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She Ignored The Crucial Instruction

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0:00 Intro
0:03 Installing bidet fail
0:20 TEMU Spiderman
0:28 Man catches flying billiard ball before it hits his face
0:34 Man Knocks Over Popcorn Bag Using Web Shooter Gadget
0:42 Player accidentally shatters sliding glass door at badminton court
0:52 Squid Rapidly Change Colors In The Water
1:06 Nose Can Touch Forehead
1:18 The terrain isn't anything to worry about
1:39 Glass reflection
1:43 wrestling wedding
2:03 Snowfall
2:27 Toe Bridge Snooker Shot
2:39 Driving an SFX rig for a movie
2:56 Nonchalant horse riding
3:04 Dog saves the day
3:25 Toilet jumpscare
3:34 Hot dog hat
3:47 Stroking robot cat
3:58 Consecutive missed shots hit child under basket
4:04 Dance pro
4:11 Whirlpool in the sea
4:23 Mysterious cloud thing
4:32 Returning phone
4:55 Robo desk
5:03 Lava Shoots Into Sky as Sakurajima Erupts
5:17 Jet Ski Passenger Gets Thrown Into Water During Sharp Turn
5:31 Guy drifts into driveway then casually backs down it
5:42 Laminar flow bottle
5:50 Holiday video for mom and dad
6:11 Installing new sink
6:42 Hikers Witness Incredible Lenticular Cloud Over Snowy Volcano
6:51 Cat Drops From Hammock Bed
7:01 Melting ice makes crazy patterns
7:15 Truck Gets Overturned While Passing Car on Road
7:25 Bear in car
7:53 Australian fence guy
7:57 Man Jumps on Bean Bag and Accidentally Makes it to Burst Open
8:03 Golden Retriever Recreates Lady and the Tramp Spaghetti Scene
8:11 A lot of moths
8:28 Golf lamp
8:42 Man Climbs Mont Blanc to Witness Incredible Sunrise
9:05 Kid hasn't quite worked out hop scotch
9:21 Cool cloud
9:37 Awesome bathroom
9:48 Bizarre way to turn on stove
10:11 vine swing fail
10:21 Dog Leaves After Baby Poo
10:31 sick car beat
10:41 Pool skate trick
10:54 How to make bubble rings
11:16 Acrobatic golf shot
11:22 BTS of the storm scene in the Odyssey
11:35 Sun burn
12:01 Instagram on a flip phone
12:21 Invisible balloon
12:28 Looking for fish
12:40 Bird talk
12:50 Crazy ice formations
13:02 how has he done that?
13:06 Bbay owl
13:16 Leaf tattoo
13:34 dunk fail
13:37 Almost making him break character
14:11 Mime copies man
14:20 Guy does insane bat tricks with the balancing of basketball hoop on chin after
14:38 Photoshop fail
14:40 Southern labels
14:49 car fits right in
14:54 Card trick throw
14:58 Satisfying baseboard drop
15:05 Rainforest
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Restare Immobili

Riceviamo e pubblichiamo con piacere

La Redazione web

Il 29 giugno, nel tardo pomeriggio, una rissa scoppiata in piazzetta Montesanto, davanti alla stazione della Cumana e della Funicolare, è degenerata nel lancio di sedie e caschi e nell’esplosione di un colpo di pistola in aria. Poco dopo, nei video diffusi sui social, è comparso un uomo incappucciato che attraversava la piazza impugnando un AK-47. Il fucile, munito di doppio caricatore, è stato recuperato dalla polizia sotto un’automobile parcheggiata poco distante; nelle ore successive tre persone sono state fermate. L’episodio ha offerto alla cronaca e alla politica il consueto pretesto per una condanna esclusivamente estetica e securitaria, riducendo la realtà all’ennesima rappresentazione da fiction criminale. Il vero dato politico, tuttavia, emerge dallo sfondo di quelle immagini: mentre una parte dei presenti fugge verso la stazione, i lavoratori della pizzeria e gli avventori del bar rimangono immobili, aspettando che l’uomo armato passi. Questa impassibilità non è omertà e non è complicità mafiosa. È l’applicazione di un freddo calcolo di sopravvivenza. Chi abita nello stesso perimetro operativo dei clan impara a disattivare la risposta emotiva del panico perché sa che, in certe circostanze, muoversi può essere più pericoloso che restare immobili. L’immobilità del vicolo diventa così l’ultimo strumento di protezione rimasto a una maggioranza onesta che rifiuta la violenza, ma si ritrova costretta a subirne le regole in una condizione di totale isolamento istituzionale. Il corto circuito si fa drammatico quando si scopre che questo immobilismo della strada è la perfetta sineddoche dell’immobilismo istituzionale che schiaccia il territorio. Chi vive in questa terra di mezzo sperimenta una duplice e speculare alienazione: da un lato la necessità di tollerare la violenza fisica per non soccombere; dall’altro la forzata immobilità economica a cui è condannato da una politica che ha sostituito la pianificazione ordinaria del territorio con la gestione permanente dell’emergenza. Quando la strada esonda, la risposta dello Stato si riduce infatti all’alternanza matematica tra la militarizzazione straordinaria del territorio, puntualmente riesumata a ridosso delle scadenze elettorali, e l’erogazione di sussidi assistenziali a tempo determinato. È la prassi di un sistema economico estrattivo che sostituisce progressivamente gli investimenti produttivi e il welfare universale con la gestione delle loro conseguenze, pretendendo poi che la legalità venga difesa sul marciapiede dal civismo dei singoli, trasformati nello scudo biologico di una trincea invisibile. Su questo vuoto di investimenti strutturali e su questo isolamento programmatico lo Stato ha progressivamente appaltato le politiche di coesione sociale all’industria dei progetti e dei bandi a termine. Una parte del terzo settore, spesso in stretta relazione con segmenti dell’industria cinematografica e della moda, scende ciclicamente nei vicoli trasformando la marginalità in materia prima contabile: serve a sbloccare finanziamenti europei, ad alimentare progettualità temporanee e, non di rado, a produrre prestigio culturale e valore reputazionale da esportazione. Il problema tuttavia, non risiede necessariamente nelle intenzioni dei singoli operatori, ma nell’architettura economica del sistema. Una volta esauriti i budget e spente le telecamere, il progetto chiude senza aver costruito un’infrastruttura occupazionale stabile nel territorio da cui ha estratto valore sociale. Se un ragazzo nato e cresciuto nel quartiere compie lo sforzo monumentale di studiare, formarsi e tentare di accedere a quelle stesse industrie della cultura, trova spesso le porte sbarrate, perché spesso l’accesso viene filtrato attraverso requisiti che finiscono per trasformarsi in barriere di classe camuffate da criteri tecnici: titoli accademici d’élite, percorsi formativi esclusivi e reti di relazioni che chi parte da quel vicolo difficilmente può possedere. Il risultato è che si proclama l’inclusività attraverso campagne di social washing e percorsi di formazione che troppo spesso si esauriscono nella loro funzione simbolica. Nei fatti, però, le posizioni stabili continuano a essere occupate prevalentemente da figure esterne al territorio. La conclusione è la difesa di un monopolio della parola e delle posizioni di potere che impedisce a una testimonianza autentica di istituzionalizzarsi, relegando chi riesce a emanciparsi al ruolo di comparsa folkloristica, utile soprattutto a certificare la propria marginalità. Ecco perché l’indignazione mediatica e politica per il Kalashnikov di Montesanto si rivela profondamente ipocrita e miope. Il punto conclusivo è non è da introdurre attenuanti sociologiche a una responsabilità che resta pienamente individuale, l’obiettivo è ampliare l’atto d’accusa, perchè limitare l’analisi al braccio armato significa coprire la filiera istituzionale che rende possibile il contesto in cui quell’episodio prende forma. Un’arma da guerra non nasce sul selciato: attraversa frontiere, porti, traffici internazionali e controlli che evidentemente non hanno funzionato. Concentrarsi esclusivamente sull’ultimo anello della catena è infinitamente meno costoso che affrontare il lavoro più difficile: redistribuire investimenti, costruire occupazione stabile e restituire capacità produttiva ai territori.

Lo sviluppo strutturale richiede tempo, continuità e risorse. L’emergenza, invece, produce consenso immediato, legittima nuovi interventi straordinari e alimenta la narrazione permanente della crisi. Per questo il Kalashnikov di Montesanto finisce, paradossalmente, per risultare funzionale a tutti i livelli del sistema: consente alla politica di invocare nuove misure di sicurezza, alimenta la domanda di progettualità emergenziali e offre ai media immagini potenti da spettacolarizzare. In questa catena di montaggio del consenso, l’immobilismo della folla per strada e quello delle istituzioni ai tavoli del potere diventano le due facce della stessa medaglia. L’unico soggetto realmente sacrificabile resta la maggioranza onesta del quartiere, condannata prima a subire la violenza delle armi e poi l’esclusione sociale di chi continua a presentarsi come suo salvatore.

Serena Parascandolo

 

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Centinaia di migliaia di rifugiati, da settimane, aspettano al confine croato per entrare nell’Unione Europea

Traduzione dell’articolo Сотни тысяч беженцев ждут неделями на хорватской границе, чтобы попасть в ЕС

Il 12 Giugno di quest’anno è entrato in vigore nell’Unione Europea (UE) il Patto sulla migrazione e l’asilo: dieci regolamenti che modificano le norme per l’ottenimento della protezione in tutta Europa.

Ai confini esterni dell’UE viene introdotto uno screening obbligatorio della durata massima di sette giorni dove una persona, a livello giuridico, viene considerata “non ammessa” o meno nel territorio dell’Unione. La rotta balcanica è un punto di incontro per quelle persone che si dirigono verso l’UE e cercano di ottenere il diritto d’asilo. Fino al 2022 la percorrevano i rifugiati provenienti dal Medio Oriente, ai quali si sono poi aggiunti i russi: attivisti politici, vittime di violenza domestica, persone in fuga dalla mobilitazione. A causa delle nuove restrizioni, questa rotta sarà di fatto chiusa.

Nonostante la violenza dello Stato, DOXA racconta come le persone abbiano trovato in sé la forza non solo di salvare i propri cari ma anche solidarizzare con tutti quelli che hanno percorso la rotta balcanica.

Come mai la rotta balcanica è diventata la principale via di fuga dalla Russia verso l’UE?

La rotta balcanica è il principale corridoio di transito via terra dall’Europa sud-orientale verso i paesi più ricchi dell’Europa occidentale. La sua particolarità sta nel fatto che è puramente di transito. Le persone rifugiate attraversano gli Stati balcanici; ma quasi nessuno di loro chiede asilo in quei Paesi. La maggior parte cerca di attraversarli il più rapidamente possibile per raggiungere luoghi dove l’economia è più forte e le garanzie sociali sono maggiori. Per gli Stati, le persone rifugiate che percorrono questa tratta rappresentano solo un flusso temporaneo da trasferire in modo organizzato verso i Paesi a ridosso [del corridoio balcanico.]

La tratta ha riunito persone completamente diverse. Coscritti e disertori fuggono dai comandi militari e dai tribunali. Persone queer e attivisti fuggono dai procedimenti penali. Il gruppo più numeroso è costituito dai ceceni. Le famiglie cecene fuggono dai contratti militari obbligatori e dalla politica di Kadyrov. Secondo i dati di Novaya Gazeta Europa, dall’Ottobre 2024 in Cecenia vi sono state almeno 67 retate per la mobilitazione. La maggior parte di loro non possiede visti Schengen: dal 2022 l’Unione Europea ha quasi smesso di rilasciare visti multipli ai russi, mentre alcuni paesi 1 non rilasciano più alcun visto turistico.

Questa rotta esiste ormai da più di dieci anni. Fin dalla fine degli anni 2000, siriani, iracheni, afghani e pakistani, in fuga dalle guerre, si sono diretti verso l’Europa passando per la Grecia, la Macedonia e la Serbia. Il picco si è registrato nel 2015, quando in un solo estate circa un milione di persone ha attraversato i Balcani occidentali per raggiungere l’Unione Europea. A poco a poco questa rotta è stata chiusa. Nel Marzo 2016 l’UE ha firmato un accordo con la Turchia: sei miliardi di euro in cambio dell’arresto del flusso di rifugiati. Dal 2015 l’Ungheria si è progressivamente isolata con recinzioni e ha trattenuto i richiedenti asilo in “zone di transito” di frontiera — di fatto in stato di detenzione — fino a quando la Corte di giustizia europea non ha dichiarato illegale questa pratica.

Quando nel 2024 la Corte di giustizia europea ha inflitto all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro per aver violato le norme sul diritto d’asilo, Viktor Orbán ha definito la sanzione “scandalosa e inaccettabile” e ha affermato che per “i burocrati di Bruxelles i migranti irregolari sono più importanti dei cittadini europei stessi.” La Croazia, di anno in anno, rende sempre più rigide le norme sull’accoglienza dei rifugiati. I rifiuti sono diventati la norma: su 8500 richieste presentate nel 2023, il Paese balcanico ha concesso il diritto d’asilo solo a 24 persone. Da lì in poi, il percorso per tutti è più o meno lo stesso. Dopo la registrazione della richiesta di asilo viene rilasciato un documento provvisorio che, in teoria, imporrebbe di presentarsi in un campo. Ma la maggior parte si dirige verso altri paesi dell’UE. Tuttavia la rotta balcanica non è scomparsa: si è spostata in Bosnia-Erzegovina dove migliaia di persone hanno continuato a tentare di percorrerla.

Le persone volano dalla Russia verso uno dei tre paesi da cui partono i collegamenti diretti con la Bosnia: Turchia, Armenia o Serbia. La maggior parte sceglie Istanbul: lì si trovano i biglietti più economici e il maggior numero di voli per Sarajevo – e non serve il visto per la Bosnia. Da qui inizia la parte bosniaca. Da Sarajevo, in autobus, fino a Banja Luka2 — circa cinque ore, poi con un altro autobus — fino alla città di confine. Il valico più frequentato è Novi Grad.3 Da lì, il ponte sul fiume Una conduce direttamente alla città croata di Dvor. È proprio attraverso questo ponte che passa il flusso principale dei rifugiati russi. Le guardie di frontiera croate accettano le richieste di asilo — e i rifugiati entrano legalmente nell’UE, aggirando qualsiasi ambasciata e procedura burocratica.

Come i rifugiati si sono auto-organizzati per attraversare il confine croato

«Seduto a un tavolino vi era un ceceno con un quaderno. Un normale quaderno scolastico, a righe blu. Venivano scritti i nomi di chi erano riusciti a passare e chi, invece, erano appena arrivati. [Il quaderno veniva tenuto come una reliquia», racconta Slava, attivista queer proveniente dalla Russia. Secondo le persone con cui abbiamo parlato, tutti coloro che attraversano il confine a Novi Grad devono scrivere sul quaderno il proprio nome e cognome, il numero di familiari che li accompagnano e la data di attraversamento calcolata dai rifugiati stessi. Le persone vivono nelle città bosniache di confine in stanze in affitto, aspettando il proprio turno — anche per settimane.

Nel quaderno non vengono mai annotati i motivi per cui una persona cerca di attraversare il confine. Questo contribuisce a garantire la sicurezza di chi cerca di sfuggire alle persecuzioni: decine di persone hanno accesso alle annotazioni del quaderno e qualsiasi dettaglio superfluo potrebbe finire nelle mani sbagliate. Gli intervistati da DOXA hanno raccontato di un caso in cui il marito di una ragazza, fuggita da lui, si era recato al confine a Novi Grad e aveva iniziato a chiedere informazioni su di lei alla gente. Nessuno ha tradito la donna, e per motivi di sicurezza il suo nome è stato omesso dai registri.

Le guardie di frontiera croate accettano dieci persone al giorno – e solo nei giorni feriali. Anton, un attivista russo, ha attraversato il confine nel 2024 e sul suo canale Telegram ha descritto così la situazione: «Oggi sono arrivate molte persone, soprattutto dalla Cecenia; hanno provato a passare il confine senza essere nell’elenco e i croati le hanno respinte tutte. Un agente di frontiera bosniaco mi ha detto che avrebbe fatto passare tutti, ma i croati non ne avrebbero accettati più di 10. Ed è andata proprio così. Evidentemente è difficile gestire più di 10 persone al giorno; quindi non possono farle passare. Domani toccherà a me provarci. Vi aggiornerò al momento. Parlerò in croato con i funzionari di frontiera. Spiegherò che abbiamo stilato una lista dopo il loro consiglio – nonostante ci siano persone rifugiate che violano l’elenco. Vi prego di rispettarvi a vicenda. Ognuno si trova in una situazione diversa ed è importante rimanere umani.»

Dato che ogni giorno possono attraversare il confine solo dieci persone, i rifugiati hanno organizzato una fila per mantenere l’ordine. Ogni giorno, alle tre del pomeriggio, si ritrovano sul lungofiume a Novi Grad, si registrano e stabiliscono chi passerà e quando. Alcuni aspettano una settimana. Altri un mese. Chi non si presenta per tre giorni di fila viene cancellato dal registro, perdendo così la possibilità di attraversare il confine. È così che si è sviluppato un sistema di mutuo aiuto, in cui ognuno condivideva le proprie competenze e risorse con gli altri. Slava conosceva l’inglese e aiutava le donne cecene a orientarsi tra i siti web europei dove trovare informazioni sul diritto d’asilo. Chi riusciva ad attraversare il confine lasciava agli altri i marchi bosniaci4 non spesi.

«Nessuno dei ceceni si sedeva con me per discutere di politica. Si limitavano a controllare se avessi un posto dove dormire o qualcosa da mangiare. La mattina del mio passaggio non riuscii a svegliarmi perchè la sveglia non aveva suonato. Vennero bussare alla mia porta: sapevano dove abitavo. Mi trascinarono praticamente fuori dal letto,» racconta Slava.

L’agente ha ritirato i passaporti e non restava altro da fare che aspettare”

La giornata del passaggio inizia presto. Alle sette del mattino un gruppo di dieci persone si incammina a piedi dal punto di raccolta vicino al confine verso il ponte sul fiume Una. Dall’altra parte del ponte c’è un agente di frontiera croato: ritira i passaporti e i telefoni e inizia a registrare i nuovi arrivati. Dopo aver attraversato il confine, le persone vengono sistemate in centri di detenzione. «Nel mio caso era una cella di nove metri per nove, con le sbarre alle finestre; ci stavi seduto per dodici ore ad aspettare. Nessuno ti chiedeva nulla. Il funzionario ritirava i passaporti e non restava altro da fare che aspettare,» racconta Slava.

Georgij, un architetto di Belgorod che aveva percorso quella stessa rotta prima di Slava, racconta che nel suo gruppo c’erano 11 persone: dieci ceceni e lui. I rifugiati ceceni venivano controllati più a lungo, mentre lui era stato sottoposto a un controllo di routine. Al valico gli avevano persino sequestrato le pillole per dormire. Quando hanno saputo che era cristiano, le guardie di frontiera sono diventate più cortesi. «Traducevo agli altri ceceni le domande del poliziotto. Lui comunicava con loro tramite me, perché ero l’unico del gruppo a parlare inglese,» ricorda Georgij.

Il comportamento cortese delle guardie di frontiera croate, di cui parla Georgij, è solo un aspetto della medaglia. Anton ha raccontato a DOXA un’altra storia: dopo aver espletato le formalità, uno dei poliziotti più anziani gli ha visto una sigaretta dietro l’orecchio e ha inveito contro di lui, dando inizio a un battibecco. A quel punto gli agenti hanno iniziato a picchiarlo: «Mi è saltato addosso e ha cominciato a prendermi a pugni. Si sono uniti a lui anche gli altri suoi colleghi. Alla fine sono riuscito a difendermi ma mi hanno fatto un bel po’ di bernoccoli. Mi picchiavano mentre ero disteso a terra e non si facevano scrupoli a calpestarmi con gli stivali.»

Rifugiati al guinzaglio e in manette: com’è la prigione per migranti in Ungheria

Anche dopo aver attraversato un confine dell’UE, le difficoltà per i rifugiati non finiscono.

Boris e Sasha, una coppia gay proveniente dalla Russia, e una ragazza trans che viaggiava con loro non sono riusciti a lasciare l’Ungheria in tempo. All’aeroporto di Budapest, proprio prima di salire sull’aereo, sono stati avvicinati da due uomini e una donna in borghese. Uno di loro ha tirato fuori dalla tasca un foglio di carta dove Boris ha riconosciuto le sue foto e le sue impronte digitali. È emerso che le autorità ungheresi li avevano messi nella lista dei ricercati.

«Mi è subito scappata una risata,» ricorda Boris nell’intervista a DOXA. «Sono un tipo ansioso e mi ero già immaginato questo scenario. Ho detto loro: Siamo qui, due gay e una ragazza trans. Se ci portate da qualche parte, non sarà una buona cosa per il Paese. Secondo le leggi dell’UE siamo persone vulnerabili.»

Li hanno condotti in manette attraverso l’aeroporto, li hanno rinchiusi nel seminterrato della struttura e, infine, li hanno trasportati nel centro di immigrazione ungherese.

Boris descrive così il centro: «Era un campo per clandestini e criminali. Secondo le leggi ungheresi, tutte queste persone devono essere condotte al guinzaglio. Il guinzaglio era fissato alle manette, e le manette ti legavano ad altre persone. Ci legavano in branco e ci portavano in giro come cani. Quando bisognava andare dal medico, ti agganciavano separatamente al guinzaglio e ti portavano da solo. Il medico veniva una volta al mese.»

Per due mesi interi venivano nutriti con pane e ketchup a colazione e a cena.5 A volte davano la zuppa: «acqua in cui galleggiava della pasta, modellata in modo tale da sembrare pollo.» Nonostante questa razione, nella sala comune c’era comunque un computer fisso collegato a Internet. Tramite questo mezzo, Boris e Sasha hanno contattato alcuni attivisti ungheresi per i diritti umani e hanno presentato un reclamo sulle condizioni di detenzione. Ma nessuno ha mai risposto.

Allo stesso tempo, i rifugiati si trattavano con rispetto. Nel centro di accoglienza, Boris e Sasha erano ospitati insieme a musulmani, libici, siriani e ceceni: nessuno di loro, secondo quanto riferito, discriminava le persone LGBT. «A loro non importa proprio un fico secco. Anche loro se ne erano andati perché la loro vita non era certo rose e fiori. Siamo tutti sulla stessa barca. A nessuno importa chi eri e chi sei, in quali divinità credi e che tipo di abito indossi.» Due mesi dopo, Boris e Sasha sono stati rimpatriati in Croazia. Ora stanno cercando di regolarizzare la loro posizione in Spagna.

Nell’Aprile 2026 l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) ha sospeso il presidente dell’Assemblea dei popoli del Caucaso Ruslan Kutaev per aver definito le persone LGBT “pervertiti” e difeso i “delitti d’onore” in Cecenia come una questione interna familiare. Nei notiziari la vicenda è apparsa come uno scontro tra due fazioni inconciliabili: i ceceni contro la comunità queer, il conservatorismo islamico contro la tolleranza europea.

Nella città bosniaca di confine, però, non c’erano due fazioni. Una donna cecena con cinque figli, una coppia gay di Penza, un ragazzo fuggito dalla guerra, condividevano un unico quaderno, un’unica fila e un’unica paura di non farcela in tempo. Queste persone così diverse si aiutavano a vicenda non perché condividessero le stesse opinioni, ma perché altrimenti nessuno di loro sarebbe riuscito a superare quella prova. E tutti loro hanno subito violenze dalle forze dell’ordine russe e dai detentori dei “valori europei.”

 

Note

1Quali Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Finlandia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Islanda, Norvegia, Svezia, Slovacchia.

2Città bosniaca, capitale della Repubblica Serba della Bosnia-Erzegovina.

3Città settentrionale bosniaca.

4Moneta della Bosnia-Erzegovina.

5Come ha spiegato Boris, i suoi compagni di cella gli hanno raccontato che l’Unione Europea versava all’Ungheria 250 euro al giorno per ogni persona ospitata in quel centro.

Centinaia di migliaia di rifugiati, da settimane, aspettano al confine croato per entrare nell’Unione Europea ©, .

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New AMD P-State Patch Delivers Major Linux Gaming Performance Boost

New AMD P-State Patch Delivers Major Linux Gaming Performance Boost

A newly proposed patch for the Linux kernel's AMD P-State CPU frequency scaling driver is showing impressive gaming performance improvements, potentially delivering a noticeable boost for Ryzen users without requiring new hardware. Early benchmarks indicate that the optimization can significantly improve frame rates in CPU-bound games by allowing processors to respond more quickly to changing workloads. (phoronix.com)

Although the patch has not yet been merged into the mainline Linux kernel, the initial results have generated considerable excitement among Linux gamers and kernel developers alike.

What Is AMD P-State?

AMD P-State is the modern CPU frequency scaling driver for AMD Ryzen processors on Linux. Rather than relying on the older ACPI CPUFreq driver, AMD P-State communicates directly with the processor to adjust clock speeds based on workload demands.

Its goals include:

  • Faster frequency scaling
  • Improved power efficiency
  • Better responsiveness
  • Higher performance during demanding workloads
  • Lower power consumption when the system is idle

Most modern Linux distributions already support AMD P-State on compatible Ryzen processors. (kernel.org)

A Focus on Gaming Performance

The new patch specifically targets how quickly AMD P-State responds when a game suddenly demands additional CPU performance.

Many games rapidly alternate between light and heavy CPU workloads. If the processor takes too long to increase its clock speed, short performance dips can occur.

The proposed optimization reduces that delay, allowing the CPU to boost more aggressively when needed and helping maintain smoother gameplay. (phoronix.com)

Promising Benchmark Results

According to early testing, the patch delivers meaningful improvements across several Linux gaming workloads.

Reported benefits include:

  • Higher average frame rates
  • Better 1% low FPS performance
  • Faster CPU frequency response
  • Improved responsiveness during gameplay
  • More consistent frame delivery

The biggest gains appear in CPU-limited games where processor performance has a greater impact than GPU performance. Systems that are already GPU-bound may see smaller improvements. (phoronix.com)

Designed for Modern Ryzen CPUs

The patch targets systems using the AMD P-State driver, which supports many recent Ryzen processors.

Compatible platforms generally include:

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Canadian Man Pleads Guilty in Snowflake Extortions

A 26-year-old Canadian man once described as one of the most consequential cybercrime threat actors of 2024 has pleaded guilty to computer fraud and conspiracy to hack and extort more than 165 organizations that used the cloud provider Snowflake. Connor Riley Moucka, of Kitchener, Ontario, also admitted to stealing call and text history records of more than 100 million AT&T customers.

A surveillance photo of Connor Riley Moucka, a.k.a. “Judische” and “Waifu,” dated Oct 21, 2024, 9 days before Moucka’s arrest. This image was included in an affidavit filed by an investigator with the Royal Canadian Mounted Police (RCMP).

The U.S. Justice Department said between February and October 2024, Moucka and co-conspirators used stolen login credentials to steal cloud-hosted data belonging to at least 165 customers of a U.S.-based software-as-a-service company.

The hackers targeted stolen credentials for Snowflake customer accounts that did not enforce multi-factor authentication, and extorted or attempted to extort a host of well-known companies, including TicketMaster, Lending Tree, Advance Auto Parts and Neiman Marcus. Snowflake responded to the data thefts by increasing password complexity requirements and enforcing multi-factor authentication.

Moucka adopted new nicknames frequently — sometimes operating multiple identities concurrently — but two of his best-known monikers were “Judische” and “Waifu.” Judische’s admitted role in the Snowflake data thefts was first documented by KrebsOnSecurity in a September 2024 story about the overlap between Western, English-speaking cybercriminals and extremist groups that harass and extort minors into harming themselves or others.

That September 2024 story identified Judische as a software engineer from Ontario who has been involved in numerous data breaches and voice phishing attacks against U.S. companies since at least 2020. A little more than a month later, Canadian authorities arrested Moucka on a provisional warrant from the United States.

The government says Moucka and others used their unauthorized access to steal billions of sensitive customer records and download terabytes of information, “including individuals’ non-content call and text history records, banking and other financial information, payroll records, Drug Enforcement Administration (DEA) registration numbers, driver’s license numbers, passport numbers, social security numbers and other personally identifiable information. They then extorted victims by threatening to publish data online.”

Moucka also threatened and harassed government officials and security researchers who were helping to track him down. The Justice Department said the conspirators made over $2.5 million in ransom payments, and that in at least one instance, Moucka re-extorted a victim with threats of further disclosure of the victim’s stolen data.

“Moucka used the stolen data of a government officer and members of a then-former government officer’s immediate family in this re-extortion attempt,” reads a statement from the Justice Department.

One of Moucka’s admitted co-conspirators is Cameron “Kiberphant0m” Wagenius, a U.S. Army soldier who pleaded guilty in July 2025 to extorting AT&T and Verizon for their customer account data. Less than a month before Wagenius’s arrest, KrebsOnSecurity published a deep dive into Kiberphant0m’s various Telegram and Discord identities over the years, revealing how the owner of the accounts told others they were in the Army and stationed in South Korea.

One of several selfies on the Facebook page of Cameron Wagenius.

Kiberphant0m also re-extorted victims. Immediately following Moucka’s arrest, Kiberphant0m posted on hacker forums what he claimed were the AT&T call logs for then President-elect Donald Trump and for then Vice President Kamala Harris, as well schematics allegedly stolen from the U.S. National Security Agency (NSA).

Wagenius is set to be sentenced on September 3, 2026. The government says he faces a maximum penalty of 20 years in prison for conspiracy to commit wire fraud, a maximum penalty of five years in prison for extortion in relation to computer fraud, and a mandatory two-year sentence consecutive to any other prison time for aggravated identity theft.

The third alleged co-conspirator is John Erin Binns, 26, an elusive American man who fled the United States after being indicted for his admitted role in a 2021 breach at T-Mobile that exposed the personal information of at least 76 million customers.

Sources close to the investigation said Binns, also known as “IRDev” and “IntelSecrets,” was until recently incarcerated in a Turkish prison, but that he has since been released and has resurfaced online. Those sources said Binns also recently obtained Turkish citizenship, and under Turkish law a citizen cannot be extradited to a foreign country.

An image of a passport that Binns shared in an email to KrebsOnSecurity in Feb. 2023.

Moucka pleaded guilty to four criminal counts, including computer fraud, wire fraud, aggravated identity theft, and conspiracy. He is slated to be sentenced on Oct. 27 and faces a mandatory minimum penalty of two years in prison on the aggravated identity theft count, as well as a maximum penalty of 30 years in prison on the remaining counts. Ultimately, it will be up the federal judge how much time Moucka actually serves for his extensive cybercriminal rap sheet.

For an interview with Moucka prior to his arrest and a deeper look at Binns, see our original report on Moucka’s arrest.

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Se anche voi siete stanchi di chi vi dice che gli LLM sono pappagalli stocastici e algoritmi

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00:00 Il pappagallo stocastico non solo è una teoria tra le altre, ma è anche debole.
08:10 Perché le reti grandi generalizzano? Perché il GD è così potente?
12:04 La forma non è sostanza: la predizione del prossimo token è la scatola.
13:10 Le reti neurali non sono algoritmi. Acqua e mulinelli.
17:34 Mettiamo tutto assieme.
21:00 Perché c'è ancora gente che continua a ripetere teorie stantie?
26:24 Sulla necessità di una giustizia scientifica.

Paper citato sulla generalizzazione delle reti profonde: https://arxiv.org/pdf/2203.10036
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Ford sfida la Cina con Fathom, il pick-up elettrico sotto i 30.000 dollari

La Ford ha svelato alcuni dettagli dell'atteso pick-up elettrico che dovrà rilanciare la sua presenza nel mercato dei cassonati a batteria dopo le difficoltà incontrate dall'F-150 Lightning.Si chiamerà Fathom e avrà un listino particolarmente aggressivo: l'Ovale Blu ha indicato un prezzo base di 28.350 dollari (24.580 euro al cambio attuale), escluse le spese di trasporto e consegna e altri oneri. Anche aggiungendo i 1.595 dollari previsti per il trasporto, il conto sale a 29.945 dollari, rimanendo comunque al di sotto della soglia dei 30.000 dollari indicata più volte dal management della Casa di Dearborn come fondamentale per rendere competitivi i futuri modelli elettrici. La piattaforma per sfidare i cinesi Del nuovo pick-up non sono ancora state diffuse immagini ufficiali, ma il debutto sembra ormai vicino. Ford prevede infatti di avviare la raccolta dei preordini all'inizio del 2027, con le prime consegne attese nei mesi successivi. La presentazione dovrebbe quindi avvenire entro la fine di quest'anno.Il Fathom sarà il primo modello realizzato sulla nuova piattaforma Universal Electric Vehicle (UEV) che, secondo l'azienda, rappresenterà un tassello fondamentale per rilanciare la divisione dedicata alle elettriche Model e e portarla al pareggio entro il 2029, dopo anni di perdite miliardarie.L'obiettivo della Casa americana è chiaro: ogni veicolo sviluppato sulla nuova architettura dovrà raggiungere la redditività entro un anno dal lancio ed essere competitivo sul fronte dei costi rispetto ai leader del settore, Tesla e soprattutto i costruttori cinesi, più volte citati dall'amministratore delegato Jim Farley come riferimento per efficienza e rapidità di sviluppo. Per raggiungere questo traguardo è stato creato un team dedicato di tecnici e ingegneri con il compito di abbattere i costi di produzione e avvicinarli a quelli dei modelli termici attraverso nuove tecnologie e processi più efficienti.Il Fathom sarà costruito nello stabilimento di Louisville, in Kentucky, utilizzando un innovativo processo produttivo ad albero. Al posto di una tradizionale catena di montaggio unica, saranno impiegate tre linee che lavoreranno in parallelo e convergeranno soltanto nella fase finale dell'assemblaggio. Una sarà dedicata alla sezione anteriore del veicolo, una seconda a quella posteriore e una terza alla struttura portante composta da batteria, telaio e interni.
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Tutor, frenare allultimo evita la multa? 15 verità che smontano anni di leggende

Ha compiuto vent'anni di attività il 23 dicembre 2025. All'antivigilia di Natale del 2005 furono infatti accesi ufficialmente i primi otto Tutor installati sulla rete di Autostrade per l'Italia. Si trattava, in realtà, dei Sicve, così si chiamavano tecnicamente i Sistemi Informativi per il Controllo della Velocità approvati un anno prima dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Da subito, attorno al nuovo e per molti aspetti rivoluzionario strumento, iniziarono ad aleggiare leggende, miti e bufale legate al suo innovativo principio di funzionamento e alle sue particolari caratteristiche tecniche. Panzane che in molti casi hanno resistito all'usura del tempo nonostante siano attualmente attivi i molto più sofisticati e affidabili Tutor 3.0, approvati dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti il 20 giugno 2024 e automaticamente omologati in base all'ultimo decreto ministeriale. Di seguito 15 credenze, alcune vere, sul principale dispositivo per la sicurezza stradale usato in autostrada. Ah, a proposito, i Tutor 3.0 attualmente installati sulla rete di Autostrade per l'Italia sono 183, di cui 60 sulla A1 Milano-Napoli, 16 sulla A4 Torino-Trieste, 7 sulla A7 Milano-Genova, 3 sulla A8 Milano-Varese, 5 sulla A9 Lainate-Chiasso, 3 sulla A10 Genova-Ventimiglia, 5 sulla A11 Firenze-Pisa Nord, 19 sulla A13 Bologna-Padova, 44 sulla A14 Bologna-Taranto, 2 sulla A16 Napoli-Canosa, 3 sulla A23 Palmanova-Tarvisio, 2 sulla A26 Genova Voltri-Gravellona Toce, 5 sulla A27 Venezia-Belluno, 9 sulla A30 Caserta-Salerno. 1. Sfugge al controllo chi frena bruscamente in corrispondenza del secondo portaleFalso. Premesso che la frenata brusca è un comportamento vietato dal Codice della strada (e sanzionato con una multa di 42 euro e la perdita di 2 punti) e che, soprattutto in autostrada, è una manovra estremamente pericolosa per sé e per chi segue, la frenata brusca non ha alcun effetto sul normale funzionamento del Tutor. Che, infatti, monitora tutti i veicoli che transitano tra i due portali attivi e calcola la loro velocità media in base al tempo di transito, ossia al tempo trascorso tra il passaggio in corrispondenza del portale di ingresso e il passaggio in corrispondenza del portale di uscita, posizionati a distanza fissa. Solo se questa velocità è superiore al limite esistente lungo tutto il tratto monitorato - tenuto conto della tolleranza di legge del 5% con un minimo di 5 km/h - si attiva automaticamente la procedura sanzionatoria. Ovviamente un normale rallentamento lungo la tratta monitorata è ammesso se, per un qualsiasi motivo, si sia superato occasionalmente il limite, per esempio per effettuare in sicurezza una manovra di sorpasso. Ma ciò è coerente proprio con lo spirito del Tutor, pensato non per punire il superamento occasionale del limite ma il suo superamento sistematico su lunghi tratti autostradali. 2. Sfugge al controllo chi transita lungo la corsia di emergenzaFalso. Anche la corsia di emergenza è tenuta sotto controllo dalle Unità di rilevamento dei veicoli, come si chiamano le telecamere dei Tutor 3.0. La leggenda che il transito, anche solo in corrispondenza di uno solo dei portali, permetta al trasgressore di farla franca è una bufala. Che, però, nasce da un fatto vero. I portali attivati tra il 2005 e il 2006, infatti, non erano dotati di una telecamera specificamente dedicata alla corsia di emergenza. Una falla che però fu colmata dopo poco tempo. utile ricordare che circolare sulla corsia di emergenza comporta una multa di 430 euro (573,33 euro di notte, ossia dopo le ore 22 e prima delle 7), la perdita di dieci punti e la sospensione della patente da due a sei mesi. 3. Sfugge al controllo chi marcia a cavallo delle strisce che delimitano le corsie Falso. vero, come si legge nel decreto di approvazione, che ogni coppia di sensori e unità di rilevamento veicoli installata sui portali di ingresso e di uscita è in grado di monitorare al massimo una corsia, ma il rilevamento non si limita ai veicoli che transitano all'interno della parte di carreggiata delimitata dalle strisce. La specifica contenuta nel decreto di approvazione significa semplicemente che, come è scritto subito dopo, nel caso di utilizzo su una strada con un numero superiore di corsie, dovranno essere previsti più sensori e unità di rilevamento veicoli. Insomma, marciare a cavallo delle strisce, come può succedere peraltro in occasione di una manovra di sorpasso in corrispondenza di un portale Tutor, non serve a niente. 4. Sfugge al controllo chi marcia su corsie diverse in corrispondenza del portale di ingresso e di quello di uscitaFalso. Le Urv (Unità di rilevamento veicoli) non lavorano in parallelo per corsie di marcia. Tutte sono utilizzate per rilevare tutti i veicoli che passano sotto i portali di ingresso e di uscita. La Uel (Unità di elaborazione locale) misura la velocità media di ciascun mezzo e scarta quelle che risultano entro i limiti (detratta la tolleranza di legge del 5% con un minimo di 5 km/h). 5. Funziona fino a 230 km/hFalso. vero che, come si legge nel decreto di approvazione, il sistema è risultato in grado di riconoscere, alla velocità di 230 km/h, le targhe posteriori e anteriori degli autoveicoli, ma questo non significa che non sia in grado di rilevare tutte le velocità. La velocità massima rilevata da un Tutor è stata quella di un'auto che viaggiava a oltre 295 km/h. 6. Non è acceso di notteFalso. Salvo guasti o fermi tecnici per manutenzione, il Tutor può essere acceso per periodi di tempo indeterminati, al limite persino 24 ore su 24, sette giorni su sette. E ciò indipendentemente dalle condizioni di luce. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, un tratto di autostrada è tenuto sotto controllo soltanto per alcune ore al giorno. In ogni caso è la Polizia Stradale, nella sua totale autonomia, a decidere, di volta in volta, l'ora e il tempo di attivazione. 7. Non è acceso quando pioveFalso. Il Tutor può essere attivato con qualsiasi condizione meteorologica (sole, pioggia, neve, nebbia) e temperatura. la Polizia, nella sua totale autonomia, a deciderne, di volta in volta, l'attivazione. 8. Il Tutor non rileva la violazione del limite di 110 km/h in presenza di pioggia occasionale Vero. Sulle autostrade o sulle tratte con limite di velocità standard, ossia 130 km/h, la velocità massima ammessa scende a 110 km/h in caso di pioggia. Il Tutor, però, non può tenerne conto perché non è in grado di sapere se la pioggia cade lungo tutta la tratta tenuta sotto controllo, lungo la quale il limite di velocità deve essere lo stesso. 9. Non rileva la targa di notteFalso. Ciascuna Urv (Unità di rilevamento veicoli) è dotata di un sistema di illuminazione a infrarossi e di avanzati algoritmi di riconoscimento ottico dei caratteri in grado di garantire l'efficacia dell'acquisizione della targa in qualsiasi condizione di luce ambientale. 10. Non rileva la targa se le luci targa sono spenteFalso. Ciascuna Urv (Unità di rilevamento veicoli) è dotata di un sistema di illuminazione a infrarossi e di avanzati algoritmi di riconoscimento ottico dei caratteri in grado di garantire l'efficacia dell'acquisizione della targa in qualsiasi condizione di luce ambientale. 11. Non può essere usato per misurare la velocità istantaneaFalso. Fin dal Tutor di prima generazione, il Sicve, il sistema è progettato e approvato per rilevare sia la velocità istantanea dei veicoli che attraversano ogni singolo portale sia la velocità media tra due portali. La Polizia Stradale, però, coerentemente con lo spirito con cui è stato ideato lo strumento, lo usa solo per quest'ultima funzione. 12. Non rileva il superamento dei limiti di velocità fino a 10 km/hFalso. Il Tutor rileva tutte le violazioni del limite di velocità esistente sul tratto monitorato, detratta la tolleranza del 5% con un minimo di 5 km/h prevista dalla legge. Dunque, su un tratto con limite di 130 km/h, il sistema esclude solo i veicoli che hanno percorso il tratto compreso tra i due portali a una velocità media pari o inferiore a 136 km/h. 13. Le violazioni commesse con auto con targa estera sono archiviateFalso. Tutte le violazioni rilevate dai Tutor finiscono al Cnai (Centro nazionale accertamento infrazioni) di Roma. Per le auto con targa italiana i sistemi, grazie al collegamento diretto con l'Archivio nazionale veicoli della Motorizzazione civile, associano immediatamente il numero di targa al proprietario. Per le targhe estere, invece, vi sono due procedure diverse. Se la targa è di un Paese UE, risalire al proprietario è semplice grazie al sistema di interscambio dei dati dei veicoli circolanti nei Paesi dell'Unione Europea. Se, invece, il veicolo è immatricolato in un Paese extra UE, non esiste un sistema automatizzato. La procedura è più lunga, ma il verbale viene notificato in ogni caso. 14. Non esistono due tratte consecutive coperte dal TutorVero. Ogni portale del Tutor può essere usato come ingresso o come uscita di una tratta lungo la quale è calcolata la velocità media dei veicoli. Non potendo svolgere entrambe le funzioni contemporaneamente, non possono esistere due tratte consecutive di strada controllate dal Tutor. 15. Il Tutor può sanzionare automaticamente anche la mancata revisione e l'assenza di assicurazioneFalso. Il Tutor, come ogni altra apparecchiatura in grado di interrogare l'Archivio nazionale veicoli (Anv) della Motorizzazione civile, può tecnicamente verificare sia la copertura RC auto sia la regolarità della revisione. Queste due violazioni, tuttavia, non possono essere sanzionate automaticamente perché lo strumento non è approvato per queste due funzioni. O meglio, solo in caso di violazione del limite di velocità potrebbero essere sanzionate anche le ulteriori violazioni delle norme sull'assicurazione e sulla revisione (peraltro, con qualche problema applicativo sulle relative sanzioni accessorie). Diversamente, solo una pattuglia della Polizia Stradale può contestare autonomamente queste due violazioni al trasgressore.
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Il gasolio tornerà mai sotto i 2 euro? "Sì, ma solo a queste condizioni"

Se è vero che ogni incubo ha una fine, dovremmo svegliarci presto dal brutto sogno dei prezzi di benzina e gasolio: da circa sei mesi, infatti, dall'inizio della guerra USA-Iran, i listini salgono senza tregua. Per capire come potrebbe evolvere una situazione che pesa sempre di più sulle tasche degli automobilisti, già alle prese con il caro vita, abbiamo parlato con Gianni Murano, presidente di Unem, l'Unione energie per la mobilità. Se le tensioni in Medio Oriente si allentassero, sarebbe realistico immaginare un ritorno stabile sotto i 2 euro al litro per benzina e gasolio? Oppure quei prezzi appartengono ormai al passato?Un ritorno stabile sotto i 2 euro al litro è assolutamente possibile, ma soprattutto auspicabile, in uno scenario di normalizzazione geopolitica. Se le quotazioni internazionali del greggio, e soprattutto dei prodotti raffinati, dovessero tornare sui livelli precedenti alle recenti tensioni, potremmo assistere a una graduale riduzione dei prezzi alla pompa, più in linea con le medie degli ultimi due anni. In altre parole, la soglia dei 2 euro non è irreversibile. Sul gasolio, tuttavia, continuano a pesare fattori strutturali, come la crisi della raffinazione, che potrebbero mantenerne i prezzi relativamente elevati anche in presenza di quotazioni del petrolio in calo. Oggi quanto pesano sul prezzo finale di un litro di carburante il greggio, il cambio euro-dollaro, la raffinazione, la distribuzione, le accise e l'IVA?Al netto dei recenti tagli delle accise, confermati nei giorni scorsi fino al 25 agosto per il solo gasolio, la componente fiscale continua a rappresentare oltre la metà del prezzo finale pagato dal consumatore. Questo significa che, ai prezzi attuali, oltre 1 euro al litro è composto da tasse. L'Italia detiene il primato europeo sul gasolio ed è quarta sulla benzina. Anche il cambio euro-dollaro è determinante, poiché il petrolio e i prodotti raffinati sono quotati in dollari e possono influenzare sensibilmente il prezzo finale. Nei primi mesi del 2026 si può stimare un beneficio di circa due centesimi legato all'apprezzamento dell'euro nei confronti del dollaro.C'è poi il costo della materia prima, cioè la quotazione internazionale di benzina e gasolio, che oggi rappresenta una quota compresa tra il 37 e il 48%. Il restante 8-10% serve a remunerare tutti gli altri passaggi della filiera: distribuzione primaria e secondaria, margine del gestore, oneri finanziari, investimenti e costi di struttura. In questo contesto, la presenza di una raffinazione nazionale efficiente continua a rappresentare un elemento di forza per il Paese.Il gasolio continuerà a costare più della benzina? Se sì, quali sono le cause strutturali di questo fenomeno?A livello di quotazioni internazionali, dal 2022, cioè dalle sanzioni sulle importazioni di gasolio dalla Russia, il diesel si è stabilmente attestato sopra la benzina di 5-15 centesimi al litro. A livello di prezzi al consumo, questo fenomeno era meno evidente perché il gasolio beneficiava di un'accisa inferiore di 11 centesimi al litro. Dal 1 gennaio 2026 le aliquote sono state equiparate e la differenza è diventata più visibile. Oggi lo è ancora di più perché, a seguito della crisi di Hormuz, il differenziale rispetto alla benzina si è ulteriormente ampliato.Dall'inizio della guerra il gasolio si è apprezzato di oltre il 60%, mentre la benzina di poco meno del 40%, a fronte di un aumento del 9% del Brent. Le cause sono principalmente strutturali. Negli ultimi 15 anni l'Europa ha perso circa il 20% della propria capacità di raffinazione ed è rimasta fortemente dipendente dalle importazioni di diesel, provenienti prima dalla Russia e, più recentemente, dall'area del Golfo. Al netto delle crisi geopolitiche e delle misure straordinarie, quale sarebbe oggi un prezzo "normale" per benzina e gasolio in Italia?Non esiste un prezzo "giusto" in senso assoluto perché i carburanti riflettono quotidianamente l'andamento delle quotazioni internazionali. In un contesto di mercato ordinario, senza tensioni geopolitiche, shock logistici o interruzioni della produzione, è ragionevole attendersi livelli sensibilmente inferiori rispetto a quelli registrati nelle fasi di crisi.Dopo la fine del taglio delle accise, è immaginabile un nuovo intervento del governo? Oppure una riforma strutturale della fiscalità dei carburanti?Molto dipenderà dall'evoluzione della situazione internazionale. Negli ultimi giorni le quotazioni del petrolio e dei prodotti raffinati hanno mostrato una tendenza alla flessione che auspichiamo possa proseguire. evidente che misure temporanee possano risultare utili in presenza di emergenze, ma non risolvono le criticità di fondo. Per questo riteniamo necessario ragionare in una prospettiva più strutturale.La fiscalità dovrebbe accompagnare il percorso di decarbonizzazione, valorizzando i carburanti a minore impronta carbonica e favorendo gli investimenti industriali necessari alla transizione energetica. Consumatori e Antitrust parlano spesso di aumenti rapidi e ribassi lenti alla pompa. una lettura corretta? Come funziona realmente la formazione dei prezzi?Si tratta di una percezione diffusa che non sempre trova conferma nei numeri e che tende a semplificare una realtà molto più complessa. Quando le quotazioni salgono rapidamente, l'effetto sui prezzi è immediatamente percepibile dai consumatori; quando invece diminuiscono, l'attenzione pubblica tende a essere inferiore. Esiste un'ampia letteratura che smentisce il fenomeno definito "piume e razzi", come evidenziato anche da un recente studio della BCE.Inoltre, il mercato italiano è costantemente monitorato dalla Commissione di allerta prezzi istituita presso il Mimit. Se fossero emerse anomalie significative, sarebbero state rilevate.Quanto incidono davvero le speculazioni finanziarie sulle materie prime sul prezzo finale di benzina e gasolio? Esistono strumenti per limitarne gli effetti?La componente finanziaria contribuisce ad amplificare la volatilità dei mercati, soprattutto nei momenti di maggiore incertezza, e interessa in particolare il petrolio, che è un mercato più "cartaceo" che "fisico". Sarebbe però sbagliato attribuire gli aumenti dei carburanti esclusivamente alla speculazione. Nelle crisi più recenti hanno inciso soprattutto fattori concreti: attacchi alle infrastrutture energetiche, riduzione della capacità di raffinazione, problemi logistici e minore disponibilità di prodotti raffinati.La migliore difesa contro la volatilità resta una maggiore sicurezza degli approvvigionamenti, una raffinazione europea competitiva e una più ampia diversificazione delle fonti energetiche.Quali sono i principali fattori che potrebbero far salire o scendere i carburanti nei prossimi 12-24 mesi?Sul fronte dei ribassi potrebbero incidere una de-escalation delle tensioni internazionali, il rafforzamento dell'euro rispetto al dollaro, una crescita più moderata della domanda globale e il recupero della capacità produttiva e di raffinazione. Sul fronte dei rialzi, invece, peserebbero eventuali nuove crisi geopolitiche, interruzioni delle principali rotte commerciali, ulteriori problemi nel settore della raffinazione o altri elementi destabilizzanti per i mercati.La variabile più importante continuerà comunque a essere la disponibilità di prodotti raffinati, soprattutto gasolio e jet fuel. Oggi il vero nodo critico non è tanto il petrolio quanto la capacità di trasformarlo nei carburanti richiesti dal mercato europeo. Nei prossimi anni sarà quindi determinante il modo in cui verranno applicate le nuove politiche europee sulla decarbonizzazione dei trasporti. Gli obiettivi ambientali dovranno procedere insieme alla sostenibilità economica per famiglie e imprese.Per questo riteniamo fondamentale un approccio basato sulla neutralità tecnologica, valorizzando tutte le soluzioni in grado di ridurre le emissioni, compresi i biocarburanti e i carburanti rinnovabili.
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Destrier, la Bugatti più bassa mai costruita è una one-off da 1.600 CV

Dopo la Brouillard e la F.K.P. Hommage, Bugatti presenta la terza creazione one-of-one del Programme Solitaire. Si chiama Destrier e trasforma la Bolide, la più estrema delle hypercar del marchio francese, in un esemplare unico, un "capolavoro di pura eleganza", il cui nome richiama il possente cavallo da battaglia medievale. La Destrier sarà svelata al pubblico nel corso della Monterey Car Week, al Pebble Beach Concours d'Elegance del 16 agosto 2026. La Bugatti più bassa di sempre Alla base della Destrier c'è l'idea di privare la Bolide del suo pacchetto aerodinamico fatto di ali, appendici e prese d'aria: il risultato è una sportiva alta appena un metro, la più bassa mai realizzata da Bugatti, con cerchi da 20" all'anteriore e 21" al posteriore (contro i 18" della Bolide). La C-Line che incornicia la fiancata corre - interrotta solo dal passaruota anteriore - fino alla calandra a ferro di cavallo, più larga rispetto a quella della Bolide. Al posteriore, l'ala integrata richiama quella della Chiron Profilée del 2022. Il motore è il W16 da 1.600 CV La verniciatura della Destrier è una tinta esclusiva multi-strato denominata Sapphire Celeste, con particelle riflettenti ispirate al diamante; il carbonio a vista, limitato a splitter anteriore e diffusore posteriore, mantiene la stessa colorazione. All'interno del vano motore, le finiture metalliche hanno una lavorazione martellata, che richiama le armature battute a mano dei cavalieri medievali. Il progetto della Destrier poggia sulla monoscocca in fibra di carbonio della Bolide, mantenendone anche il powertrain, il W16 quadriturbo 8.0 litri da 1.600 CV. Interni d'alta sartoria Pur mantenendone l'impostazione generale, con la fibra di carbonio a vista, il volante racing e le prese d'aria a "turbina" nella console centrale, l'abitacolo della Destrier si distacca da quello della Bolide per l'atmosfera decisamente più lussuosa, d'alta sartoria. Pregiatissimi i materiali, dalla pelle e nubuck in color Ambre Voyageur, che si affiancano a un tessuto lavorato in 3D attraversato da filati in rame. Al centro del massiccio tunnel centrale c'è anche un piccolo tricolore francese che richiama la Casa di Molsheim. Un pezzo di storia della Bugatti La Destrier riprende e fonde al suo interno due anime differenti, rappresentando un vero e proprio punto d'unione tra sportività e bellezza. Un concetto già perfettamente espresso dal telaio Type 57, utilizzato per le Type 57G e Type 57C che hanno vinto Le Mans nel 1937 e nel 1939, ma anche per la Type 57SC Atlantic, da molti considerata una delle auto più belle della storia. Ed è per questo motivo che sopra il parabrezza della Destrier trova posto una targhetta incisa a laser che raffigura entrambe le vetture storiche. Un programma più che esclusivo Ancora più ricercato e sofisticato del programma di personalizzazione Sur Mesure, Solitaire consente ai collezionisti e ai clienti più esigenti di vestire meccanica e telai con soluzioni di fatto non riproducibili altrimenti, in un vero e proprio esercizio d'alto artigianato. Non è un caso che Bugatti realizzi al massimo due vetture Solitaire all'anno.
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Ecco la prima Ferrari Luce: sfiora già il milione di euro

Il primo esemplare di produzione della Ferrari Luce sarà venduto all'asta per beneficenza in occasione della Monterey Car Week, dal 7 al 16 agosto 2026. La discussa elettrica del Cavallino sarà battuta da RM Sotheby's e i proventi saranno destinati ai progetti educativi della Ferrari Foundation. La stima è fissata a 1,1 milioni di dollari senza riserva, quasi il doppio rispetto al prezzo di listino negli Stati Uniti, ma resta difficile prevedere quale sarà il valore finale raggiunto in asta. Un esemplare unico dal reparto Tailor Made La vettura proposta è denominata "Chassis 0" ed è stata personalizzata integralmente dal reparto Tailor Made con una configurazione da vera one-off. La carrozzeria sfoggia una tinta Madreperla semi-gloss cangiante, mentre anche cerchi e pinze freno adottano finiture esclusive. Nell'abitacolo spiccano i rivestimenti in pelle Perla Le Mans Metallic e Grigio Corvara. La pelle Metallic, in particolare, rappresenta una nuova creazione del programma Tailor Made studiata per valorizzare la luminosità degli interni; per lo stesso motivo, gli elementi tradizionalmente rifiniti in nero sono stati sostituiti da una finitura grigia.
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Toyota GR86, il tocco di Gazoo Racing per esaltare il piacere di guida

Toyota aggiorna la sportiva GR86 con novità che riguardano l'estetica e le dotazioni di bordo. Il nuovo modello sarà in vendita in Giappone a partire dal 28 agosto, con le prime consegne previste da dicembre. I prezzi partono da 2.936.000 yen (poco più di 16 mila euro) per la RC con cambio manuale e arrivano a 3.616.000 yen (quasi 20 mila euro) per la RZ con trasmissione automatica. Dal debutto del 2021, la Toyota GR86 ha registrato oltre 110.000 unità vendute. Torna la colorazione Solid Gray, visibile anche nelle immagini diffuse dalla Casa e già proposta per un periodo limitato nel 2017 sulla Toyota 86. Sulla versione RZ debuttano invece comandi e interruttori rivisti per offrire un miglior grip tattile, con finitura nero ghisa a bassa riflettenza. Lo schema cromatico nero e rosso, disponibile tra le opzioni senza sovrapprezzo, introduce inoltre nuovi inserti rossi attorno al posto guida. Gli interventi sulla dinamica di guida Più consistente il lavoro svolto da Gazoo Racing sul fronte della dinamica di guida, con il coinvolgimento di piloti professionisti, collaudatori e ingegneri attraverso una serie di test in circuito e sulle piste prova. stata rivista la taratura dell'acceleratore per garantire una risposta più lineare in uscita di curva e sui fondi a bassa aderenza. Anche il servosterzo elettrico è stato aggiornato sulla base dell'esperienza maturata nella Super Taikyu Series, mentre sulle versioni con cambio manuale è stato ampliato lo smusso dell'interlock per rendere più fluida la scalata dalla quinta alla quarta marcia.Sul fronte della sicurezza, il sistema di assistenza alla guida EyeSight aggiunge una terza telecamera, passando da due a tre "occhi" elettronici, con una taratura specifica sviluppata per l'assetto ribassato della vettura. Le novità in arrivo
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ESTATE, BOOM DI VACANZE CON CANI E GATTI: +650% DI RICERCHE SUI VIAGGI CON I FELINI

Agosto non è solo il mese delle vacanze, ma anche quello dedicato agli amici a quattro zampe, con la Giornata mondiale del gatto in calendario l’8 agosto – e quella del cane (26 agosto). In questo contesto cresce il fenomeno del “pet travel”: cani e gatti sono sempre più considerati membri della famiglia e viaggiano insieme ai loro proprietari. Secondo studi di settore ripresi da Dogster – informa una nota riportata da Adnkronos Salute – il 54% dei proprietari prevede di partire con il proprio animale e il 58% afferma di preferirne la compagnia a quella di amici o familiari. Una tendenza che influenza anche il turismo: il 52% dei viaggiatori sceglie la destinazione in base alla possibilità di portare con sé il proprio pet. Di conseguenza, circa il 75% degli hotel, dalle strutture economiche ai resort di lusso, offre oggi servizi pet-friendly. L’auto resta il mezzo di trasporto preferito dal 64% dei proprietari, grazie alla maggiore flessibilità. Non mancano però episodi curiosi: il 10% degli intervistati ammette di aver nascosto almeno una volta il cane per aggirare i divieti delle strutture ricettive, mentre il 3% ha tentato di farlo passare per un neonato per imbarcarlo su un aereo. Se il viaggio con il cane è ormai una realtà consolidata, cresce anche quello con i gatti. Secondo Google Trends – si legge nella nota – nel 2026 le ricerche legate ai viaggi con i felini sono aumentate del 650% a livello globale rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dal monitoraggio dello Schesir Respect My Nature Index, realizzato su un ampio panel di testate internazionali e ricerche di mercato. L’Italia si conferma tra le principali destinazioni mondiali per i trasferimenti internazionali di animali domestici, classificandosi all’ottavo posto. Il Global Pet Travel Data Report 2026 di Starwood, basato su oltre 41 mila trasferimenti, evidenzia una netta prevalenza dei cani rispetto ai gatti e una crescente complessità organizzativa, dovuta anche all’aumento delle famiglie che viaggiano con più di un animale. Pianificare con anticipo documenti sanitari, certificazioni e requisiti di ingresso diventa quindi sempre più importante.

(Foto di Jusdevoyage Lyly pubblicata su Pexels)

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MAMMA DELFINO PORTA IL CUCCIOLO MORTO SUL DORSO: L’IMMAGINE COMMUOVE IL WEB

Il suo video ha commosso il web: Fraggle una femmina di delfino, ha trasportato per sei giorni sul dorso il cadavere del suo cucciolo, seguita dal resto del suo ‘pod’ in quella che sembra quasi una marcia funebre. Le immagini – riporta Agi – sono state girate da un drone del Geographe Marine Research, un’organizzazione australiana per la conservazione della natura. Il tursiope aveva già perso tre figli, hanno riferito gli studiosi, e ciò rende ancora più struggente questa nuotata nell’estuario di Leschenault, vicino alla città di Bunbury, lungo la costa dell’Australia Occidentale. Gli etologi invitano però a non “umanizzare” quelle immagini: il comportamento è infatti di natura ‘epimeletica’, una forma di assistenza a un individuo in difficoltà molto comune tra i cetacei, dai tursiopi alle stenelle e alle orche. Possibile però che in questo mammifero la motivazione materna si sia intrecciata con la componente socioemotiva.

(Frame e video The Independent)

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ESTATE 2026, STUDIO: POTREBBE DIVENTARE LA PIÙ CALDA DI SEMPRE

L’estate 2026 si conferma come una delle più roventi di sempre, mettendo in discussione il primato storico del 2003: sebbene i dati definitivi saranno disponibili solo a fine stagione, le anomalie termiche attuali viaggiano su valori vicinissimi a quelli del 2003 in molte zone della penisola, e potrebbero superarli. Finito il gran caldo, persistente almeno fino a metà agosto, potremmo poi attenderci nubifragi violenti dovuti al riscaldamento del Mediterraneo. A tracciare il quadro è Lorenzo Giovannini, fisico dell’atmosfera dell’Università di Trento. “Quello che era eccezionale 20 anni fa, purtroppo sta diventando la normalità”, ha spiegato all’ANSA Giovannini.

Il 2003, ha aggiunto, “fu un evento fuori scala non solo in Italia ma anche in Francia, e in questi anni più volte ci siamo avvicinati a quei record. In questo 2026, nonostante non sia ancora finito, potremmo superarli. Il problema è che ci saranno altri record peggiori, questa di adesso sembra possa essere la nuova norma”. Mentre nel 2003 il caldo estremo fece scalpore per la sua unicità, i cambiamenti climatici degli ultimi anni hanno reso queste ondate di calore una costante che si ripresenta con regolarità quasi annuale. Particolarmente colpita in modo anomalo è la zona del Nord Italia, dove la persistenza del caldo sta riscrivendo la storia climatica locale.

In Val d’Adige, ad esempio, le giornate con temperature superiori ai 35 gradi hanno già superato la decina, arrivando in alcuni casi oltre le 15, un dato un tempo impensabile per le regioni alpine. Ancora più preoccupante è il fenomeno delle “notti tropicali”, ovvero quando la minima non scende sotto i 20 gradi, impedendo il raffreddamento degli edifici.

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BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 8.6 - INTERNAZIONALE

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Re: [new] Improved OpenWebRX Packages Available

The new OpenWebRX+ 1.2.120, available from the repository, adds bubble display of bookmarks, as they get selected, as well as improvements to APRS reporting. See below for all changes.
 
- Added bookmark info bubbles when clicked.
- Fixed reporting third party APRS packets.
- Disabled reporting non-reportable APRS packets.
- Fixed typo in APRS "adressee" name.
- Stripped whitespace from APRS addressee.
 
Bookmark-Bubbles.png
 
PS: Short cheat sheet for people who just cannot get things to work:

1) If it does not work for you, reload OpenWebRX page while holding the SHIFT key.
2) If it does not work for you, check "Settings | Feature report" page to see what you are missing.
3) If it does not work for you, wait for a day or two, maybe it starts working or you figure it out.
4) If it does not work for you, create a separate forum thread and explain your problem there. Attach the logs, obtained with "sudo journalctl -u openwebrx". Do not paste the entire log into the message, attach it as a file instead.

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TAV: Quelli che seminano vento…

di Marco Revelli (da Volere la luna)

quelli che

Quelli che seminano vento… e raccolgono tempesta. Quelli che devastano interi territori e accusano chi gli resiste di devastazione. Quelli che preparano la guerra e accusano gli altri di essere violenti. Quelli che accusano di terrorismo gli indignati che protestano, essendo loro, i potenti d’ogni colore, terrorizzati all’idea che la gente capisca i loro giochi perversi, e reagisca. Di questa immensa esibizione d’ipocrisia, di cui è zeppa l’immagine del mondo nella sua attuale caduta agli inferi, la vicenda ormai multi-decennale del TAV in Valle Susa ci offre una perfetta sintesi, esemplare per unità di spazio (il cantiere di Chiomonte e le sue metastasi nei dintorni) e di tempo (sabato 25 luglio).

Lo sanno tutti che quello è il giorno del furore, in cui la Valle presenta il conto per le infinite ingiurie, ferite e vessazioni che ha ricevuto e continua a ricevere. Ogni anno la cosa si ripete, come le fasi lunari o le maree. E ogni volta ecco tutti gli opinionisti di sistema e i politici rigorosamente bipartisan a strapparsi le vesti per l’”intollerabile sfida alla legalità”, l’inusitato livello di violenza, l’entità dei danni alle attrezzature, i contusi tra le forze dell’ordine (i feriti tra i manifestanti non fanno notizia) fingendo un soprassalto di stupore mai neppure rinnovato nei toni e nei modi. Sono trent’anni che le rivendicazioni e le proteste della popolazione della Valle si sono ripetute, prima sommesse, sostenute da solide argomentazioni, da robusti apparati di dati, da analisi tecniche raffinate, poi sempre più massificate, con i paesi al completo in corteo, l’intera catena delle generazioni, i nipoti insieme ai nonni, ai padri, ai fratelli, i sindaci e i parroci, le comunità religiose e le associazioni laiche, i militanti politici e i volontari della società civile. E sono trent’anni (trent’anni!!!) che le loro voci sono state bellamente ignorate, cancellate, derise. Trent’anni in cui i decisori pubblici, attenti esclusivamente al conto profitti e perdite dei loro mandanti in affari, hanno regolarmente tirato dritto, a testa bassa, gli occhi fissi sui propri progetti di un futuro insostenibile, a pianificare disboscamenti, trivellazioni, spianamenti e sbancamenti, cambiando una decina di itinerari, perché rivelatisi assurdi, ma mai rinunciando al baricentro del business, quel tunnel-mostro di 57,5 chilometri a due canne “la più lunga galleria ferroviaria mai costruita”), che è il simbolo dell’assurdità e insieme dell’intoccabilità. Oltre che il grande contenitore del pacchetto di miliardi, via via crescente, che si è accumulato nel tempo, fino a raggiungere ora la cifra, provvisoria, di 25 miliardi. E ci si stupisce se ogni tanto la valvola dell’indignazione salta, e la protesta dilaga? Con le forme che la compressione violenta subita, quasi per legge naturale produce.

quelli che

So bene che il pensiero dominante tra le oligarchie che pretendono di monopolizzare lo spirito del tempo cancella il peso dei processi storici, in generale del passato e del futuro, in nome di un presentismo totalizzante. Ma se diamo uno sguardo a tutto ciò che negli ultimi decenni ci è stato raccontato, promesso, spacciato come verità indiscutibile per ottenere il risultato voluto, qualcosa di più possiamo capire sugli stati d’animo di chi quel dispotismo dell’interesse ha dovuto subire. Prendiamo per esempio le previsioni di traffico. Una trentina di anni fa, nella seconda metà degli anni ’90, quando si trattava di far passare l’idea del Grande Buco, i suoi fautori avevano sparato cifre iperboliche sul volume di merci previsto, numeri fuori misura, da economic fantasy: si parlava di un volume di traffico merci tra Italia e Francia destinato a salire, entro il 2030, alla cifra record di 100, 110 milioni di tonnellate distribuite tra i tre valichi di Ventimiglia, Monte Bianco e Frejus. Un’onda di piena che avrebbe saturato la “linea storica” Torino Lione, la cui portata era valutata a un massimo di 20 milioni di tonnellate annuo, entro il 2010! E che sarebbe potuto salire, su quella tratta, a 40 milioni di tonnellate nel 2030, una volta realizzata la nuova Grande Opera (spudorati, si lanciavano anche nella precisazione dei dettagli: 29,5 milioni di t. sulla nuova linea, 9,5 sull’Autostrada ferroviaria). Che fosse una balla spaziale lo si constatò già nel 2010, verifica del primo “traguardo”, quando i milioni di tonnellate in transito sulla linea storica che avrebbe dovuto saturarsi non raggiunse nemmeno i 4 milioni di tonnellate, meno di un quinto del previsto, all’incirca il 30% della portata potenziale della linea. Ma non importa: il partito del buco rilanciò, tacciando gli scettici che s’intestardivano a citare i numeri, di regressismo, localismo, incomprensione del valore del progresso, nemici dell’integrazione economica con i vicini frontalieri, indifferenti alle prospettive di interscambio con l’amica Francia. Oggi i numeri ci dicono che quell’interscambio è aumentato, nel quarto di secolo che ci sta alle spalle, è vero, ma solo in valori monetari (da 54 miliardi nel 2010 ai circa 90 attuali) mentre il volume delle merci in tonnellate è addirittura diminuito: dai 40 milioni del 2010 ai 35 milioni di oggi. Distribuiti tra i valichi di Ventimiglia, del Bianco e del Frejus… Sulla linea storica – che avrebbe dovuto essere satura da 15 anni -, transitavano fino a qualche anno fa, prima che la frana nella Maurienne azzerasse il traffico ferroviario, all’incirca 2 milioni e mezzo di tonnellate (una saturazione inferiore al 20% rispetto alla portata della linea storica). E il volume delle merci trasportate su gomma, attraverso il Frejus e l’autostrada Torino Bardonecchia era rimasto al palo nell’ultimo quindicennio, con una media annua di circa 800.000 mezzi pesanti all’anno, 65.000 al mese, poco più di 2.000 al giorno (si consideri che sulla Torino Piacenza i mezzi pesanti giornalieri sono circa 13.000, giusto per fare un confronto). La ragione è semplice, la capirebbe anche un bambino, e sta nella progressiva smaterializzazione delle merci scambiate, e nella trasformazione produttiva delle aree connesse: tra Italia e Francia viaggiano sempre meno oggetti pesanti (automobili, macchinari, componentistica, i prodotti della vecchia company town Torino e del suo indotto metalmeccanico) e sempre più cose leggere, (farmaceutica, chimica, abbigliamento, roba che occupa poco spazio e pesa come una piuma). Continuare a ragionare con le categorie del fordismo quando questo è finito ormai da quasi mezzo secolo è un errore imperdonabile. O un modo truffaldino di truccare le carte. Ciò non toglie che i violini di spalla degli antichi e dei nuovi padroni non abbiano mai smesso di cantare “le sorti magnifiche e progressive” del supertreno ad alta capacità, indifferenti a qualunque replica dei fatti e dei numeri, occhi e orecchie ben tappati ma la bocca ben aperta a replicare in loop la narrazione edificante che tanto piace a chi sta in alto.

Idem, a dinamiche invertite, per quanto riguarda i costi dell’opera. Mentre i volumi di traffico diminuivano, crescevano in misura esponenziale i miliardi da spendere. Rispetto alle cifre della prima ora, già di per sé abnormi, l’aumento (aggiornato all’inizio del 2026) è stato del 127%. Così, almeno, l’ha valutato la Corte dei Conti europea (un +23% dal solo 2020), annotando anche che “le prospettive sono più pessimistiche rispetto a sei anni fa, e ben lontane da quanto inizialmente pianificato”. La cifra di 25 miliardi (quasi 15 per il tunnel di base, altri 3 per la tratta Orbassano-Avigliana, 6 o 7 per gli ulteriori raccordi) a cui si riferisce la Corte, appare fin d’ora ampiamente sottostimata, viste le difficoltà geologiche incontrate nello scavo e il prolungarsi dei tempi di realizzazione. Altra pietra dello scandalo perché il termine di conclusione lavori, fissato all’inizio nel 2015, è stato travolto prima ancora che un solo metro di tunnel fosse scavato, e quello attale, del 2033 (di quasi vent’anni successivo) appare fin d‘ora totalmente irrealistico, vista la velocità (si fa per dire) con cui procede il lavoro: la tanto

La “talpa” Viviana

decantata “talpa” (la mitica “Viviana”), l’unica attualmente sperimentata sul versante francese, che avrebbe dovuto procedere di una quindicina di metri al giorno, ne ha fatti a malapena 80 centimetri finché ha funzionato, ed è “attualmente ferma per problemi tecnici e complicanze geologiche, dopo aver scavato circa 250 metri” (così almeno certifica la tanto acclamata Intelligenza artificiale interpellata in proposito, precisando anche che la macchina è lunga 115 metri, la metà dello scavo effettuato). La prima delle sei commissionate per il versante italiano, consegnata con grande strepito acclamante dalla solita stampa compiacente nel marzo scorso, richiederà almeno un anno per essere assemblata, e forse entrerà in funzione nel 2027 (mah…). Prodotta nella fabbrica tedesca di Herrenknecht, ha una lunghezza complessiva di 235 metri, una testa rotante del diametro di 10,16 metri, il peso di diverse migliaia di tonnellate e costa circa 35 milioni di euro. Monta 13 motori capaci di una potenza complessiva di 4.550 kW e un consumo elettrico, sempre giornaliero, di 109.200 kWh (l’equivalente del fabbisogno di 15.000 famiglie, la popolazione di una media città, una bolletta giornaliera di circa 30.000 euro): per alimentarla sarà necessaria una linea dedicata collegata direttamente all’alta tensione. Salvo “sorprese”, dovrebbe scavare una decina di metri al giorno (in attesa che le altre sue cinque sorelle arrivino a darle il cambio), bevendosi quotidianamente circa 1 milione e mezzo di litri d’acqua per raffreddare i motori e abbattere le polveri sottili.

E visto che parliamo di acqua, diamo un’occhiata anche all’impatto che l’ecomostro in costruzione è destinato ad avere sull’assetto idrogeologico del Mont Ambin e dell’intero massiccio del Moncenisio. Dal momento che i lavori di perforazione delle due canne centrali e delle relative discenderie incrociano “centinaia di venute d’acqua … con portate complessive iniziali superiori a 100 litri al secondo”  (così dichiara LFT, titolare dei lavori), ci si troverà durante l’attività di cantiere e poi completata l’opera a dover gestire qualcosa come una quantità variabile tra i 60 e i 120 milioni di metri cubi d’acqua all’anno (il fabbisogno idrico di una città di un milione di abitanti): acque che saranno riversate all’estremità sud del tunnel nei fiumi Arc e Dora Riparia, dopo essere state debitamente raffreddate dato che si presenteranno all’uscita con una temperatura intorno ai 30 gradi, il che comporterà possibili effetti sullo scorrimento a valle, mentre a monte del tunnel potrà essere modificato anche gravemente l’assetto delle acque in superficie (fonti, scoli, ruscelli, reti d’irrigazione, acquedotti di paese e di borgata).

Tutto questo sconquasso sistemico per un’opera che probabilmente non vedrà mai la luce (già ora sono del tutto incerti tempi e modi per il suo finanziamento, scaduta la disponibilità dei fondi europei dall’inizio di luglio di quest’anno le spese sono del tutto a carico dei contribuenti). E anche qualora giungesse a conclusione, sboccherebbe nel nulla dal momento che la Francia ha posticipato a dopo il 2038 la progettazione e gli eventuali contributi per completare il percorso in superficie secondo il nuovo assetto, mentre la Corte dei conti transalpina da anni ormai considera i costi dell’opera sproporzionati rispetto ai benefici (nonostante le penose argomentazioni delle società beneficiarie degli appalti, il rapporto costi-benefici non sarà mai positivo e neppure in pareggio, tenuto conto degli ammortamenti miliardari, dei costi di manutenzione e di gestione, compresa la necessità di raffreddare un tunnel che nei punti di massima profondità presenterà temperature intorno ai 50 gradi, dell’energia consumata dalle motrici elettriche, ecc. ecc.) a meno di prevedere flussi di traffico fantascientifici, anzi fanta-economici…

quelli che

Di tutto questo inviterei a tener conto quanti oggi deprecano i costi delle proteste, i danni alle attrezzature dei cantieri e alle reti di protezione, il disturbo alla quiete pubblica e accusano i manifestanti di sabotare l’economia locale e nazionale. A conti fatti ci si potrebbe accorgere che gli autori di quell’ opporsi testardo, fuori dai ranghi e dal coro, sgradevole per i cultori dell’ordine formale, insomma i “cattivi” per antonomasia, sono in realtà loro (quantomeno nella grande maggioranza) i “benefattori”, quelli che si oppongono alla dilapidazione delle risorse pubbliche, allo spreco inusitato (quello sì) del denaro di tutti, mentre gli altri, i “buoni”, infrattati nelle loro redazioni climatizzate, nei consigli d’amministrazione delle banche, nelle aule parlamentari, specialisti del bon ton istituzionale, sono quelli che tirano le fila del saccheggio. Vent’anni fa, dopo la grande manifestazione di dicembre 2005 in cui ci si riprese il pianoro di Venaus, Luciano Gallino scrisse un memorabile articolo su Repubblica – già allora ferocemente schierata a favore del TAV – nella cui conclusione immaginava che da lì a qualche decina d’anni, in quella tormentata Valle, avrebbe potuto esserci – da scienziato rigoroso e onesto qual era usava il condizionale – un buco vuoto che non avrebbe portato da nessuna parte, con all’entrata una lapide e una scritta: “La popolazione della Valsusa si oppose e aveva ragione”. Gallino non era certo un misoneista (un “odiatore del nuovo”), si era formato in quel tempio della modernità industriale che fu l’Olivetti di Adriano, era l’uomo più pacifico del mondo, rispettoso dell’opinione altrui e di ogni argomentazione purché razionale. Se si convinceva ad azzardare una simile profezia, destinata a rivelarsi vera ogni giorno che passa, lo faceva solo dopo aver studiato le carte, come si dice, e i numeri (cosa di cui era maestro), aver ben valutato gli attori sociali e le loro pratiche nell’azione collettiva. Suggerirei a tutti, in primo luogo ai giornalisti di quel quotidiano così ostinatamente schierato, di andarselo a rileggere quell’articolo prima di emettere le loro scomuniche di rito.

Certo, neanche a me piacciono le immagini degli scontri nei boschi un tempo fiabeschi, le nuvole dei lacrimogeni, le pietre che volano, le fiamme delle bottiglie incendiarie, i corpi diventati bersaglio da una parte e dall’altra delle barricate. Odio l’estetica della violenza, perché ne conosco la spaventosa potenza di contagio, e so che si mangia l’anima in primo luogo di chi se ne affascina. Fin dal 2001, subito a ridosso del G8 di Genova, l’assassinio di Carlo Giuliani, la repressione feroce delle centinaia di migliaia di manifestanti, la macelleria messicana della Diaz e le torture di Bolzaneto, “mi sono fatto persuaso” – come direbbe Camilleri –  che solo una condivisa pratica nonviolenta avrebbe potuto permettere al movimento “alter-mondialista” di espandersi e conquistare la dimensione “oceanica” necessaria a contrastare le dinamiche distruttive portate avanti da quei poteri di cui gli otto asserragliarti nella “zona rossa” erano la sintesi apicale, senza rischiare di essere schiacciato dalla enorme potenza distruttiva del “sistema” o di subire una regressiva deriva mimetica rispetto all’avversario che si vuole contrastare. Ci scrivemmo anche un libro, con l’indimenticabile Lidia Menapace e Fausto Bertinotti, per tentare di proporre l’azione nonviolenta come asse portante dei movimenti del secolo che si apriva. D’altra parte, nonviolenti erano gli originari fondatori del movimento NO Tav in Valle. Nonviolento era sicuramente Alberto Perino, gandhiano di ferro, dotato di una capacità di sopportazione infinita. Nonviolenti lo erano Chiara Sasso, Claudio Cancelli, e tutti quelli che avevo incontrato nel surreale e straordinario Convegno tenutosi a Venaus alla fine di novembre del 2005, che avrebbe dovuto servire come copertura al concentramento per contestare l’apertura del cantiere e invece si era trasformato in una meravigliosa esperienza conoscitiva. Gli stessi che poi avrei ritrovato nei grandi cortei e nelle infinite assemblee in Valle, per analizzare dati, approfondire ipotesi scientifiche, convincere anche i più riottosi dell’assurdità dell’Opera.

Era la lunga fase aurorale, quella ancora dominata dalla fiducia nella forza delle idee, dall’illuministica illusione che mostrando la verità questa avrebbe prima o poi trionfato. Che dimostrando – nel doppio senso della parola, scendendo in piazza e anche ragionando con logica – si sarebbe con-vinto. E’ andata avanti a lungo quella fase, nonostante il rifiuto sistematico di ascoltare da parte dei grandi decisori, Governo, Regione, Segreterie dei Partiti che contano, Tribunali civili e penali. Ogni volta, a ogni decisione unilaterale del potere di turno, a ogni denuncia o esposto ignorati da un giudice, a ogni documento respinto senza motivazioni convincenti da una Commissione, rispondendo con nuovi dati, nuove analisi, nuovi pareri di esperti indipendenti. Tutta la vicenda, da quando sono state fatte le prime trivellazioni e aperti i primi cantieri è costellata di illeciti amministrativi, d’infiltrazioni sospette, di forzature di leggi e regolamenti, sistematicamente denunciati con atti sistematicamente ignorati. Poi, a un certo punto, si è fatta strada la constatazione che nonostante tutto il possibile per “convincere” delle proprie ragioni fosse stato fatto, nulla sarebbe cambiato. Chi possedeva di fatto il monopolio della decisione non avrebbe ascoltato ragioni. E’ stato allora che ha incominciato a manifestarsi un sia pur lento e lenticolare mutamento nell’asse portante del movimento. I “fondatori” non hanno abbandonato ma sono passati nelle seconde file. L’azione informativa che aveva caratterizzato la parte più consistente dell’attivismo è apparsa via via esaurita o comunque secondaria dal momento che pressoché tutto era stato mostrato e pressoché nulla era successo nel fronte determinato a fare l’opera ad ogni costo, affidandosi alla forza più che alla ragione. Ampliando il controllo militare dell’area, trasformando il cantiere in una sorta di maniero militare presidiato in armi, con l’esercito e i blindati Lince, le vie d’accesso controllate, i movimenti della popolazione resi difficili dai posti di blocco e dalle barriere in materiali di ultima generazione sormontate da rotoli di filo spinato, dietra cui stazionano in permanenza circa 400 uomini tra polizia, carabinieri, militari con un costo giornaliero oscillante tra i 50 e i 70.000 euro (tra diarie, indennità di missione, vitto, alloggio, ecc.) per un importo annuo di circa 20 milioni di euro. Da allora il baricentro del discorso e dell’azione ha incominciato a spostarsi dal tema dell’opera a quello dell’occupazione militare, dal rifiuto del “treno” al contrasto dell’apparato repressivo, dal terreno del dissenso attivo a quello delle prove di forza sul quale più dei “vecchi saggi” erano i giovani incazzati a dare i toni alla protesta. A mio parere un indebolimento rispetto alla tradizionale forza di convinzione e di coinvolgimento transgenerazionale delle fasi precedenti, un “di meno” di potenza espansiva anziché un “di più” di energia conflittuale, che riflette anche in questo angolo di mondo lo spirito del tempo.

Detto questo – e andava detto! – non ci sto a partecipare al grande gioco mediatico-politico della stigmatizzazione indignata dei manifestanti condotto da chi ignora testardamente le ragioni della protesta. Sono convinto che quei “giovani incazzati” abbiano mille ragioni per la loro incazzatura (in primo luogo il fatto che gli si sta cancellando il futuro) e per la loro impazienza (la consapevolezza che non c’è più tempo). Se non approvo alcune delle forme di lotta non è certo perché le consideri ingiustificate o eccessive (tutt’al più inadeguate alla dimensione dei guasti e dei pericoli che i vari poteri generano in forma via via accelerata), ma perché autolesionistiche. Non mi convince nemmeno la posizione (che va per la maggiore tra i commentatori che si considerano “di sinistra”, progressisti e ben orientati – penso ai vari Serra, Manconi, al “campo largo”, e così via – che tracciano linee ben nette tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi, i pacifici cittadini di buona volontà e il blocco nero, i casseur di professione che inquinano tutte le mobilitazioni, l’internazionale anarchica con le sue “centrali occulte”. Non ne sottovaluto la pericolosità, a Genova li ho visti all’opera e ne ho subito i danni. Ma in questo caso il riflesso condizionato che porta a formulare sempre la stessa fatwa non mi sembra convincente. C’erano è vero ragazzi da molte parti d’Europa saliti in Valle per la ricorrente “ginnastica di disobbedienza”, ma non credo che stessero dentro un piano di provocazione come si tende a sostenere. Penso che sarebbe meglio provare a ragionare sulle possibili cause di questo tipo di “partecipazione”. Sul fatto che lì, a metà di quella valle, è stato costruito un enorme totem – il cantiere blindato e armato -, un gigantesco monumento all’arroganza del potere e alla sua indisponibilità all’ascolto. Qualcosa di molto simile alla “zona rossa” di Genova nel 2001. Ci si stupisce se intorno a quel totem finiscono per accorrere da tutta Europa le tribù ribelli, ognuna con le sue ragioni per partecipare all’assedio?

Sarò ingenuo – anzi, lo sono senz’altro e non me ne vergogno -, ma resto convinto che basterebbe poco per interrompere il loop dei “disordini” in Valle. Forse anche solo un gesto, un segnale di ripensamento, e di disponibilità all’ascolto, da parte di chi oggi è all’attacco – TELT, Ministeri (non solo quello dei trasporti con il grottesco Salvini) Commissari europei. Sarebbe sufficiente  anche solo una pausa di riflessione, l’accettazione dei dati più clamorosi che privano di fondamento le possibili ragioni SI TAV, per abbassare di colpo la tensione, e riportare il confronto sul terreno dell’argomentazione. Ma nessuno di loro lo farà mai, e questo non tanto perché continuino a nutrire una qualche fiducia sulla fattibilità (non dico l’utilità) dell’opera in tempi non biblici e fondi disponibili, ma per una ragione più banale, e misera: per paura delle conseguenze di una rinuncia, a questo punto dell’impresa (e della spesa). Per il timore che venga richiesto loro il pagamento dei “danni erariali”, che al momento hanno già raggiunto una cifra vicina ai dieci miliardi di euro (cinque quelli dichiarati per i lavori sul breve tratto scavato del tunnel di base, due o tre per interventi di contorno, tra i 300 e i 500 milioni di progettazioni varie, altrettanti per consulenze di tipo ingegneristico, geologico e geotecnico, legale, in totale una cifra oscillante tra 1 e 2 miliardi di spese accessorie). Per il terrore che di quel gigantesco errore prima o poi qualcuno presenti il conto a chi l’ha commesso e sostenuto. E dato che sono in tanti a temere, il coro di chi sostiene che a questo punto la rinuncia all’opera “costerebbe di più della sua prosecuzione”, li farà tirare ancora una volta diritto. Verso il nulla.

Il tempo di Pangloss – l’ottuso apologeta dello stato di cose presente inventato da Voltaire – non è ancora finito. L’infaticabile maestro di “stoltologia” (così lo definiva l’ironico padre dell’Illuminismo) continuerà a magnificare quello in cui chi ha la forza decide anche contro la Ragione come “il miglior mondo possibile”. Mentre intanto il “giardino” di Candide è devastato, e quel che ne resta presidiato in armi.

 

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STUDIO: OLTRE 700MILA PERSONE MORTE A CAUSA DELL’ANTIBIOTICO-RESISTENZA

Oltre 700.000 persone muoiono ogni anno nel mondo a causa delle infezioni resistenti agli antibiotici. Un nuovo studio condotto nelle Isole Galápagos mostra che le acque reflue stanno diventando un serbatoio di batteri resistenti, trasformando l’ambiente in un luogo dove la resistenza antimicrobica può emergere, evolvere e diffondersi anche lontano dagli ospedali. La scoperta amplia il problema: la lotta ai super-batteri non riguarda più soltanto l’uso appropriato degli antibiotici in medicina, ma anche la gestione delle acque reflue, degli ecosistemi e delle infrastrutture ambientali. L’Antibiotico-resistenza diventa una sfida ambientale. Per anni il problema è stato affrontato quasi esclusivamente all’interno degli ospedali. Oggi emerge con sempre maggiore evidenza che anche fiumi, impianti di depurazione e reflui urbani possono favorire la selezione e la diffusione di geni di resistenza.

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I mezzi e i fini di una politica di pace

Di che cosa parliamo quando parliamo di pace e guerra? Parliamo dei 240 mila morti nei conflitti armati del 2025, secondo il centro di documentazione Acled (acleddata.com/series/acled-conflict-index), nelle guerre di Israele in tutto il Medio Oriente e nel massacro dei Palestinesi a Gaza, nella guerra in Ucraina, nelle guerre civili in Sudan, Etiopia, Siria, Yemen e Myanmar e negli altri conflitti. Parliamo della superpotenza militare degli Stati Uniti che, dall’inizio della presidenza di Donald Trump nel 2025 ha effettuato attacchi militari in Iran, Siria, Iraq, Oman, Somalia, Nigeria, Venezuela, Ecuador, nel mar dei Caraibi, ha fornito armi per la guerra in Ucraina e ha minacciato di conquistare la Groenlandia. 

Queste guerre sono concrete, non sono “una condizione permanente dell’umanità” come sostiene Vito Mancuso sulla Stampa. Sono il risultato di rapporti di potere, di oppressione politica, di ingiustizie economiche e sociali e si moltiplicano oggi perché, con il declino dell’egemonia degli Stati Uniti, l’ordine internazionale lascia il posto a un “caos sistemico” in cui l’uso della forza militare diventa più praticabile. Sono anche il risultato delle corse a produrre – ed esportare – nuove armi: droni, missili, armi di precisione basate su sistemi digitali, di sorveglianza e spaziali. Le nuove tecnologie cambiano la natura della guerra,  aggravano l’escalation coinvolgendo altri paesi e obiettivi civili, la rendono “infinita” come stiamo vedendo nella guerra in Ucraina e in quella di Usa e Israele contro l’Iran.

L’Europa è una dei protagonisti di questa corsa alla guerra. Negli ultimi dieci anni – ben prima dell’invasione russa dell’Ucraina –  i paesi UE membri della NATO hanno aumentato la propria spesa militare dell’86% e l’Unione Europea vuole spendere in quattro anni 800 miliardi di euro per nuove armi. La scelta militare dei governi e delle élite europee è tracciata, quello che manca ancora è una società – in Europa e in Italia – capace di “passare a una mentalità di guerra”, che ritrovi “lo stomaco per la guerra”, come ci chiede Nathalie Tocci sull’Economist .

Già, perché le guerre trasformano le società da entrambe le parti, le rendono militarizzate e autoritarie, sopprimono gli spazi di democrazia e aprono alle spinte fasciste, come vediamo tanto negli Usa e in Israele quanto in Iran, tanto nella Russia di Putin, quanto nell’Ucraina nazionalista. In Europa stiamo riempendo arsenali che – con le elezioni del 2027 in Francia, Italia, Polonia, Spagna – potrebbero finire sotto il controllo di governi di estrema destra, ben lontani dalle prospettive di una politica comune di sicurezza in Europa.

Già, la questione della sicurezza. Le guerre si fanno e si preparano per dare “sicurezza” agli Stati e buona parte del dibattito la fa dipendere dalla quantità di armi che si possiedono. Nell’Europa che ha scatenato due guerre mondiali a partire da quella logica, qualche passo in avanti tuttavia era stato fatto. Negli anni sessanta e settanta, durante la distensione tra est e ovest, il concetto di sicurezza comune è stato il paradigma fondamentale per la pace e la stabilità nel continente: la mia sicurezza dipende dalla sicurezza dell’avversario; la guerra si allontana con i processi di disarmo, i trattati di controllo degli armamenti, una prospettiva di sviluppo economico comune fondato sulla cooperazione.

Erano le idee di John Maynard Keynes nel libro “Le conseguenze economiche della pace” del 1919, per ricostruire l’Europa dopo la prima guerra mondiale. E’ stato il modello – la coerenza tra il fine della pace e i mezzi del disarmo – che per decenni ha offerto al nostro continente un ordine politico di stabilità e integrazione. Messo poi in discussione dall’espansionismo della Nato, dai nazionalismi e dalle ambizioni militari della Russia di Putin, nel contesto di una crisi di sistema. E’ paradossale che mentre il riarmo europeo corre, la politica sia – da quattro anni – immobile: eppure, nessun aumento dei mezzi militari, per quanto grande, può compensare il vuoto della politica, la mancanza di una visione dei fini: come la pace e la sicurezza possano tornare nel nostro continente.  E’ questa la forza dell’idea della pace “Disarmata e disarmante” del nuovo libro di Papa Leone XIV e della Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” di sei mesi fa. Le armi non risolvono i conflitti e non ci sono guerre giuste.

Infine, le guerre di oggi non sono isolate; l’attacco ucraino nel Mar Caspio contro una nave russa diretta in Iran ha reso evidente la saldatura che va emergendo tra i conflitti, illustrata bene da Francesco Strazzari sul Manifesto del 28 luglio. E’ la “terza guerra mondiale a pezzi” – denunciata fin dal 2014 da papa Francesco a Redipuglia – che diventa una sola. Un’escalation che potrebbe presto coinvolgere anche noi.

Di fronte al moltiplicarsi delle guerre, ci serve una visione globale e una coerenza tra mezzi e fini. La discussione – anche sul programma elettorale del “campo largo” per le elezioni del 2027 in Italia, potrebbe ripartire da qui.

Quest’articolo è apparso su Il Manifesto del 6 agosto 2026

L'articolo I mezzi e i fini di una politica di pace sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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SICILIA, TARTARUGHE MARINE: OLTRE 130 DEPOSIZIONI DI UOVA

Sono saliti a circa 130 i nidi segnalati quest’anno in Sicilia, regione che al momento detiene il primato di deposizioni, di cui 115 monitorati dal Wwf: il maggior numero si trova ancora lungo le coste sud orientali dell’isola. Le ricerche delle tracce – racconta l’associazione – rigorosamente svolte all’alba lungo le spiagge, continuano senza sosta così come la sorveglianza dei nidi giorno e notte per permettere alle piccole tartarughe di nascere in sicurezza. Ad oggi sono poco più di 550 i piccoli fuoriusciti dai nidi seguiti dal Wwf in Sicilia: in alcuni casi è stato necessario traslocare le uova in punti della spiaggia più sicuri poiché quelli troppo vicini alla battigia, ad esempio, rischiavano di essere sommersi dall’acqua con la compromissione della schiusa. L’erosione costiera, infatti, colpisce non solo le attività di balneazione ma rappresenta anche un fattore di rischio per le deposizioni. Considerando alcune possibili perdite dovute ai tanti fattori di rischio, il potenziale di nascite della sola Sicilia è di 8000 piccoli. Nelle altre regioni le deposizioni monitorate dal Wwf sono salite a 28: 17 in Calabria, 11 nell’arco Ionico tra Puglia e Basilicata. I volontari sorvegliano le schiuse anche per mitigare un’altra minaccia: le luci artificiali notturne. I piccoli, una volta usciti dalla sabbia, ne vengono spesso attratti poiché scambiate per il chiarore del mare. Il compito dei volontari è quello di evitare che vadano in direzioni pericolose e opposte al mare. Un’altra accortezza che il Wwf chiede ai gestori dei lidi è quella di rimuovere ostacoli come lettini e boe dalla battigia, lasciando però gli ombrelloni fissi (che altrimenti al mattino rischierebbero di danneggiare eventuali nidi non segnalati).

(Testo Wwf riportato da Adnkronos. Foto di repertorio)

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Se il fisco prende il posto del salario

Da oltre vent’anni il taglio del cuneo fiscale ritorna ciclicamente al centro del dibattito economico italiano. Cambiano i governi, cambiano gli strumenti e persino le finalità dichiarate, ma la misura continua a essere proposta come risposta quasi universale ai problemi del lavoro. Prima serviva ad aumentare la competitività delle imprese, poi a favorire l’occupazione e oggi viene presentata soprattutto come uno strumento per accrescere il reddito disponibile dei lavoratori. Se una stessa politica riesce ad assumere funzioni così diverse senza mai uscire dall’agenda pubblica, vale forse la pena chiedersi se il problema sia davvero il cuneo fiscale oppure ciò che esso finisce per nascondere: la difficoltà del sistema produttivo italiano di generare salari adeguati attraverso la crescita della produttività, la contrattazione collettiva e una diversa distribuzione del valore aggiunto.

Il punto di partenza è apparentemente semplice. Il cuneo fiscale rappresenta la differenza tra il costo complessivo sostenuto dall’impresa per un lavoratore e quanto quest’ultimo riceve effettivamente in busta paga. Da qui nasce un luogo comune molto diffuso: se il cuneo è elevato, allora è sufficiente ridurlo per aumentare automaticamente i salari. 

La realtà è molto più complessa. Il confronto internazionale mostra infatti che paesi come Belgio, Francia e Germania presentano un cuneo fiscale superiore a quello italiano (pari al 47%), senza che ciò impedisca livelli salariali medi decisamente più elevati e sistemi di welfare più estesi. Al contrario, economie caratterizzate da un cuneo relativamente contenuto, come gli Stati Uniti, presentano modelli di protezione sociale radicalmente differenti. La semplice dimensione del cuneo fiscale non spiega dunque né il livello dei salari né la competitività di un sistema economico.

 

Figura 1. Il cuneo fiscale nei principali paesi OCSE (Taxing Wages, OCSE).

Questo dato richiama una questione spesso dimenticata. Il cuneo fiscale non rappresenta soltanto un costo per imprese e lavoratori. Esso finanzia previdenza, sanità, istruzione e, più in generale, quei beni di merito che caratterizzano i moderni sistemi di welfare. 

Ridurre il cuneo significa inevitabilmente interrogarsi anche su come finanziare questi servizi. Il dibattito pubblico tende invece a presentare il prelievo come una perdita secca, dimenticando che si tratta di un trasferimento di risorse verso beni collettivi che, diversamente, dovrebbero essere acquistati individualmente sul mercato. Questa osservazione consente di comprendere come il significato economico del cuneo fiscale sia profondamente cambiato nel corso degli ultimi trent’anni.

Dal costo del lavoro al sostegno dei redditi

Negli anni Novanta il taglio del cuneo fiscale nasce come tipica politica dell’offerta. La convinzione, condivisa dall’OCSE, dalla Strategia europea per l’occupazione, dalla Banca d’Italia e dagli organismi comunitari, era che il costo del lavoro costituisse uno dei principali ostacoli alla crescita dell’occupazione, degli investimenti e della competitività. Il soggetto economico di riferimento era l’impresa. Il miglioramento del salario netto del lavoratore rappresentava, semmai, un effetto collaterale.

La crisi finanziaria del 2008 modifica progressivamente questo schema interpretativo. La produttività italiana continua a ristagnare, la crescita rimane debole e la moderazione salariale, inizialmente pensata come misura temporanea, diventa una caratteristica strutturale del mercato del lavoro. In questo nuovo contesto il taglio del cuneo fiscale continua a essere proposto, ma cambia progressivamente funzione. Non serve più soltanto ad aumentare la competitività, bensì a impedire la riduzione del reddito disponibile delle famiglie.

Con l’impennata inflazionistica del 2022 il cambiamento diventa definitivo. Il linguaggio stesso della politica economica si trasforma: dal costo del lavoro alla tutela del potere d’acquisto. La legge di bilancio per il 2025 segna il passaggio più significativo di questa evoluzione: il precedente esonero contributivo viene sostituito da un insieme di bonus e detrazioni fiscali che operano direttamente attraverso l’IRPEF. Il meccanismo è stato confermato anche nel 2026.

La politica fiscale non viene più utilizzata soltanto per raccogliere risorse e redistribuire il reddito, ma anche per integrare retribuzioni che il mercato del lavoro non riesce più a garantire. È proprio questo passaggio che merita attenzione.

Nel corso degli ultimi quindici anni gli interventi fiscali rivolti ai lavoratori dipendenti si sono moltiplicati: bonus IRPEF, decontribuzioni, detrazioni aggiuntive, riduzioni contributive e, infine, la loro incorporazione nella struttura dell’imposta personale sul reddito. Considerate singolarmente, queste misure possono apparire semplici aggiustamenti del sistema tributario. Osservate nel loro insieme raccontano invece un’altra storia: quella di una politica dei redditi che si è progressivamente spostata dalla contrattazione collettiva al bilancio dello Stato.

Questa evoluzione non è priva di conseguenze istituzionali. 

Negli anni Novanta il recupero del potere d’acquisto passava prevalentemente attraverso il rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro. Gli aumenti salariali costituivano il risultato della contrattazione tra rappresentanze sindacali e organizzazioni datoriali, all’interno di un sistema di relazioni industriali costruito proprio per governare la distribuzione del valore aggiunto.

Oggi il quadro appare profondamente diverso. 

Una quota crescente dell’incremento del reddito disponibile deriva da interventi fiscali decisi annualmente nelle leggi di bilancio. Cambia il luogo istituzionale nel quale viene determinata una parte del reddito dei lavoratori. Il salario tende progressivamente a spostarsi dal luogo della produzione al luogo della redistribuzione, compromettendo l’istituzione del CCNL.

Questa trasformazione emerge con particolare evidenza osservando l’andamento delle retribuzioni reali. I dati dell’UPB mostrano che la stagnazione salariale italiana non coincide con una riduzione uniforme delle retribuzioni individuali. Essa riflette piuttosto la crescente diffusione di rapporti di lavoro caratterizzati da minore intensità lavorativa, occupazioni discontinue e orari ridotti. In altri termini, la diminuzione della retribuzione media deriva anche dalla trasformazione della composizione dell’occupazione.

Questa osservazione suggerisce una conclusione importante. Se il problema nasce dalla struttura produttiva e dal mercato del lavoro, appare difficile immaginare che possa essere risolto esclusivamente attraverso interventi sul prelievo fiscale. È proprio qui che il dibattito pubblico tende a confondere fenomeni profondamente diversi.

Quattro problemi diversi, una sola risposta

Negli ultimi anni si è progressivamente consolidata una sovrapposizione tra almeno quattro questioni distinte: la dinamica dei salari, il fiscal drag, la pressione fiscale e il potere d’acquisto. Nel dibattito politico questi fenomeni vengono spesso trattati come se fossero manifestazioni dello stesso problema e come se una sola misura – il taglio del cuneo fiscale – fosse in grado di affrontarli contemporaneamente.

Tabella 1. I quattro equivoci del dibattito pubblico.

Problema

Strumento corretto

Errore del dibattito

Salari troppo bassi

Contrattazione, produttività, politica industriale

Ridurli al cuneo fiscale

Fiscal drag

Riforma dell’IRPEF e indicizzazione

Confonderlo con l’aumento dei salari

Pressione fiscale

Riforma tributaria

Presentarla come politica salariale

Potere d’acquisto

Politica dei redditi

Identificarlo con il taglio del cuneo

 

È proprio questa identificazione che rischia di produrre l’equivoco maggiore. Il salario non coincide con il reddito netto percepito in busta paga. Esso è il risultato della produttività del sistema economico, della forza della contrattazione collettiva, della struttura produttiva, della spesa per il welfare e della distribuzione del valore aggiunto tra capitale e lavoro. Ridurre il problema salariale a una questione tributaria significa spostare l’attenzione dagli elementi che determinano la formazione del reddito a quelli che ne modificano soltanto la distribuzione successiva.

Il fiscal drag: un problema reale, ma spesso frainteso

Tra i temi che negli ultimi anni hanno accompagnato il dibattito sul cuneo fiscale, il fiscal drag è probabilmente quello più frequentemente evocato e meno precisamente definito. L’espressione viene utilizzata per spiegare la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori, per giustificare riduzioni dell’IRPEF e, talvolta, persino come argomento a favore di politiche salariali. In realtà, queste diverse questioni non coincidono.

Il fiscal drag, nella sua definizione più rigorosa, si manifesta quando l’inflazione determina un aumento dei redditi nominali che spinge i contribuenti verso scaglioni d’imposta più elevati senza che vi sia un corrispondente incremento del reddito reale. In assenza di un adeguamento automatico degli scaglioni e delle detrazioni, il contribuente paga un’imposta maggiore pur non avendo accresciuto la propria capacità di acquisto.

Si tratta di un fenomeno noto nella teoria tributaria e non rappresenta, di per sé, un’anomalia del sistema fiscale. In un sistema tributario progressivo è fisiologico che, al crescere del reddito reale, aumenti anche il prelievo. Questo è il normale funzionamento del principio costituzionale della capacità contributiva, principio attuabile attraverso un meccanismo permanente di indicizzazione dell’IRPEF all’inflazione. 

Tuttavia, negli ultimi anni il legislatore ha preferito attenuare questo effetto mediante una successione di interventi discrezionali: bonus, nuove detrazioni, riduzioni contributive e, infine, la loro incorporazione nella struttura dell’imposta con la legge di bilancio 2025. Il risultato è un sistema che corregge ex post gli effetti dell’inflazione, ma lo fa attraverso provvedimenti contingenti piuttosto che mediante una revisione organica del rapporto tra inflazione, progressività e imposizione personale.

 

Figura 2. Aliquote effettive dell’IRPEF sui redditi da lavoro dipendente, 1990 e 2026 (a prezzi costanti 2026).

Fonte: nota di lavoro dell’UPB sul ruolo redistributivo dell’Irpef tra il 1990 e il 2026, https://www.upbilancio.it/it/nota-di-lavoro-dellupb-sul-ruolo-redistributivo-dellirpef-tra-il-1990-e-il-2026/

L’evoluzione delle aliquote effettive mostra chiaramente questa trasformazione. Per i redditi medio-bassi il prelievo è stato progressivamente ridotto fino a diventare, in alcuni intervalli di reddito, addirittura negativo per effetto delle detrazioni e dei trasferimenti incorporati nell’imposta. Parallelamente, la parte superiore della distribuzione registra un incremento dell’aliquota effettiva che deriva, almeno in parte, proprio dall’accumularsi del drenaggio fiscale nel corso del tempo. L’IRPEF, continuando a essere formalmente la stessa imposta, non si limita più a redistribuire il reddito secondo la capacità contributiva, ma viene utilizzata per sostenere direttamente il reddito da lavoro dipendente.

Ed è qui che il fiscal drag incontra il tema del cuneo fiscale. Nel dibattito i due fenomeni vengono spesso sovrapposti, come se la riduzione del cuneo rappresentasse la soluzione naturale al drenaggio fiscale. In realtà essi operano su piani interagenti, ma differenti.

Ridurre il fiscal drag mediante interventi fiscali può essere un’alternativa rispettabile all’indicizzazione degli scaglioni IRPEF, avendo tuttavia cura di non trasformare questa esigenza in una politica salariale permanente, a causa del rischio che il sistema tributario finisca per compensare debolezze strutturali del modello di sviluppo. Il fiscal drag non è una causa della crisi salariale italiana; è un amplificatore. 

Conclusioni. Quando il fisco prende il posto del salario

L’evoluzione del cuneo fiscale e del fiscal drag racconta una storia diversa da quella che normalmente viene proposta nel dibattito pubblico. Non si tratta soltanto della ricerca di un equilibrio tra pressione fiscale, competitività e tutela del potere d’acquisto. In gioco vi è un cambiamento più profondo: il rapporto tra distribuzione primaria e distribuzione secondaria del reddito.

La distribuzione primaria è il luogo in cui il reddito viene generato e ripartito dal sistema economico. Dipende dalla produttività, dall’organizzazione della produzione, dalla forza della contrattazione collettiva, dalla distribuzione del valore aggiunto tra lavoro e capitale e, più in generale, dal modello di sviluppo di un paese. È qui che si determina il livello dei salari, dei profitti e, in larga misura, la capacità dell’economia di sostenere una crescita inclusiva.

La distribuzione secondaria interviene successivamente attraverso il sistema tributario, i trasferimenti monetari, le detrazioni, i bonus e le prestazioni sociali. La funzione del fisco, almeno nella tradizione europea, non è mai stata quella di sostituire il mercato nella formazione dei redditi, ma di correggerne gli esiti quando essi risultano incompatibili con il principio della capacità contributiva e con la coesione sociale.

Negli ultimi vent’anni questo equilibrio si è progressivamente modificato. Di fronte alla stagnazione della produttività, alla debole dinamica salariale, all’indebolimento della contrattazione collettiva e alla crescente frammentazione del mercato del lavoro, la politica economica ha fatto ricorso con sempre maggiore frequenza agli strumenti della distribuzione secondaria. Bonus, decontribuzioni, detrazioni e, più recentemente, la trasformazione del taglio del cuneo fiscale in un intervento strutturale sull’IRPEF hanno consentito di sostenere il reddito disponibile dei lavoratori senza incidere sulle cause che ne limitavano la crescita.

Questa scelta ha certamente attenuato gli effetti della lunga stagnazione salariale e, soprattutto durante la recente fiammata inflazionistica, ha evitato un’ulteriore compressione del reddito reale delle famiglie. Sarebbe quindi sbagliato sottovalutarne l’utilità. Tuttavia, la sua crescente sistematicità porta con sé il rischio che la distribuzione secondaria finisca per svolgere una funzione sostitutiva della distribuzione primaria. Viene meno il sindacato come istituzione salariale e controparte del capitale, e ne esce sempre più ridimensionato il welfare statale. 

Da questa prospettiva, anche il fiscal drag assume un significato diverso. Esso amplifica gli effetti di una debolezza che nasce altrove: nella produttività stagnante, nella struttura produttiva, nella qualità dell’occupazione e nella progressiva perdita di capacità della contrattazione collettiva di trasferire ai salari i guadagni di efficienza del sistema economico.

Per questa ragione il dibattito sul cuneo fiscale rischia di rimanere incompleto se continua a concentrarsi esclusivamente sulla distribuzione secondaria del reddito. La vera domanda non è quanto reddito il fisco debba restituire ai lavoratori, ma perché il sistema produttivo italiano abbia progressivamente smesso di generare salari adeguati attraverso i normali meccanismi della distribuzione primaria.

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Re: Background decoding - interesting problem

Background decoding, when enabled, will automatically decode anything that is available, that means: anything that is registered in the bandplan, is enabled, and is available on a currently running profile.
 
I suppose your device is decoding on profiles that are being used by clients, or you have the "keep device running at all time" option checked, in which case it will just continue decoding on the last profile used on the device. The schedule is a feature that will take control of the device if no clients are using the device any more, it just gives you more control over what the device should do while idle.
 
PSKreporter on the other hand has its own configuration, where it can be en- or disabled separately.
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Risolte vulnerabilità in prodotti Cisco

Cisco ha rilasciato aggiornamenti di sicurezza che risolvono molteplici vulnerabilità, tra cui 5 con gravità "critica" e 11 con gravità “alta”, riguardanti vari prodotti. In particolare si evidenziano la CVE-2026-20316 che risulta attivamente sfruttata in rete e la CVE-2026-20200 per la quale è disponibile un Proof of Concept (PoC).
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9 agosto 2026: 81 anni da Hiroshima e Nagasaki

Domenica 9 agosto 2026 (ritrovo dalle 10:00 inizio 10:30), davanti alla Base USAF di Aviano, ci sarà il ricordo delle vittime dell’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki . L'iniziativa ribadirà il rifiuto del riarmo e delle armi nucleari , denunciando come la corsa agli armamenti aumenti l'insicurezza, sottragga risorse al welfare e alla lotta al [...]

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Proton sta sviluppando un browser web (basato su Chromium)

Proton sta lavorando a un proprio browser web. L’azienda svizzera famosa per i suoi prodotti Proton VPN e Proton Mail, è alla ricerca di sviluppatori per creare un browser incentrato sulla tutela della privacy degli utenti. A rivelarlo è un annuncio di lavoro comparso sul sito di Proton nel quale si cerca un ingegnere software […]

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Vendono limonata per strada e un disadattato mentale li denuncia!!!

Gli stessi delatori che l'altro giorno denunciavano istericamente le persone colpevoli solo di non indossare uno straccetto sudicio contro un virus che non esiste, oggi si scagliano contro dei ragazzini che vendono limonata fatta in casa.È l'evoluzione naturale (del post coviddi) del perfetto cittadino-spia, il delatore, che ha scambiato il controllo sociale per virtù civica.Non ...continua a leggere "Vendono limonata per strada e un disadattato mentale li denuncia!!!"
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Tre costruttori cinesi nella top 10 mondiale dell'auto: dieci anni fa valevano il 3%

Arrivano nuove conferme sulla rapida ascesa dei costruttori cinesi nel panorama automobilistico globale. Cui Dongshu, segretario generale della China Passenger Car Association (CPCA), ha pubblicato un lungo post su un social network cinese per evidenziare il peso crescente della Cina nella produzione e nelle vendite di vetture a livello mondiale nel primo semestre.Tra i numerosi dati elaborati sulla base delle statistiche dell'Organizzazione mondiale dei costruttori (OICA) e messi in evidenza da Cui Dongshu, spiccano le quote raggiunte da alcuni grandi nomi dell'industria del Dragone: tre aziende cinesi sono entrate nella top 10 mondiale dei produttori automobilistici per quota di mercato. Si tratta di BYD, Geely e Chery.Il segretario generale della CPCA, proprio per sottolineare l'ascesa dei gruppi cinesi, non ha mancato di confrontare i dati attuali con quelli di dieci anni fa. L'ascesa cinese In particolare, BYD si è classificata al sesto posto nella top 10, con una quota salita in dieci anni dallo 0,6% al 4,8%. Da notare che nel 2025 l'azienda era al 5,4%, ma nella prima metà dell'anno ha registrato un marcato calo delle vendite sul mercato cinese.Al settimo posto si trova invece il conglomerato Geely Holding Group: anche grazie al contributo di marchi come Volvo, Smart, Polestar e Proton, ha raggiunto il 4,6% del mercato mondiale, contro l'1,5% del 2016.Al nono posto, a pari merito con Ford, figura Chery, passata dallo 0,8% al 4,1%. Tra gli altri costruttori, SAIC si è classificata all'undicesimo posto con il 3,7%, mentre in 17 e 18 posizione si trovano Changan (1,9%) e Great Wall Motor (1,8%). BAIC, con l'1,2%, ha conquistato il 21 posto, mentre Dongfeng occupa il 23 con l'1,1%. La classifica dei costruttori Di seguito la classifica dei gruppi automobilistici pubblicata da Cui Dongshu, con la relativa quota di mercato raggiunta nel primo semestre:Toyota (11%)Volkswagen (8,1%)Hyundai-Kia (7,6%)Stellantis (6%)Renault-Nissan-Mitsubishi (5,4%)BYD (4,8%)Geely (4,6%)General Motors (4,5%)Chery (4,1%)Ford (4,1%)SAIC (3,7%)Suzuki (3,7%)Honda (3,4%)BMW (2,4%)Mercedes-Benz (2,3%)Tesla (2,1%)Changan (1,9%)GWM (1,8%)Tata (1,6%)Mazda (1,3%)BAIC (1,2%)Mahindra (1,1%)Dongfeng (1,1%)Subaru (0,9%)Leapmotor (0,8%)GAC (0,8%)FAW (0,5%)Sinotruk (0,4%)Xiaomi (0,4%)Li Auto (0,4%)
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Background decoding - interesting problem

Hello. I have a very interesting issue regarding background decoding. After selecting the "Enable background decoding services" option, the server immediately begins decoding WSPR (which is the only mode I have selected) and sending spots to PSKReporter simultaneously on the 40m and 20m bands. What makes this particularly interesting is that my SDR profiles do not have the "Run background services on this device" option enabled, nor do I have a "Scheduler" configured. Decoding starts immediately upon checking the "Enable background..." option. I cannot understand why it specifically targets the 20m and 40m bands, or why it begins decoding and spotting straight away. I have three devices plugged to RPi4: one RTL and two Sdrplay's. The RTL profile covers only VHF/UHF; the first Sdrplay (RSP1) has profiles: 160m, 80/60m, 40m, 30m, ..., 6m; and the second Sdrplay (RSPa1) has profiles for 20m, 15m, and 10m. It is worth noting that the first profile on the RSP1 is 160m, while the first profile on the RSPa1 is 20m. The server is not open in a web browser. Thanks for any opinions and help to understand this ironically issue.
 
73
Arek
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AMG GT 53 Coupé 4: 544 CV, 800 km con un "pieno" e 11 minuti per la ricarica

Mercedes-AMG GT 53 Coupé 4, ordinabile in Italia da settembre. I prezzi per il nostro mercato non sono ancora stati comunicati ufficialmente, ma in Germania partiranno da 115.430 euro (IVA al 19% inclusa). Spazio e tecnologia a bordo Lunga 5.094 mm, larga 1.959 e alta 1.411, l'AMG GT ha un passo di 3.040 mm e un peso a vuoto di 2.375 kg. Il bagagliaio offre una capacità dichiarata di 507 litri, ai quali si aggiungono i 62 litri del frunk. Molto tecnologico l'abitacolo, con strumentazione digitale, schermo centrale da 14 pollici orientato verso il guidatore e un terzo display opzionale dedicato al passeggero. La gran turismo tedesca propone inoltre il tetto panoramico a opacità variabile e i sedili posteriori singoli. Più di 800 km con un "pieno" Il powertrain dual motor della AMG GT 53 Coupé 4 garantisce la trazione integrale e una potenza di picco di 400 kW (544 CV), con 800 Nm di coppia. Numeri che consentono alla GT 53 di accelerare da 0 a 100 km/h in 3,5 secondi, mentre la velocità massima è limitata elettronicamente a 230 km/h. Con l'AMG Driver's Package si raggiungono però i 250 km/h. Nei tratti percorsi a basso carico il motore anteriore viene disaccoppiato, mentre quello posteriore utilizza un cambio a due rapporti, a vantaggio di efficienza e autonomia. La batteria a 800 Volt ha una capacità netta di 106 kWh e permette un'autonomia nel ciclo WLTP compresa tra 682 e 809 km, che può arrivare fino a 880 km in città. I consumi dichiarati variano tra 15,6 e 18,5 kWh/100 km. La ricarica alle colonnine ad alta potenza raggiunge i 600 kW, consentendo di passare dal 10% all'80% in appena undici minuti e di accumulare 41 kWh in cinque minuti. Dinamica di guida Per quanto riguarda la dinamica, la nuova AMG GT Coupé 4 adotta di serie le sospensioni AMG Ride Control con molle pneumatiche e ammortizzazione adattiva regolabile su tre livelli, grazie a valvole separate per estensione e compressione. La trazione integrale AMG Performance 4Matic+ sfrutta il disaccoppiamento dei motori, utile anche per migliorare l'autonomia, per distribuire la coppia in modo completamente variabile tra gli assi. Presente anche il torque vectoring tra le ruote posteriori. Riproduce il suono della AMG termica Accanto allo spoiler posteriore di serie, chiuso fino a 150 km/h e successivamente regolato con inclinazioni variabili in funzione della velocità, è disponibile su richiesta il diffusore posteriore, studiato per ridurre la resistenza aerodinamica alle alte andature. Sono sei i programmi di guida disponibili, tra cui l'AMG Force Sport+, che simula i cambi marcia, gli innesti manuali tramite paddle e il suono riprodotto digitalmente sulla base del sei cilindri in linea 3.0 della precedente AMG E 53 Coupé..
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Il sintetizzatore software Xfer Serum 2 sbarca su Linux

Xfer, creatrice dei popolari sintetizzatori software VST Serum e Serum 2, ha pubblicato sul proprio forum una beta per Linux. Per chi produce musica al computer è un’ottima notizia: questo plugin non ha mai funzionato in modo affidabile con Wine/Yabridge ed è spesso indicato come uno dei motivi per cui molti evitano di passare a […]

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Val di Noto 1693: una story map racconta il terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani

Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli ultimi duemila. Si tratta di un terremoto di magnitudo stimata Mw 7.3 (seguito da un imponente maremoto) che causò, secondo le fonti, oltre 50mila morti, danneggiando gravemente un’area di oltre 14.000 chilometri quadrati. E fu l’apice di una sequenza sismica che durò almeno tre anni. 

Dal lutto e dalle macerie sorsero città dall’aspetto totalmente nuovo, spesso in siti diversi dai precedenti, edificate secondo moderni criteri urbanistici, dando vita a quel laboratorio architettonico che fu il Barocco siciliano e che oggi continuiamo ad ammirare. La meraviglia di alcune delle nuove piante cittadine, delle chiese e dei palazzi, ha addirittura spesso messo in ombra la tragedia causata dall’evento e generato alcune lacune nell’interpretazione delle conseguenze socioeconomiche e politiche dei decenni successivi.

Proprio per questa sua immensa portata, il terremoto del 1693 è stato oggetto di diversi studi scientifici e, allo stesso tempo, è profondamente radicato nella cultura e nella tradizione popolare siciliana. Tuttavia, la ricerca e la memoria collettiva (fatta di miti, canti e racconti tramandati di generazione in generazione) raramente si sono incontrati. 

La Sicilia Orientale, sulla base della sua storia sismica e delle informazioni disponibili dagli studi sulle sorgenti sismogenetiche, è una delle zone a maggiore pericolosità sismica d’Italia. Un fattore che, insieme alla presenza di aree intensamente popolate e vulnerabili, sia dal punto di vista sociale che del patrimonio edilizio ed infrastrutturale, determina un elevato rischio sismico e impone una costante opera di prevenzione, nella quale la consapevolezza della popolazione ha un ruolo tutt’altro che secondario.

 

È proprio per queste ragioni che nasce la nuova Story map “Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani”. L’obiettivo è raccontare non solo i dati del sisma, ma la storia dell’evento e della ricostruzione ad esso successiva, insieme al suo radicamento nella cultura popolare.

La Story map è organizzata in sette capitoli, che, attraverso carte storiche, mappe interattive, immagini e video, descrivono:

  • la sismicità dell’area;
  • la sequenza sismica del 1693-96;
  • il contesto storico in cui avvenne il terremoto;
  • la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche;
  • la ricostruzione delle città delocalizzate;
  • la ricostruzione delle città nel medesimo sito pre-evento;
  • il barocco siciliano. 

La Story map è aperta da una breve introduzione in cui la presentazione dell’evento dal punto di vista storico e scientifico è corredata da un canto popolare, proposto in forma scritta e orale, che dalla fine del ‘600 è arrivato fino ai giorni nostri. 

Il primo capitolo si sviluppa invece attraverso la descrizione della sismicità della Sicilia orientale, con carte e dettagli “tecnici”.

Il secondo capitolo è dedicato alla descrizione della sequenza sismica, con particolare attenzione alle scosse del 9 e dell’11 gennaio. Questi due eventi sono raccontati attraverso delle mappe interattive centrate sulle località colpite e sugli effetti prodotti. 

Cliccando sulle singole località è possibile conoscere la distanza dall’epicentro, gli effetti sull’ambiente naturale conosciuti e l’intensità del terremoto in base agli effetti visibili e ai danni provocati (scala Mercalli-Cancani-Sieberg – MCS). 

Il terzo capitolo è invece dedicato a una breve presentazione del contesto storico, raccontato anche attraverso documenti e ritratti di alcuni dei protagonisti di quel tempo. 

Al centro del quarto capitolo vi è poi la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche, le priorità del viceregno (in quel tempo la Sicilia faceva parte del Regno di Spagna ed era amministrata da un Viceré), l’azione dei poteri locali e le sofferenze patite dalle popolazioni.

Una mappa multimediale permette anche di osservare la struttura ideata dal Viceregno per la gestione dell’emergenza e il suo effettivo funzionamento: ogni punto sulla mappa corrisponde a un’apposita giunta o a uno specifico incarico creato ad hoc subito dopo il terremoto e cliccando su ognuno di essi è possibile sapere chi ricoprì quel ruolo e quali mansioni svolse. Il capitolo è chiuso da un filmato tratto dall’edizione del 2025 della commemorazione che ogni anno la popolazione di Grammichele svolge tra le rovine dell’antica Occhiolà, il sito abbandonato dopo il terremoto.

Il quinto capitolo ripercorre la lunga ricostruzione delle città delocalizzate, descrivendo le tante modalità attraverso cui si scelse di spostare i centri in un nuovo sito e i tratti comuni alle diverse vicende. 

Una mappa interattiva permette di esplorare le città ricostruite in un nuovo sito, visionare carte storiche e foto dei luoghi più rappresentativi, ma anche scoprire dove si trovavano le città prima del terremoto, i processi attraverso i quali si scelse di spostarsi e le modalità della ricostruzione.

Il sesto capitolo è dedicato alle città che furono riedificate nel medesimo sito, tracciando dinamiche, successi e limiti dei processi di ricostruzione. Un approfondimento, anche fotografico, è dedicato al caso di Catania e una mappa interattiva permette di approfondire, attraverso immagini e descrizioni, alcuni esempi della cosiddetta “Guerra delle Parrocchie” che esplose in città come Ragusa e Modica e che contribuì all’edificazione di alcune delle più celebri chiese del Val di Noto.

Un approfondimento sul Barocco siciliano nel settimo capitolo, corredato da numerose immagini, insieme a un canto dedicato al terremoto dal cantautore siciliano Carlo Muratori chiudono il racconto di un evento che ha ancora tanto da raccontare e, soprattutto, da insegnare anche ai giorni nostri. 

“Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani” è  parte di un più ampio progetto di ricerca, i cui primi risultati sono stati recentemente pubblicati nell’articolo Marino, C.; Mattia, M. The Long‑Term Legacy of the 1693 Val Di Noto Earthquake: Emergency Management, Reconstruction, and Institutional Impact. Ann. Geophys. 2026, 69. https://doi.org/10.4401/ag-9507.

La story map è disponibile nella galleria  INGVterremoti e al seguente link: Val di Noto 1693

A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo)


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Benzina e gasolio ancora giù: quanto costano oggi alla pompa

Secondo giorno di lieve calo dei prezzi dei carburanti alla pompa, mentre rimbalza la quotazione internazionale del gasolio dopo due tonfi consecutivi.Così Staffetta Quotidiana apre la sua consueta analisi giornaliera sull'andamento dei principali carburanti per autotrazione, segnalando che questa mattina, 6 agosto, il prezzo medio in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,994 euro al litro per la benzina (-3 millesimi rispetto a ieri), 2,092 euro per il gasolio (-5 millesimi), 0,744 euro per il GPL (+1 millesimo) e 1,631 euro/kg per il metano (+8 millesimi). Sulla rete autostradale, la verde si attesta a 2,072 euro al litro (-9 millesimi), il diesel a 2,166 (-4), il GPL a 0,875 (invariato) e il metano a 1,629 (+20). Prezzi consigliati e praticati Staffetta segnala anche la decisione di IP di ridurre i prezzi consigliati della benzina di un centesimo al litro. Q8, invece, ha tagliato di un centesimo il gasolio, mentre Tamoil ha abbassato di 3 centesimi la verde e di 1 centesimo il diesel.Per quanto riguarda i prezzi praticati, elaborati dalla testata specializzata sulla base delle comunicazioni effettuate ieri dai gestori all'Osservatorio del Mimit, le medie tra rete ordinaria e autostradale indicano la benzina self service a 1,999 euro al litro (2,004; 1,990) e il diesel a 2,100 (2,098; 2,103).Al servito, la benzina si attesta a 2,135 euro al litro (2,175; 2,060), il gasolio a 2,239 (2,273; 2,175), il GPL a 0,752 (0,761; 0,743), il metano a 1,622 (1,613; 1,628) e il GNL a 1,525 (1,517; 1,530).Lo spaccato per marchio mostra Eni a 2,000 euro al litro sulla benzina self service (2,207 al servito) e 2,077 sul diesel (2,287); IP a 2,015 (2,181) e 2,114 (2,284); Q8 a 2,000 (2,163) e 2,101 (2,275); Tamoil a 1,996 (2,071) e 2,087 (2,171).
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Why was a US Yale graduate hounded out of his job promoting Chinese culture?

In just two months, Yale graduate Edward Kuperman went from being praised by Chinese state media to being bombarded by public accusations that he was a spy. It began with a June 18 article from state news agency Xinhua, in which he was described as an eager 24-year-old sinophile who made the unconventional choice of spurning China’s eastern metropolises to live in Dunhuang, an oasis in the country’s northwestern Gansu province. His interest in China started with a Chinese language class in...

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China adds US sanctions, drone curbs in trade tit-for-tat

China announced new drone supply chain export controls and counter-sanctions against seven American firms in retaliation for US trade restrictions imposed last week targeting Chinese companies. Sales to United States entities of “drones, their key components and related technologies” will be subject to “strict case-by-case scrutiny”, the Ministry of Commerce said on Wednesday, with the measures taking effect immediately. They amount to a tightening of restrictions first implemented in 2023 and...

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He’s Eligible for Up to $480,000 After Being Wrongly Imprisoned for 42 Years. The State Says No.

A man wearing denim shorts, a blue T-shirt that says “Innocence & Justice Louisiana,” a baseball cap and glasses holds his hands in front of his torso. He stands on a sidewalk with grass growing on both sides and cars, trees, power lines and houses in the distance. He looks away from the camera.
After Elvis Brooks spent 42 years in prison, a court threw out his conviction for murder. But he has struggled to get compensation from Louisiana for his wrongful conviction. Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America

Elvis Brooks thought he had an airtight case when he applied for compensation from the state of Louisiana after he was wrongfully convicted in a fatal bar shooting that kept him in prison for more than four decades.

The 69-year-old New Orleans native has never wavered in his claims of innocence, insisting since his 1977 arrest that the cops had the wrong guy. But it would take nearly 45 years and a prosecutor admitting he failed to turn over key fingerprint evidence before the courts threw out Brooks’ conviction.

That decision made Brooks eligible for up to $480,000 under a program created by Louisiana lawmakers to pay those wrongfully convicted in a state with one of the highest rates of overturned guilty verdicts. But Louisiana Attorney General Liz Murrill, the top prosecutor in the state, has vigorously fought Brooks’ compensation claim, asserting in court filings that he is still guilty and therefore should not receive any money at all.

And it isn’t just Brooks: Since taking office two years ago, Murrill has opposed all but one of 23 compensation claims brought by people whose convictions have been vacated by the courts. These include cases in which the men were exonerated through DNA or blood evidence and others in which police are accused of fabricating evidence. Once, Murrill even threatened to block an exoneree’s ability to obtain a license to practice law if he didn’t drop his claim.

Civil rights attorneys say Brooks’ case is one of the most egregious examples of a wrongful conviction in recent years. Murrill has been pushing the court since September 2024 to reject his compensation claim and also to reinstate a manslaughter charge against him. The case is pending before a district court judge in New Orleans; attorneys are scheduled to appear for the next hearing Monday.

When Brooks heard what Murrill was trying to do, five months after he’d filed his claim, he said he was flooded with anger and disbelief. Once again, he said, the state was trying to rip away his good name and falsely brand him a killer.

“She knows people are innocent but she doesn’t care,” Brooks said of Murrill during a recent interview, his voice rising with frustration. “She wouldn’t want nobody to do this to one of her loved ones.”

Some states that have more recently created compensation funds have experienced startup problems. In Michigan, narrow criteria and confusion over eligibility have prevented exonerees from getting paid. But in Louisiana, conservative politicians who oppose the very existence of a compensation fund and therefore fight nearly every claim have proven to be the biggest obstacle.

Gov. Jeff Landry, a Republican who served as attorney general for eight years, during which time he hired Murrill as the state’s solicitor general, opposed 10 of 12 compensation claims during his tenure. Both have staked their political careers on a tough-on-crime agenda. By contrast, Murrill’s more moderate Republican predecessor, Buddy Caldwell, who served as attorney general from 2008 to 2015, opposed just 33% of all claims.

A woman with shoulder-length brown hair wearing pearl earrings, a black blazer and a white ruffled shirt looks off camera. She is standing in front of a man wearing a blue suit and yellow tie. News microphones appear in the lower right corner.
Louisiana Attorney General Liz Murrill has taken a hard line against compensating the wrongfully convicted in Louisiana, maintaining they haven’t proven their innocence. Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America

Murrill’s hard-line tactics, particularly in Brooks’ case, stand out among her peers in other states, said Jeffrey Gutman, a professor emeritus at the George Washington University Law School and a national expert on compensation funds.

“I can’t think of an attorney general who has been quite as aggressive in trying to prevent people from getting compensation,” Gutman said.

Murrill, through her spokesperson, declined interview requests and did not answer questions regarding her opposition to the compensation fund. Both she and Landry have made their views on the fund clear during recent legislative sessions. Murrill told lawmakers last year that defending the state against these claims consumes an enormous amount of time and resources and that the fund should be abolished altogether. And in June, Landry vetoed a bill passed unanimously by the Republican-controlled Legislature that would have increased the amount paid to the wrongfully convicted. In his veto statement, Landry painted many of the exonerees as “convicted criminals” whose only interest is money.

Murrill’s opposition doesn’t necessarily mean that Brooks and other exonerees won’t eventually be compensated. The claims are ultimately decided by one of a number of district court judges, whose approach to this issue may vary. But it ensures that a process the law says should take no more than five months could instead drag on for years, exacting financial hardship and emotional pain on people who have already endured decades of both, said Herbert Larson, an attorney representing exonerees and a senior professor at the Tulane University Law School.

“If they’ve got DNA evidence that points at somebody else, if they’ve got fingerprints that point at somebody else, if it looks like sloppy police work, then we should pay the money and not spend the next two years litigating it,” Larson said. “That’s not a very effective use of time and money on the part of the attorney general.”

Brooks filed his application in 2024, but more than two years later, his case has yet to be heard by a district court judge. After having 42 years of his life stolen — missing his son’s childhood and losing his parents and three siblings while he was behind bars — Brooks said he shouldn’t continue to suffer at the hands of the state.

“It’s miserable and it’s frustrating, the games they play,” he said. “But if they think I’m going to give up, wave the white flag, they got me wrong.”

Conflicting Evidence and a One-Day Trial

On most days, Brooks can be found riding his bicycle down to Tricou and Douglas streets in New Orleans’ Lower 9th Ward, where he was raised, or through the French Quarter, where as teens, he and his friends would go to meet girls.

But there is one place he avoids: a vacant lot at the intersection of Dauphine and Alabo streets. That’s where the Welcome Inn once stood, and where a murder took place that would change his life.

In July 1977, a man named Cecil Lloyd was seated at the bar in the local dive when he was shot to death during an armed robbery. Less than three weeks later, police arrested 19-year-old Brooks.

There was no physical evidence tying him to the killing, and a dozen people testified that Brooks was at a family party at the time of the shooting. But three white witnesses said they saw the perpetrators in the dimly lit room and picked Brooks, who is Black, out of a photographic lineup. Although studies have shown that witnesses often have difficulty correctly identifying suspects of another race, and despite the fact that the three witnesses gave conflicting descriptions, the jury found him guilty of first-degree murder after a one-day trial.

