Ransomware Attacks Have Swept Japan. A.I. May Be Making Them Easier.

© Haiyun Jiang/The New York Times

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La salute pubblica come pilastro della prosperità nazionale e dello sviluppo del Paese. È questa la linea indicata dal presidente cinese Xi Jinping, che ha chiesto di accelerare la costruzione di una “Cina sana” nel corso del XV Piano quinquennale, relativo al periodo 2026-2030. Intervenendo alla Conferenza nazionale sulla salute, tenutasi a Pechino, Xi ha sottolineato che il benessere della popolazione rappresenta un indicatore fondamentale della forza di una nazione. L'obiettivo è consolidare i risultati ottenuti negli ultimi anni e rendere i servizi sanitari sempre più equilibrati, inclusivi, efficienti e di qualità.
Dal XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese, nel 2012, la Cina ha portato avanti un importante processo di rafforzamento delle strutture sanitarie, della medicina tradizionale, della prevenzione delle malattie e dei sistemi di assistenza e copertura sanitaria. Un percorso che, secondo Xi, ha prodotto risultati storici e progressi complessivi nel settore. La nuova fase punta a mettere la salute al centro delle politiche pubbliche, superando una visione limitata alla sola cura delle patologie. In questa prospettiva, la prevenzione assume un ruolo prioritario: intervenire sui fattori di rischio prima che si trasformino in problemi sanitari è, ha evidenziato il presidente cinese, l'approccio più efficace ed economicamente sostenibile per proteggere la popolazione.
Pechino intende inoltre rafforzare il sistema di prevenzione e controllo delle malattie, migliorare la capacità di risposta alle epidemie e riorganizzare i servizi sanitari affinché i cittadini possano ricevere cure efficaci anche vicino al luogo in cui vivono. Un'attenzione particolare sarà riservata alla medicina tradizionale cinese, il cui patrimonio dovrà essere preservato e sviluppato attraverso l'innovazione, insieme al potenziamento della ricerca di base e delle capacità scientifiche originali del Paese. Xi ha indicato anche la necessità di coordinare meglio i servizi medici, l'assicurazione sanitaria e il settore farmaceutico, migliorando al contempo la formazione e la disponibilità di personale medico altamente qualificato. La strategia non si limita ai confini nazionali. La Cina intende promuovere la costruzione di una comunità globale della salute, rafforzando la cooperazione internazionale per affrontare le principali sfide sanitarie.
Nel quadro del nuovo Piano quinquennale, la “Cina sana” diventa così un obiettivo trasversale: investire nella prevenzione, nell'innovazione e nell'accessibilità delle cure significa rafforzare il benessere collettivo e porre la salute della popolazione al centro delle priorità di sviluppo.



© Genya Savilov/Agence France-Presse — Getty Images





RE: https://piaille.fr/@mart1oeil/117434094832171527
Une offre « gratuite » de Microsoft pour les assos, c'est un produit d'appel qui peut s'arrêter quand ça l'arrange.
#Framaspace, c'est une autre logique : une asso qui équipe d'autres assos, avec du logiciel libre, sans intérêt à vous enfermer. Et vos données restent exportables, donc vous pouvez partir quand vous voulez.
(Bon, par contre on propose « que » 50Go)





Check Point Research has disclosed two high-risk vulnerabilities in LiteLLM, the open-source gateway that sits between enterprise applications and AI providers such as OpenAI, Anthropic and Google. The flaws could allow a user with minimal privileges to take full control of the gateway, read sensitive files, execute arbitrary code and harvest the API keys an organisation uses to access its AI providers.
LiteLLM is downloaded around 97 million times a month and has more than 59,000 stars on GitHub. Both issues, tracked as CVE-2026-35029 and CVE-2026-59823, are fixed in version 1.83.9.
The more serious flaw, CVE-2026-35029, is a missing authorisation check on LiteLLM’s /config/update endpoint, which controls the proxy’s runtime configuration. Unlike other administrative endpoints, it did not verify that the caller held the PROXY_ADMIN role.
Compounding this, any user who logs in through the LiteLLM dashboard is issued a session token tied to a special “litellm-dashboard” team, and those tokens are checked against a looser list of permitted UI routes. That list includes “/config”. Because the check uses simple prefix matching, requests to /config/update were allowed for any logged-in user, whatever their role.
Testing against LiteLLM version 1.77.7, the researchers showed the flaw could be used to:
The second flaw, CVE-2026-59823, is a server-side request forgery (SSRF) issue in LiteLLM’s “Clientside LLM Credentials” feature. By passing a user_config parameter to the /chat/completions endpoint, an authenticated user could create a router pointing at their own server. Requests, along with the provider API keys attached to them, would then be sent to the attacker rather than to the AI provider.
Check Point notes that this code path sidestepped restrictions LiteLLM already placed on client-supplied api_base and api_key parameters.
The researchers also found that password hashes were exposed to low-privileged users and were stored without salting, using a single hash iteration. These issues duplicated an existing advisory, GHSA-69×8-hrgq-fjj8.
Check Point is clear that none of these are new classes of “AI” vulnerability. Missing authorisation checks, SSRF and unsafe dynamic module loading are all well understood. What raises the stakes is where they sit. An LLM gateway stores provider keys, manages user permissions and routes every prompt and response, making it a single point of compromise for an organisation’s AI estate. And because LiteLLM is embedded in many other AI platforms and internal tools, some organisations may be running it without realising.
“The industry’s focus has largely been on securing AI models, but this research highlights an equally important reality: AI infrastructure is becoming a new critical layer of enterprise security,” said Mateo Rojas-Carulla, Head of Research, AI Agent Security at Check Point Software Technologies. “As organisations increasingly rely on gateways such as LiteLLM to connect applications, users and AI services, these platforms become attractive targets because they sit at the centre of trust.”
“For LiteLLM users, the immediate priority is patching and reviewing access controls, but the broader lesson extends beyond a single product,” he added. “Attackers will naturally target the layer that gives them the greatest access with the least resistance.”
Check Point recommends that organisations:
The vulnerabilities were reported to LiteLLM’s maintainers through a coordinated disclosure process that began in October 2025.
Full technical write-up: https://research.checkpoint.com/2026/when-llm-gateways-go-wrong-findings-from-litellm/
The post LiteLLM flaws let low-privileged users hijack AI gateway and steal provider keys appeared first on IT Security Guru.

© Nasuna Stuart-Ulin for The New York Times



© Gavriil Grigorov/Sputnik, via Reuters


Nature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/s41586-026-11257-1
Atomic-scale spin sensing of a 2D d-wave altermagnet via helical tunnelingNature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/s41586-026-11255-3
Selective, Catalytic Oxidation of Polyethylene Surfaces
Roma, 12 ottobre, l'ambasciatore della Repubblica Islamica dell'Iran presso la Santa Sede ha indetto un incontro con la stampa per parlare di una lettera scritta a Papa leone XIV.
La fiducia nei rapporti politici e nella diplomazia senza spiritualità è finita, spiega Sua Eccellenza, che si rivolge ad un'autorità religiosa mondiale affinché Israele e Stati Uniti rispettino il diritto internazionale.
L'ambasciatore Mohammad Hossein Mokhtari ha mostrato alcune foto di luoghi di culto islamici, moschee, ma anche sinagoghe e chiese cattoliche e ortodesse bombardate propri da coloro che si professano difensori dei diritti umani e delle libertà civili.
Mokhtari si è espresso anche circa le proteste in Francia, affermando che a molti governi europei non interessano le rivendicazioni degli studenti, anche se si presentano ai media e all'opinione pubblica internazionale come baluardi democratici e attenti alle richieste dei loro cittadini. Il video con alcuni estratti dalla conferenza stampa.



Bonjour
Comment recevoir un mail qu’on envoie en tant que propriétaire et modérateur à une liste ?
D’après la discussion Framagroupes :: Le propriétaire de la liste ne recois pas les messages qu'il envoie à la liste , il suffit que le propriétaire soit abonné.
J’ai vérifié, c’est bien le cas. Pour autant, le propriétaire ne reçoit pas les mails qu’il envoie.
Quelqu’un sait-il comment résoudre ce problème ? J’ai cherché dans le paramétrage de la liste et je ne trouve pas ce qui cloche… ![]()
Merci de toute piste pour résoudre ce problème assez embêtant ![]()
JP
3 messages - 3 participant(e)s
Una mattina di alta tensione si è consumata davanti al liceo Déodat de Séverac, dove le forze dell'ordine sono state costrette a indietreggiare di fronte a una compatta catena umana formata da insegnanti, lavoratori e studenti. Mentre i manifestanti scandivano a gran voce «Indietreggiate!» e «Non toccate i liceali!», la situazione è degenerata con cariche della polizia e lancio di lacrimogeni.
L'unica risposta che il regime neoliberista di Macron riesce a dare a studenti e lavoratori in lotta.
L'immagine degli insegnanti e dei lavoratori che si frappongono fisicamente tra le forze dell'ordine e i propri studenti rimane il fatto più simbolico di una giornata segnata da una forte mobilitazione sociale e da un netto rifiuto della repressione negli spazi educativi in Francia.

Si terrà a Forlì dal 12 al 14 novembre la prima edizione del Festival dell’Economia Sociale promossa dalla Fondazione Economia Sociale costituita da (Confcooperative, E-Ius e Terzjus). Il primo appuntamento nazionale dedicato all’economia sociale: cooperazione, enti del Terzo settore, enti sportivi dilettantistici ed enti religiosi, insieme al credito cooperativo, alle fondazioni di origine bancaria e alla filantropia. «Un Piano che genera valore. Dalla complessità al sistema» è il pay off della tre giorni di dibattito tra istituzioni, politica mondo della ricerca, della rappresentanza e delle imprese.
«L’economia sociale, prima ancora che sociale, è economia. Non è un settore che compensa o che affianca il mercato: è una componente stabile del sistema economico del Paese, che completa le possibilità di sviluppo e di benessere di una nazione», dichiarano Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative; il direttore scientifico del festival Gabriele Sepio di E-Ius e Luigi Bobba, presidente di Terzjus. La sfida è passare dal riconoscimento culturale alla costruzione di un sistema di politiche pubbliche capace di accogliere la complessità e le peculiarità di questi organismi, valorizzandone le differenze.

L’iniziativa nasce dal Piano d’azione nazionale per l’economia sociale, con cui l’Italia ha dato seguito alle linee tracciate in questi anni dall’Unione europea. Il Festival si propone come sede di confronto tra istituzioni nazionali ed europee, organismi di rappresentanza, mondo accademico e della ricerca, imprese e cittadini.
In Europa l’economia sociale rappresenta l’8% del Pil conta 3 milioni di imprese e 13,8 milioni di lavoratori, di cui 4,7 milioni occupati nelle cooperative. In Italia le 60mila cooperative danno lavoro a 1,3 milioni di persone e da sole rappresentano l’8% del Pil. Si tratta di un’infrastruttura portante dell’economia italiana, perché non delocalizza: vive e opera sui territori. Nell’economia sociale rientrano tutte quelle imprese che mettono al centro le persone e il territorio, non il profitto da distribuire: cooperative, imprese sociali, società di mutuo soccorso, mutue assicuratrici, fondazioni, associazioni e realtà del privato sociale. Hanno forme diverse e un tratto comune: producono valore economico e lo reinvestono in funzione dell’interesse collettivo e della mutualità. È un ecosistema che l’Unione europea ha incluso tra i 14 ecosistemi imprenditoriali e industriali strategici per l’Europa.
Credit foto di apertura: Pexels
L'articolo A Forlì il primo Festival dell’Economia sociale proviene da Vita.it.


