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Zucca Land Milano 2026 torna in città

Dal 26 settembre al 1° novembre 2026 torna a Milano ZuccaLand, l’appuntamento autunnale ospitato all’Oasi Ca’ Granda, in Via Giuseppe Ripamonti 428.

Per l’occasione il frutteto si veste dei colori dell’autunno e diventa un grande campo di zucche, con giochi, laboratori creativi, picnic e tante attività pensate per grandi e bambini.
Per chi desidera immergersi nell’atmosfera tipica dell’autunno senza lasciare Milano, ZuccaLand rappresenta uno degli appuntamenti più caratteristici della stagione. L’esperienza richiama i tradizionali pumpkin patch: si passeggia tra le zucche, si sceglie la propria preferita, ci si diverte con giochi ispirati alla vita di campagna e si può trascorrere qualche ora all’aria aperta con un picnic nel verde.


Chi vuole completare il proprio programma autunnale può abbinare la visita agli altri appuntamenti dedicati ad Halloween e alla stagione autunnale in programma a Milano.


ZuccaLand: un angolo d’autunno nel cuore di Milano

ZuccaLand Milano 2026 prende vita all’interno dell’Oasi Ca’ Granda, realtà agricola e naturalistica situata nel Parco Agricolo Sud Milano.
Con l’arrivo dell’autunno, il frutteto cambia completamente aspetto: zucche, balle di paglia, scenografie fotografiche e installazioni stagionali creano un ambiente pensato per famiglie, bambini e gruppi di amici.
L’esperienza non si limita quindi alla semplice raccolta delle zucche.
Lo ZuccaPass permette di entrare nell’area dedicata, partecipare alle attività proposte e scegliere una zucca da portare a casa come ricordo della giornata.


Giochi, laboratori e attività per tutta la famiglia

Il programma di ZuccaLand comprende numerose attività ispirate alla campagna e al mondo autunnale.
Tra queste ci sono il labirinto di paglia, la pista con i trattorini, la corsa con le carriole, il bowling contadino, il lancio degli anelli, i giochi dedicati alle zucche e il tiro a segno.
Non mancano inoltre photo booth e installazioni a tema autunnale, mercatini con produttori agricoli e artigiani e gli ZuccaLab, laboratori creativi compresi nel biglietto.
I laboratori vengono proposti a rotazione direttamente durante la giornata e sono accessibili fino al raggiungimento del numero massimo di partecipanti previsto per ciascun turno.
Una formula particolarmente adatta alle famiglie con bambini, ma anche a chi desidera semplicemente trascorrere qualche ora immerso nella natura e nei colori dell’autunno.


Picnic, aperitivi e prodotti agricoli a Km Zero

La giornata può proseguire anche al di fuori del campo di zucche.
All’Oasi Ca’ Granda è infatti possibile aggiungere all’esperienza un cestino picnic e rilassarsi tra il frutteto, i prati e gli spazi verdi della struttura.
L’obiettivo è trasformare una semplice visita al pumpkin patch in una vera giornata all’aria aperta, con la particolarità di trovarsi ancora all’interno della città di Milano.
Nel corso della stagione sono inoltre previsti mercatini agricoli e appuntamenti dedicati ai prodotti dell’Oasi e alle produzioni locali.


ZuccaLand Milano 2026: date, orari e informazioni

Dove: Oasi Ca’ Granda, Via Giuseppe Ripamonti 428, Milano
Periodo: dal 26 settembre al 1° novembre 2026
Giorni di apertura: sabato e domenica
Orario: dalle 10:00 alle 18:00
Ingressi: organizzati in fasce orarie ogni ora
La fascia prenotata stabilisce l’orario di ingresso. Una volta entrati, è possibile rimanere all’interno dell’area fino all’orario di chiusura.
L’accesso generale all’Oasi Ca’ Granda è gratuito, mentre per entrare nell’area di ZuccaLand e partecipare alle attività è necessario acquistare lo ZuccaPass.


Prezzi ZuccaLand Milano 2026

ZuccaPass singolo – 15 €
Comprende l’ingresso per una persona, una zucca e le attività ZuccaLand.
ZuccaPass 3 persone – 38 €
Comprende l’ingresso per tre persone, una zucca e le attività ZuccaLand.
ZuccaPass 4 persone – 45 €
Comprende l’ingresso per quattro persone, due zucche e le attività ZuccaLand.
Zucca extra – 10 €


È possibile acquistare una zucca aggiuntiva, fino a esaurimento disponibilità.
Bambini, animali, passeggini e parcheggio
I bambini nati dal 2024 possono entrare gratuitamente e non è necessario registrarli.
I cani sono ammessi, purché vengano sempre tenuti al guinzaglio. È possibile accedere anche con i passeggini, tenendo presente che alcuni tratti dell’area agricola potrebbero essere meno agevoli.
È inoltre disponibile un parcheggio gratuito, fino a esaurimento dei posti.
In caso di pioggia, la prenotazione può essere spostata su un’altra data disponibile.


Dove raccogliere le zucche a Milano nell’autunno 2026

Uno dei punti di forza di ZuccaLand è proprio la sua posizione: per vivere l’esperienza di un vero campo di zucche non è necessario organizzare una gita fuori porta.
Pur rimanendo a Milano, ci si ritrova in pochi minuti circondati da frutteti, campi e spazi agricoli.
La protagonista assoluta rimane naturalmente la zucca. Una volta entrati nel campo, è possibile scegliere quella prevista dal proprio ZuccaPass e portarla a casa al termine della visita.
Una proposta semplice e originale per famiglie, bambini e gruppi di amici che desiderano celebrare l’arrivo dell’autunno senza allontanarsi dalla città.


Come prenotare ZuccaLand Milano

Per partecipare è consigliabile acquistare anticipatamente lo ZuccaPass,
selezionando la giornata e la fascia oraria preferita.
Le prenotazioni e tutte le informazioni ufficiali sono disponibili sul sito dell’Oasi Ca’ Granda.


Domande frequenti su ZuccaLand Milano 2026

Quando apre ZuccaLand Milano 2026?
L’evento è previsto ogni sabato e domenica dal 26 settembre al 1° novembre 2026,
con apertura dalle 10:00 alle 18:00.


Quanto costa ZuccaLand?
Lo ZuccaPass individuale costa 15 €. Il pacchetto per tre persone costa 38 €, mentre quello per quattro persone costa 45 €. Una zucca aggiuntiva può essere acquistata al prezzo di 10 €.


Dove si trova il campo di zucche?
ZuccaLand viene allestito presso Oasi Ca’ Granda, in Via Giuseppe Ripamonti 428 a Milano, all’interno del Parco Agricolo Sud Milano.


I laboratori creativi sono compresi nel prezzo?
Sì. Gli ZuccaLab sono inclusi nello ZuccaPass e vengono organizzati a rotazione durante la giornata, fino all’esaurimento dei posti disponibili per ciascun turno.


L’ingresso all’Oasi Ca’ Granda è gratuito?
Sì. L’accesso generale all’Oasi è gratuito. Per entrare nell’area allestita di ZuccaLand e prendere parte alle attività è invece necessario essere in possesso dello ZuccaPass.
Informazioni aggiornate al 18 settembre 2026. Date, orari, prezzi, disponibilità e modalità di partecipazione potrebbero subire variazioni.

Per le informazioni aggiornate e le prenotazioni è consigliabile consultare il sito ufficiale di Oasi Ca’ Granda.
https://www.oasicagranda.it/eventi

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La Repubblica dei partiti: ideologie, famiglie politiche e pratiche nella democrazia italiana – corso di formazione aperto a tutti e gratuito

Quest’anno si sono celebrati gli ottant’anni della Repubblica italiana. Oltre alle iniziative organizzate per il 2 giugno scorso abbiamo pensato di proporre un approfondimento attraverso un corso di formazione per docenti – aperto a tutta la cittadinanza – dedicato alle famiglie politiche, ai partiti e alle figure più rappresentative della prima fase di vita della società italiana, dal dopoguerra ai primi anni Novanta.

Benché la quasi totalità delle strutture che hanno regolato quel capitolo di vita pubblica – e non solo – della nazione sia oggi scomparsa, ci è parso fondamentale cercare di capire che cosa sono state, cosa hanno rappresentato e quali suggestioni possono suggerire per il futuro. Lo faremo attraverso alcuni tra i libri più aggiornati della storiografia nazionale, con l’aiuto dei loro autori, di qualificati docenti universitari, ricercatori e protagonisti di quelle vicende. Lo scopo non è certo quello di rifugiarsi nel passato, ma di comprenderlo al fine di tentare di decifrare – almeno in parte – la società odierna e i dubbi che ci pone quotidianamente.

 

– GLI INCONTRI

9 Ottobre, ore 17.00 / L’idea di Repubblica

Lessico della Repubblica. Dal Risorgimento all’integrazione europea, diretto da Maurizio Ridolfi, il Mulino, 2026

Dicembre / Il cattolicesimo

Alcide De Gasperi. La cultura di un politico cattolico, di Jacopo Cellini, Carocci, 2025

Febbraio / Il socialismo

Malgrado tutto dobbiamo farcela: i socialisti e lo Shock of the Global, di Jacopo Perazzoli, Biblion, 2024

Marzo / Il comunismo

Donne comuniste nell’Italia del Novecento. Partito, società, identità di genere, a cura di Fiammetta Balestracci, Viella, 2025

Aprile / L’ azionismo

Ferruccio Parri. Dalla genesi dell’antifascismo alla guida del governo, di Andrea Ricciardi, Biblion, 2023

 

– SEDE

Edificio dell’Orologio – Sede ISTORECO (Piazza Luigi Orlando, Livorno)

 

– ORARIO

Tutti gli incontri si terranno indicativamente alle ore 17.00. Nel corso dei mesi sarà pubblicata, per ciascun appuntamento, un’apposita locandina con la data, l’orario definitivo e i nomi dei relatori.

 

– ATTESTATO

ISTORECO ETS è parte della Rete degli istituti associati all’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri” (già INSMLI), riconosciuto agenzia di formazione accreditata presso il MIM. Sarà rilasciato ai richiedenti un attestato di partecipazione, che potrà essere richiesto attraverso la piattaforma SOFIA

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Il Segretario Generale Alberto Lombardo al Congresso Mondiale sulla Noonomia

Nessun ordine sociale viene mai distrutto prima che si siano sviluppate tutte le forze produttive per le quali esso è sufficiente, e i nuovi rapporti di produzione, superiori ai precedenti, non sostituiscono mai quelli più vecchi prima che le condizioni materiali della loro esistenza siano maturate nell’ambito della vecchia società. L’umanità si pone quindi inevitabilmente solo quei compiti che è in grado di risolvere, poiché un esame più attento mostrerà sempre che il problema stesso sorge solo quando le condizioni materiali per la sua soluzione sono già presenti o almeno in via di formazione

(Karl Marx, Contributo alla critica dell’economia politica, Prefazione, 1859).

1. L’impatto che l’Intelligenza artificiale avrà sulle nostre società è oggetto di discussione da diversi punti di vista. Qui vogliamo indagare sul cambiamento del valore che merci e servizi subiranno con la sua sempre più ampia diffusione e il prevedibile impatto sui rapporti sociali.

Partiamo dalla teoria del valore-lavoro che vede il valore di una merce (materiale o immateriale) nella quantità di lavoro umano incorporato (al di là dei problemi di conversione dei valori in prezzi).

L’ampio uso della gigantesca mole di dati accumulati e disponibile dall’IA, fa sì che vengano utilizzate e messe a profitto (al mero costo informatico) anche le ore di lavoro (produttivo, ma anche non produttivo) precedentemente prodotte nelle forme più disparate. Questo lavoro umano come può essere valutato? Esso viene appropriato dal capitale, anche se non viene pagato, sebbene vi siano dei costi di estrazione. L’assimilazione più immediata è quella alle risorse naturali che diventano una rendita per il capitale.

Marx (III Libro del Capitale e Teorie Del Plusvalore) distingue la rendita assoluta dalla rendita differenziale. La prima è quella che si genera perché esiste il monopolio della proprietà privata su certi fattori di produzione (per es. il possesso della terra coltivabile), la seconda è quella che nasce dal fatto che tali fattori hanno una redditività maggiore o minore (per es., diversa fertilità dei terreni). Marx distingue due tipi di rendita differenziale, la rendita differenziale I, derivante dalla diversa redditività di diversi lotti, e la rendita differenziale II, nascente da successivi investimenti di capitale nel medesimo lotto. Al momento ciò che viene messo a profitto non è tanto l’uso dell’AI (che potremmo assimilare alla rendita assoluta derivante dal mero possesso), quanto quei servizi di AI più performanti che vengono offerti a pagamento e quindi assimilabili alla rendita differenziale, in cui la redditività maggiore deriva non da una diversa “fertilità” della banca dati (che Marx chiamerebbe rendita differenziale I), ma dalla rendita differenziale II, nascente da successivi investimenti di capitale nel medesimo terreno.

D’altronde:

«Ogni “miglioramento” diminuisce il prezzo delle merci, [dei] mezzi di sussistenza. Il salario ossia il valore del lavoro, quindi, aumenta e diminuisce in proporzione inversa allo sviluppo della forza produttiva del lavoro, in quanto quest’ultima produca beni di prima necessità che entrano nel consumo medio della classe operaia. Il saggio del plusvalore (del profitto) diminuisce o aumenta, quindi, in rapporto diretto a come si sviluppa la forza produttiva del lavoro, perché questo sviluppo abbassa o eleva il salario.» (Marx, Teorie Del Plusvalore, Parte II).

Se ora l’AI è destinata a far aumentare a dismisura la produttività del lavoro, possiamo assistere a un’esplosione dei profitti e a un crollo dei salari.

2. Gli elementi fondamentali del processo produttivo, per come sono presentati da S. Bodrunov (Noonomia, P. 1, c. I, sez. 1.2), possono essere studiati nei rapporti e nelle contraddizioni che generano. Questi sono sì i pilastri fondamentali del processo produttivo, la cui caratterizzazione ne dipende, ma ne sono anche oggetto, in quanto ne vengono influenzati a loro volta.

La prima distinzione che si può individuare di questi quattro elementi è quella della loro genesi e del loro fine; se il lavoro umano e le materie prime sono generate esternamente dal processo produttivo, se sono cioè presupposti a questo, la stessa cosa non si può dire per le tecnologie e l’organizzazione della produzione, che invece ne sono i primi frutti.

In generale si può dire che le tecnologie e l’organizzazione del lavoro sono le caratteristiche del soggetto che vive il processo produttivo, sono caratteristiche della società che ne è influenzata o che le adopera, sono cioè frutti dell’astuzia della ragione. Il lavoro umano e le materie prime sono invece l’oggetto immediato del processo produttivo, la base materiale dalla quale questo scaturisce.

Pertanto, l’organizzazione del lavoro è la risposta dell’uomo al problema, posto dal processo produttivo, di come ottenere il massimo risultato dal lavoro umano potenziale disponibile. Così le tecnologie sono la risposta dell’uomo al problema, di simile origine, di come ottenere il massimo risultato dalle materie prime potenziali disponibili. Sono due problemi di ottimizzazione. Delle materie prime e del lavoro umano potenziali, perché il massimo del lavoro umano, che potrebbe confluire nel processo produttivo, considerato rispetto agli uomini totali che lo potrebbero generare, non è detto che sia raggiunto; la stessa cosa vale per le materie prime.

3. Il sistema di produzione capitalista ha attraversato nella sua storia numerosissime crisi; senza però mai esserne stato definitivamente travolto, ha saputo superarle sempre, anche rispetto agli assetti particolari che, sorti in situazioni di altrettanto fermento consolidatisi in anni più quieti, sono infine collassati a causa delle contraddizioni dalle quali erano emersi. Queste crisi sono conseguenze di dinamiche interne al sistema economico, ma presto hanno ricadute in altre sfere.

L’aspetto che primo tra tutti ne è influenzato è senz’altro quello sociale, cioè l’organizzazione del lavoro. Sono da considerarsi parte dell’organizzazione del lavoro anche tutti quei processi che mirano a riprodurre il lavoro umano o a disporne in quantità adeguata a quella richiesta e sostenibile dal sistema produttivo. Storicamente gli sviluppi di queste contraddizioni sono molteplici e generalmente sfociano in violenza politica volta ad evitare che il sistema economico subisca dei mutamenti strutturali, questa vi è accompagnata però da una buona dose di riforme, necessarie alla razionalizzazione del processo produttivo e al superamento della crisi. Un esempio di questo fenomeno è il fordismo, indagato già sotto questo aspetto da A. Gramsci nei suoi Quaderni del Carcere. Chiaramente a questa soluzione vi è un limite: per mantenere la situazione invariata, occorre sempre ricercare equilibrio tra le classi sociali, che ovviamente avvantaggerà la classe borghese, ma che persuaderà le altre classi a non ingaggiare una lotta per la conquista dei mezzi di produzione.

Una seconda sfera nella quale sono osservabili dei mutamenti è quella dei rapporti internazionali tra gli Stati, dalla necessità di distruggere parte del sistema produttivo esistente e di aprire nuovi mercati sorge l’imperialismo. Questa soluzione deve però scontrarsi ad oggi con dei limiti di natura tecnica, la guerra convenzionale ha ridotto drasticamente la sua portata, per via della capacità distruttiva delle armi cresciuta a dismisura che, in caso di utilizzo, non permetterebbero il raggiungimento sicuro dei risultati sperati. Ad oggi si impiegano dunque sistemi misti, i cui effetti risultano però trascurabili in molti casi, che non possono assorbire la totalità delle contraddizioni generate sul piano economico.

4. Lo sviluppo della tecnica appare quindi come l’ultima spiaggia ed è quello che l’AI dovrebbe incarnare. Generare, a parità di risorse impiegate, risultati maggiori, può essere la soluzione del problema.

Va sottolineato che qualunque mutamento in una delle sfere sopra elencate ha effetti su tutte le altre e su sé stessa, perciò, in questo contesto, si può affermare di essere entrati nella fase dei sistemi di produzione in cui l’organizzazione del lavoro si occupa prioritariamente dello sviluppo delle tecnologie.

Gli enormi progressi tecnologici che si sono raggiunti negli ultimi anni possono far pensare che il sapere sociale generale si innalzerà ad un ritmo sempre più elevato, lasciando a galla solo chi sarà in grado di rimanere al passo. Questo fenomeno apre al rischio di un accentramento dei capitali spaventoso e alla necessità di far partire una corsa allo sviluppo scientifico su scala mondiale, che genererà enormi sconquassi in ogni campo. Inoltre la necessità di impiego di forza lavoro sarà ridotta al minimo, se nel medio periodo si potrà vedere una tendenza maggiore all’impiego di forza lavoro specializzata questo potrebbe non perpetuarsi nel lungo periodo ed anzi si potrebbero raggiungere tassi di disoccupazione elevatissimi. Infatti, se le rivoluzioni industriali precedenti sono state capaci di assorbire nei nuovi settori produttivi tutta la manodopera espulsa da quelli vecchi e in dismissione, questo sembra del tutto precluso con la rivoluzione dell’AI. La diffusione sempre più capillare agirà come una droga che risolve il problema immediato e ne crea uno ancora più grande nell’immediato futuro.

Ciò ci porta a un’altra considerazione marxiana, ossia la caduta tendenziale del tasso di profitto, conseguenti alle crisi economiche, come le crisi di sovrapproduzione, la distruzione delle forze produttive e l’immane scontro tra i capitali a livello internazionale. Un’astrazione scientifica che si ripropone nella società capitalistica – in forme e modi odierni – ma nella sostanza del tutto simile a quella descritta da Marx. Si badi bene qui che si parla di caduta del saggio, ossia della percentuale, non della caduta assoluta, quindi non sono i profitti a diminuire, ma la loro redditività, ossia la quantità relativa di profitti rispetto all’enorme massa di capitali che è stata finora accumulata. Inoltre la caduta è tendenziale; ciò non implica in alcun modo la previsione di un crollo inevitabile, come hanno preconizzato le degenerazioni meccanicistiche e opportunistiche della II Internazionale socialdemocratica dopo la morte di Engels, proprio per togliere dall’ordine del giorno la rivoluzione proletaria.

Il capitalismo si dibatterà ancora una volta tra l’incudine di dover contrastare la caduta del saggio di profitto a fronte di una massa di capitali (soprattutto speculativi e fittizi) che richiedono voracemente sempre più profitti assoluti, e la necessità di distribuire reddito che possa acquistare produzioni sempre più vaste.  Il gioco dei rapporti ineguali a livello internazionale che ha per secoli estratto beni dal Sud del mondo e consentito le società benestanti del Nord sembra al tramonto. Sia per la saldatura dei Paesi intorno ai BRICS, sia per la rivoluzione tecnologica che il Sud, con in testa la Cina, sta compiendo uscendo dalla trappola delle produzioni a basso contenuto di valore aggiunto. D’altro lato nel Nord la voracità dell’assorbimento dei profitti ancora al di fuori di esso limita fortemente la capacità redistributiva che finora ha retto il patto sociale tra le classi nel Nord.

Una società in cui l’organizzazione del lavoro, la creatività, l’innovazione di prodotto più ancora che di processo saranno il discrimine tra vivere o soccombere dovrà necessariamente cambiare il paradigma dei rapporti di produzione.

Non ci si aspetta che questo possa avvenire senza sconquassi, come tutte le fine delle società pregresse, ma mai come oggi l’umanità potrà porsi concretamente il problema di riunificare la socializzazione della produzione e la socializzazione dei mezzi di produzione.

In una parola: Socialismo o barbarie

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FASHION WEEK in TORRE BRANCA

Venerdì 25 settembre 2026 Milano si guarda dall’alto:
una speciale experience tra panorama, atmosfera e glamour nel cuore della Fashion Week.


Durante la settimana più glamour dell’anno, Milano cambia ritmo, si veste di stile e diventa il punto d’incontro internazionale di moda, creatività e nuove tendenze.


Venerdì 25 settembre 2026, nel pieno della Milano Fashion Week, arriva un appuntamento pensato per vivere la città da una prospettiva completamente diversa: una salita sulla Torre Branca accompagnata da un esclusivo aperitivo, sospesi sopra lo skyline milanese.


Un’esperienza suggestiva nel cuore di Parco Sempione, a pochi passi dal Castello Sforzesco e dalla Triennale Milano, all’interno di uno dei luoghi più iconici e sorprendenti della città.


MILANO COME NON L’AVETE MAI VISTA
Progettata da Gio Ponti e Cesare Chiodi e inaugurata nel 1933 in occasione della V Triennale, la Torre Branca è uno dei simboli dell’architettura milanese del Novecento.
Con i suoi 108,6 metri di altezza, domina Parco Sempione e regala dalla sommità una prospettiva straordinaria sulla città. Un moderno ascensore conduce al belvedere in meno di un minuto e, quando la visibilità lo permette, lo sguardo può spingersi oltre il profilo di Milano fino alla pianura lombarda, alle Alpi e agli Appennini.
Ed è proprio qui che, in occasione della Fashion Week, la semplice visita si trasforma in una vera Milan Experience.


FASHION WEEK ABOVE MILAN
La serata di venerdì 25 settembre unirà il fascino della salita sulla Torre Branca al piacere di un aperitivo esclusivo, creando un momento da vivere e condividere durante una delle settimane più attese dell’anno.
Prima l’emozione dell’ascesa. Poi Milano che lentamente si apre sotto gli occhi, con il Castello Sforzesco, Parco Sempione e lo skyline contemporaneo a disegnare un panorama unico. Infine l’aperitivo, per celebrare la Fashion Week in un’atmosfera elegante e fuori dall’ordinario.


Un appuntamento pensato non semplicemente come un aperitivo, ma come un’esperienza:
Milano vista dall’alto nel momento in cui Milano è al centro del mondo della moda.
La Milano Fashion Week Primavera/Estate 2027, in programma dal 22 al 28 settembre 2026, porta infatti in città oltre 200 appuntamenti tra sfilate, presentazioni ed eventi, trasformando Milano in un grande palcoscenico internazionale dedicato a moda, design e creatività.


UNA SERA SOPRA LA CITTÀ
La Torre Branca diventa così il luogo ideale per concedersi una parentesi speciale nel vortice della Fashion Week: un punto privilegiato dal quale osservare Milano e lasciarsi conquistare dalla sua atmosfera.

COME PARTECIPARE
Fai il tuo Accredito e riserva il tuo posto seguendo questo link :
https://www.infomilano.news/eventi/torrebrancafashionweek2026

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Venerdì 25 settembre 2026
TORRE BRANCA – MILANO
Parco Sempione – Viale Luigi Camoens 2
Salita panoramica + Aperitivo esclusivo


Per una sera non limitatevi a vivere Milano.
Guardatela dall’alto.

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Terrorismo e Imperialismo: Due facce dello stesso sistema – Intervento del Partito Comunista a Mosca

Versione integrale dell’intervento del Vicesegretario Generale Matteo Di Cocco al III Forum Antifascista di Mosca tenutosi a Maggio 2026.

IL FASCISMO NON È UN INCIDENTE — È LA RISPOSTA VIOLENTA DEL CAPITALISMO

Il Fascismo non è un incidente della storia. Non è una deviazione, non è un’anomalia. È il frutto avvelenato della degenerazione sistemica del capitalismo che, quando entra in crisi o si sente minacciato dai movimenti popolari e operai, reagisce con ferocia, togliendo la propria maschera della democrazia per mostrare il volto violento. Quello della violenza di classe.

Come insegnato da Antonio Gramsci, la pavidità dei partiti operai — egemonizzati dalle correnti riformiste, incapaci di una visione ideologica corretta — è stata la prima causa della sconfitta del movimento operaio italiano di fronte alla marea nera.

Non possiamo ripetere quegli errori. Non possiamo più permetterci quella codardia, sperando di strappare qualche simpatia qua e là nel campo socialdemocratico (se non peggio).

Questo perché (e ne abbiamo le prove giorno dopo giorno) il fascismo in occidente sopravvive e continua a riprodursi perché negli ultimi trent’anni l’ideologia e la modalità d’azione dei comunisti è stata smantellata e deligittimata, pezzo dopo pezzo da chi in una folle rincorsa ai richiami delle élite finanziarie ha abbracciato il neoliberismo dando vita ad una pseudo sinistra, incarnata in fine da chi a Bruxelles, nel Consiglio Europeo ha avuto il coraggio di equiparare il nazismo ed il comunismo, distruggendo nel frattempo lo stato sociale e continuando a sostenere il regime neo nazista di Kiev.

In Italia, come nel resto dell’Europa abbiamo sempre più la prova che la forma più avanzata di fascismo non ha più la camicia nera addosso, ma hanno i vessilli di chi ha tradito la classe operaia invece di difenderla. Questo tradimento è un sintomo, di una malattia più ampia.

Una malattia che si chiama fascismo moderno.

TERRORISMO COME CATEGORIA POLITICA

Il terrorismo, come il fascismo non è un fenomeno autonomo che cade dal cielo ed in questo ci rifacciamo proprio a quanto dichiarato dal Presidium del Comitato Centrale del KPRF nel giugno del 2024:

“Per sconfiggere il terrorismo, è necessario superare il capitalismo, unire la società sugli ideali della giustizia, e quindi del socialismo. L’esperienza sovietica ci dà un grande esempio di come la società può unirsi, forgiare una forte armatura della sicurezza nazionale e vergognare il nemico più cinico e crudele” (https://kprf.ru/party-live/cknews/227219.html) [1]”

Il nostro Partito condivide in pieno questa lettura, le radici del terrorismo in epoca contemporanea sempre più affonda le radici nella povertà, nella diseguaglianza, nei conflitti militari fomentati dall’imperialismo per il controllo delle risorse o per la gestione delle proprie sfere di influenza a livello geopolitico fino alla frammentazione sociale prodotta coscienziosamente dal capitalismo neoliberista.

Possiamo definire il terrorismo come un fenomeno con tre facce, per quanto riguarda l’analisi politica contemporanea.

  • C’è il terrorismo come atto criminale di massa contro civili innocenti
  • C’è il terrorismo di Stato, organizzato da chi attacca popolazioni civili e finanzia organizzazioni e milizie paramilitari che organizzano stragi o colpi di Stato
  • Infine, c’è l’uso strumentale della categoria “terrorismo” utilizzata come arma ideologica per attaccare chi si oppone alle manovre imperialiste, per reprimere i movimenti popolari legittimando le aggressioni militari.

 

Qui ci poniamo una domanda: chi è il vero terrorista? Chi difende un popolo e la propria identità nazionale dall’aggressione di un governo fascista o quello stesso governo che attacca quei popoli? Noi sicuramente sappiamo da che parte stare.

[1] Dal servizio stampa del Comitato Centrale del KPRF 24 Giugno 2024 https://kprf.ru/party-live/cknews/227219.html

L’UCRAINA E IL NODO DEL CONFLITTO

Se parliamo di strutture imperialiste e terroriste in occidente non possiamo evitare di parlare della NATO che con la sua continua aggressione imperialista con il allargamento ad est violando non solo gli accordi del 1991, ma qualsivoglia briciolo di buonsenso, hanno trasformato l’Ucraina in un avamposto anti-russo. Per questo il Partito Comunista (Italia) condanna nettamente il sostegno dell’Unione Europea e degli Stati Uniti d’America a tutti quei settori che hanno egemonizzato il potere di Kiev dal colpo di Stato del 2014 in poi.

Fin da Euromaidan, l’obiettivo non è stato minimamente quello di mettere al centro la volontà del popolo ucraino, ma quello di accerchiare ed indebolire la Russia accerchiandola e cercando di distruggere qualsiasi forma di opposizione all’egemonia del dollaro e della finanza anglosassone, distruggendo quel filo rosso che unisce i popoli russi ed ucraini da ben prima che nascesse la NATO o che gli Stati Uniti d’America fossero un pensiero di Franlink o Jefferson.

Come è ben documentato, il regime di Kiev ha trasformato l’Ucraina nel primo stato terrorista d’Europa permettendo l’uso di metodi deliberatamente terroristici come gli attacchi ad infrastrutture civili, sabotaggi e addirittura uso di missili forniti dall’Occidente contro le popolazioni residenti nelle regioni del Donbass.

Se ci fossero dubbi, questo non è il comportamento di una democrazia, questo non è il comportamento di uno stato aggredito (come molti in Italia ed Europa definiscono l’Ucraina) ma questo è puro e semplice terrorismo di Stato, armato e finanziato dall’imperialismo occidentale.

L’Ucraina non è più una nazione, ma un asset strategico militare in mano a potenze straniere.

Le sanzioni contro la Russia si sono ritorte contro l’Europa stessa.

La NATO ogni giorno di più viene umiliata.

I popoli del Donbass si sono ribellati ed hanno preso le armi per difendere la propria autodeterminazione.

Oggi la Russia insieme alla Cina Socialista ed a tutte quelle nazioni che vogliono uscire dal giogo imperialista hanno l’opportunità di costruire un fronte per la pace e la sovranità economica e politica dei popoli.

Dobbiamo purtroppo constatare che in questo momento in Italia non ci sono le condizioni minime per attuare una politica di questo tipo, poiché la nostra nazione è da anni ormai retrocessa al rango di colonia.

Nostro l’ardito compito far risaltare le contraddizioni del sistema e sfruttarle per riportare anche in Italia il protagonismo della politica sull’economia e del popolo sull’imperialismo.

IL NEOLIBERISMO È IN GUERRA PERMANENTE

Cari compagni, dobbiamo essere chiari su un punto: non siamo di fronte a una crisi passeggera o ad un’anomalia che verrà risolta con qualche aggiustamento diplomatico.

Ci troviamo di fronte ad una crisi strutturale del capitalismo, che cerca la sua via d’uscita — come sempre nella storia — attraverso l’unico metodo che conosce: la guerra, la militarizzazione delle società e la distruzione dei diritti sociali conquistati dai lavoratori nel Novecento.

L’Unione Europea si è rivelata per quello che i comunisti hanno sempre denunciato: un apparato tecnico e burocratico al servizio del complesso militare del capitale.

Euro, Unione Europea e NATO non difendono la democrazia ma ne sono la diretta negazione.

Lo vediamo nelle politiche di austerità che negli anni hanno colpito i popoli europei, lo vediamo nella continua promozione di uno spirito anticomunista anche a livello istituzionale, non solo falsificando la storia, ma spergiurando sulle tombe di chi ha sacrificato la propria vita 81 anni fa per liberare il continente dal dominio nazifascista.

L’aumento smisurato delle spese militari sacrificando sanità, istruzione e pensioni sono il segnale di un’opera di distruzione della società per piegarla alla volontà delle élite economiche e militari utilizzando l’invenzione di una fantomatica minaccia russa come alibi per accelerare il processo di smantellamento di ogni residuo di Stato sociale.

Visto il continuo attacco dell’Unione Europea al suo stesso popolo, vista la continua ricerca di un nemico per militarizzare e spaventare gli europei convincendoli della giustezza di una futura guerra … possiamo definire la stessa Unione Europea come un’entità terroristica?

LA RISPOSTA COMUNISTA

La risposta comunista non può essere né nazionalista né semplicemente pacifista.

Deve essere internazionalista e di classe.

Se vogliamo essere all’altezza del compito che la storia ci sta ponendo dobbiamo riunire tutti coloro che rifiutano il controllo imperialista, chi è a favore della sovranità de popoli ed contro l’ingerenza straniera.

Dobbiamo combattere tutti quei piani di riarmo che sono propedeutici a future aggressioni e conflitti, dobbiamo far si che tutte le componenti sociali dei nostri rispettivi stati difendano lo Stato Sociale e smascherino le pseudosinistra neoliberista, finto socialdemocratiche e tutti coloro che hanno tradito i loro popoli.

Nel nostro paese, il Partito Comunista (Italia) porta avanti questa battaglia senza compromessi. Non partecipiamo al gioco delle alleanze con il centro-sinistra atlantista. Non sosteniamo le missioni militare all’estero o l’invio di armi in Ucraina, siamo contro la NATO e contro l’Unione Europea del capitale.

Per questo il nostro compito non deve fermarsi solo a tutti coloro che si riconoscono nella nostra ideologia, ma dobbiamo essere capaci di egemonizzare quei movimenti di massa spontanei che altrimenti sarebbero fini a loro stessi: come ci hanno insegnato Lenin e Gramsci serve un partito, una direzione politica ed una visione ideologica chiara.

VERSO LA VITTORIA

Compagni, permettetemi di chiudere con una riflessione che porto anche a nome del Segretario Generale Alberto Lombardo. Siamo qui a Mosca, capitale dell’Unione Sovietica che ha resistito all’invasione nazifascista ed ha liberato il continente dal pericolo nero al costo della vita di oltre venti milioni dei suoi figli.

L’Armata Rossa a Stalingrado non ha fermato la macchina militare nazifascista solo per l’Unione Sovietica, ma lo ha fatto per la libertà di tutto il mondo, fu la vittoria del socialismo sul fascismo, la vittoria del popolo sulla barbaria capitalista.

Lo abbiamo già detto lo scorso anno, per rispetto e onore del popolo sovietico Volvograd non deve essere Stalingrado pochi giorni dell’anno, ma deve tornare ad essere Stalingrado tutto l’anno!

Proprio su quell’esempio eroico noi siamo chiamati ad un’altra battaglia, sotto forme diverse contro nemici che oggi hanno giacche e cravatte. Invece dei carri armati usano canali di informazione, fondi di investimento e le banche centrali per manipolare la vita delle persone e la loro percezione della realtà.

Ma la sostanza non cambia: il capitalismo quando è in crisi torna a mostrare il suo volto di violenza, di guerra e di terrorismo contro i popoli.

Non so quando arriverà la Vittoria. Ma so che, quando arriverà, voglio che ci sia anche il mio ed il contributo del mio Partito.
Ma questa battaglia l’abbiamo già vinta una volta, 81 anni fa e non ce lo hanno mai perdonato.
Facciamolo accadere ancora una volta

Slava Stalingrad! Vperëd k pobede!

(Avanti verso la vittoria!)

🇬🇧 English Version
THE COMMUNIST PARTY — ITALY
III International Forum — Moscow, May 2026
Terrorism and Imperialism: Two Faces of the Same System

First of all, allow me to convey greetings to you from the General Secretary, comrade Alberto Lombardo, and from the entire Central Committee of the Communist Party (Italy).
We thank the KPRF – Communist Party of the Russian Federation for organizing this Forum and for allowing us to bring the voices of those in Italy who fight every day against imperialism, war, and fascism in its many contemporary forms.

FASCISM IS NOT AN ACCIDENT — IT IS CAPITALISM’S VIOLENT RESPONSE

Fascism is not an accident of history. It is not a deviation, it is not an anomaly. It is the poisonous fruit of the systemic degeneration of capitalism, which, when it enters into crisis or feels threatened by popular and workers’ movements, reacts ferociously, removing its democratic mask to reveal its violent face. That of class violence.
As Antonio Gramsci taught, the cowardice of workers’ parties—dominated by reformist currents, incapable of a correct ideological vision—was the primary cause of the defeat of the Italian workers’ movement in the face of the oil slick.
We can’t repeat those mistakes. We can no longer afford that cowardice, hoping to gain some sympathy here and there in the social democratic camp (or worse).
This is because (and we have proof of this day after day) fascism in the West survives and continues to reproduce itself because over the last thirty years the ideology and mode of action of the communists have been dismantled and delegitimized, piece by piece, by those who, in a mad pursuit of the calls of the financial elite, have embraced neoliberalism, giving birth to a pseudo-left, ultimately embodied by those in Brussels, in the European Council, who had the courage to equate Nazism and Communism, meanwhile destroying the welfare state and continuing to support the neo-Nazi regime in Kiev.
In Italy, as in the rest of Europe, we have growing evidence that the most advanced form of fascism no longer wears black shirts, but instead carries the banners of those who betrayed the working class instead of defending it. This betrayal is a symptom of a broader disease.
A disease called modern fascism.
TERRORISM AS A POLITICAL CATEGORY
Terrorism, like fascism, is not an autonomous phenomenon that falls from the sky and in this we refer precisely to what was declared by the Presidium of the Central Committee of the KPRF in June 2024:
“To defeat terrorism, it is necessary to overcome capitalism, to unite society around the ideals of justice, and therefore of socialism. The Soviet experience gives us a great example of how society can unite, forge a strong armor of national security, and shame the most cynical and cruel enemy.”https://kprf.ru/party-live/cknews/227219.html) ”
Our Party fully shares this view: the roots of terrorism in contemporary times are increasingly rooted in poverty, inequality, military conflicts fomented by imperialism for the control of resources or the management of its own spheres of influence at the geopolitical level, up to the social fragmentation consciously produced by neoliberal capitalism.
We can define terrorism as a three-faceted phenomenon, as far as contemporary political analysis is concerned.
• There is terrorism as a mass criminal act against innocent civilians
• There is state terrorism, organized by those who attack civilian populations and finance paramilitary organizations and militias that organize massacres or coups d’état
• Finally, there is the instrumental use of the category “terrorism” employed as an ideological weapon to attack those who oppose imperialist maneuvers, to repress popular movements by legitimizing military aggression.

Here we ask ourselves a question: who is the real terrorist? Those who defend a people and their national identity from the aggression of a fascist government, or the very government that attacks those people? We certainly know which side we’re on.

UKRAINE AND THE CRUCIAL ISSUE
When we talk about imperialist and terrorist structures in the West, we cannot avoid mentioning NATO, which, with its ongoing imperialist aggression and eastern enlargement—violating not only the 1991 agreements but every shred of common sense—has transformed Ukraine into an anti-Russian outpost. For this reason, the Communist Party (Italy) strongly condemns the European Union and the United States’ support for all those sectors that have dominated Kiev’s power since the 2014 coup.

Since Euromaidan, the goal has not been to put the will of the Ukrainian people at the center, but to encircle and weaken Russia by encircling it and trying to destroy any form of opposition to the hegemony of the dollar and Anglo-Saxon finance, destroying the common thread that has united the Russian and Ukrainian peoples since well before NATO was born or the United States of America was even a thought of Franklin or Jefferson.
As is well documented, the Kiev regime has transformed Ukraine into Europe’s first terrorist state by allowing the use of deliberate terrorist methods such as attacks on civilian infrastructure, sabotage, and even the use of Western-supplied missiles against populations living in the Donbass regions.
If there were any doubt, this is not the behavior of a democracy, this is not the behavior of an attacked state (as many in Italy and Europe define Ukraine) but this is pure and simple state terrorism, armed and financed by Western imperialism.
Ukraine is no longer a nation, but a strategic military asset in the hands of foreign powers.
Sanctions against Russia have backfired on Europe itself.
NATO is being humiliated more and more every day.
The people of Donbass rebelled and took up arms to defend their self-determination.
Today, Russia, together with Socialist China and all those nations that wish to escape from the imperialist yoke, have the opportunity to build a front for peace and the economic and political sovereignty of the peoples.
Unfortunately, we must note that at this time in Italy the minimum conditions for implementing a policy of this type do not exist, since our nation has been relegated to the rank of a colony for years now.
Ours is the daring task of highlighting the contradictions of the system and exploiting them to restore, in Italy too, the role of politics over the economy and of the people over imperialism.

NEOLIBERALISM IS AT PERMANENT WAR

Dear comrades, we must be clear on one point: we are not facing a temporary crisis or an anomaly that will be resolved with some diplomatic adjustments.
We are facing a structural crisis of capitalism, which seeks its way out—as always throughout history—through the only method it knows: war, the militarization of societies, and the destruction of the social rights won by workers in the twentieth century.
The European Union has revealed itself to be what the communists have always denounced: a technical and bureaucratic apparatus at the service of capital’s military complex.
The Euro, the European Union and NATO do not defend democracy but are its direct negation.
We see it in the austerity policies that have affected the peoples of Europe over the years, we see it in the continued promotion of an anti-communist spirit even at the institutional level, not only by falsifying history, but by perjuring themselves on the graves of those who sacrificed their lives 81 years ago to liberate the continent from Nazi-Fascist rule.
The disproportionate increase in military spending, sacrificing healthcare, education, and pensions, signals a drive to destroy society, bending it to the will of the economic and military elites. The invention of a phantom Russian threat serves as an excuse to accelerate the dismantling of every vestige of the welfare state.
Given the European Union’s ongoing attack on its own people, given its constant search for an enemy to militarize and frighten Europeans into believing a future war is justified… can we define the European Union itself as a terrorist entity?

THE COMMUNIST RESPONSE
The communist response can be neither nationalist nor simply pacifist.
It must be internationalist and class-based.
If we want to live up to the task that history is placing before us, we must unite all those who reject imperialist control, those who are in favor of the sovereignty of peoples and those who are against foreign interference.
We must fight all those rearmament plans that pave the way for future aggression and conflict. We must ensure that all social groups in our respective countries defend the Welfare State and expose the neoliberal pseudo-left, fake social democrats, and all those who have betrayed their peoples.
In our country, the Communist Party (Italy) is fighting this battle uncompromisingly. We do not participate in the game of alliances with the Atlanticist center-left. We do not support military missions abroad or the shipment of weapons to Ukraine; we are against NATO and the European Union of capital.
For this reason, our task must not be limited to those who identify with our ideology, but we must be capable of hegemonizing those spontaneous mass movements that would otherwise be ends in themselves: as Lenin and Gramsci taught us, we need a party, a political leadership, and a clear ideological vision.
TOWARDS VICTORY
Comrades, allow me to close with a reflection I also offer on behalf of Secretary General Alberto Lombardo. We are here in Moscow, the capital of the Soviet Union, which resisted the Nazi-Fascist invasion and freed the continent from the dark peril at the cost of the lives of over twenty million of its sons.
The Red Army at Stalingrad did not stop the Nazi-fascist military machine just for the Soviet Union, but it did so for the freedom of the entire world. It was the victory of socialism over fascism, the victory of the people over capitalist barbarism.
We said it last year: out of respect and honor for the Soviet people, Volgograd must not be Stalingrad for a few days a year, but must return to being Stalingrad all year round!
Precisely on the basis of that heroic example, we are called to another battle, in a different form, against enemies who today wear suits and ties. Instead of tanks, they use information channels, investment funds, and central banks to manipulate people’s lives and their perception of reality.
But the substance does not change: when capitalism is in crisis, it returns to show its face of violence, war, and terrorism against people.
I don’t know when Victory will come. But I know that, when it does, I want my contribution and that of my Party to be there too.
But we already won this battle once, 81 years ago, and they never forgave us.
Let’s make it happen one more time

Slava Stalingradu! Vperëd k pobede!
(Onward to victory!)

