Tra i sette cantieri in cui è organizzato il Lucca Beni Culturali – LuBeC, manifestazione giunta alla sua XXII edizione (dal 14 al 15 ottobre al Real Collegio) vi è per la prima volta “Welfare culturale in azione” la rassegna esperienziale delle pratiche di welfare culturale che i partecipanti potranno vivere in prima persona. Un’occasione per sperimentare attività ed esperienze già in corso in Italia e valutarne l’impatto e la possibile efficacia sul benessere delle persone.
Per comprendere le ragioni che hanno portato i promotori di LuBeC a ideare questa rassegna tra i sette cantieri della due giorni intitolata “Ri-generazioni culturali” abbiamo parlato con Francesca Velani, curatrice della rassegna nonché vicepresidente e direttrice Cultura e sviluppo sostenibile di Promo Pa Fondazione, la realtà che promuove la manifestazione con la collaborazione e il sostegno del ministero della Cultura.
Francesca Velani – foto Elena Pardini per LuBeC
La premessa per Velani è ricordare che «LuBeC è un evento ma anche un luogo in cui da oltre vent’anni lavoriamo per mettere la cultura al centro delle politiche di sviluppo del Paese. Nasce in un momento in cui gli enti locali stavano affrontando la riforma del Titolo V della Costituzione e si apriva il dialogo con il privato nella gestione del patrimonio culturale».
Per la vicepresidente di Promo Pa Fondazione del resto l’obiettivo è «da una parte promuovere la nascita di politiche culturali che siano fortemente attuali, contemporanee, in linea con l’Europa e dall’altra fornire gli strumenti perché le stesse arrivino alle persone».
La cultura diventi agente trasformativo
Fare della cultura un “agente trasformativo”, ma allo stesso tempo «rigenerare il settore culturale perché c’è il tema di un cambiamento, di una trasformazione in termini di competenze. Perché se è vero che la produzione culturale impatta e determina – dal punto di vista economico, sociale e produttivo – su tanti settori, è vero che la cultura oggi ha bisogno di imparare a fare questo in maniera sempre più professionale e dialogando con gli altri sistemi imprenditoriali, profit e non profit e farlo all’interno di una di un intergenerazionalità collaborativa», sottolinea Velani ricordando come i cantieri aperti a LuBeC tocchino i grandi temi che vanno dall’accessibilità alla partecipazione culturale, dal digitale all’Ai, dalla sostenibilità all’impatto, dalla rigenerazione allo stesso welfare culturale.
Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche. LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.
Puntando l’obiettivo sulla rassegna “Welfare culturale in azione” Francesca Velani ricorda che si tratta di un tema seguito da anni e su cui si sta lavorando con diversi soggetti tra cui le regioni e il Cultural Welfare Center «che ci accompagna in questo cantiere, insieme a tanti enti e organizzazioni del Terzo settore. Due anni fa abbiamo creato con la collaborazione di oltre 600 soggetti, un manifesto per il welfare culturale che focalizza quattro aree di intervento che sono la normativa, la formazione, le reti e la valutazione di impatto. Linee di intervento che affronteremo anche nel convegno del 15 ottobre sul link worker (il facilitatore della prescrizione sociale, ndr.)».
Da progetto a servizio esigibile
Centrale anche una riflessione per comprendere come «il welfare culturale come ambito possa produrre servizi e non solo progetti. In pratica come i progetti piano piano diventano servizi esigibili. E questo vuol dire in sintesi dare sicurezza a tutta la filiera» precisa Velani e sottolinea: «La rassegna di buone pratiche di welfare culturale è un passo in più sul come possiamo aiutare gli operatori culturali sociali e sanitari a capire in concreto cosa significa una pratica di welfare culturale accreditata? Perché quella pratica è durata di più? Perché è diventata un servizio? Oggi è prescrizione sociale, perché c’è stato un processo, ci sono stati gli investimenti, c’è stata una capacità di mettere insieme professionalità diverse ma anche di evolvere quella pratica sui bisogni reali del territorio».
Future Moves, una delle pratiche in rassegna
Le sette esperienze selezionate non sono state pensate per «offrire la spettacolarità dell’esperienza, anche se sarà uno spettacolo partecipare a queste cose e sarà molto bello» quello che interessa è, sottolinea la curatrice della rassegna, «la solidità del metodo e quindi capire facendo. Noi sappiamo che queste pratiche sono destinate agli adolescenti e agli over 65, alle persone con demenza e ai loro caregiver, ai bambini disabili e a chi è in carcere, ma naturalmente chi partecipa alle pratiche durante LuBeC sono gli operatori e gli amministratori».
A Lucca si punterà a promuovere reti e a innestare all’interno del sistema dei servizi pubblici e privati il link worker, «una figura determinante, formata nella conoscenza delle pratiche che ci sono a disposizione, pratiche che però io posso prescrivere e per farlo devono essere certe», accessibili, perché «l’accessibilità è la madre del welfare culturale».
Nell’immagine in apertura Esercizi di ben-essere learning by doing – Foto da ufficio stampa
Scendo dal tram della linea T2, che dalla stazione Firenze Santa Maria Novella in dieci minuti mi ha portato davanti al centro commerciale San Donato, nel quartiere Novoli. Superato il cortile, con la scala mobile salgo al primo piano. Mancano pochi minuti alle 14, il centro per adolescenti e giovani apre a quell’ora. Due ragazzi aspettano che si apra la porta a vetri dell’ingresso color acqua marina. «Noi, dopo la scuola, veniamo tutti i giorni qui», mi dicono. Continua il viaggio di VITA dentro “DesTEENazione – Desideri in Azione”, un’iniziativa promossa dal mnistero del Lavoro e delle Politiche sociali che finanzia spazi multifunzionali in tutta Italia. Quello di Novoli è uno dei 100 luoghi aggregativi di nuova generazione (per ora, quelli attivi sono 55) dedicati ad adolescenti e ragazzi dagli 11 ai 21 anni. Il centro di Firenze è stato il primo ad aprire, il 22 ottobre 2025,. Ed è l’unico che si trova dentro un centro commerciale.
Ad accogliermi, in un grande salone “abitato” da gigantesche installazioni artistiche, c’è Marco Sabadini, coordinatore strategico e programmatico di DesTEENazione Firenze. «In Toscana, oltre a questo centro, ce ne sono altri quattro: Prato, Empoli, Arezzo, San Giovanni Valdarno. Sta per aprire il sesto della regione, a Livorno. A un anno di distanza dall’apertura noi siamo molto contenti perché nel primo semestre ci sono stati una media di 74 ingressi giornalieri. Il quartiere 5 (Rifredi) è quello con il più alto numero di ragazzi della città». Lo spazio è aperto dal lunedì al venerdì dalle ore 14 alle 19 e il sabato dalle ore 10 alle 13 e dalle 14 alle 19. «I ragazzi e le ragazze iscritte sono circa 600, di cui 230 sono arrivati solo nell’ultimo trimestre».
