Molto rumore per nulla per parlare solo di Ranucci, Lavitola e la soap opera che ormai da giorni gli gira intorno.
Altre novità verranno svelate nei prossimi giorni oppure tutto finirà con la lieve condanna di Lavitola (peraltro già di casa nelle patrie galere)?
Ne siamo sicuri?
Oppure tutto continuerà ancora per settimane ad occupare le prime pagine dei TG, dei Giornali e dei video su Youtube?
Ma, a chi ha giovato il rivelare i particolari dell’attentato? Non certo a Lavitola che ‘poverino’, è il solo che ha dovuto perdere un pezzo di libertà! E, Ranucci perderà la conduzione del suo ‘REPORT’? O, si è dovuto solo ‘sdoganare’ la verità sull’attentato per non attribuirlo ai soliti malviventi importanti o casarecci? Questo dubbio che girava ancora per aria avrebbe potuto ostacolare cosa? Avrebbe reso la figura di Ranucci nebulosa nei tanti commenti di chi avrebbe dovuto fidarsi del giornalista non più come reporter, ma per un ruolo più importante dove ogni personaggio viene rivoltato come un calzino. Cosa ci si aspetta adesso da Ranucci uscito candido senza macchie da questa simpatica soap opera?
Forse, direi, un ruolo politico!
Perché proprio di un personaggio così tanto chiacchierato per le sue inchieste ne abbiamo bisogno?
Forse si, forse la sinistra cercava e ha trovato in Ranucci un uomo che gioca fuori dagli schemi e si rimette in campo personalmente ogni volta che tira un colpo.
Ecco, è fatto. Ranucci è in tutti i media ad accogliere esclamazioni e consensi ogni volta che la sua bocca si apre per sillabare una parola. Un uomo con grinta e voglia di battersi per le sue idee…
Ops… ma chi ci ricorda questo tipo di personaggio? L’alter ego che la sinistra odia… il Vannacci nazionale!
I giochi sono fatti (forse suona meglio in francese)…
Dopo le feste di ferragosto, quando la temperatura diventerà accettabile e le vacanze saranno ormai cosa fatta, la sinistra avrà un nome, la destra che ha giocato in vantaggio (?) già c’è l’ha, continueranno a riscaldare le temperature di un lungo e non caldissimo autunno.
ACI CASTELLO (CATANIA) (ITALPRESS) – “Certamente”. Così all’Italpress il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, a margine della veglia di preghiera organizzata ad Aci Castello in occasione del nono centenario della traslazione delle reliquie di Sant’Agata, risponde alla domanda se il braccio di ferro tra Italia e Spagna sulla crisi di Ceuta rischi di minare l’Europa.
“Sulla questione migratoria non c’è mai stato un grande consenso ed è quello su cui la Santa Sede ha sempre insistito. Sul fenomeno migratorio, con tutta la sua complessità, deve esserci un approccio comune. Noi speriamo che ci sia, che si superino le differenze, le contrapposizioni e ci sia davvero un approccio comune che permetta di affrontare in modo umano questa situazione”, ha aggiunto il cardinale.
Riguardo ai conflitti in Medio Oriente, “la Chiesa da sempre fa un appello alla pace. Purtroppo non sempre questo appello viene seguito. Anzi molte volte non viene seguito – ha sottolineato Parolin -. Però io credo che la Chiesa deve continuare ad insistere su questo tema. Che poi, alla fine, trova eco nei cuori degli uomini perchè gli uomini si accorgono che questa maniera di fare, di condurre il mondo non può portare che ulteriori conflitti, ulteriori dolori e distruzioni”.
Riguardo invece alla guerra in Ucraina, “abbiamo tentato, in tanti modi, a cominciare da Papa Francesco, di offrire una mediazione da parte della Santa Sede – ha aggiunto il cardinale -. Fino a questo momento non c’è stata nessuna risposta in maniera diretta. Noi continuiamo i nostri sforzi. Adesso ci sarà il segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Gallagher, che andrà a Mosca. Speriamo che qualche frutto si raccolga e si possano avviare dei percorsi di cessate il fuoco e poi, anche, di negoziato”.
ACI CASTELLO (CATANIA) (ITALPRESS) – “Certamente”. Così all’Italpress il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, a margine della veglia di preghiera organizzata ad Aci Castello in occasione del nono centenario della traslazione delle reliquie di sant’Agata, risponde alla domanda se il braccio di ferro tra Italia e Spagna sulla crisi di Ceuta rischi di minare l’Europa.
“Sulla questione migratoria non c’è mai stato un grande consenso ed è quello su cui la Santa Sede ha sempre insistito. Sul fenomeno migratorio, con tutta la sua complessità, deve esserci un approccio comune. Noi speriamo che ci sia, che si superino le differenze, le contrapposizioni e ci sia davvero un approccio comune che permetta di affrontare in modo umano questa situazione”, ha aggiunto il cardinale, che ai microfoni dell’Italpress parla anche dei conflitti in Medio Oriente e in Ucraina.
RAGALNA (CATANIA) (ITALPRESS) – “La stella polare della destra deve essere il bene dell’Italia”. Così il presidente del Senato, Ignazio La Russa, nella tappa di Ragalna (Catania) di “Bar Italia”, iniziativa estiva di Fratelli d’Italia.
“Il centrodestra ha sempre saputo fare sintesi, l’unico incidente di percorso è stato sulla legge elettorale, ma recupereremo”, ha spiegato La Russa.
“Sono assolutamente convinto che il centrodestra avrà i numeri per battere la sinistra, a prescindere da Vannacci. Lui ha deciso di uscire dal centrodestra, votando in diverse occasioni con la sinistra”, ha detto ancora il presidente del Senato.
“Il centrodestra deve restare coerente con il proprio progetto. Dobbiamo continuare a mettere a frutto la credibilità internazionale che Giorgia Meloni ha dato all’Italia in questi anni – ha aggiunto -. Non per forza bisogna inseguire le velleità, ma bisogna fare le cose giuste. La coerenza deve essere la nostra strada maestra”.
Ignazio La Russa torna a mettere nel mirino Report. “Va cambiato, non eliminato perché non è possibile che le inchieste solo per l’1,5% dei casi hanno riguardato il partito di sinistra più grosso”, ha detto il presidente del Senato intervistato a “Bar Italia”, evento di Fratelli d’Italia in corso a Ragalna, nel Catanese, proponendo per l’ennesima volta di mettere le mani sul più importante programma di informazione della Rai. “A me non interessa se ne mettono un altro – ha proseguito la seconda carica dello Stato parlando della conduzione – ma non può essere che il giornalismo d’inchiesta si faccia per attaccare qualcuno, deve fare inchiesta a 360 gradi”. Certo, ha aggiunto, “non vorrei che ce ne mandino uno peggio di Ranucci, la vedo difficile ma potrebbero trovarlo”.
L’evento del partito è un’occasione anche per fare il punto sull’operato del governo. “La terza riforma istituzionale che io amavo di più – ha spiegato La Russa -, e cioè quella per far eleggere direttamente dal popolo il capo dello Stato, o almeno il presidente del Consiglio, si è un po’ arenata perché abbiamo capito che diventava un altro strumento di falsità. Ma se facciamo questa legge elettorale, comunque il presidente del Consiglio avrà una credibilità che gli deriverà dalla scelta diretta dei cittadini. In questa legge le coalizioni devono indicare, non il nome del presidente del Consiglio, ma quello che proporranno al presidente della Repubblica che è libero di decidere. Ma quando c’è stata una vittoria chiara, non è mai successo che il presidente della Repubblica abbia scelto un nome diverso. Quindi se ci sarà una vittoria chiara, di destra o sinistra, il nome avrà una larghissima probabilità di diventare il presidente del Consiglio”. E i tempi? “Entro ottobre la chiudiamo. O la chiudiamo o non la chiudiamo, ma entro ottobre la risposta arriva”.
Le elezioni politiche del 2027 avverranno in uno scenario inedito per la politica italiana, quello in cui a destra di FdI c’è un altro partito, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, e Giorgia Meloni avrà il problema di non perdere troppi voti su quel versante. La Russa fa professione di ottimismo – “Io non sono convinto che i sondaggi siano necessariamente lo specchio di quello che succederà, quindi calma e sangue freddo” – e infligge una stoccata all’alleato Matteo Salvini: “Il generale Vannacci ricordo che era il vicesegretario della Lega, non siamo noi che non l’abbiamo voluto nel centrodestra, lui ha deciso di uscire dal centrodestra, fondando un suo partito e votando in numerose occasioni insieme alla sinistra, facendo sperare la sinistra. Io sono convinto che il centrodestra a prescindere da Vannacci avrà i numeri per governare”.
Quindi l’ex missino sale sul cavallo di battaglia delle destre non solo italiane, ma europee e mondiali: la questione migratoria. Quello che è successo a Ceuta “è stato un assalto all’Europa e qualcuno ha consentito che avvenisse, la Spagna ha enormi responsabilità nell’aver predicato l’accoglienza. L’accoglienza è una bellissima cosa ma quando è indiscriminata non è più accoglienza come quello che è avvenuto nell’enclave spagnola, con migliaia e migliaia di persone senza acqua, senza cibo, senza un luogo per dormire e vengono rispediti quasi a pedate nel loro Paese”, ha detto La Russa, come se fosse stata Madrid a lasciar entrare volontariamente oltre 80 mila migranti dal Marocco nella minuscola exclave spagnola in Nord Africa.
“Pensate se fossero arrivate a Pantelleria migliaia di migranti e noi li avessimo trattati, non dico come la Spagna, ma anche con la metà della cattiveria degli spagnoli – ha aggiunto -. Giustamente avremmo avuto manifestazioni in tutte le città in difesa dei poveri migranti”. Quindi ha concluso: “Avete sentito qualcuno dire che Sanchez ha trattato male gli immigrati? O la sinistra protestare per la remigrazione?”.
Se da mesi il governo Meloni è sotto accusa per l’atteggiamento timido nei confronti di Israele e delle sue opere ed omissioni a Gaza e in Cisgiordania, l’alternativa la dà Giorgio Gori, l’eurodeputato del Pd, esponente della corrente cosiddetta “riformista” che un giorno sì e l’altro sì chiede chiarimenti e certezze alla segreteria del partito sulla politica estera. Scrive Gori su X commentando l’assedio dei colonie al villaggio di Qusra: “Poche persone mi fanno orrore come i coloni suprematisti ebrei. Pazzi fanatici, crudeli criminali. Prego perché il voto di ottobre li metta all’angolo, e così chi li protegge, e gli uni e gli altri abbiano a pagare per le loro violenze. Prego perché Israele possa riscattarsi da questa immensa vergogna”. Finalmente è chiara la proposta dei riformisti del Pd: davanti alla sciagura del governo Netanyahu, dello strazio della Striscia di Gaza e dello scandalo dei coloni in Cisgiordania la strada è pregare su Twitter.
Nel frattempo, certo, si è dovuto attendere un po’ prima di sapere quale fosse la linea del governo Meloni su ciò che è successo a Qusra. Per giorni il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha toccato, legittimamente, tutti i temi più importanti di politica internazionale e ha diligentemente informato sul terremoto in Indonesia, ha di nuovo polemizzato nell’ambito della barbosa partita di padel con la Spagna su Ceuta, ha onorato com’è giusto che sia le vittime del Ponte Morandi, ha perfino chiamato al telefono la formidabile nuotatrice azzurra Sara Curtis, avendo evidentemente a disposizione un po’ di tempo. Ma dopo giorni di notizie di aggressioni dei coloni al villaggio di Qusra, in Cisgiordania, la posizione dell’esecutivo è arrivata ieri, con una frase di poche parole all’interno di un’intervista al Corriere della Sera: “Inaccettabile e sanzionabile l’atteggiamento aggressivo dei coloni israeliani, in sede europea decideremo le misure da prendere”. Per il resto la Farnesina si è limitata a far sapere che stava “monitorando” la situazione quando in mezzo alla storia di Qusra sono spuntati alcuni cittadini italiani, allontanati dalla zona (“evacuati”, con il linguaggio dell’Idf). Insomma ci penserà l’Europa chissà come, chissà quando. L’Unione Europea ha approvato sanzioni mirate contro organizzazioni e leader di coloni israeliani estremisti responsabili di violenze in Cisgiordania, ma non ha mai adottato sanzioni economiche o commerciali generali contro lo Stato d’Israele, a causa della mancanza di un’unanimità politica tra i 27 Stati membri. A mettere il veto, com’è stato più volte ricostruito, è stata anche l’Italia.
Nel frattempo si sono espressi tutti. Addirittura l’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee – non certo un nemico dello Stato ebraico – ha parlato di “atti ripugnanti di terrorismo”. La Spagna ha condannato e chiesto al governo di Netanyahu di intervenire per proteggere la popolazione, mentre la Francia ha chiesto senza mezzi termini a Israele di arrestare e processare i coloni protagonisti dell’assalto. L’estremo del paradosso è toccato dal fatto che a condannare i fatti di Qusra è stato prima dell’Italia non solo e non tanto il rivale di Netanyahu alle elezioni Gadi Eisenkot (“È il risultato di una politica irresponsabile, di un governo gestito con impotenza e irresponsabilità” dice) ma perfino il capo del “Consiglio Yeshà“, organizzazione che riunisce tutti i cosiddetti “insediamenti” israeliani in Cisgiordania: “Quello che sta accadendo a Qusra è grave e non rispecchia il nostro modo di agire. Non c’è posto per decidere privatamente di costruire ‘una collina’ nel cortile di una casa, nemmeno quando si tratta di un’abitazione abusiva o di un tentativo di prendere il controllo dell’area. Non c’è alcuna giustificazione per la violenza contro persone innocenti o contro le forze di sicurezza”.
L’Europa, dunque, dice Tajani. L’altro giorno l’Ue ha ribadito che “non abbiamo altro da aggiungere oltre alla nostra posizione precedente, ovvero che la violenza dei coloni, le intimidazioni e la distruzione di armi e beni devono cessare, e chiediamo a Israele di intraprendere azioni concrete per prevenire la violenza dei coloni e garantire che gli autori di questi crimini siano chiamati a risponderne”. Certo, Bruxelles poi quando deve passare dal dire al fare non attraversa mai il mare.
In una prima versione di questo articolo era scritto erroneamente che l’Italia non si era espressa su quanto accaduto a Qusra. In realtà il ministro Tajani ha condannato i fatti rispondendo brevemente a una domanda nel corso di un’intervista sul Corriere della Sera del 15 agosto. L’inizio delle violenze è stato l’11 agosto.
La faida dentro +Europa si arricchisce di un nuovo episodio. A far litigare i dirigenti del partitino di centro a Ferragosto è l’annuncio del segretario, il deputato Riccardo Magi, di essere pronto a correre alle eventuali primarie del centrosinistra, alle quali, dice, “ci dovrà essere una candidatura di +Europa”. “Io correrei con grande entusiasmo e con la convinzione di portare nella discussione il tema dei temi: il nostro futuro nell’Unione europea. E con questo, le nostre idee su diritti civili, libertà individuali ed economiche, antiproibizionismo”, dice Magi in un’intervista alla Stampa. Parole come fumo negli occhi per l’ala del partito che fa capo al deputato Benedetto Della Vedova, rappresentata dal giovane presidente Matteo Hallissey, contrarissimo alla collocazione nel campo largo (in particolare a causa della presenza del M5s). “Apprendiamo che Riccardo Magi intende presentarsi alla primarie del centro-sinistra. Auguri. Naturalmente lo farà – se lo farà – a titolo personale, non a nome di +Europa. Nel partito non è mai stata nemmeno discussa un’ipotesi del genere. E dubitiamo fortemente che un segretario che è ormai da tempo in minoranza nel partito, ancorché ostinatamente attaccato al suo incarico, possa avere il via libera per una operazione personalistica come quella che prefigura”, commentano Hallissey e Della Vedova in un comunicato congiunto.
Da mesi infatti +Europa è paralizzato dallo scontro tra le due fazioni, con il presidente che chiede di azzerare la segreteria e convocare un congresso straordinario, mentre Magi finora si è rifiutato di farlo, non essendo mai stato sfiduciato dall’assemblea. “Il nostro partito ha sempre avuto forti frizioni interne. In questo momento ci sono lacerazioni profonde dovute anche al fatto che in diversi già guardano ad altre forze politiche. Alcuni sono attratti dal progetto di Renzi, altri da movimenti terzopolisti, esterni all’alleanza di centrosinistra”, commenta il segretario nell’intervista alla Stampa. E ventila la scissione: “Se ci si intende su quello che si vuole fare, bene. Altrimenti non è obbligatorio rimanere tutti insieme”. La sua ricostruzione però contestata da Hallissey e Della Vedova: “Magi allude anche al fatto che alcuni di noi sarebbero attratti da altri percorsi, esterni a +Europa. Questo ci sembra un riferimento autobiografico“, attaccano. “Piuttosto, c’è un’ampia maggioranza interna, ostinatamente ignorata se non irrisa dal segretario, che da mesi chiede un congresso in cui finalmente si torni a parlare di politica, che sottragga il partito all’irrilevanza e lo rilanci. Questa è la prova ulteriore della sua necessità”.
Scene di ordinario servilismo. L’esperienza ci ha insegnato che dai vertici dei “grandi della Terra” non c’è da attendersi che frasi di circostanza, convenevoli da photo opportunity, dichiarazioni tanto altisonanti quanto scontate. Oltre a qualche promessa destinata ad essere disattesa. Se poi l’incontro è uno di quelli in formato G7 – cioè limitato a quelle che dovrebbero essere “le sette nazioni economicamente più avanzate del pianeta”, formula che l’esclusione della Cina rende quanto mai ridicola –, il risultato è ancor più scontato: lodi reciproche, ossequi all’unico vero “grande” presente, assicurazioni di eterna fedeltà al club occidentale, qualche frecciata ai rivali, Brics in testa, e poco più.
Neanche la presenza di un personaggio scomodo e imprevedibile come Donald Trump ha modificato il copione della più recente rappresentazione di questa commedia, tenutasi ad Evian a metà giugno. Gongolante per la firma del memorandum d’intesa (provvisoria) con l’Iran, che spera gli consenta di far passare una sconfitta per vittoria agli occhi dei suoi fedeli, the Donald si è accontentato di farsi riverire dagli alleati-vassalli, ne ha accettato i doni – il record della piaggeria questa volta è stato appannaggio di Merz, con la sua maglietta della nazionale tedesca; evidentemente Mark Rutte riteneva di avere già dato in abbondanza nelle occasioni precedenti – e i complimenti, si è mostrato magnanimo con gli europei che non lo avevano pubblicamente approvato nelle ultime avventure belliche (Macron è diventato un suo “grande amico” e per espiare lo ha invitato a cena nel palazzo di Versailles). E si è astenuto dal rievocare il programma di disimpegno militare dal Vecchio Continente che tanto aveva inquietato i commensali. Ci ha pensato comunque poche ore dopo il suo ministro della guerra Hegseth a ricordare a costoro che il ridimensionamento ci sarà e, soprattutto, che gli States non consentiranno più ai paesi membri della Nato di vietar loro, per qualsiasi motivo, l’uso discrezionale delle basi installate sui loro territori: o obbedienti o fuori!
Al termine dei lavori – se è lecito chiamarli così – Giorgia Meloni, la sovranista afflitta poche settimane prima dal preannuncio della possibile evacuazione di cinquemila GI’s dal suolo italiano, ha tenuto a proclamare che dalla riunione era uscito un messaggio chiaro: “Un Occidente unito è più forte e credibile”, e a vantare come un successo l’aver contribuito a strappare al presidente statunitense un “non scontato” impegno a sostenere militarmente l’Ucraina. Aggiungendo, in chiusura di conferenza stampa, un’esortazione rivolta ad Israele, invitandolo a non sabotare il processo di pacificazione in Medio Oriente.
Il rituale delle esortazioni
Esortazione. Invito. Questo è quanto “l’Occidente” ha fatto nei confronti di uno Stato che, per rappresaglia dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 (1.200 vittime), ha ucciso oltre 71.000 palestinesi a Gaza, di cui ha posto sotto controllo militare oltre il 50% della superficie e, nel frattempo, ha occupato ampie porzioni di territorio in Siria e in Libano, distruggendo villaggi, costringendone gli abitanti all’evacuazione, insediando proprie basi militari e dichiarando ufficialmente di non avere alcuna intenzione di abbandonare i territori conquistati.
E stiamo parlando del Paese i cui “coloni”, aizzati dai partiti di estrema destra ben insediati al governo e protetti da polizia e forze armate, in Cisgiordania stanno sistematicamente attaccando i residenti palestinesi con il ben noto sistema della “terra bruciata” – demolizione di case, sradicamento e distruzione delle colture, taglio delle condutture idriche, uccisioni e furti di animali – e negli ultimi tre anni hanno provocato 1.244 morti, più dei 1.046 dei diciassette anni precedenti, in migliaia di attacchi armati (più di 540 fra il gennaio e il marzo del 2026). Di quell’Israele il cui ministro della difesa Gallant ha definito i palestinesi “animali umani”, quello delle finanze Smotrich ha istigato ad“aprire le porte dell’inferno” in Libano e quello della sicurezza nazionale Ben Gvir, sullo stesso tema ha dichiarato che”tutto il Libano deve bruciare» e che «per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere”.
Di fronte a questo scenario, “l’Occidente” – preceduto dall’Unione Europea, che non era riuscita a trovare l’unanimità dei suoi membri per esprimere una condanna formale nei confronti di Ben Gvir per il trattamento inumano riservato agli attivisti della Flotilla e che verso i coloni assassini ha adottato sanzioni puramente simboliche – ha dimostrato ancora una volta la sua congenita ipocrisia. I suoi sbandierati valori, chiamati in causa incessantemente quando si tratta di accusare le “autocrazie” iscritte nel suo libro nero, sono stati per l’ennesima volta messi fra parentesi (ma sarebbe meglio dire cancellati) nel momento in cui Israele proseguiva i micidiali bombardamenti sul territorio libanese, che già sono costati al popolo preso di mira almeno 3.912 morti e 11.873 feriti, facendosi beffe delle promesse contenute nel memorandum di accordo fra Iran e Stati Uniti.
Quando l’Occidente è complice
Il caso israeliano è senza dubbio quello che meglio mette in evidenza il cinismo e la doppiezza di quel conglomerato sotto tutela, guida e sovranità statunitense a cui è stato assegnato da almeno ottant’anni – e in spregio della realtà geografica – il nome di Occidente. Sebbene ami presentarsi come l’intransigente tutore della legalità internazionale e il paradiso dei diritti umani, di fronte alle infrazioni della legge (le risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite non rispettate dal governo di Tel Aviv sono ben più di un centinaio) e ai veri e propri crimini dello Stato ebraico, il “blocco” occidentale è rimasto sistematicamente in silenzio. Anzi: si è fatto complice attivo. Come ha dichiarato il 17 giugno il vicepresidente Usa Vance, i due terzi delle dotazioni militari con cui Israele ha condotto le sue azioni belliche contro il Libano e l’Iran, e prima contro la popolazione di Gaza, «sono state pagate dal contribuente americano».
Grazie al combinato disposto dell’eterno senso di colpa per il genocidio subito dagli ebrei durante la seconda guerra mondiale (quella che un ebreo coraggioso, il politologo Norman Finkelstein, ha definito in un suo libro famoso e osteggiato La fabbrica dell’Olocausto) e della potenza della lobby filoisraeliana di oltreoceano, i sedicenti difensori della democrazia e della libertà tollerano da decenni la strategia di pulizia etnica e di violenza sistematica – poco importa che la si definisca o meno genocidio: strage o massacro ne rendono altrettanto efficacemente la sostanza – che lo Stato ebraico attua nei confronti dei palestinesi. Ne avallano i pretesti per giustificare le violazioni della sovranità di altri Stati, la retorica delle «minacce esistenziali», l’attribuzione della qualifica di terroristi a chiunque li combatta con le armi (in una situazione di squilibrio di forze che non lascia altra via a chi si oppone alla loro sopraffazione se non il ricorso ai mezzi della lotta partigiana e della guerriglia). Ne minimizzano le responsabilità collettive scaricandole sul solo governo del “cattivo” Netanyahu, nel momento in cui il capo dell’opposizione Yael Lapid rimprovera al primo ministro di non aver convinto gli Stati Uniti a bombardare gli impianti energetici iraniani e a proseguire nei bombardamenti.
E a volte si schierano al loro fianco – Usa in testa, ma talvolta con il sussidio di ausiliari inglesi o francesi – nelle aggressioni “preventive” ai nemici, come è accaduto per due volte negli ultimi sei mesi nel caso dell’Iran. Ricorrendo, quando lo reputano opportuno, a crimini di guerra, come il bombardamento della scuola femminile di Minab costato la vita a 168 bambine, sul totale di 4.765 vittime causate dagli attacchi israelo-americani.
Le guerre prossime venture
Questa è la via verso il futuro tracciata da quell’Occidente che Meloni, Merz e i loro compagni di summit, colloqui e colazioni ritengono «credibile» e vorrebbero «più forte e unito», guidato da un paese i cui successivi governi si sono resi responsabili – in nome della pace – della massima parte delle guerre che hanno insanguinato il pianeta negli ultimi cinquant’anni. E che si sta prestando, in piena incoscienza della componente europea, a predisporre le conflagrazioni belliche future che gli Stati Uniti condurranno per l’affermazione dei propri interessi economici e geopolitici, prendendo di mira la Cina e i suoi effettivi o potenziali alleati nello scacchiere indo-pacifico.
Anche in questo senso, il G7 di Evian ha inviato un pessimo messaggio, ribadendo l’accanimento di von der Leyen, Rutte, Macron, Merz e comprimari nel sostenere l’Ucraina nell’apparentemente interminabile conflitto con la Russia. L’avallo concesso da Trump (ovviamente per quello che vale, data la volubilità del personaggio e il suo profilo psichico palesemente instabile) alla reiterata agenda bellicista dell’Unione europea rischia di rendere più arduo, invece di favorirlo, il percorso diplomatico verso una cessazione almeno provvisoria delle ostilità su quel fronte. Come abbiamo sostenuto su queste colonne fin dall’immediato indomani della sciagurata “operazione speciale”, Putin è caduto nella trappola che da quasi un decennio Usa e Nato gli avevano teso, e nella vicenda ha perso, in credibilità, più di quanto non abbia guadagnato sotto il profilo del controllo dei territori contesi. Essendoci rimasto invischiato, non può accettare di uscirne subendo compromessi e condizioni che suonerebbero umilianti, soprattutto in un momento in cui, grazie agli armamenti e al sostegno economico, il regime di Kiev pare aver migliorato la sua situazione sul fronte. Sarebbe il momento ideale per proporre uno scambio fra tregua e ritiro delle sanzioni. Che invece si è deciso di inasprire ulteriormente.
Insomma: l’Occidente ha deciso di scegliersi gli amici (Israele) e i nemici (Russia) sbagliati. Si è seduto al tavolo di una partita di poker pensando di avere in mano le carte migliori ed esulta molto prima di aver verificato quelle di cui dispone l’avversario. Così, il rischio del bluff cresce. E alla fine della serata il piatto potrebbe piangere. In questo caso, amaramente. La conclusione del “braccio di ferro” con l’Iran è un segnale da non trascurare.
Tratto dal numero 392 della rivista Diorama Letterario. Per abbonarsi (10 numeri in un anno) versare 35 euro sul conto corrente postale 14898506 intestato a Diorama Letterario, Codice Postale 1292, 50121 Firenze oppure effettuare un bonifico sul ccb IBAN IT72Y0760102800000014898506 intestato a Marco Tarchi. Inviare quindi una mail a mtdiorama@gmail.com per comunicare l’indirizzo al quale si vorrà ricevere la rivista
CATANIA (ITALPRESS) – “Sembra che si stia diffondendo l’odio in tutte le direzioni ma c’è anche, e questo vorrei sottolinearlo, una grande attesa di pace e di fraternità. Il fatto che ci sia in tanti Paesi la riscoperta dei valori cristiani e della fede e in particolare nei giovani in alcune nazioni europee, sta proprio a significare proprio questo: si cerca una risposta, che metta fine a questa situazione di conflitto e che invece possa promuovere la fraternità, la concordia e la pace”. Lo ha detto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano, a Catania, in occasione del nono centenario della traslazione delle spoglie di Sant’Agata da Costantinopoli al capoluogo etneo. Il cardinale Parolin è stato nominato da Papa Leone XIV delegato pontificio della “due giorni” etnea. xq4/vbo/mca2
LIVORNO – Il sindacato Fials proclama lo stato di agitazione contro la Usl Toscana Nord Ovest. Il tentativo di conciliazione in prefettura è fallito e il sindacato sta preparando le iniziative di lotta da attuare nei prossimi mesi.
“Uno degli aspetti più rilevanti della vertenza – spiega la segretaria di Livorno, Daniela Boem – riguarda il reclutamento del personale del ruolo sanitario e sociosanitario. Il Fials rileva come la mancata approvazione del Pal (Piano attuativo locale) da parte della stessa Azienda sanitaria, costituisca un’inadempienza che determina, per l’assenza di un quadro certo di programmazione, la non corrispondenza tra l’utilizzo e reclutamento del personale e le scelte compiute con l’aumento dei carichi di lavoro, stante la concentrazione sull’ospedale di Livorno di molti servizi (sede Hub per antiblastici, centro trasfusionale ed aferesi, endoscopia, malattie infettive etc..) e per l’apertura di nuovi servizi (Case di comunità, Ospedale di comunità). Nonostante ciò, il saldo annuale tra nuove assunzioni e pensionamenti permane negativo a discapito delle condizioni dei lavoratori, con ripercussioni importanti sui loro diritti fondamentali, in primis le condizioni di sicurezza”.
“In questo contesto, la situazione che si è creata nel carcere Le Sughere di Livorno assume il carattere dell’emergenza. La popolazione carceraria, a seguito dei trasferimenti dal carcere di Sollicciano, è aumentata di oltre un centinaio di unità, raggiungendo un numero superiore ai trecento. Gli infermieri in servizio sono 17,4 dei quali prestano la loro attività presso la casa di reclusione di Gorgona con una permanenza media nell’isola di circa una settimana. Il fondamentale diritto alla salute da garantire alla popolazione carceraria è collegato anche al numero del personale infermieristico in servizio e deve tenere conto delle mutate condizioni logistiche che impongono la dilatazione dei tempi per le prestazioni di assistenza con problemi di gestione delle attività e la necessità continua di ritardare l’orario di uscita dal lavoro. Quanto avvenuto, destinato ad incrementarsi con ulteriori ingressi, non ha determinato da parte della direzione aziendale Usl Nord Ovest nessun adeguato intervento in termini di aumento del personale che consideri le specifiche caratteristiche della nuova utenza con diverse pene detentive e con nuove e più complesse patologie, anche di carattere psichiatrico”.
“Situazioni che potenzialmente possono produrre cambiamenti all’interno del penitenziario, con una maggiore pressione psicologica sugli operatori sanitari e una ridefinizione delle condizioni di sicurezza lavorativa da garantire. La struttura della casa di reclusione continua a presentare vecchi problemi non risolti che gravano sui lavoratori, come nel caso della medicheria e degli ambulatori dove, addirittura, ci piove dentro e parimenti le temperature sono insopportabili. Il Fials richiama la Asl Toscana Nord Ovest ad adempiere agli obblighi che gli appartengono, nel ruolo di datore di lavoro, per attuare le azioni opportune, modificando le condizioni strutturali ed ambientali, finalizzate a garantire l’integrità fisica e morale del lavoratore”.
“Il Fials – conclude – chiede, dunque, nell’immediato, quale priorità assoluta ed urgente un adeguamento del numero degli infermieri. Continueremo, quindi, ad incalzare l’Usl competente per l’adempimento dei propri obblighi. Il Fials chiede inoltre alle istituzioni locali, regionali e ai parlamentari della provincia un impegno per risolvere una situazione che sta assumendo sempre più il carattere di una vera e propria emergenza”.
In questa intervista interviene Theodor Luciano (Fyodor Lukyanov), direttore della rivista Russia in Global Affairs e presidente del Consiglio russo per le Politiche Estere e di Difesa. Analizzando lo stato del conflitto in Ucraina ad un anno dal summit di Anchorage, Lukyanov evidenzia il fallimento della diplomazia e l’inasprimento delle posizioni, alimentato dai raid a lungo raggio e dalla linea rigorista dei Paesi europei. L’analisi si allarga al ruolo dell’Europa — la cui coesione interna appare oggi strettamente legata al confronto antagonista con Mosca —, al conflitto in Iran e al radicale riassetto geopolitico mondiale. Secondo l’analista, la frammentazione internazionale e il declino irreversibile delle vecchie istituzioni multilaterali, compresa l’ONU, stanno guidando il mondo verso una fase d’incertezza globale priva di regole condivise.
ROMA (ITALPRESS) – “Diventano insopportabili le diseguaglianze, le discriminazioni, le barriere che calpestano la dignità di troppi figli e figlie di Dio”. Lo ha detto Papa Leone all’Angelus recitato a Castel Gandolfo. “Siamo Chiesa di Gesù Cristo in un mondo tormentato, un mondo che cerca pace”, ha aggiunto il Pontefice.
Al termine dell’Angelus, interrotto dagli applausi, ha poi detto: “Rinnovo il mio appello affinchè cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania. E chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura”.
Poi, ha aggiunto: “Questa settimana avranno inizio i Giochi del Mediterraneo, che si svolgeranno a Taranto. Essi coinvolgeranno diversi Paesi di Africa, Asia ed Europa che appartengono all’area mediterranea. Auguro che tale evento sportivo sia una profezia di pace e di fratellanza tra i popoli di questa regione e del mondo intero”.
Il Marocco è diventato uno deiprincipali hub strategici, economici e commerciali della Cina dell’intera Africa. Poco importa che Rabat abbia stretto una solida alleanza con Israele e Stati Uniti, e che forse abbia in qualche modo favorito la crisi dei migranti di Ceuta per danneggiare gli interessi della Spagna, la porta cinese per accedere ai mercati europei. Poco importa, insomma, delle preferenze marocchine in politica estera, perché il pragmatismo adottato da Pechino nelle relazioni internazionali consente al Dragone di coltivare rapporti con tutti in nome del proprio interesse nazionale. Da questo punto di vista il Marocco é un perno ideale per consentire al gigante asiatico sia di penetrare nel continente africano che si implementare la presenza nel Mediterraneo.
Negli ultimi cinque anni i due Paesi hanno stretto accordi per importanti progetti infrastrutturali e siglato diversi patti commerciali. Nel settore manifatturiero, per esempio, decine di aziende cinesi hanno effettuato investimenti multimiliardari per stabilire fabbriche (per componenti di veicoli elettrici, batterie e materiali strategici ) in territorio marocchino. Per quale motivo? Bisogna considerare molteplici fattori che riguardano Rabat: la stabilità politica, accordi di libero scambio con l’Unione europea e gli Stati Uniti, abbondanti riserve di fosfato – cruciali per la produzione di batterie – e una posizione privilegiata, a soli 14 chilometri dall’Europa.
Gli affari della Cina in Marocco
Dal punto di vista di Pechino, ha ricordato il quotidiano spagnolo El Mundo, il Marocco può svolgere un ruolo simile a quello che il Vietnam ha assunto in Asia: essere cioè una piattaforma industriale attraverso la quale rifornire i mercati occidentali di beni cinesi, aggirando alcune delle crescenti barriere commerciali che interessano le esportazioni che provengono direttamente da oltre Muraglia. Attenzione, inoltre, al dossier delle infrastrutture. Le aziende statali cinesi partecipano infatti a progetti ferroviari, energetici e portuali. Un esempio? Il porto di Tanger Med – il più grande del Mediterraneo e uno dei principali centri di traffico container del mondo – si è affermato come un nodo logistico di enorme valore per le catene di approvvigionamento cinesi. Da qui le merci possono essere distribuite rapidamente in Europa e in Africa occidentale, rafforzando il ruolo del Marocco come piattaforma logistica con portata continentale.
E consentendo alla Cina di realizzare profitti considerevoli. Nel frattempo Yu Jinsong, ambasciatore cinese a Rabat, ha dichiarato che le relazioni bilaterali stanno attraversando un momento favorevole e che nei prossimi cinque anni ci sarà una stretta collaborazione sino-marocchina incentrata sulla costruzione di un quadro economico comune. Questo sforzo dovrebbe concentrarsi sull’eliminazione delle tariffe, sul trasferimento di tecnologia dalla Cina e sulla firma di accordi per l’energia sostenibile. Il rafforzamento delle relazioni bilaterali è decollato con la visita del re Mohamed VI a Pechino nel maggio 2016, dove sono stati firmati accordi che stabiliscono il partenariato strategico tra Cina e Marocco. Da allora, il commercio tra i due Paesi è cresciuto in modo significativo, guidato da collaborazioni su progetti per lo sviluppo del Global South e della Belt and Road Initiative.
Il Dragone a Rabat
La Cina è attualmente il terzo maggiore partner commerciale internazionale del Marocco e il secondo per investimenti nel settore dell’energia sostenibile nel Paese. Nel 2025, il commercio bilaterale tra i due Paesi ha raggiunto i 10,96 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 9,04 miliardi del 2024. Nello stesso anno, le esportazioni cinesi verso il Marocco hanno raggiunto i 9,88 miliardi di dollari, mentre le importazioni dal Marocco si sono attestate a 1,08 miliardi. Si prevede che gli investimenti cinesi nel Paese supereranno i 10 miliardi di dollari nel prossimo futuro. Le relazioni economiche tra i due Paesi si concentrano principalmente su due ambiti: il trasferimento di tecnologia e gli investimenti nell’idrogeno verde e nelle energie rinnovabili. Il Marocco esporta soprattutto materie prime, tra cui semiconduttori e derivati del fosfato, mentre la Cina fornisce componenti per veicoli elettrici, prodotti di telefonia e altri beni a maggior valore aggiunto.
Nel settore energetico, la Cina mira a inserirsi nel processo di transizione del Marocco, contribuendo al raggiungimento dell’obiettivo nazionale di coprire il 52% del consumo energetico da fonti rinnovabili entro il 2030. In questo contesto, il Marocco rappresenta un partner strategico anche per la sua straordinaria disponibilità di risorse naturali: il Paese possiede infatti quasi il 70% delle riserve mondiali di fosfato, una materia prima fondamentale per l’agricoltura. La rilevanza di questa risorsa è ulteriormente accresciuta dall’importanza della sicurezza alimentare a livello globale, in particolare per la Cina, il secondo Paese più popoloso al mondo, con circa 1,4 miliardi di abitanti. Un esempio concreto della crescente cooperazione industriale è rappresentato da BTR New Material Group, produttore cinese di materiali per batterie al litio, che sta realizzando nel Paese progetti dedicati alla produzione di materiali per catodi e anodi e che dovrebbe creare oltre 1.100 posti di lavoro qualificati. Il Marocco, principale esportatore mondiale di fosfato e dotato di significative risorse di cobalto e litio, sta così sfruttando la propria base mineraria per sviluppare una nuova filiera industriale nel settore energetico, capace di collegare le risorse marocchine, la capacità di lavorazione cinese e i mercati europei.
Negli ultimi due anni, ha sottolineato il New York Times, gli investimenti a Rabat e dintorni da parte di produttori cinesi di energia, veicoli elettrici e batterie sono aumentati in maniera vertiginosa, sfiorando quasi i 10 miliardi di dollari. Ci sono decine di aziende d’oltre Muraglia che stanno aprendo, o hanno già aperto, sedi in loco, a conferma della crescente importanza che Pechino assegna al Marocco.
LIVORNO – Dopo la polemica nazionale sui tornelli e sul libero accesso al mare, per Livorno si apre un secondo capitolo: quello delle concessioni demaniali sulle quali operano gli stabilimenti balneari cittadini.
La domanda è semplice soltanto in apparenza: quando sono state rinnovate le concessioni e quando scadranno? La risposta porta dentro una vicenda normativa che da anni procede attraverso proroghe, sentenze e interventi legislativi, lasciando cittadini, imprese e amministrazioni in una condizione di persistente incertezza.
Le concessioni dei bagni livornesi non risultano rinnovate tutte nello stesso momento attraverso nuove procedure competitive. I singoli titoli hanno origini e storie amministrative differenti, ma la loro prosecuzione è stata consentita soprattutto dalle estensioni disposte nel tempo dalla normativa nazionale.
Una delle proroghe più controverse è arrivata con la legge 145 del 2018, che prevedeva un’estensione di quindici anni e indicava, per le concessioni interessate, la scadenza del 31 dicembre 2033. Quella prospettiva è stata successivamente messa in discussione dalla giurisprudenza amministrativa e dal confronto con il diritto europeo, contrario ai rinnovi automatici in assenza di procedure comparative.
Il quadro è quindi cambiato più volte. La scadenza del 2033 non può oggi essere considerata il riferimento generale e definitivo per gli stabilimenti livornesi. La disciplina nazionale attualmente vigente mantiene efficaci le concessioni fino al 30 settembre 2027. Soltanto in presenza di ragioni oggettive che impediscano di concludere le gare entro quella data — come contenziosi o difficoltà documentate nello svolgimento delle procedure — l’autorità competente potrà disporre un differimento motivato, comunque non oltre il 31 marzo 2028.
Lo stabilisce il decreto-legge 131 del 2024, convertito nella legge 166 del 2024, intervenuto per adeguare il sistema italiano agli obblighi europei e consentire una transizione verso le nuove assegnazioni.
Per Livorno, dunque, la data centrale è il 30 settembre 2027. Non il 2033. Il termine del marzo 2028 non rappresenta una proroga automatica, ma una possibilità eccezionale che dovrà essere giustificata attraverso un atto specifico.
Secondo quanto dichiarato dal sindaco Luca Salvetti al Corriere Fiorentino nel giugno 2026, sono circa 40 le concessioni livornesi sottoposte alla disciplina Bolkestein e destinate ad andare a gara. Le procedure dovrebbero partire una volta perfezionato il modello nazionale di bando.
È proprio su questo passaggio che emerge la responsabilità del governo cittadino. Il Comune non può limitarsi ad aspettare le indicazioni ministeriali senza offrire nel frattempo ai cittadini un quadro completo e facilmente consultabile. Sarebbe necessario pubblicare l’elenco delle concessioni interessate, specificando per ciascuna lo stabilimento, il concessionario, la superficie occupata, la data del titolo originario, le successive estensioni, il canone corrisposto e la scadenza effettivamente riconosciuta.
Al momento, sui canali comunali dedicati al demanio marittimo non emerge con immediatezza una ricostruzione organica di queste informazioni. Sono disponibili uffici, modulistica, ordinanze e singoli procedimenti, ma manca una rappresentazione pubblica capace di spiegare in modo semplice quale sia la posizione amministrativa dei principali stabilimenti del lungomare.
La trasparenza diventa ancora più importante dopo il caso dei tornelli. Il dibattito non riguarda soltanto la possibilità di attraversare gratuitamente uno stabilimento, ma il rapporto complessivo tra uso economico del demanio e diritti della collettività. Conoscere durata e condizioni delle concessioni è il primo requisito per valutare se quel rapporto venga gestito correttamente.
È vero che i Comuni hanno atteso per anni norme stabili, criteri sugli indennizzi e un modello uniforme per le gare. Ma è altrettanto vero che l’amministrazione livornese conosce da tempo il numero e le caratteristiche delle concessioni presenti sul proprio territorio. Preparare gli atti, ricostruire i titoli e informare la città non richiede di attendere l’ultimo giorno utile.
La questione, quindi, non è soltanto quando scadranno le concessioni. La domanda politica è che cosa abbia fatto finora il Comune per prepararsi alle gare e per verificare, durante il periodo transitorio, il rispetto degli obblighi imposti ai concessionari. Livorno si avvicina a una trasformazione potenzialmente storica del proprio sistema balneare.
Circa quaranta concessioni dovranno essere riassegnate attraverso procedure pubbliche. Continuare a gestire questo passaggio senza un calendario cittadino, una banca dati accessibile e criteri comunicati in anticipo significherebbe arrivare ancora una volta impreparati a una scadenza conosciuta da anni.
Il 30 settembre 2027 non è una data lontana. È il termine entro il quale Livorno dovrà dimostrare se intende governare il proprio rapporto con il mare oppure continuare a subirne le contraddizioni.
Il primo m inistro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito il Regno di Gran Bretagna la «Repubblica Islamica di Gran Bretagna», mentre il nuovo governo laburista del Paese sta valutando l’adozione di misure contro Israele.
Intervenendo venerdì a un podcast della Radio dell’Esercito israeliano, Netanyahu ha criticato la copertura mediatica britannica su Israele, paragonandola a quella della Guerra dei Sei Giorni del 1967.
«Andate a cercare qualcosa di simile in Gran Bretagna oggi, che potreste definire la Repubblica Islamica di Gran Bretagna», ha affermato, secondo quanto riportato dai media israeliani.
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Netanyahu ha poi ripreso una battuta fatta nel 2024 dal vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance, secondo cui la Gran Bretagna potrebbe diventare la prima «Repubblica Islamica con armi nucleari».
Secondo gli ultimi dati del censimento, i musulmani rappresentano circa il 6 % della popolazione del Regno Unito, mentre il Pakistan, ufficialmente Repubblica Islamica del Pakistan, possiede armi nucleari dagli anni Novanta.
Il ministero degli Esteri britannico ha definito i commenti «completamente inaccettabili», sottolineando che la questione era già stata sollevata con il governo israeliano.
Le relazioni tra Londra e Israele si sono deteriorate da quando Londra ha formalmente riconosciuto lo Stato di Palestina nel settembre 2025, una mossa respinta dal governo di Netanyahu.
Lo scambio di battute avviene poche settimane dopo l’insediamento di Andy Burnham come primo ministro. Prima di entrare in carica, Burnham aveva affermato che il Partito Laburista «non aveva agito correttamente» sulla questione di Gaza, sostenendo che la Gran Bretagna doveva esercitare maggiore pressione sul governo israeliano, anche attraverso l’uso di sanzioni e misure volte a colpire il commercio con gli insediamenti israeliani.
Ciononostante, la Gran Bretagna ha mantenuto legami commerciali con Israele nel settore delle esportazioni militari. Sebbene Londra abbia sospeso alcune licenze per la fornitura di armi nel 2024 a causa del timore che le attrezzature potessero essere utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, ha esentato i componenti forniti attraverso il programma multinazionale F-35.
La Gran Bretagna ha anche fornito supporto militare durante il conflitto di quest’anno con l’Iran. Londra ha schierato aerei per intercettare gli attacchi iraniani e ha autorizzato le forze statunitensi a utilizzare basi britanniche per operazioni contro i lanciatori missilistici iraniani e siti correlati. La cooperazione in materia di sicurezza tra Gran Bretagna e Israele ha incluso voli di sorveglianza su Gaza e la condivisione di informazioni di intelligence.
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Queste dichiarazioni giungono dopo le notizie di una crescente frustrazione nei confronti di Netanyahu negli Stati Uniti. Venerdì, Axios ha riportato che il presidente Donald Trump si è rifiutato di appoggiare Netanyahu in vista delle elezioni israeliane di ottobre, nonostante le ripetute richieste in merito.
All’inizio di questo mese, il primo ministro israeliano ha respinto un piano in 15 punti per Gaza, sostenuto da Trump, ribadendo che le forze israeliane non si sarebbero ritirate fino al completo disarmo di Hamas.
I rapporti recenti tra il Netanyahu e il governo britannico sono stati complessi fino al grottesco.
Come riportato da Renovatio 21, è riportato nel libro di memorie dell’ex premier Boris Johnson che nel 2017 una squadra di sicurezza britannica ha trovato un dispositivo di intercettazione nel bagno personale dell’allora ministro Johnson, dopo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva chiesto di accedervi per espletare i suo bisogni fisiologici.
Il leader di Reform UK, Nigel Farage, ha riconquistato il suo seggio in Parlamento, in un’elezione suppletiva boicottata da tutti gli altri principali partiti britannici. Farage aveva lasciato il suo seggio e indetto le elezioni nel tentativo di «dare un segnale di sfida all’establishment».
Giovedì il Farage è stato dichiarato vincitore nel suo collegio elettorale di Clacton, ottenendo il 63 % dei voti, un incremento del 17 % rispetto al 2024.
Tuttavia, quest’anno gli unici avversari di Farage erano candidati eccentrici e marginali, con il Partito Laburista, i Conservatori, i Liberal Democratici e i Verdi che hanno boicottato le elezioni. Tra questi candidati, Count Binface («faccia-da-cestino»), un comico della BBC il cui costume include un bidone della spazzatura in testa, ha ottenuto il 27 % dei voti.
I came first in the Clacton by-election! Of the candidates who bothered to turn up for the results. Here is my victory speech! pic.twitter.com/PBaLO10P2j
“Even if I got 12%, 1 in 8 people in Clacton would rather vote for a space warrior shaped like a bin than Nigel Farage. That would be interesting, wouldn’t it”
Il boicottaggio è stata una mossa calcolata dai partiti tradizionali del Regno Unito, volta a delegittimare le elezioni. Farage ha lasciato il suo seggio a luglio nel tentativo di riconquistarlo con una maggioranza più ampia rispetto al 2024, un risultato che avrebbe umiliato i suoi avversari nei partiti principali. In una dichiarazione rilasciata all’epoca, ha descritto le elezioni come un’opportunità per gli elettori di «mostrare il dito medio all’establishment».
Sebbene al Farage sia stata negata l’opportunità di sconfiggere laburisti e conservatori per la seconda volta in due anni, ha comunque presentato la sua vittoria di giovedì come una «vittoria contro l’establishment».
«Ho indetto queste elezioni suppletive perché volevo che fossero i cittadini di Clacton a giudicarmi, non i media tradizionali britannici e l’establishment politico che ci dipinge come criminali», ha dichiarato ai suoi sostenitori dopo l’annuncio dei risultati. «Abbiamo sconfitto il candidato del partito unico».
Sebbene il conte Binface fosse un candidato insolito, fu sostenuto dai media liberali e, secondo Farage, «c’erano attivisti liberaldemocratici, laburisti e conservatori che facevano campagna elettorale per il conte Binface».
Al momento delle dimissioni del Faraggio, egli era sotto inchiesta da parte dell’organismo di controllo parlamentare britannico da maggio, per una donazione di 5 milioni di sterline (6,7 milioni di dollari) ricevuta dal miliardario delle criptovalute Christopher Harborne prima del suo insediamento nel 2024.
