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Violenza sessuale a Cala del Leone, arrestato 30enne

La Polizia di Stato di Livorno, nei giorni scorsi, ha tratto in arresto, un trentenne, ritenuto il presunto responsabile di alcuni atti a sfondo sessuale ai danni di due giovani donne, prese di mira, in due distinte circostanze, in un sentiero boschivo che conduce a Cala del leone, nota località balneare del litorale livornese.

ll 26 giugno il primo episodio: l’indagato, oltre a provare un approccio fisico, avrebbe pronuciato al suo indirizzo frasi scabrose, che la invitavano ad avere con lui rapporti sessuali, con o senza il consenso della donna. Il tutto, alla presenza di un’amica della ragazza.

Caso del tutto analogo quello del mese successivo, 27 luglio: stesso protagonista, stessa località. Questa volta a farne le spese una ragazza straniera, costretta a subire le “attenzioni” dell’uomo.

Gli accertamenti, svolti dalla Squadra Mobile della Questura di Livorno, a seguito degli interventi delle volanti e delle denunce formalizzate dalle vittime, si sono concentrati sull’acquisizione delle dichiarazioni delle vittime, oltre che dei testimoni oculari di entrambi gli episodi. La ricostruzione dei fatti, nonché la descrizione del soggetto, indagato dalla Procura di Livorno per il reato di violenza sessuale, commesso in due distinti casi a danno di due distinte vittime, hanno permesso di ricostruirne l’identikit e di agevolarne il riconoscimento fotografico da parte di tutte le persone a conoscenza dei fatti.

Per questo motivo, il Gip presso il Tribunale di Livorno, su richiesta della Procura, constatando il concreto pericolo di reiterazione del medesimo reato, disponeva la misura cautelare degli arresti domiciliari a carico dello straniero, ordinanza a cui ipoliziotti della Squadra Mobile hanno dato esecuzione la mattina di sabato.

Le risultanze delle attività eseguite e degli elementi probatori acquisiti saranno vagliate dal Giudice e, nel rispetto dei diritti della persona indagata, questa è da ritenersi presunta innocente in considerazione dell’attuale fase del procedimento – indagini preliminari – sino ad un eventuale accertamento di colpevolezza con sentenza irrevocabile.

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Mutui: a luglio tasso fisso al 3,33% in media, variabile più conveniente al 2,80%

Con il fisso oggi si spendono 37 € al mese in più su un mutuo ventennale da 140.000 €, ma il vantaggio del variabile si è ridotto

Secondo i dati dell’Osservatorio di MutuiOnline.it, il TAN medio dei mutui a 20 e 30 anni a tasso fisso si conferma stabile, con il valore che a luglio si attesta al il 3,33% (media di offerte standard e green), mentre il variabile, che si conferma l’opzione oggi più conveniente, dopo il rialzo Bce di giugno sale dal 2,58% al 2,80%.

Rispetto al mese precedente, la forbice tra le due tipologie di finanziamento si è chiusa, passando da 80 a 53 punti base in media: ciò significa che, considerando un mutuo a 20 anni da 140.000 €, se a giugno la rata mensile media del variabile era 56 € inferiore rispetto a quella del fisso (747 € contro 803 €), oggi la differenza è pari a 37 €: 762 € in media per il tasso indicizzato all’Euribor contro 800 € per i mutui a rata bloccata. Sul totale degli interessi da pagare nel corso dei 20 anni di finanziamento, il vantaggio del variabile si è ridotto dagli oltre 13.400 € di giugno agli 8.900 € di luglio.

Matteo Favaro, COO & Managing Director Financial Products di MutuiOnline.it, commenta: “Nonostante l’instabilità geopolitica internazionale e le tensioni che hanno caratterizzato i mercati nell’ultimo anno, i tassi fissi sui mutui si confermano su livelli storicamente vantaggiosi. Il confronto tra le migliori offerte disponibili nel 2025 e quelle rilevate nel 2026 restituisce infatti una variazione contenuta: nel 2026 c’è stata una lieve risalita rispetto ai minimi di fine 2025, con un margine di circa 0,10-0,15 punti percentuali in più sulle migliori offerte disponibili. Un incremento minimo, che conferma la sostanziale tenuta del mercato del credito immobiliare anche in una fase di forte incertezza internazionale”.

In Toscana a luglio si chiedono in media 153.360 € per il mutuo, dato superiore alla media italiana

Secondo i dati dell’Osservatorio di MutuiOnline.it relativi alla regione Toscana, a luglio la durata media dei mutui è pari a 25 anni e 9 mesi, dato superiore alla media nazionale di 24 anni e 6 mesi. Guardando all’importo medio richiesto, il dato regionale si attesta a 153.360 €, superiore alla media italiana di 143.200 €, mentre il valore medio degli immobili è pari a 218.561 €, inferiore alla media nazionale di 227.000 €. In Toscana, inoltre, l’età media dei richiedenti è di 38 anni e 9 mesi, dato inferiore alla media italiana di 40 anni e 2 mesi.

A luglio a Grosseto i richiedenti più giovani, a Massa Carrara gli importi medi richiesti più alti e a Livorno i valori immobiliari maggiori

Analizzando i dati provinciali relativi alla regione Toscana, a luglio Grosseto risulta la provincia dove i richiedenti di mutuo sono più giovani (33 anni e 4 mesi in media), mentre a Prato si registra l’età media più alta (44 anni e 8 mesi). Sul fronte della durata, i mutui più lunghi si osservano a Siena, con una media di 30 anni, mentre i più brevi si registrano a Massa Carrara (21 anni e 3 mesi). Guardando all’importo medio richiesto, Massa Carrara è in cima alla classifica regionale con 201.625 €, mentre Pistoia è la provincia dove si chiedono le somme minori, pari a 77.400 € in media. Per quanto riguarda il valore medio degli immobili, il dato più elevato si rileva a Livorno (433.600 €), mentre il valore più basso emerge a Pistoia (148.600 €).

 

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Energia rinnovabile in porto. Il futuro dello scalo passa dalla transizione ecologica

Ma il nodo dei vincoli paesaggistici e la gestione delle reti rischiano di frenare ogni sviluppo.

“Mentre il porto di Livorno cerca di ritagliarsi un ruolo da protagonista nel Mediterraneo – si legge in una nota a firma congiunta Livorno Civica e Alleanza Verdi e Sinistra – una questione strategica rimane in larga parte irrisolta: la produzione di energia rinnovabile all’interno dell’area portuale. Un tema che intreccia competitività dello scalo, criticità di sviluppo del polo industriale e necessità di abbattere le emissioni inquinanti in città.

A rimettere al centro del dibattito pubblico questa partita, dopo una serie di incontri e confronti anche con l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, sono oggi Livorno civica e Alleanza Verdi e Sinistra, che hanno deciso di sollevare la questione e spingere a soluzioni condivise per uscire dall’impasse.

Secondo studi tecnici più volte portati all’attenzione delle istituzioni dal circolo Legambiente “Luciano De Majo”, l’area portuale e le zone retroportuali potrebbero ospitare fino a 300 megawatt di impianti eolici, ai quali si aggiungerebbero ulteriori 10-15 MWp di fotovoltaico da installare su tetti e superfici oggi inutilizzate. Numeri che non sono affatto irraggiungibili, se si guarda a quanto già realizzato nei grandi scali del Nord Europa: Rotterdam ha installato 300 MW di eolico onshore, Anversa è arrivata a 370 MW con 130 pale in esercizio, Amburgo soddisfa già i due terzi del proprio fabbisogno energetico con fonti pulite. Perché Livorno dovrebbe restare indietro?

“A rendere ancora più urgente il tema – prosegue la nota – è la vicenda del cold ironing, l’elettrificazione delle banchine che consente alle navi di spegnere i motori durante la sosta, riducendo drasticamente le emissioni inquinanti. La “prima vita” del cold ironing a Livorno risale al 12 novembre 2015, quando venne inaugurata con grande pompa la banchina elettrificata alla Calata Sgarallino, alla presenza delle autorità cittadine e regionali. Un investimento che costò 3,5 milioni di euro, cofinanziato per il 60% dal Ministero dell’Ambiente e per il 20% dalla Regione Toscana. L’impianto aveva una potenza erogabile fino a 12 MW ed era il primo in Europa di tale potenza dedicato alle navi passeggeri. Eppure, quell’infrastruttura all’avanguardia non è mai stata utilizzata commercialmente. Le ragioni furono molteplici: mancavano le navi con apparati elettrici compatibili, non era stato stipulato il contratto con Enel per la fornitura di energia, e la gestione dell’impianto non era stata formalmente trasferita dall’Autorità Portuale alla società Porto 2000. La Corte dei Conti, pur riconoscendo la situazione paradossale, ha comunque escluso il danno erariale. Uno “sperpero di denaro pubblico”, come è stato definito a dieci anni di distanza, che resta un simbolo delle occasioni mancate.

La ‘seconda vita’ del cold ironing è invece finanziata con i fondi del PNRR e del Fondo Complementare, per un totale di 77,5 milioni di euro destinati all’intera Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale. Di questi, 45,5 milioni sono specificamente destinati al porto di Livorno, 16 milioni a Piombino e 16 milioni a Portoferraio. Questo nuovo progetto, molto più ampio e ambizioso, prevede la realizzazione di una sottostazione nell’area dell’ex centrale Enel del Marzocco e di tre cabine di conversione a servizio di passeggeri (crociere) e container. I lavori, affidati al Consorzio Integra a dicembre 2023, procedono speditamente e dovrebbero essere completati entro il 2026, rendendo così operativo il sistema in tutti i porti dell’Autorità. A luglio 2025 sono già stati completati tratti rilevanti di scavo e posa dei cavidotti, e il porto di Livorno risulta a livello europeo uno dei pochi ad aver installato o appaltato più della metà dei lavori.

Un’evoluzione positiva, ma che non risolve il problema alla radice: senza una reale produzione di energia rinnovabile in loco, il cold ironing rischia di restare una costosa vetrina che non risolve il problema dell’inquinamento portuale. Come ha sottolineato Legambiente, allacciarsi alla rete nazionale costa agli armatori di più che produrre energia a bordo bruciando combustibili fossili. Se invece l’energia venisse autoprodotta in porto con impianti eolici, il costo scenderebbe a circa 3 centesimi al kWh contro gli attuali circa 14 centesimi al kWh, rendendo il cold ironing non solo ecologicamente virtuoso ma anche economicamente conveniente”.

“Il principale ostacolo alla realizzazione di questi impianti ci hanno confermato da Palazzo Rosciano – continua la nota – è però di natura normativa, oltre alla necessità di ricerca fondi, che dovrebbero venire dal privato: i vincoli paesaggistici imposti dalla Soprintendenza e recepiti dal Comune di Livorno nel Piano Operativo Comunale, che hanno esteso la tutela della fascia costiera anche alle aree operative del porto. Una scelta che l’Autorità di Sistema Portuale ha immediatamente impugnato davanti al TAR di Firenze. «È un paradosso tutto italiano – commentano i referenti di Legambiente Livorno – mentre aree come la Val di Cornia vengono coperte di pannelli solari, si “protegge” il paesaggio del porto industriale. Una contraddizione che rischia di bloccare la transizione ecologica del nostro territorio». A complicare il quadro nel confronto con Autorità Portuale la preoccupazione espressa dal presidente Gariglio sul futuro dello snodo ferroviario dell’interporto, che a causa dei ritardi accumulati potrebbe essere riallocato ad altri asset, vanificando anni di progettazione e investimenti ma anche  il percorso governativo che prevede l’affidamento a un unico soggetto privato della gestione di tutte le reti elettriche nei porti nazionali, una scelta che solleva più di un interrogativo sulla tenuta di un sistema pubblico di approvvigionamento energetico”.

“Di fronte a questo scenario – prosegue la nota – Alleanza Verdi e Sinistra e Livorno Civica hanno elaborato un documento congiunto per rimettere in moto il processo. Le richieste al governo, alla Regione Toscana e alle autorità locali sono chiare: costituzione di un tavolo permanente tra Comune, Autorità di Sistema Portuale, Regione per accelerare gli iter autorizzativi degli impianti eolici e fotovoltaici in area portuale. Il tavolo potrebbe aiutare e sostenere il superamento dei vincoli paesaggistici attraverso un’intesa istituzionale che riconosca la specificità delle aree portuali e la necessità di uno sviluppo sostenibile nelle aree naturali, distinguendo tra paesaggio naturale e paesaggio industriale. Altrettanto importante è l’attrazione di investimenti privati con project financing dedicati alla produzione di energia rinnovabile, sul modello di quanto già sperimentato in altri settori, oggi a che ci risulta, assente dalla pianificazione dello sviluppo del porto. Non ultimo, l’importanza del collegamento tra transizione energetica delle aree portuali e industriali del retroporto, perché la produzione di energia pulita in porto e nelle aree limitrofe può rappresentare una risposta concreta alla necessità di sviluppo del polo logistico e industriale di Livorno, offrendo energia a costi competitivi per la produzione anche di idrogeno verde e per il rilancio industriale del territorio.