«Il progetto è aperto a tutti. Abbiamo ragazzi che si iscrivono liberamente nel momento in cui gli arriva la proposta, altri che hanno storie difficili e che prima di iscriversi hanno bisogno di capire se si possono fidare. Nel rispetto della loro situazione e in qualità di educatori ed educatrici abbiamo deciso di dare loro il giusto tempo per sentirsi parte di questo posto. Noi li conosciamo, sappiamo il nome e cognome, le prime volte permettiamo loro di frequentare il centro senza iscrizione formale: vogliamo dare anche a loro la possibilità di usufruire di tutte le opportunità che qui trovano», continua Sabadini. «Ci sono cose che per noi sono scontate, ma per alcune storie di vita non lo sono affatto. L’importanza del progetto DesTEENazione è anche accogliere chi ha bisogno di trovare una strada, ma allo stesso tempo è spaventato da questa stradaperché nessunolo ha accompagnato adeguatamente nel percorso di crescita».
Il cortile del centro commerciale San Donato, al primo piano c’è DesTEENazione di Firenze
La programmazione? Condivisa con il comitato di consultazione dei beneficiari
Se all’inizio le attività erano decise dai vari gruppi di lavoro del centro, «ora solo una minima parte di essa è organizzata dagli educatori, per il resto condividiamo la nostra programmazione trimestrale con il Comitato di consultazione dei beneficiari, per promuovere il protagonismo. Riceviamo anche molte proposte dal territorio, ad esempio la Polizia municipale ci ha chiesto di fare dei laboratori di educazione stradale proprio all’interno di DesTEENazione», prosegue Sabadini. Ogni proposta è condivisa col Comitato di consultazione e insieme si decide se e quando svolgere l’attività. Quotidianamente c’è un’offerta standard, «che va dai giochi da tavola ai laboratori, ad esempio di fumetto. Poi c’è l’affiancamento allo studio, la sala registrazione e quella videogiochi. Sta funzionando tantissimo il gamer, l’educazione all’uso consapevole dei videogiochi, è un’attività che all’inizio facevamo una volta a settimana ma che ora c’è tutti i lunedì, mercoledì e venerdì. È molto partecipata».
Relax nella Sala Chill, progettata dai ragazzi
Nella Sala Chill si svolgono attività di rilassamento e di condivisione: «È un prodotto della linea “Get up”, che prevede progetti con le scuole. I ragazzi del liceo scientifico Leonardo da Vinci di Firenze hanno costruito questa stanza, decidendo di dedicarsi a questa progettualità dopo un sondaggio fatto tra i loro coetanei su cosa avrebbero voluto trovare all’interno di questo spazio. Tutti hanno chiesto una stanza dove potersi rilassare. Hanno scelto il nome della sala, hanno deciso l’arredamento e l’hanno costruita con bancali che sono stati trattati e dei grandi cuscini». In un angolo c’è una libreria «con dei libri donati da un negozio presente nel centro commerciale. Il lavoro di rete è sempre fondamentale».
Le voci di chi vive lo spazio
Nella Sala Chill incontro Patrick, Paolo e Piero. Sono amici. «Vengo qui da un anno, gioco a ping pong e a giochi da tavolo con i miei amici, insieme ad un educatore», dice Patrick, 14 anni. Perché gli piace frequentare il centro? «Perché non c’è mia madre e perché mi diverto. Vado in una scuola qui vicino, vengo tre volte a settimana». «Fare nuove amicizie, stare con i miei amici, giocare a ping pong sono le cose che amo di più di DesTEENazione. In questi mesi ho seguito i laboratori di uncinetto e di ceramica emotiva», aggiunge Paolo, 14 anni, al primo anno della scuola secondaria di secondo grado. «Riesco a gestirmi il tempo dello studio. Spesso vengo un po’ qui a svagarmi, poi vado a casa a studiare». «In questo centro mi piace stare con gli amici. Non riesco a studiare perché conosco tutti e non mi concentrerei», dice Piero, 12 anni, che fa parte della Consulta. «Ci incontriamo ogni 15 giorni, facciamo brainstorming e discutiamo delle idee e delle proposte da realizzare nello spazio. Voglio essere coinvolto in questo luogo, che sento un po’ mio».
Patrick, Paolo e Piero nella sala chill
Nel salone, seduto davanti al suo computer, c’è Mohammed. Anche lui fa parte della Consulta. Ha 16 anni, frequenta il terzo anno dell’Istituto superiore Meucci, studia Informatica e Telecomunicazioni. «Vengo qui dall’apertura. Questo posto, dai primi mesi che lo frequento, l’ho sempre sentito come parte della mia vita. Ci passo ore, ogni giorno. Già prima di far parte della Consulta dicevo cosa, secondo me, si poteva migliorare di questo luogo. Di DesTEENazione mi piace che noi giovani ci possiamo aggregare, c’è un “ecosistema” di ragazzi.Entri qui, ti senti a tuo agio e capisci, se parli con qualcuno, che puoi veramente esprimerti. Nelle scuole non c’è questa gran possibilità di esprimere la tua opinione. Non è colpa delle scuole, che hanno tanti studenti e che seguono un loro “codice”, ma questo posto è diverso: è aperto, non ci sono compiti, puoi anche sederti e non fare nulla. Ho trovato nuovi amici, mi trovo bene anche con le persone che ci lavorano», continua Mohammed. «Ho fatto tanti laboratori, quello che mi è piaciuto di più è stato un incontro dedicato alla partecipazione attiva, durante il quale abbiamo compilato un questionario con domande relative a cosa ci piace e non piace di DesTEENazione, cosa vorremmo migliorare del quartiere. Ho proposto di abbellire il palco, che è spoglio, e di continuare a rifornire la sala videogiochi, uno dei “fiori all’occhiello” di questo posto, con tanti pc per giocare, anche insieme».
Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite». ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO
Esaudire i bisogni dei ragazzi, ma a volte anche dei genitori
In un anno sono tante le attività organizzate. «Dalla giornata dello sport indoor al laboratorio di scacchi, in collaborazione con l’Accademia scacchistica Fiorentina e organizzato insieme alla Società della Salute, per coinvolgere anche i ragazzi e le ragazze con disabilità, è stato un modo per avvicinarli allo spazio», racconta Sabadini. «In contemporanea, i genitori si ritrovavano nella stanza accanto con gli psicologi. Hanno creato un gruppo di “parola”, che ha portato ad un incontro fisso: ogni volta che c’era il laboratorio dei figli, le famiglie si incontravano. Stiamo cercando di riproporlo. Noicerchiamo di esaudire quelli che da progetto vengono chiamati “desideri in azione”, che alle volte sono dei bisogni adolescenziali che devono trovare uno sfogo, un ascolto».
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In mezzo alle installazioni artistiche
Prima di DesTEENazione, questo luogo di quasi 1.300 metri quadrati, cosa era? «Lo spazio, di proprietà del Comune di Firenze,veniva utilizzato per mostre d’arte», prosegue Sabadini. Infatti, ci sono delle bellissime installazioni nel salone del centro. Questo non è uno spazio solo per il divertimento. «La sala accanto è dedicata al sostegno allo studio, tutti i pomeriggi dal lunedì al venerdì e anche il sabato mattina».
Qui Sara sta studiando insieme ad un’operatrice. La scorsa estate il centro non ha mai chiuso, «nel pomeriggio venivano i ragazzi più grandi, la mattina quelli delle medie che venivano a studiare e a fare il laboratorio di fumetto». Sabadini racconta: «Un sabato abbiamo raggiunto 170 presenze: sono uscito dalla stanza e il salone era pieno di gruppi di ragazzi. È stato bello vedere così tanti ragazzi, abbiamo deciso di gestire questi numeri dando vita a più laboratori, che ci permettessero di gestire al meglio il rapporto educatori-utenti, senza correre il rischio di implodere».
