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Minori in accoglienza, otto parole per rilanciare la speranza educativa

«Si recupera tutto, anche la carta straccia, immagina se non recuperiamo un bambino»: lo dicevano (e soprattutto lo praticavano) Silvio Barbieri e sua moglie Albertina Negri, che fra il 1961 e il 1986 a Olginate, in provincia di Lecco, hanno accolto nella loro casa 121 minori. Un’esperienza profetica, in anni in cui il destino “naturale” per orfani, figli illegittimi e ragazzini con disturbi del comportamento era l’orfanotrofio: nel 1960, solo un anno prima dell’apertura di Casa Alber, i minori ricoverati in brefotrofi e orfanotrofi, in Italia, erano ben 310mila.

Nei 25 anni di vita di Casa Alber, Silvio e Albertina ci hanno insegnato la “speranza educativa”. Una postura educativa non scontata, soprattutto in un momento storico in cui all’accoglienza dei minori si guarda quasi con sospetto e in cui la società sembra spingere più nella direzione securitaria che in quella educativa.

Dare corpo a questa “speranza educativa”, attualizzando il messaggio che Casa Alber ha lasciato al territorio, non è quindi cosa da poco. Ecco le otto parole con cui ha provato a farlo il convegno Tra dono e speranza. Dall’esperienza di Casa Alber all’evoluzione dell’accoglienza dei minori, che si è svolto venerdì 2 ottobre al Centro di Spiritualità S. Girolamo Emiliani di Somasca di Vercurago, in provincia di Lecco. A promuovere l’evento, l’Ordine dei Padri Somaschi (a cui Silvio e Albertina erano spiritualmente aggregati), l’impresa sociale Girasole e l’Ambito territoriale di Lecco, in una proposta che a partire dal passato ha rilanciato verso il futuro.

Maurizio Volpi presenta il libro Casa Alber. Un’esperienza profetica

Osare. Il coraggio educativo

Padre Walter Persico, preposito provinciale della Provincia Somasca d’Italia, ha richiamato l’eredità educativa di san Girolamo Emiliani, capace cinquecento anni fa di dedicare la propria vita agli orfani e ai ragazzi abbandonati. Accogliere oggi i bisogni di minori e famiglie fragili è quindi una profezia che si rinnova. «Restare fedeli alla profezia non significa ripetere gesti identici a quelli di ieri, ma restare capaci di leggere, con la stessa onestà con cui abbiamo sempre provato a fare, i bisogni di oggi», ha detto nel suo intervento. Oggi oltre alle difficoltà economiche i bisogni hanno a che fare con i conflitti familiari, la povertà educativa, la solitudine, l’assenza di figure adulte stabili. Anche i genitori, spesso più sopraffatti che negligenti – vorrebbero fare meglio ma non hanno gli strumenti, a volte nemmeno le parole per chiedere aiuto – hanno bisogno di sostegno e accompagnamento, ha sottolineato Persico, evidenziando l’importanza di costruire una rete tra comunità, famiglie, scuole e servizi sociali.

«Se il bisogno cambia forma, anche l’accoglienza deve saper cambiare forma, pur restando fedele alla sua sostanza. Questa è la lezione che ogni giorno si presenta agli occhi dell’educatore: i metodi vanno rivisti in continuazione, ma che c’è un nucleo, l’accoglienza, che non si tocca mai». Il cuore dell’accoglienza, quindi, qual è? «Accogliere oggi un minore in difficoltà non significa soltanto offrirgli un letto e un pasto. Significa costruire attorno a lui una relazione stabile e affidabile, spesso la prima che sperimenta in modo continuativo. Significa avere adulti – educatori, operatori, volontari – capaci di esserci non per un turno di lavoro, ma per una presenza vera, che il ragazzo possa imparare a riconoscere e, col tempo, a fidarsi. In tutti questi anni ho visto che il momento in cui qualcosa comincia davvero a cambiare, in un ragazzo, non è mai legato a un progetto scritto bene: è legato a un adulto che, giorno dopo giorno, non se n’è andato, è rimasto accanto».