 

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AUTO D’EPOCA IN MARCIA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE: A MILANO I MOTORI ACCENDONO I RIFLETTORI SUL 1522


Domenica 20 settembre 2026 Milano ospita un evento speciale in cui la passione per le auto e le moto d’epoca incontra un messaggio sociale di fondamentale importanza: dire NO alla violenza sulle donne e far conoscere sempre di più il 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking.


Si chiama “1522 – Motori in marcia contro la violenza sulle donne”
l’iniziativa che porterà sulle strade della Città metropolitana di Milano decine di vetture e motociclette storiche, unite da un particolare che rende questo raduno diverso da qualsiasi altro: tutti i mezzi porteranno lo stesso numero, 1522.


Non un numero di gara, quindi, ma un messaggio da ricordare.


1522: QUATTRO NUMERI CHE POSSONO FARE LA DIFFERENZA
Il vero protagonista della giornata sarà infatti il 1522, il servizio pubblico promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Pari Opportunità.
Il numero è gratuito e attivo 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno, da rete fissa e mobile. Operatrici specializzate accolgono le richieste di aiuto e sostegno delle donne vittime di violenza e stalking, offrendo informazioni e orientamento verso centri antiviolenza, case rifugio e servizi presenti sul territorio.
Il servizio garantisce anonimato ed è disponibile anche attraverso la chat del sito ufficiale 1522.eu.

L’obiettivo dell’evento milanese è quindi semplice ma potentissimo: portare il numero 1522 fuori dalle campagne istituzionali e farlo circolare fisicamente per la città, trasformando le auto storiche in ambasciatrici di un messaggio contro la violenza.


LE AUTO STORICHE ATTRAVERSANO MILANO
La manifestazione partirà la mattina dal Museo Fratelli Cozzi di Legnano, per poi muoversi in corteo verso Milano.
Auto e moto d’epoca attraverseranno il territorio metropolitano mostrando il bollo 1522 e raggiungeranno nel corso della giornata Milano e l’area di Cascina Merlata.
Tra i mezzi sono annunciate anche alcune vetture storiche dell’Autocentro di Milano della Polizia di Stato.
L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra Città metropolitana di Milano, Museo Fratelli Cozzi, UpTown Milano, Scuderia Sant Ambroeus e Raduno della Domenica Auto Storiche di Milano, insieme agli altri partner aderenti al progetto.


L’ARRIVO IN CASCINA: AUTO, PERSONE E UN UNICO MESSAGGIO
La parte conclusiva della manifestazione si svolgerà nell’area di via Pier Paolo Pasolini 3 a Milano, nella cornice di Cascina Merlata/UpTown, dove si trova anche Cascina Corten.
Dalle 14:30 il momento conclusivo sarà aperto anche al pubblico, con la possibilità di vedere da vicino le vetture e le moto storiche e partecipare a una giornata che vuole trasformare una passione tradizionalmente legata al mondo dei motori in uno strumento di sensibilizzazione sociale.
E non è casuale nemmeno l’orario scelto per il momento simbolicamente più importante della manifestazione.


ALLE ORE 15:22 MILANO SI FERMA PER UN MESSAGGIO
Alle 15:22, richiamando volutamente le quattro cifre del numero antiviolenza, è previsto uno dei momenti più suggestivi della giornata.
Un drone riprenderà dall’alto le auto e le moto storiche e le persone presenti, che contribuiranno a comporre simbolicamente la scritta:
1522
Un’immagine pensata per essere condivisa e diffusa, affinché quelle quattro cifre possano raggiungere il maggior numero possibile di persone.
Perché conoscere il 1522 può significare sapere a chi rivolgersi nel momento in cui se ne ha bisogno.


UNA PASSIONE CHE DIVENTA SOLIDARIETÀ
L’iniziativa avrà anche una componente concreta di solidarietà. Le donazioni raccolte attraverso l’iscrizione degli equipaggi sono destinate alla Fondazione Una Nessuna Centomila, impegnata nel contrasto alla violenza di genere.
Il raduno diventa così molto più di una semplice esposizione di splendide automobili del passato.
È un modo per utilizzare la forza comunicativa del mondo dei motori per parlare di un problema profondamente attuale.


Domenica 20 settembre a Milano i motori faranno rumore per rompere un silenzio ancora più importante.
E il numero da portare a casa, questa volta, non sarà quello di una vettura.
Sarà il 1522.


1522 – NUMERO ANTIVIOLENZA E STALKING
☎ Gratuito
🕐 Attivo 24 ore su 24, 365 giorni all’anno
💬 Disponibile anche tramite chat
❤ Per chiedere aiuto, sostegno o anche semplicemente un consiglio.

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Blocco dell’area a caldo di Taranto: la lotta di classe indica la strada della riconversione

La conferma del blocco dell’area a caldo dello stabilimento ex ILVA di Taranto segna un punto di non ritorno nella drammatica vicenda del polo siderurgico.
Per decenni, il capitale industriale e i governi borghesi hanno imposto alla classe lavoratrice e alla cittadinanza un ricatto inaccettabile: barattare la salute e il diritto alla vita con un salario di sussistenza.
Oggi quell’impalcatura ideologica crolla sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.
Come denunciato dai Lavoratori Metalmeccanici Organizzati (LMO) – Sindacato Generale di Classe di Taranto, non c’è più spazio per sussidi a fondo perduto o soluzioni di facciata utili solo a tenere in vita un modello industriale capitalistico.
I padroni e i sindacati CGIL, CISL, UIL e USB hanno alimentato una spaccatura artificiale nel fronte di classe, mettendo gli operai della fabbrica contro le famiglie dei quartieri inquinati attraverso il terrore della disoccupazione.
Questa logica ‘divide et impera’ va respinta: la classe operaia non deve più essere usata come scudo per difendere i profitti dei privati o i fallimenti delle gestioni commissariali.
La vera alternativa di classe risiede nella bonifica delle aree con l’ impiego dei lavoratori e nell’attuazione del “Piano Taranto” elaborato dai comitati cittadini e da LMO -SGC, che hanno sostenuto una strenua lotta contro le politiche disfattiste di tutti i governi, di destra e di sinistra, che hanno portato la morte tra i lavoratori e i cittadini.
Le bonifiche non sono una spesa passiva a carico dello Stato, ma l’ossatura di un piano straordinario di lavoro stabile, sicuro e qualificato.
Utilizzare le competenze delle tute blu per bonificare i suoli, decontaminare le falde e risanare la città significa convertire un sito di nocività in un cantiere di ricostruzione sociale.
Il Partito Comunista sostiene con forza la linea del sindacato di base LMO nella richiesta immediata di un tavolo di trattativa istituzionale fondato su interventi vincolanti:
•⁠ ⁠Mappatura integrale e garanzia occupazionale: Censimento trasparente di tutti i lavoratori dell’ex ILVA, del subappalto e dell’intero indotto, garantendo il posto di lavoro a ciascun addetto.
•⁠ ⁠Tutela della salute e diritti previdenziali: Riconoscimento immediato dell’esposizione all’amianto, della gravosità delle mansioni e attivazione dei prepensionamenti per chi ha sacrificato la salute in fabbrica.
•⁠ ⁠Giustizia sociale e risarcimenti: Pieno ristoro dei danni fisici e sanitari subiti dagli operai e dalla popolazione locale.
•⁠ ⁠Pianificazione e riconversione pubblica: Avvio immediato delle bonifiche e di un piano industriale statale riconvertito sui reali bisogni della collettività.
La vertenza dei metalmeccanici di Taranto non è una vertenza locale, ma uno snodo centrale della lotta generale del movimento operaio contro il capitale.

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Populismo rurale, o colonialismo urbano?Un’analisi dei conflitti interni all’ambientalismo, a partire da una ricerca sul campo

di Elisa Lello [da Rivista Malamente n. 41, set. 2026]

Eolico industriale e lavori per il gasdotto Snam sull’Alpe della Luna, nei pressi di Badia Tedalda (AR)

Il rapporto tra ambientalismo e ruralità non è facile. Se da una parte la campagna dovrebbe essere luogo di elezione dell’ambientalismo, per via del semplice fatto di consentire, almeno in teoria, una vita più a contatto con il mondo naturale, in realtà proprio qui assistiamo talvolta a proteste che vengono definite “anti-ambientaliste”, per il loro contrapporsi a politiche di tutela ambientale: è il caso delle mobilitazioni al centro della presente ricerca, una contro l’istituzione di un parco naturale, l’altra contro una miniera di litio indispensabile per la transizione green ed energetica. Non è affatto raro incontrare, nei discorsi di queste e altre proteste rurali, accuse esplicite contro un ambientalismo vissuto come qualcosa di cittadino, “da salotto”, estraneo al territorio. Dal punto di vista opposto, urbano, queste proteste sono spesso liquidate come “populismo rurale”, come se gli abitanti delle campagne fossero naturalmente, costitutivamente, chiusi, tradizionalisti, anti-ambientalisti.

Ma davvero le cose stanno in questo modo? Davvero le proteste rurali contro politiche (presentate come) ambientali sono alimentate dal populismo rurale? E che ruolo gioca, all’interno di questi conflitti, il sapere esperto e scientifico: siamo di fronte a un fronteggiarsi tra ambientalisti (urbani) pro-scienza e populisti (rurali) anti-scientifici, così come previsto da quella lettura, o le cose sono più complesse? [leggi tutto…]

1. I casi di studio, in Italia e in Portogallo

Abbiamo analizzato, partendo da questi interrogativi, due casi di conflitto ambientale, in una ricerca di cui proponiamo qui una sintesi[1]. Il primo caso riguarda una tipica politica conservazionista: il conflitto è tra i sostenitori e gli oppositori del Parco nazionale del Catria, Nerone e Alpe della Luna, nella porzione interna, in larga parte appenninica, della provincia di Pesaro-Urbino, coinvolgendo alcune province e regioni limitrofe. Il progetto, promosso da associazioni ambientaliste fin dagli anni ’80, non ha mai visto la luce per via dell’opposizione di alcuni settori della politica e della società civile locale, preoccupati per i vincoli che il Parco avrebbe imposto alle attività economiche locali e per la perdita di potere decisionale sul territorio.

Nel secondo caso esploriamo la contestazione di una green policy, cioè le lotte contro quella che dovrebbe diventare la più grande miniera di litio a cielo aperto in Europa, nelle montagne del Nord del Portogallo, tra i villaggi di Covas do Barroso, Romainho, Muro e Dornelas, presentata come opera strategica ai fini della transizione energetica ed ecologica. In una battaglia che dura, ormai, da nove anni, e che è diventata una sorta di linea del Piave rispetto ai mille progetti di (ri)apertura di attività estrattive che stanno piovendo sull’intero territorio portoghese, le proteste denunciano il pesante impatto ecologico e sociale delle miniere, che andrebbero a distruggere l’economia di una regione fortemente votata a un’agricoltura sostenibile e di piccola scala, basata su sistemi tradizionali e complessi di gestione comunitaria dell’acqua e della terra (Baldìos), che le è valsa, peraltro, il riconoscimento da parte della FAO come World Agricultural Heritage[2].

Portogallo, manifestazione contro la miniera di litio a Covas do Barroso

2. Dal populismo rurale…

Le resistenze a politiche ambientali vengono in genere ricondotte alla diagnosi del populismo rurale, secondo cui gli abitanti delle campagne sarebbero naturalmente propensi a orientamenti conservatori e tradizionalisti, e ostili a idee emancipative, cosmopolite e progressiste. Questa “predisposizione naturale” sarebbe ora accentuata dalla crescente marginalizzazione delle aree rurali europee, dovuta a deindustrializzazione, contrazione dei servizi pubblici, invecchiamento e declino demografico, perdita di voce e rappresentanza politica. Le aree rurali sarebbero quindi pienamente coinvolte nella spirale della protesta populista come vendetta dei luoghi che non contano[3] e che sentono di non avere un futuro. Da qui un ribollire di risentimento, frustrazione, che condurrebbe a chiusure identitarie e richieste di protezione dal nuovo e dal diverso; prendendo, anche, la direzione di un tradizionalismo morale che informerebbe visioni regressive sui ruoli di genere, una certa esaltazione della mascolinità rurale e della whiteness, ostilità verso i migranti.

Se la “Rivoluzione silenziosa” degli anni ’60 e ’70 aveva portato alla ribalta valori post-materialisti, libertari e cosmopoliti – tra cui l’ambientalismo – non stupisce che l’attuale montata neo-populista che troverebbe il suo epicentro nelle aree marginali e rurali europee venga interpretata nei termini di un “contraccolpo culturale”[4]: una reazione di segno contrario, quindi autoritario e tradizionalista, che porta con sé un rifiuto di quei valori, alimentando quindi anche un “anti-ambientalismo” intrecciato – e questo è un aspetto cruciale – allo scetticismo verso la scienza e il sapere esperto.

Una variante, all’interno di questo quadro diagnostico, è quella del “populismo energetico”, in cui vengono tracciate connessioni tra populismo di destra, scetticismo verso il cambiamento climatico e opposizioni locali contro gli impianti di energie rinnovabili.

Portogallo, manifestazione contro la miniera di litio a Covas do Barroso

3. … Alla spaccatura tra agricoltura (rurale) contro ambientalismo (urbano)

Ma le tensioni tra ruralità e ambientalismo vengono messe a fuoco, in letteratura, anche rispetto all’agricoltura, e in particolare all’agroecologia: un tema è quello delle difficoltà che ostacolano il diffondersi di discorsi e pratiche legati all’autodeterminazione alimentare nelle campagne. È interessante notare come una delle cause principali venga ricondotta al fatto che i promotori di pratiche agroecologiche siano prevalentemente i cosiddetti neo-rurali, i “ritornanti” (back-to-landers) con cultura e formazione prettamente urbane, che decidono di cambiare vita e stabilirsi in campagne dove provano a creare nuove reti, scontrandosi però talvolta con sentimenti di diffidenza (reciproci) nel rapporto con gli abitanti rurali, dovuti a differenze profonde nelle visioni del mondo, nel linguaggio, nei valori[5].

La spaccatura tra mondo agricolo e ambientalismo è stata recentemente rinfocolata dal modo in cui sono state lette e trattate le proteste degli agricoltori europei. Anziché prendere sul serio le loro ragioni provando al contempo a sfidare i limiti di quelle proteste – ragionando su come le loro difficoltà si inserissero all’interno di un settore agricolo soffocato e costretto all’iperproduttività dal connubio industrializzazione-grande distribuzione – si è preferito adagiarsi su una lettura pigra, buona soprattutto per confortare le premesse ideologiche di chi la propone: una lettura che ha ricalcato le linee interpretative del populismo rurale, regressivo, anti-ambientalista, dove quest’ultimo concetto è appunto definito come “caratterizzato dall’opposizione a politiche ambientali e dallo scetticismo verso il consenso scientifico intorno alle questioni ambientali (…). Questa posizione è tipicamente contraddistinta dalla resistenza alle iniziative normative finalizzate a proteggere e preservare l’ambiente, comprese le politiche in materia di cambiamenti climatici, controllo dell’inquinamento e conservazione della biodiversità”[6].

In questo modo, le proteste sono state interpretate, da ampia parte degli ambienti di sinistra e ambientalisti, secondo l’assai debole e riduttiva lettura del particolarismo egoista (imputato agli agricoltori) insofferente alle regolamentazioni volte al bene collettivo e alla tutela dell’ambiente[7], suscitando particolare sospetto, quando non ostilità, presso l’attivismo eco-climatico, con radicamento prevalentemente urbano. In seguito, la scelta di Von der Leyen di retrocedere (solo) sugli aspetti del Green New Deal più chiaramente improntati all’ecologia, motivandola come tentativo di andare incontro alle proteste degli agricoltori, è stata il colpo di grazia che ha cementato la linea di conflitto tra mondo agricolo, radicato nelle campagne, e un ambientalismo prevalentemente urbano.

Parco Nazionale del Catria, Nerone e Alpe della Luna, il “Parco che Non è“

4. La ricerca: cenni sul metodo

In entrambi i casi di studio abbiamo fatto ricorso ad analisi dei documenti e della stampa, e abbiamo partecipato a diversi momenti di incontro e discussione, con un approccio attento a problematizzare la distinzione tra soggetto e oggetto della ricerca, a considerarne l’impatto sociale, a tenere ben presente la necessità di decolonizzare i metodi di indagine. Per quanto riguarda il caso-studio appenninico, abbiamo svolto una rilevazione demoscopica su un campione rappresentativo in base a genere ed età della popolazione dei comuni coinvolti nel progetto del Parco (n=818); insieme ad un approfondimento qualitativo attraverso interviste semi-strutturate a figure rilevanti tra i sostenitori come tra i detrattori del parco. Il caso portoghese ha incluso un’etnografia durante l’Acampamento em defesa do Barroso (un campeggio internazionale contro l’estrattivismo che si tiene ogni anno a Covas do Barroso), a cui ho partecipato nell’agosto 2024, corredata da alcune interviste a ricercatori/trici e attivisti/e con lunga esperienza di ricerca in loco.

5. Quanto sono anti-ambientalisti gli anti-ambientalisti?

Nel caso-studio appenninico, dove avevamo a disposizione dati quantitativi, abbiamo innanzitutto voluto verificare se esista una correlazione, sul piano statistico, tra anti-ambientalismo (inteso come ostilità verso l’azione degli ambientalisti locali) e gli orientamenti che la letteratura associa al populismo: non ne abbiamo trovato tracce significative. Non c’è, tra quanti esprimono scetticismo nei confronti degli ambientalisti, un sostegno maggiormente diffuso rispetto al resto del campione verso orientamenti tradizionalisti o di chiusura riguardo a ruoli di genere, orientamenti sessuali, immigrazione; né si osserva un più accentuato scetticismo verso il sapere esperto e le autorità del sapere accreditato. La lettura “populista” riceve qui una prima smentita.

Quindi, ci siamo chiesti: in che misura chi viene definito come “anti-ambientalista” (perché ostile alle azioni degli ambientalisti locali) ha davvero posizioni anti-ambientaliste? La risposta, sul piano quantitativo, è netta: gli “anti-ambientalisti” condividono in ampia maggioranza, e senza differenze apprezzabili rispetto al resto del campione, la necessità di anteporre le ragioni della tutela ambientale a quelle della crescita economica. Insomma, oltre a non avere molto a che spartire coi populisti, questi anti-ambientalisti sembrano persino ambientalisti…

Per sbrogliare la matassa conviene, al solito, affidarsi alle interviste. Tra le figure più attive nell’avversare il parco, troviamo così l’agronoma che supporta e promuove la transizione di agricoltori e allevatori verso metodi di produzione biologici; e che, in modo simile al più noto e attivo esponente politico locale del fronte No-Parco, adotta nella vita personale scelte e accorgimenti che denotano un profondo coinvolgimento con i temi dell’ecologia. Non per caso, il sopracitato esponente politico si ritrova dalla stessa parte della barricata con gli stessi attivisti, che nella controversia sul Parco stanno invece sul fronte opposto, quando si tratta di difendere il territorio dal metanodotto “Linea Adriatica” o dai grandi progetti di speculazione sulle rinnovabili che incombono anche qui, come nel resto dell’Appennino.

Nelle parole di chi avversa il Parco, più che anti-ambientalismo, troviamo echi di quell’“ambientalismo dei poveri” di cui parla Martinez-Alier[8]: la rivendicazione di un diverso ambientalismo, quello degli agricoltori e coltivatori locali che sono attenti affinché fonti e abbeveratoi di montagna siano in ordine e le popolazioni di insetti impollinatori in buona salute, visto che da questo dipende il loro sostentamento; e che denunciano i limiti di un ambientalismo, appunto, urbano, astratto, disattento alle geografie locali, inconsapevole di quanto le campagne risentano di diseguaglianze che non sono solo redistributive ma anche “di riconoscimento” – dei valori, scelte di vita, priorità locali.

L’opposizione al Parco deriva semmai dai timori circa i vincoli che questo potrebbe introdurre (in particolare per la caccia, la gestione del bosco e del legname, le attività estrattive), oltre che dalla percezione di una proposta calata dall’alto, di cui peraltro non sono stati comunicati in modo efficace, soprattutto in passato, i benefici per il territorio. Gli stessi promotori del parco sono consapevoli di questi limiti nel coinvolgimento della popolazione, che sono peraltro all’origine dello scetticismo che hanno finora riservato al progetto anche le Comunanze agrarie. Appare tuttavia interessante la possibilità che si aprano nuovi canali di dialogo tra i due fronti intorno a quali possano essere gli strumenti (e se il parco possa essere uno di questi) per difendere queste magnifiche montagne da quella che sia i promotori che gli oppositori del parco percepiscono ora come la reale minaccia incombente: che possano essere trasformate in “zone di sacrificio”, sotto il grandinare di megapale eoliche, metanodotto, impianti sciistici con nuove strade e bacini artificiali e nuove arterie viarie con relativi trafori.

Nel caso portoghese, è ancora più evidente come le proteste contro la green policy non abbiano nulla a che spartire con l’anti-ambientalismo. Al contrario, si richiamano esplicitamente all’ecologia, denunciando le contraddizioni di una transizione dipinta come ecologica attraverso discorsi manipolativi e green washing. Lo slogan che risuona più spesso è “VERDE È O BARROSO!”, ad enfatizzare l’assurdità di considerare ecologica un’infrastruttura che distruggerebbe l’ecosistema insieme a un’organizzazione socio-economica davvero sostenibile.

“Quando queste miniere sono etichettate come ecologiche le persone qui rispondono: oh, ma come può essere ecologico questo? Come una critica all’ambientalismo dell’industria e degli stati (…). Loro rispondono: Verde è o Barroso! Quello che pratichiamo qui è agricoltura sostenibile, gestione sostenibile dell’acqua (…). Dicono: guardate, coltiviamo il nostro cibo. Viviamo come vivevano i nostri nonni. Ci prendiamo cura delle foreste. Possiamo bere dal fiume. E ricicliamo tutto, riutilizziamo e compostiamo. Quindi è economia circolare, questi paroloni: beh è quello che facciamo qui, sapete?” (Int. 7)

È interessante notare che la loro rivendicazione non si limita alla classica argomentazione della giustizia ambientale, secondo cui è ingiusto che questi territori sostengano il costo di una crisi climatica di cui non sono primariamente responsabili; ma si spinge più a fondo, interrogando il ruolo della scienza e dell’expertise alla base della transizione green, e le loro premesse onto-epistemologiche, come vedremo più avanti.

Acampamento em defesa do Barroso, Portogallo

6. L’impoverimento delle zone rurali alimenta il ressentiment populista?

Prima, tuttavia, ci siamo chiesti se, come prevede la prospettiva del populismo rurale, l’impoverimento e il senso di essere stati deprivati del futuro spingano la popolazione verso orientamenti populisti. Anche in questo caso le risposte vanno in tutt’altra direzione, consegnandoci un quadro assai interessante.

Nel caso dell’Appennino, i servizi di base – in particolare ospedali e pronto soccorso – fino a pochi anni fa ancora presenti in luoghi facilmente raggiungibili, sono stati chiusi, a fronte dell’invecchiare della popolazione. Gli intervistati ci raccontano che, se fanno fatica a sensibilizzare le persone del luogo alla tutela ambientale, non è certo per sentimenti anti-ambientalisti o indifferenza: di fronte all’abbandono e alla desertificazione dei servizi, le priorità sono, inevitabilmente, altre.

Nelle montagne portoghesi, all’interno di comunità locali in larga maggioranza contrarie alle miniere, la sensazione di non avere più un futuro prevale invece proprio tra le minoranze che sono invece acquiescenti o favorevoli. La percezione di marginalità, quindi, ha un impatto opposto a quello che ci si attenderebbe: non alimenta una sfiducia verso le miniere motivata da uno scetticismo “populista” verso la transizione ecologica; al contrario, disincentiva la protesta contro le miniere, e non per adesione alla narrativa green, bensì per sentimenti di resa e capitolazione.

“Questa signora ci ha detto che nel villaggio vicino non è nato un bambino negli ultimi 12 o 14 anni (…). La gente pensa che, a un certo punto, vivere lì sia come un vicolo cieco. Un vicolo cieco, nel senso che i bambini non hanno alcun futuro lì, quindi potrebbero prendere un po’ di soldi da quel pezzo di terra e darli ai figli, così che possano fare quello che vogliono e costruirsi una vita in città, o qualsiasi altra cosa sia.” (Int. 8)

Nonostante il declino demografico e l’emigrazione abbiano colpito duro anche tra le montagne portoghesi, diversi tra i ricercatori-attivisti intervistati problematizzano e anzi rifiutano la nozione di marginalità. Sostengono che le comunità del Barroso siano consapevoli e orgogliose della propria organizzazione sociale ed economica, del loro stile di vita, delle risorse locali. La loro tesi è che la narrativa della marginalità sia un costrutto esterno, imposto, funzionale a giustificare la “sacrificabilità” del territorio. Le mobilitazioni contro le miniere, dunque, non sono alimentate dalla frustrazione conseguente alla marginalità: al contrario, rappresentano precisamente una sfida a quella narrazione.

“Quindi c’è un altro tipo di ricchezza (…). No, non c’è povertà. Queste cose le vedi nei report di Savannah (l’impresa che gestisce le miniere, NdI), ma quelle sono tattiche che servono solo a screditare e a conquistare il loro spazio narrativo. Ma vedrai che lì non c’è nulla del genere. Voglio dire, non più del solito. (…) Le case sono vecchie, costruite in pietra. Sono grandi, spaziose, con l’acqua corrente. Le infrastrutture sono vecchie, ma molto ben tenute. Sono costruite per durare nel tempo. Sono tranquilli, si aiutano a vicenda. C’è questa mentalità diversa che li rende ricchi.” (Int. 10)

“Ma è chiaramente una regione isolata. E questo è, ovviamente, uno dei pretesti utilizzati dai promotori di questo genere di progetti: stiamo portando cose positive in questa terra dove non c’è nulla” (Int. 7)

Scempio per le piste da sci sul Monte Catria [da www.lalupusinfabula.it]

7. Scienza contro anti-scienza, o conflitto tra epistemologie?

Nel caso portoghese, proprio come il conflitto non può essere descritto nei termini di ambientalismo contro anti-ambientalismo, allo stesso modo non riflette in alcun modo un’opposizione tra scienza e populismo anti-scientifico. L’expertise scientifica gioca piuttosto un ruolo complesso e ambivalente per entrambe le parti.

Se l’impresa e le istituzioni che sostengono le miniere si appellano ai dati sul cambiamento climatico, la scienza viene anche utilizzata come strumento di controinsurrezione. Una narrativa paternalistica che infantilizza le comunità locali, descrivendole come incapaci di prendere decisioni razionali e informate, viene usata per stigmatizzare e delegittimare le proteste. L’opposizione a politiche presuntamente evidence-based viene liquidata come frutto di ignoranza, anti-scienza o negazionismo climatico[9]: la scienza viene qui mobilitata per giustificare posture chiaramente coloniali, del resto già evidenti nel descrivere i territori come terra nullius.

Dalla parte opposta, il fronte contrario alle miniere ricorre prevalentemente agli studi sociali per mettere in discussione la presunta oggettività delle scienze dure – in questo caso, in particolare la geologia – e per spostare le proteste da una cornice particolarista, esposta ad accuse (per quanto strumentali) di sindrome Nimby, verso una prospettiva più ampia di critica all’estrattivismo e al paradigma della crescita infinita.

Soprattutto, però, la critica alle miniere fa leva sul concetto di “riduzionismo climatico”: sulla critica, cioè, alla tendenza imperante a ridurre la complessità della questione ecologica alla sola dimensione climatica, peraltro astraendola dalle sue connessioni con gli altri aspetti del collasso ambientale (perdita di biodiversità, industrializzazione dell’agricoltura, impermeabilizzazione dei suoli…); e, in secondo luogo, alla tendenza a ridurre lo stesso cambiamento climatico a una mera questione di concentrazione di CO2 atmosferica. Questo approccio (doppiamente) riduzionistico viene valutato non solo fuorviante, ma pericoloso, perché porta a giustificare interventi e politiche che peggiorano ulteriormente la crisi ecologica – come, appunto, l’estrazione di minerali e terre rare, e la stessa artificializzazione di ambienti naturali per costruire “parchi” eolici o foto/agrivoltaici.

Questo riduzionismo, si sostiene, si basa su premesse epistemologiche proprie della scienza occidentale, a loro volta fondate su un’ontologia che presuppone una rigida separazione tra il regno del pensiero e dell’intenzionalità – concepito come esclusivamente umano – e la natura, conseguentemente ridotta a materia inerte governata da leggi meccaniche. Le origini storiche dell’epistemologia scientifica occidentale coincidono con l’avvento di una natura “morta”, inanimata, che ha perso la connessione con la ciclicità – e i limiti – del nascere, crescere e morire[10]; l’ecofemminismo ha svelato i nessi tra l’avvento di questa onto-epistemologia, necessaria per l’affermarsi della società industriale e del capitalismo, e la cancellazione violenta di sistemi di conoscenza che, anche in Occidente, rifiutavano la separazione tra materia e spirito[11] (Federici, 2004; Merchant, 1980). È proprio questa visione del mondo che costruisce la natura come una riserva di risorse che possono essere illimitatamente estratte e sfruttate per alimentare l’accumulazione capitalista. Paradossalmente, questa ontologia, insieme all’epistemologia scientifica in essa radicata, pretende di imporsi come l’unica legittima e universalmente valida, superiore a tutte le altre forme di conoscenza esistenti ed esistite, relegate di conseguenza al rango di credenze e superstizioni: eppure, è precisamente all’origine del collasso ecologico in cui ci troviamo[12].

Nell’osservazione etnografica durante l’Acampamento è risultato evidente come queste riflessioni esondino rispetto ai confini dell’elaborazione intellettuale, per riecheggiare diffusamente nei discorsi, nelle pratiche e nei comportamenti. Non parliamo di una sfida esplicitamente tematizzata all’epistemologia scientifica, ma di evidenti disponibilità e interesse condivisi a esplorare aree di conoscenza e approcci che ne sfidano i fondamenti. Alcuni laboratori, ad esempio, trattavano di rabdomanzia e radiestesia, mentre altri presentavano approcci terapeutici olistici. La necessità di recuperare conoscenze tradizionali legate alle erbe e al femminile veniva qui presentata esplicitamente come resistenza politica che riconosce la necessità di riappropriarsi di conoscenze ancestrali per decolonizzare i corpi dalla medicina biochimica (e dall’industria) e al contempo ristabilire forme di autonomia comunitaria capaci di sfidare quella spirale di delega e dipendenza dagli esperti e dal mercato che costituisce, fin dalle origini, la cifra del capitalismo.

Anche certi slogan (come “Queremos um mundo onde caibam muitos mundos”) insieme alla centralità di aspetti legati all’identità e alle tradizioni rurali (maschere e strumenti tradizionali, musiche popolari), e allo spazio riservato ai contributi ecofemministi in evidente connessione con il ruolo preminente giocato dalle donne nell’organizzazione delle proteste, sembrano convergere nella messa in discussione dell’onto-epistemologia dominante e nell’apertura e anzi ricerca di risposte in cosmovisioni altre.

8. Lotte territoriali, comunità locali e climattivismo

La capacità di collegare la lotta locale contro le miniere a una più ampia critica dell’estrattivismo e del green capitalism viene associata a una stretta e costante interazione tra comunità locali, attivisti e ricercatori, che certo non è stata semplice. Lo stesso Acampamento è fonte di prevedibili tensioni che riecheggiano quelle evocate dalla letteratura, conseguenti all’arrivo simultaneo di centinaia (circa 450 nel 2024) di attivisti ambientali, anarchici, punk, freak, hippies e artisti, in villaggi abitati da persone in prevalenza anziane, spesso descritte come tradizionaliste e molto religiose. Nelle interviste viene sottolineata l’importanza di costruire relazioni di fiducia nell’incontro tra questi mondi così differenti, in cui però è “chi viene da fuori che ha una maggiore responsabilità nel comprendere le dinamiche locali; che non significa cambiare le proprie convinzioni politiche o i propri valori, ma capire che deve muoversi in un contesto che a volte è molto conservatore (…). Ma quello che ho constatato è che quando c’è fiducia, e a volte la fiducia deve adattarsi alla realtà e ai valori della gente, le persone sono molto aperte.” (Int. 9)

Un esempio emblematico di questo atteggiamento è stato il divieto, deciso dopo interminabili assemblee, di bandire nudismo e toplessness (femminile come maschile) nelle spiagge fluviali e all’interno dello stesso campeggio, in modo da non urtare la sensibilità degli abitanti.

Assente o difficoltoso, invece, il dialogo con l’attivismo climatico. Un dato prevedibile nel caso portoghese, dove l’obiettivo della decarbonizzazione collide con il doversi fare carico dei costi locali della transizione energetica. Gli attivisti raccontano che, nei tentativi che pure ci sono stati di avviare un dialogo, i climattivisti apparivano più impegnati a persuadere della validità e urgenza delle proprie campagne che a lasciarsi coinvolgere in un confronto e nell’ascolto delle preoccupazioni delle comunità locali.

Nel caso appenninico, invece, non sono state tematizzate contraddizioni tra l’istituzione del parco e le battaglie per il clima: tuttavia, anche in questo caso, il dialogo è risultato inesistente. Gli attivisti pro-Parco descrivono i movimenti climatici come prevalentemente urbani, con un profilo anagrafico chiaramente giovane in netto contrasto col loro (in prevalenza cinquantenni e oltre) e un approccio astratto, poco attento alle problematiche territoriali.

Conclusioni: verso una mappa dei conflitti interni all’ambientalismo

In entrambi i casi, l’opposizione a politiche (presentate come) ambientali non trova una spiegazione nel populismo rurale: l’attenzione va posta piuttosto sulla misura in cui le politiche proposte riescono a coinvolgere le popolazioni locali, tenere in considerazione il loro punto di vista e rispondere alle loro necessità.

Semmai, a fare problema è proprio la tendenza – sottesa alla categoria di “populismo rurale” – a dare per scontato lo stereotipo del campagnolo/montagnino ignorante e buzzurro, di mentalità ristretta e conservatrice. Senza nemmeno che sorga il sospetto su quanto quella categoria sia impregnata di colonialismo. A conferma di quanto strumenti e prospettive decoloniali, utilizzati (giustamente) nell’osservare l’alterità in continenti e culture lontani, è più difficile vengano invece mobilitati a casa nostra, nonostante la violenza coloniale si sia abbattuta anche sulla civiltà contadina europea.

Più che a un conflitto tra ambientalisti e anti-ambientalisti, i casi studiati ci portano a concepire l’ambientalismo stesso come spazio sempre più conteso e attraversato da diverse linee di conflitto, che tendono a intrecciarsi tra di loro.

Una prima è quella tra transizione green ed ecologismo anti-capitalista: le critiche alla narrazione green non muovono da posizioni anti-ambientaliste bensì dal considerarla un’appropriazione capitalista di rivendicazioni e principi ecologisti volta a proseguire lo sfruttamento della natura ai fini dell’accumulazione.

La seconda riguarda invece la frattura urbano/rurale, che si collega a modi differenti di intendere la difesa ambientale. Qui, è cruciale vedere come le “diseguaglianze di riconoscimento” che portano a raccontare da una prospettiva urbana – inferiorizzandoli – valori, identità e scelte di vita delle popolazioni rurali, si intreccino all’uso della scienza per infantilizzare le popolazioni rurali, sminuire conoscenze situate differenti dall’expertise accreditata di volta in volta, giustificare la narrativa della marginalità per cui tutto si può prendere perché tanto non c’è nulla – nemmeno più il futuro! – secondo il più classico dei meccanismi della dominazione coloniale.

Ma queste due linee di conflitto si intrecciano con una terza, che ha a che fare con le premesse onto-epistemologiche: da una parte la natura come stock di risorse quantificabili ed estraibili, materia misurabile e riproducibile, che apre la porta a ogni forma di riduzionismo, e insieme di manipolazione e soluzionismo tecnologici – dalla transizione energetica ai nuovi OGM e oltre – e a ogni forma di ibridazione tra un “naturale” pensato fin dall’inizio come macchinico e il tecnologico. Dall’altra, un ecologismo che muove da un’idea di natura come “ciò che nasce”, con i suoi limiti, la sua imprevedibilità che sfugge e si ribella a qualunque riduzionismo, il suo mistero da rispettare e accompagnare nel suo divenire; un ecologismo che, quindi, non può che essere tecnocritico, olistico, femminile. E comunitario, volto alla riappropriazione di saperi situati e negati, e di forme di auto-organizzazione e gestione collettiva dei beni comuni, terra e acqua incluse.


[1] L’articolo su cui si basa la presente sintesi è: Lello, Elisa and Barberis, Eduardo (2026) Rural populists? Questioning the link between anti-environmentalism, populism and science criticism in rural areas. Territory, Politics, Governance, 1-17, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/21622671.2026.2677566. In questa sede abbiamo volutamente ridotto all’essenziale le citazioni bibliografiche, che possono invece essere trovate, insieme a un’esposizione più articolata delle premesse teoriche, della metodologia e dei risultati, nell’articolo originale.

[2] Dunlap, A., & Riquito, M. (2023). Social warfare for lithium extraction? Open-pit lithium mining, counterinsurgency tactics and enforcing green extractivism in northern Portugal. Energy Research & Social Science, 95, 1–21.

[3] Rodríguez-Pose, A. (2018). The revenge of the places that don’t matter (and what to do about it). Cambridge Journal of Regions, Economy and Society, 11(1), 189–209.

[4] Norris, P., & Inglehart, R. (2018). Cultural backlash: Trump, brexit, and authoritarian populism. Cambridge University Press.

[5] Bilewicz, A. M. (2020). Beyond the modernisation paradigm: Elements of a food sovereignty discourse in farmer protest movements and alternative food networks in Poland. Sociologia Ruralis, 60(4), 754–772.

[6] Bujdei-Tebeica, V. (2024). Green policies, gray areas. Civil Szemle, 21(2), 31–47, pp. 33.

[7] Riproducendo, per inciso, la stessa linea argomentativa, altrettanto fallace, usata pochi anni prima per linciare chi denunciava la torsione autoritaria di uno Stato che trasformava, attraverso imposizioni e lasciapassare, diritti universali in concessioni sub conditione dell’obbedienza: e dell’obbedienza non a normative a tutela del bene comune, bensì al volere di case farmaceutiche ed élite globali.

[8] Martinez-Alier, J. (2002). The environmentalism of the poor: A study of ecological conflicts and valuation. Edward Elgar Publishing.

[9] Canelas, J., & Carvalho, A. (2023). The dark side of the energy transition: Extractivist violence, energy (in)justice and lithium mining in Portugal. Energy Research & Social Science, 100, 103096

[10] Cayley, D. (2009). Ivan Illich. I fiumi a Nord del Futuro. Quodlibet.

[11] Merchant, C. (1980). The death of nature: Women, ecology, and the scientific revolution. Harper & Row.

[12] Consigliere, S. (2020). Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione. DeriveApprodi.


L'articolo Populismo rurale, o colonialismo urbano?Un’analisi dei conflitti interni all’ambientalismo, a partire da una ricerca sul campo proviene da Rivista Malamente.

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11 SETTEMBRE. 25 ANNI DI BUGIE. 25 ANNI DI CRIMINI

«… i nuovi documenti pubblicati dall’amministrazione di Zohran Mamdani hanno rivelato come le autorità di New York hanno ingannato il grande pubblico sulla qualità dell’aria a Ground Zero dopo gli attacchi dell’11 settembre dove, nonostante i proclami, si respirava amianto.» [1]

 

Sono 25 anni che la propaganda a reti unificate ci propina l’incredibile versione che le autorità statunitensi hanno accreditato: due aerei hanno abbattuto tre grattacieli, la fusoliera di un altro aereo ha bucato uno dei muri più blindati del Pentagono mentre i due motori non lo hanno nemmeno graffiato e un quarto aereo si è schiantato in un prato senza lasciare i più comuni rottami.

Ora finalmente comincia a sgretolarsi il muro di gomma, almeno per la parte che mette sotto accusa tutte le autorità precedenti di mancato allarme. Nel gioco delle parti della pseudodemocrazia americana non è consentito di più.

Era del tutto impossibile che l’enorme nuvola di detriti sollevatasi a Manhattan non fosse altamente nociva. Le Torri dovevano essere smantellate contenendo alte quantità di amianto. Più facile e infinitamente meno costoso buttarle giù. Il costo lo avrebbero pagato i cittadini di New York e in prima fila i suoi eroici pompieri.

Infatti, secondo quanto emerge dalle 170mila pagine di documenti sulla qualità dell’aria dopo gli attentati pubblicati dall’amministrazione della città, si mostra che l’amianto fu trovato “quasi dovunque” vicino all’area delle torri gemelle mentre le autorità rassicuravano la popolazione del contrario. In seguito le malattie legate a polveri e fumi hanno causato più morti degli attentati, ove morirono 2.977 persone.

La “Guerra al Terrorismo”, inaugurata allora contro un nemico perfetto che loro definiscono di volta in volta in base ai loro interessi, ha portato morte e distruzione in Afghanistan, Iraq, Yemen, Pakistan, Somalia, Libia, Siria, Venezuela, Nigeria e Iran.

Oltre 940.000 morti “diretti”. Di questi, più di 432.000 sarebbero civili. Poi ci sono le morti “indirette (crollo dei sistemi sanitari, fame, malattie, infrastrutture distrutte). Al Jazeera, citando il Watson Institute, indica un range di 3,6–3,8 milioni di morti indirette.

Al cittadino americano finora ciò è costato 5.800 miliardi di dollari a oggi. Coi costi futuri per i veterani: almeno 2,2 trilioni nei prossimi decenni.

Non ci sono le parole per commentare e forse non servono neanche.

 

[1] https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/09/09/la-rabbia-dei-pompieri-di-new-york-per-lamianto-nellaria-dopo-l119_c7168942-f9b4-4ba2-ae57-31aad909399f.html

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Cuba denuncia gli effetti del blocco USA: la conferenza stampa integrale di Bruno Rodríguez Parrilla

Transcripción íntegra de la conferencia de prensa del ministro de Relaciones Exteriores, Bruno Rodríguez Parrilla, para la presentación del Informe de Cuba sobre las afectaciones del bloqueo de EEUU contra Cuba 

Moderadora: Saludos a todos los colegas de la prensa nacional, de la prensa extranjera acreditada en el país. Hoy, en conferencia de prensa, el ministro de Relaciones Exteriores de la República de Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, para presentar el Informe sobre el impacto del bloqueo de Estados Unidos contra nuestro país. Ministro, en la sala se encuentran: 47 corresponsales de 25 medios de 12 países. También saludo a los televidentes, a los usuarios de Internet. Se está transmitiendo en vivo por la televisión cubana, por la radio cubana, por las plataformas digitales de la Cancillería y de la Presidencia. Tenga usted la palabra.

Canciller: Muchas gracias, mis saludos. Aprecio profundamente que compartan este tiempo con nosotros.

El informe que tradicionalmente presenta la República de Cuba al Secretario General de las Naciones Unidas, por su solicitud, aporta información rigurosa sobre los daños económicos, comerciales y financieros del bloqueo del gobierno de los Estados Unidos contra Cuba.

Pongo énfasis en esta ocasión en el impacto tremendo en las personas, en las familias cubanas, en definitiva, en todo nuestro pueblo. Porque el bloqueo no castiga a un gobierno, castiga la vida cotidiana de un pueblo en todos los ámbitos. Es un acto de castigo colectivo, que se expresa en los largos meses viviendo con solo dos o tres horas diarias de electricidad o menos, con los alimentos echándose a perder, el calor que no deja dormir, los padres abanicando a sus bebés, los niños en penumbra haciendo sus tareas escolares, los jóvenes sin conectividad o sin recreación, los abuelos sin televisión o a veces, incluso, radio, toda la vida familiar dañada.

La orden ejecutiva del presidente de los Estados Unidos del 29 de enero, decretó el bloqueo de combustibles que impide los suministros, incluso pagados, por la amenaza de sanciones; intimida a las compañías dueñas de los buques tanqueros y los acosa; amenaza a las navieras y les prohíbe transportar incluso partes y piezas para las termoeléctricas o para sistemas fotovoltaicos.

