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L’ultima frase dell’ASEAN sulla Corea del Nord

Il riconoscimento e il suo prezzo

Nel frattempo i canali bilaterali della regione si sono riaperti. L’Indonesia ha ripristinato l’ambasciata a Pyongyang nel luglio 2025, il ministro Sugiono vi si è recato in ottobre, prima visita di un capo della diplomazia indonesiana dal 2013, firmando un memorandum su consultazioni regolari, e l’arrivo di un ambasciatore residente in marzo ha completato una ricostruzione coerente con lo sforzo di Prabowo di convertire il non allineamento da postura dichiarativa in pratica operativa. Il Laos si è spinto oltre, inviando il presidente Thongloun Sisoulith in visita di Stato, primo capo di Stato straniero ricevuto a Pyongyang per un’occasione nazionale da anni, mentre To Lam è stato il primo leader vietnamita a recarvisi in diciotto anni. Il commercio non spiega nulla di tutto questo, dato che nel caso indonesiano si aggira sui due milioni di dollari annui. Ciò che quegli scambi trasferiscono è riconoscimento, e il riconoscimento concesso per via bilaterale arriva sganciato dalla questione nucleare, con ciascun governo che lo dispensa alle proprie condizioni. Il canale multilaterale prezza la stessa merce in modo diverso. Il Forum ha nuovamente sostenuto la completa denuclearizzazione della penisola, sebbene la formulazione avesse già arretrato rispetto alla vecchia richiesta di un disarmo completo, verificabile e irreversibile. Pyongyang può dunque accumulare riconoscimento per via bilaterale evitando l’unica sede in cui si troverebbe seduta sotto una frase che nega uno status ormai iscritto nella propria costituzione, iscrizione che innalza il costo interno di ogni concessione futura oltre quanto qualsiasi garanzia esterna potrebbe compensare. Si tratta di impegno selettivo da parte di uno Stato le cui alternative sono migliorate, non della condotta di uno Stato isolato.

Un patto costruito per costare poco

La selettività porta alla luce una debolezza incorporata nel Forum fin dalla sua istituzione. L’ASEAN ha attirato le grandi potenze dentro le proprie architetture post-Guerra fredda attraverso un patto deliberatamente a basso costo, fatto di inclusione, informalità e consenso, poiché ciascuna preferiva la regia dell’ASEAN a quella di una rivale, e gli Stati minori hanno così acquisito una voce in materia di sicurezza asiatica che altrimenti non avrebbero potuto rivendicare. Lo stesso prezzo d’ingresso contenuto ha reso economico anche il disimpegno, una volta che la sede ha smesso di essere scarsa. Per anni il Forum ha offerto a Pyongyang un accesso raro a un tavolo condiviso con Washington, Pechino, Mosca, Tokyo e Seul; il trattato con la Russia del 2024, la partecipazione nordcoreana alla guerra russa e la ripresa degli scambi con Pechino garantiscono oggi quell’accesso a condizioni migliori, e la socializzazione perde presa nella misura in cui migliorano le opzioni esterne. Che l’assetto sopravviva alla propria inefficacia non costituisce un enigma, dal momento che continua a distribuire benefici. L’ASEAN conserva il ruolo di convocatore da cui deriva la sua rivendicazione di centralità, gli Stati membri mantengono per la diplomazia bilaterale un margine che posizioni collettive più ferme comprimerebbero, e le grandi potenze ottengono una piattaforma regionale senza accettare quasi alcuna disciplina. Una paralisi di questo genere è meno un fallimento dell’assetto che una allocazione di vantaggi tale da non lasciare ad alcun partecipante un interesse a modificarlo.

