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di Rosella Simone
[In occasione del secondo anniversario della scomparsa di Emilio Quadrelli si è scelto di ricordare la sua figura di militante rivoluzionario e ricercatore del domani con la pubblicazione dell’intervento presentato dall’autrice alla giornata di studi dedicatagli a Bologna il 18 dicembre 2025.]
“Sei più bravo a infliggere la tortura che a subirla” disse Conan con voce pacata. “Sono stato inchiodato alla croce come lo sei tu ora, e sono sopravvissuto grazie alla fibra dei barbari. Ma voi uomini civili siete molli, le vostre vite non sono attaccate alla spina dorsale come le nostre; il coraggio di cui vi vantate consiste soprattutto nell’infliggere tormenti, non nel sopportarli. Prima che cali il sole sarai morto.”
(Robert Ervin Howard, Conan il barbaro, pag. 328)
Conosco Emilio dalla prima metà degli anni Settanta, l’età dell’oro del Novecento, il “secolo breve” secondo lo storico Eric Hobsbawm; lo stesso secolo che, dopo il 1989 e la caduta dell’URSS, per Francis Fukuyama segnava la fine della storia e dava inizio all’era della democrazia liberale. Per me un mucchio di sciocchezze di grande successo, io c’ero, e c’era anche Emilio, e il Novecento non è stato affatto breve, infatti non è finito, le contraddizioni che c’erano allora ci sono tutte, e non ha vinto la democrazia liberale.
Con Emilio ci siamo incrociati negli anni settanta per i caruggi del centro storico di Genova, ci siamo riconosciuti nei cortei, ma siamo diventati amici, anzi parenti, qualche anno dopo, per interposta galera. Ci scrivevamo, da galera a galera, lunghe lettere, ironiche e sconclusionate che ci facevano sentire furbissimi e solidali. Lui di gabbio ne ha fatto un bel po’, io me la sono cavata molto più in fretta, ma il legame è rimasto, credo, per quell’aver vissuto nello stesso luogo e nello stesso tempo un periodo d’avventura e lotta, quell’assalto al cielo che una minoranza significativa di donne e uomini ha vissuto per quasi un ventennio. Nato nel 1956, aveva quindi 13 anni meno di me, tra noi non c’è mai stata tensione erotica, ma la consapevolezza di una differenza, lui un uomo io una donna, e questo aveva una sua valenza nel confrontare i punti di vista. Anche per questo ero con lui quando è morto, in quell’orribile settimana di agosto del 2024, con il caldo che scioglieva l‘asfalto e Emilio che si preparava a morire. Ero là perché volevo raccogliere la sua storia tra mitologia e sentimento, coglierla insomma nella sua fragilità e guardarci dentro, insieme. Pensavo sarebbe stato un processo interessante per entrambi, un tentativo di comunicare l’interiorità fra due soggettività differenti che però avevano vissuto lo stesso periodo storico. Mi sembrava qualcosa di decisivo, ma, anche per mia inadeguatezza, non ho cavato quello che cercavo. Quando è morto ero un po’ incazzata con lui, non solo perché se ne era andato troppo in fretta, ma anche per quell’impossibilità di comunicare tra noi a un livello più profondo delle teorie politiche, del ruolo che ciascuno di noi si era dato nella vita. Cercavo l’immaginario sottostante al personaggio, le strutture più segrete delle nostre menti, cercavo il suo spirito e invece trovavo sempre il personaggio. Avrei voluto indagare con lui, che, da molti anni, era diventato un intellettuale e aveva scritto un mucchio di libri ponderosi, dove e in che punto si barricasse la sensibilità di un soggetto maschio a cui avevo voluto bene.
Mi ci è voluta una settimana di pianti disperatissimi, per capire che non potevo volergliene se, come tutti, aveva portato con sé il suo segreto, e per essere stato coerente a sé stesso sino alla fine. Sino a quel maledetto lunedì di agosto all’ospedale Galliera, quando ti portavano dentro la camera per la terapia intensiva dove sapevi di andare a morire, e, a Claudio che ti aveva accompagnato in autombulanza e adesso ti salutava, e tutti e due sapevate che era l’ultima volta, con l’estremo soffio di fiera noncuranza tutta maschile, avevi chiesto:” Come ha giocato la Sampdoria?”. Che poi a te, dopo i tempi eroici di Vialli e del presidente Mantovani, della Sampdoria non te ne fregava proprio niente. Ma c’è un modo di essere, di guardare la vita che non può essere smentito, è una questione di stile e di rispetto per sé e per gli altri, per non deluderli, per non farli soffrire. Perché potessimo continuare a pensarti come un duro dolcissimo, che fino all’ultimo ha giocato con la vita. Un po’ come muore Jean Paul Belmondo nell’ultima scena di A bout de suffles. Non si può togliere la maschera che hai da tutta la vita, è diventata la tua pelle.
Emilio era nato barbaro, come eravamo un po’ tutti in quegli anni là. Come Conan, il barbaro cimmero anche noi eravamo tutti orfani. Non che non avessimo genitori, li avevamo, ma li avevamo ripudiati. Erano stati addomesticati dal capitale, dal partito comunista o dalla democrazia cristiana, intossicati dall’etica del lavoro ci volevano far diventare come loro, tutto lavoro e ubbidienza, sconfitti e contenti di comprare a rate la lavatrice e la Seicento. Non sapevamo esattamente cosa volessimo, ma sapevamo che non volevamo essere come i nostri genitori. Il mondo attorno a noi stava cambiando e noi volevamo mettere i piedi nel piatto, volevamo esserci, contare. Soprattutto, volevamo sognare! Divoravamo tutto quello che attizzava il fuoco grandioso che avevamo dentro, abbiamo amato Marx e Lenin perché eravamo contro le ingiustizie e perché ci chiedevano non di fare carne da cannone, ma di porci al centro della storia e noi sentivamo che era il nostro destino. C’era tutto da imparare e sperimentare ed era una grande avventura, quasi come quelle raccontata da Ron Howard nel primo romanzo pulp della storia: Conan, il barbaro. Un po’ una americanata, ne eravamo persuasi – soprattutto quando, negli anni Ottanta, è arrivato il film di John Milius con Schwarzenegger – ma divertente e poi, fondava una mitologia. (Si potrà mai vivere senza miti?)
Emilio per me era un po’ il prototipo del guerriero cimmero, il giovane senza padri che per difendersi da un mondo ostile ha come unica difesa la propria forza, il coraggio, l’astuzia, la lealtà nei confronti degli amici e inimicizia totale verso i nemici. Conan non è mai stato il selvaggio impaurito e servile, Conan è il barbaro, è l’altro, è il nuovo capace di mettere in atto una soggettività sovversiva. Conan trova alleanze con chi come lui è fuori dalla legge, dalla normatività, dall’ordine. Conan ha la vitalità che la società civilizzata ha perduto, è l’unico soggetto che può sopravvivere in una situazione in cui la storia collassa. Insomma, è la visione virile della storia, colui che si riconosce in un mondo di maschi, che stima le donne audaci come lui, protegge e ama quelle fragili, e ha come unica prospettiva la guerra, fosse pure quella di classe.
In quegli anni stavamo inventando tutto, eravamo innocenti e feroci. Da qualche parte bisognava pur iniziare. Anche io mi identificavo con l’eroe, magari in Valeria, la ladra abilissima che lotta contre le forze del male per liberare Conan dalla morte. Chissà, forse anche in quella settimana di afa e di morte di quell’orribile agosto 2024 volevo dare un’anima al Conan della mia gioventù per capire insieme se potesse darsi altro invece di quel ciclico uccidere e morire. Volevo confrontare la scienza della rivoluzione delle donne curde con Kamo, il soggetto del suo ultimo libro: L’altro bolscevismo. Lenin, l’uomo di Kamo.
Perché, dopo Andare ai resti, libro straordinario, Emilio ne aveva scritti molti altri, ma in Kamo, Conan tornava. Tornava come prototipo di una soggettività collettiva e, al posto del conflitto natura/cultura che muove l’agire del personaggio della saga barbara in L’altro bolscevismo si scontravano la soggettività politica e la soggettività della classe, ed era la violenza della classe a decidere i temi e i modi dell’avanguardia con tutta la forza necessaria. Una visione fondata sulla più irriducibile inimicizia riconosciuta come il motore della storia. E mentre piangevo per la morte di Emilio, piangevo anche per questa lettura troppo eroica e spietata. Perché vedevo nel presente prepararsi una rottura della storia fatale, quella terza guerra mondiale a pezzi che avrebbe riportato il pianeta alla brutalità del mondo di Conan per ritornare sempre, inevitabilmente, allo stesso orribile ballo del massacro. Avrei voluto che Emilio ci avesse portati verso un’altra storia, in quel luogo, del femminile?, dove l’altro – classi, etnie, generi – avrebbero trovato lo spazio dell’accoglienza senza essere rapaci. Un altro inizio, non la ripetizione di un conflitto che si nutre di sangue e carne umana e chi vince prende il potere sino a che qualcuno non lo scalzerà con lo stesso metodo.
Nel sistema mondo attuale gli imperi si combattono con tutti i mezzi possibili. Il nuovo salto tecnologico non ha più bisogno di corpi che lavorano, e tra poco non avrà più bisogno neanche di corpi che consumano, la moltitudine degli oggetti ci sta soffocando, il mercato è saturo di merce che non si distrugge così in fretta come i grandi produttori vorrebbero. Il nuovo orizzonte del capitale è ormai un altro, è l’economia di guerra; le armi sono il miglior prodotto del futuro, sono fatte per distruggersi e, già che ci sono, servono anche a sfoltire un po’ di eccedenze umane. Altro che target della produzione, ormai siamo target e basta. Mi chiedevo, Emilio caro, se fosse possibile cambiare mentalità, che me ne faccio di un nuovo soggetto rivoluzionario se mette in scena lo stesso ciclo di insubordinazione potere e morte?
In contesti di implosione della civiltà come quelli che stiamo vivendo, in cui più potenze imperiali si contendono il dominio del pianeta, Emilio propone di cercare il soggetto rivoluzionario barbarico, il più irriducibile, il più adatto alla sopravvivenza in quelle “nazioni”, con o senza stato, che delle civiltà se ne fottono perché le conoscono come nemiche spietate; e poiché hanno sofferto non temono la calamità, la tortura e la morte, sono pronti ad affrontarla e anche a restituirla, con uguale noncuranza. Una forza virile, che, in caso di necessità, sappia agire senza curarsi troppo del bon ton.
Un discorso che oggi non mi basta più.
Mi persuade di più la scienza della rivoluzione delle donne curde che hanno attinto al pensiero occidentale e lo hanno coniugato con la loro realtà e le loro storie, che sono partite da sé per capire cosa pensavano, scardinando le categorie dell’occidente, anche quelle che riconoscono la classe; la loro vitalità è genuina, non emigrata in occidente, e si sono dimostrate capaci di resistere e di sottoporre il loro agire al vaglio della critica e, insieme, sperimentare diversità ed accoglienza. Ho amato il barbaro che era in tutti noi, adesso però è ora di cambiare racconto. Puntare tutto su quelle nazioni non prive di cultura, ma con l’attitudine a sapersi muovere nella struttura più basilare della storia, nelle sue dinamiche biologiche più essenziali e crude, perché è così che si vince, perché questo è la storia e non bisogna dimenticarlo, non mi basta. La filosofia della forza rispetto all’etica è fortemente relativista, tutto è lecito per sopravvivere e sconfiggere il nemico. E mettiamo che vinciamo, poi cosa succede? Diventiamo tutti innocenti ed eleggiamo il Migliore, magari uno Stalin che a forza di forza si è corrotto il cervello e dismesso il cuore.
Non nego che questa idea della forza appartenga anche a me, ma ho ragionato sulla filosofia della forza e sul mito dell’eroe e non ne voglio sentir parlare, anche e soprattutto se si tratta di eroine.
Quello che negli anni Settanta mi colpiva di Emilio, era la sua vitalità, aveva necessità di azione, lo proclamava con tutto il corpo che non riusciva mai a stare fermo. Era bello, esile e atletico anche se aveva quella buffa camminata da paperotto. Girava in divisa da “moscardino” del Novecento: jeans, camicia bianca e un fazzoletto azzurro legato al collo, da seduzione istantanea. Era audace e innocente e la sua linea di condotta era essenziale: coraggio, audacia, lealtà verso gli amici e inimicizia totale per i nemici. Poi, quando in quel deserto di speranza e di eroina che sono stati gli anni ottanta, dopo una sconfitta che sembrava definitiva, hai messo fra te e il mondo chili e chili di muscoli, trasformando un corpo perfetto in un ammasso di carne guizzante; hai fatto esibizioni di body building, hai studiato, sei diventato uno strano intellettuale con il corpo e la faccia del camallo, dello scaricatore di porto che pure avevi fatto, hai praticato la lotta in palestre popolari e hai scritto tutti quei libri perfettamente coerenti alla tua visione dell’ortodossia marxista-leninista sino a quest’ultimo in cui la filosofia della forza riesce a trovare il suo interprete, e Lenin diventa l’uomo di Kamo. Perché, e in questo mi commuovi, è dal popolo, dagli ultimi non arresi, da una giovinezza che ha origini in mondi non contaminati dalla mollezza della borghesia che può nascere e operare il nuovo soggetto rivoluzionario; è in quel crogiolo di violenza e gioventù che sono le banlieue, le periferie delle metropoli e del mondo, che nasce il partito dell’insurrezione. Una bellissima epopea del riscatto, ma non basta guardare oltre l’Occidente per non fare della metodologia occidentale.
Guardo il Chiapas e il Movimento delle donne curde e ascolto altri linguaggi, credo più autentici. L’occidente parla di guerra nucleare, la geopolitica la fanno a colpi di ricatti e furbizie da mercato del bestiame, un tanto al chilo. In Kurdistan o in Chiapas la resistenza si fa autodifesa, i soviet si chiamano comunalità, la dialettica si esprime nel cerchio paritario e non nella gerarchia del partito e quando in Chiapas si salutano si chiedono: “Come sta il tuo cuore”. Sarà perché sono una donna ma sono stufa di dare figlie e figli alla patria e nipoti alle galere per ritrovarmi nello stesso mondo delle merci, delle gerarchie, del virilismo. Ci vuole un altro genere di audacia in grado di scardinare le complicità alla sopraffazione che nutriamo dentro di noi. A cominciare da quella originaria, l’oppressione della donna da cui discende ogni altra forma di sopraffazione.
Non cambieremo nulla se non riusciamo a saldare la forza con la cooperazione, incanalare la rabbia dentro una strategia innovativa, concentrare gli sforzi su un paradigma che non contempli la presa del palazzo d’inverno e del potere ma condivisione e accoglienza. In questo nostro occidente individualista, prepotente ed egoista, assuefatto alla sopraffazione e ai cortigiani, forse, avremmo bisogno di una autocoscienza collettiva che ci permetta di mettere sul tavolo le complicità di tutti/tutte e di ciascuno alla propria e altrui oppressione, e quell’idea della forza, o meglio della prepotenza, come unica possibile soluzione dei conflitti. Dobbiamo meticciarci senza paura di perdere le nostre misere identità, vomitare i rancori e lasciar contagiare i nostri sogni da quelli degli altri per andare incontro ad avventure ancora impensate. Sempre che non sia già troppo tardi.
Adesso però, adesso che è passato più di un anno, e non sono più incazzata con me stessa per non aver impedito che ti rimandassero indietro dall’Ospedale Galliera perché il medico non aveva tempo per salvarti la vita, mi rendo conto che io per prima ho ceduto al vizio della politica, come se fosse la sola lingua con la quale eravamo in grado di comunicare, quella degli affetti era consegnata allo spazio dei gesti.
Adesso, posso ricordare che, allora, nei favolosi anni settanta, ridevamo spesso.
Adesso, che se ne andato anche l’ultimo di una numerosa famiglia inventata che si è persa per morte, per malinconia, per abbandono, per troppo dolore e, forse, per voglia di oblio penso che raccontare dal di dentro una epopea che forse non è mai esistita ma che comunque è difficile da dimenticare e ricordare con lucidità, non è semplice. Vince sempre la retorica, in positivo o in negativo. La realtà non c’è più e forse, non c’era neanche allora, ma ricostruire la Storia degli sconfitti fa sempre molta commozione.
Ricordo però bene che gli avevo chiesto se avesse scritto l’Altro bolscevismo, per proiettarsi nel futuro senza tradirlo. “Si”, aveva risposto, ” gli strumenti teorici consentono di affrontare l’avvenire”. E la corazza che hai indossato a cosa serve? “La corazza, doveva essere un corazzamento per prendere le distanze dagli stili di vita del movimento, la birra sempre in mano, il cazzeggiare… Non a caso sono finito nei SìCobas, per traghettare al futuro con rigore, con un tratto etico. C’è anche la provocazione, perché in qualche modo si possa ancora giocare l’ultimo gioco e… fanculo a chi non lo capisce”.
Ciao Emilio
Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02515-3
Numerous studies have shown that separating childhood jabs will delay protection and increase costs for families.
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Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02463-y
Airborne camera gathers data about the high-energy particles emanating from the core of our Galaxy.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02461-0
A mixture of proteins in snake blood can prevent the death of mice injected with an otherwise lethal dose of venom.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02515-3
Numerous studies have shown that separating childhood jabs will delay protection and increase costs for families.

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Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02496-3
High sea surface temperatures are expected to weaken ocean carbon sinks and damage coral reefs.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02463-y
Airborne camera gathers data about the high-energy particles emanating from the core of our Galaxy.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02461-0
A mixture of proteins in snake blood can prevent the death of mice injected with an otherwise lethal dose of venom.
Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02496-3
High sea surface temperatures are expected to weaken ocean carbon sinks and damage coral reefs.
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Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10773-4
Reply to: Pre-clinical data interpretation requires clinical contextNature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10774-3
Pre-clinical data interpretation requires clinical contextNature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10787-y
Dataset artefacts can partially drive the measured decline in disruptionNature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10788-x
Reply to: Dataset artefacts can partially drive the measured decline in disruptionNature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10805-z
A framework comprising four dimensions—autonomy, efficacy, goal complexity and generality—is proposed for characterizing AI agents, supporting the construction of agentic profiles for the effective governance of different AI agents.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10909-6
Engineered probiotics equipped with a synthetic glucose-responsive circuit transiently colonize the gut and secrete therapeutic factors when glucose levels increase, enabling safe, oral, sense-and-respond control of diabetes in mouse and primate models.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10916-7
RGP lineage tracing in stem-cell-derived organoids shows highly plastic proliferation and reduced clonal neuronal diversity, indicating that missing non-cell-autonomous niche cues are essential for faithful temporal control of cortical lineage progression.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10756-5
The Review describes shared ancient, conserved mechanisms between human antiviral immunity and bacterial anti-phage systems, outlining universal principles of pathogen sensing, signalling and effector function that reveal common rules governing host–virus interactions across life.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10888-8
Tracing cascading continental-scale medieval megafloods across Europe indicates that current flood management is unprepared for such sequences, highlighting the urgent need for proactive flood risk management strategies that account for unusual series of extreme flood events.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10886-w
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Observations of an unusual cosmic-dawn source illuminate how early supermassive black holes may have grown rapidly in a gas-enshrouded state; such enshrouded black holes may lie at the heart of the 'little red dots'.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10905-w
Global photovoltaic waste will reach 297–402 million tonnes by 2060, and regionally adapted recycling strategies and international cooperation will be needed to provide equitable and scalable PV waste circularity.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10889-7
A new chemistry-based super-resolution imaging framework is described, enabling 3D, laser-free, highly sensitive and ultralong-term imaging of live cells which overcomes the limitations in spatiotemporal resolution associated with reaction-based imaging methods.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10891-z
By engineering the statistics of light at the micrometre scale using phase-only spatial light modulators, both the state and degree of polarization become spatially programmable, enabling direct encoding of information in a high-dimensional space.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10896-8
Behaviour of human participants in a prey-pursuit task reflects dynamic blending of goal-specific control policies, with hippocampus estimating latent states, anterior cingulate cortex orchestrating policy switches and orbitofrontal cortex supplying value-based contextualization rather than driving continuous policy updating.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10903-y
Cryo-electron microscopy structures show how IS621 bridge recombinase mediates DNA excision, explaining its natural preference for insertion and informing the design of programmable bridge-editing technologies.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10870-4
Substantial intraspecific variation, together with species turnover, drives coordinated shifts in drought resistance such as increased embolism resistance and wider stomatal safety margins in drier forests.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10724-z
Shocks in the eastern outskirts of the Helix Nebula, detected in Hα emission with the MOTHRA telescope, provide evidence for the recycling of fragmented stellar ejecta into the surrounding gas.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10922-9
The maternal gut microbiome is a predictor of infant eczema.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10878-w
Deep Hubble Space Telescope imaging of the ultra-diffuse galaxy UGC 9050-Dw1 reveals an extragalactic globular cluster stream, with analysis and modelling probing the rich dark matter content of the host galaxy.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10880-2
An analysis of the relationships between aboveground biomass and various climatic factors in three major regions of tropical forest shows that understanding the complex interactions between climate, topography and soils is crucial to predict how climate change will affect carbon storage capacity.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10857-1
A high-quality, pristine monolayer cuprate superconductor with a single CuO2 plane is fabricated and used to identify two quantum critical phenomena emerging between the Mott insulating phase and the superconducting phase.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10906-9
An in vivo model that is able to recover human T cells from solid tumours can identify targets to help improve CAR T cell antitumour activity.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10925-6
Potential predictive biomarkers of perioperative nivolumab therapy benefit in non-small cell lung cancer are identified from evaluable participants in the CheckMate 77T trial.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02395-7
In the natural world, an animal can blend strategies so it can advance towards several goals at the same time. An engineering approach called control theory was used to infer people’s goals while they played a simple video game, and showed how three brain regions work together to implement goal blending.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02473-w
Electrical stimulation of the human brain is a promising strategy for slowing cognitive decline. The discovery of cell-type-specific gene programs that are induced in tandem with the activity of networks of neurons in the temporal cortex when it is stimulated could inform the development of therapeutic approaches using stimulation.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02478-5
A photonic time crystal is an optical system of which properties such as its refractive index are modulated strongly and rapidly over time. One has now been obtained all-optically by delivering an intense terahertz light wave onto a material with a specialized microstructure that hosts collective waves of electrons known as plasmons.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02292-z
Different tropical tree species can vary in their ability to withstand drought — and so too, it seems, can distinct populations of the same tree species.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02290-1
Dust can tint the cosmos red, but a compact astronomical object is coloured by turbulent gas around a black hole.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02159-3
Deep imaging of ionized gas in the Helix Nebula uncovers many curved shock waves around a dying Sun-like star. These ‘bow shocks’ are produced when ejected shells of stellar material break up and race outwards. Their changing shapes imply that the shell fragments are being stripped, shredded and mixed into interstellar gas over roughly 10,000 years.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02291-0
Ecologists have long wondered why some tropical forests store more carbon than others. A global satellite survey offers an explanation.

© Cydni Elledge for The New York Times

“Nella scheda dedicata alla Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – afferma Palagi – tra gli ‘elementi di attenzione’, si legge che l’aumento dei costi di produzione ‘comprime l’Ebitda e non consente accantonamenti per i rinnovi contrattuali del personale’. E’ polemica a distanza sulle risorse per i rinnovi contrattuali del personale del Maggio Musicale tra il consigliere di Spc Dmitrij Palagi e Palazzo Vecchio dopo la relazione sui bilanci di esercizi 2025 pubblicata dalla direzione Società partecipate del Comune di Firenze.
“Sono cose che abbiamo sempre detto – denuncia Palagi- e sono per noi confermate dal socio fondatore, nel documento con cui dichiara al Consiglio comunale la coerenza delle partecipate con gli indirizzi ricevuti”. Nella nota il capogruppo di Spc sottolinea come “l’organico cresce di 27,38 unità equivalenti, ma l’80% della crescita è lavoro a termine: il personale stabile aumenta dell’1,7%, quello a tempo determinato del 30,6%” e il fatto che il contributo comunale sia “fermo a 4.500.000 euro dal 2021: con l’inflazione ci risulta aver perso il 14,8% del proprio valore reale, circa 666.000 euro”.
Per l’assessore alle partecipate Giovanni Bettarini sui rinnovi contrattuali “è necessario dire le cose come stanno. Il tema delle risorse riguarda l’intero sistema delle Fondazioni lirico-sinfoniche italiane e non può essere scaricato su una singola Fondazione. Le risorse necessarie devono essere messe a disposizione dal ministero della Cultura. Il Comune di Firenze non si è sottratto e non si sottrae alle proprie responsabilità. Ha sostenuto concretamente il risanamento del Maggio e continua a garantire alla Fondazione un contributo significativo. Le scelte di bilancio vanno lette nella loro interezza e tenendo conto degli obblighi e degli equilibri complessivi dell’ente”. Secondo l’assessore “siamo ormai alla strumentalizzazione sistematica di qualsiasi documento amministrativo” e “stupisce che il consigliere Palagi scelga ancora una volta di trasformare una normale attività di analisi e monitoraggio della pubblica amministrazione in una narrazione allarmistica”.


© Gemma Miralda/Associated Press

Si riaccende il dibattito sulle politiche migratorie in Europa dopo la crisi di Ceuta, di cui si teme una recrudescenza a Ferragosto: giorno peraltro del primo anniversario dell’incontro di Anchorage tra Vladimir Putin e Donald Trump. Ne parliamo con Francesco Carraro e Gianluca Savoini
L'articolo Ceuta e Anchorage: i fantasmi di Ferragosto – Dietro il Sipario – Talk show proviene da Visione TV.
Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10994-7
Lead carboxylates passivation for meter-scale perovskite solar modulesNature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02521-5
Genetically modified bacteria lower high blood-sugar in animal trials — plus, how to watch a solar eclipse safely.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10773-4
Reply to: Pre-clinical data interpretation requires clinical contextNature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10774-3
Pre-clinical data interpretation requires clinical contextNature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10787-y
Dataset artefacts can partially drive the measured decline in disruptionNature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10788-x
Reply to: Dataset artefacts can partially drive the measured decline in disruptionNature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10805-z
A framework comprising four dimensions—autonomy, efficacy, goal complexity and generality—is proposed for characterizing AI agents, supporting the construction of agentic profiles for the effective governance of different AI agents.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10909-6
Engineered probiotics equipped with a synthetic glucose-responsive circuit transiently colonize the gut and secrete therapeutic factors when glucose levels increase, enabling safe, oral, sense-and-respond control of diabetes in mouse and primate models.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10916-7
RGP lineage tracing in stem-cell-derived organoids shows highly plastic proliferation and reduced clonal neuronal diversity, indicating that missing non-cell-autonomous niche cues are essential for faithful temporal control of cortical lineage progression.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10756-5
The Review describes shared ancient, conserved mechanisms between human antiviral immunity and bacterial anti-phage systems, outlining universal principles of pathogen sensing, signalling and effector function that reveal common rules governing host–virus interactions across life.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10888-8
Tracing cascading continental-scale medieval megafloods across Europe indicates that current flood management is unprepared for such sequences, highlighting the urgent need for proactive flood risk management strategies that account for unusual series of extreme flood events.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10886-w
CDK4/6 inhibition redirects Rb chromatin occupancy to activate oestrogen-responsive genes, counteracting its own ability to maintain therapeutic cell-cycle arrest.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10907-8
Expression of Meis2 in hippocampal parvalbumin-expressing interneurons in an adult mouse model of neurodevelopmental disorders rescues experience-dependent plasticity, improves memory and network function and suppresses seizures.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10846-4
Observations of an unusual cosmic-dawn source illuminate how early supermassive black holes may have grown rapidly in a gas-enshrouded state; such enshrouded black holes may lie at the heart of the 'little red dots'.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10905-w
Global photovoltaic waste will reach 297–402 million tonnes by 2060, and regionally adapted recycling strategies and international cooperation will be needed to provide equitable and scalable PV waste circularity.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10889-7
A new chemistry-based super-resolution imaging framework is described, enabling 3D, laser-free, highly sensitive and ultralong-term imaging of live cells which overcomes the limitations in spatiotemporal resolution associated with reaction-based imaging methods.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10891-z
By engineering the statistics of light at the micrometre scale using phase-only spatial light modulators, both the state and degree of polarization become spatially programmable, enabling direct encoding of information in a high-dimensional space.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10896-8
Behaviour of human participants in a prey-pursuit task reflects dynamic blending of goal-specific control policies, with hippocampus estimating latent states, anterior cingulate cortex orchestrating policy switches and orbitofrontal cortex supplying value-based contextualization rather than driving continuous policy updating.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10903-y
Cryo-electron microscopy structures show how IS621 bridge recombinase mediates DNA excision, explaining its natural preference for insertion and informing the design of programmable bridge-editing technologies.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10870-4
Substantial intraspecific variation, together with species turnover, drives coordinated shifts in drought resistance such as increased embolism resistance and wider stomatal safety margins in drier forests.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10724-z
Shocks in the eastern outskirts of the Helix Nebula, detected in Hα emission with the MOTHRA telescope, provide evidence for the recycling of fragmented stellar ejecta into the surrounding gas.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10922-9
The maternal gut microbiome is a predictor of infant eczema.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10878-w
Deep Hubble Space Telescope imaging of the ultra-diffuse galaxy UGC 9050-Dw1 reveals an extragalactic globular cluster stream, with analysis and modelling probing the rich dark matter content of the host galaxy.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10880-2
An analysis of the relationships between aboveground biomass and various climatic factors in three major regions of tropical forest shows that understanding the complex interactions between climate, topography and soils is crucial to predict how climate change will affect carbon storage capacity.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10857-1
A high-quality, pristine monolayer cuprate superconductor with a single CuO2 plane is fabricated and used to identify two quantum critical phenomena emerging between the Mott insulating phase and the superconducting phase.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10906-9
An in vivo model that is able to recover human T cells from solid tumours can identify targets to help improve CAR T cell antitumour activity.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10925-6
Potential predictive biomarkers of perioperative nivolumab therapy benefit in non-small cell lung cancer are identified from evaluable participants in the CheckMate 77T trial.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02395-7
In the natural world, an animal can blend strategies so it can advance towards several goals at the same time. An engineering approach called control theory was used to infer people’s goals while they played a simple video game, and showed how three brain regions work together to implement goal blending.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02473-w
Electrical stimulation of the human brain is a promising strategy for slowing cognitive decline. The discovery of cell-type-specific gene programs that are induced in tandem with the activity of networks of neurons in the temporal cortex when it is stimulated could inform the development of therapeutic approaches using stimulation.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02478-5
A photonic time crystal is an optical system of which properties such as its refractive index are modulated strongly and rapidly over time. One has now been obtained all-optically by delivering an intense terahertz light wave onto a material with a specialized microstructure that hosts collective waves of electrons known as plasmons.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02292-z
Different tropical tree species can vary in their ability to withstand drought — and so too, it seems, can distinct populations of the same tree species.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02290-1
Dust can tint the cosmos red, but a compact astronomical object is coloured by turbulent gas around a black hole.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02159-3
Deep imaging of ionized gas in the Helix Nebula uncovers many curved shock waves around a dying Sun-like star. These ‘bow shocks’ are produced when ejected shells of stellar material break up and race outwards. Their changing shapes imply that the shell fragments are being stripped, shredded and mixed into interstellar gas over roughly 10,000 years.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02291-0
Ecologists have long wondered why some tropical forests store more carbon than others. A global satellite survey offers an explanation.










© Finbarr O'Reilly for The New York Times


© Delil Souleiman/Agence France-Presse — Getty Images
Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10994-7
Lead carboxylates passivation for meter-scale perovskite solar modulesNature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02521-5
Genetically modified bacteria lower high blood-sugar in animal trials — plus, how to watch a solar eclipse safely.
© Vincent Jannink/Agence France-Presse — Getty Images

“Che il clima stia cambiando lo vediamo tutti, basta guardare le nostre estati. Io penso che la strada non sia spaventare la gente o punire chi già fatica ad arrivare a fine mese agitando un ambientalismo ideologico, sganciato dalla realtà. La strada deve essere pragmatica: investire in tecnologia, nella prevenzione del dissesto, in acqua ed energia pulita prodotta anche in casa nostra. L’ecologia vera non è contro il lavoro e le famiglie: l’ecologia vera li mette insieme. E su questo, l’Italia può insegnare, non solo imparare”. Lo dice la premier Giorgia Meloni in un’intervista a Chi in edicola questa settimana.
The post MELONI, CLIMA CAMBIA: “INVESTIRE IN TECNOLOGIA SENZA SPAVENTARE” appeared first on nelcuore.org.

En réponse à Raymond B.
Ce qui s’en rapproche le plus selon moi est https://opencollective.com/


Nuova puntata del podcast di Marco's Box, questa volta dedicata a commentare le principali notizie dal mondo di linux e del software libero e open source.
L'articolo Il podcast di Marco’s Box #221 – ChatGPT sbarca su Linux proviene da Marco's Box.

Sul Ponte da Verrazzano saranno necessari “interventi mirati”, perché le criticità emerse dalla super perizia “sono limitate”. Interventi che potrebbero partire già a settembre, per una durata di sette mesi, con chiusura al traffico. Il costo dell’intervento è di sette milioni.
Gli esiti della verifica di affidabilità di livello 4 per il Ponte (il grado più elevato e rigoroso per valutare la sicurezza strutturale, sismica e statica dei ponti e viadotti), sono stati presentati oggi dalla sindaca Sara Funaro e dall’assessore alla tramvia Andrea Giorgio.
La campagna di analisi sul ponte da Verrazzano ha riguardato i controlli su cavi e tiranti (110 saggi sui cavi di precompressione, 124 radiografie per verificare stato e continuità, 62 videoendoscopie sui cavi) e la diagnostica del calcestruzzo (41 indagini georadar, 28 tomografie ultrasoniche e 22 carote e prove materiali per conferme in laboratorio).
“Dalle analisi è emerso un quadro che è molto più rassicurante rispetto anche a tutta una serie di cose che si sentivano dire, il ponte doveva essere completamente buttato giù, che doveva essere rifatto, che la parte centrale doveva essere demolita”, ha commentato Funaro.
Alcune lavorazioni potrebbero partire già a settembre, con le prime demolizioni funzionali e la conseguente chiusura del ponte, con l’alternativa del ponte Nencioni per il passaggio dell’Arno. “Abbiamo scelto di fare tutte le analisi approfondite dopo che il ponte Nencioni era già aperto al traffico. Questo è un elemento importante perché non potevamo permetterci assolutamente di avere due ponti chiusi, senza passaggi per i cittadini”, aggiunge la sindaca, ricordando che da ottobre sul ponte Nencioni sarà aperta anche la terza corsia. L’intervento sul ponte da Verrazzano, ha sottolineato ancora la sindaca “va di pari passo con il resto dei lavori che stiamo facendo per la tramvia, rientrando nei tempi complessivi, sia di tutta la parte dei collaudi, sia della parte della messa in esercizio.
Il quadro che emerge dalla Val 4, affidata dall’amministrazione comunale al professor Giacomo Morano dell’Università di Firenze, è articolato. Il ponte, realizzato tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, è stato spiegato, presenta uno stato di conservazione generale accettabile con criticità localizzate anche dovute al degrado fisiologico di un’opera realizzata oltre 50 anni fa.
La buona qualità dei materiali, in particolare dei calcestruzzi dell’impalcato, e la buona esecuzione delle iniezioni delle guaine dei cavi di precompressione hanno limitato il degrado rispetto a quanto spesso si osserva in opere realizzate nello stesso periodo. Tra gli elementi meglio conservati ci sono le pile e le spalle; alcune criticità importanti sono state riscontrate sui tiranti delle spalle, sui cavi di precompressione in soletta e sulle armature a taglio delle travi esterne. Nel cassone esterno della campata centrale è stata riscontrato un allagamento da acque meteoriche dovuto all’inefficienza del sistema di smaltimento ma senza danni significativi.
“Lo scenario che emerge dalla relazione è complesso ma ci permette di confermare l’obiettivo di avviare l’esercizio della linea tranviaria per Bagno a Ripoli per l’estate 2027 – dice l’assessore Giorgio – Il risultato della verifica, infatti, conferma l’ipotesi sostanzialmente già definita nel progetto iniziale, aggiungendo alcune lavorazioni sulla base dei dati più recenti possibili. Oggi abbiamo uno scenario frutto di un’analisi dettagliatissima del ponte, con centinaia di prove effettuate, con tempi di intervento e costi definiti in un range affidabile, e questo ci permetterà di far partire i lavori il prima possibile, con una progettazione per stralci per ridurre ulteriormente i tempi. Questi lavori avverranno durante le ultime fasi dei cantieri della linea, che procedono spediti e saranno conclusi entro la fine dell’anno, e dei collaudi per la messa in esercizio”

Si chiamerà ‘Coesistere’ la Festa de l’Unità regionale del Pd della Toscana, in programma a Grosseto dal 28 agosto al 6 settembre 2026.”Un titolo scelto non a caso – spiega in una nota Emiliano Fossi, segretario Pd Toscana – . Coesistere significa riconoscere che le differenze fanno parte della società nella quale viviamo e che la sfida della politica non è cancellarle, ma creare le condizioni perché possano abitare uno spazio comune. Significa tenere insieme generazioni, territori, esperienze, bisogni e aspirazioni diverse, costruendo risposte capaci di misurarsi con una società sempre più complessa”. La Festa regionale sarà anche il punto di partenza di un percorso che porterà verso le prossime elezioni amministrative.
“Il Partito democratico regionale – aggiunge Fossi – metterà in campo tutto il proprio peso politico e organizzativo per arrivare a questi appuntamenti con una forza rinnovata, radicata nei territori e capace di costruire proposte concrete. Da Grosseto vogliamo dare nuovo impulso a un percorso di ascolto, confronto e partecipazione che portiamo avanti da tempo, coinvolgendo amministratori, iscritti, associazioni, realtà sociali, cittadine e cittadini. Un percorso che attraversi tutta la Toscana, capace di partire dalle specificità dei territori, dai loro bisogni e dalle loro aspirazioni, per costruire insieme risposte concrete e una visione comune del futuro”. Il segretario regionale spiega che durante i dieci giorni della Festa saranno protagonisti la politica, la cultura, il confronto e la socialità, con appuntamenti dedicati ai principali temi che riguardano la nostra regione e il Paese: dal lavoro alla sanità, dalla scuola alla casa, dallo sviluppo sostenibile ai servizi e alle trasformazioni economiche e sociali.



© Juan Barreto/Agence France-Presse — Getty Images


Dal 13 al 15 agosto 2026 la Monterey Car Week tornerà a essere uno degli appuntamenti più importanti del calendario internazionale e, come da tradizione, l’asta di RM Sotheby’s si annuncia come uno dei suoi momenti clou. Il catalogo riunisce vetture che coprono oltre un secolo di storia dell’automobile, dalle pionieristiche Mercedes dei primi del Novecento fino alle supercar degli anni Settanta, con una concentrazione di rarità che ricorda più un museo che una vendita all’incanto.
La McLaren F1 GTR di Nick Mason
Tra i 199 lotti il pezzo da novanta è una McLaren F1 GTR del 1996, nota anche come la "F1 Pop Art" per la livrea rosso e giallo. Oltre al valore intrinseco e alla storia assolutamente interessante legata alla nascita e ai trascorsi sportivi c'è un'altra particolarità che la rende unica: la vettura è appartenuta alla leggenda del rock Nick Mason, batterista dei Pink Floyd e appassionato collezionista di auto. La stima è stellare: supera i 35 milioni di dollari.
Aston Martin e Talbot-Lago
Un altro modello per cui i collezionisti saranno pronti a battersi a colpi di rilanci è una Aston Martin DB4 GT Zagato del 1962 (stimata tra 12 e 15 milioni di dollari), una delle sole 19 costruite. L’esemplare proposto da RM Sotheby’s vanta motore matching numbers, un passato agonistico in Australia e numerosi riconoscimenti nei principali concorsi d’eleganza internazionali. Accanto alla britannica trova posto un altro capolavoro di stile: una Talbot-Lago T150-C SS Teardrop Coupé by Figoni et Falaschi del 1938 (7-8 milioni ), considerata una delle più celebri espressioni dell’aerodinamica francese anteguerra.
Maranello in tripla veste
Maranello sarà rappresentata da tre vetture molto diverse tra loro. Una Ferrari 275 GTB Alloy by Scaglietti del 1966 (2,5-3 milioni) incarna la tradizione delle granturismo degli anni Sessanta, mentre una 512 BB/LM del 1979 (2-3,5 milioni) richiama il mondo delle competizioni endurance. Completa il trio una Dino 246 GTS Scaglietti del 1972 (450-550 mila dollari), una delle sportive italiane più amate di sempre.
Tra eleganza e ingegneria
A impreziosire ulteriormente il catalogo della Monterey Car Week 2026 ci sono anche alcune delle più raffinate espressioni della produzione europea del dopoguerra. Tra queste spicca la Lancia Aurelia B24S Convertible by Pinin Farina del 1958 (225-300 mila dollari), una delle cabriolet italiane più eleganti del suo tempo, simbolo dell’incontro tra tecnica e stile firmato Pinin Farina. A rappresentare la scuola delle sportive torinesi arriva invece la Fiat 8V Coupé by Vignale del 1953 (0,75-1 milione), raro esempio della “Otto Vu” con carrozzeria Vignale, tra le più ricercate dai collezionisti. Chiude il trio la 1966 Porsche 911 Coupé (250.000-300.000 dollari), proposta nelle prime serie e tra le più significative evoluzioni della sportiva tedesca, destinata a diventare un punto di riferimento nella storia dell’automobile.
Dalla Miura alla Gullwing
Tra le altre protagoniste figurano una Lamborghini Miura P400 Bertone del 1967 (1,9-2,8 milioni di euro), considerata da molti la prima supercar moderna, e una Mercedes-Benz 300 SL Gullwing del 1955 (1,8-2,2 milioni). Per la Casa della Stella ci sarà anche una rarissima Mercedes Simplex 40 HP Rear-Entrance Tonneau del 1904 (5-6 milioni), testimonianza degli albori dell’automobile.
Le altre meraviglie
Il catalogo comprende inoltre una Bugatti Type 57SC Atalante del 1937 (4,5-6 milioni di euro), tra le Bugatti più desiderate dai collezionisti, una Duesenberg Model JN Convertible Coupé del 1935 (5,75-8 milioni) e una Chevrolet Corvette L88 Red/Nart Le Mans del 1968 (0,9-1,1 milioni di euro). Un insieme che conferma ancora una volta Monterey come il palcoscenico privilegiato per le automobili più importanti del mondo. L'elenco completo dei lotti all'asta può essere consultato sul sito ufficiale di RM Sotheby's.


















Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02408-5
Out of place.En réponse à Tukan.
> Est-ce que j’ai bien compris qu’il s’agit d’un service en ligne (SaaS, dans le « cloud ») ?
Oui
> Et qui, pour le moment, a récolté environ 250 000 euros ?
344 000€ même, à ce jour : https://rejoindre.lasuite.coop/
> Je crois me souvenir qu’à l’époque, Framasoft avait dit quelque chose plus ou moins comme « en tant que fournisseur de services on devient trop gros, et par nature ce n’est pas quelque chose qui va dans le sens de ce que nous défendons. Alors on limite l’accès à nos services, emparez vous des outils et formez vos fournisseurs de services locaux. »
Ce qui a donné un essaimage d’alternatives crédibles aux GAFAM, plus décentralisés.
C’est tout à fait ce qu’on avait dit.
> Et là on reviendrait à une forme de centralisation à grande échelle (avec du logiciel libre) ? Je ne suis pas certain d’avoir bien compris si c’est le cas, mais je ne trouve pas d’information disant le contraire.
Alors « centralisation à grande échelle », non.
Avec 350K€, ça ne permet quand même pas de recentraliser.
Ca permet d’accueillir quelques dizaines ou centaines de milliers de personnes, mais pas vraiment plus à ce stade.
Pour rappel, Framasoft est, de loin, le plus gros CHATONS (cf. https://framablog.org/2025/12/23/framasoft-en-chiffres-edition-2025/ ) avec plus de 2 à 2,5 millions d’users par mois.
> Je me demande également quel impact ça peut avoir dans la dynamique (qui me semble saine) des CHATONS. La décentralisation des CHATONS permet une réelle coopération, même si informelle.
Bon, je vais pas me faire des copaines, mais je ne suis pas là pour ça.
En tant que « papa » (fondateur) des CHATONS, je vais me permettre d’être critique. Pour moi, le collectif s’est beaucoup axé ces dernières années sur ses « conditions d’existence ». En dehors de la (très bonne) initiative « Démailnagement » qui implique moins de 10 % des chatons, il ne s’est – à mon sens, j’insiste – pas passé grand chose ces 3 ou 4 dernières années. Ca vivote bien, mais ça vivote.
La dernière fois que j’ai parlé de croissance en camp CHATONS, on m’a gentiment (enfin, pas si gentiment que ça) envoyé boulé en me disant que la croissance ne devait pas faire partie des objectifs (ce qui est un point de vue tout à fait défendable/valable, même si ça n’est pas le mien).
Mon objectif, et c’est la même chose avec les copaines de LaSuite.coop, ça reste de prendre des parts de marché aux GAFAM. Tout utilisateur qui n’utilise pas GMail ou Office 365 est une victoire en soi. Et, toujours selon moi, un objectif en soi.
> Je me demande enfin comment un nouvel acteur, centralisé et doté de relativement beaucoup de moyens financiers par rapport aux CHATONS (on parle au moins d’aller jusqu’au million d’euros), va faire en sorte de se faire une place raisonnable dans le panorama, sans devenir un concurrent, voire écraser des acteurs plus sobres mais néanmoins très pertinents.
C’est vrai, mais c’est encore une fois une question d’objectif : est-ce qu’on veut être un acteur pertinent avec 100 ou 1000 utilisateurs ? ou est-ce qu’on veut proposer une alternative crédible pour 2 ou 5 millions d’utilisateurs ?
J’ai cru que le nombre des chatons feraient leur force (100 structures à 1000 users, c’est cool. Mais 1000 structures à 1000 personnes, c’est encore mieux !).
Sauf que le nombre stagne un peu depuis qq années.
On a toujours 4 à 10 nouveaux chatons par an, mais dans les faits, on a autant, si ce n’est plus de « départs » (parce que #LaVie )
Bref, il y a 5 ou 6 « matous » dans le collectif, c’est à dire des structures à + de 500 000 users par mois. Et donc, personnellement, voir une structure comme lasuite.coop en ajouter une à terme, je m’en réjouis :)

Dopo una disponibilità limitata a macOS e Windows, OpenAI ha reso disponibile la prima versione preview dell'app desktop di ChatGPT per Linux.
L'articolo OpenAI rilascia l’app desktop ufficiale di ChatGPT per Linux con integrazione Codex proviene da Marco's Box.