L’importanza della location
Il fatto di essere in un centro commerciale «aiuta, prima di tutto, perché è un luogo frequentato e visibile», prosegue Sabadini. «Un altro aspetto positivo è che molte persone che lavorano qui sono comodi a lasciare i figli e poi venire a riprenderli. Inoltre, ci sono molte scuole intorno, quando i ragazzi escono è spontaneo ritrovarsi qui».
Non uno spot, un servizio psico-pedagogico vero e proprio
Nel centro lavorano 27 persone. «In questo anno abbiamo cercato di dare forma al servizio, in modo che la cittadinanza riconosca DesTEENazione non come uno spot, ma come un servizio psico-pedagogico vero e proprio». Tra i servizi offerti, «abbiamo dato vita a dei laboratori per le famiglie il sabato mattina con gli psicologi della linea 4 del progetto, che si occupa del sostegno genitoriale. Sono stati molto partecipati, con circa 30 presenze. Ci sono stati utili per creare uno sportello al quale i genitori, singolarmente o in coppia, si sono potuti rivolgere per chiedere suggerimenti, rispetto alla gestione della relazione con il figlio adolescente».
«Quest’anno è stato faticoso, siamo molto stanchi, ma anche molto contenti. La soddisfazione viene dalla frequenza dei ragazzi, molti vengono tutti i giorni: se si trovassero male qui, non tornerebbero», sottolinea Lotar Sanchez, coordinatore tecnico di DesTEENazione Firenze. «In questo quartiere vivono molti ragazzi con background migratorio, c’è un numero elevato di centri di accoglienza per minori stranieri non accompagnati, tanti vengono qui». Sanchez sottolinea come nel centro arrivino ragazzi con tanti tipi di bisogni e di vissuti: «C’è il giovane che ha avuto problemi con la giustizia e che timidamente si affaccia per vedere di cosa si tratta e c’è la ragazza che ha un podcast pronto (ad esempio, a tema intelligenza artificiale) e vuole registrarlo». Nel centro si possono fare delle registrazioni, che vengono caricate sulla pagina Spotify di DesTEENazione Firenze. C’è una sala apposita, in questo momento c’è ai microfoni Omar, 17 anni.
Un ragazzo ha un’idea? La nostra risposta è sempre “sì”
«Dobbiamo tutti i giorni trovare strategie diversificate, con le risorse umane di cui disponiamo. E dobbiamo anche trovare, tra le varie linee del progetto, le collaborazioni che siano funzionali al ragazzo o alla ragazza, se qualcuno ha problemi di sostegno allo studio, di marginalità, di uno spazio per dare sfogo alla propria creatività», prosegue Sanchez. È capitato più volte che un ragazzo o una ragazza ci portassero un’idea che non sapeva come realizzare. La nostra prima risposta è sempre “sì”: poi vediamo come fare. Ci attrezziamo a 360 gradi per poter rispondere a tutti gli input che arrivano da loro: finora è stata una sfida lunga un anno, tante ce ne aspettano».
Ilaria Dioguardi mentre intervista Marco Sabadini, all’ingresso del centro DesTEENazione di Firenze
Orientamento scolastico e tirocini
«Mi occupo dell’avvicinamento dei ragazzi a tirocini di inclusione lavorativa, li supporto nella scelta e nell’avvio a questa attività», dice Federico Bleynat, orientatore professionale e scolastico, che fa parte della Linea 6 del progetto, dedicata ai tirocini formativi e di inclusione sociale retribuiti. «Preparo i ragazzi e le ragazze per quanto riguarda l’aspetto psicoemotivo e anche per quelli tecnico e legale. In quasi un anno ho fatto colloqui a più di una trentina di giovani. Mi occupo anche di orientamento scolastico, alcuni ragazzi sono passati da me per consigli o valutazioni di quello che stavano facendo o di quello che volevano fare, non erano strettamente colloqui legati all’obiettivo del tirocinio».
«Ciascun percorso è differente. Ognuno ha i propri bisogni, le proprie capacità e le proprie difficoltà. Quando i ragazzi arrivano da me, innanzitutto li ascolto: tramite un ascolto attivo si può capire meglio come lavorare con loro. Sono loro stessi che riescono a riconoscere i propri punti di forza e di debolezza. Soprattutto per la parte dei tirocini, mi avvalgo delle competenze dei colleghi psicologi con cui possiamo affrontare un momento di ansia, magari nel giorno prima del tirocinio, piuttosto che valorizzare un avvenimento particolarmente positivo e bello», continua Bleynat. Per quanto riguarda il percorso scolastico, c’è la linea del progetto dedicata, «e la collaborazione è veramente a tutto tondo nell’interesse dei beneficiari».
Il grande coinvolgimento del Terzo settore
Il progetto DesTEENazione Firenze è realizzato dalla Società della Salute di Firenze, con la collaborazione e il supporto del Comune il coinvolgimento, per la co-progettazione e la gestione delle attività, dei seguenti enti del Terzo settore costituiti in associazione temporanea di scopo (Ats): il consorzio Co&So (capofila dell’Ats), con la cooperativa sociale consorziata Il Girasole; il Consorzio Metropoli, con le cooperative sociali consorziate Cat e Cepiss; l’associazione Piazza San Donato e l’associazione AltVibe.
La viceministra al Lavoro e alle Politiche sociali Maria Teresa Bellucci, all’inaugurazione del centro il 22 ottobre 2025
«Il centro si trova in un luogo sensibile della città, che ha tutte le caratteristiche, le potenzialità per dare modo al programma DesTEENazione di evolvere e di consolidare il suo ruolo e la sua funzione all’interno di Firenze», dice Nicola Paulesu, assessore al Welfare, Accoglienza, Integrazione e Casa del comune di Firenze. «È stato scelto un quartiere tra i più popolati della nostra città, facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici. È stato sin da subito molto frequentato, ciò per noi ha un grande valore, nell’ambito di un piano di interventi per i giovani che vivono, in questa fase storica, una forte difficoltà nell’avere occasioni di socialità e luoghi che facilitano la ricostruzione di una comunità educativa. Il centro è una risposta non solo per i giovani, ma per tutta la popolazione, nel momento in cui costruisce un welfare di comunità basato sulla rete di servizi che la nostra città può esprimere e che lì trovano un collettore, una facilitazione di espressione».
Il progetto è triennale. E poi?
Il progetto nazionale prevede un investimento triennale. «Il nostro obiettivo è quello di sostenerlo. C’è tutta l’intenzione di dare continuità ai servizi e alle attività che si realizzano in quello spazio. Bisognerà cercare di capire come costruirlo, come mantenerlo, come sostenerlo anche da un punto di vista economico. Ma la “cifra” del nostro contesto territoriale ci mette nelle condizioni di dire che quella rete che si sta costruendo intorno al centro DesTEENazione sarà la stessa rete associativa che, una volta terminata la sperimentazione e, quindi, la triennalità del progetto finanziato, dovrà continuare a lavorare per mantenere in vita il centro con le stesse caratteristiche attuali. Speriamo che ci saranno altre linee di finanziamento che ci aiuteranno a portare avanti le attività», prosegue Paulesu.
