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Furti d'arte: i più clamorosi

Molte opere rimangono dei fantasmi. Indagini incomplete, teorie e misteri come per la "Natività" del Caravaggio

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Cina, celebrata a Hulunbuir la quarta Giornata nazionale dell’ecologia

HOHHOT (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Ieri la Cina ha celebrato la sua quarta Giornata nazionale dell’ecologia, con la cerimonia principale tenutasi a Hulunbuir, nella Regione autonoma settentrionale cinese della Mongolia Interna.
Durante la cerimonia, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, che è il principale organo di pianificazione economica della Cina, ha illustrato le politiche relative all’economia circolare del Paese.
Funzionari di altri organi statali, tra cui il ministero delle Risorse naturali e il ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente, hanno illustrato documenti giuridici relativi alla civiltà ecologica e messo in evidenza i progressi compiuti nella promozione dell’iniziativa “Beautiful China”.
Alla cerimonia hanno partecipato anche delegati di organizzazioni internazionali, che hanno condiviso le loro opinioni sull’importanza globale di una filosofia di sviluppo sostenibile.
Il tema della Giornata nazionale dell’ecologia di quest’anno è “Costruire una base verde per la modernizzazione cinese”.
Il Codice ecologico e ambientale della Cina è entrato ufficialmente in vigore ieri, segnando una pietra miliare negli sforzi per rafforzare le basi giuridiche dell’armonia tra l’umanità e la natura.

– Foto Xinhua –

(ITALPRESS).

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Papa “Stop alle violenze contro i palestinesi in Cisgiordania”

ROMA (ITALPRESS) – “Diventano insopportabili le diseguaglianze, le discriminazioni, le barriere che calpestano la dignità di troppi figli e figlie di Dio”. Lo ha detto Papa Leone all’Angelus recitato a Castel Gandolfo. “Siamo Chiesa di Gesù Cristo in un mondo tormentato, un mondo che cerca pace”, ha aggiunto il Pontefice.

Al termine dell’Angelus, interrotto dagli applausi, ha poi detto: “Rinnovo il mio appello affinchè cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania. E chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura”.

Poi, ha aggiunto: Questa settimana avranno inizio i Giochi del Mediterraneo, che si svolgeranno a Taranto. Essi coinvolgeranno diversi Paesi di Africa, Asia ed Europa che appartengono all’area mediterranea. Auguro che tale evento sportivo sia una profezia di pace e di fratellanza tra i popoli di questa regione e del mondo intero”.

– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Riva argento nella maratona maschile agli Europei, azzurre seconde a squadre

BIRMINGHAM (INGHILTERRA) (ITALPRESS) – Pietro Riva conquista la medaglia d’argento nella maratona maschile agli Europei di atletica in corso a Birmingham. Decisivo per l’azzurro, già argento europeo nella mezza maratona e oro a squadre a Roma 2024, un finale importante che gli permette di chiudere in 2h09’18, alle spalle soltanto del tedesco Amanal Petros, oro in 2h09’11, e davanti all’israeliano Gashau Ayale, bronzo in 2h09’21. Il secondo degli italiani è Ahmed Ouhda, diciottesimo in 2h11’45, mentre Daniele Meucci è 23° in 2h14’33 e Xavier Chevrier è 32° 2h18’21. L’oro a squadre va a Israele, davanti a Germania (argento) e Francia (bronzo). “Su strada mi trovo bene, perchè c’è questa componente mentale nella quale lavoro tanto per essere vicino alla perfezione, oggi lo sono stato. Non ho avuto paura a lasciar andare chi era davanti perchè ero fiducioso di quello che stavo facendo”, ha detto Riva a Rai Sport. “Dal 30° al 40° km c’è stata un pò di tattica e ho cercato di rilassarmi il più possibile per tenermi per la volata, ed è andata bene – ha aggiunto -. Se avessi saputo che mi stavo avvicinando così tanto a Petros forse sarei andato più forte”. Al femminile Rebecca Lonedo è sesta davanti a Sofiia Yaremchuk. La classe ’96 delle Fiamme Oro termina in 2h27’55 la sua prova davanti alla connazionale, che raggiunge il traguardo in 2h28’02. Grazie anche al 21° posto in 2h33’02 di Giovanna Epis, l’Italia conquista il secondo posto nella gara a squadre dietro alla Gran Bretagna, oro, e davanti alla Spagna, bronzo. Nella gara individuale vince dominando la finlandese Alisa Vainio (2h22’26), davanti all’ungherese Lili Anna Vindics-Tòth (2h27’21) e alla britannica Abbie Donnelly (2h27’33).
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Furto al MuMe di Messina, due tavole del Polittico abbandonate dai ladri

MESSINA (ITALPRESS) – Il colpo al MuMe di Messina avrebbe potuto provocare una perdita ancora più grave per il patrimonio artistico della città. Due delle sei opere prese di mira dai ladri sono state infatti recuperate nella serata di ieri, dopo essere state abbandonate sul muretto esterno del museo, lungo viale della Libertà.
A dare l’allarme sono stati alcuni passanti che hanno notato le due tavole e avvertito le forze dell’ordine. Si tratta di due delle cinque tavole del Polittico di San Gregorio, mentre resta da ricostruire la sorte delle altre quattro opere sottratte, compresa la preziosa tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà, estratta da una teca blindata.
Secondo una prima ricostruzione, i ladri sarebbero entrati da una porta secondaria. A compiere il furto sarebbero state tre persone con il volto coperto, che potrebbero essere state disturbate o impaurite durante l’azione.
Sul posto sono intervenute le forze di polizia e gli specialisti della Scientifica, impegnati nei rilievi per ricostruire la dinamica dell’effrazione e individuare i responsabili.
– foto ufficio stampa Museo di Messina –
(ITALPRESS).

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Scossa di terremoto di magnitudo 3.7 in provincia Massa e Carrara, nessun danno

FIRENZE (ITALPRESS) – Scossa di terremoto poco prima delle 6 di questa mattina registrata nel territorio comunale di Fosdinovo, in provincia di Massa e Carrara. La magnitudo registrata è di 3.7, e al momento non vengono segnalati danni a cose o persone.

Si tratta della terza scossa sul territorio toscano negli ultimi, l’ultima quattro giorni, sempre con intensità 3.7, sulla costa, con interessamento dei territori di Pisa, Lucca e Livorno. La scossa di questa mattina è stata avvertita anche in Versilia e nella zona ligure di La Spezia.

– foto: screenshot sito Ingv –
(ITALPRESS).

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Cristiano Ronaldo, ritiro vicino: “Questa potrebbe essere la mia ultima stagione”

(Adnkronos) –
Cristiano Ronaldo è pronto al ritiro? Oggi, domenica 16 agosto, il fuoriclasse portoghese, fresco di matrimonio con la compagna Georgina Rodriguez, ha rivelato che quella che sta per iniziare sarà, con ogni probabilità, la sua ultima stagione da calciatore. 

L’attaccante, 41 anni oggi all’Al Nassr, ha infatti rilasciato un’intervista esclusiva a Vogue Magazine: “Questo è probabilmente il mio ultimo anno di calcio e voglio lasciare un’eredità spettacolare”, ha detto Ronaldo, che ha poi spiegato di avere piani per il futuro, “i piani per il futuro sono già molto chiari davanti a me”. 

 

sport

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Nuoto, oggi ultima giornata degli Europei – Diretta

(Adnkronos) – Ultima giornata di gare agli Europei di nuoto di Parigi. Oggi, domenica 16 agosto, l’Italia torna in vasca a caccia di nuove medaglie dopo le quattro di ieri, quando Martinenghi ha conquistato l’oro nella rana, Cerasuolo e Gastaldi l’argento, rispettivamente nella rana e nei 200 misti, e Curtis il bronzo nei 50 stile libero con tanto di record italiano. Oggi invece occhi puntati su Thomas Ceccon e Simona Quadarella. 

 

Azzurri a caccia delle ultime medaglie. 

sport

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Belen Rodriguez attacca dopo vacanza in Sardegna: “Un bel vaffa…”

(Adnkronos) –
Belen Rodriguez furiosa. La showgirl argentina è reduce da una vacanza in Sardegna, dove si sono rincorse diverse voci che, stando a quanto fatto capire dalla conduttrice, non corrisponderebbero a verità. Da qui è nato un duro sfogo condiviso da Rodriguez nelle proprie storie Instagram. 

“Ciao Sardegna, grazie per l’amore di cui sono stata circondata e un gran bel vaffanc*lo a chi vive per rovinare la serenità degli esseri umani (e monetizzare) a discapito di chiunque, perché a te non frega niente di nessuno, tranne che di te stesso”, ha scritto Belen sui social. 

“Alludendo, bluffando e facendo credere cose che non sono esattamente così, solita metodologia comunque bravi a tagliare le foto ed escludere il gruppo per far credere cose diverse”, ha continuato Rodriguez, “i miei amici rimangono, da dieci anni a questa parte. E io alle amicizie ci tengo”. 

 

spettacoli

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Djokovic preoccupa dopo ko a Cincinnati: “Ho un problema fisico da due anni”

(Adnkronos) –
Novak Djokovic choc a Cincinnati. Il tennista serbo è stato eliminato all’esordio del Masters 1000 americano dall’argentino Tirante, che si è imposto in rimonta in tre set con il punteggio di 2-6, 6-4, 6-4 e ha raggiunto così il terzo turno del torneo. A fine partita Djokovic, apparso in notevole difficoltà fisica durante il match, ha rivelato che i problemi, per lui, potrebbero essere più seri del previsto. 

“Prima di tutto, complimento al mio avversario di oggi. Sinceramente, non è stata una partita piacevole per me”, ha detto il serbo dopo la partita, “non è la prima volta che mi sento così e non sarà l’ultima. È così che vanno le cose. Le condizioni non sono il problema. Ho un problema di salute che sopporto da molti anni ormai. Mi causa molti problemi, specialmente quando c’è molta umidità e caldo”. 

Djokovic non ha specificato però il tipo di problema: “Sapevo che queste condizioni mi avrebbero penalizzato, ma ci sono anche altre cose: i nervi e tutto ciò che comporta una partita come questa. Tutto ciò peggiora ulteriormente la situazione e questo è quello che è accaduto” 

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Sinner, compleanno a Montecarlo: “Grazie a tutti per gli auguri”

(Adnkronos) –
Jannik Sinner festeggia il compleanno. Oggi, domenica 16 agosto, il tennista azzurro compie 25 anni dopo aver dovuto rinunciare al Masters 1000 di Cincinnati a causa dell’infortunio accusato al ginocchio. Sinner ha rinviato quindi il volo per gli Stati Uniti a fine mese, quando inizieranno gli Us Open, festeggiando a Montecarlo. 

Sui social Sinner ha voluto ringraziare dei tanti messaggi auguri ricevuti: “Grazie a tutti per gli auguri di buon compleanno”, ha scritto in un post condiviso su Instagram e sui propri canali ufficiali, mostrandosi sorridente e spensierato, con una piccola volpe peluche sulla spalla. 

 

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Palio di Siena, oggi l’Assunta: orario, cavalli, fantini e dove vederlo in tv

(Adnkronos) – Torna il Palio di Siena, uno degli appuntamenti più attesi dell’estate italiana, capace ogni anno di trasformare la città toscana in un grande teatro a cielo aperto. Oggi, domenica 16 agosto, Piazza del Campo torna protagonista per raccontare il Palio dell’Assunta, la Carriera che rinnova una tradizione secolare fatta di storia, identità, rivalità e passione. A sfidarsi saranno dieci Contrade: Selva, Chiocciola, Oca, Nicchio, Lupa, Istrice, Torre, Aquila, Onda e Giraffa. Tre giri sul tufo decideranno chi potrà conquistare il Drappellone realizzato dall’artista romena Teodora Axente. 

 

Il Paio di Siena è in programma oggi, domenica 16 agosto, a partire dalle ore 16.40, con l’uscita dei cavalli prevista per le 19. La corsa sarà trasmessa in diretta televisiva e in esclusiva, in chiaro, su La7 e in streaming sulla piattaforma web di La7. 

 

A contendersi il Palio dell’Assunta saranno, come detto, dieci Contrade: Selva, Chiocciola, Oca, Nicchio, Lupa, Istrice, Torre, Aquila, Onda e Giraffa. L’edizione di agosto sarà caratterizzata anche dal ritorno di uno dei protagonisti più esperti del Palio: il fantino Jonatan Bartoletti, detto Scompiglio. Dopo aver saltato il Palio di luglio, Scompiglio sarà nuovamente al canape per la sua carriera numero 34. La Chiocciola ha deciso di affidarsi al fantino pistoiese con un obiettivo preciso: riportare la contrada di San Marco al successo dopo una lunga attesa. L’ultima vittoria della Chiocciola risale infatti all’agosto del 1999. Sono quindi 27 anni che il rione aspetta di tornare a festeggiare un Palio. Per Bartoletti si tratta della sesta volta in cui vestirà i colori della Chiocciola. Una scelta che testimonia la fiducia riposta in un fantino che in Piazza ha sempre corso senza risparmiarsi e che torna a giocarsi una delle occasioni più importanti della stagione montando il cavallo Arestetulesu 

La sua assenza a luglio aveva fatto discutere, anche alla luce del momento particolare vissuto dal Palio e del predominio di Giovanni Atzeni detto Tittia, protagonista indiscusso delle ultime carriere e sostenuto da diverse Contrade. Con lui l’Aquila ha vinto il Palio del 3 luglio 2026 in sella a Diodoro e così la Contrada è tornata a vincere dopo 34 anni. Per Atzeni si è trattato del suo 12esimo successo in carriera. Tittia sarà questa volta al via per il Nicchio su Anda e Bola, il cavallo che ha conquistato il Palio dell’agosto 2025 proprio con i colori della contrada. Il Nicchio, ultima vittoria nel 1998, torna così a coltivare ambizioni importanti. Il cavallo Diodoro sarà invece in sella al fantino Dino Pes detto Velluto per la Lupa, contrada con cui ha già vinto nel 2024.  

L’Aquila, dopo il successo di luglio, proverà invece a centrare il cosiddetto cappotto. A montare Benitos sarà Carlo Sanna detto Brigante, chiamato a confermare le ambizioni della contrada di Provenzano. Completano il quadro Giuseppe Zedde Gingillo su Donrodrigo per la Torre, Andrea Sanna detto Virgola su Viso d’Angelo per l’Onda, Sebastiano Murtas detto Grandine su Canarinu per la Selva, Michel Putzu Spago su Diamante Sauro per l’Oca, Federico Guglielmi detto Tamurè su Ares Elce per l’Istrice e Elias Mannucci detto Turbine su Euskaldi per la Giraffa. Come sempre, però, il Palio resta una corsa impossibile da decifrare fino in fondo. La partenza, le traiettorie, le rivalità tra contrade e soprattutto il comportamento dei cavalli possono cambiare il risultato in un istante. 

 

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Europei di atletica, oggi ultima giornata: orari, programma e dove vederli tv (in chiaro)

(Adnkronos) –
Ultima giornata di gare agli Europei di atletica di Birmingham. Oggi, domenica 15 agosto, si conclude la rassegna continentale di scena in Inghilterra. L’Italia sogna un’altra medaglia nella maratona con Pietro Riva, Sofiia Yaremchuk e Rebecca Lonedo, ma anche nei 3000 siepi con Osama Zoghlami e con le staffette (4×100 mista, 4×400 maschile e 4×400 femminile). Favorita per la vittoria nel salto in lungo invece Larissa Iapichino. 

 

Il programma dell’ultima giornata degli Europei di atletica: 

8.30 Maratona femminile (Epis, Lonedo, Tuccitto, Yaremchuk) 

9.10 Maratona maschile (Chevrier, Jaafari, Meucci, Ouhda, Riva) 

20.30 Salto con l’asta maschile, finale (Oliveri) 

20.55 Tiro del giavellotto femminile, finale (Padovan) 

21.05 Salto in lungo femminile, finale (Iapichino) 

21.35 4×100 mista, finale (Italia) 

22.13 1500 metri femminile, finale (Cavalli) 

22.33 4×400 femminile, finale (Italia) 

22.48 4×400 maschile, finale (Italia) 

 

RaiSportHD trasmette dalle ore 13.00 fino al termine della sessione mattutina e dalle 20.30 alle 21.00; Rai 2 dalle 8.25 alle 13.00 e dalle 21.00 fino alla conclusione; Sky Sport Uno (tutta la sessione mattutina e dalle 21.00 in poi) e Sky Sport Arena. Tutti gli appuntamenti saranno poi visibili in streaming su Rai Play, Sky Go, NOW, Eurosport 1, Discovery Plus, HBO Max e Dazn. 

 

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Sinner 25 anni: ecco gli scatti più emozionanti

Palle imprendibili, scatti quasi "inumani", reazioni muscolari al limite della rottura e vittorie senza alibi: i primi 25 anni di un talento cristallino che ha riportato l'Italia ai vertici del tennis mondiale

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Marocco, tensione al confine: decine di migranti fermati vicino Ceuta

(Adnkronos) – Diverse decine di persone, per lo più migranti provenienti dall’Africa subsahariana, sono state fermate sabato nel nord del Marocco dalle forze di sicurezza locali nei pressi del valico di frontiera di Fnideq, che conduce all’enclave spagnola di Ceuta. È quanto constatato da un corrispondente dell’Afp. Secondo la testata locale Le360, che cita una fonte della sicurezza, sabato mattina sono stati fermati “294 candidati all’emigrazione irregolare”, tra cui 248 migranti subsahariani e 46 marocchini.  

“Si tratta di un’operazione di routine volta a prevenire i tentativi di migrazione irregolare” verso Ceuta, ha assicurato all’Afp, dietro condizione di anonimato, un funzionario informato sugli interventi in corso. Tra i migranti fermati, il sudanese Abdessamad Dawad, 22 anni, ha spiegato all’Afp di voler “arrivare in Europa perché il mio Paese d’origine, il Sudan, è devastato dai problemi e dall’insicurezza”. Un altro sudanese, Chams Edine Yakoub, 25 anni, ha dichiarato di essere alla ricerca di “opportunità”. “A Ceuta, in Europa, le persone sono assistite meglio”, ha affermato, “qui non c’è lavoro. Non ci sono soldi. Non c’è alloggio. Non c’è assolutamente nulla, lo giuro”.  

Soprattutto in estate, le foreste vicino a Fnideq e Beni Ansar, nei pressi di Nador — città marocchina confinante con l’altra enclave spagnola di Melilla, 400 km più a est — diventano luoghi di ritrovo per i migranti subsahariani che cercano di raggiungere irregolarmente questi territori. Secondo il funzionario, i fermi, di cui non ha precisato il numero, si inseriscono nel quadro “dell’importante dispositivo di sicurezza dispiegato” per evitare le partenze. 

I migranti si trovavano su una collina boscosa sopra Fnideq, a pochi chilometri dal valico di frontiera, quando la polizia è intervenuta per sgomberarli. Una parte è stata arrestata, mentre altri sono riusciti a fuggire, secondo quanto riportato dal corrispondente dell’AFP. Mercoledì le autorità marocchine avevano annunciato di aver adottato “misure” per contrastare qualsiasi nuovo afflusso di massa verso Ceuta, segnalando numerose pubblicazioni online che sostenevano come le frontiere di Fnideq e Melilla sarebbero state “aperte” il 15 agosto, “giorno festivo in Spagna”. 

Secondo Le360 e il sito Hespress, le forze dell’ordine hanno arrestato “in questi ultimi giorni 61 persone che avevano incitato o promosso la migrazione irregolare sui social network”. Quindici giorni fa, oltre 72.000 candidati all’immigrazione, principalmente marocchini e in maggioranza giovani uomini, si erano riversati a piedi o a nuoto su Ceuta, per poi essere espulsi quasi immediatamente nel caso di 70.000 di loro, secondo quanto riferito dalle autorità spagnole. 

Secondo le testimonianze di migranti, ONG locali e diversi esperti raccolte dall’AFP, i candidati alla partenza erano riusciti a raggrupparsi nella zona di frontiera e a entrare a Ceuta senza essere fermati, almeno inizialmente, dalle forze di sicurezza marocchine. Ufficialmente, almeno 91 persone sono morte in questa pericolosa traversata, di cui 80 in Spagna e 11 sul versante marocchino. Tuttavia, secondo le ONG marocchine, si contano decine di dispersi e almeno 141 morti. 

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Terremoto in Indonesia, 47 morti e 2mila sfollati. Caccia ai dispersi

(Adnkronos) – Si continua a scavare tra le macerie in Indonesia, in cerca dei dispersi e con la speranza di trovare sopravvissuti dopo le scosse di terremoto, la più alta di magnitudo 7.7 della scala Richter, che hanno causato la morte di almeno 47 persone sulla costa orientale dell’isola di Flores. L’ultimo bilancio è stato fornito nella sera indonesiana dall’agenzia nazionale per la gestione dei disastri (Bnpb), mentre il funzionario preposto ai soccorsi Fathur Rahman ha dichiarato che 50 persone sono rimaste ferite nel terremoto e che la priorità è trovare i dispersi. Diverse persone risultano ancora intrappolate sotto le macerie di numerosi edifici, ma le ricerche risultano complicate da frane che hanno bloccato alcune strade.  

Secondo quanto riportato dal Bnpb, quasi 160 case, decine di strutture scolastiche e sanitarie e altri edifici pubblici sono stati danneggiati dal terremoto che ha colpito la popolare isola turistica nella parte orientale dell’Indonesia. La Croce Rossa internazionale e la Mezzaluna Rossa hanno dichiarato che sono in corso i preparativi per portare aiuti a circa duemila persone ospitate in rifugi temporanei. Il governo di Giacarta ha già inviato nella zona 50mila pacchi di aiuti per un peso complessivo di 275 tonnellate. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha offerto l’aiuto dei satelliti Copernicus per l’osservazione della Terra. “L’Europa è pronta a schierare Copernicus, i nostri occhi nel cielo, per supportare le operazioni di ricerca e soccorso. Indonesia, siamo con te”, ha scritto su X. 

Molti abitanti di Flores sono rimasti senza elettricità e telecomunicazioni. L’allerta tsunami è stato revocato, ma le autorità hanno esortato la popolazione a non tornare negli edifici danneggiati per timore che le scosse di assestamento possano farli crollare. Centinaia di persone sono rimaste all’aperto per ore, mentre decine di scosse di assestamento continuavano a scuotere l’isola, la più forte delle quali di magnitudo 6.1. Secondo l’agenzia geologica indonesiana Bmkg, in alcune zone costiere di Flores sono state segnalate onde alte fino a 1,6 metri. 

L’epicentro del terremoto, di scarsa profondità, si trovava al largo della costa settentrionale dell’isola, secondo quanto riferito dalle autorità statunitensi e indonesiane. Le zone colpite presentano pochi edifici multipiano. Una seconda scossa di terremoto, profonda e localizzata sulla terraferma, è stata registrata con una magnitudo di 6,9 vicino a Pematangsiantar, sull’isola di Sumatra, a migliaia di chilometri di distanza, circa 12 ore dopo la scossa di Flores.  

L’Indonesia è soggetta a frequenti terremoti a causa della sua posizione nella “Cintura di fuoco” del Pacifico, un arco di intensa attività sismica che si estende dal Giappone attraverso il Sud-est asiatico e attraverso il bacino del Pacifico. Nel 1992 Flores fu colpita da un terremoto di magnitudo 7.7, che provocò uno tsunami e causò circa 2.500 vittime. Nel 2004, una devastante scossa di terremoto di magnitudo 9.1 colpì la costa di Sumatra, innescando uno tsunami che causò la morte di 220mila persone in tutta la regione, di cui circa 170mila in Indonesia, in uno dei disastri naturali più letali della storia. 

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Ucraina, Europa al lavoro per negoziati: il piano di Gran Bretagna, Francia e Germania

(Adnkronos) – La Francia, la Germania e la Gran Bretagna stanno lavorando a un nuovo formato per i futuri negoziati sull’Ucraina. Lo scrive il New York Times citando cinque funzionari europei a condizione di anonimato. Il giornale mette in luce come cresca la diffidenza verso il ruolo che può svolgere il presidente americano Donald Trump, ma senza nascondere che la Russia ha mostrato scarso interesse in un ruolo dell’Europa nei colloqui. I diplomatici europei, quindi, stanno lavorando a un formato per i negoziati, guidato da Francia, Germania e Gran Bretagna, che tutelerebbe gli interessi europei. 

Secondo due alti diplomatici europei e un alto funzionario europeo che segue da vicino l’iniziativa, Francia e Germania stanno assumendo un ruolo guida nello sviluppo della posizione europea. La Gran Bretagna, che ha un nuovo primo ministro, è più titubante, in parte perché teme di mettere alla prova i suoi rapporti con Trump, hanno affermato i diplomatici. 

Tre funzionari europei hanno riferito che Gran Bretagna, Francia e Germania ritengono di dover svolgere un ruolo centrale nei negoziati a sostegno dell’Ucraina. I tre Paesi, noti come “E3”, costituiscono il nucleo della “coalizione dei volenterosi” che sostiene l’Ucraina e hanno elaborato diverse opzioni per garantire al Paese, in seguito a un accordo, le proprie misure di sicurezza e militari. 

Secondo i funzionari, è necessario consultare anche la Polonia, l’Italia e i paesi nordici, tenendo informata e successivamente coinvolta l’Unione europea, poiché alcuni paesi più piccoli, in particolare quelli confinanti con la Russia e l’Ucraina, come gli Stati baltici e l’Ungheria, non si fidano completamente della Germania e della Francia per quanto riguarda la rappresentanza dei loro interessi. 

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Djokovic delude a Cincinnati: eliminato all’esordio da Tirante

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Novak Djokovic eliminato a Cincinnati. Oggi, sabato 15 agosto, il tennista serbo è stato battuto al secondo turno dall’argentino Thiago Agustin Tirante, che si è imposto in tre set con il punteggio di 2-6, 6-4, 6-4 al termine di una partita che sembrava in controllo di Djokovic, ma che poi ha cambiato improvvisamente copione. 

Djokovic, che alla vigilia del match aveva ammesso di essere in ottime condizioni fisiche, ha vinto agilmente il primo parziale imponendosi per 6-2, salvo poi subire la rimonta dell’avversario, che ha ribaltato la partita chiudendo con un doppio 6-4 i due set successivi.  

Ora ad attendere il serbo ci saranno gli Us Open, al via tra due settimane sul cemento di New York e prossimo obiettivo per inseguire il sogno del 25esimo Slam. 

 

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Nuoto, Curtis vince bronzo e rivela: “Mi ha scritto Sinner, ho urlato”

(Adnkronos) –
Jannik Sinner pazzo di… Sara Curtis. Oggi, sabato 15 agosto, la nuotatrice italiana conquista la medaglia di bronzo nella finale dei 50 metri stile libero, firmando un terzo posto da record negli Europei di Parigi con primato italiano, chiudendo la gara in 23.99 dopo l’oro con record del mondo nei 50 dorso. Prestazioni e risultati che hanno richiamato l’attenzioni di tutti, anche del numero 1 del mondo. 

Sinner infatti, dopo l’oro conquistato da Curtis, ha voluto scrivere un messaggio alla giovane nuotatrice azzurra: “Quando mi ha scritto per farmi i complimenti ho urlato! Non ci potevo credere”, ha ammesso Sara dopo il bronzo conquistato a Parigi.  

Che il tennista azzurro stia seguendo con grande interesse gli Europei di nuoto era chiaro già da alcuni ‘indizi’ social: Sinner ha infatti iniziato a seguire su Instagram, oltre a Curtis, anche Simona Quadarella e Thomas Ceccon, grandi protagonisti della rassegna continentale. 

 

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Sinner, nuovi controlli dopo infortunio e compleanno a Montecarlo

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Ferragosto al JMedical per Jannik Sinner prima del compleanno da festeggiare nella ‘sua’ Montecarlo. Il tennista azzurro ha sostenuto oggi nuovi test per continuare il recupero dal problema al ginocchio che lo ha costretto a saltare il Masters 1000 di Cincinnati, torneo a cui arrivava da finalista, e puntare gli Us Open, ultimo Slam dell’anno al via tra due settimane. 

Anche nella giornata di Ferragosto quindi Sinner non si è concesso pause continuando a lavorare nella struttura medica della Juventus, mentre domani è previsto il ritorno a Montecarlo. Il numero 1 del mondo festeggerà quindi il suo 25esimo compleanno a casa, come non gli capitava dal 2020, essendo sempre stato impegnato, negli ultimi anni, nei tornei americani preparatori agli Us Open. 

 

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Borussia Dortmund-Roma, Ndicka travolto… dall’arbitro

(Adnkronos) – Fallo choc in Borussia Dortmund-Roma… da parte dell’arbitro. Oggi, sabato 15 agosto, i giallorossi hanno sfidato i tedeschi nell’ultima amichevole prima dell’inizio della stagione, con la prima giornata di Serie A fissata per il weekend del 23 agosto. La gara del Signal Iduna Park è terminata 2-2 con i gialloneri a rimontare il doppio vantaggio iniziale firmato Dybala-Cristante, ma la partita ha fatto vedere anche una scena inedita e a dir poco surreale. 

Sul finire del primo tempo, quando il risultato era già fissato sul 2-2, Ndicka riesce a strappare palla a un avversario a centrocampo e alza la testa alla ricerca di compagni, ma la sua corsa viene fermata dall’arbitro. Nessun fischio però, bensì un vero e proprio placcaggio rugbistico, con il difensore ivoriano che rimane a terra dolorante. 

Il direttore di gara tedesco Siebert infatti stava correndo senza guardare il pallone e si è scontrato con Ndicka, travolgendolo con una spallata sul petto per poi alzare le braccia per scusarsi. 

 

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Atletica, oggi penultima giornata degli Europei – Diretta

(Adnkronos) – Sesta giornata di gare agli Europei di atletica di Birmingham. Oggi, sabato 15 agosto, continua la rassegna continentale in Inghilterra. Entrano in scena Andy Diaz e Yeman Crippa, che puntano a salire sul podio nel salto triplo e nei 10.000 metri. 

 

Domani l’ultima giornata della rassegna continentale. 

 

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Juventus, si riapre la pista Suzuki? Salta trattativa con il Psg

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Si riapre la pista Zion Suzuki per la Juventus? Secondo le ultime news di calciomercato di oggi, sabato 15 agosto, è saltato il trasferimento del portiere giapponese al Paris Saint-Germain, che aveva raggiunto un accordo con il Parma per circa 35 milioni di euro. 

Secondo quanto riportato da Fabrizio Romano infatti, il club francese aveva mandato un jet privato per portare Suzuki a Parigi per le visite mediche ma non è arrivato l’accordo sulle commissioni con gli agenti del giocatore, motivo per cui la trattativa è saltata. 

Su Suzuki ora è forte l’Aston Villa, pronto a offrire 30 milioni ai ducali per il cartellino del giocatore. La Juventus osserva alla finestra, mentre un eventuale arrivo del giapponese a Birmingham potrebbe liberare Emiliano Martinez, primo obiettivo bianconero per la porta. 

 

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Milan-Manchester United, rissa sfiorata e rigore contestato in amichevole

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Caos in Milan-Manchester United. Oggi, sabato 15 agosto, la squadra rossonera ha sfidato gli inglesi nell’ultima amichevole prima dell’inizio del campionato, fissato per il 22 agosto. In Polonia la partita però è stata fin da subito accesa, con animi tesi nei primi minuti e un contestato calcio di rigore concesso allo United verso il finale di parziale. 

Il primo episodio arriva dopo soltanto un minuto. Un intervento difensivo piuttosto ‘robusto’ di Musah provoca la rabbia dello United, con Maguire che si scaglia contro il centrocampista rossonero. Gli animi si accendono e ne nasce una discussione che per poco non degenera in rissa, con l’arbitro Marciniak che deve intervenire per riportare la calma. 

Un altro episodio arriva al 44′. De Winter interviene in area di rigore dopo un disastro difensivo di Pavlovic, rubando palla a un attaccante del Manchester United ma l’arbitro polacco indica il dischetto punendo il contrasto, piuttosto vigoroso, del difensore belga. Immediate le proteste rossonere, che circondano il direttore di gara, con le immagini che confemano una chiamata piuttosto ‘generosa’. Ci pensa comunque il portiere Torriani a salvare il Milan, parando il rigore di Bruno Fernandes. 

 

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Europei di nuoto, poker di medaglie: Martinenghi oro nella rana, Cerasuolo e Gastaldi d’argento. Bronzo Curtis – Diretta

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Sesta e penultima giornata di gare in vasca agli Europei di nuoto di Parigi. Oggi, sabato 15 agosto, nella capitale francese si assegnano nuove medaglie, con diverse speranze per gli azzurri. Medaglia di bronzo per Sara Curtis nei 50 stile libero con record italiano, dopo l’oro con record del mondo nei 50 dorso. Oro per Nicolò Martinenghi nella rana, con Simone Cerasuolo argento così come Anita Gastaldi nei 200 misti. 

 

Domani la giornata finale della rassegna continentale. 

 

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Stano vince l’oro e celebra… One Piece

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Alberto Stano esulta… alla One Piece. Oggi, sabato 15 agosto, l’atleta azzurro ha conquistato l’oro agli Europei di atletica di Birmingham, trionfando in 2h56:49 e firmando un nuovo record europeo. Un risultato storico per Stano e per l’Italia, che si conferma al vertice della disciplina e assoluta protagonista nella rassegna continentale di scena in Inghilterra. 

Per festeggiare l’oro, Stano ha deciso di celebrare, come spesso capita negli ultimi tempi, uno degli anime più popolari al mondo: One Piece. L’atleta azzurro dopo il traguardo ha indossato un cappello di paglia, proprio come quello di Luffy, e ricreato una celebre mossa del protagonista, diventando rapidamente virale sui social. 

 

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Milan-Manchester United, big match in amichevole – Diretta

(Adnkronos) – Il Milan torna in campo per l’ultima amichevole prima dell’inizio della Serie A. Oggi, 15 agosto, i rossoneri sfidano il Manchester United a Breslavia in Polonia. Il Milan arriva a questa sfida dopo un precampionato in chiaroscuro: sconfitta per 3-0 contro il Chelsea e pareggi contro lnter e Celtic. 

 

Tutto pronto per l’inizio della nuova stagione, con la Serie A che ripartirà il 22 agosto. 

 

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Catania, terremoto a Linguaglossa: evacuati ristoranti

(Adnkronos) – Una scossa di terremoto di magnitudo 3.9 è stata registrata alle 12.24 a Linguaglossa, nel catanese, con l’apertura di una faglia della Pernicana collegata alla attività vulcanica. Ne dà notizia il capo della Protezione civile siciliana Salvo Cocina.  

Fratturata la strada per piano Provenzana, zona Ragabo Clan dei Ragazzi. Evacuati precauzionalmente i ristoranti in zona, mentre non si ha notizia, al momento, di altri danni. In corso gli accertamenti. Sul posto il dipartimento regionale della Protezione civile, il corpo forestale, comune e provincia. 

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L’OMBRA DEI MACCHIAIOLI E L’ARTE DIMENTICATA: PERCHÉ IL TALENTO DI MILLUS SPERA ANCORA IN UN GIUSTO RICONOSCIMENTO

TAVOLOZZE NELL’OMBRA:  Il maestro livornese tra maestria tecnica e l’eredità dei grandi del passato.
Il talento puro di Millus e quel credito aperto con la storia dell’arte labronica

LIVORNO, 15 agosto – Se c’è una città dove la pittura si respira in ogni vicolo, quella è Livorno. Ma l’ombra dei grandi maestri del passato può rivelarsi una presenza ingombrante per chi ricerca un percorso autonomo. È la storia di Millus, al secolo Mario Illusi, uno dei pennelli più autentici e intensi del nostro panorama cittadino, la cui produzione artistica attende ancora quel pieno riconoscimento che la qualità delle sue opere merita ampiamente. La pittura di Millus colpisce per una qualità formale impeccabile: uso sapiente della luce, materia cromatica stesa con vigore e una capacità innata di cogliere l’essenza drammatica e poetica dei soggetti. Non c’è trucco nella sua produzione, solo mestiere puro, sensibilità e una continua ricerca espressiva che si muove lontana dalle mode passeggere. Perché allora un artista di tale spessore non ha raggiunto le vette del grande mercato? Nessun mistero, semmai una combinazione di dinamiche tipiche del nostro territorio. Da un lato, il mercato dell’arte livornese è stato a lungo polarizzato sul mito rassicurante dei Macchiaioli e dei Postmacchiaioli, orientando il collezionismo locale verso percorsi ampiamente battuti. Dall’altro, la natura schiva dello stesso Millus, poco incline alle strategie di marketing e alle logiche commerciali ne ha confinato la notorietà a una cerchia ristretta di appassionati e intenditori. La qualità dell’arte di Millus resta tuttavia indiscutibile per chiunque osservi le sue tele con occhio scevro da pregiudizi. La genuinità della sua visione e la maestria tecnica rappresentano un patrimonio che attende solo di essere riscoperto. Il tempo che raramente sbaglia nel bilanciare il valore effettivo delle opere, saprà restituire al pittore livornese il posto di rilievo che gli spetta nel panorama figurativo contemporaneo. Riscoprire oggi la figura e l’opera di Millus non significa solo rendere giustizia a un pittore di valore, ma arricchire il patrimonio culturale della città con una voce sincera, le cui opere hanno ancora molto da raccontare.

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Sparatorie negli Usa, almeno 5 feriti alla Virginia State University. Sei morti nel Michigan

(Adnkronos) – Almeno cinque persone sono state ferite alla Virginia State University, dove diverse persone hanno sparato più colpi d’arma da fuoco. Lo rende noto la polizia della Virginia State University mentre proseguono le indagini per individuare gli aggressori. 

L’università ha confermato che “più sospetti” sono coinvolti e ha fatto sapere che una persona è attualmente in condizioni critiche, mentre le altre quattro hanno riportato ferite non letali. “Una presenza significativa delle forze dell’ordine rimane nel campus” mentre la polizia prosegue le indagini, ha detto l’università. 

La Virginia State University è storicamente frequentata da studenti afroamericani ed è situata a Chesterfield, in Virginia, come ricorda la Cbs. 

Sei persone, tra cui il presunto aggressore, sono morte e una settima è rimasta gravamente ferita in seguito a una serie di sparatorie nello stato americano del Michigan, nella contea di Missaukee. Lo ha reso noto la polizia del Michigan spiegando di essere intervenuta dopo le segnalazioni di una sparatoria in un’abitazione nella zona rurale a circa 270 chilometri a nord-ovest di Detroit. Qui gli agenti hanno trovato tre morti e un ferito grave, dando inizio alla caccia del sospetto, Chad Hickman, di 39 anni. In campo sono intervenute unità di emergenza, aeree e cinofile. 

Una quarta persona è stata quindi trovata morta in un’altra abitazione e le forze dell’ordine hanno avvertito i cittadini che l’uomo era armato e pericoloso, chiedendo loro di non avvicinarsi. Infine, gli agenti hanno trovato il veicolo di Hickman in una zona boschiva, nei pressi del lago Whitlock, nella cittadina di Caldwell. Nella stessa zona sono stati trovati morti Hickman e un’altra vittima. 

“Non sussiste alcuna minaccia per la popolazione”, ha dichiarato il tenente Ashley Miller, responsabile dell’ufficio stampa della polizia del Michigan, aggiungendo che le autorità continueranno a pattugliare la zona mentre esamineranno le scene del crimine. “Condurremo un’indagine approfondita e vogliamo assicurarci di tenere i membri della nostra comunità aggiornati sulla situazione attuale e su ciò che scopriremo durante questo processo”, ha detto MIller. 