Un barco de crudo de 100.000 toneladas  permitiría reducir drásticamente los apagones por aproximadamente dos semanas. Si se pudiera importar fuel y diésel para los grupos electrógenos de los conjuntos de motores generadores de la llamada generación distribuida, podría reducirse el apagón al mínimo; pero el bloqueo de combustibles impide importarlos. Hemos cambiado aceleradamente la matriz energética con la fuente solar. Ahora se amenaza a las navieras para que no traigan tampoco paneles solares ni baterías para los nuevos parques fotovoltaicos, que hemos aprendido a instalar en solo 45 días.

El castigo se expresa en las semanas sin abasto de agua. Una fuente de abasto de agua funciona con conjuntos de motores eléctricos que se apagan, obviamente, durante el apagón. Incluso, una breve interrupción eléctrica los desconecta y requiere después varias horas para recuperar la presión de agua en las conductoras. Ocurre lo mismo con las plantas de bombeo, las estaciones de rebombeo y los impulsores en las tuberías. Estos sistemas se protegen con grupos electrógenos, pero estos funcionan también con fuel o diésel que no nos dejan importar.

El bloqueo nos priva de recursos. Tampoco nos permite importar partes y piezas para esos grupos electrógenos. Sin embargo, trabajamos arduamente para movilizar grupos electrógenos con capacidad de funcionar y para asegurar energía fotovoltaica al suministro de agua.

El bloqueo energético castiga a los niños recién nacidos que para sobrevivir dependen del funcionamiento estable de un equipo médico como una incubadora, por ejemplo. Y en el apagón, cuando falla el grupo electrógeno del hospital, los médicos tienen que salvarlos con técnicas aplicadas de forma manual, por ejemplo, para suplir la ventilación asistida. Igual que las personas que esperan una cirugía, entre ellos niños, y saben que el grupo electrógeno que protege el quirófano del hospital depende también de un grupo electrógeno que puede tener dificultades o falta de combustible, de un grupo electrógeno que apenas tiene combustible para funcionar. Han ocurrido hechos dramáticos en que ha habido que terminar algunas cirugías mayores con el alumbrado de lámparas recargables o en algún caso con la luz de los teléfonos móviles del personal médico.

Saben las personas que están pendientes de una cirugía que este servicio está limitado precisamente por la falta de electricidad que genera, sobre todo, la falta de combustible. Se ha hecho un gran esfuerzo con resultados alentadores para proteger con sistemas fotovoltaicos a los hospitales, policlínicos y otros centros de salud. El bloqueo castiga a quienes tienen un enfermo en casa y dificultades para transportarlo al hospital o un familiar que requiere hemodiálisis y conocen las limitaciones por combustibles del servicio de ambulancias y de otros igualmente afectados. Pese a todo, se han adquirido ambulancias, se garantiza un mínimo de combustible para ellas y se asegura el transporte para hemodiálisis.

Sufren los padres o familiares que buscan con angustia un medicamento imprescindible, que puede estar en uno de los más de siete mil contenedores, que las amenazas del gobierno de Estados Unidos a las compañías navieras no dejan llegar a la Isla, o que se produce en Cuba, pero cuyas materias primas o insumos están en otro contenedor.

Los datos muestran un aumento de la mortalidad infantil de cuatro por cada mil nacidos vivos en 2018 a 9,9 en 2025. Son niños, no son números. Son las muertes que no debieron ocurrir por privarse a Cuba y a su sólido y eficaz sistema de salud pública de recursos legítimos.

Hablamos, por ejemplo, del sistema que debe cuidar a una mujer embarazada, tratar a un niño enfermo y atender a quien llega a una urgencia médica. La salud necesita los recursos. Los pacientes necesitan los tratamientos a tiempo que el cerco energético y las medidas contra las navieras impiden llegar a Cuba.

La crueldad del castigo colectivo se expresa en los miles y miles de cubanos y cubanas que luchan a diario sin transporte público para llegar al trabajo porque el parque automotor está prácticamente paralizado sin combustible. Los niños, adolescentes y maestros caminan muchas veces largas distancias para llegar a las escuelas. Pero hemos adquirido y ensamblamos motos, triciclos y vehículos eléctricos. A pesar de tanto daño, Cuba ha logrado la hazaña de haber iniciado el actual curso escolar para sus niños, con más garantías y mejor aseguramiento, en condiciones de universalidad, equidad y calidad, que la que garantizan países latinoamericanos o los propios Estados Unidos en comunidades de bajos ingresos.

Aún bajo las condiciones extremas que encara nuestra economía se asegura el financiamiento anual indispensable para la educación especial de niños y jóvenes con discapacidades auditivas o psicomotoras o intelectuales. Para una familia, ese financiamiento significa oportunidades para que su hijo aprenda, se comunique y participe. Su futuro es más que una cifra en un balance estadístico.

La depresión de los ingresos reales y el encarecimiento de la vida de las familias cubanas por efecto del recrudecimiento aún más extremo del bloqueo, con la Orden ejecutiva del primero de mayo, provoca enormes sufrimientos y angustias. El bloqueo de combustibles y las amenazas contra las navieras producen apagones, impiden el abasto de agua y afectan todos los servicios a la población. La hostilidad y la agresión alcanzan todos los ámbitos de la vida.

No se trata de daños colaterales, frase también inaceptable de la guerra criminal de Estados Unidos contra Cuba. Son las víctimas de un diseño agresivo, de un plan fríamente calculado. Es el objetivo de las medidas que se aplican. Es el castigo colectivo contra los cubanos para buscar objetivos políticos. El bloqueo castiga, queremos vivir en paz. Castiga a todas las familias, queremos que nos dejen en paz.

El presidente Donald Trump dijo el 8 de enero de 2026, al responder una pregunta sobre la política de su gobierno contra Cuba, y cito: “no creo que se pueda ejercer mucha más presión salvo entrar y destrozar el lugar”. El Secretario de Estado que mentía consistentemente diciendo que el bloqueo de combustible no existía, el 7 de agosto declaró y cito: “No hay válvulas de escape. Cada vez que crean un nuevo mecanismo para intentar librarse del cerco, simplemente lo bloqueamos”, señaló. Es el mismo sentimiento despiadado y espíritu destructivo detrás del genocidio que se comete en Gaza. En Cuba es silencioso, sin bombas, pero también mata.

Ya el gobierno de Estados Unidos no logra confundir ni desorientar. Dentro de ese país hay reconocimiento y conciencia creciente sobre el abuso y crecen las voces que reclaman su cese inmediato.

Los días 27 y 28 de octubre próximo, la Asamblea General de las Naciones Unidas considerará nuevamente el tema de su agenda titulado: “Necesidad de poner fin al bloqueo económico, comercial y financiero impuesto por los Estados Unidos de América contra Cuba”. A pesar de la extraordinaria presión e intimidación del gobierno de los Estados Unidos, de su Departamento de Estado, de sus embajadas y misiones diplomáticas, sobre los Estados miembros, nuestro pueblo confía en el respaldo abrumador del planeta al reclamo de que se ponga fin al bloqueo en la votación que tendrá lugar el miércoles 28 de octubre, cerca del mediodía.

El informe que hoy presentamos, y está en toda su extensión en poder de ustedes, incluye los daños ocasionados por la guerra económica contra Cuba entre marzo de 2025 y febrero de 2026. Reúne ejemplos elocuentes, testimonios desgarradores y datos irrebatibles sobre sus efectos en nuestra economía, en los derechos humanos, en la vida cotidiana de las personas.

Detrás de cada cifra hay un rostro humano. Detrás de cada medida de bloqueo hay una tragedia o un drama familiar. Se estiman en 8 mil 83 millones de dólares los perjuicios del bloqueo entre el primero de marzo de 2025 y el 28 de febrero de 2026. Es una cifra récord, por encima del récord del año pasado. Los daños del bloqueo han aumentado en este periodo un 7% superior al nivel récord registrado hace un año. Los daños acumulados en estas décadas de aplicación del bloqueo ascienden a 178 mil 700 millones de dólares a precios corrientes. Es otro récord, un 4,7% más elevado que lo informado antes.

El informe estima que, de no existir el bloqueo, el PIB de Cuba a precios corrientes habría crecido significativamente en 2025. Ese estimado expresa las oportunidades de revitalización del sector productivo, de nuestras capacidades de exportación, de recuperación de nuestra economía, de posibilidades de desarrollo social, perdidas precisamente por efectos directos del castigo colectivo, que provoca también una disminución de la capacidad de nuestro gobierno para continuar desarrollando, perfeccionando, las políticas sociales que son parte de nuestro modelo económico y social.

El informe recoge con datos y amplia explicación el impacto extendido, integral, transversal, profundo, del bloqueo energético en todos los ámbitos de la vida nacional. Esta es una realidad que nadie mínimamente informado o elementalmente honesto pueda decir que desconoce. Habría que identificar qué ocurriría en cualquier otro país que hubiera enfrentado por más de 8 meses un cerco energético absoluto, equivalente a un bloqueo naval que es un acto de guerra, según el Derecho Internacional.

¿Qué país en esas condiciones podría mantener la paz, el consenso social, la estabilidad, la participación de los ciudadanos en las soluciones a las dificultades y la seguridad ciudadana?

Ante este cruel desafío, Cuba trabaja denodadamente; nunca se dejará vencer. Atiende hoy con gran esfuerzo, las necesidades más perentorias de la población, mantiene y se propone mejorar las políticas sociales como máxima prioridad sin que nadie quede desamparado.

Avanzaremos rápida y resueltamente en la aplicación de los cambios económicos y sociales recientemente aprobados por la Asamblea Nacional del Poder Popular, que esperamos produzcan resultados iniciales a corto plazo y que permita avanzar en mejorar las condiciones de bienestar de nuestra población.

Es necesario recordar el diseño original de la política de los gobiernos de los Estados Unidos contra Cuba, recogido en aquel infame memorándum interno del subsecretario de Estado, fechado en 1960, del subsecretario de Estado Lester Mallory, que dice, y cito: “emplear rápidamente todos los métodos posibles para debilitar la vida económica de Cuba, lograr la privación de dinero y suministros, reducirle sus recursos financieros y salarios reales, provocar hambre, desesperación y el derrocamiento del gobierno.” La política vigente del gobierno de los Estados Unidos contra Cuba configura y tipifica un acto de genocidio según las convenciones internacionales, reproduce los objetivos y busca generar una catástrofe como la del holocausto que sufrió el pueblo cubano en la última década del siglo XIX bajo la reconcentración del Capitán General Valeriano Weyler.

Weyler y Lester Mallory reencarnan en algunos políticos estadounidenses y algunos funcionarios del Departamento de Estado.

Se producen a diario declaraciones terribles, no solo de funcionarios oficiales, sino también de congresistas rabiosamente anticubanos, de figuras neofascistas extremadamente conservadoras de la política estadounidense, de herederos, de los esbirros y ladrones que lucraron en la dictadura de Fulgencio Batista, de los que piensan que la solución de Cuba es el tutelaje de los Estados Unidos, o de los que pretenden entregar Cuba a las peores fuerzas de Miami que vivieron siempre de la industria anticubana.

Son los políticos que llaman a la violencia, que amparan acciones terroristas, que instigan a la desestabilización de Cuba y que instan permanentemente al Presidente de los Estados Unidos a una agresión militar directa contra nuestro pueblo.

Cerrar todas las salidas económicas de un país significa asfixiar a una población en su conjunto e intentar en ese empeño inducir una crisis humanitaria por la vía del castigo colectivo.

No habrá una crisis humanitaria en Cuba porque nuestro pueblo es profundamente solidario, comprende y tiene elevada conciencia de las causas de los problemas y sufrimientos que afrontamos, se moviliza colectivamente en estrecha unidad y es sujeto protagonista de los cambios que estamos introduciendo para responder a problemas del pasado y a la durísima coyuntura actual con una actualización y cambios de nuestro modelo económico y también siempre social, orientado a la justicia social, a la igualdad de oportunidades y a la dignidad de las cubanas y cubanos.

No es un ataque a un gobierno con el que el vecino del norte tiene diferencias políticas, no es de ninguna manera un acto de legítima defensa de la principal potencia militar, nuclear, tecnológica y económica del planeta.

No protege ningún interés nacional ni de los ciudadanos ni empresarios estadounidenses. No representa ni responde a la voluntad, los sentimientos ni los intereses de los contribuyentes, de los electores de ese país. Tampoco, en modo alguno, responde a los sentimientos y los intereses de la inmensa mayoría de los cubanos residentes en el exterior, en particular de los residentes en los Estados Unidos ni de sus descendientes, que quieren para sus familias, para su nación, para su patria, lo mejor.

No reacciona el gobierno de los Estados Unidos con estas políticas genocidas a ninguna amenaza inusual y extraordinaria. Sin embargo, asienta ambas órdenes ejecutivas del 29 de enero y el 1 de mayo en esa increíble calumnia. No reacciona a ninguna amenaza real, de ninguna manera.

Cuba no es una amenaza, el bloqueo sí. No es, de ninguna manera, Cuba una amenaza. Somos un país de paz, queremos y merecemos la paz.

Junto al criterio ampliamente mayoritario de la comunidad internacional, reitero ahora y vamos a reiterar en Naciones Unidas: acaben de poner fin al bloqueo.

Déjennos vivir en paz.

Moderadora: Sí Ministro, hemos recibido solicitud de tres medios que están presentes en sala.

La Televisión Cubana, el Canal Cubano de Noticias. Por favor, preséntese.

Periodista: Roxana Arian, del Canal Cubano de Noticias. Ministro, el Secretario de Estado de los Estados Unidos ha declarado en reiteradas ocasiones que su gobierno ha dispuesto 100 millones de dólares de ayuda humanitaria para nuestro país y que Cuba la ha rechazado. ¿Me puede decir cuál es la realidad de esos fondos y qué cantidad de dinero ha entrado a nuestro país?

Ministro: Ellos mienten constantemente. El ofrecimiento de los supuestos 100 millones de dólares en ayuda humanitaria a Cuba se hizo público insólitamente en la Santa Sede, cuando ni siquiera era conocido por las iglesias cubanas ni por nuestro gobierno.

Habría que decir que después de que nuestro gobierno hubiere aceptado y facilitado la ayuda humanitaria por 3 millones de dólares, muy prolongada en el tiempo, en respuesta a los daños que provocó el huracán Melissa, se había hecho un ofrecimiento de 9 millones de dólares adicionales. Alguna aritmética oscura en el Departamento de Estado redujo esta cifra a 6 millones de dólares, inmediatamente aceptada por instituciones religiosas internacionales, altamente reconocidas por las iglesias en Cuba y por nuestro gobierno. De esos que eran 9 y fueron después 6 millones, se ha ejecutado algo más de 1 millón.

Puedo decir que de aquel ofrecimiento de los 100 millones de dólares, del que en un momento fuentes creíbles dijeron que se excluían las medicinas y los alimentos y otras dijeron que demoraría hasta finales de año, puedo informar que se ha ejecutado el envío de un módulo de alimentos y de productos de aseo para 700 familias cubanas. Probablemente calculado su precio según otra tasa, supongo, porque es difícil pensar que 700 módulos para una familia cuesten los 91 mil dólares que se plantean que ha sido así.

Emplazo otra vez, al gobierno de los Estados Unidos, en particular al Departamento de Estado, a que diga cuándo comienza a ejecutarse esa ayuda humanitaria, si incluirá medicinas y alimentos, que es una verdadera prioridad para nuestro pueblo y por qué demora largos meses en ejecutarse, cuándo empezará y sobre todo cuándo terminará.

Por supuesto que Cuba acepta siempre toda ayuda humanitaria ofrecida desde cualquier rincón del planeta, bajo las prácticas internacionales y normas de la cooperación y de la ayuda humanitaria reconocida por las Naciones Unidas, que siempre excluyen totalmente cualquier condicionamiento, cualquier manipulación política; porque no debe nadie lucrar políticamente con la necesidad ni el sufrimiento, y que también excluyen, por supuesto, cualquier fórmula lesiva a la soberanía nacional.

Puedo decir que el gobierno cubano está en estrecho contacto con las iglesias cubanas que participarán en la distribución de esta ayuda y les dará todo su apoyo para que sea rápida y eficaz. Espero que el Departamento de Estado haga algo.

Moderadora: Tenemos también una pregunta de la agencia AP.

Periodista: Buenos días o buenas tardes, Ministro. Andrea Rodríguez, de la agencia de prensa AP.

Señor, hemos en las últimas semanas escuchado muchísimo sobre conversaciones, diálogos, nos vimos, no nos vimos, ¿me podría decir oficial y exactamente en qué momento se encuentran estas conversaciones con Estados Unidos, si es que son reales o no? Y si hay una agenda, o ¿cuál será la hoja de ruta para destrabar esta situación que ya lleva tantos meses? En este sentido, también quisiera saber si las autoridades de Estados Unidos les han hecho llegar algún tipo de comentario sobre las 176 medidas, la aprobación de las 176 medidas, algunas de las cuales son aperturistas en la misma dirección, más allá de los motivos que tenga o no Cuba, de los pedidos de Estados Unidos de una apertura.

Y una precisión, discúlpeme. Usted mencionó ahora unos 8.000 millones de dólares de pérdidas en un año pero que irían hasta el mes de febrero. O sea, contemplando un mes el cerco energético actual. ¿Cuántos millones de dólares le sumaría y cuál sería la proporción de estos seis meses que han sido los más dramáticos y los más incrementados en cuanto al cerco energético y financiero que vive Cuba? Gracias.

Ministro: Como se ha dicho, ha habido conversaciones con el Departamento de Estado. Se mantienen comunicaciones en este sentido. Dichas conversaciones no muestran avances ni progresos, a partir de la falta de voluntad del gobierno de los Estados Unidos.

Cuba reitera que estará dispuesta a continuar dichas conversaciones sobre bases del Derecho Internacional, sin precondiciones, en igualdad soberana, en absoluto pie de igualdad, sobre bases de respeto mutuo, beneficio recíproco para nuestros pueblos, sin injerencia en nuestros asuntos internos.

No ha habido, ni hay en este momento negociaciones, ni hay agendas, ni hojas de ruta. Puedo decir que mantenemos la disposición de continuar esos contactos a pesar de la falta de progresos.

No ha habido ningún pronunciamiento oficial del gobierno de los Estados Unidos sobre los cambios económicos y sociales decididos recientemente por la Asamblea Nacional del Poder Popular. No ha habido esos pronunciamientos y la verdad es que no hace ninguna falta que los haya, porque se refieren al ejercicio de las facultades soberanas de la República de Cuba, que residen indeclinablemente y únicamente en el pueblo cubano.

Sin embargo, sí recibimos constantemente señales y preguntas de amplios sectores de la sociedad estadounidense, de personas, de cubanos residentes en ese país, de empresarios y compañías, personas de negocios, personas de buena voluntad, figuras del Congreso de los Estados Unidos, políticos de distintos Estados, profundamente interesados en conocer mejor y en saber cómo podrían aprovechar las oportunidades que se abren para ampliar vínculos comerciales, de cooperación, de inversión y, sobre todo, contrastan la amplitud de estas transformaciones con el estrechamiento del cerco energético y de la persecución a las navieras que transportan suministros a Cuba y nos preguntan cómo podrían hacerlo en esas circunstancias.

Nos llama la atención que nos pregunten consistentemente en qué vienen esos más de 7 mil contenedores, si esos contenedores han sido pagados ya, si responden a relaciones contractuales, a contratos firmados con navieras internacionales y quiénes son las entidades que en Cuba han contratado esas cargas. Y se asombran cuando le decimos que la mayor parte de esas cargas han sido contratadas por pequeñas, medianas, compañías privadas cubanas, que el grueso de esas cargas son alimentos, medicinas y dispositivos médicos, y que obviamente se trata de cargas previamente contratadas y pagadas según las reglas universalmente aceptadas de comercio internacional; y que es esta política de estrangulamiento energético, impropia de una situación de paz, porque es un acto de guerra que afecta la libertad de comercio y la libertad de navegación.

El cálculo que yo he presentado aquí es un cálculo riguroso, que se basa en una metodología basada en estándares internacionales, que fue hace ya unos cuantos años auditada por una comisión del Congreso de los Estados Unidos que la declaró con arreglo a las prácticas contables internacionales y metodológicamente rigurosa.

Esta cifra no incluye los daños del cerco energético, ni incluye los daños de las sanciones secundarias a partir de que esos efectos, respecto a la Orden del 29 de enero, se produjeron ya desde la semana subsiguiente.

Por tanto, lo más pronto que podamos, trataremos de cerrar las estadísticas de este año, pero nos atenemos a la metodología rigurosa establecida por las entidades cubanas reguladoras desde el punto de vista de la estadística económica, a la metodología de la Resolución de la Asamblea General que solicita al Secretario General informe sobre el estado de cumplimiento de la Resolución o de incumplimiento, pudiéramos decir, y le pide información sobre estos aspectos. No hemos querido alterar esa metodología, pero anticipo que los daños en estos meses multiplican los daños que se produjeron en el periodo precedente.

Moderadora: Ministro, una última pregunta de Alma Plus.

Periodista: Gracias. Nora Becerril de Alma Plus TV. Las recientes órdenes ejecutivas emitidas por Washington califican a Cuba como una amenaza a la seguridad nacional y además endurecen el cerco energético como se hablaba en el informe. ¿Cómo responde Cuba a esta catalogación? ¿Cómo responde a esto? ¿Y qué tan real consideran la amenaza de una acción militar directa?

Ministro: Mienten, mienten constantemente. Por eso la política de agresión y bloqueo contra Cuba concita tanto aislamiento y descrédito internacional para el gobierno de los Estados Unidos.

Si no fuera una amenaza real, si no fuera una amenaza a la existencia de Cuba, que nosotros siempre nos tomamos muy en serio, si no fuera una amenaza que no solo descansa en la retórica, sino en los testimonios de numerosas fuentes serias, analistas, entidades no gubernamentales estadounidenses, que presentan evidencias de que el gobierno de Estados Unidos realiza preparativos militares reales, cuando uno escucha desde el Presidente al Secretario de Estado, y muy recientemente al Secretario de Guerra, diciendo que una agresión militar directa contra Cuba, está entre las opciones que están sobre la mesa del Presidente de los Estados Unidos, claro que uno tiene que tomarse en serio esa amenaza, unida a la experiencia de Cuba al respecto, y en la experiencia de todos en el planeta, que han sufrido y sufren hoy, no solo la destrucción del orden internacional, sino también la proliferación de agresiones más allá de las medidas coercitivas unilaterales, la proliferación de conflictos o las guerras que ha librado o libra hoy el gobierno de los Estados Unidos.

Por tanto, nuestro pueblo, nuestro Estado, las toma muy en serio y se prepara para defender con determinación, a ultranza, nuestra independencia, soberanía e integridad territorial.

Pero si no fuera una amenaza de ese calibre y si no fuera una amenaza que esperamos que nunca se haga realidad, porque provocaría un verdadero baño de sangre, porque provocaría pérdidas de vidas, no solo de cubanas y cubanos, sino también de jóvenes estadounidenses que serían enviados a una guerra que no quieren, que no es suya, que no responde al menor interés nacional ni de los ciudadanos ni del pueblo estadounidense. Y está claro que defenderemos, con igual determinación que en el pasado, nuestra independencia, soberanía e integridad territorial.

Pero, al mismo tiempo, nuestro Estado, nuestro gobierno, trabaja activamente en el ámbito de nuestras políticas económicas y sociales, en respuesta a problemas estructurales de nuestra economía, a problemas de las últimas décadas y al efecto de estrangulamiento que provoca hoy el cerco energético, que repito, equivale a un bloqueo naval que es un acto de guerra. De manera que nuestro pueblo hoy se enfrasca con el mayor esfuerzo en afrontar las dificultades y en resolverlas con la participación y el concurso de todos. Muchas gracias.

Moderadora: Muchísimas gracias. Así concluye la conferencia de prensa.

(Cubaminrex)


Informe de Cuba en virtud de la resolución A/Res/80/4 titulada “Necesidad de poner fin a bloqueo económico, comercial y financiero impuesto por los Estados Unidos de América contra Cuba”

 


Trascrizione integrale della conferenza stampa del ministro degli Affari Esteri, Bruno Rodríguez Parrilla, per la presentazione del Rapporto di Cuba sugli effetti del blocco degli Stati Uniti contro Cuba

Moderatrice: Un saluto a tutti i colleghi della stampa nazionale e della stampa estera accreditata nel Paese. Oggi si tiene la conferenza stampa del Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, per presentare il rapporto sull’impatto del blocco degli Stati Uniti contro il nostro Paese. Ministro, in sala sono presenti 47 corrispondenti di 25 organi di stampa di 12 Paesi. Un saluto anche ai telespettatori e agli utenti di Internet. La conferenza viene trasmessa in diretta dalla televisione cubana, dalla radio cubana e sulle piattaforme digitali del Ministero degli Affari Esteri e della Presidenza. A Lei la parola.

Ministro: Sì, molte grazie. Vi saluto e apprezzo profondamente il fatto che condividiate questo momento con noi.

Il rapporto che tradizionalmente la Repubblica di Cuba presenta al Segretario Generale delle Nazioni Unite, su sua richiesta, fornisce informazioni rigorose sui danni economici, commerciali e finanziari causati dal blocco del governo degli Stati Uniti contro Cuba.

In questa occasione desidero porre l’accento sul suo enorme impatto sulle persone, sulle famiglie cubane e, in definitiva, su tutto il nostro popolo, perché il blocco non punisce un governo: colpisce la vita quotidiana di un intero popolo in ogni suo ambito. È un atto di punizione collettiva. Lo si vede nei lunghi mesi trascorsi con appena due o tre ore di elettricità al giorno, o anche meno; negli alimenti che vanno a male; nel caldo che non lascia dormire; nei genitori che fanno aria ai propri neonati; nei bambini che svolgono i compiti scolastici nella penombra; nei giovani senza connessione a Internet o senza possibilità di svago; negli anziani senza televisione e, a volte, persino senza radio. Tutta la vita familiare ne risulta danneggiata.

L’Ordine Esecutivo del Presidente degli Stati Uniti del 29 gennaio ha decretato il blocco dei combustibili, impedendone le forniture persino quando sono già state pagate, attraverso la minaccia di sanzioni; intimidisce e perseguita le compagnie proprietarie delle petroliere, minaccia le compagnie di navigazione e vieta loro di trasportare perfino parti e componenti destinati alle centrali termoelettriche o agli impianti fotovoltaici.

Una petroliera con 100.000 tonnellate di greggio consentirebbe di ridurre drasticamente i blackout per circa due settimane. Se potessimo importare olio combustibile e diesel per i gruppi elettrogeni, per i motori e i generatori della cosiddetta generazione distribuita, i blackout potrebbero essere ridotti al minimo, ma il blocco dei combustibili ne impedisce l’importazione. Abbiamo accelerato la trasformazione del mix energetico puntando sull’energia solare. Ora si minacciano le compagnie di navigazione affinché non trasportino neppure pannelli solari e batterie destinati ai nuovi parchi fotovoltaici, che abbiamo imparato a installare in appena 45 giorni.

La punizione si manifesta anche nelle settimane senza approvvigionamento idrico. Una fonte di approvvigionamento d’acqua funziona grazie a sistemi di motori elettrici che, ovviamente, si fermano durante un blackout. Anche una breve interruzione dell’elettricità li disconnette e sono poi necessarie diverse ore per ripristinare la pressione dell’acqua nelle condutture. Lo stesso accade con gli impianti di pompaggio, le stazioni di rilancio e i sistemi di rilancio della pressione nelle condotte. Questi sistemi sono protetti da gruppi elettrogeni, che però funzionano anch’essi con fuel oil o diesel che non ci viene consentito importare.

Il blocco ci priva di risorse. Non ci consente neppure di importare parti e componenti per questi gruppi elettrogeni. Ciononostante, lavoriamo intensamente per mobilitare i gruppi elettrogeni ancora in grado di funzionare e per garantire energia fotovoltaica ai sistemi di approvvigionamento idrico.

Il blocco energetico colpisce i neonati la cui sopravvivenza dipende dal funzionamento stabile di un’apparecchiatura medica, come per esempio un’incubatrice. E durante un blackout, quando il gruppo elettrogeno dell’ospedale smette di funzionare, i medici devono salvarli ricorrendo a tecniche manuali, ad esempio per sostituire la ventilazione assistita. Lo stesso vale per le persone in attesa di un intervento chirurgico, tra cui anche bambini. E sanno che il gruppo elettrogeno che garantisce il funzionamento della sala operatoria dipende anch’esso da un generatore che può avere problemi o trovarsi senza combustibile, o che dispone appena del combustibile necessario per continuare a funzionare. Si sono verificati episodi drammatici in cui è stato necessario portare a termine interventi chirurgici importanti con l’illuminazione di lampade ricaricabili o, in alcuni casi, con la luce dei telefoni cellulari del personale medico.

Le persone in attesa di un intervento chirurgico sanno che questo servizio è limitato proprio dalla mancanza di elettricità, dovuta soprattutto alla carenza di combustibile. È stato compiuto un grande sforzo, con risultati incoraggianti, per dotare di sistemi fotovoltaici gli ospedali, i policlinici e altri centri sanitari. Il blocco colpisce chi ha un malato in casa e incontra difficoltà a trasportarlo in ospedale, oppure chi ha un familiare che necessita di emodialisi e conosce le limitazioni, dovute alla mancanza di combustibile, del servizio di ambulanze e di altri servizi analogamente colpiti. Nonostante tutto, sono state acquistate ambulanze, viene garantito per esse un minimo di combustibile e viene assicurato il trasporto dei pazienti che necessitano di emodialisi.

Soffrono i genitori o i familiari che cercano con angoscia un farmaco indispensabile che potrebbe trovarsi in uno degli oltre 7.000 container ai quali le minacce del governo degli Stati Uniti contro le compagnie di navigazione impediscono di arrivare sull’isola, oppure che viene prodotto a Cuba ma le cui materie prime o forniture si trovano in uno di quei container.

I dati mostrano un aumento della mortalità infantile da 4 ogni 1.000 nati vivi nel 2018 a 9,9 nel 2025. Sono bambini, non numeri. Sono morti che non avrebbero dovuto verificarsi e che sono avvenute perché Cuba e il suo solido ed efficace sistema sanitario pubblico sono stati privati di risorse che spettano loro legittimamente.

Parliamo, per esempio, del sistema che deve assistere una donna incinta, curare un bambino malato e prestare assistenza a chi arriva al pronto soccorso. La sanità ha bisogno di risorse; i pazienti hanno bisogno di ricevere tempestivamente le cure che l’assedio energetico e le misure contro le compagnie di navigazione impediscono di far arrivare a Cuba.

La crudeltà della punizione collettiva si manifesta nelle migliaia e migliaia di cubane e cubani che ogni giorno devono affrontare enormi difficoltà per raggiungere il posto di lavoro a causa della mancanza di trasporto pubblico, perché il parco veicoli è praticamente paralizzato per mancanza di combustibile. Bambini, adolescenti e insegnanti devono spesso percorrere a piedi lunghe distanze per raggiungere le scuole, ma abbiamo acquistato e stiamo assemblando motocicli, tricicli e veicoli elettrici. Nonostante tutti questi danni, Cuba è riuscita nell’impresa di avviare l’attuale anno scolastico per i propri bambini con maggiori garanzie e migliori condizioni, in termini di universalità, equità e qualità, rispetto a quelle assicurate da Paesi latinoamericani o dagli stessi Stati Uniti nelle comunità a basso reddito.

Anche nelle condizioni estreme che la nostra economia sta affrontando, viene garantito ogni anno il finanziamento indispensabile per l’istruzione speciale dei bambini e dei giovani con disabilità uditive, psicomotorie o intellettive. Per una famiglia, quel finanziamento significa opportunità affinché il proprio figlio possa imparare, comunicare e partecipare. Il suo futuro vale più di una cifra in un bilancio statistico.

La riduzione dei redditi reali e l’aumento del costo della vita per le famiglie cubane, conseguenza dell’inasprimento ancora più estremo del blocco con l’Ordine Esecutivo del 1º maggio, provocano enormi sofferenze e angosce. Il blocco dei combustibili e le minacce contro le compagnie di navigazione provocano blackout, impediscono l’approvvigionamento idrico e colpiscono tutti i servizi alla popolazione. L’ostilità e l’aggressione investono ogni ambito della vita.

Non si tratta di “danni collaterali”, espressione anch’essa inaccettabile, della guerra criminale degli Stati Uniti contro Cuba. Sono le vittime di un disegno aggressivo, di un piano freddamente calcolato. Questo è l’obiettivo delle misure che vengono applicate. È una punizione collettiva contro i cubani per perseguire obiettivi politici. Il blocco punisce. Noi vogliamo vivere in pace. Punisce tutte le famiglie. Vogliamo che ci lascino in pace.

Il Presidente Donald Trump, l’8 gennaio 2026, rispondendo a una domanda sulla politica del suo governo nei confronti di Cuba, dichiarò, e cito: «Non credo che si possa esercitare molta più pressione, a meno di entrare e distruggere il posto». Il Segretario di Stato, che mentiva sistematicamente sostenendo che il blocco dei combustibili non esistesse, il 7 agosto dichiarò, e cito: «Non ci sono valvole di sfogo. Ogni volta che creano un nuovo meccanismo per cercare di sottrarsi all’assedio, noi semplicemente lo blocchiamo». È lo stesso sentimento spietato e lo stesso spirito distruttivo che stanno dietro al genocidio perpetrato a Gaza. A Cuba è silenzioso, senza bombe, ma uccide anch’esso.

Ormai il governo degli Stati Uniti non riesce più a confondere né a disorientare. All’interno di quel Paese cresce la consapevolezza dell’abuso e aumentano le voci che ne chiedono l’immediata cessazione.

Il 27 e 28 ottobre prossimi l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tornerà a esaminare il punto all’ordine del giorno intitolato «Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba». Nonostante le straordinarie pressioni e intimidazioni esercitate dal governo degli Stati Uniti, dal suo Dipartimento di Stato, dalle sue ambasciate e missioni diplomatiche sugli Stati membri, il nostro popolo confida nel sostegno schiacciante della comunità internazionale alla richiesta di porre fine al blocco nella votazione che si terrà mercoledì 28 ottobre, intorno a mezzogiorno.

Il rapporto che presentiamo oggi, e che avete a disposizione nella sua versione integrale, comprende i danni causati dalla guerra economica contro Cuba tra marzo 2025 e febbraio 2026. Raccoglie esempi eloquenti, testimonianze strazianti e dati inconfutabili sui suoi effetti sulla nostra economia, sui diritti umani e sulla vita quotidiana delle persone.

Dietro ogni cifra c’è un volto umano; dietro ogni misura del blocco c’è una tragedia o un dramma familiare. I danni causati dal blocco tra il 1º marzo 2025 e il 28 febbraio 2026 sono stimati in 8 miliardi e 83 milioni di dollari. È una cifra record, superiore al record dello scorso anno. In questo periodo, i danni causati dal blocco sono aumentati del 7% rispetto al livello record registrato un anno fa. I danni accumulati in questi decenni di applicazione del blocco ammontano a 178,700 milioni di dollari a prezzi correnti. È un altro record, superiore del 4,7% rispetto a quanto precedentemente comunicato.

Il rapporto stima che, in assenza del blocco, nel 2025 il PIL di Cuba a prezzi correnti sarebbe cresciuto in misura significativa. Questa stima riflette le opportunità perdute di rilancio del settore produttivo, delle nostre capacità di esportazione, di ripresa della nostra economia e delle possibilità di sviluppo sociale, proprio per effetto diretto della punizione collettiva. Essa provoca inoltre una riduzione della capacità del nostro governo di continuare a sviluppare e perfezionare le politiche sociali che fanno parte del nostro modello economico e sociale.

Il rapporto illustra, con dati e ampie spiegazioni, l’impatto esteso, complessivo, trasversale e profondo del blocco energetico in tutti gli ambiti della vita nazionale. Questa è una realtà che nessuno, se minimamente informato o semplicemente onesto, può affermare di ignorare. Bisognerebbe chiedersi che cosa accadrebbe in qualsiasi altro Paese che avesse dovuto affrontare per oltre otto mesi un assedio energetico assoluto, equivalente a un blocco navale, che secondo il diritto internazionale costituisce un atto di guerra.

Quale Paese, in simili condizioni, sarebbe in grado di mantenere la pace, il consenso sociale, la stabilità, la partecipazione dei cittadini alla soluzione delle difficoltà e la sicurezza pubblica?

Di fronte a questa crudele sfida, Cuba lavora instancabilmente. Non si lascerà mai sconfiggere. Oggi affronta con enormi sforzi le necessità più urgenti della popolazione. Mantiene e intende migliorare le politiche sociali come massima priorità, senza lasciare nessuno privo di protezione.

Procederemo rapidamente e con determinazione nell’applicazione dei cambiamenti economici e sociali recentemente approvati dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, che auspichiamo producano primi risultati nel breve periodo e consentano di migliorare le condizioni di benessere della nostra popolazione.

È necessario ricordare il disegno originale della politica dei governi degli Stati Uniti contro Cuba, contenuto in quell’infame memorandum interno del 1960 del Sottosegretario di Stato Lester Mallory, che afferma, e cito: «Impiegare rapidamente tutti i mezzi possibili per indebolire la vita economica di Cuba, privarla di denaro e rifornimenti, ridurne le risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e il rovesciamento del governo». L’attuale politica del governo degli Stati Uniti contro Cuba configura e integra gli estremi di un atto di genocidio secondo le convenzioni internazionali; riproduce quegli obiettivi e mira a provocare una catastrofe come quella dell’olocausto subito dal popolo cubano nell’ultimo decennio del XIX secolo.

Sotto la riconcentrazione imposta dal Capitano Generale Valeriano Weyler, Weyler e Lester Mallory sembrano reincarnarsi in alcuni politici statunitensi e in alcuni funzionari del Dipartimento di Stato.

Ogni giorno vengono rilasciate dichiarazioni terribili, non soltanto da funzionari governativi, ma anche da parlamentari ferocemente anticubani, da esponenti neofascisti ed estremamente conservatori della politica statunitense, dagli eredi degli aguzzini e dei ladri che si arricchirono durante la dittatura di Fulgencio Batista, da coloro che ritengono che la soluzione per Cuba sia la tutela degli Stati Uniti o da quanti pretendono di consegnare Cuba alle peggiori forze di Miami, che hanno sempre vissuto dell’industria anticubana.

Sono i politici che invocano la violenza, che proteggono azioni terroristiche, che istigano alla destabilizzazione di Cuba e che sollecitano continuamente il Presidente degli Stati Uniti a compiere un’aggressione militare diretta contro il nostro popolo.

Chiudere tutte le vie d’uscita economiche di un Paese significa soffocare un’intera popolazione e tentare, attraverso questo obiettivo, di provocare una crisi umanitaria mediante la punizione collettiva.

Non ci sarà una crisi umanitaria a Cuba perché il nostro popolo è profondamente solidale, comprende e possiede un’elevata consapevolezza delle cause dei problemi e delle sofferenze che affrontiamo, si mobilita collettivamente in stretta unità ed è protagonista dei cambiamenti che stiamo introducendo per rispondere ai problemi del passato e alla durissima congiuntura attuale, attraverso un aggiornamento e cambiamenti del nostro modello economico, sempre anche sociale, orientato alla giustizia sociale, all’uguaglianza delle opportunità e alla dignità delle cubane e dei cubani.

Non si tratta di un attacco contro un governo con il quale il vicino del Nord ha divergenze politiche; non è in alcun modo un atto di legittima difesa della principale potenza militare, nucleare, tecnologica ed economica del pianeta; non tutela alcun interesse nazionale né dei cittadini né degli imprenditori statunitensi; non rappresenta né risponde alla volontà, ai sentimenti o agli interessi dei contribuenti e degli elettori di quel Paese.

Non risponde neppure, in alcun modo, ai sentimenti e agli interessi dell’immensa maggioranza dei cubani residenti all’estero, in particolare di quelli che vivono negli Stati Uniti, né dei loro discendenti, che desiderano il meglio per le loro famiglie, per la loro nazione, per la loro patria.

Con queste politiche genocidarie, il governo degli Stati Uniti non reagisce ad alcuna minaccia insolita e straordinaria; eppure entrambi gli Ordini Esecutivi del 29 gennaio e del 1º maggio si fondano su questa incredibile calunnia. Non reagisce in alcun modo ad alcuna minaccia reale.

Cuba non è una minaccia, il blocco sì. Cuba non è in alcun modo una minaccia. Siamo un Paese di pace, vogliamo e meritiamo la pace.

In sintonia con la posizione largamente maggioritaria della comunità internazionale, lo ribadisco ora e lo ribadiremo alle Nazioni Unite: ponete fine una volta per tutte al blocco.

Lasciateci vivere in pace.

Moderatrice: Sì, Ministro, abbiamo ricevuto richieste di intervento da parte di tre organi di stampa presenti in sala.

La televisione cubana, il Canale Cubano di Notizie. Per favore, si presenti.

Giornalista: Roxana Arián, del Canale Cubano di Notizie.

Il Segretario di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato in diverse occasioni che il suo governo ha stanziato 100 milioni di dollari in aiuti umanitari per il nostro Paese e che Cuba li avrebbe rifiutati. Può dirci quale sia la realtà riguardo a questi fondi e quale somma di denaro sia effettivamente arrivata nel nostro Paese?

Ministro: Mentono continuamente. L’offerta dei presunti 100 milioni di dollari in aiuti umanitari a Cuba fu resa pubblica, in maniera insolita, presso la Santa Sede, quando non ne erano a conoscenza né le Chiese cubane né il nostro governo.

Va ricordato che, dopo che il nostro governo aveva accettato e agevolato un aiuto umanitario di 3 milioni di dollari, la cui attuazione si è protratta molto nel tempo, in risposta ai danni causati dall’uragano Melissa, era stata formulata un’offerta di ulteriori 9 milioni di dollari. Una qualche oscura aritmetica del Dipartimento di Stato ridusse immediatamente questa cifra a 6 milioni di dollari, accettati da istituzioni religiose internazionali altamente riconosciute dalle Chiese a Cuba e dal nostro governo. Di quei 9 milioni, diventati poi 6, è stato effettivamente erogato poco più di un milione.

Posso dire che, per quanto riguarda quell’offerta di 100 milioni di dollari, rispetto alla quale in un determinato momento fonti credibili avevano affermato che sarebbero stati esclusi medicinali e alimenti, mentre altre avevano riferito che l’attuazione sarebbe stata rinviata fino alla fine dell’anno, posso informare che è stato effettuato l’invio di un pacco di generi alimentari e prodotti per l’igiene destinato a 700 famiglie cubane. Probabilmente hanno calcolato i prezzi secondo altri tassi, immagino, perché è difficile pensare che 700 pacchi destinati ad altrettante famiglie costino i 91.000 dollari che sostengono siano stati spesi.

Invito ancora una volta il governo degli Stati Uniti, e in particolare il Dipartimento di Stato, a dire quando inizierà concretamente l’erogazione di questi aiuti umanitari, se comprenderanno medicinali e alimenti, che costituiscono una vera priorità per il nostro popolo, e perché la loro attuazione richieda tanti mesi. Quando inizierà e, soprattutto, quando terminerà?

Naturalmente Cuba accetta sempre qualsiasi aiuto umanitario offerto da qualunque parte del pianeta, nel rispetto delle prassi internazionali e delle norme di cooperazione e assistenza umanitaria riconosciute dalle Nazioni Unite, che escludono sempre e completamente qualsiasi condizionamento o manipolazione politica, perché nessuno deve trarre profitto politico dal bisogno o dalla sofferenza, e che escludono naturalmente anche qualsiasi formula lesiva della sovranità nazionale.

Posso dire che il governo cubano è in stretto contatto con le Chiese cubane che parteciperanno alla distribuzione di questi aiuti e fornirà loro tutto il sostegno necessario affinché tale distribuzione sia rapida ed efficace. Spero che il Dipartimento di Stato faccia qualcosa.

Moderatrice: Abbiamo anche una domanda dell’agenzia AP.

Giornalista: Buongiorno, o buonasera, Ministro. Andrea Rodríguez, dell’agenzia di stampa AP.