«C’è tutto l’interesse della nostra città a continuare a investire nelle politiche giovanili che sono strategicamente uno dei segmenti del sistema dei servizi sociosanitari territoriali, che ci mettono nelle condizioni di lavorare anche in prevenzione e promozione della salute. Metteremo a frutto tutto quello che è stato fatto e che si farà in questi anni, anche in termini di capacità e competenze organizzative, e andremo avanti».
Tutti i nomi dei ragazzi sono di fantasia. Le foto sono di Ilaria Dioguardi, tranne la foto di apertura (da DesTEENazione Firenze) e l’ultima dell’inaugurazione con la viceministra al Lavoro e alle Politiche sociali Maria Teresa Bellucci (da ufficio stampa assessore Nicola Paulesu)
«Da gennaio 2026 questa bottega ha venduto 2977 semi di cannabis rubando alle mafie 3.023.000 euro». La scritta campeggia su un grande pannello nella vetrina del Canapaio Ducale, in piazzale Picelli a Parma, e verrà aggiornata ogni mese. È il «contatore contro lo spaccio», l’ultima idea dei Radicali di Parma e di Luca Marola, anima …
Il risotto non è riso con qualcosa dentro. È una questione di amido, pazienza e mescolate al momento giusto. A quel punto ecco che quello che c’è dentro diventa importante… La zucca gialla è un po’ la coperta della cucina autunnale: rassicurante, dolcina, ma col il rischio di risultare un po’ noiosina… E allora? In questo piatto proviamo a provocarla col mitico gorgonzola e a darle una cremosità da urlo grazie al trucco della patata frullata. Il risotto si sa, è un piatto confortante, ma meglio scegliere una varietà adatta alla mantecatura come Carnaroli, Arborio o Vialone Nano: chicchi ricchi di amido, capaci di assorbire il brodo e rilasciare gradualmente quella sostanza che rende il risotto ben legato. Il Carnaroli, in particolare, è spesso considerato una delle scelte più affidabili perché tiene bene la cottura e perdona qualche minuto di distrazione ai fornelli. Il risultato? Cremoso, avvolgente e grazie al gorgonzola, un piatto di gran carattere. Serve a noi per portare in tavola l’autunno senza annoiarsi! E allora buon risotto, speciale, a tutti, la vostra Luisanna
Tagliate la zucca e la patata già sbucciata a dadini piccoli. In una casseruola fate soffriggere una cipolla tritata con un filo d’olio, poi aggiungete la zucca e la patata e fatele rosolare pochi minuti. Coprite con un paio di mestoli di brodo caldo e lasciate cuocere a fuoco medio per circa 15-20 minuti, finché non saranno morbide. Frullate tutto con un frullatore a immersione fino a ottenere una vellutata liscia.
Nel frattempo in una casseruola capiente rosolate a fiamma bassa, con un filo d’olio, la cipolla tritata finemente. Levatela dal tegame e tenetela da parte. Nella stessa casseruola tostate velocemente il riso a fiamma alta, sfumate con il vino bianco e lasciate evaporare completamente l’alcol. Unite la cipolla rosolata e aggiungete il brodo vegetale bollente, un mestolo alla volta, continuando a mescolare. Dopo circa 7-8 minuti, versate la crema di zucca nel riso e aggiustate di sale e pepe, tenendo presente che il formaggio poi aggiungerà molta sapidità. Proseguite la cottura aggiungendo un mestolo di brodo ogni volta che il precedente viene assorbito.
Dopo 15-16 minuti, a cottura ultimata ma con il chicco ancora al dente, rigorosamente a fuoco spento, aggiungete metà gorgonzola, il burro freddissimo, il formaggio grattugiato e mantecate il riso velocemente. Coprite con un coperchio e fate riposare per 1-2 minuti.
Intanto, preparate la crema di gorgonzola mescolandolo alla panna acida per il decoro finale. A questo punto mescolate ben bene e fate “ l’onda” per incorporare l’aria e rendere così il risotto vellutato, aggiungendo, se servisse, un goccio di brodo bollente per regolare la consistenza.
Versate il risotto nei piatti e allargatelo delicatamente, dando qualche colpetto sul fondo del piatto. Completate con una macinata di pepe nero fresco, un po’ di noci tritate e gli ultimi ciuffetti di crema al gorgonzola.
San Romualdo e lo Zen: due tradizioni lontanissime, una domanda sorprendentemente vicina. Che cosa accade alla mente quando impariamo a tornare, ancora e ancora, alla parola, al silenzio, alla preghiera? Dai Salmi ai Sūtra, dalla cella di Camaldoli alla meditazione Zen: forse educare la mente significa prima di tutto imparare a non seguirne ogni movimento. […]
Filosofia pratica per affrontare la paura, le sconfitte e la ricerca di sé. Da Paulo Coelho a Marco Aurelio, da Epitteto alla Bhagavad Gītā. Una lezione per chi desidera trasformare la propria vita partendo da se stesso. Chi è davvero il Guerriero della Luce? Paulo Coelho lo descrive come un uomo fragile, pieno di dubbi, […]
Nessun ordine sociale viene mai distrutto prima che si siano sviluppate tutte le forze produttive per le quali esso è sufficiente, e i nuovi rapporti di produzione, superiori ai precedenti, non sostituiscono mai quelli più vecchi prima che le condizioni materiali della loro esistenza siano maturate nell’ambito della vecchia società. L’umanità si pone quindi inevitabilmente solo quei compiti che è in grado di risolvere, poiché un esame più attento mostrerà sempre che il problema stesso sorge solo quando le condizioni materiali per la sua soluzione sono già presenti o almeno in via di formazione
(Karl Marx, Contributo alla critica dell’economia politica, Prefazione, 1859).
1. L’impatto che l’Intelligenza artificiale avrà sulle nostre società è oggetto di discussione da diversi punti di vista. Qui vogliamo indagare sul cambiamento del valore che merci e servizi subiranno con la sua sempre più ampia diffusione e il prevedibile impatto sui rapporti sociali.
Partiamo dalla teoria del valore-lavoro che vede il valore di una merce (materiale o immateriale) nella quantità di lavoro umano incorporato (al di là dei problemi di conversione dei valori in prezzi).
L’ampio uso della gigantesca mole di dati accumulati e disponibile dall’IA, fa sì che vengano utilizzate e messe a profitto (al mero costo informatico) anche le ore di lavoro (produttivo, ma anche non produttivo) precedentemente prodotte nelle forme più disparate. Questo lavoro umano come può essere valutato? Esso viene appropriato dal capitale, anche se non viene pagato, sebbene vi siano dei costi di estrazione. L’assimilazione più immediata è quella alle risorse naturali che diventano una rendita per il capitale.