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Segnalazione editoriale: MICHELE PANTALEO. Vita e scritti di un Ribelle

Nicola Fanizza, Sebastiano Gernone

MICHELE PANTALEO. Vita e scritti di un Ribelle

Edizioni dal Sud

La vita e le opere di una figura importante dell’anarchismo italiano e di quello pugliese in particolare. Michele Pantaleo (Bari, 1887-1944) profuse il suo impegno in difesa delle classi subalterne, come giornalista militante, teorico del pensiero anarchico, critico letterario, novelliere e persino poeta.
Si tratta di pagine intense. Sulla scorta di documenti inediti, la ricerca si sofferma sugli snodi più rilevanti della sua vita: la formazione culturale come autodidatta presso una tipografia; il lancio di una sedia contro i giurati in occasione della lettura della sentenza contro l’anarchico Sabino Sassanelli; le vicissitudini patite nei quattro anni passati nella «tomba dei vivi» e, in seguito, nei dodici anni passati al confino; il lavoro come correttore di bozze e poi come redattore presso l’editrice Humanitas; la collaborazione con diverse testate anarchiche; e, infine, la morte in solitudine, avvenuta nel dicembre 1944 presso la «Casa dei Poverelli» di Bari, sulla Muraglia al mare lungo cui amava passeggiare.
Pantaleo lottava per un mondo diverso, più giusto e più libero. Nelle sue opere troviamo, infatti, il sogno di una palingenesi sociale e politica e, insieme, un netto rifiuto delle forme burocratiche e totalitarie della politica (il fascismo, lo stalinismo) nonché dei valori dominanti. Per tutto questo ha pagato un prezzo molto alto. Ha pagato, infatti, più degli altri per la sua appartenenza alla cultura anarchica con l’emarginazione, l’isolamento e, soprattutto, con l’oblio.

Nicola Fanizza (Mola di Bari 1951), dopo essersi laureato in Filosofia presso l’Università di Bari, si è trasferito a Milano. Qui, a partire dagli anni Ottanta, è stato redattore de «La Balena Bianca» (Pellicani) e di «InOltre» (Jaca Book). In seguito ha collaborato con «L’Acropoli», «Alfabeta2», «Nazione Indiana» e «Machina».
è autore di diversi volumi. Dirige il sito del Centro Documentazione Piero Delfino Pesce. Si occupa di Storia e di Antropologia filosofica.
Con Edizioni dal Sud, nel 2016, ha pubblicato Maddalena Santoro e Arnaldo Mussolini. La storia d’amore che il duce voleva cancellare.

Sebastiano Gernone (Bari, 1957) è laureato in Scienze Politiche all’Università di Bari con una tesi sul Brigantaggio dopo l’ Unità.
Suoi articoli sono apparsi su «il manifesto», «Il Calendario del Popolo», «l’antifascista», «Conoscenza Religiosa».
Per la RAI ha ideato e collaborato alla regia e al montaggio del documentario Ritorno a Ventotene, sui confinati antifascisti.
Svolge attività di ricerca con l’Ipsaic.
Con Edizioni dal Sud, nel 2020, ha curato il volume Mario Mancini. Appunti della mia vita.

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Ceuta, allerta per un nuovo assalto: il Marocco blocca centinaia di migranti

(Adnkronos) – Occhi puntati su Ceuta oggi, 15 agosto, per il rischio di un nuovo assalto di massa alla frontiera tra Marocco e Spagna. Dopo giorni di appelli diffusi sui social per un nuovo tentativo di ingresso nell’enclave spagnola, le autorità di Madrid e Rabat hanno rafforzato in modo significativo i controlli lungo il confine. 

Nelle prime ore della giornata, le forze di sicurezza marocchine hanno sventato un tentativo di centinaia di migranti, per lo più provenienti dall’Africa subsahariana, di raggiungere la frontiera di Ceuta. Lo riporta Cadena SER, precisando che i migranti si erano nascosti alla periferia di Fnideq, Castillejos in spagnolo, a sud-ovest dell’enclave. Gli agenti marocchini hanno individuato e disperso i gruppi in una zona montuosa, mentre alcuni tentativi di avvicinamento alla frontiera sarebbero proseguiti nelle ore successive. 

L’operazione arriva al culmine di una settimana di crescente tensione. Sui social erano circolati messaggi che invitavano a presentarsi alla frontiera proprio il 15 agosto, alimentando il timore di una nuova ondata dopo la grave crisi migratoria di fine luglio. Per questo la Spagna ha aumentato la presenza di polizia e Guardia Civil a Ceuta, mentre il Marocco ha intensificato i controlli sulle strade verso Fnideq e lungo la fascia costiera. 

La situazione resta quindi sotto stretta osservazione, ma al momento il nuovo tentativo di ingresso di massa è stato bloccato prima che i migranti raggiungessero il confine spagnolo. Ceuta rimane comunque in stato di massima vigilanza, dopo gli eventi delle scorse settimane che hanno provocato una grave emergenza e lasciato migliaia di migranti ancora nell’enclave. 

 

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Libano, attacchi israeliani nel sud del paese: almeno 9 morti tra cui donne e bambini

(Adnkronos) – Un attacco israeliano nel sud del Libano, avvenuto nelle prime ore di oggi, ha ucciso almeno 9 persone, tra cui donne e bambini. Si tratta del bilancio più grave registrato dagli accordi raggiunti a giugno, che avevano portato a una riduzione delle ostilità tra Israele e il movimento filo-iraniano Hezbollah. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver preso di mira, tra le altre cose, un’ “infrastruttura” di Hezbollah mentre il primo ministro libanese Nawaf Salam ha condannato la morte di civili, parlando di un'”escalation”. Secondo l’agenzia di stampa libanese Nna l’attacco è stato effettuato da caccia israeliani contro un’abitazione nella periferia del villaggio di Ansar mentre un altro attacco ha colpito il villaggio di Deir Zahrani, a circa 20 chilometri di distanza. 

Il ministero della Sanità libanese ha dichiarato che sette persone sono morte ad Ansar, tra cui tre bambini e due donne, mentre altre due persone sono state uccise e nove ferite a Deir Zahrani, precisando che il bilancio era ancora provvisorio. Ad Ansar, un giornalista dell’Afp ha visto un edificio completamente distrutto, oltre a una piscina e alcune automobili danneggiate, mentre i soccorritori estraevano corpi dalle macerie. “È un piccolo albergo turistico. Aspetto tutto l’anno i tre mesi estivi. Che cosa ho fatto per meritarmi questo?”, ha sottolineato all’Afp Mohamed Saab, proprietario dell’edificio. L’agenzia Nna ha riferito di un altro attacco nella valle situata tra Ansar e il villaggio di Zarariyeh, definendolo “il primo a una tale profondità nel territorio dalla tregua di due mesi fa”. Secondo la stessa fonte, attacchi aerei e colpi di artiglieria hanno interessato anche l’area della cresta di Ali al-Taher, una collina strategica che domina la regione meridionale di Nabatiyeh. 

L’esercito israeliano ha dichiarato di aver “colpito infrastrutture terroristiche di Hezbollah nelle regioni di Nabatiyeh e Ansar”, in risposta a un’operazione condotta dal gruppo contro soldati israeliani nell’area della cresta di Ali al-Taher. ”Non erano obiettivi militari”, ha dichiarato il primo ministro libanese Nawaf Salam. “I sette martiri dell’attacco israeliano al villaggio di Ansar non sono ‘infrastrutture militari’ e le donne e i bambini uccisi non sono obiettivi militari”, ha affermato Salam, aggiungendo che “Israele deve fermare questa escalation”, che ha definito “estremamente pericolosa e che mina gli sforzi per consolidare la stabilità nel sud”. 

Il Libano è stato coinvolto all’inizio di marzo nel conflitto tra Iran e Stati Uniti, quando Hezbollah ha attaccato Israele in sostegno di Teheran, dopo l’offensiva israelo-americana lanciata a febbraio contro la Repubblica islamica. Israele ha risposto con numerosi attacchi aerei in Libano e ha dispiegato truppe nel sud del Paese, causando oltre 4.300 morti, secondo le autorità libanesi. Sebbene i bombardamenti siano nettamente diminuiti dopo la firma, a giugno, di un protocollo d’intesa tra Stati Uniti e Iran e successivamente di un accordo quadro tra Libano e Israele, Beirut continua a segnalare attacchi e distruzioni israeliane sporadiche. L’accordo quadro raggiunto a giugno tra Israele e Libano prevede il disarmo di Hezbollah, il progressivo ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano e il dispiegamento dell’esercito libanese nella regione, iniziando da alcune “zone pilota”. Un ottavo ciclo di negoziati tra Israele e Libano dovrebbe svolgersi a Roma all’inizio di settembre. Hezbollah è contrario all’accordo e venerdì ha nuovamente criticato il governo libanese per averlo firmato, definendolo un'”umiliazione”. 

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Europei atletica, doppio oro Italia: Stano e Fiorini da record nella maratona di marcia

(Adnkronos) – Italia d’oro agli Europei di atletica di Birmingham: Massimo Stano e Sofia Fiorini conquistano due medaglie d’oro nella maratona di marcia e firmano due risultati da record. Il campione olimpico e mondiale trionfa tra gli uomini in 2h56:49, nuovo record europeo, mentre la 21enne azzurra domina la gara femminile in 3h15:11, stabilendo il primo record mondiale ufficiale sulla nuova distanza dei 42,195 chilometri. 

Massimo Stano completa una straordinaria collezione di titoli e si prende l’oro nella maratona di marcia maschile con il record europeo di 2h56:49. Il campione pugliese, già oro olimpico nella 20 km a Tokyo 2021 e iridato nella 35 km a Eugene 2022, diventa così il terzo atleta italiano di sempre a conquistare tre grandi titoli internazionali in carriera, dopo Alberto Cova nei 10.000 metri e Gianmarco Tamberi nel salto in alto. 

La gara si decide al 35° chilometro, quando Stano cambia ritmo e prende la testa. Fino al 38° km l’azzurro ingaggia un duello con l’ungherese Bence Venyercsan, che però incappa nel terzo richiamo dei giudici e chiude sesto in 3h01:18. 

Alle spalle di Stano arriva lo spagnolo Miguel Angel Lopez, argento in 2h56:57, mentre il bronzo va al francese Aurélien Quinion in 2h59:29. Quinto l’altro italiano Riccardo Orsoni, autore di una prestazione da 3h00:44. 

Per Stano è anche il riscatto dopo alcune stagioni complicate: a Parigi 2024 aveva chiuso quarto ai Giochi nonostante un infortunio, mentre nel 2025 era stato costretto a rinunciare ai Mondiali. 

 

Nella maratona di marcia femminile arriva un’altra impresa azzurra. Sofia Fiorini, appena 21 anni, conquista l’oro europeo con il record mondiale di 3h15:11 sulla distanza dei 42,195 chilometri, introdotta quest’anno per la specialità. 

La giovane toscana prende il largo al 30° chilometro con un cambio di ritmo devastante e costruisce un vantaggio enorme sulle inseguitrici. La polacca Katarzyna Zdzieblo conquista l’argento in 3h19:50, a oltre quattro minuti e mezzo dall’azzurra, mentre la spagnola Raquel Gonzalez è bronzo in 3h20:49, con un distacco superiore ai cinque minuti. 

Fiorini chiude così una gara dominata dall’inizio alla fine e supera anche la target performance di 3h17:00 fissata da World Athletics per il riconoscimento del primo record mondiale ufficiale nella maratona di marcia. 

Nella maratona di marcia tra gli uomini quindi esulta Massimo Stano con il record europeo di 2h56:49 mentre nel femminile quindi vince la 21enne Sofia Fiorini che domina la gara con il record mondiale di 3h15:11 sulla distanza dei 42,195 km introdotta quest’anno per la specialità.  

 

Nella mezza maratona arrivano altre tre medglie: nella gara maschile Francesco Fortunato conquista l’argento in 1h23:36 e Andrea Cosi il bronzo con il personale di 1h23:49 alle spalle dello spagnolo Paul McGrath, già argento europeo e l’anno scorso bronzo mondiale, che attacca dopo nove chilometri e vince in 1h23:23. Per la seconda edizione consecutiva il pugliese Fortunato va sul podio e riesce a salire un gradino rispetto al bronzo di Roma 2024 in una stagione da protagonista per l’azzurro, al via da primatista europeo con 1h23:00 dopo il successo ai Mondiali a squadre. Prima medaglia tra i grandi per il fiorentino Cosi, oro un anno fa alle Universiadi. 

Tra le donne festeggia uno splendido argento la 23enne Alexandrina Mihai con 1h31:04, migliore prestazione italiana sulla nuova distanza dei 21,097 chilometri. La veronese, campionessa europea U23 nella scorsa estate, precede di tre secondi in volata l’ucraina Lyudmila Olyanovska che si conferma di bronzo in 1h31:07 davanti alla francese Pauline Stey, quarta in 1h31:12. La spagnola pluricampionessa iridata Maria Perez trionfa con il record del mondo di 1h30:06 dopo aver preso il largo all’undicesimo chilometro.  

Finisce al quinto posto Antonella Palmisano, oro europeo uscente, a lungo in seconda posizione prima di una flessione a circa cinque chilometri dal traguardo, che migliora il personale di 1h32:10. Tra gli azzurri 15esimo Gianluca Picchiottino (1h29:14), al femminile undicesima Nicole Colombi (1h35:36) penalizzata da una sosta di due minuti dopo il terzo richiamo e 16esima Michelle Cantò (1h37:59). In corso la maratona di marcia. Diretta tv integrale sui canali Rai, Sky Sport ed Eurosport. 

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Palermo, 13enne precipita da ottavo piano e muore: indagini in corso

(Adnkronos) – Una ragazzina di 13 anni è morta, intorno alle 7, dopo esser precipitata dall’ottavo piano di un palazzo in via dei Nebrodi, a Palermo. Sul posto i poliziotti impegnati nelle indagini. Sentiti i familiari, con lei in casa in quel momento, e altri testimoni sul posto. 

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Palermo, uomo ucciso in strada dopo lite: colpito in più parti forse con cacciavite

(Adnkronos) – Colpito in diverse parti del corpo da un oggetto contundente, forse un cacciavite. E’ morto così Vito Genovese, incensurato, trovato ormai cadavere in strada nel quartiere popolare Zen di Palermo intorno alle 3 della notte appena passata. Sul posto, impegnati nelle indagini, i carabinieri. Tra le ipotesi al vaglio quella dell’aggressione al culmine di una colluttazione. 

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Fine del caldo, arriva la svolta meteo: temporali e temperature in calo da domani

(Adnkronos) –   

Ultime ore di caldo africana sull’Italia. Ferragosto con tanto sole e temperature molto elevate da Nord a Sud, ma da domani, domenica 16 agosto, arriva una prima svolta che aprirà la strada ad una fase decisamente più dinamica.  

Mattia Gussoni, meteorologo de iLMeteo.it conferma, per la giornata di Ferragosto, il persistere del grande caldo che ci sta tenendo compagnia ormai da diverse settimane. Questa “quarta ondata di calore” si è infatti prolungata senza soluzione di continuità, abbracciando l’ultima decade di luglio e questa intera prima metà di agosto. 

La causa di questa anomalia prolungata è stata la massiccia espansione dell’anticiclone subtropicale che, dal Nord Africa, si è esteso a buona parte del bacino del Mediterraneo, spingendosi inesorabilmente fino al cuore dell’Europa. I numeri parlano chiaro: nella giornata di giovedì 13 agosto si sono toccati nuovamente i 40°C in molte città della Francia e fino a 38°C a Londra. Dati che sono la testimonianza di un evento meteorologico davvero anomalo e vasto su scala continentale, nonché l’ennesimo e inequivocabile segnale del cambiamento climatico in atto, come abbiamo più volte ribadito. 

Qualcosa, però, inizia a muoversi all’orizzonte. A partire da domenica 16 agosto, i primi temporali innescati da un fronte instabile in discesa dal Nord Europa inizieranno a colpire le nostre regioni settentrionali, portando un primo e provvidenziale calo delle temperature. 

Sarà l’antipasto di un cambiamento più generale: nel corso della prossima settimana, infatti, sono previsti ulteriori impulsi instabili che decreteranno, in via definitiva, la fine di questa estenuante quarta ondata di caldo. Non aspettiamoci la fine dell’Estate, anzi, la stagione proseguirà ancora senza particolari problemi (a parte i forti, ma localizzati temporale) ma con temperature questa volta più consone al periodo e alle nostre latitudini. 

 NEL DETTAGLIO
 

Sabato 15. Al Nord: sole e caldo, temporali pomeridiani sulle Alpi centro occidentali. Al Centro: sole e caldo. Al Sud: temporali sui rilievi, intensi in Sardegna. 

Domenica 16. Al Nord: sole e caldo, ma temporali su Alpi, Prealpi e locali in pianura. Al Centro: sole e caldo, qualche acquazzone sui monti. Al Sud: sole prevalente. 

Lunedì 17. Al Nord: temporali specie su Veneto e Friuli. Al Centro: possibili acquazzoni. Al Sud: soleggiato, locali piogge sui monti. 

Tendenza: martedì e mercoledì prevalenza di tempo stabile. poi arriva una perturbazione atlantica 

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Aeroporto di Catania, scende l’allerta per l’Etna: riprendo i voli dalle 14

(Adnkronos) – Scende da rosso ad arancione l’allerta per l’attività vulcanica dell’Etna e arrivano i primi segnali positivi per l’aeroporto di Catania. Il passaggio di livello ha permesso alla SAC, società di gestione dello scalo, di disporre la riapertura immediata dei settore C1 e B3. 

Sono ripristinate le attività di volo in partenza e in arrivo all’aeroporto di Catania a partire dalle 14 ora locale. Lo rende noto Sac, la società di gestione dell’aeroporto di Catania sottolineando che “i passeggeri sono pregati, prima di recarsi in aeroporto, di verificare lo stato del proprio volo con le compagnie aeree”. 

 

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Milan-Manchester United, oggi amichevole in Polonia: orario, probabili formazioni e dove vederla in tv

(Adnkronos) – Il Milan torna in campo per l’ultima amichevole prima dell’inizio della Serie A. Oggi, 15 agosto, i rossoneri sfidano il Manchester United a Breslavia in Polonia. Il Milan arriva a questa sfida dopo un precampionato in chiaroscuro: sconfitta per 3-0 contro il Chelsea e pareggi contro lnter e Celtic. Amorim sta ancora cercando gli automatismi giusti e la gara da ex contro lo United sarà un ulteriore banco di prova. 

 

Ecco le probabili formazioni di Milan-Manchester United, in campo oggi alle 16.45  

MILAN (3-4-2-1): Torriani; Gabbia, De Winter, Pavlovic; Saelemaekers, Modric, Ricci, Bartesaghi; Loftus-Cheek, Leao; Ramos. All. Amorim. 

MANCHESTER UNITED (4-2-3-1): Lammens; Dalot, Maguire, Heaven, Shaw; Tielemans, Santos; Amad, Bruno Fernandes, Cunha; Mbeumo. All. Carrick. 

 

Il match tra Milan e Manchester United sarà visibile sia su Dazn che sui canali di Sky Sport  

 

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Iran, Teheran sfida Trump: “Hormuz non si conquista con un tweet”

(Adnkronos) – “Lo stretto di Hormuz non si può conquistare con un tweet”. Così Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, in risposta alle parole di Donald Trump che ha minacciato di dichiararlo territorio americano. “Lo stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet, una portaerei o un discorso. L’Iran non teme le minacce né si inchina di fronte a dimostrazioni di forza”, ha aggiunto Gharibabadi. “Lo stretto di Hormuz era iraniano, è iraniano e continuerà a essere iraniano. Lo stretto – ha proseguito – si chiuderà e si aprirà solo su ordine dell’Iran. Finché non accetterete la realtà della vostra sconfitta e continuerete a tessere illusioni, l’Iran proseguirà nell’imporre il blocco”. 

Non si sblocca intanto lo stallo sui negoziati. “Non è stata ancora presa alcuna decisione sulla ripresa dei negoziati con gli Stati Uniti”, ha reso noto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi specificando che il memorandum d’intesa di Islamabad prevedeva “la fine della guerra, non un cessate il fuoco”. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Isna, Araghchi ha spiegato che Qatar e Pakistan continuano a scambiarsi messaggi e rimangono in contatto con Teheran, ma ha aggiunto che questo “non significa negoziati”.  

Araghchi ha detto che gli Stati Uniti hanno violato il memorandum d’intesa e che i combattimenti sono ripresi, quindi “non c’era alcun cessate il fuoco di 60 giorni da prorogare”. Poiché i colloqui per il cessate il fuoco con gli Stati Uniti sono in una fase di stallo e lo Stretto di Hormuz rimane bloccato, Araghchi ha sottolineato che “non è stata ancora presa alcuna decisione sulla ripresa dei negoziati con gli Stati Uniti”, pur affermando che i Paesi intermediari, Qatar e Pakistan, “si stanno scambiando messaggi e sono in contatto con noi”. I canali di comunicazione “precedentemente esistenti non sono più efficaci e occorre stabilirne di nuovi”, ha concluso il ministro degli Esteri iraniano. 

Secondo il comandante dei Guardiani della Rivoluzione islamica (Irgc), il maggiore generale Ahmad Vahidi, l’Iran ha “messo in ginocchio l’esercito più armato della storia del mondo”. Le dichiarazioni di Vahidi sono contenute in una lettera aperta indirizzata ai membri dei Pasdaran e alle altre forze di sicurezza, pubblicata dalla rivista militare Sepah News. Il comandante è uno dei diversi leader militari recentemente nominati dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, nell’ambito di un importante rimpasto ai vertici della difesa avvenuto nell’ultima settimana. 

Una petroliera della compagnia degli Emirati Arabi Uniti Adnoc è stata attaccata mentre transitava nello Stretto di Hormuz. E’ quanto fa sapere l’agenzia di stampa statale emiratina Wam. La compagnia petrolifera statale ha affermato che non ci sono stati feriti e che la situazione è ora sotto controllo. 

 

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Europei atletica, oggi sesta giornata, da Palmisano e Stano a Iapichino, il programma e dove vedere gli azzurri

(Adnkronos) – Sesta giornata di gare agli Europei di atletica di Birmingham. Oggi, sabato 15 agosto, continua la rassegna continentale in Inghilterra. Occhi puntati sulla marcia che in mattinanta assegna i titoli della maratona e della mezza maratona, con i campioni olimpici di Tokyo Antonella Palmisano e Massimo Stano attesi protagonisti. Entra in scena Larissa Iapichino nelle qualificazioni del lungo verso l’ora di pranzo e in serata Yeman Crippa punta a salire sul podio nei 10.000 metri. Ecco il programma delle gare di oggi, gli orari e dove vederle in tv e streaming. 

 

8.30 Mezza maratona di marcia (maschile) – Andrea Cosi, Francesco Fortunato, Gianluca Picchiottino. 

8.30 Mezza maratona di marcia (femminile): Michelle Cantò, Nicole Colombi, Alexandrina Mihai, Antonella Palmisano. 

8.30 Maratona di marcia (maschile) Maratona di marcia (maschile): Andrea Agrusti, Riccardo Orsoni, Massimo Stano. 

8.30 Maratona di marcia (femminile): Federica Curiazzi, Sofia Fiorini, Eleonora Giorgi. 

11.25 Eptathlon, salto in lungo: Sveva Gerevini 

12.50 Salto in lungo (femminile), qualificazioni: Larissa Iapichino 

12.55 Eptathlon, tiro del giavellotto: Sveva Gerevini 

13.15 1500 metri (femminile), batterie: Ludovica Cavalli, Gaia Sabbatini 

13.40 4×100 (femminile), batterie: Italia 

14.00 4×100 (maschile), batterie Italia  

20.45 Eptathlon, 800 metri: Sveva Gerevini 

21.01 Tiro del giavellotto (maschile), finale: Giovannni Frattini 

21.07 Salto in alto (femminile), finale: Idea Pieroni, Asia Tavernini 

21.10 400 metri (femminile), finale 

21.17 Salto triplo (maschile), finale: Andy Diaz, Simone Biasutti, Andrea Dallavalle 

21.25 10.000 metri (maschile), finale: Yeman Crippa, Pasquale Selvarolo, Francesco Guerra. 

22.07 1500 metri (maschile), finale: Pietro Arese  

22.33 4×100 (maschile), finale (ev. Italia)  

22.48 4×100 (femminile), finale (ev. Itala). 

 

RaiSportHD trasmette dalle ore 13.00 fino al termine della sessione mattutina e dalle 20.30 alle 21.00; Rai 2 dalle 8.25 alle 13.00 e dalle 21.00 fino alla conclusione; Sky Sport Uno (tutta la sessione mattutina e dalle 21.00 in poi) e Sky Sport Arena. Tutti gli appuntamenti saranno poi visibili in streaming su Rai Play, Sky Go, NOW, Eurosport 1, Discovery Plus, HBO Max e Dazn. 

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Europei nuoto, il programma di oggi: da Curtis a Cerasuolo e Martinenghi, gli azzurri in gara e dove vederli

(Adnkronos) – Sesta e penultima giornata di gare in vasca agli Europei di nuoto di Parigi. Oggi, sabato 15 agosto, nella capitale francese si assegnano nuove medaglie, con diverse speranze per gli azzurri. Grande attesa in particolare per Sara Curtis, dopo l’oro con record del mondo nei 50 dorso, la 19enne piemontese cerca il bis nei 50 stile libero. Ci si aspetta il podio più alto anche nei 50 rana con l’azzurro Simone Cerasuolo, campione del mondo in carica della distanza grande favorito e l’altro azzurro Nicolò Martinenghi, vincitore dei 100 rana, suo avversario più accreditato. Ecco orario, programma di oggi e dove vedere le gare in tv e streaming. 

 

Ecco il programma degli Europei di nuoto con le gare di oggi, sabato 15 agosto 

Sessione mattutina 

9.30 Batterie 50m stile libero uomini – Lorenzo Ballarati, Leonardo Deplano, Manuel Frigo, Giovanni Guatti  

9.48 Batterie 200m farfalla donne – Giada Alzetta, Paola Borrelli, Anita Gastaldi 

10.01 Batterie 100m dorso uomini – Thomas Ceccon, Daniele Del Signore, Michele Lamberti, Francesco Lazzeri 

10.24 Batterie 50m rana donne – Lisa Angiolini, Anita Bottazzo, Benedetta Pilato 

10.36 Batterie 200m misti uomini – Jacopo Barbotti, Alberto Razzetti 

10.57 Batterie staffetta 4x200m stile libero mista – Italia 

Sessione serale 

18.30 Finale 200m farfalla uomini – Alberto Razzetti  

18.37 Finale 50m stile libero donne – Sara Curtis  

18.42 Finale 50m rana uomini -Simone Cerasuolo, Nicolò Martinenghi 

18.47 Finale 200m misti donne – Anita Gastaldi 

18.54 Semifinali 50m stile libero uomini – ev. Lorenzo Ballarati, Leonardo Deplano, Manuel Frigo, Giovanni Guatti 

19.01 Semifinali 50m rana donne – ev. Lisa Angiolini, Anita Bottazzo, Benedetta Pilato 

19.20 Finale 1500m stile libero uomini – Luca De Tullio  

19.52 Semifinali 200m farfalla donne – Giada Alzetta, Paola Borrelli, Anita Gastaldi 

20.02 Semifinali 200m misti uomini – ev. Jacopo Barbotti, Alberto Razzetti 

20.12 Finale 100m dorso donne 

20.18 Semifinali 100m dorso uomini – ev. Thomas Ceccon, Daniele Del Signore, Michele Lamberti, Francesco Lazzeri 

20.47 Finale staffetta 4x200m stile libero mista ev.Italia 

 

Le gare di oggi, mercoledì 12 agosto, agli Europei di nuoto saranno visibili in diretta su Rai 2 Hd, Sky Sport Uno (canale 201) e Sky Sport Max (206). La rassegna sarà visibile anche in streaming su Rai Play, Sky Go, NOW ed European Aquatics Tv. 

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Terremoto a Granada, scossa di magnitudo 5 ad Alhendín: danni e paura

(Adnkronos) – Una forte scossa di terremoto di magnitudo 5 ha colpito nella notte tra il 14 e 15 agosto 2026 l’area di Granada, nel sud della Spagna, con epicentro nei pressi di Alhendín. Secondo i dati aggiornati dell’Istituto Geografico Nazionale spagnolo (Ign), il sisma è stato registrato alle 1:04 ora locale ed è stato avvertito in dieci province.  

La scossa ha provocato danni materiali, tra cui caduta di elementi di facciate e cornicioni, crepe e altri distacchi, ma al momento non risultano vittime. Il terremoto è stato avvertito in gran parte dell’Andalusia, dove i servizi di emergenza hanno ricevuto oltre 200 segnalazioni e la Giunta regionale ha attivato il livello 1 del piano di emergenza per il rischio sismico. 

Nelle ore successive l’Ign, che aveva inizialmente stimato l’intensità del terremoto a 4,8 gradi, ha registrato numerose scosse di assestamento nell’area di Granada, alcune delle quali superiori a magnitudo 3. La sequenza sismica resta sotto monitoraggio. 

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Assunzione di Maria oggi 15 agosto, significato e storia della celebrazione

(Adnkronos) – Oggi, sabato 15 agosto, la Chiesa cattolica celebra l’Assunzione della Beata Vergine Maria, uno dei quattro dogmi di fede mariani. Questa data coincide laicamente con il Ferragosto, dal 1947 ufficialmente una festività nazionale con la nascita della Repubblica Italiana. 

 

La festività commemora il dogma proclamato da papa Pio XII nel 1950, secondo cui Maria fu accolta in cielo in anima e corpo al termine della sua vita terrena.  

A Roma la celebrazione è introdotta da papa Sergio I (687-701), il quale istituisce una processione che si snodava da Sant’Adriano al Foro fino a Santa Maria Maggiore. Questa processione viene ben presto caratterizzata da una fiaccolata notturna con cui il popolo accompagnava l’icone del Cristo, conservata al Laterano, dapprima verso il Foro, poi, di là, fino a Santa Maria Maggiore, dove veniva accolta dall’icone di Maria Salus Populi Romani. Questa processione si è svolta fino al XVI secolo, quando papa Pio V (1566-72) decide di sopprimerla.  

Ha avuto luogo nuovamente negli Anni Santi del 1925 e del 1931. Papa Pio XII, nel 1950, con la bolla Munificentissimus Deus proclama il dogma dell’Assunzione, e ciò conferisce nuovo vigore alla celebrazione della festa che, comunque, è rimasta sempre cara alla devozione popolare. 

 

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Sicurezza, Piantedosi: “Calo generalizzato dei reati, l’Italia si conferma come uno dei luoghi più sicuri al mondo”

(Adnkronos) – I dati del Viminale confermano un calo generalizzato dei reati. “Diminuiscono tutti i delitti a maggior allarme sociale: gli omicidi, e in particolare quelli con vittime di sesso femminile, le violenze sessuali, i furti e le rapine” dice il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, commentando i numeri sulla sicurezza diffusi oggi.  

Sulla base dei dati rivendica un controllo del territorio “sempre più capillare”, grazie alle operazioni ad alto impatto e alle zone rosse, che hanno prodotto “risultati importanti per numero di soggetti identificati, arresti e sgomberi”. Si rafforzano i sequestri di beni alla criminalità organizzata e vengono potenziate le misure per restituire alla collettività i proventi illeciti. 

Sul fronte terrorismo, Piantedosi sottolinea che le azioni di prevenzione e contrasto, con attenzione a estremismo e radicalizzazione, hanno permesso di allontanare un numero crescente di soggetti pericolosi, “a tutela della sicurezza nazionale”. Il ministro evidenzia che il presidio del territorio ha mostrato una forte capacità di prevenire i fenomeni criminali, mentre “le doti dei nostri investigatori” hanno consentito di assicurare rapidamente alla giustizia i responsabili dei reati più gravi. Piantedosi rivendica anche “una precisa scelta di questo Governo”, che ha varato “il più imponente piano di assunzioni delle Forze di polizia degli ultimi anni” con organici più giovani e motivati. Rafforzati anche i Vigili del Fuoco, “orgoglio di tutto il Paese”.  

Nel complesso, Piantedosi afferma che l’Italia si conferma “uno dei luoghi più sicuri al mondo”, un punto di forza che aumenta l’attrattività internazionale del Paese. E conclude: “La sicurezza è la precondizione di ogni libertà personale. Il ministero dell’Interno è impegnato ogni giorno per garantire sempre maggiori condizioni di sicurezza e vivibilità ai cittadini”. 

 

Dal dossier del Viminale emerge che sono stati 508.182 gli interventi effettuati nei primi sei mesi dell’anno nell’ambito delle arrività antincendio e le emergenze. Gli interventi di soccorso ordinario sono stati 157.938, gli incendi e le esplosioni 116.281, di cui 37.767 di vegetazione; 38.633 i dissesti statici, 30.580 gli incidenti stradali. E poi, 17.867 i danni idrici e idrogeologici, 767 le attività di Protezione Civile, 485 gli interventi per sisma; 145.641 le altre tipologie di intervento, come la ricerca e il recupero di persone, il salvataggio di animali e il recupero di beni. 

 

Sono aumentati del 34% i rimpatri totali eseguiti nel primo semestre 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, come emerge dal dossier Viminale. Dall’1 gennaio al 30 giugno 2025 i rimpatri totali sono stati 3.301 (2.977 per espulsione e 324 assistiti) mentre nel primo semestre 2026 sono stati 4.432 (3.825 per espulsione e 607 assistiti). Sono stati 97.553 i rimpatri volontari assistiti da Libia, Algeria, Tunisia dal 2023 al 30 giugno 2026 in collaborazione con Oim di cui 17.685 nel primo semestre 2026. 

Sono 38 le persone espulse per motivi di sicurezza dello Stato nei primi sei mesi dell’anno: l’80,9% in più rispetto allo stesso periodo del 2025, quando erano stati 21. Aumenta anche il numero dei Foreign fighters monitorati presenti nella lista del Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo che sono 156, l’1,3% in più del 2025. Sempre nell’ambito della lotta al terrorismo internazionale, sono 254 i soggetti pericolosi rimpatriati per motivi di sicurezza nazionale dal 22 ottobre 2022 al 30 giugno 2026. Si tratta di radicalizzati, estremisti o presunti terroristi individuati dalla cooperazione tra le forze di polizia e il comparto intelligence. 

Sono 2.336.902 le persone controllate, di cui 1.029.670 stranieri (il 44,1% del totale), nelle zone rosse dal 2024 al 30 giugno 2026; 12.876 quelle allontanate, di cui 9.429 stranieri (il 73,2% del totale). Alla base dell’allontanamento, reati contro il patrimonio nel 39% dei casi, contro la persona nel 28% dei casi e in materia di stupefacenti nel 33% dei casi. 

 

Sono state 2,5 milioni le persone controllate nelle stazioni ferroviarie dal primo gennaio al 30 giugno del 2026, 636mila di queste a bordo treno. Aumentate, rispetto al primo semestre dello scorso anno, le persone controllate: 2.511.749 (+6,8%) contro le 2.351.797 del 3035. Seicentoventicinque gli arresti (+12%) rispetto ai 558 del primo semestre dello scorso anno. In crescita anche il dato dei kg di droga sequestrati: 17.180 contro i 6.137 del 2025 (+179,9%), e delle armi sequestrate: 238 nei primi sei mesi di quest’anno, contro le 191 del 2025 (+24,6%). In calo, rispetto al 2025, le rapine (-28,5%), i furti (-3,3%) e i danneggiamenti (-5,7%). 

Per quanto riguarda il contrasto al traffico di stupefacenti, nel primo semestre del 2026 sono aumentate dell’11% le operazioni contro il traffico internazionale, mentre sono diminuiti del 2% i reati di spaccio. In calo (-10,6%) le persone denunciate/arrestate: 11.914 dal 1 gennaio al 30 giugno 2026 contro le 13.328 nello stesso periodo dello scorso anno. Scende anche il numero delle tonnellate di droga sequestrata (-6,3%): 25,2 quest’anno, 26,9 nel 2025. 

 

Calano del 37% gli omicidi volontari con vittime di sesso femminile e i femminicidi nel primo semestre del 2026. Sono 34 le donne uccise dal 1 gennaio al 30 giugno scorso, contro le 54 dello stesso periodo del 2025. Per quanto riguarda le azioni di contrasto, invece, aumentano gli ammonimenti del questore (+10,7%): 4.582 nei primi sei mesi di quest’anno contro i 4.138 nello stesso periodo dello scorso anno. Diminuiscono del 12,3% per stalking: erano stati 1.522 nei primi sei mesi del 2025, sono stati 1.335 da inizio anno fino al 30 giugno scorso. Aumentano per violenza domestica (+24,1%): 3.247 nei primi sei mesi di quest’anno contro i 2.616 nello stesso periodo dello scorso anno. 

Calano del 10% i reati tra il 1 gennaio e il 30 giugno di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2025. La maggiore flessione si registra per gli omicidi volontari che scendono del 15,3% passando dai 163 del primo semestre del 2025 ai 138 di quello di quest’anno. In diminuzione anche le rapine (-12,3%), 12.515 nei primi sei mesi dell’anno rispetto alle 14.275 dello stesso periodo del 2025 e i furti (-11,4%), che sono stati quest’anno 437.800 rispetto ai 493.975 dell’anno scorso. In calo anche le violenze sessuali (-7,1%), che passano da 3.384 del primo semestre 2025 alle 3.142 dello stesso periodo di quest’anno, e le truffe e frodi informatiche (-9,5%): erano state 152.012 quelle registrate nei primi sei mesi del 2025, sono 137.529 quelle dal 1 gennaio al 30 giugno scorso. 

 

Da ottobre 2022 al 30 giugno 2026 sono stati 6.101 gli alloggi di edilizia residenziale pubblica liberati; 313 gli sgomberi di immobili di particolare rilievo nelle città metropolitane.  

Sono 22.127, per un valore complessivo pari a 864 milioni di euro, i beni sottratti alla criminalità organizzata e restituiti alla collettività dal 22 ottobre 2022 al 30 giugno 2026. Di questi beni oltre 8mila sono tornati alla collettività nel solo 2025 (+300% rispetto al 2021). Complessivamente il patrimonio in gestione al 30 giugno 2026 ammonta a 37.576 beni. 

 

Sono 577 i provvedimenti antimafia adottati nel primo semestre 2026 mentre in totale dal 22 ottobre 2022 al 30 giugno 2026 sono stati 4.722. Dei 577 provvedimenti dei primi sei mesi del 2026, 499 sono interdittive (112 comunicazioni antimafia e 387 informazioni antimafia) e 78 provvedimenti di prevenzione collaborativa. Sono state 132 le interdittive adottate e 261 gli accessi ai cantieri dal 22 ottobre 2022 al 30 giugno 2026 nell’ambito dei controlli per le grandi opere infrastrutturali. 

 

Due milioni di euro. A tanto ammontano le risorse a valere sul Fondo unico di Giustizia messe in campo per progetti di prevenzione e contrasto alle truffe agli anziani negli anni 2025 e 2026. Centonove i comuni beneficiari per la realizzazione e la promozione di campagne informative, interventi di supporto, anche psicologico, alle persone anziane, oltre che prevenzione e contrasto alle situazioni di rischio. 

Un milione e mezzo di euro per progetti di prevenzione e contrasto nei confronti dell’abusivimo commerciale e della vendita di prodotti contraffatti nell’ambito delle spiagge sicure per l’estate 2026. Sessanta i comuni beneficiari, 25mila euro per ciascun progetto. Si tratta, nelo specifico, di assunzioni a tempo determinato e pagamento degli straordinari per agenti della Polizia locale, promozione di campagne di sensibilizzazione. Al pari, un milione e mezzo di euro, per le scuole sicure nell’anno scolastico 2025-2026: si tratta di progetti di rafforzamento dei controlli antidroga. Cinquanta comuni beneficiari, relativamente alla realizzazione di sistemi di videosorveglianza, alle assunzioni a tempo determinato, pagamento straordinari e formazione specifica per agenti della Polizia locale, acquisto di mezzi e attrezzature e promozione di campagne informative. 