What the jurors weren’t told is that fingerprints lifted from beer cans held by the robbers did not match Brooks’, or that police suspected the same men had robbed several people less than a block away just before the Welcome Inn robbery, according to prosecutor records discovered by Brooks’ attorneys 40 years later. The victims of the earlier crime were shown a photo of Brooks and ruled him out as a suspect.

After his conviction, Brooks was sent to the Louisiana State Penitentiary at Angola at a time when the maximum-security prison was considered one of the most violent in the country. Three years after Brooks arrived, his brother Errol, who was serving a 99-year sentence there for armed robbery, was stabbed to death.

“Angola was a madhouse,” Brooks said. “A hellhole.”

A dark, cloudy sky hangs over an intersection with silhouetted trees, power lines and one-story houses with some lit windows.
A man was shot and killed in 1977 at the Welcome Inn bar, which used to sit on this corner in the Lower 9th Ward of New Orleans. Brooks was convicted for the murder in a one-day trial, despite evidence he was elsewhere at the time. Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America

While Brooks served his life sentence, the criminal justice system was being revolutionized through the introduction of DNA evidence and, with it, proof that innocent people had been convicted. This led to a deeper look into other factors contributing to wrongful convictions, including prosecutorial misconduct and mistaken eyewitness identifications, especially those made by witnesses with different racial backgrounds from the suspects.

As a result, the number of exonerations nationwide increased from 25 in 1989 to 259 in 2022, according to the National Registry of Exonerations, a project operated by universities in Michigan and California. By 2025, Orleans Parish, where Brooks was convicted, had the highest rate of exonerations among U.S. counties with more than 300,000 residents, according to the registry.

Many states reacted to the rise in exonerations by creating funds to compensate those who were wrongly convicted. Louisiana established its fund in 2005 and today is one of 39 states, in addition to the District of Columbia, that compensate the wrongfully incarcerated. But it is far from a rubber-stamp process.

“It’s miserable and it’s frustrating, the games they play. But if they think I’m going to give up, wave the white flag, they got me wrong.”

Elvis Brooks, exoneree

To be eligible, a person has to have been imprisoned as a result of a conviction that was later vacated by a court. Applicants, like in all states with these funds, must then prove their innocence. Having a conviction thrown out is not enough to do so: A court can vacate someone’s conviction for a number of reasons, including an ineffective attorney or significant errors committed by the judge or prosecution. But that only means there were problems with the original trial. It is up to the person applying for compensation to present evidence that they did not commit the crime.

In many states, innocence in the compensation process is proven by a “preponderance of evidence,” which attorneys understand to mean that there is more than a 50% chance that the person is innocent. This is the standard used in civil cases. The threshold is higher in Louisiana and some other states, where applicants are required to prove they are innocent by “clear and convincing” evidence. This is supposed to leave little doubt in the judge’s eyes that they did not commit the crime.

That’s the hurdle Brooks must clear to receive any money from the state.

Exonerated but Not Paid

Brooks filed for compensation in April 2024, just a few months after Murrill and Landry took office. He didn’t know much about the process, he said, except that it was meant to help people like himself get back on their feet after a wrongful conviction. Brooks assumed it wouldn’t take long at all, maybe a few months. But like nearly all the others, his request was met with fierce opposition from the attorney general’s office.

Murrill, seen by many as a future candidate for governor, has earned the reputation as a fighter unapologetic about the methods she is willing to use to enact a conservative agenda, both in the political world and the courtroom.

Verite News and ProPublica interviewed the attorneys of 17 of the people whose compensation claims Murrill opposed. The majority expressed shock at her tactics. When Landry was attorney general, his office regularly spoke with defense attorneys and assured them that the attorney general would not stand in the way of compensation in the rare times the office agreed that a former prisoner was innocent, according to two of the attorneys. Landry did not respond to a request for comment.

Those conversations no longer happen under Murrill, the attorneys said. In nearly every case, Murrill’s office has insisted that the exoneree either is guilty or has failed to sufficiently prove his innocence.

Of the 23 people who have had active claims under Murrill, four so far have been awarded compensation. The rest are pending. Of the successful claims, two of the men were cleared by DNA evidence, while blood serum evidence was used to prove innocence in the third. Yet Murrill opposed all three, delaying their compensation for nearly two years. (In the fourth case, Murrill dropped her opposition to Patrick Brown’s claim after the victim testified that the exoneree was innocent).

A man wearing an orange polo shirt, silver chain necklace, baseball cap and yellow-tinted glasses looks into the camera. He is standing in front of a red-brick building with red siding.
Malcolm Alexander was exonerated through DNA evidence in 2018 after 38 years in prison. Jeff Landry, who was the attorney general then and is now the governor, opposed his compensation claim, but a court later ruled in his favor. Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America

Jarvis Ballard is one of the four. He spent 23 years in prison before his 1999 rape conviction was vacated after his DNA was not detected in any of the blood or semen samples found at the scene. In addition, the victim reported two men committed the crime; however, three men, including Ballard, were prosecuted and convicted. The other two men testified that Ballard was not involved.

The St. Bernard Parish district attorney’s office admitted in a 2021 statement that the office had made a mistake in prosecuting him. “DNA evidence, witnesses recanting their prior statements and polygraph testing all supported the ‘actual innocence’ claims of Jarvis Ballard,” district attorney Perry Nicosia wrote.

In another case, Darrill Henry was sentenced to life in prison in 2011 for a double homicide. Nine years later, New Orleans Criminal District Court Judge Dennis Waldron threw out his conviction after DNA evidence found under the fingernails of one of the victims cleared him, saying there was “clear and convincing evidence that he is indeed factually innocent of the crime.”

And in a third case, Sullivan Walter was sentenced to 40 years in prison in 1986 for burglary and rape, among other charges. He was only 17 at the time but was tried as an adult. His conviction was overturned in 2022 when blood evidence ruled him out as the perpetrator.

“This is horrible,” Criminal District Judge Darryl Derbigny said to Walter as he ordered his release from prison, according to news reports. “I’m at a loss of words to express the sorrow and the anger I have at the treatment you’ve been dealt by the system.”

But in all three cases, Murrill told the courts that despite the DNA or blood evidence, the men did not sufficiently prove their innocence.

“They’re taking a position that is inconsistent with what many prosecutors argue every day in seeking conviction,” Zac Crawford, staff attorney at Innocence & Justice Louisiana, a nonprofit law firm specializing in wrongful convictions, said about Murrill’s office. “Prosecutors frequently use DNA testing to match someone to a crime as a means of getting a guilty verdict, and they are not willing to concede that that same evidence also proves innocence.”

Murrill hasn’t confined her fight against compensation claims to the courts, having used threats to prevent at least one exoneree, Calvin Duncan, from even pursuing a claim. After serving 28 years of a life sentence for murder, he accepted a plea deal to secure his release in 2011. Ten years later, a district court judge ruled that he was factually innocent and threw out his conviction, citing the suppression of exonerating evidence by police, among other factors.

When Duncan filed for compensation in 2023, Murrill issued a threat, Duncan said during a recent legislative hearing: drop the claim or she would charge him with perjury for falsely saying he was exonerated. At the time, Duncan was pursuing a law license. He said Murrill added a second warning: If he didn’t drop the claim, she would report him to the bar association to prevent him from getting his license.

Duncan said he reluctantly agreed to withdraw his compensation application, with the understanding that Murrill would then drop the matter. But she didn’t keep her word, Duncan told legislators. During Duncan’s campaign last year for New Orleans criminal court clerk, Murrill sent him a letter threatening “further action from this office” if he didn’t stop referring to himself as being exonerated. “You have not proven you were actually innocent,” she told him.

She then used his plea deal against him, saying, “You knowingly and voluntarily pled guilty to manslaughter and armed robbery.”

Duncan, who declined to comment, won his election but was stripped of his office after legislators, with Landry’s support, eliminated his position. His campaign manager said Duncan has paused his pursuit of a law license in part because of his race for court clerk and Murrill’s persistent threats.

Malcolm Alexander spent nearly 38 years in prison before being exonerated through DNA evidence in 2018. Despite the opposition of Landry, then attorney general, Alexander was later awarded compensation, though he said these claims aren’t all about money. Even more important is that when a judge awards an exoneree compensation, it comes with a definitive ruling that the person is, in fact, innocent.

So while Murrill’s desire to deprive exonerees of money is terrible, Alexander said, her efforts to prevent them from having their names officially cleared are truly reprehensible.

“It Wasn’t Right From Day One”

Brooks was 60 years old and had been in Angola prison for nearly two-thirds of his life when his legal team discovered a wealth of new evidence that appeared to conclusively prove his innocence. Among these items were fingerprints lifted from beer cans held by the shooters during the Welcome Inn bar robbery and fatal shooting. And those fingerprints did not match Brooks’.

In January 2019, Brooks’ legal team filed a motion to overturn his murder conviction. Leon Cannizzaro, the New Orleans district attorney at the time, objected, telling the court that his office did not purposefully withhold any evidence.

Brooks said he was ready to wage a lengthy legal battle to prove he was not a murderer. But five months later, Cannizzaro approached Brooks with an unexpected offer: If he agreed to plead guilty to manslaughter, his life sentence would be reduced to 42 years and he would be allowed to walk out of Angola prison. Brooks agonized over the decision. The idea of standing up in court and saying he had killed someone was unimaginable. But he also didn’t want to die an old man on a rusted prison cot. So he took the deal.

Two years later, as Brooks was struggling to adjust to life outside of prison and still strapped with a felony record, his legal team found a memo in a pile of records they had requested from the district attorney’s office that detailed a 2019 internal meeting with one of the prosecutors at Brooks’ murder trial. He admitted that they didn’t turn over the fingerprint evidence and that it would have been helpful to Brooks’ case, according to the memo.

The meeting had occurred just two weeks before Cannizzaro offered Brooks the plea deal. If Brooks had known about the prosecutor’s admission, he said, he never would have accepted the plea.

“It wasn’t right from day one,” Brooks said.

A circular mirror shows a man’s reflection. The man wears glasses, a baseball cap and an earring. The background is out of focus: a tree, a green lawn and cars parked outside of a building.
Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America Brooks on his bike in New Orleans this year
A framed photograph on a beige wall. The photograph has crease lines and a piece of purple tape on the top left corner. The photo shows a small child standing between two adults.
A photo of Brooks’ parents and his great-niece hangs in the apartment at a senior center he moved into since his release from prison. Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America

In 2022, when presented with this new information, the district court agreed. It ruled that the district attorney withheld crucial evidence when offering the plea deal and threw it out along with Brooks’ conviction. Current New Orleans District Attorney Jason Williams declined to retry the case, clearing the way for Brooks to file his compensation claim two years later.

Cannizzaro could not be reached for comment. In a statement issued after Brooks’ 2019 release from prison, the former district attorney said he offered Brooks the plea deal because his office believed he was “rehabilitated and will not go out and reoffend.” Cannizzaro rejected the idea that Brooks was wrongfully convicted, saying at the time that if he were innocent, Brooks and his attorneys would have turned down the deal. “Notably, they did not,” he said.

Murrill is now using that discredited plea deal against Brooks, just as she did in Duncan’s case, in an attempt to quash his compensation claim. In a September 2024 motion, Murrill claimed that by vacating Brooks’ manslaughter conviction while he was a free man and not a prisoner, the court essentially pardoned him. And under the state constitution, only the governor has the power to issue pardons. As a result, she has asked that the court reinstate the manslaughter charge against Brooks.

Murrill did not, however, address the fact that the court vacated the deal because prosecutors intentionally withheld key information, according to court records.

In her motion, Murrill said she only learned the plea deal had been thrown out when Brooks filed his claim. And that, said attorney Harry Daniels, who represents Brooks, is when she started the effort to reinstate charges against him. “It’s only when he started demanding what he’s entitled to for being wrongfully convicted that this even became an issue,” Daniels said.

Brooks has described applying for compensation as torturous, a barricade that is constantly preventing him from being able to move forward. And life has been difficult: His only source of income is his $994-a-month Social Security payment, enough to rent a one-bedroom apartment in a low-income senior center.

There are moments, though, he said, when he allows himself to dream about what he would do with the money. The first would be to buy a bigger headstone for his family gravesite, where his parents, four siblings and a nephew are buried in a single plot in the Green Street Cemetery. All but one died while he was wrongfully imprisoned. There is room on the headstone for only three of the seven names.

“I want to put all our names on there,” he said. “Give them some respect, especially my momma.”

A gravestone with a cross etched on top and the words “Errol Brooks, Feb. 1 1959 — Dec. 1, 1981.” “Linda Brooks, Apr. 22, 1956 — Oct. 29, 1995,” and “Earl.” A bouquet of flowers and a cross obscure the last name. Two small angel statues also lean against the grave. Gravel sits in front of the grave, and long green grass grows behind the grave. The sky is blue with some clouds.
Seven of Brooks’ family members are buried in a single plot in the Green Street Cemetery, but there is room on the headstone for only three names. If he receives compensation money, he plans to use some of it to buy a bigger headstone. Christiana Botic/Verite News and Catchlight Local/Report for America

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"Chi le guida è malato": il nuovo affondo di Trump contro le auto elettriche

Donald Trump attacca ancora le auto elettriche. Durante un comizio a Las Vegas, il presidente degli Stati Uniti ha rivendicato di aver "messo fine al mandato elettrico" e ha sostenuto che chi guida un'EV e pensa alla sua autonomia soffre di una sorta di "malattia". Ma cosa c'è di vero nelle sue affermazioni? Le accuse di Trump alle auto elettriche "Ho messo fine all'obbligo delle elettriche perché diceva che entro poco tempo, tipo il 2030, tutti dovevano avere un'auto elettrica, anche se non c'è modo di caricarla", ha detto Trump. "Avete mai visto i cartelli? Stai guidando in un'auto elettrica, e questi hanno una malattia, sono malati... Stanno guidando e si rendono conto che la batteria si sta scaricando, e cominciano a pensarci già quando è a 3/4. Ok, scende un po', e quindi cominciano con 'dove posso andare?'. Sei lì che guidi in autostrada, vedi un cartello - stazione di ricarica, con una freccia, 89 miglia a destra. Questi sono pazzi". La realtà dei fatti Nel suo intervento, Trump ha riproposto diverse affermazioni che non trovano riscontro nelle normative federali. Nessuna legge degli Stati Uniti ha mai imposto l'acquisto di auto elettriche entro il 2030 né in altre date. Il presunto "obbligo" a cui fa riferimento il presidente riguarda gli standard federali sulle emissioni e la normativa californiana sulle vendite di nuovi veicoli dal 2035, oggetto di un contenzioso dopo la revoca dell'autorizzazione federale decisa dall'amministrazione Trump. In ogni caso, nessuna di queste misure ha mai imposto ai consumatori di acquistare un'auto elettrica. Come nel resto del mondo, tali norme hanno spinto i costruttori ad ampliare l'offerta di modelli elettrici, senza obbligo di acquisto. Range anxiety, ricarica e quota di mercato Quando parla di "malattia", Trump fa riferimento alla cosiddetta range anxiety, ossia l'ansia da autonomia di chi guida un'auto elettrica, soprattutto all'inizio. Certo, il tema esiste, ma è anche una preoccupazione che tende generalmente ad attenuarsi con l'esperienza, il miglioramento delle batterie e la graduale diffusione delle infrastrutture di ricarica.Invece, quando Trump parla di mercato delle BEV al 7% per sostenere la tesi che le elettriche non interessano agli automobilisti, cita un valore sostanzialmente in linea con la quota raggiunta dalle auto a batteria negli Stati Uniti. Il dato, tuttavia, non è sufficiente da solo a spiegare l'andamento della domanda. Fin dai primi giorni del suo mandato, Trump ha lavorato per ridimensionare le politiche federali a sostegno della mobilità elettrica, ponendo fine agli incentivi federali e intervenendo anche sugli standard CAFE, senza però eliminare l'intero programma.
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Weekendissimi Coop: sesto appuntamento

Sesto appuntamento con la convenienza dei “Weekendissimi Coop”: fino al 9 agosto 40% di sconto su tutti i cocomeri.

Con gli “Weekendissimi Coop”, infatti, fno al 23 agosto, ogni settimana, dal giovedì alla domenica, 40% su una selezione di prodotti del reparto ortofrutta o macelleria.

Un impegno costante

Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno della cooperativa Unicoop Firenze a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. «Anche in questo momento così complicato, attraverso iniziative promozionali straordinarie e una costante politica di contenimento dei prezzi di vendita», come ha affermato Giulio Bani, direttore amministrazione di Unicoop Firenze, nell’articolo pubblicato a pagina 5 dell’Informatore di giugno 2026. «La Toscana è la regione con i prezzi più bassi d’Italia (indice 96,7 contro 100, fonte Nielsen) e le prime 5 province più convenienti (Arezzo, Firenze, Lucca, Pistoia e Prato) sono territori in cui operiamo stabilmente».

Tra le iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allostesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.

Nel corso del 2025 gli sconti e i punti spesa hanno raggiunto un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 euro, lo sconto del 10% su una spesa a dicembre. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro capite di 113 euro.

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Tutti pazzi per il crime

Se a Garlasco, in provincia di Pavia, ci fosse stata Jessica Fletcher, il caso dell’omicidio di Chiara Poggi sarebbe stato già risolto. Capacità di osservazione, intuizione e una buona dose di fortuna nella fiction, cinematografica, televisiva o letteraria che sia, sono sufficienti per trovare l’assassino – e infatti la “signora in giallo” non sbagliava mai-. Nella realtà, non va così. Nonostante i più sofisticati strumenti di analisi, tracce di Dna, impronte, macchie di sangue trascurate e poi magicamente ritrovate, hanno come unico risultato quello di alimentare il dubbio.

Si crea così il giallo perfetto, quello che non ha mai fine e che ci fa diventare tutti detective. La passione per il crime è tale che i programmi televisivi si moltiplicano, dalla mattina alla sera, senza saltare il pomeriggio, con dati di ascolto notevoli, e nascono canali dedicati esclusivamente a serie, film, fiction su casi inventati o realmente accaduti. Anche fra i libri, quelli che tengono meglio nelle classifiche delle vendite sono spesso dei gialli.

Emozioni da poco

Ma perché il crime ci attira così tanto? «La letteratura scientifica ci dice che il racconto di storie che si sviluppano intorno a un delitto svolgono la stessa funzione delle fiabe per i bambini. L’imprevedibilità che le caratterizza dà forma alle nostre paure e incertezze, e in qualche modo ci rassicura. Sono fatti terribili che potrebbero capitarci, ma sapere che il colpevole sarà assicurato alla giustizia ci tranquillizza e procura una sensazione positiva: dopo il caos torna la calma» spiega la presidente nazionale dell’Ordine degli psicologi, Maria Antonietta Gulino. Così come accade ai bambini che chiedono sempre la stessa novella, anche noi seguiamo queste storie gialle, appassionandoci.

Il giornalista e narratore di storie, in tv, in rete e a teatro, Stefano Nazzi, la spiega così: «Suscitano più attenzione, anche da parte dei media, quelle storie che ci appaiono più simili alle nostre, che coinvolgono famiglie come le nostre, che potrebbero accadere ai nostri figli», in sintesi ci immedesimiamo, senza fortunatamente fare la stessa fine.

Secondo Marco Vichi, che ha scritto quindici libri a tema poliziesco con protagonista l’umanissimo commissario Bordelli (ma non si definisce un giallista), non è un fenomeno che nasce oggi: «Non credo sia una questione attuale, è sempre successo: i crimini più vicini a noi incuriosiscono, perché si parla di persone, mentre le guerre ce le raccontano con i numeri e le sentiamo lontane, anche se proprio lontane fisicamente non sono» spiega.

Ritorno a Garlasco

Torniamo al caso Garlasco, e più precisamente al 13 agosto 2007. Francesco Selvi, allora inviato del telegiornale di La7 – aveva seguito anche altri casi di cronaca come Cogne e quello di Omar ed Erika -, era lì quel giorno. «Una giornata calda e umida, tipica della Pianura Padana, quasi soffocante. Il caso aveva tutte le caratteristiche del giallo estivo: una ragazza di una famiglia benestante, uccisa in piena estate nella villetta dei genitori, in un paese della provincia lombarda, conosciuto per le sue discoteche e piscine, frequentate anche da Ron, che a Garlasco abita, e dall’amico Lucio Dalla. Noi giornalisti stazionavamo fuori dal giardino, in attesa di qualche notizia. La prima ipotesi a circolare fu quella di una rapina finita male, ma venne esclusa subito perché non era stato rubato niente» ricorda quasi vent’anni dopo.

Vent’anni di servizi giornalistici e trasmissioni televisive, il fidanzato, Alberto Stasi, condannato per omicidio e poi la riapertura delle indagini con un nuovo mostro da inseguire con le telecamere, Andrea Sempio. «A quel tempo – prosegue Selvi – non pensavamo che questa vicenda sarebbe durata così a lungo: il fatto che Chiara Poggi quella mattina avesse aperto la porta al suo assassino fece svoltare le indagini nell’ambito familiare e dei legami sentimentali, la strada che più spesso porta alla verità».

Il caravanserraglio televisivo funziona «quando si smette di attenersi ai fatti e si lascia spazio alle ipotesi più fantasiose: come succede sui social, ognuno dice la sua e ha il proprio killer immaginario, si mettono in mezzo le cugine, il fratello di Chiara, la famiglia che nasconde qualcosa, i riti nel vicino santuario» afferma Nazzi. Il fallo di confusione direbbe qualcuno, ma a chi giova questo can can? Alle emittenti televisive, agli sponsor disposti a pagare a peso d’oro uno spazio pubblicitario, agli ospiti dei talk che acquistano una fama utile alle loro carriere.

La mancanza di rispetto nei confronti delle vittime e dei familiari è evidente, ma nessuno sembra preoccuparsene: «C’è una rincorsa ossessiva alle notizie da parte dei media, come se non esistesse più nessun tipo di confine, questo è evidente anche nel caso Garlasco, ma succede quasi sempre» precisa Nazzi. Su questo concorda anche Vichi, che non ama pronunciarsi sui fatti di attualità: «Tengo sempre lontana la cronaca, non ho opinioni determinanti sui casi reali, lascio fare ai giudici, ma devo dire che questo baraccone mediatico su Garlasco è offensivo per la vittima e per i suoi familiari e proprio non mi piace».

Il truce che piace

L’atteggiamento quasi morboso del giornalismo nei confronti di fatti di cronaca non è però prerogativa esclusiva dei nostri tempi. Il 17 agosto 1924, all’indomani del ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti, il “Corriere della sera” intitolava: «Gli emozionanti particolari della lugubre scoperta. Lo stato delle misere spoglie». Nell’articolo ci si dilungava sullo stato del cadavere abbandonato in una macchia di cerri dove l’aveva ritrovato il cane di un giovane brigadiere dei Carabinieri uscito per stanare volpi. Raccontava al giornalista: «Ho visto biancheggiare due oggetti che mi sembravano delle ossa umane. Mi sono avvicinato e le ho esaminate attentamente. Si trattava di una scapola e di un femore con qualche brandello di carne ancora attaccata». Un racconto da far invidia ai più truci serial americani che proprio sulle autopsie di cadaveri basano il loro successo, come Bones, Ncis, Csi.E la valenza politica dell’assassinio sacrificata – forse intenzionalmente, visto che era stato ucciso più di due mesi prima da una squadra fascista – a vantaggio della morbosità dei lettori.

Nero toscano

Al destino di una descrizione impietosa non sfuggirono neppure le vittime del Mostro di Firenze. I dettagli dei corpi spogliati e mutilati finirono nei servizi dei giornali dell’epoca. Il più grande mistero della cronaca italiana – come lo definiscono molti – a distanza di 40 anni dall’ultimo delitto fa ancora il pieno di ascolti quando i media lo ripropongono: «L’uccisione di 16 giovani da parte del serial killer più famoso della storia del nostro Paese continua a colpire l’attenzione delle persone, certamente perché un “colpevole” convincente non è mai stato trovato e per questo motivo sono state fatte le ipotesi più disparate» prosegue Nazi. I compagni di merende, la pista sarda, le messe nere, la massoneria deviata, in quasi sessant’anni si è detto di tutto di più. Ma non è ancora stata scritta la parola fine.

Il gioco è finito

La continua esposizione ad argomenti e immagini scabrosi può innescare in persone particolarmente sensibili e in situazione di stress due diversi processi: da un lato l’indifferenza anche di fronte ai fatti più gravi, come l’uccisione di un bambino, in una sorta di scollamento dalla realtà. Dall’altra, quando il colpevole con funzione catartica non si trova, l’effetto rassicurante della fiaba può venir meno. «Se la paura diventa fobia e il piacere si trasforma in ossessione, allora bisogna intervenire – conclude la psicologa -. Può anche innescarsi un corto circuito per cui i fatti visti in tv si sovrappongono alla realtà, e l’ansia invece di placarsi aumenta e si autoalimenta. In quel caso bisogna chiedere aiuto». Il gioco “a fare il detective” è finito.

Il giallo che fa scuola

Fra le serie tv poliziesche storiche, oltre a La signora in giallo, che dove va lei c’è un omicidio, merita una menzione Il tenente Colombo, umanissimo nel suo impermeabile chiaro sempre spiegazzato. Ma la serie considerata più longeva è Law & Order – I due volti della giustizia. Prodotta dal1990 al 2010 e poi ripresa dal 2022 ad oggi, è ambientata a New York: piace perché mette insieme il crime con il legal thriller, cioè poliziotti contro delinquenti e procuratori contro avvocati. Da essa sono nati numerosi spin off, anch’essi di notevole successo. Come La signora in giallo ha una sigla musicale inconfondibile.

Luce

E una volta che i responsabili dei delitti sono scoperti, cosa succede? Marco Vichi, insieme a Valerio Aiolli, Enzo Fileno Carabba, Leonardo Gori, Emiliano Gucci con Luce (Leonardo Libri) racconta la vita nel carcere, attraverso storie di sofferenza, rabbia, rassegnazione e speranza, rendendo visibile l’invisibile, cioè il mondo nella prigione.

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Telepass, MooneyGo o UnipolMove? Cosa guardare prima di scegliere

In vista dell'esodo estivo, saltare la coda al casello è diventato quasi un obbligo. Ma scegliere il sistema di telepedaggio giusto non è così semplice come potrebbe sembrare: fra canoni, formule pay per use, cashback, dispositivi aggiuntivi e promozioni a tempo, il rischio è perdersi nei dettagli. Ecco una guida ai tre principali servizi per i privati senza partita IVA, MooneyGo, Telepass e UnipolMove, in ordine alfabetico. Non una classifica, perché le offerte sono molto diverse fra loro, ma una "bussola" per capire costi, vantaggi e possibili insidie prima di sottoscrivere un contratto. O di recedere: prima di procedere alla disdetta, infatti, è consigliabile verificare le condizioni del proprio contratto, perché potrebbero essere previsti costi aggiuntivi rispetto alla semplice chiusura del servizio, legati per esempio a offerte promozionali, canoni agevolati, servizi aggiuntivi o dispositivi non restituiti. MooneyGo Nata nel 2022, MooneyGo è un'app dedicata alla mobilità che consente di gestire diversi servizi, tra cui il telepedaggio. Sito: https://www.mooneygo.it/. Quanto costa l'abbonamento MooneyGo Il primo anno di canone MooneyGo è gratis per i nuovi clienti, poi si spendono 2,50 euro al mese. Condizioni buone, tuttavia l'attivazione dell'abbonamento del telepedaggio costa 5 euro. MooneyGo Pay per use: costi e convenienza L'attivazione costa 10 euro. Si spendono 3,90 euro al mese, solo nei mesi di utilizzo del servizio. Ne vale la pena? Occorre fare bene i calcoli: la convenienza dipende dal numero di mesi in cui si usa effettivamente il dispositivo e va valutata tenendo conto anche del costo di attivazione. La formula pay per use può risultare interessante per chi utilizza il telepedaggio soltanto per pochi mesi l'anno. Volendo, si può aggiungere la polizza Assistenza stradale a 1,50 euro al mese. Come disdire MooneyGo Via app: apri l'app MooneyGo, accedi alla sezione Profilo e seleziona la voce dedicata alla chiusura o al recesso dal servizio Telepedaggio. Via PEC/raccomandata: invia il modulo di recesso tramite PEC all'indirizzo mooneygo@pec.mooney.it oppure tramite raccomandata A/R a Mooney Servizi S.p.A. Restituzione del dispositivo: dopo la richiesta di disdetta riceverai il foglio/etichetta di reso e le istruzioni per la spedizione. Il dispositivo deve essere restituito entro 20 giorni, con spese di spedizione a carico del cliente. Telepass Attiva da oltre trent'anni, Telepass è stata la prima piattaforma di telepedaggio diffusa sulle autostrade italiane e oggi offre numerosi servizi per la mobilità. Sito: www.telepass.com Quanto costa l'abbonamento Telepass Non si paga niente per attivare la promo "Telepass Sempre" e il primo anno il canone è gratis, però attenzione: poi si spendono 4,90 euro al mese. Tenetene conto. La promozione può prevedere fino a 150 euro di cashback carburante nelle stazioni di servizio convenzionate o per la ricarica elettrica. Tuttavia, il "ristoro" è fino a un massimo di 10 euro al mese per 15 mesi con una transazione minima di 30 euro. E, per la ricarica elettrica, è fino a un massimo di 10 euro al mese per 15 mesi, con una transazione minima di 10 euro. Ci sono anche fino a 50 euro di cashback per il pedaggio, ma fino a un massimo di 5 euro al mese per 10 mesi. Si tratta quindi di vantaggi interessanti, subordinati però alle condizioni previste dalla promozione. Si può anche ottenere un secondo dispositivo per un secondo veicolo: attualmente può essere previsto un periodo promozionale gratuito, dopodiché il canone indicato è di 3,88 euro al mese. L'Assistenza stradale può essere gratuita per un periodo iniziale, mentre successivamente il costo indicato è di 3,60 euro al mese. Telepass Grab&Go: costi e convenienza Telepass Grab&Go: 19,90 euro per l'acquisto del dispositivo. Poi 14,90 euro per l'attivazione. Per il pedaggio si paga un euro al giorno quando lo si usa. Possono inoltre applicarsi costi per altri servizi collegati. Anche in questo caso, occorre armarsi di calcolatrice. l'offerta più articolata e quindi anche quella con più condizioni da verificare. Telepass ha l'ecosistema di servizi più ampio (mobilità, parcheggi, strisce blu, NCC, Uber e taxi dove disponibili ecc.). Come disdire Telepass In presenza: recati presso un Telepass Store o un Telepass Point autorizzato per richiedere la chiusura del contratto. Per i contratti  Telepass Family/Base è normalmente necessario presentare il PIN di restituzione rilasciato da Telepass. Online o app: accedi all'area riservata del sito Telepass o all'app, entra nella sezione di gestione del contratto e avvia la richiesta di recesso. Via PEC/raccomandata: invia la comunicazione di recesso tramite PEC all'indirizzo assistenza@pec.telepass.com oppure tramite raccomandata A/R a Telepass S.p.A. Via del Serafico 49, 00142 Roma. Restituzione del dispositivo: il dispositivo deve essere restituito entro 20 giorni dalla disdetta, consegnandolo presso un Telepass Store/Point autorizzato (seguendo la procedura prevista) oppure spedendolo a Telepass S.p.A. Via del Serafico 49, 00142 Roma. UnipolMove Nato nel 2022, UnipolMove è il servizio di telepedaggio sviluppato da UnipolTech, società tecnologica del Gruppo Unipol. Sito: https://www.unipolmove.it/ Quanto costa l'abbonamento UnipolMove L'attivazione è gratis, così come il primo anno di canone. Poi si pagano 2,50 euro al mese per il primo dispositivo, mentre per l'eventuale secondo non sono previsti addebiti fissi. UnipolMove Pay per use: costi e convenienza Costo di attivazione: 5 euro in promozione. Il canone di un euro al giorno si attiva al primo utilizzo del dispositivo e vale fino alle 23:59 dello stesso giorno. La convenienza non dipende dai chilometri percorsi o dall'importo dei pedaggi, ma dal numero di giornate in cui si utilizza il dispositivo: superata indicativamente la soglia dei 30 giorni di utilizzo l'anno, l'abbonamento tende a diventare più conveniente. Come disdire UnipolMove In agenzia: se il contratto è stato sottoscritto in agenzia, recati presso un'agenzia UnipolSai con il dispositivo e richiedi il recesso, consegnando contestualmente il dispositivo. App/web: dall'app accedi a Profilo > Documenti > Contratti sottoscritti > Recedi, oppure utilizza il pulsante Recedi nell'Area Riservata del sito. Via PEC/raccomandata: invia il modulo di recesso compilato tramite PEC all'indirizzo unipoltech@pec.unipol.it oppure tramite Raccomandata A/R a UnipolTech S.p.A., Via Stalingrado 37, 40128 Bologna. Restituzione del dispositivo: il recesso ha efficacia dopo 30 giorni dalla ricezione della richiesta. Il dispositivo deve essere restituito entro 15 giorni dalla data di efficacia del recesso al seguente indirizzo: Magazzino UnipolTech c/o Integra, Via Umbria 7, 42122 Reggio Emilia (RE).   MooneyGo, Telepass e UnipolMove: i costi a confronto La tabella qui sopra illustra i prezzi IVA inclusa del 29 luglio 2026 per privati. L'offerta base di tutti gli operatori comprende, fra l'altro: pedaggi autostradali, parcheggi convenzionati, Area C Milano, traghetto Stretto di Messina, sosta negli stalli blu (solo nei Comuni aderenti). Telepedaggio: cosa conta davvero nella scelta Le code ai caselli si evitano con un dispositivo. Le sorprese in fattura, invece, si evitano leggendo le condizioni. Perché oggi tutti e tre gli operatori offrono formule interessanti, ma nessuna può essere giudicata soltanto dal canone mensile.  Chi percorre spesso l'autostrada tende a trarre maggiore vantaggio dagli abbonamenti, mentre le formule pay per use possono essere interessanti per chi utilizza il telepedaggio solo occasionalmente. In ogni caso, prima di decidere conviene guardare oltre il prezzo: cashback, costi di attivazione, secondo dispositivo e servizi inclusi possono incidere in misura non trascurabile sul conto finale. 
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Pirelli oltre l'auto: il Cyber Tyre arriva sugli UGV della Abet

Pirelli amplia il perimetro delle sue attività con un progetto legato potenzialmente anche al mondo della difesa.La società della Bicocca ha firmato un accordo con il gruppo piemontese Abet per lo sviluppo congiunto di tecnologie finalizzate alla realizzazione di veicoli elettrici terrestri a guida remota da impiegare come mezzi di soccorso in superfici e ambienti particolarmente impervi ed estremi, come le macerie di un terremoto o i campi di battaglia.Anche per questo le due aziende daranno corso alla notifica per il Golden Power ai sensi dell'articolo 1 del decreto legge 21/2012 che, per l'appunto, stabilisce specifiche disposizioni sulle attività di rilevanza strategica per il sistema della difesa e della sicurezza nazionale. L'accordo per i veicoli elettrici a guida remota Pirelli contribuirà alla partnership apportando le competenze e le tecnologie sviluppate nell'ambito del Cyber Tyre e nell'impiego dei sensori ottici, che consentiranno di trasmettere informazioni al veicolo in tempo reale per ottenere la massima aderenza nelle differenti condizioni ambientali in cui il mezzo di soccorso si troverà a operare. L'obiettivo è ottimizzare la gestione da remoto del veicolo.La collaborazione prevede inoltre lo sviluppo di uno pneumatico dedicato al veicolo elettrico basato sulle tecnologie proprietarie Run Forward di Pirelli, che permettono di affrontare e adattarsi alle superfici più estreme.Infine, è previsto che le due aziende sviluppino congiuntamente modelli avanzati di AI e Machine Learning, facendo leva sulle rispettive competenze ed esperienze complementari. Le attività di sviluppo puntano a integrare e valorizzare i dati provenienti dai veicoli e dai sistemi Cyber Tyre (sensori e telecamere), con l'obiettivo di sviluppare modelli predittivi e funzionalità innovative a bordo del veicolo. Cyber Tyre, sensori e pneumatici dedicati per gli UGV Ulteriori dettagli li aggiunge Fulvio Serra, amministratore delegato di Abet High Tech Solutions, parlando dell'applicazione della tecnologia Cyber Tyre per gli UGV (Unmanned Ground Vehicles).I veicoli terrestri a comando remoto, spiega Serra, "rappresentano attualmente la frontiera di un territorio nuovo in cui la continua innovazione diventa fondamentale. Ci riferiamo a veicoli gommati compatti ed essenziali, molto sofisticati nella progettazione, che operano in contesti ostili: nella logistica e nel soccorso militare in teatri operativi o in aree sensibili; in operazioni di soccorso complesso a seguito di eventi catastrofici naturali come i terremoti oppure esogeni, come gli incendi, o in luoghi altamente inquinati o potenzialmente radioattivi"."L'affidabilità dello pneumatico e la raccolta di dati e informazioni aumentano infinitamente la capacità prestazionale e la sicurezza dell'impiego, rendendo indispensabile la tecnologia Cyber Tyre", conclude il numero uno dell'azienda piemontese.Andrea Casaluci, amministratore delegato di Pirelli, evidenzia invece le numerose collaborazioni avviate negli ultimi mesi per applicazioni della tecnologia Cyber Tyre: "Dopo le partnership già siglate con Bosch, Movyon, Regione Puglia, Univrses e Ridesense, si concretizza un altro accordo, al quale stavamo lavorando da tempo, che consente di rafforzare ulteriormente la nostra piattaforma Cyber Tyre. La consapevolezza che la tecnologia Cyber Tyre fosse idonea e applicabile anche per ottimizzare la guida di mezzi di soccorso operanti in condizioni estreme ci ha portato a individuare il Gruppo Abet come partner ideale in questa fase"."La tecnologia Cyber Tyre e le sue applicazioni consentono la raccolta di dati e informazioni utili per garantire maggiore precisione e affidabilità ai mezzi destinati a muoversi e operare in condizioni estreme. Questo settore rappresenta un segmento di mercato interessante che vogliamo esplorare, convinti delle potenzialità della nostra tecnologia e del valore che ne può derivare per Pirelli", conclude Casaluci. 
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La nuova SUV Nissan debutta in Cina, ma guarda già ai mercati globali

Dopo la NX8, vista all'inizio dell'anno, Nissan ha presentato la NX7, una nuova SUV sviluppata attraverso la joint venture con Dongfeng. Non ci sono ancora informazioni ufficiali su dimensioni e powertrain: la NX7 dovrebbe essere più piccola della NX8, che misura 4.870 mm e ha un passo di 2.917 mm, condividendo la stessa architettura a 800 Volt con batterie al litio-ferro-fosfato. Linee pulite ed essenziali Lo stile è moderno ed elegante, con il frontale chiuso caratterizzato da gruppi ottici su due livelli perfettamente integrati nella carrozzeria. La fiancata è particolarmente pulita, con maniglie a scomparsa, la terza luce laterale nascosta nel montante nero lucido e uno spoiler sopra il lunotto. Al posteriore, i fari sono riuniti in un'unica fascia luminosa che attraversa l'auto e sono sormontati da un piccolo labbro aerodinamico. Sulla sommità del parabrezza è presente un sensore LiDAR per gli aiuti alla guida avanzati. Uscirà dalla Cina? La NX7 è prevista per il momento per la Cina, ma non è escluso che, proprio come la NX8, possa arrivare anche su altri mercati. Lo scorso anno Dongfeng e Nissan hanno formato una joint venture partecipata al 40% e al 60%, che si occupa dell'esportazione di autoveicoli. Nissan è convinta che le elettriche prodotte in Cina, grazie ai loro prezzi competitivi, possano risultare attrattive anche sui mercati esteri.
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BYD vuole anche l'etanolo: in Brasile debutta la prima ibrida plug-in flex fuel

BYD ha presentato per il Brasile la Song Pro Super-Híbrido Flex Fuel, la prima vettura ibrida plug-in flexfuel prodotta per il mercato locale dal costruttore cinese. Che non esclude la possibilità di ampliare la commercializzazione ad altri mercati, come quello indiano, dove si stanno diffondendo i carburanti a base di etanolo. Il powertrain è il DM-i venduto in Europa Il powertrain della Song Pro riprende lo schema del sistema DM-i già visto su molti modelli anche qui in Europa: ha una potenza combinata di 160 kW (218 CV) e può funzionare a benzina, etanolo oppure in modalità puramente elettrica. La Song Pro scatta da ferma a 100 km/h in meno di nove secondi e tocca la velocità massima di 180 km/h. L'unità termica è un quattro cilindri benzina 1.5 da 98 CV, che si occupa principalmente di caricare la batteria Blade che dà corrente al motore elettrico di trazione, e di supportarlo quando viene richiesta molta potenza (sorpassi, salite ecc.). Più di 1.000 km con un pieno (di benzina) La batteria ha capacità diverse a seconda dell'allestimento: sul più economico GL c'è un accumulatore da 13,1 kWh, che assicura circa 60 km di autonomia in modalità a zero emissioni; la più dotata GS prevede invece una batteria da 18,1 kWh, per un'autonomia che arriva fino a 72 km. La percorrenza con il pieno è di 1.075 km per la GS (775 andando a etanolo) e di 1.105 km (805) per la GL. La velocità massima Infotainment rotante e guida assistita Dal punto di vista stilistico, la nuova Song Pro eredita gli stilemi dei modelli della linea Dynasty della Casa cinese, con il frontale Dragon Face che abbiamo conosciuto in Italia a partire dalla SUV Atto 3. All'interno rimane la strumentazione digitale da 8,8" e l'infotainment da 12,8" che ruota di 90 e supporta l'ecosistema software di Google, con l'aggiunta di Apple CarPlay e Android Auto wireless. Curata la sicurezza, con la guida assistita di livello 2 fin dalla versione GL, mentre sulla GS arrivano anche l'allerta di occupazione dei sedili posteriori e il monitoraggio dell'angolo cieco. Sempre più Brasile Il powertrain della BYD Song Pro Flex Fuel nasce dopo due anni di sviluppo e un investimento di 100 milioni di real (quasi 17 milioni di euro) da parte del costruttore cinese, intenzionato a rafforzare la sua presenza nel mercato sudamericano. L'auto è assemblata nello stabilimento di Camaari, nello stato di Bahia, dove dal prossimo anno potrebbero essere prodotte anche le batterie. Scelte in linea con l'obiettivo di BYD di utilizzare oltre il 50% di componenti locali su tutti i veicoli prodotti in Brasile entro la fine del 2026.
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Stirare le mutandine

di Arben Dedja    [Un uomo, un ferro da stiro, un universo governato da codici oscuri. Arben Dedja mette alla prova la maschilità contemporanea alle prese con il lavoro di cura: tra biancheria, pudori, logistica familiare e un eroismo domestico dall’umorismo irresistibile].   Prolegomeni Prima della malattia di mia moglie stirare era per me un’attività …

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iCloud Private Relay e la falla di sicurezza con perdite di IP

iCloud Private Relay e la falla di sicurezza con perdite di IP

Recenti scoperte sollevano dubbi sulla sicurezza di iCloud Private Relay, evidenziando una falla che potrebbe portare a delle perdite di IP, esponendolo nonostante le protezioni. Molti utenti si affidano a questo servizio Apple per navigare in modo più privato su Safari, convinti di mascherare la propria posizione e le attività online. Tuttavia, un'interazione apparentemente innocua con un sito web potrebbe vanificare tutto.

Analizziamo insieme cosa sta succedendo, quali sono i rischi concreti e, soprattutto, come puoi proteggerti.

Cos'è l'iCloud Private Relay e come proteggerti?

Prima di entrare nel vivo del problema, facciamo un passo indietro. L'iCloud Private Relay, incluso negli abbonamenti iCloud+, non è una vera e propria VPN. È un servizio intelligente progettato per aumentare la tua privacy durante la navigazione con Safari.

Il suo funzionamento si basa su un'architettura a due server separati (o "hop"). Infatti il primo server, gestito da Apple, cifra le tue richieste DNS e nasconde il tuo indirizzo IP a chiunque, tranne che al tuo provider di rete. Il secondo server, gestito da un partner esterno, genera un indirizzo IP temporaneo e ti connette al sito di destinazione.

In questo modo, né Apple né il sito web che visiti possono avere un quadro completo di chi sei e cosa stai facendo. Una soluzione elegante ed efficace, almeno in teoria.

Se ti interessa conoscere diversi tipi di VPN, leggi il nostro approfondimento.

La falla in WebKit: il tallone d'Achille della privacy Apple

Il problema non risiede direttamente nell' iCloud Private Relay, ma in qualcosa di molto più profondo: il WebKit. Si tratta del motore di rendering che, per le policy sulla privacy di Apple, deve essere utilizzato da tutti i browser su iOS, incluso Safari.

Una recente analisi dei ricercatori Tommy Mysk e Talal Haj Bakry ha svelato una vulnerabilità preoccupante. In pratica, quando un sito web supporta l'autenticazione tramite passkey, il sistema può avviare una richiesta di rete separata. Questa richiesta, purtroppo, non passa attraverso il tunnel protetto dall' iCloud Private Relay. Di conseguenza, il server di destinazione riceve il tuo indirizzo IP reale, bypassando completamente la protezione che pensavi di avere.

Già in precedenza sono state scoperte delle vulnerabilità su WebKit. Approfondisci con il nostro articolo.

Come i passkey possono causare la perdita di dati

L'aspetto più insidioso è che non è richiesta alcuna azione complessa. È sufficiente interagire con una funzione di passkey su un sito malevolo per innescare la perdita di dati. Infatti non è necessario installare software, aprire allegati o cedere password. La falla sfrutta un comportamento del sistema operativo legato allo standard WebAuthn, rendendo la protezione a livello di browser meno efficace del previsto.

Questa debolezza non riguarda solo Safari: poiché tutti i browser su iOS usano WebKit, anche app focalizzate sulla privacy come OnionBrowser possono essere vulnerabili.

Quali sono i rischi reali? Panico o semplice cautela?

Prima di tutto, niente panico. È fondamentale capire la portata del rischio.

Non si tratta di un furto di account o dell'installazione di malware, ma di una fuga di informazioni che compromette il tuo anonimato. Un indirizzo IP esposto può rivelare:

  • La tua localizzazione geografica approssimativa.
  • Il tuo provider di servizi internet.
  • Dati utili per la profilazione da parte di inserzionisti o malintenzionati.

Sebbene non sia un attacco diretto, questa informazione può essere il primo passo per azioni più mirate o per raccogliere dati su di te senza consenso.

Come puoi difendere il tuo l'iCloud Private Relay?

Apple ha dichiarato di essere al lavoro per investigare il problema.

Nell'attesa di una patch ufficiale, cosa puoi fare per navigare con maggiore sicurezza?

  • Fai attenzione ai passkey: sii molto cauto quando interagisci con questa funzione su siti web che non conosci o di cui non ti fidi pienamente. La prudenza è la tua prima linea di difesa.
  • Mantieni tutto aggiornato: sembra scontato, ma installare tempestivamente gli aggiornamenti di sistema non appena vengono rilasciati è cruciale. La soluzione arriverà quasi certamente tramite un update.
  • Usa strumenti dedicati per l'anonimato: se hai bisogno della massima anonimità, iCloud Private Relay non è lo strumento giusto. Affidati a soluzioni più complete come il Tor Browser ufficiale, che non è affetto da questa specifica vulnerabilità.

In conclusione, iCloud Private Relay rimane un ottimo strumento per la privacy quotidiana, ma non è infallibile. Comprendere i suoi limiti è il primo passo per usarlo in modo consapevole e proteggere davvero i tuoi dati personali online.

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A 81 anni da Hiroshima e Nagasaki la memoria si fa azione: città territori si mobilitano disarmo nucleare e difesa nonviolenta

Numerose iniziative in tutta Italia nell’anniversario dei bombardamenti atomici. La Rete Italiana Pace e Disarmo: “Ricordare non basta, va costruita ora un’alternativa di pace e disarmo”. Rilanciata la raccolta firme per la difesa civile non armata e nonviolenta A 81 anni dai bombardamenti atomici che il 6 e il 9 agosto 1945 distrussero Hiroshima e [...]

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Debian 13 aggiorna il Kernel Linux sistemando 68 CVE e inizia a discutere dei contributi AI

Ricordate cosa ha detto Greg Kroah-Hartman a proposito delle innumerevoli #CVE pubblicate dal #Kernel #Linux? Se non volete pagare una subscription, usate #Debian! Ma quante aziende hanno politiche di aggiornamento dei sistemi operativi serrate? Quante aziende non si sono ancora rese conto che se prima l'approccio poteva essere semestrale o trimestrale oggi questo deve essere settimanale? Esistono ancora aziende che hanno sistemi Single Point Of Failure (#SPOF) che non possono essere spenti? Ah, a saperlo. O forse lo si sa, ma è meglio non dirlo. Nel frattempo, all'interno del progetto Debian arriva una General Resolution che determinerà se e come i contributi #AI verranno accettati nel progetto.

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Dalla Ami alla C5 Aircross: tutte le novità Citroën in arrivo entro il 2026

Entro la fine del 2026 Citroën rinnoverà numerosi modelli della sua gamma, a cominciare dalla minuscola Ami fino alla più grande C5 Aircross, passando per la C3, con la variante Tonic per l'elettrica e l'arrivo dell'allestimento Collection (anche per C4 e C3 Aircross). Ecco quindi tutte le novità in arrivo, dalla più piccola alla più grande. Citroën Ami Per la sorella francese della Fiat Topolino (e della Opel Rocks Electric, meno diffusa in Italia), capostipite della famiglia di microcar del gruppo Stellantis, sono previsti entro la fine dell'anno diversi aggiornamenti che coinvolgono estetica e allestimenti. Accanto alle versioni attuali, che si caratterizzano per alcuni dettagli colorati, potrebbero arrivare - come sulla Topolino - carrozzerie di diverso colore. Invariata invece la meccanica, con il motore anteriore da 8 CV, la batteria da 5,5 kWh (per 75 km di autonomia dichiarata) e una velocità massima limitata, per legge, a 45 km/h.Quanto costa: da 8.490 euroQuando arriva: fine 2026 Citroën -C3 Tonic Il nuovo allestimento Tonic è riservato alla versione full electric della compatta francese, ed è disponibile con il motore da 83 kW (113 CV) e due tagli di batteria, da 30 e 44 kWh, per autonomie rispettivamente di 204 e 320 km (che in città arrivano a 300 e 440 km). Questa serie si basa sulla versione base You, ma si distingue per la carrozzeria in Polar White o Night Black, il tetto in tonalità bicolore (Aden Red od Onyx Black), i mancorrenti e lo spoiler sul lunotto, i dettagli in color Lemon Yellow sul paraurti anteriore e gli adesivi sotto gli specchietti e sul montante anteriore. In abitacolo ci sono inserti in tessuto per la plancia e lo schermo dell'infotainment da 10,25", con connettività wireless per Apple CarPlay e Android Auto.Quanto costa: da 21.290 euroQuando arriva: già disponibile Citroën Collection Citroën C3 Il nuovo allestimento coinvolge i modelli più venduti della Casa francese. Sulla Citroën C3 ci sono particolari esterni di colore rosso, cerchi neri da 17" e vetri posteriori oscurati; all'interno, i rivestimenti sono in Urban Blue. Di serie sedili e sospensioni Advanced Comfort, oltre alla retrocamera di parcheggio e i vetri elettrici posteriori. Questo allestimento è disponibile per la C3 a benzina con cambio manuale, ibrida con cambio automatico ed elettrica.Quanto costa: da 19.950 euroQuando arriva: settembre Citroën C3 Aircross Per questa SUV, realizzata sulla piattaforma della C3 ma disponibile anche a 7 posti, l'allestimento Collection si distingue per i cerchi di lega neri da 17", gli inserti André Red sulla carrozzeria e il badge sulle portiere. In abitacolo, come sulla C3, ci sono i sedili in Urban Blue, il sistema di avviamento senza chiave e la telecamera posteriore, mentre l'assetto è affidato alle sospensioni Citroën Advanced Comfort. Anche in questo caso, la nuova versione è disponibile per tutte le motorizzazioni: benzina, ibrida e full electric.Quanto costa: da 27.950 euroQuando arriva: settembre Citroën C4 Per la cinque porte francese, il nuovo allestimento arriva per la ibrida da 145 CV e la full electric da 156 CV, escludendo così le motorizzazioni meno potenti. A caratterizzare questa versione ci sono i cerchi di lega da 18", il tetto bicolore Perla Nera e i dettagli in Rouge André. A bordo troviamo, ancora una volta, i sedili Advanced Comfort, la strumentazione digitale da 7" e l'infotainment da 10" con ChatGPT integrato, oltre alla connettività wireless per smartphone iOS e Android.Quanto costa: da 30.150 euroQuando arriva: settembre Citroën C5 Aircross Entro la fine del 2026 Citroën aggiornerà la gamma della nuova C5 Aircross, che ha debuttato lo scorso anno con un look che (almeno in parte) archivia le forme boxy per linee più moderne e muscolose. Lunga 4,65 metri, questa SUV per famiglie è costruita sulla piattaforma Stla Medium, e mette a disposizione - in base alle versioni - un bagagliaio con capienza da 565 a 651 litri. Al momento non sappiamo se il listino si arricchirà di nuove motorizzazioni o se, come per gli altri modelli della Casa francese, arriverà l'allestimento Collection. Al momento, la gamma attuale (solo a trazione anteriore) prevede motori mild hybrid da 145 CV, ibridi plug-in da 226 CV (con 96 km di autonomia in elettrico nel ciclo Wltp urbano), e full electric da 210 CV e 230 CV, con autonomie fino a 680 km per la Long Range.Quanto costa: da 34.000 euroQuando arriva: già disponibile
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L'auto più venduta in Cina sbarca in Europa: Geely E2, prezzi e versioni per l'Italia - VIDEO

La Geely E2 sbarca in Europa partendo dal Belgio, dove sono ufficialmente aperti gli ordini: le consegne della hatchback elettrica nel paese fiammingo inizieranno a settembre.Questo modello è la versione sviluppata per il Vecchio Continente della Geely Xingyuan, che nel 2025 è stata l'auto più venduta in assoluto in Cina: un primato che ha mantenuto anche nel primo semestre del 2026. Ed è proprio in Cina che abbiamo testato la E2: qui sotto potete guardare il video del nostro primo contatto. Geely E2: prezzi e preordini in Italia In Italia, dove la distribuzione è affidata a Jameel Motors Italy, la Geely E2 parte da 20.900 euro, con prezzo promozionale di 19.900 euro: l'elettrica si può già preordinare sul sito del costruttore. Dati e motorizzazioni della Geely E2 La Geely E2 è lunga 4.135 mm, larga 1.805, alta 1.580 e ha un passo di 2.645 mm. Dietro i cinque posti a sedere si trova un bagagliaio da 375 litri, che diventano 1.320 abbassando gli schienali della seconda fila; a questi si aggiungono altri 70 litri nel frunk anteriore.Due i powertrain disponibili, entrambi con il motore montato sull'asse posteriore: 60 kW (82 CV) e 150 Nm con batteria LFP da 35 kWh, per 252 km di autonomia e uno 0-100 km/h in 14,2 secondi; in alternativa, 85 kW (116 CV) e 150 Nm con batteria LFP da 47 kWh, 345 km di autonomia e 0-100 km/h in 11,5 secondi. La velocità massima è limitata a 130 km/h. Geely E2: le versioni per l'Italia Sul mercato italiano, come su quello belga, la gamma si articola in tre allestimenti: Pro, Max e Ultra, con una dotazione molto ricca fin da quello d'attacco.La Pro e la Max, che montano rispettivamente il motore da 82 e da 116 CV, offrono cerchi d'acciaio da 16", fari full LED, vetri posteriori oscurati, maniglie a scomparsa, sensori di luce e pioggia, sedili in pelle vegana con regolazione elettrica per quello del conducente, accesso e avviamento senza chiave, quadro strumenti digitale da 8,8", infotainment da 14,6" con Apple CarPlay e Android Auto, climatizzatore automatico, sensori di parcheggio con telecamera e guida assistita di livello 2. La Geely E2 Ultra completa la dotazione con i cerchi di lega da 16", il tetto nero a contrasto e il portellone ad apertura elettrica. In abitacolo troviamo il volante riscaldato, l'illuminazione ambientale a 256 colori, i sedili anteriori riscaldati, la ricarica wireless per gli smartphone e la telecamera panoramica a 540. I prezzi della Geely E2 Geely E2 Pro: 19.900 euroGeely E2 Max: 22.900 euroGeely E2 Ultra: 24.900 euroDi serie la tinta bianco pastello; su richiesta quella metallizzata (500 euro) a scelta tra Silver, Grey, Green e Beige. La top di gamma Ultra può avere (senza sovrapprezzo) anche gli interni bianchi.
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Hyundai Ioniq 6 N arriva in Italia con 650 CV: quanto costa e cos'ha di serie

Dopo quelli della Ioniq 6 standard, Hyundai ha aperto gli ordini della variante più sportiva, la Ioniq 6 N da 650 CV. Disponibile nell'unico allestimento N Performance, la sportiva coreana ha un listino che parte da 78.000 euro. Prestazioni da sportiva La Hyundai Ioniq 6 N monta lo stesso powertrain della Ioniq 5 N: due motori elettrici che offrono una potenza combinata di 478 kW (650 CV) e 770 Nm, per far scattare la streamliner coreana (Cx di 0,27) da 0 a 100 km/h in 3,2 secondi, fino a raggiungere la velocità massima di 257,5 km/h. La batteria ha una capacità di 84 kWh, per un'autonomia dichiarata di 487 km (616 nel ciclo urbano).La Ioniq 6 N monta pneumatici Pirelli P Zero 275/35 R20 sviluppati specificamente per questo modello, il sistema N e-Shift per simulare le cambiate, il sound generator N Active Sound+, il torque vectoring N Torque Distribution, il sistema N Battery per la gestione ottimale della batteria e l'N Drift Optimizer e l'N Track Manager per la guida in pista. La dotazione di serie La Ioniq 6 N offre di serie cerchi forgiati da 20", fari a matrice di LED, portellone ad apertura elettrica, sospensioni a controllo elettronico, specchietti retrovisori ripiegabili elettricamente, vetri posteriori oscurati e tecnologia V2L. All'interno troviamo i sedili sportivi N riscaldabili e rivestiti in misto pelle e tessuto, la pedaliera in metallo, il climatizzatore bizona e le luci ambientali. Da 12,3" sia la strumentazione digitale che l'infotainment, con connettività wireless Apple CarPlay e Android Auto; a questi si aggiungono l'head-up display, la chiave digitale e l'impianto audio Bose. Non manca la guida assistita di livello 2 del sistema Hyundai SmartSense. Di serie la carrozzeria è in Serenity White; le tinte metallizzate costano 900 euro, quelle opache 1.100 euro. L'unico optional è il Plus Pack (4.000 euro), che aggiunge i sedili sportivi in pelle e Alcantara (quelli anteriori ventilati), gli specchietti esterni digitali e il tetto apribile elettrico con luci a LED dedicate. Il listino di Hyundai Ioniq 6 N Ioniq 6 N Performance 650 CV 84 kWh: 78.000 euro
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Targhe polacche, risarcimenti milionari e azioni legali: il caso Napoli agita Varsavia

Intrigo internazionale sull'asse Napoli-Varsavia: protagonista, l'auto. O meglio, il noleggio a lungo termine. Tutto nasce dal fatto che il PBUK, ente polacco incaricato di gestire i danni causati da mezzi non assicurati, è sommerso di richieste per incidenti avvenuti nel capoluogo campano. Una vicenda dai contorni oscuri, di cui Quattroruote si è già occupata che ora si arricchisce di nuovi elementi, soprattutto legali.  Assicurazione RC Auto: fuga dal caro prezzi Partiamo dal principio. Per non pagare tariffe molto elevate dell'assicurazione obbligatoria, che all'ombra del Vesuvio raggiungono cifre record, numerosi residenti della provincia di Napoli si rivolgono a una delle tante agenzie presenti nel capoluogo campano. Molti parlano di furbata illecita; tuttavia il sistema si inserisce in un quadro normativo europeo che, almeno finora, ne ha consentito la diffusione. L'automobilista cancella la propria vettura dal Pubblico Registro Automobilistico italiano, fa trasferire il veicolo in Polonia per la reimmatricolazione e vende il mezzo alla stessa agenzia. Quest'ultima, diventata proprietaria del veicolo, affida l'auto all'ex titolare tramite un contratto di noleggio a lungo termine.In cambio di un ragionevole canone mensile, il consumatore guida l'auto, coperta dall'assicurazione polacca inclusa nel contratto. Un costo nettamente inferiore rispetto alla RCA italiana da pagare per una vettura intestata a un proprietario residente nella provincia di Napoli. Una pratica discussa da tempo, che Bruxelles non ha finora ostacolato e che, secondo diversi osservatori del settore, produce effetti distorsivi sul mercato assicurativo. Doppio trucco illegale  Ma c'è un doppio problema. Primo: alcune agenzie saltano il trasferimento fisico delle auto in Polonia. Secondo quanto riportato dalla stampa specializzata polacca, sarebbero emerse situazioni nelle quali il trasferimento fisico del veicolo non sarebbe avvenuto. Da qui, le targhe verrebbero inviate direttamente in Italia e applicate alle vetture.Secondo: il contratto di noleggio a lungo termine non include l'assicurazione obbligatoria RCA, né italiana né polacca. Così il cliente paga un canone mensile inferiore.Una seconda mossa del tutto illegale, con conseguenze potenzialmente molto gravi: se il conducente di quell'auto causa un incidente, non c'è una compagnia assicurativa chiamata a risarcire i danni. Non si parla più di semplici furbetti, ma di comportamenti che possono avere rilevanza penale e che mettono in circolazione veicoli privi di una copertura assicurativa valida.La vittima, ossia il conducente che ha subìto il danno senza colpa, si rivolge all'UCI, l'Ufficio Centrale Italiano, che gestisce i risarcimenti degli incidenti causati da veicoli immatricolati all'estero. L'organismo italiano si rivale quindi sull'ente polacco, il PBUK. Quest'ultimo, vedendosi arrivare una quantità abnorme di domande di indennizzo, per oltre 5 milioni di euro di richieste di risarcimento nel solo 2025, adesso inizia a puntare i piedi, come riferisce la Gazeta Ubezpieczeniowa.Il PBUK ha avviato azioni legali per ottenere la restituzione di quanto versato. Chi è chiamato in causa? Le agenzie coinvolte. Le richieste di rivalsa sembrano infatti concentrarsi principalmente sugli intermediari che hanno gestito queste operazioni. Qualcosa non torna Il nodo delle targhe polacche, dell'invio dei contrassegni e delle auto senza assicurazione è conosciuto da anni: stupisce che soltanto adesso il PBUK abbia deciso di intervenire. altrettanto noto che molte di queste agenzie siano Srl dalla vita molto breve, capaci di aprire e chiudere nel giro di pochi mesi. Per questo motivo non è affatto scontato che le azioni legali possano tradursi in un effettivo recupero delle somme richieste. Occhio alla novità del REVE Una delle chiavi di volta è stata l'introduzione del REVE, il Registro Veicoli Esteri, nel quale da marzo 2022 devono essere iscritti i veicoli con targa straniera che circolano nel nostro Paese guidati da residenti in Italia (articolo 93-bis del Codice della strada). Nel 2025, nella provincia di Napoli, risultano registrate 14.066 targhe, quasi tutte polacche.Il giochino del noleggio a lungo termine ha sempre garantito un forte vantaggio economico. Attenzione però perché, come segnala il sito dell'Agenzia GAMMA di Riccione, da maggio 2026 si paga l'IPT (Imposta Provinciale di Trascrizione) anche sulle iscrizioni al REVE. Le pratiche richieste dal 25 maggio 2026 sono infatti soggette alla stessa imposta prevista per un normale passaggio di proprietà.L'imposta è commisurata alla potenza del veicolo espressa in kW. Lo prevede la legge 88 del 22 maggio 2026, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 117.L'IPT per le auto si calcola sulla potenza in kW (3,5119 euro/kW). La maggior parte delle Province applica poi la maggiorazione massima del 30% prevista dalla legge, portando la tariffa a 4,56547 euro/kW.Morale: il noleggio a lungo termine continuerà a essere conveniente per molti automobilisti della provincia di Napoli, ma sensibilmente meno rispetto al passato.
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Ferrari Amalfi Spider: come va la V8 scoperta da guidare ogni giorno - VIDEO

Per descrivere la Ferrari Amalfi Spider partirei dalla conclusione: non giudicatela troppo in fretta. Tra chiacchiere da bar e social network c'è infatti chi la liquida come il modello d'accesso alla gamma Ferrari e chi la vede come una semplice evoluzione della Roma. Bastano però pochi chilometri al volante per ridimensionare questi pregiudizi. E godersi il V8 biturbo da 640 CV, privo di elettrificazione. Aerokit anche senza tetto Purezza del design, linee semplici e pulite, senza ali vistose né appendici aerodinamiche. il lusso della semplicità, almeno all'apparenza, perché dietro queste forme si nasconde un lavoro aerodinamico estremamente raffinato. Davanti alle ruote trovano posto dei piccoli elementi aerodinamici, quasi invisibili, che riducono il Cx e puliscono i flussi generati dagli pneumatici. Tra i fari e il cofano, invece, un bypass aerodinamico per lato collega il frontale al vano motore, limitando le sovrappressioni sul muso e migliorando al tempo stesso il raffreddamento del V8. Completano il pacchetto i generatori di vortici sul fondo, studiati per gestire in modo più efficiente i flussi aerodinamici nella parte inferiore della vettura, un estrattore posteriore maggiorato e l'ala attiva a tre configurazioni (Low Drag, Medium Downforce e High Downforce), capace di generare fino a 110 kg di carico a 250 km/h.  Tuttavia, sull'Amalfi Spider l'aerodinamica non è soltanto una questione di prestazioni, ma anche di confort. Il frangivento, studiato con un'inclinazione di 101, non compromette la visibilità posteriore e riduce sensibilmente le turbolenze nell'abitacolo anche alle velocità autostradali. Dopo averlo provato, posso confermare che funziona come promesso.Merita una menzione anche il lavoro svolto dai designer del Centro Stile di Maranello sulla nuova griglia anteriore e sulla fascia nera frontale, che integrano con grande pulizia radar e sensori degli ADAS. Una tecnica da modello di rango In virtù di un prezzo che dovrebbe attestarsi intorno ai 270.000 euro (circa 30.000 euro in più rispetto alla Coupé), l'Amalfi Spider mette sul piatto una meccanica di alto livello, condivisa con i modelli più esclusivi della gamma Ferrari. Nel vano motore trova posto il V8 biturbo 3.9 da 640 CV e 760 Nm, capace di allungare fino a 7.600 giri/min, affiancato dal cambio F1 a doppia frizione a otto rapporti sviluppato a partire dall'architettura introdotta sulla SF90 Stradale, ma rivisto per un impiego più versatile.Completano il pacchetto l'ABS Evo, già visto sulla Purosangue e sulla 296 GTB, l'impianto frenante brake-by-wire, che migliora feeling e modulabilità del pedale, e le sospensioni MagneRide, il cui software è stato ulteriormente affinato rispetto a quello della Roma. Abitacolo su misura Se il soft-top può essere paragonato a un abito sartoriale, lo si deve anche alle ampie possibilità di personalizzazione: dalle cuciture ai sei rivestimenti disponibili, due dei quali "tecnici" perché pensati per abbinarsi agli elementi in fibra di carbonio.La stessa cura si ritrova nell'ergonomia. Le regolazioni di volante e sedile sono estremamente precise e richiedono qualche minuto per trovare la posizione ideale, ma una volta individuata il confort è impeccabile. Convince anche la nuova configurazione dell'infotainment: il display centrale da 15,6 pollici è ben integrato nella plancia, resta leggibile anche viaggiando a cielo aperto e limita i riflessi, pur richiedendo talvolta di distogliere lo sguardo dalla strada. La struttura a Z del tetto pesa circa 80 kg e consente di aprire o chiudere la capote in 13,5 secondi, anche in movimento fino a 60 km/h. Fatta per guidare Al netto della tecnica, il vero punto di forza dell'Amalfi Spider è la sua straordinaria facilità d'utilizzo. una Ferrari che viene voglia di guidare ogni giorno. Le forme semplici e pulite, se paragonate a quelle di altre supercar, la rendono più sfruttabile nell'ambito cittadino, mentre cambio e sospensioni nelle modalità più tranquille assicurano una guida fluida e rilassata.A questo contribuisce anche il lifter anteriore opzionale, che solleva la vettura di 40 mm e permette di affrontare con maggiore serenità dossi e rampe. Il bagagliaio da 255 litri (172 con il tetto aperto) è sufficiente per due trolley di medie dimensioni e invita a partire anche per un weekend. Basta però ruotare il Manettino su Sport o Race perché emerga il carattere più autentico della vettura. Il V8 risponde con maggiore prontezza, il cambio si fa più diretto e i controlli elettronici lasciano maggiore libertà al pilota, rendendo l'Amalfi Spider ancora più precisa e coinvolgente tra le curve.Convince anche la capote: la struttura a cinque strati garantisce un eccellente isolamento acustico, avvicinando l'esperienza di bordo a quella della Coupé. Non a caso, come confermano gli uomini di Maranello, circa il 50% dei clienti Ferrari sceglie la variante Spider. Se l'obiettivo era realizzare una Ferrari scoperta da usare il più possibile, dalla città ai passi di montagna passando per il lungomare, si può dire che la missione sia pienamente riuscita.
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Pareva solvente, era benzina di contrabbando: sequestrata una cisterna da 33.000 litri

33.000 litri di benzina di contrabbando: a tanto ammonta il sequestro preventivo eseguito dalla Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Padova, nell'ambito di un controllo di routine svolto dai finanzieri del Gruppo del capoluogo, con l'ausilio della Polizia Stradale di Padova e Venezia. I sospetti nati durante il controllo L'autocisterna è stata intercettata poco dopo il suo ingresso in Italia dal valico di Tarvisio, in provincia di Udine. Da un lato il comportamento dell'autista, dall'altro le anomalie del percorso seguito, spiega il capitano Daniele Leonetti, comandante del Gruppo della Guardia di Finanza di Padova, hanno spinto gli uomini delle Fiamme Gialle a effettuare verifiche più approfondite. Gli accertamenti hanno così rivelato che il liquido trasportato non era solvente ma benzina di contrabbando. Controlli su strada e analisi chimiche  Alle domande dei finanzieri sulla tipologia di merce trasportata, sull'origine e sulla destinazione finale, il conducente ha riferito di essere partito dalla Polonia e di trasportare solvente prelevato da una raffineria del Nord Europa, con consegna finale in Grecia. Un itinerario lungo e insolito, fanno notare le Fiamme Gialle, per un prodotto ampiamente disponibile come il solvente.Anche i documenti di accompagnamento e il certificato di analisi esibiti dal trasportatore hanno spinto gli investigatori ad approfondire la natura del prodotto trasportato. Le operazioni di campionamento e le analisi preliminari effettuate dal Laboratorio Chimico dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Venezia Marghera hanno infatti evidenziato che il presunto solvente possedeva le stesse caratteristiche della benzina. Indagini tuttora in corso  Il conducente, di nazionalità ungherese, rischia una condanna fino a cinque anni di reclusione e una multa compresa tra 31.000 e 156.000 euro, mentre l'accisa evasa sul carico è stata stimata in oltre 15.000 euro. La Guardia di Finanza precisa che il procedimento si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari e che l'indagato deve essere considerato non colpevole fino a eventuale sentenza definitiva. Il fenomeno del contrabbando di carburanti Il carburante sequestrato era presumibilmente destinato al mercato nero parallelo. Non è la prima volta che i contrabbandieri di prodotti petroliferi tentano di eludere i controlli delle Fiamme Gialle. In pratica, spacciare gasolio o benzina, soggetti ad accisa, per altri derivati del petrolio non gravati da imposte provoca gravi danni alle casse dello Stato e distorsioni delle regole della libera concorrenza.Nell'attuale scenario geopolitico, caratterizzato da prezzi dei carburanti elevati, solo in parte mitigati dagli interventi del Governo sulle accise, l'attività di controllo sulla viabilità primaria e secondaria, sottolinea la Guardia di Finanza, resta fondamentale per contrastare i fenomeni illeciti legati alla vendita di carburanti.
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Il gruppo Intergea rafforza la sua presenza in Lombardia

Il Gruppo Intergea rafforza la propria presenza in Lombardia, attraverso l'affitto di due rami d'azienda della concessionaria Venus SpA.In particolare, Chioda Srl di Melzo subentra nel ramo d'azienda relativo al mandato di vendita e all'assistenza dei marchi Omoda, Jaecoo, MG e Smart, oltre al service del brand Mercedes-Benz, presso la sede di viale Fulvio Testi 326 a Milano. MocautoGroup, invece, entra nella gestione vendita e assistenza MG e del service Mercedes-Benz della sede di viale Sicilia 98 a Monza. I motivi alla base dell'operazione L'ingresso in queste sedi ci consentirà di offrire un servizio ancora più capillare ai nostri clienti, affiancando marchi tra i più tecnologici e innovativi del panorama automotive, in forte ascesa nel mercato italiano. L'operazione conferma l'impegno del Gruppo Intergea in una delle regioni più trainanti d'Italia, ha commentato Gianluca Italia, membro del CdA del Gruppo Intergea.Fondata nel 1959 come officina dei fratelli Villa, è una delle concessionarie storiche della Lombardia. Divenuta concessionaria ufficiale nel 1962, si è specializzata nella vendita di automobili di alta gamma, operando tra Milano, Monza, Seregno, Pioltello e Cornate d'Adda. L'accordo con Intergea - dichiarano Umberto e Corrado Villa - nasce dall'esigenza di garantire continuità a due sedi Venus, profondamente radicate nel territorio Lombardo. Abbiamo condiviso valori e strategie per il futuro con uno dei gruppi più importanti della distribuzione automobilistica Italiana. Siamo sicuri che la professionalità e la serietà espresse in oltre 60 anni di attività, a seguito di questo accordo, abbiano ulteriori grandi potenzialità di sviluppo.L'intesa, subordinata alla preventiva autorizzazione dell'Antitrust e delle case automobilistiche interessate, è previsto venga perfezionata a partire dall'1 gennaio 2027, quanto è attesto anche l'avvio della gestione delle due attività da parte delle società del gruppo Intergea.
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La guerra del domani: come i droni hanno modificato la natura del conflitto russo-ucraino

L’evoluzione operativa del conflitto ucraino 

Il conflitto in Ucraina rappresenta uno dei casi più significativi di trasformazione della guerra contemporanea, avendo conosciuto in pochi mesi il passaggio da operazioni di manovra ad alta intensità a una guerra di logoramento prolungata, esito di adattamenti operativi, limiti strutturali e innovazioni tecnologiche che hanno progressivamente ridefinito le modalità di combattimento. 

Nella fase inaugurale dell’invasione, avviata nel febbraio 2022, Mosca puntava su una strategia di guerra lampo fondata sulla velocità, sorpresa e collasso politico della leadership ucraina, di cui le colonne corazzate dirette verso Kiev rappresentavano l’elemento più visibile. Tale impostazione si è scontrata con una resistenza ucraina più efficace del previsto, sostenuta da un crescente flusso di armamenti occidentali oltre che da problemi logistici e di coordinamento operativo russo. Il fallimento dell’offensiva su Kiev e il successivo ripiegamento al nord del Paese hanno segnato il primo punto di svolta del conflitto. 

Dalla primavera del 2022, la guerra ha assunto contorni più convenzionali, concentrandosi prevalentemente nel Donbass, dove ha mostrato tratti di guerra industriale: centralità dell’artiglieria, uso massivo di munizioni, avanzate lente e costose, crescente rilevanza della capacità produttiva e logistica. Battaglie come Severodonetsk e Bakhmut hanno evidenziato una dinamica d’attrito in cui il controllo del territorio veniva pagato a un costo umano e materiale estremamente elevato: non più la rapidità della manovra, bensì la capacità di sostenere nel tempo l’operatività, a fare la differenza. 

Il tentativo ucraino di rompere questo equilibrio attraverso la controffensiva del 2023 non ha prodotto risultati decisivi, contribuendo piuttosto a consolidare una situazione di stallo: le difese russe, articolate su più linee e rafforzate da campi minati, trincee e fortificazioni, hanno reso estremamente difficile ogni tentativo di sfondamento. In un ambiente operativo sempre più saturo e trasparente, dove i movimenti delle truppe risultano difficilmente occultabili, anche le operazioni offensive più complesse tendono a perdere efficacia. Ne è derivato un progressivo ritorno a forme di guerra statica, per certi versi simili alla dimensione della trincea, in cui la conquista del territorio avviene a costi crescenti e con guadagni sempre più limitati. 

È in questo contesto che si afferma il ruolo crescente dei droni. Inizialmente impiegati per missioni di ricognizione, si sono progressivamente evoluti in strumenti offensivi capaci di colpire con precisione mezzi, postazioni e infrastrutture logistiche. Costi contenuti e integrazione flessibile nelle operazioni tattiche ne hanno favorito la diffusione, trasformando il campo di battaglia in uno spazio costantemente sorvegliato, riducendo drasticamente la capacità di sorpresa e aumentando la vulnerabilità di sistemi tradizionali come i carri armati. 

L’evoluzione del conflitto riflette il passaggio da una guerra di manovra a una guerra di logoramento, in cui la dimensione temporale e la sostenibilità diventano fattori decisivi. In questo quadro, i droni si configurano come lo strumento più coerente con le esigenze di un conflitto prolungato: economici, scalabili e rapidamente adattabili, consentono di esercitare una pressione costante sull’avversario ed erodere progressivamente le capacità operative. La guerra in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta non solo un caso specifico, ma anche un laboratorio per le trasformazioni future della guerra convenzionale.

Dronizzazione del conflitto: il ruolo dei droni

Negli ultimi decenni i droni sono passati da presenza marginale a fattore sempre più determinante nei conflitti armati, dalla guerra civile siriana al Nagorno-Karabakh del 2020, dove l’impiego su larga scala di droni turchi da parte azera fu determinante nel decidere le sorti del conflitto contro l’Armenia, fino ad affermarsi pienamente nella guerra in Ucraina. Denominati tecnicamente unmanned aerial vehicles (UAVs), si distinguono da razzi e missili per la possibilità di atterrare e compiere voli ripetuti, oltre a non esporre alcun operatore al rischio diretto del combattimento. Il costo contenuto e il livello tecnologico raggiunto ne hanno reso possibile un’ampia diffusione, riducendo l’asimmetria militare tra le parti in conflitto e favorendo, per la prima volta in modo sistematico, l’attore con meno risorse. 

È esattamente ciò che è accaduto in Ucraina, dove dall’estate 2022 i droni sono diventati uno degli aspetti cruciali del conflitto. Compresa rapidamente la loro utilità ed economicità, il loro impiego si è moltiplicato: dapprima per individuare il nemico e trasmettere le coordinate all’artiglieria, poi, con l’accelerazione dell’innovazione tecnologica, per colpire direttamente il bersaglio. Il vantaggio strategico non risiede più nella quantità di uomini schierati sul campo, bensì nella capacità di innovare con continuità in un settore cresciuto a dismisura nell’arco di quattro anni di guerra. 

L’impiego più diffuso resta tuttavia quello tattico. Piccoli droni commerciali a basso costo hanno segnato una discontinuità nei conflitti moderni, e con lo stallo delle operazioni nell’ottobre 2022 i droni FPV – capaci di trasmettere in tempo reale al pilota, a decine di chilometri di distanza, le immagini catturate dalla videocamera di bordo – li hanno trasformati in un’artiglieria volante di precisione, rendendo il campo di battaglia sempre più trasparente. Operano principalmente secondo due modalità, carry and drop, con sgancio del carico e rientro del velivolo, o kamikaze, a impatto diretto: una duplicità operativa che ne ha ampliato ulteriormente il ventaglio d’impiego.  

Le osservazioni dirette dal fronte confermano come l’impiego massiccio dei droni abbia reso il campo di battaglia una vasta area letale, ostacolando manovre tradizionali – un effetto che si somma alla scarsità di munizioni e uomini con cui l’Ucraina ha dovuto fare i conti fin dall’inizio del conflitto, e che l’impiego intensivo di droni ha permesso in parte di attenuare. 

Questa dinamica si è ulteriormente approfondita negli ultimi mesi: nell’aprile 2026 sistemi robotizzati terrestri ucraini hanno conquistato per la prima volta una postazione nemica senza il coinvolgimento diretto di soldati, mentre la Russia ha accelerato lo sviluppo di un proprio ecosistema di droni basato sull’intelligenza artificiale, puntando su capacità di autonomia decisionale a bordo che riducano la dipendenza dai collegamenti radio, sempre più vulnerabili alla guerra elettronica ucraina, nel tentativo di colmare il divario aperto da Kiev.  

La dronizzazione del conflitto non si è dunque arrestata: si è istituzionalizzata, trasformandosi da innovazione di emergenza in dottrina strutturata, un processo che, in Ucraina ha avuto in Mykhailo Fedorov il suo principale artefice politico. 

Fedorov e la vecchia guardia: la crisi istituzionale dietro la guerra dei droni

Mykhailo Fedorov, trentacinquenne collaboratore di Zelensky sin dalla campagna elettorale del 2019, già titolare del ministero per l’innovazione tecnologica, era stato nominato ministro della Difesa nel gennaio 2026 con il  mandato esplicito di accelerare l’integrazione di droni, sistemi robotici terresti e capacità di attacco a lungo raggio all’interno di una struttura militare storicamente più lenta ad adattarsi, affiancando questo sforzo a una riforma, solo parzialmente riuscita, del sistema di reclutamento e retribuzione dei soldati. Nei sei mesi successivi il suo ministero ha rafforzato in modo significativo le capacità di guerra dei droni ucraine, contribuendo a bloccare gli sfondamenti russi sul campo di battaglia e a espandere gli attacchi in profondità sul territorio russo, mentre tentava di riorganizzare i corpi d’armata su base geografica coerente per semplificare una catena di comando storicamente frammentata.

Il 15 luglio 2026 Fedorov è stato rimosso dall’incarico. Zelensky ha motivato la scelta con una frattura ormai insanabile tra il ministro e il comandante in capo Oleksandr Syrskyi, sessantenne di formazione sovietica, in disaccordo crescente su temi come il peso della guerra dei droni e la lotta alla corruzione all’interno di un ministero della Difesa notoriamente opaco su questo fronte. La lettura offerta da chi ha analizzato la vicenda va però oltre il conflitto personale: si tratterebbe di un dibattito sostanziale sul futuro del modo di condurre la guerra in ucraina, tra un approccio di stampo sovietico e una generazione più giovane orientata a tecnologia e riforma istituzionale. 

La rimozione ha innescato proteste diffuse in numerose città ucraine, alimentate dal timore che i risultati ottenuti sul campo all’inizio del 2026 potessero essere vanificati proprio nel momento in cui la guerra dei droni sembrava aver cominciato a ribaltare l’andamento del conflitto a favore di Kiev. Sotto la pressione di questa mobilitazione, il 21 luglio Zelensky è tornato sui propri passi rimuovendo a sua volta lo stesso Syrskyi dal comando delle forze armate, sostituendolo con Mykhailo Drapatyi, generale quarantatreenne che aveva pubblicamente sostenuto le critiche di Fedorov. Nei giorni successivi Zelensky ha offerto allo stesso Fedorov un nuovo incarico di rilievo nell’esecutivo, mentre la guida ad interim del ministero della Difesa è passata a Yevhen Khmara, ex comandante delle forze speciali. 

L’esito complessivo della vicenda ridimensiona quindi la lettura iniziale di un semplice arretramento dell’innovazione tecnologica di fronte alla resistenza istituzionale. Come è stato osservato, la doppia rimozione indica piuttosto il momento in cui l’Ucraina abbandona un modello di comando di stampo sovietico per adottare una nuova generazione di comandanti formatasi nel corso del conflitto in atto. La centralità dei droni nella dottrina bellica ucraina esce dunque da questa vicenda non indebolita, ma confermata come architrave non negoziabile della guerra che l’Ucraina sta ancora combattendo. 

La vicenda Fedorov, letta nel suo sviluppo completo, dimostra che la guerra dei droni in Ucraina ha ormai superato la fase sperimentale per diventare un pilastro strutturale della dottrina bellica, capace di sopravvivere politicamente ai propri stessi architetti. Se quattro anni fa i droni erano un correttivo tattico allo stallo del fronte, oggi la loro centralità è tale da ridefinire perfino gli equilibri di potere ai vertici militari – un processo che difficilmente si esaurirà con l’uscita di scena di chi lo ha avviato.

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7 Gigafactory per l’AI: l’Europa si libera dai colossi del tech o crea una nuova dipendenza?

Nella corsa globale alla sovranità tecnologica, l’Unione Europea prova a ritagliarsi uno spazio autonomo. Il 30 luglio 2026 la Commissione ha indetto una gara d’appalto per istituire fino a sette Gigafactory di IA su tutto il territorio europeo da rendere operative entro metà del 2028. L’iniziativa mira a contenere lo strapotere dei colossi esteri — in primis statunitensi e cinesi — nei settori del cloud e dei microchip. Tuttavia, l’operazione rivela un paradosso strutturale: pur puntando all’indipendenza, l’Europa resta per il momento obbligata ad affidarsi alle forniture estere di semiconduttori avanzati, indispensabili per alimentare la stessa infrastruttura di calcolo.

Analoghi progetti di enormi data center sono già ben avanzati negli Stati Uniti e in Cina: basti pensare all’ambizioso progetto Stargate promosso dall’alleanza tra Microsoft e OpenAI ad inizio 2025 o alla mega-infrastruttura statale cinese Eastern Data, Western Computingche, già dal 2022, collega giganti tecnologici come Huawei, Alibaba e Baidu. 

Per evitare di rimanere ai margini di questa corsa, nel febbraio 2025 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato all’AI Action Summit di Parigi un piano per la creazione di Gigafactory di IA nel Continente. L’iniziativa ha raccolto fin da subito un forte interesse da parte dell’industria, spingendo ben 76 consorzi a manifestare una candidatura preliminare. Il progetto ha compiuto un passo decisivo a luglio 2026 con l’apertura ufficiale del bando destinato alla realizzazione di 7 strutture.

Come funziona il nuovo progetto europeo

Le Gigafactory di intelligenza artificiale rappresentano infrastrutture di supercalcolo ad altissima capacità, concepite per addestrare i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) su volumi di dati nell’ordine dei trilioni. Per farlo, queste strutture integrano semiconduttori specializzati di nuova generazione, stack software dedicati, soluzioni cloud e connettività ad alta velocità, il tutto all’interno di data center progettati per garantire la massima efficienza energetica.

La procedura di appalto si articolerà in due fasi nei prossimi sei anni e mezzo, un approccio graduale dettato dal ridimensionamento degli impegni finanziari della Commissione europea. L’investimento complessivo per queste strutture si aggira attorno ai 30 miliardi di euro, di cui due terzi dovranno provenire dal settore privato e il restante terzo da fondi pubblici, suddivisi equamente tra 5 miliardi stanziati da Bruxelles e 5 miliardi dai singoli Paesi membri sostenitori. Al momento, tuttavia, e questo è il primo punto critico del progetto, il bilancio dell’UE consente di impegnare soltanto 1 miliardo di euro, lasciando legata la copertura della restante quota ai negoziati sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP). 

L’iniziativa ha già raccolto l’adesione di dieci Paesi europei pronti a ospitare una Gigafactory: Germania, Italia, Francia, Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Grecia, Portogallo e Spagna. Il bando prevede sia candidature singole sia consorzi transnazionali, con Parigi che ha già espresso la volontà di correre da sola.

Tuttavia, la reale emancipazione tecnologica deve fare i conti con un altro ostacolo strutturale: l’UE non dispone ancora di componenti di calcolo proprietari. Per rifornire i nuovi centri, la Commissione si trova così costretta ad affidarsi nuovamente ai colossi statunitensi dei semiconduttori, firmando intese preliminari con Nvidia, AMD e Qualcomm. 

Per mitigare questo vincolo, Bruxelles ha inserito tra i criteri di valutazione delle gare d’appalto specifiche contromisure volte a evitare l’asservimento commerciale e la dipendenza esclusiva da singoli fornitori.

Stati Uniti e Cina nell’IA: il punto sulla corsa globale

Tra Stati Uniti e Cina la competizione sull’IA non si gioca più soltanto sulla potenza dei singoli modelli, ma sulla realizzazione di architetture tecnologiche distinte e tra loro inaccessibili. Il report The Great Divide: How the US and China Are Splitting the AI World targato BCG Institute analizza questa progressiva polarizzazione, mettendo a confronto l’egemonia delle due potenze lungo i sei fattori chiave dell’IA: capitali di rischio, competenze professionali, brevetti, accesso ai dati, fabbisogno energetico e infrastrutture di calcolo.

La strategia degli Stati Uniti si incentra sulla scalabilità di questi sistemi, spostando le enormi risorse finanziarie dallo sviluppo dei modelli alla costruzione dell’infrastruttura necessaria per sostenerli. Dal 2023 le startup americane dell’IA hanno raccolto 380 miliardi di dollari in venture capital (a fronte dei soli 39 miliardi cinesi), sorrette da oltre 300 miliardi annui in Ricerca e Sviluppo e da investimenti in data center che, dai 400 miliardi del 2025 (contro i 63 della Cina), puntano a superare gli 800 miliardi nel 2026. Questa spinta porta gli USA a una capacità infrastrutturale di oltre 50 GW, contro i 31 GW della Cina e i 12 dell’UE. Questo primato trova oggi pieno sostegno anche nella linea politica della seconda amministrazione Trump, impegnata nel favorire l’espansione del settore sia attraverso l‘AI Action Plan sia tramite il supporto a grandi mega-progetti privati come appunto Stargate.

L’ecosistema cinese invece, animato da attori quali DeepSeek, Alibaba, ByteDance, Moonshot, Z.AI, MiniMax e Xiaomi, predilige l’approccio open-weight, consentendo lo sviluppo di soluzioni avanzate, ma a costi drasticamente contenuti. Ne è un esempio il modello Kimi K2.6 di Moonshot che, nel maggio 2026, offriva prestazioni di vertice a 1,71 dollari per milione di token, un costo circa sette volte inferiore rispetto agli 11,25 dollari del concorrente statunitense GPT-5.5. 

Da un lato quindi l’impero a stelle e strisce mantiene complessivamente la leadership grazie alla disponibilità di capitali, alla presenza dei principali laboratori e alla potenza della propria infrastruttura. Dall’altro, Pechino ha ridotto il divario nella capacità di calcolo e trasformato il proprio patrimonio scientifico e brevettuale in una strategia da “fast follower”, concentrata sulla produzione di modelli competitivi, economici e rapidamente adottabili. Il risultato è la nascita di due stack tecnologici paralleli, ciascuno composto da chip, infrastrutture cloud, modelli e applicazioni. A separarli non sono soltanto le caratteristiche tecniche, ma anche le regole sui dati, le restrizioni alle esportazioni, le politiche di sicurezza nazionale e le strategie industriali.

Perché l’UE dovrebbe puntare all’indipendenza tecnologica

Sebbene la cooperazione digitale tra Unione Europea e Stati Uniti sia strutturata da quadri istituzionali di alto livello (come il TTC e il Dialogo Cyber) volti a coordinare standard, dati e tecnologie emergenti, il rapporto è segnato da profonde tensioni. La causa principale di queste frizioni è la dominanza strutturale delle grandi aziende tecnologiche americane, profondamente radicate nell’economia europea. I tentativi dell’UE di regolamentare il settore — in particolare attraverso il Digital Services Act e il Digital Markets Act — incontrano la forte opposizione di Washington, sfociata in minacce di ritorsioni commerciali, divieti di visto per i decisori europei e nello stallo dei canali di dialogo dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump.

Per quanto concerne le relazioni con la Cina, l’emancipazione da Pechino, secondo la linea del de-risking, si rende indispensabile per tutelare l’autonomia economica del Continente. Rimanere ancorati ad una posizione di subordinazione espone l’UE a gravi rischi sistemici, tra cui la potenziale strumentalizzazione politica delle esportazioni da parte della Cina tramite restrizioni commerciali, l’immediata paralisi delle GVC europee in caso di crisi geopolitiche o logistiche in Asia e un progressivo declino della competitività e dell’innovazione manifatturiera interna.

All’interno delle relazioni dell’Unione Europea nel Nord-Est asiatico,  un altro attore gioca un ruolo estremamente rilevante: Taiwan,che occupa una posizione cruciale e altamente strategica per la sovranità tecnologica europea, ponendosi come un nodo essenziale nei settori dei semiconduttori, della produzione avanzata e del commercio digitale. Questa centralità si scontra tuttavia con una vulnerabilità geografica strutturale, determinata dall’estrema concentrazione della produzione di chip presso la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, la quale detiene oltre il 90% di questo specifico segmento di mercato. Lo Stretto di Taiwan, identificato dall’intelligence geospaziale come uno dei nodi marittimi più critici a livello globale, è interessato dal transito di oltre il 50% del traffico containerizzato mondiale; un eventuale blocco navale o l’instabilità militare nell’area provocherebbero pertanto l’immediata paralisi delle catene globali del valore nel comparto tecnologico.

Queste dinamiche rappresentano un rischio critico per l’Unione Europea. L’intelligenza artificiale non è un semplice settore a sé stante, ma una tecnologia general-purpose in grado di incrementare in modo trasversale produttività e crescita economica, rivoluzionando l’intero tessuto produttivo. Poiché i data center costituiscono l’infrastruttura abilitante fondamentale dell’IA, i Paesi che ne detengono un’elevata capacità operativa dominano già oggi la corsa ai vantaggi economici di questa trasformazione. Ne consegue l’urgenza per l’Unione Europea di affrancarsi dalla dipendenza strutturale nei confronti di attori esterni. Sviluppare una sovranità autonoma sulle infrastrutture digitali e sul patrimonio dati è la premessa indispensabile per evitare un ruolo di mera subordinazione tecnologica ed economica.

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Il doppio requisito della sicurezza marittima nel Mar Rosso

Con l’avvio della guerra tra Stati Uniti e Iran alla fine di febbraio 2026, l’Italia ha schierato nella regione la Task Force Air-Arabia a fine marzo. Richiesta dai partner regionali e divisa tra Kuwait, Bahrain e Arabia Saudita, contribuisce alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo e alla protezione delle forze e degli interessi nazionali nella regione. Il dispiegamento è stato portato all’attenzione pubblica solo negli ultimi giorni, a oltre quattro mesi dal suo avvio, e si spiega con la necessità di contenere la rappresaglia iraniana agli attacchi americani.

I recenti attacchi degli Houthi contro gli impianti di esportazione sauditi ne hanno ampliato la rilevanza. Per mantenere praticabile il transito commerciale attraverso Bab el-Mandeb, non basta la protezione offerta alle navi commerciali da Aspides – l’operazione navale europea attiva dal febbraio 2024 a tutela del traffico mercantile nel Mar Rosso – ma va anche garantita la difesa delle infrastrutture da cui quel traffico dipende. Tuttavia, il mandato di Aspides non include questa missione, rimettendo l’iniziativa ai singoli Paesi.

Gli attacchi houthi

Il 20 luglio, gli Houthi hanno annunciato un blocco navale contro l’Arabia Saudita, rispondendo alla richiesta iraniana di qualche giorno prima per una chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb. Pur facendo parte della rete di proxy iraniani nella regione, gli Houthi mantengono un margine di autonomia decisionale che li porta sia a partecipare alla risposta iraniana, sia a perseguire obiettivi propri nella contrapposizione con Riyad.

La portata della crisi eccede però il quadro regionale. Con Hormuz già compromesso, un’interruzione prolungata anche di Bab el-Mandeb sottrarrebbe al mercato le due principali vie di uscita del greggio mediorientale nello stesso momento. L’oleodotto est-ovest fino a Yanbu, sul Mar Rosso, costituisce l’alternativa attraverso cui l’Arabia Saudita mantiene le proprie esportazioni, per quasi cinque milioni di barili al giorno. Quella via, che a propria volta dipende dal transito per Bab el-Mandeb, è l’elemento della catena logistica che gli Houthi stanno mettendo sotto pressione.

La campagna si sviluppa quindi su due domini. L’impiego di missili e droni contro obiettivi in territorio saudita colpisce raffinerie, siti di stoccaggio e terminali di imbarco. In mare, invece, l’obiettivo non è la distruzione del naviglio, ma la produzione di incertezza sufficiente a far salire i premi assicurativi e indurre gli armatori a deviare. Navi saudite hanno già abbandonato il passaggio attraverso lo stretto per circumnavigare l’Africa, allungando i tempi di consegna e vanificando il ricorso alla massima capacità dell’oleodotto est-ovest per aggirare la chiusura di Hormuz.

Il risultato è determinato dalla combinazione di questi attacchi. Gli attacchi in mare scoraggiano il transito, mentre quelli a terra riducono il volume che è possibile imbarcare sulle navi che riescono a transitare. Ciascuna delle due azioni resta efficace anche quando l’altra viene neutralizzata. Difendere soltanto il passaggio lungo la rotta lascia intatta metà del meccanismo: la protezione del naviglio rimane fondamentale, ma produce un effetto parziale finché gli impianti da cui il traffico dipende restano esposti.

Il dispositivo italiano nella regione

I limiti dello strumento navale sono emersi durante la crisi del Mar Rosso del 2024. L’arsenale a basso costo, decentralizzato e di produzione continua in possesso degli Houthi ha fatto sì che la presenza di Aspides producesse una mitigazione del rischio, non la sua eliminazione. Un risultato parziale, che tuttavia non riduce la convenienza dell’impegno: proprio perché il Mar Rosso resta vitale per l’economia nazionale, per l’Italia la missione è più importante che mai. La conseguenza da trarre non è quindi un ridimensionamento della presenza navale, ma l’estensione della protezione a ciò che quella presenza non può raggiungere.

La capacità corrispondente è già schierata. Il dispositivo italiano è stato costituito per l’intercettazione dei vettori iraniani diretti contro il territorio dei Paesi ospitanti. Sono schierati quattrocento militari dell’Aeronautica articolati in cinque task group, con quattro caccia multiruolo Eurofighter, un aereo E-550A CAEW per allarme precoce e comando e controllo, un radar AN/TPS-77 e un sistema antidrone. È presente anche una Task Force Land-Arabia dell’Esercito (circa trecento uomini) con una batteria SAMP/T e radar KRONOS. La Task Force Air-Arabia è però l’unica componente di cui il sito del ministero della Difesa dia conto pubblicamente: secondo quanto riferito in sede parlamentare, i contingenti italiani sono attivi in sei Paesi della regione – oltre ai tre citati, Giordania, Emirati e Qatar – per un totale di circa settecento militari. Parte del personale opera dalla base di Al Taif e le missioni del CAEW sono concentrate sulle frontiere meridionali saudite, dove si è riacceso il confronto fra sauditi e Houthi. Il profilo della minaccia houthi coincide con quello dell’Iran e la copertura che l’Italia è in grado di offrire consente anche di contrastare attacchi provenienti dallo Yemen. Tuttavia, non risultano finora impieghi documentati in questo senso da parte italiana.

Sul piano operativo la soluzione non è una novità italiana. La Grecia, che guida Aspides, mantiene dal 2021 una batteria Patriot sul territorio saudita su base bilaterale. Il 25 luglio quel dispositivo ha intercettato due missili balistici lanciati dallo Yemen contro una raffineria a Yanbu. Un Paese con interessi coincidenti con quelli italiani copre dunque entrambi i segmenti della catena, ma li copre attraverso due strumenti separati.

La sostenibilità dell’impegno

Il problema si pone sulla durata. La difesa aerea d’area contro missili balistici e droni consuma intercettori a un rateo che dipende dall’iniziativa avversaria. Dall’inizio della guerra, gli Stati del Golfo hanno impiegato centinaia di intercettori ad alto costo per rispondere a droni monouso dal costo trascurabile. Questo ha portato al consumo di una porzione significativa delle scorte, mentre i droni continuano a entrare nei loro cieli a decine. In un accordo bilaterale quel consumo grava per intero sull’inventario del singolo Paese contributore.

Nel caso italiano il SAMP/T impiega l’Aster 30, lo stesso intercettore di cui dispongono per la difesa d’area le unità navali, e l’accelerazione produttiva avviata da MBDA è motivata proprio dall’impiego nel Mar Rosso e in Ucraina. Alla scarsità del munizionamento si somma un vincolo distinto sulle piattaforme: la limitata profondità di caricamento delle unità europee impone rientri frequenti in porto per il rifornimento delle celle, comprimendo il ritmo operativo.

La recente esperienza operativa, sia in Europa sia nel Golfo, indica del resto che il vincolo non sta tanto nelle prestazioni dei sistemi, quanto nella capacità di sostenere operazioni difensive nel tempo sotto attacchi ripetuti. Si tratta di un criterio adeguato a un teatro, come questo, in cui la minaccia alterna fasi acute a periodi di latenza. Un dispositivo in grado di durare vale più di una risposta calibrata alla singola emergenza. Nel contesto dell’attuale crisi, la formula bilaterale mostra il proprio limite e il rischio che porta con sé: che la sicurezza marittima collettiva si frammenti in intese bilaterali e soluzioni private, anziché essere difesa come bene comune.

Questa frammentazione, sul segmento terrestre, è già la regola. Aspides copre il solo dominio marittimo, e nemmeno l’iniziativa multilaterale più recente colma la lacuna: una coalizione marittima difensiva proposta dall’Arabia Saudita il 30 luglio. La proposta è ancora in fase costitutiva, ha visto la partecipazione di quarantatré Paesi e di una delegazione dell’Unione europea, senza che risultino adesioni di suoi membri. La dichiarazione rilasciata circoscrive l’oggetto dell’alleanza alla libertà di navigazione, alle rotte commerciali e alle rotte di approvvigionamento energetico fra Mar Rosso, Bab el-Mandeb e Golfo di Aden. Non sono esplicitamente menzionate le infrastrutture a terra, la cui difesa resta così affidata a iniziative nazionali, ciascuna con risorse proprie e senza coordinamento reciproco. Per l’Italia il costo di quella copertura grava sulle stesse scorte impiegate con Aspides.

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Il fischio della fine

P eriferia di Gerusalemme Est, febbraio 2041. Il presidente della FIFA Gianni Infantino, in occasione dei festeggiamenti per il venticinquesimo anno del suo mandato, inaugura commosso il Memoriale della Pace eterna e duratura: una statua dorata di Donald Trump in stile Colosso di Nerone che, allargando le braccia, accoglie simbolicamente il pubblico nello stadio da 65.000 posti costato 7 miliardi di dollari. Un’oasi in un territorio quasi del tutto desertificato, costruita direttamente con i soldi della FIFA World Bank ‒ un ente di credito per club e società sportive che non fa capo ad alcuna autorità nazionale sovrana ‒ per ospitare l’edizione del mondiale di calcio del 2052, assegnata a quello che viene ormai universalmente riconosciuto come Stato di Israele, esteso da Beirut a Ramallah. Voluto dalla FIFA “a eterna memoria delle vittime collaterali del processo israeliano di raggiungimento della pace in Medio Oriente”, anche lo stadio è intitolato a Trump, 45°, 47°, 48° e 50° presidente degli Stati Uniti d’America, morto da poco più di un anno.

La folla dei presenti si riunisce all’esterno di un edificio imponente, la cui costruzione, durata soltanto dieci mesi, ha provocato la morte di oltre duecento operai, causata da “imperizie dei singoli nell’attendere alle norme di sicurezza previste dai protocolli”, tutti lavoratori migranti importati per l’occasione con visti speciali da Paesi con manodopera a basso costo. Infantino, dopo aver svelato la statua, è entusiasta di annunciare i nuovi regolamenti per le partite di calcio che la FIFA sperimenterà durante quella edizione del mondiale: è abolito il fuorigioco; è vietato il retropassaggio, pena l’ammonizione; la distanza massima tra il primo e l’ultimo giocatore di movimento della stessa squadra può essere al massimo di 35 metri, pena un calcio di punizione indiretto; è introdotto il tempo effettivo nello svolgimento del gioco; è abolito il calcio di rigore, sostituito da un calcio di punizione diretto anche dentro l’area.

L’arbitrò potrà finalmente essere sostituito da un sistema intelligente di controllo della buona condotta del calciatore e dell’adattamento alle norme previste dal nuovo regolamento – margine di errore stimato all’1.7%, in linea con le medie umane ma con un sostanziale risparmio economico nonché con l’impossibilità per i giocatori di protestare con alcun chi per eventuali errori. Divieto assoluto per i giocatori di interrompere o sospendere il gioco, pena la radiazione da ogni campionato.

La sicurezza negli impianti sportivi sarà appaltata a un’azienda privata qatariota che produce cani robot, steward, camerieri e inservienti robot, droni, rilevatori biometrici di sicurezza. Le persone che andranno allo stadio avranno maxischermi a ogni angolo dello stadio, minischermi su ogni seggiolino, device e visori personalizzati, così tanti elementi di intrattenimento e distrazione che seguire la partita sarà pressoché impossibile.

I campionati mondiali sono “la più potente macchina mitologica dell’industria culturale” e il calcio, in quanto strumento privilegiato della contemporanea industria dell’intrattenimento, non fa che riflettere i paradigmi e le infrastrutture dell’economia che lo produce.
Le gare, che si potranno giocare soltanto in notturna a causa delle temperature elevate, saranno visibili da casa solo in differita e in modalità smart: allo spettatore sarà consentito saltare ogni momento morto della partita, evitando a proprio piacere le rimesse dal fondo, le rimesse laterali, la preparazione di un calcio di punizione, le sostituzioni, i fraseggi nella propria metà campo, le corse all’indietro e le azioni inconcludenti. In occasione di ogni gol lo spettatore potrà scegliere se guardarlo dal punto di vista di chi segna, del portiere avversario o di un qualsiasi altro giocatore, grazie alle bodycam applicate su ognuno. Chi possiederà DAZN Gold avrà accesso a queste funzioni gratis, per gli abbonati Premium e Standard ogni 5 skip partirà una pubblicità di 10 secondi di uno dei partner economici del mondiale. La totalità della visione della partita è finalmente abolita.

Questa visione allucinata di un possibile mondiale del futuro ricalca il paradigma interpretativo di Luca Pisapia nel suo ultimo saggio Il calcio è potere (2026). Per Pisapia il calcio è “il più efficace linguaggio universale in grado di raccontare attraverso il mito come si sono evolute le relazioni materiali tra gli esseri umani nel corso degli ultimi centocinquant’anni di storia” e i campionati mondiali sono “la più potente macchina mitologica dell’industria culturale”. Lo scopo della produzione di queste mitologie è permettere al capitalismo di esercitare la propria egemonia in ogni fase dello sviluppo del calcio. Come emerge anche dal suo saggio precedente, Fare gol non serve a niente (2024), il calcio, in quanto strumento privilegiato della contemporanea industria dell’intrattenimento, non fa che riflettere i paradigmi e le infrastrutture dell’economia che lo produce.

Nel suo ultimo lavoro, Pisapia racconta la storia dei mondiali di calcio attraverso tre principali categorie interpretative: 1) il collegamento tra la storia, o per meglio dire le narrazioni, del calcio e la produzione di miti secondo le interpretazioni di Furio Jesi e Roland Barthes, ovvero del mito come radice della cultura di destra, una macchina linguistica che lavora attraverso luoghi comuni, stereotipi e frasi fatte che rimuovono la dimensione materiale dei rapporti economici e sociali tra gli individui, nonché del mito come puro linguaggio, “impossibile da storicizzare e privo di ogni verità”; 2) l’analisi del tardo capitalismo secondo la lettura critica di Marx, dei marxisti e dei critici del postmodernismo; 3) l’idea che la corruzione, nel tardo capitalismo, sia la norma, l’orizzonte di senso che regola i rapporti di potere tra istituzioni calcistiche e istituzioni politiche.

Il saggio ripercorre lo svolgersi delle edizioni dalla prima del 1930 in Uruguay all’ultima negli Sati Uniti contestualizzando ogni edizione nella sua cornice storica, economica e politica. Sono molti i casi concreti citati da Pisapia a dimostrazione della creazione di questa macchina mitologica: dal falso racconto di Meazza che calcia un rigore decisivo tenendosi con una mano i pantaloncini calanti come simbolo dell’eroismo fascista, alla finta idea di una nazionale francese “postcoloniale” che vince i mondiali con una rosa piena di giocatori neri, immigrati di prima o seconda generazione ‒ mito che si racconta oggi come sessant’anni fa. I miti si incarnano sia nei collettivi sia nei singoli e ogni celebrazione prevede anche un’espulsione, un rimosso della coscienza e un’emarginazione dal sistema: nella storia dei miti del calcio coesistono Beckham, il divo conosciuto in tutto il mondo più per il gossip dei tabloid che per le sue prestazioni, e Maradona, il fenomeno che si oppose alla corruzione della FIFA e sostenne apertamente Che Guevara e Fidel Castro e per questo fu punito dai vertici del calcio tramite una squalifica per uso di cocaina; i connazionali Garrincha, il brasiliano bianco dissoluto che antepone i vizi e l’autosabotaggio al successo, e Pelè, “un house negro nella definizione di Malcolm X”, che accetta di diventare il portavoce delle peggiori dittature.

La FIFA ha prestato volentieri il fianco alla più becera propaganda di governi di ogni tipo per aumentare il loro prestigio, favorendo la buona riuscita della manifestazione o semplicemente amplificando la macchina mitologica che tiene in piedi non soltanto il calcio, ma anche i governi stessi.
In questo vortice di corruzione, tardocapitalismo e miti di destra, la FIFA, formalmente un’organizzazione senza fini di lucro secondo il diritto svizzero, che genera tuttavia bilanci e flussi di denaro miliardari, non può che essere un’organizzazione asservita alle peggiori dittature. Pisapia dimostra come fin dai mondiali assegnati nel 1934 all’Italia di Mussolini ‒ e vinti proprio dall’Italia grazie a palesi favoritismi ‒ la FIFA abbia prestato volentieri il fianco alla più becera propaganda di governi di ogni tipo per aumentare il loro prestigio, favorendo la buona riuscita della manifestazione o semplicemente amplificando la macchina mitologica che tiene in piedi non soltanto il calcio, ma anche i governi stessi.

È stato il caso delle dittature sudamericane nel corso del Novecento ed è quello più recente dei rapporti sempre più stretti tra Infantino, Trump e i dittatori affaristi del petrolio degli Emirati Arabi, dell’Arabia Saudita e del Qatar. A Donald Trump è stato assegnato nel 2025 un non meglio identificato FIFA Peace Prize ‒ poco dopo non aver ricevuto il Nobel ‒ e gli è stata addirittura donata la versione originale del trofeo del mondiale per club, giocato nello stesso anno negli Stati Uniti e vinto dal Chelsea. Alla fine dei mondiali del 2026 Trump ha voluto affiancare Infantino nella consegna della coppa ai vincitori, contro un protocollo secondo cui è solo il presidente della FIFA a consegnarla, infranto rarissime volte nella storia e sempre da dittatori.

Nelle precedenti due edizioni hanno ospitato il Mondiale Paesi come la Russia (2018) o il Qatar (2022): l’assegnazione di un evento così importante è lo strumento per garantire prestigio e riconoscimento ai governi, nonché per favorire l’ingresso di capitali e investimenti esteri nel Paese ospitante. A maggior ragione, quindi, la storia delle relazioni tra FIFA e governi è anche la storia della progressiva perdita di centralità dell’Europa, sia come centro di produzione calcistico sia come potenza politica ed economica. Se cento anni fa le nazionali europee dominavano le partite di calcio nel numero di partecipanti e nei risultati, oggi sono tanto marginali sul campo quanto lo sono i loro governi nei tavoli di negoziazione delle principali questioni internazionali. Il calcio si conferma il riflesso dei poteri che governano la società contemporanea.

Il calcio è potere è la prosecuzione coerente di Fare gol non serve a niente. Pisapia incornicia il suo nuovo saggio in un quadro teorico ben riconoscibile, che aveva permesso all’autore di strutturare anche la sua analisi del rapporto tra le forme del gioco e le forme dei flussi del capitale dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi, quando siamo arrivati al paradosso per cui le quattro principali squadre rivali del campionato saudita, ad esempio, sono riconducibili alla stessa proprietà, in un mondo in cui i flussi di capitale sono impalpabili, inafferrabili e vorticosi e pochi imprenditori e fondi finanziari gestiscono l’economia globale. Pisapia riusa il proprio materiale in modo coerente, cita storie, teorie e aneddoti contenuti nei suoi libri precedenti per tracciare una linea di continuità tra i diversi elementi della sua riflessione teorica. Si tratta di una riflessione articolata e ricca di citazioni di pensatori che difficilmente si penserebbero associati a una riflessione sullo sport ‒ tra cui i filosofi della Scuola di Francoforte, Frederic Jameson, Guy Debord, Edward Said, Walter Benjamin, Jean Baudrillard e bell hooks , inseriti nel discorso in maniera coerente non tanto per analizzare il fatto sportivo in sé, quanto per sostenere la riflessione culturale più ampia che sta dietro al libro.

Il merito principale del lavoro di Pisapia è dare profondità teorica all’analisi dello sport, demitizzando il calcio come evento e approfondendo le sue strutture economiche. La storia dei mondiali diventa quindi uno degli epifenomeni di un secolo di storia dell’economia politica e di storia della cultura. La prosa di Pisapia va anche in cerca di soluzioni letterarie, di un bel ritmo, dell’affabulazione del lettore, e per questo non mancano riferimenti più direttamente giornalistici e letterari, come nel caso dei brani meravigliosi di Splendori e miserie del gioco del calcio (1995) del giornalista uruguaiano Eduardo Galeano o delle citazioni di James Ballard e di Jeff VanderMeer che scandiscono le fasi della storia che Pisapia racconta.

Il merito principale del lavoro di Pisapia è dare profondità teorica all’analisi dello sport, demitizzando il calcio come evento e approfondendo le sue strutture economiche. La storia dei mondiali diventa quindi uno degli epifenomeni di un secolo di storia dell’economia politica e di storia della cultura.
In questa operazione risiede, a mio parere, uno scarto rispetto alle tendenze di chi prova a “elevare” lo sport associandolo alla letteratura, all’arte, allo studio della società e del costume. Si dice spesso, per dare valore e credito sociale allo sport, che esso sia pari all’arte, che il gesto tecnico sia un gesto artistico. Così facendo si rischia, dal mio punto di vista, di riprodurre nello sport gli stessi meccanismi di estrazione del valore che regolano l’arte contemporanea. Pisapia si impegna, invece, nell’operazione opposta, ovvero il tentativo di svelare e possibilmente rimuovere dalla contemplazione del gesto tecnico ‒ a cui mai i tifosi dovrebbero rinunciare ‒ ogni possibile sovrastruttura che permette al calcio di essere feticcio del potere politico e economico. Nell’intento di Pisapia, credo, mentre guardiamo una partita e vediamo muoversi il pallone devono comparirci davanti agli occhi i flussi di soldi che qualche società fantasma con sede in paradisi fiscali sta muovendo per ingrassare le casse di imprenditori e affaristi. Non per impedirci di esultare quando la nostra squadra farà gol, ma perché, proprio a partire dal disvelamento e dal sospetto, si possano gettare le basi per una nuova struttura nel calcio.

L'articolo Il fischio della fine proviene da Il Tascabile.

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La Cina ridisegna l’università per l’era dell’IA

Fotografia e traduzione lasciano spazio all’intelligenza incorporata, alla robotica agricola e alle tecnologie che collegano il cervello alle macchine. La Cina sta modificando l’offerta delle proprie università per adattarla allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e alle esigenze dell’industria.

Nel 2024 il ministero dell’Istruzione cinese ha autorizzato 1.839 nuove attivazioni di corsi di laurea e ne ha cancellate 1.428. Altri 2.220 corsi hanno sospeso le iscrizioni. I numeri si riferiscono alle singole attivazioni nei diversi atenei ( lo stesso percorso può essere aperto o chiuso in più università ed essere quindi conteggiato diverse volte). Nel Paese risultavano complessivamente attivi circa 62.800 corsi universitari.

La dimensione della trasformazione emerge soprattutto osservando quali percorsi vengono ridotti e quali prendono il loro posto. Uno dei casi più significativi riguarda la Communication University of China di Pechino, uno dei principali atenei del Paese nel campo della comunicazione, del cinema e dei media. Nel quadro di una riorganizzazione avviata nel 2018, l’università ha chiuso, accorpato o trasformato sedici corsi e indirizzi, tra i quali fotografia e traduzione. Fotografia non scompare completamente dall’insegnamento, ma perde la propria autonomia e confluisce in percorsi più ampi dedicati al cinema, alle immagini e alla produzione audiovisiva.

Secondo Liao Xiangzhong, dirigente dell’università, lo sviluppo degli smartphone, dei social network e delle immagini generate dall’intelligenza artificiale ha trasformato il mestiere. Tecniche fotografiche, postproduzione e creazione delle immagini possono essere insegnate insieme, all’interno di una formazione più ampia. Ancora più netta è la posizione dell’ateneo sulla traduzione. Liao sostiene che una parte consistente della traduzione ordinaria sia ormai svolta dall’intelligenza artificiale e che dedicare quattro anni alla preparazione di uno specialista concentrato esclusivamente su una lingua utilizzi risorse che potrebbero essere impiegate per una formazione più articolata. L’università sta quindi trasformando alcuni corsi linguistici in percorsi misti. Lo spagnolo, per esempio, può essere affiancato alla comunicazione audiovisiva e alla conduzione radiotelevisiva, formando professionisti che conoscano la lingua e sappiano utilizzarla nei media e nella comunicazione internazionale. La riorganizzazione ha interessato anche fumetto, arte dei nuovi media, comunicazione visiva e moda, oltre ad alcuni percorsi di economia, management, ingegneria e discipline umanistiche. Secondo una ricostruzione di Le Monde, i tagli effettuati dalle università cinesi si stanno concentrando soprattutto sulle arti creative, sulle lingue straniere, sulle scienze umane e sul management.

Le discipline umanistiche vengono quindi ridotte, ma non sono oggetto di una cancellazione generalizzata. Gli interventi riguardano soprattutto corsi con pochi iscritti, scarse prospettive occupazionali o competenze già coinvolte nell’automazione, come la traduzione di base.

In molti casi le materie perdono la propria autonomia e vengono integrate con informatica, intelligenza artificiale, comunicazione o discipline scientifiche. Alla Beijing Language and Culture University, per esempio, lo studio del francese è stato collegato alla formazione scientifica attraverso un accordo con la Beijing University of Chemical Technology. L’obiettivo è preparare laureati capaci di utilizzare la lingua in settori tecnici, industriali e scientifici. La Communication University of China respinge infatti l’idea di una semplice eliminazione delle arti e delle materie umanistiche. Tra il 2018 e il 2025 l’ateneo ha introdotto venti nuovi percorsi, tra i quali scienza e tecnologia intelligente, giornalismo internazionale, tecnologie per le immagini intelligenti, progettazione artistica dei videogiochi e ingegneria audiovisiva intelligente.

Il modello è quello dell’accorpamento, le competenze tradizionali restano ma vengono unite all’informatica, all’analisi dei dati e all’intelligenza artificiale. L’università ora prepara professionisti capaci di lavorare insieme alle nuove tecnologie.

Nel 2025 il ministero dell’Istruzione ha inserito nel catalogo nazionale 29 nuove lauree. Tra queste compaiono educazione all’intelligenza artificiale, ingegneria audiovisiva intelligente, teatro digitale, scienza e ingegneria della neutralità carbonica, ingegneria molecolare intelligente, tecnologie per i dispositivi medici e ingegneria delle informazioni spazio-temporali. È stata introdotta anche una laurea in tecnologia e ingegneria delle basse quote, pensata per preparare tecnici e progettisti destinati al settore dei droni, dei velivoli senza pilota e dei nuovi sistemi di trasporto aereo. Le prime autorizzazioni hanno riguardato sei università, tra cui la Beihang University di Pechino, specializzata nel settore aeronautico. Nel 2026 il catalogo è stato aggiornato con altri 38 percorsi e comprende ora 883 diverse specializzazioni. Per la prima volta è stata inoltre introdotta una categoria dedicata alle discipline interdisciplinari, nella quale trovano spazio robotica del futuro, ingegneria interdisciplinare, intelligenza incorporata e scienza e tecnologia cervello-macchina. L’intelligenza incorporata combina algoritmi, sensori e robot capaci di muoversi e interagire con il mondo fisico. Nove università sono state autorizzate ad attivare questo percorso, con l’obiettivo di formare personale per le fabbriche automatizzate, la logistica, l’agricoltura e i servizi.

La Cina sta quindi costruendo un’università sempre più legata alle necessità dell’industria e alla velocità dell’innovazione tecnologica. Resta da capire se preparare gli studenti per i lavori del futuro significherà davvero inseguire ogni nuova macchina, oppure insegnare loro a governarla.

 

L'articolo La Cina ridisegna l’università per l’era dell’IA proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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Linux Kernel Begins Phasing Out the crypto_rng Layer to Simplify Random Number Generation

Linux Kernel Begins Phasing Out the crypto_rng Layer to Simplify Random Number Generation

Linux kernel developers are moving forward with plans to remove the crypto_rng API layer, a long-standing component of the kernel's cryptographic subsystem. The proposed change is part of a broader effort to simplify the kernel's internal architecture by eliminating redundant code paths and encouraging developers to rely on the kernel's modern random number generation interfaces instead. (phoronix.com)

Although the change happens entirely behind the scenes, it reflects the Linux kernel community's ongoing commitment to reducing technical debt, improving maintainability, and modernizing core infrastructure.

What Is the crypto_rng Layer?

The crypto_rng framework is an API within the Linux kernel's Crypto API that provides random number generation services for kernel components.

Historically, it allowed different kernel subsystems and drivers to request random data through a generic cryptographic interface. Over time, however, the kernel's dedicated random number generator has matured considerably, making much of the crypto_rng abstraction unnecessary. (kernel.org)

Today, developers generally recommend using the kernel's built-in random number generation functions directly instead of routing requests through the older crypto layer.

Why Developers Want to Remove It

According to discussions on the Linux kernel mailing list, the crypto_rng layer has become largely redundant.

Modern kernel code already relies on well-established interfaces such as:

  • get_random_bytes()
  • get_random_u32()
  • get_random_u64()

These functions are maintained as part of the kernel's primary random number generation subsystem and are widely used throughout Linux. Maintaining an additional abstraction layer increases code complexity without providing significant practical benefits. (phoronix.com)

Removing unnecessary infrastructure also makes the kernel easier to maintain and audit over the long term.

Simplifying the Crypto API

The Linux Crypto API has evolved significantly over the years as new algorithms, hardware accelerators, and security features have been introduced.

Kernel maintainers have increasingly focused on:

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Fuerte derrota de Milei: el Gobierno obligado a retirar la extranjerización de tierras de su proyecto de ley

El Gobierno de Javier Milei volvió a chocar contra la pared este miércoles. Ante la rebelión de sus propios aliados y el rechazo de gobernadores, la Casa Rosada se vio obligada a bajar el capítulo de extranjerización de tierras de la ley de propiedad privada que impulsaba Federico Sturzenegger. Lo que se presentaba como una bandera ideológica más del liberalismo extremo terminó siendo una demostración de debilidad política y de improvisación.

La decisión no fue fruto de una reflexión estratégica ni de un diálogo institucional serio. Fue una retirada forzada. Cuando quedó claro que no había votos —ni siquiera para garantizar el quórum— y que senadores como la salteña Flavia Royón no acompañarían, mientras el mendocino Rodolfo Suárez planeaba ausentarse, el oficialismo no tuvo más remedio que dar marcha atrás. “¿Quién bajó el capítulo de tierras? La realidad, no tenían los votos”, resumió con crudeza un legislador radical.

El episodio deja al desnudo varios problemas de este Gobierno. En primer lugar, la incapacidad de construir consensos incluso dentro de su propio espacio. Patricia Bullrich, que intentó recuperar apoyos atacando a Máximo Kirchner y Lázaro Báez en una conferencia de prensa, no logró revertir el efecto cascada. Gobernadores aliados, como Osvaldo Jaldo, Raúl Jalil, Rolando Figueroa y Hugo Passalacqua, también se pronunciaron en contra. La jefa del bloque libertario tuvo que convocar de urgencia a las bancadas aliadas para comunicarles el retiro de los artículos más polémicos, solo para salvar el resto del proyecto y no hacer naufragar la sesión.

En Casa Rosada ya habían advertido a Bullrich sobre el costo político de insistir, pero ella avanzó de todos modos. El resultado: una derrota que se suma a otras fricciones legislativas y que deja al Gobierno más lejos de esa agenda parlamentaria ambiciosa que pretende (eliminación de las PASO, recorte de zonas frías, etc.).La medida, de haberse aprobado, habría abierto la puerta a una mayor concentración de tierras en manos extranjeras en un país donde la soberanía territorial se encuentra al acecho. Que el propio oficialismo haya tenido que sacrificarla por falta de números no es una muestra de pragmatismo virtuoso, sino de un cálculo errado y de una debilidad que ya no puede disimularse.

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He Took A Risk

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Per arrivare qui abbiamo fatto una follia 👉 Due finali che ci lasciano senza parole!

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#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1177: Alle Faroe ci sono luoghi che sembrano usciti da un film.

E poi ci sono quelli che, in un film, ci sono davvero.

Durante il nostro viaggio tra le isole siamo andati alla ricerca di un posto molto particolare, nascosto in uno degli angoli più remoti e spettacolari dell'arcipelago.

Questa volta il nostro viaggio ci porta sulle tracce di James Bond e di una delle scene più iconiche di No Time to Die, girata proprio qui alle Faroe.

Per arrivarci bisogna attraversare paesaggi incredibili, strade isolate e un'isola che sembra appartenere a un altro mondo.

E poi? Ragazzi, ci sarà da ascoltare una storia assurda!

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Genova futuro anteriore

Report assemblea nazionale

Genova 18 luglio 2026

No Kings non è nata come una sigla da aggiungere alle altre, ma come uno spazio politico da aprire. Ha preso forma dall’incontro tra Stop Rearm Europe e la Rete contro il decreto sicurezza, è cresciuta a Bologna e ha attraversato Roma, procedendo senza una strada già tracciata: camminando domandando.

A Genova, il 18 luglio 2026, abbiamo raccolto una nuova sfida: fare delle nostre differenze una forza comune, costruendo uno spazio per alimentare il conflitto e costruire un’alternativa sistemica; difendere il lavoro e i suoi diritti; agire insieme nei territori, in Italia e in Europa, e unendoci  a quanti, nel mondo, cercano alternative ai re.

Spetta a noi mantenere aperto questo spazio e passare dalla convergenza ad un laboratorio permanente per la democrazia, oltre la fine della democrazia liberale.

L’ultima assemblea ha segnato proprio tale passaggio. Attraverso le risonanze, ma anche le rotture con il passato, abbiamo iniziato ad affiancare a No Kings qualcosa di più: la ricerca e la pratica ostinata di una nuova democrazia radicale. Conflitto e Democrazia, praticati e difesi dai luoghi di lavoro alle fabbriche alle città; lotta e progetto; sabotaggio dei re e meticciato delle differenze: sono alcune delle tensioni generative che attraversano lo spazio politico che abbiamo aperto.

Per farlo, dobbiamo essere in tante e continuare ad ibridarci: nelle discussioni e, soprattutto, nei momenti di intensa attività politica e sociale, che ci attendono nei prossimi mesi.  Dobbiamo rafforzarci reciprocamente nelle piazze, negli scioperi, nella rete, nelle pratiche che si metteranno in campo per fermare i progetti di remigrazione e contrastare gli anti-antifa, cioè i fa.

A Genova, intanto, questo spazio ha già cominciato a prendere corpo. Con noi c’erano le parole del confederalismo democratico; la rivoluzione dei fenicotteri, i Minnesota 15, le compagne della diaspora iraniana, chi resiste e cerca di sabotare in ogni modo il colonialismo israeliano, il genocidio ed ogni forma di aggressione coloniale. C’era chi subisce, nei territori, le pratiche di repressione e, nonostante questo, continua a lottare per i diritti e la giustizia sociale. C’erano realtà di fabbrica e luoghi di lavoro in lotta contro le crisi industriali e il potere delle multinazionali. C’erano le voci di chi si sta coordinando per riportare nei movimenti la nostra Europa, quella che ancora non c’è. Perché quella che esiste oggi è solo violenza dei confini e business delle armi: un’Europa delle nazioni sovrane, bianche, patriarcali, cristiane e securitarie che, nei prossimi dieci mesi, siamo chiamati a sconfiggere.

A rendere concreto questo passaggio sono state oltre 400 persone; centinaia di realtà e organizzazioni, una pluralità di interventi e 10 gruppi di lavoro. Non numeri da esibire, ma la materia viva di un processo che ha provato a tenere insieme ascolto, confronto ed elaborazione collettiva.

Ai gruppi è stato affidato un compito difficile: non limitarsi alla denuncia del presente, ma trasformare analisi, esperienze e conflitti in proposte, priorità e pratiche comuni. Affiancare, cioè, alla critica dell’autoritarismo, del regime di guerra e dell’Europa dei confini un piano programmatico capace di indicare ciò che vogliamo costruire e gli strumenti necessari per farlo. A breve pubblicheremo sul nostro sito i resoconti dei dieci gruppi di lavoro, perché il confronto avviato a Genova possa proseguire, allargarsi e tradursi in azione

Mobilitazioni, scioperi, iniziative politiche, convegni ed eventi non saranno appuntamenti isolati ma parti di un percorso comune. Perché oggi, come venticinque anni fa, un altro mondo non è soltanto possibile: è necessario e spetta a noi costruirlo.

  • Da settembre: carovana per il diritto all’abitare, contro la rendita immobiliare;
  • Ad ottobre: mobilitazione nazionale a Castelvolturno contro la costruzione del CPR presso “La Piana” e la detenzione amministrativa. Per la libertà di movimento e i diritti di tutte e tutti;
  • 1-3 ottobre, Roma: Mobilitazione per il diritto all’acqua e l’accesso alle risorse idriche;
  • 16 ottobre:  Sciopero per la giustizia climatica e sociale;
  • 14 e 15 novembre, Bologna: Europe Beyond The West, un meeting europeo di attivist* No Kings.
  • 14 novembre: Climate pride, durante le mobilitazioni internazionali per il clima – COP31.
  • 5 e 6 dicembre, Padova: Stati Generali contro l’autoritarismo e per la giustizia sociale.

Un autunno da costruire insieme, attraversando scioperi e mobilitazioni territoriali, nazionali ed europee, intrecciando il nostro percorso con quello di chi, in altri Paesi, sta ponendo le stesse domande e sperimentando forme simili di alleanza. 

L’obiettivo è far convergere energie, pratiche e scadenze, a partire dagli appuntamenti lanciati nel a mobilitazione europea “Stato Sociale, No Stato di Guerra” previsti per il 20, 21 e 22 Novembre, lo sciopero studentesco il 20 Novembre, la manifestazione di Non una di meno nei fine settimana intorno al 25 Novembre. 

Ma prima di tutto questo, ci ritroveremo il 4 ottobre per la prossima assemblea No Kings: il nostro laboratorio permanente di democrazia e conflitto, dentro il tempo della guerra civile globale permanente.

Costruire un altro mondo significa impedire che siano sempre le stesse persone a essere costrette a dare tutto. Per farlo, ciascuna e ciascuno di noi deve assumersi la responsabilità di dare qualcosa.

Venticinque anni dopo, brucia ancora.

A Carlo Giuliani, ad Abderrahim Fakir e a tutte le vite spezzate dalla violenza del potere.

No Kings – let’s make radical democracy

Tutti i materiali e i video dell’assemblea si possono consultare all’indirizzo: report-assemblea-nazionale-genova. Di seguito pubblichiamo il video dell’intervento di Fabio Cerulli per l’area “Radici del sindacato in Cgil”:

 

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In solidarietà al Movimento No Tav della Valsusa

Diffondiamo questo bel comunicato del Comitato No Tav di Trento:

Solidarietà al movimento No Tav della Valsusa

«Abbiamo praticato convintamente il diritto alla difesa anche sui cantieri. Ci viene imputata la devastazione del cantiere di Chiomonte: ebbene io vi dico che noi l’abbiamo trovata giorno dopo giorno su questo territorio la devastazione, che ha trasformato un luogo bello e pieno di vita – vita umana, vita animale e bellezza – in un deserto di cemento e di strumenti di morte … Questa linea (ferroviaria) è partita per le persone e poi per le merci; con la linea storica utilizzata ormai a dire tanto al 10%, quale nuovo motivo si sono inventati? Quello di farne uno strumento per trasportare armi e eserciti. Ma noi siamo contro la guerra. E questo è un motivo in più per dire no …. Sappiamo in fondo che la realtà degli ultimi è con noi e con noi continuerà a lottare … noi ci difendiamo dalla devastazione e da chi difende la devastazione. Non c’è da prendere nessuna distanza. Chi in presenza e chi col cuore, c’eravamo tutti e tutti rivendichiamo quello che è accaduto».

In fondo potremmo riassumere così, con le parole pronunciate il 27 luglio da Nicoletta Dosio durante la conferenza stampa al presidio No Tav di Venaus, quello che abbiamo da dire sulla giornata di lotta del 25 luglio in Valsusa.

Viviamo in un tempo di vergognose falsificazioni: il terrorismo non è quello praticato dallo Stato genocida di Israele, ma quello dei palestinesi che gli resistono; un gioielliere che ammazza a sangue freddo due rapinatori in fuga e ne prende a calci un terzo già steso per terra compie un eccesso di legittima difesa, mentre un’intera collettività che reagisce a un omicidio poliziesco è una folla di violenti e facinorosi a cui non riconoscere alcuna attenuante. In questa logica a devastare la Valsusa può ben essere il movimento No Tav…

Mentre i media e l’intero arco della politica istituzionale si uniscono in un coro unanime di criminalizzazione e di condanna, il governo Meloni ne approfitta per ulteriori strette liberticide. Dopo aver introdotto il carcere per dei semplici blocchi stradali; dopo le numerose fattispecie di “terrorismo” (compreso il “terrorismo della parola”), si vogliono ora introdurre il “terrorismo di piazza”, l’“associazione a delinquere” applicata ai movimenti di resistenza e persino la legalizzazione del riconoscimento facciale basato sull’Intelligenza Artificiale. Come se a governare fossero i sindacati di polizia!

I movimenti di lotta si confrontano, ricercano e sperimentano i metodi più giusti ed efficaci per contrastare le politiche di devastazione ambientale e di guerra, ma devono essere uniti da tre condizioni imprescindibili: non confondere devastatori e devastati; non utilizzare il linguaggio del potere; non far mai mancare la solidarietà a chi viene criminalizzato e represso.

Trento, 31 luglio 2026

Comitato No Tav di Trento

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SECRET CIA BLACK SITE At Night ASMR Relaxing Ambience TRUE SOUND #sleep #asmr #relax #audio #scifi

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Help this channel: https://tinyurl.com/asbesto

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NOTE: the CIA ROOM is just a joke :)

This is a room we cleaned and my friend @iu8ojt162 took this picture a while ago. The room had some sort of CIA black site vibe: no windows, neon light, a ventilation shaft, and nothing else. We put a bed inside just to take this... disturbing picture of me laying on the bed :)

I recorded this audio at 02:00 of an undefined night here.