Una norma priva di esecutori

L’apparato di applicazione si è intanto frantumato ben oltre la regione. Pechino non chiede più esplicitamente la denuclearizzazione dal trilaterale con Seul e Tokyo del maggio 2024, e Xi ha omesso il riferimento a Pyongyang in giugno, durante la prima visita di un leader cinese in sette anni. Alla Conferenza di Riesame del Trattato di non proliferazione, in maggio, la Russia ha ottenuto la cancellazione del passaggio sul programma nordcoreano, la cui delegazione ha definito la questione chiusa, dopo avere già posto fine con il veto del 2024 al mandato del panel ONU che monitorava l’elusione delle sanzioni. L’ASEAN ripete oggi una norma formatasi sotto una distribuzione del potere precedente, quando Washington promuoveva la non proliferazione e sia Mosca sia Pechino ne accettavano una parte sufficiente perché continuasse a funzionare. Pyongyang sfrutta inoltre una gerarchia interna all’ordine nucleare stesso. Il Trattato separa i possessori legittimi dagli aspiranti proibiti mentre le potenze riconosciute hanno compiuto scarsi progressi verso il disarmo che si erano impegnate a perseguire, e le categorie di custode responsabile e di proliferatore pericoloso derivano dai rapporti di forza e dalla storia postcoloniale di chi fosse autorizzato a definire la sicurezza internazionale. Nulla di ciò discolpa un regime che invoca l’assedio permanente per giustificare la militarizzazione permanente, ma spiega perché l’argomento sovranista faccia presa anche presso governi che quel regime non lo difendono. La posizione dell’ASEAN dentro quest’ordine è intermedia, poiché fa da tramite per accesso e riconoscimento al di sotto di una struttura di applicazione che le potenze nucleari controllano, il che fissa un tetto a ciò che la sua centralità può ottenere. Ne risulta quello che avevo gia’ definito regionalismo paralizzato, in cui una capacità di convocazione quasi universale produce scarsa convergenza e l’assenza non costa nulla. La prossima dichiarazione del presidente dell’ARF metterà alla prova quella rivendicazione in modo diretto. Mantenere la frase confina la denuclearizzazione alla dichiarazione multilaterale mentre i membri conducono le proprie relazioni bilaterali senza farvi riferimento; rimuoverla riconosce un mutamento già compiuto nella pratica e premia la strategia che lo ha prodotto. In un caso come nell’altro la decisione indicherà quale ordine il linguaggio ereditato dall’ASEAN continui a servire, e che cosa la sua centralità sia ancora in grado di organizzare ora che il patto sottostante a quel linguaggio si è disfatto.

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Kazakistan. Una medio-piccola potenza rivendica la propria capacità di iniziativa in un ordine internazionale sempre più frammentato

Un gigante dell’uranio nel cuore dell’Eurasia

Il Kazakistan è situato nel cuore dell’Asia Centrale: confina a nord e a ovest con la Russia, a est con la Cina e a sud con Kirghizistan, Uzbekistan e Turkmenistan, mentre a sud-ovest si affaccia sul Mar Caspio. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, produce da solo circa il 60% del PIL dell’intera regione. Ricco di risorse naturali, possiede enormi riserve di idrocarburi ed è il primo produttore mondiale di uranio, con circa il 40% dell’estrazione globale.

Con il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, il Paese ha ereditato il quarto arsenale nucleare al mondo. Ha però scelto di rinunciarvi, sia per l’impossibilità di mantenerlo nel pieno della crisi economica post-sovietica, sia per la volontà di accreditarsi come partner affidabile sulla scena internazionale. Ha così trasferito le testate alla Russia e ceduto l’uranio militare agli Stati Uniti, in un processo avviato già nel 1991 con la chiusura del poligono nucleare di Semipalatinsk.

Nel 1993 ha aderito al Trattato di non proliferazione e nel 1994 è diventato membro dell’AIEA. Nello stesso anno, con l’operazione segreta nota come Project Sapphire, ha ceduto agli Stati Uniti circa 600 chilogrammi di uranio weapons-grade. Negli anni successivi ha avviato la collaborazione con il Nuclear Suppliers Group per il controllo dei materiali sensibili. Oggi, presso l’impianto metallurgico di Ulba a Öskemen, ospita la banca dell’uranio a basso arricchimento dell’AIEA (LEU Bank). Istituita nel 2017 in cooperazione con l’Agenzia e operativa dall’ottobre 2019, custodisce scorte di uranio destinate a usi civili.

La proposta di stoccaggio, oltre a essere coerente con questa lunga tradizione di non proliferazione, mostra come il Paese cerchi di accreditarsi quale mediatore non allineato, promuovendo un’immagine di attore indipendente nell’ordine internazionale.

Una politica estera multivettoriale

Il Kazakistan rappresenta un caso di studio interessante, è l’esempio di una medio-piccola potenza che, in uno scenario globale in evoluzione, ha reinterpretato la propria collocazione internazionale. Attraverso l’hedging – la costruzione di molteplici allineamenti flessibili e di coalizioni issue-based con Paesi affini – attori come Astana si adattano a un ordine mondiale incerto e frammentato. Fin dall’indipendenza, il Kazakistan persegue, infatti, una politica estera multivettoriale: coltiva in maniera bilanciata i rapporti con partner diversi, senza vincolarsi a un unico blocco di alleanze e sfruttando a proprio vantaggio la rivalità tra grandi potenze.