Il porto di Livorno si trova di fronte a un bivio: restare indietro rispetto agli altri scali europei, vittima di burocrazie miopi e vincoli anacronistici, o diventare un laboratorio di innovazione e sostenibilità.

La scelta è politica. Noi abbiamo scelto di stare dalla parte della transizione ecologica, del lavoro e della salute dei cittadini”.

“La partita è aperta – conclude la nota – ma il tempo, con le crisi energetiche globali e la competizione tra porti del Mediterraneo, non gioca certo a favore di chi aspetta”.

 

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Darsena Europa, sinergia tra AdSP e commissario per accellerare le opere

Una task force interna per coordinare sinergicamente le attività tecniche e amministrative con la struttura commissariale della Darsena Europa. È questo uno dei primi atti organizzativi firmati dal neo segretario generale dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, Pierpaolo Danieli. La mossa sigilla la collaborazione con il commissario straordinario dell’opera, Giancarlo Dionisi, e avvia una nuova stagione di cooperazione istituzionale per accelerare una delle infrastrutture più strategiche per la portualità toscana e nazionale.

La decisione, fortemente voluta dal presidente dell’Ente portuale Davide Gariglio, si pone come obiettivo quello di assicurare un raccordo unitario tra le esigenze funzionali dell’AdSP e quelle della Struttura commissariale in un quadro di leale collaborazione. Il nuovo Gruppo di supporto alla Piattaforma Europa, composto da diversi dirigenti di Palazzo Rosciano, svolgerà attività consultive di approfondimento ed analisi per la realizzazione dell’opera.

Il provvedimento avvia la più ampia riorganizzazione dell’Ente voluta dai vertici di Palazzo Rosciano. L’obiettivo fondamentale è garantire che l’AdSP continui ad operare al massimo delle sue funzioni di legge, tutelando sia i grandi progetti strategici sia le attività quotidiane.

“La Piattaforma Europa rappresenta il futuro economico del nostro scalo e della logistica nazionale” ha dichiarato  Danieli. “Seguendo la chiara linea strategica tracciata dal presidente Gariglio, che ha voluto fortemente questa task force, lavoreremo per attivare ogni sinergia possibile con la struttura commissariale, al fine di dare risposte rapide al cluster portuale e procedere spediti verso la realizzazione dell’opera”.

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Free party contro i data centers

Racconto di un fine settimana di mobilitazione e di caldo torrido contro il tecnofascismo

pubblicato su lundimatin#526, 30 giugno 2026

Lo scorso fine settimana in Belgio si è tenuta la prima azione di protesta festosa del movimento Code Rouge contro l’installazione dei data centers. Tra un’ondata di perquisizioni avvenuta pochi giorni prima, la canicola e i temporali, gli eventi hanno preso una piega inaspettata. Ecco un breve resoconto frammentario e fotografico sulle lezioni apprese in quel fine settimana.

Data center che spuntano come funghi

In Belgio, questo fine settimana ad Aiseau, vicino a Charleroi, ha preso il via la lotta contro i data centers. I giganti della tecnologia hanno scelto il Belgio come una terra privilegiata per installare i loro data centers. Google, ad esempio, negli ultimi vent’anni ha investito miliardi in data centers nei dintorni di Charleroi, cinque miliardi solo per i prossimi due anni (2026-2027). In un raggio di 40 km, in Vallonia, l’azienda ne conta otto: cinque attualmente attivi, due in costruzione e uno per il quale è stato appena acquistato il terreno. Se la gente vallona è nota per essere cordiale e accogliente verso chiunque, il governo di questa regione riserva invece la propria ospitalità alle grandi aziende che vengono a devastare i suoi territori, ad accaparrarsi le sue risorse, il tutto ovviamente alla ricerca di una qualche possibilità di evasione fiscale. Questo fine settimana un’azione di Code Rouge, in collaborazione con attivisti locali, aveva deciso di occupare un sito in costruzione destinato a un data center di Google. Non è però il resoconto di questa azione che verrà proposto qui, ma solo alcune note significative sulla riconfigurazione delle condizioni di lotta, sulle mutevoli condizioni della guerra in corso per coloro che intendono ancora, nonostante tutto, opporsi all’Impero.

Forse è utile, prima di queste note, spendere qualche parola sui data centers. Potremmo raccogliere statistiche («i data center rappresentano già il 4% del consumo energetico belga, si prevede che raggiungano almeno il 10% nel 2035», ecc.) che ci danno ragione e mettere insieme sufficienti argomenti per invocare l’urgenza di distruggere queste infrastrutture. Questo lavoro di base, consistente nel condividere ciò che per molti è ovvio, per quanto possa essere tedioso, è importante e necessario (soprattutto quando la costruzione dei data centers avviene in un clima di voluta opacità): non tanto per attirare il sostegno dei media (anche se non possiamo permetterci di esentarci dal fetido gioco mediatico) quanto per stringere preziose alleanze che fondano una comunità di lotta. Qui ci risparmieremo questo lavoro, condividendo semplicemente il discorso della Fronde Liégeoise Anti-Militariste (FLAM), uno dei tre discorsi pronunciati all’inizio dell’azione in un accampamento militante allestito ai margini di una cascata: [leggi tutto…]

Cos’è un data center se non l’infrastruttura del disastro per eccellenza? Che cos’è un data center se non l’ultima infrastruttura strategica del capitalismo per garantire il proprio rinnovamento al prezzo di sacrificare più che mai il vivente? Come molti già sanno, l’insediamento dei data center – grandi magazzini che archiviano i dati digitali – si basa su una logica predatoria a ben quattro livelli:

  • predazione della terra, e in particolare dei terreni coltivabili che potremmo utilizzare per nutrirci.
  • predazione delle terre rare, dei minerali necessari per i server dei data centers e, più in generale, per tutte le tecnologie digitali – terre rare di cui l’Europa dispone in quantità molto limitate e che deve procurarsi altrove, in particolare nei paesi del Sud. La digitalizzazione del mondo, la costruzione dei data centers, tutto ciò si basa su una logica neocoloniale e su processi imperialisti di una violenza inaudita. Per comprendere il genocidio in corso in Congo, forse non occorre andare molto oltre. Le tasche in cui infiliamo i nostri smartphone sono macchiate del sangue dei congolesi, proprio come le nostre dita e le nostre voci, rese ottuse quando rivolgono domande a un’intelligenza artificiale.
  • Sfruttamento predatorio dell’acqua per il raffreddamento dei server, in un momento in cui l’acqua sta per diventare un bene raro.
  • Sfruttamento colossale dell’energia… una richiesta a un’intelligenza artificiale comporta un consumo energetico dieci volte superiore a quello di una semplice interrogazione di un motore di ricerca.

Questa logica predatoria è tanto più acuta e letale in quanto i sostenitori dell’Economia costruiscono sempre più data centers e data centers sempre più grandi. Basterebbe la sola dimensione palesemente ecocida e neocoloniale di queste infrastrutture a giustificare la nostra urgenza di impedire con ogni mezzo possibile e inimmaginabile qualsiasi costruzione di data centers. Ma, in quanto collettivo antimilitarista, noi della FLAM vorremmo insistere anche su un’altra dimensione dei data centers. Vorremmo considerarli come infrastrutture chiave non solo della visione societaria promossa da ciò che oggi viene definito “tecnofascismo”, ma anche come infrastrutture chiave delle guerre imperialiste in corso e a venire.

Per cogliere innanzitutto la portata dell’orrore tecnofascista, occorre immergersi nel manifesto pubblicato lo scorso 18 aprile da Palantir: un testo in cui l’azienda presenta chiaramente le sue posizioni suprematiste proclamando, ad esempio, che «alcune culture hanno permesso progressi essenziali; altre rimangono disfunzionali […] si sono rivelate mediocri, se non addirittura regressive e nefaste».

Questa azienda ha appena aperto un ufficio a Bruxelles per stipulare contratti con il Belgio. Palantir fornisce software per favorire il mantenimento dell’ordine autoritario; Palantir ha collaborato al genocidio a Gaza; Palantir è stata inoltre utilizzata come supporto per le retate delle milizie fasciste di Trump; Palantir ha un presidente apertamente maschilista, filosionista e neofascista. Ma il potere funesto di Palantir dipende strettamente dai data centers. Il manifesto di Palantir costituisce infatti «un cambiamento radicale di regime, in cui lo Stato deve essere messo a disposizione di un gruppo capitalista». I nostri cosiddetti “rappresentanti”, i nostri “democraticamente eletti”, intendono vendere se stessi e noi ad attori che manifestano chiaramente le loro ambizioni autoritarie e genocidarie!

Il progetto tecnofascista mira così ad assicurare il controllo autoritario delle popolazioni non solo diffondendo tecnologie di sorveglianza basate sull’intelligenza artificiale praticamente ovunque nello spazio pubblico, ma anche infiltrando il digitale e l’intelligenza artificiale in ogni angolo della nostra vita quotidiana per conoscere meglio, e quindi controllare meglio, i sudditi del potere. Occorre sottolineare la dinamica totalitaria del progetto tecnofascista, per non parlare dell’impatto deleterio di queste tecnologie sulla nostra salute mentale.

Per quanto riguarda le guerre imperialiste, assistiamo oggi alla sperimentazione di nuove forme di guerra, in cui i robot solcano i campi di battaglia, i droni minacciano dai cieli e numerose armi sono dotate di intelligenza artificiale, ovvero di un’intelligenza che si misura in base alla sua capacità letale. E il governo belga vorrebbe investire un miliardo di euro entro il 2030 per costruire data centers riservati esclusivamente all’esercito. Va da sé che gli investimenti sempre più massicci a favore del complesso militare-industriale avvengono a scapito di altri settori: il nostro antimilitarismo deve essere collegato all’attuale sciopero del settore istruzione e a qualsiasi altro sciopero selvaggio che intenda attaccare il neoliberismo autoritario.

Per concludere, vorremmo aggiungere un punto. L’orizzonte che si profila davanti a noi, con le guerre, il tecnofascismo, il degrado delle condizioni di vita sulla Terra, può sembrare opprimente e ineluttabile. Ma bisogna ricordare che possiamo sabotare questo orizzonte, modificarne i connotati. Perché le guerre, il tecnofascismo, l’ecocidio, tutto questo si fabbrica a casa nostra, come qui con il data center di Aiseau. È importante quindi radicare la lotta, creare collettivi che vogliano riappropriarsi del proprio territorio. Non possiamo invocare la liberazione della Palestina o del Congo senza liberare i nostri territori dalla macchina da guerra imperialista.

Con la FLAM abbiamo quindi deciso di condurre una guerra contro la guerra che si sta preparando a Liegi e di lanciare la campagna Disarmiamo Liegi. Perché a Liegi c’è un numero impressionante di aziende del settore degli armamenti. Iniziamo questa campagna ora, prendendo di mira Thalès, una delle peggiori aziende del complesso militare-industriale. Thalès ha siti produttivi e numerosi collaboratori di vario genere a Liegi; ha inoltre una partnership con l’Università di Liegi per dotare i razzi di intelligenza artificiale. Due settimane fa, con un blocco determinato, abbiamo impedito al commissario europeo alla Difesa, Andrus Kubilius, di recarsi presso la sede di Thalès e della FN Herstal per firmare dei contratti!

Ovunque ci troviamo, dobbiamo indagare intorno a noi per portare alla luce tutti gli anelli di questo complesso militare-industriale e del tecnofascismo, costituire collettivi di lotta e trovare il modo di agire efficacemente insieme per disarmare i nostri territori e riappropriarcene.

Per tutti questi neofascisti e altri mercanti di morte che hanno deciso di diffondere l’inferno sulla terra vogliamo che, a loro volta, la loro vita diventi un inferno. Questo contrattacco è necessario per poter vivere tutti quei bei momenti collettivi di gioia, di senso ritrovato e di solidarietà, come quello che stiamo vivendo oggi, come ogni volta che ci riuniamo per dare vita a un altro mondo e attaccare il mondo del nemico. Fanculo l’imperialismo e le sue guerre, abbasso il tecnofascismo, Free Palestine, Free Congo, e viva le lotte di liberazione!

Siamo quelle stelle che nel caos…

L’organizzazione di questa azione Code Rouge è stata più che perturbata. Il fatto che abbia avuto luogo non è tanto un miracolo quanto il risultato di una grande determinazione che ha dato vita ad alcuni momenti di grazia.