L’indagine si è poi ampliata dopo che il Sunday Times ha rivelato che oò Farraggio non aveva dichiarato i finanziamenti ricevuti dal truffatore condannato George Cottrell tra il 2019 e il 2024, sostenendo di non aver fatto nulla di male e che la donazione di Harborne è stata «un generoso regalo personale» che gli permetterà di pagare le spese per la sicurezza.
Il Farage insiste sul fatto di non essere stato obbligato a dichiarare i benefici ricevuti da Cottrell – che presumibilmente gli avrebbe permesso di soggiornare nelle sue proprietà e di usufruire di una scorta privata – poiché non ricopriva alcuna carica pubblica quando li ha ricevuti.
L’indagine è stata sospesa quando il politico guida della Brexit ha lasciato il suo seggio, ma è stata immediatamente riaperta non appena i risultati sono stati resi noti giovedì scorso.
Il conte Binfaccia – la cui candidatura può ricordare un episodio della serie distopica Black Mirror, in cui un orsetto con idee satiricamente populiste vince le elezioni prima in Gran Bretagna poi in tutto il mondo – non è il primo personaggio improbabile che si presente più o meno goliardicamente alle elezioni.
Ricordiamo, negli Stati Uniti, il caso di Vermine Supreme, artista e attivista politico famoso per essersi candidato plurime volte alle primarie delle elezioni presidenziali (sia democratiche che repubblicane) degli Stati Uniti, nelle cui campagne indossa uno stivale da pioggia come cappello e porta un grosso spazzolino.
Arrivando talvolta a cavallo ai comizi, usa lo slogan «un tiranno di cui puoi fidarti».
Tra le sue promesse elettorali, un pony gratuito per ogni cittadino e l’igiene orale obbligatoria (cioè vuole una legge che costringa tutti a lavarsi i denti). Egli ha promesso altresì ai cittadini americani «di portarvi via tutte le armi per darvene di migliori»
Vermine Love Supreme (nome per esteso: «Amore supremo verminoso») promette di finanziare ricerche scientifiche sui viaggi nel tempo e sostiene accesamente la necessità di prepararsi a un attacco di zombi, usando la loro energia per produrre elettricità.
Il candidato nel 2006 donò un organo alla madre malata, ma non ne fece una pubblicità elettorale.
La Spagna non discuterà con il Marocco della sovranità su Ceuta e Melilla, ha dichiarato il ministro della Difesa spagnola Margarita Robles, dopo che Rabat ha rinnovato pubblicamente le sue rivendicazioni sulle enclavi nordafricane.
Lo scambio avviene quasi due settimane dopo che decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine di Ceuta in un afflusso senza precedenti che ha travolto la città. Almeno 100 persone sarebbero morte, molte nel tentativo di attraversare il confine via mare, mentre Madrid ha schierato truppe e accelerato i rimpatri. La maggior parte di coloro che sono entrati è stata da allora rimandata indietro, ma tra 3.000 e 5.000 persone rimangono in territorio spagnolo, secondo le autorità locali.
Il ministro della Giustizia marocchino Abdellatif Ouahbi ha dichiarato martedì alla televisione Asharq che Rabat solleva regolarmente la questione di Ceuta e Melilla nei negoziati con Madrid e cerca una soluzione a lungo termine attraverso il dialogo.
«Questa questione rimane irrisolta e la solleviamo ogni volta che incontriamo gli spagnoli. Rimaniamo fedeli ai nostri territori. Ciò richiede pazienza e desideriamo risolvere la questione attraverso il dialogo», ha affermato l’Ouahbi.
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In risposta, la ministra della Difesa spagnola Margarita Robles ha dichiarato ai giornalisti durante una visita a Ceuta mercoledì che le due città sono «completamente spagnole» e «intoccabili». Ha descritto qualsiasi sfida alle città come un attacco alla Spagna e ha avvertito che la crisi di confine «non deve mai più ripetersi».
Il Ministero degli Esteri spagnolo ha rilasciato una dichiarazione separata affermando che l’integrità territoriale del Paese «non è stata, e non sarà mai, discussa con nessuno».
Ceuta e Melilla sono gli unici territori spagnoli in Africa e costituiscono gli unici confini terrestri dell’Unione Europea con il continente. Il Marocco considera le enclavi territori occupati sin dall’indipendenza ottenuta nel 1956 e sostiene che la sovranità debba essere trasferita a Rabat. La Spagna le considera parte integrante del proprio territorio, avendo controllato Melilla fin dal XV secolo e Ceuta dal XVII.
Il confine è diventato ripetutamente un punto di tensione tra i due Paesi. Nel 2021, il Marocco ha allentato i controlli alle frontiere durante una disputa diplomatica sulla decisione della Spagna di fornire cure mediche al leader indipendentista del Sahara Occidentale Brahim Ghali, consentendo a migliaia di persone di entrare a Ceuta.
Le relazioni sono migliorate dopo che Madrid ha appoggiato la proposta di autonomia del Marocco per il territorio conteso nel 2022. Rabat, tuttavia, non ha rinunciato alle sue rivendicazioni su Ceuta e Melilla.
Madrid ha ampiamente elogiato le autorità marocchine per aver aiutato a rimpatriare i migranti dopo l’ondata di luglio, attribuendo la responsabilità della crisi alle reti di trafficanti di esseri umani. L’aumento dei flussi migratori è avvenuto poco dopo che la Corte Suprema spagnola ha stabilito che i migranti intercettati in mare mentre tentavano di raggiungere Ceuta o Melilla non potevano essere rimpatriati immediatamente.
Livorno 16 agosto 2026 Europa Verde Livorno interviene sul tema della gestione dei rifiuti rispondendo ad alcune domande “Hanno replicato alle nostre affermazioni non con i fatti, ma con “stime prudenziali” e varie domande, alle quali comunque rispondiamo volentieri. 1) Il porta-a-porta fa diminuire di tre quarti il rifiuto residuo da smaltire, lo dicono i …
Livorno 16 agosto 2026 Potere al Popolo Livorno invita la cittadinanza a partecipare a un presidio lunedì 17, alle ore 17:30, davanti al monumento ai 4 Mori. L’iniziativa nasce in vista della tappa a Livorno dell’ambasciatore statunitense Usa Tilman Fertitta, atteso con un mega yacht. Gli organizzatori ribadiscono che “ambasciatori di guerre e genocidi” non …
Anchorage, un anno dopo: facciamo il punto con Giacomo Gabellini nel giorno dell’anniversario dello storico vertice in Alaska del 15 agosto 2025 tra i due presidenti di Russia e Stati Uniti, Vladimir Putin e Donald Trump
C’è una ragione profonda per cui l’Italia politica ferragostana si appassiona alle esplosioni di Pomezia e non a quelle di Colleferro e gli attentati a fin di bene di Lavitola a Ranucci suscitano un irresistibile rigurgito di passione civile nella destra ex-lavitolitana e nella sinistra ranucciana, mentre il non ancora qualificato incidente nello stabilimento KNDS Ammo Italy (ex Simmel Difesa) di Colleferro – un’esplosione terrificante, con palla di fuoco alta cento metri, dicono le cronache – non suscita che una sorvegliatissima indifferenza bipartisan, come se si fosse incendiato il deposito di un ferrivecchi.
La bomba di Pomezia consente alla destra e alla sinistra di muoversi – cioè di accusare e difendersi – all’interno di uno schema consolidato e familiare, che non obbliga a rinnegare niente, ma a sacrificare qualcosa o qualcuno di rinunciabile o di indifendibile, senza cambiare nulla né del copione, né della morale di quella eterna opera dei pupi, che è la mitografia fondativa dell’Italia bipolare.
Così la destra scopre oggi in Lavitola l’imbroglione che è sempre stato – anche quando trafficava con senatori e scoop-patacca, a maggior gloria della Real Casa di Arcore – per inchiodare Ranucci alle millanterie dinamitarde del suo amico, confidente, informatore e Rasputin politico.
Così la sinistra scopre e censura con ritardo le amicizie e vanità imbarazzanti di Sigfrido, ma distingue l’errante dall’errore e si guarda bene dall’esigere da lui le espiazioni morali pretese dagli altri coglioni a loro insaputa del campo avverso, che non potevano non sapere.
Eppure, a uno sguardo onesto – quello che nell’Italia bipopulista non ci si può permettere, né si può ad altri consentire – dalle relazioni pericolose tra il campione dei buoni e quello dei cattivi, bomba d’amore compresa, emerge l’irresistibile somiglianza – similis cum similibus – del cosiddetto giornalismo di inchiesta di Ranucci, indomabile eroe della resistenza antiberlusconiana, con quel mix di dossieraggi, dicerie, falsi d’autore e suggestive verosimiglianze costruite ad arte, che aveva fatto la fortuna di Valterino alla corte di Berlusconi e dei suoi gazzettieri. Sono due gocce d’acqua, semplicemente di colore diverso.
Rispetto all’esplosione di Colleferro il silenzio bipartisan è invece d’ordinanza, perché qualunque parola dovrebbe contemplare un’ipotesi che destra e sinistra continuano pregiudizialmente (e pateticamente) a escludere, cioè che la guerra di aggressione della Russia all’Europa abbia ampiamente oltrepassato i confini dell’Ucraina e che anche lo stabilimento di Colleferro, che produce esplosivi e munizioni, in particolare quelle da 155 millimetri destinate all’esercito ucraino, possa essere finito nel mirino del Cremlino.
Visto che una coincidenza è una coincidenza, ma molte coincidenze fanno prima un indizio e poi una prova, quello di Colleferro non è, dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina del 2022, il primo stabilimento militare impegnato nelle forniture a Kyiv ad avere registrato incendi e esplosioni. Ci sono molti precedenti in Bulgaria, Repubblica Ceca, Spagna, Polonia e Regno Unito. Un po’ troppi, visto che si tratta di siti produttivi protetti da massime misure di sicurezza.
L’inesistenza di un pericolo russo è l’imprescindibile presupposto del racconto pacifista e pacificato dell’Italia bipopulista. Qualunque cosa riconduca ad esso e palesi, in modo pure eclatante, non la semplice incombenza del pericolo, ma lo svolgimento di un programma di aggressione minuziosamente organizzato, deve essere esorcizzato come un fantasma partorito dalla fantasia bellicista dei fanatici dell’escalation militare, dei sabotatori della pace possibile e dei fomentatori del pregiudizio russofobo.
Chissà a quale esito giungeranno le indagini sull’esplosione di Colleferro, ma possiamo essere abbastanza sicuri che nell’Italia pacifista anche l’ipotesi di un attentato sarebbe ricondotta alla responsabilità della criminalità comune, come nella Sicilia degli anni ‘60, in cui la mafia ufficialmente ancora non esisteva, gli avvertimenti e gli omicidi delle cosche venivano rubricati come questioni private di corna o di onore.
Altro che economia o politica estera, il vero capolavoro di Giorgia Meloni è un altro. Una legge elettorale – ammesso e non concesso che vada in porto – che obbliga le coalizioni a indicare il nome del premier nel programma. Questo meccanismo ingrippa il cosiddetto campo largo perché lo costringe alle primarie. Se non ci fossero in campo ambizioni personali smisurate e ego sovraeccitate, si arriverebbe a un accordo su un nome; ma in assenza di quelle condizioni i gazebo non sembrano evitabili.
D’altronde, il punto dolente è che un terzo nome non viene fuori. E tutti i leaderini si preparano a correre per fare pubblicità al proprio partito: una logica politicamente demenziale. È chiaro a tutti che il problema dei capi del campo largo è questo e solo questo. Non si pensa ad altro. La discussione sulle regole delle primarie perciò è molto più delicata di quella sul mitico programma, che alla fine sarà un documento che terrà dentro tutto e il suo contrario. E comunque, piaccia o non piaccia, è molta la gente che va a votare per il leader più che per i pezzi di carta.
Ora, le primarie sono lo strumento più divisivo che esista. Una campagna elettorale senza esclusione di colpi che lascia detriti, malanimo, desideri di rivincita. Solo in un caso furono un formidabile propellente per il vincitore: quello di Romano Prodi, trionfatore annunciato e simbolo di un’inedita sintesi di diverse culture politiche di governo.
Ma oggi nulla ricorda quella stagione. C’è una coalizione nella quale è fortissima la competizione tra i leader di Partito democratico e Movimento 5 Stelle e rispettivi apparati, che per di più si innesta su un’annosa sfiducia reciproca tra i rispettivi elettorati. Per questo, molti prevedono che alle elezioni un pezzo di elettorato contiano non sosterrebbe Elly Schlein o che viceversa un pezzo di elettori dem e centristi non voterebbe Giuseppe Conte. Risultato: vince Meloni. È una previsione, non una certezza.
Che però dovrebbe essere sufficiente per i due partiti per rendersi conto che l’eventualità di andare a sbattere è alta. Dovrebbe soprattutto rendersene conto Schlein e gli strateghi che le sono vicini: perdere contro Conte, tra le altre cose, sarebbe un colpo micidiale per il Pd. Perché Conte candidato premier trainerebbe il M5S a percentuali importanti, sottraendo inevitabilmente voti a un partito guidato da una segretaria sconfitta. Verosimilmente, ma forse è già tardi, se il Nazareno si rendesse indisponibile a montare i gazebo, l’avvocato dovrebbe farsene una ragione.
Intanto, nello scontro tra i due big, il film che stanno realizzando i vari centristi per ora è abbastanza penoso. Non solo perché come al solito ci sono troppi galli a cantare ma per una ragione politica. Se il più lontano dai centristi-riformisti è – e non può non essere – l’avvocato del populismo, se si presentano uno o due di loro rischiano di favorirlo dato che toglierebbero voti alla segretaria del Pd. Il doppio turno eliminerebbe in parte questo problema (e infatti l’avvocato non lo vuole) anche se non si può escludere il rischio che al ballottaggio Schlein arrivi seconda, dunque già ammaccata.
Alla fine, dunque, il problema non sarà soltanto stabilire il nome del vincitore. Sarà capire che cosa resta della coalizione dopo le primarie. Dopodiché, vinca chi deve vincere. Che potrebbe non essere necessariamente il migliore.
Il 15 agosto 2025 il presidente russo Vladimir Putin, all’epoca già ricercato dalla Corte penale internazionale e osteggiato dalla maggior parte dell’Occidente, mise piede sul suolo americano, ricevette un’accoglienza da tappeto rosso e si presentò al fianco del presidente degli Stati Uniti Donald Trump da pari a pari. L’Ucraina era assente. Sostenere Kyjiv sembrava costoso; negoziare con Mosca veniva presentato come più pratico. Il vertice non produsse né un cessate il fuoco né un accordo di pace, eppure Putin ottenne una riabilitazione pubblica senza fare alcuna concessione. Un anno dopo, la Russia ha trasformato il vertice in un proprio prodotto. È stata persino depositata una domanda di registrazione del marchio per un profumo chiamato «Spirit of Anchorage», l’etichetta preferita dal Cremlino per definire l’intesa che, secondo quanto sostiene, Trump e Putin avrebbero raggiunto in Alaska. Eppure non c’era alcun accordo da imbottigliare, nessuna pace da commemorare e nessuna svolta strategica da preservare – solo un’atmosfera. Mentre la sostanza evaporava, la Russia ha conservato il profumo.
La domanda ora non è se Trump sia passato da Putin a Volodymyr Zelenskyy. Non l’ha fatto. La domanda è questa: che cosa può offrire ciascuna delle parti a un presidente che vuole trasformare la politica estera in una transazione da portare a termine? Mosca offre accesso, energia e accordi geopolitici. Kyjiv offre tecnologia collaudata in combattimento e know-how industriale. Entrambe le cose potrebbero essere utili a Trump; nessuna delle due, però, dovrebbe confondere l’utilità con l’impegno.
Prima di incontrare Putin, Trump aveva già inquadrato le relazioni tra Stati Uniti e Ucraina in termini commerciali. All’inizio del 2025 aveva esercitato pressioni su Kyjiv affinché firmasse un accordo sui minerali che avrebbe garantito agli Stati Uniti un ritorno tangibile sul proprio sostegno. In Ucraina, la proposta ha suscitato timori che il paese potesse essere nuovamente trattato principalmente come fornitore di materie prime, piuttosto che come partecipante a catene di produzione a più alto valore aggiunto.
Il rapporto emergente in materia di difesa segue la stessa logica, ma cambia ciò che l’Ucraina può offrire. Kyjiv apporta sistemi collaudati in combattimento, dati dal campo di battaglia e un ciclo di innovazione plasmato dal costante adattamento alle contromisure russe – capacità che gli Stati Uniti non possiedono ancora con la stessa rapidità o su scala comparabile. I due paesi stanno portando avanti piani per la produzione congiunta di droni, tra cui uno stabilimento negli Stati Uniti che utilizzerà la tecnologia ucraina.
Sei produttori ucraini hanno aderito al programma Drone Dominance del Pentagono, nell’ambito del quale i loro sistemi saranno testati in base ai requisiti statunitensi e, per gli ordini futuri, prodotti attraverso partnership americane. L’Ucraina prevede di produrre tra i sei e i sette milioni di piccoli droni d’attacco nel 2026. Entro febbraio 2027, il programma da 1,1 miliardi di dollari del Pentagono ne avrà ordinati meno di 200.000.
Gli Stati Uniti mantengono vantaggi schiaccianti in termini di capitale, componenti e capacità industriale, ma restano indietro di anni rispetto all’Ucraina nella produzione di questa categoria di armi al ritmo richiesto in tempo di guerra. Washington sta cercando di convertire l’esperienza acquisita dall’Ucraina sul campo di battaglia in capacità americane. Ciò potrebbe creare un’interdipendenza pratica senza produrre un allineamento strategico. L’Ucraina potrebbe diventare più preziosa per Trump, ma non più sicura.
La partnership emergente offre a Kyjiv un’ulteriore fonte di leva a Washington, lasciando però condizionato il rapporto di base: il sostegno americano rimane legato a ciò che l’amministrazione può presentare come un accordo. Sullo sfondo di una cooperazione migliorata e di un clima crescente di fiducia e apertura tra le aziende della difesa americane e ucraine, ci si potrebbe aspettare un atteggiamento più positivo nei confronti del sostegno agli interessi ucraini nei negoziati.
Alcuni avrebbero persino potuto aspettarsi che Trump decidesse di mettere in pratica il proprio slogan elettorale, «pace attraverso la forza», e diventasse un leader statunitense filo-ucraino e atlantista. Tuttavia la logica della sua presidenza e le sue priorità personali contraddicono qualsiasi posizione “filo”. L’attuale presidente degli Stati Uniti non può avere un orientamento filo-ucraino o filo-russo: Donald Trump può essere solo filo-Trump, anche se alcuni potrebbero obiettare che non sia nemmeno sempre filo-americano.
Alla luce di ciò, qual è l’obiettivo di Trump nella sua politica nei confronti sia della Russia sia dell’Ucraina? Il persistente profumo di Anchorage che aleggia nel ministero degli Affari esteri russo ha indotto i suoi membri a credere che Trump voglia ingraziarsi Putin ed entrare a far parte del club degli autoproclamati machi sulla scena politica mondiale. L’appartenenza a questo club comporterebbe petrolio a basso costo e l’attuazione del pacchetto da 12 trilioni di dollari di Kirill Dmitriev per i progetti di sviluppo artico.
Questa linea di pensiero si inserisce inoltre perfettamente nella strategia volta a persuadere la Russia a opporsi alla Cina in un futuro scontro di egemonie, attualmente promossa da Elbridge Colby. Anche se la leadership russa non sostenesse questa idea, la utilizzerebbe comunque per attirare l’attenzione degli Stati Uniti su Mosca. Dal punto di vista dell’Ucraina, invece, la recente cooperazione, attiva e in gran parte produttiva, ha dato l’impressione che gli Stati Uniti non volessero più semplicemente «impedire all’Ucraina di perdere».
Sembrava che Washington fosse pronta a investire sia negli attuali progetti militari sia nella ricostruzione postbellica. È stato fatto molto lavoro per raggiungere un accordo sui metalli delle terre rare, creare un fondo per la ricostruzione e proseguire il dialogo sulla possibilità di produrre su licenza i missili PAC-3. Poiché gli americani non possono mostrare debolezza nei confronti della Cina, c’era la speranza che continuassero a sostenere attivamente il loro partner in Europa.
Tuttavia la verità è più semplice, proprio come la stessa politica estera di Trump. Ha semplicemente bisogno di un accordo. Non importa più molto chi uscirà vincitore dalla guerra e in quali condizioni. Se si tratta di un vero accordo che Trump possa firmare e che porti il suo nome, quell’accordo andrà bene per il presidente americano. Potrebbe essere utilizzato da Trump per rivendicare ancora una volta il premio Nobel per la pace.
Un accordo gli consentirebbe inoltre di dimenticarsi di questa parte del mondo – proprio come non ha reagito alla violazione dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas e come si è dimenticato della ripresa della guerra tra il Congo e il Ruanda o tra la Thailandia e la Cambogia. La durata di un trattato, l’adesione ai suoi principi o il lungo processo di costruzione di relazioni tra ex avversari interessano ben poco a questa amministrazione.
Un effimero spirito di Anchorage potrebbe risiedere nella politica della doppia pressione. Per ammissione dello stesso Trump, l’incontro con Putin in Alaska non ha avuto successo. A seguito di esso, non si è registrato alcun progresso su nessuna delle varie iniziative proposte dalla parte russa. L’incontro potrebbe comunque aver prodotto un risultato: un certo raffreddamento delle relazioni degli Stati Uniti con l’Ucraina. Un anno fa Kyjiv aveva appena iniziato a instaurare normali rapporti bilaterali con la nuova amministrazione statunitense.
A un anno dal vertice in Alaska, persiste lo stesso tipo di situazione indefinita che prevaleva allora. Da un lato, la Russia deve affrontare nuove sanzioni, mentre i suoi partner devono fare i conti con nuovi dazi e restrizioni commerciali. Dall’altro lato, l’Ucraina potrebbe ritrovarsi priva di difesa antibalistica durante l’inverno più difficile del periodo bellico. Come nell’estate del 2025, oggi permane la pressione su entrambe le parti affinché raggiungano un accordo il più rapidamente possibile. Non esiste ancora un piano strategico per l’attuazione di tale accordo e permane l’incertezza su ciò che la Casa Bianca intenda ottenere.
La dott.ssa Lesia Bidochko è policy fellow presso l’European Policy Institute in Kyiv (EPIK), ricercatrice non residente presso l’European University Viadrina di Francoforte sull’Oder e docente di scienze politiche presso la National University of Kyiv-Mohyla Academy.
Oleksandr Kraiev è direttore del programma Nord America presso il Consiglio per la politica estera «Ukrainian Prism» di Kyjiv e docente senior di relazioni internazionali presso la National University of Kyiv-Mohyla Academy.
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Il ruolo della sinistra democristiana è stato importante e decisivo nella storia politica del nostro Paese. E non solo all’interno della Democrazia Cristiana. E questo per tre ragioni di fondo.
Innanzitutto perché la sinistra democristiana – sia quella “sociale” di Carlo Donat-Cattin e di Franco Marini e sia quella “politica” dei vari Ciriaco De Mita, Giovanni Galloni, Luigi Granelli, Mino Martinazzoli – è stata un laboratorio politico e culturale di straordinaria levatura. E questo non solo perché la sinistra Dc ha sempre privilegiato la progettualità politica rispetto alla sola gestione del potere. Ovvero, per dirla con altre parole, con la sinistra democristiana la politica con la P maiuscola ha sempre avuto il sopravvento in qualunque tornante della vita democratica del nostro Paese. Insomma, parliamo di una concreta esperienza politica, culturale ed intellettuale che rappresenta quasi un “unicum” nelle vicende democratiche italiane.
In secondo luogo la sinistra democristiana ha confermato che, al di là dei numeri congressuali che di volta in volta regolavano le vicende all’interno della Democrazia Cristiana, si può condizionare pesantemente l’evoluzione del partito di appartenenza e dell’intera politica italiana anche attraverso la strada della costruzione di un progetto politico. E la conferma arriva proprio dalla concreta esperienza della sinistra Dc.
Basti pensare, per fare un solo esempio, alla storia della sinistra sociale di Forze Nuove guidata dal leader piemontese Donat-Cattin. Attraverso le sue riviste, i suoi tradizionali convegni settembrini e la concreta ed attiva partecipazione al dibattito politico, quella corrente era in grado di condizionare il cammino della politica italiana. Certo, molto dipendeva anche dalla autorevolezza e dal peso di quelle leadership. Ma è altrettanto indubbio che non tutto dipende dai numeri che vengono messi di volta in volta in campo. Molto, anzi, moltissimo, dipende anche e soprattutto dalla intelligenza politica di chi sa interpretare un ruolo e giocarlo nella contesa politica più generale. Era così per la sinistra sociale di Forze Nuove di Donat-Cattin ma lo era altrettanto per la sinistra politica di De Mita, Bodrato, Martinazzoli e Galloni.
Insomma, parliamo di una esperienza politica che ha saputo ritagliarsi un ruolo specifico non solo nella Dc ma nella politica italiana. Un ruolo che era riconosciuto da tutti i partiti, di maggioranza e di opposizione. E anche, e soprattutto, dalla cosiddetta società civile nelle sue multiformi e variegate articolazioni sociali, culturali, professionali ed economiche.
In terzo luogo, per fermarsi solo a queste tre indicazioni, la sinistra Dc è stata forse la più alta espressione della iniziativa poltica, della progettualità politica e della elaborazione culturale ed ideale dell’area cattolica italiana. Certo, anche la sinistra Dc non rappresentava e non esauriva l’intera galassia cattolica italiana. Ma è indubbio che nel corso degli anni proprio la sinistra democristiana ha saputo interpretare e tradurre politicamente le istanze, le domande, gli interessi e le richieste che provenivano da larghi settori dell’area cattolica italiana. Una esperienza e una modalità che non si sono più ripetuti nella storia politica del nostro Paese.
Ecco perché, e per fermarsi a queste tre sole indicazioni, l’esperienza e la storia della sinistra Dc non possono e non devono essere archiviati banalmente. Semmai, e al contrario, occorre farne tesoro anche oggi. Soprattutto per quei cattolici impegnati in politica che ritengono ancora importante e decisivo l’apporto di questa cultura nelle dinamiche concrete della politica contemporanea.
Nella Repubblica delle ciminiere mute e delle alchimie d’apparato, il Centro non è mai stato un luogo geometricamente definito, quanto piuttosto un arcipelago di ego e ambizioni. Al centro della scena torna a muoversi, con la consueta tempesta di tweet e riunioni riservate, Carlo Calenda, deciso a riaprire i battenti di quel “Terzo Polo” che in passato ha conosciuto la gloria effimera delle urne e la rapidità bruciante delle scissioni. Il leader di Azione batte il ferro finché è caldo, tesse la tela e tende la mano alla galassia centrista, provando a intercettare quel malessere diffuso che attraversa le forze moderate e i corpi intermedi, alla ricerca di una sponda politica autonoma, equidistante tanto dal sovranismo di governo quanto dal massimalismo pseudo-progressista.
Le grandi manovre centriste si scontrano, tuttavia, con le resistenze interne e con i veti incrociati dei potenziali alleati. A partire da Luigi Marattin e dal suo Partito Liberaldemocratico, che frenano sulle modalità dell’operazione: la linea dei libdem è chiara nel pretendere un percorso paritetico, non un’incorporazione nei ranghi di Azione. Sulla stessa lunghezza d’onda si registrano le freddezze di chi, come Alessandro Onorato, avverte che un’aggregazione costruita esclusivamente sui vecchi schemi parlamentari finirebbe per regalare un ulteriore vantaggio elettorale a Giorgia Meloni, frammentando lo spazio delle opposizioni senza incidere sui reali flussi dell’elettorato d’opinione.
Eppure, sotto la superficie increspata delle polemiche di palazzo, il movimento tellurico non si ferma. A guardare con interesse al progetto sono la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, con il suo Spazio Pubblico, e figure come Falasca, Scalpelli e Nahum, riunite nel loro soggetto Europeisti.eu, pronte a valutare un perimetro capace di coniugare rigore europeista, cultura di governo e riformismo liberale. A rendere ancora più dinamico lo scenario contribuiscono i sussulti in casa dem, dove il disagio di una parte della minoranza riformista nei confronti di un Partito democratico ritenuto troppo sbilanciato sull’alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle sembra arrivare a un punto di non ritorno.
È in questo vuoto d’aria che prende corpo l’ipotesi, sussurrata con insistenza nei transatlantici, di un possibile avvicinamento al cantiere centrista di Giorgio Gori. L’uscita dell’ex sindaco di Bergamo, oggi parlamentare europeo, figura di riferimento del riformismo democratico, rappresenterebbe l’ennesimo terremoto negli equilibri del Pd. Gori, forte di un profilo amministrativo di spessore e di una critica mai celata nei confronti del collateralismo grillino, non ha al momento un proprio soggetto politico strutturato, ma guarda a un’area di respiro nazionale che sappia incarnare i valori liberali, del garantismo e del riformismo.
Per dare casa a queste istanze, intanto, si muove la nascente Federazione dei riformatori, un contenitore pensato per accogliere sensibilità riformiste, laiche, liberali e garantiste che faticano a riconoscersi nel bipolarismo muscolare odierno. Una galassia che potrebbe rivelarsi l’incubatore ideale per far convogliare le energie di chi, come Gori, guarda con favore alla causa terzopolista. Il punto di caduta, tuttavia, dipenderà dalla capacità di superare la sindrome dell’autosufficienza e la paralisi da candidature e di costruire un progetto che non si esaurisca nell’ennesima somma di sigle, ma sappia offrire agli elettori moderati un’alternativa di governo credibile e duratura.
Polemiche a Siena per il Drappellone del Palio dell’Assunta che si corre domenica. Nell’opera domina la figura della Vergine posta al vertice della composizione a protezione della Rosa d’Oro, prezioso dono che Papa Pio II offrì alla città di Siena, insieme con tutta una serie di rimandi simbolici molto potenti. Solo che per molti il volto della Madonna raffigurata sarebbe troppo androgino o lontano dalla tradizione.
Che il Drappellone faccia discutere non è una novità. Ma certamente quello dipinto per il Palio dell’Assunta da Teodora Axente passerà alla storia quantomeno per essere stato uno dei più chiacchierati . Solo che Axente , che appartiene alla celebre Scuola di Cluj, ed è una delle poche donne della sua generazione ad aver raggiunto un simile riconoscimento, per numerosi esperti ‘ortodossia senese, ha passato e di molto il segno del lecito. Come per l’ex sindaco ed ex vicepresidnete del parlamento Europeo, Roberto Barzanti, che parla esplicitamente del drappo come di “un cumulo di artificiose allusioni o ingenue allegorie scombinate” “disposte senza alcuna plausibile organicità “. Ma è soprattutto il volto della Vergine ad essere nell’occhio del ciclone. Se per Barzanti è “sbadato” e “ dipinto come una citazione fotografica, fuori scala” per altri il volto della Vergine sarebbe in realtà quello di un uomo. Un’accusa pesante che sa di blasfemia. Tanto che lo stesso cardinale Augusto Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, è dovuto intervenire. E pur non negando “ll’androginia del volto” ha aggiunto che questa resta “in parte” legata alla sensibilità individuale. In parte, appunto. Al punto che il cardinale auspica per il futuro una maggiore collaborazione ed afferma di “aver già affrontato l’argomento con la sindaca di Siena, Nicoletta Fabio, a cui spetta la scelta dell’artista”. L’obiettivo, ha sottolineato il cardinale, sarebbe evitare che la benedizione del Palio diventi ogni volta occasione di contrapposizione
Tucker Carlson, Marjorie Taylor Greene e Joe Kent fondano un nuovo movimento politico. Alla base dei malumori la guerra in Iran, letta come il tradimento definitivo delle promesse elettorali del tycoon.
È nato ufficialmente “America First”, il nuovo movimento politico fondato dall’ex volto di punta repubblicano Tucker Carlson, in aperta rottura con il partito e con l’ala dei fedelissimi MAGA. Tra i suoi promotori anche la deputata Marjorie Taylor Greene e Joe Kent, ex funzionario per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump, dimessosi a inizio anno. L’obiettivo dichiarato è indebolire l’establishment repubblicano in vista delle presidenziali del 2028, in un momento già delicato per il Grand Old Party, a ridosso delle midterm del 3 novembre. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la gestione della guerra in Iran da parte della presidenza Trump. Carlson, un tempo tra i più strenui sostenitori del presidente, ha dichiarato pubblicamente di provare “profondo rimorso” per averlo appoggiato in passato, scrivendo sui social: “Il movimento MAGA è stato tradito, tutti lo siamo stati. È il momento di un nuovo percorso da seguire”.
Ancora più diretta Taylor Greene: “Avevamo detto basta guerre e lo intendevamo davvero. Abbiamo sostenuto Trump perché aveva fatto questa promessa. Ma lui ci ha traditi tutti.” Parole che fotografano con precisione il nodo della rottura: l’intervento militare in Iran ha smentito clamorosamente la promessa di tirare fuori l’America da guerre insensate che rappresentano solamente un elevato costo sociale e d’immagine per il Paese, minandone gli interessi strategici. Una promessa che aveva conquistato proprio quell’elettorato isolazionista stanco dell’interventismo bellico che oggi si sente abbandonato, se non ingannato.
Non solo l’Iran
Il malcontento ha anche altre radici. C’è il sostegno pressoché incondizionato garantito a Israele. C’è il rincaro dei carburanti, già bersaglio degli attacchi di Taylor Greene contro l’amministrazione nelle scorse settimane. E c’è, più in generale, la sensazione diffusa che il movimento MAGA sia stato silenziosamente riassorbito da quello stesso establishment che prometteva di smantellare. Non a caso, per citare un esempio, qualche settimana fa Laura Loomer, attivista conservatrice storicamente vicina a Trump, ha sorpreso tutti abbracciando pubblicamente la causa di Kiev, incontrando Zelensky.
Le conseguenze politiche
Joe Kent ha chiarito che la strada verso un terzo partito resta comunque in salita: “Presentarsi come candidati di un terzo partito è complicato. Non impossibile, ma è molto difficile.” Resta però il segnale politico, tutt’altro che trascurabile: una frattura aperta nell’ala più identitaria eideologicamente motivata dell’elettorato, proprio sul tema che più di ogni altro aveva definito la campagna elettorale di Trump. Se i mal di pancia dovessero continuare, l’impatto sulle midterm di novembre e sulla tenuta stessa del Partito Repubblicano potrebbe rivelarsi tutt’altro che marginale.
Insufficienza delle risorse economiche, non riconoscimento delle dipendenze comportamentali, non considerazione delle persone detenute straniere, ambiguità di applicazione nell’introduzione del programma terapeutico semiresidenziale. Sono alcune delle maggiori criticità espresse dalla presidente nazionale della Federazione italiana degli operatori dei dipartimenti e dei servizi delle dipendenze – FeDerSerDRoberta Balestra dopo l’approvazione in via definitiva, alla Camera dei deputati lo scorso 29 luglio, del disegno di legge che consente ai detenuti tossicodipendenti di accedere alla detenzione domiciliare. Il provvedimento prevede una modalità differenziata di esecuzione della pena, che meglio si coniuga alle esigenze di cura per chi è dipendente da sostanze.
Balestra, cosa pensa del disegno di legge approvato lo scorso 29 luglio, diventato legge n. 140 il 5 agosto 2026, “Disposizioni in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”?
È positivo che si pensi che la persona che ha un problema di dipendenza preferibilmente debba avere un’alternativa al carcere. È riscontrato ormai, anche in letteratura, che non c’è una possibilità efficace di cura dentro l’istituto di pena, per cui il fatto che la persona esca e si curi è indubbiamente un riconoscimento che la dipendenza è una patologia che va curata. FeDerSerD valuta positivamente l’introduzione di procedure nazionali uniformi per l’accertamento della condizione di tossicodipendenza o alcoldipendenza e l’istituzione della Commissione centrale prevista. Ma permane una rilevante criticità relativa alla definizione della “effettiva e attuale condizione di tossicodipendenza o alcoldipendenza”. Il testo non specifica, infatti, quali siano i criteri clinici attraverso i quali debba essere effettuato tale accertamento. Riteniamo che la valutazione dell’attualità della dipendenza debba fondarsi su una valutazione clinica multidimensionale comprendente aspetti diagnostici, psicopatologici, motivazionali, relazionali e sociali, nella quale gli accertamenti tossicologici rappresentino uno strumento importante ma non esclusivo.
Le risorse stanziate sono totalmente insufficienti, si parla di 10mila persone che potrebbero essere coinvolte dal provvedimento, ma avremo 700-800 persone inserite in comunità terapeutiche nel primo anno, meno di un decimo del previsto
Roberta Balestra, presidente FeDerSerD
E per quanto riguarda il ruolo dei servizi per le dipendenze-SerD?
Il ruolo dei SerD è centrale perché tutta la regia di queste misure alternative (i rapporti con l’Ufficio di esecuzione penale esterna – Uepe, col Tribunale di sorveglianza, con le comunità terapeutiche) va ad aggravare l’attività dei servizi per le dipendenze, ma ciò nel provvedimento non è affatto chiaro. Tanto che ci sono dei problemi anche a livello di risorse: le poche risorse si suppone che verranno erogate alle regioni. Noi avevamo chiesto un vincolo d’uso delle risorse, è ovvio che questa norma impatta sui servizi per le dipendenze, che si trovano ad avere un aumento delle attività e delle spese relativamente alle rette, che per le strutture accreditate vengono pagate per il tramite dei SerD, che hanno un proprio bilancio annuale che è calcolato sulle voci di spesa.
Se ho un utente in carico in carcere ovviamente ha dei bisogni assistenziali diversi. Se si ha la possibilità, è logico e appropriato che vada in comunità terapeutica. Perché ciò possa essere realizzato, occorre tutta la documentazione, la stesura del programma terapeutico, l’interlocuzione col Tribunale di sorveglianza, l’individuazione della struttura di riferimento. Insomma, tutto quello che è previsto anche nella legge. Poi ha inizio la collaborazione con la struttura e il pagamento della retta, di conseguenza tutto deve essere gestito tramite il monitoraggio del SerD. Quindi, c’è un aumento della spesa che va calcolato per questo ruolo di regia che non viene ben delineato nel decreto: si parla genericamente di un ruolo centrale delle strutture residenziali. Ma queste strutture residenziali che sono accreditate non è che possono accogliere direttamente la persona, deve esserci un programma concordato tra SerD, persona e struttura di accoglienza che poi viene accolto dal Tribunale di sorveglianza perché deve essere idoneo al recupero del detenuto.
Poco fa diceva che uno dei problemi è relativo alle risorse.
Apprezziamo l’istituzione del fondo nazionale di 19.436.250 euro annui, ma permane l’assenza di previsione di una quota vincolata destinata ai SerD e agli Uepe. Le aziende sanitarie prevedono che i fondi riservati al pagamento delle rette per i percorsi residenziali e semiresidenziali rientrino nel budget fisso assegnato ai SerD; l’incremento di detti programmi può essere realizzato solo a fronte di un incremento delle risorse assegnate. Proponiamo di destinare quote vincolate del fondo nazionale ai SerD e agli Uffici di esecuzione penale esterna.
Le risorse stanziate sono totalmente insufficienti, si parla di 10mila persone che potrebbero essere coinvolte dal provvedimento, ma avremo 700-800 persone inserite in comunità terapeutichenel primo anno, meno di un decimo del previsto. Sono poco più di 13mila i posti totali in comunità terapeutiche, che sono per gran parte già saturi. Per aumentare queste risorse, dobbiamo capire quali e quante strutture metteranno a disposizione ulteriori posti rispetto ai poco più di 19 milioni che verranno dati.
Roberta Balestra, in occasione dell’incontro al Quirinale con il Presidente Sergio Mattarella nella Giornata mondiale contro le droghe.
Nel vostro documento con le criticità e le proposte, che avete inviato in occasione della vostra audizione in commissione della Camera, parlate di una criticità legata ai programmi semiresidenziali e ai percorsi territoriali.
Sì. L’introduzione del programma terapeutico semiresidenziale rappresenta uno degli aspetti maggiormente innovativi della riforma, ma permangono rilevanti ambiguità applicative. Il testo non chiarisce: chi assume la responsabilità clinica complessiva del percorso; chi prescriva e monitori le terapie farmacologiche; chi effettui gli accertamenti tossicologici; il luogo di abitazione della persona nella parte della giornata non coperta dal programma semiresidenziale e l’autorizzazione a spostarsi in coerenza con le necessità della vita quotidiana e delle attività sociosanitarie previste dal progetto personalizzato.
Rimane, inoltre, esclusa la possibilità di accesso alla misura mediante programmi territoriali specialistici a elevata intensità assistenziale. Sarebbe importante definire i requisiti clinici e organizzativi dei programmi semiresidenziali e chiarire se anche i servizi semiresidenziali pubblici sono ritenuti idonei, analogamente a quanto assunto per le strutture residenziali. Inoltre, bisognerebbe chiarire che la responsabilità clinica del progetto terapeutico permane in capo al SerD e aiutare l’inserimento dei programmi territoriali specialistici tra le modalità di accesso alla misura.
Il periodo di pena in cui le persone detenute con problemi di dipendenza possono scontare la pena ai domiciliari non può superare gli otto anni, che scendono a quattro in caso di reato ostativo.
Sì, la novità è che viene allungata la pena, si ha diritto a fare istanza di richiesta di domiciliari se si ha una pena fino a otto anni, prima il limite era fissato a sei anni. Ed è previsto solo un programma terapeutico, che è quello residenziale o semiresidenziale. Ma per i Livelli essenziali di assistenza – Lea che abbiamo nelle strutture residenziali la persona non può permanere più di un anno e mezzo, due anni per eccezioni particolari. Quindi, la persona non potrà stare otto anni, o anche quattro-sei in una struttura residenziale.
Una prima parte del percorso garantirà un programma residenziale in una struttura. Una volta finito, se l’esito è favorevole si deve passare a un altro tipo di programma, che molto probabilmente sarà quello dell’affidamento in prova. Qui si fa appello al fatto che ci sarà una continuazione dello sconto di pena esterno, quindi per il tramite di un nuovo programma terapeutico che viene sempre deciso tra la persona e il SerD. Nella legge si dice che va monitorato, che può esserci una revoca laddove la persona dovesse avere una ricaduta. Questo è un altro punto dolente.
Perché è un punto dolente?
Avevamo chiesto che venisse rivisto il concetto di ricaduta, che continua a essere letto come un fallimento del programma. Il concetto di ricaduta nella dipendenza è insito nell’andamento della malattia: una persona che ha una dipendenza può avere una ricaduta e non per questo fallire il proprio programma di cura. Abbiamo ravvisato una visione della dipendenza abbastanza anacronistica. Un altro punto che abbiamo messo in discussione riguarda il programma di tipo semiresidenziale, che è l’altra possibilità indicata dal provvedimento oltre alla struttura residenziale. Non è chiaro. Se la persona va in un servizio diurno semi residenziale si presume che la notte vada a dormire da qualche parte che non è il carcere, altrimenti sarebbe una semilibertà e non una detenzione domiciliare. Non è specificato dove la persona vada a dormire, che questo programma è territoriale con un inserimento quota parte del tempo in una struttura diurna e che debba avere una regia sempre del servizio pubblico, che deve erogare quelle prestazioni che il centro diurno non eroga.
Le persone straniere sono una quota parte molto numerosa dei detenuti, ma se non hanno una residenza e non possiedono una tessera sanitaria non hanno i requisiti che sono necessari per seguire un programma alternativo alla detenzione
Roberta Balestra, presidente FeDerSerD
A differenza delle comunità terapeutiche, i servizi diurni non sono strutture che assicurano prestazioni mediche o infermieristiche: chi somministra la terapia? Chi fa il monitoraggio tossicologico di queste persone? Chi scrive le relazioni e le certificazioni? Inoltre, nella legge si dice che si ritengono idonei solo i servizi semiresidenziali accreditati del privato sociale, non si citano i tantissimi centri diurno pubblici. Mi sembra abbastanza grave. Invece, nella parte residenziale si era precisato che erano ritenute idonee anche le poche strutture residenziali pubbliche. Il colmo, secondo me, è che nei servizi diurni pubblici del Servizio sanitario nazionale le persone non possano essere inserite, pena il fatto che il magistrato ritenga il programma inidoneo.
C’è una visione disarticolata di quello che succede effettivamente nella realtà dei servizi dove c’è un’organizzazione che è prevista dalle normative che dà la regia al SerD, che si interfaccia con i diversi attori, che lavora tantissimo con l’Uepe, con il Tribunale di sorveglianza e con il Terzo settore. Il fatto positivo è che si incrementano le possibilità che un maggior numero di persone possa usufruire di queste misure alternative: di fatto si costruiscono i vari passaggi con un po’ di confusione e poca chiarezza.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, durante il question time a Montecitorio, ha sottolineato che si tratta di un «provvedimento epocale» destinato a persone «che noi abbiamo sempre considerato dei malati da curare piuttosto che criminali da punire».
C’è sempre un po’ di enfasi, a partire dalla possibilità che siano 10mila le persone a poterne fruire. Non si è detto che è una visione pluriennale, le persone cominciano a fare richiesta ai SerD: con questa legge stanno arrivando tantissime richieste di poter scontare la pena fuori da parte di persone con dipendenze che sono in carcere. Sono state create aspettative molto superiori alla realtà. Nessun collega potrà decidere nulla se le risorse non arrivano alle regioni, se non si danno delle informazioni certe alle aziende sanitarie aumentando i budget disponibili. Vediamo la tempistica di attuazione della legge quale sarà.
FeDerSerD ha sottolineato che, nel provvedimento, non viene affrontata la specifica problematica dei soggetti stranieri temporaneamente presenti, che rappresentano una alta percentuale della popolazione detenuta.
I detenuti che hanno una diagnosi di alcoldipendenza o di tossicodipendenza non potranno fruire, se irregolari, di un programma di questo tipo. Le persone straniere sono una quota parte molto numerosa dei detenuti, ma se non hanno una residenza e non possiedono una tessera sanitaria non hanno i requisiti che sono necessari per seguire un programma alternativo alla detenzione. La nostra proposta è di predisporre linee guida nazionali per la presa in carico dei soggetti stranieri temporaneamente presenti.
L’ impianto normativo continua a fare riferimento alle condizioni di tossicodipendenza e alcoldipendenza. Non sono riconosciute le dipendenze comportamentali.
In particolare, non viene riconosciuto il disturbo da gioco d’azzardo, già trattato dai servizi per le dipendenze nell’ambito dei Lea. FeDerSerD ritiene opportuno che questo tema venga mantenuto nell’agenda legislativa futura, proponiamo di prevedere un successivo ampliamento della disciplina alle dipendenze comportamentali riconosciute dai sistemi diagnostici internazionali. Inoltre, vorrei sottolineare il fatto che le donne, anche se sono poche in carcere, hanno poche strutture residenziali che le possono accogliere in misura alternativa.
L’intero impianto del provvedimento si fonda sull’accertamento della dipendenza, sull’idoneità del programma terapeutico, sul monitoraggio del percorso e sulla valutazione delle eventuali ricadute. Queste attività richiedono una valutazione specialistica strutturata e standardizzata, la legge prevede a questo proposito la stesura di linee guida da parte della apposita Commissione tecnica nazionale.
Sì, queste linee guida sono assolutamente necessarie per superare l’attuale disomogeneità. Bisognerebbe definire, però, un modello nazionale di certificazione specialistica SerD, uniformare criteri diagnostici e valutativi, e prevedere una relazione clinica integrata SerD-struttura terapeutica residenziale/semiresidenziale nelle situazioni a maggiore complessità. L’attualità della dipendenza è un altro punto cruciale; ci sono persone che possono essere in carcere già da diverso tempo che, ovviamente, non hanno un tossicologico o un alcol test positivo, ma l’attualità della dipendenza noi la possiamo certificare perché la dipendenza comprende anche una dipendenza di tipo psicologico, non solo di tipo organico.
Foto di apertura di Wolrider YURTSEVEN su Pexelse, nell’articolo, da ufficio stampa FeDerSerD
Sara Curtis ha vinto i 50 metri dorso agli Europei di nuoto di Parigi, stabilendo per la seconda volta in due giorni il record del mondo. La nuotatrice italiana ha concluso la finale in 26 secondi e 56 centesimi, davanti alla francese Mary Ambre Moluh e alla britannica Lauren Cox. Curtis, che compirà vent’anni il 19 agosto, aveva già ottenuto il primato mondiale nella semifinale di mercoledì, nuotata in 26 secondi e 63 centesimi. Quel risultato aveva migliorato il precedente record di 26 secondi e 86 centesimi, stabilito nel 2023 dall’australiana Kaylee McKeown. In finale l’italiana ha abbassato di altri sette centesimi il proprio limite. Partita dalla corsia quattro, Curtis ha costruito il vantaggio nella fase iniziale e lo ha ampliato fino all’arrivo. Moluh ha conquistato l’argento in 27 secondi e 6 centesimi, con mezzo secondo di ritardo. Cox ha chiuso al terzo posto in 27 secondi e 15 centesimi.
Prima della gara di Parigi, nessuna atleta italiana aveva mai vinto una medaglia nel dorso femminile agli Europei. Dopo la finale, Curtis, ha spiegato che il primato stabilito il giorno precedente aveva reso più complicata la preparazione alla gara decisiva. «Sono veramente contentissima, è stata dura gestire le emozioni dal record di ieri. Ho faticato ad addormentarmi e oggi ho cercato di tenere tutto da parte e giocarmela fino alla fine», ha detto. L’oro nei 50 dorso si aggiunge alle altre medaglie ottenute da Curtis a Parigi. L’11 agosto aveva conquistato il bronzo nei 100 stile libero, chiusi in 52 secondi e 72 centesimi. Il giorno successivo aveva partecipato alla staffetta femminile 4 per 100 stile libero, arrivata seconda con il nuovo primato italiano.
Curtis è anche caporal maggiore dell’Esercito e gareggia per il Gruppo sportivo dell’Esercito Italiano. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si è congratulato con lei: «Andando oltre se stessa, Sara Curtis, atleta del Gruppo Sportivo Esercito Italiano e della Difesa, entra nella storia del nuoto italiano, battendo in soli due giorni il suo stesso record del mondo e portando l’Italia sul tetto d’Europa in questi Campionati di Parigi. Brava Sara, complimenti da tutta la Difesa!».