En réponse à Raphaël,Roux.
C’est (malheureusement) assez proche d’un service « professionnel » (voir, par exemple, ce que propose https://datacampus.fr/nextcloud ).
La difficulté, c’est que pour baisser les prix, il faut faire beaucoup de volume. Or, LaSuite.coop lance la sienne. Avec quelques centaines/milliers d’utilisateurs, c’est compliqué d’avoir des prix faibles sans prendre de gros risques.
Si tu as plusieurs dizaines/centaines de milliers d’utilisateurs, ça permet d’avoir des prix bien plus bas (exemple : https://www.leviia.com/offres-leviia-next/ à 8€HT/user/mois. Pour une asso de 20 personnes, ça fait quand même 2 304€ TTC par an ( !). Ce qui se rapproche quand même du prix annuel de ls.coop
Bref, ce qui coûte cher, c’est l’humain…
A Framasoft, on a fait un choix drastiquement différent. On voulait offrir, pour des raisons politiques, du Nextcloud aux petites associations (50 comptes max, 50Go a partager). On a chercher le moyen de ne pas se ruiner, et on a décidé :
1. de limiter l’humain au strict minimum (ex : on ne fait pas/peu de support)
2. de fournir des Nextcloud « identiques » à chaque asso (= elles ne peuvent pas choisir leurs plugins)
Je détaille les coûts d’exploitation ici : https://framatube.org/w/o1zfWBkmviytA8KjTRM23U?start=47m31s
Comme, en plus, on ne cherche pas à vendre quoi que ce soit (asso à but non lucratif), on arrive au coût (exceptionnel à ma connaissance) de … 1€ / user / an pour un Nextcloud sur Framaspace. Et infogéré en plus (= c’est nous qui nous occupons de la maintenance et des mises à jour). A comparer (par exemple) au 115€ TTC / user par an chez le « gros » fournisseur qu’est Leviia, ça fait quand même… 115 fois moins cher ! :-P
Bref, si vous êtes une petite asso sans le sou, Framaspace est fait pour vous :-)
C’est moins « confort » qu’ailleurs, mais on ne peut pas avoir le beurre, l’argent du beurre, et le serveur de la crémière 🤷♂️

Il sopralluogo alla Torre de Hércules (vedi puntata di ieri) ha dato esito negativo. Due poliziotti interpellati sulla fruibilità della zona durante l’eclissi hanno tranciato di netto ogni qualsivoglia intenzione della sottoscritta di recarvisi questa sera. L’area, magnifica, essendo patrimonio Unesco verrà chiusa da ogni lato per evitare che – il poliziotto imita il gesto con le mani visto il mio sguardo disorientato dinanzi a un irripetibile verbo spagnolo – la gente metta tutto in subbuglio.
In compenso, mentre andavo via, mi sono imbattuta in una bancherella che esponeva un ricco assortimento di occhiali, evidentemente non da eclissi.

Occhiali non da eclissi su una bancherella nei pressi della Torre de Hércules (La Coruña). Crediti: F. Loiacono
I poliziotti però, notata la mia non celabile delusione, mi hanno detto che posso consolarmi ammirando il fenomeno dal lungomare. Dato l’imponente afflusso di gente che si prevede la sera dell’evento, la strada sarà chiusa al traffico. Nonostante la fitta copertura di nubi riscontrata al mattino (vedi sempre qui), il cielo ora è limpido e il Sole esattamente ventiquattr’ore prima dell’eclissi sfolgora indomito, senza impedimento di nuvola alcuna.
Mentre mi accingo a percorrere questo serpentone dorato che è il lungomare di La Coruña al tramonto, che a questo punto sarà il luogo eletto per contemplare il nascondimento, mi faccio compagnia con una playlist di canzoni confezionata per l’occasione.
Qualche giorno prima di partire, mentre trovavo nelle quiete acque di Palese, quartiere nord di Bari, effimero ristoro alle temperature roventi che hanno afflitto la nostra penisola la scorsa settimana, vengo raggiunta da un verso. Verso ascoltato e urlato innumerevoli volte, ma che alla luce dell’imminente partenza si caricava di un significato nuovo, inedito, imprevisto.
Da quel verso piombato all’improvviso ho messo in piedi, anche grazie al prezioso aiuto di amici e familiari, una playlist dedicata all’evento e che qui vi sottopongo. Fenomeno è infatti l’eclissi che travalica i limiti astronomici per conquistare posizioni inattese in ambiti altri delle cose umane. La musica in particolare ne ha abusato, producendo metafore talvolta audaci, come testimonia il vasto assortimento di canzoni che tirano in ballo più o meno direttamente l’oscuramento della nostra stella da parte della Luna.
E proprio grazie alla Luna ci inoltriamo in questa rassegna. Non è il nostro satellite bensì «qualcuno che conosco» a oscurare la luce dell’amata in “Qualcosa di grande” dei Lùnapop, hit che si aggiudicò l’edizione del 2000 del defunto Festivalbar, e a cui appartiene il verso che mi ha raggiunta in acqua. Tiriamo nuovamente in ballo il gruppo bolognese dopo la puntata di ieri. La constatazione dell’irreversibile eclissi dell’oramai ex-fidanzata culminerà nella sfidante asserzione «E ora provaci dal buio/A brillare senza me».
All’eclissi i Subsonica dedicheranno nientemeno che un intero album nel 2007, denominato per l’appunto “L’eclissi”. A differenza del brano di Cremonini e compagni, il fenomeno astronomico qui evoca splendore: «Nel cuore di un’eclissi tu risplenderai» (il pezzo è “Il centro della fiamma”).
Dolentissima ritroviamo l’eclissi nelle parole di Carmen Consoli («Ennesima eclisse tra un dolore e un altro», “Ennesima eclisse”), mentre protagonista di un connubio fusionale quanto tormentato è quella di Paola Turci in “Eclissi” («Luna e sole, che bel male/da toccare fino ad annullarsi»). In un pezzo omonimo, in quanto a scenari funesti che riguardano l’umanità tutta, non scherza Ginevra Di Marco, come ancora i Subsonica («L’eclissi di una sazia e spenta civiltà», “La glaciazione”).
C’è chi invece elegge il momento dell’eclissi per avanzare richieste di varia natura – ci si chiede lecitamente perché ciò non venga fatto in altre circostanze. Parliamo di “Eclissi” di Gianluca De Rubertis («E mentre guardavo l’eclissi/Non devi partire ti prego ti dissi») e “L’eclisse” di Cristina Donà («Salvami dalla realtà quando arriva l’eclisse»). C’è poi chi – vedi Salmo nella recente “Eclissi”, tanto per cambiare – attribuisce al fenomeno astronomico le incomprensioni che affliggono certe nostre relazioni («È inutile capirsi, è colpa dell’eclissi»). Ci pensa Tananai a riscattare l’allineamento di Sole, Luna e Terra con una dichiarazione d’amore e un dubbio accostamento («Ti amo come si amano i rave e le eclissi» in “Rave, Eclissi”).
Menzioniamo chi il Sole non lo trova più («Mi chiedo dove mai/sia finito il sole», si domandano i Negramaro in “Sole”), chi se lo dimentica («Con l’eclissi totale si scorda il sole», per delucidazioni chiedere ad Anna Oxa in “Eclissi totale”) e chi lo vuole indietro (Zucchero in “Ridammi il sole”). Sul fatto che il Sole non debba proprio farsi vedere non hanno alcun dubbio i Ministri, vedi “Il Sole (È Importante Che Non Ci Sia)”.

La Torre de Hércules, di origine romana, è il faro più antico al mondo ancora in funzione. L’area attorno alla torre sarà chiusa durante l’eclissi. Crediti: F. Loiacono
Tetro come nelle eclissi diventa il nostro astro quando a chiamarlo in causa sono i Litfiba (“Sole nero”) ma anche gli Snap-Out, con una canzone omonima, o i Formula 3 nelle brutte giornate («Sole giallo, sole nero/giorni belli e giorni no», “Sole giallo, sole nero”). In quanto a cupezza non scherza anche il sole evocato dai Timoria in “Sole spento” («Come in un sole in cui sentire freddo»). A disattivare la nostra stella ci aveva già pensato una quarantina d’anni prima chi rubò il cuore di Adriano Celentano («Si è spento il sole, chi l’ha spento sei tu», “Si è spento il sole”).
Non mancano le incursioni nel cinema – sulla filmografia legata al tema ci sarebbe da scrivere un articolo a parte –, con la frizzante “Eclisse Twist” interpretata da Mina, che ci porta dentro il celebre “L’eclisse” di Michelangelo Antonioni.
A generare l’oscuramento di un quartiere romano sarà Corviale, gigantesco complesso residenziale che s’innalza come maestosa astronave in “Eclissi di periferia” di Max Gazzè.
Infine, in “Replay” di Samuele Bersani l’eclissi è assoluta: persino la luna sparisce.
Mi astengo in questa sede da una disamina su come la musica internazionale si sia approcciata al tema in oggetto: la già folta carrellata diverrebbe oltremodo verbosa e illeggibile. Nella playlist che trovate alla fine dell’articolo ho incluso qualche brano (imprescindibile) di provenienza estera. Mentre leggete vi vengono in mente altri pezzi? Proponeteceli!

Un gruppo di bagnanti improvvisa una partita di calcio lungo la spiaggia cittadina mentre il Sole si nasconde. Crediti: F. Loiacono
Dal lungomare di La Coruña lo scenario è magnifico. Un folto gruppo di individui improvvisa una partita di pallone sul bagnasciuga. Il Sole è stato appena inghiottito dalle famigerate nuvole basse, tanto temute in questi giorni, mentre una nube grassa e veloce, impensabile fino a un’oretta fa, ha divorato buona parte del cielo a sud-ovest.
Questa è l’incertezza che avviluppa la Galizia tutta. Male che vada, se il Sole se lo mangerà una nuvola, se annegherà nella foschia, o il nostro appuntamento fallirà per altre insondabili ragioni, questa notte ci sarà (più d’) una canzone da cui tornare.
La playlist dell’eclissi di Media Inaf (disponibile anche su Spotify):

© Amelia Nierenberg/The New York Times

© Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images
Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02408-5
Out of place.Bonjour !
Après avoir réinstallé mon ordinateur, la touche F10, qui me servait pour configurer la barre de tâches de Firefox et de Thunderbird, ferme instantanément la session.
Est-ce la preuve d’une déficience matérielle de mon ordinateur ? C’est un Lenovo d’entrée de gamme que j’ai acheté il y a peu ed temps.
Merci de votre aide !
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Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02498-1
Scientists have been predicting the existence of a particle made of gluons for a long time, but detecting it has taken decades.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02498-1
Scientists have been predicting the existence of a particle made of gluons for a long time, but detecting it has taken decades.
© Guglielmo Mangiapane/Reuters

LIVORNO – Mancano poche ore all’eclissi di Sole un evento particolare e molto atteso. Questa sera, 12 agosto, il Sole verrà parzialmente oscurato dalla Luna dando vita a un fenomeno molto suggestivo.
Il fenomeno inizierà intorno alle 19.30 e raggiungerà il massimo tra le 20.20 e le 20.25, prima del tramonto.
In alcune zone della Toscana il disco solare sarà coperto per oltre il 90 per cento come sulle Apuane, in Versilia, sulla costa pisana e livornese anche tra Prato, Firenze e Pistoia. Di meno altrove. Per poi, a notte fonda, lasciare spazio al picco di stelle cadenti delle Perseidi.
L’Associazione Livornese Scienze Astronomiche (ALSA) dà appuntamento a tutta la popolazione alle ore 19 quando anche nella nostra città sarà possibile assistere all’eclissi parziale.
Il ritrovo sarà alla Terrazza Mascagni (lato Bagni Tirreno), dove sarà possibile osservare l’eclissi nelle sue fasi visibili prima del tramonto. Un’occasione speciale per assistere a un evento astronomico sempre emozionante e comprendere meglio i movimenti dei corpi celesti. Importante ricordare che il Sole non deve essere osservato a occhio nudo o con strumentazione non idonea, perché questo può causare gravi danni alla vista.
La serata proseguirà poi con l’osservazione delle Perseidi, le celebri Lacrime di San Lorenzo, tra le piogge meteoriche più spettacolari dell’anno. L’osservazione delle Perseidi avverrà a Le Palazzine (Gabbro). Grazie alla strumentazione messa a disposizione da A.L.A., il pubblico potrà ammirare da vicino le meraviglie del cielo notturno.
Per partecipare all’osservazione serale sarà possibile rivolgersi allo staff dell’Associazione Livornese Astrofili alla Terrazza Mascagni, che fornirà tutte le indicazioni per raggiungere il sito di osservazione.
Gli eventi sono pubblici e aperti a tutta la cittadinanza: un’occasione speciale per condividere la magia dell’astronomia sotto il cielo d’estate.
Per informazioni: 3881954275 Carlo Lera.
Fissare il sole direttamente, anche quando già coperto o parzialmente coperto, può esporre i nostri occhi a danni seri, se non si proteggono e se non si seguono le dovute raccomandazioni.
L’eclissi solare non comporta alcun rischio diretto per la salute umana (come, ad esempio, effetti sulla gravidanza o sull’alimentazione), con la sola eccezione però di danni permanenti agli occhi dovuti all’osservazione diretta anche breve (guardare verso il sole). Bambini e ragazzi sono soggetti a maggiore rischio.
Prima di osservare l’eclissi è necessario anzitutto indossare una protezione oculare specifica (gli occhiali da sole non sono sufficienti) e mantenerla costantemente indossata.
Esiste un unico mezzo sicuro di protezione per l’osservazione diretta: guardare verso il sole usando degli appositi occhialini per eclissi (Eclipse Glasses) che siano certificati come rispondenti alla norma ISO 12312-2.
Ogni altro mezzo deve essere evitato perché non garantisce sempre una sicura protezione: ad esempio, non sono sufficienti occhiali da sole (neanche indossati uno sopra l’altro), pellicole radiografiche, filtri fatti in casa, occhiali per saldatori, oculari di fotocamere o altro.
L'articolo Eclissi di Sole alla Terrazza Mascagni con ALSA Livorno proviene da Livorno Sera Notizie.
La tortura sociale praticata dal Partito Democratico sulla pelle dei modenesi non cessa.
Nuovi autovelox fissi verranno installati sulla tangenziale di Modena, su cui vige il limite di velocità pari a 70 km/h.
Dopo aver costruito piste ciclabili tanto per costruirle, che hanno avuto il solo risultato di aver ostacolato il flusso veicolare con rischiosi salvagenti (Via Nonantolana), ridotto i parcheggi in diverse vie della città e imposto assurdi limiti a 30 km/h, una nuova tegola sulla testa del cittadino, ovvero l’introduzione di ulteriori strumenti punitivi nei confronti degli automobilisti e autotrasportatori.
La nuova misura coercitiva viene giustificata con la solita retorica sulla sicurezza stradale, ma l’obiettivo è ben altro.
Oltre a sottrarre denaro dai conti correnti dei modenesi che utilizzano la tangenziale per recarsi sui luoghi di lavoro, l’introduzione massiva di dispositivi di controllo serve a indurre le persone al disuso del veicolo, considerato obsoleto e inquinante dalla classe dominante, la quale segue pedissequamente l’Agenda 2030, imponendo alla popolazione misure draconiane, ma salvaguardando per se stessa i profitti derivanti dall’incenerimento dei rifiuti.
Tutto ciò segue la logica dell’accumulazione capitalista, seppur mascherato da buoni propositi e bandiere arcobaleno.
Diversamente non si comprenderebbe – ad esempio – il motivo per il quale ad oggi non si sia completato l’anello della Tangenziale e perché i diversi enti gestori dell’infrastruttura (Comune, Provincia e ANAS) non abbiano apportato modifiche alle corsie di immissione e di uscita, necessarie per aumentare il limite di velocità ed evitare i numerosi incidenti che si verificano proprio in prossimità degli svincoli stradali.
Il Partito Comunista sostiene attivamente l’ammodernamento e il potenziamento delle infrastrutture di collegamento stradale che agevolano gli spostamenti nella provincia e nel comune di Modena, e in tal senso ritiene necessario un nuovo piano di investimenti che conduca la Tangenziale ad assolvere appieno il compito di arteria veloce, fondamentale per bypassare il traffico cittadino.
Chiede inoltre che vengano eliminati definitivamente tutti gli autovelox installati o in via di realizzazione, affinché cessi ogni strumento di vessazione nei confronti dei cittadini modenesi.
L'articolo In difesa dei modenesi: il Partito Comunista contro autovelox e politiche del PD proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.
I’m trying to use openai-whisper instead of whisper-ctranslate2 but I get the following error message. It seems like whisper isn’t installed because it not to be found in /var/www/peertube/storage/bin/pip/bin. I guess this should’ve been installed automatically. Can I install it manually? If so, how?
The reason I want to use openai-whisper instead of whisper-ctranslate2, is that I want to use a custom Whisper model that when tested outside Peertube, works best in its original form.
ExecaError: Command failed with ENOENT: /var/www/peertube/storage/bin/pip/bin/whisper /var/www/peertube/storage/web-videos/private/b8dd8faf-9a30-4674-a4ba-b80f17686833-1080.mp4 --word_timestamps True --model small --output_format all --output_dir /var/www/peertube/storage/tmp/transcription/rSHCPcf74seHDVE13WjcuL
spawn /var/www/peertube/storage/bin/pip/bin/whisper ENOENT
at getFinalError (file:///var/www/peertube/versions/peertube-v8.2.4/node_modules/.pnpm/execa@9.6.1/node_modules/execa/lib/return/final-error.js:6:9)
at makeError (file:///var/www/peertube/versions/peertube-v8.2.4/node_modules/.pnpm/execa@9.6.1/node_modules/execa/lib/return/result.js:108:16)
at getAsyncResult (file:///var/www/peertube/versions/peertube-v8.2.4/node_modules/.pnpm/execa@9.6.1/node_modules/execa/lib/methods/main-async.js:168:4)
at handlePromise (file:///var/www/peertube/versions/peertube-v8.2.4/node_modules/.pnpm/execa@9.6.1/node_modules/execa/lib/methods/main-async.js:151:17)
at process.processTicksAndRejections (node:internal/process/task_queues:103:5)
at async OpenaiTranscriber.transcribe (file:///var/www/peertube/versions/peertube-v8.2.4/packages/transcription/dist/whisper/transcriber/openai-transcriber.js:14:9)
at async file:///var/www/peertube/versions/peertube-v8.2.4/dist/core/lib/video-captions.js:140:36
at async VideoPathManager.makeAvailableFactory (file:///var/www/peertube/versions/peertube-v8.2.4/dist/core/lib/video-path-manager.js:158:22)
at async generateSubtitle (file:///var/www/peertube/versions/peertube-v8.2.4/dist/core/lib/video-captions.js:137:9)
at async Object.wrapPromiseFun (file:///var/www/peertube/versions/peertube-v8.2.4/dist/core/lib/plugins/hooks.js:8:24)
at async /var/www/peertube/versions/peertube-v8.2.4/node_modules/.pnpm/bullmq@5.77.6/node_modules/bullmq/dist/cjs/classes/worker.js:589:32
This is related to Can't get automatic transcription to work - #2 par zxc, but more specific for openai-whisper and using the production envirionment.
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© Jamie Kelter Davis for The New York Times

© Chris Donovan for The New York Times


L'articolo Comunicato: sosteniamo Bosco Ospizio proviene da .
Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02519-z
Researchers will have two minutes to gather data on the solar corona. Plus, people across cultures are all ticklish in the same way and how the El Niño could spell disaster for the Amazon rainforest.

En juin, j’ai créé une groupe. Je ne pouvait le remplir jusqu’au fin à l’époque parce qu’il me manquait des dates.
Et maintenant où je peut le remplir, je n’ai plus accès à l’administration. Dans mon compte il n’affiche pas aucune groupe (sur ‹ Mes Listes ›). Quand j’essaie de créer une nouveau, il me dit qu’il y a déja une avec ce nom. Mais quand je cherche le nom dans le masque de recherche, il n’y a pas trouvé une avec ce nom.
Le groupe existe, je peut l’acceder avec le lien que j’ai recu lors de l’inscription.
Qu’est-ce que je peut faire? Merci pour une remarque.
3 messages - 2 participant(e)s
En réponse à Remi.
Nous nous sommes mal exprimé (en tout cas, vous nous avez mal compris)
La transformation se fait sur le serveur où est installé PeerTube (ou sur un serveur, au choix de l’admin).
Par exemple Framatube est une instance PeerTube gérée par Framasoft. L’encodage se fait donc sur notre serveur.
Mais si tu prends l’instance https://skeptikon.fr/, leurs vidéos sont bien évidemment encodées sur leur serveur (là encore avec ffmpeg installé sur le serveur)
En espérant avoir été plus clair.

Le regole di bilancio europee si basano ora sui piani fiscali di medio periodo e sulle traiettorie della spesa netta dei paesi. Ma come si distingue la parte del disavanzo dovuta alle decisioni del governo da quella prodotta dalla congiuntura economica?
L'articolo La trappola nascosta nelle regole fiscali europee proviene da Lavoce.info.
Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02448-x
Jaw-dropping patient videos and miraculous testimonials ignited a frenzy in China over a technique that aims to improve drainage from the brain. Now it is entering trials worldwide.Riceviamo e pubblichiamo, a seguito della manifestazione dell’8 agosto. – La Redazione web
Siamo scese ancora una volta in piazza. Lo abbiamo fatto ancora una volta in migliaia. Non ci interessano i balletti dei numeri. Siamo in tante e tanti. Siamo siciliane e calabresi, ma con noi ci sono anche tante solidali, persone che nel loro territorio si battono contro altre devastazioni, persone che noi supporteremo andando a nostra volta nel loro territorio per dare loro maggiore forza.
In tutti questi anni di mobilitazione abbiamo dovuto superare tanti ostacoli. Dalla parte dei devastatori c’erano i soldi e il potere. Dalla nostra solo la generosità e i nostri corpi. Nonostante questo, possiamo dire di avere vinto. Oggi l’opinione no ponte è largamente maggioritaria nei nostri territori. Lo dimostra questa piazza, lo dimostra il fatto che di piazze sì ponte di queste dimensioni non ce ne sono mai state. La verità è che mentre negli anni si è formato un popolo no ponte, non si può dire il contrario. Non esiste un popolo Sì ponte.
In questi anni di mobilitazione si sono succedute tante generazioni e ogni volta si sono trasmesse il testimone della solidarietà e della difesa della nostra terra. Questo avviene perché la generosità e l’amore per il proprio territorio sono più forti della brama di profitto. E’ per questo che tutte le loro narrazioni, tutti i loro discorsi, si sono sbriciolati. Avevamo ragione noi. Su tutto.
Nel corso degli anni ci siamo interrogate. Abbiamo studiato il progetto. Abbiamo prodotto enormi quantità di riflessioni, analisi, controdeduzioni. Alla fine di tutto questo abbiamo capito che non hanno un piano che non sia quello di continuare a portare avanti l’iter e guadagnarci sopra. Non lo sanno se il ponte si può fare. Non lo sanno se starebbe in piedi. Non hanno un piano finanziario. Sanno solo che più questa storia dura e meglio è per loro perché di più ci guadagneranno.
Noi sappiamo che tutto questo gravita intorno alla società concessionaria Stretto di Messina Spa, una società per la cui governance sono stati abbattuti i tetti dei compensi, una società che ogni anno consuma ingenti risorse senza arricchire di nulla la comunità. Una società che, colpevolmente, i governi che si sono succeduti dal 2013 non hanno messo in liquidazione nonostante la Corte dei conti avesse chiesto ripetutamente di farlo.
In tutto questo il territorio rimane appeso a un’opera che continuerà a generare profitti per pochi, anche qualora non dovesse essere costruita. Le persone più giovani – noi giovani – ce ne andiamo. Chi vive nelle zone interessate dai cantieri sta col fiato sospeso. La nostra stessa economia rimane appesa ad un fantasma. Tutta l’area dello Stretto si sente sotto la minaccia di cantieri che potrebbero durare 10, 20 o 30 anni, rendendo invivibile la nostra quotidianità.
Noi sappiamo che questa non è una casualità. Noi sappiamo che questo è un metodo. Noi sappiamo che questa è la logica delle grandi opere, dell’occupazione militare delle nostre terre, dei grandi eventi, delle emergenze. Estrarre profitti dal territorio, è solo a questo che sono interessati.
E noi, invece, vorremmo vivere in pace, prenderci cura dei luoghi che abitiamo, avere la possibilità di restare, potere decidere del futuro della nostra vita. Noi siamo tante e tanti. Abbiamo dalla nostra parte la natura, i nostri corpi e il desiderio di un futuro più appagante. A loro rimangono solo il potere e i soldi. Per questo li sconfiggiamo.
Ed è per questo che, nel ringraziare tutte e tutti coloro che sono state in piazza oggi e tutte e tutti coloro che lo hanno fatto in tutti questi anni di lotte, nel ringraziare le nostre sorellr e i nostri fratelli che sono venute da fuori a portare le loro lotte in questa piazza, noi decretiamo, dal basso, la chiusura della Stretto di Messina Spa.
Assemblea No Ponte
L'articolo Non c’è posto per i devastatori in riva allo Stretto proviene da .
Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02519-z
Researchers will have two minutes to gather data on the solar corona. Plus, people across cultures are all ticklish in the same way and how the El Niño could spell disaster for the Amazon rainforest.Salut les gars!
J’avais un idée de logiciel et, ayant pensé à vous, je vois que vous avez quelques uns qui commencent à y ressembler.
Je vai être très succint, mais je pensais à une manière de faire ce qui ressemble à première vue à un site de pétition, avec « quand on vote pour la guerre, on va la faire » - donc de mobilisation locale et effective.
Ex: netoyer une berge de rivière, cultiver un terrain laissé vague par la ville, …
L’idée est d’avoir une organization temporaire mais hyérarchique bottom-up (idée de base: chacun choisit son n+1 - temporaire et uniquement dans le cadre d’une action), le tout avec des meetings/cafés organisés entre temps localement, &c
La base serait d’avoir une « pétition/action » qui aurat un seuil de participants (-> action), gestion des calendriers/choix de date, … + forums + PMs + …
Je ne lance pas ça en l’air, j’ai déjà pas mal réfléchi aux algos (je veux pas devenir trop technique ici) et je peux franchement participer (je découvre vos projets d’ailleurs, j’ai du temps ces temps ci)
Bref, je suis sûr qu’il existe des projets réalisés déjà similaires, des contre-indications, des projets plus similaires mais non réalisés, …
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A robot was on fire. Again.
It was the summer of 2024, and the cutting-edge robots inside General Dynamics’ sweltering artillery factory near Dallas were catching fire with startling regularity, according to four former workers there. This wasn’t ideal, as the plant was supposed to be churning out urgently needed artillery shells for Ukraine. The robots, giant metal arms with clamps for hands, would end up drenched in oil, which would then — no surprise — combust as they moved steel blocks heated to 1,800 degrees into and out of a machine that periodically erupted columns of fire. One blaze that summer melted a robot’s cables, putting it out of commission for a week.
Only weeks earlier, defense officials and executives had touted the factory’s innovative new machinery, imported from Turkey, at a gala opening ceremony. But employees were already used to spectacular mishaps, fiery and otherwise. “After the second, third, fourth time, it just became almost normal,” one former worker said. “It got to the point where I was not surprised by anything that happened there.”
Instead of producing shells in an efficient and streamlined fashion, the pricey machines kept failing in bizarre ways. The robot arms would swing out of control, smashing into carefully calibrated equipment, and sometimes they would unexpectedly drop hunks of steel 5 feet down to the floor. The factory’s signature device, meant to precisely stretch the steel for the artillery shells, instead often cracked it beyond repair. Then there were the giant press machines, which required regular pounding with a sledgehammer to function properly but still botched the shaping of nearly every shell. “We really didn’t have any standardized practice,” said Quantel White, a former employee. “It was just a bunch of guys taking turns going at the machine with a sledgehammer every night.” To workers, even the factory buildings themselves came to feel doomed, with acrid smoke hanging in 100-degree heat over foundations seemingly sinking into the earth.
The situation never improved. The U.S. Army, which funded the factory, ordered work halted on two of its three production lines in August 2025. By then, General Dynamics had blown eight deadlines. Work on the third production line continued, but the facility never produced a single usable shell, according to a report from the Department of Defense’s inspector general in July.
The fiasco has cost American taxpayers $533 million, according to the Army. But the Army has not held General Dynamics or a key Turkish subcontractor — which provided the factory’s much-hyped but little-proven equipment — publicly accountable for the failures. Nor has it made General Dynamics pay a penny back.
Just the opposite: General Dynamics, one of the world’s largest defense companies, has been showered with new contracts, continuing its track record as one of the greatest beneficiaries of Pentagon spending. The company is still in charge of the factory. It recently announced that it will fix things there by bringing in another much-hyped but little-proven technology.
“It’s an absolute disaster,” said one former official in an Army office supervising the project. “The Army should’ve gone after recovering money from General Dynamics,” added the official, who, like others interviewed for this story, spoke on the condition of anonymity.
Publicly, the Army has been tight-lipped about what, exactly, went wrong at the factory, located in a sprawling suburb called Mesquite. The inspector general report described the failure but offered few specifics. It didn’t name the companies involved, much less any of the individuals responsible. The report’s recommendations were tepid: The Army should determine whether the contract was “appropriately issued,” how “the money was spent” and whether it can recoup any of it. It should also “identify and implement a solution” for producing more artillery. Army officials deflected blame, telling the inspector general that they didn’t do anything wrong.
In a detailed statement to ProPublica, the Army said it will recover funding for the project by getting unspecified discounts from General Dynamics on production orders. “The Army is exercising rigorous oversight to ensure every dollar invested delivers capability to the warfighter,” the statement read. “Where vendors fail to meet contract specifications, as seen at the Mesquite facility, we are evaluating contract performance, seeking recoupment of funds, and pivoting resources.”
As for General Dynamics, it has given no public explanation whatsoever. The company has said that it “met or exceeded requirements,” according to the inspector general report. General Dynamics declined an interview request from ProPublica. Company spokesperson Jeff Davis said ProPublica’s reporting “fundamentally mischaracterizes the circumstances and falsely impugns our record of employee safety and truthfulness with our customer.” He continued: “An article based on this foundation would be a materially false and misleading hit piece.” Davis did not respond to ProPublica’s request that he specify the alleged errors.
ProPublica reconstructed how the project went awry through interviews with 36 current and former employees of General Dynamics, the Army, the Pentagon and the White House. ProPublica also reviewed internal company documents as well as photographs and videos taken inside the factory.
Those involved described a project that was rushed and ill considered from the start. Congress paved the way, removing government contracting guardrails — meant to ensure taxpayer money isn’t wasted — so that Ukraine-related defense projects could be funded quickly. The Army took advantage, handing General Dynamics lucrative no-bid awards without knowing whether the machines it planned to use could perform the desired work. The Army’s due diligence was inadequate, four former Army and General Dynamics officials told ProPublica.
Compared to the multibillion-dollar budgets of other DOD projects, the financial cost of the Texas debacle is small. But the lack of consequences for the companies involved, in the view of defense-spending critics, is symptomatic of a larger problem: a deep-rooted culture at the Pentagon and in Congress in which expensive failures lead only to more spending. Such critics fear that extreme cases like this one could become more common if the Trump administration succeeds in boosting the defense budget from $1 trillion to $1.5 trillion. The administration is also seeking tens of billions of dollars for its war against Iran and pressuring defense companies to quickly ramp up weapons production.
“Too often the contractors have no accountability for their mistakes,” defense budget researcher William Hartung said. The Texas failure, he said, “is a foreshadow of what’s to come if the Trump administration gets the budget it asked for.”
Russia’s invasion of Ukraine in February 2022 felt like an emergency to the Biden administration. For General Dynamics, it was an opportunity. And Firat Gezen was ready with a pitch.
In six years running General Dynamics’ Ordnance and Tactical Systems business, Gezen had earned a reputation as a deft strategist and salesman. At 50, he wasn’t an engineer, and he had no experience running factories. He had spent decades working on the financial side of the weapons business. With a ready smile and a delivery as smooth as his perfectly bald head, he knew how to woo corporate leaders and Pentagon arms buyers alike.
Gezen was also shrewd. In 2020, after the Army sought to diversify its artillery supplier base by contracting with a small Pennsylvania company, Gezen swooped in and bought that company. That allowed General Dynamics to maintain its stranglehold over the production of metal bodies for the standard American artillery shell, referred to by its caliber: 155 mm. “Firat throws his arm around you and talks to you nicely,” one former Army official said. “But he’s got, like, five things that he’s the sole provider of, and it’s exclusive. He’s got you locked up forever.”

That put General Dynamics in an ideal position. Russia and Ukraine were firing thousands of shells back and forth each day. The United States was a key supplier to Ukraine, but decades of disinvestment had left the U.S. artillery industry emaciated. In March 2022, Congress passed the first in a series of bills allocating billions of dollars for Ukraine-related causes, including boosting artillery production. The next month, President Joe Biden pledged to send shells to Ukraine, and he wanted to move fast. But first someone had to make them.
The 155 mm shell has been a military workhorse for a century, owing to its simple, lethal power. Packed with TNT, the 33-inch cylinder can travel 10 miles when shot out of the barrel of a howitzer and send fragments flying hundreds of feet upon impact. But decades of asymmetric warfare in the Middle East, in which the United States relied largely on drones and bombs, had led some to believe the days of artillery battles were waning. By 2022, General Dynamics was the only producer of 155 mm metal shell bodies in the country, mainly in a century-old facility in Scranton, Pennsylvania.
Given that, the company was an obvious candidate to meet the sudden new demand. General Dynamics could simply replicate Scranton’s traditional manufacturing method, which dated back to the time of the Korean War. But in meetings with Pentagon officials in the fall of 2022, Gezen proposed an alternative: What if the Army funded a state-of-the-art production line that used a promising new technique?

Central to this proposal was a virtual unknown in the world of American defense: Repkon. The company had been operating in its home country of Turkey for decades, providing “turnkey production facilities in the metal forming industry.” (Coincidentally, Gezen himself was born to Turkish parents in the United States.)
But Repkon had never received a Pentagon contract, and certainly not for its signature metalworking process called “flow-forming.” Whereas the Scranton method mainly involves molding ultrahot steel in giant forging presses, Repkon added a step in which a fast-spinning machine squeezes and rolls out the metal like clay on a potter’s wheel. The advantage, Gezen told defense officials, is that the same equipment could produce shells of various calibers. Most important, Repkon had a production line already available, meaning General Dynamics could start making shells faster than if it had to procure traditional equipment piece by piece.
Warning signs abounded. Army officials learned that the production line that Repkon wanted to sell had been designed to produce an older, simpler model of 155 mm shells, which was made with different steel. It wasn’t clear that the Turkish equipment could even work with the steel used to make the newer 155 mm model, as the equipment had never actually produced it, according to four former General Dynamics and Army officials. Repkon said other countries were using the machines to produce the older model. But the Army and General Dynamics could not inspect those active production lines, Repkon told them, citing customer privacy.
The Army could have balked at all of this and insisted on learning more about the capacity of the Repkon machines to perform the desired work. But learning more would’ve taken time, and time seemed in short supply. “There was incredible pressure to go fast,” a former Army official said. Everybody moved forward.
In November 2022, the Army raced to give General Dynamics the first in a series of contract awards for the project that would ultimately be worth nearly $600 million if carried to completion. The next month, Congress granted the DOD extraordinary powers to award money for Ukraine-related causes without the usual contracting safeguards, dropping competitive bidding requirements and restrictions on so-called undefinitized contracting actions. UCAs allow a company to begin work even before finalizing the terms of its contract with the government. One defense executive compared them to “building the airplane as you’re flying it.”
The Army made the most of its expanded powers, awarding General Dynamics a number of UCAs without considering alternate proposals in a competitive bidding process. (The Army told ProPublica it selected the company because of its unique artillery production experience.)
In fact, the Army was so enamored with the proposal that it decided to order even more than Gezen had pitched. Instead of contracting for one Repkon production line, the Army signed up to buy three. Without knowing whether any of them would work.
Gezen had never overseen a project this ambitious. Until then, he had mainly presided over smaller expansions of existing factories that used traditional methods. But he was optimistic it would work. “He’s extremely aggressive, willing to take risks,” one former colleague said.
Some of the Army’s scrutiny of the proposal occurred only after it began awarding contracts for it. The service and General Dynamics sent staffers to Turkey to inspect Repkon’s machinery, but they never inspected a full production line in action and there weren’t enough experts who could spot potential defects in the equipment, four former General Dynamics and Army officials said. Crucially, before greenlighting the deal, the Army did not require General Dynamics to demonstrate that it could use the Repkon equipment to complete the entire production process and make shells that met the Army’s specifications. (The Army told ProPublica that “formal testing could not occur prior to full machinery installation.”)
If the typical contracting safeguards had been in place, perhaps everything that followed could have been prevented. If the Pentagon had been forced to open the project to competitive bidding, it would have had to consider other proposals in a painstaking review process. If restrictions on UCAs had been in effect, the Pentagon would have had to slow down and finalize the terms of the deal before allowing it to proceed, which might have surfaced its fatal flaws.
But one man’s due diligence is another man’s red tape. Soon, Repkon’s flow-forming machines were sailing across the Atlantic, heading eventually for Mesquite.
On May 29, 2024, the mood in Mesquite was triumphant. After two short years of planning, the factory was opening, and defense officials and executives gathered there to celebrate.

“Our nation’s defense relies not only on our soldiers and other servicemembers in uniform but on production facilities like this one,” then-Army Secretary Christine Wormuth told seated dignitaries. She stood at a podium branded with the General Dynamics logo, with two howitzers posed behind her. She thanked the company’s CEO, Phebe Novakovic, and Gezen by name. “It’s a pleasure to highlight the fantastic work you all have done,” she said.
But everything was not as fantastic as it appeared. Artillery shells displayed around the plant that day had been shipped in from elsewhere, three former workers told ProPublica. A worker picked one up and was startled to discover it was fake — seemingly made of plastic. General Dynamics had already failed to perform a scheduled first article test, meant to demonstrate the facility could produce shells that met the Army’s specifications. The facility was supposed to start cranking out shells soon, but machines were barely functioning.
Soon problems seemed to explode out of every corner, according to interviews with 12 former factory workers. For one thing, the flaming robot arms also kept smashing into things. They slammed into computer numerical control machines, breaking their windows and bending their doors. They knocked over shells. They bashed into safety fences. Workers talked about the arms going “rogue” and began calling one of them “Johnny 5” after a sentient military robot from a 1980s movie.
Even simple equipment failed with slapstick regularity, six workers said. Conveyor belts broke down. Automated carts got lost. Safety gates meant to shut down machines when workers approached did not shut down machines when workers approached. A pipe exploded, spraying water up to the ceiling. Parts on Repkon machines deformed, leading a worker to discover that they were made with Chinese steel, possibly in violation of federal regulations. (The Army said it has no evidence of such violations.)

Smoke hung in the air; it rolled off the press machines when robots sprayed them with lubricant. Workers could feel the smoke in their lungs. When they blew their noses after shifts, their mucus was black. A worker complained to the Occupational Safety and Health Administration about a “respirable hazard” at the factory, according to an OSHA record and spokesperson. The agency opened an investigation in October 2024, and an inspector visited the facility. The smoke-spewing press machines were scheduled to be operating on the day of the visit, but for some reason they weren’t running during the inspection, according to four former workers. OSHA issued no penalties, the agency told ProPublica. Staffers started to think it wasn’t just Repkon’s faulty equipment to blame for problems at the factory — it was General Dynamics’ management, too.
The plant could reach Sahara Desert temperatures when the furnaces or presses were on. “This is actually hell,” one worker thought to himself. It was hotter still inside cabinets containing drives that controlled critical machines, where it was regularly 140 degrees, two former workers told ProPublica. An outside inspector warned in an email reviewed by ProPublica that, at that temperature, “you would not only have drives failing but also human lives failing.”
Every day seemed to bring more of the same: another machine broken, another frantic effort to repair it, another batch of misshapen shells tossed into the discard pile. As 2024 became 2025, little seemed to get better.
With so few shells passing inspection stations along the production line, many workers had nothing to do. A cat-and-mouse game ensued. Bored staffers spent endless hours gazing at their phones, leading supervisors to restrict phone use. So workers began bringing crossword books. Managers nixed those. Some workers were seen sleeping, so supervisors took away chairs.
“We sat around twiddling our thumbs, trying to find work, trying to figure out what was going on,” said Natashia Passmore, a former production technician in the plant. “It was a waste of government money, and it was a waste of our time.”
Tension rose between the Americans hired by General Dynamics and Turkish workers sent over by Repkon. The Repkon team was there to install the equipment, but it seemed equally flummoxed by the problems. General Dynamics workers found them evasive. They would give curt responses to questions in English but then be seen holding long, animated conversations in Turkish outside during frequent smoking breaks. A carelessly discarded cigarette butt sparked a real-life dumpster fire, three former workers said.
Repkon was especially secretive about the flow-forming machines, refusing to answer most questions about their operations. General Dynamics workers could tell when Repkon was testing one of them, because they would find metal shards scattered on the floor around it later. The shards looked like alligator teeth. “Oh, the tooth fairy was here,” one worker would think to himself.
Paranoia set in. Repkon refused to share passwords needed to control important equipment, according to five former General Dynamics employees. Sometimes workers would be startled by the sight of a machine moving by itself and realize it was being controlled by someone in Turkey. Spooked, General Dynamics workers tore out hardware to cut off remote access to the machines, two former workers said.
Rumors swirled among the Americans that the Turks were purposefully sabotaging machinery — or perhaps even engaged in some convoluted form of espionage. “It was astonishing how little progress we would make, month after month, year after year,” one former General Dynamics worker said. “People started speculating, ‘I wonder if they’re spying on us.’” General Dynamics assigned someone to shadow the Repkon workers in the factory, two former staffers said. (The Army said it has no evidence of sabotage or spying.)
Even the buildings themselves — a trio of vast, anonymous boxes tucked into the crook of two freeways — were plagued with problems. Walls cracked, and daylight became visible around window frames. Doors began dragging on concrete floors. When it rained, water would flood in — “like a tsunami,” one former worker said. The foundations appeared to be shifting or sinking, six former employees said. It was as if the whole dysfunctional factory — its fires and smoke, its idle workers and haywire machines — was being slowly sucked down into the earth.
Faced with the kaleidoscopic array of problems, the response from General Dynamics managers always seemed to be to plow forward. “Every single time they opened their mouths, it was: ‘We need to get into production,’” one former worker said. “Production is the only thing that mattered.”
As the situation at the factory deteriorated, General Dynamics and the Army told a very different story to the public.
In April 2024, General Dynamics CEO Novakovic told investors: “In the U.S., we are rapidly increasing ammunition production with the opening of our Texas facility.” General Dynamics failed to conduct a scheduled first article test in Mesquite that same month.
That July, two months after the opening ceremony, Novakovic told investors that “the first line is running and producing as we anticipated.” In fact, the first line was not producing any usable shells, six former plant workers told ProPublica.
In September Doug Bush, then the Army’s acquisition czar and a key figure overseeing the project, said “there have been no major delays” to the Army’s goal of producing 100,000 artillery shells each month — a goal for which the Mesquite factory was critical. “Any delays you’ve had have been measured in, I would call them weeks, not months, certainly not years,” Bush told reporters. He downplayed the problems, describing them as merely a matter of adjusting a machine “so that it puts out shells just so, versus a little bit off.”
The next day, a laborer in Mesquite photographed the work of a machine meant to begin giving the shells perfectly smooth noses; it had instead mangled the metal into something that resembled the swirl of soft-serve ice cream.