Marx (III Libro del Capitale e Teorie Del Plusvalore) distingue la rendita assoluta dalla rendita differenziale. La prima è quella che si genera perché esiste il monopolio della proprietà privata su certi fattori di produzione (per es. il possesso della terra coltivabile), la seconda è quella che nasce dal fatto che tali fattori hanno una redditività maggiore o minore (per es., diversa fertilità dei terreni). Marx distingue due tipi di rendita differenziale, la rendita differenziale I, derivante dalla diversa redditività di diversi lotti, e la rendita differenziale II, nascente da successivi investimenti di capitale nel medesimo lotto. Al momento ciò che viene messo a profitto non è tanto l’uso dell’AI (che potremmo assimilare alla rendita assoluta derivante dal mero possesso), quanto quei servizi di AI più performanti che vengono offerti a pagamento e quindi assimilabili alla rendita differenziale, in cui la redditività maggiore deriva non da una diversa “fertilità” della banca dati (che Marx chiamerebbe rendita differenziale I), ma dalla rendita differenziale II, nascente da successivi investimenti di capitale nel medesimo terreno.
D’altronde:
«Ogni “miglioramento” diminuisce il prezzo delle merci, [dei] mezzi di sussistenza. Il salario ossia il valore del lavoro, quindi, aumenta e diminuisce in proporzione inversa allo sviluppo della forza produttiva del lavoro, in quanto quest’ultima produca beni di prima necessità che entrano nel consumo medio della classe operaia. Il saggio del plusvalore (del profitto) diminuisce o aumenta, quindi, in rapporto diretto a come si sviluppa la forza produttiva del lavoro, perché questo sviluppo abbassa o eleva il salario.» (Marx, Teorie Del Plusvalore, Parte II).
Se ora l’AI è destinata a far aumentare a dismisura la produttività del lavoro, possiamo assistere a un’esplosione dei profitti e a un crollo dei salari.
2. Gli elementi fondamentali del processo produttivo, per come sono presentati da S. Bodrunov (Noonomia, P. 1, c. I, sez. 1.2), possono essere studiati nei rapporti e nelle contraddizioni che generano. Questi sono sì i pilastri fondamentali del processo produttivo, la cui caratterizzazione ne dipende, ma ne sono anche oggetto, in quanto ne vengono influenzati a loro volta.
La prima distinzione che si può individuare di questi quattro elementi è quella della loro genesi e del loro fine; se il lavoro umano e le materie prime sono generate esternamente dal processo produttivo, se sono cioè presupposti a questo, la stessa cosa non si può dire per le tecnologie e l’organizzazione della produzione, che invece ne sono i primi frutti.
In generale si può dire che le tecnologie e l’organizzazione del lavoro sono le caratteristiche del soggetto che vive il processo produttivo, sono caratteristiche della società che ne è influenzata o che le adopera, sono cioè frutti dell’astuzia della ragione. Il lavoro umano e le materie prime sono invece l’oggetto immediato del processo produttivo, la base materiale dalla quale questo scaturisce.
Pertanto, l’organizzazione del lavoro è la risposta dell’uomo al problema, posto dal processo produttivo, di come ottenere il massimo risultato dal lavoro umano potenziale disponibile. Così le tecnologie sono la risposta dell’uomo al problema, di simile origine, di come ottenere il massimo risultato dalle materie prime potenziali disponibili. Sono due problemi di ottimizzazione. Delle materie prime e del lavoro umano potenziali, perché il massimo del lavoro umano, che potrebbe confluire nel processo produttivo, considerato rispetto agli uomini totali che lo potrebbero generare, non è detto che sia raggiunto; la stessa cosa vale per le materie prime.
3. Il sistema di produzione capitalista ha attraversato nella sua storia numerosissime crisi; senza però mai esserne stato definitivamente travolto, ha saputo superarle sempre, anche rispetto agli assetti particolari che, sorti in situazioni di altrettanto fermento consolidatisi in anni più quieti, sono infine collassati a causa delle contraddizioni dalle quali erano emersi. Queste crisi sono conseguenze di dinamiche interne al sistema economico, ma presto hanno ricadute in altre sfere.
L’aspetto che primo tra tutti ne è influenzato è senz’altro quello sociale, cioè l’organizzazione del lavoro. Sono da considerarsi parte dell’organizzazione del lavoro anche tutti quei processi che mirano a riprodurre il lavoro umano o a disporne in quantità adeguata a quella richiesta e sostenibile dal sistema produttivo. Storicamente gli sviluppi di queste contraddizioni sono molteplici e generalmente sfociano in violenza politica volta ad evitare che il sistema economico subisca dei mutamenti strutturali, questa vi è accompagnata però da una buona dose di riforme, necessarie alla razionalizzazione del processo produttivo e al superamento della crisi. Un esempio di questo fenomeno è il fordismo, indagato già sotto questo aspetto da A. Gramsci nei suoi Quaderni del Carcere. Chiaramente a questa soluzione vi è un limite: per mantenere la situazione invariata, occorre sempre ricercare equilibrio tra le classi sociali, che ovviamente avvantaggerà la classe borghese, ma che persuaderà le altre classi a non ingaggiare una lotta per la conquista dei mezzi di produzione.
Una seconda sfera nella quale sono osservabili dei mutamenti è quella dei rapporti internazionali tra gli Stati, dalla necessità di distruggere parte del sistema produttivo esistente e di aprire nuovi mercati sorge l’imperialismo. Questa soluzione deve però scontrarsi ad oggi con dei limiti di natura tecnica, la guerra convenzionale ha ridotto drasticamente la sua portata, per via della capacità distruttiva delle armi cresciuta a dismisura che, in caso di utilizzo, non permetterebbero il raggiungimento sicuro dei risultati sperati. Ad oggi si impiegano dunque sistemi misti, i cui effetti risultano però trascurabili in molti casi, che non possono assorbire la totalità delle contraddizioni generate sul piano economico.
4. Lo sviluppo della tecnica appare quindi come l’ultima spiaggia ed è quello che l’AI dovrebbe incarnare. Generare, a parità di risorse impiegate, risultati maggiori, può essere la soluzione del problema.
Va sottolineato che qualunque mutamento in una delle sfere sopra elencate ha effetti su tutte le altre e su sé stessa, perciò, in questo contesto, si può affermare di essere entrati nella fase dei sistemi di produzione in cui l’organizzazione del lavoro si occupa prioritariamente dello sviluppo delle tecnologie.
Gli enormi progressi tecnologici che si sono raggiunti negli ultimi anni possono far pensare che il sapere sociale generale si innalzerà ad un ritmo sempre più elevato, lasciando a galla solo chi sarà in grado di rimanere al passo. Questo fenomeno apre al rischio di un accentramento dei capitali spaventoso e alla necessità di far partire una corsa allo sviluppo scientifico su scala mondiale, che genererà enormi sconquassi in ogni campo. Inoltre la necessità di impiego di forza lavoro sarà ridotta al minimo, se nel medio periodo si potrà vedere una tendenza maggiore all’impiego di forza lavoro specializzata questo potrebbe non perpetuarsi nel lungo periodo ed anzi si potrebbero raggiungere tassi di disoccupazione elevatissimi. Infatti, se le rivoluzioni industriali precedenti sono state capaci di assorbire nei nuovi settori produttivi tutta la manodopera espulsa da quelli vecchi e in dismissione, questo sembra del tutto precluso con la rivoluzione dell’AI. La diffusione sempre più capillare agirà come una droga che risolve il problema immediato e ne crea uno ancora più grande nell’immediato futuro.