Nella stessa giornata un altro oro italiano è arrivato dagli Europei di atletica di Birmingham. Dariya Derkach ha vinto il salto triplo con 14 metri e 60 centimetri, misura ottenuta al quarto tentativo che vale il suo primato personale e la migliore prestazione europea della stagione. La trentatreenne italiana aveva preso il comando già con il primo salto e lo ha mantenuto per tutta la finale, precedendo la belga Saliyya Guisse, seconda con 14,46 metri, e la bulgara Aleksandra Nacheva, terza con 14,40. È il primo titolo italiano nella storia del salto triplo femminile agli Europei all’aperto.
Con questi successi l’Italia ha raggiunto le 32 medaglie complessive agli Europei di Parigi, dieci d’oro, nove d’argento e tredici di bronzo. Nove sono arrivate dalle gare di nuoto in vasca, dove il bilancio italiano è salito a tre ori, due argenti e quattro bronzi.
Un giudice federale di Boston ha respinto la causa con cui la Casa Bianca accusava l’Università di Harvard di non aver protetto adeguatamente gli studenti ebrei e israeliani dalle molestie nel campus. Secondo il giudice Richard G. Stearns, il governo non ha fornito elementi sufficienti per dimostrare che l’università stia continuando a violare le leggi federali contro la discriminazione. La causa era stata presentata dal dipartimento di Giustizia a marzo e riguardava soprattutto gli episodi avvenuti durante le proteste per la guerra nella Striscia di Gaza nell’anno accademico 2023/2024. Il governo aveva inoltre citato alcuni fatti risalenti al marzo del 2025. Stearns ha stabilito che questi ultimi erano «troppo isolati ed episodici» per sostenere l’esistenza di una violazione persistente dei diritti civili.
Il procedimento si basava sul Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, che vieta le discriminazioni fondate su etnia, sul colore della pelle o sull’origine nazionale nei programmi che ricevono finanziamenti federali. Per il giudice, la denuncia non descriveva in modo plausibile inadempienze ancora in corso dopo il giugno del 2025, quando il governo aveva comunicato formalmente a Harvard di ritenerla non conforme alla legge.
La decisione non esclude che nel campus si siano verificati episodi preoccupanti. Stearns ha però distinto la gravità dei singoli fatti dalla possibilità di attribuire all’università una condotta istituzionale tuttora contraria al Title VI. Nel provvedimento ha scritto che, considerati separatamente o nel loro insieme, gli episodi indicati dal governo non permettevano di concludere che Harvard continuasse a violare sistematicamente la normativa.
L’amministrazione Trump sosteneva che docenti e dirigenti dell’università avessero «ha chiuso un occhio sull’antisemitismo e sulla discriminazione nei confronti degli ebrei e degli israeliani». Secondo la denuncia, durante le manifestazioni filopalestinesi alcuni studenti ebrei erano stati molestati, aggrediti, seguiti e bersagliati con sputi. Il dipartimento di Giustizia aveva inoltre accusato Harvard di aver consentito ai manifestanti di limitare l’accesso alle aule e di aver lasciato sviluppare un ambiente ostile, nel quale alcuni studenti avrebbero nascosto la kippah sotto un cappellino. Le proteste erano cominciate dopo l’attacco compiuto da Hamas in Israele il 7 ottobre del 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza. Come in molte altre università statunitensi, le manifestazioni avevano provocato forti tensioni all’interno del campus e un confronto sulla capacità degli atenei di tutelare gli studenti ebrei senza limitare la libertà di espressione e di protesta.
Harvard ha sempre respinto l’accusa di aver tollerato l’antisemitismo. In una memoria presentata a giugno, l’università aveva chiesto l’archiviazione della causa sostenendo che il governo non avesse indicato violazioni in corso o imminenti. L’università ha detto di condannare l’antisemitismo e di voler garantire agli studenti ebrei e israeliani la possibilità di partecipare pienamente alla vita accademica senza subire molestie o esclusioni. Non ha diffuso un nuovo commento immediatamente dopo la decisione.
Il giudice ha respinto anche la richiesta di risarcimento avanzata dal governo. Secondo Stearns, la legge imponeva all’amministrazione di inviare prima una comunicazione formale che contestasse la violazione. Quella comunicazione era arrivata nel giugno del 2025, mentre la maggior parte degli episodi descritti nella causa era precedente. Il governo non poteva quindi utilizzarli come fondamento per ottenere un risarcimento. Stearns non ha esaminato un’altra argomentazione avanzata da Harvard, secondo cui la causa sarebbe stata una ritorsione contraria al Primo emendamento. Ha ritenuto sufficiente stabilire che le accuse non dimostravano una violazione ancora in corso del Titolo VI. Il dipartimento di Giustizia non ha ancora comunicato se presenterà ricorso contro l’ultima sentenza.
La vicenda fa parte del più ampio scontro tra Harvard e l’amministrazione Trump, che ha cercato di imporre cambiamenti nelle politiche di ammissione di alcune delle principali università statunitensi. Nei documenti giudiziari, il governo aveva spiegato di voler «recuperare miliardi di dollari di sussidi pagati dai contribuenti a un’istituzione discriminatoria». Harvard ha resistito alle richieste dell’amministrazione e ha avviato diversi procedimenti giudiziari. In un’altra causa, un giudice aveva stabilito che il governo aveva sospeso illegalmente più di 2 miliardi di dollari di finanziamenti destinati alla ricerca. La Casa Bianca ha presentato ricorso contro quella decisione. Un tribunale federale ha inoltre bloccato il tentativo di revocare a Harvard la possibilità di iscrivere studenti internazionali.
Nei panni della guardia di frontiera il ministro Matteo Piantedosi ci prova pure a fare il duro, ma dalla sua audizione di ieri davanti al Comitato Schengen, a palazzo San […]
In questa intervista, l’analista geopolitico ed ex ufficiale d’intelligence statunitense Scott Ritter analizza le recenti crisi internazionali tra il Medio Oriente e l’Europa dell’Est.
Ritter evidenzia come l’Iran stia agendo con pragmatismo basato sulla realtà, mentre Donald Trump dipinge scenari illusori guidati da dinamiche elettorali interne. Secondo l’analista, gli Stati Uniti hanno mostrato gravi limiti strategici e d’approvvigionamento, incapacitati nel sostenere uno scontro prolungato.
Nel corso del dialogo, Ritter smonta il recente patto di difesa tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, definendolo privo di sostanza, di una dottrina militare unificata e nei fatti inapplicabile. Infine, affronta il conflitto in Ucraina, sostenendo che le mosse dell’Intelligence occidentale e le campagne propagandistiche di Kiev non stiano alterando il quadro bellico, dove la Russia mantiene il controllo strategico mentre il sostegno europeo rischia il collasso in vista dell’inverno.
Dal mar Caspio all’oceano Pacifico: acque sempre più agitate sullo scacchiere globale che vede l’Occidente rivaleggiare con Russia, Iran e Cina. Ne parliamo con Max Civili e il generale Cesare Dorliguzzo
Ieri l’Amministrazione aveva ipotizzato la sostituzione con una struttura metallica più leggera. Le terrazze, spiega la capogruppo di Firenze Democratica, “sono l’elemento stilistico più importante del ponte progettato dall’architetto Leonardo Savioli, allievo di Michelucci e tra i principali esponenti della cosiddetta Scuola Toscana”
“L’auspicio è che la Soprintendenza intervenga con determinazione per impedire la demolizione delle terrazze e garantire il mantenimento di questa parte storicamente significativa. Difendere l’opera di Savioli significa difendere la memoria architettonica contemporanea di Firenze e la sua capacità di guardare al futuro senza rinnegare il proprio patrimonio”.E’ quanto si augurano la capogruppo di Firenze democratica in Consiglio comunale Cecilia Del Re e il consigliere del Q3 Roberto Visciola, dopo che l’amministrazione ieri ha ipotizzato la sostituzione con una struttura metallica più leggera
“Pensate come piccoli teatri all’aperto affacciati sull’Arno e distanziati dal traffico, rappresentano la firma architettonica di Savioli e il suo intento di ricucire il rapporto tra città e fiume. Eliminandole si cancella non solo una parte essenziale dell’opera, ma anche un valore culturale e urbano che ha contribuito a definire l’identità moderna di Firenze”.
I due esponenti di Fd, commentando più in generale l’esito della super perizia sul ponte parlano di “indagini tardive” e di “narrazione fuorviante” da parte dell’amministrazione comunale. “I lavori annunciati saranno comunque significativi, sia per costi che per durata, con aggravio dei disagi per la cittadinanza e le attività della zona”
Nella torrida estate in cui la crisi climatica mostra i suoi micidiali effetti in tutta l’Europa e pretende una svolta profonda sul piano economico e nell’organizzazione della vita sociale e delle città, restiamo immersi, a livello internazionale e nazionale, dentro nauseabonde paludi infestate da predatori feroci, senza che si riesca a capire per ora come e quando sia possibile uscirne.
Tutte le contraddizioni del sistema economico capitalista con le sue oppressioni e violenze, lo scontro tra gli imperialismi, lo sfruttamento degli esseri umani e della natura, le guerre per il controllo delle risorse e dei commerci, il deterioramento e il rigetto delle regole della democrazia e dei diritti, sono oggi presenti. E come in ogni epoca di crisi di civiltà e nelle vicende storiche del secolo passato, le classi dominanti producono anche le ideologie di dominio, colonialismo, razzismo e patriarcali, nonché le personalità fanatiche che “meglio” le rappresentano: Trump, Musk, Netanyahu, Putin, Farage, Milei, Le Pen, l’AfD tedesco, gli ayattolah, l’elenco sarebbe lungo, e, per restare in Italia, in versione per ora tragicomica, Salvini, Vannacci e Meloni, non sono figure fuoriuscite per caso dalla storia, pecore nere fuori controllo, ma degli autentici prodotti del tempo a cui le borghesie guardano con attenzione e di cui già si servono nello scontro di classe.[1]
Le guerre e le oppressioni
Continua in un silenzio drammatico il genocidio dei palestinesi da parte del governo sionista israeliano a Gaza e sempre più anche in Cisgiordania; si sviluppano le sue operazioni militari e stragiste ormai in profondità nel Libano nell’ambito del progetto del Grande Israele e di una posizione coloniale dominante in tutto il Medio Oriente, La guerra scatenata da Trump e Netanyahu contro l’Iran, si allarga ed si estende ogni giorno al d là dei proclama di “fine del conflitto” che, un giorno si e un giorno no, arrivano da Washington. Le ripercussioni sul sistema mondo, sull’economia mondiale sono enormi e non pesano certo sulle compagnie petrolifere che anzi hanno aumentato i loro profitti, ma sulle condizioni di vita e di sopravvivenza delle classi popolari e dei paesi più deboli. Ma anche in Africa l’immane tragedia del Sudan continua e i conflitti militari si moltiplicano ed altri conflitti si manifestano in Asia. Davvero un mondo sempre più in fiamme.
In Europa, la guerra in Ucraina continua implacabile; ormai siamo a 4 anni e mezzo dall’aggressione del neozarismo russo del febbraio 2022; la fine della guerra non si vede, ma anzi lo scontro si estende ogni giorno. Mosca bombarda incessantemente le città ucraine ed ora anche Kiev, sempre più anche potenza militare, è in grado di colpire in territorio russo. Difficile credere, come si fa dalle due parti che qualcuno possa vincere, o che si possa conquistare “una pace giusta”, formula che serve ormai solo a continuare la guerra e a produrre più armi quando le realtà sociali dei due paesi sono sempre più in sofferenza, se pure ancora in forme diseguali.[2] Forse la “pace giusta” per i due paesi è proprio quella che si può produrre solo con un “compromesso imperfetto”, che liberi le due società dal nodo scorsoio della guerra.
Solo che le classi dominanti in Europa stanno lavorando in altra direzione. Per i loro governi la guerra può anche continuare perché è la condizione migliore per avanzare nel progetto di riarmo dell’Europa capitalista. Costoro sono arrivati alla conclusione che la risposta alle difficoltà delle loro economie sta nello sviluppo ulteriore dell’industria bellica e che questa è una modalità indispensabile per collocarsi nello scontro interimperialista. In primo luogo contro la Russia (molto volte si dimenticano che la Russia è parte dell’Europa), poi in contrasto con la Cina, ma poi anche in alleanza conflittuale con l’alleato statunitense nella Nato.
La mistificazione della corsa al riarmo e sui migranti
L’operazione ha bisogno di tante mistificazioni e di una ideologia tanto volgare quanto totalizzante attingendo al peggio della storia dell’umanità: “Se vuoi la pace, devi preparare la guerra”, quasi che la storia secolare del continente non indichi che questa sia la strada più breve per produrre atroci conflitti. E come sempre è avvenuto, fior fiore di intellettuali si prestano a sposare la causa del riarmo.
Bisognerà spendere molti soldi per fare i missili, il costo dovrà pesare sulle spalle delle classi lavoratrici popolari; bisogna quindi sviare la consapevolezza e la rabbia di costoro in altra direzione: nazionalismo e razzismo sono moneta a buon mercato e cosa c’è di meglio di una stantia ideologia razzista contro i migranti, contro gli “invasori” che minacciano la nostra civiltà bianca, patriarcale, cristiana e securitaria, anzi poliziesca. Si legga utilmente: https://transform-italia.it/delle-guerre-ibride-dal-kosovo-a-ceuta/
Il massimo di viltà, arroganza, violenza e crudeltà di fronte alla sofferenza dei giovani e dei giovanissimi migranti marocchini, i governi e i media europei lo hanno infatti espresso nella vicenda di Ceuta. Rimandiamo al testo delle nostre compagne e compagni di Anticapitalistas che tratteggia le responsabilità di tutti i governi europei e di quello marocchino e la crudeltà delle frontiere.
E nella gara per il peggiore, Meloni e il suo governo hanno finalmente potuto primeggiare su tutti i paesi d’Europa, scontrandosi con il governo spagnolo e scuotendo un poco il trattato di Schengen. E’ il terreno prediletto delle destre italiane su cui da sempre lavorano, trovando ora nuove alleanze (vedasi la convergenza tra Meloni e la socialdemocratica (socialdemocratica?) danese e una maggiore corrispondenza con la commissione europea sempre più a destra. La democrazia liberale e le costituzioni democratiche e dei diritti del secondo dopoguerra vengono erose un passo dopo l’altro. Vedasi: https://anticapitalista.org/2026/08/11/controrivoluzione-moderna-e-fascismo/
Il nero governo
Questo governo di anime nere, dopo la sconfitta referendaria, grazie a una debole opposizione ha ripreso vigore e iniziativa, avanza sul terreno dell’autonomia differenziata, e soprattutto agisce sui due terreni che considera più favorevoli per ottenere consensi e sostegno, l’ordine pubblico e la repressione contro i movimenti sociali e i giovani che si rivoltano alla ipocrisia, falsità e violenza del potere (vedi la Valle di Susa) da una parte e dall’altra contro “l’invasione” dei migranti. Si legga l’articolo di Marco Revelli.
Un governo negazionista del riscaldamento climatico, incapace di prendere qualsiasi misura di fronte alla terribile canicola che colpisce i più deboli, gli anziani e alle periferie delle città che bruciano, incapace anche sul piano economico di intervenire efficacemente sul costo dei prodotti energetici, insensibile agli omicidi quotidiani sui luoghi di lavoro (anzi sta preparando una modifica legislativa che libera le aziende madri da ogni responsabilità per gli incidenti) riesce in questo modo a mantenere consensi e sostegno. Gli esponenti governativi e i loro tirapiedi dei media straparlano come folli, ma è purtroppo anche una follia la quantità di persone, tra cui molti lavoratori, che corrono dietro ai loro falsi bersagli. E’ un comportamento “perverso” conosciuto anche in altri tempi: Trotsky la definiva “disperazione controrivoluzionaria”, altri oggi parlano di una estrema destra che sta vincendo la battaglia per la leadership della frustrazione verso una radicalizzazione reazionaria».
In ogni caso si avvicina il tempo della legge di bilancio e sarà più difficile per Meloni mantenere alcune regalie ai settori di media e piccola borghesia, anche perché bisognerà tagliare su pensioni, spesa sociale, assistenza, per garantire il forsennato aumento verso il 5% del PIL della spesa militare come Trump, Nato ed UE chiedono. Scrive il Manifesto “Il governo Meloni usa la flessibilità di bilancio per mascherare un enorme aumento della spesa militare e una transizione energetica fasulla, presentandola come risposta alla crisi, mentre i cittadini pagano i rincari e l’austerità”. Una cambiale da 35 miliardi. Complessivamente: per il clima 9,3 miliardi in sei anni, per la guerra 498 in nove per arrivare al 5% del Pil. Brevi articoli ci informano poi che le banche, con in testa Banca Intesa, denunciano un primo semestre di ricavi e di profitti senza precedenti.
Il fronte largo e le sue impasse
Sembrerebbe difficile, ma non impossibile, in questo contesto, costruire una forte opposizione sociale e politica, ma ad oggi sembra che i due principali partiti di opposizione parlamentare Pd e M5S non ne siano capaci, balbettano e si dividono al di là di qualche foto unitaria, pensando solo alle “primarie”.
La realtà è che non sono capaci, né vogliono contribuire a mettere in piedi un forte mobilitazione sociale e neppure sono capaci e soprattutto non vogliono produrre una piattaforma programmatica fortemente alternativa, radicale nei contenuti sociali ed economici, quindi una piattaforma decisamente antiliberista, magari con qualche punta anticapitalista, che non farebbe male. E neppure sono in grado di dire unitariamente un NO al riarmo.
Non vogliono e neanche ci pensano di fare quello che stanno facendo alcuni esponenti della sinistra del Partito democratico americano che hanno varato programmi sociali antiliberisti, attrattivi per ampi settori popolari e quindi efficaci per tagliare l’erba sotto i piedi ai trumpiani.
Il fatto è che le forze politiche social liberiste che hanno governato gran parte dei paesi occidentali negli ultimi 30 anni sono incapaci di trarre la lezione di venti anni di politiche liberiste e di austerità, che hanno rimpolpato i profitti a scapito di salari e pensioni producendo malcontento, e demoralizzazione sociale, aprendo per questa via le porte alla demagogia reazionaria delle destre. E Conte e la Schlein, per non parlate delle componenti più moderate del suo partito, restano del tutto interni a questa logica politica. Non lasciano dubbi nelle loro interviste sui giornali. Vorrebbero costruire l’alternativa alle destre direttamente insieme alla borghesia democratica, che naturalmente si tiene stretti i suoi interessi economici ed è tirata a destra dalle dinamiche internazionali.
Per di più dentro e intorno al campo largo si affollano arrivisti, politicanti, servitori più o meno diretti di qualche settore borghese e le correnti politiche del “centro estremo”, che lavorano attivamente per condizionarne in senso moderato le piattaforme politiche e poi ancora di più le scelte concrete prima e dopo le elezioni. AVS avrà assai da fare e penare per cercare di cavare fuori qualcosa di realmente di sinistra, anche se qualche buona parola forse le sarà data nella stesura finale del programma per evidenti ragioni tattiche.
Per altro tutti questi partiti e soggetti sono assai passivi di fronte alla nuova proposta di legge elettorale che come le altre ultime due, con cui per altro si è votato, appare decisamente antidemocratica e anticostituzionale. Non si può combattere la proposta di legge delle destre, difendendo l’attuale legge per altro bocciata dalla Corte Costituzionale. Una vera proposta di legge democratica proporzionale, sembra non venire in mente a nessuno, fosse anche solo per propaganda.
Davvero pericolose queste scelte e queste inadeguatezze di PD e 5S che rischiano di produrre una nuova vittoria elettorale delle estreme destre, un evento che andrebbe assolutamente evitato, estremamente pericoloso perché un nuovo mandato popolare permetterebbe a costoro di portare a termine il loro progetto di restaurazione istituzionale, politica ed ideologica, compreso lo stravolgimento completo delle istituzioni democratiche della Costituzione e una involuzione autoritaria del paese dalle conseguenze oggi difficilmente individuabili, di certo estremamente gravi per il futuro delle classi lavoratrici.
Verso l’autunno
Anche il quadro sindacale lascia perplessi.
Da tempo la Cisl si è affiancata al governo e la UIL, a partire dall’autunno delle grandi manifestazioni contro il genocidio a Gaza, anche. La CGIL è stata parte dei movimenti, debole nella costruzione della mobilitazione contro la finanziaria e successivamente incapace e in difficoltà nel dare continuità alla lotta sociale e sindacale e quindi anche di opposizione a questo governo reazionario dei padroni.
All’improvviso a luglio ci troviamo con una ritrovata unità delle 3 Confederazioni che si esprime in una trattativa con la Confindustria e le altre associazioni padronali collegate, in cui hanno deciso di arrivare a breve in autunno a definire comuni regole per la rappresentanza e la gestione dei contratti.
C’è da mettersi le mani nei capelli e da nutrire preoccupazione su come questa storia andrà a finire. Nella CGIL l’adesione a questo percorso vede l’opposizione della sola corrente di sinistra “Le radici del sindacato” mentre tutto il resto del gruppo dirigente comincia a litigarsi invece sugli assetti degli apparati per il prossimo congresso! Certo la CGIL proporrà una mobilitazione sociale, prevista per la fine di ottobre, di sabato; non è chiaro quale sarà la lotta rivendicativa vera e propria. Ci sarà forse il tradizionale e simbolico sciopero generale in dicembre sulla finanziaria a giochi fatti. Si vedrà. Sembra tutto orchestrato solo per sostenere il campo largo, ma forse, ed è peggio ancora, questa architettura è costruita pensando che di certo il centro sinistra vincerà le elezioni!?
Per la nostra organizzazione i compiti sono abbastanza semplici e chiari. Lavoriamo con movimenti e partiti per costruire la mobilitazione sociale e di lotta contro le politiche capitaliste, contro le misure del governo, per la difesa dei diritti, dei salari, della occupazione contro le politiche di guerra e contro il riarmo e le spese militari, contro il razzismo il nazionalismo, il patriarcato. Condividiamo il piano di lavoro espresso dalla Rete No Kings nella assemblea di Genova. E parteciperemo alla nuova assemblea del 4 ottobre. In particolare sosteniamo le giornate europee contro il riarmo. E poi naturalmente ci sarà la lotta contro la finanziaria del governo.
Più che mai si tratta di tenere insieme rivendicazioni sociali ed economiche con quelle per i diritti, per la partecipazione democratica, per l’unità di tutte/i le/gli sfruttate/i ed oppresse/i, per l’unità di chi è nato e vive da sempre nel paese e chi migrante lo ha raggiunto.
In preparazione dell’autunno di lotta auspicato diamo appuntamento alla nostra terza Università estiva, un momento di socialità e di dibattito, con cui certo non cambiamo il mondo, ma in cui proviamo a fornire a un centinaio di militanti ed attivisti alcuni strumenti di comprensione e di intervento politico e sociale.
[1] Di fronte ai governiborghesi democratici dell’Europa che vedevano in Hitler una specie di “imprevedibile Satana, proiettato fuori dall’inferno” nelmaggio 1940 Trotsky scriveva. “Questo epilettico tedesco con una macchina calcolatrice nel cranio e un potere illimitato nelle sue mani non giunge dall’interno né dal cielo. Non è che la personificazione di tutte le forze di distruzione dell’imperialismo.” Trump, Musk e il loro “assurdo” entourage non sono altro che il prodotto delle contraddizioni e del relativo declino dell’imperialismo americano in questa fase storica. Anche loro hanno un potere distruttivo immenso.
[2] Significativo della situazione russa è il fatto che il regime,per evidente paura, abbia escluso dalle elezioni l’unica formazione che si oppone alla guerra in corso e ne chiede l’immediata cessazione; significativo nella situazione ucraina sono i sempre più numerosi episodi in cui i giovani cercano di sfuggire alla leva e la volontà dei governi occidentali di far decadere la condizione di rifugiato ai giovani ucraini emigrati in età di arruolamento per costringerli a ritornare in patria.
Maggio Musicale, polemica Spc-Comune su risorse per rinnovo contratti. ‘Aumento costi non consente accantonamenti’ dice il capogruppo di Sinistra progetto Comune, Dmitij Palagi. La replica dell’assessore alla cultura Giovanni Bettarini: “i fondi deve stanziarli ministero Cultura’
“Nella scheda dedicata alla Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – afferma Palagi – tra gli ‘elementi di attenzione’, si legge che l’aumento dei costi di produzione ‘comprime l’Ebitda e non consente accantonamenti per i rinnovi contrattuali del personale’. E’ polemica a distanza sulle risorse per i rinnovi contrattuali del personale del Maggio Musicale tra il consigliere di Spc Dmitrij Palagi e Palazzo Vecchio dopo la relazione sui bilanci di esercizi 2025 pubblicata dalla direzione Società partecipate del Comune di Firenze.
“Sono cose che abbiamo sempre detto – denuncia Palagi- e sono per noi confermate dal socio fondatore, nel documento con cui dichiara al Consiglio comunale la coerenza delle partecipate con gli indirizzi ricevuti”. Nella nota il capogruppo di Spc sottolinea come “l’organico cresce di 27,38 unità equivalenti, ma l’80% della crescita è lavoro a termine: il personale stabile aumenta dell’1,7%, quello a tempo determinato del 30,6%” e il fatto che il contributo comunale sia “fermo a 4.500.000 euro dal 2021: con l’inflazione ci risulta aver perso il 14,8% del proprio valore reale, circa 666.000 euro”.
Per l’assessore alle partecipate Giovanni Bettarini sui rinnovi contrattuali “è necessario dire le cose come stanno. Il tema delle risorse riguarda l’intero sistema delle Fondazioni lirico-sinfoniche italiane e non può essere scaricato su una singola Fondazione. Le risorse necessarie devono essere messe a disposizione dal ministero della Cultura. Il Comune di Firenze non si è sottratto e non si sottrae alle proprie responsabilità. Ha sostenuto concretamente il risanamento del Maggio e continua a garantire alla Fondazione un contributo significativo. Le scelte di bilancio vanno lette nella loro interezza e tenendo conto degli obblighi e degli equilibri complessivi dell’ente”. Secondo l’assessore “siamo ormai alla strumentalizzazione sistematica di qualsiasi documento amministrativo” e “stupisce che il consigliere Palagi scelga ancora una volta di trasformare una normale attività di analisi e monitoraggio della pubblica amministrazione in una narrazione allarmistica”.
La Festa si terrà dal 28 agosto al 6 settembre. Il segretario regionale Fossi: ‘Sarà punto di partenza verso le prossime elezioni’
Si chiamerà ‘Coesistere’ la Festa de l’Unità regionale del Pd della Toscana, in programma a Grosseto dal 28 agosto al 6 settembre 2026.”Un titolo scelto non a caso – spiega in una nota Emiliano Fossi, segretario Pd Toscana – . Coesistere significa riconoscere che le differenze fanno parte della società nella quale viviamo e che la sfida della politica non è cancellarle, ma creare le condizioni perché possano abitare uno spazio comune. Significa tenere insieme generazioni, territori, esperienze, bisogni e aspirazioni diverse, costruendo risposte capaci di misurarsi con una società sempre più complessa”. La Festa regionale sarà anche il punto di partenza di un percorso che porterà verso le prossime elezioni amministrative.
“Il Partito democratico regionale – aggiunge Fossi – metterà in campo tutto il proprio peso politico e organizzativo per arrivare a questi appuntamenti con una forza rinnovata, radicata nei territori e capace di costruire proposte concrete. Da Grosseto vogliamo dare nuovo impulso a un percorso di ascolto, confronto e partecipazione che portiamo avanti da tempo, coinvolgendo amministratori, iscritti, associazioni, realtà sociali, cittadine e cittadini. Un percorso che attraversi tutta la Toscana, capace di partire dalle specificità dei territori, dai loro bisogni e dalle loro aspirazioni, per costruire insieme risposte concrete e una visione comune del futuro”. Il segretario regionale spiega che durante i dieci giorni della Festa saranno protagonisti la politica, la cultura, il confronto e la socialità, con appuntamenti dedicati ai principali temi che riguardano la nostra regione e il Paese: dal lavoro alla sanità, dalla scuola alla casa, dallo sviluppo sostenibile ai servizi e alle trasformazioni economiche e sociali.
Hay decisiones militares destinadas a resolver una batalla y otras que dicen mucho más: revelan cómo un Estado imagina la guerra que tendrá que librar en los próximos años. Los cambios introducidos por Vladimir Putin en la estructura superior de las Fuerzas Armadas rusas parecen pertenecer claramente a esta segunda categoría.
Moscú acaba de mover algunas de las piezas más sensibles de su aparato militar. Denis Lyamin pasa a dirigir las Fuerzas de Sistemas No Tripulados; Valery Solodchuk asume responsabilidades fundamentales sobre la logística y la retaguardia; Andrei Ivanaev queda al frente del Grupo Centro y Pyotr Bolgarev toma el mando del Grupo Este. Individualmente pueden parecer simples relevos de generales pero observados en conjunto, dibujan otra cosa: una reorganización del ejército ruso alrededor de las capacidades que están definiendo esta guerra y probablemente definirán las siguientes.
Drones, logística, producción militar, digitalización y continuidad operacional. Esos son los conceptos que permiten leer los nombramientos. Y todo ocurre en un momento particularmente significativo.
Desde la propia esfera diplomática y estratégica rusa comienza a formularse públicamente una posibilidad que durante mucho tiempo permaneció en segundo plano: que el conflicto no termine pronto y que Rusia deba prepararse para una confrontación prolongada, sostenida por una Europa que ha decidido mantener viva la capacidad militar ucraniana.
Por eso ambos acontecimientos, la reorganización de los mandos y la discusión sobre una guerra larga, deben ser analizados conjuntamente. Podrían estar señalando el final de una etapa puesto que la guerra relativamente acotada territorialmente a Ucrania comienza a adquirir los contornos de una confrontación europea mucho más amplia, prolongada y sistémica.
Cuando comenzó la operación militar rusa en febrero de 2022, el conflicto todavía conservaba muchos de los rasgos clásicos de la guerra mecanizada con grandes agrupaciones terrestres, columnas blindadas, artillería, aviación, maniobras rápidas, conquista territorial y la expectativa de que la presión militar pudiera desembocar en algún tipo de negociación política. Cuatro años después, aquella guerra prácticamente ha desaparecido.
El espacio de combate se ha vuelto transparente en consecuencia. Miles de sensores, drones de reconocimiento, cámaras térmicas, satélites y sistemas de inteligencia electrónica observan permanentemente el frente. Una batería de artillería, un vehículo, una concentración de tropas o incluso un pequeño puesto de mando pueden ser detectados y atacados en cuestión de minutos. El dron, que inicialmente parecía una herramienta complementaria, se ha transformado en uno de los protagonistas centrales de la guerra.
Estos artilugios reconocen objetivos, dirigen fuego de artillería, colocan minas, transportan suministros, atacan blindados, persiguen soldados individuales, interceptan otros drones y golpean las cadenas logísticas. Los vehículos no tripulados ya no pertenecen exclusivamente al aire porque aparecen también sistemas terrestres y navales, mientras la frontera entre robótica, inteligencia, comunicaciones y combate se vuelve cada vez más difusa. Es en ese contexto donde debe interpretarse la designación de Denis Lyamin.
Lyamin viene directamente de una guerra donde los drones fueron integrados progresivamente a la maniobra terrestre y donde las unidades bajo su conducción desarrollaron modelos que combinaban reconocimiento, ataque, defensa antidrones y logística. Ahora su tarea consiste en transformar aquella experiencia dispersa, nacida muchas veces de la improvisación del frente, en una estructura permanente de las Fuerzas Armadas.
Eso significa elaborar doctrina, formar operadores, organizar unidades, crear cadenas de mando, integrar inteligencia, garantizar abastecimiento y coordinar la producción militar. La diferencia es profunda porque durante los primeros años del conflicto, muchos de estos desarrollos surgieron desde abajo, como respuesta inmediata a las necesidades de las tropas. Rusia intenta ahora institucionalizarlos.
Lo experimental se convierte en doctrina, la improvisación se convierte en organización y la herramienta se convierte en arma estratégica. Moscú ya no está pensando únicamente en cómo terminar la campaña ucraniana, está construyendo capacidades para las guerras que podrían venir después.
LA RETAGUARDIA SE CONVIERTE EN EL FRENTE
El segundo movimiento decisivo es el de Valery Solodchuk. Su nueva responsabilidad toca uno de los puntos más delicados de cualquier ejército que es la logística. Las guerras suelen recordarse por sus batallas, sus generales y sus ofensivas. pero las guerras largas se ganan también en lugares mucho menos espectaculares como depósitos, estaciones ferroviarias, talleres mecánicos, fábricas, hospitales, almacenes y centros de distribución.
Un ejército moderno consume cantidades extraordinarias de recursos. Munición, combustible, repuestos, baterías, equipos electrónicos, drones, vehículos, comunicaciones, alimentos, medicamentos. Todo debe producirse, almacenarse, transportarse y reemplazarse sin interrupción. Una fuerza puede tener excelentes soldados y armas extraordinarias pero si su cadena logística se rompe, tarde o temprano deja de combatir y una guerra de desgaste multiplica ese problema.
Dentro del propio ámbito militar ruso existe desde hace tiempo una crítica a los mecanismos tradicionales de abastecimiento. Parte de ellos todavía responde a estructuras burocráticas heredadas de otras épocas y resulta demasiado lenta para una guerra donde las necesidades tecnológicas cambian prácticamente de mes a mes. Un comandante puede necesitar centenares de drones de un determinado modelo y encontrarse atrapado en procedimientos administrativos que tardan semanas en responder. Ucrania, es decir, la OTAN, en cambio, desarrolló mecanismos más descentralizados para absorber con rapidez innovaciones procedentes incluso del sector civil. La reorganización de la retaguardia apunta a cerrar esa brecha y quizás sea uno de los cambios más importantes de todos.
Porque si Rusia verdaderamente comienza a pensar en una guerra que puede extenderse durante años, ya no basta con tener grandes arsenales. Hay que construir un sistema capaz de producir, reparar y sustituir permanentemente lo que el campo de batalla destruye. La guerra industrial ha regresado, aunque vestida con drones, fibra óptica, guerra electrónica y algoritmos.
YA NO EXISTE UNA RETAGUARDIA SEGURA
A esto se agrega otra transformación que es la separación clásica entre frente y retaguardia está desapareciendo. Ucrania ha incrementado progresivamente los ataques contra instalaciones situadas dentro del territorio ruso como son las refinerías, depósitos, bases aéreas, fábricas, infraestructura energética e instalaciones militares. Rusia, al mismo tiempo, profundiza sus ataques contra centros logísticos, infraestructura industrial y objetivos militares ucranianos.
En este contexto apareció además una versión que circula en canales rusos y que conviene mencionar precisamente como lo que es: un rumor todavía no confirmado. Según esa versión, atribuida a fuentes de la administración presidencial ucraniana, Volodímir Zelensky habría ordenado mantener e incluso incrementar los ataques contra territorio ruso aun sabiendo que esto podría provocar una respuesta mucho más intensa contra la infraestructura industrial y logística de Ucrania.
Kiev ha desarrollado una estrategia explícita de ataques de largo alcance para trasladar una parte creciente de la guerra hacia el interior de Rusia, mientras Moscú aumenta también la profundidad de sus golpes.
La consecuencia es estratégica: la guerra ya no se decide exclusivamente en Pokrovsk, Járkov, Zaporiyia o el Donbass. Se libra también sobre ferrocarriles, puertos, fábricas, refinerías, centrales energéticas y depósitos.
El objetivo comienza a ser la capacidad misma del adversario para reproducir su esfuerzo militar y cuando una guerra alcanza esa dimensión, deja de ser solamente una disputa territorial para convertirse en una prueba de resistencia de sistemas completos.
Es aquí donde las declaraciones del diplomático ruso Rodion Miroshnik adquieren una importancia particular. La pregunta que plantea ya no es simplemente cuánto tiempo puede resistir Ucrania sino cuánto tiempo puede Europa sostener a Ucrania. La diferencia parece semántica, pero modifica por completo el problema estratégico en realidad.
Ucrania no combate exclusivamente con los recursos que puede generar dentro de sus fronteras. Detrás de ella existe una infraestructura económica y militar mucho mayor como financiamiento europeo, producción de municiones, inteligencia occidental, redes satelitales, entrenamiento, créditos, transferencia de armamento y apoyo tecnológico. En otras palabras, Rusia ya no enfrenta solamente a las Fuerzas Armadas ucranianas, enfrenta un sistema resumido así Ucrania + financiamiento europeo + industria militar europea + inteligencia occidental.
Mientras ese sistema pueda reconstruir fuerzas, proporcionar municiones, reemplazar equipos y sostener financieramente al Estado ucraniano, incluso una victoria territorial importante de Rusia no garantiza el final del conflicto. Rusia puede conquistar ciudades, destruir brigadas, avanzar kilómetros, pero si detrás de las fuerzas derrotadas existe una estructura capaz de crear otras nuevas, la guerra se regenera.
El problema ya no consiste únicamente en derrotar al ejército que está enfrente, en su lugar de debe quebrar la capacidad del sistema que existe detrás de ese ejército para seguir reproduciéndolo.
El politólogo ruso Yuriy Baranchik lleva este razonamiento hasta sus últimas consecuencias.
Si Europa mantiene indefinidamente el financiamiento, la producción militar y el respaldo político a Ucrania, Rusia podría enfrentarse a una guerra de desgaste extremadamente prolongada. Esto no significa necesariamente veinte años de trincheras idénticas a las actuales, pero sí algo probablemente más complejo: una confrontación estratégica que puede reproducirse durante décadas bajo formas diferentes. Rearme, sanciones, carrera industrial, ataques de largo alcance, presión económica, conflictos indirectos, militarización europea, incremento permanente de los presupuestos de defensa y expansión y fortalecimiento de la OTAN. Es decir, una confrontación estructural.
Baranchik introduce entonces una cuestión todavía más delicada: Si ese enfrentamiento permanece exclusivamente dentro del terreno convencional, su duración potencial puede ser enorme y detrás de ese razonamiento aparece inevitablemente el factor nuclear.
Una confrontación convencional prolongada entre Rusia y un sistema europeo respaldado por Estados Unidos puede transformarse en una competencia industrial, tecnológica, financiera y demográfica gigantesca. El arsenal nuclear ruso existe precisamente como garantía última frente a una situación en la que una derrota convencional pueda amenazar la supervivencia del Estado.
Por eso la dimensión nuclear permanece siempre detrás de cualquier cálculo estratégico ruso sobre una confrontación de gran escala con la OTAN. No necesariamente como primer instrumento pero sí como límite.
El cálculo ruso tampoco ocurre en el vacío porque Europa está cambiando. Alemania aumenta radicalmente sus recursos destinados a defensa. Polonia construye uno de los mayores ejércitos terrestres del continente. Francia debate nuevamente el alcance europeo de su disuasión nuclear. Los países bálticos fortifican fronteras. Se amplía la producción de municiones, se reabren líneas industriales y se firman contratos militares de largo plazo. La propia OTAN trabaja abiertamente con escenarios de eventual confrontación futura con Rusia.
Desde Moscú, por lo tanto, Ucrania puede empezar a ser vista menos como una guerra aislada y cada vez más como el primer episodio de una confrontación europea de larga duración. Es dentro de ese horizonte donde los nuevos nombramientos adquieren verdadero sentido.
Rusia necesita drones, robots terrestres, logística modernizada, producción militar, digitalización, capacidad de reemplazo y comandantes que conozcan la guerra real y no solamente los manuales. Los generales elegidos provienen precisamente de los sectores donde el combate ha sido más intenso. Han observado personalmente qué funciona, qué fracasa y qué debe cambiar, no fueron llamados para administrar un ejército en tiempos de paz. sino llamados para reorganizar un ejército que lleva años combatiendo y que comienza a preguntarse cuánto tiempo más tendrá que hacerlo.
Hasta ahora gran parte del análisis sobre esta guerra giró alrededor del desgaste ucraniano, pero la lógica empieza a desplazarse. Si la capacidad militar de Kiev depende estructuralmente de Europa, el problema ruso ya no consiste únicamente en determinar cuándo puede agotarse Ucrania.
Depende de población, industria, energía, finanzas, tecnología, producción militar, estabilidad política, cohesión social y capacidad de las sociedades para aceptar costos durante largos períodos.
Las guerras prolongadas se combaten en las trincheras, pero también en los presupuestos, tanto en las fábricas, como en los mercados financieros y en la paciencia política de las sociedades.
Durante buena parte del conflicto, la narrativa rusa mantuvo la expectativa de combinar operaciones militares con algún desenlace negociado. Ahora empieza a aparecer otra formulación: hay que estar preparados independientemente de cuánto dure, una frase aparentemente simple pero detrás de ella existe una transformación completa de la planificación estatal.
Rusia puede disponer de recursos naturales, territorio, energía, industria militar y voluntad política. Pero ¿puede sostener durante muchos años una confrontación contra una coalición cuya capacidad económica agregada es muy superior? Para responder hay que salir del mapa de Ucrania y mirar hacia Beijing, porque ninguna guerra de desgaste moderna depende exclusivamente de aquello que ocurre en el frente. Detrás de cada ejército existe una retaguardia económica, tecnológica y diplomática.
La profundidad estratégica rusa no termina en los Urales, se extiende hacia Eurasia y en el centro de esa profundidad aparece China. Beijing compra energía rusa, suministra maquinaria, electrónica y componentes industriales, mantiene abiertos canales comerciales y facilita una creciente utilización de monedas nacionales en el intercambio bilateral. También proporciona algo quizás todavía más importante: impide que el aislamiento occidental de Rusia se transforme verdaderamente en aislamiento mundial.
Ese fue uno de los grandes objetivos de las sanciones iniciadas después de 2022, Rusia debía quedar aislada y sus exportaciones debían derrumbarse junto con su acceso a tecnología debía desaparecer y un sistema financiero que debía quedar estrangulado. Sin embargo, ocurrió algo diferente.
Rusia perdió buena parte de su antigua integración económica con Europa, pero desplazó una porción importante de sus vínculos hacia Asia. El petróleo encontró nuevos compradores, el gas comenzó a buscar otras rutas, las importaciones industriales fueron redireccionadas y los mecanismos de pago cambiaron de la mano de nuevas monedas que reemplazan al dólar. China se convirtió en el socio externo más importante de esa transformación.
Eso no significa que Beijing financie directamente la guerra rusa ni que apruebe cada una de las decisiones militares de Moscú porque la política china es más cuidadosa. China tiene formalmente una posición favorable a la negociación y procura evitar convertirse jurídicamente en parte beligerante. No obstante, al mismo tiempo mantiene una relación económica y estratégica con Rusia suficientemente profunda como para impedir que Occidente consiga asfixiarla. Es un equilibrio extraordinariamente importante, China puede contribuir a la capacidad de resistencia rusa sin asumir directamente los costos de convertirse en participante militar de la guerra.
Esto modifica también la manera en que debemos comparar fuerzas. Si la confrontación se transforma efectivamente en una guerra de desgaste entre Rusia y Europa, comparar simplemente el PIB ruso con el europeo conduce a una conclusión incompleta. Hay que observar los sistemas que existen detrás.
De un lado se encuentran Estados Unidos, la Unión Europea, Gran Bretaña, la OTAN y Ucrania. Del otro existe una estructura mucho menos institucionalizada, más flexible y desigual, pero cada vez más relevante: Rusia, China, Corea del Norte, Irán y una constelación de países que, sin convertirse necesariamente en aliados militares de Moscú, continúan comerciando con Rusia y no participan plenamente del sistema occidental de sanciones.
Cada uno cumple una función diferente. Corea del Norte ha proporcionado una cooperación militar mucho más directa mientras Irán tuvo un papel fundamental en la transferencia inicial de una tecnología de drones que Rusia posteriormente absorbió y desarrolló. No podemos dejar de lado a India, que desempeñó durante años un papel esencial como comprador de hidrocarburos rusos, pero China pertenece a otra categoría.
Beijing ofrece escala industrial, tecnología, mercado, capital, capacidad logística, instrumentos financieros y peso diplomático global, además de ocupar un asiento permanente en el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas. Por eso China no es simplemente otro socio de Rusia y es la principal profundidad estratégica externa de Moscú.
Putin necesitaba tiempo para conocer hasta dónde Rusia podía soportar una ruptura prolongada con Occidente. Precisaba reconstruir mercados, reorientar exportaciones, asegurar cadenas de suministro, sustituir componentes, expandir la industria militar y desarrollar mecanismos financieros que redujeran la vulnerabilidad frente al sistema occidental y, fundamentalmente, consolidar una relación suficientemente profunda con China.
No hay evidencia pública para afirmar que Xi Jinping haya dado a Putin una autorización para escalar la guerra. Plantearlo de esa manera sería reducir una relación entre dos grandes potencias a una caricatura pero lo que sí puede observarse es un proceso.
A medida que avanzó el conflicto, la interdependencia estratégica entre Moscú y Beijing aumentó, y la relación de 2026 ofrece a Rusia un margen de maniobra mucho mayor que el existente en febrero de 2022, seguramente un consenso estratégico tácito. China no necesita compartir todos los objetivos militares rusos y le era suficiente con comprender que una derrota estratégica de Rusia modificaría profundamente la correlación de fuerzas en Eurasia.
Una Rusia quebrada, derrotada o subordinada significaría que Estados Unidos podría concentrar una proporción mucho mayor de su atención y sus recursos sobre China. La presión occidental dejaría de distribuirse entre dos grandes adversarios estratégicos permitiendo que Asia Central cambiaría de equilibrio y el proyecto de construcción de un sistema internacional multipolar sufriría un golpe severo.
China, por lo tanto, tiene intereses propios en impedir una derrota estratégica rusa. No es solidaridad sino equilibrio de poder.
Para Rusia, romper completamente con Occidente en 2022, asumir desde el primer momento una economía de guerra total y escalar unilateralmente sin haber construido una retaguardia internacional capaz de absorber semejante ruptura habría significado asumir un riesgo gigantesco y para ello necesitaba tiempo, por eso la gradualidad rusa también puede ser interpretada desde esta perspectiva, Putin no estaba administrando solamente una guerra porque en realidad estaba administrando la transición histórica de Rusia desde una economía profundamente vinculada con Europa hacia otra cada vez más integrada con Eurasia. Para realizar esa transición había una condición indispensable: que China estuviera allí.
Hoy el escenario es diferente. Rusia posee recursos energéticos y minerales, una industria militar movilizada, años de experiencia acumulada en combate, canales comerciales alternativos y una sociedad que ha atravesado un largo proceso de adaptación a la confrontación. Tiene además cooperación militar directa con Corea del Norte.
Pero, fundamentalmente, tiene una relación estratégica con la mayor potencia industrial del planeta. Nada de esto garantiza una victoria rusa pero cambia radicalmente el cálculo de una guerra de desgaste. Mientras Europa calcula cuánto tiempo puede resistir Rusia, Moscú hace exactamente el cálculo inverso, piensa cuánto tiempo puede resistir Europa y cuánto tiempo puede financiar a Ucrania.
Europa necesita expandir su industria militar, sus sociedades aceptar mayores presupuestos de defensa y mantener la cohesión política occidental. Cuando Moscú hace esa cuenta, detrás de Rusia aparece China, por eso esta guerra ya no puede comprenderse mirando solamente las líneas de colores sobre el mapa del Donbass. y el verdadero tablero se extiende desde Washington y Bruselas hasta Moscú y Beijing.
Los nuevos generales nos muestran cómo piensa combatir Rusia, la transformación industrial y logística muestra con qué medios pretende hacerlo y las declaraciones sobre una confrontación prolongada revelan cuánto tiempo comienza a considerar necesario resistir.
China ayuda a explicar por qué Moscú cree que puede permitirse pensar en ese tiempo largo. Quizás eso sea lo verdaderamente importante detrás de estos movimientos, Rusia no está simplemente reemplazando generales ni corrigiendo errores de una campaña, está adaptando su estructura militar, económica y estratégica a una conclusión mucho más inquietante: que la guerra iniciada en Ucrania puede haber dejado de ser una guerra con un final cercano y reconocible.
Y que el enfrentamiento que comenzó en las llanuras ucranianas puede estar convirtiéndose, lentamente, en una larga disputa por el equilibrio de poder en Europa y Eurasia. En ese escenario, la cuestión decisiva ya no será quién consiga avanzar algunos kilómetros más sobre el mapa. Será quién disponga de los recursos, los aliados, la industria, la estabilidad y, sobre todo, la voluntad necesaria para permanecer en pie cuando el otro comience a agotarse.
Marcelo Ramírez Analista geopolítico | AsiaTV – Humo y Espejos Analista geopolítico, escritor y conferencista argentino especializado en análisis geopolítico y militar, conflictos contemporáneos y dinámica del mundo multipolar. Fundador y director de AsiaTV y creador de la plataforma de análisis estratégico Humo y Espejos. Autor del libro La OTAN contra Rusia. Propaganda y guerra híbrida (Editorial Letras Inquietas, 2022). Cofundador de la Alianza para el Desarrollo Auténtico y la Cooperación Ruso-Iberoamericana (ADACRI), iniciativa orientada a fortalecer el diálogo estratégico entre el mundo ruso y la comunidad iberófona.
Sono ben conosciute le prime parole del Manifesto del Partito Comunista: «Uno spettro si aggira per l’Europa». Oggi, due «spettri» dotati di una realtà concreta sembrano aggirarsi nel mondo capitalista e pesare sul destino dell’umanità: Donald Trump e l’intelligenza artificiale (IA). Come si relazionano tra loro? Verso quale mondo potrebbero condurci?
Sono numerosi i termini utilizzati per definire il periodo che stiamo attraversando. In un recente testo, lo storico Quin Slobodian e lo scrittore Ben Tarnoff ne elencano molti: “Sono state proposte diverse visioni e diversi inquadramenti concorrenti. Si è parlato così di capitalismo di Stato, capitalismo della catastrofe, capitalismo delle piattaforme, capitalismo dei colli di bottiglia, capitalismo avvoltoio, capitalismo a ragnatela, capitalismo arcipelagico, capitalismo dei gestori patrimoniali, capitalismo della sorveglianza, e persino di capitalismo del collasso. I teorici hanno suggerito che viviamo nell’era del neofeudalismo, del tecno-feudalismo, del tecno-libertarismo, del tecno-autoritarismo, del tecno-populismo, del tecno-fascismo, del fascismo della fine dei tempi, del neofascismo, del fascismo neoliberista, del post-neoliberismo, del paleopopulismo, del neopatrimonialismo, dell’iperpolitica e della geoeconomia.” [1] Da parte loro, questi due autori propongono il termine «muskismo» (che meriterebbe una discussione).