About 3 Hours non stop of true full recording.
Absolutely no loops.

Recorded with ZOOM H2N, Stereo

Photo (C) by Marco Ascrizzi @iu8ojt162

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CACCIA, WWF ITALIA SCRIVE ALLE REGIONI: SOSPENDERLA NEL MESE DI SETTEMBRE

Il WWF Italia ha inviato alle Regioni italiane una formale istanza chiedendo “l’adozione di provvedimenti urgenti di sospensione o limitazione dell’attività venatoria nel mese di settembre, in considerazione delle eccezionali condizioni climatiche che stanno interessando gran parte del Paese”. Temperature record, prolungata assenza di precipitazioni, grave deficit idrico, incendi boschivi sempre più frequenti e diffusi “stanno mettendo in forte difficoltà gli ecosistemi e la fauna selvatica, proprio nel periodo in cui molte specie affrontano una fase particolarmente delicata del proprio ciclo biologico”, segnala il WWF. “Se, come effettivamente stiamo riscontrando tutti, si stanno determinando situazioni emergenziali, queste devono valere per tutti. Sarebbe veramente contraddittorio se, mentre le amministrazioni pubbliche adottano misure straordinarie per fronteggiare gli effetti della crisi climatica sull’agricoltura, sulle risorse idriche e sugli allevamenti, non venissero assunti analoghi provvedimenti a tutela degli animali selvatici, anch’essi colpiti dalle stesse condizioni ambientali”, aggiunge l’associazione.

(Testo Wwf riportato da Dire)

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GOVERNO: CONSULTAZIONE PER TRASFORMARE PLASTICHE IN RISORSE

Al via la consultazione pubblica sullo schema di regolamento che disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste) delle plastiche accidentalmente pescate e volontariamente raccolte in mare, nei laghi, nei fiumi e nelle lagune. L’iniziativa – riporta Energia Oltre – consentirà di raccogliere osservazioni e contributi da parte di istituzioni, operatori e stakeholder per arrivare alla versione finale del provvedimento. “Rafforziamo il percorso verso un’economia sempre più circolare. Vogliamo trasformare le plastiche recuperate nelle nostre acque da rifiuto a risorsa, garantendo regole chiare, sicurezza e tutela dell’Ambiente. Il confronto con i soggetti interessati ci permetterà di arrivare a un testo condiviso ed efficace”, ha commentato il viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Vannia Gava.

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Il governo del Benin blocca il Forum Sociale Mondiale: solidarietà ai movimenti di 108 Paesi

Sono ore di forte incertezza per le migliaia di attivisti e attiviste, di ben 108 Paesi, che si trovano a Cotonou, in Benin, per il Forum Sociale Mondiale. Il governo del Benin, senza dare alcuna motivazione ufficiale, ha per il momento impedito che il FSM si potesse svolgere secondo il calendario concordato. Diversi attivisti e attiviste dei movimenti africani che arrivavano in Benin tramite carovane sono stati bloccati e in alcuni casi espulsi. Il governo del Benin sta promuovendo una svolta autoritaria inaccettabile e non vuole che i movimenti africani si incontrino con quelli degli altri continenti.

È la prima volta che un Forum Sociale Mondiale viene impedito con atti unilaterali. Il Forum si sta tenendo comunque in aree diverse della città, in parchi e sale pubbliche: così almeno provano a fare gli attivisti e le attiviste che non accettano di piegarsi alla censura e al divieto di esprimere liberamente il proprio pensiero.

L’Africa non è solo il continente d’immense ricchezze rubate ai popoli dal neoliberismo e dal colonialismo, vecchio e nuovo. È in primo luogo un continente giovane (più della metà è sotto i 20 anni) ed esiste una società civile combattiva, aperta al futuro, tesa a lottare per un’Africa ed un mondo diverso e più giusto.

Esprimiamo per questo piena solidarietà agli attivisti e alle attiviste e ci auguriamo che nelle prossime ore le autorità siano in grado di garantire l’agibilità e il diritto di riunirsi pacificamente ai movimenti sociali di tutto il mondo che sono oggi a Cotonou.

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SCIOPERO LAVORATORI ASA SPA E RISCHIO MALORI PER IL CALDO ECCESSIVO. L’AZIENDA VUOLE PUNIRE I LAVORATORI CHE HANNO SCIOPERATO? VENERDI’ 7 AGOSTO CONFERENZA STAMPA DAVANTI AL COMUNE

In queste settimane di caldo estremo, l’Unione Sindacale di Base ha promosso decine di interventi in altrettante aziende, per ottenere opportune misure di mitigazione contro il rischio stress termico per i lavoratori che operano in condizioni critiche. Purtroppo, non tutte le realtà hanno deciso di adottare interventi sufficienti. Una di esse è la partecipata ASA Spa e le società collegate del gruppo.
Anche grazie alla proclamazione e al successivo sciopero, effettuato il giorno 31 luglio, la dirigenza aziendale ha iniziato a mettere in campo alcuni interventi per salvaguardare la salute e la sicurezza degli operatori.
Contemporaneamente siamo venuti a conoscenza della volontà di sanzionare i lavoratori che hanno aderito allo sciopero del 31 luglio esercitando un proprio diritto costituzionale. Tutto ciò perché la Commissione di Garanzia, attraverso un procedimento non è ancora concluso, ha eccepito alcune “irregolarità” rispetto alla tempistica della proclamazione. Irregolarità che stiamo contestando con forza. Proprio per queste ragioni una delegazione di lavoratori ASA e Giunti Srl era presente a Roma davanti alla sede della Commissione di Garanzia.
Punire i lavoratori per uno sciopero sarebbe un fatto gravissimo a maggior ragione per un’azienda a maggioranza pubblica.
Anche qualora la commissione dovesse effettivamente sanzionare il nostro sindacato, non certo a causa di un nostro effettivo errore ma solo per la volontà di colpire l’unica organizzazione che si è attivata su questo tema, non vi sarebbe nessun obbligo di procedere con contestazioni disciplinari nei confronti dei singoli lavoratori.
Inoltre, i servizi minimi e le emergenze sono stati garantiti per tutta la giornata di astensione del lavoro. Quindi, in quel caso, ci sarebbe solo la volontà di “vendicarsi” nei confronti di chi ha avuto il coraggio di alzare la testa e protestare costringendo la dirigenza ad interventi concreti.
Cosa ne pensa il socio pubblico di questo atteggiamento? È normale colpire i lavoratori che scioperano?

Ne parleremo nel dettaglio, durante una conferenza stampa il giorno venerdì 7 agosto dalle ore 11:30 davanti al Comune. Sarà anche l’occasione per fare il punto su tutti gli interventi effettuati in merito al caldo estremo nei luoghi di lavoro. Dal porto alla logistica, dalle fabbriche ai cantieri edili.

USB Livorno

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CIBO PER ANIMALI, LA SPAGNOLA COTECNICA ACQUISTA LIFE PET CARE

La cooperativa agroalimentare spagnola Cotecnica, proprietaria del marchio Ownat e specializzata in alimenti naturali per animali domestici, ha perfezionato l’acquisizione di Life Pet Care srl, azienda con sede a Civitella in Val di Chiana (Arezzo), proprietaria del marchio Life Natural. La società aretina nel 2025 ha registrato un fatturato di 40 milioni di euro. Per Cotecnica l’acquisizione è un passo per consolidare la propria presenza nel mercato italiano, considerato area di sviluppo prioritaria, pere creare nuove sinergie commerciali a livello internazionale. Life Pet Care manterrà il marchio, le attività operative e l’intero team, garantendo continuità al progetto aziendale. L’azienda italiana è presente su mercati esteri come Emirati Arabi Uniti, Polonia, Grecia e Lettonia, ma il mercato principale resta quello nazionale italiano. Con l’acquisizione Cotecnica rafforza il proprio percorso di crescita nel settore del pet food: la cooperativa spagnola nel 2025 ha registrato ricavi superiori a 169 milioni di euro, con la divisione internazionale che rappresentava il 66% delle vendite. “Questa acquisizione è in linea con il nostro piano strategico di crescita internazionale e ci consente di compiere un significativo passo avanti in Europa”, ha dichiarato l’ad di Cotecnica David Sánchez, sottolineando il valore dell’integrazione di un marchio specializzato in alimenti naturali e complementari per animali. Fondata nel 1982 e con sede a Bellpuig, in Spagna, Cotecnica opera nella nutrizione animale, ha 190 dipendenti e propone oltre 250 prodotti nella divisione pet food.

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CACCIA ALLE BALENE, 21 ATTIVISTI ESPULSI DALL’ISLANDA

Le autorità islandesi hanno ordinato l’espulsione dei 21 passeggeri di una nave appartenente alla fondazione dell’attivista per i diritti degli animali Paul Watson, abbordata la scorsa settimana durante una protesta contro la caccia alle balene. Lo ha riferito oggi la polizia islandese all’Afp. La Bandero è stata abbordata nella notte tra giovedì e venerdì scorsi al largo delle coste islandesi, con 21 persone a bordo, dopo aver tentato di ostacolare la Hvalur 9, una delle ultime baleniere ancora operative nel Paese. “Tutti i membri dell’equipaggio della Bandero sono stati informati di un ordine di espulsione con divieto di ritorno”, ha dichiarato all’Afp il portavoce della polizia Gunnar Runar Sveinbjörnsson. Secondo l’elenco fornito all’Afp dalla fondazione, a bordo della Bandero si trovavano cinque americani, quattro brasiliani, tre francesi, due spagnoli, un australiano, un belga, un canadese, un tedesco, un britannico, uno svizzero e un cittadino di Trinidad e Tobago.

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“Un fiore per il Prato”, una cena solidale per riqualificare il centro

Una cena di beneficenza per contribuire alla riqualificazione del Centro “Il Prato”, realtà livornese impegnata quotidianamente al fianco di persone con disabilità, anziani e famiglie. È questo l’obiettivo di “Un fiore per il Prato”, l’iniziativa promossa dalla Sezione Soci Unicoop Firenze di Livorno insieme all’associazione Reset Livorno.

L’appuntamento è per venerdì 4 settembre 2026, a partire dalle 19.15, presso i Bagni Lido, in viale Italia 126 a Livorno. Il ricavato della serata sarà destinato ai lavori di ristrutturazione e riqualificazione del Centro “Il Prato”, in viale Carducci 31.

Una raccolta fondi progettata da tempo, nell’ambito del rapporto di collaborazione costruito dalla Sezione Soci con associazioni ed enti impegnati nel sociale, nella cultura e nella solidarietà. Un’iniziativa che oggi assume un valore ancora più forte alla luce dei recenti atti vandalici subiti dal centro e dall’area circostante.

Quanto accaduto ha infatti reso ancora più urgente intervenire per restituire dignità, sicurezza e piena funzionalità a uno spazio prezioso per tutta la comunità. La Sezione Soci Coop di Livorno esprime una ferma condanna per questi gesti e la propria vicinanza alle persone che frequentano il centro, alle loro famiglie e a tutti coloro che ogni giorno vi operano con impegno.

Costruire dove è stato distrutto e ripartire da dove c’è più bisogno è il messaggio che accompagna la serata. Partecipare alla cena significherà quindi non soltanto sostenere economicamente i lavori, ma anche offrire una risposta collettiva e concreta a quanto accaduto.

Il programma prevede l’ingresso dei partecipanti alle 19.15, il brindisi di benvenuto alle 19.30 e la cena alle 20.30. Il menù comprende risotto di mare, penne cacciuccate, cartoccio di mare con verdure, cocomero, acqua e vino. Il contributo richiesto è di 20 euro, grazie alla disponibilità gratuita dei Bagni Lido (Famiglia Ganni), del Ristorante (Famiglia Cammellini) e del contributo di DIERRE Fruit.

Per prenotare è possibile contattare Alessandra al numero 338 1005399, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20. Al momento della prenotazione dovranno essere segnalate eventuali intolleranze alimentari.

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Advanced Mini-laboratories Automate Space Station Research

2 Min Read

Advanced Mini-laboratories Automate Space Station Research

NASA astronaut and Expedition 71 Flight Engineer Tracy C. Dyson swaps out sample processors for the Pharmaceutical In-space Laboratory experiment that is exploring the production and manufacturing of medicines to benefit astronauts in space and humans on Earth. The processors were installed in the Advanced Space Experiment Processor, or ADSEP, that can process a variety of research samples and be delivered to the International Space Station and returned to Earth aboard the SpaceX Dragon cargo craft.
NASA astronaut Tracy C. Dyson swaps out sample processors in the Advanced Space Experiment Processor (ADSEP).
Credits: NASA

The International Space Station hosts hundreds of science experiments at a time. Some experiments can take hours to perform, and researchers need to account for astronauts’ limited time. Fully automated devices, like Redwire’s  ADvanced Space Experiment Processors (ADSEPs), have been designed to conduct more space science with less crew time.

Within each ADSEP facility there are three to four “mini-laboratories”, called cassettes, that allow multiple studies with different needs to be performed at the same time. The latest model, ADSEP-4 can accommodate four cassettes and features imagery capabilities. Since 2017, ADSEPs have conducted and supported two dozen investigations aboard space station with new ones on the horizon.

Close-up microscope image of transparent, hexagonal and cubic crystals against a warm orange-pink background.
Crystals are grown aboard the International Space Station as part of ADSEP-PIL-02, an investigation that aims to study the effects of microgravity on various types of crystals.
Redwire

The latest ADSEP investigations are related to growing seed crystals in space, which can be used to reformulate existing drugs or develop entirely new therapeutics. Previous experiments have shown that the unique microgravity environment allows the growth of larger and higher quality crystals. With Redwire’s Pharmaceutical In-Space Laboratory (PIL-BOX), a cassette-based system that uses the ADSEP facility, researchers can grow improved, space-grown seed crystals.

Adenot, wearing light blue polo shirt and black cargo pants, smiles as she holds a gray cassette the size of a lunchbox. The surrounding walls, ceiling, and floor are covered with cables, cameras, laptops, storage bags, and research equipment.
European Space Agency (ESA) astronaut Sophie Adenot displays a cassette for the ADvanced Space Experiment Processor (ADSEP).
NASA

Notable PIL-BOX experiments sponsored by the ISS National Laboratory have focused on cancer research. The ADSEP-PIL-10 investigation, currently being conducted in orbit in collaboration with the Aspera Biomedicines, works to crystallize cancer-blocking and cancer-promoting molecules with the goal of creating an oral cancer medication. ADSEP-PIL-15 crystalized cancer-treating medicines to help refine production, quality, and stability of these cancer drugs. A recent technology demonstration, ADSEP- ICC (Industrial Crystallization Cassette), tested a larger cassette to expand ADSEP function and scale crystallization production for commercial use.

Image of several juvenile bobtail squid suspended in water against a light background. The small, translucent squid have rounded, oblong bodies covered with tiny brown pigment spots and have tiny tentacles extending just below their round black eyes. Four squid are in the forefront in focus while several others are blurred in the background.
Juvenile bobtail squid swimming in seawater just after hatching as part of the ADSEP-UMAMI investigation.
University of Florida

ADSEPs are not limited to crystal growth and can also be used for culturing cells and tissues, studying organisms, and researching materials-sciences. In 2021, ADSEP-UMAMI studied how bobtail squid interacted with beneficial microbes in the space environment. This research found that symbiotic interactions with microbes can lessen a host animal’s stress responses caused by spaceflight and accelerate developmental pathways such as growing neurons and tissues. These findings give insight into the importance of symbiotic relationships in closed ecosystems like spacecraft and have implications for astronauts and their own beneficial bacteria during space missions.

The automation and versatility of ADSEPs permit a wide array of science experiments to be conducted aboard the orbiting laboratory, leading to findings that inform future space missions and are beneficial to people on Earth.

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Advanced Mini-laboratories Automate Space Station Research

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NASA astronaut and Expedition 71 Flight Engineer Tracy C. Dyson swaps out sample processors for the Pharmaceutical In-space Laboratory experiment that is exploring the production and manufacturing of medicines to benefit astronauts in space and humans on Earth. The processors were installed in the Advanced Space Experiment Processor, or ADSEP, that can process a variety of research samples and be delivered to the International Space Station and returned to Earth aboard the SpaceX Dragon cargo craft.
NASA astronaut Tracy C. Dyson swaps out sample processors in the Advanced Space Experiment Processor (ADSEP).
Credits: NASA

The International Space Station hosts hundreds of science experiments at a time. Some experiments can take hours to perform, and researchers need to account for astronauts’ limited time. Fully automated devices, like Redwire’s  ADvanced Space Experiment Processors (ADSEPs), have been designed to conduct more space science with less crew time.

Within each ADSEP facility there are three to four “mini-laboratories”, called cassettes, that allow multiple studies with different needs to be performed at the same time. The latest model, ADSEP-4 can accommodate four cassettes and features imagery capabilities. Since 2017, ADSEPs have conducted and supported two dozen investigations aboard space station with new ones on the horizon.

Close-up microscope image of transparent, hexagonal and cubic crystals against a warm orange-pink background.
Crystals are grown aboard the International Space Station as part of ADSEP-PIL-02, an investigation that aims to study the effects of microgravity on various types of crystals.
Redwire

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Adenot, wearing light blue polo shirt and black cargo pants, smiles as she holds a gray cassette the size of a lunchbox. The surrounding walls, ceiling, and floor are covered with cables, cameras, laptops, storage bags, and research equipment.
European Space Agency (ESA) astronaut Sophie Adenot displays a cassette for the ADvanced Space Experiment Processor (ADSEP).
NASA

Notable PIL-BOX experiments sponsored by the ISS National Laboratory have focused on cancer research. The ADSEP-PIL-10 investigation, currently being conducted in orbit in collaboration with the Aspera Biomedicines, works to crystallize cancer-blocking and cancer-promoting molecules with the goal of creating an oral cancer medication. ADSEP-PIL-15 crystalized cancer-treating medicines to help refine production, quality, and stability of these cancer drugs. A recent technology demonstration, ADSEP- ICC (Industrial Crystallization Cassette), tested a larger cassette to expand ADSEP function and scale crystallization production for commercial use.

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University of Florida

ADSEPs are not limited to crystal growth and can also be used for culturing cells and tissues, studying organisms, and researching materials-sciences. In 2021, ADSEP-UMAMI studied how bobtail squid interacted with beneficial microbes in the space environment. This research found that symbiotic interactions with microbes can lessen a host animal’s stress responses caused by spaceflight and accelerate developmental pathways such as growing neurons and tissues. These findings give insight into the importance of symbiotic relationships in closed ecosystems like spacecraft and have implications for astronauts and their own beneficial bacteria during space missions.

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China jails retired defence tech overseer for 10 years in US$6.3m corruption case

A former senior Chinese defence official has been sentenced to 10 years in prison for accepting over 43 million yuan (US$6.3 million) in bribes, as China’s anti-corruption drive continues it sweep through the military sector. Zhang Jianhua, former deputy head of China’s State Administration of Science, Technology and Industry for National Defence, was sentenced on Wednesday by the Dazhou Intermediate People’s Court in Sichuan province, according to state news agency Xinhua. The court was told...

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Most Ridiculous Summer Fails EVER | 100% Stupid and Naughty

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Summer's best 😭☀️ ►►► Submit your videos for the chance to be featured 🔗 https://www.failarmy.com/pages/submit-video ▼ Follow us for more fails! https://linktr.ee/failarmy

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In the news: New Linux Flaw Lets Attackers Escape VMs; Three Lines of Code…

In the news: New Linux Flaw Lets Attackers Escape VMs; Three Lines of Code Improve Linux Storage Performance; AUR Hit Again with Malicious Packages; Alpine Linux 3.24 Features Fresh Desktops and a Newer Kernel; EU Open Source Strategy Plays Key Role in Tech Sovereignty Package; Linux Foundation Report Indicates AI Driving Tech Hiring; and United Nations Open Source Portal Goes Live.

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TV SELECO SP170: Nicola ripara GUASTi, DIFETTI e CORREGGE ERRORI!!! #seleco #vlog #diy #repair #tv

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Questo video e' relativo al TV SELECO SP170...
L'avevo messo sicurezza in un precedente video, ha funzionato benissimo per MESI, dopodiche' ESSO SI RUPPE. Cio' e' tragico!

Nicola @nicolagiampietro6424, dopo aver scovato un guasto incredibilmente complicato, sistema altre magagne, tra cui un difetto di progettazione per migliorare la qualita' video!!!

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Commentaires sur Les Framactus – Juillet 2026 par Raymond B

Juste une idée qui est aussi une question existe t il un fond commun de soutien aux logiciels libres ? L’idée serait de donner / cotiser pontuellement ou pas à un fond aux quels les dev pourraient avoir recours pour soutenir leurs appli / logiciels plutôt que donner à 123 entités différentes. Oui je sais c’est un brin centralisateur mais quand faut manger des fois on plie (un peu) devant l’efficacité

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Elon Musk: “Tra dieci anni il denaro potrebbe non servire più”

Elon Musk immagina un futuro nel quale lo Stato accredita denaro direttamente sui conti dei cittadini, l’inflazione scompare e lavorare diventa una scelta. A produrre quasi tutto penseranno l’intelligenza artificiale e i robot. È lo scenario descritto da Musk durante una lunga intervista concessa a Zanny Minton Beddoes, direttrice dell’Economist, registrata il 20 luglio 2026.

Secondo il fondatore di Tesla e SpaceX, entro una decina d’anni il denaro potrebbe perdere gran parte della propria importanza. Alla base di questa previsione c’è un cambiamento ancora più radicale. Secondo Musk, entro i prossimi dieci anni il mondo sarà dominato da una “quantità soverchiante” di intelligenza artificiale, molto più grande della somma di tutte le intelligenze umane. Il sorpasso potrebbe avvenire già entro cinque anni, a meno che un evento catastrofico, come una “guerra nucleare massiccia”, interrompa la rivoluzione in corso. Come cambierà allora l’equilibrio dei poteri tra uomini e macchine? “Non ci sarà nulla che l’AI non potrà fare meglio degli esseri umani, a parte essere umani”, sostiene Musk. Per questo ritiene “improbabile che gli esseri umani saranno in controllo”. Tra l’intelligenza artificiale e quella umana potrebbe crearsi, secondo il suo paragone, una distanza simile a quella che oggi separa l’intelligenza degli esseri umani da quella degli scimpanzé. Uno scenario che, nelle parole di Musk, dovrebbe entusiasmare più che spaventare, perché potrebbe aprire “un’era di straordinaria abbondanza, nella quale tutti potranno avere qualsiasi cosa desiderino”. “Per cosa vogliamo il denaro?”, domanda Musk. “Per comprare beni e servizi: cibo, case, trasporti, intrattenimento. Ma se robot e intelligenza artificiale saranno in grado di produrre più beni e servizi di quanti ogni essere umano possa consumarne, a cosa servirà ancora il denaro?”

La sua previsione si basa su un aumento della produttività senza precedenti. Fabbriche automatizzate, robot umanoidi e sistemi di intelligenza artificiale potrebbero produrre oggetti e fornire servizi continuamente, con costi sempre più bassi e un bisogno sempre minore di lavoro umano. A quel punto, sostiene Musk, il problema economico principale non sarebbe più l’inflazione, ma la deflazione.

Durante l’intervista, Zanny Minton Beddoes chiede a Musk: come potranno vivere le persone se gran parte dei lavori verrà svolta dalle macchine? E Musk risponde: “Penso che il Tesoro dovrebbe semplicemente emettere assegni per le persone”. Non un reddito minimo destinato esclusivamente a chi si trova in difficoltà, ma quello che Musk definisce un “reddito universale elevato”, in inglese universal high income. (ne avevamo già parlato qui)

La differenza rispetto al reddito universale di base è sostanziale. Il reddito di base garantisce una somma sufficiente a coprire le necessità essenziali, Musk immagina invece una società nella quale l’abbondanza prodotta dalle macchine permetta a tutti di accedere a un livello di vita molto più alto.

L’intervistatrice gli fa notare che distribuire denaro senza una corrispondente entrata fiscale rischierebbe di alimentare l’inflazione, Musk risponde ribaltando il ragionamento, ovvero se la quantità di beni e servizi cresce più velocemente della quantità di denaro in circolazione, i prezzi scendono. “Faccio una previsione”, afferma. “Il problema sarà la deflazione, non l’inflazione. Se la produzione di beni e servizi aumenta più rapidamente dell’offerta di moneta, si avrà deflazione”. In altre parole, il governo potrebbe immettere nuovo denaro nell’economia senza provocare aumenti generalizzati dei prezzi, perché robot e intelligenza artificiale produrrebbero ancora più velocemente case, energia, trasporti, alimenti e servizi. È una previsione, non una legge economica dimostrata, e presuppone che l’enorme produttività delle macchine si traduca davvero in una maggiore disponibilità di beni per tutti: “Il denaro smetterà di essere importante nel 2036”. Musk aveva espresso lo stesso concetto pochi mesi prima, intervenendo all’Abundance Summit organizzato da Peter Diamandis, anche in quell’occasione aveva previsto un “reddito universale elevato” finanziato attraverso l’emissione di denaro pubblico.

Secondo Musk, AI e robot arriveranno a produrre talmente tanto da esaurire buona parte dei desideri materiali umani. In questa economia dell’abbondanza, il valore del denaro diminuirebbe progressivamente, fino a diventare quasi irrilevante. Il paragone utilizzato è quello della società raccontata in Star Trek, nella quale la tecnologia ha superato la scarsità materiale e l’accumulazione di denaro ha perso la funzione che possiede oggi.

Musk immagina un mondo nel quale tutti ricevono un reddito elevato e possono accedere a quasi ogni bene desiderato. Una nuova forma di libertà, in cui il lavoro smette di essere una necessità e torna a essere una scelta, restituendo alle persone ciò che oggi manca più di tutto: il tempo per vivere.

 

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La disuguaglianza oltre i luoghi comuni

Le nostre interviste in collaborazione con Pandora Rivista per capire meglio il mondo di oggi e i nuovi scenari internazionali proseguono con questa intervista alleconomista Maurizio Franzini, che recentemente ha pubblicato il libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni.

L’intervista

a cura di Daniele Molteni e Antonio Francesco Di lauro

Le disuguaglianze economiche che caratterizzano la nostra società non sono né un fenomeno “naturale” né un destino ineluttabile, ma il risultato di idee e istituzioni che le hanno promosse e che continuano a perpetuarle. In questa intervista a Maurizio Franzini – Professore emerito di Politica economica alla “Sapienza” Università di Roma e già Presidente di Istat – ragioniamo sul complesso tema delle disuguaglianze economiche e sociali e sulle possibili strade per contrastarle.

La disuguaglianza indica una disparità di risorse, condizioni di partenza e opportunità concesse a individui o gruppi, che si manifesta soprattutto in ambito sociale, economico e lavorativo. Diversamente da quanto suggerisce la sua definizione, per molti non si tratta più di una frattura da sanare, bensì di un elemento strutturale, un fatto inevitabile. Com’è stato possibile questo ribaltamento semantico?

Maurizio Franzini: Il ribaltamento della prospettiva è legato, innanzitutto, ad una diffusione sistematica di argomenti atti a giustificare la formazione delle disuguaglianze. I principali sono essenzialmente di due tipi. Il primo presenta l’accumulazione di capitale – per quanto sproporzionata – come frutto del solo “merito” individuale, rimandando alla teoria per cui la ricchezza derivi esclusivamente da capacità e da sforzi personali che hanno portato a “conquistarla”. Ma cosa si intende, in quest’ottica, per merito? Io credo che l’espressione, se usata a questi fini, subisca una pericolosa deviazione. Per la seconda tipologia di argomentazioni, le disuguaglianze sarebbero addirittura necessarie, in quanto motore di crescita economica e di sviluppo per tutta la società.

La concentrazione del reddito e della ricchezza personale, in quest’ottica, favorirebbe l’innalzamento del PIL, portando ad un maggiore benessere diffuso. Naturalmente, opporsi a queste argomentazioni non vuol dire necessariamente essere a favore di una uguaglianza “piatta”. C’è pur sempre disuguaglianza e disuguaglianza: essa, infatti, varia non soltanto in termini di intensità, ma anche in base alle modalità con cui si forma. Bisogna ragionare in questi termini se si desidera avere un approccio non viziato da qualche forma di pregiudizio ideologico a favore degli arricchimenti estremi o, all’opposto, contrario anche alla più limitata delle disuguaglianze. Il mondo in cui viviamo non consente la realizzazione di una piena uguaglianza, ma al contempo genera molte disuguaglianze che restano difficili da giustificare.

Prendiamo un esempio: i superricchi da lavoro, cioè coloro che guadagnano redditi elevatissimi come compenso per le loro prestazioni lavorative. Le categorie più diffuse che rientrano in questa fascia sono essenzialmente tre: i manager d’impresa, i professionisti dello sport – peraltro solo di alcuni sport – e le star dello spettacolo. Chiarito che non abbiamo niente contro queste categorie, è lecito interrogarsi sulle condizioni che hanno permesso loro di accedere a redditi tanto elevati e molto spesso di accumulare grandi patrimoni. Sinteticamente: le remunerazioni dei manager delle grandi imprese sono cresciute vertiginosamente in concomitanza con le evoluzioni della finanza e le sue ricadute sulla proprietà dell’impresa. L’affermazione in tempi recenti dei cosiddetti fondi passivi che promettono a quanti affidano loro i propri risparmi o patrimoni nulla più che il rendimento di mercato e che sono azionisti di maggioranza di molte grandi imprese a livello globale ha favorito quella crescita vertiginosa avvenuta a danno di lavoratori e piccoli azionisti, i quali ultimi spesso vedono fortemente indebolito, e in vari modi, anche il loro diritto di voto.

Per quanto riguarda le superstar dello sport e dello spettacolo, la spiegazione va ricercata soprattutto nelle innovazioni tecnologiche. In particolare, l’incremento della potenza degli apparati fonici, che consente una buona acustica anche in un grande stadio – e quindi permette audience enormemente maggiori che in passato – così come le tecniche algoritmiche, con tutte le conseguenze in termini di allargamento dell’audience e di possibilità di sponsorizzazioni sempre più ricche. Quindi, ritornando a uno dei due argomenti di cui abbiamo parlato in precedenza, la differenza non è fatta da un’improvvisa e inarrestabile esplosione di talenti individuali, ma da una rapidissima evoluzione tecnologica (e sociale) che ha nettamente privilegiato alcune categorie.

Nel suo ultimo libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni (Castelvecchi), scritto con Michele Raitano, approfondisce il ruolo di luoghi comuni che nel tempo hanno plasmato in modo decisivo l’immaginario sulla disuguaglianza. Quali elementi emergono come particolarmente decisivi?

Maurizio Franzini: Nel discorso pubblico l’attenzione, già a partire dagli anni Novanta, è stata interamente rivolta alla povertà. Il leitmotiv era questo: il problema è la povertà non la ricchezza, quindi non la disuguaglianza. Ma la ricchezza può essere, di per sé, un problema, specie se è fortemente concentrata e quindi accompagnata a grande disuguaglianza. Ad attenuare ulteriormente l’attenzione per la disuguaglianza ha certamente contribuito il progressivo rafforzamento del messaggio secondo cui l’unico obiettivo è la crescita economica. Grazie ad essa tutti staranno meglio, e non c’è altro problema. Ma non è proprio così, perché non tutti stanno meglio con la crescita e perché contano anche e sotto moltissimi aspetti le distanze tra gli individui, non solo i livelli dei loro redditi.

Non vi è dubbio che non pochi siano genuinamente convinti di queste tesi, ma è ancora meno dubbio che ci siano anche interessi molto forti che perpetuano idee di questo tipo allo scopo di rendere estremamente difficile correggere la rotta che abbiamo intrapreso. Come argomentiamo nel libro, si è diffusa l’idea che ridurre le disuguaglianze è soltanto dannoso (per la crescita) e forse anche impossibile. E si sostiene, in aggiunta, che non vi sarebbe alcun bisogno di ridurre la disuguaglianza perché, negli ultimi tempi, non sarebbe cresciuta. Vi sono ben fondati motivi, indicati nel libro, per sostenere il contrario e, soprattutto, la disuguaglianza non è un problema solo se cresce. L’aspetto forse più preoccupante è che tutti questi argomenti, ripetuti con forte insistenza, finiscono per apparire inconfutabili.

Il rapporto di Oxfam Italia del 2026 evidenzia una crescita allarmante delle disparità economiche e del loro impatto sui sistemi di potere. In che misura queste dinamiche stanno incidendo oggi sugli equilibri democratici?

Maurizio Franzini: È innegabile che ci sia una stretta relazione tra le disuguaglianze e la perdita di rappresentatività nelle democrazie. Un dato che mi ha colpito molto riguarda un’indagine che ha calcolato il numero di miliardari che fanno direttamente attività politica; che non si limitano, quindi, a finanziare e a orientare le campagne elettorali indirettamente. Secondo questa indagine, un miliardario su dieci appartiene a questa categoria. Si arriva dunque alla sparizione di qualsiasi steccato tra l’essere molto ricchi e l’avere molto potere politico. Ci sono altrettanti studi sull’erosione della democrazia, cioè l’indebolimento di alcuni pilastri su cui la democrazia comunemente intesa poggia. Parlo del fatto che, grazie a questa capacità di condizionamento, si possano erodere i famosi check and balance, cioè quelle strutture basate su dispositivi costituzionali che hanno la funzione di limitare concentrazioni di potere smisurato. Ciò mi preoccupa specie perché più creiamo individui che si abituano a questo stato di cose, più perpetuiamo la diffusione di valori che poggiano interamente sul benessere materiale a scapito dell’assetto democratico. Da questo punto di vista, bisogna comprendere che siamo di fronte a un cambiamento antropologico di grande portata.

Come si intrecciano oggi le crisi globali con l’evoluzione delle disuguaglianze interne ai singoli Paesi?

Maurizio Franzini: L’aumento della spesa bellica provoca una sottrazione di risorse da investire in ambito sociale, con tagli consistenti al welfare e all’istruzione. È quasi matematico. Ma non è l’unico modo in cui i conflitti impattano sulla ricchezza. La riduzione di alcune spese sociali si traduce spesso anche in una riduzione immediata del reddito dei lavoratori impegnati in quei settori, con conseguente aumento delle disuguaglianze. Sebbene questo fenomeno riguardi molti Paesi, in alcuni casi crescite demografiche sproporzionate ne hanno ridotto la visibilità, generando comunque un incremento del PIL. In particolar modo, il fenomeno ha interessato Paesi come Cina e India, consentendo loro di accorciare rapidamente le distanze con i Paesi storicamente più sviluppati.

Tuttavia, questo processo non si è rivelato privo di conseguenze: gli squilibri di ricchezza preesistenti hanno visto un’ulteriore impennata a vantaggio di ristrettissime élite. Immaginando di calcolare la disuguaglianza tra tutti i cittadini del mondo, ciò ha provocato un effetto benefico sulla riduzione globale della disuguaglianza dei redditi medi, ma anche un effetto negativo sul livello di disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi. Secondo i dati della Banca Mondiale, i super poveri sono quelli che dispongono di meno di una determinata soglia di reddito giornaliero in potere d’acquisto: nel 1990 ci fu il boom dei super poveri, che portò il loro numero a salire oltre la soglia del 30% della popolazione mondiale. In seguito, a metà del decennio scorso, questa percentuale si ridusse drasticamente al 15%, e il merito principale fu proprio delle politiche di contrasto della povertà assoluta implementate in Cina, dove i super poveri diminuirono di 740 milioni, circa la metà della riduzione complessiva di poveri estremi nel mondo.

Tra gli indicatori di povertà calcolati dalla Banca Mondiale, però, quella appena citata è la soglia giornaliera più bassa. Ce ne sono altre: si calcola quanti vivono con meno di 3 dollari, quanti con meno di 5,50 dollari e quanti con meno di 10 dollari. La cosa che mi ha colpito è che, mentre diminuiva il numero di cinesi sotto la soglia più bassa, aumentava il numero di cinesi sotto i 10 dollari. E non mi pare affatto si possa affermare che loro non siano poveri.

Venendo all’Italia: nel nostro Paese si registrano crescenti divari territoriali e un ampliamento delle condizioni di vulnerabilità. Inoltre, secondo i dati di Eurostat, nel 2024 un lavoratore su dieci è a rischio povertà, un dato superiore alla media europea. La povertà, quindi, non riguarda più solo chi è senza lavoro, ma anche i cosiddetti “working poor”. Qual è il legame tra povertà, qualità del lavoro e disuguaglianze?

Maurizio Franzini: Il fenomeno dei lavoratori a basso salario è sostanzialmente nuovo, ma è diventato molto consistente. Naturalmente, per dire quanti sono i working poor dobbiamo stabilire qual è la soglia al di sotto della quale il reddito del lavoratore si può considerare di povertà, e di nuovo incappiamo nella difficoltà di fissarla in modo univoco. A livello europeo, la soglia è il 60% del reddito o del salario mediano. Ma certamente non è l’unico modo di stabilirla. I lavoratori e le lavoratrici poveri sono quelli che hanno contratti a tempo determinato, sono le donne (soprattutto) soggette al part-time involontario, cioè costrette a lavorare poco senza averlo liberamente scelto; in generale, una percentuale molto rilevante di coloro che hanno un contratto d’impiego a tempo parziale vorrebbero lavorare di più ma si devono accontentare. Dunque, non necessariamente il povero è colui che guadagna poco per ogni ora di lavoro svolto, ma è soprattutto colui che, nell’arco di un anno, non riesce a lavorare abbastanza ore.

Per dare una svolta bisognerebbe, innanzitutto, intervenire sulle modalità contrattuali. Va anche ricordato che per l’istituto di statistica europeo, Eurostat, percepire un salario da povertà non equivale a essere povero. Infatti, si tiene conto del complessivo reddito familiare; se quest’ultimo è sopra il 60% del reddito mediano delle famiglie di un determinato Paese, non si è poveri, quale che sia il salario percepito come lavoratore o lavoratrice. Si utilizza quindi il reddito familiare con l’esito di attenuare la povertà lavorativa riferita al reddito del singolo individuo. Il problema di come e se tenere conto sia del reddito individuale che di quello familiare è molto delicato, ma se si intende dare piena dignità al lavoro e alle persone, la scelta di Eurostat appare insoddisfacente.

Fra i cosiddetti working poor poi molti sono giovani. Questo ci consente di analizzare un altro fenomeno, a mio avviso spesso descritto in maniera inadeguata: quello dei cosiddetti NEET (not in education, employment or training), cioè di giovani che non lavorano, non studiano e non sono in formazione. Secondo la visione nazional-popolare, infatti, si tratta quasi sempre di ragazzi ricchi di famiglia che possono permettersi di fare ciò che vogliono. Oltre gli stereotipi, anche qui c’è però un importante problema di rilevazione del fenomeno. I NEET vengono rilevati con sondaggi che cominciano con la domanda: “hai lavorato nell’ultima settimana? sei andato a qualche corso di formazione nelle ultime quattro settimane?”. Se la risposta è “nessuna delle due”, automaticamente si viene classificati come NEET. Non c’è spazio per tutto ciò che precede l’arco delle quattro settimane, né per chi sta semplicemente attraversando un periodo di momentanea difficoltà. Dunque, per moltissimi la condizione di NEET non è persistente (come lascia invece intendere l’ipotesi del fannullone privilegiato) ma temporanea. E il problema del disagio giovanile è riconducibile non al benessere della famiglia, se non per una quota molto piccola di questi giovani, ma soprattutto al fatto che il mercato del lavoro non offre possibilità ai giovani, o ne offre poche e scadenti.

Questa condizione incide direttamente anche sulla natalità: varie indagini suggeriscono che la gran parte delle giovani coppie desidererebbe avere due figli, ma tutti questi fattori li scoraggiano notevolmente. Il problema dei giovani è molto serio, ed è aggravato anche dal fenomeno della over education: molti entrano nel mercato del lavoro troppo tardi e per svolgere mansioni rispetto alle quali le conoscenze e le competenze che hanno acquisito sono sovrabbondanti. Si parla spesso, a ragione, del fatto che in Italia mancano certe competenze, ma non si parla affatto del fenomeno opposto – che pure esiste.

Su quale modello di ragionamento e di intervento è necessario basarsi, a suo avviso, se si intende ridurre le disuguaglianze in modo concreto?

Maurizio Franzini: Si tratta di un complesso di questioni articolate, ma proverò a delineare alcune delle cose a cui bisognerebbe guardare per dare un indirizzo diverso alle politiche di contrasto di questi fenomeni, senza crogiolarsi nell’idea che il mondo offra a tutti molte opportunità e che la colpa sia di chi non le coglie o non è capace di valorizzarle. Sulle politiche predistributive ci sarebbe un lungo elenco da fare; direi però che certamente occorre accrescere le dotazioni di capitale umano di chi ne ha poco, non per demerito ma per mancanza delle condizioni di partenza necessarie per acquisirlo. Inoltre, la politica dovrebbe migliorare le condizioni concorrenziali dei mercati. È un aspetto che personalmente considero molto sottovalutato: quando ostacoliamo l’ingresso di nuovi soggetti nei mercati, non sappiamo cosa perdiamo, cioè non sappiamo chi resta fuori e cosa sarebbe capace di fare, magari chi resta fuori è più bravo di chi sta già dentro. La società deve rischiare. Sono politiche predistributive anche quelle che mirano a cambiare i rapporti di potere all’interno delle imprese; il fatto che le imprese siano più orientate al valore per gli azionisti – il cosiddetto shareholder value – piuttosto che al valore per tutti i soggetti interessati, fa una differenza rilevante.

Una delle ragioni per cui si dice che la disuguaglianza fa bene alla crescita è che si immagina che se c’è disuguaglianza, c’è risparmio, e se c’è risparmio ci sono investimenti produttivi. La realtà è che il risparmio, spesso, finisce in larghissima parte nei circuiti finanziari e non in quelli produttivi. Intervenire su questo significa, dunque, indirizzare i risparmi verso i circuiti produttivi piuttosto che verso quelli esclusivamente finanziari, ampliando la concorrenza nei mercati e le possibilità di innovazione attraverso investimenti maggiori: una serie di azioni che hanno un impatto molto rilevante sulle disuguaglianze. L’indice di Gini che misura le disuguaglianze, riferito ai redditi guadagnati nei mercati – quindi prima della redistribuzione – alla fine degli anni Ottanta, era dell’ordine del 38%; oggi, dopo una crescita rilevante e sostanzialmente continua, si attesta a più del 50%. Quello che abbiamo avuto, dunque, è che fenomeni relativi al mercato del lavoro, alla concentrazione dei beni e dei servizi e alle rendite reali hanno prodotto questo effetto. E se le cose continuano ad andare così, pensare di correggerle soltanto attraverso la ridistribuzione equivale a un’illusione. In conclusione, parlare di disuguaglianze in un altro modo è una grande sfida culturale, che coinvolge la visione del mondo, il ruolo delle persone, i valori di cui sono portatori e le ragioni da cui dipende il nostro benessere, in ogni sua forma.

(Intervista a cura di Pandora Rivista)

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Cannaflavina A: il flavonoide della cannabis che inibisce fino al 99% la crescita di cellule tumorali

La ricerca sulla cannabis continua a rivelare composti poco conosciuti ma potenzialmente molto interessanti dal punto di vista medico. Tra questi c’è la cannaflavina A, un flavonoide naturalmente presente nella pianta che, secondo i risultati preliminari diffusi dalla società statunitense Standard Seed Corporation (SSC), avrebbe mostrato un’importante attività antiproliferativa contro diverse linee cellulari tumorali durante …
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PONTE SULLO STRETTO, CDM: “S’HA DA FARE, PER MOTIVI IMPERATIVI”

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, ha adottato, ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 4, della direttiva 92/43/CEE, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche, una deliberazione di dichiarazione della sussistenza dei motivi imperativi di rilevante interesse pubblico, legati alla salute dell’uomo e alla sicurezza pubblica, per la realizzazione del collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria. La deliberazione fa seguito agli adempimenti istruttori disciplinati dal decreto-legge 11 marzo 2026, n. 32, ed è fondata sul provvedimento del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica del 2 luglio 2026, relativo alla ricognizione delle valutazioni ambientali e all’assenza di soluzioni alternative, e sul provvedimento del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti del 3 luglio 2026, relativo alle conseguenze dell’opera sulla sicurezza pubblica e sulla salute dell’uomo. Tre siti interessati dall’opera rientrano nella Rete Natura 2000: a fronte dell’incidenza sui relativi habitat sono previste misure di compensazione idonee a garantire la coerenza globale della rete. Il Consiglio dei ministri ha inoltre autorizzato la trasmissione della deliberazione e dei relativi provvedimenti, per informazione e per il tramite del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, alla Commissione europea.

La direttiva 92/43/CEE (direttiva Habitat)  disciplina la deroga per la realizzazione di piani o progetti che, nonostante un esito negativo della valutazione di incidenza (VIncA) e in mancanza di soluzioni alternative, devono comunque essere approvati per motivi imperativi di rilevante interesse pubblico (IROPI), imponendo l’adozione di tutte le misure compensative necessarie per garantire la coerenza globale di Natura 2000.

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Problemi con Spotify su Android: app bloccata o lenta? Non sei solo

Problemi con Spotify su Android: app bloccata o lenta? Non sei solo

Stai riscontrando fastidiosi problemi con Spotify su Android? L'app si blocca, la musica si interrompe o l'interfaccia è diventata lenta? Se hai risposto di sì, sappi che non dipende dal tuo smartphone. Sei in ottima compagnia: un bug sta colpendo un numero sempre maggiore di utenti in tutto il mondo. Infatti il problema è così diffuso che la stessa Spotify ne è perfettamente a conoscenza.

Analizziamo insieme i sintomi più comuni, le possibili cause e cosa puoi fare in attesa di una soluzione ufficiale.

I sintomi del bug: riconosci il problema?

I malfunzionamenti segnalati dagli utenti sono chiari e, con ogni probabilità, ti suoneranno familiari. Molti lamentano un'esperienza d'uso peggiorata in modo progressivo, che ha trasformato un'app un tempo fluida in una fonte di frustrazione.

Ecco i problemi con Spotify su Android più comuni:

  • Caricamenti infiniti: l'app impiega molto più tempo del solito ad avviarsi o a caricare contenuti.
  • Interfaccia bloccata: navigare tra i menu diventa un'impresa, con l'app che smette di rispondere ai comandi per alcuni secondi.
  • Interruzione della riproduzione in background: forse il problema più irritante.

La musica si ferma senza un motivo apparente, costringendoti a riaprire l'applicazione per farla ripartire. Purtroppo non è neanche la prima volta che gli utenti riscontrano difficoltà nell'utilizzare l'app. Se ti ritrovi in questa descrizione, continua a leggere per capire perché sta succedendo.

Non è colpa del tuo telefono ma sono problemi di Spotify su Android

Il primo istinto è spesso quello di dare la colpa al proprio dispositivo. In questo caso, però, non è così. I problemi colpiscono una vasta gamma di smartphone, dai top di gamma più recenti ai modelli di fascia media più datati.

Il disagio è così esteso che Spotify ha aperto un thread ufficiale sulla sua community per raccogliere le segnalazioni, confermando che la causa risiede nel codice dell'applicazione. Curiosamente, gli utenti iOS e PC sembrano riscontrare queste difficoltà in forma minore.

Quali sono le cause dei problemi di Spotify su Android?

Sebbene manchi una comunicazione ufficiale sulle cause tecniche, l'ipotesi più accreditata è che l'app sia diventata troppo pesante.

Negli ultimi anni, Spotify ha integrato numerose funzionalità: podcast, audiolibri, nuove interfacce e molto altro. Quando si stratificano nuove funzioni senza un'adeguata ottimizzazione del codice, il risultato è un'applicazione che richiede sempre più risorse. La gestione della memoria del client Android sembra essere il punto debole, causando i rallentamenti e i blocchi che molti utenti stanno sperimentando.

Soluzioni temporanee: cosa puoi provare subito

Nell'attesa di un fix ufficiale per i problemi di Spotify su Android, le soluzioni classiche possono offrire un sollievo momentaneo.

Puoi provare a:

  • Svuotare la cache dell'app dalle impostazioni del telefono.
  • Disinstallare e reinstallare completamente l'app di Spotify.

Diversi utenti hanno confermato che queste procedure aiutano, ma l'effetto è purtroppo temporaneo. Infatti dopo poche ore o qualche giorno di utilizzo, i problemi tendono a ripresentarsi.

Perché queste soluzioni non sono definitive?

La risposta è semplice: queste azioni agiscono sul tuo dispositivo, ma non correggono il problema alla radice, che risiede nel software di Spotify. È come svuotare l'acqua da una barca con una falla: un aiuto momentaneo che non risolve la perdita. La soluzione vera e propria può arrivare solo dagli sviluppatori dell'app con un aggiornamento mirato.

Cosa aspettarsi per risolvere i problemi di Spotify su Android

Qui arriviamo alla nota dolente. Nonostante il problema sia noto e ufficialmente riconosciuto, Spotify non ha ancora fornito una tempistica per il rilascio di un aggiornamento risolutivo. Al momento l'azienda sta raccogliendo feedback, ma tutto tace su una possibile data di rilascio di un patch.

In un mercato competitivo con alternative come YouTube Music e Apple Music, un'esperienza utente scadente è un rischio che Spotify non ci si può permettere a lungo. La speranza è che la pressione della community spinga l'azienda ad agire in fretta.

Per ora, non resta che armarsi di pazienza.

L'articolo Problemi con Spotify su Android: app bloccata o lenta? Non sei solo proviene da sicurezza.net.

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James Talarico Accused Ken Paxton of Voter Fraud. His Own Voter Registration Is Raising Questions.

A man speaks into a handheld microphone, gesturing with his right hand as he addresses an audience inside a wood-paneled room. Framed photos and artwork decorate the wall behind him.
State Rep. James Talarico accused his U.S. Senate opponent, Texas Attorney General Ken Paxton, of voter fraud after a ProPublica-Texas Tribune report. Last week, Paxton hit back with similar accusations. Aiden Gonzalez/The Texas Tribune

Texas state Rep. James Talarico voted in five elections using his parents’ address after purchasing a home for himself nearby, a practice that may have violated state voting laws, ProPublica and The Texas Tribune found.

This comes weeks after Talarico accused Attorney General Ken Paxton, his opponent in the race for U.S. Senate, of voter fraud for similar actions. The news organizations reported in July that Paxton voted using an address where his estranged wife, state Sen. Angela Paxton, said he hasn’t lived for two years.

Paxton has made eradicating voter fraud a cornerstone of his time in office by advocating strict enforcement of the law, including in cases against voters who allegedly used false addresses when casting ballots. Paxton’s campaign has said he is a “lawful, registered Texas voter” but has repeatedly declined to answer detailed questions about his residency and voting history.

Piecing together Talarico’s voting history is more difficult than it is for Paxton. Talarico, unlike the attorney general, redacts his address on the Travis County voter rolls under a state law that allows some public officials to shield personal information for safety reasons. But unredacted records Talarico’s campaign provided the newsrooms show that he listed his parents’ address on his voter registration in November 2021.

He purchased a home in June 2022 but did not change his voter registration address until September 2024, the news organizations’ review of Travis County records shows. The new address is redacted, but Talarico’s campaign previously told the newsrooms that he currently lives and is registered to vote at the north Austin home he owns.

Talarico’s campaign declined to answer questions about his residency and voting history, including when he began living at the home he owns. Campaign spokesperson JT Ennis said “right-wing actors” had made “credible threats” about trying to locate Talarico and his family.

Texas law requires that residents register to vote where they live. This ensures they are voting for those who actually represent them. The provisions of the law, however, are “broad and vague,” said Andrew Cates, a Texas ethics attorney.

Courts have previously ruled that there is no single way to determine a voter’s residence, and prosecuting such cases requires proof that a voter “knowingly” or “intentionally” broke the law.

Given this, Cates said he doubts that either Talarico or Paxton committed voter fraud, but he said Paxton should be held to a higher standard. As the state’s top lawyer, Paxton is responsible for enforcing election laws and has aggressively pursued alleged violators.

“When the top officials go looking for people to skewer for it, and then do it themselves, it really smacks of hypocrisy,” Cates said.

In 2024, Paxton helped oust judges on Texas’ highest criminal court who prevented him from unilaterally prosecuting election crimes. And, two weeks before this year’s primary election, Paxton announced the creation of an election fraud tip line. His office warned Texans that “it is illegal to misrepresent your residence on election records or to establish a residence for the purpose of influencing the outcome of an election.”

Paxton’s unyielding stance on election crimes fueled charges from Talarico and other critics that he considers himself above the law.

“Our Republican secretary of state here in Texas has already said that our elections are safe and secure,” Talarico said at a Houston campaign event last month. “But as our state’s attorney general, Ken Paxton has gone on a voter fraud witch hunt. Turns out, he was committing voter fraud the whole time.”

Last week, Paxton hit back.

In a news release and on social media, Paxton said Talarico broke state law, citing reports from conservative news outlets suggesting the Democrat had not lived in the district for at least a year when he was elected to the Texas House in 2022. Talarico, Paxton said, “blatantly committed election fraud showing a complete disregard for Texas residency requirements.”

Records provided by Talarico’s campaign appear to show that he did comply with residency requirements during the period scrutinized by the conservative outlets.

In October 2021, Talarico announced he would move to the area where he grew up after Republicans redrew his Texas House district to favor their party.

Talarico updated his address to his parents’ home in the new House district on his voter registration, on his driver’s license and with the U.S. Postal Service on Nov. 5, 2021, according to records his campaign provided. Those include a photo of his voter registration application and screenshots of receipts from the Texas Department of Public Safety and USPS. Talarico also rented a 10-foot U-Haul moving truck for six hours that day, according to a screenshot of a receipt.

The changes happened three days before the one-year cutoff, making him eligible to run for that seat.

The records also contradict a claim by one of the conservative outlets that there was no evidence Talarico moved to his parents’ house when he registered to vote there. Paxton seized on that report to accuse Talarico of voter fraud during the 2022 election.

The newsrooms’ findings about Talarico are different because they analyzed the period after the lawmaker purchased a home and found that he continued to vote using his parents’ address. Talarico’s house is in the same county as his parents’ home, which is about 6 miles away. It is in the state House district he represents but in different jurisdictions for some local elections.

Asked about the apparent discrepancy in Talarico’s voter registration and residency, his campaign shifted blame onto the attorney general.

“This is a lame attempt by Ken Paxton to deflect from his own hypocrisy and career of corruption,” Ennis said in a statement, nodding to Paxton’s legal troubles.

Paxton was impeached by the Texas House in 2023 and investigated by the Department of Justice over corruption charges. The state Senate acquitted him, and the federal government dropped its case. Paxton also spent nearly nine years under indictment for felony securities fraud charges that were dropped in 2024.

For his part, Paxton and his campaign on Monday again did not answer questions about the news organizations’ finding that he voted six times over a two-year period while registered at a Collin County home where he appeared to no longer live. It is unclear where Paxton lived during that time, but the publications’ reporting has linked him, and a woman believed to be his girlfriend, to a home in neighboring Denton County since February. As the home is in a different county, voters there select an entirely different slate of local officials than in Collin County.

Paxton spokesperson Madison Cercy doubled down on accusations that Talarico was ineligible to be elected to his seat and also committed voter fraud.

“The only person who has committed voter fraud in the Texas Senate race is James Talarico,” she said. She did not provide evidence of Talarico’s alleged lawbreaking beyond the reports from the conservative outlets.

Matthew Wilson, a political science professor at Southern Methodist University, argued Paxton’s and Talarico’s cases highlight how easy it can be to “run afoul of the letter of the law,” even as Republican lawmakers push for more stringent enforcement of voting restrictions.

“I think it could be reasonably used as a charge of hypocrisy against either of them because both of them have condemned the other for an action quite similar to what they themselves appear to have done,” Wilson said.

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Claude evade (di nuovo) e attacca tre aziende reali

Sembra proprio che tenere a bada i modelli IA sia complicatissimo e Anthropic sta accumulando una certa esperienza nel settore. L’azienda ha infatti rivelato che alcuni modelli della famiglia Claude sono riusciti ad accedere ai sistemi di tre organizzazioni reali durante esercitazioni di sicurezza, trasformando test che avrebbero dovuto svolgersi in ambienti controllati in vere […]

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ZOO DI TOKYO, ALTRI TRE LEONI GRAVI PER IL CALDO

Dopo che tre leonesse sono morte, altri tre leoni sono in condizioni critiche allo zoo di Tama, nella periferia occidentale di Tokyo, a causa di un’ondata di calore record che ha colpito nei giorni scorsi il Giappone. Altri tre animali, due maschi e una femmina, che nonostante le misure di protezione messe in essere nello zoo non riuscivano a reggersi in piedi, sono stati trasferiti dal personale affinchè trascorrano la convalescenza in un recinto interno dotato di condizionatori portatili. Tra il 28 luglio e il 2 agosto scorsi erano morte Mugi, 3 anni, Ichigo, 11 anni, e Ruena, 15 anni. Le autopsie avevano evidenziato una disidratazione grave e sistemica, con una sindrome da disfunzione multiorgano, compatibili con un colpo di calore. L’amministrazione metropolitana, che gestisce il parco, ha commissionato indagini esterne per accertare le cause definitive. La crisi, raccontano i media locali, era iniziata a metà luglio, quando due dei 16 leoni dello zoo (in totale 5 maschi e 11 femmine) hanno manifestato perdita di appetito e letargia. I sintomi si sono poi estesi a dieci animali, alcuni dei quali hanno perso conoscenza. Nonostante le cure con fluidi endovena, ventilatori e nebulizzatori, e la chiusura dell’area espositiva, le tre leonesse non sono riuscite a sopravvivere. L’evento è senza precedenti per lo zoo, che alleva ed espone i felini dal 1964. Il contesto climatico è estremo: secondo l’Agenzia meteorologica giapponese (Jma), 34 località hanno oltrepassato i 40 gradi quest’estate, superando il record di 30 casi registrati nell’intero 2025. Le temperature medie del Giappone occidentale a fine luglio sono state le più alte dal 1946.

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Lead Contamination Is Still a Problem in Omaha. Why Is the City Cleaning Up Some Yards and Not Others?

A child wearing a black headband, pink glasses and a pink shirt holds a baby wearing a white onesie with a dinosaur pattern. They are standing in front of a television and a white table. Behind them is a room with a silver refrigerator bathed in yellow light.
Camila Ortiz González, 7, holds her 8-month-old brother, Isaías, at home in Omaha, Nebraska, in June. Although the Environmental Protection Agency cleaned up their family’s yard in 2012, the Flatwater Free Press and ProPublica tests found levels of lead that are higher than before the agency remediated it. The agency denied their mother’s request to resample the yard. Rebecca S. Gratz for ProPublica

In the last 10 months, residents in neighborhoods across Omaha, Nebraska, have contacted the city and federal government after tests by the Flatwater Free Press and ProPublica showed they had enough of the toxic metal in their yards for the dirt to be dug up and replaced under Environmental Protection Agency rules.

But the responses they’ve received have been inconsistent.

Three of them received new testing and were promised additional cleanup. Yet others were denied a new cleanup or told the news organizations they never heard back. 

One resident said the city tested her yard, found it exceeded the EPA’s lead contamination level and sent her a letter saying cleanup was necessary. Months later the city backtracked, saying she did not qualify because she lived outside the primary cleanup zone. Another said she called 14 times before the city told her it would not retest because she hadn’t built or demolished anything in her yard since the EPA replaced the soil in 2012. 

The EPA and the city have spent decades cleaning up residential properties in east Omaha after a century of pollution from a lead smelter and other factories downtown. The EPA had set a lead level that it uses to determine which properties to clean up, and the news organizations’ tests found these residents’ yards were over the limit.

But the city said that according to EPA rules, it can’t rely on testing by the newsrooms or any other groups to drive testing and cleanup decisions.

Peter Olson thought he was one of the lucky ones. His yard was one of thousands that the federal government had dug up and replaced since cleanup began in 1999. But a Flatwater Free Press and ProPublica soil test conducted in September showed he had too much of the toxic metal in the yard. When his wife contacted the EPA, Olson hoped a federal employee would offer another test and cleanup.

Instead, all the agency could do was examine a small area in the backyard where a deck once stood, according to an email Olson shared from an EPA project manager for the site. The rest of the yard, including an area that was high for lead in the news organizations’ tests, was ineligible, the agency said without explaining why.

The city told Mary Royers it could test her soil because a shed had been demolished and a garage had been built in her backyard, which could have disturbed or uncovered contaminated soil. Unlike with Olson, the city analyzed the whole yard and agreed to clean up several areas around her house. 

Olson said he and his wife agreed to the more limited testing the EPA offered them, though they worry about what might be in the rest of their yard. They’re currently waiting for the testing.

Do You Live in Council Bluffs or Carter Lake, Iowa? Sign Up for Free Lead Testing of Your Soil.

An Omaha lead smelter spread dust that seeped into the soil and bodies of many residents. The EPA spent decades cleaning up the surrounding area — but not Council Bluffs, Carter Lake or Bellevue.

Omahans’ dirt generally qualifies for cleanup if it has more than 400 parts per million of lead in it — about the equivalent of a marble dispersed in a 10-gallon bucket of soil. The EPA adopted that standard in 2009. To date, contractors have dug up and replaced nearly 14,000 yards, mostly in a 27-square-mile area on the city’s east side, which has been declared a federal Superfund site. In 2015, the agency handed over remaining remediation work to Omaha.

Asked about the different responses residents have received, EPA spokesperson Kellen Ashford said in an email that each property is unique, and new sampling depends heavily on whether site conditions have changed because of construction or demolition that might have disturbed or exposed the soil.

“EPA strives to be fair and equitable in its decision-making process while adjusting to changes in agency policies, funding, and cleanup approaches,” he said.

Steve Zivny, who leads Omaha’s Lead Information Office, also said these decisions are made on a case-by-case basis. The city is able to test and clean up within the site but must seek approval from the EPA before doing any work outside those boundaries. The city is paid with settlement money from the smelter and other polluters.

Recently, the city sent letters to some residents outside the boundaries of the Superfund site saying they needed cleanup but reversed course after the EPA said the homes would not qualify, Zivny said.

Amy Haney lives about a half-mile outside the site’s western edge, a boundary the EPA drew by estimating where only a small percentage of homes were likely to have high lead levels. As a result, Haney’s home was never tested. But a Flatwater Free Press and ProPublica test found it had nearly 1.5 times the level that would qualify for a lead cleanup. 

The result felt like a “kick in the gut,” she said. The news organizations tested 35 properties within a three-quarter-mile radius of Haney’s home. Four, including Haney’s house, were above the cleanup level.

Haney contacted the city, which told her the EPA would retest her home this summer.

While the EPA has cleaned up homes outside the site in the past, Ashford said any sampling beyond the site’s bounds right now is for investigative purposes only, and those homeowners may not be eligible for remediation. 

The agency’s priority is cleaning up within the Superfund site as well as properties that impact children, he said.

Even when kids test high for lead, however, the city and the EPA don’t always retest yards.

Sabrina, a north Omaha resident whose soil we tested, said doctors found lead in three of her children. (She asked that her last name not be published to protect their identities.) In 2020, after her daughter’s blood-lead test, the city and a nonprofit replaced windows that contained lead-based paint. But they didn’t test the yard.

The only information Sabrina said she received about the dirt was the EPA test results from 2003 that showed the yard didn’t qualify for cleanup.

“I felt like that was kind of a lazy response,” Sabrina said. Despite the window replacements, doctors have found lead in her other kids’ blood.

The Flatwater Free Press and ProPublica tested her soil in May and found the lead was over the cleanup level and twice as high as the EPA’s 2003 test records showed. 

Sabrina requested a new test, but the city denied it, saying no work had been done on the property and it couldn’t rely on the newsrooms’ results. 

Zivny said the city has asked the EPA to revisit that decision in light of her children’s blood test results.

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Cupra apre gli ordini della Raval: debuttano le VZ per l'Italia, tutti i prezzi - VIDEO

Conclusa la fase di prevendita della Launch Edition (che la Casa definisce "il lancio di maggior successo nella storia del marchio"), Cupra apre gli ordini della gamma completa della Raval, la compatta elettrica su base MEB+ del gruppo Volkswagen, che per il mercato italiano godrà di due versioni VZ esclusive.Motori da 211 a 226 CV, abbinati a una batteria da 52 kWh, prezzi (in promozione) da 31.950 euro. In autunno arriverà anche la variante da 116 CV e prezzi intorno ai 26 mila euro.Quattroruote ha già provato la Cupra Raval: trovate la Prova su strada completa su Quattroruote di agosto, nell'area in abbonamento QPremium e, per sintesi, nel video qui sotto. Qui, invece, potete leggere l'anteprima della prova con i primi numeri. Cupra Raval Edge Plus Presentata a giugno, la versione Edge Plus della Cupra Raval è disponibile con il motore da 155 kW (211 CV) abbinato alla batteria da 52 kWh, per un'autonomia dichiarata di 446 chilometri. La dotazione di serie, sviluppata appositamente per il mercato italiano, prevede la tinta Plasma cangiante per la carrozzeria, i cerchi da 19 e i vetri posteriori oscurati. Nel pacchetto Edge è incluso il climatizzatore bizona, l'ingresso e l'avviamento senza chiave e la Digital Key, l'antifurto volumetrico, la telecamera di parcheggio e i sensori anteriori e posteriori, quattro prese USB-C, funzionalità Vehicle-to-Load e ricarica wireless per gli smartphone. Di serie anche l'impianto audio Premium by Sennheiser, il cavo di ricarica modo 3 e la predisposizione per il gancio di traino. Su richiesta il pacchetto Immersive Design (1.200 euro) per i sedili anteriori sportivi rivestiti in Dinamica con regolazione elettrica e funzione memory per quello del conducente. Cupra Raval VZ Solo per il mercato italiano arrivano le versioni "Veloz", con motore da 166 kW (226 CV) e batteria da 52 kWh, per un'autonomia dichiarata fino a 440 km. La Cupra Raval VZ Century comprende di serie i cerchi da 19" con pneumatici Performance, la vernice opaca Century Bronze, gli interni Feel Design con sedili sportivi in pelle vegana, i fari a matrice di LED, il tetto panoramico, l'impianto audio Sennheiser, la regolazione dinamica dell'assetto DCC Sport, la funzione e-Launch e il differenziale elettronico a slittamento limitato. Il secondo allestimento VZ si chiama Manganese, e riprende di fatto prezzo e contenuti della Launch Edition VZ: oltre a quanto già previsto sulla VZ Century, questo modello aggiunge la guida assistita di livello 2, la telecamera a 360, l'assistente di parcheggio - anche da remoto, volante e sedili riscaldabili. Ancora, sedili CUP Bucket in 3D Knitting, cerchi da 19" con pneumatici Performance e vernice opaca Manganese Matt, con i loghi Cupra in Dark Chrome. Il listino della Cupra Raval Raval Edge Plus 155 kW (211 CV): 38.120 euro (in promozione a 31.950 euro)Raval VZ Century 166 kW (226 CV): 44.120 euro (in promozione a 37.950 euro)Raval VZ Manganese 166 kW (226 CV): 47.770 (in promozione a 39.950 euro)
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MG prepara due novità: arrivano la MG2 e le batterie semisolide sulla MG4 Urban

Entro la fine del 2026 saranno due le novità portate sul mercato italiano da MG: la presentazione della piccola (e attesa) MG2 - anticipata dalla Concept MG GO! - e l'introduzione delle batterie a stato semisolido sulla gamma della nuova MG4 Urban. Due novità "piccole", almeno nelle dimensioni, ma molto importanti: per il marchio anglo-cinese, ma anche per i segmenti in cui si vanno a inserire. Andiamo a scoprirle insieme. MG MG 2 Il modello definitivo non è ancora stato presentato ufficialmente: ad anticiparne le linee al Goodwood Festival of Speed è stata la Concept MG GO! disegnata da Carl Gotham, direttore del centro stile MG di Londra. Un'auto compatta, dai tratti sportivi e accattivanti, con reminiscenze di hot hatch di Mini e Suzuki, ma che in realtà attingono al passato del brand inglese, dai fari tondi della MGB GT del 1965 disegnata da Pininfarina ai grandi alettoni della MG Metro Turbo e della MG ZR. Gli interni sono ancora un mistero L'auto che arriverà nel 2027, e che con ogni probabilità si chiamerà MG2, avrà forme meno vistose e dovrà rinunciare a molti degli elementi più sportivi della concept, tra cui l'estrattore posteriore, l'assetto ribassato e le grandi ruote 245/35 R20 con mozzo centrale. Siete curiosi di vedere gli interni? Anche noi: la concept vista a Goodwood aveva i finestrini completamente oscurati. Per scoprire com'è fatto l'abitacolo toccherà aspettare la presentazione ufficiale del modello, che dovrebbe avvenire nei prossimi mesi. Si muoverà bene in città La MG2 sarà costruita sulla piattaforma Modular Scalable Platform (MSP) già utilizzata per la MGS5 EV. Al momento la Casa non ha diffuso alcuna informazione in merito a powertrain e batterie: considerata la sua destinazione d'uso, ossia il traffico delle città, non è impensabile ipotizzare che il motore abbia una potenza limitata, anche sotto i 100 CV, abbinato ad accumulatori da circa 40 kWh, in grado di assicurare un'autonomia intorno ai 300 chilometri. Costerà meno di 25 mila euro? Il prezzo della MG2 sarà uno degli elementi che contribuiranno al suo successo, anche in Italia: considerata la politica aggressiva di prezzo perseguita fin da subito dal brand anglo-cinese, e dal fatto che il segmento delle compatte elettriche si sta facendo sempre più affollato, ci aspettiamo un listino che potrebbe partire da meno di 25.000 euro. I prezzi definitivi, comunque, non sono ancora stati comunicati.Quando arriva: presentazione entro fine 2026, vendita nel 2027 MG4 Urban Disponibile da qualche settimana in Italia, la MG4 Urban è l'ultimo modello della Casa anglo-cinese: lunga 439 centimetri (10 in più della MG4), nasce su una piattaforma dedicata cell-to-body in cui la batteria (da 43 o 54 kWh lordi) diventa parte strutturale del telaio, aumentandone la rigidità e riducendo il peso. Entro fine anno sarà disponibile anche con batteria allo stato semisolido SolidCore, con una capacità stimata di circa 70 kWh e un'autonomia di oltre 500 km. Spaziosa e ben dotata La MG4 Urban si presenta con linee morbide e un abitacolo spazioso, con un bagagliaio che mette a disposizione fino a 577 litri (dichiarati). A bordo, strumentazione digitale da 7", schermo centrale da 12,8" con Apple CarPlay e Android Auto wireless e ricarica a induzione per gli smartphone. Le motorizzazioni hanno potenze di 110 kW (150 CV) e 118 kW (160 CV), con prezzi che partono da 25.490 euro.Quando arriva: già disponibile, SolidCore entro fine 2026
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Prima svolta dopo un mese di rincari: benzina e gasolio tornano a scendere

I primi segnali positivi provenienti dai mercati petroliferi internazionali iniziano a tradursi in un'inversione di tendenza per benzina e gasolio: secondo Staffetta Quotidiana, "dopo un mese esatto di rialzi ininterrotti, tornano infatti a scendere, seppure leggermente, i prezzi dei carburanti alla pompa".Il motivo è da attribuire agli ultimi sviluppi della crisi in Medio Oriente: la decisione degli Stati Uniti di fermare gli attacchi all'Iran e le speranze sempre più concrete di un imminente accordo di pace hanno prodotto un nuovo crollo delle quotazioni dei prodotti raffinati e, soprattutto, del petrolio, con il Brent sotto gli 80 dollari per la prima volta dal 10 luglio. Prezzi e listini consigliati In particolare, questa mattina 5 agosto il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,997 euro al litro per la benzina (-2 millesimi rispetto a ieri), 2,097 per il gasolio (-3), 0,743 per il Gpl (invariato) e 1,623 euro/kg per il metano (+2). Sulla rete autostradale, la benzina verde è a 2,081 euro al litro (invariato), il diesel a 2,170 (-3), il Gpl a 0,875 (invariato) e il metano a 1,609 (invariato).Ulteriori segnali positivi per le tasche degli automobilisti arrivano dai prezzi consigliati. Staffetta Quotidiana rivela la decisione di IP di ridurre di due centesimi la benzina e di un centesimo il gasolio. Q8 ha tagliato la verde di sei centesimi e il diesel di uno. Tamoil ha invece optato per una riduzione di quattro centesimi limitata alla benzina. Modalità di vendita e marchi Quanto ai dettagli per modalità di vendita, elaborati da Staffetta sulla base delle comunicazioni effettuate ieri dai gestori all'Osservatorio del Mimit, le medie dei prezzi praticati tra rete stradale e autostradale vedono la benzina self service a 2,001 euro al litro (compagnie 2,006, pompe bianche 1,991) e il diesel a 2,102 (2,101; 2,105).Al servito, la benzina verde si attesta a 2,136 euro al litro (2,176; 2,061), il gasolio a 2,241 (2,274; 2,177), il Gpl a 0,751 (0,760; 0,742), il metano a 1,619 (1,611; 1,627) e il Gnl a 1,504 (1,495; 1,511).Lo spaccato dei principali marchi mostra Eni a 2,000 euro al litro sulla benzina self service (2,207 al servito) e 2,078 sul diesel (2,288); IP a 2,019 (2,183) e 2,119 (2,288); Q8 a 2,005 (2,164) e 2,106 (2,273); Tamoil a 1,997 (2,072) e 2,087 (2,173).
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[it, fr, es, other languages] Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione

Riceviamo, traduciamo e diffondiamo:

[it] CONTRO LA GUERRA, CONTRO LA PACE, PER LA RIVOLUZIONE

Oggi non si può più ignorare che guerre, massacri e genocidi si stiano diffondendo e intensificando un po’ ovunque: Congo, Sudan, Yemen, Myanmar, Palestina, Ucraina, Iran, Libano… I governi continuano a inventarsi pretesti per bombardare: attaccare per difendersi, uccidere per proteggere, aggredire per liberare…

In Europa, il discorso sulla cosiddetta «pace eterna» post-guerra fredda ha fatto il suo tempo. Oggi, la propaganda militarista riprende vigore: militari che vanno nelle scuole per promuovere la loro professione; pubblicità sulla difesa ovunque, per strada, su Internet e nei cinema; la lettera di Théo Francken [Ministro belga della Difesa e del Commercio Estero] indirizzata a tutti i diciassettenni per invitarli ad arruolarsi nel servizio militare volontario; consigli per un kit di sopravvivenza; e chi più ne ha più ne metta… Ovunque si impone l’idea secondo cui bisogna prepararsi alla guerra, prepararsi a combattere, prepararsi a «perdere i nostri figli». La guerra sarebbe quindi una fatalità? Non ci sarebbe nessun’altra prospettiva possibile?

La guerra è la fatalità del capitalismo, non la nostra!

Perché quando il sistema capitalista è in crisi, la guerra è una delle sue «soluzioni», che offre al sistema economico un meccanismo di distruzione/ricostruzione e di controllo sociale.

Il sistema capitalista ha bisogno della guerra, e questo per molte ragioni. Per «mettere in sicurezza» e appropriarsi di territori; per ottenere il controllo delle risorse naturali; per distogliere l’attenzione delle popolazioni dalle tensioni politiche interne e dalla crescente miseria; per creare un senso di «unione» di fronte a un nemico esterno e rafforzare il patriottismo; per disciplinare la popolazione, in particolare emarginando e reprimendo coloro che sono considerati una minaccia; per reprimere rivoluzioni e movimenti sociali, come ad esempio in Siria o in Sudan; per giustificare il rafforzamento delle strutture statali, la sorveglianza e l’aumento dei bilanci militari, creando così un’«economia di guerra» – che risulta molto utile anche al di fuori dei periodi di conflitto sul territorio. E poi la guerra è redditizia. Se c’è qualcuno che esce sempre vincitore dalle guerre, è proprio l’industria degli armamenti!

La guerra non sarà mai nel nostro interesse – e poiché il sistema non può sopravvivere senza di essa, una soluzione s’impone: distruggere questo sistema!

È essenziale lottare qui, con i nostri mezzi e alla nostra scala: organizziamoci senza autorità, decentralizziamo la lotta, rendiamo autonomi noi stessi e le nostre lotte dallo Stato.

Sabotiamo la macchina di guerra; opponiamoci alle guerre di tutti gli Stati; sosteniamo i disertori di tutto il mondo; solidarizziamo con le lotte e le rivolte; prendiamo di mira le industrie degli armamenti; rifiutiamo di partecipare allo sforzo bellico; resistiamo alla propaganda; diffondiamo idee antimilitariste; difendiamo una prospettiva internazionalista.

Di fronte alla legge del più forte, opponiamo la solidarietà e l’aiuto reciproco.

Di fronte all’ingiunzione di difendere questo sistema contro un nemico esterno, opponiamo l’attacco contro chi ci opprime.

Di fronte alla macchina di morte, lottiamo per una vita libera.

Contro la guerra, contro la «pace», per la rivoluzione.

Assemblea antimilitarista a Bruxelles


[fr] CONTRE LA GUERRE, CONTRE LA « PAIX », POUR LA RÉVOLUTION

Aujourd’hui, on ne peut plus ignorer que les guerres, massacres, génocides se répandent et s’intensifient un peu partout : Congo, Soudan, Yémen, Myanmar, Palestine, Ukraine, Iran, Liban,… Les gouvernements continuent à s’inventer des excuses pour bombarder : attaquer pour se défendre, tuer pour protéger, agresser pour libérer…

En Europe, le discours sur la soi-disant « paix éternelle » post-guerre froide a fait son temps. Aujourd’hui, la propagande militariste reprend : des militaires qui vont dans les écoles pour vendre leur métier ; de la pub pour la défense partout, dans la rue, sur internet et dans les cinémas ; la lettre de Théo Francken [Ministre belge de la Défense et du Commerce Extérieur] adressée à tous les jeunes de 17 ans pour les inviter à s’engager pour un service militaire volontaire ; des conseils pour un kit de survie ; et on en passe… Partout, s’impose l’idée selon laquelle on doit se préparer à la guerre, se préparer à se battre, se préparer à « perdre nos enfants ». La guerre serait donc une fatalité ? Aucune autre perspective ne serait envisageable ?

La guerre est la fatalité du capitalisme, pas la nôtre !

Parce que quand le système capitaliste est en crise, la guerre est une de ses « solutions », offrant au système économique un mécanisme de destruction/reconstruction et de contrôle social.

Le système capitaliste a besoin de la guerre, et ce pour plein de raisons. Pour « sécuriser » et s’approprier des territoires ; pour avoir la mainmise sur des ressources naturelles ; pour détourner l’attention des populations des tensions politiques internes et la misère croissantes ; pour fabriquer « l’union » face à un ennemi extérieur et asseoir le patriotisme ; pour discipliner la population, notamment en marginalisant et en réprimant ceux et celles considérées comme menaçantes ; pour mater les révolutions et les mouvements sociaux, comme par exemple en Syrie ou au Soudan ; pour justifier le renforcement des structures de l’État, la surveillance et l’augmentation des budgets militaires, créant alors une « économie de guerre » – qui est bien utile aussi en dehors des périodes de conflits sur le territoire. Et puis la guerre, c’est lucratif. S’il y a bien quelqu’un qui est toujours vainqueur des guerres, c’est l’industrie de l’armement !

La guerre ne sera jamais dans notre intérêt – et comme le système ne peut survivre sans elle, une solution s’impose : détruire ce système !

Il est essentiel de lutter ici, par nos propres moyens et à notre échelle : organisons-nous sans autorité, décentralisons la lutte, autonomisons-nous et nos luttes de l’État.

Sabotons la machine de guerre ; opposons-nous aux guerres de tous les États ; soutenons les déserteurs du monde entier ; soyons solidaires des luttes et révoltes ; attaquons-nous aux industries de l’armement ; refusons de participer à l’effort de guerre ; résistons à la propagande ; diffusons des idées antimilitaristes ; défendons une perspective internationaliste.

Face à la loi du plus fort, opposons la solidarité et l’entraide.
Face à l’injonction de défendre ce système contre un ennemi extérieur, opposons l’attaque contre ceux qui nous oppriment.
Face à la machine de mort, luttons pour une vie de liberté.

Contre la guerre, contre la « paix », pour la révolution.

Assemblée antimilitariste à Bruxelles


[es] NI GUERRA NI “PAZ”, REVOLUCIÓN

¡Ni carne de cañón Ni carne de obra! A la mierda la guerra Viva la revolución

Hoy ya no podemos ignorar que las guerras, las masacres y los genocidios se extienden y se intensifican por doquier: Congo, Sudán, Yemen, Myanmar, Palestina, Ucrania, Irán, Líbano… Los gobiernos siguen inventando excusas para bombardear: atacar para defender, matar para proteger, atacar para liberar…

En Europa, el discurso sobre la supuesta “paz eterna” tras la Guerra Fría tuvo su momento. Hoy, la propaganda militarista resurge: soldados que visitan escuelas para promover la profesión; propaganda de defensa por doquier, en las calles, en internet y en los cines; la carta de Théo Francken [Ministro belga de Defensa y Comercio Exterior] dirigida a todos los jóvenes de 17 años invitándolos a alistarse en el servicio militar voluntario; consejos sobre kits de supervivencia; y así sucesivamente… Por todas partes, imponen la idea de que hay que prepararse para la guerra, prepararse para luchar, prepararse para “perder a los hijos”. ¿Es inevitable la guerra? ¿No podemos imaginar otra perspectiva posible?

¡La guerra es la inevitabilidad del capitalismo, no la nuestra!

Porque cuando el sistema capitalista está en crisis, la guerra es una de las “soluciones”, proporcionando al sistema económico un mecanismo de destrucción, reconstrucción y control social.

El sistema capitalista necesita la guerra por muchas razones: para “asegurar” y apropiarse de territorios; para controlar los recursos naturales; para desviar la atención de la población de las crecientes tensiones políticas internas y la miseria; para crear “unidad” frente a un enemigo externo y fomentar el patriotismo; para disciplinar a la población, incluyendo la marginación y la represión de quienes se consideran una amenaza; para reprimir revoluciones y movimientos sociales, como, por ejemplo, en Siria o Sudán; para justificar el fortalecimiento de las estructuras estatales, la vigilancia y el aumento de los presupuestos militares, generando una «economía de guerra», muy útil cuando hay periodos sin conflicto en el propio territorio. La guerra es rentable. Si hay alguien que siempre sale victorioso en las guerras, ¡es la industria armamentística!

La guerra nunca nos beneficiará, y dado que el sistema no puede sobrevivir sin ella, es necesaria una solución: ¡destruir este sistema!

Es esencial luchar aquí, con nuestros propios medios y a nuestra escala: organizarnos sin autoridad, descentralizar la lucha, empoderarnos y fortalecer las luchas contra el Estado.

Sabotear la maquinaria de guerra. Oponernos a las guerras libradas por los Estados; apoyar a los desertores en todo el mundo; mostrar solidaridad con las luchas y revueltas; atacar la industria armamentística; negarnos a participar en el esfuerzo bélico; resistir la propaganda; difundir ideas antimilitaristas; defender una perspectiva internacionalista.

Frente a la ley del más fuerte, la combatimos con solidaridad y ayuda mutua. Ante la orden de defender este sistema contra un enemigo externo, la combatimos atacando a quienes nos oprimen. Frente a la maquinaria de la muerte, luchamos por una vida de libertad.

Ni guerra ni “paz”, revolución.

Asamblea Antimilitarista – Bruselas


Altre lingue/other languages:

ČESKY: https://antimilitarismus.noblogs.org/post/2026/07/25/ani-valka-ani-mir-revoluce [3] # PDF [4]_

PORTUGUÊS: https://noticiasanarquistas.noblogs.org/post/2026/03/20/belgica-nem-guerra-nem-paz-revolucao [5] # PDF [6]_

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Il prezzo variabile della sicurezza dell'Arabia Saudita

Con lo Stretto di Hormuz (quasi) occluso Riyad si trova a fare i conti con rotte mercantili lunghe e complicate, con un calo della produzione petrolifera e con finanze pubbliche sotto pressione. L’intesa nucleare con gli Stati Uniti e i colloqui con l’Iran. Nel mezzo la rivalità strutturale con gli Emirati Arabi Uniti. 

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Taiwan Files – Han Kuang, Trump-Xi, politica interna, cinema

Taiwan Files – Han Kuang, Trump-Xi, politica interna, cinema

Le esercitazioni Han Kuang Mercoledì 5 agosto sono cominciate a Taiwan le Han Kuang, le esercitazioni militari più importanti dell’isola. Si tengono ogni estate dal 1984 e servono a testare la capacità delle forze armate della Repubblica di Cina di reagire a un eventuale attacco dell’Esercito Popolare di Liberazione della Cina continentale. Fino al 14 agosto si sviluppano dieci giorni ...

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Ci toglieranno l'automobile, prima o dopo

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Mentre in USA l'amministrazione vuole il Freedom Car Act in Italia e in Europa l'obbiettivo è togliere le automobili alle persone. Non devi più essere libero di andare dove vuoi, quando vuoi e come vuoi. Devi stare alle regole.

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00:03:05 - Introduzione
00:10:24 - Femminicidio o no?
00:31:55 - Fakir il businessman
00:36:50 - Valditara contro gli stranieri in classe
00:46:33 - Libertà di guidare la macchina

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Nuclei impenetrabili di senso. Su “Lina e il sasso” di Mauro Covacich

di Roberto Falconi   Se la buona letteratura tende al significato ultimo delle cose e rende allo stesso tempo conto dell’impossibilità di giungervi appieno, ciò significa perlomeno ipotizzare l’esistenza di un nucleo di senso irriducibile e impenetrabile (torno in chiusa su questo secondo aggettivo, qui davvero da intendere alla lettera), che uno scrittore può allora …

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Narrow escape: how ANA flight from Shanghai avoided a collision at Tokyo airport

An All Nippon Airways passenger jet took evasive action after coming close to a government inspection aircraft near Tokyo’s Haneda airport on Tuesday, in the latest aviation safety incident at the airport since a deadly runway collision in 2024. According to Japanese media reports, ANA flight NH968 from Shanghai was approaching the airport at around 6am on Tuesday when its traffic collision avoidance system (TCAS) was activated, warning of a potential collision risk with another aircraft. The...

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⚡ALERT! SHIPS ON FIRE IN HORMUZ! KYIV IS BURNING DOWN! FAKE CEASEFIRE IMPENDING AND OTHER WW3 NEWS

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Quale auto comprare? Le tue esigenze valgono più della scheda tecnica

Quale auto comprare? Per molti automobilisti è una scelta sempre più complicata. Decine di marchi, centinaia di modelli, alimentazioni diverse e listini che continuano a cambiare rendono difficile individuare la vettura più adatta. Eppure, spesso, si parte dalla domanda sbagliata: non quale modello scegliere, ma quali siano le proprie reali esigenze.La maggior parte dei portali, però, costringe a conoscere già marca, modello o alimentazione. trovauto., il nuovo servizio di Quattroruote, attualmente disponibile in versione Beta, ribalta questo approccio: si parte dalle proprie esigenze, non dalla scheda tecnica. Come funziona trovauto. Qualche esempio concreto? "Ho due figli e percorro 25.000 km all'anno", "cerco una SUV sotto i 35.000 euro", "vivo in città ma faccio spesso lunghi viaggi", "mi serve un'auto affidabile con costi di gestione contenuti". L'assistente di trovauto. interpreta le richieste scritte in linguaggio naturale e propone i modelli più adatti, senza la necessità di compilare filtri, menu o lunghe schede di ricerca.L'idea è semplice: descrivere il proprio utilizzo dell'auto come si farebbe parlando con una persona e ricevere suggerimenti coerenti con le necessità espresse. Non è un motore di ricerca Dietro ogni suggerimento non c'è un elenco casuale. trovauto. non è un semplice motore di ricerca, ma un servizio che nasce dall'incontro tra il patrimonio editoriale di Quattroruote, i dati tecnici raccolti nel tempo e le competenze maturate in decenni di prove su strada. L'AI generativa serve a rendere questo patrimonio facilmente consultabile attraverso una conversazione semplice e immediata. il motivo per cui ogni modello proposto viene accompagnato dalle ragioni della scelta. Che possono essere lo spazio a bordo, i consumi reali, il confort nei lunghi viaggi, l'affidabilità, il rapporto qualità/prezzo o i costi di gestione. Non ci si limita a leggere cosa viene consigliato, ma soprattutto perché.In altre parole, il servizio non restituisce soltanto una lista di vetture, ma fornisce un contesto che aiuta a capire quale soluzione possa essere più adatta alle esigenze dell'automobilista. Come provare trovauto. La ricerca non si esaurisce con la prima risposta. Come in una chiacchierata con un consulente, può essere affinata progressivamente: "vorrei spendere meno", "vorrei solo auto ibride", "mi serve un bagagliaio più grande", "escludi le SUV", "preferisco il cambio automatico". I suggerimenti si aggiornano senza dover ripartire da zero, restringendo progressivamente il campo fino ad arrivare a una selezione di modelli realmente gestibile.L'obiettivo non è decidere al posto dell'automobilista, ma accompagnarlo verso una scelta più consapevole. L'unico modo per comprendere davvero le potenzialità di questo strumento è provarlo: raccontate le vostre esigenze a trovauto. e confrontate i modelli suggeriti con quelli che avevate già preso in considerazione.Forse vi confermerà la vostra idea iniziale. Oppure potrebbe portarvi verso una vettura a cui non avevate nemmeno pensato.
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Gasolio, il governo rinnova lo sconto fino al 25 agosto e allontana il record storico

Il Consiglio dei ministri ha approvato la proroga dell'attuale sconto sul gasolio. In particolare, la riduzione complessiva (tra accise e IVA) di 17 centesimi al litro, destinata a scadere giovedì prossimo, resterà in vigore fino al 25 agosto. La benzina, di contro, resta esclusa dall'intervento. La situazione dei prezzi e del petrolio La decisione arriva a pochi giorni dalla reintroduzione del taglio delle accise, limitata però al solo gasolio, con l'obiettivo di attenuare l'impatto del continuo aumento dei carburanti provocato dall'escalation militare tra Iran e Stati Uniti in Medio Oriente.La proroga è legata al permanere delle tensioni sui mercati petroliferi, che hanno spinto il gasolio oltre il precedente massimo storico. Il prezzo alla pompa ha raggiunto questa mattina i 2,1 euro al litro. Senza lo sconto, tuttavia, il gasolio sarebbe arrivato a 2,27 euro al litro, superando il record di 2,23 euro toccato a metà marzo 2022.Negli ultimi giorni, comunque, la decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di fermare gli attacchi all'Iran ha contribuito a raffreddare le quotazioni dei prodotti raffinati e soprattutto del petrolio: oggi il Brent è sceso sotto gli 80 dollari al barile, mentre il WTI si mantiene intorno ai 76 dollari.Non è escluso che, alla luce delle attuali ristrettezze di bilancio, il governo abbia tenuto conto del miglioramento della situazione sui mercati petroliferi per confermare esclusivamente lo sconto sul gasolio.
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L'erede della fortwo si mostra sui murales: ecco come sarà la smart #2

L'erede della fortwo è ormai pronta. In attesa del debutto ufficiale al Salone di Parigi, smart ha scelto una campagna di murales in sei città del mondo per mostrare i primi dettagli della nuova #2, la citycar elettrica destinata a raccogliere l'eredità della sua biposto più iconica. Le opere, sparse tra Asia, Europa, Oceania e Sud America, lasciano intravedere per la prima volta quello che potrebbe essere l'aspetto definitivo del modello. Sei città per mostrarla... dal vivo L'originale campagna di marketing richiama, in un certo senso, le origini del marchio, nato dalla fusione di "s" + "m" + "art", ovvero Swatch, Mercedes e Art. L'iniziativa ha preso il via a Shanghai con l'artista Zhu Bin, per poi approdare a Hong Kong con il collettivo Parents Parents, a Buenos Aires con Martín Ron e a Melbourne con Georgia Laurie. Le prossime tappe saranno Berlino, dove sarà coinvolto il team di design Mercedes-Benz all'East Side Gallery, e Parigi, con la partecipazione dello street artist francese Brusk. l'erede della fortwo Disegnata dal Centro Stile Mercedes-Benz in Germania, la nuova smart #2 sarà prodotta in Cina negli stabilimenti Geely. Le dimensioni non si discosteranno molto da quelle della Concept #2 presentata alcuni mesi fa: 2.792 mm di lunghezza, una decina di centimetri in più rispetto alla fortwo, con un diametro di volta di appena 6,95 metri. Lo stile esterno richiama in parte quello della fortwo, mentre gli interni saranno completamente inediti e caratterizzati da un'originale panca centrale al posto delle tradizionali sedute separate. Ridotte, prevedibilmente, le capacità del bagagliaio. Avrà 300 km di autonomia La smart #2 nascerà sulla piattaforma Electric Compact Architecture (ECA), avrà la trazione posteriore e un'autonomia di circa 300 km. I dati ufficiali saranno comunicati al Salone di Parigi, ma è già noto che in corrente continua sarà possibile ricaricare la batteria dal 10 all'80% in meno di 20 minuti. Il prezzo atteso è compreso tra 20.000 e 25.000 euro. 
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Noleggio sociale, una multa non pagata fa perdere l'auto: tutti i vincoli del decreto

Altro che ISEE e rottamazione. Per accedere al noleggio sociale bisognerà affrontare uno slalom tra una lunga serie di requisiti, vincoli e obblighi. Per esempio, bisognerà avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato o una pensione o, comunque, una dichiarazione dei redditi nei tre precedenti periodi d'imposta; si dovrà avere conto corrente e carta di credito; non bisognerà avere carichi pendenti o procedimenti amministrativi; non bisognerà essere protestati o segnalati in Centrale rischi; non si dovrà avere usufruito di precedenti incentivi auto.E ancora, vi sarà la possibilità di indicare solo un secondo guidatore tra i familiari conviventi e basterà il mancato pagamento del canone, di una multa o di una franchigia assicurativa per perdere il diritto all'auto a canone calmierato.Questi, in estrema sintesi, sono i contenuti del decreto del ministro delle Imprese e del made in Italy, che Quattroruote è in grado di anticipare e che disciplina nei minimi dettagli il "Programma di noleggio a lungo termine sociale". Premesso che il provvedimento deve ancora essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, vediamo come dovrebbe funzionare. Chi può accedere al noleggio sociale Il noleggio sociale è riservato alle persone fisiche che, alla presentazione della domanda, saranno in possesso dei seguenti requisiti:residenza, anche fiscale, in Italia;ISEE inferiore a 30 mila euro (leggi qui cos'è e come si calcola);contratto di lavoro a tempo indeterminato, assegno pensionistico o dichiarazione dei redditi nei tre precedenti periodi d'imposta;titolarità di conto corrente bancario o postale e di carta di credito;assenza di carichi pendenti;non essere protestato né avere procedimenti amministrativi a carico;assenza di segnalazioni alla Centrale dei rischi;possesso di patente di categoria B o superiore;non avere beneficiato degli incentivi resi operativi nel triennio 2022-2024;non avere già beneficiato del noleggio sociale, inclusi i familiari conviventi;Attenzione, la perdita di anche solo una di queste condizioni nel periodo di durata del contratto di noleggio fa decadere l'utente dal programma. Significa che l'auto andrà restituita all'Aci, gestore di questa iniziativa definita sperimentale e destinata a concludersi, salvo prororoghe, entro il 30 giugno 2030. Le regole sulla rottamazione obbligatoria Per accedere al noleggio sociale è obbligatoria la rottamazione di una vecchia macchina.fino a Euro 4;immatricolata in Italia;intestata al locatario stesso o a un suo familiare convivente da almeno 12 mesi;l'auto da rottamare dev'essere consegnata a un demolitore autorizzato e radiata per demolizione dal Pra;i costi connessi alla rottamazione (trasporto, demolizione e radiazione) sono a carico dell'utente;la targa dell'auto da rottamare dev'essere indicata già al momento della presentazione della domanda di accesso al noleggio sociale;il certificato di rottamazione dev'essere consegnato all'Aci nei 30 giorni precedenti la consegna dell'auto a noleggio (in caso di mancata consegna del certificato si decade dal beneficio e l'auto sarà assegnata a un altro utente secondo la cronologia delle prenotazioni). Gli altri obblighi previsti dal programma  divieto di sublocazione;possibilità di indicare solo un secondo guidatore, tra i familiari conviventi, autorizzato alla guida dell'auto.Attenzione, la sublocazione fa decadere dal programma di noleggio sociale. Significa che l'auto andrà restituita all'Aci. Quali auto possono essere assegnate Non vi sarà un solo modello. Il decreto parla di modello o modelli. E il fornitore dovrà disporre di una rete distributiva capillare sul territorio nazionale per la consegna e l'assistenza dei veicoli secondo i parametri che saranno definiti nel bando di gara. In ogni caso, le auto del noleggio sociale dovranno essere:acquistate e immatricolate in Italia;nuove di fabbrica;di classe ambientale non inferiore a Euro 6;con emissioni di anidride carbonica fino a 135 g/km;con prezzo di listino ufficiale fino a 14.800 euro Iva esclusa (18.056 euro) compresi optional a pagamento, esclusa Ipt e messa su strada. Come funziona il contratto di noleggio sociale anticipo: 0 euro;canone: non superiore a 100 euro al mese Iva inclusa;durata: 36 mesi;percorrenza massima: 12.000 km annui (in caso di superamento l'Aci applicherà un costo extracanone determinato secondo tabelle consegnate alla sottoscrizione del contratto);Pagamento del canone: mensile anticipato ad Aci tramite addebito diretto sul conto corrente o su carta di credito.Attenzione, il mancato pagamento del canone sociale per due mesi, anche non consecutivi fa decadere il diritto di accesso al noleggio sociale. Significa che l'auto andrà restituita all'Aci. Le assicurazioni incluse nel noleggio Le caratteristiche principali del noleggio auto sono il servizio e le coperture legate alla vettura. Le auto del noleggio sociale avranno le seguenti assicurazioni:Rc Auto con franchigia massima pari a 250 euro;furto e incendio con franchigia pari al 10% del danno e comunque non superiore a mille euro;kasko con franchigia massima pari a 500 euro;atti vandalici e socio-politici;cristalli;eventi naturali;Tranne il caso di furto e incendio, in ogni altro caso la franchigia massima non supererà i 500 euro.Attenzione, in caso di furto, incendio o perimento totale successivo ai primi diciotto mesi del contratto di noleggio oppure di due furti o in caso di mancato pagamento delle franchigie il noleggio sociale decade. Significa che l'auto andrà restituita all'Aci.Anche il fornitore delle coperture assicurative sulle auto sarà individuato mediante gara. I servizi inclusi nel noleggio Oltre alle assicurazioni, il noleggio sociale include una serie di servizi: auto dotata di pneumatici all season;manutenzione ordinaria e straordinaria;soccorso stradale 24 ore su 24;gestione delle multe e dei sinistri;customer service;auto sostitutiva nei casi previsti dal contratto (nel decreto non si specifica nulla, ma quasi certamente la vettura sostitutiva sarà fornita solo in presenza di fermo per manutenzione o riparazione superiore alle 24 ore. Si capirà solo quando sarà pubblicato il bando di gara).Eventuali servizi aggiuntivi a pagamento saranno a carico dell'utente.Attenzione, il mancato pagamento delle multe fa decadere dal noleggio sociale. Significa che l'auto andrà restituita all'Aci. Come e dove prenotare l'auto Il decreto parla di apertura dello sportello per le prenotazioni dei veicoli sulla piattaforma informatica senza però specificare se questa operazione sarà a cura dell'utente, com'è accaduto con i voucher per l'acquisto delle auto elettriche con gli ultimi incentivi del ministero dell'Ambiente, oppure del fornitore, ossia della Casa, com'è accaduto in occasione di tutte le iniziative precedenti, o del gestore di questa iniziativa, ossia l'Aci.Per il momento si sa che l'Automobile club potrà utilizzare la piattaforma Ecobonus gestita da Invitalia, quella utilizzata fino al 2024 per gli incentivi auto (https://ecobonus.mimit.gov.it/). Prenotazioni: vale l'ordine cronologico Siccome i fondi basteranno per poche migliaia di auto (il numero esatto si potrà sapere solo all'aggiudicazione della gara), la macchina sarà assegnata dall'Aci in base all'ordine cronologico di presentazione delle domande. Previa verifica, ovviamente, del possesso dei requisiti previsti. I fondi disponibili per il noleggio sociale Lo Stato ha destinato 50 milioni di euro al Programma di noleggio a lungo termine sociale. E questa somma sarà interamente trasferita all'Aci dopo la registrazione dell'accordo stipulato con il ministero delle Imprese e del Made in Italy.Tuttavia, oltre all'acquisto delle auto, delle assicurazioni e dei servizi, i fondi dovranno coprire anche i costi operativi, ai quali il ministero ha destinato 3,66 milioni di euro. La somma netta a disposizione degli utenti, dunque, scende a 46,34 milioni di euro. Come saranno monitorati i fondi Come in occasione dei precedenti incentivi, le informazioni sulla disponibilità residua dei veicoli da noleggiare saranno pubblicate e aggiornate in tempo reale sui siti del ministero delle Imprese e dell'Aci. Cosa succede alla fine del noleggio Alla scadenza del contratto di noleggio e comunque al termine del periodo di sperimentazione (30 giugno 2030), l'Aci può:cedere l'auto al locatario a prezzo scontato di una misura non inferiore al 10% rispetto alla quotazione media di mercato. In questo caso l'utente deve inviare all'Aci una formale manifestazione di interesse entro 90 giorni dal termine del contratto di noleggio;cedere l'auto alla Casa automobilistica che ha fornito la vettura attraverso la formula buy back prevista dallo stesso contratto di fornitura;cedere l'auto ad altro soggetto al prezzo risultante dalle quotazioni medie di mercato;nel caso in cui nessuna delle tre precedenti opzioni sia realizzabile, l'Aci può vendere direttamente le auto a un prezzo inferiore alle quotazioni medie di mercato mediante avviso pubblicato sul sito dello stesso Automobile club o della società in-house, ossia controllata dall'Aci stesso, che sarà incaricata di gestire il noleggio sociale.I ricavi della vendita delle auto sono utilizzati dall'Automobile club per acquistare nuove auto da impiegare nel programma di noleggio sociale;Il decreto specifica che al fine di contenere l'importo del canone, Aci tiene conto del valore attualizzato dei predetti introiti (della vendita delle auto, ndr) nella determinazione del canone medesimo. Quanto costa l'operazione Come accennato, per coprire i costi di gestione del programma di noleggio sociale il ministero delle Imprese ha previsto 3,66 milioni di euro IVA inclusa. La somma sarà erogata all'Aci in quattro rate annuali:2027: fino a 400 mila euro;2028: fino a un milione di euro;2029: fino a un milione di euro;2030: fino a 1,26 milioni di euro.Queste somme saranno erogate sulla base delle rendicontazioni presentate dall'Aci e approvate dal ministero. Eventuali risparmi rispetto ai costi previsti dovranno essere trasferiti al ministero.In caso di un insufficiente adesione al Programma di noleggio sociale, i veicoli acquistati dall'Aci e non assegnati saranno venduti e il ricavato della vendita sarà trasferito al ministero delle Imprese. Quando partirà il noleggio sociale Considerato che nella ripartizione delle spese di gestione del noleggio sociale si fa riferimento al quadriennio 2027-2030, che la somma stanziata per il prossimo anno è meno della metà di quanto previsto per gli anni successivi e tenuto conto dei non brevi tempi tecnici per la pubblicazione e l'aggiudicazione della gara da parte dell'Aci e poi della successiva fornitura da parte della Casa che si aggiudicherà il bando, è ragionevole immaginare che l'operazione noleggio sociale partirà a metà 2027.
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Fleet&Business - Scopri il nuovo numero

in distribuzione agli abbonati il fascicolo numero 46 del periodico dedicato ai fleet manager e ai professionisti dell'automotive. Con la prova della Byd Dolphin G DM-i e i più recenti aggiornamenti introdotti alla disciplina dei fringe benefit per le aziende e i dipendenti destinatari di auto in uso promiscuo.  La tecnologia corre, le regole cambiano La copertina è dedicata a un'auto che farà parlare di sé nel mondo delle flotte, la prima plug-in del segmento compatto. Ma nel quinto fascicolo del 2026 di Quattroruote Fleet&Business che sta arrivando ai fleet manager e ai professionisti dell'automotive abbonati ci sono tutti i temi di attualità che stanno interessando l'esercizio dei veicoli aziendali, delle imprese, al noleggio, alle nuove forme di mobilità e alle reti di distribuzione e assistenza. A cominciare dalle novità introdotte dal decreto legislativo del 10 giugno scorso che corregge nuovamente la disciplina dei fringe benefit. Il periodico dell'Editoriale Domus (già consultabile in edizione digitale nell'area dedicata di questo sito a chi si registra per ricevere anche la nostra Newsletter settimanale) è come sempre ricco di dati, analisi e commenti che riguardano la filiera, dalle nuove rotte con cui i veicoli arrivano nelle concessionarie e alle aziende, alle difficoltà di far funzionare la macchina che governa i servizi post-vendita delle auto aziendali. Tutti temi che saranno trattati anche nell'edizione 2026 del Fleet&Business Day. Il sommario completoFleet&Business Day Come uscire dall'ingorgoManutenzione L'accettazione? Ora è self-serviceFringe benefit Cinque anni e sentirliOpinioni Come gestire il cambiamentoMercato Italia Quel meno che vale piùIntervista a Antonio Pittiglio Le flotte sono il motore del mercatoLocauto Ritorno alle origini con raddoppioServizi tempo di charging policySostenibilità Europa lenta, Italia lentissimaProva su strada BYD Dolphin GOsservatorio QP Ricambi originali, frenata dei prezziDistribuzione Le tormentate rotte dell'automotiveNovità per le flotte Audi Q4 e-tron e Fiat Grande Panda 100Stellantis La Fastlane per le aziendePost-vendita/1 Il tagliando? Me lo fanno sotto casaPost-vendita/2 Punto d'incontro sull'autoriparazioneVeicoli commerciali Abiti confezionati per il lavoro
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Sicurezza americana, economia cinese: il doppio binario del Golfo alla prova della guerra con l’Iran

L’8 luglio 2026, al vertice NATO di Ankara, il presidente Trump ha dichiarato decaduto il memorandum d’intesa con l’Iran firmato il 17 giugno. Nella settimana successiva l’escalation ha ripreso ritmo. Gli Stati Uniti hanno reimposto il blocco navale sui porti iraniani e colpito circa 170 obiettivi in Iran, mentre Teheran ha risposto attaccando navi commerciali nello Stretto di Hormuz e installazioni militari americane negli stati del Golfo. Come già durante i quattro mesi di guerra aperta, i sei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) si sono ritrovati bersaglio di un conflitto deciso altrove, e la difesa del loro territorio è dipesa dall’ombrello militare statunitense e israeliano, che nessun altro attore era in grado di fornire.

Washington resta dunque l’unico garante possibile della sicurezza del Golfo, eppure le monarchie del GCC continuano a diversificare verso la Cina invece di stringersi agli Stati Uniti. La risposta sta nella distinzione che il GCC ha imparato a fare tra la capacità militare americana, che resta senza alternative, e l’affidabilità strategica americana, su cui la guerra ha lasciato dubbi.

La sicurezza resta americana

Sul piano militare non esiste ancora un sostituto di Washington. Secondo i dati dell’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (SIPRI), tra il 2020 e il 2024 gli Stati Uniti hanno fornito metà di tutte le importazioni di armi del Medio Oriente e Nord Africa, con Arabia Saudita, Qatar, Kuwait ed Emirati tra i primi acquirenti al mondo. A questo si aggiunge un’architettura fisica costruita in decenni. La base aerea di Al Udeid in Qatar è la più grande installazione americana della regione e ospita il comando avanzato del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), la Quinta Flotta ha il suo quartier generale a Manama, e basi come Al Dhafra negli Emirati e Camp Arifjan in Kuwait completano una rete di presenza, condivisione di intelligence e addestramento che nessun’altra potenza è in grado di replicare. In confronto, la presenza militare cinese nella regione resta marginale. 

La guerra ha reso questo dato ancora più evidente, dato che solo l’integrazione con le difese statunitensi e israeliane ha permesso di intercettare la maggior parte dei raid iraniani. Al tempo stesso, però, il conflitto ha alzato il prezzo politico dell’allineamento con Washington. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra senza una reale consultazione dei partner del Golfo, che ne hanno poi subito le conseguenze sul proprio suolo. Alcuni esponenti americani, come il senatore Lindsey Graham, hanno anche chiesto pubblicamente un maggiore coinvolgimento delle monarchie, con un tono che a Riyadh e Abu Dhabi è suonato come un’imposizione più che come una richiesta tra alleati. Lo stesso Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti diventeranno i guardiani dello Stretto di Hormuz e che dovrebbero essere rimborsati per il servizio. Per il GCC il messaggio è chiaro, e conferma che la protezione americana è una prestazione a condizioni negoziabili, non una garanzia.

A rendere il conto ancora più salato c’è la posta economica. Dallo Stretto di Hormuz passava prima della guerra un quinto del petrolio mondiale, con circa 110 navi al giorno in transito, ridotte nei momenti peggiori del conflitto a poco più di una dozzina. Per economie che hanno scommesso la propria trasformazione su turismo, logistica, hub tecnologici e progetti come NEOM, la città futuristica che Riyadh sta costruendo sul Mar Rosso, una guerra permanente sul proprio confine marittimo mette in discussione l’intero modello di sviluppo. La sicurezza fornita da Washington protegge il territorio del GCC, ma non protegge il suo modello di business, che ha bisogno di una stabilità che la deterrenza da sola non produce.

Su tutto il resto, Pechino avanza

Fuori dall’ambito militare il quadro si rovescia. La Cina è il primo partner commerciale del Golfo e il principale acquirente del suo petrolio, e l’interdipendenza si sta strutturando ben oltre il barile. L’esempio più chiaro è Saudi Aramco, che ha acquisito una quota del 10% del colosso petrolchimico cinese Rongsheng per 3,4 miliardi di dollari, legandola a una fornitura di lungo periodo di 480.000 barili al giorno, e che sta negoziando partecipazioni incrociate nelle raffinerie dei due Paesi. La compagnia petrolifera nazionale di Abu Dhabi (ADNOC) ha firmato con la cinese China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) contratti pluriennali di fornitura di gas naturale liquefatto e QatarEnergy ha commissionato ai cantieri cinesi 18 metaniere giganti per quasi 6 miliardi di dollari, il più grande contratto navale singolo della storia dell’industria. Si tratta di accordi che vincolano le due economie per decenni, non transazioni di mercato.

Sul terreno tecnologico la competizione tra Washington e Pechino si gioca su intelligenza artificiale e data center, settori in cui Arabia Saudita ed Emirati stanno investendo centinaia di miliardi di dollari e in cui la Cina offre un’alternativa credibile ai fornitori americani. Le reti 5G del Golfo sono state costruite in gran parte da Huawei e ZTE, e i fondi sovrani della regione hanno investito miliardi nell’industria cinese dei veicoli elettrici, con la quota di Abu Dhabi in NIO e le joint venture di Aramco con BYD.

C’è poi la dimensione diplomatica, dove i percorsi delle monarchie divergono in modo rivelatore. Gli Emirati sono entrati formalmente nei BRICS il 1° gennaio 2024. L’Arabia Saudita, invitata nello stesso allargamento, non ha mai depositato gli strumenti di adesione e partecipa ai lavori del blocco come membro di fatto, evitando di formalizzare un’adesione che avrebbe un costo politico a Washington. È il doppio binario applicato persino all’architettura istituzionale, mentre secondo le stime la quota di petrolio saudita regolata in renminbi è passata da quasi zero nel 2022 al 15-20 per cento a metà 2026. La mediazione della guerra è passata dal Pakistan e dal Qatar, non dalla Cina, e sono ancora loro a lavorare per riportare le parti al tavolo dopo il collasso della tregua.

Il ruolo di Pechino è stato tuttavia tutt’altro che assente. Secondo le ricostruzioni, l’approvazione iraniana del primo cessate il fuoco di aprile è arrivata dopo una pressione cinese dell’ultimo minuto su Teheran. È il tipo di influenza che interessa alle monarchie del Golfo, e che nessuna quantità di deterrenza americana può replicare, dato che la Cina è l’unica potenza in grado di esercitare una leva reale sull’Iran senza l’utilizzo delle armi. Il riferimento del Golfo resta però il riavvicinamento saudita-iraniano del marzo 2023, negoziato con la regia di Pechino, che ha dato a Riyadh un modello per gestire Teheran attraverso la diplomazia invece della sola deterrenza.

Il doppio binario e i suoi limiti

Il GCC non sceglie tra Stati Uniti e Cina, li usa entrambi in ambiti diversi e in modo consapevole. La lettura più netta arriva da Foreign Policy, secondo cui la potenza militare americana è reale mentre il seguito strategico americano è inaffidabile. È proprio questo scarto che spiega perché il Golfo abbia costruito solidi rapporti commerciali con Pechino e rifiuti di organizzare la propria politica estera attorno alle sole priorità di Washington.

Il doppio binario ha però confini precisi, e il primo lo pongono gli stessi Stati Uniti. Le monarchie evitano di concedere basi militari cinesi o di superare altre linee rosse poste da Washington, perché mettere a rischio l’accesso ai chip avanzati e all’equipaggiamento americano avrebbe un costo troppo alto. Il caso più istruttivo è quello di G42, il campione emiratino dell’intelligenza artificiale, che sotto pressione americana ha ceduto tutte le sue partecipazioni cinesi, inclusa una quota da 100 milioni di dollari in ByteDance, in cambio dell’accordo da 1,5 miliardi con Microsoft. Quando Washington ha imposto una scelta binaria sulle tecnologie sensibili, Abu Dhabi ha scelto Washington, come già aveva fatto rinunciando agli F-35 piuttosto che rispondere alle condizioni americane sui legami con Pechino.

Il secondo confine lo ha tracciato la guerra stessa. Le segnalazioni sull’uso di satelliti cinesi da parte dell’Iran per localizzare le basi statunitensi nel Golfo, e sul rischio di forniture militari cinesi a Teheran, hanno ricordato alle monarchie i limiti di qualsiasi partnership con Pechino quando in gioco c’è la loro difesa diretta.

Il terzo limite è interno al blocco, perché il GCC non ha reagito alla guerra come un attore unico. L’Arabia Saudita ha spinto per la de-escalation e per i negoziati mediati dal Pakistan, una scelta coerente con la sua vulnerabilità. Il regno ha già visto colpito da un drone l’oleodotto East-West, l’infrastruttura che gli consente di esportare aggirando Hormuz, e i megaprogetti di Vision 2030 hanno bisogno di un decennio di stabilità per stare in piedi. Gli Emirati, il Paese più colpito dagli attacchi iraniani, hanno seguito la traiettoria opposta. Hanno adottato la linea più dura verso Teheran, hanno lasciato l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) a maggio 2026 e hanno rafforzato i legami con Stati Uniti e Israele, al punto che un parlamentare iraniano li ha avvertiti pubblicamente per il presunto supporto alla campagna militare americana. Il doppio binario esiste in entrambe le capitali, ma con intensità e forme diverse. Riyadh lo usa per tenersi aperte tutte le opzioni, Abu Dhabi per pesare di più dentro l’alleanza americana.

Il doppio binario regge finché Washington non chiederà al Golfo di scegliere. Per ora gli Stati Uniti tollerano la diversificazione economica e tecnologica verso la Cina, a condizione che le linee rosse militari restino intatte. Il collasso della tregua rende questo equilibrio più oneroso da mantenere per entrambe le parti.

La tenuta del modello dipende dunque in conclusione da due variabili. La prima è quanto a lungo la Cina resterà marginale sul piano della sicurezza, l’unico ambito in cui il Golfo non dispone di alternative agli Stati Uniti. La seconda è quanto a lungo Washington accetterà di garantire quella sicurezza a paesi che, su tutto il resto, continuano a guardare altrove.

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Da Castelporziano all’eternità crip

N ell’estate del 1979, sulla spiaggia di Castelporziano, lungo il litorale romano, si sono radunati Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burroughs e altri poeti della beat generation per partecipare al Festival internazionale dei poeti, passato alla storia come “mito riuscito” e “magia mediterranea irripetibile” o come “vittoria dell’effimero, dello spettacolo trash”. Sullo stesso litorale, oggi alla fine di ogni estate, si raccolgono le persone disabili per partecipare a una festa, evento conclusivo dei progetti di inclusione sociale promossi dalla presidenza della Repubblica. Castelporziano, come luogo condiviso nel tempo, con la sua memoria di corpi “mad” e marginalizzati e con il suo presente di corpi non conformi parla di una continuità, parla del proseguimento di un discorso collettivo iniziato dalla beat generation sul piano estetico e sviluppato decenni dopo dai disability studies sul piano politico.

La produzione poetica e narrativa della beat generation può essere riletta, alla luce dei disability studies, come una precoce rappresentazione estetica della non-normatività corporea e mentale, ancora priva di un lessico politico esplicito ma fortemente significativa sul piano culturale. In testi come Howl di Allen Ginsberg, la narrativa di soggetti “mad”, tossicodipendenti, queer e marginalizzati costruisce un immaginario in cui il corpo e la mente non conformi emergono come controfigure radicali della società disciplinare americana del dopoguerra. Questa rappresentazione può essere messa in relazione con la teoria della normalità elaborata negli anni Novanta da Lennard J. Davis, secondo cui la “normalcy” non è una condizione naturale ma una costruzione storica che produce esclusione e che l’autore associa alla nascita dei discorsi sulla nazione.

In Enforcing normalcy Davis mostra come il moderno Stato-nazione abbia costruito la propria identità non solo sulle spalle dei soggetti colonizzati, ma anche sulla minoranza costituita dalle persone disabili. Nel 1995 l’autore chiede di aggiungere la disabilità alla triade “razza, classe e genere”, invitando il pensiero progressista a superare i propri limiti nei ragionamenti sull’oppressione. Ed è proprio l’oppressione a rappresentare il dispositivo concettuale attorno a cui entrano in contatto la poetica beat e il movimento dei disability studies.

La produzione della beat generation può essere riletta, alla luce dei disability studies, come una precoce rappresentazione estetica della non-normatività corporea e mentale, ancora priva di un lessico politico esplicito ma fortemente significativa sul piano culturale.
In “Allen Ginsberg: Howl (for the queer and disabled Americans)” (2020) Ben Berman Ghan scrive: “In Ginsberg cogliamo […] un desiderio ardente di ritrovare New York e l’America in espressioni di sé più radicali, che debbano fare spazio alla diversità della disabilità e della sessualità. A differenza di altri poeti, che ritraggono l’America attraverso una lente utopica, Ginsberg trova la sua America nell’abbraccio del caos e dell’autodistruzione, lasciando che i corpi queer e disabili trascinino gli Stati Uniti all’inferno, dove forse potrebbero essere liberi”. I corpi su cui si concentra Ginsberg sono corpi spesso “distrutti dalla follia” e che “si tagliano i polsi tre volte di seguito senza successo”. “I corpi di Ginsberg – continua Berman Ghan ‒ sono brutti, insanguinati e sofferenti, e sembrano sempre alla ricerca di qualcosa nel viaggio attraverso l’America che la poesia descrive”.

Sui corpi di Ginsberg sembra risuonare il concetto critico di “misfit” proposto da Rosemarie Garland-Thomson, una delle voci più influenti dei disability studies contemporanei. Nella sua ricerca che nasce dall’incontro tra femminismo, visual culture studies e teoria della disabilità, Garland-Thomson ha ripensato il rapporto tra sguardo, corpo e potere. In “Misfits: A Feminist Materialist Disability Concept” (2011), l’autrice parla di “misfit” (“persona disadattata”) analizzando come identità ed esperienza vissuta nella condizione disabile si collocano nello spazio e nel tempo. Secondo Garland-Thomson, la disabilità non risiede nel corpo in sé, ma nel disallineamento tra corpo e ambiente costruito socialmente, nell’interazione tra corpo e mondo.

L’istituzione, in questa prospettiva, non è neutra, ma contribuisce a definire quali corpi possano essere considerati funzionali, efficienti e quindi “abili”. La visione alla base di “misfit” permette di interpretare retrospettivamente i corpi beat come corpi in disallineamento strutturale rispetto all’ambiente sociale. In Howl, gli “angelheaded hipsters burning for the ancient heavenly connection to the starry dynamo in the machinery of night” non sono soltanto individui segnati da follia o marginalità, ma soggetti che “non si adattano” alle strutture materiali e simboliche della società americana (in Ginsberg, però, la sofferenza psichica diventa anche apertura percettiva e spirituale, mentre la prospettiva teorica contemporanea dei disability studies insiste sulla necessità di separare l’esperienza della disabilità dalla sua romanticizzazione, restituendole invece una dimensione politica e strutturale).

Sui corpi di Ginsberg sembra risuonare il concetto critico di “misfit” proposto da Rosemarie Garland-Thomson: la disabilità non risiede nel corpo in sé, ma nel disallineamento tra corpo e ambiente costruito socialmente.
In ““The Mad Ones” and the “Geeks”: Cognitive and Physical Disability in the Writing of Jack Kerouac and Allen Ginsberg” (2015) Loni Reynolds sviluppa ulteriormente il “misfitting” approfondendo le rappresentazioni della disabilità cognitiva e fisica nelle opere di Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Secondo Reynolds, in Desolation Angels (1965) di Kerouac e Kaddish (1061) di Ginsberg, i personaggi Lazarus Darlovsky e Naomi Ginsberg, sono presentati come outsider rigenerativi: la loro disabilità cognitiva viene celebrata piuttosto che patologizzata. Il misfit diventa così fonte di ispirazione letteraria e potrebbe arrivare a coincidere con l’identificazione stessa dell’autore beat in quanto scrittore e soggetto “che non si adatta”.

Nei disability studies Robert McRuer è il principale autore ad aver concepito la crip theory. Il termine crip deriva da cripple (traducibile con “storpio”), storicamente offensivo, ma riappropriato politicamente dal movimento per i diritti delle persone disabili. La crip theory mostra come la società produca continuamente l’idea di un corpo efficiente, produttivo, autonomo, eterosessuale, normato. McRuer chiama questo sistema “compulsory able-bodiedness” (“abilismo obbligatorio”), un paradigma che, attraverso i racconti e gli schemi di guarigione, superamento, reintegrazione nella norma e recupero della produttività, assume anche la forma di un abilismo narrativo.

In questo sistema dominante il corpo disabile viene quindi raccontato come problema da risolvere, deficit temporaneo, ostacolo morale, metafora tragica. McRuer propone, invece, narrazioni incomplete, corpi non “riparati”, temporalità crip, desideri non normativi, dipendenza e interdipendenza come forme politiche. Il pensiero di McRuer si spinge fino a una critica all’ideologia della produttività che sembra richiamare proprio il rifiuto beat della stabilità lavorativa, della sanità mentale normativa e dell’ideologia del corpo efficiente. La narrativa e la poesia beat, da Kerouac a Corso, insistono sul rifiuto della progettualità borghese, costruendo una soggettività errante e non finalizzata alla performance economica. Questa postura esistenziale, riletta attraverso la nozione di “compulsory able-bodiedness”, rifiuta la società moderna che impone non solo la capacità fisica, ma anche la produttività continua come criterio di valore del soggetto.

La crip theory mostra come la società produca l’idea di un corpo efficiente, produttivo, autonomo, eterosessuale, normato: il corpo disabile viene quindi raccontato come problema da risolvere, deficit temporaneo, ostacolo morale, metafora tragica.
Tuttavia, mentre la beat generation tende a trasformare la devianza in mito letterario, esperienza estetica e romanticizzazione dell’eccesso, i disability studies ne riformulano il significato in termini politici e militanti, sviluppando un campo critico volto a decostruire le categorie di normalità e a rivendicare diritti, accessibilità e autonomia. Questa distinzione è cruciale perché evita una sovrapposizione impropria tra estetizzazione della marginalità e politica della disabilità. La crip theory, però, consente di ricomporre le due dimensioni, leggendo la produzione beat non come anticipazione diretta del movimento per i diritti delle persone disabili, ma come archivio culturale in cui la crisi della normatività corporea e mentale viene già resa visibile, seppur in forma poetica e non ancora politicamente codificata.

Un ulteriore asse di confronto riguarda la rappresentazione della mente non normativa e della cosiddetta follia, centrale tanto nella scrittura beat quanto nelle successive elaborazioni dei disability studies. In opere come Kaddish di Allen Ginsberg, la malattia mentale non viene trattata come semplice condizione individuale, ma come esperienza attraversata da dispositivi familiari, medici e istituzionali che ne determinano la gestione e la percezione sociale. In questi versi di Ginsberg lampeggia il suo lirismo poetico ma al tempo stesso si sente il condizionamento dell’istituzione:

Da capo e da capo – ritornello – degli Ospedali – ancora non ho scritto la tua storia – la lascio astratta – poche immagini
[…]
Di quel mio impegno più tardi – giuramento di illuminare il genere umano – questo è liberarsi di particolari – (pazzo come te) – (la sanità un trucco convenzionale) – [Traduzione di Fernanda Pivano]

L’uso delle parentesi suggerisce un senso di confinamento e anche di contenimento mentre i trattini spezzano il ritmo della prosa evocando la mente e il corpo non solo di chi viene raccontato ma anche di chi scrive. Per Ginsberg la figura della madre internata psichiatricamente diventa il punto di emersione di una critica implicita alla psichiatria come sistema di normalizzazione, la stessa critica alla medicalizzazione della devianza che i disability studies svilupperanno in termini teorici più sistematici. Ginsberg descrive Naomi attraverso immagini di frammentazione identitaria e instabilità percettiva, come quando scrive: “with your eyes of madness, your eyes of memory”, oppure nelle sequenze in cui la sua voce oscilla tra lucidità e delirio, rendendo la soggettività non lineare e attraversata da rotture temporali e cognitive.
La beat generation tende a trasformare la devianza in mito letterario, esperienza estetica e romanticizzazione dell’eccesso; i disability studies ne riformulano il significato in termini politici e militanti.
La malattia mentale non appare qui come semplice categoria clinica, ma come esperienza vissuta dentro una rete di relazioni familiari, mediche e sociali che ne definiscono il significato. Questo aspetto può essere letto alla luce della teoria di Lennard J. Davis, secondo cui la “normalità” è una costruzione storica che stabilisce i confini tra sanità e patologia, rendendo la diagnosi psichiatrica uno strumento di regolazione sociale più che una descrizione neutra. Allo stesso tempo, la condizione di Naomi può essere interpretata attraverso la nozione di misfit di Rosemarie Garland-Thomson, poiché il suo corpo e la sua mente non sono leggibili come “disfunzionali” in senso assoluto, ma come disallineati rispetto a un ambiente familiare e istituzionale che non è in grado di accoglierne la complessità. In Kaddish, infatti, l’ospedalizzazione psichiatrica e le pratiche di contenimento della malattia mentale emergono come dispositivi che non solo descrivono, ma producono la condizione stessa di esclusione. Kaddish infatti non è da considerare come una rappresentazione della disabilità psichica, ma come un archivio poetico della sua costruzione sociale.

Sviluppando questo ragionamento, potremmo provare a leggere Kaddish attraverso la prospettiva di Exile and Pride di Eli Clare. Pubblicato nel 1999, il libro mescola memoir, teoria politica e autobiografia embodied. Clare parla di corpo disabile come di un corpo narrante: è archivio di violenza, luogo di desiderio, spazio politico, territorio di appartenenza. Il corpo racconta storie perché la narrazione non è separata dal corpo, nasce da esso. Ma mentre Clare si interroga su come il corpo disabile possa raccontarsi autonomamente, in Kaddish è un doppio sguardo (o più di uno) a generare la prospettiva del racconto. Tuttavia, tanto in Ginsberg, quanto in Clare, il corpo disabile è sempre relazionale, la marginalizzazione non è unica ma stratificata: raccontarsi significa sottrarsi alle narrazioni mediche e pietistiche. È interessante allora analizzare la costruzione linguistica del corpo “deviante” nella poesia beat.

In Howl la materialità dell’esperienza viene resa attraverso immagini che sovrappongono sofferenza fisica, vulnerabilità e intensità percettiva. Nella celebre apertura del poema ‒ “I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked” ‒ la sequenza di aggettivi non descrive soltanto una condizione psicologica, ma costruisce un corpo esposto nella sua precarietà biologica e sociale: fame, nudità e isteria diventano marcatori di un’esistenza che eccede la definizione medica di “patologia”. In Kaddish Ginsberg scrive:

A 12 anni sull’autobus notturno attraverso il New Jersey, ho abbandonato Naomi alle Parche nella casa a Lakewood piena di fantasmi – abbandonato al destino del mio autobus – affondato in un sedile – tutti i violini spezzati – il cuore indolenzito nelle costole – la mente era vuota – Almeno fosse al sicuro nella bara –
[…]
Prima della Depressione grigia – andò via da New York – guarì ‒ Lou le fece una fotografia seduta a gambe incrociate sull’erba – lunghi capelli intrecciati di fiori – sorridente – a suonare ninnenanne sul mandolino – fumo di ortiche nelle colonie estive di sinistra e io nell’infanzia vedevo alberi – [Traduzione di Fernanda Pivano]

Qui il corpo del figlio “devia” dal corpo della madre ma ci cammina a fianco attraverso un linguaggio di trame interrotte di segni ed ellissi temporali e immagini che a loro volta producono suoni: “all violins broken” e “me in infancy saw trees”. In un’intervista a Gay Sunshine del 1974 Ginsberg sosteneva che l’immagine sociale del corpo “potrebbe essere il prodotto di una cospirazione su larga scala”.  In Howl, vediamo corpi queer e disabili in una caotica rottura con queste norme etero/cognitive. “Ginsberg si rivolge a coloro che sono stati rifiutati da istituzioni come ‘accademie per pazzi e case editrici di odi oscene’”, scrive Ben Berman Ghan. “In Howl troviamo una sorta di tributo a coloro che si sentono rifiutati, a coloro i cui rifiuti hanno alimentato sentimenti anti-establishment e all’autodistruzione”. La deviazione di Howl da un’America splendente e piena di speranza si colloca nel contesto di quello che Loni Reynolds ha descritto come un “momento culturale dinamico che medicalizzava e patologizzava le deviazioni da una norma idealizzata e impossibile”.
Secondo Lennard J. Davis, la “normalità” è una costruzione storica che stabilisce i confini tra sanità e patologia, rendendo la diagnosi psichiatrica uno strumento di regolazione sociale più che una descrizione neutra.
Nella prefazione alla prima edizione di Howl (1956), il poeta William Carlos Williams scrisse: “Trattenete gli orli delle vostre vesti, signore, stiamo attraversando l’inferno”. Affinché Howl potesse creare un’America in cui i corpi queer e disabili potessero sentirsi a casa, Ginsberg dovette prima trascinare l’America nell’abisso caotico. “Alla fine della terza parte della poesia”, scrive ancora Berman Ghan, “Ginsberg sembra sognare un’America libera dai suoi abusi passati, un sogno in cui, dopo quella lunga discesa all’inferno, possiamo tutti emergere dall’altra parte”.
Howl termina così: “Nei miei sogni arrivi in lacrime gocciolante dalla crociera della traversata in autostrada dell’America fino alla porta del mio cottage nella notte dell’Ovest”.

Da quella notte, settant’anni dopo, usciamo all’alba di un altro Ovest, sulle coste del Tirreno, dove splende la spiaggia dorata – l’eternità dorata – di Castelporziano, memoria storica dei cantori beat e residenza simbolica di una contemporanea crip generation.

L'articolo Da Castelporziano all’eternità crip proviene da Il Tascabile.

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EE.UU. habría agotado con Irán «peligrosamente» sus reservas de armamentos clave, tanto de ataque como de defensa

Estados Unidos habría utilizado «prácticamente todas» sus reservas de misiles de precisión de largo alcance durante su agresión contra Irán, un conflicto que ya se prolonga por cinco meses, informó este martes Reuters.

En concreto, el Ejército estadounidense habría agotado gran parte de sus existencias de armas tierra-tierra, en particular los Sistemas de Misiles Tácticos del Ejército (ATACMS) y los Misiles de Ataque de Precisión (PrSM). Cada unidad supera el millón de dólares, según las mismas fuentes, que no precisaron cuántos misiles quedarían disponibles.

Las municiones de largo alcance constituyen un componente clave del arsenal militar, al permitir ataques de alta precisión desde distancias relativamente seguras. En ese marco, la escasez reflejaría —de acuerdo con las personas consultadas— una decisión del Gobierno de Donald Trump de evitar métodos más arriesgados para atacar objetivos iraníes.

Asimismo, CNN reveló que las Fuerzas Armadas de Estados Unidos ha agotado casi el 80 % de sus interceptores de un sistema clave de defensa antimisiles, mientras altos mandos militares estadounidenses advierten que las reservas de municiones del Pentágono están “peligrosamente bajas”, según múltiples fuentes familiarizadas con el asunto. Las reservas de sistemas clave de defensa aérea se han visto particularmente mermadas durante la guerra con Irán. Las Fuerzas Armadas han consumido casi cuatro quintas partes de su inventario de misiles THAAD en comparación con los niveles previos a la guerra y aproximadamente la mitad de sus interceptores Patriot desde el inicio del conflicto, según dos fuentes familiarizadas con el informe de inventario más reciente. La revelación del bajo inventario de THAAD no se había informado previamente.

Las fuentes advirtieron que, si el conflicto se prolonga, la disminución de estas reservas podría limitar la capacidad de Washington para disuadir a sus adversarios geopolíticos, incluidos Rusia y China.