Ciò ci porta a un’altra considerazione marxiana, ossia la caduta tendenziale del tasso di profitto, conseguenti alle crisi economiche, come le crisi di sovrapproduzione, la distruzione delle forze produttive e l’immane scontro tra i capitali a livello internazionale. Un’astrazione scientifica che si ripropone nella società capitalistica – in forme e modi odierni – ma nella sostanza del tutto simile a quella descritta da Marx. Si badi bene qui che si parla di caduta del saggio, ossia della percentuale, non della caduta assoluta, quindi non sono i profitti a diminuire, ma la loro redditività, ossia la quantità relativa di profitti rispetto all’enorme massa di capitali che è stata finora accumulata. Inoltre la caduta è tendenziale; ciò non implica in alcun modo la previsione di un crollo inevitabile, come hanno preconizzato le degenerazioni meccanicistiche e opportunistiche della II Internazionale socialdemocratica dopo la morte di Engels, proprio per togliere dall’ordine del giorno la rivoluzione proletaria.
Il capitalismo si dibatterà ancora una volta tra l’incudine di dover contrastare la caduta del saggio di profitto a fronte di una massa di capitali (soprattutto speculativi e fittizi) che richiedono voracemente sempre più profitti assoluti, e la necessità di distribuire reddito che possa acquistare produzioni sempre più vaste. Il gioco dei rapporti ineguali a livello internazionale che ha per secoli estratto beni dal Sud del mondo e consentito le società benestanti del Nord sembra al tramonto. Sia per la saldatura dei Paesi intorno ai BRICS, sia per la rivoluzione tecnologica che il Sud, con in testa la Cina, sta compiendo uscendo dalla trappola delle produzioni a basso contenuto di valore aggiunto. D’altro lato nel Nord la voracità dell’assorbimento dei profitti ancora al di fuori di esso limita fortemente la capacità redistributiva che finora ha retto il patto sociale tra le classi nel Nord.
Una società in cui l’organizzazione del lavoro, la creatività, l’innovazione di prodotto più ancora che di processo saranno il discrimine tra vivere o soccombere dovrà necessariamente cambiare il paradigma dei rapporti di produzione.
Non ci si aspetta che questo possa avvenire senza sconquassi, come tutte le fine delle società pregresse, ma mai come oggi l’umanità potrà porsi concretamente il problema di riunificare la socializzazione della produzione e la socializzazione dei mezzi di produzione.
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Nell’aprile del 2025, la penisola Iberica con gran parte della Francia, affronta un blackout su larga scala per diverse ore, causato da un malfunzionamento della linea di distribuzione elettrica.
All’epoca parlammo già di questo episodio con un articolo ad hoc.
Quest’anno, purtroppo, è toccato al nostro paese.
Negli ultimi giorni diverse zone del Nord Italia sono rimaste improvvisamente senza energia elettrica. Guasti alle linee e cabine elettriche hanno lasciato centinaia di famiglie al buio per diverse ore. Episodi simili sono stati segnalati in numerose aree del Paese.
Per molti si è trattato semplicemente di un disagio temporaneo: qualche ora senza luce, il condizionatore fermo e il frigorifero spento. Ma questi eventi rappresentano anche un’occasione per fermarsi a riflettere su un aspetto che spesso diamo per scontato: quanto dipendiamo dall’energia elettrica?
Fino a pochi decenni fa un’interruzione della corrente significava principalmente accendere una candela e attendere il ritorno dell’energia. Oggi la situazione è completamente diversa. La nostra vita quotidiana ruota attorno all’elettricità: lavoriamo da casa, comunichiamo attraverso Internet, paghiamo con strumenti elettronici, utilizziamo cancelli automatici, pompe dell’acqua, sistemi di allarme, elettrodomestici e dispositivi medici. Basta osservare una normale abitazione per rendersi conto di quanto ogni attività dipenda, direttamente o indirettamente, dalla presenza della corrente.
Naturalmente nessuno può affermare che questi blackout siano il segnale di un imminente collasso della rete elettrica italiana. Sarebbe una conclusione affrettata e priva di fondamento. Tuttavia è altrettanto vero che le reti di distribuzione stanno affrontando nuove sfide. Le estati sempre più calde comportano un utilizzo massiccio dei climatizzatori, gli eventi meteorologici estremi diventano più frequenti e molte infrastrutture, realizzate decenni fa, richiedono continui interventi di manutenzione e ammodernamento. In questo contesto è ragionevole aspettarsi che episodi di interruzione dell’energia possano verificarsi con maggiore frequenza rispetto al passato.
La preparazione, però, non nasce dalla paura. Nasce dal buon senso.
Uno dei principi fondamentali del prepping consiste proprio nel prepararsi agli eventi più probabili, non necessariamente a quelli più catastrofici. Un blackout di alcune ore è infinitamente più probabile di molti altri scenari di cui spesso si parla sui social. Eppure sono proprio questi piccoli eventi a coglierci impreparati.
Provate ad immaginare una normale serata estiva. Fuori ci sono oltre trenta gradi, il sole è appena tramontato e improvvisamente tutta la casa rimane al buio. Il condizionatore si spegne, il Wi-Fi scompare, il cancello automatico non si apre più e la batteria del telefono è quasi scarica. Se l’interruzione dovesse protrarsi per qualche ora, anche il frigorifero inizierebbe lentamente a perdere la propria capacità di conservazione e molte persone inizierebbero a chiedersi semplicemente: “E adesso cosa faccio?”
Perché aumentano i blackout?
Le principali cause sono:
temperature sempre più elevate;
utilizzo contemporaneo di milioni di climatizzatori;
infrastrutture elettriche datate in alcune aree;
temporali, vento e alberi che danneggiano le linee;
guasti improvvisi alle cabine di trasformazione.
In molti casi non è la produzione di energia a mancare, ma è la rete di distribuzione locale ad andare in difficoltà.
Nota Ecologica
Caldo, blackout e città sempre più invivibili: non è un caso.
I cavi elettrici che portano energia nelle case passano sottoterra.
Quando aumenta l’uso dei condizionatori, si surriscaldano e devono disperdere più calore.
Il problema? Coprendo il suolo naturale con asfalto e cemento, nelle città le temperature salgono molto di più (a Torino oltre 65°C sull’asfalto). Questo impedisce ai cavi di raffreddarsi.
Risultato:
blackout
cibo che si rovina
allarmi che impazziscono
Persone fragili a rischio vita
E non finisce qui:
Temperature più alte = nubifragi più violenti
Strade, cantine e garage allagati
Altri danni, altri costi.
Il punto è semplice: Il consumo di suolo non è progresso. Il È uno spreco che crea problemi reali per tutti. (nota personale a cura di Lavino Pasquale)
Cosa succede durante un blackout?
Molti pensano semplicemente:
“Si spegne la luce.”
In realtà gli effetti possono essere molto più ampi.
Ad esempio:
il frigorifero smette di raffreddare;
il congelatore inizia lentamente a scongelarsi;
modem e Wi-Fi si spengono;
cancelli elettrici potrebbero non aprirsi;
ascensori fuori servizio;
pompe dell’acqua ferme dove presenti;
POS e bancomat potrebbero non funzionare;
distributori di carburante temporaneamente inutilizzabili;
difficoltà nelle comunicazioni se le batterie delle antenne si esauriscono.