Il segno di un’accoglienza riuscita non è che il ragazzo resti sempre con noi, è piuttosto che un giorno, non abbia più bisogno di noi

Padre Walter Persico, preposito provinciale della Provincia Somasca d’Italia

E poi altri tre passaggi cruciali. Accogliere significa lavorare non solo sul minore isolato, ma sul sistema di relazioni che lo circonda: la famiglia d’origine, la scuola, i servizi sociali, il territorio, perché «nessuna comunità può bastare da sola: la vera accoglienza oggi è una accoglienza in rete».  Accogliere significa anche accompagnare le famiglie fragili non con un atteggiamento di giudizio, ma di alleanza: «Il nostro compito, quando possibile, non è sostituirsi ai genitori, ma sostenerli, rimetterli nelle condizioni di poter essere, per quanto possibile, i genitori che desiderano essere». E infine, accogliere oggi significa «avere il coraggio di guardare oltre l’emergenza. È giusto rispondere al bisogno immediato, ma la vera sfida è costruire percorsi che durino, che diano ai ragazzi strumenti per il futuro, per stare nel mondo senza più bisogno della comunità che li ha accolti. Ho imparato a gioire delle “perdite” più che a temerle: il segno di un’accoglienza riuscita non è che il ragazzo resti sempre con noi, è piuttosto che un giorno, non abbia più bisogno di noi».

Desiderio. Dalla prestazione alla relazione

Mario Mozzanica, pedagogista, già docente all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano e di Brescia e ex giudice minorile a Milano. «Chiamate un uomo di 85 anni a parlare di come rispondere ai bisogni dei bambini e degli adolescenti di oggi?», si è schermito all’inizio. E poi è partito in una lectio meravigliosa.

Da sinistra, Fabio Muscionico, padre Walter Persico, Sara De Carli, Mario Mozzanica e Mario Zevola

«Non è cambiata, in sé, la condizione minorile, adolescenziale e giovanile. È radicalmente mutato lo scenario socioculturale, che genera vissuti nuovi e condizioni altre per il crescere del minore. Analizzando gli indicatori del postmoderno, del transumano e del postumano, si possono individuare i percorsi attraverso i quali si sta sdoganando il riduzionismo della persona (ridotta a individuo) della famiglia contatto (ridotta a contratto) della comunità (munus e moenia) ridotta a società (si danno società invivibili a fronte di comunità ormai invisibili)», ha detto Mozzanica.

Ha parlato di un tempo segnato da pluralità di appartenenze e di appartenenze con riserva. Di una bulimia del presente e di una anoressia del futuro. Dell’enfasi della soggettività, solitaria e individualistica (con la sfida a uscire dalla “cruna dell’ego” per dirla con Pierangelo Sequeri). Di una enfasi del come, una disfasia del dove, e una afasia del perché.

Il momento in cui qualcosa comincia davvero a cambiare, in un ragazzo, non è mai legato a un progetto scritto bene: è legato a un adulto che, giorno dopo giorno, non se n’è andato, è rimasto accanto

Mario Mozzanica, pedagogista

Di come nell’educazione e nei servizi siamo abituati a cercare i bisogni dei bambini e a fare del nostro meglio per rispondervi, dimenticando però il desiderio, che invece è la qualità antropologica dei bisogni e il cuore stesso della pedagogia.

Ecco allora la transizione che ha tracciato: dal bisogno come pretesa al desiderio come attesa e sorpresa; dal bisogno come richiesta esigente di prestazione al desiderio come offerta incondizionata di relazione; dal bisogno come sguardo dal passato al desiderio come volto del futuro; dal bisogno dell’interpretazione per un futuro anteriore al desiderio del discernimento per un futuro interiore. 

«La relazione è la dimensione istitutiva dell’umano. Per il bambino è l’essere dentro l’altro; per l’adulto è far vivere l’altro dentro di sé», ha ribadito. «Potremmo ricordare quello che ha scritto Kierkegaard. La condizione infantile è stare, esistere, vivere, solo con l’aiuto di qualcuno. La condizione adulta è stare, esistere, vivere solo, con l’aiuto di qualcuno. La differenza la fa una virgola».

