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INCENDIO SUL MOREGALLO, IN AZIONE I VOLONTARI DEL CRAS “STELLA DEL NORD” DELLA LEIDAA

Mentre le fiamme divorano le pendici del monte Moregallo, tra Valmadrera e Mandello sul Lario (Lecco), i volontari del CRAS “Stella del Nord” della Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente sono impegnati nelle aree prossime al rogo per cercare e soccorrere animali selvatici in difficoltà.

Un’attività faticosa e pericolosa, ma assolutamente necessaria: tra tutti i danni causati (di solito) dall’uomo all’ambiente, l’incendio è l’evento più catastrofico per gli animali del bosco, che vedono letteralmente distrutta la loro casa e fuggono in ogni direzione, anche verso le strade e i centri abitati, in stato di completo disorientamento. In questo contesto è essenziale la collaborazione dei cittadini: le probabilità di incontrare un animale ferito e spaventato sono molto più elevate, occorre guidare con prudenza e segnalare ogni incontro, anche al numero del CRAS (375/5278883), per consentire il pronto intervento delle autorità e degli operatori.

Il video dell’intervento dei volontari del Cras Stella del Nord è scaricabile al link https://drive.google.com/drive/folders/1GKtgPdgZqLqO06AlsRyvesBpId_0osKY?pli=1 e visibile al link https://youtu.be/IfNBQUoqiG8

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I leader palestinesi hanno tradito la questione nazionale

Gli errori di Arafat e Abu Mazen, l’ascesa e le speranze di Barghuthi. Come le dinamiche di potere hanno prevalso sulla costituzione di uno Stato e i dubbi sulle elezioni parlamentari di novembre. L'occupazione israeliana in Cisgiordania impedisce uno sviluppo democratico.

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Restare Immobili

Riceviamo e pubblichiamo con piacere

La Redazione web

Il 29 giugno, nel tardo pomeriggio, una rissa scoppiata in piazzetta Montesanto, davanti alla stazione della Cumana e della Funicolare, è degenerata nel lancio di sedie e caschi e nell’esplosione di un colpo di pistola in aria. Poco dopo, nei video diffusi sui social, è comparso un uomo incappucciato che attraversava la piazza impugnando un AK-47. Il fucile, munito di doppio caricatore, è stato recuperato dalla polizia sotto un’automobile parcheggiata poco distante; nelle ore successive tre persone sono state fermate. L’episodio ha offerto alla cronaca e alla politica il consueto pretesto per una condanna esclusivamente estetica e securitaria, riducendo la realtà all’ennesima rappresentazione da fiction criminale. Il vero dato politico, tuttavia, emerge dallo sfondo di quelle immagini: mentre una parte dei presenti fugge verso la stazione, i lavoratori della pizzeria e gli avventori del bar rimangono immobili, aspettando che l’uomo armato passi. Questa impassibilità non è omertà e non è complicità mafiosa. È l’applicazione di un freddo calcolo di sopravvivenza. Chi abita nello stesso perimetro operativo dei clan impara a disattivare la risposta emotiva del panico perché sa che, in certe circostanze, muoversi può essere più pericoloso che restare immobili. L’immobilità del vicolo diventa così l’ultimo strumento di protezione rimasto a una maggioranza onesta che rifiuta la violenza, ma si ritrova costretta a subirne le regole in una condizione di totale isolamento istituzionale. Il corto circuito si fa drammatico quando si scopre che questo immobilismo della strada è la perfetta sineddoche dell’immobilismo istituzionale che schiaccia il territorio. Chi vive in questa terra di mezzo sperimenta una duplice e speculare alienazione: da un lato la necessità di tollerare la violenza fisica per non soccombere; dall’altro la forzata immobilità economica a cui è condannato da una politica che ha sostituito la pianificazione ordinaria del territorio con la gestione permanente dell’emergenza. Quando la strada esonda, la risposta dello Stato si riduce infatti all’alternanza matematica tra la militarizzazione straordinaria del territorio, puntualmente riesumata a ridosso delle scadenze elettorali, e l’erogazione di sussidi assistenziali a tempo determinato. È la prassi di un sistema economico estrattivo che sostituisce progressivamente gli investimenti produttivi e il welfare universale con la gestione delle loro conseguenze, pretendendo poi che la legalità venga difesa sul marciapiede dal civismo dei singoli, trasformati nello scudo biologico di una trincea invisibile. Su questo vuoto di investimenti strutturali e su questo isolamento programmatico lo Stato ha progressivamente appaltato le politiche di coesione sociale all’industria dei progetti e dei bandi a termine. Una parte del terzo settore, spesso in stretta relazione con segmenti dell’industria cinematografica e della moda, scende ciclicamente nei vicoli trasformando la marginalità in materia prima contabile: serve a sbloccare finanziamenti europei, ad alimentare progettualità temporanee e, non di rado, a produrre prestigio culturale e valore reputazionale da esportazione. Il problema tuttavia, non risiede necessariamente nelle intenzioni dei singoli operatori, ma nell’architettura economica del sistema. Una volta esauriti i budget e spente le telecamere, il progetto chiude senza aver costruito un’infrastruttura occupazionale stabile nel territorio da cui ha estratto valore sociale. Se un ragazzo nato e cresciuto nel quartiere compie lo sforzo monumentale di studiare, formarsi e tentare di accedere a quelle stesse industrie della cultura, trova spesso le porte sbarrate, perché spesso l’accesso viene filtrato attraverso requisiti che finiscono per trasformarsi in barriere di classe camuffate da criteri tecnici: titoli accademici d’élite, percorsi formativi esclusivi e reti di relazioni che chi parte da quel vicolo difficilmente può possedere. Il risultato è che si proclama l’inclusività attraverso campagne di social washing e percorsi di formazione che troppo spesso si esauriscono nella loro funzione simbolica. Nei fatti, però, le posizioni stabili continuano a essere occupate prevalentemente da figure esterne al territorio. La conclusione è la difesa di un monopolio della parola e delle posizioni di potere che impedisce a una testimonianza autentica di istituzionalizzarsi, relegando chi riesce a emanciparsi al ruolo di comparsa folkloristica, utile soprattutto a certificare la propria marginalità. Ecco perché l’indignazione mediatica e politica per il Kalashnikov di Montesanto si rivela profondamente ipocrita e miope. Il punto conclusivo è non è da introdurre attenuanti sociologiche a una responsabilità che resta pienamente individuale, l’obiettivo è ampliare l’atto d’accusa, perchè limitare l’analisi al braccio armato significa coprire la filiera istituzionale che rende possibile il contesto in cui quell’episodio prende forma. Un’arma da guerra non nasce sul selciato: attraversa frontiere, porti, traffici internazionali e controlli che evidentemente non hanno funzionato. Concentrarsi esclusivamente sull’ultimo anello della catena è infinitamente meno costoso che affrontare il lavoro più difficile: redistribuire investimenti, costruire occupazione stabile e restituire capacità produttiva ai territori.

Lo sviluppo strutturale richiede tempo, continuità e risorse. L’emergenza, invece, produce consenso immediato, legittima nuovi interventi straordinari e alimenta la narrazione permanente della crisi. Per questo il Kalashnikov di Montesanto finisce, paradossalmente, per risultare funzionale a tutti i livelli del sistema: consente alla politica di invocare nuove misure di sicurezza, alimenta la domanda di progettualità emergenziali e offre ai media immagini potenti da spettacolarizzare. In questa catena di montaggio del consenso, l’immobilismo della folla per strada e quello delle istituzioni ai tavoli del potere diventano le due facce della stessa medaglia. L’unico soggetto realmente sacrificabile resta la maggioranza onesta del quartiere, condannata prima a subire la violenza delle armi e poi l’esclusione sociale di chi continua a presentarsi come suo salvatore.

Serena Parascandolo

 

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ESTATE, BOOM DI VACANZE CON CANI E GATTI: +650% DI RICERCHE SUI VIAGGI CON I FELINI

Agosto non è solo il mese delle vacanze, ma anche quello dedicato agli amici a quattro zampe, con la Giornata mondiale del gatto in calendario l’8 agosto – e quella del cane (26 agosto). In questo contesto cresce il fenomeno del “pet travel”: cani e gatti sono sempre più considerati membri della famiglia e viaggiano insieme ai loro proprietari. Secondo studi di settore ripresi da Dogster – informa una nota riportata da Adnkronos Salute – il 54% dei proprietari prevede di partire con il proprio animale e il 58% afferma di preferirne la compagnia a quella di amici o familiari. Una tendenza che influenza anche il turismo: il 52% dei viaggiatori sceglie la destinazione in base alla possibilità di portare con sé il proprio pet. Di conseguenza, circa il 75% degli hotel, dalle strutture economiche ai resort di lusso, offre oggi servizi pet-friendly. L’auto resta il mezzo di trasporto preferito dal 64% dei proprietari, grazie alla maggiore flessibilità. Non mancano però episodi curiosi: il 10% degli intervistati ammette di aver nascosto almeno una volta il cane per aggirare i divieti delle strutture ricettive, mentre il 3% ha tentato di farlo passare per un neonato per imbarcarlo su un aereo. Se il viaggio con il cane è ormai una realtà consolidata, cresce anche quello con i gatti. Secondo Google Trends – si legge nella nota – nel 2026 le ricerche legate ai viaggi con i felini sono aumentate del 650% a livello globale rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dal monitoraggio dello Schesir Respect My Nature Index, realizzato su un ampio panel di testate internazionali e ricerche di mercato. L’Italia si conferma tra le principali destinazioni mondiali per i trasferimenti internazionali di animali domestici, classificandosi all’ottavo posto. Il Global Pet Travel Data Report 2026 di Starwood, basato su oltre 41 mila trasferimenti, evidenzia una netta prevalenza dei cani rispetto ai gatti e una crescente complessità organizzativa, dovuta anche all’aumento delle famiglie che viaggiano con più di un animale. Pianificare con anticipo documenti sanitari, certificazioni e requisiti di ingresso diventa quindi sempre più importante.

(Foto di Jusdevoyage Lyly pubblicata su Pexels)

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MAMMA DELFINO PORTA IL CUCCIOLO MORTO SUL DORSO: L’IMMAGINE COMMUOVE IL WEB

Il suo video ha commosso il web: Fraggle una femmina di delfino, ha trasportato per sei giorni sul dorso il cadavere del suo cucciolo, seguita dal resto del suo ‘pod’ in quella che sembra quasi una marcia funebre. Le immagini – riporta Agi – sono state girate da un drone del Geographe Marine Research, un’organizzazione australiana per la conservazione della natura. Il tursiope aveva già perso tre figli, hanno riferito gli studiosi, e ciò rende ancora più struggente questa nuotata nell’estuario di Leschenault, vicino alla città di Bunbury, lungo la costa dell’Australia Occidentale. Gli etologi invitano però a non “umanizzare” quelle immagini: il comportamento è infatti di natura ‘epimeletica’, una forma di assistenza a un individuo in difficoltà molto comune tra i cetacei, dai tursiopi alle stenelle e alle orche. Possibile però che in questo mammifero la motivazione materna si sia intrecciata con la componente socioemotiva.

(Frame e video The Independent)

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ESTATE 2026, STUDIO: POTREBBE DIVENTARE LA PIÙ CALDA DI SEMPRE

L’estate 2026 si conferma come una delle più roventi di sempre, mettendo in discussione il primato storico del 2003: sebbene i dati definitivi saranno disponibili solo a fine stagione, le anomalie termiche attuali viaggiano su valori vicinissimi a quelli del 2003 in molte zone della penisola, e potrebbero superarli. Finito il gran caldo, persistente almeno fino a metà agosto, potremmo poi attenderci nubifragi violenti dovuti al riscaldamento del Mediterraneo. A tracciare il quadro è Lorenzo Giovannini, fisico dell’atmosfera dell’Università di Trento. “Quello che era eccezionale 20 anni fa, purtroppo sta diventando la normalità”, ha spiegato all’ANSA Giovannini.

Il 2003, ha aggiunto, “fu un evento fuori scala non solo in Italia ma anche in Francia, e in questi anni più volte ci siamo avvicinati a quei record. In questo 2026, nonostante non sia ancora finito, potremmo superarli. Il problema è che ci saranno altri record peggiori, questa di adesso sembra possa essere la nuova norma”. Mentre nel 2003 il caldo estremo fece scalpore per la sua unicità, i cambiamenti climatici degli ultimi anni hanno reso queste ondate di calore una costante che si ripresenta con regolarità quasi annuale. Particolarmente colpita in modo anomalo è la zona del Nord Italia, dove la persistenza del caldo sta riscrivendo la storia climatica locale.

In Val d’Adige, ad esempio, le giornate con temperature superiori ai 35 gradi hanno già superato la decina, arrivando in alcuni casi oltre le 15, un dato un tempo impensabile per le regioni alpine. Ancora più preoccupante è il fenomeno delle “notti tropicali”, ovvero quando la minima non scende sotto i 20 gradi, impedendo il raffreddamento degli edifici.

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STUDIO: OLTRE 700MILA PERSONE MORTE A CAUSA DELL’ANTIBIOTICO-RESISTENZA

Oltre 700.000 persone muoiono ogni anno nel mondo a causa delle infezioni resistenti agli antibiotici. Un nuovo studio condotto nelle Isole Galápagos mostra che le acque reflue stanno diventando un serbatoio di batteri resistenti, trasformando l’ambiente in un luogo dove la resistenza antimicrobica può emergere, evolvere e diffondersi anche lontano dagli ospedali. La scoperta amplia il problema: la lotta ai super-batteri non riguarda più soltanto l’uso appropriato degli antibiotici in medicina, ma anche la gestione delle acque reflue, degli ecosistemi e delle infrastrutture ambientali. L’Antibiotico-resistenza diventa una sfida ambientale. Per anni il problema è stato affrontato quasi esclusivamente all’interno degli ospedali. Oggi emerge con sempre maggiore evidenza che anche fiumi, impianti di depurazione e reflui urbani possono favorire la selezione e la diffusione di geni di resistenza.

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SICILIA, TARTARUGHE MARINE: OLTRE 130 DEPOSIZIONI DI UOVA

Sono saliti a circa 130 i nidi segnalati quest’anno in Sicilia, regione che al momento detiene il primato di deposizioni, di cui 115 monitorati dal Wwf: il maggior numero si trova ancora lungo le coste sud orientali dell’isola. Le ricerche delle tracce – racconta l’associazione – rigorosamente svolte all’alba lungo le spiagge, continuano senza sosta così come la sorveglianza dei nidi giorno e notte per permettere alle piccole tartarughe di nascere in sicurezza. Ad oggi sono poco più di 550 i piccoli fuoriusciti dai nidi seguiti dal Wwf in Sicilia: in alcuni casi è stato necessario traslocare le uova in punti della spiaggia più sicuri poiché quelli troppo vicini alla battigia, ad esempio, rischiavano di essere sommersi dall’acqua con la compromissione della schiusa. L’erosione costiera, infatti, colpisce non solo le attività di balneazione ma rappresenta anche un fattore di rischio per le deposizioni. Considerando alcune possibili perdite dovute ai tanti fattori di rischio, il potenziale di nascite della sola Sicilia è di 8000 piccoli. Nelle altre regioni le deposizioni monitorate dal Wwf sono salite a 28: 17 in Calabria, 11 nell’arco Ionico tra Puglia e Basilicata. I volontari sorvegliano le schiuse anche per mitigare un’altra minaccia: le luci artificiali notturne. I piccoli, una volta usciti dalla sabbia, ne vengono spesso attratti poiché scambiate per il chiarore del mare. Il compito dei volontari è quello di evitare che vadano in direzioni pericolose e opposte al mare. Un’altra accortezza che il Wwf chiede ai gestori dei lidi è quella di rimuovere ostacoli come lettini e boe dalla battigia, lasciando però gli ombrelloni fissi (che altrimenti al mattino rischierebbero di danneggiare eventuali nidi non segnalati).

(Testo Wwf riportato da Adnkronos. Foto di repertorio)

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Weekendissimi Coop: sesto appuntamento

Sesto appuntamento con la convenienza dei “Weekendissimi Coop”: fino al 9 agosto 40% di sconto su tutti i cocomeri.

Con gli “Weekendissimi Coop”, infatti, fno al 23 agosto, ogni settimana, dal giovedì alla domenica, 40% su una selezione di prodotti del reparto ortofrutta o macelleria.

Un impegno costante

Questa promozione si aggiunge ed è in continuità con l’impegno della cooperativa Unicoop Firenze a difesa del risparmio dei propri soci e clienti. «Anche in questo momento così complicato, attraverso iniziative promozionali straordinarie e una costante politica di contenimento dei prezzi di vendita», come ha affermato Giulio Bani, direttore amministrazione di Unicoop Firenze, nell’articolo pubblicato a pagina 5 dell’Informatore di giugno 2026. «La Toscana è la regione con i prezzi più bassi d’Italia (indice 96,7 contro 100, fonte Nielsen) e le prime 5 province più convenienti (Arezzo, Firenze, Lucca, Pistoia e Prato) sono territori in cui operiamo stabilmente».

Tra le iniziative anche quella partita il 12 marzo 2026 “Conviene ovunque“: i prodotti più scelti di uso quotidiano dai soci e clienti allostesso prezzo conveniente in tutti i punti vendita della Cooperativa.

Nel corso del 2025 gli sconti e i punti spesa hanno raggiunto un totale di 162 milioni di euro, grazie alle tante iniziative commerciali destinate esclusivamente ai soci, come ad esempio, la campagna dell’olio, i prodotti in esclusiva, i buoni spesa da 5 euro, lo sconto del 10% su una spesa a dicembre. Mediamente ciascun socio ha usufruito di uno sconto esclusivo pro capite di 113 euro.

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CACCIA, WWF ITALIA SCRIVE ALLE REGIONI: SOSPENDERLA NEL MESE DI SETTEMBRE

Il WWF Italia ha inviato alle Regioni italiane una formale istanza chiedendo “l’adozione di provvedimenti urgenti di sospensione o limitazione dell’attività venatoria nel mese di settembre, in considerazione delle eccezionali condizioni climatiche che stanno interessando gran parte del Paese”. Temperature record, prolungata assenza di precipitazioni, grave deficit idrico, incendi boschivi sempre più frequenti e diffusi “stanno mettendo in forte difficoltà gli ecosistemi e la fauna selvatica, proprio nel periodo in cui molte specie affrontano una fase particolarmente delicata del proprio ciclo biologico”, segnala il WWF. “Se, come effettivamente stiamo riscontrando tutti, si stanno determinando situazioni emergenziali, queste devono valere per tutti. Sarebbe veramente contraddittorio se, mentre le amministrazioni pubbliche adottano misure straordinarie per fronteggiare gli effetti della crisi climatica sull’agricoltura, sulle risorse idriche e sugli allevamenti, non venissero assunti analoghi provvedimenti a tutela degli animali selvatici, anch’essi colpiti dalle stesse condizioni ambientali”, aggiunge l’associazione.

(Testo Wwf riportato da Dire)

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GOVERNO: CONSULTAZIONE PER TRASFORMARE PLASTICHE IN RISORSE

Al via la consultazione pubblica sullo schema di regolamento che disciplina la cessazione della qualifica di rifiuto (End of Waste) delle plastiche accidentalmente pescate e volontariamente raccolte in mare, nei laghi, nei fiumi e nelle lagune. L’iniziativa – riporta Energia Oltre – consentirà di raccogliere osservazioni e contributi da parte di istituzioni, operatori e stakeholder per arrivare alla versione finale del provvedimento. “Rafforziamo il percorso verso un’economia sempre più circolare. Vogliamo trasformare le plastiche recuperate nelle nostre acque da rifiuto a risorsa, garantendo regole chiare, sicurezza e tutela dell’Ambiente. Il confronto con i soggetti interessati ci permetterà di arrivare a un testo condiviso ed efficace”, ha commentato il viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Vannia Gava.

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CIBO PER ANIMALI, LA SPAGNOLA COTECNICA ACQUISTA LIFE PET CARE

La cooperativa agroalimentare spagnola Cotecnica, proprietaria del marchio Ownat e specializzata in alimenti naturali per animali domestici, ha perfezionato l’acquisizione di Life Pet Care srl, azienda con sede a Civitella in Val di Chiana (Arezzo), proprietaria del marchio Life Natural. La società aretina nel 2025 ha registrato un fatturato di 40 milioni di euro. Per Cotecnica l’acquisizione è un passo per consolidare la propria presenza nel mercato italiano, considerato area di sviluppo prioritaria, pere creare nuove sinergie commerciali a livello internazionale. Life Pet Care manterrà il marchio, le attività operative e l’intero team, garantendo continuità al progetto aziendale. L’azienda italiana è presente su mercati esteri come Emirati Arabi Uniti, Polonia, Grecia e Lettonia, ma il mercato principale resta quello nazionale italiano. Con l’acquisizione Cotecnica rafforza il proprio percorso di crescita nel settore del pet food: la cooperativa spagnola nel 2025 ha registrato ricavi superiori a 169 milioni di euro, con la divisione internazionale che rappresentava il 66% delle vendite. “Questa acquisizione è in linea con il nostro piano strategico di crescita internazionale e ci consente di compiere un significativo passo avanti in Europa”, ha dichiarato l’ad di Cotecnica David Sánchez, sottolineando il valore dell’integrazione di un marchio specializzato in alimenti naturali e complementari per animali. Fondata nel 1982 e con sede a Bellpuig, in Spagna, Cotecnica opera nella nutrizione animale, ha 190 dipendenti e propone oltre 250 prodotti nella divisione pet food.

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CACCIA ALLE BALENE, 21 ATTIVISTI ESPULSI DALL’ISLANDA

Le autorità islandesi hanno ordinato l’espulsione dei 21 passeggeri di una nave appartenente alla fondazione dell’attivista per i diritti degli animali Paul Watson, abbordata la scorsa settimana durante una protesta contro la caccia alle balene. Lo ha riferito oggi la polizia islandese all’Afp. La Bandero è stata abbordata nella notte tra giovedì e venerdì scorsi al largo delle coste islandesi, con 21 persone a bordo, dopo aver tentato di ostacolare la Hvalur 9, una delle ultime baleniere ancora operative nel Paese. “Tutti i membri dell’equipaggio della Bandero sono stati informati di un ordine di espulsione con divieto di ritorno”, ha dichiarato all’Afp il portavoce della polizia Gunnar Runar Sveinbjörnsson. Secondo l’elenco fornito all’Afp dalla fondazione, a bordo della Bandero si trovavano cinque americani, quattro brasiliani, tre francesi, due spagnoli, un australiano, un belga, un canadese, un tedesco, un britannico, uno svizzero e un cittadino di Trinidad e Tobago.

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“Un fiore per il Prato”, una cena solidale per riqualificare il centro

Una cena di beneficenza per contribuire alla riqualificazione del Centro “Il Prato”, realtà livornese impegnata quotidianamente al fianco di persone con disabilità, anziani e famiglie. È questo l’obiettivo di “Un fiore per il Prato”, l’iniziativa promossa dalla Sezione Soci Unicoop Firenze di Livorno insieme all’associazione Reset Livorno.

L’appuntamento è per venerdì 4 settembre 2026, a partire dalle 19.15, presso i Bagni Lido, in viale Italia 126 a Livorno. Il ricavato della serata sarà destinato ai lavori di ristrutturazione e riqualificazione del Centro “Il Prato”, in viale Carducci 31.

Una raccolta fondi progettata da tempo, nell’ambito del rapporto di collaborazione costruito dalla Sezione Soci con associazioni ed enti impegnati nel sociale, nella cultura e nella solidarietà. Un’iniziativa che oggi assume un valore ancora più forte alla luce dei recenti atti vandalici subiti dal centro e dall’area circostante.

Quanto accaduto ha infatti reso ancora più urgente intervenire per restituire dignità, sicurezza e piena funzionalità a uno spazio prezioso per tutta la comunità. La Sezione Soci Coop di Livorno esprime una ferma condanna per questi gesti e la propria vicinanza alle persone che frequentano il centro, alle loro famiglie e a tutti coloro che ogni giorno vi operano con impegno.

Costruire dove è stato distrutto e ripartire da dove c’è più bisogno è il messaggio che accompagna la serata. Partecipare alla cena significherà quindi non soltanto sostenere economicamente i lavori, ma anche offrire una risposta collettiva e concreta a quanto accaduto.

Il programma prevede l’ingresso dei partecipanti alle 19.15, il brindisi di benvenuto alle 19.30 e la cena alle 20.30. Il menù comprende risotto di mare, penne cacciuccate, cartoccio di mare con verdure, cocomero, acqua e vino. Il contributo richiesto è di 20 euro, grazie alla disponibilità gratuita dei Bagni Lido (Famiglia Ganni), del Ristorante (Famiglia Cammellini) e del contributo di DIERRE Fruit.

Per prenotare è possibile contattare Alessandra al numero 338 1005399, dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20. Al momento della prenotazione dovranno essere segnalate eventuali intolleranze alimentari.

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La disuguaglianza oltre i luoghi comuni

Le nostre interviste in collaborazione con Pandora Rivista per capire meglio il mondo di oggi e i nuovi scenari internazionali proseguono con questa intervista alleconomista Maurizio Franzini, che recentemente ha pubblicato il libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni.

L’intervista

a cura di Daniele Molteni e Antonio Francesco Di lauro

Le disuguaglianze economiche che caratterizzano la nostra società non sono né un fenomeno “naturale” né un destino ineluttabile, ma il risultato di idee e istituzioni che le hanno promosse e che continuano a perpetuarle. In questa intervista a Maurizio Franzini – Professore emerito di Politica economica alla “Sapienza” Università di Roma e già Presidente di Istat – ragioniamo sul complesso tema delle disuguaglianze economiche e sociali e sulle possibili strade per contrastarle.

La disuguaglianza indica una disparità di risorse, condizioni di partenza e opportunità concesse a individui o gruppi, che si manifesta soprattutto in ambito sociale, economico e lavorativo. Diversamente da quanto suggerisce la sua definizione, per molti non si tratta più di una frattura da sanare, bensì di un elemento strutturale, un fatto inevitabile. Com’è stato possibile questo ribaltamento semantico?

Maurizio Franzini: Il ribaltamento della prospettiva è legato, innanzitutto, ad una diffusione sistematica di argomenti atti a giustificare la formazione delle disuguaglianze. I principali sono essenzialmente di due tipi. Il primo presenta l’accumulazione di capitale – per quanto sproporzionata – come frutto del solo “merito” individuale, rimandando alla teoria per cui la ricchezza derivi esclusivamente da capacità e da sforzi personali che hanno portato a “conquistarla”. Ma cosa si intende, in quest’ottica, per merito? Io credo che l’espressione, se usata a questi fini, subisca una pericolosa deviazione. Per la seconda tipologia di argomentazioni, le disuguaglianze sarebbero addirittura necessarie, in quanto motore di crescita economica e di sviluppo per tutta la società.

La concentrazione del reddito e della ricchezza personale, in quest’ottica, favorirebbe l’innalzamento del PIL, portando ad un maggiore benessere diffuso. Naturalmente, opporsi a queste argomentazioni non vuol dire necessariamente essere a favore di una uguaglianza “piatta”. C’è pur sempre disuguaglianza e disuguaglianza: essa, infatti, varia non soltanto in termini di intensità, ma anche in base alle modalità con cui si forma. Bisogna ragionare in questi termini se si desidera avere un approccio non viziato da qualche forma di pregiudizio ideologico a favore degli arricchimenti estremi o, all’opposto, contrario anche alla più limitata delle disuguaglianze. Il mondo in cui viviamo non consente la realizzazione di una piena uguaglianza, ma al contempo genera molte disuguaglianze che restano difficili da giustificare.

Prendiamo un esempio: i superricchi da lavoro, cioè coloro che guadagnano redditi elevatissimi come compenso per le loro prestazioni lavorative. Le categorie più diffuse che rientrano in questa fascia sono essenzialmente tre: i manager d’impresa, i professionisti dello sport – peraltro solo di alcuni sport – e le star dello spettacolo. Chiarito che non abbiamo niente contro queste categorie, è lecito interrogarsi sulle condizioni che hanno permesso loro di accedere a redditi tanto elevati e molto spesso di accumulare grandi patrimoni. Sinteticamente: le remunerazioni dei manager delle grandi imprese sono cresciute vertiginosamente in concomitanza con le evoluzioni della finanza e le sue ricadute sulla proprietà dell’impresa. L’affermazione in tempi recenti dei cosiddetti fondi passivi che promettono a quanti affidano loro i propri risparmi o patrimoni nulla più che il rendimento di mercato e che sono azionisti di maggioranza di molte grandi imprese a livello globale ha favorito quella crescita vertiginosa avvenuta a danno di lavoratori e piccoli azionisti, i quali ultimi spesso vedono fortemente indebolito, e in vari modi, anche il loro diritto di voto.

Per quanto riguarda le superstar dello sport e dello spettacolo, la spiegazione va ricercata soprattutto nelle innovazioni tecnologiche. In particolare, l’incremento della potenza degli apparati fonici, che consente una buona acustica anche in un grande stadio – e quindi permette audience enormemente maggiori che in passato – così come le tecniche algoritmiche, con tutte le conseguenze in termini di allargamento dell’audience e di possibilità di sponsorizzazioni sempre più ricche. Quindi, ritornando a uno dei due argomenti di cui abbiamo parlato in precedenza, la differenza non è fatta da un’improvvisa e inarrestabile esplosione di talenti individuali, ma da una rapidissima evoluzione tecnologica (e sociale) che ha nettamente privilegiato alcune categorie.

Nel suo ultimo libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni (Castelvecchi), scritto con Michele Raitano, approfondisce il ruolo di luoghi comuni che nel tempo hanno plasmato in modo decisivo l’immaginario sulla disuguaglianza. Quali elementi emergono come particolarmente decisivi?

Maurizio Franzini: Nel discorso pubblico l’attenzione, già a partire dagli anni Novanta, è stata interamente rivolta alla povertà. Il leitmotiv era questo: il problema è la povertà non la ricchezza, quindi non la disuguaglianza. Ma la ricchezza può essere, di per sé, un problema, specie se è fortemente concentrata e quindi accompagnata a grande disuguaglianza. Ad attenuare ulteriormente l’attenzione per la disuguaglianza ha certamente contribuito il progressivo rafforzamento del messaggio secondo cui l’unico obiettivo è la crescita economica. Grazie ad essa tutti staranno meglio, e non c’è altro problema. Ma non è proprio così, perché non tutti stanno meglio con la crescita e perché contano anche e sotto moltissimi aspetti le distanze tra gli individui, non solo i livelli dei loro redditi.

Non vi è dubbio che non pochi siano genuinamente convinti di queste tesi, ma è ancora meno dubbio che ci siano anche interessi molto forti che perpetuano idee di questo tipo allo scopo di rendere estremamente difficile correggere la rotta che abbiamo intrapreso. Come argomentiamo nel libro, si è diffusa l’idea che ridurre le disuguaglianze è soltanto dannoso (per la crescita) e forse anche impossibile. E si sostiene, in aggiunta, che non vi sarebbe alcun bisogno di ridurre la disuguaglianza perché, negli ultimi tempi, non sarebbe cresciuta. Vi sono ben fondati motivi, indicati nel libro, per sostenere il contrario e, soprattutto, la disuguaglianza non è un problema solo se cresce. L’aspetto forse più preoccupante è che tutti questi argomenti, ripetuti con forte insistenza, finiscono per apparire inconfutabili.

Il rapporto di Oxfam Italia del 2026 evidenzia una crescita allarmante delle disparità economiche e del loro impatto sui sistemi di potere. In che misura queste dinamiche stanno incidendo oggi sugli equilibri democratici?

Maurizio Franzini: È innegabile che ci sia una stretta relazione tra le disuguaglianze e la perdita di rappresentatività nelle democrazie. Un dato che mi ha colpito molto riguarda un’indagine che ha calcolato il numero di miliardari che fanno direttamente attività politica; che non si limitano, quindi, a finanziare e a orientare le campagne elettorali indirettamente. Secondo questa indagine, un miliardario su dieci appartiene a questa categoria. Si arriva dunque alla sparizione di qualsiasi steccato tra l’essere molto ricchi e l’avere molto potere politico. Ci sono altrettanti studi sull’erosione della democrazia, cioè l’indebolimento di alcuni pilastri su cui la democrazia comunemente intesa poggia. Parlo del fatto che, grazie a questa capacità di condizionamento, si possano erodere i famosi check and balance, cioè quelle strutture basate su dispositivi costituzionali che hanno la funzione di limitare concentrazioni di potere smisurato. Ciò mi preoccupa specie perché più creiamo individui che si abituano a questo stato di cose, più perpetuiamo la diffusione di valori che poggiano interamente sul benessere materiale a scapito dell’assetto democratico. Da questo punto di vista, bisogna comprendere che siamo di fronte a un cambiamento antropologico di grande portata.

Come si intrecciano oggi le crisi globali con l’evoluzione delle disuguaglianze interne ai singoli Paesi?

Maurizio Franzini: L’aumento della spesa bellica provoca una sottrazione di risorse da investire in ambito sociale, con tagli consistenti al welfare e all’istruzione. È quasi matematico. Ma non è l’unico modo in cui i conflitti impattano sulla ricchezza. La riduzione di alcune spese sociali si traduce spesso anche in una riduzione immediata del reddito dei lavoratori impegnati in quei settori, con conseguente aumento delle disuguaglianze. Sebbene questo fenomeno riguardi molti Paesi, in alcuni casi crescite demografiche sproporzionate ne hanno ridotto la visibilità, generando comunque un incremento del PIL. In particolar modo, il fenomeno ha interessato Paesi come Cina e India, consentendo loro di accorciare rapidamente le distanze con i Paesi storicamente più sviluppati.

Tuttavia, questo processo non si è rivelato privo di conseguenze: gli squilibri di ricchezza preesistenti hanno visto un’ulteriore impennata a vantaggio di ristrettissime élite. Immaginando di calcolare la disuguaglianza tra tutti i cittadini del mondo, ciò ha provocato un effetto benefico sulla riduzione globale della disuguaglianza dei redditi medi, ma anche un effetto negativo sul livello di disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi. Secondo i dati della Banca Mondiale, i super poveri sono quelli che dispongono di meno di una determinata soglia di reddito giornaliero in potere d’acquisto: nel 1990 ci fu il boom dei super poveri, che portò il loro numero a salire oltre la soglia del 30% della popolazione mondiale. In seguito, a metà del decennio scorso, questa percentuale si ridusse drasticamente al 15%, e il merito principale fu proprio delle politiche di contrasto della povertà assoluta implementate in Cina, dove i super poveri diminuirono di 740 milioni, circa la metà della riduzione complessiva di poveri estremi nel mondo.

Tra gli indicatori di povertà calcolati dalla Banca Mondiale, però, quella appena citata è la soglia giornaliera più bassa. Ce ne sono altre: si calcola quanti vivono con meno di 3 dollari, quanti con meno di 5,50 dollari e quanti con meno di 10 dollari. La cosa che mi ha colpito è che, mentre diminuiva il numero di cinesi sotto la soglia più bassa, aumentava il numero di cinesi sotto i 10 dollari. E non mi pare affatto si possa affermare che loro non siano poveri.

Venendo all’Italia: nel nostro Paese si registrano crescenti divari territoriali e un ampliamento delle condizioni di vulnerabilità. Inoltre, secondo i dati di Eurostat, nel 2024 un lavoratore su dieci è a rischio povertà, un dato superiore alla media europea. La povertà, quindi, non riguarda più solo chi è senza lavoro, ma anche i cosiddetti “working poor”. Qual è il legame tra povertà, qualità del lavoro e disuguaglianze?

Maurizio Franzini: Il fenomeno dei lavoratori a basso salario è sostanzialmente nuovo, ma è diventato molto consistente. Naturalmente, per dire quanti sono i working poor dobbiamo stabilire qual è la soglia al di sotto della quale il reddito del lavoratore si può considerare di povertà, e di nuovo incappiamo nella difficoltà di fissarla in modo univoco. A livello europeo, la soglia è il 60% del reddito o del salario mediano. Ma certamente non è l’unico modo di stabilirla. I lavoratori e le lavoratrici poveri sono quelli che hanno contratti a tempo determinato, sono le donne (soprattutto) soggette al part-time involontario, cioè costrette a lavorare poco senza averlo liberamente scelto; in generale, una percentuale molto rilevante di coloro che hanno un contratto d’impiego a tempo parziale vorrebbero lavorare di più ma si devono accontentare. Dunque, non necessariamente il povero è colui che guadagna poco per ogni ora di lavoro svolto, ma è soprattutto colui che, nell’arco di un anno, non riesce a lavorare abbastanza ore.

Per dare una svolta bisognerebbe, innanzitutto, intervenire sulle modalità contrattuali. Va anche ricordato che per l’istituto di statistica europeo, Eurostat, percepire un salario da povertà non equivale a essere povero. Infatti, si tiene conto del complessivo reddito familiare; se quest’ultimo è sopra il 60% del reddito mediano delle famiglie di un determinato Paese, non si è poveri, quale che sia il salario percepito come lavoratore o lavoratrice. Si utilizza quindi il reddito familiare con l’esito di attenuare la povertà lavorativa riferita al reddito del singolo individuo. Il problema di come e se tenere conto sia del reddito individuale che di quello familiare è molto delicato, ma se si intende dare piena dignità al lavoro e alle persone, la scelta di Eurostat appare insoddisfacente.

Fra i cosiddetti working poor poi molti sono giovani. Questo ci consente di analizzare un altro fenomeno, a mio avviso spesso descritto in maniera inadeguata: quello dei cosiddetti NEET (not in education, employment or training), cioè di giovani che non lavorano, non studiano e non sono in formazione. Secondo la visione nazional-popolare, infatti, si tratta quasi sempre di ragazzi ricchi di famiglia che possono permettersi di fare ciò che vogliono. Oltre gli stereotipi, anche qui c’è però un importante problema di rilevazione del fenomeno. I NEET vengono rilevati con sondaggi che cominciano con la domanda: “hai lavorato nell’ultima settimana? sei andato a qualche corso di formazione nelle ultime quattro settimane?”. Se la risposta è “nessuna delle due”, automaticamente si viene classificati come NEET. Non c’è spazio per tutto ciò che precede l’arco delle quattro settimane, né per chi sta semplicemente attraversando un periodo di momentanea difficoltà. Dunque, per moltissimi la condizione di NEET non è persistente (come lascia invece intendere l’ipotesi del fannullone privilegiato) ma temporanea. E il problema del disagio giovanile è riconducibile non al benessere della famiglia, se non per una quota molto piccola di questi giovani, ma soprattutto al fatto che il mercato del lavoro non offre possibilità ai giovani, o ne offre poche e scadenti.

Questa condizione incide direttamente anche sulla natalità: varie indagini suggeriscono che la gran parte delle giovani coppie desidererebbe avere due figli, ma tutti questi fattori li scoraggiano notevolmente. Il problema dei giovani è molto serio, ed è aggravato anche dal fenomeno della over education: molti entrano nel mercato del lavoro troppo tardi e per svolgere mansioni rispetto alle quali le conoscenze e le competenze che hanno acquisito sono sovrabbondanti. Si parla spesso, a ragione, del fatto che in Italia mancano certe competenze, ma non si parla affatto del fenomeno opposto – che pure esiste.

Su quale modello di ragionamento e di intervento è necessario basarsi, a suo avviso, se si intende ridurre le disuguaglianze in modo concreto?

Maurizio Franzini: Si tratta di un complesso di questioni articolate, ma proverò a delineare alcune delle cose a cui bisognerebbe guardare per dare un indirizzo diverso alle politiche di contrasto di questi fenomeni, senza crogiolarsi nell’idea che il mondo offra a tutti molte opportunità e che la colpa sia di chi non le coglie o non è capace di valorizzarle. Sulle politiche predistributive ci sarebbe un lungo elenco da fare; direi però che certamente occorre accrescere le dotazioni di capitale umano di chi ne ha poco, non per demerito ma per mancanza delle condizioni di partenza necessarie per acquisirlo. Inoltre, la politica dovrebbe migliorare le condizioni concorrenziali dei mercati. È un aspetto che personalmente considero molto sottovalutato: quando ostacoliamo l’ingresso di nuovi soggetti nei mercati, non sappiamo cosa perdiamo, cioè non sappiamo chi resta fuori e cosa sarebbe capace di fare, magari chi resta fuori è più bravo di chi sta già dentro. La società deve rischiare. Sono politiche predistributive anche quelle che mirano a cambiare i rapporti di potere all’interno delle imprese; il fatto che le imprese siano più orientate al valore per gli azionisti – il cosiddetto shareholder value – piuttosto che al valore per tutti i soggetti interessati, fa una differenza rilevante.

Una delle ragioni per cui si dice che la disuguaglianza fa bene alla crescita è che si immagina che se c’è disuguaglianza, c’è risparmio, e se c’è risparmio ci sono investimenti produttivi. La realtà è che il risparmio, spesso, finisce in larghissima parte nei circuiti finanziari e non in quelli produttivi. Intervenire su questo significa, dunque, indirizzare i risparmi verso i circuiti produttivi piuttosto che verso quelli esclusivamente finanziari, ampliando la concorrenza nei mercati e le possibilità di innovazione attraverso investimenti maggiori: una serie di azioni che hanno un impatto molto rilevante sulle disuguaglianze. L’indice di Gini che misura le disuguaglianze, riferito ai redditi guadagnati nei mercati – quindi prima della redistribuzione – alla fine degli anni Ottanta, era dell’ordine del 38%; oggi, dopo una crescita rilevante e sostanzialmente continua, si attesta a più del 50%. Quello che abbiamo avuto, dunque, è che fenomeni relativi al mercato del lavoro, alla concentrazione dei beni e dei servizi e alle rendite reali hanno prodotto questo effetto. E se le cose continuano ad andare così, pensare di correggerle soltanto attraverso la ridistribuzione equivale a un’illusione. In conclusione, parlare di disuguaglianze in un altro modo è una grande sfida culturale, che coinvolge la visione del mondo, il ruolo delle persone, i valori di cui sono portatori e le ragioni da cui dipende il nostro benessere, in ogni sua forma.

(Intervista a cura di Pandora Rivista)

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Claude evade (di nuovo) e attacca tre aziende reali

Sembra proprio che tenere a bada i modelli IA sia complicatissimo e Anthropic sta accumulando una certa esperienza nel settore. L’azienda ha infatti rivelato che alcuni modelli della famiglia Claude sono riusciti ad accedere ai sistemi di tre organizzazioni reali durante esercitazioni di sicurezza, trasformando test che avrebbero dovuto svolgersi in ambienti controllati in vere […]

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ZOO DI TOKYO, ALTRI TRE LEONI GRAVI PER IL CALDO

Dopo che tre leonesse sono morte, altri tre leoni sono in condizioni critiche allo zoo di Tama, nella periferia occidentale di Tokyo, a causa di un’ondata di calore record che ha colpito nei giorni scorsi il Giappone. Altri tre animali, due maschi e una femmina, che nonostante le misure di protezione messe in essere nello zoo non riuscivano a reggersi in piedi, sono stati trasferiti dal personale affinchè trascorrano la convalescenza in un recinto interno dotato di condizionatori portatili. Tra il 28 luglio e il 2 agosto scorsi erano morte Mugi, 3 anni, Ichigo, 11 anni, e Ruena, 15 anni. Le autopsie avevano evidenziato una disidratazione grave e sistemica, con una sindrome da disfunzione multiorgano, compatibili con un colpo di calore. L’amministrazione metropolitana, che gestisce il parco, ha commissionato indagini esterne per accertare le cause definitive. La crisi, raccontano i media locali, era iniziata a metà luglio, quando due dei 16 leoni dello zoo (in totale 5 maschi e 11 femmine) hanno manifestato perdita di appetito e letargia. I sintomi si sono poi estesi a dieci animali, alcuni dei quali hanno perso conoscenza. Nonostante le cure con fluidi endovena, ventilatori e nebulizzatori, e la chiusura dell’area espositiva, le tre leonesse non sono riuscite a sopravvivere. L’evento è senza precedenti per lo zoo, che alleva ed espone i felini dal 1964. Il contesto climatico è estremo: secondo l’Agenzia meteorologica giapponese (Jma), 34 località hanno oltrepassato i 40 gradi quest’estate, superando il record di 30 casi registrati nell’intero 2025. Le temperature medie del Giappone occidentale a fine luglio sono state le più alte dal 1946.

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Il prezzo variabile della sicurezza dell'Arabia Saudita

Con lo Stretto di Hormuz (quasi) occluso Riyad si trova a fare i conti con rotte mercantili lunghe e complicate, con un calo della produzione petrolifera e con finanze pubbliche sotto pressione. L’intesa nucleare con gli Stati Uniti e i colloqui con l’Iran. Nel mezzo la rivalità strutturale con gli Emirati Arabi Uniti. 

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CAPRI, MAREVIVO: DOPO QUARANT’ANNI DIVENTA AREA MARINA PROTETTA

Dopo oltre quarant’anni di impegno portato avanti da Marevivo, l’Area Marina Protetta “Isola di Capri” è finalmente realtà. Con l’approvazione definitiva del disegno di legge da parte della VIII Commissione Ambiente in sede legislativa, si è concluso alla Camera l’iter parlamentare che istituisce la nuova AMP, segnando una svolta storica per la tutela del patrimonio naturale dell’isola. Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, spiega Marevivo in una nota, provvederà, entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, agli adempimenti necessari per renderla operativa. Il provvedimento modifica, inoltre, la denominazione dell’area marina di reperimento “Penisola della Campanella – Isola di Capri”, distinguendo definitivamente le due realtà: “Punta Campanella” e “Isola di Capri”, ciascuna con un proprio percorso gestionale. L’istituzione dell’Area Marina Protetta di Capri colma una storica lacuna nel sistema nazionale delle aree marine protette. Pur essendo una delle isole più conosciute e visitate del Mediterraneo, nonché un patrimonio naturalistico di valore internazionale, Capri era infatti ancora priva di uno strumento di tutela dedicato. Con l’approvazione della legge questa anomalia viene finalmente superata, segnando un ulteriore passo decisivo verso gli obiettivi fissati dall’Unione Europea con la Strategia 30×30, che mira a proteggere almeno il 30% delle aree marine entro il 2030. Da sempre Marevivo, ancora la nota, richiama l’attenzione sulla necessità di ampliare e rafforzare il sistema delle Aree Marine Protette italiane, che oggi comprende 32 AMP, incluse due aree archeologiche sommerse, a fronte delle 52 previste dalla Legge quadro n.394 del 1991, che ha consolidato il sistema delle aree protette avviato con il D.P.R. 979 del 1982 sulla difesa del mare. Nel corso degli anni la Fondazione ha promosso una politica più ambiziosa per la tutela del mare e, nel 2024, in occasione degli Stati Generali delle Aree Protette organizzati dal MASE, ha presentato una proposta di riforma della legge per equiparare la disciplina delle AMP a quella dei Parchi Nazionali, riconoscendo al patrimonio marino pari dignità rispetto a quello terrestre e prevedendo risorse adeguate, una governance più efficace e strumenti più incisivi per il monitoraggio e la gestione.

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INCENDI, ASSESSORA SICILIA: IL 98% PARTE DALLA MANO DELL’UOMO

“La mano criminale è dietro agli inneschi di degli incendi. Il 98% dei roghi parte dalla mano dell’uomo: non li chiamerei piromani ma delinquenti”. Così – riporta Dire – l’assessora al territorio e ambiente della Regione Siciliana, Giusi Savarino, intervenendo all’Ars al termine della seduta dedicata a interpellanze e interrogazioni della rubrica Territorio e ambiente. “Va fatta un’azione per bloccare queste persone – ha aggiunto Savarino – ma questo non basta: bisogna capire quali sono le ragioni dietro a questi incendi”.

(Foto i repertorio)

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Grafica retro per progetti indie: cosa serve davvero

Grafica retro per progetti indie: cosa serve davvero

La grafica retrò ha visto una crescita notevole negli ultimi anni. Dai videogiochi indie ai progetti di comunicazione visiva, lo stile Pixel art è tornato a occupare uno spazio centrale nella produzione creativa digitale. Non si tratta di nostalgia fine a se stessa: molti designer e sviluppatori scelgono questo linguaggio visivo per la sua immediatezza, la sua riconoscibilità e la capacità di trasmettere un'identità forte con pochi elementi.

Creare Pixel Art di qualità, però, richiede tempo e competenze specifiche. Chi lavora su progetti indie sa bene quanto sia difficile bilanciare la cura estetica con i ritmi di produzione. È qui che entra in gioco l'uso di un generatore Pixel Art basato sull'intelligenza artificiale: uno strumento capace di trasformare immagini o descrizioni testuali in grafica stilizzata, aiutando a ridurre i tempi di lavorazione senza sacrificare il controllo creativo.

Cosa si intende per grafica retrò nei progetti indie

La Pixel Art è uno stile grafico costruito su griglie di punti colorati. Ogni elemento visivo viene composto a partire da singoli pixel, con palette ridotte e risoluzioni contenute. Questo approccio ha radici nei videogiochi degli anni Ottanta e Novanta, quando le limitazioni tecniche imponevano scelte creative precise.

Per i progetti indie, lo stile retrò offre benefici pratici. Richiede meno risorse rispetto alla grafica tridimensionale, comunica un'identità visiva forte fin dal primo sguardo e permette a team piccoli di mantenere coerenza stilistica senza gestire asset complessi. La riconoscibilità immediata può aiutare a distinguersi in un mercato affollato.

Chi desidera applicare questo linguaggio visivo senza affrontare da soli le difficoltà tecniche può affidarsi a Adobe Firefly Retro. Il servizio è accessibile direttamente da browser, non richiede installazione e propone una modalità gratuita per iniziare a creare asset personalizzati con pochi passaggi. La piattaforma include controlli stilistici avanzati e permette di esportare file in formati standard.

Come funziona il sistema di crediti di Adobe Firefly

Adobe Firefly è gratuito. Ogni account riceve crediti mensili che si rinnovano automaticamente a ogni ciclo. Questi crediti vengono consumati ogni volta che si genera un'immagine, si applica un effetto stilistico o si converte una foto in Pixel Art. Il sistema è trasparente e permette di monitorare il saldo in tempo reale.

Il piano gratuito consente un numero limitato di generazioni al mese. Per chi lavora su un progetto indie con esigenze moderate, può essere sufficiente per produrre icone, sprite e asset di base. Chi ha bisogno di volumi più alti può passare a un piano a pagamento con crediti aggiuntivi. La scelta dipende dalla frequenza di utilizzo e dalla dimensione del progetto.