Due settimane prima di questa azione, che invitava a un’occupazione festosa contro il tecnofascismo, un’ondata di perquisizioni ha colpito Code Rouge in tutto il Belgio: 19 persone perquisite, 6 deferite al giudice istruttore, 2 poste sotto sorveglianza elettronica. Questa ondata è stato il risultato di un coordinamento tra diverse forze di polizia a livello nazionale e ha fatto seguito a un’azione di massa che lo scorso anno aveva preso di mira la Cargill (la più grande azienda agroalimentare del mondo, famigerato colosso americano così potente da plasmare a suo volere le politiche agricole), causando diversi milioni di euro di danni al sito attraverso energici atti di smantellamento. A questa repressione, che mirava anche a destabilizzare Code Rouge prima della sua prossima azione, si è aggiunta l’ondata di caldo. Come affrontare un’azione di massa, un certo conflitto con il braccio armato dello Stato capitalista, come mantenere un’occupazione festosa, magari per diversi giorni, sotto la pressione della polizia e con temperature che possono raggiungere e superare i 40°? I giovani della generazione X verranno a fare un’azione del genere con 40°? Che si tratti di logistica, di assistenza, delle possibilità fisiche di portare avanti questa o quella azione, si sono posti – e continueranno a porsi negli anni a venire – molti problemi un po’ nuovi. Bisogna rifletterci fin da ora, non per allarmare sul cambiamento climatico, ma per prepararci a lottare quando «davanti a noi il Diluvio!». Uno degli effetti concreti dell’ecocidio in corso, il riscaldamento globale, è quindi venuto a sconvolgere ciò che da diversi anni cerca con ogni mezzo di porre un freno d’emergenza a questa catastrofe. Code Rouge (Codice Rosso) pare proprio un nome azzeccato.

L’azione deve tenere conto di questo contesto e, partendo da lì, dotarsi di obiettivi politici comunque pertinenti, anche se l’antagonismo non potrà essere così intenso come nelle ultime edizioni di Code Rouge: 1. sensibilizzare il territorio sulla nocività dell’infrastruttura e consolidare le prime alleanze; 2. volgere il turbamento a nostro vantaggio trasformandolo in uno slancio di gioia.

Dunque, allestiamo un accampamento di protesta a pochi chilometri dal sito, in riva alla cascata, bloccando il ponte attraverso il quale la polizia, visibile a poche centinaia di metri di distanza, potrebbe tentare di irrompere. Fa un caldo torrido, la pelle è umida e il sudore imperla il corpo; gli interventi al microfono ci ridanno vigore, poi ci prendiamo il tempo di rinfrescarci nella cascata. All’inizio della serata smontiamo l’accampamento e diamo il via a una marcia rumorosa e musicale in direzione del sito, attraversando il villaggio, mentre la polizia è all’erta.

Ma all’avvicinarci al luogo della manifestazione, che si trova in riva alla Sambre, deviamo e costeggiamo il corso d’acqua, attraversiamo un ponte per raggiungere l’altra sponda e risaliamo in senso inverso il fiume, sulla cui superficie si spengono gli ultimi riflessi del giorno. Lungo il percorso, una struttura metallica su ruote, equipaggiata con un potente impianto audio, sbuca da una strada perpendicolare per unirsi a noi. Il bolide pompa musica a palla e prende la testa del corteo lungo l’alzaia; i fumogeni avvolgono il corteo di rosso, di nero e di fiamme, e si balla. Ci riversiamo su un’enorme lastra di cemento, appena ridipinta, proprio di fronte al data center. Proiezioni luminose decorano un traliccio elettrico, sul fianco di una collina boscosa, mentre sulla riva del data center vengono proiettate queste poche lettere giganti: «FUCK GAFAM». Intorno all’impianto audio prende forma un villaggio in festa: giradischi per accogliere i nostri DJ ospiti, uno stand RDR, un tavolo per il cibo in arrivo.

Fa caldo, molto caldo: è l’inizio della festa e delle tradizionali chiacchierate notturne, ma all’orizzonte alcuni lampi e grosse nuvole che sembrano avvicinarsi a grandi passi lasciano intuire che tra poco avremo un po’ di refrigerio. Prima si scatena un vento violento, che mette a rischio i gazebo facendoli quasi volare via, poi un acquazzone che, unito al vento impetuoso, ci colpisce come una grandinata. L’impianto audio sputa coraggiosamente e si continua a ballare, fradici, mentre il cielo si squarcia in lungo e in largo: lampi regolari, di dimensioni e geometria notevoli, di un colore a volte sorprendente che tende all’arancione, illuminano la pista da ballo e il data center. Fermo immagine (sublime): ci sono chiaramente due mondi nemici che si fronteggiano, quello dei data centers e quello della dance floor, e se la guerra non è potuta scoppiare in questo fine settimana, se il suo potenziale resta latente, dal rovescio in cui ci troviamo il cielo scatenato ci ricorda la violenza: quella di cui i data centers sono i vettori tecnologici, quella che in un certo senso non potremo fare a meno di rivendicare per smantellare queste infrastrutture e tutti coloro che le difendono.

Si balla quindi, per un po’, tra venti e violenti acquazzoni, sotto lampi mozzafiato, free party. Curiosamente, si sentono diverse persone citare il film Sirat come se fossimo una sua nuova scena. Un mondo strano e spesso denigrato, o non apprezzato nel suo giusto valore, quello del free party. Persino tra i rivoluzionari a volte si fatica a riconoscere la politica di cui il free party è portatore: ci si dice che l’energia della festa sarebbe meglio spesa altrove, si prova in fondo un po’ di disprezzo per tutti quei corpi strani che si muovono di notte, occupano luoghi in totale illegalità, si dedicano a rituali inconsueti. Eppure bisogna aver visto, come questo fine settimana (ma anche durante altre azioni politiche infuocate, quest’anno, in Belgio), l’ingegnosità collettiva e gli atti coraggiosi per cercare di innestare in vari modi la festa nell’azione politica, per tenere viva la festa in tempi proto-apocalittici, per offrire uno spazio-tempo di sfogo così gioioso in tempi così cupi.

Non c’è da stupirsi nel vedere come la free sia una vera ossessione per i politici reazionari: incarna infatti una sorta di bug nella gestione normativa del tempo, dello spazio, dei corpi. E più che mai, di fronte a un data center, la presenza della free preannuncia una politica futura: la politica del bug. Quella in cui si cerca di ostacolare la digitalizzazione del mondo attaccandone l’esoscheletro, in cui ci si arrangia nelle intemperie per far vivere momentaneamente una collettività, in cui si improvvisano le proprie tecnologie che da una parte abbelliscono la festa e dall’altra contrattaccano (fasci luminosi sufficientemente potenti possono servire a decorare il luogo della festa ma anche a disturbare il funzionamento dei droni…), in cui la collettività festante sa che la polizia è una minaccia alla quale bisogna saper far fronte, in cui si sperimenta lo sconvolgimento delle normatività del potere. Non ignoriamo i lati oscuri della festa, gli abissi che può aprire sotto i nostri piedi, i circoli viziosi in cui può trascinare le nostre menti allontanandole dall’organizzazione politica. Ma esiste eccome un’organizzazione del tutto politica del party, lontana dai centri culturali alternativi per cool kid, e crediamo fermamente che questa politica della festa sia una componente essenziale di una politica rivoluzionaria.

A un certo punto la pioggia diventa troppo forte, i fulmini troppo minacciosi, bisogna spegnere la corrente e la musica. Il tempo si sospende, l’atmosfera è lunare, piove forte, non si sa più se fa caldo o freddo, se è il caso di andarsene o restare, se si è in preda alla stanchezza o all’estasi. In quel momento arrivano altri festaioli, scoprono una festa messa in pausa dal violento temporale: è il gioco. Poi la pioggia smette, il suono riprende, i fuochi d’artificio esplodono nel cielo, i vari tavoli vengono rimontati e si ricomincia da capo, per tutta la notte. L’estasi ha la meglio sulla stanchezza e si scatena. La polizia, fino all’alba, svolgerà il suo compito: tentare di schedare, infastidire, reprimere, stroncare gli slanci vitali di ribellione, rendersi sempre più odiosa.

In pista

La repressione colpisce, il tempo impazzisce, ma noi non ci arrendiamo. Regoliamo l’offensiva e la ripensiamo in base al contesto, stringiamo alleanze, trasformiamo la festa in una forza, ci concediamo il tempo di una gioia condivisa in attesa del momento in cui bisogna colpire. C’è da temere o da gioire, a seconda della parte che si occupa nella linea del fronte, nel vedere la crescente determinazione a disarmare con ogni mezzo i data centers.

Questo è un invito a unirsi presto alla danza.

L'articolo Free party contro i data centers proviene da Rivista Malamente.

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Interviste: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026).

La guerra per l’attenzione è una guerra totale
Intervista di Catherine Marin a Yves Marry e Florent Souillot, “Reporterre”, www.reporterre.net

La «guerra per l’attenzione» ci fa passare il nostro tempo davanti agli schermi, scrivono Yves Marry e Florent Souillot. E i GAFAM si arricchiscono. Di fronte a questa “influenza emotiva”, gli autori promuovono spazi di disconnessione.

Yves Marry è stato dipendente di una ONG prima di diventare dirigente dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), che ha co-fondato nel 2018 con Florent Souillot, responsabile del digitale presso le edizioni Gallimard-Flammarion. Hanno scritto insieme La guerra per l’attenzione. Come non perderla, (Edizioni Malamente, 2026; ed. originale: L’échappée, 2022). L’associazione Lève les yeux! e il suo Collettivo per la riconquista dell’attenzione intervengono in particolare nelle scuole, dalla materna alle superiori, per sensibilizzare bambini, ragazzi e genitori sui pericoli sanitari e psichici dell’abuso degli schermi e promuovere momenti di disconnessione.

Reporterre: Con La guerra per l’attenzione avete scritto un libro contro l’espansione incontrollata del digitale in tutti gli ambiti della vita sociale. Da quale esperienza ha tratto ispirazione la vostra analisi?

Yves Marry: Il primo shock emotivo l’ho avuto in Birmania. Lavoravo lì tra il 2014 e il 2018, quando il paese è stato coperto dalla rete 4G. Improvvisamente ho visto tutti i birmani, persone solitamente molto dignitose e rette, chinare il capo per immergersi nei loro smartphone, catturati dalle applicazioni digitali. La straordinaria animazione che fino ad allora riempiva ogni pomeriggio le strade di Yangon, con persone che suonavano la chitarra, altre che chiacchieravano, è svanita molto rapidamente. Le persone non parlavano più tra loro! È stato un vero shock e una grande tristezza… Ho visto l’alienazione stringersi molto rapidamente su menti che ammiravo per la loro maturità e la loro capacità di attenzione sostenuta grazie alla pratica della meditazione buddista. Una vera e propria colonizzazione dell’immaginario, come direbbe Serge Latouche. [leggi tutto…]

E poi, viaggiando molto tra il 2014 e il 2017, dal Sud-Est asiatico al Sud America, passando per la Russia, ho potuto constatarlo ovunque: in pochissimo tempo, il mondo intero aveva abbassato la testa!

Florent Souillot: Per me, il fattore scatenante è stato duplice: in primo luogo, è stato condividere con Yves questa sensazione di invasione degli schermi in tutte le relazioni sociali e amicali, un’invasione che ci stava facendo perdere qualcosa. Da qui la creazione dell’associazione Lève les yeux! nel 2018, poi del collettivo.

Inoltre, lavorando nell’editoria come responsabile digitale, al servizio quindi di questo formidabile strumento di sviluppo dell’attenzione che è il libro, mi occupo costantemente della questione dell’equilibrio tra carta e digitale.

Scrivete che questa cattura dell’attenzione è la manifestazione di un nuovo “capitalismo dell’attenzione”. Cosa intende dire con questo?

Yves Marry: Il capitalismo vede i suoi profitti minacciati dalla rarefazione delle risorse naturali: è grazie allo sfruttamento di queste risorse, come l’acqua, il petrolio, ecc., che è stato possibile accumulare profitti giganteschi. Con lo sviluppo tecnico digitale è apparsa una nuova risorsa: l’attenzione umana. Catturando questa risorsa è possibile vendere pubblicità mirata, raccogliere dati personali da rivendere, ecc. È ciò che chiamiamo «capitalismo dell’attenzione», espressione utilizzata per la prima volta da Yves Citton nel 2014.

In che modo l’uso del digitale da parte del capitalismo vi sembra così problematico?

Yves Marry: Il digitale sta determinando un’evoluzione di ordine antropologico nella nostra capacità di prestare attenzione a ciò che conta. Prendiamo ad esempio il caso dei minori di 18 anni. Circa il 90% dei contenuti che guardano su Internet sono pagine di social network, video, videogiochi e serie a volte molto violente, come GTA e Call of Duty, o pornografia. Se i ragazzi sono attratti da questo tipo di contenuti, è innanzitutto perché i progettisti di servizi digitali si rivolgono in primo luogo alle loro emozioni, suscitando paura ed eccitazione per rafforzare il loro potere di attrazione.

Questa immersione nel digitale fin dalla più tenera età ha gravi effetti sul loro sviluppo (ritardi linguistici o cognitivi) e, quindi, su scala sociale, conseguenze di ordine antropologico. Cattura l’attenzione, la disposizione a comprendere il mondo, a favore dell’“intrattenimento” e della dipendenza consumistica.

