Heat Deaths in a ‘Cold’ Country Are a Warning to the Rest of Europe

© Ksenia Kuleshova for The New York Times

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FIRENZE - STABBIA - Un motociclista di 42 anni è morto nella notte a Stabbia di Cerreto Guidi (Firenze) a seguito di un incidente con il mezzo a due ruote. L'uomo è uscito fuoristrada finendo contro un palo sulla via Francesca nord intorno alle ore 3 della notte scorsa. Soccorso in condizioni gravissime ed è morto poco dopo il trasporto Continue Reading
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© Ksenia Kuleshova for The New York Times

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Un tempo Rimini e Riccione sapevano leggere in anticipo cambiamenti della società e dell’industria turistica. Oggi invece la riviera sembra specchiarsi senza sapere bene in che direzione andare Leggi

Sono trascorsi diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi. Il delitto ha una data; il suo processo mediatico sembra non conoscere né conclusione né giudicato. Televisione e social chiedono continuamente al pubblico di scegliere: Alberto Stasi o Andrea Sempio, innocente o colpevole. Ma la cronaca giudiziaria non è un referendum e la verità non si misura con lo share. Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni. L’affidamento in prova ai servizi sociali è una modalità di esecuzione della pena, non un’assoluzione e neppure l’effetto della nuova indagine. Sempio è indagato nell’inchiesta della Procura di Pavia, che lo considera il presunto autore dell’omicidio. Al momento in cui scrivo, non è imputato, non è stato rinviato a giudizio, si dichiara innocente e gli accertamenti proseguono. La difesa di Stasi prepara una richiesta di revisione, ma una revisione annunciata non è una revisione ammessa e non cancella automaticamente una sentenza.
Criticare un giudicato è legittimo. Gli errori giudiziari esistono e il giornalismo deve controllare anche la magistratura. Ma la giustizia non si corregge sostituendo un colpevole giudiziario con un colpevole televisivo. Per capire il cortocircuito, basta osservare come cambiano le parole. Una compatibilità diventa un’identificazione; una traccia diventa una prova; una lettura accusatoria diventa una confessione. Frammenti autentici possono così produrre un racconto complessivamente deformato.
La perizia genetica ha riesaminato i dati ottenuti nel 2014 dai margini ungueali di Chiara, perché il materiale originario era stato consumato dalle precedenti analisi. Sono emersi aplotipi maschili del cromosoma Y, misti e parziali, compatibili con Sempio o con altri uomini della sua linea paterna. È un dato importante, ma non identifica una persona. Non permette neppure di stabilire con rigore quando e come quel materiale sia stato depositato, né se derivi da contatto diretto, trasferimento secondario o contaminazione. Sminuirlo sarebbe scorretto; presentarlo come «il Dna dell’assassino» lo è altrettanto.
Lo stesso metodo vale per l’impronta 33. I consulenti della Procura e quelli di Stasi la attribuiscono a Sempio; i tecnici della sua difesa e quelli della famiglia Poggi contestano, con argomenti differenti, l’attribuzione o il collegamento con la dinamica dell’omicidio. Il test specifico eseguito nel 2007 per la ricerca di sangue umano diede esito negativo, mentre la difesa di Stasi ha proposto una diversa ricostruzione. L’impronta non è databile. Attribuzione, datazione e significato criminologico sono tre problemi distinti. Comprimerli nella parola «prova» non semplifica: altera. Anche alcune frasi intercettate nell’automobile di Sempio sono interpretate in senso accusatorio dalla Procura e ritenute prive di natura confessoria dalla difesa. Riferire entrambe le letture è cronaca. Chiamarle direttamente «confessione» significa promuovere la tesi di una parte a verità accertata.
Qui entra in gioco la deontologia. Non è un freno alla libertà di stampa né un espediente per evitare querele: è la struttura professionale della notizia. Il Codice deontologico impone accuratezza, completezza, verifica delle fonti e rispetto della presunzione di non colpevolezza. Prescrive inoltre di distinguere tra cronaca e commento; accusa e difesa; pubblico ministero e giudice; indagato, imputato e condannato; provvedimenti definitivi e non definitivi.
Non sono sottigliezze. Scrivere «secondo la Procura» chiarisce chi sostiene una ricostruzione. Precisare «consulenza di parte» ne indica origine e valore. Il condizionale non indebolisce una notizia: comunica onestamente il grado di certezza raggiunto. Essere super partes non significa assegnare lo stesso peso a ogni voce, ma dichiarare origine, limiti e forza dimostrativa di ciascun elemento.
È esattamente contro le scorciatoie della suggestione che ho scritto “Cento tecniche segrete del giornalista investigativo. Domande, strategie e consigli pratici per arrivare alla verità”. Il titolo parla di segreti, ma quello più importante è forse il meno cinematografico: non innamorarsi mai della propria tesi. Il manuale traduce in strumenti concreti il metodo già sviluppato in “Giornalismo investigativo e d’inchiesta”, pubblicato nel 2025 dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dalla Fondazione sul giornalismo italiano Paolo Murialdi. Il principio è semplice: separare sempre il dato, la fonte, l’interpretazione e ciò che quel dato consente realmente di concludere.
Tra le cento tecniche c’è quella dei Tre Perché, che obbliga il giornalista a superare la spiegazione più comoda. Applichiamola a una frase diventata un classico di molte pseudo-inchieste: «Qui nessuno parla: hanno paura». Perché il silenzio dovrebbe dimostrare la paura? Perché escludere pudore, diffidenza, stanchezza, tutela legale o semplice indisponibilità? Perché una supposizione del cronista dovrebbe diventare la conclusione del servizio?
Se a queste domande non seguono fatti verificabili, non è stata scoperta l’omertà: è stato attribuito arbitrariamente un significato al silenzio. «Nessuno parla perché tutti hanno paura» è una suggestione a buon mercato venduta come inchiesta. È anti-giornalismo, perché trasforma l’assenza di risposte nella conferma della tesi che non si è riusciti a dimostrare. Il giornalismo investigativo non riempie i vuoti con l’immaginazione: li rende visibili e, quando non può superarli, ha l’onestà di dichiararli.
Il processo mediatico premia invece la certezza immediata. Una stessa fonte, rilanciata da programmi, siti e profili social, sembra diventare un coro di conferme indipendenti. Nascono tifoserie che non esaminano più gli elementi, ma difendono una narrazione. Non serve un complotto per deformare un caso: basta un sistema che remunera le certezze e considera il dubbio una debolezza.
Al centro dovrebbe tornare Chiara Poggi. Tutelare la presunzione di non colpevolezza di Sempio non significa assolvere Stasi; ricordare la condanna definitiva di Stasi non impedisce di analizzarla criticamente; rispettare la famiglia Poggi non autorizza a indicare un nuovo colpevole prima del giudice. Il pubblico non ha bisogno di un magistrato senza toga, di un detective da salotto o di un cronista che scambi i punti esclamativi per prove. Ha bisogno di professionisti capaci di spiegare che cosa è accertato, che cosa è contestato, chi sostiene ogni tesi e che cosa ancora non sappiamo. Il bravo giornalista non è quello che arriva per primo a un colpevole. È quello che, per arrivare alla verità, non sacrifica nessuno lungo la strada.

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© Ronaldo Schemidt/Agence France-Presse — Getty Images
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It was late March when Joe Teirab, the second-in-command at Minnesota’s U.S. attorney’s office, received an urgent email from Washington.
The federal government was scrambling to find criminal cases to back up President Donald Trump’s claims that illegal voting by noncitizens was tipping the scales in American elections. Agents from Homeland Security Investigations, a massive federal law enforcement agency, had been dispatched to work leads across the country, including hundreds in Minnesota.
Teirab was already under pressure. In an earlier missive, Nick Davis, a high-ranking Justice Department appointee helping to lead the election fraud crusade, had reminded him the cases were so high priority that Teirab and his staff couldn’t decline to move forward on them without express approval from agency higher-ups. On March 24, Davis demanded a status report — within hours.
Teirab, a former Marine and a Harvard Law graduate who’d run unsuccessfully for Congress as a Republican, responded with a blunt reality check.
“Bottom line up front,” he replied in an email reviewed by ProPublica. After subpoenaing records on about 130 people, only one had been referred for prosecution, his staff had told him. Agents had deluged local election offices with calls and demands for voting histories, demonstrating “a complete lack of understanding” of illegal voting investigations.
“The HSI task force has been disjointed and disorganized,” Teirab wrote. The entire process, he said, had been “dysfunctional.”
Since Trump regained the White House, his administration has launched a series of unprecedented initiatives to find and prosecute voting by noncitizens, which he’s long claimed, without evidence, is rampant.
He’s stepped up this push in recent weeks, saying in a nationally televised speech that the American election system was “so vulnerable that no one can possibly defend it.” To support that assertion, the Department of Homeland Security, HSI’s parent agency, released documents asserting it had found more than 250,000 noncitizens on voter rolls in just four states, all led by Democrats. The documents included no explanation of how that number was calculated.
It’s well known the administration has tasked HSI — a force established to combat drug cartels, terrorism and other cross-border criminal enterprises — with leading the campaign to find election fraud cases in the United States.
But an investigation by ProPublica reveals for the first time how the Trump administration came to harness HSI’s personnel, technology and sweeping legal authority in service of its election agenda — and how meager the results have been, despite the prodigious resources sunk into the effort.
According to interviews and internal emails reviewed by ProPublica, career staffers at the Justice Department warned that transferring voter rolls to HSI to enable it to search for noncitizen voters could violate federal privacy laws. Similarly, longtime HSI insiders cautioned that using the agency’s databases and tools to search these lists would yield mismatches and wildly inflated results.
The administration plowed forward anyway.
HSI’s involvement in the hunt for election fraud traces at least to summer 2025, when agency supervisors embraced a proposal from a midlevel agent who’d publicly echoed Trump’s claims about elections. He argued the agency’s powerful databases and tools could find noncitizens even on the voter lists that states make publicly available, from which the most confidential information has been redacted. Under Trump, the Justice Department had collected many public voter rolls as part of a controversial effort to compel states to turn over the unredacted versions.
Those searches went forward, ProPublica’s reporting shows, helping to generate tens of thousands of leads regarding illegal voting across the country. But when HSI agents were sent to investigate them, the results were similar to what Teirab reported from Minnesota.
Between January 2025 and May 2026, a ProPublica analysis of Justice Department data shows, fewer than 150 alleged noncitizen voters were referred for prosecution. Even fewer — 41 — were charged with voting illegally or other election-related crimes. (More than 150 million people voted in the most recent presidential election.)
In response to questions from ProPublica, administration officials insisted the effort spearheaded by HSI was producing meaningful results.
“President Trump is committed to ensuring that Americans have full confidence in the administration of elections, and that includes totally accurate and up-to-date voter rolls free of errors and unlawfully registered non-citizen voters,” Abigail Jackson, a White House spokesperson, said in response to ProPublica’s request for comment. “Noncitizens voting is a crime. Anyone breaking the law will be held accountable.”
A DHS spokesperson didn’t answer questions about why so few prosecutions have resulted from HSI’s work. The agency wouldn’t specify what tools or techniques HSI had used, but confirmed it had cross-referenced “publicly available data” from state voter rolls with information on “known illegal aliens” in its systems. “It’s not rocket science,” the spokesperson wrote of this initiative in a response to ProPublica’s questions. “It’s an easy step to secure our elections.”
Teirab and the U.S. attorney’s office in Minnesota declined to comment.
There’s an array of reasons why Trump’s campaign to document claims of widespread voter fraud hasn’t succeeded. Most obviously, it’s exceedingly rare, as countless studies and state audits have found. Noncitizens often get on voter rolls by accident or when government officials make errors. Last month, New Jersey disclosed that a mistake involving its Motor Vehicle Commission caused 6,600 noncitizens to be registered (fewer than 400 voted).
The administration’s critics say its hunt for noncitizen voters aligns with Trump’s attempts to seek more federal control over elections while stoking doubt and fear about the voting process. Since taking back the Oval Office, Trump has tried to impose new restrictions on voter registration, mail-in ballots and voting machines, though judges have shut down most of these efforts.
Former officials at DHS and the Justice Department called the move to involve HSI a further escalation and questioned the propriety of aiming the agency’s muscle and technology at individual cases of illegal voting.
“It’s one thing if you’re going after Pablo Escobar,” said Steve Bunnell, a former DHS general counsel and senior intelligence adviser who handled voting fraud prosecutions during more than a decade at the Justice Department. “It’s another thing if you’re going after some cleaning lady who’s been working in the United States for 20 years and taking care of her 80-year-old mother and taking her little kids to church.”

Trump’s enlistment of HSI in his election fight is no accident. Cobbled together in the aftermath of 9/11, the agency has 7,100 armed, highly trained agents and another 800 criminal analysts, as well as access to troves of confidential data about hundreds of millions of Americans.
Though part of Immigration and Customs Enforcement, the agency has historically stayed out of immigration cases. During the first Trump administration, leaders of 19 HSI regional offices — virtually its entire top field hierarchy — signed a letter calling for HSI to become a standalone agency, arguing that ICE’s deportation work dissuaded people from cooperating with its investigations. But when Trump returned to the White House, it swiftly became clear that the agency would play a central role in investigations related to the president’s twin obsessions, illegal immigration and noncitizen voting.
Trump picked his field general for repurposing HSI even before taking the oath of office. In December 2024, he named Anthony Salisbury, a 50-year-old career agent who’d run the agency’s Miami office, as a deputy homeland security adviser, reporting to White House policy chief Stephen Miller. He was also given a dual appointment as head of HSI.
Salisbury was colorful: A mixed martial arts enthusiast, he once appeared at the agency’s headquarters with his face bruised and eye blackened from a recent bout. He’d sometimes entertain colleagues by pulling out a bridge that covers his missing front teeth.
To agency veterans, however, he was forever linked to a 2011 operation he’d overseen in Mexico in which one agent was killed and another wounded in a highway ambush by a drug cartel. An agency review submitted to Trump in April 2020 concluded that errors by HSI supervisors, including Salisbury, contributed to the outcome; it urged the administration to consider disciplinary action. None was taken against Salisbury, however.
Salisbury did not respond to requests for comment from ProPublica. A White House official called him “a critical member of the Trump administration” who was “cleared” in every review of the Mexico incident and was subsequently “promoted six times under multiple administrations.”
“It’s one thing if you’re going after Pablo Escobar. It’s another thing if you’re going after some cleaning lady who’s been working in the United States for 20 years and taking care of her 80-year-old mother and taking her little kids to church.”
Steve Bunnell, a former DHS general counsel and senior intelligence adviser
Once elevated to his new posts, Salisbury took charge of carrying out the second Trump administration’s agenda for HSI, personally issuing staffing directives, reassignments and promotions, current and former agency officials told ProPublica. (A number of them spoke on condition of anonymity out of fear of retribution.)
Starting in early 2025, Salisbury oversaw the unprecedented reassignment of more than 6,000 agents to immigration enforcement, diverting most of the agency from its normal duties. He then also pointed HSI at noncitizen voting, presiding over multiple meetings with officials at DOJ and Homeland Security focused on election fraud, according to emails reviewed by ProPublica and agency supervisors who worked with him.
“Stephen Miller has an HSI deputy for a reason,” said Eric Balliet, a high-level HSI manager who retired in 2024 after 23 years with the agency. (Like many HSI veterans, Balliet has remained in close contact with former colleagues.) “Salisbury is going to salute and execute, and he is going to make sure that from the HSI side, they fall in line, and there’s going to be no resistance or pushback. HSI has been turned into the Swiss Army knife of federal law enforcement.”
In early July 2025, Frank Quiñones, an HSI special agent who’d worked under Salisbury in Florida, approached leaders at the HSI Innovation Lab with an idea for using the agency’s technology to find noncitizen voters on state voter rolls, sources at the agency told ProPublica. Quiñones had been transferred to Washington to oversee a unit that had previously handled cases involving the theft of government benefits but that had been enlisted into voting investigations.
The lab, housed in an unmarked office in a D.C. suburb, had access to the government’s most sensitive databases, from suspicious activity reports to arrest records. Staffed by a combination of HSI experts and outside consultants, it developed software tools to comb the data for information that could help agents pursue criminal suspects.
Quiñones was a true believer in Trump’s claims about election fraud: In multiple Facebook posts and reposts, ProPublica found, he promoted claims that the 2020 presidential vote had been stolen. At a meeting with the Innovation Lab’s overseers, according to sources who worked in the lab, he pitched using the lab’s technology to identify illegal voters — even though the agency lacked voter rolls that included identifiers such as partial Social Security numbers. (Quiñones did not respond to ProPublica requests for comment.)
For proof of concept, Quiñones proposed using a February 2021 public voter list he’d obtained for New Jersey and running it through HSI’s databases. The lab staff viewed his idea as “a little insane,” one recalled — both unreliable and improper. Since the public rolls don’t include voters’ unique identifiers, people at the lab also knew linking them to HSI’s data would produce mismatches — what the staffer called an “ungodly” number of false positives. The lab team also worried about violating longstanding safeguards limiting use of private citizen data. They “didn’t want to touch this,” the staffer added. Quiñones defended his idea, repeatedly declaring: “The president wants this!”
Tom Hodge, an HSI data analyst at the meeting, proposed running the voter information through the Athena Toolbox, an analytical platform developed by the Sandia National Laboratories that had access to all of HSI’s databases. (Hodge did not respond to ProPublica requests for comment. Sandia referred ProPublica’s questions to the facilities’ parent agencies, including the Department of Energy, which did not respond to our requests.)
Hodge and the Sandia team spent the next six weeks on the project, reporting they’d found large numbers of noncitizens on Quiñones’ 2021 New Jersey list. According to one former HSI official, they said they’d found “5,000 high-confidence illegal voters” in just a single New Jersey county. (Officials at the New Jersey secretary of state’s office, which oversees the state’s voter rolls, declined to comment on the claim. Beth Thompson, head of a group for local New Jersey election officials, called the number impossibly high, even accounting for the mistake disclosed by the state.)
The apparent breakthrough couldn’t have come at a better time.
The Trump administration’s other efforts to identify noncitizens on state voter rolls were running into a variety of roadblocks.
The administration had hoped to persuade states to check their voters’ citizenship status using a system called the Systematic Alien Verification for Entitlements, or SAVE, but many didn’t. Most states also refused the Justice Department’s demands to turn over their unredacted voter rolls, including partial Social Security numbers, which thwarted the agency’s plan to run them through SAVE. Courts have stymied the DOJ’s attempts to sue for the records, citing the Constitution, which gives primary control over elections to the states.
In an Aug. 21 email to a half dozen administration officials, Quiñones touted the solution he’d brought to the HSI Innovation Lab: using HSI’s platform to search voter rolls. The results, Quiñones noted, could fuel both criminal and immigration investigations.
By the end of the month, those in top election-related roles at DHS and the Justice Department were actively promoting what they dubbed the “HSI Tool” as a preferred alternative to SAVE, according to people familiar with the matter. Among them was Heather Honey, the prominent election denier appointed as a senior counselor at DHS, who is helping lead the government’s efforts to identify noncitizens on voter rolls. (Honey did not respond to ProPublica’s requests for comment. In an email responding to questions to her, DHS said Honey’s “expertise in election administration” was “invaluable to the Department’s efforts to protect critical infrastructure.”)
The White House, too, got behind the idea. In a November email, J. Brian Sikma, special assistant to the president, excitedly noted that the New Jersey trial cross-checking voter rolls with DHS data appeared to have identified a “very significant number” of “potential non-citizens.” (Sikma didn’t respond to a request for comment.)
The DOJ, Sikma reported, had already obtained public voter rolls for many other states. He included a list of them, adding: “It is of paramount importance that these also be reviewed expeditiously.”

As the push to use HSI’s tech to search voter information gained momentum, a new problem emerged.
Career attorneys at the Justice Department, including specialists on privacy law, raised concerns that transferring voter rolls wholesale from the agency to DHS might not be legal, according to internal emails reviewed by ProPublica and interviews with several former officials.
The voter rolls the DOJ had collected contained sensitive information on millions of Americans. Even the public versions, which political parties and candidates routinely obtain to target ads and messages, included voters’ addresses, birth dates and party affiliations. For the 16 states that have agreed to share their unredacted voter lists, the DOJ had citizens’ partial Social Security numbers or driver’s license information, too.
Federal laws, particularly the Privacy Act, dictate what data government agencies can collect, what it can be used for, how it can be shared, and how it must be protected. Agencies have to disclose their plans in advance, gathering public comment. A person’s information can’t be released or shared without their consent, subject to limited exceptions.
From the outset, the Trump administration’s effort to combine data across federal agencies has repeatedly drawn criticism from courts and whistleblowers for failing to adhere to restrictions meant to keep data private and secure. In June, for example, a judge prohibited the government from using SAVE for mass searches, ruling the administration had violated federal privacy laws by giving DHS access to Social Security data to enhance the tool. The administration has appealed that ruling.
In July 2025, as word got around that the DOJ might hand over voter data to DHS, a half dozen career attorneys who had been reassigned into the voting section voiced their unease to supervisors, according to two former DOJ lawyers. Their concerns were disregarded, prompting most to resign.
Instead, the DOJ’s office of legal counsel pushed forward with plans to share the public voter rolls, claiming a Privacy Act exception allowed HSI to receive such data without public notice as long as it was for law enforcement purposes. DHS just needed to submit a letter officially requesting the data for those purposes, an attorney in the legal counsel’s office explained, according to internal emails.
But this exception was meant to be used to get information on individual criminal suspects, not to gain mass access to data on people suspected of no wrongdoing, according to Nikhel Sus, chief counsel for Citizens for Responsibility and Ethics in Washington, which has sued the Trump administration on behalf of voter and pro-privacy groups, filing the case that eventually limited SAVE’s use.
“[Anthony] Salisbury is going to salute and execute, and he is going to make sure that from the HSI side, they fall in line, and there’s going to be no resistance or pushback. HSI has been turned into the Swiss Army knife of federal law enforcement.”
Eric Balliet, a former high-level HSI manager
Peter Winn, a 29-year Justice Department veteran who had served as the agency’s acting privacy chief for nearly a decade, drafted a letter to set out the data-sharing agreement between the DOJ and DHS, according to internal documents reviewed by ProPublica.
In a Feb. 12 email to two top DOJ officials, he said he’d rewritten an initial draft memo to “make the information sharing arrangement far easier to defend, if and when it is challenged in court.”
Rather than simply handing over the voter rolls, Winn proposed having DHS request “pertinent and relevant” information about specific people from the DOJ, then having technical staff at Justice and Homeland Security “coordinate” to fulfill the requests.
“Having slept on it,” Winn wrote, “I ended up deciding that our initial idea of sending a huge amount of raw unprocessed voter registration data to DHS, involved taking far too much unnecessary legal risk, given that 99% of the data would implicate the privacy and civil liberties of United States Citizens, and would risk adding to the false narrative in the establishment press of DOJ and DHS being unconcerned with the privacy and civil liberties of Americans.”
Winn attached his proposed letter, to be signed by Todd Lyons, then the acting director of ICE.
Winn’s suggested restrictions were quickly abandoned, however. A second draft of the letter, dated March 4, contained altered language providing that the voter information would be “transferred” to HSI, with one exception: Voters’ party affiliation would be redacted, if possible, it said.
The final letter, signed by Lyons and sent to the DOJ just two days later, abandoned even that limitation. Just three paragraphs long, it permitted HSI to use the voter rolls to pursue any “appropriate investigation of potential violations of federal election law.”
In response to questions from ProPublica, Winn said “I can’t really comment on internal drafts of correspondence.”
A Justice Department spokesperson defended the government’s actions, saying “no one should oppose intergovernmental data sharing and coordination that enable swift investigations and prosecution of illegal alien voting.” DHS echoed the DOJ’s view, calling such information sharing “essential to protecting America’s election process by keeping noncitizens off voter rolls” and “an easy step to secure our elections.”
Sus said that by pooling voters’ sensitive personal identifiers, along with their party and voting histories, the administration has “run roughshod” over privacy laws and is creating a “1984-style database” that could be used to surveil political participation.
CREW filed a lawsuit in April on behalf of the nonprofit advocacy group Common Cause that argues it’s illegal for the administration to use the law enforcement exception to justify mass sharing of voter information.
Balliet, the former HSI agent, expressed similar concerns, saying that handing over voter rolls to run through DHS’ systems amounted to “a mass data-collection effort by the government against its own citizens in a non-criminal setting.” On a practical level, he added, the data sharing increased the risk of breaches that can open law-abiding citizens up to identity theft.
“As a citizen, I want the government to take seriously the protection of my private data,” he said. “If it falls into the wrong hands, it’s not the government that suffers. It’s me.”