La differenza tra vivere questa situazione con tranquillità oppure con ansia spesso dipende da pochi semplici accorgimenti preparati in anticipo. Avere una torcia facilmente raggiungibile evita di cercare una candela al buio. Una power bank mantenuta carica consente di utilizzare il telefono anche dopo diverse ore. Una piccola radio portatile permette di ricevere informazioni nel caso in cui le reti dati risultino congestionate o temporaneamente non disponibili. Sono oggetti di uso comune, economici e facilmente reperibili, ma che acquistano un valore enorme proprio quando vengono realmente utilizzati.
Anche il comportamento durante un blackout può fare la differenza. Una delle prime reazioni istintive è quella di aprire continuamente il frigorifero per controllare il cibo. In realtà ogni apertura disperde il freddo accumulato, riducendo il tempo di conservazione degli alimenti. Se lo sportello rimane chiuso, un frigorifero moderno riesce generalmente a mantenere una temperatura sicura per circa quattro ore, mentre un congelatore pieno può conservare gli alimenti anche per uno o due giorni.
Frigo e Congelatore – la prima preoccupazione
in caso di disservizio elettrico (blackout), il frigorifero è l’elettrodomestico che occupa il primo posto nei nostri pensieri. Per ovvie ragioni perderà relativamente velocemente la capacità di raffreddamento degli alimenti, così come quella di congelamento, la cosa sarà più celere nel momento in cui apriamo lo sportello. Ebbene c’è una alternativa di backup anche per questo. Il pozzetto congelatore ad apertura verticale lavora meglio. Il frigorifero ha lo sportello ad apertura frontale, per tanto l’aria fredda incamerata, essendo più pesante e posizionata sul fondo della camera, ad ogni apertura uscirà completamente facendo entrare aria più calda. Il pozzetto congelatore invece aprendosi verso l’alto mantiene più facilmente l’aria fredda incamerata, oltre a consumare meno corrente di un qualsiasi frigorifero.
Il dubbio spontaneo che sorge è: il pozzetto però congela! È possibile con qualche accorgimento intelligente adattarne l’uso come frigorifero.
Prima di tutto occorre procurarsi una presa termostata con sonda, quest’ultima andrà inserita all’interno del congelatore in modo da rilevare la temperatura.
La presa poi va collegata ad una power station in modo da alimentare il pozzetto in caso di blackout.
Impostare la temperatura della presa termostata sui 4°\6° che è orientativamente quella del frigorifero.
Collegare poi un pannello solare alla power station.
Come funziona il tutto? Il pozzetto comincerà a raffreddare, ma quando raggiungerà la temperatura impostata sulla presa, questa toglierà alimentazione fino a quando la temperatura del pozzetto non incomincia ad essere più alta di quella impostata
Le prime cose da fare
Quando manca la corrente:
mantenere la calma
verificare se il blackout riguarda solo casa propria
controllare il contatore
osservare se anche i vicini sono senza corrente
evitare di aprire continuamente frigorifero e congelatore
scollegare gli apparecchi elettronici più delicati
lasciare accesa una sola luce per capire quando ritorna l’energia
Vale la pena ricordare anche che non tutti i sistemi di pagamento continuano a funzionare durante un’interruzione prolungata. Alcuni negozi potrebbero non riuscire ad utilizzare i terminali POS, i distributori di carburante potrebbero essere fuori servizio e perfino la rete telefonica, se il blackout dovesse protrarsi a lungo, potrebbe iniziare a risentirne con il progressivo esaurimento delle batterie di backup installate presso le stazioni radio base.
Per questo motivo l’Associazione Italiana Prepper invita da sempre a sviluppare una cultura della resilienza domestica. Non significa riempire il garage di attrezzature costose o immaginare scenari apocalittici. Significa semplicemente essere in grado di affrontare serenamente le prime ventiquattro o quarantotto ore di un imprevisto, riducendo lo stress e aumentando la sicurezza della propria famiglia.
Prepararsi ad un blackout è probabilmente una delle forme di prevenzione più semplici, economiche e concrete che ogni cittadino possa mettere in pratica. Una torcia, una radio, una riserva d’acqua, qualche alimento pronto al consumo e una fonte di energia portatile rappresentano un investimento minimo rispetto alla tranquillità che possono offrire quando tutto, improvvisamente, si spegne.
Il kit anti-blackout
L’Associazione Italiana Prepper consiglia di predisporre un piccolo kit dedicato.
Illuminazione
torcia LED
lampada ricaricabile
batterie di ricambio
Energia
power bank
batterie ricaricabili
caricatore da auto
power station
Comunicazioni
radio AM/FM
radio PMR446
telefono sempre carico
Alimentazione
acqua potabile
alimenti che non richiedono cottura
Sicurezza
candele (solo se utilizzate con attenzione)
fiammiferi
accendino
Comfort
ventilatore USB
ghiaccio sintetico per frigorifero
coperta termica (utile sia in inverno che in estate)
In fondo è proprio questa la filosofia del prepping: non aspettare che si verifichi un’emergenza per iniziare a chiedersi cosa sarebbe stato utile avere. Prepararsi prima significa affrontare dopo qualsiasi imprevisto con maggiore lucidità, sicurezza e consapevolezza. Perché la resilienza non si improvvisa nel momento del bisogno: si costruisce un piccolo passo alla volta, molto prima che si spengano le luci.
Box AIP – La Checklist del Blackout
Puoi affrontare serenamente 24 ore senza corrente?
☐ Ho almeno due torce funzionanti.
☐ Ho batterie di ricambio.
☐ Ho una power bank sempre carica.
☐ Ho una power station sempre carica.
☐ Ho una radio a batterie.
☐ Ho acqua potabile per almeno tre giorni.
☐ Ho alimenti pronti al consumo.
☐ Tutta la famiglia sa dove si trova il kit di emergenza.
☐ So come aprire manualmente il cancello o il garage.
☐ Ho salvato sul telefono i numeri utili del distributore di energia.
Noto in Italia come zaino di salvataggio, il BOB (Bug-out-bag) o 72h kit è uno zaino, un sacco o un qualsiasi altro contenitore portatile (es. scatola alluminio) che al suo interno tiene stipato un equipaggiamento di emergenza che consente un’autonomia di circa 3 giorni (ovvero 72 ore), dal momento in cui si scatena il disastro.
Il ‘kit di sopravvivenza classico‘, è spesso concepito per affrontare lunghi periodi di sopravvivenza in territori ostili e selvaggi, invece la Bug-out-bag nasce con lo scopo di affrontare situazioni di emergenza di breve durata, in conseguenza a disastri urbani o calamità naturali.
Il kit di sopravvivenza urbano ci servirà per garantire i punti base della sopravvivenza (fuoco, cibo, acqua, segnalazione, riparo) fino all’arrivo dei soccorsi.
Lo zaino di salvataggio viene consigliato, principalmente a chi risiede in zone ad alto rischio calamità naturali (es. vicino ad un vulcano, un grosso fiume, in alta montagna). Comunque può acquistarlo chiunque, in quest’ultimo periodo (forse per i vari accadimenti e per i vari programmi televisivi dedicati al survivalismo) è nata una vera e propria caccia (e anche moda) al kit di sopravvivenza urbano, tantochè è sorto un grande business e sempre più negozianti propongono il loro kit, basta fare una ricerca su google.