 

Nella parte del dossier sulle minacce cyber emerge un calo del 17% gli attacchi alle infrastrutture critiche, mentre sono aumentati del 71% gli indagati, 84, rispetto al primo semestre del 2025. Sono stati 4.082 gli attacchi rilevati a danno di infrastrutture critiche, nei primi sei mesi di quest’anno (-16,9%) rispetto ai 4.911 dello stesso periodo del 2025. In calo anche il cyberterrorismo (-23,3%) rispetto allo scorso anno. 

 

Sono state 7.149 le manifestazioni nel primo semestre di quest’anno, 169 delle quali (2,4%) con criticità. Di queste, 1.436 (+5,8%) sportive, 71 (-35,4%) con criticità, 5.713 (-12,6%) di piazza, 98 (-37,2%) con criticità. Aumentato (+61,9% rispetto al 2025) il numero dei feriti tra le forze di polizia: 136, e quello dei civili (+7,7%), che nei primi mesi dell’anno sono stati 14. Diminuiti, al contrario, quelli nell’ambito delle manifestazioni sportive: 45 i feriti tra le forze di polizia (-35,7% rispetto allo scorso anno), 26 tra i civili (-38,1% rispetto al 2025). 

 

 

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L’esplosione nella fabbrica di Colleferro, e l’esultanza dei propagandisti del Cremlino

A helicopter drops water over the scene of an explosion at an ammunition plant in Colleferro, near Rome, Thursday, Aug. 13, 2026. (AP Photo/Gregorio Borgia)

Prima un incendio, poi un boato violento. Una colonna di fumo e fuoco si è alzata giovedì pomeriggio sopra lo stabilimento di Knds Ammo Italy a Colleferro, alle porte di Roma. L’esplosione è stata sentita a chilometri di distanza e ha fatto ricadere detriti incandescenti nell’area dell’impianto. Per fortuna non ci sono stati morti né feriti: i ventiquattro dipendenti presenti sono stati messi in sicurezza prima della deflagrazione.

Lo stabilimento è quello che per decenni è stato conosciuto come Simmel Difesa. Oggi appartiene a Knds, il gruppo franco-tedesco che produce sistemi d’arma, carri armati, munizioni e artiglieria. A Colleferro si producono munizioni di medio e grosso calibro per la difesa terrestre e navale e propellenti solidi per il settore aerospaziale. L’incidente, secondo le prime ricostruzioni, è partito dal reparto di pressatura delle polveri, dopo lo sviluppo di un incendio. Le cause precise, però, devono ancora essere accertate.

La Procura di Velletri ha aperto un’inchiesta per incendio. I vigili del fuoco devono ancora completare la messa in sicurezza dell’area prima di poter effettuare tutti i rilievi. Per ora gli investigatori hanno escluso una pista eversiva e un sabotaggio: non ci sono elementi pubblici che permettano di sostenere che l’esplosione sia stata provocata dall’esterno.

Non è però la prima volta che qualcosa esplode nello stabilimento di Colleferro. Nell’ottobre del 2007 un incidente alla Simmel Difesa provocò la morte di un operaio e il ferimento di altre tredici persone. La differenza, questa volta, è che nessuno è rimasto coinvolto. I sistemi di sicurezza e l’allarme hanno consentito di allontanare i lavoratori prima della deflagrazione.

La fabbrica di Colleferro è diventata uno dei nodi della nuova industria europea della difesa. Knds Ammo Italy figura tra le aziende coinvolte nei programmi europei per la produzione di munizioni da 155 millimetri, il calibro utilizzato dall’artiglieria occidentale e diventato centrale nella guerra in Ucraina. Nel 2024 la Commissione europea ha inoltre assegnato 41,39 milioni di euro a un progetto coordinato da Simmel Difesa per aumentare la capacità produttiva di munizioni, esplosivi e propellenti.

Proprio a fine giugno avevamo raccontato della decisione di Berlino di acquisire il quaranta per cento di Knds attraverso la banca pubblica KfW, portandosi a una posizione paritaria con Parigi. La Germania vuole avere un peso diretto nelle decisioni di uno dei gruppi destinati a essere centrali nel riarmo europeo (e nel pacchetto c’è anche lo stabilimento di Colleferro).

Tra l’altro, l’episodio di giovedì non è un caso completamente isolato, in Europa. Il 10 agosto, quindi appena tre giorni prima, alcune esplosioni avevano interessato un deposito di munizioni della Emco a Belitsa, in Bulgaria. Negli ultimi anni altre esplosioni e incendi hanno riguardato stabilimenti dell’industria della difesa in diversi Paesi europei. In alcuni casi si è pensato a tentativi di sabotaggio, non accertati.

C’è poi un altro elemento da aggiungere all’equazione. Mentre gli investigatori cercano ancora di capire che cosa sia successo, alcuni dei più attivi propagandisti filorussi sui social hanno accolto la notizia dell’esplosione con evidente soddisfazione. Tra gli account che hanno rilanciato la vicenda ci sono anche profili riconducibili all’ecosistema mediatico russo: Elisabeth Eliseeva, corrispondente di Sputnik, e il canale italiano Donbass Italia, curato da Vincenzo Lorusso. E questo dice qualcosa sul modo in cui la nuova guerra industriale europea viene guardata dall’altra parte del fronte.

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Il caso Garlasco e la presunzione di non colpevolezza nell’era dei verdetti televisivi

Sono trascorsi diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi. Il delitto ha una data; il suo processo mediatico sembra non conoscere né conclusione né giudicato. Televisione e social chiedono continuamente al pubblico di scegliere: Alberto Stasi o Andrea Sempio, innocente o colpevole. Ma la cronaca giudiziaria non è un referendum e la verità non si misura con lo share. Stasi è stato condannato in via definitiva a sedici anni. L’affidamento in prova ai servizi sociali è una modalità di esecuzione della pena, non un’assoluzione e neppure l’effetto della nuova indagine. Sempio è indagato nell’inchiesta della Procura di Pavia, che lo considera il presunto autore dell’omicidio. Al momento in cui scrivo, non è imputato, non è stato rinviato a giudizio, si dichiara innocente e gli accertamenti proseguono. La difesa di Stasi prepara una richiesta di revisione, ma una revisione annunciata non è una revisione ammessa e non cancella automaticamente una sentenza.

Criticare un giudicato è legittimo. Gli errori giudiziari esistono e il giornalismo deve controllare anche la magistratura. Ma la giustizia non si corregge sostituendo un colpevole giudiziario con un colpevole televisivo. Per capire il cortocircuito, basta osservare come cambiano le parole. Una compatibilità diventa un’identificazione; una traccia diventa una prova; una lettura accusatoria diventa una confessione. Frammenti autentici possono così produrre un racconto complessivamente deformato.

La perizia genetica ha riesaminato i dati ottenuti nel 2014 dai margini ungueali di Chiara, perché il materiale originario era stato consumato dalle precedenti analisi. Sono emersi aplotipi maschili del cromosoma Y, misti e parziali, compatibili con Sempio o con altri uomini della sua linea paterna. È un dato importante, ma non identifica una persona. Non permette neppure di stabilire con rigore quando e come quel materiale sia stato depositato, né se derivi da contatto diretto, trasferimento secondario o contaminazione. Sminuirlo sarebbe scorretto; presentarlo come «il Dna dell’assassino» lo è altrettanto.

Lo stesso metodo vale per l’impronta 33. I consulenti della Procura e quelli di Stasi la attribuiscono a Sempio; i tecnici della sua difesa e quelli della famiglia Poggi contestano, con argomenti differenti, l’attribuzione o il collegamento con la dinamica dell’omicidio. Il test specifico eseguito nel 2007 per la ricerca di sangue umano diede esito negativo, mentre la difesa di Stasi ha proposto una diversa ricostruzione. L’impronta non è databile. Attribuzione, datazione e significato criminologico sono tre problemi distinti. Comprimerli nella parola «prova» non semplifica: altera. Anche alcune frasi intercettate nell’automobile di Sempio sono interpretate in senso accusatorio dalla Procura e ritenute prive di natura confessoria dalla difesa. Riferire entrambe le letture è cronaca. Chiamarle direttamente «confessione» significa promuovere la tesi di una parte a verità accertata.

Qui entra in gioco la deontologia. Non è un freno alla libertà di stampa né un espediente per evitare querele: è la struttura professionale della notizia. Il Codice deontologico impone accuratezza, completezza, verifica delle fonti e rispetto della presunzione di non colpevolezza. Prescrive inoltre di distinguere tra cronaca e commento; accusa e difesa; pubblico ministero e giudice; indagato, imputato e condannato; provvedimenti definitivi e non definitivi.

Non sono sottigliezze. Scrivere «secondo la Procura» chiarisce chi sostiene una ricostruzione. Precisare «consulenza di parte» ne indica origine e valore. Il condizionale non indebolisce una notizia: comunica onestamente il grado di certezza raggiunto. Essere super partes non significa assegnare lo stesso peso a ogni voce, ma dichiarare origine, limiti e forza dimostrativa di ciascun elemento.

È esattamente contro le scorciatoie della suggestione che ho scritto “Cento tecniche segrete del giornalista investigativo. Domande, strategie e consigli pratici per arrivare alla verità”. Il titolo parla di segreti, ma quello più importante è forse il meno cinematografico: non innamorarsi mai della propria tesi. Il manuale traduce in strumenti concreti il metodo già sviluppato in “Giornalismo investigativo e d’inchiesta”, pubblicato nel 2025 dall’Ordine nazionale dei giornalisti e dalla Fondazione sul giornalismo italiano Paolo Murialdi. Il principio è semplice: separare sempre il dato, la fonte, l’interpretazione e ciò che quel dato consente realmente di concludere.

Tra le cento tecniche c’è quella dei Tre Perché, che obbliga il giornalista a superare la spiegazione più comoda. Applichiamola a una frase diventata un classico di molte pseudo-inchieste: «Qui nessuno parla: hanno paura». Perché il silenzio dovrebbe dimostrare la paura? Perché escludere pudore, diffidenza, stanchezza, tutela legale o semplice indisponibilità? Perché una supposizione del cronista dovrebbe diventare la conclusione del servizio?

Se a queste domande non seguono fatti verificabili, non è stata scoperta l’omertà: è stato attribuito arbitrariamente un significato al silenzio. «Nessuno parla perché tutti hanno paura» è una suggestione a buon mercato venduta come inchiesta. È anti-giornalismo, perché trasforma l’assenza di risposte nella conferma della tesi che non si è riusciti a dimostrare. Il giornalismo investigativo non riempie i vuoti con l’immaginazione: li rende visibili e, quando non può superarli, ha l’onestà di dichiararli.

Il processo mediatico premia invece la certezza immediata. Una stessa fonte, rilanciata da programmi, siti e profili social, sembra diventare un coro di conferme indipendenti. Nascono tifoserie che non esaminano più gli elementi, ma difendono una narrazione. Non serve un complotto per deformare un caso: basta un sistema che remunera le certezze e considera il dubbio una debolezza.

Al centro dovrebbe tornare Chiara Poggi. Tutelare la presunzione di non colpevolezza di Sempio non significa assolvere Stasi; ricordare la condanna definitiva di Stasi non impedisce di analizzarla criticamente; rispettare la famiglia Poggi non autorizza a indicare un nuovo colpevole prima del giudice. Il pubblico non ha bisogno di un magistrato senza toga, di un detective da salotto o di un cronista che scambi i punti esclamativi per prove. Ha bisogno di professionisti capaci di spiegare che cosa è accertato, che cosa è contestato, chi sostiene ogni tesi e che cosa ancora non sappiamo. Il bravo giornalista non è quello che arriva per primo a un colpevole. È quello che, per arrivare alla verità, non sacrifica nessuno lungo la strada.

“Cento tecniche segrete del giornalista investigativo”, Alessandro Politi, Oligo editore, 280 pagine, 19 euro

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Niente sorprese in Coppa Italia: avanti Fiorentina, Monza, Parma e Cagliari

ROMA (ITALPRESS) – Dopo il prologo del turno preliminare, la Coppa Italia torna in scena con i trentaduesimi e le prime squadre di serie A in campo non tradiscono le attese. A partire dalla Fiorentina, che dopo un mercato scoppiettante si presenta al Franchi e liquida la pratica Benevento (4-1), dando appuntamento nei sedicesimi a una fra Pisa ed Empoli. I viola la sbloccano dopo poco più di un minuto: palla recuperata sulla trequarti sannita, Atta mette in mezzo dalla sinistra e Gudmundsson tutto solo stacca di testa. Al 35′ altro cross, stavolta dalla sinistra a firma Joao Mario, e Kean insacca con una bella girata. Nella ripresa Ranieri sugli sviluppi di un calcio d’angolo e Ndour sull’assist di Brescianini arrotondano il risultato, mentre Lamesta rende solo meno pesante il passivo per i suoi.
Avanza anche il nuovo Monza di Juric, che al Brianteo stende 3-0 l’Avellino. Si prende la scena Varela, che prima la sblocca al 23′ con la complicità di una deviazione di un difensore irpino e poi, allo scadere del primo tempo, deve solo appoggiare in rete dopo l’ottimo lavoro di Cutrone. Lo stesso Cutrone nella ripresa ispira il tris di Forson, con un’imbucata centrale che l’inglese finalizza. Ora per i brianzoli la vincente di Torino-Carrarese. Aspettando l’ultimo acquisto Romero, il Parma scopre Simone Lontani. Classe 2008, è lui il grande protagonista del 2-0 al Catania al Tardini, con una doppietta che regala ai ducali il passaggio del turno dove se la vedranno con una fra Cremonese e Sampdoria. Il 18enne attaccante sblocca il risultato al 19′: sugli sviluppi di un calcio d’angolo, Troilo prolunga il pallone sul secondo palo e Lontani è bravo a farsi trovare pronto, firmando il suo primo gol con la maglia del Parma. Al 35′ arriva anche il raddoppio. Grande spunto sulla destra di El Bilal Tourè e palla in mezzo dove Lontani colpisce al volo e batte l’ex Rinaldi. Avanti anche il Cagliari, che fatica però più del previsto per piegare la resistenza dell’Arezzo neo promosso in B: 1-0 grazie al rigore trasformato da Deiola al 23′ al secondo tentativo, dopo che il primo era stato parato da Nunziante. Sulla strada dei sardi ora una fra Verona e Virtus Entella.
– foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).

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Tamberi oro e Sioli bronzo nell’alto agli Europei, Desalu a medaglia nei 200

BIRMINGHAM (INGHILTERRA) (ITALPRESS) – L’Italia conquista altre tre medaglie agli Europei di atletica in corso a Birmingham. Due di queste arrivano nel salto in alto: Gianmarco Tamberi centra l’oro con la misura di 2,32, mentre Matteo Sioli è di bronzo saltando a 2.27, prima di rinunciare per un problema fisico dopo il primo errore a 2.30. L’argento va all’ucraino Oleh Doroshchuk, che si ferma a 2.30 dopo aver fallito i tre salti a 2.32. Si tratta del quarto titolo europeo outdoor per Tamberi dopo Amsterdam 2016, Monaco 2022 e Roma 2024. Eliminato Christian Falocchi (2.18) dopo aver fallito tre salti a 2.23, mentre Edoardo Stronati realizza tre nulli a 2.18.
Poco dopo festeggia Fausto Desalu, medaglia di bronzo ex aequo con lo svizzero Timothè Mumenthaler nei 200 metri piani. L’azzurro corre in 20″26, preceduto dal tedesco Owen Ansah, oro in 19″95, e dal britannico Zharnel Hughes, argento in 20″16. Settimo posto per Filippo Dezza in 20″58.
– foto Ipa Agency –
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Battocletti regina europea del mezzofondo, oro anche nei 10.000

BIRMINGHAM (INGHILTERRA) (ITALPRESS) – Nadia Battocletti conquista la medaglia d’oro nei 10.000 metri donne agli Europei di atletica in corso a Birmingham. La mezzofondista trentina, già vincitrice sui 5.000 pochi giorni fa, trionfa in 31’41″17 (personale stagionale), confermandosi campionessa europea a due anni da Roma 2024, difendendo quindi anche il titolo sulla distanza più lunga in pista nella quale è anche argento olimpico in carica. Alle sue spalle si piazza l’olandese Maureen Koster (31’45″76) davanti alla belga Jana van Lent, bronzo (31’47″81). Quinto posto per un’ottima Elisa Palmero (32’00″06), appena davanti a Federica del Buono (32’01″42). “Forse non mi rendo conto ancora del livello a cui sono, dovrei essere un pò meno accondiscendente e dirmi che sono davvero forte – le parole della regina europea del mezzofondo – Sono stata felice perchè ai Mondiali di Tokyo 2025 nei 10.000 mi hanno messo molto più a dura prova. E’ stata una bellissima giornata, mi sono divertita un sacco – aggiunge Battocletti -. Sicuramente il recupero non era così elevato, ma sono felice di aver lavorato bene questo mese. Le altre hanno fatto una gara un pò più importante rispetto ai 5.000 e questo mi ha esaltato. Volevo fare un paio di azioni ma mi hanno preceduto e le ho lasciate fare. La corona a mio padre? Sono a questo livello grazie anche a lui, che ha creato tutto il mio staff. Sono davvero felice che lui mi segua, mi capisce all’istante”. 
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(ITALPRESS).

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La Cina elabora un piano d’azione per migliorare la qualità dell’aria

PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – La Cina sta elaborando un nuovo piano d’azione per un miglioramento duraturo della qualità dell’aria, ponendo l’accento su standard di qualità più elevati e su politiche più mirate e specifiche per le diverse regioni, secondo quanto dichiarato ieri da un funzionario.

Il piano renderà più stringente il limite di concentrazione del PM2,5, con vincoli più rigidi anche per altri inquinanti, tra cui PM10, anidride solforosa e ossidi di azoto, ha spiegato Xu Bijiu, vice ministro dell’Ecologia e dell’Ambiente, durante un briefing con la stampa tenuto dall’Ufficio informazioni del Consiglio di Stato.

Il piano mira ad adattare il controllo dell’inquinamento alle condizioni locali. Le aree chiave, tra cui la regione Pechino-Tianjin-Hebei e le zone circostanti, nonchè la regione del delta del fiume Yangtze e la pianura di Fenwei, manterranno controlli rigorosi.

Gli agglomerati urbani lungo il corso medio del fiume Yangtze, la regione Chengdu-Chongqing e alcune aree della regione autonoma dello Xinjiang uiguro saranno designate come aree di intervento intensificato, con misure complessive di controllo dell’inquinamento allineate a quelle adottate nelle regioni chiave.

La Greater Bay Area di Guangdong-Hong Kong-Macao, così come le province del Fujian e di Hainan, fungeranno da regioni pioniere, puntando a standard di livello mondiale ed esplorando nuovi approcci per ottenere ulteriori miglioramenti della qualità dell’aria.

Il piano si concentrerà inoltre sull’ottimizzazione delle strutture industriali, energetiche e dei trasporti, sul rafforzamento del controllo dell’inquinamento nei settori chiave e sull’aggiornamento degli standard sulle emissioni e delle politiche di sostegno, secondo Xu.

Negli ultimi anni la Cina ha compiuto progressi significativi nel miglioramento della qualità dell’aria. La concentrazione media annua di PM2,5, un indicatore chiave della qualità dell’aria, è scesa a 28 microgrammi per metro cubo nel 2025, in calo del 59% rispetto al 2013, mentre la percentuale di giorni con forte inquinamento atmosferico è scesa allo 0,9%, con entrambi gli indicatori ai migliori livelli mai registrati.

Nonostante i progressi, permangono delle sfide, poichè i miglioramenti nel controllo dell’inquinamento atmosferico sono ancora “insufficienti, instabili e disomogenei”, ha sottolineato Xu.

Il nuovo piano è stato presentato in un momento in cui la Cina sta intensificando i propri sforzi in materia di sostenibilità ambientale. Un piano pubblicato di recente per la realizzazione di una “Bella Cina” durante il periodo del 15esimo Piano quinquennale (2026-2030) ha sollecitato un miglioramento complessivo della qualità dell’ambiente ecologico entro il 2030.
(ITALPRESS).
-Foto Xinhua-

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Immobile si ritira “Scelta difficile ma voglio stare con la mia famiglia”

PARIGI (FRANCIA) (ITALPRESS) – Ciro Immobile dice basta. L’attaccante italiano classe 1990 ha annunciato, insieme al Paris FC, la decisione di chiudere la sua carriera da calciatore professionista dopo 17 anni ai massimi livelli. Campione d’Europa con la Nazionale nel 2021, Scarpa d’Oro nel 2020 e quattro volte capocannoniere della Serie A, Immobile appende le scarpette al chiodo con un palmares prestigioso: in oltre 650 partite disputate ha realizzato più di 320 gol, conquistando anche il titolo di miglior marcatore dell’Europa League nel 2020. Arrivato al Paris FC nel gennaio 2026, Immobile aveva scelto il club francese per vivere gli ultimi mesi di una carriera straordinaria. “Ciro Immobile è una leggenda, un giocatore eccezionale che ha segnato diverse generazioni”, l’omaggio del club francese nell’annunciarne l’addio al calcio. “E’ un momento difficile per me, è la fine di una bellissima parte della mia vita – le parole con cui Immobile ha comunicato la sua scelta ai compagni di squadra – Amo questo lavoro, davvero. Ho dato tutto il mio cuore. Ma voglio essere onesto con me stesso. Qui mi sono trovato benissimo con tutti, anche col nuovo allenatore, ma ora è il momento di passare un pò più di tempo con la mia famiglia. Mi hanno sempre supportato in questi 17 anni e ora loro hanno bisogno di me. Non siate tristi per me, è l’inizio di una nuova avventura, di nuovi progetti per il futuro”. Per Immobile – che in carriera ha indossato tra le altre le maglie di Genoa, Torino, Borussia Dortmund, Lazio, Besiktas e Bologna – si apre così un nuovo capitolo.
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(ITALPRESS).

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Tamberi oro nel salto in alto, il messaggio sul braccio: “Fidati di te”

(Adnkronos) –
“Fidati di te”. Gianmarco Tamberi vince la medaglia d’oro nel salto in alto agli Europei di atletica leggera di Birmingham 2026. L’azzurro trionfa con la misura di 2.32, miglior prestazione personale dell’anno, e nell’occasione più importante della stagione confeziona la gara perfetta. Tamberi piazza il colpo del k.o. al secondo tentativo e mette il punto esclamativo sulla competizione continentale. Le telecamere seguono l’esultanza del campione olimpico di Tokyo 2020 e sull’avambraccio sinistro scoprono il ‘segreto’ del successo. Tre frasi scritte in inglese, da leggere e ripetere magari nella rincorsa prima della sfida con l’asticella: “Trust your mind. Trust your body. Trust yourself!!!”. “Fidati della tua mente. Fidati del tuo corpo. Fidati di te stesso!!!”, il messaggio che Tamberi si rivolge per la spinta decisiva. Una strategia efficace, visto il risultato. 

“E’ stata una serata speciale, oggi è il compleanno di mia figlia Camilla che compie un anno”, dice Tamberi a RaiSport. “E’ stata lei a darmi la forza di reagire dopo le Olimpiadi di Parigi 2024. Mi ha dato la forza di rimettermi in gioco e continuare. Ci tengo a dire a tutte le persone che stanno passando un momento di difficoltà, credeteci. Non date retta agli altri, credete in voi stessi: chi investe in se stesso alla fine vince”, aggiunge prima di svelare un altro dettaglio: sul pettorale ha scritto ‘guess who’s back’, ‘guarda chi è tornato’. “L’ho scritto prima della gara, sapevo che avrei fatto qualcosa di speciale”. 

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Jason Arday trovato morto a Londra: si era dimesso da Cambridge per presunto plagio

(Adnkronos) – L’ex professore dell’Università di Cambridge Jason Arday, dimessosi la scorsa settimana dopo una serie di accuse di plagio, è stato trovato morto in un’abitazione di Battersea, a Londra. A darne notizia sono i media britannici.  

Il 41enne Arday era diventato nel 2023 il più giovane professore nero nella storia del prestigioso Ateneo. Secondo la Metropolitan Police è stato trovato privo di sensi e dichiarato morto sul posto. Il decesso viene al momento considerato “inaspettato”, ma non sospetto, e sarà trasmesso un fascicolo al medico legale.  

Arday aveva lasciato l’incarico dopo le crescenti accuse relative non solo all’ambito accademico. “Non voglio più sentirmi costantemente sotto i riflettori, dove ogni aspetto della mia vita è soggetto all’esame e al giudizio pubblico”, aveva detto. Le dimissioni erano diventate ufficiali subito dopo l’avvio di un’indagine da parte dell’università e a pochi giorni dall’uscita prevista negli Stati Uniti del suo libro “Great and Unfortunate Things”. Sospetti sempre più fondati avevano riguardato la produzione accademica del docente: negli anni, accademici e giornalisti hanno sollevato dubbi crescenti sulle sue pubblicazioni, sulla sua preparazione e competenza e anche sulla veridicità di affermazioni legate ad esperienze vissute al di fuori dell’ambito professionale. Arday in passato aveva affermato di aver corso addirittura 30 maratone in 35 giorni raccogliendo 5,5 milioni di sterline per beneficenza. Inoltre, per 2 volte aveva dichiarato – senza produrre prove concrete – di aver dovuto affrontare intrusioni compiute nel suo ufficio da un uomo a volto coperto, in un’occasione armato di coltello. 

internazionale/esteri

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Come l’effetto Musk sta spingendo gli stipendi dei ceo americani verso cifre record

I piani retributivi per i principali dirigenti delle aziende del S&P 500 hanno raggiunto il massimo storico nel 2025, dopo che l’accordo sul compenso da mille miliardi di dollari di Elon Musk in Tesla è diventato un “punto di riferimento” per altre società, secondo uno studio riportato da Reuters.

Fatti principali

  • La retribuzione media per i ceo nel S&P 500 – escluso Musk – è balzata del 21% a 22,8 milioni di dollari nel 2025, ha riferito Reuters, citando i dati dell’American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations (Afl-Cio).
  • Si tratta della cifra più alta da quando l’Afl-Cio ha iniziato a tracciare i piani retributivi negli anni ’90.
  • Il segretario-tesoriere dell’Afl-Cio, Fred Redmond, ha dichiarato a Reuters che il compenso di Musk in Tesla “cambia le dinamiche quando si discutono gli altri piani retributivi dei ceo” e che “i consigli di amministrazione lo usano come punto di riferimento”.
  • Includendo l’accordo sul compenso di Musk, che potrebbe valere oltre 1.000 miliardi di dollari qualora Tesla raggiungesse diversi obiettivi, i piani di retribuzione media per gli amministratori delegati del S&P 500 hanno superato i 340 milioni di dollari.

Valutazione di Forbes

Musk è la persona più ricca del mondo con un patrimonio stimato in 870,6 miliardi di dollari a giovedì mattina, e il suo patrimonio netto è più del doppio di quello del cofondatore di Google Larry Page (284,3 miliardi di dollari) e di Jeff Bezos di Amazon (275,7 miliardi di dollari), che si posizionano rispettivamente al secondo e al terzo posto tra i più ricchi. Il ceo di SpaceX e Tesla è diventato il primo trilionario (in dollari) al mondo in seguito al debutto in borsa del produttore aerospaziale a giugno, e la sua fortuna ha raggiunto il massimo storico di 1,45 mila miliardi di dollari prima che il crollo delle azioni SpaceX dimezzasse il patrimonio netto di Musk. Musk sembra aver riconosciuto il calo del proprio patrimonio netto in un post sui social media, scrivendo su X il mese scorso di essere un “(ex) trilionario”.

Contesto chiave

Gli azionisti di Tesla hanno approvato lo scorso anno un pacchetto retributivo per Musk che prevede diversi obiettivi di capitalizzazione di mercato e di vendite. Tra gli obiettivi vi è il superamento di una valutazione di mercato di Tesla pari a 8,5 mila miliardi di dollari entro 10 anni e la vendita di altri 12 milioni di automobili da parte della casa automobilistica. L’accordo sul compenso è stato osteggiato da alcuni gruppi di investimento, tra cui la società di gestione che supervisiona il fondo sovrano della Norvegia, la quale ha espresso “preoccupazione per l’ammontare dell’assegnazione, la diluizione e la mancanza di mitigazione del rischio legato alla figura chiave (key person risk)”. Musk ha incentivi retributivi simili delineati nel suo pacchetto SpaceX, come lo stabilimento da parte dell’azienda di una “colonia umana permanente” su Marte con almeno 1 milione di persone e lo sviluppo da parte di SpaceX di data center “non terrestri” in grado di erogare 100 terawatt di potenza di calcolo ogni anno – circa 21 volte l’elettricità generata a livello globale nel 2023.

L’articolo Come l’effetto Musk sta spingendo gli stipendi dei ceo americani verso cifre record è tratto da Forbes Italia.

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Inwit, le infrastrutture digitali abilitatrici della digitalizzazione: dalla prevenzione degli incendi alla banca sotto casa

C’è un momento, nella pineta della Tenuta Presidenziale di Castelporziano, in cui una telecamera vede prima di un guardaparco. Non è fantascienza: è una telecamera intelligente dotata di intelligenza artificiale, montata a decine di metri d’altezza su una torre di telecomunicazione, collegata a un gateway, capace di riconoscere un pennacchio di fumo nel momento esatto in cui si forma, ben prima che diventi un incendio conclamato. È uno dei tanti modi in cui Inwit prima tower company italiana e tra le principali digital infrastructure company, sta riscrivendo il senso stesso della parola “torre di telecomunicazione”.

Per anni percepite come infrastrutture necessarie esclusivamente per abilitare la connettività outdoor, oggi, rappresentano una piattaforma digitale in grado di abilitare servizi integrati e innovativi. “Quando pensiamo alle torri per le telecomunicazioni, pensiamo soprattutto alla connettività: telefonate, internet, streaming, social network, 5G. In realtà queste infrastrutture possono fare molto di più, grazie alla loro diffusione sul territorio”, spiega Diego Galli, Direttore Generale di Inwit, che ricorda un dato non banale: oltre 26mila torri in Italia, presenti in almeno l’84% dei comuni italiani.

Torri intelligenti a supporto dell’ambiente

È da questa intuizione che nasce il progetto realizzato da Inwit insieme a Legambiente nella Riserva naturale statale Tenuta di Castelporziano, una delle aree naturali più preziose del Lazio. Su 3 torri di telecomunicazione a ridosso della Riserva sono state installate telecamere smart dotate di intelligenza artificiale collegate a gateway, in grado di individuare tempestivamente i principi di incendio e inviare un allarme immediato alle centrali operative. La posizione privilegiata sulle torri di telecomunicazione permette di monitorare aree molto vaste e di lanciare il segnale prima che una situazione potenzialmente pericolosa si trasformi in un’emergenza. Accanto alle telecamere, sono state installate anche centraline IoT per il monitoraggio della qualità dell’aria: veri laboratori in miniatura che misurano inquinanti, polveri sottili e parametri meteorologici, costruendo una base di dati a supporto dell’ecosistema.

Il modello è “immediatamente replicabile” su tutte le torri di Inwit, diffuse capillarmente sul territorio italiano. Oggi il progetto coinvolge già tredici aree naturali italiane, dal Bosco di Vanzago in provincia di Milano fino alle riserve abruzzesi del Parco Nazionale della Maiella e del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. I numeri, sommati, restituiscono la scala dell’operazione: 19 torri coinvolte, altrettanti gateway, 9 telecamere intelligenti e 27 centraline per la qualità dell’aria, distribuite su tutto il territorio nazionale. In un periodo in cui i cambiamenti climatici rendono sempre più frequenti eventi estremi e incendi, utilizzare le tecnologie digitali per prevenire i rischi e proteggere il territorio significa fornire uno strumento a tutela della biodiversità.

Dietro questa capacità di “vedere e sentire” il territorio c’è un’infrastruttura tecnologica meno visibile, ma altrettanto strategica: circa 20mila gateway installati sulle torri Inwit, connessi a una piattaforma IoT centralizzata in cloud e monitorati 24 ore su 24 dal Network Operations Center dell’azienda. Sono questi dispositivi, veri e propri “cuori digitali” alla periferia della rete, a raccogliere i dati da sensori distribuiti capillarmente — spesso attraverso reti LoRaWAN, capaci di trasmettere informazioni a basso consumo energetico fino a due chilometri in ambito urbano — e a renderli disponibili per applicazioni che vanno dallo smart metering di acqua e gas allo smart parking, fino all’agricoltura di precisione.

Una rivoluzione smart per la connettività degli edifici

Se le torri raccontano la dimensione outdoor, una seconda partita si gioca indoor, all’interno degli edifici. Attraverso i sistemi DAS, Distributed Antenna System, l’azienda porta la connettività mobile multi-operatore dentro spazi che il segnale esterno fatica a raggiungere: hotel di lusso, ospedali, musei, campus universitari, centri logistici.

Questi sistemi garantiscono alte performance, elevati standard di sicurezza informatica e un’esperienza in continuità tra connettività outdoor e indoor, consentendo la diffusione dei nuovi servizi digitali smart, incluso l’loT.

Il Bilancio Integrato 2025 di Inwit fotografa una rete composta da più di 850 DAS in tutta Italia, in grado di abilitare oltre 150 ospedali — per un totale di più di 50mila posti letto coperti — più di 50 hotel di fascia alta, più di 50 strutture della grande distribuzione e oltre dieci tra musei e campus universitari.

L’esempio più recente riguarda l’headquarter di Acea. La multiutility romana è oggi interamente connessa grazie a un sistema DAS multi-operatore che copre circa 40mila metri quadrati distribuiti su undici piani, attraverso quattro remote unit collegate a circa 180 micro-antenne a basso impatto visivo. “La collaborazione con ACEA conferma il ruolo centrale di Inwit come abilitatore della trasformazione digitale per le grandi realtà industriali del Paese”, osserva Lucio Golinelli, Chief Smart Infrastructure Officer di Inwit, spiegando che l’infrastruttura pone le basi per futuri servizi di smart building, IoT e sicurezza.  Il progetto, che si estende anche alla sede di ARETI e all’Innovation Center del gruppo, prevede in totale l’attivazione di tre nuovi sistemi DAS.

Non è un caso isolato. Inwit ha abilitato la connettività indoor in oltre 2.500 filiali bancarie in tutta Italia, sparse in più di 700 comuni italiani: uno spazio, quello degli sportelli bancari, dove firma elettronica, pagamenti contactless e autenticazione degli operatori tramite smartphone dipendono da una copertura solida, spesso ostacolata da muri spessi e vincoli architettonici tipici degli edifici storici che ospitano molte filiali italiane.

Tutta l’innovazione di un futuro sempre connesso

Il fil rouge di tutto questo è un’infrastruttura digitale efficiente e altamente tecnologica: la trasformazione guidata da Inwit dimostra come il concetto di connettività abbia ormai superato i suoi confini tradizionali. Non si tratta più soltanto di garantire la trasmissione di dati, ma di strutturare un vero e proprio sistema digitale per il Paese. Integrando intelligenza artificiale, sensoristica IoT e reti ad altissima capillarità — sia all’aperto sia negli ambienti chiusi — le infrastrutture si evolvono in piattaforme intelligenti. È la convergenza definitiva tra spazio fisico e dimensione digitale che sta dietro la connettività di tutti i giorni.

L’articolo Inwit, le infrastrutture digitali abilitatrici della digitalizzazione: dalla prevenzione degli incendi alla banca sotto casa è tratto da Forbes Italia.

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Weekend di Ferragosto in Garfagnana con Marco Masini e il concerto all’alba

GARFAGNANA – Weekend di Ferragosto in Garfagnana con Marco Masini e il concerto all’alba di Patrizio Fariselli. I due eventi fanno parte del festival Mont’Alfonso sotto le stelle che accende musica, teatro e letteratura nel cuore della Garfagnana, tra borghi secolari e natura incontaminata.

Concerto all’alba

A fare da cornice è la secolare Fortezza di Mont’Alfonso a Castelnuovo di Garfagnana, dove sabato 15 agosto alle 4,45 si rinnova l’appuntamento con il concerto all’alba di Ferragosto.

Sul palco salirà Patrizio Fariselli, pianista che ha legato per anni il proprio nome agli Area, di cui è cofondatore, per poi dedicarsi al jazz, alla musica per cinema e teatro. In questo live per piano solo ripercorrerà alcuni successi degli Area, inediti scritti negli anni ed esperimenti di improvvisazione radicale. Seguirà colazione all’Osteria della Fortezza gestita da ANAI Garfagnana.

Per chi lo desidera, al concerto è abbinata l’iniziativa “Camminalba”, camminata con fiaccolata dal centro di Castelnuovo fino alla Fortezza di Mont’Alfonso. Info e prenotazioni via WhatsApp al numero 370 2906924 o via email a vismovendi@libero.it.

Marco Masini

Sempre alla Fortezza di Mont’Alfonso, domenica 16 agosto (ore 21), l’attesissimo live di Marco Masini. Dopo il successo al Festival di Sanremo con il brano presentato insieme a Fedez “Male Necessario”, Marco Masini torna a emozionare il suo pubblico con il tour “Marco Masini – Live 2026”.

Insieme alle canzoni indimenticabili che sono entrate a far parte della storia della musica italiana in oltre 35 anni di carriera, il cantautore presenterà per la prima volta dal vivo brani dall’ultimo progetto discografico “Perfetto Imperfetto”.

Biglietti

I biglietti per i due appuntamenti sono disponibili su ticketone.it: Masini e concerto all’alba oppure nei punti Box Office Toscana (www.boxofficetoscana.it/punti-vendita – tel. 055.210804).

Biglietti disponibili anche alla Pro Loco di Castelnuovo di Garfagnana in piazza delle Erbe, dove è possibile acquistare (anche a distanza con bonifico bancario) i biglietti riservati a persone con disabilità. Pro Loco: tel. 0583 641007.

Prossimi appuntamenti

Sempre alla Fortezza di Mont’Alfonso in arrivo l’omaggio a Lucio Dalla insieme a La Sera dei Miracoli (18/8). Giorgio Panariello con lo spettacolo “E se domani…” (20/8). Federico Buffa con “Number 23” (21/8) e Paolo Ruffini con “Il Babysitter” (24/8).

Martedì 25 agosto, alla Fortezza delle Verrucole di San Romano in Garfagnana il concerto dei Gatti Mézzi previsto per lo scorso 6 agosto: i biglietti restano validi per la nuova data.

Informazioni

Programma e dettagli sul sito ufficiale www.festivalmontalfonso.it. Contatti: tel. 0583 641007 – 334 6167210 (nei giorni di spettacolo dalle ore 18.45).

L'articolo Weekend di Ferragosto in Garfagnana con Marco Masini e il concerto all’alba proviene da Livorno Sera Notizie.

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La scuola si svaluta perché è stato svalutato il lavoro

Scuola, lavoro, sapere e orientamento sindacale

Lavorando nella scuola, difficilmente si riesce a sfuggire alla netta impressione, che solo a volte riesce a farsi piena consapevolezza, del suo declino. Il senso comune tende normalmente ad attribuirlo alla perdita di autorevolezza e alla mancanza di autorità, dividendosi poi, abbastanza prevedibilmente, nell’individuazione dei colpevoli di questa decadenza: gli studenti, le famiglie, i docenti, i pedagogisti, le riforme che avrebbero rinunciato alla serietà e alla selezione.

Sarebbe forse più interessante, al posto di questa disputa da cortile, interrogarsi sul rapporto tra il declino dell’istituzione scolastica e l’affermazione di una società nella quale il principio organizzativo di ogni aspetto della vita è sempre più costituito dalla logica del mercato, del profitto, della competizione e della finanziarizzazione.

La domanda, allora, può essere rovesciata: perché una società dovrebbe riconoscere autorevolezza a un’istituzione alla quale ha progressivamente sottratto una funzione culturale autonoma?