Volodymyr Zelensky sta facendo "infuriare" il presidente statunitense Donald Trump: secondo quanto riferisce 'The Atlantic', che a tal proposito cita un funzionario della Casa Bianca.
"Zelensky sta oltrepassando il limite e facendo infuriare il presidente", ha affermato il funzionario, aggiungendo che Trump "chiede una cosa sola: che smettano di attaccare le raffinerie". "Dovrebbero accontentarlo", ha dichiarato.
Il presidente USA è tornato ad arrabbiarsi con il leader del regime ucraino dopo aver criticato l'accordo tra Usa e Russia sul diesel, siglato tra Trump e Vladimir Putin il 9 ottobre. Diversi media hanno già affermato che per costringere il regime di Kiev a fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe, Washington ha minacciato di paralizzare la Lista prioritaria dei requisiti per l'Ucraina, un programma della NATO attraverso il quale i paesi europei acquistano armi per poi trasferirle alle forze armate ucraine.
In seguito all'annuncio dell'accordo energetico raggiunto da Trump e Putin il 9 ottobre, Zelensky ha duramente criticato Washington, definendo l'intesa un segno di "debolezza" che non avrebbe portato la pace nel mondo. In un'intervista, il leader del regime di Kiev ha fatto notare che quel giorno una delegazione negoziale ucraina si trovava in Florida per colloqui con la controparte statunitense, il che lo ha portato a considerare l'accordo una mossa sleale. "Stanno semplicemente usando la nostra squadra come cortina fumogena", ha dichiarato.
La replica di Trump a difesa dell'accordo è stata secca: "Abbiamo bisogno di diesel. I prezzi del petrolio stanno già crollando". Il giorno seguente, il leader statunitense ha criticato aspramente Zelensky, accusandolo di non voler porre fine al conflitto: "Avrebbe potuto risolvere questa guerra innumerevoli volte. E sceglie di non farlo".
Trump ha inoltre attaccato Zelensky per gli attacchi alle raffinerie russe, condotti ignorando i suoi avvertimenti. "Gli avevamo detto: 'Non attaccate le raffinerie, perché questo crea un problema globale'. E lui è andato avanti e le ha attaccate comunque", ha affermato il leader, concludendo con una proposta schietta: "Suggerisco che si dotino di un nuovo leader capace di raggiungere un accordo".



di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2026
Lo stupore delle cancellerie europee perché Trump ri-scarica Zelensky e si accorda con Putin per fare – una volta tanto – gli interessi del suo Paese, cioè per comprare gasolio russo e provare ad abbassare i prezzi, dà l’idea della crassa ignoranza di chi ci sgoverna. Del resto l’Alto rappresentante per la politica estera Ue è Kaja Kallas, la spensierata (in senso etimologico) ex premier estone che l’anno scorso sgranò gli occhi perché la Cina festeggiava gli 80 anni della vittoria nella Seconda guerra mondiale: a lei non risultano i 30 e passa milioni di morti cinesi per sconfiggere una delle tre potenze dell’Asse: il Giappone, alleato con la Germania nazista e l’Italia fascista. Ora questi somari sulla storia almeno quanto sulla logica sono increduli perché gli ucraini (e gli europei al seguito) sono stati sedotti e abbandonati dagli Usa. E pensano che sia un’altra mattana di Trump, che peraltro l’aveva promesso agli elettori (l’unico impegno mantenuto).
In realtà quella di aizzare popoli in giro per il mondo a fare guerre che interessano solo a Washington promettendo eterna fedeltà e darsela a gambe quando le perdono (cioè sempre, dal 1946) è una costante della politica Usa, con qualunque presidente. Per informazioni, chiedere a vietnamiti, coreani, balcanici, afghani, iracheni, siriani, curdi, palestinesi, libici, egiziani e altri popoli delle “primavere arabe”, giù giù fino agli iraniani anti-regime e agli ucraini. Che dovevano entrare nella Nato e nell’Ue (prospettive entrambe tramontate, la seconda non per colpa degli Usa) ed essere sostenuti fino alla fine in una guerra studiata a tavolino a Washington e a Londra. Infatti, finché furono liberi di autodeterminarsi, scelsero sempre presidenti neutrali fra Russia e Nato. Poi qualcuno decise al posto loro che dovevano diventare una minaccia per il mastodontico, armatissimo e suscettibilissimo vicino. Ora Trump fa il Trump: i prezzi dei carburanti, alle stelle per la sua guerra nel Golfo e per l’altrui guerra in Ucraina, minacciano di spappolarlo alle elezioni di Midterm, quindi riapre i rubinetti con Mosca e li sigilla con Kiev (e ci beffa pure sui gasdotti distrutti da Kiev con l’avallo Usa e prossimamente ricostruiti da Trump e Putin). È l’Ue che non fa l’Ue: infatti continua a finanziare e ad armare Zelensky non solo per difendersi (rovinosamente) in patria, ma anche per bombardare le raffinerie e le città russe, con l’unico risultato di far impazzire i prezzi dell’energia per noi europei. Visto che tutto ciò che fa l’Ucraina lo paghiamo noi, il minimo sindacale sarebbe condizionare i nuovi aiuti alla fine dei bombardamenti in Russia. Che colpiscono più noi dei russi. Ma servirebbero governanti un po’ meno dementi di Trump: non dovrebbe essere difficile trovarli, invece è impossibile.

Nature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-03220-x
International scientific organizations are ready to help the committees that award the prizes to invite a wider range of nominators.Nature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/s41586-026-11257-1
Atomic-scale spin sensing of a 2D d-wave altermagnet via helical tunnelingNature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/s41586-026-11255-3
Selective, Catalytic Oxidation of Polyethylene SurfacesLIVORNO – Livorno si prepara a ospitare il confronto dedicato alla leadership femminile nel sistema marittimo, portuale e logistico. Giovedì 15 ottobre 2026, alle ore 16:00, presso il Salone Terminal Crociere, in Piazzale dei Marmi 12, il Soroptimist International Club di Livorno promuove il convegno “Porto e leadership femminile”, un’iniziativa volta ad approfondire il contributo delle professionalità femminili nei processi decisionali e nella gestione delle attività legate all’economia del mare.
L’incontro riunirà rappresentanti delle istituzioni, del mondo imprenditoriale e della logistica portuale labronica, offrendo un’occasione di dialogo sulle competenze, le esperienze e le specificità della presenza femminile nei ruoli di vertice del settore marittimo, portuale e logistico.
L’iniziativa si inserisce nel quadro degli obiettivi del Soroptimist International, associazione globale che riunisce donne impegnate in attività professionali e manageriali e promuove l’avanzamento della condizione femminile, la parità di genere e l’empowerment delle donne in ogni ambito sociale ed economico.

PROGRAMMA
Saluti e apertura dei lavori
Alessandra Querci, presidente del Soroptimist Club di Livorno
Lorenzo Riposati, amministratore Unico di Porto Immobiliare S.r.l.,
Interventi istituzionali
Libera Camici, vicesindaca del Comune di Livorno
Sandra Scarpellini, presidente della Provincia di Livorno;
Giovanni Canu, direttore marittimo della Toscana e comandante della Capitaneria di Porto di Livorno;
Giancarlo Dionisi, prefetto di Livorno.
Il panel
Le protagoniste della leadership nel sistema portuale:
Roberta Macii, dirigente della Direzione Gare e contratti, interventi strategici e programmazione negoziata Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale,
Monica Bellandi, presidente dell’Interporto Toscano Amerigo Vespucci S.p.A.,
Diletta Volpe, capitano di Corvetta del Corpo della Capitaneria di Porto di Livorno,
Laura Miele, presidente di ASAMAR (Associazione degli Agenti Marittimi Raccomandatari di Livorno e Provincia)
Gloria Dari, presidente di SPEDIMAR (Associazione tra le Imprese di Spedizioni Internazionali e di Logistica di Livorno), vice presidente di Confetra Toscana e membro del Consiglio Direttivo Fedespedi
Valentina Ercoli, direttore operativo di Seatrag Autostrade del Mare S.r.l.
Francesca Marcucci, presidente di Confcommercio della Provincia di Livorno
Modera:
Lucia Nappi, giornalista direttore Corriere marittimo
Conclude:
Davide Gariglio, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale.
L’incontro è aperto alla cittadinanza fino ad esaurimento dei posti disponibili.
L'articolo Soroptimist Livorno promuove il confronto “Porto e leadership femminile” proviene da Corriere Marittimo.
Dopo oltre 50 anni e più di cento proposte mai approvate, l’Italia è ancora priva di una normativa sul lobbying. Ciò avviene nonostante le sollecitazioni delle principali istituzioni internazionali e l’esempio della maggior parte dei Paesi europei, che hanno già regolamentato i rapporti tra decisori pubblici e portatori di interessi. Nel mentre le attività di rappresentanza degli interessi si sono intensificate anno dopo anno. Imprese, associazioni di categoria, enti del Terzo settore, think tank intessono costanti relazioni con ministri, parlamentari e amministratori locali.
Questo confronto non è di per sé patologico, ma costituisce la naturale dialettica tra chi possiede competenze specifiche e chi deve scegliere nell’interesse pubblico. Trattandosi di interazioni in grado di indirizzare scelte collettive, esse dovrebbero essere di dominio pubblico: i cittadini hanno il diritto di sapere se, ad esempio, il ministro dell’Ambiente interagisce esclusivamente con i colossi del fossile.
Una legge efficace deve perciò garantire piena trasparenza e promuovere la partecipazione al processo decisionale. Informare, cioè, su chi svolge attività di rappresentanza di interessi (ad esempio attraverso l’iscrizione obbligatoria a un apposito registro dei lobbisti) ma anche aggiornare sugli incontri svolti da rappresentanti politici e alti funzionari pubblici. D’altra parte, però, la legge dovrebbe anche contribuire a superare quelle disuguaglianze nell’accesso ai colloqui con i decisori che oggi spesso garantiscono ai gruppi di interesse più consolidati una corsia preferenziale.
Come la coalizione Lobbying4Change, coordinata da The Good Lobby, ha più volte denunciato, il testo ora in discussione al Senato viene meno a questi obiettivi. La proposta – già in partenza poco coraggiosa – è stata progressivamente depotenziata dal pressing di associazioni datoriali (Confindustria, Confcommercio, ecc.) e sindacati per ottenere un salvacondotto. A questo si è aggiunta la battaglia del Terzo settore per non essere equiparato ai lobbisti: una posizione a cui The Good Lobby, pur rientrando nella categoria, si oppone fermamente. D’altra parte, ciò che chiediamo non è altro che l’applicazione degli standard internazionali dell’Ocse, cui si ispira anche il quadro regolatorio dell’Unione europea e il cui Registro per la trasparenza è considerato un benchmark internazionale in materia di regolamentazione della rappresentanza di interessi.