By January 2026, scores of HSI agents were fanning out across the country to investigate thousands of leads about illegal voting.
About 25,000 of them involved people SAVE had identified as potential noncitizens on state voter rolls. Another 15,000 were given to HSI’s cross-border financial crimes unit, which was told to prioritize them over money laundering and fraud cases, a former high-level HSI official said. Quiñones’ unit led a separate effort to find additional cases by reviewing whether people who’d recently become citizens had voted before they were naturalized, then lied about it in naturalization interviews.
Still more leads came from running public voter rolls through the HSI lab’s databases, though it’s not clear how many. Agency sources told ProPublica that the rolls of New Jersey and Pennsylvania were searched using the Athena Toolbox. When DHS announced it had found more than 250,000 noncitizens on the registered voter lists of four Democrat-led states, it said that included “as many as” 35,152 in New Jersey and 14,576 in Pennsylvania. Both states have asked DHS to provide the source of the numbers.
Once federal investigators started digging into these cases, however, they often fell apart.
Through May, prosecutors had charged fewer than four dozen people with crimes related to noncitizen voting, ProPublica’s analysis of DOJ data and federal court filings shows, getting convictions or guilty pleas in 14 cases.
The largest cluster of cases was brought in the Southern District of Florida, headed by Jason Reding Quiñones (no relation to the HSI agent), a staunch Trump ally who has led investigations of the president’s political opponents. Voters have been sentenced in eight of the office’s cases; seven others are pending.
Prosecutors have initiated a total of seven noncitizen voting cases as of May in the four states where DHS claimed to have found more than a quarter million noncitizens on the rolls. Collectively, these states have more than 40 million registered voters.
Overall, the paltry numbers reflect the realities HSI investigators confronted on the ground as they tried to convert leads into cases, a ProPublica review of records obtained by voting-advocacy groups Campaign Legal Center and Democracy Forward shows.
Emails between agents and local election officials in Texas and Ohio indicate much of the federal information on purported noncitizens was inaccurate, the consequence of flawed data matching. When agents demanded voting histories and registration forms, they often discovered people weren’t registered in the counties where HSI thought they were. When voters register, they must attest that they are U.S. citizens; agents found some, however, who’d been put on voter rolls in error after disclosing they weren’t citizens. Many had never voted.
“Our initial idea of sending a huge amount of raw unprocessed voter registration data to DHS, involved taking far too much unnecessary legal risk, given that 99% of the data would implicate the privacy and civil liberties of United States Citizens.”
Peter Winn, a Justice Department veteran, in an email urging limits on data sharing that were not adopted
Most HSI agents, steeped in pursuing complex international crimes, had no experience in pursuing voting fraud. In his email to Nick Davis at the Justice Department, Teirab, the top deputy in Minnesota’s U.S. attorney’s office, described the chaos that ensued when the state and at least six counties got subpoenas for voters’ records. The demands “presented a host of issues,” Teirab wrote to Davis. (Davis did not respond to a request for comment.)
“An unknown number of agents are constantly arriving in Minnesota without any knowledge of the investigation, the issues already discussed and decided, and the processes they need to follow,” Teirab complained. “Instead of getting up to speed and learning, they have demanded many calls and subpoenas, most of which demonstrate a complete lack of understanding of the investigation.”
In Stearns County in central Minnesota, HSI agents subpoenaed voting histories on 13 people, county officials told ProPublica. Only six turned out to live there.
Minnesota Secretary of State Steve Simon, a Democrat, said the effort revealed federal investigators’ ignorance about “the nuance of elections administration.” The rate of purposeful election crime is “microscopic,” he said. “The very human errors that can happen are not some sort of plot or scheme to dirty up the voting rolls, but are just everyday human beings making mistakes, not intending at all to violate any law.”
As of May, only one illegal voting case has been referred for prosecution in Minnesota. The state has more than 3.8 million registered voters.
Even Republican-led states like Ohio, which has shared its unredacted voter rolls with the DOJ and run them through the SAVE system, have struggled to meet Trump administration demands to deliver cases.
In October, the Ohio secretary of state referred more than 1,000 voters identified as possible noncitizens to the federal government, claiming 167 had voted at least once since 2018. At least nine HSI agents in Cincinnati and Cleveland began to investigate, emails obtained by Campaign Legal Center and shared with ProPublica show.
The agents bombarded local election officials with requests for voting histories and other records, some dating back decades. “Sorry again for piecemealing these to you,” one agent wrote to an official in Butler County, outside Cincinnati, after making five separate requests over two weeks. Mohamed Al-Hamdani, a Democratic member of Montgomery County’s Board of Elections, which received similar inquiries, said they amounted to “witch hunts” that ate up staff time.
In February, Davis sent an email pressing Ohio’s two U.S. attorneys’ offices for an “election integrity” update, asking: “How close are we to complaints/indictments, how many subjects, what issues you’ve run into, how many referrals have been closed and why, how helpful HSI has been.”
As of May, just two voting cases had been referred for prosecution in Ohio and no one had been charged, federal data shows. The state has nearly 8 million voters.
In the past, it was uncommon for federal prosecutors to pursue charges against noncitizen voters who didn’t understand that it was against the law for them to vote. Without evidence of a coordinated effort or plot, it didn’t make sense to put resources into such prosecutions, a former DOJ official who oversaw election cases said.
Now, however, U.S. attorneys’ offices are taking a different approach, pursuing prosecutions that could result in prison terms or deportation.
In May 2025, federal prosecutors in Florida filed illegal voting charges against a mother and daughter, both Ukrainian citizens, who’d registered after becoming permanent U.S. residents, then voted in the 2024 presidential election. They’ve pleaded not guilty, with the mother saying in an interview with investigators that she thought having a green card meant she could vote. They and their attorneys didn’t respond to requests for comment from ProPublica. The prosecutor handling the case for the Southern District of Florida also didn’t respond to questions. The mother and daughter are scheduled to go to trial in September.

Experts on both elections and national security warn there may be profound longer-term costs to unleashing the federal government’s investigative and prosecutorial might to try to prove the president’s claims about noncitizen voting.
Current and former HSI agents say critical investigations — including task forces aimed at drug rings, human trafficking and money laundering — have languished as the agency has pivoted to take on noncitizen voting and immigration enforcement.
In February 2026, according to court files and emails reviewed by ProPublica, an HSI agent in Ohio who’d been leading a multistate child sex abuse investigation was abruptly assigned to pursue dozens of leads on suspected noncitizen voters, work that took months. It wasn’t until May that he made an arrest in the other case. Prosecutors have filed child exploitation and pornography charges against the man, 38, in connection with acts involving at least five 14-year-old girls.
Cases like this “don’t just stop,” said Balliet, the 23-year HSI veteran. “When you pull people off them for an extended period of time, those criminal networks will adapt, and people get killed and kidnapped.”
Federal data hints at a broader slowdown in what had been HSI’s most urgent work. According to an annual government report, the number of wiretaps obtained by DHS — often to investigate drug trafficking — plummeted to 23 in 2025, from 133 the previous year. In the report, DHS attributed the decline to several factors, including “changes in administration enforcement and prosecutorial priorities.”
“It’s never been a better time to be involved in transnational organized crime,” said John Tobon, a high-ranking HSI official who retired in early 2025.
“The very human errors that can happen are not some sort of plot or scheme to dirty up the voting rolls, but are just everyday human beings making mistakes, not intending at all to violate any law.”
Minnesota Secretary of State Steve Simon
In its statement, DHS denied HSI has neglected its core mission, saying the agency has increased its efforts to combat criminal cartels, gangs and drug traffickers in response to multiple Trump executive orders.
Though HSI’s voting-related investigations have yielded only a small number of prosecutions, voter advocacy groups worry the Trump administration will use them to justify more extreme interventions.
Its latest tactics include threatening to withhold funds from states it says are refusing to check their voter rolls for noncitizens and saying it will prosecute state election officials who “knowingly” fail to remove noncitizens. Trump has also continued to press Congress to enact the SAVE America Act, which would require people to provide proof of citizenship when registering to vote, a measure advocates have criticized as a barrier to voting. Democrats are preparing for the prospect of federal troops being sent to the polls to intimidate voters.
“Those concerns are playing out in real time, with far-reaching consequences,” said Dax Goldstein, a director at the States United Democracy Center, a nonprofit group that works to build confidence in elections. “When federal agencies are misused and weaponized, people lose trust in government itself.”
The post Inside Trump’s Failed Hunt for Noncitizen Voters appeared first on ProPublica.
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Nature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10959-w
Author Correction: Structural mechanism of cGAS inhibition by the nucleosomeNature, Published online: 13 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10959-w
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© Tobias Schwarz/Agence France-Presse — Getty Images
Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10891-z
By engineering the statistics of light at the micrometre scale using phase-only spatial light modulators, both the state and degree of polarization become spatially programmable, enabling direct encoding of information in a high-dimensional space.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10922-9
The maternal gut microbiome is a predictor of infant eczema.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10906-9
An in vivo model that is able to recover human T cells from solid tumours can identify targets to help improve CAR T cell antitumour activity.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02292-z
Different tropical tree species can vary in their ability to withstand drought — and so too, it seems, can distinct populations of the same tree species.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10891-z
By engineering the statistics of light at the micrometre scale using phase-only spatial light modulators, both the state and degree of polarization become spatially programmable, enabling direct encoding of information in a high-dimensional space.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10922-9
The maternal gut microbiome is a predictor of infant eczema.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10906-9
An in vivo model that is able to recover human T cells from solid tumours can identify targets to help improve CAR T cell antitumour activity.Nature, Published online: 12 August 2026; doi:10.1038/d41586-026-02292-z
Different tropical tree species can vary in their ability to withstand drought — and so too, it seems, can distinct populations of the same tree species.Per il suono della campanella ancora c’è tempo, l’anno scolastico in Toscana riprenderà il prossimo 15 settembre, ma intanto, mentre studenti grandi e piccoli si godono le meritate vacanze e un poco di relax, parte o prosegue insieme ai genitori la ricerca dei libri scolastici e di tutto l’occorrente per iniziare l’anno scolastico preparati, con un occhio sempre attento alla convenienza.
Silvia quest’anno andrà in seconda media. L’abbiamo incontrata alla Coop mentre faceva la spesa con il babbo. «Ho comprato il diario. Ne ho approfittato anche per comprare della cancelleria nuova, squadre e il righello, matite e pennarelli, qualche quaderno». La sorellina Alice, quest’anno andrà in quinta elementare. Anche lei come la sorella sta facendo scorta di cancelleria: matite, pennarelli, penne, evidenziatori colorati… lo zaino no, per quest’anno terrà lo stesso, ma già guarda curiosa tra gli scaffali per il prossimo anno scolastico: «Nuovo zaino. Andrò in prima media!», commenta contenta.
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Nature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10991-w
Phosphine-mediated azine C–H couplings with water and ammoniaNature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10991-w
Phosphine-mediated azine C–H couplings with water and ammoniaNature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10947-0
Author Correction: Uncovering the role of LINE-1 in the evolution of lung adenocarcinomaNature, Published online: 11 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10947-0
Author Correction: Uncovering the role of LINE-1 in the evolution of lung adenocarcinoma

