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Un mondo più caldo sarà un mondo più violento

di Mac Margolis e Robert Muggah

L’idea che un clima più caldo possa renderci più violenti non è nuova. Il legame tra mercurio e omicidio è familiare della narrativa pulp e dei classici. “Con queste giornate calde il sangue pazzo ribolle”, dice Benvolio prima del duello tra Capuleti e Montecchi per le strade della soffocante Verona di Shakespeare.

Gli studiosi litigano sull’argomento dal 19°  secolo, ma l’accelerazione del cambiamento climatico promette di accendere il dibattito. Se crediamo, come disse il filosofo francese Montesquieu, che  il calore eccessivo  toglie vigore al corpo e offusca la mente, un numero crescente di sociologi, psicologi e criminologi avverte che il clima estremo è miccia per crimini violenti e comportamenti delinquenti.

L’ex governatore delle carceri scozzesi David Wilson una volta ha fatto pressioni per far installare l’aria condizionata in alcune delle prigioni più violente del paese scommettendo che le temperature più fredde portassero a raffreddare gli animi. Wilson, un criminologo, ha osservato che agosto è il mese più violento, citando studi che indicano un  aumento del 10% degli omicidi  nei morti dell’estate scozzese.

Oggi esiste una ricerca considerevole che indica che alcuni shock e stress legati al clima possono innescare crimini sia violenti che non violenti. Le prove disponibili suggeriscono che il l’aumento della temperatura e l’intensificarsi dell’inquinamento possono provocare un aumento sostanziale della criminalità, a partire dalle aree più densamente abitate e vulnerabili.

Con oltre due terzi della popolazione mondiale che si prevede vivrà nelle città entro il 2030, la connessione clima-crimine non può essere ignorata. Le emissioni di gas serra e il riscaldamento stanno già intensificando le isole di calore, contribuendo alla scarsità d’acqua, all’innalzamento del livello del mare, all’aumento dei rischi legati alle inondazioni e al peggioramento della qualità dell’aria, soprattutto nelle grandi città in rapida crescita in Asia, Africa e nelle Americhe. La posta in gioco è più alta nei quartieri e nelle famiglie più vulnerabili, già gravati da profonde disuguaglianze e svantaggi.

Fino a poco tempo, la maggior parte delle città degli Stati Uniti celebrava uno storico declino di tre decenni negli omicidi. Poi le estati hanno  iniziato a scaldarsi, così come il tasso di violenza criminale. Circa il doppio delle persone sono state uccise nelle città del nord come Chicago, Milwaukee e Detroit durante i periodi più caldi rispetto ai mesi più freddi, come riportato sul New York Times, nel 2018. (Il crimine violento è aumentato anche durante l’estate nelle città del sud, anche se in modo meno drammatico.)

La pericolosa relazione tra il riscaldamento e la criminalità non è stata solo evidente negli Stati Uniti. In uno studio globale su 57 città tra il 1995 e il 2012, Dennis Mares e Kenneth Moffett hanno associato un aumento di un grado Celsius delle temperature globali con un  aumento del 6%  della prevalenza della violenza omicida.

Parte della spiegazione è intuitiva. L’aumento delle temperature generalmente manda più persone nelle strade. Certo, non è esattamente il passaggio diretto da un’ondata di caldo a un’ondata di crimine. Le giornate molto calde, ad esempio, potrebbero avere l’effetto opposto: tenere le persone in casa o nello stupore della stanchezza di Montesquieu.

Teorie più recenti sulle relazioni tra clima e criminalità provengono dalle scienze comportamentali e dalla neurologia. Attingendo alla ricerca sperimentale, l’affermazione centrale è che anche sottili alterazioni del tempo o esposizione a sostanze inquinanti possono influenzare il giudizio e il controllo individuali. Quando le persone sono esposte a cambiamenti nel loro ambiente – diciamo, aumento del calore o esposizione a specifici inquinanti – il loro comportamento può cambiare, spesso in peggio.

Nonostante tutte le perturbazioni, tuttavia, le autorità sono state lente nel rispondere alla sfida del crimine climatico. Potremmo non avere più quel lusso. Poiché il clima estremo diventa la nuova normalità, i responsabili delle città dovrebbero mappare le zone più vulnerabili e prestare maggiore attenzione alle comunità più povere, minoritarie ed emarginate che stanno affrontando i rischi e le conseguenze più gravi.