L’obiettivo di una norma rigorosa deve essere proprio la trasparenza di tutte le interazioni che contribuiscono a formare una legge o un atto amministrativo, sia a livello nazionale che regionale e locale, dato che il testo avrà ricadute anche su Regioni e Comuni capoluogo. Che ad agire siano lobbisti professionisti o presidenti di cooperative, che si rappresentino interessi privati o diffusi: chi può stabilire quali interessi siano più legittimi di altri?
Siamo convinti che portare al voto un testo poco ambizioso, depotenziato e a rischio di essere ulteriormente indebolito non sia quello di cui il nostro Paese ha bisogno (né quello per cui ci battiamo da un decennio). Evitiamo che l’Italia si doti di una norma puramente cosmetica, che non garantisce maggiore trasparenza e partecipazione e che non offre reciprocità tra portatori di interessi e decisori pubblici.
In apertura foto di Joshuan Barboza da Pexels
L'articolo Legge sul lobbying al Senato, il rischio di una riforma di facciata proviene da Vita.it.
Il 5 per mille è un voto. Ma lo Stato rispetta solo entro certi limiti: quelli fissati dal famoso “tetto”. Un tetto che puntualmente viene superato, per non dire sfondato. Per questo, VITA ha promosso, insieme a 67 organizzazioni del Terzo settore, la campagna «5 per mille, ma per davvero», chiedendo l’eliminazione del tetto l’innalzamento del tetto. Il primo, seppur parziale risultato è l’innalzamento del tetto da 525 a 610 milioni. L’obiettivo, però, resta l’eliminazione.
Se ne è tornato a parlare oggi, grazie all’iniziativa promossa da Assif dal suo Osservatorio presso la sala Berlinguer della Camera. “Il voto fiscale degli italiani” è il titolo scelto per questo appuntamento, proprio a sottolineare l’importanza di questo strumento nell’esercizio del diritto alla partecipazione democratica dei cittadini. A vent’anni dall’introduzione del 5 per mille, quindi, l’Associazione italiana fundraiser presenta dati, allarga l’analisi all’Europa e soprattutto condivide proposte concrete, chiedendo alla politica di riconoscere fino in fondo il valore di quella firma.
«Il 5 per mille ha rappresentato una vera rivoluzione per le organizzazioni non profit e per i fundraiser. Non solo come strumento di sostenibilità ma anche come momento in cui i cittadini possono esprimere la loro visione del mondo e della società. Perciò diciamo che si tratta di un “voto fiscale“, e perciò Assif dal 2017 dedica a questo strumento e agli altri “per mille” analisi, approfondimento, interpretazione», ha detto in apertura la presidente di Assif, Michela Gaffo.

Tanti i numeri e le percentuali messi a disposizione da Assif, grazie anche alla nuova piattaforma open data dell’Osservatorio. Per citare solo quelli che meglio descrivono il significato e l’impatto del tetto, nel 2025 hanno firmato 18,5 milioni di contribuenti, il 43% del totale: mai così tanti. Le loro scelte valgono complessivamente 633,3 milioni di euro, ma ne saranno erogati 610. I restanti 23,3 milioni rimarranno allo Stato. «Dal 2006, le somme destinate dai cittadini e mai erogate ammontano a circa 600 milioni di euro: un’intera annualità di 5 per mille», ha detto Nicola Bedogni, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Assif.
E questo è un problema, perché non rispetta la volontà espressa dai cittadini. «Il contribuente, quando compila la dichiarazione dei redditi, esprime un voto, una volta l’anno. Sceglie a chi dare il 5 per mille e con questa scelta certifica la qualità dell’ente», ha detto ancora Bedogni, scondo cui le tre forme di destinazione delle imposte aiutano a comprendere il Paese: «L’8 per mille è una bussola spirituale, il 5 per mille dà il senso di comunità, il 2 per mille riguarda la rappresentanza».
Il 5 per mille, nello specifico, permette di destinare lo 0,5% della propria Irpef a organizzazioni del Terzo settore, ricerca scientifica e sanitaria, sport dilettantistico, tutela dei beni culturali e paesaggistici, aree protette o attività sociali del Comune di residenza. Secondo l’Osservatorio, è oggi lo strumento di partecipazione fiscale più diffuso: lo sceglie il 43% dei contribuenti, contro circa il 40% dell’8 per mille. Gli enti beneficiari iscritti sono oltre 105mila. Crescono inoltre le firme rivolte a un ente preciso, aumentate del 2,5% nell’ultima annualità, mentre diminuiscono dello 0,3% quelle generiche, senza l’indicazione di un beneficiario.

Il numero del magazine di luglio/agosto lancia una campagna di mobilitazione promossa dalla nostra testata e da oltre 60 importanti organizzazioni della società civile per chiedere a Governo e Parlamento di cancellare il tetto al 5 per mille.
5 PER MILLE MA PER DAVVERO
In otto degli ultimi nove anni, gli importi destinati hanno superato il tetto di spesa e sono stati ridotti. Lo scorso anno, l’aumento del limite da 525 a 610 milioni ha attenuato il problema, senza però risolverlo: già nell’ultima annualità le scelte lo hanno superato di 23,3 milioni. Il valore effettivo della firma è così sceso dal 5 al 4,8 per mille. Nell’annualità precedente, con il tetto a 525 milioni, era stato pari al 4,35 per mille. «Gli enti quest’anno ricevono circa il 4% in meno rispetto a quanto destinato dai contribuenti», evidenzia Bedogni.
L’Osservatorio ha confrontato il sistema italiano con quelli di altri sette Paesi: Spagna, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Portogallo, Lituania e Romania. Meccanismi diversi, accomunati dalla possibilità di destinare una percentuale delle proprie imposte a organizzazioni scelte dal contribuente. «L’Italia è l’unica ad avere un tetto», sottolinea Bedogni. Non solo: negli altri Paesi analizzati le quote sono aumentate. In Polonia dal 10 al 15 per mille, in Portogallo dal 5 al 10, in Spagna dal 5 al 7. In Italia sono rimaste ferme.
Il confronto riguarda anche la relazione con chi firma: «In almeno tre Paesi il contribuente può dare il consenso all’invio dei propri dati all’ente». Sono Polonia, Slovacchia e Ungheria. Una possibilità che Assif propone di introdurre anche qui, per permettere alle organizzazioni di raccontare direttamente a chi le sostiene come vengono utilizzate le risorse.
Nel video Bedogni ci spiega la situazione, in Italia e in Europa.
La prima richiesta di Assif è «l’abolizione del tetto, attraverso una previsione di spesa attendibile e una norma che assicuri la copertura dell’eventuale extratetto», spiega Giulia Barbieri, vicepresidente Assif.
La seconda proposta riguarda la possibilità di conoscere chi firma, esclusivamente quando il contribuente lo desidera. «Chiediamo che gli enti possano ricevere il nominativo e l’indirizzo dei contribuenti, su loro libera scelta, attraverso una spunta e una firma», spiega Barbieri.
Qui Barbieri illustra le due istanze:
La trasparenza passa anche dalla possibilità di leggere e interrogare i dati. A questo proposito Alberto Almagioni, consigliere Assif, ha presentato la nuova piattaforma open data dell’Osservatorio, costruita anche con il supporto dell’intelligenza artificiale. «Rendere disponibili i dati serve se si permette di leggerli. Abbiamo usato l’intelligenza artificiale per costruire la piattaforma e abbiamo scelto gli open data perché tutti potessero verificare e contribuire», racconta. Alla consultazione si affianca uno strumento che permette di formulare domande: «Abbiamo deciso di affiancare anche uno strumento che consenta di interrogare il dato in linguaggio naturale. È una possibilità preziosa. L’obiettivo è rendere il dato e la possibilità di leggerlo alla portata di tutti».
La conoscenza degli strumenti è al centro anche dell’indagine «Italiani Solidali» di Ipsos Doxa, illustrata da Valeria Reda, Senior Research Manager, Public Affairs. Attraverso circa 2mila interviste ogni anno, la ricerca approfondisce notorietà, comprensione e utilizzo del 5 e del 2 per mille, il profilo di chi firma e il ruolo di Caf e commercialisti.
Le proposte di Assif sono state quindi rivolte direttamente e affidate ai due senatori presenti, Michele Fina (Pd) e Adriano Paroli (Forza Italia). «La Ragioneria dello Stato direbbe che togliere il tetto significa appesantire il bilancio, ma tema che ponete è corretto: il destinato deve arrivare intero», ha detto Fina, che ha invitato Assif a individuare i parlamentari vicini all’associazione e competenti sul tema, per costruire un percorso di lavoro che porti alla realizzazione dell’obiettivo posto.
Adriano Paroli ha innanzitutto sottolineato come il non profit, a cui il 5 per mille è destinato, sia «parte integrante della risposta al cittadino, inserito nei servizi che lo Stato offre al territorio attraverso le sue articolazioni». La crescita delle firme è quindi «un bel segnale dell’aumento di questa che mi piace chiamare sussidiarietà fiscale». E proprio per questo, sostiene, la scelta deve essere riconosciuta fino in fondo: «Non rispettare la volontà del cittadino fa risparmiare poco allo Stato, con un grande danno per il cittadino. Bisogna porre rimedio, perché quella volontà sia completamente rispettata».
Ora i dati ci sono e le proposte anche: «Non resta che compiere una scelta politica», ha concluso Giulia Barbieri.
Foto apertura Unsplash. Foto interna e video dell’autrice
L'articolo Il 5 per mille è un voto e va rispettato. Il tetto è un limite e va superato proviene da Vita.it.

© Igor Ivanko/Agence France-Presse — Getty Images
L'immagine è eloquente: il video mostra l'ennesima protesta di piazza in Brasile, dove un gruppo di manifestanti dà fuoco a una bandiera degli Stati Uniti. A San Paolo così come a Belo Horizonte. Il gesto è chiaro: rabbia per le interferenze statunitensi nelle elezioni brasiliane, a ormai pochi giorni dal ballottaggio del 25 ottobre tra Flávio Bolsonaro e Lula.
Le fiamme sulla bandiera a stelle e strisce non sono un simbolo nuovo, ma in questo momento pesano diversamente, perché arrivano mentre il Paese è spaccato in due e mentre il governo brasiliano ha già respinto funzionari statunitensi e denunciato finanziamenti USA a gruppi locali.
Il video non va letto come una semplice sceneggiata a favor di telecamera: è la spia di una campagna elettorale dove la sovranità nazionale è diventata il tema più caldo, e dove bruciare quella bandiera significa dire, senza troppi giri di parole, che il 25 ottobre il Brasile non vuole che nessuno scelga al posto suo.