Nel vostro libro descrivete in dettaglio i danni subìti da bambini e ragazzi sovraesposti agli schermi (fino a 14 ore al giorno) da quando la scuola non è più un luogo protetto: disturbi del sonno, obesità, miopia, disturbi autistici, ecc. Il quadro che dipingete è terribile!

Yves Marry: Sì, a noi fa paura. Gli schermi hanno dimostrato la loro nocività per i bambini, dal punto di vista sanitario e cognitivo. Alcuni studi scientifici citati da M. Desmurget in Il cretino digitale (Rizzoli, 2020) hanno persino dimostrato che, sovraccaricando i loro riflessi, gli schermi hanno effetti deleteri sullo sviluppo della corteccia prefrontale, la zona del cervello che permette di proiettarsi nel tempo e di costruire progetti.

Al contrario, nessuno studio ha ancora dimostrato il loro interesse pedagogico. Gli schermi connessi hanno un costo economico ed ecologico enorme, ma lo Stato continua ostinatamente a voler dotare tutti i bambini francesi di tablet per l’apprendimento. È davvero incredibile.

L’influenza emotiva vale anche per gli adulti?

Florent Souillot: Assolutamente sì. Guardate come siamo costantemente spinti su Internet a valutare i servizi o le prestazioni ricevute, a mettere “mi piace” o meno, a dare la nostra opinione, preferibilmente negativa perché un’opinione negativa sarà più condivisa di una positiva. Anche sui siti di incontri, non si tratta di riconoscere l’altro, ma di “valutarlo”.

Gli effetti di questa influenza si vedono anche in ambito politico. I social network hanno sicuramente svolto un ruolo importante nella costituzione dei recenti movimenti sociali, dalla Primavera araba ai Gilet gialli.  Ma il loro contributo è ambivalente, perché impongono una logica di flusso permanente. Tutto è fatto in modo che la parola sia rapida, tagliente, persino violenta, se non altro per il numero massimo di parole consentite in un tweet. E subito una lotta ne sostituisce un’altra: siamo sovrainformati, sovramobilitati da innumerevoli petizioni online… ma senza essere coinvolti in azioni che obbediscano alla logica dell’impegno collettivo basato sul dibattito e sulla concertazione. I presunti vantaggi per le mobilitazioni sono un’illusione. Fuori dal bozzolo digitale, la realtà sfugge.

Nel vostro libro si ha la sensazione che questa «guerra per l’attenzione» sia al centro di una battaglia culturale tra la civiltà digitale, con il suo immaginario di continua crescita e transumanista, e una civiltà ecologica in divenire.

Yves Marry: Sì, ci sembra che questa sarà la questione centrale dei prossimi anni. Vediamo chiaramente le gravi crisi ecologiche che ci attendono, con la rarefazione delle risorse, ecc. Di fronte a questa realtà, il discorso dominante, fortemente diffuso dai media, è tecnosoluzionista e rimanda effettivamente al sogno di un superuomo, di un uomo-macchina potenziato da chip, protesi, schermi, che rassicura, credo, molti esseri umani. Ma ricordiamoci che i propagatori di questo sogno, i miliardari della Silicon Valley, mandano i propri figli nelle scuole Waldorf, istituti costosissimi dove i bambini non hanno schermi prima dei 14 anni, giocano tra gli alberi e sono circondati da molte persone, umane, che si prendono cura di loro…

La propaganda però è forte. Il mito della «crescita verde», con le sue «energie pulite» e le sue «città intelligenti», è lì per alimentare la speranza che saremo in grado di mantenere i nostri livelli di vita e persino di continuare a crescere raggiungendo la neutralità carbonica. Un’enorme farsa, ma che permette ai grandi interessi economici di perpetuarsi, con la convergenza delle lobby del nucleare, delle auto elettriche, delle reti elettriche, ecc.

È quindi necessario opporre a tutto questo una visione di riconciliazione con il vivente capace di entusiasmare. Si tratta di un’aspirazione che, del resto, è profonda nell’essere umano. Dai sondaggi pare che questa utopia ecologista di sobrietà e legame con la natura sia preferita dalla maggioranza delle persone rispetto all’utopia tecnofila.

Florent Souillot: Di fronte a questo tecnosoluzionismo e alle sue mistificazioni, vorrei ricordare che la decrescita è anche una battaglia culturale da combattere: come vivere in modo diverso il rapporto con se stessi, con il vivente, per considerare con più calma il rapporto con una necessaria sobrietà? A questo proposito, insistiamo molto sul fatto che la questione della disconnessione è fondamentale: l’interiorità deve poter essere preservata.

Ciò è tanto più necessario in quanto questa «guerra per l’attenzione» di cui parliamo è una guerra particolare: non è immediatamente visibile. Eppure è una guerra totale: riguarda tutti, ovunque, in tutti i settori dell’esistenza (dall’istruzione alle relazioni amorose, passando per il lavoro) e tutte le classi sociali, soprattutto le più povere. Crea dei “signori della guerra”, i GAFAM, che registrano profitti astronomici, e molte vittime.

Tuttavia, non c’è un dibattito democratico su tali questioni: in che modo il digitale è utile? Dove ne abbiamo bisogno? In che misura? Noi pensiamo invece che questo dibattito debba aver luogo, che sia finalmente giunto il momento che abbia luogo. La nostra speranza è che sia portato avanti dagli ecologisti, dai movimenti per il clima e dai rappresentanti politici, in relazione alle questioni della transizione ecologica e della decrescita. Una ricca tradizione di ecologia politica ci invita a farlo: da Bernard Charbonneau a Jacques Ellul, Ivan Illich, Murray Bookchin… Sì, questa è la speranza del libro: che il concetto di «disconnessione» serva a riconquistare l’attenzione a beneficio di tutti gli esseri viventi.

Quali misure potrebbe proporre l’ecologia politica per favorire questa controcultura dell’attenzione?

Yves Marry: Mi sembra che una delle idee principali potrebbe essere quella di moltiplicare i rifugi di disconnessione nelle città, con una politica urbana che favorisca i luoghi senza schermi, come i giardini collettivi, liberi le strade dagli schermi pubblicitari, ecc. Bisognerebbe anche preservare le scuole elementari dagli schermi e promuovere una politica di prevenzione rivolta a genitori e bambini molto più ambiziosa di quella attuale: niente schermi prima dei 5 anni, come raccomandato dall’OMS, niente smartphone prima dei 15 anni, ecc. E sviluppare un diritto alla protezione dell’attenzione.

Florent Souillot: In inglese, “fare attenzione” si dice “to pay attention”: rende bene l’idea che l’attenzione ha un prezzo. Purtroppo, la lingua francese è più ambivalente (si “presta” attenzione), e quindi spesso si ha l’idea che l’attenzione sia qualcosa che si percepisce, ma che non ha valore. Questa questione semantica è interessante, perché ci porta a interrogarci sul prezzo reale della nostra attenzione, sul fatto che oggi siamo un bersaglio, che siamo trasformati in oggetti, ma che abbiamo anche le chiavi per reagire!

La decrescita, con i suoi luoghi che favoriscono la disconnessione, non appare più solo come una gestione misurata delle risorse naturali, ma come un nuovo orizzonte di realizzazione personale. Quindi proteggere l’attenzione significa anche questo: percepire il nostro valore, il valore della nostra attenzione, e difenderlo.

L’attenzione è la nuova risorsa rara da proteggere
Intervista di Édouard Laugier a Yves Marry e Florent Souillot, “Le nuovel economiste”, www.lenouveleconomiste.fr

È in corso una guerra per conquistare la nostra attenzione. E noi la stiamo perdendo, sostengono Yves Marry e Florent Souillot. I due autori, fondatori dell’associazione Lève les yeux! (Alza gli occhi!), mettono in guardia dai numerosi danni causati dal digitale, che ci fa trascorrere la maggior parte del nostro tempo davanti a uno schermo. Obesità o disturbi del sonno nei più giovani, isolamento e perdita dei legami sociali, dittatura delle emozioni e isterizzazione del dibattito pubblico e, naturalmente, catastrofe ecologica.

Yves Marry e Florent Souillot mostrano come il nostro tempo cerebrale disponibile sia diventato il nuovo oro grigio delle multinazionali digitali. Propongono quindi soluzioni politiche concrete per riconquistare collettivamente la nostra attenzione. Una di queste è un’azione piuttosto semplice: disconnettersi. Trascorrere una serata o un fine settimana senza smartphone… bastava solo pensarci. Non è poi così stupido, e infatti perfino alcune aziende stanno iniziando a imporre ai propri dipendenti dei periodi di disconnessione. Allora, quando vedremo l’avvertenza: «l’uso eccessivo degli schermi nuoce gravemente alla salute»?

Édouard Laugier: Gli schermi sono ovunque. In media sette schermi per famiglia. I tempi di utilizzo sono impressionanti: 10 ore per gli adulti e fino a 13 ore e mezza per i giovani tra i 16 e i 24 anni! A leggere il vostro libro, gli usi principali riguardano soprattutto l’intrattenimento. Le coppie diventano mute, i genitori assenti. Come siamo arrivati a questo punto?

Florent Souillot: L’arrivo massiccio degli smartphone negli ultimi dieci anni e poi la crisi sanitaria sono stati fattori di accelerazione nell’aumento massiccio del tempo trascorso davanti allo schermo. E questo è solo l’inizio, ci attende l’imminente esplosione del numero di oggetti connessi promessa dalle industrie digitali. Se Internet prometteva trasparenza e condivisione, gli ultimi anni hanno visto trionfare la mercificazione e il controllo, con logiche ormai difficili da comprendere per i cittadini e servizi basati su algoritmi controllati solo da pochi grandi attori egemonici. Siamo passati dall’era dei baroni del petrolio e della predazione delle risorse naturali a una nuova fase del capitalismo in cui è il nostro cervello a essere preso di mira e sfruttato senza regole: il capitalismo dell’attenzione.

È un’epoca caratterizzata dall’estrema concentrazione della ricchezza mondiale e del potere nelle mani di poche aziende, i famosi GAFAM, che mantengono la loro redditività tecnologica grazie ai dati raccolti, al tempo trascorso davanti allo schermo e al coinvolgimento degli utenti.

Quali sono i principali danni di questa dipendenza generalizzata?

Yves Marry: Sono molteplici! Quasi ogni settimana, un nuovo studio dimostra le drammatiche conseguenze della nostra sovraesposizione agli schermi… Per riassumere, riteniamo che ci sia un’urgenza nei confronti dei più giovani, che sono i più vulnerabili: ritardi nel linguaggio, calo della concentrazione, della memoria, dell’intelligenza, del sonno, aumento dell’obesità, dell’aggressività, del malessere. La loro salute fisica e mentale è realmente e fortemente compromessa, non si può più negarlo.

Inoltre, più in generale, c’è l’isolamento in quello che Alain Damasio chiama il «bozzolo tecnologico», un calo dell’empatia, un aumento del narcisismo, una difficoltà ad ascoltare l’altro, a mobilitare la razionalità piuttosto che l’emozione, e quindi un’isterizzazione del dibattito pubblico che rappresenta una seria minaccia per le nostre democrazie.

Infine, pensiamo che questa era del “tutto digitale” sia una catastrofe ecologica: estrazione di terre rare, uso massiccio e crescente di elettricità, raffreddamento dei centri dati, riciclaggio inadeguato… Il costo energetico è enorme, come hanno dimostrato moltissimi studi.

Eppure gli schermi ci facilitano la vita, ci rendono più autonomi…

Yves Marry: Bisognerebbe chiedere al 40% delle persone che non riescono più ad accedere ai propri diritti – essenzialmente a causa della “dematerializzazione” – se sono d’accordo… E allo stesso modo a tutti coloro che non possono più fare a meno del proprio smartphone per cose semplici come orientarsi, discutere, scambiare opinioni, contemplare un paesaggio. Siamo diventati dipendenti da questi strumenti in misura preoccupante.

Senza dubbio è necessario mettersi d’accordo sul termine autonomia. Per essere autonomi, è necessaria una distanza critica, che risiede nella corteccia prefrontale, e che si va esaurendo nell’era dello zapping permanente, quando l’attenzione “riflessiva” prende il sopravvento sull’attenzione profonda. La tecnologia digitale ci offre dei servizi, accelera i processi e, in alcuni casi, può aumentare l’efficienza delle procedure. Una piccola parte di noi, spesso i più integrati socialmente, è agile e abile con i propri schermi, il che dà un’illusione di fluidità e facilità. Ma, fondamentalmente, rendendoci sempre più dipendenti da strumenti che non comprendiamo, rinchiudendoci in un comfort astratto, i nostri schermi ci fanno perdere la nostra forza vitale (tatto, vista, olfatto, senso dell’orientamento, empatia, ecc.): portano all’alienazione, che è l’opposto dell’autonomia.