Disponibilità. Insistere nel sogno che il mondo può cambiare in meglio

La parola chiave scelta da Mario Zevola, già presidente del Tribunale per i minorenni di Milano e oggi presidente del CAM – Centro Ausiliario per i minori, è disponibilità: quella delle famiglie che scelgono di accogliere un minore e quella di una comunità chiamata a sostenerle concretamente.

Gli istituti, ha ricordato, spesso garantivano soltanto l’assistenza materiale: «Queste strutture offrivano sostanzialmente solo vitto e alloggio, non soddisfacevano le esigenze affettive e di crescita individuale». Casa Alber propose un modello diverso, fondato sulle relazioni familiari, sull’attenzione alla persona e sulla collaborazione con i servizi sociali e il Tribunale. Un’esperienza capace di anticipare importanti cambiamenti legislativi, mettendo al centro il diritto di ogni bambino a crescere in un ambiente familiare.

Oggi, però, la disponibilità all’affido è sempre più difficile da trovare e chi sceglie di accogliere deve spesso affrontare ostacoli organizzativi e carenze nei servizi: «Ciò di cui oggi si avverte la mancanza, rispetto al passato, è il senso di solidarietà», ha sottolineato Zevola, richiamando la diffusa diffidenza verso gli interventi di tutela dei minori. «Rilevo poi che le famiglie o anche le singole persone disponibili all’affido sono sempre meno e quando se ne trovano la loro disponibilità è frequente che si scontri con difficoltà operative». Il suo appello è innanzitutto a ricostruire una responsabilità collettiva, capace di accompagnare le famiglie affidatarie e sostenere quelle d’origine. «Debbo concludere osservando come sembra vada affievolendosi, ma vorrei essere smentito, quella volontà, tempo addietro sostenuta invece da Silvio Barbieri, “di sorreggere la famiglia di origine, rianimando genitori e figli in difficoltà relazionali e psicologiche ed affettive   anche per mezzo del temporaneo utilizzo dell’affido familiare”».

Avere una madre e un padre, oppure valide figure sostitutive, è un diritto che non può essere vissuto come una favola o affidato alla buona sorte

Mario Zevola, presidente CAM

Per Zevola occorre ritrovare lo spirito solidale e il coraggio di investire nell’accoglienza, senza arrendersi alle difficoltà: «Come scriveva lo stesso Barbieri, “Avere una madre e un padre, oppure valide figure sostitutive, è un diritto che non può essere vissuto come una favola o affidato alla buona sorte”. Dobbiamo invece insistere nel sogno che il mondo può cambiare in meglio, se ci diamo da fare».

Creatività. L’accoglienza come responsabilità dell’intera comunità

Le parole chiave dell’intervento di Fabio Muscionico, direttore del Dipartimento Pipss di Ats Brianza, sono due in realtà: rete e creatività. O forse una, se intendiamo creatività come la capacità di costruire risposte nuove e integrate ai bisogni dei minori e delle famiglie fragili, superando la frammentazione degli interventi.

«Oggi non possiamo più ragionare sull’accoglienza considerandola un intervento a sé stante», ha sottolineato Muscionico. La tutela dei minori, infatti, deve inserirsi in un percorso più ampio, che parte dall’intercettazione precoce delle difficoltà e dal sostegno alla genitorialità, fino agli interventi di protezione quando necessari.

L’affido non è infatti una responsabilità della sola famiglia affidataria, ma dell’intera comunità territoriale

Fabio Muscionico, direttore del Dipartimento Pipss di Ats Brianza

In questa direzione si muovono i Centri per la Famiglia, il Piano Disagio Minori e progetti territoriali come lo sportello “#dieciquattordici”, sviluppato nel lecchese in collaborazione con il Consultorio Giovani. Esperienze che puntano a intercettare tempestivamente il disagio e a mettere in rete servizi sociali, scuole, consultori, servizi sanitari e Terzo Settore. Fondamentale anche il programma Pippi, che promuove il sostegno alle capacità genitoriali e alle risorse familiari. «Il compito dei servizi non è semplicemente valutare il rischio, ma sostenere concretamente le capacità genitoriali e le risorse delle famiglie», ha spiegato Muscionico, ricordando che «l’allontanamento del minore non può mai essere considerato la prima risposta».