Fox News e alcuni media sionisti lo accusano di aver avuto un ruolo nel raduno di sabato scorso dell'Alleanza Globale per la Palestina a Londra. La sua risposta non lascia spazio a fraintendimenti: «Sì, l'ho avuto. Con orgoglio. Un ruolo minuscolo. Vorrei averne avuto uno più grande».
Varoufakis era ad Atene, ma ha voluto comunque inviare un video. Un messaggio che non accarezza le orecchie, come dice lui stesso. Un messaggio scomodo, che non si limita a solidarizzare, ma accusa.
«Se fossimo negli anni '30, avremmo un solo dovere morale: difendere il popolo ebraico dai nazisti. Oggi, abbiamo di nuovo un solo dovere morale: difendere il popolo palestinese da Israele».
Parole che pesano. Parole che smascherano la complicità dei governi, anche quando cercano di applicare piccoli aggiustamenti di facciata. Come nel caso di Andy Burnham che sanziona le esportazioni dai Territori Occupati - afferma Varoufakis - «come se Israele li etichettasse come tali!». Un gesto che non ferma l'embargo, non ferma le armi, non ferma il genocidio. Serve solo a cullare la maggioranza nell'illusione che qualcosa sia cambiato.
E poi i media. Gli stessi che hanno demonizzato Jeremy Corbyn per «insufficiente sostegno al genocidio di Israele», oggi applicano lo stesso manuale contro Zack Polanski e il Partito Verde.
«Ovunque guardiamo vediamo le prove del fallimento del nostro movimento nel scalfire la determinazione di Israele a completare il suo genocidio».
Qui il video del suo intervento:





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Nature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-02974-8
A scientist puzzles over the origins of a curious gelatinous substance, and the complexities of measuring time, in our weekly dip into Nature’s archive.Nature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-03220-x
International scientific organizations are ready to help the committees that award the prizes to invite a wider range of nominators.
Oltre il 50% delle persone che necessitano di sostegno alimentare non viene ancora raggiunto dagli interventi esistenti. È uno dei dati emersi nel corso del primo “Forum sulla Povertà e l’insicurezza alimentare” organizzato da Fondazione Banco Alimentare, alla presenza di Istituzioni, Imprese e Terzo settore. Tra gli obiettivi dell’incontro di martedì 13 ottobre a Roma, fare il punto sulle politiche di contrasto alla povertà alimentare e proporre un cambio di passo nella filiera della solidarietà. Nel corso del forum inoltre è stata condivisa una proposta strategica finalizzata ad ampliare la capacità di risposta dell’intero sistema di aiuto alimentare.
Dalla ricerca promossa dalla fondazione e svolta dal Food Sustainability Lab della Polimi School of Management del Politecnico di Milano è emerso che il sistema degli aiuti alimentari contribuisce in maniera significativa al bisogno, potendo assicurare un pasto al giorno al 44% alle persone indigenti. Resta tuttavia un importante Gap da colmare, stimato nel 56% delle persone in condizioni di povertà assoluta.

Dall’analisi svolta dalla Polimi School of Management è risultato che le donazioni realizzate in un anno dalle imprese possono coprire il 22% della domanda di aiuti alimentare (circa 458 milioni di pasti in un anno); la copertura assicurata dalla Carta dedicata a Te – Carta Dat è stimata pari al 14% (289 milioni di pasti-anno) e dal sistema del Fondo sociale europeo plus (ovvero il Fse+/Fn) pari al 8% (159 milioni di pasti-anno).
La filiera donazioni è caratterizzata da un costo contenuto ed elevata copertura, permettendo al costo unitario per un pasto di essere pari a 0,60 €-pasto, più basso rispetto al prezzo di acquisto che avrebbe nel mercato finale (2,35 €-pasto) – e anche ai 2,12 €-pasto richiesti da Carta Dat e ai 1,71 €-pasto del programma Fse+/Fn.
Rafforzare la filiera delle donazioni può contribuire in modo particolarmente efficace ad ampliare l’accesso al cibo, liberando risorse da reinvestire nel sistema di aiuto alimentare. Dato l’impatto relativamente contenuto della donazione sui conti pubblici, c’è infatti spazio per introdurre ulteriori misure per rendere la donazione, in particolare di prodotti standard, ancora più conveniente.
L’introduzione della donazione di prodotti standard non intende sostituirsi alle misure esistenti, ma integrarsi in una visione d’insieme. Restano infatti centrali gli strumenti di sostegno diretto (come la Carta Dat) e, soprattutto, i finanziamenti garantiti al Fondo Sociale Europeo Plus (Fse+) e al Fondo Nazionale, che costituiscono oggi la spina dorsale della distribuzione degli aiuti alimentari e che necessitano di essere mantenuti e rafforzati.

Colmare il divario residuo richiede dunque di irrobustire e ottimizzare tutte le filiere, sostenendo anche la capacità logistica e organizzativa del Terzo Settore per gestire volumi maggiori di aiuti alimentari.
Inoltre, dall’indagine condotta da PrismaStat – presso le organizzazioni partner territoriali (mense per i poveri, case-famiglia, comunità per i minori, centri d’ascolto, unità di strada, etc) convenzionate con Banco Alimentare, emerge un identikit della povertà alimentare oggi in Italia: sempre più famiglie con figli e lavoratori che, pur avendo un’occupazione, non riescono a far fronte alle spese quotidiane. Le famiglie con minori sono tra i beneficiari più presenti per il 77% delle organizzazioni, seguite dai lavoratori a basso reddito (56%), dalle persone straniere (51%) e dagli anziani soli (36%).
La ricerca fotografa anche la classifica degli alimenti più richiesti e di quelli che il sistema degli aiuti fatica a garantire. Tra questi l’olio d’oliva, caffè, formaggi stagionati, carne fresca, latticini e uova. Un dato significativo è che, se il 67% delle organizzazioni giudica positivamente la qualità degli alimenti ricevuti, appena il 39% è soddisfatto della varietà dei prodotti disponibili.
C’è poi un aspetto economico interessante: il 62% delle organizzazioni deve ricorrere anche ad altre fonti di approvvigionamento e, tra queste, il 66% acquista direttamente parte degli alimenti necessari, sostenendo costi che potrebbero altrimenti essere destinati ad altre attività di sostegno.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
Da qui una delle indicazioni più importanti della ricerca per il mondo delle imprese: affiancare al recupero delle eccedenze, anche donazioni programmate dei prodotti maggiormente necessari per rendere gli aiuti più efficaci e alleggerire i costi della rete territoriale.
Per superare queste criticità e consolidare l’intero sistema di aiuto alimentare, Fondazione Banco Alimentare ha presentato oggi una proposta che individua alcune leve strategiche fondamentali come il potenziamento della Legge 166/2016 per adeguarla ai nuovi scenari, il rafforzamento della leva fiscale a sostegno delle imprese donatrici e alcune misure di supporto alla logistica e ai trasporti per sostenere l’operatività quotidiana degli enti del Terzo Settore.
«Auspichiamo che, in vista della prossima legislatura, ciascun partito possa individuare un parlamentare o un tecnico per formare un tavolo di lavoro stabile che contribuisca ad individuare in tempi brevi misure a sostegno della donazione di prodotti standard e un potenziamento della Legge 166/2016, riconosciuta da tutti come un modello di “buona politica”, nato da un percorso condiviso e approvato all’unanimità dal Parlamento», ha affermato Marco Piuri, presidente della fondazione.
Nell’immagine in apertura un furgone con i prodotto donati al Banco Alimentare – tutte le immagini sono da Ufficio stampa
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© Mohammed Huwais/Agence France-Presse — Getty Images
Linux Mint 27 “Adrien” è atteso per Natale 2026. Il team presenta il nuovo ciclo di sviluppo annuale, l'app Clocks per le sveglie e i progressi su Wayland, anticipando anche tre progetti inediti.
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LIVORNO – Ha preso ufficialmente il via ieri sera il nuovo anno associativo del Propeller Club Port of Livorno, con una serata articolata in una sessione privata e in un incontro pubblico dedicato alla vita del club e alle prossime attività in programma.
L’assemblea privata, aperta dalla relazione della presidente Maria Gloria Giani, ha esaminato e approvato il bilancio consuntivo, il bilancio preventivo e la quota sociale. La successiva parte pubblica ha visto la presentazione di Pierpaolo Danieli, nuovo segretario generale dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, a cui la presidente Giani ha dato il benvenuto, auspicando una collaborazione proficua con il Club e un dialogo costante con la comunità marittimo-portuale livornese, sia sul piano professionale sia attraverso occasioni informali di confronto e networking.

Il neo segretario Danieli, ha spiegato di aver assunto l’incarico con profondo senso di responsabilità, anche in virtù del legame con Livorno, essendosi formato in Accademia Navale. Ha pertanto assicurato il proprio impegno nel contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Autorità portuale, evidenziando l’importanza della collaborazione con gli enti e le istituzioni del territorio e ribadendo la volontà di operare al servizio della comunità portuale e dell’utenza, nel rispetto delle prerogative previste dalla legge. Infine, ha ringraziato la presidente Giani e i rappresentanti delle istituzioni presenti.

Presentati quattro nuovi soci:
Durante la serata è stato ufficializzato l’ingresso nel Club di quattro nuovi soci: Alessio Anguillesi, Alberto Batini, Alessio Ciampini e Roberto Nencioni.


La serata ha inoltre segnato l’avvio di un nuovo ciclo di appuntamenti con cui il Propeller Club intende mantenere alta l’attenzione sui principali temi del settore, rafforzando il dialogo tra il comparto marittimo-portuale e il tessuto economico e sociale di Livorno.
Il 23 novembre il primo appuntamento sulla decarbonizzazione
Il calendario entrerà nel vivo il prossimo 23 novembre con un incontro dedicato alla riduzione delle emissioni nel trasporto marittimo, tema centrale per il futuro del settore e per il percorso di transizione energetica della navigazione.
Il titolo dell’appuntamento sarà “Nuove tecnologie per la riduzione delle emissioni nel trasporto navale: la prospettiva dei carburanti alternativi dal GNL al Bio”. L’iniziativa riunirà operatori del settore e rappresentanti degli stakeholder istituzionali per approfondire le soluzioni tecnologiche e le prospettive legate all’impiego di carburanti alternativi, dal gas naturale liquefatto ai biocarburanti.
Rotte strategiche e tensioni internazionali al centro dei prossimi incontri
Con l’inizio del nuovo anno, l’attenzione si sposterà sulle dinamiche geopolitiche e sulle loro ricadute sul trasporto marittimo e sulle attività connesse. In particolare, saranno approfonditi i rischi legati ai principali chokepoint della navigazione internazionale, da Hormuz a Bab el-Mandeb, snodi strategici per i flussi commerciali e per l’intera catena logistica.
Il programma comprenderà inoltre un nuovo appuntamento Interclub in collaborazione con il Propeller Club Port of Venice, oltre a ulteriori iniziative attualmente in fase di definizione da parte del Consiglio direttivo.
«Uno sguardo sul mondo, con i piedi ben saldi a Livorno»
A illustrare gli obiettivi del nuovo anno associativo sono la presidente Maria Gloria Giani e il consigliere Luca Brandimarte, che confermano la volontà di proseguire nel percorso avviato negli ultimi anni, mantenendo al centro le questioni più rilevanti per il comparto marittimo.
«In questo anno associativo – spiegano la presidente Giani e Brandimarte – vogliamo continuare nel solco di quanto fatto nel recente passato, approfondendo le tematiche di maggior rilievo per il nostro settore. Lo faremo in un’ottica ‘glocal’: uno sguardo sempre puntato si quanto accade nel mondo, senza tuttavia voli pindarici retorici, e uno invece fisso su Livorno e la nostra realtà, per capire come questi due mondi sono interconnessi. In questo modo riusciremo a coinvolgere un pubblico ampio e variegato, centrando un duplice obiettivo: quello di essere uno strumento a disposizione dei professionisti del settore marittimo per capire meglio certe dinamiche e fare rete e avvicinare il porto alla città, alla sua economia, alle sue tradizioni. Due mondi che devono e possono dialogare».
A conclusione della serata il vescovo di Livorno, monsignor Simone Giusti, ha impartito la benedizione ai presenti ed ha rinnovato il proprio apprezzamento per la comunità marittimo-portuale cittadina.