Il vostro libro mette in luce una guerra per conquistare l’attenzione, il «nuovo oro grigio», ovvero la disponibilità del nostro cervello. Scrivete che «l’estrazione dell’attenzione è diventata la pietra angolare dello sviluppo dei GAFAM». In che modo queste multinazionali ci rendono dipendenti?

Florent Souillot: La captologia (nuova scienza il cui nome deriva da “computers as persuasive technology”) mette in atto i metodi di manipolazione offerti dalla tecnologia. Ponendola al centro della loro strategia industriale, i GAFAM e i loro satelliti impiegano team composti da ricercatori in scienze cognitive e sviluppatori il cui obiettivo è quello di progettare servizi in grado di colpire i punti deboli del nostro cervello (i “bias cognitivi”) stimolando o inibendo i nostri diversi regimi di attenzione. La sfida è quella di rendere questi servizi indispensabili e abituali, anche a costo di creare bisogni dal nulla.

Le tecniche possono essere piuttosto grossolane, ma il più delle volte sono nascoste (si parla allora di dark patterns). Si pensi allo scroll infinito sorretto da ricompense casuali su Facebook e Instagram, alla gratificazione sociale costante sui social network, ai cicli di feedback sempre più rapidi, ecc. Tutti questi esempi fanno parte dello stesso sforzo per attirare l’utente e fidelizzarlo nel tempo, garantendo enormi profitti tecnologici.

Dati, velocità, potenza di calcolo: i captologi fanno di tutto per aumentare il nostro tempo davanti allo schermo, il nostro coinvolgimento, per raccogliere i nostri dati e prevedere i nostri comportamenti. E dal momento in cui agiamo su queste piattaforme, collaboriamo a questo sistema. In concreto, ciò significa che alcune delle aziende più ricche del pianeta possono ora, grazie alla captologia, influenzare in tempo reale le azioni di miliardi di esseri umani.

L’economia dell’attenzione è il motore del capitalismo digitale. Tuttavia, stiamo assistendo a una ripresa del controllo politico. Sembra che si stia delineando un percorso verso una prospettiva più responsabile. Si tratta di una svolta o di un miraggio?

Florent Souillot: Una svolta è in atto, ma è ancora troppo timida. Da un lato, infatti, c’è la presa di coscienza ecologica, con la constatazione condivisa della finitezza delle nostre risorse e dei rischi di perpetuare un modello di crescita mortale per il nostro pianeta e per gli esseri umani. D’altra parte, c’è una presa di coscienza da parte dei regolatori, degli insegnanti, dei genitori e dei cittadini: non passa giorno senza che nuove testimonianze e studi informino sui danni causati dagli schermi. Ciò che manca ora sono azioni politiche forti volte alla disconnessione e alla regolamentazione.

È necessario proteggere i più esposti, i più giovani e i più vulnerabili. Bisogna proteggere la scuola, che non deve diventare la testa di ponte della digitalizzazione, ma restare uno spazio preservato dalla mercificazione del mondo, in grado di formare cittadini informati e attivi. Bisogna smettere di correre avanti nella digitalizzazione dei servizi pubblici e lasciare la scelta ai cittadini. Bisogna rafforzare il diritto alla disconnessione dei lavoratori, delle famiglie, degli insegnanti. Ne va delle nostre libertà e dei nostri figli, del nostro modello di società e del nostro futuro comune. Infine, dobbiamo reimparare a discutere serenamente di queste questioni.

Per uscire da questa alienazione tecnologica, auspicate una «politica dell’attenzione». Quali sono i suoi grandi principi guida?

Yves Marry: A problema politico, risposta politica. Desideriamo che la protezione dell’attenzione diventi un nuovo pilastro del progetto di transizione ecologica. L’attenzione è una nuova risorsa rara da proteggere. Proponiamo che siano garantiti tempi e spazi di disconnessione, proponiamo dei “divieti”, anche se la parola fa paura: niente tablet per i bambini di età inferiore ai 3 anni, niente smartphone almeno prima dei 12 anni, per esempio. Desideriamo anche una maggiore prevenzione e, naturalmente, il ricorso a dibattiti democratici sulle scelte tecnologiche, il che sarebbe già un notevole passo avanti. Questa politica potrebbe articolarsi attorno a un nuovo «diritto alla protezione dell’attenzione», mobilitabile per opporsi agli schermi pubblicitari nelle strade, agli schermi nelle scuole, alla pubblicità mirata, alle tecniche di manipolazione delle applicazioni digitali…

Tra poche settimane, i francesi eleggeranno il loro presidente. È già possibile misurare l’impatto politico che questa economia dell’attenzione ha sul nostro sistema democratico?

Florent Souillot: Costretti a immergersi nella guerra per l’attenzione, i nostri rappresentanti politici diventano a loro volta influencer, concentrati sulle nostre emozioni piuttosto che sulla nostra ragione. Tutto porta a credere che le elezioni di aprile (2022) saranno, da questo punto di vista, peggiori delle precedenti. L’ascesa di Éric Zemmour, Donald Trump, Matteo Salvini o Jair Bolsonaro, illustra perfettamente il potere dell’emozione in questa nuova agorà. Il fascismo esisteva prima di Twitter, ma la struttura del dibattito digitale, che favorisce lo scontro netto, gli mette le ali di fronte a tutti i difensori della ragione.

Ma non fraintendiamo: l’obiettivo dei GAFAM è quello di venderci il comfort di una vita individualizzata e digitalizzata, alimentata da immagini, una forma di sicurezza che solo loro sarebbero in grado di offrirci in un momento di pericoli sociali e climatici. In sostanza, l’esatto contrario della democrazia e delle sue lentezze istituzionali, della collettività e delle sofferenze da condividere, di una comunità morale ed empatica.

Perché i giganti del web vogliono renderci dipendenti dagli schermi
Intervista di Agathe Perrier a Yves Marry, “Marcelle”, www.marcelle.media.

L’attenzione è l’oro del XXI secolo. Come per il petrolio, le grandi aziende vogliono accaparrarsela. A cominciare dai GAFAM, i giganti del digitale che spendono miliardi per tenerci incollati ai nostri schermi. Un fenomeno pericoloso, che Yves Marry e Florent Souillot analizzano nel loro libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla.

I due autori descrivono le conseguenze di una società travolta dal «rullo compressore digitale». Lungi dall’essere un semplice saggio, le sue pagine contengono anche consigli per disconnettersi e, soprattutto, proposte politiche. Perché, come per molte battaglie, il cambiamento non dipende solo dalle azioni individuali, ma anche da un’indispensabile azione politica.

Agathe Perrier: Da dove è nata l’idea di dedicare un libro alla sovraesposizione agli schermi?

Yves Marry: Dalla nostra esperienza sul campo. Per quanto mi riguarda, è stata in Birmania, dove ho vissuto per quattro anni a partire dal 2014. Quando sono arrivato, non c’era Internet per strada, né smartphone. Io che venivo dalla Francia e ne avevo conosciuto lo sviluppo, mi ero riabituato a una vita senza. Mi sono immerso in questa cultura molto sorridente, con persone premurose. Ogni sera suonavo la chitarra sotto casa mia con i miei vicini! Quando la rete internet si è diffusa nel paese, tutti si sono dotati di uno smartphone. Ho letteralmente visto le persone abbassare lo sguardo. Non suonavamo più musica insieme, perché ognuno era davanti al proprio schermo. È stato uno shock. Anche Florent ha vissuto la stessa esperienza in Francia. Abbiamo quindi creato la nostra associazione, Lève les yeux!, per fare educazione popolare, in particolare tra i bambini, per prevenire gli effetti dell’eccessiva esposizione agli schermi e per sensibilizzare l’opinione pubblica. Questo ci ha portato a scrivere questo libro.

Nel libro si trovano sia constatazioni che soluzioni…

Sì. Nel libro si fanno delle constatazioni, piuttosto dure bisogna ammetterlo, su tutti i problemi legati alla dipendenza dal digitale. Obesità, disturbi del sonno e della concentrazione, isolamento, senza contare la messa in pericolo dei legami sociali e del dibattito democratico e l’accelerazione della catastrofe ecologica. L’elenco non è ovviamente esaustivo. Ci siamo basati su ciò che vediamo noi stessi sul campo e che è descritto in molti studi.

Analizza in particolare l’economia dell’attenzione. Come funziona? Come genera denaro? Quali tecniche vengono utilizzate per renderci dipendenti? Perché dietro c’è un vero e proprio progetto economico e politico, ideato dai grandi capi della Silicon Valley: Elon Musk, Bill Gates, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos. Infine, facciamo proposte concrete affinché questo libro non sia solo un saggio. Spieghiamo in particolare come la protezione dell’attenzione possa integrarsi in un progetto di transizione ecologica.

Lei parla di «guerra» dell’attenzione. È un termine forte…

È un po’ violento, è vero, ma è giustificato. Bisogna essere consapevoli che è in corso una vera e propria battaglia per attirare la nostra attenzione. Miliardi di euro vengono spesi per catturarla, in primo luogo da coloro che controllano le grandi aziende digitali. Ovviamente i GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft – ma anche tutti gli attori della lobby digitale. Hanno un grande potere economico e una grande capacità di influenza. Nel loro discorso, la crescita e la transizione ecologica passeranno attraverso il digitale. E hanno tutto l’interesse a perpetuare questa idea. Sostengono che guadagneremo in efficienza energetica, che l’intelligenza artificiale ci consentirà di essere più performanti, efficienti…

Non è così, secondo lei?

Nel libro dimostriamo che si tratta di chiacchiere. I piccoli guadagni in termini di efficienza pesano meno degli effetti contrari, del costo dello stoccaggio dei dati, dell’enorme quantità di oggetti da produrre… Il digitale rappresenta già oggi tra il 3% e il 4% dei gas serra. Con il 5G, l’esplosione degli oggetti connessi, la banda larga – tra le altre cose – la stima salirebbe almeno al 10% entro venti anni. Per non parlare dei rifiuti elettronici di cui non sappiamo cosa fare, e delle terre rare che vanno estratte. Dal punto di vista ecologico, non è sostenibile.

Considerando quanto il digitale occupi un posto centrale nella nostra vita quotidiana, non abbiamo forse già perso questa guerra?

Molti lo pensano, compresi coloro che sono impegnati nella nostra causa. Ci sono motivi per crederlo, basta guardare come è stata gestita la crisi del Covid. Le uniche soluzioni immaginate sono state quelle di accelerare con il digitale. C’è una spinta evidente, che viene chiamata «rullo compressore digitale». Il governo e le istituzioni europee sono convinti dai discorsi di questa industria. Per loro, il digitale è LA soluzione per preservare la crescita.

Ci sono comunque motivi per rimanere ottimisti?

In effetti ci sono motivi per pensare che la guerra non sia persa. Negli ultimi anni si è assistito a un’enorme presa di coscienza ecologica. In particolare tra i giovani, che sono il futuro. E soprattutto in tutto il mondo. I discorsi di propaganda industriale incontrano sempre più resistenza. Se il numero di menti critiche aumenta, se i politici assumono posizioni ambiziose, si può davvero agire.

Questo intervento politico appare indispensabile…

Esattamente. In La guerra dell’attenzione cerchiamo proprio di spiegare che, parallelamente alla prevenzione sul campo, c’è una battaglia politica da combattere. Sensibilizzare le persone ad essere più autonome e ad avere una maggiore distanza critica non è sufficiente, anche se i comportamenti individuali sono importanti. Ciò che fa la differenza sono le soluzioni collettive, come del resto nella lotta contro il cambiamento climatico.

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Recensioni: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026).

Affogare il cellulare, distruggere gli schermi
Delaunay Matthieu, “Mediapart”, blogs.mediapart.fr.

Dopo aver rovinato i nostri corpi con pesticidi, automobili, acqua inquinata, nucleare, grassi e zuccheri, ecco che il tecnocapitalismo – versione 2.0 del capitalismo – si scaglia senza pietà sulla nostra capacità di essere al mondo. La sua ultima vittima: l’attenzione.

Lo intuivamo. Lo sapevamo. Lo vedevamo. Un malessere. Quei colli indolenziti dal sostenere una fronte assorta verso luci blu. Quei pollici doloranti dal toccare interfacce multicolori. Quegli occhi arrossati e cerchiati dal vegliare sulle serie Netflix. Quei bronci debilitanti, rovinati dalle app. L’oggetto di questo malessere aveva un nome: gli schermi. A loro rimanevamo attaccati, come sanguisughe alla mammella di una mucca. Potrebbe essere storia antica. La lettura del libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla ci aiuterà a prendere la decisione salvifica di affogare i nostri telefoni cellulari e fracassare i nostri schermi.