Ciò che il sistema produttivo richiede oggi alla scuola non è, in primo luogo, la formazione di persone dotate di un sapere ampio e articolato, ma la produzione di lavoratrici e lavoratori adattabili, flessibili, capaci di risolvere problemi e di adeguarsi rapidamente alle trasformazioni del lavoro. Persone capaci di trovare risposte, molto meno incoraggiate a formulare domande. Soprattutto quelle che riguardano il senso e l’organizzazione complessiva della realtà nella quale sono chiamate a operare.

In questo quadro, un sapere solido, disciplinare o meno, rischia di apparire non soltanto inutile, ma persino dannoso. Il sapere, quando non si riduce al possesso di informazioni o di abilità immediatamente spendibili, permette infatti una maggiore comprensione dei fenomeni sociali e, con essa, la possibilità di interrogare e mettere in discussione l’ordine esistente.

Non viene trasformato soltanto ciò che si insegna. Cambia contemporaneamente lo status dei protagonisti della scuola: i docenti diventano progressivamente esecutori di procedure e gli studenti clienti di un’agenzia di formazione dagli orizzonti sempre più limitati. Entrambi perdono autonomia all’interno di una macchina fortemente tecnicizzata, nella quale acquistano centralità procedure, protocolli, certificazioni, indicatori e griglie.

È in questo contesto che andrebbe affrontata anche la questione delle competenze, diventata uno dei bersagli classici dello scontento docente.

Il paradigma delle competenze era faticosamente emerso anche dal tentativo di superare le macerie polverose della scuola liberale e gentiliana, fondata su una precisa gerarchia dei saperi e capace di funzionare come potente dispositivo di selezione sociale. L’idea che conoscere significasse anche saper utilizzare autonomamente ciò che si conosce, mettendo in relazione saperi diversi e applicandoli alla comprensione di situazioni reali, possedeva una sua forza dirompente.

Il problema, quindi, non è che le competenze abbiano sostituito le conoscenze. Il problema è ciò in cui tanto le competenze quanto le conoscenze sono state trasformate.

Un paradigma costruito anche nel tentativo di superare un modello scolastico classista ed escludente è stato progressivamente piegato alla costruzione di una scuola che esegue protocolli e compila griglie. La competenza, da capacità di utilizzare autonomamente il sapere per comprendere e agire nella realtà, viene ridotta alla capacità di fornire una prestazione prevista e misurabile. Parallelamente, le conoscenze vengono selezionate e valorizzate sempre più in relazione alla loro immediata spendibilità.

Per questo fare delle competenze il nemico rischia di essere una comoda scorciatoia. Significa attribuire a un paradigma pedagogico una trasformazione che ha invece radici materiali molto più profonde. E rischia soprattutto di indicare come alternativa una scuola precedente che era certamente meno aziendalizzata, ma anche più selettiva, classista ed escludente.

La contrapposizione tra scuola delle conoscenze e scuola delle competenze finisce così per nascondere il problema invece di chiarirlo. Una conoscenza può costituire uno strumento di emancipazione, ma può anche essere il capitale culturale attraverso il quale una scuola selettiva riproduce le gerarchie sociali. Una competenza può significare autonomia nell’uso del sapere oppure semplice capacità di eseguire efficacemente un compito assegnato.

La questione decisiva è un’altra: quale funzione sociale attribuiamo al sapere?

Quando il sapere viene subordinato alle necessità immediate del sistema produttivo, il costrutto delle competenze perde la propria capacità di mettere in discussione la gerarchia dei saperi e delle conoscenze e diventa un dispositivo di adattamento al mercato. Il risultato è una scuola che riesce contemporaneamente a perdere ciò che aveva di meglio nella propria tradizione disciplinare e ciò che vi era di emancipativo nel tentativo di superarla.

È un quadro scarsamente rimediabile dall’interno dell’istituzione scolastica. La trasformazione della figura docente in esecutore di procedure e di quella studentesca in cliente di un’agenzia formativa ha sottratto importanza e centralità a entrambe, inserendole in una macchina nella quale l’autonomia viene progressivamente sostituita dalla conformità alle procedure.

Per questa ragione, la domanda di una formazione più complessa e articolata non può provenire soltanto dalla scuola. Può nascere solo da una necessità sociale più complessiva.

Ed è qui che il problema diventa inevitabilmente anche sindacale.

Il problema non è soltanto difendere le lavoratrici e i lavoratori della scuola. È capire da che cosa dobbiamo difenderli. Perché una stessa condizione materiale – salari bassi, perdita di autonomia, burocratizzazione crescente, svalutazione professionale – può produrre interpretazioni politiche molto diverse.

La frustrazione di chi lavora nella scuola può tradursi nella richiesta di maggiore autorità, nel rimpianto per una scuola più selettiva, nell’insofferenza verso studenti e famiglie, nel rifiuto delle competetenze, dell’inclusione o di qualsiasi innovazione pedagogica identificata con il declino dell’istituzione. È una reazione comprensibile di fronte alla perdita di controllo sul proprio lavoro. Ma trasformare questa reazione in una prospettiva sindacale significherebbe scambiare ancora una volta gli effetti per le cause.

Un sindacato può rivendicare lo status perduto di una professione oppure rivendicare potere per chi quella professione esercita. Non sono la stessa cosa.

Nel primo caso si chiederanno prestigio, autorità, riconoscimento sociale e, naturalmente, salari più alti. Nel secondo salario e riconoscimento economico rimangono centrali, ma insieme alla riduzione della subordinazione burocratica, alla libertà didattica, al tempo necessario per svolgere il proprio lavoro, agli organici, alla possibilità di decidere collettivamente sull’organizzazione della scuola e al rifiuto della sua riduzione ad agenzia di addestramento alle necessità del mercato.

Come mi è già capitato di scrivere, la figura docente non può pensare alla trasformazione del proprio ruolo e, più prosaicamente, all’aumento del proprio reddito in forma corporativa, estraniandosi dalla società nella quale svolge il proprio lavoro.

La condizione materiale del lavoro docente non è infatti separabile dal valore che una società attribuisce alla formazione e, ancora più a monte, dal tipo di lavoro che il suo sistema produttivo richiede.

Un sistema economico che fa largo affidamento su lavoro povero, flessibile, ricattabile e scarsamente autonomo ha poco interesse a garantire alla generalità delle persone una formazione ampia e complessa. Non perché un patrimonio culturale ridotto produca automaticamente bassi salari: sarebbe una relazione troppo semplice. Ma perché un’organizzazione del lavoro fondata sulla debolezza contrattuale di lavoratrici e lavoratori richiede soprattutto adattabilità, disponibilità e competenze immediatamente utilizzabili. Ha molto meno bisogno di autonomia culturale e della capacità di interrogare criticamente l’organizzazione nella quale si è inseriti.

Il rapporto causale, allora, va forse letto anche nella direzione opposta a quella abituale. Non è soltanto la svalutazione della scuola a produrre la svalutazione del lavoro docente. È la svalutazione generale del lavoro a produrre una scuola adeguata a quel lavoro e, di conseguenza, a svalutare anche chi vi lavora.

I dati aiutano a dare una misura materiale del fenomeno. Secondo l’OCSE, nei paesi che ne fanno parte gli stipendi effettivi degli insegnanti della scuola primaria e secondaria si collocano mediamente tra l’83 e il 91 per cento dei redditi dei lavoratori con un analogo livello di istruzione. In Italia il divario è assai più marcato: nella scuola secondaria di primo grado, per esempio, un insegnante tra i 45 e i 54 anni percepisce mediamente circa il 65 per cento del reddito di un lavoratore a tempo pieno con un analogo livello di istruzione. E mentre dal 2015 gli stipendi effettivi degli insegnanti della primaria sono cresciuti in termini reali mediamente del 14,6 per cento nell’area OCSE, in Italia sono diminuiti del 4,4 per cento.*

A quel punto non dovrebbe stupire che la scelta di lavorare nella scuola venga sostenuta soprattutto dalla passione per il lavoro educativo o, più prosaicamente, dalla mancanza di alternative migliori.

Ma proprio qui la questione smette di essere soltanto salariale e, soprattutto, smette di essere soltanto scolastica.

Se si vuole restituire valore economico e sociale al lavoro di chi insegna, occorre contemporaneamente rivendicare il valore sociale di ciò che attraverso quel lavoro viene prodotto. Il problema è decidere se la scuola debba produrre capitale umano adattabile alle necessità contingenti del mercato oppure persone capaci di comprendere il mondo nel quale vivono, di formulare domande e di intervenire collettivamente sulla realtà.

Per un sindacato di base questo significa, credo, assumere fino in fondo una scelta: essere il sindacato di una professione che rivendica il proprio status oppure essere un sindacato del lavoro che agisce nella scuola.

La battaglia per il salario e per le condizioni di lavoro nella scuola non può quindi essere separata dalla battaglia per salari più alti, maggiore autonomia e maggiore capacità contrattuale dell’insieme del lavoro. E la difesa del sapere non può coincidere con la nostalgia per una scuola selettiva che quel sapere distribuiva secondo le appartenenze sociali.

Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire quando parliamo del declino della scuola. Non chiedendoci semplicemente come restituire autorità agli insegnanti o come restaurare la scuola di un tempo. La domanda è quale società possa avere nuovamente bisogno di una scuola autorevole perché libera, culturalmente ambiziosa e capace di produrre non soltanto lavoratrici e lavoratori adattabili, ma persone in grado di comprendere criticamente l’ordine esistente e, quando necessario, di immaginarne uno diverso.

* Fonte: OECD, Education at a Glance 2025, dati relativi alle retribuzioni degli insegnanti e al rapporto con i redditi dei lavoratori con istruzione terziaria.

Stefano Capello

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Comunicato: sosteniamo Bosco Ospizio

A Reggio gli affaristi immobiliari hanno messo da tempo le mani su un altro terreno da cementificare, come se ce ne fosse bisogno dopo l’abbuffata cementifera dei decenni scorsi.
Uno spazio verde, in un’area altrimenti densamente costruita, che conta alberi ad alto fusto e altra vegetazione spontanea, ed è rifugio ed habitat per tante specie animali. Stiamo parlando naturalmente del Bosco Ospizio, che gli affaristi di Conad, in pieno accordo con il Comune di Reggio, si apprestano a spianare per lasciar posto all’ennesimo supermercato e altre costruzioni. Tutto questo in un momento in cui gli effetti della penuria di spazi verdi e la crescita della cementificazione sono visibili a chiunque, con le nostre città trasformate in fornaci. E che il Comune di Reggio si dia pace: alla favoletta che piantumare qualche centinaio di stecchini in aiuole stradali sia una “compensazione” per gli alberi abbattuti non ci crede nessuno. La questione è solo di affari e profitto per pochi contro il disagio di molti.
In tutta Italia la politica e le amministrazioni di ogni colore blaterano di misure di mitigazione di fronte alla catastrofe climatica in corso per poi fare finta di niente quando entra in gioco la priorità del profitto, per loro più importante della vita. Intanto, alcuni comitati autorganizzati e spontanei, partiti dall’iniziativa di persone che semplicemente non ne possono più dell’ipocrisia di chi di fronte al disastro continua a tagliare alberi, hanno dimostrato che queste lotte si possono anche vincere. Uno fra tanti, il Comitato Besta a Bologna.
Come Federazione Anarchica Reggiana denunciamo questa speculazione immobiliare che vede marciare uniti Conad e Comune, e sosteniamo il Comitato Bosco Ospizio che da tempo si sta opponendo all’operazione e che in questi giorni è in presidio permanente davanti al bosco per impedire alle ruspe di distruggerlo. È solo con le lotte autorganizzate dal basso che si può salvare il nostro futuro.
Federazione Anarchica Reggiana – FAI

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Non c’è posto per i devastatori in riva allo Stretto

Riceviamo e pubblichiamo, a seguito della manifestazione dell’8 agosto. – La Redazione web

Siamo scese ancora una volta in piazza. Lo abbiamo fatto ancora una volta in migliaia. Non ci interessano i balletti dei numeri. Siamo in tante e tanti. Siamo siciliane e calabresi, ma con noi ci sono anche tante solidali, persone che nel loro territorio si battono contro altre devastazioni, persone che noi supporteremo andando a nostra volta nel loro territorio per dare loro maggiore forza.

In tutti questi anni di mobilitazione abbiamo dovuto superare tanti ostacoli. Dalla parte dei devastatori c’erano i soldi e il potere. Dalla nostra solo la generosità e i nostri corpi. Nonostante questo, possiamo dire di avere vinto. Oggi l’opinione no ponte è largamente maggioritaria nei nostri territori. Lo dimostra questa piazza, lo dimostra il fatto che di piazze sì ponte di queste dimensioni non ce ne sono mai state. La verità è che mentre negli anni si è formato un popolo no ponte, non si può dire il contrario. Non esiste un popolo Sì ponte.

In questi anni di mobilitazione si sono succedute tante generazioni e ogni volta si sono trasmesse il testimone della solidarietà e della difesa della nostra terra. Questo avviene perché la generosità e l’amore per il proprio territorio sono più forti della brama di profitto. E’ per questo che tutte le loro narrazioni, tutti i loro discorsi, si sono sbriciolati. Avevamo ragione noi. Su tutto.

Nel corso degli anni ci siamo interrogate. Abbiamo studiato il progetto. Abbiamo prodotto enormi quantità di riflessioni, analisi, controdeduzioni. Alla fine di tutto questo abbiamo capito che non hanno un piano che non sia quello di continuare a portare avanti l’iter e guadagnarci sopra. Non lo sanno se il ponte si può fare. Non lo sanno se starebbe in piedi. Non hanno un piano finanziario. Sanno solo che più questa storia dura e meglio è per loro perché di più ci guadagneranno.

Noi sappiamo che tutto questo gravita intorno alla società concessionaria Stretto di Messina Spa, una società per la cui governance sono stati abbattuti i tetti dei compensi, una società che ogni anno consuma ingenti risorse senza arricchire di nulla la comunità. Una società che, colpevolmente, i governi che si sono succeduti dal 2013 non hanno messo in liquidazione nonostante la Corte dei conti avesse chiesto ripetutamente di farlo.

In tutto questo il territorio rimane appeso a un’opera che continuerà a generare profitti per pochi, anche qualora non dovesse essere costruita. Le persone più giovani – noi giovani – ce ne andiamo. Chi vive nelle zone interessate dai cantieri sta col fiato sospeso. La nostra stessa economia rimane appesa ad un fantasma. Tutta l’area dello Stretto si sente sotto la minaccia di cantieri che potrebbero durare 10, 20 o 30 anni, rendendo invivibile la nostra quotidianità.

Noi sappiamo che questa non è una casualità. Noi sappiamo che questo è un metodo. Noi sappiamo che questa è la logica delle grandi opere, dell’occupazione militare delle nostre terre, dei grandi eventi, delle emergenze. Estrarre profitti dal territorio, è solo a questo che sono interessati.

E noi, invece, vorremmo vivere in pace, prenderci cura dei luoghi che abitiamo, avere la possibilità di restare, potere decidere del futuro della nostra vita. Noi siamo tante e tanti. Abbiamo dalla nostra parte la natura, i nostri corpi e il desiderio di un futuro più appagante. A loro rimangono solo il potere e i soldi. Per questo li sconfiggiamo.

Ed è per questo che, nel ringraziare tutte e tutti coloro che sono state in piazza oggi e tutte e tutti coloro che lo hanno fatto in tutti questi anni di lotte, nel ringraziare le nostre sorellr e i nostri fratelli che sono venute da fuori a portare le loro lotte in questa piazza, noi decretiamo, dal basso, la chiusura della Stretto di Messina Spa.

Assemblea No Ponte

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L’autoconsumo dell’Occidente – Dietro il Sipario – Talk show



Il Massachusetts legalizza l’aborto fino al nono mese di gravidanza, polarizzando lo scontro non solo politico bensì tra due visioni del mondo, negli Stati Uniti. Intanto oltreoceano avanza l’inverno demografico, con Istat e Fondazione per la Natalità che certificano: oggi in Italia la nascita di un figlio aumenta concretamente il rischio di cadere in povertà per i suoi genitori. Ne parliamo con l’avvocato Simona Mangiante e l’analista finanziario Pino Cabras

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Restare Immobili

Riceviamo e pubblichiamo con piacere

La Redazione web

Il 29 giugno, nel tardo pomeriggio, una rissa scoppiata in piazzetta Montesanto, davanti alla stazione della Cumana e della Funicolare, è degenerata nel lancio di sedie e caschi e nell’esplosione di un colpo di pistola in aria. Poco dopo, nei video diffusi sui social, è comparso un uomo incappucciato che attraversava la piazza impugnando un AK-47. Il fucile, munito di doppio caricatore, è stato recuperato dalla polizia sotto un’automobile parcheggiata poco distante; nelle ore successive tre persone sono state fermate. L’episodio ha offerto alla cronaca e alla politica il consueto pretesto per una condanna esclusivamente estetica e securitaria, riducendo la realtà all’ennesima rappresentazione da fiction criminale. Il vero dato politico, tuttavia, emerge dallo sfondo di quelle immagini: mentre una parte dei presenti fugge verso la stazione, i lavoratori della pizzeria e gli avventori del bar rimangono immobili, aspettando che l’uomo armato passi. Questa impassibilità non è omertà e non è complicità mafiosa. È l’applicazione di un freddo calcolo di sopravvivenza. Chi abita nello stesso perimetro operativo dei clan impara a disattivare la risposta emotiva del panico perché sa che, in certe circostanze, muoversi può essere più pericoloso che restare immobili. L’immobilità del vicolo diventa così l’ultimo strumento di protezione rimasto a una maggioranza onesta che rifiuta la violenza, ma si ritrova costretta a subirne le regole in una condizione di totale isolamento istituzionale. Il corto circuito si fa drammatico quando si scopre che questo immobilismo della strada è la perfetta sineddoche dell’immobilismo istituzionale che schiaccia il territorio. Chi vive in questa terra di mezzo sperimenta una duplice e speculare alienazione: da un lato la necessità di tollerare la violenza fisica per non soccombere; dall’altro la forzata immobilità economica a cui è condannato da una politica che ha sostituito la pianificazione ordinaria del territorio con la gestione permanente dell’emergenza. Quando la strada esonda, la risposta dello Stato si riduce infatti all’alternanza matematica tra la militarizzazione straordinaria del territorio, puntualmente riesumata a ridosso delle scadenze elettorali, e l’erogazione di sussidi assistenziali a tempo determinato. È la prassi di un sistema economico estrattivo che sostituisce progressivamente gli investimenti produttivi e il welfare universale con la gestione delle loro conseguenze, pretendendo poi che la legalità venga difesa sul marciapiede dal civismo dei singoli, trasformati nello scudo biologico di una trincea invisibile. Su questo vuoto di investimenti strutturali e su questo isolamento programmatico lo Stato ha progressivamente appaltato le politiche di coesione sociale all’industria dei progetti e dei bandi a termine. Una parte del terzo settore, spesso in stretta relazione con segmenti dell’industria cinematografica e della moda, scende ciclicamente nei vicoli trasformando la marginalità in materia prima contabile: serve a sbloccare finanziamenti europei, ad alimentare progettualità temporanee e, non di rado, a produrre prestigio culturale e valore reputazionale da esportazione. Il problema tuttavia, non risiede necessariamente nelle intenzioni dei singoli operatori, ma nell’architettura economica del sistema. Una volta esauriti i budget e spente le telecamere, il progetto chiude senza aver costruito un’infrastruttura occupazionale stabile nel territorio da cui ha estratto valore sociale. Se un ragazzo nato e cresciuto nel quartiere compie lo sforzo monumentale di studiare, formarsi e tentare di accedere a quelle stesse industrie della cultura, trova spesso le porte sbarrate, perché spesso l’accesso viene filtrato attraverso requisiti che finiscono per trasformarsi in barriere di classe camuffate da criteri tecnici: titoli accademici d’élite, percorsi formativi esclusivi e reti di relazioni che chi parte da quel vicolo difficilmente può possedere. Il risultato è che si proclama l’inclusività attraverso campagne di social washing e percorsi di formazione che troppo spesso si esauriscono nella loro funzione simbolica. Nei fatti, però, le posizioni stabili continuano a essere occupate prevalentemente da figure esterne al territorio. La conclusione è la difesa di un monopolio della parola e delle posizioni di potere che impedisce a una testimonianza autentica di istituzionalizzarsi, relegando chi riesce a emanciparsi al ruolo di comparsa folkloristica, utile soprattutto a certificare la propria marginalità. Ecco perché l’indignazione mediatica e politica per il Kalashnikov di Montesanto si rivela profondamente ipocrita e miope. Il punto conclusivo è non è da introdurre attenuanti sociologiche a una responsabilità che resta pienamente individuale, l’obiettivo è ampliare l’atto d’accusa, perchè limitare l’analisi al braccio armato significa coprire la filiera istituzionale che rende possibile il contesto in cui quell’episodio prende forma. Un’arma da guerra non nasce sul selciato: attraversa frontiere, porti, traffici internazionali e controlli che evidentemente non hanno funzionato. Concentrarsi esclusivamente sull’ultimo anello della catena è infinitamente meno costoso che affrontare il lavoro più difficile: redistribuire investimenti, costruire occupazione stabile e restituire capacità produttiva ai territori.

Lo sviluppo strutturale richiede tempo, continuità e risorse. L’emergenza, invece, produce consenso immediato, legittima nuovi interventi straordinari e alimenta la narrazione permanente della crisi. Per questo il Kalashnikov di Montesanto finisce, paradossalmente, per risultare funzionale a tutti i livelli del sistema: consente alla politica di invocare nuove misure di sicurezza, alimenta la domanda di progettualità emergenziali e offre ai media immagini potenti da spettacolarizzare. In questa catena di montaggio del consenso, l’immobilismo della folla per strada e quello delle istituzioni ai tavoli del potere diventano le due facce della stessa medaglia. L’unico soggetto realmente sacrificabile resta la maggioranza onesta del quartiere, condannata prima a subire la violenza delle armi e poi l’esclusione sociale di chi continua a presentarsi come suo salvatore.

Serena Parascandolo

 

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CACCIA, WWF ITALIA SCRIVE ALLE REGIONI: SOSPENDERLA NEL MESE DI SETTEMBRE

Il WWF Italia ha inviato alle Regioni italiane una formale istanza chiedendo “l’adozione di provvedimenti urgenti di sospensione o limitazione dell’attività venatoria nel mese di settembre, in considerazione delle eccezionali condizioni climatiche che stanno interessando gran parte del Paese”. Temperature record, prolungata assenza di precipitazioni, grave deficit idrico, incendi boschivi sempre più frequenti e diffusi “stanno mettendo in forte difficoltà gli ecosistemi e la fauna selvatica, proprio nel periodo in cui molte specie affrontano una fase particolarmente delicata del proprio ciclo biologico”, segnala il WWF. “Se, come effettivamente stiamo riscontrando tutti, si stanno determinando situazioni emergenziali, queste devono valere per tutti. Sarebbe veramente contraddittorio se, mentre le amministrazioni pubbliche adottano misure straordinarie per fronteggiare gli effetti della crisi climatica sull’agricoltura, sulle risorse idriche e sugli allevamenti, non venissero assunti analoghi provvedimenti a tutela degli animali selvatici, anch’essi colpiti dalle stesse condizioni ambientali”, aggiunge l’associazione.

(Testo Wwf riportato da Dire)

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Linguaggi d’avanguardia in Spagna e Italia. Modernità e dissenso

di Alessandro Ghignoli   [E’ uscito da poco per Peter Lang Linguaggi d’avanguardia in Spagna e Italia: Modernità e dissenso, di Alessandro Ghignoli. Proponiamo l’introduzione].   Introduzione   Il nostro studio si propone di verificare come determinati linguaggi d’avanguardia, principalmente dalla secondà metà del Novecento ad oggi, hanno al loro interno motivazioni di lotta e …

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Evento sismico ML 4.3 in provincia di Pisa, 4 agosto 2026

Un terremoto di magnitudo Richter ML 4.3  è stato registrato dalle stazioni della Rete Sismica Nazionale alle ore 10:15 italiane del 4 agosto 2026, 6.7 km a sud – ovest di Pisa, ad una profondità di circa 8 Km.

Nell’ora successiva al terremoto sono state registrate 5 repliche, tutte di magnitudo inferiore a 2.0.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 20 km dall’epicentro:

La zona interessata da questo terremoto è caratterizzata da pericolosità sismica media, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

Secondo il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani CPTI15 v. 4.0, in passato in questa area non sono avvenuti forti terremoti. Il più forte terremoto registrato in questa parte della Toscana è l’evento di Orciano Pisano del 14 agosto 1846 di magnitudo stimata pari a Mw 6.0. Più recentemente possiamo ricordare l’evento del 19 ottobre 2013 di M 3.4 localizzato lungo la costa pisana.

Dalla mappa della sismicità strumentale dal 1985 ad oggi notiamo che l’area  interessata da questo terremoto è caratterizzata da sismicità prevalentemente lungo la costa tra Pisa e Livorno.

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al V grado MCS.  

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai 1868 questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento di questa mattina è stato risentito in un’area molto estesa, in particolare nelle province di Pisa, Livorno, Lucca, Firenze e La Spezia con valori di intensità fino al IV grado MCS. Il terremoto è stao risentito anche a Genova e Bologna con valori di intensità fino al IV grado MCS.

 

 


Licenza

Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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CRISI CLIMATICA. Critiche e prospettive da un punto di vista anarchico.

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Pubblichiamo integralmente l’opuscolo appena prodotto dal gruppo di lavoro della FAI “Azione diretta e crisi climatica”. La diffusione è più che auspicata. Buona lettura! La redazione web

Prefazione

Durante il congresso della Federazione Anarchica Italiana, tenutosi a Carrara nel 2025, si è aperto il confronto sulla tematica delle lotte ambientali. Nel corso del dibattito è emerso come il problema dei cambiamenti climatici o, meglio, della crisi climatica sia una questione che per il suo carattere globale e per le molteplici implicazioni inerenti a questioni ambientali, sociali ed economiche, non solo assume un interesse riferibile all’intero pianeta Terra ma permette di sviluppare un’analisi che, inevitabilmente, si riferisce alla complessità della società in cui agiamo.

Come gruppo di lavoro abbiamo “intrecciato” gli aspetti considerati più significativi cercando di evidenziare tutte le criticità che, inquadrate in un unico contesto, permettono di sostenere la tesi secondo la quale non esiste reale soluzione alla crisi climatica se non si prevede lo smantellamento dello stato e del capitalismo nelle loro articolazioni politiche, economiche e militari.
Ci siamo confrontat anche sul ruolo che la scienza gioca in questo contesto, valutando che, nella piena consapevolezza della sua non neutralità, è fondamentale denunciare le spinte tecnocratiche favorendo, invece, lo stretto rapporto con chi fa ricerca, raccoglie dati, sviluppa modelli che permettono di interpretare l’evoluzione dei fenomeni.

La scienza non è neutrale perché la sua pratica è intrinsecamente influenzata dal contesto umano, sociale, economico e culturale in cui opera. Sebbene cerchi l’oggettività, la ricerca è orientata da scelte politiche, finanziamenti e valori di chi fa ricerca scientifica. La scienza, dunque, non opera in un “vuoto asettico”. I fatti e i dati scientifici sono “veri” ma possono essere cercati e selezionati con modalità diverse, l’applicazione e la direzione della scienza sono condizionate da tempi e finanziamenti. La stessa domanda iniziale su cui s’indaga orienta in una direzione piuttosto che un’altra.

La narrazione della scienza e di chi fa ricerca e sperimentazione come entità super partes è illusoria. Il problema della responsabilità sociale della scienza è un tema che ha percorso l’arco della storia.

Einstein scrisse nella sua lettera aperta del Gennaio 1947: «(…) Noi scienziati riconosciamo la nostra ineludibile responsabilità di trasmettere ai nostri concittadini una comprensione dei fatti più semplici dell’energia atomica e le sue implicazioni per la società. In questo sta la nostra sola sicurezza e la nostra unica speranza – noi siamo convinti che una cittadinanza informata agirà in favore della vita e non della morte».

In questo senso è necessario sostenere una scienza universale aperta a tutt e svincolata dagli interessi nazionali, dal profitto dei pochi a svantaggio dei più, una scienza i cui risultati appartengano alla comunità, controllata da uno scetticismo organizzato dove le conoscenze scientifiche siano passibili di giudizio critico e ritenute valide fino a prova contraria.

Consapevoli della sua condizione di illusoria neutralità possiamo comunque sostenerla come impresa sociale collettiva. Quindi una scienza inclusiva che, pur rigorosa nell’applicazione del metodo scientifico, non si ponga come entità superiore o indiscussa “guida” ma, sostenuta e in stretta corrispondenza con la società, sia orientata verso fini positivi.

Ci è sembrato, inoltre, opportuno evitare la declinazione di genere usando l’espediente delle parole tronche, con alcune eccezioni, per favorire una lettura scorrevole e l’uso del lettore vocale.

Capitolo 1 – Cosa s’intende per cambiamento climatico?

Il cambiamento climatico si riferisce a modifiche a lungo termine nelle condizioni termodinamiche e meteorologiche della Terra. Questi cambiamenti sono in gran parte causati dall’attività umana negli ultimi due secoli, soprattutto dall’uso di combustibili fossili come carbone, petrolio e gas che immettono nell’atmosfera gas serra (come anidride carbonica e metano), che intrappolano calore e riscaldano il pianeta.

Cos’è la World Meteorological Organization?

Nata nel 1873, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM o in inglese World Meteorological Organization, WMO) è l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa di meteorologia, climatologia, idrologia e scienze geofisiche correlate. Il suo ruolo principale è favorire la cooperazione internazionale nello studio e nella raccolta di dati su tempo, clima e risorse idriche, oltre a promuovere l’uso della meteorologia per la sicurezza, l’economia e lo sviluppo sostenibile.

Cosa fa la WMO?

La WMO coordina e supporta servizi meteorologici e idrologici nazionali di 193 stati e territori membri, rendendo possibile lo scambio libero e senza restrizioni di dati e informazioni meteorologiche, lo sviluppo di standard per osservazioni uniformi e l’uso di questi dati in settori pratici come:

– previsioni del tempo e allerte meteorologiche,

– monitoraggio climatico e cambiamenti climatici,

– gestione delle risorse idriche e degli eventi estremi,

– applicazioni in aviazione, agricoltura, trasporti e protezione civile

La situazione attuale

Nei suoi recenti report, la WMO informa circa alcune conclusioni fondamentali (dai rapporti 2024/2025):

  • Caldo e riscaldamento record: il 2024 è stato probabilmente il primo anno con temperature superiori di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali (1,55 °C), proseguendo una serie in cui l’ultimo decennio (2015-2025) è stato il più caldo mai registrato a causa dei gas serra e di El Niño.

  • Gas serra: le concentrazioni di CO2 e di altri gas serra sono ai massimi degli ultimi 800.000 anni, spingendo le temperature verso l’alto.

  • Cambiamenti oceanici: si stanno verificando un contenuto record di calore oceanico e ondate di calore marine. Inoltre, lo scioglimento della CO2 in acqua determina una significativa acidificazione con cambiamenti irreversibili per secoli.

  • Perdita della criosfera: i ghiacciai stanno fondendo rapidamente e il ghiaccio marino antartico ha raggiunto la sua seconda estensione più bassa di sempre mentre anche il ghiaccio marino artico ha registrato minimi record.

  • Scongelamento del permafrost con ulteriore liberazione di gas serra e acqua.

  • Accelerazione dell’innalzamento del livello del mare: il tasso di innalzamento del livello del mare è raddoppiato dall’inizio delle rilevazioni satellitari con previsioni di continui aumenti a lungo termine.

  • Eventi meteorologici estremi: ondate di calore più frequenti e intense, inondazioni e siccità causano enormi sconvolgimenti sociali ed economici.

  • Urgenza di agire: la WMO sottolinea che è probabile un superamento temporaneo di 1,5°C, ma un’azione immediata e rapida su emissioni e servizi climatici affidabili (allerte precoci) sono fondamentali per salvare vite umane e rafforzare la resilienza.

Riassumendo, le tre principali conclusioni del WMO, già espresse in precedenti report sono:

– il clima sta cambiando in modo accelerato negli ultimi decenni;

– la causa sono le emissioni (di origine antropica);

– un’azione immediata potrebbe mitigare l’estendersi dei danni correlati con i cambiamenti climatici

La WMO è considerata l’autorità scientifica internazionale sullo stato dell’atmosfera terrestre e sul comportamento del clima. Non si tratta quindi di un gruppo di ambientalist improvvisat. Si basa su espert selezionat e delegat dai governi delle 193 nazioni aderenti. In sostanza un organo sovranazionale per il coordinamento della meteorologia e degli studi sul clima, gli oceani e la criosfera. Eppure i suoi report sono lapidari, come abbiamo visto, lasciando poco spazio al dibattito non-scientifico.

L’IPCC

Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC) è il forum scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM – WMO) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) allo scopo di studiare il riscaldamento globale.

L’IPCC è organizzato in tre gruppi di lavoro:

  • il gruppo 1 si occupa delle basi scientifiche dei cambiamenti climatici;

  • il gruppo 2 si occupa degli impatti dei cambiamenti climatici sui sistemi naturali e umani, delle opzioni di adattamento e della loro vulnerabilità;

  • il gruppo 3 si occupa della mitigazione dei cambiamenti climatici.

L’IPCC non svolge direttamente attività di ricerca né di monitoraggio o raccolta dati ma analizza a fondo la letteratura scientifica disponibile su temi diversi: oceanografia, stato della criosfera, misure di temperatura dell’aria a terra, serie storiche, misure da satellite e radiosonde e molto altro. Sulla base dei risultati dell’analisi di migliaia di articoli scientifici, l’IPCC stila i rapporti di valutazione (ora giunti alla sesta edizione, con il settimo in preparazione), che vengono poi presentati (meglio dire ignorati!) alle COP (Conference of the Parties, un appuntamento annuale in cui i paesi del mondo dovrebbero confrontarsi e concordare provvedimenti per limitare i rischi e i danni dovuti al cambiamento climatico).

Tutti i rapporti tecnici dell’IPCC sono a loro volta soggetti a procedure di revisione paritaria; i rapporti sintetici (oggetto di attenzione mediatica) sono soggetti anche a revisione da parte dei governi.

L’attività principale dell’IPCC è la preparazione a intervalli regolari di valutazioni esaustive e aggiornate delle informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche rilevanti per la comprensione dei mutamenti climatici indotti dal genere umano, degli impatti potenziali dei mutamenti climatici e delle alternative di mitigazione e adattamento disponibili per le politiche pubbliche. I rapporti di valutazione finora pubblicati sono sei, l’ultimo pubblicato nel 2022.

Nel primo rapporto, risalente al 1990, l’IPCC ha rivelato come l’anidride carbonica (CO2) contribuisca ad aumentare l’effetto serra naturale e che le attività umane hanno contribuito considerevolmente ad aumentare la concentrazione dei gas serra nell’atmosfera. Dopo la pubblicazione del rapporto è stato richiesto un supplemento, uscito nel 1992, che ha aumentato gli scenari da considerare sull’evoluzione planetaria.

Come si misura il clima

Il Global Climate Observing System, organo e iniziativa in seno alla WMO, è un programma internazionale per monitorare, comprendere e prevedere i cambiamenti climatici, raccogliendo dati su atmosfera, terra e oceani. Il GCOS definisce un insieme di oltre 50 variabili essenziali a comprendere il clima (Essential Climate Variables – ECV).

La vision del GCOS aspira ad un mondo in cui tutt abbiano libero accesso alle informazioni climatiche di cui hanno bisogno.

L’obiettivo del GCOS è altrettanto profondo: garantire la disponibilità e la qualità delle osservazioni necessarie per monitorare, comprendere e prevedere il clima globale. Il GCOS si impegna per un mondo in cui le osservazioni climatiche siano accurate e durature e l’accesso ai dati climatici sia libero e aperto.

Il GCOS coordina quindi iniziative a livello mondiale sulla disponibilità di dati, anche di alto livello, da sistemi e network diversi.

Il famoso grafico che riporta l’aumento della temperatura dell’aria, a partire dal periodo pre-industriale, è frutto dell’analisi di numerose serie di dati e costituisce un esempio in tal senso.

Nel ricostruire le variazioni della temperatura media globale dal 1850, Berkeley Earth ha infatti esaminato 21 milioni di osservazioni della temperatura media mensile da 50.706 stazioni meteorologiche. Di queste, 19.048 stazioni e 202.000 medie mensili sono disponibili per il 2023. I dati delle stazioni meteorologiche sono combinati con i dati sulla temperatura della superficie del mare dell’Hadley Centre (HadSST) del Met Office del Regno Unito. Questi dati oceanici si basano su 469 milioni di misurazioni raccolte da navi e boe, inclusi 12,7 milioni di osservazioni ottenute nel 2023. Dopo aver combinato i dati oceanici con i nostri dati terrestri, arriviamo a un quadro globale del cambiamento climatico dal 1850.

Il clima si misura infatti attraverso miriadi di stazioni, sistemi, variabili e metodi diversi.

Satelliti in grado di valutare variazioni su larga e media scala dei parametri fondamentali, quali temperatura del suolo o della superficie degli oceani, umidità, copertura nuvolosa.

Stazioni a terra che misurano i tradizionali parametri meteorologici: temperatura dell’aria, umidità, pressione atmosferica, radiazione solare, vento, precipitazioni, temperatura del suolo e altro.

Boe stazionarie e sensori a bordo di navi, per le misure dei numerosi parametri marini: temperatura dell’acqua anche in profondità, salinità, parametri meteorologici alla superficie del mare.

Sistemi di misura in criosfera: temperatura del permafrost (il suolo ghiacciato, nelle zone polari o residuo di ghiacciai montani) , estensione dei ghiacciai, intensità delle coperture nevose. A cui si aggiungono parametri indiretti chimici, biologici e perfino vegetali (la cosiddetta fenologia che registra il cambiamento nel comportamento vegetale).

In quasi tutte queste discipline, inoltre, negli ultimi dieci-quindici anni si è visto l’ingresso della metrologia, la scienza delle misure. Espert in validazione di strumenti, tarature e analisi delle incertezze sono ora parte integrante di tutti i processi di generazione dei dati al fine di garantirne la qualità sin dal processo di misura. Le analisi storiche, finora basate su processi di filtraggio di dati prevalentemente meteorologici, possono ora giovarsi di un processo di validazione all’origine, attraverso metodi di riferimento e reti di strumenti (a terra, mare o atmosfera) di altissima qualità, in continuo dialogo e confronto tra loro e costantemente controllati e migliorati. Uno sforzo internazionale poco conosciuto, ma finalizzato a lasciare alle future generazioni di climatolog dati di alta qualità. Ulteriore scopo è quello di poter cogliere variazioni climatiche in tempi più brevi, rispetto alle tradizionali analisi delle serie storiche. Per verificare se l’introduzione di termini di mitigazione possano iniziare ad avere effetto, è necessario disporre di misure sempre più raffinate (cioè con maggiori cifre significative). Solo così si potranno indirizzare le scelte energetiche e di produzione alimentare in modo corretto. Non è infatti più possibile attendere decenni per agire.

Effetti del cambiamento climatico

Il cambiamento climatico non è solo questione di riscaldamento: influisce su tutto il sistema Terra con effetti già evidenti e in continua crescita e intensificazione.

Le temperature atmosferiche medie globali stanno aumentando, con conseguenti ondate di calore più frequenti e intense. L’incremento di temperatura si riscontra, in modo costante, anche nelle acque oceaniche che, immagazzinando maggiore energia, determinano ulteriori effetti destabilizzanti sulle correnti, sugli habitat e sulle stesse interazioni idrosfera-atmosfera.