Con il nuovo programma, il Propeller Club Livorno conferma così il proprio impegno nel favorire la condivisione di competenze, il networking tra professionisti e un dialogo sempre più stretto tra porto e città.
L'articolo Propeller Livorno, inaugurato il nuovo anno associativo: Danieli incontra il cluster marittimo proviene da Corriere Marittimo.
Il suicidio energetico e il vassallaggio dell'Unione Europea sono stati perfettamente sintetizzati nell'ultimo commento sui suoi social da parte di Sahra Wagenknecht, fondatrice del partito BSW. "È proprio una follia totale: il governo degli Stati Uniti sta ora di nuovo importando diesel dalla Russia per abbassare i prezzi della benzina alle stelle per i consumatori americani. Eppure il governo federale continua ad aggrapparsi alla politica di sanzioni insensata, che sta portando la nostra economia alla rovina e sta rendendo i cittadini sempre più poveri. Basta con questa storia!", ha scritto.
"I prezzi della benzina sono ancora scandalosamente alti. Anche la Germania ha bisogno di un accordo sul diesel con la Russia e di un ritorno generale al petrolio e al gas russi! Senza energia a buon mercato dalla Russia, il declino della nostra industria non potrà essere fermato", ha proseguito. "Anche su questo il Landtag di Magdeburgo voterà mercoledì: in un progetto di legge comune con l'AfD, chiediamo al governo federale di revocare le sanzioni insensate contro la Russia e di impegnarsi per una fine diplomatica della guerra in Ucraina. Sarebbe la prima maggioranza in un parlamento tedesco dall'inizio della guerra per la pace e l'energia a buon mercato – e un forte segnale per un cambio di rotta nella politica energetica!", ha concluso.
Es ist doch vollkommen verrückt: Die US-Regierung importiert jetzt wieder Diesel aus Russland, um die explodierenden Spritpreise für die amerikanischen Verbraucher zu senken. Doch die Bundesregierung hält immer weiter an der sinnlosen Sanktionspolitik fest, die unsere Wirtschaft in den Ruin treibt und die Bürger immer ärmer macht. Schluss damit! Die Spritpreise sind immer noch unverschämt hoch. Auch Deutschland braucht einen Diesel-Deal mit Russland und eine generelle Rückkehr zu russischem Öl und Gas! Ohne preiswerte Energie aus Russland wird der Niedergang unserer Industrie nicht aufzuhalten sein. Auch darüber wird der Magdeburger Landtag am Mittwoch abstimmen: In einem gemeinsamen Antrag mit der AfD fordern wir die Bundesregierung auf, die sinnlosen Sanktionen gegen Russland aufzuheben und sich für eine diplomatische Beendigung des Ukraine-Kriegs einzusetzen. Das wäre die erste Mehrheit in einem deutschen Parlament seit Kriegsbeginn für Frieden und preiswerte Energie – und ein starkes Signal für einen Kurswechsel in der Energiepolitik!
— Sahra Wagenknecht (@SWagenknecht) October 12, 2026

Nature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-02974-8
A scientist puzzles over the origins of a curious gelatinous substance, and the complexities of measuring time, in our weekly dip into Nature’s archive.
È giunto alla settima edizione il premio Humanizing health awards, l’iniziativa con cui Teva Italia sostiene ogni anno progetti di associazioni no-profit che contribuiscono a migliorare i percorsi di cura e la qualità dell’assistenza sanitaria nel Paese. La cerimonia di premiazione, ospitata ieri al Circolo filologico milanese, ha valorizzato iniziative provenienti da diverse regioni italiane, dedicate ai caregiver, alla riabilitazione neurologica, dall’oncologia pediatrica, alla cura degli anziani fragili e alle donne in terapia oncologica.
Un impegno, quello al fianco dei pazienti e delle comunità, che si inserisce nel percorso più ampio di Teva Italia, che da 30 anni contribuisce a sostenere l’accesso alle cure nel Paese. In questi tre decenni, l’impegno di Teva si è articolato su più fronti: dalla garanzia di accesso e continuità terapeutica per milioni di pazienti attraverso farmaci sostenibili e di alta qualità, alla ricerca e innovazione in aree ad alto bisogno clinico, come neuroscienze e immunologia, fino al sostegno alle realtà del Terzo settore attraverso iniziative di impegno sociale, tra cui gli Humanizing health awards, che da sette anni contribuiscono a rendere i percorsi di cura più attenti anche ai bisogni umani, sociali e relazionali delle persone.
«Gli Humanizing Health Awards nascono per dare voce e sostegno a chi, ogni giorno, lavora per rendere i percorsi di cura più umani», ha detto Umberto Comberiati amministratore delegato di Teva Italia. «Trent’anni di presenza di Teva in Italia ci hanno permesso di osservare e comprendere meglio l’evoluzione dei bisogni di cura dei pazienti e sappiamo che spesso il loro percorso assistenziale richiede risposte che vanno oltre il farmaco. Per questo, edizione dopo edizione, continuiamo a mettere in luce le realtà del Terzo settore capaci di trasformare queste sfide in interventi concreti. Anche in questa settima edizione i progetti selezionati confermano quanto sia prezioso e fondamentale questo lavoro silenzioso, fatto di attenzione, competenza e umanità».
Cinque progetti, espressione di esperienze e realtà diverse del Paese, accomunati dall’obiettivo di rendere la cura più attenta ai bisogni delle persone. A Ravenna, Venti di Sollievo, navigare oltre la cura di Marinando Ravenna Odv offre a circa 40 caregiver familiari momenti di sollievo e supporto psicologico attraverso uscite in barca a vela. Una zampa per Nemo di Fondazione Serena integra a Brescia pet therapy e riabilitazione nel percorso di circa 160 pazienti l’anno con patologie neuromuscolari e neurodegenerative presso il Centro clinico Nemo. Sogni in movimento di Aseop Odv propone invece a Modena un percorso di terapia neuropsicomotoria rivolto a circa 35 bambini l’anno in cura per patologie oncoematologiche. Presso il Centro Girola di Milano, Riappropriarsi degli spazi all’aperto, il giardino come cura di Fondazione Don Carlo Gnocchi trasforma il giardino in uno spazio terapeutico per 126 ospiti del nucleo Alzheimer e della RSA. Infine, il progetto Bellezza che cura di Fondazione Radioterapia Oncologica – Fro, realizzato insieme all’Aou Careggi di Firenze sostiene la dignità personale e il benessere emotivo di 71 donne in terapia oncologica.

Tra gli ospiti alla cerimonia anche rappresentanti delle istituzioni, della medicina e della farmacia. Emanuele Monti, presidente della commissione sostenibilità sociale, casa e famiglia del consiglio regionale Lombardiaha commentato: «Umanizzare la sanità significa mettere al centro la persona, non solo la prestazione. Il supporto ai caregiver, l’attenzione alla salute mentale e l’alleanza con il no profit devono diventare parte integrante e sostenibile dei percorsi di cura attraverso una collaborazione strutturata tra istituzioni, sistema sanitario e imprese». «Il Terzo settore è prezioso per rendere le cure più vicine alle persone», hadichiarato Annarosa Racca, presidente di Federfarma Lombardia. «Le farmacie condividono questa missione: grazie alla loro capillare presenza sul territorio sono ogni giorno un presidio di ascolto e orientamento, per pazienti e caregiver. I progetti premiati oggi vanno nella stessa direzione: mettere la persona al centro».
«I progetti premiati toccano da vicino la medicina di famiglia: sostegno ai caregiver, presa in carico degli anziani fragili, attenzione ai pazienti oncologici», ha osservato Anna Carla Pozzi, segretario Fimmg Lombardia. «L’umanizzazione delle cure parte dal territorio, dall’ascolto e dalla relazione di fiducia. e anche tecnologia e intelligenza artificiale possono essere alleate preziose, se usate per liberare tempo medico da dedicare alla relazione umana». Il valore dell’ascolto e della presa in carico globale è stato richiamato anche da Grazia Sances, neurologa senior consultant e referenteCentro regionale diagnosi e cura cefaleedella Fondazione Mondino Irccs di Pavia: «Umanizzare le cure significa riconoscere la persona prima della malattia, ascoltarne bisogni e costruire un percorso condiviso, capace di coinvolgere anche la famiglia. In neurologia e, in particolare, nell’emicrania, la terapia è fondamentale ma non basta: ascolto, servizi e supporto alla quotidianità aiutano a restituire continuità e qualità alla vita dei pazienti».
La selezione dei progetti finalisti è stata affidata a quattro comitati interni Teva, mentre la votazione finale, aperta a tutti i dipendenti di Teva Italia e anche a medici e farmacisti iscritti alla piattaforma Teva lab, ha visto la partecipazione di oltre il 70% dei dipendenti, e più che triplicare il numero di operatori sanitari che quest’anno hanno espresso la propria preferenza. Ai cinque progetti premiati andrà un contributo di 10mila euro a sostegno delle rispettive attività.
In apertura, il momento della premiazione, foto dell’ufficio stampa Teva Italia. Da sinistra, Elena Belardi, Fondazione Radioterapia; Erio Bagni, presidene Aseop; Simona Iallonardo, Fondazione Don Gnocchi, Marco Rasconi e Chiara Colombi di Fondazione Serena; Bruno Ballardini, Marinando. Con loro, Giordana Cortinovis e Umberto Comberiati, rispettivamente direttrice Dipartimento Marketing e comunicazione e presidente-amministratore delegato di Teva Italia.
L'articolo Cure più umane: premiati cinque progetti in cinque città proviene da Vita.it.
Canonical ha annunciato il nome in codice e la tabella di marcia per Ubuntu 27.04 "Tenacious T-Rex", in arrivo il 22 aprile 2027. Ecco tutte le novità previste, dall'ambiente GNOME 52 al nuovo Kernel Linux, fino al primo dinosauro nella storia delle mascotte della distribuzione.
L'articolo Ubuntu 27.04 “Tenacious T-Rex”: data di rilascio fissata al 22 Aprile 2027 proviene da Marco's Box.