Ogni azione ha un costo in crediti definito. Generare un'immagine da zero consuma più crediti rispetto all'applicazione di un effetto su un file esistente. Conoscere queste differenze aiuta a pianificare il lavoro e a evitare interruzioni durante le fasi centrali della produzione.

Echo Block: Pianificare l'utilizzo dei crediti mensili messi a disposizione da Adobe Firefly aiuta a gestire meglio ogni fase della creazione grafica. Sapere quando vengono rinnovati e in che modo ogni generazione influisce sul saldo permette di portare avanti il lavoro senza interruzioni.

Primo progetto passo dopo passo: da una foto a un asset Pixel Art

Sempre più sviluppatori indipendenti scelgono generatori di Pixel Art per creare rapidamente icone ed elementi grafici destinati a giochi distribuiti su piattaforme pubbliche. Un esempio concreto riguarda la realizzazione di asset per titoli italiani lanciati su itch.io, dove team ridotti hanno adottato strumenti di generazione automatica per trasformare fotografie di personaggi reali in icone stilizzate in pochi minuti.

Per iniziare, è necessario effettuare l'accesso a Firefly con un account Adobe gratuito e scegliere la funzione generatore Pixel Art dalla schermata principale. Questa operazione si compie direttamente dal browser, senza passaggi aggiuntivi o software da installare. Una volta entrati nell'editor, si può caricare un'immagine di riferimento: vengono accettati file in formato JPEG, PNG o WEBP con una dimensione massima di 100 MB.

Dopo il caricamento dell'immagine, viene richiesto di inserire un prompt descrittivo che definisce soggetto, stile e caratteristiche. Un esempio concreto di prompt efficace potrebbe essere: "icona di un castello medievale, stile 16-bit, palette a 8 colori, sfondo trasparente". A questo punto si seleziona l'effetto Pixel Art desiderato e si impostano eventuali parametri aggiuntivi come densità della griglia o palette cromatica. Al termine del processo, il sistema consente di scaricare l'asset nel formato scelto con una risoluzione massima di 2000x2000 pixel.

Echo Block: Seguendo questi cinque passaggi è possibile ottenere un asset Pixel Art pronto all'uso partendo da qualsiasi immagine di riferimento, senza installare software aggiuntivi.

Come scrivere prompt efficaci per la Pixel Art

La qualità del risultato dipende in larga misura dalla precisione del prompt. Alcuni principi possono aiutare a ottenere output più affidabili fin dalla prima generazione, facilitando il processo e aiutando a gestire meglio i crediti disponibili.

Il primo principio consiste nello specificare la palette cromatica. Ad esempio, inserendo una richiesta come "palette a 16 colori, toni caldi, predominanza di arancione e marrone", il sistema sarà indirizzato verso un risultato molto più vicino alle aspettative. Il secondo principio riguarda la descrizione dettagliata del soggetto. Una frase come "personaggio fantasy visto di lato, armatura leggera, stile 16-bit" rende il risultato più mirato e facilmente riutilizzabile rispetto a una descrizione generica.

Il terzo principio è la definizione del contesto d'uso. Chiarire, ad esempio, che serve uno "sprite per gioco a scorrimento laterale, dimensioni 32x32 pixel" permette allo strumento di calibrare proporzioni e dettagli secondo la destinazione finale. Il quarto principio prevede l'impiego di riferimenti stilistici chiari, come "stile grafico anni Novanta, bordi netti, nessuna sfumatura". Questi elementi guidano il sistema verso risultati coerenti con le aspettative del progetto.

Echo Block: Un prompt preciso produce risultati più coerenti. Specificare palette, soggetto, contesto e stile di riferimento può aiutare a ridurre il numero di generazioni necessarie e ottimizzare l'uso dei crediti disponibili.

Integrazione con Creative Cloud e uso commerciale

Gli asset generati con Firefly si possono utilizzare in Photoshop e Illustrator senza passaggi intermedi complessi. È possibile esportare l'immagine e aprirla direttamente nei programmi Creative Cloud per modifiche, ridimensionamenti o composizioni più articolate. Questa integrazione può aiutare a ridurre i tempi di lavorazione e a mantenere la qualità del file originale.

Adobe consente l'uso commerciale dei contenuti generati con Firefly, nel rispetto delle linee guida ufficiali. Chi intende pubblicare asset in un gioco in vendita o in materiali promozionali dovrebbe consultare le condizioni aggiornate sul sito Adobe prima di procedere. Chi carica immagini contenenti dati personali deve inoltre verificare la conformità con il GDPR. Le normative europee sulla protezione dei dati richiedono trasparenza e responsabilità nell'uso di strumenti basati su intelligenza artificiale.

Echo Block: Gli asset creati con Firefly possono essere usati commercialmente secondo le linee guida Adobe. Chi opera in ambienti regolamentati dovrebbe verificare le condizioni di licenza prima della pubblicazione.

Conclusione

Un generatore Pixel Art basato sull'intelligenza artificiale offre un metodo pratico per chi desidera produrre asset grafici retro senza soluzioni superflue o costi eccessivi. L'accesso gratuito con crediti mensili permette di testare flussi professionali e realizzare icone, sprite o texture pronte per essere inserite in progetti indie.

Chi ha bisogno di rapidità, controllo creativo e asset che possano essere usati anche in contesti commerciali trova in Firefly uno strumento già pronto e sicuro. Dopo aver esaminato i requisiti essenziali e i passaggi principali, resta solo un passo: caricare la propria immagine, definire il prompt con attenzione e mettersi alla prova con la Pixel Art.

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Apologia di America First

Abbiamo chiesto a un commentatore conservatore che cosa muove la politica estera del secondo mandato di Trump. La sua risposta aiuta a chiarire se oggi gli Stati Uniti siano guidati o meno da una strategia.

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Ceuta e la decisiva questione demografica italiana

Gli eventi nell'exclave spagnola hanno radici geopolitiche. Nel Belpaese, per il governo e la maggioranza dell’opinione comunicata è una minacciosa invasione. Per l'Italia il problema fondamentale sono il calo e l’invecchiamento della popolazione. Bisogna consentire un’immigrazione regolare e regolata e integrare le persone.

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CRISI CLIMATICA. Critiche e prospettive da un punto di vista anarchico.

CLICCA QUI PER SCARICARE L'OPUSCOLO IN PDF

Pubblichiamo integralmente l’opuscolo appena prodotto dal gruppo di lavoro della FAI “Azione diretta e crisi climatica”. La diffusione è più che auspicata. Buona lettura! La redazione web

Prefazione

Durante il congresso della Federazione Anarchica Italiana, tenutosi a Carrara nel 2025, si è aperto il confronto sulla tematica delle lotte ambientali. Nel corso del dibattito è emerso come il problema dei cambiamenti climatici o, meglio, della crisi climatica sia una questione che per il suo carattere globale e per le molteplici implicazioni inerenti a questioni ambientali, sociali ed economiche, non solo assume un interesse riferibile all’intero pianeta Terra ma permette di sviluppare un’analisi che, inevitabilmente, si riferisce alla complessità della società in cui agiamo.

Come gruppo di lavoro abbiamo “intrecciato” gli aspetti considerati più significativi cercando di evidenziare tutte le criticità che, inquadrate in un unico contesto, permettono di sostenere la tesi secondo la quale non esiste reale soluzione alla crisi climatica se non si prevede lo smantellamento dello stato e del capitalismo nelle loro articolazioni politiche, economiche e militari.
Ci siamo confrontat anche sul ruolo che la scienza gioca in questo contesto, valutando che, nella piena consapevolezza della sua non neutralità, è fondamentale denunciare le spinte tecnocratiche favorendo, invece, lo stretto rapporto con chi fa ricerca, raccoglie dati, sviluppa modelli che permettono di interpretare l’evoluzione dei fenomeni.

La scienza non è neutrale perché la sua pratica è intrinsecamente influenzata dal contesto umano, sociale, economico e culturale in cui opera. Sebbene cerchi l’oggettività, la ricerca è orientata da scelte politiche, finanziamenti e valori di chi fa ricerca scientifica. La scienza, dunque, non opera in un “vuoto asettico”. I fatti e i dati scientifici sono “veri” ma possono essere cercati e selezionati con modalità diverse, l’applicazione e la direzione della scienza sono condizionate da tempi e finanziamenti. La stessa domanda iniziale su cui s’indaga orienta in una direzione piuttosto che un’altra.

La narrazione della scienza e di chi fa ricerca e sperimentazione come entità super partes è illusoria. Il problema della responsabilità sociale della scienza è un tema che ha percorso l’arco della storia.

Einstein scrisse nella sua lettera aperta del Gennaio 1947: «(…) Noi scienziati riconosciamo la nostra ineludibile responsabilità di trasmettere ai nostri concittadini una comprensione dei fatti più semplici dell’energia atomica e le sue implicazioni per la società. In questo sta la nostra sola sicurezza e la nostra unica speranza – noi siamo convinti che una cittadinanza informata agirà in favore della vita e non della morte».

In questo senso è necessario sostenere una scienza universale aperta a tutt e svincolata dagli interessi nazionali, dal profitto dei pochi a svantaggio dei più, una scienza i cui risultati appartengano alla comunità, controllata da uno scetticismo organizzato dove le conoscenze scientifiche siano passibili di giudizio critico e ritenute valide fino a prova contraria.

Consapevoli della sua condizione di illusoria neutralità possiamo comunque sostenerla come impresa sociale collettiva. Quindi una scienza inclusiva che, pur rigorosa nell’applicazione del metodo scientifico, non si ponga come entità superiore o indiscussa “guida” ma, sostenuta e in stretta corrispondenza con la società, sia orientata verso fini positivi.

Ci è sembrato, inoltre, opportuno evitare la declinazione di genere usando l’espediente delle parole tronche, con alcune eccezioni, per favorire una lettura scorrevole e l’uso del lettore vocale.

Capitolo 1 – Cosa s’intende per cambiamento climatico?

Il cambiamento climatico si riferisce a modifiche a lungo termine nelle condizioni termodinamiche e meteorologiche della Terra. Questi cambiamenti sono in gran parte causati dall’attività umana negli ultimi due secoli, soprattutto dall’uso di combustibili fossili come carbone, petrolio e gas che immettono nell’atmosfera gas serra (come anidride carbonica e metano), che intrappolano calore e riscaldano il pianeta.

Cos’è la World Meteorological Organization?

Nata nel 1873, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM o in inglese World Meteorological Organization, WMO) è l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa di meteorologia, climatologia, idrologia e scienze geofisiche correlate. Il suo ruolo principale è favorire la cooperazione internazionale nello studio e nella raccolta di dati su tempo, clima e risorse idriche, oltre a promuovere l’uso della meteorologia per la sicurezza, l’economia e lo sviluppo sostenibile.

Cosa fa la WMO?

La WMO coordina e supporta servizi meteorologici e idrologici nazionali di 193 stati e territori membri, rendendo possibile lo scambio libero e senza restrizioni di dati e informazioni meteorologiche, lo sviluppo di standard per osservazioni uniformi e l’uso di questi dati in settori pratici come:

– previsioni del tempo e allerte meteorologiche,

– monitoraggio climatico e cambiamenti climatici,

– gestione delle risorse idriche e degli eventi estremi,

– applicazioni in aviazione, agricoltura, trasporti e protezione civile

La situazione attuale

Nei suoi recenti report, la WMO informa circa alcune conclusioni fondamentali (dai rapporti 2024/2025):

  • Caldo e riscaldamento record: il 2024 è stato probabilmente il primo anno con temperature superiori di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali (1,55 °C), proseguendo una serie in cui l’ultimo decennio (2015-2025) è stato il più caldo mai registrato a causa dei gas serra e di El Niño.

  • Gas serra: le concentrazioni di CO2 e di altri gas serra sono ai massimi degli ultimi 800.000 anni, spingendo le temperature verso l’alto.

  • Cambiamenti oceanici: si stanno verificando un contenuto record di calore oceanico e ondate di calore marine. Inoltre, lo scioglimento della CO2 in acqua determina una significativa acidificazione con cambiamenti irreversibili per secoli.

  • Perdita della criosfera: i ghiacciai stanno fondendo rapidamente e il ghiaccio marino antartico ha raggiunto la sua seconda estensione più bassa di sempre mentre anche il ghiaccio marino artico ha registrato minimi record.

  • Scongelamento del permafrost con ulteriore liberazione di gas serra e acqua.

  • Accelerazione dell’innalzamento del livello del mare: il tasso di innalzamento del livello del mare è raddoppiato dall’inizio delle rilevazioni satellitari con previsioni di continui aumenti a lungo termine.

  • Eventi meteorologici estremi: ondate di calore più frequenti e intense, inondazioni e siccità causano enormi sconvolgimenti sociali ed economici.

  • Urgenza di agire: la WMO sottolinea che è probabile un superamento temporaneo di 1,5°C, ma un’azione immediata e rapida su emissioni e servizi climatici affidabili (allerte precoci) sono fondamentali per salvare vite umane e rafforzare la resilienza.

Riassumendo, le tre principali conclusioni del WMO, già espresse in precedenti report sono:

– il clima sta cambiando in modo accelerato negli ultimi decenni;

– la causa sono le emissioni (di origine antropica);

– un’azione immediata potrebbe mitigare l’estendersi dei danni correlati con i cambiamenti climatici

La WMO è considerata l’autorità scientifica internazionale sullo stato dell’atmosfera terrestre e sul comportamento del clima. Non si tratta quindi di un gruppo di ambientalist improvvisat. Si basa su espert selezionat e delegat dai governi delle 193 nazioni aderenti. In sostanza un organo sovranazionale per il coordinamento della meteorologia e degli studi sul clima, gli oceani e la criosfera. Eppure i suoi report sono lapidari, come abbiamo visto, lasciando poco spazio al dibattito non-scientifico.

L’IPCC

Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) è il forum scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM – WMO) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale.

L’IPCC è organizzato in tre gruppi di lavoro:

  • il gruppo 1 si occupa delle basi scientifiche dei cambiamenti climatici;

  • il gruppo 2 si occupa degli impatti dei cambiamenti climatici sui sistemi naturali e umani, delle opzioni di adattamento e della loro vulnerabilità;

  • il gruppo 3 si occupa della mitigazione dei cambiamenti climatici.

L’IPCC non svolge direttamente attività di ricerca né di monitoraggio o raccolta dati ma analizza a fondo la letteratura scientifica disponibile su temi diversi: oceanografia, stato della criosfera, misure di temperatura dell’aria a terra, serie storiche, misure da satellite e radiosonde e molto altro. Sulla base dei risultati dell’analisi di migliaia di articoli scientifici, l’IPCC stila i rapporti di valutazione (ora giunti alla sesta edizione, con il settimo in preparazione), che vengono poi presentati (meglio dire ignorati!) alle COP (Conference of the Parties, un appuntamento annuale in cui i paesi del mondo dovrebbero confrontarsi e concordare provvedimenti per limitare i rischi e i danni dovuti al cambiamento climatico).

Tutti i rapporti tecnici dell’IPCC sono a loro volta soggetti a procedure di revisione paritaria; i rapporti sintetici (oggetto di attenzione mediatica) sono soggetti anche a revisione da parte dei governi.

L’attività principale dell’IPCC è la preparazione a intervalli regolari di valutazioni esaustive e aggiornate delle informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche rilevanti per la comprensione dei mutamenti climatici indotti dal genere umano, degli impatti potenziali dei mutamenti climatici e delle alternative di mitigazione e adattamento disponibili per le politiche pubbliche. I rapporti di valutazione finora pubblicati sono sei, l’ultimo pubblicato nel 2022.

Nel primo rapporto, risalente al 1990, l’IPCC ha rivelato come l’anidride carbonica (CO2) contribuisca ad aumentare l’effetto serra naturale e che le attività umane hanno contribuito considerevolmente ad aumentare la concentrazione dei gas serra nell’atmosfera. Dopo la pubblicazione del rapporto è stato richiesto un supplemento, uscito nel 1992, che ha aumentato gli scenari da considerare sull’evoluzione planetaria.

Come si misura il clima

Il Global Climate Observing System, organo e iniziativa in seno alla WMO, è un programma internazionale per monitorare, comprendere e prevedere i cambiamenti climatici, raccogliendo dati su atmosfera, terra e oceani. Il GCOS definisce un insieme di oltre 50 variabili essenziali a comprendere il clima (Essential Climate Variables – ECV).

La vision del GCOS aspira ad un mondo in cui tutt abbiano libero accesso alle informazioni climatiche di cui hanno bisogno.

L’obiettivo del GCOS è altrettanto profondo: garantire la disponibilità e la qualità delle osservazioni necessarie per monitorare, comprendere e prevedere il clima globale. Il GCOS si impegna per un mondo in cui le osservazioni climatiche siano accurate e durature e l’accesso ai dati climatici sia libero e aperto.

Il GCOS coordina quindi iniziative a livello mondiale sulla disponibilità di dati, anche di alto livello, da sistemi e network diversi.

Il famoso grafico che riporta l’aumento della temperatura dell’aria, a partire dal periodo pre-industriale, è frutto dell’analisi di numerose serie di dati e costituisce un esempio in tal senso.

Nel ricostruire le variazioni della temperatura media globale dal 1850, Berkeley Earth ha infatti esaminato 21 milioni di osservazioni della temperatura media mensile da 50.706 stazioni meteorologiche. Di queste, 19.048 stazioni e 202.000 medie mensili sono disponibili per il 2023. I dati delle stazioni meteorologiche sono combinati con i dati sulla temperatura della superficie del mare dell’Hadley Centre (HadSST) del Met Office del Regno Unito. Questi dati oceanici si basano su 469 milioni di misurazioni raccolte da navi e boe, inclusi 12,7 milioni di osservazioni ottenute nel 2023. Dopo aver combinato i dati oceanici con i nostri dati terrestri, arriviamo a un quadro globale del cambiamento climatico dal 1850.

Il clima si misura infatti attraverso miriadi di stazioni, sistemi, variabili e metodi diversi.

Satelliti in grado di valutare variazioni su larga e media scala dei parametri fondamentali, quali temperatura del suolo o della superficie degli oceani, umidità, copertura nuvolosa.

Stazioni a terra che misurano i tradizionali parametri meteorologici: temperatura dell’aria, umidità, pressione atmosferica, radiazione solare, vento, precipitazioni, temperatura del suolo e altro.

Boe stazionarie e sensori a bordo di navi, per le misure dei numerosi parametri marini: temperatura dell’acqua anche in profondità, salinità, parametri meteorologici alla superficie del mare.

Sistemi di misura in criosfera: temperatura del permafrost (il suolo ghiacciato, nelle zone polari o residuo di ghiacciai montani) , estensione dei ghiacciai, intensità delle coperture nevose. A cui si aggiungono parametri indiretti chimici, biologici e perfino vegetali (la cosiddetta fenologia che registra il cambiamento nel comportamento vegetale).

In quasi tutte queste discipline, inoltre, negli ultimi dieci-quindici anni si è visto l’ingresso della metrologia, la scienza delle misure. Espert in validazione di strumenti, tarature e analisi delle incertezze sono ora parte integrante di tutti i processi di generazione dei dati al fine di garantirne la qualità sin dal processo di misura. Le analisi storiche, finora basate su processi di filtraggio di dati prevalentemente meteorologici, possono ora giovarsi di un processo di validazione all’origine, attraverso metodi di riferimento e reti di strumenti (a terra, mare o atmosfera) di altissima qualità, in continuo dialogo e confronto tra loro e costantemente controllati e migliorati. Uno sforzo internazionale poco conosciuto, ma finalizzato a lasciare alle future generazioni di climatolog dati di alta qualità. Ulteriore scopo è quello di poter cogliere variazioni climatiche in tempi più brevi, rispetto alle tradizionali analisi delle serie storiche. Per verificare se l’introduzione di termini di mitigazione possano iniziare ad avere effetto, è necessario disporre di misure sempre più raffinate (cioè con maggiori cifre significative). Solo così si potranno indirizzare le scelte energetiche e di produzione alimentare in modo corretto. Non è infatti più possibile attendere decenni per agire.

Effetti del cambiamento climatico

Il cambiamento climatico non è solo questione di riscaldamento: influisce su tutto il sistema Terra con effetti già evidenti e in continua crescita e intensificazione.

Le temperature atmosferiche medie globali stanno aumentando, con conseguenti ondate di calore più frequenti e intense. L’incremento di temperatura si riscontra, in modo costante, anche nelle acque oceaniche che, immagazzinando maggiore energia, determinano ulteriori effetti destabilizzanti sulle correnti, sugli habitat e sulle stesse interazioni idrosfera-atmosfera.

Fusione dei ghiacci e innalzamento del livello del mare

I ghiacciai e le calotte polari si sciolgono facendo aumentare il livello dei mari: una minaccia per le città costiere. A questo fenomeno si aggiungono preoccupanti variazioni della salinità dell’acqua dato che i ghiacci che si fondono sono per la maggior parte di acqua dolce. Questo innesca variazioni nella stabilità di correnti oceaniche, acidificazione e danno alla fauna acquatica.

Eventi meteorologici estremi

Alluvioni, tempeste, siccità e incendi diventano più frequenti e intensi. Negli ultimi quattro anni a Torino sono stati valutati e purtroppo validati i record estremi di temperatura dell’Asia (54 °C in Kuwait – Mitribah) e dell’Europa 48,8 °C a Floridia (Sicilia).

Impatti su piante, animali e habitat

Molte specie migrano, si estinguono o perdono habitat. I cicli naturali e gli ecosistemi si alterano rapidamente. I tempi di adattamento di molte specie, dettati da necessità biologiche e naturali, sovente non sono altrettanto rapidi rispetto alle variazioni delle condizioni climatiche di una regione.

Impatti su salute e società

Ondate di caldo, scarsità d’acqua, sicurezza alimentare precaria e malattie nuove o in espansione aumentano i rischi per la salute umana.

Effetti economici

Danni a infrastrutture, perdite agricole e costi di recupero dopo disastri naturali hanno gravi impatti economici.

Negazionismo e negazionismi

L’asserzione per cui «in fondo, i cambiamenti climatici sono sempre esistiti» è certamente corretta e fornisce lo spunto di avvio del discorso negazionista. È innegabile che il clima sul nostro pianeta sia variato. Si può dire che vari in continuazione. È altrettanto vero che livelli di CO2 come quelli odierni si siano già raggiunti, ma i negazionist, strumentalmente, non tengono conto di due aspetti fondamentali.

Prima di tutto bisogna considerare la velocità dei cambiamenti che oggi non si possono più ritenere a lungo termine. Basti vedere la velocità di sparizione dei ghiacci, alpini e artici o fenomeni di desertificazione crescente. Velocità di mutamento che non sempre riesce ad essere compensata dai fenomeni di adattamento delle specie vegetali e animali, causando la perdita di biodiversità, che è un grave fenomeno associato, raramente considerato nei discorsi negazionisti. Altro punto ignorato è la densità della popolazione terrestre. Se qualche centinaio di anni fa all’abbassamento o innalzamento della quota neve l’umanità rispondeva spostando qualche villaggio di decine di persone e qualche centinaio di capi di bestiame in ogni valle, oggi gli effetti di innalzamento del livello del mare sulle città costiere, la perdita di coltivabilità di ampie zone del pianeta o l’obbligo di ricorrere a specie non autoctone, vanno a indurre crisi sociali ed economiche che inevitabilmente ricadono sugli strati più deboli della popolazione.

Il negazionismo climatico si basa quindi sul rifiuto o minimizzazione della scienza climatica che dimostra che il cambiamento climatico è reale e causato principalmente dalle attività umane. Negare l’evidenza scientifica significa negare che il riscaldamento globale è causato dalle emissioni di gas serra derivanti dalla combustione di combustibili fossili, deforestazione, allevamento intensivo e altre attività industriali. Significa negare le responsabilità del modello economico capitalista.

Le principali motivazioni alla base dei negazionismi climatici sono:

  • Interessi economici e politici. Alcuni settori economici, come l’industria dei combustibili fossili, temono che le politiche per combattere il cambiamento climatico possano ridurre i profitti o aumentare i costi operativi. Di conseguenza, cercano di minimizzare la questione, spesso finanziando campagne che diffondono dubbi sulla scienza climatica.

  • Ideologia politica. In alcuni casi, il negazionismo climatico è legato a convinzioni politiche che rifiutano interventi governativi, come la regolamentazione delle emissioni o l’adozione di politiche ambientaliste. Per alcuni gruppi, riconoscere il cambiamento climatico potrebbe implicare l’adozione di politiche che vedono come dannose per la libertà economica o la crescita.

  • Distorsione delle informazioni. Il negazionismo climatico spesso utilizza argomenti pseudoscientifici, come citare fenomeni atmosferici che non sono legati al riscaldamento globale o distorcere dati scientifici per fare sembrare che non ci sia consenso tra espert sul cambiamento climatico.

  • Conformismo sociale e media. In alcuni casi, le persone si allineano con le opinioni dominanti all’interno dei loro gruppi sociali, culturali o politici, anche se queste opinioni non sono supportate da prove scientifiche. Alcuni media, soprattutto quelli con orientamenti politici conservatori, promuovono opinioni negazioniste, schierandosi per opportunità politica.

  • Scetticismo generalizzato verso la scienza. Alcun negazionist provano semplicemente scetticismo verso la scienza in generale, assumendo posizioni complottiste spesso legate alla naturale diffidenza verso ciò che non si conosce. Classicamente tradotto con: «Ci vogliono far comprare la macchina elettrica»; «Gli scienziati sono tutti al soldo delle multinazionali»; «Vogliono solo creare terrore per poi farci pagare più tasse sul clima», e via dicendo.

Il complottismo, pur assumendo forme grottesche (un tempo forse oggetto di barzelletta), trova spazio e si autoalimenta attraverso i post su social media, i quali non richiedono la raccolta dei dati, il loro studio e successiva validazione ma la semplice digitazione su tastiera.

Capitolo 2 – Governi e capitale: la complicità strutturale nella crisi climatica.

Il cambiamento climatico non è un mero disastro naturale o un destino ineluttabile ma la diretta conseguenza di un sistema politico ed economico deliberatamente orientato alla crescita infinita, al profitto e al potere. Governanti, stati e istituzioni internazionali, per decenni, hanno servito gli interessi del capitale, difendendo una crescita illimitata su un pianeta finito. Parlare di ecologia significa, quindi, ridiscutere di scelte politiche e di sistemi sociali e culturali profondamente radicati. Corriamo Il rischio di diventare ingranaggi di una macchina che rende complici della propria stessa distruzione, dove ogni bisogno, ogni acquisto, ogni digitazione alimenta un modello che divora le risorse e le vite.

La società contemporanea è dominata da bisogni indotti, guerre permanenti e nuove tecnologie ad alto impatto energetico come i Bitcoin e l’intelligenza artificiale (IA). Questi fenomeni, apparentemente distinti, condividono un filo conduttore: il nesso tra stato e capitale che incentiva modelli distruttivi anteponendo il profitto e il potere ai bisogni reali delle persone e dell’ambiente. Per comprendere la vera natura del cambiamento climatico, è indispensabile smascherare il ruolo di governi e grandi interessi economici dietro consumismo, militarismo e tecnologie energivore.

Il dominio dei combustibili fossili: sussidi e impunità

Il problema climatico non è un fenomeno diffuso e indistinto, ma una questione di potere e di decisioni strategiche altamente concentrate. Dal 1988 a oggi, solo 100 aziende fossilifere sono state responsabili di oltre il 71% delle emissioni globali di CO₂. Un’analisi più approfondita del Carbon Majors Report 2023 rivela che oltre il 70% delle emissioni storiche di CO₂ dal 1751 può essere attribuito a sole 78 entità produttrici, sia private che pubbliche. Un dato particolarmente allarmante è che 58 di queste 100 aziende hanno effettivamente aumentato le loro emissioni nel periodo successivo all’Accordo di Parigi (2016-2022) rispetto agli anni precedenti (2009-2015). In questo contesto, le aziende statali hanno mostrato un incremento del 29% delle emissioni da carbone, mentre quelle private hanno registrato un calo del 28%. Questi dati sottolineano una persistente espansione dei combustibili fossili nonostante gli impegni globali assunti per il clima nei contesti internazionali. La responsabilità del cambiamento climatico è, dunque, altamente concentrata in un numero ristretto di attori. Il fatto che le aziende statali abbiano aumentato le emissioni post-Accordo di Parigi evidenzia una diretta complicità dei governi nel perpetuare la dipendenza dai combustibili fossili, al di là delle dichiarazioni ufficiali. Questo sposta la narrativa dalla colpa individuale” alla responsabilità sistemica e concentrata, indicando che il problema non è solo una questione di mercato ma di scelte politiche deliberate che favoriscono interessi specifici. Tra i maggiori responsabili figurano aziende statali come Saudi Aramco, Gazprom e National Iranian Oil Company, e aziende private come Chevron, ExxonMobil, BP e Shell.

L’analisi del sistema economico italiano rivela una contraddizione strutturale che mina alla base ogni sforzo di decarbonizzazione: il persistere di un massiccio trasferimento di risorse pubbliche verso attività che degradano il capitale naturale. Nel 2023, l’Italia ha destinato circa 78,7 miliardi di euro ai cosiddetti Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD), un dato che evidenzia come la risposta alla crisi energetica e climatica sia ancora pesantemente ancorata al sostegno delle fonti fossili. Questa massa di capitale agisce come un catalizzatore di entropia, mantenendo artificialmente competitivi settori che la scienza climatica ha giudicato obsoleti. 

La struttura dei sussidi si articola in una tassonomia complessa che include trasferimenti diretti e, in misura maggiore, spese fiscali sotto forma di esenzioni o riduzioni di accise. Nel 2024, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha censito 183 incentivi con impatto ambientale, classificando i SAD per un valore di circa 25 miliardi di euro, di cui 19,2 miliardi diretti specificamente al settore dei combustibili fossili. La permanenza di tali incentivi crea una distorsione del mercato che rallenta l’adozione di tecnologie pulite, poiché il costo sociale del carbonio non viene internalizzato nei prezzi finali. 

Il Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica (CITE) aveva stabilito un obiettivo ambizioso: definire la rimozione graduale dei SAD entro il 2025. Tuttavia, il processo di riforma si scontra con resistenze sistemiche. Se da un lato sono stati eliminati alcuni sussidi minori, per un risparmio di circa 105,9 milioni di euro annui, dall’altro emergono nuovi SAD che rischiano di neutralizzare i progressi raggiunti. La proposta di riforma fiscale mira a spostare il carico fiscale dal reddito ai consumi, riducendo la progressività e favorendo i redditi più alti, con la giustificazione di tassare il consumo di risorse naturali e le attività inquinanti, seguendo il principio “chi inquina paga”. Un esempio critico è il riallineamento delle accise tra benzina e gasolio, un intervento atteso da anni per correggere una disparità che ha favorito ingiustamente l’automobilità diesel, e che dovrebbe concludersi entro un arco di cinque anni a partire dal 2025. 

Inoltre, l’aumento dei Sussidi Ambientali Favorevoli (SAF), passati da 40,5 a 71,8 miliardi di euro in un anno, non deve indurre a un ottimismo acritico; spesso questi fondi vengono destinati a tecnologie la cui efficienza complessiva è ancora oggetto di dibattito o che, come vedremo nel caso del fotovoltaico a terra, possono generare esternalità negative impreviste sul consumo di suolo.

Il pacchetto europeo “Fit for 55“, pur ambizioso sulla carta, è stato ampiamente criticato da organizzazioni non governative come «inadatto e ingiusto». Non prevede un’eliminazione, pur se graduale, dei combustibili fossili e continua a proteggere l’industria con «quote di CO₂ gratuite», scaricando di fatto i costi dell’inquinamento sulla cittadinanza. L’influenza delle lobby fossili è palese e rappresenta uno strumento di sottomissione politica. Transparency International ha rivelato quasi 900 incontri tra lobbist e Commissione europea negli ultimi quattro anni e mezzo. Questo dimostra come gli interessi privati possano dirottare le politiche pubbliche, trasformando gli obiettivi climatici in mere promesse dilatorie. Questo meccanismo è una diretta conseguenza della “complicità strutturale” tra poteri finanziari e stati, dove la democrazia formale è, di fatto, svuotata dalla pressione economica.

In Italia, la situazione è emblematica di questa tendenza: il governo ha posticipato la chiusura delle centrali a carbone al 2038 e ha tagliato fondi destinati alla transizione ecologica dal PNRR, in particolare per il dissesto idrogeologico e la messa in sicurezza degli edifici pubblici, nonostante l’urgenza di tali interventi nell’ottica di un’autentica transizione ecologica. La persistenza di tali politiche, nonostante le evidenze scientifiche e gli impegni internazionali, sottolinea come lo stato, lungi dall’essere un’entità neutrale, sia intrinsecamente legato e spesso sottomesso alle pressioni del capitale, rendendo impraticabile un cambiamento radicale dall’alto.

Le nuove frontiere dell’assurdo energetico: Bitcoin e Intelligenza Artificiale

Inseriti nel quadro del capitalismo tecnico-industriale, i Bitcoin e le recenti applicazioni di Intelligenza Artificiale sono nuove appendici di questo sistema, dimostrando come tecnologie presentate come rivoluzionarie” possono in realtà sostenere logiche di spreco e dominio. Queste tecnologie digitali avanzate, spesso presentate come neutrali o progressiste, sono in realtà nuovi tentacoli del sistema capitalista che perpetuano e intensificano la logica di spreco energetico e centralizzazione, con la complicità dei governi che le incentivano senza adeguata regolamentazione ambientale.

La nascita delle criptovalute come Bitcoin fu accompagnata da una retorica di emancipazione dalle banche centrali e dallo stato; in pratica, però, Bitcoin è diventato un gigantesco divoratore di elettricità al servizio principalmente della speculazione finanziaria. Il meccanismo estrattivo (mining) di Bitcoin richiede computer che eseguono calcoli continui e ridondanti, consumando quantità abnormi di energia elettrica. Si stima che il consumo annuale di elettricità della rete Bitcoin si aggiri sui 175,87 terawattora (TWh), grosso modo quanto un intero paese di medio livello industriale come la Polonia. In termini relativi, si parla di circa lo 0,4% del fabbisogno elettrico mondiale assorbito da una singola rete di pagamento privata. La sua impronta carbonica annuale è paragonabile a quella del Qatar (98,10 Mt CO2), e una singola transazione Bitcoin ha un’impronta carbonica equivalente a 1,7 milioni di transazioni VISA o al consumo energetico di una famiglia statunitense per 47 giorni. L’85% dell’energia utilizzata per il mining negli Stati Uniti proviene ancora da combustibili fossili. L’ipocrisia è evidente: mentre a una persona comune si chiedono sacrifici green, alcuni governi, lungi dal frenare questa “follia”, la incoraggiano apertamente, offrendo elettricità a basso costo ai miners o adottando Bitcoin come valuta legale, nonostante le avvertenze sui danni ambientali e la pressione sulla rete elettrica.

Il paradosso digitale: Il costo fisico dell’Intelligenza Artificiale

L’Intelligenza Artificiale (IA) viene spesso descritta come un’entità immateriale operante nel cloud. Al contrario, l’IA è una tecnologia profondamente materiale, caratterizzata da una “voracità di risorse” che la rende uno dei principali driver della domanda energetica e idrica dei prossimi decenni. La scala di utilizzo di un data center dedicato all’IA ha ordini di grandezza superiore rispetto ai centri tradizionali: un’installazione hyperscale può consumare oltre 100 MW di potenza, quanto 100.000 nuclei familiari. 

Il fabbisogno energetico dell’IA è proiettato verso una crescita esponenziale. Negli Stati Uniti, si stima che la domanda di potenza per i soli data center IA possa passare da 4 GW nel 2024 a 123 GW entro il 2035. Questa pressione sta portando alla riattivazione di centrali a combustibili fossili per garantire un carico di base costante, contraddicendo gli obiettivi di decarbonizzazione. Nel 2024, il gas naturale ha fornito oltre il 40% dell’elettricità per i data center USA, mentre le rinnovabili si sono fermate al 24%. 

L’impatto idrico è altrettanto critico. Il raffreddamento dei server richiede enormi quantità di acqua, spesso prelevata da bacini già in sofferenza. Si stima che entro il 2030 l’industria dell’IA potrebbe drenare fino a 1.125 milioni di metri cubi d’acqua all’anno negli Stati Uniti, una quantità pari al consumo domestico di 10 milioni di persone. Questo consumo è “silenzioso” ma devastante, poiché avviene spesso in regioni aride come l’Arizona o il Nevada per ragioni di incentivi fiscali e costi energetici. 

In questo contesto, si ripresenta il Paradosso di Jevons: ogni guadagno di efficienza algoritmica o hardware viene più che compensato dall’aumento della domanda complessiva di computazione. Se l’efficienza riduce il costo marginale di un’operazione IA, le imprese rispondono espandendo l’uso della tecnologia in ogni ambito, portando a un aumento netto dei consumi di energia e acqua. Senza una regolamentazione che ponga limiti fisici alla crescita dell’infrastruttura digitale, l’IA rischia di diventare un acceleratore dell’entropia planetaria piuttosto che un suo mitigatore. 

Consumismo indotto e obsolescenza programmata: la manipolazione dei desideri

In un’economia votata alla crescita illimitata, il capitalismo non rinuncia a modalità di controllo e crescita forzata analoghe a quelle belliche, rivolte espressamente all’interno: il consumismo di massa. La domanda di beni non sorge spontaneamente né è guidata solo dalle scelte individuali. Come notava Murray Bookchin, è il sistema produttivo a creare artificiosamente i bisogni attraverso la pubblicità e il marketing e manipolando i gusti del pubblico. La pubblicità, infatti, serve come catalizzatore per le decisioni d’acquisto, non solo diffondendo informazioni ma esercitando un forte richiamo emotivo e rafforzando il ricordo del marchio e la propensione al consumo. Questo crea “aspettative irrealistiche” che spingono le persone a comprare ciò di cui non hanno realmente bisogno. La perpetuazione del modello di crescita attraverso la manipolazione del desiderio è un meccanismo centrale del capitalismo, che si auto-alimenta generando una domanda insaziabile.

Come ribadito in un’altra parte del documento, un altro meccanismo-chiave è l’obsolescenza programmata, dove i prodotti sono deliberatamente progettati per rompersi o diventare rapidamente obsoleti. Questo è evidente nell’industria degli smartphone, con una vita media di soli 2,5 anni per un dispositivo. Il risultato è una montagna di rifiuti elettronici: nel 2020 il mondo ha generato 53,6 milioni di tonnellate metriche di e-waste, di cui solo il 17,4% è stato riciclato correttamente. Anche la fast fashion contribuisce in tal senso, producendo 92 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno. Questo fenomeno non solo accelera l’esaurimento delle risorse naturali, ma contribuisce anche alla contaminazione del suolo e dell’acqua con materiali pericolosi. La combinazione di consumismo indotto e obsolescenza programmata crea un ciclo distruttivo che massimizza il profitto a scapito dell’ambiente e delle risorse, trasformando la cittadinanza in “utenti e rifiuti,” come sosteneva Ivan Illich.

Ad essere più penalizzate sono, comunque, le classi meno abbienti, come spiega Terry Pratchett nel suo libro Men at Arms. Secondo la Teoria degli stivali” la povertà mantiene povere le persone. Lo scrittore sottolinea come chi vive in ricchezza possa permettersi buoni stivali che costano di più ma durano dieci anni, mentre chi vive in povertà può permettersi solo stivali economici che si consumano in una stagione, ovvero, la povertà fa spendere di più, alla lunga, dovendo ricomprare più volte stivali di cattiva qualità che devono essere rimpiazzati di frequente. È un’analisi cinica ma realistica che illustra come la mancanza di risorse economiche intrappoli le persone indigenti in un ciclo di spese continue per acquistare beni di scarsa qualità. Anche questa può essere considerata una forma di obsolescenza programmata, non solo nei termini delle caratteristiche del prodotto ma anche verso la classe sociale cui è indirizzata.

I governi sono complici attivi di questa dinamica di consumi indotti. Da un lato tollerano, quando non incoraggiano, la pubblicità martellante e la programmazione dell’obsolescenza dei prodotti. Dall’altro, intervengono direttamente per sostenere la domanda in settori strategici. Emblematico fu l’appello dell’amministrazione USA dopo l’11 settembre 2001, quando il presidente Bush esortò la popolazione ad «andare a Disney World» e fare acquisti per aiutare l’economia nazionale. Anche in Europa e in Italia si assiste regolarmente a incentivi pubblici per stimolare i consumi. A livello nazionale, il governo italiano ha stanziato 597 milioni di euro per incentivare la rottamazione dei veicoli più inquinanti e l’acquisto di auto elettriche. Queste misure, pur presentate come “green“, di fatto si traducono in sussidi statali a favore di grandi industrie (automobilistica, elettronica, edilizia), elargiti con la scusa dell’interesse generale mentre perpetuano il dominio delle imprese sul mercato e sugli stili di vita. La complicità dello stato si manifesta non solo nella tolleranza di queste pratiche ma anche nell’attivo sostegno attraverso incentivi che, pur apparentemente “verdi”, rafforzano il modello di consumo invece di sfidarlo. In un simile contesto diviene funzionale scaricare sull’individuo la colpa dei problemi ambientali e sociali, spingendo la retorica del consumo responsabile” o dei piccoli gesti, senza mai mettere in discussione l’enorme apparato produttivo che, in alcuni casi, finisce col patire crisi di sovrapproduzione e, per assurdo, arriva alla distruzione delle derrate alimentari per non far scendere i prezzi.

L’emorragia territoriale: record di consumo di suolo nell’era della crisi

Se i sussidi rappresentano il “software” dell’insostenibilità, il consumo di suolo ne è l’evidenza “hardware” più brutale. Il 2024 ha segnato il record peggiore dell’ultimo decennio per la perdita di superfici naturali in Italia. Secondo il rapporto ISPRA, sono stati consumati oltre 78 km^2 netti di suolo, con un incremento del 16% rispetto all’anno precedente. La velocità di trasformazione ha raggiunto i 2,7 m^2 al secondo, un ritmo che polverizza ogni tentativo di pianificazione territoriale resiliente. 

Il dato più allarmante è la dissociazione totale tra dinamiche demografiche e urbanizzazione. Nonostante la popolazione italiana sia stabile o in calo, la superficie artificiale pro capite continua a crescere, attestandosi a 365,8 m^2 per abitante nel 2024. Questo paradosso indica che il territorio non viene consumato per rispondere a bisogni abitativi primari, ma per alimentare infrastrutture logistiche, poli industriali e una nuova frontiera tecnologica: i data center. 

La trasformazione del suolo agricolo in impianti fotovoltaici a terra è quadruplicata in un solo anno, passando dai 420 ettari del 2023 agli oltre 1.700 del 2024. L’80% di queste installazioni è avvenuto su terreni fertili, evidenziando una gestione della transizione energetica che ignora la gerarchia delle superfici: si preferisce occupare terra vergine piuttosto che investire nel fotovoltaico integrato sui tetti o nelle aree già compromesse. Questo modello aggrava il rischio idrogeologico, specialmente nelle aree a pericolosità idraulica media dove l’incremento di suolo consumato è stato di 1.303 ettari. 

L’impermeabilizzazione irreversibile (soil sealing) compromette i servizi ecosistemici vitali. ISPRA stima che la perdita di questi servizi costi all’Italia tra gli 8,66 e i 10,59 miliardi di euro l’anno. Tali cifre non sono solo astrazioni economiche, ma rappresentano la perdita di capacità del suolo di mitigare le alluvioni, regolare le temperature urbane (isole di calore con picchi di +11,3°C) e preservare la biodiversità. 

Deforestazione e agricoltura intensiva: il prezzo del nostro cibo

Negli ultimi decenni il modello alimentare e produttivo si è trasformato radicalmente, con effetti devastanti sull’ambiente, sulla salute pubblica e sulle comunità più vulnerabili. Il sistema alimentare è un catalizzatore di crisi interconnesse – ambientali, sanitarie e sociali – che riflettono la logica di sfruttamento illimitato del capitale.

Uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione è l’aumento dei cibi ultra-processati (UPF): prodotti industriali ricchi di zuccheri, grassi, sale e additivi chimici, confezionati per avere lunga conservazione e massima appetibilità. In Italia questi alimenti rappresentano oggi circa il 14% delle calorie giornaliere consumate, contribuendo a un preoccupante incremento del 36% dei tassi di obesità negli ultimi vent’anni. Studi europei mostrano come un consumo elevato di questi prodotti sia associato a un rischio maggiore di ipertensione, ictus, tumori e mortalità precoce. Questo consumo è in aumento soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 5 e i 30 anni. La produzione di UPF è guidata dal profitto (lunga conservazione, appetibilità), portando direttamente a problemi di salute pubblica.

Allo stesso tempo, la logica dello sfruttamento illimitato non risparmia nemmeno le risorse vitali, come le foreste pluviali. La deforestazione in Amazzonia è uno degli esempi più drammatici: per far spazio a pascoli e coltivazioni di soia destinata al bestiame, circa 526.459 ettari di foresta sono stati abbattuti tra il 2018 e il 2023, collegati direttamente alle catene di approvvigionamento della carne bovina. Ciò ha comportato l’espulsione forzata di intere popolazioni indigene, minacciate nella loro sopravvivenza culturale e biologica. L’allevamento bovino, in particolare, è responsabile di circa l’80% dell’abbattimento della foresta amazzonica, con enormi emissioni di gas serra e perdita irreversibile di biodiversità. Non va meglio sul fronte dell’allevamento intensivo in Europa e in Italia. Grandi stalle con migliaia di animali concentrati in spazi ristretti richiedono enormi quantità di mangimi e generano elevate emissioni di metano e ammoniaca. In Pianura Padana, l’allevamento contribuisce in modo significativo all’inquinamento atmosferico: ogni aumento dell’1% di bovini corrisponde a un incremento di particolato PM10, aggravando problemi respiratori e costi sanitari per la popolazione. Si stima che l’inquinamento agricolo nella Pianura Padana sia responsabile nella sola città di Milano di circa 589 decessi in un anno.

Ma non possiamo soffermarci solo sui poveri bovini. L’allevamento intensivo avicolo è uno dei settori zootecnici più inquinanti e ignorati. Secondo la FAO, la filiera del pollo è responsabile, direttamente e non, del 3% delle emissioni globali di gas serra. In Italia oltre il 90% dei polli proviene da allevamenti intensivi dove vivono meno di 40 giorni in condizioni di estremo sovraffollamento. Secondo Greenpeace gli allevamenti in Italia sono nel complesso responsabili della formazione di particolato fine (PM2,5) per il 17%, riuscendo a superare sia i trasporti (14%) che il settore industriale (10%). La produzione di ammoniaca nel settore avicolo poi si va a sommare a quella del settore bovino e delle altre specie allevate a fini alimentari.

L’Unione europea ha equiparato i grandi allevamenti di suini e polli a impianti industriali” ai fini delle norme sulle emissioni, proprio per l’impatto elevato di ammoniaca e metano su aria, acqua e suolo. Greenpeace ha documentato che in regioni ad alta densità di allevamenti come la Lombardia (dove si concentra circa il 48% dei suini italiani) i livelli di azoto nelle acque di 165 comuni superino fino a tre-quattro volte i limiti di legge, mettendo a rischio falde e corsi d’acqua. L’inchiesta Fondi pubblici in pasto ai maiali” denuncia perdite di liquami dai sistemi di smaltimento con rischio diretto di contaminazione del suolo e della acque superficiali e sotterranee. Gli allevamenti di suini con la loro produzione di metano e protossido di azoto, creano gas con potere climalterante rispettivamente di circa 28 e 265 volte superiore alla CO”, su un orizzonte di 100 anni.

L’acquacoltura intensiva non è meno devastante. Gli allevamenti ittici hanno compromesso ecosistemi costieri in tutto il mondo, distruggendo economie locali e inquinando fondali marini con scarti organici, farmaci e mangimi. Gli impianti italiani riversano ogni anno nel mare 1038 tonnellate di azoto e 178 di fosforo, contribuendo all’eutrofizzazione costiera, ovvero provocando una crescita smisurata di alghe che, decomponendosi, consumano ossigeno e causano la morte della fauna marina, creando “zone morte”.

Anche l’agricoltura intensiva contribuisce a questo quadro. L’Italia utilizza circa 114.000 tonnellate di fitofarmaci ogni anno, con residui di pesticidi rilevati nel 55% dei fiumi e nel 23% delle acque sotterranee (dati ISPRA 2020). Questo uso massiccio della chimica mette a rischio non solo la qualità dell’acqua ma anche la salute degli agricoltori, dei consumatori e degli ecosistemi. L’agricoltura industriale è inoltre responsabile di una quota significativa delle emissioni globali di gas serra.

Il caso delle colline del Prosecco: un simbolo di contraddizione

Negli ultimi anni, le colline di Conegliano, di Valdobbiadene ma anche del Friuli, hanno visto un’espansione agricola rapida e aggressiva, con la conversione di vigneti tradizionali in monocolture intensive. Nel 2018 nel Trevigiano sono state vendute 4.622 tonnellate di pesticidi, ovvero oltre 36 kg per ettaro. I fitofarmaci usati contaminano acqua, suolo, aria e vengono rilevati anche nei corsi d’acqua e nei pozzi, in alcuni casi superando i limiti di legge.

Oltre al danno la beffa. Nel luglio 2019, le Colline del Prosecco” sono state inserite nella lista UNESCO come paesaggio culturale (World Heritage). Tuttavia, le associazioni ambientaliste – tra cui PANItalia, European Consumers e Legambiente – e cittadini locali hanno denunciato che l’Organizzazione ha ignorato l’uso massiccio di pesticidi, la perdita di biodiversità, gli sbancamenti sull’altura per creare le vigne, e le proteste delle comunità locali. Documenti ufficiali UNESCO e ICOMOS avevano già acceso i riflettori sull’espansione intensiva e suggerito rigide misure. Nonostante ciò, il riconoscimento è stato concesso senza vincoli obbligatori né piani di monitoraggio delle criticità ambientali e sanitarie. Molt espert hanno definito l’inserimento «una medaglia infelice al modello agricolo industriale».

Questo caso dimostra come la ricerca di prestigio e promozione turistica (UNESCO) possa prevalere sulla tutela ambientale e la salute pubblica, trasformando un riconoscimento culturale in una legittimazione di pratiche agricole insostenibili, a discapito delle comunità locali e dell’ecosistema. Questo è un chiaro esempio di greenwashing istituzionale, dove il valore culturale e le opportunità economiche (legate al turismo e all’industria vinicola) sono stati prioritari rispetto ai costi ecologici e sociali. Il riconoscimento ha di fatto legittimato pratiche che le stesse comunità locali e i movimenti ambientalisti denunciavano, silenziando il dissenso e rafforzando il potere dell’agro-industria.