Lo zaino deve essere leggero, semplice, efficace, compatto, e deve contenere il numero di oggetti necessari in base al numero delle persone che lo utilizzeranno (es. una famiglia).
Lo zaino deve essere controllato periodicamente e deve sempre trovarsi a portata di mano, infatti non possiamo prevedere il momento nel quale ne avremo bisogno.
In quali situazioni usare la Bug-out-bag:
catastrofi naturali quali uragani, tornado, cicloni, terremoti, eruzioni vulcaniche, maremoti, alluvioni, frane, valanghe, bufere di neve, forti temporali, inondazione, colate di fango…,
incendi,
black out,
isolamento temporaneo della cittadina,
intrappolamento in un edificio,
sommosse,
manifestazioni violente,
attacchi terroristici,
assenza o scarsità di risorse primarie come l’acqua, il cibo, l’elettricità, il carburante, il metano per pochi giorni,
o altre catastrofi o disastri di breve durata.
IL CONTENUTO DEL KIT DA 72 ORE
Cosa deve contenere la bug-out bag?
Acqua (per bere e cucinare) e cibo per 3 giorni, per ogni persona (almeno 2 a persona + un pasto giornaliero).
Cibo (in scatola, istantaneo, barrette energetiche, a lunga conservazione o MRE – Meal, Ready-to-Eat).
Delle bottiglie d’acqua e borraccia.
Equipaggiamento per potabilizzare l’acqua (Pillole o compresse per la depurazione dell’acqua al cloro o allo iodio al 3%, chiamate anche tavolette o pastiglie potabilizzanti). In alternativa fornello portatile a gas o a multi combustibile per bollire l’acqua con pentolino.
Fiammiferi, acciarino o accendino.
Fischietto per segnalare la vostra posizione ai soccorritori o ai cani (molto utile perchè non vi consumare energie urlando).
Un manuale di sopravvivenza completo ma sintetico, compatto e poco ingombrante.
Posate, pentolino e tazza di alluminio.
Apriscatole.
Abbigliamento pesante (in climi freddi), con pile, guanti, sciarpa e copricapo.
Indumenti di ricambio (intimo, maglietta, calze).
Poncho impermeabile, o k-way.
Coperta isotermica (immancabile! Da piegata occupa pochissimo spazio, è leggera, isola bene sia dai raggi del sole sia dal freddo e non disperde il calore corporeo).
Sacco a pelo e coperta.
Radio a manovella o a batteria (con eventuale scorta di pile).
Cellulare GSM con caricabatteria a dinamo o solare.
Torcia elettrica.
Busta di plastica con dei contanti (qualche moneta e banconote di piccolo taglio, almeno 500€), carta d’identità, codice fiscale, patente, libretti sanitari o le loro copie, matita, taccuino, e chiavi casa.
Coltello pieghevole, coltellino svizzero.
Scotch americano (quello grigio plastificato)
Paracord 550.
Telone in plastica utile per la raccolta di acqua e il riparo dalla pioggia.
Fionda, filo da pesca in nylon, kit cucito (alcuni bottoni, fili, ago e spilla di sicurezza).
Kit di pronto soccorso (kit medico sterile, fasciature, laccio emostatico, bendaggi, cerotti, disinfettanti, termometro, palloncino per rianimare, aspirina, tachipirina, oki… vedi primo soccorso).
CENTOSETTANTA ANNI FA, IL COMMODORO MATTEW PERRY DELLA MARINA USA CONVINSE MANU MILITARI IL GIAPPONE AD APRIRSI AI COMMERCI. DA ALLORA LO STOP AND GO CON CUI TENTANO DI RALLENTARNE LA CRESCITA.
Una decina di anni dopo che la flotta inglese piegò la Cina alle esigenze del « libero commercio » , specie dell’oppio, la Marina da guerra USA, si presentò con quattro navi da guerra e – a nome del presidente MillardFillmore– consegnò una lettera ultimatum: accettate il libero scambio o vi bombardiamo.
Il Giappone, come la Cina, surclassati dalla superiorità tecnologica anglosassone, si piegarono a firmare trattati di commercio « ineguali » e iniziarono il loro processo di ammodernamento, specie delle FFAA.
Mezzo secolo dopo, la flotta giapponese sbaragliava quella Russa a Tsushima allarmando il mondo occidentale che tentò in un primo momento negoziati limitativi del nuovo arrivato e quaranta anni dopo li annichiliva con due bombe atomiche sganciate in quattro giorni.
Schiacciati i « paesi giovani » ( Germania, Giappone e Italia) e regolato il nuovo ordine mondiale per ottanta anni, gli USA hanno fatto appello proprio agli sconfitti della seconda guerra mondiale per attuare una politica di « Containement » a carico di due dei vincitori della guerra passata che a loro volta brigano per un posto al sole: CIna e Russia.
Degli accadimenti occidentali e del riarmo tedesco e italiano, sappiamo l essenziale. Meno noto quel che sta avvenendo in Oriente, dove il Giappone – ottenuto il via libera dagli USA- ha stanziato 315 miliardi di dollari per il prossimo quinquennio raddoppiando gli stanziamenti della Difesa, per far fronte all « espansionismo cinese» assieme alla Corea del Sud e alle Filippine, ma é fuori dubbio che la decisione USA di riarmare il Giappone ( col triplo dei fondi stanziati dalla Germania) é la notizia più importante dell’emisfero ed ha suscitato più sospetti tra gli alleati ( Taiwan, Corea del Sud, Filippine, Indonesia, tutti vittime dei giapponesi nel conflitto scorso), che tra i cinesi.
Si tratta del secondo grande contrordine lanciato al Giappone. All’indomani della guerra, non si lesinarono sforzi per ottenere la conversione delle industrie belliche dalla produzione di carri armati a quella di automobili, e lavatrici. L’azzeramento dei bilanci della difesa produsse un effetto moltiplicatore sulle produzioni « civili » e oggi Hiroshima e Nagasaki si presentano come due modernissime città rispetto a New York che mostra segni di obsolescenza in tutti i servizi pubblici ( dalla raccolta dei rifiuti e a traporti e illuminazione ) .
Gli anni ottanta videro già un Giappone capace di produrre a costi minori merci e servizi di maggior pregio coi quali invasero anche gli USA.
Il secondo « contrordine » sta arrivando e – complice la periodica minaccia della Corea del Nord e dei suoi periodici test missilistici a lunga gittata, il Giappone ha fatto più volte proposta di riarmare e mirato a diventare una potenza nucleare.
Finora la resistenza americana in materia ha tenuto, ma l’annuncio del mega stanziamento giapponese e il nuovo ruolo della Cina nell’agone internazionale , le sue ambizioni geostrategiche, il riarmo navale lasciano ritenere che una escalation nell’area del Pacifico sia imminente e , con essa, l’autorizzazione ad esercitare l’opzione nucleare anche per i figli del Sol Levante.
315 miliardi di dollari sul quinquennio rappresentano il terzo stanziamento del mondo per armamenti , dopo gli USA e la Cina e già l’Australia h appena ottenuto di dotarsi di sommergibili a propulsione nucleare. Il primo ministro nipponico Fumio Mishida in un discorso alla base militare di Asaka ( a nord di Tokyo) ha parlato alle truppe di « progressi tecnologici impensabili » Fino a pochi anni fa.