Nature, Published online: 10 August 2026; doi:10.1038/s41586-026-10973-y
Author Correction: Cooperation conflicts with equality when allocating public goodsQuando all’interno di una famiglia i genitori si separano, non sono solo i coniugi a vivere un cambiamento: tutto il nucleo familiare viene coinvolto sia sul piano organizzativo sia su quello emotivo. La separazione è un processo che richiede un adattamento da parte di tutti, anche dei figli, che ne sono inevitabilmente coinvolti e che devono affrontare i cambiamenti legati alla nuova organizzazione familiare. Ne abbiamo parlato con Alessandra Bettini, psicologa psicoterapeuta della Psicologia ospedaliera pediatrica dell’Aou Meyer Irccs.
Come mitigare gli effetti di una separazione?
Gli effetti della separazione sui figli non dipendono solo dall’evento in sé, ma da una serie di fattori sociali, economici, legali e psicologici che possono amplificare o attenuare lo stress connesso a questa esperienza. L’età e il livello di sviluppo emotivo del bambino giocano un ruolo fondamentale, così come il clima affettivo presente prima, durante e dopo la separazione, sia fra i genitori sia nella relazione genitori-figli.
I figli di genitori separati sono emotivamente più esposti?
È importante ricordare che i figli di genitori separati non sono, di per sé, più a rischio di difficoltà emotive rispetto ad altri bambini: ciò che incide maggiormente sul loro benessere è l’esposizione a un conflitto genitoriale intenso e protratto nel tempo. In questo senso, una separazione può persino rappresentare una scelta protettiva, se pone fine a una situazione di forte tensione e se i genitori riescono a costruire nuove modalità collaborative, limitando il coinvolgimento dei figli nei conflitti ed evitando un loro uso strumentale (ad esempio come messaggeri o alleati). È altrettanto importante evitare di parlare negativamente dell’altro genitore e non caricare i figli di preoccupazioni economiche o legali legate alla separazione. I bambini hanno diritto di restare bambini.
Come parlare ai bambini della scelta di separarsi?
Comunicare ai figli la decisione di separarsi è un momento delicato. È preferibile farlo quando la scelta è definitiva e i cambiamenti organizzativi sono imminenti, così da ridurre l’incertezza legata a situazioni sospese. Le parole devono essere adeguate all’età e al livello di sviluppo dei bambini e, quando possibile, è importante che siano entrambi i genitori a parlarne insieme. Rassicurare i figli sul fatto che continueranno a essere amati da entrambi e che non hanno alcuna responsabilità per ciò che sta accadendo è fondamentale. Ovviamente, non sempre è facile trovare le parole giuste: in caso di bisogno, può essere utile rivolgersi a professionisti competenti. Ricordiamo che, anche se la coppia può non essere più tale, i singoli rimarranno sempre i genitori di quel bambino.
Quali le reazioni possibili?
I figli hanno bisogno di tempo per elaborare il cambiamento. Possono emergere tristezza, rabbia, confusione o regressioni temporanee. È importante accogliere queste emozioni senza minimizzarle, mantenere routine prevedibili e offrire ascolto e presenza. I bambini devono sentire che, nonostante la nuova organizzazione familiare, nel cuore e nella mente di ciascun genitore c’è sempre per loro un posto sicuro.
Come presentare nuove figure o una famiglia allargata?
L’ingresso di nuovi partner o di una famiglia allargata va introdotto con gradualità. Forzare i tempi o aspettarsi legami immediati può mettere in difficoltà i bambini. È fondamentale rispettare i loro ritmi, chiarire i ruoli e permettere che le relazioni si costruiscano nel tempo, senza l’intento di sostituire le figure genitoriali.
L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha redatto un testo guida che afferma il diritto dei figli a: continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori e a mantenere i propri affetti; continuare a essere figli e a vivere pienamente la propria età; essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori; essere ascoltati ed esprimere i propri sentimenti; non subire pressioni da parte dei genitori o dei parenti; vedere condivise da entrambi i genitori le scelte che li riguardano; non essere coinvolti nei conflitti fra i genitori; veder rispettati i propri tempi; essere preservati dalle questioni economiche; ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano.
Articolo in collaborazione con Aou Meyer Irccs
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Il 15 luglio 2026 è stato ufficialmente firmato a Bruxelles il Gibraltar EU Treaty, che definisce il nuovo quadro di relazioni tra Gibilterra e l’Unione Europea dopo la Brexit. Il trattato concede la libertà di spostamento per i cittadini gibilterriani e quelli europei al suo interno, ponendo così fine ai controlli doganali applicati dalle controparti inglesi e spagnole. Data l’unicità della colonia inglese, sono stati concordati anche gli aspetti economici e commerciali che subiranno dei mutamenti conformi alle leggi dell’Unione Europea. Inoltre, il trattato ha comportato l’abbattimento della “Verja”: ultima frontiera presente nell’Europa Occidentale. Il muro ha separato nettamente il confine tra Gibilterra e Spagna per oltre un secolo ed è stato l’attore principale di tensione politica tra Madrid e Londra. La sua rimozione apre le porte a una nuova era per i cittadini spagnoli e gibilterriani, promuovendo un ambiente di cooperazione e convivenza pacifica.
Oltre tre secoli di conflitto
L’origine delle tensioni riguardo alla sovranità di Gibilterra risale al 1704, durante la Guerra di Successione. In tale conflitto, la marina inglese e quella olandese invasero la Rocca, allora sotto controllo spagnolo. Nel 1713, l’allora re spagnolo Filippo V firmò il trattato di Utrecht, che segnò la cessione del territorio invaso alla Corona Britannica. L’accordo ha consentito a Londra di sfruttare Gibilterra come punto strategico chiave, tramite la costruzione della sua base militare per la proiezione della Royal Navy e della Royal Air Force (RAF) nel Mediterraneo e Nord Africa. Inoltre, tale postazione ha consentito al Regno unito di governare per secoli il Mediterraneo, controllando il passaggio delle navi e delle merci tramite lo stretto. Nonostante i vari sforzi di riconquista della Rocca, come i 14 assedi spagnoli conclusi con l’ultimo nel 1779 o quello di Napoleone nel 1806, Gibilterra è rimasta nelle mani di Londra fino ad oggi. Nel 1969 si è tenuto un referendum sul futuro della Rocca, nel quale il 99% ha votato a favore del mantenimento del legame con la Corona Britannica. In risposta, l’allora dittatore spagnolo Francisco Franco ha sigillato definitamente i confini tramite la chiusura della Verja isolandosi totalmente dal mondo occidentale. La morte di Franco ha permesso alla postura spagnola di ammorbidirsi e nel 1985 alla riapertura totale del confine terrestre sotto controlli doganali da ambo parti. Ciononostante, le tensioni tra Londra e Madrid non si sono mai placate, portando a diverse dispute nel corso degli anni successivi per il passaggio marittimo e terrestre. Nel 2016, la Brexit ha portato a ulteriori incertezze e complessità sulla gestione della colonia e ha creato anche problemi di mobilitazione per i cittadini spagnoli e della Rocca. In questo contesto, il Primo ministro spagnolo Sanchez ha rivendicato la problematicità dei rapporti e della sovranità del territorio conteso, minacciando diverse volte di rifiutare l’uscita dall’unione da parte di Londra. Un elemento che ha giocato a sfavore della colonia è stata la sua l’esclusione dal Trade and Cooperation Agreement (TCA), firmato tra Londra e l’UE nel 2020, che ha complicato i rapporti commerciali con l’UE e soprattutto con la Spagna. L’accordo firmato la settimana scorsa cerca di colmare tali lacune con un approccio di integrazione economica della colonia con i suoi vicini europei.
…e adesso?
Grazie alla stipula del trattato, Gibilterra verrà integrata territorialmente nell’area Schengen e conformata al commercio europeo. Conforme all’accordo, la gestione dell’aeroporto e del porto saranno sottoposti alle autorità inglesi in cooperazione con quelle europee mentre il passaggio terrestre esentato dai controlli. In questo contesto, il controllo congiunto è stato concordato per tutelare la sicurezza europea tramite l’integrazione del futuro sistema IT Entry/Exit System(EES). Il nuovo sistema informatico automatizzato avrà il compito di verificare l’accesso dei cittadini di Stati terzi nell’UE per creare un fronte unito davanti a minacce transfrontaliere come il terrorismo e reati gravi. I criteri per l’emissione dei permessi di soggiorno per i cittadini britannici che desiderano entrare in territorio europeo restano invariati. I cittadini extraeuropei, invece, verranno sottoposti al duplice controllo e le autorità europee avranno il compito di valutare la concessione del permesso. In merito dell’acquisto di merci europee, è stata indotta una tassa del 15% che andrà a crescere nei prossimi 3 anni fino all’allineamento con le normative economiche. Per combattere il contrabbando di tabacco dalla Rocca in EU, ne stati ristabiliti i prezzi aumentandone la tassazione di circa il 32% fino all’eguaglianza. Madrid dovrà assicurarsi il rispetto del trattato ed avrà anche potere decisionale sulla sospensione dell’accordo o di alcune norme presenti in esso.
In conclusione, sebbene l’accordo sarà cruciale per promuovere la convivenza e la cooperazione tra le due parti, non è riuscito ad abbattere il sentimento di rivendicazione della Spagna per Gibilterra. L’evento non cambia le dinamiche sulla sovranità della colonia, che rimarrà sotto Londra, ma concede uno status speciale alla Rocca permettendogli di conformarsi alle normative europee pur rimanendo fuori dall’Unione. L’unico modo affinché avvenga una cessione della colonia, come ripetuto diverse volte dal Regno Unito in risposta alle richieste spagnole, implicherebbe un referendum dove i cittadini gibilterriani scelgono spontaneamente l’annessione a Madrid. Tuttavia, tale evento pare irrealizzabile nel prossimo futuro, come dimostratosi dai referendum del 1967 e del 2002, dove in entrambi i casi circa oltre il 90% dei cittadini ha scelto di rimanere sotto la Corona Britannica.
L a storia racconta che, prima di trasferirsi a Palermo, Muhammad al-Idrisi fosse nato nel regno Almoravide del nord Africa, a Ceuta. A differenza dei coetanei, però, la biografia di al-Idrisi non fu legata solamente al mondo islamico e alle sue lotte intestine – come quella che aveva portato la sua famiglia a spostarsi dall’Andalusia al Marocco. Viaggiatore instancabile, Erodoto del mondo islamico, al-Idrisi finì infatti per stabilirsi alla corte del neonato regno cristiano di Sicilia. Da pochi decenni oramai infatti i Normanni avevano consolidato il loro dominio sull’isola, spinti dal Papa a rivendicare un territorio che si diceva fosse cristiano per diritto, sancito da una donazione di terreni risalente addirittura ai tempi dell’imperatore romano Costantino. In realtà il rovello del papa Niccolò II per la Sicilia era dovuto al fatto che da secoli l’isola era passata in mano al dominio islamico e, sebbene fosse una provincia oramai in crisi, costituiva ancora una spina nel fianco sull’uscio della cristianità. Così, a partire dal 1130, Ruggero II d’Altavilla fu il primo re di un regno che si costituì per circa due secoli come faro di sincretismo culturale tra le varie anime del Mediterraneo. Maestranze arabe, latine e bizantine iniziarono a ruotare attorno alla corte palermitana dando origine a un periodo di splendore per la storia del sud Italia nel Medioevo.
Fu proprio in questo contesto eclettico che al-Idrisi venne incaricato da Ruggero, in virtù delle sue qualità di geografo, di realizzare una raccolta di mappe da donare al re. Perciò venne composto il cosiddetto Libro di Ruggero o, più fascinosamente detto, Lo svago per chi brama di percorrere le regioni. Fiore all’occhiello di quest’opera è la Tabula Rogeriana, un atlante del mondo allora conosciuto, considerato uno tra i più accurati realizzati almeno per i tre secoli successivi; un’opera mirabile di cartografia, anche se a prima vista un po’ spiazzante. La Rogeriana così come le altre carte che accompagnano il libro sono infatti rappresentazioni cartografiche a punti cardinali invertiti; in alto è il sud, in basso il nord, a destra l’occidente e a sinistra l’oriente.
Al contrario (?)
Se tale rappresentazione aveva luogo chiaramente per questioni religiose – così facendo, infatti, la Mecca veniva fisicamente posta in posizione rilevante rispetto al resto del mondo – in questo modo si evidenziava altresì la rilevanza di alcune regioni rispetto alle altre. Si presentava una prospettiva ribaltata rispetto a quella che siamo abituati a vedere, una visione più compiutamente mediterranea, in cui Sicilia, Nord Africa e le zone costiere meridionali acquisivano centralità rispetto alle aree interne – in particolare europee. Guardando la Tabula Rogeriana si coglie perfettamente come quello di al-Idrisi sia un mondo che ha al centro il mare e che poggia il suo baricentro in ciò che per l’Europa moderna è considerato Sud, all’interno di un continuum che parte dall’Oceano Indiano – l’altra grande via marittima scoperta e percorsa dal mondo musulmano – in una sorta di autostrada marittima. Il mare e non la terraferma sta qui al centro del rapporto tra geografie, continenti e culture.
Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama, di una screziatura di civiltà che hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione, la colonizzazione feroce quanto il sincretismo; e però una domanda affiora da questo racconto: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica? Se la storia di al-Idrisi è una delle tante in grado di rappresentare la duplice tensione di una geografia tanto complessa – da un lato verso la specificità, la diversità, la distinzione; dall’altro verso la molteplicità, l’unione e il meticciato – e se è vero che esistono molti mari “mediterranei” (si pensi ad esempio al Golfo del Messico), ma soltanto uno è il Mediterraneo per antonomasia; che spazio attraversiamo, viviamo, ma soprattutto ereditiamo oggi, all’epoca di rinnovate guerre, della crisi energetica, della capitalizzazione dei territori? Nel momento storico in cui il fenomeno più impattante – in grado di superare persino i numeri delle migrazioni – è la turistificazione, soprattutto dei territori costieri, cosa resta della complessità territoriale di questa regione? Cosa resta oltre alle cartoline e agli hashtag #vitalenta?
Per secoli il Mediterraneo è stato il contenitore di un diorama di civiltà che hanno conosciuto l’impasto tanto quanto la divisione, la colonizzazione feroce quanto il sincretismo: cosa resta, oggi, di questa prospettiva pelagica?Studiare, raccontare e parlare del Mediterraneo oggi è un compito pressoché impossibile. Necessario infatti è muovere dall’assunto che in esso esistono infiniti mediterranei. C’è un Mediterraneo fisico, uno politico; un Mediterraneo storico e un altro tanto generatore di simbologie quanto simbolo esso stesso. Potremmo spingerci a dire che esiste persino un’ontologia mediterranea. Storie, geografie e immaginari si intrecciano talmente profondamente da risultare inscindibili e inefficaci se trattati isolatamente. Ce lo ha insegnato Fernand Braudel, il primo e più grande studioso del Mediterraneo, ma ce lo insegna anche la lettura delle prospettive meridiane di Albert Camus, di André Gide, di Predrag Matvejević o dei poeti come Ghiannis Ritsos o Mohammed Bennis in cui l’esperienza del singolo non può prescindere dal paesaggio, dalla storia e dai simboli del territorio in cui è immerso.
Ma un simile caleidoscopio è dovuto a una questione essenziale, che sfugge al determinismo della geografia – e di conseguenza anche della storia – e cioè a quanto già rilevato: la centralità del mare. Proprio la prospettiva di al-Idrisi rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque rispetto alla terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia equorea elude concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di nazione, Stato, centro, periferia, ascesa o decadenza. Ciononostante – e qui si torna alla suddetta contraddizione – questo mare rimane un’entità storica e come tale va trattato.
Punto di congiuntura tra continenti, mare di mari, il Mediterraneo è un collettore di mondi (25 sono gli Stati che vi si affacciano), uno spazio divisibile per religioni, come diceva Braudel (cattolico, ortodosso, musulmano) oppure per cronologie (ben quattro calendari condividono le sue sponde: gregoriano, giuliano, musulmano ed ebraico). Sarebbe impraticabile poi avventurarsi nei suoi confini, anche qui, tanto stretti quanto vastissimi. Dove finisce il Mediterraneo? Alcuni hanno individuato i suoi limiti in base alla presenza dell’olivo, da Trieste all’Atlante, da Cadice a Beirut; innegabile però è anche l’esistenza di un Grande Mediterraneo che coinvolge per cultura o geopolitica le aree interne dell’Unione Europea insieme al Sahel e al Medio Oriente. L’uno e il molteplice, lo smisurato e il minuto sono qui più che altrove parte della stessa cosa.
Di sicuro, però, nel Mediterraneo il mare è sia un mezzo sia un oggetto, esiste cioè una storia nel Mediterraneo quanto una storia del Mediterraneo. Una storia-mosaico dove la geografia svolge il ruolo di connettore e non di palco, un territorio dell’attraversamento che scioglie perciò necessariamente le identità attraverso il transito. Così oggi, per indagare cosa resta come lascito del passato, dovremmo forse invertire i termini del discorso, investigando una storia del Mediterraneo che passi attraverso ciò che in esso non ha mai smesso di riproporsi – non, dunque, il Mediterraneo come collage di singole storie nazionali e dei loro incontri/scontri, ma la centralità del mare e dunque la sua natura di luogo di faglia, le fratture che lo compongono al suo interno. Quindi, fare storia del Mediterraneo attraverso i confini nel Mediterraneo.
Il mare che corrompe
La prospettiva più stimolante e recente sulla natura complessa di quanto si discute è probabilmente fornita dagli studiosi inglesi Peregrine Horden e Nicholas Purcell nel loro volume The corrupting sea (2000). L’approccio dei due muove da un’ottica ecologica e ambientale: è una storia attaccata al suolo e al mare, a cui solo in un secondo momento è subordinata la dimensione antropologica e culturale. Nell’opera di Horden e Purcell la storia è quella del Mediterraneo, inteso come sistema ambientale complesso, un circuito di specificità ecologiche ineliminabili e fragilissime che nelle epoche storiche hanno istituito relazioni di varia natura.
La centralità del mare rammenta a chi osserva l’assoluta rilevanza delle acque rispetto alla terraferma, sintetizzando il modo in cui una simile geografia equorea elude concetti fondamentali delle categorizzazioni quali l’idea di nazione, Stato, centro, periferia, ascesa o decadenza.La tesi di base muove dall’idea che nell’ecosistema mediterraneo, frastagliato, parcellizzato e precario, il mare abbia un’azione definita appunto “corruttiva”, cioè che incida in maniera irrefrenabile in ogni sezione costiera, trasformandola e stimolandone complementarietà e interdipendenza; ovvero che si ponga spontaneamente non come elemento di limite o barriera fisica, ma come attore geografico e naturale, come elemento attivo e agente risemantizzante di ogni sezione in relazione alla conformazione costiera. L’idea di corruzione perciò deriva dall’inevitabile mutazione/contaminazione che subisce l’orizzonte di un territorio attraverso la dimensione marittima, agendo in maniera pervasiva nel rammollire i confini tra realtà culturalmente differenti e spesso fisicamente isolate tra loro. In buona sintesi, la tesi è proprio questa: all’interno di un mondo in gran parte insulare la geografia del mare si costituisce come contrario dell’isolamento e proprio questo processo è quanto conduce a una mutazione di volta in volta eccezionale, singolare e irrimediabile di quelle stesse aree di partenza.
Sia chiaro; l’obiettivo di Horden e Purcell è tutt’altro che ridurre il Mediterraneo a luogo di incontro culturale – quest’aspetto per loro rappresenta ancora una deriva romantico-ottocentesca di un discorso nel Mediterraneo. L’approccio degli studiosi muove invece dall’ecologia storica, cioè dall’ambiente e dunque dalla geografia fisica: partendo dalle microecologie (l’Etruria, la Cirenaica, l’isola di Melo, la vallata della Beqa, ecc.), dalla loro frammentazione e dalle strategie antropiche nello sviluppo di un rapporto con i territori, gli studiosi osservano come la precarietà di ogni spazio sia tanto una costante quanto venga sistematicamente riconfigurata dalla dimensione marittima. Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo infatti non divide mai realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante cui, con più o meno sforzo, tutti i punti entrano in connessione. Il mare corrompe, modifica, plasma le strategie della terraferma sempre nella direzione della diversità e dell’interdipendenza (inspiegabili, diversamente, i ruoli storici di città come Atene, Venezia o Genova, quasi del tutto prive per larga parte della loro storia di un impero territoriale). Così la frammentarietà dei singoli contesti viene rimodulata attraverso il mare, come nella tavola di al-Idrisi, ricostruendo una storia del Mediterraneo come qualcosa con connotazioni unitarie proprie rispetto ad altre storie.
È poi accaduto che attraverso la storia il moto circuitale indotto dalla dimensione corruttiva individuata da Horden e Purcell si sia addensato attorno a linee invisibili, ovvero che al mutare delle epoche alcuni spazi nel Mediterraneo si siano progressivamente costituiti più di altri come frontiere specifiche, come regioni marittime di soglia, geograficamente situate e individuabili. Ciò che non va rimosso, quindi, al fine di comprendere tanto i lasciti del passato quanto le dinamiche mediterranee odierne è sia questa dimensione generale di movimento, sia, soprattutto, la presenza di simili aree attorno a cui esso si è coagulato. Come scrive Egidio Ivetic, storico del Mediterraneo:
Il fatto di essere una faglia […] e che manchi una visione mediterranea dell’Europa non può mettere in secondo piano il grande significato storico che ha il Mediterraneo per l’umanità intera. Il dramma dei tempi correnti deve incentivare lo sforzo […] di promuovere una cultura storica capace di coordinare la diversità delle varie tradizioni nazionali. Stare sulla faglia comporta la tolleranza verso la differenza.
Trascrizioni
I Persiani odiavano Alessandro. Anche molto dopo la sua morte, il re macedone che aveva sgominato il secolare impero degli Achemenidi continuava a essere considerato come antitesi alla loro civiltà, Sekandar gujastak veniva chiamato, “Alessandro il maledetto”, raffigurato addirittura come demone blasfemo, con due corna nascoste sotto un cappuccio. Curiosamente, al passare dei secoli, questa rifrazione dell’Alessandro storico venne sempre più identificata dai cantastorie itineranti con tale caratteristica fisica fino a diventare una sorta di personaggio a sé stante, “quello dalle due corna” o il “Bicorne”, un uomo che (come Alessandro) aveva viaggiato fino ai confini dell’Oriente e dell’Occidente, che era stato un re giusto e un guerriero così impavido da imprigionare le orde di Gog e Magog dentro un muro di ferro. La storia del Bicorne compare nella diciottesima Sura del Corano e non c’è dubbio tra i commentatori che questo personaggio sia proprio Alessandro il Macedone. Ma com’è stata possibile una tale sovrapposizione narrativa?
Per la sua particolare struttura geografica il Mediterraneo non divide mai realmente, ma è assimilabile a uno spazio reticolare, mediante cui tutti i punti entrano in connessione. Il mare corrompe, modifica, plasma le strategie della terraferma, nella direzione della diversità e dell’interdipendenza.Il caso di Alessandro Magno è uno tra i più eclatanti, ma non certo il solo, in grado di illustrare come nel Mediterraneo la componente narrativa abbia trasceso le frontiere fisiche interne ed esterne contribuendo al mantenimento di quel moto circuitale originato dalla geografia. È il filosofo Federico Campagna nel suo ultimo saggio Altrimondi (2026) a raccontare questa e molte altre storie in un volume di narrazioni mediterranee che rilevano il contributo assoluto del mito e della narrazione alla costruzione del Mediterraneo.
Nel seguire la pista ecologica di Horden e Purcell è necessario infatti rendersi conto della necessità di integrare al Mediterraneo come sistema ambientale anche un Mediterraneo come discorso. Se infatti la prospettiva degli inglesi mira alla costruzione di una teoria scientifica cercando di rimuovere dall’equazione la retorica sul Mediterraneo per evitare di scadere in romanticismi o idealizzazioni, resta fermo che proprio attraverso le narrazioni, storicamente e geograficamente situate, siamo oggi in grado di cogliere retrospettivamente dei frammenti attraverso cui i discorsi sul Mediterraneo hanno partecipato in maniera fondamentale alla costruzione del Mediterraneo tout court, integrando la prospettiva scientifico-meccanica. In buona sostanza, non può esistere una storia del Mediterraneo senza la sua dimensione mitologica, astratta, utopica; quella dimensione che ha dato vita alle infinite storie su Alessandro Magno, a scuole filosofiche quali lo scetticismo o il neoplatonismo, a personaggi di soglia come sant’Agostino o Ibn Battuta, fino alla cartografia, appunto di al-Idrisi.
Proprio in questo scivolamento costante nel generare sistemi narrativi complessi a partire da fatti, luoghi ed elementi tecnici o ambientali risiede probabilmente una radice peculiare del Mediterraneo, che diventa anche strumento di lettura e interpretazione delle sue stesse dinamiche. Come scrive Matvejević, nel suo Breviario mediterraneo, una delle riflessioni a un tempo più intime e oggettive sul Mediterraneo, è impossibile parlare di questo mare senza parlare di ciò che ha prodotto in termini di cosmologie, artefatti e pensiero umano; il Mediterraneo è “l’Europa, il Magreb e il Levante; il giudaismo, il cristianesimo e l’islam; il Talmud, la Bibbia e il Corano; Gerusalemme, Atene e Roma; Alessandria, Costantinopoli, Venezia; la dialettica greca, l’arte e la democrazia; il diritto romano, il foro e la repubblica; la scienza araba; il Rinascimento in Italia, la Spagna delle varie epoche, celebri e atroci; gli Slavi del sud sull’Adriatico e molte altre cose ancora”.
Quindi, se oggi è certo fondamentale abbandonare la verbosità dei luoghi comuni sul Mediterraneo, distinguendo discorso da retorica, e lasciarsi perciò guidare da un approccio storico-ecologico come quello esposto da Horden e Purcell, è altrettanto indispensabile affiancare allo sguardo una peculiarità che nel Mediterraneo è fiorita in modo plurale più che in altri luoghi del pianeta, la capacità cioè di elaborare essenze immaginarie del mondo. Pur lasciando come prioritario l’aspetto ecologico-ambientale è possibile considerare il Mediterraneo come spazio privilegiato di produzione di narrazioni molteplici proprio in virtù delle specifiche, capillari e distinte relazioni tra popolazione e territorio. Integrando le due prospettive si potrebbe allora dedurre come la dimensione mitico-narrativa dei popoli mediterranei sia quindi in diretta relazione con la stessa “corruzione” ecologica da parte del mare e che quindi pur volendo espungere l’astratto, esso vada reintegrato nelle riflessioni scientifiche in qualità di conseguenza d’eccezione.
Non può esistere una storia del Mediterraneo senza la sua dimensione mitologica, astratta, utopica; quella dimensione che ha dato vita alle infinite storie su Alessandro Magno, a scuole filosofiche come lo scetticismo o il neoplatonismo, a personaggi di soglia come Sant’Agostino o Ibn Battuta, fino alla cartografia di al-Idrisi.
Lo scrive bene Campagna:
La narrazione frammentaria di un racconto popolare è, in effetti, una sequenza di appigli grazie ai quali la nostra immaginazione può scalare il sentiero impervio di una trasformazione esistenziale. Ed è un tratto tipico delle creazioni mediterranee: nate da un territorio costantemente devastato dai marosi della Storia, il loro scopo primario è aiutare il pubblico a resistere o a fuggire da uno stato di crisi. Fiabe e racconti popolari sono guide per coloro il cui unico potere è di trasformare se stessi di fronte ad avversità soverchianti.
La base del triangolo
Alcuni studi archeologici ipotizzano che più o meno attorno al 20.000 a.C. Calabria e Sicilia fossero connesse da una lingua di terra estesa al centro del Mediterraneo arrivando, forse, a congiungersi persino con la costa Nord Africana. Oggi, invece, il Canale di Sicilia è un lembo di mare che separa in poco meno di 200 km le coste siciliane da quelle tunisine – i chilometri si abbassano attorno ai 100, prendendo come riferimenti le isole Pelagie. È questo, nel Mediterraneo, uno dei punti di passaggio prediletti per l’osservazione delle dinamiche micro- e macroscopiche, ambientali e culturali di cui si è finora parlato; uno di quei luoghi di faglia per eccellenza.
Se dovessimo stilizzare l’Europa in una figura geometrica, essa sarebbe un triangolo col vertice a Nord. Dei suoi lati, uno si tende lungo la linea atlantica da Nord-Est a Sud-Ovest, l’altro taglia l’Adriatico da Nord-Ovest a Sud-Est; la base, invece, corre longitudinalmente attraverso il mare ed è proprio questa soglia invisibile ad essere al centro di molta storia odierna. È questa infatti la frontiera che separa oggi l’Occidente europeo dal resto del Mediterraneo, è qui che si giocano molte delle sfide politiche e identitarie.
La genesi popolare, comune, spontanea di tanti miti e racconti del Mediterraneo li ha resi strumenti tanto di costruzione identitaria quanto di sincretismo in grado di trascendere barriere temporali e fisiche, come accadde ad Alessandro divenuto demone, cristiano, eroe islamico e principe buddhista.Lo ha colto bene il giornalista Luca Misculin nel suo recente Mare aperto (2025) in cui restituisce perfettamente la dimensione scalare di questa regione geografica. Per Misculin infatti il Canale di Sicilia (“Mediterraneo su scala minore. Mare aperto ma allo stesso tempo chiuso, un mare ‘delle possibilità’”) può essere scelto come territorio ideale per compiere un carotaggio in grado di restituire la contraddittoria duplicità che percorre il Mediterraneo tutto. Misculin è abilissimo infatti a raccontare da un lato come la regione sia variata al mutare della storia, acquisendo o perdendo importanza di volta in volta; tuttavia, a fianco della narrazione diacronica, il giornalista pone una serie di capitoli-appendice disseminati nel testo e focalizzati su ambienti, storie, tradizioni specifiche di tale microgeografia.
Si racconta così dell’usanza degli abitanti di Linosa di andare a saccheggiare le uova delle berte – uccelli di grossa taglia – che ogni anno per motivi ancora non chiari nidificano solo sull’isola; della complessità della raccolta delle spugne, o, ancora, di come il peperoncino importato nell’allora Tunisia ottomana dagli arabi espulsi dal Regno di Valencia a partire dal 1609 abbia dato origine a una delle economie più solide della regione, l’esportazione della salsa harissa, o del fatto che proprio in virtù del fondale basso – che a differenza di quelli oceanici può perciò facilitare interventi di manutenzione – il Canale sia uno degli snodi europei più importanti per il passaggio dei cavi sottomarini di fibra ottica:
il cavo sottomarino in fibra ottica più lungo del mondo misura 45.000 chilometri, 5000 in più della circonferenza massima della terra. Si chiama 2Africa e unisce Barcellona, in Spagna, a Bude, un placido paesino in Cornovaglia, nel Regno Unito, passando però dal Canale di Suez e quindi portando internet nel suo tragitto in Sudan, Etiopia, Arabia Saudita, Tanzania, Madagascar, Mozambico, Sudafrica, Angola, Marocco e Portogallo. 2Africa passa anche per il Canale di Sicilia, esattamente come molti altri cavi lunghi migliaia di chilometri: Sea-Me-We 4, che unisce Marsiglia a Singapore; Emc West-I, che inizia a Genova e termina a Haql, in Arabia Saudita.
Dai Borboni che vedevano in ogni isola un potenziale resort privato, alla bizzarra idea del duce di costruire la più grande aviorimessa militare del Mediterraneo a Pantelleria, la grande storia si è rifratta qui in una dimensione minore ma non meno significativa, regolata dalla centralità del mare come frontiera.D’altro canto, non si può certo tralasciare che proprio attraverso il Canale di Sicilia corre poi un confine più ampio e discutibile, la “linea Brandt”, che separa i Paesi industrializzati dagli altri cosiddetti “in via di sviluppo”. Oggi questa distinzione fotografa una realtà forse imprecisa – soprattutto nella nomenclatura –, fermo restando, però, che proprio come eredità di tale demarcazione tra colonizzati e colonizzatori nella storia contemporanea oggi è attiva al centro del Mediterraneo una turbolenta faglia che vede coinvolti trafficanti d’uomini, missioni umanitarie e spedizioni di ricerca, intente, queste ultime, ad analizzare e a studiare migrazioni, immaginari e confini di questa particolare soglia, come è accaduto col progetto della Tanimar, il cui equipaggio, composto da sociologi, antropologi e giuristi, usando metodi etnografici ha navigato per anni tra il Canale di Sicilia, le coste tunisine e il bacino dell’Egeo, dando vita a contributi preziosi come il resoconto Crocevia mediterraneo (2023), che ribalta il metodo di ricerca sociologica tradizionale a partire da un’indagine con al centro il mare, e il Controdizionario del confine (2025), che chiama in causa il linguaggio per ridefinire e indagare il fenomeno di inasprimento di questa frontiera preda tanto della spettacolarizzazione quanto del disinteresse politico.
Dove andiamo in vacanza?
Se infatti tutt’ora nel Mediterraneo permane una più classica distinzione tra Est e Ovest con il Medio Oriente e quello Turco – peraltro in preda a un nuovo ottomanesimo – ben distinti dall’Occidente Europeo, la frontiera che percorre longitudinalmente le acque è stata negli ultimi decenni al centro della cronaca e delle politiche migratorie di un’Unione Europea sempre più arroccata in sé stessa. Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha ripetutamente dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto come territorio quanto come proprio baricentro. Al netto di vuoti proclami identitari di una certa genesi mediterranea dell’Europa, quest’ultima non ha smesso di considerare l’intera regione come una zona di frontiera, un fastidio, oppure, d’altro canto, come uno spazio da plastificare sotto la nuova colonizzazione del turismo. Se infatti le migrazioni sono la faccia tragica di questa soglia tra Sud e Nord, il turismo non è che un altro movimento contrario e apparentemente innocuo, ma in verità non lontano dalle stesse dinamiche predatorie del colonialismo.
Proprio quelle comunità minutissime annidate nei microcosmi fondativi di quel circuito, cuore della complessità mediterranea, oggi sono minacciate infatti da un processo di abrasione e appiattimento basato sulla capitalizzazione dei territori e sul conseguente estrattivismo di valore. Così, isole, coste, regioni regolate da secoli da interazioni ambientali tanto feconde quanto precarie, sono oggi entrate nel flusso del grande turismo mondiale proprio per uno stile di vita radicalmente opposto a quello della frenesia capitalista. Così, inseguendo il mito di un buen retiro, frotte di turisti si riversano ogni anno a Capri, Malta, Cipro, nelle Baleari o nelle Cicladi, dalle coste dell’Algarve fino al Peloponneso, ma anche sulla penisola Tingitana o nelle coste a sud di Tunisi, stravolgendone la fisionomia, alterandone gli equilibri e contribuendo di fatto a erodere esattamente quelle microgeografie che in quegli stessi posti li attirano, sovraffollandoli, rendendoli invivibili, esaurendone le risorse e minando i meccanismi di sopravvivenza delle comunità stanziali.
A guidare questo fenomeno è, inoltre, la vaga convinzione che vede nel Mediterraneo una sorta di “museo dell’umano” e pertanto uno spazio ancora al riparo dalle dinamiche globali, un eden fuori dal tempo, ma è proprio quest’ottica museale in realtà, unita all’abbandono generico di politiche attive, a spianare la strada al capitalismo, alla speculazione e a una conseguente perdita delle diversità, trasformando uno spazio vissuto in un artefatto di plastica e nella simulazione di esperienze oramai inesistenti nella realtà. Questo avviene in un circolo vizioso imposto dall’ideologia del consumo e da quella che il filosofo Byung-Chul Han chiama iperculturalità, l’incapacità cioè dell’uomo contemporaneo di cogliere, interagire e relazionarsi con le differenze, spianando la realtà che lo circonda in un inferno dell’uguale rispondente ai propri capricci. Si chiede Han se esista ancora per noi la percezione che avevano un tempo i viaggiatori come al-Idrisi o Marco Polo, quella cioè di percepire e attraversare delle soglie, o se nel nostro rapporto con i luoghi e le diversità siamo irrimediabilmente trasformati in “turisti in camicia hawaiana”.
Pur possedendo circa il 75% delle coste mediterranee l’UE ha ripetutamente dimostrato la propria indifferenza verso il Mediterraneo tanto come territorio quanto come proprio baricentro.Il fatto che dinamiche territoriali fragilissime come quelle che hanno costituito la peculiarità di questa zona del mondo vengano lentamente soppresse è reso possibile solo dall’assenza di una riflessione profonda sul Mediterraneo; un pensiero meridiano che ricostruisca una centralità del mare, del Sud, a partire da quella stessa prospettiva ecologica, storica e geografica delineata da Horden e Purcell come cuore della storia mediterranea. Ecco che così sarebbe forse possibile addirittura dar vita a un pensiero e a un’azione in grado di organizzare il Mediterraneo a spazio realmente altro, non ridotto a una simulazione di un’esperienza azzerata, ma un progetto realmente contrastante rispetto al globalismo capitalista e fecondo per un diverso modo di pensare la relazione col mondo, in chiave ecologica e immaginifica, proprio in virtù di quella peculiare e minuziosa alterità che ha sempre regolato questo spazio.
Una visione rimodulata, come quella offerta dalla carta geografica di al-Idrisi, che passi attraverso la ricostruzione e il riconoscimento di un lessico e di una grammatica comuni, una possibilità meridiana che sappia spingersi verso l’utopia con parole diverse, come ha cercato di fare l’equipe guidata da Dionigi Albera e Maryline Crivello in collaborazione con la Maison méditerranéenne des sciences humaines et sociales dell’Università di Aix-Marseille attraverso la redazione nel 2016 di un Dictionnaire de la Méditerranée. Violenza e sincretismo, conflitto e contaminazione, annichilimento e rinascita, soglia o turismo sono aspetti conviventi nel Mediterraneo, si può scegliere da che parte stare.
L'articolo Mediterraneo proviene da Il Tascabile.