Fusione dei ghiacci e innalzamento del livello del mare

I ghiacciai e le calotte polari si sciolgono facendo aumentare il livello dei mari: una minaccia per le città costiere. A questo fenomeno si aggiungono preoccupanti variazioni della salinità dell’acqua dato che i ghiacci che si fondono sono per la maggior parte di acqua dolce. Questo innesca variazioni nella stabilità di correnti oceaniche, acidificazione e danno alla fauna acquatica.

Eventi meteorologici estremi

Alluvioni, tempeste, siccità e incendi diventano più frequenti e intensi. Negli ultimi quattro anni a Torino sono stati valutati e purtroppo validati i record estremi di temperatura dell’Asia (54 °C in Kuwait – Mitribah) e dell’Europa 48,8 °C a Floridia (Sicilia).

Impatti su piante, animali e habitat

Molte specie migrano, si estinguono o perdono habitat. I cicli naturali e gli ecosistemi si alterano rapidamente. I tempi di adattamento di molte specie, dettati da necessità biologiche e naturali, sovente non sono altrettanto rapidi rispetto alle variazioni delle condizioni climatiche di una regione.

Impatti su salute e società

Ondate di caldo, scarsità d’acqua, sicurezza alimentare precaria e malattie nuove o in espansione aumentano i rischi per la salute umana.

Effetti economici

Danni a infrastrutture, perdite agricole e costi di recupero dopo disastri naturali hanno gravi impatti economici.

Negazionismo e negazionismi

L’asserzione per cui «in fondo, i cambiamenti climatici sono sempre esistiti» è certamente corretta e fornisce lo spunto di avvio del discorso negazionista. È innegabile che il clima sul nostro pianeta sia variato. Si può dire che vari in continuazione. È altrettanto vero che livelli di CO2 come quelli odierni si siano già raggiunti, ma i negazionist, strumentalmente, non tengono conto di due aspetti fondamentali.

Prima di tutto bisogna considerare la velocità dei cambiamenti che oggi non si possono più ritenere a lungo termine. Basti vedere la velocità di sparizione dei ghiacci, alpini e artici o fenomeni di desertificazione crescente. Velocità di mutamento che non sempre riesce ad essere compensata dai fenomeni di adattamento delle specie vegetali e animali, causando la perdita di biodiversità, che è un grave fenomeno associato, raramente considerato nei discorsi negazionisti. Altro punto ignorato è la densità della popolazione terrestre. Se qualche centinaio di anni fa all’abbassamento o innalzamento della quota neve l’umanità rispondeva spostando qualche villaggio di decine di persone e qualche centinaio di capi di bestiame in ogni valle, oggi gli effetti di innalzamento del livello del mare sulle città costiere, la perdita di coltivabilità di ampie zone del pianeta o l’obbligo di ricorrere a specie non autoctone, vanno a indurre crisi sociali ed economiche che inevitabilmente ricadono sugli strati più deboli della popolazione.

Il negazionismo climatico si basa quindi sul rifiuto o minimizzazione della scienza climatica che dimostra che il cambiamento climatico è reale e causato principalmente dalle attività umane. Negare l’evidenza scientifica significa negare che il riscaldamento globale è causato dalle emissioni di gas serra derivanti dalla combustione di combustibili fossili, deforestazione, allevamento intensivo e altre attività industriali. Significa negare le responsabilità del modello economico capitalista.

Le principali motivazioni alla base dei negazionismi climatici sono:

  • Interessi economici e politici. Alcuni settori economici, come l’industria dei combustibili fossili, temono che le politiche per combattere il cambiamento climatico possano ridurre i profitti o aumentare i costi operativi. Di conseguenza, cercano di minimizzare la questione, spesso finanziando campagne che diffondono dubbi sulla scienza climatica.

  • Ideologia politica. In alcuni casi, il negazionismo climatico è legato a convinzioni politiche che rifiutano interventi governativi, come la regolamentazione delle emissioni o l’adozione di politiche ambientaliste. Per alcuni gruppi, riconoscere il cambiamento climatico potrebbe implicare l’adozione di politiche che vedono come dannose per la libertà economica o la crescita.

  • Distorsione delle informazioni. Il negazionismo climatico spesso utilizza argomenti pseudoscientifici, come citare fenomeni atmosferici che non sono legati al riscaldamento globale o distorcere dati scientifici per fare sembrare che non ci sia consenso tra espert sul cambiamento climatico.

  • Conformismo sociale e media. In alcuni casi, le persone si allineano con le opinioni dominanti all’interno dei loro gruppi sociali, culturali o politici, anche se queste opinioni non sono supportate da prove scientifiche. Alcuni media, soprattutto quelli con orientamenti politici conservatori, promuovono opinioni negazioniste, schierandosi per opportunità politica.

  • Scetticismo generalizzato verso la scienza. Alcun negazionist provano semplicemente scetticismo verso la scienza in generale, assumendo posizioni complottiste spesso legate alla naturale diffidenza verso ciò che non si conosce. Classicamente tradotto con: «Ci vogliono far comprare la macchina elettrica»; «Gli scienziati sono tutti al soldo delle multinazionali»; «Vogliono solo creare terrore per poi farci pagare più tasse sul clima», e via dicendo.

Il complottismo, pur assumendo forme grottesche (un tempo forse oggetto di barzelletta), trova spazio e si autoalimenta attraverso i post su social media, i quali non richiedono la raccolta dei dati, il loro studio e successiva validazione ma la semplice digitazione su tastiera.

Capitolo 2 – Governi e capitale: la complicità strutturale nella crisi climatica.

Il cambiamento climatico non è un mero disastro naturale o un destino ineluttabile ma la diretta conseguenza di un sistema politico ed economico deliberatamente orientato alla crescita infinita, al profitto e al potere. Governanti, stati e istituzioni internazionali, per decenni, hanno servito gli interessi del capitale, difendendo una crescita illimitata su un pianeta finito. Parlare di ecologia significa, quindi, ridiscutere di scelte politiche e di sistemi sociali e culturali profondamente radicati. Corriamo Il rischio di diventare ingranaggi di una macchina che rende complici della propria stessa distruzione, dove ogni bisogno, ogni acquisto, ogni digitazione alimenta un modello che divora le risorse e le vite.

La società contemporanea è dominata da bisogni indotti, guerre permanenti e nuove tecnologie ad alto impatto energetico come i Bitcoin e l’intelligenza artificiale (IA). Questi fenomeni, apparentemente distinti, condividono un filo conduttore: il nesso tra stato e capitale che incentiva modelli distruttivi anteponendo il profitto e il potere ai bisogni reali delle persone e dell’ambiente. Per comprendere la vera natura del cambiamento climatico, è indispensabile smascherare il ruolo di governi e grandi interessi economici dietro consumismo, militarismo e tecnologie energivore.

Il dominio dei combustibili fossili: sussidi e impunità

Il problema climatico non è un fenomeno diffuso e indistinto, ma una questione di potere e di decisioni strategiche altamente concentrate. Dal 1988 a oggi, solo 100 aziende fossilifere sono state responsabili di oltre il 71% delle emissioni globali di CO₂. Un’analisi più approfondita del Carbon Majors Report 2023 rivela che oltre il 70% delle emissioni storiche di CO₂ dal 1751 può essere attribuito a sole 78 entità produttrici, sia private che pubbliche. Un dato particolarmente allarmante è che 58 di queste 100 aziende hanno effettivamente aumentato le loro emissioni nel periodo successivo all’Accordo di Parigi (2016-2022) rispetto agli anni precedenti (2009-2015). In questo contesto, le aziende statali hanno mostrato un incremento del 29% delle emissioni da carbone, mentre quelle private hanno registrato un calo del 28%. Questi dati sottolineano una persistente espansione dei combustibili fossili nonostante gli impegni globali assunti per il clima nei contesti internazionali. La responsabilità del cambiamento climatico è, dunque, altamente concentrata in un numero ristretto di attori. Il fatto che le aziende statali abbiano aumentato le emissioni post-Accordo di Parigi evidenzia una diretta complicità dei governi nel perpetuare la dipendenza dai combustibili fossili, al di là delle dichiarazioni ufficiali. Questo sposta la narrativa dalla colpa individuale” alla responsabilità sistemica e concentrata, indicando che il problema non è solo una questione di mercato ma di scelte politiche deliberate che favoriscono interessi specifici. Tra i maggiori responsabili figurano aziende statali come Saudi Aramco, Gazprom e National Iranian Oil Company, e aziende private come Chevron, ExxonMobil, BP e Shell.

L’analisi del sistema economico italiano rivela una contraddizione strutturale che mina alla base ogni sforzo di decarbonizzazione: il persistere di un massiccio trasferimento di risorse pubbliche verso attività che degradano il capitale naturale. Nel 2023, l’Italia ha destinato circa 78,7 miliardi di euro ai cosiddetti Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD), un dato che evidenzia come la risposta alla crisi energetica e climatica sia ancora pesantemente ancorata al sostegno delle fonti fossili. Questa massa di capitale agisce come un catalizzatore di entropia, mantenendo artificialmente competitivi settori che la scienza climatica ha giudicato obsoleti. 

La struttura dei sussidi si articola in una tassonomia complessa che include trasferimenti diretti e, in misura maggiore, spese fiscali sotto forma di esenzioni o riduzioni di accise. Nel 2024, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha censito 183 incentivi con impatto ambientale, classificando i SAD per un valore di circa 25 miliardi di euro, di cui 19,2 miliardi diretti specificamente al settore dei combustibili fossili. La permanenza di tali incentivi crea una distorsione del mercato che rallenta l’adozione di tecnologie pulite, poiché il costo sociale del carbonio non viene internalizzato nei prezzi finali. 

Il Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica (CITE) aveva stabilito un obiettivo ambizioso: definire la rimozione graduale dei SAD entro il 2025. Tuttavia, il processo di riforma si scontra con resistenze sistemiche. Se da un lato sono stati eliminati alcuni sussidi minori, per un risparmio di circa 105,9 milioni di euro annui, dall’altro emergono nuovi SAD che rischiano di neutralizzare i progressi raggiunti. La proposta di riforma fiscale mira a spostare il carico fiscale dal reddito ai consumi, riducendo la progressività e favorendo i redditi più alti, con la giustificazione di tassare il consumo di risorse naturali e le attività inquinanti, seguendo il principio “chi inquina paga”. Un esempio critico è il riallineamento delle accise tra benzina e gasolio, un intervento atteso da anni per correggere una disparità che ha favorito ingiustamente l’automobilità diesel, e che dovrebbe concludersi entro un arco di cinque anni a partire dal 2025. 

Inoltre, l’aumento dei Sussidi Ambientali Favorevoli (SAF), passati da 40,5 a 71,8 miliardi di euro in un anno, non deve indurre a un ottimismo acritico; spesso questi fondi vengono destinati a tecnologie la cui efficienza complessiva è ancora oggetto di dibattito o che, come vedremo nel caso del fotovoltaico a terra, possono generare esternalità negative impreviste sul consumo di suolo.

Il pacchetto europeo “Fit for 55“, pur ambizioso sulla carta, è stato ampiamente criticato da organizzazioni non governative come «inadatto e ingiusto». Non prevede un’eliminazione, pur se graduale, dei combustibili fossili e continua a proteggere l’industria con «quote di CO₂ gratuite», scaricando di fatto i costi dell’inquinamento sulla cittadinanza. L’influenza delle lobby fossili è palese e rappresenta uno strumento di sottomissione politica. Transparency International ha rivelato quasi 900 incontri tra lobbist e Commissione europea negli ultimi quattro anni e mezzo. Questo dimostra come gli interessi privati possano dirottare le politiche pubbliche, trasformando gli obiettivi climatici in mere promesse dilatorie. Questo meccanismo è una diretta conseguenza della “complicità strutturale” tra poteri finanziari e stati, dove la democrazia formale è, di fatto, svuotata dalla pressione economica.

In Italia, la situazione è emblematica di questa tendenza: il governo ha posticipato la chiusura delle centrali a carbone al 2038 e ha tagliato fondi destinati alla transizione ecologica dal PNRR, in particolare per il dissesto idrogeologico e la messa in sicurezza degli edifici pubblici, nonostante l’urgenza di tali interventi nell’ottica di un’autentica transizione ecologica. La persistenza di tali politiche, nonostante le evidenze scientifiche e gli impegni internazionali, sottolinea come lo stato, lungi dall’essere un’entità neutrale, sia intrinsecamente legato e spesso sottomesso alle pressioni del capitale, rendendo impraticabile un cambiamento radicale dall’alto.

Le nuove frontiere dell’assurdo energetico: Bitcoin e Intelligenza Artificiale

Inseriti nel quadro del capitalismo tecnico-industriale, i Bitcoin e le recenti applicazioni di Intelligenza Artificiale sono nuove appendici di questo sistema, dimostrando come tecnologie presentate come rivoluzionarie” possono in realtà sostenere logiche di spreco e dominio. Queste tecnologie digitali avanzate, spesso presentate come neutrali o progressiste, sono in realtà nuovi tentacoli del sistema capitalista che perpetuano e intensificano la logica di spreco energetico e centralizzazione, con la complicità dei governi che le incentivano senza adeguata regolamentazione ambientale.

La nascita delle criptovalute come Bitcoin fu accompagnata da una retorica di emancipazione dalle banche centrali e dallo stato; in pratica, però, Bitcoin è diventato un gigantesco divoratore di elettricità al servizio principalmente della speculazione finanziaria. Il meccanismo estrattivo (mining) di Bitcoin richiede computer che eseguono calcoli continui e ridondanti, consumando quantità abnormi di energia elettrica. Si stima che il consumo annuale di elettricità della rete Bitcoin si aggiri sui 175,87 terawattora (TWh), grosso modo quanto un intero paese di medio livello industriale come la Polonia. In termini relativi, si parla di circa lo 0,4% del fabbisogno elettrico mondiale assorbito da una singola rete di pagamento privata. La sua impronta carbonica annuale è paragonabile a quella del Qatar (98,10 Mt CO2), e una singola transazione Bitcoin ha un’impronta carbonica equivalente a 1,7 milioni di transazioni VISA o al consumo energetico di una famiglia statunitense per 47 giorni. L’85% dell’energia utilizzata per il mining negli Stati Uniti proviene ancora da combustibili fossili. L’ipocrisia è evidente: mentre a una persona comune si chiedono sacrifici green, alcuni governi, lungi dal frenare questa “follia”, la incoraggiano apertamente, offrendo elettricità a basso costo ai miners o adottando Bitcoin come valuta legale, nonostante le avvertenze sui danni ambientali e la pressione sulla rete elettrica.

Il paradosso digitale: Il costo fisico dell’Intelligenza Artificiale

L’Intelligenza Artificiale (IA) viene spesso descritta come un’entità immateriale operante nel cloud. Al contrario, l’IA è una tecnologia profondamente materiale, caratterizzata da una “voracità di risorse” che la rende uno dei principali driver della domanda energetica e idrica dei prossimi decenni. La scala di utilizzo di un data center dedicato all’IA ha ordini di grandezza superiore rispetto ai centri tradizionali: un’installazione hyperscale può consumare oltre 100 MW di potenza, quanto 100.000 nuclei familiari. 

Il fabbisogno energetico dell’IA è proiettato verso una crescita esponenziale. Negli Stati Uniti, si stima che la domanda di potenza per i soli data center IA possa passare da 4 GW nel 2024 a 123 GW entro il 2035. Questa pressione sta portando alla riattivazione di centrali a combustibili fossili per garantire un carico di base costante, contraddicendo gli obiettivi di decarbonizzazione. Nel 2024, il gas naturale ha fornito oltre il 40% dell’elettricità per i data center USA, mentre le rinnovabili si sono fermate al 24%. 

L’impatto idrico è altrettanto critico. Il raffreddamento dei server richiede enormi quantità di acqua, spesso prelevata da bacini già in sofferenza. Si stima che entro il 2030 l’industria dell’IA potrebbe drenare fino a 1.125 milioni di metri cubi d’acqua all’anno negli Stati Uniti, una quantità pari al consumo domestico di 10 milioni di persone. Questo consumo è “silenzioso” ma devastante, poiché avviene spesso in regioni aride come l’Arizona o il Nevada per ragioni di incentivi fiscali e costi energetici. 

In questo contesto, si ripresenta il Paradosso di Jevons: ogni guadagno di efficienza algoritmica o hardware viene più che compensato dall’aumento della domanda complessiva di computazione. Se l’efficienza riduce il costo marginale di un’operazione IA, le imprese rispondono espandendo l’uso della tecnologia in ogni ambito, portando a un aumento netto dei consumi di energia e acqua. Senza una regolamentazione che ponga limiti fisici alla crescita dell’infrastruttura digitale, l’IA rischia di diventare un acceleratore dell’entropia planetaria piuttosto che un suo mitigatore. 

Consumismo indotto e obsolescenza programmata: la manipolazione dei desideri

In un’economia votata alla crescita illimitata, il capitalismo non rinuncia a modalità di controllo e crescita forzata analoghe a quelle belliche, rivolte espressamente all’interno: il consumismo di massa. La domanda di beni non sorge spontaneamente né è guidata solo dalle scelte individuali. Come notava Murray Bookchin, è il sistema produttivo a creare artificiosamente i bisogni attraverso la pubblicità e il marketing e manipolando i gusti del pubblico. La pubblicità, infatti, serve come catalizzatore per le decisioni d’acquisto, non solo diffondendo informazioni ma esercitando un forte richiamo emotivo e rafforzando il ricordo del marchio e la propensione al consumo. Questo crea “aspettative irrealistiche” che spingono le persone a comprare ciò di cui non hanno realmente bisogno. La perpetuazione del modello di crescita attraverso la manipolazione del desiderio è un meccanismo centrale del capitalismo, che si auto-alimenta generando una domanda insaziabile.

Come ribadito in un’altra parte del documento, un altro meccanismo-chiave è l’obsolescenza programmata, dove i prodotti sono deliberatamente progettati per rompersi o diventare rapidamente obsoleti. Questo è evidente nell’industria degli smartphone, con una vita media di soli 2,5 anni per un dispositivo. Il risultato è una montagna di rifiuti elettronici: nel 2020 il mondo ha generato 53,6 milioni di tonnellate metriche di e-waste, di cui solo il 17,4% è stato riciclato correttamente. Anche la fast fashion contribuisce in tal senso, producendo 92 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno. Questo fenomeno non solo accelera l’esaurimento delle risorse naturali, ma contribuisce anche alla contaminazione del suolo e dell’acqua con materiali pericolosi. La combinazione di consumismo indotto e obsolescenza programmata crea un ciclo distruttivo che massimizza il profitto a scapito dell’ambiente e delle risorse, trasformando la cittadinanza in “utenti e rifiuti,” come sosteneva Ivan Illich.

Ad essere più penalizzate sono, comunque, le classi meno abbienti, come spiega Terry Pratchett nel suo libro Men at Arms. Secondo la Teoria degli stivali” la povertà mantiene povere le persone. Lo scrittore sottolinea come chi vive in ricchezza possa permettersi buoni stivali che costano di più ma durano dieci anni, mentre chi vive in povertà può permettersi solo stivali economici che si consumano in una stagione, ovvero, la povertà fa spendere di più, alla lunga, dovendo ricomprare più volte stivali di cattiva qualità che devono essere rimpiazzati di frequente. È un’analisi cinica ma realistica che illustra come la mancanza di risorse economiche intrappoli le persone indigenti in un ciclo di spese continue per acquistare beni di scarsa qualità. Anche questa può essere considerata una forma di obsolescenza programmata, non solo nei termini delle caratteristiche del prodotto ma anche verso la classe sociale cui è indirizzata.

I governi sono complici attivi di questa dinamica di consumi indotti. Da un lato tollerano, quando non incoraggiano, la pubblicità martellante e la programmazione dell’obsolescenza dei prodotti. Dall’altro, intervengono direttamente per sostenere la domanda in settori strategici. Emblematico fu l’appello dell’amministrazione USA dopo l’11 settembre 2001, quando il presidente Bush esortò la popolazione ad «andare a Disney World» e fare acquisti per aiutare l’economia nazionale. Anche in Europa e in Italia si assiste regolarmente a incentivi pubblici per stimolare i consumi. A livello nazionale, il governo italiano ha stanziato 597 milioni di euro per incentivare la rottamazione dei veicoli più inquinanti e l’acquisto di auto elettriche. Queste misure, pur presentate come “green“, di fatto si traducono in sussidi statali a favore di grandi industrie (automobilistica, elettronica, edilizia), elargiti con la scusa dell’interesse generale mentre perpetuano il dominio delle imprese sul mercato e sugli stili di vita. La complicità dello stato si manifesta non solo nella tolleranza di queste pratiche ma anche nell’attivo sostegno attraverso incentivi che, pur apparentemente “verdi”, rafforzano il modello di consumo invece di sfidarlo. In un simile contesto diviene funzionale scaricare sull’individuo la colpa dei problemi ambientali e sociali, spingendo la retorica del consumo responsabile” o dei piccoli gesti, senza mai mettere in discussione l’enorme apparato produttivo che, in alcuni casi, finisce col patire crisi di sovrapproduzione e, per assurdo, arriva alla distruzione delle derrate alimentari per non far scendere i prezzi.

L’emorragia territoriale: record di consumo di suolo nell’era della crisi

Se i sussidi rappresentano il “software” dell’insostenibilità, il consumo di suolo ne è l’evidenza “hardware” più brutale. Il 2024 ha segnato il record peggiore dell’ultimo decennio per la perdita di superfici naturali in Italia. Secondo il rapporto ISPRA, sono stati consumati oltre 78 km^2 netti di suolo, con un incremento del 16% rispetto all’anno precedente. La velocità di trasformazione ha raggiunto i 2,7 m^2 al secondo, un ritmo che polverizza ogni tentativo di pianificazione territoriale resiliente. 

Il dato più allarmante è la dissociazione totale tra dinamiche demografiche e urbanizzazione. Nonostante la popolazione italiana sia stabile o in calo, la superficie artificiale pro capite continua a crescere, attestandosi a 365,8 m^2 per abitante nel 2024. Questo paradosso indica che il territorio non viene consumato per rispondere a bisogni abitativi primari, ma per alimentare infrastrutture logistiche, poli industriali e una nuova frontiera tecnologica: i data center. 

La trasformazione del suolo agricolo in impianti fotovoltaici a terra è quadruplicata in un solo anno, passando dai 420 ettari del 2023 agli oltre 1.700 del 2024. L’80% di queste installazioni è avvenuto su terreni fertili, evidenziando una gestione della transizione energetica che ignora la gerarchia delle superfici: si preferisce occupare terra vergine piuttosto che investire nel fotovoltaico integrato sui tetti o nelle aree già compromesse. Questo modello aggrava il rischio idrogeologico, specialmente nelle aree a pericolosità idraulica media dove l’incremento di suolo consumato è stato di 1.303 ettari. 

L’impermeabilizzazione irreversibile (soil sealing) compromette i servizi ecosistemici vitali. ISPRA stima che la perdita di questi servizi costi all’Italia tra gli 8,66 e i 10,59 miliardi di euro l’anno. Tali cifre non sono solo astrazioni economiche, ma rappresentano la perdita di capacità del suolo di mitigare le alluvioni, regolare le temperature urbane (isole di calore con picchi di +11,3°C) e preservare la biodiversità. 

Deforestazione e agricoltura intensiva: il prezzo del nostro cibo

Negli ultimi decenni il modello alimentare e produttivo si è trasformato radicalmente, con effetti devastanti sull’ambiente, sulla salute pubblica e sulle comunità più vulnerabili. Il sistema alimentare è un catalizzatore di crisi interconnesse – ambientali, sanitarie e sociali – che riflettono la logica di sfruttamento illimitato del capitale.

Uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione è l’aumento dei cibi ultra-processati (UPF): prodotti industriali ricchi di zuccheri, grassi, sale e additivi chimici, confezionati per avere lunga conservazione e massima appetibilità. In Italia questi alimenti rappresentano oggi circa il 14% delle calorie giornaliere consumate, contribuendo a un preoccupante incremento del 36% dei tassi di obesità negli ultimi vent’anni. Studi europei mostrano come un consumo elevato di questi prodotti sia associato a un rischio maggiore di ipertensione, ictus, tumori e mortalità precoce. Questo consumo è in aumento soprattutto nella fascia d’età compresa tra i 5 e i 30 anni. La produzione di UPF è guidata dal profitto (lunga conservazione, appetibilità), portando direttamente a problemi di salute pubblica.

Allo stesso tempo, la logica dello sfruttamento illimitato non risparmia nemmeno le risorse vitali, come le foreste pluviali. La deforestazione in Amazzonia è uno degli esempi più drammatici: per far spazio a pascoli e coltivazioni di soia destinata al bestiame, circa 526.459 ettari di foresta sono stati abbattuti tra il 2018 e il 2023, collegati direttamente alle catene di approvvigionamento della carne bovina. Ciò ha comportato l’espulsione forzata di intere popolazioni indigene, minacciate nella loro sopravvivenza culturale e biologica. L’allevamento bovino, in particolare, è responsabile di circa l’80% dell’abbattimento della foresta amazzonica, con enormi emissioni di gas serra e perdita irreversibile di biodiversità. Non va meglio sul fronte dell’allevamento intensivo in Europa e in Italia. Grandi stalle con migliaia di animali concentrati in spazi ristretti richiedono enormi quantità di mangimi e generano elevate emissioni di metano e ammoniaca. In Pianura Padana, l’allevamento contribuisce in modo significativo all’inquinamento atmosferico: ogni aumento dell’1% di bovini corrisponde a un incremento di particolato PM10, aggravando problemi respiratori e costi sanitari per la popolazione. Si stima che l’inquinamento agricolo nella Pianura Padana sia responsabile nella sola città di Milano di circa 589 decessi in un anno.

Ma non possiamo soffermarci solo sui poveri bovini. L’allevamento intensivo avicolo è uno dei settori zootecnici più inquinanti e ignorati. Secondo la FAO, la filiera del pollo è responsabile, direttamente e non, del 3% delle emissioni globali di gas serra. In Italia oltre il 90% dei polli proviene da allevamenti intensivi dove vivono meno di 40 giorni in condizioni di estremo sovraffollamento. Secondo Greenpeace gli allevamenti in Italia sono nel complesso responsabili della formazione di particolato fine (PM2,5) per il 17%, riuscendo a superare sia i trasporti (14%) che il settore industriale (10%). La produzione di ammoniaca nel settore avicolo poi si va a sommare a quella del settore bovino e delle altre specie allevate a fini alimentari.

L’Unione europea ha equiparato i grandi allevamenti di suini e polli a impianti industriali” ai fini delle norme sulle emissioni, proprio per l’impatto elevato di ammoniaca e metano su aria, acqua e suolo. Greenpeace ha documentato che in regioni ad alta densità di allevamenti come la Lombardia (dove si concentra circa il 48% dei suini italiani) i livelli di azoto nelle acque di 165 comuni superino fino a tre-quattro volte i limiti di legge, mettendo a rischio falde e corsi d’acqua. L’inchiesta Fondi pubblici in pasto ai maiali” denuncia perdite di liquami dai sistemi di smaltimento con rischio diretto di contaminazione del suolo e della acque superficiali e sotterranee. Gli allevamenti di suini con la loro produzione di metano e protossido di azoto, creano gas con potere climalterante rispettivamente di circa 28 e 265 volte superiore alla CO”, su un orizzonte di 100 anni.

L’acquacoltura intensiva non è meno devastante. Gli allevamenti ittici hanno compromesso ecosistemi costieri in tutto il mondo, distruggendo economie locali e inquinando fondali marini con scarti organici, farmaci e mangimi. Gli impianti italiani riversano ogni anno nel mare 1038 tonnellate di azoto e 178 di fosforo, contribuendo all’eutrofizzazione costiera, ovvero provocando una crescita smisurata di alghe che, decomponendosi, consumano ossigeno e causano la morte della fauna marina, creando “zone morte”.

Anche l’agricoltura intensiva contribuisce a questo quadro. L’Italia utilizza circa 114.000 tonnellate di fitofarmaci ogni anno, con residui di pesticidi rilevati nel 55% dei fiumi e nel 23% delle acque sotterranee (dati ISPRA 2020). Questo uso massiccio della chimica mette a rischio non solo la qualità dell’acqua ma anche la salute degli agricoltori, dei consumatori e degli ecosistemi. L’agricoltura industriale è inoltre responsabile di una quota significativa delle emissioni globali di gas serra.

Il caso delle colline del Prosecco: un simbolo di contraddizione

Negli ultimi anni, le colline di Conegliano, di Valdobbiadene ma anche del Friuli, hanno visto un’espansione agricola rapida e aggressiva, con la conversione di vigneti tradizionali in monocolture intensive. Nel 2018 nel Trevigiano sono state vendute 4.622 tonnellate di pesticidi, ovvero oltre 36 kg per ettaro. I fitofarmaci usati contaminano acqua, suolo, aria e vengono rilevati anche nei corsi d’acqua e nei pozzi, in alcuni casi superando i limiti di legge.

Oltre al danno la beffa. Nel luglio 2019, le Colline del Prosecco” sono state inserite nella lista UNESCO come paesaggio culturale (World Heritage). Tuttavia, le associazioni ambientaliste – tra cui PANItalia, European Consumers e Legambiente – e cittadini locali hanno denunciato che l’Organizzazione ha ignorato l’uso massiccio di pesticidi, la perdita di biodiversità, gli sbancamenti sull’altura per creare le vigne, e le proteste delle comunità locali. Documenti ufficiali UNESCO e ICOMOS avevano già acceso i riflettori sull’espansione intensiva e suggerito rigide misure. Nonostante ciò, il riconoscimento è stato concesso senza vincoli obbligatori né piani di monitoraggio delle criticità ambientali e sanitarie. Molt espert hanno definito l’inserimento «una medaglia infelice al modello agricolo industriale».

Questo caso dimostra come la ricerca di prestigio e promozione turistica (UNESCO) possa prevalere sulla tutela ambientale e la salute pubblica, trasformando un riconoscimento culturale in una legittimazione di pratiche agricole insostenibili, a discapito delle comunità locali e dell’ecosistema. Questo è un chiaro esempio di greenwashing istituzionale, dove il valore culturale e le opportunità economiche (legate al turismo e all’industria vinicola) sono stati prioritari rispetto ai costi ecologici e sociali. Il riconoscimento ha di fatto legittimato pratiche che le stesse comunità locali e i movimenti ambientalisti denunciavano, silenziando il dissenso e rafforzando il potere dell’agro-industria.

Mobilità: automobili e tir contro trasporti sostenibili

Un settore emblematico dove consumi indotti e complicità governative si intrecciano è quello dei trasporti. Fin dal secondo dopoguerra, l’automobile privata e il trasporto su gomma sono stati incentivati a scapito del trasporto collettivo e su rotaia, portando all’egemonia dell’auto individuale e dei camion merci. Questa non è stata una scelta naturale” de consumator: le politiche pubbliche hanno attivamente favorito il modello auto-centrico, influenzate dalle lobby dell’automotive e dei combustibili fossili. In molti paesi (Italia in primis) la rete ferroviaria locale è stata smantellata o trascurata mentre si investiva massicciamente in autostrade e superstrade; le periferie sono state progettate attorno all’uso dell’auto; il trasporto merci su camion è rimasto predominante nonostante l’impatto ambientale e il consumo di carburante superiori al treno.

Bisogna sempre tener presente che il settore dei trasporti è responsabile di circa il 24% delle emissioni globali di CO2. In Europa questa quota supera il 25% del totale, con il trasporto su strada a fare la parte del leone con il 72% delle emissioni interne al settore. Il trasporto aereo delle merci è il più energivoro in assoluto per tonnellata trasportata, mentre le navi, pur meno inquinanti per tonnellata-chilometro, bruciano combustibili pesanti – l’olio bunker – tra i più tossici esistenti, responsabili di emissioni di ossidi di zolfo e azoto devastanti per le città portuali.

Il paradosso più grottesco della logistica globale è il movimento di container vuoti. Un’analisi della società danese Sea Intelligence rivela che attualmente per ogni 10 miglia percorse da un container pieno, 4,1 miglia vengono percorse da un container vuoto – contro le 3,1 miglia del 2019, prima della pandemia. In termini pratici, circa il 29% dell’intero parco container globale naviga senza alcun carico. Lo squilibrio nasce dalla struttura asimmetrica degli scambi commerciali: l’Asia esporta molto più di quanto importi, così i container si accumulano nei porti europei e nordamericani, che non hanno abbastanza merce da rispedire. Il risultato è un eterno girotondo di scatole metalliche vuote che consumano carburante, emettono CO2 e occupano spazio nei porti del mondo – monumento perfetto dell’irrazionalità del capitalismo globale.

Contrariamente alla retorica liberista secondo cui «le strade si pagano da sole con pedaggi e accise», tutte le modalità di trasporto sono sovvenzionate con fondi pubblici, e nel XX secolo auto e aerei hanno ricevuto molto più denaro di treni e trasporto pubblico. Il risultato, riconosciuto persino da enti moderati, è che la robusta rete ferroviaria di un tempo si è ridotta a uno scheletro proprio mentre autostrade e aeroporti fiorivano. In breve, i governi hanno messo tutte le uova nel paniere dell’automobile, creando una monocultura dei trasporti” incentrata sulle auto private e sul trasporto merci su tir. Questo modello genera traffico, incidenti, inquinamento atmosferico ed emissioni climalteranti, ma rimane dominante perché è profondamente redditizio per alcune industrie e perché consolida un certo ordine sociale fatto di periferie disperse, dipendenza dall’auto e atomizzazione comunitaria. Decenni di scelte politiche a favore di strade e veicoli privati, rendono difficile il passaggio a modelli più sostenibili, anche quando i benefici sono evidenti. Un approccio razionale e sostenibile richiederebbe, invece, di diversificare i trasporti privilegiando mezzi collettivi ed ecologici: camminare, andare in bicicletta, usare tram, bus e treni.

Il rapporto tra l’automobile e la bicicletta incarna la lotta per la riappropriazione dello spazio pubblico e la riduzione delle esternalità negative del trasporto. L’automobilità privata è un sistema in crisi di sostenibilità, intrappolato in quelli che Murray Bookchin chiamerebbe «meccanismi auto-operanti» di crescita distruttiva. I costi sociali dell’auto sono immensi: un chilometro percorso in auto costa alla società circa 0,15 euro, mentre ogni chilometro percorso in bicicletta genera un beneficio netto di 0,16 euro grazie al miglioramento della salute pubblica. 

La bicicletta non è solo un mezzo ecologico, è una tecnologia di “efficienza spaziale”. Laddove una corsia stradale per auto può trasportare 1.400 persone all’ora, una pista ciclabile può trasportarne 5.200 nello stesso spazio. Questo dato è fondamentale per le città che intendono arrestare il consumo di suolo: la mobilità attiva permette di densificare i flussi senza richiedere nuove infrastrutture invasive. 

L’automobilità genera quello che è stato definito come “regime di immobilità di massa”: l’aumento dei veicoli porta alla congestione, che riduce la velocità media urbana a livelli inferiori a quelli di una bicicletta, trasformando la libertà individuale in una frustrazione collettiva. Inoltre, la dipendenza dall’auto è alimentata dai SAD, come l’esenzione dalle accise per il gasolio commerciale o la mancata tassazione dello spazio di parcheggio pubblico, che sovvenzionano indirettamente un modello inefficiente. 

La transizione verso la bicicletta richiede un cambiamento non solo infrastrutturale ma culturale. Come sottolineato da geograf anarchic, la struttura della città riflette i valori della società che l’ha costruita: se la città è fatta per le macchine, essa esprime un ideale di atomizzazione e velocità; se è fatta per le persone e le biciclette, esprime un ideale di salute, bellezza e solidarietà. Il “ritorno alla bellezza” auspicato da Reclus passa per la demolizione dei «sobborghi brulicanti di ciminiere puzzolenti» e la creazione di spazi di movimento armonici con l’ambiente naturale. 

Nonostante l’evidenza schiacciante dei benefici ambientali, sanitari ed economici della mobilità attiva e del trasporto pubblico, queste soluzioni rimangono marginalizzate. Eppure, le misure concrete per promuovere biciclette e trasporto pubblico stentano a decollare, spesso relegate a progetti marginali o dedicati” ad un nuova opportunità turistica. Il motivo non è tecnico ma politico: incentivare realmente la mobilità sostenibile significa scontrarsi con potenti interessi costituiti. Finché l’apparato statale rimane intrinsecamente legato all’automobile (sia economicamente, tramite le entrate fiscali e i posti di lavoro nel settore, sia culturalmente, con l’auto vista come simbolo di status e libertà individuale), le misure ecologiche avanzano a passo lento. Liberarsi dall’autocentrismo non è solo una questione ambientale ma di autonomia sociale: città a misura di bicicletta e pedoni, servite da trasporti pubblici frequenti e gratuiti, scardinerebbero la dipendenza dal mercato dell’auto e renderebbero le comunità più solidali e resilienti.

Militarismo e guerra alimentano la crisi climatica?

L’anarchismo italiano ha storicamente denunciato la guerra come strumento di potere e di profitto. Già nel 1912 Errico Malatesta definiva la guerra coloniale italiana in Libia una «guerra di saccheggio e brigantaggio» mascherata da missione patriottica. La guerra viene giustificata dalle élite politiche in nome degli ideali e sostenuta da quelle economiche perché funzionale all’espansione e al controllo delle risorse e dei mercati. Durante le crisi economiche, la militarizzazione della società e il conflitto bellico diventano, per i governi, l’ultima carta da giocare per rilanciare un sistema in affanno. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, al di là dei proclami, la guerra appare come “unica via” per rianimare il capitalismo, offrendo lavoro, nuovi mercati e fungendo da surrogato della repressione aperta della rivoluzione sociale.

Le guerre moderne oltre a causare la perdita di vite umane, le menomazioni fisiche e psicologiche, la distruzione delle infrastrutture civili, il collasso dei servizi essenziali, la diffusione della povertà hanno un enorme impatto sugli ecosistemi naturali e, se si escludono le “fabbriche di morte” e i settori collegati che ottengono un immediato ritorno dei loro investimenti, altre attività subiscono un effetto depressivo. Prendendo in esame quest’ultima conseguenza si potrebbe ritenere che la contrazione dell’attività economica porti a una generale riduzione delle emissioni di gas serra responsabili della crisi climatica.

Non è cosi. Anzi, se consideriamo il settore militare, è vero il contrario. Anche se gli stati sono restii a fornire dati ufficiali sulle emissioni generate dalle forze armate, sia durante periodi di pace sia di guerra, dobbiamo ricordare che, secondo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), dall’Accordo di Parigi (COP21) gli stati devono presentare i propri Contributi Determinati a Livello Nazionale (NDC). Dalla COP26 di Glasgow è, inoltre, partita la richiesta che vengano esplicitamente incluse le quote attribuibili al settore militare, istanza che rimane un auspicio visto che tale “contabilità” dipende da un impegno volontario, ovviamente disatteso proprio da quegli stati che investono di più in armamenti.

Secondo il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), infatti, le guerre sarebbero responsabili del 5,5% delle emissioni globali annuali di gas serra.

La macchina bellica contemporanea divora risorse ed energia su scala impressionante. L’esercito degli Stati Uniti è il maggiore consumatore di petrolio al mondo e, di conseguenza, uno dei principali emettitori di gas serra. Secondo uno studio pubblicato su Nature, se il Pentagono fosse uno stato si classificherebbe tra i primi 50 emettitori globali con più di 40 milioni di t CO₂ (equivalente).

Tra il 2001 e il 2017, le emissioni legate alle operazioni militari statunitensi, incluse le “operazioni di contingenza all’estero” in Afghanistan, Pakistan, Iraq e Siria, hanno generato oltre 400 milioni di tonnellate di CO₂ (e). La NATO, nel 2023, ha emesso 233 milioni di tonnellate di CO₂ (e), una quantità superiore alle emissioni annuali di paesi come Colombia e Qatar.