Con la Russia il Kazakistan mantiene una relazione storicamente solida sul piano economico, militare e infrastrutturale: entrambi fanno parte dell’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) e dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). La dipendenza in ambito di sicurezza è emersa con chiarezza nel gennaio 2022 quando, durante le proteste innescate dall’aumento del prezzo del GPL, Tokayev richiese l’intervento della CSTO per ristabilire l’ordine. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Astana ha però mantenuto una posizione prudente, evitando di riconoscere le repubbliche separatiste e le annessioni russe. I legami economici restano forti, sebbene in lieve calo per effetto delle sanzioni e dell’allineamento kazako alle restrizioni occidentali sui beni strategici. Cresce intanto la preoccupazione per la sovranità nazionale e per le minoranze russofone del nord, accompagnata da un rafforzamento del nazionalismo e della lingua kazaka.

L’influenza cinese, in forte espansione, è soprattutto economica. Il commercio bilaterale è cresciuto significativamente negli ultimi anni, con importazioni di materie prime kazake ed esportazioni cinesi di prodotti industriali e di consumo. Grazie alla Belt and Road Initiative il Kazakistan è divenuto un nodo strategico delle rotte eurasiatiche, in particolare per il transito energetico e commerciale: il gasdotto Cina–Asia Centrale ne è l’infrastruttura simbolo. Pechino investe anche in infrastrutture e rinnovabili, ma tra la popolazione resta diffusa la preoccupazione per una possibile dipendenza economica e per l’influenza politica cinese.

Le relazioni con Washington si sviluppano soprattutto nel formato C5+1, incentrato su economia, energia e sicurezza. Gli Stati Uniti mirano a rafforzare la propria presenza in Asia Centrale per diversificare le fonti energetiche e contenere l’influenza di Russia e Cina. In tal senso, il Kazakistan è rilevante per le risorse strategiche – uranio, terre rare, metalli – e per il suo ruolo nella sicurezza energetica globale. La distanza geografica e la concorrenza di altri teatri, dal Mediterraneo Allargato al Medio Oriente, rendono però la regione meno prioritaria per Washington.

Iran: il pragmatismo alla prova

I rapporti con l’Iran sono tradizionalmente improntati al pragmatismo economico. Negli ultimi anni i due Paesi hanno intensificato la cooperazione in commercio, trasporti e logistica, favorita dalla comune appartenenza a diversi forum regionali e dall’interesse kazako ad accedere ai mercati del Golfo e dell’Oceano Indiano attraverso il territorio iraniano. Ancora nel gennaio 2026 Astana e Teheran discutevano l’espansione della cooperazione economica e infrastrutturale.

La relazione non è però priva di limiti. Dopo gli attacchi iraniani che nel corso del conflitto hanno colpito anche i Paesi del Golfo, Tokayev ha inviato messaggi personali ai leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar per esprimere piena solidarietà. Nei confronti di Teheran, al contrario, Astana si è limitata a condoglianze ufficiali per via diplomatica. Nell’aprile 2026 il viceministro degli Esteri kazako Arman Issetov ha poi annunciato la sospensione di diversi progetti congiunti con l’Iran – incluse alcune forniture di grano e parte del commercio alimentare – motivandola con l’instabilità e le difficili condizioni interne iraniane.

Il Kazakistan ha, dunque, assunto una posizione di fredda neutralità verso la Repubblica Islamica, per non compromettere la propria credibilità di fronte ai partner occidentali. Il mutato contesto geopolitico ha reso difficile una perfetta equidistanza, senza però intaccare la capacità di iniziativa del Paese.

Una proposta senza seguito, un segnale politico riuscito

A oltre un mese di distanza, la proposta kazaka non ha avuto seguito. Dopo il memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, firmato con l’intento di porre fine alle ostilità tra le due potenze, i vertici di Teheran hanno ribadito ufficialmente l’intenzione di diluire l’uranio arricchito in loco. «La nostra posizione è sempre stata che l’unico modo per gestire le scorte di materiale arricchito è diluirlo all’interno dell’Iran», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi alla televisione nazionale.