Questo libro è la cronaca della perdita di uno dei fondamenti della nostra capacità umana di vivere liberi e bene: l’attenzione. Dopo aver descritto in dettaglio le conseguenze della colonizzazione delle nostre esistenze da parte degli schermi, i suoi autori – membri del collettivo Lève les yeux! – spiegano in dettaglio il prezzo che paghiamo lasciando che distraggano la nostra attenzione. La società senza contatto, l’infanzia con il sonno traumatizzato da incubi alimentati dai social network, la finta democrazia offerta da queste piattaforme, l’illusione della crescita verde o ancora il lavoro dei captologi pagati profumatamente per rubare la nostra attenzione sono i punti centrali di questo testo incisivo. [leggi tutto…]

Ricordiamo il ritornello: «se il digitale ha conseguenze negative sulla nostra esistenza, è perché non siamo educati al suo utilizzo». Ecco perché l’Unione Europea raccomanda di abituarcisi fin dall’infanzia, nel suo Piano d’azione per l’educazione digitale 2021-2027. Altrimenti, saremo ancora una volta in ritardo, e nessuno vuole essere in ritardo. Tutti vogliono guidare il grande mezzo. E se ciò non bastasse, perché siamo decisamente troppo stupidi, allora sarà necessario un maggiore controllo per «combattere le derive del digitale». Se c’è una cosa a cui prestare attenzione nelle tecnologie NBIC (nano, bio, informatiche e cognitive), sono proprio le derive. Non le tecnologie in sé, no, solo le loro derive…

“Deriva” è una bella parola. Secondo il dizionario, significa «allontanarsi dalla propria direzione; andare alla deriva sotto l’effetto del vento, di una corrente». È dolce come le onde trasparenti che lambiscono la sabbia di una spiaggia delle Maldive. Peccato che non corrisponda alla portata del disastro. Detto questo, in ambito militare, si usa per indicare un proiettile «che si allontana dalla traiettoria di tiro». Almeno è più chiaro.

Ma chi decide come proteggerci da queste derive? Lo Stato, ovviamente! Quello stesso Stato che permette al ministro Blanquer di assegnare 350 metri quadri di locali adiacenti al ministero dell’Istruzione al suo amico Stanislas Dehaene. Sapete, quel neuropsicologo, professore al Collège de France, per il quale i bambini «sono supercomputer» a cui bisogna dare «i dati di cui hanno bisogno». Voi pensavate che i bambini avessero bisogno di imparare delle cose e che per farlo avessero bisogno di un’attenzione costante, di metodi didattici vari e di tempo libero. Che antiquati! Date loro dei dati tramite tablet connessi al 5G, lo faranno molto meglio degli esseri umani in carne e ossa!

I lobbisti che bazzicano ai piedi del ministero dell’Istruzione non devono sforzarsi: i politici amano troppo spendere fortune di fondi pubblici per regalare ai loro amministrati gadget prodotti da aziende private. Si sentono importanti non appena parlano di innovazione. Con un iPad in una mano e l’altra che accarezza il collo del loro elettorato, criticano beffardamente «coloro che non sono nulla», gli Amish spaventati dalle onde radio. Uno schermo per ciascuno e la felicità connessa per tutti: ecco a cosa lavora questo bel mondo dall’inizio del XXI secolo.

Ma c’è un dettaglio che queste persone omettono di menzionare e che questo libro vuole ricordare: i loro discendenti non frequentano le stesse scuole della gente comune. Dove studiano non ci sono strumenti digitali. Si usano il gesso e la lavagna, la penna e la carta. E soprattutto, soprattutto, niente internet! Se vi stupite, potrebbero rispondervi che i loro figli «non sono uguali, capite? Sono diversi e probabilmente hanno un alto potenziale». Mentre per i ragazzi delle periferie non è molto grave se seguono corsi online o passano notti in bianco sui loro telefoni. E poi, cosa sono queste insinuazioni? Abbassate piuttosto lo sguardo sul vostro Snapchat o sul vostro account Instagram e lasciate che siano quelli che sanno a dirvi cosa imparare!

Le elezioni imminenti dimostrano ancora una volta che è impossibile contare sulla sinistra ufficiale per occuparsi dell’essenziale: la conservazione delle nostre facoltà cerebrali. È quindi più che mai tempo di agire da soli. È questa la bellezza di questo testo, che nella parte finale offre molteplici proposte per prendere il toro per le corna della disconnessione.

Alla fine di queste righe, si capisce l’imperiosa necessità di disconnettersi. In modo radicale, poiché i metodi soft hanno dimostrato la loro inefficacia. Anche se ci è stato venduto il contrario. Ma questo era prima… quando avevamo ancora schermi e cellulari. Da allora, leggiamo libri. La guerra per l’attenzione, ovviamente, e poi tutti gli altri eccellenti libri che si sono dati la missione di combattere l’inevitabile.

Ed Tech o Ad Tech
Alexandre Chollier, “Le courrier”, lecourrier.ch

La guerra per l’attenzione fa parte della moltitudine di libri dedicati alle questioni digitali in generale e alla dipendenza dagli schermi in particolare. Con un tono decisamente critico, delle prese di posizione informate ma soprattutto fondate e articolate su una pratica civica, senza tralasciare le questioni spinose né le soluzioni concrete, questo è senza dubbio un libro da mettere nelle mani e sotto gli occhi di chiunque desideri informarsi, comprendere e agire.

È una lettura che cattura, senza giochi di parole, la nostra attenzione. In particolare la parte dedicata alla captologia, scienza alla base dell’economia dell’attenzione, che è innanzitutto un’economia della cattura. In poche pagine illuminanti, gli autori, Yves Marry e Florent Souillot, tornano sulla svolta operata in seguito alla crisi della bolla Internet del 2000-2001. È in quel momento che la società Google, allora guidata da Eric Schmidt, capisce che per diventare e rimanere una Big Tech dovrà prima diventare e rimanere una Ad Tech, una società la cui attività principale è la pubblicità. Google svilupperà così il suo “ecosistema” in funzione di questo unico obiettivo: offrire sempre più servizi gratuiti per catturare sempre più la nostra attenzione, trasformandola in una merce per gli inserzionisti. Ha funzionato così bene che oggi, quasi vent’anni dopo, e ora sotto l’egida della casa madre Alphabet, Google detiene più di un quarto del mercato mondiale degli annunci online. L’unica ombra, per così dire, è che ora è diventata dipendente da questa attività, da cui ricava oltre l’80% dei suoi proventi (si parla di 147 miliardi di dollari per il 2020), e non è l’unica: Facebook si trova praticamente nella stessa situazione. La concorrenza è agguerrita e bisogna cercare costantemente nuove fonti di attenzione.

Da dove provengono questi dati? Dall’ultimo rapporto di Human Rights Watch (HRW) dedicato alle applicazioni digitali utilizzate in ambito scolastico (Ed Tech). Pubblicato il 25 maggio, lo studio How dare they peep into my private life? (Come osano ficcare il naso nella mia vita privata?) ci mostra un aspetto ancora poco conosciuto del mondo dell’Ed Tech e del ruolo che Google vi svolge, direttamente o indirettamente. Il suo contenuto è a dir poco esplosivo.

Condotto tra marzo e agosto 2021 in 49 paesi, lo studio mostra che, su 164 applicazioni dedicate, 146 offrivano a terzi – principalmente società attive nel settore pubblicitario – un accesso privilegiato ai dati personali degli studenti senza che questi ne fossero consapevoli, né del resto le autorità competenti. Quattro quinti delle applicazioni effettuavano questo tipo di raccolta tramite applicazioni Google. Per quanto riguarda i dati raccolti, molto spesso non si limitavano alle mura della classe virtuale e riguardavano anche familiari e amici.

Se non c’è dubbio che l’urgenza imposta dai vari lockdown in tutto il mondo abbia spinto le autorità a rinunciare a misure precauzionali adeguate, possiamo essere certi che il mondo dell’Ed Tech – di cui Google fa parte – ha saputo cogliere l’occasione che gli è stata offerta. Lo scenario è noto da tempo: si offre all’autorità competente un prodotto, spesso senza che questa debba sborsare denaro, assicurandole che non pone alcun problema di utilizzo. In questo modo, come osserva HRW, si trasferisce il costo dell’operazione sugli studenti, che lo pagheranno rinunciando, loro malgrado, al loro diritto alla privacy. Anche quando i governi hanno sviluppato le proprie applicazioni, si è scoperto che la maggior parte di esse violava tali diritti.

HRW raccomanda che ogni paese, compresi quelli che non sono direttamente interessati da questo studio, conduca immediatamente delle verifiche. Tutti i dati personali raccolti dovrebbero essere identificati e cancellati il più rapidamente possibile. L’ONG ricorda infine un’ovvietà, tuttavia ignorata da molte amministrazioni pubbliche: è normale pagare per uno strumento, digitale o meno. Se è gratuito, è perché il prodotto è la vostra attenzione. In questo caso parliamo di quella dei bambini e dei giovani, la più preziosa di tutte.

L'articolo Recensioni: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026). proviene da Rivista Malamente.

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Maledette zanzare

Come sterminarle con la biotecnologia “gene drive”

Di Luigi

Da Rivista Malamente, n. 38 (nov. 2025) QUI IL PDF

La zanzara è quell’animale capace di mettere a dura prova anche i più convinti antispecisti. Ah… potersene sbarazzare e godersi l’estate senza la loro fastidiosa presenza! Ma le zanzare non sono tutte uguali. Le specie con cui abbiamo a che fare alle nostre latitudini sono certamente antipatiche ma non potenzialmente letali come quelle in grado di trasmettere la malaria e altre malattie. Quest’ultime pare che stiano per fare una brutta fine: le biotecnologie genetiche hanno trovato il modo di sterminarle, eradicarle, cancellarle dalla faccia della terra. L’applicazione in campo aperto di questa tecnologia (“gene drive”) è davvero alle porte. Ma non è tutto pacifico come sembra. Ogni essere vivente ha il suo ruolo in un ecosistema interconnesso e nessuno sa – ammettono gli stessi scienziati – quali ripercussioni a lungo termine può avere questo intervento. Inoltre, perché limitarsi alle sole zanzare? Altri studi, su altri animali, sono in corso. Non è di buon auspicio nemmeno il fatto che i principali finanziatori di queste ricerche siano, guarda caso, le agenzie militari.

Andrea Crisanti. Come dimenticare questo nome? È stata una delle virostar più in voga ai tempi della pandemia. Ricordiamo, tra l’altro, il suo entusiasmo nel cantare il motivetto di Natale “Sì sì Vax” sulle note di Jingle Bells, «se tranquillo vuoi stare, i nonni non baciare…».[1] Ma il Covid è stato per lui solo un diversivo rispetto al suo principale oggetto di studio: le zanzare. Crisanti, insieme ad altri manipolatori genetici, è infatti uno dei protagonisti di una nuova frontiera biotecnologica: il gene drive. [leggi tutto…]

Le zanzare sono gli animali più letali del mondo. Ne esistono circa 3.500 specie, 50 delle quali sono in grado di trasmettere all’uomo malattie che, ogni anno, causano la morte di circa 700.000 persone. In particolare, le zanzare del genere Anopheles trasmettono il parassita della malaria, quelle del genere Aedes trasmettono infezioni virali come dengue e febbre gialla. Oggi la tecnologia promette di liberarci da tutto questo, ma a quale prezzo?

Chinino e DDT

Già in passato la tecnologia aveva dato prova di saper metter toppe peggiori del buco. Guardando al caso italiano, a cavallo tra Otto e Novecento la malaria che infestava le zone paludose come Agro pontino e Polesine era stata praticamente debellata, grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sociali, all’uso di zanzariere, al chinino (sostanza estratta dalla corteccia della Cinchona con cui venivano, tra l’altro, riempiti cioccolatini da regalare ai bambini) e, successivamente, alle famose bonifiche del fascismo. Poi, però, nei difficili anni della Seconda guerra mondiale il problema si era ripresentato.

Cessati i bombardamenti, la soluzione arrivò dall’ultimo ritrovato dei laboratori scientifici che si era visto come sterminasse non solo le zanzare, ma anche i pidocchi e tanti altri infestanti. Parliamo del DDT, che venne copiosamente spruzzato in stalle e abitazioni rurali. Una vera e propria tabula rasa di pulito: casi di malaria ridotti a zero, ma effetti collaterali che possiamo solo immaginare. Rimaneva fuori la Sardegna, ma ancora per poco; ben presto intervennero infatti i finanziamenti della Fondazione Rockfeller che garantirono anche all’isola le sue massicce dosi di insetticida, irrorato copiosamente e a tappeto (solo nel 1978 il DDT verrà messo al bando in Italia). Questa strategia alquanto discutibile verrà replicata pari pari nei decenni successivi nelle aree povere e rurali del mondo, sotto l’egida dell’appena costituita OMS, almeno fino a quando non iniziarono a svilupparsi zanzare resistenti al DDT. Una dinamica che dovrebbe per lo meno insegnarci qualcosa.