Se estendessimo l’analisi alle forze armate del mondo, paragonandole a un unico paese, la percentuale di gas serra emessi costituirebbe l’equivalente della quarta impronta di carbonio nella classifica delle nazioni.

L’aumento della spesa militare della NATO nel 2023 ha generato ulteriori 31 milioni di tonnellate di CO₂ (e). A titolo di esempio, basti pensare che l’introduzione di nuovi aerei da combattimento come l’F-35, che consumano 1,6 volte più carburante dei loro predecessori F-16, determinerà un incremento dell’impronta inquinante che estenderà la sua influenza negativa per decenni. Nel rapporto presentato alla COP30 di Belem, il CEOBS ha fornito alcune stime che mostrano la dimensione del problema in relazione alla situazione più recente. Nei tre anni trascorsi dall’invasione dell’Ucraina, il conflitto avrebbe prodotto 237 milioni di tonnellate di CO₂ (e), con un “danno climatico” stimato in 43 miliardi di dollari. Le operazioni sui territori palestinesi dopo il 7 ottobre avrebbero generato, nei primi quindici mesi, oltre 31 milioni di tonnellate di CO₂ (e).

Intanto la spesa militare mondiale ha continuato a crescere, tanto che per il 2024 avrebbe raggiunto i 2,7 trilioni di dollari. Secondo il CEOBS, inoltre, i paesi del Nord Globale investirebbero 30 volte di più nei propri apparati militari rispetto ai fondi destinati al finanziamento climatico internazionale.

Il militarismo, oltre a essere un gigantesco motore di distruzione ambientale è, quindi, anche un massiccio dirottatore di risorse dalla transizione ecologica. La sua impronta carbonica, spesso ignorata, rivela una profonda ipocrisia nelle politiche climatiche globali. In questo contesto s’inseriscono anche le scelte politiche europee.

È stato stimato che l’impronta di carbonio militare dell’Ue nel 2019 sia stata di circa 24,8 milioni di tonnellate di CO2(e) (l’Italia avrebbe contribuito per l’8%). I dati sono riferiti a un tempo cosiddetto di “pace”. Il piano ReArm Europe/Readiness 2030 prevede un aumento della spesa militare dell’UE di oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. Il CEOBS stima che questo incremento potrebbe generare ogni anno fino a 218 milioni di tonnellate di CO₂(e) aggiuntive, con un “danno climatico” associato di 298 miliardi di dollari.

Se tutti i membri NATO raggiungessero l’obiettivo del 2% del PIL in spesa militare entro il 2028, la loro impronta carbonica collettiva ammonterebbe a 2 miliardi di tonnellate di CO2 (e), superando le emissioni annuali della Russia. Questo comporterebbe anche un dirottamento di 2,57 trilioni di dollari che potrebbero finanziare i costi di adattamento climatico per i paesi a basso e medio reddito per sette anni.

I valori stimati dell’impronta di carbonio delle forze armate, comprendono due tipologie, una è quella delle emissioni “di funzionamento”, cioè legate al carburante bruciato dai veicoli militari, dagli aerei, dalle navi, negli uffici per riscaldarli, raffreddarli, illuminarli, ecc.; l’altro contributo è quello delle emissioni “incorporate” dalla produzione di tutti i mezzi, delle attrezzature belliche compresi carri armati, cannoni, missili e munizioni. Sommando le emissioni di “funzionamento”, quelle “incorporate” e altre, indirettamente dovute alle attività delle forze armate, in periodo di pace e in periodo di guerra, si ottengono le cosiddette “emissioni consumate”: sono queste a costituire l’impronta di carbonio del settore militare.

Sempre riferendoci ai “tempi di pace” non dobbiamo dimenticare l’impatto generato, sia pure in minor scala rispetto a una guerra, delle esercitazioni militari che si susseguono in giro per il mondo come dimostrazione di forza nei confronti degli ipotetici nemici.

Allo stesso modo non dobbiamo tralasciare l’odioso contributo dei poligoni di tiro che ammorbano aria, acqua e suolo di quelle aree geografiche dichiarate servitù militari.

I poligoni militari in Italia sono circa 250, molti dei quali ubicati in aree protette come Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e Zone di Protezione Speciale (ZPS) e tra questi la Sardegna “ospita” i tre più grandi poligoni d’Europa. Poligoni sperimentali nei quali si spara terra-mare, aria-terra e mare-terra, dove si svolgono possenti esercitazioni (anche in affitto) e si mette in mostra il “made in Italy dell’industria bellica”. Ma la Sardegna è spesso ricordata per Quirra (Nuoro) anzi, più che per il paese, per la “Sindrome di Quirra” e la sua lunga serie di morti, di agnelli nati con vistose malformazioni nei pascoli adiacenti, di soldat e pastor ammalat di tumore o leucemia. Questo luogo è il simbolo delle omissioni e degli insabbiamenti militari sulla correlazione fra impatto ambientale e alcune forme tumorali (questione tutt’oggi ancora dibattuta) ma il problema della contaminazione del territorio è troppo chiaro ed evidente. Com’è palese, grazie soprattutto all’azione del Comitato PoligoNO, la devastazione ambientale di uno dei poligoni più utilizzati – Cao-Malnisio in Friuli Venezia Giulia – con 192 giornate/anno e per più tempo. Nell’area vengono adoperati armamento leggero (calibri 9,- 5,56, – 7,72 e 12), bombe a mano, mortai e lanciagranate, per l’addestramento di unità appiedate, aviolanciate (piccoli nuclei con paracadute direzionali) e meccanizzate. Grazie al comitato si può tranquillamente affermare che non solo il territorio usato dai poligoni è contaminato in maniera massiccia da metalli pesanti, ma che le “bonifiche” previste per legge non vengono effettuate tant’è che dopo anni di lotta al momento questo ed altri poligoni della regione sono “silenti” in attesa di verifiche ambientali. Bisogna tener presente che queste zone militari situate in montagna sono un rischio non solo per il territorio locale ma anche per l’inquinamento delle falde acquifere della zona e della pianura. Se i problemi ecologici non fossero così devastanti non si capirebbe come mai già il governo Renzi, con il decreto 91/2014, abbia equiparato le aree militari a quelle industriali, con un innalzamento drastico dei limiti legali di inquinamento, evitando così le bonifiche e occultando l’impatto ambientale delle attività militari; e ora il governo Meloni vorrebbe togliere il controllo ambientale di questi siti alle regioni per riportarlo in seno al Ministero della Difesa secondo una logica tutta italiana che il controllato è anche il controllore.

La questione dei poligoni, poi, dà da pensare anche a un altro macroscopico problema di cui poco si parla: la questione delle bonifiche. Molte sono le aree dismesse dall’esercito che vengono abbandonate al loro destino perché i comuni o le regioni non hanno i soldi per poterli risanare. Secondo i dati più recenti dell’Agenzia del Demanio, risalenti al 2015, in Italia ci sono circa 1.500 caserme non più utilizzate o abbandonate, molte si trovano in aree urbane e alcune per brevi o lunghi periodi sono state anche occupate, ma non esiste un vero e proprio piano di recupero.

Eppure l’esercito, dopo aver sperperato e inquinato ettari di territorio, ora ci vuol far digerire il suo nuovo volto “ecologista” e la realizzazione e/o ristrutturazione delle caserme “green ecosostenibili”. Un osceno progetto che attraverso un greenwashing vergognoso richiede altri investimenti per una nuova militarizzazione del suolo, spacciandolo come una opportunità di beni e servizi anche per la comunità ospitante.

Circa il 60% di tutte le emissioni globali di gas serra proviene da appena dieci paesi: Cina, Stati Uniti, India, Indonesia, Russia, Brasile, Giappone, Iran, Canada e Arabia Saudita. Con l’eccezione dell’Indonesia gli altri sono classificati tra i primi venti stati in termini di spesa militare.

Nessuno stato può essere preso sul serio in termini di mitigazione delle emissioni di gas climalteranti se finanzia le proprie forze armate. L’Italia, nel 2025, ha previsto una spesa militare che sfiorerà i 32-35 miliardi di euro.

Guerra, clima e capitale militare: tre facce dello stesso mostro. L’enorme investimento nelle spese militari non solo sottrae fondamentali risorse a quelle che dovrebbero essere le priorità (mitigazione, adattamento climatico, sviluppo delle forme di energia alternative ai combustibili fossili) ma evidenzia anche una scelta politica che aggrava le conseguenze negative sull’ambiente e sulle popolazioni più fragili. Ancora una volta, i padroni della guerra si garantiscono i profitti scaricando i costi della devastazione ecologica sull’umanità intera.

Capitolo 3Cos’è il greenwashing?

Il greenwashing è una pratica di marketing ingannevole in cui si esagera la propria propensione ecologica o si afferma falsamente il rispetto dell’ambiente per conquistare il favore dei consumatori. Il termine combina, letteralmente, l’aggettivo “verde”, spesso associato al rispetto dell’ambiente e alla sostenibilità, al “lavar via”, verbo che sottintende un tentativo di nascondere, ridefinire la vera natura di una situazione, presentandola sotto una “nuova luce”. Il greenwashing può, perciò, comportare pubblicità ingannevole, false etichette o altri espedienti per creare un’immagine ambientale positiva senza un corrispondente riscontro basato su pratiche concrete.

I cambiamenti climatici sono l’esempio ideale per comprendere come le azioni umane abbiano determinato un impatto che, sempre più spesso, si sposta dall’ambito locale a quello globale e viceversa. In un sistema economico come quello capitalista, dove la regola è stata: “Conquista e rapina delle risorse naturali, sottomissione e sfruttamento “dell’individuo sull’individuo”, tutto ciò non dovrebbe stupire. Quello che risulta particolarmente frustrante è che la crescente sensibilità nei confronti delle problematiche ambientali venga usata come una nuova occasione di profitto per l’imprenditore o imprenditrice di turno o, peggio, per la multinazionale che è stata responsabile dell’origine stessa del danno.

Tornando al concetto di greenwashing, citiamo un esempio che, nella sua semplice banalità, ci può aiutare a mettere ulteriormente a fuoco il ragionamento prima accennato. Un esempio col quale, l’ambientalista statunitense, Jay Westerveld nel 1986 introdusse questo termine nella lingua anglosassone.

Quando nel bagno di un albergo si legge un gentile avviso che suggerisce di non richiedere la sostituzione quotidiana degli asciugamani si è indotti a pensare ad una nuova attenzione della direzione finalizzata alla diminuzione dell’impatto che i frequenti lavaggi della biancheria hanno sull’ambiente (consumo di acqua, dispersione dei detersivi, energia sprecata per il ritiro e consegna della biancheria….). Accogliendo la richiesta, che in fondo corrisponde a quello che normalmente facciamo nelle nostre abitazioni, ci si sente, almeno un po’, protagonisti di una “buona azione ecologista”. Certo, con una riflessione più critica, si potrebbe sospettare che quella “lodevole” iniziativa fosse più ispirata dal calcolo del risparmio ottenuto con la riduzione delle spese di lavanderia che da una “immacolata coscienza ecologista” di chi dirige le catene alberghiere.

Con questo non si vuol sostenere, a priori, che non si possano adottare comportamenti coerenti con il rispetto dell’ambiente ma certo bisogna saper distinguere. A questo proposito citiamo un’indagine pubblicata nel 2007 dalla corporation canadese di marketing ambientale Terra Choice Environmental Marketing Inc.

La loro ricerca ha analizzato 1018 prodotti di cui solo uno è risultato coerente con la sua presentazione, da qui la definizione di “The Sins of Greenwashing”; una lista di sei “peccati” commessi dalle aziende che si presentano eco-friendly. Lo scopo della ricerca era quello di tutelare chi consuma o, più probabilmente, quello di proteggere l’attendibilità delle future campagne pubblicitarie. Per quel che ci riguarda la si può utilizzare per svelare alcuni “trucchi” adottati da “greenwashers

Di seguito i sei punti che troviamo nella lista:

Sin of the hidden trade-off (omessa informazione): dichiarare l’ecosostenibilità di un prodotto basandosi solo su alcuni attributi e spostando l’attenzione da ciò che ha maggiore impatto ambientale.

Sin of no proof (mancanza di prove): un’affermazione non sostenuta da informazioni di supporto facilmente accessibili o da un’affidabile certificazione di terze parti.

Sin of vagueness (vaghezza): quando le indicazioni sul prodotto sono così generiche che il loro significato può essere frainteso da chi compra.

Sin of irrelevance (irrilevanza): con cui si inseriscono affermazioni ambientali anche veritiere, ma non importanti o utili per chi compra.

Sin of lesser of two evils (minore dei mali): un’indicazione che può essere vera per la specifica categoria di prodotto ma che rischia di distrarre chi compra dagli effetti ambientali maggiori della categoria nel suo complesso.

Sin of fibbing (falsità): relativo ad asserzioni d’interesse ambientale che sono semplicemente false.

Del resto, il sistema economico dominante prevede che debbano essere incentivati i consumi nella loro dimensione quantitativa senza badar troppo alle conseguenze sugli equilibri del pianeta. Un esempio lampante di questa “filosofia” è quello dell‘obsolescenza programmata, o obsolescenza pianificata, una vera e propria strategia commerciale e industriale che consiste nel progettare e produrre beni con una durata di vita limitata, in modo che si rompano o diventino obsoleti dopo un periodo prefissato, inducendo chi li compra a sostituirli con modelli nuovi. Questa pratica ha l’obiettivo di incentivare la domanda di prodotti a sostegno delle vendite, e parallelamente determina un assurdo incremento del flusso dei rifiuti. 

Già nel 1924 il Cartello Phoebus, lobby delle principali aziende occidentali produttrici di lampadine, portò una standardizzazione nella produzione delle lampadine a incandescenza in commercio, stabilendo, fra le altre cose, che esse dovessero avere tutte una durata di vita prestabilita pari a circa 1.000 ore di esercizio.

Quando, negli anni Trenta, i ricercatori dell’azienda chimica DuPont riuscirono a creare il nylon, una nuova fibra sintetica molto resistente, questa fu utilizzata per creare calze da donna che si smagliavano molto più difficilmente di quelle esistenti in seta. Vennero messe in commercio nel 1945 ma presto l’azienda si accorse che la durabilità delle calze era eccessiva e dannosa per gli affari. La DuPont incaricò i propri tecnici di trovare una soluzione, così le calze, che all’inizio avevano uno spessore compreso tra i 70 e 40 denari, divennero (in maniera relativamente veloce, nel 1950) più trasparenti ma anche più fragili riducendo lo spessore a 10 denari.

Una forma di obsolescenza programmata, che si può considerare strettamente imparentata con il greenwashing, è quella relativa alla normativa che classifica i veicoli a motore nelle categorie Euro … 4, 5, 6 e oltre (euro 7 dal novembre 2026 ).

Questa iniziativa legislativa presentata con l’obiettivo di diminuire le emissioni climalteranti, degli ossidi d’azoto NOx e delle particelle che costituiscono il cosiddetto particolato (PM 2,5/10) spinge, di fatto, a sostituire gli autoveicoli, altrimenti sottoposti a limitazioni nella circolazione. Un processo che non tiene in considerazione l’impatto ambientale totale, dall’estrazione delle materie prime all’acquisto da parte di chi le utilizza, passando per produzione, assemblaggio, trasporto, gestione commerciale e rottamazione dei veicoli obsoleti, rispetto al mantenimento in vita di veicoli di classe precedente.

Quelle che appaiono come norme di salvaguardia della qualità dell’aria, in realtà si traducono in piani di sviluppo commerciale delle aziende automobilistiche. A volte, le innovazioni tecnologiche, se reali, sembrano essere più funzionali a scandire i cicli produttivi che permettono di “rianimare” i capitali investiti nei diversi settori produttivi più che ad offrire soluzioni di lungo periodo. Infatti, parlando di emissioni, si dovrebbe sviluppare un’analisi più ampia. Se è vero, come è vero, che durante la circolazione un mezzo full-electric non emette inquinanti, escludendo il rilascio di particelle per l’attrito delle componenti frenanti e degli pneumatici sull’asfalto, non dobbiamo pensare che questo corrisponda ad una soluzione più ecologica e rispettosa dell’ambiente in assoluto. Bisogna, infatti, considerare l’intero ciclo di vita del veicolo effettuando una valutazione definita “from well to wheels” (dal “pozzo alle ruote” o dalla “culla alla tomba”) con cui s’intende valutare l’impatto ambientale del prodotto considerando l’estrazione delle materie prime necessarie alla sua costruzione e funzionamento, i processi di lavorazione (ad esempio quelli per la fabbricazione delle batterie giocano un ruolo importante) fino ai processi necessari alla demolizione riciclaggio/smaltimento dei materiali a fine vita del prodotto. Con questo approccio si potrebbe, forse, scoprire che alcune auto mandate precocemente alla demolizione ma ancora funzionanti con una buona efficienza, avrebbero garantito un livello di emissioni ancora sostenibile se non inferiore rispetto a quello calcolato in base all’intero ciclo di vita dei prodotti che le hanno sostituite.

Se per ricaricare le batterie di un veicolo elettrico si utilizza l’energia prodotta in una centrale termoelettrica che brucia petrolio o, peggio, carbone, il risultato è solo quello di spostare le emissioni inquinanti dal luogo in cui l’auto circola a quello in cui è in funzione la centrale. Fatto che sicuramente giova ai polmoni di chi risiede in città ma non cambia, praticamente, nulla considerando anche trasporto e distribuzione di energia in termini di emissioni globali.

Cambiamo completamente settore per fare un altro esempio: come dovremmo considerare la dicitura, riportata sulla confezione delle uova, che sottolinea che le stesse sono ottenute da galline “allevate a terra”? Certo, leggendo quella specifica ci sentiamo sollevati dal pensiero che non siano costrette a una “vita” da confinate in una gabbia. La condizione di “allevate a terra”, però, nella stragrande maggioranza dei casi, va figurata per ciò che è, ovvero, un capannone industriale con migliaia di animali che, pur avendo le zampe che toccano il suolo, non hanno uno spazio vitale adeguato (la normativa a riguardo permette una densità di 9 galline al m2). Animali allevati su un suolo coperto di escrementi e con la luce artificiale quasi sempre accesa per indurre la deposizione delle uova.

A fronte di questi esempi, sarebbe necessaria una riflessione più radicale. In cosa consiste quello che nell’immaginario collettivo è proposto come irrinunciabile progresso?

Quale logica guida la rincorsa al cosiddetto benessere? Se questo prevede il taglio di sempre più ampie porzioni di foresta vergine per guadagnare nuove superfici coltivabili, per produrre un biocarburante “ecologico” da mettere nel serbatoio di un’auto euro(x) indispensabile per raggiungere il centro commerciale dove comprare una dozzina di bottiglie in plastica (magari riciclata) con dell’acqua dentro che è arrivata fino a lì dopo un viaggio di centinaia di chilometri a bordo di un autoarticolato che ha sgasato a destra e a manca? Acqua che ci pare normale ritrasportare con un’auto fino a casa con un ulteriore spreco di energia?

In realtà, con quest’ultimo esempio, neppure tanto estremizzato, si vuole rendere esplicita l’assurdità di certi comportamenti che siamo abituat a considerare inevitabili e che, ripetuti inconsapevolmente, non solo condizionano lo stile di vita e l’ambiente naturale ma ci rendono complici di un sistema i cui limiti sono sempre più evidenti. Un sistema che, anche quando si presenta come riformabile, sta solo cercando di rigenerarsi mantenendo inalterati i propri fini.

A tal proposito, e per completezza d’informazione, ricordiamo che per “combattere” il greenwashing, l’Unione Europea ha introdotto la Direttiva 2024/825. Questa direttiva viene presentata come rafforzamento della protezione di chi consuma contro le pratiche di commercializzazione ingannevoli, promuovendo una maggiore trasparenza nelle comunicazioni ambientali delle aziende.

Secondo la Direttiva 2024/825, diverse pratiche vengono identificate come greenwashing e vietate:

  1. Marchi di Sostenibilità Falsi. È vietato esibire un marchio di sostenibilità che non è basato su un sistema di certificazione approvato o non è stabilito da autorità pubbliche.

  2. Asserzioni Ambientali Generiche. Non è permesso fare affermazioni ambientali generiche senza poter dimostrare l’eccellenza delle prestazioni ambientali pertinenti all’asserzione.

  3. Compensazione delle Emissioni. Dichiarare che un prodotto ha un impatto neutro o ridotto sull’ambiente in termini di emissioni di gas a effetto serra sulla base di mere compensazioni, senza una reale riduzione delle emissioni, è proibito.

  4. Requisiti legali presentati come distintivi- È vietato presentare requisiti legali imposti per legge come se fossero un tratto distintivo dell’offerta dell’azienda.

È stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea il 6 marzo 2024 ed è entrata in vigore dopo venti giorni. Gli stati membri dovranno recepirla entro il 27 marzo 2026 e darle piena operatività entro il 27 settembre 2026​. Come a dire: il greenwashing è “un raggiro” che esiste da anni, ma le aziende devono avere la possibilità di adeguarsi con calma … a scapito dell’ “ingenuità” di chi compra.

Capitolo 4 – Movimenti ambientalisti: storia, critica e limiti

  Per comprendere la genesi dei movimenti ambientalisti, è necessario innanzitutto sgombrare il campo da un equivoco terminologico che è divenuto una gabbia concettuale: l’“Antropocene”. Questo termine, divenuto onnipresente nel dibattito pubblico, suggerisce che sia l'”Anthropos“, l’essere umano in quanto specie biologica indifferenziata, responsabile delle alterazioni degli equilibri ecologici del pianeta. È una narrazione potente ma profondamente mistificante poiché distribuisce la colpa in modo uniforme su tutta l’umanità, nascondendo le specifiche responsabilità storiche e di classe.

Contro questa visione, la sociologia critica e l’ecologia-mondo, attraverso le opere di Jason W. Moore e altr, hanno proposto il concetto di Capitalocene”. Secondo questa prospettiva, non è l’umanità in astratto ad aver devastato la biosfera ma uno specifico modo di organizzazione della natura e della società: il capitalismo. Il sistema capitalista non si limita a “usare” le risorse ma opera attraverso una logica specifica, quella della “Natura a Buon Mercato” (Cheap Nature). Esso si appropria gratuitamente, o a costi irrisori, del lavoro non retribuito di intere categorie umane (donne, popoli colonizzati) e del lavoro della natura extra-umana, trattandole come esternalità infinite.

Il limite primordiale dell’ambientalismo mainstream risiede proprio qui: nell’incapacità di distinguere tra l’attività umana generica e la logica di accumulazione del capitale. Se la diagnosi è l’Antropocene, la cura tecnocratica si limiterà a proporre: controllo demografico, tasse sui comportamenti individuali, mercati dei permessi di emissione. Se la diagnosi è il Capitalocene, la cura non potrà che essere politica e rivoluzionaria e richiederà il superamento del modo di produzione che si fonda sullo sfruttamento dell’individuo e dell’ambiente. Accettando la narrazione dell’Antropocene, i movimenti odierni finiscono, spesso, per invocare soluzioni che rafforzano un approccio tecnocratico senza mettere in discussione il modello economico che è l’origine stessa del problema.

 1. Le origini: la protezione della natura come altrove

  In Italia l’ambientalismo nasce storicamente sotto il segno del “protezionismo”. Associazioni come Italia Nostra (fondata nel 1955), Pro Natura (1959) e successivamente il WWF Italia (1966) sorsero in un contesto di rapida trasformazione industriale e urbanistica, il cosiddetto “boom economico”. L’obiettivo di queste prime organizzazioni non era mettere in discussione il modello di sviluppo in sé, quanto piuttosto mitigarne gli effetti più sgradevoli sul paesaggio e sul patrimonio artistico.

Questo primo ambientalismo presentava caratteristiche ben definite che ne limitavano la portata politica:

  • era guidato prevalentemente da intellettuali, aristocratic e ceti urbani colti, spesso distanti dalle necessità materiali delle classi popolari che vivevano il boom economico come un’occasione di emancipazione dalla povertà rurale;

  • la “Natura” veniva concepita come un’entità separata dalla società, un tempio incontaminato da preservare dagli umani, piuttosto che l’ambiente in cui l’umano vive, lavora e si riproduce. L’ecologia era intesa come cura del “fuori” (i parchi, le montagne, le specie rare), ignorando il “dentro” (le condizioni della fabbrica, il quartiere operaio);

  • non vi era, in questa fase, una critica ai rapporti di produzione. La difesa dell’ambiente era spesso intesa in senso estetico o morale, compatibile con un conservatorismo politico che guardava con sospetto alla modernità industriale ma non al capitalismo come sistema.

 2. La svolta degli anni ’60 e ’70

  Il vero punto di rottura, che costituisce ancora oggi un modello insuperato di integrazione tra questioni sociali e ambientali, avviene tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70. In concomitanza con l’autunno caldo e i grandi movimenti studenteschi, l’ecologia in Italia esce dai salotti ed entra prepotentemente nelle fabbriche e nei quartieri popolari.

Lo sguardo oltreconfine: André Gorz e l’Ecologia politica in Francia

 Mentre in Italia fioriva l’ecologia operaia, in Francia prendeva forma una critica filosofica radicale che avrebbe gettato le basi dell’Ecologia Politica europea, trovando uno degli esponenti più interessanti in André Gorz (1923-2007).

Gorz comprese precocemente che l’ecologia, se non politicizzata in senso anticapitalista, rischiava di diventare uno strumento di gestione della crisi a favore del capitale stesso. Nel suo saggio Ecologia e libertà (1977), Gorz pone un aut aut fondamentale: «O l’ecologia sarà sociale, o non sarà». Il filosofo avvertiva profeticamente contro il rischio dell'”Ecofascismo” o “Tecnofascismo”: l’idea che, di fronte alla scarsità delle risorse, il sistema capitalista avrebbe imposto restrizioni autoritarie gestite da un’élite di tecnocrat, sacrificando la libertà individuale per “salvare il pianeta” (o meglio, per salvare il sistema produttivo), inoltre lanciava un importante monito riguardante i danni sull’ambiente provocati dal capitalismo. Se non si fosse creato un importante e incisivo movimento ambientalista politicamente critico, il Capitale sarebbe riuscito a trovare una nuova fonte di ricchezza proprio nella bonifica dei disastri ambientali creati dal capitalismo stesso.

Punti chiave del pensiero di Gorz rilevanti oggi:

La critica del bisogno. Il capitalismo crea bisogni artificiali per vendere merci. La crisi ecologica non si risolve solo con tecnologie più pulite (“green tech“), ma riducendo la produzione e liberando tempo di vita. È la distinzione tra standard di vita (quantità di merci) e qualità della vita (autonomia, relazioni).

L’ideologia sociale dell’automobile. Nel suo celebre saggio del 1973, Gorz decostruisce l’automobile non come semplice mezzo di trasporto ma come simbolo dell’individualismo borghese che distrugge lo spazio pubblico e crea una dipendenza strutturale dal mercato e dal petrolio. L’auto promette libertà ma crea ingorghi e distanze incolmabili a piedi, rendendo la società ostaggio dell’industria fossile.

Autonomia vs Eteronomia. L’ecologia per Gorz non è un fine in sé ma lo strumento per recuperare l’Autonomia (la capacità di determinare le proprie leggi e i propri bisogni) contro l’Eteronomia imposta dalla megamacchina industriale.

 L’Ecologia operaia e la lotta alle nocività in Italia

 In Italia, si sviluppa quella che possiamo definire una “ecologia di classe”. L’intuizione fondamentale di questa stagione fu il rifiuto della monetizzazione della salute. La classe lavoratrice, spesso in aperto contrasto non solo con i padroni ma anche con le burocrazie sindacali che privilegiavano l’aumento salariale, iniziarono a denunciare la nocività dell’ambiente di lavoro. Lo slogan La salute non si vende divenne il ponte concettuale che univa l’interno della fabbrica con l’ambiente esterno: se una sostanza fa ammalare chi lavora, inevitabilmente avvelenerà anche il territorio circostante.

Due momenti storici segnano questa fase:

  i Comitati di quartiere e di fabbrica. A Marghera, a Torino, a Taranto, i collettivi operai iniziarono a mappare autonomamente le sostanze tossiche, rifiutando i dati aziendali e producendo un sapere “di parte” che svelava il costo umano del profitto;

• il disastro di Seveso (1976). L’esplosione del reattore dell’ICMESA e la fuoriuscita della nube di diossina rappresentarono uno shock traumatico. Seveso rivelò che la fabbrica non è un’isola ma una potenziale bomba ecologica in grado di compromettere la riproduzione sociale di un intero territorio. Il gruppo operaio della Montedison di Castellanza, con la sua opera di denuncia, mostrò come il disastro non fosse un “incidente”, ma la conseguenza logica di un modo di produzione che subordinava la sicurezza al risparmio.

 A differenza dell’ambientalismo odierno, spesso accusato di essere un passatempo per ceti benestanti o “da ZTL” (Zone a Traffico Limitato), l’ecologia degli anni ’70 in Italia aveva una base materiale fortissima, legata alla sopravvivenza fisica della classe lavoratrice. La separazione odierna tra “sociale” e “ambientale” è il prodotto storico della sconfitta di quella stagione politica e della successiva deindustrializzazione, che ha frammentato il mondo del lavoro e reso invisibile” la produzione.

La spettacolarizzazione delle lotte ambientaliste: Greenpeace e Sea Shepherd

Greenpeace nasce in Canada nel 1971 quando un gruppo di pacifist salpa sulla nave Phyllis Cormack verso l’isola di Amchitka per bloccare i test nucleari statunitensi. L’organizzazione fin da subito si struttura su un’ideologia di non violenza assoluta, azione diretta mediatica e pressione sulle istituzioni internazionali: le loro azioni non arrivano mai al sabotaggio, sono una testimonianza attiva davanti alle telecamere, trasformando ogni intervento in evento giornalistico globale. Oggi Greenpeace è una rete con oltre 3 milioni di sostenitor e sostenitrici e 26 organizzazioni nazionali, con budget annuali nell’ordine di milioni di euro.

Pur apprezzando il coraggio degli e delle attivist e l’importanza delle campagne e delle proteste messe in atto, non si può nascondere che negli anni l’organizzazione sia diventata un apparato burocratico gerarchico che vuole mettere in discussione il capitalismo non alle radici ma solo nell’intento di migliorarlo”. Agisce come se fosse veramente possibile rivoluzionarlo dall’interno.

Da una sua costola nasce nel 1977 Sea Sheperd, sempre in Canada, da Paul Watson, già membro fondatore di Greenpeace, espulso per il suo rifiuto della non violenza assoluta. L’idea di Watson si basa sul principio che le leggi internazionali a protezione del mare sono sistematicamente disattese e che, in assenza di una polizia oceanica, sia legittimo intervenire direttamente per far rispettare i trattati esistenti. La filosofia di Sea Shepherd si definisce come eco-difesa: ostacolamento fisico delle navi baleniere e delle flotte di pesca illegale, sequestro e distruzione di reti abbandonate (ghost net), monitoraggio e denuncia. La sua azione non si limita a bloccare l’attività delle baleniere ma anche al pattugliamento di aree marine protette, vedi l’Operazione Siracusa, in collaborazione con gli organismi statali preposti. Anche qui ci troviamo di fronte alla spettacolarizzazione della militanza, basta guardare il programma Whale Wars su Animal Planet che critica il sistema alimentare globale ma non il sistema in toto. Anzi, proprio in questo caso si può parlare di protesta all’interno del sistema solo per attenuarne i guasti, visto la piena collaborazione con le istituzioni e una promozione spinta di merchandising per finanziarsi, dalle spille vendute per pochi euro a orologi che ne costano migliaia.

3. Gli Anni ’80 e ’90: istituzionalizzazione, nucleare e riformismo

La grande mobilitazione contro gli impianti nucleari in Italia con scioperi, blocchi e azioni dirette a cui partecipò pure la Federazione Anarchica Italiana, organizzando un convegno nazionale a Bologna e attraverso l’impegno di una apposita commissione e dei gruppi locali, costrinse le istituzioni a cercare una comoda via di uscita nel referendum del 1987, ma non misero fine alle pratiche dal basso, all’autorganizzazione e all’azione diretta. Alla fine degli anni ‘80 realtà ambientaliste in cui l’anarchismo svolse un ruolo di primo piano imposero la chiusura della Farmoplant di Massa e dell’Acna di Cengio. Con il riflusso dei movimenti rivoluzionari, però, anche l’ecologia prende progressivamente la via delle istituzioni. La nascita delle Liste Verdi (1985) e il loro successivo ingresso in parlamento segnano l’inizio del riformismo ambientale. Si diffonde l’idea che si possa salvare il pianeta attraverso leggi, ministeri, agenzie di controllo e accordi internazionali, senza necessariamente uscire dal perimetro dell’economia di mercato. È la fase della “modernizzazione ecologica”: l’ambiente diventa un settore amministrativo, gestito da espert. È in questo contesto che si consolida, a livello globale, il paradigma dello “Sviluppo Sostenibile” (sancito dal Rapporto Brundtland del 1987), un concetto ambiguo che prometteva di conciliare la crescita economica con la tutela ambientale. Come vedremo, questo concetto rappresenta un ossimoro funzionale al mantenimento della crescita capitalista, permettendo al sistema di interiorizzare la critica ecologista senza eliminare alla radice il problema. L’ambientalismo diventa professione, le ONG strutturate sostituiscono i collettivi spontanei, e l’attività di lobbying sostituisce il conflitto sociale.

4. La nuova onda della contestazione. Anatomia dei movimenti contemporanei

L’ecologia sociale di Murray Bookchin: “Le radici sociali della crisi”

Figura rilevante dell’ambientalismo radicale, Murray Bookchin (1921-2006) ha sviluppato, a partire dagli anni ’60, la teoria dell’ecologia sociale. La sua analisi offre una chiave di lettura indispensabile per comprendere i limiti dei movimenti attuali.

A. La gerarchia precede il capitalismo. Il nucleo del pensiero di Bookchin è che “i problemi ecologici derivano da problemi sociali”. La dominazione dell’individuo sulla natura non è un fatto innato, ma è la proiezione ideologica della dominazione dell’individuo sull’individuo. Le gerarchie sociali (gerontocrazia, patriarcato, burocrazia statale) hanno creato una mentalità di comando che è stata poi estesa al mondo naturale. Per Bookchin, il capitalismo non è che l’ultima e più devastante forma di questa logica di dominio, in cui la natura è ridotta a risorsa da saccheggiare per la crescita infinita (“Grow or Die“).

B. Ecologia vs ambientalismo. Bookchin operava una distinzione netta, oggi cruciale tra:

ambientalismo – Forma di “ingegneria sociale” che mira a ridurre i danni del sistema esistente senza cambiarne le fondamenta. Cerca di “aggiustare il motore” del capitalismo con tecnologie verdi o con leggi ma lascia intatta la macchina distruttiva (e i movimenti che si rivolgono allo stato, come FFF o XR, ricadono spesso in questa categoria);

ecologia: È una disciplina intrinsecamente rivoluzionaria e ricostruttiva. Non mira a gestire le risorse, ma ad armonizzare le comunità umane con gli ecosistemi attraverso la fine delle gerarchie.

C. La Soluzione Politica: A differenza dell’attivismo che si limita alla protesta («postura petitoria» verso i governi), Bookchin proponeva una politica prefigurativa: il Municipalismo Libertario (o Comunalismo). La proposta è quella di svuotare lo stato dall’interno attraverso la creazione di assemblee popolari cittadine basate sulla democrazia diretta faccia-a-faccia. Queste assemblee, confederandosi tra loro a livello regionale e globale, dovrebbero gestire l’economia e la vita pubblica, sottraendo potere sia al mercato che allo stato.

Seattle e Genova: l’ecologia contro la globalizzazione neoliberista

 Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, in particolare con le proteste di Seattle (1999) contro il WTO e di Genova (2001) contro il G8, emerse un movimento globale che collegava esplicitamente la giustizia sociale alla giustizia ambientale.

A differenza dei movimenti odierni, spesso focalizzati sul singolo tema delle emissioni (la “CO2 tunnel vision“), il movimento di Seattle e Genova denunciava come le istituzioni sovranazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO) imponessero politiche di libero scambio che devastavano gli ecosistemi locali nel Sud del mondo e smantellavano i diritti della classe lavoratrice nel Nord.

Caratteristiche distintive del “Popolo di Seattle”

Il nemico era chiaro: Non l'”individuo” generico, ma le multinazionali e gli organismi non eletti che governavano l’economia globale.

Agroecologia: Grazie a figure come José Bové (che smontò simbolicamente un McDonald’s in Francia) e Vandana Shiva, l’ecologia entrava nel piatto criticando gli OGM e l’agricoltura industriale come strumenti di dominio coloniale sulla natura e su chi coltivava direttamente la terra.

La repressione come spartiacque: La brutale repressione poliziesca di Genova 2001 (la “macelleria messicana” alla scuola Diaz, l’omicidio di Carlo Giuliani) segnò un trauma generazionale. Quella violenza di stato insegnò duramente che mettere in discussione il cuore del modello economico (i vertici G8) comportava una reazione militare, non un “dialogo”.

La sconfitta di quel movimento non ha fermato, però, le lotte territoriali, come la lotta contro la tratta ferroviaria ad alta velocità (TAV), la lotta contro i rigassificatori come quello di Livorno e tante altre esperienze.

È interessante notare come alcuni movimenti odierni, come Extinction Rebellion talvolta prendano le distanze da quell’esperienza per rivendicare una natura “non violenta” e “apolitica”, ignorando forse che la violenza a Genova fu subita, non scelta, e che la “politicità” di quelle piazze risiedeva proprio nella loro forza analitica.

Il 2018 segna l’esplosione di una nuova fase storica. La crisi climatica, divenuta innegabile anche per l’opinione pubblica generalista, innesca una reazione a catena globale. Tuttavia, i nuovi movimenti che emergono portano con sé i segni di una profonda discontinuità rispetto alla tradizione dell’ecologia di classe, presentando caratteristiche inedite e nuove contraddizioni.

Fridays for Future: la scienza come feticcio e il limite del Blablabla

 Fridays for Future (FFF) nasce dall’azione individuale di Greta Thunberg e si configura rapidamente come il primo vero movimento generazionale transnazionale del XXI secolo. La sua forza risiede nella capacità di mobilitare milioni di giovani attraverso lo strumento dello sciopero scolastico globale, sottraendo simbolicamente tempo alla formazione del “capitale umano” per rivendicare un futuro.

Analisi Tattica e Strategica

• Lo sciopero simbolico. A differenza dello sciopero operaio (che blocca la produzione e quindi il profitto), lo sciopero scolastico ha una valenza morale e mediatica. Esso interroga la coscienza di chi è adulto ma non ferma la macchina economica.

• L’appello alla scienza. Lo slogan “Unite behind the science” (“Unitevi dietro la scienza”) costituisce il pilastro epistemologico del movimento. FFF chiede alla politica di ascoltare i report dell’IPCC come se fossero tavole della legge neutrali.

• Interlocuzione istituzionale. FFF dialoga costantemente con governi e istituzioni sovranazionali (COP, ONU, Commissione Europea), chiedendo il rispetto degli Accordi di Parigi. Questa postura implica un riconoscimento della legittimità di queste istituzioni come interlocutori validi.

Il limite del “Blablabla”. Nonostante la potenza comunicativa, FFF ha mostrato presto i suoi limiti teorici. La celebre invettiva di Greta Thunberg contro il “Blablabla” dei leader mondiali evidenzia la frustrazione per l’inazione, ma non riesce a recidere il cordone ombelicale con le istituzioni. Il limite fondamentale, specialmente nelle fasi iniziali, è stata la depoliticizzazione della scienza.