O nnipresenti. I piccioni tappezzano le piazze e invadono tetti, statue, cordoli, marciapiedi, tra l’indifferenza, la repulsione e la curiosità degli abitanti delle città. Li osserviamo mentre si gonfiano, gironzolando, per impressionare una possibile partner, o becchettano le scaglie di zucchero e burro della sfoglia di un croissant, sfuggite al morso di un passante frettoloso. Si innalzano in un’onda di piume scure e rumorose per accaparrarsi le briciole di pane lanciate in aria da una bimba che sorride preoccupata e si accovacciano comodamente su monumenti e arredi urbani che imbrattano con colate di escrementi.
Eppure le origini della variante domestica di Columba livia e la sua storia condivisa con noi esseri umani, un percorso di coesistenza, sfruttamento, selezione, studio e ammirazione, ci raccontano di un animale affascinante. Non sono solo “ratti con le ali” da debellare per preservare igiene e decoro: guardando al passato e affacciandoci verso il futuro, i piccioni si rivelano preziose risorse, piacevoli compagni, eroi, uccelli dall’inaspettata intelligenza, custodi dei misteri dell’evoluzione e insospettabili alleati nella conservazione della biodiversità.
Ratti con le ali
Sembra che i piccioni siano stati etichettati per la prima volta come “ratti con le ali” nel 1966 da Thomas Hoving, commissario di Bryant Park alle prese con una percezione sempre maggiore del degrado dell’area da parte dei cittadini di New York. L’espressione, riportata in un articolo del New York Times, è stata poi ripresa nel film del 1980 Stardust Memories di Woody Allen, per entrare così nel lessico popolare statunitense. È probabile, però, che una metafora così vivida e calzante sia apparsa in momenti storici diversi anche in altri Paesi: in molti avranno visto in questi uccelli la stessa minaccia alla salute e alla cura delle città prospettata dalla presenza dei roditori, senza aver letto mai le pagine della celebre testata né aver memorizzato i dialoghi delle pellicole di Allen.
Una volta che impariamo a osservarli al netto dei pregiudizi, i piccioni si rivelano uccelli dall’inaspettata intelligenza, custodi dei misteri dell’evoluzione e insospettabili alleati nella conservazione della biodiversità.Gli elevati tassi di crescita annui delle popolazioni, stimati al 150%, una densità che può arrivare a migliaia di individui per chilometro quadrato nei centri europei e il rischio di zoonosi hanno incoraggiato la similitudine tra piccioni e ratti. Inoltre, proprio come i roditori, la variante domestica di Columba livia causa danni a edifici e beni culturali, che utilizza come alloggi sporcandoli e danneggiandoli con gli acidi urici delle deiezioni o con l’azione meccanica di zampe e becchi, ed è spesso vista come una minaccia per l’agricoltura, in quanto razziatrice di semi, legumi e germogli di coltivazioni e infestatrice di derrate alimentari. Al pari dei ratti, i piccioni appaiono quasi invincibili: i piani di controllo attuati nel corso dei decenni, con strategie sempre meno crudeli e più legate alle conoscenze ecologiche, non sono mai stati del tutto risolutivi.
I piccioni torraioli costituiscono, infine, un problema per la biodiversità. Questo è un aspetto che permette di fare un passo indietro e dare uno sguardo alle loro origini, infatti la variante domestica può incrociarsi con gli esemplari di piccione selvatico e inquinarne il patrimonio genetico, cancellando così la forma ancestrale della specie da cui tutto ebbe inizio.
Dalle grotte alle colombaie
Il piccione selvatico è un uccello sedentario che si rifugia e nidifica in grotte e sporgenze di pareti rocciose, scogliere, per poi volare in cerca di cibo in territori aperti. È originario delle regioni costiere e montuose del Mediterraneo, dell’Europa nord-occidentale, del Medio Oriente, dell’Asia meridionale e dell’Africa settentrionale e oggi esistono popolazioni “pure”, non ancora o solo lievemente interessate dall’inquinamento genetico, in Irlanda occidentale, in Scozia nord-occidentale e in Italia, in Sardegna.
Le motivazioni che hanno condotto ai primi contatti tra Homo sapiens e Columba livia non differiscono di molto rispetto a quelle della maggior parte degli animali domesticati: questi volatili potevano essere sfruttati come fonte di cibo. A Gibilterra, i Neanderthal cacciavano piccioni selvatici già 67.000 anni fa e fonti pittoriche e scritte testimoniano attività di allevamento nell’antica Mesopotamia, più di 5.000 anni fa. Alcuni ricercatori ipotizzano per questi animali un percorso commensale nel cammino verso la domesticazione: quando le popolazioni umane costruirono insediamenti permanenti, i piccioni furono attratti da cereali e altri alimenti, che potevano trovare in abbondanza, e dai rifugi, che li riparavano dall’attacco di falchi e altri possibili predatori. Probabilmente quegli edifici dovevano apparire loro molto simili a scogliere, per lo sviluppo in altezza e per la presenza di rientranze e mensole. Potrebbe essere capitato che, nelle prime civiltà, qualcuno abbia portato via i pulli di piccione dai loro nidi e li abbia cresciuti in gabbia, cercando di abituarli alla presenza umana, come ha supposto la giornalista e ricercatrice Courtney Humphries nel suo saggio Superdove: How the Pigeon Took Manhattan … And the World (2008), tuttavia la teoria del commensalismo è piuttosto solida.
Quando le popolazioni umane costruirono insediamenti permanenti, i piccioni furono attratti da cereali e altri alimenti, che potevano trovare in abbondanza, e dai rifugi, che li riparavano dall’attacco di falchi e altri possibili predatori.Passare alle prime forme di allevamento non fu troppo complesso. Gli uccelli si adattavano facilmente alle strutture antropiche e così furono realizzati degli appositi edifici per accogliere centinaia di individui che, in questo modo, garantivano alle comunità umane proteine, contenute nella carne e nelle uova, e un ottimo concime, ricavato dagli escrementi. Nacquero così le colombaie, destinate a diffondersi in diverse aree geografiche e ad attraversare la storia: da costruzioni in fango coperte da tetti conici forati, divennero in seguito piccoli edifici separati dalle abitazioni o, magari, sistemazioni più modeste, come piccole soffitte o sparute rientranze, in cui mantenere un numero anche elevato di piccioni, liberi di volare via per cercare cibo di giorno e tornare a sera per riposare e prendersi cura dei piccoli. Non c’era bisogno di costringerli alla cattività, poiché in queste sistemazioni trovavano case confortevoli e quasi sempre vicine a consistenti scorte alimentari. E rincasavano facilmente, facendo affidamento sull’homing, la capacità di alcune specie animali di ritornare in un luogo centrale, come un nido o un territorio, dopo la ricerca di cibo o altri spostamenti. Un insieme di comportamenti che ha reso gli esemplari di Columba livia estremamente preziosi.
Bellezze da esposizione e abili messaggeri
Columba livia domestica, il piccione torraiolo che incrociamo nelle nostre città, è il prodotto di un lungo processo, cominciato in Europa, Asia e Africa e tutt’oggi in corso. Come raccontano i ricercatori Richard F. Johnston e Marian Janiga nella monografia Feral pigeons (1995), le popolazioni di piccioni inselvatichiti si sono costituite a partire da piccioni domestici abbandonati o sfuggiti dagli allevamenti e poi stabilitisi nell’habitat urbano. Tali episodi saranno stati numerosi nel corso dei secoli e alcuni di questi sono entrati addirittura nella storia, come la fuga avvenuta negli anni della Rivoluzione francese.
La carne di piccione divenne storicamente un cibo di nicchia (lo è ancora, se si pensa alla sua presenza nei menu dei ristoranti stellati) e assunse presto un significato simbolico. Le colombaie emersero in Europa all’interno di un sistema agricolo feudale e, a quel tempo, erano i signori a possederle: in Francia la legge vietava ai fittavoli di detenere piccioni, mentre ai volatili delle classi superiori era permesso di nutrirsi liberamente del grano nei campi. Gli uccelli dei nobili ingrassavano rubando il sostentamento ai contadini che, per protesta, distrussero le colombaie e causarono la dispersione dei volatili. Ma, ricordano Johnston e Janiga, i piccioni domestici si erano sottratti alla cattività frequentemente già migliaia di anni prima del Diciottesimo secolo, quindi è molto probabile che i piccioni inselvatichiti abbiano una storia tanto lunga quanto quella dei domestici, antenati di commensali che traevano vantaggio dalla vicinanza con gli esseri umani e di fuggitivi in cerca di una nuova casa.
I tratti ottenuti dalla selezione artificiale e dai differenti incroci attuati dall’epoca vittoriana ad oggi, sono sorprendentemente vari, almeno quanto quelli osservabili tra le razze canine.Negli incroci che diedero vita alle popolazioni dei piccioni di città non finirono solo animali allevati per la loro carne. Gli antichi egizi iniziarono a impiegare i colombi per scopi cerimoniali e culinari almeno 4.000 anni fa e i romani erano già accompagnati dagli antenati di alcune razze moderne ornamentali. La selezione artificiale di piccioni domestici nell’antichità sembra sia avvenuta anche in Medio Oriente e nell’Asia meridionale, i cui scambi di uccelli risalirebbero almeno al Sedicesimo secolo, il che avrebbe contribuito a incrementarne la già coltivata diversità. Più tardi, fu nell’Inghilterra vittoriana che la selezione artificiale e la classificazione dei piccioni conobbero un momento prospero.
I tratti ottenuti dai differenti incroci e giunti sino ai giorni nostri sono sorprendenti (e talvolta estremi) almeno quanto quelli osservabili tra le razze canine: ad esempio, il colombo Cappuccino ha lunghe piume che circondano il capo a formare una vistosa criniera, il colombo Pavoncello sfoggia una coda a ventaglio che ricorda per l’appunto la ruota di un pavone, il Capitombolante dell’Inghilterra dell’ovest esibisce un folto piumaggio sulle zampe, quasi a simulare delle ghette. Una tale ricchezza non poté non colpire la curiosità di Charles Darwin, in quegli anni alle prese con i suoi studi sulla selezione naturale, tanto da diventare materiale per la scrittura e successiva pubblicazione de L’origine delle specie (1859). Nel primo capitolo dell’opera, lo scienziato scrive:
Convinto che sia sempre preferibile studiare un gruppo particolare, ho deciso di scegliere i colombi domestici. […] Sui colombi sono stati pubblicati molti trattati, in diverse lingue, alcuni dei quali molto importanti perché antichi. Mi sono associato con vari eminenti colombofili e sono stato ammesso a due dei loro club di Londra. La diversità delle razze di questi animali è veramente strabiliante. […] Per quanto grandi siano le differenze fra le razze di colombi, io sono assolutamente convinto che sia giusta l’opinione comune dei naturalisti, che cioè esse discendono tutte dal colombo torraiolo (Columba livia), comprendendo in questo termine diverse razze geografiche, o sottospecie, che differiscono fra loro per caratteri di pochissima importanza.Darwin riprese e ampliò questi concetti nel saggio La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico (1868), in cui dedicò due capitoli ai piccioni. L’interesse scientifico pare fosse accompagnato da una forma di entusiasmo e affezione, tanto da promettere al geologo e amico Charles Lyell, in uno scambio epistolare del 1855: “Ti mostrerò i miei piccioni! È il più grande piacere, a mio parere, che possa essere offerto a un essere umano”.
Si narra che gli egizi usassero i piccioni per comunicare il progresso dell’inondazione annuale del Nilo e che Giulio Cesare ne avesse inviato uno a Roma per annunciare la sua vittoria in Gallia.Attualmente si possono contare centinaia di razze ornamentali e gli scheletri di alcuni dei piccioni che aiutarono Charles Darwin nelle sue ricerche sono conservati tra le collezioni del Natural History Museum di Londra.
I piccioni erano selezionati per la loro bellezza, nonché scelti e addestrati come messaggeri, proprio grazie a quella capacità di tornare a casa che gli esseri umani seppero allenare e sfruttare per millenni. Si narra, infatti, che gli egizi usassero i piccioni per comunicare il progresso dell’inondazione annuale del Nilo e che Giulio Cesare ne avesse inviato uno a Roma per annunciare la sua vittoria in Gallia. In seguito, i piccioni viaggiatori furono impiegati in pericolose missioni di guerra e alcuni di loro riuscirono a passare alla storia per le loro imprese. È il caso di Cher Ami che salvò, con il messaggio legato alla sua zampa sinistra, quasi duecento americani di un battaglione bloccato in territorio nemico durante la Prima guerra mondiale; o di G.I. Joe, inviato dagli inglesi per annullare il previsto bombardamento di una città in mano ai tedeschi nella campagna d’Italia della Seconda guerra mondiale, poiché una brigata di soldati alleati l’aveva già occupata. C’è chi racconta che abbia volato per più di trenta chilometri in venti minuti e che meno di cinque minuti di ritardo avrebbero significato la morte per militari e civili.
È a loro che plausibilmente si sono ispirati William Hanna e Joseph Barbera per realizzare, nel 1969, il cartone animato Dastardly e Muttley e le macchine volanti, che racconta i maldestri tentativi di una sgangherata banda di aviatori di fermare un piccione viaggiatore durante la Grande guerra. Jennifer Ackerman nel suo saggio Il genio degli uccelli (2016) racconta come questi esperti messaggeri abbiano svolto compiti strategici persino intorno agli anni Dieci del Duemila: a Cuba, nella trasmissione dei risultati elettorali in regioni montane remote e in Cina, per inviare messaggi di carattere militare in caso di emergenza.
L’intelligenza del piccione
Furono proprio le grandi capacità di navigazione e le imprese militari che portarono i piccioni a essere tra i soggetti prediletti di oltre cinquant’anni di studi di psicologia e comportamento animale. Lo scienziato che aprì loro le porte dei laboratori fu nientemeno che Burrhus F. Skinner, uno dei maggiori esponenti del comportamentismo.
Oggi sappiamo che i piccioni posseggono grandi capacità di apprendimento, un’ottima memoria a lungo termine, sanno distinguere un dipinto di Monet da uno di Picasso e riconoscere volti umani.Da un treno diretto a Chicago, nel 1940, osservò uno stormo di uccelli volare e, riflettendo sulle loro abilità, si chiese se potessero essere sfruttate per guidare con maggiore precisione dei missili verso i bersagli stabiliti. Questo fu il fulcro intorno al quale si sviluppò il suo Project Pigeon, un programma che alla fine fu rigettato definitivamente dagli ufficiali militari statunitensi e non ricevette ulteriori fondi, nonostante le risposte promettenti raccolte in un primo periodo di ricerca. Non tutto andò perduto: Skinner si convinse che i piccioni potevano essere una grande risorsa come soggetti sperimentali in psicologia, in quanto erano abituati a vivere in gabbia e alla vicinanza con gli umani, si ammalavano meno facilmente in condizioni di alta densità, avevano le giuste dimensioni, ce n’erano in abbondanza e il loro mantenimento non costava troppo. Lo scienziato riprogettò la sua celebre Skinner box per gli esperimenti di rinforzo, trasformando le leve da premere, concepite inizialmente per i ratti, in tasti da beccare. Nel 1948 fu fondato l’Harvard Pigeon Lab che, per 50 anni, contribuì allo sviluppo del comportamentismo fino all’arrivo della rivoluzione cognitiva, che inaugurò una nuova fase della ricerca psicologica ed etologica.
Nel corso di decenni di studio abbiamo scoperto che quei piccioni dall’aria un po’ tonta, con quelle teste ondeggianti e lo sguardo fisso, tonti non lo sono affatto. Posseggono grandi capacità di apprendimento e possono essere più rapidi di un bimbo umano nell’imparare un compito semplice, hanno un’ottima memoria a lungo termine che permette loro di ricordare un elevato numero di stimoli visivi, sono in grado di stabilire se due immagini sono uguali anche se ruotate secondo angoli diversi e lo fanno più velocemente di noi, sanno distinguere un dipinto di Monet da uno di Picasso e riconoscono i volti umani. Più di recente, hanno dimostrato di riuscire a segnalare le scansioni di TAC in cui sono presenti noduli polmonari, enfisemi e alcune particolari opacità, dette noduli a vetro smerigliato: i risultati di questi studi potrebbero essere di supporto nello sviluppo di migliori strumenti di diagnostica per immagini e ottimizzare così il lavoro dei radiologi.
I colombi non sono solo estremamente dotati dal punto di vista visuo-spaziale: sanno contare, possono discriminare i concetti di spazio e tempo, imparano regole numeriche astratte con prestazioni indistinguibili dai primati e sono migliori di noi nell’affrontare e risolvere alcuni problemi statistici.
Esiste, però, una capacità di questi animali di cui scienziate e scienziati non riescono tuttora a svelare i meccanismi: si tratta proprio dell’homing, che ne ha facilitato la domesticazione e li ha trasformati in messaggeri insostituibili. Questo comportamento li rende ancora oggi protagonisti di competizioni sportive e di ricerche grazie alle quali conquistano le copertine di importanti riviste scientifiche.
Un mistero irrisolto e un paradosso per la biodiversità
I becchi dei due piccioni immortalati sulla copertina del numero 392 di Science puntano verso l’osservatore. Sembrano fieri nella loro posa fissa, stagliati su uno sfondo neutro che fa risaltare l’austerità del piumaggio, dai toni marrone-rosso e grigio-blu, che contrasta con le tipiche iridescenze verdi e viola. Un gruppo di ricerca, composto dagli immunologi dell’Università e dell’Ospedale universitario di Bonn, dai fisici dell’Università di Duisburg-Essen e dagli ornitologi del Max Planck Institute of animal behavior, ha pubblicato a maggio scorso uno studio che aiuta a comprendere meglio le eccezionali doti di navigazione di Columba livia e i meccanismi su cui si basa questa abilità che ritroviamo anche in altri animali.
La navigazione animale può essere definita come la capacità di raggiungere una meta spazialmente definita e circoscritta, anche lontana. Ne sono maestri gli uccelli migratori e la padroneggiano i piccioni che riescono a tornare a casa persino se trasferiti in luoghi distanti, mantenendo loro nascosto il tragitto. Una delle strategie per spiegare la navigazione negli uccelli è quella che prevede l’utilizzo di una “mappa”, costituita da informazioni che servono a capire dove ci si trova, e di una “bussola”, che permetta di mantenere la direzione verso la destinazione finale. Anche noi umani, quando ci troviamo in un posto sconosciuto, cerchiamo di raccogliere informazioni per ricavare la nostra posizione, ossia le nostre coordinate spaziali, dopodiché abbiamo bisogno di punti di riferimento e altri tipi di indizi che servono per mantenere la rotta. Negli uccelli, la presenza del sole e la percezione del campo magnetico terrestre sono tra le fonti di informazioni impiegate per la navigazione e, da tempo, la comunità scientifica sta indagando sugli organi e sulle modalità con cui questi animali utilizzerebbero tali stimoli come bussole.
Le popolazioni umane tendono a spostarsi sempre più verso i centri urbani e il modo più diretto per entrare in contatto con la fauna selvatica saranno le specie che vivono in città. Il bistrattato piccione potrebbe diventare un insospettabile alleato nella lotta per la tutela della biodiversità.Il lavoro pubblicato su Science si concentra sui macrofagi presenti nel fegato dei piccioni, cellule in grado di degradare i globuli rossi invecchiati e che, come parte di questo processo, accumulano ferro: quest’ultimo conferirebbe loro la proprietà di rispondere ai campi magnetici, fornendo agli uccelli una bussola interna. L’esperimento a cui sono stati sottoposti gli esemplari coinvolti è eloquente: i piccioni vennero addestrati a fare ritorno alla propria voliera da distanze superiori a venti chilometri e, in seguito, furono rilasciati lontano dalla propria casa; gli individui a cui erano state rimosse le cellule contenenti ferro perdevano la direzione e non riuscivano a fare ritorno in condizioni di cielo nuvoloso, mentre giungevano a destinazione quando il sole era visibile. Si ipotizza, dunque, che in mancanza della bussola magnetica costituita dai macrofagi, nelle giornate serene gli uccelli abbiano potuto fare affidamento sugli indizi solari. I risultati ottenuti confermerebbero l’impiego dell’orientamento solare in combinazione alla percezione magnetica per la navigazione, ma sono ancora lontani dall’essere decisivi nella comprensione del funzionamento della bussola magnetica in questi animali. Infatti, nello stesso numero della rivista, un altro studio ha proposto l’orecchio come sede di cellule potenzialmente adatte alla magnetorecezione.
Nel 2006, il biologo Robert Dunn parlò di “paradosso del piccione”: in un periodo storico in cui stiamo affrontando gli effetti dei cambiamenti climatici e siamo testimoni e fautori della sesta estinzione di massa, la conservazione della biodiversità potrebbe dipendere sempre più dalla predisposizione delle persone nel mantenere una connessione con la natura. Le popolazioni umane si stanno spostando progressivamente verso i centri urbani e il modo più diretto per entrare in contatto e conoscere la fauna selvatica sono e saranno le specie che vivono in città. Ed ecco che la variante domestica di Columba livia potrebbe paradossalmente contribuire a supportare la tutela della biodiversità, ad esempio con programmi educativi e progetti di citizen science.
In Feral Pigeon, Johnston e Janiga scrivono:
L'articolo La rivincita del piccione proviene da Il Tascabile.