Successivamente, alla fine degli anni Novanta, a livello mondiale la strategia di contrasto alla malaria cambia. Con un passo indietro rispetto alla chimica tossica si ritorna agli strumenti che avevano dimostrato efficacia già nel secolo scorso: zanzariere (le zanzare responsabili della malaria pungono principalmente nelle ore serali e notturne, mantenerle fuori casa mentre si dorme si stima apporti una riduzione del 70% delle infezioni), accesso alle cure per tutti, rafforzamento dei sistemi sanitari e delle misure igieniche.

Troppo poco, in anni in cui si stanno realmente mettendo le mani sul DNA degli esseri viventi per piegarlo all’utilità umana: intorno al 2000 Crisanti e altri zanzarologi, dopo stagioni passate a coltivare sciami di insetti, “producono” in laboratorio le prime zanzare geneticamente modificate, impossibilitate a trasmettere la malaria.[2]

Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Plo GGB di Terni
Gabbie del Laboratorio di confinamento ecologico del Polo GGB di Terni

Hybris

Passare dal laboratorio al mondo esterno non è però un passo facile, ancor più arduo diffondere la mutazione genetica da un pugno di individui all’intera popolazione mondiale di una certa specie di zanzare. Ma non è tutto. Gli apprendisti stregoni puntano ancora più in alto: usare la genetica per cancellare dalla faccia della terra, una volta per tutte, le specie di zanzare responsabili della trasmissione della malaria. Ovvero sovvertire con un colpo di mano le regole dell’evoluzione perfezionatesi nel corso di milioni e miliardi di anni, perfettamente consapevoli, afferma Crisanti, di «dover affrontare una sfida alla natura di dimensione prometeica».[3] Hybris: insolenza e tracotanza.

È a questo punto che arrivano in soccorso i benefattori. La Fondazione Bill & Melinda Gates stanzia in prima battuta 10 milioni di dollari per sostenere il progetto che viene denominato Target Malaria. Obiettivo: sopprimere la capacità riproduttiva di intere popolazioni di zanzare, al fine di eradicarle.

I primi risultati non sono in realtà entusiasmanti perché, se all’inizio la sterilità si diffonde a macchia d’olio, dopo poche generazioni la natura pareva ribellarsi alla propagazione di questo assoluto svantaggio selettivo. Ma l’uomo – cartesianamente «signore e padrone della natura» – non ci sta. Le leggi che regolano la materia vivente devono piegarsi al suo volere tanto che, dopo ulteriori tentativi e sovvenzioni milionarie, alla fine, la soluzione arriva: si chiama gene drive, o reazione genetica a catena. Per la prima volta diventa possibile deviare il percorso evolutivo di una popolazione di animali dirottandolo verso una rapidissima estinzione.

Gene drive

Il meccanismo gene drive utilizza il CRISPR-Cas9, una tecnologia di editing genomico che permette di modificare il DNA in maniera molto precisa (più o meno…); evitiamo qui di addentrarci nei dettagli tecnici di questa tecnologia, rimandando ad altri articoli che abbiamo pubblicato in passato sulla Rivista.[4] Basti sapere che, in sostanza, il gene drive funziona da acceleratore della diffusione ereditaria di determinate caratteristiche: se in natura un gene ha il 50% di probabilità di essere trasmesso da un genitore a un figlio, se trasportato da un drive le sue possibilità sfiorano il 100%. Pertanto, truccando i dadi delle probabilità, nel giro di qualche generazione (avendo un ciclo vitale di poche settimane, le generazioni di zanzare si susseguono rapidamente) un gene programmato per danneggiare una specie può propagarsi con un effetto domino in tutta la popolazione, fino a farla collassare.

Gli zanzarologi lavorano in due direzioni, spiega Crisanti: «La prima consiste nel distruggere il cromosoma X durante la formazione degli spermatozoi, in modo che nascano solo maschi, che non pungono e non trasmettono la malaria. Lo sbilanciamento nel rapporto tra i sessi è destinato a causare il collasso della popolazione con un effetto domino. La seconda consiste nel distruggere un gene che è coinvolto nella fertilità delle femmine ma è inutilizzato nei maschi, che quindi lo diffondono, trasmettendolo alle femmine che diventano tutte sterili».[5] Riassumendo: si punta a far scomparire le femmine fertili di una specie, portandola di conseguenza all’estinzione.

Nel luglio 2018 Target Malaria ha avviato la Fase 1, ovvero il primo rilascio di insetti geneticamente modificati, nello specifico zanzare di sesso maschile e sterili, a Bana e Sourkoudingan, in Burkina Faso. La Fase 3, che dovrebbe partire nel 2027, dopo aver completato i vari adempimenti burocratici, prevede il rilascio di vere e proprie zanzare gene drive nell’Africa tropicale.

Nel frattempo vanno avanti gli esperimenti di laboratorio condotti da Crisanti & C. Prima su piccola scala, poi nelle grandi gabbie del Polo d’innovazione di genomica, genetica e biologia, a Terni, dove è stato ricreato un ambiente tropicale artificiale.[6] La tecnica ha funzionato, ma quel che si osserva all’interno di un laboratorio di confinamento ecologico dice poco o nulla rispetto a quali saranno le ricadute negli ecosistemi reali. Sponsor e sostenitori della ricerca sul gene drive si sono impegnati ad assicurare degli standard di biosicurezza condivisi e spergiurano che è tutto trasparente e sotto controllo, unicamente diretto al bene collettivo e che ogni passo sarà condiviso con le comunità interessate (ci crediamo, come quando l’oste dice che il vino è buono).[7]

Imprevedibilità

Ma quale sarà l’impatto sull’ambiente diventato, esso stesso, laboratorio di sperimentazione? Sono prevedibili tutte le ricadute, sapendo che lo scambio tra organismi ed ecosistemi è fatto di interazioni complesse che non possono essere ridotte a un meccanicismo genetico progettato a tavolino? Quali effetti ci saranno sulla salute degli altri animali e dell’uomo? Cosa accadrebbe se i geni modificati passassero ad altre specie di zanzara: eventualità giudicata «non trascurabile» secondo alcuni studi?[8]

E ancora: quanto ci vorrà prima che dalle zanzare si passi ad altri animali “nocivi”? Le stime ci dicono che in media il 10-15% dei raccolti si perde a causa dei parassiti: perché non risparmiare pesticidi e sterminarli tutti a forza di “bombe genetiche”? La Nuova Zelanda ha già annunciato l’intenzione di eliminare i ratti, gli opossum e gli ermellini entro il 2050, considerandoli specie invasive che causano enormi danni alla flora e alla fauna locale.[9] Al di là delle ripercussioni incontrollabili sull’intero ecosistema di cui tali animali sono parte integrante, chi può garantire che la sperimentazione non travalichi i confini dell’isola (basta qualche ratto che si imbarca casualmente, o deliberatamente) e finisca per diffondere l’estinzione a livello globale?

C’è un curioso precedente di tentato controllo biologico, fallito con effetti a catena devastanti e inaspettati. Fu quando la Cina di Mao decise di sterminare i passeri nell’ambito della campagna propagandistica contro le “quattro piaghe” promossa dal governo. I passeri, infatti, mangiavano il grano prima del raccolto. Tuttavia, si è scoperto che i passeri mangiavano anche i parassiti agricoli. La Cina si è vista costretta a limitare i danni importando successivamente passeri dalla Russia, ciononostante, la decimazione della popolazione di passeri ha portato a un enorme calo dei raccolti ed è stata probabilmente una delle cause principali della carestia che ha provocato la morte per fame di 30-45 milioni di persone tra il 1958 e il 1962.[10]

Un altro aspetto importante, che indirettamente fa capire molte cose, riguarda i flussi di denaro. Chi è diventato il più grande finanziatore al mondo della ricerca sul gene drive? I militari. La DARPA statunitense (Defense advanced research projects agency) ha investito subito 100 milioni di dollari (due e mezzo andati direttamente a Crisanti) e continua a sostenere gli sviluppi del progetto. Non ci vuole molto per capire come il gene drive, al di là delle zanzare, apra le porte alla possibilità di sviluppare armi biologiche utilizzandolo, ad esempio, per eradicare insetti importanti e benefici per l’agricoltura in una determinata regione. L’interesse dell’agenzia militare statunitense è ovviamente quello di padroneggiare tale tecnologia prima che qualche stato canaglia ci metta le mani…[11]

Queste e altre preoccupazioni attraversano anche gli stessi ambienti della ricerca scientifica. Nel 2016, ricercatori e attivisti riuniti a Cancún per la COP13 della Convenzione sulla diversità biologica (CBD) hanno lanciato un appello all’ONU chiedendo una moratoria sulle ricerche relative al gene drive. Nella lettera A call for conservation with a conscience: no place for gene drives in conservation scrivevano: «Il gene drive ha il potenziale di trasformare radicalmente il nostro mondo naturale e persino il rapporto dell’umanità con esso. […] L’assunzione di un tale potere è una soglia morale ed etica che non deve essere superata senza grande cautela».[12] Niente di particolarmente luddista: quel che chiedevano era solo una migliore valutazione e una regolamentazione della materia, nel solco dei tanti appelli alla prudenza lanciati nel corso dei decenni dagli stessi ricercatori ai loro colleghi (almeno, per quel che riguarda il tema da vicino, dalla Conferenza di Asilomar del 1975 sul DNA ricombinante): tutti scavalcati senza colpo ferire e risoltisi in un nulla di fatto. “Non si può fermare il progresso!” – con le armi e gli armigeri del progresso.

Una nuova proposta di moratoria emerge due anni dopo, alla COP14 (tenutasi in Egitto); proposta rigettata per non aver ottenuto il consenso unanime. Chi rappresentava un paese come l’Uganda in quel contesto? Uomini legati a Target Malaria (che lavorano in stretta collaborazione con il governativo Uganda virus research institute). Ulteriori proposte di moratoria internazionale, inascoltate, emergono anche negli anni successivi.

Un maggior senso di giustizia e moralità lo troviamo invece nell’opposizione dal basso, nei non specialisti che reclamano il diritto di parola dimostrando che c’è ancora una speranza, anche se di fronte alla potenza della tecnoscienza le forze dell’umanità appaiono troppo deboli. Attivisti di Burkina Faso, Senegal, Costa d’Avorio, da anni si stanno mobilitando e battendo per opporsi ai disegni di Target Malaria e della Fondazione Bill & Melinda Gates.[13]

Due documentari – A Question of Consent: Exterminator Mosquitoes in Burkina Faso e Gene Drives in Africa: Civil Society Speaks Out – danno voce all’opposizione della popolazione locale.[14] «Essere le cavie da laboratorio per un esperimento del genere è ragione di grande inquietudine», afferma Daouda Kambe Ouattara, dell’associazione Y’n a Marre. Ali Tapsoba dell’associazione Terre à vie denuncia la mentalità colonialista di Target Malaria: «non possono imporci un modo di curare la malaria senza prima chiedere la nostra opinione», tanto più visti i precedenti. È noto, ad esempio, quali danni abbia causato e come sia poi miseramente fallita l’esperienza di introduzione del cotone geneticamente modificato (Monsanto BT): «sappiamo che quando arriva questa gente, non si muove per il bene della popolazione, ma per i loro interessi», aggiunge Naufou Koussoube, della Fédération national des groupements de Naam. C’è poi una questione di tipo etico sollevata dagli attivisti che si chiedono per quale motivo si spendano miliardi in ricerche che sono potenzialmente pericolose (per la salute, per l’ambiente, e di riflesso potenzialmente dannose per l’economia locale), quando esistono soluzioni indigene per curare la malaria. In primo luogo, si chiedono quindi investimenti nell’igiene, nella bonifica, nella sanificazione dei villaggi.

Intanto, notizia di agosto 2025, il Burkina Faso ha ufficialmente ordinato la sospensione definitiva del progetto Target Malaria, quindi la chiusura dei laboratori e la distruzione dei campioni, opponendosi ai disegni di “neocolonialismo scientifico” della Fondazione Gates e dei suoi accoliti: questi presunti filantropi che investono in tecnologie brevettate e trasformano ogni “causa umanitaria” in un’opportunità finanziaria.[15]

In conclusione, sono in molti a paventare il rischio che qualcosa di irreversibile venga provocato agli ecosistemi africani e mondiali ancora prima che gli scienziati abbiano compreso appieno il funzionamento di questa tecnologia. Ai danni, qualora vi saranno, si risponderà elaborando nuove soluzioni tecnologiche. Con nuovi effetti collaterali imprevisti. E così via. Fino a dove? Ma anche se andasse fortuitamente tutto bene, resta la questione di fondo della distanza insormontabile tra chi vuol continuare a vivere da essere umano e chi rincorre la volontà di potenza: «anche se siete interessati ai problemi dell’Africa – ha detto un attivista africano a un ricercatore del MIT – ciò che ci preoccupa è il mondo che state lasciando».[16]

Per una disamina più approfondita di tutte gli interrogativi emersi in questo articolo si veda il sito della campagna Stop Gene Drive (www.stop-genedrives.eu) che riunisce circa 240 organizzazioni attive nella conservazione della natura, nella protezione dell’ambiente, nel benessere degli animali e nei campi dell’agricoltura e della cooperazione internazionale.