Also in September, Secretary Wormuth touted the Army’s artillery ramp-up at a conference, saying, “part of what’s enabling that are things like the brand-new plant that we opened up in Mesquite.” One month later, an Army contracting officer sent General Dynamics a letter of concern about its performance at the facility. The company missed the Army’s deadline for completing the first production line one month after that. (Wormuth declined to comment.)
Despite it all, Gezen remained optimistic through the fall of 2024. The issues in Mesquite were mere delays, he thought, and there were plans in place to fix them, according to a person familiar with his thinking. “If Firat’s guilty of something, it’s not wanting to see the truth in the matter,” a former colleague said. He “has a tendency to not want to listen to bad news.” General Dynamics announced Gezen’s retirement in January 2025. Some industry insiders believe he was pushed out in part over Mesquite. (Gezen denied that but declined to sit for an on-the-record interview.)
The split screen of blown deadlines and rosy public comments continued into the second administration of President Donald Trump. In April 2025, General Dynamics missed the completion date for the second production line. That same month, Novakovic told investors, once again: “We are rapidly increasing munitions capacity and production with the opening of our projectile facility in Texas.” The company missed another first article test two months later.
As the failures mounted, a sinking feeling took hold in Army offices. The service assembled a team to assess the situation in the factory, which produced a report that gave little confidence the problems could be fixed. Finally, in June 2025, the Army told General Dynamics it was considering terminating the contract awards for the plant, a defense trade publication reported at the time. Two months later, the service ordered work halted on two of the factory’s three production lines.
But the Army did not unilaterally terminate the contract awards. “A termination for default would’ve taken years through the legal system, because General Dynamics wasn’t going to accept that,” a former Army official told ProPublica. “Nobody wins except the lawyers.”
This would not be the last act of generosity from the Trump administration to General Dynamics. In December 2025, according to the inspector general’s report, the government paid the company $26.3 million in “progress payments” for the second and third production lines in Mesquite, although neither line had ever produced a usable shell.

Two months ago, General Dynamics made an announcement that conjured a sense of déjà vu. To fix the problems at the factory, the company would team up with yet another unheard-of partner promising technological innovation. The solution this time? Artificial intelligence.
A news release from General Dynamics and the new company, Deterrence, was filled with techno-business jargon. “AI-enabled capabilities” and “intelligence and connectivity” would be added at Mesquite and other General Dynamics factories, the companies wrote. “AI transforms production facilities into strategic assets,” Deterrence’s CEO said in the release. “We’re building autonomous manufacturing systems that learn, adapt, and scale in real time.”
These pronouncements have baffled former Mesquite workers. “What are they talking about? There’s nothing to learn or adapt or scale,” one said. “It’s all broken.”
General Dynamics is doing this even as it replaces most of the Repkon equipment with traditional machines like those used in Scranton. How AI will wrest miracles from decades-old technology is unclear. But General Dynamics told investors it expects to be in production next year, and the Army told the inspector general that’ll amount to 20,000 shells a month.
Compared with Repkon, Deterrence is perhaps an even less conventional choice. Deterrence was established just three years ago and has never received a DOD contract. Its website gives no indication it has ever helped to manufacture anything. Its three founders have no prior defense experience. One of them worked at Tesla; the other two created a startup that enabled people to lock and unlock buildings with smartphones. Deterrence did not respond to a request for comment.
General Dynamics also pledged to put $200 million into the project. That’s a small sum for a company that generated more than $50 billion in revenue last year and gave CEO Novakovic a compensation package worth more than $25 million. (Meanwhile, the company furloughed or laid off most of the Mesquite workers.)
The Army says it won’t spend any more money on the project, but it has hardly blackballed General Dynamics. Since the Army shut down work on two production lines in Mesquite one year ago, General Dynamics Ordnance and Tactical Systems has received contract awards totaling $2.5 billion, the Army told ProPublica. (The service said this was for “distinct production lines and critical national defense requirements” unrelated to Mesquite.)
Repkon’s American offshoot is now at work setting up a TNT factory after receiving a no-bid contract from the Army worth $435 million. TNT is the primary explosive fill in 155 mm shells. Repkon Turkey’s CEO co-founded the American company, which was originally named Repkon USA. In March, it changed its name to Paligen Technologies. Some interpreted this as an effort to create distance from the Mesquite disaster. Paligen told ProPublica that it and Repkon are “different and wholly separate companies.” Repkon Turkey did not respond to requests for comment.
The one thing that key decision-makers appear to agree on is that they are absolutely not to blame. Gezen, the former General Dynamics executive, told ProPublica that the company and the Army did nothing wrong. In a brief conversation at his apartment door in a ritzy section of Washington, D.C., in May, Gezen maintained his sunny optimism. The Repkon equipment was a good option, and it may still be a good option, he said, holding an iced coffee in one hand and restraining a large dog with his other. In any case, he added, “it was the fastest option available.”
Bush, the Army’s former acquisition chief who had assured reporters there were “no major delays” to increasing artillery production, also declined to be interviewed. In a terse conversation in May, peering out from his half-closed front door in Northern Virginia, he told ProPublica: “All of this was done through appropriate procedures.”
Others who were involved, speaking on the condition of anonymity, engaged in mutual finger-pointing: The White House demanded too much too fast, Repkon and General Dynamics overpromised, the Army didn’t perform due diligence and Congress underwrote the whole thing.
The United States still is not close to producing the promised 100,000 shells per month, a former Army official told ProPublica in June, although other investments to increase 155 mm production have turned out better. Ukraine still needs those shells, the official said, but attention has once again shifted. In the Middle East, it’s other munitions that the Trump administration has rapidly burned through during its war with Iran. Trump officials are now calling for ramping up production in those areas — and fast.
“Conventional ammo is back on the back burner,” the official said. “Everything now is about interceptors, missiles.”
General Dynamics makes components for those too.
The post Fiasco in the Factory: Taxpayers Funded a $533 Million Artillery Plant That Made Nothing appeared first on ProPublica.


Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02448-x
Jaw-dropping patient videos and miraculous testimonials ignited a frenzy in China over a technique that aims to improve drainage from the brain. Now it is entering trials worldwide.

The video clip lasted less than two minutes, but Tonya Webb remembers every second as heartbreaking.
The grainy surveillance footage, dated June 29, 2024, showed a teenager in an anti-suicide smock being dragged violently by other teens across the floor at Middle Tennessee Juvenile Detention Center. As guards watched, the teens pulled the smock over the boy’s head, exposing his naked body. Then they stuffed him, limbs flailing, into a cell.
One guard pushed the door closed, locking him in, and the boy pressed his face against the sliver of a cell window. The guard flashed the teens a thumbs-up.
Webb, a medication supervisor at the facility, saw the video when a co-worker showed it to her and knew she was looking at a serious violation of state policy. An incident like this one, in which employees encouraged youths to restrain another youth, would require staff to notify both the state and the boy’s family within 24 hours.
Webb said she raised questions about the incident with the compliance director for the facility. The director said she’d handle it, but after weeks went by with no sign of a state investigation, Webb confronted the deputy to the facility’s executive director.
“I know you’ve seen the video,” Webb recalled telling her. “Nothing’s being done about it.”
According to Webb, the deputy said, “I don’t know what you’re talking about.” Webb found her response baffling, as word of the attack had spread rapidly among staff and the footage was stored on the facility’s own security system.
WPLN and ProPublica obtained a recording of the video; Webb did not provide it. We asked the state’s Department of Children’s Services if it received an incident report from the facility on or around June 29, 2024. The department confirmed it did not. Webb later reported the incident to DCS.
A Tennessee businessman named Jason Crews was the executive director of the private company that ran Middle Tennessee Juvenile Detention Center at that time. He’s also the CEO of Wayne Halfway House, a separate company that had employees overseeing the detention center and that contracts with the state to operate other juvenile facilities. Crews did not reply to written questions about this incident, nor did his deputy and compliance director.
Interviews with dozens of former staff and youth, along with a review of emergency call logs, company records and state documents, reveal how Wayne Halfway House’s leaders failed to report suspected physical and sexual abuse to state officials across Crews’ facilities and prevented the public from learning about violent attacks by reducing the number of 911 calls. The state is now investigating incidents we uncovered.
According to Wayne Halfway House and Middle Tennessee Juvenile Detention Center employees who worked closely with corporate executives, there was an expectation that serious incidents be kept secret, and the directive came from Crews.
“You always call Jason and nothing gets reported without his permission — and that’s wrong,” said Kim Watts, the company’s former human resources director. She was fired in 2024 when “the company decided to go in a different direction,” according to her termination paperwork.
Liz Ryan, who oversaw juvenile justice programs for the Biden administration, reviewed a detailed summary of the incidents WPLN and ProPublica compiled, the corresponding state laws and policies and the company’s responses. “Wayne Halfway House Inc. and its leadership, including CEO Jason Crews, appear to have demonstrated a documented pattern of disregard for state law, federal law and professional standards,” said Ryan, who provided training and guidance to state and local governments about best practices for youth in the system.
“They’re putting kids’ lives at risk,” she said. “Absent immediate and vigorous state oversight and intervention, this seems like a disaster waiting to happen as allegations of this nature are warning signs in need of immediate examination.”
In a statement, Wayne Halfway House said the company follows state policy and law and “vehemently denies” that Crews or his company have ever discouraged staff from reporting serious or life-threatening incidents to the state or 911. It described its former employees as “untrustworthy sources” with a “clear bias” against the company and their allegations as “substantially flawed.”
Crews briefly spoke with the news organizations in April during a guided tour of one of his facilities, but he subsequently declined multiple requests for a formal interview. Wayne Halfway House provided detailed responses in writing to three rounds of questions.
DCS said that confidentiality laws limit the agency from commenting publicly about specific youth or investigations, but that it is looking into these incidents. “DCS is comparing the information provided with Department and provider records to determine whether required incident and abuse reports were made, whether appropriate medical care and notifications occurred and what actions were taken in response,” the agency said in a written statement. The results of its investigation will not be made public, it said.
Over much of the last decade, Tennessee has pushed to expand juvenile prison capacity — and to do so, it turned to Crews. Most youth in state custody for committing crimes are held in his facilities, which accommodate nearly 300.
About six weeks after the incident with the teen in the video, the state gave Wayne Halfway House a more lucrative contract to turn Middle Tennessee Juvenile Detention Center, located an hour south of Nashville, from a juvenile jail into a prison. Crews now runs all three of Tennessee’s highest-security youth prisons.

The youth in the video, Thomas Jarvis, recently turned 20. He recalls the attack as the worst ordeal of his years bouncing between facilities in Tennessee. Days after the incident, he said, he was taken to a hospital for an evaluation, then treated at a mental health crisis center.
Jarvis buried the trauma of the attack so deep that he never told his mother, grandmother or state caseworker, who was like a father to him.
His mother, Crystal Smith, heard about the incident for the first time in June, when we showed her the footage. Sitting at her dining room table in Northern Alabama, with laundry drying on the back of the chairs, she watched in horror as her son was dragged across the screen. “That’s my baby that they did that to,” she said. “That’s not right.”
Her elbows resting on the table and shoulders slumped, she wondered out loud what else had been kept secret.

For decades, Crews was a minor player in Tennessee’s juvenile justice system, running just two midsized facilities. But as the state sought operators for its youth prisons, he saw an opening, he told WPLN and ProPublica in April.
Crews’ facilities began accepting teens who other private providers lacked the capacity or desire to handle, becoming an important resource for the Department of Children’s Services. When the state needed a new operator for its largest private youth prison in 2020, it gave Crews the contract.
Mountain View Academy is a high-security facility surrounded by barbed-wire fencing that houses youth who have committed the most serious offenses, including rape and murder. The state also places youth there who have committed nonviolent crimes.
Under its previous operator, Mountain View had been plagued by riots that drew negative press and infuriated locals. Staff called police in the sleepy East Tennessee town of Dandridge regularly for months. In one news report, the town’s mayor said the situation was “not fair to the citizens of Dandridge.”
When Crews took over the Mountain View contract, he promised to get the facility under control. He called the facility a “beast nobody could tame.” Especially in the first months, Crews said, he was a daily presence at the facility, showing up every morning before the kids woke up and helping instill a sense of structure into their routine. But there were still riots, violence and life-threatening injuries inside the prison, according to a lawsuit and interviews with former staff and youth.
One major change was that under Crews, the facility’s problems were kept out of the public eye, former employees said.
The company’s written policy, in effect in early 2020, which WPLN and ProPublica obtained, stated that staff should call 911 “immediately” during a disturbance or riot, but multiple employees said leaders told them something different: Never call for outside help unless Crews or his deputies gave permission. This mandate pressured employees to handle many medical emergencies internally, without calling for help, according to interviews with nine former employees and youth.
WPLN and ProPublica obtained the 2024 version of the company’s emergency response plan for how to handle a riot or disturbance. The directive to call for help immediately was no longer in that policy. “Before law enforcement or emergency services enter our buildings at any time, Jason Crews, CEO must and will be called, no exceptions,” the policy read. It instructed staff to follow law enforcement’s instructions “if Law Enforcement has been called under the authorization of Jason Crews.” A new point was added that reads, “If possible, the disturbance is handled internally.”
In a statement, Wayne Halfway House denied that it ever prevented or discouraged staff from “initiating emergency response in life-threatening scenarios,” calling that allegation “categorically false.” The company pointed to other parts of the 2024 policy, like one for youth medical emergencies, which required staff to call 911 immediately.
The company also shared a new policy for how to handle riots, which went into effect in August 2025 and removes the mandate to call Crews. Now the policy says that staff should notify facility leadership and the company’s state director before police enter the building during a riot or disturbance. The purpose of the plan, the company said in a statement, is to ensure leadership is “simultaneously” notified about emergencies while staff call for help. “Our policies prioritize providing for the safety of all involved and putting our best resources into action when they’re needed the most,” the statement read. “In the rare instances that law enforcement response is required, our policies ensure appropriate staff are notified.”
Wayne Halfway House’s relationship with the police and the community has improved, according to law enforcement. In an interview with WPLN and ProPublica, Dandridge Police Administrative Sergeant Kevin Bunch said, “Call volume and the amount of time that a detective has to spend in this facility has greatly reduced since Mr. Crews’ company took over.”
Just nine months after Crews took over Mountain View, the company’s approach to 911 calls was put to the test.
Late on Nov. 21, 2020, guard Heather Boyd sat in the facility control room and received a radio call from a colleague begging her to call the police. Watching on the surveillance cameras, Boyd saw more than a dozen youth attacking a few guards. Following procedure, she tried to call her supervisor, according to a lawsuit that she later filed against Wayne Halfway House. When 20 minutes passed with no response, she called 911, which sent officers to quash the attack.

Days later, the company fired Boyd and at least two other guards, including one who was taken to the hospital. In an interview with WPLN and ProPublica, Boyd said company leaders told her they were firing her for “calling outside help” and breaking protocol. In the lawsuit, Boyd described the unofficial policy as “gross negligence and malfeasance.”
“I thought I’d done something to save somebody’s life,” she told us. “You shouldn’t have to choose a person’s life over your job.”
Wayne Halfway House denied many of Boyd’s claims in court, including that the company had a policy stopping staff from calling 911 during a life-or-death emergency and that she was wrongfully fired. Both parties quickly settled the case. The company said in a statement that it cannot comment about the settlement agreement due to its confidentiality requirement. It denied that any of the guards were fired for calling 911.
Two experts on correctional medical care said not every emergency at a facility like Mountain View requires a 911 call. But when it comes to injuries, medical staff should be involved in the decision.
In February 2024, however, Mountain View nurse Brandi Buchanan said she faced pressure not to call 911 despite her own professional judgment. She had witnessed teens attacking a guard in a dorm, smashing his ribs, pepper-spraying him and repeatedly kicking his head.
“We need to call the police,” Buchanan recalled telling other guards. “I’m sure he has internal injuries.” But the guards overruled her.
“I thought I’d done something to save somebody’s life. You shouldn’t have to choose a person’s life over your job.”
Heather Boyd, a former guard at Mountain View Academy who said company leaders told her they were firing her for “calling outside help” and breaking protocol
“We don’t do that,” she remembers one company veteran saying. Instead, employees called the operations manager, who was off duty and on a date. An agonizing 20 minutes later, she said, the manager arrived, and his date drove the injured guard to the hospital. The operations manager did not respond to a request for comment about this incident.
“At that point, I was like, ‘They care more about their reputation than their employee’s literal life,’” Buchanan said. She put in her notice shortly after.
Wayne Halfway House said in a statement to WPLN and ProPublica that the attack was “diffused before law enforcement response was needed” and “contained within a matter of minutes.”
The guard, Jason Zaske, suffered a lacerated spleen, a concussion and broken ribs, according to a GoFundMe set up on his behalf. “He thought he was dying,” Zaske’s wife told local media. The guard was unable to work for weeks.
Crews was angered by the wife’s public comments and wanted to fire Zaske, according to Watts, the company’s HR director at the time, who said she advised him not to. “I was like, ‘You can’t terminate somebody who just got injured at work,’” Watts recalled. Zaske wasn’t fired and went back to work at the company. He and his wife declined to comment for this story but confirmed he no longer works there. The company did not respond to Watts’ allegations but said it continued paying Zaske while he was recovering without putting him on workers’ compensation, which would have reduced his pay.
Several months after the Zaske incident, Watts was terminated by Wayne Halfway House. At first the company said her termination was for failing to meet job expectations, but Watts replied citing her latest performance review in which Crews said she was “a tremendous asset to the company.” The company sent her a revised termination letter saying it was going in a different direction. After she left the company, Watts filed a sex discrimination complaint against Wayne Halfway House with the Equal Employment Opportunity Commission, which declined to investigate.

WPLN and ProPublica spoke with more than three dozen former employees of Wayne Halfway House and former residents who said they knew of serious problems that endangered youth and staff inside the company’s facilities. Of those, more than a dozen said that Wayne Halfway House failed to report grave safety failures as required, preventing the state from learning about problems in its facilities.
In Tennessee, juvenile justice providers are required to report abuse and other serious incidents in their facilities to the state Department of Children’s Services, which then decides whether to investigate. Facilities must notify the state of significant incidents — including serious injuries to youth, escapes or restraint use — within 24 hours.
Wayne Halfway House said it designates specific facility leaders to report serious incidents directly to the state, which the company said is “consistent with best practices.” But a dozen lower-level former staff members said they didn’t trust management to file reports or to do so thoroughly, and two former managers said they felt pressured by the company not to report at all even though they were authorized to do so. One of those managers, who spoke on the condition of anonymity out of fear of career repercussions, said Crews told them to stop reporting as much to the state because it would make the company look bad.
Separate from a facility’s requirements to DCS, Tennessee law requires individuals to report any suspected child abuse, including physical and sexual abuse, to the department immediately. Nine former Wayne Halfway House staff members said they feared for their jobs if they reported serious incidents, including some suspected cases of child abuse, directly to the state. Several of them said they were pushed out after doing so. “The rebuke would be harsh and sometimes up to and including termination if we reported out,” said Mario Brown, a former therapist at Mountain View Academy. Brown was not fired from the company.
The company said that it did not fire staff for reporting abuse and that staff members have an individual legal responsibility to report child abuse and neglect to the state. Employees scared about retaliation could report anonymously to DCS, the company said. “WHWH is well aware that terminating an individual for them reporting incidents of this severity would create potential legal liability for the company.”
Webb, the former medication supervisor at Middle Tennessee Juvenile Detention Center, said that around the time when Jarvis was forced into a cell by other teens, management failed to report another violent altercation to the state. A surveillance video from 2024 shows the facility administrator, Lynda Odom, grabbing a girl by her wrists, backing her into the corner of the room and pulling her into a headlock. “I’m grabbing your neck because you need to stop,” Odom yelled as the girl struggled. Two other staffers helped to break them up, and one dragged the girl away screaming.
WPLN and ProPublica obtained a recording of the video; Webb did not provide it.
Webb said she went to the company’s director of compliance, Kelly Banks, who was visible in the video attempting to hold Odom back, and asked her if she was going to report the restraint to the state. Banks said she would handle it, according to Webb. Banks did not respond to requests for comment.
Odom, who no longer works at the facility, said that she followed proper procedure in restraining the girl and that no one had reached out to her to investigate the incident. “There was nothing to report,” she said when WPLN and ProPublica reached her by phone.
WPLN and ProPublica played the video for leaders at Handle With Care, the restraint training company used by Wayne Halfway House. The company said it “does not teach headlocks as restraint techniques.”
Crews declined to respond to questions about the incident. According to Wayne Halfway House, Webb was later fired for creating a hostile work environment. Webb said company leaders asked in her termination meeting if she had kept the videos of youth being harmed; she believes the company fired her for insisting leaders report incidents to the state.
Sexual relationships between staffers and incarcerated youth are illegal under any circumstances, but nearly two dozen former employees and teens said they suspected abuse was taking place in Crews’ facilities.
Five former staff members said they did not report suspected sexual abuse as required under state law because they were scared of retaliation from leadership, and two said they didn’t know it was a requirement.
Two former employees, one from Mountain View and the other from Standing Tall Music City, a Wayne Halfway House facility in Nashville, recalled talking to company leaders about specific cases of staff suspected of sexually abusing youth. They said they were not aware of the incidents being reported to the state.
The former Standing Tall employee, who spoke on the condition of anonymity out of fear of retaliation from the company, described confronting a female guard after finding her in a room with a youth alone. The former employee said they suspected the guard was sexually abusing the youth and reported it to the facility administrator, hoping he would begin an investigation. But a federal report that tracks sexual abuse in prisons showed no employee abuse or harassment of youth was reported to or investigated by the state in that facility in 2021.
Wayne Halfway House said it reported this incident to the state last week after WPLN and ProPublica asked the company about it.
Brown, the former Mountain View therapist, recalled a separate incident of suspected sexual abuse, which he did go on to report: a child whom he watched deteriorate session after session. Eventually, Brown said, the boy told him that a nurse at the facility had sexually assaulted him. Although Brown worried about getting fired, he reported the alleged abuse to the state. Shortly after, the child was moved out of the facility.
Wayne Halfway House said in a statement that it has documentation that rebuts Brown’s version of events but cannot comment further because of confidentiality reasons.
Brown eventually resigned. “It got to the point where this had weighed heavily on my mental health,” he said.
His main regret, he said, was leaving behind youth who trusted him.
Brown later returned to work for Wayne Halfway House, he said, because of his dedication to the kids. He no longer works for the company.

Years before Jarvis was dragged across the floor of Middle Tennessee Juvenile Detention Center, he was badly injured inside another Crews facility, according to Jarvis’ DCS case file. That time, too, the facility failed to report the incident to the state as required.
Jarvis landed in September 2021 at Hollis Academy, Wayne Halfway House’s flagship facility in rural Middle Tennessee. He had been there for several weeks when the company requested DCS move him to another provider. Right after, his case manager picked him up and took him to a routine doctor’s appointment at the health department. His file, which his family shared with WPLN and ProPublica, states that a medical provider discovered he had bruises in various stages of healing covering 80% of his body. Jarvis said the other youth had assaulted him.
“With this amount of bruising staff had to be aware,” a child abuse report submitted to DCS read.
A DCS investigator looked into the case and interviewed facility leadership. The facility, he said, never reported the injury to Jarvis’ state case manager or to the state as required. The documents don’t mention any repercussions for the facility, and DCS said it cannot comment because of juvenile confidentiality laws.
Wayne Halfway House declined to comment about this specific incident, citing a youth’s right to privacy. The company said it was not able to file a report for a youth no longer at the facility. But documents show that Jarvis had been at the facility for weeks when the bruising occurred.
Jarvis spent nearly three and a half years in state custody after being charged with arson for lighting his stepdad’s three-wheeler on fire. He was released from Mountain View in March 2025 following a court hearing.
Incarceration seems to have only worsened his trauma, said his grandmother Chris Stone, who took him in to live with her. Jarvis still seems angry, Stone said, and sometimes he threatens suicide. He never discusses what happened to him inside.
Inside her dimly lit brick home in Northern Alabama, with curtains drawn against the summer heat, Stone wept while recalling the assault her grandson endured while he was already at a low point. She still struggles to understand why the facility never informed her or other family members — and she wrestles with anger and guilt.
Sitting on the couch, she turned to her grandson, her blue eyes fixed on him. “Thomas, with my temper, something would have went down,” she said. She told him she never would have let the company hide what happened.
He sat silently beside her, without meeting her eyes.
The post “They’re Putting Kids’ Lives at Risk”: How Abuse in a Tennessee Businessman’s Juvenile Prisons Remained Under Wraps appeared first on ProPublica.
Le regole di bilancio europee si basano ora sui piani fiscali di medio periodo e sulle traiettorie della spesa netta dei paesi. Ma come si distingue la parte del disavanzo dovuta alle decisioni del governo da quella prodotta dalla congiuntura economica?
L'articolo La trappola nascosta nelle regole fiscali europee proviene da Lavoce.info.
Per il suono della campanella ancora c’è tempo, l’anno scolastico in Toscana riprenderà il prossimo 15 settembre, ma intanto, mentre studenti grandi e piccoli si godono le meritate vacanze e un poco di relax, parte o prosegue insieme ai genitori la ricerca dei libri scolastici e di tutto l’occorrente per iniziare l’anno scolastico preparati, con un occhio sempre attento alla convenienza.
Silvia quest’anno andrà in seconda media. L’abbiamo incontrata alla Coop mentre faceva la spesa con il babbo. «Ho comprato il diario. Ne ho approfittato anche per comprare della cancelleria nuova, squadre e il righello, matite e pennarelli, qualche quaderno». La sorellina Alice, quest’anno andrà in quinta elementare. Anche lei come la sorella sta facendo scorta di cancelleria: matite, pennarelli, penne, evidenziatori colorati… lo zaino no, per quest’anno terrà lo stesso, ma già guarda curiosa tra gli scaffali per il prossimo anno scolastico: «Nuovo zaino. Andrò in prima media!», commenta contenta.
Tra le proposte segnaliamo anche lo starter kit a soli 9,50 euro che comprende: 10 penne a sfera Coop, 3 colle stick Coop, una gomma da cancellare Coop, 2 evidenziatori Coop, 12 pennarelli a punta fine Coop, temperamatite a due fori con serbatoio Coop, 12 matite colorate Coop, 2 matite in grafite HB Vivi Verde Coop, una confezione da 3 maxi quaderni Coop e forbici a lama 13 cm Coop.
Speciale promozione anche sui grembiuli asilo e scuola bambino e bambina, disponibili in taglie colori assortiti.
Tutti i dettagli delle offerte li trovi nel depliant sul sito coopfirenze.it
I libri scolastici sono un’altra nota dolente nel budget delle famiglie , soprattutto se con più figli in età scolare. Per i soci Unicoop Firenze il servizio Prenotalibro permette di risparmiare su questa voce di spesa prenotando i testi scolastici ed universitari sul web e ritirarli poi al box informazioni dei punti vendita andando a fare la spesa. Prenotalibro, oltre alla comodità di poter ritirare i libri – su richiesta anche con copertina, pronti per essere infilati nello zaino – andando a fare la spesa.
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Non solo libri scolastici: Prenotalibro comprende oltre 300mila titoli non scolastici, fra cui narrativa, saggistica, manualistica, libri per bambini, guide turistiche, libri di cucina e molto altro.
L'articolo Tutto per la scuola proviene da Informatore.



Le auto elettriche di Xiaomi in Europa rappresentano una certezza che si concretizzerà a breve. La strategia del colosso cinese è ambiziosa: non competere solo sul prezzo, ma ridefinire il concetto di auto premium. L'arrivo di Xiaomi si prepara a cambiare in modo significativo il panorama automobilistico del continente.
Il mercato europeo ha già visto una prima ondata di costruttori cinesi, molti dei quali hanno puntato su listini aggressivi per guadagnare quote di mercato. Ora, però, lo scenario sta per cambiare con una seconda ondata, più orientata alla tecnologia e alla qualità, e Xiaomi intende esserne protagonista. Il gigante, noto per i suoi smartphone e dispositivi connessi, è entrato nel settore automobilistico solo nel 2024.
In tempo record ha già presentato modelli come la berlina SU7 e il SUV YU7, dimostrando una notevole capacità produttiva e di innovazione. Non si tratta di veicoli economici, ma di auto progettate per competere direttamente con i grandi marchi europei.
La data ufficiale per l'arrivo di Xiaomi nel mercato europeo è fissata per il 2027. L'espansione seguirà un piano preciso, pensato per affrontare uno dei contesti più competitivi al mondo. L'obiettivo dichiarato dal fondatore Lei Jun è molto ambizioso: entrare nella top 5 dei marchi premium in Europa entro il 2030.
La scelta del primo paese non è casuale. Xiaomi inizierà la sua avventura europea dalla Germania, il cuore dell'industria automobilistica continentale. Infatti affrontare la competizione diretta con BMW, Mercedes e Porsche rappresenta il banco di prova definitivo. Superare questa sfida significherebbe ottenere una certificazione di qualità e credibilità a livello globale.
L'azienda vuole essere percepita non come un'alternativa a basso costo, ma come un nuovo punto di riferimento nel segmento premium.
Il vero elemento distintivo delle auto Xiaomi risiede nel suo ecosistema integrato. La strategia "Human × Car × Home" punta a trasformare il veicolo in un'estensione del nostro mondo digitale. Il cuore di questo ecosistema è il sistema operativo HyperOS, che garantisce una comunicazione fluida tra smartphone, auto e dispositivi di domotica.
Sul fronte tecnico, l'azienda si concentra sulla guida intelligente. Modelli come il SUV YU7 sono dotati di sensori LiDAR, radar 4D e piattaforme Nvidia, tecnologie dedicate a un'assistenza alla guida di livello avanzato. La guida autonoma è considerata un fattore competitivo fondamentale per il futuro.
Il percorso delle auto elettriche di Xiaomi in Europa non sarà privo di ostacoli. Infatti l'azienda dovrà affrontare diverse sfide, tra cui:
Tuttavia, Xiaomi parte da una posizione di vantaggio unica: una solida presenza commerciale in oltre cento paesi grazie al settore degli smartphone. Se riuscirà a trasferire questa fiducia e questa capillarità nel settore auto, potremmo assistere a un vero e proprio cambiamento epocale.
La seconda ondata di veicoli elettrici cinesi non si limiterà a competere sulle quote di mercato, ma potrebbe ridefinire il concetto stesso di auto del futuro.
L'articolo Le auto elettriche di Xiaomi in Europa: sbarco ufficiale nel 2027 proviene da sicurezza.net.


Il suo nome è entrato nel mito grazie alla Ford GT40. Ma prima di lei, la leggenda, Ken Miles se l'era costruita in garage, saldando tubi d'acciaio e modellando pannelli di alluminio con le proprie mani. Molto prima di diventare l'uomo capace di trasformare un brutto anatroccolo nella regina di Le Mans, il pilota inglese emigrato in California aveva già dimostrato di avere talento, intuito e capacità meccaniche non comuni. In occasione del 75° anniversario del Pebble Beach Concours d'Elegance, saranno proprio le sue due creature più personali, le MG R1 e R2 "Flying Shingle", a raccontare quella storia.
Il debutto con le MG
Quando Ken Miles lasciò l'Inghilterra per trasferirsi a Los Angeles, all'inizio degli Anni Cinquanta, era già un ottimo pilota. Negli Stati Uniti, però, divenne qualcosa di ancora più raro: un costruttore-artigiano capace di inventarsi automobili da corsa partendo da modelli che conosceva bene, le MG. Dopo aver conquistato una lunga serie di vittorie nelle gare SCCA con una semplice MG TD elaborata, decise che il telaio di serie non bastava più, così progettò una vettura tutta sua. Anzi, due. Nacque così la R1, seguita nel 1955 dalla più evoluta R2, soprannominata "Flying Shingle", letteralmente "tegola volante", per quella carrozzeria bassissima e filante che sembrava schiacciare l'auto sull'asfalto. Il telaio tubolare costruito in casa, il motore MG profondamente elaborato e una ricerca aerodinamica quasi ossessiva, permisero a Miles di mettere in difficoltà vetture ben più potenti, trasformando le sue special in autentici incubi per gli avversari sulle piste della West Coast americana.
Pensava come un ingegnere
La grandezza di Ken Miles non stava soltanto nel piede destro. Ogni giro di pista era l’occasione per analizzare le reazioni della vettura con una sensibilità che aveva pochi eguali: tornava ai box con la testa piena di appunti e poi, a casa, modificava sospensioni, geometrie, pesi, posizione di guida, limando decimi e sviluppando incessantemente le proprie creature. Un metodo quasi scientifico che, qualche anno più tardi, avrebbe convinto Carroll Shelby e Ford ad affidargli lo sviluppo della Cobra e soprattutto della GT40. Ma tutto era nato dalle “Flying Shingle”, il manifesto della sua filosofia: leggere, essenziali, nate per vincere grazie all'intelligenza più che ai cavalli. Non stupisce che ancora oggi vengano considerate tra le special più ingegnose mai costruite su base MG.
Una vittoria cancellata
Le Flying Shingle entrarono rapidamente nella leggenda anche per un episodio che racconta bene il carattere di Miles. Alla gara di Palm Springs del 1955 tagliò il traguardo davanti a tutti, precedendo tra gli altri un giovane James Dean al volante della sua Porsche 356 Speedster, ma la vittoria gli venne revocata per una contestata irregolarità tecnica: i parafanghi risultarono troppo larghi rispetto al regolamento della categoria. Un episodio rievocato con qualche licenza nel film “Le Mans ‘66 - La grande sfida”, con Christian Bale nei panni di Ken Miles che prende a martellate il baule per farlo rientrare nelle misure regolamentari.
Raccontano un'epoca
Al Pebble Beach Concours d'Elegance 2026 le due Flying Shingle saranno riunite per ricordare e celebrare uno dei personaggi più affascinanti ed eroici della storia dell'automobile. La R2 appartiene oggi alla Collier Collection e, insieme alla R1, testimonia un'epoca in cui un uomo poteva ancora immaginare una macchina nel proprio garage, costruirla con le proprie mani e trasformare una semplice MG in un'arma da competizione per battere piloti ufficiali e costruttori affermati. E forse è proprio questo il significato più profondo della presenza delle Flying Shingle sul prato di Pebble Beach. Non celebrano soltanto un pilota, semmai un'epoca in cui il talento non si misurava con il budget del reparto corse, ma con la capacità di immaginare qualcosa che ancora non esisteva. Ken Miles lo faceva con una chiave inglese in una mano e il casco nell'altra. Ed è così che, ancora oggi, continua a correre nella memoria degli appassionati.