Da sinistra: Chiara Isacchi, Michela Maggi, Sara De Carli, Carmen Baldi e Angela Palleschi

Quando l’accoglienza diventa necessaria, affido familiare e comunità educative devono essere parte di un unico sistema di protezione. «Non basta infatti trovare famiglie disponibili. Occorre costruire comunità affidatarie, reti capaci di sostenere le famiglie che accolgono, accompagnarle e valorizzarne il ruolo. L’affido non è infatti una responsabilità della sola famiglia affidataria, ma dell’intera comunità territoriale».

La sfida, dunque, è creare un’infrastruttura sociale ed educativa in cui istituzioni, servizi e cittadini condividano responsabilità e obiettivi. Perché, come ha concluso Muscionico, «la tutela dei minori non è il compito di un singolo soggetto, ma il risultato della capacità di un territorio di costruire alleanze stabili a favore dei bambini e delle loro famiglie. Ed è proprio nella capacità di un territorio di costruire relazioni, alleanze e comunità accoglienti che si misura la qualità del suo sistema di protezione dell’infanzia».

Da alleanza a generatività, le parole chiave del territorio

Il confronto è proseguito dando voce agli attori del territorio. Michela Maggi, coordinatrice dell’Ufficio di Piano dell’Ambito di Lecco, ha scelto la parola “accompagnare”; Chiara Isacchi, del Servizio Tutela dei Minori e Legami Familiari dello stesso Ambito, ha richiamato il valore di un “incontro che cura”. Angela Palleschi, coordinatrice del Servizio Affido provinciale, ha sottolineato che la relazione di aiuto non si esaurisce nell’intervento professionale e tecnico, ma si costruisce soprattutto nella dimensione relazionale: per dare concretezza alla speranza educativa, la sua parola chiave è stata “alleanza”. Infine, Carmen Baldi, responsabile del Coordinamento Attività Consultoriale di Asst Lecco, ha richiamato il lavoro culturale che si sta facendo su tutto il territorio provinciale e ha proposto il termine “generatività”.

Sabina Panzeri e Filippo Boscagli

Il sindaco di Lecco, Filippo Boscagli (a sua volta padre affidatario) ha portato il proprio saluto, mentre a tracciare le prospettive di lavoro futuro è stata Sabina Panzeri, sindaca di Costa Masnaga e presidente dell’Ambito Territoriale di Lecco. Un percorso che rilancia l’importanza di fare rete e condividere responsabilità, affinché la speranza educativa possa tradursi in relazioni, sostegno concreto e nuove opportunità per i minori e le famiglie.

Foto di mehrab zahedbeigi su Unsplash

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La cultura come motore di sviluppo? Lucca indica la strada

Tra i sette cantieri in cui è organizzato il Lucca Beni Culturali – LuBeC, manifestazione giunta alla sua XXII edizione (dal 14 al 15 ottobre al Real Collegio)  vi è per la prima volta “Welfare culturale in azione” la rassegna esperienziale delle pratiche di welfare culturale che i partecipanti potranno vivere in prima persona. Un’occasione per sperimentare attività ed esperienze già in corso in Italia e valutarne l’impatto e la possibile efficacia sul benessere delle persone. 

Per comprendere le ragioni che hanno portato i promotori di LuBeC a ideare questa rassegna tra i sette cantieri della due giorni intitolata “Ri-generazioni culturali” abbiamo parlato con Francesca Velani, curatrice della rassegna nonché vicepresidente e direttrice Cultura e sviluppo sostenibile di Promo Pa Fondazione, la realtà che  promuove la manifestazione con la collaborazione e il sostegno del ministero della Cultura. 