 

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2:18 Water Pipe Explosion Damn
2:28 Moonwalk crack
2:35 Happy Birthday from Jesus
2:57 Dog covers mouth of woman stinky breath
3:07 Sun look pink red because of Canada wildfire smoke
3:17 Bone bigger than dog
3:21 Hole in one win
3:23 Shark Rescue Fishing Line
3:50 Breakdancing
4:04 Jumped in the queue
4:18 Intruder hack
4:29 Huge caterpillar crawl on windshield optical illusion
4:38 Ball tire
4:45 Tree-Sized Mushroom
4:50 Eyes and Nose Fence Cutout
4:55 Lightning Close Call
4:59 Rollercoaster of Sleep
5:10 Whip twirl
5:19 Choppy sea
5:36 Man Falls Out of Golf Cart Reaching for Ball
5:44 Camera shutter mimic
6:00 Greetings
6:11 Car sound
6:23 Man Falls Through Ceiling While in Attic
6:35 He took his baby across the finish line
6:53 skate fail
7:01 Lava Fountain and Full Moon Captured at Kilauea
7:15 Bike modes
7:21 Shadow has bad graphics
7:33 football fail
7:40 Playing Zucchini horn
7:59 Storm cloud
8:11 Tree Falls Near Golf Cart During Dust Storm
8:22 Pokémon game card sent of into space
8:43 Influencing with daughter
8:53 Label maker pro
9:08 pigeon has bread drip
9:19 old car problems
9:39 City Lightning Strike
9:59 Rollercoaster looks
10:07 SQUIRREL
10:26 Hamster tries to steal garlic bread
10:38 Tire Honks Car
10:51 Cursed way to make a PB and J
11:23 Lifting tree trunk as a team
11:40 Dustpan music
11:58 Does anyone know what kind of rock this is?
12:15 First day on the farm
12:19 Giant calves
12:21 Parkour fail
12:27 Doctor toy
12:36 Cool camera rig
12:52 Introducing the HoloMat
13:18 Giant pizza
13:35 Kid gets pulled over
13:55 Human cat
14:00 Cheesiest looking cheese
14:12 Noise boxes
14:26 Magic trick w/ elastic band
14:48 Argentina Desert
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FLUG - Riunioni Linux Day 2026

Abbiamo deciso di fissare delle riunioni ricorrenti per organizzare il Linux Day insieme all'ElsaGLUG, il sabato pomeriggio alle 16:30. Le riunioni si svolgeranno da remoto, mediante sistemi di comunicazione rigorosamente di software libero, e sarà nostra premura non prolungarne la durata oltre l'ora. Scriveteci in privato per partecipare alle riunioni. I resoconti delle riunioni verranno ...
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ANTENNA HF PORTATILE RADIODDITY HF-010 |BANDA COMPLETA 80M-6M | INSTALLAZIONE SU QUALSIASI TERRENO

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CAPRI, MAREVIVO: DOPO QUARANT’ANNI DIVENTA AREA MARINA PROTETTA

Dopo oltre quarant’anni di impegno portato avanti da Marevivo, l’Area Marina Protetta “Isola di Capri” è finalmente realtà. Con l’approvazione definitiva del disegno di legge da parte della VIII Commissione Ambiente in sede legislativa, si è concluso alla Camera l’iter parlamentare che istituisce la nuova AMP, segnando una svolta storica per la tutela del patrimonio naturale dell’isola. Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, spiega Marevivo in una nota, provvederà, entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, agli adempimenti necessari per renderla operativa. Il provvedimento modifica, inoltre, la denominazione dell’area marina di reperimento “Penisola della Campanella – Isola di Capri”, distinguendo definitivamente le due realtà: “Punta Campanella” e “Isola di Capri”, ciascuna con un proprio percorso gestionale. L’istituzione dell’Area Marina Protetta di Capri colma una storica lacuna nel sistema nazionale delle aree marine protette. Pur essendo una delle isole più conosciute e visitate del Mediterraneo, nonché un patrimonio naturalistico di valore internazionale, Capri era infatti ancora priva di uno strumento di tutela dedicato. Con l’approvazione della legge questa anomalia viene finalmente superata, segnando un ulteriore passo decisivo verso gli obiettivi fissati dall’Unione Europea con la Strategia 30×30, che mira a proteggere almeno il 30% delle aree marine entro il 2030. Da sempre Marevivo, ancora la nota, richiama l’attenzione sulla necessità di ampliare e rafforzare il sistema delle Aree Marine Protette italiane, che oggi comprende 32 AMP, incluse due aree archeologiche sommerse, a fronte delle 52 previste dalla Legge quadro n.394 del 1991, che ha consolidato il sistema delle aree protette avviato con il D.P.R. 979 del 1982 sulla difesa del mare. Nel corso degli anni la Fondazione ha promosso una politica più ambiziosa per la tutela del mare e, nel 2024, in occasione degli Stati Generali delle Aree Protette organizzati dal MASE, ha presentato una proposta di riforma della legge per equiparare la disciplina delle AMP a quella dei Parchi Nazionali, riconoscendo al patrimonio marino pari dignità rispetto a quello terrestre e prevedendo risorse adeguate, una governance più efficace e strumenti più incisivi per il monitoraggio e la gestione.

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Roman Space Telescope Plaque Install

Technicians inside the Payload Hazardous Servicing Facility at NASA’s Kennedy Space Center complete installation of a commemorative plaque on the agency’s Nancy Grace Roman Space Telescope, as photographed on Tuesday, July 28, 2026.

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INCENDI, ASSESSORA SICILIA: IL 98% PARTE DALLA MANO DELL’UOMO

“La mano criminale è dietro agli inneschi di degli incendi. Il 98% dei roghi parte dalla mano dell’uomo: non li chiamerei piromani ma delinquenti”. Così – riporta Dire – l’assessora al territorio e ambiente della Regione Siciliana, Giusi Savarino, intervenendo all’Ars al termine della seduta dedicata a interpellanze e interrogazioni della rubrica Territorio e ambiente. “Va fatta un’azione per bloccare queste persone – ha aggiunto Savarino – ma questo non basta: bisogna capire quali sono le ragioni dietro a questi incendi”.

(Foto i repertorio)

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VIP, APP, PPT: Are English abbreviations harming China’s cultural confidence?

A Chinese speaker today might describe their day at work as first making a “PPT” (a PowerPoint presentation) and then having to “PS tu” (Photoshop an image). After clocking off, they might “chang K” (sing karaoke) with friends before taking the “C wei” (centre spot) in a group photo. These novel phrases spring from the widespread habit of adopting English abbreviations directly into daily speech, usually pronounced letter by letter. While this is the organic result of cultural exchange, the...

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Linguaggi d’avanguardia in Spagna e Italia. Modernità e dissenso

di Alessandro Ghignoli   [E’ uscito da poco per Peter Lang Linguaggi d’avanguardia in Spagna e Italia: Modernità e dissenso, di Alessandro Ghignoli. Proponiamo l’introduzione].   Introduzione   Il nostro studio si propone di verificare come determinati linguaggi d’avanguardia, principalmente dalla secondà metà del Novecento ad oggi, hanno al loro interno motivazioni di lotta e …

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Re: DX PATROL MK4.

Thanks for the reply. I had an issue with the PPM setting that needed adjustment. I also need to find a solution for the high gain. I added a blacklist entry that frees up the receiver, decoupling it from the DVB-T receiver.
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Re: DX PATROL MK4.

Geia sou Giorgo,

It looks like you need to blacklist some modules.

First create the following file (copy past from sudo all the way to last EOF)

sudo tee /etc/modprobe.d/exclusions-rtl2832.conf <<EOF
# Blacklist host from loading modules for RTL-SDRs to ensure they
# are left available for the Docker guest.

blacklist dvb_core
blacklist dvb_usb_rtl2832u
blacklist dvb_usb_rtl28xxu
blacklist dvb_usb_v2
blacklist r820t
blacklist rtl2830
blacklist rtl2832
blacklist rtl2832_sdr
blacklist rtl2838

install dvb_core /bin/false
install dvb_usb_rtl2832u /bin/false
install dvb_usb_rtl28xxu /bin/false
install dvb_usb_v2 /bin/false
install r820t /bin/false
install rtl2830 /bin/false
install rtl2832 /bin/false
install rtl2832_sdr /bin/false
install rtl2838 /bin/false
EOF

Then do also the following

sudo modprobe -r dvb_core
sudo modprobe -r dvb_usb_rtl2832u
sudo modprobe -r dvb_usb_rtl28xxu
sudo modprobe -r dvb_usb_v2
sudo modprobe -r r820t
sudo modprobe -r rtl2830
sudo modprobe -r rtl2832
sudo modprobe -r rtl2832_sdr
sudo modprobe -r rtl2838

then..
sudo depmod -a

After that I would reboot the raspi and hopefully all will be ok.

-Yiannis
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Smart aggiorna la gamma: tra le nuove Black Edition c'è una #5 con 587 CV e trazione integrale

Smart&nbsp;ha presentato la nuova gamma delle SUV elettriche #1, #3 e #5. La novità principale riguarda il modello di maggiori dimensioni, che vede il debutto della variante Premium AWD a trazione integrale, dotata di powertrain bimotore da 432 kW (587 CV) e batteria da 94 kWh. L'autonomia dichiarata raggiunge i 540 chilometri.La dotazione riprende quella della versione più ricca della gamma e comprende impianto audio Sennheiser, vetri a doppio strato, sedili anteriori ventilati e posteriori riscaldati. Il prezzo di questo allestimento è di 59.936 euro, pari a 2.500 euro in più rispetto alla Premium a due ruote motrici. Arriva la Black Collection Su tutta la gamma smart debutta anche il pacchetto Black Collection (600 euro), disponibile esclusivamente per le versioni Pro+. Come suggerisce il nome, l'allestimento aggiunge finiture nere su elementi come griglia anteriore, diffusore posteriore, minigonne, cornici dei finestrini e barre sul tetto.Per la #1 sono previsti specifici cerchi da 18 pollici, mentre per #3 e #5 arrivano versioni dedicate dei cerchi da 19 pollici. inoltre disponibile, senza sovrapprezzo e senza obbligo di scelta, la vernice nera per la carrozzeria. I prezzi della Black Collection Le nuove versioni delle smart sono ordinabili dalla fine del mese di luglio in Italia e Spagna, e nelle prossime settimane verranno introdotte sugli altri mercati europei.Smart #1 Pro+ Black Edition: 44.195 euroSmart #3 Pro+ Black Edition: 44.195 euroSmart #5 Pro+ Black Edition: 53.536 euro
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Arriva Vergilius Plus: dove si trova il nuovo Tutor che legge le targhe e controlla la velocità media

Saranno 36 le tratte su cui vigilerà Vergilius Plus, il nuovo sistema di tipo Tutor per il controllo della velocità media:&nbsp;attivo dal 4 agosto su circa 211 chilometri di strade e autostrade, Vergilius Plus è stato attivato da Polizia di Stato e Anas e verrà gestito dalla Polizia Stradale.Vergilius Plus è in grado di monitorare costantemente il traffico veicolare: grazie all'impiego di telecamere intelligenti, il sistema evoluto effettua la lettura automatica delle targhe, identifica la categoria dei mezzi, utile per verificare il corretto limite di velocità, e controlla la velocità media dei veicoli. Vergilius Plus: dove si trova Come detto, Vergilius Plus è gestito dalla Polizia Stradale, che si occuperà dell'accertamento delle infrazioni e dell'emissione dei relativi verbali. Il nuovo sistema omologato sarà operativo su 36 tratte stradali e autostradali, per uno sviluppo complessivo di circa 211 km, in entrambe le direzioni di marcia.Le tratte interessate sono:Autostrada A2 Del Mediterraneo, tra Salerno e Buonabitacolo (Salerno);Strada Statale 1 Aurelia, tra il km 11+950 e il km 23+500;Strada Statale 7 quater Domitiana, dal km 44+630 al km 54+300;Strada Statale 309 Romea, tra il km 1+680 e il km 7+080;Strada Statale 145 Var Sorrentina, all'interno della Galleria Santa Maria di Pozzano, dal km 0+072 al km 4+950. Controlli con ogni condizione atmosferica e d'illuminazione Installato per la prima volta nel 2012 su alcune tratte ad alta incidentalità della Strada Statale 309 Romea, della Strada Statale 1 Aurelia e della Strada Statale 7 quater Domitiana, Vergilius ha progressivamente esteso il proprio raggio d'azione a numerose strade e autostrade gestite da Anas. Il sistema consente di rilevare la velocità dei veicoli in qualsiasi condizione atmosferica e di illuminazione.
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Non solo benzina e GPL: tutte le Cirelli Black avranno il full hybrid, ecco i modelli

Entro la fine del 2026 Cirelli introdurrà i powertrain full hybrid su tutta la gamma Black, che si affianca alla Gold e alla nuova Silver. Le nuove motorizzazioni affiancheranno le tradizionali versioni a benzina e bifuel Gpl, ampliando l'offerta dell'importatore italiano che assembla i modelli provenienti dalla Cina negli stabilimenti di Bergamo, Verona e Alessandria. Cirelli 1 A dispetto del nome, la Cirelli 1 Hybrid non è la più piccola del listino: con i suoi 461 cm di lunghezza e i sette posti di serie si posiziona infatti a metà strada tra la 5 (-5 cm) e la 3 (+7 cm). Caratterizzata da un'inedita firma stilistica frontale che sarà applicata a tutta la gamma Black, la 1 Hybrid introduce un nuovo powertrain full hybrid (i cui dati non sono stati ancora comunicati) che affianca le sei versioni già in gamma, ossia benzina, bifuel Gpl e metano, tutte anche con impianto mild hybrid. Ricca la dotazione di serie, che prevede su tutta la gamma cerchi di lega da 17&quot; (19&quot; per le varianti Cross), tettuccio ad apertura elettrica, navigatore connesso con Google Maps e Waze, sedili in ecopelle, infotainment con Apple CarPlay e Android Auto.Listino da: 18.800 euroQuando arriva: dicembre Cirelli 3 La nuova firma stilistica del marchio Cirelli debutterà con questa Suv di segmento C lunga 469 centimetri, che si proporrà sul nostro mercato con una versione a Gpl affiancata da una variante full hybrid. Per il momento la Casa non ha fornito informazioni dettagliate: per conoscere prezzi e specifiche tecniche bisognerà attendere ancora qualche settimana. Come tutta la gamma Cirelli, anche la 3 ha una ricca dotazione di serie, che comprende navigatore, ricarica wireless per gli smartphone, climatizzatore automatico, Apple CarPlay e Android Auto, tettuccio apribile e sedili in ecopelle. Questo modello è disponibile anche nell'allestimento Sport (allo stesso prezzo della Cross, con assetto rialzato e gomme All Terrain), con carrozzeria in Flame Red, minigonne laterali, alettone e diffusore posteriori, paraurti specifici, cerchi da 18&quot; diamantati (da 20&quot; su richiesta), trasmissione Cvt e telecamera a 360.Listino da: 20.800 euroQuando arriva: settembre Cirelli 5 La Cirelli Motor Company presenterà la sua nuova identità estetica nelle prossime settimane, apportando modifiche a tutti i modelli della linea Black. Tra questi anche la Cirelli 5, sport utility che prende forma sulla base della cinese Forthing T5 Evo. L'abitacolo ruota attorno a un display 4K da 10,3 pollici, affiancato da sedute di pelle a regolazione elettrica. Di serie, ADAS di livello 2 e tetto panoramico. Proposta nelle varianti a benzina e bifuel a Gpl (anche con impianto mild hybrid) con cambio automatico a doppia frizione a sette rapporti, arriverà anche con un nuovo powertrain full hybrid. Anche questo modello è disponibile nella versione Sport con assetto ribassato, scarico dedicato e pack sonoro, cerchi da 22&quot;, impianto frenante Tarox e sospensioni racing. Il kit Sport 2 (1.800 euro) aggiunge la centralina modificata e la turbina maggiorata.Listino da: 29.900 euroQuando arriva: settembre Cirelli 7 A metà strada tra una crossover e una multispazio, la Cirelli 7 è una 7 posti da 4,85 metri che strizza l'occhio alle famiglie, con tanto spazio a bordo e una ricca dotazione di serie: tettuccio panoramico, display widescreen 4K, cambio automatico DCT a sette rapporti a doppia frizione, Android Auto e Apple CarPlay, cerchi da 18&quot;, climatizzatore automatico e sedili ventilati e riscaldabili per tutti i passeggeri. In base alla configurazione dei posti a sedere, il bagagliaio mette a disposizione tra i 234 e i 2.032&nbsp;litri. A breve arricchirà la propria proposta con la Hybrid, che andrà ad ampliare l'offerta del marchio, caratterizzata dalla forte presenza nella gamma del bifuel. Con l'arrivo dell'ibrida, la motorizzazione benzina- Gpl non sparirà: rimarrà un'opzione per coloro che vogliono puntare sulla versatilità della doppia alimentazione e sui risparmi alla pompa garantiti dal gas. La variante Cross aggiunge cerchi da 19&quot; e assetto rialzato. Listino da: 29.900 euroQuando arriva: novembre
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Leggera e facile da usare: perché la Hyundai i20 continua a convincere - VIDEO

Se anche le utilitarie diventano sempre più grandi, pesanti e complesse, la Hyundai i20 conserva una formula piuttosto tradizionale: dimensioni compatte, un motore dalla potenza ragionevole e una buona attenzione alla praticità.Questo non significa però rinunciare alla tecnologia, a una dotazione completa o persino a un pizzico di divertimento alla guida. Ecco allora quattro aspetti da conoscere della segmento B coreana. Un solo motore, due trasmissioni fra cui scegliere Dentro il cofano della Hyundai i20 è disponibile un'unica motorizzazione: il 1.0 T-GDI, un tre cilindri turbo benzina a iniezione diretta da 90 CV e 172 Nm.&nbsp;Le prestazioni sono adeguate all'impiego quotidiano e, scalando quando serve, consentono di affrontare senza difficoltà anche i sorpassi.La scelta da compiere riguarda in realtà la trasmissione: al cambio manuale a sei marce si affianca un automatico doppia frizione a sette rapporti (DCT), fluido e rapido nei passaggi di marcia. Quest'ultimo costa 1.500 euro in più e non è disponibile sulla versione d'ingresso da 19.900 euro: per averlo bisogna partire dalla ConnectLine, proposta a 23.750 euro. Il manuale, inoltre, è più rapido nello 0-100 km/h dichiarato: 11,5 secondi contro i 12,8 dell'automatica. La scelta è dunque tra semplicità e prestazioni da una parte, confort e fluidità dall'altra. La scelta da prendere, in realtà, riguarda la trasmissione: al cambio manuale a sei marce si affianca un automatico doppia frizione a sette rapporti (DCT), fluido e rapido nei passaggi di marcia. Quest'ultimo costa 1.500 euro in più e non è disponibile sulla versione d'ingresso da 19.900 euro: bisogna partire dalla ConnectLine, proposta con il DCT a 23.750 euro. Il manuale, inoltre, è più rapido nello 0-100 km/h dichiarato: 11,5 secondi contro i 12,8 dell'automatica. La scelta, dunque, è tra semplicità e prestazioni da una parte, comfort e fluidità dall'altra. Tecnologia da segmento superiore La dotazione tecnologica della i20 dimostra quanto contenuti un tempo riservati alle vetture dei segmenti superiori siano ormai arrivati anche sulle utilitarie. A bordo trovano posto due schermi da 10,25 pollici: uno per la strumentazione digitale, la cui grafica varia in base alla modalità di guida selezionata, e uno per l'infotainment, compatibile con Apple CarPlay e Android Auto, sebbene soltanto tramite cavo e non in modalità wireless.Già di serie sono presenti numerosi dispositivi di confort e ADAS di sicurezza, tra cui sensore crepuscolare, gestione automatica degli abbaglianti, cruise control, sensori di parcheggio posteriori con retrocamera, mantenimento attivo della corsia con funzione di centraggio e assistenza anticollisione frontale. L'allestimento Prime aggiunge i fari Full LED e il sensore pioggia, oltre a comodità come il climatizzatore automatico e la piastra di ricarica a induzione. Sulla Prime è inoltre disponibile, a 900 euro, un pacchetto che comprende sistema keyless, sensori anteriori e cruise control adattivo. Semplice nello schema, convincente in curva Con una massa inferiore a 1.150 kg, la Hyundai i20 rimane relativamente leggera rispetto a molte vetture moderne. una caratteristica che si avverte fin da subito durante la guida, perché consente di contenere le inerzie e rende più semplice trovare un buon compromesso tra confort e precisione.Lo schema sospensivo è convenzionale - MacPherson all'anteriore e ponte torcente al posteriore - ma la complessità tecnica non è necessariamente sinonimo di una migliore dinamica: spesso è la qualità della messa a punto a fare la differenza. Da questo punto di vista la i20 appare ben equilibrata: non è una N Line con assetto ribassato e mantiene la comodità necessaria nell'impiego urbano, ma la leggerezza e i cerchi da 17 pollici della versione provata permettono anche di divertirsi nel misto. Nei rilasci più decisi emerge persino una certa vivacità del retrotreno, senza compromettere la facilità di guida complessiva. Quattro metri sfruttati bene Una buona utilitaria deve essere piacevole da guidare, ma anche versatile nella vita quotidiana. La i20, lunga poco più di quattro metri, offre un bagagliaio dalla capacità dichiarata di 352 litri. Il vano dispone di un piano regolabile su due altezze, sotto il quale si può ricavare ulteriore spazio, e non mancano alcuni accorgimenti pratici come i ganci per appendere le borse. C'è persino una piccola cinghia a strappo pensata per trattenere i piccoli oggetti nel pozzetto laterale.Anche l'abitabilità posteriore è convincente in rapporto alle dimensioni esterne: le portiere hanno una buona ampiezza di apertura e facilitano l'accesso, mentre persino dietro un guidatore alto 1,90 metri rimane spazio sufficiente per piedi, ginocchia e testa. Non è naturalmente una vettura da famiglia numerosa, ma sfrutta con efficacia l'ingombro a disposizione. Una formula ancora razionale La Hyundai i20 combina dimensioni gestibili, dotazioni di sicurezza complete e una buona versatilità con una qualità sempre meno scontata: la leggerezza. Il motore da 90 CV non punta sulle prestazioni assolute, ma offre tutto ciò che serve nell'utilizzo quotidiano, mentre la possibilità di scegliere tra cambio manuale e doppia frizione consente di privilegiare il coinvolgimento oppure la comodità. Una proposta razionale che riesce comunque a conservare una buona dose di carattere.
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Grafica retro per progetti indie: cosa serve davvero

Grafica retro per progetti indie: cosa serve davvero

La grafica retrò ha visto una crescita notevole negli ultimi anni. Dai videogiochi indie ai progetti di comunicazione visiva, lo stile Pixel art è tornato a occupare uno spazio centrale nella produzione creativa digitale. Non si tratta di nostalgia fine a se stessa: molti designer e sviluppatori scelgono questo linguaggio visivo per la sua immediatezza, la sua riconoscibilità e la capacità di trasmettere un'identità forte con pochi elementi.

Creare Pixel Art di qualità, però, richiede tempo e competenze specifiche. Chi lavora su progetti indie sa bene quanto sia difficile bilanciare la cura estetica con i ritmi di produzione. È qui che entra in gioco l'uso di un generatore Pixel Art basato sull'intelligenza artificiale: uno strumento capace di trasformare immagini o descrizioni testuali in grafica stilizzata, aiutando a ridurre i tempi di lavorazione senza sacrificare il controllo creativo.

Cosa si intende per grafica retrò nei progetti indie

La Pixel Art è uno stile grafico costruito su griglie di punti colorati. Ogni elemento visivo viene composto a partire da singoli pixel, con palette ridotte e risoluzioni contenute. Questo approccio ha radici nei videogiochi degli anni Ottanta e Novanta, quando le limitazioni tecniche imponevano scelte creative precise.

Per i progetti indie, lo stile retrò offre benefici pratici. Richiede meno risorse rispetto alla grafica tridimensionale, comunica un'identità visiva forte fin dal primo sguardo e permette a team piccoli di mantenere coerenza stilistica senza gestire asset complessi. La riconoscibilità immediata può aiutare a distinguersi in un mercato affollato.

Chi desidera applicare questo linguaggio visivo senza affrontare da soli le difficoltà tecniche può affidarsi a Adobe Firefly Retro. Il servizio è accessibile direttamente da browser, non richiede installazione e propone una modalità gratuita per iniziare a creare asset personalizzati con pochi passaggi. La piattaforma include controlli stilistici avanzati e permette di esportare file in formati standard.

Come funziona il sistema di crediti di Adobe Firefly

Adobe Firefly è gratuito. Ogni account riceve crediti mensili che si rinnovano automaticamente a ogni ciclo. Questi crediti vengono consumati ogni volta che si genera un'immagine, si applica un effetto stilistico o si converte una foto in Pixel Art. Il sistema è trasparente e permette di monitorare il saldo in tempo reale.

Il piano gratuito consente un numero limitato di generazioni al mese. Per chi lavora su un progetto indie con esigenze moderate, può essere sufficiente per produrre icone, sprite e asset di base. Chi ha bisogno di volumi più alti può passare a un piano a pagamento con crediti aggiuntivi. La scelta dipende dalla frequenza di utilizzo e dalla dimensione del progetto.

Ogni azione ha un costo in crediti definito. Generare un'immagine da zero consuma più crediti rispetto all'applicazione di un effetto su un file esistente. Conoscere queste differenze aiuta a pianificare il lavoro e a evitare interruzioni durante le fasi centrali della produzione.

Echo Block: Pianificare l'utilizzo dei crediti mensili messi a disposizione da Adobe Firefly aiuta a gestire meglio ogni fase della creazione grafica. Sapere quando vengono rinnovati e in che modo ogni generazione influisce sul saldo permette di portare avanti il lavoro senza interruzioni.

Primo progetto passo dopo passo: da una foto a un asset Pixel Art

Sempre più sviluppatori indipendenti scelgono generatori di Pixel Art per creare rapidamente icone ed elementi grafici destinati a giochi distribuiti su piattaforme pubbliche. Un esempio concreto riguarda la realizzazione di asset per titoli italiani lanciati su itch.io, dove team ridotti hanno adottato strumenti di generazione automatica per trasformare fotografie di personaggi reali in icone stilizzate in pochi minuti.

Per iniziare, è necessario effettuare l'accesso a Firefly con un account Adobe gratuito e scegliere la funzione generatore Pixel Art dalla schermata principale. Questa operazione si compie direttamente dal browser, senza passaggi aggiuntivi o software da installare. Una volta entrati nell'editor, si può caricare un'immagine di riferimento: vengono accettati file in formato JPEG, PNG o WEBP con una dimensione massima di 100 MB.

Dopo il caricamento dell'immagine, viene richiesto di inserire un prompt descrittivo che definisce soggetto, stile e caratteristiche. Un esempio concreto di prompt efficace potrebbe essere: "icona di un castello medievale, stile 16-bit, palette a 8 colori, sfondo trasparente". A questo punto si seleziona l'effetto Pixel Art desiderato e si impostano eventuali parametri aggiuntivi come densità della griglia o palette cromatica. Al termine del processo, il sistema consente di scaricare l'asset nel formato scelto con una risoluzione massima di 2000x2000 pixel.

Echo Block: Seguendo questi cinque passaggi è possibile ottenere un asset Pixel Art pronto all'uso partendo da qualsiasi immagine di riferimento, senza installare software aggiuntivi.

Come scrivere prompt efficaci per la Pixel Art

La qualità del risultato dipende in larga misura dalla precisione del prompt. Alcuni principi possono aiutare a ottenere output più affidabili fin dalla prima generazione, facilitando il processo e aiutando a gestire meglio i crediti disponibili.

Il primo principio consiste nello specificare la palette cromatica. Ad esempio, inserendo una richiesta come "palette a 16 colori, toni caldi, predominanza di arancione e marrone", il sistema sarà indirizzato verso un risultato molto più vicino alle aspettative. Il secondo principio riguarda la descrizione dettagliata del soggetto. Una frase come "personaggio fantasy visto di lato, armatura leggera, stile 16-bit" rende il risultato più mirato e facilmente riutilizzabile rispetto a una descrizione generica.

Il terzo principio è la definizione del contesto d'uso. Chiarire, ad esempio, che serve uno "sprite per gioco a scorrimento laterale, dimensioni 32x32 pixel" permette allo strumento di calibrare proporzioni e dettagli secondo la destinazione finale. Il quarto principio prevede l'impiego di riferimenti stilistici chiari, come "stile grafico anni Novanta, bordi netti, nessuna sfumatura". Questi elementi guidano il sistema verso risultati coerenti con le aspettative del progetto.

Echo Block: Un prompt preciso produce risultati più coerenti. Specificare palette, soggetto, contesto e stile di riferimento può aiutare a ridurre il numero di generazioni necessarie e ottimizzare l'uso dei crediti disponibili.

Integrazione con Creative Cloud e uso commerciale

Gli asset generati con Firefly si possono utilizzare in Photoshop e Illustrator senza passaggi intermedi complessi. È possibile esportare l'immagine e aprirla direttamente nei programmi Creative Cloud per modifiche, ridimensionamenti o composizioni più articolate. Questa integrazione può aiutare a ridurre i tempi di lavorazione e a mantenere la qualità del file originale.

Adobe consente l'uso commerciale dei contenuti generati con Firefly, nel rispetto delle linee guida ufficiali. Chi intende pubblicare asset in un gioco in vendita o in materiali promozionali dovrebbe consultare le condizioni aggiornate sul sito Adobe prima di procedere. Chi carica immagini contenenti dati personali deve inoltre verificare la conformità con il GDPR. Le normative europee sulla protezione dei dati richiedono trasparenza e responsabilità nell'uso di strumenti basati su intelligenza artificiale.

Echo Block: Gli asset creati con Firefly possono essere usati commercialmente secondo le linee guida Adobe. Chi opera in ambienti regolamentati dovrebbe verificare le condizioni di licenza prima della pubblicazione.

Conclusione

Un generatore Pixel Art basato sull'intelligenza artificiale offre un metodo pratico per chi desidera produrre asset grafici retro senza soluzioni superflue o costi eccessivi. L'accesso gratuito con crediti mensili permette di testare flussi professionali e realizzare icone, sprite o texture pronte per essere inserite in progetti indie.

Chi ha bisogno di rapidità, controllo creativo e asset che possano essere usati anche in contesti commerciali trova in Firefly uno strumento già pronto e sicuro. Dopo aver esaminato i requisiti essenziali e i passaggi principali, resta solo un passo: caricare la propria immagine, definire il prompt con attenzione e mettersi alla prova con la Pixel Art.

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Capire l’AI: OpenAI, Anthropic? Basta un mini PC per usare un modello abliterato e diventare cracker!

Seconda puntata della serie che sfrutta le notizie catastrofiche, questa volta è Mythos di Anthropic ad aver fatto l'impensabile, per capire meglio le tecnologie AI, lasciare da parte l'hype e provare a capire come funzionano nella pratica le cose. In questa puntata parliamo di ollama e del modello qwen, nella versione standard ed in quella abliterata o, per meglio dire, senza censure.

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Paragonare lo Stato Sionista alla Germania nazista non è reato!

Secondo quanto riporta la rivista giuridica Beck-aktuell, un tribunale tedesco ha stabilito che le azioni genocidali di Israele possono essere paragonate alla Germania nazista senza superare il limite del discorso d'odio illegale. La Corte Regionale Superiore di Zweibrucken ha annullato la condanna di una donna emessa da un tribunale inferiore, che l'aveva riconosciuta colpevole di ...continua a leggere "Paragonare lo Stato Sionista alla Germania nazista non è reato!"
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Bill Gates aveva un’autorizzazione di sicurezza di altissimo livello, e Fauci era il suo editor privato

Il senatore Rand Paul ha appena pubblicato documenti che rivelano il rapporto tra Gates e Fauci, e la cronologia è sconvolgente.Gates ha avuto un'autorizzazione di livello "Q" dal 2014 al 2021, con accesso completo ai dati riservati di livello "Top Secret" per tutto il periodo in cui sono state imposte le restrizioni dovute al COVID.Fauci ...continua a leggere "Bill Gates aveva un’autorizzazione di sicurezza di altissimo livello, e Fauci era il suo editor privato"
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Para Sin: come purificare il microbiota e ritrovare la leggerezza estiva contrastando le disbiosi e le fermentazioni

Para Sin: come purificare il microbiota e ritrovare la leggerezza estiva contrastando le disbiosi e i processi fermentativi.FotoDurante la stagione estiva, l'apparato gastrointestinale subisce forti squilibri legati all'aumento delle temperature, all'alto tasso di umidità, alla disidratazione e ai frequenti cambiamenti delle abitudini alimentari, spesso tipici delle vacanze.Il caldo intenso altera la flora batterica e accelera ...continua a leggere "Para Sin: come purificare il microbiota e ritrovare la leggerezza estiva contrastando le disbiosi e le fermentazioni"
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TV SELECO SP170 GUASTO: NICOLA Scopre un DIFETTO INAUDITO! #seleco #vlog #diy #repair #tv

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Questo video e' relativo al TV SELECO SP170...
L'avevo messo sicurezza in un precedente video, ha funzionato benissimo per MESI, dopodiche' ESSO SI RUPPE. Cio' e' tragico!

Alla fine dopo un po' di ragionamenti, il caro Nicola @nicolagiampietro6424 ha scovato un guasto veramente ASSURDO e difficilissimo da trovare...

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Greg Casamento: Open Source Is Hobbling Itself Over Generative AI

 


The answer to bad AI-assisted contributions is not a purity test. It is better engineering discipline.

Earlier this year, a discussion in the GNUstep community raised a proposal that will sound familiar across the Free Software world: prohibit AI-generated code in core projects and proudly advertise the result as “coded by humans” or “AI-free.” The argument was not frivolous. Generative AI raises real questions about copyright, attribution, security, energy use, labor, trust, and the flood of low-quality patches that maintainers are increasingly being asked to review.

But a blanket refusal to use generative AI is the wrong response. It does not solve the hardest problems. It creates rules that are nearly impossible to define or enforce, confuses the method of production with the quality of the product, and risks turning Free Software into a movement that protects yesterday’s workflow instead of protecting software freedom.

Open Source and Free Software are already operating with too few maintainers, too much technical debt, and too many important projects resting on the unpaid labor of a handful of people. We should be very careful about categorically rejecting tools that might help contributors understand old code, write tests, improve documentation, port software, find defects, or perform mechanical modernization. We should be even more careful when our proposed alternative offers the appearance of trust without the substance of it.

The better principle is straightforward:

Regulate the code, not the development process.

“AI-generated” is not a workable boundary

What exactly counts as AI-generated code?

Is it a complete function produced from a prompt? A line accepted from an AI-powered autocomplete system? A compiler-suggested correction? An automated refactoring? A test generated from an existing implementation? A translation of documentation? A patch written by a human after asking a model to explain an unfamiliar API? What if the developer uses AI to identify the problem but writes every line manually? What if an IDE quietly includes machine-learning features the contributor never explicitly invoked?

The line between “human-written” and “AI-assisted” is already blurred, and it will become less distinct as generative features are embedded in editors, compilers, debuggers, search engines, and operating systems. A ban that cannot draw a stable boundary will be applied inconsistently. Honest contributors will disclose and be penalized; dishonest contributors will simply omit the disclosure. Others may be falsely accused because their code “looks generated.”

An “AI-free” badge therefore risks promising something a project cannot reliably prove. Free Software should be especially suspicious of unverifiable labels.

The risks are real—and they argue for review

None of this means generated code should be trusted.

Research has found substantial security weaknesses in AI-produced code. One empirical study of Copilot snippets found security problems in roughly 30 percent of Python snippets and 24 percent of JavaScript snippets in its later dataset. Other research has demonstrated that code models can memorize portions of their training data, while studies of license compliance have found that models often provide inaccurate licensing information, particularly for copyleft code. Those are serious concerns, not anti-AI superstition. (Security weaknesses study; memorization study; license-compliance study)

The productivity story is also more complicated than the advertising. GitHub reported that developers completed a controlled programming task considerably faster with Copilot, but a later randomized study of experienced Open Source developers working in their own repositories found that the tools available in early 2025 made them 19 percent slower. METR’s 2026 follow-up found suggestive but still statistically uncertain evidence of improvement with newer tools. AI is neither magic nor uniformly useless; its value depends on the person, task, model, and workflow. (GitHub productivity study; METR 2025 study; METR 2026 update)

But human authorship has never guaranteed secure, original, maintainable, or correctly licensed code. That is why healthy projects require tests, review, contributor certification, licensing rules, and maintainers who can reject bad work. The origin of a patch may affect how carefully we inspect it, but it cannot replace inspection.

If a contributor submits code they do not understand, the contribution should be rejected. If the patch fails tests, violates project style, invents APIs, introduces vulnerabilities, obscures provenance, or imposes an unreasonable review burden, it should be rejected. That is true whether the patch was produced by Claude, Copilot, a Stack Overflow answer, a contractor, a junior programmer, or a senior maintainer having a bad afternoon.

The repository contains code, not virtue.

Review capacity is the scarce resource

Maintainers have a legitimate complaint: AI can make producing a patch far cheaper than reviewing one. A person can generate thousands of lines in minutes and then expect a volunteer to spend hours establishing whether any of it is correct. That asymmetry can become a denial-of-service attack on a project even when the submitter means well.

The answer, however, is not necessarily to ban a tool. It is to place the cost and responsibility back on the contributor.

A project can require that contributors:

  • disclose material use of generative AI;

  • identify the tool and describe how it was used;

  • certify that they reviewed and understand every submitted change;

  • explain the design and answer maintainer questions without outsourcing the conversation to a model;

  • provide focused tests and evidence that the patch solves a real problem;

  • comply with the project’s licensing and provenance requirements;

  • keep changes small enough to review; and

  • accept that unexplained, low-signal, or mass-generated submissions may be closed without detailed triage.

Disclosure is imperfect, but it establishes a community norm and makes an honest contributor accountable. Research into self-declaration practices has already found developers using everything from a simple disclosure to records of prompts, explanations, and quality checks. Projects can choose a level proportionate to their risk. (Study of AI-code self-declaration)

This approach is stricter than either blind enthusiasm or symbolic prohibition. It does not say, “AI wrote it, so it must be acceptable.” It says, “You submitted it, so you are responsible for it.”

Freedom is not a reenactment of an older toolchain

Free Software is founded on the user’s freedom to run, study, modify, and share software. Those principles describe control over technology; they do not require that every developer use the same approved method to create it. The Open Source Initiative’s work on an Open Source AI Definition likewise frames the issue around the practical freedoms to use, study, modify, and share systems—not around preserving a pre-AI development ritual. (Open Source AI Definition 1.0)

There are valid reasons for preferring Free or locally operated AI tools over proprietary cloud services. A project may reasonably prohibit contributors from uploading confidential material or unreleased security fixes to third-party systems. It may impose stricter provenance requirements in sensitive components. Individual maintainers may decline to review bulk-generated reports that have repeatedly produced noise. These are concrete policies tied to concrete harms.

What does not follow is that a project becomes more free merely because no contributor used a generative tool.

An “AI-free” identity may even distract from the qualities that users actually need: portability, stability, compatibility, security, good documentation, responsive maintenance, and code whose behavior can be understood and changed. A badge is not a substitute for those things.

Blanket refusal has an opportunity cost

Mature Free Software projects often contain decades of code and institutional knowledge. They need documentation, regression tests, API audits, build-system repairs, platform ports, translations, issue triage, and repetitive modernization. Generative AI will not perform those jobs reliably on its own. It can still help a knowledgeable contributor perform some of them.

Rejecting that possibility at the policy level has consequences. It may discourage younger contributors whose development environment already includes these tools. It may disadvantage people working in a second language or developers with disabilities who use AI as an accessibility aid. It may prevent experiments that would have failed harmlessly—or succeeded usefully—under ordinary review. Most dangerously, it can encourage a culture in which the declaration “human-written” is treated as evidence of quality.

Free Software has survived previous waves of automation. High-level languages, garbage collection, IDEs, graphical interface builders, code generators, automated formatters, static analyzers, and online code search all changed what it meant to “write” software. Each tool altered the division of labor between programmer and machine. The relevant question was never whether every token originated in a human mind. The question was whether people retained the freedom, knowledge, and responsibility needed to control the resulting system.

That remains the right question now.

A policy that protects projects without freezing them

A sensible policy can fit on one page:

  1. Disclosure: Contributors must disclose material AI assistance in the commit message or pull request.

  2. Responsibility: The named human contributor is the author of record and must understand, explain, test, and stand behind the entire submission.

  3. Quality: AI-assisted contributions receive the same requirements for correctness, security, maintainability, style, documentation, and test coverage as any other contribution.

  4. Provenance: Contributors must have a reasonable basis to believe the submission is license-compatible and must identify known sources or generated passages that may reproduce existing code.

  5. Data protection: Project secrets, embargoed vulnerabilities, private communications, and other restricted material may not be submitted to unauthorized external services.

  6. Reviewability: Maintainers may reject oversized, unexplained, repetitive, or low-signal submissions without performing free forensic work for the submitter.

  7. Local discretion: Components with unusual legal, safety, privacy, or reliability risks may adopt additional written restrictions.

This policy does not resolve every ethical question surrounding generative AI. No contribution policy can. It does, however, address the matters a software project can actually evaluate and enforce.

We should not surrender the future of software freedom

The Free Software community should remain one of the sharpest critics of concentrated corporate power, opaque models, exploitative data practices, environmental cost, and systems that deprive users of control. Criticism is part of our job. So is building an alternative.

If we define ourselves by refusing to touch an important new class of technology, proprietary vendors will shape that technology without us. If instead we insist on transparency, modifiability, privacy, local control, licensing clarity, and human accountability, we can bring the values of Free Software into the AI era.

We do not need to pretend that generative AI is trustworthy. We need processes that do not require us to trust it.

Judge the patch. Demand disclosure. Require understanding. Enforce licensing. Protect reviewers. Reject garbage.

But do not hobble Open Source and Free Software with a blanket ban that is difficult to define, impossible to verify, and disconnected from the quality of the code we ultimately ship.

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La Generazione che non riesce più a uscire di casa

Quasi un giovane americano su due sotto i trent’anni vive con almeno uno dei genitori. Nel 2025 la percentuale ha raggiunto il 49%, sei punti in più rispetto al 2022 e dodici punti in più rispetto al 2019, prima della pandemia, secondo i dati della Federal Reserve. In Gran Bretagna sta accadendo qualcosa di simile, la quota dei venticinquenni che abitano ancora nella casa di famiglia è passata dal 25% degli anni Novanta al 42% di oggi. Il Guardian ha definito il fenomeno “kidulthood”, una lunga permanenza in quella zona intermedia nella quale si è adulti per età ma si continua a vivere nella propria cameretta.

Per anni questa situazione è stata banalizzata come una scelta di comodità, “i giovani sono pigri, immaturi e troppo affezionati all’“albergo di mamma e papà”, ma i dati ci dicono tutt’altro. In Gran Bretagna, negli ultimi vent’anni, la convivenza con i genitori tra le persone di venti e trent’anni è aumentata di oltre un terzo; nello stesso periodo, la proprietà di una casa tra i venticinquenni è crollata: dal 43% della metà degli anni Ottanta al 15% di oggi. Dietro questa permanenza prolungata ci sono il costo delle abitazioni, gli affitti e i salari che crescono lentamente, e soprattutto una stabilità lavorativa sempre più difficile da raggiungere. Andare via di casa richiede insomma ormai una sicurezza economica che molti ragazzi, pur lavorando, non possiedono.

Negli Stati Uniti il fenomeno è cresciuto rapidamente, secondo le statistiche del Census Bureau nel 2025 viveva nella casa dei genitori il 58% degli americani tra i 18 e i 24 anni e il 16% di quelli tra i 25 e i 34 anni.

Anche in Italia, secondo l’Istat, nel 2024 oltre due giovani tra i 18 e i 34 anni su tre vivevano ancora con almeno uno dei genitori. L’Istituto collega questa permanenza alla precarietà lavorativa e alle difficoltà di accesso alla casa. I giovani italiani lasciano la famiglia d’origine mediamente a 30,1 anni, quasi quattro anni dopo la media dell’Unione europea, ferma a 26,2 anni. Nel 2024 soltanto Croazia, Slovacchia e Grecia registravano un’età superiore a quella italiana, mentre in Finlandia, Danimarca e Svezia si usciva di casa poco dopo i ventuno anni.

Sta cambiando anche il significato della parola “adulto”. Le nuove generazioni italiane sono molto più istruite di quelle che le hanno precedute: tra i 25 e i 34 anni la quota dei laureati è passata dal 7% del 1992 al 30,6% nel 2023. Eppure, nel 2025, soltanto il 71,8% dei giovani italiani che avevano concluso da poco gli studi risultava occupato, una delle percentuali più basse dell’Unione europea. Anche quando il lavoro arriva, spesso offre poche certezze o non valorizza gli studi compiuti. Secondo la Commissione europea, quattro giovani laureati italiani su dieci svolgono un lavoro estraneo al proprio percorso di formazione. Nel frattempo, il reddito medio da lavoro in Italia è diminuito del 7,2% rispetto al 2004. Non siamo quindi davanti a giovani impreparati o poco disposti a costruirsi una vita. Molti hanno studiato, acquisito competenze e affrontato percorsi formativi più lunghi rispetto ai propri genitori, ma titoli e preparazione garantiscono sempre meno un salario sufficiente, e la possibilità di sostenere il costo di una casa.

Una generazione pronta a uscire di casa resta così bloccata nella casa dei genitori, mentre la società continua ad attribuirle la responsabilità di un ritardo che ha contribuito a produrre.

L'articolo La Generazione che non riesce più a uscire di casa proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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Greg Abbott Blasted Corpus Christi for Its Water Crisis. A River Authority He Has Power Over Is Falling Apart.

An aerial landscape photo shows a winding river snaking through dark marshlands and green terrain toward the horizon under a glowing sky at sunset. A low bridge crosses the river in the midground, and calm waters reflect the warm ambient light.
Texas Gov. Greg Abbott appointed a 21-person board to oversee water in a broad area surrounding the Nueces River, which runs through Corpus Christi, Texas. Brenda Bazán for ProPublica and The Texas Tribune

Texas Gov. Greg Abbott responded with fury after Corpus Christi officials announced in March that this Gulf Coast region of more than 500,000 people could face unprecedented restrictions as its water supply dried up.

The state had already committed over $750 million in low-interest loans to the city’s plans for a desalination plant, a project that would add 30 million gallons a day to the region’s water supply. But the project had gone nowhere.

“You know what they did? They squandered it, and then they changed their plan and then they were indecisive about what to do,” Abbott said of city officials in a heated response to a reporter’s question at an unrelated March press conference.

“What Corpus Christi leaders have to do is make a decision,” Abbott said. “We can only give them a little time more before the state of Texas has to take over and micromanage that city and run that city to make sure that every resident who goes to the water tap and turns it on, they are going to be getting water out of their faucet, not because of what local leaders are doing but because of what the state of Texas will do.”

Even as Abbott was demanding that Corpus Christi get its act together, another agency, whose entire board Abbott appoints, was also coming undone.

In late June, board members of the Nueces River Authority learned that funding for a desalination plant the agency hopes to build, separate from the city’s, is months from running out. Additionally, the agency was spending more than it was taking in, and other contracts that had kept the authority financially afloat had been canceled.

Although the river authority’s project is a critical part of efforts to expand the region’s water supply, so far, the governor hasn’t threatened to take over the agency’s day-to-day operations. He’s consistently placed the burden of responsibility on the NRA board.

But Abbott has previously demonstrated that he can use his authority to compel other agencies to act: In March, he instructed a different river authority not to reduce Corpus Christi’s water allocation from Lake Texana. He also had the state’s environmental agency waive regulations so the city could move groundwater from Nueces County, which includes Corpus Christi, to its water treatment plant.

As far back as October 2022, while he was campaigning for reelection, Abbott said in an interview with KRIS 6 News that the state was working with the city and Nueces County on a desalination plan. If the city did not pursue the project, “then the state of Texas will do it for them,” the governor said. But the state is not currently involved in the city’s desalination project.

The governor appoints all 21 members of the NRA’s board and designates its president. With a majority vote of the river authority board, Abbott also can remove any board member for inefficiency, neglect of duty or misconduct. He has no such control over the Corpus Christi City Council.

Political scientists and water policy researchers who reviewed the situation told KRIS 6 News that Abbott’s decision to pressure Corpus Christi while leaving the NRA to address its problems largely on its own reflects a selective use of power. While recent rains have helped delay, though not prevent, an immediate water emergency for Corpus Christi, experts say the region still needs to develop new infrastructure projects to secure its long-term water supply.

Should water supplies drop below certain levels, Corpus Christi residents and businesses — including oil refineries and petrochemical plans — would be required to cut water use by 25 % under the city’s current Level 1 water emergency plan. Households would be capped at using 6,000 gallons of water per month, landscape watering would be banned and there would be surcharges imposed on those who exceed their allotments.

“The city of Corpus Christi needs a lot of help, it doesn’t need threats, and the Nueces River Authority is in way over its head,” said Cal Jillson, a political science professor at Southern Methodist University. “The water crisis in Corpus Christi and beyond in Southeast Texas is serious, and it’s not clear that anyone has the breadth of authority and resources to deal with it.”

A wide shot shows a multistory brick building labeled "City Hall" behind a fenced-in parking lot. In the foreground, a person rides a black bicycle across the wide, paved street under a bright clear sky.
An exterior view of an office storefront featuring a sign with the Nueces River Authority logo — a blue circle surrounding a Texas star.
Gov. Greg Abbott has threatened Corpus Christi’s leadership over the city’s failure to move forward with a planned desalination plant, but he has largely refrained from publicly criticizing the leadership of the Nueces River Authority, even though he appointed its board. The NRA has also faced struggles in getting its planned desalination project up and running. Brenda Bazán for ProPublica and The Texas Tribune

What Power Does Abbott Have?

The public troubles for the NRA bubbled up as far back as March, when the agency’s then-chief operating officer sent a letter to board members accusing Executive Director John Byrum of making “materially inaccurate” statements about the authority’s finances related to the planned desalination project.

KRIS 6 reached out to the governor’s office in the spring about the accusations.

“Every member of a Texas board or commission should uphold the highest standards of integrity, transparency, and accountability in service of the people of Texas,” Abbott press secretary Andrew Mahaleris wrote in a statement. “Governor Abbott expects a thorough investigation into the allegations brought forth and for the Board to act swiftly once the investigation is complete.”

The board eventually cleared Byrum of “intentional wrongdoing,” but the NRA declined to release a copy of the investigation to KRIS 6 in response to a public information request; the Texas office of the attorney general has not yet ruled on whether the report can be withheld. The news organization asked the governor’s office for his response to the investigation and the board’s decision, but he did not respond.

The river authority’s unstable finances became even more apparent at a board meeting in late June, when the agency’s chief financial officer confirmed the NRA could be out of money for the desalination project by the end of August if certain contracts didn’t materialize. Since then, three of the agency’s desalination contracts, which the authority was depending on to stay afloat, expired and have not yet been renewed. KRIS 6 News asked the governor’s office whether it was aware of the agency’s continuing problems. Mahaleris again referred the news organization back to board members.

“The NRA Board oversees the agency’s operations and finances,” Mahaleris wrote June 27. “The Governor appoints board members to the state’s water authorities but does not manage their day-to-day operations. …The Governor expects accountability from appointed boards.”

While Abbott has no direct legal authority over the NRA’s policy decisions, he can use the power of his office to publicly pressure them, Ron Beal, a retired Baylor University School of Law professor whose work on Texas administrative procedure has been routinely cited by the Texas Supreme Court, wrote in a response to KRIS 6 News.

“He can say that when each member’s term ends, if the water project is not on its way, they will absolutely NOT be re-appointed to the job!” Beal wrote. “In other words, he cannot force them legally to follow his orders, but there is no doubt he has the bully pulpit and if anyone can pressure everyone to work together NOW and get it done ASAP, it is the Governor!!!!”

Texas Gov. Greg Abbott speaks into a microphone with his left hand raised in a gesture, addressing an audience. He is dressed in a navy suit jacket over a light-blue collared shirt.
Texas Gov. Greg Abbott at a press conference in June Brenda Bazán for The Texas Tribune

In a written statement to KRIS 6 News for this story, Abbott again placed responsibility on both the Corpus Christi City Council and the NRA board but did not address most of the specific questions asked.

“Despite the temporary reprieve granted by recent rain, the Governor’s expectations for the region have not changed. … The Corpus Christi City Council created this crisis through repeated failure to act on desalination,” Mahaleris wrote. “The Council remains responsible for securing reliable water for their citizens. The Nueces River Authority Board is responsible for the agency’s finances” and the desalination project.

The governor’s office did not answer questions about whether Abbott has taken steps to coordinate among the city, the NRA and other stakeholders, or about what “accountability from appointed boards” looks like in practice.

Even as the governor’s office has publicly distanced itself from the NRA’s operations, it has fought to keep from releasing its own communications with the river authority’s leadership.

KRIS 6 News filed a public information request on July 2 seeking emails, text messages, meeting notes and correspondence between the governor and members of his staff and Byrum, the NRA executive director, and NRA board President Eric Burnett. The request covered the river authority’s desalination project and any state funding, grants or loan guarantees related to those efforts.

The governor’s office confirmed on July 17 that it had records that met the parameters of the request. It did not release them. Instead, the office asked the attorney general’s office for permission to withhold the documents. The office argued that the records relate to a proposed water facility project for which state funding may be sought and that releasing them would “seriously disadvantage Texas,” but did not explain how. Abbott’s office also said the records reflect policy advice between the governor’s office and representatives of another state agency; this type of communication can sometimes be withheld under the state’s public information law.

The river authority has struggled to keep up with the demands of the desalination project, which is estimated to cost $6.4 billion. Design work on the pipeline that’s supposed to deliver the desalinated water stalled because the river authority hasn’t offered the company building it a new contract. Byrum, the executive director, has claimed President Donald Trump promised funding for the project, but the river authority has never actually made a formal request to the White House.

Jillson pointed to a fundamental mismatch between the NRA and the scale of the desalination project it’s trying to complete. The NRA staff is small, with an annual budget of up to about $5 million. It’s governed by unpaid, part-time board members who historically meet quarterly to provide broad direction.

He said the governor should direct someone in his office to determine whether the NRA has the personnel and expertise to execute a project of this scale and, if it doesn’t, to act on that finding. Without that kind of direct link between the governor’s office and the agency, Jillson said, “what you’re saying is, ‘We expect these guys to oversee themselves.’”

Byrum wrote in a response to KRIS 6 News that the authority “has the experience to oversee” the project and the option to hire additional staff if required.

The river authority did recently secure one large contract for the project: In May, the NRA selected Israel-based IDE Technologies as its development partner for the desalination plant.

Abbott toured a desalination facility in Israel run by IDE in January 2016. At the time, IDE said Abbott “expressed his intention to partner with Israeli technology companies such as IDE to develop and deploy water solutions for Texas,” as reported by Wastewater Digest.

KRIS 6 News asked if the governor, or anyone in his office, was involved in the NRA’s selection of IDE.

Byrum wrote that the “Governor’s office was not involved.” KRIS 6 News asked the governor the same question, but his spokesperson did not respond.

An aerial photograph captures a vast coastal marshland surrounded by vibrant turquoise and deep blue waters. Small green islands, winding estuaries and shallow mudflats stretch across the landscape.
The Nueces River Authority has proposed constructing a desalination plant on Harbor Island, a flood tidal delta on the outskirts of Corpus Christi. Brenda Bazán for ProPublica and The Texas Tribune

The Takeover Question

Abbott has a record of curbing the power of Texas cities like Corpus Christi to govern themselves. In 2015, he signed a bill that overrode a voter-approved fracking ban in Denton in North Texas and blocked cities from banning or restricting oil and gas drilling. In 2023, he signed the so-called “Death Star” bill, which preempted city authority over eight policy areas, including labor, natural resources, insurance and property.

Republican state Rep. Denise Villalobos, who represents the Corpus Christi region, previously told KRIS 6 that Abbott directed her to draft a bill that would create a state-level water infrastructure authority, something she compared to the state’s highway department.

If adopted by the Legislature when it meets next year, such an authority would take many decisions about future water supplies away from locals.

Villalobos did not comment for this story. Abbott’s office did not answer questions about the proposed legislation.

Corpus Christi City Manager Peter Zanoni told KRIS 6 this summer that his office had looked into how a takeover would work and found no examples in Texas of the state stepping in to run a water operation or water corporation. The closest parallel, he said, is the state’s ability to take over ailing school districts.

Abbott’s threat to take over Corpus Christi’s desalination project runs into other unsettled legal territory the governor’s office has not addressed publicly, said Gabriel Collins, a lawyer and research fellow at Rice University’s Baker Institute for Public Policy who studies water and energy policy.

Under Texas law, surface water, meaning rivers and lakes, is public property, giving the state a clear line of authority. Water pumped from the ground is considered private property, belonging to the person who owns the land above it, and is regulated locally.

Desalinated seawater fits into neither category. Collins said a legal case could theoretically be made that water drawn from within 3 miles of shore falls under state jurisdiction, but he said he isn’t aware of anyone making that argument in this context.

“That would be a massive shift in water policy in the state of Texas,” Collins said.

But the legal question may be less important than a practical one, Collins said. Would a state takeover of Corpus Christi water regulators, even if it could be done, actually make a difference?

“Or would you be better off resolving those fundamental problems by having the state be a catalyst and a facilitator financially that helps the local political authorities solve a problem?” Collins said.

The post Greg Abbott Blasted Corpus Christi for Its Water Crisis. A River Authority He Has Power Over Is Falling Apart. appeared first on ProPublica.

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Apologia di America First

Abbiamo chiesto a un commentatore conservatore che cosa muove la politica estera del secondo mandato di Trump. La sua risposta aiuta a chiarire se oggi gli Stati Uniti siano guidati o meno da una strategia.

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Evento sismico ML 4.3 in provincia di Pisa, 4 agosto 2026

Un terremoto di magnitudo Richter ML 4.3  è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 10:15 italiane del 4 agosto 2026, 6.7 km a sud – ovest di Pisa, ad una profondità di circa 8 Km.

Nell’ora successiva al terremoto sono state registrate 5 repliche, tutte di magnitudo inferiore a 2.0.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 20 km dall’epicentro:

La zona interessata da questo terremoto è caratterizzata da pericolosità sismica media, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area non sono avvenuti forti terremoti. Il più forte terremoto registrato in questa parte della Toscana è l’evento di Orciano Pisano del 14 agosto 1846 di magnitudo stimata pari a Mw 6.0. Più recentemente possiamo ricordare l’evento del 19 ottobre 2013 di M 3.4 localizzato lungo la costa pisana.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che l’area  interessata da questo terremoto è caratterizzata da sismicità prevalentemente lungo la costa tra Pisa e Livorno.

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al V grado MCS.  

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai 1868 questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento di questa mattina è stato risentito in un’area molto estesa, in particolare nelle province di Pisa, Livorno, Lucca, Firenze e La Spezia con valori di intensità fino al IV grado MCS. Il terremoto è stao risentito anche a Genova e Bologna con valori di intensità fino al IV grado MCS.

 

 


Licenza

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Re: DX PATROL MK4.

Do you mean OpenWebRX+ 1.2.117 SD Card Image for 64bit Raspberry Pi ?
 
RasPi 3 probably doesn't have enough processing power, and although it has 64-bit ARM core with a 32-bit GPU, the usual RasPi OS is only 32-bit.
 
I'd suggest minimum RasPi 4 (or even better a 5) hardware, to be able to take full advantage of OWR+.
 
 
On Tue, Aug 4, 2026 at 05:26 AM, GEORGE-SV1GGY wrote:
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Il Punto

Anche il governo riconosce ormai che il drenaggio fiscale ha aumentato il prelievo sui redditi dei contribuenti. Anzi, sottolinea il fatto che si creano così spazi fiscali aggiuntivi, dato che la Commissione europea lo considera una misura discrezionale di aumento delle entrate. Il golden power è uno strumento pensato per tutelare la sicurezza nazionale e […]

L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.

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Pertica (Leasys): pronta consegna e digitalizzazione per attrarre nuovi clienti

Innovare senza perdere il rapporto diretto con il cliente, coniugando solidità industriale e formule flessibili capaci di sviluppare tutti i canali, a cominciare da quello dei privati. questa la direzione che Andrea Pertica ha impresso a Leasys Italia, di cui è ceo dall'inizio del 2025, che dice: Abbiamo chiuso il primo semestre come primo operatore del noleggio a lungo termine in Italia, con oltre 47.700 immatricolazioni e una quota di mercato del 21%. Disponibilità e diversificazione del prodotto Il risultato dei primi sei mesi del 2026, sostiene Pertica, è frutto di una strategia costruita su quattro pilastri: omnicanalità, approccio multibrand, offerta di prodotti e servizi premium e digitalizzazione. A questi si affiancano una presenza commerciale capillare e una rete di assistenza diffusa su tutto il territorio, che ci consentono di essere vicini al cliente in ogni fase del noleggio. &quot; un elemento distintivo&quot;, aggiunge il capo di Leasys Italia, &quot;che contribuisce in modo significativo alla qualità dell'esperienza del cliente e alla fidelizzazione. Un altro fattore determinante è la disponibilità di prodotto, con una gamma ampia e diversificata in grado di rispondere alle esigenze di privati, professionisti, imprese e pubblica amministrazione e assicurare un'elevata disponibilità di veicoli in pronta consegna, fattore fondamentale per chi sceglie il noleggio. Naturalmente la competitività economica continua a essere un elemento rilevante nelle scelte dei clienti, insieme alla qualità complessiva della soluzione offerta e alla capacità di rispondere in modo efficace alle diverse esigenze di mobilità&quot;. I rualtati ottenuti sono anche l'effetto di un ampio ricorso alla formula del rent-to-rent, ma, sostiene Pertica, &quot;negli ultimi diciotto mesi abbiamo adottato un approccio più selettivo, con una particolare attenzione alla qualità delle controparti e alla gestione del rischio di credito. Questo non significa ridurre l'importanza del canale, che continua a rappresentare un elemento strategico del nostro modello: consente agli operatori del breve termine di avere maggiore flessibilità, limitando gli investimenti diretti sulla flotta, e allo stesso tempo permette a Leasys di ottimizzare la gestione dei veicoli in flotta&quot;. Fra gli asset strategici di Leasys ci sono naturalmente i veicoli commerciali, anche in un periodo non facile per il settore: &quot;nel primo semestre dell'anno&quot;, prosegue Pertica, &quot;abbiamo raggiunto una quota di mercato del 27,2%, confermando una solidità di posizionamento sia sulle aziende sia sui professionisti. La nostra natura captive e le sinergie con Stellantis ci consentono di contare su un'ampia gamma di veicoli, su una maggiore capacità di pianificazione e sulla disponibilità immediata di prodotto che permette ad aziende e professionisti di evitare interruzioni dell'operatività&quot;. Elettrico e fisco, digitalizzazione ed efficienza Le immatricolazioni di vetture elettrificate sono cresciute, ma l'ambiente si chiede se si tratta di un fenomeno trainato soprattutto dalla normativa fiscale. Il ceo di Leasys sostiene che &quot;stabilità regolatoria e misure di incentivazione mirate sono variabili determinanti e possono favorire il rinnovo del parco circolante e sostenere la transizione verso motorizzazioni elettriche ed elettrificate. In questo contesto, il noleggio a lungo termine si conferma uno strumento efficace per accompagnare questa evoluzione, perché consente di ridurre l'incertezza tecnologica e pianificare con maggiore efficacia i costi. L'introduzione del nuovo regime dei fringe benefit ha sicuramente orientato le scelte delle aziende in modo più deciso verso le motorizzazioni plug-in hybrid ed elettriche. Diverso è il quadro sul mercato dei privati: esiste un interesse crescente nei confronti della mobilità elettrica, ma le preferenze continuano a concentrarsi prevalentemente sulle motorizzazioni tradizionali, mild hybrid e full hybrid&quot;. Per avvicinare un numero maggiore di utenti alle nuove forme di mobilità, Leasys si affida a&nbsp;digitalizzazione, approccio multibrand e sviluppo di nuove formule di servizio. &quot;La digitalizzazione ci consente di sviluppare servizi a valore aggiunto e di accompagnare il cliente lungo tutto il ciclo di vita del noleggio per un'esperienza sempre più semplice, efficiente e personalizzata.&nbsp;La promozione in corso, dedicata a Jeep Compass, rappresenta un esempio concreto di questo approccio: si rivolge ad ogni tipologia di target e amplia l'accessibilità della formula, integrando la componente digitale con il valore della consulenza&quot;. La stabilità che serve per supportare il cliente&nbsp; Riguardo agli interventi normativi che potrebbero favorire ulteriormente lo sviluppo del comparto, Andrea Pertica concorda che &quot;la nuova fiscalità ha sicuramente favorito le auto elettriche e plug-in, ma oggi penalizza eccessivamente mild hybrid e full hybrid, che invece garantiscono comunque una significativa riduzione delle emissioni rispetto ai motori tradizionali. Sarebbe auspicabile prevedere agevolazioni anche per queste motorizzazioni. Allo stesso tempo serve maggiore stabilità normativa. Quando cambiano continuamente regole su bonus, accesso alle Ztl o altre agevolazioni, si genera incertezza, e questo rallenta le decisioni dei clienti. Infine, sarebbe utile incentivare anche il noleggio dei privati: oltre a favorire il rinnovo del parco circolante, queste azioni potrebbero contribuire a far emergere una parte del sommerso presente nella manutenzione dei veicoli di proprietà, con benefici anche per il gettito fiscale&quot;. Quanto alla gestione del post-vendita, Pertica sostiene che anche in quell'ambito la digitalizzazione rappresenta un elemento distintivo del modello operativo di Leasys. &quot;La relazione con la rete di assistenza è completamente digitalizzata da oltre vent'anni: officine, carrozzerie e gommisti possono gestire richieste, documentazione e immagini attraverso una piattaforma dedicata, consentendo una maggiore rapidità nella valutazione degli interventi e una gestione più efficiente dei processi autorizzativi&quot;.Un esempio concreto di questa evoluzione è rappresentato dall'introduzione della Smart Authority per la gestione del cambio pneumatici, un'attività che presenta una forte stagionalità e che in passato poteva generare picchi di richieste e rallentamenti. Il processo è stato reso più semplice e immediato: l'officina inserisce direttamente sulla piattaforma le informazioni necessarie, come targa del veicolo, chilometraggio e stato dei pneumatici, e il sistema effettua automaticamente le verifiche previste, deliberando l'intervento quando vengono rispettati i parametri definiti, ma garantendo un controllo puntuale sui lavori autorizzati.
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The EPA Doesn’t Typically Retest Homes in the Country’s Largest Residential Lead Superfund Site. So We Did.

A man with brown hair and a beard wearing brown glasses, a teal long-sleeved button-down and white latex gloves holds a plastic test tube and a metal spoon. He’s staring intently at the spoon and test tube. Green trees appear out of focus in the background.
Flatwater Free Press reporters Chris Bowling, pictured, and Leah Keinama and ProPublica reporter Cassandra Garibay led the collection of soil samples to test 620 homes in Omaha for lead contamination. Lily Smith/Flatwater Free Press

Decades after the last plume of lead-laced smoke rose from a smelting plant in Omaha, Nebraska, the Flatwater Free Press and ProPublica found lead in concentrations that pose a threat to people’s health in soil throughout east Omaha. 

Our investigation began more than two years ago, when Leah Keinama, who previously worked for a food security nonprofit, could not find up-to-date information about lead contamination for gardeners in Omaha. Keinama, now the director of civic journalism at the Nebraska Journalism Trust, and reporters at the Flatwater Free Press knew about the city’s refining history, so they teamed up to find out whether concerns about lead exposure were still warranted all these years later.  

The Environmental Protection Agency declared a 27-square-mile area within the city a hazardous waste zone, known as a Superfund site, after the American Smelting and Refining Company closed in the 1990s. That prompted a lengthy period of testing and remediation. Today, unless Omaha residents pay for private testing, there aren’t many avenues to find out how much lead is in their soil if their property had been tested by the city and EPA in the past.

Do You Live in Council Bluffs or Carter Lake, Iowa? Sign Up for Free Lead Testing of Your Soil.

An Omaha lead smelter spread dust that seeped into the soil and bodies of many residents. The EPA spent decades cleaning up the surrounding area — but not Council Bluffs, Carter Lake or Bellevue.

A Community-Informed Investigation 

Throughout our reporting, we heard from hundreds of Omaha residents who said they didn’t know about the city’s lead history. Some said they believed that because the EPA had already cleaned up thousands of properties that had high concentrations of lead in the soil, there was nothing to worry about. 

Our goal was to reach people in every neighborhood in and around the Superfund site. So we knocked on doors, hung up flyers around town, visited a community health center, attended multiple events, partnered with local libraries, and spoke to a college classroom to invite people to sign up for free soil testing. We also posted our online form in various social media channels and shared the news with other local media. We made our reporting available in Spanish, as roughly 10% of residents living within the Superfund site don’t speak English.

Flatwater Free Press initially partnered with local libraries and a community-based organization to distribute do-it-yourself kits with instructions on how to collect a soil sample. We received fewer than 100 samples using this method before switching to a sign-up system in which residents indicated they wanted our team to collect soil from their yard.

After a resident signed up for testing, a member of the reporting team (usually Keinama or Flatwater Free Press reporter Chris Bowling) went to their home, put on latex gloves, wiped down a stainless steel spoon with an unscented wipe and scooped about 3 to 4 tablespoons of soil from the middle of the yard into a sealable vial. We made sure not to collect samples too close to the house or too close to the road, which the EPA has found can be overly contaminated by paint or the remnants of leaded gasoline, respectively. When demand for testing increased, we hired two part-time soil collectors.

We sent labeled samples to Accurate Analytical Testing, an EPA-accredited lab, for $10 per test. Once we received the results from the lab, we informed residents (unless they had opted out of receiving their result) and put together a guide to answer some of their top questions

Our soil collection process differed from the EPA’s method of taking multiple composite samples from five sections of the yard. We chose to take a single sample from one area of each yard to reach more people and keep costs reasonable. In a few cases, we took multiple samples from the same yard and tested each sample individually but used only the highest result for our analysis.

The EPA said sampling a single area “can be strongly biased high or low” compared to composite sampling. However, several of the nine environmental contamination experts we spoke to said single samples can offer broad conclusions about contamination in an area when enough are collected, which several experts felt we had achieved. Some said our sampling would likely underestimate contamination on a property. 

Other experts said our testing method would not accurately depict lead levels across a particular yard because of how variable the contamination can be. At the same time, experts also told us the EPA’s method of gathering multiple composite samples can still miss hot spots or underestimate contamination. 

What We Found

Over the past two years, we used the EPA’s sampling protocol as guidance to collect soil from 620 homes in and just outside of the Omaha Superfund site. (We’re continuing to collect samples from the nearby cities of Bellevue, Nebraska; Carter Lake, Iowa; and Council Bluffs, Iowa.)

We matched each home at which we took a soil sample with Omaha’s lead registry, which includes details like the address’ remediation status and results of the EPA’s testing, and compared our test results with historic data. Some homes that had previously undergone the EPA’s remediation process had high levels of lead contamination, our analysis found.  

  • We tested 150 previously remediated yards. One in 10 of those yards’ results came back with a concentration greater than 400 parts per million, the level the EPA used to decide which yards to clean up.
  • Nearly all of the previously remediated yards that tested above 400 parts per million are within 100 yards of another property that originally tested above the EPA cleanup threshold but was never remediated. A third had two such neighboring properties. That proximity could mean that the previously cleaned-up yards we tested were recontaminated by properties where the soil was never replaced, one expert said.
  • Many of the 241 homes we tested within the Superfund site that had never been remediated also showed high levels of lead. Of those homes, 1 in 20 had a concentration higher than 400 parts per million, according to our test results.
  • Across Omaha, 41% of the 620 yards we tested had more than 100 parts per million in their soil sample, a level that an EPA model shows could cause high blood-lead levels in children. Within the Superfund site, more than half of the almost 390 yards we tested had more than 100 parts per million. 

Our testing shows that lead contamination at levels that pose a risk to residents’ health is fairly widespread — even in sites that the EPA previously addressed.

Throughout our reporting, we spoke to nine experts in environmental and lead contamination to make sense of our findings. Several said the EPA should do more testing and possibly cleanup in Omaha.

We asked the EPA about our findings. The agency said it will work with the city of Omaha to “investigate the outcomes you have noted” and work with the city and property owners to take corrective action if needed in accordance with 2009 cleanup guidelines.

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La Miura è ancora un mito: Lamborghini le dedica 99 Revuelto esclusive

Lamborghini festeggia i 60 anni della Miura con la Revuelto Miura 60 Homage, serie speciale limitata a 99 esemplari realizzata dal programma Ad Personam, in collaborazione con il Centro Stile della Casa di Sant'Agata Bolognese.Questa Revuelto debutterà in anteprima mondiale al Lamborghini Lounge Monterey, nel corso della Monterey Car Week. La Miura è stata presentata nel 1966 ed è considerata la prima supercar della storia: la più potente, la P400 SV, erogava 385 CV e superava i 290 km/h. Stessi colori e rivestimenti La serie speciale della Revuelto è disponibile in nove colorazioni, ispirate alle stesse tinte della Miura: Rosso Arancio, Arancio, Giallo, Verde Scandal, Verde Metallic, Blu Tahiti, Blu Notte, Nero Noctis e Bianco Monocerus. Due le livree, con la parte bassa della carrozzeria a contrasto: Oro Elios con cerchi Altanero Shiny Gold, oppure Grigio Nimbus con cerchi Altanero Matt Titanium Diamond. All'esterno, il logo Miura 60 sul brancardo laterale, il logo Lamborghini posteriore e le pinze freno in nero lucido, i terminali di scarico in nero opaco. All'interno, i rivestimenti dei sedili reinterpretano il caratteristico motivo &quot;a cannelloni&quot;, con il ricamo &quot;Miura 60&quot; tra i due sedili e una targhetta in fibra di carbonio numerata. I proprietari di Miura storiche potranno richiedere al reparto Ad Personam di avere la riproduzione fedele della combinazione cromatica della propria vettura. Il powertrain rimane lo stesso Dal punto di vista tecnico, le Revuelto di questa serie speciale non cambiano: il powertrain è composto da un V12 aspirato da 6.5 litri abbinato a tre unità elettriche e una batteria agli ioni di litio, per una potenza combinata di 1.015 CV e 807 Nm di coppia. Lo &quot;zerocento&quot; è coperto in 2,5 secondi e la velocità massima supera i 350 km/h.
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The EPA Spent Millions Cleaning Up a Massive Superfund Site. Our Tests Found Toxic Levels of Lead in Many Yards.

Two children jump on a trampoline outside. A woman stands nearby holding a baby. Behind the trampoline is a house with beige siding, a wooden fence and dark green vegetation.
From left, Brenda González Rocha holds her 8-month-old, Isaías, as González’s daughters Carolina, 6, and Camila, 8, play on the trampoline in their backyard in June. González’s front yard tested high for lead, and she is concerned how the contamination could “affect their quality of life.” Rebecca S. Gratz for ProPublica

Shortly after buying her house in 2022, Mary Royers learned from a man across the street that her Omaha, Nebraska, neighborhood was contaminated with lead. But her yard, like thousands of others, had been cleaned up, the neighbor said.

Royers wanted to be sure. So the 36-year-old educator checked a website where the city tracks the soil test results of every home in a 27-square-mile area surrounding the site of an old lead smelter. She saw “remediated” written in bright green letters. The federal government had completed the work two decades ago. An expert must have tested the dirt and determined the problem was solved, she thought.

Relieved, Royers set about sowing the garden of her dreams. Hours disappeared as she thrust her hands into the soil, tearing up the grass and planting purple coneflower for bees to harvest and prairie grass to sway in the breeze.

“You have the green light from the city. That means everything’s safe,” she said. “I remember thinking, ‘Thank God I don’t have to worry about that.’”

But a soil test conducted last fall by the Flatwater Free Press and ProPublica found otherwise: Royers’ yard still has more than 1.5 times the level of lead that the Environmental Protection Agency’s cleanup was supposed to have eliminated.

Reading the emailed results, she felt “gut-wrenching disbelief,” she said.

“All I could think about was the dirt under my nails and all over my face,” said Royers, who has largely given up gardening for now. She explained later, “It felt like a betrayal of that trust.”

Since 1999, the EPA has spent $273 million digging up and backfilling nearly 14,000 yards across east Omaha to address contamination left from the smelter and other factories downtown. It’s the largest residential lead cleanup in the country. And the agency’s Superfund program has repeatedly heralded it as a success.

But, it turns out, Omaha’s soil might not be as safe as officials have advertised. The news organizations tested soil from more than 600 properties, including 150 that the EPA said had been cleaned up. In those tests, 1 in 10 yards marked as remediated still had enough lead to qualify for cleanup under the original guidelines. And nearly a quarter of the properties we tested in east Omaha could qualify for further study under new guidance released by the Trump administration last fall.

The results suggest the EPA has more work to do, said Howard Mielke, a longtime researcher of lead-contaminated soil who’s considered one of the field’s foremost experts. Not only should the agency clean up the areas that tested above the remediation level, he said, but it also should test other homes.

“If you find a couple of high results, chances are many high results will be nearby,” said Mielke, an adjunct professor at the Tulane University School of Medicine.

Some experts and environmental advocates said our findings reflect weaknesses in the EPA’s approach to cleaning up residential lead sites, which can leave a lot of lead behind.

Jeff Tittel, former director of the Sierra Club in New Jersey, the state with the most Superfund sites, said he repeatedly watched the EPA declare its work done after wrongly assuming everything had been cleaned up.

“On paper, everything’s wonderful,” he said, “but at the sites, there’s still chaos.”

A woman with brown hair pulled back in a bun and a single tattoo on the underside of each forearm washes her hands in a tidy, white kitchen. She wears a red T-shirt and sage green shorts.
Mary Royers washes her hands in her kitchen after being outside in her garden. She has largely stopped gardening after a Flatwater Free Press and ProPublica soil test found high levels of lead contamination. Rebecca S. Gratz for ProPublica

The EPA declined an interview request with senior officials overseeing the Omaha cleanup.

In an emailed response, spokesperson Kellen Ashford said the EPA is committed to cleaning up contaminated sites to protect residents and the environment. “The diligent cleanup efforts have led to a dramatic decrease in elevated blood lead levels” in Omaha, he said. (While the percentage of kids testing high for lead has dropped significantly, as it has nationally, kids in the Omaha site still test high for lead at rates above the national average.)

Ashford said the EPA could not assess the news organizations’ results without further investigation, but property owners can reach out to the EPA or the city of Omaha, which now manages the site for the federal government, if they have concerns.

“Because it would not be possible to completely remove all lead,” Ashford said, the EPA and the city also try to educate the community about lead risks and precautions.

The city is already responding to the news organization’s findings.

The day after receiving her results, Royers forwarded them to the city’s lead office, asking if anything could be done. An employee tested her dirt and found even higher levels than the news organizations did. The city plans to clean the yard up again in August, Royers said.

But the EPA and the city have refused to clean up or test properties of others who have reached out about their high lead results.

The agency has also not said what it plans to do about properties that are below the current cleanup level but above President Donald Trump’s new screening level, which could prompt further action. Any update would come after a new site study the agency plans to release in October 2027, Ashford said.

Royers and her partner, Stephen Matthews, are thankful for the new cleanup, but they wonder: How many other Omahans may be misled or unaware about lead contamination in their yards?

“We’re one house out of thousands,” Matthews said.

A man with black hair and gold-rimmed glasses wears a muted pink T-shirt and gardening gloves. His arms are crossed, and he leans on a wooden pole as he looks off frame toward the right. Behind him are green plants out of focus.
Stephen Matthews, Royers’ partner, in their wildflower garden. Though the soil outside their home was remediated years ago, a recent test by Flatwater Free Press and ProPublica indicated a high level of lead. Rebecca S. Gratz for ProPublica

What Might Have Gone Wrong

It’s difficult to identify why some cleaned-up properties still test high for lead.

That’s in part because Omaha’s lead problem is almost as old as the city itself. The American Smelting and Refining Company produced lead to make batteries, cover cables and enrich gasoline for more than a century. After the smelter closed in 1997, the EPA estimated the plant and other factories had dumped 200,000 tons of lead dust — enough to fill at least 1,600 rail cars — across Omaha’s east side.

At the time, the Superfund program, which had started only a decade before, was still trying to figure out how to clean up residential sites like Omaha’s, then home to 125,000 people. Old factory sites could be bulldozed and excavated, the contaminated material carted away. But the Omaha site involved people’s homes and yards.

The agency tested nearly every yard in east Omaha and came up with a plan: It would dig up and replace parts of yards that had a concentration of more than 400 parts per million of lead — the equivalent of a marble in a 10-pound bucket of dirt.

But that meant that some properties were cleaned up while neighboring ones that had only slightly lower levels of lead were not.

Hewing to that kind of strict standard doesn’t make sense, said Gabriel Filippelli, an Indiana University earth sciences professor and longtime lead researcher.

“From a scientific standpoint, a 390 is the same as a 410,” Filippelli said. “It’s the same as a 400. They’re all about the same value.”

Failing to clean up neighboring properties can also lead to recontamination over time. When it’s windy and the ground is dry, tiny lead particles in the dirt — generally about one-hundredth the width of a human hair — become airborne and spread, Filippelli said.

When the Superfund program started, the agency cleaned an entire yard if its average lead level among multiple samples was over the limit.

But by the time the Omaha cleanup started, the method had changed. In Omaha, it divided yards into five sections: two in the backyard, two in the front yard and a thin ring around the home’s perimeter called the dripline, which often contains the most contaminated dirt but can also contain remnants of lead paint.

The agency took multiple samples per section of yard and replaced a section’s soil only if the average was over 400 parts per million. This approach could lead them to miss hot spots or leave behind areas that have high lead levels but are just under the cleanup threshold. Contractors also did not dig up the driplines if another part of the yard wasn’t over the limit.

This could explain why the Flatwater Free Press and ProPublica’s testing found that about 1 in 20 homes that didn’t qualify for cleanup originally now tested above the cleanup threshold. In addition, the news outlets found several properties outside the Superfund site that were over the limit.

A pair of hands hold a brown glass jar and pick small white flowers.
Three yellow flowers are in focus against an out-of-focus green background.
Royers saves seeds from flowers in her garden before the soil is scraped away for remediation. Royers considered gardening to be something healing, so she was frustrated to learn it might actually have been harmful. Rebecca S. Gratz for ProPublica

In the early days of the cleanup, Don Preister, a longtime Omaha lead advocate and former state senator, argued for the EPA to clean up entire yards and to lower the level of lead that would qualify for remediation, calling the agency’s solution a half-measure.

But the EPA decided that its approach made the most of limited money and prioritized the highest-risk areas. One EPA manager told Omahans in 2004 that the choice to remove only sections of yards was “economical,” according to meeting records.

“It brought out feelings of hurt,” Preister said of the EPA’s choice. “Children are likely to still be impacted, and their health affected.”

The EPA’s national guidelines did advise against “‘patchwork clean-up’ patterns which are prone to recontamination” when adjacent sections are high. But the agency didn’t give clear guidance on how to implement that, several former site managers said, and some felt they had to follow the rules strictly or risk violating federal law or agreements with companies paying to clean up their pollution.

Ashford acknowledged that the agency has to adhere strictly to its cleanup plans but said in some cases, like an industrial site near a residential area, the EPA may clean up to a lower level to prevent recontamination.

Another problem was that east Omaha was full of older homes that contained lead paint that could recontaminate cleaned soil over time. Following local pressure, the EPA agreed to test homes’ paint. If it contained lead, the agency repainted the outside. But the EPA did not repaint houses whose soil did not also qualify for cleanup. Studies in urban areas have found homes with deteriorating paint have contaminated nearby gardens.

Ashford said an EPA study found most lead-based paint contamination in Omaha was within 6 feet of the house.

Brenda González Rocha, who has lived in her south Omaha home since 2020, thinks both soil and paint are to blame for the lead that doctors found in her 4-year-old daughter’s blood. Her basement had lead paint, which she hired a company to fix.

But although the EPA cleaned up her yard in 2012, the Flatwater Free Press and ProPublica tests found levels of lead that are higher than before the agency remediated it. González is surrounded by properties with lingering lead. A yard down the street that had high lead levels was never remediated. The banks of the nearby highway were never dug up and replaced. The house next door has lead paint on it, according to the city lead website.

Ashford said it’s unlikely that wind-blown dust from one house to another would recontaminate cleaned areas with enough lead to surpass the cleanup level.

But nearly all the remediated properties the newsrooms tested that were over the cleanup threshold are within 100 yards of a property that originally qualified for remediation but wasn’t cleaned up. A third had two such neighboring properties.

González’s eight kids, between 8 months and 22 years old, love to play outside. They jump on the trampoline, ride bikes and play soccer. Now González is anxious whenever they’re in the yard.

“I worry that this could affect their quality of life,” she said. “I would feel bad if something happened to them during their development. I would feel responsible.”

A woman with long black hair wearing a gray T-shirt and glasses stirs a spoon in a bowl of soup. She is leaning over a small child wearing pink glasses, a pink shirt and black headband. The child is touching a baby seated at the table. There is a yellow wall, window and refrigerator behind them. A plate of food is next to the woman’s arm on the table.
González and her daughter Camila help feed soup to Isaías at home. González’s front yard tested high for lead, and she is worried about letting her children play outside. Rebecca S. Gratz for ProPublica

“Benign Neglect”

Once the EPA chooses a fix for a Superfund site, it is generally required to review the site every five years to update the public on the progress of the cleanup. But the ways those reviews are done leave unanswered questions about whether the solution is working and how much lead is in Omaha today, said experts who examined the reports for the Flatwater Free Press and ProPublica.

In their reviews, government officials in Omaha track how intact the grass is on top of the new soil. If it is exposed or has been disturbed, it could be a sign that any remaining lead is no longer safely underground and could blow around.

But they don’t retest a representative sample of properties.

Do You Live in Council Bluffs or Carter Lake, Iowa? Sign Up for Free Lead Testing of Your Soil.

An Omaha lead smelter spread dust that seeped into the soil and bodies of many residents. The EPA spent decades cleaning up the surrounding area — but not Council Bluffs, Carter Lake or Bellevue.

Cleanups often take several tries to get right, said Tittel, the former New Jersey Sierra Club director, and recontamination or missed contamination can be a huge problem.

Tittel said he has seen similar patterns in New Jersey. In 1979, Tittel helped show EPA employees where the Ford Motor Company dumped industrial waste into abandoned mine pits. Since then, he has seen the mess declared a Superfund site, marked safe, become a Superfund site again and spawn a lawsuit that Ford settled in 2009 as locals continued discovering more hazards.

“It’s sort of a benign neglect when it comes to these sites,” Tittel said. “Government just wants to get it over with because it’s taking so long. They end up cutting corners or looking the other way.”

A Ford spokesperson said the company takes its environmental responsibility seriously and has been working with state and federal officials to clean up the site.

Retesting soil does not appear to be standard at other sites, according to reviews examined by the Flatwater Free Press and ProPublica. But it should be, said Debbie Chizewer, a managing attorney with the environmental law group Earthjustice. Without ongoing testing, the EPA can’t really know if its solution is working, she said, and residents won’t know how toxins in the environment are impacting their health.

“I think for the five-year review to be meaningful, you need to do testing,” she said.

Ashford said the EPA retests properties on a case-by-case basis, such as when construction disturbs the soil. The periodic reviews, which in Omaha have led to an ongoing reevaluation of the site’s cleanup level, allow the EPA to ensure these unique, complex sites protect people and the environment over time, he said.

Steve Zivny, who leads Omaha’s Lead Information Office, also said new testing and cleanup decisions depend on factors such as whether kids live at the home and whether they have tested for a high lead exposure.

Two small children look at a baby in a yellow and red toy car inside a gray, tidy living room. There is a crucifix on the wall with red and blue medallions hanging from it. A painting of the Virgin of Guadalupe also decorates the wall.
Camila, Carolina and Isaías play together at home. Their mother keeps indoor toys inside and outdoor toys outside to avoid lead contamination inside the house. Rebecca S. Gratz for ProPublica

The EPA’s reviews of the Omaha site do point to some potential problems. In 2024, inspectors found 98% of the lawns had been disturbed, indicating a risk that buried lead could be exposed. That includes having weeds, bare soil or demolished buildings. But the EPA tested only 32 sites where homes had been demolished and found six exceeded the cleanup level. To them, that indicated the solution was “generally protective; however, more data should be collected to support this conclusion,” according to the report.

Those figures, however, trouble Ian von Lindern, who oversaw lead cleanup at an Idaho Superfund site for more than 30 years. He doesn’t doubt the federal government did a good job hauling away tons of toxins in Omaha. But he’s sure they couldn’t get all of it.

At the Idaho site, the EPA requires people to request permits from a local health district before digging in their yards. Local health employees can also test residents’ dirt, and, if it’s above the cleanup level, it may qualify for further remediation.

Without someone keeping a close eye on the fixes, recontamination can occur as people dig up lead-contaminated soil or unremediated soil is allowed to blow around.

“Those remedies are, I don’t want to use the word failing, but they’re becoming less effective,” he said.

Royers worries many homes in Omaha fit that description.

This summer, the educator is letting the weeds grow freely in her garden. Pretty soon, the city is going to replace it anyway.

The thought makes her feel guilty. More people should know about potential lead in their yard and have access to tests and cleanups. But that would require acknowledging that after decades and hundreds of millions of dollars spent, there are cracks in the cleanup. Royers isn’t sure that will happen.

“The priority is pretending like things are OK,” she said. “Clearly it’s not.”

A woman wearing a red T-shirt, green shorts and brown boots walks down a dirt path. Bushes and grass line the sides of the path, and trees grow in the distance.
Royers walks to her garage. She and Matthews wonder how many other Omahans may be misled or unaware about lead contamination in their yards. Rebecca S. Gratz for ProPublica

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La nuova hypercar Hennessey arriva nel 2030, ma sembra uscita da un'altra epoca

Dopo la Venom GT e la Venom F5, la Hennessey svela la sua terza hypercar, la Blackbird. Completamente diversa dalle precedenti - e completamente &quot;analogica&quot; - l'impostazione dell'auto: motore V8 aspirato, cambio manuale a sei rapporti, trazione posteriore e abitacolo senza display. Ispirata agli aerei più veloci Dal punto di vista stilistico la Blackbird si ispira al Lockheed SR-71 Blackbird, a partire dal disegno della fiancata, ma anche per la presenza dei due stabilizzatori verticali attivi al posteriore, che si aprono automaticamente a 71 miglia orarie (114 km/h) e si posizionano a 71. Al mondo aeronautico si ispirano anche i quattro scarichi, disposti a diamante, come il Bell X-1, primo aereo a superare la velocità del suono. Il telaio è un monoscocca in carbonio, la carrozzeria è in fibra di carbonio. Le portiere si aprono ad ala di gabbiano, mentre per i bagagli sono disponibili spazi sotto il cofano anteriore (che ospita due piccole borse), nei passaruota posteriori e dietro i sedili. Nessuno schermo, tutto è analogico La filosofia del &quot;tutto analogico&quot; trova perfetta applicazione all'interno dell'abitacolo: nessun display digitale, neppure per la strumentazione, racchiusa in cinque elementi circolari con il contagiri al centro. Lo smartphone si può collegare all'impianto audio, ma solo per la trasmissione via Bluetooth: non ci sono pulsanti o schermi per la gestione delle telefonate e dei contenuti multimediali. Di serie anche una bussola di ispirazione aeronautica a centro plancia. V8 aspirato da 850 CV Il motore, in posizione centrale posteriore, è un V8 6.2 litri aspirato sviluppato con Ilmor Engineering: la potenza è di 800-850 CV, con un regime massimo di oltre 9.000 giri/min. La Casa punta a farlo diventare l'aspirato stradale più potente e con il regime più alto di sempre. La Blackbird dovrebbe toccare le 60 miglia orarie (97 km/h) in 2,5 secondi, fino a raggiungere i 354 km/h di velocità massima. Costa 2,5 milioni di dollari Della Hennessey Blackbird verranno realizzati solo 71 esemplari, con prezzi a partire da 2,5 milioni di dollari (tasse escluse): ne sono già stati venduti oltre due terzi a scatola chiusa. Il debutto dell'auto è previsto per il prossimo 14 agosto al The Quail, in California. La produzione per i clienti inizierà tra il 2029 e il 2030, a ridosso della conclusione del ciclo di vita della Venom F5.
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[Framaforms] : Supprimer des fichiers attachés à un formulaire

Bonjour,

J’ai commencé la création d’un formulaire (mon premier) auquel j’ai joint un fichier. J’ai ensuite modifié ce fichier et j’ai donc attaché la nouvelle version. Mais je ne trouve pas comment supprimer la version obsolète. Comment faire ?

Merci d’avance,

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Il gasolio supera i 2,1 euro al litro: senza lo sconto del governo sarebbe già record

I prezzi alla pompa del diesel continuano a salire in scia ai rialzi dei listini degli scorsi giorni. Infatti, come segnala Staffetta Quotidiana, il gasolio ha toccato questa mattina (4 agosto) i 2,1 euro al litro. Tuttavia, senza lo sconto del governo, in vigore fino a giovedì 6 agosto (l'esecutivo è comunque alla ricerca delle necessarie coperture finanziarie per un'ulteriore proroga), il prezzo sarebbe a 2,27 euro, al di sopra del&nbsp;record storico di 2,23 toccato a metà marzo 2022. Ferma, invece, la benzina.Non mancano, comunque, dei segnali positivi per i prossimi giorni: la totale assenza di ritocchi ai prezzi consigliati da parte delle principali compagnie si accompagna alla sostanziale stabilità degli indici del petrolio (Brent sotto gli 85 dollari e Wti sotto gli 81) e al crollo delle quotazioni del gasolio raffinato. Tuttavia, bisognerà vedere nei prossimi giorni se questi segnali si tradurranno in notizie positive per le tasche degli automobilisti.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Prezzi e rilevazioni Tornando alle rilevazioni, questa mattina il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,999 euro al litro per la benzina (invariato rispetto a ieri), 2,100 per il gasolio (+3 millesimi), 0,743 per il Gpl (-1) e 1,621 euro/kg per il metano (+1).&nbsp;Sulla rete autostradale, verde a 2,084 (invariato), diesel a 2,173 (-1), Gpl a 0,875 (invariato) e metano a 1,609 (-1).Quanto ai dettagli per modalità di vendita, elaborati da Staffetta sulla base delle comunicazioni effettuate ieri dai gestori all'Osservatorio del Mimit, le medie dei prezzi praticati tra rete stradale e autostradale vedono la benzina self service a 2,001 euro (compagnie 2,006, pompe bianche 1,990) e il diesel a 2,099 (2,099; 2,101). Al servito, verde a 2,135 (2,176; 2,060), gasolio a 2,238 (2,272; 2,173), Gpl a 0,751 (0,760; 0,741), metano a 1,618 (1,610; 1,625), Gnl a 1,475 (1,469; 1,480).Lo spaccato dei marchi mostra&nbsp;Eni&nbsp;a 2,000 euro sulla benzina self service (2,207 al servito) e 2,077 sul gasolio (2,287);&nbsp;IP a 2,019 (2,184) e 2,118 (2,286);&nbsp;Q8 a 2,005 (2,163) e 2,103 (2,268); Tamoil a 1,997 (2,072) e&nbsp;2,081 (2,169).
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Toyota migliora i conti e alza gli obiettivi, ma la Cina resta un problema

Toyota ha chiuso il primo trimestre dell'esercizio fiscale al 31 marzo 2026 con risultati nel complesso positivi, sostenuti dal buon andamento delle vendite in Giappone, Nord America ed Europa. Tuttavia, il costruttore giapponese deve fare i conti con la stessa criticità che sta colpendo molti dei principali protagonisti dell'industria automobilistica: il netto peggioramento delle performance in Cina. I risultati del trimestre Partiamo dalle vendite totali: sono scese da 2,83 a 2,71 milioni di unità (-4,1%). La crescita registrata in Giappone (+8,9%), in Europa (+3%) e nel resto dell'Asia (+4,3%), insieme alla sostanziale stabilità del Nord America (-0,2%), non è bastata a compensare il forte calo nelle altre aree geografiche (-20,4%). In Cina, in particolare, le vendite dei marchi Toyota e Lexus sono diminuite da 450 mila a 324 mila unità (-28%).I ricavi sono però aumentati da 12,25 a 13,52 trilioni di yen, mentre l'utile operativo è sceso da 1,16 a 1,06 trilioni di yen (circa 5,1 miliardi di euro al cambio attuale). A incidere sono state soprattutto le conseguenze della crisi in Medio Oriente, che hanno ridotto i benefici derivanti da fattori positivi come l'andamento dei cambi, i programmi di efficientamento e il miglioramento del mix di prodotto.L'utile netto, invece, è salito da 841,3 miliardi a 1,477 trilioni di yen, mentre il contributo delle attività cinesi al conto economico è diminuito da 23,3 a 16 miliardi di yen. Toyota alza le stime per l'intero esercizio Infine, il gruppo Toyota ha deciso di rivedere al rialzo le stime annuali per tenere conto dei miglioramenti registrati nelle attività commerciali e logistiche e, soprattutto, dell'indebolimento dello yen.Le vendite totali sono confermate a 11,18 milioni di unità, ma quelle consolidate sono ora previste a 9,7 milioni invece dei 9,6 milioni indicati in precedenza. La stima sui ricavi passa da 51 a 54 trilioni di yen, quella sull'utile operativo da 3 a 3,4 trilioni e quella sull'utile netto da 3 a 3,250 trilioni.
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Due Tutor sulla stessa autostrada? Non è un errore: ecco perché

Dal 12 luglio scorso, con l'entrata in vigore del decreto sull'omologazione degli autovelox, solo i Tutor che rispettano questo requisito possono essere utilizzati per accertare le violazioni dei limiti di velocità in autostrada. In teoria era così anche prima in forza della giurisprudenza, ossia delle ordinanze con cui la Corte di Cassazione, a partire dall'aprile 2024, aveva stabilito che solo gli strumenti omologati possono essere ritenuti fonti di prova. Dal 12 luglio, però, la possibilità di accertare le violazioni con apparecchi privi di questo requisito è preclusa dal decreto ministeriale. L'obbligo della registrazione Ma l'omologazione non è l'unica condizione necessaria ai fini della regolarità dell'accertamento. Infatti, occorre anche che il Tutor sia registrato nella banca dati del ministero delle Infrastrutture. E scorrendo il lungo database si scopre una cosa curiosa: in moltissime tratte autostradali risultano presenti due strumenti, sia il Sicve, ossia il Tutor di prima generazione, sia il Tutor 3.0, l'ultima versione dello strumento per il rilevamento della velocità media, entrambi sviluppati e prodotti da Movyon, società tecnologica del gruppo Autostrade per l'Italia. Le tratte col doppio strumento Ma com'è possibile che sulla stessa tratta, e quindi sugli stessi portali, vi siano due diversi strumenti, il vecchio e il nuovo Tutor? E com'è possibile che questa &quot;stranezza&quot; risulti su ben 81 tratte?Non si tratta di un errore né di una dimenticanza. Il fatto è che lo scorso febbraio, quando lo schema di decreto sull'omologazione fu trasmesso all'Unione Europea per la verifica di compatibilità con le norme della Ue, fu ufficializzato ciò che in realtà si sapeva già dal marzo 2025, ossia che solo il Tutor 3.0 sarebbe stato automaticamente omologato. Gli apparecchi più vecchi, il Sicve, approvato a fine 2004, e il Sicve PM, approvato nel 2017, utilizzati in quel momento su 92 tratte, avrebbero dovuto essere presto o tardi spenti o sottoposti a una nuova procedura di omologazione. Sono 11 quelli fuorilegge. Ancora per poco La decisione di Autostrade per l'Italia fu la più logica: sostituirli. Una corsa contro il tempo che però non si è ancora conclusa: oggi, 4 agosto, ne risultano &quot;fuorilegge&quot; ancora 11: otto sulla Tangenziale di Napoli (quattro in direzione Est e altrettanti verso Ovest, tutti in via di sostituzione), uno sull'A30 Caserta-Salerno tra l'allacciamento con l'A1 e Nola in direzione Sud (in fase di smantellamento) e due Sicve PM presenti nel tunnel del Monte Bianco, anch'essi in via di sostituzione. Per ora i vecchi Sicve non possono essere cancellati Ma allora, perché gli 81 vecchi Sicve, che negli ultimi mesi sono stati smantellati, sono ancora presenti nella banca dati ministeriale? Semplicemente perché non tutti i relativi verbali sono stati definiti, come si dice tecnicamente. Significa che non tutte le violazioni accertate da quegli strumenti sono state pagate o che non tutti i ricorsi sono passati in giudicato. Addirittura, visto che il termine per la notifica è di 90 giorni dalla violazione, è possibile che in alcune situazioni il verbale non sia nemmeno arrivato a destinazione.Dunque, com'è logico in tutte le situazioni in cui la multa è in sospeso, tutti i soggetti coinvolti, a partire dalla persona a cui è stato notificato il verbale, ma anche le prefetture e i magistrati chiamati a esprimersi su un eventuale ricorso, devono poter verificare che al momento della violazione il Sicve fosse effettivamente registrato nella banca dati del ministero (ovviamente da quando quest'obbligo è entrato in vigore, il 27 novembre 2025). Solo quando non vi saranno più pendenze, quando tutte le violazioni accertate con i Sicve e con i Sicve PM saranno definite, i Tutor di prima e seconda generazione potranno essere definitivamente cancellati dalla banca dati.
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PIETRO LIBERO

Diffondiamo questo manifesto per Pietro, in carcere con l’accusa di “terrorismo della parola” (270 quinquies comma terzo), reato introdotto dal penultimo decreto sicurezza, per alcuni opuscoli sequestrati durante l’operazione anti-anarchica del 16 giugno scorso. Qui il manifestino in pdf.  
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Auto aziendali, Pietrantonio (Unrae): " il momento giusto per la riforma fiscale"

Ora o mai più, dice perentorio a Quattroruote Roberto Pietrantonio, presidente dell'Unrae, a proposito di una miniriforma fiscale dell'auto aziendale che insieme alle altre associazioni di settore sarà presentata al governo nei prossimi giorni. Ha un costo decisamente contenuto, ma potrebbe determinare un maggiore introito IVA per lo Stato, con un saldo netto decisamente inferiore a quello degli ultimi ecobonus. Con benefici importanti sulla sicurezza del circolante e sulle emissioni inquinanti e climalteranti. Questo è il momento giusto. Partiamo dal mercato, che a luglio, per l'ottavo mese consecutivo, cresce ancora, con un incremento da inizio anno del 9%. Può essere definita una crescita strutturale? un segnale positivo che riflette anche una domanda di sostituzione che negli ultimi anni era rimasta un po' compressa e che sta in parte tornando sul mercato. Certamente c'è stato e c'è ancora, se pure in esaurimento, l'effetto degli incentivi del ministero dell'Ambiente, che hanno accelerato la diffusione delle vetture elettriche. E poi l'aumento dell'offerta determinato dall'ingresso di nuovi costruttori ha aumentato la competizione sul mercato rendendo più accessibile l'auto nuova, come dimostra anche il prezzo medio di fattura, che si è ridotto nella prima parte dell'anno anche grazie a campagne commerciali più aggressive. E infatti il canale privati, quello che sostiene il mercato, cresce più della media.Proseguirà anche nei prossimi mesi?Premesso che fare previsioni, con scenari geopolitici e macroeconomici così instabili, non è semplice, da agosto verrà meno il contributo degli incentivi. Si capirà a settembre se la crescita della prima parte dell'anno potrà essere considerata strutturale. Per il momento posso dire che i parametri che nutrono il sistema previsionale Unrae indicano un mercato in leggera crescita anche nella seconda parte dell'anno, seppure in misura inferiore rispetto alla prima metà a causa dell'esaurimento dell'effetto incentivi. Stimiamo che il 2026 possa chiudere intorno a 1.610.000 immatricolazioni, il 5,5% in più rispetto al 2025. Certo, c'è ancora un deficit di oltre 300 mila vetture rispetto al 2019, ma questi numeri vanno letti in chiave positiva. Ci dicono che gli italiani vogliono cambiare auto. Se oggi un consumatore si chiedesse se conviene comprare o aspettare, io suggerirei di sfruttare questo momento in cui l'offerta è ampia, i tempi di consegna normali, le condizioni commerciali interessanti. Anche perché nuovi incentivi non arriveranno. A proposito di incentivi, è vero che a ottobre vi fu un click day, però l'onda lunga sulle immatricolazioni è durata fino a luglio. Che bilancio si può fare di questa iniziativa, diversa da tutte quelle precedenti? Senza entrare nel merito di com'è stata strutturata e al netto dei dati definitivi del Mase che solo quando saranno disponibili ci permetteranno di misurarne nel dettaglio gli effetti, ha dimostrato una cosa semplice e positiva: che quando il differenziale economico si riduce, gli italiani sono pronti ad acquistare auto elettriche. Un click day non misura tanto il successo di un incentivo, misura la domanda latente che c'è sul mercato. Ecco perché ci vorrebbero incentivi strutturali, in grado di cambiare in maniera duratura il comportamento d'acquisto degli italiani invece di iniziative estemporanee che determinano solo fuochi di paglia destinati a spegnersi subito dopo.Succederà anche stavolta? O questa iniziativa, con le sue quasi 56 mila immatricolazioni, riuscirà finalmente ad accendere la domanda elettrica? Questi incentivi un effetto lo hanno prodotto: c'è una maggiore diffusione di EV e la familiarità nei confronti di questa tecnologia inizia ad aumentare anche in Italia. Tante false credenze sono state finalmente smontate dall'esperienza pratica dell'amico o del conoscente, quasi tutti ormai ne abbiamo almeno uno che ha un'elettrica. Tuttavia, non sembra che vi sia una svolta. A luglio, con l'esaurimento dell'effetto incentivi, le elettriche sono scese al 5,9% di quota di mercato. Un dato superiore a luglio 2025, ma molto inferiore a quello dei mesi precedenti. E invece c'è bisogno che l'Italia si allinei alle medie europee, altrimenti sarà considerata un mercato di serie B. Occorre mettere a terra delle misure strutturali e di medio periodo che orientino i consumatori. Ricordo che l'Italia resta l'unico major market d'Europa senza incentivi sulle auto elettriche.Poco fa ha detto che ci vorrebbero incentivi strutturali, adesso che l'Italia resta l'unico major market d'Europa senza incentivi. Unrae torna a chiedere al governo incentivi sull'auto elettrica? Non chiediamo incentivi, chiediamo misure strutturali sulla fiscalità dell'auto aziendale in grado di produrre, quelle sì, effetti di medio-lungo periodo sulla domanda. Una buona riforma fiscale vale molto più di tanti ecobonus messi assieme, che hanno l'effetto di deprimere la domanda prima e dopo una fiammata di breve durata. Invece, una riforma fiscale di pari costo per lo Stato innescherebbe dinamiche virtuose. Le nuove regole sul fringe benefit per le Plug-in in vigore dal 2025 lo dimostrano. E dimostrano che le aziende reagiscono rapidamente alle opportunità che si aprono. Ecco, una riforma fiscale delle company car potrebbe innescare quel circolo virtuoso di cui abbiamo parlato tante volte, con un effetto sul mercato del nuovo, ma anche su quello dell'usato grazie all'elevato turnover delle flotte aziendali. Sì, però la riforma del fringe benefit, che ha penalizzato i motori termici privilegiando in eguale misura Phev ed Ev, non ha avuto alcun effetto sulla domanda di elettriche aziendali in uso promiscuo, mentre ha proiettato le Plug-in stabilmente oltre il 10% di quota di mercatoQuesto fenomeno è stato determinato in parte dalle scelte dei dipendenti. In questa fase storica una plug-in, a parità di trattamento fiscale, è più rassicurante di un'elettrica per la media degli utilizzatori. Che, oltretutto, spesso hanno percorrenze chilometriche importanti. E poi non dimentichiamo il contesto: sullo sfondo c'è il tema delle infrastrutture di ricarica e del costo dell'energia, due barriere non da poco alla diffusione dell'auto elettrica in Italia. Ecco perché dico che una riforma fiscale che favorisca nettamente queste vetture potrebbe sbloccarne definitivamente la domanda.Ok, ma la delega fiscale, ossia lo strumento che dal 2023 permetterebbe al governo di intervenire rapidamente e in maniera incisiva sulla fiscalità dell'auto aziendale, sta per scadere. La finestra si chiuderà, in teoria, il 29 agosto.&nbsp;Certo, c'è sempre la legge di bilancio per il 2027, ma c'è la possibilità che si arrivi effettivamente a una miniriforma nella direzione da voi auspicata?Vogliamo essere ottimisti. Stiamo lavorando da tempo con diverse associazioni della filiera, c'è una convergenza importante e ci apprestiamo a sottoporre alle istituzioni una proposta comune. La speranza è che questa posizione unitaria, in vista della scadenza della delega e, soprattutto, in presenza della flessibilità concessa dall'Unione europea e, quindi, dei famosi 14 miliardi di euro potenzialmente disponibili nel triennio 2026-2028, determini la concreta possibilità di costruire una leva fiscale in grado di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, accelerare il rinnovo del parco circolante, sostenere imprese. Guardi, la nostra proposta ha un costo decisamente contenuto ma potrebbe determinare un maggiore introito IVA per lo Stato, con un saldo netto decisamente inferiore a quello degli ultimi ecobonus. Con benefici importanti sulla sicurezza del circolante e sulle emissioni inquinanti e climalteranti. Questo è il momento giusto, ora o mai più.Di che cosa si tratta, esattamente? Di una riforma della deducibilità?L'annunceremo insieme ai rappresentanti delle altre associazioni. Mi sembra il modo migliore per suggellare un lavoro fatto con grande spirito di collaborazione.
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Falso Googlebot nei log: come riconoscere i crawler e proteggerti

Falso Googlebot nei log: come riconoscere i crawler e proteggerti

Analizzare i log del proprio sito web può rivelare sorprese inaspettate. Spesso, si notano centinaia di visite attribuite a "Googlebot", e la prima reazione è di sollievo: il crawler di Google sta indicizzando le pagine. Ma è davvero così? La realtà è che molti di questi accessi provengono da un falso Googlebot, poiché l'identità di chi si connette a un server è più facile da falsificare di quanto si pensi.

Perché i log registrano così tanti falsi Googlebot?

Molti bot si spacciano per Googlebot per una ragione semplice: gode di un trattamento privilegiato su quasi tutti i server. Gli amministratori di sistema, per non compromettere l'indicizzazione, evitano di bloccarlo. Questa situazione crea un'opportunità per software di terze parti. Infatti un bot malevolo o uno scraper ottiene enormi vantaggi semplicemente fingendosi il crawler ufficiale di Google, tra cui:

  • Evitare i blocchi: numerosi sistemi di sicurezza e firewall sono configurati per lasciar passare senza filtri il traffico di Googlebot.
  • Superare i limiti di richiesta: a Googlebot vengono spesso concessi limiti di frequenza (rate limiting) molto più ampi, che gli consentono di scansionare più pagine in meno tempo.
  • Aggirare i CAPTCHA: un finto Googlebot può bypassare i controlli anti-automazione, accedendo a contenuti altrimenti protetti.

Un falso log da un Googlebot, trucco a costo zero, è particolarmente utile per chi fa scraping di prezzi, contenuti o dati sensibili, aprendo porte che dovrebbero rimanere chiuse.

Per approfondire l'argomento e capire quali altri tattiche usano gli hacker per accedere al tuo sito, leggi anche il nostro articolo sul tema.

User-agent: l'identità che chiunque può falsificare

Il problema nasce dal funzionamento dello user agent. Infatti si tratta di una semplice stringa di testo che un client, come un browser o un bot, invia al server per identificarsi. Il protocollo HTTP, tuttavia, non include alcun meccanismo per verificare che questa dichiarazione sia vera.

Un client può quindi presentarsi con una stringa apparentemente legittima: Mozilla/5.0 (compatible; Googlebot/2.1; +http://www.google.com/bot.html) Vederla nei log fa pensare subito al crawler ufficiale, ma non stabilisce alcun legame crittografico o verificabile tra l'indirizzo IP della richiesta e l'infrastruttura reale di Google. In pratica, il falso log di un Googlebot è come se un estraneo si presentasse a una festa dichiarando un nome falso, senza che nessuno gli chieda un documento di identità.

Come verificare se un log di un Googlebot è falso?

Fortunatamente, esistono metodi affidabili per smascherare gli impostori, raccomandati da Google stessa.

Controllo degli intervalli IP di google

Il primo metodo è molto diretto. Google pubblica e aggiorna un elenco dei suoi intervalli IP ufficiali in un file JSON. È sufficiente programmare uno script per scaricare questo file e confrontare l'IP registrato nei log con le reti autorizzate (sia IPv4 che IPv6). Se l'indirizzo IP del visitatore non rientra in questi intervalli, si ha la certezza matematica che sia un falso log di un Googlebot.

La doppia verifica DNS

Questo secondo metodo è ancora più rigoroso e si basa su una sequenza di controlli DNS, considerata la prova definitiva.

  1. Ricerca DNS inversa (PTR): si esegue una ricerca sul record PTR dell'IP di origine. Se è un vero crawler di Google, il nome host risultante deve terminare con googlebot.com o google.com.
  2. Ricerca DNS diretta (A/AAAA): a questo punto, si esegue la verifica opposta. Si risolve il nome host ottenuto nel passaggio precedente e si controlla che l'indirizzo IP di partenza sia presente nella lista di IP restituiti.

Se entrambi i passaggi hanno successo, puoi essere assolutamente certo che la visita provenga da un crawler legittimo di Google.

Per approfondire l'argomento, prova anche a leggere questo nostro articolo: "Come rilevare e bloccare l'attività dei bot".

Cosa si scopre dopo una verifica di un falso Googlebot log?

Applicando questi controlli, il quadro del traffico sul proprio sito cambia radicalmente. Quella che sembrava un'intensa attività di indicizzazione si rivela spesso per quello che è: un'orda di bot sconosciuti. Un picco di traffico che credevi positivo potrebbe nascondere uno scraper aggressivo che sta rubando i tuoi contenuti tramite un falso log di un Googlebot.

In più un consumo di banda anomalo potrebbe essere causato da sistemi che mappano il sito alla ricerca di vulnerabilità. Analizzare i log con questi strumenti permette di distinguere il traffico prezioso da quello dannoso, proteggendo le tue risorse in modo efficace. La prossima volta che vedrai un'attività sospetta da "Googlebot", saprai esattamente come smascherare l'impostore.

L'articolo Falso Googlebot nei log: come riconoscere i crawler e proteggerti proviene da sicurezza.net.

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Piccola fuori, modulare dentro: arriva la Leapmotor B03, la nuova compatta per l'Europa

Leapmotor ha presentato la sua nuova berlina di segmento B, chiamata A05 sul mercato cinese e B03 su quello internazionale. Si tratta della versione a ruote basse della B-SUV B03X,&nbsp;la cui commercializzazione è iniziata da poco anche in Italia. La B03 nasce per &quot;rafforzare la presenza del marchio nel segmento delle elettriche compatte&quot;, spiega la Casa in una nota, ed è stata &quot;progettata principalmente pensando ai consumatori urbani più giovani&quot;. Al momento non sono ancora state comunicate informazioni sui tempi di arrivo del modello nei mercati internazionali. Linee semplici e ispirate alla B03X Lo stile della Leapmotor B03 riprende quello della B03X, con i gruppi ottici &quot;sorridenti&quot;, la griglia anteriore chiusa e le sottili prese d'aria verticali alle estremità del paraurti. Ritroviamo inoltre le maniglie a filo carrozzeria e i fari posteriori dalla forma squadrata. L'auto è lunga 4.175 mm (quasi 10 cm in meno rispetto alla B-SUV), larga 1.790 mm, alta 1.560 mm e ha un passo di 2.605 mm, identico a quello della B03X. Interni modulari con modalità &quot;letto matrimoniale&quot; L'abitacolo riprende l'impostazione della versione a ruote alte, con una plancia semplice e lineare. Dietro il volante a due razze trova posto il quadro strumenti digitale da 8,9&quot;, mentre sono pochissimi i comandi fisici: gran parte delle funzioni passa infatti attraverso lo schermo dell'infotainment da 14,6&quot;, gestito dal chip Qualcomm Snapdragon 8295.I sedili &quot;7-layer Cloud-Feel&quot; permettono diverse configurazioni, tra cui quella a &quot;letto matrimoniale&quot;, oltre alle modalità dedicate agli animali domestici e alla privacy, con tavolinetti indipendenti per la seconda fila e sedute posteriori ribaltabili verso l'alto. Il bagagliaio offre 474 litri di capacità, che diventano 1.308 abbattendo gli schienali posteriori. Nel doppiofondo trovano posto ulteriori 91 litri. Due motorizzazioni La Leapmotor B03 dovrebbe essere proposta con due powertrain, da 70 kW (95 CV) e 90 kW (122 CV), abbinati a batterie al litio-ferro-fosfato. Le autonomie dichiarate raggiungono rispettivamente 405 e 510 km, secondo il ciclo di omologazione cinese. Per il mercato locale è prevista inoltre, come optional, la presenza del LiDAR integrato alla base del parabrezza.
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ARI Pozzuoli informa via radio


La Sezione ARI di Pozzuoli ha attivato un innovativo sistema automatico di radiodiffusione del bollettino di sorveglianza dei Campi Flegrei.

Le informazioni vengono estrapolate, mediante un software, dai documenti ufficiali pubblicati settimanalmente dall'Osservatorio Vesuviano e dal Dipartimento della Protezione Civile Nazionale, per essere poi elaborate e convertite in audio che viene trasmesso sul ripetitore IR8AC sulla frequenza 145.6250 MHz, che copre in maniera strategica i comuni dell’Area Flegrea.

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Mediterraneo

L a storia racconta che, prima di trasferirsi a Palermo, Muhammad al-Idrisi fosse nato nel regno Almoravide del nord Africa, a Ceuta. A differenza dei coetanei, però, la biografia di al-Idrisi non fu legata solamente al mondo islamico e alle sue lotte intestine – come quella che aveva portato la sua famiglia a spostarsi dall’Andalusia al Marocco. Viaggiatore instancabile, Erodoto del mondo islamico, al-Idrisi finì infatti per stabilirsi alla corte del neonato regno cristiano di Sicilia. Da pochi decenni oramai infatti i Normanni avevano consolidato il loro dominio sull’isola, spinti dal Papa a rivendicare un territorio che si diceva fosse cristiano per diritto, sancito da una donazione di terreni risalente addirittura ai tempi dell’imperatore romano Costantino. In realtà il rovello del papa Niccolò II per la Sicilia era dovuto al fatto che da secoli l’isola era passata in mano al dominio islamico e, sebbene fosse una provincia oramai in crisi, costituiva ancora una spina nel fianco sull’uscio della cristianità. Così, a partire dal 1130, Ruggero II d’Altavilla fu il primo re di un regno che si costituì per circa due secoli come faro di sincretismo culturale tra le varie anime del Mediterraneo. Maestranze arabe, latine e bizantine iniziarono a ruotare attorno alla corte palermitana dando origine a un periodo di splendore per la storia del sud Italia nel Medioevo.

Fu proprio in questo contesto eclettico che al-Idrisi venne incaricato da Ruggero, in virtù delle sue qualità di geografo, di realizzare una raccolta di mappe da donare al re. Perciò venne composto il cosiddetto Libro di Ruggero o, più fascinosamente detto, Lo svago per chi brama di percorrere le regioni. Fiore all’occhiello di quest’opera è la Tabula Rogeriana, un atlante del mondo allora conosciuto, considerato uno tra i più accurati realizzati almeno per i tre secoli successivi; un’opera mirabile di cartografia, anche se a prima vista un po’ spiazzante. La Rogeriana così come le altre carte che accompagnano il libro sono infatti rappresentazioni cartografiche a punti cardinali invertiti; in alto è il sud, in basso il nord, a destra l’occidente e a sinistra l’oriente.

Al contrario (?)
Se tale rappresentazione aveva luogo chiaramente per questioni religiose – così facendo, infatti, la Mecca veniva fisicamente posta in posizione rilevante rispetto al resto del mondo – in questo modo si evidenziava altresì la rilevanza di alcune regioni rispetto alle altre. Si presentava una prospettiva ribaltata rispetto a quella che siamo abituati a vedere, una visione più compiutamente mediterranea, in cui Sicilia, Nord Africa e le zone costiere meridionali acquisivano centralità rispetto alle aree interne – in particolare europee. Guardando la Tabula Rogeriana si coglie perfettamente come quello di al-Idrisi sia un mondo che ha al centro il mare e che poggia il suo baricentro in ciò che per l’Europa moderna è considerato Sud, all’interno di un continuum che parte dall’Oceano Indiano – l’altra grande via marittima scoperta e percorsa dal mondo musulmano – in una sorta di autostrada marittima.  Il mare e non la terraferma sta qui al centro del rapporto tra geografie, continenti e culture.

Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama, di una screziatura di civiltà che hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione, la colonizzazione feroce quanto il sincretismo; e però una domanda affiora da questo racconto: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica? Se la storia di al-Idrisi è una delle tante in grado di rappresentare la duplice tensione di una geografia tanto complessa – da un lato verso la specificità, la diversità, la distinzione; dall’altro verso la molteplicità, l’unione e il meticciato – e se è vero che esistono molti mari “mediterranei” (si pensi ad esempio al Golfo del Messico), ma soltanto uno è il Mediterraneo per antonomasia; che spazio attraversiamo, viviamo, ma soprattutto ereditiamo oggi, all’epoca di rinnovate guerre, della crisi energetica, della capitalizzazione dei territori? Nel momento storico in cui il fenomeno più impattante – in grado di superare persino i numeri delle migrazioni – è la turistificazione, soprattutto dei territori costieri, cosa resta della complessità territoriale di questa regione? Cosa resta oltre alle cartoline e agli hashtag #vitalenta?

Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama di civiltà che hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione, la colonizzazione feroce quanto il sincretismo: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica?
Studiare, raccontare e parlare del Mediterraneo oggi è un compito pressoché impossibile. Necessario infatti è muovere dall’assunto che in esso esistono infiniti mediterranei. C’è un Mediterraneo fisico, uno politico; un Mediterraneo storico e un altro tanto generatore di simbologie quanto simbolo esso stesso. Potremmo spingerci a dire che esiste persino un’ontologia mediterranea. Storie, geografie e immaginari si intrecciano talmente profondamente da risultare inscindibili e inefficaci se trattati isolatamente. Ce lo ha insegnato Fernand Braudel, il primo e più grande studioso del Mediterraneo, ma ce lo insegna anche la lettura delle prospettive meridiane di Albert Camus, di André Gide, di Predrag Matvejević o dei poeti come Ghiannis Ritsos o Mohammed Bennis in cui l’esperienza del singolo non può prescindere dal paesaggio, dalla storia e dai simboli del territorio in cui è immerso.

Ma un simile caleidoscopio è dovuto a una questione essenziale, che sfugge al determinismo della geografia – e di conseguenza anche della storia – e cioè a quanto già rilevato: la centralità del mare. Proprio la prospettiva di al-Idrisi rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque rispetto alla terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia equorea elude concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di nazione, Stato, centro, periferia, ascesa o decadenza. Ciononostante – e qui si torna alla suddetta contraddizione – questo mare rimane un’entità storica e come tale va trattato.

Punto di congiuntura tra continenti, mare di mari, il Mediterraneo è un collettore di mondi (25 sono gli Stati che vi si affacciano), uno spazio divisibile per religioni, come diceva Braudel (cattolico, ortodosso, musulmano) oppure per cronologie (ben quattro calendari condividono le sue sponde: gregoriano, giuliano, musulmano ed ebraico). Sarebbe impraticabile poi avventurarsi nei suoi confini, anche qui, tanto stretti quanto vastissimi. Dove finisce il Mediterraneo? Alcuni hanno individuato i suoi limiti in base alla presenza dell’olivo, da Trieste all’Atlante, da Cadice a Beirut; innegabile però è anche l’esistenza di un Grande Mediterraneo che coinvolge per cultura o geopolitica le aree interne dell’Unione Europea insieme al Sahel e al Medio Oriente. L’uno e il molteplice, lo smisurato e il minuto sono qui più che altrove parte della stessa cosa.

Di sicuro, però, nel Mediterraneo il mare è sia un mezzo sia un oggetto, esiste cioè una storia nel Mediterraneo quanto una storia del Mediterraneo. Una storia-mosaico dove la geografia svolge il ruolo di connettore e non di palco, un territorio dell’attraversamento che scioglie perciò necessariamente le identità attraverso il transito. Così oggi, per indagare cosa resta come lascito del passato, dovremmo forse invertire i termini del discorso, investigando una storia del Mediterraneo che passi attraverso ciò che in esso non ha mai smesso di riproporsi – non, dunque, il Mediterraneo come collage di singole storie nazionali e dei loro incontri/scontri, ma la centralità del mare e dunque la sua natura di luogo di faglia, le fratture che lo compongono al suo interno. Quindi, fare storia del Mediterraneo attraverso i confini nel Mediterraneo.

Il mare che corrompe
La prospettiva più stimolante e recente sulla natura complessa di quanto si discute è probabilmente fornita dagli studiosi inglesi Peregrine Horden e Nicholas Purcell nel loro volume The corrupting sea (2000). L’approccio dei due muove da un’ottica ecologica e ambientale: è una storia attaccata al suolo e al mare, a cui solo in un secondo momento è subordinata la dimensione antropologica e culturale. Nell’opera di Horden e Purcell la storia è quella del Mediterraneo, inteso come sistema ambientale complesso, un circuito di specificità ecologiche ineliminabili e fragilissime che nelle epoche storiche hanno istituito relazioni di varia natura.

La centralità del mare rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque rispetto alla terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia equorea elude concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di nazione, Stato, centro, periferia, ascesa o decadenza.
La tesi di base muove dall’idea che nell’ecosistema mediterraneo, frastagliato, parcellizzato e precario, il mare abbia un’azione definita appunto “corruttiva”, cioè che incida in maniera irrefrenabile in ogni sezione costiera, trasformandola e stimolandone complementarietà e interdipendenza; ovvero che si ponga spontaneamente non come elemento di limite o barriera fisica, ma come attore geografico e naturale, come elemento attivo e agente risemantizzante di ogni sezione in relazione alla conformazione costiera. L’idea di corruzione perciò deriva dall’inevitabile mutazione/contaminazione che subisce l’orizzonte di un territorio attraverso la dimensione marittima, agendo in maniera pervasiva nel rammollire i confini tra realtà culturalmente differenti e spesso fisicamente isolate tra loro. In buona sintesi, la tesi è proprio questa: all’interno di un mondo in gran parte insulare la geografia del mare si costituisce come contrario dell’isolamento e proprio questo processo è quanto conduce a una mutazione di volta in volta eccezionale, singolare e irrimediabile di quelle stesse aree di partenza.

Sia chiaro; l’obiettivo di Horden e Purcell è tutt’altro che ridurre il Mediterraneo a luogo di incontro culturale – quest’aspetto per loro rappresenta ancora una deriva romantico-ottocentesca di un discorso nel Mediterraneo. L’approccio degli studiosi muove invece dall’ecologia storica, cioè dall’ambiente e dunque dalla geografia fisica: partendo dalle microecologie (l’Etruria, la Cirenaica, l’isola di Melo, la vallata della Beqa, ecc.), dalla loro frammentazione e dalle strategie antropiche nello sviluppo di un rapporto con i territori, gli studiosi osservano come la precarietà di ogni spazio sia tanto una costante quanto venga sistematicamente riconfigurata dalla dimensione marittima. Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo infatti non divide mai realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante cui, con più o meno sforzo, tutti i punti entrano in connessione. Il mare corrompe, modifica, plasma le strategie della terraferma sempre nella direzione della diversità e dell’interdipendenza (inspiegabili, diversamente, i ruoli storici di città come Atene, Venezia o Genova, quasi del tutto prive per larga parte della loro storia di un impero territoriale). Così la frammentarietà dei singoli contesti viene rimodulata attraverso il mare, come nella tavola di al-Idrisi, ricostruendo una storia del Mediterraneo come qualcosa con connotazioni unitarie proprie rispetto ad altre storie.

È poi accaduto che attraverso la storia il moto circuitale indotto dalla dimensione corruttiva individuata da Horden e Purcell si sia addensato attorno a linee invisibili, ovvero che al mutare delle epoche alcuni spazi nel Mediterraneo si siano progressivamente costituiti più di altri come frontiere specifiche, come regioni marittime di soglia, geograficamente situate e individuabili. Ciò che non va rimosso, quindi, al fine di comprendere tanto i lasciti del passato quanto le dinamiche mediterranee odierne è sia questa dimensione generale di movimento, sia, soprattutto, la presenza di simili aree attorno a cui esso si è coagulato. Come scrive Egidio Ivetic, storico del Mediterraneo:

Il fatto di essere una faglia […] e che manchi una visione mediterranea dell’Europa non può mettere in secondo piano il grande significato storico che ha il Mediterraneo per l’umanità intera. Il dramma dei tempi correnti deve incentivare lo sforzo […] di promuovere una cultura storica capace di coordinare la diversità delle varie tradizioni nazionali. Stare sulla faglia comporta la tolleranza verso la differenza.

Così, con un po’ di immaginazione, se potessimo puntare una mappa diacronica del Mediterraneo in controluce, ci renderemmo conto che il brulichio della grande e della piccola storia si è addossato in molti luoghi, certo, ma soprattutto addosso ad alcune faglie principali, frontiere invisibili ma ben note; confini in grado di costituirsi come linee di demarcazione profondissime, ma di essere anche – come tutte le frontiere – spazi di estrema porosità, le cui frizioni sono generate tanto dall’esercizio delle differenze, quanto dalla loro congiuntura.

Trascrizioni
I Persiani odiavano Alessandro. Anche molto dopo la sua morte, il re macedone che aveva sgominato il secolare impero degli Achemenidi continuava a essere considerato come antitesi alla loro civiltà, Sekandar gujastak veniva chiamato, “Alessandro il maledetto”, raffigurato addirittura come demone blasfemo, con due corna nascoste sotto un cappuccio. Curiosamente, al passare dei secoli, questa rifrazione dell’Alessandro storico venne sempre più identificata dai cantastorie itineranti con tale caratteristica fisica fino a diventare una sorta di personaggio a sé stante, “quello dalle due corna” o il “Bicorne”, un uomo che (come Alessandro) aveva viaggiato fino ai confini dell’Oriente e dell’Occidente, che era stato un re giusto e un guerriero così impavido da imprigionare le orde di Gog e Magog dentro un muro di ferro. La storia del Bicorne compare nella diciottesima Sura del Corano e non c’è dubbio tra i commentatori che questo personaggio sia proprio Alessandro il Macedone. Ma com’è stata possibile una tale sovrapposizione narrativa?

Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo non divide mai realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante cui tutti i punti entrano in connessione. Il mare corrompe, modifica, plasma le strategie della terraferma, nella direzione della diversità e dell’interdipendenza.
Il caso di Alessandro Magno è uno tra i più eclatanti, ma non certo il solo, in grado di illustrare come nel Mediterraneo la componente narrativa abbia trasceso le frontiere fisiche interne ed esterne contribuendo al mantenimento di quel moto circuitale originato dalla geografia. È il filosofo Federico Campagna nel suo ultimo saggio Altrimondi (2026) a raccontare questa e molte altre storie in un volume di narrazioni mediterranee che rilevano il contributo assoluto del mito e della narrazione alla costruzione del Mediterraneo.

Nel seguire la pista ecologica di Horden e Purcell è necessario infatti rendersi conto della necessità di integrare al Mediterraneo come sistema ambientale anche un Mediterraneo come discorso. Se infatti la prospettiva degli inglesi mira alla costruzione di una teoria scientifica cercando di rimuovere dall’equazione la retorica sul Mediterraneo per evitare di scadere in romanticismi o idealizzazioni, resta fermo che proprio attraverso le narrazioni, storicamente e geograficamente situate, siamo oggi in grado di cogliere retrospettivamente dei frammenti attraverso cui i discorsi sul Mediterraneo hanno partecipato in maniera fondamentale alla costruzione del Mediterraneo tout court, integrando la prospettiva scientifico-meccanica. In buona sostanza, non può esistere una storia del Mediterraneo senza la sua dimensione mitologica, astratta, utopica; quella dimensione che ha dato vita alle infinite storie su Alessandro Magno, a scuole filosofiche quali lo scetticismo o il neoplatonismo, a personaggi di soglia come sant’Agostino o Ibn Battuta, fino alla cartografia, appunto di al-Idrisi.

Proprio in questo scivolamento costante nel generare sistemi narrativi complessi a partire da fatti, luoghi ed elementi tecnici o ambientali risiede probabilmente una radice peculiare del Mediterraneo, che diventa anche strumento di lettura e interpretazione delle sue stesse dinamiche. Come scrive Matvejević, nel suo Breviario mediterraneo, una delle riflessioni a un tempo più intime e oggettive sul Mediterraneo, è impossibile parlare di questo mare senza parlare di ciò che ha prodotto in termini di cosmologie, artefatti e pensiero umano; il Mediterraneo è “l’Europa, il Magreb e il Levante; il giudaismo, il cristianesimo e l’islam; il Talmud, la Bibbia e il Corano; Gerusalemme, Atene e Roma; Alessandria, Costantinopoli, Venezia; la dialettica greca, l’arte e la democrazia; il diritto romano, il foro e la repubblica; la scienza araba; il Rinascimento in Italia, la Spagna delle varie epoche, celebri e atroci; gli Slavi del sud sull’Adriatico e molte altre cose ancora”.

Quindi, se oggi è certo fondamentale abbandonare la verbosità dei luoghi comuni sul Mediterraneo, distinguendo discorso da retorica, e lasciarsi perciò guidare da un approccio storico-ecologico come quello esposto da Horden e Purcell, è altrettanto indispensabile affiancare allo sguardo una peculiarità che nel Mediterraneo è fiorita in modo plurale più che in altri luoghi del pianeta, la capacità cioè di elaborare essenze immaginarie del mondo. Pur lasciando come prioritario l’aspetto ecologico-ambientale è possibile considerare il Mediterraneo come spazio privilegiato di produzione di narrazioni molteplici proprio in virtù delle specifiche, capillari e distinte relazioni tra popolazione e territorio. Integrando le due prospettive si potrebbe allora dedurre come la dimensione mitico-narrativa dei popoli mediterranei sia quindi in diretta relazione con la stessa “corruzione” ecologica da parte del mare e che quindi pur volendo espungere l’astratto, esso vada reintegrato nelle riflessioni scientifiche in qualità di conseguenza d’eccezione.

Non può esistere una storia del Mediterraneo senza la sua dimensione mitologica, astratta, utopica; quella dimensione che ha dato vita alle infinite storie su Alessandro Magno, a scuole filosofiche come lo scetticismo o il neoplatonismo, a personaggi di soglia come Sant’Agostino o Ibn Battuta, fino alla cartografia di al-Idrisi.

Lo scrive bene Campagna:

La narrazione frammentaria di un racconto popolare è, in effetti, una sequenza di appigli grazie ai quali la nostra immaginazione può scalare il sentiero impervio di una trasformazione esistenziale. Ed è un tratto tipico delle creazioni mediterranee: nate da un territorio costantemente devastato dai marosi della Storia, il loro scopo primario è aiutare il pubblico a resistere o a fuggire da uno stato di crisi. Fiabe e racconti popolari sono guide per coloro il cui unico potere è di trasformare se stessi di fronte ad avversità soverchianti.

Ecco che allora, attraverso la lettura di Campagna, è possibile cogliere un ulteriore elemento del discorso, e cioè la genesi popolare, comune, spontanea di tali miti e racconti che proprio per una simile natura sono stati strumenti tanto di costruzione identitaria quanto di sincretismo in grado di trascendere barriere temporali e fisiche, ossia capaci di operare delle trascrizioni e rimodulazioni culturali reciproche costantemente produttive oltre il tempo e lo spazio, superando la fine di alcuni mondi (come accadde alla latinità classica, all’area bizantina, alla Sicilia normanna, al Rinascimento italiano, a Venezia e così via) e generandone di nuovi, proprio come accadde ad Alessandro dopo la sua morte, divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.