CIVITAVECCHIA – Un nuovo passo nel processo di integrazione tra il porto di Civitavecchia e città. È stato inaugurato il nuovo varco pedonale di Porta Marina, accesso storico dello scalo che torna a essere pienamente fruibile dopo decenni di chiusura, ristabilendo un collegamento diretto tra il porto storico e il tessuto urbano. Lo ha annunciato in una nota l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centro Settentrionale, alla cerimonia di apertura hanno partecipato il presidente dell’ente portuale, Raffaele Latrofa, il sindaco di Civitavecchia Marco Piendibene, il capitano di fregata della Capitaneria di Porto Valerio Mazzarino e l’assessore comunale all’Ambiente e al Demanio marittimo Stefano Giannini.
L’intervento si inserisce nel più ampio programma di riqualificazione e riorganizzazione dello scalo laziale, che negli ultimi anni ha visto l’avanzamento dei lavori di apertura a sud del porto e una conseguente riduzione del traffico veicolare nell’area storica. Un processo che ha consentito di ampliare gli spazi destinati alla mobilità pedonale e di rafforzare il rapporto tra il waterfront e il centro cittadino.
Con la riapertura di Porta Marina salgono a quattro gli accessi pedonali disponibili per cittadini e visitatori. Oltre al nuovo varco sono infatti già operativi gli ingressi della Fortezza, della Scaletta e di Porta Livorno.
“La riapertura di Porta Marina è un intervento dal forte valore simbolico, ma anche molto concreto – dichiara il Presidente dell’AdSP Raffaele Latrofa – perché restituiamo alla città un accesso che era chiuso da decenni e che, oggi, torna a essere un punto di connessione diretto tra il porto storico e Civitavecchia. Il nostro obiettivo è rendere il porto sempre più aperto, accessibile e integrato con la città, creando le condizioni perché il porto storico possa essere vissuto sempre più anche dai cittadini. La riduzione del traffico veicolare e l’ampliamento degli accessi pedonali vanno esattamente in questa direzione. È un percorso che intendiamo proseguire, con interventi capaci di coniugare funzionalità, sicurezza, decoro e valorizzazione di un patrimonio che appartiene alla storia e all’identità di Civitavecchia”.
La riapertura rappresenta uno degli interventi più significativi nel percorso di riconnessione tra la città e il suo porto, storicamente elemento centrale dello sviluppo economico e sociale del territorio.
“La riapertura di Porta Marina aggiunge un nuovo tassello al rapporto sempre più stretto tra il porto e la città – dichiara il Sindaco Marco Piendibene –. Due realtà che devono continuare a dialogare e a integrarsi, rendendo sempre più accessibile ai cittadini un patrimonio che è parte integrante della storia di Civitavecchia. È anche il risultato di una positiva sinergia istituzionale, per la quale ringrazio il Presidente Raffaele Latrofa e tutti i soggetti che hanno contribuito a rendere possibile questa apertura”.
Anche l’amministrazione comunale ha sottolineato il valore dell’iniziativa in termini di accessibilità e fruizione degli spazi pubblici.
“Abbiamo sostenuto fin dall’inizio la riapertura di Porta Marina, portando anche nelle sedi competenti una richiesta arrivata da molti cittadini – dichiara l’Assessore all’Ambiente Stefano Giannini –. Oggi quell’obiettivo diventa realtà e restituisce alla città un collegamento importante con il suo porto storico. È un risultato che migliora l’accessibilità e la fruibilità di quest’area e che va nella direzione che abbiamo auspicato: rendere sempre più semplice e diretto il rapporto tra Civitavecchia, i suoi cittadini e il porto”.
Il nuovo accesso resterà aperto quotidianamente dalle 5 alle 23, secondo le stesse modalità previste per gli altri varchi pedonali dello scalo. La chiusura serale sarà affidata al personale della Port Authority Security.
L’area è stata oggetto di interventi di sistemazione e riqualificazione da parte dell’Autorità di Sistema Portuale, con particolare attenzione al decoro urbano attraverso l’installazione di fioriere e il miglioramento degli spazi circostanti.
Dal punto di vista della sicurezza, Porta Marina è dotata di sistema di videosorveglianza e di un dissuasore che consente esclusivamente il transito pedonale e delle carrozzine per persone con disabilità, impedendo l’accesso a biciclette e ciclomotori. Una soluzione progettata per garantire ordine, sicurezza e piena accessibilità al nuovo collegamento tra il porto storico e la città.
L'articolo Civitavecchia, riapre Porta Marina: nuovo accesso pedonale tra lo scalo storico e la città proviene da Corriere Marittimo.
Lussemburgo, – d’Amico International Shipping (DIS), gruppo attivo a livello internazionale nel trasporto marittimo di prodotti petroliferi raffinati, rafforza il controllo diretto sulla propria flotta attraverso il riacquisto della MT High Discovery, tanker medium-range da 50.000 tonnellate di portata lorda.
La società, quotata a Piazza Affari con il ticker DIS.MI, ha annunciato che la controllata operativa irlandese d’Amico Tankers d.a.c. ha esercitato l’opzione di acquisto prevista nell’attuale contratto di noleggio a scafo nudo della nave, per un corrispettivo di circa 15,3 milioni di dollari.
L’operazione consentirà al gruppo di tornare in pieno possesso dell’unità, costruita nel febbraio 2014 presso i cantieri sudcoreani Hyundai Mipo Dockyard, tra i principali operatori mondiali del settore. Il trasferimento della proprietà è previsto all’inizio di novembre 2026, mentre il prezzo finale potrà subire lievi aggiustamenti in funzione della data effettiva di consegna.
L’acquisizione si inserisce nella strategia di ottimizzazione della struttura finanziaria perseguita dalla compagnia e rappresenta un ulteriore passo nel processo di rafforzamento della flotta di proprietà. La MT High Discovery era infatti stata coinvolta nel 2022 in un’operazione di sale and leaseback, formula che consente agli armatori di liberare liquidità mantenendo l’utilizzo operativo delle navi attraverso contratti di locazione a lungo termine.
Con questa operazione, il numero di unità detenute tramite contratti di noleggio a scafo nudo si riduce ulteriormente. Attualmente la flotta di DIS comprende 28 navi cisterna a doppio scafo, tra unità MR, Handysize e LR1, delle quali 26 di proprietà e 2 operate tramite bareboat charter, con un’età media di circa dieci anni.
Commentando l’operazione, Carlos di Mottola, amministratore delegato di d’Amico International Shipping, ha dichiarato: “Sono lieto di annunciare l’esercizio dell’opzione di acquisto su una delle nostre due navi ancora controllate tramite contratti di noleggio a scafo nudo. Attraverso questa operazione, DIS riacquisisce la proprietà della MT High Discovery, una nave Eco-MR moderna, costruita nel 2014, da un cantiere navale di primario livello, a seguito dell’operazione di sale and leaseback realizzata nel 2022, riducendo al contempo ulteriormente la leva finanziaria e il cash breakeven della Società.”
L’operazione conferma l’attenzione del gruppo verso il consolidamento patrimoniale e il contenimento dei costi operativi in una fase in cui il mercato delle petroliere per prodotti raffinati continua a beneficiare di dinamiche favorevoli legate ai flussi commerciali globali e alla riorganizzazione delle rotte energetiche.
Controllata di d’Amico Società di Navigazione, d’Amico International Shipping è specializzata nel trasporto di prodotti petroliferi raffinati, prodotti chimici e oli vegetali. Il gruppo gestisce una flotta moderna di navi a doppio scafo con capacità comprese tra 35.000 e 75.000 tonnellate di portata lorda ed è presente nei principali hub marittimi internazionali, tra cui Londra, Dublino, Monte Carlo, New York e Singapore.
L'articolo d’Amico I.S., riacquisto della nave cisterna High Discovery, esercitata l’opzione per 15,3 mln USD proviene da Corriere Marittimo.
@Krys
Tout d’abord : bravo et continue !
Je suis un lecteur assidu depuis des années, et j’apprécie particulièrement cette dimension politique assumée : l’éducation populaire c’est ça.
Pour moi cela fait partie d’un tout, la culture numérique n’est pas indissociable de la culture populaire et des cultures humaines. Comment rester cohérent⋅e quand on veut se battre pour des services numériques libres et émancipateurs dans une société prédatrice, marchande, expropriatrice, mysogine, raciste, validiste etc…. mais en faisant comme si ça n’existait pas ? ! Comme disait Bourdieu, tu « dévoiles » les mécanismes sociaux derrières nos usages.
Je ne pense pas, contrairement à ce que j’ai lu, qu’il s’agit ici juste de juger, mais de porter à connaissance, de comprendre ce que ça implique politiquement. Et quand bien même, en quoi « juger » des actions nuisibles à la vie en commun serait « mal » ? !
Force à toi Krys et longue vie à Framasoft !
ROMA – Si è spento a Roma, dopo una lunga malattia, Maurizio Longo, segretario generale di Trasportounito e figura di riferimento per il settore dell’autotrasporto italiano. La sua attività sindacale e associativa ha accompagnato per decenni l’evoluzione di un comparto strategico per l’economia nazionale, spesso impegnato a confrontarsi con criticità strutturali, squilibri nei rapporti di mercato e carenze infrastrutturali.
Tra i temi che hanno caratterizzato il suo impegno figurano il ruolo della committenza, l’efficacia degli interventi pubblici destinati al settore e le condizioni operative degli autotrasportatori. Questioni che Longo ha affrontato con continuità, sostenendo le ragioni di un tessuto imprenditoriale composto in larga parte da piccole aziende e operatori indipendenti, per i quali la sostenibilità economica dell’attività è spesso rimasta una sfida quotidiana.
Il percorso professionale di Longo si interrompe dopo anni segnati dalla malattia, affrontata senza rinunciare alla partecipazione attiva alla vita associativa e al confronto sulle prospettive del comparto. Un impegno che lo ha accompagnato fino agli ultimi mesi, nonostante le crescenti difficoltà fisiche.
Nato a Latina il 10 settembre 1962, inizialmente promettente nel calcio dilettantistico, Longo si era progressivamente avvicinato al mondo dell’autotrasporto fino a diventarne uno dei maggiori esperti e rappresentanti. Tra le iniziative più significative della sua carriera si ricordano le battaglie sindacali condotte alla guida di Fita-Cna, comprese le mobilitazioni nazionali della categoria.
Nel 2008 aveva fondato Trasportounito insieme a Franco Pensiero, storico presidente e amico personale. L’obiettivo era dare vita a un’organizzazione interamente dedicata alla tutela delle imprese dell’autotrasporto, in un contesto in cui, secondo la visione sostenuta dal sindacato, il peso strategico del settore per il sistema produttivo nazionale non aveva trovato un adeguato riconoscimento istituzionale ed economico.
Nel corso degli anni Trasportounito ha più volte richiamato l’attenzione sulle dinamiche contrattuali tra vettori e committenti, denunciando la persistente asimmetria nei rapporti di forza e sostenendo la necessità di interventi capaci di favorire un riequilibrio strutturale del mercato.
La lunga malattia non ha però allontanato Longo dai tavoli di confronto. Presente nei dibattiti sul futuro dell’autotrasporto, spesso anche in posizioni differenti rispetto ad altre organizzazioni di rappresentanza, ha continuato a portare avanti le proprie convinzioni con determinazione. Una presenza costante, caratterizzata da una forte capacità di analisi e da una profonda conoscenza delle problematiche del settore.
Per molti operatori e osservatori del comparto, Maurizio Longo ha rappresentato una delle figure più riconoscibili dell’autotrasporto italiano. La sua scomparsa lascia un vuoto in un settore che lo ha visto protagonista per gran parte della sua vita professionale, sempre impegnato nella difesa delle imprese e nel riconoscimento del loro ruolo all’interno della filiera economica del Paese.
L'articolo Addio a Maurizio Longo, segretario generale di Trasportounito proviene da Corriere Marittimo.
Napoli – Il Gruppo Grimaldi amplia la propria flotta con la Grande Pacifico, nuova Pure Car & Truck Carrier (PCTC) da 9.800 CEU, consegnata il 10 agosto e destinata a rafforzare i collegamenti marittimi tra Asia ed Europa. Si tratta della tredicesima nave del gruppo con notazione Ammonia Ready e della prima di cinque unità gemelle commissionate a China Merchants Heavy Industries Jiangsu.
La nuova car carrier rappresenta l’evoluzione del progetto delle cinque PCTC da 9.000 CEU già realizzate dallo stesso cantiere. L’incremento della capacità di carico, pari a circa il 9%, è stato ottenuto attraverso una configurazione a 15 ponti, uno in più rispetto alle unità della precedente serie.
Con una lunghezza di 220 metri, una larghezza di 38 metri e una stazza lorda di 95.534 tonnellate, la Grande Pacifico raggiunge una velocità di crociera di 18 nodi. La nave è progettata per il trasporto di veicoli elettrici e tradizionali e può imbarcare anche mezzi alimentati a gas naturale compresso (CNG), ampliando la flessibilità commerciale della flotta.
Ammonia Ready
Uno degli elementi distintivi della nuova unità è la notazione di classe Ammonia Ready rilasciata dal Registro Italiano Navale (RINA). La certificazione attesta la predisposizione della nave alla futura conversione per l’impiego dell’ammoniaca come combustibile alternativo a zero emissioni di carbonio.
A questa si aggiungono le notazioni Green Plus, Green Star 3, Comfort Vibration e Comfort Noise Port, che riflettono l’attenzione riservata agli aspetti ambientali, energetici e di comfort operativo.
Secondo i dati forniti dal gruppo, l’insieme delle tecnologie adottate consente alla Grande Pacifico di ridurre del 50% il consumo di carburante rispetto alle car carrier della precedente generazione.
Batterie, pannelli solari e cold ironing
Il pacchetto tecnologico comprende batterie al litio con una capacità complessiva di 5 MWh e la predisposizione per il collegamento alla rete elettrica di terra nei porti attrezzati. Il sistema di cold ironing permette di eliminare le emissioni generate durante le soste in banchina.
Sul fronte dell’efficienza energetica, la nave dispone inoltre di circa 2.500 metri quadrati di pannelli solari, sistemi intelligenti per la gestione dei consumi, rivestimenti siliconici destinati a ridurre la resistenza all’avanzamento e un sistema di air lubrication. Completano la dotazione un design dello scafo ottimizzato e il gate rudder, soluzione finalizzata a migliorare sia l’efficienza propulsiva sia la manovrabilità.
Il motore a controllo elettronico è abbinato a sistemi di trattamento dei gas di scarico in grado di contenere le emissioni di ossidi di zolfo (SOx), particolato (PM) e ossidi di azoto (NOx). Per questi ultimi, i livelli risultano inferiori ai limiti previsti dalla normativa IMO Tier III.
Dalla Cina all’Europa
La denominazione Grande Pacifico riflette l’espansione delle attività del gruppo nell’area del Pacifico, dove Grimaldi ha progressivamente sviluppato servizi marittimi regolari a sostegno delle filiere automobilistica e del trasporto di rotabili.
Il debutto operativo della nave è previsto nei prossimi giorni sul servizio Asia-Europe, con partenza dal porto cinese di Taicang e scali ad Anversa, in Belgio, e Southampton, nel Regno Unito. Il viaggio inaugurale vedrà la Grande Pacifico impegnata nel trasporto di oltre 6.900 autovetture e più di 900 metri lineari di merci rotabili.
“Con la consegna della Grande Pacifico, il Gruppo Grimaldi conferma la propria strategia di investimento in una flotta sempre più innovativa, efficiente e sostenibile”, ha affermato Emanuele Grimaldi, Amministratore Delegato del Gruppo Grimaldi. “Le nuove unità PCTC da 9.800 CEU rappresentano una naturale evoluzione delle prime cinque navi della serie, con una capacità di carico ancora maggiore e soluzioni progettuali che ne ampliano la versatilità operativa. Investire in navi sempre più capienti ed efficienti, e al contempo predisposte all’utilizzo dei carburanti del futuro, significa rafforzare la nostra leadership nel settore e offrire ai nostri clienti servizi di trasporto marittimo all’avanguardia, con il minor impatto ambientale possibile.”
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Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura
L’anarchismo non è mai stato una dottrina unica. Fin dalle sue origini si è sviluppato attraverso correnti differenti, spesso unite dal rifiuto del dominio politico e delle gerarchie coercitive, ma divise sul modo di organizzare l’economia, la proprietà, il lavoro, la comunità e la trasformazione sociale. Per questo parlare semplicemente di “anarchia” può essere fuorviante. Sotto la stessa parola convivono tradizioni molto diverse: il mutualismo, il collettivismo anarchico, il comunismo libertario, l’anarcoindividualismo, l’anarcosindacalismo, l’anarchismo sociale, le correnti ecologiche, quelle femministe e molte altre. Questa mappa delle correnti anarchiche non vuole trasformare una storia complessa in una classificazione rigida. Serve piuttosto
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Tralasciando gli eventi minori che ogni anno anticipano sempre più l’inizio informale della Monterey Car Week, la kermesse entrerà nel vivo mercoledì 12 agosto con Motorlux, la serata di Hagerty che trasforma il piazzale del Monterey Jet Center in una sorta di salone delle meraviglie. Per il 2026 il percorso espositivo sarà costruito attorno a sei collezioni tematiche: "Le Pur Sang des Automobiles", omaggio a Ettore Bugatti dalla Type 35 alla Chiron; "The Coventry Collection", che celebra i 65 anni della Jaguar E-Type in chiave british; "Dodici", tributo al fascino dei V12 tricolori con Ferrari e Lamborghini tra i protagonisti; "Chasing Cherry Blossoms", dedicata ai grandi classici giapponesi; "Rally Madness", saluto alle vetture da rally più estreme; infine, "Privé One", riservata ai pezzi unici. Durante la serata Broad Arrow Auctions mostrerà in anteprima alcuni lotti in vendita nei giorni successivi. Ed è proprio l’asta di Broad Arrow la novità più eclatante: l’appuntamento su due giornate (13 e 14 agosto) si sposterà per la prima volta negli spazi del Quail Lodge, con un catalogo di circa 175 vetture da collezione.
Gli anniversari di The Quail
Sui prati del Quail Lodge & Golf Club di Carmel, venerdì 14 agosto andrà in scena quella che molti considerano la festa più esclusiva dell'intera settimana: The Quail, A Motorsports Gathering, giunta alla ventitreesima edizione. La formula del garden party resta invariata ma il 2026 porta con sé cinque categorie speciali di grande richiamo: il centenario della Route 66, celebrato con una selezione di vetture legate alla Strada Madre; la Lamborghini Diablo, la prima Sant'Agata capace di superare le 200 miglia all’ora; l'eredità delle GT giapponesi; la Ferrari F40 che ha segnato gli anni 80 di Maranello e le vetture della collezione di Bruce Meyer. Gli occhi saranno come di consueto puntati anche sulle novità delle case, che usano The Quail come un vero e proprio salone: per esempio la Lamborghini che, probabilmente, svelerà come nelle precedenti edizioni una nuova vettura oppure Touring Superleggera con un nuovo capitolo della sua Veloce 12.
A Laguna il motorsport giapponese
Se i prati raccontano l'eleganza, sulla pista di Laguna Seca parlerà la velocità. Dal 12 al 15 agosto la Rolex Monterey Motorsports Reunion, il grande raduno di vetture storiche da competizione sul celebre tracciato, proporrà per la prima volta nella sua storia un tributo dedicato interamente al motorsport giapponese. Tra i pezzi più attesi, ci saranno fianco a fianco due vetture giapponesi vincitrici assolute della 24 Ore di Le Mans: la Mazda 787B del 1991 e la Toyota TS050 Hybrid del 2018. La rassegna 2026 celebrerà inoltre il quarantacinquesimo anniversario della classe IMSA GTP con uno schieramento dedicato.
L’Italia tra dolce vita e spettacolo serale
Sabato 15 agosto sarà come di consueto il giorno dedicato all'automobile italiana. A Seaside Concorso Italiano taglierà il traguardo della quarantunesima edizione, confermandosi vetrina di rilievo fuori dai confini nazionali per i marchi del nostro Paese: Abarth, Alfa Romeo, Bizzarrini, De Tomaso, Ferrari, Fiat, Iso, Lamborghini, Lancia e Maserati, affiancati nella sezione dedicata alle due ruote dalla Ducati (celebrata per il centenario), Moto Guzzi, MV Agusta e Vespa, che festeggerà a sua volta il traguardo degli 80 anni. La vera novità del 2026 è però la collaborazione, per la prima volta, tra Concorso Italiano e il Monterey Motorsports Festival: chi partecipa di giorno a Concorso potrà proseguire la serata al Monterey County Fairgrounds, dove il Motorsports Festival raccoglie il testimone con un formato più informale e festoso, che vedrà tra i protagonisti, tra gli altri, Kimera Automobili.
I 75 anni di Pebble Beach
La settimana si chiuderà domenica 16 agosto, come sempre, sul campo da golf più prestigioso della penisola. Per i settantacinque anni del Pebble Beach Concours d’Elegance gli organizzatori celebreranno Ferrari come marchio protagonista assoluto: la Casa di Maranello ha un legame profondo con la manifestazione, essendo apparsa per la prima volta nel 1951 con la Ferrari 166 MM Touring Barchetta di Jim Kimberly, e divenendo dal 1973 il primo marchio del dopoguerra a diventare in maniera ricorrente un “featured marque”. Il tributo 2026 si concentra in particolare sulle vittorie della NART di Luigi Chinetti. Spazio anche per una sezione dedicata alle carrozzerie di Vignale, scelto come carrozziere protagonista dell’edizione per celebrare l'eleganza scultorea del design italiano del dopoguerra. Nel 2026 faranno poi capolino nuove classi pensate per guardare sia al passato più remoto sia a territori finora poco esplorati dal prato di Pebble Beach: gli Early American Speedsters ante Prima Guerra Mondiale, con vetture come la Mercer Raceabout e la Stutz Bearcat, le Classic Streamliner aerodinamiche che hanno inseguito i record di velocità e una classe interamente dedicata al motorsport giapponese, in naturale continuità con quanto accadrà a Laguna Seca.
Sempre più articolata
Nel complesso, la Car Week 2026 conferma una tendenza ormai consolidata: non più solo esposizioni statiche, ma un intreccio sempre più fitto tra concorso d'eleganza, aste (oltre a Broad Arrow ci si attendono scintille da RM Sotheby’s, Bonhams, Gooding Christie’s e Mecum), eventi lifestyle e raduni in pista, con appuntamenti sempre più collegati tra loro. Oltre agli eventi più piccoli (e abbordabili, anche per il portafoglio), dalle macchine brutte e pazze del Concours d’Lemons ai raduni spontanei di auto esotiche e supercar, fino agli appuntamenti monotematici di matrice tedesca come Legends of The Autobahn o Werks Reunion. Insomma, ancora una volta, a ognuno il suo per una caldissima scorpacciata di mezza estate.





















Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura
Ti svegli nel cuore della notte. La stanza sembra esattamente quella reale, ma non riesci a muovere il corpo. Avverti una presenza. Senti vibrazioni, ronzii o una pressione. Poi hai l’impressione di sollevarti dal letto e osservare la stanza da una prospettiva diversa. Che cosa è successo? Hai avuto una paralisi del sonno? Sei entrato in un sogno lucido? Hai vissuto un’esperienza fuori dal corpo (OBE)? La distinzione non è sempre semplice. Queste esperienze vengono raccontate in modi differenti, ma possono condividere alcune caratteristiche fenomenologiche: consapevolezza, percezioni estremamente realistiche, sensazioni corporee insolite e stati di transizione tra sonno e veglia.
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Por Marcelo Ramírez
Hay decisiones militares destinadas a resolver una batalla y otras que dicen mucho más: revelan cómo un Estado imagina la guerra que tendrá que librar en los próximos años. Los cambios introducidos por Vladimir Putin en la estructura superior de las Fuerzas Armadas rusas parecen pertenecer claramente a esta segunda categoría.
Moscú acaba de mover algunas de las piezas más sensibles de su aparato militar. Denis Lyamin pasa a dirigir las Fuerzas de Sistemas No Tripulados; Valery Solodchuk asume responsabilidades fundamentales sobre la logística y la retaguardia; Andrei Ivanaev queda al frente del Grupo Centro y Pyotr Bolgarev toma el mando del Grupo Este. Individualmente pueden parecer simples relevos de generales pero observados en conjunto, dibujan otra cosa: una reorganización del ejército ruso alrededor de las capacidades que están definiendo esta guerra y probablemente definirán las siguientes.
Drones, logística, producción militar, digitalización y continuidad operacional. Esos son los conceptos que permiten leer los nombramientos. Y todo ocurre en un momento particularmente significativo.
Desde la propia esfera diplomática y estratégica rusa comienza a formularse públicamente una posibilidad que durante mucho tiempo permaneció en segundo plano: que el conflicto no termine pronto y que Rusia deba prepararse para una confrontación prolongada, sostenida por una Europa que ha decidido mantener viva la capacidad militar ucraniana.
Por eso ambos acontecimientos, la reorganización de los mandos y la discusión sobre una guerra larga, deben ser analizados conjuntamente. Podrían estar señalando el final de una etapa puesto que la guerra relativamente acotada territorialmente a Ucrania comienza a adquirir los contornos de una confrontación europea mucho más amplia, prolongada y sistémica.
Cuando comenzó la operación militar rusa en febrero de 2022, el conflicto todavía conservaba muchos de los rasgos clásicos de la guerra mecanizada con grandes agrupaciones terrestres, columnas blindadas, artillería, aviación, maniobras rápidas, conquista territorial y la expectativa de que la presión militar pudiera desembocar en algún tipo de negociación política. Cuatro años después, aquella guerra prácticamente ha desaparecido.
El espacio de combate se ha vuelto transparente en consecuencia. Miles de sensores, drones de reconocimiento, cámaras térmicas, satélites y sistemas de inteligencia electrónica observan permanentemente el frente. Una batería de artillería, un vehículo, una concentración de tropas o incluso un pequeño puesto de mando pueden ser detectados y atacados en cuestión de minutos. El dron, que inicialmente parecía una herramienta complementaria, se ha transformado en uno de los protagonistas centrales de la guerra.
Estos artilugios reconocen objetivos, dirigen fuego de artillería, colocan minas, transportan suministros, atacan blindados, persiguen soldados individuales, interceptan otros drones y golpean las cadenas logísticas. Los vehículos no tripulados ya no pertenecen exclusivamente al aire porque aparecen también sistemas terrestres y navales, mientras la frontera entre robótica, inteligencia, comunicaciones y combate se vuelve cada vez más difusa. Es en ese contexto donde debe interpretarse la designación de Denis Lyamin.
Lyamin viene directamente de una guerra donde los drones fueron integrados progresivamente a la maniobra terrestre y donde las unidades bajo su conducción desarrollaron modelos que combinaban reconocimiento, ataque, defensa antidrones y logística. Ahora su tarea consiste en transformar aquella experiencia dispersa, nacida muchas veces de la improvisación del frente, en una estructura permanente de las Fuerzas Armadas.
Eso significa elaborar doctrina, formar operadores, organizar unidades, crear cadenas de mando, integrar inteligencia, garantizar abastecimiento y coordinar la producción militar. La diferencia es profunda porque durante los primeros años del conflicto, muchos de estos desarrollos surgieron desde abajo, como respuesta inmediata a las necesidades de las tropas. Rusia intenta ahora institucionalizarlos.
Lo experimental se convierte en doctrina, la improvisación se convierte en organización y la herramienta se convierte en arma estratégica. Moscú ya no está pensando únicamente en cómo terminar la campaña ucraniana, está construyendo capacidades para las guerras que podrían venir después.
LA RETAGUARDIA SE CONVIERTE EN EL FRENTE
El segundo movimiento decisivo es el de Valery Solodchuk. Su nueva responsabilidad toca uno de los puntos más delicados de cualquier ejército que es la logística. Las guerras suelen recordarse por sus batallas, sus generales y sus ofensivas. pero las guerras largas se ganan también en lugares mucho menos espectaculares como depósitos, estaciones ferroviarias, talleres mecánicos, fábricas, hospitales, almacenes y centros de distribución.
Un ejército moderno consume cantidades extraordinarias de recursos. Munición, combustible, repuestos, baterías, equipos electrónicos, drones, vehículos, comunicaciones, alimentos, medicamentos. Todo debe producirse, almacenarse, transportarse y reemplazarse sin interrupción. Una fuerza puede tener excelentes soldados y armas extraordinarias pero si su cadena logística se rompe, tarde o temprano deja de combatir y una guerra de desgaste multiplica ese problema.
Dentro del propio ámbito militar ruso existe desde hace tiempo una crítica a los mecanismos tradicionales de abastecimiento. Parte de ellos todavía responde a estructuras burocráticas heredadas de otras épocas y resulta demasiado lenta para una guerra donde las necesidades tecnológicas cambian prácticamente de mes a mes. Un comandante puede necesitar centenares de drones de un determinado modelo y encontrarse atrapado en procedimientos administrativos que tardan semanas en responder. Ucrania, es decir, la OTAN, en cambio, desarrolló mecanismos más descentralizados para absorber con rapidez innovaciones procedentes incluso del sector civil. La reorganización de la retaguardia apunta a cerrar esa brecha y quizás sea uno de los cambios más importantes de todos.
Porque si Rusia verdaderamente comienza a pensar en una guerra que puede extenderse durante años, ya no basta con tener grandes arsenales. Hay que construir un sistema capaz de producir, reparar y sustituir permanentemente lo que el campo de batalla destruye. La guerra industrial ha regresado, aunque vestida con drones, fibra óptica, guerra electrónica y algoritmos.
YA NO EXISTE UNA RETAGUARDIA SEGURA
A esto se agrega otra transformación que es la separación clásica entre frente y retaguardia está desapareciendo. Ucrania ha incrementado progresivamente los ataques contra instalaciones situadas dentro del territorio ruso como son las refinerías, depósitos, bases aéreas, fábricas, infraestructura energética e instalaciones militares. Rusia, al mismo tiempo, profundiza sus ataques contra centros logísticos, infraestructura industrial y objetivos militares ucranianos.
En este contexto apareció además una versión que circula en canales rusos y que conviene mencionar precisamente como lo que es: un rumor todavía no confirmado. Según esa versión, atribuida a fuentes de la administración presidencial ucraniana, Volodímir Zelensky habría ordenado mantener e incluso incrementar los ataques contra territorio ruso aun sabiendo que esto podría provocar una respuesta mucho más intensa contra la infraestructura industrial y logística de Ucrania.
Kiev ha desarrollado una estrategia explícita de ataques de largo alcance para trasladar una parte creciente de la guerra hacia el interior de Rusia, mientras Moscú aumenta también la profundidad de sus golpes.
La consecuencia es estratégica: la guerra ya no se decide exclusivamente en Pokrovsk, Járkov, Zaporiyia o el Donbass. Se libra también sobre ferrocarriles, puertos, fábricas, refinerías, centrales energéticas y depósitos.
El objetivo comienza a ser la capacidad misma del adversario para reproducir su esfuerzo militar y cuando una guerra alcanza esa dimensión, deja de ser solamente una disputa territorial para convertirse en una prueba de resistencia de sistemas completos.
Es aquí donde las declaraciones del diplomático ruso Rodion Miroshnik adquieren una importancia particular. La pregunta que plantea ya no es simplemente cuánto tiempo puede resistir Ucrania sino cuánto tiempo puede Europa sostener a Ucrania. La diferencia parece semántica, pero modifica por completo el problema estratégico en realidad.
Ucrania no combate exclusivamente con los recursos que puede generar dentro de sus fronteras. Detrás de ella existe una infraestructura económica y militar mucho mayor como financiamiento europeo, producción de municiones, inteligencia occidental, redes satelitales, entrenamiento, créditos, transferencia de armamento y apoyo tecnológico. En otras palabras, Rusia ya no enfrenta solamente a las Fuerzas Armadas ucranianas, enfrenta un sistema resumido así Ucrania + financiamiento europeo + industria militar europea + inteligencia occidental.
Mientras ese sistema pueda reconstruir fuerzas, proporcionar municiones, reemplazar equipos y sostener financieramente al Estado ucraniano, incluso una victoria territorial importante de Rusia no garantiza el final del conflicto. Rusia puede conquistar ciudades, destruir brigadas, avanzar kilómetros, pero si detrás de las fuerzas derrotadas existe una estructura capaz de crear otras nuevas, la guerra se regenera.
El problema ya no consiste únicamente en derrotar al ejército que está enfrente, en su lugar de debe quebrar la capacidad del sistema que existe detrás de ese ejército para seguir reproduciéndolo.
El politólogo ruso Yuriy Baranchik lleva este razonamiento hasta sus últimas consecuencias.
Si Europa mantiene indefinidamente el financiamiento, la producción militar y el respaldo político a Ucrania, Rusia podría enfrentarse a una guerra de desgaste extremadamente prolongada. Esto no significa necesariamente veinte años de trincheras idénticas a las actuales, pero sí algo probablemente más complejo: una confrontación estratégica que puede reproducirse durante décadas bajo formas diferentes. Rearme, sanciones, carrera industrial, ataques de largo alcance, presión económica, conflictos indirectos, militarización europea, incremento permanente de los presupuestos de defensa y expansión y fortalecimiento de la OTAN. Es decir, una confrontación estructural.
Baranchik introduce entonces una cuestión todavía más delicada: Si ese enfrentamiento permanece exclusivamente dentro del terreno convencional, su duración potencial puede ser enorme y detrás de ese razonamiento aparece inevitablemente el factor nuclear.
Una confrontación convencional prolongada entre Rusia y un sistema europeo respaldado por Estados Unidos puede transformarse en una competencia industrial, tecnológica, financiera y demográfica gigantesca. El arsenal nuclear ruso existe precisamente como garantía última frente a una situación en la que una derrota convencional pueda amenazar la supervivencia del Estado.
Por eso la dimensión nuclear permanece siempre detrás de cualquier cálculo estratégico ruso sobre una confrontación de gran escala con la OTAN. No necesariamente como primer instrumento pero sí como límite.
El cálculo ruso tampoco ocurre en el vacío porque Europa está cambiando. Alemania aumenta radicalmente sus recursos destinados a defensa. Polonia construye uno de los mayores ejércitos terrestres del continente. Francia debate nuevamente el alcance europeo de su disuasión nuclear. Los países bálticos fortifican fronteras. Se amplía la producción de municiones, se reabren líneas industriales y se firman contratos militares de largo plazo. La propia OTAN trabaja abiertamente con escenarios de eventual confrontación futura con Rusia.
Desde Moscú, por lo tanto, Ucrania puede empezar a ser vista menos como una guerra aislada y cada vez más como el primer episodio de una confrontación europea de larga duración. Es dentro de ese horizonte donde los nuevos nombramientos adquieren verdadero sentido.
Rusia necesita drones, robots terrestres, logística modernizada, producción militar, digitalización, capacidad de reemplazo y comandantes que conozcan la guerra real y no solamente los manuales. Los generales elegidos provienen precisamente de los sectores donde el combate ha sido más intenso. Han observado personalmente qué funciona, qué fracasa y qué debe cambiar, no fueron llamados para administrar un ejército en tiempos de paz. sino llamados para reorganizar un ejército que lleva años combatiendo y que comienza a preguntarse cuánto tiempo más tendrá que hacerlo.
Hasta ahora gran parte del análisis sobre esta guerra giró alrededor del desgaste ucraniano, pero la lógica empieza a desplazarse. Si la capacidad militar de Kiev depende estructuralmente de Europa, el problema ruso ya no consiste únicamente en determinar cuándo puede agotarse Ucrania.
Depende de población, industria, energía, finanzas, tecnología, producción militar, estabilidad política, cohesión social y capacidad de las sociedades para aceptar costos durante largos períodos.
Las guerras prolongadas se combaten en las trincheras, pero también en los presupuestos, tanto en las fábricas, como en los mercados financieros y en la paciencia política de las sociedades.
Durante buena parte del conflicto, la narrativa rusa mantuvo la expectativa de combinar operaciones militares con algún desenlace negociado. Ahora empieza a aparecer otra formulación: hay que estar preparados independientemente de cuánto dure, una frase aparentemente simple pero detrás de ella existe una transformación completa de la planificación estatal.
Rusia puede disponer de recursos naturales, territorio, energía, industria militar y voluntad política. Pero ¿puede sostener durante muchos años una confrontación contra una coalición cuya capacidad económica agregada es muy superior? Para responder hay que salir del mapa de Ucrania y mirar hacia Beijing, porque ninguna guerra de desgaste moderna depende exclusivamente de aquello que ocurre en el frente. Detrás de cada ejército existe una retaguardia económica, tecnológica y diplomática.
La profundidad estratégica rusa no termina en los Urales, se extiende hacia Eurasia y en el centro de esa profundidad aparece China. Beijing compra energía rusa, suministra maquinaria, electrónica y componentes industriales, mantiene abiertos canales comerciales y facilita una creciente utilización de monedas nacionales en el intercambio bilateral. También proporciona algo quizás todavía más importante: impide que el aislamiento occidental de Rusia se transforme verdaderamente en aislamiento mundial.
Ese fue uno de los grandes objetivos de las sanciones iniciadas después de 2022, Rusia debía quedar aislada y sus exportaciones debían derrumbarse junto con su acceso a tecnología debía desaparecer y un sistema financiero que debía quedar estrangulado. Sin embargo, ocurrió algo diferente.
Rusia perdió buena parte de su antigua integración económica con Europa, pero desplazó una porción importante de sus vínculos hacia Asia. El petróleo encontró nuevos compradores, el gas comenzó a buscar otras rutas, las importaciones industriales fueron redireccionadas y los mecanismos de pago cambiaron de la mano de nuevas monedas que reemplazan al dólar. China se convirtió en el socio externo más importante de esa transformación.
Eso no significa que Beijing financie directamente la guerra rusa ni que apruebe cada una de las decisiones militares de Moscú porque la política china es más cuidadosa. China tiene formalmente una posición favorable a la negociación y procura evitar convertirse jurídicamente en parte beligerante. No obstante, al mismo tiempo mantiene una relación económica y estratégica con Rusia suficientemente profunda como para impedir que Occidente consiga asfixiarla. Es un equilibrio extraordinariamente importante, China puede contribuir a la capacidad de resistencia rusa sin asumir directamente los costos de convertirse en participante militar de la guerra.
Esto modifica también la manera en que debemos comparar fuerzas. Si la confrontación se transforma efectivamente en una guerra de desgaste entre Rusia y Europa, comparar simplemente el PIB ruso con el europeo conduce a una conclusión incompleta. Hay que observar los sistemas que existen detrás.
De un lado se encuentran Estados Unidos, la Unión Europea, Gran Bretaña, la OTAN y Ucrania. Del otro existe una estructura mucho menos institucionalizada, más flexible y desigual, pero cada vez más relevante: Rusia, China, Corea del Norte, Irán y una constelación de países que, sin convertirse necesariamente en aliados militares de Moscú, continúan comerciando con Rusia y no participan plenamente del sistema occidental de sanciones.
Cada uno cumple una función diferente. Corea del Norte ha proporcionado una cooperación militar mucho más directa mientras Irán tuvo un papel fundamental en la transferencia inicial de una tecnología de drones que Rusia posteriormente absorbió y desarrolló. No podemos dejar de lado a India, que desempeñó durante años un papel esencial como comprador de hidrocarburos rusos, pero China pertenece a otra categoría.
Beijing ofrece escala industrial, tecnología, mercado, capital, capacidad logística, instrumentos financieros y peso diplomático global, además de ocupar un asiento permanente en el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas. Por eso China no es simplemente otro socio de Rusia y es la principal profundidad estratégica externa de Moscú.
Putin necesitaba tiempo para conocer hasta dónde Rusia podía soportar una ruptura prolongada con Occidente. Precisaba reconstruir mercados, reorientar exportaciones, asegurar cadenas de suministro, sustituir componentes, expandir la industria militar y desarrollar mecanismos financieros que redujeran la vulnerabilidad frente al sistema occidental y, fundamentalmente, consolidar una relación suficientemente profunda con China.
No hay evidencia pública para afirmar que Xi Jinping haya dado a Putin una autorización para escalar la guerra. Plantearlo de esa manera sería reducir una relación entre dos grandes potencias a una caricatura pero lo que sí puede observarse es un proceso.
A medida que avanzó el conflicto, la interdependencia estratégica entre Moscú y Beijing aumentó, y la relación de 2026 ofrece a Rusia un margen de maniobra mucho mayor que el existente en febrero de 2022, seguramente un consenso estratégico tácito. China no necesita compartir todos los objetivos militares rusos y le era suficiente con comprender que una derrota estratégica de Rusia modificaría profundamente la correlación de fuerzas en Eurasia.
Una Rusia quebrada, derrotada o subordinada significaría que Estados Unidos podría concentrar una proporción mucho mayor de su atención y sus recursos sobre China. La presión occidental dejaría de distribuirse entre dos grandes adversarios estratégicos permitiendo que Asia Central cambiaría de equilibrio y el proyecto de construcción de un sistema internacional multipolar sufriría un golpe severo.
China, por lo tanto, tiene intereses propios en impedir una derrota estratégica rusa. No es solidaridad sino equilibrio de poder.
Para Rusia, romper completamente con Occidente en 2022, asumir desde el primer momento una economía de guerra total y escalar unilateralmente sin haber construido una retaguardia internacional capaz de absorber semejante ruptura habría significado asumir un riesgo gigantesco y para ello necesitaba tiempo, por eso la gradualidad rusa también puede ser interpretada desde esta perspectiva, Putin no estaba administrando solamente una guerra porque en realidad estaba administrando la transición histórica de Rusia desde una economía profundamente vinculada con Europa hacia otra cada vez más integrada con Eurasia. Para realizar esa transición había una condición indispensable: que China estuviera allí.
Hoy el escenario es diferente. Rusia posee recursos energéticos y minerales, una industria militar movilizada, años de experiencia acumulada en combate, canales comerciales alternativos y una sociedad que ha atravesado un largo proceso de adaptación a la confrontación. Tiene además cooperación militar directa con Corea del Norte.
Pero, fundamentalmente, tiene una relación estratégica con la mayor potencia industrial del planeta. Nada de esto garantiza una victoria rusa pero cambia radicalmente el cálculo de una guerra de desgaste. Mientras Europa calcula cuánto tiempo puede resistir Rusia, Moscú hace exactamente el cálculo inverso, piensa cuánto tiempo puede resistir Europa y cuánto tiempo puede financiar a Ucrania.
Europa necesita expandir su industria militar, sus sociedades aceptar mayores presupuestos de defensa y mantener la cohesión política occidental. Cuando Moscú hace esa cuenta, detrás de Rusia aparece China, por eso esta guerra ya no puede comprenderse mirando solamente las líneas de colores sobre el mapa del Donbass. y el verdadero tablero se extiende desde Washington y Bruselas hasta Moscú y Beijing.
Los nuevos generales nos muestran cómo piensa combatir Rusia, la transformación industrial y logística muestra con qué medios pretende hacerlo y las declaraciones sobre una confrontación prolongada revelan cuánto tiempo comienza a considerar necesario resistir.
China ayuda a explicar por qué Moscú cree que puede permitirse pensar en ese tiempo largo. Quizás eso sea lo verdaderamente importante detrás de estos movimientos, Rusia no está simplemente reemplazando generales ni corrigiendo errores de una campaña, está adaptando su estructura militar, económica y estratégica a una conclusión mucho más inquietante: que la guerra iniciada en Ucrania puede haber dejado de ser una guerra con un final cercano y reconocible.
Y que el enfrentamiento que comenzó en las llanuras ucranianas puede estar convirtiéndose, lentamente, en una larga disputa por el equilibrio de poder en Europa y Eurasia. En ese escenario, la cuestión decisiva ya no será quién consiga avanzar algunos kilómetros más sobre el mapa. Será quién disponga de los recursos, los aliados, la industria, la estabilidad y, sobre todo, la voluntad necesaria para permanecer en pie cuando el otro comience a agotarse.
Marcelo Ramírez
Analista geopolítico | AsiaTV – Humo y Espejos
Analista geopolítico, escritor y conferencista argentino especializado en análisis geopolítico y militar, conflictos contemporáneos y dinámica del mundo multipolar. Fundador y director de AsiaTV y creador de la plataforma de análisis estratégico Humo y Espejos. Autor del libro La OTAN contra Rusia. Propaganda y guerra híbrida (Editorial Letras Inquietas, 2022). Cofundador de la Alianza para el Desarrollo Auténtico y la Cooperación Ruso-Iberoamericana (ADACRI), iniciativa orientada a fortalecer el diálogo estratégico entre el mundo ruso y la comunidad iberófona.

Microsoft today released updates to remedy at least 398 security vulnerabilities in its Windows operating systems and supported software, including one weakness that is already being actively exploited and two others that were publicly detailed prior to today.

Image: Shutterstock, Mallika Home Studio.
August’s overstuffed bundle of patch joy from Microsoft did not eclipse its recording breaking release of more than 570 security updates last month, but it is double June’s then-record batch of nearly 200 fixes. Microsoft has attributed the recent patch deluge to vulnerability discoveries aided by artificial intelligence, and experts roundly agree that Windows users should get used to the idea of Patch Tuesdays (the second Tuesday of each month) covering hundreds of newly discovered security flaws.
Fully 42 of the 398 flaws that Microsoft patched today earned Redmond’s most-dire “critical” rating, meaning they are severe enough that malware or malcontents could exploit them to gain remote control over a Windows computer with little to no help from the user.
The sole known “zero day” bug fixed by Microsoft this month is CVE-2026-68820, a privilege escalation weakness in a core Windows component called afd.sys, which the security firm Automox describes as “the driver behind Windows socket connections on effectively every endpoint.”
“This isn’t a front-door bug,” Automox’s Landon Miles wrote in a Patch Tuesday blog post. “It’s step two in a chain: an attacker phishes their way into a low-privilege foothold, then uses the driver flaw to take the box. The 7.0 score reflects the high attack complexity, because race conditions are fiddly. The exploit has to be thrown over and over until the timing lands. Someone is clearly landing it anyway.”
CVE-2026-62832 is another privilege escalation flaw that Microsoft has labeled likely to be exploited; this flaw, in the Windows User Profile Service, may be related to the recent “LegacyHive” public disclosure from the prolific bug hunter known as Nightmare Eclipse. The other publicly disclosed flaw is CVE-2026-72971, a low-impact local tampering vulnerability that Microsoft reckons is unlikely to be exploited.
Other major software makers are likewise increasing their patch volumes and cadence thanks to AI, including Adobe which last month moved to twice-monthly security bulletins published on the 2nd and 4th Tuesday of each month. Cisco, Google, Mozilla and Oracle also are shipping updates far more frequently and abundantly.
By all accounts, AI is quite good at finding security holes in software. But for now at least, patching the resulting bugpocalypse remains a heavily human-centric endeavor, and the jury is still out on whether AI technologies will turn out to be as good at fixing vulnerabilities as they are at finding and exploiting them. This is an important question when one considers that these same AI technologies also are suggesting fixes for the vulnerabilities they find.
Researchers at 1Password recently examined what happens when different large language models (LLMs) generate vulnerability patches for newly disclosed, complex vulnerabilities. They found the LLMs produced patches that failed to fix the flaw or added a new weakness in the process (or both) more than half the time.
Ed Skoudis, president of the SANS Technology Institute, said his team has seen excellent results using AI to generate patches, provided there are humans in the loop to test the suggested fixes and push for iterative improvements.
“AI is rapidly becoming astonishingly good at finding vulnerabilities, but this research shows that fixing them is a very different problem,” Skoudis wrote in a SANS newsletter today. “Don’t expect one-shot AI patching to work reliably. Instead, iterate, test, challenge, improve, and verify. AI can be an extraordinary patching partner, but today it still needs a skilled human at the keyboard.”
Tyler Reguly at Fortra says while reports of Microsoft patching hundreds of vulnerabilities in one go have prompted some organizations to try to patch faster, it’s important to bear in mind that only one of the almost 400 bugs addressed today is known to be actively exploited. Reguly suggested security leaders check in with their teams to see how they’re handling the increasing workloads, which often involve testing fixes before deploying them in production environments.
“If you’re a chief security officer talk to your teams about how they are shifting or modifying their workflows to better accommodate the patching shift that we’re seeing and support them across various organizational units by enabling the changes they want to see made,” Reguly said. “There’s no need to rush these updates, no matter what various vendors and organizations try to tell you. You need to make sure that you are rolling out safe updates that will not negatively impact your systems.”
Speaking of the humans behind the keyboards, don’t neglect to backup your system and/or data before applying this month’s monster patch load. The day after each month’s Patch Tuesday is sometimes derisively referred to as Reboot Wednesday, but it generally doesn’t hurt to wait a few days to apply these huge update bundles because it sometimes takes a couple of days for the occasional misbehaving patch to get ironed out properly by Microsoft.
For a clickable, per-patch breakdown by severity and urgency, check out this roundup from the SANS Internet Storm Center.




Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura
Il simbolismo onirico è il linguaggio attraverso cui la psiche trasforma emozioni, conflitti, ricordi e possibilità di cambiamento in immagini. I sogni raramente parlano in modo diretto: usano figure, spazi, animali, movimenti e paesaggi che condensano più significati contemporaneamente. Alcuni simboli ritornano con particolare forza, attraversando culture, testi, miti e percorsi interiori: tra questi, acqua, casa, viaggio, serpente e labirinto. La mappa concettuale qui sotto organizza questi cinque simboli onirici come nuclei centrali della trasformazione psichica: ognuno apre un campo specifico — emozione, identità, passaggio, istinto, smarrimento — ma tutti dialogano tra loro. Come leggere la mappa Questa mappa non
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Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura
L’interpretazione dei sogni non è un dizionario di equivalenze fisse. Un sogno non parla per formule, ma per immagini, emozioni, contesti e relazioni simboliche. Interpretarlo significa riconoscere il modo in cui la psiche organizza un’esperienza interiore, non tradurre meccanicamente un simbolo in un significato universale. La mappa concettuale qui sotto organizza i nodi fondamentali dell’interpretazione dei sogni: da dove partire, quali elementi osservare, quali livelli di lettura attivare, quali errori evitare e come passare dall’immagine al senso. Come leggere la mappa Questa mappa non serve a “decifrare” i sogni in modo rapido, ma a orientarsi nel processo interpretativo. Ogni ramo
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Articolo da Il Mago di Oz - Letteratura, filosofia e controcultura
Pensiamo improvvisamente a una persona che non vediamo da anni e, poche ore dopo, riceviamo un suo messaggio. Sogniamo un’immagine insolita e il giorno seguente incontriamo quella stessa immagine nella realtà. Apriamo casualmente un libro e troviamo una frase che sembra rispondere esattamente alla domanda che ci stavamo ponendo. Sono semplici coincidenze? Oppure esistono eventi che, pur non essendo collegati da un rapporto evidente di causa ed effetto, acquistano per noi un significato particolare? Carl Gustav Jung cercò di interrogare proprio questa zona di confine attraverso uno dei concetti più affascinanti e controversi della sua psicologia: la sincronicità. Jung utilizzò
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di Sandro Moiso
Lawrence Osborne, L’angelo in fiamme, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 318, 20 euro
«A volte uno deve vedere cosa c’è in giro. E’ la legge della vita. Quando i tempi sono difficili, bisogna andare.» (Lawrence Osborne – Camino Real)
Ha inizio con questa recensione una riflessione sul tema della catastrofe e le sue teorizzazioni e rappresentazioni, sia di carattere scientifico che filosofico, politico, letterario o cinematografico; ovvero su come la catastrofe è immaginata e su come ciò che ne deriva finisca col riflettersi sulla realtà e le sue possibili trasformazioni. In qualsiasi direzione queste possano orientarsi o dirigersi.
Sia il titolo di questa nuova serie di articoli e recensioni che l’intento che la anima sono sicuramente in debito con la “teoria delle catastrofi”, elaborata dal matematico e filosofo francese René Thom fin dagli anni cinquanta, che, a partire da una teoria matematica della morfogenesi1, dovrebbe servire ad anticipare i mutamenti discontinui che si presentano con una certa frequenza nei fenomeni naturali, in particolare in biologia, ma anche nella geologia oppure nell’economia, nelle società complesse e, anche se non fu Thom a teorizzarlo, nella Storia. In tale contesto il termine catastrofe non va dunque inteso soltanto come sinonimo di un evento luttuoso o drammatico, ma anche come particolare e significativa discontinuità nell’evoluzione di un sistema dato. In altre parole come significativo punto di svolta destinato a mutare l’assetto originario dello stesso.
Una teoria, quella inaugurata da Renare Thom, che attraverso la logica e il calcolo matematico cerca di prevedere e fornire modelli relativamente certi dei cambiamenti improvvisi causati da piccole alterazioni nei parametri del sistema come le transizioni di fase, i movimenti tellurici, i cedimenti strutturali, i crolli dei mercati finanziari. Per mezzo della quale si evidenzia l’importanza dell’accumulo di piccole perturbazioni cui, inizialmente, la stabilità strutturale, intesa come insensibilità del sistema nei loro confronti, risulta apparentemente indifferente, ma che, successivamente, vede l’azione cumulativa delle stesse portare ad una variazione, spesso significativa, del medesimo. Finendo sostanzialmente col dare vita ad un sistema di equilibri dinamici in cui mai nessun cambiamento o mutazione dell’equilibrio può essere considerato definitivo.
Poiché non sarebbe qui utile sviluppare ulteriormente la descrizione dei risvolti scientifici e matematici della medesima teoria, occorre a questo punto segnalare che la catastrofe qui inseguita, pur prevedibile attraverso le scosse piccole e grandi che la anticipano, non è riconducibile soltanto alle certezze indotte dal calcolo matematico, ma piuttosto alla percezione che se ne può avere, sia dal punto di vista soggettivo che collettivo.
Una percezione che spesso viaggia in direzione contraria a quella indotta sia dalla matematica che dal suo corollario più invasivo ovvero quell’idea di progresso inteso come risultato di una previsione certificata e della messa in atto cosciente di un’azione destinata a modificare e migliorare sia le conoscenze che le condizioni delle società a venire, sia dal punto di vista scientifico che tecnologico, economico e politico.
Una percezione antica che, in molte culture e società, ha colto più o meno coscientemente, proprio nella direzione indicata, dalle forme dello svolgimento delle attività dell’uomo e della natura il sintomo di una fine dei tempi o dei singoli percorsi individuali: dalle apocalissi gnostiche oppure evangeliche fino al mito nordico del Ragnarok che comprende non soltanto la fine del modo umano, ma anche quello degli Dei, affinché la storia e la vita possano ripartire in un’altra direzione. Non per forza migliore o superiore, come ancora una volta l’ideologia del progresso vorrebbe invece imporre più che suggerire.
La pretesa condizione stazionaria di un sistema di culti, riferimenti morali, strutture politiche, conoscenze e certezze, che si vorrebbero dati una volta per tutte, è solo e sempre apparente, mentre è proprio la mancata comprensione dell’instabilità strutturale di ogni sistema ad accelerare i processi caotici destinati a determinarne la catastrofe, ovvero una svolta radicale e improvvisa per la dinamica, gli equilibri e la sopravvivenza dello stesso.
Risulta, quindi, quasi inutile sottolineare come tale percezione abbia continuato ad agire attraverso la filosofia, la religione e l’arte fino ai nostri giorni, nelle forme e nelle modalità più disparate e, in particolare a partire dal Novecento, per mezzo della letteratura di anticipazione o noir. Si pensi soltanto ad autori come George Orwell e Aldous Huxley, con le loro distopiche apocalissi, oppure a James Ballard o Philip K. Dick, con le loro catastrofi psicologiche o dell’inner space, oppure, ancora, a Jim Thompson e David Goodis con le loro storie criminali di donne e uomini destinati, quasi sempre, a compiere il male e finire sconfitti, ma che nonostante tutto non possono e non vogliono modificare un percorso esistenziale destinato a portarli in quella direzione, sia per intima natura che per soggettiva incapacità di comprendere gli avvenimenti che li circondano e che finiscono col condurli alla rovina.
Tutto questo per dire che le nove storie raccolte da Lawrence Osborne nel volume appena pubblicato dalle Edizioni Adelphi appartengono a pieno titolo al quadro sin qui delineato. L’angelo in fiamme (titolo originale: Burning Angel: Collected Stories, 2023) ci presenta infatti, con una tecnica narrativa in debito sia con Ballard che con Thompson, più che con Graham Greene cui certa critica preferirebbe avvicinare l’autore, vicende che portano alla sconfitta, al disfacimento morale ed esistenziale oppure alla morte violenta di individui appartenenti ad entrambi i sessi.
Vicende in cui i protagonisti, come si è visto in epigrafe, «devono andare» anche se non sanno bene dove e come oppure immaginando percorsi e risultati diversi da quelli che poi raggiungeranno. Storie di salti in un buio che sarebbe, però, assolutamente prevedibile se i personaggi sapessero tener conto delle tante piccole alterazioni che hanno accompagnato la loro vita fino al punto in cui li incontriamo nelle pagine dei singoli racconti.
Lawrence Osborne è uno scrittore e viaggiatore inglese, autore di racconti di viaggio, romanzi e saggi, nato in Inghilterra nel 1958 e che oggi vive e lavora a Bangkok. Come giornalista, collabora con testate come «The New York Times», il «New Yorker», il «Financial Times», «The New York Observer» e l’«Independent», mentre in Italia molte delle sue opere sono pubblicate da Adelphi2.
Le sue catastrofi appaiono sempre di natura soggettiva più che oggettiva, a differenza di quanto vorrebbe in egual misura un pensiero deterministico riferibile sia al positivismo che a certo economicismo marxista. Più in linea, le prime, con una concezione che vede in ogni cambiamento radicale, compresa la morte, la fine di una storia o di una delle tante storie possibili più che la fine della Storia. Fine della Storia che, invece, non solo è compresa nella concezione trionfalistica di Francis Fukuyama secondo il quale il modello di sviluppo occidentale si sarebbe imposto definitivamente, in virtù della forza dei suoi valori, su tutti gli altri modelli possibili, ma anche nelle concezioni politiche, filosofiche e religiose di carattere teleologico secondo le quali la fine di un certo modello di organizzazione sociale coinciderebbe sempre con la fine del mondo.
Di cui le attuali polemiche sulla crisi ambientale costituiscono un perfetto esempio, considerato che se da una parte vedono schierati coloro che negano il riscaldamento globale, dall’altra vedono allineato chi, nel denunciarne la drammaticità, la fa derivare quasi esclusivamente dall’azione dell’Uomo e il suo superamento soltanto da un ulteriore avanzamento tecnologico (energie alternative, auto elettriche, etc.). Una visione ancora eccessivamente antropocentrica che si dimostra incapace di accettare il fatto che debba essere la specie ad adattarsi ai corsi e ricorsi delle ere terrestri e della Natura e delle loro contingenti conseguenze sul piano dell’ambiente e della vita e non viceversa.
Concezioni della crisi sostanzialmente speculari che non possono far altro che annunciare la fine del mondo poiché entrambe convinte che la fine dell’attuali società non potrebbe far altro che portare alla fine della Storia. Una concezione incapace di andare al di là di uno sguardo impregnato di scientificità presunta, fiducia nel progresso (ancora una volta), volontà di controllo e dominio della e sulla Natura che diventa una sorta di religione laica stravolta dalla rivelazione della fine dei tempi. In cui si nega che il pianeta, come ben sapevano anche i nostri più lontani antenati, sia abitato e trasformato in continuazione anche da altre infinite specie animali, dai virus ai mammiferi colossali che vivono nei mari, destinate quasi tutte a sopravvivere all’estinzione degli esseri umani e di un’organizzazione sociale basata sul più barbaro dei sistemi di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sull’ambiente e le sue, non rinnovabili in tempi brevi, risorse.
Così non è, forse, un caso che in queste nove racconti ambientati in differenti e tra loro lontane aree del mondo, la natura, con la fauna e la flora che ne rivelano sempre la presenza, costituisca uno sfondo estraneo ed estremamente simbolico allo stesso tempo per le vicende che travolgono i protagonisti. Dalle giungle asiatiche, al deserto messicano oppure alle nebbiose brughiere inglesi fino al Golfo Persico e agli tsunami dell’Oceano Indiano.
Come non può essere un caso che in molti racconti i personaggi provenienti dal nostro mondo occidentale finiscano sotto lo sguardo altro di popoli dall’organizzazione sociale e dalle credenze arcaiche oppure di agenti scaltri e privi di scrupoli dell’odierno Partito comunista cinese. Mettendo in scena anche sia i danni arrecati in loco dalla diffusione delle chiese evangeliche che il confronto tra le grandi aree metropolitane, come quelle di Hong Kong o Los Angeles, e l’ambiente selvaggio che ancora le circonda, contribuendo a sminuirne la loro pretesa grandezza.
Così, tutto sommato, il broker in rovina ma alla ricerca di nuovi e facili guadagni, l’entomologa concentrata sulla scoperta di nuove specie di insetti, l’antropologa impegnata nella comprensione di una lingua indigena, la psicoanalista incapace di liberarsi del proprio passato, il corriere della droga messicano preso in un loop tra disoccupazione e scelta del rischio, i turisti sprovveduti e gli altri differenti tipi umani presenti nell’Angelo in fiamme, mossi soltanto dall’egoismo o dalla speranza in una impossibile redenzione, sono tutti destinati ad abitare una catastrofe già avvenuta oppure in corso o, ancora, semplicemente possibile, finendo col costituire un cumulo di detriti e scarti, come quelli che le grandi metropoli vedono sorgere in continuazione alla loro periferia, in cui Osborne affonda le mani con crudeltà, cinismo, grande tecnica narrativa e implacabile ironia. Dando vita a figure destinate a subire o scatenare un male privo di qualsiasi fascino oppure, come spesso accade, banale e scontato nelle sue manifestazioni.
La morfogenesi è il processo che porta allo sviluppo di una determinata forma o struttura. In biologia è lo sviluppo della forma e della struttura di un organismo, sia da un punto di vista evolutivo, sia dal punto di vista dello sviluppo ontogenetico di un singolo organismo a partire dallo sviluppo embrionale; mentre in geologia la morfogenesi è la formazione delle strutture e dei rilievi della crosta terrestre, dovuti a cause diverse. a ↩
Nella polvere (The Forgiven, 2012), trad. di Mariagrazia Gini, Milano, Adelphi, 2021; La ballata di un piccolo giocatore (The Ballad of a Small Player, 2014), Adelphi, 2018; Cacciatori nel buio (Hunters in the Dark, 2015), 2017; L’estate dei fantasmi (Beautiful Animals, 2017), 2020; Il regno di vetro (The Glass Kingdom, 2020), 2022; Java Road (On Java Road, 2022), 2023; Il turista nudo (The Naked Tourist: In Search of Adventure and Beauty in the Age of the Airport Mall, 2006), trad. di Matteo Codignola, 2006; Shangri-la, 2008 e Santi e bevitori. Un viaggio alcolico in terre astemie (The Wet and the Dry: A Drinker’s Journey, 2013), 2024. ↩
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È stato testato a lungo in laboratorio, poi osservando la Luna nelle ultime settimane di luglio. Infine è stato impacchettato, caricato su un furgone e trasportato dall’Italia, attraverso la Francia, fino alla Sierra de Javalambre, in Spagna. Qui, la prova finale: osservare la corona solare durante l’eclissi totale del 12 agosto.

Il team scientifico con lo strumento CISS allestito per le osservazioni dell’eclissi all’Observatorio Astrofisico de Javalambre, in Spagna. Da sinistra: Federico Landini (Inaf Torino), Fabio Frassetto (Cnr Padova), Lapo Casetti (Università di Firenze), Valeria Caracci (Inaf Torino).
Parliamo dello strumento Ciss (Circular Slit Spectrograph), un prototipo ideato da Federico Landini dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e finanziato con un large grant Inaf nel 2024. Si tratta di un concetto ottico innovativo, per realizzare spettri di sorgenti astronomiche utilizzando una fenditura circolare a raggio variabile, al posto della classica fenditura lineare – quella degli esperimenti di fisica classica che conosciamo dai libri di scuola – e un reticolo a righe anch’esse circolari e concentriche.
Il progetto, una collaborazione tra Inaf di Torino, Cnr – Istituto di fotonica e nanotecnologie di Padova, Università di Firenze e Inaf di Napoli, prevede lo sviluppo di un prototipo di tecnologia testata e convalidata in laboratorio – quello che in gergo si chiama technology readiness level 4. Una volta validato, lo strumento, che adesso è predisposto per le osservazioni in luce visibile, potrà essere esteso anche all’ultravioletto, in vista di future missioni spaziali dedicate allo studio del Sole. Il concetto nasce infatti dalla fisica solare, ma può essere applicato a qualsiasi altra sorgente a simmetria circolare – in astrofisica, non mancano.
Per scoprire i dettagli di questo ingegnoso esperimento, abbiamo intervistato Federico Landini, che al momento si trova presso l’Observatorio Astrofisico de Javalambre, nella provincia di Teruel, una delle aree meno densamente popolate della Spagna, con cieli tra i più bui d’Europa. Insieme ad altri componenti del team scientifico, è in attesa che la meccanica celeste faccia il suo corso e, con un pizzico di fortuna, regali alla spedizione una splendida eclissi di Sole.
Dottor Landini, perché progettare e costruire un nuovo concetto di spettrografo? Non andavano bene quelli già esistenti?
«Ciss è un prototipo per studiare lo spettro della corona solare e anche la dinamica della corona, che si sviluppa su tempi scala dell’ordine di minuti, ore. Con la fenditura circolare a una certa distanza dal centro del Sole, si ottiene uno spettro completo della corona, poi cambiando il raggio della fenditura si vanno a mappare regioni a distanza diversa dal centro del Sole. Questo riduce di almeno almeno un ordine di grandezza il tempo scala necessario per ottenere uno spettro completo della corona.
L’unico spettrometro ultravioletto che ha funzionato nello spazio finora e ha dato risultati importanti è stato l’UltraViolet Coronagraph Spectrometer (Uvcs), operativo sulla missione spaziale Soho tra il 1995 e il 2009. Per mappare uno spettro della corona impiegava una giornata, perché si basava sul concetto classico di fenditura lineare che veniva spostata sulla corona in modo da misurare lo spettro di regioni a distanza diversa dal centro del Sole: poi veniva effettuata una rotazione dell’intero strumento per andare a coprire angoli diversi, e questo richiede tanto tempo».
A che cosa serve la spettroscopia solare?
«La spettroscopia della corona solare ci consente di studiare la composizione chimica della corona, da cui possiamo dedurre le abbondanze degli elementi. Una volta note quelle, è possibile andare a comprendere meglio la fisica dell’intera corona e dei fenomeni che avvengono in questa regione. La corona è la sede di tutte le esplosioni e le manifestazioni eruttive che hanno un’influenza sull’intera eliosfera, e possono influenzare da vicino anche la vita sulla Terra».
È necessario testare lo strumento durante un’eclissi di Sole?
«Dopo la validazione in laboratorio, l’ideale è testare lo strumento sul campo, osservando la sorgente astronomica di interesse, cioè la corona solare. Da terra, la corona si può osservare solo durante un’eclissi, quando la fotosfera del Sole è occultata dalla Luna, perché è molto tenue: sei ordini di grandezza più debole rispetto alla fotosfera nelle lunghezze d’onda del visibile. Si potrebbe fare anche con un coronografo, lo strumento che simula un’eclissi di Sole, ma in quel caso avremmo dovuto costruire due strumenti, il nostro prototipo più un coronografo, con gli stessi fondi. È chiaramente più facile sfruttare un’eclissi di Sole, visto che se ne verifica una in Europa proprio durante l’arco del progetto».
Com’è nata l’idea di Ciss?
«L’idea è nata quando ho capito come funziona, veramente, uno spettrometro. Partiamo da uno spettrometro lineare: ha una fenditura attraverso cui passa un pennello di luce che arriva su un reticolo lineare a righe parallele. Queste, a loro volta, disperdono l’informazione che arriva dalla fenditura su un piano. Qui, per ogni punto di quella fenditura, abbiamo una certa scomposizione della luce nelle varie lunghezze d’onda. Quando ho capito che la fenditura serve a selezionare una porzione mono-dimensionale dell’oggetto di osservazione, mi sono detto: ma perché per la corona solare non si utilizza una fenditura circolare, in modo da coprirla tutta? Riduce comunque le dimensioni a una sola e si ha uno spettro radiale anziché uno spettro lineare».
Può spiegarci meglio?
«Supponiamo di avere una fenditura circolare, anziché lineare, e di ingrandire una piccola porzione di questa fenditura fino a che non diventa lineare: il funzionamento è lo stesso. Da quel pezzettino di fenditura lineare che però fa parte della fenditura circolare arriva un pennellino di luce su una porzione lineare del reticolo circolare. Questa radiazione viene dispersa perpendicolarmente alla direzione del reticolo e quindi radialmente, perché quella porzione lineare del reticolo circolare è tanto ingrandita. Quindi sul piano focale avremo tanti cerchi concentrici, ognuno corrispondente a una riga spettrale».

Test dello strumento Ciss (Circular slit spectroscopy) sulla terrazza dell’Inaf – Osservatorio astrofisico di Arcetri, a Firenze.
Ci può raccontare i primi passi del progetto?
«C’è stato un primo prototipo di cartone che ho realizzato quattro anni fa con una scatola di risulta, in cui avevo ricavato la fenditura circolare, usando un CD come reticolo. Il concetto funzionava, così abbiamo fatto domanda ai bandi Inaf per la ricerca fondamentale, il progetto è stato finanziato e l’abbiamo finalmente realizzato. Lo strumento è stato assemblato nei laboratori Luxor del Cnr di Padova, è stato allineato ed è stata ottenuta la prima luce a giugno. Quindi lo strumento è già stato validato: funziona, produce spettri radiali sul piano focale come ci aspettavamo. È stato anche calibrato, identificando a quale lunghezza d’onda corrispondono i vari cerchi concentrici sul piano focale. A fine luglio, abbiamo fatto una serie di test di puntamento all’Osservatorio di Arcetri con la Luna, perché la Luna piena ha un’irradianza che è comparabile a quella della corona solare».
Perché avete scelto proprio questo luogo per osservare l’eclissi?
«L’Observatorio Astrofisico de Javalambre è il candidato ideale perché, oltre a trovarsi nella striscia di totalità, è a duemila metri di altezza sul livello del mare, il che riduce un po’ la probabilità di avere copertura del cielo. Inoltre facilita un po’ tutta la logistica, perché ci consente di avere accesso alle facility dell’osservatorio, di avere un piano in cui posizionare lo strumento, di avere accesso alla corrente elettrica senza doversi portare generatori. E ha una visuale aperta a occidente, dove tramonta il sole: quindi è un luogo che mette insieme diversi vantaggi».
Com’è stato il viaggio?
«Siamo partiti venerdì scorso con il furgone da Firenze, abbiamo fatto una prima tappa a metà della costa francese, poi ci siamo fermati un’altra notte a Valencia e domenica mattina siamo arrivati a Javalambre».
Adesso, in attesa della prova del nove, quali sono le attività che vi tengono impegnati?
«Siccome la zona è un po’ ventosa, abbiamo costruito un box sul piazzale dell’osservatorio, con il permesso del direttore, per proteggere dal vento lo strumento. In queste notti siamo impegnati con il modello di puntamento, ci stiamo preparando osservando alcune stelle note, testando qualche qualche sequenza osservativa. E poi si spera che non sia nuvoloso il giorno dell’eclissi!».
E il futuro?
«Il prototipo al momento è stato realizzato nelle lunghezze d’onda del visibile, perché è più facile da assemblare in laboratorio, non c’è bisogno di andare in vuoto. L’idea è, una volta validato il principio, rifare un altro prototipo, però dedicato all’ultravioletto. La corona solare, per via della sua temperatura di milioni di gradi, ha uno spettro di emissione particolarmente importante nell’ultravioletto. Questo ci permetterà di proporre una futura missione spaziale con uno strumento di questo tipo a bordo: mi piacerebbe iniziare con una missione piccola, per esempio un razzo sonda, per dimostrare che tutto funziona, e poi passare a una missione più importante, come una small o medium class dell’Agenzia spaziale europea».

Lorenzo Cocola dell’Istituto di fotonica e nanotecnologie del Cnr di Padova con lo strumento Ciss, integrato nei laboratori Luxor. Crediti: F. Landini (Inaf)
Metterete in campo lo strumento anche durante la prossima eclissi di Sole, quella del 2 agosto 2027?
«L’eclissi del 2027 avviene allo zenit e dura oltre sei minuti, quindi è una bella eclissi, una delle più lunghe del secolo. Peraltro interessa zone in cui c’è pochissima nuvolosità, nel Nord Africa. Sono zone con tanto sole, anche se magari logisticamente sarà più difficile organizzare una spedizione. Se riusciremo a ottenere dei fondi, chiaramente proveremo lo strumento anche nel 2027».
Guarda l’intervista a Chiara Casini e Valeria Caracci sul canale Youtube di Media Inaf:
Per saperne di più:
Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:

Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02431-6
Growing traffic on inland waterways could offer an opportunity for cutting emissions.Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02374-y
Three studies in non-human primates show that strategically designed vaccines could prime a population of B cells to produce effective antibodies against HIV.Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02489-2
US biomedical agency no longer considers policymakers ‘mission relevant’, leaving dozens of grants in limbo.
© Vladimir Lavrov/Reuters




Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02431-6
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US biomedical agency no longer considers policymakers ‘mission relevant’, leaving dozens of grants in limbo.Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10991-w
Phosphine-mediated azine C–H couplings with water and ammoniadi Norbert Holcblat (da Alencontre)
Sono ben conosciute le prime parole del Manifesto del Partito Comunista: «Uno spettro si aggira per l’Europa». Oggi, due «spettri» dotati di una realtà concreta sembrano aggirarsi nel mondo capitalista e pesare sul destino dell’umanità: Donald Trump e l’intelligenza artificiale (IA). Come si relazionano tra loro? Verso quale mondo potrebbero condurci?
Sono numerosi i termini utilizzati per definire il periodo che stiamo attraversando. In un recente testo, lo storico Quin Slobodian e lo scrittore Ben Tarnoff ne elencano molti: “Sono state proposte diverse visioni e diversi inquadramenti concorrenti. Si è parlato così di capitalismo di Stato, capitalismo della catastrofe, capitalismo delle piattaforme, capitalismo dei colli di bottiglia, capitalismo avvoltoio, capitalismo a ragnatela, capitalismo arcipelagico, capitalismo dei gestori patrimoniali, capitalismo della sorveglianza, e persino di capitalismo del collasso. I teorici hanno suggerito che viviamo nell’era del neofeudalismo, del tecno-feudalismo, del tecno-libertarismo, del tecno-autoritarismo, del tecno-populismo, del tecno-fascismo, del fascismo della fine dei tempi, del neofascismo, del fascismo neoliberista, del post-neoliberismo, del paleopopulismo, del neopatrimonialismo, dell’iperpolitica e della geoeconomia.” [1] Da parte loro, questi due autori propongono il termine «muskismo» (che meriterebbe una discussione).
Il numero di questi termini riflette forse una sorta di smarrimento di fronte a qualcosa di cui si percepisce male la traiettoria, e ciascuno di essi contiene senza dubbio una parte di verità, ma spesso pone l’accento su un aspetto particolare. Sembra preferibile concentrarsi sulla sostanza e sulla dinamica dei processi attuali, al di là delle loro caratteristiche specifiche. L’espressione utilizzata dal giurista e filosofo americano Bernard E. Harcourt per caratterizzare la presidenza di Donald Trump, una «controrivoluzione moderna»[2], sembra la più appropriata a questo scopo.
Una controrivoluzione è infatti all’ordine del giorno, non solo negli Stati Uniti ma, in misura diversa, in gran parte del pianeta. Essa è caratterizzata dall’ossessione di cancellare, in tutto o in parte, le conquiste sociali e ideologiche del periodo che va dal dopoguerra agli anni ’80, nonché le aspirazioni emancipatorie che ancora perdurano. E alcuni non esitano a sventolarne lo stendardo. L’attivista pro-Trump Christopher Rufo ha dichiarato nell’aprile 2025 al New York Times: “Quello che stiamo facendo è davvero una controrivoluzione. È una rivoluzione contro la rivoluzione” (citato da Bernard E. Harcourt). Durante la gigantesca manifestazione di estrema destra del 13 settembre 2025 a Londra, anche Tommy Robinson, il suo principale organizzatore, ha dichiarato: «Noi siamo la controrivoluzione.»[³] Su un altro piano, e di data più remota, questa proclamazione del libertario Murray Rothbard del 1992[⁴]: «Suoniamo la campana a morto per la socialdemocrazia. Suoniamo la campana a morto per la Grande Società. E anche per lo Stato sociale […] Cancelleremo il ventesimo secolo». È da notare che il presidente argentino Javier Milei ha chiamato Rothbard uno dei suoi tre cani (che portano tutti i nomi di economisti neoliberisti che egli considera suoi ispiratori).
In Francia, sulla stessa linea, nel 2007 un dirigente dell’associazione dei datori di lavoro ha dichiarato: «Oggi si tratta di uscire dal 1945 e di smantellare metodicamente il programma del Consiglio nazionale della Resistenza!»[⁵] Questi riferimenti, e altri ancora, giustificano l’affermazione di Bernard E. Harcourt: «Le azioni del presidente Trump nei primi cento giorni del suo secondo mandato costituiscono l’ultimo episodio di una vasta controrivoluzione moderna e coerente, che si inserisce in una prospettiva storica più ampia e la cui portata internazionale è più estesa.» Per Harcourt, questa controrivoluzione è in atto negli Stati Uniti da diversi decenni, in particolare a partire dalla presidenza di Ronald Reagan.
Controrivoluzione? Certamente, oggi non esiste alcun pericolo rivoluzionario per i possidenti (almeno negli Stati del «Nord»), a differenza del contesto della grande ondata reazionaria che, dal 1918 agli anni ’40, ha attraversato, tra gli altri, l’Ungheria, la Germania, l’Italia, il Giappone, il Portogallo, la Romania, … poi l’Austria e nuovamente la Germania, quindi la Spagna e infine la Francia sulla scia della sconfitta del 1940 (anche se, a partire dall’inizio degli anni ’20, la spinta rivoluzionaria conseguente alla rivoluzione russa si indebolì). Un’ondata che ha dato origine a regimi reazionari e dittatoriali, ciascuno dei quali presentava però caratteristiche proprie, in particolare per quanto riguarda le modalità di ascesa al potere, le istituzioni e il bilanciamento tra riferimenti alla tradizione (e compromessi con la vecchia classe politica) e parvenze di rottura, se non addirittura di «rivoluzione» (una delle ultime incarnazioni fu la «Rivoluzione nazionale» proclamata dal regime di Pétain). Nonostante la loro diversità, all’epoca questi regimi potevano essere tutti definiti fascisti (anche se, più recentemente, gli storici sottolineano le loro differenze). Negli anni ’70, sono state spesso denunciate come fasciste anche le dittature militari cilene, argentine, brasiliane e uruguaiane, soprattutto a causa del loro carattere repressivo. La caratterizzazione della dittatura greca (1967-1974) è stata oggetto di dibattito (si veda una sintesi delle posizioni di Nikos Poulantzas[⁶]).
Oggi è vero che alcuni esponenti della corrente MAGA negli Stati Uniti (Christopher Ruffo, Steve Bannon, Elon Musk a modo suo…) e dell’estrema destra europea considerano l’evoluzione della famiglia, la legalizzazione dell’aborto, i diritti delle persone LGTBI, l’immigrazione e la mescolanza delle popolazioni, … non come trasformazioni sociali o come frutto delle lotte di determinati settori sociali, ma come il risultato di una congiura rivoluzionaria dei «wokisti» e dei cospiratori del «grande rimpiazzo». Un complotto, di fronte al quale sarebbe urgente reagire per non rischiare l’alterazione definitiva della «civiltà bianca e occidentale». Anche se questa non è l’analisi dominante negli ambienti dei vari poteri, queste farneticazioni possono essere più o meno riprese e strumentalizzate da diverse correnti politiche per ampliare la propria base al fine di servire i loro obiettivi controrivoluzionari poiché, se la rivoluzione non è un orizzonte prossimo, «la controrivoluzione non ha bisogno di attendere una rivoluzione imminente; può agire in modo preventivo, annullando le conquiste del passato e reprimendo la resistenza», come scrive Richard Donnely nel testo sopra citato su Tommy Robinson. Soprattutto in un contesto di crisi sistemica come quella che sta attraversando il capitalismo.
Va tuttavia sottolineato che, per quanto riguarda il «Sud», occorre fare alcune precisazioni: dalle «rivoluzioni arabe» ai recenti movimenti in Sri Lanka, Bangladesh, Nepal, Madagascar… le insurrezioni popolari hanno sì rovesciato dei governi, ma finora non sono riuscite a mettere in atto alternative alle classi dominanti, che hanno mantenuto la loro egemonia attraverso l’esercito o i nuovi poteri provenienti dalla «società civile». In alcuni di questi paesi, tuttavia, la nuvole rivoluzionarie continuano a incombere minacciose e, ad esempio, in Egitto, il maresciallo al-Sissi ne è certamente consapevole.
Il sociologo e attivista russo Ilya Budraitskis distingue, dal canto suo, la controrivoluzione da quella che definisce «antirivoluzione»: «L’antirivoluzione cerca di impedire una rivoluzione immaginaria […] Questa rivoluzione immaginaria che si profila non ha radici evidenti nella società e non dispone di un soggetto politico apparente dotato di una forte volontà […]. — Ma questa rivoluzione immaginaria conduce un’esistenza a sé stante nella coscienza dei dirigenti dello Stato. Ed è stata descritta da esperti in decine di documenti. »[7] Se si traspone questa analisi al di fuori della Russia, si constata, ad esempio in Francia, che i dirigenti e i loro media, così come alcuni intellettuali, denunciano giorno dopo giorno spettri che si suppone mettano in pericolo l’intera vita sociale: il «wokismo», il «separatismo islamico», l’«incivilimento» dei giovani delle periferie urbane, ecc. Le forze di polizia, non solo sorvegliano costantemente questi fenomeni e gli individui potenzialmente considerati «sospetti», ma si preparano a reprimere ogni «eccesso». Proprio come alcuni temi MAGA citati in precedenza, tutto ciò rientra ampiamente nella «rivoluzione immaginaria». La problematica di Budraitskis ha dei fondamenti e spiega perché l’«antirivoluzione» possa essere più in progress delle controrivoluzioni che abbiamo conosciuto. Sembra tuttavia preferibile attenersi al termine di controrivoluzione, che ha maggiori risonanze storiche e politiche.
Si tratta quindi di una controrivoluzione, ma di una controrivoluzione moderna che utilizza tutte le nuove tecnologie per costruire un mondo dispotico non solo rispetto alla democrazia liberale borghese, ma anche rispetto al processo di produzione e di lavoro, come ha descritto Juan Carbonell a proposito dell’IA[⁸]. Marx ha applicato il termine «dispotico» sia al processo di produzione («dispotismo di fabbrica») sia ad alcuni Stati come l’Impero tedesco bismarckiano. Si può quindi ritenere che, per caratterizzare la controrivoluzione moderna nelle sue diverse dimensioni, l’espressione «tecno-dispotismo» sia forse la più appropriata.
Ovunque si osserva, in misura diversa, un restringimento della democrazia liberale borghese tradizionale, un aumento della repressione poliziesca e delle tecniche di sorveglianza, nonché della militarizzazione, attacchi alle conquiste sociali, un razzismo sempre più esacerbato, discorsi identitari e nazionalisti. Per riprendere un’espressione di Claude Serfati riguardo alla Francia, gli Stati «si radicalizzano»[⁹]. E questo vale per l’Europa, anche quando al potere ci sono «centristi» e socialdemocratici. In alcuni paesi (Polonia, Stati Uniti…), prosperano discorsi, pressioni e persino decisioni giuridiche che mettono in discussione il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.
Questi elementi si combinano con le caratteristiche del sistema economico: diffusione delle nuove tecnologie, comparsa di colossi aziendali strettamente legati agli Stati e la cui posizione di forza consente loro di percepire rendite, declino dei movimenti sindacali, esplosione delle disuguaglianze… Relativizzazione, ignoranza (se non addirittura aperta negazione, come nel caso di Javier Milei e Donald Trump) dei pericoli ecologici, delle loro implicazioni sempre più immediate per l’umanità e dell’urgenza di agire. Ma anche un’espansione senza precedenti dell’impero della merce, con una corsa alle innovazioni che permette alle aziende di contrastare le pressioni al ribasso sul tasso di profitto, innovazioni che i cittadini sono costretti ad assimilare non solo per spirito di imitazione, ma perché diventano indispensabili alla vita quotidiana (in sinergia con le politiche degli Stati volte alla distruzione dei servizi pubblici di prossimità).
Infine, contrariamente al discorso «democratico» in voga nell’Unione europea, la controrivoluzione ha una dimensione sociale essenziale. I regimi definiti «illiberali» attuano riforme neoliberiste – dello stesso tenore di quelle dei paesi «democratici» – come la riforma dell’orario di lavoro in Ungheria, l’innalzamento dell’età pensionabile in Russia, l’allentamento del diritto del lavoro in Turchia, ecc.
Oggi si pongono parecchie domande:
1. Le forze motrici
Fino a tempi relativamente recenti, la responsabilità delle tendenze e delle pressioni autoritarie veniva attribuita, dalla maggior parte della stampa e da numerosi politologi, a forze di estrema destra «fuori dal sistema», spesso definite «populiste», termine comodo per metterle sullo stesso piano delle forze di sinistra più o meno radicali, anch’esse definite populiste. Questi populisti fanno leva sul risentimento reale o presunto del «popolo» nei confronti delle élite e dell’establishment, nonché sul suo nazionalismo latente. In alcuni paesi (soprattutto in Europa), la crescente intercambiabilità dei partiti politici e la convergenza delle loro politiche offrono all’estrema destra l’occasione di conquistare gli elettori e le elettrici posizionandosi ai margini del consenso.
Non c’è dubbio che in diverse fasce popolari esista ciò che Trotsky definiva «disperazione controrivoluzionaria»[¹⁰], rafforzata nel mondo odierno dal declino dell’organizzazione collettiva che favorisce l’atomizzazione degli individui e/o il loro rifugio in identità reazionarie (razziali, religiose o di altro tipo). O, per dirla in altro modo, «l’estrema destra sta vincendo la battaglia per la leadership della frustrazione verso una radicalizzazione reazionaria»[¹¹], tanto più che sa fare un uso efficace di Internet e dei social network. Ma la pressione dal basso e da parte di gruppi «fuori dal sistema» riassume davvero l’evoluzione attuale?
In un’opera dedicata alla Brexit e pubblicata nel 2021, due sociologi francesi hanno contestato l’interpretazione comune del risultato, secondo cui esso sarebbe il frutto della frattura tra i vincitori e i perdenti della globalizzazione. Essi dimostrano come importanti settori capitalisti, in particolare una parte del mondo della finanza – i fondi di investimento e gli hedge fund – abbiano finanziato la campagna del Leave. La loro conclusione è chiara: sebbene un’ampia fetta delle classi popolari fosse contraria all’Unione europea (UE), il finanziamento del «Leave» dimostra, secondo loro, che «i vincitori della globalizzazione non hanno perso contro i suoi perdenti, ma sono stati i vincitori stessi a non essere d’accordo tra loro»[12]. Spiegano così il loro approccio: «… una parte della ricerca critica nelle scienze sociali ha analizzato la Brexit e l’elezione di Trump dal punto di vista della geografia sociale del voto e del risentimento delle classi medie e popolari bianche di settori deindustrializzati, discriminati e emarginati, nei confronti delle élite urbane, vincitrici della globalizzazione, spesso collegate tra loro a livello regionale o mondiale. Non ci opponiamo a queste analisi, ma non bisogna comprendere questi due eventi storici, la Brexit e l’elezione di Trump, esclusivamente dal punto di vista delle motivazioni degli elettori. […] Abbiamo ritenuto necessario andare a vedere cosa stesse accadendo dal lato dei dominanti, capire quali fossero i loro interessi, sia nel caso della Brexit che in quello dell’elezione di Trump.»[13].
La «seconda finanza» vedeva nelle normative europee un ostacolo alla propria libera attività e i suoi attori sarebbero favorevoli a un libertarismo autoritario. Si profilerebbe, come tendenza, la fine del neoliberismo. Alcune delle conclusioni dei ricercatori (che Marlène Benquet ha approfondito in un’opera più recente, *La finance aux extrêmes*, 2026) sono discutibili sia per quanto riguarda i due poli della finanziarizzazione sia per quanto riguarda la fine del neoliberismo, ma i loro lavori hanno avuto il merito di dimostrare che gli sviluppi politici non sono solo il prodotto della manipolazione delle masse da parte dei demagoghi, ma la scelta consapevole di frazioni del capitale.
Il loro approccio è stato ripreso da alcuni analisti del trumpismo; si veda in particolare «The Capitalist Interests Behind Donald Trump», di Vladimir Bortun, Jacobin, 24/02/2026[14]. L’autore sottolinea: «L’interpretazione dominante del trumpismo lo considera come “una rivolta che viene dal basso” guidata da gruppi sociali emarginati e lasciati indietro dalla globalizzazione (neo)liberale. C’è più di un fondo di verità in questa analisi (anche se la percentuale di elettori della classe operaia di cui beneficia Trump è spesso sopravvalutata). Ma questo riflette tutta la realtà? […] È del tutto possibile che Trump sia lì solo per il proprio arricchimento personale e quello della sua famiglia. È del tutto possibile che non disponga né di un’ideologia coerente in sé né di un vero e proprio progetto di classe. Ma il trumpismo va oltre la figura di Trump stesso. Comprende una coalizione di frazioni capitaliste e di frazioni provenienti dalle classi subordinate (sia piccolo-borghesi che operaie).»
Diversi settori economici appaiono così sempre più favorevoli a poteri che non pretendono di regolamentarli né di aumentarne l’aliquota fiscale, anche se sono nazionalisti e autoritari: la finanza più speculativa, le industrie dei combustibili fossili, i settori degli armamenti e della sorveglianza e, infine, i grandi gruppi delle nuove tecnologie. Altri settori, intuendo da che parte tira il vento, sono pronti ad accettare i discorsi reazionari, la prospettiva di politiche sistematicamente antisindacali (mentre in Europa i sindacati fungevano spesso da «partner» nel sistema delle relazioni sociali), o addirittura le violazioni dell’attuale democrazia con i suoi limiti. Il Medef (la principale organizzazione dei datori di lavoro francesi) ha significativamente deciso di invitare Javier Milei al proprio raduno annuale (quest’ultimo avrebbe infine declinato l’invito). Negli Stati Uniti, Elon Musk o Peter Thiel (Palantir, che si è recentemente stabilito nell’Argentina di Milei) non nascondono il loro attivismo reazionario e autoritario. In India, Narendra Modi è sostenuto dai principali settori capitalisti.
Gli Stati e gli esponenti delle classi dominanti sono quindi i principali attori dei processi attuali. Per quanto riguarda gli Stati, essi possono essere attori attivi pur prendendo talvolta le distanze dalle correnti di estrema destra, come nel caso di Emmanuel Macron che si autoproclama «progressista».
Gli Stati ricorrono a diversi argomenti per giustificare la corsa all’autoritarismo, la sorveglianza delle popolazioni e la militarizzazione: il pericolo terroristico, i disordini causati da scioperi e manifestazioni, la presunta invasione dei migranti (anche se il «grande rimpiazzo» e la «rimigrazione» rimangono ancora termini appannaggio dell’estrema destra, sebbene questa tematica si stia diffondendo più ampiamente), il traffico di droga, la microcriminalità e, in Europa, le manovre russe. I testi legislativi e regolamentari si accumulano anno dopo anno. Il governo francese ha così appena aggiunto un nuovo strumento alla già ampia gamma di regimi di eccezione con lo «stato di allerta di sicurezza nazionale», che potrebbe essere decretato per due mesi, prima di essere sottoposto al Parlamento.
La rielezione di Donald Trump e il suo comportamento rappresentano innegabilmente un fattore di accelerazione. Tanto più che torna al potere con elementi di programma e collaborazioni non legate ai capi del Partito Repubblicano. Ma ovunque, le destre politiche «si stanno spostando a destra» (la presa di potere di Trump sul Partito Repubblicano con la messa al passo dei critici ne è un esempio) e le destre estreme, un tempo emarginate, sono sempre più frequentate dai circoli dominanti del capitale. Tanto più che, in Europa, quelle tra queste forze che sono in grado di accedere al potere hanno dato garanzie su due temi: l’Unione europea (UE) e il sostegno a Israele (poiché la denuncia della politica di questo paese è ormai equiparata all’antisemitismo, sostenerlo diventa una prova di non antisemitismo). In Italia, il governo Meloni concilia l’autoritarismo (con l’adozione di diversi «pacchetti» di misure di sicurezza) e una linea economica liberale (si veda su questo sito l’articolo di Fabrizio Burattini pubblicato il 6 luglio 2026).
Tuttavia, anche negli Stati più avanzati sul percorso della controrivoluzione, i leader politici rimangono ancora (ad eccezione della Cina, che non rientra in questo tipo di analisi) soggetti al processo elettorale (come ha dimostrato la sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni parlamentari ungheresi). Nel 2002, due politologi americani hanno definito questo tipo di regime con il termine di «autoritarismo competitivo»[15]. In un sistema di questo tipo, un partito sale al potere attraverso un processo elettorale più o meno democratico per poi erodere il sistema dei controlli e contrappesi. L’esecutivo riempie la pubblica amministrazione e le nomine chiave – compreso il potere giudiziario – di fedelissimi. I media, le università e le organizzazioni non governative vengono poi presi di mira per ridurre la critica pubblica e influenzare gli elettori a favore del partito al potere. I diritti dei partiti di opposizione e quelli dei cittadini vengono limitati. Questo tipo di regime, che tende a diffondersi, persiste soprattutto perché una forma troncata e manipolata di multipartitismo può risultare più gestibile sul piano interno e più «presentabile» a livello internazionale rispetto a un sistema monopartitico. Ma l’autoritarismo competitivo può assumere diversi gradi: se Viktor Orbán ha perso le elezioni, è quasi inimmaginabile che lo stesso accada a Vladimir Putin, mentre Recep Tayyip Erdoğan sta attualmente facendo di tutto per evitarlo. Occorre menzionare ancora un caso, oggi estremo, di limitazione dei diritti: quello degli Stati le cui istituzioni sono considerate democratiche dal pensiero dominante, ma in cui alcuni abitanti sono ridotti allo status di cittadini di seconda classe. È il caso dell’India di Narendra Modi per i musulmani e i cristiani, considerati popolazioni meno legittime rispetto agli indù. Con il sostegno o almeno la tolleranza delle autorità e della polizia, essi sono oggetto di un sospetto permanente e di violenze. Per caratterizzare questa situazione, il ricercatore Christophe Jaffrelot utilizza l’espressione di «democrazia etnica»[16]. Questa qualifica è stata a lungo utilizzata per Israele (si veda ad esempio Alain Dieckhof, «Quale cittadinanza in una democrazia etnica?»[¹⁷]): i non ebrei (essenzialmente gli arabi palestinesi) vi sono, di fatto e in parte, privati dei diritti e, dal 1948, sono stati considerati meno legittimi e discriminati. Questa situazione è stata sancita dalla legge del 19 luglio 2018: «Lo Stato di Israele è lo Stato-nazione del popolo ebraico, che vi esercita il proprio diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione. La realizzazione di questo diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è riservata esclusivamente al popolo ebraico». Nei territori occupati, le discriminazioni e le oppressioni sono ancora più evidenti. Al di là di questi due casi emblematici e moderni, altri Stati, in misura diversa, discriminano settori interi della loro popolazione.
Nel complesso, anche negli Stati comunemente definiti «democratici», si registra una tendenza verso l’autoritarismo. I governi ricorrono sempre più spesso al clientelismo, politicizzano direttamente la funzione pubblica, rafforzano le forze dell’«ordine», limitano il diritto di manifestare e gli spazi di contestazione, nonché le libertà universitarie, alimentano il razzismo, mentre la libertà dei media tende a essere erosa a discrezione dei gruppi capitalisti che li controllano. D’altra parte, lo spettro della guerra viene agitato ovunque, ben al di là delle guerre reali (il cui impatto non è trascurabile).
La controrivoluzione sembra quindi guidata soprattutto dagli apparati statali, in collaborazione – aperta o meno – con un’estrema destra che non è necessariamente rappresentata direttamente al potere. I diversi Stati sono più o meno direttamente coinvolti in questo processo: la Gran Bretagna, ad esempio, lo è meno della Francia, che a sua volta è in ritardo rispetto agli Stati Uniti e, soprattutto, all’India, alla Russia, alla Turchia o a Israele. Tuttavia, in Francia, l’ascesa alla presidenza della Repubblica di Marine Le Pen o di Jordan Bardella (Rassemblement National) accelererebbe notevolmente il processo verso l’autoritarismo e la «nazionalizzazione» dei diritti sociali, tanto più che la Costituzione della V Repubblica conferisce al presidente un peso molto maggiore rispetto, ad esempio, a un capo di governo italiano come Giorgia Meloni.
Questi sviluppi relativi agli Stati e l’insistenza sulla controrivoluzione potrebbero forse suscitare un dibattito con le analisi incentrate soprattutto sull’estrema destra e sulle forze neofasciste. Torneremo su questo punto.
2. In che modo si articolano la controrivoluzione e la situazione economica?
In un testo del novembre 2019 intitolato “The end of neoliberalism and the rebirth of history”, il «premio Nobel per l’economia» Joseph Stiglitz sottolinea che «Alla fine della Guerra Fredda, il politologo Francis Fukuyama scrisse un famoso saggio intitolato “La fine della storia?”. Secondo lui, il crollo del comunismo avrebbe rimosso l’ultimo ostacolo che separava il mondo intero dalla sua destinazione finale: la democrazia liberale e l’economia di mercato. Molti condividevano questa opinione. Oggi, […] l’idea di Fukuyama sembra superata e ingenua.»[18].
Il tema della fine del neoliberalismo è in voga soprattutto in voga
soprattutto in Francia; l’economista e giornalista Romaric Godin scrive infatti in un recente libro[¹⁹]: «Il progetto neoliberista era quello di una democrazia inquadrata dal capitalismo, che accettasse le regole ritenute necessarie all’accumulazione. […] La crisi del neoliberismo segna l’inizio di un periodo di separazione per la coppia democrazia-capitalismo». L’autore, tuttavia, adotta anche formulazioni caute, spiegando che democrazia e capitalismo non sono intrinsecamente legati e che la democrazia è accettabile per il capitalismo solo se mantiene il consenso necessario al suo funzionamento. Di fronte alla crisi del neoliberismo in atto dal 2008, «l’opzione che si delinea è quella di uno Stato autoritario che reprime le contestazioni, garantisce la stabilità sociale e tutela gli interessi del capitale». Per Romaric Godin, la fase attuale è quella di un nuovo capitalismo di Stato in cui lo Stato, al servizio del capitale, si sostituisce al mercato per facilitare l’accumulazione.
È vero che, dalla crisi del 2008-2009, il capitalismo è sempre più sostenuto dagli Stati, ma, anche se lo fa con una certa cautela, il legame tra neoliberismo e democrazia evidenziato da Godin è molto discutibile. Altri autori sostengono un punto di vista opposto e si basano su una storia che abbraccia diversi decenni. Si citi un’opera dal titolo inequivocabile: *La scelta della guerra civile. Un’altra storia del neoliberismo*[²⁰], il cui primo capitolo è dedicato al Cile di Pinochet e alla politica esaltata da Friedrich Hayek, altro «premio Nobel» per l’economia e ispiratore di Margaret Thatcher. Gli autori passano in rassegna la lunga storia dei pensatori neoliberisti a partire dagli anni ’30 e le compiacenze di alcuni (con più o meno riserve) nei confronti dei regimi fascisti dell’epoca. Per loro, «stiamo vivendo il momento in cui il neoliberismo genera dall’interno (sottolineato da noi) una forma politica specifica che combina autoritarismo antidemocratico, nazionalismo economico, concorrenzialismo generalizzato e razionalità capitalista estesa. Questa governamentalità originale assume pienamente il carattere assolutista, autoritario e (se necessario) dittatoriale del neoliberismo senza assomigliare al fascismo storico». Due punti sono importanti in questa analisi: in primo luogo, la svolta autoritaria non mette in discussione il neoliberismo ma si inserisce nella sua continuità; in secondo luogo, ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso dal fascismo storico (ci ritorneremo).
Dare per spacciato il neoliberismo sembra prematuro. Per il momento, le classi dominanti sono all’offensiva e mettono in discussione, in modo più o meno frontale, «zona» per «zona» e Stato per Stato, tutto ciò che limita la libertà del capitale. Uno dei primi decreti emanati da Donald Trump il 20 gennaio 2025 ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo globale sulla tassazione minima delle multinazionali, che pure era poco oneroso per queste ultime. Trump porta avanti un’azione volta a smantellare gli organismi di controllo e regolamentazione; è anche un promotore delle criptovalute. In Europa, nell’industria piovono licenziamenti e i tagli ai servizi pubblici si intensificano, mentre in molte capitali la speculazione e l’aumento degli affitti allontanano le classi popolari. Certo, la politica degli Stati si inserisce ormai più apertamente negli scambi commerciali e, in misura minore, negli investimenti internazionali o addirittura nella promozione di determinate attività (in primo luogo quelle relative all’intelligenza artificiale) ma ciò non significa la fine della globalizzazione, bensì la lotta dei diversi imperialismi per stabilirne le condizioni e/o difendere la propria «fetta di torta» in questo «capitalismo della finitezza»[21].
Ciò in un contesto in cui gli Stati Uniti vogliono mantenere la propria preminenza nei confronti della Cina. Per quanto riguarda le nuove tecnologie, esse portano a forme rinnovate di intreccio tra attività private e Stato; come scrivono Slobodian e Tarnoff, ben lungi dall’essere libertario, «un principio fondamentale del “muskismo” è la fusione tra pubblico e privato; l’utilizzo dello Stato come finanziatore, facilitatore e rete di sicurezza per progetti ad alto rischio e ad alto rendimento – ciò che chiamiamo simbiosi statale. Lo si vede chiaramente con SpaceX, Starlink e Tesla. Musk è un accanito critico della burocrazia e di certi tipi di regolamentazione, ma certamente non dello Stato in quanto tale. Al contrario, ha sistematicamente strumentalizzato lo Stato come fonte di potere e di profitto. Lo fa promettendo di aiutare i governi ad adempiere alle loro funzioni sovrane avvalendosi delle sue infrastrutture: una dinamica che descriviamo come la «sovranità come servizio»[22].
La simbiosi tra Stato e aziende digitali è rafforzata dal fattore militare: i numerosi esempi di collaborazione tra queste aziende e le forze armate e di polizia dimostrano che «lontano dalle fantasie tecno-libertarie secondo cui le grandi aziende tecnologiche si renderebbero autonome rispetto allo Stato, esiste un complesso militaro-digitale». [23] Del resto, Palantir, nonostante le tirate libertarie di Peter Thiel, vive in stretta simbiosi con gli Stati e le loro forze armate e di polizia.
3. Questa controrivoluzione può essere definita fascista?
Trump e le varie correnti di estrema destra si presentano come forze di rottura rispetto al famoso acronimo thatcheriano TINA («There is no alternative»): ciò trova una certa risonanza in un contesto di crescente disuguaglianza in cui «quelli di sotto» si sentono disprezzati, mentre le sinistre del capitale (i democratici negli Stati Uniti, i socialdemocratici in Europa) appaiono nel migliore dei casi come impotenti, nel peggiore come corresponsabili della situazione. Poiché né l’estrema destra né (ovviamente) la destra tradizionale radicalizzata intendono affrontare realmente le disuguaglianze e il potere del capitale, lo spauracchio sbandierato è l’immigrazione, l’Islam, la comunità LGBTI… e, in modo oggi più velato, un presunto complotto ebraico.
Donald Trump, come abbiamo già sottolineato, si colloca al crocevia tra la radicalizzazione dello Stato e l’ascesa dei neofascisti. In generale, cosa si può dire di un processo in cui l’evoluzione dello Stato e delle classi dominanti crea progressivamente le condizioni non solo per una partecipazione al potere (come già avviene in molti Stati), ma anche per una presa di controllo delle istituzioni da parte di coalizioni di politici di estrema destra e neofascisti, che probabilmente rispettano i codici di comportamento degli altri politici (anche se alle loro spalle si accalcano gruppi meno civili)? Queste coalizioni potrebbero del resto essere eterogenee su alcuni fronti (discorsi più o meno nazional-socialisti, ad esempio), proprio come lo erano i partiti fascisti della prima metà del XX secolo.
Le diverse accezioni del termine «fascismo» sono al centro di numerose analisi[²⁴], spesso interessanti ma che, a nostro avviso, risultano nel complesso discutibili per descrivere il processo controrivoluzionario moderno. A meno che non si voglia fare del fascismo un concetto atemporale, sulla scia dell’Ur-fascismo (il fascismo eterno) di Umberto Eco[²⁵]. E a dimenticare che si tratta di una strategia politica.
Come spiega Enzo Traverso (che parla, per il periodo attuale, di «una sorta di postfascismo»), «non siamo di fronte a una ripetizione della storia, a un ritorno al passato; ci troviamo di fronte a nuovi problemi e a nuove minacce, ma disponiamo solo di concetti ereditati dal passato per analizzarli e interpretarli. È ovviamente frustrante: queste parole non descrivono bene l’incertezza del nostro tempo, che sembra preannunciare una terribile tempesta.»[26]
Non si tratta certo di sottovalutare i rischi della situazione attuale, che può portare a scenari catastrofici come alcuni dei regimi fascisti degli anni ’30. L’invasione dell’Ucraina, la guerra genocida a Gaza, le guerre per procura per le risorse dell’est della Repubblica Democratica del Congo ne sono alcuni esempi. Un altro esempio è il rifiuto o la relativizzazione degli impatti della catastrofe ecologica in corso: nonostante le dichiarazioni e le conferenze internazionali, prevalgono le false soluzioni e il «business as usual».
È necessario comprendere le trasformazioni in atto del capitalismo e i loro impatti politici, sociali ed ecologici, nonché le fratture all’interno delle borghesie. Ciò presuppone di uscire dal solo dibattito sul «fascismo».
Esiste tuttavia un argomento che può giustificare, nonostante la sua inadeguatezza e al di là delle analisi, l’uso del termine «fascista»: ci riporta su un terreno conosciuto ed è quindi politicamente utile e potrebbe così consentire di mobilitare una resistenza di massa. La studiosa brasiliana Angela de Castro Gomes spiega così che la parola «fascista» (pur essendo intellettualmente molto discutibile per caratterizzare diverse correnti o governi attuali) «è una risorsa efficace per combattere tali esperienze, nella misura in cui, sulla base di una memoria storica condivisa, funziona molto”.[27]
Per quanto riguarda la conferenza internazionale antifascista tenutasi a Porto Alegre dal 26 al 29 marzo 2026 (senza voler qui discutere il modo in cui ha affrontato questa o quella questione), la sua dichiarazione finale afferma senza mezzi termini: «Il sistema capitalista-imperialista sta attraversando una crisi profonda e un marcato declino economico, sociale e morale. La risposta delle potenze imperialiste a questo declino è stata la promozione del fascismo ovunque, l’imposizione di politiche neoliberiste, le aggressioni militari contro le nazioni più deboli e la loro ricolonizzazione.»[28]
Note
1
Il «muskismo» come «fordismo» – Progetto LPE, traduzione francese su A l’encontre, 28 aprile 2026, Dibattito. Il «muskismo» come «fordismo»? – A l’encontre
2
Bernard E. Harcourt, 1 maggio 2025 Una controrivoluzione moderna – The Ideas Letter, traduzione francese su Esprit, maggio 2025, «Una controrivoluzione moderna» | Rivista Esprit
3
Richard Donnelly, «We are the counter-revolution»: Tommy Robinson and the remaking of British fascism, International Socialism / Traduzione francese su A l’Encontre, maggio 2026
4
A Strategy for the Right | Mises Institute
5
Denis Kessler: «Si tratta di smantellare metodicamente il programma del CNR» | Le Club
6
Panagiotis Sotiris, «Leggere Poulantzas per comprendere l’autoritarismo neoliberista e l’estrema destra», Contretemps, 12 luglio 2023
7
Ilya Budraitskis, «Dissident among dissidents: Ideology, Politics and the Left in Post-Soviet Russia», 2022. Vedi anche The Extraordinary Adventures of Guy Fawkes –
8
«Un taylorismo potenziato. Critica dell’intelligenza artificiale», di Juan Sebastian Carbonell, ed. Amsterdam, 2025
9
Claude Serfati, «Lo Stato radicalizzato», La Fabrique, 2022.
ev Trotsky, «Il fascismo, in quanto movimento di massa, è il partito della disperazione controrivoluzionaria», La svolta dell’Internazionale Comunista e la situazione in Germania, 26 settembre 1930
11
Martín Lallana, Júlia Martí, «Il potere e l’urgenza nella crisi ecologica», Inprecor, 30 maggio 2026
12
Marlène Benquet, Théo Bourgeron, La finanza autoritaria – Verso la fine del neoliberismo, pag. 54, Raisons d’agir éditions, 2021
13
Intervista a Marlène Benquet e Théo Bourgeron, «Le classi dominanti hanno finanziato le opzioni politiche xenofobe, negazioniste sul clima e sessiste che hanno portato ai cosiddetti voti populisti», 01/02/2021 (sito Quartier général)
14
https://jacobin.com/2026/02/capital-trump-rogue-elephant-review
15
Steven Levitsky, Lucan Way, «The New Competitive Authoritarianism», Journal of Democracy, Johns Hopkins University Press, gennaio 2020.
16
Le Monde, In India, «la democrazia etnica» di Modi
17
Alain Dieckhof, «Quale cittadinanza in una democrazia etnica?», Confluences Méditerranée, 2005
18
Joseph Stiglitz, «The end of neoliberalism and the rebirth of history», 26 novembre 2019, Social Europe
Romaric Godin, «Il problema dei tre corpi del capitalismo», pagine 208-209, La Découverte, 2026.
20
Pierre Dardot, Haud Guéguen, Christian Laval, Pierre Sauvêtre, La scelta della guerra civile: un’altra storia del neoliberismo, Lux éditeur, 2022.
21
Arnaud Orain, Il mondo confiscato, Edizioni Flammarion, 2025
22
Slobodian & Tarnoff, testo citato.
23
Sebastien Broca, «Le nozze tra IA e Stato», Le Monde diplomatique, aprile 2026.
24
Cfr. per la Francia i lavori di Ugo Palheta, tra cui le opere più recenti *Come il fascismo conquista la Francia*, edizioni La Découverte (2025) e *La nuova internazionale fascista*, Textuel, 2025.
25
Umberto Eco, «Ur-fascism», 1995. Traduzione francese «Come riconoscere il fascismo», Grasset, 2010.
26
Enzo Traverso, aprile 2026, articolo pubblicato sulla rivista *Viento Sur*.
27
«Il governo Bolsonaro: né fascismo né populismo, autoritarismo radicale» | Politika
28
Dichiarazione di Porto Alegre – Unità contro il fascismo e per la sovranità dei popoli – Attac France