Trattare la scienza climatica come un oracolo neutrale che “detta” l’agenda politica significa ignorare che:

• la scienza produce diagnosi fisiche ma non prognosi politiche o sociali. Dire che «bisogna tagliare le emissioni» è scienza; decidere chi deve tagliarle e come (chiudendo le fabbriche o tassando i ricchi?) è politica;

• l’applicazione delle “soluzioni scientifiche” è sempre mediata da rapporti di forza economici;

• chiedere ai governi di “ascoltare la scienza” presume ingenuamente che i governi agiscano per il bene comune e non per la tutela degli interessi economici nazionali e delle lobby fossili.

In Italia, questo limite si è manifestato nell’incontro con il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani nel 2021. Inizialmente accolto con cauta speranza dal movimento, Cingolani è divenuto presto il simbolo del “tradimento”, promuovendo il nucleare di nuova generazione e il gas come ponti necessari per la transizione, dimostrando che la “tecnica” non è mai neutrale ma sempre asservita a visioni politiche e industriali precise. Di fronte a questo, FFF Italia ha avviato un processo di radicalizzazione, legandosi a collettivi operai (come il Collettivo di Fabbrica GKN a Firenze) e parlando sempre più di “giustizia climatica” intersezionale, ma la tensione tra anima movimentista e anima dialogante rimane irrisolta.

Extinction Rebellion: l’apocalisse “apolitica” e la tecnologia della non-violenza

 Parallelamente a FFF, nasce nel Regno Unito nel 2018 Extinction Rebellion (XR), diffondendosi rapidamente anche in Italia. XR introduce una novità tattica significativa: la disobbedienza civile non violenta di massa. Blocchi stradali, occupazioni di ponti, azioni performative ad alto impatto visivo (i “Red Rebels”, i die-in, l’uso di sangue finto…) mirano a causare disagi economici e paralisi urbana per costringere il governo al tavolo delle trattative.

Le tre richieste cardine di XR rivelano la loro “teoria del cambiamento”:

• Tell the truth (Dite la verità). Il governo deve dichiarare l’emergenza climatica ed ecologica.

• Act now (Agite ora). Azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2025 (un obiettivo tecnicamente impossibile senza un collasso pianificato dell’economia industriale, il che implicherebbe una rivoluzione che però non viene mai nominata esplicitamente).

• Beyond politics (Oltre la politica). La creazione di assemblee cittadine sorteggiate per decidere le misure da adottare, aggirando il parlamento.

Quest’ultimo punto è il più controverso e rivelatore dei limiti ideologici di XR. L’insistenza sul carattere “né di destra né di sinistra” del movimento e la volontà di andare “oltre la politica” tradiscono una visione ingenua dello stato. Le assemblee cittadine sono strumenti democratici interessanti ma prive di potere coercitivo sull’economia reale (banche, multinazionali energetiche) rischiano di diventare consultori impotenti o strumenti di legittimazione per decisioni impopolari già prese altrove. La dottrina della non-violenza radicale di XR ha portato, specialmente nel contesto britannico, a scene paradossali di attivisti che ringraziavano la polizia dopo gli arresti o che si facevano arrestare volontariamente come atto di martirio morale. Questa strategia è stata duramente criticata dai movimenti anarchici e dalle comunità razzializzate per le quali la polizia non è un interlocutore benevolo da convertire ma una minaccia esistenziale strutturale. In Italia, dove la memoria del G8 di Genova è ancora viva, questo approccio “amichevole” verso le forze dell’ordine ha faticato ad attecchire, creando frizioni con i movimenti antagonisti storici. XR è stato spesso accusato di essere un movimento “bianco” e “middle-class”, cieco ai privilegi che permettono a cert attivist di farsi arrestare senza conseguenze devastanti sulla propria vita (fedina penale, permesso di soggiorno, lavoro) a differenza di migranti o precar.

 Ultima Generazione e la radicalizzazione tattica: il sabotaggio simbolico

 La percezione della sostanziale inefficacia delle marce oceaniche di FFF e dei sit-in colorati di XR ha portato, per scissione o evoluzione, alla nascita di frange più radicali. In Italia, Ultima Generazione (nata iniziamente come campagna di disobbedienza civile all’interno della galassia XR, e poi resasi indipendente) rappresenta questo salto di qualità.

Dalla performatività al disagio materiale. Ultima Generazione (UG) adotta tattiche di resistenza civile mirate a creare un danno d’immagine immediato o blocchi della circolazione più aggressivi (per esempio i blocchi del Grande Raccordo Anulare a Roma, l’imbrattamento di opere d’arte protette da vetro o di palazzi istituzionali come il Senato e il Ministero della Transizione Ecologica). A differenza di XR, che cerca ancora un consenso di massa “morale”, UG accetta esplicitamente l’impopolarità e l’odio mediatico come costo necessario per rompere il muro dell’indifferenza e polarizzare il dibattito pubblico. Teoricamente, questo spostamento risente (consapevolmente o meno) delle tesi dell’accademico e attivista svedese Andreas Malm, autore del saggio intitolato Come far saltare un oleodotto. Malm critica il “pacifismo strategico” dogmatico come un’aberrazione storica: tutte le grandi conquiste civili (dalle suffragette ai diritti civili negli USA, fino alla lotta all’apartheid) hanno sempre avuto una radical flank (ala radicale) disposta al sabotaggio o allo scontro fisico che rendeva l’ala moderata accettabile per il potere come “male minore”. La domanda che Malm pone è cruciale: «A che punto inizieremo ad attaccare fisicamente le infrastrutture che ci stanno uccidendo?». Anche se UG rimane rigorosamente non-violenta verso le persone, la violenza simbolica verso le “cose” (arte, strade, edifici) segna un passo verso la de-sacralizzazione della proprietà privata rispetto alla vita biologica.

Tuttavia, anche UG si scontra con il medesimo limite istituzionale dei suoi predecessori: le loro richieste (ad esempio il “Fondo Riparazione” per le vittime del clima) sono ancora rivolte allo stato. Chiedono al governo di tassare gli extra-profitti o di fermare l’utilizzo del gas. Permane l’illusione che lo stato possa agire contro gli interessi del capitale fossile se solo la pressione dell’opinione pubblica fosse abbastanza forte, ignorando che lo stato italiano (tramite colossi come ENI, partecipata statale) è parte integrante del capitale fossile.

 

Antispecismo politico e Limiti dello Stato

  Un settore spesso trascurato nelle analisi generaliste dell’ecologia ma cruciale per una critica radicale e coerente, è il movimento antispecista nelle sue declinazioni politiche.

1. L’antispecismo politico: oltre la compassione

L’antispecismo mainstream è spesso associato al veganismo come scelta di consumo individuale o alla protezione degli animali domestici. Tuttavia, in Italia esiste una corrente teorica robusta definita antispecismo politico, rappresentata da filosofi come Marco Maurizi e collettivi come Assemblea Antispecista, la rivista Veganzetta o Oltre la Specie.

La tesi centrale di questa corrente è che lo specismo (il dominio dell’umano sull’animale non umano) non sia un semplice pregiudizio morale isolato ma la struttura fondante del dominio tout-court. La distinzione gerarchica Umano/Animale è l’archetipo ideologico che ha permesso storicamente di “animalizzare” altri esseri umani (schiav, ebrei, donne, colonizzat, disabili) per giustificarne lo sfruttamento o lo sterminio.

2. La critica al capitalismo animale e l’intersezionalità

L’antispecismo politico critica ferocemente l’ambientalismo mainstream (inclusi FFF e XR) per il suo antropocentrismo residuo. Salvare il clima “per le generazioni future” mantenendo intatti i macelli industriali e gli allevamenti intensivi è visto come una contraddizione etica e materiale insanabile, poiché l’industria zootecnica è una delle cause primarie del collasso ecologico (deforestazione, emissioni di metano, consumo idrico). Inoltre, questi movimenti criticano il Vegan Capitalism (il mercato dei prodotti vegetali delle multinazionali) come un tentativo di mercificare la resistenza senza cambiare i rapporti di dominio. La liberazione animale, in quest’ottica, è inscindibile dalla lotta al capitalismo: non si possono liberare gli animali in una società basata sullo sfruttamento del valore e sulla reificazione dei corpi viventi.

 5. I limiti strutturali: perché rivolgersi alle istituzioni è un errore

  Analizzando trasversalmente i movimenti trattati (fatta eccezione per l’antispecismo), emergono dei limiti strutturali comuni che costituiscono il cuore critico di questo rapporto.

A. Lo Stato non è un arbitro, è un giocatore. 

Il limite più evidente è l’incomprensione della natura dello stato moderno. I movimenti chiedono allo stato di regolare il mercato, di “fermare” le multinazionali, ignorando che lo stato, nella sua configurazione attuale, esiste primariamente per garantire le condizioni giuridiche, infrastrutturali e militari per l’accumulazione del capitale. Come notano coloro che si occupano di ecologia politica e le critiche anarchiche, chiedere allo stato di smantellare l’industria fossile equivale a chiedere a un organismo di amputarsi gli arti vitali. Il caso del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) in Italia ne è la prova: presentato come green, finanzia in realtà infrastrutture pesanti, caserme, alta velocità e digitalizzazione energivora, gestite secondo logiche di profitto da manager e tecnocrat impermeabili al controllo democratico.

B. L’illusione del capitalismo verde e della transizione tecnologica. 

La narrazione della “transizione ecologica” (adottata anche dal Ministero omonimo) presuppone che si possa disaccoppiare la crescita economica dall’impatto ambientale (decoupling). I dati empirici e le teorie dell’ecologia-mondo smentiscono categoricamente questa possibilità. La “transizione” promossa dalle istituzioni (auto elettriche, rinnovabili industriali) non è un cambio di paradigma ma un cambio di input energetico che richiede un’estrazione massiccia di litio, cobalto, rame e terre rare. Questo innesca nuove dinamiche coloniali di predazione nel Sud del mondo (come denunciato nel caso del Triangolo del Litio in Sudamerica), creando “zone di sacrificio” per permettere al Nord del mondo di guidare auto “pulite”. Quando i movimenti come FFF o XR accettano il frame della “transizione” senza mettere in discussione il dogma della “crescita” e del PIL, finiscono involontariamente per legittimare un nuovo ciclo di accumulazione capitalista verniciato di verde (greenwashing sistemico).

C. La repressione come risposta sistemica. 

Un altro limite tragico è la sottovalutazione della risposta repressiva dello stato. La credenza ottimista che «se siamo in tant e pacific, dovranno ascoltarci» si è infranta contro il muro dei decreti sicurezza e della criminalizzazione giudiziaria. In Italia, l’uso sistematico di fogli di via, denunce per “blocco stradale”, sorveglianza speciale e l’equiparazione dell’attivismo climatico all’associazione a delinquere mostrano il vero volto delle istituzioni quando vengono toccati gli interessi economici vitali. La polizia non protegge chi manifesta dal cambiamento climatico; la sua funzione storica è proteggere la proprietà privata e l’ordine pubblico (cioè il flusso delle merci) dai disturbi. La mancata elaborazione di strategie di autodifesa (legale, politica e di piazza) e la fiducia ingenua nella legalità democratica rendono i movimenti estremamente vulnerabili alla repressione.

6. Conclusioni: verso un’ecologia rivoluzionaria

L’analisi condotta in queste pagine mostra inequivocabilmente che i limiti dei movimenti ambientalisti contemporanei non sono meramente organizzativi o comunicativi, ma politici e strategici. Il “peccato originale” risiede nel mancato riconoscimento che le istituzioni a cui si rivolgono (lo stato, l’Unione europea, le Conferenze delle parti) sono parte integrante e attiva del problema che si vorrebbe risolvere. Finché i movimenti continueranno a chiedere “misure urgenti” senza mettere in discussione il dogma della crescita infinita, la proprietà privata dei mezzi di produzione e lo stato, rimarranno intrappolati in un ciclo di frustrazione, cooptazione e repressione.

La “sostenibilità”, così come viene promossa dalle istituzioni, è un’illusione ottica, un dispositivo ideologico per permettere al capitalismo di sopravvivere alla catastrofe che esso stesso ha creato, aprendo nuovi mercati “verdi”. I movimenti, per essere efficaci e all’altezza della minaccia esistenziale che affrontiamo, devono compiere un salto di paradigma teorico e pratico:

• abbandonare la postura petitoria. Smettere di chiedere al “sovrano” di salvarci e iniziare a costruire forza materiale per imporre il cambiamento;

• riconoscere il conflitto di classe (capitalocene). Capire che la crisi ecologica è una guerra di classe condotta dall’alto contro il vivente e le classi subalterne. Non “siamo tutt sulla stessa barca”;

• costruire istituzioni alternative (Dual power). Ispirarsi all’ecologia sociale di Murray Bookchin e, più in generale, al movimento anarchico per creare assemblee popolari territoriali, reti di mutuo appoggio e strutture di autogoverno capaci di gestire la riproduzione sociale (cibo, energia, cura) fuori dalle logiche di mercato e dallo stato;

• integrare la critica antispecista. Comprendere che non ci sarà liberazione ecologica senza la decostruzione del dominio umano sugli altri viventi;

• convergenza delle lotte. Unire le istanze ecologiste con quelle del lavoro (come l’esempio della GKN), del transfemminismo e dell’antirazzismo, in un unico fronte contro il sistema di dominio.

 La conversione ecologica potrà affermarsi solo se diventerà “socialmente desiderabile” condivisa e non imposta. E potrà esserlo solo se non sarà un costo scaricato su chi è pover o sfruttat da un’élite tecnocratica ma una riappropriazione collettiva delle risorse, del tempo di vita in una società libera dalle gerarchie di specie, organizzata attraverso la cooperazione, il mutuo appoggio e il rispetto del non umano. 

Capitolo 5 – CHE FARE? Una proposta libertaria.

C’è una premessa che va fatta senza ambiguità, perché ogni ambiguità oggi è già una forma di resa: nessuna riforma graduale, nessuna transizione addomesticata, nessuna compatibilità con l’attuale stato delle cose può produrre un impatto reale nella lotta alla crisi climatica. Solo un cambiamento radicale, un vero sconvolgimento degli assetti economici, produttivi e simbolici che regolano il mondo contemporaneo, può aprire uno spazio di possibilità. Tutto il resto, per quanto benintenzionato, rientra nella gestione del disastro, non nella sua interruzione. Il cambiamento climatico che stiamo vivendo non è un incidente del sistema. È, piuttosto, il sistema che funziona perfettamente secondo la sua logica e pretendere di risolverlo senza mettere in discussione i rapporti di produzione, la centralità del profitto, l’ideologia della crescita infinita e la mercificazione totale della vita significa accettarne implicitamente le conseguenze. La difficoltà principale, per chi è dispost a guardare questa realtà senza filtri, non è tanto comprendere il problema quanto organizzarsi per affrontarlo. Il potere economico e politico non domina solo attraverso le leggi o la forza materiale ma soprattutto attraverso il racconto, il narrato che definisce ciò che è realistico, possibile, desiderabile. I grandi gruppi industriali, finanziari e mediatici hanno costruito una narrazione in cui l’attuale modello di sviluppo appare come l’unico mondo possibile, mentre ogni alternativa viene descritta come utopica, pericolosa, regressiva o autoritaria. In questo quadro, anche i movimenti di opposizione vengono spesso “integrati” come valvole di sfogo, capaci di produrre linguaggio critico ma incapaci di incidere sui meccanismi reali. Organizzarsi significa quindi, prima ancora che costruire strutture, sottrarsi a questo “campo magnetico”, rompere l’incantesimo di un immaginario che neutralizza il conflitto rendendolo impensabile. Una minoranza, perché siamo consapevoli di essere una minoranza, che voglia promuovere alternative reali deve accettare di essere tale, almeno per lungo tempo. La storia insegna che i cambiamenti profondi non nascono da maggioranze illuminate, ma da nuclei coerenti che resistono abbastanza a lungo non rinunciando a proporre un’alternativa fino a rendere visibile un’altra possibilità di vita. Il primo livello di intervento non può che essere locale, non per romanticismo ma per necessità materiale. È nel territorio che si incontrano i corpi, le relazioni, le contraddizioni concrete tra produzione, consumo, inquinamento, lavoro e salute, tutti fattori strettamente collegati tra loro. È lì che si può iniziare a costruire forme di autonomia parziale e crescente, pratiche di mutualismo, economie di sussistenza estesa senza discriminazioni nei confronti di chi abita il pianeta, economie di scambio che sottraggano spazio, anche minimo, al dominio del mercato globale. Non si tratta di creare isole felici ma di generare esempi praticabili che mostrino che vivere diversamente non solo è percorribile, ma produce benessere reale, relazioni più dense, maggiore resilienza. Questo lavoro, però, non può limitarsi alla pratica materiale. Senza una controinformazione strutturata, radicata e rigorosa, ogni esperienza alternativa rischia di essere invisibile o facilmente neutralizzata. La controinformazione non è propaganda ma ricostruzione del nesso tra cause e conseguenze, tra scelte economiche e disastri ambientali, tra profitti privati e costi collettivi. Deve parlare a un pubblico competente, non semplificare per sedurre, ma approfondire per emancipare. Deve smascherare il linguaggio del potere, mostrando che termini come sostenibilità, transizione, innovazione vengono usati per perpetuare l’esistente, mentre è necessario restituire a queste parole un significato conflittuale. In tal senso, la controinformazione non serve solo a denunciare, ma a formare soggetti capaci di pensare e agire fuori dai binari imposti.

Accanto a questo, forse l’aspetto più radicale e più difficile da conseguire è la coerenza tra mezzi e fini.

Una minoranza che voglia incidere realmente deve praticare, per quanto possibile, un modello di vita compatibile con il mondo che afferma di voler costruire. Non per moralismo individuale ma per credibilità storica. Non si può combattere un sistema fondato sull’accumulazione infinita riproducendone gli stili di vita, i ritmi, le gerarchie, le dipendenze. La coerenza non è purezza, è tensione continua, conflitto anche interno, ma è l’unico antidoto al cinismo e alla trasformazione della critica in mero discorso fine a se stesso. Vivere diversamente, consumare meno, dipendere meno, rallentare, condividere, prendersi cura dei luoghi e delle persone non è una soluzione al cambiamento climatico, ma è la condizione necessaria per non esserne semplicemente una vittima consapevole, e questa affermazione può diventare concreta senza trasformarsi in un manuale tecnico o in un progetto ingegneristico. Significa, ad esempio, immaginare e praticare comunità energetiche autonome o semi-autonome, collegate in reti dove possibile, non come utopie autosufficienti ma come riduzione deliberata della dipendenza da grandi infrastrutture centralizzate, fossili, opache e politicamente intoccabili. Piccoli impianti condivisi, produzione locale, gestione comunitaria dell’energia restituiscono controllo, consapevolezza e responsabilità, spezzando il nesso invisibile tra consumo quotidiano e devastazione lontana. Allo stesso modo, un’alimentazione a basso impatto non è una questione di diete identitarie, ma di riancoraggio del cibo ai territori, alle stagioni, alle relazioni, sottraendolo alla logica della produzione su macro-scala e ai trasporti planetari che trasformano il nutrimento in merce astratta, energivora e fragile. Mangiare ciò che cresce vicino, ridurre drasticamente il consumo di prodotti ultra-processati, sostenere filiere corte e informali significa diminuire emissioni ma anche ricostruire un rapporto diretto tra chi produce e chi consuma, tra terra e comunità. In questa stessa direzione vanno pratiche come la riparazione, il riutilizzo, il riciclo reale e non simbolico, che rompono il ciclo dell’obsolescenza programmata e restituiscono dignità agli oggetti, al tempo e alle competenze manuali.

Ogni oggetto inutile, ogni imballaggio superfluo, ogni ciclo di produzione orientato all’obsolescenza programmata, ogni trasferimento forzato di beni, esseri umani e non, è un’offesa all’intelligenza e un attacco all’equo accesso alle risorse. Scambio e baratto di beni e vestiario, dove fattibile, non sono nostalgie preindustriali ma strumenti concreti per ridurre produzione inutile, rifiuti e dipendenza dal mercato globale, rafforzando al contempo legami sociali e reti di fiducia. Anche sul piano dei servizi, compresi quelli complessi, la questione non è smantellare ma ripensare le scale. La grande struttura centralizzata, come nel caso della sanità o dell’istruzione, può e deve essere affiancata da una rilocalizzazione su scala più piccola e media, dal macro al mini, dal macro al medio, capace di alleggerire i grandi poli, ridurre gli spostamenti forzati e avvicinare i servizi alle persone. Questo comporta una riduzione significativa del pendolarismo, sia lavorativo sia formativo, con effetti immediati sulle emissioni, sulla qualità della vita e sul tempo restituito alle relazioni, alla cura, alla partecipazione. La ridistribuzione dei servizi su scala locale, con forme di gestione autonoma e radicata nei territori, non è solo una misura ecologica ma una scelta politica profonda, perché sottrae potere ai grandi apparati restituendolo alle comunità. In questo quadro, la lotta al cambiamento climatico smette di essere un problema astratto e globale, percepito come troppo grande per essere affrontato, e diventa un processo quotidiano di trasformazione del modo di vivere, produrre e organizzarsi. Non elimina, magicamente, il problema alla radice ma costruisce soggetti, relazioni e strutture che non lo alimentano passivamente. Ed è proprio in questa coerenza praticata, imperfetta ma reale, che una minoranza può iniziare a rendere credibile un altro mondo possibile, non come promessa lontana ma come esperienza presente. Col tempo, se queste pratiche resistono e si moltiplicano, se riescono a connettersi senza perdere radicamento, possono iniziare a costruire reti più grandi, forme di coordinamento più ampie, capaci di esercitare pressione, di bloccare progetti distruttivi, di imporre costi politici e sociali a chi continua a devastare territori e comunità. Questo passaggio non è automatico e non è garantito. Richiede conflitto, espone alla repressione, all’isolamento, alla delegittimazione. Non esiste una via indolore per mettere in discussione un ordine del mondo che sta conducendo al collasso ecologico e sociale. Riguardo ai servizi su larga scala, come gli ospedali, le reti sanitarie, l’istruzione superiore e alcune infrastrutture strategiche, il punto non è una negazione ideologica della grande scala, che sarebbe ingenua e pericolosa, ma una sua profonda riconfigurazione. Alcuni servizi richiedono inevitabilmente concentrazione di competenze, tecnologie avanzate, ricerca e coordinamento complesso, ed è illusorio pensare di frammentarli completamente senza perdere qualità e funzionalità. Ad esempio, il modello attuale del servizio sanitario, iper centralizzato, iper tecnologico e spesso distante dai territori, genera effetti collaterali enormi: pendolarismo sanitario, sovraffollamento, disuguaglianze di accesso. Una prospettiva coerente con la critica climatica e sociale non è quindi “grande o piccolo”, ma una articolazione intelligente delle scale. I grandi ospedali e i poli di alta specializzazione dovrebbero diventare nodi di una rete, non monoliti che fagocitano tutto. Accanto ad essi è fondamentale ricostruire una sanità territoriale diffusa, di prossimità, capace di intercettare i bisogni prima che diventino emergenze, riducendo ricoveri inutili, spostamenti forzati e carichi energetici e logistici enormi. Presidi locali, case della salute, ambulatori integrati, assistenza domiciliare, medicina preventiva e comunitaria non sono un ripiego, ma il vero cuore di un sistema resiliente. Questa rilocalizzazione parziale produce benefici climatici indiretti ma significativi: meno spostamenti quotidiani, meno infrastrutture che consumano grandi quantità di energia sovradimensionate, meno consumo di tempo e carburante, meno stress sociale. Allo stesso tempo rafforza il legame tra servizio pubblico e comunità, sottraendo la sanità e altri servizi essenziali alla logica puramente aziendalistica che li trasforma in centri di costo o di profitto. Lo stesso principio può essere applicato all’istruzione, alla formazione, ad alcuni servizi amministrativi e culturali: grandi poli di riferimento, sì, ma sostenuti da una rete capillare di strutture locali autonome, adattate ai contesti e partecipate. In questa visione, il passaggio dal macro al medio e dal macro al mini non è una regressione, ma una riduzione della vulnerabilità sistemica. Un sistema troppo concentrato è efficiente solo in condizioni ideali, ma collassa facilmente sotto stress, come crisi climatiche, pandemie, blackout energetici o crisi di approvvigionamento. Un sistema diffuso, invece, è meno spettacolare ma più robusto e più adattabile. Pensare i servizi in questo modo significa portarli fuori dall’astrazione della grande macchina e ricondurli dentro una logica di cura, prossimità e responsabilità condivisa. Così anche i servizi su larga scala smettono di essere un tabù o un ostacolo nel discorso ecologista radicale, e diventano uno dei terreni decisivi su cui dimostrare che un altro modo di organizzare la complessità è possibile, senza sacrificare né la qualità né la giustizia sociale e riducendo, al tempo stesso, l’impronta ecologica complessiva del vivere collettivo. In definitiva, il che fare oggi non può essere pensato come un programma chiuso o una strategia definitiva. È piuttosto una postura, una scelta di campo esistenziale e politica.

Dobbiamo avere il coraggio di nominare e denunciare il modello culturale dominante: una bulimica e convulsiva mania di comprare, di possedere, di accumulare, alimentata da una propaganda martellante e da un sistema che ci induce all’indebitamento come stile di vita. Ci vogliono consumator e consumatrici indebitat, quindi ricattabili, docili, incapaci di pensare a un’alternativa, incatenat a una moderna forma di schiavitù.

La proposta libertaria rompe questo schema. Invita a un’altra idea di ricchezza, fondata sulla condivisione, sull’autosufficienza, sul tempo liberato e non venduto. Costruire qui e ora frammenti di mondo che non funzionino secondo la logica dell’avvelenamento e dello sfruttamento, e difenderli con intelligenza, solidarietà e ostinazione. Non perché sia facile, non perché sia rassicurante, ma perché è l’unico modo rimasto per affermare che un altro modo di abitare la Terra non solo è necessario ma è già in cammino, anche se ancora fragile, incompleto e sotto assedio. Delegare ai governi la soluzione significa invece perpetuare la causa stessa del disastro.

Perché in fondo, sotto l’asfalto del mondo che crolla, c’è ancora terra viva. Nelle crepe del cemento crescono fiori selvatici. E nella notte più cupa, un fuoco acceso da mani libere può ancora illuminare la strada. Che sia nostro il passo che rompe il silenzio. Che sia nostro il gesto che semina. Che sia nostra la danza che comincia.

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Immagini

Le immagini in copertina e alle pagg. 5 e 44 sono di Ericailcane; quelle alle pagg. 8, 51 e 70 di Clifford Harper, e quelle alle pagg. 19 e 37 di Bastardilla.

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Evento sismico, Md 4.7, ai Campi Flegrei e comunicato di sciame: 31 luglio 2026

Alle ore 19:46 italiane (17:46 UTC) del 31 luglio 2026, nell’area dei Campi Flegrei, è avvenuto un terremoto di magnitudo Md 4.7, ad una profondità pari a circa 3 km, localizzato dalla Sala Operativa INGV-OV (Napoli) tra le località di Pozzuoli e Quarto.

E’ in corso uno sciame sismico in quest’area e all’orario di emissione del Comunicato dell’Osservatorio Vesuviano (20:25 italiane) sono stati rilevati in via preliminare 10 terremoti con magnitudo Md ≥ 0.0  e una magnitudo massima Md = 4.7 ±0.3.

Di seguito la tabella con i Comuni entro 10 km dall’epicentro:

La mappa di scuotimento sismico (SHAKEMAP), calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC, mostra dei livelli di scuotimento stimato fino al VII grado MCS.  

Dalla mappa dei risentimenti macrosismici ricavate dai questionari inviati al sito www.hsit.it, in continuo aggiornamento, notiamo che l’evento è stato risentito in tutta l’area dei Campi Flegrei, in tutta la città di Napoli, ad Ischia e nella penisola sorrentina con risentimenti fino al VI grado MCS.

Tutti gli aggiornamenti sullo sciame e ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web della banca dati GOSSIP dell’Osservatorio Vesuviano: https://terremoti.ov.ingv.it/gossip/flegrei/2026/index.html 


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Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città

Pubblicato su Quaderni leif. Semestrale del Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento (CESPES), XIX (2026), 27, pp. 80-88
doi: 10.58035/unict-ql.27.2026.8

Abstract 
The text critically examines the housing crisis and the touristification of historic urban centers, with particular reference to Catania. It argues that the commodification of housing, intensified by short-term rentals and tourism-led development, has undermined the right to dwell in the city. Such dynamics have fostered gentrification, displaced residents from central areas, and weakened the social and civic fabric of urban life. The historic center is thus reconfigured as a space of consumption, heritage display, and external investment rather than everyday inhabitation. The author ultimately advocates for an alternative urban vision grounded in inclusivity, care, social justice, and the primacy of residents’ needs.
Keywords: Housing crisis; Touristification; Gentrification; Urban inequality.

La società del nostro tempo ci pone dinnanzi a tante nuove sfide: una tra queste è rappresentata dal ripensamento del concetto di città. Con la globalizzazione, l’uomo può scegliere in che parte del mondo stabilirsi senza incorrere nel pericolo di ritrovarsi in una situazione di completa estraneità. Ogni paese conserva la propria cultura, questo è certo, ma al giorno d’oggi l’uomo può considerarsi come cittadino del mondo. In effetti, ovunque si trovi il cittadino cosmopolita avrà la certezza di poter intessere delle relazioni che annulleranno le differenze culturali. Ma qual è il costo di questa nuova frontiera relazionale? La società del consumo che trasforma desideri, passioni ed hobby in oggetti da acquistare, sarà capace di assorbire questa rivoluzione nel modo di stare al mondo, facendo sì che ciò non diventi un nuovo mercato da sfruttare? Nel corso di questo lavoro cercheremo di rispondere a queste domande, prendendo ad esempio una città isolana, pertanto centro turistico e commerciale di primo piano del sud Italia.

Prima di addentrarci nel cuore delle problematiche etiche e urbane di Catania, ci sembra doveroso effettuare una piccola analisi sul concetto di città, che resta di difficile collocazione. È un’idea che può variare da cultura a cultura, da epoca ad epoca e risente di influssi, talvolta, colonialisti. Nella società occidentale questo concetto assume una forma ben precisa: la costruzione di un sistema complesso, interconnesso, in cui gli abitanti dipendono l’un l’altro ma in cui l’obiettivo è quello di emergere dalla collettività, separando il proprio ego da quello altrui. Ogni ideale trova la propria concretizzazione in un’istituzione ben precisa e strutturata. L’isolamento dell’individuo rappresenta un tema di fondamentale importanza in questo lavoro, che approfondirà l’argomento della gentrificazione e della crisi abitativa nelle città, e nel particolare analizzerà la situazione catanese. La costruzione della città “nuova” del capoluogo etneo risale al piano regolatore coordinato da Giuseppe Lanza, duca di Camastra, a seguito del catastrofico terremoto del 1693.1 Rispetto all’assetto medievale, la nuova disposizione fu pensata per ovviare al problema della sicurezza dei cittadini. Piazze, palazzi e strutture vennero riformulati in chiave antisismica, puntando sulla larghezza e sul movimento. Tutto il Val di Noto venne ricostruito in chiave tardo barocca. Catania non fece eccezione: tra i mascheroni grotteschi e le facciate “in movimento” si unì il gusto artistico alla sicurezza architettonica. L’ambiente, come notiamo, influenza l’organizzazione della società ed è parte integrante della costruzione dell’uomo. Egli non può prescindere dalla terra che abita. Eppure, l’assetto urbano moderno taglia fuori l’aspetto della relazione con la natura. E in quest’ambito le grandi città occidentali presentano un aspetto più o meno simile. Vi sono delle differenze importanti tra città europee ed extraeuropee, però. In Europa esiste un “centro storico”, luogo preposto alla socialità, all’amministrazione e al commercio. Il downtown americano presenta delle caratteristiche differenti: la costruzione delle città americane è di recente nascita e dunque la suddivisione delle aree urbane e lo stesso concetto di città risente di altri parametri. Primo fra tutti la suddivisione tra vita domestica e lavoro. Il centro è pensato come luogo in cui vivere la dimensione lavorativa. Grattacieli e superstrade dominano i paesaggi delle grandi metropoli americane.2 La situazione è totalmente differente nel vecchio continente. Vivere il centro storico, soprattutto nelle città italiane, vuol dire assaporare un determinato stile di vita e godere dell’estetica offerta dalle testimonianze delle epoche passate. La fortuna delle città con un importante passato storico è rappresentata dal patrimonio artistico e culturale che forma la personalità civica e morale del cittadino che la fruisce. Vivere la città significa avere cura del passato ereditato, avere coscienza del territorio che si abita, comprendere di essere un individuo immerso in una comunità, partecipando alla costruzione dei significati condivisi dalla collettività. Con l’avvento della globalizzazione, i viaggi legati alle visite di piacere e cultura si sono intensificati. Dai grand tour dei viaggiatori del Settecento, antenati dell’odierno Erasmus, aventi come scopo la conoscenza di culture straniere, i viaggi con finalità turistiche inglobano questa tipologia di esploratori aggiungendone anche altre: coloro che viaggiano per rilassarsi, godendosi la scoperta di città e culture come contorno del viaggio. La turistificazione delle città è il risultato naturale della globalizzazione. Il viaggiatore con il passaporto in mano si sente cittadino del mondo, proprietario di un passepartout funzionante ovunque vada. Questo è vero in parte. L’uomo occidentale, possessore delle chiavi del mondo vive i viaggi come una passeggiata tra le vie del proprio quartiere. La fruizione delle città è a disposizione di chi reca con sé possibilità economiche. In poche parole, il turismo è un commercio e la merce di scambio è rappresentata dall’anima di un territorio venduta al miglior offerente. In questo lavoro scandaglieremo il caso di Catania, città alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa, l’Etna, attirante turismo naturalistico, artistico e culturale.

1. Case vacanza
Lo sviluppo economico della città di Catania è legato al boom delle industrie zolfatare, tessili e altre. Già dalla fine dell’Ottocento, il capoluogo etneo presentava una variegata popolazione costituita da classi borghesi e commercianti. L’intraprendenza catanese fece sì che la città diventasse un polo industriale e commerciale di primo piano. Arrivarono investitori da altre città e dall’estero. Uno dei primi esempi di attività alberghiera a Catania fu quello del Grand Hotel, ex sede di un’industria tessile, appartenente alla famiglia Fischetti, nel quartiere di San Berillo. Fu proprio il proprietario della fabbrica, Rosario Fischetti, a scorgere l’opportunità rappresentata dall’inaugurazione della vicina stazione ferroviaria di Catania nel 1873, aprendo le porte del proprio palazzo per farlo diventare un sontuoso hotel in cui soggiornarono nomi e volti noti (tra gli altri ricordiamo Bismarck, Cairoli e Sarah Bernhardt), godendosi la vista sull’Etna dalle finestre affacciate sull’allora Piazza Cappellini.3 Il quartiere di San Berillo era formato da un labirinto di vie che sbucavano in piazze che abbracciavano palazzi barocchi, in cui piccole attività commerciali si fondevano con le case. Il quartiere rappresentava il cuore pulsante del centro storico catanese e racchiudeva l’anima degli abitanti della città. Ogni aspetto della vita veniva condiviso comunitariamente. Quando venne approvato il progetto di risanamento del quartiere, la città subì uno sfregio da cui non si riprese mai più. Attraverso ISTICA, l’istituto preposto alla demolizione e ricostruzione del vecchio quartiere nel modernissimo asse Corso Sicilia-Corso Martiri della libertà, che sarebbe servito come viale per collegare il centro storico alla stazione centrale, Catania perse parte della sua identità. Le distruzioni e le ricostruzioni sono da sempre parte della memoria della città etnea ma in questo caso la mano distruttiva fu quella dei propri abitanti, che attraverso un referendum di democrazia partecipata scelsero la costruzione della city finanziaria, con la promessa da parte degli investitori che la città avrebbe guadagnato in efficienza, modernità ed igiene, adducendo la scusa che San Berillo rappresentava un’emergenza sanitaria.4

Una volta delineato il quadro storico e identitario della città possiamo addentrarci nella problematica che si analizzerà in questo paragrafo. Con il cambiamento della morfologia urbana la città inizia a essere percepita non più come comunità ma come luogo in cui mandare avanti la propria quotidianità attraverso il lavoro, quindi prevalentemente come centro economico. Così l’uomo perde entusiasmo e diventa l’ingranaggio della macchina-città, annoiato dagli stimoli di un centro urbano sempre più vasto in cui perdersi.5 Anche il concetto di casa muta attraverso i cambiamenti epocali che la società attraversa dal dopoguerra in poi. L’abitazione passa dall’essere un diritto all’essere una merce.6 In inglese il concetto appare rafforzato. In effetti, Madden e Marcuse utilizzano home per indicare il diritto all’abitare, mentre chiamano housing il caso dell’abitazione utilizzata come merce. Le città sono luoghi d’investimento, quindi non sorprende che le case diventino capitale da sfruttare. Con l’ammodernamento della città, frutto delle nuove infrastrutture, Catania entra a far parte del cerchio delle destinazioni turistiche. E con questo nuovo status, fioriscono le attività legate alla ricezione turistica. Se dapprima la novità delle case vacanze venne accolta come una novità positiva da parte dei catanesi, con il tempo l’emergenza affitti ha evidenziato un problema sistemico. La minor disponibilità di case a disposizione di chi vuole una residenza fissa fa volare i prezzi degli affitti alle stelle, favorendo i proprietari degli immobili e indebolendo le fasce più deboli della popolazione cittadina. In questo modo il processo di gentrificazione sfugge di mano agli attori principali, ovvero coloro che vivono la città e avrebbero diritto a partecipare alle decisioni collettive. Lees, Slater e Wyly ci parlano di gentrificazione dall’alto, distinguendola dal movimento spinto dal basso (gentrification from below), criticando le politiche municipali incentivanti il capitale privato, come se la gentrificazione favorisse una forma di violenza strutturale.7 Si ridisegna l’asset urbano, favorendo la ristrutturazione delle facciate di chiese e palazzi antichi per rendere il centro storico attraente per il turista di turno, spostando ospedali e servizi essenziali in periferia. La progressiva musealizzazione del centro storico attira sempre di più gli investitori, spesso stranieri, accentuando maggiormente il rent gap, ovvero la differenza tra il valore attuale di un immobile e quello che avrà dopo la trasformazione di un intero quartiere. Neil Smith a questo proposito si esprime in termini di “colonizzazione interna” della città.8 Vi è un’autentica invasione che spinge certe fasce sociali ai confini. Gli esempi concreti di spostamento dei servizi nel catanese stanno avvenendo sotto ai nostri occhi proprio negli ultimi anni. Con lo sradicamento dei presidi ospedalieri dal centro, il cittadino subisce una perdita in termini di servizi essenziali. Al posto degli ospedali sorgono o sorgeranno musei e piazze per “riqualificare” intere aree urbane. Mentre gli ospedali, i consultori, gli ambulatori spariscono, le case vacanza e i B&B sorgono come funghi ad ogni angolo, garantendo affitti brevi a chi vuole assaporare la città per poi poterla pubblicizzare come nuovo oggetto esotico da mostrare sui social. La dicotomia è presto servita su un piatto d’argento: i luoghi appartengono a una specifica popolazione o il mondo è di tutti, e pertanto i confini sono delle linee arbitrarie disegnate su una mappa? Non ha, forse, diritto un imprenditore di investire e guadagnarsi da vivere attraverso il turismo? Quesiti inquietanti che presentano delle sfumature non così nitide. Proviamo a rispondere alla prima. Partiamo da una breve analisi storica per farlo. Le nazioni sono il frutto di un processo così come l’idea di popolo. Il passaggio dall’antico regime allo stato moderno avvenne in modo tortuoso, attraversando momenti in cui si andò avanti per tentativi ed errori. Chiaramente vi era una stabilità culturale ancora prima che l’intero processo si mise in atto. Lingue, costumi, usi e identità erano una componente abbastanza stabile appartenente alle genti di determinati territori. L’appartenenza alla propria terra era un sentimento già diffuso. La costituzione degli stati ha rafforzato la questione identitaria, però. Si può, dunque, asserire che un pezzo di terra sia proprietà di chi la abita? Il concetto di possesso non può che rimandarci a ciò che Rousseau aveva teorizzato nel suo Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes e cioè che «la prima persona che, dopo aver recintato un pezzo di terreno, si è messa in testa di dire questo è mio e ha trovato persone così ingenue da credergli, è stato il vero fondatore della società civile»9, aggiungendo che «i frutti appartengono a tutti, ma la terra non è di nessuno».10 Se accettiamo la lezione del pensatore ginevrino dovremmo assecondare la spinta globalizzatrice, eppure sembra che la questione non possa essere risolta con l’idea che il mondo appartiene a tutti e a nessuno. L’ideale umano della fratellanza viene messo a dura prova da un sistema che trasforma qualsiasi ambito sociale in affare economico. È il capitalismo che esaspera le condizioni di processi “naturali” come la migrazione e il movimento umani. Se una data comunità ha deciso di stanziarsi in un territorio non può di certo essere la logica del denaro a decidere chi deve spostarsi verso dove o chi ha bisogno di cosa. Si potrebbe rispondere a quest’argomento asserendo che gli strumenti economici sono un mezzo di sopravvivenza per la specie umana.
D’altronde, l’essere umano usa le armi a propria disposizione per garantirsi un soggiorno più lungo e confortevole sul pianeta. I numeri allarmanti, messi a nostra disposizione da geologi, climatologi, tecnici ambientali ecc., ci forniscono l’idea che forse il sistema usato per garantirci la sopravvivenza è andato troppo in là, distruggendo l’unico habitat che conosciamo. Questa metafora “climatica” ci permette di capire come il sistema capitalistico abbia preso largo in qualsiasi ambito della vita umana, sorpassando limiti e ristrutturando regole a proprio piacimento. Il non rispetto delle condizioni di chi si trova ad occupare per scopi abitativi un territorio, sfruttando la componente del marketing per attirare denaro, rappresenta una delle conseguenze del capitalismo.