Mobilità: automobili e tir contro trasporti sostenibili

Un settore emblematico dove consumi indotti e complicità governative si intrecciano è quello dei trasporti. Fin dal secondo dopoguerra, l’automobile privata e il trasporto su gomma sono stati incentivati a scapito del trasporto collettivo e su rotaia, portando all’egemonia dell’auto individuale e dei camion merci. Questa non è stata una scelta naturale” de consumator: le politiche pubbliche hanno attivamente favorito il modello auto-centrico, influenzate dalle lobby dell’automotive e dei combustibili fossili. In molti paesi (Italia in primis) la rete ferroviaria locale è stata smantellata o trascurata mentre si investiva massicciamente in autostrade e superstrade; le periferie sono state progettate attorno all’uso dell’auto; il trasporto merci su camion è rimasto predominante nonostante l’impatto ambientale e il consumo di carburante superiori al treno.

Bisogna sempre tener presente che il settore dei trasporti è responsabile di circa il 24% delle emissioni globali di CO2. In Europa questa quota supera il 25% del totale, con il trasporto su strada a fare la parte del leone con il 72% delle emissioni interne al settore. Il trasporto aereo delle merci è il più energivoro in assoluto per tonnellata trasportata, mentre le navi, pur meno inquinanti per tonnellata-chilometro, bruciano combustibili pesanti – l’olio bunker – tra i più tossici esistenti, responsabili di emissioni di ossidi di zolfo e azoto devastanti per le città portuali.

Il paradosso più grottesco della logistica globale è il movimento di container vuoti. Un’analisi della società danese Sea Intelligence rivela che attualmente per ogni 10 miglia percorse da un container pieno, 4,1 miglia vengono percorse da un container vuoto – contro le 3,1 miglia del 2019, prima della pandemia. In termini pratici, circa il 29% dell’intero parco container globale naviga senza alcun carico. Lo squilibrio nasce dalla struttura asimmetrica degli scambi commerciali: l’Asia esporta molto più di quanto importi, così i container si accumulano nei porti europei e nordamericani, che non hanno abbastanza merce da rispedire. Il risultato è un eterno girotondo di scatole metalliche vuote che consumano carburante, emettono CO2 e occupano spazio nei porti del mondo – monumento perfetto dell’irrazionalità del capitalismo globale.

Contrariamente alla retorica liberista secondo cui «le strade si pagano da sole con pedaggi e accise», tutte le modalità di trasporto sono sovvenzionate con fondi pubblici, e nel XX secolo auto e aerei hanno ricevuto molto più denaro di treni e trasporto pubblico. Il risultato, riconosciuto persino da enti moderati, è che la robusta rete ferroviaria di un tempo si è ridotta a uno scheletro proprio mentre autostrade e aeroporti fiorivano. In breve, i governi hanno messo tutte le uova nel paniere dell’automobile, creando una monocultura dei trasporti” incentrata sulle auto private e sul trasporto merci su tir. Questo modello genera traffico, incidenti, inquinamento atmosferico ed emissioni climalteranti, ma rimane dominante perché è profondamente redditizio per alcune industrie e perché consolida un certo ordine sociale fatto di periferie disperse, dipendenza dall’auto e atomizzazione comunitaria. Decenni di scelte politiche a favore di strade e veicoli privati, rendono difficile il passaggio a modelli più sostenibili, anche quando i benefici sono evidenti. Un approccio razionale e sostenibile richiederebbe, invece, di diversificare i trasporti privilegiando mezzi collettivi ed ecologici: camminare, andare in bicicletta, usare tram, bus e treni.

Il rapporto tra l’automobile e la bicicletta incarna la lotta per la riappropriazione dello spazio pubblico e la riduzione delle esternalità negative del trasporto. L’automobilità privata è un sistema in crisi di sostenibilità, intrappolato in quelli che Murray Bookchin chiamerebbe «meccanismi auto-operanti» di crescita distruttiva. I costi sociali dell’auto sono immensi: un chilometro percorso in auto costa alla società circa 0,15 euro, mentre ogni chilometro percorso in bicicletta genera un beneficio netto di 0,16 euro grazie al miglioramento della salute pubblica. 

La bicicletta non è solo un mezzo ecologico, è una tecnologia di “efficienza spaziale”. Laddove una corsia stradale per auto può trasportare 1.400 persone all’ora, una pista ciclabile può trasportarne 5.200 nello stesso spazio. Questo dato è fondamentale per le città che intendono arrestare il consumo di suolo: la mobilità attiva permette di densificare i flussi senza richiedere nuove infrastrutture invasive. 

L’automobilità genera quello che è stato definito come “regime di immobilità di massa”: l’aumento dei veicoli porta alla congestione, che riduce la velocità media urbana a livelli inferiori a quelli di una bicicletta, trasformando la libertà individuale in una frustrazione collettiva. Inoltre, la dipendenza dall’auto è alimentata dai SAD, come l’esenzione dalle accise per il gasolio commerciale o la mancata tassazione dello spazio di parcheggio pubblico, che sovvenzionano indirettamente un modello inefficiente. 

La transizione verso la bicicletta richiede un cambiamento non solo infrastrutturale ma culturale. Come sottolineato da geograf anarchic, la struttura della città riflette i valori della società che l’ha costruita: se la città è fatta per le macchine, essa esprime un ideale di atomizzazione e velocità; se è fatta per le persone e le biciclette, esprime un ideale di salute, bellezza e solidarietà. Il “ritorno alla bellezza” auspicato da Reclus passa per la demolizione dei «sobborghi brulicanti di ciminiere puzzolenti» e la creazione di spazi di movimento armonici con l’ambiente naturale. 

Nonostante l’evidenza schiacciante dei benefici ambientali, sanitari ed economici della mobilità attiva e del trasporto pubblico, queste soluzioni rimangono marginalizzate. Eppure, le misure concrete per promuovere biciclette e trasporto pubblico stentano a decollare, spesso relegate a progetti marginali o dedicati” ad un nuova opportunità turistica. Il motivo non è tecnico ma politico: incentivare realmente la mobilità sostenibile significa scontrarsi con potenti interessi costituiti. Finché l’apparato statale rimane intrinsecamente legato all’automobile (sia economicamente, tramite le entrate fiscali e i posti di lavoro nel settore, sia culturalmente, con l’auto vista come simbolo di status e libertà individuale), le misure ecologiche avanzano a passo lento. Liberarsi dall’autocentrismo non è solo una questione ambientale ma di autonomia sociale: città a misura di bicicletta e pedoni, servite da trasporti pubblici frequenti e gratuiti, scardinerebbero la dipendenza dal mercato dell’auto e renderebbero le comunità più solidali e resilienti.

Militarismo e guerra alimentano la crisi climatica?

L’anarchismo italiano ha storicamente denunciato la guerra come strumento di potere e di profitto. Già nel 1912 Errico Malatesta definiva la guerra coloniale italiana in Libia una «guerra di saccheggio e brigantaggio» mascherata da missione patriottica. La guerra viene giustificata dalle élite politiche in nome degli ideali e sostenuta da quelle economiche perché funzionale all’espansione e al controllo delle risorse e dei mercati. Durante le crisi economiche, la militarizzazione della società e il conflitto bellico diventano, per i governi, l’ultima carta da giocare per rilanciare un sistema in affanno. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, al di là dei proclami, la guerra appare come “unica via” per rianimare il capitalismo, offrendo lavoro, nuovi mercati e fungendo da surrogato della repressione aperta della rivoluzione sociale.

Le guerre moderne oltre a causare la perdita di vite umane, le menomazioni fisiche e psicologiche, la distruzione delle infrastrutture civili, il collasso dei servizi essenziali, la diffusione della povertà hanno un enorme impatto sugli ecosistemi naturali e, se si escludono le “fabbriche di morte” e i settori collegati che ottengono un immediato ritorno dei loro investimenti, altre attività subiscono un effetto depressivo. Prendendo in esame quest’ultima conseguenza si potrebbe ritenere che la contrazione dell’attività economica porti a una generale riduzione delle emissioni di gas serra responsabili della crisi climatica.

Non è cosi. Anzi, se consideriamo il settore militare, è vero il contrario. Anche se gli stati sono restii a fornire dati ufficiali sulle emissioni generate dalle forze armate, sia durante periodi di pace sia di guerra, dobbiamo ricordare che, secondo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), dall’Accordo di Parigi (COP21) gli stati devono presentare i propri Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC). Dalla COP26 di Glasgow è, inoltre, partita la richiesta che vengano esplicitamente incluse le quote attribuibili al settore militare, istanza che rimane un auspicio visto che tale “contabilità” dipende da un impegno volontario, ovviamente disatteso proprio da quegli stati che investono di più in armamenti.

Secondo il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), infatti, le guerre sarebbero responsabili del 5,5% delle emissioni globali annuali di gas serra.

La macchina bellica contemporanea divora risorse ed energia su scala impressionante. L’esercito degli Stati Uniti è il maggiore consumatore di petrolio al mondo e, di conseguenza, uno dei principali emettitori di gas serra. Secondo uno studio pubblicato su Nature, se il Pentagono fosse uno stato si classificherebbe tra i primi 50 emettitori globali con più di 40 milioni di t CO₂ (equivalente).

Tra il 2001 e il 2017, le emissioni legate alle operazioni militari statunitensi, incluse le “operazioni di contingenza all’estero” in Afghanistan, Pakistan, Iraq e Siria, hanno generato oltre 400 milioni di tonnellate di CO₂ (e). La NATO, nel 2023, ha emesso 233 milioni di tonnellate di CO₂ (e), una quantità superiore alle emissioni annuali di paesi come Colombia e Qatar.

Se estendessimo l’analisi alle forze armate del mondo, paragonandole a un unico paese, la percentuale di gas serra emessi costituirebbe l’equivalente della quarta impronta di carbonio nella classifica delle nazioni.

L’aumento della spesa militare della NATO nel 2023 ha generato ulteriori 31 milioni di tonnellate di CO₂ (e). A titolo di esempio, basti pensare che l’introduzione di nuovi aerei da combattimento come l’F-35, che consumano 1,6 volte più carburante dei loro predecessori F-16, determinerà un incremento dell’impronta inquinante che estenderà la sua influenza negativa per decenni. Nel rapporto presentato alla COP30 di Belem, il CEOBS ha fornito alcune stime che mostrano la dimensione del problema in relazione alla situazione più recente. Nei tre anni trascorsi dall’invasione dell’Ucraina, il conflitto avrebbe prodotto 237 milioni di tonnellate di CO₂ (e), con un “danno climatico” stimato in 43 miliardi di dollari. Le operazioni sui territori palestinesi dopo il 7 ottobre avrebbero generato, nei primi quindici mesi, oltre 31 milioni di tonnellate di CO₂ (e).

Intanto la spesa militare mondiale ha continuato a crescere, tanto che per il 2024 avrebbe raggiunto i 2,7 trilioni di dollari. Secondo il CEOBS, inoltre, i paesi del Nord Globale investirebbero 30 volte di più nei propri apparati militari rispetto ai fondi destinati al finanziamento climatico internazionale.

Il militarismo, oltre a essere un gigantesco motore di distruzione ambientale è, quindi, anche un massiccio dirottatore di risorse dalla transizione ecologica. La sua impronta carbonica, spesso ignorata, rivela una profonda ipocrisia nelle politiche climatiche globali. In questo contesto s’inseriscono anche le scelte politiche europee.

È stato stimato che l’impronta di carbonio militare dell’Ue nel 2019 sia stata di circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2(e) (l’Italia avrebbe contribuito per l’8%). I dati sono riferiti a un tempo cosiddetto di “pace”. Il piano ReArm Europe/Readiness 2030 prevede un aumento della spesa militare dell’UE di oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. Il CEOBS stima che questo incremento potrebbe generare ogni anno fino a 218 milioni di tonnellate di CO₂(e) aggiuntive, con un “danno climatico” associato di 298 miliardi di dollari.

Se tutti i membri NATO raggiungessero l’obiettivo del 2% del PIL in spesa militare entro il 2028, la loro impronta carbonica collettiva ammonterebbe a 2 miliardi di tonnellate di CO2 (e), superando le emissioni annuali della Russia. Questo comporterebbe anche un dirottamento di 2,57 trilioni di dollari che potrebbero finanziare i costi di adattamento climatico per i paesi a basso e medio reddito per sette anni.

I valori stimati dell’impronta di carbonio delle forze armate, comprendono due tipologie, una è quella delle emissioni “di funzionamento”, cioè legate al carburante bruciato dai veicoli militari, dagli aerei, dalle navi, negli uffici per riscaldarli, raffreddarli, illuminarli, ecc.; l’altro contributo è quello delle emissioni “incorporate” dalla produzione di tutti i mezzi, delle attrezzature belliche compresi carri armati, cannoni, missili e munizioni. Sommando le emissioni di “funzionamento”, quelle “incorporate” e altre, indirettamente dovute alle attività delle forze armate, in periodo di pace e in periodo di guerra, si ottengono le cosiddette “emissioni consumate”: sono queste a costituire l’impronta di carbonio del settore militare.

Sempre riferendoci ai “tempi di pace” non dobbiamo dimenticare l’impatto generato, sia pure in minor scala rispetto a una guerra, delle esercitazioni militari che si susseguono in giro per il mondo come dimostrazione di forza nei confronti degli ipotetici nemici.

Allo stesso modo non dobbiamo tralasciare l’odioso contributo dei poligoni di tiro che ammorbano aria, acqua e suolo di quelle aree geografiche dichiarate servitù militari.

I poligoni militari in Italia sono circa 250, molti dei quali ubicati in aree protette come Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) e tra questi la Sardegna “ospita” i tre più grandi poligoni d’Europa. Poligoni sperimentali nei quali si spara terra-mare, aria-terra e mare-terra, dove si svolgono possenti esercitazioni (anche in affitto) e si mette in mostra il “made in Italy dell’industria bellica”. Ma la Sardegna è spesso ricordata per Quirra (Nuoro) anzi, più che per il paese, per la “Sindrome di Quirra” e la sua lunga serie di morti, di agnelli nati con vistose malformazioni nei pascoli adiacenti, di soldat e pastor ammalat di tumore o leucemia. Questo luogo è il simbolo delle omissioni e degli insabbiamenti militari sulla correlazione fra impatto ambientale e alcune forme tumorali (questione tutt’oggi ancora dibattuta) ma il problema della contaminazione del territorio è troppo chiaro ed evidente. Com’è palese, grazie soprattutto all’azione del Comitato PoligoNO, la devastazione ambientale di uno dei poligoni più utilizzati – Cao-Malnisio in Friuli Venezia Giulia – con 192 giornate/anno e per più tempo. Nell’area vengono adoperati armamento leggero (calibri 9,- 5,56, – 7,72 e 12), bombe a mano, mortai e lanciagranate, per l’addestramento di unità appiedate, aviolanciate (piccoli nuclei con paracadute direzionali) e meccanizzate. Grazie al comitato si può tranquillamente affermare che non solo il territorio usato dai poligoni è contaminato in maniera massiccia da metalli pesanti, ma che le “bonifiche” previste per legge non vengono effettuate tant’è che dopo anni di lotta al momento questo ed altri poligoni della regione sono “silenti” in attesa di verifiche ambientali. Bisogna tener presente che queste zone militari situate in montagna sono un rischio non solo per il territorio locale ma anche per l’inquinamento delle falde acquifere della zona e della pianura. Se i problemi ecologici non fossero così devastanti non si capirebbe come mai già il governo Renzi, con il decreto 91/2014, abbia equiparato le aree militari a quelle industriali, con un innalzamento drastico dei limiti legali di inquinamento, evitando così le bonifiche e occultando l’impatto ambientale delle attività militari; e ora il governo Meloni vorrebbe togliere il controllo ambientale di questi siti alle regioni per riportarlo in seno al Ministero della Difesa secondo una logica tutta italiana che il controllato è anche il controllore.

La questione dei poligoni, poi, dà da pensare anche a un altro macroscopico problema di cui poco si parla: la questione delle bonifiche. Molte sono le aree dismesse dall’esercito che vengono abbandonate al loro destino perché i comuni o le regioni non hanno i soldi per poterli risanare. Secondo i dati più recenti dell’Agenzia del Demanio, risalenti al 2015, in Italia ci sono circa 1.500 caserme non più utilizzate o abbandonate, molte si trovano in aree urbane e alcune per brevi o lunghi periodi sono state anche occupate, ma non esiste un vero e proprio piano di recupero.

Eppure l’esercito, dopo aver sperperato e inquinato ettari di territorio, ora ci vuol far digerire il suo nuovo volto “ecologista” e la realizzazione e/o ristrutturazione delle caserme “green ecosostenibili”. Un osceno progetto che attraverso un greenwashing vergognoso richiede altri investimenti per una nuova militarizzazione del suolo, spacciandolo come una opportunità di beni e servizi anche per la comunità ospitante.

Circa il 60% di tutte le emissioni globali di gas serra proviene da appena dieci paesi: Cina, Stati Uniti, India, Indonesia, Russia, Brasile, Giappone, Iran, Canada e Arabia Saudita. Con l’eccezione dell’Indonesia gli altri sono classificati tra i primi venti stati in termini di spesa militare.

Nessuno stato può essere preso sul serio in termini di mitigazione delle emissioni di gas climalteranti se finanzia le proprie forze armate. L’Italia, nel 2025, ha previsto una spesa militare che sfiorerà i 32-35 miliardi di euro.

Guerra, clima e capitale militare: tre facce dello stesso mostro. L’enorme investimento nelle spese militari non solo sottrae fondamentali risorse a quelle che dovrebbero essere le priorità (mitigazione, adattamento climatico, sviluppo delle forme di energia alternative ai combustibili fossili) ma evidenzia anche una scelta politica che aggrava le conseguenze negative sull’ambiente e sulle popolazioni più fragili. Ancora una volta, i padroni della guerra si garantiscono i profitti scaricando i costi della devastazione ecologica sull’umanità intera.

Capitolo 3Cos’è il greenwashing?

Il greenwashing è una pratica di marketing ingannevole in cui si esagera la propria propensione ecologica o si afferma falsamente il rispetto dell’ambiente per conquistare il favore dei consumatori. Il termine combina, letteralmente, l’aggettivo “verde”, spesso associato al rispetto dell’ambiente e alla sostenibilità, al “lavar via”, verbo che sottintende un tentativo di nascondere, ridefinire la vera natura di una situazione, presentandola sotto una “nuova luce”. Il greenwashing può, perciò, comportare pubblicità ingannevole, false etichette o altri espedienti per creare un’immagine ambientale positiva senza un corrispondente riscontro basato su pratiche concrete.

I cambiamenti climatici sono l’esempio ideale per comprendere come le azioni umane abbiano determinato un impatto che, sempre più spesso, si sposta dall’ambito locale a quello globale e viceversa. In un sistema economico come quello capitalista, dove la regola è stata: “Conquista e rapina delle risorse naturali, sottomissione e sfruttamento “dell’individuo sull’individuo”, tutto ciò non dovrebbe stupire. Quello che risulta particolarmente frustrante è che la crescente sensibilità nei confronti delle problematiche ambientali venga usata come una nuova occasione di profitto per l’imprenditore o imprenditrice di turno o, peggio, per la multinazionale che è stata responsabile dell’origine stessa del danno.

Tornando al concetto di greenwashing, citiamo un esempio che, nella sua semplice banalità, ci può aiutare a mettere ulteriormente a fuoco il ragionamento prima accennato. Un esempio col quale, l’ambientalista statunitense, Jay Westerveld nel 1986 introdusse questo termine nella lingua anglosassone.

Quando nel bagno di un albergo si legge un gentile avviso che suggerisce di non richiedere la sostituzione quotidiana degli asciugamani si è indotti a pensare ad una nuova attenzione della direzione finalizzata alla diminuzione dell’impatto che i frequenti lavaggi della biancheria hanno sull’ambiente (consumo di acqua, dispersione dei detersivi, energia sprecata per il ritiro e consegna della biancheria….). Accogliendo la richiesta, che in fondo corrisponde a quello che normalmente facciamo nelle nostre abitazioni, ci si sente, almeno un po’, protagonisti di una “buona azione ecologista”. Certo, con una riflessione più critica, si potrebbe sospettare che quella “lodevole” iniziativa fosse più ispirata dal calcolo del risparmio ottenuto con la riduzione delle spese di lavanderia che da una “immacolata coscienza ecologista” di chi dirige le catene alberghiere.

Con questo non si vuol sostenere, a priori, che non si possano adottare comportamenti coerenti con il rispetto dell’ambiente ma certo bisogna saper distinguere. A questo proposito citiamo un’indagine pubblicata nel 2007 dalla corporation canadese di marketing ambientale Terra Choice Environmental Marketing Inc.

La loro ricerca ha analizzato 1018 prodotti di cui solo uno è risultato coerente con la sua presentazione, da qui la definizione di “The Sins of Greenwashing”; una lista di sei “peccati” commessi dalle aziende che si presentano eco-friendly. Lo scopo della ricerca era quello di tutelare chi consuma o, più probabilmente, quello di proteggere l’attendibilità delle future campagne pubblicitarie. Per quel che ci riguarda la si può utilizzare per svelare alcuni “trucchi” adottati da “greenwashers

Di seguito i sei punti che troviamo nella lista:

Sin of the hidden trade-off (omessa informazione): dichiarare l’ecosostenibilità di un prodotto basandosi solo su alcuni attributi e spostando l’attenzione da ciò che ha maggiore impatto ambientale.

Sin of no proof (mancanza di prove): un’affermazione non sostenuta da informazioni di supporto facilmente accessibili o da un’affidabile certificazione di terze parti.

Sin of vagueness (vaghezza): quando le indicazioni sul prodotto sono così generiche che il loro significato può essere frainteso da chi compra.

Sin of irrelevance (irrilevanza): con cui si inseriscono affermazioni ambientali anche veritiere, ma non importanti o utili per chi compra.

Sin of lesser of two evils (minore dei mali): un’indicazione che può essere vera per la specifica categoria di prodotto ma che rischia di distrarre chi compra dagli effetti ambientali maggiori della categoria nel suo complesso.

Sin of fibbing (falsità): relativo ad asserzioni d’interesse ambientale che sono semplicemente false.

Del resto, il sistema economico dominante prevede che debbano essere incentivati i consumi nella loro dimensione quantitativa senza badar troppo alle conseguenze sugli equilibri del pianeta. Un esempio lampante di questa “filosofia” è quello dell‘obsolescenza programmata, o obsolescenza pianificata, una vera e propria strategia commerciale e industriale che consiste nel progettare e produrre beni con una durata di vita limitata, in modo che si rompano o diventino obsoleti dopo un periodo prefissato, inducendo chi li compra a sostituirli con modelli nuovi. Questa pratica ha l’obiettivo di incentivare la domanda di prodotti a sostegno delle vendite, e parallelamente determina un assurdo incremento del flusso dei rifiuti. 

Già nel 1924 il Cartello Phoebus, lobby delle principali aziende occidentali produttrici di lampadine, portò una standardizzazione nella produzione delle lampadine a incandescenza in commercio, stabilendo, fra le altre cose, che esse dovessero avere tutte una durata di vita prestabilita pari a circa 1.000 ore di esercizio.

Quando, negli anni Trenta, i ricercatori dell’azienda chimica DuPont riuscirono a creare il nylon, una nuova fibra sintetica molto resistente, questa fu utilizzata per creare calze da donna che si smagliavano molto più difficilmente di quelle esistenti in seta. Vennero messe in commercio nel 1945 ma presto l’azienda si accorse che la durabilità delle calze era eccessiva e dannosa per gli affari. La DuPont incaricò i propri tecnici di trovare una soluzione, così le calze, che all’inizio avevano uno spessore compreso tra i 70 e 40 denari, divennero (in maniera relativamente veloce, nel 1950) più trasparenti ma anche più fragili riducendo lo spessore a 10 denari.

Una forma di obsolescenza programmata, che si può considerare strettamente imparentata con il greenwashing, è quella relativa alla normativa che classifica i veicoli a motore nelle categorie Euro … 4, 5, 6 e oltre (euro 7 dal novembre 2026 ).

Questa iniziativa legislativa presentata con l’obiettivo di diminuire le emissioni climalteranti, degli ossidi d’azoto NOx e delle particelle che costituiscono il cosiddetto particolato (PM 2,5/10) spinge, di fatto, a sostituire gli autoveicoli, altrimenti sottoposti a limitazioni nella circolazione. Un processo che non tiene in considerazione l’impatto ambientale totale, dall’estrazione delle materie prime all’acquisto da parte di chi le utilizza, passando per produzione, assemblaggio, trasporto, gestione commerciale e rottamazione dei veicoli obsoleti, rispetto al mantenimento in vita di veicoli di classe precedente.

Quelle che appaiono come norme di salvaguardia della qualità dell’aria, in realtà si traducono in piani di sviluppo commerciale delle aziende automobilistiche. A volte, le innovazioni tecnologiche, se reali, sembrano essere più funzionali a scandire i cicli produttivi che permettono di “rianimare” i capitali investiti nei diversi settori produttivi più che ad offrire soluzioni di lungo periodo. Infatti, parlando di emissioni, si dovrebbe sviluppare un’analisi più ampia. Se è vero, come è vero, che durante la circolazione un mezzo full-electric non emette inquinanti, escludendo il rilascio di particelle per l’attrito delle componenti frenanti e degli pneumatici sull’asfalto, non dobbiamo pensare che questo corrisponda ad una soluzione più ecologica e rispettosa dell’ambiente in assoluto. Bisogna, infatti, considerare l’intero ciclo di vita del veicolo effettuando una valutazione definita “from well to wheels” (dal “pozzo alle ruote” o dalla “culla alla tomba”) con cui s’intende valutare l’impatto ambientale del prodotto considerando l’estrazione delle materie prime necessarie alla sua costruzione e funzionamento, i processi di lavorazione (ad esempio quelli per la fabbricazione delle batterie giocano un ruolo importante) fino ai processi necessari alla demolizione riciclaggio/smaltimento dei materiali a fine vita del prodotto. Con questo approccio si potrebbe, forse, scoprire che alcune auto mandate precocemente alla demolizione ma ancora funzionanti con una buona efficienza, avrebbero garantito un livello di emissioni ancora sostenibile se non inferiore rispetto a quello calcolato in base all’intero ciclo di vita dei prodotti che le hanno sostituite.

Se per ricaricare le batterie di un veicolo elettrico si utilizza l’energia prodotta in una centrale termoelettrica che brucia petrolio o, peggio, carbone, il risultato è solo quello di spostare le emissioni inquinanti dal luogo in cui l’auto circola a quello in cui è in funzione la centrale. Fatto che sicuramente giova ai polmoni di chi risiede in città ma non cambia, praticamente, nulla considerando anche trasporto e distribuzione di energia in termini di emissioni globali.

Cambiamo completamente settore per fare un altro esempio: come dovremmo considerare la dicitura, riportata sulla confezione delle uova, che sottolinea che le stesse sono ottenute da galline “allevate a terra”? Certo, leggendo quella specifica ci sentiamo sollevati dal pensiero che non siano costrette a una “vita” da confinate in una gabbia. La condizione di “allevate a terra”, però, nella stragrande maggioranza dei casi, va figurata per ciò che è, ovvero, un capannone industriale con migliaia di animali che, pur avendo le zampe che toccano il suolo, non hanno uno spazio vitale adeguato (la normativa a riguardo permette una densità di 9 galline al m2). Animali allevati su un suolo coperto di escrementi e con la luce artificiale quasi sempre accesa per indurre la deposizione delle uova.

A fronte di questi esempi, sarebbe necessaria una riflessione più radicale. In cosa consiste quello che nell’immaginario collettivo è proposto come irrinunciabile progresso?

Quale logica guida la rincorsa al cosiddetto benessere? Se questo prevede il taglio di sempre più ampie porzioni di foresta vergine per guadagnare nuove superfici coltivabili, per produrre un biocarburante “ecologico” da mettere nel serbatoio di un’auto euro(x) indispensabile per raggiungere il centro commerciale dove comprare una dozzina di bottiglie in plastica (magari riciclata) con dell’acqua dentro che è arrivata fino a lì dopo un viaggio di centinaia di chilometri a bordo di un autoarticolato che ha sgasato a destra e a manca? Acqua che ci pare normale ritrasportare con un’auto fino a casa con un ulteriore spreco di energia?

In realtà, con quest’ultimo esempio, neppure tanto estremizzato, si vuole rendere esplicita l’assurdità di certi comportamenti che siamo abituat a considerare inevitabili e che, ripetuti inconsapevolmente, non solo condizionano lo stile di vita e l’ambiente naturale ma ci rendono complici di un sistema i cui limiti sono sempre più evidenti. Un sistema che, anche quando si presenta come riformabile, sta solo cercando di rigenerarsi mantenendo inalterati i propri fini.

A tal proposito, e per completezza d’informazione, ricordiamo che per “combattere” il greenwashing, l’Unione Europea ha introdotto la Direttiva 2024/825. Questa direttiva viene presentata come rafforzamento della protezione di chi consuma contro le pratiche di commercializzazione ingannevoli, promuovendo una maggiore trasparenza nelle comunicazioni ambientali delle aziende.

Secondo la Direttiva 2024/825, diverse pratiche vengono identificate come greenwashing e vietate:

  1. Marchi di Sostenibilità Falsi. È vietato esibire un marchio di sostenibilità che non è basato su un sistema di certificazione approvato o non è stabilito da autorità pubbliche.

  2. Asserzioni Ambientali Generiche. Non è permesso fare affermazioni ambientali generiche senza poter dimostrare l’eccellenza delle prestazioni ambientali pertinenti all’asserzione.

  3. Compensazione delle Emissioni. Dichiarare che un prodotto ha un impatto neutro o ridotto sull’ambiente in termini di emissioni di gas a effetto serra sulla base di mere compensazioni, senza una reale riduzione delle emissioni, è proibito.

  4. Requisiti legali presentati come distintivi- È vietato presentare requisiti legali imposti per legge come se fossero un tratto distintivo dell’offerta dell’azienda.

È stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 6 marzo 2024 ed è entrata in vigore dopo venti giorni. Gli stati membri dovranno recepirla entro il 27 marzo 2026 e darle piena operatività entro il 27 settembre 2026​. Come a dire: il greenwashing è “un raggiro” che esiste da anni, ma le aziende devono avere la possibilità di adeguarsi con calma … a scapito dell’ “ingenuità” di chi compra.

Capitolo 4 – Movimenti ambientalisti: storia, critica e limiti

  Per comprendere la genesi dei movimenti ambientalisti, è necessario innanzitutto sgombrare il campo da un equivoco terminologico che è divenuto una gabbia concettuale: l’“Antropocene”. Questo termine, divenuto onnipresente nel dibattito pubblico, suggerisce che sia l'”Anthropos“, l’essere umano in quanto specie biologica indifferenziata, responsabile delle alterazioni degli equilibri ecologici del pianeta. È una narrazione potente ma profondamente mistificante poiché distribuisce la colpa in modo uniforme su tutta l’umanità, nascondendo le specifiche responsabilità storiche e di classe.

Contro questa visione, la sociologia critica e l’ecologia-mondo, attraverso le opere di Jason W. Moore e altr, hanno proposto il concetto di Capitalocene”. Secondo questa prospettiva, non è l’umanità in astratto ad aver devastato la biosfera ma uno specifico modo di organizzazione della natura e della società: il capitalismo. Il sistema capitalista non si limita a “usare” le risorse ma opera attraverso una logica specifica, quella della “Natura a Buon Mercato” (Cheap Nature). Esso si appropria gratuitamente, o a costi irrisori, del lavoro non retribuito di intere categorie umane (donne, popoli colonizzati) e del lavoro della natura extra-umana, trattandole come esternalità infinite.

Il limite primordiale dell’ambientalismo mainstream risiede proprio qui: nell’incapacità di distinguere tra l’attività umana generica e la logica di accumulazione del capitale. Se la diagnosi è l’Antropocene, la cura tecnocratica si limiterà a proporre: controllo demografico, tasse sui comportamenti individuali, mercati dei permessi di emissione. Se la diagnosi è il Capitalocene, la cura non potrà che essere politica e rivoluzionaria e richiederà il superamento del modo di produzione che si fonda sullo sfruttamento dell’individuo e dell’ambiente. Accettando la narrazione dell’Antropocene, i movimenti odierni finiscono, spesso, per invocare soluzioni che rafforzano un approccio tecnocratico senza mettere in discussione il modello economico che è l’origine stessa del problema.

 1. Le origini: la protezione della natura come altrove

  In Italia l’ambientalismo nasce storicamente sotto il segno del “protezionismo”. Associazioni come Italia Nostra (fondata nel 1955), Pro Natura (1959) e successivamente il WWF Italia (1966) sorsero in un contesto di rapida trasformazione industriale e urbanistica, il cosiddetto “boom economico”. L’obiettivo di queste prime organizzazioni non era mettere in discussione il modello di sviluppo in sé, quanto piuttosto mitigarne gli effetti più sgradevoli sul paesaggio e sul patrimonio artistico.

Questo primo ambientalismo presentava caratteristiche ben definite che ne limitavano la portata politica:

  • era guidato prevalentemente da intellettuali, aristocratic e ceti urbani colti, spesso distanti dalle necessità materiali delle classi popolari che vivevano il boom economico come un’occasione di emancipazione dalla povertà rurale;

  • la “Natura” veniva concepita come un’entità separata dalla società, un tempio incontaminato da preservare dagli umani, piuttosto che l’ambiente in cui l’umano vive, lavora e si riproduce. L’ecologia era intesa come cura del “fuori” (i parchi, le montagne, le specie rare), ignorando il “dentro” (le condizioni della fabbrica, il quartiere operaio);

  • non vi era, in questa fase, una critica ai rapporti di produzione. La difesa dell’ambiente era spesso intesa in senso estetico o morale, compatibile con un conservatorismo politico che guardava con sospetto alla modernità industriale ma non al capitalismo come sistema.

 2. La svolta degli anni ’60 e ’70

  Il vero punto di rottura, che costituisce ancora oggi un modello insuperato di integrazione tra questioni sociali e ambientali, avviene tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. In concomitanza con l’autunno caldo e i grandi movimenti studenteschi, l’ecologia in Italia esce dai salotti ed entra prepotentemente nelle fabbriche e nei quartieri popolari.

Lo sguardo oltreconfine: André Gorz e l’Ecologia politica in Francia

 Mentre in Italia fioriva l’ecologia operaia, in Francia prendeva forma una critica filosofica radicale che avrebbe gettato le basi dell’Ecologia Politica europea, trovando uno degli esponenti più interessanti in André Gorz (1923-2007).

Gorz comprese precocemente che l’ecologia, se non politicizzata in senso anticapitalista, rischiava di diventare uno strumento di gestione della crisi a favore del capitale stesso. Nel suo saggio Ecologia e libertà (1977), Gorz pone un aut aut fondamentale: «O l’ecologia sarà sociale, o non sarà». Il filosofo avvertiva profeticamente contro il rischio dell'”Ecofascismo” o “Tecnofascismo”: l’idea che, di fronte alla scarsità delle risorse, il sistema capitalista avrebbe imposto restrizioni autoritarie gestite da un’élite di tecnocrat, sacrificando la libertà individuale per “salvare il pianeta” (o meglio, per salvare il sistema produttivo), inoltre lanciava un importante monito riguardante i danni sull’ambiente provocati dal capitalismo. Se non si fosse creato un importante e incisivo movimento ambientalista politicamente critico, il Capitale sarebbe riuscito a trovare una nuova fonte di ricchezza proprio nella bonifica dei disastri ambientali creati dal capitalismo stesso.

Punti chiave del pensiero di Gorz rilevanti oggi:

La critica del bisogno. Il capitalismo crea bisogni artificiali per vendere merci. La crisi ecologica non si risolve solo con tecnologie più pulite (“green tech“), ma riducendo la produzione e liberando tempo di vita. È la distinzione tra standard di vita (quantità di merci) e qualità della vita (autonomia, relazioni).

L’ideologia sociale dell’automobile. Nel suo celebre saggio del 1973, Gorz decostruisce l’automobile non come semplice mezzo di trasporto ma come simbolo dell’individualismo borghese che distrugge lo spazio pubblico e crea una dipendenza strutturale dal mercato e dal petrolio. L’auto promette libertà ma crea ingorghi e distanze incolmabili a piedi, rendendo la società ostaggio dell’industria fossile.

Autonomia vs Eteronomia. L’ecologia per Gorz non è un fine in sé ma lo strumento per recuperare l’Autonomia (la capacità di determinare le proprie leggi e i propri bisogni) contro l’Eteronomia imposta dalla megamacchina industriale.

 L’Ecologia operaia e la lotta alle nocività in Italia

 In Italia, si sviluppa quella che possiamo definire una “ecologia di classe”. L’intuizione fondamentale di questa stagione fu il rifiuto della monetizzazione della salute. La classe lavoratrice, spesso in aperto contrasto non solo con i padroni ma anche con le burocrazie sindacali che privilegiavano l’aumento salariale, iniziarono a denunciare la nocività dell’ambiente di lavoro. Lo slogan La salute non si vende divenne il ponte concettuale che univa l’interno della fabbrica con l’ambiente esterno: se una sostanza fa ammalare chi lavora, inevitabilmente avvelenerà anche il territorio circostante.

Due momenti storici segnano questa fase:

  i Comitati di quartiere e di fabbrica. A Marghera, a Torino, a Taranto, i collettivi operai iniziarono a mappare autonomamente le sostanze tossiche, rifiutando i dati aziendali e producendo un sapere “di parte” che svelava il costo umano del profitto;

• il disastro di Seveso (1976). L’esplosione del reattore dell’ICMESA e la fuoriuscita della nube di diossina rappresentarono uno shock traumatico. Seveso rivelò che la fabbrica non è un’isola ma una potenziale bomba ecologica in grado di compromettere la riproduzione sociale di un intero territorio. Il gruppo operaio della Montedison di Castellanza, con la sua opera di denuncia, mostrò come il disastro non fosse un “incidente”, ma la conseguenza logica di un modo di produzione che subordinava la sicurezza al risparmio.

 A differenza dell’ambientalismo odierno, spesso accusato di essere un passatempo per ceti benestanti o “da ZTL” (Zone a Traffico Limitato), l’ecologia degli anni ’70 in Italia aveva una base materiale fortissima, legata alla sopravvivenza fisica della classe lavoratrice. La separazione odierna tra “sociale” e “ambientale” è il prodotto storico della sconfitta di quella stagione politica e della successiva deindustrializzazione, che ha frammentato il mondo del lavoro e reso invisibile” la produzione.

La spettacolarizzazione delle lotte ambientaliste: Greenpeace e Sea Shepherd

Greenpeace nasce in Canada nel 1971 quando un gruppo di pacifist salpa sulla nave Phyllis Cormack verso l’isola di Amchitka per bloccare i test nucleari statunitensi. L’organizzazione fin da subito si struttura su un’ideologia di non violenza assoluta, azione diretta mediatica e pressione sulle istituzioni internazionali: le loro azioni non arrivano mai al sabotaggio, sono una testimonianza attiva davanti alle telecamere, trasformando ogni intervento in evento giornalistico globale. Oggi Greenpeace è una rete con oltre 3 milioni di sostenitor e sostenitrici e 26 organizzazioni nazionali, con budget annuali nell’ordine di milioni di euro.

Pur apprezzando il coraggio degli e delle attivist e l’importanza delle campagne e delle proteste messe in atto, non si può nascondere che negli anni l’organizzazione sia diventata un apparato burocratico gerarchico che vuole mettere in discussione il capitalismo non alle radici ma solo nell’intento di migliorarlo”. Agisce come se fosse veramente possibile rivoluzionarlo dall’interno.

Da una sua costola nasce nel 1977 Sea Sheperd, sempre in Canada, da Paul Watson, già membro fondatore di Greenpeace, espulso per il suo rifiuto della non violenza assoluta. L’idea di Watson si basa sul principio che le leggi internazionali a protezione del mare sono sistematicamente disattese e che, in assenza di una polizia oceanica, sia legittimo intervenire direttamente per far rispettare i trattati esistenti. La filosofia di Sea Shepherd si definisce come eco-difesa: ostacolamento fisico delle navi baleniere e delle flotte di pesca illegale, sequestro e distruzione di reti abbandonate (ghost net), monitoraggio e denuncia. La sua azione non si limita a bloccare l’attività delle baleniere ma anche al pattugliamento di aree marine protette, vedi l’Operazione Siracusa, in collaborazione con gli organismi statali preposti. Anche qui ci troviamo di fronte alla spettacolarizzazione della militanza, basta guardare il programma Whale Wars su Animal Planet che critica il sistema alimentare globale ma non il sistema in toto. Anzi, proprio in questo caso si può parlare di protesta all’interno del sistema solo per attenuarne i guasti, visto la piena collaborazione con le istituzioni e una promozione spinta di merchandising per finanziarsi, dalle spille vendute per pochi euro a orologi che ne costano migliaia.

3. Gli Anni ’80 e ’90: istituzionalizzazione, nucleare e riformismo

La grande mobilitazione contro gli impianti nucleari in Italia con scioperi, blocchi e azioni dirette a cui partecipò pure la Federazione Anarchica Italiana, organizzando un convegno nazionale a Bologna e attraverso l’impegno di una apposita commissione e dei gruppi locali, costrinse le istituzioni a cercare una comoda via di uscita nel referendum del 1987, ma non misero fine alle pratiche dal basso, all’autorganizzazione e all’azione diretta. Alla fine degli anni ‘80 realtà ambientaliste in cui l’anarchismo svolse un ruolo di primo piano imposero la chiusura della Farmoplant di Massa e dell’Acna di Cengio. Con il riflusso dei movimenti rivoluzionari, però, anche l’ecologia prende progressivamente la via delle istituzioni. La nascita delle Liste Verdi (1985) e il loro successivo ingresso in parlamento segnano l’inizio del riformismo ambientale. Si diffonde l’idea che si possa salvare il pianeta attraverso leggi, ministeri, agenzie di controllo e accordi internazionali, senza necessariamente uscire dal perimetro dell’economia di mercato. È la fase della “modernizzazione ecologica”: l’ambiente diventa un settore amministrativo, gestito da espert. È in questo contesto che si consolida, a livello globale, il paradigma dello “Sviluppo Sostenibile” (sancito dal Rapporto Brundtland del 1987), un concetto ambiguo che prometteva di conciliare la crescita economica con la tutela ambientale. Come vedremo, questo concetto rappresenta un ossimoro funzionale al mantenimento della crescita capitalista, permettendo al sistema di interiorizzare la critica ecologista senza eliminare alla radice il problema. L’ambientalismo diventa professione, le ONG strutturate sostituiscono i collettivi spontanei, e l’attività di lobbying sostituisce il conflitto sociale.

4. La nuova onda della contestazione. Anatomia dei movimenti contemporanei

L’ecologia sociale di Murray Bookchin: “Le radici sociali della crisi”

Figura rilevante dell’ambientalismo radicale, Murray Bookchin (1921-2006) ha sviluppato, a partire dagli anni ’60, la teoria dell’ecologia sociale. La sua analisi offre una chiave di lettura indispensabile per comprendere i limiti dei movimenti attuali.

A. La gerarchia precede il capitalismo. Il nucleo del pensiero di Bookchin è che “i problemi ecologici derivano da problemi sociali”. La dominazione dell’individuo sulla natura non è un fatto innato, ma è la proiezione ideologica della dominazione dell’individuo sull’individuo. Le gerarchie sociali (gerontocrazia, patriarcato, burocrazia statale) hanno creato una mentalità di comando che è stata poi estesa al mondo naturale. Per Bookchin, il capitalismo non è che l’ultima e più devastante forma di questa logica di dominio, in cui la natura è ridotta a risorsa da saccheggiare per la crescita infinita (“Grow or Die“).

B. Ecologia vs ambientalismo. Bookchin operava una distinzione netta, oggi cruciale tra:

ambientalismo – Forma di “ingegneria sociale” che mira a ridurre i danni del sistema esistente senza cambiarne le fondamenta. Cerca di “aggiustare il motore” del capitalismo con tecnologie verdi o con leggi ma lascia intatta la macchina distruttiva (e i movimenti che si rivolgono allo stato, come FFF o XR, ricadono spesso in questa categoria);

ecologia: È una disciplina intrinsecamente rivoluzionaria e ricostruttiva. Non mira a gestire le risorse, ma ad armonizzare le comunità umane con gli ecosistemi attraverso la fine delle gerarchie.

C. La Soluzione Politica: A differenza dell’attivismo che si limita alla protesta («postura petitoria» verso i governi), Bookchin proponeva una politica prefigurativa: il Municipalismo Libertario (o Comunalismo). La proposta è quella di svuotare lo stato dall’interno attraverso la creazione di assemblee popolari cittadine basate sulla democrazia diretta faccia-a-faccia. Queste assemblee, confederandosi tra loro a livello regionale e globale, dovrebbero gestire l’economia e la vita pubblica, sottraendo potere sia al mercato che allo stato.

Seattle e Genova: l’ecologia contro la globalizzazione neoliberista

 Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, in particolare con le proteste di Seattle (1999) contro il WTO e di Genova (2001) contro il G8, emerse un movimento globale che collegava esplicitamente la giustizia sociale alla giustizia ambientale.

A differenza dei movimenti odierni, spesso focalizzati sul singolo tema delle emissioni (la “CO2 tunnel vision“), il movimento di Seattle e Genova denunciava come le istituzioni sovranazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO) imponessero politiche di libero scambio che devastavano gli ecosistemi locali nel Sud del mondo e smantellavano i diritti della classe lavoratrice nel Nord.

Caratteristiche distintive del “Popolo di Seattle”

Il nemico era chiaro: Non l'”individuo” generico, ma le multinazionali e gli organismi non eletti che governavano l’economia globale.

Agroecologia: Grazie a figure come José Bové (che smontò simbolicamente un McDonald’s in Francia) e Vandana Shiva, l’ecologia entrava nel piatto criticando gli OGM e l’agricoltura industriale come strumenti di dominio coloniale sulla natura e su chi coltivava direttamente la terra.

La repressione come spartiacque: La brutale repressione poliziesca di Genova 2001 (la “macelleria messicana” alla scuola Diaz, l’omicidio di Carlo Giuliani) segnò un trauma generazionale. Quella violenza di stato insegnò duramente che mettere in discussione il cuore del modello economico (i vertici G8) comportava una reazione militare, non un “dialogo”.

La sconfitta di quel movimento non ha fermato, però, le lotte territoriali, come la lotta contro la tratta ferroviaria ad alta velocità (TAV), la lotta contro i rigassificatori come quello di Livorno e tante altre esperienze.

È interessante notare come alcuni movimenti odierni, come Extinction Rebellion talvolta prendano le distanze da quell’esperienza per rivendicare una natura “non violenta” e “apolitica”, ignorando forse che la violenza a Genova fu subita, non scelta, e che la “politicità” di quelle piazze risiedeva proprio nella loro forza analitica.

Il 2018 segna l’esplosione di una nuova fase storica. La crisi climatica, divenuta innegabile anche per l’opinione pubblica generalista, innesca una reazione a catena globale. Tuttavia, i nuovi movimenti che emergono portano con sé i segni di una profonda discontinuità rispetto alla tradizione dell’ecologia di classe, presentando caratteristiche inedite e nuove contraddizioni.

Fridays for Future: la scienza come feticcio e il limite del Blablabla

 Fridays for Future (FFF) nasce dall’azione individuale di Greta Thunberg e si configura rapidamente come il primo vero movimento generazionale transnazionale del XXI secolo. La sua forza risiede nella capacità di mobilitare milioni di giovani attraverso lo strumento dello sciopero scolastico globale, sottraendo simbolicamente tempo alla formazione del “capitale umano” per rivendicare un futuro.

Analisi Tattica e Strategica

• Lo sciopero simbolico. A differenza dello sciopero operaio (che blocca la produzione e quindi il profitto), lo sciopero scolastico ha una valenza morale e mediatica. Esso interroga la coscienza di chi è adulto ma non ferma la macchina economica.

• L’appello alla scienza. Lo slogan “Unite behind the science” (“Unitevi dietro la scienza”) costituisce il pilastro epistemologico del movimento. FFF chiede alla politica di ascoltare i report dell’IPCC come se fossero tavole della legge neutrali.

• Interlocuzione istituzionale. FFF dialoga costantemente con governi e istituzioni sovranazionali (COP, ONU, Commissione Europea), chiedendo il rispetto degli Accordi di Parigi. Questa postura implica un riconoscimento della legittimità di queste istituzioni come interlocutori validi.

Il limite del “Blablabla”. Nonostante la potenza comunicativa, FFF ha mostrato presto i suoi limiti teorici. La celebre invettiva di Greta Thunberg contro il “Blablabla” dei leader mondiali evidenzia la frustrazione per l’inazione, ma non riesce a recidere il cordone ombelicale con le istituzioni. Il limite fondamentale, specialmente nelle fasi iniziali, è stata la depoliticizzazione della scienza.

Trattare la scienza climatica come un oracolo neutrale che “detta” l’agenda politica significa ignorare che:

• la scienza produce diagnosi fisiche ma non prognosi politiche o sociali. Dire che «bisogna tagliare le emissioni» è scienza; decidere chi deve tagliarle e come (chiudendo le fabbriche o tassando i ricchi?) è politica;

• l’applicazione delle “soluzioni scientifiche” è sempre mediata da rapporti di forza economici;

• chiedere ai governi di “ascoltare la scienza” presume ingenuamente che i governi agiscano per il bene comune e non per la tutela degli interessi economici nazionali e delle lobby fossili.

In Italia, questo limite si è manifestato nell’incontro con il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani nel 2021. Inizialmente accolto con cauta speranza dal movimento, Cingolani è divenuto presto il simbolo del “tradimento”, promuovendo il nucleare di nuova generazione e il gas come ponti necessari per la transizione, dimostrando che la “tecnica” non è mai neutrale ma sempre asservita a visioni politiche e industriali precise. Di fronte a questo, FFF Italia ha avviato un processo di radicalizzazione, legandosi a collettivi operai (come il Collettivo di Fabbrica GKN a Firenze) e parlando sempre più di “giustizia climatica” intersezionale, ma la tensione tra anima movimentista e anima dialogante rimane irrisolta.

Extinction Rebellion: l’apocalisse “apolitica” e la tecnologia della non-violenza

 Parallelamente a FFF, nasce nel Regno Unito nel 2018 Extinction Rebellion (XR), diffondendosi rapidamente anche in Italia. XR introduce una novità tattica significativa: la disobbedienza civile non violenta di massa. Blocchi stradali, occupazioni di ponti, azioni performative ad alto impatto visivo (i “Red Rebels”, i die-in, l’uso di sangue finto…) mirano a causare disagi economici e paralisi urbana per costringere il governo al tavolo delle trattative.