Signor Ministro, nelle ultime settimane abbiamo sentito parlare moltissimo di colloqui, dialoghi: sì, no, ci siamo incontrati, non ci siamo incontrati. Potrebbe dirci ufficialmente ed esattamente a che punto si trovano questi colloqui con gli Stati Uniti, ammesso che siano reali? Esiste un’agenda o quale sarebbe la tabella di marcia per sbloccare questa situazione che dura ormai da molti mesi? A questo proposito, vorrei anche sapere se le autorità statunitensi vi abbiano fatto pervenire qualche tipo di commento sulle 176 misure, sull’approvazione delle 176 misure, alcune delle quali prevedono aperture nella stessa direzione — al di là delle motivazioni che Cuba possa avere — delle richieste statunitensi di una maggiore apertura.

E una precisazione, mi scusi. Lei ha appena parlato di circa 8 miliardi di dollari di perdite in un anno, ma il periodo considerato arriva fino a febbraio. Vale a dire che comprende soltanto un mese dell’attuale assedio energetico. Quanti milioni di dollari aggiungerebbe e quale sarebbe la proporzione corrispondente a questi sei mesi, che sono stati i più drammatici e quelli in cui si è maggiormente intensificato l’assedio energetico e finanziario che Cuba sta vivendo? Grazie.

Ministro: Come è stato detto, vi sono stati colloqui con il Dipartimento di Stato. Le comunicazioni in questo senso proseguono. Tali colloqui non mostrano avanzamenti né progressi, a causa della mancanza di volontà del governo degli Stati Uniti.

Cuba ribadisce di essere disposta a proseguire tali colloqui sulla base del diritto internazionale, senza precondizioni, nel rispetto dell’uguaglianza sovrana e in condizioni di assoluta parità, sulla base del rispetto reciproco e del beneficio reciproco per i nostri popoli, senza ingerenze nei nostri affari interni.

Non vi sono state e non vi sono in questo momento negoziazioni, né esistono agende o tabelle di marcia. Posso dire che manteniamo la disponibilità a proseguire questi contatti, nonostante la mancanza di progressi.

Non vi è stata alcuna dichiarazione ufficiale del governo degli Stati Uniti sui cambiamenti economici e sociali recentemente decisi dall’Assemblea Nazionale del Potere Popolare. Non vi sono state dichiarazioni di questo tipo e, a dire il vero, non ve n’è alcun bisogno, perché tali cambiamenti riguardano l’esercizio delle prerogative sovrane della Repubblica di Cuba, che risiedono in maniera inalienabile ed esclusiva nel popolo cubano.

Riceviamo invece costantemente segnali e domande da ampi settori della società statunitense, da singole persone, da cubani residenti in quel Paese, da imprenditori e aziende, uomini e donne d’affari, persone di buona volontà, membri del Congresso degli Stati Uniti e politici di diversi Stati, profondamente interessati a conoscere meglio e a capire come poter cogliere le opportunità che si aprono per ampliare i rapporti commerciali, di cooperazione e di investimento. E soprattutto mettono a confronto l’ampiezza di queste trasformazioni con l’inasprimento dell’assedio energetico e della persecuzione contro le compagnie di navigazione che trasportano forniture a Cuba. E ci chiedono come potrebbero farlo in simili circostanze.

Ci colpisce che ci chiedano sistematicamente che cosa contengano gli oltre 7.000 container, se tali container siano già stati pagati, se siano oggetto di rapporti contrattuali e di contratti firmati con compagnie di navigazione internazionali e quali siano gli enti cubani che hanno commissionato quelle merci. E rimangono sorpresi quando diciamo loro che la maggior parte di questi carichi è stata commissionata da piccole e medie imprese private cubane; che la maggior parte delle merci consiste in alimenti, medicinali e dispositivi medici; e che, ovviamente, si tratta di merci precedentemente ordinate e pagate secondo le regole universalmente accettate del commercio internazionale. Ed è questa politica di strangolamento energetico, impropria di una situazione di pace perché costituisce un atto di guerra, a colpire la libertà di commercio e la libertà di navigazione. E il terzo elemento?

Il calcolo che ho presentato qui è un calcolo rigoroso, basato su una metodologia conforme agli standard internazionali, che diversi anni fa fu sottoposta a verifica da una commissione del Congresso degli Stati Uniti, la quale la dichiarò conforme alle pratiche contabili internazionali e metodologicamente rigorosa.

Questa cifra non comprende i danni causati dall’assedio energetico né quelli derivanti dalle sanzioni secondarie, poiché gli effetti dell’Ordine del 29 gennaio cominciarono a manifestarsi già dalla settimana successiva.

Pertanto, cercheremo di chiudere quanto prima le statistiche relative a quest’anno, ma ci atteniamo alla rigorosa metodologia stabilita dagli organismi cubani competenti in materia di statistica economica e alla metodologia prevista dalla risoluzione dell’Assemblea Generale, che chiede al Segretario Generale di riferire sullo stato di attuazione della risoluzione — o, potremmo dire, sul suo mancato rispetto — e gli richiede informazioni su questi aspetti. Non abbiamo voluto modificare tale metodologia, ma posso anticipare che i danni di questi mesi sono molte volte superiori a quelli registrati nel periodo precedente.

Moderatrice: Ministro, un’ultima domanda da Alma Plus.

Giornalista: Grazie. Nora Becerril di Alma Plus TV.

I recenti Ordini Esecutivi emanati da Washington definiscono Cuba una minaccia alla sicurezza nazionale e, inoltre, inaspriscono l’assedio energetico, come si è detto nel rapporto. Come risponde Cuba a questa definizione? Come risponde a tutto ciò? E quanto considerate reale la minaccia di un’azione militare diretta?

Ministro: Mentono, mentono continuamente. Per questo la politica di aggressione e di blocco contro Cuba provoca un isolamento e un discredito internazionali così profondi per il governo degli Stati Uniti.

Se non fosse una minaccia reale, se non fosse una minaccia all’esistenza di Cuba — cosa che noi prendiamo sempre molto sul serio —, se non fosse una minaccia che non si basa soltanto sulla retorica, ma anche sulle testimonianze di numerose fonti autorevoli, analisti ed enti non governativi statunitensi che presentano prove del fatto che il governo degli Stati Uniti sta compiendo reali preparativi militari; quando si ascoltano il Presidente, il Segretario di Stato o, molto recentemente, il Segretario alla Guerra affermare che un’aggressione militare diretta contro Cuba rientra tra le opzioni sul tavolo del Presidente degli Stati Uniti, è evidente che tale minaccia debba essere presa sul serio. E ciò alla luce dell’esperienza di Cuba in materia e dell’esperienza di tutti coloro che, nel pianeta, hanno subito e continuano oggi a subire non soltanto la distruzione dell’ordine internazionale, ma anche la proliferazione di aggressioni che vanno oltre le misure coercitive unilaterali, nonché il moltiplicarsi dei conflitti e delle guerre che il governo degli Stati Uniti ha combattuto o combatte ancora oggi.

Pertanto, il nostro popolo e il nostro Stato prendono molto seriamente queste minacce e si preparano a difendere con determinazione, fino in fondo, la nostra indipendenza, sovranità e integrità territoriale.

Ma anche se non si trattasse di una minaccia di tale portata, e benché speriamo che essa non si concretizzi mai, perché provocherebbe un vero bagno di sangue, perché causerebbe perdite di vite non soltanto tra le cubane e i cubani, ma anche tra giovani statunitensi che verrebbero mandati a combattere una guerra che non vogliono, che non appartiene loro e che non risponde al benché minimo interesse nazionale né dei cittadini né del popolo statunitense. Ed è chiaro che difenderemo, con la stessa determinazione dimostrata in passato, la nostra indipendenza, sovranità e integrità territoriale.

Allo stesso tempo, però, il nostro Stato e il nostro governo lavorano attivamente nell’ambito delle nostre politiche economiche e sociali per rispondere ai problemi strutturali della nostra economia, ai problemi accumulati negli ultimi decenni e all’effetto di strangolamento provocato oggi dall’assedio energetico che, lo ripeto, equivale a un blocco navale e costituisce un atto di guerra. Il nostro popolo è quindi oggi impegnato con il massimo sforzo ad affrontare le difficoltà e a risolverle attraverso la partecipazione e il contributo di tutti.

Moderatrice: Molte grazie. Grazie davvero. Con questo si conclude la conferenza stampa.

(Traduzione non ufficiale a cura di ANAIC e EmbaCuba-Italia)

 

Link: Ministerio de Relaciones Exteriores de Cuba

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L'articolo Cuba denuncia gli effetti del blocco USA: la conferenza stampa integrale di Bruno Rodríguez Parrilla proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.

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Piombino 1943. Dall’armistizio alla Resistenza

Piombino 1943. Dall'armistizio alla Resistenza

L’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella provincia di Livorno, l’ANPI Provinciale di Livorno e di Piombino, con il patrocinio del Comune di Piombino, promuovono due incontri di studio dedicati ai mesi che, dall’8 settembre 1943, segnarono il passaggio dalla crisi dello Stato alla nascita della Resistenza, con particolare attenzione alla vicenda piombinese e alle origini della Battaglia.

Giovedì 10 settembre – Centro Giovani “F. De Andrè”

La resa incondizionata dell’8 settembre e i CLN

Interventi di Giovanni Brunetti (Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella provincia di Livorno) ed Emanuele Vannucci (Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Pistoia).

Sabato 12 settembre – Area del Rivellino

La Battaglia di Piombino e la nascita della Resistenza

Saluti delle Istituzioni. Intervento di Davide Conti (storico e consulente delle Procure di Bologna e Brescia).

Gli incontri sono a ingresso libero e aperti alla cittadinanza.

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FACCIAMO STORIA! L’offerta formativa ISTORECO per l’anno scolastico 2026/2027

FACCIAMO STORIA! L'offerta formativa ISTORECO per l’anno scolastico 2026/2027

Ecco il nuovo fascicolo con tutte le proposte didattiche che l’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea nella provincia di Livorno rivolge alle scuole del territorio.

Anche quest’anno abbiamo provato a costruire percorsi che non si limitino a ripercorrere il Novecento, ma che aiutino a leggere il presente attraverso le sue radici. Sono sei moduli tematici, tre itinerari di urban trekking e un programma di formazione per docenti.

Cosa si trova nel fascicolo:

  • Carte che parlano. Cos’è davvero un archivio? Una mattinata in Istituto, con le mani sui documenti.
  • Il regime scende in campo. Sport e fascismo: lo stadio dove siete già stati mille volte è anche un documento politico.
  • Chi scrive le notizie. La stampa livornese durante il Ventennio, e cosa succede quando qualcuno decide cosa si può scrivere.
  • Le intenzioni e le idee. La sorveglianza politica nelle dittature, fra Italia e DDR. In collaborazione con l’Archivio di Stato di Livorno.
  • Il giorno del voto. 2 giugno 1946: diritti e doveri di una democrazia. In collaborazione con l’Archivio di Stato di Livorno.
  • Un percorso pieno di contraddizioni. L’emancipazione delle donne in Italia: una storia che non procede in linea retta, e che non è ancora finita.
  • Urban trekking. Per tre ore la città diventa un’aula. E a spiegarla sono gli studenti stessi,formati dal nostro personale: sulle tracce delle Pietre d’Inciampo, nei luoghi del Novecento politico livornese, fra i segni della guerra e della ricostruzione.

Formazione docenti. Corsi e seminari riconosciuti sul portale SOFIA del MIM, aperti anche a cittadini e studenti interessati. Quest’anno: il ciclo di presentazioni “La Repubblica dei partiti” e i seminari con l’Archivio di Stato “Gli Archivi raccontano”.

Come funziona:

Tutti i percorsi sono gratuiti, ma subordinati alla disponibilità dell’Istituto: ogni classe può accedere a un massimo di due moduli, e i progetti realizzati con l’Archivio di Stato di Livorno accolgono al massimo 4 classi. Siamo sempre disponibili al confronto con gli insegnanti per calibrare i percorsi sulla classe e sulla programmazione: se avete un’ idea, parliamone!

Per aderire scrivete a didattica.istoreco.li@gmail.com, indicando scuola, classi coinvolte, percorso di interesse e un recapito telefonico.

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Claude evade (di nuovo) e attacca tre aziende reali

Sembra proprio che tenere a bada i modelli IA sia complicatissimo e Anthropic sta accumulando una certa esperienza nel settore. L’azienda ha infatti rivelato che alcuni modelli della famiglia Claude sono riusciti ad accedere ai sistemi di tre organizzazioni reali durante esercitazioni di sicurezza, trasformando test che avrebbero dovuto svolgersi in ambienti controllati in vere […]

L'articolo Claude evade (di nuovo) e attacca tre aziende reali proviene da Securityinfo.it.

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Lettera a Carlo Giuliani

Di Tomas Rothaus

[da CrimethInc.]

«Se parliamo seriamente di rivoluzione, dobbiamo guardare alla storia con occhi severi e vederne le conseguenze, non solo se falliamo, ma persino se trionfiamo. Le rivoluzioni significano sangue, morte e sofferenza. Se non siamo disposti ad accettarlo, allora non dovremmo invocarle.»

Le lezioni di Genova, Barricada #8, estate/settembre 2001

Scrissi quelle parole un tempo, Carlo, quando il tuo sangue era ancora fresco sull’asfalto e il tuo nome era ancora su ogni giornale e in ogni televisione. Le pubblicai sulla nostra rivista anarchica, Barricada, e continuo a condividerle. Ma ti prego, non fraintenderle. Mi dispiace che tu non ci sia più e vivo la tua morte come una tragedia. Ancora oggi ti penso più di quanto tu possa immaginare. Spero di non essere il solo, in questo.

Per anni e anni, finché ho potuto, mi sono assicurato che ogni 20 luglio la rabbia che portavamo nel cuore per la tua morte venisse diretta contro i nostri nemici. In città a caso, in qualunque paese mi trovassi, ci assicuravamo che le bottiglie molotov illuminassero la notte, che piovessero pietre nell’oscurità contro le banche, che venissero tese imboscate alle pattuglie degli sbirri, che il tuo nome venisse inciso sui muri di Boston, Gottinga, Parigi, Berlino. A volte, per celebrare la tua vita e non la tua morte (oltre che per depistare gli sbirri), sceglievamo di vendicarti nel giorno del tuo compleanno, il 14 marzo, anziché nel giorno della tua scomparsa.

Oggi, decenni dopo quel 20 luglio 2001, mi capiti spesso in mente nei modi più inaspettati. Vedo una persona sui quarant’anni. Vestita decorosamente, in ordine, magari con un completo da ufficio o una divisa da lavoro. Un essere umano abbastanza adulto da sembrare segnato dagli inevitabili stress della vita, dell’amore e del lavoro, ma ancora abbastanza giovane perché la sua giovinezza traspaia da dietro l’ombra della barba di fine giornata e un principio di pancia da birra. Perché quando vedo questa persona qualunque, una persona qualsiasi che ha all’incirca l’età che avresti tu oggi, mi torna in mente il giorno in cui il proiettile di un carabiniere ti ha portato via la vita e il tuo futuro.

Non mi indigna tanto la tua morte, quanto tutta la vita di cui sei stato derubato. [leggi tutto…]

Avevamo un’affinità nella lotta, ed è stata solo la sorte a metterti in quello specifico scontro, in quella determinata piazza; quella in cui io e i miei amici per caso non eravamo. L’unica volta, in quella particolare giornata, in cui le forze dell’ordine non hanno puntato le armi contro il cielo, ma contro la testa di un essere umano. La tua testa.

Da quello che mi dicono, se fossimo vissuti nella stessa città, ci sono buone probabilità che non saremmo andati molto d’accordo. Mi dicono che eri uno dei punkabbestia di Genova, il che (da quello che ho capito) sono simili ai chaos punk, i punk di strada che avevamo dalle mie parti. Non particolarmente organizzato, a volte presente a qualche assemblea politica ma decisamente non un attivista, un militante o un quadro di qualche tipo. Le Tute Bianche, le cui affermazioni ancora oggi ho ovvie riserve a prendere per buone, ti definirono «non particolarmente politico». Dissero che eri solito passare il tempo in Piazza delle Erbe, a «chiedere l’elemosina e cazzeggiare con amici e cani randagi». Cosa contro cui non ho assolutamente nulla, ma sappiamo tutti che i punk di strada e i giovani anarchici ortodossi e ossessivi spesso non andavano molto d’accordo.

Niente di tutto questo importa, però. Ciò che importa è che ti hanno congelato nel tempo. Sarai per sempre un giovane punk di strada, se è davvero quello che eri, privato dell’opportunità di fare qualsiasi cosa ti desse gioia e ti facesse sentire completo come persona negli anni e nei decenni che ti sarebbero dovuti rimanere. Forse la tua ribellione iniziale alla fine si sarebbe affievolita, avresti finito gli studi universitari, preso una laurea, saresti andato avanti, guardando con disprezzo ai tuoi giorni sulla strada come ribelle ed emarginato. O forse li avresti guardati con malinconica nostalgia, come un capitolo sano che hai attraversato nella tua esistenza prima di assimilarti, trovare un buon lavoro sindacalizzato grazie ai contatti di tuo padre, metter su famiglia e lanciare una moneta alla generazione successiva di punkabbestia incrociandoli per le strade che un tempo erano le tue. O, chissà, magari saresti diventato un vecchio punk con i capelli grigi ma ancora libero, con il cane al fianco, a fare la colletta per Genova fino a questo preciso giorno.

Ma ti hanno rubato il futuro, quindi non sarai mai nessuna di queste cose. Non ci tradirai, non andrai avanti, non camminerai tra noi. E, anche se le mie avventure non mi avessero esiliato dall’Europa e potessi ritrovarmi ancora una volta a Genova, non rievocheremmo mai insieme quella caldissima e assolata giornata estiva in cui saresti potuto andare al mare e invece, sdegnato per l’invasione poliziesca della tua città, ti sei unito a noi nello scontro.

Non avrai mai la possibilità di voltare pagina, di pentirti delle tue scelte, di rinnegare gli eccessi della tua giovinezza o di passare tutta la vita a rimanere loro fedele. Sarai per sempre, come ti ricordava il tuo migliore amico Daniele solo pochi giorni dopo il tuo assassinio:

«uno che aveva quel male dentro, quello che c’è qui nell’aria, che abbiamo tutti. Non si integrava nella società, nel sistema. Soffriva molto, e siccome era più sensibile di noi, più generoso e più buono, era anche più fragile».

Per sempre un ventitreenne, poco più di un ragazzo, che ci guarda da una foto sbiadita dal tempo, o che mi ricorda il prezzo brutale della ribellione mentre l’immagine di te sdraiato in una pozza di sangue mi balena costantemente in testa.

Così come sono indignato per il fatto che ti sia stato rubato qualsiasi futuro ti restasse da scegliere, allo stesso modo guardo con allarme il tuo ricordo svanire nel tempo dalla coscienza collettiva di chi è venuto dopo di te. Non so nemmeno perché ti stia scrivendo questa lettera. Non credo nell’aldilà, e dubito che ci credessi tu. Forse è solo il mio modo disperato di aggrapparmi a un senso di controllo su ciò che sembra inevitabile: che il tempo, alla fine, ci divora tutti. Che, per quanto le circostanze possano essere diverse, sia la morte che il passare degli anni un giorno verranno a prendere me, proprio come sono venuti a prendere te. Eppure, e qui presumo che siamo simili nello spirito, solo perché è inevitabile non significa che questo mi impedirà di cercare di evitarlo.

Tuttavia sono trascorsi molti anni, Carlo, e anch’io ho dovuto deporre le armi. Quindi, dato che non posso più fare la mia parte per mantenere viva la tua memoria attraverso l’azione, eccoci qui: un anarchico senza Dio che scrive una lettera a un punkabbestia morto. Con la speranza che altri la leggano e chiedano di te, delle condizioni, dei sogni e delle avventure che portarono alla marea montante del nostro movimento, e dell’onda che quel giorno si è portata via la tua vita. È l’unica arma utile che riesco a trovare oggi nel mio arsenale per combattere l’idea che tu venga dimenticato, ridotto a una semplice nota a piè di pagina nello scontro lontano di una stagione ormai rimossa. Il tuo volto, le tue speranze, i tuoi sogni e infine il tuo nome destinati a svanire nei libri di storia.

Combattiamo la battaglia per la tua memoria dal giorno in cui sei stato ucciso. Abbiamo fatto del nostro meglio per esserle fedeli. Per non attribuirti ruoli o aspirazioni che avresti potuto rifiutare. Ma non è stato facile, e ti chiedo scusa se non ti abbiamo rappresentato come avresti voluto. Su Barricada, senza esitazione e con audacia, ti abbiamo bollato come anarchico, senza mai sapere se ti identificassi in quella parola. A nostra difesa, non puoi immaginare cosa siano state quelle ore, quei giorni, quelle settimane e quei mesi dopo la tua morte.

C’era chi tra noi, con buone intenzioni ma fuorviato, ti ha fantasticato come un militante anarchico organizzato. Un combattente in prima linea del black bloc. Volevano trasformarti in un martire consapevole che ha sacrificato volentieri la propria vita per la causa. Ma so che non hai scelto questo, anche perché eri a un passo dal non presentarti nemmeno, quel giorno. E, cosa più importante, perché nessuno di noi lo sceglie. A differenza dei fascisti, noi celebriamo la vita, non la morte.

«Carlo vive – i morti siete voi.»

Poi ci sono stati i pacifisti e i riformisti. Di questi tempi cerco di stare lontano dal linguaggio iperbolico e settario dell’anarchismo della mia giovinezza, ma quando mi ricordo di loro, delle loro azioni e delle loro parole quando parlavano di te, quel vocabolario torna con violenza. Se tu avessi potuto vedere le lacrime di coccodrillo della feccia di quel movimento! Invocavano il tuo nome, fingevano di tenere in alto la tua memoria, ma ti celebravano e ti ricordavano solo perché eri morto. Nello stesso tempo, hanno infamato coloro che avevano agito con te, come te; che erano tuoi compagni quel giorno ma che il destino non ha messo sulla traiettoria del proiettile di un carabiniere in Piazza Alimonda. Hanno detto che eravamo noi i responsabili della violenza, che avevamo attirato la rabbia dello Stato sui “manifestanti buoni”. Che indirettamente eravamo noi i responsabili della tua scomparsa, non lo Stato, non il carabiniere che ha sparato. Hanno diffuso assurde teorie del complotto secondo cui il black bloc e la resistenza di massa, generalizzata e dignitosa, fossero opera di poliziotti infiltrati e fascisti.

Alla deriva nella realtà parallela creata dalla loro narrazione, hanno cercato di attaccarci, hanno cercato di espellerci dal movimento, spingendoci verso gli sbirri, dandoci dei fascisti e dei teppisti. E il giorno dopo, mentre ci muovevamo per vendicare la tua morte, hanno indirizzato i loro cori di «Assassini!» contro di noi tanto quanto contro la polizia. Anche loro hanno fatto di tutto per rivendicarti come martire del loro movimento, ma nel loro caso con l’incredibile cinismo e l’ipocrisia di rivendicare il tuo ricordo mentre denunciavano tutti gli altri che avevano agito come te. Per loro, eri meglio da morto che da vivo. Un teppista da vivo, un martire da morto.

Quelli di ATTAC, il Genoa Social Forum, le Tute Bianche, i partiti, i riformisti e tutta la zuppa di aspiranti gestori del malcontento: tutti hanno cercato di fare di te una vittima. Un giovane sfortunato e fuorviato, assassinato dallo Stato. Volevano privarti della tua capacità di azione, come fanno spesso con coloro le cui scelte non riescono a capire o non rispettano. Non sono ancora sicuro di quanto ci fosse di cinico opportunismo e quanto del fatto che non riescano proprio a concepire alcuna forma di lotta al di fuori delle manovre politiche e degli scontri mediati. Così, ogni volta che mettevamo in fuga i sbirri, ogni volta che si aprivano abbastanza fronti da tenerli a bada, così che alcuni di noi avessero la possibilità di decostruire con calma il paesaggio del capitalismo e prendersi pause tanto necessarie quanto meritate tra un combattimento e l’altro, svaccati sugli arredi urbani delle banche che avevamo piazzato in strada con la spensieratezza di un falò nel cortile di casa, loro fantasticavano su qualche grande piano supremo della polizia per giustificare la repressione contro l’intero movimento no-global. Noi che eravamo sopravvissuti eravamo fascisti, teppisti e provocatori, mentre tu, per il solo fatto di essere morto, diventavi una vittima e un martire. Semplicemente non potevano accettare che la ribellione a Genova non fosse solo organica e autentica, ma anche vincente.

Sei morto precisamente perché, in quel giorno e in quel momento, stavamo vincendo. Gli sbirri stavano ripiegando. Non so se tu l’abbia mai saputo, ma non succedeva solo lì in Piazza Alimonda: erano in fuga in tutta la zona. So che questo sarà controverso, ma date le circostanze, non sono nemmeno sicuro che sia corretto dire che ti abbiano “assassinato”. Risparmierò a entrambi la voyeuristica ricostruzione dei dettagli dei tuoi ultimi momenti. Ci sono stati anni di infinite discussioni sul fatto che il proiettile ti avesse colpito direttamente o avesse rimbalzato su qualcosa, se stessi lanciando l’estintore o lo stessi solo tenendo in mano. Alla fine si è stabilito che il militare che ti ha sparato ha agito per legittima difesa ed è stato assolto da ogni accusa. Non sono nemmeno sicuro che importi, a dire il vero, a parte il bisogno di molti compagni, persino compagni anarchici, di ricercare il ruolo di vittima della brutalità poliziesca, come se posizionarci nella parte di perenni vittime di fronte al Grande Stato Cattivo ci conferisse una qualche superiorità morale agli occhi della società. È un atteggiamento disfattista e lo odio, e presumo che lo odieresti anche tu. La giustizia che cercavamo non è mai stata quella dello Stato e dei suoi tribunali.

A proposito di paura, ecco cosa disse al giudice il militare che ti ha sparato, Mario Placanica, poco dopo aver preso la tua vita:

«Ho sparato perché avevo paura di morire. Non so cosa sia successo. Ricordo che ci stavano circondando, ci attaccavano, la jeep era un inferno. Mi tremavano le mani e ho sparato senza guardare fuori.»

Non fraintendermi: non sono certo un amico di sbirri o militari, ma non faccio alcuna fatica a credergli. All’epoca aveva vent’anni, poco più di un ragazzino, mandato per le strade di Genova quel giorno dopo che i suoi superiori gli avevano detto di «stare all’erta» perché i manifestanti avrebbero «lanciato sacche di sangue infetto» e ci sarebbero stati «attacchi terroristici». Ha detto: «La sensazione era come se stessimo andando in guerra».

Mi sono trovato in situazioni simili, anche in altri luoghi di Genova in quello stesso giorno. Sono stato al posto tuo, ma in un momento diverso e in un luogo diverso, e ho guardato negli occhi la persona in divisa davanti a me. Se fossi stato io il poliziotto o il soldato, anch’io avrei avuto paura. Forse anch’io avrei premuto il grilletto, specialmente se fossi stato un giovane soldato, credente in Dio e nella patria, di fronte a un’orda avanzante e apparentemente incontrollabile di anarchici incappucciati.

Per quel che vale, l’uomo che ti ha ucciso ora è l’ombra di un essere umano. Congedato dai carabinieri nel 2005 per problemi psichiatrici, oggi si descrive come un «uomo distrutto, solo e consumato» che combatte contro la depressione.

Com’è prevedibile, non ho quasi alcuna simpatia per la sua condizione. Ma è personalmente un assassino? Non lo so. Non siamo mai riusciti a deciderci davvero su questo, tanto che la quarta di copertina del numero di Barricada che abbiamo pubblicato subito dopo la battaglia di Genova, a te dedicato e in cui promettevamo di vendicarti, riporta la frase «Carlo non è stato una vittima della brutalità poliziesca», proclamando al contempo: «Hanno assassinato un anarchico».

Per quanto disprezzo provi per l’uomo che ti ha tolto la vita, qualche anno fa ha detto qualcosa che mi aiuta a capire perché io, come tanti altri anarchici, mi sia identificato così fortemente in te e abbia sentito la tua scomparsa in modo così personale e passionale:

«Quel giorno per me resta un trauma, un trauma per la morte di un ragazzo come me, anche lui vittima in quel giorno tragico. Non sono un carnefice, non sono un vendicatore. Quel giorno non impugnavo la pistola per Mario Placanica, la impugnavo per i Carabinieri, per lo Stato italiano».

Per un momento, ignoriamo l’autocommiserazione e la falsa equivalenza con cui si dipinge come una vittima tuo pari, dato che entrambi sappiamo che non era un coscritto ma un professionista che ha scelto volontariamente il suo mestiere. Ha comunque ragione nel dire che è stato lo Stato italiano a mettere la pistola in mano a questo soldato bambino e a dargli carta bianca per sparare contro chi si ribellava. Ti hanno sparato perché eri “uno di noi”.

“Uno di noi”. Lo abbiamo scritto sui muri per anni. Uno tra le decine e decine di migliaia nelle strade di Genova che quel giorno avevano scelto di insorgere. Uno di noi, uno identico a noi, a prescindere dall’etichetta politica che ci appiccichiamo addosso, a prescindere che alcuni passino le giornate a curare riviste anarchiche e a pianificare azioni mentre altri passano il tempo a fare la colletta e a cazzeggiare con i propri cani per la propria città.

Uno di noi. Tutti noi, al di là delle nostre motivazioni più specifiche, eravamo lì quel giorno perché vedevamo questo mondo come un ingranaggio rotto e ci rifiutavamo di stare a guardare. Hai scelto di ribellarti, proprio come noi, con una pietra in mano, il volto coperto, la testa alta e la tua dignità. Nessun intermediario, nessuna messa in scena o spettacolo a uso e consumo dei presunti gusti delle masse. Solo il tuo corpo come arma e i compagni al tuo fianco come forza. Hai scelto questa strada non per morire, ma per vivere. Perché volevi vivere, libero e senza catene.

Così libero, così senza catene, che so che la nostra affinità probabilmente esisteva solo nelle strade, nello scontro diretto contro coloro che riconoscevamo come nemici comuni. Non cederò a toni nostalgici su che persona fantastica tu fossi, anche se tuo padre dice che gli hai dato «la forza dei tuoi ideali» e gli hai insegnato a non giudicare la gente da «una maglietta strappata, i buchi nei pantaloni o i capelli colorati». Non ci sarà alcun voyeurismo del dolore qui; gli avvoltoi della stampa ne hanno già fatto abbastanza all’epoca.

Uno di noi. Forse non un attivista o un militante, non un quadro di alcuna organizzazione o struttura, ma uno di noi perché hai scelto di lottare. Di lottare al nostro fianco, spalla a spalla. Uno di noi: ed è per questo che ti hanno sparato. Sappiamo tutti che il proiettile che ha trovato te avrebbe potuto trovare benissimo chiunque di noi. Era destinato a uno qualsiasi di noi, a tutti noi.

Nei mesi e negli anni successivi alla tua morte, ho capito quanto questo fosse dolorosamente e visceralmente vero, mentre un compagno dopo l’altro cadeva sotto i proiettili dello Stato o le lame dei fascisti. Lo stesso anno in cui sei morto tu, lo Stato ha scatenato una pioggia di fuoco che ha ucciso decine di persone in Argentina. Non ho potuto fare a meno di ricordarmi di te mentre mi riparavo dietro le nostre barricate improvvisate, senza sapere se i proiettili che sfrecciavano verso di noi fossero di gomma o di piombo. Anni dopo, quando un poliziotto ha assassinato un anarchico di quindici anni ad Atene, molti di noi che avevano condiviso le strade con te a Genova hanno fatto piovere fuoco sugli sbirri fuori dal Politecnico occupato. Eri nei nostri pensieri anche allora.

Quello che sto per dire ora potrebbe sembrare contraddittorio, ma risulterà chiaro ad altri combattenti. Dopo molti anni, sono arrivato alla conclusione che è questo che siamo: combattenti. Certo, non andiamo in guerra, e non pretendo di spacciarci per ciò che non siamo. È vero che non c’è paragone tra i rischi associati ai conflitti a cui partecipiamo e le condizioni di un vero scontro bellico. Ma le mie esperienze di vita e quelle di chi mi circonda comportano una costante vicinanza alla morte, al carcere, alle lesioni gravi, all’esilio. Non sono le esperienze, i traumi, che la maggior parte dei civili vive in questa parte del mondo, almeno, non ancora.

Come combattente, credo a due cose contemporaneamente, anche se suonano contraddittorie.

Primo: la tua morte è stata tragica. Vorrei che non fosse mai accaduta. Abbiamo cercato disperatamente di vendicarti, sia per principio che per una questione di pura autodifesa. Per mandare un messaggio allo Stato: il sangue dei ribelli, degli anarchici, si paga a caro prezzo.

Ma allo stesso tempo, ed è qui che molte persone non la pensavano come noi, la tua morte era inaspettata? Probabilmente no. Dovremmo chiamarlo assassinio? Forse in senso lato, ma la questione sembra quasi irrilevante. Soprattutto: la tua morte era un motivo per fermare i nostri sforzi? Assolutamente no. La ribellione è importante. Ma i ribelli muoiono, in particolare quando le insurrezioni iniziano ad avere successo e lo Stato inizia a prendere sul serio i suoi nemici. E quando lo Stato toglie loro la vita, mi mancano e amo anche quelli che non ho mai incontrato.

Suona come demagogia dire che ti manca una persona che non hai mai incontrato e con cui probabilmente non saresti nemmeno andato d’accordo. Ma è così. Mi manchi come mi mancano Dax e Carlos, portati via dalle lame dei fascisti a Milano e Madrid; come mi manca Clément, caduto combattendo i fascisti a Parigi; come mi mancano Pocho Lepratti a Buenos Aires, Alexis ad Atene e Tortuguita ad Atlanta, tutti portati via dai proiettili della polizia. O come mi manca quel ragazzo a Gottinga che un giorno è entrato nel nostro infoshop, di cui non ricordo nemmeno il nome, e che mi vergogno di dire di non aver mai preso sul serio, che poi è andato a dare la vita combattendo contro il fascismo islamico e per la rivoluzione nel Rojava, come tanti altri volontari internazionali. Mi mancano loro e ogni altro compagno che non c’è più, perché quei proiettili e quelle lame erano puntati contro tutti noi. Mi mancano perché facevano tutti parte della lotta per un’idea comune. Mi mancano, così come mi manchi tu, perché anche se posso non conoscere la persona, conosco la specie.

Carlo, non ti conoscevo, ma mi dispiace che tu non ci sia più. Non ti ho mai incontrato, ma mi manchi. Terrò per sempre alta la tua memoria e cercherò di vendicare la tua morte, perché il sangue dei nostri compagni non si compra a poco prezzo. E anche se non riesco ancora a trovare l’ottimismo per credere in un comodo e bellissimo aldilà, non posso fare a meno di sperare che tu abbia sorrisi di approvazione da lassù per i nostri sforzi.

Questo testo è adattato dal libro From Riot to Insurrection: The G8 Summit of 2001 & The Battle of Genoa di Tomas Rothaus.

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L’ICE è qui

Il 19 luglio, a 25 anni esatti dall’omicidio poliziesco di Carlo Giuliani, dalle torture e dalle umiliazioni incancellabili delle strade genovesi, della Diaz, delle Pascoli, di Bolzaneto e di altre caserme e carceri, Abderrahim Fakir, 43 anni, è stato ammazzato dalla polizia a Bologna. Ad Abderrahim, ai suoi compagni e familiari va il nostro abbraccio.

I video sono evidenti: legato, soffocato a morte, davanti a numerosi testimoni e agli uomini del 118, fermi, impotenti, immobili.

Noi li conosciamo gli uomini delle volanti: per lo più giovani reclute, palestrati, arroganti, piccoli rambo tutto muscoli, il cervello a riposo da tempo, servi ciechi di un sistema criminale e corrotto, perfette braccia di una testa che siede sui banchi del ministero dell’Interno, diretto da un questurino che a Bologna ricordiamo bene. Teste e braccia del sistema di polizia fanno parte di un mondo da superare, sono una vergogna e un pericolo costante per tutte e tutti. Alla loro sinistra siedono i politici democratici a guida della città e della regione, sempre pronti a invocare nuove forze “di sicurezza” (la sicurezza di essere ammazzati?) e che oggi fanno finta di indignarsi. Chiedono più polizia e questi sono i risultati, ci sembra evidente: che senso ha la loro indignazione di oggi? [leggi tutto…]

Decenni fa i movimenti chiedevano il disarmo della polizia, nel 2026 abbiamo un numero immane di servizi armati dello stato, con nuovi corpi pesantemente militarizzati fino ai vigili urbani e ai vigili del fuoco.

È una società militare, la nostra. E questi sono oggi i risultati, i 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑚𝑎𝑧𝑧𝑎𝑡𝑖 per le strade, nelle carceri, nei CPR, nei commissariati e nelle caserme.

Di fronte a tutto ciò non chiediamo giustizia. Niente può ridare alla vita un uomo ucciso dalle forze di polizia. Giustizia, non ci può essere. E la verità, quella è già lì, nel video, davanti ai nostri occhi.

Piuttosto, vogliamo autodifesa. E 𝑣𝑒𝑛𝑑𝑒𝑡𝑡𝑎– come atto umano che si fa strumento della 𝑁𝑒́𝑚𝑒𝑠𝑖𝑠 e redistribuisce il destino – perché purtroppo sappiamo che le leggi dello Stato non possono restituire la misura al mondo, né arrestare la violenza criminale di una questura nota per la sua condotta omicida, come le vicende pluriennali della Uno bianca dimostrano: noi non dimentichiamo.

Siamo sconvolti di rabbia.

I loro muscoli, le loro armi, la loro arroganza devono ritornargli indietro e lasciare solo macerie. Ne va della nostra vita

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Se Rivoluzione vuol ancora dire trasformazione sociale

Racconto dalla terra della Rivoluzione delle Donne – Rojava del Kurdistan, 12 marzo 2026

Amelia Zumaglino, internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf dell’Accademia di Jineoloji in Rojava

Dopo un inverno in cui la guerra è tornata a serpeggiare in Rojava e ha sottoposto tutto il territorio a violenze senza precedenti, la primavera di questi primi giorni di marzo si fa strada lentamente, regalandoci un verde intenso e i primi germogli. Fa quasi impressione ora vedere e sentire l’insistenza della vita, nelle piante di ulivo così come nelle mani delle yade anziane che nei villaggi preparano i giardini, tessono e insistono nella cura del quotidiano.

Vi scrivo come internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf, struttura internazionalista dell’Accademia di Jineoloji in Rojava, per provare a restituire parte della realtà che la Rivoluzione nel territorio del Nord-Est della Siria sta attraversando. Conosciamo bene le difficoltà nel cogliere il cambiamento di questi tempi da territori lontani, come possono esserlo quelli italiani, e per questo mi propongo di aprire in queste pagine un racconto onesto che possa riportare la realtà della società, più che quella del quadro geopolitico.[1]

La guerra – iniziata il 6 gennaio con gli attacchi ai quartieri autogestiti nella città di Aleppo – non è arrivata inaspettata, perché sono diversi anni che ogni inverno diventa qui scenario di guerra, tuttavia questa ha obbligato a una trasformazione politica senza precedenti. La cooperazione tra il governo di transizione siriano, lo stato turco con le sue milizie sul territorio e i miliziani dell’ISIS colpisce immediatamente per le apparenti contraddizioni tra loro, che tuttavia non hanno impedito di lavorare uniti al massacro. Con uno sguardo meno in superficie è infatti immediatamente chiaro come non ci sia niente di contraddittorio tra queste forze sul livello profondo di come approcciano la vita e l’etica, il potere e – non meno importante – la morte. [leggi tutto…]

Fin da subito, negli attacchi in Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, i due quartieri di Aleppo organizzati nella forma del Confederalismo Democratico, si sono visti miliziani di HTS e turchi con il patch dell’ISIS appuntato sul petto e i corpi delle donne, combattenti così come civili, sono stati presi di mira con atti di violenza dalla brutalità ostentata e simbolica. Buttate giù da palazzi o calpestate con forza; attaccate sul piano simbolico con l’abbattimento delle statue che le celebravano; massacrate e poi sottratte delle loro trecce, esposte e vantate come trofeo di guerra: la linea della furia patriarcale, in opposizione a quello che è il cuore di questa Rivoluzione, è stata affermata in ogni modo.

A tutto questo la società non ha esitato a rispondere in maniera chiara: dai convogli di civili partiti per Aleppo durante gli attacchi per portare solidarietà, aiuto medico e recuperare i feriti, fin all’organizzazione dei quartieri con tutta la società civile coinvolta e organizzata secondo il sistema delle comuni. Nelle città si son tenute manifestazioni e presidi ogni giorno, con l’atto di intrecciarsi i capelli a simboleggiare che la dignità e l’orgoglio delle donne e della loro resistenza non sono stati danneggiati da questi atti brutali. Con il gesto semplice e quotidiano di intrecciarsi i capelli, ripetuto per cento, seicento, mille e più donne di ogni età e cultura, nelle piazze così come sui social media, una nuova forza è stata affermata.

Per una treccia sottratta, innumerevoli altre sono state create, ma non si tratta solo di un atto simbolico, perché il vero significato di questo gesto è il rendere esplicita la volontà delle ragazze – tantissime – e delle donne in risposta a questi attacchi. Vuol dire «noi siamo pronte, non faremo passi indietro». Sono le stesse donne che si sono unite in massa alle diverse strutture e unità di difesa, militari e civili, dando vita a nuovi battaglioni, nuove comuni e organizzando in modo diretto la loro volontà rivoluzionaria.

Quando si chiama questa terra “Rivoluzione delle Donne” è perché quella delle donne organizzate è realmente la realtà fondante qui, e in questi mesi di guerra è stato più esplicito che mai.

Le YPJ, le Unità di Difesa delle Donne, e la loro storia rivoluzionaria sono ormai note al mondo, mentre un altro esempio importante di forze civili di difesa è l’HPC-Jin, le Forze di Difesa della Società delle Donne, che esistono in Rojava da più di dieci anni. Negli scorsi mesi nuove donne si sono unite alle HPC e le si incontra per esempio nella notte agli incroci delle città, raccolte attorno al fuoco per tenere i turni di difesa. Le HPC non fanno parte delle SDF (Forze Democratiche Siriane), come invece le YPJ, e sono composte da giovani donne così come da madri e da anziane che insieme organizzano la difesa della vita, ossia la difesa della società nei loro quartieri.

Dall’inizio della guerra, infatti, l’organizzazione sociale si è intensificata sotto la guida delle donne e nelle città, in ogni quartiere, le comuni si sono moltiplicate: una responsabile dell’acqua, una della produzione e distribuzione del pane, altre per la difesa notturna e diurna o ancora per l’elettricità… ogni persona ha preso parte all’organizzazione della vita e della difesa facendo crollare la distinzione tra le due: non è la presa delle armi quel che rende forte l’autodifesa della società, ma una salda e organizzata consapevolezza di cosa si sta difendendo.

Mi dilungo su questo punto dell’organizzazione della società perché è ciò che sta continuando anche ora che la guerra non è più tanto sul fronte militare e si è spostata al livello di una difficile e scivolosa lotta al tavolo dei negoziati.

Qualcosa di molto forte in questa rivoluzione è la decisione di rimanere dove si è e scegliere di difendere il proprio villaggio o quartiere nei momenti degli attacchi, non solo in quanto rivoluzionarie o forze di difesa militare, ma in quanto civili, in quanto persone inseparabili dalla realtà del villaggio e del quartiere in cui vivono. Questa è la guerra popolare rivoluzionaria e questa è ancora oggi la realtà del Rojava.

Quando a metà gennaio la popolazione del Bakur, il Kurdistan nel territorio turco, ha iniziato a fare pressione sul confine che ha diviso la città di Qamişlo tra il territorio siriano e quello turco, anche da questo lato del muro le persone si sono radunate. Dovete immaginare attorno le 500 persone raccolte in balli, cerchi di donne che cantano sulla Rivoluzione, gruppi di bambini che si arrampicano sui cumuli di terra per sventolare più in alto possibile le bandiere delle YPJ e YPG… e poi, questa gente tutta insieme, che si avvicina al cancello che segna il confine. La bandiera turca sventolava alta e un paio di militari guardavano la scena restando immobili, dritti, fino a che sono stati costretti a indietreggiare e chiamare rinforzi, perché la massa di persone, tutte civili e diversissime tra loro per età e genere, sono avanzate fino ad aprire il cancello con forza, gridando «Yek yek yek gelê kurd yek e!» (uno uno uno il popolo curdo è uno!).