La base del triangolo
Alcuni studi archeologici ipotizzano che più o meno attorno al 20.000 a.C. Calabria e Sicilia fossero connesse da una lingua di terra estesa al centro del Mediterraneo arrivando, forse, a congiungersi persino con la costa Nord Africana. Oggi, invece, il Canale di Sicilia è un lembo di mare che separa in poco meno di 200 km le coste siciliane da quelle tunisine – i chilometri si abbassano attorno ai 100, prendendo come riferimenti le isole Pelagie. È questo, nel Mediterraneo, uno dei punti di passaggio prediletti per l’osservazione delle dinamiche micro- e macroscopiche, ambientali e culturali di cui si è finora parlato; uno di quei luoghi di faglia per eccellenza.

Se dovessimo stilizzare l’Europa in una figura geometrica, essa sarebbe un triangolo col vertice a Nord. Dei suoi lati, uno si tende lungo la linea atlantica da Nord-Est a Sud-Ovest, l’altro taglia l’Adriatico da Nord-Ovest a Sud-Est; la base, invece, corre longitudinalmente attraverso il mare ed è proprio questa soglia invisibile ad essere al centro di molta storia odierna. È questa infatti la frontiera che separa oggi l’Occidente europeo dal resto del Mediterraneo, è qui che si giocano molte delle sfide politiche e identitarie.

La genesi popolare, comune, spontanea di tanti miti e racconti del Mediterraneo li ha resi strumenti tanto di costruzione identitaria quanto di sincretismo in grado di trascendere barriere temporali e fisiche, come accadde ad Alessandro divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.
Lo ha colto bene il giornalista Luca Misculin nel suo recente Mare aperto (2025) in cui restituisce perfettamente la dimensione scalare di questa regione geografica. Per Misculin infatti il Canale di Sicilia (“Mediterraneo su scala minore. Mare aperto ma allo stesso tempo chiuso, un mare ‘delle possibilità’”) può essere scelto come territorio ideale per compiere un carotaggio in grado di restituire la contraddittoria duplicità che percorre il Mediterraneo tutto. Misculin è abilissimo infatti a raccontare da un lato come la regione sia variata al mutare della storia, acquisendo o perdendo importanza di volta in volta; tuttavia, a fianco della narrazione diacronica, il giornalista pone una serie di capitoli-appendice disseminati nel testo e focalizzati su ambienti, storie, tradizioni specifiche di tale microgeografia.

Si racconta così dell’usanza degli abitanti di Linosa di andare a saccheggiare le uova delle berte – uccelli di grossa taglia – che ogni anno per motivi ancora non chiari nidificano solo sull’isola; della complessità della raccolta delle spugne, o, ancora, di come il peperoncino importato nell’allora Tunisia ottomana dagli arabi espulsi dal Regno di Valencia a partire dal 1609 abbia dato origine a una delle economie più solide della regione, l’esportazione della salsa harissa, o del fatto che proprio in virtù del fondale basso – che a differenza di quelli oceanici può perciò facilitare interventi di manutenzione – il Canale sia uno degli snodi europei più importanti per il passaggio dei cavi sottomarini di fibra ottica:

il cavo sottomarino in fibra ottica più lungo del mondo misura 45.000 chilometri, 5000 in più della circonferenza massima della terra. Si chiama 2Africa e unisce Barcellona, in Spagna, a Bude, un placido paesino in Cornovaglia, nel Regno Unito, passando però dal Canale di Suez e quindi portando internet nel suo tragitto in Sudan, Etiopia, Arabia Saudita, Tanzania, Madagascar, Mozambico, Sudafrica, Angola, Marocco e Portogallo. 2Africa passa anche per il Canale di Sicilia, esattamente come molti altri cavi lunghi migliaia di chilometri: Sea-Me-We 4, che unisce Marsiglia a Singapore; Emc West-I, che inizia a Genova e termina a Haql, in Arabia Saudita.

Il racconto di Misculin fa cogliere bene la centralità del mare e la prospettiva pelagica, qui tanto più evidente in quanto strozzato tra due continenti a poca distanza tra loro. Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort privato, alla bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa militare del Mediterraneo a Pantelleria, passando per il nuovo mediterraneismo di Mu´ammar Gheddafi che incentivò una propaganda al suo regime attraverso un’etichetta di dischi con sede a Malta, fino ai naufraghi degli ultimi decenni, la grande storia si è rifratta qui in una dimensione minore ma non meno significativa, regolata dalla centralità del mare come frontiera. Guerre, colonizzazioni e migrazioni, si sono manifestate in questa regione attraverso una dimensione transcalare che relaziona il locale al globale, un arcipelago di interdipendenze (ben più ampie del Mediterraneo stesso) inquadrabili e decifrabili dalla tessitura di una dimensione storico-ambientale e ideologico-culturale e da una frizione prolifica tra isolamento e connessione.
Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort privato, alla bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa militare del Mediterraneo a Pantelleria, la grande storia si è rifratta qui in una dimensione minore ma non meno significativa, regolata dalla centralità del mare come frontiera.
D’altro canto, non si può certo tralasciare che proprio attraverso il Canale di Sicilia corre poi un confine più ampio e discutibile, la “linea Brandt”, che separa i Paesi industrializzati dagli altri cosiddetti “in via di sviluppo”. Oggi questa distinzione fotografa una realtà forse imprecisa – soprattutto nella nomenclatura –, fermo restando, però, che proprio come eredità di tale demarcazione tra colonizzati e colonizzatori nella storia contemporanea oggi è attiva al centro del Mediterraneo una turbolenta faglia che vede coinvolti trafficanti d’uomini, missioni umanitarie e spedizioni di ricerca, intente, queste ultime, ad analizzare e a studiare migrazioni, immaginari e confini di questa particolare soglia, come è accaduto col progetto della Tanimar, il cui equipaggio, composto da sociologi, antropologi e giuristi, usando metodi etnografici ha navigato per anni tra il Canale di Sicilia, le coste tunisine e il bacino dell’Egeo, dando vita a contributi preziosi come il resoconto Crocevia mediterraneo (2023), che ribalta il metodo di ricerca sociologica tradizionale a partire da un’indagine con al centro il mare, e il Controdizionario del confine (2025), che chiama in causa il linguaggio per ridefinire e indagare il fenomeno di inasprimento di questa frontiera preda tanto della spettacolarizzazione quanto del disinteresse politico.

Dove andiamo in vacanza?
Se infatti tutt’ora nel Mediterraneo permane una più classica distinzione tra Est e Ovest con il Medio Oriente e quello Turco – peraltro in preda a un nuovo ottomanesimo – ben distinti dall’Occidente Europeo, la frontiera che percorre longitudinalmente le acque è stata negli ultimi decenni al centro della cronaca e delle politiche migratorie di un’Unione Europea sempre più arroccata in sé stessa. Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha ripetutamente dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto come territorio quanto come proprio baricentro. Al netto di vuoti proclami identitari di una certa genesi mediterranea dell’Europa, quest’ultima non ha smesso di considerare l’intera regione come una zona di frontiera, un fastidio, oppure, d’altro canto, come uno spazio da plastificare sotto la nuova colonizzazione del turismo. Se infatti le migrazioni sono la faccia tragica di questa soglia tra Sud e Nord, il turismo non è che un altro movimento contrario e apparentemente innocuo, ma in verità non lontano dalle stesse dinamiche predatorie del colonialismo.

Proprio quelle comunità minutissime annidate nei microcosmi fondativi di quel circuito, cuore della complessità mediterranea, oggi sono minacciate infatti da un processo di abrasione e appiattimento basato sulla capitalizzazione dei territori e sul conseguente estrattivismo di valore. Così, isole, coste, regioni regolate da secoli da interazioni ambientali tanto feconde quanto precarie, sono oggi entrate nel flusso del grande turismo mondiale proprio per uno stile di vita radicalmente opposto a quello della frenesia capitalista. Così, inseguendo il mito di un buen retiro, frotte di turisti si riversano ogni anno a Capri, Malta, Cipro, nelle Baleari o nelle Cicladi, dalle coste dell’Algarve fino al Peloponneso, ma anche sulla penisola Tingitana o nelle coste a sud di Tunisi, stravolgendone la fisionomia, alterandone gli equilibri e contribuendo di fatto a erodere esattamente quelle microgeografie che in quegli stessi posti li attirano, sovraffollandoli, rendendoli invivibili, esaurendone le risorse e minando i meccanismi di sopravvivenza delle comunità stanziali.

A guidare questo fenomeno è, inoltre, la vaga convinzione che vede nel Mediterraneo una sorta di “museo dell’umano” e pertanto uno spazio ancora al riparo dalle dinamiche globali, un eden fuori dal tempo, ma è proprio quest’ottica museale in realtà, unita all’abbandono generico di politiche attive, a spianare la strada al capitalismo, alla speculazione e a una conseguente perdita delle diversità, trasformando uno spazio vissuto in un artefatto di plastica e nella simulazione di esperienze oramai inesistenti nella realtà. Questo avviene in un circolo vizioso imposto dall’ideologia del consumo e da quella che il filosofo Byung-Chul Han chiama iperculturalità, l’incapacità cioè dell’uomo contemporaneo di cogliere, interagire e relazionarsi con le differenze, spianando la realtà che lo circonda in un inferno dell’uguale rispondente ai propri capricci. Si chiede Han se esista ancora per noi la percezione che avevano un tempo i viaggiatori come al-Idrisi o Marco Polo, quella cioè di percepire e attraversare delle soglie, o se nel nostro rapporto con i luoghi e le diversità siamo irrimediabilmente trasformati in “turisti in camicia hawaiana”.

Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha ripetutamente dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto come territorio quanto come proprio baricentro.
Il fatto che dinamiche territoriali fragilissime come quelle che hanno costituito la peculiarità di questa zona del mondo vengano lentamente soppresse è reso possibile solo dall’assenza di una riflessione profonda sul Mediterraneo; un pensiero meridiano che ricostruisca una centralità del mare, del Sud, a partire da quella stessa prospettiva ecologica, storica e geografica delineata da Horden e Purcell come cuore della storia mediterranea. Ecco che così sarebbe forse possibile addirittura dar vita a un pensiero e a un’azione in grado di organizzare il Mediterraneo a spazio realmente altro, non ridotto a una simulazione di un’esperienza azzerata, ma un progetto realmente contrastante rispetto al globalismo capitalista e fecondo per un diverso modo di pensare la relazione col mondo, in chiave ecologica e immaginifica, proprio in virtù di quella peculiare e minuziosa alterità che ha sempre regolato questo spazio.

Una visione rimodulata, come quella offerta dalla carta geografica di al-Idrisi, che passi attraverso la ricostruzione e il riconoscimento di un lessico e di una grammatica comuni, una possibilità meridiana che sappia spingersi verso l’utopia con parole diverse, come ha cercato di fare l’equipe guidata da Dionigi Albera e Maryline Crivello in collaborazione con la Maison méditerranéenne des sciences humaines et sociales dell’Università di Aix-Marseille attraverso la redazione nel 2016 di un Dictionnaire de la Méditerranée. Violenza e sincretismo, conflitto e contaminazione, annichilimento e rinascita, soglia o turismo sono aspetti conviventi nel Mediterraneo, si può scegliere da che parte stare.

L'articolo Mediterraneo proviene da Il Tascabile.

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DX PATROL MK4.

Good evening to the group. I have an RPi 3B and installed OpenWebRx from the official site (dated 11/10/2023), and it works very well. However, when I installed OpenWebRx version 1.2.117 from LZ2SSL, I get no VHF/UHF/HF reception at all. In the first instance, the system recognizes the SDR as an RTL-SDR, whereas in the second, it recognizes it as a DVB TV receiver. Does anyone have any idea what I should do? The waterfall display is blue, but there is no signal reception. All settings seem to work, yet there is no reception. Thanks in advance.
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L’ultima frase dell’ASEAN sulla Corea del Nord

Il riconoscimento e il suo prezzo

Nel frattempo i canali bilaterali della regione si sono riaperti. L’Indonesia ha ripristinato l’ambasciata a Pyongyang nel luglio 2025, il ministro Sugiono vi si è recato in ottobre, prima visita di un capo della diplomazia indonesiana dal 2013, firmando un memorandum su consultazioni regolari, e l’arrivo di un ambasciatore residente in marzo ha completato una ricostruzione coerente con lo sforzo di Prabowo di convertire il non allineamento da postura dichiarativa in pratica operativa. Il Laos si è spinto oltre, inviando il presidente Thongloun Sisoulith in visita di Stato, primo capo di Stato straniero ricevuto a Pyongyang per un’occasione nazionale da anni, mentre To Lam è stato il primo leader vietnamita a recarvisi in diciotto anni. Il commercio non spiega nulla di tutto questo, dato che nel caso indonesiano si aggira sui due milioni di dollari annui. Ciò che quegli scambi trasferiscono è riconoscimento, e il riconoscimento concesso per via bilaterale arriva sganciato dalla questione nucleare, con ciascun governo che lo dispensa alle proprie condizioni. Il canale multilaterale prezza la stessa merce in modo diverso. Il Forum ha nuovamente sostenuto la completa denuclearizzazione della penisola, sebbene la formulazione avesse già arretrato rispetto alla vecchia richiesta di un disarmo completo, verificabile e irreversibile. Pyongyang può dunque accumulare riconoscimento per via bilaterale evitando l’unica sede in cui si troverebbe seduta sotto una frase che nega uno status ormai iscritto nella propria costituzione, iscrizione che innalza il costo interno di ogni concessione futura oltre quanto qualsiasi garanzia esterna potrebbe compensare. Si tratta di impegno selettivo da parte di uno Stato le cui alternative sono migliorate, non della condotta di uno Stato isolato.

Un patto costruito per costare poco

La selettività porta alla luce una debolezza incorporata nel Forum fin dalla sua istituzione. L’ASEAN ha attirato le grandi potenze dentro le proprie architetture post-Guerra fredda attraverso un patto deliberatamente a basso costo, fatto di inclusione, informalità e consenso, poiché ciascuna preferiva la regia dell’ASEAN a quella di una rivale, e gli Stati minori hanno così acquisito una voce in materia di sicurezza asiatica che altrimenti non avrebbero potuto rivendicare. Lo stesso prezzo d’ingresso contenuto ha reso economico anche il disimpegno, una volta che la sede ha smesso di essere scarsa. Per anni il Forum ha offerto a Pyongyang un accesso raro a un tavolo condiviso con Washington, Pechino, Mosca, Tokyo e Seul; il trattato con la Russia del 2024, la partecipazione nordcoreana alla guerra russa e la ripresa degli scambi con Pechino garantiscono oggi quell’accesso a condizioni migliori, e la socializzazione perde presa nella misura in cui migliorano le opzioni esterne. Che l’assetto sopravviva alla propria inefficacia non costituisce un enigma, dal momento che continua a distribuire benefici. L’ASEAN conserva il ruolo di convocatore da cui deriva la sua rivendicazione di centralità, gli Stati membri mantengono per la diplomazia bilaterale un margine che posizioni collettive più ferme comprimerebbero, e le grandi potenze ottengono una piattaforma regionale senza accettare quasi alcuna disciplina. Una paralisi di questo genere è meno un fallimento dell’assetto che una allocazione di vantaggi tale da non lasciare ad alcun partecipante un interesse a modificarlo.

Una norma priva di esecutori

L’apparato di applicazione si è intanto frantumato ben oltre la regione. Pechino non chiede più esplicitamente la denuclearizzazione dal trilaterale con Seul e Tokyo del maggio 2024, e Xi ha omesso il riferimento a Pyongyang in giugno, durante la prima visita di un leader cinese in sette anni. Alla Conferenza di Riesame del Trattato di non proliferazione, in maggio, la Russia ha ottenuto la cancellazione del passaggio sul programma nordcoreano, la cui delegazione ha definito la questione chiusa, dopo avere già posto fine con il veto del 2024 al mandato del panel ONU che monitorava l’elusione delle sanzioni. L’ASEAN ripete oggi una norma formatasi sotto una distribuzione del potere precedente, quando Washington promuoveva la non proliferazione e sia Mosca sia Pechino ne accettavano una parte sufficiente perché continuasse a funzionare. Pyongyang sfrutta inoltre una gerarchia interna all’ordine nucleare stesso. Il Trattato separa i possessori legittimi dagli aspiranti proibiti mentre le potenze riconosciute hanno compiuto scarsi progressi verso il disarmo che si erano impegnate a perseguire, e le categorie di custode responsabile e di proliferatore pericoloso derivano dai rapporti di forza e dalla storia postcoloniale di chi fosse autorizzato a definire la sicurezza internazionale. Nulla di ciò discolpa un regime che invoca l’assedio permanente per giustificare la militarizzazione permanente, ma spiega perché l’argomento sovranista faccia presa anche presso governi che quel regime non lo difendono. La posizione dell’ASEAN dentro quest’ordine è intermedia, poiché fa da tramite per accesso e riconoscimento al di sotto di una struttura di applicazione che le potenze nucleari controllano, il che fissa un tetto a ciò che la sua centralità può ottenere. Ne risulta quello che avevo gia’ definito regionalismo paralizzato, in cui una capacità di convocazione quasi universale produce scarsa convergenza e l’assenza non costa nulla. La prossima dichiarazione del presidente dell’ARF metterà alla prova quella rivendicazione in modo diretto. Mantenere la frase confina la denuclearizzazione alla dichiarazione multilaterale mentre i membri conducono le proprie relazioni bilaterali senza farvi riferimento; rimuoverla riconosce un mutamento già compiuto nella pratica e premia la strategia che lo ha prodotto. In un caso come nell’altro la decisione indicherà quale ordine il linguaggio ereditato dall’ASEAN continui a servire, e che cosa la sua centralità sia ancora in grado di organizzare ora che il patto sottostante a quel linguaggio si è disfatto.

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KMT accuses Taiwan’s government of failing to uphold South China Sea claims

Opposition parties in Taiwan have accused the government of failing to defend the island’s long-standing claims in the South China Sea, following its muted response to Philippine attempts to delimit a disputed shoal. “The government speaks loudly when confronting mainland China, but falls silent when Japan or the Philippines challenges Taiwan’s claims,” Kuomintang culture and communications committee director Chen I-hsin said on Sunday. Chen was referring to the Philippines’ move to assert...

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He Was Playing Mind Games

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Audi A2 e-tron: nel nostro primo test sfiora i 500 km di autonomia - VIDEO

Immaginatela senza questo variopinto wrap e avrete sotto gli occhi la nuova Audi A2 e-tron, che verrà svelata nella sua interezza ai primi di settembre (assieme all'apertura degli ordini, pochi giorni dopo), con i primi esemplari in consegna ai clienti a inizio 2027. I prezzi? Dovrebbero partire da meno di 39.000 euro. Finora l'erede spirituale (con la spina) dell'originaria A2 si era vista soltanto pesantemente camuffata e, al netto di un teaser che ne spoilerava la silhouette, di materiale ufficiale non c'è nulla. Se non queste immagini, appunto, tratte da un test drive in anteprima che ho svolto fra la Svezia e la Danimarca con l'obiettivo di valutare l'efficienza, aspetto sul quale i tecnici di Ingolstadt puntano molto.D'altronde il pallino dell'efficienza l'Audi A2 l'ha sempre avuto. Persino troppo, con la prima generazione di venticinque anni fa (scocca d'alluminio, 1.2 TDI da 3 litri/100 km, costosissima da produrre e da acquistare, un flop commerciale), mentre oggi, con maggior pragmatismo, non hanno fatto altro che prendere ciò che di buono era già in casa e ottimizzarlo. Piattaforma MEB evoluta e trazione posteriore Per inciso, si parte dalla piattaforma MEB evoluta; non l'inedita MEB+ che usano Cupra, koda e Volkswagen (con motore e trazione anteriori), perché Audi per la A2 e-tron voleva più spazio a bordo (il passo è più lungo, l'agio per le ginocchia di chi siede dietro davvero abbondante) e la trazione posteriore, per una guida più dinamica.Premesso ciò, l'esemplare che ho guidato adotta il propulsore da 140 kW (190 CV) e la batteria LFP da 61 kWh lordi (58 utilizzabili). Seguiranno, al lancio, altre due batterie (51 e 84 kWh lordi) e tre ulteriori tagli di potenza (125, 170 e 240 kW). Aerodinamica ed efficienza: la ricetta Audi Tre sono i punti chiave attorno ai quali ruota questa ricerca dell'efficienza: due li ho già citati sopra, motori e batterie; il terzo è l'aerodinamica.La forma vagamente streamline, del tutto simile a quella della prima A2, fa già del suo per migliorare la resistenza all'avanzamento: muso arrotondato, montanti anteriori molto inclinati, coda tronca per staccare i flussi. Il resto è fine tuning: griglia anteriore di raffreddamento attiva (chiusa quando non serve aria), elementi specifici sui passaruota anteriori per far scorrere meglio l'aria sulle fiancate (i cosiddetti air curtains e gap reducer), cerchi dal design aerodinamico e, non ultimo, un fondo completamente piatto. Risultato: un Cx di 0,24 che, a detta del tecnico Audi che era al mio fianco durante il test, può arrivare al massimo a 0,25 nel caso di specifiche più spinte, con cerchi da 20&quot; e allestimento S line. Motore, batteria e ricarica bidirezionale Capitolo powertrain: la A2 è spinta dal noto motore sincrono a magneti permanenti APP350, introdotto un paio d'anni fa su altri modelli basati sulla MEB evoluta. Le elettroniche di potenza con semiconduttori al carburo di silicio garantiscono minori dissipazioni d'energia e nuovi lamierini più sottili per il rotore (da 0,3 a 0,2 mm) arginano meglio le perdite termiche. La trasmissione, inoltre, adotta un olio a bassissima viscosità per ridurre gli attriti.Per quel che riguarda l'energia, la scelta è caduta su un accumulatore al litio-ferro-fosfato per diversi motivi, tutti già noti: niente terre rare, maggior durata nel tempo e migliore resistenza agli stress durante le ricariche. Con 58 kWh netti (e 499 km di autonomia WLTP), la batteria è di tipo cell-to-pack, con le singole celle sistemate direttamente nell'involucro dell'accumulatore per una maggiore densità energetica.Grazie a un efficientamento del software, della gestione termica e del nuovo on board charger 2.0 (da 11 kW), Audi dichiara un'efficienza dell'89,6% in corrente alternata, un valore interessante e superiore alla media. Va ricordato, infatti, che non tutta l'energia erogata dalla colonnina o dalla wallbox finisce nella batteria (a causa delle croniche dispersioni), ma il quantitativo elargito va comunque pagato per intero. La ricarica in corrente continua, per la cronaca, ha una potenza di picco di 105 kW, valore non elevatissimo ma che consente comunque di portarsi a casa un 10-80% in circa 26 minuti, se tutto va come deve andare.Novità anche sul fronte della ricarica stessa: debutta la bidirezionale con funzione V2L (vehicle to load), che con un adattatore opzionale oppure con la presa Schuko sistemata nel baule permette di alimentare o ricaricare dispositivi esterni; parallelamente, con la funzione V2H (vehicle to home), è possibile usare l'auto come sistema di stoccaggio per l'impianto fotovoltaico domestico e può anche restituire energia all'abitazione. Audi A2 e-tron: come sono gli interni Ma andiamo al sodo. Una volta a bordo, trovo pesanti camuffature sulla plancia perché in questa fase, degli interni, in teoria non dovrei sapere nulla. Non posso mostrarvi foto definitive, ma vi racconto cosa avevo sotto gli occhi. A partire dal doppio schermo ricurvo onnipresente su tutte le più recenti Audi, passando per l'inedito comando multifunzione sistemato sul piantone dello sterzo, introdotto dalla Q3: sul lato destro il selettore della marcia, su quello sinistro la gestione degli indicatori di direzione, degli abbaglianti e dei tergicristalli. Curioso che, sulla A2, abbia però una finitura molto meno ricercata, perdendo il rivestimento in nero lucido con dettagli argentati; vedremo se sulla versione definitiva si tornerà alla variante originaria. Piacevoli, invece, i morbidi tessuti di rivestimento sui pannelli porta, così come il tunnel centrale su due livelli con ampi portaoggetti. Il test su strada fra Svezia e Danimarca In marcia si apprezza la posizione di guida, rialzata sulla strada ma con il sedile vicino al pavimento. I montanti anteriori assai inclinati non danno noia durante le svolte, perché sono stati ricavati ampi cristalli laterali proprio per ridurre il più possibile gli angoli ciechi. Molto curata l'insonorizzazione, grazie a cristalli doppi e parabrezza acustico, specchi retrovisori dal disegno aerodinamico e abbondante materiale fonoassorbente per ridurre il rotolamento.L'aspetto più apprezzabile è l'elevata scorrevolezza, dote comune a tutte le elettriche Audi: se si fa a meno della frenata rigenerativa (gestibile su tre livelli con i paddle al volante), una volta tolto il piede dall'acceleratore la vettura continua a macinare strada senza opporre resistenza.Il risultato di questo breve test? Lungo un tragitto misto fatto di autostrada (a 110 km/h), extraurbano (70 km/h) e urbano (30-50 km/h), il computer di bordo mi ha mostrato un consumo di 11,9 kWh/100 km, pari a un'autonomia stimata di 487 km; ammetto, però, di esserci andato col piede leggero, tant'è che il valore medio WLTP dichiarato, in corso di omologazione, parla di 12,8 kWh/100 km. Vedremo, una volta al Centro Prove, se la A2 e-tron manterrà questi buoni valori.
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Tornare indietro è impossibile: Ne è valsa la pena? Isole Faroe

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#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1176: Alle Isole Faroe basta imboccare la strada sbagliata per ritrovarsi in un mondo completamente diverso.

In questo viaggio attraversiamo l'arcipelago con il camper, seguendo strade sempre più strette, montagne, tunnel e piccoli villaggi fino ad arrivare a Gjógv, una delle località più spettacolari e remote delle Faroe.

Ma il viaggio non finisce qui.

Andremo alla ricerca di Risin e Kellingin, il Gigante e la Strega, due enormi faraglioni legati a una delle leggende più affascinanti dell'arcipelago: si racconta che arrivarono dall'Islanda per trascinare le Faroe verso casa, ma furono sorpresi dalla luce del giorno e trasformati in pietra.

E poi arriva una domanda inevitabile quando si viaggia in un posto come questo: quanto costa davvero vivere e viaggiare alle Isole Faroe?

Quanto costano il carburante, la spesa, mangiare fuori, dormire e muoversi con un camper?

Lo scopriamo direttamente sul posto, cercando di capire quanto sia costoso questo angolo sperduto del Nord Atlantico.

Un'altra giornata di viaggio, strade improbabili, paesaggi che sembrano irreali e qualche sorpresa lungo la strada.

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Underground SECRET LAB , SciFi Survival ASMR Relaxing Ambience, TRUE RECORDING #asmr #relax #sleep

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I recorded this audio at 00:00 of a summer night.
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Recorded with ZOOM H2N, Stereo.
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Nitto Santapaola - Parte 2: La caduta

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Dopo aver conquistato il vertice della mafia catanese, Benedetto "Nitto" Santapaola diventa uno dei boss più potenti di Cosa Nostra. Ma la stagione delle stragi, i pentiti e le grandi indagini dello Stato segnano l'inizio della sua caduta.

In questa seconda e ultima parte ricostruiamo gli anni della latitanza, l'arresto nel casolare dell'azienda agricola Bonnelli, i processi, il regime del 41-bis e gli ultimi anni di vita dello storico capomafia catanese.

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📌 IN QUESTO DOCUMENTARIO SCOPRIRAI

✓ La guerra di Cosa Nostra contro lo Stato dopo le stragi del 1992

✓ Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia contro Nitto Santapaola

✓ La lunga latitanza del boss catanese

✓ Il blitz della Polizia e l'arresto nel casolare dell'azienda agricola Bonnelli

✓ I processi e le numerose condanne inflitte a Santapaola

✓ Il regime di carcere duro del 41-bis

✓ Gli ultimi anni di detenzione e la morte del boss

✓ L'eredità criminale lasciata dal clan Santapaola-Ercolano

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📺 QUESTA INCHIESTA FA PARTE DELLA SERIE

NITTO SANTAPAOLA

➡ Guarda la playlist completa e segui la vicenda in ordine cronologico:

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Guinea-Bissau Tidal Waters

Relatively low tidal waters expose sandflats and mudflats in the Bijagós Archipelago of Guinea-Bissau in this image acquired on November 28, 2025, with the OLI (Operational Land Imager) on Landsat 8. These coastal landforms support an array of invertebrates, making the archipelago a popular stopover for migratory shorebirds.

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Mercato auto, finisce l'effetto incentivi: le elettriche archiviano il boom

Il mercato auto italiano resta positivo anche a luglio, anche se la crescita rallenta. Negli ultimi 30 giorni, secondo i dati del Ministero dei Trasporti, le nuove immatricolazioni sono state 123.184, contro le 118.561 registrate nello stesso mese del 2025, con un incremento del 3,9%.Si è attenuata anche la spinta delle auto elettriche, per le quali è ormai terminato l'effetto degli incentivi. I volumi si sono assestati su livelli più ordinari, ma ancora positivi: a luglio la crescita è stata del 24,9%, contro l'87,1% di giugno, con una quota di mercato del 5,9%, un punto percentuale in più rispetto al 2025. Continua invece la progressione delle plug-in hybrid, che guadagnano il 45,5% e raggiungono il 10,5% del mercato.L'andamento favorevole dei primi sette mesi dell'anno si riflette anche sui dati cumulati da gennaio: secondo le elaborazioni Unrae, le immatricolazioni complessive sono state 1.060.175, con un +8,9% rispetto alle 973.471 del 2025. Rispetto ai livelli pre-pandemici del 2019 resta tuttavia un divario del 14,3%. Le Top 50 in Italia a luglio 2026 1. Fiat Pandina Non accenna ad arrestarsi il successo della piccola citycar costruita a Pomigliano d'Arco. Disponibile solo con il motore 1.0 mild hybrid da 65 CV, negli ultimi 30 giorni sono stati immatricolati 8.460 nuovi esemplari, quasi il doppio rispetto alla concorrenza di Dacia Sandero e della Renault Clio. 2. Dacia Sandero La compatta di Mioveni rimane salda al secondo posto: a luglio sono state immatricolate&nbsp;4.785&nbsp;nuove unità, mentre nella graduatoria generale da inizio anno sale al terzo posto, guadagnando un'ulteriore posizione rispetto al mese scorso. Da qualche settimana è in commercio anche la motorizzazione full hybrid. 3. Renault Clio Nel giro di un mese la sesta generazione della compatta francese balza dal 12 al 3 posto: negli ultimi trenta giorni ne sono state immatricolate 3.203, contro le 2.636 del mese precedente. La nuova Clio è disponibile con motori benzina, full hybrid e bifuel a Gpl. 4.&nbsp;Fiat Grande Panda Stabile la posizione in classifica della segmento B marchiata Fiat, che con 2.931&nbsp;nuove targhe mantiene la quarta posizione. Disponibile con motori&nbsp;benzina, mild hybrid ed elettrici, è quarta anche nella classifica da inizio anno. 5.&nbsp;Citroën C3 Continua la &quot;scalata&quot; della best seller del Double Chevron, costruita sulla stessa piattaforma della Grande Panda: quinto posto (a giugno era sesta), anche nella classifica di inizio anno, con 2.898 nuove immatricolazioni.&nbsp; 6.&nbsp;Toyota Yaris Cross A luglio la B-SUV giapponese passa dall'ottavo al sesto posto (settimo nella classifica da inizio anno). Disponibile solo con motori full hybrid, negli ultimi trenta giorni ha registrato 2.829 nuove immatricolazioni. 7.&nbsp;Dacia Duster La SUV media di Mioveni passa dal 14esimo posto di giugno al settimo di luglio, grazie alle 2.691 nuove immatricolazioni. Ricca l'offerta di motorizzazioni di questo modello: mild e full hybrid a benzina, bifuel a Gpl, anche con impianto mild hybrid. 8.&nbsp;Jeep Avenger La B-SUV americana scende all'ottavo posto nella classifica degli ultimi trenta giorni, ma rimane la seconda auto più venduta in Italia dall'inizio dell'anno. Gli esemplari immatricolati sono stati 2.603. Anche lei, come le &quot;cugine&quot; del gruppo Stellantis, è disponibile con powertrain benzina, mild hybrid (anche 4xe) e full electric. 9.&nbsp;Toyota Yaris La full hybrid giapponese, da cui deriva anche la Yaris Cross, mantiene saldamente il nono posto della classifica delle auto nuove del mese di luglio: ne sono state immatricolate&nbsp;2.580. Da inizio anno è solo undicesima. 10.&nbsp;Toyota Aygo X La Casa giapponese piazza tre modelli nella top ten di luglio: la citycar, che da qualche mese è stata aggiornata e monta il motore full hybrid della Yaris, è stata immatricolata 2.245 volte. Nella classifica da inizio anno è ottava. 11. Volkswagen T-Roc: 2.07112. Peugeot 208: 2.04613. Kia Sportage: 2.00714. MG ZS: 1.93915. Audi Q3: 1.91916. Renault Captur: 1.73917. Mercedes GLA: 1.73818. Ford Puma: 1.69819. Volkswagen Tiguan: 1.66920. BYD Atto 2: 1.56721. Volkswagen T-Cross: 1.52622. Opel Corsa: 1.51323. BMW X1: 1.45224. Suzuki Swift: 1.41625. Fiat 500: 1.25726. Omoda 5: 1.22427. BYD Seal U: 1.19128. Peugeot 2008: 1.12229. Toyota C-HR: 99130. Volkswagen Golf: 98631. Fiat 600: 97932. Kia Picanto: 96833. Jeep Compass: 94534. Hyundai Tucson: 92435. Kia Stonic: 91336. Audi A3: 89437. Volkswagen Polo: 89038. Jaecoo 7: 88039. Peugeot 3008: 86040. Ford Kuga: 85641. BMW X3: 85342. Nissan Qashqai: 84743. MG MG3: 84544. DR DR5: 82345. MG JS: 81946. Suzuki Vitara: 81847. Audi Q5: 80148. Alfa Romeo Junior: 78249. Nissan Juke: 76050. Mini Countryman: 745 I gruppi e i marchi Per quanto riguarda i costruttori, anche a luglio al primo posto si conferma il gruppo&nbsp;Stellantis, che si mantiene sostanzialmente stabile: 30.879 veicoli contro i 30.663 dello stesso mese del 2025, con un incremento dello 0,7%. A trainare la crescita sono&nbsp;Fiat&nbsp;(+27,4%) e&nbsp;Citroën&nbsp;(+8,1%). In calo tutti gli altri brand: Alfa Romeo (-37,32%), DS&nbsp;(-56,7%),&nbsp;Jeep (-30,33%), Lancia (-23,38%), Maserati (-62,09%), Opel (-5,48%) e Peugeot (-4,9%).Poche le variazioni anche per il gruppo&nbsp;Volkswagen, sempre al secondo posto: le nuove targhe sono 18.736 (-0,28%). Crescono&nbsp;Cupra (+3,28%), Lamborghini (+33,33%), Seat (+23,74%) e VW (+0,87%). In calo Audi (-2,19%) e Skoda (-5,68%). Continua la ripresa del gruppo&nbsp;Renault&nbsp;(+3,31%): salgono la Losanga (+10,8%) e Alpine (+3,33%), scende Dacia&nbsp;(-1,57%).Cresce il gruppo&nbsp;Toyota&nbsp;(+1,73%, 9.739 targhe), mentre cala BMW&nbsp;(-8,54%, 6.679 targhe). Risultati positivi per&nbsp;Mercedes-Benz&nbsp;(+6,95%), Kia&nbsp;(+2,61%),&nbsp;Nissan (+1,74%), Suzuki (+5,67%), il gruppo DR (+4,7%), Honda (+19,6%), Polestar (+3,7%), Lynk & Co (+91,67%), Ferrari (+20%) e Aston Martin (+128,57%). In calo Ford (-21,23%), Hyundai (-28,59%), Volvo (-15,41%), Tesla (-77,02%), Mazda (-5,19%), Jaguar Land Rover (-24,13%), Porsche (-12,48%), Subaru (-2,97%), Mitsubishi (-29,27%) e Lotus (-34,78%). Prosegue il successo dei costruttori cinesi: oltre a&nbsp;Leapmotor (che passa da 371 a 1.124 immatricolazioni), a luglio crescono Omoda e Jaecoo (+168,51%), EMC (+86,99%), Geely (da 0 a 401 immatricolazioni), DFSK (+131,06%), KGM (+70,68%) e Deepal (da 0 a 104 immatricolazioni). Scendono MG (-1,39%) e SWM (-36,96%). Le alimentazioni Dopo il boom dei mesi scorsi, a luglio si è esaurita l'onda lunga degli incentivi introdotti lo scorso ottobre per le auto elettriche. Negli ultimi trenta giorni, le nuove immatricolazioni dei modelli a zero emissioni sono state 7.368, contro le 5.899 dello stesso mese del 2025. A guidare la classifica sono state la BYD Dolphin (572 unità), la Leapmotor T03 (517) e la BMW iX1 (286). L'incremento è stato del 24,9%, con una quota di mercato del 5,9%.Continua invece il momento favorevole delle plug-in hybrid: le nuove immatricolazioni sono state 13.103, con una crescita del 45,5% rispetto allo scorso anno. La quota di mercato si attesta al 10,5% nel mese e al 9,2% dall'inizio del 2026. La porzione più ampia del mercato resta però nelle mani delle ibride, che a luglio registrano un +11,4%: la quota cumulata da inizio anno raggiunge il 49,5%, contro il 44,4% dei primi sette mesi del 2025.Prosegue invece il calo delle alimentazioni tradizionali. A luglio le auto a benzina perdono il 13,9% e vedono la quota di mercato scendere dal 23,1% al 19%. Il diesel registra un calo del 29,7%, con una quota che si contrae dal 9,5% al 6,4%. Torna invece a crescere il GPL (+6,2%), anche se la quota di mercato passa dal 9,2% al 6,9%. Tutti i dati del mercato I commenti di Unrae e Motus-E &quot;I numeri ci dicono che gli italiani vogliono cambiare automobile. Ora spetta alle istituzioni creare condizioni stabili perché possano continuare a farlo&quot;, commenta Unrae. &quot;L'andamento particolarmente favorevole degli ultimi mesi ci induce a rivedere al rialzo le stime per l'intero 2026&quot;, aggiunge Roberto Pietrantonio, presidente dell'associazione delle Case estere. &quot;Prevediamo che il mercato possa chiudere l'anno a 1.610.000 immatricolazioni, rispetto alla stima di 1.530.000 elaborata a fine aprile, con un incremento del 5,5% rispetto al 2025&quot;. Per quanto riguarda il noleggio sociale annunciato nei giorni scorsi, Unrae si auspica che &quot;venga formalizzato al più presto l'impegno assunto dal Governo a reintegrare i 251 milioni di euro del Fondo Automotive, temporaneamente dirottati verso le misure emergenziali contro il caro carburanti. Gli interventi congiunturali non possono sostituire una pianificazione di lungo periodo, indispensabile per dare stabilità al settore e tutelare il potere d'acquisto delle famiglie&quot;.&quot;Archiviamo la fase degli interventi spot e restituiamo chiarezza al mercato&quot;, dichiara il presidente di Motus-E, Fabio Pressi. &quot;Il ritardo sull'elettrico e l'andamento a strappi del mercato, confermato dalla recente corsa all'ecobonus per i veicoli commerciali, riflette le difficoltà incontrate nella pianificazione di strumenti incentivanti chiari e prevedibili. Per ridare fiducia e stabilità al mercato, non è più rinviabile una profonda revisione della fiscalità sulle auto aziendali, su cui si è già costituita un'importante convergenza della filiera&quot;, conclude Pressi, che si augura una &quot;grande operazione verità sui vantaggi economici che già oggi centinaia di migliaia di famiglie italiane potrebbero ottenere passando alla mobilità elettrica, di cui milioni di cittadini europei stanno evidentemente già beneficiando&quot;.
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Mobilizon contributors online gathering

Let’s meet online on the 18th of september.

You are welcome if you’re willing to contribute to the project, with your technical skills or by promoting the use of Mobilizon around you.

We’ll present the latest project news, and then you’ll have a chance to share your initiatives and thoughts about Mobilizon.

Here is the event on Mobilizon - feel free to register and share:

Note that for french speakers there is another meeting same day at noon.

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Réunissons-nous pour faire adopter Mobilizon autour de nous!

Je vous invite à nous retrouver en ligne le 18 septembre à midi, pour échanger autour de Mobilizon.

Cette réunion va vous encourager et vous donner des clefs pour adopter ou promouvoir Mobilizon autour de vous.

Voici les sujets proposés:

-présentation du projet

-tour d’horizon d’une instance Mobilizon (exemple de https://keskonfai.fr)

-spécificités d’une instance (personnalisation, modération…)

-création d’un groupe et d’un événement (sur une instance de test)

-import d’un flux ICS dans un groupe (exemple de l’Agenda du Libre)

-intégration des événements d’un groupe dans son agenda

-suivi d’un groupe à partir de Mastodon

Vous pourrez aussi faire part de votre expérience et partager vos remarques lors d’un temps d’échange.

Vous aurez alors toutes les outils pour être ambassadeur de Mobilizon et de Keskonfai autour de vous!

Retrouvez toutes les infos sur Mobilizon, et bien sûr n’hésitez pas à partager autour de vous!

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TOP 2026 gennaio-marzo BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation

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Trova la tua prossima DASHCAM https://sicurisullastrada.it/dashcam/
Dubbi o domande? Trovi qui le RISPOSTE https://sicurisullastrada.it/dashcam-5-minuti-per-sapere-tutto/
Vuoi inviarci le clip della TUA DASHCAM? Guarda come fare su https://bit.ly/inviavideo
Seguici sui canali BDOI per essere AGGIORNATO e vedere le MIGLIORI CLIP https://bit.ly/canalibdoi
Hai domande o curiosità? COMMENTA sotto al video oppure CONTATTACI https://bit.ly/contattabdoi
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This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
Do you want to send us the clips of YOUR DASHCAM? See how on https://bit.ly/inviavideo
Follow us on BDOI channels to be UPDATED and see the BEST CLIPS https://bit.ly/canalibdoi
Do you have any questions or curiosities? COMMENT below the video or CONTACT US https://bit.ly/contattabdoi

#baddriversofitaly #dashcam #compilation
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Framaforms : ordre des questions modifié en passant en "voir"

Bonjour,

J’ai créé un sondage Framaforms.

J’ai défini l’ordre de mes questions en version modifiable.

Lorsque je passe en mode « voir », l’ordre des questions est complètement modifié.

Pouvez-vous m’indiquer ce qui peut générer cela ?

Je vous remercie par avance.

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China’s political and scientific elite head to Beidaihe for summer retreat season

Beijing has signalled the start of the summer break for China’s political elite with the announcement of retreats at the seaside resort of Beidaihe. State news agency Xinhua reported on Monday that Cai Qi, the man often referred to as President Xi Jinping’s “chief of staff”, “extended sincere greetings” to various academics and scientists invited to the resort about 300km (186 miles) east of Beijing. The report did not name those invited but did say they included specialists working at the...

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La Ligier JS50 si rinnova: fino a 164 km di autonomia per la microcar elettrica - VIDEO

La micromobilità elettrica sta prendendo sempre più piede. Non è dunque un caso che la Ligier JS50 si aggiorni per il 2026, concentrando le principali novità proprio sulla versione a batteria. Il cambiamento più importante riguarda l'introduzione dell'accumulatore B11 da 11,04 kWh con tecnologia LFP, sviluppata con un fornitore europeo e proposta su entrambe le varianti: L6e, guidabile dai 14 anni e limitata a 45 km/h, e L7e, accessibile dai 16 anni e capace di raggiungere i 75 km/h. Una scelta, quella di non spingersi fino ai 90 km/h consentiti dalla legge, fatta soprattutto per ridurre il consumo energetico complessivo. Autonomia estesa e ricarica domestica L'autonomia dichiarata arriva così fino a 164 km nel ciclo WMTC, mentre per una ricarica completa da una comune presa domestica (2 kW) servono circa sei ore. Il nuovo accumulatore, garantito cinque anni, integra inoltre un sistema di riscaldamento pensato per preservarne l'efficienza anche alle basse temperature. Guida, prestazioni ed efficienza in città In termini di dinamica del veicolo, la Ligier JS50 provata per le strade affollate di Torino è una riconferma: con le sue dimensioni ultracompatte riduce al minimo lo stress da parcheggio, da manovra e da ingombro. L'assetto è relativamente rigido, nonostante lo schema a ruote indipendenti su entrambi gli assi, piuttosto sofisticato per il tipo di mezzo, ma i sedili aiutano ad assorbire parte delle asperità stradali. Le prestazioni sono corrette per la filosofia del veicolo: la velocità massima di 75 km/h può essere limitante in extraurbano ma non crea nessun problema in ambienti cittadini. Accelerazione e ripresa sono meno reattive di quanto ci si aspetterebbe da un motore elettrico, ma comunque superiori a quanto generalmente offrono i quadricicli Diesel: adatte, anche in questo caso, all'utilizzo in contesti urbani. La modalità di guida Eco serve per ridurre al minimo i consumi, ma anche le prestazioni complessive dell'auto. Dotazioni e prezzi La JS50 conserva il telaio monoblocco in alluminio e i quattro freni a disco. L'abitacolo propone, a seconda dell'allestimento, climatizzatore - un po' rumoroso, ma utile -, servosterzo, touchscreen da 10&quot;, Apple CarPlay e Android Auto wireless. I prezzi, invece, partono da 16.790 euro, sia per la L6e sia per la L7e.
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Abbiamo guidato la 55-SGT: drift e 750 CV, così rivive lanima dell'Alfa 155 DTM - VIDEO

Ci sono auto che definiscono una storia sportiva. Quando nel 1993 l'Alfa Romeo 155 V6 TI sbarcò nel DTM, dominò contro i colossi tedeschi a casa loro, chiudendo la stagione con 12 vittorie su 20 gare. Oggi abbiamo potuto provare in anteprima mondiale a Vairano l'erede spirituale di quel mito: la 55-SGT. Un progetto matto, nato per applicare i concetti del motorsport alle tecnologie odierne senza perdere di vista l'uso su strada. E che è stato uno dei protagonisti assoluti di&nbsp;MIMO 2026. Dalla piattaforma Giorgio al prototipo zero Sviluppata da SGT Automobili, realtà formata da professionisti del settore, la 55 SGT non è un restomod classico ma una reinterpretazione che prende forma a partire dalla piattaforma Giorgio di Giulia e Stelvio, qui adeguatamente modificata. Trattandosi del prototipo zero, la gestiamo con cautela, ma la tentazione di spingere è forte perché la coppia è pazzesca.Nata con il corredo genetico giusto, parti e ti rendi conto che la 55-SGT si guida senza pensare troppo. Considerando qualche piccolo dettaglio ancora da sistemare, comprensibile vista la fase prototipale dell'esemplare a nostra disposizione, riconosci subito il comportamento ben bilanciato delle auto da cui la 55-SGT deriva. Infatti, il connubio tra pilota e macchina è lineare, il passaggio tra input e reazione avviene in modo fluido e senza strappi. Carrozzeria in fibra di carbonio e aerodinamica attiva In accelerazione, come nella fase di sterzata, il cambio di stato è leggero se vuoi, oppure estremo se in quel momento le chiedi tutto. Specie il lavoro sullo sterzo lo apprezzi, e non è scontato. Le carreggiate allargate, che donano un appoggio superiore, hanno richiesto nuove tarature della scatola sterzo, e poi c'è il telaio. La piattaforma, come detto, è quel capolavoro che risponde al nome di Giorgio. La carrozzeria però è stata modificata. Infatti, oltre al design, il vero lavoro è sottopelle: l'intera sezione superiore è stampata in un unico pezzo di fibra di carbonio.Diego Iodice, uno dei tre fondatori e colui che ha curato lo sviluppo, ci ha spiegato la filosofia del team: &quot;Quando si è realizzato questo omaggio si è voluta rispettare fedelmente l'origine, ma cercare di mettere dei contenuti nuovi&quot;. Per incrementare la rigidità torsionale sono state eliminate le portiere posteriori (solo accennate sulla fiancata) e i sedili dietro, facendo largo uso di carbonio, carbo-titanio e kevlar. Abitacolo ed ergonomia da vera vettura da competizione L'abitacolo deriva dall'esperienza dei fondatori nelle competizioni. Persino il posto guida è stato oggetto di modifiche. stato arretrato di 50 mm verso il centro dell'auto e la pedaliera riposizionata per ottimizzare pesi ed ergonomia. Sembra di stare su una vettura da corsa. Iodice mi ha ricordato l'esclusività della progenitrice: &quot;Stiamo parlando di una macchina che all'epoca costava 5 miliardi, mentre una Formula 1 ne costava 3 e mezzo. Quando decisero di fare una vettura per il Turismo, era per dimostrare l'eccellenza dell'engineering italiano, anche in terra tedesca. Queste macchine si sono sempre fatte in Italia, non altrove&quot;. Trazione integrale specifica con modalità drift Come la sua ispiratrice, la 55-SGT adotta una trazione integrale specifica. Tramite i selettori sulla console si gestisce la ripartizione della coppia, che permette di passare da un 50:50 fino al 100% al posteriore in modalità drift, per esibirsi a ruote fumanti. Una possibilità che la Giulia Quadrifoglio non ha. Gli ammortizzatori sono regolabili - singolarmente sui due assi - direttamente dall'abitacolo, sia in rimbalzo sia in estensione, e anche l'aerodinamica prevede flap anteriori regolabili. Possono essere impostati dal pilota oppure, quando la pressione sui freni supera i 30 bar, tornano in posizione quasi verticale per spingere a terra l'asse anteriore in fase di frenata e ingresso curva. Il motore V6 delle Giulia e Stelvio Quadrifoglio Anche il motore è il noto propulsore delle Giulia e Stelvio Quadrifoglio. Offre tre mappature da 520, 560 e 620 cavalli, ma il potenziale è ben superiore. Diego mi ha confessato: &quot;In collaborazione con Ferrari aveva con facilità 900 cavalli. stato fatto un downgrade per il modello stradale e noi abbiamo liberato una parte di potenza riguardando componenti esterne. Lo Stage 2 ci porterà a 750 cavalli con massima affidabilità&quot;. Prezzo e omologazione stradale Il prezzo è di circa 487.000 euro, tasse e donor car incluse. Nonostante l'impostazione specialistica, la vettura è omologata per la strada e SGT ha già fatto intendere che arriveranno presto altri progetti.
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Xpeng L03: elettrica o range extender, tutti i prezzi per l'Italia - VIDEO

Xpeng ha aperto gli ordini in Italia della L03,&nbsp;SUV-coupé disponibile con powertrain full electric e range extender. Tre gli allestimenti a listino, compreso il top di gamma Ultra Black Edition, con prezzi da 35.970 euro per l'elettrica e da 38.970 euro per la Reev. Xpeng L03: dati tecnici La Xpeng L03 è lunga 4.650 mm, larga 1.920, alta 1.600 e ha un passo di 2.850 mm. Le sue linee filanti hanno permesso di arrivare a un Cx di 0,228. Il bagagliaio mette a disposizione 539 litri, che diventano 1.640 abbassando gli schienali del divano posteriore; a questi si aggiunge il frunk da 102 litri (69 per le AWD). Sempre a proposito di spazio, in abitacolo ci sono 37 vani portaoggetti, a cui si aggiungono i cassetti sotto i sedili posteriori, che offrono ulteriori 10 litri. Xpeng L03: motori La Xpeng L03 è disponibile con tre powertrain full electric e uno range extender:RWD Standard Range: motore posteriore da 163 kW (222 CV) e 280 Nm di coppia, 0-100 km/h coperto in 7,5 secondi e velocità massima di 180 km/h. La batteria LFP ha una capacità di 58,2 kWh, per un'autonomia massima di 445 km. Ricarica in corrente continua fino a 193 kWRWD Long Range: motore posteriore da 183 kW (249 CV) e 280 Nm di coppia, 0-100 km/h coperto in 6,6 secondi e velocità massima di 180 km/h. La batteria LFP ha una capacità di 71,1 kWh, per un'autonomia massima di 520 km (480 nella versione Ultra con cerchi da 20&quot;). Ricarica in corrente continua fino a 236 kWAWD Performance: trazione integrale, due motori, potenza combinata di 317 kW (431 CV) e 451 Nm di coppia, 0-100 km/h coperto in 4,5 secondi e velocità massima di 180 km/h. La batteria LFP da 71,1 kWh assicura un'autonomia fino a 440 km. Ricarica in corrente continua fino a 236 kWPower-X Range Extender: unità elettrica posteriore da 178 kW (242 CV) e 280 Nm di coppia, capace di uno 0-100 in 6,8 secondi e la velocità massima sempre di 180 km/h. La batteria da 37,2 kWh assicura un'autonomia a zero emissioni di 215 km. Per caricarla c'è un 1.5 turbo benzina da 64 CV: con il pieno di carburante, l'autonomia complessiva arriva a 1.017 chilometri. La ricarica della batteria in corrente continua accetta potenze fino a 123 kW Xpeng L03: dotazioni di serie Decisamente completa la dotazione della Xpeng L03 anche nella versione base, che monta cerchi di lega da 18&quot;, fari a LED anteriori e posteriori, fendinebbia con funzione cornering, griglia anteriore attiva, maniglie a filo carrozzeria, parabrezza e lunotto riscaldabili, sensori pioggia e luci, specchietti retrovisori richiudibili elettricamente, tetto panoramico in vetro oscurato, così come i finestrini posteriori e il lunotto, portellone ad apertura elettrica. All'interno i rivestimenti sono in ecopelle, mentre il volante riscaldabile è rivestito in microfibra; ancora, sedili anteriori riscaldabili e ventilati con funzione di memoria (a regolazione elettrica quello del conducente), luci ambientali, climatizzatore automatico con sistema di purificazione dell'aria e pompa di calore. Di serie il quadro strumenti da 8,9&quot;, il display dell'infotainment da 15,6&quot; con Apple CarPlay e Android Auto wireless, piastra di ricarica per smartphone, head-up display da 26,8&quot;. Su tutta la gamma sono previsti la chiave digitale, il&nbsp;Vehicle-2-Load e la guida assistita di livello 2 con monitoraggio dell'angolo cieco, telecamere a 360, funzione Pet durante le soste, parcheggio assistito (con summon dell'auto tramite app). Xpeng L03: allestimenti e optional La versione Long Range è disponibile anche nella versione Ultra, che aggiunge cerchi di lega da 20&quot; e pinze freno gialle. La AWD Performance Ultra Black Edition completa la dotazione con cerchi da 20&quot; con design a stella, la vernice Midnight Black, le pinze freno nere e dettagli esterni in nero lucido. Entrambe offrono la funzione massaggio per le sedute anteriori e impianto audio Xpeng XOpera da 20 altoparlanti e 960 Watt di potenza. Su questi modelli è montato infine un hardware più potente per la guida assistita, che aggiunge il sistema attivo di cambio corsia e le funzioni di parcheggio automatizzato.Di serie la vernice Artic White; le metallizzate Rock Gray, Midnight Black, Silver Frost e Phantom Purple costano 990 euro. Su richiesta il gancio di traino estraibile elettronicamente (1.500 euro). Xpeng L03: i prezzi per l'Italia L03 RWD Standard Range: 35.970 euroL03 RWD Long Range: 38.970 euroL03 RWD Long Range Ultra: 43.970 euroL03 AWD Performance Ultra Black Edition: 47.970 euroL03 Power-X RWD Long Range: 38.970 euroPer tutta la gamma è prevista una garanzia di 5 anni / 120.000 km con assistenza stradale (8 anni / 160.000 km per la batteria di trazione).
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CBD stupefacente? Deciderà la Corte di giustizia europea

Il CBD non è stupefacente per l’Europa e nemmeno per l’OMS, che ha più volte raccomandato di non inserirlo in nessuna tabella a livello internazionale. Lo è però per il governo italiano, che con un decreto l’ha trasformato in un farmaco stupefacente. La risposta arriverà direttamente dalla Corte di giustizia europea, visto che, con l’ordinanza …
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Sei in grado di bypassare questa logica? Cybersecurity 06 - strncmp

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L'autenticazione è un processo molto importante nel contesto della sicurezza informatica. In questa challenge vediamo una famosa vulnerabilità che porta ad un bypass autenticativo.

Il progetto Esadecimale nasce per offrire il migliore spazio di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano. Per provare con mano le challenges mostrate potete iscrivervi in piattaforma:
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Meritocrazia o rendita? Perché il successo non dipende dal valore

Il mito della meritocrazia racconta che chi ha talento e si impegna arriva in alto, mentre chi resta indietro semplicemente non ha fatto abbastanza. La retorica meritocratica rappresenta uno dei principi più frequentemente richiamati nel dibattito pubblico, ma anche uno dei meno analizzati nella sua effettiva applicazione. Per questo motivo riteniamo utile riflettere su quanto il successo economico e professionale dipenda realmente dal merito e quanto, invece, sia influenzato da fattori strutturali. 

Prima di tutto è necessario definire cosa sarebbe la meritocrazia nella sua applicazione concreta: essa non è l’idea che il successo economico rifletta sempre e soltanto il valore e l’impegno individuale, a prescindere dal punto di partenza. La meritocrazia è, invece, una condizione istituzionale in cui le opportunità di accesso, carriera e reddito dipendono il più possibile dalle competenze e dall’impegno, e il meno possibile da rendite, privilegi ereditati, reti relazionali o barriere di partenza. Non elimina le diseguaglianze di risultato, ma richiede che i punti di partenza siano il più possibile equi e le regole del gioco trasparenti.

Il mito della perfetta meritocrazia

Nelle economie di mercato si tende spesso a presupporre che il reddito rappresenti una misura del valore prodotto da un individuo. Ma è vero? Questa idea contiene una parte di verità: competenze, impegno e capacità sono elementi fondamentali per la crescita professionale. Tuttavia, ridurre il successo esclusivamente al merito significa ignorare il ruolo di numerosi fattori che incidono profondamente sulle opportunità individuali.

Il settore in cui si opera, il Paese in cui si vive, il livello di concorrenza del mercato, il contesto normativo e la presenza di reti relazionali possono influenzare il reddito e le prospettive di carriera almeno quanto le qualità personali. Due professionisti con competenze simili possono ottenere risultati economici molto differenti semplicemente perché operano in mercati caratterizzati da condizioni diverse.

Un elemento fondamentale per contestualizzare appieno il caso italiano e dimostrare la difficoltà dell’affermarsi di una cultura realmente meritocratica è la forte persistenza della trasmissione intergenerazionale della ricchezza. Tenendo in considerazione l’elasticità intergenerazionale della ricchezza, l’Italia si colloca tra i paesi occidentali in cui la persistenza è più alta (0,45) contro i valori nettamente più bassi ottenuti da paesi come Norvegia e Danimarca (intorno allo 0,2). Una stima dell’OCSE giunge a una conclusione altrettanto netta: in Italia occorrono in media 5 generazioni affinché una persona nata in una famiglia tra il 10% più povero raggiunga il reddito medio nazionale, contro le appena 2 generazioni necessarie in Danimarca.  La scarsa mobilità sociale in Italia è dovuta a vari aspetti, tra cui l’istruzione, che compensa in minima parte le differenze socioculturali tra le famiglie di provenienza. 

Questo panorama acquista una sfumatura ancora più allarmante se si considera che il caso italiano è caratterizzato da squilibri sempre più ampi: nel 2024 il 10% dei nuclei familiari più ricchi possedeva oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera delle famiglie. Dal 2010 in poi la ricchezza del 10% più ricco delle famiglie italiane è aumentata di oltre 7 punti percentuali, mentre quella del 50% delle più povere è diminuita di quasi 1 punto percentuale. Questi dati evidenziano come il divario sia sempre più grande, limitando la possibilità di avvicinamento tra classi sociali provenienti da diverse condizioni socioeconomiche.

Rendite di posizione e barriere all’ingresso

All’interno del contesto economico e lavorativo, uno dei principali ostacoli alla meritocrazia è rappresentato dalle rendite di posizione, ossia quei vantaggi economici che non derivano da una maggiore produttività, da una migliore capacità innovativa o da una superiore qualità dei beni e dei servizi offerti, bensì dalla possibilità di operare in condizioni di limitata concorrenza. In questi casi, il reddito e i profitti dipendono non tanto dalla capacità di creare valore per consumatori e imprese, quanto dall’accesso privilegiato a mercati protetti, licenze, concessioni, autorizzazioni amministrative, regolamentazioni favorevoli o altri strumenti che limitano l’ingresso di nuovi concorrenti.

Le barriere all’ingresso rappresentano, in questo contesto, uno degli strumenti attraverso i quali tali rendite possono consolidarsi. Per barriere all’ingresso si intendono tutti quegli ostacoli che rendono difficile o particolarmente costoso l’accesso di nuovi operatori a un determinato mercato. Alcune di esse sono giustificate da esigenze di interesse pubblico, come la tutela della salute, della sicurezza dei cittadini, della stabilità finanziaria o della qualità dei servizi. Altre, invece, possono derivare da un eccesso di regolamentazione, da procedure amministrative particolarmente onerose, da vincoli burocratici, da requisiti sproporzionati, da sistemi di autorizzazione poco trasparenti o da assetti normativi che finiscono per proteggere gli operatori già presenti sul mercato.

Quando tali ostacoli non sono giustificati da reali esigenze di tutela collettiva, essi riducono la contendibilità dei mercati, scoraggiano l’ingresso di nuove imprese e limitano la pressione competitiva. In assenza di una concorrenza effettiva, gli operatori già insediati possono mantenere la propria posizione anche senza migliorare la qualità dei prodotti, aumentare l’efficienza o investire in innovazione. Al contrario, le nuove imprese, pur disponendo di idee innovative, tecnologie più efficienti o modelli organizzativi più competitivi, incontrano maggiori difficoltà ad accedere al mercato.

Le conseguenze non riguardano esclusivamente le imprese, ma si riflettono sull’intero sistema economico. La riduzione della concorrenza tende infatti a rallentare la crescita della produttività, limita gli investimenti, ostacola l’innovazione e riduce gli incentivi al miglioramento continuo. Anche i consumatori ne risentono, attraverso prezzi potenzialmente più elevati, minore varietà di scelta e una qualità dei servizi che evolve più lentamente rispetto a quanto avverrebbe in un contesto maggiormente competitivo.

In un simile scenario, il successo economico rischia di dipendere sempre meno dal merito, dalle competenze e dalla capacità imprenditoriale e sempre più dalla posizione già acquisita o dalla possibilità di beneficiare di privilegi normativi. La meritocrazia viene così compromessa, poiché gli individui e le imprese più efficienti non sempre riescono ad affermarsi, mentre soggetti meno produttivi possono mantenere la propria posizione grazie alle protezioni di cui godono.

Una concorrenza aperta e regolata in modo efficiente non garantisce automaticamente la meritocrazia, ma costituisce una delle sue condizioni essenziali. Mercati contendibili, regole trasparenti e barriere all’ingresso limitate a quanto strettamente necessario consentono infatti al talento, alle competenze e all’innovazione di emergere, favorendo un sistema economico nel quale il successo dipende principalmente dalla capacità di creare valore e non dai privilegi derivanti dalla posizione occupata.

All’origine delle disuguaglianze: il punto di partenza

La meritocrazia presuppone che gli individui possano competere partendo da condizioni sufficientemente comparabili, ma nella realtà le opportunità non sono distribuite in modo uniforme. Ancor prima delle rendite di posizione che favoriscono chi dispone già di una rete consolidata di relazioni e opportunità, esiste una forma di disuguaglianza più silenziosa ma altrettanto incisiva: quella legata alle condizioni di partenza – il reddito familiare, il livello di istruzione dei genitori, il capitale sociale e culturale disponibile. Chi non può permettersi di rimanere economicamente sostenuto dalla propria famiglia oltre la maggiore età, chi è costretto a scegliere un ateneo in base ai costi anziché alle proprie aspirazioni, rinunciando a un percorso fuori sede, o chi non dispone di un adeguato capitale relazionale, si trova ad affrontare il proprio percorso formativo e professionale da una posizione profondamente diversa rispetto a chi può beneficiare, fin dall’inizio, di consistenti investimenti economici, culturali e sociali sul proprio futuro.

Le disparità emergono già nelle prime fasi della vita, a partire dalla scuola frequentata. Secondo le rilevazioni INVALSI 2024, gli studenti provenienti da un contesto socioeconomico e culturale più favorevole ottengono risultati sistematicamente migliori dei coetanei con un retroterra più modesto. Alcuni hanno l’opportunità di trascorrere periodi di studio all’estero, acquisendo competenze linguistiche e interculturali difficilmente replicabili in età adulta. Altri possono dedicare il proprio tempo alla formazione, allo sviluppo di competenze extracurriculari e alla costruzione di reti relazionali qualificate, senza la necessità di conciliare tali attività con esigenze lavorative o vincoli economici. Anche i tirocini, spesso indispensabili per entrare nel settore desiderato, restano poco accessibili a chi non ha un sostegno familiare alle spalle: l’indennità minima prevista dalla legge è di 500 euro mensili, e circa tre tirocinanti su quattro si dichiarano insoddisfatti della retribuzione ricevuta. Vi sono, inoltre, coloro che possono contare sulla continuità di un’attività familiare già avviata, beneficiando di un patrimonio di competenze, relazioni e opportunità accumulato nel tempo.

Ne consegue che una parte significativa dei vantaggi competitivi si forma ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro e, quindi, prima di qualsiasi procedura di selezione. Specularmente, chi proviene da famiglie meno abbienti può essere costretto a entrare precocemente nel mercato del lavoro o a rinunciare a percorsi formativi più lunghi per vincoli economici. In questa prospettiva, il merito non può essere valutato prescindendo dalle differenti condizioni di partenza, poiché queste incidono in modo sostanziale sulle opportunità di sviluppo individuale e sulle possibilità di successo.

Il peso della burocrazia

Per comprendere in modo più concreto la portata del fenomeno, è sufficiente considerare che, secondo i dati della CGIA di Mestre, elaborati sulla base delle rilevazioni della Banca europea per gli investimenti (BEI), il 24%  degli imprenditori italiani dichiara di destinare oltre il 10% del proprio personale esclusivamente alla gestione degli adempimenti imposti dalla normativa vigente. Si tratta di una quota significativamente superiore alla media dell’Unione europea, che si attesta al 17%. Questo dato evidenzia come una parte rilevante delle risorse umane delle imprese italiane venga assorbita da attività amministrative e burocratiche, sottraendo tempo e competenze ad attività direttamente produttive, quali l’innovazione, lo sviluppo commerciale e gli investimenti.

Le grandi organizzazioni dispongono generalmente delle risorse necessarie per gestire la complessità amministrativa. Per un giovane professionista, una startup o una piccola impresa, gli stessi obblighi possono invece rappresentare un ostacolo significativo. Una regolamentazione troppo complessa rischia così di favorire chi è già consolidato, limitando il ricambio e la capacità innovativa del sistema economico.

Merito, incentivi e produttività

La qualità delle istituzioni dipende anche dalla loro capacità di costruire incentivi corretti. Se promozioni, remunerazioni e opportunità dipendono prevalentemente dalle relazioni personali, dall’appartenenza o dall’anzianità, il sistema tende progressivamente a scoraggiare l’impegno, l’innovazione e l’assunzione di responsabilità.

Al contrario, quando i criteri di valutazione sono chiari, trasparenti e orientati ai risultati, aumenta la fiducia nelle istituzioni e si rafforza la propensione a investire in formazione, ricerca e sviluppo. La meritocrazia non rappresenta soltanto un principio etico, ma anche un fattore di efficienza economica.

Una sfida per la crescita

Promuovere una società realmente meritocratica non significa ignorare le differenze di partenza né negare il ruolo delle politiche redistributive. Significa piuttosto costruire un contesto nel quale le opportunità dipendano il più possibile dalle capacità individuali e il meno possibile da privilegi, rendite o appartenenze.

Ridurre le barriere all’ingresso, semplificare la burocrazia, favorire la concorrenza, limitare le rendite di posizione e garantire sistemi di valutazione trasparenti rappresentano obiettivi che possono contribuire non solo a una maggiore equità, ma anche a una crescita economica più sostenibile.

La meritocrazia non è uno slogan né una promessa elettorale. È una condizione istituzionale che richiede regole, concorrenza e responsabilità. Solo in un sistema che premia realmente il valore creato sarà possibile valorizzare il capitale umano, trattenere i talenti e rafforzare la competitività delle nostre economie.

 

  • L’European Youth Think Tank (EYTT) è un centro di ricerca indipendente che promuove il dibattito su economia, istituzioni e politiche pubbliche, con particolare attenzione al funzionamento degli incentivi economici e al loro impatto su crescita, mobilità sociale e competitività.

 

L'articolo Meritocrazia o rendita? Perché il successo non dipende dal valore sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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BAMBINO VIENE AGGREDITO DA UN FINTO POLIZIOTTO

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Sono stato a Genova per il Red Bull Cerro abajo e ho fatto urban downhill con un bambino local @Mattiareca10 . 3 Anni fa Mattia è stato verbalmente aggredito da 2 signori che si sono spacciati per finti poliziotti e lo hanno minacciato! Secondo voi la loro reazione è stata corretta?

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Autovelox SafeDrive e smartphone: quando arriva la multa e quando no

L'autovelox SafeDrive può davvero far arrivare una multa a casa per l'uso dello smartphone alla guida? una delle domande che molti automobilisti si pongono dopo le notizie circolate negli ultimi giorni. Sul web e sui social, però, si leggono informazioni contrastanti, spesso imprecise.C'è chi sostiene che basti una telecamera per essere sanzionati e chi invece afferma che il sistema non possa multare. Facciamo chiarezza, punto per punto, con una mini guida in formato FAQ su multe, contestazione immediata e notifiche del verbale. Autovelox SafeDrive: le domande più frequenti Autovelox SafeDrive: quali infrazioni rileva? Due in particolare: uso improprio dello smartphone (guidare col cellulare in mano) e mancato uso della cintura di sicurezza. Nel primo caso, l'obiettivo è limitare il fenomeno degli incidenti da distrazione.&nbsp;SafeDrive si trova ovunque in Italia?No. in diversi Comuni, fra cui quello veneto di Villanova di Camposampiero, in provincia di Padova, quelli piemontesi di Alessandria&nbsp;e Fossano&nbsp;in provincia di Cuneo, quello toscano di Figline Valdarno, in provincia di Firenze. Da qualche giorno c'è un test sulla FI-PI-LI (strada di grande comunicazione Firenze-Pisa-Livorno).&nbsp;Con un autovelox normale il verbale arriva quasi sempre a casa: è così anche per il SafeDrive?No. Primo: agenti o militari presenti in strada devono accertare direttamente, ossia con i propri occhi, la violazione commessa dal guidatore. In definitiva, a notare l'infrazione sono sia Polizia o Carabinieri sia il SafeDrive. Secondo: serve la contestazione immediata delle Forze dell'ordine, che fermano subito, sul posto, il trasgressore. Se l'agente o il militare accerta la violazione ma non è in grado di contestarla immediatamente, il verbale può essere notificato a casa del proprietario del veicolo?Sì. Ma il verbale deve indicare gli estremi precisi e dettagliati della violazione con la specifica dei motivi precisi che hanno reso impossibile la contestazione immediata.&nbsp;Per ora SafeDrive non multa: è vero?No, è falso. SafeDrive multa purché si verifichino le condizioni appena spiegate.&nbsp;Le immagini registrate da SafeDrive sono una prova inconfutabile dell'infrazione?No: lo strumento aiuta le Forze dell'ordine, ma le sue immagini non sono una prova incontrovertibile della violazione.&nbsp;Se le Forze dell'ordine utilizzano in modo improprio quello strumento, il multato vince il ricorso?Sì. sufficiente proporre opposizione al Giudice di Pace o al Prefetto nel luogo della presunta infrazione.
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Nuova Spring, Striker e Megane: le novità con cui Renault e Dacia chiudono l'anno

Tre novità entro fine anno per il gruppo Renault.&nbsp;Dacia lancerà la nuova Spring, realizzata sulla base della Twingo, e la Striker, una wagon rialzata con gamma completamente elettrificata. La Losanga porterà invece al debutto il restyling della Megane E-Tech Electric, aggiornata nel design e nella tecnologia. Dacia Spring Abbandonata la denominazione Evader, Dacia ha confermato che la nuova citycar elettrica (basata sulla Renault Twingo) manterrà il nome Spring, per continuità con un nome scelto da oltre 200 mila automobilisti in Europa. Questo modello avrà forme da SUV ultracompatta con protezioni in plastica, riprendendo le dimensioni della piccola elettrica della Losanga: lunghezza sotto i quattro metri e passo di circa due metri e mezzo. Tanto spazio e praticità Gli interni non sono ancora stati svelati, ma Dacia promette &quot;quattro posti reali e un vero bagagliaio&quot;: la Twingo mette a disposizione 360 litri, 1.000 abbattendo gli schienali delle sedute posteriori. Non mancheranno poi soluzioni pratiche come il sistema YouClip e i tappetini in gomma. Sul fronte dei powertrain la Spring dovrebbe attingere alla gamma Twingo, ossia motore da 60 kW (82 CV) e batteria al litio-ferro-fosfato da 27,5 kWh, con un'autonomia stimata attorno ai 250 km (un po' meno dei 263 km della cugina francese per via delle linee più squadrate).Quando arriva: presentazione settembre 2026, vendita 2027 Dacia Striker La Striker è la Dacia che non c'era. Tanto per il posizionamento è una sorta di station wagon di segmento C che ammicca al mondo delle crossover quanto per lo stile, mai così affilato (il Cx è di 0,29). Il nuovo modello della Casa di Mioveni unisce l'altezza da SUV, l'aerodinamica da berlina e la praticità da wagon: è lunga 4,62 metri ed è alta 1,53, con un'altezza da terra che arriva fino a 20 cm. L'abitacolo, essenziale, offre di serie la strumentazione digitale da 7&quot;, il display dell'infotainment da 10,1&quot; e un bagagliaio da 600 litri (su richiesta, con portellone ad apertura elettrica). Gamma elettrificata Le motorizzazioni della nuova Striker sono tutte elettrificate: Hybrid-G 140 (benzina/GPL mild hybrid, con cambio manuale o automatico), Hybrid 155 (full hybrid, cambio automatico multimodale) e Hybrid 150 4x4 (trazione integrale senza collegamento meccanico tra gli assi). Come per gli altri modelli di Dacia, anche la gamma della Striker punta sui quattro allestimenti Essential, Expression, Extreme e Journey. Ancora da definire il listino, ma il prezzo di partenza dovrebbe essere fissato al di sotto i 25.000 euro, con l'obiettivo dichiarato di contenere i costi.Quando arriva: dicembre 2026 Renault Megane E-Tech Electric A quattro anni dal debutto, la berlina francese si rinnova con un restyling che coinvolge soprattutto il frontale, aggiornato con una nuova firma luminosa a losanghe al posto delle luci a S, una calandra chiusa in nero lucido con motivo tridimensionale e il logo che è stato spostato sotto il cofano. L'altezza da terra aumenta di circa 2 cm per fare spazio alla nuova batteria da 67 kWh, che è il vero elemento inedito di questo modello: tecnologia LFP e cell-to-pack per un'autonomia dichiarata di circa 500 km. Il motore rimane quello da 160 kW (218 CV) e 300 Nm di coppia. La ricarica in corrente continua arriva a 165 kW di potenza, per passare dal 15 all'80% in circa 24 minuti. Arriva la AI di Google L'abitacolo mantiene l'impostazione OpenR del modello attuale, con il doppio schermo digitale da 12,3&quot; e 12&quot;, rispettivamente: sul fronte tecnologico arriva la AI di Google Gemini come assistente di bordo, e la modalità di guida Smart Mode che adatta automaticamente i parametri dell'auto in base al comportamento del conducente. La gamma si riduce a due allestimenti, Techno ed Esprit Alpine.Quando arriva: novembre
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Ceuta e la decisiva questione demografica italiana

Gli eventi nell'exclave spagnola hanno radici geopolitiche. Nel Belpaese, per il governo e la maggioranza dell’opinione comunicata è una minacciosa invasione. Per l'Italia il problema fondamentale sono il calo e l’invecchiamento della popolazione. Bisogna consentire un’immigrazione regolare e regolata e integrare le persone.

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Da Mercedes ad Arval, Athlon entra nella galassia BNP Paribas

Arval annuncia di aver ottenuto le approvazioni dalle autorità regolamentari per l'acquisizione di Athlon, rilevandola dal gruppo Mercedes-Benz. L'operazione, avviata nel 2025 e resa pubblica lo scorso dicembre, porta la società del gruppo francese BNP Paribas specializzata nel noleggio a lungo termine e nelle altre forme di mobilità avanzata a contare su una flotta di 2,3 milioni di auto e veicoli commerciali in Europa. Parte il confronto fra giganti europei Nel comunicato ufficiale di annuncio dell'avvio dell'integrazione, Arval afferma di diventare un co-leader europeo nel noleggio a lungo termine di veicoli. Il riferimento è all'avvicinamento ai numeri complessivi di Ayvens (che, secondo le stime di Fleet&Business, è titolare di un parco complessivo di 2,6 milioni di unità), reso possibile dalla somma fra 1,9 milioni di veicoli della stessa Arval con 400 mila di Athlon. Sempre secondo Arval, il ritorno sul capitale investito previsto dalla transazione raggiungerebbe il 18%, con un contributo positivo alla quota di reddito netto del gruppo del vicino a 200 milioni di euro dopo tre anni.&nbsp;
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FCC Commissioners Face Ethics Complaints for Taking Luxury Gifts From Paramount

A man in a suit and glasses is in focus in the background. In the foreground are two women out of focus.
Federal Communications Commission Chair Brendan Carr, rear, attends a hearing with commissioners Anna Gomez, right, and Olivia Trusty. Kent Nishimura/Bloomberg/Getty Images

Two government watchdog groups have demanded investigations into whether Federal Communications Commission members violated ethics requirements by accepting luxury gala tickets from Paramount as the company sought government approval for its $111 billion acquisition of Warner Bros. Discovery.

The complaints filed by Democracy Defenders Fund and Citizens for Responsibility and Ethics in Washington cite a recent ProPublica investigation that detailed how CBS or its parent company, now Paramount, have for years given FCC commissioners tickets to the Kennedy Center honors gala, which the television network sponsors. The commissioners accepted the gifts even as the FCC was reviewing or about to review major Paramount business decisions, including two megamergers.

Commissioner Olivia Trusty’s most recent financial disclosure said Paramount gave her two tickets to the December 2025 honors gala that together were worth more than $12,000. Trusty was one of two commissioners who voted last year to approve Paramount’s merger with another media company, Skydance.

ProPublica’s investigation found FCC members had long enjoyed a night out at the Kennedy Center courtesy of CBS or its parent company. Seven of the 10 commissioners who served since 2016 accepted tickets worth more than $260,000, according to a ProPublica analysis of ethics disclosures.

FCC Chair Brendan Carr’s financial statements show he has reported accepting honors gala tickets from CBS or its parent company eight times since his 2017 appointment to the commission, totaling over $75,000 in gifts.

Carr, who also voted in favor of the Paramount-Skydance merger last year, sat with his wife in a private skybox at the December gala with Paramount CEO David Ellison and other executives from Paramount and CBS. Such seats sold for $125,000 a ticket, according to Kennedy Center guidelines.

Carr disclosed on his latest financial statement that he accepted tickets from Paramount for himself and a guest to the 2025 gala and reception worth $12,390. Carr did not respond to a request from ProPublica to clarify the apparent difference in value between those tickets and the skybox seats. 

The FCC only released Carr’s disclosure late on Friday, more than a month after ProPublica had first requested it. The document says the agency certified it on June 22. 

Federal ethics rules ban employees from taking gifts from any entity that does business with, is regulated by or seeks official action from their agency.

“The federal gift regulations and the gratuities statute exist to ensure that government decisions are made on the merits, free from the influence of private benefits,” the Democracy Defenders Fund said in its complaint. “The public must have confidence that the FCC’s merger review process is not compromised by self-dealing or the appearance of impropriety.”

Carr, Trusty and the FCC did not respond to requests for comment. The agency’s inspector general declined to comment. An FCC spokesperson previously told ProPublica that agency ethics officers have for years cleared commissioners to accept the tickets, finding it consistent with ethics law. And Paramount’s chief of communications said it was a decades-long “CBS practice to invite government officials from both parties” to the Kennedy Center show. Carr last year defended the FCC’s approval of the Paramount merger with Skydance, saying it “advances the public interest.”

The FCC’s review of the Paramount-Warner Bros. merger is one of the final federal hurdles facing a historic consolidation of two of the five largest film studios in Hollywood. The deal would unite Paramount Skydance with Warner Bros., bringing under the control of one company Paramount+ and HBO Max streaming services; CBS and CNN; and scores of other major broadcast channels, cable networks and digital platforms.

Four ethics experts told ProPublica that by accepting the tickets, Trusty and Carr had compromised the FCC’s impartiality and should not take part in any upcoming decision on Paramount’s proposed merger.

The Democracy Defenders Fund — led by Norman Eisen, former ambassador to the Czech Republic and White House ethics czar under President Barack Obama — filed its grievance on Thursday with the federal Office of Government Ethics, the FCC’s inspector general and the FCC’s ethics office.

The group said the investigation should examine whether Carr and Trusty broke rules on accepting gifts or broke criminal laws prohibiting federal officials from accepting illegal gratuities.

Carr and Trusty should be required to repay Paramount the “fair market value” of any improper gifts and the federal ethics agency should refrain from certifying Carr’s annual disclosure report until he can prove that he has complied with ethics laws, Democracy Defenders Fund wrote. Its letter to the FCC and the Office of Government Ethics also requests that Carr be disqualified from further participation in the commission’s decision on the Paramount-Warner Bros. Discovery merger.

The nonprofit organization noted that hours after last year’s honors gala ended, Paramount announced it was launching its hostile takeover bid of Warner Bros. Discovery, a move that would later result in a merger agreement that requires FCC approval. About three months later, Carr publicly endorsed the deal on CNBC, promising swift approval.

“The facts that have been reported raise serious questions about the integrity and impartiality of FCC Chairman Carr in particular matters involving Paramount,” including the attempted merger with Warner Bros. Discovery, the letter said.

Citizens for Responsibility and Ethics in Washington, the other group that filed a written protest, requested an FCC inspector general probe of the luxury gifts.

“The reported gifts to FCC officials from businesses that are not only subject to agency regulation but presently engaged in billion-dollar mergers and acquisitions that must be approved by the commissioners themselves are extremely concerning threats to the integrity of FCC operations,” the CREW letter stated.

CREW, founded in 2003 as a nonpartisan organization dedicated to government accountability and ethics, is headed by Donald K. Sherman, a former House Ethics Committee attorney and special assistant to President Joseph Biden.

A woman in a blue suit sits at a table with a microphone in front of her. The same woman also appears on a large television screen on the wall behind where she is sitting.
Federal Communications Commission member Olivia Trusty. Jose Luis Magana/AP Images

“Government officials have the power to make decisions that impact huge swaths of the American people,” Sherman said in a statement about the organization’s demand for an inspector general investigation. “With this tremendous power comes a higher ethical standard that apparently wasn’t met. The IG can and must get answers for the public.”

The proposed merger between Paramount and Warner Bros. Discovery has drawn a flurry of legal opposition.

California, New York and 10 other states filed a lawsuit seeking to block the merger under federal and state antimonopoly laws. The Writers Guild of America, the Freedom of the Press Foundation and the Public Interest Project filed similar court challenges in recent weeks.

Paramount has recently agreed to pause its merger until the litigation is resolved or until June 1, 2027, whichever comes first.

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Operazione Antimaranza di sera alla stazione Termini

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Operazione anti-maranza alla Stazione Termini: ecco cosa sta succedendo.

Le forze dell'ordine hanno fatto scattare un’operazione straordinaria di controllo nella zona antistante la Stazione Termini, un'area purtroppo nota per furti, rapine, spaccio e degrado estremo.

L'obiettivo dei controlli specifici è bloccare le gang giovanili che, partendo o stazionando attorno allo snodo ferroviario e a bordo dei mezzi pubblici, mettono a segno reati predatori di gruppo.

Siamo andati sul posto durante la sera per documentare in prima persona l'impatto dell'operazione e capire se la situazione sul campo è davvero cambiata.
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木拱桥结构搭建,非常结实 #woodworking

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生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
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制作四种桥梁架构,古老的智慧【阿木爷爷 Grandpa Amu】

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Ha 585 CV, è elettrica e arriverà anche in Europa: ecco la nuova Xpeng G9L

Xpeng ha presentato ufficialmente in Cina la sua nuova SUV elettrica G9L, in vendita a circa 300 mila yuan (pari a circa 38.500 euro). Questo modello arriverà anche da noi: sarà presentato in esclusiva al prossimo Salone di Parigi, dove verranno svelate specifiche tecniche, configurazioni, motorizzazioni, prezzi e tempistiche per il mercato europeo. C'è anche il minifrigo La Xpeng G9L (la &quot;L&quot; sta per Luxury) è una SUV lunga 5.120 mm, larga 1.999 e alta 1.795 mm, con un passo di 3.100 mm esatti. Nonostante le dimensioni generose, in Cina sarà offerta nella configurazione a cinque posti (e bagagliaio da 1.152 litri), per non dar fastidio alla GX a sei posti. In Europa arriverà invece anche nella versione con sei posti a sedere. La G9L eredita alcuni degli elementi di design visti proprio sulla GX, a cominciare dalla sottile firma luminosa che corre alla base del cofano. Di serie le ruote da 22&quot; e le maniglie a scomparsa nelle portiere. All'interno, head-up display con realtà aumentata, sedute anteriori &quot;zero gravity&quot; e un piccolo frigorifero. Quasi 600 CV di potenza Il powertrain della Xpeng G9L venduta in Cina prevede un motore anteriore da 160 kW (218 CV) e uno posteriore da 270 kW (367 CV), per una potenza combinata di 430 kW (585 CV): la SUV cinese può contare sulla trazione integrale e su una velocità massima di 200 km/h. La capacità della batteria non è stata comunicata, così come l'autonomia complessiva, ma l'architettura a 800 Volt permette di recuperare&nbsp;450 km in meno di 10 minuti alle colonnine HPC. La suite di Adas, con quattro chip AI Turing, consente la guida altamente assistita in autostrada e il parcheggio automatico.Tutti i dati e le immagini si riferiscono al modello commercializzato in Cina: le dotazioni di serie e le motorizzazioni per il mercato europeo potrebbero cambiare, e saranno annunciate solo a Parigi.
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Solar Developer Cancels Washington State Project on Sacred Indigenous Land

A group of people wearing jackets stand on a grassy mountain with white fog in the background.
Members of the Wenatchi-P’squosa, one of the 12 Confederated Colville Tribes, and their supporters demonstrate in East Wenatchee, Washington, in 2024 against an Avangrid solar project on Badger Mountain. Emree Weaver

A renewable energy developer has pulled its controversial permit application to build an industrial-scale solar facility on an Eastern Washington mountain sacred to Indigenous nations.

Avangrid, a powerful player in the Northwest’s push for green energy development, sought for at least five years to build a solar plant on Badger Mountain. The project site straddled private as well as public lands. The Confederated Tribes of the Colville Reservation and the Confederated Tribes and Bands of the Yakama Nation have protected rights to practice cultural traditions, such as food gathering and ceremonies, on Badger Mountain and other ancestral public lands.

A 2024 investigation by High Country News and ProPublica found that Avangrid and a consultant it retained, Tetra Tech, had omitted key archaeological and cultural information from a state-mandated review of the site, which would have been used for a solar farm. Avangrid continued pushing the project despite a state archaeologist’s warning that the planned development would threaten significant historic sites and current ceremonial activity. An elected member of the Colville Tribal Business Council told the newsrooms at the time that the project would destroy roughly half the root vegetable harvest in the area.

An Avangrid spokesperson said then that the company had followed “all relevant law and regulation” with regard to the Badger Mountain solar project and had “taken additional steps to accommodate stakeholder feedback where possible.”

It’s unclear whether the company’s decision to cancel the project had anything to do with Indigenous rights. Avangrid declined to clarify its reasoning to HCN.

The Colville Tribes chair, Cindy Marchand, praised the decision in a statement last week. “While the Colville Tribes certainly appreciates the value of renewable energy such as solar power, sacred sites must remain pristine to pass down to future generations.”

After the publication of HCN and ProPublica’s investigation, some members of the Wenatchi-P’squosa, one of the 12 Confederated Colville Tribes, held a demonstration on Badger Mountain, saying that while they support renewable energy, they’re against facilities being built on important cultural sites. Following the demonstration, Avangrid announced that it would pause development to reconsider tribal input and public response. The public comment process is one of the only avenues available for tribal nations to advocate for their rights regarding land development.

At a meeting of the state’s permitting authority council in July, an Avangrid senior director sought a continued pause of the permitting work, pointing to anticipated construction delays affecting the power grid. At the same meeting, the council chair, Kurt Beckett, characterized concerns over the project’s environmental and cultural impacts as “noise,” but he also said tribal objections should be considered in the state’s permitting decision.

Five days later, Avangrid filed a request to completely withdraw its proposal. And last week, the permitting council formally announced the withdrawal and said it was “closing out existing financial arrangements and notifying interested and agency partners.” It did not provide further comment, referring questions to the developer. The state Department of Natural Resources, which owns the public parcel on Badger Mountain, said it had not received any other requests to develop it for clean energy projects at this time, and a spokesperson did not have additional information about future plans for the site.

No matter the reason for the project’s cancellation at Badger Mountain, the outcome is a good one, said Steven Wynecoop, vice chair of the Wenatchi Advisory Group, an independent body that advises the Colville Tribal Business Council and that organized the 2024 Badger Mountain demonstration.

The mountain is a “very sacred site to us,” said Wynecoop, grandson of the Wenatchi Advisory Group founder Matthew Dick. “Generations, we’ve been going to that mountain for plenty of reasons: medicines, foods like roots and berries.”

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Ridere dell’IA. Corpo a corpo con il sé digitale

  di Paolo Costa   Habitus digitale, rubrica a cura di Italo Testa   Il meccanico che è in noi   L’influente saggio di Henri Bergson sul riso si avvita attorno alla natura equivoca del senso dell’umorismo.[1] Da un lato, la comicità viene presentata nel testo come una delle espressioni più vitali dell’essere umano. Dall’altro …

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Il petrolio cala, ma il gasolio continua a salire: perché il pieno rincara ancora

Il petrolio torna a scendere con forza (il Brent perde oltre il 5% e il WTI il 6%) in scia all'incertezza sulla crisi in Medio Oriente, ma la quotazione del gasolio continua a salire, tra raffinerie fuori uso, scorte ai minimi da giugno 2022 e il persistente impatto dello stop alle esportazioni deciso dalla Russia un mese fa. E così, scrive Staffetta Quotidiana nella sua analisi giornaliera, il prezzo alla pompa continua a crescere per il quarto giorno consecutivo, avvicinandosi a quota 2,10 euro al litro.Lo &quot;sconto&quot; sull'accisa introdotto dal governo appena una settimana fa&nbsp;si è dunque già dimezzato: rispetto a sette giorni fa, il prezzo medio nazionale è più basso di 8,8 centesimi, contro i 17 centesimi di riduzione dell'accisa (IVA inclusa). Anche la benzina continua lentamente a rincarare: questa mattina si trova a un millesimo dai due euro al litro nella media nazionale del self service. Includendo nel calcolo anche le aree di servizio autostradali, la media nazionale è già salita a 2,001 euro/litro. Tutte le rilevazioni In particolare, questa mattina, 3 agosto, il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,999 euro al litro per la benzina (+4 millesimi rispetto a venerdì), 2,097 euro per il gasolio (+16), 0,742 euro per il GPL (invariato) e 1,620 euro/kg per il metano (+10). Sulla rete autostradale, la verde è a 2,084 euro (+3), il diesel a 2,174 euro (-1), il GPL a 0,875 euro (invariato) e il metano a 1,610 euro (invariato).Staffetta Quotidiana segnala inoltre la decisione di Eni e Q8 di aumentare di due centesimi al litro i prezzi consigliati del gasolio.Quanto ai dettagli per modalità di vendita, elaborati da Staffetta sulla base delle comunicazioni effettuate ieri dai gestori all'Osservatorio del Mimit, le medie dei prezzi praticati tra rete stradale e autostradale vedono la benzina self service a 2,001 euro al litro (compagnie 2,006 euro, pompe bianche 1,990 euro) e il diesel a 2,098 euro (2,098 euro; 2,100 euro). Al servito, la verde è a 2,135 euro (2,176 euro; 2,059 euro), il gasolio a 2,236 euro (2,271 euro; 2,172 euro), il GPL a 0,751 euro (0,760 euro; 0,741 euro), il metano a 1,617 euro (1,610 euro; 1,623 euro) e il GNL a 1,470 euro (1,469 euro; 1,470 euro).Lo spaccato dei marchi mostra Eni a 2,000 euro sulla benzina self service (2,207 euro al servito) e 2,076 euro sul diesel (2,286 euro); IP a 2,019 euro (2,183 euro) e 2,117 euro (2,285 euro); Q8 a 2,005 euro (2,162 euro) e 2,102 euro (2,266 euro); Tamoil a 1,997 euro (2,072 euro) e 2,081 euro (2,169 euro).
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L’economia che vogliamo

A Cernobbio quest’anno — nel forum alternativo a quello dello Studio Ambrosetti, promosso da Sbilanciamoci! e Rete Italiana Pace e Disarmo — decliniamo i temi e le alternative di un’economia di pace, fondata sul disarmo, sulle politiche di cooperazione, sui diritti, sull’eguaglianza, su un modello di sviluppo ancorato alla sostenibilità e alla lotta ai cambiamenti climatici.

La pace non è, come si sa, semplicemente l’assenza di guerra, ma l’affermazione dei valori fondamentali della comunità umana: la libertà, la giustizia, la solidarietà, l’eguaglianza. I principi della Rivoluzione francese del 1789 e della nostra Costituzione repubblicana.

Principi, com’è noto, realizzati solo in parte e solo in una parte del mondo. E oggi rimessi in discussione dai governi di destra, nazionalisti e autoritari, dalla presidenza Trump negli Stati Uniti al governo Meloni in Italia. Anche la pace come assenza di guerra è lontana dall’essere realizzata: ci sono oggi oltre 50 conflitti armati nel mondo, con centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, città e territori devastati. Guerre alimentate anche dal business delle armi, enormemente cresciuto negli ultimi decenni e favorito dalle politiche di riarmo che i paesi della NATO stanno realizzando.

L’economia che vogliamo è un’economia disarmata, capace di dare risposte ai veri bisogni della comunità: non portaerei, cacciabombardieri e sottomarini, ma posti di lavoro con diritti, ospedali e la fine delle liste d’attesa, scuole e università gratuite e per tutte e tutti, fiumi puliti, aria non inquinata, energia pulita. Non si tratta di un libro dei sogni.

Ci sono alternative e proposte concrete, che si possono realizzare costruendo una prospettiva diversa, anche con la riconversione dell’industria militare a scopi civili. Invece di fare cacciabombardieri si possono costruire Canadair per spegnere gli incendi; invece di produrre blindati si possono fare autobus per il servizio pubblico; invece di elicotteri da combattimento si possono fabbricare elicotteri per l’elisoccorso, per le aree interne e là dove le ambulanze non arrivano in tempo. Si può fare. E sono queste le proposte che presentiamo ogni anno, quando si discute la legge di bilancio, con la controfinanziaria: proposte dettagliate per un uso della spesa pubblica a favore dei diritti, della pace, dell’ambiente.

Abbiamo un Paese che soffre: milioni di lavoratori e lavoratrici poveri e precari, centinaia di migliaia di giovani che emigrano per studiare e per trovare lavoro, donne pagate meno degli uomini, 4 milioni di italiani e italiane che non si curano più perché le liste d’attesa sono troppo lunghe e non hanno i soldi per andare nelle strutture private, colline e montagne che franano alla prima alluvione. Il governo Meloni, oltre a non rispondere a questi problemi — in questi ultimi quattro anni sono aumentate la povertà e la precarietà del lavoro, la sanità pubblica è sottofinanziata, mancano le politiche industriali, metà delle scuole italiane non rispetta le normative di sicurezza — prova a dare al Paese, con il decreto sicurezza, la legge elettorale, il bavaglio all’informazione, una stretta autoritaria senza precedenti: sono a rischio la nostra democrazia, i diritti politici e civili, la nostra Costituzione.

Serve un nuovo modello di sviluppo, fondato sulla qualità sociale, sulla sostenibilità ambientale, sull’eguaglianza di genere, economica e sociale.

È questo il messaggio che vogliamo lanciare con la XVI edizione dell’altra Cernobbio.

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Brescia: 6 agosto, anniversario Hiroshima

GIOVEDÍ 6 AGOSTO 2026 Corteo silenzioso in fila indiana per le vie del centro storico di Brescia Per non dimenticare, per dire basta alla strategia della "deterrenza nucleare" e per chiedere al parlamento italiano la ratifica del trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari. Partenza ore 18.30 L.go Formentone Se ti è [...]

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Auto nuove da vecchi rottami: la svolta UE cambia il futuro della circolarità

Anche l'automotive deve essere circolare. Dopo il Regolamento sui veicoli a fine vita approvato dal Parlamento UE il 18 giugno, non c'è più scampo. Il primo e ultimo anello della catena circolare sono le case automobilistiche: ognuna di esse, entro tre anni dall'entrata in vigore, dovrà predisporre la propria strategia di circolarità, spiega Marco Ferracin di Safe, l'hub delle economie circolari, diventeranno infatti responsabili, finanziariamente e non solo, della raccolta e trattamento dei mezzi. Da quel momento avranno poco più di due anni di tempo per far sì che nei veicoli a fine vita, oltre alla parte metallica, venga riciclato il 30% della plastica, mentre come visto nel numero scorso di Quattroruote agli autodemolitori e agli impianti di frantumazione saranno imposte nuove e rigorose procedure volte a garantire il raggiungimento degli obiettivi. Il cronoprogramma del riciclo e i target sui nuovi veicoli Il cronoprogramma della circolarità, però, non si esaurisce qui. Al sesto anno dall'entrata in vigore scatteranno obblighi anche in merito al contenuto riciclato dei nuovi veicoli: una quota definita della loro massa sarà obbligatoriamente costituita da materie secondarie ottenute dai rifiuti post-consumo, di cui una certa percentuale dovrà arrivare proprio dai veicoli a fine vita, mirando quindi alla perfetta chiusura del ciclo. Si inizia con un obbligo del 15% di plastica riciclata sui nuovi modelli (della quale almeno il 20% da veicoli a fine vita), target che al decimo anno salirà al 25%, prosegue Ferracin, parallelamente, la Commissione UE è vincolata a definire gli obiettivi sul contenuto riciclato di acciaio, alluminio, magnesio e rispettive leghe, per poi passare alle materie critiche come neodimio, praseodimio, boro. Arrivati a questo punto, diventerà impossibile realizzare veicoli che non garantiscano l'85% di riutilizzabilità e riciclabilità e che non siano al 95% recuperabili in qualche forma. Smontaggio componenti, batterie e possibili deroghe della Commissione UE Saranno poi illegali anche quelli che non consentono una rimozione agevole e non distruttiva di batterie, motori elettrici e altre specifiche componenti come catalizzatori, pneumatici e vetri. Ci sono voluti anni per arrivare all'adozione di questo regolamento, conclude il manager, ma va detto che questa svolta arriva in una fase di fortissima difficoltà del settore e implica il ripensamento simultaneo di innumerevoli elementi operativi, tecnologici e di mercato. Per questo, in presenza di casi estremi, la Commissione può applicare deroghe temporanee su obiettivi e scadenze. Un caso esemplare è quello della plastica riciclata dei nuovi veicoli, che, in congiunture di mercato particolarmente sfavorevoli, potrebbe scarseggiare sul mercato o raggiungere costi insostenibili.
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La politica come continuazione della guerra con altri mezzi: il governo italiano contro gli adolescenti

L’estrema destra al governo nel nostro paese conferma, ogni giorno di più, la lezione di Michel Foucault che, ribaltando il classico assunto di von Clausewitz (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”), spiegava che ormai è la politica ad essere la guerra continuata con altri mezzi. Una guerra interna intesa come regolatore dei rapporti [...]

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La rivincita del piccione

O nnipresenti. I piccioni tappezzano le piazze e invadono tetti, statue, cordoli, marciapiedi, tra l’indifferenza, la repulsione e la curiosità degli abitanti delle città. Li osserviamo mentre si gonfiano, gironzolando, per impressionare una possibile partner, o becchettano le scaglie di zucchero e burro della sfoglia di un croissant, sfuggite al morso di un passante frettoloso. Si innalzano in un’onda di piume scure e rumorose per accaparrarsi le briciole di pane lanciate in aria da una bimba che sorride preoccupata e si accovacciano comodamente su monumenti e arredi urbani che imbrattano con colate di escrementi.

Eppure le origini della variante domestica di Columba livia e la sua storia condivisa con noi esseri umani, un percorso di coesistenza, sfruttamento, selezione, studio e ammirazione, ci raccontano di un animale affascinante. Non sono solo “ratti con le ali” da debellare per preservare igiene e decoro: guardando al passato e affacciandoci verso il futuro, i piccioni si rivelano preziose risorse, piacevoli compagni, eroi, uccelli dall’inaspettata intelligenza, custodi dei misteri dell’evoluzione e insospettabili alleati nella conservazione della biodiversità.

Ratti con le ali
Sembra che i piccioni siano stati etichettati per la prima volta come “ratti con le ali” nel 1966 da Thomas Hoving, commissario di Bryant Park alle prese con una percezione sempre maggiore del degrado dell’area da parte dei cittadini di New York. L’espressione, riportata in un articolo del New York Times, è stata poi ripresa nel film del 1980 Stardust Memories di Woody Allen, per entrare così nel lessico popolare statunitense. È probabile, però, che una metafora così vivida e calzante sia apparsa in momenti storici diversi anche in altri Paesi: in molti avranno visto in questi uccelli la stessa minaccia alla salute e alla cura delle città prospettata dalla presenza dei roditori, senza aver letto mai le pagine della celebre testata né aver memorizzato i dialoghi delle pellicole di Allen.

Una volta che impariamo a osservarli al netto dei pregiudizi, i piccioni si rivelano uccelli dall’inaspettata intelligenza, custodi dei misteri dell’evoluzione e insospettabili alleati nella conservazione della biodiversità.
Gli elevati tassi di crescita annui delle popolazioni, stimati al 150%, una densità che può arrivare a migliaia di individui per chilometro quadrato nei centri europei e il rischio di zoonosi hanno incoraggiato la similitudine tra piccioni e ratti. Inoltre, proprio come i roditori, la variante domestica di Columba livia causa danni a edifici e beni culturali, che utilizza come alloggi sporcandoli e danneggiandoli con gli acidi urici delle deiezioni o con l’azione meccanica di zampe e becchi, ed è spesso vista come una minaccia per l’agricoltura, in quanto razziatrice di semi, legumi e germogli di coltivazioni e infestatrice di derrate alimentari. Al pari dei ratti, i piccioni appaiono quasi invincibili: i piani di controllo attuati nel corso dei decenni, con strategie sempre meno crudeli e più legate alle conoscenze ecologiche, non sono mai stati del tutto risolutivi.

I piccioni torraioli costituiscono, infine, un problema per la biodiversità. Questo è un aspetto che permette di fare un passo indietro e dare uno sguardo alle loro origini, infatti la variante domestica può incrociarsi con gli esemplari di piccione selvatico e inquinarne il patrimonio genetico, cancellando così la forma ancestrale della specie da cui tutto ebbe inizio.

Dalle grotte alle colombaie
Il piccione selvatico è un uccello sedentario che si rifugia e nidifica in grotte e sporgenze di pareti rocciose, scogliere, per poi volare in cerca di cibo in territori aperti. È originario delle regioni costiere e montuose del Mediterraneo, dell’Europa nord-occidentale, del Medio Oriente, dell’Asia meridionale e dell’Africa settentrionale e oggi esistono popolazioni “pure”, non ancora o solo lievemente interessate dall’inquinamento genetico, in Irlanda occidentale, in Scozia nord-occidentale e in Italia, in Sardegna.

Le motivazioni che hanno condotto ai primi contatti tra Homo sapiens e Columba livia non differiscono di molto rispetto a quelle della maggior parte degli animali domesticati: questi volatili potevano essere sfruttati come fonte di cibo. A Gibilterra, i Neanderthal cacciavano piccioni selvatici già 67.000 anni fa e fonti pittoriche e scritte testimoniano attività di allevamento nell’antica Mesopotamia, più di 5.000 anni fa. Alcuni ricercatori ipotizzano per questi animali un percorso commensale nel cammino verso la domesticazione: quando le popolazioni umane costruirono insediamenti permanenti, i piccioni furono attratti da cereali e altri alimenti, che potevano trovare in abbondanza, e dai rifugi, che li riparavano dall’attacco di falchi e altri possibili predatori. Probabilmente quegli edifici dovevano apparire loro molto simili a scogliere, per lo sviluppo in altezza e per la presenza di rientranze e mensole. Potrebbe essere capitato che, nelle prime civiltà, qualcuno abbia portato via i pulli di piccione dai loro nidi e li abbia cresciuti in gabbia, cercando di abituarli alla presenza umana, come ha supposto la giornalista e ricercatrice Courtney Humphries nel suo saggio Superdove: How the Pigeon Took Manhattan … And the World (2008), tuttavia la teoria del commensalismo è piuttosto solida.

Quando le popolazioni umane costruirono insediamenti permanenti, i piccioni furono attratti da cereali e altri alimenti, che potevano trovare in abbondanza, e dai rifugi, che li riparavano dall’attacco di falchi e altri possibili predatori.
Passare alle prime forme di allevamento non fu troppo complesso. Gli uccelli si adattavano facilmente alle strutture antropiche e così furono realizzati degli appositi edifici per accogliere centinaia di individui che, in questo modo, garantivano alle comunità umane proteine, contenute nella carne e nelle uova, e un ottimo concime, ricavato dagli escrementi. Nacquero così le colombaie, destinate a diffondersi in diverse aree geografiche e ad attraversare la storia: da costruzioni in fango coperte da tetti conici forati, divennero in seguito piccoli edifici separati dalle abitazioni o, magari, sistemazioni più modeste, come piccole soffitte o sparute rientranze, in cui mantenere un numero anche elevato di piccioni, liberi di volare via per cercare cibo di giorno e tornare a sera per riposare e prendersi cura dei piccoli. Non c’era bisogno di costringerli alla cattività, poiché in queste sistemazioni trovavano case confortevoli e quasi sempre vicine a consistenti scorte alimentari. E rincasavano facilmente, facendo affidamento sull’homing, la capacità di alcune specie animali di ritornare in un luogo centrale, come un nido o un territorio, dopo la ricerca di cibo o altri spostamenti. Un insieme di comportamenti che ha reso gli esemplari di Columba livia estremamente preziosi.

Bellezze da esposizione e abili messaggeri
Columba livia domestica, il piccione torraiolo che incrociamo nelle nostre città, è il prodotto di un lungo processo, cominciato in Europa, Asia e Africa e tutt’oggi in corso. Come raccontano i ricercatori Richard F. Johnston e Marian Janiga nella monografia Feral pigeons (1995), le popolazioni di piccioni inselvatichiti si sono costituite a partire da piccioni domestici abbandonati o sfuggiti dagli allevamenti e poi stabilitisi nell’habitat urbano. Tali episodi saranno stati numerosi nel corso dei secoli e alcuni di questi sono entrati addirittura nella storia, come la fuga avvenuta negli anni della Rivoluzione francese.

La carne di piccione divenne storicamente un cibo di nicchia (lo è ancora, se si pensa alla sua presenza nei menu dei ristoranti stellati) e assunse presto un significato simbolico. Le colombaie emersero in Europa all’interno di un sistema agricolo feudale e, a quel tempo, erano i signori a possederle: in Francia la legge vietava ai fittavoli di detenere piccioni, mentre ai volatili delle classi superiori era permesso di nutrirsi liberamente del grano nei campi. Gli uccelli dei nobili ingrassavano rubando il sostentamento ai contadini che, per protesta, distrussero le colombaie e causarono la dispersione dei volatili. Ma, ricordano Johnston e Janiga, i piccioni domestici si erano sottratti alla cattività frequentemente già migliaia di anni prima del Diciottesimo secolo, quindi è molto probabile che i piccioni inselvatichiti abbiano una storia tanto lunga quanto quella dei domestici, antenati di commensali che traevano vantaggio dalla vicinanza con gli esseri umani e di fuggitivi in cerca di una nuova casa.

I tratti ottenuti dalla selezione artificiale e dai differenti incroci attuati dall’epoca vittoriana ad oggi, sono sorprendentemente vari, almeno quanto quelli osservabili tra le razze canine.
Negli incroci che diedero vita alle popolazioni dei piccioni di città non finirono solo animali allevati per la loro carne. Gli antichi egizi iniziarono a impiegare i colombi per scopi cerimoniali e culinari almeno 4.000 anni fa e i romani erano già accompagnati dagli antenati di alcune razze moderne ornamentali. La selezione artificiale di piccioni domestici nell’antichità sembra sia avvenuta anche in Medio Oriente e nell’Asia meridionale, i cui scambi di uccelli risalirebbero almeno al Sedicesimo secolo, il che avrebbe contribuito a incrementarne la già coltivata diversità. Più tardi, fu nell’Inghilterra vittoriana che la selezione artificiale e la classificazione dei piccioni conobbero un momento prospero.

I tratti ottenuti dai differenti incroci e giunti sino ai giorni nostri sono sorprendenti (e talvolta estremi) almeno quanto quelli osservabili tra le razze canine: ad esempio, il colombo Cappuccino ha lunghe piume che circondano il capo a formare una vistosa criniera, il colombo Pavoncello sfoggia una coda a ventaglio che ricorda per l’appunto la ruota di un pavone, il Capitombolante dell’Inghilterra dell’ovest esibisce un folto piumaggio sulle zampe, quasi a simulare delle ghette. Una tale ricchezza non poté non colpire la curiosità di Charles Darwin, in quegli anni alle prese con i suoi studi sulla selezione naturale, tanto da diventare materiale per la scrittura e successiva pubblicazione de L’origine delle specie (1859). Nel primo capitolo dell’opera, lo scienziato scrive:

Convinto che sia sempre preferibile studiare un gruppo particolare, ho deciso di scegliere i colombi domestici. […] Sui colombi sono stati pubblicati molti trattati, in diverse lingue, alcuni dei quali molto importanti perché antichi. Mi sono associato con vari eminenti colombofili e sono stato ammesso a due dei loro club di Londra. La diversità delle razze di questi animali è veramente strabiliante. […] Per quanto grandi siano le differenze fra le razze di colombi, io sono assolutamente convinto che sia giusta l’opinione comune dei naturalisti, che cioè esse discendono tutte dal colombo torraiolo (Columba livia), comprendendo in questo termine diverse razze geografiche, o sottospecie, che differiscono fra loro per caratteri di pochissima importanza.
Darwin riprese e ampliò questi concetti nel saggio La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico (1868), in cui dedicò due capitoli ai piccioni. L’interesse scientifico pare fosse accompagnato da una forma di entusiasmo e affezione, tanto da promettere al geologo e amico Charles Lyell, in uno scambio epistolare del 1855: “Ti mostrerò i miei piccioni! È il più grande piacere, a mio parere, che possa essere offerto a un essere umano”.
Si narra che gli egizi usassero i piccioni per comunicare il progresso dell’inondazione annuale del Nilo e che Giulio Cesare ne avesse inviato uno a Roma per annunciare la sua vittoria in Gallia.
Attualmente si possono contare centinaia di razze ornamentali e gli scheletri di alcuni dei piccioni che aiutarono Charles Darwin nelle sue ricerche sono conservati tra le collezioni del Natural History Museum di Londra.

I piccioni erano selezionati per la loro bellezza, nonché scelti e addestrati come messaggeri, proprio grazie a quella capacità di tornare a casa che gli esseri umani seppero allenare e sfruttare per millenni. Si narra, infatti, che gli egizi usassero i piccioni per comunicare il progresso dell’inondazione annuale del Nilo e che Giulio Cesare ne avesse inviato uno a Roma per annunciare la sua vittoria in Gallia. In seguito, i piccioni viaggiatori furono impiegati in pericolose missioni di guerra e alcuni di loro riuscirono a passare alla storia per le loro imprese. È il caso di Cher Ami che salvò, con il messaggio legato alla sua zampa sinistra, quasi duecento americani di un battaglione bloccato in territorio nemico durante la Prima guerra mondiale; o di G.I. Joe, inviato dagli inglesi per annullare il previsto bombardamento di una città in mano ai tedeschi nella campagna d’Italia della Seconda guerra mondiale, poiché una brigata di soldati alleati l’aveva già occupata. C’è chi racconta che abbia volato per più di trenta chilometri in venti minuti e che meno di cinque minuti di ritardo avrebbero significato la morte per militari e civili.

È a loro che plausibilmente si sono ispirati William Hanna e Joseph Barbera per realizzare, nel 1969, il cartone animato Dastardly e Muttley e le macchine volanti, che racconta i maldestri tentativi di una sgangherata banda di aviatori di fermare un piccione viaggiatore durante la Grande guerra. Jennifer Ackerman nel suo saggio Il genio degli uccelli (2016) racconta come questi esperti messaggeri abbiano svolto compiti strategici persino intorno agli anni Dieci del Duemila: a Cuba, nella trasmissione dei risultati elettorali in regioni montane remote e in Cina, per inviare messaggi di carattere militare in caso di emergenza.

L’intelligenza del piccione
Furono proprio le grandi capacità di navigazione e le imprese militari che portarono i piccioni a essere tra i soggetti prediletti di oltre cinquant’anni di studi di psicologia e comportamento animale. Lo scienziato che aprì loro le porte dei laboratori fu nientemeno che Burrhus F. Skinner, uno dei maggiori esponenti del comportamentismo.

Oggi sappiamo che i piccioni posseggono grandi capacità di apprendimento, un’ottima memoria a lungo termine, sanno distinguere un dipinto di Monet da uno di Picasso e riconoscere volti umani.
Da un treno diretto a Chicago, nel 1940, osservò uno stormo di uccelli volare e, riflettendo sulle loro abilità, si chiese se potessero essere sfruttate per guidare con maggiore precisione dei missili verso i bersagli stabiliti. Questo fu il fulcro intorno al quale si sviluppò il suo Project Pigeon, un programma che alla fine fu rigettato definitivamente dagli ufficiali militari statunitensi e non ricevette ulteriori fondi, nonostante le risposte promettenti raccolte in un primo periodo di ricerca. Non tutto andò perduto: Skinner si convinse che i piccioni potevano essere una grande risorsa come soggetti sperimentali in psicologia, in quanto erano abituati a vivere in gabbia e alla vicinanza con gli umani, si ammalavano meno facilmente in condizioni di alta densità, avevano le giuste dimensioni, ce n’erano in abbondanza e il loro mantenimento non costava troppo. Lo scienziato riprogettò la sua celebre Skinner box per gli esperimenti di rinforzo, trasformando le leve da premere, concepite inizialmente per i ratti, in tasti da beccare. Nel 1948 fu fondato l’Harvard Pigeon Lab che, per 50 anni, contribuì allo sviluppo del comportamentismo fino all’arrivo della rivoluzione cognitiva, che inaugurò una nuova fase della ricerca psicologica ed etologica.

Nel corso di decenni di studio abbiamo scoperto che quei piccioni dall’aria un po’ tonta, con quelle teste ondeggianti e lo sguardo fisso, tonti non lo sono affatto. Posseggono grandi capacità di apprendimento e possono essere più rapidi di un bimbo umano nell’imparare un compito semplice, hanno un’ottima memoria a lungo termine che permette loro di ricordare un elevato numero di stimoli visivi, sono in grado di stabilire se due immagini sono uguali anche se ruotate secondo angoli diversi e lo fanno più velocemente di noi, sanno distinguere un dipinto di Monet da uno di Picasso e riconoscono i volti umani. Più di recente, hanno dimostrato di riuscire a segnalare le scansioni di TAC in cui sono presenti noduli polmonari, enfisemi e alcune particolari opacità, dette noduli a vetro smerigliato: i risultati di questi studi potrebbero essere di supporto nello sviluppo di migliori strumenti di diagnostica per immagini e ottimizzare così il lavoro dei radiologi.

I colombi non sono solo estremamente dotati dal punto di vista visuo-spaziale: sanno contare, possono discriminare i concetti di spazio e tempo, imparano regole numeriche astratte con prestazioni indistinguibili dai primati e sono migliori di noi nell’affrontare e risolvere alcuni problemi statistici.

Esiste, però, una capacità di questi animali di cui scienziate e scienziati non riescono tuttora a svelare i meccanismi: si tratta proprio dell’homing, che ne ha facilitato la domesticazione e li ha trasformati in messaggeri insostituibili. Questo comportamento li rende ancora oggi protagonisti di competizioni sportive e di ricerche grazie alle quali conquistano le copertine di importanti riviste scientifiche.

Un mistero irrisolto e un paradosso per la biodiversità
I becchi dei due piccioni immortalati sulla copertina del numero 392 di Science puntano verso l’osservatore. Sembrano fieri nella loro posa fissa, stagliati su uno sfondo neutro che fa risaltare l’austerità del piumaggio, dai toni marrone-rosso e grigio-blu, che contrasta con le tipiche iridescenze verdi e viola. Un gruppo di ricerca, composto dagli immunologi dell’Università e dell’Ospedale universitario di Bonn, dai fisici dell’Università di Duisburg-Essen e dagli ornitologi del Max Planck Institute of animal behavior, ha pubblicato a maggio scorso uno studio che aiuta a comprendere meglio le eccezionali doti di navigazione di Columba livia e i meccanismi su cui si basa questa abilità che ritroviamo anche in altri animali.

La navigazione animale può essere definita come la capacità di raggiungere una meta spazialmente definita e circoscritta, anche lontana. Ne sono maestri gli uccelli migratori e la padroneggiano i piccioni che riescono a tornare a casa persino se trasferiti in luoghi distanti, mantenendo loro nascosto il tragitto. Una delle strategie per spiegare la navigazione negli uccelli è quella che prevede l’utilizzo di una “mappa”, costituita da informazioni che servono a capire dove ci si trova, e di una “bussola”, che permetta di mantenere la direzione verso la destinazione finale. Anche noi umani, quando ci troviamo in un posto sconosciuto, cerchiamo di raccogliere informazioni per ricavare la nostra posizione, ossia le nostre coordinate spaziali, dopodiché abbiamo bisogno di punti di riferimento e altri tipi di indizi che servono per mantenere la rotta. Negli uccelli, la presenza del sole e la percezione del campo magnetico terrestre sono tra le fonti di informazioni impiegate per la navigazione e, da tempo, la comunità scientifica sta indagando sugli organi e sulle modalità con cui questi animali utilizzerebbero tali stimoli come bussole.

Le popolazioni umane tendono a spostarsi sempre più verso i centri urbani e il modo più diretto per entrare in contatto con la fauna selvatica saranno le specie che vivono in città. Il bistrattato piccione potrebbe diventare un insospettabile alleato nella lotta per la tutela della biodiversità.
Il lavoro pubblicato su Science si concentra sui macrofagi presenti nel fegato dei piccioni, cellule in grado di degradare i globuli rossi invecchiati e che, come parte di questo processo, accumulano ferro: quest’ultimo conferirebbe loro la proprietà di rispondere ai campi magnetici, fornendo agli uccelli una bussola interna. L’esperimento a cui sono stati sottoposti gli esemplari coinvolti è eloquente: i piccioni vennero addestrati a fare ritorno alla propria voliera da distanze superiori a venti chilometri e, in seguito, furono rilasciati lontano dalla propria casa; gli individui a cui erano state rimosse le cellule contenenti ferro perdevano la direzione e non riuscivano a fare ritorno in condizioni di cielo nuvoloso, mentre giungevano a destinazione quando il sole era visibile. Si ipotizza, dunque, che in mancanza della bussola magnetica costituita dai macrofagi, nelle giornate serene gli uccelli abbiano potuto fare affidamento sugli indizi solari. I risultati ottenuti confermerebbero l’impiego dell’orientamento solare in combinazione alla percezione magnetica per la navigazione, ma sono ancora lontani dall’essere decisivi nella comprensione del funzionamento della bussola magnetica in questi animali. Infatti, nello stesso numero della rivista, un altro studio ha proposto l’orecchio come sede di cellule potenzialmente adatte alla magnetorecezione.

Nel 2006, il biologo Robert Dunn parlò di “paradosso del piccione”: in un periodo storico in cui stiamo affrontando gli effetti dei cambiamenti climatici e siamo testimoni e fautori della sesta estinzione di massa, la conservazione della biodiversità potrebbe dipendere sempre più dalla predisposizione delle persone nel mantenere una connessione con la natura. Le popolazioni umane si stanno spostando progressivamente verso i centri urbani e il modo più diretto per entrare in contatto e conoscere la fauna selvatica sono e saranno le specie che vivono in città. Ed ecco che la variante domestica di Columba livia potrebbe paradossalmente contribuire a supportare la tutela della biodiversità, ad esempio con programmi educativi e progetti di citizen science.

In Feral Pigeon, Johnston e Janiga scrivono:

Le qualità speciali dei piccioni inselvatichiti sono raramente riconosciute come tali, il che è il risultato del modo in cui gli esseri umani percepiscono il mondo naturale. […] Le visioni del mondo occidentali dominanti hanno insegnato che la natura esiste per l’uso umano e che gli esseri umani ne sono i custodi o i curatori, fondamentalmente separati dal mondo naturale. Questa posizione filosofica si è rivelata svantaggiosa sotto molti aspetti, uno dei quali è rilevante in questo contesto: poiché gli esseri umani considerano le proprie attività come diverse dalla ‘natura’, esse vengono ritenute manufatti, derivanti da abilità umane e non naturali.

Se pensiamo a quanto della nostra storia abbiamo condiviso con i piccioni, al lungo percorso di domesticazione che abbiamo affrontato insieme, alle loro insospettate forme di intelligenza e al fatto che una stessa specie (spesso esclusa dai grandi racconti della coevoluzione) sia stata per noi cibo, compagnia, strumento di comunicazione, di guerra e di conoscenza, oltre a mostrarci quanto possa essere sfumato il confine tra selvatico e domestico, tra naturale e artificiale, allora non vedremo più davanti a noi degli uccelli sporchi e insulsi. Si trasformeranno ai nostri occhi in animali straordinari, che potrebbero aiutarci persino a salvaguardare la biodiversità e, con essa, il nostro futuro su questo pianeta.

L'articolo La rivincita del piccione proviene da Il Tascabile.

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Khrys’presso du lundi 3 août 2026

Comme chaque lundi, un coup d’œil dans le rétroviseur pour découvrir les informations que vous avez peut-être ratées la semaine dernière.


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La nuova “grammatica della guerra”: il dominio dello spazio cibernetico come forma di neo-colonialismo nella Magnifica Humanitas

L’orbe tecnocratico, vittima della sindrome di Babele, con la pretesa di definire un unico linguaggio e una sola via del progresso, scorge nell’uso dell’IA uno strumento per accrescere le proprie capacità di controllo sociale. Questa inedita forma di neo-colonialismo, fondata sull’appropriazione di dati come risorsa strategica, si accompagna, nell’enciclica leoniana, ad una costante antropologica che rintraccia nell’uomo moderno l’incapacità di porre dei limiti concreti al retto uso della potenza tecnologica. Animato da una marcata sensibilità geopolitica, il Pontefice americano sottrae il cyberspazio all’illusione della sua immaterialità restituendogli una dimensione tangibile. Il controllo sistematico di infrastrutture digitali, appannaggio esclusivo di grandi attori economici privati, definisce una condizione di oligopolio entro la quale sono questi stessi soggetti a stabilirne le regole di accesso. I Data Center, archivi delle nuove terre rare del potere (dati sanitari, dati demografici, profili epidemiologici) perpetuano un assetto egemonico che riproduce le asimmetrie del potere digitale, ridisegnando una geografia di nuovi centri e periferie globali, guidati da una logica estrattiva unidirezionale. Lo scontro tra imperialismi contrapposti, che Leone XIV individua come uno dei tratti caratterizzanti del cogente ordine internazionale, trova nell’impiego delle nuove tecnologie un acceleratore della rivalità tra “potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo”.

Disinformazione e guerra cognitiva nell’era digitale

La manipolazione e il controllo degli ambienti informativi, nella corsa alla colonizzazione dello spazio digitale, costituiscono un ulteriore terreno di confronto funzionale a preparare culturalmente, mediante la diffusione di narrazioni semplificanti, le condizioni per la guerra cognitiva: una forma di conflitto diretta all’erosione delle capacità critiche e percettive degli individui, che anticipa e alimenta le forme di scontro convenzionale. Lo spazio cibernetico si configura, dunque, come un luogo all’interno del quale vengono condotti “attacchi informatici, manipolazione di dati, campagne di influenza orchestrate con l’aiuto dell’IA [che] possono destabilizzare interi Paesi prima ancora che si arrivi a uno scontro armato aperto”. Prevost riconosce nell’uso strumentale della tecnologia e dell’IA un potenziale vettore di condizionamento sociale, estraneo alla neutralità, e capace di orientare l’opinione pubblica al punto da riscrivere la grammatica dei conflitti contemporanei. Nelle parole del Pontefice:

La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e ‘ibride’, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica.

In questo scenario di vulnerabilità diffusa, l’enciclica leoniana richiama la crisi del sistema multilaterale. La riconfigurazione degli equilibri globali segna il ritorno a un paradigma binario che individua nella contrapposizione amico-nemico la via per ricostruire un’identità collettiva frammentata. La sedimentazione di nuovi immaginari condivisi, sospinti da una “cultura violenta della potenza” trasferisce progressivamente il conflitto dal piano cognitivo al piano materiale, in un processo in cui “la diversità dell’altro […] vissuta come minaccia [alimenta] un desiderio di possesso, volontà di dominio, ambizioni egemoniche […]”. Ne deriva una concezione dell’alterità che tende a identificare la sicurezza con l’accumulazione di capacità militari.

IA e sistemi d’arma

L’implementazione dell’IA nei sistemi d’arma ad autonomia operativa rappresenta, nella riflessione di Leone XIV, il punto di massima convergenza tra innovazione tecnologica e crisi della responsabilità politica. L’intelligenza artificiale e l’imperante narrazione taumaturgica dell’efficienza algoritmica abbassano la soglia del ricorso alla violenza; accompagnate dalla proliferazione di nuovi attori armati che “intrecciano motivazioni ideologiche vaghe con interessi economici”, trasformano la difesa in prevenzione, innescando una spirale securitaria che rende la guerra una condizione permanente, il cui fine ultimo non si sostanzia più nell’ottenimento della “vittoria definitiva”, bensì nella “perpetuazione del conflitto come fonte di potere e rendita”. 

Potere e tecnologia: comprendere la nuova spazialità del conflitto 

La Magnifica Humanitas, pur assumendo toni di severa invettiva nei confronti dell’IA, non indugia in una sterile forma di luddismo, né paventa un’utopica regressione verso una società pre-tecnologica. La critica leoniana richiama, con rinnovata urgenza, la necessità di regolamentare la corsa allo spazio cibernetico: un dominio potenzialmente illimitato che definisce nuove forme di interazione e in cui si addensa lo scontro tra attori geopolitici eterogenei. L’enciclica svela la persistenza storica di una matrice neo-coloniale che, mutate le coordinate spaziali, ne conserva intatta la morfologia. Laddove un tempo erano le terre emerse, il mare, lo spazio aereo ed extra-atmosferico a definire il limes della contesa, a questi si affiancano i flussi di dati e le infrastrutture digitali. Interrogarsi criticamente sull’importanza del cyberspazio vuol dire assumere uno sguardo consapevole e disincantato sulle nuove forme che il potere e la conflittualità assumono nella contemporaneità. Non si tratta di normalizzare l’ineluttabilità dello scontro, quanto piuttosto di adottare un approccio autenticamente realista che permetta di leggere con lucidità “interessi, paure, vincoli e rapporti di forza”.

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Kazakistan. Una medio-piccola potenza rivendica la propria capacità di iniziativa in un ordine internazionale sempre più frammentato

Un gigante dell’uranio nel cuore dell’Eurasia

Il Kazakistan è situato nel cuore dell’Asia Centrale: confina a nord e a ovest con la Russia, a est con la Cina e a sud con Kirghizistan, Uzbekistan e Turkmenistan, mentre a sud-ovest si affaccia sul Mar Caspio. Secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, produce da solo circa il 60% del PIL dell’intera regione. Ricco di risorse naturali, possiede enormi riserve di idrocarburi ed è il primo produttore mondiale di uranio, con circa il 40% dell’estrazione globale.

Con il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, il Paese ha ereditato il quarto arsenale nucleare al mondo. Ha però scelto di rinunciarvi, sia per l’impossibilità di mantenerlo nel pieno della crisi economica post-sovietica, sia per la volontà di accreditarsi come partner affidabile sulla scena internazionale. Ha così trasferito le testate alla Russia e ceduto l’uranio militare agli Stati Uniti, in un processo avviato già nel 1991 con la chiusura del poligono nucleare di Semipalatinsk.

Nel 1993 ha aderito al Trattato di non proliferazione e nel 1994 è diventato membro dell’AIEA. Nello stesso anno, con l’operazione segreta nota come Project Sapphire, ha ceduto agli Stati Uniti circa 600 chilogrammi di uranio weapons-grade. Negli anni successivi ha avviato la collaborazione con il Nuclear Suppliers Group per il controllo dei materiali sensibili. Oggi, presso l’impianto metallurgico di Ulba a Öskemen, ospita la banca dell’uranio a basso arricchimento dell’AIEA (LEU Bank). Istituita nel 2017 in cooperazione con l’Agenzia e operativa dall’ottobre 2019, custodisce scorte di uranio destinate a usi civili.

La proposta di stoccaggio, oltre a essere coerente con questa lunga tradizione di non proliferazione, mostra come il Paese cerchi di accreditarsi quale mediatore non allineato, promuovendo un’immagine di attore indipendente nell’ordine internazionale.

Una politica estera multivettoriale

Il Kazakistan rappresenta un caso di studio interessante, è l’esempio di una medio-piccola potenza che, in uno scenario globale in evoluzione, ha reinterpretato la propria collocazione internazionale. Attraverso l’hedging – la costruzione di molteplici allineamenti flessibili e di coalizioni issue-based con Paesi affini – attori come Astana si adattano a un ordine mondiale incerto e frammentato. Fin dall’indipendenza, il Kazakistan persegue, infatti, una politica estera multivettoriale: coltiva in maniera bilanciata i rapporti con partner diversi, senza vincolarsi a un unico blocco di alleanze e sfruttando a proprio vantaggio la rivalità tra grandi potenze.

Con la Russia il Kazakistan mantiene una relazione storicamente solida sul piano economico, militare e infrastrutturale: entrambi fanno parte dell’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) e dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). La dipendenza in ambito di sicurezza è emersa con chiarezza nel gennaio 2022 quando, durante le proteste innescate dall’aumento del prezzo del GPL, Tokayev richiese l’intervento della CSTO per ristabilire l’ordine. Dopo l’invasione dell’Ucraina, Astana ha però mantenuto una posizione prudente, evitando di riconoscere le repubbliche separatiste e le annessioni russe. I legami economici restano forti, sebbene in lieve calo per effetto delle sanzioni e dell’allineamento kazako alle restrizioni occidentali sui beni strategici. Cresce intanto la preoccupazione per la sovranità nazionale e per le minoranze russofone del nord, accompagnata da un rafforzamento del nazionalismo e della lingua kazaka.

L’influenza cinese, in forte espansione, è soprattutto economica. Il commercio bilaterale è cresciuto significativamente negli ultimi anni, con importazioni di materie prime kazake ed esportazioni cinesi di prodotti industriali e di consumo. Grazie alla Belt and Road Initiative il Kazakistan è divenuto un nodo strategico delle rotte eurasiatiche, in particolare per il transito energetico e commerciale: il gasdotto Cina–Asia Centrale ne è l’infrastruttura simbolo. Pechino investe anche in infrastrutture e rinnovabili, ma tra la popolazione resta diffusa la preoccupazione per una possibile dipendenza economica e per l’influenza politica cinese.

Le relazioni con Washington si sviluppano soprattutto nel formato C5+1, incentrato su economia, energia e sicurezza. Gli Stati Uniti mirano a rafforzare la propria presenza in Asia Centrale per diversificare le fonti energetiche e contenere l’influenza di Russia e Cina. In tal senso, il Kazakistan è rilevante per le risorse strategiche – uranio, terre rare, metalli – e per il suo ruolo nella sicurezza energetica globale. La distanza geografica e la concorrenza di altri teatri, dal Mediterraneo Allargato al Medio Oriente, rendono però la regione meno prioritaria per Washington.

Iran: il pragmatismo alla prova

I rapporti con l’Iran sono tradizionalmente improntati al pragmatismo economico. Negli ultimi anni i due Paesi hanno intensificato la cooperazione in commercio, trasporti e logistica, favorita dalla comune appartenenza a diversi forum regionali e dall’interesse kazako ad accedere ai mercati del Golfo e dell’Oceano Indiano attraverso il territorio iraniano. Ancora nel gennaio 2026 Astana e Teheran discutevano l’espansione della cooperazione economica e infrastrutturale.

La relazione non è però priva di limiti. Dopo gli attacchi iraniani che nel corso del conflitto hanno colpito anche i Paesi del Golfo, Tokayev ha inviato messaggi personali ai leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar per esprimere piena solidarietà. Nei confronti di Teheran, al contrario, Astana si è limitata a condoglianze ufficiali per via diplomatica. Nell’aprile 2026 il viceministro degli Esteri kazako Arman Issetov ha poi annunciato la sospensione di diversi progetti congiunti con l’Iran – incluse alcune forniture di grano e parte del commercio alimentare – motivandola con l’instabilità e le difficili condizioni interne iraniane.

Il Kazakistan ha, dunque, assunto una posizione di fredda neutralità verso la Repubblica Islamica, per non compromettere la propria credibilità di fronte ai partner occidentali. Il mutato contesto geopolitico ha reso difficile una perfetta equidistanza, senza però intaccare la capacità di iniziativa del Paese.

Una proposta senza seguito, un segnale politico riuscito

A oltre un mese di distanza, la proposta kazaka non ha avuto seguito. Dopo il memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, firmato con l’intento di porre fine alle ostilità tra le due potenze, i vertici di Teheran hanno ribadito ufficialmente l’intenzione di diluire l’uranio arricchito in loco. «La nostra posizione è sempre stata che l’unico modo per gestire le scorte di materiale arricchito è diluirlo all’interno dell’Iran», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi alla televisione nazionale.

Il Kazakistan, in ogni caso, mantiene una posizione di neutralità diplomatica e conserva il ruolo di interlocutore affidabile agli occhi degli Stati Uniti. Al tempo stesso continua a coltivare i rapporti con Teheran, come dimostra il recente incontro tra l’ambasciatore kazako in Iran, Ontalap Onalbayev, e il viceministro degli Esteri iraniano per gli Affari giuridici e internazionali, Kazem Gharibabadi, capo negoziatore del dossier nucleare. Il Paese riafferma così la propria linea di politica estera multivettoriale.