Le tre richieste cardine di XR rivelano la loro “teoria del cambiamento”:

• Tell the truth (Dite la verità). Il governo deve dichiarare l’emergenza climatica ed ecologica.

• Act now (Agite ora). Azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2025 (un obiettivo tecnicamente impossibile senza un collasso pianificato dell’economia industriale, il che implicherebbe una rivoluzione che però non viene mai nominata esplicitamente).

• Beyond politics (Oltre la politica). La creazione di assemblee cittadine sorteggiate per decidere le misure da adottare, aggirando il parlamento.

Quest’ultimo punto è il più controverso e rivelatore dei limiti ideologici di XR. L’insistenza sul carattere “né di destra né di sinistra” del movimento e la volontà di andare “oltre la politica” tradiscono una visione ingenua dello stato. Le assemblee cittadine sono strumenti democratici interessanti ma prive di potere coercitivo sull’economia reale (banche, multinazionali energetiche) rischiano di diventare consultori impotenti o strumenti di legittimazione per decisioni impopolari già prese altrove. La dottrina della non-violenza radicale di XR ha portato, specialmente nel contesto britannico, a scene paradossali di attivisti che ringraziavano la polizia dopo gli arresti o che si facevano arrestare volontariamente come atto di martirio morale. Questa strategia è stata duramente criticata dai movimenti anarchici e dalle comunità razzializzate per le quali la polizia non è un interlocutore benevolo da convertire ma una minaccia esistenziale strutturale. In Italia, dove la memoria del G8 di Genova è ancora viva, questo approccio “amichevole” verso le forze dell’ordine ha faticato ad attecchire, creando frizioni con i movimenti antagonisti storici. XR è stato spesso accusato di essere un movimento “bianco” e “middle-class”, cieco ai privilegi che permettono a cert attivist di farsi arrestare senza conseguenze devastanti sulla propria vita (fedina penale, permesso di soggiorno, lavoro) a differenza di migranti o precar.

 Ultima Generazione e la radicalizzazione tattica: il sabotaggio simbolico

 La percezione della sostanziale inefficacia delle marce oceaniche di FFF e dei sit-in colorati di XR ha portato, per scissione o evoluzione, alla nascita di frange più radicali. In Italia, Ultima Generazione (nata iniziamente come campagna di disobbedienza civile all’interno della galassia XR, e poi resasi indipendente) rappresenta questo salto di qualità.

Dalla performatività al disagio materiale. Ultima Generazione (UG) adotta tattiche di resistenza civile mirate a creare un danno d’immagine immediato o blocchi della circolazione più aggressivi (per esempio i blocchi del Grande Raccordo Anulare a Roma, l’imbrattamento di opere d’arte protette da vetro o di palazzi istituzionali come il Senato e il Ministero della Transizione Ecologica). A differenza di XR, che cerca ancora un consenso di massa “morale”, UG accetta esplicitamente l’impopolarità e l’odio mediatico come costo necessario per rompere il muro dell’indifferenza e polarizzare il dibattito pubblico. Teoricamente, questo spostamento risente (consapevolmente o meno) delle tesi dell’accademico e attivista svedese Andreas Malm, autore del saggio intitolato Come far saltare un oleodotto. Malm critica il “pacifismo strategico” dogmatico come un’aberrazione storica: tutte le grandi conquiste civili (dalle suffragette ai diritti civili negli USA, fino alla lotta all’apartheid) hanno sempre avuto una radical flank (ala radicale) disposta al sabotaggio o allo scontro fisico che rendeva l’ala moderata accettabile per il potere come “male minore”. La domanda che Malm pone è cruciale: «A che punto inizieremo ad attaccare fisicamente le infrastrutture che ci stanno uccidendo?». Anche se UG rimane rigorosamente non-violenta verso le persone, la violenza simbolica verso le “cose” (arte, strade, edifici) segna un passo verso la de-sacralizzazione della proprietà privata rispetto alla vita biologica.

Tuttavia, anche UG si scontra con il medesimo limite istituzionale dei suoi predecessori: le loro richieste (ad esempio il “Fondo Riparazione” per le vittime del clima) sono ancora rivolte allo stato. Chiedono al governo di tassare gli extra-profitti o di fermare l’utilizzo del gas. Permane l’illusione che lo stato possa agire contro gli interessi del capitale fossile se solo la pressione dell’opinione pubblica fosse abbastanza forte, ignorando che lo stato italiano (tramite colossi come ENI, partecipata statale) è parte integrante del capitale fossile.

 

Antispecismo politico e Limiti dello Stato

  Un settore spesso trascurato nelle analisi generaliste dell’ecologia ma cruciale per una critica radicale e coerente, è il movimento antispecista nelle sue declinazioni politiche.

1. L’antispecismo politico: oltre la compassione

L’antispecismo mainstream è spesso associato al veganismo come scelta di consumo individuale o alla protezione degli animali domestici. Tuttavia, in Italia esiste una corrente teorica robusta definita antispecismo politico, rappresentata da filosofi come Marco Maurizi e collettivi come Assemblea Antispecista, la rivista Veganzetta o Oltre la Specie.

La tesi centrale di questa corrente è che lo specismo (il dominio dell’umano sull’animale non umano) non sia un semplice pregiudizio morale isolato ma la struttura fondante del dominio tout-court. La distinzione gerarchica Umano/Animale è l’archetipo ideologico che ha permesso storicamente di “animalizzare” altri esseri umani (schiav, ebrei, donne, colonizzat, disabili) per giustificarne lo sfruttamento o lo sterminio.

2. La critica al capitalismo animale e l’intersezionalità

L’antispecismo politico critica ferocemente l’ambientalismo mainstream (inclusi FFF e XR) per il suo antropocentrismo residuo. Salvare il clima “per le generazioni future” mantenendo intatti i macelli industriali e gli allevamenti intensivi è visto come una contraddizione etica e materiale insanabile, poiché l’industria zootecnica è una delle cause primarie del collasso ecologico (deforestazione, emissioni di metano, consumo idrico). Inoltre, questi movimenti criticano il Vegan Capitalism (il mercato dei prodotti vegetali delle multinazionali) come un tentativo di mercificare la resistenza senza cambiare i rapporti di dominio. La liberazione animale, in quest’ottica, è inscindibile dalla lotta al capitalismo: non si possono liberare gli animali in una società basata sullo sfruttamento del valore e sulla reificazione dei corpi viventi.

 5. I limiti strutturali: perché rivolgersi alle istituzioni è un errore

  Analizzando trasversalmente i movimenti trattati (fatta eccezione per l’antispecismo), emergono dei limiti strutturali comuni che costituiscono il cuore critico di questo rapporto.

A. Lo Stato non è un arbitro, è un giocatore. 

Il limite più evidente è l’incomprensione della natura dello stato moderno. I movimenti chiedono allo stato di regolare il mercato, di “fermare” le multinazionali, ignorando che lo stato, nella sua configurazione attuale, esiste primariamente per garantire le condizioni giuridiche, infrastrutturali e militari per l’accumulazione del capitale. Come notano coloro che si occupano di ecologia politica e le critiche anarchiche, chiedere allo stato di smantellare l’industria fossile equivale a chiedere a un organismo di amputarsi gli arti vitali. Il caso del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) in Italia ne è la prova: presentato come green, finanzia in realtà infrastrutture pesanti, caserme, alta velocità e digitalizzazione energivora, gestite secondo logiche di profitto da manager e tecnocrat impermeabili al controllo democratico.

B. L’illusione del capitalismo verde e della transizione tecnologica. 

La narrazione della “transizione ecologica” (adottata anche dal Ministero omonimo) presuppone che si possa disaccoppiare la crescita economica dall’impatto ambientale (decoupling). I dati empirici e le teorie dell’ecologia-mondo smentiscono categoricamente questa possibilità. La “transizione” promossa dalle istituzioni (auto elettriche, rinnovabili industriali) non è un cambio di paradigma ma un cambio di input energetico che richiede un’estrazione massiccia di litio, cobalto, rame e terre rare. Questo innesca nuove dinamiche coloniali di predazione nel Sud del mondo (come denunciato nel caso del Triangolo del Litio in Sudamerica), creando “zone di sacrificio” per permettere al Nord del mondo di guidare auto “pulite”. Quando i movimenti come FFF o XR accettano il frame della “transizione” senza mettere in discussione il dogma della “crescita” e del PIL, finiscono involontariamente per legittimare un nuovo ciclo di accumulazione capitalista verniciato di verde (greenwashing sistemico).

C. La repressione come risposta sistemica. 

Un altro limite tragico è la sottovalutazione della risposta repressiva dello stato. La credenza ottimista che «se siamo in tant e pacific, dovranno ascoltarci» si è infranta contro il muro dei decreti sicurezza e della criminalizzazione giudiziaria. In Italia, l’uso sistematico di fogli di via, denunce per “blocco stradale”, sorveglianza speciale e l’equiparazione dell’attivismo climatico all’associazione a delinquere mostrano il vero volto delle istituzioni quando vengono toccati gli interessi economici vitali. La polizia non protegge chi manifesta dal cambiamento climatico; la sua funzione storica è proteggere la proprietà privata e l’ordine pubblico (cioè il flusso delle merci) dai disturbi. La mancata elaborazione di strategie di autodifesa (legale, politica e di piazza) e la fiducia ingenua nella legalità democratica rendono i movimenti estremamente vulnerabili alla repressione.

6. Conclusioni: verso un’ecologia rivoluzionaria

L’analisi condotta in queste pagine mostra inequivocabilmente che i limiti dei movimenti ambientalisti contemporanei non sono meramente organizzativi o comunicativi, ma politici e strategici. Il “peccato originale” risiede nel mancato riconoscimento che le istituzioni a cui si rivolgono (lo stato, l’Unione europea, le Conferenze delle parti) sono parte integrante e attiva del problema che si vorrebbe risolvere. Finché i movimenti continueranno a chiedere “misure urgenti” senza mettere in discussione il dogma della crescita infinita, la proprietà privata dei mezzi di produzione e lo stato, rimarranno intrappolati in un ciclo di frustrazione, cooptazione e repressione.

La “sostenibilità”, così come viene promossa dalle istituzioni, è un’illusione ottica, un dispositivo ideologico per permettere al capitalismo di sopravvivere alla catastrofe che esso stesso ha creato, aprendo nuovi mercati “verdi”. I movimenti, per essere efficaci e all’altezza della minaccia esistenziale che affrontiamo, devono compiere un salto di paradigma teorico e pratico:

• abbandonare la postura petitoria. Smettere di chiedere al “sovrano” di salvarci e iniziare a costruire forza materiale per imporre il cambiamento;

• riconoscere il conflitto di classe (capitalocene). Capire che la crisi ecologica è una guerra di classe condotta dall’alto contro il vivente e le classi subalterne. Non “siamo tutt sulla stessa barca”;

• costruire istituzioni alternative (Dual power). Ispirarsi all’ecologia sociale di Murray Bookchin e, più in generale, al movimento anarchico per creare assemblee popolari territoriali, reti di mutuo appoggio e strutture di autogoverno capaci di gestire la riproduzione sociale (cibo, energia, cura) fuori dalle logiche di mercato e dallo stato;

• integrare la critica antispecista. Comprendere che non ci sarà liberazione ecologica senza la decostruzione del dominio umano sugli altri viventi;

• convergenza delle lotte. Unire le istanze ecologiste con quelle del lavoro (come l’esempio della GKN), del transfemminismo e dell’antirazzismo, in un unico fronte contro il sistema di dominio.

 La conversione ecologica potrà affermarsi solo se diventerà “socialmente desiderabile” condivisa e non imposta. E potrà esserlo solo se non sarà un costo scaricato su chi è pover o sfruttat da un’élite tecnocratica ma una riappropriazione collettiva delle risorse, del tempo di vita in una società libera dalle gerarchie di specie, organizzata attraverso la cooperazione, il mutuo appoggio e il rispetto del non umano. 

Capitolo 5 – CHE FARE? Una proposta libertaria.

C’è una premessa che va fatta senza ambiguità, perché ogni ambiguità oggi è già una forma di resa: nessuna riforma graduale, nessuna transizione addomesticata, nessuna compatibilità con l’attuale stato delle cose può produrre un impatto reale nella lotta alla crisi climatica. Solo un cambiamento radicale, un vero sconvolgimento degli assetti economici, produttivi e simbolici che regolano il mondo contemporaneo, può aprire uno spazio di possibilità. Tutto il resto, per quanto benintenzionato, rientra nella gestione del disastro, non nella sua interruzione. Il cambiamento climatico che stiamo vivendo non è un incidente del sistema. È, piuttosto, il sistema che funziona perfettamente secondo la sua logica e pretendere di risolverlo senza mettere in discussione i rapporti di produzione, la centralità del profitto, l’ideologia della crescita infinita e la mercificazione totale della vita significa accettarne implicitamente le conseguenze. La difficoltà principale, per chi è dispost a guardare questa realtà senza filtri, non è tanto comprendere il problema quanto organizzarsi per affrontarlo. Il potere economico e politico non domina solo attraverso le leggi o la forza materiale ma soprattutto attraverso il racconto, il narrato che definisce ciò che è realistico, possibile, desiderabile. I grandi gruppi industriali, finanziari e mediatici hanno costruito una narrazione in cui l’attuale modello di sviluppo appare come l’unico mondo possibile, mentre ogni alternativa viene descritta come utopica, pericolosa, regressiva o autoritaria. In questo quadro, anche i movimenti di opposizione vengono spesso “integrati” come valvole di sfogo, capaci di produrre linguaggio critico ma incapaci di incidere sui meccanismi reali. Organizzarsi significa quindi, prima ancora che costruire strutture, sottrarsi a questo “campo magnetico”, rompere l’incantesimo di un immaginario che neutralizza il conflitto rendendolo impensabile. Una minoranza, perché siamo consapevoli di essere una minoranza, che voglia promuovere alternative reali deve accettare di essere tale, almeno per lungo tempo. La storia insegna che i cambiamenti profondi non nascono da maggioranze illuminate, ma da nuclei coerenti che resistono abbastanza a lungo non rinunciando a proporre un’alternativa fino a rendere visibile un’altra possibilità di vita. Il primo livello di intervento non può che essere locale, non per romanticismo ma per necessità materiale. È nel territorio che si incontrano i corpi, le relazioni, le contraddizioni concrete tra produzione, consumo, inquinamento, lavoro e salute, tutti fattori strettamente collegati tra loro. È lì che si può iniziare a costruire forme di autonomia parziale e crescente, pratiche di mutualismo, economie di sussistenza estesa senza discriminazioni nei confronti di chi abita il pianeta, economie di scambio che sottraggano spazio, anche minimo, al dominio del mercato globale. Non si tratta di creare isole felici ma di generare esempi praticabili che mostrino che vivere diversamente non solo è percorribile, ma produce benessere reale, relazioni più dense, maggiore resilienza. Questo lavoro, però, non può limitarsi alla pratica materiale. Senza una controinformazione strutturata, radicata e rigorosa, ogni esperienza alternativa rischia di essere invisibile o facilmente neutralizzata. La controinformazione non è propaganda ma ricostruzione del nesso tra cause e conseguenze, tra scelte economiche e disastri ambientali, tra profitti privati e costi collettivi. Deve parlare a un pubblico competente, non semplificare per sedurre, ma approfondire per emancipare. Deve smascherare il linguaggio del potere, mostrando che termini come sostenibilità, transizione, innovazione vengono usati per perpetuare l’esistente, mentre è necessario restituire a queste parole un significato conflittuale. In tal senso, la controinformazione non serve solo a denunciare, ma a formare soggetti capaci di pensare e agire fuori dai binari imposti.

Accanto a questo, forse l’aspetto più radicale e più difficile da conseguire è la coerenza tra mezzi e fini.

Una minoranza che voglia incidere realmente deve praticare, per quanto possibile, un modello di vita compatibile con il mondo che afferma di voler costruire. Non per moralismo individuale ma per credibilità storica. Non si può combattere un sistema fondato sull’accumulazione infinita riproducendone gli stili di vita, i ritmi, le gerarchie, le dipendenze. La coerenza non è purezza, è tensione continua, conflitto anche interno, ma è l’unico antidoto al cinismo e alla trasformazione della critica in mero discorso fine a se stesso. Vivere diversamente, consumare meno, dipendere meno, rallentare, condividere, prendersi cura dei luoghi e delle persone non è una soluzione al cambiamento climatico, ma è la condizione necessaria per non esserne semplicemente una vittima consapevole, e questa affermazione può diventare concreta senza trasformarsi in un manuale tecnico o in un progetto ingegneristico. Significa, ad esempio, immaginare e praticare comunità energetiche autonome o semi-autonome, collegate in reti dove possibile, non come utopie autosufficienti ma come riduzione deliberata della dipendenza da grandi infrastrutture centralizzate, fossili, opache e politicamente intoccabili. Piccoli impianti condivisi, produzione locale, gestione comunitaria dell’energia restituiscono controllo, consapevolezza e responsabilità, spezzando il nesso invisibile tra consumo quotidiano e devastazione lontana. Allo stesso modo, un’alimentazione a basso impatto non è una questione di diete identitarie, ma di riancoraggio del cibo ai territori, alle stagioni, alle relazioni, sottraendolo alla logica della produzione su macro-scala e ai trasporti planetari che trasformano il nutrimento in merce astratta, energivora e fragile. Mangiare ciò che cresce vicino, ridurre drasticamente il consumo di prodotti ultra-processati, sostenere filiere corte e informali significa diminuire emissioni ma anche ricostruire un rapporto diretto tra chi produce e chi consuma, tra terra e comunità. In questa stessa direzione vanno pratiche come la riparazione, il riutilizzo, il riciclo reale e non simbolico, che rompono il ciclo dell’obsolescenza programmata e restituiscono dignità agli oggetti, al tempo e alle competenze manuali.

Ogni oggetto inutile, ogni imballaggio superfluo, ogni ciclo di produzione orientato all’obsolescenza programmata, ogni trasferimento forzato di beni, esseri umani e non, è un’offesa all’intelligenza e un attacco all’equo accesso alle risorse. Scambio e baratto di beni e vestiario, dove fattibile, non sono nostalgie preindustriali ma strumenti concreti per ridurre produzione inutile, rifiuti e dipendenza dal mercato globale, rafforzando al contempo legami sociali e reti di fiducia. Anche sul piano dei servizi, compresi quelli complessi, la questione non è smantellare ma ripensare le scale. La grande struttura centralizzata, come nel caso della sanità o dell’istruzione, può e deve essere affiancata da una rilocalizzazione su scala più piccola e media, dal macro al mini, dal macro al medio, capace di alleggerire i grandi poli, ridurre gli spostamenti forzati e avvicinare i servizi alle persone. Questo comporta una riduzione significativa del pendolarismo, sia lavorativo sia formativo, con effetti immediati sulle emissioni, sulla qualità della vita e sul tempo restituito alle relazioni, alla cura, alla partecipazione. La ridistribuzione dei servizi su scala locale, con forme di gestione autonoma e radicata nei territori, non è solo una misura ecologica ma una scelta politica profonda, perché sottrae potere ai grandi apparati restituendolo alle comunità. In questo quadro, la lotta al cambiamento climatico smette di essere un problema astratto e globale, percepito come troppo grande per essere affrontato, e diventa un processo quotidiano di trasformazione del modo di vivere, produrre e organizzarsi. Non elimina, magicamente, il problema alla radice ma costruisce soggetti, relazioni e strutture che non lo alimentano passivamente. Ed è proprio in questa coerenza praticata, imperfetta ma reale, che una minoranza può iniziare a rendere credibile un altro mondo possibile, non come promessa lontana ma come esperienza presente. Col tempo, se queste pratiche resistono e si moltiplicano, se riescono a connettersi senza perdere radicamento, possono iniziare a costruire reti più grandi, forme di coordinamento più ampie, capaci di esercitare pressione, di bloccare progetti distruttivi, di imporre costi politici e sociali a chi continua a devastare territori e comunità. Questo passaggio non è automatico e non è garantito. Richiede conflitto, espone alla repressione, all’isolamento, alla delegittimazione. Non esiste una via indolore per mettere in discussione un ordine del mondo che sta conducendo al collasso ecologico e sociale. Riguardo ai servizi su larga scala, come gli ospedali, le reti sanitarie, l’istruzione superiore e alcune infrastrutture strategiche, il punto non è una negazione ideologica della grande scala, che sarebbe ingenua e pericolosa, ma una sua profonda riconfigurazione. Alcuni servizi richiedono inevitabilmente concentrazione di competenze, tecnologie avanzate, ricerca e coordinamento complesso, ed è illusorio pensare di frammentarli completamente senza perdere qualità e funzionalità. Ad esempio, il modello attuale del servizio sanitario, iper centralizzato, iper tecnologico e spesso distante dai territori, genera effetti collaterali enormi: pendolarismo sanitario, sovraffollamento, disuguaglianze di accesso. Una prospettiva coerente con la critica climatica e sociale non è quindi “grande o piccolo”, ma una articolazione intelligente delle scale. I grandi ospedali e i poli di alta specializzazione dovrebbero diventare nodi di una rete, non monoliti che fagocitano tutto. Accanto ad essi è fondamentale ricostruire una sanità territoriale diffusa, di prossimità, capace di intercettare i bisogni prima che diventino emergenze, riducendo ricoveri inutili, spostamenti forzati e carichi energetici e logistici enormi. Presidi locali, case della salute, ambulatori integrati, assistenza domiciliare, medicina preventiva e comunitaria non sono un ripiego, ma il vero cuore di un sistema resiliente. Questa rilocalizzazione parziale produce benefici climatici indiretti ma significativi: meno spostamenti quotidiani, meno infrastrutture che consumano grandi quantità di energia sovradimensionate, meno consumo di tempo e carburante, meno stress sociale. Allo stesso tempo rafforza il legame tra servizio pubblico e comunità, sottraendo la sanità e altri servizi essenziali alla logica puramente aziendalistica che li trasforma in centri di costo o di profitto. Lo stesso principio può essere applicato all’istruzione, alla formazione, ad alcuni servizi amministrativi e culturali: grandi poli di riferimento, sì, ma sostenuti da una rete capillare di strutture locali autonome, adattate ai contesti e partecipate. In questa visione, il passaggio dal macro al medio e dal macro al mini non è una regressione, ma una riduzione della vulnerabilità sistemica. Un sistema troppo concentrato è efficiente solo in condizioni ideali, ma collassa facilmente sotto stress, come crisi climatiche, pandemie, blackout energetici o crisi di approvvigionamento. Un sistema diffuso, invece, è meno spettacolare ma più robusto e più adattabile. Pensare i servizi in questo modo significa portarli fuori dall’astrazione della grande macchina e ricondurli dentro una logica di cura, prossimità e responsabilità condivisa. Così anche i servizi su larga scala smettono di essere un tabù o un ostacolo nel discorso ecologista radicale, e diventano uno dei terreni decisivi su cui dimostrare che un altro modo di organizzare la complessità è possibile, senza sacrificare né la qualità né la giustizia sociale e riducendo, al tempo stesso, l’impronta ecologica complessiva del vivere collettivo. In definitiva, il che fare oggi non può essere pensato come un programma chiuso o una strategia definitiva. È piuttosto una postura, una scelta di campo esistenziale e politica.

Dobbiamo avere il coraggio di nominare e denunciare il modello culturale dominante: una bulimica e convulsiva mania di comprare, di possedere, di accumulare, alimentata da una propaganda martellante e da un sistema che ci induce all’indebitamento come stile di vita. Ci vogliono consumator e consumatrici indebitat, quindi ricattabili, docili, incapaci di pensare a un’alternativa, incatenat a una moderna forma di schiavitù.

La proposta libertaria rompe questo schema. Invita a un’altra idea di ricchezza, fondata sulla condivisione, sull’autosufficienza, sul tempo liberato e non venduto. Costruire qui e ora frammenti di mondo che non funzionino secondo la logica dell’avvelenamento e dello sfruttamento, e difenderli con intelligenza, solidarietà e ostinazione. Non perché sia facile, non perché sia rassicurante, ma perché è l’unico modo rimasto per affermare che un altro modo di abitare la Terra non solo è necessario ma è già in cammino, anche se ancora fragile, incompleto e sotto assedio. Delegare ai governi la soluzione significa invece perpetuare la causa stessa del disastro.

Perché in fondo, sotto l’asfalto del mondo che crolla, c’è ancora terra viva. Nelle crepe del cemento crescono fiori selvatici. E nella notte più cupa, un fuoco acceso da mani libere può ancora illuminare la strada. Che sia nostro il passo che rompe il silenzio. Che sia nostro il gesto che semina. Che sia nostra la danza che comincia.

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Immagini

Le immagini in copertina e alle pagg. 5 e 44 sono di Ericailcane; quelle alle pagg. 8, 51 e 70 di Clifford Harper, e quelle alle pagg. 19 e 37 di Bastardilla.

Ringraziamo l* artist* per averci concesso l’uso delle loro opere.

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Perché l'America vende F-35 alla Turchia

Il revolver donato ai leader dell'Alleanza Atlantica è simbolo dell’ascesa militare turca. L’incontro tra Trump ed Erdoğan al vertice Nato. La posta in gioco non sono gli aerei da guerra, ma l’accesso all’industria bellica americana. Oggi è più Washington ad aver bisogno di Ankara che il contrario.

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Dolce Vita 123 – ESTATE 2026

E’ uscito il NUMERO 123 nei nostri 250 punti di distribuzione in tutta Italia, e in abbonamento sul nostro shop online. EDITORIALE Nel Paese in cui la cannabis terapeutica è legale da 20 anni (20 anni di promesse mancate e fallimenti annunciati), non siamo ancora riusciti ad assicurare una produzione nazionale che soddisfi la domanda interna, …
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Lettera a Carlo Giuliani

Di Tomas Rothaus

[da CrimethInc.]

«Se parliamo seriamente di rivoluzione, dobbiamo guardare alla storia con occhi severi e vederne le conseguenze, non solo se falliamo, ma persino se trionfiamo. Le rivoluzioni significano sangue, morte e sofferenza. Se non siamo disposti ad accettarlo, allora non dovremmo invocarle.»

Le lezioni di Genova, Barricada #8, estate/settembre 2001

Scrissi quelle parole un tempo, Carlo, quando il tuo sangue era ancora fresco sull’asfalto e il tuo nome era ancora su ogni giornale e in ogni televisione. Le pubblicai sulla nostra rivista anarchica, Barricada, e continuo a condividerle. Ma ti prego, non fraintenderle. Mi dispiace che tu non ci sia più e vivo la tua morte come una tragedia. Ancora oggi ti penso più di quanto tu possa immaginare. Spero di non essere il solo, in questo.

Per anni e anni, finché ho potuto, mi sono assicurato che ogni 20 luglio la rabbia che portavamo nel cuore per la tua morte venisse diretta contro i nostri nemici. In città a caso, in qualunque paese mi trovassi, ci assicuravamo che le bottiglie molotov illuminassero la notte, che piovessero pietre nell’oscurità contro le banche, che venissero tese imboscate alle pattuglie degli sbirri, che il tuo nome venisse inciso sui muri di Boston, Gottinga, Parigi, Berlino. A volte, per celebrare la tua vita e non la tua morte (oltre che per depistare gli sbirri), sceglievamo di vendicarti nel giorno del tuo compleanno, il 14 marzo, anziché nel giorno della tua scomparsa.

Oggi, decenni dopo quel 20 luglio 2001, mi capiti spesso in mente nei modi più inaspettati. Vedo una persona sui quarant’anni. Vestita decorosamente, in ordine, magari con un completo da ufficio o una divisa da lavoro. Un essere umano abbastanza adulto da sembrare segnato dagli inevitabili stress della vita, dell’amore e del lavoro, ma ancora abbastanza giovane perché la sua giovinezza traspaia da dietro l’ombra della barba di fine giornata e un principio di pancia da birra. Perché quando vedo questa persona qualunque, una persona qualsiasi che ha all’incirca l’età che avresti tu oggi, mi torna in mente il giorno in cui il proiettile di un carabiniere ti ha portato via la vita e il tuo futuro.

Non mi indigna tanto la tua morte, quanto tutta la vita di cui sei stato derubato. [leggi tutto…]

Avevamo un’affinità nella lotta, ed è stata solo la sorte a metterti in quello specifico scontro, in quella determinata piazza; quella in cui io e i miei amici per caso non eravamo. L’unica volta, in quella particolare giornata, in cui le forze dell’ordine non hanno puntato le armi contro il cielo, ma contro la testa di un essere umano. La tua testa.

Da quello che mi dicono, se fossimo vissuti nella stessa città, ci sono buone probabilità che non saremmo andati molto d’accordo. Mi dicono che eri uno dei punkabbestia di Genova, il che (da quello che ho capito) sono simili ai chaos punk, i punk di strada che avevamo dalle mie parti. Non particolarmente organizzato, a volte presente a qualche assemblea politica ma decisamente non un attivista, un militante o un quadro di qualche tipo. Le Tute Bianche, le cui affermazioni ancora oggi ho ovvie riserve a prendere per buone, ti definirono «non particolarmente politico». Dissero che eri solito passare il tempo in Piazza delle Erbe, a «chiedere l’elemosina e cazzeggiare con amici e cani randagi». Cosa contro cui non ho assolutamente nulla, ma sappiamo tutti che i punk di strada e i giovani anarchici ortodossi e ossessivi spesso non andavano molto d’accordo.

Niente di tutto questo importa, però. Ciò che importa è che ti hanno congelato nel tempo. Sarai per sempre un giovane punk di strada, se è davvero quello che eri, privato dell’opportunità di fare qualsiasi cosa ti desse gioia e ti facesse sentire completo come persona negli anni e nei decenni che ti sarebbero dovuti rimanere. Forse la tua ribellione iniziale alla fine si sarebbe affievolita, avresti finito gli studi universitari, preso una laurea, saresti andato avanti, guardando con disprezzo ai tuoi giorni sulla strada come ribelle ed emarginato. O forse li avresti guardati con malinconica nostalgia, come un capitolo sano che hai attraversato nella tua esistenza prima di assimilarti, trovare un buon lavoro sindacalizzato grazie ai contatti di tuo padre, metter su famiglia e lanciare una moneta alla generazione successiva di punkabbestia incrociandoli per le strade che un tempo erano le tue. O, chissà, magari saresti diventato un vecchio punk con i capelli grigi ma ancora libero, con il cane al fianco, a fare la colletta per Genova fino a questo preciso giorno.

Ma ti hanno rubato il futuro, quindi non sarai mai nessuna di queste cose. Non ci tradirai, non andrai avanti, non camminerai tra noi. E, anche se le mie avventure non mi avessero esiliato dall’Europa e potessi ritrovarmi ancora una volta a Genova, non rievocheremmo mai insieme quella caldissima e assolata giornata estiva in cui saresti potuto andare al mare e invece, sdegnato per l’invasione poliziesca della tua città, ti sei unito a noi nello scontro.

Non avrai mai la possibilità di voltare pagina, di pentirti delle tue scelte, di rinnegare gli eccessi della tua giovinezza o di passare tutta la vita a rimanere loro fedele. Sarai per sempre, come ti ricordava il tuo migliore amico Daniele solo pochi giorni dopo il tuo assassinio:

«uno che aveva quel male dentro, quello che c’è qui nell’aria, che abbiamo tutti. Non si integrava nella società, nel sistema. Soffriva molto, e siccome era più sensibile di noi, più generoso e più buono, era anche più fragile».

Per sempre un ventitreenne, poco più di un ragazzo, che ci guarda da una foto sbiadita dal tempo, o che mi ricorda il prezzo brutale della ribellione mentre l’immagine di te sdraiato in una pozza di sangue mi balena costantemente in testa.

Così come sono indignato per il fatto che ti sia stato rubato qualsiasi futuro ti restasse da scegliere, allo stesso modo guardo con allarme il tuo ricordo svanire nel tempo dalla coscienza collettiva di chi è venuto dopo di te. Non so nemmeno perché ti stia scrivendo questa lettera. Non credo nell’aldilà, e dubito che ci credessi tu. Forse è solo il mio modo disperato di aggrapparmi a un senso di controllo su ciò che sembra inevitabile: che il tempo, alla fine, ci divora tutti. Che, per quanto le circostanze possano essere diverse, sia la morte che il passare degli anni un giorno verranno a prendere me, proprio come sono venuti a prendere te. Eppure, e qui presumo che siamo simili nello spirito, solo perché è inevitabile non significa che questo mi impedirà di cercare di evitarlo.

Tuttavia sono trascorsi molti anni, Carlo, e anch’io ho dovuto deporre le armi. Quindi, dato che non posso più fare la mia parte per mantenere viva la tua memoria attraverso l’azione, eccoci qui: un anarchico senza Dio che scrive una lettera a un punkabbestia morto. Con la speranza che altri la leggano e chiedano di te, delle condizioni, dei sogni e delle avventure che portarono alla marea montante del nostro movimento, e dell’onda che quel giorno si è portata via la tua vita. È l’unica arma utile che riesco a trovare oggi nel mio arsenale per combattere l’idea che tu venga dimenticato, ridotto a una semplice nota a piè di pagina nello scontro lontano di una stagione ormai rimossa. Il tuo volto, le tue speranze, i tuoi sogni e infine il tuo nome destinati a svanire nei libri di storia.

Combattiamo la battaglia per la tua memoria dal giorno in cui sei stato ucciso. Abbiamo fatto del nostro meglio per esserle fedeli. Per non attribuirti ruoli o aspirazioni che avresti potuto rifiutare. Ma non è stato facile, e ti chiedo scusa se non ti abbiamo rappresentato come avresti voluto. Su Barricada, senza esitazione e con audacia, ti abbiamo bollato come anarchico, senza mai sapere se ti identificassi in quella parola. A nostra difesa, non puoi immaginare cosa siano state quelle ore, quei giorni, quelle settimane e quei mesi dopo la tua morte.

C’era chi tra noi, con buone intenzioni ma fuorviato, ti ha fantasticato come un militante anarchico organizzato. Un combattente in prima linea del black bloc. Volevano trasformarti in un martire consapevole che ha sacrificato volentieri la propria vita per la causa. Ma so che non hai scelto questo, anche perché eri a un passo dal non presentarti nemmeno, quel giorno. E, cosa più importante, perché nessuno di noi lo sceglie. A differenza dei fascisti, noi celebriamo la vita, non la morte.

«Carlo vive – i morti siete voi.»

Poi ci sono stati i pacifisti e i riformisti. Di questi tempi cerco di stare lontano dal linguaggio iperbolico e settario dell’anarchismo della mia giovinezza, ma quando mi ricordo di loro, delle loro azioni e delle loro parole quando parlavano di te, quel vocabolario torna con violenza. Se tu avessi potuto vedere le lacrime di coccodrillo della feccia di quel movimento! Invocavano il tuo nome, fingevano di tenere in alto la tua memoria, ma ti celebravano e ti ricordavano solo perché eri morto. Nello stesso tempo, hanno infamato coloro che avevano agito con te, come te; che erano tuoi compagni quel giorno ma che il destino non ha messo sulla traiettoria del proiettile di un carabiniere in Piazza Alimonda. Hanno detto che eravamo noi i responsabili della violenza, che avevamo attirato la rabbia dello Stato sui “manifestanti buoni”. Che indirettamente eravamo noi i responsabili della tua scomparsa, non lo Stato, non il carabiniere che ha sparato. Hanno diffuso assurde teorie del complotto secondo cui il black bloc e la resistenza di massa, generalizzata e dignitosa, fossero opera di poliziotti infiltrati e fascisti.

Alla deriva nella realtà parallela creata dalla loro narrazione, hanno cercato di attaccarci, hanno cercato di espellerci dal movimento, spingendoci verso gli sbirri, dandoci dei fascisti e dei teppisti. E il giorno dopo, mentre ci muovevamo per vendicare la tua morte, hanno indirizzato i loro cori di «Assassini!» contro di noi tanto quanto contro la polizia. Anche loro hanno fatto di tutto per rivendicarti come martire del loro movimento, ma nel loro caso con l’incredibile cinismo e l’ipocrisia di rivendicare il tuo ricordo mentre denunciavano tutti gli altri che avevano agito come te. Per loro, eri meglio da morto che da vivo. Un teppista da vivo, un martire da morto.

Quelli di ATTAC, il Genoa Social Forum, le Tute Bianche, i partiti, i riformisti e tutta la zuppa di aspiranti gestori del malcontento: tutti hanno cercato di fare di te una vittima. Un giovane sfortunato e fuorviato, assassinato dallo Stato. Volevano privarti della tua capacità di azione, come fanno spesso con coloro le cui scelte non riescono a capire o non rispettano. Non sono ancora sicuro di quanto ci fosse di cinico opportunismo e quanto del fatto che non riescano proprio a concepire alcuna forma di lotta al di fuori delle manovre politiche e degli scontri mediati. Così, ogni volta che mettevamo in fuga i sbirri, ogni volta che si aprivano abbastanza fronti da tenerli a bada, così che alcuni di noi avessero la possibilità di decostruire con calma il paesaggio del capitalismo e prendersi pause tanto necessarie quanto meritate tra un combattimento e l’altro, svaccati sugli arredi urbani delle banche che avevamo piazzato in strada con la spensieratezza di un falò nel cortile di casa, loro fantasticavano su qualche grande piano supremo della polizia per giustificare la repressione contro l’intero movimento no-global. Noi che eravamo sopravvissuti eravamo fascisti, teppisti e provocatori, mentre tu, per il solo fatto di essere morto, diventavi una vittima e un martire. Semplicemente non potevano accettare che la ribellione a Genova non fosse solo organica e autentica, ma anche vincente.

Sei morto precisamente perché, in quel giorno e in quel momento, stavamo vincendo. Gli sbirri stavano ripiegando. Non so se tu l’abbia mai saputo, ma non succedeva solo lì in Piazza Alimonda: erano in fuga in tutta la zona. So che questo sarà controverso, ma date le circostanze, non sono nemmeno sicuro che sia corretto dire che ti abbiano “assassinato”. Risparmierò a entrambi la voyeuristica ricostruzione dei dettagli dei tuoi ultimi momenti. Ci sono stati anni di infinite discussioni sul fatto che il proiettile ti avesse colpito direttamente o avesse rimbalzato su qualcosa, se stessi lanciando l’estintore o lo stessi solo tenendo in mano. Alla fine si è stabilito che il militare che ti ha sparato ha agito per legittima difesa ed è stato assolto da ogni accusa. Non sono nemmeno sicuro che importi, a dire il vero, a parte il bisogno di molti compagni, persino compagni anarchici, di ricercare il ruolo di vittima della brutalità poliziesca, come se posizionarci nella parte di perenni vittime di fronte al Grande Stato Cattivo ci conferisse una qualche superiorità morale agli occhi della società. È un atteggiamento disfattista e lo odio, e presumo che lo odieresti anche tu. La giustizia che cercavamo non è mai stata quella dello Stato e dei suoi tribunali.

A proposito di paura, ecco cosa disse al giudice il militare che ti ha sparato, Mario Placanica, poco dopo aver preso la tua vita:

«Ho sparato perché avevo paura di morire. Non so cosa sia successo. Ricordo che ci stavano circondando, ci attaccavano, la jeep era un inferno. Mi tremavano le mani e ho sparato senza guardare fuori.»

Non fraintendermi: non sono certo un amico di sbirri o militari, ma non faccio alcuna fatica a credergli. All’epoca aveva vent’anni, poco più di un ragazzino, mandato per le strade di Genova quel giorno dopo che i suoi superiori gli avevano detto di «stare all’erta» perché i manifestanti avrebbero «lanciato sacche di sangue infetto» e ci sarebbero stati «attacchi terroristici». Ha detto: «La sensazione era come se stessimo andando in guerra».

Mi sono trovato in situazioni simili, anche in altri luoghi di Genova in quello stesso giorno. Sono stato al posto tuo, ma in un momento diverso e in un luogo diverso, e ho guardato negli occhi la persona in divisa davanti a me. Se fossi stato io il poliziotto o il soldato, anch’io avrei avuto paura. Forse anch’io avrei premuto il grilletto, specialmente se fossi stato un giovane soldato, credente in Dio e nella patria, di fronte a un’orda avanzante e apparentemente incontrollabile di anarchici incappucciati.

Per quel che vale, l’uomo che ti ha ucciso ora è l’ombra di un essere umano. Congedato dai carabinieri nel 2005 per problemi psichiatrici, oggi si descrive come un «uomo distrutto, solo e consumato» che combatte contro la depressione.

Com’è prevedibile, non ho quasi alcuna simpatia per la sua condizione. Ma è personalmente un assassino? Non lo so. Non siamo mai riusciti a deciderci davvero su questo, tanto che la quarta di copertina del numero di Barricada che abbiamo pubblicato subito dopo la battaglia di Genova, a te dedicato e in cui promettevamo di vendicarti, riporta la frase «Carlo non è stato una vittima della brutalità poliziesca», proclamando al contempo: «Hanno assassinato un anarchico».

Per quanto disprezzo provi per l’uomo che ti ha tolto la vita, qualche anno fa ha detto qualcosa che mi aiuta a capire perché io, come tanti altri anarchici, mi sia identificato così fortemente in te e abbia sentito la tua scomparsa in modo così personale e passionale:

«Quel giorno per me resta un trauma, un trauma per la morte di un ragazzo come me, anche lui vittima in quel giorno tragico. Non sono un carnefice, non sono un vendicatore. Quel giorno non impugnavo la pistola per Mario Placanica, la impugnavo per i Carabinieri, per lo Stato italiano».

Per un momento, ignoriamo l’autocommiserazione e la falsa equivalenza con cui si dipinge come una vittima tuo pari, dato che entrambi sappiamo che non era un coscritto ma un professionista che ha scelto volontariamente il suo mestiere. Ha comunque ragione nel dire che è stato lo Stato italiano a mettere la pistola in mano a questo soldato bambino e a dargli carta bianca per sparare contro chi si ribellava. Ti hanno sparato perché eri “uno di noi”.

“Uno di noi”. Lo abbiamo scritto sui muri per anni. Uno tra le decine e decine di migliaia nelle strade di Genova che quel giorno avevano scelto di insorgere. Uno di noi, uno identico a noi, a prescindere dall’etichetta politica che ci appiccichiamo addosso, a prescindere che alcuni passino le giornate a curare riviste anarchiche e a pianificare azioni mentre altri passano il tempo a fare la colletta e a cazzeggiare con i propri cani per la propria città.

Uno di noi. Tutti noi, al di là delle nostre motivazioni più specifiche, eravamo lì quel giorno perché vedevamo questo mondo come un ingranaggio rotto e ci rifiutavamo di stare a guardare. Hai scelto di ribellarti, proprio come noi, con una pietra in mano, il volto coperto, la testa alta e la tua dignità. Nessun intermediario, nessuna messa in scena o spettacolo a uso e consumo dei presunti gusti delle masse. Solo il tuo corpo come arma e i compagni al tuo fianco come forza. Hai scelto questa strada non per morire, ma per vivere. Perché volevi vivere, libero e senza catene.

Così libero, così senza catene, che so che la nostra affinità probabilmente esisteva solo nelle strade, nello scontro diretto contro coloro che riconoscevamo come nemici comuni. Non cederò a toni nostalgici su che persona fantastica tu fossi, anche se tuo padre dice che gli hai dato «la forza dei tuoi ideali» e gli hai insegnato a non giudicare la gente da «una maglietta strappata, i buchi nei pantaloni o i capelli colorati». Non ci sarà alcun voyeurismo del dolore qui; gli avvoltoi della stampa ne hanno già fatto abbastanza all’epoca.

Uno di noi. Forse non un attivista o un militante, non un quadro di alcuna organizzazione o struttura, ma uno di noi perché hai scelto di lottare. Di lottare al nostro fianco, spalla a spalla. Uno di noi: ed è per questo che ti hanno sparato. Sappiamo tutti che il proiettile che ha trovato te avrebbe potuto trovare benissimo chiunque di noi. Era destinato a uno qualsiasi di noi, a tutti noi.

Nei mesi e negli anni successivi alla tua morte, ho capito quanto questo fosse dolorosamente e visceralmente vero, mentre un compagno dopo l’altro cadeva sotto i proiettili dello Stato o le lame dei fascisti. Lo stesso anno in cui sei morto tu, lo Stato ha scatenato una pioggia di fuoco che ha ucciso decine di persone in Argentina. Non ho potuto fare a meno di ricordarmi di te mentre mi riparavo dietro le nostre barricate improvvisate, senza sapere se i proiettili che sfrecciavano verso di noi fossero di gomma o di piombo. Anni dopo, quando un poliziotto ha assassinato un anarchico di quindici anni ad Atene, molti di noi che avevano condiviso le strade con te a Genova hanno fatto piovere fuoco sugli sbirri fuori dal Politecnico occupato. Eri nei nostri pensieri anche allora.

Quello che sto per dire ora potrebbe sembrare contraddittorio, ma risulterà chiaro ad altri combattenti. Dopo molti anni, sono arrivato alla conclusione che è questo che siamo: combattenti. Certo, non andiamo in guerra, e non pretendo di spacciarci per ciò che non siamo. È vero che non c’è paragone tra i rischi associati ai conflitti a cui partecipiamo e le condizioni di un vero scontro bellico. Ma le mie esperienze di vita e quelle di chi mi circonda comportano una costante vicinanza alla morte, al carcere, alle lesioni gravi, all’esilio. Non sono le esperienze, i traumi, che la maggior parte dei civili vive in questa parte del mondo, almeno, non ancora.

Come combattente, credo a due cose contemporaneamente, anche se suonano contraddittorie.

Primo: la tua morte è stata tragica. Vorrei che non fosse mai accaduta. Abbiamo cercato disperatamente di vendicarti, sia per principio che per una questione di pura autodifesa. Per mandare un messaggio allo Stato: il sangue dei ribelli, degli anarchici, si paga a caro prezzo.

Ma allo stesso tempo, ed è qui che molte persone non la pensavano come noi, la tua morte era inaspettata? Probabilmente no. Dovremmo chiamarlo assassinio? Forse in senso lato, ma la questione sembra quasi irrilevante. Soprattutto: la tua morte era un motivo per fermare i nostri sforzi? Assolutamente no. La ribellione è importante. Ma i ribelli muoiono, in particolare quando le insurrezioni iniziano ad avere successo e lo Stato inizia a prendere sul serio i suoi nemici. E quando lo Stato toglie loro la vita, mi mancano e amo anche quelli che non ho mai incontrato.

Suona come demagogia dire che ti manca una persona che non hai mai incontrato e con cui probabilmente non saresti nemmeno andato d’accordo. Ma è così. Mi manchi come mi mancano Dax e Carlos, portati via dalle lame dei fascisti a Milano e Madrid; come mi manca Clément, caduto combattendo i fascisti a Parigi; come mi mancano Pocho Lepratti a Buenos Aires, Alexis ad Atene e Tortuguita ad Atlanta, tutti portati via dai proiettili della polizia. O come mi manca quel ragazzo a Gottinga che un giorno è entrato nel nostro infoshop, di cui non ricordo nemmeno il nome, e che mi vergogno di dire di non aver mai preso sul serio, che poi è andato a dare la vita combattendo contro il fascismo islamico e per la rivoluzione nel Rojava, come tanti altri volontari internazionali. Mi mancano loro e ogni altro compagno che non c’è più, perché quei proiettili e quelle lame erano puntati contro tutti noi. Mi mancano perché facevano tutti parte della lotta per un’idea comune. Mi mancano, così come mi manchi tu, perché anche se posso non conoscere la persona, conosco la specie.

Carlo, non ti conoscevo, ma mi dispiace che tu non ci sia più. Non ti ho mai incontrato, ma mi manchi. Terrò per sempre alta la tua memoria e cercherò di vendicare la tua morte, perché il sangue dei nostri compagni non si compra a poco prezzo. E anche se non riesco ancora a trovare l’ottimismo per credere in un comodo e bellissimo aldilà, non posso fare a meno di sperare che tu abbia sorrisi di approvazione da lassù per i nostri sforzi.

Questo testo è adattato dal libro From Riot to Insurrection: The G8 Summit of 2001 & The Battle of Genoa di Tomas Rothaus.

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L’ICE è qui

Il 19 luglio, a 25 anni esatti dall’omicidio poliziesco di Carlo Giuliani, dalle torture e dalle umiliazioni incancellabili delle strade genovesi, della Diaz, delle Pascoli, di Bolzaneto e di altre caserme e carceri, Abderrahim Fakir, 43 anni, è stato ammazzato dalla polizia a Bologna. Ad Abderrahim, ai suoi compagni e familiari va il nostro abbraccio.

I video sono evidenti: legato, soffocato a morte, davanti a numerosi testimoni e agli uomini del 118, fermi, impotenti, immobili.

Noi li conosciamo gli uomini delle volanti: per lo più giovani reclute, palestrati, arroganti, piccoli rambo tutto muscoli, il cervello a riposo da tempo, servi ciechi di un sistema criminale e corrotto, perfette braccia di una testa che siede sui banchi del ministero dell’Interno, diretto da un questurino che a Bologna ricordiamo bene. Teste e braccia del sistema di polizia fanno parte di un mondo da superare, sono una vergogna e un pericolo costante per tutte e tutti. Alla loro sinistra siedono i politici democratici a guida della città e della regione, sempre pronti a invocare nuove forze “di sicurezza” (la sicurezza di essere ammazzati?) e che oggi fanno finta di indignarsi. Chiedono più polizia e questi sono i risultati, ci sembra evidente: che senso ha la loro indignazione di oggi? [leggi tutto…]

Decenni fa i movimenti chiedevano il disarmo della polizia, nel 2026 abbiamo un numero immane di servizi armati dello stato, con nuovi corpi pesantemente militarizzati fino ai vigili urbani e ai vigili del fuoco.

È una società militare, la nostra. E questi sono oggi i risultati, i 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 per le strade, nelle carceri, nei CPR, nei commissariati e nelle caserme.

Di fronte a tutto ciò non chiediamo giustizia. Niente può ridare alla vita un uomo ucciso dalle forze di polizia. Giustizia, non ci può essere. E la verità, quella è già lì, nel video, davanti ai nostri occhi.

Piuttosto, vogliamo autodifesa. E 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎– come atto umano che si fa strumento della 𝑁𝑒́𝑚𝑒𝑠𝑖𝑠 e redistribuisce il destino – perché purtroppo sappiamo che le leggi dello Stato non possono restituire la misura al mondo, né arrestare la violenza criminale di una questura nota per la sua condotta omicida, come le vicende pluriennali della Uno bianca dimostrano: noi non dimentichiamo.

Siamo sconvolti di rabbia.