Il confine è stato varcato e la bandiera dello stato turco tirata giù e calpestata con gioia e forza da ragazzi e ragazze al grido di «Berxwedan Jiyan e» (la resistenza è vita), giusto prima che i militari raggiungessero nuovamente la loro postazione e costringessero tutte e tutti ad arretrare facendo fuoco. Per ore la situazione è continuata in questo modo: una schiera di militari turchi sparava in aria, bloccando l’accesso alla terra oltre il cancello e difendendo una linea di separazione che, come tutti i confini, ha un aspetto violento e tragico e uno ridicolo agli occhi dei popoli. Nel mentre però, la gente non smetteva di avanzare e alzare le mani nell’universale segno di pace, che qui in Medio Oriente ha negli anni acquisito un significato di pace radicata nella resistenza.

Il sole era alto nel cielo e all’uso degli idranti per allontanare le persone diversi arcobaleni sono apparsi tra la folla, creando una situazione surreale in cui le armi, gli spari e le divise militari turche, normalmente elemento di pericolo mortale, sono diventate completamente insignificanti. In prima linea ragazze giovani si tenevano strette le une alle altre in un cordone di resistenza, dettando il rimo degli slogan che tutti gli altri dietro seguivano e rilanciavano gridando. Una grande cassa con la musica si è fatta spazio tra la folla, trasportata di spalla in spalla, e attorno a essa giovani e bambini hanno iniziato a ballare sotto gli spari e l’acqua degli idranti. Questo è lo spirito che vive qui, questo è il morale della resistenza della gente. «Fede ed entusiasmo non mancano mai» ha riassunto la comandante YPJ e membro del Comando Generale delle SDF Rohilat Afrin.

Da quel giorno ci sono state anche diverse persone ferite da questa parte del confine e diversi morti, tra cui bambini, dall’altra parte, in Bakur. Tuttavia, un messaggio più che chiaro è stato affermato e continua a guidare la vita ancora in questi giorni: la volontà di pace è insistente e troverà ogni via per continuare ad affermarsi.

Un punto fondamentale da avere chiaro è che questa è una guerra ideologica, in cui si sono contrapposte due mentalità, due paradigmi mentali completamente opposti e divergenti. Da un lato la linea fascista, patriarcale delle milizie fondamentaliste, dall’altra i valori della rivoluzione del Rojava, l’unione delle differenze, la liberazione delle donne e di genere, la democrazia radicale e l’ecologia sociale. L’attacco qui è alla proposta di vita che con l’Amministrazione Autonoma aveva trovato una sua prima forma pratica e politica, ossia quella della Nazione Democratica, la “comune delle comuni”. Al posto di uno stato con un unico potere, un’unica lingua e una realtà violentemente omogenizzata, la nazione democratica si impegna a tenere insieme in una convivenza organizzata tutti i colori della società, le diverse identità, religioni, lingue…

L’intero sistema ha una leadership molto chiara, che è quella delle donne, il soggetto veramente in grado di portare la linea dell’unità e della lotta. La liberazione delle donne è qui nel concreto l’unica possibilità di vera liberazione della società. Grazie a questo, la rivoluzione non è mai stata la corsa alla “presa del Palazzo d’Inverno”, al potere, bensì un lavoro sottile e al contempo massiccio e costante per l’educazione e la trasformazione sociale, ossia il cambio di mentalità e la trasformazione delle relazioni tra persone, tanto quanto con la terra.

Dove la famiglia è la cellula base dello stato, nella nazione democratica è invece la comune la struttura di base su cui tutta la società si fonda e le comuni delle donne sono la struttura che garantisce la saldezza della lotta al patriarcato nella realtà della Rivoluzione. Per questo, anche l’economia si articola su base comunale, grazie all’uso delle cooperative ecologiche e a pratiche di economia di scambio, circolare, il più possibile, ossia fin dove la guerra, che sempre minaccia questa terra, lo permette.[2]

Ovviamente non è una proposta che finisce ai confini di questo territorio, ma qui si è data come primo modello concreto di autogoverno democratico su larga scala. In risposta a questa esistenza-resistenza che da 15 anni lavora nel segno della trasformazione sociale e socialista, la strategia di guerra messa in atto dagli attacchi voleva esser volta alla sua distruzione materiale per quanto riguarda i territori e la liquidazione della resistenza, e al contempo alla distruzione ideologica per quanto riguarda la volontà di imporre la linea di uno stato nazionale siriano più o meno unificato (ricordiamo la non-questionata occupazione di Israele nel sud della Siria) che si inserisce nel piano più ampio e guidato dalle potenze egemoni come gli Stati Uniti per ridisegnare l’intero Medio Oriente.

Gli attacchi sono stati brutali in particolar modo contro le istituzioni delle donne, ad Aleppo così come nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Tabqa. Dalle comuni alle librerie delle donne e ai centri di ricerca e ritrovo, tutto è stato bruciato o distrutto, perché la situazione sociale rispecchiava il fatto che fossero le donne le principali portatrici di emancipazione, partendo nella loro lotta dal mettere in discussione il loro status di prigioniere nelle case o proprietà del marito o oppresse da un’interpretazione patriarcale e fondamentalista del loro credo. Dove l’Islam stava assumendo forza in quanto religione democratica e le donne si stavano lasciando alle spalle per davvero la vita di oppressione violenta vissuta sotto l’ISIS e il Regime di Baath, gli attacchi sono stati particolarmente chiari nell’affermare che per la linea del governo attuale, così come per quella degli stati egemonici che lo sostengono e manovrano, il libero pensiero, la libertà nella fede e l’emancipazione della volontà e della vita delle donne non possono essere accettate. È chiaro che quanto la Rivoluzione afferma sin dall’inizio, ossia che sono le donne organizzate e le comuni delle donne il primo seme rivoluzionario, è vero anche nelle valutazioni – e nelle paure! – della controparte nemica.

C’è in questo punto qualcosa di difficile da affrontare all’interno di un racconto breve come questo, ma che è importante aprire perché costituisce un nodo importante nella realtà della società sul territorio, ossia la “guerra speciale” (nel senso di non ortodossa) portata avanti sul campo tanto quanto nei media per fomentare la separazione su base etnica tra popolazione araba e curda.

Questa è attualmente una strategia che in parte della società sta anche attecchendo, perché sfrutta a proprio favore la paura, il “sospetto per il proprio vicino” che in una guerra come questa è molto facile che emerga, così come sfrutta ciò che i molti anni di vita sotto un regime d’odio e separazione hanno creato nelle psicologie della gente. Inoltre, durante quest’ultima guerra anche gli sforzi delle milizie nemiche nel documentare uccisioni di donne e uomini curdi e non arabi è stato incredibile. Numerosissimi sono i video, da Aleppo a Raqqa, in cui si mostrano civili ammassati e tenuti fermi sotto minaccia di morte e in cui le voci dei miliziani dicono cose come «questi sono cani, sono curdi, vanno ammazzati. Loro no, sono arabi e non li ammazziamo»; così come ben noto è il video del bambino a cui vien chiesto chi è e alla risposta «sono curdo» viene brutalmente tolta la vita.

Questa è stata anche la realtà di questi mesi in questa terra, ma al contempo è bene essere molto consapevoli che non è affatto vero che la popolazione araba è stata “risparmiata”. In primis perché l’operazione mediatica che questi video portavano avanti è in realtà molto chiara sul piano ideologico e non dobbiamo cascarci, e poi perché la resistenza è stata del popolo, non solo curda, e lo testimoniamo le e i numerosi martiri arabi che han dato la vita per la difesa della Rivoluzione, la gente ferita e quella sopravvissuta. Inoltre, non venire uccise ma dover tornare sotto il regime di forze come l’ISIS o HTS non dà alcun tipo di sollievo. Nella regione di Tabqa e Raqqa, un paio di giorni dopo che queste forze ne hanno preso il controllo, sono state distribuite copie del Corano e veli neri per ogni donna, casa per casa. Un solo ordine, un solo potere, un unico dio: questa è la loro linea, che porta morte e fascismo.

In questo, la questione della mentalità è centrale, perché per comprendere con serietà questa guerra, così come questa fase di negoziati per l’integrazione, raccontata ora dal cinismo alienato dell’Occidente come “la fine del Rojava” o il “dopo la Rivoluzione”, serve andare più a fondo nella realtà della società.

Ancora una volta, torniamo alla comune delle donne.

Quando, prima della guerra, siamo state al Centro delle donne di Zenobia in Raqqa, abbiamo sentito storie di resistenza quotidiane, una lotta che iniziava prima ancora dell’incontrarsi lì, perché è già qualcosa per cui hanno dovuto lottare: passare oltre alle volontà del marito e alle aspettative sociali e uscire di casa recandosi in un posto in cui si sarebbero trovate con altre donne, è già iniziare una rivoluzione. Da questo coraggio che le porta fuori dalle case inizia il sovvertimento dell’ordine generale e creare una comune di donne che ogni giorno organizza la propria vita sulla base della volontà comune e non su quella del marito o della famiglia opprimente, significa creare un motore di liberazione che molto velocemente apre la strada anche alle altre donne. Questo non sul piano teorico, ma proprio guardando come è andata la storia fin qui.

La comune delle donne di Aleppo nei primi giorni di guerra è stata quella che ha dettato la linea del decidere di non lasciare i quartieri e rimanere a difendere fino alla fine; una donna che ne fa parte ci ha detto: «La comune delle donne deve essere la base di un vero socialismo, perché se le donne di una società non sono liberate, la società non può essere libera».

“Rivoluzione” vuol dire rivolgimento, volgere di nuovo, ossia è una parola che ci parla di movimento, di trasformazione e cambiamento. Nella storia però questo non avviene semplicemente sostituendo il vecchio col nuovo e l’oppressione e la liberazione non sono né fatti né oggetti, bensì processi, che riposano sul piano materiale tanto quanto su quello della mentalità.

Per costruire la mentalità dell’oppressione e dei popoli oppressi, secoli e secoli di orrende pratiche hanno sviluppato “ottimi” strumenti, patriarcato e stato in primis. Questi sono una realtà materiale tanto quanto una mentalità. La mentalità della mascolinità dominante va insieme a quella burocratica, che legge la realtà come statica nelle sue forme, che categorizza la vita, una mentalità controllante, volta al monopolio e al profitto.

Cosa vuol dire per un popolo vivere a lungo sotto un regime di questo tipo? (Cosa vuol dire per noi?) E quindi cosa vuol dire rivoluzionare la mentalità di un’intera società? Quanto tempo può impiegare? Cosa permette al nuovo di sedimentare e poi di venir passato di generazione in generazione?

Possiamo farci queste e altre domande anche a partire dalle nostre “vite europee”, perché nonostante tutti i diritti e le possibilità conquistate da secoli di lotte, ancora non siamo libere da queste mentalità e, per esempio, ora facciamo fatica a comprendere che una rivoluzione non cade con un’integrazione delle forze militari, non finisce con il cambio della forma o dei “confini”, non è un oggetto che puoi sostituire con un altro, bensì un movimento storico che agisce molto più in profondità. Se si fosse seguita la linea della lotta militare fino in fondo per “proteggere i territori della rivoluzione”, avrebbe voluto dire essere disposti a considerare l’opzione del genocidio. E questo, per un’amministrazione socialista e democratica che rifiuta di mettere la propria esistenza prima di quella del popolo che la compone, sarebbe stato semplicemente tradimento.

Quale mentalità della sconfitta guida i nostri pensieri quando caschiamo in queste semplici trappole del vedere bianco/nero, di non riuscire a uscire dagli occhi dello stato? Cosa vuol dire avere un tale livello di sfiducia nella lotta dei popoli?

Se scordiamo il significato di “rivoluzione” e la appiattiamo sul controllo delle terre, delle risorse e delle forze militari, facciamo il gioco degli stati. Anche di quelli rossi che furono.

Fare una rivoluzione socialista con la liberazione di genere come primo pilastro vuol dire prendersi la responsabilità storica di non ripetere l’errore del socialismo reale, sia per quanto riguarda la creazione di uno stato o di un’entità analoga statica e barricata in se stessa, sia per la lotta di genere contro il patriarcato.

Ora anche noi internazionaliste e internazionalisti, ovunque nel mondo, dobbiamo restituire questa serietà alla Rivoluzione e chiederci con che occhi guardiamo alla sua storia e alla sua realtà attuale: sono quelli dello stato o della comune?

Il processo di integrazione qui in Nord-Est della Siria, così come il processo di pace con la Turchia aperto dall’Appello per la Pace e la Società Democratica lanciato nel febbraio 2025 dal leader curdo Abdullah Öcalan, non sono fatti o momenti che chiudono la lotta e anzi, questa si è molto intensificata, aprendo una nuova fase per l’esistenza-resistenza curda, così come per l’internazionalismo. Il Confederalismo Democratico come proposta e quindi l’intero sistema delle comuni, dei consigli e della Nazione Democratica non si è mai dato come una forma chiusa e pronta all’uso. Si tratta di forme organizzative della società per la società, che quindi seguono i suoi bisogni tanto quanto i suoi tempi di cambiamento e di lotta.

Ora si tratta di avere profonda fiducia politica nei 15 anni (una cinquantina se li si conta dalla fondazione del PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan) di lavoro rivoluzionario nella e della società. Un lavoro che in generale è impossibile annullare, perché è una realtà in cui le avanguardie sono state e sono ancora le donne della società, cuore del tessuto del popolo. Ci sono ormai diverse generazioni di giovani cresciute con un modo di approcciare la vita che non ha niente a che vedere con quello del patriarcato e dello stato. E ci sono donne che ora sorridendo dicono «qui sono nata di nuovo», indicando Jinwar, il villaggio autonomo di donne in Rojava. C’è qui un radicamento geografico e storico che è tanto fatto pratico quanto intimo di ognuna. L’antico – il ricordo delle civiltà mesopotamiche raccolte attorno alle Dee Madri – guida verso il nuovo, in un movimento lento e costante di cui le comuni delle donne si fanno custodi. Come dicevo all’inizio, questa è la terra in cui la vita è in grado di essere davvero insistente e come mi ha detto un’amica – semplice e insieme poetica come tutte le rivoluzionarie: «la Rivoluzione delle donne è un ricordo del futuro».


[1]Per completezza, segnalo invece l’analisi politico-ideologica pubblicata sul sito di Jineoloji a fine gennaio. Porta il titolo di Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra e in questa sede può essere utile per inquadrare le forze coinvolte negli attacchi alla Rivoluzione e le dinamiche politiche e ideologiche nelle motivazioni di questa guerra. <https://jineoloji.eu/it/2026/01/26/difendere-la-vita-e-comprendere-la-realta-della-guerra>.

[2] Ne abbiamo parlato recentemente anche in cinque brevi episodi podcast, ascoltabili online anche in italiano su Youtube, sotto il titolo Defending Life. <https://youtu.be/8FIZfbNJxes?si=boVqMyXm7XhpnV9O>.

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Prolusione del prof. Paolo Corsini per l’82° anniversario della Liberazione di Livorno

In occasione dell’82° anniversario della Liberazione di Livorno, il prof. Paolo Corsini, Presidente dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, è stato invitato dal Comune di Livorno a tenere la prolusione per ricordare l’evento. L’intervento ha chiuso una serata particolarmente intensa ed importante per la vita di ISTORECO, alla quale hanno preso parte le principali autorità politiche del territorio.

Ecco il testo dell’intervento:

Ho accolto di buon grado l’invito rivoltomi dal collega Claudio Seriacopi, presidente dell’Istoreco, nell’occasione della ricorrenza della liberazione della città di Livorno, avvenuta esattamente 82 anni fa. Non si poteva scegliere data migliore per inaugurare la nuova sede dell’Istituto, generosamente resa disponibile da parte dell’Amministrazione comunale, cui rivolgo un caloroso ringraziamento nella persona del signor Sindaco , dottor Luca Salvetti. L’Istituto infatti deve la propria origine, dispiega il proprio impegno, coltiva la sua vocazione attraverso una vasta gamma di iniziative , sviluppando la ricerca storica e alimentando la memoria di quanto l’antifascismo e la Resistenza hanno rappresentato e continuano a rappresentare per la vita pubblica di questa città e per il Paese. Mi riprometto di svolgere alcune considerazioni lungo due direttrici: l’evocazione di quel 19 luglio 1944, che ha posto fine all’occupazione nazista e il valore attuale della Resistenza come esperienza dalla quale scaturisce la nuova Italia repubblicana e democratica.

1. La liberazione di Livorno riveste un significato tutt’affatto particolare : un caso che si distingue per differenza da un lato e per esemplarità dall’altro rispetto a vicende di altre città italiane. Stiamo dunque ad una descrizione in presa diretta dell’evento, alla testimonianza di quel giovinetto, partigiano appena diciassettenne, poi autorevole esponente del giornalismo italiano, Mario Lenzi, autore di O miei compagni, lo straordinario “romanzo di formazione” -così Enrico Iozzelli- che , per approcciare la giornata dell’ingresso in città delle avanguardie della Quinta armata statunitense del generale Clark e dei partigiani della Terza brigata “Val di Cecina”, prende le mosse dal 28 maggio 1943: il primo bombardamento a tappeto cui altri seguirono in giugno e in luglio: “migliaia di case furono distrutte, saltarono le centrali della luce, del gas e dell’acquedotto, tutti fuggirono e intorno alle macerie deserte fu poi esteso il filo spinato. La chiamarono zona nera. Per quasi un anno la città fu morta”. Non è questa la sede per delineare caratteristiche e vicende dell’opposizione antifascista livornese e del movimento resistenziale. Come annota Enrico Acciai, lo studioso oggi membro del Consiglio direttivo dell’Istituto nazionale “Ferruccio Parri”, una presenza tutt’altro che marginale, ampiamente articolata sul piano organizzativo e dell’ispirazione politico-ideale, plurale quanto alle stesse basi sociali, con particolare insediamento nel mondo operaio e portuale, capace di molteplici iniziative -scioperi, produzione di stampa clandestina, sabotaggi, assistenza agli sfollati-, oltre che ben radicata: 200 livornesi schedati nel casellario politico centrale, trenta volontari labronici nella guerra civile spagnola e tra di essi una figura leggendaria come quella di Ilio Barontini, capo di stato maggiore della XII brigata “Garibaldi” combattente a Yarama, a Guadalajara , a Huesca. Una esperienza altresì assai combattiva se, come si evince dal saggio di Stefano Gallo, pubblicato in Spaesamenti, un lavoro edito dal nostro Istituto, oltre alle decine di azioni compiute dalle formazioni partigiane a partire dal settembre del 1943, tra giugno e luglio 1944 si annoverano ben cento episodi che vedono le “bande” agire con grande determinazione, tanto lungo direttrici “orizzontali” -l’entroterra- quanto lungo la “dorsale”- cito testualmente – che “verso l’interno segue la costa” in direzione nord-sud. E questo nel quadro di “un rinnovato sforzo da parte delle strutture militari regionali di coordinare l’azione e di prepararsi per il momento della liberazione in maniera unitaria”, nella previsione di una sollecita avanzata degli Alleati. Dunque le dramatis personae: i partigiani che hanno mappato campi minati e difese tedesche, gli Alleati, operazioni complesse tenuto conto l’intensificarsi dei bombardamenti -tra maggio e giugno del 1944 viene praticamente raso al suolo il centro storico- e delle operazioni antipartigiane. Il 9 giugno il comando tedesco infatti emana l’ordine di scatenare offensive ad ampio raggio ed appena una settimana dopo il feldmaresciallo Kesserling emette nuove e severe direttive al fine – l’osservazione è di Paolo Pezzino – di “prendere in ostaggio l’intera popolazione civile” che è stata costretta ad abbandonare la città. Un panorama di devastazione, una somma di fattori che rendono Livorno -così un soldato americano- “una città fantasma che giace in rovina, polverizzata dai bombardamenti”, stretta dal progressivo assedio di Alleati e partigiani. Torniamo a Mario Lenzi: “dalla città che c’era una volta ora si alzavano pigramente nell’aria colonne di fumo. I tedeschi facevano saltare le ultime mine” -il riferimento è al porto, a Torretta, Fanale, via Roma. “Percorsi la città morta. Forse quel mondo non era mai esistito e se era esistito poi è scomparso”. Agli occhi del giovane partigiano -una fotografia lo ritrae in primo piano mentre sfila lungo l’attuale via Gramsci, “le rovine del porto, decine di navi affondate” -le carcasse di 150 piroscafi- “che emergevano dall’acqua bassa, le macerie della piazza Grande, il Duomo sventrato” e poi lungo il cammino “via Ricasoli, via Roma, piazza Magenta, il cannocchiale assegnatogli dagli americani puntato “dove era villa Medina, ma la mia scuola non c’era più, un baratro si era aperto, ingoiando per sempre […] le strade, i miei compagni. Erano andati via tutti e con loro se ne era andato anche il ragazzo che io ero stato”. L’ingresso dei partigiani in città è al seguito delle guide della 34a divisione “Red Bull” che avanza lentamente; due pattuglie in tuta mimetica attrezzate in azioni di commando si incaricano di individuare le mine , mentre l’artiglieria americana batte a nord di Livorno e nella città “da tempo abbandonata e deserta [sono] rimasti gruppi di guastatori”. La città deve essere rastrellata anche dalle forze tedesche che “continuavano” -così la narrazione di Mario Lenzi- “ad aggirarsi tra le case diroccate. Ancora qualche cecchino, votato alla morte era appostato sui tetti”. Poi l’inizio della “più strana guerra mai raccontata”: la lenta avanzata degli Alleati verso Lucca e Pisa, il raggiungimento dell’Arno 4 giorni dopo il 19 luglio. Questa in estrema sintesi la cronaca dei fatti. Nessun cedimento alla retorica, piuttosto la consapevolezza di una tragedia consumata. Come Luigi Comencini , in Tutti a casa del 1960 , fa dire ad un soldato americano “Livorno boom…boom, tutto finito, non c’è più Livorno”. E così pure Cesare Ciano parla di una città “morta ed impraticabile”, distrutta come è da bombardamenti sganciati anche in funzione di diversivi, secondo una strategia volta a far mantenere sulla costa toscana una grande quantità di truppe tedesche e a far credere all’imminenza di uno sbarco navale che invece avviene ad Anzio nel gennaio del 1944. Dunque nessuna esultanza di popolo il giorno della liberazione, nessuna folla entusiasta e festante ad accogliere le truppe alleate e i partigiani delle varie formazioni. Il 19 luglio la quasi totalità degli abitanti di Livorno si trova a decine se non a centinaia di kilometri lontana dalle proprie case. Livorno non è solo la città più devastata d’Italia, è anche “una città in fuga”.La città che ha conosciuto il massiccio esodo della sua popolazione civile a partire dall’ottobre del 1943 e che solo dall’autunno del 1944, dopo l’autorizzazione concessa dagli Alleati vede succedere allo sfollamento un processo di rientro. Esso si accompagna alla ricostituzione del tessuto comunitario cui una personalità di grande statura politica e intellettuale come Furio Diaz, a partire dal 29 luglio sindaco su designazione del Cln, offre uno straordinario contributo di idee e di opere, avviando pochi mesi dopo la commissione che lavora alla rinascita sulla base di una larga convergenza tra le diverse forze politiche democratiche. Esemplare la collaborazione tra comunisti e cattolici, democristiani e cristiano-sociali durata sino al 1951, dunque ben oltre la rottura del 1947 avvenuta sul piano nazionale e successivamente nei termini di una opposizione costruttiva della Dc protrattasi sino al 1953, cioè ad un anno prima della conclusione della giunta Diaz. Una sorta di mito fondativo della Livorno postbellica e un’ulteriore peculiarità della vicenda pubblica locale tra guerra e immediato dopoguerra. La ricostruzione dalle macerie materiali e morali prodotte dal conflitto a maggior ragione è impegnativa e faticosa per quanto lo sfollamento -attorno ai novantamila cittadini, grosso modo l’80% della popolazione urbana- ha costituito: un vero e proprio collasso sociale, nonché un fenomeno di massa di precarizzazione delle vite. Una vicenda da ricondurre ad una più generale strategia di guerra ai civili e che in Toscana conosce una drammatica contabilità con 807 eccidi e 4413 vittime. E’ lo sfollamento, con le sue dimensioni, con il cumulo di problemi che suscita e le conseguenze che determina -angosciante ricerca della sopravvivenza, dell’approvvigionamento di viveri, caduta verticale dell’occupazione, pendolarismo rischioso tra città e campagna, sconvolgimento dei rapporti col territorio, conflitti con le autorità, contrasti con le popolazioni del luogo di rifugio, scontri all’interno degli stessi gruppi di fuoriusciti-, a rendere la specificità, accanto alle distruzioni subite, della situazione livornese. Essa vede però anche la costruzione di reti informali di solidarietà, collegamenti con le formazioni partigiane, la possibilità di aderire alle bande armate, di rinsaldare le organizzazioni clandestine attorno ad alcune figure che già hanno assunto o vengono assumendo ruoli di direzione del movimento di liberazione. In questo quadro un prezzo assai alto è pagato dalla comunità ebraica, la quinta per importanza nel Paese che, oltre a cercare riparo dai bombardamenti, si trova alle prese con la caccia all’uomo scatenata dalle forze nazifasciste, pagando un alto tributo di morte e di deportazione: ebrei perseguitati in quanto tali , a maggior ragione se di provenienza straniera, se “sovversivi” e promotori di scioperi, ulteriormente penalizzati se in precarie condizioni economiche e di lavoro. Sono questi sostanzialmente i temi sui quali si è cimentata la storiografia, sia quella che fa capo al nostro Istituto, sia quella accademica : la ricerca storica come condizione e alimento della memoria.

2. La memoria come ethos condiviso, come patrimonio pubblico consente ad una comunità di riconoscersi in un sistema di valori , oltre il vissuto di ciascuno. L’evocazione della liberazione della città e della Resistenza non costituisce un rito stanco e imbalsamato, ma esprime la volontà di fare memoria, di custodire pubblicamente ciò che va mantenuto vivo perché rappresenta un giacimento che non può essere dissipato: la Resistenza inizio fondativo della nuova Italia democratica disegnata nei principi di fondo e nelle regole organizzative della Carta costituzionale antifascista e repubblicana. E neppure una semplice celebrazione dei sacrifici consumati che comunque costituiscono un esemplare paradigma da consegnare alle giovani generazioni. La Resistenza non solo fatto storico , ma come fonte di prospettive progettuali, di una tradizione generativa, come modo di vita, come esperienza esistenziale che contrassegna il nostro stare al mondo, il nostro stesso essere nella sua disposizione a resistere contro ogni forma di sopraffazione e di ingiustizia. Resistere: insurrezione di ogni giorno che mobilita energie, che offre linfa all’indignazione e motiva i no della coscienza. C’è tutto questo all’origine della scelta partigiana che porta giovani cresciuti alla retorica del regime, ai miti di una diseducazione volta ad irregimentarli, a schierarsi dalla parte giusta, a rifiutare la guerra, a negarsi all’arruolamento fascista , cercando le vie della montagna o il riparo nelle campagne della pianura , a irrobustire le file della cospirazione antifascista nelle realtà urbane, a vivere il rifiuto del fascismo come afflato di libertà fino a maturare una scelta politica che si collega e recupera lotte, idealità, esperienze dei partiti e delle formazioni politiche estromesse dalla vita pubblica ad opera della dittatura mussoliniana e dei suoi manutengoli. Da qui il patto resistenziale –come scrive Piero Calamandrei rivolgendosi al “camerata Kesserling”- “giurato fra uomini liberi che volentieri si adunarono per dignità e non per odio , decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo”. Uomini e donne di diversa ispirazione ideale –liberali, monarchici, cattolici, democratici cristiani, cristiano sociali, comunisti, socialisti, azionisti- ed estrazione sociale –operai, contadini, studenti, intellettuali, borghesi delle libere professioni, un fenomeno in precedenza sconosciuto di partecipazione, di mobilitazione popolare – che si organizzano per bande, scendono in lotta, imbracciano le armi attaccando il nemico, dando vita ad inedite esperienze istituzionali –le repubbliche partigiane- , elaborando avanzati programmi di rinnovamento politico e di ardite palingenesi sociali. Una Resistenza plurale, quella armata, e quella senz’armi, quella civile, delle donne -non solo staffette- che non esitano a manifestare e sostengono , attraverso un inedito maternage , le formazioni alla macchia, dei contadini che rifiutano l’ammasso obbligatorio, dei sacerdoti cattolici o dei credenti in altre fedi che in nome di un’insorgenza spirituale-religiosa, affiancano e partecipano al movimento di liberazione. Una Resistenza che si fa forte attingendo pure a sacche di dissenso dal nazifascismo dovuto ad un sentimento antitedesco talora riconducibile anche alla tutela di precisi interessi, quelli degli industriali che proteggono i propri stabilimenti e con essi i propri operai dalle sottrazioni naziste. Il movimento partigiano insomma come soggetto che rivendica una rinnovata identità della nazione, una nuova idea di patria, la riunificazione degli italiani e che non si lascia imbrigliare in una pratica “agra e stentata” di cobelligeranza , che non esita a scontrarsi col fascismo di quegli italiani fascisti colpevoli di aver trascinato il Paese in una guerra civile : non solo lo scontro tra la civiltà e l’anticiviltà della barbarie, della persecuzione razziale e della Shoah, ma pure il conflitto che vede contrapporsi sino all’estremo i cittadini di uno stesso Paese. Ebbene, a decenni di distanza noi possiamo guardare a quanti sono caduti nel corso della guerra civile con cristiana pietà o laica commiserazione. Sappiamo, come scrive Italo Calvino, che “bastava un soffio, un impennamento dell’anima” per stare con gli uni o con gli altri, da una parte o dall’altra ,ma fermamente crediamo che non può essere in alcun modo offuscato il giudizio sulle vite vissute e perse in nome di un indistinto paradigma vittimario nel quale, alla fine, viene meno ogni criterio di giudizio, ogni possibile identificazione della parte giusta rispetto a quella ingiusta, ingiusta e non semplicemente sbagliata: chi si è battuto per la libertà e la democrazia, chi invece a sostegno di un regime dittatoriale , chi ha attribuito una solida legittimazione ad un disegno che ha poi trovato compimento nella Carta costituzionale, “la fonte battesimale della nuova Italia”, e chi invece, con la Repubblica sociale italiana ha sostenuto l’orrore nazista, lo Stato dei campi di sterminio, lo Stato della disumanità. C’è un nesso inscindibile tra Resistenza, Liberazione e Costituzione: dalla morte della patria , dovuta alla dominazione fascista , alla sua rinascita, dalla sovranità autoritaria dello Stato etico alla sovranità democratica del popolo, nelle “forme e nei limiti della Costituzione” di uno Stato di diritto che assume il dovere verso i suoi cittadini, non più sudditi, di rimuovere “gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza […] e impediscono il pieno sviluppo della persona umana, l’effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, come recita l’articolo 3. La Resistenza va, dunque, celebrata in rapporto all’antifascismo di ieri e di oggi, una festa della libertà perché guadagnata con la Liberazione, una festa per tutti quanti si riconoscono nel patriottismo della Costituzione. E con la Costituzione non è compatibile una memoria indulgente e, a essere benevoli, afascista, secondo la quale il fascismo “ha fatto anche cose buone”. Una vera idiozia ed una memoria in definitiva anti-antifascista. In realtà, come il Presidente Sergio Mattarella ha più volte ribadito, irremovibile non può che essere una interpretazione della Resistenza quale approdo di un processo di cui l’antifascismo costituisce la premessa, la condizione della democratizzazione delle istituzioni e della società. E questo vale ancor oggi, allorché da talune parti si propone di sostituire all’antifascismo l’antitotalitarismo come cardine portante della vita democratica, facendo così scomparire il fascismo come fenomeno reale e riconducendolo ad una manifestazione astratta , confinata nel passato . Un passato che purtroppo definitivamente non passa e che ritorna con le nefaste esibizioni delle marce su Bologna o ad Acca Larentia sino alla profanazione di quella piazza della Loggia a Brescia -la mia città- in cui nel maggio del 1974 si è consumata un’orribile strage fascista come ormai acclarato da definitive sentenze giudiziarie. Ebbene netta e incomponibile è la divaricazione tra il patriottismo nazionalista e bellicista del regime e il patriottismo democratico, solidale, europeista –noi non dimentichiamo Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni – propugnato dal movimento di liberazione nazionale. Esattamente per questo la Resistenza è attuale. Perché pulsioni nazionalistiche sono di nuovo all’ordine del giorno, perché il nazionalismo, che ha costituito la malattia mortale del secolo scorso , di nuovo infesta il nostro tempo su entrambe le sponde dell’Atlantico, facendo balenare i lugubri fantasmi dell’alterazione dello Stato di diritto, alimentando le esperienze autoritarie proprie di quelle democrature che vedono intaccata la libertà di stampa e l’espressione della volontà popolare messa in discussione, sottoposta al rischio di essere revocata come avvenuto nell’attacco a Capitol Hill in un Paese dalle indubbie tradizioni democratiche. Un neonazionalismo sovranista che attraverso politiche protezionistiche produce guerre commerciali, penalizza i Paesi più deboli, incrementa il divario tra nord e sud del mondo e le distorsioni proprie dello scambio ineguale, fino a puntare ad una progressiva erosione dell’ordine geopolitico retto sul diritto internazionale e su trattati multilaterali. E ancora: un neonazionalismo che punta ad uno sfiguramento plebiscitario e populistico della democrazia, facendo leva su di una ideologia che orienta l’opinione pubblica verso modelli illiberali e persino reazionari, un sovranismo forte del sostegno di imprenditori globali che gestiscono direttamente gangli dello Stato, secondo i quali la democrazia non sarebbe compatibile con la libertà. La Resistenza è attuale perché la Costituzione non va solo predicata, ma va attuata e strenuamente difesa contro ogni tentativo di sbrego a colpi di maggioranza come purtroppo racconta la storia parlamentare più e meno recente a carico di ambedue i versanti dello schieramento politico. Centralità del Parlamento come argine alla verticalizzazione del potere , equilibri e meccanismi di contrappeso a garanzia delle necessarie limitazioni nell’esercizio delle funzioni di governo per evitare il rischio che la democrazia si snaturi in capocrazia con una esorbitante concentrazione di poteri , salvaguardia dell’unità della Repubblica e valorizzazione del sistema delle autonomie , la magistratura autonoma e indipendente, meccanismi elettorali in grado di rispecchiare fedelmente la volontà popolare: questo il disegno dei padri costituenti . La Resistenza è attuale perché l’ideale di un’Europa unita, degli Stati Uniti d’Europa -una tra le visioni più appassionanti elaborata negli anni della seconda guerra mondiale nell’isola di confino di Ventotene – sta scontando enormi contraddizioni e l’Unione europea si ritrova in preda a laceranti contrasti , inabilitata a promuovere una politica estera e di sicurezza comune adeguata a fronteggiare le sfide di un’epoca di cambiamenti e grandi trasformazioni. La crisi che l’Europa vive a tutti i livelli -politico, sociale, culturale, economico, militare-, la fase discendente che sta attraversando, le difficoltà ad esercitare una leadership autorevole e all’altezza, la subalternità a logiche volte a ridimensionare pesantemente il welfare, l’ossessione militarista che la attraversa, si accompagnano all’incapacità di costruire un’architettura diplomatica retta sulla cooperazione, su pratiche di dialogo, di rafforzamento di quella integrazione comunitaria che renderebbe l’Europa forte di potenzialità di attrazione e di condizionamento. L’identità europea è oggi profondamente offuscata . È dunque legittimo chiedersi : dove è finita l’Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della libertà , della democrazia, del progresso sociale? Quest’Europa, non in grado di far sentire la propria voce , si inabissa nelle acque del Mediterraneo, dove a migliaia sono le vittime di un gretto egoismo, di una colpevole e irresponsabile indifferenza. Questa Europa disconosce sé stessa al cospetto di quanto tragicamente è stato consumato in Palestina, dall’attacco terroristico di Hamas a inermi cittadini israeliani alla ritorsione contro i civili attraverso efferati massacri perpetrati dal governo di Netanyahu nel tentativo di porre fine alla questione palestinese. Un disegno che ha prodotto e continua a produrre orrori e determina una vera e propria catastrofe umanitaria. L’Europa nega sé stessa quando si ritrova incapacitata a promuovere concrete iniziative di pace a fronte del conflitto ucraino-russo, a far pesare la sua presenza rispetto ad una guerra che è tornata entro i suoi confini e che , oltre a determinare centinaia di migliaia di morti, ulteriormente incrementa il fenomeno della emigrazione di intere popolazioni alla ricerca della loro stessa sopravvivenza. Questa Europa è incapace di assumere un ruolo da grande potenza in modo da prevenire iniziative di guerra illegittime come è avvenuto e sta avvenendo in Iran. La Resistenza è attuale perché l’invocazione “mai più la guerra” suggella la conclusione del conflitto mondiale, quando i superstiti di Mauthausen il 16 maggio del 1945 proclamano ad alta voce con un solenne giuramento che “solo la pace e la libertà sono garanti della libertà dei popoli” e che “la ricostruzione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale è la sola via per la collaborazione pacifica tra Stati e popoli”. Dunque la pace come il messaggio oggi più pregnante e denso di significati , la pace, -nelle parole di Leone XIV, “disarmata e disarmante, umile e perseverante”-, inseparabile dalla giustizia – la distinzione tra aggredito e aggressore – , come l’invocazione più coinvolgente e pressante che si trasmette a noi da quanti si sono sacrificati in Italia e in Europa per donarci la libertà e si sono immolati per conquistare la democrazia: l’eredità della Resistenza.

Paolo Corsini

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Gli assistenti AI di coding sono sicuri? Il caso xAI

Gli strumenti di AI per lo sviluppo software promettono di aumentare la produttività degli sviluppatori, ma una recente analisi indipendente riaccende il dibattito sulla sicurezza dei dati affidati agli assistenti di coding. Al centro della vicenda c’è Grok Build, il tool a riga di comando di xAI, accusato di aver trasmesso (in chiaro) ai server […]

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Chiusura estiva 2026

L’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Livorno rimarrà chiuso al pubblico, in tutti i suoi servizi (archivio, biblioteca, didattica e uffici) dal 14 al 24 agosto compresi.

Auguriamo a tutti buon riposo e vi aspettiamo per le nostre numerose iniziative a partire da settembre!

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Sondaggi politici elettorali: chi vogliono gli italiani come Presidente della Repubblica, l’identikit e i partiti nell’ultima indagine

Quale profilo, quali caratteristiche dovrebbe avere il prossimo Presidente della Repubblica? Quale provenienza politica dovrebbe vantare nel curriculum? Sicuramente non dovrà essere una figura divisiva per gli italiani intervistati nel sondaggio SWG dopo che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha letteralmente aperto la campagna per il Quirinale verso il 2029 mentre già è aperta quella per le politiche in programma nel 2027 e si discute della legge elettorale che sarà impiegata l’anno prossimo.

Prima caratteristica, dunque, per il 56% degli italiani, è che il futuro Capo dello Stato non dovrà essere una figura divisiva. Per il 54% dovrebbe vantare prestigio internazionale, per il 32% dovrebbe vantare una lunga esperienza politica. E in pole position, nel toto-nomi, spicca il nome dell’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi, con il 48% degli italiani che lo trovano adeguato. Seguono l’attuale premier Meloni (38%), Pierluigi Bersani (35%), Paolo Gentiloni (28%). In fondo alle preferenze il quotatissimo Pier Ferdinando Casini (25%) e Romano Prodi (24%).

Per il 32% degli italiani non avrà importanza lo schieramento politico del nuovo Presidente della Repubblica, l’importante è che sia una figura adatta alla carica. Per il 22% dovrebbe provenire dal centrodestra, per 13% dovrebbe essere un politico mai schierato né da una parte né dall’altra, per appena il 12% dovrebbe arrivare dal centrosinistra, per l’11% dovrebbe essere una figura esterna alla politica.

 

Mario Draghi è ritenuto il futuro Presidente della Repubblica più adeguato (48%). Seguono Giorgia Meloni (38%) e Pier Luigi Bersani (35%) pic.twitter.com/WFQjJsfkXc

— SWG (@swg_research) July 7, 2026


A richiamare l’attenzione negli orientamenti di voto rilevati per il TgLa7 il segno di crescita che riguarda Futuro Nazionale, in salita dello 0,4%, fino al 6%. Sempre in vantaggio sulla Lega scavalcata che pure guadagna uno 0,2%, il Carroccio è al 5,6%. Segno negativo invece sia per la Presidente Meloni, con Fratelli d’Italia che scivola al 27,1%, che per la segretaria Elly Schlein, Partito Democratico al 21,5%, che per l’ex premier Giuseppe Conte, Movimento 5 Stelle al 13,1%.

Seguono Forza Italia e Alleanza Verdi Sinistra, in lieve risalita al 7,4% e al 6,5%. Azione di Carlo Calenda è al 3,4%, Italia Viva al 2,5%, +Europa all’1,4%, Noi Moderati all’1,1% Stabili in fondo al listone Sud Chiama Nord all’1% e Avanti – PSI all’1%. Alla generica voce “altro partito” il 2,4%. Non si esprime il 27% degli intervistati, a conferma degli alti tassi di astensionismo nell’elettorato italiano a ogni appuntamento alle urne.

 

Intenzioni di voto SWG per @TgLa7 pic.twitter.com/BtHPRg9PRS

— SWG (@swg_research) July 6, 2026

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Ritrovata morta a 59 anni in casa, si indaga per omicidio: interrogato il figlio della vittima

Si propende per la pista dell’omicidio a Sanremo, dove una donna di circa 59 anni è stata trovata morta nella serata di ieri. Sul corpo della donna i segni delle violenze: in particolare sul collo e sui polsi. Potrebbe esser stata strangolata. Al vaglio degli inquirenti anche la posizione del figlio della vittima. Accertamenti in corso, in corso le indagini condotte dai Carabinieri coordinati dalla Procura di Imperia.

L’omicidio si sarebbe consumato in un’abitazione in via Hope. Il cadavere della donna è stato scoperto intorno alle 22:00, quando i Vigili del Fuoco sono intervenuti sul posto su richiesta del figlio ventenne della vittima. Aveva riferito di non riuscire più a entrare in casa, la porta dell’appartamento era chiusa dall’interno e i pompieri sono entrati passando da un balcone e aprendo dall’interno.

Il figlio avrebbe raccontato agli investigatori di essere uscito di casa intorno alle 19:15 per andare a mangiare una pizza. Fonti della Procura di Imperia hanno confermato all’AdnKronos che il figlio sarà interrogato in mattinata dal pm Enrico Cinnella Della Porta, che coordina le indagini affidate ai Carabinieri. Stando ai primi accertamenti medico-legali, la morte risalirebbe ad almeno tre ore prima del ritrovamento. Il padre si trovava fuori casa.

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USA fuori dai Mondiali, nella partita del caso Balogun il Belgio dilaga ed esulta con la Trump Dance: “Ribalta questo”

A niente è servito tutto il polverone, il caso più clamoroso scoppiato ai Mondiali di calcio in corso tra USA, Canada e Messico, sollevato soltanto incidentalmente dal campo quanto piuttosto dalla Casa Bianca: da Donald Trump che in spregio a ogni pudore e formalità aveva telefonato alla FIFA per chiedere conto dell’espulsione del capocannoniere statunitense Folarin Balogun. E la FIFA aveva eseguito: squalifica sospesa all’attaccante americano per un anno, abile e arruolabile per gli ottavi di finale. E Belgio esterrefatto, UEFA all’attacco, ogni appassionato sconvolto, anche in Italia tra l’altro nei giorni dello scontro frontale con la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. 4 a 1 è finita ieri sera a favore dei Diables Rouges. Con Folarin in campo. USA fuori.