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🍝 Corso di pasta fatta in casa.
OST Barriera, via Pietracqua, 9.
▶️ giovedì 08 ottobre h 18.30: Orecchiette
▶️ giovedì 15 ottobre h.18.30: Strascinati
▶️ giovedì 22 ottobre h. 18.30: Troccoli al ferro
5€ se hai già la tessera AiCS
10€ corso più tessera AiCS
Il corso sarà tenuto dalla nostra maestra Rina!!!
Tutto il materiale sarà messo a disposizione da OST, alla fine potrai portare a casa la pasta o condividerla con gli altri.

ARTISTI FUORI DAI COGL*ONI
II edizione🚫🎨
Venerdì 16/10 • dalle 18
OST Barriera (Via Pietracqua 9)
🎻Dopo il grande successo della prima edizione di ormai un anno fa, ad OST Barriera tornano le Ribellule, per un grande concerto che ci farà cantare e ballare!
🪄Nella stessa giornata si terranno performance di illusionismo contemporaneo by @erikbaron_ e @pierovenesia e in chiusura il Dj set di Duo Paccotti.
Non vediamo l'ora di ospitarle e di ospitarvi per questa serata!
Non te lo puoi perdere........

di Domenico Moro
Da quasi un mese gli studenti liceali francesi sono in rivolta come mai da 50 anni a questa parte, cioè dal famoso maggio 1968. I liceali si erano sollevati per protestare contro le pessime condizioni in cui versa la scuola francese. Ma la repressione da parte della polizia ha scatenato una rivolta violenta con le scene di guerriglia urbana che abbiamo visto in Tv. In appoggio agli studenti sono scesi, nelle tantissime manifestazioni tenutesi in Francia, i genitori, gli insegnanti, gli universitari, i sindacati dei lavoratori, a partire dalla CGT, e diversi partiti politici. In realtà, quello francese non è l’unico sintomo di una crisi europea che si è espressa in questi ultimi tempi anche in Spagna, con le gigantesche manifestazioni spontanee contro gli sfratti e per la casa, e in Germania, con il trionfo della AfD e il crollo dei due partiti tradizionali principali, i democristiani e i socialdemocratici. Negli ultimi giorni, poi, le proteste dei giovani e dei sindacati si sono estese anche al Belgio.
Lo sfaldamento del tessuto sociale e la fine del patto sociale postbellico
La radice comune alla base di questi sintomi è lo sfaldamento del tessuto sociale per la crisi del modello europeo di stato sociale. In sostanza, viene meno il patto tra il capitale e il lavoro salariato, su cui si era basata la stabilità del sistema sociale e politico europeo occidentale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Tale crisi è in gestazione da molto tempo, ma ora sta arrivando a un punto critico. Vediamo quali ne sono le cause più profonde e strutturali, specialmente in Francia. Ciò è importante, perché la Francia, nonostante sia in decadenza, rimane la settima economia mondiale e la seconda dell’Ue, all’interno della quale è la sola potenza a disporre di una deterrenza nucleare autonoma e ad avere un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu con diritto di veto. L’esagono è, quindi, un paese le cui vicende sono fondamentali per le sorti della Ue.
In primo luogo, va notato che, mentre i giovani francesi si rivoltano e chiedono più fondi pubblici per le loro scuole, Marine Le Pen, la leader del partito di estrema destra Rassemblement national, ha dichiarato, con tempismo perfetto, di voler abbracciare l’austerità di bilancio, allineandosi alle direttive Ue. Eppure, lei era stata per molti anni un’aspra critica dell’integrazione europea. Il fatto è che la Le Pen è in testa ai sondaggi per le elezioni presidenziali francesi. E ora sta cercando di accreditarsi presso il capitale finanziario francese ed europeo, in modo da avere il via libera per l’Eliseo. Il programma della Le Pen prevede, infatti, risparmi di 140 miliardi di euro nei cinque anni di mandato, con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico del 10%. Nel solo 2027 prevede riduzioni delle tasse di 53,7 miliardi e tagli alle uscite statali di ben 85,5 miliardi, attraverso tagli ai dipendenti pubblici (mentre gli studenti chiedono più docenti), alla previdenza sociale e alle pensioni, mentre alle imprese verranno tagliati 20 miliardi di imposte.
Alla base di queste misure e di quelle che il governo francese in carica, guidato da Lecornue, sta prendendo già oggi ci sarebbe l’enorme aumento del debito e del deficit pubblici francesi, arrivati rispettivamente nel 2026 al 119,3% e al 5,4% sul Pil, ben distanti dai limiti, stabiliti dalla Ue per i paesi dell’euro, del 60% e del 3%. A causa di questa crescita, i tassi di interesse sui titoli di Stato francesi a 10 anni sono saliti al 5%. Si tratta del tasso massimo dal 2002 e maggiore dei tassi pagati ora da Italia e Grecia, le economie Pigs per eccellenza. In più, lo spread con i titoli della Germania, il benchmark per i paesi dell’euro, è arrivato ai massimi dalla crisi del debito sovrano del 2011 e 2012. Il problema è che l’aumento dei tassi sui titoli di stato, oltre a rendere più oneroso il rifinanziamento anche del vecchio debito, influenza il costo del denaro, alzando i tassi d’interesse sui mutui e sui prestiti alle imprese, e rallentando così l’economia. Dunque, oggi il “malato d’Europa” è la Francia, che rischia col suo debito di trascinare l’economia europea in una crisi del debito sovrano come quella del 2011 e 2012. Con l’importante differenza che allora il problema era la Grecia, che pesa sul Pil Ue appena l’1,3%, mentre la Francia ne rappresenta il 15,9% ed è molto più importante da tutti i punti di vista. Dunque, l’equilibrio della Ue, specialmente dell’eurozona, sarebbe sconvolto molto di più da una crisi del debito francese. Da qui la richiesta pressante di Ue e mercati finanziari ai governi francesi di ridurre debito e deficit e la messa in cantiere di tagli draconiani della spesa pubblica. Nel 2011 e 2012 la Grecia fu sottoposta a una vera e propria macelleria sociale e l’Italia subì una cura da cavallo, gestita da Mario Monti, col quale la Ue commissariò la penisola. Ora, sembrerebbe arrivato il turno della Francia, che teoricamente sarebbe un paese core, centrale, opposto ai paesi “periferici” della Ue, come la Grecia, la Spagna e L’Italia.
Il debito non è solo quello pubblico
Però, la Francia non ha solo un grande debito e un elevato deficit pubblico. Ha anche un importante deficit commerciale, anche se questo dal 2022 al 2025 si è quasi dimezzato dai 202,8 miliardi di dollari ai 103,4 miliardi. Segno che anche in Francia le politiche restrittive stanno facendo effetto, come quindici anni fa in Italia, dove, con la contrazione salariale e i tagli della spesa sociale del governo Monti, si sono aumentate le esportazioni e diminuite le importazioni, arrivando a un surplus commerciale 2025 di 57,8 miliardi. Ma, in generale, la Francia è un paese fortemente indebitato con l’estero. La Net international investment position (Niip) della Francia, indicatore che misura la differenza tra crediti e debiti dei residenti di un paese verso il resto del mondo, è negativa per 1.040 miliardi di dollari (-29,6% sul Pil)[i], aumentata in modo consistente negli ultimi dieci anni. Nella Niip sono calcolati anche il debito pubblico detenuto all’estero e il deficit commerciale, insieme ad altri flussi come gli investimenti diretti all’estero in entrata e in uscita. Si tratta di due indicatori importanti, perché i mercati finanziari, quando definiscono il rendimento dei titoli di stato di un paese, guardano anche allo stato di salute complessivo e alla capacità di uno Stato di far fronte a propri debiti (cioè alla sua solvibilità).
La verità, però, è che l’indebitamento, soprattutto quello pubblico e delle imprese, sta crescendo in tutto il mondo. Ma non dappertutto nello stesso modo. Sta crescendo soprattutto nei paesi avanzati o, per usare un’altra definizione, nei paesi del centro del sistema imperialista mondiale, la cosiddetta Triade, il Nord America (Usa e Canada), la gran parte dell’Europa occidentale, e il Giappone. Consideriamo, in particolare, i paesi centrali più importanti riuniti nel G7 (Usa, Germania, Giappone, Uk, Francia, Italia e Canada). Per quanto riguarda il debito pubblico 2026, tutti questi paesi superano il 100% sul Pil, dal Giappone con il 204%, agli Usa con il 125,8% al Canada con il 110,7% e al Regno Unito con il 103,6%, con la sola eccezione della Germania con il 64,6%[ii]. Per quanto riguarda la bilancia commerciale 2025, tutti i paesi sono in deficit, tranne la solita Germania (+226,8 miliardi di dollari) e, come già detto, l’Italia. I paesi messi peggio sono gli Usa (-1.325,9 miliardi), il Regno Unito (-393,4 miliardi) e, come abbiamo già visto, la Francia[iii]. Se guardiamo al Niip 2025 la situazione è più varia, tre paesi sono debitori netti verso l’estero, gli Usa per la cifra stratosferica di 21,8 trilioni di dollari, seguiti dalla Francia per 1,04 trilioni (con una economia circa 10 volte più piccola) e dal Regno Unito con 142 miliardi. Gli altri hanno una posizione positiva, soprattutto la Germania per 4,3 trilioni, ed anche l’Italia per 385 miliardi[iv].
Secondo Kristalina Georgieva, la numero uno del Fondo monetario internazionale, i paesi avanzati devono riportare in fretta sotto controllo il debito pubblico, rigonfiato anche dagli elevati tassi di interesse. I debiti eccessivi sono un fattore di crisi, insieme all’aumento del costo dell’energia, e i paesi avanzati necessitano di azioni, anche immediate, per alleggerire la politica monetaria, che ha visto l’innalzamento recente del costo del denaro da parte delle banche centrali degli Usa, dell’eurozona e persino del Giappone. La Georgieva, infatti, pensa, come molti altri (tra cui Trump), che l’alto costo del denaro sia la causa decisiva del rallentamento economico, perché frena la richiesta di prestiti e quindi gli investimenti. Ma c’è un altro dato che è anche più importante, ossia che, mentre in altre epoche storiche il debito pubblico aumentava per contrastare le crisi cicliche del capitalismo o per finanziare guerre importanti e poi con la ripresa economica si riduceva, oggi il debito dei paesi avanzati aumenta anche quando l’economia non è in recessione e non si riesce a farlo scendere neanche quando le cose parrebbero andare meglio. Quale ne è la ragione?
Perché il debito dei paesi avanzati non cala?
La ragione è che siamo in quella che Larry Summers, segretario al Tesoro Usa sotto il presidente Bill Clinton, definì “stagnazione secolare” nel 2008, in occasione dello scoppio della crisi dei mutui subprime. In pratica, l’economia sarebbe entrata in un lungo periodo di crescita molto lenta del Pil e di scarsa utilizzazione degli impianti produttivi, nonostante un costo del denaro molto basso. Infatti, l’elemento che influenza gli investimenti non è tanto il costo del denaro e la mancanza di liquidità o la riduzione delle tasse ai ricchi e alle imprese, bensì il livello del saggio di profitto o l’aspettativa di profitto futura. Nel modo di produzione attuale i capitalisti investono solo se e dove realizzano un certo livello di profitto. Se vogliamo spiegare la “stagnazione secolare” utilizzando Marx, possiamo dire che il movimento del capitale, arrivato ad un alto livello di sviluppo, necessariamente presenta una tendenza al calo del saggio di profitto. A questa tendenza il capitale reagisce in diversi modi, tra i quali la riduzione del salario (diretto, indiretto, cioè il welfare, e differito, cioè le pensioni) e, nel periodo della globalizzazione, lo spostamento della produzione dai paesi avanzati a quelli emergenti, dove il costo del lavoro e il salario sono più bassi e il saggio di profitto è più alto.
Infatti, la stagnazione secolare non si presenta in tutto il mondo, ma soprattutto (o quasi esclusivamente) nella maggior parte dei paesi avanzati, dove si è realizzata una sovraccumulazione di capitale, cioè un eccesso di capitale rispetto al profitto che si è in grado di generare. La sovraccumulazione era stata superata con la globalizzazione della produzione manifatturiera dalla fine degli anni ’80, ma ora si è ripresentata. Il calo del saggio di profitto riduce gli investimenti e questi riducono la produzione e quindi la crescita del Pil. Infatti, nel 2025 le principali economie Ue hanno realizzato una crescita del Pil asfittica, la Francia dello 0,9%, l’Italia dello 0,54% e la Germania dello 0,17%. Il Giappone, poi, il Pil è in stagnazione da decenni. A fare eccezione nel G7 sembrano essere i soli Stati Uniti. Ma la crescita di questi ultimi, oltre che all’apparato militare-industriale sovvenzionato dallo Stato e alla crescita del prezzo del suo gas e petrolio per via delle guerre scatenate sempre dallo Stato, è dovuta soprattutto a un solo settore, quello delle imprese giganti del Big Tech.
Alla base ci sono gli enormi investimenti per l’IA, che drenano capitali da tutto il mondo verso gli Usa. Il problema è che questi investimenti sono motivati non da profitti reali, ma da aspettative future di profitti, che, però, sembrano allontanarsi a mano a mano che gli investimenti diventano sempre più grandi. Se, alla fine, i profitti della IA non dovessero rispettare le aspettative, come pare probabile, quella che è una vera bolla speculativa scoppierebbe, con gravi ripercussioni anche in Europa. Ma già ora stiamo osservando una sovraccumulazione di capitale, che i top manager, come Mario Amodei di Anthropic, stanno cercando di contrastare, cercando di imporre un rallentamento dell’innovazione (e degli investimenti), che viene motivato con il timore che l’IA sfugga al controllo umano. Problema che esiste, ma che viene esagerato ad arte.
Tutto questo c’entra molto con la crescita del debito e del deficit pubblici. Infatti, questi vengono calcolati in percentuale sul Pil. Quindi, essi crescono o non diminuiscono, malgrado gli sforzi a tagliare la spesa statale, a causa del fatto che il denominatore, cioè il Pil, ristagna. Inoltre, il debito si accresce anche per l’innalzamento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. Se questi crescono è soprattutto perché le imprese Big Tech raccolgono capitali, più che sul mercato azionario, su quello dei bond. In questo modo, entrano in concorrenza con i titoli di Stato, e gli Stati sono costretti a promettere tassi di interesse più alti se vogliono collocare tutto il proprio debito. Per la Francia c’è anche il problema che ha una quota di debito pubblico detenuta da investitori esteri, del 57,5%, molto maggiore di quella degli altri paesi del G7. Ad esempio, l’Italia presentava, nel primo trimestre 2026, una quota del 35,9%. Un debito detenuto da investitori esteri è più problematico, perché questi sono molto più pronti a liberarsi del debito rispetto a quelli interni, e, se il tasso di crescita nominale del Pil è inferiore al tasso d’interesse sul debito, il paese debitore trasferisce ricchezza all’estero.