Il Kazakistan, in ogni caso, mantiene una posizione di neutralità diplomatica e conserva il ruolo di interlocutore affidabile agli occhi degli Stati Uniti. Al tempo stesso continua a coltivare i rapporti con Teheran, come dimostra il recente incontro tra l’ambasciatore kazako in Iran, Ontalap Onalbayev, e il viceministro degli Esteri iraniano per gli Affari giuridici e internazionali, Kazem Gharibabadi, capo negoziatore del dossier nucleare. Il Paese riafferma così la propria linea di politica estera multivettoriale.

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La ‘parallasse’ europea: il cambio di prospettiva dell’Unione nell’integrazione di Moldova e Ucraina.

Il processo sotterraneo di trasformazione dell’Unione Europea, fin qui caratterizzato dalla sua sovrastruttura multilivello, con l’apertura alla Moldova e all’Ucraina pone la prima pietra miliare nel ribaltamento dei criteri stanti alla base delle valutazioni di ingresso nell’Unione, portando la riflessione in seno alle istituzioni su un altro livello.

Quale Europa?

Si sfumano i criteri, mutano le percezioni. L’Unione non è più intesa soltanto, ed esclusivamente, nella concezione del rigore dei conti e della stabilità dei sistemi democratici al loro interno, ma anche nella valutazione delle conseguenze derivanti dalla mancata integrazione a seguito dei ritardi registrati. Di per sé quello a cui si sta assistendo all’interno dell’intelaiatura europea è un mutamento di prospettiva di natura bidirezionale. Se il processo di integrazione si configurava come una concessione dall’alto verso il basso, quello a cui si sta assistendo è un processo di integrazione reciproca che tiene conto degli elementi fondanti dell’adesione, compensati però nelle loro carenze dalla misurazione effettiva delle conseguenze negative derivanti dalla loro esclusione, solo per la non perfetta corrispondenza a tali dettami.

Per tale ragione, quello che si configura all’interno del ragionamento istituzionale in seno all’Unione Europea, e nei rispettivi fori internazionali che accompagnano il processo di discussione e di evoluzione dell’architettura europea – come l’Iniziativa Centro-Europea, l’Iniziativa Adriatico Ionica, la Three Seas Initiative, grazie al loro approccio integrato – è l’intuizione e l’impostazione di una struttura a cerchi concentrici caratterizzati da una graduale approssimazione alla sfera europea: l’ingresso, dunque, non immediato, ma graduato, permetterebbe l’accesso del paese aspirante al primo cerchio dell’area europea – denotandone un’appartenenza – ma senza godere subito di tutti gli oneri e onori, in quanto necessitanti della giusta tempistica al fine del raggiungimento di tutti i criteri necessari.

L’Europa a cerchi concentrici

La differenza di prospettiva si sostanzia così nella possibilità di orbitare nella sfera europea e considerarsi membro dell’Unione, senza però recare alcun danno all’intelaiatura stessa dell’Unione introducendo, troppo frettolosamente, elementi di destabilizzazione a causa del mancato perfezionamento, ad esempio, di capitoli come quelli inerenti alla giustizia (si pensi ad aspetti come la corruzione) o al perfezionamento dei procedimenti legislativi in seno ai parlamenti dei paesi aspiranti ai fini di una puntuale corrispondenza ai connotati democratici europei.

Tale riflessione va infatti letta sulla base dell’avvicinamento a movimenti già esistenti all’interno dell’Unione nel conferimento e distribuzione di fondi, come nel caso della politica di coesione

europea, che, al soddisfacimento di specifici criteri, consente l’accesso alle risorse, al fine del raggiungimento degli obiettivi programmatici necessari all’omogeneizzazione di quella specifica regione europea. A tal proposito, una simile concezione concentrica di avvicinamento all’Unione Europea, intesa come una sosta obbligata per il perfezionamento dell’integrazione, consentirebbe non solo una fase di monitoraggio durante l’innesto, ma anche l’adozione tempestiva di tutti gli accorgimenti necessari, evitando che eventuali fattori di destabilizzazione possano provocare uno shock sistemico all’interno dell’Unione.