[1] <www.youtube.com/watch?v=rLzRGIaoYMw>.

[2] Flaminia Catteruccia [et al.], Stable germline transformation of the malaria mosquito Anopheles stephensi, “Nature”, 405, (2000), p. 959-962, DOI: 10.1038/35016096.

[3] Andrea Crisanti, Reazione genetica a catena: capovolgere le regole dell’evoluzione, Bologna, Il Mulino, 2025, p. 89.

[4] Cfr. E l’uomo creò l’uomo. CRISPR e le nuove frontiere dell’editing genomico, “Rivista Malamente”, n. 25, giu. 2022; Dio è morto in laboratorio, ivi, set. 2023; Verso il transumanesimo: crispizzare bambini, ivi, ott. 2024.

[5] Reazioni genetiche a catena. La frontiera dei “gene drive” parla italiano, intervista ad Andrea Crisanti, <https://crispr.blog>.

[6] Kyros Kyrou [et al.], A CRISPR–Cas9 gene drive targeting doublesex causes complete population suppression in caged Anopheles gambiae mosquitoes, “Nature biotechnology”, 36, (2018), p. 1062-1066, DOI: 10.1038/nbt.4245;  Andrew Hammond [et al.], Gene-drive suppression of mosquito populations in large cages as a bridge between lab and field, “Nature communications”, 12, 4589, (2021), DOI: 10.1038/s41467-021-24790-6.

[7] Clauda Emerson et al., Principles for gene drive research. Sponsors and supporters of gene drive research respond to a National Academies report, “Science”, 358, 6367, (2017), p. 1135-1136, DOI: 10.1126/science.aap9026.

[8] Virginie Courtier-Orgogozo [et al.], Evaluating the probability of CRISPR-based gene drive contaminating another species, “Evolutionary Applications”, 13, 8, (2020), p. 1888-1905, DOI: 10.1111/eva.12939.

[9] Kevin M. Esvelt, Neil J. Gemmell, Conservation demands safe gene drive, “PLOS Biology”, 16 nov. 2017, DOI: 10.1371/journal.pbio.2003850.

[10] Jemimah Steinfeld, China’s deadly science lesson: How an ill-conceived campaign against sparrows contributed to one of the worst famines in history, “Index on Censorship”, 47, 3, (2018), p. 49, DOI: 10.1177/0306422018800259.

[11] Arthur Nelsen, US military agency invests $100m in genetic extinction technologies, “The Guardian”, 4 dic. 2017, <www.theguardian.com>.

[12] <https://www.boell.de/en/2016/11/16/offener-brief-fur-naturschutz-mit-gewissen-kein-platz-fur-gene-drives>.

[13] Sulle opposizioni ai progetti di Target Malaria (ma anche per una disamina delle linee guida del filantrocapitalismo e, dall’altra parte, dei movimenti per la sovranità alimentare e territoriale) si veda Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment: for an ontological politics of the neoliberal bioeconomy and its controversies, “Rassegna italiana di sociologia”, 4, 2024, p. 959-986, DOI: 10.1423/115307

[14] I documentari, sottotitolati in italiano, sono disponibili sul canale youtube di Resistenze al nanomondo.

[15] Enrica Perucchietti, No al “neocolonialismo scientifico”: Il Burkina Faso vieta le zanzare OGM di Bill Gates, “L’indipendente”, 25 ago. 2025.

[16] Cit. in Maura Benegiamo, The Target Malaria project and the gene drive experiment, cit.

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Occupazione al polo Volponi dell’Università di Urbino

Le studentesse e gli studenti di Urbino si sono mobilitati contro un governo complice del genocidio, che rivendica oggi una pace fittizia, che sarà un nuovo inferno per i palestinesi.

La mobilitazione di lunedì 13, con grande partecipazione studentesca e cittadina, è terminata nell’occupazione dell’aula cinema del complesso Volponi di Urbino.

Data la posizione avanzata del nostro Ateneo rispetto alla situazione in Palestina – esplicitata dalla “Dichiarazione del Senato Accademico dell’Università di Urbino Carlo Bo sulla guerra in Palestina” – abbiamo ritenuto necessario portare alla luce alcune contraddizioni, tra cui le collaborazioni con le industrie belliche sul territorio (Benelli Armi) e con le multinazionali, come Coca-Cola HBC ITALIA, promotrici dell’occupazione e del genocidio del popolo palestinese.

Le nostre richieste, oltre alla cessazione di tali rapporti, comprendono l’istituzione di uno spazio di discussione politica, dove tutti gli studenti e le studentesse possano informarsi e organizzarsi e l’introduzione di insegnamenti decoloniali da parte dei docenti che sentono la necessità fare informazione sulla questione palestinese.

L’occupazione è continuata il giorno seguente.

Abbiamo ottenuto un primo colloquio nell’aula occupata con il Rettore dell’Università e siamo tutt’ora in trattativa.

SCARICA QUI IL DOCUMENTO CON LE RIVENDICAZIONI DELL’ASSEMBLEA DI OCCUPAZIONE

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Understanding Price-to-Earnings (P/E) Ratio in Stock Investing

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APMAT26 – Assoprovider a Matera: territori, prossimità e visione europea

Matera, 5 giugno 2026 – ore 10:00 / 18:00 Assoprovider torna con l’evento nazionale APMAT26, confermando il ruolo strategico degli operatori di prossimità nello sviluppo digitale dei territori.Un appuntamento che mette al centro infrastrutture, innovazione e comunità locali, valorizzando il contributo degli operatori indipendenti nella riduzione del digital divide. Matera diventa il punto d’incontro tra […]

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Contrarian Investing: Profiting by Going Against the Crowd

Understanding Contrarian Investing Contrarian investing is an investment strategy that involves taking positions contrary to prevailing market trends. The fundamental idea is to buy when others are selling and sell when others are buying. This approach relies on the principle that markets and investors can sometimes overreact to news and events, thereby creating opportunities for […]

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Sector Investing: How to Invest in Different Industries

Understanding Sector Investing Sector investing entails the strategic allocation of investment capital across distinct segments of the economy. Each sector forms a unique category of business activities, including but not limited to technology, healthcare, and finance. By comprehending the intricacies of investing in these diverse industries, investors can craft portfolios that align with the specific […]

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Momentum Investing: Riding the Trend in Stock Markets

Understanding Momentum Investing Momentum investing is an intriguing strategy in the financial world that tries to leverage the persistence of certain existing trends in the stock market. Essentially, it is about jumping onto a moving train, assuming that train will continue its journey along the same tracks. Investors who engage in momentum investing usually purchase […]

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Dividend Investing: How to Earn Passive Income from Stocks

Understanding Dividend Investing Dividend investing is a strategy focused on earning passive income through regular payments from owning stocks in particular companies. Investors who choose this method benefit from the dual prospects of income generation and potential capital appreciation. What Are Dividends? Dividends are portions of a company’s earnings distributed to shareholders. Typically, these payments […]

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China and Russia Should Cooperate to Help the United States Achieve an “Orderly Decline”

The year 2026 opens with a succession of US manoeuvres that continue to shake the global balance, while subterranean currents roil the international scene: the military attack on Venezuela has…

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China’s Posture After Venezuela: Accelerated De-Dollarisation and Conflict Preparation

The US operation in Venezuela on 3 January 2026 marked a turning point in Chinese strategy towards Washington. Beijing interpreted the failure of Chinese-manufactured JY-27A radars to detect F-35s and…

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Perpetual War: Ukraine, Iran, Taiwan, Venezuela and the Pentagon’s Global Script

The script of perpetual war unfolds simultaneously across four global fronts — Ukraine, Iran, Taiwan, and Venezuela — where the Pentagon’s machinery manufactures crisis, denies evidence, and transforms sovereignty into…

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Carrier Pigeons and Financial Cartels: How Banking Dynasties Decide Which Nations Can Afford to Fight

December 2025 delivered one of those declarations that typically belong to conspiracy theory territory, except this time it emanated directly from someone with every interest in maintaining silence: Dame Hannah…

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Primo report comparativo UE: Delibera AGCOM n. 156/23/CONS

Un’analisi del Centro Studi Assoprovider sulle differenze regolamentari tra Italia e Unione Europea Il Centro Studi Assoprovider ha pubblicato il primo di una serie di report dedicati al confronto tra la normativa italiana e quella degli altri Paesi dell’Unione Europea, con particolare attenzione agli impatti sugli operatori di prossimità. Questo primo approfondimento riguarda la Delibera […]

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AssoTG – 28 Luglio 2025

📣 AssoTG – Primo notiziario internazionale Italia-Spagna sulle TLC! In seguito all'accordo di collaborazione con AOTEC annunciato oggi, siamo orgogliosi di presentare la prima edizione internazionale di AssoTG con contenuti bilingue italiano-spagnolo e sezione in inglese per i partner internazionali. 🔍 Nella puntata del 27 luglio 2025: • L'accordo quadro AssoProvider-AOTEC e le sue implicazioni […]

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Assoprovider e AOTEC: un’alleanza per rafforzare la voce degli operatori di prossimità in Europa

Assoprovider e AOTEC alleate per la regolamentazione digitale UE

Assoprovider ha firmato un accordo con AOTEC, principale associazione spagnola degli operatori locali di telecomunicazioni.
Obiettivo: rafforzare la voce degli operatori di prossimità, condividere buone pratiche e contribuire alla definizione della futura regolamentazione digitale europea, inclusa la consultazione sul Digital Networks Act

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La Sephirot e i Tarocchi – Un Viaggio Iniziatico tra Simboli e Sentieri

Venerabili Maestri, Fratelli Carissimi, oggi desidero presentarvi una tavola che unisce due percorsi simbolici fondamentali: l’Albero della Vita cabalistico e i Tarocchi, strumenti che – se meditati e vissuti – conducono alla conoscenza di sé e alla reintegrazione con il Divino. Il filo conduttore di questa riflessione è il Matto, simbolo di inizio e di […]
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Responsabilità e speranza: strade alternative dell’etica

Il Museo della New-York Historical Society ospita un dipinto di Dunsmore intitolato The Petition, che rappresenta l’assemblea delle logge massoniche degli Stati Uniti del dicembre 1779 in cui si discusse della possibile federazione in un’obbedienza unificata. È proprio in quel milieu liberale che nacque l’idea moderna di responsabilità. Nel dipinto sono infatti rappresentati, fra gli […]
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Il libero arbitrio

Cari fratelli, condivido con voi questa composizione sul libero arbitrio. Confido che questacomposizione possa portare contributi che potranno sgrossare i miei limiti.Il libero arbitrio si svela come un enigma senza tempo, un mistero che sfida le certezze deldeterminismo e costringe ogni ascoltatore a interrogarsi sul senso stesso della propriaesistenza. Non si tratta di una mera […]
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Al di là del muro

Per secoli, e ancora oggi, la filosofia si è interrogata sull’esistenza di Dio, e sulla possibilità di dimostrarla. A questo scopo, sono stati spesi ragionamenti di varia natura. Si passa da argomentazioni di ordine puramente logico (la prova ontologica di Sant’Anselmo, la causa prima o motore immoto già presente in Aristotele, la teoria “del disegno […]
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Demonstrare invisibilia per visibilia

Cari Fratelli, come tutte le tavole presentate in Loggia anche la presente non ha la pretesa di spiegare dando risposte, ma pone domande, forse anche scomode, che possono aprire nuovi orizzonti e analisi dal punto di vista simbolico e archetipo. La percezione (lievito della conoscenza) e la conoscenza in Massoneria sono concetti centrali, intrecciati con […]
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Magia: il miracolo della cosa unica

«Come il sole è la luce del mondo, così l’intelletto lo è dell’anima, e l’illumina più del sole; infatti tutto ciò che il sole illumina è periodicamente privato della sua luce quando sopraggiunge la notte, per l’interporsi della terra e della luna. L’intelletto, dunque, quando si unisce all’anima umana diviene un’unica natura con essa per […]
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IL SIGNIFICATO DEI COLORI

I colori hanno sempre avuto un’importanza fondamentale in tutte le culture fin dalla notte dei tempi, difficile immaginare un mondo senza colori, perché colore significa vita Tra tutti i colori esistenti ve ne sono alcuni che esprimono un simbolismo antichissimo che detta misteriosamente regole e leggi ancestrali, mi riferisco in particolare al bianco al rosso […]
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Quid est Veritas?

1.    Introduzione Verità e menzogna in senso extramorale: questo il titolo di uno degli scritti minori di Nietzsche, di poco successivo alla Nascita della tragedia, in cui il filosofo di Basilea inquadra uno dei temi più discussi dalla speculazione filosofica in un’ottica abbastanza originale. Per questo ancora giovane e semi romantico Nietzsche la “verità” inseguita […]
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