Poche ore prima della partita, dalla Casa Bianca, Trump aveva ammesso di aver telefonato alla FIFA per il cartellino rosso rimediato da Balogun per un intervento involontario ma pericoloso e scomposto nella partita contro la Bosnia Erzegovina. “Ho visto la partita, e capisco davvero bene lo sport. Quello non era un fallo; non era nemmeno un’infrazione. Erano due ragazzi che correvano a tutta velocità e che sono capitati a sbattere l’uno contro l’altro. Non puoi prendere il tuo piede e posizionarlo correttamente sul piede di qualcun altro. Questo arbitro è un po’ sospetto: se controlli il suo passato, non voglio dirlo perché non mi piace creare controversie, ma è molto sospetto”.

Anche Gianni Infantino, il presidente della FIFA, ieri aveva respinto le polemiche e aveva spiegato che ogni decisione presa dagli organi giudiziari della FIFA sono indipendenti, che “la loro indipendenza è essenziale per la credibilità e l’integrità del calcio”, che parla abitualmente con Trump e con altri Capi di Stato, funzionari governativi e stakeholder e che “quello che faccio sempre, però, è rispettare quelle decisioni e l’autonomia degli organi che le prendono. Che ci piaccia personalmente una decisione o no è irrilevante. Il rispetto per le istituzioni indipendenti e il rispetto della legge sono ciò che protegge l’integrità delle nostre competizioni e la credibilità della FIFA in ogni momento”. Aveva confermato la telefonata ma negato che abbia influito in qualche modo sulla decisione di sospendere la squalifica dell’attaccante.

 

 

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La FIFA aveva così respinto il ricorso del Belgio, giudicato “inammissibile” in quanto la Nazionale “non è parte del procedimento e, pertanto, non ha titolo per impugnare la decisione” proprio mentre Trump spiegava e argomentava le ragioni della sua telefonata, ammettendo tra le altre cose che non conosceva il significato di un cartellino rosso nel gioco del calcio. “Non sapevo cosa significasse, non pensavo significasse molto. Poi ho iniziato a sentire che non può giocare nella prossima partita, almeno nella prossima partita. Quando prendono il tuo miglior giocatore e dicono che non puoi giocare è molto ingiusto. Un conto è penalizzare qualcuno per la partita, ma come fai a penalizzare per una partita che non è ancora stata giocata? È molto ingiusto. Quindi, sì, ho chiesto una revisione alla FIFA. Ho parlato con un uomo molto rispettato, per cui il livello di rispetto è aumentato di dieci volte”.

Alcuni avevano lanciato un appello all’allenatore degli USA, Mauricio Pochettino, affinché non schierasse Balogun che, nella notte italiana, alla fine ha giocato e non ha brillato. È stato giudicato come uno dei peggiori in campo. Due gol e un assist per Charles De Ketelaere, terzo gol di Hans Vanaen, nei minuti di recupero il quarto gol di Romelu Lukaku, attaccante del Napoli, ex Inter e Roma, che ha esultato con la “Trump Dance”. L’unico gol degli USA è stato segnato da Malik Tillman. “Ribalta questo”, ha postato l’account ufficiale del Belgio che ai quarti di finale giocherà contro la Spagna, il 10 luglio al Los Angeles Stadium, in California. Con l’uscita degli Stati Uniti tutte le nazionali dei Paesi organizzatori sono fuori dai Mondiali.

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Inaugurazione dell’Edificio dell’Orologio

Il prossimo 19 luglio, Anniversario della Liberazione di Livorno, a partire dalle 18.30, sarà l’occasione per presentare alla cittadinanza la nuova sede dell’ISTORECO.

Grazie alla disponibilità del Comune, del Sindaco e alla riconosciuta rilevanza della nostra attività in città sul fronte della conservazione della memoria, della divulgazione di una conoscenza critica del nostro passato, della promozione costante di ricerche di qualità che hanno attirato l’attenzione di studiosi, siamo stati individuati come il soggetto adatto a entrare in questa sede prestigiosa contrassegnata dagli avvenimenti più importanti degli ultimi due secoli passati.

La nuova sede è l’Edificio dell’Orologio, ex ingresso del Cantiere Navale di Livorno, un pezzo della storia del Novecento livornese.

Il presidente nazionale dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri”, Senatore Paolo Corsini, terrà la commemorazione ufficiale, accompagnato dagli interventi della direttrice Catia Sonetti e di due nostri giovani collaboratori. Il tutto sarà allietato dalla banda cittadina.

Come Istoreco abbiamo deciso di presentarla alla cittadinanza in un momento di festa importante, con ospiti illustri. Naturalmente la piena operatività della sede sarà rinviata di qualche mese per le necessità legate al trasloco e per alcuni accorgimenti per poter accogliere cittadini e studenti. Motivo per cui gli uffici fino all’autunno saranno in Via Marradi. 

Vi aspettiamo numerosi!

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MEK e Sionismo, come l’Albania rischia di diventare la seconda Israele

  Di Alireza Niknam   Negli ultimi anni, il nome dell’Albania è stato citato più che mai in relazione a progetti e attori stranieri. Questo piccolo Paese dei Balcani, che un tempo cercava di presentarsi come modello di stabilità e sviluppo nell’Europa sud-orientale, si trova ora a dover affrontare seri interrogativi riguardo alla propria autonomia […]

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Un ferito di Gaza racconta le ventiquattro ore trascorse sotto un albero, dove dolore, morte, memoria e speranza si sono intrecciati nella guerra

    Pensavo di sapere cosa fosse la sofferenza, finché non l’ho vissuta davvero. Quello che ho scoperto era diverso, strano e doloroso. Com’è curioso il dolore. Nonostante la sua amarezza, nonostante il nostro desiderio di starne lontani quanto l’oriente è lontano dall’occidente, quando arriva c’è in esso una certa dolcezza. Sì, dolcezza. Per molto […]

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Il Pacchetto primavera della Ue e il pacco del Governo Meloni

  Di ConiareRivolta.org   Per comprendere quale sarà l’impatto più duraturo del Governo Meloni sugli assetti economici dell’Italia, è sufficiente guardare alla recente Comunicazione della Commissione europea sul cosiddetto “Pacchetto primavera”, quell’insieme di raccomandazioni che la Commissione europea indirizza agli Stati membri dell’Unione per orientare politiche di bilancio e riforme. È il cuore della disciplina fiscale […]

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Addio a Vito Monaco, i funerali ad Abano Terme il 27 Giugno

  La Redazione di ComeDonChisciotte.org esprime le più sentite condoglianze alla famiglia, agli amici e ai colleghi del giornalista Vito Monaco, scomparso all’età di 81 anni. Monaco era volto notissimo dell’emittente tv Canale Italia.   I funerali si terranno sabato 27 giugno alle 9.30 nel Duomo di Abano Terme.       

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Pillole: non ti sei ammalato. Sei stato arruolato

  Di Joshua Stylman   Pillole per svegliarsi, pillole per dormire Pillole, pillole, pillole ogni giorno della settimana Pillole per camminare, pillole per pensare Pillole, pillole, pillole per la famiglia – St. Vincent   Il mondo sta impazzendo, o è solo che tutti prendono qualcosa? Mi guardo intorno e, sinceramente, non riesco più a capirlo. […]

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La City contro la Russia? Dietro la crisi europea il ritorno dell’antica guerra tra il mare e la terra

  Di Nicola Bielli per ComeDonChisciotte.org “Britannia rules the waves” di Nicholas Habbe: Britannia – armata di lancia, elmo e scudo in rilievo con le armi reali britanniche – è seduta in una quadriga insieme a Nettuno, armata del suo tridente. Mentre l’Europa assiste all’ennesima escalation del confronto tra NATO e Russia, una domanda continua […]

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Prof. Andrea Zhok: “La cancellazione dei confini nazionali è funzionale ai grandi interessi finanziari”

    Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Ha curato la prefazione del saggio di Frank  Furedi,  professore di Sociologia all’Università del Kent, a Canterbury “I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte […]

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Stati Uniti-Iran: il cessate il fuoco di una guerra che Washington non può più sostenere

  Di Ali Ahmadi, The Cradle   L’accordo quadro che ha posto fine alla guerra del 2026 con l’Iran è stato interpretato dalla maggior parte di Washington come una concessione. I commentatori conservatori considerano il memorandum d’intesa (MoU) come una sorta di “ricompensa” concessa a un Paese che avrebbe dovuto essere lasciato a fare i […]

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La rana, lo scorpione e il mondo del dissenso

  Di Guido Cappelli   Le ultime elezioni politiche, nell’ormai lontano settembre 2022, videro la partecipazione di ben tre liste che erano espressione, in varia misura, di quell’“area del dissenso” nata e cresciuta al calor delle lotte con la follia pandemica e il mostruoso dispositivo autorizzatorio noto come green pass‒ un vulnusalla libertà civile e […]

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Falsa skill elude gli scanner e a raggiunge più di 26.000 agenti AI

La rapida diffusione degli Agenti AI sta creando un ecosistema sempre più complesso nel quale modelli linguistici, strumenti esterni e componenti aggiuntivi collaborano per svolgere attività operative. Questa architettura modulare, però, sta aprendo una nuova superficie di attacco che ricorda da vicino le vulnerabilità già viste nel mondo open source e nei marketplace di applicazioni. […]

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Per Gualtieri, papà del Superbonus, la prudenza di Meloni sui conti pubblici è una colpa

"Si sono sostanzialmente affidati come unico volano di crescita al dividendo della stabilità politica e della prudenza di bilancio senza fare niente di più". Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, cerca di attaccare il governo. Ma finisce per darne valore di merito. In un'intervista a Repubblica, l'ex ministro dell'Economia, dal dibattito della legge elettorale sposta il focus sui conti pubblici. E critica la prudenza dell'esecutivo finendo per dire: "Ha avuto anche risvolti positivi: almeno non hanno compiuto scelte devastanti". Per esempio, citiamo noi, quella di buttare quasi 131 miliardi di euro al vento con il Superbonus, di cui il primo cittadino capitolino, da ministro dell'Economia, è stato co-papà insieme all'allora premier Giuseppe Conte.
 

"Ora però i soldi del Pnnr stanno finendo", continua poi Gualtieri. "Il conto di questo immobilismo lo pagheremo caro". Immobilismo che è derivato dai una margini risicati dei conti pubblici, fortemente assottigliatisi proprio a causa delle scelte dell'allora titolare di Via XX settembre sindaco di Roma. Appunti per le sue prossime dichiarazioni.
 

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Meloni punta a scavalcare il Cav. per l'esecutivo più longevo della storia della Repubblica

Non ci sono solo motivi di immagine dietro le scelte di Meloni di spingere alle dimissioni il sottosegretario alla Giustizia Delmastro, la capo di gabinetto Bartolozzi e la ministra Santanchè: la presidente del Consiglio vede un obiettivo che ormai non è così tanto lontano: mancano pochi mesi per diventare la premier del governo più longevo della storia della Repubblica, superando in questo modo Silvio Berlusconi. Il 20 ottobre scorso, con 1.094 giorni al comando dell'esecutivo, Meloni aveva superato quello guidato dallo storico segretario del Partito socialista Bettino Craxi (4 agosto 1983-primo agosto 1986). E ora, che è a quota 1.252 giorni, davanti a sé vede solo Berlusconi.

 

Sempre che non ci siano imprevisti. Dopo il referendum sulla giustizia e gli strascichi che ha avuto sul governo, - senza dimenticarsi delle questioni Trump, Ucraina ed economia - l'idea di andare a elezioni anticipate non è più così peregrina e le forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione non si vogliono far trovare impreparate e per questo vogliono rendere permanenti i comitati referendari. Soprattutto adesso che, come riconoscono da entrambi gli schieramenti, aumenteranno i sondaggi che parlano di sorpassi e contro sorpassi (ieri una rilevazione di YouTrend per Agi dava per la prima volta davanti il Campo largo, ma tenendo dentro sia Iv che Azione).

 

Se il governo dovesse restare saldo, resta da superare solo Berlusconi. Il Cavaliere infatti detiene le prime due posizioni di questa speciale classifica: il Berlusconi II ha il record assoluto con 1.412 giorni in carica (11 giugno 2001-23 aprile 2005) seguito dal Berlusconi IV con 1.287 giorni (8 maggio 2008-16 novembre 2011). Per scalare la classifica, a Meloni quindi basta poco: 35 giorni per il secondo posto e 160 per il primo. Nei quasi 80 anni della Repubblica tra i governi più longevi della Repubblica ci sono quindi tutti governi di centrodestra. Il primo esecutivo di sinistra in questa classifica è quello guidato da Matteo Renzi (22 febbraio 2014-12 dicembre 2016), al quinto posto con 1.024 giorni.

 

 

Se invece dell'intero governo si guarda al tempo trascorso da un premier a Palazzo Chigi, Meloni è all'ottavo posto sopra Antonio Segni, che è rimasto al governo per 1.088 giorni e Mariano Rumor che è stato presidente del Consiglio per 1.104. In prima posizione c'è Berlusconi che ha guidato quattro governi per un totale di 3.339 giorni. Dopo di lui ci sono Giulio Andreotti che è rimasto a Palazzo Chigi per 2.678 giorni, guidando sette esecutivi, Alcide De Gasperi è stato presidente del Consiglio per 2.458, alla testa di otto governi, il numero più alto tra tutti i premier. Seguono poi i cinque governi di Aldo Moro per un totale di 2.279 giorni e i sei di Amintore Fanfani (1.659 giorni). Infine ci sono Romano Prodi con 1.608 giorni e Bettino Craxi con 1.353.

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L’Ue cade nella trappola cinese

Nei giorni scorsi il maggiore generale Guo Hongtao, vicedirettore dell’Ufficio per la cooperazione militare internazionale dell’Esercito popolare di liberazione cinese, era a Bruxelles per colloqui... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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S’è rotta l’Alleanza atlantica

Donald Trump ha scritto sul suo social Truth che “le nazioni della Nato non hanno fatto assolutamente nulla” per aiutare gli Stati Uniti in Iran: non abbiamo bisogno di nulla da parte della Nato, dice il presidente americano, ma “never forget”, non dimenticate – non dimenticheremo – mai questo questo momento. Trump si lamenta dell’Alleanza da molti mesi, dice che gli europei si sono sempre approfittati dell’America e del suo enorme impegno per la sicurezza collettiva senza dare nulla in cambio: il presidente americano ha anche accusato gli alleati di essere dei codardi, ha detto che in Afghanistan – l’unica volta, nella storia della Nato, in cui è stato invocato l’articolo 5 del trattato – gli europei stavano nelle retrovie, cosa smentita dai fatti o più precisamente dal numero dei soldati europei morti in quel conflitto. Per rientrare dell’investimento, Washington ha deciso di vendere le proprie armi agli europei, che poi le inviano all’Ucraina, stravolgendo in modo irreversibile la solidarietà alla base della stessa Nato. Trump sostiene che gli europei non stanno facendo nulla, ma non è vero: bombardieri, droni e navi americane sono stati riforniti di carburante, armati e lanciati da basi nel Regno Unito, in Germania, Portogallo, Italia, Francia e Grecia. I droni d’attacco vengono diretti da Ramstein, in Germania, i bombardieri B-1 caricano munizioni e carburante nella base di Fairford nel Regno Unito, la USS Gerald R. Ford è ormeggiata a Creta. Trump dice anche di non aver bisogno della Nato, ma neppure questo è vero: senza il supporto logistico europeo, l’operatività americana sarebbe ridotta. Manca l’appoggio politico da parte degli europei, fatta eccezione per il segretario della Nato, Mark Rutte, che si è dato il mandato di tenere insieme l’Alleanza, ma l’unica cosa vera è che nessuno lo potrà dimenticare, questo momento: non per vendicarsi, come pensa Trump, ma perché ogni cosa, dentro la Nato, andrà ripensata.

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Meloni assume l'interim al ministero del Turismo lasciato da Santanchè

"Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto con il quale, su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri, vengono accettate le dimissioni rassegnate dalla senatrice Daniela Garnero Santanché dalla carica di Ministro del turismo e si affida l'interim del dicastero al Presidente del Consiglio dei Ministri, onorevole Giorgia Meloni". Lo si legge in una nota del Quirinale diffusa in serata. La premier, quindi, assumerà le deleghe lasciate vacanti dopo le dimissioni di Santanchè, l'ipotesi sembrata più plausibile già dalla giornata di ieri. 

"Il presidente Meloni rivolge un ringraziamento al Ministro Santanchè, che in questi anni ha lavorato con grande dedizione e ha assicurato il proprio contributo alla ripresa e al rilancio del turismo italiano. Il governo continuerà a lavorare per sostenere e valorizzare un asset strategico dell’economia nazionale, che assicura prosperità, benessere e prestigio internazionale all’Italia", si legge in una nota di Palazzo Chigi. Al ministero della Giustizia, invece, il ruolo lasciato vacante dalla capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi andrà ad Antonio Mura. La nomina sarà ufficializzata lunedì prossimo.

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La Cina fa come la Russia

Mentre l’Unione europea s’interroga sulle fughe di informazioni verso Mosca – dopo che si è scoperto che esponenti del governo ungherese passavano informazioni al Cremlino durante i vertici europei... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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I buoni risultati di Ita: 3,2 miliardi di euro di ricavi

Ita Airways – la compagnia nata dalle ceneri della vecchia Alitalia – ha chiuso il 2025 con 3,2 miliardi di euro di ricavi (di cui 2,8 dal trasporto passeggeri) e 209 milioni di utile. Si tratta di un risultato incoraggiante per la nuova compagnia, che l’anno scorso è entrata nell’orbita di Lufthansa con l’acquisto del 41 per cento del capitale da parte del vettore tedesco (il restante 59 per cento rimane in pancia al Tesoro). Ma è un risultato impressionante in prospettiva storica: è la prima volta in trent’anni che il bilancio della compagnia di bandiera non finisce in rosso. Ita non ha toni celebrativi e mette le mani avanti di fronte alle difficoltà economiche e geopolitiche (che si sono aggravate nel corso del 2026). Inoltre, l’amministratore delegato, Joerg Eberhart, avverte che “per raggiungere una profittabilità pienamente sostenibile dobbiamo ridurre il peso degli oneri legati ai leasing della flotta”.

Eppure, prudenza a parte, non può sfuggire che Ita oggi opera in condizioni radicalmente diverse da quelle del passato. In primo luogo, nonostante la presenza ancora ingombrante del Mef, dal punto di vista industriale agisce come un’azienda privata, poiché quella di Lufthansa è una partecipazione industriale, non finanziaria. Ma anche in passato Alitalia è stata privata, per esempio all’epoca dei “capitani coraggiosi” o con Etihad. L’altra grande differenza, allora, è la piena integrazione in un grande vettore europeo, che ha saputo valorizzarne i punti forti, emancipandola dalla sua condizione penalizzante di essere troppo piccola per essere grande e troppo grande per essere piccola. Questo risultato rende anche giustizia alla scelta di Giancarlo Giorgetti di accettare l’offerta di Lufthansa, abbandonando la strada tracciata da Draghi che avrebbe portato Alitalia tra le braccia di AirFrance. Il progetto francese, diversamente da quello tedesco, non era di integrazione, bensì di partnership, e assegnava un ruolo più ampio all’azionista pubblico. E’ presto per dire come andrà a finire, ma i primi segnali suggeriscono – e non ci stupisce – che la rotta della privatizzazione era quella giusta.

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Il potere di veto dell’Anm

Nei commenti post referendari, ci sono due tesi ricorrenti. La prima è che non si può cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, perché gli italiani bocciano questi tentativi nei referendum. Gli ultimi tentativi di revisione costituzionale – fatta eccezione per il taglio del numero dei parlamentari – sono lì a dimostrarlo: nel 2006, nel 2016 e ora nel 2026 gli italiani hanno respinto le riforme approvate a maggioranza. La seconda tesi, che si fa derivare da questa, è che invece la Costituzione può essere cambiata con un accordo ampio tra le forze politiche. Basta seguire il metodo usato nel secondo dopoguerra dall’Assemblea costituente, scrivono ad esempio sulla Stampa Vittorio Barosio e Gian Carlo Caselli: “Le sue diverse componenti hanno sempre lavorato insieme in un clima di collaborazione post-bellica” che ha prodotto un testo comune frutto di lunghe discussioni e giusti compromessi tra i partiti politici. “La nostra Costituzione, frutto di questo lavoro concorde, è durata fino ad oggi”. La ricostruzione di Barosio e Caselli è affascinante ma non vale, quantomeno per la riforma della giustizia. La Bicamerale del 1998, che aveva proprio l’obiettivo di arrivare a un testo condiviso dopo un dibattito politico ri-costituente tra avversari politici, fallì proprio sulla riforma della magistratura e sulla separazione delle carriere. E a far fallire la Bicamerale di D’Alema non fu l’inconciliabilità delle linee dei partiti, che pure avevano trovato un accordo, ma la presa di posizione della magistratura organizzata. L’Anm si mise di traverso. A fine gennaio 1998, nel XXIV Congresso nazionale la presidente dell’Anm Elena Paciotti lesse una relazione dal titolo “Giustizia e riforme costituzionali” che, con il pieno accordo dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, fece saltare l’accordo sulla riforma della giustizia, che prevedeva due sezioni del Csm, e l’intera Bicamerale. “Non servono riforme costituzionali”, fu il messaggio dell’Anm. E non se ne fecero neanche allora, neppure se condivise.

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La via dell’Ue in un mondo in caos

 

All’incertezza economica dilagante l’Ue risponde con accordi di libero scambio. Negli ultimi mesi Bruxelles ha concluso intese commerciali con Indonesia, India, e adesso anche l’Aust... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

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L’Indonesia mette “in pausa” le Forze di Pace. È una questione economica

   

Il presidente indonesiano Prabowo Subianto è stato tra i primi leader a sostenere l’iniziativa del Board of Peace promossa da Donald Trump, ed è stato finora tra i pochi leader del quadrante asiatico e di un paese a maggioranza musulmana (il più popoloso del mondo) a essere riuscito a costruire un consenso interno su un dossier particolarmente sensibile. L’Indonesia aveva scelto di partecipare  offrendo la disponibilità a contribuire con forze di peacekeeping, ma ieri Prabowo è stato costretto a specificare che il miliardo di dollari da mettere sul tavolo per entrare nel Board of Peace non ci sarà: “Ci viene richiesto un contributo di 1 miliardo di dollari”, ha detto il presidente, “ma io non ho mai detto che fossimo disposti a pagarlo”.

 

La scorsa settimana, dopo una riunione del Consiglio dei ministri, il segretario di stato Prasetyo Hadi aveva annunciato il rinvio “a tempo indeterminato” del dispiegamento del contingente di circa ottomila soldati indonesiani a Gaza, a causa “dell’aggravarsi della situazione di sicurezza nella regione”. Secondo diversi osservatori, la decisione di Prabowo di mettere in pausa il coinvolgimento nel piano di pace di Trump è legato non a un ripensamento, ma alle conseguenze della guerra in Iran. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha esposto l’Indonesia a una vulnerabilità strutturale: circa il 25 per cento delle sue importazioni energetiche dipende da quel passaggio. Le riserve nazionali, secondo i dati ufficiali, coprono appena 20-25 giorni di consumo. I prezzi del petrolio che aumentano e l’indebolimento della valuta si traduce in una pressione immediata sull’inflazione e pure sulla (fragile) stabilità sociale indonesiana. Prima di lanciarsi in una vera operazione internazionale di pace, il governo di Prabowo è costretto a parare i colpi di un’economia che rischia di mettere in pericolo la tenuta interna del paese. Perché nessuna architettura di sicurezza internazionale può prescindere dalla capacità degli attori coinvolti di sostenere, nel tempo, i costi della propria partecipazione.

   

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Farsi curare solo dalla Cina fa male

 

C’è un numero nel rapporto sulla competitività 2026 dell’Istat sul quale è giusto soffermarsi. Nel 2025 gli acquisti italiani di prodotti farmaceutici dalla Cina sono aumentati del 933,7 per cento. In dodici mesi, le importazioni sono passate da 680 milioni di euro a oltre 7,7 miliardi. La spiegazione tecnica è nota: i dazi americani sulla Cina hanno deviato flussi commerciali verso l’Europa e l’Italia ne ha assorbito una quota rilevante. Ma il problema vero è un altro: cosa significa, in termini di sicurezza di sistema dipendere in misura così da un unico paese fornitore per i princìpi attivi che alimentano la produzione farmaceutica? La risposta  è scomoda. La quota della Cina sulle importazioni farmaceutiche italiane è balzata in un anno di 11,6 punti percentuali, raggiungendo il 13,4 per cento del totale. Nello stesso periodo, la quota della Germania si è ridotta di 4,7 punti. Il riequilibrio è avvenuto come effetto collaterale di dinamiche geopolitiche decise altrove, non da una scelta strategica del paese. Il rapporto colloca la farmaceutica tra i settori da monitorare per vulnerabilità strategica. Circa il 60 per cento delle importazioni italiane di prodotti strategici proviene da paesi a rischio politico medio o alto. Paracetamolo, metformina, amoxicillina: molti dei farmaci essenziali dipendono da catene di fornitura che passano per l’Asia. Quando quella catena si inceppa – per una guerra, una crisi geopolitica, per una decisione di Pechino – il problema non è astratto. È il farmaco che manca sullo scaffale, è il paziente cronico che non trova la terapia. La pandemia aveva già mostrato questa fragilità con chiarezza brutale. I lockdown cinesi interruppero forniture in tutto il mondo. Quella lezione avrebbe dovuto tradursi in una strategia di diversificazione. In larga misura, non è accaduto. E il rapporto Istat 2026 certifica che la dipendenza dalla Cina non è diminuita. Ignorare questo campanello d’allarme sarebbe un lusso che il Servizio sanitario nazionale non può permettersi.

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"Non tocca alla Biennale inventare o aggiungere sanzioni", dice l'ex presidente della fondazione Baratta

"Non credo tocchi alla Biennale inventarsi o aggiungere sanzioni e credo sia bene in ogni caso che le sanzioni siano applicate in un quadro normativo e non con rincorse, e magari fughe, con esiti caotici. E ciò vale tanto per gli scambi di merci quanto nel più delicato ambito delle istituzioni culturali". A dirlo è Paolo Baratta, ex presidente della Biennale di Venezia dal 1998 al 2001 e dal 2008 al 2020, durante l'inaugurazione del padiglione centrale ai giardini, oggi riqualificato. Le dichiarazioni si inseriscono nel dibattito che si è sviluppato dopo la decisione di riaprire il padiglione russo sostenuta dall'attuale presidente Pietrangelo Buttafuoco e criticata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli.

Secondo Baratta "qualsiasi cosa accadrà dovrà accadere nel rispetto delle sanzioni così come approvate dalla Ue nei successivi pacchetti, grazie alla forza normativa dei suoi regolamenti". Nel 2022, dopo l'invasione in Ucraina da parte della Russia, la Biennale si era detta contraria a "ogni forma di collaborazione con chi avesse attuato o sostenesse un atto di aggressione di inaudita gravità" e che non avrebbe accettato "la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo".

In ogni caso, l'ex presidente si spiega la "confusione" intorno a questo caso con il "joint-statement dei due commissari della Ue del 10 marzo, seguito dalla lettera dei ministri", definendo l'iniziativa "inconsueta". "Con lo statement - continua -  i due commissari hanno sollevato con veemenza il problema della presenza della Russia ma con altrettanta perentorietà lo hanno subito scaricato sulla Biennale minacciando lei di sanzioni!! Si conferma che abbiamo tutti bisogno di qualche tempo per conoscerci meglio!"

 

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A Travaglio serve un rebranding urgente

La svolta era nell’aria. Da un po’ di tempo, nelle pagine delle lettere del Fatto quotidiano comparivano dei messaggi che invitavano il giornale a chiedere il finanziamento pubblico. La saggezza dei lettori, che evidentemente avevano dato un occhio ai conti del giornale, alla fine ha prevalso sulla linea del direttore Marco Travaglio che a dicembre respingeva l’idea: “Preferiamo ampliare la nostra comunità di abbonati piuttosto che far pagare il Fatto a chi non lo legge”. In un comunicato la Società editoriale il Fatto (Seif) ha annunciato che, proprio mentre Travaglio scriveva quelle righe, a dicembre scorso, ha fatto domanda per il contributo straordinario dall’editoria per i giornali cartacei (0,10 euro per copia venduta): “Seif è ben consapevole dell’importanza che riveste per il Fatto quotidiano non percepire finanziamenti pubblici”, ma data la crisi del settore in generale e la difficoltà nello specifico di Seif a “garantire la continuità aziendale”, la richiesta è stata fatta. La società precisa, però, che il contributo è stato sì assegnato – anche se non dice quanto (si tratta di 752 mila euro) –  ma l’intenzione “rimane quella di non percepirlo”. Non si capisce bene cosa significhi, ma due cose si capiscono.  

  

Non è vera la  tesi di Travaglio secondo cui percepire il finanziamento pubblico è “schiavitù di stampa” perché costringe i giornali ad “andare sotto Palazzo Chigi con il cappello in mano”. Non è questa la procedura che ha adottato Travaglio, come nessun altro gruppo editoriale. Anzi, nel caso del Fatto il finanziamento pubblico serve a tenere in vita una voce fortemente critica del governo, senza necessità di un cambio di linea editoriale. Questa svolta, però, necessita ora di un cambiamento grafico rilevante. Il Fatto quotidiano ha inciso nella propria testata lo slogan-manifesto “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. Serve un rebranding per due ragioni. La prima è di tipo legale: Seif è una società quotata e mantenere il vecchio logo veicolerebbe false informazioni al mercato. La seconda è sostanziale: senza una modifica grafica, il Fatto si ritroverebbe a essere il primo giornale al mondo con la fake news anche nella testata.

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Gedi: accordo fatto con Sae, La Stampa passa a Leonardis

Il Gruppo Gedi e il Gruppo Sae comunicano di aver firmato il contratto preliminare di cessione a quest'ultimo de La Stampa. Lo riferisce una nota, secondo cui la cessione comprende anche le testate collegate, le attività digitali, il centro stampa, la rete commerciale per la raccolta pubblicitaria locale, nonchè le attività di staff e di supporto alla redazione.

L'acquisizione avverrà attraverso un veicolo di nuova costituzione, controllato dal Gruppo Sae, nel quale si prevede anche l'ingresso di investitori legati al territorio del Nord Ovest. Il progetto, prosege la nota, mira a garantire continuità nel posizionamento storico della testata, preservandone l'indipendenza editoriale e il profondo legame con il suo territorio. Il perfezionamento dell'operazione è previsto entro il primo semestre del 2026. La cessione è subordinata all'espletamento delle usuali procedure sindacali e burocratiche previste dalla legge.

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Quattro (falsi) allarmi bomba in poche ore. Cosa sta succedendo a Roma?

La sede di FdI in via della Scrofa, quella della stampa Estera a Palazzo Grazioli, Largo Chigi, a un passo dal palazzo che ospita il governo, e Piazza Venezia. Quattro allarmi bomba a Roma in pochissime ore e in un'area della città di qualche chilometro. Tutti in centro e tutti, per fortuna, rientrati. Cos'è successo? Non è una psicosi dovuta all'escaltion bellica in Medio Oriente. Anche se il collegamento viene quasi spontaneo.

I quattro casi sono simili a due a due. Sia nella sede di FdI, sia a Palazzo Grazioli è stata nel pomeriggio una telefonata a far scattare l'allarme. Per quanto riguarda piazza Venezia e Largo Chigi invece, tra ora di pranzo e poco dopo, è stato il ritrovamento di due valige abbandonate a destare il sospetto delle forze dell'ordine. A piazza Venezia la verifica è stata più breve, mentre a Largo Chigi, dopo aver chiuso alcune vie limitrofe, gli artificieri hanno verificato in poco tempo la situazione: anche in questo caso nessuna bomba.

A Via della Scrofa invece è stata una chiamata anonima a costringere l'evacuazione dell'intero palazzo che oltre al partito di Giorgia Meloni ospita anche la sede del giornale il Secolo d'Italia. Anche a Palazzo Grazioli è stata una telefonata fatta da una voce non identificata a costringere tutti i giornalisti e i dipendenti della stampa estera a riversarsi in strada. Gli avverimenti sono arrivati quasi in contemporanea al numero unico di emergenza 112. In entrambi i casi sono intervenuti sul posto gli artificieri (dei Carabinieri a Palazzo Grazioli e della polizia a Via della Scrofa) per una bonifica degli edifici.

Alcuni giorni fa un allarme del genere c'era stato anche a MIlano: nella sede della Lega di via Bellerio. Anche in quel caso però si trattava di un falso allarme.

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Il capo della polizia Pisani: "Cinturrino sarà destituito subito"

"Chi tradisce la nostra missione tradisce anzitutto il giuramento di fedeltà alla Repubblica. Di solito si attende almeno il rinvio a giudizio, ma questo caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità, quindi per noi va destituito subito". Parlando al Corriere della Sera il capo della polizia Vittorio Pisani non usa giri di parole a proposito dell'agente Carmelo Cinturrino che ha confessato di aver ucciso il pusher Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo qualche giorno fa e di aver mistificato le circostanze per farle apparire come un atto di legittima difesa. "Subito dopo il fermo disposto dall’autorità giudiziaria, ho dato disposizione al questore di Milano di nominare il funzionario istruttore per avviare il procedimento disciplinare per la sua destituzione dalla Polizia di Stato. Il processo penale ha dinamiche che richiedono tempo - continua Pisani - mentre l’azione disciplinare ha senso se è tempestiva, altrimenti rischia di perdere di significato". L'indagine infatti è ancora in corso, ma il capo della polizia sottolinea che bisogna chiarire "innanzitutto la posizione degli altri poliziotti coinvolti, per i quali si potrebbero configurare ulteriori contestazioni sul piano giuridico, oltre al favoreggiamento e l’omissione di soccorso". L'attività ispettiva sarà dunque "estesa all’intero commissariato, d’intesa con l’autorità giudiziaria. Finora non l’abbiamo fatto per evitare di danneggiare l’indagine, ma dopo la discovery possiamo procedere".

 

Nelle ultime settimane ci sono state molte polemiche sul nuovo decreto sicurezza, non ancora in vigore. Tra le altre misure, prevede anche lo “scudo penale per le forze dell'ordine" che commettono ipotetici reati con "evidente causa di giustificazione", ma secondo Pisani questo "scudo" non avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo: "Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente. La norma non prevede alcuna immunità, bensì una modifica procedurale non solo per le forze dell’ordine ma per tutti i cittadini", ha spiegato il capo della polizia. "E il fatto che un pm debba decidere in un tempo breve e predefinito se esiste o meno una causa di giustificazione, può essere positivo per assumere le iniziative adeguate anche solo nell’impiego del dipendente coinvolto nel caso. Ma di certo questa modifica è stata determinata anche da altro". Ovvero "dalla deformazione mediatica subita dall’informazione di garanzia, trasformatasi da strumento di tutela dell’indagato con funzione difensiva in atto d’accusa all’interno di un processo mediatico, sempre più frequente, che anticipa il processo penale. Di cui, nel nostro paese, si sta perdendo la cultura, con grave lesione della presunzione d’innocenza". Pisani ha sottolineato anche che "l’azione della polizia sul piano dell’ordine pubblico non è e non può essere condizionata dalle contingenze politiche; non è avvenuto in passato e non avviene ora. Noi dobbiamo tutelare la sicurezza di tutti e al tempo stesso la libertà di manifestazione, in un esercizio di equilibrio tra le due esigenze".


Il capo della polizia ha evidenziato come in questo caso il rapporto tra autorità giudiziaria e polizia "sia stato di massima fiducia e non è mai venuto meno. E quando, a seguito del sopralluogo, sono emersi i primi indizi su comportamenti al di fuori delle regole di appartenenti all’istituzione, l’input alla Squadra mobile è stato di approfondire al massimo ogni aspetto della vicenda". Specificando come non ci sia mai stata "alcuna percezione di ostilità. Poi ci possono essere diversità di valutazione sugli elementi che emergono dalle indagini, ma questa è la normale dinamica del procedimento penale". Come accaduto durante la manifestazione di fine gennaio a Torino a sostegno del centro sociale Askatasuna sfociata nella violenza: in quel caso "la polizia ha effettuato alcuni fermi, la procura ha chiesto provvedimenti cautelari in carcere e il gip ha concesso misure più tenui". Pisani ritiene inoltre che la scena del poliziotto aggredito dai manifestanti violenti non possa in alcun modo giustificare un uso eccessivo della forza da parte della polizia "perché la solidarietà istituzionale non significa copertura di comportamenti illeciti, né può giustificare azioni di piazza al di fuori delle regole. Se si dà l’ordine di caricare o di sciogliere una manifestazione è perché ce ne sono i presupposti di fatto e di diritto".

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Osservatorio costituzionale di finanza pubblica

La presente Rubrica intende offrire agli studiosi l’occasione - allo stato inedita - per intercettare, analizzare e approfondire ad un primo e sintetico esame le tematiche di tono costituzionale in materia di finanza pubblica sottese a ricorsi, ordinanze e pronunce della Corte costituzionale via via pubblicate nella Gazzetta Ufficiale, Serie speciale della Corte costituzionale, garantendo così un continuo aggiornamento nel merito.

Le brevi note di commento - per una pronta ricerca da parte del lettore - recano, nel titolo, i numeri dei ricorsi e delle ordinanze di remissione, oltreché delle sentenze pubblicate in Gazzetta.

L’Osservatorio - curato da Clemente Forte e Marco Pieroni – presenta peculiare attualità, anche per la frequenza delle questioni di legittimità costituzionale di cui viene investita la Corte costituzionale in argomento (solo nell’ultimo decennio, ad esempio, si concentra circa il 40% delle questioni concernenti l’art. 81, terzo comma, Cost.), questioni che vanno sin d’ora analizzate, anche tenuto conto dell’impatto ordinamentale della nuova Governance fiscale europea, approvata nell’aprile 2024, nel vigente sistema costituzionale interno.

 

AGGIORNAMENTO DEL 23 SETTEMBRE
Corte dei conti, Toscana, sez. contr., ord. 29/06/2026 in tema di Fondo anticipazione di liquidità degli enti locali (FAL)
AGGIORNAMENTO DELL'11 SETTEMBRE 2026
Cons. St., ord. n. 125/2026 Imposizione alle imprese che forniscono reti o servizi ai sensi dell’autorizzazione generale o alle quali sono stati concessi diritti di uso del pagamento di diritti amministrativi
AGGIORNAMENTO DEL 9 SETTEMBRE 2026
Trib. Siracusa, ord. 08/06/2026 Questione di legittimità costituzionale su decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231
AGGIORNAMENTO DEL 2 SETTEMBRE 2026
Corte cost. sent. n. 129/2026 La Fondazione Milano Cortina 2026 non è soggetta al regime del codice dei contratti pubblici
Cons. St., ord. n. 117/2026 Questione di legittimità costituzionale su norme di bilancio della Regione Friuli-Venezia Giulia per violazione art. 81, Cost.
 AGGIORNAMENTO DEL 26 LUGLIO 2026
Corte cost. sent. n. 135/2026 in tema di tributi, energia, prevista istituzione, per l’anno 2022, di un contributo straordinario contro il caro bollette a carico delle imprese operanti nel settore energetico, soggetti passivi
 AGGIORNAMENTO DEL 15 LUGLIO 2026
Ordinanza di rimessione 27 maggio 2026 del Consiglio di Stato Spettanza del c.d. 'premio antiesodo' in favore di ex ufficiale in servizio permanente della Guardia di finanza in possesso del brevetto di pilota militare
AGGIORNAMENTO DEL 24 GIUGNO 2026
Corte cost. sent. n. 91/2026 Spetta la pensione di reversibilità al partner superstite di coppia omosessuale legata da vincolo matrimoniale contratto all’estero in caso di decesso dell’altro componente della coppia verificatosi prima dell’entrata in vigore della legge 20 maggio 2016, n. 76
Corte cost. sent. n. 89/2026 Imposta sulle successioni relativa a rendita vitalizia da testamento: divieto di assunzione di un saggio legale d’interesse inferiore al 2,5 per cento la determinazione della base imponibile
AGGIORNAMENTO DEL 7 APRILE 2026
Ricorso della Regione Emilia-Romagna, in GU, prima serie speciale, Corte costituzionale 13 del 1° aprile 2026 Livelli essenziali delle prestazioni e vincolo di copertura finanziaria: il ricorso della Regione Emilia-Romagna
Corte d'Appello di Roma, I sez. civ., ord. n. 46/2026 Le Camere di commercio, che fanno parte del terzo sottosettore delle pubbliche amministrazioni, sono tenute a concorrere all’obiettivo del contenimento della spesa pubblica?
AGGIORNAMENTO DEL 25 MARZO 2026
Ricorso n. 3 della Regione Puglia (in G.U. n. 19 - 11 marzo 2026) Violazione delle prerogative regionali per inottemperanza del legislatore statale nella definizione dei LEP e del correlato obbligo di copertura finanziaria
Corte cost. sent. n. 29/2026 Le Casse di previdenza non sono astrette dall’obbligo di concorrere ad assicurare l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico.
Corte cost. sent. n. 26/2026 Rientra nell’autonomia regionale il potere di aumentare, con risorse proprie, le tariffe delle prestazioni rientranti nei LEA non ostando l’assoggettamento al piano di rientro dal disavanzo sanitario
Corte cost. ord. n. 25/2026 Monito al legislatore per la rimozione dei meccanismi dilatori del pagamento del TFS: una problematica riedizione della tecnica della doppia pronuncia
Corte cost. ord. n. 24/2026 Erogazione degli indennizzi per danni da vaccinazioni riconosciuti dalla legge n. 201 del 1992: prestazioni sanitarie o prestazioni assistenziali?
 AGGIORNAMENTO DEL 4 MARZO 2026
Corte cost. sent. n. 17/2026 in tema di bilancio e contabilità pubblica, bilancio degli enti locali dissestati, ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato, termine perentorio di presentazione al Ministro dell’interno
AGGIORNAMENTO DEL 29 GENNAIO 2026
Corte cost., sent. n. 4/2026 Non finanziabili con il SSR prestazioni che esorbitino dal cd. perimetro sanitario
AGGIORNAMENTO DEL 7 GENNAIO 2026
Corte cost. sent. n. 204/2025 Profili finanziari della l.r. Toscana n. 16/2025 sulle modalità organizzative per l’accesso alle procedure di suicidio medicalmente assistito
Corte cost., sent. n. 216/2025 Non contrasta con gli artt. 3 e 38 Cost., il regime speciale di pignorabilità della pensione erogata dall’INPS per il recupero di indebite prestazioni percepite ovvero da omissioni contributive
Corte conti, ordd. n. 248, 249, 250 e 251 del 2025 Sottrazione alla giurisdizione della Corte dei conti del contenzioso degli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT
AGGIORNAMENTO DEL 29 DICEMBRE 2025
Corte cost. sent. n. 189/2025 È illegittima la legislazione regionale che estende i comandi e i distacchi anche ai dipendenti delle società a partecipazione pubblica
Ordinanza di rimessione Corte dei conti n. 246 del 2025 Sottrazione alla giurisdizione della Corte dei conti del contenzioso degli atti di ricognizione delle amministrazioni pubbliche operata annualmente dall’ISTAT
AGGIORNAMENTO DEL 4 DICEMBRE 2025
Corte cost., sent. n. 174/2025 Legge Regione Campania e perimetro sanitario (art. 20, d.lgs. n. 118/2011): illegittimità costituzionale
AGGIORNAMENTO DEL 24 NOVEMBRE 2025
Corte cost., sent. n. 167/2025 Rivalutazione pensionistica in tensione e manovra di finanza pubblica
AGGIORNAMENTO DEL 12 NOVEMBRE 2025
Corte cost. sent. n. 165/2025 Aumento della spesa per il personale regionale: rimessione degli atti per jus superveniens
Corte cost. sent. n. 161/2025 Nuove assunzioni previste da legge regionale: inammissibilità per oscurità motivazionale del ricorso
AGGIORNAMENTO DEL 27 OTTOBRE 2025
Corte cost. sent. n. 150/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, Regione Umbria, agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (ARPA)
Corte cost. sent. n. 152/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, finanza pubblica allargata, contributo alla finanza pubblica, contributo aggiuntivo richiesto alle regioni ordinarie per il quinquennio 2025-2029
AGGIORNAMENTO DEL 1 OTTOBRE 2025
Ricorso del Presidente del Consiglio contro Regione Siciliana (art. 6, l.r. n. 26/2025)
Questione di legittimità costituzionale sull’utilizzo delle risorse del Fondo sanitario regionale per attività non LEA: ordinanza della Corte dei conti Liguria e profili critici
AGGIORNAMENTO DEL 6 AGOSTO 2025
Corte cost. sent. n. 135/2025 in tema di impiego pubblico, trattamento economico, applicazione del tetto retributivo ai magistrati, necessaria temporaneità della misura
Corte cost. sent. n. 122/2025 in tema di sanità pubblica, livelli essenziali di assistenza, norme della Regione Puglia, immediata vigenza del d.P.C.m. LEA e delle relative tariffe non ancora entrate in vigore e poi sostituite
AGGIORNAMENTO DEL 30 LUGLIO 2025
Corte cost. sent. n. 121/2025 in tema di istruzione, formazione professionale, carta docente, beneficiari, estensione ai docenti non di ruolo all’esito della interpretazione della Corte di giustizia
Corte cost. sent. n. 114/2025 in tema di sanità pubblica, approvazione dei piani dei fabbisogni triennali per il SSR, predisposti dalle regioni con decreto del Ministro della salute di concerto con il Ministro dell’economia
Corte cost. sent. n. 94/2025 in tema di previdenza, assegno ordinario d’invalidità liquidato interamente con il sistema contributivo, divieto di applicazione delle disposizioni sull’integrazione al minimo
Corte cost. sent. n. 91/2025 in tema di bilancio e contabilità pubblica, bilancio degli enti locali dissestati, ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato, presentazione da parte del consiglio comunale al Ministro dell’interno
AGGIORNAMENTO DEL 30 APRILE 2025
Ordinanza del 3 marzo 2025 della Corte dei conti Sezione regionale di controllo per la Regione Campania nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Campania per l’esercizio f
Corte dei Conti contro Regione Campania. Ricorso per legittimità costituzionale 3 marzo 2025, n. 53
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 5 marzo 2025 (della Regione Campania) n. 13
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 26 febbraio 2025 (della Regione Puglia)
Corte cost. sent. n. 45/2025 Criticità del bilanciamento della spesa costituzionalmente necessaria con la cd. spesa indistinta a fronte di risorse scarse alla luce della nuova Governance europea
Corte cost. sent. n. 57/2025 Non sono in via di principio inibite nuove spese alla Regione in disavanzo sanitario
AGGIORNAMENTO DEL 16 APRILE 2025
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 14 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Sanità – Livelli essenziali di assistenza (LEA)
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 15 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) Sanità pubblica - Servizio sanitario regionale (SSR)
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 29 gennaio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri) . Appalti pubblici - Norme della Regione Puglia
Ordinanza del 15 gennaio 2025 della Corte dei conti nel giudizio di parificazione del rendiconto generale della Regione Umbria per l’esercizio finanziario 2023 Bilancio e contabilità pubblica
Ricorso per questione di legittimità costituzionale depositato in cancelleria il 7 febbraio 2025 (del Presidente del Consiglio dei ministri). Sanità pubblica - Professioni
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Google esplora il caos quantistico sul suo più potente chip per computer quantistici

Gli "echi quantistici" che attraversano il chip Willow del computer quantistico di Google, pur in un clima di cautela da parte di alcuni osservatori, potrebbero avvicinare i ricercatori alla realizzazione di calcolatori in grado di superare le prestazioni dei computer classici....