L’11 agosto del 1999 si è verificata l’ultima eclissi di Sole visibile da non trascurabili porzioni del territorio europeo. Dall’Italia la Luna ha occultato solo parzialmente la nostra stella. La percentuale di oscuramento variò tra il 95 per cento nel nord della penisola e il 65 per cento nelle isole maggiori.
Noi cosa facevamo in quei giorni lontani, sul finire degli anni ‘90? Era estate e un giovane Cremonini mechato di rosso imperversava in radio conducendoci su fiabeschi colli bolognesi, favolosi per me, bimbetta di otto anni cresciuta nella provincia barese, per la quale una città del Nord si collocava alla stessa inaudita distanza di una galassia lontana, e nell’inconsapevolezza di noi tutti che mai avremmo giurato che quel pezzo ci saremmo ritrovati a ballarlo a ogni compleanno, matrimonio, festa qualsiasi nei ventisette anni successivi.
Interrogato rispetto all’album “Ciao”, uscito nel settembre del ’99, Lucio Dalla non mancò di citare l’eclissi, tra gli avvenimenti che scandirono quella fine di millennio: «Ciao alla confusione, ciao al secolo che finisce: con tutto quello che è successo quest’anno, guerre, eclissi, terremoti, vittime, previsioni di fine del mondo, tutto come un groviglio multimediale, uno scontro di luci… ed io lì, nel centro, ad intercettare ogni cosa, perché non potrei mai restare passivo o indifferente».
L’eclissi avvenne alle undici di un mercoledì mattina.
Di come mi apparve il fenomeno e di quale emozione provocò in me, non ricordo nulla. Quello che ricordo benissimo invece fu lo sforzo per procacciarsi un dispositivo che consentisse la visione dell’attesissimo evento. Dispositivo che nel mio caso consistette in un vetro da saldatore, sfoggiato con orgoglio da mia sorella sulla tovaglia immacolata a fine pranzo, e che ci aveva procurato il giorno prima Giovanni, il meccanico nostro vicino di casa. Quella mattina, come ogni giorno di quelle estati a ridosso del 2000, stavo giocando con altri bambini per la strada quando rincasai per assistere al prodigio. Bisognava esserci quel giorno, questo ricordo. Voi dov’eravate?

Particolare dell’Estadio Municipal de Riazor, stadio della squadra di casa, il Deportivo La Coruña. Crediti: F. Loiacono
Ventisette anni dopo a La Coruña tira aria di vigilia. Quando stamattina ho aperto gli occhi, il cielo era compatto, londinese. Adesso timidi raggi di sole stanno aprendosi varchi sempre più significativi, e congiuntamente a essi si avverte una crescente quota di umidità. Per domani, le previsioni parlano di cieli incerti. Sereno, foschia, nubi basse, sereno, questa fastidiosa incostanza è quel che riportano noti siti web sulle condizioni meteorologiche. Io sto andando a fare un sopralluogo dalle parti della Torre de Hércules, un faro di costruzione romana e, leggo su Wikipedia, il più antico al mondo ancora in funzione, per verificare che la zona circostante sia adeguata alla visione dell’eclissi. Il receptionist del complesso di appartamenti in cui soggiorno mi ha suggerito Monte de San Pedro come invitante punto di osservazione, dalla parte opposta della città. Secondo lui ci vuole una mezz’ora di ascesa, ma dato che ieri mi ha riferito un tempo per raggiungere il supermercato che poi, nella pratica, si è rivelato il triplo dello stesso, guardo il suo consiglio con una certa ritrosia.
Ieri sera, sfinita dai passi, dall’ansia di perdere la coincidenza all’aeroporto di Madrid causa vicissitudini Schengen, e dalle cinque ore di sonno della notte precedente, ritrovavo me stessa cenando in un posto denominato El Templo del Gol, situato evidentemente nei paraggi dello Stadio Riazor, santuario del Deportivo La Coruña. Mangio polpette di jamón serrano mescolato a un formaggio indecifrabile mentre assisto all’ossimoro dato da cinque attempate signore, manifestamente più vispe della sottoscritta a partire dai vestitoni coloratissimi sfoggiati al tavolo di fronte, dinanzi a copiosi quantitativi di birra e un gioco di carte non identificato, mentre i Daft Punk sullo schermo in alto suonano a bomba questo pezzo qui. Pezzo cui segue una ballata – a me ignota quanto i suoi esecutori – della band messicana Maná, il cui frontman, mi auguro per stanchezza, avevo confuso con un giovane Gianluca Grignani.
Quando esco è ancora giorno e la città anche a uno sguardo disattento si rivela spalmata di manifesti che anticipano l’evento di domani. Alle fermate degli autobus sovente capita di imbattersi in una locandina dell’Odissea che stranamente non è quella di Nolan ma una rivisitazione in chiave eclittica.
Le librerie non sono da meno, sfoggiando per l’occasione un vasto repertorio astronomico in vetrina.
C’è chi mercoledì pomeriggio chiude tutto per andare a vedere l’eclissi, come annuncia, con relative scuse, il foglio affisso davanti a un centro scommesse.
Un signore in camicia hawaiana, che scopro essere Fernando Romay, star della pallacanestro spagnola degli anni ‘80, ci invita a seguire l’eclissi sull’emittente locale Televisión de Galicia. Mi aiuto con Google Translate per decifrare quel che dice al riguardo La Voz de Galicia, quotidiano spagnolo che ha sede proprio a La Coruña: «L’ombra dell’altissimo giocatore di basket galiziano (2,13 metri) è identica all’ombra che l’eclissi proietterà in Galizia il 12 agosto.»

Un manifesto della campagna pubblicitaria sull’eclissi della Televisión de Galicia. Crediti: F. Loiacono
Infine, rimanendo in tema di grandi eventi, non mancano attestazioni dell’ultimo mondiale vinto, benché in verità mi aspettassi di trovarne molte di più. Di questa merceria del centro città certamente l’allestimento più laborioso.

Una merceria nel centro di La Coruña ricostruisce le fasi che hanno portato alla vittoria della Spagna nell’ultimo mondiale. Crediti: F. Loiacono
Il receptionist mi ha comunicato che la struttura è colonizzata da persone giunte a La Coruña apposta per l’eclissi – su quest’affermazione non ho ragione di dubitare.
Su Instagram vengo intercettata da Lorenzo, Francesco e Simone, che sono arrivati questa mattina da Genova. Hanno viaggiato tutta la notte per essere qui. Dicono che a Ferrol il cielo dovrebbe essere sgombro da nubi basse durante l’eclissi. E che La Coruña, pur essendo vicina, è molto più a rischio.
Intanto che butto giù queste righe il cielo si è aperto, benché si scorga una lieve foschia diffusa. Ieri guardavo il Sole intorno alle 20 e 20 risplendere sopra lo stadio, ignaro che domani più o meno alla stessa ora qualcuna gli ruberà la scena. Fosse stata ieri, l’eclissi, sarebbe stato perfetto. Ma domani è domani. Nell’incertezza che ammanta la città, e sempre affligge e ravviva le umane vicende, una cosa è certa. Vogliamo esserci. Come nel ’99.
Per seguire i team scientifici dell’Inaf e le inviate di Media Inaf in Spagna per l’eclissi:
di Daniel Albarracín e Manuel Garí (da Viento Sur)
1. Il leone che si sente con le spalle al muro è più pericoloso.
In questa fase di crisi capitalista, che coincide con il declino dell’egemonia statunitense, la violenza dell’amministrazione Trump ha infranto il quadro socio-storico della globalizzazione liberale multilaterale. Il governo americano sta cercando di imporre unilateralmente, con la forza e il ricatto, nuove regole per sé stesso, per i propri vassalli e per le colonie che aspira a conquistare, con l’obiettivo di conservare il proprio potere imperiale, almeno nel continente americano e in Europa, di fronte al sorpasso delle potenze emergenti.
Dopo un primo mandato, Trump, rappresentante del potere delle grandi imprese private, dei giganti della tecnologia e dei gruppi ultraconservatori autoritari, è tornato al potere e ha attuato il suo programma massimalista, incarnato nella sua Strategia di sicurezza nazionale, sia contro il «nemico interno» che contro i suoi avversari stranieri. In un mondo multipolare caratterizzato da tensioni geopolitiche, gli Stati Uniti cercano di consolidare l’egemonia del dollaro, di espandere lo «spazio vitale» dell’impero economico e territoriale yankee e di appropriarsi delle risorse altrui per il proprio progetto neoimperialista e tecno-industriale.
Dopo aver calpestato i principi più fondamentali del diritto internazionale dinanzi alle istituzioni internazionali, prendendosela con numerose persone e diversi paesi, si sono scagliati contro il Venezuela – con un intervento militare che ha provocato l’uccisione di 80 persone e il rapimento del presidente Maduro – ricattando questo Paese caraibico affinché fornisse petrolio agli Stati Uniti in cambio della fine di tale ingerenza. Sta cercando di impedire gli approvvigionamenti alla Russia e alla Cina e di minare il progetto del nuovo sistema di pagamento e di moneta dei BRICS. Sta cercando di impedire che il petrolio venga negoziato in euro o in yuan, e tanto meno in petro. Attua una politica di promozione della guerra genocida, come in Palestina, e di destabilizzazione permanente, al fine di imporre pacificazioni accompagnate da condizioni unilaterali, dai risultati caotici, che servono gli interessi dei super ricchi che lo sostengono. In Ucraina è in corso una guerra che rischia di trascinare l’Europa in una spirale militarista a vantaggio del complesso militare-industriale statunitense e di alcune imprese militari europee. Sul piano interno, si è caratterizzato per una disobbedienza costituzionale volta a creare un potere costituente totalitario, illegale e illegittimo. Si tratta di un sintomo di disperazione che crea avversari a tutti i livelli, durante un periodo di durata incerta in cui emergono nuovi mostri, generati da una razionalità predatrice.
Detto questo, per contestualizzare, in questo contributo ci concentreremo sugli aspetti legati all’economia politica del trumpismo.
2. Che cos’è la «Trumponomics» e come è nata? Si tratta di un «cigno nero»?
Dalla caduta della cortina di ferro ad oggi, gli Stati Uniti sono stati l’economia che ha dominato il mondo in modo quasi incontrastato. Tuttavia, almeno due fenomeni minacciano, anche se a fuoco lento, questa posizione dominante.
Il primo è la crisi di lunga durata, iniziata negli anni ’70 e che si è intensificata dopo il 2008. Stiamo attraversando una fase di accumulazione debole, irregolare e contraddittoria, caratterizzata da crisi più frequenti e da riprese fragili. Ciò erode i parametri convenzionali di legittimità del sistema, fondati sulla crescita, dando luogo a conflitti materiali più marcati. Poiché la scelta della ridistribuzione viene scartata dalle élite, la situazione impedisce la conclusione di ampi patti sociali stabilizzatori. Essa genera nuove vittime, nuovi conflitti e costituisce un terreno fertile per la sofferenza e il rifiuto. Produce, da un lato, nuovi servitori e, dall’altro, nuovi nemici del sistema. Il compito di coloro che vogliono superare il sistema consiste nel conciliare gli interessi delle vittime con un progetto di classe universale che superi le cause di tutte queste tensioni e risponda ai diversi bisogni del popolo.
Il secondo riguarda l’influenza economica e geopolitica della Cina che, insieme ad altre economie e allo stesso gigante asiatico, costituisce i BRICS. I BRICS, che rappresentano il 45% della popolazione mondiale, nel 2024 rappresentavano il 25% del commercio mondiale in termini di PIL mondiale nominale. I BRICS stanno rafforzando la loro collaborazione, sebbene siano in preda a tensioni interne, con accordi che potrebbero portare alla creazione di una nuova valuta di riferimento internazionale, con il renminbi digitale al centro. Un polo emergente che, tutto sommato, rivaleggia con l’antica potenza, ma che tuttavia non offre un’alternativa al capitalismo.
Per decenni, gli Stati Uniti e l’Europa hanno deciso di delocalizzare i propri investimenti in Asia. Si diceva che i cinesi fossero solo fornitori, che il loro unico merito fosse quello di copiare processi e prodotti, per diventare «la fabbrica del mondo». Ma è chiaro che l’orientamento della politica del governo cinese, con una gestione pianificata del sistema industriale e un controllo degli investimenti stranieri, ha dato i suoi frutti, con una crescita relativamente più vigorosa. L’India segue questa tendenza. La Cina ha messo in atto misure di adeguamento salariale e di reinvestimento delle eccedenze, poi, a partire dal 2008 e soprattutto dal 2020, ha progressivamente rafforzato la domanda interna, in linea con la sua politica orientata all’esportazione. La Cina non è una semplice fabbrica di esportazione, che vende solo in Europa e negli Stati Uniti. Ha sviluppato i propri assi di innovazione tecnologica, all’avanguardia in diversi settori (batterie, pannelli solari, veicoli elettrici, 5G, droni commerciali, Internet delle cose, pagamenti mobili) e ha ridotto il divario in materia di intelligenza artificiale. Dispone di enormi risorse sul proprio territorio – terre rare, torio, carbone… – e ha sviluppato un’ambiziosa politica di investimenti pubblici nel campo delle energie rinnovabili, delle auto elettriche e dell’intelligenza artificiale, il che le consente non solo di essere competitiva, ma anche di superare i propri limiti e di occupare segmenti strategici della catena del valore globale. A ciò si aggiungono accordi economici con le economie del Sud che consolidano la sua presenza in ogni angolo del mondo. Una situazione compatibile con uno sviluppo contraddittorio, profondamente inegualitario, influenzato da bolle destabilizzanti (immobiliare, credito e investimenti) e appesantito dalla sua dipendenza dal commercio mondiale – che tende a stagnare – e dall’uso eccessivo del carbone come fonte energetica.
In questo nuovo contesto, le élite americane agiscono in preda alla disperazione e cercano di fermare l’ascesa della Cina. Lo fanno in un modo che potrebbe ritorcersi contro di loro, mettendo inoltre l’umanità in pericolo esistenziale. Per poter criticare e combattere questo progetto, è necessario comprenderne la natura.
Trump ha inaugurato il suo mandato con una svolta protezionistica. Nel «Giorno della Liberazione» ha proclamato una lista di dazi doganali esorbitanti, che ha poi adeguato in base alla risposta più o meno docile dei suoi concorrenti o, se del caso, come frusta politica selettiva.
Per i liberali benpensanti, le sue politiche sono l’espressione di una follia inspiegabile e irrealizzabile. Ma dopo il suo primo anno al potere, la perplessità deve lasciare il posto a un’interpretazione della razionalità del suo progetto e delle sue conseguenze. Questo progetto, promosso, tra gli altri attori delle classi dominanti americane, dall’ultraconservatrice Heritage Foundation, concretizza nel suo rapporto Project2025 il programma al servizio delle élite di una certa frazione del capitale americano, guidata dal complesso militare-industriale e dalle grandi aziende tecnologiche. Lo Stato, che ha generalmente svolto il ruolo di rappresentante generale degli interessi del capitale, non si limita a favorire il suo nucleo oligarchico, ma gli apre le porte affinché occupi direttamente posizioni di comando all’interno del governo, nonostante le tensioni interne in un difficile equilibrio tra i giganti della tecnologia, i falchi militaristi e Wall Street.
Si tratta di un progetto che dà forma a una nuova generazione di misure statali, favorevoli alle grandi imprese e diverse da quelle della fazione liberale, finanziaria, multilateralista, liberista e globalista. Il progetto trumpista incarna metodi di gestione capitalista ultranazionalisti, protezionisti, unilaterali, tecno-industriali e iper-estrattivisti, che mirano ad ampliare lo spazio vitale delle proprie imprese in un processo di globalizzazione ormai saturo, in cui gli Stati Uniti stanno perdendo terreno sul piano economico.
Lo fa anche al suo interno, attraverso una politica sociale xenofoba, suprematista e reazionaria, con l’obiettivo di consolidare i privilegi di una minoranza di super-ricchi sotto la copertura di ideologie patriottiche egoistiche e aggressive. Rafforza così la gerarchia sociale che, lungi dal promettere ulteriori gradini verso la cima della scala sociale, ne crea di nuovi verso il basso, al fine di disciplinare, intimidire, segmentare e ridurre il costo della manodopera.
3. L’economia politica della squadra di Donald Trump.
Secondo Brenner e Riley (2024), in un contesto di stagnazione come quello che stiamo vivendo, le misure di ridistribuzione diventano un gioco a somma zero. Pertanto, gli attori capitalisti si organizzano per influenzare le politiche pubbliche esercitando pressioni a favore di politiche che li avvantaggiano, a scapito di altri.
Trump ha promosso una strategia economica basata sul protezionismo e sulla reindustrializzazione degli Stati Uniti. Considera prioritario ridurre il deficit commerciale e introdurre dazi doganali unilaterali o negoziati, una volta minata l’influenza delle istituzioni multilaterali. La politica protezionista mira a incoraggiare il ritorno dei capitali negli Stati Uniti.
Questa linea argomentativa nasconde altre strategie elaborate dal suo team economico, che presenta una doppia composizione tra l’ala finanziaria favorevole a Wall Street e l’ala protezionista («Trade Warrior»), presieduta da Trump a causa delle sue inclinazioni verso un programma protezionista punitivo.
I dazi doganali hanno svolto il ruolo di minaccia e di esca per una nuova gerarchia con gli Stati Uniti come figura centrale, che negozia faccia a faccia con gli altri per sottometterli e stabilire regole di vassallaggio bilaterale. Una mossa di scacchi concepita per un obiettivo più ambizioso.
In questo senso, questa vecchia idea ci ricorda la politica dell’Impero britannico nel XIX secolo. Era un mondo in cui l’impero si imponeva con la forza, in un’epoca in cui il capitalismo era una novità, in cui c’erano territori da conquistare e in cui le regole medievali stavano crollando. Pur proteggendo i propri mercati interni, l’Impero britannico imponeva il libero scambio, per via diplomatica, commerciale o militare, alle proprie colonie o ai propri partner commerciali. Basti ricordare la diplomazia delle cannoniere che impiegava contro l’impero Qing cinese per imporre trattati commerciali a vantaggio della metropoli. Oggi gli Stati Uniti si trovano in un mondo saturo e stanno riprendendo le politiche del XIX secolo, in un contesto in cui si sentono superati e in cui la forza militare si sta svincolando dalla diplomazia. Ma stanno anche definendo una nuova economia politica: la «trumponomics».
Questa politica economica mira a conciliare tre elementi difficilmente compatibili: svalutare in modo significativo il dollaro, mantenere l’egemonia del dollaro e ridurre i tassi di interesse.
Nel 2025, il dollaro ha perso il 10% del suo valore rispetto alle principali valute (Roberts, 2025). Ciò può in parte rilanciare la rilocalizzazione del capitale industriale negli Stati Uniti (sia esso americano, tedesco o giapponese). Ciò rafforza la competitività dei prodotti destinati all’esportazione. Tuttavia, questo fenomeno ha anche un effetto opposto. Svaluta il capitale investito in questa valuta. Durante le crisi mondiali, il dollaro, in quanto valuta di un paese forte, tendeva ad apprezzarsi, nonostante fosse una moneta fiduciaria. Questa volta, gli investimenti si stanno orientando verso l’oro, che raggiunge livelli storici, un bene rifugio ancora più fondamentale e sicuro. Inoltre, protegge dall’inflazione futura, proprio a causa della politica tariffaria attuata.
Il dollaro è una valuta singolare, il cui valore non è correlato alla produzione del proprio Paese, poiché dipende da dinamiche globali, dalle transazioni petrolifere denominate in questa valuta o dagli acquisti delle banche centrali per riposizionare le proprie valute nazionali, tra gli altri fattori. Di conseguenza, gli Stati Uniti possono finanziare i propri bilanci, i propri piani di investimento, il proprio debito e il proprio deficit commerciale come nessun’altra economia. Ecco perché è essenziale per gli interessi finanziari statunitensi che il dollaro rimanga la valuta di riferimento internazionale. Non possono accettare che il petrolio venga pagato in un’altra valuta. Vogliono consolidare la politica del petrodollaro messa in atto da Nixon.
Per misurare la portata della sua importanza, ricordiamo che le guerre, condotte e orchestrate dagli Stati Uniti, sono state scatenate contro l’Iraq di Saddam Hussein, non solo perché aveva invaso il Kuwait, ma anche perché voleva denominare gli scambi petroliferi in euro. Allo stesso modo, contro Gheddafi, perché voleva promuovere il dinaro come valuta regionale per una parte dell’Africa. Maduro è stato preso in ostaggio perché negoziava il suo petrolio in una valuta diversa dal dollaro. Non sappiamo se la Cina e i BRICS finiranno per lanciare un’ipotetica moneta digitale comune. Per il momento, si sono concentrati sullo sviluppo di un sistema di pagamenti digitali tra le loro valute nazionali (BRICS Pay, come alternativa a SWIFT e al dollaro) e di piattaforme di valute digitali interoperabili.
In terzo luogo, la squadra di Trump sta esercitando una pressione inimmaginabile sul governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, affinché riduca i tassi di interesse e stimoli gli investimenti, sebbene lo statuto della Banca centrale stabilisca che la priorità sia il controllo dell’inflazione. Alla fine, nel 2025, i tassi sono scesi dal 4% al 3,75%. Il nuovo governatore che succederà a Powell potrebbe abbassarli ulteriormente.
Va sottolineato che questi tre pilastri sono alla base della politica protezionistica, che non è altro che uno strumento al servizio di tutte queste misure. È tuttavia difficile risolvere questa equazione.
In primo luogo, perché la politica di rilocalizzazione favorisce l’apprezzamento del dollaro. In secondo luogo, perché se il dollaro si svaluta, ciò mina la credibilità della moneta fiduciaria per eccellenza. In terzo luogo, perché il calo dei tassi di interesse rende gli investimenti nazionali meno costosi, ma rende meno attraente per i capitali stranieri investire sul suolo americano. A maggior ragione in un contesto di feroce concorrenza globale in cui esistono avversari più efficienti e redditizi, in particolare nei paesi emergenti.
Da qui il ruolo della legge «Grande e Bella», come regalo ai super ricchi e come incentivo sotto forma di svalutazione fiscale del capitale, per trattenerlo o attirarlo, e compensare il significato delle altre misure e le loro conseguenze.
Tuttavia, non facciamoci illusioni. Il protezionismo è solo una bandiera apparente. Serve politicamente a esercitare un controllo, ma nasconde anche importanti insidie per lo stesso capitale americano. L’attività del capitale transnazionale americano dipende fondamentalmente dai profitti derivanti dai suoi investimenti all’estero. Il deficit commerciale, che sembra ossessionare Trump, è una questione del tutto secondaria per gli interessi del capitale americano. Questo deficit commerciale implica che altri paesi esportino di più verso gli Stati Uniti rispetto al contrario. È il segno di una minore competitività americana. Testimonia inoltre, per ora, della sottomissione di altre economie al suo mercato. Ad esempio molti beni prodotti all’estero tornano negli Stati Uniti per essere riesportati o per soddisfare la forte domanda interna. Finché la valuta di riferimento internazionale rimarrà il dollaro, gli Stati Uniti potranno far fronte a questa situazione. A maggior ragione in un’economia dei servizi finanziarizzata e internazionalizzata, in cui gli Stati Uniti registrano un surplus della bilancia dei servizi (anche se questo non compensa ancora il deficit commerciale) [1]. Gli investimenti industriali che verranno rilocalizzati, senza che si sappia in che misura, offriranno un rendimento ben inferiore ai profitti internazionali dei grandi gruppi multinazionali, che torneranno solo in parte, come prevede ad esempio Apple, al fine di sfuggire alle sanzioni dei dazi doganali e delle quote che limitano il commercio.
Inoltre una politica di reindustrializzaizone efficace richiede un coordinamento o una politica di pianificazione industriale molto diversa dalla tradizione neoliberista americana. Sebbene Trump, ispirandosi alla Cina, stia apportando correzioni selettive in alcuni settori. Lo Stato riduce di un decimo il pubblico impiego federale, con una spesa pubblica che è passata dal 39,4% previsto alle proiezioni al 35% alla fine del 2025, includendo una chiusura parziale e temporanea del settore pubblico, il che priva la popolazione di qualsiasi protezione sociale. Non rinuncia tuttavia a un intervento selettivo su specifici settori strategici. Sebbene sia ben lontano da un capitalismo di Stato diretto, come il modello cinese, invocando ragioni di «sicurezza nazionale», lo Stato acquisisce parzialmente aziende strategiche (US Steel nel settore siderurgico, MP Materials nella difesa e nelle terre rare, Intel nei chip…) oppure istituisce meccanismi di controllo delle esportazioni (per NVIDIA e AMD, riguardo alla vendita di chip alla Cina in cambio del 15% dei ricavi).[2]
La quadratura del cerchio consisterebbe nel creare posti di lavoro per gli elettori che hanno sostenuto l’elezione di Trump. Tuttavia, nel 2025 l’occupazione è rimasta stagnante, secondo il Bureau of Labor Statistics statunitense, con un tasso di disoccupazione del 4,3% ad agosto, il più alto dal 2021. [3]
A causa dell’automazione e della digitalizzazione, la quota dei nuovi investimenti destinata alla creazione di posti di lavoro nel settore industriale è in costante diminuzione. Trump, dal canto suo, se dovesse scegliere tra gli interessi della classe operaia e quelli di Wall Street, non c’è dubbio che farebbe prevalere questi ultimi.
Infine, la politica protezionista è un modo maldestro per aumentare la competitività. Mette i bastoni tra le ruote ai concorrenti. Ma senza una politica di investimenti, pianificazione, sviluppo scientifico e innovazione, l’efficienza della propria economia non migliorerà. Forse perché gli attacchi e la divisione della classe operaia orchestrati dalla politica di Trump sono il preludio a una diminuzione dei salari reali e a un’intensificazione ancora maggiore del lavoro, e questi sono i mezzi per ripristinare la competitività e il tasso di profitto negli Stati Uniti?
Il protezionismo può fungere da misura punitiva per sanzionare il governo di Lula e sostenere Bolsonaro, oppure per dimostrare chiaramente chi comanda, come è avvenuto con l’Unione europea. Ma le sue conseguenze macroeconomiche sono nefaste e destabilizzanti:
• Complica le transazioni, rendendole più costose o impedendole, il che genera carenze e inflazione.
• Deteriora il potere d’acquisto o il valore del capitale creditizio.
• Favorisce contromisure che riproducono il problema, con effetti netti negativi sia per chi applica la misura sia per chi la subisce, e frequenti effetti boomerang.
4. Libero scambio e varianti del protezionismo!
Abbiamo già riflettuto a lungo su questa questione durante il primo mandato di Trump (Albarracín, D.; 2019). Forse è semplicemente opportuno sottolineare gli aspetti chiave del dibattito tra libero scambio e protezionismo.
Si tratta di una discussione che si articola su più livelli. Siamo soliti, a ragione, criticare le conseguenze nefaste e inique della liberalizzazione del commercio mondiale. Essa implica un modello in cui il mercato viene valorizzato come uno spazio in cui le imprese più forti, spesso sostenute in origine da Stati imperialisti, possono abusare della loro posizione e imporre le proprie condizioni.
Gran parte della sinistra si è guardata bene da queste false idee del «mondo libero», dove l’unica libertà è quella del più forte. Nel nostro schieramento sociale, tendiamo a privilegiare forme di regolamentazione (e, per quanto possibile, cambiamenti nei rapporti sociali di produzione, che rendano possibile la partecipazione democratica della classe operaia al destino della propria economia).
Detto questo, è opportuno distinguere diversi modelli di protezionismo. Alcuni di essi non possiamo adottarli. Uno di questi è quello sostenuto da Trump.
l modello di Trump ricorda quello introdotto in Europa nel 1880, che portò a un aumento dei dazi doganali e ad altre restrizioni al commercio internazionale in tutti i paesi europei. In un contesto di tensioni interimperialiste, ne seguì la Prima guerra mondiale. Si tratta di un protezionismo punitivo che cerca, paradossalmente, di aumentare la competitività limitando la concorrenza. Genera situazioni in cui alcuni vincono e altri perdono, e in cui, alla fine, tutti finiscono generalmente per perdere. Non si protegge nulla, ma si attacca l’altro, si erigono barriere, si impongono condizioni.
Ci sono stati altri modelli, come quelli proposti dallo sviluppismo latinoamericano o dal gollismo francese. In questi modelli, il protezionismo era accompagnato da politiche di sostituzione delle importazioni, di pianificazione indicativa e di investimento nell’industrializzazione, combinate con politiche settoriali di coordinamento, talvolta difese da parte di governi socialdemocratici o keynesiani, che facevano leva sul potenziale di sviluppo endogeno e su una politica di stimolo della domanda interna.
È stata diffusa anche una difesa acritica del piccolo produttore rispetto al grande, come sostenuto dai liberali, che idealizzavano la concorrenza perfetta come soluzione, senza mettere in discussione il mercato come meccanismo di allocazione. Ricordiamo che la difesa dei piccoli produttori e dei rapporti di prossimità, sebbene ispirino nostalgia e romanticismo, non garantisce un modello giusto ed egualitario. Non implica una migliore soddisfazione dei bisogni né presuppone maggiore efficienza o sostenibilità ambientale. Non è solo una questione di dimensioni o di distanza, ma piuttosto del tipo di relazione e dei criteri che guidano la pratica economica. A questo proposito, un’impresa pubblica o una cooperativa sociale, dotata di un assetto democratico e ben regolamentata, non potrebbe forse migliorare i risultati delle PMI che, in fin dei conti, non sono altro che organizzazioni capitalistiche più piccole e inefficienti?
Nella maggior parte dei casi, come avviene nell’UE, si osserva un modello duale basato sul libero scambio interno e sul protezionismo nei confronti dell’estero. Sebbene dopo il 1995, con l’OMC, questo modello si sia reso più flessibile a favore di una maggiore liberalizzazione internazionale multilaterale, è stato accompagnato anche da una politica di promozione dei «grandi campioni» – grandi imprese private sostenute dagli Stati o da istituzioni sovranazionali continentali – al fine di competere su un mercato internazionale più ampio.
Non condividiamo queste diverse forme di protezionismo. La politica alternativa che merita di essere perseguita introduce normative non per proteggere i profitti economici né per «competere meglio», ma per tutelare i bisogni sociali, territoriali e ambientali. Si tratta di promuovere un modello di regolamentazione che non si limiti ai mercati o alle imprese, ma che vada oltre la logica del capitale. Ciò implica sostituire i principi economici tradizionali (redditività, merce, sviluppo diseguale) con principi nuovi, con il sostegno della forza sociale delle classi popolari auto-organizzate.
La politica ecosocialista alternativa non si limita a incentivare o a sanzionare, ma mette le risorse socio-economiche al servizio di una pianificazione economica di natura democratica che includa criteri di progettazione ecocompatibile sostenibile e di priorità sociale. Si tratterebbe piuttosto di una regolamentazione che non riguarda solo gli scambi economici, che non si limita allo scambio di beni e servizi, ma che comprende anche i movimenti di capitali. Una regolamentazione e una pianificazione ecosocialiste che integrino nell’equazione la priorità data al commercio di prossimità, al fine di ridurre al minimo i costi ambientali dei trasporti e rafforzare i legami e la cooperazione comunitaria. Esse prevedono inoltre la possibilità di un modello economico basato sulla cooperazione e sulla complementarità delle economie, dal basso verso l’alto e in modo aperto. Vale a dire aperto alla cooperazione con le regioni adiacenti (commercio, produzione e investimenti condivisi), senza sottostare a confini astratti, ma piuttosto a criteri e progetti che abbiano a cuore le persone e proteggano la biosfera, evitando il produttivismo orientato al profitto, tenendo conto degli impatti legati all’estrazione e ai rifiuti, nonché del tipo e della quantità di materie prime ed energia consumate.
Un modello in cui gli scambi a lunga distanza siano selettivi, moderati, regolamentati e reciprocamente vantaggiosi, fondato su un internazionalismo solidale con i popoli che collaborano tra loro, un modello sovranazionale aperto, compatibile con l’espansione del socialismo alla scala più internazionale possibile.
In sintesi, non è consigliabile cadere in una falsa dicotomia tra libero scambio e protezionismo, poiché si tratta innanzitutto di definire gli obiettivi delle normative e delle politiche, nonché le persone o gli enti a cui sono rivolte.
Note
https://cnnespanol.cnn.com/2025/08/13/eeuu/trump-control-economico-estilo-china-trax
Gennaio 2026.
Daniel Albarracín è docente presso il Dipartimento di Economia Applicata II dell’Università di Siviglia e Manuel Garí è un economista ecosocialista. Entrambi sono membri del comitato consultivo della rivista «Viento sur».