Il peso del ‘ritardo’ nei processi di integrazione

È fondamentale difatti fare una precisazione: tale percezione a cerchi concentrici origina dalla considerazione di come il ritardo costitutivo possa essere fattore di disgregamento e di conseguenze ben maggiori rispetto a una prematura integrazione. Tale ragionamento muove le sue premesse dall’insorgere del conflitto russo-ucraino, in cui l’ingresso dell’Ucraina, attraverso un passaggio “propedeutico” di adesione all’Unione, avrebbe potuto agire da deterrente nei confronti di una possibile invasione, grazie al maggiore livello di integrazione politica e di protezione derivante dall’avvicinamento alle strutture euro-atlantiche. Tale ritardo è esso stesso parte in causa della durata del conflitto. Non differente è il ragionamento che accompagna l’integrazione di paesi come Moldova e Serbia, prossimi alla sfera di influenza russa, ancora sotto la lunga ombra dello spettro sovietico. Il criterio che accompagna il processo di integrazione europea sembrerebbe così aprire alla possibilità di contemplare nel procedimento di adesione l’eventualità del dubbio rispetto all’eccessiva cautela.

Le elezioni presidenziali moldave del 2024, strettamente intrecciate all’inserimento del principio europeo nella Costituzione, avrebbero rischiato di soccombere agli attacchi ibridi posti in essere dalla Russia se non avessero beneficiato dello scudo europeo, reso possibile anche dal contributo della diaspora moldava in Italia, che con la sua ampia partecipazione al voto ha concorso in maniera determinante all’esito elettorale. Non differentemente da quanto accaduto con le elezioni presidenziali in Romania, dove la Corte Costituzionale romena ha annullato il risultato del primo turno del 24 novembre del 2024, stabilendo che il processo elettorale doveva essere ripetuto nella sua interezza a causa del registrarsi di azioni ibride e aggressive attribuite alla Russia avvenute durante la campagna elettorale che avrebbero favorito il candidato dell’estrema destra Călin Georgescu. Tali episodi, tutt’altro che isolati, lascerebbero difatti temere l’appropriazione di altre aree più sensibili a tale assoggettamento per mezzo degli strumenti di ibridazione, come la Bielorussia o la Serbia, storicamente vicine alla Russia.

Adesione sì, ma se fosse senza diritto di veto?

La significativa apertura del Presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, nel ritenere accettabile un’adesione condizionata all’Unione Europea, senza diritto di veto da esercitare nei confronti di determinati paesi richiedenti l’ingresso, rappresenta di fatto uno degli elementi innovativi di tale movimento a cerchi concentrici nell’approssimarsi al cuore europeo, nella sua perfetta costituzione e fondamento. Tali movimenti sistemici, che si stanno realizzando in prossimità dell’architettura europea, sono essi stessi testimonianza di un’integrazione graduale che apre a nuove forme e che sottolinea l’esigenza dell’Unione di contemplare sé stessa non più come un unico blocco, ma a geografia variabile, salda nei principi, ma a velocità e a effetti variabili e modulabili nelle concessioni di benefici e obblighi.

Fori internazionali incubatori di cambiamento

Tale mutamento di prospettiva, in interazione costante con un movimento di rivoluzione realizzatosi anche grazie ai fori di integrazione precedentemente richiamati – come l’Iniziativa Centro-Europea di cui l’Italia è pioniera -, rappresenta un incubatore di cambiamento e di sperimentazioni per mezzo sia della diplomazia parlamentare che dell’attuazione di programmi di cooperazione e sviluppo, tanto a livello governativo-parlamentare, quanto amministrativo. Tale osmotica interazione è possibile anche grazie allo scambio dei funzionari all’interno dei parlamenti per la formazione e trasmissione di competenze nel rafforzamento dei processi democratici dei parlamenti ospitanti, e così dell’Unione; essi rappresentano strumenti indispensabili al fine di evitare l’introduzione di fattori di destabilizzazione che contribuirebbero a un’evoluzione sistemica, realizzando una concezione multilivello rafforzata a velocità variabile rispetto invece ad una monolitica e preordinata, come la concezione originaria stante alla base delle istituzioni europee.

Il cambio di parallasse all’interno della concezione europea rappresenta una rivoluzione tanto concettuale quanto strutturale. Il prolungarsi del conflitto russo-ucraino, il sostegno fornito all’Ucraina tramite il rifornimento di armi con risorse europee mediate dalla NATO, sembrerebbe introdurre un ulteriore elemento costituente ai fini dell’integrazione europea: la perdurante condizione di instabilità causata dalla guerra e la necessità sempre più impellente dell’applicazione dell’art. 5 della NATO concretizzerebbero un nuovo elemento costitutivo ai fini dell’integrazione europea, ossia lo scongiurare l’insorgere di ulteriori guerre grazie all’adesione all’Unione Europea.