I loro muscoli, le loro armi, la loro arroganza devono ritornargli indietro e lasciare solo macerie. Ne va della nostra vita

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Se Rivoluzione vuol ancora dire trasformazione sociale

Racconto dalla terra della Rivoluzione delle Donne – Rojava del Kurdistan, 12 marzo 2026

Amelia Zumaglino, internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf dell’Accademia di Jineoloji in Rojava

Dopo un inverno in cui la guerra è tornata a serpeggiare in Rojava e ha sottoposto tutto il territorio a violenze senza precedenti, la primavera di questi primi giorni di marzo si fa strada lentamente, regalandoci un verde intenso e i primi germogli. Fa quasi impressione ora vedere e sentire l’insistenza della vita, nelle piante di ulivo così come nelle mani delle yade anziane che nei villaggi preparano i giardini, tessono e insistono nella cura del quotidiano.

Vi scrivo come internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf, struttura internazionalista dell’Accademia di Jineoloji in Rojava, per provare a restituire parte della realtà che la Rivoluzione nel territorio del Nord-Est della Siria sta attraversando. Conosciamo bene le difficoltà nel cogliere il cambiamento di questi tempi da territori lontani, come possono esserlo quelli italiani, e per questo mi propongo di aprire in queste pagine un racconto onesto che possa riportare la realtà della società, più che quella del quadro geopolitico.[1]

La guerra – iniziata il 6 gennaio con gli attacchi ai quartieri autogestiti nella città di Aleppo – non è arrivata inaspettata, perché sono diversi anni che ogni inverno diventa qui scenario di guerra, tuttavia questa ha obbligato a una trasformazione politica senza precedenti. La cooperazione tra il governo di transizione siriano, lo stato turco con le sue milizie sul territorio e i miliziani dell’ISIS colpisce immediatamente per le apparenti contraddizioni tra loro, che tuttavia non hanno impedito di lavorare uniti al massacro. Con uno sguardo meno in superficie è infatti immediatamente chiaro come non ci sia niente di contraddittorio tra queste forze sul livello profondo di come approcciano la vita e l’etica, il potere e – non meno importante – la morte. [leggi tutto…]

Fin da subito, negli attacchi in Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, i due quartieri di Aleppo organizzati nella forma del Confederalismo Democratico, si sono visti miliziani di HTS e turchi con il patch dell’ISIS appuntato sul petto e i corpi delle donne, combattenti così come civili, sono stati presi di mira con atti di violenza dalla brutalità ostentata e simbolica. Buttate giù da palazzi o calpestate con forza; attaccate sul piano simbolico con l’abbattimento delle statue che le celebravano; massacrate e poi sottratte delle loro trecce, esposte e vantate come trofeo di guerra: la linea della furia patriarcale, in opposizione a quello che è il cuore di questa Rivoluzione, è stata affermata in ogni modo.

A tutto questo la società non ha esitato a rispondere in maniera chiara: dai convogli di civili partiti per Aleppo durante gli attacchi per portare solidarietà, aiuto medico e recuperare i feriti, fin all’organizzazione dei quartieri con tutta la società civile coinvolta e organizzata secondo il sistema delle comuni. Nelle città si son tenute manifestazioni e presidi ogni giorno, con l’atto di intrecciarsi i capelli a simboleggiare che la dignità e l’orgoglio delle donne e della loro resistenza non sono stati danneggiati da questi atti brutali. Con il gesto semplice e quotidiano di intrecciarsi i capelli, ripetuto per cento, seicento, mille e più donne di ogni età e cultura, nelle piazze così come sui social media, una nuova forza è stata affermata.

Per una treccia sottratta, innumerevoli altre sono state create, ma non si tratta solo di un atto simbolico, perché il vero significato di questo gesto è il rendere esplicita la volontà delle ragazze – tantissime – e delle donne in risposta a questi attacchi. Vuol dire «noi siamo pronte, non faremo passi indietro». Sono le stesse donne che si sono unite in massa alle diverse strutture e unità di difesa, militari e civili, dando vita a nuovi battaglioni, nuove comuni e organizzando in modo diretto la loro volontà rivoluzionaria.

Quando si chiama questa terra “Rivoluzione delle Donne” è perché quella delle donne organizzate è realmente la realtà fondante qui, e in questi mesi di guerra è stato più esplicito che mai.

Le YPJ, le Unità di Difesa delle Donne, e la loro storia rivoluzionaria sono ormai note al mondo, mentre un altro esempio importante di forze civili di difesa è l’HPC-Jin, le Forze di Difesa della Società delle Donne, che esistono in Rojava da più di dieci anni. Negli scorsi mesi nuove donne si sono unite alle HPC e le si incontra per esempio nella notte agli incroci delle città, raccolte attorno al fuoco per tenere i turni di difesa. Le HPC non fanno parte delle SDF (Forze Democratiche Siriane), come invece le YPJ, e sono composte da giovani donne così come da madri e da anziane che insieme organizzano la difesa della vita, ossia la difesa della società nei loro quartieri.

Dall’inizio della guerra, infatti, l’organizzazione sociale si è intensificata sotto la guida delle donne e nelle città, in ogni quartiere, le comuni si sono moltiplicate: una responsabile dell’acqua, una della produzione e distribuzione del pane, altre per la difesa notturna e diurna o ancora per l’elettricità… ogni persona ha preso parte all’organizzazione della vita e della difesa facendo crollare la distinzione tra le due: non è la presa delle armi quel che rende forte l’autodifesa della società, ma una salda e organizzata consapevolezza di cosa si sta difendendo.

Mi dilungo su questo punto dell’organizzazione della società perché è ciò che sta continuando anche ora che la guerra non è più tanto sul fronte militare e si è spostata al livello di una difficile e scivolosa lotta al tavolo dei negoziati.

Qualcosa di molto forte in questa rivoluzione è la decisione di rimanere dove si è e scegliere di difendere il proprio villaggio o quartiere nei momenti degli attacchi, non solo in quanto rivoluzionarie o forze di difesa militare, ma in quanto civili, in quanto persone inseparabili dalla realtà del villaggio e del quartiere in cui vivono. Questa è la guerra popolare rivoluzionaria e questa è ancora oggi la realtà del Rojava.

Quando a metà gennaio la popolazione del Bakur, il Kurdistan nel territorio turco, ha iniziato a fare pressione sul confine che ha diviso la città di Qamişlo tra il territorio siriano e quello turco, anche da questo lato del muro le persone si sono radunate. Dovete immaginare attorno le 500 persone raccolte in balli, cerchi di donne che cantano sulla Rivoluzione, gruppi di bambini che si arrampicano sui cumuli di terra per sventolare più in alto possibile le bandiere delle YPJ e YPG… e poi, questa gente tutta insieme, che si avvicina al cancello che segna il confine. La bandiera turca sventolava alta e un paio di militari guardavano la scena restando immobili, dritti, fino a che sono stati costretti a indietreggiare e chiamare rinforzi, perché la massa di persone, tutte civili e diversissime tra loro per età e genere, sono avanzate fino ad aprire il cancello con forza, gridando «Yek yek yek gelê kurd yek e!» (uno uno uno il popolo curdo è uno!).

Il confine è stato varcato e la bandiera dello stato turco tirata giù e calpestata con gioia e forza da ragazzi e ragazze al grido di «Berxwedan Jiyan e» (la resistenza è vita), giusto prima che i militari raggiungessero nuovamente la loro postazione e costringessero tutte e tutti ad arretrare facendo fuoco. Per ore la situazione è continuata in questo modo: una schiera di militari turchi sparava in aria, bloccando l’accesso alla terra oltre il cancello e difendendo una linea di separazione che, come tutti i confini, ha un aspetto violento e tragico e uno ridicolo agli occhi dei popoli. Nel mentre però, la gente non smetteva di avanzare e alzare le mani nell’universale segno di pace, che qui in Medio Oriente ha negli anni acquisito un significato di pace radicata nella resistenza.

Il sole era alto nel cielo e all’uso degli idranti per allontanare le persone diversi arcobaleni sono apparsi tra la folla, creando una situazione surreale in cui le armi, gli spari e le divise militari turche, normalmente elemento di pericolo mortale, sono diventate completamente insignificanti. In prima linea ragazze giovani si tenevano strette le une alle altre in un cordone di resistenza, dettando il rimo degli slogan che tutti gli altri dietro seguivano e rilanciavano gridando. Una grande cassa con la musica si è fatta spazio tra la folla, trasportata di spalla in spalla, e attorno a essa giovani e bambini hanno iniziato a ballare sotto gli spari e l’acqua degli idranti. Questo è lo spirito che vive qui, questo è il morale della resistenza della gente. «Fede ed entusiasmo non mancano mai» ha riassunto la comandante YPJ e membro del Comando Generale delle SDF Rohilat Afrin.

Da quel giorno ci sono state anche diverse persone ferite da questa parte del confine e diversi morti, tra cui bambini, dall’altra parte, in Bakur. Tuttavia, un messaggio più che chiaro è stato affermato e continua a guidare la vita ancora in questi giorni: la volontà di pace è insistente e troverà ogni via per continuare ad affermarsi.

Un punto fondamentale da avere chiaro è che questa è una guerra ideologica, in cui si sono contrapposte due mentalità, due paradigmi mentali completamente opposti e divergenti. Da un lato la linea fascista, patriarcale delle milizie fondamentaliste, dall’altra i valori della rivoluzione del Rojava, l’unione delle differenze, la liberazione delle donne e di genere, la democrazia radicale e l’ecologia sociale. L’attacco qui è alla proposta di vita che con l’Amministrazione Autonoma aveva trovato una sua prima forma pratica e politica, ossia quella della Nazione Democratica, la “comune delle comuni”. Al posto di uno stato con un unico potere, un’unica lingua e una realtà violentemente omogenizzata, la nazione democratica si impegna a tenere insieme in una convivenza organizzata tutti i colori della società, le diverse identità, religioni, lingue…

L’intero sistema ha una leadership molto chiara, che è quella delle donne, il soggetto veramente in grado di portare la linea dell’unità e della lotta. La liberazione delle donne è qui nel concreto l’unica possibilità di vera liberazione della società. Grazie a questo, la rivoluzione non è mai stata la corsa alla “presa del Palazzo d’Inverno”, al potere, bensì un lavoro sottile e al contempo massiccio e costante per l’educazione e la trasformazione sociale, ossia il cambio di mentalità e la trasformazione delle relazioni tra persone, tanto quanto con la terra.

Dove la famiglia è la cellula base dello stato, nella nazione democratica è invece la comune la struttura di base su cui tutta la società si fonda e le comuni delle donne sono la struttura che garantisce la saldezza della lotta al patriarcato nella realtà della Rivoluzione. Per questo, anche l’economia si articola su base comunale, grazie all’uso delle cooperative ecologiche e a pratiche di economia di scambio, circolare, il più possibile, ossia fin dove la guerra, che sempre minaccia questa terra, lo permette.[2]

Ovviamente non è una proposta che finisce ai confini di questo territorio, ma qui si è data come primo modello concreto di autogoverno democratico su larga scala. In risposta a questa esistenza-resistenza che da 15 anni lavora nel segno della trasformazione sociale e socialista, la strategia di guerra messa in atto dagli attacchi voleva esser volta alla sua distruzione materiale per quanto riguarda i territori e la liquidazione della resistenza, e al contempo alla distruzione ideologica per quanto riguarda la volontà di imporre la linea di uno stato nazionale siriano più o meno unificato (ricordiamo la non-questionata occupazione di Israele nel sud della Siria) che si inserisce nel piano più ampio e guidato dalle potenze egemoni come gli Stati Uniti per ridisegnare l’intero Medio Oriente.

Gli attacchi sono stati brutali in particolar modo contro le istituzioni delle donne, ad Aleppo così come nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Tabqa. Dalle comuni alle librerie delle donne e ai centri di ricerca e ritrovo, tutto è stato bruciato o distrutto, perché la situazione sociale rispecchiava il fatto che fossero le donne le principali portatrici di emancipazione, partendo nella loro lotta dal mettere in discussione il loro status di prigioniere nelle case o proprietà del marito o oppresse da un’interpretazione patriarcale e fondamentalista del loro credo. Dove l’Islam stava assumendo forza in quanto religione democratica e le donne si stavano lasciando alle spalle per davvero la vita di oppressione violenta vissuta sotto l’ISIS e il Regime di Baath, gli attacchi sono stati particolarmente chiari nell’affermare che per la linea del governo attuale, così come per quella degli stati egemonici che lo sostengono e manovrano, il libero pensiero, la libertà nella fede e l’emancipazione della volontà e della vita delle donne non possono essere accettate. È chiaro che quanto la Rivoluzione afferma sin dall’inizio, ossia che sono le donne organizzate e le comuni delle donne il primo seme rivoluzionario, è vero anche nelle valutazioni – e nelle paure! – della controparte nemica.

C’è in questo punto qualcosa di difficile da affrontare all’interno di un racconto breve come questo, ma che è importante aprire perché costituisce un nodo importante nella realtà della società sul territorio, ossia la “guerra speciale” (nel senso di non ortodossa) portata avanti sul campo tanto quanto nei media per fomentare la separazione su base etnica tra popolazione araba e curda.

Questa è attualmente una strategia che in parte della società sta anche attecchendo, perché sfrutta a proprio favore la paura, il “sospetto per il proprio vicino” che in una guerra come questa è molto facile che emerga, così come sfrutta ciò che i molti anni di vita sotto un regime d’odio e separazione hanno creato nelle psicologie della gente. Inoltre, durante quest’ultima guerra anche gli sforzi delle milizie nemiche nel documentare uccisioni di donne e uomini curdi e non arabi è stato incredibile. Numerosissimi sono i video, da Aleppo a Raqqa, in cui si mostrano civili ammassati e tenuti fermi sotto minaccia di morte e in cui le voci dei miliziani dicono cose come «questi sono cani, sono curdi, vanno ammazzati. Loro no, sono arabi e non li ammazziamo»; così come ben noto è il video del bambino a cui vien chiesto chi è e alla risposta «sono curdo» viene brutalmente tolta la vita.

Questa è stata anche la realtà di questi mesi in questa terra, ma al contempo è bene essere molto consapevoli che non è affatto vero che la popolazione araba è stata “risparmiata”. In primis perché l’operazione mediatica che questi video portavano avanti è in realtà molto chiara sul piano ideologico e non dobbiamo cascarci, e poi perché la resistenza è stata del popolo, non solo curda, e lo testimoniamo le e i numerosi martiri arabi che han dato la vita per la difesa della Rivoluzione, la gente ferita e quella sopravvissuta. Inoltre, non venire uccise ma dover tornare sotto il regime di forze come l’ISIS o HTS non dà alcun tipo di sollievo. Nella regione di Tabqa e Raqqa, un paio di giorni dopo che queste forze ne hanno preso il controllo, sono state distribuite copie del Corano e veli neri per ogni donna, casa per casa. Un solo ordine, un solo potere, un unico dio: questa è la loro linea, che porta morte e fascismo.

In questo, la questione della mentalità è centrale, perché per comprendere con serietà questa guerra, così come questa fase di negoziati per l’integrazione, raccontata ora dal cinismo alienato dell’Occidente come “la fine del Rojava” o il “dopo la Rivoluzione”, serve andare più a fondo nella realtà della società.

Ancora una volta, torniamo alla comune delle donne.

Quando, prima della guerra, siamo state al Centro delle donne di Zenobia in Raqqa, abbiamo sentito storie di resistenza quotidiane, una lotta che iniziava prima ancora dell’incontrarsi lì, perché è già qualcosa per cui hanno dovuto lottare: passare oltre alle volontà del marito e alle aspettative sociali e uscire di casa recandosi in un posto in cui si sarebbero trovate con altre donne, è già iniziare una rivoluzione. Da questo coraggio che le porta fuori dalle case inizia il sovvertimento dell’ordine generale e creare una comune di donne che ogni giorno organizza la propria vita sulla base della volontà comune e non su quella del marito o della famiglia opprimente, significa creare un motore di liberazione che molto velocemente apre la strada anche alle altre donne. Questo non sul piano teorico, ma proprio guardando come è andata la storia fin qui.

La comune delle donne di Aleppo nei primi giorni di guerra è stata quella che ha dettato la linea del decidere di non lasciare i quartieri e rimanere a difendere fino alla fine; una donna che ne fa parte ci ha detto: «La comune delle donne deve essere la base di un vero socialismo, perché se le donne di una società non sono liberate, la società non può essere libera».

“Rivoluzione” vuol dire rivolgimento, volgere di nuovo, ossia è una parola che ci parla di movimento, di trasformazione e cambiamento. Nella storia però questo non avviene semplicemente sostituendo il vecchio col nuovo e l’oppressione e la liberazione non sono né fatti né oggetti, bensì processi, che riposano sul piano materiale tanto quanto su quello della mentalità.

Per costruire la mentalità dell’oppressione e dei popoli oppressi, secoli e secoli di orrende pratiche hanno sviluppato “ottimi” strumenti, patriarcato e stato in primis. Questi sono una realtà materiale tanto quanto una mentalità. La mentalità della mascolinità dominante va insieme a quella burocratica, che legge la realtà come statica nelle sue forme, che categorizza la vita, una mentalità controllante, volta al monopolio e al profitto.

Cosa vuol dire per un popolo vivere a lungo sotto un regime di questo tipo? (Cosa vuol dire per noi?) E quindi cosa vuol dire rivoluzionare la mentalità di un’intera società? Quanto tempo può impiegare? Cosa permette al nuovo di sedimentare e poi di venir passato di generazione in generazione?

Possiamo farci queste e altre domande anche a partire dalle nostre “vite europee”, perché nonostante tutti i diritti e le possibilità conquistate da secoli di lotte, ancora non siamo libere da queste mentalità e, per esempio, ora facciamo fatica a comprendere che una rivoluzione non cade con un’integrazione delle forze militari, non finisce con il cambio della forma o dei “confini”, non è un oggetto che puoi sostituire con un altro, bensì un movimento storico che agisce molto più in profondità. Se si fosse seguita la linea della lotta militare fino in fondo per “proteggere i territori della rivoluzione”, avrebbe voluto dire essere disposti a considerare l’opzione del genocidio. E questo, per un’amministrazione socialista e democratica che rifiuta di mettere la propria esistenza prima di quella del popolo che la compone, sarebbe stato semplicemente tradimento.

Quale mentalità della sconfitta guida i nostri pensieri quando caschiamo in queste semplici trappole del vedere bianco/nero, di non riuscire a uscire dagli occhi dello stato? Cosa vuol dire avere un tale livello di sfiducia nella lotta dei popoli?

Se scordiamo il significato di “rivoluzione” e la appiattiamo sul controllo delle terre, delle risorse e delle forze militari, facciamo il gioco degli stati. Anche di quelli rossi che furono.

Fare una rivoluzione socialista con la liberazione di genere come primo pilastro vuol dire prendersi la responsabilità storica di non ripetere l’errore del socialismo reale, sia per quanto riguarda la creazione di uno stato o di un’entità analoga statica e barricata in se stessa, sia per la lotta di genere contro il patriarcato.

Ora anche noi internazionaliste e internazionalisti, ovunque nel mondo, dobbiamo restituire questa serietà alla Rivoluzione e chiederci con che occhi guardiamo alla sua storia e alla sua realtà attuale: sono quelli dello stato o della comune?

Il processo di integrazione qui in Nord-Est della Siria, così come il processo di pace con la Turchia aperto dall’Appello per la Pace e la Società Democratica lanciato nel febbraio 2025 dal leader curdo Abdullah Öcalan, non sono fatti o momenti che chiudono la lotta e anzi, questa si è molto intensificata, aprendo una nuova fase per l’esistenza-resistenza curda, così come per l’internazionalismo. Il Confederalismo Democratico come proposta e quindi l’intero sistema delle comuni, dei consigli e della Nazione Democratica non si è mai dato come una forma chiusa e pronta all’uso. Si tratta di forme organizzative della società per la società, che quindi seguono i suoi bisogni tanto quanto i suoi tempi di cambiamento e di lotta.

Ora si tratta di avere profonda fiducia politica nei 15 anni (una cinquantina se li si conta dalla fondazione del PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan) di lavoro rivoluzionario nella e della società. Un lavoro che in generale è impossibile annullare, perché è una realtà in cui le avanguardie sono state e sono ancora le donne della società, cuore del tessuto del popolo. Ci sono ormai diverse generazioni di giovani cresciute con un modo di approcciare la vita che non ha niente a che vedere con quello del patriarcato e dello stato. E ci sono donne che ora sorridendo dicono «qui sono nata di nuovo», indicando Jinwar, il villaggio autonomo di donne in Rojava. C’è qui un radicamento geografico e storico che è tanto fatto pratico quanto intimo di ognuna. L’antico – il ricordo delle civiltà mesopotamiche raccolte attorno alle Dee Madri – guida verso il nuovo, in un movimento lento e costante di cui le comuni delle donne si fanno custodi. Come dicevo all’inizio, questa è la terra in cui la vita è in grado di essere davvero insistente e come mi ha detto un’amica – semplice e insieme poetica come tutte le rivoluzionarie: «la Rivoluzione delle donne è un ricordo del futuro».


[1]Per completezza, segnalo invece l’analisi politico-ideologica pubblicata sul sito di Jineoloji a fine gennaio. Porta il titolo di Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra e in questa sede può essere utile per inquadrare le forze coinvolte negli attacchi alla Rivoluzione e le dinamiche politiche e ideologiche nelle motivazioni di questa guerra. <https://jineoloji.eu/it/2026/01/26/difendere-la-vita-e-comprendere-la-realta-della-guerra>.

[2] Ne abbiamo parlato recentemente anche in cinque brevi episodi podcast, ascoltabili online anche in italiano su Youtube, sotto il titolo Defending Life. <https://youtu.be/8FIZfbNJxes?si=boVqMyXm7XhpnV9O>.

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È morto Goffredo Fofi

La infosfera di quello che resta della sinistra in Italia esplode di necrologi, coccodrilli e ricordi.

Anche noi facciamo la nostra parte, ma per favore non metteteci nelle macerie della “sinistra che fu”, posizione stantia che non ci appartiene. Salutiamo il maestro Fofi come la redazione di un piccolo progetto di critica sociale anticapitalista e anarchica di provincia, di cui Goffredo aveva stima.

Immaginiamo che se potesse vedere questa proliferazione di parole sul suo conto, Goffredo sarebbe sarcastico come era suo modo, o addirittura manderebbe qualcuno affanculo come era solito fare con il sorriso sulla faccia e agiterebbe quel bastone malfermo che ultimamente sembrava più pronto a scagliare in testa al prossimo piuttosto che a usare per reggersi.

Noi l’abbiamo conosciuto meglio quando ha iniziato a sostenere il nostro progetto, nel 2018, e abbiamo avuto anche il piacere di ospitarlo a Senigallia per un incontro che si intitolava: “Nonostante la scuola”. Lo chiamiamo maestro perché ha sempre, fino all’ultimo, svolto un ruolo di supporto e sostegno alle giovani generazioni e ai processi di creazione collettiva di strumenti culturali e artistici. Questo è il suo grande merito e il suo grande metodo, che siamo contenti di aver potuto conoscere.

Non ci appartiene invece il rimpianto per il ruolo degli intellettuali nei bei tempi passati, la nostalgia per l’egemonia di sinistra nel campo della cultura e delle arti, ormai perduta. Gli intellettuali e gli artisti non sono eroi né geni, ma figli e figlie del proprio tempo e delle lotte che ogni generazione è capace di esprimere.

Quando questa Italia imbruttita e invecchiata tornerà ad ardere di rabbia e di dignità, anche le parole e i gesti cominceranno a essere belli e pieni di significato.

Adesso possiamo solo salutare il glorioso passato di una cultura che non c’è più, mentre si allontana come un iceberg dalla banchisa in questa torrida estate.

Ciao Goffredo, hai ragione, non ci stiamo capendo un cazzo.

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Pubblichiamo qui l’articolo su Goffredo scritto da Massimo Raffaeli (appena uscito per “il manifesto”), anche in ricordo di quella serata di qualche anno fa, passata insieme ai tavoli del ristorante Bice, a Senigallia, dopo l’incontro “Nonostante la scuola”.

“Quella vana e però instancabile ricerca della verità delle cose”

di Massimo Raffaeli – il manifesto

Pensare a cos’abbia rappresentato per almeno due generazioni la figura di Goffredo Fofi è lo stesso che ritrovarselo davanti all’improvviso, sorridente, affettuosamente pungente nel suo socratico deambulare e intanto parlare, sempre partecipe, entusiasta anche nel dissenso, elegante di una sua speciale eleganza necessariamente delabré. Insomma Goffredo era Goffredo senza altri possibili aggettivi mentre la sua immagine poteva ricordare d’acchito un antico fraticello umbro (forse frate Leone, «pecorella di Dio») di quelli che stanno nei “Fioretti” e poi in “Francesco giullare di Dio” dell’amatissimo Rossellini ma rammentava anche un militante di base che abbia la voce arrochita in ore di assemblee, riunioni e discussioni dove peraltro Fofi prodigava il tesoro di una memoria sterminata (una anagrafe coi nomi di tutta quanta la letteratura, il cinema, la politica) la quale riaffiorava a cadenza in aneddoti all’improvviso trasformati in apologhi e parabole morali e politiche.

Perché Fofi ha scritto tanto e però da intellettuale naturaliter cristiano (una sua stella fissa è stata Aldo Capitini) ha sempre creduto che la verità della letteratura, pari a quella del cinema o di qualunque altra espressione artistica, stesse in ultima istanza fuori della letteratura, ovvero che se presa in sé stessa, o ridotta appena a sé stessa, la letteratura non fosse altro che una stolta o ambigua decorazione. Viceversa, per usare le parole di Franco Fortini (altro suo riferimento cruciale e insieme controverso), voleva che essa diventasse «cibo di molti» e cioè si traducesse o se non altro alludesse a un ethos, a una coerenza tra il dire e il fare, a una allegoria indirizzata, nella consapevolezza di mancarla ogni volta, verso la ricerca di una propria verità.

Prima e più che un critico (che da giovane, sfogliando le annate di Quaderni Piacentini o Ombre Rosse, poteva sembrare intransigente e persino efferato), Fofi era divenuto uno sparring degli scrittori, un vero e proprio compagno di via. E qui basta scorrere uno dei tanti libri il cui titolo è forse il più rivelatore nella sua insolenza, “Le nozze coi fichi secchi. Storie di un’altra Italia” (L’ancora del mediterraneo 1999), per ritrovare la costellazione dove accanto ai maestri secolari di una sinistra libertaria e fieramente antistalinista (Silone, Camus, Victor Serge, Nicola Chiaromonte) compaiono fisionomie dei grandi outsider con cui Fofi è entrato in contatto e a volte in intersezione, da Raniero Panzieri, il fondatore di Quaderni Rossi, all’economista Manlio Rossi-Doria, allo scrittore e meridionalista Danilo Dolci e a Danilo Montaldi, l’autore delle stupende “Autobiografie della leggera”, pioniere della ricerca sul campo e della storia orale che molto lo influenzò nella stesura del primo libro, un’opera pionieristica che sarebbe riduttivo definire di sola sociologia, “L’immigrazione meridionale a Torino”, edita da Feltrinelli nel 1964 (dal 2009 è nel catalogo di Aragno) dopo che Einaudi l’aveva rifiutata, per non avere grane con la Fiat e La Stampa, licenziando in tronco i redattori Panzieri e Renato Solmi che l’avevano sostenuto.

Ma c’è un altro libro che rappresenta, per così dire, il canone fofiano ed è “Scrittori per un secolo. I narratori, i poeti, i saggisti italiani del ’900” (Linea d’ombra, 1993) costruito sulle immagini fotografiche di Giovanni Giovannetti. Il centro pulsante è, in funzione anti-ermetica e più generalmente anti-accademica, la poesia di Saba, così calda di vita e fraterna al lettore, mentre le diramazioni vanno verso una letteratura di figure laterali e presunti minori che in realtà si scoprono maggiori, da Emilio Lussu (l’autore di “Un anno sull’altipiano”) al sempre poco rammentato Piero Jahier, da Alberto Savinio a Fausta Cialente, da un poligrafo geniale quale Luigi Bartolini, a Noventa, Carlo Levi, Brancati, Bilenchi, Volponi, Flaiano.

Solo delle nuove avanguardie e del Gruppo 63 non v’è traccia perché Fofi diffidava in genere delle costruzioni intellettualistiche e, in particolare, delle opere uscite dal Gruppo 63 che riteneva così à la page da trasformarsi subito in esercitazioni accademiche. L’epicentro della seconda metà del secolo per lui è invece Elsa Morante su cui non ha mai smesso di scrivere e di interrogarsi, facendo del libro più amato “Il mondo salvato dai ragazzini” (data topica d’uscita: 1968), una bibbia personale all’insegna della libera inventiva da basso che contesti il potere (politico, economico, militare, accademico) sempre esercitato dall’alto.

E non è un caso che Fofi, maestro elementare, umbro che si sentiva in cuor suo napoletano e cittadino del Sud universale, si sia sempre interessato alla pedagogia antiautoritaria e a figure come don Milani e Paulo Freire. Né va mai dimenticato il suo impegno di talent scout appassionato e molto generoso, pure se dolcemente assillante come sanno esserlo solo i frati questuanti: in Italia non si vedeva un simile esempio di fervore organizzativo dai tempi di Elio Vittorini, leggendario promotore di riviste e di collane editoriali. Al riguardo, è sufficiente scorrere il sommario dei periodici che Fofi ha fondato (da Ombre Rosse e Linea d’ombra alle più recenti Lo Straniero e Gli asini) per constatare l’infinità degli autori ospitati e, talvolta, da lui direttamente promossi: per stare ai soli narratori fra gli altri vi compaiono Gianni Celati, Giorgio Pressburger, Pier Vittorio Tondelli, Claudio Piersanti, Luca Doninelli, Giorgio van Straten, Stefano Benni, Alessandro Baricco, Maurizio Maggiani, Roberto Saviano e Lorenzo Pavolini.

Fra i titoli del suo diorama bibliografico spicca un libro-intervista che ben testimonia del talento prodigato in un’eterna ricerca di sé e dei propri compagni di via, “La vocazione minoritaria” (a cura di Oreste Pivetta. Laterza, 2009) dove Goffredo Fofi, involontariamente, scrive non soltanto il suo testamento ma anche il proprio autoritratto etico-politico.

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La “pastaflora” di canapa: tradizione culinaria che unisce

Con diverse varianti per il ripieno e con un’origine meticcia, la “pastaflora” fa parte della storia gastronomica argentina da decenni.  Non ha bisogno di presentazioni perché è un classico della pasticceria rioplatense. Senza dubbio, raccoglie più appassionati che detrattori. È molto difficile che non sia sugli scaffali di qualsiasi pasticceria o panetteria argentina. Sono disponibili …
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IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR – BASTA POLIZIA!

IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR
BASTA POLIZIA!
Il tremendo omicidio consumato a freddo a Bologna dalle forze dell’ordine ai danni di una persona che chiedeva aiuto è qualcosa che riporta alla mente altri fatti, altre brutalità, altri omicidi, successi troppe volte anche da noi e quindi impossibili da ascrivere solo alla brutalità della polizia che agisce altrove, a Minneapolis come al Cairo, come ad Ashdod.
La violenza e la brutalità della polizia sono anche qui, le vittime e i morti ammazzati hanno nomi e cognomi.
E proprio a 25 anni da Genova, dalle torture di Bolzaneto, da Carlo Giuliani ammazzato in piazza, domenica 19 luglio a Bologna la polizia uccide un cittadino inerme che sta male. Lo fa con l’arroganza di sempre e con l’ulteriore impunità assicurata dallo scudo penale recentemente introdotto dal governo. Ma, soprattutto – quello che ancor più colpisce – lo fa mentre i sanitari del 118 presenti non intervengono, non soccorrono chi sta male e chiede aiuto.
L’azienda sanitaria bolognese ha avviato un’indagine per accertare le responsabilità del personale sanitario coinvolto, ma quella mancanza di soccorso non è solo responsabilità individuale.
In una realtà sanitaria devastante fatta di tagli, riduzione di servizi e di personale, la risposta alla gestione di una situazione spesso insostenibile è quella securitaria, tanto per cambiare. E così è normale che in un pronto soccorso si moltiplichino i poliziotti invece che i medici e gli infermieri, così come sui treni troviamo più polfer che ferrovieri. Per precise scelte governative e aziendali, i lavoratori vengono indotti a delegare alle forze dell’ordine la gestione di alcune procedure lavorative, assolte non secondo ciò che il contesto e la professionalità richiede, ma in modo autoritario, punitivo, violento, repressivo dalle forze dell’ordine: l’unico modo che conoscono.
È anche così che si può morire, per strada come in galera, ammazzati da quei tutori dell’ordine che vediamo spesso nelle scuole a mostrare il loro volto più accattivante per propagandare un mestiere basato solo sull’esercizio della violenza.
Solidarietà ai familiari e agli amici di Abderrahim Fakir.
Sosteniamo le iniziative di protesta contro la brutalità poliziesca, contro la repressione e la violenza, contro l’ossessione della sicurezza e le politiche securitarie del governo, contro l’arroganza omicida delle forze dell’ordine. Partecipiamo al presidio di martedì 21 ore 17.30 Piazza Grande
Federazione Anarchica Livornese

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CONTRO LO STATO CHE DA SEMPRE UCCIDE I PROLETARI, A NAPOLI IERI SI E’MANIFESTATO PER L’UCCISIONE DI UN NOSTRO FRATELLO: FAKIR.

CONTRO LO STATO CHE DA SEMPRE UCCIDE I PROLETARI, A NAPOLI IERI [21 Luglio 2026] SI E’MANIFESTATO PER L’UCCISIONE DI UN NOSTRO FRATELLO: FAKIR.
I partecipanti hanno gridato con rabbia per tutta la durata del corteo il nome di FAKIR , questo ennesimo proletario ucciso a Bologna dal potere dei padroni , per mano del suoi servi come sempre reazionari , fascisti e criminali , chiedendo che venga fatta giustizia e chiarezza; ma con la consapevolezza, di una buona parte dei partecipanti, che ciò può avvenire solo con la realizzazione della rivoluzione sociale che libererà veramente la stragrande maggioranza dell’umanità da questo sistema di morte , guerre , sfruttamento , fame nel mondo, (ogni 6 minuti muore un bambino per denutrizione),miseria e devastazione ambientale .Questo sistema, che si chiama CAPITALISMO, sta portando l’intero pianeta verso la distruzione.
Noi comunisti libertari del gruppo anarchico Francesco Mastrogiovanni eravamo presenti con le nostre bandiere e i nostri cuori per ribadire che insieme a chi lo vorrà CONTINUEREMO A LOTTARE PER UN MONDO FATTO DI UGUAGLIANZA , LIBERTA ,SOLIDARIETA E AMORE ; AFFINCHÉ IN NESSUNA PARTE DEL MONDO SUCCEDA CIO’ CHE E’ SUCCESSO A NOSTRO FRATELLO FAKIR.
PACE TRA GLI OPPRESSI E GUERRA AGLI OPPRESSORI.

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Prolusione del prof. Paolo Corsini per l’82° anniversario della Liberazione di Livorno

In occasione dell’82° anniversario della Liberazione di Livorno, il prof. Paolo Corsini, Presidente dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, è stato invitato dal Comune di Livorno a tenere la prolusione per ricordare l’evento. L’intervento ha chiuso una serata particolarmente intensa ed importante per la vita di ISTORECO, alla quale hanno preso parte le principali autorità politiche del territorio.

Ecco il testo dell’intervento:

Ho accolto di buon grado l’invito rivoltomi dal collega Claudio Seriacopi, presidente dell’Istoreco, nell’occasione della ricorrenza della liberazione della città di Livorno, avvenuta esattamente 82 anni fa. Non si poteva scegliere data migliore per inaugurare la nuova sede dell’Istituto, generosamente resa disponibile da parte dell’Amministrazione comunale, cui rivolgo un caloroso ringraziamento nella persona del signor Sindaco , dottor Luca Salvetti. L’Istituto infatti deve la propria origine, dispiega il proprio impegno, coltiva la sua vocazione attraverso una vasta gamma di iniziative , sviluppando la ricerca storica e alimentando la memoria di quanto l’antifascismo e la Resistenza hanno rappresentato e continuano a rappresentare per la vita pubblica di questa città e per il Paese. Mi riprometto di svolgere alcune considerazioni lungo due direttrici: l’evocazione di quel 19 luglio 1944, che ha posto fine all’occupazione nazista e il valore attuale della Resistenza come esperienza dalla quale scaturisce la nuova Italia repubblicana e democratica.

1. La liberazione di Livorno riveste un significato tutt’affatto particolare : un caso che si distingue per differenza da un lato e per esemplarità dall’altro rispetto a vicende di altre città italiane. Stiamo dunque ad una descrizione in presa diretta dell’evento, alla testimonianza di quel giovinetto, partigiano appena diciassettenne, poi autorevole esponente del giornalismo italiano, Mario Lenzi, autore di O miei compagni, lo straordinario “romanzo di formazione” -così Enrico Iozzelli- che , per approcciare la giornata dell’ingresso in città delle avanguardie della Quinta armata statunitense del generale Clark e dei partigiani della Terza brigata “Val di Cecina”, prende le mosse dal 28 maggio 1943: il primo bombardamento a tappeto cui altri seguirono in giugno e in luglio: “migliaia di case furono distrutte, saltarono le centrali della luce, del gas e dell’acquedotto, tutti fuggirono e intorno alle macerie deserte fu poi esteso il filo spinato. La chiamarono zona nera. Per quasi un anno la città fu morta”. Non è questa la sede per delineare caratteristiche e vicende dell’opposizione antifascista livornese e del movimento resistenziale. Come annota Enrico Acciai, lo studioso oggi membro del Consiglio direttivo dell’Istituto nazionale “Ferruccio Parri”, una presenza tutt’altro che marginale, ampiamente articolata sul piano organizzativo e dell’ispirazione politico-ideale, plurale quanto alle stesse basi sociali, con particolare insediamento nel mondo operaio e portuale, capace di molteplici iniziative -scioperi, produzione di stampa clandestina, sabotaggi, assistenza agli sfollati-, oltre che ben radicata: 200 livornesi schedati nel casellario politico centrale, trenta volontari labronici nella guerra civile spagnola e tra di essi una figura leggendaria come quella di Ilio Barontini, capo di stato maggiore della XII brigata “Garibaldi” combattente a Yarama, a Guadalajara , a Huesca. Una esperienza altresì assai combattiva se, come si evince dal saggio di Stefano Gallo, pubblicato in Spaesamenti, un lavoro edito dal nostro Istituto, oltre alle decine di azioni compiute dalle formazioni partigiane a partire dal settembre del 1943, tra giugno e luglio 1944 si annoverano ben cento episodi che vedono le “bande” agire con grande determinazione, tanto lungo direttrici “orizzontali” -l’entroterra- quanto lungo la “dorsale”- cito testualmente – che “verso l’interno segue la costa” in direzione nord-sud. E questo nel quadro di “un rinnovato sforzo da parte delle strutture militari regionali di coordinare l’azione e di prepararsi per il momento della liberazione in maniera unitaria”, nella previsione di una sollecita avanzata degli Alleati. Dunque le dramatis personae: i partigiani che hanno mappato campi minati e difese tedesche, gli Alleati, operazioni complesse tenuto conto l’intensificarsi dei bombardamenti -tra maggio e giugno del 1944 viene praticamente raso al suolo il centro storico- e delle operazioni antipartigiane. Il 9 giugno il comando tedesco infatti emana l’ordine di scatenare offensive ad ampio raggio ed appena una settimana dopo il feldmaresciallo Kesserling emette nuove e severe direttive al fine – l’osservazione è di Paolo Pezzino – di “prendere in ostaggio l’intera popolazione civile” che è stata costretta ad abbandonare la città. Un panorama di devastazione, una somma di fattori che rendono Livorno -così un soldato americano- “una città fantasma che giace in rovina, polverizzata dai bombardamenti”, stretta dal progressivo assedio di Alleati e partigiani. Torniamo a Mario Lenzi: “dalla città che c’era una volta ora si alzavano pigramente nell’aria colonne di fumo. I tedeschi facevano saltare le ultime mine” -il riferimento è al porto, a Torretta, Fanale, via Roma. “Percorsi la città morta. Forse quel mondo non era mai esistito e se era esistito poi è scomparso”. Agli occhi del giovane partigiano -una fotografia lo ritrae in primo piano mentre sfila lungo l’attuale via Gramsci, “le rovine del porto, decine di navi affondate” -le carcasse di 150 piroscafi- “che emergevano dall’acqua bassa, le macerie della piazza Grande, il Duomo sventrato” e poi lungo il cammino “via Ricasoli, via Roma, piazza Magenta, il cannocchiale assegnatogli dagli americani puntato “dove era villa Medina, ma la mia scuola non c’era più, un baratro si era aperto, ingoiando per sempre […] le strade, i miei compagni. Erano andati via tutti e con loro se ne era andato anche il ragazzo che io ero stato”. L’ingresso dei partigiani in città è al seguito delle guide della 34a divisione “Red Bull” che avanza lentamente; due pattuglie in tuta mimetica attrezzate in azioni di commando si incaricano di individuare le mine , mentre l’artiglieria americana batte a nord di Livorno e nella città “da tempo abbandonata e deserta [sono] rimasti gruppi di guastatori”. La città deve essere rastrellata anche dalle forze tedesche che “continuavano” -così la narrazione di Mario Lenzi- “ad aggirarsi tra le case diroccate. Ancora qualche cecchino, votato alla morte era appostato sui tetti”. Poi l’inizio della “più strana guerra mai raccontata”: la lenta avanzata degli Alleati verso Lucca e Pisa, il raggiungimento dell’Arno 4 giorni dopo il 19 luglio. Questa in estrema sintesi la cronaca dei fatti. Nessun cedimento alla retorica, piuttosto la consapevolezza di una tragedia consumata. Come Luigi Comencini , in Tutti a casa del 1960 , fa dire ad un soldato americano “Livorno boom…boom, tutto finito, non c’è più Livorno”. E così pure Cesare Ciano parla di una città “morta ed impraticabile”, distrutta come è da bombardamenti sganciati anche in funzione di diversivi, secondo una strategia volta a far mantenere sulla costa toscana una grande quantità di truppe tedesche e a far credere all’imminenza di uno sbarco navale che invece avviene ad Anzio nel gennaio del 1944. Dunque nessuna esultanza di popolo il giorno della liberazione, nessuna folla entusiasta e festante ad accogliere le truppe alleate e i partigiani delle varie formazioni. Il 19 luglio la quasi totalità degli abitanti di Livorno si trova a decine se non a centinaia di kilometri lontana dalle proprie case. Livorno non è solo la città più devastata d’Italia, è anche “una città in fuga”.La città che ha conosciuto il massiccio esodo della sua popolazione civile a partire dall’ottobre del 1943 e che solo dall’autunno del 1944, dopo l’autorizzazione concessa dagli Alleati vede succedere allo sfollamento un processo di rientro. Esso si accompagna alla ricostituzione del tessuto comunitario cui una personalità di grande statura politica e intellettuale come Furio Diaz, a partire dal 29 luglio sindaco su designazione del Cln, offre uno straordinario contributo di idee e di opere, avviando pochi mesi dopo la commissione che lavora alla rinascita sulla base di una larga convergenza tra le diverse forze politiche democratiche. Esemplare la collaborazione tra comunisti e cattolici, democristiani e cristiano-sociali durata sino al 1951, dunque ben oltre la rottura del 1947 avvenuta sul piano nazionale e successivamente nei termini di una opposizione costruttiva della Dc protrattasi sino al 1953, cioè ad un anno prima della conclusione della giunta Diaz. Una sorta di mito fondativo della Livorno postbellica e un’ulteriore peculiarità della vicenda pubblica locale tra guerra e immediato dopoguerra. La ricostruzione dalle macerie materiali e morali prodotte dal conflitto a maggior ragione è impegnativa e faticosa per quanto lo sfollamento -attorno ai novantamila cittadini, grosso modo l’80% della popolazione urbana- ha costituito: un vero e proprio collasso sociale, nonché un fenomeno di massa di precarizzazione delle vite. Una vicenda da ricondurre ad una più generale strategia di guerra ai civili e che in Toscana conosce una drammatica contabilità con 807 eccidi e 4413 vittime. E’ lo sfollamento, con le sue dimensioni, con il cumulo di problemi che suscita e le conseguenze che determina -angosciante ricerca della sopravvivenza, dell’approvvigionamento di viveri, caduta verticale dell’occupazione, pendolarismo rischioso tra città e campagna, sconvolgimento dei rapporti col territorio, conflitti con le autorità, contrasti con le popolazioni del luogo di rifugio, scontri all’interno degli stessi gruppi di fuoriusciti-, a rendere la specificità, accanto alle distruzioni subite, della situazione livornese. Essa vede però anche la costruzione di reti informali di solidarietà, collegamenti con le formazioni partigiane, la possibilità di aderire alle bande armate, di rinsaldare le organizzazioni clandestine attorno ad alcune figure che già hanno assunto o vengono assumendo ruoli di direzione del movimento di liberazione. In questo quadro un prezzo assai alto è pagato dalla comunità ebraica, la quinta per importanza nel Paese che, oltre a cercare riparo dai bombardamenti, si trova alle prese con la caccia all’uomo scatenata dalle forze nazifasciste, pagando un alto tributo di morte e di deportazione: ebrei perseguitati in quanto tali , a maggior ragione se di provenienza straniera, se “sovversivi” e promotori di scioperi, ulteriormente penalizzati se in precarie condizioni economiche e di lavoro. Sono questi sostanzialmente i temi sui quali si è cimentata la storiografia, sia quella che fa capo al nostro Istituto, sia quella accademica : la ricerca storica come condizione e alimento della memoria.