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Crisis en la Masonería británica: por caída de miembros se «reinventa» para sobrevivir, según Financial Times

Según un reciente informe publicado por el Financial Times, la Masonería británica se enfrenta a una crisis existencial: su membresía en Inglaterra y Gales se ha desplomado a unos 175.000, lejos del pico de casi 500.000 de mediados del siglo pasado. En un intento por sobrevivir, la United Grand Lodge of England busca atraer a una nueva generación de jóvenes, admitiendo que sin ellos la organización no tiene futuro a largo plazo. Lejos de ser una simple hermandad benéfica centrada en el automejoramiento, como pretenden sus dirigentes, este declive revela el agotamiento de una estructura elitista y anacrónica que durante décadas ha alimentado sospechas de influencia opaca en las altas esferas del poder británico.

Adrian Marsh, gran secretario de la organización, reconoce que necesitan reclutas jóvenes “para la salud a largo plazo” del grupo, con cuotas anuales de entre 200 y 500 libras que no disuaden del todo, pero tampoco ocultan el problema de fondo. Aunque afirman que el 47% de los nuevos miembros tienen menos de 40 años (un leve aumento desde el 45% en 2020), este “éxito” tentativo llega tras décadas de envejecimiento interno y de un perfil predominantemente masculino, a pesar de la admisión formal de mujeres desde principios del siglo XX. La realidad es que la Masonería sigue siendo un club de hombres mayores que, al perder atractivo, se ve obligada a diluir su aura de misterio para no desaparecer.

En un giro irónico, los masones han invertido en mayor “transparencia”: logias universitarias, eventos culturales, jornadas de puertas abiertas donde se exhibe la parafernalia antes secreta, e incluso el uso de sus salas como espacios de coworking. Estas medidas, presentadas como modernización, son una estrategia de marketing para captar a jóvenes, aprovechando la crisis de soledad generacional y la curiosidad por el misterio. Lo que antes se guardaba celosamente ahora se vende como experiencia social accesible, desandando los pasos de una sociedad que se jactaba de su exclusividad y secretismo.

Pese a estos esfuerzos por parecer inclusivos y abiertos, la sombra de la influencia velada en la élite británica —política, empresarial y judicial— sigue siendo imposible de disipar. Históricamente vinculada a figuras de poder, la Masonería no ha logrado convencer de que sus redes de “hermandad” no constituyen un mecanismo de favoritismo y control informal. Sus rituales y juramentos de lealtad, lejos de ser inocentes ejercicios de fraternidad, perpetúan una cultura de opacidad que choca con los valores democráticos contemporáneos que dice impulsar.

La Masonería, al intentar reinventarse como club social moderno y caritativo, confirma la persistente desconfianza que genera: un relicto de privilegios ocultos que, por más puertas abiertas que organice, no logra lavar su reputación de sociedad secreta con pretensiones de poder.

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Why We're Probably F*&KED! w/ Bret Weinstein

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Di fronte alla crudeltà delle frontiere, solidarietà internazionalista e di classe!

Comunicato di Anticapitalistas, la sezione della IV Internazionale dello stato spagnolo, in merito agli eventi di Ceuta

Con il passare delle ore, la tragedia di Ceuta assume proporzioni sempre più gravi. Si parla già di oltre 90 morti e il numero è destinato ad aumentare nelle prossime ore. Questo è il primo punto che vogliamo sottolineare: la crudeltà del sistema di frontiera nel Nord Africa si traduce nella perdita di vite umane tra le fasce più povere e indifese della popolazione mondiale. Di fronte all’indifferenza e alla disumanizzazione che questo sistema ci impone, dobbiamo chiarire che si tratta, prima di tutto, di una tragedia ingiusta che si abbatte sulle vite umane.

Queste morti si aggiungono così a quelle di centinaia di persone che ogni anno perdono la vita nella fossa comune in cui è stato trasformato il Mar Mediterraneo. Un sistema di frontiere promosso dall’UE e dallo Stato spagnolo, di cui lo Stato del Marocco è complice.

È ovvio che il regime alawita e l’oligarchia che governa il Marocco abbiano una grande responsabilità in questa tragedia. Sfruttano la drammatica situazione in cui tengono il proprio popolo a proprio vantaggio, stimolando determinati movimenti in funzione dei propri interessi. I suoi legami con gli Stati Uniti e Israele sono ben noti, così come il suo storico conflitto con l’Algeria. Il regime marocchino è una dittatura ripugnante, che non esita a colonizzare il Sahara e a reprimere popoli come quello del Rif, nonché le proteste della propria popolazione.

Tuttavia, il fatto che il regime alawita abbia sfruttato la disperazione del proprio popolo per i propri interessi non cancella la realtà. Molte persone, spinte alla disperazione dalla povertà e dalla mancanza di prospettive, cercano di emigrare nei paesi del centro imperialista con l’obiettivo di trovare una vita migliore. Questa popolazione, impoverita dal neocolonialismo e dalle oligarchie locali, non è un esercito invasore: fa parte del proletariato globale e, da un punto di vista di classe, merita la nostra solidarietà e la nostra umanità. Chi oggi, dalla sinistra, nutre dubbi su questo punto e adotta una visione unilaterale della questione, riducendola a una mera cospirazione, cerca solo di nascondere la responsabilità dello Stato spagnolo e dell’UE in tutto questo dramma. Già nel giugno 2022, il governo di coalizione progressista aveva lanciato un’offensiva che, insieme alle forze marocchine, aveva causato 22 morti e centinaia di dispersi nella tragedia della recinzione di Melilla.

Anche in questa occasione, la retorica militarista tende a dominare il dibattito pubblico. L’adozione di una retorica basata su concetti come «invasione» o «violazione della sovranità nazionale» riflette fino a che punto le idee che la destra e l’estrema destra intendono diffondere nell’intera società abbiano permeato anche settori che si considerano progressisti.

L’UE e lo Stato spagnolo (sotto il «governo più progressista della storia») hanno esternalizzato gran parte del lavoro di controllo delle frontiere al regime marocchino e ne hanno legittimato la colonizzazione del Sahara, abbandonando la storica lotta del popolo saharawi. Ma non solo. Lo Stato spagnolo e la UE sono parte della Nato, un blocco imperialista e militarista que, nonostante le tensioni con gli Stati Uniti, fa parte dello stesso sistema di dominio sulle popolazioni e sui paesi del Sud del mondo. L’arricchimento dei capitalisti europei e spagnoli si basa su una combinazione di sfruttamento della propria classe operaia e di quella dei paesi postcoloniali, nonché sul saccheggio delle loro terre e della loro economia. Per questo motivo, presentare la questione come una disputa su linee nazionalistiche è uno stratagemma che non riconosce le complesse relazioni di potere imposte dalla logica imperialista e che alimenta un conflitto che può arrivare ad avere conseguenze belliche.

Di fronte allo scontro tra classi lavoratrici su linee nazionali, dobbiamo essere chiari e puntare il dito contro le élite economiche e politiche di entrambi i paesi che traggono vantaggio da questa situazione. I confini non impediscono la migrazione: la rendono più crudele e disciplinano il migrante, creando condizioni più favorevoli affinché la borghesia possa poi sfruttarlo in modo eccessivo, abbassando così il tenore di vita dell’intera classe lavoratrice. La borghesia spagnola approfitta, senza remore, di questa situazione, sfruttando i bassi salari per mantenere i propri profitti.

Questo rapporto ha anche un’espressione economica molto concreta. Grandi aziende come Acciona, Indra e Repsol, insieme a istituzioni finanziarie come Santander, traggono profitto dallo sfruttamento delle risorse del Sahara occidentale occupato e dal sostegno al modello economico marocchino, mentre il Marocco continua a essere una pedina chiave per Francia, Stato spagnolo e USA come fonte di manodopera a basso costo per l’agricoltura, il settore dell’assistenza e quello dei servizi. Dietro il discorso della “buona vicinanza” si nasconde un’alleanza fondata su interessi economici, geopolitici e imprenditoriali, in cui talvolta affiorano tensioni e interessi divergenti, ma che risponde allo stesso modello sistemico e allo stesso interesse di classe.

La nostra posizione è chiara. Difendiamo vie legali e sicure per migrare e poniamo fine alla militarizzazione delle frontiere, mettendo al centro i diritti umani delle persone che migrano. Questo è ciò che eviterebbe le catastrofi umanitarie e anche l’uso della migrazione come strumento di ricatto. Combattiamo costantemente il razzismo e puntiamo sull’organizzazione unitaria delle classi lavoratrici, indipendentemente dalla loro origine. Denunciamo e combattiamo gli interessi economici e i sistemi politici dello Stato spagnolo e del Marocco, e riteniamo che solo la solidarietà tra i popoli possa risolvere i problemi di fondo.

Non siamo nemmeno ingenui. Nell’ambito di questo sistema capitalista e imperialista possiamo ottenere alcuni miglioramenti, e lottare per essi è fondamentale per evitare di cadere nell’abisso. Tuttavia, solo una trasformazione di questo sistema secondo linee socialiste e internazionaliste, che stabilisca relazioni federative, solidali e associative tra i popoli, non mediate dagli interessi economici e geopolitici di pochi, consentirà di instaurare forme di libertà di movimento realmente sicure e aperte. Mentre lottiamo per questo, dobbiamo difendere senza compromessi i diritti umani di tutte le persone migranti e denunciare e combattere le classi dominanti di tutti i paesi, responsabili di questa drammatica situazione.

Per questo motivo, per migliorare il rapporto di forze qui e ora, riteniamo fondamentale lottare per:

    l’abrogazione della Legge sugli stranieri

    la fine del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e lo smantellamento di Frontex

    il rafforzamento immediato del sistema di accoglienza

    la fine dei rimpatri immediati

Di fronte alla crudeltà delle frontiere, al razzismo e allo scontro tra i popoli: solidarietà internazionalista e di classe!

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Modelos de IA de Anthropic se liberaron y hackearon a 3 organizaciones durante las pruebas

Anthropic anunció el jueves que varios de sus modelos avanzados de IA escaparon de un entorno de prueba aislado, accedieron a internet y piratearon de forma independiente a varias empresas sin el conocimiento de la compañía, en tres incidentes distintos que se remontan a abril.

En una reseña publicada el jueves por la noche, Anthropic indicó que los modelos involucrados eran un modelo de prueba de investigación interna no publicado, Opus 4.7 y Mythos 5. Mythos se lanzó el mes pasado a un público limitado de empresas tecnológicas e investigadores de ciberseguridad en el marco del Proyecto Glasswing.

La empresa no reveló los nombres de las organizaciones afectadas, pero indicó que les notificó el lunes.

Anthropic afirmó que llevó a cabo la revisión en respuesta a la revelación de OpenAI la semana pasada de que dos de sus modelos más potentes escaparon de un entorno de pruebas y vulneraron la seguridad de varias empresas, incluida la plataforma de IA Hugging Face y la plataforma en la nube Modal Labs.

El fabricante de IA no especificó qué empresas se vieron afectadas por sus modelos, pero afirmó haber sido notificada de los incidentes el lunes. En todos los casos, Anthropic indicó que especificó en sus instrucciones a los modelos de IA que el entorno de prueba no tenía acceso a internet, aunque los evaluadores posteriormente se percataron de que esto no era cierto.

Como parte de las pruebas, se les indicó a los modelos que «infiltraran y recuperaran» una pieza de «información secreta» alojada en una máquina diferente dentro de la red de pruebas, lo que se conoce como un desafío de «captura la bandera».

Según Anthropic, los modelos pudieron acceder a internet para comprometer organizaciones fuera del entorno de prueba utilizando «técnicas básicas», como eludir contraseñas débiles.

Los representantes Ted Lieu (demócrata por California) y Nathaniel Moran (republicano por Texas) presentaron la Ley de Desactivación de la IA, que otorgaría al Departamento de Seguridad Nacional la autoridad para ordenar el cierre de modelos de inteligencia artificial considerados demasiado peligrosos. Mientras tanto, el senador Mark Warner (demócrata por Virginia) presentó la semana pasada una serie de leyes sobre IA, incluyendo un proyecto de ley que exigiría a las empresas de IA someter sus modelos al gobierno federal para realizar pruebas obligatorias de seguridad nacional antes de su lanzamiento.

 

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There Was a Hidden Surprise

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Fred S. Graham, L’anarchismo e la rivoluzione mondiale – Seconda Parte

Prima Parte

Capitolo 1
Come Minor cambiò opinione
Roberto Minor incomincia il suo articolo proclamando la necessità non solo di salvare la Russia soviettista, ma anche di comprenderla, ed egli cominciò a comprenderla imitando tutti gli avversari “i quali a uno a uno si piegarono dinnanzi a Lenin,” cioè col trasformarsi da anarchico in bolscevico. La sua asserzione che tutti cedono dinanzi alla “grande forza” di Lenin, è precisamente il rovescio di quanto egli stesso affermò nel suo articolo: “Quando l’anarchismo [dominava] la Russia,” col quale egli prova che la rivoluzione si affermò, si afferma e continuerà ad affermarsi anche senza la “grande forza” impersonata in Lenin.
Come tutti i missionari convertiti egli fa tutto il possibile per gettare fango sugli uomini e sull’ideale già professato e ammirato. Non basta: egli svisa le fondamentali differenze tra socialismo e anarchismo.
Di questa accusa non siamo troppo sicuri, perché dopo la lista completa delle opere ch’egli ha letto e che porta a testimoniare, dubitiamo ch’egli abbia letto abbastanza da poter comprendere il socialismo e l’anarchismo.
[Ha calunniato Petr Kropotkin perché Kropotkin non ha impedito ai ragazzi della YMCA1 di chiamarlo “Principe.” Questo è quasi disgustoso: Kropotkin, dal momento che fa parte del movimento anarchico, ha mai firmato il suo nome diversamente da “Pëtr Kropotkin”? Chi ha continuato a aggiungere il suo vecchio titolo di “Principe”? I ragazzi della YMCA o la stampa capitalista? Oh, no! Consultate il numero del Labor Leader di Londra, l’organo socialista in Inghilterra, del Luglio 1920, e scoprite cosa sanno fare i socialisti!
Kropotkin ha inviato un messaggio ai lavoratori dell’Europa occidentale e dell’America (un messaggio più chiaro di qualsiasi cosa sia mai apparsa sulla Rivoluzione russa, e che Minor non menziona nemmeno). Il Labor Leader lo pubblica in prima pagina con il titolo “Una lettera del principe Kropotkin”! Chi dovrebbe essere maggiormente incolpato: chi continua a chiamare Kropotkin “Principe” – nonostante a lui il titolo non importi affatto – oppure i co-socialisti di Minor, che glielo attribuiscono deliberatamente?!]
Ma, analizziamo le ragioni esposte da Minor a giustificare “le sue conversioni.” Egli dice:
“Ho trovato che Engels nella su Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato denunzia ed espone lo Stato con più chiarezza e radicalismo di qualsiasi anarchico che io conosca. Dopo di ciò ricorsi alle fonti dell’anarchismo: Lo Stato, la sua funzione storica di Kropotkin.
E fui costretto ad ammettere che la filosofia antistatale fu creata da Marx e da Engels; Kropotkin non la comprese neppure.”
[Si tratta di affermazioni piuttosto audaci. Ma egli porta un solo fatto per dimostrarle? Non nel suo articolo. L’unica prova che fornisce è la sua ignoranza, ammettendo che, per quanto riguarda la sua “conoscenza,” Engels e Marx hanno smascherato lo Stato “in modo più radicale” di qualsiasi anarchico.]
Quando uno cambia le sue idee, deve coscienziosamente compiere un completo studio su tutto ciò che abbia attinenza e relazione con l’idea che sta per abbandonare e con quella che si vuole adottare. Minor, invece, comincia coll’annunziare al [mondo] che ha preso con sé, per leggerli, i tre volumi del Capitale di Marx, che al principio della lettura del primo volume gli si dà a leggere Lo Stato e la Rivoluzione di Lenin. Egli ancora legge Il Manifesto Comunista e L’Origine della Famiglia, della Proprietà Privata e dello Stato di Engels. E qui si ferma!
Ritorna alle sorgenti anarchiche leggendo, non un opuscolo od un volume, ma una vecchia conferenza di Kropotkin ed il miracolo avvenne. Realizza subito quanto conservatore sia l’anarchismo di fronte al socialismo. A darne prova non cita una sola parola od un paragrafo di Engels, del Manifesto, o della conferenza di Kropotkin!
[Non si rimane delusi dalla “conoscenza” che si riscontra in Minor. Dopo una ricerca così approfondita delle idee anarchiche e socialiste, cambiò “idea” e passò dall’anarchismo al bolscevismo. Che disgusto deve provare un lettore intelligente nei confronti dei nostri ben noti “intellettuali” quando scopre la loro totale ignoranza, soprattutto in casi come quello di Minor.]
Prima di criticare l’anarchismo, prima di accusare Kropotkin d’incomprensione, prima di confondere gli anarchici con gli IWW e Bakunin con John Most, non deve uno tentare almeno l’eroica prova di indagare e capacitarsi che cosa sia l’anarchismo con i suoi ideali e le sue tattiche? Non dovrebbe uno leggere di Kropotkin [qualcosa] più che una conferenza stampata, prima di proclamarlo un ottuso? Non dovrebbe uno conoscere la differenza fra IWW e anarchici, fra Bakunin e Most?
Sono i nostri “intellettuali” così irresponsabili da osare ciò che qualsiasi lavoratore che si rispetti e pensi normalmente non oserebbe fare? O dobbiamo noi attribuire la condotta di Minor e del Liberator alla sicumera che gli anarchici non saranno mai in grado di rispondere dalle loro colonne, per cui essi possono osare tutto, persino mettere a nudo la propria ignoranza?
Non importa la causa. Questo è comunque un doloroso spettacolo che dev’essere messo alla luce, perché altri – d’uguale deficienza culturale come Minor – non segua la falsariga sua!
Minor sapeva che non poteva dimostrare le sue affermazioni, perciò ne fece a meno. Ebbene, noi citeremo ambe le parti in questione e il lettore deciderà per sé stesso. Engels dice nell’ “Origine della Famiglia”:
“Lo Stato deve la sua esistenza alla necessità d’imbrigliare l’opposizione delle differenti classi, e fu originato dalla lotta fra queste classi; per cui lo Stato è il potere della classe potente, della classe che ha la supremazia economica” (p. 137, edizione tedesca).
“Lo Stato odierno coi suoi parlamenti ed i rappresentanti eletti è lo strumento col quale il capitale succhia il sangue ed il sudore dei salariati” (p. 138)
[“Quando le classi andranno in pezzi, con esse inevitabilmente cadrà anche lo Stato.” (p. 139-140).]
[Citiamo ora “Lo Stato, la sua funzione storica,” che, secondo Minor, non fornisce alcun “resoconto coerente sull’argomento.”]
Kropotkin, nella sua conferenza, disse in parte:
“Dove la servitù era stata abolita, venne ricostituita in certe altre forme differenti; dove non era stata ancora distrutta, fu modellata sotto la protezione dello Stato, in una feroce istituzione con tutte le caratteristiche dell’antica schiavitù, o peggio ancora.
[“E poteva risultar altra cosa, se la prima preoccupazione dello Stato fu quella di annientare il comune di villaggio dopo la città, di distruggere tutti i legami che esistevano fra contadini, di abbandonare le loro terre al saccheggio dei ricchi e di sottometterli, ognuno individualmente, al funzionario, al prete, al signore?”]2 (p. 28, 29)
“Lo Stato riuscì solo ad opprimere i lavoratori, spopolare le campagne, portare la miseria nei paesi, ridurre migliaia di esseri alla fame, ed imporre la schiavitù industriale” (p. 35)
“Permettere ai cittadini di costituire una federazione fra di loro per espletare qualche funzione dello Stato, sarebbe stata una contraddizione di principio. Lo Stato domanda la personale sottomissione dei suoi soggetti, senza agenti intermedi, esso domanda l’eguaglianza nella schiavitù, e non può permettere uno Stato entro lo Stato.” (p. 32)
E compendia storicamente così:
“La prima fase dell’evoluzione è stata la tribù primitiva, passata poi nella comunità rurale, poi in una città libera, e finalmente scomparente quando raggiunse la fase dello Stato.” (p. 41)
[Kropotkin] dimostra in seguito che lo stesso destino di morte s’abbattè non solo in Asia, sulle coste del Mediterraneo e nell’Europa centrale, ma anche in Egitto, Assiria, Persia, Palestina, Grecia, Roma, Germania, Slavonia e Scandinavia. E termina profetizzando ciò che lo Stato ci riserba anche quando è “lo Stato rivoluzionario”:
“Porterà ancora la morte? Immancabilmente se non ci ricostituiremo in una società libertaria e su base antistatale. O lo Stato sarà distrutto ed una nuova vita comincerà in migliaia di centri, basati sul principio dell’energica iniziativa individuale, o di gruppi liberamente associati, o altrimenti lo Stato spazzerà la vita individuale e locale, diverrà l’assoluto padrone di ogni dominio dell’attività umana, porterà con sé le sue guerre e le sue lotte intestine per il controllo del potere, le sue superficiali rivoluzioni che cambiano soltanto il tiranno e, inevitabilmente, alla fine di questa evoluzione, la morte.” (p. 42)
[“scegliete voi stessi quale delle due questioni preferite!” (p. 42)]
Non è tutto questo un rancido conservatorismo comparato col socialismo scientifico di Marx e di Engels? Non c’è da meravigliarsi se Minor non [l’abbia citato] a sostegno delle sue affermazioni!
Ora, quale valore possono avere le parole di Minor quando dice “cerchiamo una concezione dello Stato che sia differente dall’ortodossa concezione dell’ideologia borghese. Non ve n’è che una: quella di Marx, Engels e Lenin.”?
[Le citazioni di Kropotkin che abbiamo riportato rispondono di per sé alla veridicità o alla falsità delle affermazioni di Minor. Ma presto mostreremo con più forza perché Minor si sia spinto troppo oltre.]
Vi sono altri anarchici che scrissero sullo Stato, qualcuno anche prima di Marx, Engels e Lenin. Il lavoro di Engels fu pubblicato per la prima volta nel 1884; ma nel 1849 – 35 anni prima -, visse un uomo, un certo Proudhon, che diede alle stampe in quell’anno due suoi lavori: Che cosa è la proprietà e Confessioni.
[Alcuni membri del movimento radicale potrebbero sapere qualcosa di uno di questi libri. Noi citeremo un paragrafo de le Confessioni. Lui dice:]
“L’autorità, non appena comparsa sulla terra, divenne l’oggetto dell’universale competizione. Autorità, governo, potere, Stato (queste parole denotano tutte la stessa cosa: sono, per ogni uomo, mezzi di oppressione e sfruttamento dei propri simili. Assolutisti, dottrinari, demagoghi e socialisti, incessantemente volgono i loro sguardi all’autorità come al loro esclusivo miraggio.” (p. 7 (24))
E su Che cosa è la proprietà:
“Tutti i partiti senza eccezione, che mirano alla conquista del potere, sono varietà dell’assolutismo; e non vi sarà mai libertà per i cittadini, ordine per la società, associazione per i lavoratori, fino a che, nel catechismo politico, la rinuncia all’autorità non si sostituirà alla fede nell’autorità.” (p. 301 (216))
[Minor si è forse rifiutato di leggere queste riflessioni solo perché prendono di mira i suoi nuovi compagni “radicali”, i socialisti marxisti?.. O forse perché l’ignoranza è beatitudine?…
Ma passiamo ora ad alcuni anarchici più “conservatori” di Proudhon. Per caso, Minor ha mai sentito parlare di un uomo che scriveva sotto lo pseudonimo di Max Stirner e di un libro da lui scritto che in inglese si intitola “The Ego and His Own”? (Nell’originale tedesco si intitola “Der Einzige und sein Eigentum”, che è anche più corretto.)3
Questo libro fu pubblicato nel 1845, e i nuovi maestri di Minor, Marx ed Engels, se ne adirarono a tal punto (e si noti che, come sostengono Lenin e Minor, entrambi erano contro lo Stato…) da pubblicarne uno contro di esso. Tuttavia, per ragioni ben note, i loro seguaci ne hanno interrotto la circolazione o la ristampa.]
Riporteremo alcuni brani de L’Unico di Stirner:
“Atteggiamento dello Stato è la violenza, ch’esso battezza “legge” se esercitata in suo nome, e “crimine” se esercitata in nome dell’individuo.” (p. 259)
“È esso il re delle bestie, leone e aquila.” (p. 337)
“Lo Stato può essere rigoglioso mentre io soffro la fame.” (p. 280)
“Lo Stato non suscita mai la libera attività degl’individui, ma la costringe nelle sole manifestazioni che servano al suo proposito. Lo Stato ostacola le libere iniziative con la sua censura, con la sua sorveglianza, coi suoi poliziotti, e chiama “suo dovere” questa funzione tiranna.” (p. 299)
“I lavoratori tengono nelle loro mani una forza potente e incoercibile, e se ne divenissero completamente consapevoli e la sapessero usare, niente potrebbero contrastarli; essi avrebbero solo da sospendere il lavoro, ritenere come proprio il prodotto e servirsene. Questo è lo spirito delle agitazioni operaie che si manifestano qua e là. Lo Stato posa sulla schiavitù dei lavoratori. Se il lavoratore si emancipa, lo Stato è perduto.” (p. 127)
Qui citiamo il pensiero di un altro scrittore sullo Stato – uno scrittore che Engels conosceva: Michele Bakunin, il quale scrisse, vent’anni prima di Engels, “non vi è legislazione che non abbia lo scopo di convergere in istituzione, e consolidarlo, lo sfruttamento della popolazione lavoratrice da parte della classe dominante.”
Ecco ciò che egli scrisse sull’origine dello Stato:
“In ogni terra, esso (lo Stato, ndr) è nato dal connubio della prepotenza il furto e la spoliazione (in breve dalle guerre di conquista) con gli Dei gradualmente creati dall’entusiasmo religioso delle nazioni.” [(Dio e lo Stato, p. 287)]
[“Schiavi di Dio, gli uomini devono esserlo anche della Chiesa e dello Stato, in quanto quest’ultimo è consacrato dalla Chiesa.”4 (p. 20)]
[Potremmo continuare a citare pagine e pagine di scrittori anarchici.
Ma le citazioni riportate finora sono, a nostro avviso, sufficienti a dimostrare quanta “verità” ci sia nelle affermazioni di Minor secondo cui “l’Origine” di Engels abbia smascherato e condannato lo Stato in modo più chiaro e radicale rispetto a quanto fatto da qualsiasi anarchico, o che Kropotkin non abbia compreso la filosofia dello Stato – senza dimenticare le rivendicazioni di Minor stesso sull’originalità di Engels.
Senza dubbio, il lettore sarà interessato a conoscere il punto di vista di un giornale socialista sull’“originalità” del libro di Engels.
Quel che segue è estratto dal Colonial and Cooperator del Gennaio 1921.
Ci auguriamo soltanto che la nostra analisi susciti in coloro che desiderano approfondire l’argomento un interesse tale da spingerli a studiare più a fondo i libri che abbiamo citato.]
“Fra le pubblicazioni socialiste commemoranti l’anniversario della nascita di Engels vi è il Proletarian di Detroit, che consiglia a tutti coloro che desiderano [affinare la propria mente in materia di pensiero lucido di leggere le opere di Engels]
“Ma il Proletarian cade in errore quando afferma che “forse il più conosciuto lavoro di Engels è l’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato,” per il fatto che esso è [in gran parte tratto da] un bollettino compilato [per il] governo degli Stati Uniti da un certo Morgan, ufficiale governativo, che visse a lungo fra le tribù indiane, imparandone la lingua e la storia, e che riuscì a dimostrare con le sue osservazioni come dall’individuo nomade originò la famiglia, la tribù, la nazione e infine la società umana. [Il rapporto è ormai fuori stampa e può essere ottenuto solo pagando prezzi esorbitanti ad antiquari e librai.]5

 

Continua…

 

Note

1Nota del blog. Graham si riferisce alla Young Men’s Christian Association (YMCA)

2Nota del blog. Per una questione di scorrevolezza abbiamo preso la frase dall’opuscolo Petr Kropotkin, Lo Stato, Edizioni della Rivista Università Popolare, Milano, 1910, p. 96

3Nota del blog. In italiano è L’unico e la sua proprietà.

4Nota del blog. Abbiamo preferito non tradurre dall’inglese e prendere direttamente la citazione tradotta in italiano. Michail Bakunin, Dio e lo Stato, Edizioni Anarchismo, Trieste, 2013, p. 13

5Nota del blog. Nell’articolo riportato da L’Adunata dei refrattari, viene riportato questo pezzo al posto di quello che abbiamo tradotto: «In questo modo il Proletarian attribuisce, intenzionalmente, molto valore al Bollettino di Morgan per valorizzare il libro di Engels.»

Fred S. Graham, L’anarchismo e la rivoluzione mondiale – Seconda Parte ©, .

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Utilisation de paheco dans framaspace

Bonjour

Nous utilisons framaspace pour notre collectif. Nous souhaiterions utiliser la fonctionnalité « paheco » que nous savons puissante pour gérer les adhésions des membres. Mais impossible de créer un compte paheco depuis framaspace. J’ai ce message quand je clique sur l’icone « paheco » du bandeau haut de framaspace « Aucun membre trouvé avec cet e-mail. Demandez à un administrateur de vous créer un compte côté Paheko au préalable ».

De quel administrateur s’agit-il ? Je suis connectée à framaspace avec l’admin principal de l’espace…

J’ai posé la question dans paheco.cloud,et la réponse c’est qu’ils n’ont pas accès aux comptes paheco de framaspace (heureusement) et que le logiciel de framaspace n’est pas tout à fait le même…

Merci complètement si quelqu’un.e a une réponse !

Claire

2 messages - 1 participant(e)

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Commentaires sur LaSuite.coop : interview d’une coopérative qui veut (elle aussi !) dégoogliser internet par Raphaël,Roux

Mais pour QUI est prévu ce « service » ?
En voyant le tarif, hors « déploiement », le service coutera -en moyenne- entre 40 et 90 € par membre des associations ! ! ! On est bien loin du concept des « petites associations »…

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‘Discouraged’ at university, maths star Wang Hong spurs Chinese education debate

Many young students in China have been inspired by the achievement of Wang Hong, the first Chinese woman to receive the Fields Medal – the world’s most prestigious prize in mathematics. But it is the 35-year-old’s candid remarks about feeling “discouraged” in her early years at an elite Chinese university that appear to have struck the deepest chord. Those comments have set off a broader debate about the country’s education system and whether it provides the support students need to develop...

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Sviluppo AI responsabile, Kimi K3, DS4 Flash e la frontiera a fette: ZiP 3

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Come pensiamo di gestire lo sviluppo dell’AI?
- Proposta di Demis: https://x.com/demishassabis/status/2076957440109625718
- Anche Amodei propone qualcosa di simile: https://darioamodei.com/post/policy-on-the-ai-exponential
- Musk ne parla at length in questa intervista: https://www.youtube.com/watch?v=XuoqKYxDHVc
- E addirittura Xi: https://mattsheehan.substack.com/p/xi-jinpings-big-ai-speech-annotated
- Abbiamo anche una lettera aperta: https://www.pacingthefrontier.com/

Kimi unveiled e il nuovo DeepSeek V4 — cosa c’è di nuovo?
- Paper di Kimi: https://arxiv.org/pdf/2607.24653
- Deep Seek: https://api-docs.deepseek.com/updates/
- Ps: DGX Station: https://www.nvidia.com/en-us/products/workstations/dgx-station/

Frontiera a fette: matematica, esperti, gaming e trovare le idee
- 10 OpenAI Math: https://openai.com/index/ten-advances-in-mathematics/
- OpenAI for researchers: https://openai.com/index/chatgpt-for-academic-researchers/
- Demo: https://x.com/mattshumer_/status/2081054356405731740
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Antirazzismo, dalla regolarizzazione all’organizzazione

Il compito della sinistra rivoluzionaria e internazionalista non consiste solo nell’ampliare i diritti, ma nel costruire quella forza sociale in grado di trasformare i rapporti di potere su cui si regge il capitalismo

★ Iosu del Moral, Antikapitalistak Euskal★

La recente regolarizzazione di decine di migliaia di migranti nello Stato spagnolo costituisce, senza dubbio, una buona notizia. Per coloro che per anni sono rimasti intrappolati nell’economia sommersa, privati dei diritti e condannati a un’esistenza amministrativa invisibile, ottenere un permesso di soggiorno significa smettere di essere un fantasma per lo Stato. Significa poter accedere a un lavoro con maggiori garanzie, affittare un alloggio o esercitare diritti che non avrebbero mai dovuto dipendere da un documento. Ogni estensione dei diritti per la classe lavoratrice merita di essere difesa.

Tuttavia, sarebbe un errore politico fermarsi qui nell’analisi. La regolarizzazione è una conquista, ma non una soluzione. È l’inizio di un compito molto più ambizioso. La sinistra rivoluzionaria non può accontentarsi del fatto che una parte di coloro che ieri erano considerati «clandestini» oggi entri a far parte della forza lavoro legalmente sfruttabile. La domanda veramente importante non è quante persone ottengano i documenti, ma cosa succeda dopo. Perché il problema non è mai stato solo amministrativo; il problema rimane chi detiene il potere e chi ne subisce le conseguenze di un sistema economico costruito per beneficaire una minoranza a costo del lavoro dell’immensa maggioranza.

La migrazione non può essere intesa come una semplice questione umanitaria. Fa parte del normale funzionamento del capitalismo contemporaneo. Per secoli, le potenze occidentali hanno costruito gran parte della loro ricchezza attraverso il colonialismo, il saccheggio delle risorse e la subordinazione economica di vaste regioni dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. L’indipendenza politica non è mai stata accompagnata da una vera emancipazione economica. Sono cambiate le bandiere, ma non i rapporti di dipendenza. Laddove un tempo governavano le amministrazioni coloniali, oggi lo fanno il debito estero, gli organismi finanziari internazionali, i trattati commerciali iniqui o le grandi multinazionali che continuano ad appropriarsi delle risorse e della ricchezza del Sud del mondo. E poi ci chiediamo perché milioni di persone abbandonino le proprie case.

La risposta è ben meno misteriosa di quanto alcuni vogliano far credere. La stragrande maggioranza delle migrazioni contemporanee è conseguenza della povertà, della guerra, del saccheggio economico o dell’assoluta assenza di prospettive di vita. Nessuno attraversa il Mediterraneo su una barca di fortuna per spirito avventuroso. Quando una persona è disposta a rischiare la vita per attraversare un confine è perché restare comporta, molto spesso, un rischio ancora maggiore. L’orizzonte della sinistra internazionalista non può limitarsi a facilitare i processi di regolarizzazione, ma deve aspirare a un mondo in cui nessuno debba abbandonare la propria terra per sopravvivere e dove chiunque possa spostarsi liberamente per propria scelta e non per necessità.

Ecco perché risulta profondamente ipocrita ascoltare certi discorsi sull’«invasione migratoria». Il capitalismo non ha mai avuto un problema con l’immigrazione. Ciò che lo infastidisce sono i lavoratori che godono di diritti. Ha sempre avuto bisogno di manodopera abbondante, a basso costo e vulnerabile. Chi teme l’espulsione o di perdere il permesso di soggiorno accetta condizioni che difficilmente accetterebbe chi può rivolgersi a un sindacato o denunciare l’azienda per cui lavora. In sostanza, più paura hai, più sei redditizio per il sistema.

L’irregolarità amministrativa non costituisce un difetto del sistema. Fa parte del suo funzionamento. È uno strumento che permette di disciplinare la forza lavoro, contenere i salari e aumentare lo sfruttamento. Marx definì questo meccanismo come l’esercito industriale di riserva. Più di un secolo e mezzo dopo, continua ad essere pienamente vigente. La minaccia non è più solo la disoccupazione; lo è anche l’esistenza di centinaia di migliaia di lavoratori privati dei propri diritti, la cui vulnerabilità serve a esercitare pressione al ribasso sulle condizioni di lavoro dell’intera classe operaia.

Nel frattempo, ci tengono occupati discutendo di frontiere. Questa è sempre stata una delle maggiori vittorie ideologiche del capitalismo: riuscire a far sì che i penultimi in fondo alla scala sociale puntino il dito contro gli ultimi, mentre coloro che realmente concentrano la ricchezza rimangono accuratamente fuori dal centro dell’attenzione. Chi è nato qui finisce per vedere come una minaccia chi è appena arrivato, quando entrambe le persone condividono esattamente lo stesso problema. Dipendono dalla vendita della propria forza lavoro per sopravvivere, mentre una minoranza vive appropriandosi del lavoro altrui.

Neanche la comunità dei migranti costituisce una realtà omogenea. Anche tra coloro che attraversano i confini esistono classi sociali. Ci sono imprenditori, grandi patrimoni ed élite economiche per i quali i confini praticamente non esistono. Il denaro non ha mai avuto bisogno di un visto. Chi ne ha bisogno sono coloro che possiedono solo la propria forza lavoro.

La stragrande maggioranza dei migranti appartiene, tuttavia, alle classi lavoratrici e popolari. Ciò non significa che condividano automaticamente la stessa coscienza politica. Tra loro troviamo persone profondamente influenzate dall’ideologia neoliberista, altre prive di esperienza organizzativa e molte la cui priorità quotidiana consiste semplicemente nel sopravvivere. Lo sfruttamento, di per sé, non genera mai coscienza di classe. Se così fosse, il capitalismo sarebbe scomparso da tempo. La coscienza si costruisce attraverso l’organizzazione, l’esperienza collettiva e il conflitto. Pensare che la precarietà produca automaticamente soggetti rivoluzionari significa abbandonare uno dei compiti fondamentali della sinistra, che non è altro che contendere l’egemonia ideologica là dove oggi domina l’individualismo.

È inoltre opportuno mettere in discussione un certo paternalismo presente anche in alcuni settori progressisti. Spesso l’immigrazione viene giustificata affermando che «abbiamo bisogno di persone che lavorino per prendersi cura dei nostri anziani o per raccogliere la frutta». Apparentemente sembra un argomento solidale, ma riduce il valore dei migranti alla loro utilità economica. Non risulta nemmeno più convincente rispondere dicendo che «arrivano anche professionisti del settore medico o dell’ingegneria», come se ciò conferisse maggiore legittimità all’attraversamento di una frontiera. Da una prospettiva socialista, nessuna attività socialmente necessaria possiede maggiore dignità di un’altra. Una società non può reggersi senza chi pulisce gli ospedali, coltiva il cibo, costruisce abitazioni o si prende cura delle persone non autosufficienti. Il classismo non scompare solo perché si cambia discorso.

La questione veramente decisiva inizia quando la regolarizzazione smette di essere l’obiettivo e diventa solo il punto di partenza. Ottenere i documenti modifica la situazione giuridica di una persona, ma altera appena il rapporto di forze che determina la sua posizione all’interno dei rapporti di produzione. L’organizzazione, invece, trasforma sì quel rapporto perché converte i problemi individuali in conflitti collettivi e dota la classe lavoratrice della capacità di contendere il potere al capitale. Questa è la differenza tra una conquista amministrativa e una strategia di emancipazione.

Per troppo tempo una parte importante della sinistra ha incentrato la propria azione politica, a ragione, sulla denuncia della Ley de Extranjería, combattere il razzismo istituzionale o rivendicare processi di regolarizzazione. Tutto ciò rimane indispensabile, ma non può diventare il limite massimo delle nostre aspirazioni. Integrare meglio i migranti in un sistema basato sullo sfruttamento non elimina tale sfruttamento. Il compito della sinistra rivoluzionaria e internazionalista non consiste solo nell’ampliare i diritti, ma nel costruire la forza sociale capace di trasformare i rapporti di potere su cui si regge il capitalismo.

A tal fine è necessario prendere atto di una realtà che troppe organizzazioni continuano a non voler vedere. La composizione della classe operaia è profondamente cambiata. Il proletariato europeo del XXI secolo è molto più diversificato, più femminilizzato e più razzializzato. Pretendere di ricostruire il movimento operaio ignorando questa trasformazione equivale a organizzare una classe che non esiste più. La sinistra di rottura non dovrebbe basarsi su un insieme di risposte immutabili, ma cercare di applicare un metodo per comprendere una realtà in continuo mutamento. E quella realtà ci dice che gran parte del conflitto tra capitale e lavoro si svolge oggi proprio là dove si concentrano i settori più precari della popolazione migrante.

Non è un caso che gran parte di questi lavoratori finisca per occupare i lavori più duri e peggio retribuiti, come l’agricoltura, l’edilizia, il settore alberghiero, la logistica, le pulizie, le consegne, il lavoro domestico o l’assistenza. Si tratta di settori caratterizzati da lavoro a tempo determinato, subappalto, infortuni sul lavoro ed enormi difficoltà nell’esercizio dei diritti sindacali. Proprio per questo costituiscono alcuni degli spazi strategici da cui mettere in pratica un sindacalismo di classe in grado di rispondere alla realtà del XXI secolo.

Ma l’organizzazione non nasce per decreto. La fiducia si costruisce lentamente, condividendo i conflitti quotidiani, partecipando alla vita dei quartieri, alle associazioni di quartiere, alle piattaforme per il diritto alla casa, alle reti di sostegno reciproco o alle stesse organizzazioni promosse dalle comunità migranti. È lì che emergono figure di riferimento capaci di trasformare i problemi individuali in rivendicazioni collettive. La sinistra rivoluzionaria deve abbandonare ogni tentazione paternalistica. Non si tratta di organizzare i migranti, ma di organizzarsi con loro, costruendo strumenti  politici che rispondano alla composizione reale dell’attuale classe lavoratrice.

La storia è piena di esempi che dimostrano che questa strada non solo è possibile, ma anche efficace. Negli anni Trenta del secolo scorso, la Cannery and Agricultural Workers’ Industrial Union organizzò migliaia di lavoratori agricoli e delle conserve, molti dei quali migranti, in California. Decenni dopo, la campagna «Justice for Janitors», promossa dal Service Employees International Union (SEIU), trasformò il sindacalismo dei lavoratori delle pulizie negli Stati Uniti organizzando migliaia di lavoratori migranti attraverso la mobilitazione e l’azione diretta. Più recentemente, organizzazioni come United Voices of the World o l’Independent Workers’ Union of Great Britain hanno dimostrato che anche i settori più precari possono conquistare diritti quando c’è organizzazione. Nella Spagna, le lotte delle lavoratrici domestiche e di assistenza rappresentano anch’esse una delle esperienze più preziose del sindacalismo di classe degli ultimi anni.

Tutto ciò pone una responsabilità ineludibile per il sindacalismo combattivo e per le organizzazioni rivoluzionarie. Per troppo tempo abbiamo aspettato che questi lavoratori e queste lavoratrici arrivassero alle nostre strutture. Forse è giunto il momento di comprendere che siamo noi a dover essere presenti là dove oggi si trova la nuova composizione della classe lavoratrice. È nei quartieri popolari, nelle zone industriali, negli alberghi, nelle serre o negli spazi comunitari che si costruiscono legami di solidarietà. Non per parlare a nome di nessuno, ma per costruire un’organizzazione insieme a chi subisce le forme più intense di sfruttamento.

Forse il più grande trionfo del neoliberismo non è stato solo la privatizzazione delle imprese pubbliche o la distruzione dei diritti del lavoro. La sua più grande vittoria è stata quella di convincere milioni di persone che non fanno più parte di una stessa classe sociale. Ci hanno insegnato a competere piuttosto che a cooperare e a cercare soluzioni individuali a problemi profondamente collettivi. Mentre il penultimo punta il dito contro l’ultimo, chi sta in cima continua ad accumulare ricchezza.

Perché le élite economiche non hanno mai perso la loro coscienza di classe. Non hanno mai smesso di organizzarsi. Si coordinano attraverso consigli di amministrazione, fondi di investimento, grandi multinazionali e lobby imprenditoriali per difendere interessi comuni. Il paradosso è che chi ha meno bisogno di organizzarsi è chi è meglio organizzato. Al contrario, chi produce tutta la ricchezza sociale è stato convinto che ognuno debba cavarsela da solo.

Ecco perché il muro più alto del nostro tempo non separa i paesi; separa le classi sociali. La vera frontiera non divide chi è nato a Bilbao da chi è nato a Dakar, Bogotá o Shanghai. Divide chi vive del proprio lavoro da chi vive appropriandosi del lavoro altrui. Tutto il resto sono frontiere politiche e culturali che lo stesso sistema alimenta per impedire alla maggioranza sociale di identificare dove risiede realmente il potere.

La regolarizzazione può restituire diritti e dignità a migliaia di persone, e per questo merita di essere difesa. Ma l’organizzazione può fare qualcosa di molto più importante: trasformare un insieme di lavoratori isolati in una forza collettiva capace di contendere il potere economico. Questo dovrebbe essere uno dei compiti fondamentali del sindacalismo di classe e della sinistra rivoluzionaria nei prossimi anni.

Perché nessun fondo di investimento ha mai mietuto un raccolto, pulito un ospedale, assistito una persona non autosufficiente o costruito un’abitazione. Tutto ciò che sostiene questo mondo nasce, ieri come oggi, dalle mani di chi lavora. La questione non è se la classe lavoratrice abbia forza sufficiente per cambiare la società. La questione è per quanto tempo continuerà a ignorare che quella forza è sempre stata sua.

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Le mappe mensili della sismicità, luglio 2026

Sono stati 1482 gli eventi registrati dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale dall’1 al 31 luglio 2026, un numero quasi invariato rispetto al precedente mese di giugno, con una media che rimane costante con circa 47 terremoti al giorno. Dei 1482 eventi registrati, 138 terremoti hanno avuto una magnitudo pari o superiore a 2.0 e soltanto 15 eventi magnitudo pari o superiore a 3.0. 

Nell’ultimo giorno del mese, il 31 luglio, è stato registrato il terremoto di magnitudo maggiore avvenuto sul territorio nazionale. Alle ore 19:46 italiane nell’area dei Campi Flegrei, è stato localizzato un terremoto di magnitudo Md 4.7, ad una profondità pari a circa 3 km, con epicentro tra Pozzuoli e Quarto. L’evento è stato risentito in tutta l’area dei Campi Flegrei, in tutta la città di Napoli, ad Ischia e nella penisola sorrentina con risentimenti fino al VI-VII grado MCS. Con questa forte scossa è iniziato uno sciame sismico con numerosi eventi tra i quali anche diversi  terremoti di magnitudo superiore a 3.

Durante questo mese ricordiamo anche altri terremoti che hanno superato magnitudo 4 avvenuti tra il 24 e il 25 luglio con epicentro in Mar Tirreno Meridionale (ML 4.5), in territorio austriaco (ML 4.1) e infine il terremoto del 25 luglio di magnitudo Mw 4.2 (ML 4.1) con epicentro in provincia di Isernia , risentito in un’area molto estesa dal Tirreno all’Adriatico, in particolare nelle province di Isernia, Frosinone, L’Aquila, Campobasso con valori di intensità fino al V-VI grado MCS. 

Le mappe, insieme ad altri prodotti del monitoraggio, sono disponibili sul sito dell’Osservatorio Nazionale Terremoti e sul Portale Web dell’INGV.

La rubrica “I terremoti del mese” è a cura di M. Pignone (INGV-ONT) .

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IA, la grande escroquerie

Cet article est une republication, avec l’accord de l’auteur, Hubert Guillaud. Il a été publié en premier le 04 septembre 2025 sur le site Dans Les Algorithmes sous licence CC BY-NC-SA.

Tout l’été, profitez de republications de « Dans Les Algorithmes » ! Rendez-vous tous les dimanches de juillet et d’août pour réfléchir, ensemble, sur les enjeux de l’Intelligence Artificielle.


Emily Bender et Alex Hanna publient The AI con, « L’escroquerie de l’IA ». Une synthèse très documentée qui nous invite à lutter contre le monde que nous proposent les géants de l’IA. Lecture.

 

 

 

 

 

 

Le livre est intitulé "The AI Con. How to fight Big Tech's hype and create the future we want."

La couverture du livre d’Emily Bender et Alex Hanna.

L’arnaque de l’IA est le titre d’un essai que signent la linguiste Emily Bender et la sociologue Alex Hanna : The AI con : how to fight big tech’s hype and create the future we want (HarperCollins, 2025, non traduit). Emily Bender est professeure de linguistique à l’université de Washington. Elle fait partie des 100 personnalités de l’IA distinguées par le Time en 2023. Elle est surtout connue pour être l’une des co-auteure avec Timnit Gebru, Angelina McMillan-Major et Margaret Mitchell du fameux article sur les Perroquets stochastiques, critique du développement des grands modèles de langage (voir l’interview du Monde avec Emily Bender). Alex Hanna, elle, est sociologue. Elle est la directrice de la recherche de DAIR, Distributed AI Research Institut. Les deux chercheuses publient également une newsletter commune et un podcast éponyme, « Mystery AI Hype Theater 3000 », où elles discutent avec nombre de chercheurs du domaine.

AI con pourrait paraître comme un brûlot technocritique, mais il est plutôt une synthèse très documentée de ce qu’est l’IA et de ce qu’elle n’est pas. L’IA est une escroquerie, expliquent les autrices, un moyen que certains acteurs ont trouvé “pour faire les poches de tous les autres”. « Quelques acteurs majeurs bien placés se sont positionnés pour accumuler des richesses importantes en extrayant de la valeur du travail créatif, des données personnelles ou du travail d’autres personnes et en remplaçant des services de qualité par des fac-similés ». Pour elles, l’IA tient bien plus d’une pseudo-technologie qu’autre chose.

L’escroquerie tient surtout dans le discours que ces acteurs tiennent, le battage médiatique, la hype qu’ils entretiennent, les propos qu’ils disséminent pour entretenir la frénésie autour de leurs outils et services. Le cadrage que les promoteurs de l’IA proposent leur permet de faire croire en leur puissance tout en invisibilisant ce que l’IA fait vraiment : « menacer les carrières stables et les remplacer par du travail à la tâche, réduire le personnel, déprécier les services sociaux et dégrader la créativité humaine ».

L’IA n’est rien d’autre que du marketing

Bender et Hanna nous le rappellent avec force. « L’intelligence artificielle est un terme marketing ». L’IA ne se réfère pas à un ensemble cohérent de technologies. « L’IA permet de faire croire à ceux à qui on la vend que la technologie que l’on vend est similaire à l’humain, qu’elle serait capable de faire ce qui en fait, nécessite intrinsèquement le jugement, la perception ou la créativité humaine ». Les calculatrices sont bien meilleures que les humains pour l’arithmétique, on ne les vend pas pour autant comme de l’IA.

L’IA sert à automatiser les décisions, à classifier, à recommander, à traduire et transcrire et à générer des textes ou des images. Toutes ces différentes fonctions assemblées sous le terme d’IA créent l’illusion d’une technologie intelligente, magique, qui permet de produire de l’acceptation autour de l’automatisation quelles que soient ses conséquences, par exemple dans le domaine de l’aide sociale. Le battage médiatique, la hype, est également un élément important, car c’est elle qui conduit l’investissement dans ces technologies, qui explique l’engouement pour cet ensemble de méthodes statistiques appelé à changer le monde. « La fonction commerciale de la hype technologique est de booster la vente de produits ». Altman et ses confrères ne sont que des publicitaires qui connectent leurs objectifs commerciaux avec les imaginaires machiniques. Et la hype de l’IA nous promet une vie facile où les machines prendront notre place, feront le travail difficile et répétitif à notre place. 

En 1956, quand John McCarthy et Marvin Minsky organisent un atelier au Dartmouth College pour discuter de méthodes pour créer des machines pensantes, le terme d’IA s’impose, notamment pour exclure Norbert Wiener, le pionnier, qui parle lui de cybernétique, estiment les chercheuses. Le terme d’intelligence artificielle va servir pour désigner des outils pour le guidage de systèmes militaires, afin d’attirer des investissements dans le contexte de la guerre froide. Dès le début, la « discipline » repose donc sur de grandes prétentions sans grande caution scientifique, de mauvaises pratiques de citation scientifiques et des objectifs fluctuants pour justifier les projets et attirer les investissements, expliquent Bender et Hanna. Des pratiques qui ont toujours cours aujourd’hui. Dès le début, les promoteurs de l’IA vont soutenir que les ordinateurs peuvent égaler les capacités humaines, notamment en estimant que les capacités humaines ne sont pas si complexes.

Des outils de manipulation… sans entraves

L’une des premières grande réalisation du domaine est le chatbot Eliza de Joseph Weizenbaum, nommée ainsi en référence à Eliza Doolittle, l’héroïne de Pygmalion, la pièce de George Bernard Shaw. Eliza Doolittle est la petite fleuriste prolétaire qui apprend à imiter le discours de la classe supérieure. Derrière ce nom très symbolique, le chatbot est conçu comme un psychothérapeute capable de soutenir une conversation avec son interlocuteur en lui renvoyant sans cesse des questions depuis les termes que son interlocuteur emploie. Weizenbaum était convaincu qu’en montrant le fonctionnement très basique et très trompeur d’Eliza, il permettrait aux utilisateurs de comprendre qu’on ne pouvait pas compatir à ses réponses. C’est l’inverse qui se produisit pourtant. Tout mécanique qu’était Eliza, Weizenbaum a été surpris de l’empathie générée par son tour de passe-passe, comme l’expliquait Ben Tarnoff. Eliza n’en sonne pas moins l’entrée dans l’âge de l’IA. Son créateur, lui, passera le reste de sa vie à être très critique de l’IA, d’abord en s’inquiétant de ses effets sur les gens. Eliza montrait que le principe d’imitation de l’humain se révélait particulièrement délétère, notamment en trompant émotionnellement ses interlocuteurs, ceux-ci interprétant les réponses comme s’ils étaient écoutés par cette machine. Dès l’origine, donc, rappellent Bender et Hanna, l’IA est une discipline de manipulation sans entrave biberonnée aux investissements publics et à la spéculation privée.

Bien sûr, il y a des applications de l’IA bien testées et utiles, conviennent-elles. Les correcteurs orthographiques par exemple ou les systèmes d’aide à la détection d’anomalies d’images médicales. Mais, en quelques années, l’IA est devenue la solution à toutes les activités humaines. Pourtant, toutes, mêmes les plus accomplies, comme les correcteurs orthographiques ou les systèmes d’images médicales ont des défaillances. Et leurs défaillances sont encore plus vives quand les outils sont imbriqués à d’autres et quand leurs applications vont au-delà des limites de leurs champs d’application pour lesquels elles fonctionnent bien. Dans leur livre, Bender et Hanna multiplient les exemples de défaillances, comme celles que nous évoquons en continu ici, Dans les algorithmes.

Ces défaillances dont la presse et la recherche se font souvent les échos ont des points communs. Toutes reposent sur des gens qui nous survendent les systèmes d’automatisation comme les très versatiles « machines à extruder du texte » – c’est ainsi que Bender et Hanna parlent des chatbots, les comparant implicitement à des imprimantes 3D censées imprimer, plus ou moins fidèlement, du texte depuis tous les textes, censées extruder du sens ou plutôt nous le faire croire, comme Eliza nous faisait croire en sa conscience, alors qu’elle ne faisait que berner ses utilisateurs. C’est bien plus nous que ces outils qui sommes capables de mettre du sens là où il n’y en a pas. Comme si ces outils n’étaient finalement que des moteurs à produire des paréidolies, des apophénies, c’est-à-dire du sens, des causalités, là où il n’y en a aucune. « L’IA n’est pas consciente : elle ne va pas rendre votre travail plus facile et les médecins IA ne soigneront aucun de vos maux ». Mais proclamer que l’IA est ou sera consciente produit surtout des effets sur le corps social, comme Eliza produit des effets sur ses utilisateurs. Malgré ce que promet la hype, l’IA risque bien plus de rendre votre travail plus difficile et de réduire la qualité des soins. « La hype n’arrive pas par accident. Elle remplit une fonction : nous effrayer et promettre aux décideurs et aux entrepreneurs de continuer à se remplir les poches ».

Déconstruire l’emballement

Dans leur livre, Bender et Hanna déconstruisent l’emballement. En rappelant d’abord que ces machines ne sont ni conscientes ni intelligentes. L’IA n’est que le résultat d’un traitement statistique à très grande échelle, comme l’expliquait Kate Crawford dans son Contre-Atlas de l’intelligence artificielle. Pourtant, dès les années 50, Minsky promettait déjà la simulation de la conscience. Mais cette promesse, cette fiction, ne sert que ceux qui ont quelque chose à vendre. Cette fiction de la conscience ne sert qu’à dévaluer la nôtre. Les « réseaux neuronaux » sont un terme fallacieux, qui vient du fait que ces premières machines s’inspiraient de ce qu’on croyait savoir du fonctionnement des neurones du cerveau humain dans les années 40. Or, ces systèmes ne font que prédire statistiquement le mot suivant dans leurs données de références. ChatGPT n’est rien d’autre qu’une « saisie automatique améliorée ». Or, comme le rappelle l’effet Eliza, quand nous sommes confrontés à du texte ou à des signes, nous l’interprétons automatiquement. Les bébés n’apprennent pas le langage par une exposition passive et isolée, rappelle la linguiste. Nous apprenons le langage par l’attention partagée avec autrui, par l’intersubjectivité. C’est seulement après avoir appris un langage en face à face que nous pouvons l’utiliser pour comprendre les autres artefacts linguistiques, comme l’écriture. Mais nous continuons d’appliquer la même technique de compréhension : « nous imaginons l’esprit derrière le texte ». Les LLM n’ont ni subjectivité ni intersubjectivité. Le fait qu’ils soient modélisés pour produire et distribuer des mots dans du texte ne signifie pas qu’ils aient accès au sens ou à une quelconque intention. Ils ne produisent que du texte synthétique plausible. ChatGPT n’est qu’une machine à extruder du texte, « comme un processus industriel extrude du plastique ». Leur fonction est une fonction de production… voire de surproduction.

Les promoteurs de l’IA ne cessent de répéter que leurs machines approchent de la conscience ou que les êtres humains, eux aussi, ne seraient que des perroquets stochastiques. Nous ne serions que des versions organiques des machines et nous devrions échanger avec elles comme si elles étaient des compagnons ou des amis. Dans cet argumentaire, les humains sont réduits à des machines. Weizenbaum estimait pourtant que les machines resserrent plutôt qu’élargissent notre humanité en nous conduisant à croire que nous serions comme elles. « En confiant tant de décisions aux ordinateurs, pensait-il, nous avions créé un monde plus inégal et moins rationnel, dans lequel la richesse de la raison humaine avait été réduite à des routines insensées de code », rappelle Tarnoff. L’informatique réduit les gens et leur expérience à des données. Les promoteurs de l’IA passent leur temps à dévaluer ce que signifie être humain, comme l’ont montré les critiques de celles qui, parce que femmes, personnes trans ou de couleurs, ne sont pas toujours considérées comme des humains, comme celles de Joy Buolamnwini, Timnit Gebru, Sasha Costanza-Chock ou Ruha Benjamin. Cette manière de dévaluer l’humain par la machine, d’évaluer la machine selon sa capacité à résoudre les problèmes n’est pas sans rappeler les dérives de la mesure de l’intelligence et ses délires racistes. La mesure de l’intelligence a toujours été utilisée pour justifier les inégalités de classe, de genre, de race. Et le délire sur l’intelligence des machines ne fait que les renouveler. D’autant que ce mouvement vers l’IA comme industrie est instrumenté par des millionnaires tous problématiques, de Musk à Thiel en passant par Altman ou Andreessen… tous promoteurs de l’eugénisme, tous ultraconservateurs quand ce n’est pas ouvertement fascistes. Bender et Hanna égrènent à leur tour nombre d’exemples des propos problématiques des entrepreneurs et financiers de l’IA. L’IA est un projet politique porté par des gens qui n’ont rien à faire de la démocratie parce qu’elle dessert leurs intérêts et qui tentent de nous convaincre que la rationalité qu’ils portent serait celle dont nous aurions besoin, oubliant de nous rappeler que leur vision du monde est profondément orientée par leurs intérêts – je vous renvoie au livre de Thibault Prévost, Les prophètes de l’IA, qui dit de manière plus politique encore que Bender et Hanna, les dérives idéologiques des grands acteurs de la tech.

De l’automatisation à l’IA : dévaluer le travail

L’IA se déploie partout avec la même promesse, celle qu’elle va améliorer la productivité, quand elle propose d’abord « de remplacer le travail par la technologie ». « L’IA ne va pas prendre votre job. Mais elle va rendre votre travail plus merdique », expliquent les chercheuses. « L’IA est déployée pour dévaluer le travail en menaçant les travailleurs par la technologie qui est supposée faire leur travail à une fraction de son coût ».

En vérité, aucun de ces outils ne fonctionnerait s’ils ne tiraient pas profits de  contenus produits par d’autres et s’ils n’exploitaient pas une force de travail massive et sous payée à l’autre bout du monde. L’IA ne propose que de remplacer les emplois et les carrières que nous pouvons bâtir, par du travail à la tâche. L’IA ne propose que de remplacer les travailleurs de la création par des « babysitters de machines synthétiques ».

L’automatisation et la lutte contre l’automatisation par les travailleurs n’est pas nouvelle, rappellent les chercheuses. L’innovation technologique a toujours promis de rendre le travail plus facile et plus simple en augmentant la productivité. Mais ces promesses ne sont que « des fictions dont la fonction ne consiste qu’à vendre de la technologie. L’automatisation a toujours fait partie d’une stratégie plus vaste visant à transférer les coûts sur les travailleurs et à accumuler des richesses pour ceux qui contrôlent les machines. »

Ceux qui s’opposent à l’automatisation ne sont pas de simples Luddites qui refuseraient le progrès (ceux-ci d’ailleurs n’étaient pas opposés à la technologie et à l’innovation, comme on les présente trop souvent, mais bien plus opposés à la façon dont les propriétaires d’usines utilisaient la technologie pour les transformer, d’artisans en ouvriers, avec des salaires de misères, pour produire des produits de moins bonnes qualités et imposer des conditions de travail punitives, comme l’expliquent Brian Merchant dans son livre, Blood in the Machine ou Gavin Mueller dans Breaking things at work. L’introduction des machines dans le secteur de la confection au début du XIXe siècle au Royaume-Uni a réduit le besoin de travailleurs de 75 %. Ceux qui sont entrés dans l’industrie ont été confrontés à des conditions de travail épouvantables où les blessures étaient monnaies courantes. Les Luddites étaient bien plus opposés aux conditions de travail de contrôle et de coercition qui se mettaient en place qu’opposés au déploiement des machines), mais d’abord des gens concernés par la dégradation de leur santé, de leur travail et de leur mode de vie.

L’automatisation pourtant va surtout exploser avec le 20e siècle, notamment dans l’industrie automobile. Chez Ford, elle devient très tôt une stratégie. Si l’on se souvient de Ford pour avoir offert de bonnes conditions de rémunération à ses employés (afin qu’ils puissent s’acheter les voitures qu’ils produisaient), il faut rappeler que les conditions de travail étaient tout autant épouvantables et punitives que dans les usines de la confection du début du XIXe siècle. L’automatisation a toujours été associée à la fois au chômage et au surtravail, rappellent les chercheuses. Les machines de minage, introduites dès les années 50 dans les mines, permettaient d’employer 3 fois moins de personnes et étaient particulièrement meurtrières. Aujourd’hui, la surveillance qu’Amazon produit dans ses entrepôts vise à contrôler la vitesse d’exécution et cause elle aussi blessures et stress. L’IA n’est que la poursuite de cette longue tradition de l’industrie à chercher des moyens pour remplacer le travail par des machines, renforcer les contraintes et dégrader les conditions de travail au nom de la productivité.

D’ailleurs, rappellent les chercheuses, quatre mois après la sortie de ChatGPT, les chercheurs d’OpenAI ont publié un rapport assez peu fiable sur l’impact du chatbot sur le marché du travail. Mais OpenAI, comme tous les grands automatiseurs, a vu très tôt son intérêt à promouvoir l’automatisation comme un job killer. C’est le cas également des cabinets de conseils qui vendent aux entreprises des modalités pour réaliser des économies et améliorer les profits, et qui ont également produit des rapports en ce sens. Le remplacement par la technologie est un mythe persistant qui n’a pas besoin d’être réel pour avoir des impacts.

Plus qu’un remplacement par l’IA, cette technologie propose d’abord de dégrader nos conditions de travail. Les scénaristes sont payés moins cher pour réécrire un script que pour en écrire un, tout comme les traducteurs sont payés moins cher pour traduire ce qui a été prémâché par l’IA. Pas étonnant alors que de nombreux collectifs s’opposent à leurs déploiements, à l’image des actions du collectif Safe Street Rebel de San Francisco contre les robots taxis et des attaques (récurrentes) contre les voitures autonomes. Les frustrations se nourrissent des « choses dont nous n’avons pas besoin qui remplissent nos rues, comme des contenus que nous ne voulons pas qui remplissent le web, comme des outils de travail qui s’imposent à nous alors qu’ils ne fonctionnent pas ». Les exemples sont nombreux, à l’image des travailleurs de l’association américaine de lutte contre les désordres alimentaires qui ont été remplacés, un temps, par un chatbot, deux semaines après s’être syndiqués. Un chatbot qui a dû être rapidement retiré, puisqu’il conseillait n’importe quoi à ceux qui tentaient de trouver de l’aide. « Tenter de remplacer le travail par des systèmes d’IA ne consiste pas à faire plus avec moins, mais juste moins pour plus de préjudices » – et plus de bénéfices pour leurs promoteurs. Dans la mode, les mannequins virtuels permettent de créer un semblant de diversité, alors qu’en réalité, ils réduisent les opportunités des mannequins issus de la diversité.

Babysitter les IA : l’exploitation est la norme

Dans cette perspective, le travail avec l’IA consiste de plus en plus à corriger leurs erreurs, à nettoyer, à être les babysitters de l’IA. Des babysitters de plus en plus invisibilisés. Les robotaxis autonomes de Cruise sont monitorés et contrôlés à distance. Tous les outils d’IA ont recours à un travail caché, invisible, externalisé. Et ce dès l’origine, puisqu’ImageNet, le projet fondateur de l’IA qui consistait à labelliser des images pour servir à l’entraînement des machines n’aurait pas été possible sans l’usage du service Mechanical Turk d’Amazon. 50 000 travailleurs depuis 167 pays ont été mobilisés pour créer le dataset qui a permis à l’IA de décoller. « Le modèle d’ImageNet consistant à exploiter des travailleurs à la tâche tout autour du monde est devenue une norme industrielle du secteur« . Aujourd’hui encore, le recours aux travailleurs du clic est persistant, notamment pour la correction des IA. Et les industries de l’IA profitent d’abord et avant tout l’absence de protection des travailleurs qu’ils exploitent.

Pas étonnant donc que les travailleurs tentent de répondre et de s’organiser, à l’image des scénaristes et des acteurs d’Hollywood et de leur 148 jours de grève. Mais toutes les professions ne sont pas aussi bien organisées. D’autres tentent d’autres méthodes, comme les outils des artistes visuels, Glaze et Nightshade, pour protéger leurs créations. Les travailleurs du clic eux aussi s’organisent, par exemple via l’African Content Moderators Union.

“Quand les services publics se tournent vers des solutions automatisées, c’est bien plus pour se décharger de leurs responsabilités que pour améliorer leurs réponses”

L’escroquerie de l’IA se développe également dans les services sociaux. Sous prétexte d’austérité, les solutions automatisées sont partout envisagées comme « la seule voie à suivre pour les services gouvernementaux à court d’argent ». L’accès aux services sociaux est remplacé par des « contrefaçons bon marchés » pour ceux qui ne peuvent pas se payer les services de vrais professionnels. Ce qui est surtout un moyen d’élargir les inégalités au détriment de ceux qui sont déjà marginalisés. Bien sûr, les auteurs font référence ici à des sources que nous avons déjà mobilisés, notamment Virginia Eubanks. « L’automatisation dans le domaine du social au nom de l’efficacité ne rend les autorités efficaces que pour nuire aux plus démunis » . C’est par exemple le cas de la détention préventive. En 2024, 500 000 américains sont en prison parce qu’ils ne peuvent pas payer leurs cautions. Pour remédier à cela, plusieurs États ont recours à des solutions algorithmiques pour évaluer le risque de récidive sans résoudre le problème, au contraire, puisque ces calculs ont surtout servi à accabler les plus démunis. À nouveau, « l’automatisation partout vise bien plus à abdiquer la gouvernance qu’à l’améliorer ».

“De partout, quand les services publics se tournent vers des solutions automatisées, c’est bien plus pour se décharger de leurs responsabilités que pour améliorer leurs réponses”, constatent, désabusées, Bender et Hanna. Et ce n’est pas qu’une caractéristique des autorités républicaines, se lamentent les chercheuses. Gavin Newsom, le gouverneur démocrate de la Californie démultiplie les projets d’IA générative, par exemple pour adresser le problème des populations sans domiciles afin de mieux identifier la disponibilité des refuges« Les machines à extruder du texte pourtant, ne savent que faire cela, pas extruder des abris ». De partout d’ailleurs, toutes les autorités publiques ont des projets de développement de chatbots et des projets de systèmes d’IA pour résoudre les problèmes de société. Les autorités oublient que ce qui affecte la santé, la vie et la liberté des gens nécessite des réponses politiques, pas des artifices artificiels.

Les deux chercheuses multiplient les exemples d’outils défaillants… dans un inventaire sans fin. Pourtant, rappellent-elles, la confiance dans ces outils reposent sur la qualité de leur évaluation. Celle-ci est pourtant de plus en plus le parent pauvre de ces outils, comme le regrettaient Sayash Kapoor et Arvind Narayanan dans leur livre. En fait, l’évaluation elle-même est restée déficiente, rappellent Hanna et Bender. Les tests sont partiels, biaisés par les données d’entraînements qui sont rarement représentatives. Les outils d’évaluation de la transcription automatique par exemple reposent sur le taux de mots erronés, mais comptent tout mots comme étant équivalent, alors que certains peuvent être bien plus importants que d’autres en contexte, par exemple, l’adresse est une donnée très importante quand on appelle un service d’urgence, or, c’est là que les erreurs sont les plus fortes.

« L’IA n’est qu’un pauvre facsimilé de l’État providence »

Depuis l’arrivée de l’IA générative, l’évaluation semble même avoir déraillé (voir notre article « De la difficulté à évaluer l’IA »). Désormais, ils deviennent des concours (par exemple en tentant de les classer selon leurs réponses à des tests de QI) et des outils de classements pour eux-mêmes, comme s’en inquiétaient déjà les chercheuses dans un article de recherche. La capacité des modèles d’IA générative à performer aux évaluations tient d’un effet Hans le malin, du nom du cheval qui avait appris à décoder les signes de son maître pour faire croire qu’il était capable de compter. On fait passer des tests qu’on propose aux professionnels pour évaluer ces systèmes d’IA, alors qu’ils ne sont pas faits pour eux et qu’ils n’évaluent pas tout ce qu’on regarde au-delà des tests pour ces professions, comme la créativité, le soin aux autres. Malgré les innombrables défaillances d’outils dans le domaine de la santé (on se souvient des algorithmes défaillants de l’assureur UnitedHealth qui produisait des refus de soins deux fois plus élevés que ses concurrents ou ceux d’Epic Systems ou d’autres encore pour allouer des soins, dénoncés par l’association nationale des infirmières…), cela n’empêche pas les outils de proliférer. Amazon avec One Medical explore le triage de patients en utilisant des chatbots, Hippocratic AI lève des centaines de millions de dollars pour produire d’épouvantables chatbots spécialisés. Et ne parlons pas des chatbots utilisés comme psy et coach personnels, aussi inappropriés que l’était Eliza il y a 55 ans… Le fait de pousser l’IA dans la santé n’a pas d’autres buts que de dégrader les conditions de travail des professionnels et d’élargir le fossé entre ceux qui seront capables de payer pour obtenir des soins et les autres qui seront laissés aux « contrefaçons électroniques bon marchés ». Les chercheuses font le même constat dans le développement de l’IA dans le domaine scolaire, où, pour contrer la généralisation de l’usage des outils par les élèves, les institutions investissent dans des outils de détection défaillants qui visent à surveiller et punir les élèves plutôt que les aider, et qui punissent plus fortement les étudiants en difficultés. D’un côté, les outils promettent aux élèves d’étendre leur créativité, de l’autre, ils sont surtout utilisés pour renforcer la surveillance. « Les étudiants n’ont pourtant pas besoin de plus de technologie. Ils ont besoin de plus de professeurs, de meilleurs équipements et de plus d’équipes supports ». Confrontés à l’IA générative, le secteur a du mal à s’adapter expliquait Taylor Swaak pour le Chronicle of Higher Education (voir notre récent dossier sur le sujet). Dans ce secteur comme dans tous les autres, l’IA est surtout vue comme un moyen de réduire les coûts. C’est oublier que l’école est là pour accompagner les élèves, pour apprendre à travailler et que c’est un apprentissage qui prend du temps. L’IA est finalement bien plus le symptôme des problèmes de l’école qu’une solution. Elle n’aidera pas à mieux payer les enseignants ou à convaincre les élèves de travailler…

Dans le social, la santé ou l’éducation, le développement de l’IA est obnubilé par l’efficacité organisationnelle : tout l’enjeu est de faire plus avec moins. L’IA est la solution de remplacement bon marché. « L’IA n’est qu’un pauvre facsimilé de l’État providence ». « Elle propose à tous ce que les techs barons ne voudraient pas pour eux-mêmes ». « Les machines qui produisent du texte synthétique ne combleront pas les lacunes de la fabrique du social ».

On pourrait généraliser le constat que nous faisions avec Clearview : l’investissement dans ces outils est un levier d’investissement idéologique qui vise à créer des outils pour contourner et réduire l’État providence, modifier les modèles économiques et politiques.

L’IA, une machine à produire des dommages sociaux

« Nous habitons un écosystème d’information qui consiste à établir des relations de confiance entre des publications et leurs lecteurs. Quand les textes synthétiques se déversent dans cet écosystème, c’est une forme de pollution qui endommage les relations comme la confiance ». Or l’IA promet de faire de l’art bon marché. Ce sont des outils de démocratisation de la créativité, explique par exemple le fondateur de Stability AI, Emad Mostaque. La vérité n’est pourtant pas celle-ci. L’artiste Karla Ortiz, qui a travaillé pour Marvel ou Industrial Light and Magic, expliquait qu’elle a très tôt perdu des revenus du fait de la concurrence initiée par l’IA. Là encore, les systèmes de génération d’image sont déployés pour perturber le modèle économique existant permettant à des gens de faire carrière de leur art. Tous les domaines de la création sont en train d’être déstabilisés. Les “livres extrudés” se démultiplient pour tenter de concurrencer ceux d’auteurs existants ou tromper les acheteurs. Dire que l’IA peut faire de l’art, c’est pourtant mal comprendre que l’art porte toujours une intention que les générateurs ne peuvent apporter. L’art sous IA est asocial, explique la sociologue Jennifer Lena. Quand la pratique artistique est une activité sociale, forte de ses pratiques éthiques comme la citation scientifique. La génération d’images, elle, est surtout une génération de travail dérivé qui copie et plagie l’existant. L’argument génératif semble surtout sonner creux, tant les productions sont souvent identiques aux données depuis lesquelles les textes et images sont formés, soulignent Bender et Hanna. Le projet Galactica de Meta, soutenu par Yann Le Cun lui-même, qui promettait de synthétiser la littérature scientifique et d’en produire, a rapidement été dé-publié. « Avec les LLM, la situation est pire que le garbage in/garbage out que l’on connaît” (c’est-à-dire, le fait que si les données d’entrées sont mauvaises, les résultats de sortie le seront aussi). Les LLM produisent du « papier-mâché des données d’entraînement, les écrasant et remixant dans de nouvelles formes qui ne savent pas préserver l’intention des données originelles”. Les promesses de l’IA pour la science répètent qu’elle va pouvoir accélérer la science. C’était l’objectif du grand défi, lancé en 2016 par le chercheur de chez Sony, Hiroaki Kitano : concevoir un système d’IA pour faire des découvertes majeures dans les sciences biomédicales (le grand challenge a été renommé, en 2021, le Nobel Turing Challenge). Là encore, le défi a fait long feu. « Nous ne pouvons déléguer la science, car la science n’est pas seulement une collection de réponses. C’est d’abord un ensemble de processus et de savoirs ». Or, pour les thuriféraires de l’IA, la connaissance scientifique ne serait qu’un empilement, qu’une collection de faits empiriques qui seraient découverts uniquement via des procédés techniques à raffiner. Cette fausse compréhension de la science ne la voit jamais comme l’activité humaine et sociale qu’elle est avant tout. Comme dans l’art, les promoteurs de l’IA ne voient la science que comme des idées, jamais comme une communauté de pratique.

Cette vision de la science explique qu’elle devienne une source de solutions pour résoudre les problèmes sociaux et politiques, dominée par la science informatique, en passe de devenir l’autorité scientifique ultime, le principe organisateur de la science. La surutilisation de l’IA en science risque pourtant bien plus de rendre la science moins innovante et plus vulnérable aux erreurs, estiment les chercheuses. « La prolifération des outils d’IA en science risque d’introduire une phase de recherche scientifique où nous produisons plus, mais comprenons moins » , expliquaient dans Nature Lisa Messeri et M. J. Crockett (sans compter le risque de voir les compétences diminuer, comme le soulignait une récente étude sur la difficulté des spécialistes de l’imagerie médicale à détecter des problèmes sans assistance). L’IA propose surtout un point de vue non situé, une vue depuis nulle part, comme le dénonçait Donna Haraway : elle repose sur l’idée qu’il y aurait une connaissance objective indépendante de l’expérience. « L’IA pour la science nous fait croire que l’on peut trouver des solutions en limitant nos regards à ce qui est éclairé par la lumière des centres de données ». Or, ce qui explique le développement de l’IA scientifique n’est pas la science, mais le capital-risque et les big-tech. L’IA rend surtout les publications scientifiques moins fiables. Bien sûr, cela ne signifie pas qu’il faut rejeter en bloc l’automatisation des instruments scientifiques, mais l’usage généralisé de l’IA risque d’amener plus de risques que de bienfaits.

Mêmes constats dans le monde de la presse, où les chercheuses dénoncent la prolifération de « moulins à contenus”, où l’automatisation fait des ravages dans un secteur déjà en grande difficulté économique. L’introduction de l’IA dans les domaines des arts, de la science ou du journalisme constitue une même cible de choix qui permet aux promoteurs de l’IA de faire croire en l’intelligence de leurs services. Pourtant, leurs productions ne sont pas des preuves de la créativité de ces machines. Sans la créativité des travailleurs qui produisent l’art, la science et le journalisme qui alimentent ces machines, ces machines ne sauraient rien produire. Les contenus synthétiques sont tous basés sur le vol de données et l’exploitation du travail d’autrui. Et l’utilisation de l’IA générative produit d’abord des dommages sociaux dans ces secteurs. 

Le risque de l’IA, mais lequel et pour qui ?

Le dernier chapitre du livre revient sur les doomers et les boosters, en renvoyant dos à dos ceux qui pensent que le développement de l’IA est dangereux et les accélérationnistes qui pensent que le développement de l’IA permettra de sauver l’humanité. Pour les uns comme pour les autres, les machines sont la prochaine étape de l’évolution. Ces visions apocalyptiques ont produit un champ de recherche dédié, appelé l’AI Safety. Mais, contrairement à ce qu’il laisse entendre, ce champ disciplinaire ne vient pas de l’ingénierie de la sécurité et ne s’intéresse pas vraiment aux dommages que l’IA engendre depuis ses biais et défaillances. C’est un domaine de recherche centré sur les risques existentiels de l’IA qui dispose déjà d’innombrables centres de recherches dédiés.

Pour éviter que l’IA ne devienne immaîtrisable, beaucoup estiment qu’elle devrait être alignée avec les normes et valeurs humaines. Cette question de l’alignement est considérée comme le Graal de la sécurité pour ceux qui œuvrent au développement d’une IA superintelligente (OpenAI avait annoncé travailler en 2023 à une super-intelligence avec une équipe dédiée au « super-alignement », mais l’entreprise a dissous son équipe moins d’un an après son annonce. Ilya Sutskever, qui pilotait l’équipe, a lancé depuis Safe Superintelligence Inc). Derrière l’idée de l’alignement, repose d’abord l’idée que le développement de l’IA serait inévitable. Rien n’est moins sûr, rappellent les chercheuses. La plupart des gens sur la planète n’ont pas besoin d’IA. Et le développement d’outils d’automatisation de masse n’est pas socialement désirable. « Ces technologies servent d’abord à centraliser le pouvoir, à amasser des données, à générer du profit, plutôt qu’à fournir des technologies qui soient socialement bénéfiques à tous ». L’autre problème, c’est que l’alignement de l’IA sur les « valeurs humaines » peine à les définir. Les droits et libertés ne sont des concepts qui ne sont ni universels ni homogènes dans le temps et l’espace. La déclaration des droits de l’homme elle-même s’est longtemps accommodé de l’esclavage. Avec quelles valeurs humaines les outils d’IA s’alignent-ils quand ils sont utilisés pour armer des robots tueurs, pour la militarisation des frontières ou la traque des migrants ?, ironisent avec pertinence Bender et Hanna.

Pour les tenants du risque existentiel de l’IA, les risques existentiels dont il faudrait se prémunir sont avant tout ceux qui menacent la prospérité des riches occidentaux qui déploient l’IA, ironisent-elles encore. Enfin, rappellent les chercheuses, les scientifiques qui travaillent à pointer les risques réels et actuels de l’IA et ceux qui œuvrent à prévenir les risques existentiels ne travaillent pas à la même chose. Les premiers sont entièrement concernés par les enjeux sociaux, raciaux, dénoncent les violences et les inégalités, quand les seconds ne dénoncent que des risques hypothétiques. Les deux champs scientifiques ne se recoupent ni ne se citent entre eux.

Derrière la fausse guerre entre doomers et boomers, les uns se cachent avec les autres. Pour les uns comme pour les autres, le capitalisme est la seule solution aux maux de la société. Les uns comme les autres voient l’IA comme inévitable et désirable parce qu’elle leur promet des marchés sans entraves. Pourtant, rappellent les chercheuses, le danger n’est pas celui d’une IA qui nous exterminerait. Le danger, bien présent, est celui d’une spéculation financière sans limite, d’une dégradation de la confiance dans les médias à laquelle l’IA participe activement, la normalisation du vol de données et de leur exploitation et le renforcement de systèmes imaginés pour punir les plus démunis. Doomers et boosters devraient surtout être ignorés, s’ils n’étaient pas si riches et si influents. L’emphase sur les risques existentiels détournent les autorités des régulations qu’elles devraient produire.

Pour répondre aux défis de la modernité, nous n’avons pas besoin de générateur de textes, mais de gens, de volonté politique et de ressources, concluent les chercheuses. Nous devons collectivement façonner l’innovation pour qu’elle bénéficie à tous plutôt qu’elle n’enrichisse certains. Pour résister à la hype de l’IA, nous devons poser de meilleures questions sur les systèmes qui se déploient. D’où viennent les données ? Qu’est-ce qui est vraiment automatisé ? Nous devrions refuser de les anthropomorphiser : il ne peut y avoir d’infirmière ou de prof IA. Nous devrions exiger de bien meilleures évaluations des systèmes. ShotSpotter, le système vendu aux municipalités américaines pour détecter automatiquement le son des coups de feux, était annoncé avec un taux de performance de 97 % (et un taux de faux positif de 0,5 % – et c’est encore le cas dans sa FAQ). En réalité, les audits réalisés à Chicago et New York ont montré que 87 à 91 % des alertes du système étaient de fausses alertes ! Nous devons savoir qui bénéficie de ces technologies, qui en souffre. Quels recours sont disponibles et est-ce que le service de plainte est fonctionnel pour y répondre ? 

Face à l’IA, nous devons avoir aucune confiance

Pour les deux chercheuses, la résistance à l’IA passe d’abord et avant tout par luttes collectives. C’est à chacun et à tous de boycotter ces produits, de nous moquer de ceux qui les utilisent. C’est à nous de rendre l’usage des médias synthétiques pour ce qu’ils sont : inutiles et ringards. Pour les deux chercheuses, la résistance à ces déploiements est essentielle, tant les géants de l’IA sont en train de l’imposer, par exemple dans notre rapport à l’information, mais également dans tous leurs outils. C’est à nous de refuser « l’apparente commodité des réponses des chatbots ». C’est à nous d’œuvrer pour renforcer la régulation de l’IA, comme les lois qui protègent les droits des travailleurs, qui limitent la surveillance.

Emily Bender et Alex Hanna plaident pour une confiance zéro à l’encontre de ceux qui déploient des outils d’IA. Ces principes établis par l’AI Now Institute, Accountable Tech et l’Electronic Privacy Information Center, reposent sur 3 leviers : renforcer les lois existantes, établir des lignes rouges sur les usages inacceptables de l’IA et exiger des entreprises d’IA qu’elles produisent les preuves que leurs produits sont sans dangers.

Mais la régulation n’est hélas pas à l’ordre du jour. Les thuriféraires de l’IA défendent une innovation sans plus aucune entrave afin que rien n’empêche leur capacité à accumuler puissance et fortune. Pour améliorer la régulation, nous avons besoin d’une plus grande transparence, car il n’y aura pas de responsabilité sans elle, soulignent les chercheuses. Nous devons avoir également une transparence sur l’automatisation à l’œuvre, c’est-à-dire que nous devons savoir quand nous interagissons avec un système, quand un texte a été traduit automatiquement. Nous avons le droit de savoir quand nous sommes les sujets soumis aux résultats de l’automatisation. Enfin, nous devons déplacer la responsabilité sur les systèmes eux-mêmes et tout le long de la chaîne de production de l’IA. Les entreprises de l’IA doivent être responsables des données, du travail qu’elles réalisent sur celles-ci, des modèles qu’elles développent et des évaluations. Enfin, il faut améliorer les recours, le droit des données et la minimisation. En entraînant leurs modèles sur toutes les données disponibles, les entreprises de l’IA ont renforcé la nécessité d’augmenter les droits des gens sur leurs données. Enfin, elles plaident pour renforcer les protections du travail en donnant plus de contrôle aux travailleurs sur les outils qui sont déployés et renforcer le droit syndical. Nous devons œuvrer à des « technologies socialement situées », des outils spécifiques plutôt que des outils qui sauraient tout faire. Les applications devraient bien plus respecter les droits des usagers et par exemple ne pas autoriser la collecte de leurs données. Nous devrions enfin défendre un droit à ne pas être évalué par les machines. Comme le dit Ruha Benjamin, en défendant la Justice virale (Princeton University Press, 2022), nous devrions œuvrer à “un monde où la justice est irrésistible”, où rien ne devrait pouvoir se faire pour les gens sans les gens. Nous avons le pouvoir de dire non. Nous devrions refuser la reconnaissance faciale et émotionnelle, car, comme le dit Sarah Hamid du réseau de résistance aux technologies carcérales, au-delà des biais, les technologies sont racistes parce qu’on le leur demande. Nous devons les refuser, comme l’Algorithmic Justice League recommande aux voyageurs de refuser de passer les scanneurs de la reconnaissance faciale.

Bender et Hanna nous invitent à activement résister à la hype. À réaffirmer notre valeur, nos compétences et nos expertises sur celles des machines. Les deux chercheuses ne tiennent pas un propos révolutionnaire pourtant. Elles ne livrent qu’une synthèse, riche, informée. Elles ne nous invitent qu’à activer la résistance que nous devrions naturellement activer, mais qui semble être devenue étrangement radicale ou audacieuse face aux déploiements omnipotents de l’IA.

Hubert Guillaud

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Attacchi su AUR: Arch Linux blocca l’adozione dei pacchetti orfani

Misure straordinarie per la sicurezza su Arch Linux. Con un breve e perentorio comunicato inviato alla mailing list aur-general, Robin Candau (noto con l’alias Antiz, membro del DevOps team di Arch Linux) ha annunciato la sospensione temporanea della funzione di adozione dei pacchetti dismessi su AUR (Arch User Repository). La decisione è stata presa d’urgenza […]

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[2026-11-21] Stanze Fredde Fest 3 @ El Paso Occupato

Stanze Fredde Fest 3

El Paso Occupato - Via Passo Buole, 47, Torino
(sabato, 21 novembre 17:00)
Stanze Fredde Fest 3

Stanze Fredde è un'etichetta indipendente basata sullo spirito fai da te.
Nata a Torino in un periodo storico in cui viene data troppa attenzione all'apparenza e non ai contenuti, anche in ambito musicale, il nostro obiettivo è quello di far circolare la musica di artisti emergenti o sconosciuti per far avvicinare le persone a una scena che non viene valorizzata come dovrebbe.
Siamo alla ricerca di suoni freddi, oscuri, minimali e sintetici che rispecchino a pieno il mondo interiore che ci caratterizza.

Vi aspettiamo a Torino per la terza edizione del nostro festival, che si terrà al Paso Occupato (Via Passo Buole 47) il 21 novembre 2026.

Il filo conduttore sarà il sintetizzatore.
Si esibiranno band della nuova scena minimal synth e synthpunk, proietteremo un documentario, ci saranno dj set a tema fino all'alba e potrete trovare distro e banchetti di autoproduzioni.

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live:

Yvgoslavia (minimal coldwave - Spagna)

Olgha (dark synth pop - Italia/Polonia)

Sinnthese (minimal wave - Austria)

Betes Sauvages (minimal wave - Germania)

Kühle Matrosen (minimal wave - Germania)

Der Burokrat (electro-minimal-EBM - Italia/Francia)

dj set minimal - synthpunk - coldwave di Stanze Fredde, Radioklub, Ai No Korida

screening: Des Jeunes Gens Modernes

5€ benefit El Paso + Stanze Fredde

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Nome, verbo, aggettivo, avverbio /16: Fabrizio Lombardo

a cura di Laura Pugno [In questa rubrica, un autore o un’autrice ci consegna le sue quattro parole chiave, un nome (comune o proprio), un verbo, un aggettivo e un avverbio, dal primo o dall’ultimo libro o dall’intero della sua opera. Oggi risponde Fabrizio Lombardo]. Nome: Movimento   Il movimento attraversa tutta la mia scrittura. …

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El Momento Apocalíptico – Por Mario Ortiz

Por Mario Ortiz*

Intentaré vincular el Apocalipsis, el Anticristo, el magnate tecnológico Peter Thiel y su relación con la Argentina y Javier Milei. Ante todo, fijemos las coordenadas del problema. Una de las obsesiones de Thiel es el advenimiento del Anticristo. Si desde una mirada soberbia y complaciente consideramos esta preocupación como un simple hobby, algo excéntrico, de un multimillonario en sus tiempos de ocio, ciertamente nos estaremos perdiendo de algo muy significativo. Y la miopía, en este caso, se puede pagar muy cara.

Thiel es un graduado en filosofía en la Universidad de Stanford y uno de los fundadores de Palantir y otras empresas tecnológicas que hoy están en la vanguardia. También es, a su modo, un genocida que ha puesto su empresa al servicio de las FF.AA. yankies e israelíes para proveerles datos y objetivos militares. Hay quienes consideran que la muerte del ayatollah Alí Khamenei y el bombardeo de la escuela primaria en Minab (Irán) no podría haberse efectuado sin la colaboración de Palantir. Thiel, recientemente instalado en la Argentina, también es un pensador al igual que varios de sus colegas de Silicon Valley como Alex Karp, Nick Land, Mark Andressen (con algunos matices) promotores de una tendencia de pensamiento que se dio en llamar “la ilustración oscura”. Sus ideas de corte aceleracionista, supremacista y antidemocrática se sintetizan en un manifiesto de 22 puntos que sistematizan el tecnofascismo del neofeudalismo digital.

Las referencias de Thiel al Anticristo no fueron ocurrencias ocasionales, sino objeto bien meditado de una serie de conferencias que dictó en la más completa reserva y a las que se accedía sólo por invitación. También habló del tema en algunas entrevistas concedidas en EE.UU. Pero antes de introducirnos en sus conjeturas, debemos preguntarnos ¿qué es exactamente el Anticristo según la teología cristiana?

Debemos comenzar a perfilar la figura del Anticristo. Como afirma el gran teólogo y escritor argentino Leonardo Castellani, “es el mayor misterio de la historia humana y la clave de su metafísica” (Cristo ¿vuelve o no vuelve?, 2004, 35). A pesar de semejante relevancia, las referencias bíblicas a este radical opositor a Cristo son más bien escasas: el uso del término “anticristo” aparece cinco veces tanto en singular como en plural, todas ellas en dos de las cartas del apóstol Juan. Por supuesto, está estrechamente asociado con el demonio, el enemigo de Dios y del género humano.
A partir de aquí, Castellani afirma que los “exégetas fantasiosos” se entregaron se entregaron a recoger cuanto texto sacro aludía de cualquier modo a esta figura y los mezclaron con revelaciones privadas o simples imaginaciones para dar forma a una figura monstruosa que está más cerca de la leyenda que del análisis serio. Supusieron que sería un judío, o el hijo sacrílego de una monja y un obispo, que nacería con dientes y blasfemando y que aprendería con rapidez increíble todas las ciencias humanas. También podemos decir hoy que sirvieron de base a una abundante filmografía de terror como El bebé de Rosemary o La profecía que toman como eje el nacimiento de esta criatura perversa. En la Argentina hace poco se rodó la película Cuando acecha la maldad que aborda la misma temática.

Otra corriente exegética se inclinó por identificar al Anticristo con determinadas figuras históricas. Así, en la Edad Media hay quienes consideraron a Mahoma y el islam como enemigos de la cristiandad, y durante la reforma protestante Martín Lutero acusó al papado de ser el adversario de Jesús al asociarlo con la “Gran Ramera” del Apocalipsis que mantiene relaciones carnales con los poderes de este mundo. Dentro de esta línea, Castellani destaca al teólogo chileno Manuel Lacunza cuya novedad es indicar que el Anticristo no es tanto un sujeto como un sistema de pensamiento: la filosofía ilustrada del siglo XVIII que constituyó el sustrato ideológico para la disolución de la orden jesuítica a la que pertenecía y de la Revolución Francesa, perseguidora de la Iglesia. Castellani opera una síntesis dialéctica de estas tendencias exegéticas y concluye que el Anticristo será tanto un sistema de pensamiento como un hombre que encarne ese sistema, así como “Mussolini creó y a su vez fue criatura del nacionalismo italiano”. Esta tendencia teológica tendrá importantísimas consecuencias literarias.

El Anticristo humano

El teólogo Manuel Lacunza inaugura una nueva perspectiva sobre el Anticristo al conjeturar que el Anticristo es la ideología de la Ilustración que desencadenó la Revolución Francesa y persiguió a la Iglesia. Esta corriente de corte historicista opera un desplazamiento desde las figuras legendarias y monstruosas hacia otras de contornos humanos bien definidos que en diversas épocas se erigieron como adversarias de Cristo y su Iglesia. Este corrimiento habilita la emergencia de un corpus de narraciones escritas entre fines del siglo XIX y durante el siglo XX que en la tesis de maestría hemos denominado “novela apocalíptica moderna”. Se trata de un conjunto muy acotado y bien definido integrado por el Breve relato del Anticristo de Vladimir Soloviev (1900), El Señor del Mundo de monseñor Robert H. Benson (1907), Juana Tabor y 666 de Hugo Wast (1942), Su Majestad Dulcinea de Leonardo Castellani (1956) y Omega 666 – El planeta gris de Juan Luis Gallardo (1996). Son novelas de una definida orientación religiosa cristiana que toman como subtexto el Apocalipsis de San Juan y plantean escenarios futuristas distópicos en los que surge el Anticristo y trepa a la cima del poder mundial. Es un ser plenamente humano que se perfila como un político carismático y genial que encarna un sistema ideológico de neto corte laicista y antirreligioso; es un autócrata que persigue a la Iglesia y a cualquier oposición, impone el uso de una marca identificatoria que manifiesta la adhesión al régimen (el sello mencionado en el Apocalipsis) y, al unificar el mundo bajo su mando, asegura la paz universal. De este modo, concluye Castellani, “el anticristo será un Imperio Universal Laico unido a una Nueva religión Herética; encarnados en un hombre o quizá en dos hombres, el tirano y el Pseudoprofeta”.

En este conjunto se destaca El señor del mundo del sacerdote inglés R. H. Benson. Por la fecha temprana de su publicación puede considerarse que inaugura el subgénero de las novelas distópicas. Castellani la tradujo en 1958. Los papas Benedicto XVI y Francisco recomendaban su lectura. El anticristo llamado Julian Felsenburgh es un político norteamericano que accede al poder mundial con el apoyo de la masonería que se convierte en una suerte de religión oficial. La Iglesia Católica, reducida ya a su mínima expresión, es implacablemente perseguida y en el momento final en que está a punto de ser eliminada, la novela finaliza abruptamente. La frase final “y el mundo pasó a la gloria” da a entender que se produjo la segunda venida de Jesucristo. El lector religioso ya sabe que el Mesías dará lugar al Juicio Final y que Felsenbugh y sus adoradores serán derrotados y condenados al abismo.

Peter Thiel  y el Anticristo: primeras aproximaciones

El magnate abordó el problema del Anticristo en diversos formatos textuales y medios: algunas de las fuentes más accesibles es su conversación en el programa de la Hoover Institution, Uncommon Knowledge, donde habla sobre el fin de los tiempos, Armagedón, la tecnología moderna; la extensa entrevista con Tyler Cowen, la serie de cuatro conferencias privadas titulada «The Antichrist», realizada en San Francisco en 2025, y en 2026 expuso una versión ampliada de estas conferencias en Roma, significativamente cerca del Vaticano.

El magnate se apropia de categorías clave de la narrativa apocalíptica cristiana y las dota de nuevos sentidos. Reconoce que la civilización actual ha desarrollado potenciales amenazas existenciales: “armas nucleares, cambio climático, biotecnología, nanotecnología, robots asesinos, la IA que va a convertir a todo el mundo en un clip o lo que sea”, sin embargo, para él hay un riesgo mayor:
“En mi opinión, – dice Thiel – otro riesgo existencial es un gobierno totalitario mundial. Me parece al menos tan aterrador como los demás. En un contexto escatológico bíblico, se supone que debemos preocuparnos por el Armagedón. También se supone que debemos preocuparnos por el Anticristo. Quizás deberíamos preocuparnos más por el Anticristo porque él viene primero. “
En estas conversaciones con Tyler Cowen, Thiel manifiesta conocer las novelas de Soloviev y Benson, lo cual permite abordar sobre base firme un análisis comparatístico dentro de esta narrativa apocalíptica. Pero, ¿qué entienden exactamente por Anticristo?

Peter Thiel define al Anticristo

Sus respuestas son más bien imprecisas y deja el significante en un estado de significación flotante: desde su perspectiva acelaracionista, el Anticristo sería ese gobierno totalitario que pretenderá asumir el poder total para limitar el avance de la tecnología: “Básicamente, la versión literaria sería que el Anticristo llega al poder hablando constantemente del Armagedón y contándonos historias milenaristas aterradoras” (Conversaciones con Tyler Cowen). Cree que el Armagedón será agitado por una figura anticrística que cultiva el miedo a las amenazas existenciales como el cambio climático, la IA y la guerra nuclear precisamente para acumular un poder desmesurado. La idea es que esta figura convenza a la gente de que él es la garantía para evitar una tercera guerra planetaria a condición de que se acepte un orden mundial único encargado de proteger de todas las catástrofes apocalípticas y que imponga una restricción total del progreso tecnológico. En su opinión, esto ya está sucediendo. Thiel afirmó que los organismos financieros internacionales, que dificultan que las personas oculten su riqueza en paraísos fiscales, son una señal de que el anticristo podría estar acumulando poder y acelerando el Armagedón. Thiel también reflexiona en torno a la enigmática figura del “katejon” que menciona San Pablo en 2 Tesalonicenses: algo o alguien que detiene la llegada del anticristo pero que luego desaparecerá y dejará el terreno libre al enemigo. Este katejon adquiere fisonomías diversas según la época, y así durante la guerra fría podría haber sido la democracia cristiana que detuvo el avance del comunismo.

En un artículo publicado en el diario The Guardian, Thiel personaliza esta posible figura: «Mi tesis es que, en los siglos XVII y XVIII, el anticristo habría sido un personaje similar al Dr. Strange, un científico que practicaba toda clase de ciencia oscura y descabellada. En el siglo XXI, el anticristo es un ludita que quiere acabar con la ciencia. Alguien como Greta [Thurnberg] o Eliezer [Yudkowsky]».

La Teología Política

Señalamos que para Peter Thiel el Anticristo no es el monstruo de las películas, sino aquellos que pretendan regular el desarrollo tecnológicoen nombre de los derechos humanos y ambientales, el colapso civilizatorio o de una ética humanista. Ciertamente, identificar a Greta Thurnberg como el Anticristo es casi un chiste de mal gusto. El papa León XIV también podría entrar en esta categoría a raíz de su encíclica “Magnífica Humanitas”. Sea como sea, no es ningún chiste que Thiel, Karp y varios de sus compañeros de Silicon Valley apelan a categorías metafísicas para pensar problemas sociales, es decir, elaboran una “teología política” que deberemos tomar muy en serio. Que uno de los magnates tecnológicos más poderosos e influyentes del mundo hable en términos escatológicos me parece el hecho más relevante de la historia en los últimos siglos. Apenas podemos dimensionar la profundidad de lo que está en juego. Desde el siglo XVIII no estamos en presencia de una redefinición del vínculo que une a los individuos y el estado desde una perspectiva teológica. Hay que remontarse al Rousseau del último capítulo del “Contrato Social” que no quiso traducir Mariano Moreno para encontrar algo análogo. No en vano los actuales monarcas filósofos pretenden invertir los términos de la Ilustración para dar lugar a lo que denominan la “Ilustración Oscura”. En los siguientes posteos deberemos analizar y desarmar los dos componentes teológico y político para tratar de entender su combinatoria en una unidad superior. Creo – adelanto la hipótesis – que se están cumpliendo las profecías del Apocalipsis y podemos sospechar que asistimos a la posibilidad real y concreta de que emerja el Anticristo.

El Anticristo según la Iglesia actual

Describimos al Anticristo según las leyendas, la literatura reciente y Peter Thiel. ¿Qué postura sostiene la Iglesia Católica en la actualidad? El Catecismo (Catechismus Catholicæ Ecclesiæ), cuya versión oficial fue publicada en latín en 1997, contiene la exposición de la fe, doctrina y moral, iluminadas por la Sagrada Escritura, la Tradición apostólica y el Magisterio eclesiástico. En el numeral 675 dice textualmente: “Antes del advenimiento de Cristo, la Iglesia deberá pasar por una prueba final que sacudirá la fe de numerosos creyentes (cf. Lc 18, 8; Mt 24, 12). La persecución que acompaña a su peregrinación sobre la tierra (cf. Lc 21, 12; Jn 15, 19-20) desvelará el «misterio de iniquidad» bajo la forma de una impostura religiosa que proporcionará a los hombres una solución aparente a sus problemas mediante el precio de la apostasía de la verdad. La impostura religiosa suprema es la del Anticristo, es decir, la de un seudo-mesianismo en que el hombre se glorifica a sí mismo colocándose en el lugar de Dios y de su Mesías venido en la carne (cf. 2 Ts 2, 4-12; 1Ts 5, 2-3;2 Jn 7; 1 Jn 2, 18.22)”.

El texto no puede ser más claro y contundente. En el momento pre-parusíaco (antes de la Segunda Venida) se manifestará la maldad bajo la impostura religiosa suprema que es la antropolatría, es decir, el hombre que se erige Dios (Homo Deus), y promete un falso mesianismo en el que todos los problemas serán aparentemente solucionados. Aquí están las dos Bestias del Apocalipsis: la Bestia de Mar (el poder político) y la Bestia de Tierra (la falsa religión que se pone al servicio del poder político). El precio a pagar será el abandono de la fe en el Dios Verdadero para rendirle tributo al Falso Mesías.

Este texto del Catecismo que hasta hace poco parecía extravagante, hoy resulta clarividente y profético de nuestro presente signado por el desarrollo de la IA y el tecnofeudalismo.

El texto de San Juan Apóstol y Apokaleta

Antes de continuar con el Anticristo, Peter Thiel y Milei, es necesario detenernos aunque sea brevemente en el Apocalipsis de San Juan y retomar a posteriori el análisis de la actualidad con otras piezas conceptuales. Como se sabe, se trata del texto más oscuro de toda la Biblia. Es un conjunto de visiones de calamidades, plagas y monstruos que causan estremecimiento; quizá por esto la palabra “apocalipsis” es sinónimo de cataclismos y fin del mundo. Es un grave error. El texto es ciertamente complejo porque San Juan apela a un reservorio de imágenes simbólicas que estaban en el acervo cultural del pueblo judío y las Sagradas Escrituras, pero el sentido final es claro: las fuerzas del bien y el mal que se enfrentan desde los inicios de la historia humana llegarán a un momento de paroxismo en que pareciera que los poderes diabólicos derrotan a los santos y extinguen la verdad. En ese preciso momento, interviene directamente Dios, vuelve Jesucristo ya no como manso cordero para el sacrificio sino en gloria y majestad para restaurar el cosmos, pronunciar su veredicto sobre la historia (Juicio Final) y aplastar definitivamente la cabeza de la serpiente infernal. O sea: sabemos que el final de la historia termina bien y eso debe ser motivo de esperanza para los creyentes. Dios no colapsa el mundo ni la humanidad porque jamás va a destruir su obra. Cuando vuelva Jesucristo será el triunfo del Bien y habrá “un Cielo nuevo y una nueva Tierra”.

Los signos de los tiempos

En la parte 6 adelantamos la hipótesis central: se estarían cumpliendo las profecías del Apocalipsis y podemos sospechar que asistimos a la posibilidad real y concreta de que emerja el Anticristo. Vayamos por partes. Hay una línea de teólogos como Ernst-Bernard Alló que consideraba el libro de San Juan una profecía ya cumplida con las últimas persecuciones del Imperio Romano. En cuanto a la Segunda Venida de Cristo, se produciría en un futuro tan lejano e indeterminado que ni siquiera merecería tenerse en cuenta. Contra esta interpretación polemizaba Leonardo Castellani. El argentino, apoyándose en los Padres de la Iglesia, sobre todo en san Agustín, sostenía que el Apocalipsis narra la HISTORIA TODA LA IGLESIA desde la Ascensión de Cristo hasta su Parusía. No entraremos en los pormenores de esta postura porque nos llevaría mucho tiempo. Sólo digamos lo siguiente: Jesús mismo dijo que nadie sabe el día y la hora en que volverá, pero recomendó estar alerta a “los signos de los tiempos” y dio una serie de pistas en el sermón escatológico de Mateo 24. Si reunimos las tesis de Castellani con las indicaciones evangélicas y, a su vez, las cotejamos con la actualidad, los resultados del análisis arrojan perspectivas temibles. Veamos “los signos”:
– Guerras: no hace falta extenderse demasiado para darse cuenta de que vivimos en una época en que la guerra es un estado permanente, como dijera el papa Benedicto XV durante la primera conflagración mundial.
– Cataclismos: día a día vemos las consecuencias devastadoras de eventos climáticos extremos, y en Bahía Blanca vivimos un diluvio que nos marcó para siempre.
– Enfermedades: basta que mencionemos la pandemia de Covid-19, ya fuese un hecho natural o provocado deliberadamente.
A todo esto deben agregarse factores de orden espiritual también profetizados en la Biblia
– La apostasía: el abandono de la fe y las Iglesias vacías
– el “enfriamiento de la caridad”: vivimos en un mundo violento; tenemos un presidente que se enorgullece de ser cruel; luego del genocidio nazi, asistimos atónitos al genocidio protagonizado por Israel.
– La fulminante difusión del neopaganismo y satanismo: amarres, hechizos, magia negra, etc.
Castellani afirmaba con razón que la “lluvia de fuego” descripta en el Apocalipsis dejó de ser una metáfora y se cumplió literalmente con la bomba atómica. Con todo esto no quiero decir que ya estamos a las puertas del Juicio Final, pero resulta imposible no considerar estos eventos como signos de los tiempos y reflexionar.

Entre los signos de los tiempos apocalípticos que describimos debemos agregar el hecho evidente de que la tecnología en manos de un poder político-económico hiperconcentrado permite hacer realidad el sueño del control total de la sociedad y la gestión automatizada de sus problemas.

Pongo dos ejemplos: el gobierno de Milei, estrechamente asociado a Peter Thiel y Palantir, anunciaron el lanzamiento del “gemelo digital”, un modelo algorítmico de cada uno de nosotros alimentado en base a nuestros datos que aparecen en los archivos oficiales, pero también a partir de nuestros gustos, preferencias, consumos, posteos, compras, fotos que subimos a las redes, etc. Ese doble “Fulano de Tal” digital permitirá al poder determinar los comportamientos de Fulano en el mundo real, su peligrosidad, sus necesidades sociales y, eventualmente, asistirlo o neutralizarlo. ¿Cómo sería esto último? Aquí viene el segundo ejemplo. En 2025 el gobierno norteamericano ordenó “matar” digitalmente a 2,7 millones de latinos e indocumentados bien vivos, es decir, bajarlos del sistema. Con esto pretendían que esas personas se autodeportasen a sus respectivos países o se acercasen a una oficina pública para regularizar su situación y así capturarlos de inmediato. Estos ejemplos están inquietantemente cerca de cumplir de un modo literal la profecía del Apocalipsis: la bestia impondrá una marca 666 a todos sus seguidores sin la cual no pondrán comerciar, vender ni comprar (Ap. 13, 16-18).

La alineación de Milei con Peter Thiel y los tecnomagnates de Silicon Valley responde al proyecto demencial de entregar la Argentina a las corporaciones digitales para convertir el país en una factoría privilegiada que intervenga en la conversación mundial sobre el desarrollo informático. Sus ideales contemplan un escenario donde se cancela la democracia tal como la entendemos en favor de una política tecnogestionada que gobierne el país reducido a ciudades-estado autorreguladas mediante algoritmos como una suerte de megacorporación. Estas sociedades automatizadas no apelarán a la manipulación de datos para fraguar resultados de las votaciones electrónicas: podrán incidir en el momento previo moldeando conciencias y perfilando preferencias que luego serán refrendadas en el campo electoral. Si Milei se propone ser reelecto y cuenta con esta tecnología a su favor será prácticamente imbatible a pesar de las conspiraciones del “círculo rojo” y los fragoteos de “Don Chatarrín”.

El «Nuevo Mesías»

Ya hemos visto que para el “Catecismo de la Iglesia Católica” el Anticristo no sería la figura monstruosa de las películas, sino “una impostura religiosa que proporcionará a los hombres una solución aparente a sus problemas mediante el precio de la apostasía de la verdad”. También vimos que para Peter Thiel es toda persona o institución que pretenda limitar o regular el avance tecnológico. Podría pensarse de un modo insidioso que el magnate realiza una operación de desorientación táctica porque la categoría anticrística se puede aplicar cómodamente al propio Thiel y los magnates de la “ilustración oscura”.

En efecto, son ellos quienes proyectan asumir el poder mundial (o al menos occidental) bajo el argumento de una gestión algorítmica de la sociedad que neutralice sus conflictos y amenazas existenciales (migraciones masivas, guerras, pandemias, etc.). Para eso, exigirá la obediencia a una gobernanza tecnocrática que limite derechos y libertades a favor de una administración cibernética que controle hasta los niveles subatómicos del tejido social. De este modo, el ser humano que conocemos tenderá a ser eliminado “por arriba” o “por abajo” en una filosofía de neto corte antihumanista. Según el manifiesto de Palantir, hay culturas desarrolladas y otras atrasadas. Esta meritocracia habilita la posibilidad de que los sectores atrasados sean reducidos en su humanidad a meros paquetes de datos que deben ser gestionados y automatizados. Esta “infrahumanidad” no será más que “inputs” que alimentará la máquina del poder. Por otro lado, habrá una elite “por arriba” que tenderá a superar la especie gracias a la tecnología transhumanista que convierta la carne mortal en sustancia inmortal, superhombres biotrónicos, transespecies de una nueva generación de dioses.

Estos nuevos superhombres serán protagonistas de lo que Castellani llamaba la gran herejía modernista también anunciada en el Catecismo: la inversión de la doctrina cristiana (el hombre se vuelve Dios en lugar de Dios hacerse hombre) que vacía el contenido de la fe para reemplazarlo con la idolatría y culto al hombre. Se trata de los nuevos mesías que prometen una redención sin intervención de Cristo; una escatología inmanentista que promete el paraíso en esta tierra o en otro planeta gracias a las solas fuerzas del progreso científico ilimitado.
En una palabra, es el cumplimiento de la vieja tentación de la serpiente a Adán y Eva: coman el fruto prohibido y serán como dioses.

Los Monarcas Filósofos

El arquetipo visual del magnate es Tío Rico Mc Pato nadando en medio de sus tesoros como pez en mares tropicales. Este personaje encarna a figuras históricas como Pierpont Morgan, John D. Rockefeller o Nathan M. Rothschild, paradigmas del capitalista entregado exclusivamente a la explotación y la acumulación de plusvalía. Pero por primera vez en la historia de la modernidad, nos encontramos con los tecnomagnates de Silicon Valley como Alex Karp o Peter Thiel que no se dedican exclusivamente al lucro sino a elaborar ideas. Su ambición más profunda e inquietante: quieren transformar el mundo. Más aún: pareciera que el dinero es sólo un medio para lograr otros objetivos ambiciosos a escala planetaria, concretamente acelerar el desarrollo de la ciencia para resetear la sociedad. Los viejos esquemas de pensamiento ya no nos sirven para analizar el escenario actual. Antonio Gramsci decía que la clase capitalista contrataba intelectuales orgánicos que elaborasen la ideología necesaria para garantizar la hegemonía sobre el resto de las clases dominadas. Pues bien: estos nuevos magnates cibernéticos elaboran por sí mismos los marcos teóricos de la “ilustración oscura” que orientan su acción, sin delegar la tarea en profesionales del pensamiento. Thiel, graduado en filosofía en Stanford, realiza todo tipo de disquisiciones influenciado por sus lecturas de René Girard y Carl Schmitt. Esto es decididamente insólito. Lo que me esfuerzo en hacer comprender es que para ellos la especulación filosófica no es un pasatiempo extravagante de megamillonarios en tiempos de ocio. Estamos ante un nuevo desafío y si no tomamos en serio su filosofía por descabellada que sea, si actuamos con soberbia, corremos el serio riesgo de no entender nada.

Tío Rico es la imagen icónica del viejo millonario. Trato de buscar en internet una figura que remita al monarca filósofo actual. No la hay. Sólo me reenvía al emperador Marco Aurelio. Inventar una imagen en IA no me interesa. Quizá la única caricatura que me parece adecuada es la de Pinky y Cerebro, el que quería dominar al mundo.

Volvamos a la definición oficial del Anticristo que consigna el numeral 675 del catecismo de la Iglesia católica: “La persecución que acompaña a su peregrinación sobre la tierra desvelará el «misterio de iniquidad» bajo la forma de una impostura religiosa que proporcionará a los hombres una solución aparente a sus problemas mediante el precio de la apostasía de la verdad. La impostura religiosa suprema es la del Anticristo, es decir, la de un seudo-mesianismo en que el hombre se glorifica a sí mismo colocándose en el lugar de Dios y de su Mesías venido en la carne”
Por supuesto, no quiero calumniar ni convertirme en un falso profeta, pero por todo lo expuesto, resulta plausible sospechar que el desarrollo actual de los algoritmos, las tecnologías de avanzada y los sistemas de ideas que elaboran los nuevos monarcas filósofos permiten que el enunciado del Catecismo se vuelva una realidad palpable a corto o mediano plazo. En efecto, Palantir y la galaxia de tecnológicas asociadas a Silicon Valley podrían ofrecerse como la “solución” de todos los problemas (guerras, migraciones, pandemias, catástrofes ambientales, etc.) a condición de que se eliminen todas las trabas y regulaciones que limitan su desarrollo y se le entregue “la suma del poder público” a la IA y a una reducida élite de iluminados tecnócratas. Serían los nuevos Illuminati de la ilustración oscura que gobernarían despóticamente a la sombra de los circuitos integrados para llegar al paraíso cuántico en la tierra que, por cierto, no estará abierto a toda la humanidad sino sólo para los escogidos.

Un mesianismo tecnotrónico que busca la inmortalidad transhumanista puede erigirse en un Dios que exigiría sumisión y adoración por parte de los gobiernos, la clase política y los ciudadanos en general. Las búsquedas esotéricas de Peter Thiel confirmarían que se mueve en un trasfondo de espiritualidad ocultista. Si la Iglesia se opone a este estado de cosas sería declarada enemiga pública y duramente perseguida.

“Dialog” y “Hereticon”

En 2006 Peter Thiel fundó DIALOG, una reunión ultrasecreta donde convoca a megamillonarios y agentes de gobiernos para debatir sobre un abanico de temas predeterminados. La hacktivista suiza Maia Arson Crimew logró entrar a la base de datos y así pudo filtrar que la la reunión que se llevará a cabo en agosto de este año en Dublin asistirán 220 invitados, entre otros, Scott Bessent, Secretario del Tesoro de EE.UU., el congresista Ted Cruz que preside la comisión del senado que controla el comercio de datos; el congresista demócrata Cory Booker; el general Alexus G. Grynkewich, actual comandante supremo de la OTAN en Europa; Auren Hoffman, Elon Musk, Peter Thiel, Palmer Luckey (Anduril Industries), Alex Karp (Palantir) y Marcos Galperin (Mercado Libre). Fíjense dos cosas: DIALOG sienta en una misma mesa al Estado y los empresarios privados del más alto nivel, con poder real y efectivo.

En medio del mayor secreto este año planean debatir acerca de temáticas como:
– ¿el dinero compra la felicidad?
– recuperemos la energía nuclear
– navegando por la Tercera Guerra Mundial
– Cómo va tu vida sexual
– Cómo fundar tu propia secta
– Colonización de Marte, eugenesia, interfaces máquina-cerebro, parapsicología, impresión de armas de fuego 3D, natalismo (“fábricas de bebés”) y ciudades charter. Una se tituló: “El objetivo es la inmortalidad”. Otra, “Cómo robar elecciones”.

Thiel también dirige otro grupo secreto y elitista llamado HERETICON que propuso sesiones sobre ovnis, inmortalidad, el fin del mundo, natalismo, parapsicología, modificación genética, «sexo y Dios» y «riesgo existencial».

De todo este combo temible, quiero destacar particularmente la presencia de contenidos esotéricos y el secretismo.

Los nuevos Illuminati

Peter Thiel fundó DIALOG y HERETICON, dos sociedades reservadísimas en las que debaten ideas temibles para la humanidad: eugenesia, tercera guerra mundial, inmortalidad, robo de elecciones, etc. De todo ese combo terrorífico quiero destacar cuatro aspectos que me interesan particularmente:
a) el elitismo: acceden por invitación exclusiva sólo megamillonarios, altos funcionarios de gobierno y militares;
b) el secretismo: reserva absoluta de quiénes son los invitados y qué temas se debaten (recordemos que esto salió al conocimiento público gracias a una hacker que filtró información);
c) permanencia en el tiempo: DIALOG existe desde 2006 y hay miembros fijos y otros invitados ocasionales, y
d) ciertos contenidos esotéricos como parapsicología, fundación de sectas, contactos con ovnis y sesiones de hipnotismo.

Estos cuatro aspectos resultan esenciales en la conformación de una logia, aunque ciertamente no quiero decir que dependan estrictamente de la Masonería. Más bien, todo lo contrario. Mi hipótesis es que las logias masónicas tradicionales luchan por sobrevivir a su decadencia y que la calidad de sus miembros y el peso específico de su influencia se distancian años luz de las logias de Thiel donde están los que realmente deciden nuestro futuro. Nos permitimos establecer una categoría específica: definamos “masonismo” a la adopción de características propias de una logia masónica sin que por ello tenga vinculación directa o dependencia formal con la Masonería.

La Logia Lautaro fue masonística en este mismo sentido porque se trataba de una sociedad patriótica a la que nunca se le pudo comprobar con papeles en mano su filiación masónica; el viejo Maguire envió cuestionarios directamente a los Grandes Orientes de Londres, Irlanda y EE.UU. y respondieron que no tenían ningún registro de nuestros patriotas.

El Club Bilderberg y las reuniones de Thiel son masonísticas. Aquí se reúnen los auténticos herederos espirituales de los antiguos Illuminati.

Los nuevos Illuminati y el Príncipe de este Mundo

Nos vamos acercando al final de esta serie de posteos. Ha llegado el momento de decirlo todo, aunque me tilden de loco.

Ya hemos visto que las logias masonísticas DIALOG y HERETICON reúnen los personajes más poderosos de Occidente en reuniones secretas donde se decide la forma que tendrá el futuro. Vimos también que, entre otros puntos de la agenda, abordan temas relacionados con el esoterismo: hipnosis, contactos extraterrestres, parapsicología. Esto puede parecer una chifladura de millonarios que quieren divertirse con fenómenos paranormales en sus descansos de reuniones de negocios. Parece, pero no lo es.

Pensemos por un minuto: siempre se puede ambicionar más poder y dinero, pero ¿qué más pueden desear aquellos que lo tienen todo, aquellos para quienes cientos de millones de dólares son apenas un vuelto de caja chica? Allí donde el deseo es ilimitado porque nunca termina de satisfacerse, allí es donde precisamente llegan al límite de lo humano: aspiran al transhumanismo, a la superación de los límites humanos de la muerte, la enfermedad y el dolor a través de la técnica. ¿Y esto colmará sus ambiciones? Tampoco. Sólo Dios puede colmar nuestros anhelos más profundos, pero estos muchachos no son precisamente monjes cristianos ni budistas. Después de lo transhumanista ¿qué viene? Y… lo que viene son inteligencias superiores no humanas… ¿Extraterrestres? No olvidemos que uno de los temas que abordan en esas conferencias es el contacto con seres de otro mundo. Pero, de un modo consciente o inconsciente, los seres que contactan no son los habitantes de la constelación de Andrómeda sino muy probablemente al ángel que cayó en el principio de los tiempos, aquél que le dijo a Adán y Eva: “si comen el fruto prohibido, serán como dioses”, aquél que le propuso a Jesús “si me adorás, te voy a dar el mundo entero”. Los que codician someter a este mundo bajo su poder despótico se vuelven in-mundos y por más poder que tengan, se terminan volviendo títeres de poderes ocultos y nefastos que superan su inteligencia.

Final

Quienes hayan seguido el hilo posiblemente se sentirán abrumados por la magnitud de las fuerzas malignas que se concentran en las oligarquías tecnocráticas de estos nuevos Illuminati, por su capacidad de vigilancia y dominio de la sociedad civil y política. Sin embargo, semejante panorama no debe llevarnos a la desesperación. En primer lugar, ya hemos visto en el posteo 8 que el Apocalipsis de San Juan es un libro de gozo: el mal ya está condenado; Dios mismo lo barrerá con “el soplo de su boca”.

El 13 de julio de 1917 la Virgen les dijo a los tres pastorcitos de Fátima que el mundo atravesará calamidades, “pero al final, mi Inmaculado Corazón triunfará”. Eso es. Ella le pisa la cabeza a la serpiente y de hecho en multitud de exorcismos el demonio confiesa que le tiene pánico a la Señora del Cielo.

¿Qué podemos hacer? Difundir la verdad, permanecer alertas, analizar críticamente, estudiar, mantenernos calmos y no dejarnos arrebatar por el odio. Los intelectuales y escritores deben tomar conciencia de su responsabilidad por tener el don de la palabra y no entregarse a la vanagloria de una carrera exitista; deben hacer caso a Martín Fierro y “no templar la guitarra sólo por gusto, sino para cantar en cosas de jundamento”.

Y, sobre todo, debemos elevar nuestras oraciones. Parece poco, pero es muchísimo. Y los que no sean católicos o cristianos, eleven sus buenas intenciones, recen a su modo. Dios oye todo.

 

* Mario Ortiz es profesor y licenciado en Letras por la Universidad Nacional del Sur. Ejerce la docencia en el ámbito universitario y preuniversitario. Integra equipos de investigación de la Secretaría de Ciencia y Tecnología (UNS) en las áreas de literaturas comparadas e historia regional, especializado en historia de la Masonería local. 

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La destrucción de España – Por Juan Manuel de Prada

Por Juan Manuel de Prada

Cuando todavía colean los incendios más voraces jamás padecidos en España sufrimos la invasión de una horda incontable de marroquíes. ¿Alguien puede todavía negar que estamos gobernados por chacales juramentados en la destrucción de España? ¿Alguien puede negar que estamos en manos de criminales dispuestos a convertir España en eso que vulgarmente se llama un «Estado fallido»? ¿Cómo podemos definir un país cuyos gobernantes no sólo se muestran incapaces de combatir estas calamidades, sino que las fomentan y alientan?

Los incendios que acabamos de padecer –que todavía estamos padeciendo– ocurren porque los chacales que nos gobiernan los promueven. Sólo así puede explicarse que España apenas haya invertido una cuarta parte de las ayudas recibidas desde el pudridero europeo para la prevención de incendios y el cuidado de nuestros bosques; sólo así puede explicarse que la partida destinada al llamado Fondo de Contingencia para paliar catástrofes, que asciende a cuatro mil millones de euros, se haya desviado hacia otros gastos completamente diversos. ¿Y cuáles son esos gastos? La partida más abultada es la que se destina a «operaciones militares»; traducido al román paladino, se desvían miles de millones para abastecer de armamento al títere Zelenski y para participar en «misiones» belicistas demenciales (como la que ahora mismo nuestros militares están desarrollando en el Ártico), cuya única finalidad es enviscar a Rusia y provocar el estallido de una Tercera Guerra Mundial.

Los chacales que nos gobiernan han triplicado al gasto militar para cebar el «complejo industrial-militar» yanqui y prolongar indefinidamente una guerra perdida que puede degenerar en apocalipsis atómico, mientras nuestros hospitales y nuestras escuelas se depauperan hasta extremos insoportables, mientras nuestras carreteras se llenan de baches y socavones, mientras nuestros trenes descarrilan y nuestras infraestructuras públicas revientan. Mientras cuatro mil millones de euros han sido entregados al títere Zelenski, España se cae a trozos, convertida en una pira y en un muladar; y los sufridos españoles sufren exacciones fiscales monstruosas, que en muchos casos superan el 70 por ciento de sus ingresos (porque no hay que contabilizar sólo el impuesto sobre la renta, sino también los impuestos al consumo, los impuestos especiales y tasas son que nos acribillan, también los impuestos por derechos de emisión de CO2 que las centrales eléctricas y las empresas de la cadena industrial y alimentaria repercuten sobre nuestros bolsillos). Y no contentos con desviar los fondos destinados a la prevención de las catástrofes y con saquearnos atrozmente (siempre pillando cacho para sus corruptelas, por supuesto), los chacales que nos gobiernan invocan una supuesta «emergencia climática» cada vez que una nueva catástrofe nos golpea, para incrementar todavía más la recaudación y financiar más pingüemente la llamada «transición energética» (que el último año recibió más de 17.000 millones de euros). Una «transición energética» que se alimenta de la aniquilación de nuestra agricultura y nuestra ganadería, sometidas a normativas que las hacen inviables); una «transición energética» que es la principal beneficiaria de los incendios que cada verano arrasan nuestro territorio, pues brindan terreno calcinado para construir «parques» eólicos y fotovoltaicos; una «transición energética» que –como explica de perlas la «doctrina del shock»– se sirve de la consternación que provocan los incendios para que los chacales que nos gobiernan pueden subir todavía más los impuestos, con la excusa de combatir la «emergencia climática». Por supuesto, todos esos miles de millones que los chacales nos rapiñan cada año para combatir el «cambio climático» no han servido para suavizar ni un ápice nuestro clima.

Atrevámonos a decirlo: son los chacales que nos gobiernan los causantes directos y los principales beneficiarios (en colusión son los magnates de la «transición energética») de los incendios que padecemos. También son los causantes directos y los principales beneficiarios de las invasiones bárbaras que España padece desde hace décadas y que en estos días han alcanzado su paroxismo con la llegada a Ceuta y Melilla de una horda incontable de marroquíes, entre la que se camuflan miles de delincuentes liberados por su reyezuelo, con motivo del aniversario de su entronización. Pero esa horda no habría llegado a Ceuta y Melilla si los chacales que nos gobiernan no hubiesen favorecido una política de fronteras abiertas que ha convertido España en la bicoca y el dorado del reinado plutocrático mundial, que necesita provocar avalanchas inmigratorias para reducir los salarios y multiplicar sus beneficios. Esa horda no habría llegado a Ceuta y Melilla si los chacales que nos gobiernan no hubiesen promovido, para atender las demandas del reinado plutocrático mundial (y de paso asegurarse un ejército de votantes a piñón fijo), una monstruosa regularización masiva de inmigrantes que ha convertido España en un enjambre de rica miel para todos los desharrapados del planeta. Esa horda no habría llegado a Ceuta y Melilla si los chacales que nos gobiernan invirtieran dinero en un ejército que protegiese nuestras fronteras de vecinos aviesos y hostiles. Esa horda no habría llegado a Ceuta y Melilla si los chacales que nos gobiernan no estuviesen genuflexos ante Marruecos, por razones o sinrazones muy turbias que nunca se nos han explicado; razones o sinrazones que han condenado al pueblo saharaui a un futuro de tortura y opresión y han beneficiado a la tiranía marroquí con chorros de millones que se niegan a los españoles, para que su agricultura y su industria prosperen mientras las nuestras languidecen y nos comemos sus zurrapas en la fruta que nos venden. Pero de todo ello los chacales que nos gobiernan pillan cacho; por eso ayer banqueteaban y brindaban en embajadas y consulados de Marruecos, celebrando el aniversario de la entronización del reyezuelo Mujamé, mientras la horda invadía Ceuta y Melilla. Los chacales que no gobiernan son los causantes directos y los principales beneficiarios de la destrucción de España. Son unos traidores hijos del obispo Oppas y del conde don Julián, hijos de Godoy y Antonio Pérez, que han hecho de la destrucción de España su pitanza y su misión vital. Mientras nos resistamos a aceptar esta verdad diáfana solo nos resta agonizar. Y va a ser una agonía larga y dolorosa.

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Traditional Chinese Joinery: Inserted Shoulder Joint#woodworking

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24 Ore nel campeggio più assurdo ed esclusivo d'Europa: Isole Faroe

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#stepsover #vanlife #viaggio
Episodio 1175: Le Isole Faroe sembrano uscite da un altro pianeta. In questo episodio percorriamo alcune delle strade più spettacolari dell'arcipelago, tra montagne che si tuffano nell'oceano, panorami incredibili e un meteo che ci ricorda subito chi comanda da queste parti.

Raggiungiamo la spettacolare cascata di Fossá, la più alta delle Faroe, e poi uno dei villaggi più curiosi dell'arcipelago, dove il campeggio si trova... direttamente all'interno del campo da calcio. Un luogo unico che racconta perfettamente lo spirito di queste isole.

Tra carreggiate strettissime, tunnel, vento gelido e paesaggi che lasciano senza fiato, continuiamo a esplorare uno degli angoli più affascinanti del Nord Atlantico.

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Commentaires sur La Suite numérique de l’État : critique des critiques par af

En réponse à Gervois Gérard.

hello,
Lasuite.coop propose les mêmes logiciels aux acteurs de l’ESS, mais on peut aussi juste les tester sur leur site en créant un compte :
https://www.lasuite.coop/applications/demo/

sinon ces logiciels est libre donc on peut les compiler et les installer soi-même pour s’en servir : https://github.com/orgs/suitenumerique/repositories

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CRISI CLIMATICA. Critiche e prospettive da un punto di vista anarchico.

CLICCA QUI PER SCARICARE L'OPUSCOLO IN PDF

Pubblichiamo integralmente l’opuscolo appena prodotto dal gruppo di lavoro della FAI “Azione diretta e crisi climatica”. La diffusione è più che auspicata. Buona lettura! La redazione web

Prefazione

Durante il congresso della Federazione Anarchica Italiana, tenutosi a Carrara nel 2025, si è aperto il confronto sulla tematica delle lotte ambientali. Nel corso del dibattito è emerso come il problema dei cambiamenti climatici o, meglio, della crisi climatica sia una questione che per il suo carattere globale e per le molteplici implicazioni inerenti a questioni ambientali, sociali ed economiche, non solo assume un interesse riferibile all’intero pianeta Terra ma permette di sviluppare un’analisi che, inevitabilmente, si riferisce alla complessità della società in cui agiamo.

Come gruppo di lavoro abbiamo “intrecciato” gli aspetti considerati più significativi cercando di evidenziare tutte le criticità che, inquadrate in un unico contesto, permettono di sostenere la tesi secondo la quale non esiste reale soluzione alla crisi climatica se non si prevede lo smantellamento dello stato e del capitalismo nelle loro articolazioni politiche, economiche e militari.
Ci siamo confrontat anche sul ruolo che la scienza gioca in questo contesto, valutando che, nella piena consapevolezza della sua non neutralità, è fondamentale denunciare le spinte tecnocratiche favorendo, invece, lo stretto rapporto con chi fa ricerca, raccoglie dati, sviluppa modelli che permettono di interpretare l’evoluzione dei fenomeni.

La scienza non è neutrale perché la sua pratica è intrinsecamente influenzata dal contesto umano, sociale, economico e culturale in cui opera. Sebbene cerchi l’oggettività, la ricerca è orientata da scelte politiche, finanziamenti e valori di chi fa ricerca scientifica. La scienza, dunque, non opera in un “vuoto asettico”. I fatti e i dati scientifici sono “veri” ma possono essere cercati e selezionati con modalità diverse, l’applicazione e la direzione della scienza sono condizionate da tempi e finanziamenti. La stessa domanda iniziale su cui s’indaga orienta in una direzione piuttosto che un’altra.

La narrazione della scienza e di chi fa ricerca e sperimentazione come entità super partes è illusoria. Il problema della responsabilità sociale della scienza è un tema che ha percorso l’arco della storia.

Einstein scrisse nella sua lettera aperta del Gennaio 1947: «(…) Noi scienziati riconosciamo la nostra ineludibile responsabilità di trasmettere ai nostri concittadini una comprensione dei fatti più semplici dell’energia atomica e le sue implicazioni per la società. In questo sta la nostra sola sicurezza e la nostra unica speranza – noi siamo convinti che una cittadinanza informata agirà in favore della vita e non della morte».

In questo senso è necessario sostenere una scienza universale aperta a tutt e svincolata dagli interessi nazionali, dal profitto dei pochi a svantaggio dei più, una scienza i cui risultati appartengano alla comunità, controllata da uno scetticismo organizzato dove le conoscenze scientifiche siano passibili di giudizio critico e ritenute valide fino a prova contraria.

Consapevoli della sua condizione di illusoria neutralità possiamo comunque sostenerla come impresa sociale collettiva. Quindi una scienza inclusiva che, pur rigorosa nell’applicazione del metodo scientifico, non si ponga come entità superiore o indiscussa “guida” ma, sostenuta e in stretta corrispondenza con la società, sia orientata verso fini positivi.

