione, perché se dall’altra parte c’è il dito puntato sulla responsabilità individuale si corre il rischio di allontanarli, in fin dei conti sono individui pure loro.

Fin qui ci siamo concentrati su due diversi approcci: quello dell’escursionista che pretende che il potere gli garantisca la fruizione in totale sicurezza dal momento che ha speso e acquistato materiale – confondendolo con l’esperienza – e quello del potere che dopo aver creato quest’illusione scarica in toto le responsabilità sull’individuo. Non sono due modi separati, stanno assieme e descrivono una sorta di double bind, di «grazie alla nostra ferrata puoi salire in sicurezza ma se il cavo si rompe e cadi è colpa tua».
Per non restare intrappolati in questa costrizione bisogna allora ribaltare la prospettiva. Lo faremo nella prossima puntata, dando conto della nostra idea di come frequentare la montagna, rispettandola e rispettandosi.

 

*Segnaliamo per attinenza, fra i libri di storia dell’alpinismo, Montagne della mente. Storia di una passione di Robert Macfarlane (Einaudi tascabili, 2020).

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