Infine, anche la delocalizzazione contribuisce alla crescita del debito complessivo di un paese. Da una parte, perché la perdita di produzione industriale (spesso di maggiore valore aggiunto rispetto a molti servizi) rallenta la crescita del Pil e, dall’altra parte, perché, riducendo le esportazioni e aumentando le importazioni di beni, si accresce il deficit commerciale. Questo problema si presenta con maggiore acutezza negli Usa, in Francia e nel Regno Unito, le cui multinazionali hanno massicciamente delocalizzato nei decenni scorsi, e si sono deindustrializzati. A questo proposito, va citato anche lo spostamento della sede fiscale di molte grandi società, specie europee, in paradisi fiscali e la gara dei governi sempre europei a ridurre le imposte sui profitti nel tentativo di attrarre o di non perdere investimenti industriali. In questo modo, si sono perse molte entrate, che hanno contribuito alla crescita del debito pubblico.
C’è poi un’altra questione. I paesi avanzati, in particolare quelli del G7, hanno sempre drenato ricchezza dai paesi periferici in vari modi, ma ce ne è uno che è molto importante per il discorso da cui siamo partiti, cioè la crisi della Francia. I paesi del G7 hanno monete che, essendo valute di riserva a livello internazionale, aiutano ad attrarre capitali dal resto del mondo. Questo vale soprattutto per gli Usa che hanno il dollaro, che è valuta di transazione internazionale, specie per materie prime molto importanti, e principale valuta di riserva, per cui molti paesi sono spinti a comprare titoli di Stato Usa e azioni o bond in dollari sui mercati finanziari degli Usa. Ma il vantaggio si pone, pur in misura molto minore, anche per quanto riguarda l’euro, che è la seconda valuta mondiale, dopo il dollaro.
A godere del vantaggio valutario è stata, però, soprattutto la Francia, che ha controllato, tramite il franco CFA, una buona parte dell’Africa subsahariana, in genere le ex colonie francesi. Il franco CFA ha un cambio fisso con l’euro (prima col franco francese) e i paesi che lo adottano devono conservare la metà delle loro riserve valutarie estere nella Banca di Francia. Inoltre, le multinazionali francesi hanno goduto di particolari privilegi, importando a bassi prezzi le materie prime africane, a partire dall’uranio, necessario per le centrali nucleari. Questo dominio neocoloniale della Francia sui paesi africani, che riproduce, su una scala più piccola, quello statunitense a livello mondiale, sta, però, perdendo pezzi. Negli ultimi anni, diversi paesi africani si sono svincolati dal controllo diretto della Francia, cacciandone anche le forze militari e rivolgendosi per aiuti militari ed economici ad altri paesi, soprattutto alla Russia e alla Cina.
Dietro il debito: crisi del capitale e crisi di egemonia imperialista
Il debito eccessivo, quindi, non è una causa di crisi economica, e può essere al massimo un fattore di innesco. Al contrario, la crescita del debito è causata dalla stagnazione economica, e, più precisamente, dalla crisi del modo di produzione capitalistico. Questo non riesce più, da diverso tempo, ad andare avanti se non con i sussidi statali, erogati in molte forme diverse. Ora, la novità è che neanche in questo modo riesce ad andare avanti. Le soluzioni utilizzate dal capitale per superare la sua crisi di redditività, ossia lo spostamento di investimenti di capitale verso la speculazione finanziaria e verso paesi periferici a basso costo del lavoro e ad alto sfruttamento, mettono in difficoltà quella crescita, che sarebbe necessaria per contenere il debito pubblico, e vi aggiungono la crescita del deficit commerciale e la creazione di bolle speculative, che, quando scoppiano, trascinano in recessione l’economia internazionale.
Gli Usa e la Francia, come abbiamo visto, sono i paesi del G7 che manifestano queste caratteristiche in modo più evidente. La Francia, però, ha meno possibilità degli Usa, per il momento ancora la potenza mondiale egemone, di farsi sostenere dall’estero. Da qui, la contraddizione tra la decisione dei governi francesi di applicare una drastica politica di austerità di bilancio e le aspettative di molta parte della popolazione, che sta deflagrando in questi giorni. Si tratta, però, di una scelta politica di classe, perché ci sarebbero altre vie per contrastare la stagnazione, ma queste richiederebbero di mettere in secondo piano o ignorare il profitto più alto possibile come unica finalità della produzione e dell’investimento economico.
Tuttavia, ad essere in difficoltà non è solo la Francia, ma anche il Giappone, il Regno Unito e gli altri paesi Ue del G7. Infatti, anche due economie, come l’Italia e soprattutto la Germania, che avevano conservato un certa base industriale e che hanno posizioni degli investimenti con l’estero positive, vedono aggiungersi alla sovraccumulazione di capitale la temibile concorrenza della Cina, che compete non più solo sul costo del lavoro ma anche sull’innovazione tecnologica. L’esempio più lampante ne è la crisi dell’auto, il settore industriale più importante della Germania che sta andando incontro a una nuova fase di delocalizzazione. Del resto, l’economia tedesca è negli ultimi anni quella che più ristagna tra i maggiori paesi Ue. Per rilanciarla il governo tedesco (Cdu e Spd) di Merz, avendo un debito pubblico tra i più bassi d’Europa, ha varato un piano di forti investimenti pubblici infrastrutturali e soprattutto militari, ma al tempo stesso ha deciso tagli alla spesa sociale, per esempio riformando il sistema pensionistico. Scelte che hanno eroso il gradimento pubblico di Merz e dei partiti che lo sostengono a favore di AfD.
E, a questo punto, saliamo a un livello superiore. Il debito non è solo una spia della crisi del modo di produzione capitalistico, ma lo è anche della crisi del sistema imperialista mondiale che si basa sullo sfruttamento e sulla subalternità finanziaria, politica e militare dei paesi cosiddetti avanzati su quelli cosiddetti in via di sviluppo, o, in altri termini, del centro imperialista sulla periferia. Le difficoltà dei paesi del G7 mostrano che gli equilibri di potere stanno cambiando a favore di quella parte della periferia che viene definita degli “emergenti”, a partire dalla Cina e, in misura minore, dalla Russia, che, in qualche modo, se ne fanno capofila. Infatti, in molti di questi paesi (nei Brics[v], ad esempio) la crescita del Pil è maggiore e il debito pubblico è più contenuto, rispetto al G7. Per quanto riguarda il debito pubblico (2026), nel G7 arriva al 123,7% sul Pil, mentre nei paesi in via di sviluppo ed emergenti è al 77,2%[vi]. Invece, per quanto riguarda il Pil a prezzi costanti, negli ultimi 10 anni (2015-2025) quello dei Brics è cresciuto del 60%, salendo dal 24% al 29% del Pil mondiale, mentre quello del G7 è cresciuto del 19%, scendendo dal 48% al 43% del Pil mondiale[vii].
Tuttavia, il Pil non è un indicatore preciso della ricchezza prodotta da un paese. Infatti, si basa sul valore aggiunto calcolato ai prezzi vigenti, e, dal momento che i prezzi dei paesi avanzati sono molto più alti di quelli di paesi in via di sviluppo, il valore reale creato dai primi è sovrastimato e quello dei secondi sottostimato. Inoltre, una parte del valore creato nella periferia viene “catturato” dai paesi avanzati (e incluso nelle loro statistiche del Pil e del commercio estero), attraverso le catene del valore, dominate dalle multinazionali occidentali[viii]. Per questo, anche se possiamo parlare di crisi del capitalismo, perché i G7 sono la massima espressione del capitale mondiale, non possiamo parlare di crisi mondiale. Bensì di crisi del sistema imperialista, dominato dagli Usa e dall’Occidente in generale.
La crisi economica e debitoria dei paesi del G7 è aggravata dalla loro crisi di egemonia sui paesi periferici, di cui sono segnali la cacciata della Francia da una parte dell’Africa, i processi, seppure molto lenti, di dedollarizzazione e di fuga dai Treasury bond Usa e l’efficace resistenza dell’Iran agli attacchi israelo-statunitensi. I paesi del G7, e gli Usa in particolare, stanno anche per essere raggiunti (e superati) sul piano tecnologico dalla Cina, anche sulla IA. Ad ogni modo, negli ultimi anni diversi paesi periferici (o ex periferici), in particolare dell’Asia e dell’Africa, non sono più disposti a subire il dominio unipolare degli Usa e della Triade in generale. Naturalmente, tra i paesi periferici, ossia quelli che possiamo includere nel Sud globale, ci sono molte differenze sul modello economico e politico adottato e sul grado di sviluppo economico.
Molti sono ancora i vincoli che li legano all’Occidente, a cui molti paesi del Sud continuano a essere subordinati. Tuttavia, sta crescendo una tendenza, guidata dalla Cina e dalla Russia, verso il multipolarismo, che mette in discussione il dominio economico, valutario, tecnologico, politico e militare non solo degli Usa ma di tutto l’Occidente. Potremmo dire che siamo in una fase in cui il Sud globale sta passando, pur tra mille contraddizioni e difficoltà, dalla decolonizzazione formale, avvenuta tra gli anni ’50 e ’70 del 900, che manteneva e anzi rafforzava lo sfruttamento della periferia da parte del centro, a una decolonizzazione reale. Ciò rappresenta una discontinuità importante nella storia mondiale degli ultimi 500 anni, dominata dalle potenze europee e, nell’ultimo secolo, da quella che è una loro emanazione, gli Usa.
La risposta dell’imperialismo in crisi: violenza dentro e guerra fuori dei suoi confini
L’imperialismo, come evoluzione parassitaria e monopolistica del capitalismo, non è ispirato alla libertà ma al dominio, al fine di aumentare l’accumulazione di capitale (cioè il saggio e la massa di profitto). Dunque, il tentativo di contrastare la sua decadenza comprende il ricorso alla violenza, all’esterno ma anche all’interno delle cittadelle imperialiste. All’interno, come abbiamo visto, c’è l’attacco alle condizioni di vita della maggioranza dei lavoratori e la risposta poliziesca e securitaria alle lotte sociali. All’esterno, come già accaduto nelle precedenti crisi dell’imperialismo nel corso del 900, assistiamo al ricorso alla guerra o alla minaccia e alla preparazione della guerra, che comportano l’aumento delle spese militari a detrimento della spesa sociale e a vantaggio dei profitti dell’industria bellica e anche civile.
La guerra aperta l’abbiamo vista recentemente nelle aggressioni degli Usa di Trump al Venezuela e all’Iran, per controllare il mercato mondiale del petrolio e conservare il dominio del dollaro. Ma anche nello strenuo appoggio al neocolonialismo, perennemente in guerra, di Israele, l’alleato strategico dell’imperialismo Usa in quel quadrante. Mentre l’ex presidente Biden è corresponsabile nell’aver spinto alla guerra Russia e Ucraina nel 2022, allo scopo di trarne un vantaggio geopolitico e strategico per gli Usa. In questo modo, in collaborazione con altre potenze minori, gli Usa stanno destabilizzando ampi settori continentali e ponendo le basi per uno scontro bellico di grandi dimensioni.
Invece, la preparazione alla guerra la vediamo in Europa, dove, alimentando la paura di una invasione russa dell’Europa fino a Lisbona, si sta attuando un riarmo massiccio e la militarizzazione della società, anche introducendo nuove forme di arruolamento militare, per ora volontario, sia in Francia che in Germania. Esemplificative sono le dichiarazioni fatte dal ministro della Difesa tedesco, Pistorius: “Dobbiamo riabituarci all’idea che in Europa possa esserci il pericolo di una guerra.” (2023), dal capo di stato maggiore della Difesa francese, generale Fabien Mandon: “La Francia e le famiglie francesi devono essere pronte a perdere i nostri figli.” (novembre 2025) e, infine, dal presidente francese Macron, il quale ha affermato che l’Europa deve essere pronta a difendere la propria libertà “a costo del sangue, se necessario” (discorso alle Forze armate, luglio 2026).
Non meraviglia che i politici e i militari francesi siano in prima linea nel soffiare sul fuoco di uno scontro con la Russia, proprio perché la Francia, come abbiamo visto, è forse il paese centrale che è maggiormente in decadenza, anche in considerazione del suo storico ruolo colonialista e imperialista. Senza dimenticare che la Francia in Africa subisce la presenza sempre più forte della Russia. Ma una situazione simile c’è anche negli altri paesi dell’Europa occidentale, dal Regno Unito, che spinse l’Ucraina a non accettare l’accordo proposto dai russi prima dello scoppio della guerra[ix], alla Germania e anche all’Italia.
Le rivolte dei giovani francesi nascono da tutto questo, dalla saldatura dell’attacco allo stato sociale con i sempre più chiari preparativi di guerra, visto che sarebbero proprio i giovani a dover combattere in prima linea un eventuale conflitto. Tale situazione è stata ben sintetizzata da uno dei leader degli studenti francesi in lotta: “Siamo una generazione che non ha voglia di andare a morire in guerra, ma di studiare. I soldi vadano all’istruzione pubblica e non alle spese miliari”. Parole sagge, che andrebbero riprese in tutta Europa. Anche perché nei decenni seguiti alla fine della guerra fredda gli europei si sono baloccati con le “missioni fuori area”, dove era facile prendersela con le deboli popolazioni del Sud del mondo (ma anche lì un costo umano lo si è dovuto pagare). Ben diverso sarebbe fare una vera guerra contro una superpotenza militare, di dimensioni gigantesche e ricca di ogni tipo di risorse, e che soprattutto ha a sua disposizione il maggiore arsenale nucleare al mondo.
Note
[i][i][i] International monetary fund.
[ii] International monetary fund.
[iii] Unctad, Data Centre, International Trade, Trade Balance.
[iv] International Monetary Fund. Data. International investment position.
https://data.imf.org/en/Data-Explorer?datasetUrn=IMF.STA:IIP(13.0.0)
[v] Nei Brics abbiamo Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, a cui recentemente si sono aggiunti Indonesia, Iran, Emirati arabi uniti, Egitto ed Etiopia.
[vi] International monetary fund, World economic outlook (2026), General government gross debt.
[vii] Unctad, Data Centre, National Accounts, Gross domestic product, Us dollars at constant price (2020). I calcoli sono miei.
[viii] John Smith, Imperialism & The Globalization of Production, 2010.
[ix] Ad aprile 2022 Boris Johnson, allora primo ministro britannico, si recò in Ucraina da Zelensky, al quale garantì il pieno sostegno finanziario e militare. Poco dopo, gli ucraini abbandonarono i colloqui con i russi in Turchia, durante i quali erano arrivati vicinissimi alla pace, come è riportato in un articolo di Foreign Affairs del 2024, firmato da S. Radchenko e S. Charap. Il problema è che l’imperialismo britannico ha sempre avuto una forte rivalità con la Russia sin dall’800. Il padre britannico della geopolitica, Halford Mackinder, ai primi del 900, ha sostenuto che il controllo del Mondo passava per quello della Russia europea, che allora comprendeva l’Ucraina. Una posizione ribadita nel 1997 in La grande scacchiera da Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Usa Jimmy Carter, secondo il quale si sarebbe dovuta estendere la Nato all’Ucraina. Proprio la decisione con cui, insieme alla guerra mossa dall’Ucraina alla popolazione russofona del Donbass, Putin ha sempre giustificato la sua “Operazione militare speciale”. Uno dei sogni dell’imperialismo occidentale è sempre stato la fine della Russia come stato unitario e la sua frammentazione in molti piccoli stati, che non fossero in grado di impedire il saccheggio delle risorse dell’immenso territorio russo.