Francesca Velani curatrice Lubec
Francesca Velani – foto Elena Pardini per LuBeC

La premessa per Velani è ricordare che «LuBeC è un evento ma anche un luogo in cui da oltre vent’anni lavoriamo per mettere la cultura al centro delle politiche di sviluppo del Paese. Nasce in un momento in cui gli enti locali stavano affrontando la riforma del Titolo V della Costituzione e si apriva il dialogo con il privato nella gestione del patrimonio culturale».

Per la vicepresidente di Promo Pa Fondazione del resto l’obiettivo è «da una parte promuovere la nascita di politiche culturali che siano fortemente attuali, contemporanee, in linea con l’Europa e dall’altra fornire gli strumenti perché le stesse arrivino alle persone». 

La cultura diventi agente trasformativo

Fare della cultura un “agente trasformativo”, ma allo stesso tempo «rigenerare il settore culturale perché c’è il tema di un cambiamento, di una trasformazione in termini di competenze. Perché se è vero che la produzione culturale impatta e determina – dal punto di vista economico, sociale e produttivo – su tanti settori, è vero che la cultura oggi ha bisogno di imparare a fare questo in maniera sempre più professionale e dialogando con gli altri sistemi imprenditoriali, profit e non profit e farlo all’interno di una di un intergenerazionalità collaborativa», sottolinea Velani ricordando come i cantieri aperti a LuBeC tocchino i grandi temi che vanno dall’accessibilità alla partecipazione culturale, dal digitale all’Ai, dalla sostenibilità all’impatto, dalla rigenerazione allo stesso welfare culturale.  

Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche.
LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.

Puntando l’obiettivo sulla rassegna “Welfare culturale in azione” Francesca Velani ricorda che si tratta di un tema seguito da anni e su cui si sta lavorando con diversi soggetti tra cui le regioni e il Cultural Welfare Center «che ci accompagna in questo cantiere, insieme a tanti enti e organizzazioni del Terzo settore. Due anni fa abbiamo creato con la collaborazione di oltre 600 soggetti, un manifesto per il welfare culturale che focalizza quattro aree di intervento che sono la normativa, la formazione, le reti e la valutazione di impatto. Linee di intervento che affronteremo anche nel convegno del 15 ottobre sul link worker (il facilitatore della prescrizione sociale, ndr.)».

Da progetto a servizio esigibile

Centrale anche una riflessione per comprendere come «il welfare culturale come ambito possa produrre servizi e non solo progetti. In pratica come i progetti piano piano diventano servizi esigibili. E questo vuol dire in sintesi dare sicurezza a tutta la filiera» precisa Velani e sottolinea: «La rassegna di buone pratiche di welfare culturale è un passo in più sul come possiamo aiutare gli operatori culturali sociali e sanitari a capire in concreto cosa significa una pratica di welfare culturale accreditata? Perché quella pratica è durata di più? Perché è diventata un servizio? Oggi è prescrizione sociale, perché c’è stato un processo, ci sono stati gli investimenti, c’è stata una capacità di mettere insieme professionalità diverse ma anche di evolvere quella pratica sui bisogni reali del territorio».

welfare culturale Lubec_future moves
Future Moves, una delle pratiche in rassegna

Le sette esperienze selezionate non sono state pensate per «offrire la spettacolarità dell’esperienza, anche se sarà uno spettacolo partecipare a queste cose e sarà molto bello» quello che interessa è, sottolinea la curatrice della rassegna, «la solidità del metodo e quindi capire facendo. Noi sappiamo che queste pratiche sono destinate agli adolescenti e agli over 65, alle persone con demenza e ai loro caregiver, ai bambini disabili e a chi è in carcere, ma naturalmente chi partecipa alle pratiche durante LuBeC sono gli operatori e gli amministratori».

A Lucca si punterà a promuovere reti e a innestare all’interno del sistema dei servizi pubblici e privati il link worker, «una figura determinante, formata nella conoscenza delle pratiche che ci sono a disposizione, pratiche che però io posso prescrivere e per farlo devono essere certe», accessibili, perché «l’accessibilità è la madre del welfare culturale».