Il numero di questi termini riflette forse una sorta di smarrimento di fronte a qualcosa di cui si percepisce male la traiettoria, e ciascuno di essi contiene senza dubbio una parte di verità, ma spesso pone l’accento su un aspetto particolare. Sembra preferibile concentrarsi sulla sostanza e sulla dinamica dei processi attuali, al di là delle loro caratteristiche specifiche. L’espressione utilizzata dal giurista e filosofo americano Bernard E. Harcourt per caratterizzare la presidenza di Donald Trump, una «controrivoluzione moderna»[2], sembra la più appropriata a questo scopo.
Una controrivoluzione è infatti all’ordine del giorno, non solo negli Stati Uniti ma, in misura diversa, in gran parte del pianeta. Essa è caratterizzata dall’ossessione di cancellare, in tutto o in parte, le conquiste sociali e ideologiche del periodo che va dal dopoguerra agli anni ’80, nonché le aspirazioni emancipatorie che ancora perdurano. E alcuni non esitano a sventolarne lo stendardo. L’attivista pro-Trump Christopher Rufo ha dichiarato nell’aprile 2025 al New York Times: “Quello che stiamo facendo è davvero una controrivoluzione. È una rivoluzione contro la rivoluzione” (citato da Bernard E. Harcourt). Durante la gigantesca manifestazione di estrema destra del 13 settembre 2025 a Londra, anche Tommy Robinson, il suo principale organizzatore, ha dichiarato: «Noi siamo la controrivoluzione.»[³] Su un altro piano, e di data più remota, questa proclamazione del libertario Murray Rothbard del 1992[⁴]: «Suoniamo la campana a morto per la socialdemocrazia. Suoniamo la campana a morto per la Grande Società. E anche per lo Stato sociale […] Cancelleremo il ventesimo secolo». È da notare che il presidente argentino Javier Milei ha chiamato Rothbard uno dei suoi tre cani (che portano tutti i nomi di economisti neoliberisti che egli considera suoi ispiratori).
In Francia, sulla stessa linea, nel 2007 un dirigente dell’associazione dei datori di lavoro ha dichiarato: «Oggi si tratta di uscire dal 1945 e di smantellare metodicamente il programma del Consiglio nazionale della Resistenza!»[⁵] Questi riferimenti, e altri ancora, giustificano l’affermazione di Bernard E. Harcourt: «Le azioni del presidente Trump nei primi cento giorni del suo secondo mandato costituiscono l’ultimo episodio di una vasta controrivoluzione moderna e coerente, che si inserisce in una prospettiva storica più ampia e la cui portata internazionale è più estesa.» Per Harcourt, questa controrivoluzione è in atto negli Stati Uniti da diversi decenni, in particolare a partire dalla presidenza di Ronald Reagan.
Controrivoluzione? Certamente, oggi non esiste alcun pericolo rivoluzionario per i possidenti (almeno negli Stati del «Nord»), a differenza del contesto della grande ondata reazionaria che, dal 1918 agli anni ’40, ha attraversato, tra gli altri, l’Ungheria, la Germania, l’Italia, il Giappone, il Portogallo, la Romania, … poi l’Austria e nuovamente la Germania, quindi la Spagna e infine la Francia sulla scia della sconfitta del 1940 (anche se, a partire dall’inizio degli anni ’20, la spinta rivoluzionaria conseguente alla rivoluzione russa si indebolì). Un’ondata che ha dato origine a regimi reazionari e dittatoriali, ciascuno dei quali presentava però caratteristiche proprie, in particolare per quanto riguarda le modalità di ascesa al potere, le istituzioni e il bilanciamento tra riferimenti alla tradizione (e compromessi con la vecchia classe politica) e parvenze di rottura, se non addirittura di «rivoluzione» (una delle ultime incarnazioni fu la «Rivoluzione nazionale» proclamata dal regime di Pétain). Nonostante la loro diversità, all’epoca questi regimi potevano essere tutti definiti fascisti (anche se, più recentemente, gli storici sottolineano le loro differenze). Negli anni ’70, sono state spesso denunciate come fasciste anche le dittature militari cilene, argentine, brasiliane e uruguaiane, soprattutto a causa del loro carattere repressivo. La caratterizzazione della dittatura greca (1967-1974) è stata oggetto di dibattito (si veda una sintesi delle posizioni di Nikos Poulantzas[⁶]).
Oggi è vero che alcuni esponenti della corrente MAGA negli Stati Uniti (Christopher Ruffo, Steve Bannon, Elon Musk a modo suo…) e dell’estrema destra europea considerano l’evoluzione della famiglia, la legalizzazione dell’aborto, i diritti delle persone LGTBI, l’immigrazione e la mescolanza delle popolazioni, … non come trasformazioni sociali o come frutto delle lotte di determinati settori sociali, ma come il risultato di una congiura rivoluzionaria dei «wokisti» e dei cospiratori del «grande rimpiazzo». Un complotto, di fronte al quale sarebbe urgente reagire per non rischiare l’alterazione definitiva della «civiltà bianca e occidentale». Anche se questa non è l’analisi dominante negli ambienti dei vari poteri, queste farneticazioni possono essere più o meno riprese e strumentalizzate da diverse correnti politiche per ampliare la propria base al fine di servire i loro obiettivi controrivoluzionari poiché, se la rivoluzione non è un orizzonte prossimo, «la controrivoluzione non ha bisogno di attendere una rivoluzione imminente; può agire in modo preventivo, annullando le conquiste del passato e reprimendo la resistenza», come scrive Richard Donnely nel testo sopra citato su Tommy Robinson. Soprattutto in un contesto di crisi sistemica come quella che sta attraversando il capitalismo.
Va tuttavia sottolineato che, per quanto riguarda il «Sud», occorre fare alcune precisazioni: dalle «rivoluzioni arabe» ai recenti movimenti in Sri Lanka, Bangladesh, Nepal, Madagascar… le insurrezioni popolari hanno sì rovesciato dei governi, ma finora non sono riuscite a mettere in atto alternative alle classi dominanti, che hanno mantenuto la loro egemonia attraverso l’esercito o i nuovi poteri provenienti dalla «società civile». In alcuni di questi paesi, tuttavia, la nuvole rivoluzionarie continuano a incombere minacciose e, ad esempio, in Egitto, il maresciallo al-Sissi ne è certamente consapevole.
Il sociologo e attivista russo Ilya Budraitskis distingue, dal canto suo, la controrivoluzione da quella che definisce «antirivoluzione»: «L’antirivoluzione cerca di impedire una rivoluzione immaginaria […] Questa rivoluzione immaginaria che si profila non ha radici evidenti nella società e non dispone di un soggetto politico apparente dotato di una forte volontà […]. — Ma questa rivoluzione immaginaria conduce un’esistenza a sé stante nella coscienza dei dirigenti dello Stato. Ed è stata descritta da esperti in decine di documenti. »[7] Se si traspone questa analisi al di fuori della Russia, si constata, ad esempio in Francia, che i dirigenti e i loro media, così come alcuni intellettuali, denunciano giorno dopo giorno spettri che si suppone mettano in pericolo l’intera vita sociale: il «wokismo», il «separatismo islamico», l’«incivilimento» dei giovani delle periferie urbane, ecc. Le forze di polizia, non solo sorvegliano costantemente questi fenomeni e gli individui potenzialmente considerati «sospetti», ma si preparano a reprimere ogni «eccesso». Proprio come alcuni temi MAGA citati in precedenza, tutto ciò rientra ampiamente nella «rivoluzione immaginaria». La problematica di Budraitskis ha dei fondamenti e spiega perché l’«antirivoluzione» possa essere più in progress delle controrivoluzioni che abbiamo conosciuto. Sembra tuttavia preferibile attenersi al termine di controrivoluzione, che ha maggiori risonanze storiche e politiche.
Si tratta quindi di una controrivoluzione, ma di una controrivoluzione moderna che utilizza tutte le nuove tecnologie per costruire un mondo dispotico non solo rispetto alla democrazia liberale borghese, ma anche rispetto al processo di produzione e di lavoro, come ha descritto Juan Carbonell a proposito dell’IA[⁸]. Marx ha applicato il termine «dispotico» sia al processo di produzione («dispotismo di fabbrica») sia ad alcuni Stati come l’Impero tedesco bismarckiano. Si può quindi ritenere che, per caratterizzare la controrivoluzione moderna nelle sue diverse dimensioni, l’espressione «tecno-dispotismo» sia forse la più appropriata.
Ovunque si osserva, in misura diversa, un restringimento della democrazia liberale borghese tradizionale, un aumento della repressione poliziesca e delle tecniche di sorveglianza, nonché della militarizzazione, attacchi alle conquiste sociali, un razzismo sempre più esacerbato, discorsi identitari e nazionalisti. Per riprendere un’espressione di Claude Serfati riguardo alla Francia, gli Stati «si radicalizzano»[⁹]. E questo vale per l’Europa, anche quando al potere ci sono «centristi» e socialdemocratici. In alcuni paesi (Polonia, Stati Uniti…), prosperano discorsi, pressioni e persino decisioni giuridiche che mettono in discussione il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.
Questi elementi si combinano con le caratteristiche del sistema economico: diffusione delle nuove tecnologie, comparsa di colossi aziendali strettamente legati agli Stati e la cui posizione di forza consente loro di percepire rendite, declino dei movimenti sindacali, esplosione delle disuguaglianze… Relativizzazione, ignoranza (se non addirittura aperta negazione, come nel caso di Javier Milei e Donald Trump) dei pericoli ecologici, delle loro implicazioni sempre più immediate per l’umanità e dell’urgenza di agire. Ma anche un’espansione senza precedenti dell’impero della merce, con una corsa alle innovazioni che permette alle aziende di contrastare le pressioni al ribasso sul tasso di profitto, innovazioni che i cittadini sono costretti ad assimilare non solo per spirito di imitazione, ma perché diventano indispensabili alla vita quotidiana (in sinergia con le politiche degli Stati volte alla distruzione dei servizi pubblici di prossimità).
Infine, contrariamente al discorso «democratico» in voga nell’Unione europea, la controrivoluzione ha una dimensione sociale essenziale. I regimi definiti «illiberali» attuano riforme neoliberiste – dello stesso tenore di quelle dei paesi «democratici» – come la riforma dell’orario di lavoro in Ungheria, l’innalzamento dell’età pensionabile in Russia, l’allentamento del diritto del lavoro in Turchia, ecc.
Oggi si pongono parecchie domande:
Quali sono le forze motrici della controrivoluzione?
Come si articola con la situazione economica?
Questa controrivoluzione è fascista?
E, naturalmente, come affrontarla, ma questo non è l’argomento del presente contributo.
1. Le forze motrici
Fino a tempi relativamente recenti, la responsabilità delle tendenze e delle pressioni autoritarie veniva attribuita, dalla maggior parte della stampa e da numerosi politologi, a forze di estrema destra «fuori dal sistema», spesso definite «populiste», termine comodo per metterle sullo stesso piano delle forze di sinistra più o meno radicali, anch’esse definite populiste. Questi populisti fanno leva sul risentimento reale o presunto del «popolo» nei confronti delle élite e dell’establishment, nonché sul suo nazionalismo latente. In alcuni paesi (soprattutto in Europa), la crescente intercambiabilità dei partiti politici e la convergenza delle loro politiche offrono all’estrema destra l’occasione di conquistare gli elettori e le elettrici posizionandosi ai margini del consenso.
Non c’è dubbio che in diverse fasce popolari esista ciò che Trotsky definiva «disperazione controrivoluzionaria»[¹⁰], rafforzata nel mondo odierno dal declino dell’organizzazione collettiva che favorisce l’atomizzazione degli individui e/o il loro rifugio in identità reazionarie (razziali, religiose o di altro tipo). O, per dirla in altro modo, «l’estrema destra sta vincendo la battaglia per la leadership della frustrazione verso una radicalizzazione reazionaria»[¹¹], tanto più che sa fare un uso efficace di Internet e dei social network. Ma la pressione dal basso e da parte di gruppi «fuori dal sistema» riassume davvero l’evoluzione attuale?
In un’opera dedicata alla Brexit e pubblicata nel 2021, due sociologi francesi hanno contestato l’interpretazione comune del risultato, secondo cui esso sarebbe il frutto della frattura tra i vincitori e i perdenti della globalizzazione. Essi dimostrano come importanti settori capitalisti, in particolare una parte del mondo della finanza – i fondi di investimento e gli hedge fund – abbiano finanziato la campagna del Leave. La loro conclusione è chiara: sebbene un’ampia fetta delle classi popolari fosse contraria all’Unione europea (UE), il finanziamento del «Leave» dimostra, secondo loro, che «i vincitori della globalizzazione non hanno perso contro i suoi perdenti, ma sono stati i vincitori stessi a non essere d’accordo tra loro»[12]. Spiegano così il loro approccio: «… una parte della ricerca critica nelle scienze sociali ha analizzato la Brexit e l’elezione di Trump dal punto di vista della geografia sociale del voto e del risentimento delle classi medie e popolari bianche di settori deindustrializzati, discriminati e emarginati, nei confronti delle élite urbane, vincitrici della globalizzazione, spesso collegate tra loro a livello regionale o mondiale. Non ci opponiamo a queste analisi, ma non bisogna comprendere questi due eventi storici, la Brexit e l’elezione di Trump, esclusivamente dal punto di vista delle motivazioni degli elettori. […] Abbiamo ritenuto necessario andare a vedere cosa stesse accadendo dal lato dei dominanti, capire quali fossero i loro interessi, sia nel caso della Brexit che in quello dell’elezione di Trump.»[13].
La «seconda finanza» vedeva nelle normative europee un ostacolo alla propria libera attività e i suoi attori sarebbero favorevoli a un libertarismo autoritario. Si profilerebbe, come tendenza, la fine del neoliberismo. Alcune delle conclusioni dei ricercatori (che Marlène Benquet ha approfondito in un’opera più recente, *La finance aux extrêmes*, 2026) sono discutibili sia per quanto riguarda i due poli della finanziarizzazione sia per quanto riguarda la fine del neoliberismo, ma i loro lavori hanno avuto il merito di dimostrare che gli sviluppi politici non sono solo il prodotto della manipolazione delle masse da parte dei demagoghi, ma la scelta consapevole di frazioni del capitale.
Il loro approccio è stato ripreso da alcuni analisti del trumpismo; si veda in particolare «The Capitalist Interests Behind Donald Trump», di Vladimir Bortun, Jacobin, 24/02/2026[14]. L’autore sottolinea: «L’interpretazione dominante del trumpismo lo considera come “una rivolta che viene dal basso” guidata da gruppi sociali emarginati e lasciati indietro dalla globalizzazione (neo)liberale. C’è più di un fondo di verità in questa analisi (anche se la percentuale di elettori della classe operaia di cui beneficia Trump è spesso sopravvalutata). Ma questo riflette tutta la realtà? […] È del tutto possibile che Trump sia lì solo per il proprio arricchimento personale e quello della sua famiglia. È del tutto possibile che non disponga né di un’ideologia coerente in sé né di un vero e proprio progetto di classe. Ma il trumpismo va oltre la figura di Trump stesso. Comprende una coalizione di frazioni capitaliste e di frazioni provenienti dalle classi subordinate (sia piccolo-borghesi che operaie).»
Diversi settori economici appaiono così sempre più favorevoli a poteri che non pretendono di regolamentarli né di aumentarne l’aliquota fiscale, anche se sono nazionalisti e autoritari: la finanza più speculativa, le industrie dei combustibili fossili, i settori degli armamenti e della sorveglianza e, infine, i grandi gruppi delle nuove tecnologie. Altri settori, intuendo da che parte tira il vento, sono pronti ad accettare i discorsi reazionari, la prospettiva di politiche sistematicamente antisindacali (mentre in Europa i sindacati fungevano spesso da «partner» nel sistema delle relazioni sociali), o addirittura le violazioni dell’attuale democrazia con i suoi limiti. Il Medef (la principale organizzazione dei datori di lavoro francesi) ha significativamente deciso di invitare Javier Milei al proprio raduno annuale (quest’ultimo avrebbe infine declinato l’invito). Negli Stati Uniti, Elon Musk o Peter Thiel (Palantir, che si è recentemente stabilito nell’Argentina di Milei) non nascondono il loro attivismo reazionario e autoritario. In India, Narendra Modi è sostenuto dai principali settori capitalisti.
Gli Stati e gli esponenti delle classi dominanti sono quindi i principali attori dei processi attuali. Per quanto riguarda gli Stati, essi possono essere attori attivi pur prendendo talvolta le distanze dalle correnti di estrema destra, come nel caso di Emmanuel Macron che si autoproclama «progressista».
Gli Stati ricorrono a diversi argomenti per giustificare la corsa all’autoritarismo, la sorveglianza delle popolazioni e la militarizzazione: il pericolo terroristico, i disordini causati da scioperi e manifestazioni, la presunta invasione dei migranti (anche se il «grande rimpiazzo» e la «rimigrazione» rimangono ancora termini appannaggio dell’estrema destra, sebbene questa tematica si stia diffondendo più ampiamente), il traffico di droga, la microcriminalità e, in Europa, le manovre russe. I testi legislativi e regolamentari si accumulano anno dopo anno. Il governo francese ha così appena aggiunto un nuovo strumento alla già ampia gamma di regimi di eccezione con lo «stato di allerta di sicurezza nazionale», che potrebbe essere decretato per due mesi, prima di essere sottoposto al Parlamento.
La rielezione di Donald Trump e il suo comportamento rappresentano innegabilmente un fattore di accelerazione. Tanto più che torna al potere con elementi di programma e collaborazioni non legate ai capi del Partito Repubblicano. Ma ovunque, le destre politiche «si stanno spostando a destra» (la presa di potere di Trump sul Partito Repubblicano con la messa al passo dei critici ne è un esempio) e le destre estreme, un tempo emarginate, sono sempre più frequentate dai circoli dominanti del capitale. Tanto più che, in Europa, quelle tra queste forze che sono in grado di accedere al potere hanno dato garanzie su due temi: l’Unione europea (UE) e il sostegno a Israele (poiché la denuncia della politica di questo paese è ormai equiparata all’antisemitismo, sostenerlo diventa una prova di non antisemitismo). In Italia, il governo Meloni concilia l’autoritarismo (con l’adozione di diversi «pacchetti» di misure di sicurezza) e una linea economica liberale (si veda su questo sito l’articolo di Fabrizio Burattini pubblicato il 6 luglio 2026).
Tuttavia, anche negli Stati più avanzati sul percorso della controrivoluzione, i leader politici rimangono ancora (ad eccezione della Cina, che non rientra in questo tipo di analisi) soggetti al processo elettorale (come ha dimostrato la sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni parlamentari ungheresi). Nel 2002, due politologi americani hanno definito questo tipo di regime con il termine di «autoritarismo competitivo»[15]. In un sistema di questo tipo, un partito sale al potere attraverso un processo elettorale più o meno democratico per poi erodere il sistema dei controlli e contrappesi. L’esecutivo riempie la pubblica amministrazione e le nomine chiave – compreso il potere giudiziario – di fedelissimi. I media, le università e le organizzazioni non governative vengono poi presi di mira per ridurre la critica pubblica e influenzare gli elettori a favore del partito al potere. I diritti dei partiti di opposizione e quelli dei cittadini vengono limitati. Questo tipo di regime, che tende a diffondersi, persiste soprattutto perché una forma troncata e manipolata di multipartitismo può risultare più gestibile sul piano interno e più «presentabile» a livello internazionale rispetto a un sistema monopartitico. Ma l’autoritarismo competitivo può assumere diversi gradi: se Viktor Orbán ha perso le elezioni, è quasi inimmaginabile che lo stesso accada a Vladimir Putin, mentre Recep Tayyip Erdoğan sta attualmente facendo di tutto per evitarlo. Occorre menzionare ancora un caso, oggi estremo, di limitazione dei diritti: quello degli Stati le cui istituzioni sono considerate democratiche dal pensiero dominante, ma in cui alcuni abitanti sono ridotti allo status di cittadini di seconda classe. È il caso dell’India di Narendra Modi per i musulmani e i cristiani, considerati popolazioni meno legittime rispetto agli indù. Con il sostegno o almeno la tolleranza delle autorità e della polizia, essi sono oggetto di un sospetto permanente e di violenze. Per caratterizzare questa situazione, il ricercatore Christophe Jaffrelot utilizza l’espressione di «democrazia etnica»[16]. Questa qualifica è stata a lungo utilizzata per Israele (si veda ad esempio Alain Dieckhof, «Quale cittadinanza in una democrazia etnica?»[¹⁷]): i non ebrei (essenzialmente gli arabi palestinesi) vi sono, di fatto e in parte, privati dei diritti e, dal 1948, sono stati considerati meno legittimi e discriminati. Questa situazione è stata sancita dalla legge del 19 luglio 2018: «Lo Stato di Israele è lo Stato-nazione del popolo ebraico, che vi esercita il proprio diritto naturale, culturale, religioso e storico all’autodeterminazione. La realizzazione di questo diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è riservata esclusivamente al popolo ebraico». Nei territori occupati, le discriminazioni e le oppressioni sono ancora più evidenti. Al di là di questi due casi emblematici e moderni, altri Stati, in misura diversa, discriminano settori interi della loro popolazione.
Nel complesso, anche negli Stati comunemente definiti «democratici», si registra una tendenza verso l’autoritarismo. I governi ricorrono sempre più spesso al clientelismo, politicizzano direttamente la funzione pubblica, rafforzano le forze dell’«ordine», limitano il diritto di manifestare e gli spazi di contestazione, nonché le libertà universitarie, alimentano il razzismo, mentre la libertà dei media tende a essere erosa a discrezione dei gruppi capitalisti che li controllano. D’altra parte, lo spettro della guerra viene agitato ovunque, ben al di là delle guerre reali (il cui impatto non è trascurabile).
La controrivoluzione sembra quindi guidata soprattutto dagli apparati statali, in collaborazione – aperta o meno – con un’estrema destra che non è necessariamente rappresentata direttamente al potere. I diversi Stati sono più o meno direttamente coinvolti in questo processo: la Gran Bretagna, ad esempio, lo è meno della Francia, che a sua volta è in ritardo rispetto agli Stati Uniti e, soprattutto, all’India, alla Russia, alla Turchia o a Israele. Tuttavia, in Francia, l’ascesa alla presidenza della Repubblica di Marine Le Pen o di Jordan Bardella (Rassemblement National) accelererebbe notevolmente il processo verso l’autoritarismo e la «nazionalizzazione» dei diritti sociali, tanto più che la Costituzione della V Repubblica conferisce al presidente un peso molto maggiore rispetto, ad esempio, a un capo di governo italiano come Giorgia Meloni.
Questi sviluppi relativi agli Stati e l’insistenza sulla controrivoluzione potrebbero forse suscitare un dibattito con le analisi incentrate soprattutto sull’estrema destra e sulle forze neofasciste. Torneremo su questo punto.
2. In che modo si articolano la controrivoluzione e la situazione economica?
In un testo del novembre 2019 intitolato “The end of neoliberalism and the rebirth of history”, il «premio Nobel per l’economia» Joseph Stiglitz sottolinea che «Alla fine della Guerra Fredda, il politologo Francis Fukuyama scrisse un famoso saggio intitolato “La fine della storia?”. Secondo lui, il crollo del comunismo avrebbe rimosso l’ultimo ostacolo che separava il mondo intero dalla sua destinazione finale: la democrazia liberale e l’economia di mercato. Molti condividevano questa opinione. Oggi, […] l’idea di Fukuyama sembra superata e ingenua.»[18].
Il tema della fine del neoliberalismo è in voga soprattutto in voga
soprattutto in Francia; l’economista e giornalista Romaric Godin scrive infatti in un recente libro[¹⁹]: «Il progetto neoliberista era quello di una democrazia inquadrata dal capitalismo, che accettasse le regole ritenute necessarie all’accumulazione. […] La crisi del neoliberismo segna l’inizio di un periodo di separazione per la coppia democrazia-capitalismo». L’autore, tuttavia, adotta anche formulazioni caute, spiegando che democrazia e capitalismo non sono intrinsecamente legati e che la democrazia è accettabile per il capitalismo solo se mantiene il consenso necessario al suo funzionamento. Di fronte alla crisi del neoliberismo in atto dal 2008, «l’opzione che si delinea è quella di uno Stato autoritario che reprime le contestazioni, garantisce la stabilità sociale e tutela gli interessi del capitale». Per Romaric Godin, la fase attuale è quella di un nuovo capitalismo di Stato in cui lo Stato, al servizio del capitale, si sostituisce al mercato per facilitare l’accumulazione.
È vero che, dalla crisi del 2008-2009, il capitalismo è sempre più sostenuto dagli Stati, ma, anche se lo fa con una certa cautela, il legame tra neoliberismo e democrazia evidenziato da Godin è molto discutibile. Altri autori sostengono un punto di vista opposto e si basano su una storia che abbraccia diversi decenni. Si citi un’opera dal titolo inequivocabile: *La scelta della guerra civile. Un’altra storia del neoliberismo*[²⁰], il cui primo capitolo è dedicato al Cile di Pinochet e alla politica esaltata da Friedrich Hayek, altro «premio Nobel» per l’economia e ispiratore di Margaret Thatcher. Gli autori passano in rassegna la lunga storia dei pensatori neoliberisti a partire dagli anni ’30 e le compiacenze di alcuni (con più o meno riserve) nei confronti dei regimi fascisti dell’epoca. Per loro, «stiamo vivendo il momento in cui il neoliberismo genera dall’interno (sottolineato da noi) una forma politica specifica che combina autoritarismo antidemocratico, nazionalismo economico, concorrenzialismo generalizzato e razionalità capitalista estesa. Questa governamentalità originale assume pienamente il carattere assolutista, autoritario e (se necessario) dittatoriale del neoliberismo senza assomigliare al fascismo storico». Due punti sono importanti in questa analisi: in primo luogo, la svolta autoritaria non mette in discussione il neoliberismo ma si inserisce nella sua continuità; in secondo luogo, ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso dal fascismo storico (ci ritorneremo).
Dare per spacciato il neoliberismo sembra prematuro. Per il momento, le classi dominanti sono all’offensiva e mettono in discussione, in modo più o meno frontale, «zona» per «zona» e Stato per Stato, tutto ciò che limita la libertà del capitale. Uno dei primi decreti emanati da Donald Trump il 20 gennaio 2025 ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo globale sulla tassazione minima delle multinazionali, che pure era poco oneroso per queste ultime. Trump porta avanti un’azione volta a smantellare gli organismi di controllo e regolamentazione; è anche un promotore delle criptovalute. In Europa, nell’industria piovono licenziamenti e i tagli ai servizi pubblici si intensificano, mentre in molte capitali la speculazione e l’aumento degli affitti allontanano le classi popolari. Certo, la politica degli Stati si inserisce ormai più apertamente negli scambi commerciali e, in misura minore, negli investimenti internazionali o addirittura nella promozione di determinate attività (in primo luogo quelle relative all’intelligenza artificiale) ma ciò non significa la fine della globalizzazione, bensì la lotta dei diversi imperialismi per stabilirne le condizioni e/o difendere la propria «fetta di torta» in questo «capitalismo della finitezza»[21].
Ciò in un contesto in cui gli Stati Uniti vogliono mantenere la propria preminenza nei confronti della Cina. Per quanto riguarda le nuove tecnologie, esse portano a forme rinnovate di intreccio tra attività private e Stato; come scrivono Slobodian e Tarnoff, ben lungi dall’essere libertario, «un principio fondamentale del “muskismo” è la fusione tra pubblico e privato; l’utilizzo dello Stato come finanziatore, facilitatore e rete di sicurezza per progetti ad alto rischio e ad alto rendimento – ciò che chiamiamo simbiosi statale. Lo si vede chiaramente con SpaceX, Starlink e Tesla. Musk è un accanito critico della burocrazia e di certi tipi di regolamentazione, ma certamente non dello Stato in quanto tale. Al contrario, ha sistematicamente strumentalizzato lo Stato come fonte di potere e di profitto. Lo fa promettendo di aiutare i governi ad adempiere alle loro funzioni sovrane avvalendosi delle sue infrastrutture: una dinamica che descriviamo come la «sovranità come servizio»[22].
La simbiosi tra Stato e aziende digitali è rafforzata dal fattore militare: i numerosi esempi di collaborazione tra queste aziende e le forze armate e di polizia dimostrano che «lontano dalle fantasie tecno-libertarie secondo cui le grandi aziende tecnologiche si renderebbero autonome rispetto allo Stato, esiste un complesso militaro-digitale». [23] Del resto, Palantir, nonostante le tirate libertarie di Peter Thiel, vive in stretta simbiosi con gli Stati e le loro forze armate e di polizia.
3. Questa controrivoluzione può essere definita fascista?
Trump e le varie correnti di estrema destra si presentano come forze di rottura rispetto al famoso acronimo thatcheriano TINA («There is no alternative»): ciò trova una certa risonanza in un contesto di crescente disuguaglianza in cui «quelli di sotto» si sentono disprezzati, mentre le sinistre del capitale (i democratici negli Stati Uniti, i socialdemocratici in Europa) appaiono nel migliore dei casi come impotenti, nel peggiore come corresponsabili della situazione. Poiché né l’estrema destra né (ovviamente) la destra tradizionale radicalizzata intendono affrontare realmente le disuguaglianze e il potere del capitale, lo spauracchio sbandierato è l’immigrazione, l’Islam, la comunità LGBTI… e, in modo oggi più velato, un presunto complotto ebraico.
Donald Trump, come abbiamo già sottolineato, si colloca al crocevia tra la radicalizzazione dello Stato e l’ascesa dei neofascisti. In generale, cosa si può dire di un processo in cui l’evoluzione dello Stato e delle classi dominanti crea progressivamente le condizioni non solo per una partecipazione al potere (come già avviene in molti Stati), ma anche per una presa di controllo delle istituzioni da parte di coalizioni di politici di estrema destra e neofascisti, che probabilmente rispettano i codici di comportamento degli altri politici (anche se alle loro spalle si accalcano gruppi meno civili)? Queste coalizioni potrebbero del resto essere eterogenee su alcuni fronti (discorsi più o meno nazional-socialisti, ad esempio), proprio come lo erano i partiti fascisti della prima metà del XX secolo.
Le diverse accezioni del termine «fascismo» sono al centro di numerose analisi[²⁴], spesso interessanti ma che, a nostro avviso, risultano nel complesso discutibili per descrivere il processo controrivoluzionario moderno. A meno che non si voglia fare del fascismo un concetto atemporale, sulla scia dell’Ur-fascismo (il fascismo eterno) di Umberto Eco[²⁵]. E a dimenticare che si tratta di una strategia politica.
Come spiega Enzo Traverso (che parla, per il periodo attuale, di «una sorta di postfascismo»), «non siamo di fronte a una ripetizione della storia, a un ritorno al passato; ci troviamo di fronte a nuovi problemi e a nuove minacce, ma disponiamo solo di concetti ereditati dal passato per analizzarli e interpretarli. È ovviamente frustrante: queste parole non descrivono bene l’incertezza del nostro tempo, che sembra preannunciare una terribile tempesta.»[26]
Non si tratta certo di sottovalutare i rischi della situazione attuale, che può portare a scenari catastrofici come alcuni dei regimi fascisti degli anni ’30. L’invasione dell’Ucraina, la guerra genocida a Gaza, le guerre per procura per le risorse dell’est della Repubblica Democratica del Congo ne sono alcuni esempi. Un altro esempio è il rifiuto o la relativizzazione degli impatti della catastrofe ecologica in corso: nonostante le dichiarazioni e le conferenze internazionali, prevalgono le false soluzioni e il «business as usual».
È necessario comprendere le trasformazioni in atto del capitalismo e i loro impatti politici, sociali ed ecologici, nonché le fratture all’interno delle borghesie. Ciò presuppone di uscire dal solo dibattito sul «fascismo».
Esiste tuttavia un argomento che può giustificare, nonostante la sua inadeguatezza e al di là delle analisi, l’uso del termine «fascista»: ci riporta su un terreno conosciuto ed è quindi politicamente utile e potrebbe così consentire di mobilitare una resistenza di massa. La studiosa brasiliana Angela de Castro Gomes spiega così che la parola «fascista» (pur essendo intellettualmente molto discutibile per caratterizzare diverse correnti o governi attuali) «è una risorsa efficace per combattere tali esperienze, nella misura in cui, sulla base di una memoria storica condivisa, funziona molto”.[27]
Per quanto riguarda la conferenza internazionale antifascista tenutasi a Porto Alegre dal 26 al 29 marzo 2026 (senza voler qui discutere il modo in cui ha affrontato questa o quella questione), la sua dichiarazione finale afferma senza mezzi termini: «Il sistema capitalista-imperialista sta attraversando una crisi profonda e un marcato declino economico, sociale e morale. La risposta delle potenze imperialiste a questo declino è stata la promozione del fascismo ovunque, l’imposizione di politiche neoliberiste, le aggressioni militari contro le nazioni più deboli e la loro ricolonizzazione.»[28]
Note
1
Il «muskismo» come «fordismo» – Progetto LPE, traduzione francese su A l’encontre, 28 aprile 2026, Dibattito. Il «muskismo» come «fordismo»? – A l’encontre
2
Bernard E. Harcourt, 1 maggio 2025 Una controrivoluzione moderna – The Ideas Letter, traduzione francese su Esprit, maggio 2025, «Una controrivoluzione moderna» | Rivista Esprit
3
Richard Donnelly, «We are the counter-revolution»: Tommy Robinson and the remaking of British fascism, International Socialism / Traduzione francese su A l’Encontre, maggio 2026
4
A Strategy for the Right | Mises Institute
5
Denis Kessler: «Si tratta di smantellare metodicamente il programma del CNR» | Le Club
6
Panagiotis Sotiris, «Leggere Poulantzas per comprendere l’autoritarismo neoliberista e l’estrema destra», Contretemps, 12 luglio 2023
7
Ilya Budraitskis, «Dissident among dissidents: Ideology, Politics and the Left in Post-Soviet Russia», 2022. Vedi anche The Extraordinary Adventures of Guy Fawkes –
8
«Un taylorismo potenziato. Critica dell’intelligenza artificiale», di Juan Sebastian Carbonell, ed. Amsterdam, 2025
9
Claude Serfati, «Lo Stato radicalizzato», La Fabrique, 2022.
ev Trotsky, «Il fascismo, in quanto movimento di massa, è il partito della disperazione controrivoluzionaria», La svolta dell’Internazionale Comunista e la situazione in Germania, 26 settembre 1930
11
Martín Lallana, Júlia Martí, «Il potere e l’urgenza nella crisi ecologica», Inprecor, 30 maggio 2026
12
Marlène Benquet, Théo Bourgeron, La finanza autoritaria – Verso la fine del neoliberismo, pag. 54, Raisons d’agir éditions, 2021
13
Intervista a Marlène Benquet e Théo Bourgeron, «Le classi dominanti hanno finanziato le opzioni politiche xenofobe, negazioniste sul clima e sessiste che hanno portato ai cosiddetti voti populisti», 01/02/2021 (sito Quartier général)
Steven Levitsky, Lucan Way, «The New Competitive Authoritarianism», Journal of Democracy, Johns Hopkins University Press, gennaio 2020.
16
Le Monde, In India, «la democrazia etnica» di Modi
17
Alain Dieckhof, «Quale cittadinanza in una democrazia etnica?», Confluences Méditerranée, 2005
18
Joseph Stiglitz, «The end of neoliberalism and the rebirth of history», 26 novembre 2019, Social Europe
Romaric Godin, «Il problema dei tre corpi del capitalismo», pagine 208-209, La Découverte, 2026.
20
Pierre Dardot, Haud Guéguen, Christian Laval, Pierre Sauvêtre, La scelta della guerra civile: un’altra storia del neoliberismo, Lux éditeur, 2022.
21
Arnaud Orain, Il mondo confiscato, Edizioni Flammarion, 2025
22
Slobodian & Tarnoff, testo citato.
23
Sebastien Broca, «Le nozze tra IA e Stato», Le Monde diplomatique, aprile 2026.
24
Cfr. per la Francia i lavori di Ugo Palheta, tra cui le opere più recenti *Come il fascismo conquista la Francia*, edizioni La Découverte (2025) e *La nuova internazionale fascista*, Textuel, 2025.
25
Umberto Eco, «Ur-fascism», 1995. Traduzione francese «Come riconoscere il fascismo», Grasset, 2010.
26
Enzo Traverso, aprile 2026, articolo pubblicato sulla rivista *Viento Sur*.
27
«Il governo Bolsonaro: né fascismo né populismo, autoritarismo radicale» | Politika
28
Dichiarazione di Porto Alegre – Unità contro il fascismo e per la sovranità dei popoli – Attac France
Il segretario generale, compagno Alberto Lombardo, ha partecipato al 19° Forum del World Association for Political Economy, tenutosi all’università di Greenwich (Londra) dal 5 al 7 agosto.
Quest’anno il Forum è stato dedicato alla figura di Adam Smith nel 250° anniversario della pubblicazione della Ricchezza delle Nazioni. Il segretario ha partecipato con un articolo che riportiamo in italiano dal titolo “Adam Smith, war, and global financial flows”, che è stato presentato in due parti.
La prima nella sessione plenaria di giorno 6 e la seconda nella sessione specialistica del 7
WarCosts (Costos de Guerra) es una plataforma de datos independientes de TheDataProject.ai lanzada en marzo de 2026, con sede en Santa Barbara, California, que construye plataformas de datos gratuitos y rastreables con ayuda de IA, con el fin de promover la transparencia y la rendición de cuentas del gobierno de EEUU.
WarCosts sentencia que, desde su independencia en 1775, EEUU se ha implicado en “más de 36 conflictos mayores” cuando “ha estado en paz solamente 22 años de sus 249 años de existencia”, lo que significa que “ha estado en guerra ¡91% de su historia!, lo cual la define como uno de los países más proclives a la guerra en la historia moderna (https://bit.ly/3RSA4dN)”.
Han fallecido 1.35 millones de estadunidenses en todas las guerras de EEUU: 405 mil en la Segunda Guerra Mundial (SGM), 116 mil en la Primera Guerra Mundial (PMG), 58 mil en Vietnam y más de 7 mil en las guerras de Irak y Afganistán, mientras que las “guerras civiles en las guerras de EEUU exceden 5 millones a escala global”. Sólo cinco de las guerras de EEUU fueron formalmente declaradas por el Congreso: la guerra de 1812 (contra Gran Bretaña e Irlanda aliados a los nativos locales), la guerra de EEUU vs México, la guerra de EEUU vs España, PGM y SGM”, mientras que los “más de 31 conflictos fueron combatidos sin declaración formal, que incluyen Corea, Vietnam, Irak y Afganistán” con 13 victorias, cinco derrotas y 13 “inconclusas”.
La guerra más costosa ha sido la “guerra contra el terror”, de 2001 a 2021: más de 8 trillones de dólares, que incluyen costos a largo plazo como cuidados a veteranos –más que la SGM de 4.1 trillones de dólares ajustada a la inflación. La guerra de Irán “que nadie solicitó, sin voto del Congreso, sin declaración de guerra, sin estrategia de salida, sin un interés claro de EEUU”, cuando Trump compitió con el lema “finiquitar las guerras eternas”, lo cual su propio aliado Tucker Carlson (TC) califica de “absolutamente maligno y repugnante”. La sola pregunta que importa:“¿De quién es esta guerra?”.Obvio: ¡de Netanyahu/Israel! La guerra en Irán puede costar a EEUU desde ¡3 billones de dólares hasta 36 billones (proyección de costo final)! Warcosts indaga si la política de “cambio de régimen de EEUU ha funcionado alguna vez” cuando lo “ha ensayado docenas de veces desde la SGM”: el “registro trazable es catastrófico”.
Amén de comentar el infanticidio de 180 niñas asestado por Israel en Minab (sur de Irán) y señalar la “influencia de Israel en la decisión de Trump para perpetrar su guerra contra Irán”, Warcosts desnuda a los beneficiarios: 1-Israel/Netanyahu; 2-AIPAC y el lobby israelí; 3-Los contratistas de Defensa: Lockheed Martin, RTX/Raytheon, Boeing, Northrop Grumman y General Dynamics; 4-Las trasnacionales de energía y especuladores del petróleo; y 5-China/Rusia.
Entre los grandes perdedores enumera a los contribuyentes de EEUU, la región entera del golfo Pérsico, la economía global y el movimiento MAGA. Merece un cuadro privilegiado en su infograma la “permanente economía de guerra de EEUU (por cierto, censurado por “alguien”)” y cómo “el conflicto permanente se volvió la norma económica”. A propósito, esta incurable adicción a la guerra, que forma parte del ADN pugnaz de 91% de la historia de EEUU, ha sido impugnada por el reciente “Manifiesto post-MAGA” de 10 puntos de Tucker Carlson (https://bit.ly/3U1cSKT) que presentó en un livestream de casi 2 horas (https://bit.ly/4cuUuQW), donde critica la influencia extranjera de Israel.
Carlson rompió con el Partido Republicano y se ha aliado a notables figuras disidentes como Marjorie Taylor Greene –empresaria y ex-legisladora del Partido Republicano–; Thomas Massie –legislador republicano, formado en el MIT, solicitante del esclarecimiento de los fétidos “archivos Epstein” y vapuleado por los donativos electorales de AIPAC– y Joe Kent –dimisionario de la jefatura de contraterrorismo– que se han rebelado contra la guerra de Trump/Netanyahu contra Irán. ¿Carlson y su grupo podrán salvar a “EEUU” de su incurable adicción a sus guerras de 91% de su historia?
Gli stessi delatori che l'altro giorno denunciavano istericamente le persone colpevoli solo di non indossare uno straccetto sudicio contro un virus che non esiste, oggi si scagliano contro dei ragazzini che vendono limonata fatta in casa per comprarsi il motorino Ciao.È l'evoluzione naturale (del post coviddi) del perfetto cittadino-spia, il delatore, che ha scambiato il ...continua a leggere "Vendono limonata per strada e un disadattato mentale li denuncia!"
Il 15 luglio 2026 è stato ufficialmente firmato a Bruxelles il Gibraltar EU Treaty, che definisce il nuovo quadro di relazioni tra Gibilterra e l’Unione Europea dopo la Brexit. Il trattato concede la libertà di spostamento per i cittadini gibilterriani e quelli europei al suo interno, ponendo così fine ai controlli doganali applicati dalle controparti inglesi e spagnole. Data l’unicità della colonia inglese, sono stati concordati anche gli aspetti economici e commerciali che subiranno dei mutamenti conformi alle leggi dell’Unione Europea. Inoltre, il trattato ha comportato l’abbattimento della “Verja”: ultima frontiera presente nell’Europa Occidentale. Il muro ha separato nettamente il confine tra Gibilterra e Spagna per oltre un secolo ed è stato l’attore principale di tensione politica tra Madrid e Londra. La sua rimozione apre le porte a una nuova era per i cittadini spagnoli e gibilterriani, promuovendo un ambiente di cooperazione e convivenza pacifica.
Oltre tre secoli di conflitto
L’origine delle tensioni riguardo alla sovranità di Gibilterra risale al 1704, durante la Guerra di Successione. In tale conflitto, la marina inglese e quella olandese invasero la Rocca, allora sotto controllo spagnolo. Nel 1713, l’allora re spagnolo Filippo V firmò il trattato di Utrecht, che segnò la cessione del territorio invaso alla Corona Britannica. L’accordo ha consentito a Londra di sfruttare Gibilterra come punto strategico chiave, tramite la costruzione della sua base militare per la proiezione della Royal Navy e della Royal Air Force (RAF) nel Mediterraneo e Nord Africa. Inoltre, tale postazione ha consentito al Regno unito di governare per secoli il Mediterraneo, controllando il passaggio delle navi e delle merci tramite lo stretto. Nonostante i vari sforzi di riconquista della Rocca, come i 14 assedi spagnoli conclusi con l’ultimo nel 1779 o quello di Napoleone nel 1806, Gibilterra è rimasta nelle mani di Londra fino ad oggi. Nel 1969 si è tenuto un referendum sul futuro della Rocca, nel quale il 99% ha votato a favore del mantenimento del legame con la Corona Britannica. In risposta, l’allora dittatore spagnolo Francisco Franco ha sigillato definitamente i confini tramite la chiusura della Verja isolandosi totalmente dal mondo occidentale. La morte di Franco ha permesso alla postura spagnola di ammorbidirsi e nel 1985 alla riapertura totale del confine terrestre sotto controlli doganali da ambo parti. Ciononostante, le tensioni tra Londra e Madrid non si sono mai placate, portando a diverse dispute nel corso degli anni successivi per il passaggio marittimo e terrestre. Nel 2016, la Brexit ha portato a ulteriori incertezze e complessità sulla gestione della colonia e ha creato anche problemi di mobilitazione per i cittadini spagnoli e della Rocca. In questo contesto, il Primo ministro spagnolo Sanchez ha rivendicato la problematicità dei rapporti e della sovranità del territorio conteso, minacciando diverse volte di rifiutare l’uscita dall’unione da parte di Londra. Un elemento che ha giocato a sfavore della colonia è stata la sua l’esclusione dal Trade and Cooperation Agreement (TCA), firmato tra Londra e l’UE nel 2020, che ha complicato i rapporti commerciali con l’UE e soprattutto con la Spagna. L’accordo firmato la settimana scorsa cerca di colmare tali lacune con un approccio di integrazione economica della colonia con i suoi vicini europei.
…e adesso?
Grazie alla stipula del trattato, Gibilterra verrà integrata territorialmente nell’area Schengen e conformata al commercio europeo. Conforme all’accordo, la gestione dell’aeroporto e del porto saranno sottoposti alle autorità inglesi in cooperazione con quelle europee mentre il passaggio terrestre esentato dai controlli. In questo contesto, il controllo congiunto è stato concordato per tutelare la sicurezza europea tramite l’integrazione del futuro sistema IT Entry/Exit System(EES). Il nuovo sistema informatico automatizzato avrà il compito di verificare l’accesso dei cittadini di Stati terzi nell’UE per creare un fronte unito davanti a minacce transfrontaliere come il terrorismo e reati gravi. I criteri per l’emissione dei permessi di soggiorno per i cittadini britannici che desiderano entrare in territorio europeo restano invariati. I cittadini extraeuropei, invece, verranno sottoposti al duplice controllo e le autorità europee avranno il compito di valutare la concessione del permesso. In merito dell’acquisto di merci europee, è stata indotta una tassa del 15% che andrà a crescere nei prossimi 3 anni fino all’allineamento con le normative economiche. Per combattere il contrabbando di tabacco dalla Rocca in EU, ne stati ristabiliti i prezzi aumentandone la tassazione di circa il 32% fino all’eguaglianza. Madrid dovrà assicurarsi il rispetto del trattato ed avrà anche potere decisionale sulla sospensione dell’accordo o di alcune norme presenti in esso.
In conclusione, sebbene l’accordo sarà cruciale per promuovere la convivenza e la cooperazione tra le due parti, non è riuscito ad abbattere il sentimento di rivendicazione della Spagna per Gibilterra. L’evento non cambia le dinamiche sulla sovranità della colonia, che rimarrà sotto Londra, ma concede uno status speciale alla Rocca permettendogli di conformarsi alle normative europee pur rimanendo fuori dall’Unione. L’unico modo affinché avvenga una cessione della colonia, come ripetuto diverse volte dal Regno Unito in risposta alle richieste spagnole, implicherebbe un referendum dove i cittadini gibilterriani scelgono spontaneamente l’annessione a Madrid. Tuttavia, tale evento pare irrealizzabile nel prossimo futuro, come dimostratosi dai referendum del 1967 e del 2002, dove in entrambi i casi circa oltre il 90% dei cittadini ha scelto di rimanere sotto la Corona Britannica.
Gli stessi delatori che l'altro giorno denunciavano istericamente le persone colpevoli solo di non indossare uno straccetto sudicio contro un virus che non esiste, oggi si scagliano contro dei ragazzini che vendono limonata fatta in casa.È l'evoluzione naturale (del post coviddi) del perfetto cittadino-spia, il delatore, che ha scambiato il controllo sociale per virtù civica.Non ...continua a leggere "Vendono limonata per strada e un disadattato mentale li denuncia!!!"
Il conflitto in Ucraina rappresenta uno dei casi più significativi di trasformazione della guerra contemporanea, avendo conosciuto in pochi mesi il passaggio da operazioni di manovra ad alta intensità a una guerra di logoramento prolungata, esito di adattamenti operativi, limiti strutturali e innovazioni tecnologiche che hanno progressivamente ridefinito le modalità di combattimento.
Nella fase inaugurale dell’invasione, avviata nel febbraio 2022, Mosca puntava su una strategia di guerra lampo fondata sulla velocità, sorpresa e collasso politico della leadership ucraina, di cui le colonne corazzate dirette verso Kiev rappresentavano l’elemento più visibile. Tale impostazione si è scontrata con una resistenza ucraina più efficace del previsto, sostenuta da un crescente flusso di armamenti occidentali oltre che da problemi logistici e di coordinamento operativo russo. Il fallimento dell’offensiva su Kiev e il successivo ripiegamento al nord del Paese hanno segnato il primo punto di svolta del conflitto.
Dalla primavera del 2022, la guerra ha assunto contorni più convenzionali, concentrandosi prevalentemente nel Donbass, dove ha mostrato tratti di guerra industriale: centralità dell’artiglieria, uso massivo di munizioni, avanzate lente e costose, crescente rilevanza della capacità produttiva e logistica. Battaglie come Severodonetsk e Bakhmut hanno evidenziato una dinamica d’attrito in cui il controllo del territorio veniva pagato a un costo umano e materiale estremamente elevato: non più la rapidità della manovra, bensì la capacità di sostenere nel tempo l’operatività, a fare la differenza.
Il tentativo ucraino di rompere questo equilibrio attraverso la controffensiva del 2023 non ha prodotto risultati decisivi, contribuendo piuttosto a consolidare una situazione di stallo: le difese russe, articolate su più linee e rafforzate da campi minati, trincee e fortificazioni, hanno reso estremamente difficile ogni tentativo di sfondamento. In un ambiente operativo sempre più saturo e trasparente, dove i movimenti delle truppe risultano difficilmente occultabili, anche le operazioni offensive più complesse tendono a perdere efficacia. Ne è derivato un progressivo ritorno a forme diguerra statica, per certi versi simili alla dimensione della trincea, in cui la conquista del territorio avviene a costi crescenti e con guadagni sempre più limitati.