Essa va letta all’interno di un contesto geopolitico mutato, nel quale all’Europa è richiesto di rafforzare la propria coesione dinanzi alle minacce globali di destabilizzazione. In questa prospettiva, l’Unione può proporsi come baluardo di democraticità e di pace, un unicum sotto il profilo dell’architettura costituzionale multilivello, fondato sulla volontà dei popoli e sulla condivisione della sovranità quale strumento per una pace stabile e duratura.

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Freyja – la Coalizione dei Volenterosi lancia l’alternativa antimissilistica Made in Europe ai Patriot

Il 13 luglio 2026, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Regno Unito e Ucraina si sono incontrati a Parigi e hanno annunciato la creazione di una coalizione per i missili antiballistici. Quest’ultima è dichiaratamente volta alla creazione di interoperabilità delle capacità antimissili “non contro alcun popolo, ma in difesa de[i] nostr[i]”. Questa coalizione nasce all’interno della Coalizione dei Volenterosi, struttura sviluppata per superare la rigidità dell’approccio burocratico della NATO e dell’Unione Europea (UE) nel gestire la guerra in Ucraina. L’obiettivo di questa nuova coalizione antimissilistica è “definire requisiti operativi comuni, istituire gruppi di lavoro tecnici congiunti, stabilire chiari meccanismi di governance e definire una tabella di marcia per il raggiungimento delle prime capacità operative […], sostenere le attività congiunte di ricerca e sviluppo nell’ambito del progetto […] individuando opportunità di finanziamento adeguate e promuovendo un maggiore scambio di dati e informazioni”. Nel pratico, come riportato da Europa Today, questo significa “collegare radar, centri di comando e intercettori di diverse origini”.

Al fianco dell’interoperabilità strategico-militare, i dieci Paesi si sono accordati su un progetto di cooperazione industriale per lo sviluppo di un’alternativa low cost ai sistemi di intercettazione statunitensi Patriot. Infatti, nonostante a Kyiv sia stato concesso di produrre autonomamente i Patriot come conseguenza del Summit NATO di Ankara di luglio 2026, i soli Patriot non bastano  e non saranno sviluppati abbastanza rapidamente dall’Ucraina, in un momento decisivo della guerra. Infatti, l’Ucraina in questo momento ha una forte vulnerabilità in termini di difesa aerea causata da una mancanza di intercettori, colta da Mosca, che ha aumentato significativamente i suoi attacchi missilistici. Inoltre, in generale, esiste una carenza a livello mondiale di intercettori missilistici a causa dell’impiego massiccio di questi negli attacchi statunitensi contro l’Iran e la conseguente corsa all’acquisto di questi sistemi da tutti i Paesi del Golfo Persico

Il progetto, chiamato Freyja (nome della divinità norrena dell’amore e della guerra), è guidato dall’azienda ucraina Fire Point, all’avanguardia grazie alla sua esperienza maturata sul campo per difendere l’Ucraina dagli attacchi missilistici russi. Secondo il Presidente ucraino Zelenskyy, invece, Freyja potrebbe essere disponibile nei prossimi 12 mesi. Freyja sarà principalmente basata sugli intercettori FP-7.X di Fire Point (che la compagnia aveva lanciato a inizio luglio tramite un accordo embrionale con Hensoldt), ed userà componentistica, radar e sistemi di comando provenienti dalle numerose compagnie partner. Queste ultime sono l’italiana Leonardo, le tedesche, Diehl Defence ed Hensoldt, le francesi Safran e Thales, la norvegese Kongsberg Defence & Aerospace, la svedese Saab, la danese Weibel Scientific, l’elvetica Destinus, oltre che gruppi multinazionali come MBDA ed Eurosam. 