Nell’immagine in apertura Esercizi di ben-essere learning by doing – Foto da ufficio stampa

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Anziani non autosufficienti, la legge di bilancio 2027 non può ignorarli

Su VITA ne scriviamo da anni, e ogni volta che torniamo sulla non autosufficienza il punto di partenza è lo stesso: di come assistere un genitore anziano che perde autonomia si parla di continuo in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, mentre nel confronto sulle priorità del Paese la questione occupa uno spazio marginale, del tutto sproporzionato rispetto al peso che ha nella vita delle persone.

I numeri, del resto, lasciano pochi margini di interpretazione. Secondo l’Istat gli anziani non autosufficienti in Italia sono circa quattro milioni; se a loro si aggiungono i familiari che li assistono e chi lavora nella cura, le persone coinvolte arrivano a circa dieci milioni. Nei prossimi dieci anni gli ultraottantacinquenni, cioè la fascia d’età in cui la perdita di autonomia è più frequente, cresceranno del 30%. È difficile trovare un’altra questione sociale che tocchi così tante persone e che chieda alle famiglie, spesso per anni, un impegno altrettanto intenso.

In Italia ci sono 7 milioni di caregiver. Persone invisibili che, nel silenzio, si fanno carico ogni giorno della fragilità di un proprio caro. L’inchiesta su VITA magazine.
LA SOLITUDINE DEI CAREGIVER

Dietro queste cifre c’è un’esperienza che chiunque l’abbia attraversata riconosce. Quando un genitore perde autonomia, poco alla volta oppure all’improvviso dopo una caduta o una malattia, l’assistenza diventa un lavoro di regia che ricade quasi per intero sulla famiglia: bisogna capire a chi rivolgersi, trovare un’assistente familiare, tenere insieme visite, prestazioni sanitarie e aiuto quotidiano. Un figlio cambia i propri orari di lavoro, un altro che vive lontano prova a organizzare tutto al telefono, e quando gli aiuti pubblici non bastano la cura non scompare, ma si scarica sul tempo, sul lavoro e sui risparmi di chi resta.

È proprio questa regia, oggi improvvisata e solitaria, il nodo da sciogliere. Per accedere a servizi e sostegni un anziano affronta in media cinque o sei valutazioni diverse, perché Inps, servizi sanitari e Comuni procedono ciascuno per conto proprio. Chi ha ricevuto assistenza sanitaria a domicilio nel 2023 ne ha avute in media 14 ore nell’intero anno, poco più di un’ora al mese. E quando restare a casa non è più possibile si scopre che, secondo una stima di Franco Pesaresi, a fronte di circa 266mila posti letto per anziani non autosufficienti ci sono circa 243mila persone in lista d’attesa.

Quattro misure e un miliardo: cosa chiede il Patto

Il Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza è nato nel 2021 dalla scelta di organizzazioni che fino ad allora avevano lavorato separatamente di unire le forze, e oggi ne riunisce 61: associazioni di anziani, familiari e pensionati, realtà del Terzo settore, professionisti, soggetti che gestiscono servizi. In vista della legge di bilancio 2027 ha messo nero su bianco quattro proposte, ciascuna legata a un momento preciso del percorso che le famiglie conoscono bene.

Ottenere gli aiuti senza ricominciare da capo. Collegare le procedure di Inps, servizi sanitari e Comuni, così che, una volta conosciuta la situazione dell’anziano, siano i servizi a condividere le informazioni e a coordinare gli interventi, invece di chiedere alla famiglia di raccontare ogni volta la stessa storia a uno sportello diverso.

Un’assistenza a casa pensata per la non autosufficienza. Un servizio pubblico domiciliare che tenga insieme interventi sanitari, sociosanitari e sociali, che parta dalla condizione complessiva della persona anziché da singole prestazioni cliniche, che si adatti nel tempo al cambiare dei bisogni e che sostenga con consulenza e formazione i familiari e le assistenti familiari.