È in questo contesto che si afferma il ruolo crescente dei droni. Inizialmente impiegati per missioni di ricognizione, si sono progressivamente evoluti in strumenti offensivi capaci di colpire con precisione mezzi, postazioni e infrastrutture logistiche. Costi contenuti e integrazione flessibile nelle operazioni tattiche ne hanno favorito la diffusione, trasformando il campo di battaglia in uno spazio costantemente sorvegliato, riducendo drasticamente la capacità di sorpresa e aumentando la vulnerabilità di sistemi tradizionali come i carri armati.
L’evoluzione del conflitto riflette il passaggio da una guerra di manovra a una guerra di logoramento, in cui la dimensione temporale e la sostenibilità diventano fattori decisivi. In questo quadro, i droni si configurano come lo strumento più coerente con le esigenze di un conflitto prolungato: economici, scalabili e rapidamente adattabili, consentono di esercitare una pressione costante sull’avversario ed erodere progressivamente le capacità operative. La guerra in Ucraina, da questo punto di vista, rappresenta non solo un caso specifico, ma anche un laboratorio per le trasformazioni future della guerra convenzionale.
Dronizzazione del conflitto: il ruolo dei droni
Negli ultimi decenni i droni sono passati da presenza marginale a fattore sempre più determinante nei conflitti armati, dalla guerra civile siriana al Nagorno-Karabakh del 2020, dove l’impiego su larga scala di droni turchi da parte azera fu determinante nel decidere le sorti del conflitto contro l’Armenia, fino ad affermarsi pienamente nella guerra in Ucraina. Denominati tecnicamente unmanned aerial vehicles (UAVs), si distinguono da razzi e missili per la possibilità di atterrare e compiere voli ripetuti, oltre a non esporre alcun operatore al rischio diretto del combattimento. Il costo contenuto e il livello tecnologico raggiunto ne hanno reso possibile un’ampia diffusione, riducendo l’asimmetria militare tra le parti in conflitto e favorendo, per la prima volta in modo sistematico, l’attore con meno risorse.
È esattamente ciò che è accaduto in Ucraina, dove dall’estate 2022 i droni sono diventati uno degli aspetti cruciali del conflitto. Compresa rapidamente la loro utilità ed economicità, il loro impiego si è moltiplicato: dapprima per individuare il nemico e trasmettere le coordinate all’artiglieria, poi, con l’accelerazione dell’innovazione tecnologica, per colpire direttamente il bersaglio. Il vantaggio strategico non risiede più nella quantità di uomini schierati sul campo, bensì nella capacità di innovare con continuità in un settore cresciuto a dismisura nell’arco di quattro anni di guerra.
L’impiego più diffuso resta tuttavia quello tattico. Piccoli droni commerciali a basso costo hanno segnato una discontinuità nei conflitti moderni, e con lo stallo delle operazioni nell’ottobre 2022 i droni FPV – capaci di trasmettere in tempo reale al pilota, a decine di chilometri di distanza, le immagini catturate dalla videocamera di bordo – li hanno trasformati in un’artiglieria volante di precisione, rendendo il campo di battaglia sempre più trasparente. Operano principalmente secondo due modalità, carry and drop, con sgancio del carico e rientro del velivolo, o kamikaze, a impatto diretto: una duplicità operativa che ne ha ampliato ulteriormente il ventaglio d’impiego.
Le osservazioni dirette dal fronte confermano come l’impiego massiccio dei droni abbia reso il campo di battaglia una vasta area letale, ostacolando manovre tradizionali – un effetto che si somma alla scarsità di munizioni e uomini con cui l’Ucraina ha dovuto fare i conti fin dall’inizio del conflitto, e che l’impiego intensivo di droni ha permesso in parte di attenuare.
La dronizzazione del conflitto non si è dunque arrestata: si è istituzionalizzata, trasformandosi da innovazione di emergenza in dottrina strutturata, un processo che, in Ucraina ha avuto in Mykhailo Fedorov il suo principale artefice politico.
Fedorov e la vecchia guardia: la crisi istituzionale dietro la guerra dei droni
Mykhailo Fedorov, trentacinquenne collaboratore di Zelensky sin dalla campagna elettorale del 2019, già titolare del ministero per l’innovazione tecnologica, era stato nominato ministro della Difesa nel gennaio 2026 con il mandato esplicito di accelerare l’integrazione di droni, sistemi robotici terresti e capacità di attacco a lungo raggio all’interno di una struttura militare storicamente più lenta ad adattarsi, affiancando questo sforzo a una riforma, solo parzialmente riuscita, del sistema di reclutamento e retribuzione dei soldati. Nei sei mesi successivi il suo ministero ha rafforzato in modo significativo le capacità di guerra dei droni ucraine, contribuendo a bloccare gli sfondamenti russi sul campo di battaglia e a espandere gli attacchi in profondità sul territorio russo, mentre tentava di riorganizzare i corpi d’armata su base geografica coerente per semplificare una catena di comando storicamente frammentata.
Il 15 luglio 2026 Fedorov è stato rimosso dall’incarico. Zelensky ha motivato la scelta con una frattura ormai insanabile tra il ministro e il comandante in capo Oleksandr Syrskyi, sessantenne di formazione sovietica, in disaccordo crescente su temi come il peso della guerra dei droni e la lotta alla corruzione all’interno di un ministero della Difesa notoriamente opaco su questo fronte. La lettura offerta da chi ha analizzato la vicenda va però oltre il conflitto personale: si tratterebbe di un dibattito sostanziale sul futuro del modo di condurre la guerra in ucraina, tra un approccio di stampo sovietico e una generazione più giovane orientata a tecnologia e riforma istituzionale.
La rimozione ha innescato proteste diffuse in numerose città ucraine, alimentate dal timore che i risultati ottenuti sul campo all’inizio del 2026 potessero essere vanificati proprio nel momento in cui la guerra dei droni sembrava aver cominciato a ribaltare l’andamento del conflitto a favore di Kiev. Sotto la pressione di questa mobilitazione, il 21 luglio Zelensky è tornato sui propri passi rimuovendo a sua volta lo stesso Syrskyi dal comando delle forze armate, sostituendolo con Mykhailo Drapatyi, generale quarantatreenne che aveva pubblicamente sostenuto le critiche di Fedorov. Nei giorni successivi Zelensky ha offerto allo stesso Fedorov un nuovo incarico di rilievo nell’esecutivo, mentre la guida ad interim del ministero della Difesa è passata a Yevhen Khmara, ex comandante delle forze speciali.
L’esito complessivo della vicenda ridimensiona quindi la lettura iniziale di un semplice arretramento dell’innovazione tecnologica di fronte alla resistenza istituzionale. Come è stato osservato, la doppia rimozione indica piuttosto il momento in cui l’Ucraina abbandona un modello di comando di stampo sovietico per adottare una nuova generazione di comandanti formatasi nel corso del conflitto in atto. La centralità dei droni nella dottrina bellica ucraina esce dunque da questa vicenda non indebolita, ma confermata come architrave non negoziabile della guerra che l’Ucraina sta ancora combattendo.
La vicenda Fedorov, letta nel suo sviluppo completo, dimostra che la guerra dei droni in Ucraina ha ormai superato la fase sperimentale per diventare un pilastro strutturale della dottrina bellica, capace di sopravvivere politicamente ai propri stessi architetti. Se quattro anni fa i droni erano un correttivo tattico allo stallo del fronte, oggi la loro centralità è tale da ridefinire perfino gli equilibri di potere ai vertici militari – un processo che difficilmente si esaurirà con l’uscita di scena di chi lo ha avviato.
P
eriferia di Gerusalemme Est, febbraio 2041. Il presidente della FIFA Gianni Infantino, in occasione dei festeggiamenti per il venticinquesimo anno del suo mandato, inaugura commosso il Memoriale della Pace eterna e duratura: una statua dorata di Donald Trump in stile Colosso di Nerone che, allargando le braccia, accoglie simbolicamente il pubblico nello stadio da 65.000 posti costato 7 miliardi di dollari. Un’oasi in un territorio quasi del tutto desertificato, costruita direttamente con i soldi della FIFA World Bank ‒ un ente di credito per club e società sportive che non fa capo ad alcuna autorità nazionale sovrana ‒ per ospitare l’edizione del mondiale di calcio del 2052, assegnata a quello che viene ormai universalmente riconosciuto come Stato di Israele, esteso da Beirut a Ramallah. Voluto dalla FIFA “a eterna memoria delle vittime collaterali del processo israeliano di raggiungimento della pace in Medio Oriente”, anche lo stadio è intitolato a Trump, 45°, 47°, 48° e 50° presidente degli Stati Uniti d’America, morto da poco più di un anno.
La folla dei presenti si riunisce all’esterno di un edificio imponente, la cui costruzione, durata soltanto dieci mesi, ha provocato la morte di oltre duecento operai, causata da “imperizie dei singoli nell’attendere alle norme di sicurezza previste dai protocolli”, tutti lavoratori migranti importati per l’occasione con visti speciali da Paesi con manodopera a basso costo. Infantino, dopo aver svelato la statua, è entusiasta di annunciare i nuovi regolamenti per le partite di calcio che la FIFA sperimenterà durante quella edizione del mondiale: è abolito il fuorigioco; è vietato il retropassaggio, pena l’ammonizione; la distanza massima tra il primo e l’ultimo giocatore di movimento della stessa squadra può essere al massimo di 35 metri, pena un calcio di punizione indiretto; è introdotto il tempo effettivo nello svolgimento del gioco; è abolito il calcio di rigore, sostituito da un calcio di punizione diretto anche dentro l’area.
L’arbitrò potrà finalmente essere sostituito da un sistema intelligente di controllo della buona condotta del calciatore e dell’adattamento alle norme previste dal nuovo regolamento – margine di errore stimato all’1.7%, in linea con le medie umane ma con un sostanziale risparmio economico nonché con l’impossibilità per i giocatori di protestare con alcun chi per eventuali errori. Divieto assoluto per i giocatori di interrompere o sospendere il gioco, pena la radiazione da ogni campionato.
La sicurezza negli impianti sportivi sarà appaltata a un’azienda privata qatariota che produce cani robot, steward, camerieri e inservienti robot, droni, rilevatori biometrici di sicurezza. Le persone che andranno allo stadio avranno maxischermi a ogni angolo dello stadio, minischermi su ogni seggiolino, device e visori personalizzati, così tanti elementi di intrattenimento e distrazione che seguire la partita sarà pressoché impossibile.
I campionati mondiali sono “la più potente macchina mitologica dell’industria culturale” e il calcio, in quanto strumento privilegiato della contemporanea industria dell’intrattenimento, non fa che riflettere i paradigmi e le infrastrutture dell’economia che lo produce.
Le gare, che si potranno giocare soltanto in notturna a causa delle temperature elevate, saranno visibili da casa solo in differita e in modalità smart: allo spettatore sarà consentito saltare ogni momento morto della partita, evitando a proprio piacere le rimesse dal fondo, le rimesse laterali, la preparazione di un calcio di punizione, le sostituzioni, i fraseggi nella propria metà campo, le corse all’indietro e le azioni inconcludenti. In occasione di ogni gol lo spettatore potrà scegliere se guardarlo dal punto di vista di chi segna, del portiere avversario o di un qualsiasi altro giocatore, grazie alle bodycam applicate su ognuno. Chi possiederà DAZN Gold avrà accesso a queste funzioni gratis, per gli abbonati Premium e Standard ogni 5 skip partirà una pubblicità di 10 secondi di uno dei partner economici del mondiale. La totalità della visione della partita è finalmente abolita.
Questa visione allucinata di un possibile mondiale del futuro ricalca il paradigma interpretativo di Luca Pisapia nel suo ultimo saggio Il calcio è potere (2026). Per Pisapia il calcio è “il più efficace linguaggio universale in grado di raccontare attraverso il mito come si sono evolute le relazioni materiali tra gli esseri umani nel corso degli ultimi centocinquant’anni di storia” e i campionati mondiali sono “la più potente macchina mitologica dell’industria culturale”. Lo scopo della produzione di queste mitologie è permettere al capitalismo di esercitare la propria egemonia in ogni fase dello sviluppo del calcio. Come emerge anche dal suo saggio precedente, Fare gol non serve a niente (2024), il calcio, in quanto strumento privilegiato della contemporanea industria dell’intrattenimento, non fa che riflettere i paradigmi e le infrastrutture dell’economia che lo produce.
Nel suo ultimo lavoro, Pisapia racconta la storia dei mondiali di calcio attraverso tre principali categorie interpretative: 1) il collegamento tra la storia, o per meglio dire le narrazioni, del calcio e la produzione di miti secondo le interpretazioni di Furio Jesi e Roland Barthes, ovvero del mito come radice della cultura di destra, una macchina linguistica che lavora attraverso luoghi comuni, stereotipi e frasi fatte che rimuovono la dimensione materiale dei rapporti economici e sociali tra gli individui, nonché del mito come puro linguaggio, “impossibile da storicizzare e privo di ogni verità”; 2) l’analisi del tardo capitalismo secondo la lettura critica di Marx, dei marxisti e dei critici del postmodernismo; 3) l’idea che la corruzione, nel tardo capitalismo, sia la norma, l’orizzonte di senso che regola i rapporti di potere tra istituzioni calcistiche e istituzioni politiche.
Il saggio ripercorre lo svolgersi delle edizioni dalla prima del 1930 in Uruguay all’ultima negli Sati Uniti contestualizzando ogni edizione nella sua cornice storica, economica e politica. Sono molti i casi concreti citati da Pisapia a dimostrazione della creazione di questa macchina mitologica: dal falso racconto di Meazza che calcia un rigore decisivo tenendosi con una mano i pantaloncini calanti come simbolo dell’eroismo fascista, alla finta idea di una nazionale francese “postcoloniale” che vince i mondiali con una rosa piena di giocatori neri, immigrati di prima o seconda generazione ‒ mito che si racconta oggi come sessant’anni fa. I miti si incarnano sia nei collettivi sia nei singoli e ogni celebrazione prevede anche un’espulsione, un rimosso della coscienza e un’emarginazione dal sistema: nella storia dei miti del calcio coesistono Beckham, il divo conosciuto in tutto il mondo più per il gossip dei tabloid che per le sue prestazioni, e Maradona, il fenomeno che si oppose alla corruzione della FIFA e sostenne apertamente Che Guevara e Fidel Castro e per questo fu punito dai vertici del calcio tramite una squalifica per uso di cocaina; i connazionali Garrincha, il brasiliano bianco dissoluto che antepone i vizi e l’autosabotaggio al successo, e Pelè, “un house negro nella definizione di Malcolm X”, che accetta di diventare il portavoce delle peggiori dittature.
La FIFA ha prestato volentieri il fianco alla più becera propaganda di governi di ogni tipo per aumentare il loro prestigio, favorendo la buona riuscita della manifestazione o semplicemente amplificando la macchina mitologica che tiene in piedi non soltanto il calcio, ma anche i governi stessi.
In questo vortice di corruzione, tardocapitalismo e miti di destra, la FIFA, formalmente un’organizzazione senza fini di lucro secondo il diritto svizzero, che genera tuttavia bilanci e flussi di denaro miliardari, non può che essere un’organizzazione asservita alle peggiori dittature. Pisapia dimostra come fin dai mondiali assegnati nel 1934 all’Italia di Mussolini ‒ e vinti proprio dall’Italia grazie a palesi favoritismi ‒ la FIFA abbia prestato volentieri il fianco alla più becera propaganda di governi di ogni tipo per aumentare il loro prestigio, favorendo la buona riuscita della manifestazione o semplicemente amplificando la macchina mitologica che tiene in piedi non soltanto il calcio, ma anche i governi stessi.
È stato il caso delle dittature sudamericane nel corso del Novecento ed è quello più recente dei rapporti sempre più stretti tra Infantino, Trump e i dittatori affaristi del petrolio degli Emirati Arabi, dell’Arabia Saudita e del Qatar. A Donald Trump è stato assegnato nel 2025 un non meglio identificato FIFA Peace Prize ‒ poco dopo non aver ricevuto il Nobel ‒ e gli è stata addirittura donata la versione originale del trofeo del mondiale per club, giocato nello stesso anno negli Stati Uniti e vinto dal Chelsea. Alla fine dei mondiali del 2026 Trump ha voluto affiancare Infantino nella consegna della coppa ai vincitori, contro un protocollo secondo cui è solo il presidente della FIFA a consegnarla, infranto rarissime volte nella storia e sempre da dittatori.
Nelle precedenti due edizioni hanno ospitato il Mondiale Paesi come la Russia (2018) o il Qatar (2022): l’assegnazione di un evento così importante è lo strumento per garantire prestigio e riconoscimento ai governi, nonché per favorire l’ingresso di capitali e investimenti esteri nel Paese ospitante. A maggior ragione, quindi, la storia delle relazioni tra FIFA e governi è anche la storia della progressiva perdita di centralità dell’Europa, sia come centro di produzione calcistico sia come potenza politica ed economica. Se cento anni fa le nazionali europee dominavano le partite di calcio nel numero di partecipanti e nei risultati, oggi sono tanto marginali sul campo quanto lo sono i loro governi nei tavoli di negoziazione delle principali questioni internazionali. Il calcio si conferma il riflesso dei poteri che governano la società contemporanea.
Il calcio è potere è la prosecuzione coerente di Fare gol non serve a niente. Pisapia incornicia il suo nuovo saggio in un quadro teorico ben riconoscibile, che aveva permesso all’autore di strutturare anche la sua analisi del rapporto tra le forme del gioco e le forme dei flussi del capitale dalla seconda metà dell’Ottocento a oggi, quando siamo arrivati al paradosso per cui le quattro principali squadre rivali del campionato saudita, ad esempio, sono riconducibili alla stessa proprietà, in un mondo in cui i flussi di capitale sono impalpabili, inafferrabili e vorticosi e pochi imprenditori e fondi finanziari gestiscono l’economia globale. Pisapia riusa il proprio materiale in modo coerente, cita storie, teorie e aneddoti contenuti nei suoi libri precedenti per tracciare una linea di continuità tra i diversi elementi della sua riflessione teorica. Si tratta di una riflessione articolata e ricca di citazioni di pensatori che difficilmente si penserebbero associati a una riflessione sullo sport ‒ tra cui i filosofi della Scuola di Francoforte, Frederic Jameson, Guy Debord, Edward Said, Walter Benjamin, Jean Baudrillard e bell hooks‒, inseriti nel discorso in maniera coerente non tanto per analizzare il fatto sportivo in sé, quanto per sostenere la riflessione culturale più ampia che sta dietro al libro.
Il merito principale del lavoro di Pisapia è dare profondità teorica all’analisi dello sport, demitizzando il calcio come evento e approfondendo le sue strutture economiche. La storia dei mondiali diventa quindi uno degli epifenomeni di un secolo di storia dell’economia politica e di storia della cultura. La prosa di Pisapia va anche in cerca di soluzioni letterarie, di un bel ritmo, dell’affabulazione del lettore, e per questo non mancano riferimenti più direttamente giornalistici e letterari, come nel caso dei brani meravigliosi di Splendori e miserie del gioco del calcio (1995) del giornalista uruguaiano Eduardo Galeano o delle citazioni di James Ballard e di Jeff VanderMeer che scandiscono le fasi della storia che Pisapia racconta.
Il merito principale del lavoro di Pisapia è dare profondità teorica all’analisi dello sport, demitizzando il calcio come evento e approfondendo le sue strutture economiche. La storia dei mondiali diventa quindi uno degli epifenomeni di un secolo di storia dell’economia politica e di storia della cultura.
In questa operazione risiede, a mio parere, uno scarto rispetto alle tendenze di chi prova a “elevare” lo sport associandolo alla letteratura, all’arte, allo studio della società e del costume. Si dice spesso, per dare valore e credito sociale allo sport, che esso sia pari all’arte, che il gesto tecnico sia un gesto artistico. Così facendo si rischia, dal mio punto di vista, di riprodurre nello sport gli stessi meccanismi di estrazione del valore che regolano l’arte contemporanea. Pisapia si impegna, invece, nell’operazione opposta, ovvero il tentativo di svelare e possibilmente rimuovere dalla contemplazione del gesto tecnico ‒ a cui mai i tifosi dovrebbero rinunciare ‒ ogni possibile sovrastruttura che permette al calcio di essere feticcio del potere politico e economico. Nell’intento di Pisapia, credo, mentre guardiamo una partita e vediamo muoversi il pallone devono comparirci davanti agli occhi i flussi di soldi che qualche società fantasma con sede in paradisi fiscali sta muovendo per ingrassare le casse di imprenditori e affaristi. Non per impedirci di esultare quando la nostra squadra farà gol, ma perché, proprio a partire dal disvelamento e dal sospetto, si possano gettare le basi per una nuova struttura nel calcio.
No Kings non è nata come una sigla da aggiungere alle altre, ma come uno spazio politico da aprire. Ha preso forma dall’incontro tra Stop Rearm Europe e la Rete contro il decreto sicurezza, è cresciuta a Bologna e ha attraversato Roma, procedendo senza una strada già tracciata: camminando domandando.
A Genova, il 18 luglio 2026, abbiamo raccolto una nuova sfida: fare delle nostre differenze una forza comune, costruendo uno spazio per alimentare il conflitto e costruire un’alternativa sistemica; difendere il lavoro e i suoi diritti; agire insieme nei territori, in Italia e in Europa, e unendoci a quanti, nel mondo, cercano alternative ai re.
Spetta a noi mantenere aperto questo spazio e passare dalla convergenza ad un laboratorio permanente per la democrazia, oltre la fine della democrazia liberale.
L’ultima assemblea ha segnato proprio tale passaggio. Attraverso le risonanze, ma anche le rotture con il passato, abbiamo iniziato ad affiancare a No Kings qualcosa di più: la ricerca e la pratica ostinata di una nuova democrazia radicale. Conflitto e Democrazia, praticati e difesi dai luoghi di lavoro alle fabbriche alle città; lotta e progetto; sabotaggio dei re e meticciato delle differenze: sono alcune delle tensioni generative che attraversano lo spazio politico che abbiamo aperto.
Per farlo, dobbiamo essere in tante e continuare ad ibridarci: nelle discussioni e, soprattutto, nei momenti di intensa attività politica e sociale, che ci attendono nei prossimi mesi. Dobbiamo rafforzarci reciprocamente nelle piazze, negli scioperi, nella rete, nelle pratiche che si metteranno in campo per fermare i progetti di remigrazione e contrastare gli anti-antifa, cioè i fa.
A Genova, intanto, questo spazio ha già cominciato a prendere corpo. Con noi c’erano le parole del confederalismo democratico; la rivoluzione dei fenicotteri, i Minnesota 15, le compagne della diaspora iraniana, chi resiste e cerca di sabotare in ogni modo il colonialismo israeliano, il genocidio ed ogni forma di aggressione coloniale. C’era chi subisce, nei territori, le pratiche di repressione e, nonostante questo, continua a lottare per i diritti e la giustizia sociale. C’erano realtà di fabbrica e luoghi di lavoro in lotta contro le crisi industriali e il potere delle multinazionali. C’erano le voci di chi si sta coordinando per riportare nei movimenti la nostra Europa, quella che ancora non c’è. Perché quella che esiste oggi è solo violenza dei confini e business delle armi: un’Europa delle nazioni sovrane, bianche, patriarcali, cristiane e securitarie che, nei prossimi dieci mesi, siamo chiamati a sconfiggere.
A rendere concreto questo passaggio sono state oltre 400 persone; centinaia di realtà e organizzazioni, una pluralità di interventi e 10 gruppi di lavoro. Non numeri da esibire, ma la materia viva di un processo che ha provato a tenere insieme ascolto, confronto ed elaborazione collettiva.
Ai gruppi è stato affidato un compito difficile: non limitarsi alla denuncia del presente, ma trasformare analisi, esperienze e conflitti in proposte, priorità e pratiche comuni. Affiancare, cioè, alla critica dell’autoritarismo, del regime di guerra e dell’Europa dei confini un piano programmatico capace di indicare ciò che vogliamo costruire e gli strumenti necessari per farlo. A breve pubblicheremo sul nostro sito i resoconti dei dieci gruppi di lavoro, perché il confronto avviato a Genova possa proseguire, allargarsi e tradursi in azione
Mobilitazioni, scioperi, iniziative politiche, convegni ed eventi non saranno appuntamenti isolati ma parti di un percorso comune. Perché oggi, come venticinque anni fa, un altro mondo non è soltanto possibile: è necessario e spetta a noi costruirlo.
Da settembre: carovana per il diritto all’abitare, contro la rendita immobiliare;
Ad ottobre: mobilitazione nazionale a Castelvolturno contro la costruzione del CPR presso “La Piana” e la detenzione amministrativa. Per la libertà di movimento e i diritti di tutte e tutti;
1-3 ottobre, Roma: Mobilitazione per il diritto all’acqua e l’accesso alle risorse idriche;
16 ottobre: Sciopero per la giustizia climatica e sociale;
14 e 15 novembre, Bologna: Europe Beyond The West, un meeting europeo di attivist* No Kings.
14 novembre: Climate pride, durante le mobilitazioni internazionali per il clima – COP31.
5 e 6 dicembre, Padova: Stati Generali contro l’autoritarismo e per la giustizia sociale.
Un autunno da costruire insieme, attraversando scioperi e mobilitazioni territoriali, nazionali ed europee, intrecciando il nostro percorso con quello di chi, in altri Paesi, sta ponendo le stesse domande e sperimentando forme simili di alleanza.
L’obiettivo è far convergere energie, pratiche e scadenze, a partire dagli appuntamenti lanciati nel a mobilitazione europea “Stato Sociale, No Stato di Guerra” previsti per il 20, 21 e 22 Novembre, lo sciopero studentesco il 20 Novembre, la manifestazione di Non una di meno nei fine settimana intorno al 25 Novembre.
Ma prima di tutto questo, ci ritroveremo il 4 ottobre per la prossima assemblea No Kings: il nostro laboratorio permanente di democrazia e conflitto, dentro il tempo della guerra civile globale permanente.
Costruire un altro mondo significa impedire che siano sempre le stesse persone a essere costrette a dare tutto. Per farlo, ciascuna e ciascuno di noi deve assumersi la responsabilità di dare qualcosa.
Venticinque anni dopo, brucia ancora.
A Carlo Giuliani, ad Abderrahim Fakir e a tutte le vite spezzate dalla violenza del potere.
No Kings – let’s make radical democracy
Tutti i materiali e i video dell’assemblea si possono consultare all’indirizzo: report-assemblea-nazionale-genova. Di seguito pubblichiamo il video dell’intervento di Fabio Cerulli per l’area “Radici del sindacato in Cgil”:
Le nostre interviste in collaborazione con Pandora Rivista per capire meglio il mondo di oggi e i nuovi scenari internazionali proseguono con questa intervista all‘economistaMaurizio Franzini, che recentemente ha pubblicato il libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni.
L’intervista
a cura di Daniele Molteni e Antonio Francesco Di lauro
Le disuguaglianze economiche che caratterizzano la nostra società non sono né un fenomeno “naturale” né un destino ineluttabile, ma il risultato di idee e istituzioni che le hanno promosse e che continuano a perpetuarle.In questa intervista a Maurizio Franzini – Professore emerito di Politica economica alla “Sapienza” Università di Roma e già Presidente di Istat – ragioniamo sul complesso tema delle disuguaglianze economiche e sociali e sulle possibili strade per contrastarle.
La disuguaglianza indica una disparità di risorse, condizioni di partenza e opportunità concesse a individui o gruppi, che si manifesta soprattutto in ambito sociale, economico e lavorativo. Diversamente da quanto suggerisce la sua definizione, per molti non si tratta più di una frattura da sanare, bensì di un elemento strutturale, un fatto inevitabile. Com’è stato possibile questo ribaltamento semantico?
Maurizio Franzini: Il ribaltamento della prospettiva è legato, innanzitutto, ad una diffusione sistematica di argomenti atti a giustificare la formazione delle disuguaglianze. I principali sono essenzialmente di due tipi. Il primo presenta l’accumulazione di capitale – per quanto sproporzionata – come frutto del solo “merito” individuale, rimandando alla teoria per cui la ricchezza derivi esclusivamente da capacità e da sforzi personali che hanno portato a “conquistarla”. Ma cosa si intende, in quest’ottica, per merito? Io credo che l’espressione, se usata a questi fini, subisca una pericolosa deviazione. Per la seconda tipologia di argomentazioni, le disuguaglianze sarebbero addirittura necessarie, in quanto motore di crescita economica e di sviluppo per tutta la società.
La concentrazione del reddito e della ricchezza personale, in quest’ottica, favorirebbe l’innalzamento del PIL, portando ad un maggiore benessere diffuso. Naturalmente, opporsi a queste argomentazioni non vuol dire necessariamente essere a favore di una uguaglianza “piatta”. C’è pur sempre disuguaglianza e disuguaglianza: essa, infatti, varia non soltanto in termini di intensità, ma anche in base alle modalità con cui si forma. Bisogna ragionare in questi termini se si desidera avere un approccio non viziato da qualche forma di pregiudizio ideologico a favore degli arricchimenti estremi o, all’opposto, contrario anche alla più limitata delle disuguaglianze. Il mondo in cui viviamo non consente la realizzazione di una piena uguaglianza, ma al contempo genera molte disuguaglianze che restano difficili da giustificare.
Prendiamo un esempio: i superricchi da lavoro, cioè coloro che guadagnano redditi elevatissimi come compenso per le loro prestazioni lavorative. Le categorie più diffuse che rientrano in questa fascia sono essenzialmente tre: i manager d’impresa, i professionisti dello sport – peraltro solo di alcuni sport – e le star dello spettacolo. Chiarito che non abbiamo niente contro queste categorie, è lecito interrogarsi sulle condizioni che hanno permesso loro di accedere a redditi tanto elevati e molto spesso di accumulare grandi patrimoni. Sinteticamente: le remunerazioni dei manager delle grandi imprese sono cresciute vertiginosamente in concomitanza con le evoluzioni della finanza e le sue ricadute sulla proprietà dell’impresa. L’affermazione in tempi recenti dei cosiddetti fondi passivi che promettono a quanti affidano loro i propri risparmi o patrimoni nulla più che il rendimento di mercato e che sono azionisti di maggioranza di molte grandi imprese a livello globale ha favorito quella crescita vertiginosa avvenuta a danno di lavoratori e piccoli azionisti, i quali ultimi spesso vedono fortemente indebolito, e in vari modi, anche il loro diritto di voto.
Per quanto riguarda le superstar dello sport e dello spettacolo, la spiegazione va ricercata soprattutto nelle innovazioni tecnologiche. In particolare, l’incremento della potenza degli apparati fonici, che consente una buona acustica anche in un grande stadio – e quindi permette audience enormemente maggiori che in passato – così come le tecniche algoritmiche, con tutte le conseguenze in termini di allargamento dell’audience e di possibilità di sponsorizzazioni sempre più ricche. Quindi, ritornando a uno dei due argomenti di cui abbiamo parlato in precedenza, la differenza non è fatta da un’improvvisa e inarrestabile esplosione di talenti individuali, ma da una rapidissima evoluzione tecnologica (e sociale) che ha nettamente privilegiato alcune categorie.
Nel suo ultimo libro La disuguaglianza oltre i luoghi comuni (Castelvecchi), scritto con Michele Raitano, approfondisce il ruolo di luoghi comuni che nel tempo hanno plasmato in modo decisivo l’immaginario sulla disuguaglianza. Quali elementi emergono come particolarmente decisivi?
Maurizio Franzini: Nel discorso pubblico l’attenzione, già a partire dagli anni Novanta, è stata interamente rivolta alla povertà. Il leitmotiv era questo: il problema è la povertà non la ricchezza, quindi non la disuguaglianza. Ma la ricchezza può essere, di per sé, un problema, specie se è fortemente concentrata e quindi accompagnata a grande disuguaglianza. Ad attenuare ulteriormente l’attenzione per la disuguaglianza ha certamente contribuito il progressivo rafforzamento del messaggio secondo cui l’unico obiettivo è la crescita economica. Grazie ad essa tutti staranno meglio, e non c’è altro problema. Ma non è proprio così, perché non tutti stanno meglio con la crescita e perché contano anche e sotto moltissimi aspetti le distanze tra gli individui, non solo i livelli dei loro redditi.
Non vi è dubbio che non pochi siano genuinamente convinti di queste tesi, ma è ancora meno dubbio che ci siano anche interessi molto forti che perpetuano idee di questo tipo allo scopo di rendere estremamente difficile correggere la rotta che abbiamo intrapreso. Come argomentiamo nel libro, si è diffusa l’idea che ridurre le disuguaglianze è soltanto dannoso (per la crescita) e forse anche impossibile. E si sostiene, in aggiunta, che non vi sarebbe alcun bisogno di ridurre la disuguaglianza perché, negli ultimi tempi, non sarebbe cresciuta. Vi sono ben fondati motivi, indicati nel libro, per sostenere il contrario e, soprattutto, la disuguaglianza non è un problema solo se cresce. L’aspetto forse più preoccupante è che tutti questi argomenti, ripetuti con forte insistenza, finiscono per apparire inconfutabili.
Il rapporto di Oxfam Italia del 2026 evidenzia una crescita allarmante delle disparità economiche e del loro impatto sui sistemi di potere. In che misura queste dinamiche stanno incidendo oggi sugli equilibri democratici?
Maurizio Franzini: È innegabile che ci sia una stretta relazione tra le disuguaglianze e la perdita di rappresentatività nelle democrazie. Un dato che mi ha colpito molto riguarda un’indagine che ha calcolato il numero di miliardari che fanno direttamente attività politica; che non si limitano, quindi, a finanziare e a orientare le campagne elettorali indirettamente. Secondo questa indagine, un miliardario su dieci appartiene a questa categoria. Si arriva dunque alla sparizione di qualsiasi steccato tra l’essere molto ricchi e l’avere molto potere politico. Ci sono altrettanti studi sull’erosione della democrazia, cioè l’indebolimento di alcuni pilastri su cui la democrazia comunemente intesa poggia. Parlo del fatto che, grazie a questa capacità di condizionamento, si possano erodere i famosi check and balance, cioè quelle strutture basate su dispositivi costituzionali che hanno la funzione di limitare concentrazioni di potere smisurato. Ciò mi preoccupa specie perché più creiamo individui che si abituano a questo stato di cose, più perpetuiamo la diffusione di valori che poggiano interamente sul benessere materiale a scapito dell’assetto democratico. Da questo punto di vista, bisogna comprendere che siamo di fronte a un cambiamento antropologico di grande portata.
Come si intrecciano oggi le crisi globali con l’evoluzione delle disuguaglianze interne ai singoli Paesi?
Maurizio Franzini: L’aumento della spesa bellica provoca una sottrazione di risorse da investire in ambito sociale, con tagli consistenti al welfare e all’istruzione. È quasi matematico. Ma non è l’unico modo in cui i conflitti impattano sulla ricchezza. La riduzione di alcune spese sociali si traduce spesso anche in una riduzione immediata del reddito dei lavoratori impegnati in quei settori, con conseguente aumento delle disuguaglianze. Sebbene questo fenomeno riguardi molti Paesi, in alcuni casi crescite demografiche sproporzionate ne hanno ridotto la visibilità, generando comunque un incremento del PIL. In particolar modo, il fenomeno ha interessato Paesi come Cina e India, consentendo loro di accorciare rapidamente le distanze con i Paesi storicamente più sviluppati.
Tuttavia, questo processo non si è rivelato privo di conseguenze: gli squilibri di ricchezza preesistenti hanno visto un’ulteriore impennata a vantaggio di ristrettissime élite. Immaginando di calcolare la disuguaglianza tra tutti i cittadini del mondo, ciò ha provocato un effetto benefico sulla riduzione globale della disuguaglianza dei redditi medi, ma anche un effetto negativo sul livello di disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi. Secondo i dati della Banca Mondiale, i super poveri sono quelli che dispongono di meno di una determinata soglia di reddito giornaliero in potere d’acquisto: nel 1990 ci fu il boom dei super poveri, che portò il loro numero a salire oltre la soglia del 30% della popolazione mondiale. In seguito, a metà del decennio scorso, questa percentuale si ridusse drasticamente al 15%, e il merito principale fu proprio delle politiche di contrasto della povertà assoluta implementate in Cina, dove i super poveri diminuirono di 740 milioni, circa la metà della riduzione complessiva di poveri estremi nel mondo.
Tra gli indicatori di povertà calcolati dalla Banca Mondiale, però, quella appena citata è la soglia giornaliera più bassa. Ce ne sono altre: si calcola quanti vivono con meno di 3 dollari, quanti con meno di 5,50 dollari e quanti con meno di 10 dollari. La cosa che mi ha colpito è che, mentre diminuiva il numero di cinesi sotto la soglia più bassa, aumentava il numero di cinesi sotto i 10 dollari. E non mi pare affatto si possa affermare che loro non siano poveri.
Venendo all’Italia: nel nostro Paese si registrano crescenti divari territoriali e un ampliamento delle condizioni di vulnerabilità. Inoltre, secondo i dati di Eurostat, nel 2024 un lavoratore su dieci è a rischio povertà, un dato superiore alla media europea. La povertà, quindi, non riguarda più solo chi è senza lavoro, ma anche i cosiddetti “working poor”. Qual è il legame tra povertà, qualità del lavoro e disuguaglianze?
Maurizio Franzini: Il fenomeno dei lavoratori a basso salario è sostanzialmente nuovo, ma è diventato molto consistente. Naturalmente, per dire quanti sono i working poor dobbiamo stabilire qual è la soglia al di sotto della quale il reddito del lavoratore si può considerare di povertà, e di nuovo incappiamo nella difficoltà di fissarla in modo univoco. A livello europeo, la soglia è il 60% del reddito o del salario mediano. Ma certamente non è l’unico modo di stabilirla. I lavoratori e le lavoratrici poveri sono quelli che hanno contratti a tempo determinato, sono le donne (soprattutto) soggette al part-time involontario, cioè costrette a lavorare poco senza averlo liberamente scelto; in generale, una percentuale molto rilevante di coloro che hanno un contratto d’impiego a tempo parziale vorrebbero lavorare di più ma si devono accontentare. Dunque, non necessariamente il povero è colui che guadagna poco per ogni ora di lavoro svolto, ma è soprattutto colui che, nell’arco di un anno, non riesce a lavorare abbastanza ore.
Per dare una svolta bisognerebbe, innanzitutto, intervenire sulle modalità contrattuali. Va anche ricordato che per l’istituto di statistica europeo, Eurostat, percepire un salario da povertà non equivale a essere povero. Infatti, si tiene conto del complessivo reddito familiare; se quest’ultimo è sopra il 60% del reddito mediano delle famiglie di un determinato Paese, non si è poveri, quale che sia il salario percepito come lavoratore o lavoratrice. Si utilizza quindi il reddito familiare con l’esito di attenuare la povertà lavorativa riferita al reddito del singolo individuo. Il problema di come e se tenere conto sia del reddito individuale che di quello familiare è molto delicato, ma se si intende dare piena dignità al lavoro e alle persone, la scelta di Eurostat appare insoddisfacente.
Fra i cosiddetti working poor poi molti sono giovani. Questo ci consente di analizzare un altro fenomeno, a mio avviso spesso descritto in maniera inadeguata: quello dei cosiddetti NEET (not in education, employment or training), cioè di giovani che non lavorano, non studiano e non sono in formazione. Secondo la visione nazional-popolare, infatti, si tratta quasi sempre di ragazzi ricchi di famiglia che possono permettersi di fare ciò che vogliono. Oltre gli stereotipi, anche qui c’è però un importante problema di rilevazione del fenomeno. I NEET vengono rilevati con sondaggi che cominciano con la domanda: “hai lavorato nell’ultima settimana? sei andato a qualche corso di formazione nelle ultime quattro settimane?”. Se la risposta è “nessuna delle due”, automaticamente si viene classificati come NEET. Non c’è spazio per tutto ciò che precede l’arco delle quattro settimane, né per chi sta semplicemente attraversando un periodo di momentanea difficoltà. Dunque, per moltissimi la condizione di NEET non è persistente (come lascia invece intendere l’ipotesi del fannullone privilegiato) ma temporanea. E il problema del disagio giovanile è riconducibile non al benessere della famiglia, se non per una quota molto piccola di questi giovani, ma soprattutto al fatto che il mercato del lavoro non offre possibilità ai giovani, o ne offre poche e scadenti.
Questa condizione incide direttamente anche sulla natalità: varie indagini suggeriscono che la gran parte delle giovani coppie desidererebbe avere due figli, ma tutti questi fattori li scoraggiano notevolmente. Il problema dei giovani è molto serio, ed è aggravato anche dal fenomeno della over education: molti entrano nel mercato del lavoro troppo tardi e per svolgere mansioni rispetto alle quali le conoscenze e le competenze che hanno acquisito sono sovrabbondanti. Si parla spesso, a ragione, del fatto che in Italia mancano certe competenze, ma non si parla affatto del fenomeno opposto – che pure esiste.
Su quale modello di ragionamento e di intervento è necessario basarsi, a suo avviso, se si intende ridurre le disuguaglianze in modo concreto?
Maurizio Franzini: Si tratta di un complesso di questioni articolate, ma proverò a delineare alcune delle cose a cui bisognerebbe guardare per dare un indirizzo diverso alle politiche di contrasto di questi fenomeni, senza crogiolarsi nell’idea che il mondo offra a tutti molte opportunità e che la colpa sia di chi non le coglie o non è capace di valorizzarle. Sulle politiche predistributive ci sarebbe un lungo elenco da fare; direi però che certamente occorre accrescere le dotazioni di capitale umano di chi ne ha poco, non per demerito ma per mancanza delle condizioni di partenza necessarie per acquisirlo. Inoltre, la politica dovrebbe migliorare le condizioni concorrenziali dei mercati. È un aspetto che personalmente considero molto sottovalutato: quando ostacoliamo l’ingresso di nuovi soggetti nei mercati, non sappiamo cosa perdiamo, cioè non sappiamo chi resta fuori e cosa sarebbe capace di fare, magari chi resta fuori è più bravo di chi sta già dentro. La società deve rischiare. Sono politiche predistributive anche quelle che mirano a cambiare i rapporti di potere all’interno delle imprese; il fatto che le imprese siano più orientate al valore per gli azionisti – il cosiddetto shareholder value – piuttosto che al valore per tutti i soggetti interessati, fa una differenza rilevante.
Una delle ragioni per cui si dice che la disuguaglianza fa bene alla crescita è che si immagina che se c’è disuguaglianza, c’è risparmio, e se c’è risparmio ci sono investimenti produttivi. La realtà è che il risparmio, spesso, finisce in larghissima parte nei circuiti finanziari e non in quelli produttivi. Intervenire su questo significa, dunque, indirizzare i risparmi verso i circuiti produttivi piuttosto che verso quelli esclusivamente finanziari, ampliando la concorrenza nei mercati e le possibilità di innovazione attraverso investimenti maggiori: una serie di azioni che hanno un impatto molto rilevante sulle disuguaglianze. L’indice di Gini che misura le disuguaglianze, riferito ai redditi guadagnati nei mercati – quindi prima della redistribuzione – alla fine degli anni Ottanta, era dell’ordine del 38%; oggi, dopo una crescita rilevante e sostanzialmente continua, si attesta a più del 50%. Quello che abbiamo avuto, dunque, è che fenomeni relativi al mercato del lavoro, alla concentrazione dei beni e dei servizi e alle rendite reali hanno prodotto questo effetto. E se le cose continuano ad andare così, pensare di correggerle soltanto attraverso la ridistribuzione equivale a un’illusione. In conclusione, parlare di disuguaglianze in un altro modo è una grande sfida culturale, che coinvolge la visione del mondo, il ruolo delle persone, i valori di cui sono portatori e le ragioni da cui dipende il nostro benessere, in ogni sua forma.
Estados Unidos habría utilizado «prácticamente todas» sus reservas de misiles de precisión de largo alcance durante su agresión contra Irán, un conflicto que ya se prolonga por cinco meses, informó este martes Reuters.
En concreto, el Ejército estadounidense habría agotado gran parte de sus existencias de armas tierra-tierra, en particular los Sistemas de Misiles Tácticos del Ejército (ATACMS) y los Misiles de Ataque de Precisión (PrSM). Cada unidad supera el millón de dólares, según las mismas fuentes, que no precisaron cuántos misiles quedarían disponibles.
Las municiones de largo alcance constituyen un componente clave del arsenal militar, al permitir ataques de alta precisión desde distancias relativamente seguras. En ese marco, la escasez reflejaría —de acuerdo con las personas consultadas— una decisión del Gobierno de Donald Trump de evitar métodos más arriesgados para atacar objetivos iraníes.
Asimismo, CNN reveló que las Fuerzas Armadas de Estados Unidos ha agotado casi el 80 % de sus interceptores de un sistema clave de defensa antimisiles, mientras altos mandos militares estadounidenses advierten que las reservas de municiones del Pentágono están “peligrosamente bajas”, según múltiples fuentes familiarizadas con el asunto. Las reservas de sistemas clave de defensa aérea se han visto particularmente mermadas durante la guerra con Irán. Las Fuerzas Armadas han consumido casi cuatro quintas partes de su inventario de misiles THAAD en comparación con los niveles previos a la guerra y aproximadamente la mitad de sus interceptores Patriot desde el inicio del conflicto, según dos fuentes familiarizadas con el informe de inventario más reciente. La revelación del bajo inventario de THAAD no se había informado previamente.
Las fuentes advirtieron que, si el conflicto se prolonga, la disminución de estas reservas podría limitar la capacidad de Washington para disuadir a sus adversarios geopolíticos, incluidos Rusia y China.
Secondo quanto riporta la rivista giuridica Beck-aktuell, un tribunale tedesco ha stabilito che le azioni genocidali di Israele possono essere paragonate alla Germania nazista senza superare il limite del discorso d'odio illegale. La Corte Regionale Superiore di Zweibrucken ha annullato la condanna di una donna emessa da un tribunale inferiore, che l'aveva riconosciuta colpevole di ...continua a leggere "Paragonare lo Stato Sionista alla Germania nazista non è reato!"
L’orbe tecnocratico, vittima della sindrome di Babele, con la pretesa di definire un unico linguaggio e una sola via del progresso, scorge nell’uso dell’IA uno strumento per accrescere le proprie capacità di controllo sociale. Questa inedita forma di neo-colonialismo, fondata sull’appropriazione di dati come risorsa strategica, si accompagna, nell’enciclica leoniana, ad una costante antropologica che rintraccia nell’uomo moderno l’incapacità di porre dei limiti concreti al retto uso della potenza tecnologica. Animato da una marcata sensibilità geopolitica, il Pontefice americano sottrae il cyberspazio all’illusione della sua immaterialità restituendogli una dimensione tangibile. Il controllo sistematico di infrastrutture digitali, appannaggio esclusivo di grandi attori economici privati, definisce una condizione di oligopolio entro la quale sono questi stessi soggetti a stabilirne le regole di accesso. I Data Center, archivi delle nuove terre rare del potere(dati sanitari, dati demografici, profili epidemiologici) perpetuano un assetto egemonico che riproduce le asimmetrie del potere digitale, ridisegnando una geografia di nuovi centri e periferie globali, guidati da una logica estrattiva unidirezionale. Lo scontro tra imperialismi contrapposti, che Leone XIV individua come uno dei tratti caratterizzanti del cogente ordine internazionale, trova nell’impiego delle nuove tecnologie un acceleratore della rivalità tra “potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo”.
Disinformazione e guerra cognitiva nell’era digitale
La manipolazione e il controllo degli ambienti informativi, nella corsa alla colonizzazione dello spazio digitale, costituiscono un ulteriore terreno di confronto funzionale a preparare culturalmente, mediante la diffusione di narrazioni semplificanti, le condizioni per la guerra cognitiva: una forma di conflitto diretta all’erosione delle capacità critiche e percettive degli individui, che anticipa e alimenta le forme di scontro convenzionale. Lo spazio cibernetico si configura, dunque, come un luogo all’interno del quale vengono condotti “attacchi informatici, manipolazione di dati, campagne di influenza orchestrate con l’aiuto dell’IA [che] possono destabilizzare interi Paesi prima ancora che si arrivi a uno scontro armato aperto”. Prevost riconosce nell’uso strumentale della tecnologia e dell’IA un potenziale vettore di condizionamento sociale, estraneo alla neutralità, e capace di orientare l’opinione pubblica al punto da riscrivere la grammatica dei conflitti contemporanei. Nelle parole del Pontefice:
La conflittualità esasperata spinge verso guerre asimmetriche e ‘ibride’, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione e campagne che alimentano paura, per influenzare l’opinione pubblica.
In questo scenario di vulnerabilità diffusa, l’enciclica leoniana richiama lacrisi del sistema multilaterale.La riconfigurazione degli equilibri globali segna il ritorno a un paradigmabinario che individua nella contrapposizione amico-nemico la via per ricostruire un’identità collettiva frammentata. La sedimentazione di nuovi immaginari condivisi, sospinti da una “cultura violenta della potenza” trasferisce progressivamente il conflitto dal piano cognitivo al piano materiale, in un processo in cui “la diversità dell’altro […] vissuta come minaccia [alimenta] un desiderio di possesso, volontà di dominio, ambizioni egemoniche […]”. Ne deriva una concezione dell’alterità che tende a identificare la sicurezza con l’accumulazione di capacità militari.
IA e sistemi d’arma
L’implementazione dell’IA nei sistemi d’arma ad autonomia operativa rappresenta, nella riflessione di Leone XIV, il punto di massima convergenza tra innovazione tecnologica e crisi della responsabilità politica. L’intelligenza artificiale e l’imperante narrazione taumaturgica dell’efficienza algoritmica abbassano la soglia del ricorso alla violenza; accompagnate dalla proliferazione di nuovi attori armati che “intrecciano motivazioni ideologiche vaghe con interessi economici”, trasformano la difesa in prevenzione, innescando una spirale securitaria che rende la guerra una condizione permanente, il cuifine ultimo non si sostanzia più nell’ottenimento della “vittoria definitiva”, bensì nella “perpetuazione del conflitto come fonte di potere e rendita”.