Sanzioni più severe, possono esacerbare disuguaglianze ed insicurezze e scatenare risposte repressive con conseguenze dannose per i gruppi più poveri ed emarginati.

Ci sono molteplici vantaggi negli investimenti basati sulla natura per una vita urbana più sostenibile. La riduzione delle isole di calore, l’innalzamento dei tetti verdi, l’espansione dei parchi e della copertura arborea, mentre il ridimensionamento della pavimentazione e del cemento sono tutte iniziative che possono portare dividendi nella riduzione della criminalità abbassando le temperature e abbattendo le emissioni dei numerosi gas (CO2, NO2 e PM2,5) del cielo sporco della città.

Allo stesso modo, ridurre l’inquinamento atmosferico è particolarmente efficace in termini di costi non solo per migliorare la salute della popolazione, ma anche per prevenire la criminalità. Anche l’inasprimento delle politiche ambientali possono rendere le nostre città più pulite e più sicure.

Le città più grandi e il clima molto più caldo fanno parte di un mondo che cambia, ma anche un invito all’azione. Lavorando ora per mitigare gli effetti peggiori delle condizioni meteorologiche estreme e rimediando alle ingiustizie ambientali nelle nostre città, le amministrazioni possono aiutare non solo a evitare che una crisi climatica diventi un’emergenza, ma anche a risparmiare vite e mezzi di sussistenza.

 

GLI AUTORI

Mac Margolis è un consulente dell’Istituto Igarape e un corrispondente e scrittore di lunga data con sede a Rio de Janeiro. Robert Muggah è co-fondatore dell’Istituto Igarape e direttore del SecDev Group.

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Basta! Basta! Basta estintori nei musei e basta pale eoliche!

di Marco Bella

La ricchezza del nostro Paese è il nostro patrimonio culturale. Dobbiamo creare un Movimento di cittadini che dica finalmente basta! Basta! Basta! Se si entra in qualsiasi museo o palazzo storico, in mezzo a quadri del 1500 sulle pareti si vedono quegli orribili cilindri rossi, con una serie di scritte incomprensibili. Li chiamano, pensate, “estintori”.

E quel che è peggio è che una legge scellerata prevede che gli orribili cilindri rossi debbano essere addirittura visibili: non si possono mettere in un ripostiglio e usare solo quando servono. D’altronde, se in un museo c’è un quadro del 1500, non vuol dire che in tutto questo tempo non è ancora andato a fuoco. E allora, mi spiegate a che cosa servono?

È urgente che coloro che hanno a cuore in nostro patrimonio artistico unico e di valore incommensurabile si associno per una protesta pacifica contro gli orribili cilindri rossi, e se serve, bisogna rimuoverli con la forza.

Come dite? Quei cilindri rossi… stanno lì proprio per proteggere i quadri del 1500 e soprattutto i visitatori? Mi dite che sono indispensabili nonostante alcuni li ritengano così brutti? E che quindi… ce li dobbiamo tenere perché saranno pure brutti ma sono irrinunciabili? Mi sa che se la mettete su questo piano… forse potreste aver ragione voi.

E le pale eoliche… beh anche quelle sono utilissime a proteggere i boschi dagli incendi. Infatti, le strade sterrate e le piazzole di sosta che si costruiscono per la manutenzione delle pale eoliche agiscono come “linee tagliafuoco” che bloccano l’avanzata delle fiamme e permettono di intervenire a volontari e Vigili del Fuoco.

Come se non bastasse, essendo le pale eoliche così alte, rappresentano un punto di osservazione privilegiato per individuare i focolai degli incendi. E infine, le pale eoliche attraggono i fulmini, evitando che questi possano colpire gli alberi innescando gli incendi.

A parte la questione incendi, le pale eoliche sono indispensabili per la nostra sicurezza energetica. Infatti, l’eolico produce di più d’inverno e di notte, quindi serve proprio a bilanciare il fotovoltaico che invece ha un picco di produzione d’estate e di giorno. Eolico e fotovoltaico si integrano, riducendo la quantità di sistemi di accumulo necessari. Quando, ad esempio, qualcuno dice “ma la Sardegna produce più energia elettrica di quella che le serve!” in realtà non tiene conto che ci sono periodi dell’anno in cui c’è effettivamente un surplus di energia, ma anche altri in cui bisogna accendere le centrali a carbone o importare energia. Più si diversificano le fonti e meno fonti fossili e sistemi di accumulo servono. Ecco perché la transizione energetica non può prescindere dall’eolico, ed ecco perché l’eolico in Sardegna (e nelle altre regioni) è utile e indispensabile.