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Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche il loro fabbisogno energetico. Nel 2024 i data center italiani hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici nazionali. Secondo alcuni scenari riportati dall’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e 42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale.
Di fronte a un’espansione così rapida, è necessario chiedersi se lo sviluppo dei data center possa essere governato in modo sostenibile o rischi invece di riprodurre le distorsioni già osservate negli Stati Uniti e in altri paesi: consumo di acqua ed energia, occupazione del suolo, aumento dei costi per i cittadini e benefici occupazionali inferiori alle attese.
È in questo scenario che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha elaborato la “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center”. L’obiettivo di questa strategia è mostrare come il territorio italiano, con una rete di infrastrutture (fibra ottica, 5G e cavi sottomarini) distribuita in modo omogeneo in tutta la penisola, “possa garantire uno sviluppo sostenuto e sostenibile dei data center in grado di moltiplicare il fattore attrattivo agli investimenti”. Il documento presenta in tal senso un’analisi di settore e una strategia per ridurre e semplificare tempi e modalità di investimento, per rendere l’Italia un polo di investimenti strategico, definito ‘Hub del Mediterraneo’.
Il mercato dei data center in Italia è effettivamente in fortissima crescita: nel triennio 2023-2025 ci sono stati investimenti pari a 7,1 miliardi di euro e per i prossimi tre anni ci si aspetta di raggiungere i 25 miliardi. Una cifra comunque inferiore rispetto alle previsioni del 2023: secondo i dati riportati sempre dall’Osservatorio del Politecnico, ci si aspettava infatti di raggiungere 10,5 miliardi di euro. L’incongruenza è dovuta principalmente agli errori di previsione di operatori internazionali, che sono entrati nel mercato italiano con eccessivo ottimismo riguardo alle tempistiche burocratiche italiane. Ed è proprio per venire incontro alle esigenze degli investitori internazionali e capitalizzare il più possibile le previsioni di mercato che è stata sviluppata la Strategia del Mimit.
Attualmente, dalla richiesta di costruzione di un data center fino al diritto di iniziare i lavori è previsto un iter che va dai 18 mesi ai 3 anni, periodo nel quale vengono espletate le valutazioni urbanistiche e ambientali. Un periodo che secondo l’Italian Data Center Association (IDA), citata nella strategia, pone il nostro paese in svantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni europee. Per superare questo limite, il Mimit propone l’introduzione di un’Autorizzazione Unica a livello nazionale, che possa semplificare le procedure e unificarle sotto un unico ente amministrativo, così da garantire tempi certi.
L’impatto dei data center sul territorio
La semplificazione, in linea di principio, non sottovaluta l’impatto dei data center nel territorio italiano. Anzi, la strategia identifica quattro potenziali effetti benefici a livello territoriale e locale derivanti dagli investimenti sui data center: riqualificazione di aree industriali dismesse (i cosiddetti siti brownfield), iniezione di risorse economiche nei comuni coinvolti, utilizzo del calore di scarto per teleriscaldamento, aumento dei posti di lavoro nel territorio. Va tuttavia verificato se e in che modo questi benefici possono concretizzarsi, analizzando la situazione nei territori protagonisti della crescita del settore.
La Lombardia è di gran lunga la regione che riceve più investimenti, candidandosi a essere una delle maggiori regioni europee per numero di data center, attualmente concentrati soprattutto nella città metropolitana di Milano, a Bergamo e, più di recente, nella provincia di Pavia. Questi territori stanno vivendo un aumento vertiginoso di nuove strutture: secondo Data Center Map, sono oltre 110 i data center attivi nella sola Lombardia, a cui se ne aggiungeranno una trentina nei prossimi anni. Il rapido sviluppo di queste strutture porta con sé alcune controversie rispetto ai benefici ambientali, specialmente riguardo alla bonifica e riutilizzo delle aree industriali e al teleriscaldamento tramite il calore di scarto.
Su questi aspetti, la strategia pone solo delle linee guida da rispettare laddove possibile: per esempio, riconvertire siti brownfield invece di utilizzare aree verdi (greenfield) o prediligere sistemi a circuito chiuso in grado di consumare meno acqua. Tuttavia, in assenza di una legge, queste linee guida non vincolano chi investe nel territorio italiano. Per colmare questo vuoto, e per l’ampio numero di investitori, nel maggio scorso la Lombardia è stata la prima regione italiana a promulgare una legge in questa direzione, che pone disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi che potrebbero essere destinati all’agricoltura.
“Ma la legge non ha tenuto conto delle richieste”, commenta, parlando con Guerre di Rete, Renato Bertoglio di Legambiente Pavia. “Abbiamo chiesto di governare il processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo piuttosto che bonificare un’ex area industriale”. Anche da parte di Legambiente, dunque, c’è la richiesta di una legge nazionale che definisca delle condizioni e le renda vincolanti. In assenza di essa, il sito di costruzione di un data center è soggetto alle contingenze del luogo e degli attori coinvolti: può essere effettivamente scelto un sito brownfield, come nel caso del progetto del data center hyperscale della società DC Adriatic a Bari, oppure occupare 60mila metri quadri di terreno verde, come a Certosa di Pavia.
Negli ultimi anni, proprio la zona del pavese sta vedendo la costruzione di numerosi data center: oltre a Certosa, a Lacchiarella è previsto un campus con cinque data center da oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a Bornasco 165mila. Non sempre i progetti offrono ai territori in cui sono installati i benefici indicati nella strategia: se a Magenta, per esempio, è stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta, a Certosa si vuole costruire su un terreno verde che era destinato ad uso agricolo.
In entrambi i casi, i cittadini denunciano la costruzione a breve distanza dalle abitazioni: “Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono espansi in contiguità alle aree dismesse”, dice a Guerre di Rete Sergio Manera, fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. “Non si può costruire vicino alle case, così si rischiano di ripetere gli errori del passato, quando si costruiva senza la sensibilità ambientale che abbiamo oggi”. Nella legge della Regione Lombardia è assente qualsiasi riferimento al limite di vicinanza, e ciò, secondo Manera, fa perdere valore agli immobili del territorio, ridimensionando in questo modo anche gli oneri di urbanizzazione che, secondo la strategia, dovrebbero costituire risorse economiche per i comuni dove si costruisce.
Come sottolinea Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, ci sono altre vie per far girare l’economia locale: “Certosa ha guadagnato tre milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello ne ha presi molti di più attraverso progetti europei. In tutto il territorio stanno nascendo sempre più data center, bisogna considerare gli effetti cumulativi di questi impianti in un corridoio agricolo che è anche un’area ad alto interesse turistico”.
D’altronde, l’impatto ambientale non riguarda soltanto i comuni in cui vengono costruiti i data center, ma anche in quelli confinanti. Ce lo spiega Alberta Samuele, sindaca di Borgarello, comune che confina con Certosa e con l’area in cui sorgerà il data center: “L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura. Negli ultimi anni abbiamo vinto bandi da sei milioni di euro spesi in opere pubbliche: costruzione di un ambulatorio, ristrutturazione della scuola, depavimentazione. Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il territorio”.
Da quanto emerge da queste testimonianze, la scelta di siti brownfield, laddove venisse effettuata, non sarebbe comunque sufficiente per mitigare gli impatti ambientali, che rimarrebbero elevati specialmente perché si costruiscono tanti impianti in un’area ridotta. In Lombardia è presente quasi la metà dei data center nazionali e anche guardando le richieste di allacciamento (dunque l’interesse futuro) per i data center, La Lombardia da sola rappresenta quasi il 50% di potenza richiesta, seguita con molto distacco da Piemonte (15%) e Puglia (10%).
Nonostante la maggior parte delle richieste non sia concretamente realizzabile, il rapporto mostra bene la loro distribuzione. La sola Milano, secondo dati del Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale con 414 MW IT e punta a superare il valore simbolico di 1 GW entro il 2028. D’altra parte, la strategia del Ministero si propone di distribuire queste infrastrutture su tutta la penisola, ma i comitati cittadini e Legambiente sono d’accordo nel chiedere con celerità una legge nazionale che governi il fenomeno.
Anche l’energia pulita gode di grande attenzione. Oggi, con il mix energetico che è al 40% circa composto da fonti rinnovabili, le emissioni di CO2 da parte dei data center sono approssimativamente un milione di tonnellate, a quanto riporta il Politecnico di Milano. Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di nuova capacità rinnovabile per realizzare un mix elettrico decarbonizzato al 65%. Se anche fosse raggiunto questo obiettivo, secondo l’Osservatorio del Politecnico le emissioni raggiungerebbero un intervallo tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate. Una crescita sostenuta e dovuta proprio all’aumento dei data center, ma comunque contenuta rispetto alle 5-8 milioni di tonnellate di emissioni previste se il mix energetico rimanesse invariato.
La strada verso le rinnovabili è un impegno fondamentale e la strategia del Ministero si muove in questa direzione. Tuttavia, l’energia pulita, da sola, non è sufficiente, perché, come ci spiega Manera, “nel momento in cui ci si allaccia alla corrente elettrica, si utilizza il mix nazionale. Quindi non è possibile, come dicono alcuni, realizzare un data center con energia al 100% rinnovabile, a meno di togliere le fonti pulite ad altri, visto che la coperta è corta”.
Per questo motivo, grande importanza è dedicata anche alle tecnologie che permettono di ridurre inquinamento e dispersione di calore. Il teleriscaldamento, capace di riutilizzare il calore di scarto dei data center per riscaldare abitazioni vicine, è per esempio considerato da varie parti la soluzione ottimale. Permette di ridurre i costi dell’energia così come le emissioni di CO2: esemplare è il caso del data center Avalon 3 di Retelit, a Milano, che, secondo IDA, consente di riscaldare le abitazioni di 1.250 famiglie del Municipio 6, con un risparmio energetico equivalente a 1.300 tonnellate di petrolio e una riduzione delle emissioni di CO2 di 3.300 tonnellate. Ad oggi sono però ben pochi i progetti che godono di tale efficienza. “Ma sono necessari: l’alternativa è la dispersione di calore nell’aria”, spiega Manera, che fa notare come esista una direttiva UE che impone alle imprese uno studio di efficienza energetica per questo tipo di impianti.
La strategia del Mimit cita tra gli impatti benefici sui territori anche la “creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture stesse”. Secondo l’Italian Data Center Association (IDA), nel 2024 si contavano 28mila lavoratori nell’orbita dei data center, ma di questi solo 1200 erano lavoratori diretti nelle strutture. La maggioranza dei nuovi posti di lavoro riguarda la fase di costruzione, oppure si concentra nelle imprese legate al mondo del digitale e dell’intelligenza artificiale, e quindi la creazione di data center è solo in parte causa di queste nuove assunzioni.
Non è facile trovare dati sulla crescita dell’occupazione nei data center, ma varie fonti riportano che il settore è agli ultimi posti riguardo a numero di lavoratori per metro quadro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha riportato il caso di Abeline, una città in Texas in cui per un data center che inizialmente avrebbe dovuto occupare 100mila metri quadrati non sarebbero stati assunti più di 100 lavoratori. In questo modo, creare un data center in un territorio non significa necessariamente aumentare i posti di lavoro in quel dato luogo.
Nella strategia del Mimit, molta attenzione è dedicata alla semplificazione amministrativa per ridurre i tempi degli investimenti, mentre per le questioni ambientali si rimanda alle direttive europee e alle linee guida del Ministero dell’Ambiente. Anche per questo è necessaria una legge complessiva, che garantisca una visione a lungo termine di sviluppo tecnologico sostenibile.
L'articolo L’Italia invasa dai data center proviene da Guerre di Rete.

By the end of 2020, Kentucky’s newly elected Gov. Andy Beshear had one goal above all others: Keep people alive. The state was battling two merciless threats. COVID-19 was killing hundreds of people each month, and deadly drug overdoses were among the highest in the nation. Calling addiction a disease that breeds in isolation, Beshear worried people would stop seeking treatment for fear of contracting COVID-19.
So Beshear set out to make drug treatment easier to access. Kentucky joined more than 40 other states in lifting some restrictions on Medicaid, which served most of the Kentuckians enrolled in substance abuse programs: Recovery centers were allowed to offer expensive treatment to clients without seeking approval from state Medicaid insurers.
By 2023, as the pandemic waned, other states restored Medicaid requirements that treatment centers gain prior approval before providing addiction treatment. Kentucky stayed the course. That year, providers offered more than 1,100 spots for people seeking long-term treatment that allows them to live in a facility, a state record and more slots per capita than any other state.
But as the Medicaid bills for all that treatment started piling up, so did the warnings.
In 2024 letters to Beshear’s administration and in at least three public meetings, experts across the health industry said that as a result of the 2020 changes, drug treatment providers were billing too much for subpar care that was leading to worse outcomes. By December 2025, the Kentucky attorney general’s office said Medicaid fraud in drug treatment had become a primary “area of concern.”
Despite the warnings, the Beshear administration did little to rein in the skyrocketing state spending.
Almost all those warnings came true.
In a February 2025 meeting about soaring Medicaid costs, Kentucky Medicaid Commissioner Lisa Lee said the previous year’s spending on behavioral health and addiction treatment had reached an unprecedented $2.3 billion. Stuart Owen, who works for a Kentucky Medicaid insurer, told a state advisory committee months earlier that much of that spending was driven by the drug treatment industry, including “unscrupulous providers who are exploiting the heck out of that for money.”
The payout was especially lucrative for one company, Addiction Recovery Care. ARC was Kentucky’s largest drug treatment provider and the largest recipient of state funds between 2019 and 2025. This spring, the Lexington Herald-Leader, in partnership with ProPublica, reported on how ARC exploited Kentucky’s loosened spending controls and may have falsified billing.
Beshear has been unapologetic about state spending on drug treatment. In an interview in early June with ProPublica and the Lexington Herald-Leader, he pointed to the continued decline in drug overdose deaths as proof that he made the right choice when he did not force treatment centers to show that costly drug recovery services were medically necessary before treating people for addiction.
“If we’d gone back in time too early and changed things too drastically, how many more people would have died that we’ve saved? With four straight years of drug overdose decreases, they can throw blame at me,” Beshear said. “We’ll talk about dollars, but there are people’s kids that are still alive today because they were able to get addiction treatment services and get them quickly.”
While Kentucky’s overdose deaths declined significantly between 2020 and 2025, experts said the drop was not unique. Other states hit hard by the opioid epidemic also saw year-over-year decreases in fatal overdoses, including states that didn’t loosen Medicaid billing rules, like Tennessee and West Virginia.
Academic studies mostly agree that the drop in the death rate around the country had more to do with declining opioid prescriptions, an increase in the use of the drug naloxone to reverse overdoses, and less fentanyl in the drug supply. Medicaid and behavioral health experts in Kentucky have said in state hearings that some of the services drug treatment companies billed the most for were not directly associated with a decline in overdose deaths.
Nonetheless, Kentucky’s policies allowed ARC and other companies to bill more and more for services like peer support groups rather than those led by a licensed doctor or therapist. At one time ARC treated about one-third of the Kentuckians seeking drug treatment in the state; more than half of the services it billed for were the same lower-level services that Medicaid experts warned were being abused, according to state data.
The FBI has been investigating ARC for two years, and more recently, the company’s troubles have intensified. This week the Department of Justice announced it had reached a $16 million settlement with ARC over Medicaid fraud allegations. The company directed employees to falsely bill Medicaid for services like peer support, according to the allegations, which stem from a 2023 whistleblower lawsuit filed by three former ARC employees.
The settlement resolved the allegations, the Department of Justice said, and there has been no determination of liability. In another investigation, the DOJ last month indicted ARC’s leader, Tim Robinson, for wire fraud and money laundering for a separate alleged scheme to defraud multiple lenders. He has pleaded not guilty to those charges.
The company said in April it “has never knowingly or fraudulently billed Medicaid for services, and there is no evidence that the organization encouraged employees to falsify group notes for billing purposes.”