2. La memoria come ethos condiviso, come patrimonio pubblico consente ad una comunità di riconoscersi in un sistema di valori , oltre il vissuto di ciascuno. L’evocazione della liberazione della città e della Resistenza non costituisce un rito stanco e imbalsamato, ma esprime la volontà di fare memoria, di custodire pubblicamente ciò che va mantenuto vivo perché rappresenta un giacimento che non può essere dissipato: la Resistenza inizio fondativo della nuova Italia democratica disegnata nei principi di fondo e nelle regole organizzative della Carta costituzionale antifascista e repubblicana. E neppure una semplice celebrazione dei sacrifici consumati che comunque costituiscono un esemplare paradigma da consegnare alle giovani generazioni. La Resistenza non solo fatto storico , ma come fonte di prospettive progettuali, di una tradizione generativa, come modo di vita, come esperienza esistenziale che contrassegna il nostro stare al mondo, il nostro stesso essere nella sua disposizione a resistere contro ogni forma di sopraffazione e di ingiustizia. Resistere: insurrezione di ogni giorno che mobilita energie, che offre linfa all’indignazione e motiva i no della coscienza. C’è tutto questo all’origine della scelta partigiana che porta giovani cresciuti alla retorica del regime, ai miti di una diseducazione volta ad irregimentarli, a schierarsi dalla parte giusta, a rifiutare la guerra, a negarsi all’arruolamento fascista , cercando le vie della montagna o il riparo nelle campagne della pianura , a irrobustire le file della cospirazione antifascista nelle realtà urbane, a vivere il rifiuto del fascismo come afflato di libertà fino a maturare una scelta politica che si collega e recupera lotte, idealità, esperienze dei partiti e delle formazioni politiche estromesse dalla vita pubblica ad opera della dittatura mussoliniana e dei suoi manutengoli. Da qui il patto resistenziale –come scrive Piero Calamandrei rivolgendosi al “camerata Kesserling”- “giurato fra uomini liberi che volentieri si adunarono per dignità e non per odio , decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo”. Uomini e donne di diversa ispirazione ideale –liberali, monarchici, cattolici, democratici cristiani, cristiano sociali, comunisti, socialisti, azionisti- ed estrazione sociale –operai, contadini, studenti, intellettuali, borghesi delle libere professioni, un fenomeno in precedenza sconosciuto di partecipazione, di mobilitazione popolare – che si organizzano per bande, scendono in lotta, imbracciano le armi attaccando il nemico, dando vita ad inedite esperienze istituzionali –le repubbliche partigiane- , elaborando avanzati programmi di rinnovamento politico e di ardite palingenesi sociali. Una Resistenza plurale, quella armata, e quella senz’armi, quella civile, delle donne -non solo staffette- che non esitano a manifestare e sostengono , attraverso un inedito maternage , le formazioni alla macchia, dei contadini che rifiutano l’ammasso obbligatorio, dei sacerdoti cattolici o dei credenti in altre fedi che in nome di un’insorgenza spirituale-religiosa, affiancano e partecipano al movimento di liberazione. Una Resistenza che si fa forte attingendo pure a sacche di dissenso dal nazifascismo dovuto ad un sentimento antitedesco talora riconducibile anche alla tutela di precisi interessi, quelli degli industriali che proteggono i propri stabilimenti e con essi i propri operai dalle sottrazioni naziste. Il movimento partigiano insomma come soggetto che rivendica una rinnovata identità della nazione, una nuova idea di patria, la riunificazione degli italiani e che non si lascia imbrigliare in una pratica “agra e stentata” di cobelligeranza , che non esita a scontrarsi col fascismo di quegli italiani fascisti colpevoli di aver trascinato il Paese in una guerra civile : non solo lo scontro tra la civiltà e l’anticiviltà della barbarie, della persecuzione razziale e della Shoah, ma pure il conflitto che vede contrapporsi sino all’estremo i cittadini di uno stesso Paese. Ebbene, a decenni di distanza noi possiamo guardare a quanti sono caduti nel corso della guerra civile con cristiana pietà o laica commiserazione. Sappiamo, come scrive Italo Calvino, che “bastava un soffio, un impennamento dell’anima” per stare con gli uni o con gli altri, da una parte o dall’altra ,ma fermamente crediamo che non può essere in alcun modo offuscato il giudizio sulle vite vissute e perse in nome di un indistinto paradigma vittimario nel quale, alla fine, viene meno ogni criterio di giudizio, ogni possibile identificazione della parte giusta rispetto a quella ingiusta, ingiusta e non semplicemente sbagliata: chi si è battuto per la libertà e la democrazia, chi invece a sostegno di un regime dittatoriale , chi ha attribuito una solida legittimazione ad un disegno che ha poi trovato compimento nella Carta costituzionale, “la fonte battesimale della nuova Italia”, e chi invece, con la Repubblica sociale italiana ha sostenuto l’orrore nazista, lo Stato dei campi di sterminio, lo Stato della disumanità. C’è un nesso inscindibile tra Resistenza, Liberazione e Costituzione: dalla morte della patria , dovuta alla dominazione fascista , alla sua rinascita, dalla sovranità autoritaria dello Stato etico alla sovranità democratica del popolo, nelle “forme e nei limiti della Costituzione” di uno Stato di diritto che assume il dovere verso i suoi cittadini, non più sudditi, di rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza […] e impediscono il pieno sviluppo della persona umana, l’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, come recita l’articolo 3. La Resistenza va, dunque, celebrata in rapporto all’antifascismo di ieri e di oggi, una festa della libertà perché guadagnata con la Liberazione, una festa per tutti quanti si riconoscono nel patriottismo della Costituzione. E con la Costituzione non è compatibile una memoria indulgente e, a essere benevoli, afascista, secondo la quale il fascismo “ha fatto anche cose buone”. Una vera idiozia ed una memoria in definitiva anti-antifascista. In realtà, come il Presidente Sergio Mattarella ha più volte ribadito, irremovibile non può che essere una interpretazione della Resistenza quale approdo di un processo di cui l’antifascismo costituisce la premessa, la condizione della democratizzazione delle istituzioni e della società. E questo vale ancor oggi, allorché da talune parti si propone di sostituire all’antifascismo l’antitotalitarismo come cardine portante della vita democratica, facendo così scomparire il fascismo come fenomeno reale e riconducendolo ad una manifestazione astratta , confinata nel passato . Un passato che purtroppo definitivamente non passa e che ritorna con le nefaste esibizioni delle marce su Bologna o ad Acca Larentia sino alla profanazione di quella piazza della Loggia a Brescia -la mia città- in cui nel maggio del 1974 si è consumata un’orribile strage fascista come ormai acclarato da definitive sentenze giudiziarie. Ebbene netta e incomponibile è la divaricazione tra il patriottismo nazionalista e bellicista del regime e il patriottismo democratico, solidale, europeista –noi non dimentichiamo Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni – propugnato dal movimento di liberazione nazionale. Esattamente per questo la Resistenza è attuale. Perché pulsioni nazionalistiche sono di nuovo all’ordine del giorno, perché il nazionalismo, che ha costituito la malattia mortale del secolo scorso , di nuovo infesta il nostro tempo su entrambe le sponde dell’Atlantico, facendo balenare i lugubri fantasmi dell’alterazione dello Stato di diritto, alimentando le esperienze autoritarie proprie di quelle democrature che vedono intaccata la libertà di stampa e l’espressione della volontà popolare messa in discussione, sottoposta al rischio di essere revocata come avvenuto nell’attacco a Capitol Hill in un Paese dalle indubbie tradizioni democratiche. Un neonazionalismo sovranista che attraverso politiche protezionistiche produce guerre commerciali, penalizza i Paesi più deboli, incrementa il divario tra nord e sud del mondo e le distorsioni proprie dello scambio ineguale, fino a puntare ad una progressiva erosione dell’ordine geopolitico retto sul diritto internazionale e su trattati multilaterali. E ancora: un neonazionalismo che punta ad uno sfiguramento plebiscitario e populistico della democrazia, facendo leva su di una ideologia che orienta l’opinione pubblica verso modelli illiberali e persino reazionari, un sovranismo forte del sostegno di imprenditori globali che gestiscono direttamente gangli dello Stato, secondo i quali la democrazia non sarebbe compatibile con la libertà. La Resistenza è attuale perché la Costituzione non va solo predicata, ma va attuata e strenuamente difesa contro ogni tentativo di sbrego a colpi di maggioranza come purtroppo racconta la storia parlamentare più e meno recente a carico di ambedue i versanti dello schieramento politico. Centralità del Parlamento come argine alla verticalizzazione del potere , equilibri e meccanismi di contrappeso a garanzia delle necessarie limitazioni nell’esercizio delle funzioni di governo per evitare il rischio che la democrazia si snaturi in capocrazia con una esorbitante concentrazione di poteri , salvaguardia dell’unità della Repubblica e valorizzazione del sistema delle autonomie , la magistratura autonoma e indipendente, meccanismi elettorali in grado di rispecchiare fedelmente la volontà popolare: questo il disegno dei padri costituenti . La Resistenza è attuale perché l’ideale di un’Europa unita, degli Stati Uniti d’Europa -una tra le visioni più appassionanti elaborata negli anni della seconda guerra mondiale nell’isola di confino di Ventotene – sta scontando enormi contraddizioni e l’Unione europea si ritrova in preda a laceranti contrasti , inabilitata a promuovere una politica estera e di sicurezza comune adeguata a fronteggiare le sfide di un’epoca di cambiamenti e grandi trasformazioni. La crisi che l’Europa vive a tutti i livelli -politico, sociale, culturale, economico, militare-, la fase discendente che sta attraversando, le difficoltà ad esercitare una leadership autorevole e all’altezza, la subalternità a logiche volte a ridimensionare pesantemente il welfare, l’ossessione militarista che la attraversa, si accompagnano all’incapacità di costruire un’architettura diplomatica retta sulla cooperazione, su pratiche di dialogo, di rafforzamento di quella integrazione comunitaria che renderebbe l’Europa forte di potenzialità di attrazione e di condizionamento. L’identità europea è oggi profondamente offuscata . È dunque legittimo chiedersi : dove è finita l’Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della libertà , della democrazia, del progresso sociale? Quest’Europa, non in grado di far sentire la propria voce , si inabissa nelle acque del Mediterraneo, dove a migliaia sono le vittime di un gretto egoismo, di una colpevole e irresponsabile indifferenza. Questa Europa disconosce sé stessa al cospetto di quanto tragicamente è stato consumato in Palestina, dall’attacco terroristico di Hamas a inermi cittadini israeliani alla ritorsione contro i civili attraverso efferati massacri perpetrati dal governo di Netanyahu nel tentativo di porre fine alla questione palestinese. Un disegno che ha prodotto e continua a produrre orrori e determina una vera e propria catastrofe umanitaria. L’Europa nega sé stessa quando si ritrova incapacitata a promuovere concrete iniziative di pace a fronte del conflitto ucraino-russo, a far pesare la sua presenza rispetto ad una guerra che è tornata entro i suoi confini e che , oltre a determinare centinaia di migliaia di morti, ulteriormente incrementa il fenomeno della emigrazione di intere popolazioni alla ricerca della loro stessa sopravvivenza. Questa Europa è incapace di assumere un ruolo da grande potenza in modo da prevenire iniziative di guerra illegittime come è avvenuto e sta avvenendo in Iran. La Resistenza è attuale perché l’invocazione “mai più la guerra” suggella la conclusione del conflitto mondiale, quando i superstiti di Mauthausen il 16 maggio del 1945 proclamano ad alta voce con un solenne giuramento che “solo la pace e la libertà sono garanti della libertà dei popoli” e che “la ricostruzione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale è la sola via per la collaborazione pacifica tra Stati e popoli”. Dunque la pace come il messaggio oggi più pregnante e denso di significati , la pace, -nelle parole di Leone XIV, “disarmata e disarmante, umile e perseverante”-, inseparabile dalla giustizia – la distinzione tra aggredito e aggressore – , come l’invocazione più coinvolgente e pressante che si trasmette a noi da quanti si sono sacrificati in Italia e in Europa per donarci la libertà e si sono immolati per conquistare la democrazia: l’eredità della Resistenza.

Paolo Corsini

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Fu strage e genocidio. L’Italia fascista al fianco di Franco contro il popolo iberico

Durante la guerra civile spagnola (1936-1939) Barcellona fu pesantemente bombardata dalla Regia Aeronautica italiana. Le incursioni più gravi si svolsero nei giorni del 16, 17 e 18 marzo 1938 e provocarono oltre mille morti e la distruzione di decine di edifici.

L’azione fu ordinata da Mussolini in persona, allora capo del governo italiano e che godeva della fiducia del re, senza informare la Giunta golpista di Burgos.

La Regia Aeronautica era intervenuta in Spagna fin dai primi giorni del conflitto, su ordine diretto di Mussolini, che aveva inviato 12 bombardieri SM 81 con i relativi equipaggi e specialisti, per permettere l’invio in Spagna delle truppe marocchine agli ordini dei generali ribelli. Per evitare complicazioni internazionali, furono cancellati i simboli identificativi e i piloti furono dotati di documenti falsi. Una volta arrivati nel Marocco Spagnolo, gli equipaggi vennero arruolati nel Tercio de etranjeros, la Legione straniera spagnola, e costituirono il nucleo di quella che sarà chiamata l’Aviazione Legionaria.

Gli aerei che bombardavano Barcellona e Valencia provenivano dalle basi nelle isole Baleari. All’indomani dell’alzamiento dei generali fascisti contro la Repubblica (19 luglio 1936), nelle isole Baleari questi ultimi ottennero un successo, sopraffacendo le forze popolari. Ben presto da Barcellona, sotto la guida del Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste, furono organizzate spedizioni che portarono alla liberazione di Ibiza e Minorca, e a sbarcare nella stessa Maiorca (16 agosto1936), dove le forze fasciste stavano per essere sopraffatte. Per evitare che le Baleari tornassero sotto il controllo repubblicano, l’Italia fascista inviò nell’arcipelago il console della milizia Arconovaldo Bonacorsi (26 agosto 1936), alla guida di uno stormo di bombardieri e caccia, che ebbero rapidamente ragione dei miliziani (19 settembre 1936).

Il Bonacorsi impose alle Baleari la propria dittatura personale e compì massicce stragi fra i sostenitori della Repubblica, che secondo alcune fonti raggiungevano la cifra di tremila persone. I massacri compiuti dagli italiani e dai falangsti spinsero lo scrittore reazionario francese Georges Bernanos a condannare il franchismo nel suo libro “I grandi cimiteri sotto la Luna”.

Il governo fascista puntava all’annessione dell’arcipelago, come rivelò Camillo Berneri nel 1937 basandosi sui documenti trovati nel consolato italiano di Barcellona, all’indomani della sconfitta, in quella città, della ribellione fascista. Del resto, le isole erano state riempite di simboli fascisti come le aquile romane; la via principale di Palma di Maiorca fu ribattezzata “Via Roma”. Il governo italiano stabilì a Maiorca la principale base militare in Spagna. Le isole Baleari furono poste sotto la giurisdizione del Ministero della Marina Militare italiano.

Alla fine di ottobre 1936 la presenza militare italiana sull’isola ammontava a 12.100 unità e le bandiere italiane sventolavano sull’isola.

Furono più di settecento gli aerei che il governo fascista impiegò contro le forze repubblicane in Spagna, dal 1936 al 1939.

Accanto all’Aeronautica fu impiegata anche la Marina Militare: lo scopo era garantire la sicurezza dei convogli, come quelli che trasportarono l’armata d’Africa sul territorio metropolitano, e il rifornimento della zona nazionalista. A partire dall’estate del 1937 fu attuato il blocco dei porti repubblicani, con l’uso di sommergibili senza insegne, provocando l’affondamento di parecchie navi che portavano aiuti alla Spagna repubblicana.

Anche in questo caso Francia e Gran Bretagna misero in scena la commedia di una conferenza internazionale per la sicurezza della navigazione nel Mediterraneo, che si concluse con l’istituzione di pattuglie navali di controllo a cui avrebbero partecipato anche Italia e Germania, gli stati responsabili degli affondamenti, e da cui sarebbe stata esclusa l’Unione Sovietica, la principale vittima.

Dal 15 dicembre 1936 cominciò anche l’intervento di terra. Da quella data fu operativa la M.M.I.S. (Missione Militare Italiana in Spagna), composta da istruttori che avevano l’incarico di formare due Brigate Miste italo-spagnole nonché di fornire materiali e armi. Sotto questo nome, un primo contingente di 3000 soldati viene inviato a Cadice con un ponte aereo.

Il 17 febbraio 1937 la M.M.I.S. divenne il C.T.V. (Corpo Truppe Volontarie), composto in massima parte da volontari del Regio Esercito e della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, l’organizzazione degli squadristi. Complessivamente, il Corpo Truppe Volontarie arriverà a contare fino a 70.000 effettivi. L’importanza di tale contributo si capisce subito se si pensa che i generali golpisti, all’indomani del colpo di stato, disponevano di 80.000 uomini delle truppe regolari.

Nel febbraio del 1937, la divisione di camicie nere “Dio lo vuole” partecipa all’offensiva franchista su Malaga. L’apporto italiano è decisivo per la sconfitta repubblicana: oltre alle camicie nere, l’aviazione legionaria e la Marina Militare bombardano. Dopo la conquista di Malaga, una massa di 250.000 persone abbandona la città e si dirige verso Alméria, in territorio repubblicano, inseguita dalle camicie nere e dall’aviazione: i fascisti italiani compiono un massacro, assassinando dalle 5.000 alle 15.000 persone. È il peggior crimine contro i civili di tutta la guerra di Spagna.

Nel marzo 1937 truppe italiane composte da circa 35.000 unità sono impiegate nella battaglia di Guadalajara, con cui il generale Franco spera di conquistare Madrid. La volontà dei caporioni fascisti è chiara: alla vigilia dell’attacco, il generale Mario Roatta, che comanda il C.T.V., dirama una circolare in cui ordina di fucilare dopo la cattura gli italiani combattenti nelle fila della Repubblica. Dell’esecuzione di tale ordine il generale doverosamente informava i superiori romani con telegramma del 12 marzo 1937. Coerentemente Roatta alla vigilia di Guadalajara aveva esortato le sue truppe a non temere i decantati “internazionali”, trattandosi solo di “quelli stessi che i nostri squadristi hanno sonoramente legnato per le vie d’Italia”. Nonostante queste roboanti dichiarazioni, gli italiani subiscono una pesante sconfitta, perdendo 3.800 combattenti, tra morti, feriti e prigionieri. Il C.T.V. lascia sul terreno anche una grande quantità di armi e materiale: 65 cannoni, 13 mortai, 10 carri armati, 500 mitragliatrici e 3.000 fucili. A Guadalajara Mussolini è stato sconfitto da “quegli stessi” di cui parlava Roatta, dagli anarcosindacalisti di Cipriano Mera e dai comunisti di Lister.

Dopo la sconfitta di Guadalajara, le truppe inviate dal governo fascista italiano cominciano ad operare in unità miste spagnole e italiane.

Il Corpo Truppe Volontarie parteciperà alla battaglia di Santander (agosto-settembre 1937) e successivamente viene trasferito sul fronte aragonese, dove prese parte alla corsa verso il mare che nel 1938 spezzerà in due il territorio repubblicano.

Nel 1939 il C.T.V. partecipa alla conquista di Barcellona e di tutta la Catalogna. Alla notizia che sono stati presi anche molti italiani, anarchici e comunisti, Mussolini ordina di farli fucilare tutti, ed aggiunge: “I morti non raccontano la storia”.

L’intervento del governo italiano in Spagna è stato decisivo per la vittoria del generale Franco, ed è stato favorito e appoggiato dalle altre potenze imperialiste, che vedevano il pericolo della Spagna rivoluzionaria. Si è caratterizzato per una lunga striscia di sangue, di massacri di civili, per cui nessuno ha pagato. Finché è stato al potere Francisco Franco, il generalissimo aveva tutto l’interesse a nascondere la montagna di morti provocati dalla sua Cruzada; una volta che Franco è morto e il franchismo è caduto, il nuovo regime ha preferito aderire alla Comunità Economica Europea e mantenere buoni rapporti con l’Italia.

Che cosa significa ancora oggi l’intervento italiano in Spagna ce lo dice un sito antifascista catalano: genocidio. L’armadio delle stragi non comprende solo Marzabotto o Sant’Anna di Stazzema: in quell’armadio c’è anche l’Amba Aradam, Barcellona, Maiorca, Malaga e così via. Che senso ha per lo Stato italiano chiedere il risarcimento alla Germania per i crimini di guerra del 1944-1945, se non si preoccupa di risarcire le vittime dell’aggressione alla Spagna nel 1936-39? Se non rende conto del blocco della costa mediterranea per impedire il traffico marittimo da e per la Repubblica; dei bombardamenti a tappeto nelle città per diffondere il terrore tra la popolazione civile; della distruzione sistematica delle infrastrutture civili lungo l’intera costa catalana e valenciana; dell’occupazione di Maiorca, con i massacri degli oppositori?

Alla fine della seconda guerra mondiale, alla conferenza di Parigi del febbraio 1947, l’Italia dovette pagare un risarcimento economico a Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica, Etiopia, Albania. Egitto e Libia avrebbero ricevuto un risarcimento in seguito. Le riparazioni sono ancora esecutive, con mezzi diplomatici e giudiziari, ma le vittime iberiche sono le uniche che non hanno ricevuto alcuna riparazione dai governi italiani che sono succeduti al regime fascista di Mussolini. Evidentemente trucidare un popolo realmente in grado di battersi contro il fascismo è considerato ancora oggi meritorio.

Tiziano Antonelli

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Gli assistenti AI di coding sono sicuri? Il caso xAI

Gli strumenti di AI per lo sviluppo software promettono di aumentare la produttività degli sviluppatori, ma una recente analisi indipendente riaccende il dibattito sulla sicurezza dei dati affidati agli assistenti di coding. Al centro della vicenda c’è Grok Build, il tool a riga di comando di xAI, accusato di aver trasmesso (in chiaro) ai server […]

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Chiusura estiva 2026

L’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Livorno rimarrà chiuso al pubblico, in tutti i suoi servizi (archivio, biblioteca, didattica e uffici) dal 14 al 24 agosto compresi.

Auguriamo a tutti buon riposo e vi aspettiamo per le nostre numerose iniziative a partire da settembre!

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Sleppa compie 3 anni: Birthday Party con Milano Pizza Week e 50TopPizza

​Il tempo vola quando ci si diverte e si mangia bene :
Sleppa spegne le sue prime 3 candeline e per festeggiare questo traguardo speciale non potevamo scegliere partner migliori. Siamo orgogliosi di annunciare una collaborazione d’eccezione con la Milano Pizza Week e la prestigiosa guida 50TopPizza.

​Il 15 luglio, il locale si trasforma per una serata dedicata interamente alla condivisione, alla buona musica e, ovviamente, alla regina della serata: la pizza.

La Formula della Serata

​Si stravolgeranno le regole le regole per una notte: la sera del 15 luglio, il locale non effettuerà il consueto servizio a cena. Vogliamo che lo spazio sia totalmente libero per festeggiare insieme a voi, senza barriere, in un’atmosfera informale e dinamica.

Cosa vi aspetta?

​Pizza a portafoglio in OMAGGIO per tutti gli ospiti.

​Prosecco per brindare insieme al nostro compleanno.

​DJ Set esclusivo per accompagnare la serata con il giusto ritmo.

​Programma dell’evento

​Segnate la data e preparatevi, ecco il timing della festa:

​Dalle 19:00: Si aprono le danze! Inizia il flusso di pizze a portafoglio, calici di bollicine e musica.

​Ore 22:00: Momento clou della serata con il taglio della torta per celebrare i 3 anni di Sleppa.

​Fino alle 22:30: Si continua a brindare e festeggiare insieme.

​Sarà un’occasione unica per incontrarsi, scambiare due chiacchiere e celebrare il percorso insieme a voi che avete sostenuto SLEPPA fin dal primo giorno.

​Non mancate: il 15 luglio, venite a brindare !!

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Sondaggi politici elettorali: chi vogliono gli italiani come Presidente della Repubblica, l’identikit e i partiti nell’ultima indagine

Quale profilo, quali caratteristiche dovrebbe avere il prossimo Presidente della Repubblica? Quale provenienza politica dovrebbe vantare nel curriculum? Sicuramente non dovrà essere una figura divisiva per gli italiani intervistati nel sondaggio SWG dopo che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha letteralmente aperto la campagna per il Quirinale verso il 2029 mentre già è aperta quella per le politiche in programma nel 2027 e si discute della legge elettorale che sarà impiegata l’anno prossimo.

Prima caratteristica, dunque, per il 56% degli italiani, è che il futuro Capo dello Stato non dovrà essere una figura divisiva. Per il 54% dovrebbe vantare prestigio internazionale, per il 32% dovrebbe vantare una lunga esperienza politica. E in pole position, nel toto-nomi, spicca il nome dell’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi, con il 48% degli italiani che lo trovano adeguato. Seguono l’attuale premier Meloni (38%), Pierluigi Bersani (35%), Paolo Gentiloni (28%). In fondo alle preferenze il quotatissimo Pier Ferdinando Casini (25%) e Romano Prodi (24%).

Per il 32% degli italiani non avrà importanza lo schieramento politico del nuovo Presidente della Repubblica, l’importante è che sia una figura adatta alla carica. Per il 22% dovrebbe provenire dal centrodestra, per 13% dovrebbe essere un politico mai schierato né da una parte né dall’altra, per appena il 12% dovrebbe arrivare dal centrosinistra, per l’11% dovrebbe essere una figura esterna alla politica.

 

Mario Draghi è ritenuto il futuro Presidente della Repubblica più adeguato (48%). Seguono Giorgia Meloni (38%) e Pier Luigi Bersani (35%) pic.twitter.com/WFQjJsfkXc

— SWG (@swg_research) July 7, 2026


A richiamare l’attenzione negli orientamenti di voto rilevati per il TgLa7 il segno di crescita che riguarda Futuro Nazionale, in salita dello 0,4%, fino al 6%. Sempre in vantaggio sulla Lega scavalcata che pure guadagna uno 0,2%, il Carroccio è al 5,6%. Segno negativo invece sia per la Presidente Meloni, con Fratelli d’Italia che scivola al 27,1%, che per la segretaria Elly Schlein, Partito Democratico al 21,5%, che per l’ex premier Giuseppe Conte, Movimento 5 Stelle al 13,1%.

Seguono Forza Italia e Alleanza Verdi Sinistra, in lieve risalita al 7,4% e al 6,5%. Azione di Carlo Calenda è al 3,4%, Italia Viva al 2,5%, +Europa all’1,4%, Noi Moderati all’1,1% Stabili in fondo al listone Sud Chiama Nord all’1% e Avanti – PSI all’1%. Alla generica voce “altro partito” il 2,4%. Non si esprime il 27% degli intervistati, a conferma degli alti tassi di astensionismo nell’elettorato italiano a ogni appuntamento alle urne.

 

Intenzioni di voto SWG per @TgLa7 pic.twitter.com/BtHPRg9PRS

— SWG (@swg_research) July 6, 2026

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Ritrovata morta a 59 anni in casa, si indaga per omicidio: interrogato il figlio della vittima

Si propende per la pista dell’omicidio a Sanremo, dove una donna di circa 59 anni è stata trovata morta nella serata di ieri. Sul corpo della donna i segni delle violenze: in particolare sul collo e sui polsi. Potrebbe esser stata strangolata. Al vaglio degli inquirenti anche la posizione del figlio della vittima. Accertamenti in corso, in corso le indagini condotte dai Carabinieri coordinati dalla Procura di Imperia.

L’omicidio si sarebbe consumato in un’abitazione in via Hope. Il cadavere della donna è stato scoperto intorno alle 22:00, quando i Vigili del Fuoco sono intervenuti sul posto su richiesta del figlio ventenne della vittima. Aveva riferito di non riuscire più a entrare in casa, la porta dell’appartamento era chiusa dall’interno e i pompieri sono entrati passando da un balcone e aprendo dall’interno.

Il figlio avrebbe raccontato agli investigatori di essere uscito di casa intorno alle 19:15 per andare a mangiare una pizza. Fonti della Procura di Imperia hanno confermato all’AdnKronos che il figlio sarà interrogato in mattinata dal pm Enrico Cinnella Della Porta, che coordina le indagini affidate ai Carabinieri. Stando ai primi accertamenti medico-legali, la morte risalirebbe ad almeno tre ore prima del ritrovamento. Il padre si trovava fuori casa.

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USA fuori dai Mondiali, nella partita del caso Balogun il Belgio dilaga ed esulta con la Trump Dance: “Ribalta questo”

A niente è servito tutto il polverone, il caso più clamoroso scoppiato ai Mondiali di calcio in corso tra USA, Canada e Messico, sollevato soltanto incidentalmente dal campo quanto piuttosto dalla Casa Bianca: da Donald Trump che in spregio a ogni pudore e formalità aveva telefonato alla FIFA per chiedere conto dell’espulsione del capocannoniere statunitense Folarin Balogun. E la FIFA aveva eseguito: squalifica sospesa all’attaccante americano per un anno, abile e arruolabile per gli ottavi di finale. E Belgio esterrefatto, UEFA all’attacco, ogni appassionato sconvolto, anche in Italia tra l’altro nei giorni dello scontro frontale con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. 4 a 1 è finita ieri sera a favore dei Diables Rouges. Con Folarin in campo. USA fuori.

Poche ore prima della partita, dalla Casa Bianca, Trump aveva ammesso di aver telefonato alla FIFA per il cartellino rosso rimediato da Balogun per un intervento involontario ma pericoloso e scomposto nella partita contro la Bosnia Erzegovina. “Ho visto la partita, e capisco davvero bene lo sport. Quello non era un fallo; non era nemmeno un’infrazione. Erano due ragazzi che correvano a tutta velocità e che sono capitati a sbattere l’uno contro l’altro. Non puoi prendere il tuo piede e posizionarlo correttamente sul piede di qualcun altro. Questo arbitro è un po’ sospetto: se controlli il suo passato, non voglio dirlo perché non mi piace creare controversie, ma è molto sospetto”.

Anche Gianni Infantino, il presidente della FIFA, ieri aveva respinto le polemiche e aveva spiegato che ogni decisione presa dagli organi giudiziari della FIFA sono indipendenti, che “la loro indipendenza è essenziale per la credibilità e l’integrità del calcio”, che parla abitualmente con Trump e con altri Capi di Stato, funzionari governativi e stakeholder e che “quello che faccio sempre, però, è rispettare quelle decisioni e l’autonomia degli organi che le prendono. Che ci piaccia personalmente una decisione o no è irrilevante. Il rispetto per le istituzioni indipendenti e il rispetto della legge sono ciò che protegge l’integrità delle nostre competizioni e la credibilità della FIFA in ogni momento”. Aveva confermato la telefonata ma negato che abbia influito in qualche modo sulla decisione di sospendere la squalifica dell’attaccante.

 

 

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La FIFA aveva così respinto il ricorso del Belgio, giudicato “inammissibile” in quanto la Nazionale “non è parte del procedimento e, pertanto, non ha titolo per impugnare la decisione” proprio mentre Trump spiegava e argomentava le ragioni della sua telefonata, ammettendo tra le altre cose che non conosceva il significato di un cartellino rosso nel gioco del calcio. “Non sapevo cosa significasse, non pensavo significasse molto. Poi ho iniziato a sentire che non può giocare nella prossima partita, almeno nella prossima partita. Quando prendono il tuo miglior giocatore e dicono che non puoi giocare è molto ingiusto. Un conto è penalizzare qualcuno per la partita, ma come fai a penalizzare per una partita che non è ancora stata giocata? È molto ingiusto. Quindi, sì, ho chiesto una revisione alla FIFA. Ho parlato con un uomo molto rispettato, per cui il livello di rispetto è aumentato di dieci volte”.

Alcuni avevano lanciato un appello all’allenatore degli USA, Mauricio Pochettino, affinché non schierasse Balogun che, nella notte italiana, alla fine ha giocato e non ha brillato. È stato giudicato come uno dei peggiori in campo. Due gol e un assist per Charles De Ketelaere, terzo gol di Hans Vanaen, nei minuti di recupero il quarto gol di Romelu Lukaku, attaccante del Napoli, ex Inter e Roma, che ha esultato con la “Trump Dance”. L’unico gol degli USA è stato segnato da Malik Tillman. “Ribalta questo”, ha postato l’account ufficiale del Belgio che ai quarti di finale giocherà contro la Spagna, il 10 luglio al Los Angeles Stadium, in California. Con l’uscita degli Stati Uniti tutte le nazionali dei Paesi organizzatori sono fuori dai Mondiali.

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Inaugurazione dell’Edificio dell’Orologio

Il prossimo 19 luglio, Anniversario della Liberazione di Livorno, a partire dalle 18.30, sarà l’occasione per presentare alla cittadinanza la nuova sede dell’ISTORECO.

Grazie alla disponibilità del Comune, del Sindaco e alla riconosciuta rilevanza della nostra attività in città sul fronte della conservazione della memoria, della divulgazione di una conoscenza critica del nostro passato, della promozione costante di ricerche di qualità che hanno attirato l’attenzione di studiosi, siamo stati individuati come il soggetto adatto a entrare in questa sede prestigiosa contrassegnata dagli avvenimenti più importanti degli ultimi due secoli passati.

La nuova sede è l’Edificio dell’Orologio, ex ingresso del Cantiere Navale di Livorno, un pezzo della storia del Novecento livornese.

Il presidente nazionale dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, Senatore Paolo Corsini, terrà la commemorazione ufficiale, accompagnato dagli interventi della direttrice Catia Sonetti e di due nostri giovani collaboratori. Il tutto sarà allietato dalla banda cittadina.

Come Istoreco abbiamo deciso di presentarla alla cittadinanza in un momento di festa importante, con ospiti illustri. Naturalmente la piena operatività della sede sarà rinviata di qualche mese per le necessità legate al trasloco e per alcuni accorgimenti per poter accogliere cittadini e studenti. Motivo per cui gli uffici fino all’autunno saranno in Via Marradi. 

Vi aspettiamo numerosi!

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Jurassic World a Milano: unica tappa italiana


C’è un nuovo motivo per fare un salto a Milano Sesto quest’estate.
Ha aperto Jurassic World: The Experience, la grande esperienza immersiva ufficiale dedicata alla celebre saga cinematografica che trasporta i visitatori nel mondo di Isla Nublar, tra dinosauri a grandezza naturale, scenografie spettacolari e ambientazioni ispirate ai film.

Dopo aver conquistato città come Londra, Madrid e Bangkok, l’esperienza arriva per la prima volta in Italia e sceglie MilanoSesto, a Sesto San Giovanni, come unica tappa italiana. L’evento sarà visitabile fino al 10 gennaio 2027.

Un viaggio nel mondo di Jurassic World
Non si tratta di una semplice mostra. Jurassic World: The Experience è un percorso immersivo che permette di entrare nelle ambientazioni iconiche della saga cinematografica, incontrando dinosauri animatronici a grandezza naturale e ricostruzioni fedeli dei laboratori e delle aree del parco.

Durante la visita si attraversano alcune delle location più famose del film. Tra queste ci sono gli iconici cancelli di Jurassic World, il laboratorio di creazione dei dinosauri e la valle popolata da gigantesche creature preistoriche. Inoltre, non mancano effetti speciali, suoni e scenografie che rendono l’esperienza ancora più coinvolgente.

Un’esperienza per grandi e piccoli
L’attrazione è pensata per tutta la famiglia. I bambini potranno osservare da vicino dinosauri come il Triceratopo, il Velociraptor e il maestoso Tyrannosaurus Rex, mentre gli adulti ritroveranno le atmosfere della saga cinematografica iniziata con Jurassic Park.

Grazie agli animatronici, agli effetti sonori e alle installazioni interattive, la visita permette di vivere un’avventura che va oltre la classica esposizione museale. Per questo motivo è una delle esperienze più attese dell’estate nell’area milanese.

Dove si trova e quando visitarla
Jurassic World: The Experience è allestita nell’area MilanoSesto, in viale Italia 576 a Sesto San Giovanni.

Per prenotare è possibile consultare il sito ufficiale dell’esperienza:
https://jurassicworldexperience.com/it/

Credits Photo
sito Jurassicworldexperience.com

Info Milano

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Un racconto per immagini 2025

Un racconto per immagini 2025

L’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea in Provincia di Livorno, quale centro di ricerca storica e di conservazione del patrimonio bibliotecario e archivistico, presenta le iniziative realizzate sul territorio nel corso del 2025. Questo in continuità con le nostre principali finalità: la ricerca e la divulgazione storica e culturale, l’attività di didattica e di formazione, l’incremento e la custodia del patrimonio documentario.

Un racconto per immagini 2025

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Il giardino nascosto di Palazzo Cordusio si trasforma con il Café Swarovski

Per tutta la stagione estiva, nel centro di Milano, arriva una nuova destinazione pensata per chi ama il design e gli aperitivi all’aria aperta. All’interno del cortile di Palazzo Cordusio Gran Meliá ha aperto il Café Swarovski, un esclusivo pop-up estivo che veste il Giardino Cordusio con un allestimento ispirato all’inconfondibile stile della celebre maison austriaca.

Un’esperienza estiva nel cuore della città

L’iniziativa sarà aperta fino alla fine di settembre ed è il risultato della collaborazione tra Swarovski e Palazzo Cordusio Gran Meliá, uno degli hotel di lusso più recenti del centro milanese.

Un’oasi verde a pochi passi dal Duomo

Ogni giorno migliaia di persone attraversano Piazza Cordusio senza immaginare che, dietro lo storico edificio progettato da Luca Beltrami alla fine del XIX secolo, si trovi un elegante giardino interno immerso nella tranquillità.

Dal 2023 il palazzo ospita Palazzo Cordusio Gran Meliá, hotel cinque stelle che ha restituito alla città uno spazio per anni destinato agli uffici. Oggi il Giardino Cordusio è una delle location più raffinate dove fermarsi per un pranzo, un cocktail o un aperitivo nel cuore di Milano.

L’atmosfera firmata Swarovski

Per l’estate 2026 il giardino si rinnova completamente grazie al Café Swarovski. L’allestimento richiama l’eleganza degli anni Sessanta con colori pastello, dettagli luminosi, lampadari impreziositi da cristalli, sedute in velluto e tessuti personalizzati.

L’idea è quella di offrire un’esperienza immersiva capace di fondere design, ospitalità e cucina in una delle cornici più affascinanti del centro cittadino.

Cocktail e dolci dal tocco scenografico

Il menù include cocktail, bevande e dessert creati appositamente per questa esperienza, con una presentazione che richiama l’estetica Swarovski. Tra gli elementi più originali spicca il ghiaccio a forma di diamante, studiato per valorizzare ogni drink. Alcune proposte vengono inoltre servite sulle eleganti porcellane della collezione Swarovski x Rosenthal.

Una delle novità dell’estate a Milano

Negli ultimi anni Piazza Cordusio è diventata uno dei simboli della nuova Milano dedicata al lusso e all’ospitalità internazionale. Il Café Swarovski si inserisce perfettamente in questo contesto, proponendo un’esperienza a tempo che combina moda, design e gastronomia in una location esclusiva.

Per chi desidera vivere un aperitivo o una pausa in un luogo fuori dal comune, il giardino segreto di Palazzo Cordusio è senza dubbio una delle proposte più interessanti dell’estate milanese.

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30.000 girasoli, aperitivi immersi nel verde e natura: l’esperienza dell’estate a Milano

Chi desidera trascorrere qualche ora nella natura senza lasciare Milano ha una nuova destinazione da scoprire. All’interno di Oasi Ca’ Granda, nella zona sud della città, è stato inaugurato il Campo dei Girasoli: uno spazio circondato dal verde dove passeggiare tra oltre 30.000 girasoli, avventurarsi in un labirinto naturale e vivere un’esperienza rilassante a contatto con l’ambiente.

Situato in via Ripamonti 101, all’interno di una delle aree verdi più grandi di Milano, il nuovo campo si candida a diventare uno dei luoghi simbolo dell’estate.

Un grande polmone verde alle porte della città.

Con una superficie di oltre 45 ettari, Oasi Ca’ Granda è uno degli angoli più suggestivi del capoluogo lombardo. Al suo interno si alternano campi coltivati, risaie, orti, frutteti, aree umide e percorsi naturalistici, offrendo un paesaggio che fa dimenticare di trovarsi a pochi minuti dal centro.

L’oasi ospita inoltre numerose specie animali e rappresenta un’occasione ideale per riscoprire la ricchezza della biodiversità locale.

Un mare di girasoli e un percorso tutto da vivere.

La grande novità dell’estate 2026 è il Campo dei Girasoli, un’immensa distesa fiorita che invita grandi e piccoli a passeggiare tra i filari, rilassarsi e immortalare scorci dai colori vivaci.

Tra gli elementi più apprezzati spicca il labirinto naturale realizzato all’interno del campo, pensato per regalare un’esperienza divertente e coinvolgente a tutta la famiglia.

Completano l’allestimento aree dedicate al relax, punti panoramici e installazioni perfette per ammirare il paesaggio e scattare fotografie.

Porta a casa un girasole !

Tra le esperienze proposte c’è anche la possibilità di raccogliere un girasole e conservarlo come ricordo della visita.

Un gesto semplice che permette di vivere ancora più da vicino il legame con la natura e con il mondo agricolo.

Aperitivi al tramonto e sapori del territorio !

Il Campo dei Girasoli è anche un luogo dove trascorrere piacevoli momenti all’aria aperta.
Durante la stagione vengono organizzati aperitivi al tramonto, eventi e iniziative dedicate alla valorizzazione delle eccellenze locali.

Un’occasione per rilassarsi nel verde, gustare prodotti a chilometro zero e godersi l’atmosfera dei tramonti estivi nella campagna milanese.

Un appuntamento disponibile solo per poche settimane.

Essendo legato alla fioritura stagionale, il Campo dei Girasoli sarà aperto soltanto per un periodo limitato. Per questo gli organizzatori consigliano di prenotare con anticipo, in particolare nei weekend e nelle fasce orarie più richieste.

Tra passeggiate, fotografia, relax ed esperienze nella natura, il nuovo spazio di Oasi Ca’ Granda rappresenta un modo originale per vivere l’estate a Milano e concedersi una pausa dal ritmo della città senza dover andare lontano.

PRENOTAZIONI :
https://www.eventbrite.it/e/campo-dei-girasoli-tickets-1991905455839

Info Milano

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MEK e Sionismo, come l’Albania rischia di diventare la seconda Israele

  Di Alireza Niknam   Negli ultimi anni, il nome dell’Albania è stato citato più che mai in relazione a progetti e attori stranieri. Questo piccolo Paese dei Balcani, che un tempo cercava di presentarsi come modello di stabilità e sviluppo nell’Europa sud-orientale, si trova ora a dover affrontare seri interrogativi riguardo alla propria autonomia […]

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Un ferito di Gaza racconta le ventiquattro ore trascorse sotto un albero, dove dolore, morte, memoria e speranza si sono intrecciati nella guerra

    Pensavo di sapere cosa fosse la sofferenza, finché non l’ho vissuta davvero. Quello che ho scoperto era diverso, strano e doloroso. Com’è curioso il dolore. Nonostante la sua amarezza, nonostante il nostro desiderio di starne lontani quanto l’oriente è lontano dall’occidente, quando arriva c’è in esso una certa dolcezza. Sì, dolcezza. Per molto […]

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Il Pacchetto primavera della Ue e il pacco del Governo Meloni

  Di ConiareRivolta.org   Per comprendere quale sarà l’impatto più duraturo del Governo Meloni sugli assetti economici dell’Italia, è sufficiente guardare alla recente Comunicazione della Commissione europea sul cosiddetto “Pacchetto primavera”, quell’insieme di raccomandazioni che la Commissione europea indirizza agli Stati membri dell’Unione per orientare politiche di bilancio e riforme. È il cuore della disciplina fiscale […]

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Addio a Vito Monaco, i funerali ad Abano Terme il 27 Giugno

  La Redazione di ComeDonChisciotte.org esprime le più sentite condoglianze alla famiglia, agli amici e ai colleghi del giornalista Vito Monaco, scomparso all’età di 81 anni. Monaco era volto notissimo dell’emittente tv Canale Italia.   I funerali si terranno sabato 27 giugno alle 9.30 nel Duomo di Abano Terme.       

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Pillole: non ti sei ammalato. Sei stato arruolato

  Di Joshua Stylman   Pillole per svegliarsi, pillole per dormire Pillole, pillole, pillole ogni giorno della settimana Pillole per camminare, pillole per pensare Pillole, pillole, pillole per la famiglia – St. Vincent   Il mondo sta impazzendo, o è solo che tutti prendono qualcosa? Mi guardo intorno e, sinceramente, non riesco più a capirlo. […]

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La City contro la Russia? Dietro la crisi europea il ritorno dell’antica guerra tra il mare e la terra

  Di Nicola Bielli per ComeDonChisciotte.org “Britannia rules the waves” di Nicholas Habbe: Britannia – armata di lancia, elmo e scudo in rilievo con le armi reali britanniche – è seduta in una quadriga insieme a Nettuno, armata del suo tridente. Mentre l’Europa assiste all’ennesima escalation del confronto tra NATO e Russia, una domanda continua […]

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Prof. Andrea Zhok: “La cancellazione dei confini nazionali è funzionale ai grandi interessi finanziari”

    Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Ha curato la prefazione del saggio di Frank  Furedi,  professore di Sociologia all’Università del Kent, a Canterbury “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte […]

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Stati Uniti-Iran: il cessate il fuoco di una guerra che Washington non può più sostenere

  Di Ali Ahmadi, The Cradle   L’accordo quadro che ha posto fine alla guerra del 2026 con l’Iran è stato interpretato dalla maggior parte di Washington come una concessione. I commentatori conservatori considerano il memorandum d’intesa (MoU) come una sorta di “ricompensa” concessa a un Paese che avrebbe dovuto essere lasciato a fare i […]

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La rana, lo scorpione e il mondo del dissenso

  Di Guido Cappelli   Le ultime elezioni politiche, nell’ormai lontano settembre 2022, videro la partecipazione di ben tre liste che erano espressione, in varia misura, di quell’“area del dissenso” nata e cresciuta al calor delle lotte con la follia pandemica e il mostruoso dispositivo autorizzatorio noto come green pass‒ un vulnusalla libertà civile e […]

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Falsa skill elude gli scanner e a raggiunge più di 26.000 agenti AI

La rapida diffusione degli Agenti AI sta creando un ecosistema sempre più complesso nel quale modelli linguistici, strumenti esterni e componenti aggiuntivi collaborano per svolgere attività operative. Questa architettura modulare, però, sta aprendo una nuova superficie di attacco che ricorda da vicino le vulnerabilità già viste nel mondo open source e nei marketplace di applicazioni. […]

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Milano si rifà il look nel verde: nasce “Cascina Corten”, il nuovo polo poliedrico del gusto a Cascina Merlata Spazio Vivo

Un’oasi cittadina di condivisione che unisce caffetteria, ristorante gourmet con cucina a
vista, pizzeria d’autore e aree esperienziali per famiglie e amanti del relax.


MILANO – Nel cuore pulsante di uno dei quartieri a maggior sviluppo e dinamismo della
città, apre ufficialmente i battenti Cascina Corten, la nuova realtà culinaria ed esperienziale
all’interno di Cascina Merlata Spazio Vivo.
Uno spazio poliedrico e multifunzionale di ampio respiro,
pensato per accogliere i cittadini in ogni momento della giornata, dalle prime luci del
mattino fino a tarda notte.


La struttura nasce con una missione precisa: offrire un’esperienza gastronomica raffinata,
flessibile e accessibile, capace di far sentire ogni ospite come a casa propria, immerso in
una suggestiva cornice verde.


Dalla colazione alla cena: il ritmo della giornata a Cascina Corten
La proposta si adatta fluidamente alle esigenze di una clientela diversificata e dinamica:
● Il Mattino (dalle 07:00): Una colazione curata, con una selezione di caffetteria
nazionale e internazionale per iniziare la giornata con il piede giusto.

● Il Pranzo: Soluzioni rapide, gustose e di alta qualità, pensate specificamente per i
professionisti e i lavoratori dei vicini uffici della zona.

● L’Aperitivo al Tramonto: Un’atmosfera conviviale in cui rilassarsi con un drink,
incontrando amici e parenti tra una chiacchiera e l’altra.

● La Cena e la Pizzeria: Una proposta attenta alle tradizioni culinarie ma aperta
all’innovazione, arricchita da un’elegante pizzeria. Al primo piano, gli ospiti potranno
vivere l’esperienza di un ristorante gourmet.

● Brunch: Un appuntamento fisso per rigenerarsi nel weekend, che unisce il calore
della tradizione ai trend internazionali. Una proposta ricca e flessibile che spazia
dalle dolci tentazioni della pasticceria artigianale a piatti salati ricercati, uova
preparate al momento e sfiziosità gourmet.


Un design ripensato tra interno ed esterno.
Il progetto ha previsto una profonda riorganizzazione della struttura, valorizzando sia gli
spazi interni che le ampie aree verdi esterne:
● Interni Luminosi ed Eleganti: Ambienti moderni tinti con tonalità pastello,
illuminazione LED e un grande bancone multifunzionale in materiali naturali.

● Primo Piano: La zona pizzeria è stata impreziosita da una struttura interamente in
vetro che la rende visibile e attrattiva anche dall’esterno.

● Le Aree Esterne Modulari: Un piazzale con gazebi rimovibili per gli eventi all’aperto,
una zona relax sul prato con divanetti e pouf , e un’innovativa area “mare” con
ombrelloni e fondo parzialmente sabbioso per ricreare un’atmosfera balneare in
piena città.


Strizza l’occhio alle famiglie
Cascina Corten si distingue nettamente nel panorama locale per l’estrema
personalizzazione del servizio (dalle insalate su misura alle pizze componibili) e per una
spiccata attenzione al mondo kids.

CASCINA CORTEN
Via Pier Paolo Pasolini 3 – Milano
Info e Prenotazioni : +39 393 727 7522
https://cascinacorten.it/
info@cascinacorten.it

Orari di apertura
Lunedì – Giovedì 07:00 – 24:00
Venerdì – Sabato 07:00 – 01:00
Domenica 07:00 – 24:00

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Milano celebra il femminile con “Donne in Rinascita”

Una serata di danza, arte e trasformazione

Tre quadri, nove performance e decine di artiste in scena per raccontare la forza della rinascita femminile. Domenica 21 giugno il Teatro del Borgo di Milano ospita “Donne in Rinascita”, la rassegna di Metiss’Art dedicata al valore delle donne attraverso la danza e la ricerca artistica.

Milano 17 Giugno 2026 – La rassegna di danze etniche e danze di ricerca ideata e realizzata dalle insegnanti e dalle allieve di Metiss’Art propone una riflessione artistica sul percorso di crescita, consapevolezza e trasformazione delle donne attraverso il linguaggio universale della danza. 

In un momento storico in cui il tema dell’empowerment femminile è sempre più centrale nel dibattito culturale e sociale, la rassegna offre uno spazio di espressione e condivisione dove il corpo diventa strumento di racconto, memoria e rinascita.

Lo spettacolo si sviluppa in tre quadri narrativi che accompagnano il pubblico in un percorso di crescita e trasformazione. Alle 19.00 prende il via “Conoscere e accogliere”, dedicato alla scoperta di sé e all’accettazione della propria identità. Alle 20.00 è la volta di “Trovare il cammino”, incentrato sulla ricerca della propria direzione e della forza interiore. La serata si conclude alle 21.00 con “Raccogliere i frutti”, celebrazione della maturazione personale e della consapevolezza raggiunta.

Sul palco si alterneranno danze persiane contemporanee, danza orientale, fusion, teatrodanza, FCBD Style, Danza Duende e altre forme espressive che, pur provenendo da tradizioni diverse, condividono la capacità di raccontare l’universo femminile nelle sue molteplici sfaccettature: fragilità e coraggio, radici e cambiamento, ascolto e determinazione.

Particolarmente significativa è la performance “Donne in Rinascita”, che dà il titolo all’intera rassegna e che si ispira a simboli e archetipi femminili legati alla trasformazione e alla rinascita. Un omaggio alla capacità delle donne di rigenerarsi, reinventarsi e costruire nuovi percorsi personali e collettivi.

L’iniziativa vuole inoltre valorizzare il contributo delle donne alla vita culturale della città, promuovendo il dialogo tra generazioni, culture e linguaggi artistici differenti. Attraverso la danza, Metiss’Art propone una visione del femminile come energia creativa, inclusiva e generatrice di cambiamento.

https://www.metissart.org/news/36615/amp-quot-donne-in-rinascita

Teatro del Borgo – Via Giovanni Verga 5, Milano

Biglietti:

Intera rassegna: 20 euro

Singolo quadro: 10 euro 

Prenotazioni: info@metissart.org

DONNE IN RINASCITA    

Domenica 21 giugno 2026

Dalle ore 19.00 alle ore 23.00   


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NAMA Summer Festival: un mese di appuntamenti gratuiti nel cuore della Martesana


Musica, cinema, spettacoli, incontri, laboratori e iniziative all’aperto.
Con la bella stagione ritorna uno degli eventi culturali
più interessanti della zona nord-est di Milano: il NAMA Summer Festival 2026,
in programma dal 12 giugno al 12 luglio al Parco della Martesana.


Dopo l’ottimo riscontro ottenuto dalla prima edizione, la manifestazione si amplia e diventa una rassegna diffusa capace di animare diverse aree del parco con un programma pensato per favorire cultura, condivisione e partecipazione.
L’iniziativa è organizzata da NAMA – Nuovo Anfiteatro Martesana con il patrocinio del Municipio 2 e il supporto del Crowdfunding Civico del Comune di Milano.


LOCATION
Il centro del festival è il Nuovo Anfiteatro Martesana, situato all’interno del Parco Martesana, tra via Valtorta e largo Martiri della Libertà Iracheni Vittime del Terrorismo.
Negli ultimi anni quest’area verde è diventata uno dei principali
punti di riferimento per la vita culturale della città.
Trenta giorni di eventi a ingresso libero
La manifestazione propone 31 giorni consecutivi di appuntamenti,
ideati per coinvolgere persone di tutte le età e valorizzare uno dei parchi più frequentati di Milano.

Il calendario prevede:
concerti e musica dal vivo;
dj set e serate dedicate alla scena elettronica;
proiezioni di cinema all’aperto;
incontri e approfondimenti culturali;
workshop e attività creative;
esposizioni e mostre;
iniziative sportive e dedicate al benessere;
laboratori per bambini e famiglie;
spettacoli teatrali e performance artistiche.

L’obiettivo è offrire occasioni di incontro e rendere la cultura sempre più accessibile,
favorendo la partecipazione della comunità locale.


APPUNTAMENTI ATTESI
Tra gli eventi già confermati figurano diverse serate dedicate alla musica elettronica e alla cultura clubbing milanese.
Ad aprire il festival è stato l’evento Botellon,
che ha dato il via alla stagione estiva del NAMA con musica e intrattenimento all’aria aperta.
Tra i momenti più attesi c’è anche il Toy Tonics Summer Jam, in programma il 20 giugno:
una giornata interamente dedicata alla house e all’italo disco con la partecipazione di dj internazionali, food truck, attività outdoor e accesso gratuito all’area open air del festival.
Il programma comprende inoltre incontri culturali, iniziative dedicate al benessere e momenti di aggregazione che accompagneranno il pubblico fino alla conclusione del 12 luglio.