Più posti in struttura e una qualità all’altezza. Aumentare progressivamente i posti pubblici o convenzionati e aggiornare gli standard di assistenza, intervenendo sul numero e sulle competenze degli operatori, sull’organizzazione delle attività e sugli ambienti di vita, in strutture chiamate sempre più spesso a rispondere ai bisogni legati alla demenza.

Un’indennità di accompagnamento modulata. Il principale sostegno economico dello Stato alle persone non autosufficienti ha oggi lo stesso importo per tutti, che nel 2026 è di 551,53 euro al mese per 12 mensilità, come stabilito dall’Inps. La stessa cifra arriva così a chi ha bisogno di qualche ora di aiuto e a chi richiede assistenza giorno e notte, una somma che in questo secondo caso copre solo una piccola parte del costo di un’assistente familiare. Il Patto propone di graduarla per dare di più a chi ha maggiori necessità di assistenza e per premiare chi assume regolarmente un’assistente familiare.

Per avviare queste misure servono circa un miliardo di euro aggiuntivi nel 2027. Non è una cifra trascurabile, e va pesata insieme alle altre priorità della manovra, ma va letta alla luce del ritardo storico che lo Stato italiano ha accumulato nell’assistenza agli anziani e del fatto che il costo dell’assenza del pubblico viene già pagato ogni giorno dalle famiglie, in ore di lavoro e in risparmi. Non si tratta, inoltre, di idee improvvisate: le proposte raccolgono anni di confronto tra chi rappresenta anziani e familiari, chi lavora nei servizi e chi studia il tema, tanto che le cose da fare sono in larga parte note. La sfida è realizzarle.

Una riforma e un Piano, ma senza risorse aggiuntive

Negli ultimi anni qualcosa si è mosso. Nel 2023 il Parlamento ha approvato la prima riforma organica dell’assistenza agli anziani non autosufficienti e all’inizio di ottobre il Governo ha varato il primo Piano nazionale sulla fragilità e la non autosufficienza della popolazione anziana, che indica come priorità l’assistenza a domicilio, la semplificazione dell’accesso ai servizi e il rafforzamento del personale sociosanitario. Avere finalmente un riferimento nazionale comune è un fatto da riconoscere. Il Piano, però, nella sostanza conferma gli interventi esistenti, senza nuove misure né risorse aggiuntive: indica una direzione, ma non mette nulla nel serbatoio.

È qui che la distanza della politica da questo tema smette di essere una semplice disattenzione e diventa una responsabilità. Una riforma e un piano privi di finanziamenti rischiano di restare dichiarazioni di intenti, mentre nelle case la regia della cura continua a essere affidata a figli e figlie che riorganizzano la propria vita intorno a un genitore fragile. Nel dibattito che accompagna ogni manovra si parla di molto altro, e la non autosufficienza resta sullo sfondo come se riguardasse qualcun altro, quando invece chi oggi non vive questa situazione sa che potrebbe trovarcisi domani. Non esiste un tema più trasversale, e nemmeno uno più prevedibile, dal momento che la crescita degli ultraottantacinquenni è già scritta nella demografia del Paese.

La prova della legge di bilancio

La legge di bilancio 2027 è la prima occasione per capire se la riforma del 2023 e il Piano di ottobre erano l’inizio di un percorso o il suo punto d’arrivo. Recepire le proposte del Patto significherebbe cominciare a restituire al pubblico quella regia che oggi pesa interamente sulle famiglie, e farlo con strumenti già discussi, condivisi da 61 organizzazioni e con un costo definito. Non farlo vorrebbe dire scegliere, ancora una volta, che a prendersi cura di quattro milioni di anziani siano soprattutto i loro figli e le assistenti familiari, da soli. La politica può continuare a tenersi lontana da questo tema; le famiglie non hanno questa possibilità.

Foto di apertura: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante l’evento per festeggiare il governo più longevo della Repubblica, Bari, Venerdì 4 settembre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse)

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