ARC has over the last two years been forced to close most of its facilities, resulting in a 56% decrease in long-term residential treatment beds statewide, according to the most recent data available.
By 2025, Republicans had seen enough and passed a bill requiring treatment centers to seek approval from insurers before providing treatment services. Beshear vetoed the bill, saying it “will put up barriers to and delay healthcare for Kentuckians.” Republicans overrode the veto, citing waste, fraud and abuse.
At public meetings and in letters throughout 2023 and 2024, Medicaid insurers and actuaries warned that Beshear’s decision not to reinstate the spending guardrails sooner had allowed billing abuse by drug treatment providers to proliferate.
Some of those Medicaid insurers sent warning letters to providers, some who were suspected of overbilling, on how to appropriately bill. At least one also tried to limit excessive billing by setting its own guidelines for services deemed “intensive, high cost and/or have the potential for overutilization,” according to a memo from Passport by Molina Healthcare, one of Kentucky’s Medicaid insurers, referring to peer support services. Peer support is similar to a 12-step program.
In August 2024, the Kentucky Association of Health Plans, which represents the state’s Medicaid insurers, sent a letter telling the state Cabinet for Health and Family Services that weak oversight had allowed “unnecessary” spending on treatment and that the services treatment centers were billing the most for weren’t leading to better health outcomes for patients.
The letter warned that addiction treatment providers were overbilling for services that weren’t based on evidence or provided by a licensed doctor or therapist.
Part of the solution, the association said in subsequent public hearings, was to reinstate the spending guardrails, known as prior authorization, that Beshear had removed during the pandemic. The prior authorization process is supposed to prevent providers from billing fraudulently or excessively for medically unnecessary services by forcing providers to get permission from insurance companies before administering care.
Tom Stephens, president of the group representing Kentucky’s five Medicaid insurers and the letter’s author, said in an interview that it was not the first time Medicaid insurers had shared concerns with the Beshear administration; it was “simply one example of concerns that had been raised over time.”
Asked about this letter, Beshear spokesperson Scottie Ellis wrote that the governor “monitored the concerns expressed publicly and those shared with his administration” and that the state health agency worked with Medicaid insurers to address them. Ellis declined to answer follow-up questions about what specific measures the administration took during that time.
More warnings followed. The next month, Somerset Mayor Alan Keck also wrote to the Beshear administration asking it to reinstate Medicaid spending controls.
Keck, whose rural southeastern Kentucky county was hit hard by opioids, told the state health secretary that treatment centers across his region were recruiting patients from out of state and using company addresses to establish residency for them in order to bill Kentucky Medicaid. He also said some companies were fraudulently billing Medicaid by misrepresenting the services they provided.
“Our communities are seeing an influx of sober living facilities that are taking advantage of Kentucky’s Medicaid system and the lax requirements that linger from the Covid-19 pandemic,” Keck wrote to then-health Secretary Eric Friedlander.
Keck, who lost a Republican primary for governor in 2023, said recently that Friedlander never responded to his letter. He believes Beshear’s administration should’ve done more to rein in the drug treatment industry’s “explosive growth.”
Beshear’s spokesperson didn’t address questions about whether the administration responded to Keck.
In November and December 2024, officials from Anthem and WellCare, two Medicaid insurers, reinforced their concerns in meetings with legislators and Medicaid officials.
We’re taking a closer look at how ARC treated the people who came to the organization seeking help with their sobriety. If you’re a current or former client or employee, we want to hear from you.
The state’s own data from that period supports the insurers’ claim that the state was paying heavily for services that required little or no time from licensed doctors and therapists: Kentucky behavioral health providers were paid more than $147 million for peer support services in 2023 and 2024, Lee, the state Medicaid commissioner, told lawmakers in February 2025. During that time, Medicaid payments for psychoeducation jumped from $40.4 million to more than $168 million.
Psychoeducation is normally a part of regular appointment when a clinician explains a diagnosis and treatment plan to a patient. Most of the money spent in Kentucky on psychoeducation went to ARC. Medicaid insurers warned Kentucky was one of the only states that allowed this service to be billed for separately, and providers were abusing it.
At the heart of all of this was the suspension of prior authorization, which had served as the only check on the overuse and overbilling for low-quality care. Without it, Kentucky’s treatment landscape became a Medicaid free-for-all, said Shelby Steuart, a professor who studies health policy at the University of Maryland.
“It just became an opportunity for people to make money,” she said.
When asked about these warnings and the reasons Beshear didn’t reinstate Medicaid spending guardrails sooner, the governor’s office said his decision “helped save lives.”
Ellis, the spokesperson for Beshear, said in an email that amid the public warnings, the Cabinet for Health and Family Services, the state’s health agency, met with Kentucky’s Medicaid insurers “to discuss concerns” about the spike in spending on drug treatment.
She said that the administration sent a letter in November 2024 to clarify when and how to bill for certain services Medicaid insurers had flagged, which resulted in a more than $100 million decline in billing from 2025 to 2026. But, as the attorney general’s Office of Medicaid Fraud and Abuse Control told lawmakers in December 2025, billing increased by $40 million for other services that experts warned were being abused.
Ellis said the policies should be measured by lives saved. “In the end, actions taken by Gov. Beshear and his administration have decreased overdose deaths for four straight years,” she said.
In 2024, ARC disclosed what it called billing errors that resulted in overpayments from the state, according to emails obtained through Kentucky’s open records laws.
About that time, Kentucky’s Medicaid insurers began to raise questions about excessive billing and started to sever contracts with the company. ARC turned to the state’s health agency for help, asking the health secretary to delay reinstating spending controls and to enact a system that would force Medicaid insurers to continue working with ARC.
“Time is of the essence,” ARC founder Robinson wrote in a September 2024 email to Friedlander.
Beshear’s administration balked at forcing insurers to work with the company, but ultimately declined to reinstate tighter spending controls. That year ARC was paid a record $103 million by Kentucky Medicaid, mostly for services Medicaid insurers warned were being abused.
In a June interview, Beshear defended that decision and denied that his 2020 order led to a rise in Medicaid fraud or abuse.
Beshear said that by the time Kentucky’s Republican-controlled legislature reinstated spending controls in July 2025, he was in the process of coordinating with the state’s health agency to enact some spending guardrails, but acknowledged that “admittedly, the Cabinet was probably taking too long,” he said.
Republicans have accused Beshear of mismanaging the state’s Medicaid program. During the 2025 legislative session, they revoked the governor’s power to make changes to Kentucky Medicaid without their permission. Beshear vetoed that bill, which included a provision to reinstate tighter spending controls, but the legislature overrode his veto.
Republican Sen. Chris McDaniel, who championed the bill, said in March 2025 that Beshear’s administration “had to be one of three things: willfully ignorant, derelict in their duties, or complicit. It was just too much money in one space for them not to have known better.”
Beshear in June said he’ll take the hit; at the end of the day, he said, the tide of addiction in Kentucky has receded, and it was worth it.
“If we continue at this pace, there’s a chance we end an epidemic that started in our lifetime,” Beshear said. “Opening up services through Medicaid in general to more people has been one of, if not the, most important things we’ve done to get people back on track.”
The post Andy Beshear Set Out to Make Drug Treatment Widely Available in Kentucky. Fraud and Abuse Followed. appeared first on ProPublica.




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Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società.
È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.
Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi dal programma Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera.
È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture.
Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).
Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano.
La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.
Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori.
La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne.
Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo.
Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo.
Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra.
Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.
Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare.
Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.
Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare…
Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz).
La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.
Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna.
Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione di dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti.
Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti.
Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare.
La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo.
L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica.
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di Valentina Bennati comedonchisciotte.org Dalla pandemia globale dichiarata nel 2020 ai conflitti internazionali, passando per crisi economiche, tensioni sociali e un flusso continuo di notizie allarmanti, sono tante le persone che, negli ultimi anni, hanno iniziato a vivere in uno stato di tensione quasi permanente. Giorno dopo giorno siamo stati esposti a immagini, informazioni e […]
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La computazione quantistica è una delle tecnologie più discusse degli ultimi anni e l’idea di costruire sistemi di calcolo basati sui fenomeni della fisica quantistica continua ad alimentare aspettative enormi. Eppure il quantum computing resta lontano dall’essere una tecnologia matura. Non soltanto perché molti problemi scientifici devono ancora essere risolti, ma anche perché, al momento, manca una filiera industriale in grado di produrre in modo scalabile, e a costi sostenibili, l’hardware necessario a far funzionare un computer quantistico.
Come si può immaginare, costruire un hardware simile è molto complesso. Servono materie prime rare, chimica avanzata, sistemi criogenici sofisticati, ottica di precisione e componenti prodotti da un numero ristretto di aziende specializzate.
Il problema fondamentale è che un computer quantistico non deve semplicemente “calcolare”. Deve riuscire a “mantenere in vita” stati fisici estremamente fragili e utilizzarli per il calcolo. La grande promessa del quantum computing – sfruttare fenomeni quantistici come la sovrapposizione e l’entanglement per eseguire operazioni impraticabili per i computer tradizionali – dipende infatti dalla capacità di isolare gli effetti quantistici dalle interferenze del mondo esterno. Il problema, come anticipato anche da Heisenberg, è che gli stati quantistici sono incredibilmente instabili. Basta pochissimo per distruggerli: una vibrazione microscopica, una minima interferenza elettromagnetica, una variazione termica impercettibile. Questo significa che la prima e principale sfida da affrontare per produrre un computer quantistico è quella di costruire una specie di guscio che isoli il processo di calcolo dal “rumore” dell’ambiente esterno.
Una delle interferenze più difficili da controllare è il calore. Per questo molti computer quantistici – in particolare quelli basati su circuiti superconduttori, una delle architetture oggi più sviluppate da aziende come IBM e Google — operano a temperature vicinissime allo zero assoluto, inferiori persino a quelle dello spazio profondo. Per raggiungerle servono sofisticati sistemi criogenici chiamati dilution refrigerator (refrigeratore a diluizione): strutture metalliche, simili a candelabri barocchi, che sono diventate una delle immagini simbolo del quantum computing.
Uno degli elementi chiave per il funzionamento di questi refrigeratori è invece l’elio-3. Rarissimo sulla Terra, l’elio-3 è un isotopo in proporzione più abbondante sulla superficie lunare, dove si è accumulato per miliardi di anni a causa del bombardamento del vento solare. I depositi di elio-3 diffusi nella regolite lunare alimentano da decenni miti tecnologici su future miniere sulla Luna che oggi, nell’era del “capitalismo spaziale”, paiono meno fantascientifici di un tempo. E del resto si può facilmente immaginare come un eventuale aumento della domanda di questo isotopo, connessa alla crescita del quantum computing, potrebbe rendere ancora più allettante l’avvio di attività estrattive lunari. Nell’attesa, gran parte dell’elio-3 disponibile sul nostro pianeta deriva indirettamente dal decadimento del trizio prodotto nei vecchi programmi nucleari militari, creando così un cortocircuito tra una tecnologia di frontiera e i residui industriali della guerra fredda.
Questa dipendenza da materie prime estremamente specializzate rende la filiera dei refrigeratori a diluzione molto fragile. A produrre queste macchine, infatti, sono pochissime aziende al mondo. La finlandese Bluefors, per esempio, è diventata in pochi anni uno dei principali fornitori dell’industria quantistica globale, ma anche uno degli snodi più delicati dell’intera catena produttiva. Se oggi si osserva la struttura industriale del quantum computing, ci si accorge infatti che il settore assomiglia meno all’industria informatica classica e più a un ecosistema di nicchie iperspecializzate, dove pochi attori controllano componenti essenziali e difficilmente sostituibili.
Un ulteriore problema del quantum computing è che, almeno per ora, non esiste un’unica architettura dominante. Coesistono approcci diversi, ciascuno dei quali richiede infrastrutture, materiali e competenze specifici. Se i computer quantistici basati su circuiti superconduttori richiedono criogenia avanzata, i computer quantistici basati sugli “ioni intrappolati” dipendono invece da laser ad altissima stabilità, vuoto ultra-spinto e componenti fotonici delicatissimi. Altri approcci ancora – come quelli basati sui qubit fotonici o sugli atomi neutri (atomi privi di carica elettrica controllati tramite laser) – richiedono invece fibre e circuiti ottici a bassissima perdita, sorgenti luminose avanzate, specchi e cavità ottiche ad altissima qualità e, in alcuni casi, dispositivi microfabbricati costruiti con tolleranze estremamente ridotte.
Questo significa che, al momento, non esiste una singola frontiera industriale del quantum, ma molte frontiere sovrapposte. Per certi versi, la situazione ricorda alcune fasi iniziali dell’elettronica e dell’informatica del dopoguerra, quando convivevano tubi a vuoto, relè, transistor, memorie magnetiche e soluzioni architetturali diverse. Al tempo, l’industria elettronica era quindi un ecosistema frammentato, popolato da soluzioni incompatibili e processi produttivi difficili da standardizzare. La crescita esplosiva del settore arrivò solo quando emersero componenti, architetture e processi produttivi condivisi, capaci di trasformare dispositivi sperimentali in prodotti scalabili. È una lezione storica importante anche per il quantum computing.
Oggi il settore si trova ancora in una fase pre-standardizzazione: nessuno sa davvero quale architettura diventerà dominante, quali materiali saranno indispensabili o quali componenti potranno essere prodotti industrialmente su larga scala. E finché questa convergenza non avverrà, la computazione quantistica rischia di rimanere in un limbo “proto-industriale”, in cui ogni laboratorio tende a costruire il proprio ecosistema tecnologico come una specie di artigianato scientifico avanzatissimo.
La conseguenza di questo fatto è che molti processi produttivi necessari dipendono dall’esperienza accumulata da piccoli gruppi di tecnici altamente specializzati e sono, al momento, difficili da riprodurre serialmente.
La costruzione di un refrigeratore a diluzione, per esempio, richiede tecnici capaci di assemblare manualmente sistemi criogenici estremamente delicati, minimizzando vibrazioni, dispersioni termiche e impurità microscopiche. Si tratta di processi che dipendono ancora da forme di conoscenza pratica accumulate negli anni più che da standard industriali codificati. Dinamiche simili esistono anche nel campo dei semiconduttori avanzati e della litografia estrema. ASML, l’azienda olandese che produce le macchine EUV utilizzate per realizzare i chip più sofisticati al mondo, dipende a sua volta da una rete ristrettissima di fornitori iper-specializzati che, a loro volta, si avvalgono dell’esperienza di pochissimi “super-esperti” in singoli problemi tecnici altamente specifici.
Il vero collo di bottiglia “industriale” della computazione quantistica non riguarda solo le macchine, i materiali o la fisica, ma anche – e forse soprattutto – la disponibilità di talento tecnico adeguato alla portata della sfida produttiva che il quantum computing rappresenta. Per costruire un computer quantistico non basta infatti disporre di buoni fisici teorici o di eccellenti ingegneri. Serve la capacità di integrare competenze molto rare e diverse tra loro: criogenia estrema, scienza dei materiali, ottica avanzata, microfabbricazione, elettronica a radiofrequenza, software di controllo, vuoto ultra-spinto, chimica ultrapura. E soprattutto serve farlo in modo coordinato, continuo e riproducibile. La vera difficoltà non è solo inventare una tecnologia funzionante, ma costruire una massa critica di persone capaci di trasformarla in un sistema industriale.
Per questo il futuro “industriale” del quantum computing è anche un gigantesco problema di scala umana. Non basta avere qualche centinaio di ricercatori eccellenti sparsi nel mondo accademico. Affinché la tecnologia diventi industriale servono migliaia di tecnici, ingegneri e operatori altamente qualificati distribuiti lungo filiere produttive estremamente sofisticate (un fatto che la Cina sembra aver compreso prima di tutti). Servirà cioè trasformare competenze oggi quasi artigianali in capacità industriali diffuse.
La scienza alla base di tecnologie importanti può certamente nascere da un piccolo gruppo di persone eccezionalmente dotate, ma un’industria richiede la capacità di riprodurre sistematicamente quel livello di competenza su larga scala. Ancora una volta ci si può rivolgere alla storia della microelettronica per capirlo. Il vero salto nella produzione seriale di hardware informatici non avvenne infatti quando un gruppo di pionieri ai Bell Labs inventò i transistor, ma quando gli Stati Uniti cominciarono a formare enormi quantità di ingegneri in grado di capire come funzionavano e come si potevano migliorare transistor e circuiti integrati.
In questo senso la vera sfida per il futuro della computazione quantistica non è soltanto costruire una macchina capace di funzionare. È costruire le condizioni industriali, economiche e umane per trasformare una tecnologia sperimentale fragile in un’infrastruttura produttiva stabile.
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[ITA] Un recente (circa 10 giorni fa) aggiornamento dei nostri servizi di posta pare stia causando dei problemi con alcuni account, in combinazione con Thunderbird. I sintomi variano: non si vede più l’elenco dei folder, oppure lo si vede, ma non compaiono i messaggi nuovi – può sembrare che non stiate più ricevendo posta.
La posta sta venendo consegnata regolarmente! Il problema è nell’interazione con i client. I messaggi nuovi si possono vedere, per esempio, utilizzando la webmail.
Stiamo indagando per risolvere il problema.
[ENG] It appears that a recent (about 10 days ago) major upgrade of our email systems is causing some issues to a subset of users, primarily when using Thunderbird as their email client. Symptoms vary: TB might stop showing the list of folders, or perhaps it will show it, but then the INBOX folder will not display new messages. It might look like you’re no longer receiving any email.
Email is being delivered without issues! The problem is with the client. You can, for example, access new messages by using the webmail.
We’re investigating to attempt to resolve this issue.
AGGIORNAMENTO / UPDATE
[ITA] Si può temporaneamente aggirare il problema, per chi usa Thunderbird, disabilitando la compressione IMAP (RFC 4978) andando nelle impostazioni avanzate ed impostando la variabile mail.server.default.use_compress_deflate a false.
[ENG] It is possible to temporarily work around the issue for Thunderbird users, by going into the advanced settings, looking for the mail.server.default.use_compress_deflate variable, and setting it to false.
AGGIORNAMENTO 2 / UPDATE 2
[ITA] Dovremmo essere riusciti a mitigare il problema lato server, nessuna modifica al client è più necessaria.
[ENG] We think we have mitigated the issue server-side, so no client changes should be necessary anymore.

Non potevano certamente passare inosservati agli operatori di AAMPS/Retiambiente due “big bag” in polietilene di grosse dimensioni contenenti materiale di risulta da lavorazioni edili abbandonati nelle ore notturne accanto ad un cassonetto stradale per la raccolta dei rifiuti in località Le Vaschette sul Romito a ridosso della scogliera.
L'articolo Eternit abbandonato sul Romito: intervengono gli Ispettori Ambientali proviene da Aamps Livorno.
Informiamo i cittadini che sabato 6 giugno il Centro Ambientale Temporaneo di Via dei Cordai effettuerà apertura con orario 9:00 – 12:00.
Il servizio sarà regolarmente attivo per il conferimento delle varie tipologie di rifiuto, nel rispetto delle normative vigenti.
Ricordiamo che i quantitativi e le tipologie di rifiuti accettati saranno quelli previsti dalla tabella.
Per ulteriori informazioni: 800-031.266, info@aamps.livorno.it, facebook/instagram/APP (“AAMPS Livorno”).
L'articolo Centro Ambientale Temporaneo (CAT) 06/06/26 aperto in orario mattutino. proviene da Aamps Livorno.