Ci è sembrato, inoltre, opportuno evitare la declinazione di genere usando l’espediente delle parole tronche, con alcune eccezioni, per favorire una lettura scorrevole e l’uso del lettore vocale.

Capitolo 1 – Cosa s’intende per cambiamento climatico?

Il cambiamento climatico si riferisce a modifiche a lungo termine nelle condizioni termodinamiche e meteorologiche della Terra. Questi cambiamenti sono in gran parte causati dall’attività umana negli ultimi due secoli, soprattutto dall’uso di combustibili fossili come carbone, petrolio e gas che immettono nell’atmosfera gas serra (come anidride carbonica e metano), che intrappolano calore e riscaldano il pianeta.

Cos’è la World Meteorological Organization?

Nata nel 1873, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM o in inglese World Meteorological Organization, WMO) è l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa di meteorologia, climatologia, idrologia e scienze geofisiche correlate. Il suo ruolo principale è favorire la cooperazione internazionale nello studio e nella raccolta di dati su tempo, clima e risorse idriche, oltre a promuovere l’uso della meteorologia per la sicurezza, l’economia e lo sviluppo sostenibile.

Cosa fa la WMO?

La WMO coordina e supporta servizi meteorologici e idrologici nazionali di 193 stati e territori membri, rendendo possibile lo scambio libero e senza restrizioni di dati e informazioni meteorologiche, lo sviluppo di standard per osservazioni uniformi e l’uso di questi dati in settori pratici come:

– previsioni del tempo e allerte meteorologiche,

– monitoraggio climatico e cambiamenti climatici,

– gestione delle risorse idriche e degli eventi estremi,

– applicazioni in aviazione, agricoltura, trasporti e protezione civile

La situazione attuale

Nei suoi recenti report, la WMO informa circa alcune conclusioni fondamentali (dai rapporti 2024/2025):

  • Caldo e riscaldamento record: il 2024 è stato probabilmente il primo anno con temperature superiori di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali (1,55 °C), proseguendo una serie in cui l’ultimo decennio (2015-2025) è stato il più caldo mai registrato a causa dei gas serra e di El Niño.

  • Gas serra: le concentrazioni di CO2 e di altri gas serra sono ai massimi degli ultimi 800.000 anni, spingendo le temperature verso l’alto.

  • Cambiamenti oceanici: si stanno verificando un contenuto record di calore oceanico e ondate di calore marine. Inoltre, lo scioglimento della CO2 in acqua determina una significativa acidificazione con cambiamenti irreversibili per secoli.

  • Perdita della criosfera: i ghiacciai stanno fondendo rapidamente e il ghiaccio marino antartico ha raggiunto la sua seconda estensione più bassa di sempre mentre anche il ghiaccio marino artico ha registrato minimi record.

  • Scongelamento del permafrost con ulteriore liberazione di gas serra e acqua.

  • Accelerazione dell’innalzamento del livello del mare: il tasso di innalzamento del livello del mare è raddoppiato dall’inizio delle rilevazioni satellitari con previsioni di continui aumenti a lungo termine.

  • Eventi meteorologici estremi: ondate di calore più frequenti e intense, inondazioni e siccità causano enormi sconvolgimenti sociali ed economici.

  • Urgenza di agire: la WMO sottolinea che è probabile un superamento temporaneo di 1,5°C, ma un’azione immediata e rapida su emissioni e servizi climatici affidabili (allerte precoci) sono fondamentali per salvare vite umane e rafforzare la resilienza.

Riassumendo, le tre principali conclusioni del WMO, già espresse in precedenti report sono:

– il clima sta cambiando in modo accelerato negli ultimi decenni;

– la causa sono le emissioni (di origine antropica);

– un’azione immediata potrebbe mitigare l’estendersi dei danni correlati con i cambiamenti climatici

La WMO è considerata l’autorità scientifica internazionale sullo stato dell’atmosfera terrestre e sul comportamento del clima. Non si tratta quindi di un gruppo di ambientalist improvvisat. Si basa su espert selezionat e delegat dai governi delle 193 nazioni aderenti. In sostanza un organo sovranazionale per il coordinamento della meteorologia e degli studi sul clima, gli oceani e la criosfera. Eppure i suoi report sono lapidari, come abbiamo visto, lasciando poco spazio al dibattito non-scientifico.

L’IPCC

Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) è il forum scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM – WMO) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale.

L’IPCC è organizzato in tre gruppi di lavoro:

  • il gruppo 1 si occupa delle basi scientifiche dei cambiamenti climatici;

  • il gruppo 2 si occupa degli impatti dei cambiamenti climatici sui sistemi naturali e umani, delle opzioni di adattamento e della loro vulnerabilità;

  • il gruppo 3 si occupa della mitigazione dei cambiamenti climatici.

L’IPCC non svolge direttamente attività di ricerca né di monitoraggio o raccolta dati ma analizza a fondo la letteratura scientifica disponibile su temi diversi: oceanografia, stato della criosfera, misure di temperatura dell’aria a terra, serie storiche, misure da satellite e radiosonde e molto altro. Sulla base dei risultati dell’analisi di migliaia di articoli scientifici, l’IPCC stila i rapporti di valutazione (ora giunti alla sesta edizione, con il settimo in preparazione), che vengono poi presentati (meglio dire ignorati!) alle COP (Conference of the Parties, un appuntamento annuale in cui i paesi del mondo dovrebbero confrontarsi e concordare provvedimenti per limitare i rischi e i danni dovuti al cambiamento climatico).

Tutti i rapporti tecnici dell’IPCC sono a loro volta soggetti a procedure di revisione paritaria; i rapporti sintetici (oggetto di attenzione mediatica) sono soggetti anche a revisione da parte dei governi.

L’attività principale dell’IPCC è la preparazione a intervalli regolari di valutazioni esaustive e aggiornate delle informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche rilevanti per la comprensione dei mutamenti climatici indotti dal genere umano, degli impatti potenziali dei mutamenti climatici e delle alternative di mitigazione e adattamento disponibili per le politiche pubbliche. I rapporti di valutazione finora pubblicati sono sei, l’ultimo pubblicato nel 2022.

Nel primo rapporto, risalente al 1990, l’IPCC ha rivelato come l’anidride carbonica (CO2) contribuisca ad aumentare l’effetto serra naturale e che le attività umane hanno contribuito considerevolmente ad aumentare la concentrazione dei gas serra nell’atmosfera. Dopo la pubblicazione del rapporto è stato richiesto un supplemento, uscito nel 1992, che ha aumentato gli scenari da considerare sull’evoluzione planetaria.

Come si misura il clima

Il Global Climate Observing System, organo e iniziativa in seno alla WMO, è un programma internazionale per monitorare, comprendere e prevedere i cambiamenti climatici, raccogliendo dati su atmosfera, terra e oceani. Il GCOS definisce un insieme di oltre 50 variabili essenziali a comprendere il clima (Essential Climate Variables – ECV).

La vision del GCOS aspira ad un mondo in cui tutt abbiano libero accesso alle informazioni climatiche di cui hanno bisogno.

L’obiettivo del GCOS è altrettanto profondo: garantire la disponibilità e la qualità delle osservazioni necessarie per monitorare, comprendere e prevedere il clima globale. Il GCOS si impegna per un mondo in cui le osservazioni climatiche siano accurate e durature e l’accesso ai dati climatici sia libero e aperto.

Il GCOS coordina quindi iniziative a livello mondiale sulla disponibilità di dati, anche di alto livello, da sistemi e network diversi.

Il famoso grafico che riporta l’aumento della temperatura dell’aria, a partire dal periodo pre-industriale, è frutto dell’analisi di numerose serie di dati e costituisce un esempio in tal senso.

Nel ricostruire le variazioni della temperatura media globale dal 1850, Berkeley Earth ha infatti esaminato 21 milioni di osservazioni della temperatura media mensile da 50.706 stazioni meteorologiche. Di queste, 19.048 stazioni e 202.000 medie mensili sono disponibili per il 2023. I dati delle stazioni meteorologiche sono combinati con i dati sulla temperatura della superficie del mare dell’Hadley Centre (HadSST) del Met Office del Regno Unito. Questi dati oceanici si basano su 469 milioni di misurazioni raccolte da navi e boe, inclusi 12,7 milioni di osservazioni ottenute nel 2023. Dopo aver combinato i dati oceanici con i nostri dati terrestri, arriviamo a un quadro globale del cambiamento climatico dal 1850.

Il clima si misura infatti attraverso miriadi di stazioni, sistemi, variabili e metodi diversi.

Satelliti in grado di valutare variazioni su larga e media scala dei parametri fondamentali, quali temperatura del suolo o della superficie degli oceani, umidità, copertura nuvolosa.

Stazioni a terra che misurano i tradizionali parametri meteorologici: temperatura dell’aria, umidità, pressione atmosferica, radiazione solare, vento, precipitazioni, temperatura del suolo e altro.

Boe stazionarie e sensori a bordo di navi, per le misure dei numerosi parametri marini: temperatura dell’acqua anche in profondità, salinità, parametri meteorologici alla superficie del mare.

Sistemi di misura in criosfera: temperatura del permafrost (il suolo ghiacciato, nelle zone polari o residuo di ghiacciai montani) , estensione dei ghiacciai, intensità delle coperture nevose. A cui si aggiungono parametri indiretti chimici, biologici e perfino vegetali (la cosiddetta fenologia che registra il cambiamento nel comportamento vegetale).

In quasi tutte queste discipline, inoltre, negli ultimi dieci-quindici anni si è visto l’ingresso della metrologia, la scienza delle misure. Espert in validazione di strumenti, tarature e analisi delle incertezze sono ora parte integrante di tutti i processi di generazione dei dati al fine di garantirne la qualità sin dal processo di misura. Le analisi storiche, finora basate su processi di filtraggio di dati prevalentemente meteorologici, possono ora giovarsi di un processo di validazione all’origine, attraverso metodi di riferimento e reti di strumenti (a terra, mare o atmosfera) di altissima qualità, in continuo dialogo e confronto tra loro e costantemente controllati e migliorati. Uno sforzo internazionale poco conosciuto, ma finalizzato a lasciare alle future generazioni di climatolog dati di alta qualità. Ulteriore scopo è quello di poter cogliere variazioni climatiche in tempi più brevi, rispetto alle tradizionali analisi delle serie storiche. Per verificare se l’introduzione di termini di mitigazione possano iniziare ad avere effetto, è necessario disporre di misure sempre più raffinate (cioè con maggiori cifre significative). Solo così si potranno indirizzare le scelte energetiche e di produzione alimentare in modo corretto. Non è infatti più possibile attendere decenni per agire.

Effetti del cambiamento climatico

Il cambiamento climatico non è solo questione di riscaldamento: influisce su tutto il sistema Terra con effetti già evidenti e in continua crescita e intensificazione.

Le temperature atmosferiche medie globali stanno aumentando, con conseguenti ondate di calore più frequenti e intense. L’incremento di temperatura si riscontra, in modo costante, anche nelle acque oceaniche che, immagazzinando maggiore energia, determinano ulteriori effetti destabilizzanti sulle correnti, sugli habitat e sulle stesse interazioni idrosfera-atmosfera.

Fusione dei ghiacci e innalzamento del livello del mare

I ghiacciai e le calotte polari si sciolgono facendo aumentare il livello dei mari: una minaccia per le città costiere. A questo fenomeno si aggiungono preoccupanti variazioni della salinità dell’acqua dato che i ghiacci che si fondono sono per la maggior parte di acqua dolce. Questo innesca variazioni nella stabilità di correnti oceaniche, acidificazione e danno alla fauna acquatica.

Eventi meteorologici estremi

Alluvioni, tempeste, siccità e incendi diventano più frequenti e intensi. Negli ultimi quattro anni a Torino sono stati valutati e purtroppo validati i record estremi di temperatura dell’Asia (54 °C in Kuwait – Mitribah) e dell’Europa 48,8 °C a Floridia (Sicilia).

Impatti su piante, animali e habitat

Molte specie migrano, si estinguono o perdono habitat. I cicli naturali e gli ecosistemi si alterano rapidamente. I tempi di adattamento di molte specie, dettati da necessità biologiche e naturali, sovente non sono altrettanto rapidi rispetto alle variazioni delle condizioni climatiche di una regione.

Impatti su salute e società

Ondate di caldo, scarsità d’acqua, sicurezza alimentare precaria e malattie nuove o in espansione aumentano i rischi per la salute umana.

Effetti economici

Danni a infrastrutture, perdite agricole e costi di recupero dopo disastri naturali hanno gravi impatti economici.

Negazionismo e negazionismi

L’asserzione per cui «in fondo, i cambiamenti climatici sono sempre esistiti» è certamente corretta e fornisce lo spunto di avvio del discorso negazionista. È innegabile che il clima sul nostro pianeta sia variato. Si può dire che vari in continuazione. È altrettanto vero che livelli di CO2 come quelli odierni si siano già raggiunti, ma i negazionist, strumentalmente, non tengono conto di due aspetti fondamentali.

Prima di tutto bisogna considerare la velocità dei cambiamenti che oggi non si possono più ritenere a lungo termine. Basti vedere la velocità di sparizione dei ghiacci, alpini e artici o fenomeni di desertificazione crescente. Velocità di mutamento che non sempre riesce ad essere compensata dai fenomeni di adattamento delle specie vegetali e animali, causando la perdita di biodiversità, che è un grave fenomeno associato, raramente considerato nei discorsi negazionisti. Altro punto ignorato è la densità della popolazione terrestre. Se qualche centinaio di anni fa all’abbassamento o innalzamento della quota neve l’umanità rispondeva spostando qualche villaggio di decine di persone e qualche centinaio di capi di bestiame in ogni valle, oggi gli effetti di innalzamento del livello del mare sulle città costiere, la perdita di coltivabilità di ampie zone del pianeta o l’obbligo di ricorrere a specie non autoctone, vanno a indurre crisi sociali ed economiche che inevitabilmente ricadono sugli strati più deboli della popolazione.

Il negazionismo climatico si basa quindi sul rifiuto o minimizzazione della scienza climatica che dimostra che il cambiamento climatico è reale e causato principalmente dalle attività umane. Negare l’evidenza scientifica significa negare che il riscaldamento globale è causato dalle emissioni di gas serra derivanti dalla combustione di combustibili fossili, deforestazione, allevamento intensivo e altre attività industriali. Significa negare le responsabilità del modello economico capitalista.

Le principali motivazioni alla base dei negazionismi climatici sono:

  • Interessi economici e politici. Alcuni settori economici, come l’industria dei combustibili fossili, temono che le politiche per combattere il cambiamento climatico possano ridurre i profitti o aumentare i costi operativi. Di conseguenza, cercano di minimizzare la questione, spesso finanziando campagne che diffondono dubbi sulla scienza climatica.

  • Ideologia politica. In alcuni casi, il negazionismo climatico è legato a convinzioni politiche che rifiutano interventi governativi, come la regolamentazione delle emissioni o l’adozione di politiche ambientaliste. Per alcuni gruppi, riconoscere il cambiamento climatico potrebbe implicare l’adozione di politiche che vedono come dannose per la libertà economica o la crescita.

  • Distorsione delle informazioni. Il negazionismo climatico spesso utilizza argomenti pseudoscientifici, come citare fenomeni atmosferici che non sono legati al riscaldamento globale o distorcere dati scientifici per fare sembrare che non ci sia consenso tra espert sul cambiamento climatico.

  • Conformismo sociale e media. In alcuni casi, le persone si allineano con le opinioni dominanti all’interno dei loro gruppi sociali, culturali o politici, anche se queste opinioni non sono supportate da prove scientifiche. Alcuni media, soprattutto quelli con orientamenti politici conservatori, promuovono opinioni negazioniste, schierandosi per opportunità politica.

  • Scetticismo generalizzato verso la scienza. Alcun negazionist provano semplicemente scetticismo verso la scienza in generale, assumendo posizioni complottiste spesso legate alla naturale diffidenza verso ciò che non si conosce. Classicamente tradotto con: «Ci vogliono far comprare la macchina elettrica»; «Gli scienziati sono tutti al soldo delle multinazionali»; «Vogliono solo creare terrore per poi farci pagare più tasse sul clima», e via dicendo.

Il complottismo, pur assumendo forme grottesche (un tempo forse oggetto di barzelletta), trova spazio e si autoalimenta attraverso i post su social media, i quali non richiedono la raccolta dei dati, il loro studio e successiva validazione ma la semplice digitazione su tastiera.

Capitolo 2 – Governi e capitale: la complicità strutturale nella crisi climatica.

Il cambiamento climatico non è un mero disastro naturale o un destino ineluttabile ma la diretta conseguenza di un sistema politico ed economico deliberatamente orientato alla crescita infinita, al profitto e al potere. Governanti, stati e istituzioni internazionali, per decenni, hanno servito gli interessi del capitale, difendendo una crescita illimitata su un pianeta finito. Parlare di ecologia significa, quindi, ridiscutere di scelte politiche e di sistemi sociali e culturali profondamente radicati. Corriamo Il rischio di diventare ingranaggi di una macchina che rende complici della propria stessa distruzione, dove ogni bisogno, ogni acquisto, ogni digitazione alimenta un modello che divora le risorse e le vite.

La società contemporanea è dominata da bisogni indotti, guerre permanenti e nuove tecnologie ad alto impatto energetico come i Bitcoin e l’intelligenza artificiale (IA). Questi fenomeni, apparentemente distinti, condividono un filo conduttore: il nesso tra stato e capitale che incentiva modelli distruttivi anteponendo il profitto e il potere ai bisogni reali delle persone e dell’ambiente. Per comprendere la vera natura del cambiamento climatico, è indispensabile smascherare il ruolo di governi e grandi interessi economici dietro consumismo, militarismo e tecnologie energivore.

Il dominio dei combustibili fossili: sussidi e impunità

Il problema climatico non è un fenomeno diffuso e indistinto, ma una questione di potere e di decisioni strategiche altamente concentrate. Dal 1988 a oggi, solo 100 aziende fossilifere sono state responsabili di oltre il 71% delle emissioni globali di CO₂. Un’analisi più approfondita del Carbon Majors Report 2023 rivela che oltre il 70% delle emissioni storiche di CO₂ dal 1751 può essere attribuito a sole 78 entità produttrici, sia private che pubbliche. Un dato particolarmente allarmante è che 58 di queste 100 aziende hanno effettivamente aumentato le loro emissioni nel periodo successivo all’Accordo di Parigi (2016-2022) rispetto agli anni precedenti (2009-2015). In questo contesto, le aziende statali hanno mostrato un incremento del 29% delle emissioni da carbone, mentre quelle private hanno registrato un calo del 28%. Questi dati sottolineano una persistente espansione dei combustibili fossili nonostante gli impegni globali assunti per il clima nei contesti internazionali. La responsabilità del cambiamento climatico è, dunque, altamente concentrata in un numero ristretto di attori. Il fatto che le aziende statali abbiano aumentato le emissioni post-Accordo di Parigi evidenzia una diretta complicità dei governi nel perpetuare la dipendenza dai combustibili fossili, al di là delle dichiarazioni ufficiali. Questo sposta la narrativa dalla colpa individuale” alla responsabilità sistemica e concentrata, indicando che il problema non è solo una questione di mercato ma di scelte politiche deliberate che favoriscono interessi specifici. Tra i maggiori responsabili figurano aziende statali come Saudi Aramco, Gazprom e National Iranian Oil Company, e aziende private come Chevron, ExxonMobil, BP e Shell.

L’analisi del sistema economico italiano rivela una contraddizione strutturale che mina alla base ogni sforzo di decarbonizzazione: il persistere di un massiccio trasferimento di risorse pubbliche verso attività che degradano il capitale naturale. Nel 2023, l’Italia ha destinato circa 78,7 miliardi di euro ai cosiddetti Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD), un dato che evidenzia come la risposta alla crisi energetica e climatica sia ancora pesantemente ancorata al sostegno delle fonti fossili. Questa massa di capitale agisce come un catalizzatore di entropia, mantenendo artificialmente competitivi settori che la scienza climatica ha giudicato obsoleti. 

La struttura dei sussidi si articola in una tassonomia complessa che include trasferimenti diretti e, in misura maggiore, spese fiscali sotto forma di esenzioni o riduzioni di accise. Nel 2024, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha censito 183 incentivi con impatto ambientale, classificando i SAD per un valore di circa 25 miliardi di euro, di cui 19,2 miliardi diretti specificamente al settore dei combustibili fossili. La permanenza di tali incentivi crea una distorsione del mercato che rallenta l’adozione di tecnologie pulite, poiché il costo sociale del carbonio non viene internalizzato nei prezzi finali. 

Il Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica (CITE) aveva stabilito un obiettivo ambizioso: definire la rimozione graduale dei SAD entro il 2025. Tuttavia, il processo di riforma si scontra con resistenze sistemiche. Se da un lato sono stati eliminati alcuni sussidi minori, per un risparmio di circa 105,9 milioni di euro annui, dall’altro emergono nuovi SAD che rischiano di neutralizzare i progressi raggiunti. La proposta di riforma fiscale mira a spostare il carico fiscale dal reddito ai consumi, riducendo la progressività e favorendo i redditi più alti, con la giustificazione di tassare il consumo di risorse naturali e le attività inquinanti, seguendo il principio “chi inquina paga”. Un esempio critico è il riallineamento delle accise tra benzina e gasolio, un intervento atteso da anni per correggere una disparità che ha favorito ingiustamente l’automobilità diesel, e che dovrebbe concludersi entro un arco di cinque anni a partire dal 2025. 

Inoltre, l’aumento dei Sussidi Ambientali Favorevoli (SAF), passati da 40,5 a 71,8 miliardi di euro in un anno, non deve indurre a un ottimismo acritico; spesso questi fondi vengono destinati a tecnologie la cui efficienza complessiva è ancora oggetto di dibattito o che, come vedremo nel caso del fotovoltaico a terra, possono generare esternalità negative impreviste sul consumo di suolo.

Il pacchetto europeo “Fit for 55“, pur ambizioso sulla carta, è stato ampiamente criticato da organizzazioni non governative come «inadatto e ingiusto». Non prevede un’eliminazione, pur se graduale, dei combustibili fossili e continua a proteggere l’industria con «quote di CO₂ gratuite», scaricando di fatto i costi dell’inquinamento sulla cittadinanza. L’influenza delle lobby fossili è palese e rappresenta uno strumento di sottomissione politica. Transparency International ha rivelato quasi 900 incontri tra lobbist e Commissione europea negli ultimi quattro anni e mezzo. Questo dimostra come gli interessi privati possano dirottare le politiche pubbliche, trasformando gli obiettivi climatici in mere promesse dilatorie. Questo meccanismo è una diretta conseguenza della “complicità strutturale” tra poteri finanziari e stati, dove la democrazia formale è, di fatto, svuotata dalla pressione economica.

In Italia, la situazione è emblematica di questa tendenza: il governo ha posticipato la chiusura delle centrali a carbone al 2038 e ha tagliato fondi destinati alla transizione ecologica dal PNRR, in particolare per il dissesto idrogeologico e la messa in sicurezza degli edifici pubblici, nonostante l’urgenza di tali interventi nell’ottica di un’autentica transizione ecologica. La persistenza di tali politiche, nonostante le evidenze scientifiche e gli impegni internazionali, sottolinea come lo stato, lungi dall’essere un’entità neutrale, sia intrinsecamente legato e spesso sottomesso alle pressioni del capitale, rendendo impraticabile un cambiamento radicale dall’alto.

Le nuove frontiere dell’assurdo energetico: Bitcoin e Intelligenza Artificiale

Inseriti nel quadro del capitalismo tecnico-industriale, i Bitcoin e le recenti applicazioni di Intelligenza Artificiale sono nuove appendici di questo sistema, dimostrando come tecnologie presentate come rivoluzionarie” possono in realtà sostenere logiche di spreco e dominio. Queste tecnologie digitali avanzate, spesso presentate come neutrali o progressiste, sono in realtà nuovi tentacoli del sistema capitalista che perpetuano e intensificano la logica di spreco energetico e centralizzazione, con la complicità dei governi che le incentivano senza adeguata regolamentazione ambientale.

La nascita delle criptovalute come Bitcoin fu accompagnata da una retorica di emancipazione dalle banche centrali e dallo stato; in pratica, però, Bitcoin è diventato un gigantesco divoratore di elettricità al servizio principalmente della speculazione finanziaria. Il meccanismo estrattivo (mining) di Bitcoin richiede computer che eseguono calcoli continui e ridondanti, consumando quantità abnormi di energia elettrica. Si stima che il consumo annuale di elettricità della rete Bitcoin si aggiri sui 175,87 terawattora (TWh), grosso modo quanto un intero paese di medio livello industriale come la Polonia. In termini relativi, si parla di circa lo 0,4% del fabbisogno elettrico mondiale assorbito da una singola rete di pagamento privata. La sua impronta carbonica annuale è paragonabile a quella del Qatar (98,10 Mt CO2), e una singola transazione Bitcoin ha un’impronta carbonica equivalente a 1,7 milioni di transazioni VISA o al consumo energetico di una famiglia statunitense per 47 giorni. L’85% dell’energia utilizzata per il mining negli Stati Uniti proviene ancora da combustibili fossili. L’ipocrisia è evidente: mentre a una persona comune si chiedono sacrifici green, alcuni governi, lungi dal frenare questa “follia”, la incoraggiano apertamente, offrendo elettricità a basso costo ai miners o adottando Bitcoin come valuta legale, nonostante le avvertenze sui danni ambientali e la pressione sulla rete elettrica.

Il paradosso digitale: Il costo fisico dell’Intelligenza Artificiale

L’Intelligenza Artificiale (IA) viene spesso descritta come un’entità immateriale operante nel cloud. Al contrario, l’IA è una tecnologia profondamente materiale, caratterizzata da una “voracità di risorse” che la rende uno dei principali driver della domanda energetica e idrica dei prossimi decenni. La scala di utilizzo di un data center dedicato all’IA ha ordini di grandezza superiore rispetto ai centri tradizionali: un’installazione hyperscale può consumare oltre 100 MW di potenza, quanto 100.000 nuclei familiari. 

Il fabbisogno energetico dell’IA è proiettato verso una crescita esponenziale. Negli Stati Uniti, si stima che la domanda di potenza per i soli data center IA possa passare da 4 GW nel 2024 a 123 GW entro il 2035. Questa pressione sta portando alla riattivazione di centrali a combustibili fossili per garantire un carico di base costante, contraddicendo gli obiettivi di decarbonizzazione. Nel 2024, il gas naturale ha fornito oltre il 40% dell’elettricità per i data center USA, mentre le rinnovabili si sono fermate al 24%. 

L’impatto idrico è altrettanto critico. Il raffreddamento dei server richiede enormi quantità di acqua, spesso prelevata da bacini già in sofferenza. Si stima che entro il 2030 l’industria dell’IA potrebbe drenare fino a 1.125 milioni di metri cubi d’acqua all’anno negli Stati Uniti, una quantità pari al consumo domestico di 10 milioni di persone. Questo consumo è “silenzioso” ma devastante, poiché avviene spesso in regioni aride come l’Arizona o il Nevada per ragioni di incentivi fiscali e costi energetici. 

In questo contesto, si ripresenta il Paradosso di Jevons: ogni guadagno di efficienza algoritmica o hardware viene più che compensato dall’aumento della domanda complessiva di computazione. Se l’efficienza riduce il costo marginale di un’operazione IA, le imprese rispondono espandendo l’uso della tecnologia in ogni ambito, portando a un aumento netto dei consumi di energia e acqua. Senza una regolamentazione che ponga limiti fisici alla crescita dell’infrastruttura digitale, l’IA rischia di diventare un acceleratore dell’entropia planetaria piuttosto che un suo mitigatore. 

Consumismo indotto e obsolescenza programmata: la manipolazione dei desideri

In un’economia votata alla crescita illimitata, il capitalismo non rinuncia a modalità di controllo e crescita forzata analoghe a quelle belliche, rivolte espressamente all’interno: il consumismo di massa. La domanda di beni non sorge spontaneamente né è guidata solo dalle scelte individuali. Come notava Murray Bookchin, è il sistema produttivo a creare artificiosamente i bisogni attraverso la pubblicità e il marketing e manipolando i gusti del pubblico. La pubblicità, infatti, serve come catalizzatore per le decisioni d’acquisto, non solo diffondendo informazioni ma esercitando un forte richiamo emotivo e rafforzando il ricordo del marchio e la propensione al consumo. Questo crea “aspettative irrealistiche” che spingono le persone a comprare ciò di cui non hanno realmente bisogno. La perpetuazione del modello di crescita attraverso la manipolazione del desiderio è un meccanismo centrale del capitalismo, che si auto-alimenta generando una domanda insaziabile.

Come ribadito in un’altra parte del documento, un altro meccanismo-chiave è l’obsolescenza programmata, dove i prodotti sono deliberatamente progettati per rompersi o diventare rapidamente obsoleti. Questo è evidente nell’industria degli smartphone, con una vita media di soli 2,5 anni per un dispositivo. Il risultato è una montagna di rifiuti elettronici: nel 2020 il mondo ha generato 53,6 milioni di tonnellate metriche di e-waste, di cui solo il 17,4% è stato riciclato correttamente. Anche la fast fashion contribuisce in tal senso, producendo 92 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno. Questo fenomeno non solo accelera l’esaurimento delle risorse naturali, ma contribuisce anche alla contaminazione del suolo e dell’acqua con materiali pericolosi. La combinazione di consumismo indotto e obsolescenza programmata crea un ciclo distruttivo che massimizza il profitto a scapito dell’ambiente e delle risorse, trasformando la cittadinanza in “utenti e rifiuti,” come sosteneva Ivan Illich.

Ad essere più penalizzate sono, comunque, le classi meno abbienti, come spiega Terry Pratchett nel suo libro Men at Arms. Secondo la Teoria degli stivali” la povertà mantiene povere le persone. Lo scrittore sottolinea come chi vive in ricchezza possa permettersi buoni stivali che costano di più ma durano dieci anni, mentre chi vive in povertà può permettersi solo stivali economici che si consumano in una stagione, ovvero, la povertà fa spendere di più, alla lunga, dovendo ricomprare più volte stivali di cattiva qualità che devono essere rimpiazzati di frequente. È un’analisi cinica ma realistica che illustra come la mancanza di risorse economiche intrappoli le persone indigenti in un ciclo di spese continue per acquistare beni di scarsa qualità. Anche questa può essere considerata una forma di obsolescenza programmata, non solo nei termini delle caratteristiche del prodotto ma anche verso la classe sociale cui è indirizzata.

I governi sono complici attivi di questa dinamica di consumi indotti. Da un lato tollerano, quando non incoraggiano, la pubblicità martellante e la programmazione dell’obsolescenza dei prodotti. Dall’altro, intervengono direttamente per sostenere la domanda in settori strategici. Emblematico fu l’appello dell’amministrazione USA dopo l’11 settembre 2001, quando il presidente Bush esortò la popolazione ad «andare a Disney World» e fare acquisti per aiutare l’economia nazionale. Anche in Europa e in Italia si assiste regolarmente a incentivi pubblici per stimolare i consumi. A livello nazionale, il governo italiano ha stanziato 597 milioni di euro per incentivare la rottamazione dei veicoli più inquinanti e l’acquisto di auto elettriche. Queste misure, pur presentate come “green“, di fatto si traducono in sussidi statali a favore di grandi industrie (automobilistica, elettronica, edilizia), elargiti con la scusa dell’interesse generale mentre perpetuano il dominio delle imprese sul mercato e sugli stili di vita. La complicità dello stato si manifesta non solo nella tolleranza di queste pratiche ma anche nell’attivo sostegno attraverso incentivi che, pur apparentemente “verdi”, rafforzano il modello di consumo invece di sfidarlo. In un simile contesto diviene funzionale scaricare sull’individuo la colpa dei problemi ambientali e sociali, spingendo la retorica del consumo responsabile” o dei piccoli gesti, senza mai mettere in discussione l’enorme apparato produttivo che, in alcuni casi, finisce col patire crisi di sovrapproduzione e, per assurdo, arriva alla distruzione delle derrate alimentari per non far scendere i prezzi.

L’emorragia territoriale: record di consumo di suolo nell’era della crisi

Se i sussidi rappresentano il “software” dell’insostenibilità, il consumo di suolo ne è l’evidenza “hardware” più brutale. Il 2024 ha segnato il record peggiore dell’ultimo decennio per la perdita di superfici naturali in Italia. Secondo il rapporto ISPRA, sono stati consumati oltre 78 km^2 netti di suolo, con un incremento del 16% rispetto all’anno precedente. La velocità di trasformazione ha raggiunto i 2,7 m^2 al secondo, un ritmo che polverizza ogni tentativo di pianificazione territoriale resiliente. 

Il dato più allarmante è la dissociazione totale tra dinamiche demografiche e urbanizzazione. Nonostante la popolazione italiana sia stabile o in calo, la superficie artificiale pro capite continua a crescere, attestandosi a 365,8 m^2 per abitante nel 2024. Questo paradosso indica che il territorio non viene consumato per rispondere a bisogni abitativi primari, ma per alimentare infrastrutture logistiche, poli industriali e una nuova frontiera tecnologica: i data center. 

La trasformazione del suolo agricolo in impianti fotovoltaici a terra è quadruplicata in un solo anno, passando dai 420 ettari del 2023 agli oltre 1.700 del 2024. L’80% di queste installazioni è avvenuto su terreni fertili, evidenziando una gestione della transizione energetica che ignora la gerarchia delle superfici: si preferisce occupare terra vergine piuttosto che investire nel fotovoltaico integrato sui tetti o nelle aree già compromesse. Questo modello aggrava il rischio idrogeologico, specialmente nelle aree a pericolosità idraulica media dove l’incremento di suolo consumato è stato di 1.303 ettari. 

L’impermeabilizzazione irreversibile (soil sealing) compromette i servizi ecosistemici vitali. ISPRA stima che la perdita di questi servizi costi all’Italia tra gli 8,66 e i 10,59 miliardi di euro l’anno. Tali cifre non sono solo astrazioni economiche, ma rappresentano la perdita di capacità del suolo di mitigare le alluvioni, regolare le temperature urbane (isole di calore con picchi di +11,3°C) e preservare la biodiversità. 

Deforestazione e agricoltura intensiva: il prezzo del nostro cibo

Negli ultimi decenni il modello alimentare e produttivo si è trasformato radicalmente, con effetti devastanti sull’ambiente, sulla salute pubblica e sulle comunità più vulnerabili. Il sistema alimentare è un catalizzatore di crisi interconnesse – ambientali, sanitarie e sociali – che riflettono la logica di sfruttamento illimitato del capitale.

Uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione è l’aumento dei cibi ultra-processati (UPF): prodotti industriali ricchi di zuccheri, grassi, sale e additivi chimici, confezionati per avere lunga conservazione e massima appetibilità. In Italia questi alimenti rappresentano oggi circa il 14% delle calorie giornaliere consumate, contribuendo a un preoccupante incremento del 36% dei tassi di obesità negli ultimi vent’anni. Studi europei mostrano come un consumo elevato di questi prodotti sia associato a un rischio maggiore di ipertensione, ictus, tumori e mortalità precoce. Questo consumo è in aumento soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 5 e i 30 anni. La produzione di UPF è guidata dal profitto (lunga conservazione, appetibilità), portando direttamente a problemi di salute pubblica.

Allo stesso tempo, la logica dello sfruttamento illimitato non risparmia nemmeno le risorse vitali, come le foreste pluviali. La deforestazione in Amazzonia è uno degli esempi più drammatici: per far spazio a pascoli e coltivazioni di soia destinata al bestiame, circa 526.459 ettari di foresta sono stati abbattuti tra il 2018 e il 2023, collegati direttamente alle catene di approvvigionamento della carne bovina. Ciò ha comportato l’espulsione forzata di intere popolazioni indigene, minacciate nella loro sopravvivenza culturale e biologica. L’allevamento bovino, in particolare, è responsabile di circa l’80% dell’abbattimento della foresta amazzonica, con enormi emissioni di gas serra e perdita irreversibile di biodiversità. Non va meglio sul fronte dell’allevamento intensivo in Europa e in Italia. Grandi stalle con migliaia di animali concentrati in spazi ristretti richiedono enormi quantità di mangimi e generano elevate emissioni di metano e ammoniaca. In Pianura Padana, l’allevamento contribuisce in modo significativo all’inquinamento atmosferico: ogni aumento dell’1% di bovini corrisponde a un incremento di particolato PM10, aggravando problemi respiratori e costi sanitari per la popolazione. Si stima che l’inquinamento agricolo nella Pianura Padana sia responsabile nella sola città di Milano di circa 589 decessi in un anno.

Ma non possiamo soffermarci solo sui poveri bovini. L’allevamento intensivo avicolo è uno dei settori zootecnici più inquinanti e ignorati. Secondo la FAO, la filiera del pollo è responsabile, direttamente e non, del 3% delle emissioni globali di gas serra. In Italia oltre il 90% dei polli proviene da allevamenti intensivi dove vivono meno di 40 giorni in condizioni di estremo sovraffollamento. Secondo Greenpeace gli allevamenti in Italia sono nel complesso responsabili della formazione di particolato fine (PM2,5) per il 17%, riuscendo a superare sia i trasporti (14%) che il settore industriale (10%). La produzione di ammoniaca nel settore avicolo poi si va a sommare a quella del settore bovino e delle altre specie allevate a fini alimentari.

L’Unione europea ha equiparato i grandi allevamenti di suini e polli a impianti industriali” ai fini delle norme sulle emissioni, proprio per l’impatto elevato di ammoniaca e metano su aria, acqua e suolo. Greenpeace ha documentato che in regioni ad alta densità di allevamenti come la Lombardia (dove si concentra circa il 48% dei suini italiani) i livelli di azoto nelle acque di 165 comuni superino fino a tre-quattro volte i limiti di legge, mettendo a rischio falde e corsi d’acqua. L’inchiesta Fondi pubblici in pasto ai maiali” denuncia perdite di liquami dai sistemi di smaltimento con rischio diretto di contaminazione del suolo e della acque superficiali e sotterranee. Gli allevamenti di suini con la loro produzione di metano e protossido di azoto, creano gas con potere climalterante rispettivamente di circa 28 e 265 volte superiore alla CO”, su un orizzonte di 100 anni.

L’acquacoltura intensiva non è meno devastante. Gli allevamenti ittici hanno compromesso ecosistemi costieri in tutto il mondo, distruggendo economie locali e inquinando fondali marini con scarti organici, farmaci e mangimi. Gli impianti italiani riversano ogni anno nel mare 1038 tonnellate di azoto e 178 di fosforo, contribuendo all’eutrofizzazione costiera, ovvero provocando una crescita smisurata di alghe che, decomponendosi, consumano ossigeno e causano la morte della fauna marina, creando “zone morte”.

Anche l’agricoltura intensiva contribuisce a questo quadro. L’Italia utilizza circa 114.000 tonnellate di fitofarmaci ogni anno, con residui di pesticidi rilevati nel 55% dei fiumi e nel 23% delle acque sotterranee (dati ISPRA 2020). Questo uso massiccio della chimica mette a rischio non solo la qualità dell’acqua ma anche la salute degli agricoltori, dei consumatori e degli ecosistemi. L’agricoltura industriale è inoltre responsabile di una quota significativa delle emissioni globali di gas serra.

Il caso delle colline del Prosecco: un simbolo di contraddizione

Negli ultimi anni, le colline di Conegliano, di Valdobbiadene ma anche del Friuli, hanno visto un’espansione agricola rapida e aggressiva, con la conversione di vigneti tradizionali in monocolture intensive. Nel 2018 nel Trevigiano sono state vendute 4.622 tonnellate di pesticidi, ovvero oltre 36 kg per ettaro. I fitofarmaci usati contaminano acqua, suolo, aria e vengono rilevati anche nei corsi d’acqua e nei pozzi, in alcuni casi superando i limiti di legge.

Oltre al danno la beffa. Nel luglio 2019, le Colline del Prosecco” sono state inserite nella lista UNESCO come paesaggio culturale (World Heritage). Tuttavia, le associazioni ambientaliste – tra cui PANItalia, European Consumers e Legambiente – e cittadini locali hanno denunciato che l’Organizzazione ha ignorato l’uso massiccio di pesticidi, la perdita di biodiversità, gli sbancamenti sull’altura per creare le vigne, e le proteste delle comunità locali. Documenti ufficiali UNESCO e ICOMOS avevano già acceso i riflettori sull’espansione intensiva e suggerito rigide misure. Nonostante ciò, il riconoscimento è stato concesso senza vincoli obbligatori né piani di monitoraggio delle criticità ambientali e sanitarie. Molt espert hanno definito l’inserimento «una medaglia infelice al modello agricolo industriale».

Questo caso dimostra come la ricerca di prestigio e promozione turistica (UNESCO) possa prevalere sulla tutela ambientale e la salute pubblica, trasformando un riconoscimento culturale in una legittimazione di pratiche agricole insostenibili, a discapito delle comunità locali e dell’ecosistema. Questo è un chiaro esempio di greenwashing istituzionale, dove il valore culturale e le opportunità economiche (legate al turismo e all’industria vinicola) sono stati prioritari rispetto ai costi ecologici e sociali. Il riconoscimento ha di fatto legittimato pratiche che le stesse comunità locali e i movimenti ambientalisti denunciavano, silenziando il dissenso e rafforzando il potere dell’agro-industria.

Mobilità: automobili e tir contro trasporti sostenibili

Un settore emblematico dove consumi indotti e complicità governative si intrecciano è quello dei trasporti. Fin dal secondo dopoguerra, l’automobile privata e il trasporto su gomma sono stati incentivati a scapito del trasporto collettivo e su rotaia, portando all’egemonia dell’auto individuale e dei camion merci. Questa non è stata una scelta naturale” de consumator: le politiche pubbliche hanno attivamente favorito il modello auto-centrico, influenzate dalle lobby dell’automotive e dei combustibili fossili. In molti paesi (Italia in primis) la rete ferroviaria locale è stata smantellata o trascurata mentre si investiva massicciamente in autostrade e superstrade; le periferie sono state progettate attorno all’uso dell’auto; il trasporto merci su camion è rimasto predominante nonostante l’impatto ambientale e il consumo di carburante superiori al treno.

Bisogna sempre tener presente che il settore dei trasporti è responsabile di circa il 24% delle emissioni globali di CO2. In Europa questa quota supera il 25% del totale, con il trasporto su strada a fare la parte del leone con il 72% delle emissioni interne al settore. Il trasporto aereo delle merci è il più energivoro in assoluto per tonnellata trasportata, mentre le navi, pur meno inquinanti per tonnellata-chilometro, bruciano combustibili pesanti – l’olio bunker – tra i più tossici esistenti, responsabili di emissioni di ossidi di zolfo e azoto devastanti per le città portuali.

Il paradosso più grottesco della logistica globale è il movimento di container vuoti. Un’analisi della società danese Sea Intelligence rivela che attualmente per ogni 10 miglia percorse da un container pieno, 4,1 miglia vengono percorse da un container vuoto – contro le 3,1 miglia del 2019, prima della pandemia. In termini pratici, circa il 29% dell’intero parco container globale naviga senza alcun carico. Lo squilibrio nasce dalla struttura asimmetrica degli scambi commerciali: l’Asia esporta molto più di quanto importi, così i container si accumulano nei porti europei e nordamericani, che non hanno abbastanza merce da rispedire. Il risultato è un eterno girotondo di scatole metalliche vuote che consumano carburante, emettono CO2 e occupano spazio nei porti del mondo – monumento perfetto dell’irrazionalità del capitalismo globale.

Contrariamente alla retorica liberista secondo cui «le strade si pagano da sole con pedaggi e accise», tutte le modalità di trasporto sono sovvenzionate con fondi pubblici, e nel XX secolo auto e aerei hanno ricevuto molto più denaro di treni e trasporto pubblico. Il risultato, riconosciuto persino da enti moderati, è che la robusta rete ferroviaria di un tempo si è ridotta a uno scheletro proprio mentre autostrade e aeroporti fiorivano. In breve, i governi hanno messo tutte le uova nel paniere dell’automobile, creando una monocultura dei trasporti” incentrata sulle auto private e sul trasporto merci su tir. Questo modello genera traffico, incidenti, inquinamento atmosferico ed emissioni climalteranti, ma rimane dominante perché è profondamente redditizio per alcune industrie e perché consolida un certo ordine sociale fatto di periferie disperse, dipendenza dall’auto e atomizzazione comunitaria. Decenni di scelte politiche a favore di strade e veicoli privati, rendono difficile il passaggio a modelli più sostenibili, anche quando i benefici sono evidenti. Un approccio razionale e sostenibile richiederebbe, invece, di diversificare i trasporti privilegiando mezzi collettivi ed ecologici: camminare, andare in bicicletta, usare tram, bus e treni.

Il rapporto tra l’automobile e la bicicletta incarna la lotta per la riappropriazione dello spazio pubblico e la riduzione delle esternalità negative del trasporto. L’automobilità privata è un sistema in crisi di sostenibilità, intrappolato in quelli che Murray Bookchin chiamerebbe «meccanismi auto-operanti» di crescita distruttiva. I costi sociali dell’auto sono immensi: un chilometro percorso in auto costa alla società circa 0,15 euro, mentre ogni chilometro percorso in bicicletta genera un beneficio netto di 0,16 euro grazie al miglioramento della salute pubblica. 

La bicicletta non è solo un mezzo ecologico, è una tecnologia di “efficienza spaziale”. Laddove una corsia stradale per auto può trasportare 1.400 persone all’ora, una pista ciclabile può trasportarne 5.200 nello stesso spazio. Questo dato è fondamentale per le città che intendono arrestare il consumo di suolo: la mobilità attiva permette di densificare i flussi senza richiedere nuove infrastrutture invasive. 

L’automobilità genera quello che è stato definito come “regime di immobilità di massa”: l’aumento dei veicoli porta alla congestione, che riduce la velocità media urbana a livelli inferiori a quelli di una bicicletta, trasformando la libertà individuale in una frustrazione collettiva. Inoltre, la dipendenza dall’auto è alimentata dai SAD, come l’esenzione dalle accise per il gasolio commerciale o la mancata tassazione dello spazio di parcheggio pubblico, che sovvenzionano indirettamente un modello inefficiente. 

La transizione verso la bicicletta richiede un cambiamento non solo infrastrutturale ma culturale. Come sottolineato da geograf anarchic, la struttura della città riflette i valori della società che l’ha costruita: se la città è fatta per le macchine, essa esprime un ideale di atomizzazione e velocità; se è fatta per le persone e le biciclette, esprime un ideale di salute, bellezza e solidarietà. Il “ritorno alla bellezza” auspicato da Reclus passa per la demolizione dei «sobborghi brulicanti di ciminiere puzzolenti» e la creazione di spazi di movimento armonici con l’ambiente naturale. 

Nonostante l’evidenza schiacciante dei benefici ambientali, sanitari ed economici della mobilità attiva e del trasporto pubblico, queste soluzioni rimangono marginalizzate. Eppure, le misure concrete per promuovere biciclette e trasporto pubblico stentano a decollare, spesso relegate a progetti marginali o dedicati” ad un nuova opportunità turistica. Il motivo non è tecnico ma politico: incentivare realmente la mobilità sostenibile significa scontrarsi con potenti interessi costituiti. Finché l’apparato statale rimane intrinsecamente legato all’automobile (sia economicamente, tramite le entrate fiscali e i posti di lavoro nel settore, sia culturalmente, con l’auto vista come simbolo di status e libertà individuale), le misure ecologiche avanzano a passo lento. Liberarsi dall’autocentrismo non è solo una questione ambientale ma di autonomia sociale: città a misura di bicicletta e pedoni, servite da trasporti pubblici frequenti e gratuiti, scardinerebbero la dipendenza dal mercato dell’auto e renderebbero le comunità più solidali e resilienti.

Militarismo e guerra alimentano la crisi climatica?

L’anarchismo italiano ha storicamente denunciato la guerra come strumento di potere e di profitto. Già nel 1912 Errico Malatesta definiva la guerra coloniale italiana in Libia una «guerra di saccheggio e brigantaggio» mascherata da missione patriottica. La guerra viene giustificata dalle élite politiche in nome degli ideali e sostenuta da quelle economiche perché funzionale all’espansione e al controllo delle risorse e dei mercati. Durante le crisi economiche, la militarizzazione della società e il conflitto bellico diventano, per i governi, l’ultima carta da giocare per rilanciare un sistema in affanno. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, al di là dei proclami, la guerra appare come “unica via” per rianimare il capitalismo, offrendo lavoro, nuovi mercati e fungendo da surrogato della repressione aperta della rivoluzione sociale.

Le guerre moderne oltre a causare la perdita di vite umane, le menomazioni fisiche e psicologiche, la distruzione delle infrastrutture civili, il collasso dei servizi essenziali, la diffusione della povertà hanno un enorme impatto sugli ecosistemi naturali e, se si escludono le “fabbriche di morte” e i settori collegati che ottengono un immediato ritorno dei loro investimenti, altre attività subiscono un effetto depressivo. Prendendo in esame quest’ultima conseguenza si potrebbe ritenere che la contrazione dell’attività economica porti a una generale riduzione delle emissioni di gas serra responsabili della crisi climatica.

Non è cosi. Anzi, se consideriamo il settore militare, è vero il contrario. Anche se gli stati sono restii a fornire dati ufficiali sulle emissioni generate dalle forze armate, sia durante periodi di pace sia di guerra, dobbiamo ricordare che, secondo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), dall’Accordo di Parigi (COP21) gli stati devono presentare i propri Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC). Dalla COP26 di Glasgow è, inoltre, partita la richiesta che vengano esplicitamente incluse le quote attribuibili al settore militare, istanza che rimane un auspicio visto che tale “contabilità” dipende da un impegno volontario, ovviamente disatteso proprio da quegli stati che investono di più in armamenti.

Secondo il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), infatti, le guerre sarebbero responsabili del 5,5% delle emissioni globali annuali di gas serra.

La macchina bellica contemporanea divora risorse ed energia su scala impressionante. L’esercito degli Stati Uniti è il maggiore consumatore di petrolio al mondo e, di conseguenza, uno dei principali emettitori di gas serra. Secondo uno studio pubblicato su Nature, se il Pentagono fosse uno stato si classificherebbe tra i primi 50 emettitori globali con più di 40 milioni di t CO₂ (equivalente).

Tra il 2001 e il 2017, le emissioni legate alle operazioni militari statunitensi, incluse le “operazioni di contingenza all’estero” in Afghanistan, Pakistan, Iraq e Siria, hanno generato oltre 400 milioni di tonnellate di CO₂ (e). La NATO, nel 2023, ha emesso 233 milioni di tonnellate di CO₂ (e), una quantità superiore alle emissioni annuali di paesi come Colombia e Qatar.

Se estendessimo l’analisi alle forze armate del mondo, paragonandole a un unico paese, la percentuale di gas serra emessi costituirebbe l’equivalente della quarta impronta di carbonio nella classifica delle nazioni.

L’aumento della spesa militare della NATO nel 2023 ha generato ulteriori 31 milioni di tonnellate di CO₂ (e). A titolo di esempio, basti pensare che l’introduzione di nuovi aerei da combattimento come l’F-35, che consumano 1,6 volte più carburante dei loro predecessori F-16, determinerà un incremento dell’impronta inquinante che estenderà la sua influenza negativa per decenni. Nel rapporto presentato alla COP30 di Belem, il CEOBS ha fornito alcune stime che mostrano la dimensione del problema in relazione alla situazione più recente. Nei tre anni trascorsi dall’invasione dell’Ucraina, il conflitto avrebbe prodotto 237 milioni di tonnellate di CO₂ (e), con un “danno climatico” stimato in 43 miliardi di dollari. Le operazioni sui territori palestinesi dopo il 7 ottobre avrebbero generato, nei primi quindici mesi, oltre 31 milioni di tonnellate di CO₂ (e).

Intanto la spesa militare mondiale ha continuato a crescere, tanto che per il 2024 avrebbe raggiunto i 2,7 trilioni di dollari. Secondo il CEOBS, inoltre, i paesi del Nord Globale investirebbero 30 volte di più nei propri apparati militari rispetto ai fondi destinati al finanziamento climatico internazionale.

Il militarismo, oltre a essere un gigantesco motore di distruzione ambientale è, quindi, anche un massiccio dirottatore di risorse dalla transizione ecologica. La sua impronta carbonica, spesso ignorata, rivela una profonda ipocrisia nelle politiche climatiche globali. In questo contesto s’inseriscono anche le scelte politiche europee.

È stato stimato che l’impronta di carbonio militare dell’Ue nel 2019 sia stata di circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2(e) (l’Italia avrebbe contribuito per l’8%). I dati sono riferiti a un tempo cosiddetto di “pace”. Il piano ReArm Europe/Readiness 2030 prevede un aumento della spesa militare dell’UE di oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. Il CEOBS stima che questo incremento potrebbe generare ogni anno fino a 218 milioni di tonnellate di CO₂(e) aggiuntive, con un “danno climatico” associato di 298 miliardi di dollari.

Se tutti i membri NATO raggiungessero l’obiettivo del 2% del PIL in spesa militare entro il 2028, la loro impronta carbonica collettiva ammonterebbe a 2 miliardi di tonnellate di CO2 (e), superando le emissioni annuali della Russia. Questo comporterebbe anche un dirottamento di 2,57 trilioni di dollari che potrebbero finanziare i costi di adattamento climatico per i paesi a basso e medio reddito per sette anni.

I valori stimati dell’impronta di carbonio delle forze armate, comprendono due tipologie, una è quella delle emissioni “di funzionamento”, cioè legate al carburante bruciato dai veicoli militari, dagli aerei, dalle navi, negli uffici per riscaldarli, raffreddarli, illuminarli, ecc.; l’altro contributo è quello delle emissioni “incorporate” dalla produzione di tutti i mezzi, delle attrezzature belliche compresi carri armati, cannoni, missili e munizioni. Sommando le emissioni di “funzionamento”, quelle “incorporate” e altre, indirettamente dovute alle attività delle forze armate, in periodo di pace e in periodo di guerra, si ottengono le cosiddette “emissioni consumate”: sono queste a costituire l’impronta di carbonio del settore militare.

Sempre riferendoci ai “tempi di pace” non dobbiamo dimenticare l’impatto generato, sia pure in minor scala rispetto a una guerra, delle esercitazioni militari che si susseguono in giro per il mondo come dimostrazione di forza nei confronti degli ipotetici nemici.

Allo stesso modo non dobbiamo tralasciare l’odioso contributo dei poligoni di tiro che ammorbano aria, acqua e suolo di quelle aree geografiche dichiarate servitù militari.

I poligoni militari in Italia sono circa 250, molti dei quali ubicati in aree protette come Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) e tra questi la Sardegna “ospita” i tre più grandi poligoni d’Europa. Poligoni sperimentali nei quali si spara terra-mare, aria-terra e mare-terra, dove si svolgono possenti esercitazioni (anche in affitto) e si mette in mostra il “made in Italy dell’industria bellica”. Ma la Sardegna è spesso ricordata per Quirra (Nuoro) anzi, più che per il paese, per la “Sindrome di Quirra” e la sua lunga serie di morti, di agnelli nati con vistose malformazioni nei pascoli adiacenti, di soldat e pastor ammalat di tumore o leucemia. Questo luogo è il simbolo delle omissioni e degli insabbiamenti militari sulla correlazione fra impatto ambientale e alcune forme tumorali (questione tutt’oggi ancora dibattuta) ma il problema della contaminazione del territorio è troppo chiaro ed evidente. Com’è palese, grazie soprattutto all’azione del Comitato PoligoNO, la devastazione ambientale di uno dei poligoni più utilizzati – Cao-Malnisio in Friuli Venezia Giulia – con 192 giornate/anno e per più tempo. Nell’area vengono adoperati armamento leggero (calibri 9,- 5,56, – 7,72 e 12), bombe a mano, mortai e lanciagranate, per l’addestramento di unità appiedate, aviolanciate (piccoli nuclei con paracadute direzionali) e meccanizzate. Grazie al comitato si può tranquillamente affermare che non solo il territorio usato dai poligoni è contaminato in maniera massiccia da metalli pesanti, ma che le “bonifiche” previste per legge non vengono effettuate tant’è che dopo anni di lotta al momento questo ed altri poligoni della regione sono “silenti” in attesa di verifiche ambientali. Bisogna tener presente che queste zone militari situate in montagna sono un rischio non solo per il territorio locale ma anche per l’inquinamento delle falde acquifere della zona e della pianura. Se i problemi ecologici non fossero così devastanti non si capirebbe come mai già il governo Renzi, con il decreto 91/2014, abbia equiparato le aree militari a quelle industriali, con un innalzamento drastico dei limiti legali di inquinamento, evitando così le bonifiche e occultando l’impatto ambientale delle attività militari; e ora il governo Meloni vorrebbe togliere il controllo ambientale di questi siti alle regioni per riportarlo in seno al Ministero della Difesa secondo una logica tutta italiana che il controllato è anche il controllore.

La questione dei poligoni, poi, dà da pensare anche a un altro macroscopico problema di cui poco si parla: la questione delle bonifiche. Molte sono le aree dismesse dall’esercito che vengono abbandonate al loro destino perché i comuni o le regioni non hanno i soldi per poterli risanare. Secondo i dati più recenti dell’Agenzia del Demanio, risalenti al 2015, in Italia ci sono circa 1.500 caserme non più utilizzate o abbandonate, molte si trovano in aree urbane e alcune per brevi o lunghi periodi sono state anche occupate, ma non esiste un vero e proprio piano di recupero.

Eppure l’esercito, dopo aver sperperato e inquinato ettari di territorio, ora ci vuol far digerire il suo nuovo volto “ecologista” e la realizzazione e/o ristrutturazione delle caserme “green ecosostenibili”. Un osceno progetto che attraverso un greenwashing vergognoso richiede altri investimenti per una nuova militarizzazione del suolo, spacciandolo come una opportunità di beni e servizi anche per la comunità ospitante.

Circa il 60% di tutte le emissioni globali di gas serra proviene da appena dieci paesi: Cina, Stati Uniti, India, Indonesia, Russia, Brasile, Giappone, Iran, Canada e Arabia Saudita. Con l’eccezione dell’Indonesia gli altri sono classificati tra i primi venti stati in termini di spesa militare.

Nessuno stato può essere preso sul serio in termini di mitigazione delle emissioni di gas climalteranti se finanzia le proprie forze armate. L’Italia, nel 2025, ha previsto una spesa militare che sfiorerà i 32-35 miliardi di euro.

Guerra, clima e capitale militare: tre facce dello stesso mostro. L’enorme investimento nelle spese militari non solo sottrae fondamentali risorse a quelle che dovrebbero essere le priorità (mitigazione, adattamento climatico, sviluppo delle forme di energia alternative ai combustibili fossili) ma evidenzia anche una scelta politica che aggrava le conseguenze negative sull’ambiente e sulle popolazioni più fragili. Ancora una volta, i padroni della guerra si garantiscono i profitti scaricando i costi della devastazione ecologica sull’umanità intera.

Capitolo 3Cos’è il greenwashing?

Il greenwashing è una pratica di marketing ingannevole in cui si esagera la propria propensione ecologica o si afferma falsamente il rispetto dell’ambiente per conquistare il favore dei consumatori. Il termine combina, letteralmente, l’aggettivo “verde”, spesso associato al rispetto dell’ambiente e alla sostenibilità, al “lavar via”, verbo che sottintende un tentativo di nascondere, ridefinire la vera natura di una situazione, presentandola sotto una “nuova luce”. Il greenwashing può, perciò, comportare pubblicità ingannevole, false etichette o altri espedienti per creare un’immagine ambientale positiva senza un corrispondente riscontro basato su pratiche concrete.

I cambiamenti climatici sono l’esempio ideale per comprendere come le azioni umane abbiano determinato un impatto che, sempre più spesso, si sposta dall’ambito locale a quello globale e viceversa. In un sistema economico come quello capitalista, dove la regola è stata: “Conquista e rapina delle risorse naturali, sottomissione e sfruttamento “dell’individuo sull’individuo”, tutto ciò non dovrebbe stupire. Quello che risulta particolarmente frustrante è che la crescente sensibilità nei confronti delle problematiche ambientali venga usata come una nuova occasione di profitto per l’imprenditore o imprenditrice di turno o, peggio, per la multinazionale che è stata responsabile dell’origine stessa del danno.

Tornando al concetto di greenwashing, citiamo un esempio che, nella sua semplice banalità, ci può aiutare a mettere ulteriormente a fuoco il ragionamento prima accennato. Un esempio col quale, l’ambientalista statunitense, Jay Westerveld nel 1986 introdusse questo termine nella lingua anglosassone.

Quando nel bagno di un albergo si legge un gentile avviso che suggerisce di non richiedere la sostituzione quotidiana degli asciugamani si è indotti a pensare ad una nuova attenzione della direzione finalizzata alla diminuzione dell’impatto che i frequenti lavaggi della biancheria hanno sull’ambiente (consumo di acqua, dispersione dei detersivi, energia sprecata per il ritiro e consegna della biancheria….). Accogliendo la richiesta, che in fondo corrisponde a quello che normalmente facciamo nelle nostre abitazioni, ci si sente, almeno un po’, protagonisti di una “buona azione ecologista”. Certo, con una riflessione più critica, si potrebbe sospettare che quella “lodevole” iniziativa fosse più ispirata dal calcolo del risparmio ottenuto con la riduzione delle spese di lavanderia che da una “immacolata coscienza ecologista” di chi dirige le catene alberghiere.

Con questo non si vuol sostenere, a priori, che non si possano adottare comportamenti coerenti con il rispetto dell’ambiente ma certo bisogna saper distinguere. A questo proposito citiamo un’indagine pubblicata nel 2007 dalla corporation canadese di marketing ambientale Terra Choice Environmental Marketing Inc.

La loro ricerca ha analizzato 1018 prodotti di cui solo uno è risultato coerente con la sua presentazione, da qui la definizione di “The Sins of Greenwashing”; una lista di sei “peccati” commessi dalle aziende che si presentano eco-friendly. Lo scopo della ricerca era quello di tutelare chi consuma o, più probabilmente, quello di proteggere l’attendibilità delle future campagne pubblicitarie. Per quel che ci riguarda la si può utilizzare per svelare alcuni “trucchi” adottati da “greenwashers

Di seguito i sei punti che troviamo nella lista:

Sin of the hidden trade-off (omessa informazione): dichiarare l’ecosostenibilità di un prodotto basandosi solo su alcuni attributi e spostando l’attenzione da ciò che ha maggiore impatto ambientale.

Sin of no proof (mancanza di prove): un’affermazione non sostenuta da informazioni di supporto facilmente accessibili o da un’affidabile certificazione di terze parti.

Sin of vagueness (vaghezza): quando le indicazioni sul prodotto sono così generiche che il loro significato può essere frainteso da chi compra.

Sin of irrelevance (irrilevanza): con cui si inseriscono affermazioni ambientali anche veritiere, ma non importanti o utili per chi compra.

Sin of lesser of two evils (minore dei mali): un’indicazione che può essere vera per la specifica categoria di prodotto ma che rischia di distrarre chi compra dagli effetti ambientali maggiori della categoria nel suo complesso.

Sin of fibbing (falsità): relativo ad asserzioni d’interesse ambientale che sono semplicemente false.

Del resto, il sistema economico dominante prevede che debbano essere incentivati i consumi nella loro dimensione quantitativa senza badar troppo alle conseguenze sugli equilibri del pianeta. Un esempio lampante di questa “filosofia” è quello dell‘obsolescenza programmata, o obsolescenza pianificata, una vera e propria strategia commerciale e industriale che consiste nel progettare e produrre beni con una durata di vita limitata, in modo che si rompano o diventino obsoleti dopo un periodo prefissato, inducendo chi li compra a sostituirli con modelli nuovi. Questa pratica ha l’obiettivo di incentivare la domanda di prodotti a sostegno delle vendite, e parallelamente determina un assurdo incremento del flusso dei rifiuti. 

Già nel 1924 il Cartello Phoebus, lobby delle principali aziende occidentali produttrici di lampadine, portò una standardizzazione nella produzione delle lampadine a incandescenza in commercio, stabilendo, fra le altre cose, che esse dovessero avere tutte una durata di vita prestabilita pari a circa 1.000 ore di esercizio.

Quando, negli anni Trenta, i ricercatori dell’azienda chimica DuPont riuscirono a creare il nylon, una nuova fibra sintetica molto resistente, questa fu utilizzata per creare calze da donna che si smagliavano molto più difficilmente di quelle esistenti in seta. Vennero messe in commercio nel 1945 ma presto l’azienda si accorse che la durabilità delle calze era eccessiva e dannosa per gli affari. La DuPont incaricò i propri tecnici di trovare una soluzione, così le calze, che all’inizio avevano uno spessore compreso tra i 70 e 40 denari, divennero (in maniera relativamente veloce, nel 1950) più trasparenti ma anche più fragili riducendo lo spessore a 10 denari.

Una forma di obsolescenza programmata, che si può considerare strettamente imparentata con il greenwashing, è quella relativa alla normativa che classifica i veicoli a motore nelle categorie Euro … 4, 5, 6 e oltre (euro 7 dal novembre 2026 ).

Questa iniziativa legislativa presentata con l’obiettivo di diminuire le emissioni climalteranti, degli ossidi d’azoto NOx e delle particelle che costituiscono il cosiddetto particolato (PM 2,5/10) spinge, di fatto, a sostituire gli autoveicoli, altrimenti sottoposti a limitazioni nella circolazione. Un processo che non tiene in considerazione l’impatto ambientale totale, dall’estrazione delle materie prime all’acquisto da parte di chi le utilizza, passando per produzione, assemblaggio, trasporto, gestione commerciale e rottamazione dei veicoli obsoleti, rispetto al mantenimento in vita di veicoli di classe precedente.

Quelle che appaiono come norme di salvaguardia della qualità dell’aria, in realtà si traducono in piani di sviluppo commerciale delle aziende automobilistiche. A volte, le innovazioni tecnologiche, se reali, sembrano essere più funzionali a scandire i cicli produttivi che permettono di “rianimare” i capitali investiti nei diversi settori produttivi più che ad offrire soluzioni di lungo periodo. Infatti, parlando di emissioni, si dovrebbe sviluppare un’analisi più ampia. Se è vero, come è vero, che durante la circolazione un mezzo full-electric non emette inquinanti, escludendo il rilascio di particelle per l’attrito delle componenti frenanti e degli pneumatici sull’asfalto, non dobbiamo pensare che questo corrisponda ad una soluzione più ecologica e rispettosa dell’ambiente in assoluto. Bisogna, infatti, considerare l’intero ciclo di vita del veicolo effettuando una valutazione definita “from well to wheels” (dal “pozzo alle ruote” o dalla “culla alla tomba”) con cui s’intende valutare l’impatto ambientale del prodotto considerando l’estrazione delle materie prime necessarie alla sua costruzione e funzionamento, i processi di lavorazione (ad esempio quelli per la fabbricazione delle batterie giocano un ruolo importante) fino ai processi necessari alla demolizione riciclaggio/smaltimento dei materiali a fine vita del prodotto. Con questo approccio si potrebbe, forse, scoprire che alcune auto mandate precocemente alla demolizione ma ancora funzionanti con una buona efficienza, avrebbero garantito un livello di emissioni ancora sostenibile se non inferiore rispetto a quello calcolato in base all’intero ciclo di vita dei prodotti che le hanno sostituite.

Se per ricaricare le batterie di un veicolo elettrico si utilizza l’energia prodotta in una centrale termoelettrica che brucia petrolio o, peggio, carbone, il risultato è solo quello di spostare le emissioni inquinanti dal luogo in cui l’auto circola a quello in cui è in funzione la centrale. Fatto che sicuramente giova ai polmoni di chi risiede in città ma non cambia, praticamente, nulla considerando anche trasporto e distribuzione di energia in termini di emissioni globali.

Cambiamo completamente settore per fare un altro esempio: come dovremmo considerare la dicitura, riportata sulla confezione delle uova, che sottolinea che le stesse sono ottenute da galline “allevate a terra”? Certo, leggendo quella specifica ci sentiamo sollevati dal pensiero che non siano costrette a una “vita” da confinate in una gabbia. La condizione di “allevate a terra”, però, nella stragrande maggioranza dei casi, va figurata per ciò che è, ovvero, un capannone industriale con migliaia di animali che, pur avendo le zampe che toccano il suolo, non hanno uno spazio vitale adeguato (la normativa a riguardo permette una densità di 9 galline al m2). Animali allevati su un suolo coperto di escrementi e con la luce artificiale quasi sempre accesa per indurre la deposizione delle uova.

A fronte di questi esempi, sarebbe necessaria una riflessione più radicale. In cosa consiste quello che nell’immaginario collettivo è proposto come irrinunciabile progresso?

Quale logica guida la rincorsa al cosiddetto benessere? Se questo prevede il taglio di sempre più ampie porzioni di foresta vergine per guadagnare nuove superfici coltivabili, per produrre un biocarburante “ecologico” da mettere nel serbatoio di un’auto euro(x) indispensabile per raggiungere il centro commerciale dove comprare una dozzina di bottiglie in plastica (magari riciclata) con dell’acqua dentro che è arrivata fino a lì dopo un viaggio di centinaia di chilometri a bordo di un autoarticolato che ha sgasato a destra e a manca? Acqua che ci pare normale ritrasportare con un’auto fino a casa con un ulteriore spreco di energia?

In realtà, con quest’ultimo esempio, neppure tanto estremizzato, si vuole rendere esplicita l’assurdità di certi comportamenti che siamo abituat a considerare inevitabili e che, ripetuti inconsapevolmente, non solo condizionano lo stile di vita e l’ambiente naturale ma ci rendono complici di un sistema i cui limiti sono sempre più evidenti. Un sistema che, anche quando si presenta come riformabile, sta solo cercando di rigenerarsi mantenendo inalterati i propri fini.

A tal proposito, e per completezza d’informazione, ricordiamo che per “combattere” il greenwashing, l’Unione Europea ha introdotto la Direttiva 2024/825. Questa direttiva viene presentata come rafforzamento della protezione di chi consuma contro le pratiche di commercializzazione ingannevoli, promuovendo una maggiore trasparenza nelle comunicazioni ambientali delle aziende.

Secondo la Direttiva 2024/825, diverse pratiche vengono identificate come greenwashing e vietate:

  1. Marchi di Sostenibilità Falsi. È vietato esibire un marchio di sostenibilità che non è basato su un sistema di certificazione approvato o non è stabilito da autorità pubbliche.

  2. Asserzioni Ambientali Generiche. Non è permesso fare affermazioni ambientali generiche senza poter dimostrare l’eccellenza delle prestazioni ambientali pertinenti all’asserzione.

  3. Compensazione delle Emissioni. Dichiarare che un prodotto ha un impatto neutro o ridotto sull’ambiente in termini di emissioni di gas a effetto serra sulla base di mere compensazioni, senza una reale riduzione delle emissioni, è proibito.

  4. Requisiti legali presentati come distintivi- È vietato presentare requisiti legali imposti per legge come se fossero un tratto distintivo dell’offerta dell’azienda.

È stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 6 marzo 2024 ed è entrata in vigore dopo venti giorni. Gli stati membri dovranno recepirla entro il 27 marzo 2026 e darle piena operatività entro il 27 settembre 2026​. Come a dire: il greenwashing è “un raggiro” che esiste da anni, ma le aziende devono avere la possibilità di adeguarsi con calma … a scapito dell’ “ingenuità” di chi compra.

Capitolo 4 – Movimenti ambientalisti: storia, critica e limiti

  Per comprendere la genesi dei movimenti ambientalisti, è necessario innanzitutto sgombrare il campo da un equivoco terminologico che è divenuto una gabbia concettuale: l’“Antropocene”. Questo termine, divenuto onnipresente nel dibattito pubblico, suggerisce che sia l'”Anthropos“, l’essere umano in quanto specie biologica indifferenziata, responsabile delle alterazioni degli equilibri ecologici del pianeta. È una narrazione potente ma profondamente mistificante poiché distribuisce la colpa in modo uniforme su tutta l’umanità, nascondendo le specifiche responsabilità storiche e di classe.

Contro questa visione, la sociologia critica e l’ecologia-mondo, attraverso le opere di Jason W. Moore e altr, hanno proposto il concetto di Capitalocene”. Secondo questa prospettiva, non è l’umanità in astratto ad aver devastato la biosfera ma uno specifico modo di organizzazione della natura e della società: il capitalismo. Il sistema capitalista non si limita a “usare” le risorse ma opera attraverso una logica specifica, quella della “Natura a Buon Mercato” (Cheap Nature). Esso si appropria gratuitamente, o a costi irrisori, del lavoro non retribuito di intere categorie umane (donne, popoli colonizzati) e del lavoro della natura extra-umana, trattandole come esternalità infinite.

Il limite primordiale dell’ambientalismo mainstream risiede proprio qui: nell’incapacità di distinguere tra l’attività umana generica e la logica di accumulazione del capitale. Se la diagnosi è l’Antropocene, la cura tecnocratica si limiterà a proporre: controllo demografico, tasse sui comportamenti individuali, mercati dei permessi di emissione. Se la diagnosi è il Capitalocene, la cura non potrà che essere politica e rivoluzionaria e richiederà il superamento del modo di produzione che si fonda sullo sfruttamento dell’individuo e dell’ambiente. Accettando la narrazione dell’Antropocene, i movimenti odierni finiscono, spesso, per invocare soluzioni che rafforzano un approccio tecnocratico senza mettere in discussione il modello economico che è l’origine stessa del problema.

 1. Le origini: la protezione della natura come altrove

  In Italia l’ambientalismo nasce storicamente sotto il segno del “protezionismo”. Associazioni come Italia Nostra (fondata nel 1955), Pro Natura (1959) e successivamente il WWF Italia (1966) sorsero in un contesto di rapida trasformazione industriale e urbanistica, il cosiddetto “boom economico”. L’obiettivo di queste prime organizzazioni non era mettere in discussione il modello di sviluppo in sé, quanto piuttosto mitigarne gli effetti più sgradevoli sul paesaggio e sul patrimonio artistico.

Questo primo ambientalismo presentava caratteristiche ben definite che ne limitavano la portata politica:

  • era guidato prevalentemente da intellettuali, aristocratic e ceti urbani colti, spesso distanti dalle necessità materiali delle classi popolari che vivevano il boom economico come un’occasione di emancipazione dalla povertà rurale;

  • la “Natura” veniva concepita come un’entità separata dalla società, un tempio incontaminato da preservare dagli umani, piuttosto che l’ambiente in cui l’umano vive, lavora e si riproduce. L’ecologia era intesa come cura del “fuori” (i parchi, le montagne, le specie rare), ignorando il “dentro” (le condizioni della fabbrica, il quartiere operaio);

  • non vi era, in questa fase, una critica ai rapporti di produzione. La difesa dell’ambiente era spesso intesa in senso estetico o morale, compatibile con un conservatorismo politico che guardava con sospetto alla modernità industriale ma non al capitalismo come sistema.

 2. La svolta degli anni ’60 e ’70

  Il vero punto di rottura, che costituisce ancora oggi un modello insuperato di integrazione tra questioni sociali e ambientali, avviene tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. In concomitanza con l’autunno caldo e i grandi movimenti studenteschi, l’ecologia in Italia esce dai salotti ed entra prepotentemente nelle fabbriche e nei quartieri popolari.

Lo sguardo oltreconfine: André Gorz e l’Ecologia politica in Francia

 Mentre in Italia fioriva l’ecologia operaia, in Francia prendeva forma una critica filosofica radicale che avrebbe gettato le basi dell’Ecologia Politica europea, trovando uno degli esponenti più interessanti in André Gorz (1923-2007).

Gorz comprese precocemente che l’ecologia, se non politicizzata in senso anticapitalista, rischiava di diventare uno strumento di gestione della crisi a favore del capitale stesso. Nel suo saggio Ecologia e libertà (1977), Gorz pone un aut aut fondamentale: «O l’ecologia sarà sociale, o non sarà». Il filosofo avvertiva profeticamente contro il rischio dell'”Ecofascismo” o “Tecnofascismo”: l’idea che, di fronte alla scarsità delle risorse, il sistema capitalista avrebbe imposto restrizioni autoritarie gestite da un’élite di tecnocrat, sacrificando la libertà individuale per “salvare il pianeta” (o meglio, per salvare il sistema produttivo), inoltre lanciava un importante monito riguardante i danni sull’ambiente provocati dal capitalismo. Se non si fosse creato un importante e incisivo movimento ambientalista politicamente critico, il Capitale sarebbe riuscito a trovare una nuova fonte di ricchezza proprio nella bonifica dei disastri ambientali creati dal capitalismo stesso.

Punti chiave del pensiero di Gorz rilevanti oggi:

La critica del bisogno. Il capitalismo crea bisogni artificiali per vendere merci. La crisi ecologica non si risolve solo con tecnologie più pulite (“green tech“), ma riducendo la produzione e liberando tempo di vita. È la distinzione tra standard di vita (quantità di merci) e qualità della vita (autonomia, relazioni).

L’ideologia sociale dell’automobile. Nel suo celebre saggio del 1973, Gorz decostruisce l’automobile non come semplice mezzo di trasporto ma come simbolo dell’individualismo borghese che distrugge lo spazio pubblico e crea una dipendenza strutturale dal mercato e dal petrolio. L’auto promette libertà ma crea ingorghi e distanze incolmabili a piedi, rendendo la società ostaggio dell’industria fossile.

Autonomia vs Eteronomia. L’ecologia per Gorz non è un fine in sé ma lo strumento per recuperare l’Autonomia (la capacità di determinare le proprie leggi e i propri bisogni) contro l’Eteronomia imposta dalla megamacchina industriale.

 L’Ecologia operaia e la lotta alle nocività in Italia

 In Italia, si sviluppa quella che possiamo definire una “ecologia di classe”. L’intuizione fondamentale di questa stagione fu il rifiuto della monetizzazione della salute. La classe lavoratrice, spesso in aperto contrasto non solo con i padroni ma anche con le burocrazie sindacali che privilegiavano l’aumento salariale, iniziarono a denunciare la nocività dell’ambiente di lavoro. Lo slogan La salute non si vende divenne il ponte concettuale che univa l’interno della fabbrica con l’ambiente esterno: se una sostanza fa ammalare chi lavora, inevitabilmente avvelenerà anche il territorio circostante.

Due momenti storici segnano questa fase:

  i Comitati di quartiere e di fabbrica. A Marghera, a Torino, a Taranto, i collettivi operai iniziarono a mappare autonomamente le sostanze tossiche, rifiutando i dati aziendali e producendo un sapere “di parte” che svelava il costo umano del profitto;

• il disastro di Seveso (1976). L’esplosione del reattore dell’ICMESA e la fuoriuscita della nube di diossina rappresentarono uno shock traumatico. Seveso rivelò che la fabbrica non è un’isola ma una potenziale bomba ecologica in grado di compromettere la riproduzione sociale di un intero territorio. Il gruppo operaio della Montedison di Castellanza, con la sua opera di denuncia, mostrò come il disastro non fosse un “incidente”, ma la conseguenza logica di un modo di produzione che subordinava la sicurezza al risparmio.

 A differenza dell’ambientalismo odierno, spesso accusato di essere un passatempo per ceti benestanti o “da ZTL” (Zone a Traffico Limitato), l’ecologia degli anni ’70 in Italia aveva una base materiale fortissima, legata alla sopravvivenza fisica della classe lavoratrice. La separazione odierna tra “sociale” e “ambientale” è il prodotto storico della sconfitta di quella stagione politica e della successiva deindustrializzazione, che ha frammentato il mondo del lavoro e reso invisibile” la produzione.

La spettacolarizzazione delle lotte ambientaliste: Greenpeace e Sea Shepherd

Greenpeace nasce in Canada nel 1971 quando un gruppo di pacifist salpa sulla nave Phyllis Cormack verso l’isola di Amchitka per bloccare i test nucleari statunitensi. L’organizzazione fin da subito si struttura su un’ideologia di non violenza assoluta, azione diretta mediatica e pressione sulle istituzioni internazionali: le loro azioni non arrivano mai al sabotaggio, sono una testimonianza attiva davanti alle telecamere, trasformando ogni intervento in evento giornalistico globale. Oggi Greenpeace è una rete con oltre 3 milioni di sostenitor e sostenitrici e 26 organizzazioni nazionali, con budget annuali nell’ordine di milioni di euro.

Pur apprezzando il coraggio degli e delle attivist e l’importanza delle campagne e delle proteste messe in atto, non si può nascondere che negli anni l’organizzazione sia diventata un apparato burocratico gerarchico che vuole mettere in discussione il capitalismo non alle radici ma solo nell’intento di migliorarlo”. Agisce come se fosse veramente possibile rivoluzionarlo dall’interno.

Da una sua costola nasce nel 1977 Sea Sheperd, sempre in Canada, da Paul Watson, già membro fondatore di Greenpeace, espulso per il suo rifiuto della non violenza assoluta. L’idea di Watson si basa sul principio che le leggi internazionali a protezione del mare sono sistematicamente disattese e che, in assenza di una polizia oceanica, sia legittimo intervenire direttamente per far rispettare i trattati esistenti. La filosofia di Sea Shepherd si definisce come eco-difesa: ostacolamento fisico delle navi baleniere e delle flotte di pesca illegale, sequestro e distruzione di reti abbandonate (ghost net), monitoraggio e denuncia. La sua azione non si limita a bloccare l’attività delle baleniere ma anche al pattugliamento di aree marine protette, vedi l’Operazione Siracusa, in collaborazione con gli organismi statali preposti. Anche qui ci troviamo di fronte alla spettacolarizzazione della militanza, basta guardare il programma Whale Wars su Animal Planet che critica il sistema alimentare globale ma non il sistema in toto. Anzi, proprio in questo caso si può parlare di protesta all’interno del sistema solo per attenuarne i guasti, visto la piena collaborazione con le istituzioni e una promozione spinta di merchandising per finanziarsi, dalle spille vendute per pochi euro a orologi che ne costano migliaia.

3. Gli Anni ’80 e ’90: istituzionalizzazione, nucleare e riformismo

La grande mobilitazione contro gli impianti nucleari in Italia con scioperi, blocchi e azioni dirette a cui partecipò pure la Federazione Anarchica Italiana, organizzando un convegno nazionale a Bologna e attraverso l’impegno di una apposita commissione e dei gruppi locali, costrinse le istituzioni a cercare una comoda via di uscita nel referendum del 1987, ma non misero fine alle pratiche dal basso, all’autorganizzazione e all’azione diretta. Alla fine degli anni ‘80 realtà ambientaliste in cui l’anarchismo svolse un ruolo di primo piano imposero la chiusura della Farmoplant di Massa e dell’Acna di Cengio. Con il riflusso dei movimenti rivoluzionari, però, anche l’ecologia prende progressivamente la via delle istituzioni. La nascita delle Liste Verdi (1985) e il loro successivo ingresso in parlamento segnano l’inizio del riformismo ambientale. Si diffonde l’idea che si possa salvare il pianeta attraverso leggi, ministeri, agenzie di controllo e accordi internazionali, senza necessariamente uscire dal perimetro dell’economia di mercato. È la fase della “modernizzazione ecologica”: l’ambiente diventa un settore amministrativo, gestito da espert. È in questo contesto che si consolida, a livello globale, il paradigma dello “Sviluppo Sostenibile” (sancito dal Rapporto Brundtland del 1987), un concetto ambiguo che prometteva di conciliare la crescita economica con la tutela ambientale. Come vedremo, questo concetto rappresenta un ossimoro funzionale al mantenimento della crescita capitalista, permettendo al sistema di interiorizzare la critica ecologista senza eliminare alla radice il problema. L’ambientalismo diventa professione, le ONG strutturate sostituiscono i collettivi spontanei, e l’attività di lobbying sostituisce il conflitto sociale.

4. La nuova onda della contestazione. Anatomia dei movimenti contemporanei

L’ecologia sociale di Murray Bookchin: “Le radici sociali della crisi”

Figura rilevante dell’ambientalismo radicale, Murray Bookchin (1921-2006) ha sviluppato, a partire dagli anni ’60, la teoria dell’ecologia sociale. La sua analisi offre una chiave di lettura indispensabile per comprendere i limiti dei movimenti attuali.

A. La gerarchia precede il capitalismo. Il nucleo del pensiero di Bookchin è che “i problemi ecologici derivano da problemi sociali”. La dominazione dell’individuo sulla natura non è un fatto innato, ma è la proiezione ideologica della dominazione dell’individuo sull’individuo. Le gerarchie sociali (gerontocrazia, patriarcato, burocrazia statale) hanno creato una mentalità di comando che è stata poi estesa al mondo naturale. Per Bookchin, il capitalismo non è che l’ultima e più devastante forma di questa logica di dominio, in cui la natura è ridotta a risorsa da saccheggiare per la crescita infinita (“Grow or Die“).

B. Ecologia vs ambientalismo. Bookchin operava una distinzione netta, oggi cruciale tra:

ambientalismo – Forma di “ingegneria sociale” che mira a ridurre i danni del sistema esistente senza cambiarne le fondamenta. Cerca di “aggiustare il motore” del capitalismo con tecnologie verdi o con leggi ma lascia intatta la macchina distruttiva (e i movimenti che si rivolgono allo stato, come FFF o XR, ricadono spesso in questa categoria);

ecologia: È una disciplina intrinsecamente rivoluzionaria e ricostruttiva. Non mira a gestire le risorse, ma ad armonizzare le comunità umane con gli ecosistemi attraverso la fine delle gerarchie.

C. La Soluzione Politica: A differenza dell’attivismo che si limita alla protesta («postura petitoria» verso i governi), Bookchin proponeva una politica prefigurativa: il Municipalismo Libertario (o Comunalismo). La proposta è quella di svuotare lo stato dall’interno attraverso la creazione di assemblee popolari cittadine basate sulla democrazia diretta faccia-a-faccia. Queste assemblee, confederandosi tra loro a livello regionale e globale, dovrebbero gestire l’economia e la vita pubblica, sottraendo potere sia al mercato che allo stato.

Seattle e Genova: l’ecologia contro la globalizzazione neoliberista

 Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, in particolare con le proteste di Seattle (1999) contro il WTO e di Genova (2001) contro il G8, emerse un movimento globale che collegava esplicitamente la giustizia sociale alla giustizia ambientale.

A differenza dei movimenti odierni, spesso focalizzati sul singolo tema delle emissioni (la “CO2 tunnel vision“), il movimento di Seattle e Genova denunciava come le istituzioni sovranazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO) imponessero politiche di libero scambio che devastavano gli ecosistemi locali nel Sud del mondo e smantellavano i diritti della classe lavoratrice nel Nord.

Caratteristiche distintive del “Popolo di Seattle”

Il nemico era chiaro: Non l'”individuo” generico, ma le multinazionali e gli organismi non eletti che governavano l’economia globale.

Agroecologia: Grazie a figure come José Bové (che smontò simbolicamente un McDonald’s in Francia) e Vandana Shiva, l’ecologia entrava nel piatto criticando gli OGM e l’agricoltura industriale come strumenti di dominio coloniale sulla natura e su chi coltivava direttamente la terra.

La repressione come spartiacque: La brutale repressione poliziesca di Genova 2001 (la “macelleria messicana” alla scuola Diaz, l’omicidio di Carlo Giuliani) segnò un trauma generazionale. Quella violenza di stato insegnò duramente che mettere in discussione il cuore del modello economico (i vertici G8) comportava una reazione militare, non un “dialogo”.

La sconfitta di quel movimento non ha fermato, però, le lotte territoriali, come la lotta contro la tratta ferroviaria ad alta velocità (TAV), la lotta contro i rigassificatori come quello di Livorno e tante altre esperienze.

È interessante notare come alcuni movimenti odierni, come Extinction Rebellion talvolta prendano le distanze da quell’esperienza per rivendicare una natura “non violenta” e “apolitica”, ignorando forse che la violenza a Genova fu subita, non scelta, e che la “politicità” di quelle piazze risiedeva proprio nella loro forza analitica.

Il 2018 segna l’esplosione di una nuova fase storica. La crisi climatica, divenuta innegabile anche per l’opinione pubblica generalista, innesca una reazione a catena globale. Tuttavia, i nuovi movimenti che emergono portano con sé i segni di una profonda discontinuità rispetto alla tradizione dell’ecologia di classe, presentando caratteristiche inedite e nuove contraddizioni.

Fridays for Future: la scienza come feticcio e il limite del Blablabla

 Fridays for Future (FFF) nasce dall’azione individuale di Greta Thunberg e si configura rapidamente come il primo vero movimento generazionale transnazionale del XXI secolo. La sua forza risiede nella capacità di mobilitare milioni di giovani attraverso lo strumento dello sciopero scolastico globale, sottraendo simbolicamente tempo alla formazione del “capitale umano” per rivendicare un futuro.

Analisi Tattica e Strategica

• Lo sciopero simbolico. A differenza dello sciopero operaio (che blocca la produzione e quindi il profitto), lo sciopero scolastico ha una valenza morale e mediatica. Esso interroga la coscienza di chi è adulto ma non ferma la macchina economica.

• L’appello alla scienza. Lo slogan “Unite behind the science” (“Unitevi dietro la scienza”) costituisce il pilastro epistemologico del movimento. FFF chiede alla politica di ascoltare i report dell’IPCC come se fossero tavole della legge neutrali.

• Interlocuzione istituzionale. FFF dialoga costantemente con governi e istituzioni sovranazionali (COP, ONU, Commissione Europea), chiedendo il rispetto degli Accordi di Parigi. Questa postura implica un riconoscimento della legittimità di queste istituzioni come interlocutori validi.

Il limite del “Blablabla”. Nonostante la potenza comunicativa, FFF ha mostrato presto i suoi limiti teorici. La celebre invettiva di Greta Thunberg contro il “Blablabla” dei leader mondiali evidenzia la frustrazione per l’inazione, ma non riesce a recidere il cordone ombelicale con le istituzioni. Il limite fondamentale, specialmente nelle fasi iniziali, è stata la depoliticizzazione della scienza.

Trattare la scienza climatica come un oracolo neutrale che “detta” l’agenda politica significa ignorare che:

• la scienza produce diagnosi fisiche ma non prognosi politiche o sociali. Dire che «bisogna tagliare le emissioni» è scienza; decidere chi deve tagliarle e come (chiudendo le fabbriche o tassando i ricchi?) è politica;

• l’applicazione delle “soluzioni scientifiche” è sempre mediata da rapporti di forza economici;

• chiedere ai governi di “ascoltare la scienza” presume ingenuamente che i governi agiscano per il bene comune e non per la tutela degli interessi economici nazionali e delle lobby fossili.

In Italia, questo limite si è manifestato nell’incontro con il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani nel 2021. Inizialmente accolto con cauta speranza dal movimento, Cingolani è divenuto presto il simbolo del “tradimento”, promuovendo il nucleare di nuova generazione e il gas come ponti necessari per la transizione, dimostrando che la “tecnica” non è mai neutrale ma sempre asservita a visioni politiche e industriali precise. Di fronte a questo, FFF Italia ha avviato un processo di radicalizzazione, legandosi a collettivi operai (come il Collettivo di Fabbrica GKN a Firenze) e parlando sempre più di “giustizia climatica” intersezionale, ma la tensione tra anima movimentista e anima dialogante rimane irrisolta.

Extinction Rebellion: l’apocalisse “apolitica” e la tecnologia della non-violenza

 Parallelamente a FFF, nasce nel Regno Unito nel 2018 Extinction Rebellion (XR), diffondendosi rapidamente anche in Italia. XR introduce una novità tattica significativa: la disobbedienza civile non violenta di massa. Blocchi stradali, occupazioni di ponti, azioni performative ad alto impatto visivo (i “Red Rebels”, i die-in, l’uso di sangue finto…) mirano a causare disagi economici e paralisi urbana per costringere il governo al tavolo delle trattative.

Le tre richieste cardine di XR rivelano la loro “teoria del cambiamento”:

• Tell the truth (Dite la verità). Il governo deve dichiarare l’emergenza climatica ed ecologica.

• Act now (Agite ora). Azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2025 (un obiettivo tecnicamente impossibile senza un collasso pianificato dell’economia industriale, il che implicherebbe una rivoluzione che però non viene mai nominata esplicitamente).

• Beyond politics (Oltre la politica). La creazione di assemblee cittadine sorteggiate per decidere le misure da adottare, aggirando il parlamento.

Quest’ultimo punto è il più controverso e rivelatore dei limiti ideologici di XR. L’insistenza sul carattere “né di destra né di sinistra” del movimento e la volontà di andare “oltre la politica” tradiscono una visione ingenua dello stato. Le assemblee cittadine sono strumenti democratici interessanti ma prive di potere coercitivo sull’economia reale (banche, multinazionali energetiche) rischiano di diventare consultori impotenti o strumenti di legittimazione per decisioni impopolari già prese altrove. La dottrina della non-violenza radicale di XR ha portato, specialmente nel contesto britannico, a scene paradossali di attivisti che ringraziavano la polizia dopo gli arresti o che si facevano arrestare volontariamente come atto di martirio morale. Questa strategia è stata duramente criticata dai movimenti anarchici e dalle comunità razzializzate per le quali la polizia non è un interlocutore benevolo da convertire ma una minaccia esistenziale strutturale. In Italia, dove la memoria del G8 di Genova è ancora viva, questo approccio “amichevole” verso le forze dell’ordine ha faticato ad attecchire, creando frizioni con i movimenti antagonisti storici. XR è stato spesso accusato di essere un movimento “bianco” e “middle-class”, cieco ai privilegi che permettono a cert attivist di farsi arrestare senza conseguenze devastanti sulla propria vita (fedina penale, permesso di soggiorno, lavoro) a differenza di migranti o precar.

 Ultima Generazione e la radicalizzazione tattica: il sabotaggio simbolico

 La percezione della sostanziale inefficacia delle marce oceaniche di FFF e dei sit-in colorati di XR ha portato, per scissione o evoluzione, alla nascita di frange più radicali. In Italia, Ultima Generazione (nata iniziamente come campagna di disobbedienza civile all’interno della galassia XR, e poi resasi indipendente) rappresenta questo salto di qualità.

Dalla performatività al disagio materiale. Ultima Generazione (UG) adotta tattiche di resistenza civile mirate a creare un danno d’immagine immediato o blocchi della circolazione più aggressivi (per esempio i blocchi del Grande Raccordo Anulare a Roma, l’imbrattamento di opere d’arte protette da vetro o di palazzi istituzionali come il Senato e il Ministero della Transizione Ecologica). A differenza di XR, che cerca ancora un consenso di massa “morale”, UG accetta esplicitamente l’impopolarità e l’odio mediatico come costo necessario per rompere il muro dell’indifferenza e polarizzare il dibattito pubblico. Teoricamente, questo spostamento risente (consapevolmente o meno) delle tesi dell’accademico e attivista svedese Andreas Malm, autore del saggio intitolato Come far saltare un oleodotto. Malm critica il “pacifismo strategico” dogmatico come un’aberrazione storica: tutte le grandi conquiste civili (dalle suffragette ai diritti civili negli USA, fino alla lotta all’apartheid) hanno sempre avuto una radical flank (ala radicale) disposta al sabotaggio o allo scontro fisico che rendeva l’ala moderata accettabile per il potere come “male minore”. La domanda che Malm pone è cruciale: «A che punto inizieremo ad attaccare fisicamente le infrastrutture che ci stanno uccidendo?». Anche se UG rimane rigorosamente non-violenta verso le persone, la violenza simbolica verso le “cose” (arte, strade, edifici) segna un passo verso la de-sacralizzazione della proprietà privata rispetto alla vita biologica.

Tuttavia, anche UG si scontra con il medesimo limite istituzionale dei suoi predecessori: le loro richieste (ad esempio il “Fondo Riparazione” per le vittime del clima) sono ancora rivolte allo stato. Chiedono al governo di tassare gli extra-profitti o di fermare l’utilizzo del gas. Permane l’illusione che lo stato possa agire contro gli interessi del capitale fossile se solo la pressione dell’opinione pubblica fosse abbastanza forte, ignorando che lo stato italiano (tramite colossi come ENI, partecipata statale) è parte integrante del capitale fossile.

 

Antispecismo politico e Limiti dello Stato

  Un settore spesso trascurato nelle analisi generaliste dell’ecologia ma cruciale per una critica radicale e coerente, è il movimento antispecista nelle sue declinazioni politiche.

1. L’antispecismo politico: oltre la compassione

L’antispecismo mainstream è spesso associato al veganismo come scelta di consumo individuale o alla protezione degli animali domestici. Tuttavia, in Italia esiste una corrente teorica robusta definita antispecismo politico, rappresentata da filosofi come Marco Maurizi e collettivi come Assemblea Antispecista, la rivista Veganzetta o Oltre la Specie.

La tesi centrale di questa corrente è che lo specismo (il dominio dell’umano sull’animale non umano) non sia un semplice pregiudizio morale isolato ma la struttura fondante del dominio tout-court. La distinzione gerarchica Umano/Animale è l’archetipo ideologico che ha permesso storicamente di “animalizzare” altri esseri umani (schiav, ebrei, donne, colonizzat, disabili) per giustificarne lo sfruttamento o lo sterminio.

2. La critica al capitalismo animale e l’intersezionalità

L’antispecismo politico critica ferocemente l’ambientalismo mainstream (inclusi FFF e XR) per il suo antropocentrismo residuo. Salvare il clima “per le generazioni future” mantenendo intatti i macelli industriali e gli allevamenti intensivi è visto come una contraddizione etica e materiale insanabile, poiché l’industria zootecnica è una delle cause primarie del collasso ecologico (deforestazione, emissioni di metano, consumo idrico). Inoltre, questi movimenti criticano il Vegan Capitalism (il mercato dei prodotti vegetali delle multinazionali) come un tentativo di mercificare la resistenza senza cambiare i rapporti di dominio. La liberazione animale, in quest’ottica, è inscindibile dalla lotta al capitalismo: non si possono liberare gli animali in una società basata sullo sfruttamento del valore e sulla reificazione dei corpi viventi.

 5. I limiti strutturali: perché rivolgersi alle istituzioni è un errore

  Analizzando trasversalmente i movimenti trattati (fatta eccezione per l’antispecismo), emergono dei limiti strutturali comuni che costituiscono il cuore critico di questo rapporto.

A. Lo Stato non è un arbitro, è un giocatore. 

Il limite più evidente è l’incomprensione della natura dello stato moderno. I movimenti chiedono allo stato di regolare il mercato, di “fermare” le multinazionali, ignorando che lo stato, nella sua configurazione attuale, esiste primariamente per garantire le condizioni giuridiche, infrastrutturali e militari per l’accumulazione del capitale. Come notano coloro che si occupano di ecologia politica e le critiche anarchiche, chiedere allo stato di smantellare l’industria fossile equivale a chiedere a un organismo di amputarsi gli arti vitali. Il caso del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) in Italia ne è la prova: presentato come green, finanzia in realtà infrastrutture pesanti, caserme, alta velocità e digitalizzazione energivora, gestite secondo logiche di profitto da manager e tecnocrat impermeabili al controllo democratico.

B. L’illusione del capitalismo verde e della transizione tecnologica. 

La narrazione della “transizione ecologica” (adottata anche dal Ministero omonimo) presuppone che si possa disaccoppiare la crescita economica dall’impatto ambientale (decoupling). I dati empirici e le teorie dell’ecologia-mondo smentiscono categoricamente questa possibilità. La “transizione” promossa dalle istituzioni (auto elettriche, rinnovabili industriali) non è un cambio di paradigma ma un cambio di input energetico che richiede un’estrazione massiccia di litio, cobalto, rame e terre rare. Questo innesca nuove dinamiche coloniali di predazione nel Sud del mondo (come denunciato nel caso del Triangolo del Litio in Sudamerica), creando “zone di sacrificio” per permettere al Nord del mondo di guidare auto “pulite”. Quando i movimenti come FFF o XR accettano il frame della “transizione” senza mettere in discussione il dogma della “crescita” e del PIL, finiscono involontariamente per legittimare un nuovo ciclo di accumulazione capitalista verniciato di verde (greenwashing sistemico).

C. La repressione come risposta sistemica. 

Un altro limite tragico è la sottovalutazione della risposta repressiva dello stato. La credenza ottimista che «se siamo in tant e pacific, dovranno ascoltarci» si è infranta contro il muro dei decreti sicurezza e della criminalizzazione giudiziaria. In Italia, l’uso sistematico di fogli di via, denunce per “blocco stradale”, sorveglianza speciale e l’equiparazione dell’attivismo climatico all’associazione a delinquere mostrano il vero volto delle istituzioni quando vengono toccati gli interessi economici vitali. La polizia non protegge chi manifesta dal cambiamento climatico; la sua funzione storica è proteggere la proprietà privata e l’ordine pubblico (cioè il flusso delle merci) dai disturbi. La mancata elaborazione di strategie di autodifesa (legale, politica e di piazza) e la fiducia ingenua nella legalità democratica rendono i movimenti estremamente vulnerabili alla repressione.

6. Conclusioni: verso un’ecologia rivoluzionaria

L’analisi condotta in queste pagine mostra inequivocabilmente che i limiti dei movimenti ambientalisti contemporanei non sono meramente organizzativi o comunicativi, ma politici e strategici. Il “peccato originale” risiede nel mancato riconoscimento che le istituzioni a cui si rivolgono (lo stato, l’Unione europea, le Conferenze delle parti) sono parte integrante e attiva del problema che si vorrebbe risolvere. Finché i movimenti continueranno a chiedere “misure urgenti” senza mettere in discussione il dogma della crescita infinita, la proprietà privata dei mezzi di produzione e lo stato, rimarranno intrappolati in un ciclo di frustrazione, cooptazione e repressione.

La “sostenibilità”, così come viene promossa dalle istituzioni, è un’illusione ottica, un dispositivo ideologico per permettere al capitalismo di sopravvivere alla catastrofe che esso stesso ha creato, aprendo nuovi mercati “verdi”. I movimenti, per essere efficaci e all’altezza della minaccia esistenziale che affrontiamo, devono compiere un salto di paradigma teorico e pratico:

• abbandonare la postura petitoria. Smettere di chiedere al “sovrano” di salvarci e iniziare a costruire forza materiale per imporre il cambiamento;

• riconoscere il conflitto di classe (capitalocene). Capire che la crisi ecologica è una guerra di classe condotta dall’alto contro il vivente e le classi subalterne. Non “siamo tutt sulla stessa barca”;

• costruire istituzioni alternative (Dual power). Ispirarsi all’ecologia sociale di Murray Bookchin e, più in generale, al movimento anarchico per creare assemblee popolari territoriali, reti di mutuo appoggio e strutture di autogoverno capaci di gestire la riproduzione sociale (cibo, energia, cura) fuori dalle logiche di mercato e dallo stato;

• integrare la critica antispecista. Comprendere che non ci sarà liberazione ecologica senza la decostruzione del dominio umano sugli altri viventi;

• convergenza delle lotte. Unire le istanze ecologiste con quelle del lavoro (come l’esempio della GKN), del transfemminismo e dell’antirazzismo, in un unico fronte contro il sistema di dominio.

 La conversione ecologica potrà affermarsi solo se diventerà “socialmente desiderabile” condivisa e non imposta. E potrà esserlo solo se non sarà un costo scaricato su chi è pover o sfruttat da un’élite tecnocratica ma una riappropriazione collettiva delle risorse, del tempo di vita in una società libera dalle gerarchie di specie, organizzata attraverso la cooperazione, il mutuo appoggio e il rispetto del non umano. 

Capitolo 5 – CHE FARE? Una proposta libertaria.

C’è una premessa che va fatta senza ambiguità, perché ogni ambiguità oggi è già una forma di resa: nessuna riforma graduale, nessuna transizione addomesticata, nessuna compatibilità con l’attuale stato delle cose può produrre un impatto reale nella lotta alla crisi climatica. Solo un cambiamento radicale, un vero sconvolgimento degli assetti economici, produttivi e simbolici che regolano il mondo contemporaneo, può aprire uno spazio di possibilità. Tutto il resto, per quanto benintenzionato, rientra nella gestione del disastro, non nella sua interruzione. Il cambiamento climatico che stiamo vivendo non è un incidente del sistema. È, piuttosto, il sistema che funziona perfettamente secondo la sua logica e pretendere di risolverlo senza mettere in discussione i rapporti di produzione, la centralità del profitto, l’ideologia della crescita infinita e la mercificazione totale della vita significa accettarne implicitamente le conseguenze. La difficoltà principale, per chi è dispost a guardare questa realtà senza filtri, non è tanto comprendere il problema quanto organizzarsi per affrontarlo. Il potere economico e politico non domina solo attraverso le leggi o la forza materiale ma soprattutto attraverso il racconto, il narrato che definisce ciò che è realistico, possibile, desiderabile. I grandi gruppi industriali, finanziari e mediatici hanno costruito una narrazione in cui l’attuale modello di sviluppo appare come l’unico mondo possibile, mentre ogni alternativa viene descritta come utopica, pericolosa, regressiva o autoritaria. In questo quadro, anche i movimenti di opposizione vengono spesso “integrati” come valvole di sfogo, capaci di produrre linguaggio critico ma incapaci di incidere sui meccanismi reali. Organizzarsi significa quindi, prima ancora che costruire strutture, sottrarsi a questo “campo magnetico”, rompere l’incantesimo di un immaginario che neutralizza il conflitto rendendolo impensabile. Una minoranza, perché siamo consapevoli di essere una minoranza, che voglia promuovere alternative reali deve accettare di essere tale, almeno per lungo tempo. La storia insegna che i cambiamenti profondi non nascono da maggioranze illuminate, ma da nuclei coerenti che resistono abbastanza a lungo non rinunciando a proporre un’alternativa fino a rendere visibile un’altra possibilità di vita. Il primo livello di intervento non può che essere locale, non per romanticismo ma per necessità materiale. È nel territorio che si incontrano i corpi, le relazioni, le contraddizioni concrete tra produzione, consumo, inquinamento, lavoro e salute, tutti fattori strettamente collegati tra loro. È lì che si può iniziare a costruire forme di autonomia parziale e crescente, pratiche di mutualismo, economie di sussistenza estesa senza discriminazioni nei confronti di chi abita il pianeta, economie di scambio che sottraggano spazio, anche minimo, al dominio del mercato globale. Non si tratta di creare isole felici ma di generare esempi praticabili che mostrino che vivere diversamente non solo è percorribile, ma produce benessere reale, relazioni più dense, maggiore resilienza. Questo lavoro, però, non può limitarsi alla pratica materiale. Senza una controinformazione strutturata, radicata e rigorosa, ogni esperienza alternativa rischia di essere invisibile o facilmente neutralizzata. La controinformazione non è propaganda ma ricostruzione del nesso tra cause e conseguenze, tra scelte economiche e disastri ambientali, tra profitti privati e costi collettivi. Deve parlare a un pubblico competente, non semplificare per sedurre, ma approfondire per emancipare. Deve smascherare il linguaggio del potere, mostrando che termini come sostenibilità, transizione, innovazione vengono usati per perpetuare l’esistente, mentre è necessario restituire a queste parole un significato conflittuale. In tal senso, la controinformazione non serve solo a denunciare, ma a formare soggetti capaci di pensare e agire fuori dai binari imposti.

Accanto a questo, forse l’aspetto più radicale e più difficile da conseguire è la coerenza tra mezzi e fini.

Una minoranza che voglia incidere realmente deve praticare, per quanto possibile, un modello di vita compatibile con il mondo che afferma di voler costruire. Non per moralismo individuale ma per credibilità storica. Non si può combattere un sistema fondato sull’accumulazione infinita riproducendone gli stili di vita, i ritmi, le gerarchie, le dipendenze. La coerenza non è purezza, è tensione continua, conflitto anche interno, ma è l’unico antidoto al cinismo e alla trasformazione della critica in mero discorso fine a se stesso. Vivere diversamente, consumare meno, dipendere meno, rallentare, condividere, prendersi cura dei luoghi e delle persone non è una soluzione al cambiamento climatico, ma è la condizione necessaria per non esserne semplicemente una vittima consapevole, e questa affermazione può diventare concreta senza trasformarsi in un manuale tecnico o in un progetto ingegneristico. Significa, ad esempio, immaginare e praticare comunità energetiche autonome o semi-autonome, collegate in reti dove possibile, non come utopie autosufficienti ma come riduzione deliberata della dipendenza da grandi infrastrutture centralizzate, fossili, opache e politicamente intoccabili. Piccoli impianti condivisi, produzione locale, gestione comunitaria dell’energia restituiscono controllo, consapevolezza e responsabilità, spezzando il nesso invisibile tra consumo quotidiano e devastazione lontana. Allo stesso modo, un’alimentazione a basso impatto non è una questione di diete identitarie, ma di riancoraggio del cibo ai territori, alle stagioni, alle relazioni, sottraendolo alla logica della produzione su macro-scala e ai trasporti planetari che trasformano il nutrimento in merce astratta, energivora e fragile. Mangiare ciò che cresce vicino, ridurre drasticamente il consumo di prodotti ultra-processati, sostenere filiere corte e informali significa diminuire emissioni ma anche ricostruire un rapporto diretto tra chi produce e chi consuma, tra terra e comunità. In questa stessa direzione vanno pratiche come la riparazione, il riutilizzo, il riciclo reale e non simbolico, che rompono il ciclo dell’obsolescenza programmata e restituiscono dignità agli oggetti, al tempo e alle competenze manuali.

Ogni oggetto inutile, ogni imballaggio superfluo, ogni ciclo di produzione orientato all’obsolescenza programmata, ogni trasferimento forzato di beni, esseri umani e non, è un’offesa all’intelligenza e un attacco all’equo accesso alle risorse. Scambio e baratto di beni e vestiario, dove fattibile, non sono nostalgie preindustriali ma strumenti concreti per ridurre produzione inutile, rifiuti e dipendenza dal mercato globale, rafforzando al contempo legami sociali e reti di fiducia. Anche sul piano dei servizi, compresi quelli complessi, la questione non è smantellare ma ripensare le scale. La grande struttura centralizzata, come nel caso della sanità o dell’istruzione, può e deve essere affiancata da una rilocalizzazione su scala più piccola e media, dal macro al mini, dal macro al medio, capace di alleggerire i grandi poli, ridurre gli spostamenti forzati e avvicinare i servizi alle persone. Questo comporta una riduzione significativa del pendolarismo, sia lavorativo sia formativo, con effetti immediati sulle emissioni, sulla qualità della vita e sul tempo restituito alle relazioni, alla cura, alla partecipazione. La ridistribuzione dei servizi su scala locale, con forme di gestione autonoma e radicata nei territori, non è solo una misura ecologica ma una scelta politica profonda, perché sottrae potere ai grandi apparati restituendolo alle comunità. In questo quadro, la lotta al cambiamento climatico smette di essere un problema astratto e globale, percepito come troppo grande per essere affrontato, e diventa un processo quotidiano di trasformazione del modo di vivere, produrre e organizzarsi. Non elimina, magicamente, il problema alla radice ma costruisce soggetti, relazioni e strutture che non lo alimentano passivamente. Ed è proprio in questa coerenza praticata, imperfetta ma reale, che una minoranza può iniziare a rendere credibile un altro mondo possibile, non come promessa lontana ma come esperienza presente. Col tempo, se queste pratiche resistono e si moltiplicano, se riescono a connettersi senza perdere radicamento, possono iniziare a costruire reti più grandi, forme di coordinamento più ampie, capaci di esercitare pressione, di bloccare progetti distruttivi, di imporre costi politici e sociali a chi continua a devastare territori e comunità. Questo passaggio non è automatico e non è garantito. Richiede conflitto, espone alla repressione, all’isolamento, alla delegittimazione. Non esiste una via indolore per mettere in discussione un ordine del mondo che sta conducendo al collasso ecologico e sociale. Riguardo ai servizi su larga scala, come gli ospedali, le reti sanitarie, l’istruzione superiore e alcune infrastrutture strategiche, il punto non è una negazione ideologica della grande scala, che sarebbe ingenua e pericolosa, ma una sua profonda riconfigurazione. Alcuni servizi richiedono inevitabilmente concentrazione di competenze, tecnologie avanzate, ricerca e coordinamento complesso, ed è illusorio pensare di frammentarli completamente senza perdere qualità e funzionalità. Ad esempio, il modello attuale del servizio sanitario, iper centralizzato, iper tecnologico e spesso distante dai territori, genera effetti collaterali enormi: pendolarismo sanitario, sovraffollamento, disuguaglianze di accesso. Una prospettiva coerente con la critica climatica e sociale non è quindi “grande o piccolo”, ma una articolazione intelligente delle scale. I grandi ospedali e i poli di alta specializzazione dovrebbero diventare nodi di una rete, non monoliti che fagocitano tutto. Accanto ad essi è fondamentale ricostruire una sanità territoriale diffusa, di prossimità, capace di intercettare i bisogni prima che diventino emergenze, riducendo ricoveri inutili, spostamenti forzati e carichi energetici e logistici enormi. Presidi locali, case della salute, ambulatori integrati, assistenza domiciliare, medicina preventiva e comunitaria non sono un ripiego, ma il vero cuore di un sistema resiliente. Questa rilocalizzazione parziale produce benefici climatici indiretti ma significativi: meno spostamenti quotidiani, meno infrastrutture che consumano grandi quantità di energia sovradimensionate, meno consumo di tempo e carburante, meno stress sociale. Allo stesso tempo rafforza il legame tra servizio pubblico e comunità, sottraendo la sanità e altri servizi essenziali alla logica puramente aziendalistica che li trasforma in centri di costo o di profitto. Lo stesso principio può essere applicato all’istruzione, alla formazione, ad alcuni servizi amministrativi e culturali: grandi poli di riferimento, sì, ma sostenuti da una rete capillare di strutture locali autonome, adattate ai contesti e partecipate. In questa visione, il passaggio dal macro al medio e dal macro al mini non è una regressione, ma una riduzione della vulnerabilità sistemica. Un sistema troppo concentrato è efficiente solo in condizioni ideali, ma collassa facilmente sotto stress, come crisi climatiche, pandemie, blackout energetici o crisi di approvvigionamento. Un sistema diffuso, invece, è meno spettacolare ma più robusto e più adattabile. Pensare i servizi in questo modo significa portarli fuori dall’astrazione della grande macchina e ricondurli dentro una logica di cura, prossimità e responsabilità condivisa. Così anche i servizi su larga scala smettono di essere un tabù o un ostacolo nel discorso ecologista radicale, e diventano uno dei terreni decisivi su cui dimostrare che un altro modo di organizzare la complessità è possibile, senza sacrificare né la qualità né la giustizia sociale e riducendo, al tempo stesso, l’impronta ecologica complessiva del vivere collettivo. In definitiva, il che fare oggi non può essere pensato come un programma chiuso o una strategia definitiva. È piuttosto una postura, una scelta di campo esistenziale e politica.

Dobbiamo avere il coraggio di nominare e denunciare il modello culturale dominante: una bulimica e convulsiva mania di comprare, di possedere, di accumulare, alimentata da una propaganda martellante e da un sistema che ci induce all’indebitamento come stile di vita. Ci vogliono consumator e consumatrici indebitat, quindi ricattabili, docili, incapaci di pensare a un’alternativa, incatenat a una moderna forma di schiavitù.

La proposta libertaria rompe questo schema. Invita a un’altra idea di ricchezza, fondata sulla condivisione, sull’autosufficienza, sul tempo liberato e non venduto. Costruire qui e ora frammenti di mondo che non funzionino secondo la logica dell’avvelenamento e dello sfruttamento, e difenderli con intelligenza, solidarietà e ostinazione. Non perché sia facile, non perché sia rassicurante, ma perché è l’unico modo rimasto per affermare che un altro modo di abitare la Terra non solo è necessario ma è già in cammino, anche se ancora fragile, incompleto e sotto assedio. Delegare ai governi la soluzione significa invece perpetuare la causa stessa del disastro.

Perché in fondo, sotto l’asfalto del mondo che crolla, c’è ancora terra viva. Nelle crepe del cemento crescono fiori selvatici. E nella notte più cupa, un fuoco acceso da mani libere può ancora illuminare la strada. Che sia nostro il passo che rompe il silenzio. Che sia nostro il gesto che semina. Che sia nostra la danza che comincia.

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Immagini

Le immagini in copertina e alle pagg. 5 e 44 sono di Ericailcane; quelle alle pagg. 8, 51 e 70 di Clifford Harper, e quelle alle pagg. 19 e 37 di Bastardilla.

Ringraziamo l* artist* per averci concesso l’uso delle loro opere.

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Solidarietà alle compagne e ai compagni della manifestazione NOTAV alta felicità che sono stati denunciati per devastazione!

Il 27 luglio quella pagliaccia cattofascista (doppiogiochista) della Meloni (foto sopra), è andata ai cantieri dell’alta velocità Torino-Lione dichiarando ai mass media che i No Tav sono terroristi! Senza naturalmente chiedergli perché stavano manifestando, altrimenti sarebbero saltati fuori tanti altri altarini, sporchi e meschini, tipici della sua cultura borghese, egoista, arrivista, opportunista, ipocrita e repressiva.     …

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Spin Time, non c’è più tempo

Mercoledì sera un incendio è divampato in uno dei locali di Spin Time Labs, l’occupazione abitativa dell’Esquilino, in centro a Roma, dove vivono circa 400 persone e hanno sede varie organizzazioni. La comunità si è subito attivata per mettersi al sicuro, facilitando l’ingresso dei vigili del fuoco. Una volta uscita dallo stabile per mettersi in sicurezza, però, agli abitanti del grande palazzo ex-Inpdap sito in via Santa Croce in Gerusalemme non è stato più permesso di rientrare se non per recuperare pochissimi beni di prima necessità. Da allora soprattutto bambine/i e le persone più fragili, hanno trovato alloggi momentanei, altre persone sono ospitate in strutture messe a disposizione da diverse associazioni e qualche spazio del primo municipio, ma moltissime/i continuano a dormire davanti a Spin Time in via Santa Croce di Gerusalemme.

Questi, in breve, i fatti salienti. Poi c’è tanto altro. C’è una comunità che si attiva in fretta, nonostante il caldo, nonostante molte persone siano già in ferie, nonostante non si capisca sempre benissimo chi coordini cosa, e in meno di 24 ore davanti a Spin Time accorrono centinaia di persone solidali con beni di prima necessità, pronte e pronti a difendere una delle occupazioni più simboliche della capitale, con i propri corpi e con la propria solidarietà attiva e militante. 

Renato Ferrantini

Ci sono i movimenti sociali che portano generatori, condizionatori, teli per proteggersi dal caldo, piscinette per far giocare i bambini e le bambine, che mettono in piedi un presidio sanitario, si attiva il quartiere che da anni convive serenamente con l’occupazione (checché ne dicano schifose pagine social pronte a costruire falsi), privati cittadini/e portano quello che possono.

Questa città brutale che quando serve si (ri)scopre solidale, aiutando le centinaia di persone sbattute per strada. È una macchina straordinaria, con la Chiesa che fa la sua parte, il centro anziani, il Polo Civico dell’Esquilino e molte altre. 

La Protezione Civile coordinata dal Comune di Roma monta qualche gazebo, distribuisce cibo e. dopo due giorni, attiva i nebulizzatori. Con le persone lasciate per strada e nessuna soluzione nel breve periodo, si apre una battaglia politica che dopo quasi tredici anni potrebbe sbloccare la situazione del palazzo: la proprietà, uno dei fondi di investimento che privatizzano e gentrificano mezza città, sembra finalmente disposta a vendere e l’Amministrazione comunale a comprare per avviare un percorso simile a quello che ha riconvertito in edilizia popolare un’altra storica occupazione, quella di Porto Fluviale. 

Renato Ferrantini

I tempi, però, non sono necessariamente brevi, nonostante l’impennata di questi giorni – nel momento in cui scriviamo, sabato 1° agosto, pare siano in corso trattative, con l’interessamento anche del Vaticano che già in passato si era espresso per Spin Time: come ha scritto Giuliano Santoro su “il manifesto” di oggi, «premono per una soluzione positiva, che passa per la rimozione del sequestro giudiziario che grava sul palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme, il papa e il sindaco. Questa versione postmoderna di Don Camillo e Peppone, l’eterogenesi dei fini del potere temporale e di quello secolare, è l’ennesimo miracolo postmoderno di Spin Time». 

Nel via vai di politici e istituzionali, chi passa (tanti) e chi invece garantisce una presenza solidale (pochissimi), l’assessore al Patrimonio e alle Politiche Abitative Tobia Zevi va in assemblea sia mercoledì che giovedì, parla dei negoziati in corso, prova a rassicurare, anche se purtroppo senza un dialogo reale, senza uno scambio con chi è riunito in piazza (abitanti e solidali). Spiega, in sintesi, che bisogna aspettare. 

Non ricorda che è dal 2023, quando è stato approvato il Piano Strategico per il diritto all’Abitare, che l’Amministrazione si sarebbe dovuta impegnare ad avviare i progetti di recupero per Spin Time e per il MAAM di Metropoliz entro l’anno, come «modello di sperimentazione delle nuove politiche abitative». Dal 2023 le persone che lì abitano sono in attesa.

Ad agosto 2026, devono ancora aspettare, fino a quando non è chiaro, forse lunedì ci saranno novità, quando si riunirà il prossimo tavolo tecnico, anche fosse sarebbero cinque notti e quattro giorni interi in condizioni disumane, con più di 40 gradi reali, mentre dentro ci sarebbero le case, piccole come ha detto una occupante, ma le loro, quelle costruite in anni e anni di fatica. 

L’assemblea delle e degli abitanti di Spin Time ha deciso, ieri sera dopo l’incontro con Zevi, di continuare a resistere, di continuare a lavorare per poter rientrare prima possibile, di rimanere unite/i – e noi con loro. I tempi della burocrazia e della politica non coincidono mai con quelli della vita, con quelli dei bisogni reali ed elementari delle persone. Dovrebbe essere la politica però a uniformarsi ai tempi della vita e non viceversa. Invece centinaia di persone sono in attesa che qualcosa emerga da tavoli lontani e complessi, sopra le loro teste. Ieri quando Zevi parlava già da diversi minuti, senza venir interrotto, da un’assemblea fin troppo civile, qualcuno ha urlato «vogliamo rientrare a casa» e tutti si sono sciolti in un applauso liberatorio. Non è difficile da capire. Ci sono centinaia di persone che vogliono rientrare a casa e non vogliono continuare a stare per strada con quaranta gradi, nel pieno di una crisi climatica, e senza prospettive per i prossimi mesi. Le istituzioni possono e devono fare molto di più. 

Renato Ferrantini

Quindi il presidio permanente continua e non si sposta dal palazzo, lo presidia con i propri corpi, i teli per l’ombra, le piscinette d’acqua, le tende, le brandine. Quasi tutto portato e organizzato dagli spazi sociali, dalle associazioni, dal volontariato, dal vicinato, con la protezione civile che più che intervenire sui bisogni reali (come docce, bagni, posti letto), ordina e sanziona lo spazio, come abbiamo visto fare in altre emergenze. 

Per chiunque si trovi a Roma l’appello è di raggiungere Spin Time, nonostante il caldo e le difficoltà logistiche, bisogna andare al presidio e mantenere alta l’attenzione. Tutte le informazioni su cosa portare e i vari appuntamenti si possono trovare sulle pagine social di Spin Time, ed è anche aperta una raccolta fondi per aiutare con i beni di prima necessità in questi giorni. 

SolidalƏ  e complicƏ  con chi resiste.  

Immagine di copertina di Renato Ferrantini

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CIAO ANNA!

Diffondiamo: Questa notte Anna Cipriani, che in moltx hanno avuto modo di conoscere in diverse occasioni tra cui le presentazioni del libro del figlio Claudio, è venuta a mancare in ospedale a Napoli. Abbiamo percorso con lei un pezzo profondo e importantissimo, reciprocamente l’una a fianco all’altra anche nei momenti più duri, inclusa la repressione … Leggi tutto "CIAO ANNA!"
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Roma Sud brucia, Roma Sud affoga nel cemento

Domenica 26 luglio, poco dopo le 13:30, un vasto incendio si è sviluppato lungo via Laurentina, nel tratto tra l’Eur e Tor Pagnotta, spinto dal vento e dalle temperature altissime che da settimane mettono a dura prova la città. Le fiamme hanno raggiunto in poco tempo il Grande Raccordo Anulare, obbligando alla chiusura del tratto tra gli svincoli Laurentina e Pontina in entrambe le direzioni, con code chilometriche e traffico paralizzato sotto il sole.

Fuoco, fumo e diossina: l’emergenza ambientale del Municipio IX

Il giorno dopo, lunedì 27, un secondo fronte ha interessato un terreno in cui si sospetta la presenza di rifiuti interrati, complicando ulteriormente le operazioni di bonifica dell’area. Non ci sono dubbi sulla natura dolosa dei roghi, in una stagione che, secondo i dati forniti dalla Protezione civile del Lazio, ha già fatto contare centinaia di incendi nella regione dalla metà di giugno, molti dei quali di tipo boschivo.

A distanza di qualche giorno arriva il dato più preoccupante: il campionatore installato dall’ARPA Lazio lungo via Laurentina ha misurato, tra il 27 e il 28 luglio, una concentrazione di diossine pari a 0,39 picogrammi per metro cubo, superiore alla soglia di 0,3 pg/m³ che la stessa agenzia regionale indica come segnale della presenza di una fonte emissiva localizzata, riconducibile alla combustione del rogo. Sono ancora in corso le verifiche di laboratorio su benzo(a)pirene e policlorobifenili.

Per giorni i residenti delle zone limitrofe – Vallerano, Castel di Leva, Spinaceto, Torrino – hanno segnalato un odore acre persistente, mal di gola, mal di testa e nausea, ricevendo dal Comune l’indicazione di tenere le finestre chiuse e lavare accuratamente frutta e verdura coltivate in zona.

Consiglieri comunali e municipali hanno chiesto interventi urgenti a tutela della salute pubblica, ma la lentezza della risposta istituzionale nei giorni successivi al rogo si è fatta sentire forte e chiara. Una gestione dell’emergenza che si intreccia con un problema più strutturale: la manutenzione insufficiente delle aree verdi e incolte di questo quadrante, terreno ideale per la rapida propagazione delle fiamme.

Il quartiere dormitorio che non doveva essere: la cementificazione di Fonte Laurentina

Quello che brucia non è un’area marginale e disabitata, ma il cuore di uno dei processi di espansione edilizia più intensi degli ultimi vent’anni a Roma sud. Fonte Laurentina nasce all’interno di un piano di zona, sul terreno dell’antica tenuta di Tor Pagnotta, e prende il nome da una sorgente di acque minerali chiusa nel 2004 per inquinamento dovuto a infiltrazioni fognarie: quella sorgente, con un paradosso che racconta bene il rapporto tra Roma e il suo territorio, è oggi ricoperta di cemento e trasformata nel parcheggio di un centro commerciale, proprio davanti agli edifici residenziali.

Pensato come quartiere modello, capace di offrire servizi e spazi comuni, si è trasformato – secondo le denunce ripetute negli anni dal comitato di quartiere e dagli stessi residenti – in un “quartiere dormitorio”: palazzine costruite in sequenza senza che venissero mai completati i servizi pubblici né gli spazi di aggregazione previsti nei piani originari, mentre i casali storici dell’Agro romano, che avrebbero potuto diventare luoghi di cultura e socialità, restano da anni in stato di abbandono.

Non è un caso isolato. Pochi chilometri più a nord, il quartiere Laurentino racconta da decenni una parabola simile: un progetto urbanistico di grande scala, pensato negli anni Settanta per ospitare decine di migliaia di persone, che non è mai riuscito a dotarsi dei servizi collettivi previsti nel progetto originario ed è diventato, anch’esso, sinonimo di periferia dormitorio e di abbandono istituzionale. È lo schema che si ripete in tutta la fascia sud della città: costruire prima, e spesso mai dotare il territorio delle infrastrutture necessarie a sostenerlo.

Blackout e reti al collasso: quando il cemento supera la capacità della città

La stessa logica di crescita senza pianificazione si misura oggi anche sul fronte energetico. Da settimane Roma è alle prese con blackout diffusi in più zone della città, aggravati dal caldo eccezionale e dal conseguente aumento dei consumi per il condizionamento: la rete gestita da Areti ha più volte toccato i propri picchi massimi di potenza immessa, con centinaia di squadre tecniche impegnate a fronteggiare guasti che si susseguono senza sosta.

Cabine elettriche datate e cavi sotterranei, surriscaldati dal calore accumulato nel sottosuolo, cedono uno dopo l’altro, lasciando interi palazzi senza corrente per ore: cibo che va perso nei frigoriferi, ascensori bloccati, difficoltà per gli anziani, semafori spenti. Le segnalazioni sono arrivate da diversi quadranti della città, dal centro alla periferia, comprese le zone di Roma sud.

Diffusione crescente di condizionatori, aumento delle colonnine di ricarica per veicoli elettrici ma soprattutto costruzione di decine di nuove abitazioni sono i principali fattori di stress su una rete infrastrutturale mai davvero adeguata alla crescita edilizia degli ultimi decenni. È qui che il cortocircuito si chiude: quartieri come Fonte Laurentina e i suoi dintorni sono cresciuti senza che venissero potenziati, di pari passo, gli impianti e le reti chiamate a sostenerli. Il risultato è una città che aumenta i propri volumi edilizi senza aumentare, nella stessa proporzione, la capacità reale di reggerli – né sul piano ambientale, né su quello dei servizi essenziali.

Un esempio recente di questa dinamica arriva proprio dal quartiere Papillo, in via Giorgio Vigolo, dove da anni è in corso un processo di trasformazione edilizia che i residenti raccontano come emblematico di questo modello di sviluppo.

Il caso Papillo: un cantiere infinito tra cemento e assenza di servizi

Lì dove, secondo il progetto originario, avrebbero dovuto sorgere degli spazi polisportivi, oggi si erge un serpentone di oltre 130mila metri cubi di cemento. Gli abitanti denunciano un cantiere aperto ormai da anni, la sostituzione quasi integrale del verde con superfici cementificate che raggiungono quasi il 100% della totalità del lotto, disagi quotidiani legati a polveri sottili e rumore e lamentano che l’ennesimo grande volume edilizio si aggiunga a una rete di servizi – dall’illuminazione alla fornitura elettrica – che nello stesso quartiere ha già mostrato in passato segni di cedimento.

Negli anni i residenti hanno presentato numerose segnalazioni relative alla sicurezza del cantiere, denunciando la presenza di operai visti lavorare privi delle dotazioni di protezione individuale, in bilico su semplici tavole di legno a diversi metri di altezza. Ricorrenti anche le proteste per il mancato rispetto degli orari consentiti per i lavori rumorosi, oltre alle critiche sull’impatto estetico del complesso, giudicato dagli abitanti fuori scala e in evidente contrasto con lo stile delle altre costruzioni della zona. A oggi, secondo quanto riferito dai residenti, una parte del comprensorio risulta parzialmente abitata dopo un ritardo nella consegna di oltre diciotto mesi rispetto ai tempi previsti, mentre l’altra metà del complesso è ancora un cantiere aperto.

Il complesso residenziale c’è. I servizi previsti da regolamento no. Secondo la normativa regionale sull’urbanizzazione secondaria, ogni costruttore privato è obbligato a fornire servizi collettivi di quartiere a causa dell’allargamento della domanda futura di infrastrutture: asili e scuole dell’obbligo, mercati di quartiere, presidi socio sanitari, parchi pubblici.

Nel quartiere, che potremmo definire senza errori, “quartiere fantasma” sono assenti le più basilari strutture. Non c’è infatti un supermercato, un tabaccaio, un mercato, un luogo di ritrovo. Dal 2006, anno di costruzione del primo lotto abitativo, è stata costruita una sola scuola primaria e il quartiere è collegato esclusivamente da una linea bus, definita dai residenti «ai limiti del tollerabile».

Inoltre, Secondo il Regolamento edilizio di Roma Capitale sulla Sostenibilità, nei lotti liberi ogetto di nuova costruzione è richiesta al costruttore una quota minima di superficie permeabile non inferiore al 50% e l’inserimento di alberi per mitigare le isole di calore. Allo stato attuale niente di tutto questo è stato fatto per la collettività, ma molto è stato fatto per il profitto privato.

Si tratta di un vissuto locale, riportato dai comitati di quartiere e dagli stessi residenti, che meriterebbe verifiche puntuali da parte degli enti competenti – a partire dalla direzione lavori e dagli organi di vigilanza sulla sicurezza nei cantieri. Se confermato nei suoi dettagli, il caso Papillo rappresenterebbe un ulteriore tassello dello stesso modello di sviluppo urbano già visto a Fonte Laurentina e al Laurentino, in cui il cemento cresce più velocemente dei servizi, della sicurezza e della cura del territorio.

Un unico problema: il territorio sacrificato agli interessi privati

Incendi, cementificazione e blackout non sono tre emergenze separate, ma tre facce dello stesso fallimento nel governo del territorio. Per anni le amministrazioni che si sono succedute a Roma hanno autorizzato la costruzione in aree agricole e semi-naturali dell’Agro romano, spesso a ridosso di terreni incolti o boschivi che oggi si rivelano tra i più esposti al rischio di incendio, anche a causa di una carente manutenzione ordinaria del poco verde esistente.

Ogni nuova lottizzazione riduce gli spazi naturali che fungono da cuscinetto ecologico, mentre aumenta il carico su reti idriche, elettriche e di trasporto pensate per una città più piccola.

Il cambiamento climatico non fa che amplificare le crepe di un sistema già fragile: ondate di calore più lunghe e intense, vegetazione secca pronta a incendiarsi, reti energetiche progettate per un clima che non esiste più. In questo contesto, ogni ettaro di verde ceduto a nuovi complessi residenziali o commerciali non è solo la perdita di uno spazio naturale, ma un moltiplicatore di rischio per tutta la città che verrà. La vicenda della Laurentina, con la sua diossina nell’aria e i suoi quartieri costruiti in fretta e mai completati, resta la fotografia più nitida di cosa succede quando l’urbanistica smette di essere pianificazione collettiva e diventa terreno di conquista per pochi: a pagarne il prezzo, ancora una volta, sono l’ambiente, la salute pubblica e chi in quei quartieri ci vive ogni giorno.

la copertina è di un residente e si riferisce all’incendio di un ristorante nel quartiere Valleranello, Roma Sud.

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Sciame sismico ai Campi Flegrei: comunicato di aggiornamento del 1 agosto 2026

Dalle ore 19:46 del 31 luglio 2026 è in corso uno sciame sismico nell’area Campi Flegrei. Alle ore 11:28 di oggi, 1 agosto, sono stati rilevati in via preliminare 169 terremoti con magnitudo Md ≥ 0.0 e una magnitudo massima Md = 4.7 ± 0.3.

Nella mappa sono riportate le localizzazioni degli eventi con magnitudo Md ≥ 1.0.

Il terremoto di magnitudo Md = 4.7 ± 0.3 (Mw 4.4 ± 0.3) è avvenuto alle ore 19:46 del 31 luglio 2026 ad una profondità di circa 3 km ed è stato localizzato dalla Sala Operativa INGV-OV tra le località di Pozzuoli e Quarto.