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HAARETZ: ISRAELE HA CHIAMATO INFLUENCER A GAZA PER DIMOSTRARE CHE LA FAME A GAZA È CAUSATA DA ONU E HAMAS

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Il Ministero della Diaspora ha chiamato influencer americani e israeliani nei siti di distribuzione della GHF per contrastare la narrativa secondo cui Israele starebbe affamando la popolazione.
http://dlvr.it/TMfl3Q

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La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo

Nessun impianto, nessun rimorso: alcune considerazioni e un racconto a più voci della mobilitazione dello scorso febbraio

Lo scorso 9 febbraio una quindicina di escursioni hanno punteggiato la dorsale appenninica e l’arco alpino al grido La montagna non si arrende. Dopo l’esperienza di Reimagine winter (marzo ’23) e Ribelliamoci AlPeggio (ottobre ’23) decine di associazioni, spazi sociali, comitati di abitanti, climattiviste si convocano in risposta alla chiamata dell’Associazione Proletari Escursionisti.
Un primo dato interessante sta proprio qui: realtà diverse, associative e militanti, singoli oppositori o gruppi organizzati riflettono le proprie voci di dissenso a progetti che disegnano una prospettiva di turismo sempre più aggressiva basata sulla depredazione dei territori. Troviamo che questa saldatura descriva due importanti momenti. Tanto per cominciare, sappiamo che in questa fase le lotte locali fanno paura al potere e sono tra le poche efficaci. Basti qui ricordare la pesantissima repressione NoTav, le manganellate al parco Don Bosco di Bologna, le forze dell’ordine sempre più spesso mandate a monitorare gruppi e iniziative di protesta locale o ancora le lotte contro il furto d’acqua e le dighe d’Oltralpe. Unire queste lotte a partire dall’urgenza dello sperpero olimpico e metterle in connessione tra loro non farà che rafforzarle e migliorarne l’efficacia, rendendo una volta ancora più esplicito il trait d’union che le accomuna: la necessità di sviluppare comunità disposte a interagire con i territori e a ragionare di come starci dentro e non sopra, insieme alll’improrogabilità di opporsi a prospettive che minacciano e calpestano luoghi ogni anno più fragili. Visioni superate, fuori tempo massimo, che strizzano ancora dopo aver spremuto. Idee sepolte, energivore, idrovore e che possono essere tranquillamente descritte come negazioniste del cambiamento climatico.

In questo solco la proposta di una giornata di mobilitazione sincrona che riconosce nei Giochi olimpici invernali 2026 l’elemento apicale di una lunga sequenza di iniziative nocive e imposte, che drenano risorse pubbliche e minano la vita non solo umana nei territori coinvolti, può fungere da apripista a una galassia di resistenze contro cave e miniere, grandi opere stradali sovradimensionate, impianti eolici industriali, estrazione di fonti fossili, nuovi impianti di risalita. Un cartello capace di interrogare e interrogarsi su possibili forme di mutuo appoggio, produzione di spazi di confronto e formazione, impellenza di far emergere le lotte con lo scopo di portare a casa piccoli e grandi risultati utili a infondere fiducia nel binomio stop nocività / riprogettazione dal basso. Tutto nasce dall’appello: «Le terre alte bruciano. Non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai si sfaldano, il permafrost si scioglie, le alluvioni devastanti sono la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come i giochi olimpici invernali.

La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici».

I numeri, le opere (e i giorni) di una crisi

Il versante sud delle alpi paga per primo il costo della crisi climatica: 260 impianti sciistici dismessi, oltre 170 in funzione “a intermittenza”, i bacini per l’innevamento artificiale crescono del 10% toccando la cifra record di 158 secondo il Rapporto Neve Diversa di Legambiente. Sempre in tema di dati, le prime analisi della Rete Open Olympics illustrano l’economia della promessa olimpica a partire dagli open data pubblicati sul sito di SiMiCo, l’SpA a controllo pubblico e principale stazione appaltante delle infrastrutture del ticket Milano-Cortina 2026. Dati che raccontano il modello spompo di una nazione al collasso che dopo essere implosa nell’industria e nella sua capacità di produzione non sa far altro che iniettare liquidità per generare reddito sottraendo spazi di cittadinanza. E così si ruba acqua a comunità che necessitano di autobotti per bagnare gli orti, si progettano impianti che abbattono boschi, si trasformano rifugi alpinistici in resort di lusso. La logica della turistificazione genera souvenir finto-artigianali, attrae gruppi di investimento, cancella servizi essenziali per le comunità. Il risultato di questo “favore al turismo” costi quel che costi altro non è che l’annientamento di economie locali, la crescita dei prezzi e l’impossibilità di vivere e sviluppare relazioni dove si è nati e cresciuti, quando anche vi ci si volesse rimanere.
L’esplosione e l’atomizzazione del tessuto sociale.

Scritte contro l’eccessiva invadenza del turismo all’Alpe di Siusi

A un anno dallo start nella gestione del cantiere olimpico 2026, la metà delle opere risulta ancora in progettazione o in gara, le attese di una VAS nazionale sono state tradite e sulla Lombardia insiste il carico più alto (50% ca. di 3,38 miliardi) sia per numero di opere che per costo. La conclusione di diverse opere di “legacy”, che per il 70% sono stradali e per il 30% ferroviarie) è già in agenda per il 2028, 2030, 2032. Il binomio fretta/ritardo, distrattamente salutato come pura imperizia, costituisce una leva fondamentale della logica commissariale e della sua capacità di accelerare i processi di trasformazione territoriale bypassando i processi democratici di ascolto, interlocuzione, cessione di potere all’agognata sovranità popolare. A questo scenario si aggiungono i costi per la realizzazione dei Giochi veri e propri, in carico alla Fondazione Milano Cortina 2026 per 1,6 miliardi di euro.

Il 70% delle opere collaterali alle Olimpiadi – in una nazione in cui crollano ponti, si sfaldano guardrail e lo stato di edifici pubblici a cominciare dalle scuole è pessimo, in cui le case non a norma, abusive, e a forte rischio in caso di evento sismico o meteorologico è disarmante, in cui  la manutenzione è inesistente e la priorità è spostare masse di turisti nel grand tour dell’invasione – sono strade. La politica pretende di ridurre gli intasamenti stradali aumentando il numero delle carreggiate – come nel caso del Passante di Bologna – e delle carrozzabili – come per la tangenziale di Bormio – senza ammettere che così facendo fa aumentare il volume del traffico e torna al “via”, a dover ampliare e costruire ancora e ancora.
Opere per giustificare opere: infrastrutture per raggiungere borghi e città tronfi di mattone e bonus edilizi, centri urbani tirati a lucido e gentrificati, in preda alla smania di decoro e respingenti. Un Paese ricco di infrastrutture turistiche mal progettate che chiamano ciclabili. Opere inutili rispetto all’idea originaria – agevolare la mobilità interna -, che quando non contribuiscono a causare disastri, come in Emilia, sottraggono spazio ai marciapiedi e pedoni.
L’ottica turistica nasconde nocività sotto al tappeto e inventa peculiarità e tradizioni, economie e bella vita, in una valanga schizofrenica che si ingigantisce e travolge tutto quel che incontra. Impianti anacronistici e funi ricollocate nella tradizionale destinazione d’uso, come nel caso dell’ovovia di Trieste, «una vetrina commerciale per le sue [di Leitner, ndr] cabinovie urbane, dato che il cambiamento climatico preclude altri impianti in quota». Meleti pervasivi che occupano il territorio in maniera tossica, fatta di fitofarmaci e pesticidi, mentre si invita la gente a voltarsi dall’altra parte per ammirare funivie che trasporteranno la frutta da stoccare. È questo il progetto Melinda che, vestiti i panni di novella Grimm, racconta una Biancaneve al contrario fatta di una funivia, riduzione del traffico di camion, buone mele “green” e biodiversità. Come se non fosse una presa per i fondelli parlare di biodiversità mentre si impone una monocoltura (o bi-coltura, se includiamo i vigneti) nociva.
Come se la costruzione e il mantenimento di un impianto non fossero energivori, non impattassero sul territorio non inquinassero; come se, tolte poche centinaia di metri al trasporto su gomma – l’”ultimo miglio” – i camion non continuassero a portar merce dai produttori alla stazione di partenza della funivia, e dalla cella ipogea della cava di stoccaggio ai centri di distribuzione.

In Trentino, la regione “illuminata” in cui l’invasione di animali umani inizia a produrre più noie che reddito, la Provincia preferisce millantare invasioni di una fauna anch’essa re-introdotta a uso turistico, salvo non garantirle il minimo spazio vitale e negarle corridoi di dispersione per poterla poi additare a emergenza criminale e pretendere di abbatterla.
La negazione della vita per l’aleatorietà del fatturato perché, grattata la vernice, la menzogna si svela per quello che è: altro che interesse per l’ambiente, rispetto per le comunità, scelte lungimiranti per la collettività.

Interesse privato e pittate di vernice, stop

Per i Giochi è previsto l’arrivo di 1,8 milioni di presenze, che a mezzo stampa si usa arrotondare a 2 milioni, ma che in realtà è un modo curioso di parlare di 500.000 persone, per intenderci un settantesimo del giubileo capitolino.
Il Rapporto di sostenibilità, impatto e legacy è una lettura di sicuro svago per gli amanti della chiarezza circa gli obiettivi dell’impresa: rafforzare la posizione sia di Milano, come città met dinamica e votata ad ospitare eventi internazionali, che di Cortina, quale località nel cuore delle Dolomiti e della regione alpina, attrazione turistica e polo leader a livello mondiale per sport invernali. Se solo escludiamo i nomi di località e discipline che riportano la parola alpina o alpino questa è l’unica volta in cui le Alpi sono citate in 164 pagine di documento. A titolo di paragone il lemma Milano (sede di gara della maggior parte delle discipline) restituisce oltre 250 risultati.

Narrazioni dunque, cumuli di narrazioni che mirano a intruppare e a spostare l’attenzione dal cuore del problema: il modello di business distruttivo.
Ecco perché è importantissimo questo inizio di “camminata larga”, ecco perché ci auguriamo che la contestazione fuori e oltre, al tema stretto “Milano-Cortina”, si allarghi. Partire dalle singole opere, dagli impianti, dai progetti – che siano in alto come in basso, in città come in piccoli borghi semi-disabitati –; partire dai sommovimenti e dalle lotte, metterle in “rete”. Perché le narrazioni attorno all’Olimpiade o a qualsiasi altro soggetto speculativo si adattano di volta in volta succhiando respiro, ma sono accomunate dalla stessa logica, perfettamente sovrapponibile a quella che anima l’assalto a tutto lo stivale: soldi, sfruttamento, impoverimento sociale.

Leggere la dinamica aiuta a allargare lo sguardo, apre riflessioni di respiro, e sposta il piano. In questa logica non ha senso controbattere alla produzione immaginifica del monolite olimpico fatto di mille piedi, stare sul pezzo delle Olimpiadi come evento anacronistico, immaginare un unico motore no-olimpico.

Come bene ha scritto Alberto di Monte, il nostro compagno Abo, su Umanità Nova: «L’importante non è vincere, oggi è importante non partecipare». Ne siamo convinti, le montagne meritano una nuova diserzione, le olimpiadi meritano diserzione, questo mondo merita diserzione.
Disertare le loro battaglie e le loro costruzioni del nemico, spostare l’asse verso il conflitto giusto: non contro le narrazioni sognanti e distorcenti che produce il capitale, ma contro esso stesso.

Bormio – Fake snow, real profit!

La comitiva in arrivo in pullman da Milano è accolta a Bormio dalla prima neve di stagione, che da qualche giorno scende copiosa in alta valle. Le centocinquanta persone partecipanti inscenano un’escursione-manifestazione-perlustrazione fino all’imbocco della Valdidentro prima di ripiegare nel centro storico per un pomeriggio di presidi itineranti. Sì perché la contestazione olimpica non è ben accetta dall’amministrazione locale né dalla questura di Sondrio e diverse iniziative sono state precettate nel tentativo di scorare i dimostranti e di tenere a distanza le sensibilità più curiose. L’epilogo di fronte all’ecomostro delle tribune al piede delle piste, lungo la via che dovrebbe intercettare il traffico della nuova tangenzialina, è la fotografia plastica dei “Giochi della sostenibilità”.

Lo ski stadium di Bormio durante il presidio

Per raggiungere Bormio abbiamo risalito la Valle Camonica e scavallato il passo dell’Aprica. Lungo il tragitto, sopra le nostre teste nubi dense contrastano con un paesaggio brullo, fatto per l’ennesimo inverno consecutivo di scarsissime precipitazioni, sia piovose che nevose.
Attraversando la valle scorgiamo Montecampione, località sciistica fallita, e per fortuna: per tutta la bassa valle non s’intravede nemmeno una spruzzata di bianco. È febbraio ma sembra autunno.
Più a Nord la situazione non è migliore, qualche incrostazione dalla Presolana, dal Pizzo Badile camuno e dalla Concarena in su, macchia appena monti di oltre 2000m di quota.
All’Aprica, poco meno di 1200 mslm, scorgiamo i primi spazzaneve, i primi fiocchi. Siamo quasi stupiti, siamo in cinque ed è la prima neve dell’anno che vediamo. La località è triste: poca gente per la via centrale, ancor meno sulle piste, lingue bianche e artificiali a dividere masse verdi d’abete. Forse anche la gente si sta stancando di sport invernali senza inverno.

Il passo dell’Aprica la mattina del 9 febbraio

Scendiamo in Valtellina: a Tirano monti e fondovalle sono asciutti quanto quelli camuni. Man mano che ci inerpichiamo verso Bormio riprendono i fiocchi, “sta a vedere che portiamo il dono più prezioso al nemico”. Arriviamo a Bormio in leggero anticipo, la Piana dell’Alute è magnifica, ampia, di un verde che comincia a imbiancare.
I bormini le sono molto legati, la amano per la sua storia, per il suo valore paesaggistico, per quello che è. Andrebbe vista, visitata, protetta; la nuova amministrazione invece la vorrebbe devastare per farci passare la “tangenzialina”. Altro che tangere, sventrare una piana stupenda per proiettare il vomito-massa nel cuore di Bormio. Chissà se reggerà a queste sollecitazioni. Chissà se questo piccolo microcosmo resisterà all’infarto.

Cercando un parcheggio attraversiamo piazza Kuerc dove ancora non c’è nessuno. Lasciamo l’auto, calziamo gli scarponi e torniamo in centro. Bormio fa la stessa impressione dell’Aprica: pochi turisti, poco movimento in pista e fuori, i vecchi fasti delle località sciistiche sono passati, resistono giusto i comprensori-mastodonte come il Tonale, luogo di un’altra camminata di questo 9 febbraio.
In piazza ci dirigiamo verso un bar per un caffè, due ragazze ci fermano e chiedono se sia qui il ritrovo. «Sì, e manca poco. Speriamo che il meteo non rovini la giornata».
Al bar veniamo accolti bene, le ragazze che lo gestiscono ci chiedono se siamo qui per via della manifestazione, sono curiose. Fuori le stesse scene, qualche passante ci saluta e chiede, così come gli agricoltori che hanno approntato un mercatino sotto la copertura della piazza.
La storiella dei valligiani chiusi, dei montanari ostili ai movimenti e felici di vedere “soldi per lo sviluppo” si scioglie come i fiocchi che cadono sul selciato di questa piazza.
Il pullman da Milano è in ritardo, cogliamo l’occasione per salutare qualche conoscenza e per conoscere persone nuove che nel frattempo si stanno radunando. Il pericolo è scongiurato, gente ce n’è.
A un certo punto avvertiamo una presenza chiassosa, svolto l’angolo e intravedo uno striscione che recita «Milano-Cortina 2026. Dalle Montagne alle città. Olimpiadi insostenibili».
È arrivato il pullman, e bene: la questura ha vietato di tutto un po’, cortei compresi, ma la cosa non preoccupa né impensierisce troppo.
Ci muoviamo quasi subito dietro lo striscione, ci sono anche alcune bandiere e intoniamo cori. I milanesi hanno studiato un canzoniere simpatico, provocatorio, scherzoso.
Il corteo si fa, e attraversa tutto il paese. Qualche curioso si sporge dalle finestre, qualcun’altra chiede. Un signore è incuriosito dalla bandiera palestinese che sventola. «Cosa c’entra con questa iniziativa?», chiede. «Le lotte si tengono assieme, così si dà senso alle cose, alle sorellanza».
Capisce. Annuisce. Se ne va sorridendo.
Attraversiamo il fondovalle costeggiando il canale termale e poi pieghiamo a destra, inerpicandoci nei boschi, la neve attacca e meglio così, sotto di lei insidiose lastre di ghiaccio fanno pattinare e battere le natiche a terra a più di uno di noi. Ma fa presa anche negli animi, i cani ci zampettano felici, qualcuno ci si tuffa, si comincia una divertita battaglia a palle di neve. Nel frattempo tre digos stanchi, compito ingrato, ci seguono a sempre maggior distanza.
Disinteressati.

I locali hanno preparato alcuni interventi che danno il senso della giornata: la tangenziale, il progetto spalti della pista Stelvio che è già costato decine di milioni di euro e che altrettanti ne mangerà, la gentrificazione, la difficoltà del vivere ai margini dell’impero.
C’è di tutto, ce n’è per tutti; quello che una volta tanto manca è la frustrazione, il senso di impotenza, e forse questa è la cosa più importante.
Il senso della giornata, il motivo dell’umore positivo è dato alla perfezione da uno degli interventi del pomeriggio, di nuovo in Piazza del Kuerc, nel primo dei presidi mobili a cui i divieti questurini di corteo ci hanno obbligato. Tessere, unirsi, combattere. Essere consci che non è una battaglia per vincere, che le olimpiadi si faranno, ma che su qualche opera si può vincere e se su quelle vittorie si costruisce consapevolezza si segna un punto importante, si aggrega, si rilancia.
Ci sarebbe di che confrontarsi, ce ne sarà occasione: i problemi bresciani risuonano in quelli valtellinesi, che fanno eco a quelli milanesi, del tutto simili a quelli appenninici, «che al mercato mio padre comprò»; se saremo bravi sarà semplice intersecare le lotte, riportarle a quello che sono: un’unica grande battaglia contro un unico nemico arrogante.

Durante il rientro attraversiamo boschi di abeti e larici, vallette, passiamo dietro ai bagni di Bormio (ora irrimediabilmente chic), ci immergiamo in questa testimonianza silente delle peculiarità di un territorio maestoso e delicato. Lungo il cammino e prima della foto di rito da un belvedere, a fine camminata, è previsto un altro breve intervento che – appunto perché la lotta è una – include anche il racconto di quello che è successo al lago Bianco, dove si è pensato di posare tubi al fine di sfruttare il bacino per l’innevamento artificiale. In pieno Parco Nazionale dello Stelvio, prosciugando una torbiera e la sua complessità ecologica, a dimostrazione che è tutto sott’attacco, anche le aree più fragili e che pensavamo tutelate.

La camminata è stata intensa, avvolta dall’odore e da quel senso di ovattamento sempre più raro che regala la neve, che aiuta a riflettere, che fa meglio percepire le sinapsi. Torniamo in piazza, mangiamo qualcosa e ci prepariamo per l’ultima parte della giornata, fatta di presidi dinamici che descrivano il senso dell’iniziativa e i cantieri “insostenibili”, con ultima tappa sotto le colate di cemento della già citata pista Stelvio.
Si uniscono a noi comitati locali, due arzilli avanti con gli anni volantinano e raccolgono firme per i trasporti gestiti da regione Lombardia, contro il suo assessore, contro Trenord. Altro piccolo legame tra le due valli unite nello scempio: in quella camuna si va sviluppando il primo progetto italiano di treno a idrogeno su una linea capace di offrire soltanto disservizio, da anni.

A causa di un piccolo acciacco e della conseguente sofferenza di uno di noi ce ne andiamo poco prima della fine e dei saluti, non partecipando all’ultimo dei presìdi, del resto “si parte e si torna insieme”. Ce ne andiamo però soddisfatti, pieni del senso di una giornata proficua, necessaria.
Le connessioni ci sono tutte, le volontà anche. Non resta che cospirare.

Caldarola – Anche in Appennino: la montagna non si arrende
(a due passi dai Sibillini)

Ci ritroviamo a camminare nell’Appennino maceratese a distanza di diversi mesi dall’escursione che ci portò a osservare dall’alto l’area interessata dal progetto monster degli impianti di Sassotetto e a diversi anni dalla fantastica Festa di Alpinismo Molotov del 2018. In questa fascia di montagna, a rispondere all’appello per la giornata di mobilitazione sono state due associazioni locali: C.A.S.A. Cosa Accade se Abitiamo e L’Occhio Nascosto dei Sibillini, ma la partecipazione come vedremo è stata poi molto più ampia, sia da parte di singoli che di realtà del territorio. Ma partiamo dalle basi, sottolineando un aspetto che non smetteremo di evidenziare: le dinamiche predatorie e speculative che interessano quest’area sono le stesse che ritroviamo in tutte le terre alte (e non solo in quelle), con l’aggravante che vanno a insistere su un territorio che ancora mostra tutte le ferite del sisma 2016/2017. Ferite visibili, fatte di case e paesi ancora – quando va bene – in fase di ricostruzione e di un tessuto sociale sempre più in difficoltà. Quando, nei primi mesi del post-terremoto, parlavamo di un territorio che rischiava di essere ancor più sotto attacco perché reso più debole dalle scosse e dalla mala gestione dell’emergenza (prima) e della ricostruzione (poi), facevamo una previsione fin troppo semplice.

Per questo mobilitarsi in queste aree ha a avrà per lungo tempo una doppia valenza, una “di base” e una specifica sulle varie tematiche che si intendono affrontare. Questa volta gli interventi che hanno unito i nostri passi si sono concentrati su tre temi di base: i progetti turistici sui Sibillini, il Gasdotto SNAM che attraversa queste zone, il parco eolico che dovrebbe sorgere proprio dove stiamo camminando. Quest’ultimo tema è quello su cui ci si è soffermati maggiormente, anche ma non solo per il luogo scelto per l’escursione di questa giornata.
Riprendiamo dall’appello: “(…) a ridosso del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra i comuni di Caldarola, Camerino e Serrapetrona, in provincia di Macerata, dovrebbe sorgere un parco eolico con aerogeneratori alti 200 m. A conferma di come l’energia rinnovabile, di cui ovviamente condividiamo la necessità alla base, non sia buona “di per sé” ma vada comunque sempre inserita in un contesto di rapporti sociali, politici ed economici e valutata considerando anche l’impatto sull’ambiente, sulle comunità e sull’intero territorio. Non è illogico riconoscere che dietro la famigerata transizione ecologica si nascondano altri interessi (il parco eolico in questione è stato richiesto appunto da una multinazionale norvegese con sede anche in Italia) che non hanno nessuna ricaduta positiva sulle comunità – defraudate di qualunque potere decisionale – perpetuando in chiave “green” lo stesso sistema economico che ci ha portato fino a questo punto.”
Riportiamo queste considerazioni perché sono tornate più volte nel corso degli interventi e perché se sostituiamo il parco eolico con gli impianti di risalita o con il gasdotto il risultato finale non cambia: nessuna ricaduta positiva sui territori ed estrattivismo da parte del capitale. Su queste basi ci ritroviamo lungo il sentiero che da poco più avanti l’abitato di Castiglione si muove verso i Prati delle Raie e Croce di Valcimarra. Ci muoviamo intorno ai mille metri di quota e una fitta nebbia ci accompagna fin dalla partenza, siamo 100? 120? 90? È persino difficile contarsi e nel lungo serpentone si riconoscono le sagome solo dei dieci avanti e dietro ciascuno di noi. Una composizione variegata e di tutte le età, compagne e compagni che si incontrano sia in piazza che lungo i sentieri di montagna ma anche appassionati di escursionismo e persone del luogo sensibili agli argomenti trattati. Chi conosce questi posti racconta di come normalmente il panorama da quassù sia fantastico, da un lato le vette dei Sibillini che a tratti spuntano dietro ogni curva, dall’altro la vallata e Camerino in lontananza. Oggi la nebbia rende tutto surreale e qualcuno aggiunge che “oggi non avremmo visto neanche le pale se le avessero già piazzate”.

Durante le prime due soste sul gasdotto e – soprattutto – sul parco eolico sono tante le domande e le considerazioni che si accavallano e chi ne sa di più prova a rispondere, non tanto sui tecnicismi quanto sull’assurdità del progetto in sé. Qualcuno ricorda che solo nelle Marche sono più di cento le pale eoliche – alte 250 metri – che dovrebbero essere installate lungo i crinali appenninici, tanto che sempre oggi sul Monte Strega è in corso un’altra escursione sempre sullo stesso tema.
Continuiamo a salire e si iniziano a vedere i primi scampoli di cielo blu, giusto in tempo per la foto di rito con uno striscione realizzato con su scritto a caratteri cubitali “La montagna non si arrende”. Dopo poche centinaia di metri accompagnati dal sole l’itinerario ci porta a ripiombare nella nebbia per l’ultima “pausa narrata” sui progetti da decine di milioni di euro che andranno a impattare sui Sibillini con la scusa della “transizione turistica”, che ovviamente non viene chiamata così, ma sembra troppo affine alla transizione ecologica per non fare un accostamento.

Scendendo ci siamo chiesti cosa avesse significato questa giornata e l’opinione di tutti è che, nonostante il meteo e un territorio che negli ultimi anni ne ha passate di tutti i colori, c’è ancora una spinta a mobilitarsi su questi temi. Spinta che ci auguriamo sia solo il primo passo di una rincorsa verso i prossimi appuntamenti, perché l’escursione di oggi ci ha dimostrato che nonostante tutto gli spazi di possibilità ci sono. Sempre.

Ponte di Legno – Ri-pensare le terre alte per la loro salvaguardia

La camminata a Ponte di Legno – pensata e condotta da APE Brescia, MTO2694, Unione Sportiva Stella Rossa, Collettivo 5.37 e L’Oco! Orco che orto – ha visto la partecipazione di un centinaio di persone, nonostante una fitta nevicata lungo il sentiero e pioggia battente all’imbocco della Val Sozzine, luogo di ritrovo della manifestazione, ma non è stata che l’apice di un percorso preparatorio di respiro.
Va infatti fatta una doverosa premessa: in Valle Camonica sono state organizzate tre serate preparatorie alla camminata del 9 febbraio, con l’intento di coinvolgere una popolazione che sobbolle disorientata, di mettere a fuoco le tante questioni camune sul tavolo – Terme di Ponte di Legno, depredamento del bacino del Lago Bianco per realizzare un nuovo impianto di innevamento artificiale, ampliamento del comprensorio del Monte Tonale, Montecampione, terra di progetti di turistificazione varia – tra i quali spicca Imago nei parchi Nazionali delle Incisioni Rupestri. – e di tentativi di costruire relazioni stabili tra cittadini sparsi, associazioni, comitati e collettivi locali che si stanno opponendo o che ragionano criticamente su singoli progetti, per rinforzare la protesta.
Tre serate molto partecipate e vivaci, organizzate da realtà strutturate che sono state in grado di aprirsi e accogliere la partecipazione non scontata di tanti singoli sparsi, sensibili ai temi ambientali e sociali del territorio. Tre assemblee grazie alle quali si è generato un passaparola propedeutico a allargare lo sguardo e le presenze del 9 febbraio.

Nel suo complesso, la mobilitazione è infatti stata molto più larga rispetto a quella che ha frequentato il serpentone colorato del 9; sintomo di una tematica sentita e della capacità di intercettare molte istanze e soprattutto molti volti nuovi rispetto a quelli a cui ci la militanza camuna è abituata.
Il  percorso scelto si è snodato lungo la ciclabile che da Ponte di Legno sale verso il Passo del Tonale, una camminata adatta a tutti, con punti panoramici dai quali osservare direttamente i luoghi delle criticità trattate e sufficientemente visibile perché i turisti in risalita verso le piste del Tonale se ne accorgessero. Ad accogliere i partecipanti giunti in auto e con un pullman, una micro delegazione delle forze dell’ordine che, una volta rassicurate rispetto all’idea pacifica della mobilitazione e della mancanza di volontà di bloccare le piste – voce preoccupata e forse messa in circolo con una certa malizia – si è allontanata salutando. Di altro tenore l’interesse della stampa locale, presente con rappresentanti di tutte le emittenti, che si è presentata per produrre servizi e articoli una volta tanto piuttosto potabili.
Il meteo non è stato clemente, ma un percorso ben studiato ha consentito a chi non fosse attrezzato o si trovasse in difficoltà a camminare sotto la neve di seguire gli interventi muovendosi da una sosta all’altra, lungo la strada. Gli interventi hanno rivendicato maggiore vivibilità, sia economica e sociale che ecologica e ambientale. Hanno messo in luce la scarsità di prospettive e di servizi per i camuni: spopolamento, mancanza di servizi, redditi inferiori rispetto a quelli di pianura, impossibilità di non avere un’auto a causa dell’inefficienza della mobilità pubblica, aggravata dal progetto di Trenord di realizzare una linea sperimentale a idrogeno e ribadito contrarietà al continuo sperpero di risorse per ampliare i demani sciabili.
La Valle Camonica infatti, anche se non sarà direttamente impattata dalle Olimpiadi, fa parte di quei territori che continuano a drenare fondi collettivi per cercare di rilanciare il turismo con nuovi comprensori, cannoni e sbancamenti, senza pensare minimamente di diversificare le proposte o gettando lo sguardo a un turismo più responsabile e meno impattante.

Immaginando le tappe di avvicinamento e la giornata di mobilitazione, si è scelto un percorso indagante, morbido e inclusivo ben riassunto da questa dichiarazione del comitato MTO2694: «Progetti come quello sul Monte Tonale Occidentale, poco chiaro e ancora fumoso, che  in alcune ipotesi prevede lo sbancamento della cima e il disboscamento della Valle del Lares, sono un attacco all’ambiente e alla biodiversità». Un progetto «anacronistico, fuori tempo massimo». […] «Le critiche sono tante e addirittura alcune sono condivise da Regione Lombardia. La stessa Regione Lombardia che ha parzialmente finanziato questi impianti. Le criticità sono davanti agli occhi di tutti». Siamo contrari agli ampliamenti dei demani sciabili con nuovi impianti perché ci sembra una forzatura, non solo nei confronti dell’ambiente ma anche del clima che cambia. Noi non siamo contro lo sci, siamo contro le forzature».

Per concludere, questa scelta, premiata da una folta partecipazione complessiva, ha dimostrato che stimolando un dibattito serio ci sono forze per continuare a sviluppare percorsi di critica, e si riesce anche a attrarre nuove presenze, fino all’8 febbraio per nulla scontate.

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Fonti istituzionali

Cruscotto con lo stato di avanzamento delle opere in carico a Simico

Dossier di candidatura

Rapporto di Sostenibilità, Impatto e Legacy 2023

Proposta Programma per la Realizzazione dei Giochi Olimpici

 

Fonti open

Primo report OpenOlympics

Secondo report OpenOlympics

Rapporto Neve diversa 2024

 

Fonti compagne

La montagna non si arrende (utili in calce alla pagina “materiali audio” e “cose interessanti”)

Tracce (immagini satellitari impianti sciistici in lombardia dal 2016, Off Topic Lab)

Umanità nova (articolo di Alberto “Abo” di Monte)

Video integrale convegno Off Topic

Video Duccio Facchini – Altreconomia

L'articolo La montagna non si arrende ai giochi d’azzardo sembra essere il primo su Alpinismo Molotov.

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Al 9 febbraio: la montagna non si arrende, e nemmeno noi

Per il 9 febbraio c’è una chiama imprescindibile.
Non solo le Olimpiadi di cui abbiamo scritto un anno fa, ciò che accade nelle terre interne, lungo i rilievi di tutta la penisola, non può lasciare indifferenti.

Mentre la terra brucia per via della crisi climatica in cui siamo immersi, annusatone il sangue, i predoni dell’estrattivismo che fa rima con accanimento apparecchiano un banchetto di corvi sulla pretesa carogna di intere comunità, decisi a spremere dal turismo tutto quel che possono.
Disboscano foreste giunte al limite di sopportazione e colpite da bostrico, Vaia e dissesti assortiti, percorrono la strada della cementificazione esasperata per nuove strutture, infrastrutture e palazzetti dal gusto distopico. Attraggono mosche sullo zucchero di non-altrove utili a mettere in scena experience fotocopia, fatte degli stessi panorami fitti di vetro e cemento, degli stessi sapori, odori, colori e ritmi; le rinchiudono a sciare in cattedrali post-atomiche, a passeggio per i “corsi” di ex villaggi di pastori e stalle, ingozzandosi degli stessi cibi di lusso.
Venghino siori venghino, il ceto medio si indebiti per una settimana bianca all-inclusive, terme-spa-motoslitta e pesce di mare. Per un giro a Cortina a respirare la stessa aria di Milano e replicarne le stesse pose fatte di vasche dello shopping e apericena.

Sono gli ultimi colpi di maglio di un capitalismo – col capitale degli altri però (cioè soldi nostri) – che mette la sua rovina in scena, che non immagina altro che portare allo sfinimento un modello fatto in questo caso di altri piloni e di cannoni via via più performanti (si legga: idrovori).
Beautiful che incontra il sogno di soldi facili e il fatalismo della corsa all’oro nel Klondike, l’eterno presente capitalista la cui mentalità viene diffusa a pioggia da soap opere eterne, con Ridge in decadenza che giunto all’ottantesima stagione – i primi impianti coincidono grossomodo con l’Italia repubblicana – è costretto a recitare aggrappato al deambulatore e col catetere infilato.

Un modello che attrezza pacchetti divertimento per qualsiasi gusto purché non siano rispettosi nemmeno quando sono causa dell’agonia di luoghi in cui non spingono a calarsi incuriositi, ma a colonizzare; all’occorrenza si può sempre far sbriluccicare specchietti conditi dalla retorica del “recupero” della montagna abbandonata, dal recover washing si potrebbe dire.

Champagne e motori; sfarzo sguaiato e arroganza, il requiem della nostra decadenza fatta di topi festanti mentre la nave affonda, quando non andrebbero spazzati via soltanto questi abbagli di uno sviluppo che non c’è se non nei conti in banca di chi lo sfrutta, andrebbero rimosse anche tutta un’infrastrutturazione nociva, le narrazioni sull’aria sana, i miti romantici dell’alpe e del quanto si stia bene in montagna.
Tutto ciò non è emendabile, non è perfettibile, non c’è compensazione o posti-lavoro-in-cambio che tenga. È da abbattere in toto, fino a festeggiarne il cadavere. Solo allora sarà possibile provare a immaginare qualcosa che possa avere senso.

Il quadro che abbiamo tracciato è piuttosto apocalittico, e tutt’attorno ai monti non è meglio. L’intero pianeta umano sta subendo scosse telluriche forti, capaci di disarticolare e annichilire il pensiero dei più positivi.
È frustrante trovarsi immersi in questo clima, sa dell’amara perdita di ogni speranza e voglia di rimettersi in gioco.

Del resto i primi a rendersi conto che la pacchia del turismo invernale è finita sono proprio i costruttori di impianti di risalita, che infatti cercano grottescamente di rifilare le loro cabinovie alle città, spacciandole per mezzi di trasporto urbani sostenibili ed eco-friendly.

È successo a Kotor in Montenegro, sta succedendo a Trieste, prossimamente succederà a Genova. A Trieste la mobilitazione spontanea di cittadini e comitati di quartiere è per ora riuscita a fermare un progetto ad alto impatto ambientale, che prevede la distruzione di un bosco protetto per permettere la costruzione di una cabinovia al servizio delle navi da crociera e del loro indotto. Diciamo “per ora” perché dopo due anni di mobilitazioni e di azioni legali è finalmente saltato il finanziamento PNRR; ma l’ineffabile ministro Salvini ha promesso un finanziamento ad hoc, con fondi ministeriali, perché lo Stato e la ditta appaltatrice, la Leitner, non possono permettersi di essere messi in scacco da un’accozzaglia di pezzenti.

Proprio per questo è ancora più importante esserci a ogni latitudine, tener duro e non abbandonarsi al fato.
Siamo in ottima compagnia, la rete che sta stringendo le maglie è larga e importante, dobbiamo darle continuità e forza ben oltre alle Olimpiadi, perché ne va anche delle nostre vite, della differenza che corre tra arrancarvici e viverle.

Abbiamo deciso di aderire all’appello La montagna non si arrende e di mettere a nudo le difficoltà che attraversano noi e l’intero paesaggio.
Ci sono iniziative di tutti i tipi, sono ben accette anche piccole testimonianze pressoché individuali, contribuiamo a propagare l’onda, partecipate, inventatevi qualcosa e stringete rapporti.
Dal canto nostro, noi non ci concentreremo su una manifestazione singola ma contamineremo e ci faremo contaminare, spalmandoci e stando nella galassia di iniziative che si vanno a creare.
Restituiremo le esperienze dei nostri corpi. A dopo il 9, ancora e ancora.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione (seconda puntata)

Nella prima parte di questa disamina abbiamo affrontato due differenti approcci: quello che pretende che il potere garantisca la fruizione in sicurezza dell’adrenalina facile e quello colpevolizzante verso l’escursionista per scaricare su di lui le responsabilità di politica e marketing, cioè di chi l’ha invogliato a andare in montagna promettendo adrenalina facile e sicura.
In questo secondo pezzo vorremmo dar conto della visione Molotov, che è radicalmente opposta a entrambi agli approcci precedenti, perché li considera facce della stessa medaglia: l’estrattivismo turistico che va contestato in maniera radicale. La voce molotova promuove la conoscenza e il rispetto del territorio, la consapevolezza dei propri limiti e la responsabilità nell’assunzione del rischio. Per farlo, a seguito di una prima analisi, utilizzeremo un esempio assurto alle cronache quest’estate.

PARTE TERZA
– La versione Molotov –

Le vere lacune, quello che manca in toto nel dibattito, sono conoscenza e consapevolezza di quel che si sta andando a fare. È più che evidente. E infatti si commentano drammi senza capacità di analizzarli, additando.
Se ipotizzassimo una libertà di scelta consapevole e informata non sarebbe necessario garantire qualcuno, ma semplicemente assumere responsabilità senza pretesa di voler distribuire colpe. Come in ogni cosa della vita se ci si infila nei casini ci si arrangia, se non si è sicuri si evita.

Detto in pratica, secondo noi la responsabilizzazione avrebbe senso se servisse a smontare l’idea che tanto, dovesse andar male qualcosa, qualcuno dall’alto dei cieli aiuterà se non si è capaci, se non si è ragionevolmente al sicuro.
Semplicemente deve essere reso chiaro come dato ambientale che non ci si può fidare al 100% di nessun cavo, che non ci si può fidare di nessun sentiero, mappa, tacca, cartello, app, di niente e nessuno.
Ci si può fidare di quello che si sa valutare, si impara a farlo non fidandosi, e non si è comunque del tutto immuni dal rischio. Riassumendo va sviluppata competenza a saggiare il territorio, a calarcisi dentro e non a starci sopra: la mappa non è il territorio.

La consapevolezza di una scelta, in questo caso estrema: Hansjörg Auer in solitaria e slegato sulla Via attraverso il pesce alla Punta Rocca in Marmolada.

C’è caso e caso: c’è chi assume la propria responsabilità conscio di quel che affronta e c’è chi non ha il senso dello stare in montagna tenendo conto degli altri.
Tornare ‘slegati’ da un sentiero impervio e selvaggio, anche attrezzato, oppure scegliere di salire ‘slegati’ un itinerario alpinistico, osare quindi, è una cosa. E fa parte del gioco, pericoloso certo ma consapevole. Altra cosa è mettersi in mostra in una situazione turistica, non sapere cosa si rischia e si fa rischiare a chi è intorno.
Per un sacco di ragioni. La prima che ci viene in mente è che se il terreno è isolato o poco frequentato si rischierà in proprio. I pericoli oggettivi sono comunque dietro l’angolo, ma non più che in ogni cosa della vita.

Conoscere bene una zona e i propri limiti aiuta a saper valutare con sufficiente precisione e a ‘mettersi in sicurezza’. La stessa persona, con la stessa esperienza, saprà cambiare approccio di salita o discesa in relazione a un contesto diverso, da parco divertimenti. Ecco perché se si è su un tratto attrezzato zeppo di gente non è buona prassi passare slegati. Perché si fa rischiare, oltre a rischiare in proprio. L‘appiattimento di sfumatura che porta con sé l’iper-frequentazione non dà ragione di queste dinamiche spicce, figuriamoci di altre, ben più delicate.

OUTRO
– Un esempio –

Prendiamo un esempio di cronaca e una ferrata che risponde al criterio dello snaturamento storico in ottica turistica: la Bepi Zac alle cime di Costabella.
Una ferrata storica importante, in una regione a vocazione turistico-alpina talmente forte che va tenuta in piedi a qualsiasi costo. Ricordiamo qui che i grimaldelli che tengono in vita con accanimento questo come altri percorsi, sono l’inserimento delle infrastrutture della grande guerra tra i beni culturali protetti dal codice Urbani e la “sicurezza”.