di Ana Cristina Carvalhaes (da Inprecor)
Nell’era di Trump, caratterizzata dalla competizione con una Cina in piena ascesa e dalla guerra di invasione condotta dalla Russia contro l’Ucraina, è utile tornare sul concetto di imperialismo – che alcuni, talvolta persino progressisti, si ostinano a disprezzare, in particolare nei paesi… imperialisti. L’idea è quella di ricordarne l’origine e alcune delle controversie e dei dibattiti più importanti relativi a questo fenomeno economico, politico e militare, affinché siamo tutti sulla stessa lunghezza d’onda concettuale. Comprendere di cosa stiamo parlando ci aiuta ad affrontare le discussioni attuali in questo periodo di grandi sconvolgimenti che sta attraversando il sistema internazionale: perché la svolta bellicista e neocoloniale degli Stati Uniti; qual è il grado di radicalità dei cambiamenti nell’imperialismo egemonico con l’estrema destra al potere alla Casa Bianca; quale ruolo svolgono attualmente la Cina e la Russia e come caratterizzarle. (Si veda, sulla Cina e la Russia, l’articolo di Peter Drucker: Gli scontri interimperialisti e i loro limiti.)
Il carattere internazionale, planetario, dell’espansione capitalista è stato sottolineato fin dall’inizio e in modo esplicito nel Manifesto del Partito Comunista del 1848. Nel Capitale, analizzando il modello capitalista inglese per comprendere il funzionamento e le regole generali del sistema nel suo complesso, Marx cita spesso il commercio estero come elemento internazionale. Ma è nel famoso capitolo 24 del volume I che si trova l’indicazione più chiara: quando tratta dell’accumulazione primitiva, o originaria, o meglio ancora, in inglese, della «previous accumulation», egli ricorda che, proprio come le recinzioni avvenute in Europa (con l’espropriazione dei contadini), le cosiddette scoperte delle Americhe e delle terre asiatiche – vale a dire l’invasione da parte degli europei dei territori dell’attuale Sud del mondo –, sono state fondamentali per l’accumulazione e l’industrializzazione dei centri europei e, in seguito, degli Stati Uniti. Marx era ancora ben lontano dal parlare di imperialismo. Non visse abbastanza a lungo per vederlo maturare in tutte le sue sfaccettature.
L’imperialismo, in quanto nuovo (all’epoca) modello di funzionamento essenziale per lo sviluppo capitalista, comincia a delinearsi nell’ultimo quarto del XIX secolo, quando nel sistema diventano del tutto evidenti cambiamenti fondamentali. Nel 1880, in occasione della Conferenza di Berlino, le potenze europee concordano di spartirsi l’Africa. Negli anni Settanta dell’Ottocento scoppia una grave crisi economica europea e, a partire dalla fine degli anni Novanta dell’Ottocento, mentre Engels era ancora in vita, all’interno della II Internazionale si aprì un ampio dibattito sulla nuova situazione del capitalismo, in particolare a causa della sua evidente espansione internazionale, dell’ascesa in Europa del capitalismo tedesco, del colonialismo rafforzato da nuovi metodi più violenti di espropriazione delle ricchezze dei colonizzati, nonché dei rullii di tamburi di guerra tra i paesi imperialisti.
Il dibattito europeo
È impossibile riassumere in questa sede l’ampiezza e la profondità delle riflessioni, dei dibattiti e dei contributi di questa generazione di socialisti europei. Hanno contribuito in modo particolare alla concezione marxista dell’imperialismo l’inglese John A. Hobson, l’economista politico austriaco Rudolf Hilferding – entrambi autori di opere fondamentali per comprendere il predominio della finanza nell’economia capitalista –, i leader tedeschi Karl Kautsky e Rosa Luxemburg – contrapposti nella polemica concreta sulla politica socialdemocratica di fronte alla guerra; i «russi» Bucharin, Lenin, Parvus e, in misura minore, Trotsky, con la sua idea di «sviluppo diseguale e combinato».
Lo scoppio della guerra, nel 1914, aveva notevolmente inasprito il dibattito già in corso. Kautsky, allora considerato il principale dirigente del Partito socialdemocratico tedesco, il più grande partito della Seconda Internazionale, conduce una politica nazionalista (cioè anti-internazionalista) disastrosa di sostegno di fatto all’imperialismo tedesco, con l’approvazione da parte del gruppo socialdemocratico, in parlamento, dei fondi di guerra. Nello stesso anno, il 1914, Kautsky pubblica un testo in cui ipotizza la possibilità che il capitalismo possa evitare la guerra se tutte le potenze imperialiste si unissero a tal fine, sul modello di un cartello tra imprese. Egli non dà un nome a questo concetto, ma la sua concezione errata assume il nome di ultra- o iperimperialismo.
Lenin si oppone a Kautsky sul piano teorico e politico, ribadendo che la tendenza della nuova configurazione capitalista portava, tra l’altro, a guerre tra potenze. “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, pubblicato nel 1916 mentre infuriavano i combattimenti, è il frutto di una discussione collettiva. Lenin sintetizza brillantemente il dibattito, vi apporta i propri contributi, ma sempre in dialogo e facendo propri, nel senso positivo del termine, elementi tratti da testi precedenti, quali “L’imperialismo, uno studio” di Hobson del 1902, “Il capitale finanziario” di Hilferding del 1910 e “L’economia mondiale e l’imperialismo” di Bucharin (1915, completato nel 1917).
Va sottolineato che l’idea leninista rimanda a un’epoca, a un nuovo modo di funzionare del capitalismo. Non si tratta di un fenomeno specifico di invasioni e spoliazioni, sebbene tali vettori siano parte integrante del fenomeno.
• In primo luogo, è l’epoca del predominio sistemico dell’associazione tra capitale bancario e capitale industriale, ovvero l’era del capitale finanziario.
• In secondo luogo, la crescente tendenza all’oligopolizzazione o alla monopolizzazione del capitale, ovvero la fine della libera concorrenza. Quest’ultima non esiste più; la concorrenza si esercita tra grandi gruppi che dominano i settori e, talvolta, un’intera economia nazionale.
• In terzo luogo, il divario sempre più ampio tra lo sviluppo dei paesi industrializzati imperialisti dell’Europa e degli Stati Uniti, che stavano avviando la loro seconda rivoluzione industriale, e quello di regioni lontane dedite alla produzione primaria o a un’industrializzazione agli albori.
• In quarto luogo, la tendenza delle nazioni industrializzate, per necessità dei propri capitali, ad estendere il proprio potere politico, militare ed economico sulle altre nazioni, in particolare su quelle più arretrate nello sviluppo industriale e più povere.
• In quinto luogo, la crescente rivalità tra gli imperialismi e la tendenza alle guerre interimperialiste.
L’imperialismo in trasformazione
Questa forma avanzata di capitalismo ha assunto numerose forme diverse nel corso della storia:
• Il periodo delle guerre, ovvero il periodo compreso tra il 1914 e il 1946, durante il quale è stata distrutta una parte significativa delle forze produttive dell’umanità.
• I «30 anni gloriosi», dopo la Seconda guerra mondiale, durante i quali gli Stati Uniti si affermarono come imperialismo egemonico al posto dell’Impero britannico, che ne era stato il pioniere. Le potenze dell’epoca conclusero un accordo sulle regole di funzionamento del sistema internazionale, con il sistema aureo per il dollaro, il FMI, l’ONU e tutte le sue istituzioni. Fu anche un periodo di grande sviluppo economico dell’Unione Sovietica e del suo blocco, della rivoluzione cinese e del movimento di decolonizzazione in Asia e in Africa.
In America Latina e in Oriente, i nazionalismi borghesi si appoggiavano a basi popolari: Nasser, Gheddafi, il partito Ba’ath in Iraq e in Siria; in America Latina, Perón, Vargas in Brasile, Velasco Alvarado in Perù. È l’epoca della rivoluzione cubana e delle rivolte del 1968, che, partite dalla Francia, si sono diffuse in tutta Europa e negli Stati Uniti, contro la guerra controrivoluzionaria in Vietnam, con ripercussioni in quello che allora veniva chiamato il «Terzo Mondo».
• Il tumultuoso periodo di transizione degli anni ’70. Le crisi degli anni ’70 sono manifestazioni dirette o indirette dei tassi di profitto insufficienti e della tendenza al ribasso del tasso di accumulazione. Nel 1971 si assiste all’abbandono unilaterale del sistema aureo da parte degli Stati Uniti; nel 1973, alla crisi petrolifera; all’inizio della restaurazione capitalista in Cina con gli accordi tra la Cina e gli Stati Uniti.
Contributi dalla periferia
Nel corso del periodo che va dalla fine della Seconda guerra mondiale agli anni ’70, si svolgono numerosi dibattiti sull’imperialismo, poiché si assiste a un’enorme ascesa dell’anticolonialismo nel mondo, di cui fanno parte la rivoluzione cubana, la decolonizzazione in Africa, la rivoluzione e la guerra anti-imperialista del Vietnam, le rivoluzioni nicaraguense e salvadoregna in America Centrale. Da queste lotte nasceranno numerosi contributi provenienti dal Sud del mondo. Ne citiamo due fondamentali.
A seguito del periodo precedente, si assiste, in quella che viene definita la periferia del sistema, allo sviluppo di alcuni paesi che non si integrano del tutto nel centro, ma smettono di essere semplicemente periferici. Mandel partecipa a questa discussione e li definisce paesi a industrializzazione tardiva. Wallerstein, esponente della corrente che si rifà a Marx, Weber e Braudel, li definisce «semi-periferici». E dalla teoria marxista della dipendenza latinoamericana, che costituisce l’ala sinistra degli strutturalisti sviluppisti della CEPAL (Commissione economica per l’America Latina), più precisamente di Ruy Mauro Marini, emerge l’idea di «sottoimperialismo»[1]. Nel contesto dei cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro dopo la Seconda guerra mondiale, Marini studia il fenomeno dei paesi «medi» dipendenti che combinano (a) un grado di sovrasfruttamento della manodopera e di disuguaglianza che limita la realizzazione del valore all’interno dei confini nazionali; (b) il che li costringe a orientare gran parte della loro produzione industriale verso l’esportazione, pur (c) iniziando a trarne profitti ed esercitando un’influenza geopolitica sui paesi più fragili della loro regione, (d) senza tuttavia smettere di trasferire ricchezze e di subordinarsi politicamente all’imperialismo egemonico. Si tratta di paesi che si comportano da imperialisti nelle loro regioni, ma che sono subordinati a un imperialismo più potente (Concetto di cui Patrick Bond abusa un po’, definendo ad esempio la Russia «sub-imperialista» e attribuendo un’eccessiva importanza geopolitica ai «sub-imperialisti» dei BRICS, gruppo eteroneneo che, oltre all’imperialismo regionale russo, comprende la Cina, oggi completamente distinta dai paesi “a reddito intermedio”).
Il secondo contributo è quello della corrente nota come “transizione egemonica”, di Giovanni Arrighi. Arrighi si basa sull’opera e sulla concezione di Wallerstein, ereditata da Braudel, incentrata sui cicli egemonici dell’evoluzione capitalista (città italiane nel XV secolo, Paesi Bassi nel XVI e XVII secolo, Inghilterra a partire dal XVIII e Stati Uniti a partire dal XX) per indicare in modo pionieristico l’emergere di un ciclo capitalista cinese. Il suo *Adam Smith a Pechino* risale al 2007!
Esiste una terza corrente di pensiero importante, in quel periodo, che si rifà al marxismo, ma che non è nata alla «periferia del sistema»: si tratta di quella che vide la luce negli anni ’50 attorno al russo-polacco naturalizzato statunitense Paul A. Baran, all’economista Paul Sweezy e allo storico Leo Huberman, della rivista Monthly Review. Il concetto di gruppo capitalistico monopolistico (o di periodo monopolistico del capitale a partire da quegli anni) ha affascinato, fin dagli anni ’60, il giovane ricercatore e militante egiziano Samir Amim, maoista e terzomondista, che esercitava un’influenza intellettuale e militante su settori della sinistra in Africa, in Asia e in America Latina. Amim è ancora oggi rivendicato dalla «Tricontinentale» e dalla sinistra campista in generale, per la sua politica anticolonialista «di fronte popolare» volta a rilanciare il movimento dei paesi non allineati nato in occasione della storica conferenza di Bandung (Indonesia, 1956).
Il periodo neoliberista
Torniamo alla periodizzazione: con le vittorie della Thatcher nel 1979 e di Reagan nel 1980, ha inizio il periodo di piena attuazione del regime neoliberista in tutto il mondo. Questo nuovo modo di funzionare del sistema capitalista-imperialista sarà caratterizzato, sulla scia del boom delle tecnologie dell’informazione, da una globalizzazione della finanza, ovvero dalla deregolamentazione dei sistemi finanziari nazionali a favore di un sistema finanziario veramente internazionale, dalla creazione di catene di produzione globali, dalla ristrutturazione produttiva accompagnata da una riduzione dei diritti, il crollo dello Stato sociale, gli attacchi ai sindacati, la delocalizzazione dell’industria verso l’Asia.
È questo regime che ha sfiorato il collasso nel 2008, con la crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti e la recessione che ne è seguita. All’aggravarsi delle disuguaglianze globali, della povertà anche tra i cosiddetti ricchi, tra i paesi centrali e quelli non centrali, nonché all’accelerazione della crisi ambientale, si è aggiunto l’aggravarsi della crisi economica strutturale. Il 2008 segnerà l’inizio di un lungo periodo di recessione del sistema, che la Cina riesce ad aggirare. I piani di salvataggio da diversi miliardi di dollari messi in atto dagli Stati a favore delle banche e delle imprese riescono a contenere momentaneamente la crisi, ma non a ripristinare i modelli neoliberisti di profitto e di accumulazione.
La pandemia rende più difficile la ripresa.
Ascesa dei neofascismi
Nel periodo compreso tra il 2007-2008 e il 2016 si osservano i primi segnali di rafforzamento e di avanzata dei gruppi e dei movimenti di estrema destra in Occidente e in Oriente: questo fenomeno accelera a partire dal 2008, poiché esiste un legame tra la crisi del neoliberismo e le destre estreme – neo- o post-fasciste – nel mondo. Settori sempre più ampi delle borghesie imperialiste e periferiche adottano una nuova strategia politica che abbandona la democrazia borghese come modello politico e si orienta verso l’autoritarismo. Il fatto che attraggano settori delle masse è legato anche al fallimento delle esperienze di sinistra che si sono disposte a co-amministrare il gioco democratico neoliberista, come la socialdemocrazia europea e i progressismi latinoamericani. In ogni caso, il progetto neofascista o post-fascista è un tentativo di uscire dalla crisi attraverso la violenza, la repressione, l’esclusione, l’espropriazione e l’eliminazione di esseri umani.
Il periodo 2024-2025 segna una nuova svolta nell’era imperialista?
Mi sembra che la risposta debba essere affermativa. L’estrema destra americana sale al potere per la seconda volta nella potenza egemonica, in una posizione ben più forte rispetto al 2016: dispone di un vantaggio elettorale più consistente sui propri avversari, controlla per il momento il Congresso e può contare su una maggioranza conservatrice alla Corte Suprema. Si tratta di un cambiamento molto significativo nei rapporti di forza e nella geopolitica mondiale. Anche il blocco attualmente al potere negli Stati Uniti (la coalizione delle Big Tech, della criptofinanza, delle industrie obsolete – come il settore petrolifero –, dell’agroindustria e dei nazionalismi cristiani tradizionalisti) cerca di distruggere il regime democratico del proprio Paese, per trasformare gli Stati Uniti in una nazione fascista.(Anche nell’aprile 2026, mentre l’opposizione alla sua amministrazione si fa sentire nelle piazze e all’interno di organizzazioni di ogni tipo della società civile americana, e il suo indice di disapprovazione raggiunge livelli record, con la guerra scatenata contro l’Iran, oltre il 30% della popolazione sostiene ancora Trump. Di fronte alla probabilità di perdere, a novembre, il controllo almeno della Camera dei Rappresentanti, il trumpismo punta sulla manipolazione del processo elettorale, Stato per Stato. Ci riuscirà?)
Sulla scena internazionale, non è un caso che l’amministrazione Trump sia stata la principale sostenitrice del genocidio palestinese a Gaza. Settori sempre più influenti negli Stati Uniti, tra cui ex sostenitori del presidente all’interno del movimento MAGA, sottolineano l’«errore» di Trump nel sostenere la frenesia espansionistica di Netanyahu in Iran e in Libano, a costo di compromettere il «buon funzionamento» (i profitti) dell’economia mondiale.
Gli Stati Uniti avevano già fornito nuovi esempi della portata della loro «Strategia di sicurezza nazionale» il 3 gennaio, con il rapimento della coppia presidenziale venezuelana, che costituisce in realtà la «presa di controllo» del governo del Venezuela e la sua trasformazione in colonia. Continuano il loro ricatto tariffario nei confronti dell’UE per «acquistare» la Groenlandia e costringerla ad aumentare le spese militari, le loro minacce al Canada e la costituzione unilaterale di un cosiddetto «Consiglio di pace», presieduto a vita da Trump, per la presunta ricostruzione di Gaza.
Il quadro mostra una rottura significativa con l’approccio imperiale degli ultimi 80 anni. L’obiettivo è quello di riconquistare con la forza l’egemonia del dopoguerra; continua a considerare la Cina come un avversario strategico in ambito tecnologico, economico e militare; tralascia la Russia, con una mossa strategica; di fatto, rompe l’alleanza con l’Europa degli ultimi 80 anni e integra apertamente il Canada e l’America Latina nel proprio «territorio».
L’offensiva degli Stati Uniti è il risultato del declino della loro egemonia negli ultimi tre decenni. Essa esprime la disperazione del capitale yankee alla ricerca di una via d’uscita per frenare questa caduta. Di fronte all’ascesa della Cina, alla proiezione e all’autonomia incontrollabile della Russia, alla situazione altrettanto inedita per gli Stati Uniti in America Latina e in Africa — dove la Cina è entrata con forza sul piano economico —, questi settori hanno sostenuto Trump per una svolta neocolonialista aggressiva.
Si è verificato un cambiamento qualitativo nella bellicosità, nella violenza e nella natura apertamente colonialista dell’imperialismo. Si tratta del colonialismo senza veli di una potenza egemonica che ha un disperato bisogno di trovare il modo di recuperare i tassi di accumulazione (Husson) e di profitto (Roberts) precedenti al 2008. Come afferma Matveev, «il radicalismo di Trump è, in ultima analisi, [anche] una risposta, per quanto sconnessa e irrazionale possa essere, ai cambiamenti globali guidati in gran parte dalla Cina e, in misura minore, dalla Russia».
Se il popolo e i lavoratori americani non li fermeranno, ci saranno ulteriori forme di sfruttamento attraverso l’espropriazione, l’invasione, il saccheggio e la spoliazione. Paradossalmente, l’obiettivo è esattamente lo stesso che Putin e Trump perseguono insieme nei confronti delle ricchezze dell’Ucraina, e quello che Trump, Israele e gli Emirati petroliferi intendono fare con la Palestina. Nulla di tutto ciò significa tuttavia che sia possibile attribuire agli Stati Uniti di Trump la definizione kautskiana di «iperimperialismo», come fanno alcuni settori del «campismo», incapaci di riconoscere la Cina come potenza capitalista emergente e la Russia come imperialismo regionale.
La politica di Trump, secondo l’interpretazione di Lenin, favorisce l’aggravarsi delle rivalità interimperialiste, in particolare con la Cina, ma anche con la Russia. Sebbene il linguaggio e le azioni (come nei Caraibi, in Venezuela e in Iran) siano di natura politico-militare, e nonostante si osservino segnali significativi di una nuova corsa agli armamenti e al nucleare, è ancora troppo presto per definire la situazione internazionale come una guerra mondiale. Il brusco e violento cambiamento della forma politico-economica dell’imperialismo egemonico provocherà grandi contraddizioni intra-borghesi, problemi all’interno degli Stati Uniti e tra le nazioni, nonché reazioni popolari che non potrà controllare.
Lo scenario che ci si presenta è del tutto nuovo e incerto. Lascia più domande aperte che risposte definitive. Stiamo assistendo a una bipolarità (Stati Uniti contro Cina), come sostengono i compagni dell’APS brasiliana, oppure a un mondo disarticolato/disorganizzato, come afferma Matveev? Qual è il grado di autonomia della Russia rispetto alla Cina? Gli Stati Uniti riusciranno davvero a imporre una disconnessione economica della Cina dal mercato mondiale? Arriveranno al punto di annettere territori nell’emisfero occidentale, come la Groenlandia? Le loro iniziative bellicose comprometteranno gravemente il ruolo del dollaro come valuta di riserva? Come si evolverà la loro presenza militare in regioni chiave del mondo, quali l’Africa, l’Indo-Pacifico e l’Artico? Per il momento, possiamo solo avanzare ipotesi. L’importante è che non saranno solo le decisioni di Trump a determinare l’esito, ma anche le reazioni nazionali e globali a tali decisioni.
Riferimenti:
Amin, Samir. L’impérialisme et le développement inégal. 1976
Arrighi, G. Adam Smith à Pékin. 2007
Boukharine, N. L’économie mondiale et l’impérialisme. 1915-1917.
Chesnais, F. La Mondialisation du capital, Syros, Paris, 1994 (première édition), 1997 (édition augmentée)
Hilferding, R. Le capital financier. Première édition, 1910.
Hobson, J. L’impérialisme, une étude. Première édition, 1902.
Kautsky, K. L’impérialisme. Première édition, 1914.
Lénine, V.I. L’impérialisme, stade suprême du capitalisme. Première édition, 1916.
Luxembourg, R. L’accumulation du capital. Première édition, 1913.
Marini, R.M. L’accumulation capitaliste mondiale et le sous-impérialisme. 1977.
Marini, R. M. Amérique latine : dépendance et intégration. 1992, São Paulo, Brasil Urgente. Caracas, Nueva Sociedad.
Marx, K. Le Capital, tome I, chapitre 24.
Wallerstein, I. Le système mondial moderne I (1974) et II (1980)
di Daniel Tanuro (da MPS)
Sebbene l’ecosocialismo abbia compiuto progressi significativi nella sua capacità di offrire un’alternativa completa per la società, i suoi sostenitori devono ancora dimostrare di essere capaci di impegnarsi in politica, ovvero di lottare per il potere.
La sfida è considerevole, perché non si tratta chiaramente di conquistare il potere all’interno della struttura istituzionale borghese. Si tratta di lottare per una rottura di classe che implichi una ridefinizione del potere al servizio degli sfruttati e degli oppressi, nel rispetto dei limiti ecologici.
Una delle principali sfide di questa impresa consiste nel superare la maggior parte dei limiti ecologici del pianeta. Di conseguenza, una rottura anticapitalista implica necessariamente una riduzione del consumo energetico complessivo, della produzione di materiali e dei trasporti. Tuttavia, questo vincolo è impopolare tra i lavoratori perché, nel capitalismo, la crescita determina l’occupazione, i salari, i benefici sociali e così via.
Le ondate di calore di questa estate 2026 potrebbero cambiare tutto. Ampi segmenti della popolazione hanno percepito il pericolo del cambiamento climatico. Tuttavia, la minaccia del cambiamento climatico, per sua natura esistenziale, trascende le preoccupazioni socio-economiche e tende a rivelare l’assurdità della logica capitalista che priva i lavoratori del loro lavoro e della loro vita.
La consapevolezza potrebbe diminuire. Ma questa battuta d’arresto sarebbe temporanea perché
Ciò offre al mondo del lavoro l’opportunità di unirsi in modo più massiccio alla lotta contro la catastrofe climatica, basandosi sulle proprie rivendicazioni e da una prospettiva antisistemica. Si tratta di una questione cruciale perché i lavoratori costituiscono la maggioranza della popolazione e possono paralizzare l’economia capitalista.
In questo contesto, gli ecosocialisti non possono accontentarsi della propaganda: devono anche suscitare scalpore attorno a un piano di emergenza composto da rivendicazioni che colmino il divario tra i problemi percepiti come più urgenti dalle classi lavoratrici e il programma massimo.
In questo piano, è di fondamentale importanza non trascurare le misure di adattamento. La catastrofe è già in atto, in parte irreversibile. Bisogna agire. La protezione dei più vulnerabili non può essere lasciata alla demagogia dell’estrema destra negazionista del clima.
Ovviamente non concepiamo l’adattamento nello stesso modo dei governi neoliberisti. Lo colleghiamo alla condivisione della ricchezza, gli diamo un contenuto democratico e sociale e lo combiniamo con la riduzione delle emissioni (in termini di edilizia abitativa, trasporti, politica agricola, ecc.).
Il programma ecosocialista nel suo complesso è uno strumento di propaganda insostituibile perché presenta una società alternativa. Impegnarsi in politica concreta significa selezionare le proposte che, in ogni specifica situazione, siano in grado di innescare lo slancio necessario per progredire verso l’obiettivo strategico: l’espropriazione dei combustibili fossili e della finanza da parte di un governo fedele agli oppressi quanto i governi attuali lo sono alle grandi imprese.
*articolo apparso su SolidaritéS il 23 luglio 2026
Il Massachusetts legalizza l’aborto fino al nono mese di gravidanza, polarizzando lo scontro non solo politico bensì tra due visioni del mondo, negli Stati Uniti. Intanto oltreoceano avanza l’inverno demografico, con Istat e Fondazione per la Natalità che certificano: oggi in Italia la nascita di un figlio aumenta concretamente il rischio di cadere in povertà per i suoi genitori. Ne parliamo con l’avvocato Simona Mangiante e l’analista finanziario Pino Cabras
L'articolo L’autoconsumo dell’Occidente – Dietro il Sipario – Talk show proviene da Visione TV.
Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10991-w
Phosphine-mediated azine C–H couplings with water and ammoniaNature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02454-z
It is shameful that half the country’s population continues to be overlooked by the international community.
© Henry Nicholls/Agence France-Presse — Getty Images

Il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha rilasciato un’intervista per il quotidiano panarabo Asharq Al-Awsat in cui ha sottolineato il ruolo strategico dell’Arabia Saudita per l’Italia, definendo il partenariato con Riad “uno dei pilastri dell’impegno italiano nella regione”. Tajani ha evidenziato la crescente convergenza tra i due Paesi su dialogo, stabilità regionale, sicurezza e crescita sostenibile.
Con riferimento a Gaza, Tajani ha ribadito l’impegno italiano per una soluzione politica della crisi e per il rilancio dell’orizzonte dei due Stati, richiamando l’incontro dell’Alleanza Globale per l’Attuazione della Soluzione dei Due Stati recentemente ospitato a Roma e la stretta cooperazione con l’Arabia Saudita. Il Ministro ha sottolineato che la soluzione dei due Stati resta l’unica opzione credibile per garantire la sicurezza di Israele e la nascita di uno Stato palestinese libero, democratico e pacifico. Tajani ha inoltre ricordato l’impegno italiano sul piano umanitario e istituzionale, tra cui l’iniziativa “Food for Gaza” e l’ulteriore stanziamento di 10 milioni di euro a favore dell’Autorità Nazionale Palestinese attraverso le Nazioni Unite.
Sulla situazione in Libano, Tajani ha ribadito il forte sostegno italiano alla sovranità del Paese e alle sue istituzioni legittime, a partire dal Presidente Joseph Aoun, sottolineando l’importanza del progressivo ripristino dell’autorità dello Stato su tutto il territorio nazionale e del disarmo di Hezbollah. Il Ministro ha evidenziato il ruolo dell’Italia quale interlocutore e facilitatore del dialogo regionale, testimoniato anche dalla scelta di Roma per l’ultimo ciclo di colloqui tra Israele e Libano mediati dagli Stati Uniti. In vista della conclusione di UNIFIL, l’Italia è inoltre impegnata, insieme ai partner internazionali, a garantire una transizione di sicurezza che eviti vuoti e preservi la stabilità nel Libano meridionale.
En réponse à enoupip.
Bonjour Jérôme (et enoupip)
Déjà, merci de votre soutien toutes ces années. Il nous aura (en partie) permis de développer l’association et, même marginalement, de développer de nouveaux projets.
Je vous renvoie d’ailleurs à nos rapports d’activité pour voir comment nous avons évolué, année après année.
https://framasoft.org/fr/association/
Donc, j’insiste : merci, vraiment et sincèrement.
Aucun souci si vous souhaitiez arrêter votre don (il suffit d’en faire la demande via https://contact.framasoft.org ), évidemment.
On vient régulièrement nous interroger sur cette dimension politique de Framasoft.
L’objet social de Framasoft est d’être une « association d’éducation populaire aux enjeux du numérique et des communs culturels ».
Chaque terme ici est important, et porte une dimension politique. Depuis, « objet social », « enjeux du numérique », en passant par « éducation populaire » ou même « association ».
Je l’expliquais il y a déjà en 2018 en conférence, mais il est quand même bien compliqué de faire du libre sans vision politique.
On l’écrivait aussi quelques mois avant le COVID : nous ne pouvons pas agir seul⋅es.
Le souci de « la politique » est double. D’abord, évidemment, « si ce n’est pas toi qui t’occupe de la politique, alors c’est la politique qui s’occupera de toi » (ça, c’est généralement bien compris). Ensuite : chacun⋅e va être touché⋅e en fonction de ce qui le ou la touche (oui, j’enfonce une porte ouverte). C’est donc nos vécus, ou ceux de nos proches, qui oriente nos actions.
(typiquement, si on prends mon cas, je suis un mec blanc cis de 50 ans au fort capital social, ayant grandi dans un foyer plutôt pauvre financièrement, et ayant suivi des études longues en économie. Donc, pas très étonnant que je finisse par produire des contenus « politiques » comme Ce n’est pas l’IA que vous détestez, c’est le capitalisme » (ou le modèle associatif est-il soluble dans la #StartupNation ? ou Numérique et effondrement »).
Bref, pour citer Bourdieu (que j’ai peu étudié), l’habitus et la reproduction sociale, ça existe :)
Donc, Framasoft se positionne politiquement à plein d’endroits, sans faire de la politique un objet en soi, mais en reconnaissant que chacun⋅e va avoir ses propres sujets de luttes.
Ici, c’est Khrys (qui n’est pas membre de Framasoft, par ailleurs, et qui écrit ici en tant que « clavier invité ») qui se positionne en fonction de qui elle est, de son vécu, etc. pour livrer **sa** revue de presse.
On peut ne pas être 100 % d’accord avec le choix de chaque article, mais reconnaissons qu’il s’agit d’un choix intentionnel, partial, et … réfléchi.
Personnellement, je vis très bien avec, car je pense partager avec elle que le monde ne tourne pas bien rond. J’ai beaucoup de respect pour les personnes qui, comme dans https://lescerisesdehiatus.bearblog.dev/ (que je ne connaissais pas, merci !) vont se concentrer sur les « bonnes nouvelles ». Et je n’aurai pas de souci à les partager ici, d’ailleurs, mais… mon *habitus* fait qu’il m’est compliqué de trouver cela « suffisant ».
Tout ça pour dire : vos avis sont bien lus et bien entendus/compris. Cependant, nous ne demanderons pas à Khrys d’arrêter de publier (et encore moins de réorienter) sa revue de presse sur cette base pour autant.
En espérant votre compréhension :)
pyg, pour Framasoft

The International Space Station has been busy throughout 2026, as it continues to be a bustling workspace for astronauts conducting a variety of scientific experiments that lay the groundwork for missions to the Moon and beyond.
NASA’s Artemis II mission in April was the first crewed flight around the Moon in more than 50 years, marking a major milestone for humanity’s return to the lunar surface. While the mission validated key systems needed for future deep space human exploration, work aboard the International Space Station continues to support those goals. Astronauts on the orbiting laboratory are testing technologies, studying how the human body adapts to long-duration spaceflight, and conducting experiments to help ensure crews can live and work safely in deep space. Research aboard the space station, coupled with Artemis and Moon Base programs, will continue to demonstrate how NASA is preparing for sustained astronaut exploration of the Moon and, eventually, Mars.
Astronauts aboard the International Space Station demonstrate and optimize innovative technologies to support exploration missions, reduce the technology footprint, and fine-tune systems ahead of travel beyond low Earth orbit.
Exercise equipment is important for long-duration spaceflight. On average, astronauts lose between 1% and 1.5% of their bone density each month while in microgravity, increasing the potential risk for fractures and other bone-related issues. Regular exercise can help counteract these effects and keep astronauts healthy. The European Enhanced Exploration Exercise Device (E4D) is a compact, versatile system now being tested aboard the space station for exploration crews. The system supports a variety of exercises, can simulate different gravity levels and may lead to even more compact exercise technology for exploration crews.
During deep space missions, astronauts may need medical care but could be too far from Earth to receive a resupply spacecraft with additional equipment. To prepare for that possibility, researchers are testing medical technologies aboard the station. One of these investigations, the Intravenous Fluid Generation – Mini (IVGEN Mini),evaluates producing intravenous (IV) fluids using the station’s potable water supply. Because commercially available IV fluids have a shelf life of only about 16 months, successful demonstrations of this technology could help meet medical needs while reducing launch mass and volume.
Medical care is one hurdle crews may face during future missions, while another is the limited time astronauts have to complete tasks that require human intervention. Robotic technologies, such as the Test facility for lab-aUtomation System in Kibo (TUSK), may help address these time constraints. This investigation studies how microgravity affects delicate robotic operations that rely on precise movement. Insights could help improve the design of future automated systems that can execute tasks independently, freeing up astronauts’ valuable time during future missions.
Astronauts also serve as test subjects. They collect biological samples, conduct medical exams, and perform scans to understand how bodies adapt to life in space. This research helps scientists and medical personnel understand the effects of spaceflight and protects crew health as missions extend farther into the solar system.
Past research shows weightlessness during spaceflight can sometimes disrupt astronauts’ normal blood flow, which may increase health risks for conditions, such as blood clots.The Spaceflight Thrombosis and Risk Factors (Venous Haemostasis) experiment examines changes in blood flow to identify unique physiological correlations and create preventative measures for at-risk crew members.
Astronauts also may experience changes to their cardiovascular and respiratory systems during spaceflight, which could affect blood pressure regulation. Research with the Causal Analysis of Cardiorespiratory Coupling on the ISS (CARDIOBREATH) uses the Bio-Monitor “smart shirt” to track heart rate, blood pressure, breathing rate, and activity during exercise sessions aboard the orbiting complex. Results will improve understanding of cardiovascular health in microgravity and inform treatments for cardiorespiratory risks during and after long-duration missions.
Maintaining mental health in space is as important as physical health. Prolonged isolation and confinement can impact a crew member’s sleep, morale, and decision-making. The Mind/Body Practices for Deep Space Exploration (RelaxPro) experiment evaluates non-invasive practices, such as meditation, to develop a structured system to reduce stress and improve sleep on future missions.
Spacecraft are a critical aspect of deep space missions, providing shelter from the harsh environment of space, along with oxygen, water, and other life-support systems. Testing systems aboard the International Space Station allows researchers to refine technologies for next generation spacecraft traveling beyond low Earth orbit.
The Fiber-optic Active Dosimeter (Lumina) demonstrates real-time radiation monitoring using optical fibers that darken when exposed to radiation. Monitoring ionizing radiation keeps astronauts safe and remains one of the key challenges for future deep space exploration.
Many spacecraft use cryogenic, or extremely cold, fuels for propulsion. These fuels must remain cold to stay in liquid form, but temperature fluctuations in space can cause them to slowly evaporate and escape the tank, affecting fuel efficiency. The Zero Boil-Off Tank Noncondensables (ZBOT-NC)investigation evaluates how gases that do not liquify at low temperatures impact pressure control, evaporation, and condensation rates inside propellant tanks. Data from this experiment will help validate models and support the design of more efficient cryogenic fuel storage systems.
As the crew’s living environment, the spacecraft must also be monitored for microbial activity to help ensure a safe and healthy habitat. The Genomic Enumeration of Antibiotic Resistance in Space (GEARS) investigation surveys the space station for antibiotic-resistant organisms to better understand how bacteria may adapt in space. The study uses DNA sequencing techniques to advance onsite identification and diagnostic capabilities that will be important for future missions.
International Space Station science still is buzzing for the remainder of 2026. To learn more about ongoing research aboard the space station, visit:
The International Space Station has been busy throughout 2026, as it continues to be a bustling workspace for astronauts conducting a variety of scientific experiments that lay the groundwork for missions to the Moon and beyond.
NASA’s Artemis II mission in April was the first crewed flight around the Moon in more than 50 years, marking a major milestone for humanity’s return to the lunar surface. While the mission validated key systems needed for future deep space human exploration, work aboard the International Space Station continues to support those goals. Astronauts on the orbiting laboratory are testing technologies, studying how the human body adapts to long-duration spaceflight, and conducting experiments to help ensure crews can live and work safely in deep space. Research aboard the space station, coupled with Artemis and Moon Base programs, will continue to demonstrate how NASA is preparing for sustained astronaut exploration of the Moon and, eventually, Mars.
Astronauts aboard the International Space Station demonstrate and optimize innovative technologies to support exploration missions, reduce the technology footprint, and fine-tune systems ahead of travel beyond low Earth orbit.
Exercise equipment is important for long-duration spaceflight. On average, astronauts lose between 1% and 1.5% of their bone density each month while in microgravity, increasing the potential risk for fractures and other bone-related issues. Regular exercise can help counteract these effects and keep astronauts healthy. The European Enhanced Exploration Exercise Device (E4D) is a compact, versatile system now being tested aboard the space station for exploration crews. The system supports a variety of exercises, can simulate different gravity levels and may lead to even more compact exercise technology for exploration crews.
During deep space missions, astronauts may need medical care but could be too far from Earth to receive a resupply spacecraft with additional equipment. To prepare for that possibility, researchers are testing medical technologies aboard the station. One of these investigations, the Intravenous Fluid Generation – Mini (IVGEN Mini),evaluates producing intravenous (IV) fluids using the station’s potable water supply. Because commercially available IV fluids have a shelf life of only about 16 months, successful demonstrations of this technology could help meet medical needs while reducing launch mass and volume.
Medical care is one hurdle crews may face during future missions, while another is the limited time astronauts have to complete tasks that require human intervention. Robotic technologies, such as the Test facility for lab-aUtomation System in Kibo (TUSK), may help address these time constraints. This investigation studies how microgravity affects delicate robotic operations that rely on precise movement. Insights could help improve the design of future automated systems that can execute tasks independently, freeing up astronauts’ valuable time during future missions.
Astronauts also serve as test subjects. They collect biological samples, conduct medical exams, and perform scans to understand how bodies adapt to life in space. This research helps scientists and medical personnel understand the effects of spaceflight and protects crew health as missions extend farther into the solar system.
Past research shows weightlessness during spaceflight can sometimes disrupt astronauts’ normal blood flow, which may increase health risks for conditions, such as blood clots.The Spaceflight Thrombosis and Risk Factors (Venous Haemostasis) experiment examines changes in blood flow to identify unique physiological correlations and create preventative measures for at-risk crew members.
Astronauts also may experience changes to their cardiovascular and respiratory systems during spaceflight, which could affect blood pressure regulation. Research with the Causal Analysis of Cardiorespiratory Coupling on the ISS (CARDIOBREATH) uses the Bio-Monitor “smart shirt” to track heart rate, blood pressure, breathing rate, and activity during exercise sessions aboard the orbiting complex. Results will improve understanding of cardiovascular health in microgravity and inform treatments for cardiorespiratory risks during and after long-duration missions.
Maintaining mental health in space is as important as physical health. Prolonged isolation and confinement can impact a crew member’s sleep, morale, and decision-making. The Mind/Body Practices for Deep Space Exploration (RelaxPro) experiment evaluates non-invasive practices, such as meditation, to develop a structured system to reduce stress and improve sleep on future missions.
Spacecraft are a critical aspect of deep space missions, providing shelter from the harsh environment of space, along with oxygen, water, and other life-support systems. Testing systems aboard the International Space Station allows researchers to refine technologies for next generation spacecraft traveling beyond low Earth orbit.
The Fiber-optic Active Dosimeter (Lumina) demonstrates real-time radiation monitoring using optical fibers that darken when exposed to radiation. Monitoring ionizing radiation keeps astronauts safe and remains one of the key challenges for future deep space exploration.
Many spacecraft use cryogenic, or extremely cold, fuels for propulsion. These fuels must remain cold to stay in liquid form, but temperature fluctuations in space can cause them to slowly evaporate and escape the tank, affecting fuel efficiency. The Zero Boil-Off Tank Noncondensables (ZBOT-NC)investigation evaluates how gases that do not liquify at low temperatures impact pressure control, evaporation, and condensation rates inside propellant tanks. Data from this experiment will help validate models and support the design of more efficient cryogenic fuel storage systems.
As the crew’s living environment, the spacecraft must also be monitored for microbial activity to help ensure a safe and healthy habitat. The Genomic Enumeration of Antibiotic Resistance in Space (GEARS) investigation surveys the space station for antibiotic-resistant organisms to better understand how bacteria may adapt in space. The study uses DNA sequencing techniques to advance onsite identification and diagnostic capabilities that will be important for future missions.
International Space Station science still is buzzing for the remainder of 2026. To learn more about ongoing research aboard the space station, visit:
Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02454-z
It is shameful that half the country’s population continues to be overlooked by the international community.Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02380-0
Where to spot a basking shark and a gloomy tale about an abandoned telescope, in this week’s pick from the Nature archive.Nel primo semestre del 2026, le esportazioni dell’Italia sono cresciute – rispetto allo stesso periodo del 2025 – in valore (+4,5%) e in volume (+0,7%), raggiungendo i 337,2 miliardi di euro. L’export è aumentato in modo significativo sia verso i mercati dell’Unione Europea (+4,6%), sia dei Paesi extra-UE (+4,4%).
Particolarmente positivi i dati verso due Paesi al centro del Piano d’azione per l’export nei mercati extra-UE ad alto potenziale come Cina (+19%), dove in aprile il Ministro Tajani ha guidato una missione con tappe a Pechino e Shanghai per rilanciare il dialogo politico ed economico bilaterale, e l’India (+4,2%), con cui nell’ultimo anno e mezzo sono stati organizzati tre grandi eventi di partenariato commerciale che hanno coinvolto centinaia di imprese italiane.
Di grande rilievo sono i risultati raggiunti verso la Germania (+1,8%) e la Francia (+3,8%), rispettivamente il primo e il terzo mercato più importanti per l’export italiano, ai quali hanno contribuito il Forum Imprenditoriale Italia – Germania, organizzato lo scorso 23 gennaio a Roma, e il Forum d’Affari Francia-Italia alla presenza dei Ministri Tajani e Barrot, il 25 giugno 2026 a Le Cannet.
In territorio positivo – nonostante i dazi – anche gli Stati Uniti (+2%) che rappresentano un mercato presidiato in modo prioritario e verso il quale vengono impegnate risorse molto significative nel sostegno alle imprese, come la “Misura USA” di Finanza Agevolata di Simest (200 milioni di euro).
Dall’inizio dell’anno, il Comitato Agevolazioni presieduto dalla Farnesina si è riunito 8 volte e ha approvato, a valere sulle risorse del Fondo 394/81, 2.192 finanziamenti agevolati, per un importo complessivo di 1,15 miliardi di euro. Rispetto allo stesso periodo del 2025, i dati evidenziano un aumento del +64% in termini di operazioni deliberate e di +112% in volumi di finanziamento. In merito al sostegno all’export a valere sul Fondo 295/73, da gennaio 2026 sono state approvate 59 operazioni per un valore delle commesse sostenute di circa 4,9 miliardi di euro, in crescita del 7% in termini di delibere e del 15% per quanto riguarda i volumi.
L’impegno a favore del Made in Italy e delle imprese che si proiettano sui mercati internazionali resta prioritario. Nei primi mesi di quest’anno sono già state realizzate decine di iniziative, tra cui i recenti Business Forum con Giappone, Repubblica di Corea e Norvegia, nonché gli incontri con Kenya, Germania, Finlandia e Cina, partner di particolare rilievo per lo sviluppo della presenza italiana nei settori più innovativi e strategici. Da settembre, sono previste nuove missioni e forum economici, a partire da Egitto, Brasile, Argentina, Paesi Bassi, Canada e Turchia; mentre il 6 ottobre tutte le imprese del centro Italia saranno invitate alla conferenza “Obiettivo Export”, per far conoscere strumenti e opportunità messi a disposizione dal Sistema Paese per rafforzare l’internazionalizzazione.

En réponse à Jérôme.
Je partage assez ce qui pour moi s’apparente à une certaine lassitude d’entendre ressasser toute la misère du monde, du moins une partie tant le sujet est insatiable.
J’aime particulièrement
> Ce à quoi tu résiste persiste, ce que tu juges tu deviendras et ce que tu condamnes te condamnera.
que je vais de ce pas méditer.
Pourtant, je continue à lire le kryss’presso du lundi avec plus ou moins de fidélité, parce que pour une bonne partie, @krys fait état de combats qui ne sont pas les miens et justement, il me semble important de me tenir informer hors mes murs tant que la teneur me semble légitime.
Une autre source d’information que je connaissais au format papier il y a plus de 20 ans et qui existe toujours en numérique, et qui offrait un panorama de ce qui se fait concrètement d’alternative au système capitaliste écocide : la revue [Silence !](https://www.revuesilence.net/qui-sommes-nous/)
Bonnes lectures, bonnes méditations
Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02380-0
Where to spot a basking shark and a gloomy tale about an abandoned telescope, in this week’s pick from the Nature archive.Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha partecipato, in rappresentanza del Governo, alla commemorazione ufficiale dell’82° anniversario dell’eccidio nazista a Sant’Anna di Stazzema.
La cerimonia si è tenuta all’interno del Parco Nazionale della Pace di Sant’Anna, diventato negli anni centro di incontro e simbolo della coscienza europea e al quale nel 2024 è stato attribuito il Marchio del patrimonio europeo dalla Commissione. L’intervento del Ministro presso il Monumento Ossario, dove sono state deposte le corone in memoria delle vittime, ha rappresentato l’occasione per ribadire l’importanza della memoria quale fondamento dei valori di pace e libertà.