Quale regione italiana non è bellissima? Se si inizia a dire “qui no!, mettetele da un’altra parte”, l’unico risultato è che le pale eoliche non si metteranno da nessuna parte, e ad essere danneggiato sarà l’intero Paese.

Oramai gli impianti rinnovabili non hanno più bisogno di incentivi: gli incentivi a quattro volte il prezzo di mercato appartengono al passato e gli otto GW che ancora godono di questa enorme agevolazione la vedranno terminare definitivamente nei primi anni ’30. Le rinnovabili oramai hanno solo bisogno di contratti per differenza, cioè, che il gestore dei servizi energetici (GSE) garantisce un prezzo fisso di ritiro. Insomma, i privati costruiscono gli impianti rinnovabili e si accollano il finanziamento del capitale iniziale. Nelle ultime aste (dicembre 2025) il fotovoltaico è stato aggiudicato a un prezzo medio di 56,825 euro a MWh, e l’eolico a 72,851 euro a MWh con un massimo rispettivamente di 62,675 e 77,738 euro/MWh.

Questo vuol dire, rispettivamente, 5.7 (fotovoltaico) e 6.3 (eolico) centesimi di euro al kWh. Certo, nelle bollette poi ci sono anche dei costi fissi che le alzano e vige ancora il meccanismo del “prezzo marginale”, cioè se si è costretti a usare il gas è proprio quest’ultima fonte energetica a fare il prezzo per gli utenti. Questo, quindi, non rappresenta il prezzo finale per l’utente, ma se si inizia a ridurre il costo dell’energia è inevitabile che anche il prezzo che pagheranno i consumatori sarà più basso. A patto che ci sia abbastanza energia in tutte le ore del giorno, altrimenti bisogna ricorrere al gas e i prezzi schizzano in alto. Infine, aggiungo un ultimo aspetto: i nuovi contratti (non tutti) per l’eolico e le rinnovabili in generale sono sempre più frequentemente “a due vie”, cioè se il prezzo di mercato supera quello di aggiudicazione dell’asta, sono proprio loro a rimborsare il proprio guadagno extra al GSE, contribuendo così a calmierare le bollette.

Ecco perché l’eolico è indispensabile, e lo sarà sempre di più qualora si implementasse il meccanismo di prezzo dell’energia per zone geografiche ristrette. Tra l’altro, una simile strategia potrebbe anche rendere l’eolico più socialmente accettabile, perché i comuni con pale eoliche sul proprio territorio vedrebbero degli immediati vantaggi economici sulle bollette.

L’aspetto più surreale della vicenda è che mentre il cosiddetto “campo largo” tollera i vari comitati locali antirinnovabili, il governo delle destre con il nuovo decreto FER X prevede un contingente di 16,5 GW di nuovo eolico (e 10 GW di fotovoltaico) da realizzare entro il 2030.

Sapete cosa? Mi sa che scrivendo questo post ho finalmente capito che gli estintori nei musei e pale eoliche servono davvero. E che il Movimento dal basso non lo dobbiamo certo costruire per bloccare estintori e pale eoliche, ma per spiegare a cittadini e amministratori locali che questi sono strumenti indispensabili per proteggere proprio loro. E che se nessuno (giustamente) protesta per gli estintori nei musei, è di conseguenza insensato prendersela con le pale eoliche. Le pale eoliche non sono “brutte” o “belle”: sono solo parte di un paesaggio che è già cambiato più volte nel tempo e continua a mutare ed evolversi. A voi la scelta: vivere nel passato o accettare il cambiamento che ci permetterà di mitigare la catastrofe climatica, ridurre le bollette e aumentare la nostra indipendenza energetica.

 

L’AUTORE

Marco Bella – Già deputato, ricercatore in Chimica Organica. Dal 2005 svolge le sue ricerche presso Sapienza Università di Roma, dal 2015 come Professore Associato.

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