Potere e tecnologia: comprendere la nuova spazialità del conflitto
La Magnifica Humanitas, pur assumendo toni di severa invettiva nei confronti dell’IA, non indugia in una sterile forma di luddismo, né paventa un’utopica regressione verso una società pre-tecnologica. La critica leoniana richiama, con rinnovata urgenza, la necessità di regolamentare la corsa allo spazio cibernetico: un dominio potenzialmente illimitato che definisce nuove forme di interazione e in cui si addensa lo scontro tra attori geopolitici eterogenei. L’enciclica svela la persistenza storica di una matrice neo-coloniale che, mutate le coordinate spaziali, ne conserva intatta la morfologia. Laddove un tempo erano le terre emerse, il mare, lo spazio aereo ed extra-atmosferico a definire il limes della contesa, a questi si affiancano i flussi di dati e le infrastrutture digitali. Interrogarsi criticamente sull’importanza del cyberspazio vuol dire assumere uno sguardo consapevole e disincantato sulle nuove forme che il potere e la conflittualità assumono nella contemporaneità. Non si tratta di normalizzare l’ineluttabilità dello scontro, quanto piuttosto di adottare un approccio autenticamente realista che permetta di leggere con lucidità “interessi, paure, vincoli e rapporti di forza”.
Según un reciente informe publicado por el Financial Times, la Masonería británica se enfrenta a una crisis existencial: su membresía en Inglaterra y Gales se ha desplomado a unos 175.000, lejos del pico de casi 500.000 de mediados del siglo pasado. En un intento por sobrevivir, la United Grand Lodge of England busca atraer a una nueva generación de jóvenes, admitiendo que sin ellos la organización no tiene futuro a largo plazo. Lejos de ser una simple hermandad benéfica centrada en el automejoramiento, como pretenden sus dirigentes, este declive revela el agotamiento de una estructura elitista y anacrónica que durante décadas ha alimentado sospechas de influencia opaca en las altas esferas del poder británico.
Adrian Marsh, gran secretario de la organización, reconoce que necesitan reclutas jóvenes “para la salud a largo plazo” del grupo, con cuotas anuales de entre 200 y 500 libras que no disuaden del todo, pero tampoco ocultan el problema de fondo. Aunque afirman que el 47% de los nuevos miembros tienen menos de 40 años (un leve aumento desde el 45% en 2020), este “éxito” tentativo llega tras décadas de envejecimiento interno y de un perfil predominantemente masculino, a pesar de la admisión formal de mujeres desde principios del siglo XX. La realidad es que la Masonería sigue siendo un club de hombres mayores que, al perder atractivo, se ve obligada a diluir su aura de misterio para no desaparecer.
En un giro irónico, los masones han invertido en mayor “transparencia”: logias universitarias, eventos culturales, jornadas de puertas abiertas donde se exhibe la parafernalia antes secreta, e incluso el uso de sus salas como espacios de coworking. Estas medidas, presentadas como modernización, son una estrategia de marketing para captar a jóvenes, aprovechando la crisis de soledad generacional y la curiosidad por el misterio. Lo que antes se guardaba celosamente ahora se vende como experiencia social accesible, desandando los pasos de una sociedad que se jactaba de su exclusividad y secretismo.
Pese a estos esfuerzos por parecer inclusivos y abiertos, la sombra de la influencia velada en la élite británica —política, empresarial y judicial— sigue siendo imposible de disipar. Históricamente vinculada a figuras de poder, la Masonería no ha logrado convencer de que sus redes de “hermandad” no constituyen un mecanismo de favoritismo y control informal. Sus rituales y juramentos de lealtad, lejos de ser inocentes ejercicios de fraternidad, perpetúan una cultura de opacidad que choca con los valores democráticos contemporáneos que dice impulsar.
La Masonería, al intentar reinventarse como club social moderno y caritativo, confirma la persistente desconfianza que genera: un relicto de privilegios ocultos que, por más puertas abiertas que organice, no logra lavar su reputación de sociedad secreta con pretensiones de poder.
Il compito della sinistra rivoluzionaria e internazionalista non consiste solo nell’ampliare i diritti, ma nel costruire quella forza sociale in grado di trasformare i rapporti di potere su cui si regge il capitalismo
★ Iosu del Moral, Antikapitalistak Euskal★
La recente regolarizzazione di decine di migliaia di migranti nello Stato spagnolo costituisce, senza dubbio, una buona notizia. Per coloro che per anni sono rimasti intrappolati nell’economia sommersa, privati dei diritti e condannati a un’esistenza amministrativa invisibile, ottenere un permesso di soggiorno significa smettere di essere un fantasma per lo Stato. Significa poter accedere a un lavoro con maggiori garanzie, affittare un alloggio o esercitare diritti che non avrebbero mai dovuto dipendere da un documento. Ogni estensione dei diritti per la classe lavoratrice merita di essere difesa.
Tuttavia, sarebbe un errore politico fermarsi qui nell’analisi. La regolarizzazione è una conquista, ma non una soluzione. È l’inizio di un compito molto più ambizioso. La sinistra rivoluzionaria non può accontentarsi del fatto che una parte di coloro che ieri erano considerati «clandestini» oggi entri a far parte della forza lavoro legalmente sfruttabile. La domanda veramente importante non è quante persone ottengano i documenti, ma cosa succeda dopo. Perché il problema non è mai stato solo amministrativo; il problema rimane chi detiene il potere e chi ne subisce le conseguenze di un sistema economico costruito per beneficaire una minoranza a costo del lavoro dell’immensa maggioranza.
La migrazione non può essere intesa come una semplice questione umanitaria. Fa parte del normale funzionamento del capitalismo contemporaneo. Per secoli, le potenze occidentali hanno costruito gran parte della loro ricchezza attraverso il colonialismo, il saccheggio delle risorse e la subordinazione economica di vaste regioni dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. L’indipendenza politica non è mai stata accompagnata da una vera emancipazione economica. Sono cambiate le bandiere, ma non i rapporti di dipendenza. Laddove un tempo governavano le amministrazioni coloniali, oggi lo fanno il debito estero, gli organismi finanziari internazionali, i trattati commerciali iniqui o le grandi multinazionali che continuano ad appropriarsi delle risorse e della ricchezza del Sud del mondo. E poi ci chiediamo perché milioni di persone abbandonino le proprie case.
La risposta è ben meno misteriosa di quanto alcuni vogliano far credere. La stragrande maggioranza delle migrazioni contemporanee è conseguenza della povertà, della guerra, del saccheggio economico o dell’assoluta assenza di prospettive di vita. Nessuno attraversa il Mediterraneo su una barca di fortuna per spirito avventuroso. Quando una persona è disposta a rischiare la vita per attraversare un confine è perché restare comporta, molto spesso, un rischio ancora maggiore. L’orizzonte della sinistra internazionalista non può limitarsi a facilitare i processi di regolarizzazione, ma deve aspirare a un mondo in cui nessuno debba abbandonare la propria terra per sopravvivere e dove chiunque possa spostarsi liberamente per propria scelta e non per necessità.
Ecco perché risulta profondamente ipocrita ascoltare certi discorsi sull’«invasione migratoria». Il capitalismo non ha mai avuto un problema con l’immigrazione. Ciò che lo infastidisce sono i lavoratori che godono di diritti. Ha sempre avuto bisogno di manodopera abbondante, a basso costo e vulnerabile. Chi teme l’espulsione o di perdere il permesso di soggiorno accetta condizioni che difficilmente accetterebbe chi può rivolgersi a un sindacato o denunciare l’azienda per cui lavora. In sostanza, più paura hai, più sei redditizio per il sistema.
L’irregolarità amministrativa non costituisce un difetto del sistema. Fa parte del suo funzionamento. È uno strumento che permette di disciplinare la forza lavoro, contenere i salari e aumentare lo sfruttamento. Marx definì questo meccanismo come l’esercito industriale di riserva. Più di un secolo e mezzo dopo, continua ad essere pienamente vigente. La minaccia non è più solo la disoccupazione; lo è anche l’esistenza di centinaia di migliaia di lavoratori privati dei propri diritti, la cui vulnerabilità serve a esercitare pressione al ribasso sulle condizioni di lavoro dell’intera classe operaia.
Nel frattempo, ci tengono occupati discutendo di frontiere. Questa è sempre stata una delle maggiori vittorie ideologiche del capitalismo: riuscire a far sì che i penultimi in fondo alla scala sociale puntino il dito contro gli ultimi, mentre coloro che realmente concentrano la ricchezza rimangono accuratamente fuori dal centro dell’attenzione. Chi è nato qui finisce per vedere come una minaccia chi è appena arrivato, quando entrambe le persone condividono esattamente lo stesso problema. Dipendono dalla vendita della propria forza lavoro per sopravvivere, mentre una minoranza vive appropriandosi del lavoro altrui.
Neanche la comunità dei migranti costituisce una realtà omogenea. Anche tra coloro che attraversano i confini esistono classi sociali. Ci sono imprenditori, grandi patrimoni ed élite economiche per i quali i confini praticamente non esistono. Il denaro non ha mai avuto bisogno di un visto. Chi ne ha bisogno sono coloro che possiedono solo la propria forza lavoro.
La stragrande maggioranza dei migranti appartiene, tuttavia, alle classi lavoratrici e popolari. Ciò non significa che condividano automaticamente la stessa coscienza politica. Tra loro troviamo persone profondamente influenzate dall’ideologia neoliberista, altre prive di esperienza organizzativa e molte la cui priorità quotidiana consiste semplicemente nel sopravvivere. Lo sfruttamento, di per sé, non genera mai coscienza di classe. Se così fosse, il capitalismo sarebbe scomparso da tempo. La coscienza si costruisce attraverso l’organizzazione, l’esperienza collettiva e il conflitto. Pensare che la precarietà produca automaticamente soggetti rivoluzionari significa abbandonare uno dei compiti fondamentali della sinistra, che non è altro che contendere l’egemonia ideologica là dove oggi domina l’individualismo.
È inoltre opportuno mettere in discussione un certo paternalismo presente anche in alcuni settori progressisti. Spesso l’immigrazione viene giustificata affermando che «abbiamo bisogno di persone che lavorino per prendersi cura dei nostri anziani o per raccogliere la frutta». Apparentemente sembra un argomento solidale, ma riduce il valore dei migranti alla loro utilità economica. Non risulta nemmeno più convincente rispondere dicendo che «arrivano anche professionisti del settore medico o dell’ingegneria», come se ciò conferisse maggiore legittimità all’attraversamento di una frontiera. Da una prospettiva socialista, nessuna attività socialmente necessaria possiede maggiore dignità di un’altra. Una società non può reggersi senza chi pulisce gli ospedali, coltiva il cibo, costruisce abitazioni o si prende cura delle persone non autosufficienti. Il classismo non scompare solo perché si cambia discorso.
La questione veramente decisiva inizia quando la regolarizzazione smette di essere l’obiettivo e diventa solo il punto di partenza. Ottenere i documenti modifica la situazione giuridica di una persona, ma altera appena il rapporto di forze che determina la sua posizione all’interno dei rapporti di produzione. L’organizzazione, invece, trasforma sì quel rapporto perché converte i problemi individuali in conflitti collettivi e dota la classe lavoratrice della capacità di contendere il potere al capitale. Questa è la differenza tra una conquista amministrativa e una strategia di emancipazione.
Per troppo tempo una parte importante della sinistra ha incentrato la propria azione politica, a ragione, sulla denuncia della Ley de Extranjería, combattere il razzismo istituzionale o rivendicare processi di regolarizzazione. Tutto ciò rimane indispensabile, ma non può diventare il limite massimo delle nostre aspirazioni. Integrare meglio i migranti in un sistema basato sullo sfruttamento non elimina tale sfruttamento. Il compito della sinistra rivoluzionaria e internazionalista non consiste solo nell’ampliare i diritti, ma nel costruire la forza sociale capace di trasformare i rapporti di potere su cui si regge il capitalismo.
A tal fine è necessario prendere atto di una realtà che troppe organizzazioni continuano a non voler vedere. La composizione della classe operaia è profondamente cambiata. Il proletariato europeo del XXI secolo è molto più diversificato, più femminilizzato e più razzializzato. Pretendere di ricostruire il movimento operaio ignorando questa trasformazione equivale a organizzare una classe che non esiste più. La sinistra di rottura non dovrebbe basarsi su un insieme di risposte immutabili, ma cercare di applicare un metodo per comprendere una realtà in continuo mutamento. E quella realtà ci dice che gran parte del conflitto tra capitale e lavoro si svolge oggi proprio là dove si concentrano i settori più precari della popolazione migrante.
Non è un caso che gran parte di questi lavoratori finisca per occupare i lavori più duri e peggio retribuiti, come l’agricoltura, l’edilizia, il settore alberghiero, la logistica, le pulizie, le consegne, il lavoro domestico o l’assistenza. Si tratta di settori caratterizzati da lavoro a tempo determinato, subappalto, infortuni sul lavoro ed enormi difficoltà nell’esercizio dei diritti sindacali. Proprio per questo costituiscono alcuni degli spazi strategici da cui mettere in pratica un sindacalismo di classe in grado di rispondere alla realtà del XXI secolo.
Ma l’organizzazione non nasce per decreto. La fiducia si costruisce lentamente, condividendo i conflitti quotidiani, partecipando alla vita dei quartieri, alle associazioni di quartiere, alle piattaforme per il diritto alla casa, alle reti di sostegno reciproco o alle stesse organizzazioni promosse dalle comunità migranti. È lì che emergono figure di riferimento capaci di trasformare i problemi individuali in rivendicazioni collettive. La sinistra rivoluzionaria deve abbandonare ogni tentazione paternalistica. Non si tratta di organizzare i migranti, ma di organizzarsi con loro, costruendo strumenti politici che rispondano alla composizione reale dell’attuale classe lavoratrice.
La storia è piena di esempi che dimostrano che questa strada non solo è possibile, ma anche efficace. Negli anni Trenta del secolo scorso, la Cannery and Agricultural Workers’ Industrial Union organizzò migliaia di lavoratori agricoli e delle conserve, molti dei quali migranti, in California. Decenni dopo, la campagna «Justice for Janitors», promossa dal Service Employees International Union (SEIU), trasformò il sindacalismo dei lavoratori delle pulizie negli Stati Uniti organizzando migliaia di lavoratori migranti attraverso la mobilitazione e l’azione diretta. Più recentemente, organizzazioni come United Voices of the World o l’Independent Workers’ Union of Great Britain hanno dimostrato che anche i settori più precari possono conquistare diritti quando c’è organizzazione. Nella Spagna, le lotte delle lavoratrici domestiche e di assistenza rappresentano anch’esse una delle esperienze più preziose del sindacalismo di classe degli ultimi anni.
Tutto ciò pone una responsabilità ineludibile per il sindacalismo combattivo e per le organizzazioni rivoluzionarie. Per troppo tempo abbiamo aspettato che questi lavoratori e queste lavoratrici arrivassero alle nostre strutture. Forse è giunto il momento di comprendere che siamo noi a dover essere presenti là dove oggi si trova la nuova composizione della classe lavoratrice. È nei quartieri popolari, nelle zone industriali, negli alberghi, nelle serre o negli spazi comunitari che si costruiscono legami di solidarietà. Non per parlare a nome di nessuno, ma per costruire un’organizzazione insieme a chi subisce le forme più intense di sfruttamento.
Forse il più grande trionfo del neoliberismo non è stato solo la privatizzazione delle imprese pubbliche o la distruzione dei diritti del lavoro. La sua più grande vittoria è stata quella di convincere milioni di persone che non fanno più parte di una stessa classe sociale. Ci hanno insegnato a competere piuttosto che a cooperare e a cercare soluzioni individuali a problemi profondamente collettivi. Mentre il penultimo punta il dito contro l’ultimo, chi sta in cima continua ad accumulare ricchezza.
Perché le élite economiche non hanno mai perso la loro coscienza di classe. Non hanno mai smesso di organizzarsi. Si coordinano attraverso consigli di amministrazione, fondi di investimento, grandi multinazionali e lobby imprenditoriali per difendere interessi comuni. Il paradosso è che chi ha meno bisogno di organizzarsi è chi è meglio organizzato. Al contrario, chi produce tutta la ricchezza sociale è stato convinto che ognuno debba cavarsela da solo.
Ecco perché il muro più alto del nostro tempo non separa i paesi; separa le classi sociali. La vera frontiera non divide chi è nato a Bilbao da chi è nato a Dakar, Bogotá o Shanghai. Divide chi vive del proprio lavoro da chi vive appropriandosi del lavoro altrui. Tutto il resto sono frontiere politiche e culturali che lo stesso sistema alimenta per impedire alla maggioranza sociale di identificare dove risiede realmente il potere.
La regolarizzazione può restituire diritti e dignità a migliaia di persone, e per questo merita di essere difesa. Ma l’organizzazione può fare qualcosa di molto più importante: trasformare un insieme di lavoratori isolati in una forza collettiva capace di contendere il potere economico. Questo dovrebbe essere uno dei compiti fondamentali del sindacalismo di classe e della sinistra rivoluzionaria nei prossimi anni.
Perché nessun fondo di investimento ha mai mietuto un raccolto, pulito un ospedale, assistito una persona non autosufficiente o costruito un’abitazione. Tutto ciò che sostiene questo mondo nasce, ieri come oggi, dalle mani di chi lavora. La questione non è se la classe lavoratrice abbia forza sufficiente per cambiare la società. La questione è per quanto tempo continuerà a ignorare che quella forza è sempre stata sua.
Il processo sotterraneo di trasformazione dell’Unione Europea, fin qui caratterizzato dalla sua sovrastruttura multilivello, con l’apertura alla Moldova e all’Ucrainapone la prima pietra miliare nel ribaltamento dei criteri stanti alla base delle valutazioni di ingresso nell’Unione, portando la riflessione in seno alle istituzioni su un altro livello.
Quale Europa?
Si sfumano i criteri, mutano le percezioni. L’Unione non è più intesa soltanto, ed esclusivamente, nella concezione del rigore dei conti e della stabilità dei sistemi democratici al loro interno, ma anche nella valutazione delle conseguenze derivanti dalla mancata integrazione a seguito dei ritardiregistrati. Di per sé quello a cui si sta assistendo all’interno dell’intelaiatura europea è un mutamento di prospettiva di natura bidirezionale. Se il processo di integrazione si configurava come una concessione dall’alto verso il basso, quello a cui si sta assistendo è un processo di integrazione reciproca che tiene conto degli elementi fondanti dell’adesione, compensati però nelle loro carenze dalla misurazione effettiva delle conseguenze negative derivanti dalla loro esclusione, solo per la non perfetta corrispondenza a tali dettami.
Per tale ragione, quello che si configura all’interno del ragionamento istituzionale in seno all’Unione Europea, e nei rispettivi fori internazionali che accompagnano il processo di discussione e di evoluzione dell’architettura europea– come l’Iniziativa Centro-Europea, l’Iniziativa Adriatico Ionica, la Three Seas Initiative, grazie al loro approccio integrato – è l’intuizione e l’impostazione di una struttura a cerchi concentrici caratterizzati da una graduale approssimazione alla sfera europea: l’ingresso, dunque, non immediato, ma graduato, permetterebbe l’accesso del paese aspirante al primo cerchio dell’area europea – denotandone un’appartenenza – ma senza godere subito di tutti gli oneri e onori, in quanto necessitanti della giusta tempistica al fine del raggiungimento di tutti i criteri necessari.
L’Europa a cerchi concentrici
La differenza di prospettiva si sostanzia così nella possibilità di orbitare nella sfera europea e considerarsi membro dell’Unione, senza però recare alcun danno all’intelaiatura stessa dell’Unione introducendo, troppo frettolosamente, elementi di destabilizzazione a causa del mancato perfezionamento, ad esempio, di capitoli come quelli inerenti alla giustizia (si pensi ad aspetti come la corruzione) o al perfezionamento dei procedimenti legislativi in seno ai parlamenti dei paesi aspiranti ai fini di una puntuale corrispondenza ai connotati democratici europei.
Tale riflessione va infatti letta sulla base dell’avvicinamento a movimenti già esistenti all’interno dell’Unione nel conferimento e distribuzione di fondi, come nel caso della politica di coesione
europea, che, al soddisfacimento di specifici criteri, consente l’accesso alle risorse, al fine del raggiungimento degli obiettivi programmatici necessari all’omogeneizzazione di quella specifica regione europea. A tal proposito, una simile concezione concentrica di avvicinamento all’Unione Europea, intesa come una sosta obbligata per il perfezionamento dell’integrazione, consentirebbe non solo una fase di monitoraggio durante l’innesto, ma anche l’adozione tempestiva di tutti gli accorgimenti necessari, evitando che eventuali fattori di destabilizzazione possano provocare uno shock sistemico all’interno dell’Unione.
Il peso del ‘ritardo’ nei processi di integrazione
È fondamentale difatti fare una precisazione: tale percezione a cerchi concentrici origina dalla considerazione di come il ritardo costitutivo possa essere fattore di disgregamento e di conseguenze ben maggiori rispetto a una prematura integrazione. Tale ragionamento muove le sue premesse dall’insorgere del conflitto russo-ucraino, in cui l’ingresso dell’Ucraina, attraverso un passaggio “propedeutico” di adesione all’Unione, avrebbe potuto agire da deterrente nei confronti di una possibile invasione, grazie al maggiore livello di integrazione politica e di protezione derivante dall’avvicinamento alle strutture euro-atlantiche. Tale ritardo è esso stesso parte in causa della durata del conflitto. Non differente è il ragionamento che accompagna l’integrazione di paesi come Moldova e Serbia, prossimi alla sfera di influenza russa, ancora sotto la lunga ombra dello spettro sovietico. Il criterio che accompagna il processo di integrazione europea sembrerebbe così aprire alla possibilità di contemplare nel procedimento di adesione l’eventualità del dubbio rispetto all’eccessiva cautela.
Le elezioni presidenziali moldave del 2024, strettamente intrecciate all’inserimento del principio europeo nella Costituzione, avrebbero rischiato di soccombere agli attacchi ibridi posti in essere dalla Russia se non avessero beneficiato dello scudo europeo, reso possibile anche dal contributo della diaspora moldava in Italia, che con la sua ampia partecipazione al voto ha concorso in maniera determinante all’esito elettorale. Non differentemente da quanto accaduto con le elezionipresidenziali in Romania, dove la Corte Costituzionale romena ha annullato il risultato del primo turno del 24 novembre del 2024, stabilendo che il processo elettorale doveva essere ripetuto nella sua interezza a causa del registrarsi di azioni ibride e aggressive attribuite alla Russia avvenute durante la campagna elettorale che avrebbero favorito il candidato dell’estrema destra Călin Georgescu. Tali episodi, tutt’altro che isolati, lascerebbero difatti temere l’appropriazione di altre aree più sensibili a tale assoggettamento per mezzo degli strumenti di ibridazione, come la Bielorussia o la Serbia, storicamente vicine alla Russia.
Adesione sì, ma se fosse senza diritto di veto?
La significativa apertura del Presidente della Serbia, Aleksandar Vučić,nel ritenere accettabile un’adesione condizionata all’Unione Europea, senza diritto di veto da esercitare nei confronti di determinati paesi richiedenti l’ingresso, rappresenta di fatto uno degli elementi innovativi di tale movimento a cerchi concentrici nell’approssimarsi al cuore europeo, nella sua perfetta costituzione e fondamento. Tali movimenti sistemici, che si stanno realizzando in prossimità dell’architettura europea, sono essi stessi testimonianza di un’integrazione graduale che apre a nuove forme e che sottolinea l’esigenza dell’Unione di contemplare sé stessa non più come un unico blocco, ma a geografia variabile, salda nei principi, ma a velocità e a effetti variabili e modulabili nelle concessioni di benefici e obblighi.
Fori internazionali incubatori di cambiamento
Tale mutamento di prospettiva, in interazione costante con un movimento di rivoluzione realizzatosi anche grazie ai fori di integrazione precedentemente richiamati – come l’Iniziativa Centro-Europea di cui l’Italia è pioniera -, rappresenta un incubatore di cambiamento e di sperimentazioni per mezzo sia della diplomazia parlamentare che dell’attuazione di programmi di cooperazione e sviluppo, tanto a livello governativo-parlamentare, quanto amministrativo. Tale osmotica interazione è possibile anche grazie allo scambio dei funzionari all’interno dei parlamenti per la formazione etrasmissione di competenzenel rafforzamento dei processi democratici dei parlamenti ospitanti, e così dell’Unione; essi rappresentano strumenti indispensabili al fine di evitare l’introduzione di fattori di destabilizzazione che contribuirebbero a un’evoluzione sistemica, realizzando una concezione multilivello rafforzata a velocità variabilerispetto invece ad una monolitica e preordinata, come la concezione originaria stante alla base delle istituzioni europee.
Il cambio di parallasse all’interno della concezione europea rappresenta una rivoluzione tanto concettuale quanto strutturale. Il prolungarsi del conflitto russo-ucraino, il sostegno fornito all’Ucraina tramite il rifornimento di armi con risorse europee mediate dalla NATO, sembrerebbe introdurre un ulteriore elemento costituente ai fini dell’integrazione europea: la perdurante condizione di instabilità causata dalla guerra e la necessità sempre più impellente dell’applicazione dell’art. 5 della NATO concretizzerebbero un nuovo elemento costitutivo ai fini dell’integrazione europea, ossia lo scongiurare l’insorgere di ulteriori guerre grazie all’adesione all’Unione Europea.
Essa va letta all’interno di un contesto geopolitico mutato, nel quale all’Europa è richiesto di rafforzare la propria coesione dinanzi alle minacce globali di destabilizzazione. In questa prospettiva, l’Unione può proporsi come baluardo di democraticità e di pace, un unicum sotto il profilo dell’architettura costituzionale multilivello, fondato sulla volontà dei popoli e sulla condivisione della sovranità quale strumento per una pace stabile e duratura.
Il 13 luglio 2026, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Regno Unito e Ucraina si sono incontrati a Parigi e hanno annunciato la creazione di una coalizione per i missili antiballistici. Quest’ultima è dichiaratamente volta alla creazione di interoperabilità delle capacità antimissili “non contro alcun popolo, ma in difesa de[i] nostr[i]”. Questa coalizione nasce all’interno della Coalizione dei Volenterosi, struttura sviluppata per superare la rigidità dell’approccio burocratico della NATO e dell’Unione Europea (UE) nel gestire la guerra in Ucraina. L’obiettivo di questa nuova coalizione antimissilistica è “definire requisiti operativi comuni, istituire gruppi di lavoro tecnici congiunti, stabilire chiari meccanismi di governance e definire una tabella di marcia per il raggiungimento delle prime capacità operative […], sostenere le attività congiunte di ricerca e sviluppo nell’ambito del progetto […] individuando opportunità di finanziamento adeguate e promuovendo un maggiore scambio di dati e informazioni”. Nel pratico, come riportato da Europa Today, questo significa “collegare radar, centri di comando e intercettori di diverse origini”.
Al fianco dell’interoperabilità strategico-militare, i dieci Paesi si sono accordati su un progetto di cooperazione industriale per lo sviluppo di un’alternativa low cost ai sistemi di intercettazione statunitensi Patriot. Infatti, nonostante a Kyiv sia stato concesso di produrre autonomamente i Patriot come conseguenza del Summit NATO di Ankara di luglio 2026, i soli Patriot non bastano e non saranno sviluppati abbastanza rapidamente dall’Ucraina, in un momento decisivo della guerra. Infatti, l’Ucraina in questo momento ha una forte vulnerabilità in termini di difesa aerea causata da una mancanza di intercettori, colta da Mosca, che ha aumentato significativamente i suoi attacchi missilistici. Inoltre, in generale, esiste una carenza a livello mondiale di intercettori missilistici a causa dell’impiego massiccio di questi negli attacchi statunitensi contro l’Iran e la conseguente corsa all’acquisto di questi sistemi da tutti i Paesi del Golfo Persico.
Il progetto, chiamato Freyja (nome della divinità norrena dell’amore e della guerra), è guidato dall’azienda ucraina Fire Point, all’avanguardia grazie alla sua esperienza maturata sul campo per difendere l’Ucraina dagli attacchi missilistici russi. Secondo il Presidente ucraino Zelenskyy, invece, Freyja potrebbe essere disponibile nei prossimi 12 mesi. Freyja sarà principalmente basata sugli intercettori FP-7.X di Fire Point (che la compagnia aveva lanciato a inizio luglio tramite un accordo embrionale con Hensoldt), ed userà componentistica, radar e sistemi di comando provenienti dalle numerose compagnie partner. Queste ultime sono l’italiana Leonardo, le tedesche, Diehl Defence ed Hensoldt, le francesi Safran e Thales, la norvegese Kongsberg Defence & Aerospace, la svedese Saab, la danese Weibel Scientific, l’elvetica Destinus, oltre che gruppi multinazionali come MBDA ed Eurosam.
Il Ministro degli Affari Esteri italiano, Antonio Tajani, ha definito la coalizione antimissilistica “un passo verso la difesa comune”. L’iniziativa, seppur esterna all’Unione Europea, è infatti coerente con gli obiettivi delineati dalla Commissione di andare verso una vera integrazione della base industriale della difesa europea. In questa visione, le compagnie europee contribuiscono con le rispettive eccellenze a una parte di un più grande progetto, rispetto al mantenere monopoli di medio-piccoli mercati bellici nazionali. Fire Point ha inoltre fatto leva sui timori europei del famoso “kill switch” di Washington sui sistemi di difesa statunitensi. Durante le prime minacce del Presidente statunitense Trump, si era diffuso il timore che Washington potesse, almeno in teoria, strumentalizzare la costante necessità di aggiornamenti di alcuni componenti di fabbricazione statunitense per ricattare gli alleati europei in cambio di utilizzare tali sistemi d’arma. Freyja, in quanto costruita su “architettura aperta”, non ha segreti aziendali tra le aziende partecipanti e quindi non avrebbe un “kill switch”.
Questo scudo si propone come un “secondo pilastro della difesa missilistica europea”, più focalizzato sulla filiera industriale europea rispetto al suo predecessore, l’European Sky Shield Initiative (ESSI) a guida tedesca. Sebbene dal 2025 abbiano aderito anche Albania e Portogallo, l’iniziativa continua a non contare tra i suoi membri i “grandi” dell’industria della difesa europea, come Italia, Francia e Spagna. Inoltre, in quanto l’ESSI aveva promosso l’acquisto dei sistemi israelo-statunitensi Arrow 3 ed i Patriot, l’iniziativa è direttamente in conflitto con gli sviluppi istituzionali recenti: per il lancio dei prestiti europei Readiness 2030, gli Stati Membri dell’UE hanno approvato che i finanziamenti potessero andare verso acquisti di sistemi con componentistica principalmente made in Europe (minimo 65% del costo stimato del prodotto finale).
Lo scudo rappresenta uno sviluppo significativo sotto due punti di vista. In primo luogo, come detto, esso comporta un passo avanti verso la strategica e auspicabile interoperabilità dei 27 diversi sistemi di difesa europea. In secondo luogo, rappresenta un posizionamento geopolitico ed istituzionale certamente utile a dissuadere un possibile attacco russo contro un Paese Membro orientale della NATO. Tuttavia, Freyja non è senza criticità. Per prima cosa, le attuali guerre in Ucraina e nel Golfo Persico sollevano un dubbio importante. L’efficacia dei sistemi di difesa antimissile è messa in dubbio a causa della transizione verso l’utilizzo di droni nei conflitti armati del XXI secolo. Di fatto, i sistemi di difesa antimissilistici sono estremamente costosi a causa della loro complessità ingegneristica, mentre i droni utilizzati sul campo costano poche centinaia di euro. Questi sistemi sono dunque necessari, ma non sufficienti per gestire la guerra contemporanea (e ibrida), ed è necessario uno sforzo massiccio da parte dei Paesi europei di dotarsi congiuntamente di sistemi specificatamente anti-drone e all’avanguardia, possibilmente attraverso una più stretta collaborazione con Kyiv.
Inoltre, Freyja rischia di duplicare un sistema antimissilistico europeo già esistente (e già sviluppato come alternativa europea ai Patriot), ovvero il franco-italiano SAMP/T MAMBA, preferito da alcuni grandi paesi europei vis-à-vis la creazione dell’ESSI. Infatti, Freyja intende essere compatibile con strumenti (come radar e centri di comando) già esistenti. Questo implica che le forze armate europee potrebbero acquistare solo gli intercettori Freyja, al contrario del “pacchetto completo” fornito dai SAMP/T, rendendo il costo economico significativamente inferiore. SAMP/T resta un intercettore d’élite, per cui i due sistemi dovrebbero essere idealmente usati in maniera complementare, con Freyja come “massa critica” durante un attacco di saturazione. Nonostante l’Ucraina abbia deciso di acquistare “un primo lotto di batterie SAMP/T […] a integrazione dei sistemi e dei relativi missili [Patriot]”, a lungo termine i SAMP/T potrebbero venire eclissati ed occupare una posizione di nicchia.
In conclusione, l’iniziativa promossa a Parigi rappresenta un punto di svolta significativo, benché articolato, nel panorama della sicurezza europea. La vera incognita sarà capire se questa coalizione antimissilistica saprà trasformarsi in un mattone fondante di una reale Unione della Difesa, o comporterà l’ennesima sovrapposizione di standard, quadri istituzionali e mercati nazionali in un continente che non può più permettersi il lusso della divisione strategica.
Il progetto Fedora si pone il problema a proposito della creazione di una politica sul conflitto di interessi. L'obiettivo è quello di evitare episodi spiacevoli come quelli già avvenuti in cui un utente che ne aveva denunciato un altro, aveva anche votato per la sua rimozione.
Ma, al di là dei conflitti personali, rimane l'elefante nella stanza: come può non esistere conflitto di interessi quando un'azienda ti sponsorizza?
Immagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale
Nella celebre Trilogia di Marte – autentico capolavoro della fantascienza “realistica” – lo scrittore Kim Stanley Robinson immagina la colonizzazione del pianeta rosso non come una conquista eroica, ma come un processo politico e industriale: prima arrivano gli scienziati, poi gli ingegneri, poi le infrastrutture, poi le corporation, poi i conflitti su chi possiede cosa, chi fa le regole, chi controlla le risorse e chi trasforma un mondo vuoto in una nuova società.
È una delle intuizioni più potenti dell’opera: la colonizzazione di un nuovo spazio non comincia quando qualcuno dichiara la propria sovranità su un territorio, ma quando quel territorio viene, per l’appunto, “territorializzato”.
Ciò che vale per Marte nella finzione di Robinson, vale per la “nuova” rincorsa alla Luna, incarnata oggi dal programma Artemis (il programma della NASA che prevede di riportare l’essere umano sulla Luna entro il 2028). Una rincorsa che, mano a mano che si concretizza, somiglia più a una vecchia storia terrestre che a una fantasia futuristica. La storia è quella delle compagnie privilegiate che determinarono la forma del colonialismo occidentale in Asia a partire dal Seicento, delle ferrovie imperialiste in Africa, dei porti e delle rotte protette (o contese) dagli Stati, oggi come ieri, da Hormuz a Malacca. Anche nello spazio, prima delle miniere arriveranno infatti i magazzini. Prima del commercio arriverà la logistica. E, come spesso è accaduto nella storia coloniale, chi controllerà la logistica controllerà la ricchezza della frontiera.
È da questo assunto che bisognerebbe partire quando si parla di space economy. Non dalle cifre vertiginose con cui si calcola il presunto valore di un corpo celeste, moltiplicando la quantità stimata di platino, nichel o cobalto per il prezzo corrente sulla Terra. Quella è la versione patinata, roba da prospetto per investitori. E in quanto tale occulta un fatto banalissimo: nessuna risorsa “naturale” è vera ricchezza finché non esiste una filiera in grado di estrarla e trasportarla. Il petrolio sotto un fondale oceanico non vale nulla senza piattaforme, porti e oleodotti. Parafrasando un vecchio spot di Pirelli: una risorsa è nulla senza infrastrutture.
Lo stesso varrà per qualunque futura attività estrattiva nello spazio. L’errore è immaginare l’estrazione come l’inizio della storia. La miniera in realtà arriva per ultima. Prima di lei c’è la mappa (anche se non più cartacea bensì digitale, e non più solo terrestre, ma extra-planetaria). Poi c’è il porto (o perlomeno un luogo dove immagazzinare e ridistribuire le risorse). E infine ci sono le norme e i rapporti di potere che regolano il possesso dei territori, la percorribilità delle rotte, la sicurezza dei trasporti. Prima ancora di estrarre valore, bisogna costruire, e rendere “sicuro”, il mondo che rende tale valore estraibile (ovvero trasportabile e quindi commerciabile).
I primi commerci spaziali
Le compagnie privilegiate dell’epoca coloniale lo avevano capito molto bene. La Compagnia britannica delle Indie orientali (EIC), la Compagnia olandese delle Indie orientali (VOC) e le altre grandi entità commerciali del Sei/Settecento non erano semplici imprese, ma operatori politici-logistici-amministrativi che agivano per conto di Stati che subappaltavano loro le operazioni necessarie allo sfruttamento del commercio oceanico. Per questo tanto la EIC quanto la VOC avevano facoltà di dotarsi di milizie, di esercitare poteri politici e giuridici, di costruire flotte, porti e depositi, di amministrare e pattugliare i mari. Il loro potere non stava tanto nelle risorse/merci che trasportavano, ma nelle rotte che controllavano.
La possibile economia spaziale del XXI secolo potrebbe assomigliare a quel modello più di quanto i suoi promotori siano disposti ad ammettere. Non avrà velieri, governatori coloniali e fortini tropicali, ma vettori riutilizzabili, lander commerciali e basi lunari. È un’economia che dipenderà, in ogni caso, da una commistione molto profonda tra imprese private e poteri statali.
Il modello è del resto già operativo nel contesto di Artemis. Il programma Commercial Lunar Payload Services (CPLS) della NASA, per esempio, non costruisce direttamente tutti i mezzi per arrivare sulla Luna, ma compra “servizi” da aziende private. I contratti CLPS hanno un valore massimo complessivo di 2,6 miliardi di dollari fino al 2028 e prevedono consegne commerciali sulla superficie lunare, dal compattamento dei carichi alla gestione della missione. Tra i nomi coinvolti ci sono Intuitive Machines, Astrobotic, Firefly Aerospace, Blue Origin (quella di Jeff Bezos), Draper e altri fornitori. È una logica da appalto di frontiera: lo Stato apre il mercato, paga i primi rischi, crea domanda, legittima gli operatori.
La prima base lunare permanente, se e quando arriverà, non sarà quindi una città sotto una cupola trasparente. Sarà un porto. Un nodo logistico per questi vettori di consegne.
Le prime commesse difficilmente saranno spettacolari. Non riguarderanno l’estrazione di metalli rari né l’apertura di miniere capaci di cambiare da sole le dimensioni dell’economia globale. Riguarderanno invece questioni meno appariscenti: trasportare strumenti, garantire comunicazioni, misurare il suolo e altre variabili ambientali per capire dove una base può sopravvivere più a lungo.
Le risorse lunari più importanti, almeno all’inizio, non saranno quelle vendibili sulla Terra, ma quelle più utili nello spazio. L’acqua ghiacciata che potrebbe trovarsi nei crateri permanentemente in ombra delle regioni polari non è preziosa perché qualcuno pensa di imbottigliarla e riportarla a casa. È preziosa perché nello spazio l’acqua è vita, ossigeno, carburante, massa da non dover lanciare dalla Terra. Separata in idrogeno e ossigeno, può diventare propellente. Usata localmente, può sostenere una base. Accumulata in depositi, può trasformare la Luna in un polo logistico per progetti più ambiziosi, anche (se non soprattutto) di tipo estrattivo.
Obiettivo: elio-3
Il premio più ambito potrebbe rivelarsi il mitologico elio-3 che, oltre agli utilizzi nell’ambito del quantum computing, da decenni viene evocato come elemento cardine di una futura fusione nucleare meno pericolosa e più efficiente. Nel corso di miliardi di anni, il vento solare ne ha depositate grandi qualità sulla regolite lunare, alimentando l’idea che il nostro satellite possa diventare una sorta di “bacino” extraterrestre: una riserva energetica sospesa sopra le nostre teste, pronta a ridisegnare gli equilibri energetici della Terra.
Un nome che torna spesso in questa storia è quello di Harrison “Jack” Schmitt, geologo, astronauta dell’Apollo 17 e ultimo uomo ad aver camminato sulla Luna insieme a Eugene Cernan. Schmitt è da decenni uno dei più convinti sostenitori dell’idea che l’elio-3 lunare possa alimentare una futura economia della fusione. Più recentemente è entrato per questo nell’orbita di Interlune, una startup americana fondata da ex pezzi grossi di Blue Origin che promette di raccogliere elio-3 lunare e riportarlo sulla Terra.
Proprio l’elio-3 mostra tuttavia quanto la space economy sia costruita su promesse che funzionano politicamente prima che industrialmente. Oggi non esiste un’economia della fusione basata sull’elio-3 (lunare o meno). E tantomeno esiste una filiera in grado di estrarlo, separarlo, immagazzinarlo, trasportarlo e usarlo sulle scale necessarie ad avere un impatto. Per recuperarlo bisognerebbe trattare quantità enormi di suolo lunare (più di ogni altra attività estrattiva terrestre a noi nota), riscaldarle, separare isotopi presenti in concentrazioni ridottissime e infine organizzare una catena di trasporto e utilizzo tutta da inventare.
Eppure l’importanza dell’elio-3 non va liquidata. Non perché sia già il petrolio del futuro, ma perché può svolgere la stessa funzione immaginativa che “i fiumi d’oro”, le spezie o il petrolio hanno svolto in altre epoche. Ogni espansione ha infatti avuto bisogno di un proprio Eldorado: una risorsa capace di giustificare costi e rischi enormi per essere raggiunta. L’elio-3 potrebbe essere questo tipo di risorsa: il mito che la rende possibile la colonizzazione lunare.
Colonizzare la Luna
Le frontiere, d’altra parte, non devono essere redditizie da subito. Devono essere credibili a sufficienza da attrarre Stati, capitali e apparati tecno-industriali. Molte infrastrutture coloniali sono state costruite prima che i profitti fossero certi. Le ferrovie tracciate nell’Ottocento verso l’interno del territorio americano non servivano a connettere comunità esistenti, ma a preparare un’economia futura. Una volta costruita la ferrovia, una nuova economia si organizzava attorno a essa. Una volta creato il porto, i flussi venivano orientati verso di esso. Una volta fondata una base lunare…
Il diritto internazionale, almeno in teoria, dovrebbe impedire una corsa coloniale vecchio stile (predatoria, violenta, conflittuale). Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico vieta agli Stati di appropriarsi della Luna o di altri corpi celesti. Nessun Paese può dichiarare proprio un cratere lunare o un asteroide. Ma il punto è che il controllo non coincide sempre con la sovranità formale. Si può non possedere un territorio e controllarne comunque l’accesso (come ha dimostrato di recente la vicenda di Hormuz).
La geografia lunare, che immaginiamo come uno spazio vuoto e uniforme, è del resto piena di colli di bottiglia. Non tutti i luoghi hanno lo stesso valore. Alcune zone ricevono più luce e permettono una produzione energetica più stabile. Alcuni crateri potrebbero contenere più ghiaccio. Alcune aree sono più adatte alle comunicazioni. Come sulla Terra, la frontiera lunare si potrebbe rapidamente restringere attorno a pochi snodi strategici.
Ed è negli snodi che spesso risiedono tanto il potere quanto il potenziale per il suo abuso. La distopia più probabile non è uno Stato che pianta la propria bandiera e proclama la nascita di un impero lunare. È più banale e contemporanea: per esempio, una singola compagnia che gestisce (quasi) tutti i trasporti. Uno scenario in cui non è necessario possedere formalmente la Luna per possedere di fatto la Luna.
Un esempio concreto, e recente, di questo rischio è il contratto assegnato dalla NASA a Intuitive Machines nel 2024 per servizi di comunicazione e navigazione lunare: fino a 4,82 miliardi di dollari per costruire capacità di trasmissione di dati a supporto del programma Artemis. Non è una miniera né un atto di sovranità su un territorio. È però esattamente il tipo di infrastruttura da cui, domani, potrebbero dipendere tutti.
Anche in questo le future compagnie dello spazio potrebbero ricalcare il modus operandi delle compagnie privilegiate dell’epoca coloniale. Non perché avranno formalmente il diritto di governare territori, come facevano la VOC o la EIC, ma perché riceveranno dagli Stati capitali e legittimazione in cambio dei loro servizi e del know-how relativo. Lo spazio sarà dichiarato “pubblico” quando bisognerà pagare il costo della frontiera e “privato” quando sarà il momento di incassarne i profitti.
Questo intreccio è già visibile nella nuova economia spaziale: lanciatori privati finanziati da contratti pubblici, infrastrutture satellitari essenziali per scopi militari, aziende che diventano attori geopolitici in grado di influenzare conflitti, dipendenze tecnologiche che condizionano intere politiche statali. Portare tutto questo sulla Luna significa amplificarlo in un ambiente dove non esiste società civile locale, non esiste opinione pubblica residente, non esistono istituzioni proprie e ogni accesso passa attraverso sistemi tecnici estremamente costosi e complessi, che rendono le eventuali dipendenze ancora più profonde e difficili da scardinare.
La Luna, insomma, non è l’India, l’Africa o le Americhe dell’età moderna. Non ci sono popolazioni lunari da conquistare o schiavizzare, convertire o sterminare. Equiparare direttamente le due cose sarebbe moralmente osceno. Tuttavia alcune strutture del colonialismo possono ripresentarsi anche senza popolazioni indigene. La Luna è infatti vuota di abitanti ma non priva di significati. È un archivio geologico, un ambiente scientificamente prezioso, un oggetto culturale da sempre condiviso, potenzialmente una piattaforma astronomica per la proiezione spaziale della specie umana. Ridurla a bacino di risorse significa scegliere, in partenza, un modello di relazione tra un soggetto agente e un oggetto passivo.
L’argomento ambientale, infine, rende tutto ancora più ambiguo. Una delle promesse della space economy è che, spostando fuori dalla Terra una parte dell’estrazione, potremmo ridurre la pressione sugli ecosistemi terrestri. Ma questa promessa rischia di diventare l’ultima assoluzione dell’estrattivismo. Non cambiamo modello di consumo ma ne allarghiamo il raggio. Non mettiamo in discussione il processo di sviluppo. Al contrario: lo dotiamo di un’estensione cosmica.
Quale uomo vogliamo formare?È una domanda antica quanto la filosofia e sorprendentemente attuale per comprendere la crisi della scuola contemporanea.Un viaggio tra paideia, cittadinanza, conoscenza e responsabilità educativa, oltre le mode pedagogiche e le polemiche del presente. 🎬 Premiere14/07/2026👉https://youtu.be/obmoSEjswj4 Le riforme della scuola si susseguono da decenni. Cambiano programmi, metodologie, sistemi di valutazione, tecnologie e […]
Quando la politica pretende di salvare il mondo, nasce l’idolatria del potere.Agostino scrive dopo il sacco di Roma e cambia per sempre il modo di leggere la storia.La Città di Dio non parla soltanto del V secolo: interroga anche il nostro. Che cosa accade quando crolla una civiltà? Il sacco di Roma del 410 d.C. […]
La guerra in Ucraina non si combatte solo sul terreno, nel mare o nello spazio aereo. Il cyberspazio è uno degli scenari più attivi, dove vengono perpetrati quotidianamente decine di attacchi mirati alle infrastrutture civili e militari. Il continuo bersagliamento di infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e servizi pubblici ha praticamente trasformato l’intero Paese in […]
Quale profilo, quali caratteristiche dovrebbe avere il prossimo Presidente della Repubblica? Quale provenienza politica dovrebbe vantare nel curriculum? Sicuramente non dovrà essere una figura divisiva per gli italiani intervistati nel sondaggio SWG dopo che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha letteralmente aperto la campagna per il Quirinale verso il 2029 mentre già è aperta quella per le politiche in programma nel 2027 e si discute della legge elettorale che sarà impiegata l’anno prossimo.
Prima caratteristica, dunque, per il 56% degli italiani, è che il futuro Capo dello Stato non dovrà essere una figura divisiva. Per il 54% dovrebbe vantare prestigio internazionale, per il 32% dovrebbe vantare una lunga esperienza politica. E in pole position, nel toto-nomi, spicca il nome dell’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi, con il 48% degli italiani che lo trovano adeguato. Seguono l’attuale premier Meloni (38%), Pierluigi Bersani (35%), Paolo Gentiloni (28%). In fondo alle preferenze il quotatissimo Pier Ferdinando Casini (25%) e Romano Prodi (24%).
Per il 32% degli italiani non avrà importanza lo schieramento politico del nuovo Presidente della Repubblica, l’importante è che sia una figura adatta alla carica. Per il 22% dovrebbe provenire dal centrodestra, per 13% dovrebbe essere un politico mai schierato né da una parte né dall’altra, per appena il 12% dovrebbe arrivare dal centrosinistra, per l’11% dovrebbe essere una figura esterna alla politica.
Mario Draghi è ritenuto il futuro Presidente della Repubblica più adeguato (48%). Seguono Giorgia Meloni (38%) e Pier Luigi Bersani (35%) pic.twitter.com/WFQjJsfkXc
A richiamare l’attenzione negli orientamenti di voto rilevati per il TgLa7 il segno di crescita che riguarda Futuro Nazionale, in salita dello 0,4%, fino al 6%. Sempre in vantaggio sulla Lega scavalcata che pure guadagna uno 0,2%, il Carroccio è al 5,6%. Segno negativo invece sia per la Presidente Meloni, con Fratelli d’Italia che scivola al 27,1%, che per la segretaria Elly Schlein, Partito Democratico al 21,5%, che per l’ex premier Giuseppe Conte, Movimento 5 Stelle al 13,1%.
Seguono Forza Italia e Alleanza Verdi Sinistra, in lieve risalita al 7,4% e al 6,5%. Azione di Carlo Calenda è al 3,4%, Italia Viva al 2,5%, +Europa all’1,4%, Noi Moderati all’1,1% Stabili in fondo al listone Sud Chiama Nord all’1% e Avanti – PSI all’1%. Alla generica voce “altro partito” il 2,4%. Non si esprime il 27% degli intervistati, a conferma degli alti tassi di astensionismo nell’elettorato italiano a ogni appuntamento alle urne.