Un team di ricerca guidato dall’Università di Tohoku, in Giappone, ha scoperto che i venti generati dai buchi neri supermassicci al centro delle galassie sono cento volte più potenti di quanto si pensasse e trasportano energia a distanze di circa 300mila anni luce. Lo studio, pubblicato due settimane fa sulla rivista Nature Astronomy, dimostra come questi venti influenzino una vasta distesa di spazio ben al di fuori delle galassie in cui risiedono i buchi neri che li originano.

Rappresentazione artistica della struttura gerarchica dell’Universo, da un gruppo di galassie a una singola galassia e al buco nero supermassiccio al suo centro. Sebbene un buco nero sia oltre 100 milioni di volte più piccolo del raggio della sua galassia ospite, esso svolge un ruolo fondamentale nella regione centrale della galassia stessa. Crediti: Tohoku University
«I buchi neri sono noti soprattutto perché risucchiano la materia, ma espellono anche gas sotto forma di potenti venti», spiega Satoshi Yamada dell’Università di Tohoku, primo autore del lavoro. «Si pensava che questi venti rimanessero confinati all’interno della galassia, ma il nostro studio ha rivelato che la loro forza è immensamente più potente di quanto compreso finora».
Il team di ricerca ha osservato l’attività del quasar H1821+643, situato nella costellazione del Dragone a circa 3,4 miliardi di anni luce dalla Terra, grazie ai dati del satellite per l’astronomia X Xrism della Jaxa. Il buco nero supermassiccio, in rapida crescita, si trova proprio al centro dell’ammasso di galassie e genera turbolenza nel gas caldo circostante che emette raggi X. Il team è riuscito a determinare con precisione il movimento del gas analizzando le linee di emissione degli ioni di ferro.

Illustrazione artistica che mostra un’esplosione generata da un buco nero supermassiccio nascosto al centro di una galassia, la cui energia si propaga oltre la galassia stessa fino all’ambiente del gruppo galattico circostante. L’illustrazione raffigura il trasporto di un’enorme quantità di energia — equivalente a diverse centinaia di miliardi di esplosioni di supernove — nello spazio circostante, innescando il movimento violento del gas caldo che si estende fino a distanze di circa 300mila anni luce. Crediti: Tohoku University
Le osservazioni ad alta precisione condotte dal satellite Xrism hanno rivelato che il gas ad alta temperatura che circonda il buco nero non rimane statico, ma si disperde violentemente su un’ampia area a causa della turbolenza. I ricercatori hanno inoltre confermato che il flusso di gas si estende oltre la galassia ospite, raggiungendo distanze di circa 300mila anni luce. La quantità di energia coinvolta nella turbolenza risulta essere circa cento volte superiore rispetto alle stime precedenti ed equivalente a diverse centinaia di miliardi di esplosioni di supernove – le esplosioni che si verificano quando le stelle di grande massa raggiungono il termine della loro vita.
Per la prima volta è stato possibile dimostrare che i buchi neri supermassicci influenzano il più ampio ambiente cosmico attraverso un’onda d’urto di straordinaria potenza. Questi oggetti sono motori fondamentali dei flussi di gas e della dinamica spaziale, in grado di trasportare immense quantità di energia verso diverse regioni del cosmo.
In futuro, nuove osservazioni permetteranno di studiare l’effetto di altri buchi neri sull’ambiente circostante e di chiarire le modalità con cui la materia e gli elementi chimici circolano nell’universo.
Per saperne di piu:




© Vincent Tullo for The New York Times
Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02452-1
Job transitions are challenging, but good communication and planning will help.Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02142-y
Researchers will travel to Spain and Iceland to observe the solar eclipse on 12 August, hoping to answer questions about the solar corona.
So far, you have not yet disclosed what device driver you select in OpenWebRX in order to use your device. This is somewhat important if you expect somebody else to make the change for you, right?sorry for not providing enough information
I'm using the PlutoSDR driver in OpenWebRX.
The PlutoSky is connected via Ethernet or USB , and the relevant Soapy device arguments are essentially:
driver=plutosdr,uri=ip:192.168.20.70
So OpenWebRX starts the soapy_connector, which then uses the SoapyPlutoSDR driver.
My suggestion was to make setBandwidth() follow the selected sample rate in this path, because the Pluto otherwise seems to keep/use a much larger RF bandwidth than necessary.
######################################################
## Soapy SDR -- the SDR abstraction library ##
######################################################
----------------------------------------------------
-- Device identification
----------------------------------------------------
driver=PlutoSDR
hardware=ADALM-PLUTO
ad9361-phy,model=ad9361
ad9361-phy,xo_correction=40000567
backend_version=0.26 (git tag: v0.26)
fw_version=tezuka-v0.3.16
hw_model=PlutoSky Rev.2 (Z7020-AD9361)
hw_model_variant=1
Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con MIDJ – Associazione Musicisti Italiani di Jazz, promuove “OltreConfine – Il Jazz Italiano nel Mondo”, un’iniziativa volta a sostenere e valorizzare la scena jazzistica italiana a livello internazionale.
Attraverso questa call, il progetto offre un sostegno economico parziale o totale ai musicisti jazz italiani che desiderano esibirsi all’estero, incentivando la loro partecipazione a festival, club e spazi culturali di rilievo. Oltre ai concerti, il programma include il finanziamento di workshop e lezioni /corsi /seminari, con l’obiettivo di promuovere la cultura jazz italiana su scala globale.
La call è aperta a tutti i musicisti jazz maggiorenni, senza limiti di età e indipendentemente dall’iscrizione a MIDJ. Possono candidarsi solisti o ensemble con la maggioranza dei membri di nazionalità o residenza italiana.
Il programma finanzia concerti e tour all’estero con un repertorio jazzistico originale. Sono escluse proposte già finanziate da altre istituzioni o programmi pubblici. Le attività devono svolgersi tra il 1° giugno 2026 e il 31 maggio 2027, con spese ammissibili a partire dal 1° marzo 2026 fino al 15 giugno 2027.
I contributi previsti ammontano fino a 6.000 € per tour in Europa e Nord Africa e fino a 10.000 € per tour extraeuropei. Tra le spese ammissibili figurano viaggi, alloggi, promozione e costi doganali.
Le domande devono essere inviate entro le ore 23:59 del 30 settembre 2026.
Le proposte saranno valutate da una commissione di esperti sulla base della qualità artistica, dell’esperienza del candidato e della coerenza del progetto con la sua carriera. I risultati saranno pubblicati entro il 30 ottobre 2026 sui canali ufficiali di MIDJ.
Oltreconfine– Il Jazz Italiano nel Mondo Bando (Bando OltreConfine 2026-2027)
Per leggere il regolamento completo visitare il sito: https://musicisti-jazz.it/oltreconfine/
Il modulo di partecipazione è disponibile qui: my.musicisti-jazz.it/login
Il segretario generale, compagno Alberto Lombardo, ha partecipato al 19° Forum del World Association for Political Economy, tenutosi all’università di Greenwich (Londra) dal 5 al 7 agosto.
Quest’anno il Forum è stato dedicato alla figura di Adam Smith nel 250° anniversario della pubblicazione della Ricchezza delle Nazioni. Il segretario ha partecipato con un articolo che riportiamo in italiano dal titolo “Adam Smith, war, and global financial flows”, che è stato presentato in due parti.
La prima nella sessione plenaria di giorno 6 e la seconda nella sessione specialistica del 7
Cliccando qui si può scaricare il testo dell’intervento
L'articolo Il Segretario Generale Alberto Lombardo al 19° Forum della World Association for Political Economy a Londra proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.
Prima ha ucciso una biscia, poi ha pubblicato la foto sui social e alla fine è stato segnalato all’autorità giudiizaria. I carabinieri forestali di Livorno, riferisce “Il Tirreno”, hanno identificato e denunciato un uomo di 51 anni, residente in provincia, ritenuto responsabile dell’uccisione di un esemplare di “biscia dal collare barrata”, un relttile abbastanza comune nel nostro Paese. L’indagine è scattata dopo la diffusione sui social della foto del serpente ucciso: un’immagine che ha dato il via agli accertamenti. Il serpente era innocuo. L’accusa è uccisione di animali.
(Foto. Benny Trapp)
The post LIVORNO: UCCIDE UN’INNOCUA BISCIA, DENUNCIATO DAI CC appeared first on nelcuore.org.
Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02452-1
Job transitions are challenging, but good communication and planning will help.Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02142-y
Researchers will travel to Spain and Iceland to observe the solar eclipse on 12 August, hoping to answer questions about the solar corona.Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10947-0
Author Correction: Uncovering the role of LINE-1 in the evolution of lung adenocarcinomaNature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02449-w
The Amazon rainforest might be closer to a tipping point than scientists thought. Some fear that droughts and fire could nudge it into irreversible decline.Nel cuore del Santuario dei Mammiferi Marini Pelagos, Sea Shepherd Italia ha operato per due settimane al fianco della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera contro la pesca di frodo, nelle acque dell’isola d’Elba, Pianosa, Montecristo e nel tratto di mare maremmano tra lo Scoglio d’Africa e Talamone. L’operazione ha portato al recupero di 21 chilometri di reti da pesca, 1.700 trappole per polpo e 66 nasse, e alla liberazione di centinaia di animali marini ancora vivi, tra cui 100 aragoste, 5 razze, rane pescatrici, scorfani e murene. Rinvenute inoltre due tartarughe Caretta caretta intrappolate in una rete: una, ancora viva e in stato di sofferenza, e’ stata salvata e affidata al Centro di Recupero dell’Acquario di Livorno per le cure.
The post PESCA DI FRODO, ALL’ELBA RECUPERATE RETI PER 22 CHILOMETRI appeared first on nelcuore.org.


Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10947-0
Author Correction: Uncovering the role of LINE-1 in the evolution of lung adenocarcinomaNature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02449-w
The Amazon rainforest might be closer to a tipping point than scientists thought. Some fear that droughts and fire could nudge it into irreversible decline.Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02492-7
Funders should look beyond strict age criteriaNature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02464-x
The case for responsible scientific activismNature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02490-9
AI tools speed up analysis, but scientific truths must be grounded in realityNature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02491-8
Will AI make our dreams all look the same?Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02451-2
Publicly available AI models and local infrastructure can reduce AI’s environmental footprint while giving researchers greater control over the tools they use.
© Nanna Heitmann for The New York Times




© Amelia Nierenberg/The New York Times

Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02492-7
Funders should look beyond strict age criteriaNature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02464-x
The case for responsible scientific activismNature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02490-9
AI tools speed up analysis, but scientific truths must be grounded in realityNature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02491-8
Will AI make our dreams all look the same?Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02451-2
Publicly available AI models and local infrastructure can reduce AI’s environmental footprint while giving researchers greater control over the tools they use.È stato confermato ieri il ritrovamento dei corpi degli alpinisti italiani Marco Di Marcello e Markus Kirchler, travolti da una valanga in Nepal il 3 novembre 2025.
Le salme sono state trasferite a Kathmandu, dove sono state identificate. Saranno ora sottoposte all’esame autoptico previsto dalla normativa locale, prima di poter procedere al rimpatrio delle salme o delle ceneri, secondo la volontà delle famiglie.
Il Consolato Generale d’Italia a Calcutta, competente per il Nepal, segue il caso sin dalle prime fasi. Un funzionario della Sede è attualmente presente a Kathmandu per mantenere i contatti con le Autorità locali e assicurare ogni necessaria assistenza ai familiari.

© Finbarr O'Reilly for The New York Times

© Sergey Ponomarev for The New York Times

© Jaime Molina for The New York Times



I file a lot of Freedom of Information Act requests. I’ve been requesting staff lists from both Trump administrations, and I have tracked thousands of federal political appointees in order to publish financial disclosures in searchable databases.
Much of that data was sourced from the Office of Personnel Management, which maintains a trove of information about who works in the federal government. But that agency’s FOIA department was thrown into chaos as Elon Musk’s Department of Government Efficiency fanned out across federal agencies to cut employees in early 2025.
Getting records from the agency has since become an increasingly Kafkaesque process, one that in early July of this year bounced me between three different seemingly abandoned email inboxes and two web portals. Aside from the fact that my once-routine requests now languish for months, just asking for documents has become its own kind of shell game.
“They just let the whole Privacy team go,” a now-former FOIA specialist at OPM told me by email in February 2025, referring to public records office staff. The specialist was cut the next day.
Here’s how the process worked at most agencies before the Trump administration and DOGE destroyed the offices that managed these requests: You would send a simple email with a text description of the documents you want. That’s it.
It didn’t mean you would get the records in the most timely manner, or would get the records you wanted at all. But it was a simple process, and it often worked.
According to OPM data, more than 600 government information specialists (staffers who administer FOIA and the Privacy Act) have resigned or been fired since the start of the second Trump administration. Within OPM itself, 12 information specialists left, seven of whom were laid off. (There was one new hire in that time period.)
Reached by phone, the former FOIA specialist told me the cuts made the office less efficient, less able to perform its function and threatened the statutory laws they are required to fulfill.
At the end of the 2025 fiscal year, over 1,600 FOIA requests were still in OPM’s backlog, seven times more than at the end of fiscal year 2024. The average processing time for a simple request at the agency slipped to over 84 days — twice as long as the year before.
Indeed, I noticed my records requests were taking longer, and they were increasingly steered toward web portals. Such was the case in early July, when I attempted to submit a request to OPM for human resources data. When I clicked “log in,” I was confronted with a message reading, “Something went wrong while processing your action. Please contact admin@ains.com for assistance if the problem persists.”
I emailed the address, but the message bounced back to me. AINS, it turned out, was no longer the name of the company — it is now known as Opexus. Opexus has received more than $50 million in federal contracts, according to a Bloomberg report, and has come under fire for lax cybersecurity standards after two of its employees were indicted for deleting and compromising government data. (One pleaded guilty in April, and the other was convicted in May). On its website, Opexus claims to process FOIA requests for 80% of federal institutions.
OPM’s website still listed contact information for a FOIA public liaison, someone who is supposed to help the public understand the records process and assist with requests. When I emailed the address, I got an automated response reading, “I am no longer at OPM. If you need assistance with a FOIA matter, please contact FOIA@opm.gov.”
So I did. I immediately got another automated message. This one told me to submit my request to the National FOIA Portal, a cross-government site that allows you to submit a FOIA request to any agency.
So I did that, too. Afterward, I finally got a response that acknowledged my request — from the same OPM portal that was throwing an error any time I tried to use it.
Stymied by the lack of response from the agency itself, I reached out to Opexus support, explaining that I was a FOIA requester and that the OPM site wasn’t working. I got a response from someone named Stephen, saying, “I have escalated this issue to our engineering team.” When I followed up a few days later, Stephen said, “I have identified the root cause of the issue and am currently working with the OPM administrator to implement the necessary fix.” Further questions on the support ticket thread weren’t answered.
On July 23, 13 days after I had filed the support ticket with Opexus, I got another response asking me again what error I was getting. I told them I was still getting the same message. A few hours later, I tried logging back in. The site was fixed.
In a statement, Opexus said it became aware of the issue on July 10 when a customer support case was opened. Incidentally, that was the day I had opened one. The statement noted access to the portal was restored on July 23, and that the issue did not prevent OPM from receiving FOIA requests through alternate submission methods. The company said that “there is no evidence that customer data was accessed, lost, or compromised” and that the issue was isolated to OPM’s portal.
The statement added that Opexus recognizes “how important uninterrupted access to FOIA request systems is for the public.”
OPM did not respond to a request for comment.
I’m still waiting for the records.
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Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02082-7
If reviewers can’t reliably tell the difference between top grant proposals, why should they pretend they can? A new wave of funders is turning to lotteries to break the tie.Il Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano, Antonio Tajani, ha sottolineato la natura strategica delle relazioni tra Riad e Roma, descrivendo il rapporto dell’Italia con l’Arabia Saudita come uno dei pilastri dell’impegno italiano nella regione.
In un’intervista rilasciata ad Asharq Al-Awsat, ha affermato che l’Arabia Saudita è diventata un partner essenziale nella promozione del dialogo, della stabilità regionale e della crescita sostenibile, sottolineando che è in corso un coordinamento tra Arabia Saudita e Italia per contenere quella che ha definito una profonda incertezza regionale.
«Da Roma abbiamo ribadito il nostro impegno comune con l’Arabia Saudita a salvaguardare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, nel Mar Rosso, a Bab el-Mandeb, nel Golfo di Aden e in tutte le rotte marittime internazionali», ha affermato, descrivendo il Golfo come un partner fondamentale dal punto di vista politico, economico e della sicurezza.
La partnership tra Arabia Saudita e Italia
Riguardo alla partnership tra Arabia Saudita e Italia, Tajani ha dichiarato: «A Roma, insieme alla mia controparte, il Ministro degli Affari Esteri dell’Arabia Saudita, il Principe Faisal bin Farhan, abbiamo adottato un’importante dichiarazione politica che ribadisce non solo il crescente partenariato strategico tra l’Italia e l’Arabia Saudita».
Ha aggiunto: «Siamo andati oltre e abbiamo dichiarato il nostro impegno comune a rendere il Mediterraneo allargato un’area di pace, prosperità e crescita sostenibile. La dichiarazione ribadisce inoltre la nostra ferma condanna della violenza degli insediamenti estremisti e il nostro rifiuto di qualsiasi forma di annessione».
Coordinamento tra Arabia Saudita e Italia per contenere la profonda incertezza nella regione
Interrogato sull’ultimo coordinamento tra Arabia Saudita e Italia volto a rafforzare la sicurezza e la stabilità nella regione e ad affrontare le sfide derivanti dal conflitto tra Stati Uniti e Iran, Tajani ha dichiarato: «La collaborazione tra l’Italia e l’Arabia Saudita non è mai stata così importante come oggi. In un momento di profonda incertezza a livello regionale, i nostri due Paesi condividono una visione strategica comune fondata sul dialogo, sulla stabilità e su una leadership responsabile».
Ha aggiunto: «L’Italia considera la situazione regionale nel contesto più ampio di una crescente instabilità internazionale. La nostra partnership strategica non si limita ai confini geografici tradizionali, poiché la nostra visione del Mediterraneo allargato si estende naturalmente al Golfo e oltre».
Ha proseguito dicendo: «Consideriamo quindi il Golfo un partner fondamentale dal punto di vista politico, economico e della sicurezza, e riteniamo che il nostro rapporto con il Regno sia uno dei pilastri dell’impegno dell’Italia nella regione. L’Arabia Saudita è diventata un partner indispensabile nella promozione del dialogo, della stabilità regionale e della crescita sostenibile, una visione che l’Italia ha costantemente sostenuto in seno al G7, all’Unione europea e alla NATO».
Ha aggiunto: «Uno dei maggiori punti di forza dell’Italia è la sua capacità di dialogare contemporaneamente con tutti i principali attori coinvolti nelle crisi regionali. Questo ci permette di mantenere aperti tutti i canali diplomatici e di contribuire all’allentamento delle tensioni anche nei momenti più difficili».
Sicurezza marittima… Una visione strategica condivisa
Sullo sfondo delle tensioni nello Stretto di Hormuz e a Bab el-Mandeb e delle minacce alla navigazione nel Mar Rosso, Tajani ha dichiarato: «La sicurezza marittima rimane una delle principali priorità nazionali per l’Italia. Una quota significativa dei nostri scambi commerciali transita attraverso lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb, rendendo la libertà di navigazione in queste acque essenziale non solo per l’Italia, ma anche per la sicurezza energetica ed economica globale».
Ha aggiunto: «Insieme all’Arabia Saudita, abbiamo ribadito il nostro impegno comune a salvaguardare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, nel Mar Rosso, a Bab el-Mandeb, nel Golfo di Aden e in tutte le rotte marittime internazionali».
Secondo Tajani, l’Italia sta già dando un contributo concreto grazie al suo ruolo di primo piano nelle operazioni navali dell’UE EUNAVFOR ASPIDES, a tutela della navigazione mercantile nel Mar Rosso, e ATALANTA nell’Oceano Indiano nord-occidentale.
Ha sottolineato che Roma e Riad condividono sempre più non solo interessi comuni, ma anche una vera e propria visione strategica per la regione.
Tajani ha dichiarato: «Apprezziamo enormemente il crescente ruolo diplomatico del Regno nella promozione del dialogo e della stabilità regionale, e intendiamo rafforzare un partenariato già eccellente, fondato sulla fiducia, sul rispetto reciproco e sull’ambizione condivisa di un Medio Oriente più stabile, sicuro e prospero».
Tajani ha aggiunto: «La proposta dell’Arabia Saudita di istituire un’Alleanza Globale per la Difesa Marittima riflette la crescente attenzione internazionale rivolta alla sicurezza marittima e alla libertà di navigazione, obiettivi che l’Italia condivide pienamente. Continueremo a lavorare a stretto contatto con il Regno e con i nostri partner internazionali per promuovere questi obiettivi comuni, con fiducia, determinazione e un senso condiviso di responsabilità per la stabilità e la prosperità della regione».
Soluzione dei Due Stati
Riguardo alla situazione a Gaza e ai principali risultati degli incontri dell’Alleanza Globale per l’Attuazione della Soluzione dei Due Stati che si sono tenuti a Roma negli ultimi giorni, Tajani ha dichiarato: «La tragedia che si sta consumando a Gaza richiede ben più che semplici espressioni di preoccupazione».
Ha aggiunto: «Richiede leadership politica, un impegno diplomatico costante e la determinazione a continuare a lavorare per la pace anche quando gli ostacoli sembrano insormontabili. L’Italia sta svolgendo un ruolo diplomatico centrale nel promuovere una soluzione politica alla crisi».
Ha dichiarato: «L’incontro dell’Alleanza Globale per l’Attuazione della Soluzione dei Due Stati, tenutosi recentemente a Roma, ha dimostrato chiaramente il nostro impegno a promuovere soluzioni politiche e a creare spazio per il dialogo nel contesto di una delle crisi più difficili che il Mediterraneo e il Medio Oriente si trovano ad affrontare».
Tajani ha aggiunto: «Si tratta di un impegno che abbiamo portato avanti con orgoglio insieme ai nostri amici sauditi. L’Arabia Saudita ha dato prova di una leadership straordinaria nel mantenere vivo l’orizzonte politico della soluzione dei due Stati, e vorrei esprimere il mio apprezzamento per l’eccezionale livello di cooperazione che abbiamo sviluppato insieme».
Ha proseguito dicendo: «Il messaggio proveniente da Roma è stato chiaro: la soluzione dei due Stati rimane l’unica opzione credibile per garantire la sicurezza di Israele e consentire al contempo la nascita di uno Stato palestinese libero, democratico e pacifico che conviva fianco a fianco con Israele. Per questo motivo, il disarmo di Hamas è essenziale ed è necessaria un’Autorità Nazionale Palestinese forte, in grado di esercitare un’autorità effettiva su tutti i territori palestinesi».
Tajani ha dichiarato: «Rimaniamo fermamente impegnati a perseguire l’obiettivo dei “due popoli, due Stati”, una posizione resa possibile dalle nostre relazioni di lunga data con tutti gli attori chiave della regione. Israeliani, palestinesi, libanesi e i nostri partner del Golfo sanno bene che Roma è un luogo in cui si incoraggia il dialogo, si costruisce la fiducia e si offre alla diplomazia ogni opportunità di successo».
Ha sottolineato che l’Italia attribuisce particolare importanza al dialogo interreligioso in quanto ponte essenziale per cambiare le narrazioni e preparare il terreno politico per la pace. Ha affermato che una forte dimostrazione di questo impegno è stata la partecipazione del cardinale Pierbattista Pizzaballa, del Presidente della Conferenza dei rabbini europei, il rabbino Pinchas Goldschmidt, e dello sceicco Mohammed Al-Issa alla riunione dell’Alleanza Globale tenutasi presso il Ministero degli Affari Esteri.
Il nostro impegno a Gaza è saldo
Il funzionario italiano ha aggiunto: «Oltre al nostro costante impegno nell’ambito dell’iniziativa “Food for Gaza”, abbiamo recentemente stanziato ulteriori 10 milioni di euro a sostegno dell’Autorità Nazionale Palestinese attraverso le Nazioni Unite. Abbiamo inoltre formato un gruppo di diplomatici palestinesi a Torino in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e istituito percorsi universitari che consentono ai giovani palestinesi di studiare presso le principali università italiane. Crediamo fermamente che la diplomazia tra i popoli sia uno degli investimenti più significativi che possiamo fare per costruire una pace giusta e duratura».
Ha aggiunto: «L’Italia continua inoltre a svolgere un ruolo di primo piano sul fronte della sicurezza attraverso la sua missione di assistenza bilaterale alle forze di sicurezza palestinesi e attraverso la partecipazione dei nostri Carabinieri alla Missione di assistenza alle frontiere dell’UE a Rafah (EUBAM Rafah)».
La crisi in Libano
Riguardo alla valutazione dell’Italia sull’attuale situazione in Libano e ai suoi sforzi in tal senso, Tajani ha affermato: «La stabilità del Libano non è solo fondamentale per il popolo libanese, ma è essenziale anche per la sicurezza e la stabilità dell’intera regione. Ecco perché l’Italia ha profuso un grande impegno diplomatico a sostegno del dialogo e del rafforzamento delle istituzioni legittime del Libano».
Ha sottolineato che l’Italia sta svolgendo un ruolo importante come mediatore e sede del dialogo tra le parti coinvolte. Ha affermato che non è una coincidenza che Roma sia stata nuovamente scelta come sede dell’ultimo ciclo di colloqui tra Israele e Libano mediati dagli Stati Uniti, aggiungendo che ciò riflette la fiducia che entrambe le parti ripongono nella capacità dell’Italia di facilitare il dialogo e contribuire a creare le condizioni per una stabilità duratura.
Tajani ha spiegato che l’approccio dell’Italia alla risoluzione della crisi in Libano è incentrato sul ripristino della piena sovranità del Paese e sul rafforzamento delle sue istituzioni legittime. Ha sottolineato che il suo governo sostiene con forza il Presidente Joseph Aoun e sta collaborando con i propri partner internazionali per garantire che lo Stato libanese possa riacquistare progressivamente l’effettiva autorità su tutto il territorio nazionale. Un altro pilastro fondamentale di questa strategia, ha affermato, è il disarmo definitivo di Hezbollah.
Ha aggiunto: «Sosteniamo con forza il Presidente Joseph Aoun e stiamo collaborando con i nostri partner internazionali per garantire che lo Stato libanese possa riacquistare progressivamente l’effettiva autorità su tutto il territorio nazionale. Per assicurare la stabilità a lungo termine, ci stiamo inoltre concentrando sulla gestione di qualsiasi futura transizione in materia di sicurezza dopo la fine della missione UNIFIL».
«La nostra priorità è evitare pericolosi vuoti di sicurezza, preservando al contempo la stabilità nel Libano meridionale in stretta collaborazione con i nostri alleati. Abbiamo tenuto una serie di incontri a Roma nell’ambito dei nostri continui sforzi volti a facilitare il dialogo. Rimaniamo convinti che il dialogo sia l’unica via sostenibile verso una pace duratura».
Che libertà, le giornate trascorse sulla spiaggia in costume! Tutto bello? Sì, se non fosse per i peli e la relativa lotta per eliminarli. La depilazione, infatti, viene considerata quasi sempre e soltanto come un procedimento estetico ma, al contrario, può avere un impatto sulla salute della pelle.
Ma cosa succede quando ci depiliamo? Molto dipende dallo strumento che usiamo. A partire dal più semplice, il rasoio: «Quando li tagliamo, la cute subisce un minimo trauma meccanico – afferma Adone Baroni, responsabile della laserterapia dermatologica dell’Uoc Clinica dermatologica dell’Università Vanvitelli di Napoli – che può dare un’irritazione transitoria, ma nessuna ripercussione nel futuro». Diverso è il caso in cui i peli li tiriamo, ad esempio con una pinzetta, provocando un traumatismo al bulbo: «Tirando, andiamo a determinare un trauma che, se reiterato nel tempo, può causare la distruzione del bulbo», spiega l’esperto.
I metodi per ottenere una pelle liscia sono, dunque, molteplici. Alcuni, come il rasoio, sono pressoché innocui ma, per contro, hanno un effetto di minima durata. Se optiamo per la ceretta, dobbiamo sapere che è un po’ più aggressiva e che può rischiare di causare ustioni o, eventualmente, un’iperpigmentazione (uno scurimento della pelle), soprattutto se esponiamo la zona trattata ai raggi solari. Un altro inconveniente della depilazione potrebbe essere il pelo incarnito, più frequente in caso di strappo, o la follicolite, un’infezione dei follicoli piliferi che richiede una terapia antibiotica.
Fra i metodi ai quali ricorrere per eliminare in maniera sicura e progressivamente definitiva la peluria, c’è senza dubbio la laserterapia, «a patto che il laser venga usato da personale medico specializzato, dermatologo, chirurgo plastico o medico con un master in medicina estetica», mette in guardia Baroni. Insomma, una gran fatica per apparire al meglio sotto il sole, eppure proprio i raggi ultravioletti talvolta entrano in collisione con l’epilazione. «L’unico dispositivo che può essere usato anche sulla pelle abbronzata è il laser diodo – aggiunge l’esperto -; al contrario, il laser ad alessandrite, fra i più efficaci, non è praticabile nel periodo estivo e su pelle abbronzata. La differenza principale tra i due laser risiede nella lunghezza d’onda, che determina quanto profondamente il raggio penetra nella pelle e quanto viene assorbito dalla melanina. Mentre l’alessandrite è il più efficace su pelli chiare, il diodo offre una maggiore versatilità e sicurezza su pelli scure o abbronzate».
In ogni caso, d’estate, per evitare la temibile comparsa di macchie, è fondamentale applicare sulla zona trattata una protezione solare 50+, preferibilmente di tipo fisico con biossido di zinco o titanio, invece del più classico schermo chimico. La differenza? Il solare fisico è ideale per pelli sensibili, come quella depilata, agisce subito e ha un alto grado di protezione, ma spesso lascia un alone bianco. Il chimico, invisibile e leggero, deve essere assorbito dalla pelle prima di agire.
Infine, da quale età è possibile depilarsi?Gli esperti rassicurano: in età adolescenziale, che corrisponde per ragioni ormonali all’inizio della crescita del pelo nei ragazzi, la cute è abbastanza forte da sopportare un trattamento di epilazione laser. In età più avanzata, la cute può diventare più sensibile e fragile, ma non esistono regole fisse: ci sono casi in cui la pelle può essere delicata anche in persone giovani come, ad esempio, nei soggetti atopici, una condizione di ipersensibilità che rende la pelle meno resistente agli stimoli esterni.
In ogni caso, d’estate, per evitare la temibile comparsa di macchie, è fondamentale applicare sulla zona trattata una protezione solare 50+, preferibilmente di tipo fisico con biossido di zinco o titanio, invece del più classico schermo chimico. La differenza? Il solare fisico è ideale per pelli sensibili, come quella depilata, agisce subito e ha un alto grado di protezione, ma spesso lascia un alone bianco. Il chimico, invisibile e leggero, deve essere assorbito dalla pelle prima di agire.
Infine, da quale età è possibile depilarsi? Gli esperti rassicurano: in età adolescenziale, che corrisponde per ragioni ormonali all’inizio della crescita del pelo nei ragazzi, la cute è abbastanza forte da sopportare un trattamento di epilazione laser. In età più avanzata, la cute può diventare più sensibile e fragile, ma non esistono regole fisse: ci sono casi in cui la pelle può essere delicata anche in persone giovani come, ad esempio, nei soggetti atopici, una condizione di ipersensibilità che rende la pelle meno resistente agli stimoli esterni.
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Bonjour,
J’ai créé un compte C où j’ai créé un formulaire F.
Un compte F a été ensuite créé pour qu’une autre personne puisse accéder aux résultats du formulaire F, et le nom du compte a été placé dans la rubrique ad hoc du formulaire.
Le site a confirmé l’enregistrement de cette information dans le formulaire.
Le problème est que nous ne trouvons pas comment accéder aux résultats du formulaire après connexion au site avec le compte [NOM DU COMPTE MODÉRÉ - FORUM PUBLIC].
L’encadré qui accompagne le champ de saisi des utilisateurs ayant accès aux résultats précise : une fois connecté à leur compte ces personnes pourront alors accéder aux résultats en se rendant sur la page du formulaire, puis en cliquant sur l’onglet Résultats.
Effectivement ce qui est affiché est différent selon qu’on est connecté au compte ou pas (présence en haut à droite du nom de l’utilisateur connecté).
Mais il n’y pas d’onglet Résultats.
Quand on utilise l’item Mes formulaires du menu déroulant du nom du compte, on aboutit à un champ de recherche du formulaire. Cependant quand on cherche le formulaire, le moteur de recherche ne le trouve pas. Il y a un clignement de la page et la même page est réaffichée.
Je me suis alors dit que, hypothétiquement, ceci pourrait éventuellement être dû :
- soit au fait que la date de création du compte F est postérieure à celle du formulaire F
- soit au fait que le nom du compte utilisateur (F) est le même que celui du formulaire (F)
J’ai donc créé un formulaire de test appelé formulairedetest depuis le compte C, je me suis connecté au compte F, et j’ai ensuite affiché le formulaire. Mais ici également pas d’onglet Résultats à cliquer bien que la date de création du formulaire soit postérieure à la date de création du compte utilisateur, et que les noms du formulaire et du compte utilisateur soient différents.
Question : Est-ce que quelqu’un a un formulaire où un utilisateur tiers peut consulter les résultats ? Est-ce que cette possibilité est actuellement fonctionnelle ?
Merci pour vos réponses
Paul
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I suoi ‘padroni’ lo avevano abbandonato in una piazzola di sosta della Tangenziale di Napoli. Ma la polizia lo ha salvato, evitando conseguenze mortali per lui e per chi utilizza l’arteria stradale. Nel corso dei servizi di vigilanza stradale, agenti, nella serata dello scorso mercoledi’, hanno recuperato prima che arrivasse alla carreggiata un cane che vagava in evidente stato di agitazione, creando una situazione di potenziale pericolo la propria incolumita’ e quella degli utenti della strada. L’esemplare di razza beagle e di media taglia, tramite il Centro Operativo Autostradale di Napoli, andra’ ora in affidamento a una ditta specializzata nella custodia. Accertato che l’animale era privo di microchip identificativo. (
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di Li Xiaoyong*
«La nostra vita era molto difficile. Nei momenti peggiori non avevamo nemmeno abbastanza da mangiare. Pensavamo che trasferirci sarebbe stata la soluzione migliore. Grazie all’aiuto del Partito Comunista Cinese, abbiamo lasciato le montagne. Ci è stato assegnato un appartamento di 75 metri quadrati e abbiamo anche trovato lavoro in uno stabilimento lattiero-caseario. Il numero dei miei yak è passato da 6 a 600 e il mio reddito annuo ha superato i 100.000 yuan». Così raccontava cinque anni fa Pu ciren, il pastore di Xizang, in un’intervista.
Cinque anni dopo, il governo cinese non solo ha aiutato milioni di persone come Pu ciren a uscire dalla povertà, ma ha anche creato nuove opportunità per aumentare i redditi, attraverso pascoli intelligenti, irrigazione con droni, monitoraggio satellitare e le vendite attraverso le dirette online. In questo modo, le comunità delle minoranze etniche hanno potuto affrontare meglio le difficoltà e trovare nuove strade per migliorare la propria vita.
La Cina ha una storia millenaria ed è un Paese unito e multietnico. Oltre alla maggioranza Han, conta 55 minoranze etniche, per un totale di oltre 100 milioni di persone. Ogni gruppo etnico ha una propria cultura, un proprio abbigliamento e tradizioni particolari. Le diverse comunità hanno sempre mantenuto rapporti basati sull’uguaglianza, sull’unità, sull’aiuto reciproco e sull’armonia.
Nei primi anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, a causa di fattori storici, naturali e sociali, le regioni delle minoranze etniche erano economicamente e socialmente poco sviluppate. In alcune zone erano ancora presenti residui di sistemi feudali, di servitù della gleba o di schiavitù. Con la nascita della Nuova Cina, lo Stato ha progressivamente promosso lo sviluppo economico e sociale e ha introdotto il sistema dell’autonomia regionale delle minoranze etniche. Oggi, le aree a statuto autonomo, che occupano oltre il 60% del territorio cinese, e le comunità delle minoranze etniche hanno assunto un volto completamente nuovo.
Regioni autonome, sviluppo economico e nuove opportunità
Le regioni autonome hanno conosciuto una rapida crescita economica. Dal 2012 al 2025, il PIL regionale delle cinque regioni autonome cinesi — Mongolia Interna, Xizang, Ningxia, Xinjiang e Guangxi — è passato complessivamente da 3.250 a 8.660 miliardi di yuan. Le diverse comunità hanno sfruttato le caratteristiche e le risorse delle proprie regioni, trovando percorsi di sviluppo adatti alle proprie condizioni. Il Ningxia, per esempio, è conosciuto come la “terra cinese del goji”. Grazie a questa caratteristica, la regione ha sviluppato un’intera filiera industriale. Nel 2024 la produzione di goji fresco ha raggiunto 320.000 tonnellate. Il settore si è trasformato, passando dalla semplice vendita del frutto essiccato alla produzione di prodotti ad alto valore aggiunto: succo concentrato di goji, caffè al goji, rossetti, alimenti funzionali e oltre 120 altri prodotti trasformati. Il valore complessivo della filiera ha raggiunto 29 miliardi di yuan. Il piccolo frutto rosso è diventato una “bacca d’oro”, un vero motore per la rivitalizzazione delle aree rurali.
Una vita sempre migliore
Nel 2021, tutti i 420 distretti delle aree autonome delle minoranze etniche hanno superato la soglia della povertà e tutte le 28 minoranze etniche con popolazione ridotta hanno raggiunto l’obiettivo di uscire dalla povertà come comunità. Lo Xizang è entrato nell’era dell’alta velocità ferroviaria. Le autostrade collegano sempre più villaggi e comunità, mentre la copertura 5G raggiunge anche i pascoli di montagna più remoti. Le reti idriche e elettriche hanno colmato molte delle carenze infrastrutturali del passato. Nel 2025, il valore delle vendite online in Xizang ha superato i 28 miliardi di yuan, diventando uno dei principali motori dello sviluppo di alta qualità dell’economia dell’altopiano. Prodotti tipici come la carne secca di yak e lo tsampa, alimento tradizionale dello Xizang, raggiungono mercati più lontani. Chi un tempo dipendeva quasi completamente dalle condizioni climatiche può oggi aumentare il proprio reddito senza lasciare il proprio villaggio. Il senso di soddisfazione e di felicità si riflette sempre più concretamente nella vita quotidiana delle persone.
Più opportunità nell’istruzione
Prima della fondazione della Nuova Cina, il tasso di analfabetismo tra le minoranze etniche cinesi superava il 95% e in tutto il Paese esisteva una sola università dedicata alle minoranze etniche. Grazie alla diffusione dell’istruzione obbligatoria e ai programmi di alfabetizzazione portati avanti nel corso degli anni, nel 2022 il numero di studenti appartenenti alle minoranze etniche iscritti a scuole ha raggiunto 34,77 milioni. Le istituzioni universitarie dedicate alle minoranze etniche sono diventate 32 e offrono numerosi corsi sulle lingue, le culture e le storie delle diverse comunità. L’accesso delle minoranze etniche all’istruzione superiore è quindi progressivamente migliorato, con opportunità sempre più ampie di studiare e svilupparsi.
Il 1° luglio di quest’anno è entrata in vigore la Legge della Repubblica Popolare Cinese sulla promozione del progresso e dell'unità etnica. Per la prima volta, la legge definisce sul piano giuridico concetti fondamentali come la costruzione della comunità della nazione cinese. La legge stabilisce inoltre il rispetto e la tutela del diritto delle minoranze etniche a imparare e utilizzare le proprie lingue e scritture e sottolinea il principio secondo cui ogni cultura deve poter esprimere la propria bellezza e contribuire. Il nuovo quadro legislativo offre un sostegno istituzionale più solido allo sviluppo comune delle diverse comunità, fornisce indicazioni più chiare per promuovere l’unità nazionale e propone una prospettiva cinese sulla governance delle questioni etniche e sulla tutela dei diritti delle minoranze.
Negli ultimi anni, un numero crescente di giornalisti e influencer italiani ha inserito lo Xinjiang, lo Xizang, il Ningxia e altre regioni cinesi nei propri itinerari, per conoscere direttamente e raccontare lo sviluppo economico, la cultura e le tradizioni locali.Nel maggio di quest’anno, il coro giovanile di Wuzhishan si è esibito in Italia. Ai piedi del Colosseo, i giovani artisti hanno presentato al pubblico italiano canti e danze tradizionali dei etnici Li e Miao. Dopo il loro ritorno in Cina, hanno inoltre riallacciato i rapporti con i giovani italiani in visita a Hainan, creando nuovi legami di amicizia attraverso la musica e la danza. Invitiamo gli amici italiani a sfruttare le opportunità offerte dall’attuale politica di ingresso senza visto e a visitare la Cina: fare una passeggiata in un villaggio Miao, sedersi in una yurta mongola, ammirare la maestosità dell’Himalaya in Xizang, scoprire la vastità dei deserti e i pioppi del deserto dello Xinjiang, oppure visitare il Ningxia, conosciuto come la «terra delle stelle». La Cina è pronta a continuare a lavorare insieme all’Italia, nel rispetto reciproco e sulla base dell’uguaglianza, affinché le diverse culture e tradizioni etniche possano incontrarsi, dialogare e risplendere l’una accanto all’altra attraverso lo scambio e il confronto tra civiltà.
*Incaricato d'Affari ad interim dell'Ambasciata cinese in Italia

Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02082-7
If reviewers can’t reliably tell the difference between top grant proposals, why should they pretend they can? A new wave of funders is turning to lotteries to break the tie.
Una recente violazione dei dati Steam in Europa ha suscitato preoccupazione tra gli utenti, specialmente tra chi ha ordinato hardware dalla piattaforma. Se hai acquistato uno Steam Controller o una Steam Machine, potresti essere tra le persone coinvolte.
Ma cosa è successo esattamente? E, soprattutto, come puoi proteggerti? In questo articolo analizzeremo la dinamica dell'incidente, i dati esposti e le misure da adottare. Vedremo qual è il rischio concreto e i passi da seguire per non cadere in trappola.
La falla di sicurezza non ha colpito direttamente i server di Valve. Il problema è nato da un partner esterno: CEVA Logistics, la società che gestisce la logistica e le spedizioni per l'azienda in Europa. Tra il 29 luglio e il 1° agosto, i sistemi di CEVA Logistics hanno subito un attacco informatico. La tempistica è cruciale, poiché l'incidente è avvenuto poche settimane dopo l'apertura delle prenotazioni per i nuovi dispositivi hardware di Steam. Di conseguenza, chiunque si sia registrato per un acquisto in quel periodo è potenzialmente tra le vittime.
Valve ha agito in modo trasparente, inviando una comunicazione diretta a tutti gli utenti interessati per informarli dell'accaduto e fornire le prime indicazioni.
Capire quali dati sono finiti nelle mani sbagliate è fondamentale per valutare il pericolo. Fortunatamente, possiamo dividere le informazioni in due categorie: quelle compromesse e quelle al sicuro.
Gli hacker hanno avuto accesso alle informazioni che CEVA Logistics conservava per gestire le spedizioni, dati che l'azienda trattiene per circa 90 giorni. Nello specifico, i dati rubati includono:
Si tratta di informazioni personali che, sebbene non diano accesso diretto al tuo account, possono essere sfruttate in altri modi.
CEVA Logistics non aveva accesso ai dati critici del tuo profilo Steam. Questo significa che le seguenti informazioni sono completamente al sicuro:
Il tuo account di gioco, la tua libreria e i tuoi metodi di pagamento non sono stati toccati dalla violazione dei dati Steam in Europa.
Se i dati del tuo account sono salvi, qual è il rischio reale? La risposta è una sola: il phishing mirato (o spear phishing). Infatti a differenza del phishing generico, quello mirato è molto più insidioso. I truffatori usano le informazioni rubate, come nome, indirizzo e telefono, per creare comunicazioni estremamente credibili. Potrebbero contattarti via email, SMS o telefono fingendosi Valve, Steam o un corriere. Potrebbero, ad esempio, inviarti un messaggio che dice:
"Ciao [Tuo Nome], dobbiamo confermare la spedizione al tuo indirizzo [Tuo Indirizzo]. Clicca qui per pagare una piccola tassa doganale".
Vedere i propri dati personali in una comunicazione simile può facilmente trarre in inganno.
Valve ha fornito indicazioni chiare su come comportarsi. La regola d'oro è diffidare di ogni comunicazione sospetta.
Ecco le indicazioni ufficiali da seguire:
In conclusione, se hai ricevuto la notifica da Valve, non devi temere per la sicurezza del tuo account di gioco. Tuttavia, devi alzare al massimo il livello di guardia contro i tentativi di phishing. Sii scettico, verifica sempre la fonte e, nel dubbio, cancella il messaggio senza interagire.
L'articolo Violazione dati Steam in Europa: sei a rischio? Ecco cosa fare proviene da sicurezza.net.