Il Ministro degli Affari Esteri italiano, Antonio Tajani, ha definito la coalizione antimissilistica  “un passo verso la difesa comune”. L’iniziativa, seppur esterna all’Unione Europea, è infatti coerente con gli obiettivi delineati dalla Commissione di andare verso una vera integrazione della base industriale della difesa europea. In questa visione, le compagnie europee contribuiscono con le rispettive eccellenze a una parte di un più grande progetto, rispetto al mantenere monopoli di medio-piccoli mercati bellici nazionali. Fire Point ha inoltre fatto leva sui timori europei del famoso “kill switch” di Washington sui sistemi di difesa statunitensi. Durante le prime minacce del Presidente statunitense Trump, si era diffuso il timore che Washington potesse, almeno in teoria, strumentalizzare la costante necessità di aggiornamenti di alcuni componenti di fabbricazione statunitense per ricattare gli alleati europei in cambio di utilizzare tali sistemi d’arma. Freyja, in quanto costruita su “architettura aperta”, non ha segreti aziendali tra le aziende partecipanti e quindi non avrebbe un “kill switch”. 

Questo scudo si propone come un “secondo pilastro della difesa missilistica europea”, più focalizzato sulla filiera industriale europea rispetto al suo predecessore, l’European Sky Shield Initiative (ESSI) a guida tedesca. Sebbene dal 2025 abbiano aderito anche Albania e Portogallo, l’iniziativa continua a non contare tra i suoi membri i “grandi” dell’industria della difesa europea, come Italia, Francia e Spagna. Inoltre, in quanto l’ESSI aveva promosso l’acquisto dei sistemi israelo-statunitensi Arrow 3 ed i Patriot, l’iniziativa è direttamente in conflitto con gli sviluppi istituzionali recenti: per il lancio dei prestiti europei Readiness 2030, gli Stati Membri dell’UE hanno approvato che i finanziamenti potessero andare verso acquisti di sistemi con componentistica principalmente made in Europe (minimo 65% del costo stimato del prodotto finale). 

Lo scudo rappresenta uno sviluppo significativo sotto due punti di vista. In primo luogo, come detto, esso comporta un passo avanti verso la strategica e auspicabile interoperabilità dei 27 diversi sistemi di difesa europea. In secondo luogo, rappresenta un posizionamento geopolitico ed istituzionale certamente utile a dissuadere un possibile attacco russo contro un Paese Membro orientale della NATO. Tuttavia, Freyja non è senza criticità. Per prima cosa, le attuali guerre in Ucraina e nel Golfo Persico sollevano un dubbio importante. L’efficacia dei sistemi di difesa antimissile è messa in dubbio a causa della transizione verso l’utilizzo di droni nei conflitti armati del XXI secolo. Di fatto, i sistemi di difesa antimissilistici sono estremamente costosi a causa della loro complessità ingegneristica, mentre i droni utilizzati sul campo costano poche centinaia di euro. Questi sistemi sono dunque necessari, ma non sufficienti per gestire la guerra contemporanea (e ibrida), ed è necessario uno sforzo massiccio da parte dei Paesi europei di dotarsi congiuntamente di sistemi specificatamente anti-drone e all’avanguardia, possibilmente attraverso una più stretta collaborazione con Kyiv. 

Inoltre, Freyja rischia di duplicare un sistema antimissilistico europeo già esistente (e già sviluppato come alternativa europea ai Patriot), ovvero il franco-italiano SAMP/T MAMBA, preferito da alcuni grandi paesi europei vis-à-vis la creazione dell’ESSI. Infatti, Freyja intende essere compatibile con strumenti (come radar e centri di comando) già esistenti. Questo implica che le forze armate europee potrebbero acquistare solo gli intercettori Freyja, al contrario del “pacchetto completo” fornito dai SAMP/T, rendendo il costo economico significativamente inferiore. SAMP/T resta un intercettore d’élite, per cui i due sistemi dovrebbero essere idealmente usati in maniera complementare, con Freyja come “massa critica” durante un attacco di saturazione. Nonostante l’Ucraina abbia deciso di acquistare “un primo lotto di batterie SAMP/T […] a integrazione dei sistemi e dei relativi missili [Patriot]”, a lungo termine i SAMP/T potrebbero venire eclissati ed occupare una posizione di nicchia. 

In conclusione, l’iniziativa promossa a Parigi rappresenta un punto di svolta significativo, benché articolato, nel panorama della sicurezza europea. La vera incognita sarà capire se questa coalizione antimissilistica saprà trasformarsi in un mattone fondante di una reale Unione della Difesa, o comporterà l’ennesima sovrapposizione di standard, quadri istituzionali e mercati nazionali in un continente che non può più permettersi il lusso della divisione strategica.

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