ACCESSO GRATUITO
Uno dei punti di forza del NAMA Summer Festival è la sua accessibilità.
Tutte le iniziative all’aperto sono gratuite e aperte a tutti.
Per alcuni appuntamenti ospitati negli spazi interni o nel cosiddetto “Giardino Nascosto” potrebbe invece essere necessario possedere la tessera associativa NAMA,
richiedibile tramite registrazione online.


L’edizione 2026 rappresenta anche un importante esempio di partecipazione cittadina.
La raccolta fondi promossa per sostenere il festival ha coinvolto circa 960 sostenatori, ottenendo uno dei risultati più rilevanti tra i progetti finanziati attraverso il Crowdfunding Civico del Comune di Milano.

In una Milano che nei mesi estivi tende a svuotarsi, il NAMA Summer Festival propone un’alternativa ai grandi eventi a pagamento. Musica, cinema, attività culturali e spazi verdi si fondono in un format pensato per creare relazioni e mantenere vivo il quartiere della Martesana anche durante l’estate.
Per chi è alla ricerca di qualcosa da fare a Milano tra giugno e luglio senza spendere nulla, il NAMA Summer Festival si conferma come uno degli appuntamenti più interessanti da inserire in agenda.

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Ritorna Cinema in Festa: film a 3,50 euro e debutta anche Toy Story 5


Quattro giornate dedicate al grande schermo con ingressi a prezzo speciale e l’arrivo di uno dei film più attesi della stagione.

Dal 15 al 18 giugno torna Cinema in Festa, l’iniziativa nazionale che consente di assistere a qualsiasi film nelle sale aderenti pagando soltanto 3,50 euro a biglietto.


Anche molti cinema di Milano e della Lombardia hanno aderito all’evento, offrendo agli spettatori la possibilità di vivere l’esperienza del cinema a un costo particolarmente vantaggioso.
Tra le pellicole più attese di questa edizione spicca Toy Story 5,
il nuovo capitolo della storica serie Disney-Pixar che riporta sul grande schermo Woody, Buzz Lightyear, Jessie e gli altri personaggi che hanno conquistato generazioni di spettatori. Il film farà il suo debutto nelle sale italiane il 18 giugno e sarà tra le principali novità disponibili negli ultimi giorni della manifestazione.
Nel nuovo episodio, i giocattoli si troveranno ad affrontare una situazione mai vista prima: l’influenza della tecnologia nella vita dei più piccoli. La vicenda ruota attorno a Lilypad, un moderno tablet che cattura immediatamente l’interesse della giovane Bonnie, mettendo in discussione l’importanza dei giocattoli tradizionali.


Cinema in Festa nasce con l’obiettivo di favorire il ritorno del pubblico nelle sale cinematografiche ed è promosso dall’intero comparto dell’industria cinematografica italiana.

Negli ultimi anni l’iniziativa ha raccolto un crescente consenso, diventando un appuntamento molto apprezzato dagli appassionati di cinema.


L’evento rappresenta un’ottima opportunità sia per recuperare i film ancora in programmazione sia per scoprire le nuove uscite previste per l’estate.
Per verificare l’elenco completo delle sale aderenti e consultare gli orari delle proiezioni,
è possibile visitare i siti ufficiali dei cinema partecipanti.

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Guerre di Rete continua, in memoria di Carola Frediani

Non è possibile sostituire Carola Frediani, fondatrice, anima e colonna portante di Guerre di Rete. Allo stesso tempo, sappiamo per certo che l’ultima cosa che Carola avrebbe voluto è che questo progetto terminasse.

Carola ha sempre voluto ampliare e far crescere Guerre di Rete. Non c’era nulla che le desse più soddisfazione che individuare nuovi collaboratori e collaboratrici, allargare la squadra della redazione, trasformare ciò che era nato come una newsletter personale in un progetto collettivo.

È per questo che Guerre di Rete va avanti, in memoria di Carola e d’accordo con la sua famiglia.

Guerre di Rete prosegue mantenendo inalterato il patto con il lettore. Il nostro continuerà a essere un giornalismo rigoroso, approfondito, autonomo e indipendente.

I nostri lettori e le nostre lettrici sono coloro che ci permettono di andare avanti, finanziando un progetto che quindi solo a loro vuole e deve rispondere.

Il lavoro di Carola Frediani è la nostra bussola. L’affetto e la stima che proviamo per lei è la ragione per cui vogliamo portare avanti la sua missione.

Lo faremo con tutte le nostre forze.

La redazione di Guerre di Rete

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Cascina Corten apre a Milano : Giovedì 11 Giugno la grande inaugurazione

Milano accoglie una nuova location destinata a diventare uno dei punti di riferimento per
pranzi,aperitivi, eventi e serate all’aperto. Giovedì 11 giugno 2026 arriva infatti la
grande inaugurazione di Cascina Corten Milano, il nuovo spazio situato nella zona di Merlata Bloom,
una delle aree più dinamiche e in forte crescita della città.

Per celebrare l’apertura è stato organizzato un esclusivo Opening Party con ingresso su accredito e drink omaggio per gli ospiti che parteciperanno all’evento inaugurale.

Per partecipare gratuitamente basta Accreditarsi :
https://www.infomilano.news/eventi/inaugurazionecascinacorten/

Dove si trova Cascina Corten Milano

La nuova Cascina Corten si trova in Via Pier Paolo Pasolini 3, a pochi passi dal Merlata Bloom Milano, il nuovo polo commerciale e di intrattenimento che negli ultimi anni ha trasformato completamente questa zona della città.

L’obiettivo della location è offrire un ambiente moderno immerso nel verde, perfetto per pranzi,aperitivi al tramonto, eventi aziendali, feste private, DJ set e appuntamenti estivi.

L’Opening Party: aperitivo e DJ set

L’evento inaugurale sarà l’occasione ideale per scoprire gli spazi della nuova struttura e vivere una serata all’insegna della musica e della convivialità.

Durante la serata gli ospiti potranno partecipare a:

  • Aperitivo serale
  • Drink omaggio all’ingresso
  • DJ Set fino a tarda sera
  • Area relax e socializzazione
  • Atmosfera open air immersa nel verde

Una formula pensata per chi cerca nuove location a Milano dove trascorrere una serata diversa dal solito, lontano dal caos del centro ma facilmente raggiungibile.

Per partecipare gratuitamente basta Accreditarsi :
https://www.infomilano.news/eventi/inaugurazionecascinacorten/

Perché Cascina Corten potrebbe diventare una delle location più interessanti dell’estate milanese

Negli ultimi anni Milano ha visto nascere numerosi spazi dedicati agli eventi outdoor, ma la zona Merlata rappresenta una delle novità più interessanti del panorama cittadino.

La presenza di ampie aree verdi, la vicinanza alle principali arterie cittadine e il continuo sviluppo del quartiere rendono Cascina Corten una location con un enorme potenziale per ospitare eventi, aperitivi, festival e appuntamenti musicali durante tutta la stagione estiva.

Chi ama scoprire nuove location a Milano troverà in Cascina Corten uno spazio completamente nuovo, ideale per vivere l’aperitivo in un contesto rilassato e contemporaneo.

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CASCINA CORTEN

Via Pier Paolo Pasolini 3, Milano

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Infrastrutture Critiche e Geopolitica: è l’Era dell’Antifragilità

Il nuovo assetto geopolitico mondiale ha messo a nudo una serie di problematiche che sono state trascurate troppo a lungo. In pratica, quello che per anni abbiamo visto accadere nel software, ovvero l’entusiasmo per le nuove feature che andava a coprire la necessità di rendere sicuro il loro utilizzo, si è applicato anche in mille […]

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Social Cinema: il cinema gratuito riaccende i quartieri di Milano

Milano 5 Giugno 2026 – Milano riscopre il piacere del cinema condiviso sotto le stelle.
Da giugno a settembre ritorna “Social Cinema”, la rassegna itinerante ideata da Cinevan che porterà proiezioni gratuite, documentari, incontri e momenti di socialità nei quartieri della città, trasformando cortili, parchi e piazze in luoghi di incontro e partecipazione.

Un vecchio van Volkswagen attrezzato come cinema mobile attraverserà sei quartieri milanesi per raccontare, le storie di chi ogni giorno costruisce comunità: associazioni, volontari, abitanti, educatori e realtà sociali che animano il tessuto urbano spesso lontano dai riflettori.

Il progetto prenderà il via il 9 giugno dal quartiere Muggiano, nella periferia ovest della città, insieme all’associazione Cous Cous Clan. Poi il viaggio proseguirà tra il Borgo Intergenerazionale di Greco con ABCittà, il Parco Ravizza con i volontari del NAGA, i giardini condivisi di via Gattamelata con ParteciPrato, il giardino della Fondazione IBVA, fino alle case popolari MM di via Scaldasole e viale Lombardia insieme ad Arci Fiocchi.

In totale saranno organizzate 18 proiezioni gratuite in 6 quartieri cittadini, accompagnate da 6 narrazioni video partecipate e da una selezione di film scelta insieme agli abitanti: ogni tappa ospiterà tre serate gratuite di cinema all’aperto, con una programmazione pensata per coinvolgere pubblici diversi – bambini, famiglie, giovani e anziani – accompagnata da aperitivi comunitari, tavolate condivise e occasioni di incontro tra abitanti.

 “Social Cinema” non sarà soltanto una rassegna cinematografica. Al centro dell’iniziativa ci sono anche sei brevi documentari originali dedicati ai territori coinvolti, narrati dalla giornalista Sara Zambotti e realizzati insieme alle associazioni partner. I video affronteranno temi cruciali per la Milano contemporanea: il diritto alla casa, le politiche migratorie, la cittadinanza attiva, la rigenerazione urbana e il valore degli spazi pubblici come luoghi di relazione.

L’obiettivo è semplice e ambizioso allo stesso tempo: usare il cinema come strumento culturale capace di creare connessioni sociali e riportare le persone negli spazi condivisi della città.

“Una comunità è un organismo che ha bisogno di essere nutrito per prosperare”, spiega Luca Cusani promotore del progetto. Ed è proprio questo il cuore di Social Cinema: costruire momenti di aggregazione autentica attraverso la cultura accessibile e gratuita. 

Il progetto è realizzato da Cinevan con il contributo del Bando 57 di Fondazione di Comunità Milano, in partenariato con ABCittà, Fondazione IBVA e Parteciprato, e con la collaborazione di Arci Fiocchi, Cous Cous Clan, NAGA e MM Spa.     


Programma completo su https://www.cinevan.it/social-cinema/ 


Per informazioni: 

www.cinevan.it

info@cinevan.it


+39 328 104 3876

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Addio Carola

Oggi, 3 Giugno 2026, è venuta a mancare all’affetto della sua famiglia e dei suoi amici Carola Frediani.
 
Carola è stata anima e linfa di Guerre di Rete e lascia un vuoto incolmabile in tutti coloro che l’hanno conosciuta in questi anni.
 
Ci mancherai. 🖤

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Proiezione del film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi, presso il Cinema Teatro 4 Mori

Proiezione del film "C'è ancora domani" di Paola Cortellesi, presso Cinema Teatro 4 Mori

In occasione dell’80º anniversario della Repubblica italiana e del voto alle donne, ISTORECO, insieme ad ANPI, ANPPIA, ANED e al Cinema Teatro 4 Mori, invita la cittadinanza alla proiezione del film C’è ancora domani di Paola Cortellesi, che si terrà lunedì 1 giugno 2026 alle ore 21 presso il Cinema Teatro

4 Mori di Livorno con ingresso gratuito.

 

C’è ancora domani racconta, con forza e sensibilità, la condizione femminile nell’Italia del dopoguerra con una narrazione incentrata su una figura del popolo vessata in famiglia dall’atteggiamento arrogante e violento del marito e del suocero, due esemplari del peggiore, ed ancora attuale, patriarcato. Il marito non desidera che la moglie vada a votare e la protagonista si organizza per esercitare questo nuovo diritto. Prima tappa di un lungo cammino verso il riconoscimento dei diritti, da quello del voto, a quello della parità salariale per eguale lavoro, a quello dell’aborto, così come il diritto di ricoprire qualsiasi ruolo nell’ amministrazione dello Stato.

Riproporlo significa sollecitare una riflessione su quanto quella conquista abbia trasformato il Paese e su quanto ancora sia necessario impegnarsi per una piena ed egualitaria cittadinanza democratica.

La serata sarà introdotta dai saluti delle autorità e dal Presidente di ISTORECO, Claudio Massimo Seriacopi. Seguiranno un intervento di Catia Sonetti, Direttrice di ISTORECO, e della Prof.ssa Chiara Tognolotti, storica del cinema (Università di Pisa).

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Presentazione del volume “Storia della Repubblica. L’Italia dalla liberazione ad oggi” di Guido Crainz

Presentazione del volume "Storia della Repubblica. L'Italia dalla liberazione ad oggi" di Guido Crainz

Mercoledì 26 maggio 2026, ore 17.00, Edificio dell’Orologio – Piazza L. Orlando, Livorno
Presentazione del volume Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi (1945–2026) di Guido Crainz (Donzelli, 2026).

Ottant’anni di storia repubblicana sono il risultato di un percorso intenso, intriso di speranze e delusioni, di traumi e mutamenti inavvertiti. Quanto siamo cambiati? E quanta parte di questa storia è ancora viva nella nostra memoria collettiva? Con questo volume Crainz ripercorre l’Italia dalla Ricostruzione fino ai giorni nostri, con uno sguardo capace di intrecciare politica, società e cultura di massa, e con un capitolo finale dedicato agli ultimi dieci anni e alle trasformazioni in corso nella fisionomia culturale e istituzionale del paese.

Con l’autore dialogheranno Rocco Garufo (Assessore del Comune di Livorno) e Catia Sonetti (Direttrice ISTORECO Livorno). Introduce e coordina Claudia Pavoletti, giurista e operatrice culturale.
L’ingresso è libero e gratuito.

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Presentazione del volume: “Li tiranni di quella fazione. La fine della rivoluzione e la rifondazione dell’ordine nella Livorno del 1849” di Giacomo Zanasi

Presentazione del volume: "Li tiranni di quella fazione. La fine della rivoluzione e la rifondazione dell'ordine nella Livorno del 1849" di Giacomo Zanasi

Martedì 12 maggio 2026, ore 17.00

Edificio dell’Orologio, Piazza Luigi Orlando – Livorno- Nuova sede di ISTORECO

Livorno, maggio 1849. Le truppe austro-estensi entrano in città dopo due giorni di assedio, mettendo fine a una resistenza tenace e simbolica. Per i vincitori, comincia allora la parte più difficile: ricostruire un ordine politico che la rivoluzione ha frantumato nel profondo.

È questo il territorio inesplorato al cuore del libro di Giacomo Zanasi, un lavoro documentato e originale che sceglie di andare controcorrente: anziché raccontare la rivoluzione, ne segue il soffocamento. Anziché dare voce ai rivoltosi sulle barricate, assume il punto di vista di chi doveva riportare l’ordine – funzionari, autorità, occupanti – e si trova a fare i conti con una città che non dimentica e non perdona.

Tra processi politici, arresti di massa, esuli in fuga verso la Corsica e una prima amnistia a novembre, «Li tiranni di quella fazione» ricostruisce come Livorno – la città più radicale del Granducato, la più politicizzata, la più refrattaria allo status quo – sia diventata un laboratorio della seconda Restaurazione. E come il lungo Quarantotto abbia lasciato un segno indelebile nella vita di una comunità intera, dividendola lungo linee di frattura che non si sarebbero più del tutto richiuse.

Interverranno:

Catia Sonetti, Direttrice ISTORECO Livorno (introduce e coordina)

Marco Manfredi, Università di Pisa

Giacomo Zanasi, Università di Salerno

La pubblicazione è stata realizzata grazie al contributo della Direzione Generale Educazione, Ricerca e Istituti Culturali del Ministero della Cultura.

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Presentazione del volume “1944: L’anno prima della fine della guerra” a cura di Gianluca Fulvetti, Francesco Fusi, Isabella Insolvibile, Matteo Pretelli

Presentazione del volume "1944: L'anno prima della fine della guerra" a cura di Gianluca Fulvetti, Francesco Fusi, Isabella Insolvibile, Matteo Pretelli

Lunedì 11 maggio 2026, ore 17.00 Edificio dell’Orologio – Piazza Luigi Orlando, Livorno- Nuova sede di ISTORECO

Roma fu liberata il 4 giugno. Lo sbarco in Normandia due giorni dopo. L’estate del 1944 sembrava annunciare la fine imminente della guerra. Poi, invece, arrivarono i mesi di stallo.

L’offensiva alleata si arenò ai piedi della Linea Gotica. I partigiani dovettero abbandonare le montagne. Il proclama Alexander ordinò, di fatto, la sospensione della lotta armata. Per chi combatteva, per chi si nascondeva, per chi sperava soltanto di sopravvivere, il 1944 fu un anno che sembrò non finire mai.

Eppure questo anno cruciale è rimasto a lungo in ombra nella nostra memoria collettiva, schiacciato tra il trauma dell’armistizio del 1943 e i fuochi della Liberazione del 1945. Il libro 1944: L’anno prima della fine della guerra lo riporta al centro della scena, con gli occhi e le voci di una nuova generazione di storici.

Sedici saggi che riassumono tre prospettive: gli Alleati, con la loro babele di lingue, culture e pratiche; gli occupanti e i resistenti, con le loro paure e le speranze di un mondo in bilico; la transizione verso il dopoguerra, con le memorie e i tentativi – spesso falliti — di fare i conti con il passato.

Un libro che non si accontenta di raccontare battaglie e date, ma tenta di restituire i timori e le emozioni sul futuro, dell’Italia e di chi quella guerra la stava vivendo sulla propria pelle.

Ne discuteranno con due dei curatori Gianluca Fulvetti (Università di Pisa) e Francesco Fusi (ISRT), Federico Creatini (Università della Calabria) e Nicoletta Arena (Università di Firenze). Coordina Giovanni Brunetti (ISTORECO).

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Presentazione del volume “La Resistenza non ha congedo” di Michelangelo Borri

Presentazione del volume "La Resistenza non ha congedo" di Michelangelo Borri

In occasione dell’anniversario della Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo presentiamo un libro che ricostruisce, per la prima volta in modo sistematico, la storia delle Commissioni d’inchiesta istituite tra il 1973 e il 1975 dalle regione per far luce sul fenomeno neofascista e sulla violenza politica degli anni della strategia della tensione. Un’iniziativa senza precedenti nella storia della Repubblica in quanto si trattava di un laboratorio democratico in cui istituzioni, sindacati, università e società civile si unirono per censire e contrastare l’eversione nera, proprio nel momento in cui il paese era attraversato dalle stragi – da piazza Fontana a piazza della Loggia – e da una conflittualità diffusa e lacerante.

Attraverso fonti archivistiche inedite, l’autore ricostruisce il ruolo cruciale che le Regioni – istituzioni nate solo nel 1970 – seppero svolgere nel rafforzamento della democrazia repubblicana, trasformando le commemorazioni per il trentennale della Liberazione in un atto politico di antifascismo militante e propositivo.

 

Introduzione di Catia Sonetti (Direttrice ISTORECO). Dialogheranno con l’autore Federico Creatini (Università della Calabria) e Giovanni Brunetti (ISTORECO).

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Urban Trekking. Il Novecento di Livorno tra strade e canali

Urban Trekking. Il Novecento di Livorno tra strade e canali

 IL NOVECENTO DI LIVORNO TRA STRADE E CANALI

Tracce di memoria. Simboli di una città del Novecento
Un percorso alla scoperta della storia di Livorno attraverso i luoghi che ne hanno segnato le vicende nel Novecento: dalle lotte politiche del passato alle ricostruzioni del secondo dopoguerra.
 Data: sabato 16 maggio 2026
 Orario: 15.00 – 19.00
PROGRAMMA
• ore 15.00 – Ritrovo in Piazza della Vittoria / Monumento ai Caduti. Prime tappe del trekking a piedi.
• ore 17.00 – Giro dei Fossi di Livorno in battello: alla scoperta dei luoghi della memoria dell’antifascismo e della guerra. Imbarco Fortezza Nuova.
• ore 18.00 – Aperitivo presso Ristorante “Il Covo”, Scali delle Pietre 8.
La partecipazione al trekking con aperitivo è GRATUITA
Posti disponibili: massimo 30 partecipanti
Per iscrizioni entro il 12 maggio scrivere a:

 

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Per Gualtieri, papà del Superbonus, la prudenza di Meloni sui conti pubblici è una colpa

"Si sono sostanzialmente affidati come unico volano di crescita al dividendo della stabilità politica e della prudenza di bilancio senza fare niente di più". Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, cerca di attaccare il governo. Ma finisce per darne valore di merito. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro dell'Economia, dal dibattito della legge elettorale sposta il focus sui conti pubblici. E critica la prudenza dell'esecutivo finendo per dire: "Ha avuto anche risvolti positivi: almeno non hanno compiuto scelte devastanti". Per esempio, citiamo noi, quella di buttare quasi 131 miliardi di euro al vento con il Superbonus, di cui il primo cittadino capitolino, da ministro dell'Economia, è stato co-papà insieme all'allora premier Giuseppe Conte.
 

"Ora però i soldi del Pnnr stanno finendo", continua poi Gualtieri. "Il conto di questo immobilismo lo pagheremo caro". Immobilismo che è derivato dai una margini risicati dei conti pubblici, fortemente assottigliatisi proprio a causa delle scelte dell'allora titolare di Via XX settembre sindaco di Roma. Appunti per le sue prossime dichiarazioni.
 

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Meloni punta a scavalcare il Cav. per l'esecutivo più longevo della storia della Repubblica

Non ci sono solo motivi di immagine dietro le scelte di Meloni di spingere alle dimissioni il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, la capo di gabinetto Bartolozzi e la ministra Santanchè: la presidente del Consiglio vede un obiettivo che ormai non è così tanto lontano: mancano pochi mesi per diventare la premier del governo più longevo della storia della Repubblica, superando in questo modo Silvio Berlusconi. Il 20 ottobre scorso, con 1.094 giorni al comando dell'esecutivo, Meloni aveva superato quello guidato dallo storico segretario del Partito socialista Bettino Craxi (4 agosto 1983-primo agosto 1986). E ora, che è a quota 1.252 giorni, davanti a sé vede solo Berlusconi.

 

Sempre che non ci siano imprevisti. Dopo il referendum sulla giustizia e gli strascichi che ha avuto sul governo, - senza dimenticarsi delle questioni Trump, Ucraina ed economia - l'idea di andare a elezioni anticipate non è più così peregrina e le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione non si vogliono far trovare impreparate e per questo vogliono rendere permanenti i comitati referendari. Soprattutto adesso che, come riconoscono da entrambi gli schieramenti, aumenteranno i sondaggi che parlano di sorpassi e contro sorpassi (ieri una rilevazione di YouTrend per Agi dava per la prima volta davanti il Campo largo, ma tenendo dentro sia Iv che Azione).

 

Se il governo dovesse restare saldo, resta da superare solo Berlusconi. Il Cavaliere infatti detiene le prime due posizioni di questa speciale classifica: il Berlusconi II ha il record assoluto con 1.412 giorni in carica (11 giugno 2001-23 aprile 2005) seguito dal Berlusconi IV con 1.287 giorni (8 maggio 2008-16 novembre 2011). Per scalare la classifica, a Meloni quindi basta poco: 35 giorni per il secondo posto e 160 per il primo. Nei quasi 80 anni della Repubblica tra i governi più longevi della Repubblica ci sono quindi tutti governi di centrodestra. Il primo esecutivo di sinistra in questa classifica è quello guidato da Matteo Renzi (22 febbraio 2014-12 dicembre 2016), al quinto posto con 1.024 giorni.

 

 

Se invece dell'intero governo si guarda al tempo trascorso da un premier a Palazzo Chigi, Meloni è all'ottavo posto sopra Antonio Segni, che è rimasto al governo per 1.088 giorni e Mariano Rumor che è stato presidente del Consiglio per 1.104. In prima posizione c'è Berlusconi che ha guidato quattro governi per un totale di 3.339 giorni. Dopo di lui ci sono Giulio Andreotti che è rimasto a Palazzo Chigi per 2.678 giorni, guidando sette esecutivi, Alcide De Gasperi è stato presidente del Consiglio per 2.458, alla testa di otto governi, il numero più alto tra tutti i premier. Seguono poi i cinque governi di Aldo Moro per un totale di 2.279 giorni e i sei di Amintore Fanfani (1.659 giorni). Infine ci sono Romano Prodi con 1.608 giorni e Bettino Craxi con 1.353.

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L’Ue cade nella trappola cinese

Nei giorni scorsi il maggiore generale Guo Hongtao, vicedirettore dell’Ufficio per la cooperazione militare internazionale dell’Esercito popolare di liberazione cinese, era a Bruxelles per colloqui... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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S’è rotta l’Alleanza atlantica

Donald Trump ha scritto sul suo social Truth che “le nazioni della Nato non hanno fatto assolutamente nulla” per aiutare gli Stati Uniti in Iran: non abbiamo bisogno di nulla da parte della Nato, dice il presidente americano, ma “never forget”, non dimenticate – non dimenticheremo – mai questo questo momento. Trump si lamenta dell’Alleanza da molti mesi, dice che gli europei si sono sempre approfittati dell’America e del suo enorme impegno per la sicurezza collettiva senza dare nulla in cambio: il presidente americano ha anche accusato gli alleati di essere dei codardi, ha detto che in Afghanistan – l’unica volta, nella storia della Nato, in cui è stato invocato l’articolo 5 del trattato – gli europei stavano nelle retrovie, cosa smentita dai fatti o più precisamente dal numero dei soldati europei morti in quel conflitto. Per rientrare dell’investimento, Washington ha deciso di vendere le proprie armi agli europei, che poi le inviano all’Ucraina, stravolgendo in modo irreversibile la solidarietà alla base della stessa Nato. Trump sostiene che gli europei non stanno facendo nulla, ma non è vero: bombardieri, droni e navi americane sono stati riforniti di carburante, armati e lanciati da basi nel Regno Unito, in Germania, Portogallo, Italia, Francia e Grecia. I droni d’attacco vengono diretti da Ramstein, in Germania, i bombardieri B-1 caricano munizioni e carburante nella base di Fairford nel Regno Unito, la USS Gerald R. Ford è ormeggiata a Creta. Trump dice anche di non aver bisogno della Nato, ma neppure questo è vero: senza il supporto logistico europeo, l’operatività americana sarebbe ridotta. Manca l’appoggio politico da parte degli europei, fatta eccezione per il segretario della Nato, Mark Rutte, che si è dato il mandato di tenere insieme l’Alleanza, ma l’unica cosa vera è che nessuno lo potrà dimenticare, questo momento: non per vendicarsi, come pensa Trump, ma perché ogni cosa, dentro la Nato, andrà ripensata.

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Meloni assume l'interim al ministero del Turismo lasciato da Santanchè

"Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto con il quale, su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri, vengono accettate le dimissioni rassegnate dalla senatrice Daniela Garnero Santanché dalla carica di Ministro del turismo e si affida l'interim del dicastero al Presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole Giorgia Meloni". Lo si legge in una nota del Quirinale diffusa in serata. La premier, quindi, assumerà le deleghe lasciate vacanti dopo le dimissioni di Santanchè, l'ipotesi sembrata più plausibile già dalla giornata di ieri. 

"Il presidente Meloni rivolge un ringraziamento al Ministro Santanchè, che in questi anni ha lavorato con grande dedizione e ha assicurato il proprio contributo alla ripresa e al rilancio del turismo italiano. Il governo continuerà a lavorare per sostenere e valorizzare un asset strategico dell’economia nazionale, che assicura prosperità, benessere e prestigio internazionale all’Italia", si legge in una nota di Palazzo Chigi. Al ministero della Giustizia, invece, il ruolo lasciato vacante dalla capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi andrà ad Antonio Mura. La nomina sarà ufficializzata lunedì prossimo.

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La Cina fa come la Russia

Mentre l’Unione europea s’interroga sulle fughe di informazioni verso Mosca – dopo che si è scoperto che esponenti del governo ungherese passavano informazioni al Cremlino durante i vertici europei... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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I buoni risultati di Ita: 3,2 miliardi di euro di ricavi

Ita Airwaysla compagnia nata dalle ceneri della vecchia Alitaliaha chiuso il 2025 con 3,2 miliardi di euro di ricavi (di cui 2,8 dal trasporto passeggeri) e 209 milioni di utile. Si tratta di un risultato incoraggiante per la nuova compagnia, che l’anno scorso è entrata nell’orbita di Lufthansa con l’acquisto del 41 per cento del capitale da parte del vettore tedesco (il restante 59 per cento rimane in pancia al Tesoro). Ma è un risultato impressionante in prospettiva storica: è la prima volta in trent’anni che il bilancio della compagnia di bandiera non finisce in rosso. Ita non ha toni celebrativi e mette le mani avanti di fronte alle difficoltà economiche e geopolitiche (che si sono aggravate nel corso del 2026). Inoltre, l’amministratore delegato, Joerg Eberhart, avverte che “per raggiungere una profittabilità pienamente sostenibile dobbiamo ridurre il peso degli oneri legati ai leasing della flotta”.

Eppure, prudenza a parte, non può sfuggire che Ita oggi opera in condizioni radicalmente diverse da quelle del passato. In primo luogo, nonostante la presenza ancora ingombrante del Mef, dal punto di vista industriale agisce come un’azienda privata, poiché quella di Lufthansa è una partecipazione industriale, non finanziaria. Ma anche in passato Alitalia è stata privata, per esempio all’epoca dei “capitani coraggiosi” o con Etihad. L’altra grande differenza, allora, è la piena integrazione in un grande vettore europeo, che ha saputo valorizzarne i punti forti, emancipandola dalla sua condizione penalizzante di essere troppo piccola per essere grande e troppo grande per essere piccola. Questo risultato rende anche giustizia alla scelta di Giancarlo Giorgetti di accettare l’offerta di Lufthansa, abbandonando la strada tracciata da Draghi che avrebbe portato Alitalia tra le braccia di AirFrance. Il progetto francese, diversamente da quello tedesco, non era di integrazione, bensì di partnership, e assegnava un ruolo più ampio all’azionista pubblico. E’ presto per dire come andrà a finire, ma i primi segnali suggeriscono – e non ci stupisce – che la rotta della privatizzazione era quella giusta.

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Il potere di veto dell’Anm

Nei commenti post referendari, ci sono due tesi ricorrenti. La prima è che non si può cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, perché gli italiani bocciano questi tentativi nei referendum. Gli ultimi tentativi di revisione costituzionale – fatta eccezione per il taglio del numero dei parlamentari – sono lì a dimostrarlo: nel 2006, nel 2016 e ora nel 2026 gli italiani hanno respinto le riforme approvate a maggioranza. La seconda tesi, che si fa derivare da questa, è che invece la Costituzione può essere cambiata con un accordo ampio tra le forze politiche. Basta seguire il metodo usato nel secondo dopoguerra dall’Assemblea costituente, scrivono ad esempio sulla Stampa Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli: “Le sue diverse componenti hanno sempre lavorato insieme in un clima di collaborazione post-bellica” che ha prodotto un testo comune frutto di lunghe discussioni e giusti compromessi tra i partiti politici. “La nostra Costituzione, frutto di questo lavoro concorde, è durata fino ad oggi”. La ricostruzione di Barosio e Caselli è affascinante ma non vale, quantomeno per la riforma della giustizia. La Bicamerale del 1998, che aveva proprio l’obiettivo di arrivare a un testo condiviso dopo un dibattito politico ri-costituente tra avversari politici, fallì proprio sulla riforma della magistratura e sulla separazione delle carriere. E a far fallire la Bicamerale di D’Alema non fu l’inconciliabilità delle linee dei partiti, che pure avevano trovato un accordo, ma la presa di posizione della magistratura organizzata. L’Anm si mise di traverso. A fine gennaio 1998, nel XXIV Congresso nazionale la presidente dell’Anm Elena Paciotti lesse una relazione dal titolo “Giustizia e riforme costituzionali” che, con il pieno accordo dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, fece saltare l’accordo sulla riforma della giustizia, che prevedeva due sezioni del Csm, e l’intera Bicamerale. “Non servono riforme costituzionali”, fu il messaggio dell’Anm. E non se ne fecero neanche allora, neppure se condivise.

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La via dell’Ue in un mondo in caos

 

All’incertezza economica dilagante l’Ue risponde con accordi di libero scambio. Negli ultimi mesi Bruxelles ha concluso intese commerciali con Indonesia, India, e adesso anche l’Aust... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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L’Indonesia mette “in pausa” le Forze di Pace. È una questione economica

   

Il presidente indonesiano Prabowo Subianto è stato tra i primi leader a sostenere l’iniziativa del Board of Peace promossa da Donald Trump, ed è stato finora tra i pochi leader del quadrante asiatico e di un paese a maggioranza musulmana (il più popoloso del mondo) a essere riuscito a costruire un consenso interno su un dossier particolarmente sensibile. L’Indonesia aveva scelto di partecipare  offrendo la disponibilità a contribuire con forze di peacekeeping, ma ieri Prabowo è stato costretto a specificare che il miliardo di dollari da mettere sul tavolo per entrare nel Board of Peace non ci sarà: “Ci viene richiesto un contributo di 1 miliardo di dollari”, ha detto il presidente, “ma io non ho mai detto che fossimo disposti a pagarlo”.

 

La scorsa settimana, dopo una riunione del Consiglio dei ministri, il segretario di stato Prasetyo Hadi aveva annunciato il rinvio “a tempo indeterminato” del dispiegamento del contingente di circa ottomila soldati indonesiani a Gaza, a causa “dell’aggravarsi della situazione di sicurezza nella regione”. Secondo diversi osservatori, la decisione di Prabowo di mettere in pausa il coinvolgimento nel piano di pace di Trump è legato non a un ripensamento, ma alle conseguenze della guerra in Iran. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha esposto l’Indonesia a una vulnerabilità strutturale: circa il 25 per cento delle sue importazioni energetiche dipende da quel passaggio. Le riserve nazionali, secondo i dati ufficiali, coprono appena 20-25 giorni di consumo. I prezzi del petrolio che aumentano e l’indebolimento della valuta si traduce in una pressione immediata sull’inflazione e pure sulla (fragile) stabilità sociale indonesiana. Prima di lanciarsi in una vera operazione internazionale di pace, il governo di Prabowo è costretto a parare i colpi di un’economia che rischia di mettere in pericolo la tenuta interna del paese. Perché nessuna architettura di sicurezza internazionale può prescindere dalla capacità degli attori coinvolti di sostenere, nel tempo, i costi della propria partecipazione.

   

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Farsi curare solo dalla Cina fa male

 

C’è un numero nel rapporto sulla competitività 2026 dell’Istat sul quale è giusto soffermarsi. Nel 2025 gli acquisti italiani di prodotti farmaceutici dalla Cina sono aumentati del 933,7 per cento. In dodici mesi, le importazioni sono passate da 680 milioni di euro a oltre 7,7 miliardi. La spiegazione tecnica è nota: i dazi americani sulla Cina hanno deviato flussi commerciali verso l’Europa e l’Italia ne ha assorbito una quota rilevante. Ma il problema vero è un altro: cosa significa, in termini di sicurezza di sistema dipendere in misura così da un unico paese fornitore per i princìpi attivi che alimentano la produzione farmaceutica? La risposta  è scomoda. La quota della Cina sulle importazioni farmaceutiche italiane è balzata in un anno di 11,6 punti percentuali, raggiungendo il 13,4 per cento del totale. Nello stesso periodo, la quota della Germania si è ridotta di 4,7 punti. Il riequilibrio è avvenuto come effetto collaterale di dinamiche geopolitiche decise altrove, non da una scelta strategica del paese. Il rapporto colloca la farmaceutica tra i settori da monitorare per vulnerabilità strategica. Circa il 60 per cento delle importazioni italiane di prodotti strategici proviene da paesi a rischio politico medio o alto. Paracetamolo, metformina, amoxicillina: molti dei farmaci essenziali dipendono da catene di fornitura che passano per l’Asia. Quando quella catena si inceppa – per una guerra, una crisi geopolitica, per una decisione di Pechino – il problema non è astratto. È il farmaco che manca sullo scaffale, è il paziente cronico che non trova la terapia. La pandemia aveva già mostrato questa fragilità con chiarezza brutale. I lockdown cinesi interruppero forniture in tutto il mondo. Quella lezione avrebbe dovuto tradursi in una strategia di diversificazione. In larga misura, non è accaduto. E il rapporto Istat 2026 certifica che la dipendenza dalla Cina non è diminuita. Ignorare questo campanello d’allarme sarebbe un lusso che il Servizio sanitario nazionale non può permettersi.

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"Non tocca alla Biennale inventare o aggiungere sanzioni", dice l'ex presidente della fondazione Baratta

"Non credo tocchi alla Biennale inventarsi o aggiungere sanzioni e credo sia bene in ogni caso che le sanzioni siano applicate in un quadro normativo e non con rincorse, e magari fughe, con esiti caotici. E ciò vale tanto per gli scambi di merci quanto nel più delicato ambito delle istituzioni culturali". A dirlo è Paolo Baratta, ex presidente della Biennale di Venezia dal 1998 al 2001 e dal 2008 al 2020, durante l'inaugurazione del padiglione centrale ai giardini, oggi riqualificato. Le dichiarazioni si inseriscono nel dibattito che si è sviluppato dopo la decisione di riaprire il padiglione russo sostenuta dall'attuale presidente Pietrangelo Buttafuoco e criticata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Secondo Baratta "qualsiasi cosa accadrà dovrà accadere nel rispetto delle sanzioni così come approvate dalla Ue nei successivi pacchetti, grazie alla forza normativa dei suoi regolamenti". Nel 2022, dopo l'invasione in Ucraina da parte della Russia, la Biennale si era detta contraria a "ogni forma di collaborazione con chi avesse attuato o sostenesse un atto di aggressione di inaudita gravità" e che non avrebbe accettato "la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo".

In ogni caso, l'ex presidente si spiega la "confusione" intorno a questo caso con il "joint-statement dei due commissari della Ue del 10 marzo, seguito dalla lettera dei ministri", definendo l'iniziativa "inconsueta". "Con lo statement - continua -  i due commissari hanno sollevato con veemenza il problema della presenza della Russia ma con altrettanta perentorietà lo hanno subito scaricato sulla Biennale minacciando lei di sanzioni!! Si conferma che abbiamo tutti bisogno di qualche tempo per conoscerci meglio!"

 

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A Travaglio serve un rebranding urgente

La svolta era nell’aria. Da un po’ di tempo, nelle pagine delle lettere del Fatto quotidiano comparivano dei messaggi che invitavano il giornale a chiedere il finanziamento pubblico. La saggezza dei lettori, che evidentemente avevano dato un occhio ai conti del giornale, alla fine ha prevalso sulla linea del direttore Marco Travaglio che a dicembre respingeva l’idea: “Preferiamo ampliare la nostra comunità di abbonati piuttosto che far pagare il Fatto a chi non lo legge”. In un comunicato la Società editoriale il Fatto (Seif) ha annunciato che, proprio mentre Travaglio scriveva quelle righe, a dicembre scorso, ha fatto domanda per il contributo straordinario dall’editoria per i giornali cartacei (0,10 euro per copia venduta): “Seif è ben consapevole dell’importanza che riveste per il Fatto quotidiano non percepire finanziamenti pubblici”, ma data la crisi del settore in generale e la difficoltà nello specifico di Seif a “garantire la continuità aziendale”, la richiesta è stata fatta. La società precisa, però, che il contributo è stato sì assegnato – anche se non dice quanto (si tratta di 752 mila euro) –  ma l’intenzione “rimane quella di non percepirlo”. Non si capisce bene cosa significhi, ma due cose si capiscono.  

  

Non è vera la  tesi di Travaglio secondo cui percepire il finanziamento pubblico è “schiavitù di stampa” perché costringe i giornali ad “andare sotto Palazzo Chigi con il cappello in mano”. Non è questa la procedura che ha adottato Travaglio, come nessun altro gruppo editoriale. Anzi, nel caso del Fatto il finanziamento pubblico serve a tenere in vita una voce fortemente critica del governo, senza necessità di un cambio di linea editoriale. Questa svolta, però, necessita ora di un cambiamento grafico rilevante. Il Fatto quotidiano ha inciso nella propria testata lo slogan-manifesto “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Serve un rebranding per due ragioni. La prima è di tipo legale: Seif è una società quotata e mantenere il vecchio logo veicolerebbe false informazioni al mercato. La seconda è sostanziale: senza una modifica grafica, il Fatto si ritroverebbe a essere il primo giornale al mondo con la fake news anche nella testata.

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Gedi: accordo fatto con Sae, La Stampa passa a Leonardis

Il Gruppo Gedi e il Gruppo Sae comunicano di aver firmato il contratto preliminare di cessione a quest'ultimo de La Stampa. Lo riferisce una nota, secondo cui la cessione comprende anche le testate collegate, le attività digitali, il centro stampa, la rete commerciale per la raccolta pubblicitaria locale, nonchè le attività di staff e di supporto alla redazione.

L'acquisizione avverrà attraverso un veicolo di nuova costituzione, controllato dal Gruppo Sae, nel quale si prevede anche l'ingresso di investitori legati al territorio del Nord Ovest. Il progetto, prosege la nota, mira a garantire continuità nel posizionamento storico della testata, preservandone l'indipendenza editoriale e il profondo legame con il suo territorio. Il perfezionamento dell'operazione è previsto entro il primo semestre del 2026. La cessione è subordinata all'espletamento delle usuali procedure sindacali e burocratiche previste dalla legge.

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Quattro (falsi) allarmi bomba in poche ore. Cosa sta succedendo a Roma?

La sede di FdI in via della Scrofa, quella della stampa Estera a Palazzo Grazioli, Largo Chigi, a un passo dal palazzo che ospita il governo, e Piazza Venezia. Quattro allarmi bomba a Roma in pochissime ore e in un'area della città di qualche chilometro. Tutti in centro e tutti, per fortuna, rientrati. Cos'è successo? Non è una psicosi dovuta all'escaltion bellica in Medio Oriente. Anche se il collegamento viene quasi spontaneo.

I quattro casi sono simili a due a due. Sia nella sede di FdI, sia a Palazzo Grazioli è stata nel pomeriggio una telefonata a far scattare l'allarme. Per quanto riguarda piazza Venezia e Largo Chigi invece, tra ora di pranzo e poco dopo, è stato il ritrovamento di due valige abbandonate a destare il sospetto delle forze dell'ordine. A piazza Venezia la verifica è stata più breve, mentre a Largo Chigi, dopo aver chiuso alcune vie limitrofe, gli artificieri hanno verificato in poco tempo la situazione: anche in questo caso nessuna bomba.

A Via della Scrofa invece è stata una chiamata anonima a costringere l'evacuazione dell'intero palazzo che oltre al partito di Giorgia Meloni ospita anche la sede del giornale il Secolo d'Italia. Anche a Palazzo Grazioli è stata una telefonata fatta da una voce non identificata a costringere tutti i giornalisti e i dipendenti della stampa estera a riversarsi in strada. Gli avverimenti sono arrivati quasi in contemporanea al numero unico di emergenza 112. In entrambi i casi sono intervenuti sul posto gli artificieri (dei Carabinieri a Palazzo Grazioli e della polizia a Via della Scrofa) per una bonifica degli edifici.

Alcuni giorni fa un allarme del genere c'era stato anche a MIlano: nella sede della Lega di via Bellerio. Anche in quel caso però si trattava di un falso allarme.

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Il capo della polizia Pisani: "Cinturrino sarà destituito subito"

"Chi tradisce la nostra missione tradisce anzitutto il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito". Parlando al Corriere della Sera il capo della polizia Vittorio Pisani non usa giri di parole a proposito dell'agente Carmelo Cinturrino che ha confessato di aver ucciso il pusher Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo qualche giorno fa e di aver mistificato le circostanze per farle apparire come un atto di legittima difesa. "Subito dopo il fermo disposto dall’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla Polizia di Stato. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo - continua Pisani - mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato". L'indagine infatti è ancora in corso, ma il capo della polizia sottolinea che bisogna chiarire "innanzitutto la posizione degli altri poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di soccorso". L'attività ispettiva sarà dunque "estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria. Finora non l’abbiamo fatto per evitare di danneggiare l’indagine, ma dopo la discovery possiamo procedere".

 

Nelle ultime settimane ci sono state molte polemiche sul nuovo decreto sicurezza, non ancora in vigore. Tra le altre misure, prevede anche lo “scudo penale per le forze dell'ordine" che commettono ipotetici reati con "evidente causa di giustificazione", ma secondo Pisani questo "scudo" non avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo: "Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente. La norma non prevede alcuna immunità, bensì una modifica procedurale non solo per le forze dell’ordine ma per tutti i cittadini", ha spiegato il capo della polizia. "E il fatto che un pm debba decidere in un tempo breve e predefinito se esiste o meno una causa di giustificazione, può essere positivo per assumere le iniziative adeguate anche solo nell’impiego del dipendente coinvolto nel caso. Ma di certo questa modifica è stata determinata anche da altro". Ovvero "dalla deformazione mediatica subita dall’informazione di garanzia, trasformatasi da strumento di tutela dell’indagato con funzione difensiva in atto d’accusa all’interno di un processo mediatico, sempre più frequente, che anticipa il processo penale. Di cui, nel nostro paese, si sta perdendo la cultura, con grave lesione della presunzione d’innocenza". Pisani ha sottolineato anche che "l’azione della polizia sul piano dell’ordine pubblico non è e non può essere condizionata dalle contingenze politiche; non è avvenuto in passato e non avviene ora. Noi dobbiamo tutelare la sicurezza di tutti e al tempo stesso la libertà di manifestazione, in un esercizio di equilibrio tra le due esigenze".


Il capo della polizia ha evidenziato come in questo caso il rapporto tra autorità giudiziaria e polizia "sia stato di massima fiducia e non è mai venuto meno. E quando, a seguito del sopralluogo, sono emersi i primi indizi su comportamenti al di fuori delle regole di appartenenti all’istituzione, l’input alla Squadra mobile è stato di approfondire al massimo ogni aspetto della vicenda". Specificando come non ci sia mai stata "alcuna percezione di ostilità. Poi ci possono essere diversità di valutazione sugli elementi che emergono dalle indagini, ma questa è la normale dinamica del procedimento penale". Come accaduto durante la manifestazione di fine gennaio a Torino a sostegno del centro sociale Askatasuna sfociata nella violenza: in quel caso "la polizia ha effettuato alcuni fermi, la procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui". Pisani ritiene inoltre che la scena del poliziotto aggredito dai manifestanti violenti non possa in alcun modo giustificare un uso eccessivo della forza da parte della polizia "perché la solidarietà istituzionale non significa copertura di comportamenti illeciti, né può giustificare azioni di piazza al di fuori delle regole. Se si dà l’ordine di caricare o di sciogliere una manifestazione è perché ce ne sono i presupposti di fatto e di diritto".

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Osservatorio costituzionale di finanza pubblica

La presente Rubrica intende offrire agli studiosi l’occasione - allo stato inedita - per intercettare, analizzare e approfondire ad un primo e sintetico esame le tematiche di tono costituzionale in materia di finanza pubblica sottese a ricorsi, ordinanze e pronunce della Corte costituzionale via via pubblicate nella Gazzetta Ufficiale, Serie speciale della Corte costituzionale, garantendo così un continuo aggiornamento nel merito.

Le brevi note di commento - per una pronta ricerca da parte del lettore - recano, nel titolo, i numeri dei ricorsi e delle ordinanze di remissione, oltreché delle sentenze pubblicate in Gazzetta.

L’Osservatorio - curato da Clemente Forte e Marco Pieroni – presenta peculiare attualità, anche per la frequenza delle questioni di legittimità costituzionale di cui viene investita la Corte costituzionale in argomento (solo nell’ultimo decennio, ad esempio, si concentra circa il 40% delle questioni concernenti l’art. 81, terzo comma, Cost.), questioni che vanno sin d’ora analizzate, anche tenuto conto dell’impatto ordinamentale della nuova Governance fiscale europea, approvata nell’aprile 2024, nel vigente sistema costituzionale interno.