In mezzo alla gente, ma con discrezione ed efficienza. Gli operatori di AAMPS/Retiambiente hanno contribuito alla riuscita dell’evento Straborgo che da venerdì 29 maggio a sabato 1 giugno ha visto migliaia di persone, tra cittadini e turisti, affollare le strade del quartiere. Una presenza continuativa per garantire la pulizia di Piazza Mazzini e delle strade limitrofe e realizzare la raccolta dei rifiuti sia con la vuotatura dei contenitori stradali sia con la raccolta dei materiali differenziati prodotti con quantitativi ingenti dagli esercenti della zona.
“Questa tipologia di manifestazione – commenta Aldo Iacomelli, Amministratore Unico AAMPS/Retiambiente – risulta per noi sempre particolarmente impegnativa soprattutto nel periodo estivo che prevede un’articolazione complessa dei nostri servizi di raccolta e spazzamento. Dobbiamo operare h24 e, allo stesso tempo, districarci tra la folla garantendo sempre le opportune condizioni di sicurezza per i nostri lavoratori e i cittadini. Siamo particolarmente soddisfatti nell’essere riusciti a dare il nostro contributo. Ho il piacere di sottolineare – conclude Iacomelli – la cooperazione che abbiamo riscontrato da parte degli organizzatori, degli abitanti del quartiere e degli esercenti che si sono prodigati per rispettare le regole straordinarie di conferimento dei rifiuti differenziati”.
“Lo dico da sempre – afferma Luca Salvetti, Sindaco di Livorno. AAMPS/Retiambiente è un’azienda che funziona egregiamente nell’erogazione dei servizi resi alla cittadinanza e questi eventi ne sono la riprova. Senza i puntuali servizi di spazzamento e raccolta dei rifiuti non saremmo qui a parlare del successo di Straborgo. Ringrazio i lavoratori per il consueto impegno profuso, gli abitanti del quartiere per la disponibilità concessa e gli esercenti per avere collaborato al meglio delle rispettive possibilità. Ora sotto con le altre kermesse in programma per la lunga stagione estiva”.
L'articolo “Straborgo”: servizi di pulizia e raccolta rifiuti efficaci e puntuali proviene da Aamps Livorno.
Ratificando un utile di 252.000 € l’Assemblea dei Soci di AAMPS ha approvato nei giorni scorsi il bilancio aziendale 2025. Un risultato in linea con quanto registrato negli anni precedenti, comprendendo anche quelli relativi all’uscita anticipata dal concordato preventivo in continuità, con i bilanci che avevano ottenuto analoghi risultati (965.202€ nel 2019, 2.2912.441€ nel 2020, 515.035€ nel 2021, 94.835€ nel 2022, 131.270€ nel 2023 e 145.704 € nel 2024).
La notizia era stata anticipata nei giorni scorsi durante una conferenza stampa dedicata ai bilanci di tutte le aziende partecipate del Comune di Livorno, ma il Sindaco di Livorno Luca Salvetti, affiancato dall’Amministratore Unico Aldo Iacomelli e dalle assessore Viola Ferroni e Giovanna Cepparello, ha tenuto ad aprire un faro su AAMPS/Retiambiente.
“Sono orgoglioso di questa azienda, dei servizi che eroga e di tutti i suoi lavoratori. Nel 2019 abbiamo trovato AAMPS in concordato preventivo, con un futuro a dir poco incerto e il rischio concreto di vederla soccombere sotto il peso di conti sballati e servizi alla cittadinanza inadeguati. Ora registriamo l’ennesimo bilancio in utile consecutivo, con il personale incrementato e stabilizzato e prospettive di consolidamento e sviluppo prima impensabili. In tale percorso siamo riusciti a traghettarla in RetiAmbiente consolidandone la vocazione industriale e riuscendo a contenere la TARI senza aumentarla per cinque anni e allineandola agli importi degli altri capoluoghi di provincia della Toscana. Sono i fatti che ci permettono di respingere al mittente le accuse sollevate recentemente da alcuni esponenti dell’opposizione in consiglio comunale ammantate di macroscopiche inesattezze e castronerie indecifrabili sia riconducibili all’azienda sia alla sua holding”.
“AAMPS ha fatto un incontrovertibile cambio di passo tornando ad essere un’azienda in salute con un ruolo di primo piano sia nell’erogazione dei servizi alla cittadinanza sia tra le società operative locali dell’Ato Toscana Costa che compongono la galassia Retiambiente e dove l’azienda riveste un ruolo di primo piano assoluto. Il cammino è stato impervio con ostacoli che sembravano insormontabili. Oggi siamo invece nella possibilità di guardare al futuro con grande ottimismo e rinnovate prospettive di consolidamento sia sul versante economico-finanziario sia su quello dello sviluppo industriale”.
“I numeri sono dalla nostra parte e ci dicono che AAMPS può cogliere risultati importanti inerenti la vocazione ambientale che è chiamata a rappresentare ed esprimere. Nonostante mesi di particolare difficoltà, dovuti a contingenze operative affrontate con impegno e sacrificio da parte di tutti, oggi l’azienda può guardare in avanti con rinnovato entusiasmo e approssimarsi ad innovare e introdurre importanti cambiamenti nella gestione dei rifiuti a livello locale in linea con le strategie condivise con le altre SOL del gruppo Retiambiente. Chiederemo ai cittadini la consueta collaborazione con l’obiettivo di aumentare le percentuali di raccolta differenziata, conferendo materiali di maggiore qualità, e allo stesso tempo continuare a diminuire la produzione dei rifiuti nelle rispettive abitazioni”.
AAMPS è un fiore all’occhiello di Livorno. Una società interamente pubblica che eroga servizi ambientali a favore della città fin dal 1949 con grande efficacia ed efficienza impegnando 421 lavoratori in moto perpetuo nella raccolta dei rifiuti, nella pulizia delle strade e nei servizi cimiteriali e commerciali. Tutto questo con i conti sotto controllo suffragati anche dall’assenza di debiti e avendo comunque effettuato importanti investimenti, attingendo a finanziamenti dedicati, senza fare ricorso al credito bancario. Il tutto nella massima trasparenza richiesta ad una società in house providing in affiancamento alla sua holding con la quale condividere strategie industriali ben ponderate”.
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In vista della festività di martedì 2 giugno AAMPS/Retiambiente conferma che il servizio di raccolta dei rifiuti si svolgerà regolarmente. Sono previsti solo alcuni cambiamenti negli itinerari di interesse per gli abitanti delle aree Livorno Est e Picchianti-Porta a Terra.
Ecco il dettaglio suddiviso per Aree valido per la raccolta nel giorno della Festa della Repubblica:
Area Livorno Nord
Indifferenziato: servizio attivo con esposizione del materiale dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta.
Area Sant’Jacopo Marradi
Il calendario ordinario non prevede il servizio di raccolta il lunedì.
Area Vittoria Stazione Zola
Carta-cartone: servizio attivo con esposizione del materiale dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta.
Area Livorno est
Organico: servizio anticipato alla mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Picchianti – Porta a Terra
Organico: servizio anticipato alla mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Ardenza – La Rosa
Organico: servizio attivo la mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Livorno Sud
Carta-cartone: servizio attivo con esposizione del materiale dalle ore 21.00 di lunedì alle 5.00 del giorno di raccolta.
Pentagono
Multimateriale: servizio attivo con esposizione del materiale dalle ore 19.30 alle 20.00 del giorno di raccolta.
Aree Pentagono e Centro Allargato
Tutti i contenitori stradali presenti nelle aree “Pentagono” e “Centro Allargato” saranno regolarmente vuotati. Il Centro di raccolta “Livorno Sud” e il “Centro del riuso creativo” saranno chiusi martedì e riapriranno il giorno seguente. Servizio di raccolta pannolini/pannoloni: non effettuato nei giorni festivi.
Ringraziamo i cittadini per la consueta collaborazione. Per ulteriori informazioni: 800-031.266, info@aamps.livorno.it, facebook/instagram/APP (“AAMPS Livorno”).
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AAMPS conferma che in occasione della festività di venerdì 22 maggio prossimo il servizio di raccolta dei rifiuti si svolgerà regolarmente. È previsto solo un cambiamento negli itinerari di interesse per gli abitanti dell’area Livorno Est.
Ecco il dettaglio suddiviso per Aree valido per la raccolta nel giorno di Santa Giulia:
Area Livorno Nord
Il calendario ordinario non prevede il servizio di raccolta il venerdì.
Area Sant’Jacopo Marradi
Carta-cartone: servizio attivo la mattina (esposizione del materiale dalle ore 21.00 di giovedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Vittoria Stazione Zola
Indifferenziato: servizio attivo la mattina (esposizione del materiale dalle ore 21.00 di giovedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Livorno est
Organico: servizio anticipato alla mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di giovedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Picchianti – Porta a Terra
Il calendario ordinario non prevede il servizio di raccolta il venerdì.
Area Ardenza – La Rosa
Organico: servizio attivo la mattina (valido solo per le utenze che espongono il materiale con il mastello dalle ore 21.00 di giovedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Livorno Sud
Multimateriale: servizio attivo la mattina (esposizione del materiale dalle ore 21.00 di giovedì alle 5.00 del giorno di raccolta).
Area Pentagono
Carta-cartone: servizio attivo la sera (esposizione del materiale dalle ore 19.30 alle 20.00).
Tutti i contenitori stradali presenti nelle aree “Pentagono” e “Centro Allargato” saranno regolarmente vuotati.
Il Centro di raccolta “Livorno Sud” e il “Centro del riuso creativo” saranno chiusi venerdì e riapriranno il giorno seguente.
L'articolo Raccolta rifiuti: servizi attivi nella festività del 22 maggio proviene da Aamps Livorno.
Comunicato a cura dell’uff. Stampa del Comune di Livorno.
Livorno, 19 maggio 2026 – Da domani, mercoledì 20 maggio, sarà in vigore a Livorno l’ordinanza che obbliga i proprietari e i detentori di cani a rimuovere con acqua le deiezioni liquide degli animali nelle aree pubbliche e di uso pubblico.
L’ordinanza, della quale ha parlato la stampa italiana e straniera, avrà una durata di cinque mesi e terminerà il 31 ottobre in vista poi di introdurre questo provvedimento all’interno di regolamento comunale che estenderà l’obbligo a tutto l’anno.
In pratica sarà obbligo munirsi di appositi contenitori d’acqua da utilizzare per l’immediata rimozione delle deiezioni liquide depositate su superfici pavimentate e su altri spazi di arredo urbano, e sui mezzi di locomozione (ad esempio ruote di macchine o di scooter) parcheggiati sulla pubblica via.
È inoltre fatto assoluto divieto di consentire ai cani di urinare a ridosso di portoni e vetrine ed accessi ad abitazioni, uffici e negozi.
Lo ha stabilito appunto l’Amministrazione comunale con l’ordinanza sindacale n. 135 del 28 aprile 2026, emanata a seguito delle numerose segnalazioni pervenute da parte di cittadini che evidenziano il disagio determinato dalle maleodoranze e gli inconvenienti igienico-sanitari derivanti dalla presenza di deiezioni liquide animali sugli spazi destinati alla socializzazione di adulti e bambini, visto anche il notevole e crescente numero di animali d’affezione, in particolare cani, presenti sul territorio comunale.
Il provvedimento è stato al centro di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato: la vicesindaca con delega alla Tutela Animali Libera Camici, l’assessora con Delega al Decoro Urbano Giovanna Cepparello, la garante degli animali Elisa Amato, la dirigente del Settore Manutenzioni e Cura della Città Silvia Borgo, la dirigente settore Istruzione, Giovani, Partecipazione e Tutela Animale Michela Casarosa, la responsabile dei Servizi Territoriali della Polizia Municipale Michela Pedini, la funzionaria Barbara Saliva, il responsabile del Decoro Urbano di Aamps/Retiambiente Andrea Valenti, la guardia zoofila dell’Oipa Giuliano Morelli.
Per quanto riguarda le deiezioni solide, gli articoli 31 e 32 del vigente Regolamento Comunale sulla Tutela degli Animali (la cui ultima modifica risale al 2018) prescrivono l’obbligo di rimuoverle immediatamente a chi accompagna i cani nelle zone pedonali e nelle aree verdi, comprese quelle di libera circolazione dei cani, nei giardini e nei parchi, negli esercizi pubblici, commerciali e nei locali ed uffici aperti al pubblico, utilizzando mezzi idonei alla rimozione, da mostrare su richiesta del Pubblico Ufficiale, a pena di sanzione secondo quanto previsto dall’art. 42 dello stesso Regolamento.
Il Regolamento attuale non prevede però analoga norma per quanto attiene alle deiezioni liquide.
Nelle more di una modifica alla regolamentazione comunale vigente, l’ordinanza 135/2026 adotta misure atte a prevenire e contenere tali fenomeni, per tutto il periodo più critico dal punto di vista climatico. Il significativo aumento delle temperature che si verifica in primavera-estate, associato a una diminuzione delle precipitazioni, incide infatti anche sulla salubrità e sul decoro degli spazi urbani, anche in conseguenza della maggiore evaporazione di liquidi organici dalle superfici pavimentate.
Nello specifico, il testo integrale dell’ordinanza n. 135 impone, dal 20 maggio al 31 ottobre, a tutti i possessori o detentori a qualsiasi titolo di cani, anche se incaricati temporaneamente della loro custodia o conduzione:
• di munirsi, durante l’accompagnamento dei cani, di apposite bottigliette, spruzzatori o altri contenitori d’acqua, senza aggiunta di sostanze chimiche o detergenti, da versare all’occorrenza;
• di riversare una congrua quantità di acqua in corrispondenza del punto interessato dalle deiezioni liquide dei cani ai fini della loro diluizione e della ripulitura delle superfici interessate, su tutte le aree urbane pubbliche o ad uso pubblico e relativi manufatti e sulle aree private che si affacciano su aree pubbliche o ad uso pubblico, nonché sui mezzi di locomozione parcheggiati sulla pubblica via;
• è fatto divieto assoluto di consentire ai cani di urinare a ridosso dei portoni di ingresso e degli accessi ad abitazioni, uffici e negozi e vetrine.
L’inosservanza di queste disposizioni comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da 25 a 500 euro, ai sensi dell’art. 7-bis del D. Lgs. 267/2000.
Rimane comunque a carico del trasgressore il ripristino dei luoghi.
Gli interventi
La Vicesindaca ha introdotto l’ordinanza sottolineando la sua grande risonanza mediatica, anche a livello internazionale.
“Lo scopo principale non è punitivo, ma mira a elevare lo standard di igiene e decoro delle strade, dei marciapiedi e degli arredi urbani. Livorno conta circa 20.000 cani, un numero consistente che richiede responsabilità da parte dei proprietari per garantire una convivenza civile. La mancanza di rispetto delle regole da parte di una minoranza danneggia il lavoro degli operatori, dei proprietari responsabili e limita la fruibilità degli spazi pubblici, come i parchi, specialmente per i bambini”.
La Vicesindaca ha inoltre ricordato che l’Amministrazione ha rimosso i divieti di accesso ai cani in molti parchi per favorire le famiglie, ma avverte che, “se le segnalazioni di sporcizia e cani senza guinzaglio continueranno, potrebbero essere reintrodotte limitazioni”.
Ha inoltre ricordato il protocollo d’intesa con le guardie zoofile dell’OIPA, che hanno il potere di elevare sanzioni insieme alla Polizia Locale.
L’Assessora Cepparello ha parlato degli aspetti pratici e sociali del provvedimento sottolineando come l’ordinanza nasca anche per tutelare le persone con disabilità motoria, che spesso sporcano i propri ausili (sedie a rotelle) sui marciapiedi non puliti, portando poi lo sporco in casa. “I proprietari dei cani devono munirsi di bottigliette o spruzzatori con semplice acqua (senza sapone) da usare sui punti interessati dalle deiezioni liquide”. Ha ricordato il divieto assoluto di far urinare i cani ridosso di portoni, accessi ad abitazioni. “Si è optato per un’ordinanza, per agire tempestivamente prima dell’estate, quando il calore accentua i cattivi odori. L’ordinanza prevede una scadenza, ma recepiremo questo provvedimento all’interno di un regolamento in modo che l’obbligo delle bottigliette diventi permanente in tutte le stagioni e i mesi dell’anno. Il Comune non può lavare quotidianamente centinaia di chilometri di strade e la collaborazione dei cittadini è strategica”.
La Garante degli Animali ha posto l’accento sulla salute pubblica e sulla sicurezza nei parchi. Ha evidenziato che le deiezioni non raccolte contengono batteri e parassiti pericolosi per gli animali e soprattutto per i bambini che giocano nei prati. Ha citato situazioni di particolare degrado riscontrate nella zona di San Jacopo e vicino alla Baracchina Bianca, “dove i muri sono sporchi e i marciapiedi pieni di deiezioni solide”. Ha richiamato l’obbligo del guinzaglio nei luoghi pubblici, denunciando episodi di maleducazione subiti quando ha cercato di far rispettare questa norma. Infine ha esortato i cittadini a un maggiore rispetto per l’ambiente e per la città, sottolineando che il decoro urbano è un dovere di ogni proprietario.
Andrea Valenti, responsabile Decoro Urbano AAMPS/Retiambiente ha affermato: “Aamps si muove su due versanti: pulizia e sensibilizzazione al cittadino. In entrambi i casi abbiamo favorito un potenziamento dei servizi, pertanto forniamo un contributo determinante alla cura della città anche per contrastare il fenomeno dell’abbandono delle deiezioni canine. Siamo anche prossimi all’acquisto di 100 contenitori dedicati che avranno una bocca di ingresso dei sacchini molto piccola e, pertanto, non potranno essere utilizzati impropriamente per l’inserimento di sacchi invece destinati alla raccolta dei rifiuti. Nel mese di giugno provvederemo all’installazione presso le aree di sgambatura dei cani, i parchi pubblici e nelle zone che, dalle segnalazioni pervenute, risultano più soggetto a questa tipologia di abbandono”.
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Comunicato a cura dell’uff. Stampa del Comune di Livorno.
Livorno, 18 maggio 2021 – Negli ultimi anni le società partecipate del Comune
di Livorno hanno consolidato risultati positivi sotto il profilo economico,
gestionale e della qualità dei servizi erogati ai cittadini, confermando il valore
strategico del sistema pubblico locale e la capacità delle aziende di affrontare le
sfide dell’innovazione, della sostenibilità e dell’efficienza amministrativa.
Il quadro che emerge dai bilanci evidenzia una crescita costante della solidità
patrimoniale e organizzativa di realtà fondamentali per il territorio come
Esteem Srl, Casalp Spa, AAMPS Spa, Farma.Li Srl e ASA Spa. I bilanci 2025,
alcuni dei quali in corso di approvazione in questi giorni ed entro il 30 giugno,
come previsto dal Codice Civile, non fanno eccezione, ma anzi confermano
questo trend positivo.
In particolare, AAMPS Spa ha registrato bilanci in utile negli ultimi cinque
esercizi, confermando il raggiungimento di un equilibrio economico e
finanziario stabile dopo il percorso di risanamento completato negli anni
precedenti.
Anche Casalp Spa ha dimostrato un consolidamento del ruolo operativo svolto
per i Comuni dell’area livornese ed in particolare si è distinta in questi anni per
le azioni di recupero delle morosità e per la capacità di guidare, su un tema
complesso ed attuale come quello dell’abitare, politiche finalizzate a gestire un
ambito che è sempre più lontano dalla gestione patrimoniale e sempre più
vicino a quello sociale.
Positivi anche i segnali provenienti da ASA Spa, che continua a rappresentare
un presidio essenziale per lo sviluppo infrastrutturale e ambientale del
territorio, mantenendo elevati standard di servizio e una struttura societaria
solida.
Crescita significativa anche per Esteem Srl, realtà attiva nei servizi informatici,
nel supporto alla gestione dei tributi comunali e nella gestione della sosta a
pagamento, che negli ultimi esercizi ha registrato un incremento del fatturato e
dell’occupazione, rafforzando il proprio ruolo di supporto tecnologico alla
pubblica amministrazione locale, confermando di essere una struttura in
espansione e capace di innovare i servizi digitali rivolti ai cittadini.
Importanti risultati sono stati raggiunti inoltre da Farma.Li Srl, con i propri
bilanci che negli ultimi anni evidenziano una gestione economica positiva e un
progressivo rafforzamento della capacità finanziaria dell’azienda. Farma.Li ha
proseguito il percorso di ammodernamento delle farmacie comunali, puntando
sulla qualità dell’assistenza, sulla prossimità territoriale e sull’innovazione dei
servizi sanitari e socioassistenziali.
Nel complesso, il sistema delle partecipate del Comune di Livorno conferma
dunque una traiettoria positiva, caratterizzata da investimenti, equilibrio
economico e miglioramento della qualità dei servizi pubblici locali. Un
patrimonio amministrativo e industriale che rappresenta un elemento
strategico per la crescita della città, per la tutela dell’interesse pubblico e per la
capacità del territorio di affrontare con solidità le sfide future.
Il sindaco Luca Salvetti ha aperto l’incontro sottolineando come le società
partecipate siano uno strumento imprescindibile per la gestione della città e dei
servizi ai cittadini. “Abbiamo lavorato sette anni sulla riorganizzazione e
l’aumento del personale, presentando numeri eloquenti, lo dimostrano i bilanci
in utile. Tutte e cinque le società principali (ASA, AMS, Farmali, Casalp e
Steam) hanno chiuso l’anno in positivo.
Il valore complessivo della produzione è di 208 milioni di euro, con un
incremento di 29 milioni rispetto al 2019.
Le aziende hanno raggiunto quota 1143 di personale con un aumento di 193
unità rispetto al 2019, diventando la terza realtà lavorativa del territorio dopo
l’ASL e il Comune stesso”.L’Assessora al Bilancio con delega alle Società Partecipate Viola Ferroni ha
ringraziato l’Ufficio Società Partecipate, che ha definito la “spina dorsale” dei
risultati ottenuti. “Ribadisco l’importanza della governance pubblica per
perseguire obiettivi di interesse collettivo, andando oltre il semplice dato di
bilancio. Farmali ha concentrato il focus sulla vicinanza ai cittadini ed alla
ristrutturazione delle farmacie. Casalp ha ottenuto buoni risultati nel recupero
crediti e nell’efficientamento degli alloggi. Esteem ha incrementato i servizi,
inclusa la recente gestione della sosta a pagamento. Aamps ha raggiunto la
stabilità dopo un passato complicato che ha fatto “tribolare”
l’Amministrazione”.Il direttore generale del Comune Nicola Falleni ha evidenziato il superamento
delle storiche criticità finanziarie delle partecipate: “che in passato
rappresentavano un “neo” nel bilancio comunale” ed ha fornito i dati del
bilancio consolidato 2024.“Il “gruppo” (Comune + aziende) conta oltre 2.200 dipendenti. Valore della
produzione totale: quasi 570 milioni di euro. Utile consolidato: circa 14 milioni
di euro. Patrimonio netto: 763 milioni di euro”.Aldo Iacomelli, Amministratore Unico AAMPS/Retiambiente ha dichiarato:
“Presenti e affidabili: con questi due aggettivi e in estrema sintesi sono nella
possibilità di descrivere la nostra azienda nel panorama delle municipalizzate
locali. Ogni giorno contribuiamo al decoro urbano con grande impegno e sforzo
da parte dei nostri operatori garantendo l’erogazione di servizi efficienti fin
dalle primissime ore della mattina sia sul versante della raccolta sia su quello
dello spazzamento. É importante sottolineare che per l’anno 2025 ci avvaliamo
di un utile di bilancio di 252mila euro. Un risultato che reputiamo importante
da affiancare all’evidenza di non avere registrato debiti. Siamo quindi orgogliosi
per quanto stiamo riuscendo complessivamente a fare, con uno sguardo di
ulteriore fiducia anche sul versante operativo essendo prossimi a realizzare,
avvalendoci anche di finanziamenti da parte della Regione Toscana, di due
ulteriori centri di raccolta per il corretto conferimento dei rifiuti dei cittadini. A
breve lanceremo anche una campagna di comunicazione rivolta a tutta la
cittadinanza per stringere ulteriormente il patto con i cittadini nel contrastare il
fenomeno degli abbandoni e aumentare le migliori azioni per la riduzione nella
produzione dei rifiuti indifferenziati, per la quale stiamo già registrando risultati
lusinghieri”.Claudio Puccetti, amministratore unico di Farmali ha definito l’azienda con gli
aggettivi “tranquillo” e “partecipativo”.
Ha sottolinea il buon clima lavorativo tra i 60 dipendenti distribuiti su 9
farmacie. Ha messo in risalto la totale autonomia finanziaria della società, “che
permette di autofinanziare gli investimenti (come le ristrutturazioni di varie
farmacie) senza ricorrere a finanziamenti esterni.L’obiettivo futuro è spostare
la missione del farmacista sempre più verso i servizi di telemedicina”.Marcello Canovaro presidente di Casalp ha utilizzato gli aggettivi “rigoroso” e
“partecipato” per definire il bilancio della società.
“La società ha superato pesanti difficoltà iniziate nel 2019 e ora chiude il
bilancio in positivo. Casalp non punta all’utile, ma a reinvestire ogni risorsa nel
mantenimento del patrimonio e in nuovi edifici.
Negli ultimi tre anni sono stati investiti oltre 50 milioni di euro nella provincia e
messi a disposizione degli assegnatari 592 appartamenti precedentemente
sfitti”.Stefano Taddia presidente di Asa sceglie gli aggettivi “collettivo” e “sostenibile”.
Esprime orgoglio per i 56,7 milioni di euro di investimenti effettuati nell’ultimo
anno, segnando un +150% rispetto al 2020.
Sottolinea come l’efficienza delle società di servizio pubblico sia un elemento
fondamentale per la sostenibilità e il benessere del territorio.Antonio Paladini amministratore unico di Esteem descrive l’azienda come
“consolidata” e “visionaria”.
Riporta una crescita enorme negli ultimi 12 anni: “il personale è passato da 9 a
40 dipendenti e il fatturato è salito da circa 450.000 euro a quasi 2 milioni di
euro. L’azienda si è evoluta accettando servizi nuovi e diversi, come la gestione
dei parcheggi, mantenendo però un’anima orientata all’innovazione informatica
per il futuro dei servizi ai cittadini”.Il Sindaco ha concluso la conferenza stampa ringraziando gli Uffici Comunali e i
due assessori che si sono succeduti nella gestione delle partecipate, Gianfranco Simoncini e Viola Ferroni.
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[IT] Stiamo avendo dei problemi hardware con uno dei server di posta stamattina, attendiamo aggiornamenti dal provider.
AGGIORNAMENTO: tutto è tornato a posto.
[EN] We’re having some hardware issues with one of the email servers today. We’re waiting for updates and an ETA from the provider.
UPDATE: all services are back now.
Siamo davanti a un paradosso, quello "di chi sostiene di difendere l’ambiente e allo stesso tempo compie probabili reati ambientali e impedisce la ripiantumazione delle alberature”. Così l'assessora alla Sicurezza di Bologna Matilde Madrid commenta le proteste che a Bologna stanno andando avanti da due mesi a opera del comitato Mu.Basta. Questa associazione si sta battendo contro la costruzione di un Museo dei Bambini – acronimo "MuBa", da cui il comitato prende il nome – che si chiamerà "Futura" e che dovrebbe sorgere all’interno del parco bolognese Mitilini Moneta Stefanini nel quartiere Pilastro. Ma il dissenso non viene espresso solo con le parole: nella scorsa notte infatti, secondo le prime ricostruzioni della polizia e della Digos, alcune persone avrebbero danneggiato una telecamera di videosorveglianza e tranciato dei cavi di un escavatore della ditta incaricata dei lavori del Museo. Questo sabotaggio ha comportato uno sversamento di olii nel terreno, inquinandolo: "E a questo punto noi siamo costretti a fare una denuncia contro ignoti e dovremmo vedere se sarà necessario fare una bonifica o meno. Poi magari è un danno molto localizzato che si risolve con poco, però è un problema in più", commenta Madrid che aggiunge: "Si può ovviamente contestare tutto, c'è libertà di critica, però sabotare un escavatore di una ditta ci sembra un accanimento. Venissero a protestare con gli striscioni in comune e la smettessero di sabotare i mezzi di un'impresa".
Da inizio gennaio, il comitato Mu.Basta sta organizzando pranzi sociali, presidi permanenti e assemblee pubbliche per impedire che gli alberi del parco Mitilini Moneta Stefanini vengano tagliati per fare spazio a "un edificio di tre piani di cemento". Ma quell'area non resterà priva di alberi perché, proprio secondo il progetto, è previsto il trapianto di altri nove e in generale nel parco ne varranno piantati 38 nuovi. Parlando con il Foglio, l'assessora Madrid non solo smonta le rivendicazioni del Mu.Basta, ma precisa, facendo emergere le contraddizioni del comitato, che il riampianto delle nove alberature è per il momento rimandato perché "lo stesso comitato ha occupato quella zona e non permette di fare questa operazione in sicurezza. E soprattutto se guardiamo ai parchi vicini nello scorso anno di alberi ne abbiamo piantati 360. Quindi tutto ci si può dire tranne che non facciamo attenzione a tenere insieme la questione ambientale con quella sociale". Sulle loro pagine social e durante le manifestazioni, il comitato Mu.Basta ha inoltre lamentato che la decisione di costruire un museo dentro il parco è stata "calata dall'alto". L'assessora non ci sta: "E' assolutamente falso, è dal 2022 che facciamo dei percorsi di partecipazione a cui ovviamente queste realtà non hanno preso parte perché probabilmente l'obiettivo non era contribuire a un buon progetto, ma limitarsi a contestarlo a progetto concluso".
La cittadinanza bolognese dunque, diversamente da quanto sostenuto da Mu.Basta è stata coinvolta fin dall'inizio, a partire dai bambini a cui è dedicato il Museo perché, spiega l'assessora, "sono stati loro a scegliere il nome 'Futura'". Il comitato contro questo parco però è soltanto l'ultima associazione bolognese che lotta in difesa del verde: due anni fa per esempio il comitato Besta, aveva difeso il verde del parco Don Bosco impedendo la realizzazione di una scuola. Però Madrid è sicura: nonostante le proteste di questi comitati "vogliamo andare avanti con il progetto. Sono gli stessi cittadini che ci fanno sapere che sono con noi. Poi è chiaro che questi pochi che si mettono di traverso, urlano e fanno atti violenti nel dibattito pubblico sembra che siano cento volte di più. Ma noi abbiamo dalla nostra la forza di come abbiamo costruito queste idee, questi progetti: con la partecipazione di centinaia e centinaia di cittadini, di associazioni, di scuole e di bambini".

| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 4 | - | - | - | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 13 | 0 | 4 | 65 | - | 0.5 | - | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 13 | 0 | 5 | 73 | - | - | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 14 | 0 | 4 | 35 | - | - | - | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 15 | 0 | - | 47 | - | 0.3 | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 15 | 0 | 4 | 16 | - | - | - | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 16 | 0 | - | 37 | - | - | - | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 22 | 1 | - | 81 | - | - | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 9 | 0 | - | 25 | - | - | - | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 9 | 0 | 6 | 45 | - | - | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | n.d. | 0 | - | n.d. | 6.2 | - | 0.3 | - |
| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 8 | - | - | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | 10 | 0 | - | 19 | 3.8 | - | 0.4 | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 10 | 0 | - | 42 | - | 0.4 | - | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 11 | 0 | - | 40 | - | - | - | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 14 | 0 | 7 | 47 | - | 1.4 | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 16 | 0 | - | 38 | - | - | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 17 | 0 | 15 | 38 | - | - | - | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 17 | 1 | - | 52 | - | - | - | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 23 | 0 | 11 | 51 | - | - | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 7 | 0 | 3 | 40 | - | - | - | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 9 | 0 | 5 | 31 | - | - | - | - |
| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 6 | - | - | - | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 10 | 0 | 6 | 62 | - | - | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 11 | 0 | - | 36 | - | - | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | 11 | 0 | - | 48 | 4.2 | - | 0.7 | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 11 | 0 | 7 | 47 | - | - | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 19 | 0 | 12 | 62 | - | - | - | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 19 | 0 | 9 | 86 | - | 1.5 | - | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 26 | 1 | - | 90 | - | - | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 5 | 0 | 3 | 43 | - | - | - | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 6 | 0 | - | 26 | - | 0.4 | - | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 6 | 0 | - | 37 | - | - | - | - |
| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 3 | - | - | - | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 10 | 0 | - | 19 | - | - | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 10 | 0 | - | 19 | - | - | - | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 10 | 1 | - | 61 | - | - | - | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 12 | 0 | 8 | 26 | - | - | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 14 | 0 | 11 | 41 | - | - | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | 17 | 0 | - | 20 | 3.5 | - | 0.9 | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 21 | 0 | 17 | 47 | - | 1.2 | - | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 7 | 0 | 4 | 36 | - | - | - | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 8 | 0 | - | 19 | - | 0.5 | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 8 | 0 | 5 | 22 | - | - | - | - |
| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 2 | - | - | - | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 11 | 0 | - | 26 | - | 0.2 | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 11 | 0 | - | 34 | - | - | - | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 12 | 0 | 8 | 51 | - | 0.6 | - | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 15 | 1 | - | 66 | - | - | - | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 16 | 0 | 10 | 43 | - | - | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 6 | 0 | 4 | 27 | - | - | - | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 8 | 0 | - | 17 | - | - | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 8 | 0 | 4 | 26 | - | - | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | 9 | 0 | - | 20 | 2.6 | - | 0.5 | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 9 | 0 | 3 | 38 | - | - | - | - |
| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 14 | - | - | - | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 10 | 0 | - | 19 | - | - | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 14 | 0 | 11 | 41 | - | - | - | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 15 | 0 | 9 | 32 | - | - | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | 17 | 0 | - | 20 | 3.5 | - | 0.9 | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 18 | 1 | - | 98 | - | - | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 19 | 0 | 16 | 39 | - | - | - | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 21 | 0 | 17 | 47 | - | 1.2 | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 30 | 0 | - | 50 | - | - | - | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 36 | 0 | 27 | 56 | - | - | - | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 8 | 0 | - | 19 | - | 0.5 | - | - |
| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 6 | - | - | - | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 13 | 0 | - | 62 | - | 0.5 | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 13 | 0 | 9 | 35 | - | - | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | 17 | 0 | - | 59 | 3.4 | - | 1.1 | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 19 | 0 | - | 59 | - | - | - | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 20 | 0 | 13 | 76 | - | - | - | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 22 | 1 | - | 91 | - | - | - | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 23 | 0 | 15 | 79 | - | 1.2 | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 27 | 0 | - | 42 | - | - | - | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 28 | 0 | 19 | 47 | - | - | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 38 | 0 | 29 | 63 | - | - | - | - |
| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 7 | - | - | - | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 10 | 0 | - | 44 | - | 0.5 | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 12 | 0 | 10 | 22 | - | - | - | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 15 | 0 | - | 38 | - | - | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | 17 | 0 | - | 51 | 2.7 | - | 0.8 | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 18 | 0 | 13 | 51 | - | - | - | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 20 | 0 | 12 | 68 | - | 0.7 | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 23 | 0 | 15 | 61 | - | - | - | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 23 | 1 | - | 76 | - | - | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 24 | 0 | - | 40 | - | - | - | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 24 | 0 | 17 | 53 | - | - | - | - |
| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 6 | - | - | - | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 10 | 0 | - | 13 | - | - | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 10 | 0 | - | 25 | - | - | - | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 11 | 1 | - | 39 | - | - | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | 13 | 0 | - | 11 | 2.0 | - | 0.6 | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 16 | 0 | 10 | 37 | - | 0.5 | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 16 | 0 | 10 | 45 | - | - | - | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 25 | 0 | 16 | 50 | - | - | - | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 7 | 0 | - | 15 | - | 0.4 | - | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 9 | 0 | 6 | 11 | - | - | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 9 | 0 | 7 | 11 | - | - | - | - |
| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 5 | - | - | - | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 10 | 0 | - | 11 | - | - | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 10 | 0 | 7 | 47 | - | - | - | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 11 | 0 | - | 11 | - | 0.4 | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | 11 | 0 | - | 20 | 2.4 | - | 0.6 | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 12 | 0 | 8 | 26 | - | 0.5 | - | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 14 | 1 | - | 62 | - | - | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 27 | 0 | - | 46 | - | - | - | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 33 | 0 | 18 | 58 | - | - | - | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 9 | 0 | 6 | 13 | - | - | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 9 | 0 | 7 | 11 | - | - | - | - |
| STAZIONE | COMUNE | ZONA | PM10 µg/m³ Media G. |
PM10 Nro.super.ti |
PM2.5 µg/m³ Media G. |
NO2 µg/m³ Max O. |
SO2 µg/m³ Max O. |
CO mg/m³ Max m.m.8h |
Benzene µg/m³ Media G. |
H2s µg/m³ Max O. |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| GR-MAREMMA | GROSSETO | Zona Costiera | - | - | - | 4 | - | - | - | - |
| LI-CARDUCCI | LIVORNO | Zona Costiera | 10 | 0 | 6 | 29 | - | 0.5 | - | - |
| GR-URSS | GROSSETO | Zona Costiera | 11 | 0 | 8 | 17 | - | - | - | - |
| MS-COLOMBAROTTO | CARRARA | Zona Costiera | 14 | 0 | - | 24 | - | - | - | - |
| LU-VIAREGGIO | VIAREGGIO | Zona Costiera | 15 | 0 | 11 | 52 | - | - | - | - |
| GR-SONNINO | GROSSETO | Zona Costiera | 17 | 1 | - | 55 | - | - | - | - |
| MS-MARINA-VECCHIA (Attiva dal 28/04/2015) | MASSA | Zona Costiera | 21 | 0 | 14 | 41 | - | - | - | - |
| LI-LAPIRA | LIVORNO | Zona Costiera | 8 | 0 | - | 10 | 1.7 | - | 0.4 | - |
| LI-COTONE | PIOMBINO | Zona Costiera | 8 | 0 | - | 16 | - | 0.4 | - | - |
| LI-CAPPIELLO | LIVORNO | Zona Costiera | 8 | 0 | 5 | 11 | - | - | - | - |
| LI-PIOMBINO-PARCO-VIII-MARZO | PIOMBINO | Zona Costiera | 9 | 0 | - | 21 | - | - | - | - |
| Stazione | Zona omogenea | Comune | Sigla inquinante | Valore |
|---|---|---|---|---|
| LU-CAPANNORI | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | CAPANNORI | PM10 | 63 µg/m³ |
| AR-REPUBBLICA | Zona Valdarno Aretino e Valdichiana | AREZZO | PM10 | 57 µg/m³ |
| GR-SONNINO | Zona Costiera | GROSSETO | PM10 | 52 µg/m³ |
| PT-MONTALE | Zona Prato Pistoia | MONTALE | PM10 | 52 µg/m³ |
| Stazione | Zona omogenea | Comune | Sigla inquinante | Valore |
|---|---|---|---|---|
| FI-MOSSE | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 62 µg/m³ |
| LU-CAPANNORI | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | CAPANNORI | PM10 | 58 µg/m³ |
| FI-LAVAGNINI | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 52 µg/m³ |
| Stazione | Zona omogenea | Comune | Sigla inquinante | Valore |
|---|---|---|---|---|
| FI-MOSSE | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 88 µg/m³ |
| FI-LAVAGNINI | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 76 µg/m³ |
| LU-CAPANNORI | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | CAPANNORI | PM10 | 68 µg/m³ |
| PO-ROMA | Zona Prato Pistoia | PRATO | PM10 | 66 µg/m³ |
| PO-FERRUCCI | Zona Prato Pistoia | PRATO | PM10 | 62 µg/m³ |
| PT-MONTALE | Zona Prato Pistoia | MONTALE | PM10 | 61 µg/m³ |
| PI-SANTA-CROCE-COOP | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | SANTA CROCE SULL'ARNO | PM10 | 57 µg/m³ |
| AR-REPUBBLICA | Zona Valdarno Aretino e Valdichiana | AREZZO | PM10 | 56 µg/m³ |
| FI-BASSI | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 54 µg/m³ |
| FI-BOBOLI | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 54 µg/m³ |
| LU-MICHELETTO | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | LUCCA | PM10 | 54 µg/m³ |
| LU-SAN-CONCORDIO | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | LUCCA | PM10 | 52 µg/m³ |
| FI-SIGNA | Agglomerato di Firenze | SIGNA | PM10 | 51 µg/m³ |
| Stazione | Zona omogenea | Comune | Sigla inquinante | Valore |
|---|---|---|---|---|
| FI-MOSSE | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 89 µg/m³ |
| FI-LAVAGNINI | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 75 µg/m³ |
| FI-BASSI | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 65 µg/m³ |
| FI-BOBOLI | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 65 µg/m³ |
| FI-SCANDICCI | Agglomerato di Firenze | SCANDICCI | PM10 | 64 µg/m³ |
| PO-ROMA | Zona Prato Pistoia | PRATO | PM10 | 61 µg/m³ |
| PO-FERRUCCI | Zona Prato Pistoia | PRATO | PM10 | 60 µg/m³ |
| LU-FORNOLI | Zona Collinare Montana | BAGNI DI LUCCA | PM10 | 59 µg/m³ |
| FI-SIGNA | Agglomerato di Firenze | SIGNA | PM10 | 56 µg/m³ |
| PI-SANTA-CROCE-COOP | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | SANTA CROCE SULL'ARNO | PM10 | 54 µg/m³ |
| LU-MICHELETTO | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | LUCCA | PM10 | 52 µg/m³ |
| PT-MONTALE | Zona Prato Pistoia | MONTALE | PM10 | 52 µg/m³ |
| LU-CAPANNORI | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | CAPANNORI | PM10 | 51 µg/m³ |
| Stazione | Zona omogenea | Comune | Sigla inquinante | Valore |
|---|---|---|---|---|
| FI-MOSSE | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 71 µg/m³ |
| LU-CAPANNORI | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | CAPANNORI | PM10 | 58 µg/m³ |
| FI-LAVAGNINI | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 56 µg/m³ |
| AR-REPUBBLICA | Zona Valdarno Aretino e Valdichiana | AREZZO | PM10 | 52 µg/m³ |
| Stazione | Zona omogenea | Comune | Sigla inquinante | Valore |
|---|---|---|---|---|
| LU-CAPANNORI | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | CAPANNORI | PM10 | 51 µg/m³ |
| Stazione | Zona omogenea | Comune | Sigla inquinante | Valore |
|---|---|---|---|---|
| FI-SIGNA | Agglomerato di Firenze | SIGNA | PM10 | 115 µg/m³ |
| PT-MONTALE | Zona Prato Pistoia | MONTALE | PM10 | 110 µg/m³ |
| PO-ROMA | Zona Prato Pistoia | PRATO | PM10 | 108 µg/m³ |
| PO-FERRUCCI | Zona Prato Pistoia | PRATO | PM10 | 99 µg/m³ |
| LU-CAPANNORI | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | CAPANNORI | PM10 | 89 µg/m³ |
| PI-SANTA-CROCE-COOP | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | SANTA CROCE SULL'ARNO | PM10 | 76 µg/m³ |
| FI-LAVAGNINI | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 67 µg/m³ |
| FI-MOSSE | Agglomerato di Firenze | FIRENZE | PM10 | 67 µg/m³ |
| LU-FORNOLI | Zona Collinare Montana | BAGNI DI LUCCA | PM10 | 57 µg/m³ |
| LU-MICHELETTO | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | LUCCA | PM10 | 57 µg/m³ |
| PT-SIGNORELLI | Zona Prato Pistoia | PISTOIA | PM10 | 55 µg/m³ |
| FI-SCANDICCI | Agglomerato di Firenze | SCANDICCI | PM10 | 54 µg/m³ |
| AUTOLAB-FI-BORGO-SAN-LORENZO | BORGO SAN LORENZO | PM10 | 53 µg/m³ | |
| LU-SAN-CONCORDIO | Zona Valdarno Pisano e Piana Lucchese | LUCCA | PM10 | 51 µg/m³ |
[IT] Dobbiamo fare della manutenzione straordinaria ad un server, quindi alcuni servizi (noblogs e siti web) saranno temporaneamente irraggiungibili per qualche ora nella serata di oggi 18 Nov.
[EN] We need to perform some extraordinary maintenance of our servers. As a result, some services (noblogs and websites) will be temporarily unavailable for a few hours today Nov 18th.
Qualche settimana fa, i fan del popolare Nova Launcher hanno ricevuto una brutta notizia. A settembre, lo sviluppatore Kevin Barry ha annunciato di aver finalmente lasciato Branch Metrics, l’azienda che ha acquisito il launcher nel 2022. Sebbene sembrasse la fine per Nova Launcher, la scorsa settimana gli utenti hanno iniziato a notare un nuovo aggiornamento 8.1.3 sui loro dispositivi, a cui ora si è già aggiunta una nuova release.
Quando è uscito l’aggiornamento 8.1.3, un altro ex sviluppatore di Nova, Rob Wainwright, ha pubblicato un post per condividere una piccola panoramica delle novità introdotte. Secondo lui, si trattava in gran parte di vecchi lavori che non erano ancora stati distribuiti agli utenti:
Si prega di notare che nessuno del team originale di Nova Launcher lavora più presso Branch Metrics. Sebbene la maggior parte delle modifiche in questo aggiornamento siano state apportate dal team originale più di un anno fa, non possiamo garantire nulla in merito alla raccolta o all’analisi dei dati.

Ieri, sul subreddit di Nova Launcher, l’utente Dankees98 ha notato un nuovo aggiornamento 8.1.4 in arrivo per i beta tester. Come probabilmente potrete intuire tutti dalla rapidità dell’update, non sembra che ci siano nuove funzionalità, e la versione è invece focalizzata sulla stabilità e sulla correzione di bug. La domanda più importante riguarda ora come potrebbe evolversi la situazione dell’app e se sia ancora sicuro utilizzare questo launcher rispetto ad altre alternative ancora attive e controllate.
Negli ultimi due anni, Google ha infuso l’intelligenza artificiale di Gemini in ogni aspetto dei suoi dispositivi e servizi. Ora, secondo le ultime notizie provenienti proprio dal colosso americano, anche la più famosa app di navigazione, Google Maps, riceverà numerosi funzioni legate all’intelligenza artificiale.
Tra le funzioni più amate c’è il controllo vocale di Maps tramite Assistant, che consente di avere le mani libere e di pianificare e modificare i percorsi al volo. Ora però con Gemini, Google promette di portare questa esperienza ad un livello superiore.
Se non si sa esattamente dove si vuole andare, si potrà semplicemente descrivere il tipo di posto e lasciare che Gemini faccia tutto il lavoro sporco. Un’altra novità molto interessante riguarda l’integrazione con Lens: si potrà infatti usare la fotocamera del proprio dispositivo e far sì che Maps risponda alle domande sui luoghi che vede, ottenendo maggiori informazioni su ciò che offrono, proprio come una vera e propria guida turistica.
Alcune di queste novità sono già attive da ieri, mentre l’integrazione con Lens sarà disponibile poco più avanti nel corso del mese e la stessa tempistica sembra valere per la navigazione basata su Gemini, prevista entro le prossime settimane.
Lo sviluppo del prossimo importante aggiornamento Samsung per dispositivi mobili è in pieno svolgimento. Un flusso incontrollato di novità dalle build trapelate di One UI 8.5 ha già rivelato numerose nuove funzionalità che possiamo aspettarci dall’aggiornamento. Il mese scorso, abbiamo visto indizi che Samsung si stesse preparando a modifiche di design ispirate a iOS nell’app Impostazioni, ed oggi scopriamo le modifiche alle icone dell’app.
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Abbandonando il design piatto che ha caratterizzato One UI per diversi anni, Samsung sta passando ad un aspetto 3D per le icone. Il leaker Ice Universe ha presentato oggi su Weibo delle immagini aggiornate delle icone delle app.
Questa modifica è in linea con i recenti aggiornamenti dell’app Impostazioni, in cui le bolle contenenti le diverse opzioni di menu appaiono leggermente in rilievo. Sebbene le app di sistema abbiano un aspetto notevolmente diverso, sembra che Samsung stia applicando lo stesso effetto anche alle icone di altre app popolari, tra cui YouTube e Google Play Store, nonché a una serie di app di terze parti.
In particolare, questa non è la prima volta che Samsung sperimenta con le icone 3D. Se siete utenti Samsung di lunga data, ricorderete subito allora le versioni successive dell’interfaccia TouchWiz di Samsung.
Come quasi tutti i chatbot basati sull’intelligenza artificiale, Gemini ha coltivato fin dall’inizio un aspetto minimalista. All’apertura dell’app, si presenta una schermata iniziale ordinata e, negli ultimi mesi, Google ha testato piccole modifiche all’interfaccia utente. Tuttavia, secondo le ultime indiscrezioni sembra che Google stia considerando un cambio più radicale del modo in cui gli utenti interagiscono con l’app.
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Nella versione 16.38.62.sa.arm64 dell’app Google è stata individuata una schermata iniziale Gemini riprogettata durante i test. Il layout attuale accoglie l’utente con un messaggio di benvenuto e scorciatoie per gli strumenti principali, come “Crea immagine” e “Ricerca approfondita“. Nel nuovo design, questi pulsanti si spostano verso l’alto per far spazio a un feed scorrevole di suggerimenti.
I suggerimenti visualizzati fungono da spunti di conversazione con un solo tocco. Alcuni evidenziano le capacità di Gemini in fatto di immagini, come “Datemi un look vintage”. Altri mettono in risalto abilità diverse, come l’invio di un notiziario quotidiano, un quiz di biologia di base o la programmazione di un piccolo gioco. Ovviamente essendo queste versioni ancora beta e non pensate per il pubblico, non si sa ancora quando e se questa nuova interfaccia farà capolinea su tutti gli smartphone nella versione stabile.
Uno dei server di posta è al temporaneamente irraggiungibile per un problema con il provider relativo. UPDATE: era un problema hardware, è stato risolto.
One of our email servers is currently unavailable, due to an issue with the upstream provider. UPDATE: the hardware problem has been resolved.
Un provider presso cui ospitiamo uno dei nostri server sta avendo dei problemi oggi, alcune caselle di posta sono temporaneamente irraggiungibili. Stiamo aspettando ulteriori notizie.
AGGIORNAMENTO: Problema risolto alla fine.
One of the providers that host our servers is having some issues today. As a consequence, some mailboxes are temporarily unavailable. We’re waiting for more news to understand how to proceed.
UPDATE: The issue has been resolved, all affected mailboxes are online again.