L’invasività dei lavori di consolidamento e “messa in sicurezza” della Ferrata Bepi Zac alle creste di Costabella.

Il fatto è il seguente:
alcune famigliole portano i bambini slegati sulla ferrata Bepi Zac che percorre sfasciumi in quota e sale fino attorno ai 2700mslm. Le foto sono state scattate nel secondo tratto, in zona Costabella.
Di pericoli oggettivi ce ne sono, caduta massi ad esempio, ma non è nemmeno questo il punto, è proprio che ci sono passaggi esposti (come nella quasi totalità dei casi quando c’è un cavo) e portarsi un pargolo in braccio perché incapace a percorrerla (e forse spaventato) non pare il caso, tout court.
A cadere su un terreno del genere ci si può far male-male; se si cade con un bimbo in braccio ci si è comportati idioti.
Premesso questo, e che portare figli piccoli senza attrezzatura è promuovere l’incultura e non la cultura della fruizione della montagna, il dibattito a cui normalmente si assiste in questi casi è fuorviante, e suona più o meno sempre allo stesso modo: «criminali», oppure «se i tizi fossero dei super esperti della zona che avessero valutato quello che stavano facendo e non dei turisti sprovveduti?»

Per quanto ci riguarda restano vittime del marketing. Possono essere tra i più esperti dell’Universo, sono però in un ambiente altamente frequentato, in cui il pericolo oggettivo è in primis l’affollamento (le scariche di sassi che ne possono derivare, attese lunghe e estenuanti fissi a un cavo, cadute altrui…).
Altrettanto oggettivo è il fatto che un figlio piccolo non può essere esperto, che il genitore sta decidendo per lui (al punto che in alcuni scatti il genitore se lo carica in collo).
Se ti cade un etto di sasso sul braccio che fai?
È la visione indotta del marketing, in cui l’escursionista-consumatore viene preso in trappola, è la modalità di vendita della fruizione a proiettare l’immagine per cui basta spendere, comprare l’attrezzatura cara, per essere sicuri e al sicuro.
Aggiungiamo poi che se il terreno di gioco è quello alpinistico, in cui il potere d’acquisto applicato alla retorica e al terreno acrobatico, al linguaggio spesse volte ricalcato da quello bellico – militarista –, essere indotti nell’abbaglio del superuomo che fa tutto da solo è un passo brevissimo.
Comportamenti del genere su terreni a zero possibilità di sperimentazione, che obbligano a seguire un tracciato più pedissequamente che una via alpinistica o un sentiero, sono stupidi e non del tutto consapevoli.
È una protesi del gioco che l’imprenditoria e la politica stanno costruendo sulla pelle delle valli e delle cime.

In conclusione non caschiamo nel gioco: sono le scelte di indirizzo a generare i mostri cui la politica che le ha prodotte non vuole rispondere in maniera proficua.
La responsabilità è politica, la colpa è del modello economico che ha intenzione di sfruttare ancor di più la montagna in ogni modo, oltre qualunque limite di ragionevolezza.
In altre parole: se si precludono i corridoi faunistici agli orsi che si è ‘preteso’ di importare sul territorio anche per aumentare l’afflusso turistico, salvo poi lamentarsi del loro sovrannumero e proporre come unica soluzione l’abbattimento, si sta giocando con la pelle degli animali non umani.
Se si rendono instagrammabili i sentieri, con panchine giganti e ammiccamenti acchiappa click, perché si vuol far crescere il turismo in maniera esponenziale e incontrollata ma poi li si chiude quando qualcuno si fa male, si sta giocando con la pelle degli animali umani.
Se si trova normale spendere valanghe di soldi per alimentare i comprensori sciistici (o per realizzare skidome al chiuso in assenza di neve), per alimentare la speculazione edilizia, per realizzare Olimpiadi che lasceranno scheletri e macerie; se si pretende eliminare il rischio nelle attività ludiche criminalizzando per decreto o divieto ma si dà per assodata l’alta probabilità di farsi male in quell’obbligo alienante che è il mondo del lavoro si sta giocando con la pelle della società.

Così facendo le amministrazioni e governi dimostrano di prendere scelte politiche di indirizzo che non manifestano rispetto alcuno verso i luoghi, verso le differenti specie animali che abitano quei luoghi, nessun rispetto anche verso le persone che abitano la montagna o che vengono da fuori, invogliate ad andare a ‘fare il ponte tibetano’ con la stessa spensieratezza con cui andrebbero nell’ennesimo inutile nuovissimo iper mega centro commerciale.
In questi precisi ambiti queste scelte vanno censurate e attaccate.
Servono cultura e capacità interpretative, sensibilizzazione, non overdose di emozioni indotte, normate da chi al primo guaio provocato si lava le mani e risponde con l’unico strumento che padroneggia: la repressione.

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Moschettoni e doppi legami: le ferrate tra marketing e repressione

INTRO
– inquadramento-

La storia dell’alpinismo, in genere, è una storia coloniale ed elitaria: il ricco, il nobile (“il” perché questa storia porta con sé anche un approccio maschilista) arriva ai monti inizialmente per ragioni cartografiche ed esplorative, in seguito per ragioni di conquista e blasone.
In questa narrazione l’abitante, ‘il montanaro’, è un esserino grezzo e impaurito, che non sa godere delle bellezze della montagna, che non fa passeggiate o arrampicate per “vivere le cime” – con tutto il fascino di verticalità, desolazione e pericolosità – ma che tutt’al più “serve” perché conosce i luoghi circostanti a quelli che abita e può indicarli, e perché da bravo spallone può farsi portatore di strumenti e vettovaglie*.

Il monte come luogo piacevole e d’incanto, salubre, unito alla massificazione turistica cominciata tra gli anni ’60 e ‘70, porta allo sviluppo di un nuovo terreno di gioco, anche se non particolarmente originale, basti pensare alle similitudini con l’impiego di corde fisse. Se prima la ferrata era turistica e poi fu utilizzata per scopi militari, ora finte élite di eroici bardati assaltano il percorso ‘di massa’, un combinato da logica turistica: colonizzazione dello spazio e appiattimento dell’immaginario.

Addentrarsi in questo ambiente è provare a sviscerare un tema tecnico e ispido, sul quale scegliamo di non intervenire, però qualche considerazione e riflessione generale crediamo vada fatta.

 

La successione di cenge attrezzate per mettere in sicurezza l’itinerario. Bocchette centrali di Brenta.

Ci sono varie tipologie di ferrata: talune, storiche, nascono con l’idea di mettere in sicurezza percorsi già frequentati, altre, specie quelle dolomitiche o di bassa quota non sono realizzate per portare in un dato luogo ma esplicitamente per cercare la difficoltà.
Fino ad una certa fase, forse, lo sviluppo di alcune ferrate assurde ha avuto a che fare con echi di arrampicata in artificiale, con diversi mezzi ma la medesima propensione a non porsi problema di manomissione del contesto.
Un esempio di itinerario con logiche di artificiale, scale come staffe: ferrata Castiglioni alla Cima d’Agola.

Possiamo distinguere grossomodo tre tipi di ferrate e conseguenti tipi di fruizione.

  1. Opera militare mantenuta o ristrutturata a scopo turistico. Quasi assente in alpi occidentali;
  2. attrezzatura fissa di un itinerario che semplifica una via alpinistica, rendendola accessibile a escursionisti ‘esperti’, e che di solito serve ad arrivare in cima o a traversare. È il caso della ferrata Bolver-Lugli a Cima Vezzana nelle Pale di San Martino o della Arosio al Corno di Grevo, nel gruppo dell’Adamello;
  3. ferrata estrema, acrobatica, mozzafiato-adrenalina, tipicamente fine a sé stessa, in ottica di lunapark, di solito ridondante di infrastruttura: scalette, ponti, ecc., più orientata a palestrati che ad alpinisti/escursionisti. Non infrequente in alpi occidentali anche francesi, la ferrata Du Diable risponde sicuramente al caso lunapark.

A sinistra la ferrata du Diable in tutta la sua insensatezza.
A destra la ferrata Arosio al Corno di Grevo, già via alpinistica di cresta. Per anni è stata accompagnata da polemiche, più volte ne sono stati sabotati i fittoni e un tempo erano visibili scritte come «no ferrata» e «CAI Cedegolo incivile».

Che ad esempio nei tardi anni ’30, in Dolomiti di Brenta, si sia pensato di attrezzare un percorso sfruttando le sequenze di cenge lì esistenti e ne siano così nate le Bocchette Centrali, può essere una cosa ragionevole.
Il problema tuttavia, più che l’attrezzatura dei percorsi in sé, è la fruizione che se ne fa, la turistificazione intensiva dovuta al boom e al conseguente aumento del potere d’acquisto del ceto medio.
Da qui nascono i ‘ferrata adventure park’ o percorsi come quello delle Aquile in Paganella e Intersport nel Donnerkogel. Tra questi ultimi e gli itinerari classici, storici, dovrebbe esserci una gran differenza.

Sopra la  ferrata delle Aquile in Paganella.
Sotto la ferrata Intersport al Donnerkogel.

PARTE PRIMA
– l’approccio sceriffo –

Ci pare che negli ultimi anni le modalità di fruizione abbiano appiattito le sfumature costruttive in virtù di un’unica fruizione possibile.

Così già da tempo (immagine del 2016): botta-risposta su un noto blog dedicato al tema.

Si vendono – si compra-vendono – ferrate. L’espansione tremenda della frequentazione alpina e del movimento dell’arrampicata sportiva, se da un lato testimoniano di una moda, dall’altro concorrono alla creazione e all’ingigantimento del problema. Notiamo che il modo di stare sulla ferrata, la terminologia di che ne racconta le difficoltà, gli entusiastici report fotografici che ne seguono, descrivono atteggiamenti assimilabili al tipo 3.

Ci si concentra sull’adrenalina e si riflette poco – o per nulla – di sicurezza o rispetto dell’ambiente col quale si interagisce. Non si dice mai ad esempio, ed è disonesto, che una caduta su ferrata è potenzialmente molto più pericolosa di una in arrampicata. Senza tutto un sistema di dissipazione in ordine, senza competenze specifiche (spesso risolte con ‘compra l’attrezzatura’), si possono generare fattori di caduta nettamente più alti che scalando, con sollecitazioni che, per come sono progettati, moschettoni e corde non possono reggere. E se resistessero, non lo farebbe il corpo umano. La strada che si sta percorrendo – stiamo ragionando per ipotesi – è quella del «vorrei ma non posso, però c‘è la ferrata». È così che questi percorsi si sono guadagnati e si stanno guadagnando una larga ‘fetta di mercato’.

Come per gli orsi e i lupi, come per il Natisone, buona parte delle criticità che stanno alla base  del discorso sono la turistificazione e lo sfruttamento, il rilassamento delle sinapsi preposte all’accortezza, in favore della deresponsabilizzazione collettiva: ci si diverte, si provano ‘brividi’, si racconta l’atto acrobatico con la go-pro. Nel frattempo si intasa, si erode, si sovra-alimenta la bulimia del profitto, e così ferrate che potevano tranquillamente rientrare nella categoria 1, quella di opera militare manutenuta come il Sentiero dei Fiori in Adamello, grazie al battage pubblicitario schizzano dritte nella 3: adrenalina.

Passerelle si materializzano al ritmo dei ponti tibetani, lavori degni di grandi opere, appalti con imprese e eccesso di infrastruttura. Nomi evocativi, da marketing, come nel caso dell’Epic trail.
L’epica dell’Odissea, de Il mucchio selvaggio, messe a disposizione per pochi spicci a chi passa le settimane sfruttato sul luogo di lavoro, con giubilo dei geometri che progettano siffatti percorsi.

Tram a Milano pubblicizzano il sentiero dei fiori.

Se questa è la logica, ci sentiamo di affermare che, indipendentemente da quel che si pensi della loro bontà, una volta che una ferrata esiste chi va in montagna tende a pensare che sia in ordine. Che sia sufficiente fissare il moschettone a un cavo che terrà, i cui chiodi non salteranno via come bottoni, e seguirlo camminando. Su questo aspetto risulta impossibile colpevolizzare l’escursionista, e infatti si gioca alla deresponsabilizzazione, al ‘ludico gestito dalla legge’. Soprattutto se gli escursionisti vengono attratti e invogliati a percorrere quella ferrata dagli opuscoli delle Pro Loco.

In alcune zone – Dolomiti su tutte – si esaspera il ruolo di parco giochi dei sentieri attrezzati, pensati esplicitamente per cercare la difficoltà e frequentati da individui accessoriati. In altre la dimensione tecnica conta molto meno, i percorsi sono stati conservati come retaggi militari o sono nati soprattutto per poter dire «li abbiamo anche qui», anche se non sono nemmeno lontanamente paragonabili ai primi e salvo poche eccezioni hanno molto meno senso.
Se si costruiscono parchi giochi si promuove una certa idea per cui si paga il biglietto – leggi “compra l’attrezzatura giusta e cool per agganciarti alle pareti e il più è fatto” – ed è ragionevole che il consumatore pretenda che lo spettacolo fili liscio: che la messa in scena sia sicura e l’attrezzatura che userà sarà in buono stato, funzionante e certificata.

PARTE SECONDA
– l’approccio bimbominkia –

Nei cantieri sono di solito posti cartelli in cui si elencano i vari strumenti di protezione e si invita i lavoratori a usarli. Della pericolosità del lavoro in sé niente, non si sa, non si dice.
Aspetti diversi, certo, il cui trait d’union è che si può – si deve visto che si fa poco o nulla per evitarlo – morire di lavoro. Attraverso il marketing si raccontano domatori di montagne su ferrata salvo poi drammatizzare i sentieri per tenere alla larga rogne legali come capitato, ad esempio a San Felice in Circeo.

Ordinanza di chiusura sentieri del comune di San Felice in Circeo. Stando al sito del parco del Circeo, nel momento in cui scriviamo il sentiero 750 risulta ancora interdetto (clicca qui per leggere l’ordinanza completa).

Manovre per le quali non è difficile immaginare la funzione di anticamera per stabilire parcelle di soccorso, nella cornice di un attacco al tempo libero, alla preservazione della ‘carne-lavoro’.
Il tema delle garanzie e dei diritti – compreso quello alla sicurezza – vengono insomma innestati su aspetti della vita in cui non entrerebbero – o non dovrebbero entrare – per nulla, come gli ambienti naturali.
La frequentazione di ambienti ‘selvaggi’ con tale mentalità, avviene dando per scontato che ‘qualcuno’ si occupi di ‘far funzionare’ tutto, che sia un preciso diritto del fruitore, che se qualcosa non funziona ci deve per forza essere qualcuno che ne ha colpa.

In questo contesto a poco vale, è anzi fuorviante, l’idea lanciata dal CAI sulle pagine de Lo Scarpone di predisporre un non meglio descritto codice di ‘autoresponsabilità sui sentieri’. Proposta che suona stonata quanto la colpevolizzazione dell’atteggiamento individuale di fronte a altri due macro-temi: la crisi climatica e la gestione pandemica appena trascorsa.

A una lettura di superficie del dispositivo che dovrebbe responsabilizzare si potrebbe rispondere con qualcosa come: «Alla buon’ora. Bene.»
Tuttavia rileggendo l’articolo de Lo Scarpone le certezze vanno sgretolandosi.
Anzitutto si scrive solo di sentieri e escursionisti, e non si fa cenno a tutte quelle situazioni e manovre dove responsabilità ‘altre, dall’alto e collettive’ potrebbero esserci: come è attrezzata una via alpinistica, da quanto? Quanto sono manutenute una ferrata o una falesia (ecc.)? Ce lo chiediamo perché in fin dei conti una via di roccia, misto o ghiaccio – e a maggior ragione una ferrata – non sono altro che sentieri tecnicamente più difficili.
In secondo luogo leggiamo: «i volontari che si occupano della manutenzione della rete sentieristica non possono essere responsabili di chi s’incammina lungo i sentieri con troppa leggerezza».
Questa frase suona un po’ come uno scarico di responsabilità
post tragedia in Marmolada.
O post alluvione: non si muove un dito per piani di assesto idrogeologico, per uno studio approfondito e conseguente messa in sicurezza del territorio, in generale si continua ovunque nell’opera di cementificazione.
Si irride il rischio, si perseguono disboscamenti e depauperamenti dei territori, si realizzano grandi opere. Ma se succede qualcosa, se questo qualcosa si ripete con sempre maggior frequenza, tocca che si renda d’obbligo l’assicurazione, che l’individuo paghi.

Vecchio gioco applicato all’alpe: quando mai non si è sovraccaricato il singolo di comportamenti non corretti per la morale corrente?
Criminalizzare l’individuo è una mossa del cavallo tipica, utile a tutelare l’amministrazione pubblica di turno e il profitto dell’indotto.
Molti sentieri sono manutenuti dai comuni, enti, o associazioni da questi riconosciute. Con l’iper-turistificazione in atto nelle terre alte ci si auto-sgrava da quel che si produce: intasamento e scarsa conoscenza.
In rete e sui blog si leggono sempre più richieste del tenore: «la (tal ferrata) è percorribile d’inverno?», «è aperta anche se ha fatto molta neve? Fa freddo: se c’è ghiaccio ci si può andare?», come se un percorso fosse equiparabile o assimilabile a un impianto di risalita. Col relativo gestore a attivarne e regolarne la corrente, il flusso.

L’idea di indagare Comuni e centri meteo a seguito della tragedia in Marmolada era pessima, le ipotesi di reato sono state archiviate, pare però che il CAI voglia espungere dal discorso quell’ipotesi per sovraccaricare il singolo di un altrettanto presunto e assurdo comportamento scorretto.
Teniamo inoltre presente che a decidere non sarà uno specialista di monti, ma un giudice che non potrà applicare attenuanti, che anzi sarà messo in condizione di aggravare la posizione individuale sulla scorta di una valutazione di tipo morale.

Una proposta che non impedirà comunque chiusure arbitrarie di percorsi in nome del securitarismo, della ‘sterilizzazione del pericolo’. Un’idea che rafforzerà la caccia alle streghe, i discorsi allucinati sulle responsabilità del capo-gita o cordata, individuato come ‘il più capace’ e dunque responsabile in toto della salute di interi gruppi amicali e/o parentali. Il meccanismo piuttosto ricorrente, insomma, per cui si nasconde sotto al tappeto la responsabilità collettiva e si individua un capro espiatorio. E dal momento in cui tutto è acquistabile, non è difficile immaginare qualcosa di simile a vecchie proposte come il patentino di montagna o l’obbligo assicurativo per le calamità naturali o per sciare in pista. «Per sgravarsi dalla responsabilità su sentiero va pagata la guida», che è un po’ quello che già succede con l’obbligo di Artva, pala e sonda: «non conta dove vai o cosa fai, ma cosa possiedi. Compra l’attrezzatura, anche quella inutile o che non sai usare, e godrai di un trattamento ‘riservato’».
Il fatto che nell’articolo si dica che molti dei lavori di manutenzione sono fatti da volontari fa puzzare la situazione, perché se dall’altra parte c’è il dito puntato sulla responsabilità individuale si corre il rischio di allontanarli, in fin dei conti sono individui pure loro.

Fin qui ci siamo concentrati su due diversi approcci: quello dell’escursionista che pretende che il potere gli garantisca la fruizione in totale sicurezza dal momento che ha speso e acquistato materiale – confondendolo con l’esperienza – e quello del potere che dopo aver creato quest’illusione scarica in toto le responsabilità sull’individuo. Non sono due modi separati, stanno assieme e descrivono una sorta di double bind, di «grazie alla nostra ferrata puoi salire in sicurezza ma se il cavo si rompe e cadi è colpa tua».
Per non restare intrappolati in questa costrizione bisogna allora ribaltare la prospettiva. Lo faremo nella prossima puntata, dando conto della nostra idea di come frequentare la montagna, rispettandola e rispettandosi.

 

*Segnaliamo per attinenza, fra i libri di storia dell’alpinismo, Montagne della mente. Storia di una passione di Robert Macfarlane (Einaudi tascabili, 2020).

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Giuliano, ciao

Clicca sull’immagine per ascoltare la sua “Ironica la vita”.

Due giorni fa è mancato Giuliano Contardo, musicista amato e stimato nonché fratello del nostro compagno Daniele.
Quando manca un fratello, un compagno di vita, ci si stringe attorno alla casa comune.

Ci uniamo al passo e al cordoglio della famiglia, si parte e si torna insieme.

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Valsusa, Territori Occupati

Di fronte alla prospettiva di dover vivere per chissà quanti anni
a ridosso di un cantiere militarizzato,
si pensa all’alternativa di vendere.
E andarsene piuttosto che vedere la tua casa
occupata (che ho detto mioddio perdono,
sono gli squòtter che occupano!)
abitata da chi ti ci ha cacciato.
Ricorda niente?
Esatto,
Territori Occupati.

Il chilometro “elastico”. Da questa notte per raggiungere la stazione di Susa da San Giuliano è necessario circumnavigare l’area sgomberata, col risultato di trovarsi a percorrere un itinerario lungo più di 12 km (in linea d’aria sono 2,4 km!).

Arrivano nella notte le notizie dalla Valsusa, pronte per mandar di traverso il caffè appena svegli. La polizia ha sgomberato San Giuliano, storico presidio NoTav dove alcuni militanti avevano allestito mobilhomes e tende per poter pernottare.

Nulla di nuovo e nessuna meraviglia.

Il terreno è quello acquisito tempo addietro da oltre un migliaio di persone, ognuno una piccola parte, per rendere complicato l’esproprio annunciato. All’interno dell’area soggetta a esproprio si trovano anche alcune case abitate e al momento non ci è chiaro se verranno espropriati anche questi immobili o se il cantiere vi crescerà intorno.  Fra un commento e l’altro all’interno del nostro gruppo iniziamo a chiederci se e come sia possibile che “lo Stato” possa agire dentro un terreno privato attraverso le “forze dell’ordine”, senza che queste siano chiamate a intervenire dai proprietari. Domande un po‘ naïf se vogliamo ma nel momento in cui si spaccano i maroni da decenni prima con terroni, rom & sinti e poi con gli “extracomunitari” (forse si riferivano agli americani che comprano case in Sicilia) accusati di prendere con la forza le case “agli ‘taliani”, che si faccia spallucce nel momento in cui la polizia in assetto di guerra sgombera il “sacro terreno privato” lo troviamo un segnale quantomeno strano. Perfino La Stampa, mai tenera col movimento, fa notare che i terreni verranno sì espropriati mercoledì prossimo 9 ottobre 2024, ma che il clima del presidio era pacifico e che la situazione sarebbe precipitata in caso di azioni delle “forze dell’ordine”.
Un cambio di paradigma significativo: il presidio NoTav è stato sgomberato in via preventiva tra la notte di domenica 6 ottobre 2024 e questa mattina, mentre era radicato su un terreno ancora oggi di proprietà privata.
La cosa che lascia perplessi è un’“opinione pubblica” così attenta alla roba, alla proprietà, alla “casa occupata”, che fa spallucce al potere poliziesco, il quale fa quel che fa.
Preoccupa che gli abitanti e le autorità di Susa (il Sindaco, cascato dalle nuvole, è al mare), ancorché puntualmente informati da tempo dagli esperti del movimento, non sembrano pensare che siano fatti loro, nemmeno di fronte a esistenze che verranno rese schifosamente difficili per anni dall‘ennesimo cantiere inutile.
Vite già complicate dallo sgombero necessario per far spazio alla rotaia, dicono, mentre da stamattina si devono percorrere dodici chilometri e mezzo per colmare lo spazio di quei 2-3 che separano San Giuliano dalla stazione di Susa.

Abbiamo ragione di pensare che anche a causa della gestione militarizzata dell’emergenza covid degli ultimi anni, del suo linguaggio narrativo, ci sia stata una rimilitarizzazione dell’immaginario.
Un atto di forza evidente, davanti al quale sembra che la maggior parte dell’opinione pubblica si sia abituata.
Nonostante decenni di guerre preventive finite malissimo, l’opinione pubblica fatica – anzi, si ostina – a non capire che il paradigma è Gaza, che sarà Gaza per tutti. E *non possiamo* capirlo a fondo perché è troppo enorme, non saremo mai pronti a capirlo.
Si subisce il rapporto di forza in modo acritico, passivo, rassegnato, al limite fideistico.

Facciamo un po’ ridere, oggi, a scrivere di gas lacrimogeni CS vietati dalla convenzione di Ginevra e usati dai reparti di polizia italiani, quando il paradigma di riferimento che ci siamo dati è Gaza, quando gli orchi hanno fame e chiedono di fare più figli, quando è ormai palese che contro uno stato che si comporta illegalmente, la legalità può soltanto perdere.

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Metalli rari: una minaccia per le nostre montagne

Clicca sulla mappa per consultarla (è a circa metà articolo)

Siamo in piena crisi energetica e le politiche europee galoppano in retromarcia.
Su sollecitazione europea l’Italia si appresta a sostenere la ricerca di giacimenti di metalli rari.

Rileviamo inoltre che mentre per le fonti rinnovabili è stata data delega alle regioni, sarà il governo stesso a gestire la questione di quelle fossili.
Dopo le concessioni per trivellare in mare, mentre non si fa nulla per contrastare la crisi climatica, si passa al capitolo estrattivismo, un ritorno al futuro a tinte distopiche.
Metalli rari indispensabili allo “sviluppo”, che servono, stando al nuovo mantra energivoro, alla “transizione ecologica”.
L’arco alpino, la Sardegna e tutta la costa tirrenica sono le zone maggiormente minacciate, ma è l’intera penisola a essere in grave pericolo.

In Valsusa e nel Pinerolese ci sono parecchie miniere “storiche”, la cosa mostruosa è che una buona parte dei siti segnalati in mappa (appoggiare il mouse per leggere i nomi) sono in quota anche in posti impervi e per ora lontani da strade.

Facciamo alcuni esempi di siti censiti:
– in bassa valle “Cruino” (che dovrebbe essere Cruvin, ndr) praticamente un alpeggio nel vallone del Prebec, a circa 1700 metri;
– in Val Pellice “Castelluzzo” (Castlus), un appicco selvaggio tra l’altro luogo della resistenza valdese, a circa 1400 metri di quota;
– in Friuli è segnata la val Aupa. Si tratta si una valle selvaggia pochissimo abitata, percorsa da una strada in cui se due macchine si incrociano una deve fare un km di retromarcia. Un posto         bellissimo;
– in Val Germanasca “Vallon Cros” (anche Valloncrò), altro alpeggio. Dovrebbe essere il vallone che porta al colle del Beth, a quota 2700, zona di miniere dal sec. XVIII. Oltretutto la rete escursionistica della zona è basata in gran parte sulle splendide mulattiere costruite proprio per le miniere o per scopi militari. Due reti sono praticamente indistinguibili e insistono sullo stesso territorio.

Negli ultimi trent’anni le mulattiere sono parecchio deteriorate, ma fino agli anni ‘80 erano ben conservate e godibilissime. L’idea di strade e camion a 2700 metri è agghiacciante. Un vero massacro. E le valli in questione sono ormai quasi spopolate, per cui anche resistere allo scempio sarà difficilissimo.
Per fortuna per ora in elenco mancano la grande quantità di miniere ancora più a monte. L’intera Val Germanasca è un paradiso e ne è piena, l’idea che venga consegnata alle compagnie minerarie è terrorizzante.

Utilizzare la lotta al fossile per rendere politicamente corretto l’estrattivismo è come usare la lotta all’antisemitismo per rendere politicamente corretto il genocidio dei palestinesi.
Invitiamo chiunque a osservare la mappa al link e a mobilitarsi per difendere il proprio territorio.

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Mattie: la discarica perc*lata

 

Ieri ci siamo imbattuti in questa buona notizia che volentieri segnaliamo.

Molto brevemente, Regione Piemonte e Città Metropolitana di Torino volevano realizzare, di concerto con ACSEL, uno stoccaggio di rifiuti contenenti amianto a Camposordo di Mattie, luogo di una preesistente discarica. Erano già partite le valutazioni di impatto ambientale, sintomo della volontà di un’approvazione repentina.

Il 31 maggio Luna Nuova ha fatto percolare la notizia prima che potessero farlo i liquami contaminati, vanificando in tal modo l’effetto sorpresa.

Una mobilitazione dal basso contro l’avvelenamento del territorio ha spinto sui comuni interessati dal progetto e soci della stessa ACSEL, portando al gioioso epilogo di ieri: dopo 3 ore e mezza di assemblea i sindaci all’unanimità hanno rispedito il progetto al mittente.

L’abbiamo scritto più volte, ne siamo convinti e lo ribadiamo: la mobilitazione non è fatta di sole sconfitte.
Appuntiamolo a memoria: ogni tanto si vince, oggi una volta in più.

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In marcia con la Banda Hood nella foresta di Mambrica

Clicca sull’immagine per maggiori info e dettagli

Dopo aver legato gli scarponi per osservare Montecampione e raccontarne la cementificazione, dopo aver esplorato i progetti di turismo dissennato della Valle Camonica e non solo, Alpinismo Molotov continua a frequentare il territorio.
A tessere complicità, a costruire narrazioni.

Domenica 23 giugno ci muoveremo a fianco del CSA Sisma, a Wu Ming 4 e al Bosco di Mambrica A.P.S..
Tra i boschi del maceratese, felici di riallacciare in carne e ossa i nodi con vecchi compagni di cordata.

Ritrovo alle 9.00 a Torre Beregna, per immergerci in una camminata adatta a tutti – 5 chilometri per 300 metri di dislivello – che ci condurrà al rifugio di Manfrica, dove alle 11.30 Wu Ming 4 presenterà il suo nuovo lavoro: La vera storia della banda Hood.  Racconto indispensabile di questi tempi, fatto di una banda di fuorilegge che sa muoversi tra le pieghe del potere, di ritorno alle origini delle cose, dei versi che le hanno accompagnate.

Un libro denso di storie che, per citare un altro compagno di scorribande «sono vere quando si sente che dentro c’è la vita».

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Riflessioni sulla morte di tre ragazzi nel fiume Natisone

In passato ci siamo occupati di sicurezza in montagna a proposito del crollo del ghiacciaio della Marmolada. All’epoca abbiamo fatto delle riflessioni che a nostro avviso hanno una valenza più generale, e possono essere applicate ad altre situazioni in cui ci si approccia ad ambienti naturali o semi-naturali. Torniamo ora sull’argomento in seguito a un episodio che ha riempito le cronache, verificatosi alcuni giorni fa a Premariacco, nel Friuli orientale, sul greto del Natisone. In breve: tre giovani (due ragazze e un ragazzo) sono stati sorpresi dalla piena del fiume mentre si trovavano su un ghiaione normalmente frequentato come spiaggia e, presi dal panico, sono rimasti bloccati per una decina di minuti mentre il livello dell’acqua e la forza della corrente aumentavano rapidamente, fino ad essere sommersi e poi trascinati nella forra a valle.

 

Ad oggi sono stati recuperati i corpi delle due ragazze, e sono ancora in corso le ricerche del corpo del ragazzo. Il modo in cui i media stanno parlando dell’episodio è molto simile a quello in cui era stato affrontato l’episodio della Marmolada: da un lato c’è la colpevolizzazione dei giovani, con punte di crudeltà insostenibili, una miscela micidiale di carogneria da paese e di cinismo da social. Dall’altro la ricerca di un capro espiatorio istituzionale (la protezione civile, i vigili del fuoco, il sindaco, il 118, il 112…), insomma la via giudiziaria alla risoluzione dei problemi. Qualcuno ovviamente propone interventi securitari, come il divieto di avvicinamento al fiume a prescindere; qualcun altro invece si frega le mani prefigurando appalti per la “messa in sicurezza” del luogo. La cosa che quasi nessuno dice, invece, è che la leggerezza con cui i tre ragazzi si sono mossi è conseguenza della non conoscenza del territorio, che a sua volta è conseguenza dell’interruzione della trasmissione orale di tale conoscenza. C’è stato un tempo, che nel Friuli orientale è finito intorno alla metà degli anni ottanta, in cui i paesi situati vicino ai fiumi vivevano di e sul fiume. Nel fiume si pescava e si raccoglieva la legna dopo le piene, i contadini in estate di sera facevano il bagno per lavarsi via il sudore e la polvere, i ragazzini passavano l’estate a tuffarsi e nuotare.  Tutti sapevano quali erano i punti pericolosi, e soprattutto *quando* erano pericolosi. Si sapevano leggere i segni di una piena in arrivo, si teneva d’occhio il livello e il colore dell’acqua. Cose che non si sapevano per scienza infusa, ma perché da piccoli te le insegnavano i grandi. La gente affogava anche allora, sia chiaro, ma c’era una consapevolezza del rischio che ora manca. I bei tempi non ci sono mai stati, lo diciamo sempre. Il punto è che non ci sono nemmeno adesso, non ci sono *soprattutto* adesso. Per un paio di decenni le rive dei fiumi sono diventate non-luoghi, o luoghi da cuore di tenebra. E dopo 20 anni di oblio si è cominciato a parlare di “riscoperta” e di “valorizzazione” (che, ricordiamolo, significa “messa a valore”), è arrivato il tempo dei luoghi pittoreschi, poi diventati “instagrammabili”, decontestualizzati dall’ambiente naturale e antropico circostante; il tempo in cui si può progettare una “Premariacco beach” su un ghiaione che si trova tra lo sbocco di una forra e l’ingresso della forra successiva, un luogo tranquillo e sicuro per gran parte dell’anno, sì, ma pericolosissimo in occasione di piogge abbondanti nelle montagne retrostanti.

Come per la montagna, si è persa la consapevolezza che il letto di un fiume è un ambiente naturale che presenta dei rischi, che non possono essere eliminati o tenuti sotto controllo, ma possono essere conosciuti e valutati di volta in volta. In generale, si dimentica una cosa che dovrebbe essere ovvia: nessuna autorità può garantirci l’incolumità di fronte a un fenomeno naturale, per il semplice fatto che autorità e fenomeni naturali sono concetti che appartengono a piani discorsivi e di realtà distinti. Questa amnesia, se ci si pensa, è alla base anche dell’antropizzazione scriteriata delle aree prossime ai fiumi, con le conseguenze su vasta scala che stiamo sperimentando sempre più spesso.

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VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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“Con quel visino può fare l’escort, ci pensi....”. Succede alle donne negli Atenei italiani

L'Udu (Unione degli universitari) ha raccolto in un report i risultati di un questionario sul fenomeno delle molestie: per la maggior parte delle ragazze i luoghi meno sicuri sono gli uffici dei docenti. Il professore è individuato come la figura più incline alla molestia

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La cover Espresso è un punto per Chiara Ferragni: ma attenzione a reputarlo decisivo

Prima l'affaire pandoro, poi il video del pentimento e infine l'intervista da Fazio. Il  "sentiment" è sempre stato negativo. Ma sebbene la cover del settimanale possa sembrare un punto a suo favore, non è detto che il vento sia cambiato. L'analisi di Roberto Esposito, ceo di DeRev, società di strategia, comunicazione e marketing digital

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Mattarella ricorda Giulia e le altre vittime di femminicidio: "Serve una profonda azione culturale"

"Come non ricordarne le vittime nei tanti femminicidi, anche in giorni recenti? Come non ricordare, per tutte, Giulia Cecchettin, la cui tragedia ha coinvolto nell'orrore e nel dolore l'intera Italia? Si è detto tante volte - anche in quei giorni - che occorre una profonda azione culturale per far acquisire a tutti l'autentico senso del rapporto tra donna e uomo: l'arte è un veicolo efficace e trainante di formazione e di trasmissione di valori della vita. Per questo, oggi, rendiamo omaggio ed esprimiamo riconoscenza al protagonismo artistico delle donne". Lo dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della celebrazione della "Giornata internazionale della donna" al Quirinale.

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Biden: "Chi è contro l'aborto non conosce potere delle donne"

Se rieletto e con un'adeguata maggioranza al Congresso, Joe Biden promette di ripristinare il diritto all'aborto a livello nazionale. "Nella sua decisione di ribaltare Roe v. Wade, la maggioranza della Corte Suprema ha scritto: 'Le donne non sono prive di potere elettorale o politico'. Non sto scherzando. Chiaramente coloro che si vantano di aver ribaltato la causa Roe v. Wade non hanno la minima idea del potere delle donne in America. Ma lo hanno scoperto quando la libertà riproduttiva era in ballo e ha vinto nel 2022, 2023, e lo scopriranno di nuovo nel 2024", ha detto il presidente nel suo discorso sullo Stato dell'Unione. "Se gli americani mi mandassero un Congresso che sostenga il diritto di scelta, vi prometto: ripristinerò Roe v. Wade di nuovo come legge del Paese", ha aggiunto.

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Strappati e imbrattati a Roma i manifesti della Lega contro il velo islamico. La rabbia dei paesi arabi

A Roma manifesti leghisti contro il velo islamico sono stati strappati e imbrattati. “Un attacco alla convivenza” protestano gli ambasciatori della Lega Araba in Italia. Ceccardi: "Un messaggio d’amore per le donne"

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Chi era Marianne Weber, madre negletta della sociologia

Riletto oggi, "La Donna e la Cultura" non perde nulla in termini di attualità. Sostiene l’opportunità di una revisione fondativa del canone sociologico, che vada oltre l’incorporazione delle pensatrici di fine '800 come tessere di un mosaico che nei contenuti principali resta inalterato

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8 marzo, Mattarella: "Troppe e inaccettabili molestie sulle donne". E ricorda Giulia Cecchettin

Il presidente parlando delle donne nel mondo dell'arte: "Solo le dittature promuovono quella di Stato". Giorgia Meloni ne approfitta per la polemica del giorno: "È stata la sinistra italiana a farla con chi non era d'accordo con loro"

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Per Eglantyne Jebb e tutte le donne che sono scese in piazza nell'ultimo secolo

Ai primi del Novecento, la fondatrice di Save the Children ha reclamato uno spazio di azione pubblica, rivoluzionando il concetto di “prendersi cura” dell’infanzia. Non più atto caritatevole, ma investimento per creare società giuste, democratiche e sostenibili
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Inchiesta Onu conclusa: Mahsa Amini "uccisa dalle violenze fisiche della polizia iraniana"

Nel rapporto al Consiglio per i diritti umani si legge che l’Iran ha fatto “un uso non necessario e sproporzionato della sua forza letale” per reprimere le manifestazioni scoppiate dopo la morte della ragazza, rea di non indossare correttamente il velo islamico

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L’importanza della prevenzione nelle malattie cardiovascolari

A giocare un ruolo fondamentale sono tutti quei fattori su cui è possibile intervenire. Un corretto stile di vita, un’alimentazione sana, un’adeguata attività fisica sono tutti insegnamenti che ci vengono dati sin dalla nascita, ma che possono davvero far la differenza e ridurre il rischio cardiovascolare
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Contatto

Giuliano Sangiorgi incontra scrittori, chef, attori e comici e condivide con loro i punti in comune delle loro carriere: l’immaginazione e la capacità di sognare.
Con questo podcast, il cantante mette a confronto il processo creativo in campi anche molto diversi tra loro, regalando all'ospite di ogni puntata una nuova improvvisazione musicale e a chi ascolta un ritratto a due inedito e sorprendente

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È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov”

Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.

Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?

Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.

Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.

È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.

Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.

Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

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Sfida per la Casa Bianca

Il 5 novembre 2024 gli Stati Uniti d’America sceglieranno il nuovo presidente. Ai blocchi di partenza ci sono sempre loro due, Donald Trump e Joe Biden. Ex presidente e presidente uscente, 77 e 81 anni a testa. In un Paese sempre più diviso. Tra ricorsi storici e ricorsi in aule di giustizia, quest’elezione segnerà forse più di altre il presente e il futuro, non solo dell’America ma dell’intero Occidente. Vi racconteremo le grandi storie, dei nostri giorni e del passato, quelle che hanno fatto grande gli Stati Uniti d’America. E faremo chiarezza, per capire insieme come, tra caucus, primarie, congressi, grandi elettori, si diventa presidente del più forte e importante Paese del mondo. Un podcast mensile di Gerardo Greco e Giulio Ucciero.

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La Federazione delle Associazioni Italia-Israele contro la risoluzione del Consiglio comunale di Firenze: “Hamas è un gruppo terroristico, Nardella chiarisca”

Il presidente Bruno Gazzo contro il documento approvato dalla maggioranza: “C’è da domandarsi se le richiamate 'pace, giustizia e dignità dei popoli' enunciati nell’atto possano basarsi su presupposti che non hanno alcun rapporto con la realtà”

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Firenze, sembrava un incendio, si scopre che erano stati assassinati: un fermato per l’omicidio di una coppia di anziani

Clamorosa svolta nell'indagine sul fatto di Bagno a Ripoli dello scorso 5 dicembre. I coniugi ritrovati senza vita nella loro abitazione non sarebbero morti a causa del rogo, ma per una spietata aggressione. Ipotesi usura. Lei picchiata e poi forse strangolata

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GOLPE - 50 anni di Cile

Sono passati 50 anni dal colpo di Stato in Cile. L’11 settembre del 1973, dopo ore di combattimenti per le strade di Santiago, i vertici militari prendono il potere destituendo Salvador Allende e instaurando una spietata dittatura con a capo il generale Augusto Pinochet. Il Golpe non servì solo a stroncare l’esperienza politica democratica di Allende ma a fare del Cile il primo vero laboratorio delle teorie neo-liberiste. Oggi come allora, nel Cile tutto è privatizzato, dalla scuola alla sanità, dalla previdenza al welfare, ai beni comuni (acqua, energia, trasporti) e nel commercio dominano le multinazionali. Il popolo cileno non solo è povero, ma è anche arrabbiato. Molte proteste, spesso sedate con il sangue, si sono succedute negli anni. Ma come rileggere i fatti alla luce del presente? Testimonianze di politici, giornalisti, artisti, studenti e lavoratori provano a rimettere insieme vicende, esperienze, non dimenticando gli storici legami con l'Italia, le speranze ancora vive e il peso del passato.

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Ben-Hur, un altro film

Il podcast in 20 episodi di Michele Bovi e Pasquale Panella che raccoglie testimonianze e documentazioni esclusive e che segnala i nomi di tutti gli italiani – cineasti, attori, professionisti e artigiani – che lavorarono in incognito per il kolossal del 1959 premiato da 11 Oscar. Immagini e documenti esclusivi su www.benhurunaltrofilm.it

Lo speciale: Ben-Hur, un altro film

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Mirror replication of sexual facial expressions increases the success of sexual contacts in bonobos

Nome rivista: Scientific Reports Numero: 10: 18979 Data pubblicazione: 04/11/2020 Autori: Nome: Elisabetta Cognome: Palagi Affiliazione: Dipartimento di Biologia e Museo di Storia Naturale, Università di Pisa Nome: Marta Cognome: Bertini Affiliazione: Museo di...
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Etna: svelata la causa dello sciame sismico durante l’eruzione laterale dell’Etna del dicembre 2018

Comunicato stampa - Individuate le relazioni causa-effetto che hanno determinato lo sciame simico durante l’eruzione laterale dell’Etna del dicembre 2018, culminato con il forte sisma (ML 4.8) del 26 dicembre, grazie ad un approccio multidisciplinare che ha integrato i dati...

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Le diverse abitudini di mobilità di due culture paleolitiche e il possibile ruolo del cambiamento climatico

Comunicato stampa - I gruppi umani Gravettiani, probabilmente scomparsi a ridosso dell’Ultimo Massimo Glaciale, e i successivi Epigravettiani si spostavano sul territorio in modo diverso. Lo rivela un’innovativa analisi su alcuni denti rinvenuti nel sito pugliese di Grotta...

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Allergie alimentari: Il paradosso della desensibilizzazione, aumentano i casi di anafilassi

Comunicato stampa - Uno studio internazionale pubblicato su The Lancet mette in discussione la sicurezza della cosiddetta immunoterapia orale per l’arachide, uno degli alimenti allergizzanti più aggressivi. Il Bambino Gesù unico Centro europeo a partecipare alla ricerca

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La materia oscura esiste: smentite le osservazioni che ne mettevano in dubbio la presenza nelle galassie

Comunicato stampa - Una ricerca SISSA chiarisce una tra le controversie recenti più intriganti riguardo alla forma di materia più diffusa nell’Universo, che non emette alcun tipo di radiazione elettromagnetica, e ne descrive la relazione con la materia ordinaria

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