 

 AGGIORNAMENTO DEL 26 LUGLIO 2026
Corte cost. sent. n. 135/2026 in tema di tributi, energia, prevista istituzione, per l’anno 2022, di un contributo straordinario contro il caro bollette a carico delle imprese operanti nel settore energetico, soggetti passivi
 AGGIORNAMENTO DEL 15 LUGLIO 2026
Ordinanza di rimessione 27 maggio 2026 del Consiglio di Stato Spettanza del c.d. 'premio antiesodo' in favore di ex ufficiale in servizio permanente della Guardia di finanza in possesso del brevetto di pilota militare
AGGIORNAMENTO DEL 24 GIUGNO 2026
Corte cost. sent. n. 91/2026 Spetta la pensione di reversibilità al partner superstite di coppia omosessuale legata da vincolo matrimoniale contratto all’estero in caso di decesso dell’altro componente della coppia verificatosi prima dell’entrata in vigore della legge 20 maggio 2016, n. 76
Corte cost. sent. n. 89/2026 Imposta sulle successioni relativa a rendita vitalizia da testamento: divieto di assunzione di un saggio legale d’interesse inferiore al 2,5 per cento la determinazione della base imponibile
AGGIORNAMENTO DEL 7 APRILE 2026
Ricorso della Regione Emilia-Romagna, in GU, prima serie speciale, Corte costituzionale 13 del 1° aprile 2026 Livelli essenziali delle prestazioni e vincolo di copertura finanziaria: il ricorso della Regione Emilia-Romagna
Corte d'Appello di Roma, I sez. civ., ord. n. 46/2026 Le Camere di commercio, che fanno parte del terzo sottosettore delle pubbliche amministrazioni, sono tenute a concorrere all’obiettivo del contenimento della spesa pubblica?
AGGIORNAMENTO DEL 25 MARZO 2026
Ricorso n. 3 della Regione Puglia (in G.U. n. 19 - 11 marzo 2026) Violazione delle prerogative regionali per inottemperanza del legislatore statale nella definizione dei LEP e del correlato obbligo di copertura finanziaria
Corte cost. sent. n. 29/2026 Le Casse di previdenza non sono astrette dall’obbligo di concorrere ad assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico.
Corte cost. sent. n. 26/2026 Rientra nell’autonomia regionale il potere di aumentare, con risorse proprie, le tariffe delle prestazioni rientranti nei LEA non ostando l’assoggettamento al piano di rientro dal disavanzo sanitario
Corte cost. ord. n. 25/2026 Monito al legislatore per la rimozione dei meccanismi dilatori del pagamento del TFS: una problematica riedizione della tecnica della doppia pronuncia
Corte cost. ord. n. 24/2026 Erogazione degli indennizzi per danni da vaccinazioni riconosciuti dalla legge n. 201 del 1992: prestazioni sanitarie o prestazioni assistenziali?
 AGGIORNAMENTO DEL 4 MARZO 2026
Corte cost. sent. n. 17/2026 in tema di bilancio e contabilità pubblica, bilancio degli enti locali dissestati, ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato, termine perentorio di presentazione al Ministro dell’interno
AGGIORNAMENTO DEL 29 GENNAIO 2026
Corte cost., sent. n. 4/2026 Non finanziabili con il SSR prestazioni che esorbitino dal cd. perimetro sanitario
AGGIORNAMENTO DEL 7 GENNAIO 2026
Corte cost. sent. n. 204/2025 Profili finanziari della l.r. Toscana n. 16/2025 sulle modalità organizzative per l’accesso alle procedure di suicidio medicalmente assistito
Corte cost., sent. n. 216/2025 Non contrasta con gli artt. 3 e 38 Cost., il regime speciale di pignorabilità della pensione erogata dall’INPS per il recupero di indebite prestazioni percepite ovvero da omissioni contributive
Corte conti, ordd. n. 248, 249, 250 e 251 del 2025 Sottrazione alla giurisdizione della Corte dei conti del contenzioso degli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT
AGGIORNAMENTO DEL 29 DICEMBRE 2025
Corte cost. sent. n. 189/2025 È illegittima la legislazione regionale che estende i comandi e i distacchi anche ai dipendenti delle società a partecipazione pubblica
Ordinanza di rimessione Corte dei conti n. 246 del 2025 Sottrazione alla giurisdizione della Corte dei conti del contenzioso degli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT
AGGIORNAMENTO DEL 4 DICEMBRE 2025
Corte cost., sent. n. 174/2025 Legge Regione Campania e perimetro sanitario (art. 20, d.lgs. n. 118/2011): illegittimità costituzionale
AGGIORNAMENTO DEL 24 NOVEMBRE 2025
Corte cost., sent. n. 167/2025 Rivalutazione pensionistica in tensione e manovra di finanza pubblica
AGGIORNAMENTO DEL 12 NOVEMBRE 2025
Corte cost. sent. n. 165/2025 Aumento della spesa per il personale regionale: rimessione degli atti per jus superveniens
Corte cost. sent. n. 161/2025 Nuove assunzioni previste da legge regionale: inammissibilità per oscurità motivazionale del ricorso
AGGIORNAMENTO DEL 27 OTTOBRE 2025
Corte cost. sent. n. 150/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, Regione Umbria, agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA)
Corte cost. sent. n. 152/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, finanza pubblica allargata, contributo alla finanza pubblica, contributo aggiuntivo richiesto alle regioni ordinarie per il quinquennio 2025-2029
AGGIORNAMENTO DEL 1 OTTOBRE 2025
Ricorso del Presidente del Consiglio contro Regione Siciliana (art. 6, l.r. n. 26/2025)
Questione di legittimità costituzionale sull’utilizzo delle risorse del Fondo sanitario regionale per attività non LEA: ordinanza della Corte dei conti Liguria e profili critici
AGGIORNAMENTO DEL 6 AGOSTO 2025
Corte cost. sent. n. 135/2025 in tema di impiego pubblico, trattamento economico, applicazione del tetto retributivo ai magistrati, necessaria temporaneità della misura
Corte cost. sent. n. 122/2025 in tema di sanità pubblica, livelli essenziali di assistenza, norme della Regione Puglia, immediata vigenza del d.P.C.m. LEA e delle relative tariffe non ancora entrate in vigore e poi sostituite
AGGIORNAMENTO DEL 30 LUGLIO 2025
Corte cost. sent. n. 121/2025 in tema di istruzione, formazione professionale, carta docente, beneficiari, estensione ai docenti non di ruolo all’esito della interpretazione della Corte di giustizia
Corte cost. sent. n. 114/2025 in tema di sanità pubblica, approvazione dei piani dei fabbisogni triennali per il SSR, predisposti dalle regioni con decreto del Ministro della salute di concerto con il Ministro dell’economia
Corte cost. sent. n. 94/2025 in tema di previdenza, assegno ordinario d’invalidità liquidato interamente con il sistema contributivo, divieto di applicazione delle disposizioni sull’integrazione al minimo
Corte cost. sent. n. 91/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, bilancio degli enti locali dissestati, ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato, presentazione da parte del consiglio comunale al Ministro dell’interno
AGGIORNAMENTO DEL 30 APRILE 2025
Ordinanza del 3 marzo 2025 della Corte dei conti Sezione regionale di controllo per la Regione Campania nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Campania per l’esercizio f
Corte dei Conti contro Regione Campania. Ricorso per legittimità costituzionale 3 marzo 2025, n. 53
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 5 marzo 2025 (della Regione Campania) n. 13
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 26 febbraio 2025 (della Regione Puglia)
Corte cost. sent. n. 45/2025 Criticità del bilanciamento della spesa costituzionalmente necessaria con la cd. spesa indistinta a fronte di risorse scarse alla luce della nuova Governance europea
Corte cost. sent. n. 57/2025 Non sono in via di principio inibite nuove spese alla Regione in disavanzo sanitario
AGGIORNAMENTO DEL 16 APRILE 2025
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 14 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Sanità – Livelli essenziali di assistenza (LEA)
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 15 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Sanità pubblica - Servizio sanitario regionale (SSR)
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 29 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) . Appalti pubblici - Norme della Regione Puglia
Ordinanza del 15 gennaio 2025 della Corte dei conti nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Umbria per l’esercizio finanziario 2023 Bilancio e contabilità pubblica
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 7 febbraio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri). Sanità pubblica - Professioni
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Google esplora il caos quantistico sul suo più potente chip per computer quantistici

Gli "echi quantistici" che attraversano il chip Willow del computer quantistico di Google, pur in un clima di cautela da parte di alcuni osservatori, potrebbero avvicinare i ricercatori alla realizzazione di calcolatori in grado di superare le prestazioni dei computer classici....

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HAARETZ: ISRAELE HA CHIAMATO INFLUENCER A GAZA PER DIMOSTRARE CHE LA FAME A GAZA È CAUSATA DA ONU E HAMAS

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Il Ministero della Diaspora ha chiamato influencer americani e israeliani nei siti di distribuzione della GHF per contrastare la narrativa secondo cui Israele starebbe affamando la popolazione.
http://dlvr.it/TMfl3Q

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La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo

Nessun impianto, nessun rimorso: alcune considerazioni e un racconto a più voci della mobilitazione dello scorso febbraio

Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.

In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.

La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».

I numeri, le opere (e i giorni) di una crisi

Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.

Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi

A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.

Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui  la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.

In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.

Interesse privato e pittate di vernice, stop

Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.

Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.

Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.

Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.

Bormio – Fake snow, real profit!

La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.

Lo ski stadium di Bormio durante il presidio

Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.

Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio

Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.

Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.

I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.

Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.

La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.

A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.

Caldarola – Anche in Appennino: la montagna non si arrende
(a due passi dai Sibillini)

Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.

Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.

Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.

Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.

Ponte di Legno – Ri-pensare le terre alte per la loro salvaguardia

La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.

Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il  percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.

Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che  in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».

Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.

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Fonti istituzionali

Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico

Dossier di candidatura

Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023

Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici

 

Fonti open

Primo report OpenOlympics

Secondo report OpenOlympics

Rapporto Neve diversa 2024

 

Fonti compagne

La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)

Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)

Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)

Video integrale convegno Off Topic

Video Duccio Facchini – Altreconomia

L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

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Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi

Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.

Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopicoAttraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.

Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.

Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.

Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.

Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.

Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.

È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.

Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.

Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata)

Nella prima parte di questa disamina abbiamo affrontato due differenti approcci: quello che pretende che il potere garantisca la fruizione in sicurezza dell’adrenalina facile e quello colpevolizzante verso l’escursionista per scaricare su di lui le responsabilità di politica e marketing, cioè di chi l’ha invogliato a andare in montagna promettendo adrenalina facile e sicura.
In questo secondo pezzo vorremmo dar conto della visione Molotov, che è radicalmente opposta a entrambi agli approcci precedenti, perché li considera facce della stessa medaglia: l’estrattivismo turistico che va contestato in maniera radicale. La voce molotova promuove la conoscenza e il rispetto del territorio, la consapevolezza dei propri limiti e la responsabilità nell’assunzione del rischio. Per farlo, a seguito di una prima analisi, utilizzeremo un esempio assurto alle cronache quest’estate.

PARTE TERZA
– La versione Molotov –

Le vere lacune, quello che manca in toto nel dibattito, sono conoscenza e consapevolezza di quel che si sta andando a fare. È più che evidente. E infatti si commentano drammi senza capacità di analizzarli, additando.
Se ipotizzassimo una libertà di scelta consapevole e informata non sarebbe necessario garantire qualcuno, ma semplicemente assumere responsabilità senza pretesa di voler distribuire colpe. Come in ogni cosa della vita se ci si infila nei casini ci si arrangia, se non si è sicuri si evita.

Detto in pratica, secondo noi la responsabilizzazione avrebbe senso se servisse a smontare l’idea che tanto, dovesse andar male qualcosa, qualcuno dall’alto dei cieli aiuterà se non si è capaci, se non si è ragionevolmente al sicuro.
Semplicemente deve essere reso chiaro come dato ambientale che non ci si può fidare al 100% di nessun cavo, che non ci si può fidare di nessun sentiero, mappa, tacca, cartello, app, di niente e nessuno.
Ci si può fidare di quello che si sa valutare, si impara a farlo non fidandosi, e non si è comunque del tutto immuni dal rischio. Riassumendo va sviluppata competenza a saggiare il territorio, a calarcisi dentro e non a starci sopra: la mappa non è il territorio.

La consapevolezza di una scelta, in questo caso estrema: Hansjörg Auer in solitaria e slegato sulla Via attraverso il pesce alla Punta Rocca in Marmolada.

C’è caso e caso: c’è chi assume la propria responsabilità conscio di quel che affronta e c’è chi non ha il senso dello stare in montagna tenendo conto degli altri.
Tornare ‘slegati’ da un sentiero impervio e selvaggio, anche attrezzato, oppure scegliere di salire ‘slegati’ un itinerario alpinistico, osare quindi, è una cosa. E fa parte del gioco, pericoloso certo ma consapevole. Altra cosa è mettersi in mostra in una situazione turistica, non sapere cosa si rischia e si fa rischiare a chi è intorno.
Per un sacco di ragioni. La prima che ci viene in mente è che se il terreno è isolato o poco frequentato si rischierà in proprio. I pericoli oggettivi sono comunque dietro l’angolo, ma non più che in ogni cosa della vita.

Conoscere bene una zona e i propri limiti aiuta a saper valutare con sufficiente precisione e a ‘mettersi in sicurezza’. La stessa persona, con la stessa esperienza, saprà cambiare approccio di salita o discesa in relazione a un contesto diverso, da parco divertimenti. Ecco perché se si è su un tratto attrezzato zeppo di gente non è buona prassi passare slegati. Perché si fa rischiare, oltre a rischiare in proprio. L‘appiattimento di sfumatura che porta con sé l’iper-frequentazione non dà ragione di queste dinamiche spicce, figuriamoci di altre, ben più delicate.

OUTRO
– Un esempio –

Prendiamo un esempio di cronaca e una ferrata che risponde al criterio dello snaturamento storico in ottica turistica: la Bepi Zac alle cime di Costabella.
Una ferrata storica importante, in una regione a vocazione turistico-alpina talmente forte che va tenuta in piedi a qualsiasi costo. Ricordiamo qui che i grimaldelli che tengono in vita con accanimento questo come altri percorsi, sono l’inserimento delle infrastrutture della grande guerra tra i beni culturali protetti dal codice Urbani e la “sicurezza”.

L’invasività dei lavori di consolidamento e “messa in sicurezza” della Ferrata Bepi Zac alle creste di Costabella.

Il fatto è il seguente:
alcune famigliole portano i bambini slegati sulla ferrata Bepi Zac che percorre sfasciumi in quota e sale fino attorno ai 2700mslm. Le foto sono state scattate nel secondo tratto, in zona Costabella.
Di pericoli oggettivi ce ne sono, caduta massi ad esempio, ma non è nemmeno questo il punto, è proprio che ci sono passaggi esposti (come nella quasi totalità dei casi quando c’è un cavo) e portarsi un pargolo in braccio perché incapace a percorrerla (e forse spaventato) non pare il caso, tout court.
A cadere su un terreno del genere ci si può far male-male; se si cade con un bimbo in braccio ci si è comportati idioti.
Premesso questo, e che portare figli piccoli senza attrezzatura è promuovere l’incultura e non la cultura della fruizione della montagna, il dibattito a cui normalmente si assiste in questi casi è fuorviante, e suona più o meno sempre allo stesso modo: «criminali», oppure «se i tizi fossero dei super esperti della zona che avessero valutato quello che stavano facendo e non dei turisti sprovveduti?»

Per quanto ci riguarda restano vittime del marketing. Possono essere tra i più esperti dell’Universo, sono però in un ambiente altamente frequentato, in cui il pericolo oggettivo è in primis l’affollamento (le scariche di sassi che ne possono derivare, attese lunghe e estenuanti fissi a un cavo, cadute altrui…).
Altrettanto oggettivo è il fatto che un figlio piccolo non può essere esperto, che il genitore sta decidendo per lui (al punto che in alcuni scatti il genitore se lo carica in collo).
Se ti cade un etto di sasso sul braccio che fai?
È la visione indotta del marketing, in cui l’escursionista-consumatore viene preso in trappola, è la modalità di vendita della fruizione a proiettare l’immagine per cui basta spendere, comprare l’attrezzatura cara, per essere sicuri e al sicuro.
Aggiungiamo poi che se il terreno di gioco è quello alpinistico, in cui il potere d’acquisto applicato alla retorica e al terreno acrobatico, al linguaggio spesse volte ricalcato da quello bellico – militarista –, essere indotti nell’abbaglio del superuomo che fa tutto da solo è un passo brevissimo.
Comportamenti del genere su terreni a zero possibilità di sperimentazione, che obbligano a seguire un tracciato più pedissequamente che una via alpinistica o un sentiero, sono stupidi e non del tutto consapevoli.
È una protesi del gioco che l’imprenditoria e la politica stanno costruendo sulla pelle delle valli e delle cime.

In conclusione non caschiamo nel gioco: sono le scelte di indirizzo a generare i mostri cui la politica che le ha prodotte non vuole rispondere in maniera proficua.
La responsabilità è politica, la colpa è del modello economico che ha intenzione di sfruttare ancor di più la montagna in ogni modo, oltre qualunque limite di ragionevolezza.
In altre parole: se si precludono i corridoi faunistici agli orsi che si è ‘preteso’ di importare sul territorio anche per aumentare l’afflusso turistico, salvo poi lamentarsi del loro sovrannumero e proporre come unica soluzione l’abbattimento, si sta giocando con la pelle degli animali non umani.
Se si rendono instagrammabili i sentieri, con panchine giganti e ammiccamenti acchiappa click, perché si vuol far crescere il turismo in maniera esponenziale e incontrollata ma poi li si chiude quando qualcuno si fa male, si sta giocando con la pelle degli animali umani.
Se si trova normale spendere valanghe di soldi per alimentare i comprensori sciistici (o per realizzare skidome al chiuso in assenza di neve), per alimentare la speculazione edilizia, per realizzare Olimpiadi che lasceranno scheletri e macerie; se si pretende eliminare il rischio nelle attività ludiche criminalizzando per decreto o divieto ma si dà per assodata l’alta probabilità di farsi male in quell’obbligo alienante che è il mondo del lavoro si sta giocando con la pelle della società.

Così facendo le amministrazioni e governi dimostrano di prendere scelte politiche di indirizzo che non manifestano rispetto alcuno verso i luoghi, verso le differenti specie animali che abitano quei luoghi, nessun rispetto anche verso le persone che abitano la montagna o che vengono da fuori, invogliate ad andare a ‘fare il ponte tibetano’ con la stessa spensieratezza con cui andrebbero nell’ennesimo inutile nuovissimo iper mega centro commerciale.
In questi precisi ambiti queste scelte vanno censurate e attaccate.
Servono cultura e capacità interpretative, sensibilizzazione, non overdose di emozioni indotte, normate da chi al primo guaio provocato si lava le mani e risponde con l’unico strumento che padroneggia: la repressione.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione

INTRO
– inquadramento-

La storia dell’alpinismo, in genere, è una storia coloniale ed elitaria: il ricco, il nobile (“il” perché questa storia porta con sé anche un approccio maschilista) arriva ai monti inizialmente per ragioni cartografiche ed esplorative, in seguito per ragioni di conquista e blasone.
In questa narrazione l’abitante, ‘il montanaro’, è un esserino grezzo e impaurito, che non sa godere delle bellezze della montagna, che non fa passeggiate o arrampicate per “vivere le cime” – con tutto il fascino di verticalità, desolazione e pericolosità – ma che tutt’al più “serve” perché conosce i luoghi circostanti a quelli che abita e può indicarli, e perché da bravo spallone può farsi portatore di strumenti e vettovaglie*.

Il monte come luogo piacevole e d’incanto, salubre, unito alla massificazione turistica cominciata tra gli anni ’60 e ‘70, porta allo sviluppo di un nuovo terreno di gioco, anche se non particolarmente originale, basti pensare alle similitudini con l’impiego di corde fisse. Se prima la ferrata era turistica e poi fu utilizzata per scopi militari, ora finte élite di eroici bardati assaltano il percorso ‘di massa’, un combinato da logica turistica: colonizzazione dello spazio e appiattimento dell’immaginario.

Addentrarsi in questo ambiente è provare a sviscerare un tema tecnico e ispido, sul quale scegliamo di non intervenire, però qualche considerazione e riflessione generale crediamo vada fatta.

 

La successione di cenge attrezzate per mettere in sicurezza l’itinerario. Bocchette centrali di Brenta.

Ci sono varie tipologie di ferrata: talune, storiche, nascono con l’idea di mettere in sicurezza percorsi già frequentati, altre, specie quelle dolomitiche o di bassa quota non sono realizzate per portare in un dato luogo ma esplicitamente per cercare la difficoltà.
Fino ad una certa fase, forse, lo sviluppo di alcune ferrate assurde ha avuto a che fare con echi di arrampicata in artificiale, con diversi mezzi ma la medesima propensione a non porsi problema di manomissione del contesto.
Un esempio di itinerario con logiche di artificiale, scale come staffe: ferrata Castiglioni alla Cima d’Agola.

Possiamo distinguere grossomodo tre tipi di ferrate e conseguenti tipi di fruizione.

  1. Opera militare mantenuta o ristrutturata a scopo turistico. Quasi assente in alpi occidentali;
  2. attrezzatura fissa di un itinerario che semplifica una via alpinistica, rendendola accessibile a escursionisti ‘esperti’, e che di solito serve ad arrivare in cima o a traversare. È il caso della ferrata Bolver-Lugli a Cima Vezzana nelle Pale di San Martino o della Arosio al Corno di Grevo, nel gruppo dell’Adamello;
  3. ferrata estrema, acrobatica, mozzafiato-adrenalina, tipicamente fine a sé stessa, in ottica di lunapark, di solito ridondante di infrastruttura: scalette, ponti, ecc., più orientata a palestrati che ad alpinisti/escursionisti. Non infrequente in alpi occidentali anche francesi, la ferrata Du Diable risponde sicuramente al caso lunapark.

A sinistra la ferrata du Diable in tutta la sua insensatezza.
A destra la ferrata Arosio al Corno di Grevo, già via alpinistica di cresta. Per anni è stata accompagnata da polemiche, più volte ne sono stati sabotati i fittoni e un tempo erano visibili scritte come «no ferrata» e «CAI Cedegolo incivile».

Che ad esempio nei tardi anni ’30, in Dolomiti di Brenta, si sia pensato di attrezzare un percorso sfruttando le sequenze di cenge lì esistenti e ne siano così nate le Bocchette Centrali, può essere una cosa ragionevole.
Il problema tuttavia, più che l’attrezzatura dei percorsi in sé, è la fruizione che se ne fa, la turistificazione intensiva dovuta al boom e al conseguente aumento del potere d’acquisto del ceto medio.
Da qui nascono i ‘ferrata adventure park’ o percorsi come quello delle Aquile in Paganella e Intersport nel Donnerkogel. Tra questi ultimi e gli itinerari classici, storici, dovrebbe esserci una gran differenza.

Sopra la  ferrata delle Aquile in Paganella.
Sotto la ferrata Intersport al Donnerkogel.

PARTE PRIMA
– l’approccio sceriffo –

Ci pare che negli ultimi anni le modalità di fruizione abbiano appiattito le sfumature costruttive in virtù di un’unica fruizione possibile.

Così già da tempo (immagine del 2016): botta-risposta su un noto blog dedicato al tema.

Si vendono – si compra-vendono – ferrate. L’espansione tremenda della frequentazione alpina e del movimento dell’arrampicata sportiva, se da un lato testimoniano di una moda, dall’altro concorrono alla creazione e all’ingigantimento del problema. Notiamo che il modo di stare sulla ferrata, la terminologia di che ne racconta le difficoltà, gli entusiastici report fotografici che ne seguono, descrivono atteggiamenti assimilabili al tipo 3.

Ci si concentra sull’adrenalina e si riflette poco – o per nulla – di sicurezza o rispetto dell’ambiente col quale si interagisce. Non si dice mai ad esempio, ed è disonesto, che una caduta su ferrata è potenzialmente molto più pericolosa di una in arrampicata. Senza tutto un sistema di dissipazione in ordine, senza competenze specifiche (spesso risolte con ‘compra l’attrezzatura’), si possono generare fattori di caduta nettamente più alti che scalando, con sollecitazioni che, per come sono progettati, moschettoni e corde non possono reggere. E se resistessero, non lo farebbe il corpo umano. La strada che si sta percorrendo – stiamo ragionando per ipotesi – è quella del «vorrei ma non posso, però c‘è la ferrata». È così che questi percorsi si sono guadagnati e si stanno guadagnando una larga ‘fetta di mercato’.

Come per gli orsi e i lupi, come per il Natisone, buona parte delle criticità che stanno alla base  del discorso sono la turistificazione e lo sfruttamento, il rilassamento delle sinapsi preposte all’accortezza, in favore della deresponsabilizzazione collettiva: ci si diverte, si provano ‘brividi’, si racconta l’atto acrobatico con la go-pro. Nel frattempo si intasa, si erode, si sovra-alimenta la bulimia del profitto, e così ferrate che potevano tranquillamente rientrare nella categoria 1, quella di opera militare manutenuta come il Sentiero dei Fiori in Adamello, grazie al battage pubblicitario schizzano dritte nella 3: adrenalina.

Passerelle si materializzano al ritmo dei ponti tibetani, lavori degni di grandi opere, appalti con imprese e eccesso di infrastruttura. Nomi evocativi, da marketing, come nel caso dell’Epic trail.
L’epica dell’Odissea, de Il mucchio selvaggio, messe a disposizione per pochi spicci a chi passa le settimane sfruttato sul luogo di lavoro, con giubilo dei geometri che progettano siffatti percorsi.

Tram a Milano pubblicizzano il sentiero dei fiori.

Se questa è la logica, ci sentiamo di affermare che, indipendentemente da quel che si pensi della loro bontà, una volta che una ferrata esiste chi va in montagna tende a pensare che sia in ordine. Che sia sufficiente fissare il moschettone a un cavo che terrà, i cui chiodi non salteranno via come bottoni, e seguirlo camminando. Su questo aspetto risulta impossibile colpevolizzare l’escursionista, e infatti si gioca alla deresponsabilizzazione, al ‘ludico gestito dalla legge’. Soprattutto se gli escursionisti vengono attratti e invogliati a percorrere quella ferrata dagli opuscoli delle Pro Loco.

In alcune zone – Dolomiti su tutte – si esaspera il ruolo di parco giochi dei sentieri attrezzati, pensati esplicitamente per cercare la difficoltà e frequentati da individui accessoriati. In altre la dimensione tecnica conta molto meno, i percorsi sono stati conservati come retaggi militari o sono nati soprattutto per poter dire «li abbiamo anche qui», anche se non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai primi e salvo poche eccezioni hanno molto meno senso.
Se si costruiscono parchi giochi si promuove una certa idea per cui si paga il biglietto – leggi “compra l’attrezzatura giusta e cool per agganciarti alle pareti e il più è fatto” – ed è ragionevole che il consumatore pretenda che lo spettacolo fili liscio: che la messa in scena sia sicura e l’attrezzatura che userà sarà in buono stato, funzionante e certificata.

PARTE SECONDA
– l’approccio bimbominkia –

Nei cantieri sono di solito posti cartelli in cui si elencano i vari strumenti di protezione e si invita i lavoratori a usarli. Della pericolosità del lavoro in sé niente, non si sa, non si dice.
Aspetti diversi, certo, il cui trait d’union è che si può – si deve visto che si fa poco o nulla per evitarlo – morire di lavoro. Attraverso il marketing si raccontano domatori di montagne su ferrata salvo poi drammatizzare i sentieri per tenere alla larga rogne legali come capitato, ad esempio a San Felice in Circeo.

Ordinanza di chiusura sentieri del comune di San Felice in Circeo. Stando al sito del parco del Circeo, nel momento in cui scriviamo il sentiero 750 risulta ancora interdetto (clicca qui per leggere l’ordinanza completa).

Manovre per le quali non è difficile immaginare la funzione di anticamera per stabilire parcelle di soccorso, nella cornice di un attacco al tempo libero, alla preservazione della ‘carne-lavoro’.
Il tema delle garanzie e dei diritti – compreso quello alla sicurezza – vengono insomma innestati su aspetti della vita in cui non entrerebbero – o non dovrebbero entrare – per nulla, come gli ambienti naturali.
La frequentazione di ambienti ‘selvaggi’ con tale mentalità, avviene dando per scontato che ‘qualcuno’ si occupi di ‘far funzionare’ tutto, che sia un preciso diritto del fruitore, che se qualcosa non funziona ci deve per forza essere qualcuno che ne ha colpa.

In questo contesto a poco vale, è anzi fuorviante, l’idea lanciata dal CAI sulle pagine de Lo Scarpone di predisporre un non meglio descritto codice di ‘autoresponsabilità sui sentieri’. Proposta che suona stonata quanto la colpevolizzazione dell’atteggiamento individuale di fronte a altri due macro-temi: la crisi climatica e la gestione pandemica appena trascorsa.

A una lettura di superficie del dispositivo che dovrebbe responsabilizzare si potrebbe rispondere con qualcosa come: «Alla buon’ora. Bene.»
Tuttavia rileggendo l’articolo de Lo Scarpone le certezze vanno sgretolandosi.
Anzitutto si scrive solo di sentieri e escursionisti, e non si fa cenno a tutte quelle situazioni e manovre dove responsabilità ‘altre, dall’alto e collettive’ potrebbero esserci: come è attrezzata una via alpinistica, da quanto? Quanto sono manutenute una ferrata o una falesia (ecc.)? Ce lo chiediamo perché in fin dei conti una via di roccia, misto o ghiaccio – e a maggior ragione una ferrata – non sono altro che sentieri tecnicamente più difficili.
In secondo luogo leggiamo: «i volontari che si occupano della manutenzione della rete sentieristica non possono essere responsabili di chi s’incammina lungo i sentieri con troppa leggerezza».
Questa frase suona un po’ come uno scarico di responsabilità
post tragedia in Marmolada.
O post alluvione: non si muove un dito per piani di assesto idrogeologico, per uno studio approfondito e conseguente messa in sicurezza del territorio, in generale si continua ovunque nell’opera di cementificazione.
Si irride il rischio, si perseguono disboscamenti e depauperamenti dei territori, si realizzano grandi opere. Ma se succede qualcosa, se questo qualcosa si ripete con sempre maggior frequenza, tocca che si renda d’obbligo l’assicurazione, che l’individuo paghi.

Vecchio gioco applicato all’alpe: quando mai non si è sovraccaricato il singolo di comportamenti non corretti per la morale corrente?
Criminalizzare l’individuo è una mossa del cavallo tipica, utile a tutelare l’amministrazione pubblica di turno e il profitto dell’indotto.
Molti sentieri sono manutenuti dai comuni, enti, o associazioni da questi riconosciute. Con l’iper-turistificazione in atto nelle terre alte ci si auto-sgrava da quel che si produce: intasamento e scarsa conoscenza.
In rete e sui blog si leggono sempre più richieste del tenore: «la (tal ferrata) è percorribile d’inverno?», «è aperta anche se ha fatto molta neve? Fa freddo: se c’è ghiaccio ci si può andare?», come se un percorso fosse equiparabile o assimilabile a un impianto di risalita. Col relativo gestore a attivarne e regolarne la corrente, il flusso.

L’idea di indagare Comuni e centri meteo a seguito della tragedia in Marmolada era pessima, le ipotesi di reato sono state archiviate, pare però che il CAI voglia espungere dal discorso quell’ipotesi per sovraccaricare il singolo di un altrettanto presunto e assurdo comportamento scorretto.
Teniamo inoltre presente che a decidere non sarà uno specialista di monti, ma un giudice che non potrà applicare attenuanti, che anzi sarà messo in condizione di aggravare la posizione individuale sulla scorta di una valutazione di tipo morale.

Una proposta che non impedirà comunque chiusure arbitrarie di percorsi in nome del securitarismo, della ‘sterilizzazione del pericolo’. Un’idea che rafforzerà la caccia alle streghe, i discorsi allucinati sulle responsabilità del capo-gita o cordata, individuato come ‘il più capace’ e dunque responsabile in toto della salute di interi gruppi amicali e/o parentali. Il meccanismo piuttosto ricorrente, insomma, per cui si nasconde sotto al tappeto la responsabilità collettiva e si individua un capro espiatorio. E dal momento in cui tutto è acquistabile, non è difficile immaginare qualcosa di simile a vecchie proposte come il patentino di montagna o l’obbligo assicurativo per le calamità naturali o per sciare in pista. «Per sgravarsi dalla responsabilità su sentiero va pagata la guida», che è un po’ quello che già succede con l’obbligo di Artva, pala e sonda: «non conta dove vai o cosa fai, ma cosa possiedi. Compra l’attrezzatura, anche quella inutile o che non sai usare, e godrai di un trattamento ‘riservato’».
Il fatto che nell’articolo si dica che molti dei lavori di manutenzione sono fatti da volontari fa puzzare la situazione, perché se dall’altra parte c’è il dito puntato sulla responsabilità individuale si corre il rischio di allontanarli, in fin dei conti sono individui pure loro.

Fin qui ci siamo concentrati su due diversi approcci: quello dell’escursionista che pretende che il potere gli garantisca la fruizione in totale sicurezza dal momento che ha speso e acquistato materiale – confondendolo con l’esperienza – e quello del potere che dopo aver creato quest’illusione scarica in toto le responsabilità sull’individuo. Non sono due modi separati, stanno assieme e descrivono una sorta di double bind, di «grazie alla nostra ferrata puoi salire in sicurezza ma se il cavo si rompe e cadi è colpa tua».
Per non restare intrappolati in questa costrizione bisogna allora ribaltare la prospettiva. Lo faremo nella prossima puntata, dando conto della nostra idea di come frequentare la montagna, rispettandola e rispettandosi.

 

*Segnaliamo per attinenza, fra i libri di storia dell’alpinismo, Montagne della mente. Storia di una passione di Robert Macfarlane (Einaudi tascabili, 2020).

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Giuliano, ciao

Clicca sull’immagine per ascoltare la sua “Ironica la vita”.

Due giorni fa è mancato Giuliano Contardo, musicista amato e stimato nonché fratello del nostro compagno Daniele.
Quando manca un fratello, un compagno di vita, ci si stringe attorno alla casa comune.

Ci uniamo al passo e al cordoglio della famiglia, si parte e si torna insieme.

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Valsusa, Territori Occupati

Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,
sono gli squòtter che occupano!)
abitata da chi ti ci ha cacciato.
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.

Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).

Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.

Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.

Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno.  Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.

Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.

Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.

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Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne

Clicca sulla mappa per consultarla (è a circa metà articolo)

Siamo in piena crisi energetica e le politiche europee galoppano in retromarcia.
Su sollecitazione europea l’Italia si appresta a sostenere la ricerca di giacimenti di metalli rari.

Rileviamo inoltre che mentre per le fonti rinnovabili è stata data delega alle regioni, sarà il governo stesso a gestire la questione di quelle fossili.
Dopo le concessioni per trivellare in mare, mentre non si fa nulla per contrastare la crisi climatica, si passa al capitolo estrattivismo, un ritorno al futuro a tinte distopiche.
Metalli rari indispensabili allo “sviluppo”, che servono, stando al nuovo mantra energivoro, alla “transizione ecologica”.
L’arco alpino, la Sardegna e tutta la costa tirrenica sono le zone maggiormente minacciate, ma è l’intera penisola a essere in grave pericolo.

In Valsusa e nel Pinerolese ci sono parecchie miniere “storiche”, la cosa mostruosa è che una buona parte dei siti segnalati in mappa (appoggiare il mouse per leggere i nomi) sono in quota anche in posti impervi e per ora lontani da strade.

Facciamo alcuni esempi di siti censiti:
– in bassa valle “Cruino” (che dovrebbe essere Cruvin, ndr) praticamente un alpeggio nel vallone del Prebec, a circa 1700 metri;
– in Val Pellice “Castelluzzo” (Castlus), un appicco selvaggio tra l’altro luogo della resistenza valdese, a circa 1400 metri di quota;
– in Friuli è segnata la val Aupa. Si tratta si una valle selvaggia pochissimo abitata, percorsa da una strada in cui se due macchine si incrociano una deve fare un km di retromarcia. Un posto         bellissimo;
– in Val Germanasca “Vallon Cros” (anche Valloncrò), altro alpeggio. Dovrebbe essere il vallone che porta al colle del Beth, a quota 2700, zona di miniere dal sec. XVIII. Oltretutto la rete escursionistica della zona è basata in gran parte sulle splendide mulattiere costruite proprio per le miniere o per scopi militari. Due reti sono praticamente indistinguibili e insistono sullo stesso territorio.

Negli ultimi trent’anni le mulattiere sono parecchio deteriorate, ma fino agli anni ‘80 erano ben conservate e godibilissime. L’idea di strade e camion a 2700 metri è agghiacciante. Un vero massacro. E le valli in questione sono ormai quasi spopolate, per cui anche resistere allo scempio sarà difficilissimo.
Per fortuna per ora in elenco mancano la grande quantità di miniere ancora più a monte. L’intera Val Germanasca è un paradiso e ne è piena, l’idea che venga consegnata alle compagnie minerarie è terrorizzante.

Utilizzare la lotta al fossile per rendere politicamente corretto l’estrattivismo è come usare la lotta all’antisemitismo per rendere politicamente corretto il genocidio dei palestinesi.
Invitiamo chiunque a osservare la mappa al link e a mobilitarsi per difendere il proprio territorio.

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Mattie: la discarica perc*lata

 

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.

Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.

Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.

Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.

L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.

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In marcia con la Banda Hood nella foresta di Mambrica

Clicca sull’immagine per maggiori info e dettagli

Dopo aver legato gli scarponi per osservare Montecampione e raccontarne la cementificazione, dopo aver esplorato i progetti di turismo dissennato della Valle Camonica e non solo, Alpinismo Molotov continua a frequentare il territorio.
A tessere complicità, a costruire narrazioni.

Domenica 23 giugno ci muoveremo a fianco del CSA Sisma, a Wu Ming 4 e al Bosco di Mambrica A.P.S..
Tra i boschi del maceratese, felici di riallacciare in carne e ossa i nodi con vecchi compagni di cordata.

Ritrovo alle 9.00 a Torre Beregna, per immergerci in una camminata adatta a tutti – 5 chilometri per 300 metri di dislivello – che ci condurrà al rifugio di Manfrica, dove alle 11.30 Wu Ming 4 presenterà il suo nuovo lavoro: La vera storia della banda Hood.  Racconto indispensabile di questi tempi, fatto di una banda di fuorilegge che sa muoversi tra le pieghe del potere, di ritorno alle origini delle cose, dei versi che le hanno accompagnate.

Un libro denso di storie che, per citare un altro compagno di scorribande «sono vere quando si sente che dentro c’è la vita».

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Riflessioni sulla morte di tre ragazzi nel fiume Natisone

In passato ci siamo occupati di sicurezza in montagna a proposito del crollo del ghiacciaio della Marmolada. All’epoca abbiamo fatto delle riflessioni che a nostro avviso hanno una valenza più generale, e possono essere applicate ad altre situazioni in cui ci si approccia ad ambienti naturali o semi-naturali. Torniamo ora sull’argomento in seguito a un episodio che ha riempito le cronache, verificatosi alcuni giorni fa a Premariacco, nel Friuli orientale, sul greto del Natisone. In breve: tre giovani (due ragazze e un ragazzo) sono stati sorpresi dalla piena del fiume mentre si trovavano su un ghiaione normalmente frequentato come spiaggia e, presi dal panico, sono rimasti bloccati per una decina di minuti mentre il livello dell’acqua e la forza della corrente aumentavano rapidamente, fino ad essere sommersi e poi trascinati nella forra a valle.

 

Ad oggi sono stati recuperati i corpi delle due ragazze, e sono ancora in corso le ricerche del corpo del ragazzo. Il modo in cui i media stanno parlando dell’episodio è molto simile a quello in cui era stato affrontato l’episodio della Marmolada: da un lato c’è la colpevolizzazione dei giovani, con punte di crudeltà insostenibili, una miscela micidiale di carogneria da paese e di cinismo da social. Dall’altro la ricerca di un capro espiatorio istituzionale (la protezione civile, i vigili del fuoco, il sindaco, il 118, il 112…), insomma la via giudiziaria alla risoluzione dei problemi. Qualcuno ovviamente propone interventi securitari, come il divieto di avvicinamento al fiume a prescindere; qualcun altro invece si frega le mani prefigurando appalti per la “messa in sicurezza” del luogo. La cosa che quasi nessuno dice, invece, è che la leggerezza con cui i tre ragazzi si sono mossi è conseguenza della non conoscenza del territorio, che a sua volta è conseguenza dell’interruzione della trasmissione orale di tale conoscenza. C’è stato un tempo, che nel Friuli orientale è finito intorno alla metà degli anni ottanta, in cui i paesi situati vicino ai fiumi vivevano di e sul fiume. Nel fiume si pescava e si raccoglieva la legna dopo le piene, i contadini in estate di sera facevano il bagno per lavarsi via il sudore e la polvere, i ragazzini passavano l’estate a tuffarsi e nuotare.  Tutti sapevano quali erano i punti pericolosi, e soprattutto *quando* erano pericolosi. Si sapevano leggere i segni di una piena in arrivo, si teneva d’occhio il livello e il colore dell’acqua. Cose che non si sapevano per scienza infusa, ma perché da piccoli te le insegnavano i grandi. La gente affogava anche allora, sia chiaro, ma c’era una consapevolezza del rischio che ora manca. I bei tempi non ci sono mai stati, lo diciamo sempre. Il punto è che non ci sono nemmeno adesso, non ci sono *soprattutto* adesso. Per un paio di decenni le rive dei fiumi sono diventate non-luoghi, o luoghi da cuore di tenebra. E dopo 20 anni di oblio si è cominciato a parlare di “riscoperta” e di “valorizzazione” (che, ricordiamolo, significa “messa a valore”), è arrivato il tempo dei luoghi pittoreschi, poi diventati “instagrammabili”, decontestualizzati dall’ambiente naturale e antropico circostante; il tempo in cui si può progettare una “Premariacco beach” su un ghiaione che si trova tra lo sbocco di una forra e l’ingresso della forra successiva, un luogo tranquillo e sicuro per gran parte dell’anno, sì, ma pericolosissimo in occasione di piogge abbondanti nelle montagne retrostanti.

Come per la montagna, si è persa la consapevolezza che il letto di un fiume è un ambiente naturale che presenta dei rischi, che non possono essere eliminati o tenuti sotto controllo, ma possono essere conosciuti e valutati di volta in volta. In generale, si dimentica una cosa che dovrebbe essere ovvia: nessuna autorità può garantirci l’incolumità di fronte a un fenomeno naturale, per il semplice fatto che autorità e fenomeni naturali sono concetti che appartengono a piani discorsivi e di realtà distinti. Questa amnesia, se ci si pensa, è alla base anche dell’antropizzazione scriteriata delle aree prossime ai fiumi, con le conseguenze su vasta scala che stiamo sperimentando sempre più spesso.

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VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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“Con quel visino può fare l’escort, ci pensi....”. Succede alle donne negli Atenei italiani

L'Udu (Unione degli universitari) ha raccolto in un report i risultati di un questionario sul fenomeno delle molestie: per la maggior parte delle ragazze i luoghi meno sicuri sono gli uffici dei docenti. Il professore è individuato come la figura più incline alla molestia

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La cover Espresso è un punto per Chiara Ferragni: ma attenzione a reputarlo decisivo

Prima l'affaire pandoro, poi il video del pentimento e infine l'intervista da Fazio. Il  "sentiment" è sempre stato negativo. Ma sebbene la cover del settimanale possa sembrare un punto a suo favore, non è detto che il vento sia cambiato. L'analisi di Roberto Esposito, ceo di DeRev, società di strategia, comunicazione e marketing digital

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Mattarella ricorda Giulia e le altre vittime di femminicidio: "Serve una profonda azione culturale"

"Come non ricordarne le vittime nei tanti femminicidi, anche in giorni recenti? Come non ricordare, per tutte, Giulia Cecchettin, la cui tragedia ha coinvolto nell'orrore e nel dolore l'intera Italia? Si è detto tante volte - anche in quei giorni - che occorre una profonda azione culturale per far acquisire a tutti l'autentico senso del rapporto tra donna e uomo: l'arte è un veicolo efficace e trainante di formazione e di trasmissione di valori della vita. Per questo, oggi, rendiamo omaggio ed esprimiamo riconoscenza al protagonismo artistico delle donne". Lo dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della celebrazione della "Giornata internazionale della donna" al Quirinale.

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Biden: "Chi è contro l'aborto non conosce potere delle donne"

Se rieletto e con un'adeguata maggioranza al Congresso, Joe Biden promette di ripristinare il diritto all'aborto a livello nazionale. "Nella sua decisione di ribaltare Roe v. Wade, la maggioranza della Corte Suprema ha scritto: 'Le donne non sono prive di potere elettorale o politico'. Non sto scherzando. Chiaramente coloro che si vantano di aver ribaltato la causa Roe v. Wade non hanno la minima idea del potere delle donne in America. Ma lo hanno scoperto quando la libertà riproduttiva era in ballo e ha vinto nel 2022, 2023, e lo scopriranno di nuovo nel 2024", ha detto il presidente nel suo discorso sullo Stato dell'Unione. "Se gli americani mi mandassero un Congresso che sostenga il diritto di scelta, vi prometto: ripristinerò Roe v. Wade di nuovo come legge del Paese", ha aggiunto.

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Strappati e imbrattati a Roma i manifesti della Lega contro il velo islamico. La rabbia dei paesi arabi

A Roma manifesti leghisti contro il velo islamico sono stati strappati e imbrattati. “Un attacco alla convivenza” protestano gli ambasciatori della Lega Araba in Italia. Ceccardi: "Un messaggio d’amore per le donne"

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Chi era Marianne Weber, madre negletta della sociologia

Riletto oggi, "La Donna e la Cultura" non perde nulla in termini di attualità. Sostiene l’opportunità di una revisione fondativa del canone sociologico, che vada oltre l’incorporazione delle pensatrici di fine '800 come tessere di un mosaico che nei contenuti principali resta inalterato

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8 marzo, Mattarella: "Troppe e inaccettabili molestie sulle donne". E ricorda Giulia Cecchettin

Il presidente parlando delle donne nel mondo dell'arte: "Solo le dittature promuovono quella di Stato". Giorgia Meloni ne approfitta per la polemica del giorno: "È stata la sinistra italiana a farla con chi non era d'accordo con loro"

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Per Eglantyne Jebb e tutte le donne che sono scese in piazza nell'ultimo secolo

Ai primi del Novecento, la fondatrice di Save the Children ha reclamato uno spazio di azione pubblica, rivoluzionando il concetto di “prendersi cura” dell’infanzia. Non più atto caritatevole, ma investimento per creare società giuste, democratiche e sostenibili
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Inchiesta Onu conclusa: Mahsa Amini "uccisa dalle violenze fisiche della polizia iraniana"

Nel rapporto al Consiglio per i diritti umani si legge che l’Iran ha fatto “un uso non necessario e sproporzionato della sua forza letale” per reprimere le manifestazioni scoppiate dopo la morte della ragazza, rea di non indossare correttamente il velo islamico

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L’importanza della prevenzione nelle malattie cardiovascolari

A giocare un ruolo fondamentale sono tutti quei fattori su cui è possibile intervenire. Un corretto stile di vita, un’alimentazione sana, un’adeguata attività fisica sono tutti insegnamenti che ci vengono dati sin dalla nascita, ma che possono davvero far la differenza e ridurre il rischio cardiovascolare
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Contatto

Giuliano Sangiorgi incontra scrittori, chef, attori e comici e condivide con loro i punti in comune delle loro carriere: l’immaginazione e la capacità di sognare.
Con questo podcast, il cantante mette a confronto il processo creativo in campi anche molto diversi tra loro, regalando all'ospite di ogni puntata una nuova improvvisazione musicale e a chi ascolta un ritratto a due inedito e sorprendente

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È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov”

Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.

Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?

Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.

Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.

È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.

Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.

Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

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Sfida per la Casa Bianca

Il 5 novembre 2024 gli Stati Uniti d’America sceglieranno il nuovo presidente. Ai blocchi di partenza ci sono sempre loro due, Donald Trump e Joe Biden. Ex presidente e presidente uscente, 77 e 81 anni a testa. In un Paese sempre più diviso. Tra ricorsi storici e ricorsi in aule di giustizia, quest’elezione segnerà forse più di altre il presente e il futuro, non solo dell’America ma dell’intero Occidente. Vi racconteremo le grandi storie, dei nostri giorni e del passato, quelle che hanno fatto grande gli Stati Uniti d’America. E faremo chiarezza, per capire insieme come, tra caucus, primarie, congressi, grandi elettori, si diventa presidente del più forte e importante Paese del mondo. Un podcast mensile di Gerardo Greco e Giulio Ucciero.

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La Federazione delle Associazioni Italia-Israele contro la risoluzione del Consiglio comunale di Firenze: “Hamas è un gruppo terroristico, Nardella chiarisca”

Il presidente Bruno Gazzo contro il documento approvato dalla maggioranza: “C’è da domandarsi se le richiamate 'pace, giustizia e dignità dei popoli' enunciati nell’atto possano basarsi su presupposti che non hanno alcun rapporto con la realtà”

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Firenze, sembrava un incendio, si scopre che erano stati assassinati: un fermato per l’omicidio di una coppia di anziani

Clamorosa svolta nell'indagine sul fatto di Bagno a Ripoli dello scorso 5 dicembre. I coniugi ritrovati senza vita nella loro abitazione non sarebbero morti a causa del rogo, ma per una spietata aggressione. Ipotesi usura. Lei picchiata e poi forse strangolata

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GOLPE - 50 anni di Cile

Sono passati 50 anni dal colpo di Stato in Cile. L’11 settembre del 1973, dopo ore di combattimenti per le strade di Santiago, i vertici militari prendono il potere destituendo Salvador Allende e instaurando una spietata dittatura con a capo il generale Augusto Pinochet. Il Golpe non servì solo a stroncare l’esperienza politica democratica di Allende ma a fare del Cile il primo vero laboratorio delle teorie neo-liberiste. Oggi come allora, nel Cile tutto è privatizzato, dalla scuola alla sanità, dalla previdenza al welfare, ai beni comuni (acqua, energia, trasporti) e nel commercio dominano le multinazionali. Il popolo cileno non solo è povero, ma è anche arrabbiato. Molte proteste, spesso sedate con il sangue, si sono succedute negli anni. Ma come rileggere i fatti alla luce del presente? Testimonianze di politici, giornalisti, artisti, studenti e lavoratori provano a rimettere insieme vicende, esperienze, non dimenticando gli storici legami con l'Italia, le speranze ancora vive e il peso del passato.

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Ben-Hur, un altro film

Il podcast in 20 episodi di Michele Bovi e Pasquale Panella che raccoglie testimonianze e documentazioni esclusive e che segnala i nomi di tutti gli italiani – cineasti, attori, professionisti e artigiani – che lavorarono in incognito per il kolossal del 1959 premiato da 11 Oscar. Immagini e documenti esclusivi su www.benhurunaltrofilm.it

Lo speciale: Ben-Hur, un altro film

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Mirror replication of sexual facial expressions increases the success of sexual contacts in bonobos

Nome rivista: Scientific Reports Numero: 10: 18979 Data pubblicazione: 04/11/2020 Autori: Nome: Elisabetta Cognome: Palagi Affiliazione: Dipartimento di Biologia e Museo di Storia Naturale, Università di Pisa Nome: Marta Cognome: Bertini Affiliazione: Museo di...
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Etna: svelata la causa dello sciame sismico durante l’eruzione laterale dell’Etna del dicembre 2018

Comunicato stampa - Individuate le relazioni causa-effetto che hanno determinato lo sciame simico durante l’eruzione laterale dell’Etna del dicembre 2018, culminato con il forte sisma (ML 4.8) del 26 dicembre, grazie ad un approccio multidisciplinare che ha integrato i dati...

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Le diverse abitudini di mobilità di due culture paleolitiche e il possibile ruolo del cambiamento climatico

Comunicato stampa - I gruppi umani Gravettiani, probabilmente scomparsi a ridosso dell’Ultimo Massimo Glaciale, e i successivi Epigravettiani si spostavano sul territorio in modo diverso. Lo rivela un’innovativa analisi su alcuni denti rinvenuti nel sito pugliese di Grotta...

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Allergie alimentari: Il paradosso della desensibilizzazione, aumentano i casi di anafilassi

Comunicato stampa - Uno studio internazionale pubblicato su The Lancet mette in discussione la sicurezza della cosiddetta immunoterapia orale per l’arachide, uno degli alimenti allergizzanti più aggressivi. Il Bambino Gesù unico Centro europeo a partecipare alla ricerca

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La materia oscura esiste: smentite le osservazioni che ne mettevano in dubbio la presenza nelle galassie

Comunicato stampa - Una ricerca SISSA chiarisce una tra le controversie recenti più intriganti riguardo alla forma di materia più diffusa nell’Universo, che non emette alcun tipo di radiazione elettromagnetica, e ne descrive la relazione con la materia ordinaria

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