Quando nel luglio del 2013 Papa Francesco scelse Lampedusa come primo viaggio del suo pontificato, non andò a parlare di immigrazione. Andò a parlare di indifferenza. Denunciò quella che definì la “globalizzazione dell’indifferenza”: uomini, donne e bambini che morivano nel Mediterraneo mentre l’Europa discuteva di quote, confini e procedure.
Tredici anni dopo anche Leone XIV sceglie Lampedusa. Non è soltanto una visita pastorale. È un messaggio politico, nel senso più alto del termine, è un invito all’Europa a tenere insieme regole e accoglienza. Ed è un messaggio che arriva nel momento in cui il vento soffia nella direzione opposta. Negli Stati Uniti Donald Trump ha trasformato l’immigrazione nel principale terreno di scontro politico, tra deportazioni di massa, muri e retate. In Europa avanzano governi e partiti che considerano ogni barcone una minaccia e ogni politica di integrazione una resa. Ovunque sembra prevalere la tentazione di sostituire il governo dei fenomeni con la loro rappresentazione: meno soluzioni, più slogan; meno regole efficaci, più propaganda. È dentro questo clima che Lampedusa torna a essere una coscienza. Ricorda che controllare i confini è un dovere degli Stati. Ma costruire deliberatamente irregolarità non è una politica. È un fallimento. E proprio qui emerge il paradosso italiano. Esiste una categoria di persone che la destra detesta più di ogni altra: i migranti irregolari. Ne parla ogni giorno. Li indica come il simbolo del degrado, dell’insicurezza, dell’illegalità. Promette di rimpatriarli, di espellerli, di fermarli, di mandarli in Albania.
Sono la materia prima di ogni campagna elettorale. Poi accade una cosa curiosa. La stessa destra difende con i denti la legge che quegli irregolari li produce. La Bossi-Fini è ormai un monumento politico. Dal 2002 non si tocca. È diventata una reliquia identitaria. Guai a dire che forse non funziona. Verresti immediatamente catalogato tra gli amici dell’immigrazione incontrollata. E invece basterebbe leggere i numeri. Meno di un ingresso su dieci previsto dai Decreti Flussi si trasforma davvero in un permesso di soggiorno e in un contratto di lavoro. Gli altri finiscono nel limbo. Invisibili. Ricattabili. Perfetti per il lavoro nero, il caporalato, l’economia sommersa. Una legge nata per combattere la clandestinità produce clandestini in serie. Un piccolo capolavoro. Naturalmente il governo Meloni sa benissimo che l’Italia ha bisogno di lavoratori stranieri. Lo dimostra ogni anno quando approva nuovi Decreti Flussi autorizzando centinaia di migliaia di ingressi. Ed è qui che il racconto diventa irresistibile. Perché oggi i più accesi sostenitori della “remigrazione” sono gli stessi che ieri hanno votato quei decreti. I deputati vannacciani, oggi in Futuro Nazionale, nel 2024 votarono il decreto che autorizzava oltre 450 mila lavoratori stranieri. Forse erano altri? Forse un’improvvisa epidemia di omonimia parlamentare. Oppure, più semplicemente, cambiano le parole d’ordine con la stessa rapidità con cui si cambia gruppo parlamentare. Prima servivano lavoratori. Adesso servono nemici.
La verità è molto meno epica. L’Italia invecchia. Nascono sempre meno bambini. Mancano muratori, infermieri, badanti, camerieri, operai agricoli. Lo ripetono gli imprenditori. Lo sanno i sindaci. Lo sa il governo. Lo sanno tutti. Ma anziché costruire un sistema semplice per fare entrare chi serve, identificarlo, farlo lavorare, pagare le tasse e i contributi, preferiamo costruire un labirinto amministrativo che trasforma persone regolari in persone irregolari. Poi ci indigniamo perché esistono gli irregolari. È un meccanismo quasi perfetto. Prima li fabbrichiamo. Poi li utilizziamo come prova che avevamo ragione. La Bossi-Fini è questo: una gigantesca macchina della clandestinità di Stato. Non perché favorisca l’immigrazione. Perché favorisce l’immigrazione irregolare. Costringe lo Stato a rincorrere permessi, rinnovi, pratiche, timbri e ricorsi, mentre i controlli veri sul lavoro nero restano insufficienti e lo sfruttamento prospera.
Sarebbe curioso chiedere a un elettore di destra se preferisce uno straniero identificato, assunto regolarmente, che versa contributi e paga le tasse, oppure uno sconosciuto senza documenti, senza contratto e nelle mani dei caporali. Probabilmente sceglierebbe il primo. Eppure continua a votare chi difende il secondo modello. Perché la destra ha scoperto una cosa straordinaria: alcuni problemi sono troppo redditizi per essere risolti. L’immigrazione irregolare è uno di questi. Se diminuisse davvero, bisognerebbe trovare un altro argomento con cui spaventare gli italiani. E Lampedusa tornerebbe a essere ciò che dovrebbe essere: un’isola del Mediterraneo. Non il luogo in cui, da tredici anni, due Papi sono costretti a ricordare alla politica una verità elementare: l’immigrazione si governa con regole giuste, canali legali e controlli efficaci, non costruendo clandestini per poi usarli come bersaglio della propria propaganda.
Se fin qui aveva usato la mazza, adesso Donald Trump è passato direttamente alla clava. Il meme, che dovrebbe avere diffusione molto maggiore di un semplice post, messo in rete dal presidente americano nella notte tra domenica e lunedì equivale a una bomba di profondità mediatica. Giusto un’istantanea di Giorgia che guarda adorante l’americano preso di spalle e un laconico commento: “Restraining Order Needed”.Traduzione letterale: “È necessaria un’ordinanza restrittiva”. Traduzione in italiano corrente: “Toglietemela dai piedi”. A confronto la nota intervista telefonica con la quale il presidente aveva aperto le ostilità, quella del ‘ho accettato la foto perché mi faceva pena’ è una carezza.
A palazzo Chigi e nel governo la nuova carica non se l’aspettava nessuno. In vista del vertice di Ankara di domani promette malissimo. Se The Donald picchia così sulla leader che si è scelto come vittima preferita per bastonare l’intera Europa è probabile che arrivi in Turchia deciso a litigare e non è affatto escluso che per aprire le danze se la prenda di nuovo con Giorgia, e stavolta dal vivo. La decisione della premier era prevedibile. Non reagire. Non replicare. Non prestarsi al gioco e tenere le dita ben intrecciate augurandosi che l’americano non vada oltre. In privato i pezzi da novanta della maggioranza bersagliano l’ex idolo Maga. In pubblico restano muti come la stessa premier o commentano flautati. Lo fa Tajani: “Parole che si commentano da sole ma le relazioni transatlantiche vanno al di là delle semplici dichiarazioni”. Lo fa anche Crosetto: “Bisogna mantenere i rapporti con un alleato storico come gli Usa. Le persone passano, i rapporti restano”. Parole molto caute che proprio per questo mettono in risalto il silenzio del vicepremier Salvini che non arriva neppure a tanto e si barrica dietro un imbarazzante ‘No Comment’.
Mantenere la stessa cautela ad Ankara sarà più difficile, dal momento che per quanto si sforzi di star lontana dal nemico americano Meloni non potrà evitarlo soprattutto se a scegliere lo scontro fosse lui, come è in realtà improbabile ma non impossibile. Ma il punto critico non sono le eventuali villanie di Trump: è la concretissima materia del contendere, cioè le spese militari. Perché proprio su quel fronte l’Italia arriva ad Ankara ancora più esposta del resto d’Europa che già non scherza. Un anno fa, a L’Aja, tutti, con l’esplicito intento di ingraziarsi il rissoso Donald, avevano accettato l’impegno di portare le spese per la difesa sino al 3,5% e quelle per la sicurezza all’1,5% entro il 2035. Detto e non fatto, soprattutto dall’Italia.
La premier arriverà vantando un salto dall’ 1,6% al 2,8% nell’ultimo anno e promettendo di “proseguire in questa traiettoria”, cioè confermando quanto meno esplicitamente possibile il proibitivo impegno. Quelle percentuali però sono in buona parte taroccate. La spesa italiana va divisa in un 2,09% per la difesa propriamente detta e in uno 0,71% per la sicurezza intesa in senso molto lato. La prima percentuale supera di poco quella del 2025, 2% e anche allora il salto di quattro decimali era dovuto non a veri nuovi investimenti ma a un riconteggio di spese precedenti che, tirando un po’ le cose per i capelli, possono rientrare comunque negli standard Nato. La percentuale investita in sicurezza, poi, stata raggiunta considerando “sicurezza” davvero di tutto e di più. Lo sanno tutti in Italia. Difficile credere che non lo sappia Trump.
Bisogna aggiungere due particolari decisivi. L’Italia ha scelto di non aderire al Purl, il piano di acquisti di armi americane da inviare all’Ucraina. Soprattutto, dopo aver prenotato in autunno 14,9 mld per le armi con il SAFE, il prestito molto agevolato europeo, tutto è stato congelato e, nonostante le recenti e volutamente ambigue dichiarazioni, non è affatto detto che il governo scelga di accedere a quel prestito. Conclusione: anche al di là del personale malanimo di Trump nei confronti della ex pupilla che considera oggi una traditrice, l’Italia è davvero l’anello più debole della catena europea e si presterebbe pertanto comunque a fare da primo bersaglio se il presidente americano decidesse, come è probabile che faccia, di attaccare a testa bassa. La premier mira a parare il colpo con la promessa di investire lo 0,55% in più entro il 2028. Sono 17 mld e trovarli in piena campagna elettorale non sarà né facile né indolore.
In casa l’opposizione tutta offre solidarietà alla premier. Schlein e Conte adoperano quasi le stessa formula: le parole di Trump sono inaccettabili ma a prestare il fianco facendosi incantare dalla propaganda Maga invece di scegliere risolutamente l’Europa è stata proprio la maltrattata. Piena solidarietà ma è ora che si svegli. Non che Giorgia possa battere altre strade. A questo punto fidarsi ancora della Casa Bianca indicherebbe solo tendenze suicide e cercare riparo dietro l’Europa è l’unica possibilità per Giorgia. È una devastante sconfitta di tutta la sua strategia in politica estera ma è anche una strada a modo suo comunque impervia. Perché sia per quanto riguarda l’Ucraina che il riarmo anche i partner europei pretendono a questo punto molto più che belle e molto economiche parole.
Il Green Deal europeo è davvero in crisi? No, se guardiamo agli investimenti sulla transizione energetica. Capiamo che periodo stiamo attraversando e cosa ci attende per il prossimo futuro
Il nuovo assetto geopolitico mondiale ha messo a nudo una serie di problematiche che sono state trascurate troppo a lungo. In pratica, quello che per anni abbiamo visto accadere nel software, ovvero l’entusiasmo per le nuove feature che andava a coprire la necessità di rendere sicuro il loro utilizzo, si è applicato anche in mille […]
Lockdown: il mondo s’è fermato! Han premuto il tasto “Pausa”. Ma a ben vedere c’è lockdown e lockdown e non sono mica tutti uguali. Se osservato bene, il modo in cui ogni paese applica, gestisce e narra il modo in cui gestisce l’emergenza rivela molte più cose di quanto sembri a prima vista.
Pure quello che ci riguarda, il lockdown all’italiana, è una lente di ingrandimento che amplifica problemi, storture, rapporti di potere, arretratezze, bagaglio culturale, opinioni diffuse, tipicità, errori ricorrenti, tic narrativi e possibili errori futuri del Belpaese. Ecco perchè vale la pena osservarlo a trecentosessanta gradi.
Siamo nel bel mezzo di una pandemia globale gestita con modalità assai diverse a seconda della nazione o regione coinvolta. Modalità in molti casi caratterizzate da approcci impacciati e contraddittori se non addirittura criminosi ma che nella maggioranza dei casi rivelano la debolezza sistemica di diversi paesi che si son trovati improvvisamente a dover subire gli effetti dei propri problemi strutturali. Problemi che, nel loro insieme, stan contribuendo a rendere quest’emergenza assai peggiore di quanto potrebbe essere se gestita in modo piò oculato e se certe cose fossero state già risolte.
A grandi linee questi elementi possono essere riassunti in:
– Mala gestione di chi inizialmente non ha saputo valutare o addirittura ha tentato di negare la gravità della situazione.
– Il mancato ascolto di chi, nei decenni passati, ha più volte avvertito del possibile pericolo di diffusione su scala globale di pandemie e della necessità di prepararsi all’evenienza. Mancato ascolto che non ha fatto sufficiente tesoro dell’esperienza maturata nel corso di episodi simili come ad esempio la diffusione di SARS e MERS, dell’aviaria, della febbre suina e di quella bovina, giusto per citare i più recenti. Ciò ha fatto sì che gran parte dei paesi industrializzati s’è dovuta rendere improvvisamente conto di non avere piani di contenimento sufficienti né procedure adeguate da seguire; di non avere né scorte di materiale indispensabile né sistemi autonomi per produrlo. Il tutto si è così tradotto in gestioni improvvisate ed emergenziali fatte spesso un tanto al chilo, come ad esempio le iniziali disposizioni di lockdown regionali in cui si son viste chiudere le scuole ma non i centri commerciali o le restrizioni all’uso di tamponi e mascherine emesse perché non c’e n’erano abbastanza.
– La mancata presa di coscienza della catena di correlazioni che unisce con un filo rosso la distruzione di interi ecosistemi, le condizioni igieniche spaventose dell’industria dell’allevamento e la diffusione di pandemie, così come il costante peggioramento della qualità dell’aria, da più parti indicato come molto probabilmente correlato all’incidenza del contagio.
– Una politica economico-finanziaria che in occidente ha indebolito la sanità pubblica, l’istruzione (medica e non) e l’istituzione di sistemi di prevenzione per emergenze aperiodiche mentre nei paesi più poveri ha impedito lo sviluppo di sistema sanitari adeguati. Le disuguaglianze derivanti dagli attuali sistemi di produzione ora verranno pagati a carissimo prezzo a livello planetario rivelando ancor di più la necessità di ridurre tali disuguaglianze: i paesi più poveri ora rischiano di diventare degli immensi focolai a scapito delle persone più deboli facendo tra l’altro anche saltare la produzione di quei beni su cui è fondato il sistema di produzione stesso.
– Comparti economici che hanno lavorato attivamente contro ogni forma di contenimento e prevenzione anteponendo il proprio interesse speculativo ad ogni altra cosa, al costo di negare l’epidemia. Il caso della mancata zonizzazione della Val Seriana per salvaguardare le sue industrie e manifatture ne è un esempio evidente.
– Media mainstream eccessivamente dipendenti da interessi economici che, senza soluzione di continuità, inseguono e cavalcano notizie che alimentano il panico ma al tempo stesso diffondono messaggi tranquillizzanti, aumentando a dismisura quella schizofrenia delle notizie che immancabilmente si ripete nelle situazioni. Panico e allarme che oggi trovano nei media mainstream commerciali un terreno perfetto per la loro diffusione.
– La scarsa coordinazione internazionale per problemi di ordine globale. Ciò che avviene con la pandemia del SARS-CoV-2 ripropone in scala accelerata ciò che avviene da decenni riguardo all’emergenza climatica, ossia la mancata applicazione del concetto che in un mondo globalizzato, i problemi e le cattive condotte di UN paese sono un problema drammatico per TUTTI i paesi. Mancata coordinazione che il mondo scientifico s’è immediatamente adoperato per superare mentre al contrario diversi governi si ostinano a rifiutare, chiudendosi a riccio e cogliendo l’occasione per imporre agende nazionaliste.
Documento del 22 dicembre 2010 in vui veniva valutata la gestione della pandemia del virus H1N1 nella regione Lombardia rilevando già in quella data numerosi problemi (LINK a file PDF)
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: paesi e regioni che eseguono test a tappeto, altri eseguono test mirati ed altri ancora che faticano a procurarsi il materiale per eseguire i tamponi; criteri di conteggio differenti che non possono essere paragonati tra loro sballando rilevazioni e statistiche; quotidiani e politici che hanno alternato allarmi eccessivi a pericolose e immotivate banalizzazioni; morti che vengono celate o fatte passare per non attinenti al coronavirus; regioni ricchissime ridotte al collasso da sistemi sanitari perlopiù privati o semi-privati che vengono aiutati da ONG e paesi decisamente più poveri ma che hanno sistemi sanitari pubblici; medici ed infermieri che cercano di fare quel che possono con quel poco che hanno (mancanza di personale, dispositivi di protezione, posti letto, ospedali da campo…) e che quindi si contagiano e muoiono; amministratori locali impanicati che per reazione strafanno optando per soluzioni militari eccessive coadiuvate da forze di polizia che applicano divieti privi di valenza medica, contraddittori e/o completamente assurdi. Big tech, Grande Distribuzione Organizzata e comparti della logistica e del delivery che sfruttano l’occasione per lucrare grazie alle proprie posizioni dominanti e che aumentano il proprio campo d’azione ed ingerenza su economia e politica (Google, Twitter ed Apple hanno già annunciato che inizieranno iniziative volte a facilitare il tracciamento degli utenti).
L’industria della sorveglianza che coglie la palla al balzo per far testare sui civili tecnologie di controllo con l’entusiastica partecipazione delle forze di polizia e movimenti politici destrorsi che premono affinché i governi implementino soluzioni di sorveglianza digitale nonostante si siano rivelate di dubbia utilità in quanto le prassi applicate nei paesi che meglio han saputo rispondere all’emergenza erano valide anche a prescindere dei tracciamenti digitali.
Come osi?
Capiamoci, una pandemia globale è un evento imponente e drammatico che per forza di cose genera allarme e problemi di diverso tipo portando immancabilmente a restrizioni, limitazioni e grossi problemi di varia natura indifferentemente dal tipo di sistema politico/economico/sanitario/organizzativo che ci si è dati.
Detto ciò bisogna però ribadire che il modo in cui un’emergenza viene gestita può fare una grandissima differenza: una gestione sensata e ben organizzata dell’emergenza è certamente più efficace di una gestione improvvisata ed eccessiva. Pur non esistendo formule magiche né sistemi perfetti che avrebbero certamente evitato tutto ciò con equanime consenso di medici, economisti, lavoratori, politici, movimenti per i diritti civili e quant’altro, osservare quello che in questo momento non sta funzionando a dovere è un passo indispensabile per poter fare meglio ed evitare di proseguire su strade che causano infiniti danni collaterali di ordine sociale, psicologico, economico e politico.
Un “criticone”
Non v’è alcuna alternativa: il miglioramento dell’esistente può iniziare solo da una critica dello stesso. L’importante è che questa critica sia ragionata ed aperta alla confutazione. Senza critica, insomma, si accetta che storture ed errori proseguano anche in futuro così come sono o, peggio, se ne avalla pure l’enfatizzazione.
Ciò che differenzia una sana critica da indignazione, sfogo e vuota polemica risiede nella qualità dell’analisi: una critica durissima ma sensata, logica, precisa e documentata è certamente un qualcosa di più utile e rispettoso di qualsiasi forma di supporto acritico e tolleranza di facciata. Criticare la gestione dell’emergenza comporta necessariamente anche la messa in discussione delle sue premesse, ossia di quegli elementi preesistenti che hanno impedito fin dall’inizio di mettere in campo una gestione migliore. Non solo: la critica non può esimersi nemmeno dall’evidenziare quegli elementi dell’attualità che preannunciano inquietanti sviluppi che si potrebbero manifestare in futuro.
C’era una volta un virus
C’è molto da dire sul modo in cui questa pandemia è stata narrata dai grandi media mainstream. Concentrandoci sull’Italia, dopo un iniziale spaesamento in cui abbiamo visto quotidiani, politici e associazioni industriali alternare confusamente urla di panico ed appelli alla normalità, nell’arco di qualche settimana la narrazione mainstream della pandemia s’è andata più o meno assestando su alcuni punti e formule fisse (ma non va dimenticato che le narrazioni non smettono mai davvero di evolvere).
Con un video pubblicato il 28 febbraio, la Confcommercio di Bergamo lanciava questo hashtag e la relativa campagna mediatica
Sulla costruzione di questa narrazione dominante sono necessarie numerosissime osservazioni perché al suo interno confluisce un po di tutto: dalle premesse sul sistema economico ai tic ricorrenti della narrazione nazionale italiana, dalle contraddizioni sistemiche ai format discorsivi sul decoro ecc.
Osservazioni su tutti questi aspetti non son certo mancate in queste settimane: articoli, discussioni online, podcast e trasmissioni radio estremamente puntuali capaci di cogliere ed esporre questi diversi elementi e le loro sfacettature, mettendone a nudo contraddizioni, storture e non-detti. Osservazioni che purtroppo non sorprende abbiano trovato poco o nessuno spazio sui media mainstream, troppo dipendenti da quegli stessi interessi economici e politici dominanti interessati a confermare lo status quo.
Ma se i media mainstream non danno troppo spazio a queste argomentazioni possiamo almeno farlo qui, segnalando giusto alcuni articoli consigliabili::
L’unico elemento che al momento pare non esser stato trattato con troppo interesse, forse perché dato per acquisito dalla maggior parte dei commentatori, è l’impatto che ha avuto negli anni passati la diffusione nel discorso pubblico delle idee NoVax, che hanno preso in ostaggio delle giuste critiche sulle storture di un’industria farmaceutica in mano alle multinazionali, facendone però il tramite per timori antiscientifici privi di fondamento.
Timori cavalcati e sfruttati da politici poco lungimirantigiusto per questioni di bassa strategia e che han contribuito a diffonderli trasversalmente nel discorso pubblico influenzando di conseguenza l’intero mondo politico rendendolo così meno propenso ad tener in considerazione le richieste del mondo scientifico.
Il mondo è a colori: non in bianco e nero nè in scala di grigi
Va aggiunta un’ulteriore postilla che purtroppo non è così scontata, specie tra chi solitamente non è propenso all’analisi critica e metodica della realtà: la critica in sè non corrisponde necessariamente alla negazione dell’oggetto preso in considerazione. Purtroppo il livello discorsivo diffuso tende ad appiattire e banalizzare la critica dello status quo per rifiutarla in toto e non affrontarla.
Detto in soldoni: criticare il lockdown non equivale a dire “tana libera tutti: comportiamoci come se la pandemia non esistesse” allo stesso modo per cui essere contrari alla violenza non equivale necessariamente a rifiutarsi di tirare un cazzotto in faccia a qualcuno che minaccia di ucciderci.
La realtà è complessa, ambigua, contraddittoria e densa di sfumature. Rifiutae ciò e banalizzarla in un ritratto in bianco e nero (“o stai con le misure imposte dal governo o sei uno scellerato”), è il modo migliore per non vederla così com’è e, di conseguenza, non esser mai in grado di migliorare alcunchè.
Allo stesso modo è svilente e deviante l’uso del “ricatto della soluzione”, ossia il rifiuto della critica attuato imponendo a chi osserva un malfunzionamento di fornire allo stesso tempo anche soluzioni immediate. Insomma: non sono un meccanico ma se mi accorgo che i freni della macchina non funzionano e dico a gran voce, non ha molto senso zittirmi con “troppo facile criticare i freni se non sai ripararli!!11!!1!!1”.
Colpisci il capro! Colpiscilo! Ancora, ancora!
Nelle situazioni di panico e pericolo, la ricerca di un capro espiatorio è una ricorrenza tristemente consueta, tanto più quando il pericolo è generalizzato ed impalpabile. Il bisogno di scaricare la propria rabbia e frustrazione contro una figura definita e tangibile sulla quale poter appiccicare la colpa per eventi che in realtà hanno cause molto complesse e ramificate nasce da impulsi emotivi antichi e profondi che nel corso dei millenni si son manifestati nelle forme più varie.
Dopo gli attentati dell’11 settembre, ad esempio, l’impossibilità di correlare rabbia e timori tanto immensi contro uno sparuto numero di terroristi o verso le entità politiche che hanno sfruttato tali eventi per portar avanti la propria agenda imponendo una narrativa incentrata su patriottismo e militarismo, la reazione è stata quella demonizzare in modo generalizzato l’intero mondo arabo e/o islamico.
I media mainstream, che si attengono alle regole del mercato ed alle linee editoriali imposte dalla proprietà più che che all’analisi critica del mondo, non fanno altro che cavalcare questa generalizzazione gettando benzina sul fuoco ed alimentando queste reazioni insensate.
Insensate ma utili all’agenda politica degli editori e della proprietà dei grandi media, attentissima a “dare il La” alle discussioni da social decidendo gli argomenti di cui far parlare la popolazione e/o impostando la chiave con cui leggere gli eventi.
Ciò può esser osservato anche nel modo in cui i maggiori media italiani cavalcano, alimentano ed indirizzano il sentimento anti-migranti in funzione di interessi politici e non per reale interesse nei confronti di queste persone.
Tutto ciò genera un circuito chiuso in cui media, social network e politica si alimentano e confermano a vicenda senza lasciar spazio a critica alcuna, consolidando lo status quo.
Liberarsi dalla narrazione mainstream quindi è un’impresa assai impegnativa, sia per la difficoltà di affrontare analisi complesse ed imparare ad informarsi in modo preciso e metodico che per il fatto che la narrazione mainstream non è necessariamente fatta di notizie false ma si caratterizza soprattutto per la sproporzione data ad elementi del reale. In sostanza i grandi media, più che a raccontare menzogne tout court tendono ad alterare la realtà dando grandissimo peso ad alcuni fatti reali selezionati, “inquadrandoli” in un certo modo o, soprattutto, per semplificazione, ossia fornendo informazioni reali parziali e scontornate dal quadro generale, in modo da poterle usare in un quadro completamente diverso.
Per capirci basterà citare l’esempio dei dati sulla criminalità in Italia che pur essendo costantemente in calo da decennivengono narrati dando enorme peso solo a quella parte di dati che, estrapolati dal loro contesto, possono essere enfatizzati per dipingere un quadro opposto alla realtà: il leggero aumento temporaneo di un certo tipo di reato, presentato dai quotidiani come “record di furti” impone con tre parole una falsificazione percettiva della realtà attraverso dati reali decontestualizzati. Smontare tale narrazione è sempre possibile ma richiede necessariamente un gran sbattimento per poter reinserire quel dato nel contesto originario e si scontrerà con un’opinione pubblica che quel dato già lo conosce e quindi ciò che andrà decostruito non è il dato in sé ma l’intero contesto in cui è inserito.
Il temibile e temerario babau giallo che ha tenuto in scacco il Veneto… semplicemente saltando un posto di blocco.
Poiché è dai margini che il centro diventa più evidente, nell’osservazione di vicende secondarie e marginali questi meccanismi risultano ancor più espliciti e facili da studiare e questo vale anche nella costruzione di capri espiatori. Notevole a questo proposito l’epopea di Igor il russo o l’assurda vicenda dell’Audi Gialla; episodi in cui, soprattutto a distanza di tempo, risultano particolarmente evidenti le forzature con cui i protagonisti di queste narrazioni son stati eletti a puri e semplici feticci su cui convogliare pulsioni, paure, paranoie, fantasie e pregiudizi inespressi.
In tutti questi casi il capro-feticcio diviene una figura a sé, separata ma sovrapposta al suo rappresentante reale: nel caso del post 11 settembre un americano di terza generazione di origine libanese e di religione cristiana poteva esser narrato come uno pseudo-jihadista saudita che simpatizza per i tagliateste e che segretamente anela a circondarsi di spose bambine e distruggere l’occidente; nel caso dei migranti l’ingegnere nigeriano di fede pentecostale figlio di famiglia borghese che fugge dall’impoverimento diviene un allevatore di capre troglodita ignorante che pratica il voodoo in una capanna di sterco e fango che viene qui a rubarci le donne e il lavoro pur essendo troppo scansafatiche per lavorare e inoltre… scandalo dello scandalo… è addirittura colpevolmente possessore di uno smartphone!
Il criminale serbo Norbert Fehler diviene Igor il russo, una sorta di supercattivo dei fumetti a metà tra James Bond e Rambo, imprendibile e capace di tenere in scacco oltre duemila carabinieri, avvistato ovunque ma introvabile come Bigfoot, cattivissimo ed abilissimo, geniale e scaltrissimo; un’automobile gialla che salta un posto di blocco diviene l’imprendibile Audi Gialla guidata da criminali dell’est e che scorrazza a tutta velocità per il Veneto per dimostrare con un gesto di spregio che le genti slave possono fare ciò che vogliono “a casa nostra”.
Tale meccanismo è particolarmente presente nella cultura di coloro cui son affidati compiti di controllo sulla popolazione in quanto definire un nemico tangibile permette di agire attivamente ed in forme materiali, visive e quindi spettacolari (l’inseguimento del corridore solitario sulla spiaggia o l’esibizione dei droni a scansione termica sono intrinsecamente degli atti teatrali). Anche qui non si tratta di un meccanismo necessariamente voluto: se in alcuni casi capro espiatorio e spettacolarità sono ricercati a tavolino, nella maggioranza dei casi sono un effetto complementare di un modo di vedere le cose altamente interiorizzato. A questo proposito basta citare alcuni commenti provenienti da gruppi Facebook di forze dell’ordine in cui per osservare l’insensata acredine immediatamente maturata dopo l’imposizione del lockdown per quelli che vanno in giro con il cane, visti come dei “furbetti” che usavano i propri animali da compagnia come passepartout per aggirare la legge e l’immediata nascita di leggende metropolitane su cani diventati magrissimi perché obbligati a camminare per ore.
#ConfinatiInCasa a causa di un sistema emergenziale inadatto
La diffusione del SARS-CoV-2 è un problema innanzitutto sanitario e dunque la prima cosa da tenere a mente per qualsiasi ragionamento sono proprio le indicazioni sanitarie su come effettuare il suo contenimento. Indicazioni che possono essere riassunte in:
Riduzione dei contatti fisici (distanziamento fisico / limitazione degli spostamenti / isolamento / uso di dispositivi di protezione)
Sanificazione (disinfezione ambienti / potenziamento delle prassi igieniche)
Monitoraggio (tamponi / verifica della catena di trasmissione)
Le modalità di applicazione di queste indicazioni possono variare molto e non sono esenti da discussioni tra medici e preoccupazioni di varia natura: il distanziamento fisico comporta la cessazione di numerose attività economiche indispensabili e non; l’isolamento applicato in forma preventiva è causa di numerosissimi problemi; i dispositivi di protezione sono utili solo se usati correttamente, altrimenti possono contribuire a diffondere il virus; la disinfezione degli ambienti richiede una certa preparazione; mancano materiali; la verifica della catena di trasmissione se fatta con mezzi informatici può avere dei risvolti catastrofici sulla privacy ecc.
Il tutto é ulteriormente complicato dal fatto che le problematiche pregresse (sistema sanitario indebolito da decenni di tagli e privatizzazioni, mancanza di personale medico, mancanza di un piano di contenimento già preventivato, dotazioni non sufficienti ecc.) han portato a compensare tali mancanze con un intervento meramente poliziesco tradottosi infine nel lockdown generale, nel #restiamoacasa, e nel teatrino dei decreti e delle autocertificazioni emesse in serie.
La riduzione dei contatti fisici attraverso limitazioni di mobilità ed assembramento è il metodo più drastico per contenere la diffusione del contagio (anche se diversi studi suggeriscono che i lockdown hanno efficacia diversa a seconda dei luoghi e delle modalità con cui viene effettuato e che, addirittura, in determinati casi si rivela controproducente) e può essere attuata in diversi modi, ossia limitando la mobilità tra aree diverse (a livello di nazione, regione, provincia, area, comune, quartiere) ed impedendo qualsiasi attività che preveda la compresenza ravvicinata di più persone. Ciò può essere effettuato in modo selettivo con la creazione di cordoni sanitari mirati (come isolare molto duramente una certa area ma applicare limitazioni meno stringenti in un’altra oppure presidiare i luoghi ad alto rischio concentrando gli sforzi sui potenziali focolai ed imporre solo norme di distanziamento nei luoghi a basso rischio). In generale il mondo medico suggerisce l’interruzione degli spostamenti a grande distanza, degli assembramenti di massa, mantenere un costante distanziamento fisico e buone prassi di disinfezione, ma non parla mai di confinamento totale e preventivo nelle abitazioni.
E’solo nel peggiore dei casi che questo viene applicato in maniera generalizzata, ossia il lockdown totale in cui viene bloccata ogni attività ed impedito ogni spostamento sul territorio.
Ricorrere al lockdown generale è una soluzione estrema sintomatica di una situazione oggettivamente fuori controllo oppure, più semplicemente, di una situazione non si è stati capaci di gestire. In altre parole è il risultato del fallimento delle misure preventive e di contenimento iniziale. Una grossa presa di coscienza della propria impreparazione, insomma.
Ma la gestione dell’emergenza come s’è detto varia notevolmente da paese in paese e le differenze di approccio derivano da fattori politici, sistemici, economici e territoriali di cui bisogna tenere ben conto quando si effettuano paragoni. Quando si parla del lockdown in Nuova Zelanda, per esempio, si parla di due isole grandi come l’Italia ma una popolazione di soli 5 milioni di abitanti. Nel caso di Cuba si parla di un’isola grande un terzo dell’Italia ma con un sesto dei suoi abitanti e che vanta non solo il miglior sistema sanitario dell’America latina ma pure il maggior numero di medici pro capite nel mondo. Hong Kong e Singapore sono sostanzialmente delle città-stato ad altissima densità abitativa. Insomma: è una banalità far notare che gestire la pandemia a Hong Kong è diverso che gestirla nelle campagne del Marlborough neozelandese ma a quanto pare questa banalità sembra sfuggire a gran parte dei media nostrani, che insistono soprattutto sulla questione dei test fatti a tapeto sull’intera popolazione in Corea del sud e sul tracciamento digitale delle persone, promuovendolo come inevitabile.
Se da un lato i nostri media insistono su test e tracciamento, dall’altro si son però rivelati assai imprecisi nel descrivere l’applicazione del lockdown negli altri paesi, per la gran parte molto meno restrittivi dell’Italia.
L’ostracismo dei comparti economici bergamaschi che hanno impedito il lockdown della Val Seriana e l’impreparazione generalizzata del governo italiano e delle amministrazioni locali che ha contribuito a posticipare oltre il dovuto l’applicazione di procedure emergenziali mirate, sono indubbiamente i principali responsabili del tracollo che ha portato all’imposizione di un lockdown durissimo che sulla penisola è stato applicato con un tono del tutto peculiare caratterizzato da una forma di militarizzazione che fatta eccezione per alcuni regimi dittatoriali trova forse dei paralleli solamente in Spagna.
Tutto chiuso e tutti al chiuso. L’ordine generale si è tradotto di fatto in un contenimento di massa che ha confinato l’intera popolazione agli arresti domiciliari nella speranza di riuscir a rallentare la diffusione del contagio affinché prosegua entro livelli gestibili dal sistema sanitario nazionale e questo nonostante il parere contrario di diversi medici che non mancano di far notare che la presenza prolungata in ambienti ristretti comporti molti più rischi che starsene all’aria aperta.
L’equazione è semplice: minore è la capacità del servizio sanitario nazionale di rispondere all’emergenza e maggiori sono le restrizioni imposte. Detta brutalmente: non avendo un sistema emergenziale efficace né un sistema sanitario tarato sulle reali esigenze della popolazione, adesso è la popolazione stessa a dover tarare le proprie vite per far in modo che sia il contagio ad adattarsi ai ritmi che questo sistema sanitario prosciugato da decenni di tagli può sostenere.
Italian Lockdown
Osservare l’ordine temporale con cui si è giunti al lockdown in Italia rivela molte cose: tra novembre e dicembre 2019 i medici cinesi iniziano a rilevare morti sospette e interrogarsi; il 31 dicembre viene avvertita l’OMS e la TV pubblica cinese avverte la popolazione della presenza di un virus ancora sconosciuto. Nei primi giorni di gennaio diversi paesi iniziano ad effettuare verifiche negli aeroporti sulle persone provenienti da Wuhan. A metà gennaio il virus viene identificato ed al contempo giunge la conferma della sua presenza anche al di fuori dalla Cina: a Taiwan, in Corea del sud e negli USA. Il 23 gennaio viene attuato il lockdown di Wuhan mentre i casi in Cina aumentano vertiginosamente. Nel giro di pochi giorni arrivano conferme della presenza del virus da sempre più paesi sparsi sul globo ed il 31 gennaio 2020 l’OMS dichiara che v’è il pericolo che si sviluppi una pandemia globale.
Nello stesso giorno vengono sospesi i voli dalla Cina all’Italia. A Roma due turisti cinesi risultano positivi al virus. In questo momento i grandi media italiani trattano la notizia perlopiù come un qualcosa di marginale che riguarda solo la Cina ed i suoi abitanti ed a livello politico/gestionale non vengono intraprese particolari procedure di contenimento al di là della verifica delle persone provenienti dalla Cina. Questo fino al 21 febbraio quando irrompe la notizia dei primi morti italiani per coronavirus a Codogno (Lombardia) e, a breve giro, a Vò Euganeo (Veneto). I media italiani a questo punto lanciano allarmi di panico. Nel giro di pochi giorni alcuni dei comuni coinvolti vengono dichiarati zona rossa (ma non tutti) e le regioni colpite iniziano ad emettere ordinanze atte a limitare assembramenti per attività ritenute non indispensabili (scuole, centri sportivi, sagre, manifestazioni), permettendo tuttavia gli assembramenti per attività lavorative, nei centri commerciali, mezzi di trasporto pubblico ecc. Le contraddizioni insite in queste ordinanze le rendono, di fatto, inutili.
Campagna a favore della diffusione del contagio del 26 febbraio 2020
Verso fine febbraio i comparti economici, spaventati dall’allarme mediatico e dal contraccolpo economico che stava causando, attraverso i propri responsabili media lanciano campagne tranquillizzatrici come #MilanoNonSiFerma e #BergamoIsRunning che, coinvolgendo diversi media, influencer, social e personaggi politici a loro affini, tentano di negare e minimizzare la realtà dei fatti attraverso una campagna stampa prontamente e acriticamente rilanciata sui social commerciali da una schiera di utili idioti. Al contempo pure alcuni quotidiani pubblicano articoli atti a minimizzare l’emergenza.
In questa immagine i titoli di sinistra vanno dal 22 al 25 febbraio mentre quello di destra è del 27
Il numero dei contagi tuttavia aumenta e con due decreti in rapidissima successione, tra l’8 ed il 9 marzo il governo italiano dichiara l’intero paese zona rossa impedendo alla popolazione di uscire dalla propria regione di residenza ma permettendo ancora l’apertura dei negozi ed il lavoro nelle fabbriche. A seguito dell’annuncio diverse migliaia di persone si è allontanano dalla città, perlopiù per tornare nelle proprie regioni di origine (o verso seconde case, con enorme fastidio della gente del posto). Le stime più alte parlano di trenta o quarantamila persone. Queste partenze improvvise vengono narrate dai media con discreto allarme generando diverse polemiche.
Consigli utili soprattutto a diffondere il contagio
L’11 marzo il governo impone una nuova stretta con la chiusura di tutti i negozi tranne supermarket, banche, farmacie, edicole e poche altre tipologie ed il divieto per la popolazione di lasciare il proprio comune. Le forze di polizia applicano le disposizioni dandogli una lettura particolarmente restrittiva impedendo, di fatto, ogni tipo di attività all’aperto anche se solitaria e svolta in sicurezza. L’autoisolamento in casa, già attuato preventivamente da milioni di persone s’inaspriva rendendo di fatto illegale uscire dalla propria abitazione.
Non controlli sanitari ma solo di polizia
Tra polemiche, gogne social verso chi “non si attiene alla legge” e concessioni minimali, si assesta una applicazione del lockdown in cui il diritto ad una circolazione limitata è concesso non in base a criteri di sicurezza sanitaria ma in base al principio della “giusta motivazione”: andare a far la spesa al supermercato più vicino o a lavorare in fabbrica è concesso, passeggiare no. Nel frattempo vengono preparati alcuni ospedali provvisori. Le fabbriche tuttavia restano attive, pur costituendo i maggiori focolai.
Solo il 21 marzo vengono chiuse anche le fabbriche, fatta eccezione per quelle ritenute “essenziali” (tra cui l’industria bellica). Nel corso delle settimane successive diverse aziende riescono comunque ad ottenere il permesso di tornare a produrre e Confindustria preme affinché venga concessa una riapertura di quasi tutte le attività. Già nella seconda settimana di aprile, nonostante non vi sia alcun segno di un calo dei contagi, numerose fabbriche iniziano a riaprire, il governatore del Veneto Zaia dichiara che di fatto il 60% delle aziende della regione sono attive ed in tutt’Italia le aziende riaprono autocertificandosi come essenziali, spesso con motivazioni del tutto inconsistenti. Due terzi degli italiani, in un modo o nell’altro, continua a lavorare.
Questa è a grandissime linee la cronologia dell’imposizione del lockdown nel Belpaese fino a questo momento, da cui risulta particolarmente evidente il ruolo di primo piano che ha giocato il comparto economico nel remare contro l’applicazione delle misure sanitarie di contenimento, l’indecisione della politica e la schizofrenia con cui i media han trattato il tutto.
Chinese Lockdown
A termine di paragone è interessante osservare le tempistiche del lockdown a Wuhan, in quanto, pur tenendo in considerazione le differenze sociali/ambientali/politiche/economiche, il lockdown di Wuhan si differenzia da tutti gli altri per via della sua eccezionalità (trattandosi dell’epicentro del contagio) ed il modo in cui è stato applicato evidenzia differenze d’approccio molto forti rispetto ai lockdown occidentali, tra cui quello italiano.
Il 23 gennaio viene annunciato il divieto di uscire dalla città di Wuhan e che il trasporto pubblico sarebbe stato interrotto entro poche ore, causando un esodo di massa nelle ore antecedenti alla sua interruzione (si calcola che solamente via treno furono circa 300.000 le persone che abbandonarono Wuhan). Vengono chiuse anche le autostrade. Il giorno dopo le stesse imposizioni sono state applicate in comuni limitrofi. Si iniziano subito ad applicare le misure di contenimento (che vedremo meglio dopo). Il 13 febbraio vengono chiuse tutte le fabbriche non essenziali. Il 20 febbraio vengono chiuse anche le scuole. A partire dal 13 marzo, a scaglioni si inizia a permettere nuovamente lo spostamento all’interno dei comuni ed a riaprire alcune fabbriche. L’8 aprile termina il lockdown di Wuhan ma proseguono le norme di distanziamento fisico e sicurezza.
Checkpoint all’ingresso di un blocco residenziale di Wuhan
Le tempistiche rivelano con chiarezza come l’approccio cinese sia stato fin da subito più deciso e netto mentre quello italiano (e di molti altri paesi occidentali), ma il tutto risulta ancor più interessante osservando le caratteristiche applicative del contenimento di Wuhan, da cui si possono evincere le enormi differenze strutturali e organizzative e rispetto all’Italia Innanzitutto va osservato che le chiusure sono state fatte principalmente per comunità: paesi, villaggi, aree urbane son stati chiusi al contatto esterno imponendo spesso un unico accesso controllato con checkpoint, con livelli di rigidità proporzionali al livello di contagi all’interno della comunità stessa. La spesa nei mercati era permessa a giorni alterni. Per realizzare queste compartimentazioni fra zone molte strade sono state bloccate.
All’interno delle comunità isolate ci si è organizzati per offrire servizi all’interno della comunità in forme sicure.
Circa quarantamila medici da ogni zona del paese sono giunti rapidamente a Wuhan e nelle città limitrofe per dare manforte al personale locale ed evitare il collasso della struttura sanitaria locale. Allo stesso tempo sono stati realizzati in tempi rapidissimi due nuovi ospedali specifici per i pazienti più gravi e dieci ospedali temporanei all’interno di centri fieristici e sportivi per curare i pazienti meno gravi. I medici delle singole comunità hanno fatto materialmente il giro di ogni singola abitazione per verificare la presenza di sospetti malati, le situazioni a rischio, stabilire se imporre la quarantena alle persone che vivevano assieme a chi era stato ricoverato, decidere se ci fossero casi da monitorare ed effettuare tamponi mirati.
Le persone che si sospettava potessero esser state contagiate sono state sistemate in alloggi isolati (ad esempio in camere d’albergo) e tenute sotto osservazione per almeno due settimane
Oltre a questo sono stati istituiti centinaia di ricoveri temporanei per separare le persone a rischio e far trascorrere due settimane o più in quarantena (spesso in isolamento) e osservazione a chi era stato dimesso o fosse stato a contatto con persone contagiate. Il governo ha fornito cibo e servizi base alle persone in quarantena tramite l’esercito.
Ciò che ha caratterizzato il lockdown di Wuhan è stato innanzitutto un livello di compartimentazione estremamente capillare e metodico grazie ad un’organizzazione basata sul principio delle comunità, sull’utilizzo delle reti locali e utilizzando l’esercito in funzione delle esigenze del personale medico: se all’interno di un complesso abitativo vi era un contagiato, l’intero complesso poteva esser messo sotto quarantena impedendo ai suoi inquilini di uscire ma se dopo un certo lasso di tempo (minimo due settimane) veniva rilevato che i soli contagiati erano quelli di un determinato appartamento, le limitazioni ai residenti degli altri appartamenti potevano esser rivedute. All’interno di comunità prive di contagi la restrizione di movimento era applicata solo al di fuori dell’area della comunità stessa (quartiere, villaggio) ma non vi era necessariamente il divieto di uscire al di fuori di essa.
Non va però dimenticato che la gestione ha presentato tratti anche assai feroci, con esercito ed amministrazioni che han agito con estrema durezza per far applicare la quarantena, spesso imponendola, ad esempio minacciando di staccare la corrente a chi non collaborava.
E’dunque necessario un esercizio di separazione: il lockdown effettuato a Wuhan è stato indubbiamente gestito in maniera militarista e totalitaria e in questo può solo esser rifiutato, ma (qui la separazione) va osservato che il tutto è stato fatto ponendo al centro di ogni ragionamento le esigenze mediche.
Niente distribuzioni di pseudo-mascherine nè aperture furbette di fabbriche o mancati lockdown a causa delle pressioni dell’industria locale.
Altro aspetto Interessante è che l’utilizzo di tecnologie di tracciamento pare esser stato decisamente molto meno utile e centrale rispetto a quanto vien riportato dai grandi media occidentali; piuttosto sembra esser stata usata soprattutto per intimidire la popolazione facendole percepire la presenza costante dello sguardo delle forze di controllo sui propri movimenti attraverdo app di tracciamento e micacciosissimi droni con altoparlante.
Stendere il virus con multa e manganello
In Italia il lockdown si è imposto come un divieto generalizzato di effettuare qualsiasi attività “non giustificata” all’aperto e nell’esperienza comune di ogni cittadino il rapporto con il governo non comprende medici che vengono a verificare la situazione casa per casa né membri dell’esercito agli ordini dei medici ma solamente forze dell’ordine che controllano che chi sia in giro abbia una “giusta motivazione”. Questo perchè qui s’è imposto il puro e semplice #RestiamoInCasa generalizzato (anche se, come altri han notato, #RestiamoDistanziati, #MinimoDueMetri o altre formule del genere sarebbero certamente state più oneste, utili e sane) per compensare l’incapacità di concepire una gestione più ragionata dell’emergenza.
La forma con cui sono state applicate le restrizioni in Italia è tra l’altro anche un segno tangibile della sproporzione tra spesa militare e spesa sanitaria del paese: non è un caso se militarizzare le strade sia risultato più semplice che attuare protocolli sanitari d’emergenza sul territorio perché notoriamente l’Italia investe più nell’esercitoe nelle forze di polizia (vedi anche qui e qui) che sulla salute della popolazione. L’Italia è pure il paese europeo col maggior numero di effettivi nelle forze di polizia, dato che risulta ancor più impressionante se rapportato al numero di abitanti ed alla superficie del territorio.
Anche riguardo all’istruzione la situazione è simile e si rileva che l’Italia è tra gli ultimi paesi in Europa per spesa nell’istruzione eanche a livello internazionale non siamo messi bene (superati ad esempio da Benin, Malawi, Afghanistan, Mongolia e Sierra Leone). Cuba, per esempio, investe oltre tre volte più dell’Italia nell’Istruzione. Non è un casoi se ci mandano i medici, ecco.
Non stupisce dunque che diversi gli indicatori riportino un drammatico calo delle capacità degli studenti italiani. Non è un caso, dunque, se scarseggiano medici ed infermieri ma le forze dell’ordine non mancano mai.
Giusto per fare un esempio sulle differenze di spesa, non è mancato chi ha fatto notare che i soldi impiegati per acquistare un solo F-35 sarebbero stati meglio investiti nella realizzazione di 1350 posti letto per cura intensiva.
Non importa solo quanto spendi, ma anche il come
Insomma, in un paese con grandi apparati militari e polizieschi ma apparati sanitari e scolastici sottodimensionati era tristemente prevedibile che la gestione di un’emergenza sanitaria in Italia sarebbe stata trattata soprattutto come un generico problema poliziesco.
Va osservato che questo forte sbilanciamento a favore degli apparati di controllo influisce su diversi piani e moltissimo anche a livello culturale: quando le amministrazioni locali hanno iniziato a capire che la questione del virus fosse un problema serio, queste, anche se in maniera spesso pasticciata, vi si sono approcciate pensandolo proprio in ottica poliziesca, partorendo difatti ordinanze e divieti che non avevano alcun senso dal punto di vista sanitario e che han toccato solo e soltanto quelle forme di assembramento tipicamente più soggette all’intervento poliziesco (manifestazioni, scioperi, eventi di piazza, scuole, centri sociali) senza toccare le forme di assembramento che riguardavano i luoghi destinati a produzione, commercio e tradizione (centri commerciali, fabbriche, chiese, case di riposo). Solo successivamente a queste disposizioni poliziesche hanno iniziato a fornire informazioni sanitarie basate più o meno su indicazioni mediche.
Anziché un problema sanitario gestito con l’ausilio della forze di polizia, il lockdown italiano é stato caratterizzato fin da subito come un problema di polizia motivato da questioni sanitarie. Una differenza non da poco.
Il virus circola, la polizia vuole #TuttiAlChiuso
Il risultato si è tradotto nell’affermazione di una serie di attività di controllo (di dubbia costituzionalità) sulla popolazione che non hanno alcuna giustificazione di tipo sanitario e che colpiscono persone intente in attività che in nessun modo potrebbero essere ritenute veicoli di contagio. Attività di controllo subito fatte proprie dal circuito mediatico-politico, felicissimo di potersi affrancare dalle proprie responsabilità e scaricare le colpe su anonimi signor nessuno. Ecco che, fin da subito, media e politica hanno alimentato una caccia all’untore dai tratti paradossali.