2. Una città da mostrare
L’analisi fin qui condotta permette di pervenire alla fase finale del progetto di gentrificazione: attraverso l’espulsione degli abitanti verso zone periferiche e la proliferazione delle attività ricettive si completa il processo di musealizzazione della città. Il centro storico diventa un museo a cielo aperto fatto di percorsi realizzati ad hoc per invogliare il turista a consumare una pizza tra i vicoli o ad acquistare souvenir stereotipati di dubbia qualità e dal prezzo ipertrofico. La città si presenta seducente, illuminata da luci soffuse e abbellita da decorazioni che strizzano l’occhio alla festività di turno o alla presenza di attività limitrofe. Il caso dei famosi ombrellini che fanno da soffitto immaginario al centro storico catanese, posti proprio a segnalare la presenza dei locali della movida, è esemplare. Numerosi sono i TikTok di chi visita la città e rimane affascinato dal trionfo di colori svettanti sopra le proprie teste. Questo meccanismo di commercializzazione dell’autenticità è solo un’altra faccia della turistificazione. Perdipiù, forzarla rischia proprio di far perdere di veridicità i costumi, offrendo sia allo spettatore esterno che all’autoctono un sapore di artefatto.11 A questo proposito, la cultura assume il ruolo di placebo nei riguardi dell’espulsione del cittadino poiché viene utilizzata come dolcificante per edulcorare la pillola.12 Con la scusa dei palazzi storici, delle chiese, del patrimonio UNESCO, si tenta di giustificare lo sventramento di interi quartieri a favore della città-museo. L’analisi delle criticità della turistificazione non vuole, però, sminuire il ruolo della preservazione e della cura dell’arte e della bellezza della città. Semmai, si vorrebbe rivendicare la fruizione di quest’ultime da parte del cittadino in primis. Il caso di Venezia è emblematico. Infatti, da qualche anno il capoluogo lagunare ha approntato il pagamento di un ticket per accedere alla città, per cercare di ovviare al problema dell’over-tourism.13 Un’attenta educazione artistica e ai valori civici non possono che rafforzare la cura che ogni cittadino dovrebbe riservare al luogo in cui vive. La mancata analisi socio-politica del tessuto urbano ha portato a una scissione sempre più irreparabile tra le istituzioni e i cittadini. Interi quartieri vivono il mancato coinvolgimento alla vita politica come un vero e proprio abbandono. Ciò porta a una sorta di ribellione e distaccamento da parte dei quartieri, considerati periferici, proprio per questa traumatica separazione tra ciò che viene curato, cioè il centro, vero e proprio salotto accogliente, e i distaccamenti in cui vivono i cittadini di serie b. Il risultato è che molte zone della città non ricevono la stessa cura delle aree turistiche, con conseguente rassegnazione della popolazione. Il cittadino si abitua al degrado e inizia a considerarlo parte dell’arredo urbano. Oltre all’aspetto esteriore, il degrado assume forme più subdole: esso diventa pratica relazionale. I rapporti tra cittadini che vivono nel disagio non possono che soffrire di una condizione degradante. Il senso di comunità si perde, così come quello della cura. Il rispetto per il luogo in cui si vive si riflette soprattutto nella cura che si ha per il vicino. Questa problematica ci porta a un concetto molto discusso: può esistere una rigenerazione urbana? Sappiamo che dietro a quest’idea si intravede l’ombra di investimenti economici e progetti di marketing legati allo sfruttamento di certe aree “malfamate”, da ridisegnare e trasformare in luoghi “nuovi”.14 Ma chi beneficia davvero di questa rigenerazione? Agli occhi degli abitanti delle aree degradate si compie una sorta di colonizzazione, mentre da parte di chi la compie si avverta la “Sindrome di Cristoforo Colombo”.15 Il salvatore del degrado è simile al navigatore genovese: parte alla conquista di territori da scoprire, non rendendosi conto che esiste già una popolazione autoctona. A questo punto è chiaro come certi meccanismi non possano essere imposti dall’alto ma dovrebbero nascere dal dialogo o dal conflitto, all’interno della stessa comunità.

3. Una prospettiva diversa
L’analisi condotta fin qui evidenzia un problema di prospettiva: la città, così com’è, appare progettata da gruppi che detengono il potere. Innanzitutto, la struttura delle città occidentali o occidentalizzate presenta un assetto che favorisce il pendolarismo casa-lavoro, sfavorendo il tema della cura. In moltissimi casi, soprattutto al sud, sono ancora le donne ad occuparsi della gestione della casa e della famiglia, sobbarcandosi il peso delle trasferte sui mezzi pubblici, spesso inefficienti. Con lo spostamento dei servizi dal centro alle periferie, questo problema è andato aggravandosi. Assieme alle difficoltà di movimento, le donne ne sperimentano altre, non meno gravi. Se l’uomo è percepito come una presenza neutra per le strade della città, non si può dire lo stesso delle donne. Gli sguardi inquisitori, curiosi e invadenti rendono la permanenza del genere femminile per le strade spesso insicura.16 Nel paragrafo precedente si è parlato di degrado esterno e interiorizzato. Certamente, l’assenza di illuminazione efficiente e la presenza di sporcizia non aiutano le soggettività a rischio ad avvertire un senso di sicurezza. In una città “brutta” la percezione del pericolo cambia radicalmente. È incontestabile che l’essere umano si senta più a suo agio in uno spazio curato e bello dal punto di vista estetico, e non solo. La cura verso le soggettività più deboli fa parte della responsabilità che una comunità nutre verso il luogo che abita. Spostandoci all’urbanistica, la situazione delle donne non migliora. I marciapiedi sono spesso inadatti alla fruizione da parte delle mamme con passeggini, poiché troppo stretti o occupati da automobili. Riprogettare la città, pensando alle soggettività marginali, non può che rappresentare il futuro delle aggregazioni urbane. Una città che non si pone il problema di includere è una città che rischia di sprofondare nel buco nero della storia. Pertanto, la prospettiva diversa che dà il nome al paragrafo, non può che essere una prospettiva di abbattimento della struttura sociale esistente, quella piramidale, con a capo un uomo occidentale, normo-abile, legato a una visione capitalista e patriarcale del mondo. Riabbracciare il rapporto umano-natura non può che far parte di questa nuova prospettiva. Una città che non ingloba l’aspetto della natura nelle proprie politiche, con conseguente rispetto verso gli altri animali si ritroverà a fare i conti con i disastri ambientali provocati da un’urbanizzazione selvaggia. La prospettiva dovrebbe, quindi, passare dall’essere verticale all’essere orizzontale. Una società in cui le decisioni sono prese dall’alto, favorendo le élite di turno, non potrà che accentuare le ingiustizie e le disuguaglianze. Le popolazioni dovrebbe essere al centro della vita e delle decisioni riguardanti la propria città. La trasformazione di quest’ultima in un prodotto da vendere al turista non può che esacerbare le disuguaglianze sociali, e rischia di trasformare anche il sentimento di appartenere a un luogo da chiamare casa in valore economico. La “follia” capitalista appare inarrestabile e assume forme inafferrabili, d’altro canto. L’uomo contemporaneo si pensa come un ego solitario, immerso in obiettivi professionali, con hobby a cui dedicare i propri ritagli di tempo dopo una giornata passata a pensare al profitto. Il percorso di vita appare per tutti lo stesso: lavorare, avere una famiglia, comprare cose, pretendere di possedere sempre di più, abbandonando ogni forma di pensiero critico, delegando ad altri il compito di pensare e di prendere decisioni al proprio posto. Una macchina perfetta al servizio della produzione. Di fronte alla velocità del mondo globalizzato, però, il ritorno dell’umano a sé stesso e alla terra appare come una via di fuga liberatrice da una trasformazione in macchina di tutte le specie e del pianeta stesso.

Note
(*) Università di Catania, Laureanda in Scienze Filosofiche (LM-78)

1Archivio di Stato di Catania (d’ora in poi ASC) Fondo Atti Notarili, Notaio Carlo Lo Monaco, cc. 353-356 (1693–1696)

2Cfr. L. Wirth, Urbanism as a Way of Life, in «American Journal of Sociology» 44, no. 1, 1938, pp. 1-24.

3E. Lombardo, comunicazione personale, 24 novembre 2025.

4Cfr. C. Barbanti, Problematizzare il ‘basso’ nei processi di rigenerazione urbana per un’autentica inclusività: il caso di San Berillo a Catania, in «Tracce Urbane. Rivista italiana transdisciplinare di studi urbani» 8, no. 12, 2023, p. 166.

5Cfr. Georg Simmel, La metropoli e la vita dello spirito, in «Rivista di Scienze del Territorio», n. 3, 2015, Firenze University Press, p. 350-354.

6Cfr. D. Madden & P. Marcuse, In defense of housing, Londra,Verso Books, 2016, p. 60.

7Cfr. L. Lees, T. Slater & E. Wyly, Gentrification, Londra, Routledge, 2008, p. 222.

8Cfr. N. Smith, The New Urban Frontier: Gentrification and the Revanchist City, Londra, Routledge, 1996, pp. 64-6

9«Le premier qui, ayant enclos un terrain, s’avisa de dire ceci est à moi et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile» (trad. mia); J.-J. Rousseau, Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, Parigi, Hachette Livre, 1997, p. 76.

10«Les fruits sont à tous, et que la terre n’est à personne» (trad. mia); ivi.

11Cfr. S. Zukin, Naked city: the death and life of authentic urban places, Oxford University Press, Oxford-New york, 2010, p. 45.

12Ivi, pp. 42-43.

13Comune di Venezia, Delibera di Consiglio Comunale n. 51 del 12 settembre 2023.

14Cfr. G. Semi, Gentrification: Tutte le città come Disneyland?, Bologna, il Mulino, 2015, p. 95-100.

15Ivi, pp. 99-100.

16Cfr. L. Kern, La città femminista: Reclamare lo spazio in un mondo a misura d’uomo, trad. N. Pennacchietti, Roma, Treccani, 2021, p. 29.

Nicoletta Spedalieri (*), Crisi abitativa e turistificazione nei centri storici delle città ©, .

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I dubbi sul biocarburante del Kenya

U n raccolto dal sapore indigesto, quello del ricino in Kenya. A quasi quattro anni dall’avvio delle coltivazioni, sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti. Un’operazione energetica e industriale in mano a Eni e sostenuta nell’ambito del Piano Mattei, nel segno della cooperazione economica con l’Africa. Il colosso energetico italiano ha ricevuto un finanziamento di 75 milioni di euro dal Fondo italiano per il clima. Risorse che si sommano ai 135 milioni di dollari erogati dall’IFC (International Finance Corporation), gruppo della Banca mondiale.

Sono oltre un centinaio le interviste ai proprietari terrieri che raccontano di essere stati prima convinti a convertire i loro campi in piantagioni di ricino e poi lasciati soli, senza soldi né ulteriore affiancamento. Ma non è andata male solo a tanti agricoltori intervistati. Tutto il business delle biomasse keniote sembra non aver funzionato come avrebbe dovuto. Per sopperire alle raccolte di ricino, rivelatesi insufficienti, sarebbe stata importata in Kenya anche una quota significativa di colza sudafricana, poi spedita e raffinata in Italia: una biomassa agricola che ha innanzitutto una destinazione alimentare. Il tutto dentro una filiera molto difficile da controllare, con il “cane a sei zampe” da una parte, a disegnare il progetto, e dall’altra una serie di ramificazioni operative che sembrano disperdersi fino a rendere la tracciabilità sempre meno esplicita.

Per il proprio progetto di agri-feedstock in Kenya, Eni ha scelto le contee costiere di Kwale e Kilifi e le aree interne di Isiolo e Meru. Per intercettare gli agricoltori sono stati ingaggiati operatori e intermediari locali, gli “aggregatori”: individui o microsocietà incaricati di convincere piccoli proprietari terrieri a dedicare i loro appezzamenti al ricino, una pianta che non ha usi alimentari ma che, una volta raffinata, può diventare carburante vegetale. Dopo la distribuzione dei semi, i raccolti sono stati parzialmente lavorati direttamente in Kenya, nello stabilimento di Makueni, e quindi spediti agli impianti di Gela per il completamento della raffinazione. Da qui, il prodotto finale viene venduto alle società di trasporto aereo come biocarburante destinato a sostituire, almeno in parte, il cherosene fossile.

Campo di piante di ricino nella contea di Kwale, Kenya, vicino alla costa/ fot. Carlotta Indiano, Osservatorio Eni di A Sud.

Risposte che non bastano
Sono molte le domande e le questioni controverse sollevate attorno alla produzione di oli vegetali per i biocarburanti. Ultima della serie, l’inchiesta della rivista Politico Europe, pubblicata nel marzo 2026 ed elaborata in sinergia con il pool di giornalismo investigativo SourceMaterial, che ha raccolto nelle quattro contee keniote le testimonianze degli agricoltori che si considerano ingannati dagli aggregatori di Eni. A queste, sempre nell’inchiesta, si aggiungono le analisi dei dati commerciali messe a fuoco dall’organizzazione indipendente Transport & Environment.

Sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti.
Ma il lavoro giornalistico dedicato alle attività di Eni in Kenya si innesta su un dossier già ampio di indagini, via via accumulate dal 2022, anno di avvio del progetto. Una mole di lavoro portata avanti da organizzazioni indipendenti, ONG e ricercatori, da cui sono scaturite le domande che, lo scorso maggio, Fondazione Banca Etica, come azionista critica, ha portato all’Assemblea degli azionisti di Eni Spa per chiedere chiarimenti e integrazioni. Le argomentazioni che l’azienda ha restituito in forma scritta hanno lasciato gli interlocutori interdetti: “Su alcuni aspetti centrali le risposte sono rimaste generiche o hanno rinviato a certificazioni e procedure senza fornire gli elementi di dettaglio necessari a una verifica indipendente”, osserva per Il Tascabile Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica.

Le domande portate da Fondazione Banca Etica vanno dritte al cuore dell’inchiesta e ce n’è una che le mette insieme tutte: “Può Eni rendere pubblici dati disaggregati sulla produzione effettiva di olio di ricino in Kenya, anno per anno dall’avvio del progetto – volumi raccolti, volumi acquistati dagli aggregatori, volumi effettivamente processati nella raffineria di Gela – e i relativi pagamenti erogati agli agricoltori? Questi dati permetterebbero di valutare in modo indipendente l’impatto economico reale del progetto sulle comunità locali, rispetto alle dichiarazioni ufficiali”.

Nella risposta a essa pervenuta, però, Eni oppone il segreto dei dati economici in questione: “Le informazioni richieste sono riservate in quanto di natura commerciale e strategica”. Una risposta lapidaria su cui torna a riflettere il direttore della Fondazione Finanza Etica, Siliani: “Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti. Senza numeri verificabili su produzione, acquisti e remunerazione degli agricoltori, la valutazione resta affidata esclusivamente alle dichiarazioni dell’azienda”.

Una lunga inchiesta
Il primo lato delle perplessità da cui sono scaturite le domande a Eni riguarda il coinvolgimento degli agricoltori kenioti. Nelle testimonianze raccolte e nei report consultati, alcuni agricoltori raccontano di essere stati in qualche modo raggirati, altri esprimono insoddisfazione. Le situazioni cambiano molto a seconda delle zone, ma, salvo rarissime eccezioni, restituiscono un quadro negativo.

Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti.
Tra le quarantaquattro storie documentate da SourceMaterial c’è, a titolo di esempio, quella di Katsele Shauri Mitsanze, un’agricoltrice di quarant’anni convinta da un intermediario a sostituire la propria coltivazione di mais con il ricino, che Eni avrebbe poi trasformato in carburante verde per clienti come BMW, EasyJet e Ryanair. Da quel mais dipendeva l’economia domestica della donna e dei suoi sette figli. Ma quegli stessi intermediari non si sono più presentati e la famiglia di Mitsanze ha finito per soffrire la fame. Politico cita anche le cinquanta testimonianze raccolte nel maggio 2025 da Valerio Bini, professore dell’Università di Milano. Qui gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno raccontato di aver convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.

Tra chi si occupa da lungo tempo dell’agri-feedstock della società di San Donato Milanese c’è l’associazione A Sud, che a fine marzo 2025 si è recata fra le piantagioni di ricino con Carlotta Indiano. Le venti testimonianze raccolte confermano il malessere già ascoltato tra i contadini e hanno a loro volta alimentato le domande presentate a Eni durante l’assemblea degli azionisti. “Oltre alle ricerche autonome sul territorio e ai nostri articoli giornalistici, che sono poi confluiti in due report, sui biocarburanti in Kenya va registrato un bel lavoro di rete dall’Italia, condotto da ONG come Transport & Environment, ReCommon e ActionAid, organizzazioni che stavano già lavorando sul Kenya e sulla filiera dei biocarburanti”, spiega al Tascabile Andrea Turco, che per l’associazione A Sud cura proprio l’Osservatorio Eni.

Gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Dinanzi ai chiarimenti chiesti da A Sud attraverso l’ausilio di Fondazione Banca Etica, Eni sostiene che i casi riportati di mancato adempimento rappresentino una quota minimale rispetto ai 130.000 agricoltori coinvolti nel progetto: lo 0,03% del totale. Ma, come commenta Turco, “l’azienda minimizza una serie di problemi emersi ormai su più fronti e che formano un blocco innegabile. Le interviste raccolte in Kenya sono a campione, certo, ma vanno tutte nella stessa direzione. Inoltre, questa minoranza merita in ogni caso la massima attenzione”.

La catena opaca degli aggregatori
Nelle risposte all’Assemblea, la principale azienda energetica italiana sembra imputare parte delle responsabilità agli “aggregatori”, ovvero gli intermediari che hanno il ruolo di convincere gli agricoltori a convertire i propri campi in ricino e poi di pagare il raccolto. Scrive infatti: “Nei pochi casi in cui Eni Kenya ha appreso che l’aggregatore, nonostante l’obbligo contrattuale, non ha seguito correttamente la raccolta dei semi prodotti, il contratto tra Eni Kenya e l’aggregatore è stato rescisso”.

Ma il punto è che il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione. Ci sono società come Safa e Agricycle, ingaggiate da Eni per verificare il rispetto degli standard di qualità sulle colture di ricino. Sono poi queste stesse società a occuparsi dell’ingaggio degli aggregatori che operano nelle campagne. “Parliamo di figure locali, prevalentemente keniote, anche se in alcuni casi ci sono pure italiani coinvolti. Sono soggetti già attivi sul territorio o comunque contattati nel contesto della filiera – spiega ancora Andrea Turco – e dunque è un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente”.

Il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione: un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente.
Come rilevato dalle verifiche di SourceMaterial, alcuni aggregatori si sarebbero dimostrati sprovvisti del certificato ISCC (International Sustainability and Carbon Certification), il sistema di certificazione chiamato a garantire, tra le altre cose, che il ricino non andasse a rimpiazzare colture alimentari nelle campagne.

Quando il ricino scarseggia
C’è un altro punto, questa volta di natura più commerciale, che emerge dall’inchiesta di Politico. A metterlo in rilievo è Transport & Environment, ONG ambientalista europea indipendente che si occupa di politiche dei trasporti, energia e clima. A spiegarlo è Carlo Tritto, responsabile carburanti sostenibili dell’ufficio italiano dell’organizzazione.

“La nostra analisi si basa su dati doganali. Eni sembra avere importato in Kenya una quota molto rilevante di colza dal Sudafrica: parliamo dell’80% di quanto poi ri-esportato in Italia dalla sussidiaria keniota di Eni. Secondo quanto è possibile ricostruire, le quantità di colza sarebbero dunque coltivate in Sudafrica, importate in Kenya, dove i semi vengono schiacciati negli agri-hub locali per poi essere spediti in Italia, nella raffineria di Gela, dove vengono affinati in biocarburanti e venduti nel mercato dei carburanti aerei sostenibili”, spiega Tritto: “È uno scenario che apre una serie di problemi. Primo: la colza è una coltura alimentare, un food crop, e quindi non rispetterebbe i criteri fissati dalla Renewable Energy Directive dell’UE, il quadro legislativo generale per la promozione e l’espansione dell’energia rinnovabile nei diversi settori dell’economia europea, incluso quello dei trasporti. Secondo: l’azienda avrebbe ricevuto più di 200 milioni di finanziamenti pubblici ‒ inclusi quelli del Fondo italiano per il clima ‒ per la coltivazione di biomassa non in competizione con la filiera alimentare in Kenya, mentre, in realtà, coltiva colza in Sudafrica”.

La direttiva europea spinge progressivamente a ridurre il ricorso a materie prime legate al mercato alimentare, orientando la produzione di biocarburanti verso feedstock non alimentari, scarti e residui agricoli e industriali.

Che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia.
Inoltre, e qui il discorso torna al Piano Mattei, se nel presentare il progetto è stato sottolineato il coinvolgimento degli agricoltori locali kenioti, chiamati a mettere a frutto terreni marginali, l’importazione di colza sudafricana cambia il senso complessivo dell’operazione. Nelle risposte fornite all’assemblea degli azionisti del maggio 2026, il “cane a sei zampe” dichiara che la colza importata dal Sudafrica, nella variante dei semi di canola, si attesta al 40%. Una quota usata, scrive Eni, per “garantire la continuità operativa degli impianti industriali, anche in considerazione dei cicli agricoli stagionali”.

Eppure, riflette Tritto, “che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia. Il dato va anche in contrasto con i criteri legati ai finanziamenti della Banca mondiale, che vorrebbero escludere colture alimentari o non coerenti con la logica del progetto”.

Chi controlla i certificatori
Anche quando ridimensiona le quantità importate rispetto alle stime di Transport & Environment, il colosso energetico non fornisce ulteriori dettagli sulla tracciabilità della filiera e sulle verifiche effettuate lungo i diversi passaggi industriali e commerciali. Eni spiega nelle sue risposte: “La coltivazione della canola, varietà di colza, in Sudafrica è stata effettuata su terreni severamente degradati, ovvero con contenuto di sostanza organica inferiore al 2%”.

La sostenibilità dei biocarburanti dipende però in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata. E i sistemi chiamati a certificare questo passaggio in modo incontrovertibile, secondo le organizzazioni critiche, sarebbero tutt’altro che infallibili. Intanto, gli enti di certificazione – ad esempio per le certificazioni ISCC – sono molti, e questo rischia di generare una sorta di corsa al ribasso: se un certificatore non “passa” il prodotto, un operatore può rivolgersi comunque a un altro. Inoltre, gli standard di certificazione nascono dentro un sistema largamente volontario, in cui un ruolo rilevante è giocato dallo stesso mondo industriale. “È un sistema che non offre garanzie sufficienti sulla reale sostenibilità di una materia prima, specialmente perché gli interessi economici in gioco sono molto forti”, spiega Carlo Tritto.

La sostenibilità dei biocarburanti dipende in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata.
Uno degli standard riconosciuti anche dall’UE per la certificazione della sostenibilità dei biocarburanti è l’ISCC (International Sustainability and Carbon Certification) a cui si è accennato poco sopra. È a esso che Eni si affida per verificare la conformità del proprio progetto alle norme europee. L’ISCC viene citato in numerose risposte come garanzia di controllo, sostenibilità e rispetto degli standard etici nelle coltivazioni di ricino in Kenya e di colza in Sudafrica. Ma anche questo sistema è stato recentemente investito da forti contestazioni. L’ISCC è finito sotto esame dopo che uno dei circa 200 enti certificatori all’interno del suo schema ha ricevuto accuse di irregolarità nelle importazioni di derivati dell’olio di palma dal Sud-Est asiatico. Nell’ambito dell’inchiesta sono state arrestate undici persone, tra soggetti governativi e industriali, mentre la frode fiscale contestata ammonterebbe a circa 900 milioni di dollari.

Biocarburanti, un salvagente per i motori a combustione
Nei suoi documenti iniziali Eni puntava a produrre 30.000 tonnellate di olio di ricino nel 2023, poi ridimensionate a 20.000. Ma quando si legge il Report di sostenibilità di Eni del 2025, si scopre che in un intero anno l’azienda è riuscita a portare nelle proprie bioraffinerie di Gela e Venezia solo 6.960 tonnellate di materie prime agricole provenienti da Kenya, Tanzania e Sudafrica. Il grosso del rifornimento continua ad arrivare dall’Indonesia e dalla Malesia, con più di 550.000 tonnellate di oli derivanti da rifiuti e residui vegetali. L’Italia, dati alla mano, come abbiamo visto, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.

Nonostante questi numeri tutt’altro che esaltanti, i biocarburanti vengono presentati con un ruolo centrale nella strategia industriale di Eni. Non si tratta solo di un segmento “verde” del business, ma di un tassello decisivo nella riconversione delle vecchie raffinerie italiane – Porto Marghera, Gela e, dal 2026 con un finanziamento della Banca europea per gli investimenti (BEI), Livorno – in bioraffinerie. Non solo, Eni prevede di riconvertire entro il 2030 anche i siti di Sannazzaro (anche questo con un finanziamento da 500 milioni balla BEI), in provincia di Pavia, e quello di Priolo, in provincia di Siracusa, in partenariato con IP. Su questo terreno, il governo si è schierato con decisione a favore della linea sostenuta dal colosso italiano dell’energia a controllo pubblico di fatto.

L’Italia, dati alla mano, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.
“Sui biocarburanti Eni e il governo italiano hanno gettato la maschera: se prima si sosteneva che fossero utili per la decarbonizzazione dei trasporti, ora si sostiene apertamente che permettono di proseguire con un modello di mobilità ancora molto dipendente dall’auto privata e dai mezzi a combustione”, commenta ancora Andrea Turco per A Sud: “Eppure i volumi di feedstock importati ci raccontano come il loro ruolo non sia sostenibile in un’ottica di sostituzione su larga scala delle auto alimentate da combustibili fossili”.

Sulla stessa linea si muove Carlo Tritto di Transport & Environment: “Se le biomasse da cui sono prodotti sono realmente sostenibili, è vero che i biocarburanti possono dare un loro contributo alla transizione energetica, ma i volumi di tali materie prime sono limitati e dovrebbero venire dalla chiusura di processi circolari e legati a filiere realmente residuali. Oggi, all’opposto, la grandissima parte delle materie prime impiegate per la bioraffinazione è di importazione. Invece, il settore dell’automobile e soprattutto quello oil & gas usa spesso i biocarburanti per chiedere un rilassamento delle regole, in particolare rispetto allo stop alla vendita di auto nuove a combustione interna dal 2035, ma non dice che i volumi di biofuels sarebbero altamente insufficiente a coprire il fabbisogno energetico del settore e anzi, li toglie da quei settori hard to abate, come il settore aereo, che ne avrebbero bisogno dei limitati quantitativi sostenibili”. Così questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.

L’aiuto “a casa loro” si fa business
L’operazione keniota, si è detto, si inserisce nel Piano Mattei. È proprio qui che il caso Kenya diventa un banco di prova della strategia nazionale varata, come spiega il Consiglio dei ministri, “per imprimere un cambio di paradigma nei rapporti con il Continente africano e costruire partenariati su base paritaria, superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità reciproche”.

Il Piano Mattei coordina e sostiene iniziative agricole, energetiche, infrastrutturali, sanitarie e formative, spesso realizzate con imprese italiane e istituzioni finanziarie internazionali. Tra i progetti più rilevanti figurano il Corridoio di Lobito, le coltivazioni agricole nel deserto algerino, gli investimenti agroalimentari in Senegal e Costa d’Avorio, gli impianti energetici in Egitto e Mozambico, oltre alla filiera dei biocarburanti di Eni in Kenya. La dotazione iniziale indicata per il Piano è di 5,5 miliardi di euro, articolata tra crediti, contributi a fondo perduto e garanzie.

Questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
Di queste risorse, 2,5 miliardi provengono dai fondi della cooperazione allo sviluppo, mentre altri 3 miliardi fanno capo al Fondo italiano per il clima, uno dei principali strumenti finanziari del Piano Mattei. Il Fondo è stato istituito per sostenere “iniziative nei settori delle energie rinnovabili e dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali”. Nel maggio 2026, però, la Corte dei conti ha avviato, con una propria delibera, un’analisi sulle criticità dello stesso Fondo, richiamando in particolare la “scarsa attrattività dei progetti per i soggetti finanziatori, anche a causa della limitata capacità tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e continuativa”.

Come la stessa Giorgia Meloni ha spiegato nel discorso di apertura del vertice Italia-Africa del 29 gennaio 2024, il Piano Mattei nasce anche per “garantire […] il diritto a non dover essere costretti a emigrare”, realizzando nei Paesi africani “un’alternativa fatta di opportunità, lavoro, formazione e percorsi di migrazione legale”. In altre parole, il Piano viene presentato anche come uno strumento di sviluppo per “aiutarli a casa loro”, per usare uno slogan che, alla prova del caso Kenya, mostra già limiti stridenti. Se un’iniziativa presentata come partenariato agricolo, climatico e produttivo finisce invece per dipendere da filiere opache, dall’impiego di colture alimentari importate e da interessi energetici italiani, mentre tanti piccoli agricoltori locali denunciano di essere stati danneggiati, la promessa di una cooperazione paritaria con l’Africa indossa una maschera ambigua.

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IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR – BASTA POLIZIA!

IN PIAZZA PER ABDERRAHIM FAKIR
BASTA POLIZIA!
Il tremendo omicidio consumato a freddo a Bologna dalle forze dell’ordine ai danni di una persona che chiedeva aiuto è qualcosa che riporta alla mente altri fatti, altre brutalità, altri omicidi, successi troppe volte anche da noi e quindi impossibili da ascrivere solo alla brutalità della polizia che agisce altrove, a Minneapolis come al Cairo, come ad Ashdod.
La violenza e la brutalità della polizia sono anche qui, le vittime e i morti ammazzati hanno nomi e cognomi.
E proprio a 25 anni da Genova, dalle torture di Bolzaneto, da Carlo Giuliani ammazzato in piazza, domenica 19 luglio a Bologna la polizia uccide un cittadino inerme che sta male. Lo fa con l’arroganza di sempre e con l’ulteriore impunità assicurata dallo scudo penale recentemente introdotto dal governo. Ma, soprattutto – quello che ancor più colpisce – lo fa mentre i sanitari del 118 presenti non intervengono, non soccorrono chi sta male e chiede aiuto.
L’azienda sanitaria bolognese ha avviato un’indagine per accertare le responsabilità del personale sanitario coinvolto, ma quella mancanza di soccorso non è solo responsabilità individuale.
In una realtà sanitaria devastante fatta di tagli, riduzione di servizi e di personale, la risposta alla gestione di una situazione spesso insostenibile è quella securitaria, tanto per cambiare. E così è normale che in un pronto soccorso si moltiplichino i poliziotti invece che i medici e gli infermieri, così come sui treni troviamo più polfer che ferrovieri. Per precise scelte governative e aziendali, i lavoratori vengono indotti a delegare alle forze dell’ordine la gestione di alcune procedure lavorative, assolte non secondo ciò che il contesto e la professionalità richiede, ma in modo autoritario, punitivo, violento, repressivo dalle forze dell’ordine: l’unico modo che conoscono.
È anche così che si può morire, per strada come in galera, ammazzati da quei tutori dell’ordine che vediamo spesso nelle scuole a mostrare il loro volto più accattivante per propagandare un mestiere basato solo sull’esercizio della violenza.
Solidarietà ai familiari e agli amici di Abderrahim Fakir.
Sosteniamo le iniziative di protesta contro la brutalità poliziesca, contro la repressione e la violenza, contro l’ossessione della sicurezza e le politiche securitarie del governo, contro l’arroganza omicida delle forze dell’ordine. Partecipiamo al presidio di martedì 21 ore 17.30 Piazza Grande
Federazione Anarchica Livornese

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CONTRO LO STATO CHE DA SEMPRE UCCIDE I PROLETARI, A NAPOLI IERI SI E’MANIFESTATO PER L’UCCISIONE DI UN NOSTRO FRATELLO: FAKIR.

CONTRO LO STATO CHE DA SEMPRE UCCIDE I PROLETARI, A NAPOLI IERI [21 Luglio 2026] SI E’MANIFESTATO PER L’UCCISIONE DI UN NOSTRO FRATELLO: FAKIR.
I partecipanti hanno gridato con rabbia per tutta la durata del corteo il nome di FAKIR , questo ennesimo proletario ucciso a Bologna dal potere dei padroni , per mano del suoi servi come sempre reazionari , fascisti e criminali , chiedendo che venga fatta giustizia e chiarezza; ma con la consapevolezza, di una buona parte dei partecipanti, che ciò può avvenire solo con la realizzazione della rivoluzione sociale che libererà veramente la stragrande maggioranza dell’umanità da questo sistema di morte , guerre , sfruttamento , fame nel mondo, (ogni 6 minuti muore un bambino per denutrizione),miseria e devastazione ambientale .Questo sistema, che si chiama CAPITALISMO, sta portando l’intero pianeta verso la distruzione.
Noi comunisti libertari del gruppo anarchico Francesco Mastrogiovanni eravamo presenti con le nostre bandiere e i nostri cuori per ribadire che insieme a chi lo vorrà CONTINUEREMO A LOTTARE PER UN MONDO FATTO DI UGUAGLIANZA , LIBERTA ,SOLIDARIETA E AMORE ; AFFINCHÉ IN NESSUNA PARTE DEL MONDO SUCCEDA CIO’ CHE E’ SUCCESSO A NOSTRO FRATELLO FAKIR.
PACE TRA GLI OPPRESSI E GUERRA AGLI OPPRESSORI.

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Il Pacchetto primavera della Ue e il pacco del Governo Meloni

  Di ConiareRivolta.org   Per comprendere quale sarà l’impatto più duraturo del Governo Meloni sugli assetti economici dell’Italia, è sufficiente guardare alla recente Comunicazione della Commissione europea sul cosiddetto “Pacchetto primavera”, quell’insieme di raccomandazioni che la Commissione europea indirizza agli Stati membri dell’Unione per orientare politiche di bilancio e riforme. È il cuore della disciplina fiscale […]

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La rana, lo scorpione e il mondo del dissenso

  Di Guido Cappelli   Le ultime elezioni politiche, nell’ormai lontano settembre 2022, videro la partecipazione di ben tre liste che erano espressione, in varia misura, di quell’“area del dissenso” nata e cresciuta al calor delle lotte con la follia pandemica e il mostruoso dispositivo autorizzatorio noto come green pass‒ un vulnusalla libertà civile e […]

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Il gruppo criminale cinese TA4922 adesso punta anche all’Europa

Un gruppo cybercriminale di lingua cinese fino a poco tempo fa concentrato prevalentemente sul mercato asiatico sta ampliando rapidamente il proprio raggio d’azione verso Europa e Africa. Secondo le analisi pubblicate da Proofpoint, il gruppo chiamato TA4922 ha aumentato sensibilmente il volume delle proprie operazioni nel corso del 2026, prendendo di mira organizzazioni nel Regno […]

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Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne

Clicca sulla mappa per consultarla (è a circa metà articolo)

Siamo in piena crisi energetica e le politiche europee galoppano in retromarcia.
Su sollecitazione europea l’Italia si appresta a sostenere la ricerca di giacimenti di metalli rari.

Rileviamo inoltre che mentre per le fonti rinnovabili è stata data delega alle regioni, sarà il governo stesso a gestire la questione di quelle fossili.
Dopo le concessioni per trivellare in mare, mentre non si fa nulla per contrastare la crisi climatica, si passa al capitolo estrattivismo, un ritorno al futuro a tinte distopiche.
Metalli rari indispensabili allo “sviluppo”, che servono, stando al nuovo mantra energivoro, alla “transizione ecologica”.
L’arco alpino, la Sardegna e tutta la costa tirrenica sono le zone maggiormente minacciate, ma è l’intera penisola a essere in grave pericolo.

In Valsusa e nel Pinerolese ci sono parecchie miniere “storiche”, la cosa mostruosa è che una buona parte dei siti segnalati in mappa (appoggiare il mouse per leggere i nomi) sono in quota anche in posti impervi e per ora lontani da strade.

Facciamo alcuni esempi di siti censiti:
– in bassa valle “Cruino” (che dovrebbe essere Cruvin, ndr) praticamente un alpeggio nel vallone del Prebec, a circa 1700 metri;
– in Val Pellice “Castelluzzo” (Castlus), un appicco selvaggio tra l’altro luogo della resistenza valdese, a circa 1400 metri di quota;
– in Friuli è segnata la val Aupa. Si tratta si una valle selvaggia pochissimo abitata, percorsa da una strada in cui se due macchine si incrociano una deve fare un km di retromarcia. Un posto         bellissimo;
– in Val Germanasca “Vallon Cros” (anche Valloncrò), altro alpeggio. Dovrebbe essere il vallone che porta al colle del Beth, a quota 2700, zona di miniere dal sec. XVIII. Oltretutto la rete escursionistica della zona è basata in gran parte sulle splendide mulattiere costruite proprio per le miniere o per scopi militari. Due reti sono praticamente indistinguibili e insistono sullo stesso territorio.

Negli ultimi trent’anni le mulattiere sono parecchio deteriorate, ma fino agli anni ‘80 erano ben conservate e godibilissime. L’idea di strade e camion a 2700 metri è agghiacciante. Un vero massacro. E le valli in questione sono ormai quasi spopolate, per cui anche resistere allo scempio sarà difficilissimo.
Per fortuna per ora in elenco mancano la grande quantità di miniere ancora più a monte. L’intera Val Germanasca è un paradiso e ne è piena, l’idea che venga consegnata alle compagnie minerarie è terrorizzante.

Utilizzare la lotta al fossile per rendere politicamente corretto l’estrattivismo è come usare la lotta all’antisemitismo per rendere politicamente corretto il genocidio dei palestinesi.
Invitiamo chiunque a osservare la mappa al link e a mobilitarsi per difendere il proprio territorio.

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