Si riporta l’elenco degli eventi localizzati finora (ore 11:28 del 1 agosto 2026) di magnitudo Md ≥ 1.5

Data IT Orario IT Md (±0.3) Profondità (km)
31/07/2026 19:46:43 4.7 2.6
31/07/2026 19:50:36 1.7 1.0
31/07/2026 20:49:58 1.6 2.6
31/07/2026 20:57:32 2.9 2.6
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Ricordiamo che è importante attenersi alle informazioni fornite attraverso i canali ufficiali dagli enti preposti alla gestione del fenomeno e che tutti gli aggiornamenti sullo sciame e ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web della banca dati GOSSIP dell’Osservatorio Vesuviano e sui canali web e social INGVvulcani. 


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OrvietoLug - journalctl: leggere e analizzare i log di systemd

Scopri come usare journalctl per leggere, filtrare e analizzare i log di systemd. Guida pratica con esempi utili per amministratori Linux e utenti avanzati.

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Burn, Planet, Burn

    playlist di Elisabetta Stella     Austra, Gaia (Future Politics, 2017) Midlake, Acts of Man (The Courage Of Others, 2009)   Randy Newman, Burn On (Sail Away, 1972)   Neil Young, After the Gold Rush (After the Gold Rush, 1970)   Moby, Like a Motherless Child (More Fast Songs About the Apocalypse, 2017) …

read more "Burn, Planet, Burn"

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Honda Prelude, la coupé da 25 km/l in città: i consumi reali del Centro Prove

La Prelude è un'icona delle coupé sportive, e la nuova generazione (la sesta) reinterpreta la sua missione in chiave moderna (e ibrida): linee pulite e filanti, poche &quot;diavolerie&quot;, tante soluzioni tecniche raffinate e scelte ingegneristiche, pensate per il massimo piacere di guida. Costruita sulla base della Civic, la 2+2 della Honda è lunga 453 cm, alta 135 e ha un passo di 260 cm. L'abitacolo è &quot;cucito&quot; attorno al guidatore, con una seduta contenitiva; dietro viaggiano comodi giusto i bambini. Modesta la capacità del bagagliaio, come prevedibile: sono 245 i litri a disposizione, che diventano 663 abbattendo gli schienali. Buona la qualità percepita a bordo, grazie all'uso di materiali morbidi, un'impostazione ergonomica dei comandi (mutuata dalla berlina), l'impianto audio Bose, il quadro strumenti digitale da 10,2 e l'infotainment da 9, forse l'elemento che più di tutti avrebbe bisogno di una &quot;rinfrescata&quot;. Honda Prelude 2.0 HEV: il motore Il powertrain ibrido in serie della Prelude è lo stesso utilizzato sulla Honda Civic: a muovere l'auto provvede quasi sempre il motore elettrico da 135 kW (184 CV), garantendo consumi decisamente contenuti, specialmente in città. Nella marcia a velocità elevate e costanti, quando questa soluzione diventa poco efficiente, il quattro cilindri aspirato da 2.0 litri da 143 CV, con iniezione diretta di benzina e ciclo Atkinson, si collega alle ruote tramite una frizione.L'auto non è brillante come ci si potrebbe aspettare, ma garantisce una ripresa e una spinta sempre corpose, soprattutto nei sorpassi. Ad aggiungere un po' di grinta alla guida provvede il sistema S+ Shift, che simula le cambiate di una trasmissione automatica (invece del riduttore a rapporto fisso), con tanto di sound generator. Honda Prelude 2.0 HEV: i consumi reali *Prezzo della benzina al 29/07/2026: 1.986 /litroNella Prova su strada, pubblicata su Quattroruote di gennaio 2026, la Honda Prelude 2.0 HEV si rivela una coupé con tutte le carte in regola, non estrema nelle prestazioni ma godibilissima da guidare. Il consumo garantito dal powertrain ibrido (condiviso con la Civic) è straordinario, soprattutto nello scenario cittadino, dove percorre più di 25 km/l e può contare su un'autonomia che supera i mille chilometri. La percorrenza media rilevata è di 20,4 km. Honda Prelude: gamma e allestimenti La Honda Prelude è disponibile nel solo allestimento Advance, completo di tutto: cerchi di lega da 19&quot;, fari a LED, vetri posteriori oscurati, specchietti ripiegabili elettricamente, infotainment da 9&quot; con Apple CarPlay e Android Auto senza fili, climatizzatore bizona, caricatore wireless, sedili anteriori e volante in pelle, impianto audio Bose a 8 altoparlanti. Di serie la suite di Adas Honda Sensing con la guida assistita di livello 2 e il monitoraggio dell'angolo cieco. Unico optional, la vernice metallizzata (1.000 euro). Honda Prelude 2.0 HEV: i prezzi Honda Prelude 2.0 HEV Advance: 50.900 euro Consumi reali, tutte le nostre prove autoAudi Q3 Sportback TDIDacia Duster Hybrid 155Fiat 500 HybridHonda Prelude 2.0 HEVHyundai Tucson 1.6 HEVRenault Clio E-TechToyota Aygo X 115 Hybrid
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应和榫卯结构桌角榫 #woodworking#TraditionalCraft

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生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
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⚡Warning: When the CITIES BURN, Remember These Rules

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Elettriche e caldo, quattro soste al sole fanno salire i consumi del 29%: la prova - VIDEO

Quanto pesa una mezz'ora di parcheggio al sole sui consumi di un'auto elettrica? Per misurarlo abbiamo ripetuto due volte lo stesso percorso di 70 chilometri tra città, statale e autostrada, con oltre 36 C. Il primo giro è stato completato senza interruzioni; il secondo prevedeva invece quattro fermate di mezz'ora, con la vettura (una Kia EV5) lasciata ogni volta in pieno sole. Durante la marcia, il climatizzatore è stato sempre regolato a 22 C in modalità Auto. Il risultato è netto. Nel giro diretto, la EV5 ha consumato 11,75 kWh; con le quattro soste è salita a 15,18 kWh. La differenza è di 3,43 kWh, pari al 29% in più. In media, ogni pausa ha richiesto 0,86 kWh per riportare l'abitacolo a condizioni accettabili: poco meno di 30 centesimi con una ricarica domestica, quasi un euro alle colonnine HPC. I numeri spiegano il perché. In mezz'ora l'aria interna è passata da 22-24 C a valori compresi tra 49 e 56 C, mentre alcune superfici hanno raggiunto i 63 C. A ogni ripartenza il climatizzatore, che in condizioni normali assorbiva 0,5-0,6 kW, è rimasto a lungo sopra i 2 kW, con picchi di 3,6. Non è quindi soltanto il modo di guidare a determinare il consumo: anche ciò che accade quando l'auto è ferma presenta un conto energetico.I consumi rilevati in un secondo test, svolto con una Hyundai Ioniq 5 climatizzata per 24 ore, suggeriscono inoltre una conclusione tutt'altro che scontata: per fermate brevi, tra i 20 e i 30 minuti, avviare subito il climatizzatore da remoto potrebbe essere più efficiente che lasciare accumulare il calore e doverlo poi smaltire tutto insieme.&nbsp; Tutti i dettagli della prova sono disponibili su&nbsp;Quattroruote&nbsp;di agosto 2026 e nella sezione QPremium&nbsp;del nostro sito.
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Cupra Raval e 200 modelli in arrivo: cosa c'è su QNovità Estate e Quattroruote di agosto - VIDEO

Quattroruote di agosto 2026, già disponibile in Digital Edition&nbsp;e in edicola dal 1 agosto, dedica la copertina alla Prova su strada della&nbsp;Cupra Raval: l'elettrica spagnola è vivace, unisce prestazioni notevoli e sfodera consumi contenuti. Talenti che amalgama con raffinatezze e attenzioni da piccola ammiraglia.L'editoriale si interroga sulla corsa all'autonomia record, sempre più al centro della comunicazione dell'industria. Tra promesse di percorrenze straordinarie e utilizzo reale dell'auto, invita i lettori a partecipare a un sondaggio per capire di quanti chilometri abbiamo davvero bisogno nella vita di tutti i giorni. &nbsp;Agosto è anche il mese di QEstate, lo speciale che vi accompagnerà nelle vacanze con racconti noir, playlist da ascoltare in viaggio e auto da sogno.&nbsp;Non mancano servizi di utilità, come quello sulle soste con l'auto elettrica: quanto costa, in termini energetici, parcheggiare sotto il sole? Sappiate che ogni ripartenza richiede quasi 1 kWh per riportare il fresco nell'abitacolo, una trentina di centesimi di euro con una ricarica domestica. Abbiamo fatto i conti per voi. E poi, una lettura gustosa, perfetta per l'ombrellone: il ritorno del cambio manuale sulle sportive. Con la 12Cilindri Manuale, Ferrari sta rispolverando il cancelletto, consacrando un trend cominciato qualche anno fa: dopo l'abbuffata di sequenziali, la nostalgia non aspettava che essere risvegliata e noi facciamo il punto sugli esempi più eclatanti. &nbsp;Infine, questo mese c'è QNovità Estate, l'allegato gratuito che vi dice tutto sulle auto in arrivo da qui ai prossimi mesi. Parliamo di oltre 200 modelli, comprese alcune anteprime ancora da svelare, per capire come cambierà il mercato tra la fine del 2026 e il 2027.&nbsp; Prove su strada Cupra Raval La Cupra Raval è una vettura che segna un prima e un dopo nella storia del marchio spagnolo. Non soltanto perché introduce, prima di tutte le altre piccole elettriche del gruppo Volkswagen, la nuovissima piattaforma MEB+, destinata a rappresentare una pietra miliare nello sviluppo delle citycar elettriche dell'industria automobilistica tedesca. E, di riflesso, di quella europea, chiamata a contrastare l'avanzata dei costruttori cinesi. Come? Con uno spazio interno ben sfruttato in rapporto alle dimensioni esterne, grazie a una lunghezza di 4,05 metri che non penalizza né l'abitabilità né la praticità. A beneficiarne è anche il bagagliaio da 348 litri rilevati, affiancato da una serie di piccoli lussi, dall'illuminazione interna fuori dall'ordinario alla ricca dotazione tecnologica, che contribuiscono a creare un'atmosfera quasi da piccola ammiraglia. Su strada, la Cupra Raval si muove molto bene: l'assetto rigido, insieme a uno sterzo rapido e preciso, permette di divertirsi nei percorsi misti. A supportare la dinamica ci sono anche le prestazioni dei 211 CV erogati dal motore elettrico anteriore.A questa brillantezza, la Raval abbina anche un'efficienza di alto livello: con una carica della batteria da 52 kWh netti è possibile percorrere in media 349 km. BYD Dolphin G DM-i Arriva dalla Cina, ma presto sarà prodotta anche in Europa, nel nuovo stabilimento BYD di Szeged, in Ungheria. Stiamo parlando della nuova BYD Dolphin G, destinata a lasciare il segno nel panorama automotive perché è la prima berlina compatta plug-in lunga appena 416 centimetri.Una soluzione che, rilevamenti del nostro Centro prove alla mano, si conferma particolarmente azzeccata nel commuting quotidiano, anche sulle percorrenze più impegnative: la Dolphin G ha infatti percorso 146 km in elettrico in città, 122 km su statale e 91 km in autostrada.Ricaricando da casa, ogni 100 km in modalità elettrica si spendono in media 4,9 euro. Nei viaggi, però, c'è anche la possibilità di fare il pieno di energia alle colonnine pubbliche, comprese quelle in corrente continua, dove abbiamo impiegato appena 30 minuti per portare la batteria all'80%.Rinunciando invece alle ricariche, il motore 1.5 aspirato a benzina garantisce una percorrenza media di 18,5 km/litro (21,1 km/l in città).&nbsp; Nei rilevamenti in pista il powertrain ibrido plug-in della nuova BYD Dolphin G ha mostrato anche una notevole vivacità: la potenza combinata raggiunge infatti 212 CV.Nell'utilizzo quotidiano si apprezza soprattutto la fluidità di funzionamento, con la spinta affidata al motore elettrico nelle partenze e alle basse velocità. L'1.5 entra in gioco per alimentare la batteria oppure, quando serve più potenza e alle andature sostenute, per contribuire direttamente alla trazione.A rendere ancora più gradevole la vita a bordo contribuisce un abitacolo arioso e luminoso. Il tetto panoramico in vetro è compreso nella ricca dotazione di serie, che include anche un ampio pacchetto di ADAS, dalla guida assistita alla frenata automatica negli incroci e durante le uscite dai parcheggi.Anche nelle prove di stabilità questa cinque porte si è comportata bene, con reazioni progressive e un ESP ben tarato. Migliorabile, invece, il comparto frenante. Fiat Grande Panda manuale Dopo quasi un anno e mezzo dal lancio, per la Fiat Grande Panda&nbsp;arriva una novità importante: il powertrain a benzina da 101 CV non elettrificato abbinato al cambio manuale.Un passo indietro rispetto alla ibrida (automatica) e all'elettrica che già conosciamo? Niente affatto: con questa configurazione la quattro metri del gruppo Stellantis si conferma facile da guidare e non troppo assetata. Inoltre, rispetto alla Hybrid, fa risparmiare 2.000 euro a parità di allestimento.Non è un caso che, per la cugina Citroën C3, che ha adottato questo powertrain fin dal lancio, sia proprio questa la versione preferita dai clienti.Abbiamo provato la nuova Fiat Grande Panda manuale nell'allestimento La Prima, il più completo, offerto a 22.400 euro, mentre con la Pop il listino scende a 17.900 euro.Anche con la nuova trasmissione meccanica, la Fiat Grande Panda non perde un briciolo della sua facilità d'uso: la leva in posizione rialzata è comoda da manovrare e la frizione non affatica.Va però detto che la sua presenza occupa lo spazio della piastra di ricarica wireless che, di conseguenza, non è disponibile. Non mancano comunque quattro prese USB-C.L'altro tema riguarda i consumi dell'1.2 tre cilindri, che adotta la distribuzione a catena esattamente come le versioni elettrificate. I 15,3 km/litro rilevati dal nostro Centro Prove rappresentano un buon valore anche rispetto ai 18,3 km/litro registrati con la Fiat Grande Panda Hybrid nello stesso allestimento La Prima.Un divario che, a fronte del risparmio ottenuto all'acquisto, rende comunque conveniente la versione manuale per i primi 100.000 chilometri. Discreto anche il brio del tre cilindri da 101 CV, con un'erogazione ben distribuita grazie al turbocompressore con turbina a geometria variabile.Difetti? Restano quelli delle altre versioni, come finiture e dotazione di ADAS non impeccabili. GWM Ora 5 Con quello sguardo lì, che alla lontana ricorda persino qualcosa di tedesco dalle parti di Stoccarda, la GWM Ora 5 entra a gamba tesa nel segmento delle SUV compatte. La formula è quella ormai nota dei marchi cinesi, e non sfugge nemmeno a questo modello della Great Wall Motor: ottimo rapporto tra prezzo e contenuti, tanto spazio a bordo e una motorizzazione full hybrid, soluzione che si colloca fra una vettura termica tradizionale e una elettrica.Abbiamo provato la versione ibrida nell'allestimento top di gamma (30.600 euro), estremamente ricca in termini di accessori, e siamo rimasti piacevolmente colpiti dalle finiture curate e dall'abitabilità. Meno convincente il baule, sia per capacità sia per una qualità percepita che non rispecchia quella dell'abitacolo.Su strada si apprezza la fluidità di marcia - d'altronde il principale motore di trazione è quello elettrico - anche se il propulsore termico tende a far sentire un po' troppo la propria voce.&nbsp;Di rilievo le prestazioni, mentre i consumi sono buoni in città e meno convincenti in autostrada. Volvo EX60 Una vera e propria accelerazione verso il pensionamento dei motori termici: in estrema sintesi, è questo ciò che incarna la Volvo EX60. Elettrica (e SUV), porta con sé un nuovo modo d'intendere e di produrre l'automobile, grazie anche alla tecnica del megacasting. Concreta, prima di tutto: la EX60 colpisce per come riesce a unire opposti quali il confort, eccellente, e le prestazioni, anch'esse straordinarie. Lo dimostra lo 0-100 km/h rilevato in appena 4,4 secondi, merito dei 510 CV della P10 AWD Ultra oggetto della prova, in vendita a 75.350 euro.La Volvo EX60 convince anche sul fronte della ricarica: l'architettura a 800 volt consente infatti rifornimenti molto rapidi. Alle colonnine HPC bastano circa 14 minuti per completare il classico passaggio dal 20 all'80% della batteria.A bordo non manca lo spazio, sia per i passeggeri sia per i bagagli. Un contributo importante arriva anche dal frunk anteriore, utile per sistemare i cavi di ricarica. Bene pure l'autonomia: il Centro prove ha rilevato una percorrenza media di 467 km con un pieno di energia. Genesis GV60 Era passata dalla redazione di Quattroruote qualche mese fa, giusto il tempo di capire di che pasta è fatta. Ora che Genesis ha avviato le operazioni in Italia (prima concessionaria a Padova, presto anche a Roma), abbiamo approfondito la questione GV60, il modello più interessante del marchio premium del gruppo Hyundai.Con lei abbiamo affrontato il nostro consueto percorso di 70 km nei dintorni di Milano, con cui misuriamo consumi e costi d'esercizio delle elettriche in condizioni d'uso reali. Il risultato? Sul nostro itinerario, composto da città, extraurbano e autostrada, abbiamo rilevato 4,7 km/kWh (21,5 kWh/100 km), un dato notevole per una vettura da 490 CV e 700 Nm, valori che le consentono di chiudere lo 0-100 km/h in 4 secondi. L'autonomia reale si attesta così intorno ai 380 km. Il vero punto di forza, però, è la ricarica. Alle colonnine HPC bastano poco più di cinque minuti per recuperare circa 100 km e una ventina per passare dal 20 all'80%, grazie a picchi di circa 260 kW e a una curva di ricarica molto costante. Meno convincente il caricatore AC da 11 kW: su un'auto di questo livello, una soluzione da 22 kW avrebbe avuto più senso. Il livello generale, infatti, è notevolissimo: qualità dei materiali, un posto guida molto curato e un confort di spessore. In questo contesto, risultano forse meno convincenti alcune funzioni derivate dalla Ioniq 5 N, come drift mode, sound generator e cambio virtuale: meglio godersi relax e comodità. Primo contatto e Prova Hot Lap Questo mese le guidate sono davvero da sogno: tra supercar, hypercar e restomod, i primi contatti vi propongono un concentrato di guida vera, fatto di piccole e grandi sensazioni. Nomi?&nbsp;Porsche 911 GT3 S/C, Ferrari 849 Testarossa Spider, Lamborghini Urus SE Performante, Pagani Utopia Roadster, Eccentrica V12, SGT Automobili 55-SGT.E per scaldarvi ancora, ecco la Prova Hot lap della Lotus Emira Turbo SE: dopo la V6 con compressore, scateniamo sulla pista di Vairano la versione con il quattro cilindri turbo.&nbsp; Anteprime e Autonotizie Sezione magra, ma con notizie di peso, quella di Anteprime e Autonotizie di agosto. Non perché siamo andati in ferie, ma perché abbiamo raccolto tutte le novità in arrivo nei prossimi sei mesi in un allegato gratuito, QNovità Estate. Per questo abbiamo selezionato notizie e approfondimenti particolarmente succosi.Si parte con un'anteprima tripla dedicata alle nuove Jeep compatte in arrivo nei prossimi anni: la prima sarà l'Avenger restyling, che già conosciamo, alla quale si affiancheranno altre due B-SUV che abbiamo ricostruito con rendering esclusivi. Saranno una sorta di sorelle maggiori dell'Avenger, in grado di colmare, come mai prima d'ora, il vuoto lasciato dalla Renegade.A seguire, un'analisi della nuova Audi Q4 Sportback e-tron, una retrospettiva sui modelli più belli che hanno animato il Goodwood Festival of Speed e un approfondimento sul ritorno dei grandi SUV tedeschi, con la presentazione delle nuove Audi A7 e Audi Q9, affiancate dalla BMW X5 e dalla Mercedes-Benz GLE. Attualità e Inchieste Sapete qual è l'alimento più a rischio, con la calura estiva, nel tragitto in automobile dal supermercato a casa, tra quelli che più comunemente si acquistano? Il latte, penserete voi. Invece no: il latte resiste bene anche dopo oltre un'ora di permanenza in macchina, e così lo yogurt. E già questa è una sorpresa. L'imputato al di sopra di ogni sospetto non ve lo sveliamo qui. Lo trovate nel servizio Il sacchetto dove lo metto?, realizzato in collaborazione con il Dipartimento di Scienze biologiche e biotecnologie dell'Università di Milano-Bicocca, tra gli approfondimenti offerti dal numero di agosto di Quattroruote.Un altro test legato al caldo, Bev: sosta, quanto costa, ci ricorda che, se il climatizzatore incide relativamente poco sul consumo della batteria delle auto elettriche, la musica cambia quando si gira per commissioni e si fanno molte fermate.E, per tornare in campo gastronomico, non perdetevi l'intervista con lo chef milanese Cesare Battisti, noto ben oltre i confini lombardi per i suoi post su Instagram: cultura, arte, motori e qualche consiglio utile su dove mangiare e che cosa mangiare quando si parte per le vacanze in Buon appetito e buon viaggio.Dal piatto alla geopolitica: in assenza di un assetto stabile in Medio Oriente, la nostra estate, nell'attesa di un autunno che si prevede turbolento per l'industria dell'auto, tedesca ma non solo, sul fronte sindacale (riepiloghiamo la situazione in Un autunno caldissimo), resta flagellata dal caro carburante (Torna l'incubo rifornimento). Ma anche dagli autovelox, dopo che è stato finalmente pubblicato il decreto con i criteri di omologazione degli strumenti per il rilevamento dell'eccesso di velocità, che ha sbloccato la regolarizzazione di una serie di apparecchiature.Ne pubblichiamo l'elenco, aggiornato a luglio, nel servizio Telenovela finita (forse), assieme a una guida su come fare ricorso se l'infrazione è stata registrata con un velox non conforme.Per chi resta in città abbiamo fotografato il caos monopattini nell'inchiesta Senza regole, a dispetto della stretta introdotta dalla riforma del Codice della strada di fine 2024 e in coincidenza con l'obbligo, in vigore dal 17 luglio, di assicurare questi velocipedi.Diamo conto della sentenza del Tribunale di Genova sul crollo, nel 2018, del viadotto sul Polcevera in Prime condanne per il ponte Morandi e ricordiamo il ruolo storico del presidente della Fiat dal 1998 al 2003 in Addio a Paolo Fresco, inventore del Put.Se poi, in un numero che sembra non finire mai, avete semplicemente voglia di rilassarvi davanti a cime inviolate o sotto l'ombrellone, mettete alla prova i vostri gusti musicali in L'Italia viaggia cantando e gustatevi Noir: dieci storie d'auto, una serie di racconti neri tratti dalle cronache degli ultimi cento anni che coinvolgono, in un modo o nell'altro, l'automobile. QNovità Estate: 200 auto in arrivo Ormai è diventato un appuntamento fisso: con Quattroruote di agosto troverete l'allegato gratuito QNovità Estate. Dopo l'edizione invernale, che raccoglie tutti i modelli in arrivo durante l'anno, questo speciale fa il punto, in modo aggiornato, su ciò che vedremo da qui a dicembre nelle concessionarie.Il fascicolo, di 72 pagine, raccoglie oltre 200 auto diverse, incluse alcune vetture che verranno presentate nei prossimi mesi e che entreranno in commercio nel 2027. In alcuni casi, trovano spazio anche modelli che saranno svelati all'inizio del prossimo anno. Insomma, l'avete capito: QNovità non è un semplice elenco di modelli né un aggiornamento dell'edizione invernale, ma un approfondimento ragionato su tutto ciò che il mercato ci riserverà nei prossimi mesi. Come in ogni QNovità, troverete tutte le automobili in arrivo in due sezioni differenti dell'allegato: il classico Tabellone nelle ultime pagine, che raccoglie tutti i modelli in ordine alfabetico di marca e suddivisi per mese di lancio, e le tradizionali sezioni tematiche. Quest'anno, viste le numerosissime novità (abbiamo dovuto aggiungere anche due pagine al Tabellone), non ci si limita alle consuete Piccole, Medie e Grandi: per la prima volta nell'edizione estiva trova spazio anche la categoria delle Sportive.Già, perché le novità dedicate agli appassionati sono tantissime: otto pagine piene di cavalli e ottani, con qualche modello elettrico. Naturalmente c'è ampio spazio anche per le proposte più concrete, quelle destinate a scalare le classifiche di vendita, tra vetture (non solo SUV) attorno ai quattro metri e mezzo e modelli compatti dai prezzi abbordabili, lunghi circa mezzo metro in meno o anche meno. Non mancano poi le grandi, con lussuose e ipertecnologiche SUV e berline, oltre a un approfondimento dedicato alle nuove Subaru elettriche, a partire dalla Uncharted, protagonista della nostra cover story. Insomma, l'avete capito: QNovità Estate è ricco di informazioni utili per scoprire che cosa ci attende al rientro dalle vacanze.QNovità Estate è proposto anche in Digital Edition in coda al giornale e inserito all'interno della voce Arretrati/Allegati. Come richiedere allegati e dossierChi è abbonato a Quattroruote può richiedere gli allegati e i dossier inviando un'email a uf.vendite@edidomus.it, oppure telefonando al numero 02.56568800 (da lunedì a venerdì, dalle 9 alle 18).
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NASA's Newest Wind Tunnel Opens at NASA Langley

NASA opened its newest wind tunnel, the Flight Dynamics Research Facility at NASA’s Langley Research Center in Hampton, Virginia, on Friday, providing a critical resource for the agency and its partners to test the safety and performance of future generations of aircraft, rockets, and space exploration vehicles.

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Evento sismico, Md 4.7, ai Campi Flegrei e comunicato di sciame: 31 luglio 2026

Alle ore 19:46 italiane (17:46 UTC) del 31 luglio 2026, nell’area dei Campi Flegrei, è avvenuto un terremoto di magnitudo Md 4.7, ad una profondità pari a circa 3 km, localizzato dalla Sala Operativa INGV-OV (Napoli) tra le località di Pozzuoli e Quarto.

E’ in corso uno sciame sismico in quest’area e all’orario di emissione del Comunicato dell’Osservatorio Vesuviano (20:25 italiane) sono stati rilevati in via preliminare 10 terremoti con magnitudo Md ≥ 0.0  e una magnitudo massima Md = 4.7 ±0.3.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 10 km dall’epicentro:

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al VII grado MCS.  

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento è stato risentito in tutta l’area dei Campi Flegrei, in tutta la città di Napoli, ad Ischia e nella penisola sorrentina con risentimenti fino al VI grado MCS.

Tutti gli aggiornamenti sullo sciame e ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web della banca dati GOSSIP dell’Osservatorio Vesuviano: https://terremoti.ov.ingv.it/gossip/flegrei/2026/index.html 


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Update 7/26

Siamo lieti di informare tutta la comunità radioamatoriale italiana che, con protocollo n. 5536/2026, abbiamo appena ricevuto dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) la conferma del rinnovo delle sperimentazioni frequenziali nelle gamme 1810-1830 kHz, 40.660-40.700 MHz e 70.100-70.400 MHz.

Ricordiamo che i relativi bandplan sono disponibili sul sito www.ari.it e che il MIMIT prevede l'utilizzo del portale sperimentazioni.ari.it per il monitoraggio dei fenomeni interferenziali e la raccolta dei log delle attività sperimentali.

Ogni attività svolta e ogni log caricato rappresentano un passo importante verso la possibile assegnazione definitiva di queste bande al Servizio di Radioamatore. Per questo motivo invitiamo tutti i radioamatori autorizzati a partecipare attivamente alle sperimentazioni e a caricare tempestivamente i propri log sul portale dedicato.

Un sentito ringraziamento va a tutti i Soci ARI che, con il loro sostegno all'Associazione, rendono possibile il raggiungimento di questi importanti risultati e la prosecuzione delle attività istituzionali a favore dell'intera comunità radioamatoriale italiana.

Buona sperimentazione a tutti... fino al 31 dicembre 2026!

Il futuro di queste bande dipende anche dalla partecipazione di ciascuno di noi. Facciamo sentire la nostra presenza in aria e dimostriamo, con i fatti, quanto siano importanti per il Servizio di Radioamatore.

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NASA Opens New Flight Dynamics Research Facility in Virginia

Image of NASA Langley's Flight Dynamics Research Facility
From left to right: Casey Swails, NASA deputy associate administrator; Mike Waller, vice president of BL Harbert International Federal Division; Edward C. Forst, administrator of the U.S. General Services Administration; NASA Administrator Jared Isaacman; Dr. Trina Dyal, director of NASA’s Langley Research Center; Rep. Robert “Bobby” Scott (D-Va.); Virginia Lt. Gov. Ghazala F. Hashmi; Jimmy Gray, mayor, City of Hampton; and Amit Kshatriya, NASA associate administrator, pose for a photo before cutting the ribbon to open the Flight Dynamics Research Facility, NASA’s newest wind tunnel, Friday, July 31, 2026, at NASA’s Langley Research Center in Hampton, Virginia.
Credit: NASA/Keegan Barber

NASA opened its newest wind tunnel, the Flight Dynamics Research Facility, Friday, providing a critical resource for the agency and its partners to test the safety and performance of future generations of aircraft, rockets, and space exploration vehicles.

Located at NASA’s Langley Research Center in Hampton, Virginia, the Flight Dynamics Research Facility will support advances in aircraft safety, X‑plane development, drone research, and spacecraft technology. The facility will enable both free‑flight and mounted testing of a wide range of scale-model vehicles designed to travel through an atmosphere, from airplanes to space capsules returning to Earth.

“The Flight Dynamics Research Facility is NASA’s first major new wind tunnel in more than 40 years and gives us a powerful new platform to test the ideas and technologies that will shape the future of aviation and exploration,” said NASA Administrator Jared Isaacman. “America has led in air and space because we were willing to take on hard problems, challenge assumptions, and build what didn’t exist before. This facility gives the talented team at Langley, and our partners across government, industry, and universities, the tools to keep pushing the boundaries of what’s possible and ensure America remains the world leader in air and space.”

A ribbon-cutting ceremony at NASA Langley marked the start of a new chapter in flight research. Agency leaders, partners, and Virginia officials emphasized how the Flight Dynamics Research Facility’s state-of-the-art capabilities will shape the future of flight and exploration.

“The opening of the Flight Dynamics Research Facility represents a significant advancement for NASA and for the nation,” said Dr. Trina Dyal, NASA Langley center director. “By bringing modernized testing capabilities under one roof, we are enabling transformative research that will ensure the United States remains at the forefront of aeronautics and exploration.”

Built through a partnership with the U.S. General Services Administration (GSA), the facility replaces aging infrastructure with an energy-efficient facility that reduces maintenance costs and provides the flexibility needed for future research. The Flight Dynamics Research Facility is part of a broader, long-term collaboration between the agencies, representing the fourth new building GSA has delivered to NASA under Langley’s 20-year campus revitalization plan.

“GSA is proud to partner with NASA in delivering the Flight Dynamics Research Facility, a state-of-the-art asset that will power the next generation of American dominance in aeronautics and space exploration,” said Edward C. Forst, GSA administrator. “This facility reflects what we do best: provide the advanced, expertly designed installations that federal agencies need to carry out their missions. With these new capabilities, NASA will be better equipped to test bold ideas, validate new designs, and advance technologies that will serve the nation for decades to come.”

The Flight Dynamics Research Facility combines and improves upon the capabilities of two historic NASA Langley wind tunnels – the 20-Foot Vertical Spin Tunnel and the 12-Foot Low-Speed Tunnel. The 25,000-square-foot building features a vertical wind tunnel with improved airflow, modern digital systems, and flexible testing capabilities that will allow researchers to study how aircraft, spacecraft, parachutes, and other vehicles behave during flight.

The facility’s 20-foot diameter test chamber is much larger than those of its NASA Langley predecessors, allowing for more air to pass around test models and improving data accuracy. Its increased size also allows for the use of larger, more detailed models during testing.

The Flight Dynamics Research Facility’s top airspeed of 117 miles per hour is twice as fast as the old  facilities, enabling free-flight tests of heavier scale models. This will allow simulations of full-scale vehicles flying at higher altitudes – a critical capability for operations such as studying the stability of aircraft or reentry capsules coming back from space.

The facility’s wind power comes from four 750-horsepower motors, each with an integrated, 14-foot diameter, eight-bladed fan. The fan blades are made of lightweight carbon fiber, enabling rapid, precise airspeed adjustments during free‑flight tests.

The Flight Dynamics Research Facility illustrates the powerful synergy between NASA’s aeronautics and space exploration efforts, with each driving innovation in the other. The facility will drive experimental research across a wide range of flight systems, advancing the development of autonomous flight vehicles, drones, commercial and military aircraft, and X‑planes.

As NASA prepares for a sustained human presence on the lunar surface through the Artemis program and the development of a Moon Base, the facility will play a key role in testing vehicle designs for entry, descent, and landing that will help reduce mission risk and support the safe return of crews to Earth. NASA also will be able to use the wind tunnel  to help design aircraft for Mars and other destinations in our solar system where atmospheric flight is possible.

With the Flight Dynamics Research Facility now open, NASA is entering a new era in flight research – one that will shape the aircraft and spacecraft of tomorrow, strengthen industry partnerships, and extend the agency’s legacy of pioneering aerospace leadership.

The facility is managed under the Aerosciences Evaluation and Test Capabilities portfolio in the Aeronautics Division of NASA’s Research and Technology Mission Directorate.

Learn more about the Flight Dynamics Research Facility at:

https://go.nasa.gov/4yzKEGQ

-end-

Camille Gallo / Rob Margetta
Headquarters, Washington
202-358-1600
camille.m.gallo@nasa.gov / robert.j.margetta@nasa.gov 

Kimiko Booker / Brittny McGraw
NASA Langley, Hampton, Virginia
757-506-5939 / 757-769-3763
kimiko.s.booker@nasa.gov / brittny.v.mcgraw@nasa.gov

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Carlos e l'Armata Rossa giapponese

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Parigi, 1974: un attentato firmato Carlos lo Sciacallo, pensato per fare pressione sulle autorità francesi mentre l'Armata Rossa giapponese portava avanti un contestuale attentato all'Aia.

Un collegamento tra i due gruppi terroristici che, a differenza di altre piste più sfumate, è stato provato a livello giudiziario.

Nel nuovo approfondimento DarkSide, Valentine Lomellini ricostruisce questo intreccio internazionale poco raccontato.

🎬 Guarda il video completo sul canale.
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COMUNICATO STAMPA - Telemarketing, il Garante privacy sanziona Tim per 9,5 milioni di euro. Consensi acquisiti illecitamente, inadeguati controlli sulla filiera e ostacoli all'esercizio dei diritti degli utenti

Telemarketing, il Garante privacy sanziona Tim per 9,5 milioni di euro Consensi acquisiti illecitamente, inadeguati controlli sulla filiera e ostacoli all'esercizio dei diritti degli utenti Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionat...
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Avant de partir en week-end ou en congés, et à l'occasion du #SysAdminDay,…

Avant de partir en week-end ou en congés, et à l'occasion du #SysAdminDay, n'hésitez pas à montrer votre reconnaissance à votre administrateur·ice système qui inlassablement, travaille toute l'année pour s'assurer que les systèmes informatiques fonctionnent correctement pour fournir les services que vous utilisez (et c'est le cas chez Framasoft aussi !)

https://fr.wikipedia.org/wiki/Journ%C3%A9e_de_l%E2%80%99administrateur_syst%C3%A8me

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Caldo Estremo: USB proclama lo sciopero nel porto di Livorno, la salute viene prima del profitto

Nonostante i numerosi tavoli e confronti svolti negli ultimi mesi, continuano a mancare misure strutturali, omogenee e realmente efficaci, in grado di garantire un’adeguata tutela a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori portuali, in particolare a coloro che operano nelle condizioni più gravose e maggiormente esposte al rischio da stress termico.


Il 14 luglio, con grave ritardo rispetto all’avvio della stagione estiva e all’entrata in vigore, alla fine di maggio, dell’ordinanza regionale relativa alla tutela delle lavoratrici e dei lavoratori esposti alle temperature elevate, si è finalmente riunito il Tavolo di Igiene e Sicurezza, al quale USB ha partecipato.
Nel corso dell’incontro, l’Autorità di Sistema Portuale ha comunicato che, su 19 imprese portuali, ben 15 non avevano ancora trasmesso gli aggiornamenti dei DUVRI relativi al rischio da calore, nonostante tali aggiornamenti fossero stati richiesti già da circa due mesi.


Siamo ormai alla fine di luglio. L’ordinanza della Regione Toscana è entrata in vigore alla fine di maggio. Gli aggiornamenti richiesti erano noti da settimane e, tuttavia, la maggior parte delle imprese non aveva ancora adempiuto. È questa l’attenzione che viene riservata alle condizioni di lavoro e alla tutela della salute delle lavoratrici e dei lavoratori?


Come riportato anche dalla stampa locale, l’Autorità di Sistema Portuale ha annunciato l’avvio di ispezioni e verifiche. Un intervento necessario, ma che arriva quando l’estate è già nel pieno e quando le lavoratrici e i lavoratori sono stati esposti per settimane a temperature sempre più elevate.
A rendere la situazione ancora più grave è il fatto che, proprio nelle lavorazioni più pesanti, gravose e maggiormente esposte al rischio da calore, vengono spesso impiegati lavoratori neoassunti, con contratti a termine o chiamati a prestare attività lavorativa in forme discontinue. Lavoratrici e lavoratori che, in molti casi, possono trovarsi in una condizione di maggiore precarietà e di minore possibilità di opporsi a ritmi, carichi di lavoro o condizioni operative che ritengono pericolose.
Per questo motivo dal 2 al 9 agosto, nella fascia oraria compresa tra le ore 12.00 e le ore 16.00, è stato proclamato lo sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori delle società e delle cooperative operanti nel porto di Livorno.


USB Mare e Porti Livorno ha inoltre richiesto nuovamente un incontro urgente al Presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, al fine di affrontare le gravi criticità connesse all’esposizione delle lavoratrici e dei lavoratori portuali alle temperature estreme e di individuare misure concrete, efficaci e immediatamente applicabili.


Invitiamo tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori che, durante lo svolgimento delle proprie mansioni, dovessero riscontrare condizioni di rischio per la propria salute e sicurezza — in particolare nelle lavorazioni più pesanti, nelle stive, a bordo delle navi, sui ponti e nelle attività svolte sotto l’esposizione diretta al sole — ad aderire allo sciopero.


Scioperare significa tutelare la propria salute e la propria sicurezza, ma anche inviare un messaggio chiaro alle dirigenze aziendali, agli armatori e all’Autorità di Sistema Portuale: non è accettabile continuare a lavorare in condizioni che possono mettere a rischio l’incolumità delle persone.
Le misure di mitigazione sono necessarie, ma non possono essere considerate, in ogni circostanza, sufficienti. Per USB, quando le temperature e le concrete condizioni di lavoro non consentono di garantire adeguati livelli di salute e sicurezza, si può e si deve arrivare anche alla sospensione delle operazioni portuali maggiormente esposte.


La salute delle lavoratrici e dei lavoratori non può essere subordinata alle esigenze produttive, ai tempi delle operazioni, alle scadenze commerciali o agli interessi economici delle imprese.


USB Mare e Porti Livorno esprime inoltre piena solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori di ASA S.p.A. e Giunti Carlo Alberto S.r.l., che nella giornata di oggi hanno scelto di scioperare per difendere la propria salute e la propria sicurezza, anche al di fuori delle procedure previste dalla Legge n. 146/1990.
La loro mobilitazione dimostra quanto il problema del caldo estremo sia ormai concreto, diffuso e urgente e quanto sia necessario intervenire immediatamente, prima che si verifichino gravi conseguenze.


LA SALUTE E LA SICUREZZA NON SI DISCUTONO. SI DIFENDONO.


Coordinamento USB Mare e Porti Livorno

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IARU Reg. 1: pubblicata la 4ª edizione dell'EOP


La IARU Regione 1 ha annunciato la pubblicazione della quarta edizione di Ethics and Operating Procedures for the Radio Amateur (EOP), il documento di riferimento internazionale dedicato ai principi etici e alle corrette procedure operative nel Servizio di Radioamatore.

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Il Potere della Semplicità

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Oggi parliamo di complessità e di semplicità nel contesto del software, analizzando due esempi pratici di soluzioni semplici e significative: sqlite, nel contesto dei database, e tinyCC, nel contesto dei compilatori C. Le istituzioni che insegnano informatica devono capire l'utilità che questi progetti hanni nel contesto della formazione informatica.

Progetti discussi:
- https://sqlite.org/
- https://bellard.org/tcc/

Il progetto Esadecimale nasce per offrire il migliore spazio di didattica informatica presente in tutto il territorio Italiano:
- https://esadecimale.it
- https://learn.esadecimale.it
- https://cyber.esadecimale.it
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For the Second Time, Lawmakers Failed to Fix California’s Warning System for Teacher Misconduct

An illustration depicts a small student sitting at a wooden school desk with one arm raised in the air, positioned in the center of a scene where large sheets of paper are torn and shattered, blowing into the wind.
Anna Vignet/KQED

A last-ditch legislative attempt to help California school districts keep problematic teachers out of the classroom has collapsed following opposition from unions and the state teacher licensing agency that a proposed searchable database would violate privacy and subject educators to unfair treatment. 

The proposed database, introduced by a Democratic member of the State Assembly in June, would have allowed schools to see if applicants for public school teaching positions had been reported to the state after they were fired or resigned over claims of misconduct. 

The California Federation of Teachers pushed back, warning that teachers could land in the database even if schools had not determined they committed serious misconduct. 

“We would support legislation that targets substantiated reports of egregious misconduct,” said Tristan Brown, a lobbyist with the California Federation of Teachers. “We live in a state with Silicon Valley. The state should be able to support a system that is up to date and tracking substantiated reports of misconduct.” 

Democratic Assemblymember Al Muratsuchi had proposed to make it easier for schools to screen teacher applicants after a KQED-ProPublica investigation published in May. The news outlets revealed how delays and inaction, combined with a lack of transparency, allowed educators to get new jobs after school districts reported them to the state teacher licensing agency for sexual harassment or other misconduct.  

A similar effort by Republican lawmakers to address the issue also hit roadblocks earlier this year. 

“When the safety of a child does not meet a legislative priority, that’s a head-scratcher for me,” said Republican Assemblymember Tom Lackey, who co-authored the first attempt to create the teacher database. “I think being sympathetic to the offender is on the wrong side of this issue.”

Both bills were modeled on a law the Legislature passed in 2025 mandating the creation of a database by next summer that will allow employers to search the names of school support staff, such as bus drivers, custodians and teaching assistants, who are under investigation by their schools or have substantiated complaints of egregious misconduct. 

The database for school support staff passed after months of tense negotiations. Under that system, employees’ names would be removed from the database if school investigations fail to substantiate claims of egregious misconduct. The bill passed despite opposition from unions, but the system that will be put in place is still being refined. 

But that law explicitly does not apply to public school teachers. 

The system currently in place for public school educators is a patchwork with a fair number of gaps. School districts have long been required to report to the state any teacher who is fired or who resigns due to misconduct. But the state’s teacher licensing agency, which collects all of those reports, is restricted by state law in what information the agency can share while it investigates. The state’s disciplinary process typically takes one year, and teachers could be hired during the investigation period without schools knowing about the claims against them.

California’s publicly accessible online database of credentialed educators does indicate, with a red-flag icon, whether those public school teachers have been disciplined by the state. But it does not explain the reason for the sanction or provide a link to any documents. It is only after the state licensing agency recommends an educator be disciplined that prospective employers can request a summary of the case and the agency’s findings.

Without such details, California school administrators must rely on teachers themselves or their previous employers to provide key information. A law passed in 2024 requires teacher candidates to share their complete job history in education and mandates that school districts ask every previous employer whether a candidate had been reported to the credentialing agency for credible or substantiated complaints of egregious misconduct. If so, previous schools must share the relevant information. But that law keeps bad actors out of schools only if teachers and schools keep — and provide — accurate records.

For more than a year, California school administrators have lobbied lawmakers for a better way to protect students from those with a history of misconduct. “A database is needed to provide more complete, timely information so that schools can fulfill their responsibility to put trusted adults in positions that work with students,” said Dorothy Johnson, a lobbyist with the Association of California School Administrators, whose members include superintendents, principals and human resources officials. 

Under the original bill authored by Muratsuchi and sponsored by the school administrators association, teachers would be added to a new database if their school districts have reported them to the state for misconduct. Before making job offers, schools would be required to check the database, accessible only to employers, for names of teachers with substantiated and credible complaints of egregious misconduct. Then, schools would be required to request records about misconduct from the districts that reported them.

California Assemblymember Al Muratsuchi, a Democrat who introduced the teacher accountability bill, said his office was “confronted with a lot of resistance” over whether it would lead to unfair treatment of the accused. Justin Sullivan/Getty Images

Muratsuchi said his office was “immediately confronted with a lot of resistance,” with teachers unions raising concerns over fair treatment of the accused. 

Brown, the lobbyist for the California Federation of Teachers, said the language in the measure was too broad. He said the union would not object to a database that identifies only teachers with substantiated complaints of egregious misconduct, but the bill also states that reports of “possible misconduct” would be included. 

“Our opposition is really focused on making sure we’re looking at dangerous conduct that we can definitively say happened,” Brown said.

Muratsuchi, who pulled language for his bill directly from the previous effort by Republican Assemblymember Kate Sanchez, said his intent was for the database to focus on egregious misconduct reports that were substantiated and credible. Had he had more time, he said, he would have clarified the language through the legislative process and addressed the unions’ concerns. 

But he introduced the bill with just weeks left in the legislative session. 

Seth Bramble, a lobbyist for the California Teachers Association, the state’s most powerful teachers union, wrote in a statement that the proposed database would lead to “employment consequences for innocent teachers based on allegations later determined to be unfounded.” 

“CTA unequivocally supports protecting students, ensuring that credible misconduct information is shared with prospective school employers, and preventing individuals who commit egregious misconduct from moving from school to school,” Bramble wrote.

The Trump administration singled out teachers unions as obstructions to legislative reforms to protect children when it announced a national crackdown in July on how school districts handle accusations of sexual misconduct by teachers.

“Teachers’ unions’ demonstrated commitment to shield their members from disciplinary action for gross misconduct cannot trump basic moral and legal responsibilities to students and families,” Secretary of Education Linda McMahon wrote in the open letter to state school chiefs. 

McMahon cited KQED and ProPublica’s finding that California’s teacher licensing agency has not revoked the professional credentials of at least 67 educators who school districts determined had sexually harassed students or committed other sexual misconduct. At least 14 of those educators were rehired by other schools. That included San Francisco Bay Area math teacher Jason Agan, who was hired by two schools despite having been fired after an independent panel determined he sexually harassed female students and massaged their shoulders after he’d been warned to stop. Agan was removed from the classroom the day after the story was published. He was replaced by a substitute for the remainder of the school year. 

Agan has denied any sexual motivation in touching students and said during his dismissal hearing at his first school that he touched students only to offer them support.

The Commission on Teacher Credentialing, California’s educator licensing agency, joined the unions in objecting to the bill to add teachers to the misconduct database. Jonathon Howard, the government relations manager for the credentialing agency, told Muratsuchi in a June 19 email obtained by KQED and ProPublica that complying with the proposed legislation would “require Commission staff to commit crimes.” Howard cited state laws restricting what information the teacher licensing agency is allowed to share. 

Muratsuchi’s bill, Howard warned, would expose the agency to “significant liability.” “The Commission does not oppose the goal of ensuring that credentialed educators with substantiated histories of serious misconduct cannot move undetected between schools,” Howard wrote. “However, achieving that goal requires legislation that is legally sound, operationally workable, and fair to the educators whose livelihoods and professional reputations are at stake.”  

Anita Fitzhugh, a spokesperson for the Commission on Teacher Credentialing, previously told KQED and ProPublica that the agency “stands ready to implement any additional public protections that the Legislature authorizes.” 

Within weeks of introducing the bill and following opposition, Muratsuchi scrapped the idea of adding teachers reported to the state for egregious misconduct to the database and instead amended the bill to clarify that the teacher licensing agency may penalize administrators who don’t thoroughly vet applicants. The school administrators association withdrew its sponsorship.

Muratsuchi, whose term expires in December, said he still supports more access to information about educators disciplined for serious misconduct. But with the legislative session ending Aug. 31, time is running out.

“I tried,” Muratsuchi said. “I hope future Legislatures pick up the ball.”

Help Us Report on Teacher Misconduct in California

If you have experience with the state’s opaque teacher disciplinary process, KQED and ProPublica want to hear from you.

The post For the Second Time, Lawmakers Failed to Fix California’s Warning System for Teacher Misconduct appeared first on ProPublica.

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Pamela Genini: le piste di cui non si deve parlare

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In diretta su YouTube con noi l’avvocato Pierpaolo Cassarà, legale di Francesco Dolci, e Francesco Dolci. Partiamo dai dubbi generati da un’attenta lettura delle carte dell’inchiesta, le stesse carte che ci hanno portato a guardare con crescente scetticismo una narrazione che individua in Dolci l’unico indagato e a chiederci se il movente economico, emerso dagli atti, abbia ricevuto l’attenzione investigativa che meritava nel femminicidio di Pamela Genini e nel successivo vilipendio del cadavere.
Ci facciamo una domanda semplice, ma decisiva: perché alcune piste vengono approfondite e altre sembrano rimanere sullo sfondo?

Parliamo anche di un tema sempre più attuale: il confine tra il doveroso rispetto per la vittima e il diritto di porre domande fondate sugli atti, senza che il richiamo alla vittimizzazione secondaria diventi un ostacolo al confronto.
Un’unica regola: partire dai documenti, non dalle narrazioni.
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Perché l'America vende F-35 alla Turchia

Il revolver donato ai leader dell'Alleanza Atlantica è simbolo dell’ascesa militare turca. L’incontro tra Trump ed Erdoğan al vertice Nato. La posta in gioco non sono gli aerei da guerra, ma l’accesso all’industria bellica americana. Oggi è più Washington ad aver bisogno di Ankara che il contrario.

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Perché il tempo ci sfugge? Quello che Castaneda può insegnarci

Come vivere pienamente il tempo con l’aiuto di Castaneda, Agostino e Heidegger Perché il tempo sembra accelerare con l’età?Carlos Castaneda ci invita a cambiare il nostro modo di vivere il tempo, dialogando idealmente con Agostino e Heidegger.Una riflessione filosofica sul tempo soggettivo, la presenza, la morte e il peso del passato. 🎬 Première16/08/2026 ore 14.00🔗https://www.youtube.com/watch?v=WLe8vL5IgpM […]

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Renoize 2026: Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire

Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire. Queste quattro parole segnano la nostra mappa per attraversare quest’anno il festival antifascista Renoize; quattro parole che fungono da nodi di un unico filo che congiunge le diverse giornate. Dal 27 agosto sulla spiaggia di Focene, fino al 5 settembre per le strade di Roma sud che verranno attraversate dal corteo antifascista.

Punti di un percorso che ha come obiettivo quello di costruire un’unica narrazione, non limitata ai giorni del festival stesso ma che sappia connettersi con le lotte, i desideri, le battaglie che si stanno conducendo nella nostra città, in Italia e oltre.

Una prospettiva con uno sguardo non internazionale ma internazionalista, perché mai come oggi, la solidarietà e la convergenza delle lotte diventa non solo sostegno ma prospettiva di trasformazione e definizione di un progetto alternativo al capitalismo e al fascismo.

Ricordare

Focene – Buena Onda – 27 agosto

La parola ricordare deriva dal latino recŏrdari. Re- (indietro, di nuovo) e cor/cordis (cuore). Vuol dire quindi tornare a passare dalle parti del cuore ripassare attraverso il cuore. Tenere quindi accesa la fiamma della memoria, per mantenere viva la storia di chi non c’è più. Per far sì che quella storia torni al cuore di chi resta e la trasformi in ingranaggio collettivo: che muove passioni, realizza sogni, costruisce comunità che resistono.
È questo il rito collettivo in cui il 27 di agosto abbiamo continuato a ritrovarci e crescere. Lì dove la vita di Renato è stata spezzata da otto coltellate alla fine di una dance hall sulla spiaggia. Perché si ricordi anche che questo è il fascismo. Due giovani di 17 e 19 anni, celtica tatuata addosso, coltelli in tasca. Cresciuti in una cultura di intolleranza e prevaricazione, nella noia e nel disagio dell’estrema periferia. Una cultura, ormai sdoganata, non distante da chi in giacca e cravatta o in divisa continua a urlare l’odio per il diverso, dentro e fuori dalle istituzioni, continuando a fare il gioco dei padroni. Una cultura violenta, razzista e machista con cui oggi come allora continuiamo a fare i conti e a lottare.
Ed è li a Focene che ci ritroveremo anche quest’anno nel 20esimo anniversario dall’omicidio di Renato. Per stringerci ancora una volta sotto le stelle tra le onde del mare, in nome della vita e dei suoi sogni.

Riconoscersi

Loa Acrobax – 3 settembre – Incontro pubblico con diverse persone e collettivi impegnati in lotte intersezionali e transnazionali, lista in aggiornamento.

Riconoscere se stessə  a partire dall’altrə .

Riconoscere le nostre battaglie, i nostri sogni, il nostro sfruttamento negli occhi di altrə: questa lezione e’ stata condivisa in modo estremamente potente, dal popolo palestinese sottoposto a un genocidio: quando pensavamo di dover solidarizzare con la loro lotta di liberazione e abbiamo scoperto che loro hanno liberato noi.

Hanno liberato innanzitutto energie ma hanno liberato anche connessioni e strategie per  prendere posizione, senza esitazione, contro il genocidio, per riconoscere la banalità del male, per trovare le parole per definirlo e combattere per superarlo.

Riconoscersi vuol dire guardare il proprio passato per essere saldə nel presente e spiccare il volo per il futuro; per quello che riguarda noi, riconoscersi, vuol dire guardare agli ultimi 25 anni da una data certa, quella di Genova, 2001. Quando e dove abbiamo perso Carlo, dove abbiamo subito un massacro legalizzato e agito dalla polizia italiana per mandato delle istituzioni italiane. Ma 25 anni fa è successo qualcosa di molto più importante: è successo che un intero popolo, quello del mondo, ha avuto ben chiaro quali erano le prospettive che il capitalismo e il suo sfruttamento avrebbero realizzato.

25 anni dopo quel desiderio di trasformazione,quel desiderio di un altro mondo possibile, continua a essere punto di riferimento; continua a generare battaglie e a rappresentare una reale e alternativa possibilità.

E riconoscersi come parte di questa storia è fondamentale per Resistere contro ogni forma di fascismo.

Foto tratta dalla pagina FB Renato Biagetti #IoNonDimentico, edizione 2025 del festival

Resistere

Loa Acrobax – 4 settembre – Incontro pubblico con diversi comitati e collettivi, nazionali e internazionali, in lotta per la difesa dei territori, lista finale in aggiornamento

I nostri territori, al plurale, nelle nostre città, nel paese interno, al di là del mare e a centinaia di chilometri, continuano a resistere allo sfruttamento e all’estrattivismo di pochi interessi privati.

Aziende multinazionali continuano incessantemente a riprodurre e innovare metodi di estrazione di profitto.

Un processo nuovo di “enclosures” continua a stabilire regole per l’ambiente e per chi vive all’interno di quell’ambiente: soffocare di caldo, quindi, non è solo una questione climatica. È un modello di sviluppo urbanistico e di multinazionali e fondi finanziari ma, soprattutto, è una scelta politica.

Di fronte a questo contesto, decine e decine di comitati, realtà sociali, spazi occupati, piccoli collettivi e singole soggettività continuano a battersi e a costruire non solo barricate, ma vittorie, piccoli avanzamenti, soprattutto connessioni. A partire da queste resistenze è fondamentale costruire una cornice narrativa comune in cui inserire le nostre lotte e avere chiaro qual è il nostro posizionamento politico, economico e sociale. Dalla condivisione di queste pratiche di Resistenza si costruisce la possibilità di tornare a salpare insieme per cambiare le cose. Per non arrendersi al capitalismo e alla sua barbarie.

Ripartire

Loa Acrobax – 5 settembre – Tavoli di lavoro: Free all Antifa, Diritto alla città, Sciopero sociale, Fermiamo il genocidio.

Ripartire vuol dire trovare non solo le rotte, ma gli strumenti concreti da condividere per potersi organizzare insieme. Per poter pensare insieme e agire insieme.

Ripartire vuol dire fare riferimento esplicitamente a quei movimenti che negli ultimi due anni hanno voluto attraversare i territori per provare a connetterli, hanno voluto attraversare il mare, insieme a chi si è mobilitato per terra, per dare vita ad una delle più grandi azioni internazionalista dal secondo dopoguerra.

Ripartire vuol dire prendere atto dei propri limiti, affrontarli e superarli insieme.

Ripartire vuol dire progettare e guardare quelli che possono essere orizzonti comuni, processi collettivi,  riconoscere i momenti di forza che si sono dispiegati negli ultimi mesi in Italia e in tutto il mondo. Ripartire vuol dire avere un’ambizione di costruire insieme meccanismi e processi collettivi che sappiano esplicitamente contrapporsi al capitalismo e all’onda nera e reazionaria che lo difende e propaga.

Ripartire vuol dire affermare collettivamente che c’è la possibilità di costruire un nuovo modello di società basato sulla condivisione delle risorse e dei mezzi, della tutela dell’ambiente circostante.

Ripartire, da dove i governi hanno fallito, vuol dire affermare che materialmente è possibile costruire una società dove il fascismo semplicemente non sia previsto.

Questo momento sarà un momento di tavoli di lavoro, per riempire la nostra cassetta degli attrezzi comune, in cui la discussione sia la semina di opzioni e azioni concrete su cui procedere all’indomani di Renoize.

E infine come non chiudere questi quattro giorni in cui Ricordare, Riconoscersi, Resistere e Ripartire, se non inondando le strade dei nostri quartieri con un corteo antifascista che il 5 settembre pomeriggio, celebri un ventennale di rabbia e amore.
Una manifestazione che consideriamo necessaria, soprattutto per l’attenzionamento criminalizzante che l’internazionale nera sta agendo nei confronti del movimento Antifa, per le continue aggressioni e abusi che fascismo e forze dell’ordine agiscono su persone singole e associazioni, per Maja e per tutte le persone private della loro libertà perché hanno difeso i propri quartieri dalla minaccia fascista.

Ai nostri posti ci troverete. Ci vediamo a Renoize.

Immagine di copertina di Daniele Napolitano

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China factories cool, CXMT surges, PLA marks anniversary

China’s factory activity unexpectedly slipped into contraction for the first time in five months, and construction activity fell to its lowest since the pandemic, underscoring a divide in the nation’s economy that complicates efforts to revive growth. The official manufacturing purchasing managers’ index (PMI) dropped to 49.2 in July, missing the 50.1 median estimate in a Bloomberg poll of economists. Construction and services, part of non-manufacturing PMI, tumbled to 49 from 50.2 a month...

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As Trump’s Tariff War With Canada Drags On, This Border Community Suffers Without a Voice

A white semitruck drives across a massive steel truss arch bridge that’s lit yellow by warm sunlight. Darker industrial bridge structures sit in shadow underneath against a deep twilight sky.
A semitruck drives across the Sault Ste. Marie International Bridge from Canada into the United States.   

On the northeast edge of Michigan’s Upper Peninsula, nearly 1,100 people gathered in late June for the International Bridge Walk across the long span that links two cities with the same name: Sault Ste. Marie, Michigan, and Sault Ste. Marie, Ontario. Both the sun and the sentiments were bright.

“We don’t like to say there’s a border there, because we’re twin cities. We’re one family, the countries of Canada and the United States,” Don Gerrie, mayor of the Michigan Sault (pronounced “Soo”), told the crowd ahead of the annual walk.

He sported a black ballcap that he said was given to him by his counterpart in the Ontario Sault. It featured flags from both nations with the words “Stronger Together” and “Allies and Friends.”

Canadians in cheerful patriotic attire joined the bridge walk, with maple leaves tagging their scarves and socks, shirts and shorts. Americans came out in star-spangled T-shirts heralding the nation’s 250th birthday. But this lively tradition is clouded by an increasingly hostile relationship between the U.S. and Canada.

Traffic over the bridge is way down. And, in recent weeks, President Donald Trump threatened new tariffs in retaliation for thick wildfire smoke wafting into the U.S. When his administration announced an additional 50% tariff on an array of Canadian products, the White House cited “Canada’s discriminatory treatment of American products.” Then, using a separate mechanism, it hit Canada with a further 10% in tariffs.

Following pressure from the Trump administration that delayed it, a new publicly owned bridge, the Gordie Howe, opened Monday between Detroit and Windsor, Ontario. Canada hosted a Canada-only opening ceremony.

Trump wasn’t present for the bridge’s ribbon-cutting, even though he used to cheer the project. Up at the Sault bridge, there was no sign of the region’s congressional representative at the celebration of international friendship, even though, during Trump’s first term, Rep. Jack Bergman, a Republican, hailed relations with Canada.

In 2020, when Bergman was appointed to an interparliamentary group that provides a forum for exchange between Canadian and American legislators, he boasted of the Sault bridge as a point where “millions” cross every year “to conduct business, shop, work and enjoy what each country has to offer.”

Yet Bergman, who is endorsed by Trump in an upcoming contested primary, has been virtually silent on the new tariffs and their blowback in local communities, even as he’s prodded to speak out by many of his constituents. The only references to Sault Ste. Marie in the news items on his website during Trump’s second term are a mention of an infrastructure project and a February 2025 letter to the president about a purported member of a Venezuelan gang crossing the border.

As Canada responds to Trump’s moves with emergency interventions and “buy local” boosterism, significantly fewer Canadians are crossing the border for once-ordinary activities: shopping, eating, fueling vehicles, vacationing or visiting family and friends.

The Sault area lost at least $82.9 million last year in local spending because of decreased crossings, according to an estimate from the International Bridge Administration, which manages the span: $62.7 million on the Michigan side and $20.2 million on the Ontario side.

There were 270,000 fewer total crossings last year at the Sault Ste. Marie International Bridge — nearly a 24% drop from 2024, exceeding similar declines at Michigan’s other border crossings. Based on the currency used to pay bridge fares and information from the Canadian prime minister’s office, the drop is largely due to the loss of Canadian travelers. Halfway into 2026, auto traffic has lingered at the same lower volume, according to the bridge director, while commercial traffic has fallen nearly 15% further. 

Nationwide, the total number of Canadians returning from the United States last year dropped by more than 25%, according to data from the Canadian government.

“What Canadians have done, of course, is they’re boycotting the U.S.,” said Michael Broadway, a geographer and professor emeritus at Northern Michigan University who has researched the travel trends (and joined the bridge walk). Ordinary people can only do so much about federal politics, he said, “but what they can do is they can vote with their feet.”

A regional map highlights key international border crossings between Michigan and Ontario, including the Sault Ste. Marie International Bridge, the Blue Water Bridge and Detroit-Windsor crossings. Surrounding Great Lakes — Lake Superior, Lake Michigan, Lake Huron and Lake Erie — are labeled alongside neighboring U.S. states.
These bridge and tunnel crossings connect Michigan and the Canadian province of Ontario. Cengiz Yar/ProPublica

The Sault bridge spans the St. Mary’s River, just west of the historic Soo Locks that serve as a hinge between two of the largest Great Lakes, Lake Superior and Lake Huron. Soaring high above the water to clear the thousand-foot freighters, it’s a critical gateway for commerce. And it’s the only vehicular border crossing for hundreds of miles in either direction.

The drop in traffic reversed a post-pandemic uptick, said Peter Petainen, bridge director and an Ontario Sault native. Just as the numbers were recovering, he told ProPublica, “the federal tariff dispute occurred and we’ve fallen off.”

Others noted that the turn in how the U.S. approaches noncitizens may have also chilled travel. Stories of Canadians detained in the U.S. are recurring headlines up north. And the Canadian dollar also doesn’t go as far as it once did in the U.S.

Altogether, it’s a problem for Michigan’s rural Upper Peninsula — and also for the publicly owned bridge, which depends on tolls for maintenance and operations. As the bridge authority put it in its five-year plan, issued in December: “Border challenges negatively affecting bridge traffic, trade and tourism may significantly reduce bridge revenue or increase expenditures beyond operational sustainability.”

Participants make their way across the Sault Ste. Marie International Bridge during the 36th International Bridge Walk on June 27.
Two women wearing matching red Canada-themed shirts and red caps walk across a bridge amid a crowd of pedestrians. The sunlit bridge frame towers overhead against a clear blue sky.
Four women stand side by side singing into microphones outdoors during a daytime event. Flags flank them in the background against a clear, deep blue sky.
The cross-border bridge walk is supposed to represent unity among the twin communities, which locals refer to as one family.

Wilda Hopper, co-owner of Bird’s Eye Outfitters in the Michigan Sault, feels the change. She said that the drop-off in Canadian visitors was most noticeable in the off-season, when her gear shop and cafe relies on the local community — including those from the Ontario Sault — to carry it through the snowy months.

Between fewer Canadian customers and rising costs, Hopper said, business is down about 27% compared with what it was last summer.

“I can tell you that I’ve spoken to business after business up in the Sault Ste. Marie area, and in the eastern Upper Peninsula, and they’re all feeling the pressure from this,” said Michigan state Sen. John Damoose, a Republican who represents the community in Lansing. “Mackinac Island’s feeling the pressure, everybody is feeling the heat from this deterioration in our relationship with Canada.”

It’s a bewildering fallout, he said. After a brutal ice storm last year, he remembered Canadians crossing the Sault bridge to help Michiganders repair the electrical grid. “This is our best friend in the entire world,” Damoose said.

Only so much can be done about it from the statehouse, though, when it’s Republicans in Washington in the power position. Two of Michigan’s voices in Washington are the Democratic Sens. Gary Peters and Elissa Slotkin. They don’t flatly oppose tariffs, but they have challenged Trump’s approach, calling it, respectively, “chaotic” and “sloppy.” Slotkin has said that, constitutionally, only Congress can levy tariffs or raise taxes. Peters introduced bipartisan legislation that seeks more tariff transparency.

Bergman, who has represented a district that encompasses the Upper Peninsula and an additional northern swath of the state’s “mitten” since 2017, once stressed the critical role Canada plays in Michigan’s economy. He vowed to work with the Canadian Parliament to “expand market access between both our nations” during Trump’s first term. And he championed the president’s new North American trade deal with Canada and Mexico, citing the benefits for Michigan’s farmers, small businesses and consumers.

But Trump’s trade policies have made it hard on many Republicans who once touted free trade. Pete Hoekstra, the U.S. ambassador to Canada and a former Michigan congressman, pivoted dramatically on trade in the Trump era, as ProPublica reported.

A man wears a navy blue suit jacket, a matching dark sweater and a gold-and-blue patterned tie over a white collared shirt. A pin is attached to his left suit lapel.
U.S. Rep. Jack Bergman of Michigan has been virtually silent during President Donald Trump’s second term about how tariffs are impacting his constituents. Tom Williams/CQ-Roll Call, Inc/Getty Images

Since Trump started his second term, there’s been no mention of tariffs in the press releases, articles and op-eds on Bergman’s website. Along with three of his colleagues in Congress, he criticized Canada’s handling of wildfires that sent thick smoke into Michigan in a recent letter to the prime minister.

ProPublica reached out to Bergman, his office and his campaign multiple times for comment on what’s happening in his district and received no response. Besides Trump’s endorsement, his reelection is supported by the Michigan and U.S. chambers of commerce.

He’s facing two challengers in the Republican primary on Aug. 4. Both of them told ProPublica that the district benefits from sustainable trading relationships.

They also echoed what many of Bergman’s constituents told ProPublica: that residents have had scarce opportunities to connect with the congressman in person. Bergman doesn’t appear to have hosted a public town hall in the district since his first year in office.

Bergman, who has a house in Louisiana, has faced long-standing allegations that he doesn’t even make Michigan his true home. Julie Hoffmeyer, a former member of Bergman’s staff who supports one of his primary challengers, told ProPublica that the congressman refers to his property in the western Upper Peninsula as a “cabin” or a “camp.”

Bergman, responding to past challenges to his Michigan residency, has called his home there his primary residence and noted that he’s a registered voter in the state.

An older man with graying hair and a beard stands outdoors in a grassy area, wearing a blue-and-white plaid button-up shirt and dark pants. He rests his hands together in front of him, holding a dark cap.
A woman wearing a tan cap, white tank top, shorts and a backpack pushes a black electric bike along a sidewalk in front of a rustic wooden storefront. The building features a metal sign reading “Bird’s Eye Outfitters” above windows decorated with artwork and text advertising coffee, beer, gear and smoothies.
Michael Broadway, a geographer and professor emeritus at Northern Michigan University, says many Canadians have, in effect, boycotted the U.S. over Trump’s policies. Businesses like Bird’s Eye Outfitters in Sault Ste. Marie, Michigan, have seen a noticeable drop-off in Canadian visitors.
A street-level view shows a building adorned with a large Sault Ste. Marie mural that includes the phrases “Pingatore Cleaners Inc.” and “Lake Superior State University.” In the background, a light-yellow steel bridge spans a road under a partly cloudy sky.
The director of the international bridge estimates that the Sault area, encompassing the two cities on opposite sides of the border, lost at least $82.9 million last year in local spending.

Trump’s quick-shifting trade policies are especially difficult for Michigan’s agriculture industry, the state’s second-largest sector, according to a recent report from the state’s agriculture department. The report, which hasn’t yet been publicly released, said that exports to Canada fell 12.3% last year, “signalling severe strain with a country that is our strongest trading partner.”

Meanwhile, the relationship between the U.S. and Canada is fraying ever further. A White House fact sheet on the new 50% tariff acknowledged the ways that Canadians have changed how they do business.

The White House said that Canadian imports of U.S. motor vehicles dropped by about 22% between April 2025 and March 2026, compared with the same period the year before. And, it said, due to provincial restrictions, Canadian imports of U.S. alcoholic beverages have plummeted.

Mark Carney, Canada’s prime minister, said in a letter posted on social media that the series of tariffs imposed by the U.S. began with ones that were “in direct violation” of the standing North American trade deal — the deal from Trump’s first term that he once celebrated, and that Bergman described as a great economic victory for Michigan.

With the deal up for review this year, the Trump administration declined a long-term extension of the pact. Carney has also widely signaled that Canada is looking beyond its near neighbor for trading partners.

Carney said, in an April video posted on his YouTube channel: “Many of our former strengths, based on our close ties to America, have become our weaknesses — weaknesses that we must correct.”

An elevated view overlooks residential house rooftops and lush green trees in the foreground. In the background is a massive bridge with three prominent yellow steel arches under a soft dusk sky.
The Sault Ste. Marie International Bridge is the only vehicular border crossing between the countries for hundreds of miles in either direction.

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10 ans de trajectoire collective documentés !Le livre « Transiscope : Carto…

10 ans de trajectoire collective documentés !

Le livre « Transiscope : Cartographier pour coopérer » sortira le 08/09/2026.

Plus qu'un outil, c'est un guide politique pour structurer nos solidarités et dépasser les silos (la fameuse « tragédie du LSD » : Libristes, Solidaristes, Durabilistes). Un outil en commun pour résister aux logiques prédatrices et irriguer d'autres luttes.

Interview à lire ici : https://framablog.org/2026/07/31/transiscope-au-dela-de-la-carte/

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Transiscope, au-delà de la carte

Résultat d’une écriture collective, Transiscope : Cartographier pour coopérer est un livre issu du projet Des Livres en Commun et dont la sortie est prévue le 8 septembre 2026. Il retrace une décennie d’expérimentations techniques et humaines visant à rendre visibles les alternatives sociales et écologiques, rôle que s’est donné Transiscope depuis sa création. Ce récit d’exploration analyse la construction d’un commun numérique conçu pour résister à la logique des plateformes prédatrices. Loin de se limiter à une présentation fonctionnelle d’un outil d’agrégation de données, ce livre documente les processus de coopération, les arbitrages éthiques face aux infrastructures matérielles et les défis organisationnels d’un collectif. Cet ouvrage dépasse la simple rétrospective pour devenir une ressource opérationnelle et politique, offerte en partage à celles et ceux qui aspirent à structurer leurs propres solidarités.

Dans cet entretien qui tient lieu de teasing 😜, les auteurs reviennent sur les fondements politiques de leur démarche et sur la nécessité de structurer des solidarités techniques. Ils montrent comment la technique ne sert plus à capturer l’attention, mais à soutenir un archipel de résistances concrètes.

Cet ouvrage est issu de l’appel à publication 2024. Pour rappel, Des Livres en Communs (DLeC) est un projet éditorial qui vise à soutenir l’écriture même d’un livre, son processus de création autant que sa structuration, afin d’un faire un commun. Transiscope : Cartographier pour coopérer s’inscrit dans la logique éditoriale de DLeC : transformer un retour d’expérience singulier en un outil de transmission capable d’irriguer d’autres luttes. En documentant dix ans de trajectoire du collectif Transiscope, ce livre répond à l’exigence de DLeC de produire des écrits qui servent de communs à d’autres communautés. Il dépasse la simple logique d’auteur pour devenir un outil de transmission de savoir-faire organisationnels et politiques.

Genèse et contexte politique

FramasoftAu début de l’ouvrage, vous situez l’émergence de Transiscope dans le sillage des mouvements horizontaux des années 2010 (Nuit Debout, Occupy). En quoi ce projet technique d’agrégation de données est-il une réponse politique à ce que vous appelez la « brutalisation » des rapports sociaux et la marchandisation du monde associatif ?

Jean-Baptiste – Oui tout à fait, avant d’être un projet techniquement très ingénieux basé sur des outils numériques « libres », le Transiscope est d’abord un projet politique à contre-courant. Il se fonde sur des logiques de coopérations, de réciprocités et de solidarités là où le système économique dominant est basé, lui, sur la rivalité et une compétition sans fin avec une concurrence de tous contre chacun induisant des logiques de prédation.

En tant que fondateur de l’OCMA (Observatoire Citoyen de la Marchandisation des Associations), nous sommes évidemment très sensibles à tout cela au Collectif des Associations Citoyennes (CAC). Pour deux raisons. La première est que nous cherchons à documenter ce processus qui dénature les associations en les poussant vers la recherche de productivité, de performance, de rentabilité, bref de lucrativité bien éloignée, théoriquement, de leur ADN fondateur fait de non-lucrativité et de désintéressement… La seconde raison, c’est que nous tâchons d’expliquer que cette tendance n’est pas une fatalité ! En effet, tous les jours, partout en France, des actions très pragmatiques, qui produisent beaucoup d’effets dans la vie de nos co-citoyens, se basent sur des valeurs différentes de celles de la rentabilité, de l’extractivisme et du productivisme, bref en marge du système dominant de l’économie de marché… mais quelle marge considérable ! D’une certaine manière, cela prouve que, décidément oui, « un autre monde est possible » puisqu’il y a un foisonnement de « déjà-là » d’alternatives. Grâce à cette carte du Transiscope, il apparaît sous nos yeux à travers ce maillage qu’on voit se développer sur les territoires. Et, au passage, quel plaisir de donner tort à la chantre du néo-libéralisme Margaret Thatcher et de tout ceux qui, à sa suite, reprennent son emblématique TINA (pour There Is No Alternative).

Le drame étant bien sûr que tout cela passe très largement sous les radars (il suffit de voir les problèmes posés par les indicateurs qui sont censés mesurés la « richesse » du pays ou tout simplement la façon dont la comptabilité est conçue de telle manière qu’on ne parvient pas à rendre compte de ce qui compte vraiment…) et c’est là qu’on apprécie l’apport d’un outil comme le Transiscope : dans sa capacité à documenter, cartographier, rendre visible et évident, faire connaître et mettre en avant et en lumière un formidable tissu d’actions collectives sans lesquelles notre société serait tout simplement invivable ! Ce n’est pas rien tout de même, ça compte et ça conte (au sens où ça raconte beaucoup de choses sur les initiatives sur lesquelles s’appuyer pour ne pas sombrer dans le pessimisme et la désespérance qui peuvent nous guetter parfois). Ça doit nous donner de l’allant et de l’élan, de l’ardeur à la tâche et du cœur à l’ouvrage !

Julien – Le projet Transiscope s’inscrit en opposition à la logique de concurrence qui régit l’ensemble de la société jusqu’au secteur associatif, il propose d’organiser matériellement (et donc techniquement) la solidarité entre des assos et des collectifs de luttes en partageant de l’information, des enjeux et des ressources. Très concrètement cela signifie que la logique organisationnelle du Transiscope est celle des communs, il s’agit de mettre en commun nos moyens (argent, temps de travail, locaux, réseaux etc.), de régir collectivement ces ressources et de les mettre au service de celleux qui luttent partout pour construire des alternatives à cette société brutale.

La « tragédie du LSD »

FramasoftVous évoquez avec une pointe d’humour l’idée d’une « tragédie du LSD », Libristes, Solidaristes, Durabilistes, pour désigner le travail en silo de ces mouvements. Comment Transiscope a-t-il réussi — ou tente-t-il encore — à faire de la technique un terrain de convergence plutôt qu’un facteur supplémentaire de fragmentation ?

Pierre-Alain – Transiscope est né du travail de nombreux milieux autour des enjeux de la coopération ouverte autour d’un concept ni trop fumeux, ni trop sérieux : le LSD.

À la fin d’une soirée sans doute arrosée (de pluie) à Brest en 2012, entre Laurent Marseault et Jean-Michel Cornu est née la tragédie du LSD. Ces drogués de la coopération ont su rendre accessible et léger un impensé de nos milieux militants pourtant féru de vivre ensemble et de coopération. Le LSD pour Libre, Solidaire et Durable. Nous sommes tous issus de parcours, d’histoires, de tempéraments différents. Nous utilisons du vocabulaire spécifique, et nous baignons dans des cultures différentes. Ce sont les premiers freins de notre impuissance !

Transiscope est né de cette nécessité d’une coopération plus ouverte pour dépasser les silos et les réflexes « identitaires ». Pour concevoir et agréger d’autres cartos, il a fallu concrètement se mettre à travailler ensemble. Transiscope a été un des plus puissants terrains d’expérience commune entre le monde du libre, celui des solidaires et celui des durables. Bien sûr, ces trois « familles » peuvent se croiser et se préciser. Nous avons tous en nous quelque chose de libre, de solidaire et de durable ! Mais un archétype permet aussi de cartographier les acteurs, les réseaux et de se concentrer sur l’essentiel : leurs liens et les énergies qu’il faut mettre en œuvre pour les initier et les nourrir.

Les libristes ont permis de concevoir l’architecture de la carte et de la faire évoluer sur un temps long. Leurs qualités sont essentielles : expertise technique, force d’une communauté capable de travailler à distance sans se connaître, réflexe de tout documenter et de protéger les ressources en Commun. Certes, nous avons eu la chance de travailler avec des libristes qui pouvaient parler sans code html ou markdown !

Les durables, ou durabilistes, ou bien encore les écolos, et même des écolos-bobos dans certaines grandes agglomérations ! Ce monde se croise dans des « bases », dans des jardins, à vélo ou dans les colloques sur l’énergie. Ils apportent la nécessité de la relation au vivant et au temps long. Ils nourrissent nos échanges par leur capacité d’incarner et de rendre accessible les savoirs experts des scientifiques. Et puis, depuis quelques années, ils commencent à croiser des habitants des quartiers populaires organisés autour de la reconnaissance d’une écologie populaire, trop souvent invisibilisée. Solidaires et durables ont permis de rendre puissante l’alliance entre écologie et social.

Les solidaires sont les plus anciens militants, souvent acteurs de luttes historiques et dans des champs très différents. Ils ont permis de rendre lisible sur Transiscope des milliers de points d’intérêts, lieux d’actions concrètes ancrées dans des territoires. Ils ont pu amener aussi une vision nourrie par l’histoire et la pensée politique. Ils portent les enjeux d’une société civile engagée dans la transformation politique.

Nous le savons toutes et tous, notre enjeu est dépasser le LSD pour retrouver les espaces naturelles de la relation. Avancer, chacun à une place qu’il lui semble utile, vers des d’alliances qui construisent notre puissance collective. C’est pourquoi coopérer est d’abord une question de posture. Savoir travailler avec d’autres personnes commence par savoir accueillir leurs qualités et complémentarités pour faire avancer le projet. C’est aussi avoir la curiosité de mieux connaître ce qui peut être un frein et un levier. C’est enfin la nécessité de lâcher prise, lâcher et faire confiance et donc accepter de se planter ! Planter des graines est aussi une posture modeste qui nous permet de rester sur Terre et essaimer est notre grande ambition.

Transiscope, en ce sens, a été un projet exemplaire et il l’est encore. Bien plus qu’un outil, il est un espace, un tiers espace, qui nous permet d’avancer, pas à pas, lors des rencontres en présentiel comme à distance vers des transformations utiles à toutes nos communautés.

Politisation de la technique

FramasoftVous affirmez qu’au sein de Transiscope, « la technique est politique ». Comment cette posture se traduit-elle concrètement dans le choix de soutenir le développement d’outils (comme le Bus sémantique ou Gogocarto) plutôt que de s’appuyer sur des solutions existantes. Une simple question de performance ?

Julie – Dès les prémices de Transiscope, les questions techniques ont été l’objet de délibérations politiques. En effet, il y avait dans le collectif des organisations comme l’Assemblée Virtuelle ou le mouvement des Colibris et des individu·es qui développaient un argumentaire solide autour de l’importance d’utiliser des outils libres et décentralisés, afin de ne pas dépendre des outils numériques capitalistes, alors même que nous nous battions pour proposer un autre chemin que celui des modèles économiques dominants. Nous faisons attention à ce que ces sujets soient discutés dans les instances stratégiques, afin d’éviter une répartition inégalitaire du pouvoir, où une sorte d’élite éclairée, possédant les compétences techniques, décide pour le reste du collectif.

Les arguments qui étaient alors mis en avant relevaient soit de la cohérence éthique (avoir des outils conformes à nos valeurs), soit du pragmatisme (avoir des outils dont nous avons la maîtrise). Parfois, il est arrivé que les outils existants ne suffisent pas à répondre à nos besoins : cela a été le cas pour le Bus Sémantique et pour GoGocarto. Le travail des deux développeurs en lien avec des organisations de la Transition ont permis de développer des outils correspondant aux besoins de terrain. Alors que le comité de pilotage de la Plateforme Web des Alternatives (qui deviendra par la suite Transiscope) devait décider des outils sur lesquels s’appuyer pour la cartographie, il est apparu que ces deux outils pouvaient couvrir les besoins mais qu’il était nécessaire que les deux développeurs s’entendent pour adopter des choix technologiques compatibles, ce qui a été permis par une discussion entre les deux.

Ces choix, même s’ils s’appuient sur un argumentaire partagé par l’ensemble du collectif, ne sauraient cacher qu’elles s’appuient avant tout sur le travail gratuit d’un nombre très réduit de personnes. Le jour où cette personne ou ces quelques individus partent ou s’épuisent, que se passe-t-il ?

Le mythe de l’immatérialité

FramasoftVous nous invitez à sortir du « mythe de l’immatérialité » du numérique pour affronter la réalité extractiviste de ce monde numérique. Comment Transiscope, pourtant intrinsèquement lié au Web, négocie-t-il cette contradiction entre l’ambition de transition écologique et la matérialité parfois insoutenable des infrastructures numériques ?

Florine – Nous nous invitons aussi nous-mêmes à sortir du mythe de l’immatérialité. Tout l’enjeu est de regarder cette contradiction en face : on veut montrer que le monde que nous projetons s’incarne déjà, et pour cela nous ne nous appuyons pas sur les outils des GAFAMS mais sur des outils libres. En cela, nous essayons de lever une contradiction : l’usage d’outils capitalistes accaparants des données personnelles par des acteurices en résistance contre le capitalisme. Reste que nos outils libres s’inscrivent dans ce que José Halloy appelle des technologies zombies, c’est à dire mortes à l’aune de la durabilité – puisqu’elles épuisent les ressources matérielles nécessaires et reposent sur l’utilisation d’énergie non renouvelable – mais envahissant le monde au détriment des humain·es et de la biosphère. En outre, ces technologies « numériques » reposent sur l’exploitation d’humain·es, en particulier du Sud global. Dans ce contexte, parler de « commun numérique » peut paraître aberrant, puisque sa matérialité repose sur l’exploitation des Autres.

Nous avons donc fait un bout du chemin en dégafamisant nos usages numériques et en construisant des outils libres, mais du chemin reste à faire pour construire un autre numérique au moment où l’IA vient peser encore davantage sur sa matérialité.

Julien – Comme beaucoup, nous n’échappons pas aux paradoxes des luttes écologistes, car nos moyens d’action et de coordination reposent sur des infrastructures matérielles qui accélèrent les dérèglements climatiques et l’exploitation Nord-Sud. Le projet Transiscope s’est construit sur un paradoxe central, avec d’un côté l’idée d’outiller efficacement les alternatives et de l’autre l’ambition de faire réellement advenir ces alternatives et donc de construire un autre rapport au monde (y compris numérique). Si pendant longtemps la première dimension a pu dominer la réalisation du projet, après tout ce chemin parcouru, il nous semble aujourd’hui nécessaire d’affronter plus directement cette contradiction en faisant davantage de place à la seconde ambition qui implique de penser et d’appliquer concrètement la décroissance minérale, la solidarité internationale et la dénumérisation.

Négocier nos contradictions ça ne veut pas dire nécessairement les dépasser grâce à une solution magique (numérique éthique) mais d’y faire face, en s’attelant à ce que le syndicalisme révolutionnaire appelait la « double besogne » (Charte d’Amiens, 1906). Stratégie qui vise autant à grappiller des améliorations concrètes pour les travailleurs (réduction du temps de travail et augmentation des salaires) qu’à préparer l’émancipation intégrale qui ne pourra se réaliser qu’avec l’expropriation capitaliste. Pour nous, cette double besogne, s’incarnerait donc autant par la contribution à des infrastructures numériques libres, adaptées spécifiquement aux contextes et aux besoins de leurs utilisateurices et contrôler directement par elleux, que par l’implication dans une politisation collective de la technique et la mise sous contrôle démocratique du développement numérique, y compris jusqu’à l’expropriation des BigTech et le démantèlement de leurs infrastructures.

Archipel

FramasoftVous empruntez à Édouard Glissant la notion d’archipel pour définir votre mode d’organisation. Comment ce modèle permet-il de maintenir un « centre vide » au service des relations, sans tomber dans les pièges de la hiérarchie ou, à l’inverse, de l’inefficacité organisationnelle ?

Bruno – Une organisation et une gouvernance en « Archipel » est une communauté de partage. Elle implique donc un changement de posture tant individuel que collectif afin de passer de la concurrence et de la subordination à la coopération, du « pouvoir sur » au « pouvoir d’agir ». Le respect de chacun, l’entraide, la qualité d’écoute et la recherche du consentement sont les déterminants fondamentaux des relations dans toutes les différentes instances de l’Archipel.

L’objet de Transiscope était de créer un commun en reliant des organisations et des groupes de personnes (les îles) pour faire vivre ensemble un projet commun en coopération. Chaque organisation participe à ce projet commun en coopération tout en cultivant son identité-racine, en pleine autonomie. Dés l’origine du projet nous avons confié à une instance communautaire (le copil) le pouvoir d’agir au service du projet commun. Chaque île de l’Archipel est représentée au sein de cette instance communautaire qui acte la politique de l’Archipel, sa stratégie et la feuille de route de ses actions. Le copil est un espace d’animation et de coordination, les actions, elles sont menés en constituant des groupes-projet validés par l’instance communautaire. Ces groupes-projets ont un objet défini qui détermine une durée limitée. Ils décident de leur mode de fonctionnement et la manière de réaliser leurs actions, et rendent compte de leur action aux autres instances de l’Archipel à travers le copil.

« Le pouvoir de son centre est vide » : ce pouvoir d’agir, de service et de création, est non appropriable ; au sein du copil il n’y a pas de hiérarchisation de pouvoir, les décisions sont prises ensemble et par consentement. Des le démarrage du projet nous avons décidé de faire appel a un facilitateur pour animer le copil, ce facilitateur n’est pas membre du copil, il ne représente pas une organisation et n’est pas impliqué dans les actions, son unique rôle et de faciliter le fonctionnement et l’animation du Copil, il n’a donc pas d’enjeu de pouvoir personnel ou organisationnelle. Nous avons également décidé de ne pas créer de statut juridique afin de ne pas institutionnaliser le projet et de le maintenir dans une démarche de coopération. Pour permettre de développer et de gérer les aspects juridiques et financiers de l’Archipel nous avons fait le choix de créer une entité-support ayant une personnalité légale : l’association de soutien au Transiscope, qui n’avait vis-à-vis de l’Archipel qu’une fonction de gestion de moyens au service de celui-ci.

Ce mode d’organisation a démontré au fil du temps sa pertinence et ses limites. Sa pertinence c’est qu’il n’y a jamais eu de conflit de pouvoir au sein de Transiscope, le projet a su se développer dans une véritable culture de coopération de démocratie et de respect mutuel. Par contre la limite de ce système repose sur la capacité de mobilisation des îles au sein de l’archipel, pour avancer le projet a besoin d’une mobilisation permanente des membres dans les différentes instances (groupe projet, copil, …) et de temps d’animation régulier pour assurer une bonne coordination et une intelligence collective.

Le « Putain de Facteur Humain » (PFH)

FramasoftLe lecteur peut être parfois surpris par votre récit car vous ne cachez pas les frictions et les doutes au sein du collectif. Pourquoi était-il essentiel pour vous de livrer un récit sincère du cheminement humain, loin d’un storytelling lissé qu’on rencontre souvent ?

Audrey – Un collectif traverse de nombreuses phases, souvent peu visibles aux membres qui en sont parties prenantes. Un des rôles de la personne qui facilite le projet est de rendre visible ce qui se joue entre les membres et les organisations, de créer des espaces de discussion, d’analyse, de prise de décisions et de faire en sorte que le groupe trouve des solutions par lui-même. La neutralité de la facilitation n’existe pas réellement car le choix même des outils utilisés implique déjà une vision du monde et de la coopération. Mais la fonction du tiers extérieur est précieuse.

Dans le milieu de l’Économie Sociale et Solidaire, il me semble qu’on fantasme souvent des collectifs assez lisses, où tout le monde s’entend bien, sans friction. Or, non seulement c’est illusoire, mais c’est aussi contre productif. Le collectif avance parce qu’il y a débats, dissensus, et parfois conflits. Un groupe devient mature en apprenant à se connaître et en surmontant les blocages. Par contre, cela demande de la confiance entre les membres, et dans le cadre commun, le pacte construit ensemble. Nous avons toutes et tous évolués dans notre manière de faire collectif avec Transiscope, car nous avons appris de la vision du monde, des imaginaires et des façons de faire. Cela est passé par le fait de « baisser les masques » et de se raconter réellement qui était autour de la table. Ce qui ne peut se faire que sur du temps long.

Julien – Pour nous il était clair que ce livre ne pourrait avoir un intérêt que si nous parvenions à ne pas édulcorer notre histoire, en proposant une version lisse d’une « belle aventure/réussite ». Trop souvent nous sommes amenés à raconter nos histoires collectives comme on pitch un projet pour espérer décrocher un financement, or de cela il ne peut émerger qu’un pur discours de communication décorrélé de la complexité de nos réalités. Pour offrir une ressource opérationnelle et politique à celles et ceux qui aspirent à structurer leurs propres solidarités, cela impliquait d’aborder le plus honnêtement possible les difficultés, les impasses et les échecs rencontrés, parce que nous sommes bien conscients que si celles-ci disent quelque chose de nous, elles disent surtout beaucoup de notre époque et des changements du secteur associatif en général.

Ce que nous avons construit ensemble c’est un drôle d’attelage qui a fonctionné dans la durée parce que nous avons appris à faire de la place à chacun.e d’entre nous et par conséquent, accepter d’osciller constamment entre l’avancée d’un projet et sa remise en cause. Pour nous l’expérimentation n’est pas un horizon lointain mais une pratique concrète qui implique de renoncer à liquider le « putain de facteur humain » au nom d’une efficacité fantasmée. Chaque projet, qu’il soit technique ou non, repose sur celleux qui le font vivre et c’est cette vie collective qu’il faut apprendre à voir comme une dimension intrinsèquement politique et en perpétuelle construction. Ce que nous espérons livrer dans cette contribution collective, ce n’est ni une recette pratique pour coopérer, ni une ligne à suivre, mais une histoire particulière faite de tentatives pour construire un commun, en espérant que celle-ci résonnera avec d’autres.

La propriété des données

FramasoftTransiscope agrège des données qu’il ne possède pas. Dans un monde où la donnée est le nouvel or noir des « Ogres » numériques, vous prenez soin des sources et tentez de protéger ce commun. Les licences sont-elles libres ? pourquoi ces choix ?

Simon – Les licences sont libres mais nous avons tenté d’acculturer les sources au concept des licences et au caractère politique que revêt le choix d’une licence. Nous avons présenté dans un document et en webinaire le choix politique que nous privilégions, à savoir l’autorisation de l’usage commercial et la non-viralité, car c’est ce que nous estimons être le meilleur choix pour créer des communs. Les sources des données que nous agrégeons sont libres d’avoir une lecture différente du monde et des communs et Transiscope accueille cette pluralité comme elle accueille la diversité des technologies des sources. Comme pour les alternatives qui doivent respecter une charte, la licence doit cependant respecter une « ligne rouge » : elle doit être copyleft. C’est le plus petit dénominateur commun nécessaire à construire ce commun numérique et cela a permis d’annoncer rapidement à toutes les potentielles sources cette condition et d’en écarter certaines, et a permis de clarifier le périmètre idéologique du projet et de le construire avec les sources qui le partagent.

L’IA

FramasoftIl faut bien en parler puisque c’est le grand sujet du moment. Le livre relate un débat au sein du comité de pilotage sur l’usage de l’intelligence artificielle pour la catégorisation des événements. Comment avez-vous arbitré entre le gain de temps (facteur de survie pour les bénévoles) et les problèmes éthiques posés par ces outils ?

Julie – Comme nous l’avons expliqué ci-dessus, pour politiser les choix techniques, il est indispensables qu’ils soient discutés dans une instance stratégique et pas réservés à des personnes ayant des pré-requis techniques. Cela implique donc un travail collectif d’acculturation à la technique, pour permettre à chacun·e de participer en ayant un avis éclairé.

Un des membres de Transiscope a proposé d’avoir recours à l’intelligence artificielle pour automatiser la catégorisation des événements et ainsi gagner du temps, alors même que l’énergie bénévole est extrêmement rare au sein de Transiscope. Cette discussion, qui a eu lieu en comité de pilotage, a débuté par une explication technique de ce qu’il y avait derrière l’intelligence artificielle proposée et une discussion sur les données, le choix du modèle et son impact. Au final, nous avons décidé de tester cette automatisation à titre expérimental, mais la discussion n’est pas si évidente car elle est tiraillée entre d’une part le soin de l’énergie bénévole et d’autre part des enjeux éthiques : personne n’a envie de choisir entre les deux !

Un processus ou un outil

FramasoftCitons une phrase du livre : « Transiscope est moins un produit à finir qu’un processus à habiter ». Est-ce à dire que l’utilité finale de la carte est secondaire par rapport à la culture de coopération qu’elle a générée entre vos organisations ?

Julien – L’ambition de Transiscope était de fournir un outil qui facilite la coopération entre alternatives. Cartographier des alternatives c’est montrer qu’il existe plusieurs mondes dans le monde, que d’autres horizons se dessinent et qu’ils méritent que l’on se batte pour eux. Si nous continuons à croire dans l’intérêt de ce projet, nous avons constaté que la construction d’un outil n’a que peu à voir avec le travail politique de coopération inter-collectif. Obtenir de l’information et la mette en visibilité ne présage aucunement de la façon dont celle-ci servira de prétexte à des rencontres concrètes et à des échanges organisationnels. Pour faciliter cette étape, nous avons choisis d’organiser régulièrement des rencontres avec d’autres acteurices sur différents territoires pour faire se rencontrer des alternatives, mais là encore ces tentatives se sont avérées limitées parce que la construction d’une coopération implique d’abord du temps pour faire naître de la confiance et une culture partagée. C’est précisément cet aspect que nous avons réussi à construire au sein du collectif Transiscope mais pas à sa marge avec celleux que nous mettions en visibilité sur notre cartographie. Peut-être qu’après tout ce travail est de toute façon démesuré pour un petit collectif comme le nôtre, mais il nous semble toujours primordial parce que si nous souhaitons construire des solidarités fortes, ce patient travail de fédération est indispensable.

Aujourd’hui la question de la visibilité se pose autrement : est-ce que ce dont nous avons besoin c’est d’être visibles sur Internet ou d’être en lien les un.es avec les autres concrètement à travers des réseaux de solidarité matériels et politiques ? Cette question est décisive et vertigineuse parce que la réponse que nous déciderons de lui donner implique de repenser une grande partie de notre stratégie d’action et de nos moyens d’organisation. Apprendre à collaborer c’est faire de la place à une autre logique que celle qui consiste à mener à bien un projet, sans dire que ces deux logiques sont irréductibles l’une à l’autre, elles sont bien souvent contradictoires et c’est bien dans cette contradiction que réside à la fois la richesse et l’immense complexité des communs.

Florine – Dans le contexte politique actuel, une question se pose : faut-il continuer à rendre visibles les alternatives ? Autrement dit, comment s’identifier et se renforcer entre alliés, tout en ne facilitant pas, par cette visibilisation, l’attaque de nos collectifs par des adversaires politiques, voire par un régime autoritaire ?

L’avenir des luttes

FramasoftFace à l’épuisement de la « stratégie du colibri », vous plaidez pour une « stratégie de pompiers », coordonnée et robuste. Pour le mot de la fin : c’est quoi le message ?

Bruno – Face à une société de plus en plus organisée autour d’un pouvoir financier prédateur qui nous individualise pour mieux nous contraindre, le développement des alternatives citoyennes, bien que nécessaire, n’est plus suffisant. Nous devons relier toutes ces initiatives pour faire système et, plus encore, nous devons travailler à la convergence de tous ceux qui luttent pour qu’un autre monde soit possible.

La stratégie de pompiers devient une nécessité face à l’urgence, il ne s’agit plus de laisser à chacun le soin d’inventer ses solutions mais de construire ensemble une alternative crédible et désirable pour la majorité qui subi. Cela nous oblige à nous compter, à nous relier, à nous écouter pour trouver nos points de convergence, à changer nos méthodes pour être capable de coopérer au service d’un projet commun. Transiscope est un commun coopératif et numérique qui, tant par sa nature coopérative que par ses développements numériques, contribue à ce paradigme, nous ne pouvons que souhaiter que les acteurs de la transformation sociétale s’en saisissent.

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In memoria di Filippo Filippetti, anarchico livornese, antifascista, ucciso dai fascisti

1922- 2026 In memoria di Filippo Filippetti anarchico livornese, antifascista, ucciso dai fascisti Domenica 2 agosto 2026 ore 19 Commemorazione presso la lapide Via Provinciale Pisana 354, Livorno (ex-scuola Camilli) Filippo Filipetti, giovane anarchico, viene ucciso il 2 agosto 1922 dai fascisti mentre si oppone, assieme ad altri antifascisti, ad una spedizione punitiva contro Livorno. […]
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July Politburo meeting read-out

This report was translated from Chinese into English using Alibaba’s Qwen3.7-Plus, then checked and tweaked for accuracy by a South China Morning Post journalist. It is for reference only, and is not the official English version of the original Chinese document. Alibaba owns the SCMP.

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OpenUK pubblica il report AI Openness e vuole sovranità del codice prodotto in UK

Secondo OpenUK la maggioranza dei contributi open-source in Europa nasce in UK e l'idea di questa organizzazione è quella di voler mantenere su suolo britannico questo codice. OpenUK non vuole un altro caso MCP, il protocollo ormai standard per la comunicazione tra i modelli AI e gli strumenti esterni, che è stato creato in UK e poi donato alla Linux Foundation, che è americana.

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⚡ALERT: WORLD WAR Z IS UNFOLDING! RUSSIA NUCLEAR TIME BOMB, MIDDLE EAST CHAOS! DAY X APPROACHES!

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断开的接铁铲把用传统的手艺修好了 #woodworking#

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生活百般滋味,人生需要笑对!
大家好,我是阿木爷爷,一名喜欢专注于做木工的的老木匠,如果您喜欢我的视频,请持续关注我的频道, 我们拍摄的视频以木质工艺品为主,接下来我和我儿子也在努力拍摄更多有创意的视频,分享给大家,让每一个阅读者学到知识,缓解心情,频道里也有很多精彩的作品,大家可以慢慢欣赏,谢谢你们的支持。
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Un pubblico meraviglioso di Andrea Lai

L’ umore del pubblico di un evento a volte riesce a riflettere quello di chi lo ha organizzato o creato. Quando a monte ci sono passione, cura, ricerca e affiatamento ‒ al netto di qualche divergenza ‒, chi gode del frutto prodotto dal mix di questi elementi, a sua volta può generare un’atmosfera per lo più positiva. Non è una combinazione scontata, ma può avvenire.

Leggendo Un pubblico meraviglioso. Dj, centri sociali e club culture (1996 – 2006) (2026) saggio-memoir incentrato sul racconto di una serata di musica elettronica entrata nella storia di Roma (e non solo), la sensazione è che spesso ci sia stata questa consonanza. Perché a emergere, prima di tutto, è il legame tra le due persone che hanno dato vita alla serata: Andrea Lai (1969) e Riccardo Petitti (1963-2014). Il primo è l’autore del libro, nel 2004 eletto da BBC Radio 1 tra i dj più influenti della scena breakbeat internazionale. Il secondo, dal racconto, appare per un breve periodo come suo mentore (del resto per un under 30 sei anni di più pesano), ma poi, per molto più tempo, diventa senza dubbio il suo socio-amico, prima dell’improvvisa scomparsa. Lai e Petitti hanno animato i venerdì sera di Roma a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila e il loro rapporto, prima di tutto vissuto su uno scambio di vedute, pensieri e bagagli culturali (non solo musicali), si è presto trasformato in complementarità, forgiando Agatha ‒ questo il nome della serata.

Lai racconta bene il contesto sociale, utile a decifrare il successo di questa esperienza. Perché Agatha ha preso piede mentre imperversava il filone mediatico delle “stragi del sabato sera”, quelle in cui gli incidenti in macchina che causavano le morti di alcuni giovani erano automaticamente associati al legame tra le “nuove” droghe sintetiche, l’alcool e la musica elettronica (ai tempi specialmente la techno). Oggi gli incidenti stradali costituiscono la prima causa di mortalità giovanile, ma da molti anni non si sente più fare questo collegamento, o quanto meno è sporadico, probabilmente perché si è sviluppata una maggiore confidenza con la musica elettronica da dancefloor, all’epoca svilita da molti.

Ciò detto, Agatha non ha trovato residenza in un club il cui unico scopo era il profitto, ma al Brancaleone, uno dei tanti centri sociali attivi all’epoca, i posti “più cool delle notti italiane”, i “più ambiti dove passare le notti del weekend”, scriveva Maria Rosaria Spadaccino su L’espresso a novembre del 1999. Ecco, la natura del luogo è fondamentale, perché prima di tutto ha permesso al prezzo di ingresso alla serata di restare basso, poi alla selezione musicale di andare ben oltre hit e ritmi immediati (martellanti o a cassa dritta, che dir si voglia), anzi di scavare nelle scatole nascoste sotto i banconi dei negozi di dischi londinesi, piene di rarità in edizione limitata di cui il duo andava a caccia. Insomma, anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla risposta del pubblico.

Anche impegnandosi, era difficile includere nel filone mediatico delle “stragi del sabato sera” una realtà simile, in più sensi una concreta alternativa alle discoteche commerciali e di cui si sentiva il bisogno, a giudicare dalla risposta del pubblico.
Tra i generi musicali proposti da questi due dj (nati usando il vinile in un’epoca in cui stare dietro a una consolle non faceva ancora diventare star) c’erano soprattutto drum and bass, jungle, trip-hop e big beat, tutti ritmi urbani vivi ma ‒ a parte l’ultimo citato ‒ anche spigolosi o con quel DNA plumbeo-inglese, tratti che non li rendevano sempre e comunque degli eccitanti istantanei: per lo più si trattava di sonorità con cui bisognava fare lo sforzo di entrare in sintonia. Petitti e Lai facevano una continua ricerca (fisica) di musica nuova, propedeutica alla loro selezione di qualità al passo con i tempi, e il pubblico aveva imparato in fretta a goderne, andando oltre gli umori che trasmetteva, perché, appunto, si era creato un feeling diffuso tra le parti in causa, tanto che ogni settimana i partecipanti alla serata erano tra i mille e i millecinquecento, a volte anche duemila. Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche classiche.

Il racconto, in ogni caso, non vuole presentare questo appuntamento fisso per gli appassionati di musica come un’oasi di quiete e amore. Anzi, il titolo del libro nasce da un episodio spiacevole avvenuto durante una trasferta a Firenze, quando sul palco è piombata una bottiglia di vetro lanciata dal pubblico per protestare contro l’accensione delle luci e, dunque, l’imminente fine della musica. La location era la stazione Leopolda, non un centro sociale, quindi non poteva esserci lo stesso senso di “familiarità” e protezione che c’era al Brancaleone o nei posti “fratelli”. Ma Petitti sembrava aver introiettato il feeling generato da Agatha perché di fronte a questo pericoloso gesto di protesta non si è spaventato, anzi ha sentenziato ‒ senza dubbio anche con ironia ‒ che si trattava di “un pubblico meraviglioso”.

D’altronde il pubblico di Agatha, come specifica Lai scrivendo al presente, “è parte fondamentale di quello che facciamo. Può essere generoso e crudele, curioso e pigro, aggressivo e amorevole. Quel pubblico è la società, ma accelerata. È meraviglioso perché stupisce ma è anche prevedibile”. Da quella serata fiorentina in avanti, lo stesso Petitti ha deciso di chiudere ogni dj set ripetendo al microfono questa frase che dà il titolo al libro. Nelle sue parole c’era la consapevolezza che la violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma, in lui, restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.

Alle spalle di questa serata che ha spinto in avanti la club culture italiana, ci sono state anche delle operazioni di marketing che hanno portato i “circoli più puristi” ‒ come scriveva il giornalista Luca Villoresi a ottobre del 2000 ‒ a definire il Brancaleone un “locale alla moda, con tanto di sponsor multinazionali”. D’altra parte, passati pochi mesi dalla pubblicazione di queste parole in un articolo della Repubblica, a Genova ci sarebbe stato il G8 e il movimento “no-global” aveva iniziato da tempo la sua guerra contro l’amoralità distruttiva e il violento cinismo delle multinazionali devote al capitalismo. Lai, all’epoca fresco reduce da un periodo di lavoro come marketing & promotion manager per due major discografiche, EMI e Sony, aveva una visione politica vicina ai centri sociali ma meno dogmatica, più pratica, e, senza vendere la loro creatura al miglior offerente, cercava di farla sostenere ‒ sempre in accordo con Petitti ‒ da realtà il più possibile consapevoli e vicini allo spirito di Agatha (dai marchi streetwear agli energy drink).

Leggendo il libro di Lai, le stesse persone che non hanno mai assistito a una serata di Agatha possono immaginare l’aria che si respirava, capire quanto fosse genuina e più pacifica rispetto all’esterno, non solo alle discoteche classiche.
Non a caso la serata aveva una comunicazione curata e creativa, a partire dal logo (presente anche sulla copertina del libro), che ha contribuito al suo successo. Ai tempi era un approccio più vicino a quello di realtà dell’Europa del nord, dove mettere a frutto la propria passione non era giudicato sempre e comunque un peccato. Aggiungere che Lai parla di Agatha come parte attiva del “contro-clubbing” e rivendichi l’adesione ‒ in quell’anno tanto sciagurato quanto cruciale che è stato il 2001 ‒ all’iniziativa Giradischi contro la guerra, dà la misura di come le sfumature abbiano avuto un peso in questa esperienza.

Un’esperienza di cui, naturalmente, viene raccontata anche la parabola discendente: per descriverla Lai tira in ballo La società dello spettacolo (1967) di Guy Debord. Perché “ogni gesto di rottura viene convertito in merce, ogni differenza in intrattenimento. Il denaro banalizza le idee e banalizza le persone. È la tensione dialettica della cultura sotto il capitale: prima viene catturata, poi sterilizzata, infine rivenduta in forma di intrattenimento da supermercato”. Agatha è finita nel 2006, poco dopo essere stata al centro di attenzioni che avrebbero voluto convertirla in merce.

Passati i tragici fatti del G8 di Genova, i centri sociali, rispetto agli anni Novanta, avevano perso un po’ di potere attrattivo, di capacità di coinvolgere con lo stesso entusiasmo di prima (per forza di cose affievolito dagli eventi). Forse anche per questo i responsabili del Brancaleone hanno voltato le spalle a Lai e Petitti: i ritmi urbani underground erano ancora piuttosto vivi ma le persone sempre più demoralizzate da un lungo e complesso conflitto internazionale. A conferma di entrambi i lati di questa medaglia, si assistette in quel periodo all’ascesa della dubstep, uno dei generi elettronici più oscuri e ruvidi mai prodotti.

Il libro di Lai è sia un sentito omaggio al suo socio-amico sia una fiera rivendicazione dell’importanza che ha avuto Agatha (ben ponderata, essendo passati venti anni dal suo epilogo). Inoltre, contiene un crepitio di riflessioni ‒ anche nate da confronti accesi tra i due ‒ che un po’ vanno ben oltre la musica e un po’ dicono che la stessa musica può allontanarsi radicalmente dal concetto di intrattenimento. Considerando che all’epoca raccontata nel libro è seguita quella delle “dj star” e, successivamente, quella delle/gli influencer basata tutta sui numeri che documentano le performance e, di conseguenza, attivano chi investe, si capisce ancora meglio l’utilità di un simile racconto.

La violenza e la frustrazione potevano far parte del pacchetto ma restava sempre una certa ammirazione verso chi andava ad ascoltare e ballare quella musica, e magari si lasciava andare a gesti istintivi, liberatori.
Questo non vuol dire che dopo Agatha e la stagione d’oro dell’oscura dubstep sia tutto finito, ma semplicemente che il sistema innescato dall’avvento dei social media e delle piattaforme di streaming ha, magari indirettamente, ostacolato molte realtà musicali stimolanti. Ciò che non performa viene ignorato, dunque viene da chiedersi: oggi i fratelli e le sorelle di Agatha sono messe nelle condizioni di avere gli stessi riscontri dell’epoca? Sicuramente le dinamiche per avere delle opportunità sono cambiate e le nuove generazioni sanno bene come affrontarle e sfruttarle.

Nell’ambito del clubbing bisognerebbe capire, però, se riescono a farlo come Lai e Petitti, senza adeguare la musica ai diktat delle tendenze, oggi decretate non più dai grandi network radiofonici ma dalle playlist editoriali. Di certo c’è chi continua a non allinearsi, ma i cambiamenti radicali di questi ultimi venti anni (soprattutto l’avvento dei social media e delle piattaforme streaming) non possono che avere un peso enorme su chi discende dall’albero genealogico in cui Agatha ha lasciato un segno.

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La ‘parallasse’ europea: il cambio di prospettiva dell’Unione nell’integrazione di Moldova e Ucraina.

Il processo sotterraneo di trasformazione dell’Unione Europea, fin qui caratterizzato dalla sua sovrastruttura multilivello, con l’apertura alla Moldova e all’Ucraina pone la prima pietra miliare nel ribaltamento dei criteri stanti alla base delle valutazioni di ingresso nell’Unione, portando la riflessione in seno alle istituzioni su un altro livello.

Quale Europa?

Si sfumano i criteri, mutano le percezioni. L’Unione non è più intesa soltanto, ed esclusivamente, nella concezione del rigore dei conti e della stabilità dei sistemi democratici al loro interno, ma anche nella valutazione delle conseguenze derivanti dalla mancata integrazione a seguito dei ritardi registrati. Di per sé quello a cui si sta assistendo all’interno dell’intelaiatura europea è un mutamento di prospettiva di natura bidirezionale. Se il processo di integrazione si configurava come una concessione dall’alto verso il basso, quello a cui si sta assistendo è un processo di integrazione reciproca che tiene conto degli elementi fondanti dell’adesione, compensati però nelle loro carenze dalla misurazione effettiva delle conseguenze negative derivanti dalla loro esclusione, solo per la non perfetta corrispondenza a tali dettami.

Per tale ragione, quello che si configura all’interno del ragionamento istituzionale in seno all’Unione Europea, e nei rispettivi fori internazionali che accompagnano il processo di discussione e di evoluzione dell’architettura europea – come l’Iniziativa Centro-Europea, l’Iniziativa Adriatico Ionica, la Three Seas Initiative, grazie al loro approccio integrato – è l’intuizione e l’impostazione di una struttura a cerchi concentrici caratterizzati da una graduale approssimazione alla sfera europea: l’ingresso, dunque, non immediato, ma graduato, permetterebbe l’accesso del paese aspirante al primo cerchio dell’area europea – denotandone un’appartenenza – ma senza godere subito di tutti gli oneri e onori, in quanto necessitanti della giusta tempistica al fine del raggiungimento di tutti i criteri necessari.

L’Europa a cerchi concentrici

La differenza di prospettiva si sostanzia così nella possibilità di orbitare nella sfera europea e considerarsi membro dell’Unione, senza però recare alcun danno all’intelaiatura stessa dell’Unione introducendo, troppo frettolosamente, elementi di destabilizzazione a causa del mancato perfezionamento, ad esempio, di capitoli come quelli inerenti alla giustizia (si pensi ad aspetti come la corruzione) o al perfezionamento dei procedimenti legislativi in seno ai parlamenti dei paesi aspiranti ai fini di una puntuale corrispondenza ai connotati democratici europei.

Tale riflessione va infatti letta sulla base dell’avvicinamento a movimenti già esistenti all’interno dell’Unione nel conferimento e distribuzione di fondi, come nel caso della politica di coesione

europea, che, al soddisfacimento di specifici criteri, consente l’accesso alle risorse, al fine del raggiungimento degli obiettivi programmatici necessari all’omogeneizzazione di quella specifica regione europea. A tal proposito, una simile concezione concentrica di avvicinamento all’Unione Europea, intesa come una sosta obbligata per il perfezionamento dell’integrazione, consentirebbe non solo una fase di monitoraggio durante l’innesto, ma anche l’adozione tempestiva di tutti gli accorgimenti necessari, evitando che eventuali fattori di destabilizzazione possano provocare uno shock sistemico all’interno dell’Unione.

Il peso del ‘ritardo’ nei processi di integrazione

È fondamentale difatti fare una precisazione: tale percezione a cerchi concentrici origina dalla considerazione di come il ritardo costitutivo possa essere fattore di disgregamento e di conseguenze ben maggiori rispetto a una prematura integrazione. Tale ragionamento muove le sue premesse dall’insorgere del conflitto russo-ucraino, in cui l’ingresso dell’Ucraina, attraverso un passaggio “propedeutico” di adesione all’Unione, avrebbe potuto agire da deterrente nei confronti di una possibile invasione, grazie al maggiore livello di integrazione politica e di protezione derivante dall’avvicinamento alle strutture euro-atlantiche. Tale ritardo è esso stesso parte in causa della durata del conflitto. Non differente è il ragionamento che accompagna l’integrazione di paesi come Moldova e Serbia, prossimi alla sfera di influenza russa, ancora sotto la lunga ombra dello spettro sovietico. Il criterio che accompagna il processo di integrazione europea sembrerebbe così aprire alla possibilità di contemplare nel procedimento di adesione l’eventualità del dubbio rispetto all’eccessiva cautela.

Le elezioni presidenziali moldave del 2024, strettamente intrecciate all’inserimento del principio europeo nella Costituzione, avrebbero rischiato di soccombere agli attacchi ibridi posti in essere dalla Russia se non avessero beneficiato dello scudo europeo, reso possibile anche dal contributo della diaspora moldava in Italia, che con la sua ampia partecipazione al voto ha concorso in maniera determinante all’esito elettorale. Non differentemente da quanto accaduto con le elezioni presidenziali in Romania, dove la Corte Costituzionale romena ha annullato il risultato del primo turno del 24 novembre del 2024, stabilendo che il processo elettorale doveva essere ripetuto nella sua interezza a causa del registrarsi di azioni ibride e aggressive attribuite alla Russia avvenute durante la campagna elettorale che avrebbero favorito il candidato dell’estrema destra Călin Georgescu. Tali episodi, tutt’altro che isolati, lascerebbero difatti temere l’appropriazione di altre aree più sensibili a tale assoggettamento per mezzo degli strumenti di ibridazione, come la Bielorussia o la Serbia, storicamente vicine alla Russia.

Adesione sì, ma se fosse senza diritto di veto?

La significativa apertura del Presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, nel ritenere accettabile un’adesione condizionata all’Unione Europea, senza diritto di veto da esercitare nei confronti di determinati paesi richiedenti l’ingresso, rappresenta di fatto uno degli elementi innovativi di tale movimento a cerchi concentrici nell’approssimarsi al cuore europeo, nella sua perfetta costituzione e fondamento. Tali movimenti sistemici, che si stanno realizzando in prossimità dell’architettura europea, sono essi stessi testimonianza di un’integrazione graduale che apre a nuove forme e che sottolinea l’esigenza dell’Unione di contemplare sé stessa non più come un unico blocco, ma a geografia variabile, salda nei principi, ma a velocità e a effetti variabili e modulabili nelle concessioni di benefici e obblighi.

Fori internazionali incubatori di cambiamento

Tale mutamento di prospettiva, in interazione costante con un movimento di rivoluzione realizzatosi anche grazie ai fori di integrazione precedentemente richiamati – come l’Iniziativa Centro-Europea di cui l’Italia è pioniera -, rappresenta un incubatore di cambiamento e di sperimentazioni per mezzo sia della diplomazia parlamentare che dell’attuazione di programmi di cooperazione e sviluppo, tanto a livello governativo-parlamentare, quanto amministrativo. Tale osmotica interazione è possibile anche grazie allo scambio dei funzionari all’interno dei parlamenti per la formazione e trasmissione di competenze nel rafforzamento dei processi democratici dei parlamenti ospitanti, e così dell’Unione; essi rappresentano strumenti indispensabili al fine di evitare l’introduzione di fattori di destabilizzazione che contribuirebbero a un’evoluzione sistemica, realizzando una concezione multilivello rafforzata a velocità variabile rispetto invece ad una monolitica e preordinata, come la concezione originaria stante alla base delle istituzioni europee.

Il cambio di parallasse all’interno della concezione europea rappresenta una rivoluzione tanto concettuale quanto strutturale. Il prolungarsi del conflitto russo-ucraino, il sostegno fornito all’Ucraina tramite il rifornimento di armi con risorse europee mediate dalla NATO, sembrerebbe introdurre un ulteriore elemento costituente ai fini dell’integrazione europea: la perdurante condizione di instabilità causata dalla guerra e la necessità sempre più impellente dell’applicazione dell’art. 5 della NATO concretizzerebbero un nuovo elemento costitutivo ai fini dell’integrazione europea, ossia lo scongiurare l’insorgere di ulteriori guerre grazie all’adesione all’Unione Europea.

Essa va letta all’interno di un contesto geopolitico mutato, nel quale all’Europa è richiesto di rafforzare la propria coesione dinanzi alle minacce globali di destabilizzazione. In questa prospettiva, l’Unione può proporsi come baluardo di democraticità e di pace, un unicum sotto il profilo dell’architettura costituzionale multilivello, fondato sulla volontà dei popoli e sulla condivisione della sovranità quale strumento per una pace stabile e duratura.

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In Cina e Asia – Il Politburo chiede interventi per stimolare la crescita

In Cina e Asia – Il Politburo chiede interventi per stimolare la crescita

I titoli di oggi: PCC, Politburo chiede accelerazione degli interventi macroeconomici per stimolare la crescita Cina, il carbone scende sotto il 50% della produzione elettrica Pechino leader in quasi il 40% dei settori chiave secondo Nikkei Asia Cina, due velocità: le province high-tech crescono, i giovani precari “condividono il letto” per risparmiare Tesla valuta se separare le attività in Cina ...

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Southwest China landslide death toll rises to 51 as search and rescue continues

The death toll from a landslide in Chongqing province, southwest China, earlier this month rose to 51, with 10 people still missing, local authorities said late on Thursday night. The landslide, which occurred two weeks ago in Pengshui county, swept away several residential buildings at the foot of a mountain along a riverbank. Quoting the command centre of the rescue effort, state-run news agency Xinhua said that 51 people had been found and confirmed dead, while 10 were still missing. Drone...

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Commentaires sur Framacount : partagez l’addition sans partager vos données par JBrickelt963

Un super outil encore une fois ^^ merci Framasoft 😁 j’ai peut-être loupé l’info dans l’article mais est-ce qu’il y a la possibilité de les supprimer après utilisation ? Je vois qu’il y a l’option supprimer un participant ou archiver. Combien de temps est conservé le groupe archivé ?

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Read This Before You Buy That TV Streaming Stick

Security experts have been sounding the alarm for years about the risks of using generic TV boxes that promise unlimited content streaming for a one-time fee, warning that they secretly rent the user’s Internet connection out to strangers. But a groundbreaking new analysis finds these devices also routinely spoof themselves as mobile phones clicking ads on AI-generated websites as part of a sprawling operation that seeks to defraud online merchants and advertising networks.

Pedro Falé is a threat researcher with the security firm Bitsight. Falé told KrebsOnSecurity he was able to peer inside a vast and complex ad fraud network by registering an expired domain name that was used to coordinate fake ad clicks across a particularly popular brand of these streaming devices known as H96.

An H96 TV streaming device currently advertised for sale on Amazon.

Falé said the domain he scooped up was previously used for telemetry, periodically collecting full hardware information and the entire list of installed apps from tens of thousands of H96 streaming sticks plugged into television sets around the globe. But upon inspecting the traffic being funneled to the domain, he discovered nearly all of the TV boxes transmitting data claimed to be mobile phone models from a variety of manufacturers, including Samsung, Vivo, Huawei, and Xiaomi.

“We noticed something was wildly wrong,” Falé said. “Multiple devices reporting to this factory Android TV Box backdoor were ‘phones.'”

Image: Bitsight.

The researcher found all of the devices reported having the same two apps installed, and that those apps were made by a company called Zhejiang Fengwo IoT Technology Ltd, an entity founded in 2019 in mainland China which operates an ad-publishing portfolio under the name Fengwo Group. Further investigation into the Fengwo Group revealed it has registered multiple patents that match the inner workings of these apps.

“Bitsight TRACE identified several Hong Kong, Singapore, and single person ‘legal’ shell identities used to collect the monetization and traced the operation back to a mainland China company known as Zhejiang Fengwo IoT Technology Co., Ltd, which operates under the Fengwo Group,” Falé wrote in a report released today about their findings.

Falé said an analysis of the apps shows they help to coordinate an ad fraud network that uses these H96 devices as a captive traffic source to click on ads at AI-generated websites operated by the Fengwo Group.

Bitsight discovered the websites contain machine-generated news articles and graphics across a range of categories, including finance, health, education, gaming, music and food blogs. But they also found none of those sites displayed ads unless the device visiting the page matched the spoofed mobile profile of these H96 devices.

AI DIGITAL HUMANS

The domain for the Fengwo Group — fwgcloud[.]com — claims the company is “redefining the boundaries of human-AI interaction,” and that it has created more than 120,000 “AI digital humans” available to rent for everything from emotional companionship to 24/7 customer service and creative design.

The homepage for fwgcloud dot com.

Falé said the Fengwo Group’s domain shared its SSL certificate data with other domains associated with the apps found on H96 devices, specifically the phone spoofing mechanism. He noted the domain also has an internal wiki platform that directly ties the Fengwo Group to a proprietary implementation of a Google-built visual programming language called Blockly, which was originally designed to help kids learn how to write software.

According to Bitsight, the Fengwo Group’s employees use Blockly to build the sham websites, allowing low-skilled operators to drag blocks of code together in their Blockly editor — without any need to understand what the underlying code blocks do or how they work.

The Blockly homepage.

“An operator can drag blocks together in their Blockly editor, to define each fraud routine, given a task type,” reads Bitsight’s report. “Once the routine is saved, it gets exported as JavaScript and uploaded to the S3 buckets. An operator doesn’t need as much understanding of the underlying technicalities, as it is all set in place for ease of use.”

Bitsight even found one of the Fengwo Group app developers mentioning exactly these advantages, noting the developer remarked that “only a small number of highly-skilled developers are needed to build the template execution-unit images,” and that “developers who create execution units from those templates have significantly lower technical requirements, greatly reducing the company’s operating costs.”

Falé said if a user’s H96 streaming stick is selected for a specific fraud task, it will be pushed the appropriate Blockly module according to the task desired, which can include silently launching a web browser, visiting websites, browsing pages, managing tabs, and clicking on ads.

To ensure the TV boxes masquerading as mobile phones can reliably click on ads displayed via the AI-generated websites, the Fengwo group “fuses three vision and reasoning systems into a single interface,” allowing the bots to correctly identify an ad on the webpage and navigate the site much like a human would, the Bitsight report observed.

Examples of ad landing pages linked to the Fengwo Group. Image: Bitsight.

TV ON? PROXY. TV OFF? AD FRAUD

Bitsight found the H96 devices were either relaying residential proxy traffic or participating in ad fraud, but never both at the same time. In fact, they concluded that when these TV boxes detect an HDMI signal from an attached television — indicating the user intends to stream video content — the box is usually functioning as a residential proxy. When the TV is off, it switches back to waiting for ad fraud jobs.

Falé said he believes the TV boxes are set up this way because its ad fraud activities are far more resource intensive and could interfere with the device’s stated purpose — streaming video content over the Internet.

Despite repeated warnings from the FBI and security industry leaders about the security and privacy risks of using these streaming devices, major e-commerce providers like Amazon, Best Buy, Newegg and others continue to sell hundreds of different models and brands that bundle unofficial versions of Google’s Android operating system and are frequently marketed (via online influencers) as a way to access a broad array of streaming services and live broadcasts without a subscription.

Image: fbi.gov.

In addition to enlisting the user’s TV box in ad fraud networks, these off-brand streaming devices almost universally come with residential proxy software pre-installed. This software rents the user’s Internet address out to anonymous paying customers, who run the gamut from aggressive content scraping firms to ticket scalpers and outright cybercriminals.

What’s more, because these generic (and generally dirt cheap) TV boxes are all horribly insecure by default and bereft of any kind of authentication, installing one on your home or office network only invites further mischief. In January, the proxy tracking service Synthient documented how multiple botnets had rapidly enslaved millions of TV boxes using a complex interplay of security vulnerabilities in both the residential proxy software and the streaming devices themselves.

SHOW ME THE MONEY

Bitsight said it tracked approximately 38,000 TV boxes globally phoning home to the expired Fengwo Group domain, and based on that number the report estimates this ad fraud network brings in revenues of close to $50,000 a day (not counting substantial revenue from the residential proxy side of the business). However, Falé emphasized that these estimates are highly conservative and based on telemetry from just one of the Fengwo Group’s core (but older) domains.

As for the Fengwo Group’s claim to have 120,000 “digital humans” at their disposal, Bitsight’s report concludes it could be just a clever marketing scheme and/or a way to avoid drawing suspicion to the company’s operations.

“Historically, when dealing with proxy services or DDoS, we sometimes see these websites undertake inconspicuous facades, so as not to advertise their DDoS capability or botnet size,” Falé wrote in the report. “This could also be the case here.”

If the Fengwo Group truly does have tens of thousands of “AI humans” at its beck and call, it does not appear to have dedicated any of them to fielding inquiries from its own website. KrebsOnSecurity sought comment from the Fengwo Group by emailing the contact address listed on the company’s homepage, but the request bounced back with the reply, “Your message couldn’t be delivered to postmaster@fwgcloud[.]com. Their inbox is full, or it’s getting too much mail right now.”

As Bitsight’s analysis shows, when it comes to TV boxes and streaming sticks, it’s best to stick to name brands from reputable manufacturers, and then to be sparing and careful with any apps you choose to install on the device — as many of those can bundle residential proxy software as well. Google says consumers can confirm whether or not a device is built with the official Android TV OS and Play Protect certification by following these instructions.

Additionally, Synthient maintains a running list of IoT devices that have been known to ship to consumers with residential proxy software and other malicious apps pre-installed. Careful readers will notice Synthient’s list includes other IoT devices apart from streaming sticks and boxes: As the FBI has warned, residential proxy software has also been found in other popular consumer IoT devices from random brands, particularly digital photo frames.

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NASA Assigns Astronaut Deniz Burnham to First Space Station Mission

NASA astronaut Deniz Burnham poses for a portrait at NASA’s Johnson Space Center in Houston.
Credit: NASA/Robert Markowitz

NASA astronaut Deniz Burnham will embark on her first mission to the International Space Station, serving as an Expedition 76 flight engineer.

Burnham will launch aboard the Roscosmos Soyuz MS-30 spacecraft with cosmonauts Dmitri Petelin and Konstantin Borisov. Launch is targeted for March 2027, from the Baikonur Cosmodrome in Kazakhstan, and the trio will spend about seven months aboard the orbiting laboratory.

During her expedition, Burnham will conduct scientific investigations and technology demonstrations to help prepare humans for future exploration missions to the Moon and Mars and to benefit people on Earth.

Selected as a NASA astronaut in 2021, Burnham graduated with the agency’s 23rd astronaut class in 2024. Born at Incirlik Air Base in Adana, Turkey, Burnham moved frequently while growing up in a military family. She was living in Wasilla, Alaska, at the time of her selection.

A former intern at NASA’s Ames Research Center in California’s Silicon Valley, Burnham earned a bachelor’s degree in chemical engineering from the University of California, San Diego, and a master’s degree in mechanical engineering from the University of Southern California in Los Angeles. An experienced leader in the energy industry, she spent more than a decade managing onsite drilling operations on oil rigs across North America. Burnham also served in the U.S. Navy Reserves as an engineering duty officer. She is a licensed private pilot with ratings for airplane single engine land and sea, instrument airplane, and rotorcraft-helicopter.

For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

https://www.nasa.gov/station

-end-

Joshua Finch
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov

Anna Schneider
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
anna.c.schneider@nasa.gov

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Last Updated
Jul 30, 2026
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NASA Assigns Astronaut Deniz Burnham to First Space Station Mission

NASA astronaut Deniz Burnham poses for a portrait at NASA’s Johnson Space Center in Houston.
Credit: NASA/Robert Markowitz

NASA astronaut Deniz Burnham will embark on her first mission to the International Space Station, serving as an Expedition 76 flight engineer.

Burnham will launch aboard the Roscosmos Soyuz MS-30 spacecraft with cosmonauts Dmitri Petelin and Konstantin Borisov. Launch is targeted for March 2027, from the Baikonur Cosmodrome in Kazakhstan, and the trio will spend about seven months aboard the orbiting laboratory.

During her expedition, Burnham will conduct scientific investigations and technology demonstrations to help prepare humans for future exploration missions to the Moon and Mars and to benefit people on Earth.

Selected as a NASA astronaut in 2021, Burnham graduated with the agency’s 23rd astronaut class in 2024. Born at Incirlik Air Base in Adana, Turkey, Burnham moved frequently while growing up in a military family. She was living in Wasilla, Alaska, at the time of her selection.

A former intern at NASA’s Ames Research Center in California’s Silicon Valley, Burnham earned a bachelor’s degree in chemical engineering from the University of California, San Diego, and a master’s degree in mechanical engineering from the University of Southern California in Los Angeles. An experienced leader in the energy industry, she spent more than a decade managing onsite drilling operations on oil rigs across North America. Burnham also served in the U.S. Navy Reserves as an engineering duty officer. She is a licensed private pilot with ratings for airplane single engine land and sea, instrument airplane, and rotorcraft-helicopter.

For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.

To learn more about International Space Station research, operations, and its crews, visit:

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BAD DRIVERS OF ITALY dashcam compilation 7.30 - PERDONATO

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Trova la tua prossima DASHCAM https://sicurisullastrada.it/dashcam/
Dubbi o domande? Trovi qui le RISPOSTE https://sicurisullastrada.it/dashcam-5-minuti-per-sapere-tutto/
Vuoi inviarci le clip della TUA DASHCAM? Guarda come fare su https://bit.ly/inviavideo
Seguici sui canali BDOI per essere AGGIORNATO e vedere le MIGLIORI CLIP https://bit.ly/canalibdoi
Hai domande o curiosità? COMMENTA sotto al video oppure CONTATTACI https://bit.ly/contattabdoi
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This video shows DANGEROUS behaviors not to imitate! Always drive carefully!
Do you want to send us the clips of YOUR DASHCAM? See how on https://bit.ly/inviavideo
Follow us on BDOI channels to be UPDATED and see the BEST CLIPS https://bit.ly/canalibdoi
Do you have any questions or curiosities? COMMENT below the video or CONTACT US https://bit.ly/contattabdoi

#baddriversofitaly #dashcam #compilation
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GNU Binutils 2.47 Released with New RISC-V Features, Linker Improvements, and Reproducible Builds

GNU Binutils 2.47 Released with New RISC-V Features, Linker Improvements, and Reproducible Builds

The GNU Project has officially released GNU Binutils 2.47, the latest version of its essential collection of binary development tools for Linux and other Unix-like systems. The release delivers numerous bug fixes alongside new assembler, linker, and disassembler capabilities, expanded RISC-V support, reproducible source archives, and continued modernization of the GNU toolchain.

Used by developers worldwide, GNU Binutils forms a core part of the software development ecosystem, providing the low-level tools needed to assemble, link, inspect, and manipulate executable programs and object files.

What Is GNU Binutils?

GNU Binutils is a collection of command-line utilities that work closely with compilers such as GCC and Clang. While a compiler translates source code into object files, Binutils provides the tools needed to transform those object files into executable programs and libraries.

The package includes well-known utilities such as:

  • ld (GNU Linker)
  • as (GNU Assembler)
  • objdump
  • objcopy
  • readelf
  • nm
  • strip
  • ar
  • strings

Together, these tools are used daily by Linux distributions, embedded developers, operating system projects, and software engineers building applications in C, C++, Rust, Go, and many other languages.

Expanded Support for RISC-V

One of the biggest improvements in Binutils 2.47 is expanded support for the rapidly growing RISC-V architecture.

The release adds support for several additional standard RISC-V extensions, allowing developers targeting modern RISC-V processors to work with newer instruction sets and hardware capabilities. These additions continue the GNU toolchain's strong commitment to one of the fastest-growing open processor architectures.

As more Linux distributions, development boards, and enterprise hardware adopt RISC-V, keeping development tools current is becoming increasingly important.

New Assembler Options

GNU Assembler (gas) gains several useful enhancements in version 2.47.

Among the most notable is a new command-line option:

  • --reloc-section-sym=[all|internal|none]

This option gives developers finer control over how relocations referencing locally bound symbols are converted to section symbols, improving flexibility for certain assembly and linking workflows.

The release also introduces numerous assembler improvements across multiple CPU architectures.

Better Disassembly for AArch64

Developers working with Arm-based systems also benefit from new functionality.

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