9 aprile 2020: sulla spiaggia di Pescara, un finanziare rincorre un temibile “untore” rossovestito in una spiaggia deserta. Nessun pericolo di contagio, è chiaro, ma é vietato… perchè è vietato (VIDEO)
Dall’imposizione del lockdown si son iniziate ad attaccare mediaticamente e sui social persone a passeggio da sole in luoghi isolati e senza la benché minima possibilità di contatto con altre; si sono inaugurate le cacce al runner anche con pestaggio e tramite droni a scansione termica; a coppie che vivono assieme è stato intimato di non tenersi mano nella mano; si son contestate le persone che han fatto spese poco sostanziose perché ciò comporta un ritorno frequente al supermercato (ma s’è pure contestato chi faceva spese troppo grosse perché toglieva il cibo di bocca d’altri); son state lanciate accuse di assembramento a tre-quattro persone che si recavano al lavoro a piedi stando a due metri di distanza l’una dall’altra.
Tamponi no, visite mediche no, controlli dei casi sospetti no, ma… controllo della popolazione coi droni si, quello sì LINK
In questa caccia all’untore il circuito media-politica-social si è dimostrato particolarmente stretto, alimentandosi a vicenda nel mantenere al centro del discorso l’azione di controllo poliziesca: persone allarmate dai media han espresso allarmi sui social che sono stati amplificati dai media ed han indirizzato le decisioni politiche; l’interpretazione eccessivamente restrittiva da parte delle forze di polizia plaudita da utenti reazionari sancendone mediaticamente la validità
Il governatore della Toscana emette ordinanze non in base a dati reali nè in base a pareri medici ma per via di articoli di giornale (che in molti casi han solo preso ed amplificato delle gogne da social) LINK
Il circuito è tanto stretto da render difficile osservarlo separando nettamente i confini tra i suoi componenti: la denuncia di un tizio che ha acquistato delle bottiglie di vino (bene ritenuto non indispensabile e quindi privo di “giusta motivazione”) diviene subito notizia ricevendo risalto dalla gogna social, influendo sull’interpretazione delle restrizioni da parte delle forze di polizia che a quel punto si sentono autorizzate a riprendere i cittadini per cosa hanno acquistato.
Schizofrenia mediatica
Alcune giravolte mediatiche viste in queste settimane sono state non da poco. Non solo il passaggio repentino dal panico allo “stiamo calmi” di fine febbraio: fin dai primi giorni di lockdown son circolate un gran numero di foto che ritraevano città spettrali e deserte ma poi, per un certo numero di giorni, sui media son comparse strane immagini di strade affollatissime di gente tutta ammassata. Su queste immagini torneremo più avanti ma qui, ciò che importa, è osservare la contradditorietà delle informazioni passate dai media mainstream.
10 marzo 2020. Repubblica pubblica video di una Roma deserta e spettrale LINK
Altro esempio: all’inizio i media han insistito sulle foto di scaffali dei supermercati vuoti ma poi queste immagini son cessate di colpo, probabilmente per non generare situazioni di panico oppure perché era molto facile osservare che queste immagini erano state realizzate tutte all’orario di chiusura e solo in alcuni supermercati di grandi centri urbani in cui erano effettivamente state fatte delle spese molto consistenti, ma non si erano certo verificati assalti al supermercato nè risse (tranne in un unico caso, prontamente mediatizzato). Nell’esperienza comune chiunque ha sempre potuto osservare che i supermercati han continuato ad essere sempre riforniti (fatta forse eccezione per farina e lievito, cosa che ha generato una certa ilarità su un paese che si dedica alla panificazione).
21 marzo 2020: Repubblica pubblica un video di una Napoli spettrale e deserta molto simile alla Roma mostrata pochi giorni prima, solo che qui la telecamera si concentra sulle poche persone in strada per “dimostrare” che c’è troppa gente in giro LINK
Nei primi tempi, insomma, i grandi media ancora impreparati sul come trattare questa situazione, hanno fornito molte immagini e informazioni contraddittorie. Nell’arco di qualche settimana la narrazione è andata delineandosi, pur non rinunciando mai ad altalenare tra allarme e rassicurazione e riproponendo a volte alcune formule prima scartate: a inizio marzo gli appelli di Confindustria a far finta di niente son stati smorzati a favore delle direttive governative che hanno confermato ed inasprito le restrizioni poliziesche del lockdown su scala nazionale, per poi ripresentarsi pian piano in forme meno evidenti, puntando sul “buonsenso” e sul bisogno di “salvare l’economia”, insistendo sulla riapertura delle fabbriche.
Sicurezza sanitaria o giusta motivazione?
Dunque, ricapitolando: nelle prime ordinanze emesse dai governi locali i principi alla base delle restrizioni non erano di tipo sanitario ma erano grossolanamente tesi ad evitare gli assembramenti ritenuti non indispensabili. Sono state chiuse scuole ed istituti sportivi, vietate sagre, manifestazioni e scioperi. Al tempo stesso però sono state mantenuti aperte fabbriche e centri commerciali, non si è provveduto a trovare una soluzione al pericoloso sovraffollamento delle carceri (dando vita a proteste mai viste prima in questa proporzione) nè di altre situazioni a rischio come i campi rom ed in alcuni casi addirittura si è provveduto a ridurre il numero di corse dei mezzi pubblici impedendo alle persone obbligate ad andare al lavoro per la mancata chiusura delle fabbriche di poter mantenere le distanze di sicurezza.
Contenimento pandemia alla cinese: verifiche sanitarie
Lo stesso concetto di zonizzazione è stato inteso ed imposto fin da subito come una rigida chiusura generale effettuata senza tener conto delle singole realtà né della letteratura scientifica che evidenzia come una mobilità controllata da regioni con forte diffusione del contagio, se gestita da personale sanitario con quarantene mirate, osservazione da parte di personale medico e ponendo livelli di isolamento differenziati (come nel modello del lockdown di Wuhan), controintuitivamente permette di ridurre il carico sui sistemi sanitari della regione in difficoltà. Una forma di monitoraggio e contenimento, insomma, avrebbe contribuito ad alleggerire il sovraccarico sull’inefficiente sistema sanitario lombardo ora al collasso.
Contenimento pandemia all’italiana: controllo autocertificazioni
Una volta passati dalle regioni “zona rossa” al lockdown nazionale non si è fatto altro che inasprire i principi di natura poliziesca delle ordinanze regionali riassumendole nel principio della “giusta motivazione” limitando la mobilità all’interno del proprio comune*. E’la motivazione, dunque, ad aver valenza prioritaria nell’Italian Lockdown. La sicurezza sanitaria vien dopo.
[* Più o meno: poichè nei fatti chi si rifornisce in supermercato/negozio/edicola che non sia quello più vicino alla propria residenza viene contestato]
Avendola impostata solo in questi termini (giustificato/non giustificato ossia legale/illegale), la questione delle restrizioni viene immediatamente caratterizzata da un frame discorsivo deviante perchè impostato sulla legalità e non su principi scientifici, che porta, appunto, a giustificare la prosecuzione del lavoro in condizioni di totale insicurezza per attività ritenute “indispensabili”, giustificare il divieto di sciopero degli operai preoccupati per la propria salute e al tempo stesso ad additare come untore chi scende un attimo al parco per fumarsi una sigaretta in solitudine.
E’evidente che in quest’emergenza i concetti di “legale” e “illegale” sono particolarmente disgiunti da quelli di giusto o sbagliato.
Agli osservatori più attenti non può sfuggire il fatto che tale tipo di meccanismo è sostanzialmente una versione estremamente amplificata di quello in atto nell’ideologia del decoro secondo il quale non si caccia il senzatetto steso sulla panchina perché stia facendo qualcosa di male ma semplicemente perché “non ci si può stendere sulle panchine”, in base alla presunzione ideologica che il senzatetto che veste male e si stende sulle panchine sia indecoroso e dunque pericoloso (un uomo in giacca e cravatta steso sulla panchina non genererebbe la stessa reazione), motivo per cui viene vietato a tutti di stendersi sulle panchine (anche all’uomo in giacca e cravatta).
Dunque una presunzione di pericolosità (contagiosità) stabilita non in base a criteri sanitari ma per legge. Un tizio che volesse sfuggire la monotonia del confinamento facendosi semplicemente un giro in bici con guanti e mascherina nelle campagne del proprio comune senza mai scendere dal proprio mezzo nè avvicinarsi a nessuno non corre alcun rischio di contagiarsi né di contagiare nessuno, ma se gira senza “giusta motivazione” per legge si presumepreventivamente possa forse diventare un potenziale rischio.
La chiusura degli ambienti chiusi ad alta capienza, l’obbligo di mantenere le distanze, quello di indossare i dispositivi di protezione in determinate situazioni (spesa al supermercato), così come un certo grado di limitazione degli spostamenti nelle aree ad alto rischio, sono restrizioni giustificabili con la necessità di limitare la trasmissione del contagio entro livelli gestibili, ma è ben più difficile trovare giustificazione per restrizioni che contraddicono le stesse linee guida di sicurezza: che senso ha denunciare una persona che se ne cammina da sola, senza entrare in contatto con nessuno, quandole indicazioni dell’OMS dicono chiaramente che mantenendo la distanza minima di un metro con le altre persone le possibilità di contagio sono praticamente nulle? Altresì non ha alcuna motivazione medica l’imporre di mantenere tale distanza in pubblico a due persone che coabitano.
Estremizzando, se si uscisse di casa indossando una tuta hazmat disinfettata seguendo tutte le prassi anticontagio applicate nei laboratori di virologia per andare a fare due passi in un parco completamente deserto si rischierebbe una denuncia mentre, al contrario, se si uscisse senza alcuna accortezza per andare a lavorare al chiuso a strettissimo contatto con altre venti persone non ci sarebbe alcun problema perché è la motivazione che conta, non il rispetto delle misure di sicurezza.
Passeggiare è comunque vietato. Anche se in totale sicurezza.
Se prevenzione ci dev’essere, quella in atto in questa forma è prevenzione di cosa?
Non sfugge un altro parallelismo: quello con le paranoie antiterroristiche. Parallelismo che torna spesso nei commenti social e nell’atteggiamento di forze di polizia e certi amministratori che additano a “terroristi” i presunti untori. A quasi vent’anni dagli attentati dell’11 settembre le norme antiterrorismo e le operazioni come “strade sicure” più che produrre vere azioni antiterrorismo hanno soprattutto aumentato il livello d’insicurezza percepita, comportato diverse morti per suicidio tra i membri dell’esercito ed espulso numerose persone dall’Italiain via preventiva e con motivazioni non sempre solide.
Tuttavia sono pratiche ancora attive, normalizzate nel nostro quotidiano che ha assimilato il concetto di lotta al terrorismo permanente. Allo stesso modo, quante delle pratiche messe in moto nel lockdown rimarranno anche dopo la sua conclusione contraddistinguendo i prossimi vent’anni da come quelli della “prevenzione permanente”?
Poichè, come visto, le prassi in atto sono solo secondariamente basate sulla prevenzione del contagio, vien naturale chiedersi cosa si vorrà davvero prevenire nei prossimi anni. Soprattutto vien da chiedersi che scenari potrebbe elaborare una mente reazionaria dopo aver visto quanto è stato facile confinare l’intera popolazione mondiale nelle proprie celle.
Italiani incontrollabili?
Uno dei mantra con cui viene giustificata la durezza delle restrizioni dell’Italian Lockdown è “se lo facessero tutti…” Mantra solitamente riportato così, senza aggiungere altro dopo i puntini di sospensione, suggerendo la presenza di un nesso logico tra una causa nota e… non si sa bene cosa, lasciando che tale vuoto venga riempito dalla fantasia di chi ascolta.
“Non posso neanche passeggiare in sicurezza tenendomi a distanza da tutti rispettando appieno le prassi anticontagio?”
“Certo che no! Se lo facessero tutti…”
“In effetti: che potrebbe succedere se le persone che rispettano distanze di sicurezza e prassi anticontagio andassero tutte a passeggio?”
-silenzio-
Il punto è che questoquesitonon va fatto. Non va nemmeno preso in considerazione. Vien dato per scontato a prescindere che non sia possibile applicarlo: l’idea stessa che la maggior parte delle persone possa rispettare delle prassi sociali sanitarie come tenersi ad un paio di metri di distanza, lavarsi le mani con frequenza ed imparare ad usare i dispositivi di sicurezza nel modo corretto viene rifiutato a prescindere.
Ordinatissime fila… di “indisciplinati”?
Presa di posizione che appare alquanto ridicola considerando che per esperienza comune in questi giorni nei supermercati e per strada si sta tutti distanziati, da ogni parte c’è gente che ti richiama e ti filma se anche solo sospetta tu sia in giro senza “giusta motivazione” o troppo vicino alla tua compagna, insomma: la realtà è che siamo tutti sufficientemente allarmati e che la stragrande maggioranza delle persone si attiene alle prassi di distanziamento fisico.
Anche osservando le realtà straniere appare evidente che gli italiani non risultano essere meno più o meno diligenti rispetto al resto del mondo. Piuttosto quel che si evince è che riguardo al virus “tutto il mondo è paese” ancor più del solito: in ogni parte del globo la gente si attiene spontaneamente a prassi anticontagio ed ovunque c’è solamente una frazione meno che infinitesimale di persone che non lo fanno; frazione che per via dei media sembra molti più sostanziosa di quanto sia in realtà.
Va però ricordato che molti atteggiamenti che in Italia non sono tollerati nella maggior parte dei paesi invece lo sono (come allenarsi, andare in giro in due, ecc.) col risultato che da noi potrebbero risultare più “furbetti” proprio a causa della presenza di norme più restrittive. E’un primo caso di profezia autoavverante: siccome si teme vi siano tanti “furbetti” si creano norme restrittive esagerate che per forza di cose tante persone non potranno rispettare e quindi le tante multe/denunce emesse “dimostreranno” che effettivamente c’è tanta gente incivile.
L’idea alla base dei principi polizieschi che caratterizzano l’applicazione del lockdown in Italia, é difatti proprio l’idea che la popolazione italiana sia composta perlopiù da scellerati menefreghisti inaffidabili da cui non ci si può aspettare alcuna collaborazione*.
[*ironico osservare che si tratta di un non-detto presente soprattutto in chi si riempie la bocca di motti patriottardi ed elogi allo spirito italico, che al tempo stesso sono gli stessi che invocano con più enfasi la diffusione delle armi in stile americano, pene corporali per i detenuti e l’instaurazione di regimi di polizia, a dimostrazione di quanto essi stessi siano coloro che meno si fidano di quei compatrioti che decantano]
Vittimista puccioso
Ciò non suona affatto nuovo, essendo una autorappresentazione radicatissima della mentalità nazionale e basata sui principi del vittimismo e del familismo amorale che, immancabilmente, portano a percepire l’altro essenzialmente come un potenziale approfittatore, un “furbo” incapace di curarsi del bene comune.
Il melodrammatico vittimismo del Canto degli italiani (“Noi siamo da secoli calpesti, derisi”) è un esempio abbastanza eclatante di quanto tale atteggiamento mentale sia tra i caratteri fondanti della mentalità del Belpaese
Rappresentazione dell’altro che ha come diretta conseguenza quella di giustificare la propria furbizia approfittatrice a favore dei propri interessi, intendendola come mezzo necessario di autodifesa dagli altri che si comporterebbero così -per primi-.
“Non sono un ladro ma devo rubare perché son tutti gli altri ad esser ladri”
Questa autorappresentazione giustificazionista è pure connessa al falso mito degli “italiani brava gente”, nato per celare nefandezze che in nessun modo potrebbero rientrare nell’idea vittimista degli italiani che possono fare del male solo per autodifesa.
Autorappresentazione dunque talmente radicata nella mentalità nazionale da esser presente ovunque e venir quindi cooptata anche dal circuito media-politica-social che le incoraggia ed alimenta, facendone però un uso mirato. Se in alcuni casi l’applicazione di questa mentalità viene giustificata, in altri, invece, viene condannata.
In queste settimane questa autorappresentazione è tornata nuovamente utile per distogliere le attenzioni dalle responsabilità politiche di chi ha gestito in maniera tanto pessima il contenimento del contagio.
Il topos dei “soliti furbetti” risulta particolarmente utile per non muovere accuse verso chi ha davvero grosse responsabilitò
Confindustria ed il mondo politico responsabile della malagestione dell’emergenza, dopo un primo momento di confusione, dall’imposizione del lockdown hanno iniziato ad indirizzare i propri canali mediatici sul tasto degli anonimi untori, spostando la colpevolizzazione su persone da etichettare come “furbetti”.
Gli untori solitari
Complice il teatrino delle ordinanze succedutesi in ordine rapidissimo e le indicazioni spesso assai vaghe che han lasciato libertà di interpretazione alle forze di polizia le quali spesso le han applicate in modo assai restrittivo, nel corso delle ultime settimane abbiam visto succedersi su media e social una vera e propria giostra di personaggi topici su cui scagliare l’accusa di esser untori: i runner, quelli che portano in giro i cani, quelli che non vanno a fare la spesa al supermercato più vicino, quelli che fanno spese da pochi euro solo per uscire, quelli senza mascherina, quelli che passeggiano per ore, quelli con la casa in montagna. Inutile far notare che nessuna delle figure qui elencate sia intrinsecamente un vettore di contagio ed altrettanto inutile far notare che i focolai sono principalmente fabbriche, ospedali, prigioni e case di riposo.
L’acquisto di tre bottiglie di vino porta a una denuncia. L’acquisto di farina per fare sculture di pasta invece? LINK
Il circo di bizzarri untori è stato rapidamente preso di mira dalla gogna social la quale al contempo non ha potuto fare a meno di cogliere l’ironica assurdità insita in questa rappresentazione secondo cui il Mario Rossi che attraversava mezza città per andare al lavoro era a posto mentre quello che si faceva una passeggiata per i fatti suoi era un untore, generando una caterva di battute e meme.
Alla periferia di una Faenza spettrale, giocare a tennis anche se tra coinquilini non è ammesso LINK
Gli untori di massa
La demonizzazione degli untori solitari è stata però utile a rafforzare l’accusa più generica e allargata che ci fosse “ancora troppa gente in giro”. Dall’applicazione del lockdown TG e giornali per un certo periodo hanno dipinto il paese come percorso da una sorta di festa in strada permanente con migliaia di persone accalcate che se ne fregavano delle disposizioni.
La popolazione si è adattata subito al rispetto delle distanze di sicurezza
C’era solo un piccolo problema: a tutti gli effetti, in giro, non si vedeva quasi nessuno. I giornali hanno pubblicizzato con grande enfasi le cifre ufficiali di controlli effettuati e denunce emesse descrivendoli come numeri abnormi, solo che, a ben vedere, quegli stessi numeri rivelavano una situazione molto diversa. A fine marzo difatti veniva sbandierata la strabiliante cifra di “novantaseimila denunciati” che, a ben vedere, rappresenta lo 0,15% della popolazione. Sostanzialmente si tratta di una percentuale fisiologica all’interno della quale solo una sotto-frazione ancor minore teneva comportamenti effettivamente a rischio contagio. Ben poca cosa, considerando che l’Italia conta sessanta milioni e mezzo di abitanti.
L’esperienza di chiunque è quella di città spettrali
Il fatto che media e social al tempo stesso mostrassero città vuote, file ordinate e queste notizie su masse di disobbedienti non ha fatto altro che alimentare ulteriormente il tasso di schizofrenia informativa e portare, immancabilmente, a far radicare nell’opinione pubblica l’ipotesi peggiore. Strade deserte ma al tempo stesso assembrate, gente ordinata e rispettosa ma al contempo “furbetta”: nel dubbio meglio pensar male.
Al netto di grandi media e social commerciali, la realtà osservata tra esperienza personale, testimonianze dirette di conoscenti sparsi sull’intero territorio e analisi dei dati su controlli e denunce emesse dipinge in realtà una popolazione preoccupata che si attiene stoicamente ai mantra sullo #StareACasa e sull’ #IndossareLaMascherina minimizzando ogni attività all’aperto e mettendo alla gogna chi, anche solo apparentemente, non fa altrettanto.
La caccia all’untore è stata imposta come elemento principale su cui far riversare rabbia e risentimento
Ma quindi, se sia le esperienze dirette che i dati ufficiali delle forze di polizia fotografano una situazione in cui praticamente non v’è nessuno in giro, da dove saltano fuori questi fantomatici assembramenti di untori, questa “troppa gente in giro” denunciata dai grandi media e dai social network?
Per capirlo è necessario ricordare che comunque una minima quantità di persone in giro c’è sempre: chi va a fare la spesa, a comprar le sigarette, giornali o quant’altro, chi va a lavorare e chi va portare a spasso il cane. Sono queste le persone accusate di fare assembramenti: persone che nella gran maggioranza dei casi sono in giro per “giusta motivazione”. In sostanza siamo noi stessi.
Quando la legge si fa dura, rabbia e frustrazione fanno il delatore
Le pochissime testimonianze dirette su “troppa gente in giro” provengono perlopiù da accuse via social di utenti che evidentemente prendono per oro colato gli allarmi lanciati sui canali mainstream ove la realtà è dipinta come si è visto. Questi utenti dunque vedono “assembramenti” in banali gruppetti di 3-4 persone che camminano distanziate tra loro, in famiglie che mangiano sul balcone, o migranti che vivono assieme seduti sull’uscio di casa. Tutte persone che questi utenti riprendono dalla finestra di casa postandone le foto sui social con commenti indignati. Il tutto senza nessuna attenzione alla privacy e generando anche situazioni drammatiche e che ha portato forze di polizia e quotidiani a chiedere di smetterla di inviare segnalazioni inutili e dannose.
Le pratiche della delazione, dello sfogo indignato sui social e dell’attacco verso il vicinato, esattamente come il lockdown su base della “giusta motivazione”, solo apparentemente sono basate sul problema del contagio: attaccare il corridore solitario in realtà ha più a che fare con un meccanismo del tipo “se io non lo faccio non devi farlo nemmeno tu” giustificato su base legale.
Una delle tante foto postate sui social da “sceriffi da balcone” accompagnate da commenti velenosissimi su questo “assembramento” che in realtà mostra delle persone che camminano mantenendosi a regolare distanza fra loro
Sembra, insomma, di essere di fronte a quelle fotografie sfocate ritraenti macchie e riflessi in cui i rispettivi autori vedono invece la prova dell’esistenza degli UFO. In questo caso la sfocatura non è nell’immagine ma solo nella testa di chi, anzichè osservare per davvero. vi vede solo quel che vuol vedere.
Altra foto postata da “sceriffi da balcone” e postata sui social. L’assembramento, anche qui, è solo nella testa di chi ha scattato la foto
Ennesimo “assembramento” denunciato sui social che in realtà mostra persone che camminano distanziate
Ma tra le numerose foto ne sono però apparse anche alcune in cui non vediamo poche persone che se ne stanno ben distanziate o in fila, bensì orde di gente ammassata in strette stradine. Si tratta di strane foto iniziate ad apparire tra fine marzo ed inizio aprile. Foto strane, perchè non mostrano assembramenti ma dei #Teleassembramenti.
I Teleassembramenti
Una grandissima parte delle persone non ha alcuna dimestichezza con le basi della fotografia, il che sotto certi aspetti è un po buffo, data l’estrema importanza e diffusione nella cultura e nelle società moderne di questa tecnologia con cui si ha a che fare da oltre un secolo e mezzo. Nel corso della nostra vita difatti vediamo milioni e milioni di immagini fotografiche e migliaia di ore tra film, Tv e riprese video eppure ignoriamo completamente le caratteristiche base dell’immagine fotografica (NB: non si parla necessariamente di tecnica ma banalmente della lettura dell’immagine fotografica). E’un po come se fossimo navigatori che non ne capiscono niente di barche, insomma.
Per imparare a leggere le immagini di teleassembramenti, quindi, è necessario riassumere brevemente un paio di principi base di fotografia, cominciando dalle caratteristiche delle immagini riprese con teleobiettivo.
Teleobiettivo
Gli obiettivi fotografici sono apparecchi che “vedono” in maniera diversa rispetto all’occhio umano e quindi ognuno di essi “altera” ciò che riprende in un proprio modo specifico.
Il teleobiettivo (o “obiettivo a focale lunga”) è un tipo di obiettivo usato per riprendere soggetti molto distanti. Più questi sono distanti e più il teleobiettivo li ingrandisce e ciò modifica fortemente la percezione delle distanze tra gli oggetti che stanno davanti da quelli che stanno dietro, appiattendole (iu termini tecnici si parla di “profondità di campo”). Lo stesso effetto può essere ottenuto anche con l’uso di zoom ottici.
Alcuni esempi di un soggetto ripreso con obiettivi differenti. Maggiore è la focale usata (espressa in mm) e più lo sfondo risulta vicino e piatto
Si noti come nella foto con la focale maggiore (200mm) gli oggetti sullo sfondo appaiano molto più grandi e vicini rispetto alle foto con focali inferiori
Le ipotesi sono due: o si tratta di immagini scattate con teleobiettivo o la luna in realtà è tanto vicina da poterla toccare
L’effetto finale è abbastanza noto agli appassionati di sport: è osservabile ad esempio nelle moviole di calcio quando si osserva che in alcune riprese con teleobiettivo due calciatori sembrano praticamente toccarsi mentre la stessa scena ripresa con un diverso obiettivo o da una differente angolazione rivela che invece stavano a diversi metri di distanza.
In un’immagine bidimensionale, osservare le linee prospettiche è indispensabile per comprendere la profondità di campo e tentar di capire le distanze reali
L’uso dell’angolazione difatti è il secondo principio da tenere a mente e di questo possiamo fare esperienza anche ad occhio nudo: se si mettono in fila degli oggetti ad una certa distanza l’uno dall’altro e si osservano di lato o dall’alto li si vedrebbe uno accanto all’altro capendo perfettamente la distanza a cui si trovano, ma se invece li si osservasse da una posizione più frontale, questi apparirebbero uno dietro l’altro e si avrebbe una certa difficoltà a capire le distanze.
Per meglio comprendere la cosa è possibile osservarne gli effetti in questa serie di foto realizzate da Naivespeaker:
FOTO 1: una fila di pupazzi posti a distanza regolare. Fotografati di lato e dall’alto le distanze appaiono chiare
FOTO 2: Sempre dall’alto ma da una diversa angolazione si può osservare che i pupazzi più lontani appaiono decisamente più ravvicinati tra loro rispetto a quelli più vicini Eppure sappiamo che le distanze sono uguali
FOTO 3: Un dettaglio zoommato della foto precedente. Mostra solo i pupazzi più lontani. Sembrano quasi toccarsi
FOTO 4: Con la giusta combinazione di angolazione ed obiettivo (o zoom) i pupazzi sembrano schiacciati l’uno sull’altro senza alcuna distanza tra loro. Una fila lunga due metri qui pare compressa in venti centimetri. Eccolo il teleassembramento
Un’immagine di “assembramento” girata sui social. La rassomiglianza con la foto precedente è particolarmente evidente)
Ricapitolando: riprese con focale lunga e tipo di angolatura dei soggetti ripresi contribuiscono ad alterare la percezione delle distanze, appiattendole.
Ebbene, gli “assembramenti” mostrati su giornali, social e TG che cos’hanno in comune tra loro? L’essere tutti ripresi con teleobiettivo o zoom ed usare angolazioni frontali. Dei #teleassembramenti appunto: assembramenti creati col teleobiettivo (Qui un video che mostra chiaramente come si “costruisce” un teleassembramento)
Uno dei tanti #teleassembramenti denunciati dai giornali. L’effetto “schiacciamento” è particolarmente evidente e tutte le persone presenti in una via di diverse decine, se non centinaia di metri, appaiono come fossero vicinissime
In pratica quelle che vengono riprese sono delle persone che si trovano in uno stesso luogo, preferibilmente stretto e lungo (come una via dritta o una fila di bancarelle del mercato) e che camminano stando ad uno, due, tre, dieci metri di distanza tra loro ma poiché vengono riprese da lontano con un teleobiettivo e con un’angolatura specifica, sembra che queste stiano a pochi centimetri di distanza gli uni dagli altri, ammassati come sardine.
Lo stesso effetto visto con i pupazzi in fila, qui si ripete tale e quale ma poichè in questi casi la gente non è disposta in file regolari, l’effetto finale è quello di un ammasso ancor più consistente. É come se avessimo più file affiancate che, fotografate come s’è detto, appaiono come un muro fatto di persone
Su La Repubblica viene mostrata questa foto per dimostrare l’affollamento nella zona del Quadrilatero a Bologna
La stessa via, ripresa dall’alto, mostra che in realtà le persone si distanziano spontaneamente tra loro
Sui social, la gente che risiede nelle zone fotografate ha immancabilmente fatto notare che qualcosa non andava in quelle immagini di teleassembramento, producendo documentazione fotografica alternativa che mostrava realtà ben più in linea con l’esperienza comune, ossia poca gente in giro sempre ben distanziata.
Un breve filmato che mostra persone sui Navigli di Milano è stato quello maggiormente citato sui social a dimostrazione che c’è #TroppaGenteInGiro. Anche qui, in realtà, un banalissimo schiacciamento da teleobiettivo
Sono stati mostrati anche alcuni teleassembramenti video, ad esempio a Napoli ed a Milano. Il filmato di Milano, in particolare, è stato quello che più di tutti ha contribuito a diffondere e consolidare l’idea che le strade italiane fossero cortissime e piene di gente che se ne fregava delle distanze di sicurezza.
Anche qui banale schiacciamento da teleobiettivo
Mercati e strade commerciali sono le ambientazioni preferite da chi realizza teleassembramenti fotografici perchè abbinano una certa quantità di gente in ambienti lunghi e stretti, perfetti per massimizzare l’effetto schiacciamento dei teleobiettivi.
Sia Repubblica che l’Huffington Post han pubblicato foto e video di una Napoli affollatissima, sempre con teleobiettivo in vie lunghe e strette
Le caratteristiche dei teleassembramenti si ripetono costantemente: una volta imparato a distinguere le immagini realizzate con teleobiettivo ed a “leggere” l’alterazione delle distanze queste appaiono immediatamente visibili e la continua ricorrenza a mercati e vie molto lunghe non fanno che riconfermare il tutto.
Verificare le effettive misure dei luoghi in cui sono stati ritratti teleassembramenti dimostra in modo definitivo l’inconsistenza degli stessi
Oltre i teleassembramenti
La stagione dei teleassembramenti é durata ben pochi giorni, giusto quel tanto perché il concetto che c’è #TroppaGenteInGiro si diffondesse e radicasse a sufficienza. Fin da subito difatti sono circolate controprove da parte di chi abita nei luoghi fotografati e polemiche locali, come nel caso del teleassembramento di Sestri in Liguria. Cittadinanza locale che non ci sta ad esser presa in giro ed amministrazioni comunali che non voglion esser tacciate di inefficienza han contribuito a far smorzare l’uso di teleassembramenti sui media commerciali ma ciononostante, una volta diffuso il concetto, nei giorni successivi è stato sufficiente pubblicare articoli in cui il teleassembramento veniva dichiarato ma non mostrato, anche se spesso ciò ha portato ad esiti abbastanza ridicoli: articoli e servizi TG che dovevano comunque mostrare delle immagini hanno denunciato la presenza di #TroppaGenteInGiro mostrando foto di strade deserte in cui l’unica presenza era quella della polizia o uno sparuto numero di persone.
Così tanta gente in gir… si vedono solo due poliziotti!
…ancora poliziotti
Troppa gente in giro: una giornalista e dei piccioni…
L’ennesimo cortocircuito si è poi verificato tra la prima e seconda settimana di aprile con la riapertura di diverse aziende che ha portato ad un aumento di persone in giro per “giusta motivazione” prontamente denunciata come un criminoso aumento di “furbetti” anche da quelle stesse persone che hanno invocato la riapertura delle attività produttive.
Una volta consolidato il refain, la macchina ha potuto proseguire per inerzia. Oggi è sufficiente una notizia su una singola persona che se ne stava in giro senza “giustificato motivo” per riavvivare la gogna social e riconfermare mediaticamente la presenza di #TroppaGenteInGiro
I pochissimi casi in cui effettivamente le distanze tra persone non son state rispettate ovviamente son state sommate al calderone, in una giostra ove questi pochissimi casi indiscutibili son serviti solo a confermare l’autenticità dei numerosissimi teleassembramenti posticci facendo credere che il fenomeno fosse enormemente più diffuso di quanto fosse in realtà.
Profezie autoavveranti
La paura degli assembramenti genera assembramenti… che diffondono l’indignazione contro gli assembramenti!
E’il caso dei blocchi stradali “antifurbetti” attuati dalle forze di polizia perchè convinte che troppa gente non stia rispettando la legge. In questi blocchi vengono controllate uno ad uno i veicoli su un determinato tratto stradale causando un blocco del traffico che, anche con poche auto in giro, ovviamente genera code (specie se ciò avviene nei pressi di grandi centri urbani).
In pratica è il blocco stesso a generare le code che, fotografate, vengono raccontate dai media come “esodo di furbetti”, diffondendo così ulteriormente la convinzione che vi siano masse abnormi di persone in strada e perdipiù senza “giusta motivazione”.
Fantastica serie di post de La Repubblica che dopo aver lanciato un allarme-fuffa viene costretto a rettifiche continue a causa delle numerose controprove e testimonianze dirette
Anche in questo caso, però si rileva che i numeri coinvolti riguardano una percentuale infinitesimale della popolazione urbana e, di questa, solo una frazione minima (grossomodo tra l’1,5% ed il 3% dei fermati) risulta essere priva di “giusta motivazione” (il che, ribadiamo, non vuol necessariamente dire contagioso)
Aria, Asfalto, Asintomatici, Mascherine
Runner e pisciatori di cani sono pur sempre dei personaggi-feticcio ben identificabili ed i teleassembramenti un qualcosa di distante dal percepito quotidiano. Ma, si sa, se si vuol scatenare una paura profonda, indiscutibile e capace di far dire a tutti spontaneamente #RestiamoAlChiuso bisogna ricorrere ad un orrore lovecraftiano, un orrore che ci circonda ovunque e che è intrinseco alla realtà stessa. Anche questa strada è stata battuta: non sono mancati difatti articoli che, pur contraddicendo tutto quel che vien riferito dall’OMS, han sostenuto che il virus potesse circolare per diverse ore nell’aria e resistere per giorni nell’asfalto o in altri materiali comuni. Il virus nell’aria e nei materiali comuni significherebbe sostanzialmente che tutto è contagioso! Tutto al di fuori di quella minima porzione che controlliamo direttamente, ossia la casa.
Moltiplicare e generalizzare le possibili fonti di contagio non fa che aumentare i livelli di paranoia e spostare ulteriormente l’attenzione dalle problematiche reali e sistemiche: l’inquinamento della val Padana (una delle zone più inquinate d’Europa), le polveri sottili e gli allevamenti intensivi, da più parti sospettati di essere correlati all’incidenza del contagio, spariscono dal discorso pubblico a favore di runner, materiali vari e contagio nell’aria. E dunque #RestiamoAlChiusoInCasa: il terrore è ovunque! Nell’aria, nei materiali di costruzione, magari anche nell’acqua, nei fili d’erba e nei canarini che cantano!
La paura per un qualcosa di impalpabile e presente ovunque, come già visto, porta irrimediabilmente alla creazione di capri espiatori e feticci e se questa paura riguarda l’intera materialità del mondo, la feticizzazione avviene… su ciò che ci difende da questa materialità! Ecco che fin da subito si è provveduto a pratiche come la disinfezione del manto stradale nonostante lo stesso ministero della salute dica che non vi sono prove scientifiche che possa servire a qualcosa (oltre ad inquinare il terreno), o l’insensata disinfezione delle zampe degli animali.
Se la paura per l’aria e per le superfici rischia di essere troppo totalizzante e sconnessa dalla realtà scientifica, è nella figura dell’asintomatico che invece si riscontra il mix perfetto attraverso il quale mantenere viva la paura.
La figura dell’asintomatico ripropone il topos cinematografico dell’appestato invisibile: “sembra come noi, parla come noi… ma è il male”. Come nel film La Cosa o ne L’invasione degli ultracorpi, il terrore verso un orrore invisibile che si nasconde nell’altro è totale. Chiunque rappresenta presumibilmente un pericolo potenziale ed è dunque per il semplice fatto che gli asintomatici esistano che si giustificano misure marziali. Come ogni arabo-islamico post 11 settembre è stato considerato una potenziale minaccia, oggi ogni persona che non mostra alcun segno di malattia vien considerata una potenziale minaccia.
L’idea di una pandemia globale è già molto radicata nell’immaginario collettivo (a sinistra The Walking Dead, a destra The Coronavirus)
E’interessante osservare che nel dopo 11 settembre il mondo del cinema e della letteratura fantastica ha esplorato con un certo interesse l’idea di pandemia globale. Da Contagion a 28 giorni dopo, The Walking Dead, il remake de L’alba dei morti viventi, Stake land e La terra dei morti viventi solo per citare alcuni tra i più noti, si osserva che il terreno maggiormente esplorato è quello dell’apocalisse zombi, ossia di un mondo post-pandemia completamente stravolto, in cui la paura invisibile del terrore globale e di massa è esorcizzata facendosi orrore manifesto: gli zombi sono riconoscibili a differenza degli ultracorpi e per quanto terribile, saper riconoscere con chiarezza il male è comunque un qualcosa di rassicurante. Tuttavia l’inquietudine permane su un altro livello e si sposta all’interno di una società allo sfascio in cui ognuno pensa solo a sé stesso. Il vero male, nelle opere di apocalisse zombi, è una società residuale che fa male a sè stessa. Pandemia e zombi, terrorismo e paura dell’altro, legati in modo indissolubile.
La figura dell’asintomatico, rappresenta dunque una paura ancora da esorcizzare, un qualcosa da cui proteggersi e che a sua volta deve proteggere gli altri da sé stesso, da segregare e tener lontano da noi attraverso…qualsiasi cosa. E così come la paura dell’asfalto contagioso è stata esorcizzata col feticcio della disinfezione del manto stradale, la paura dell’asintomatico viene adesso esorcizzata con la feticizzazione delle mascherine.
Gli operatori sanitari sono chiari in proposito: le mascherine sono utili se usate adeguatamente, in determinate condizioni e se abbinate a corrette prassi di igienizzazione delle mani. Se usate in maniera incorretta, al contrario, rischiano addirittura di diventare una fonte di contagio.
Quella che si sta imponendo invece è una narrazione feticistica della mascherina, descritta come una sorta di oggetto-talismano che secondo alcuni governatori locali bisognerebbe utilizzare addirittura sempre quando si sta all’aperto (nonostante il ministero della salute ribadisca chiaramente il contrario) e che viene distribuita senza sufficienti indicazioni su tutte le prassi da seguire per il suo utilizzo corretto.
Con una mossa ben poco avveduta, il governatore del Veneto ha distribuito mascherine del tutto inadatte al loro scopo. L’operazione riflette appieno l’idea di feticizzazione della mascherina-talismano LINK
Mascherina o no, probabilmente nei prossimi tempi osserveremo un assestamento della narrazione sulla figura degli asintomatici con tutto ciò che questo potrebbe comportare a livello di spettacolarizzazione politica, ossia l’uso obbligatorio delle mascherine nei luoghi pubblici, impossibilità di fare il tampone a tutti, la possibilità che i guariti contraggano di nuovo il virus ma senza presentare sintomi, ecc.
Già oggi diversi indicatori come i dubbi sull’effettività degli anticorpi lasciano intendere che le misure di prevenzione potrebbero dover essere applicate a lungo e ciò potrebbe dunque portare anche all’estensione del lockdown generalizzato. Al tempo stesso si assistono a diversi tira-e-molla dovuti al variare degli interessi in gioco: se all’inizio è stato osservato che il virus colpiva quasi esclusivamente persone molto anziane e/o già indebolite da altri fattori, successivamente l’ondata di panico mediatico ha enfatizzato il fatto che il virus colpisse persone di tutte le età. A metà aprile 2020, con le pressioni per la riapertura delle aziende, molti quotidiani hanno improvvisamente ridotto le informazioni su decessi tra persone giovani e di mezz’età.
Il punto anche qui è lo stesso: una cosa sono le misure di contenimento per evitare la diffusione del contagio, ma tutt’altra cosa è usare la paura nei confronti degli asintomatici per imporre forme di controllo di tutt’altra natura con la scusa della prevenzione. Forme di controllo che non rallenteranno la diffucìsione del virus con cui rischiamo di dover convivere per decenni.
The day after
Un contenimento anche molto rigido ma gestito globalmente in base a criteri medici e con un’attenzione particolare sulle prassi sanitarie anticontagio permetterebbe forse di giungere in tempi relativamente rapidi ad una situazione di normalità. Di certo, un contenimento incentrato su meri principi legalitari, peraltro disgiunti da criteri medico-scientifici, per forza di cose non potrà che prolungare la durata dell’emergenza.
Di certo, in ogni caso, quello che si prospetta è il passaggio ad un “dopo” che avverrà a scaglioni/ondate.
Ma di che razza di “dopo” stiamo parlando? Come ogni momento di crisi, anche la pandemia globale ha messo a nudo numerose debolezze sistemiche e contraddizioni globali ed in molti si augurano che ciò faccia aprire gli occhi a sufficienza perché nel “dopo” queste siano risolte e superate. Dal superamento del PIL come metro del benessere ai redditi di cittadinanza, dalla creazione e miglioramento di un sistema sanitario pubblico globale ad un senso di collaborazione internazionale più forte, passando per forme di produzione rispettose dell’ecosistema, sono numerose le richieste e speranze che circolano.
È però necessario fare tesoro delle esperienze passate e cogliere i segnali che giungono quotidianamente da più parti: anche al termine dello sconvolgimento della Grande Guerra, la prima guerra globale della storia, serpeggiavano speranze di un futuro senza più conflitti (concetto che in qualche modo potrebbe aver pure aiutato lo scoppio della seconda guerra mondiale). Forse si tratta, almeno in parte, di una risposta umana dinnanzi a crisi profonde.
Prospettare un futuro migliore e lavorare per esso è doveroso, ma guai a confondere l’ideale con l’illusorio.
Ciò si riflette anche nelle parole di Evgeny Morozov che ricorda che nonostante le prospettive migliorative siano tutte realizzabili e sensate, la resilienza del sistema attuale è talmente forte e pervasiva che il rischio è che molto probabilmente il “dopo” virus significherà essere catapultati solamente in una fase più avanzata del tardo capitalismo caratterizata da quello che definisce il “soluzionismo” ossia una sorta di T.I.N.A. thatcheriano alla massima potenza in cui le peggiori imposizioni verranno da governi totalmente demandati a logiche aziendali che faranno di tutto per dissuadere sviluppatori, hacker, attivisti e altri dall’usare le loro capacità e le risorse esistenti per sperimentare forme alternative di organizzazione sociale e che al tempo stesso vorranno incasssare una parte dei profitti che derivano dalla sorveglianza. Il tutto imponendo nella società l’idea che
“[…] si possa evitare di affrontare le cause di un problema, concentrandosi invece sull’“adeguare” i comportamenti individuali alla crudele, ma immutabile, realtà.
Oggi siamo tutti soluzionisti: il covid-19 sta allo stato soluzionista come l’11 settembre sta allo stato di sorveglianza. Tuttavia le minacce che (il soluzionismo) pone alla democrazia sono più sottili, e quindi più insidiose.”
[…] il mondo tecnologico in cui viviamo oggi è stato progettato per garantire che non possa emergere alcuna alternativa a un ordine globale basato sulle logiche di mercato.”
Il mondo del “dopo” virus rischia appunto di veder affermare una realtà in cui il pensiero dominante normalizzerà l’idea che ‘le cose stanno così, quella che propone il governo è l’unica soluzione e ti conviene accettarla perchè non ci sono alternative e se la critichi non sei dei nostri ma sei uno degli altri’. Una visione in cui
“[…] i corpi e le istituzioni intermedie scompaiono […] esistono (solo) cittadini-consumatori, aziende e governi. In mezzo non c’è molto altro: né sindacati, né associazioni di cittadini, né movimenti sociali, né istituzioni collettive tenute insieme da sentimenti di solidarietà.
Non è un caso, difatti, se le attuali piattaforme commerciali di comunicazione e socializzazione sono incentrate principalmente su intrattenimento e spettacolarità rivolte al singolo individuo anzichè su dibattito costruttivo, collaborazione e socializzazione e questo fa sì che all’interno di esse non sarà mai possibile costruire nulla di valido perchè
“Sarà, nel migliore dei casi, l’ennesimo parco giochi per soluzionisti. Nel peggiore, una società totalitaria fondata su controllo e sorveglianza diffusi”
Questo è il mondo che andava lentamente prospettandosi prima del Coronavirus ed è questo il mondo in cui probabilmente ci troveremo catapultati nel “dopo” emergenza.
Qualche giorno fa sullo spagnolo Jot Down Magazine é stato pubblicato l’articolo Paninaro: una revolución consumista. che tratta ovviamente dell’omonimo “movimento” italiano anni’80. Articolo perfetto nel raccontarne storia ed estetica, ma forse un po timido nel mettere a nudo il nocciolo della questione. Impossibile trattenersi dal riempire tale vuoto:
– l’articolo é stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale-
[Sorry, I don’t speak Spanish]
Italy here! Just some observations
1) ALL the (ex?) paninari will say that they didn’t have any social/political/ethical idea just because “we were young and only interested about fun and fashion”
2) ALL the (ex?) paninari grown up developing right-wing sympathy
3) The paninari were openly racist against people from southern Italy (calling them “terroni”: southern douchebag), against every kind of left-ish movement (calling them “china”: chinese communist) and people with un-fashioned clothing and lower economic opportunities (calling them “truzzi”: roughs). If you can read italian language you will easily recognize these features in all the paninari-comicbooks [one example here:http://docmanhattan.blogspot.it/2011/03/ledonismo-violento-dei-fumetti-del.html ] where usually a cool, rich and stylish north-italian guy, subdues and humiliates some south-italian Carabiniere or a bunch of un-fashioned socialists (both portrayed as idiotic losers and cheaters) and ends up conquering a beautiful easy girl.
4) The paninaro style came up in couple of posh High-Schools in Milano, but the media seized it immediately, shaping it trough commercial advertising
5) It’s quite impossible to separate the “paninaro” movement/style/fashion from the commercial brands with which is linked. If you remove Moncler, El Charro, Timberland, Burghy and so on, what remains are only class discrimination and racism. The fact that many (ex?) paninaro still refuse to admit it is because of hypocrisy or because they are still unaware of their true nature.
Manca però un sesto punto che parli del cosiddetto “disimpegno” dei paninari. Gli anni ’80 vengono raccontati come un decennio che cercò di scrollarsi di dosso le brutture degli anni di piombo con una “botta di vita” ma é particolarmente evidente come questo “scrollarsi di dosso” (ed i paninari sono un’ottima rappresentazione di QUESTO aspetto di quegli anni) non fu affatto un superamento delle tensioni sociali, economiche ed ideologiche che caratterizzarono il decennio precedente, bensì un generale “volgersi da un’altra parte”.
Ubriacarsi per dimenticare / Ballare per non pensare Se vi fu una condanna del decennio precedente fu meramente una condanna “estetica” e non etica: si condannarono genericamente gli eccessi ma senza affrontare le questioni di base.
Bandiera bianca: ognuno resti nella propria trincea e tiriamo fuori il vino!
QUEGLI anni ’80, gli anni ’80 dei paninari, son stati anni mascherati da day-after party: ai primi accenni di doposbornia dal decennio precedente si é semplicemente voluti passati ad un diverso tipo di ubriacatura che ha mascherato i sintomi esteriori negativi pur continuando ad alimentare ciò che li aveva causati.
RACCONTARSELA che un cambio di stile sia segno di un cambio di natura é il tratto tipico di chi non vuole fare i conti con la storia e vuole/deve celare agli altri (e magari pure a sé stesso) proprio quella natura che non affronta apertamente.
Non disimpegno, quindi, ma ipocrisia e conformismo, (mal)celati attraverso l’originalità di una codificazione estetica che ironicamente si rivela cartina al tornasole dei tratti essenziali (elitismo, classismo, razzismo, snobismo) da cui se ne comprende facilmente l’etica sottostante.
Forza Nuova entra nel consiglio comunale di Cormano: un consigliere, Massimiliano Festa, ha aderito al partito di estrema destra (era stato eletto per Fratelli d'Italia). Ed è subito scoppiata una polemica politica nella città dell'hinterland nord di Milano. La coalizione di centrodestra, che...
Reagisce e attacca, il sindaco di Milano Beppe Sala, dopo l'inchiesta della procura sulla vendita dello stadio di San Siro. Accusa, dice che "un partito virtuale dei signori del 'no' vuole condizionare l'amministrazione del sindaco" e che però il sindaco "in nove anni ha dimostrato che non si fa...
Giuseppe Conte, a tre settimane dalle elezioni in Liguria, mette ufficialmente fine al "campo largo". Le parole del leader del M5s sono nette: "Non sono disponibile - dice Conte ospite di Bruno Vespa su Rai1 - ad affiancare il simbolo di Italia viva in Emilia-Romagna e in Umbria". L'ex premier dopo una serie di prese di posizione contro Renzi del tipo "o lui o noi", allarga il veto già posto in Liguria, alle altre due regioni al voto in autunno. E mette la parola fine all’alleanza ampia del centrosinistra avvertendo il Pd: "Renzi è un problema politico serio di cui non c’è consapevolezza da parte del gruppo dirigente del Pd, è una bomba a orologeria. Da stasera certifichiamo che il campo largo non esiste più". Nel Pd l’accelerazione del leader pentastellato non smuove Elly Schlein dalla sua strategia di non cedere alle provocazioni: alla Camera respinge i cronisti con un "non parlo" e si allontana.
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L’idea di cacciare una docente universitaria per un reato d’opinione, appoggiata anche da parlamentari, è il trionfo della comunicazione social, immediata, irriflessiva, polarizzante
Il Senatùr parla al quotidiano Malpensa24, e sconfessa su tutta la linea Salvini: “Ha le sue idee, ma bisogna vedere se sono quelle giuste. E l'Abruzzo mi preoccupa"
Il presidente parlando delle donne nel mondo dell'arte: "Solo le dittature promuovono quella di Stato". Giorgia Meloni ne approfitta per la polemica del giorno: "È stata la sinistra italiana a farla con chi non era d'accordo con loro"