Ultimo appuntamento di stagione anche per gli under 16 che a Perugia nella finale B del Campionato di Società conquistano un ottimo quinto posto, grazie ad una serie di ottime prestazioni dei giovani atleti amaranto.
Tra tutti spicca il primo posto e record personale di Giovanni Monelle nel lungo, per lui campione italiano nel 2025, rappresenta un’ottima prestazione per un 2027 ai vertici della sua categoria. A dimostrazione del suo valore tecnico è riuscito anche a conquistare il secondo posto nei 110 ostacoli con 14”41 per poi andarsi a conquistare un quarto posto con la staffetta 4 x 100 con i compagni di squadra Giannetti, Goga e Lensi con il crono di 45”00.
Secondo posto per il marciatore Claudio Mercaldo che chiude brillantemente in 24’03”96 in attesa di una sua definitiva consacrazione nella sua categoria nel 2027; secondo posto e primato personale per Gabriel Christian Goga nel salto in alto con 1,82; quarto posto per Gabriele Giannetti nel triplo con 12,90; quiti posti per Cesare Caschili nel salto con l’asta con 3,50 e per Gabriele Zambelli nei 2000 siepi con 7’11”34 e 9’59”42 sui 3000. Hanno completa la trasferta Michele Gori nel disco con 36,29 e nel giavellotto con 35,78, settimi posti per Goga Gabriel Christian nei 200 con 24”03, Giacomo Pardini ne1 1500 con 4’21”51 e negli 800 con 2’07”83; nono posto per Gabriele Lensi sui 100 con 11”89 e Brando Baldini 67”04 sui 400 ostacoli e 58”26 sui 400.
In campo femminile presenti le bimbe amaranto che gareggiano con la Atletica Costa Etrusca dove si è messa in evidenza con il primo posto Aurora Dominici con 26’05”70 sui 5000 di marcia, Emma Salvini terza sui 3000 con 10’44”86 e 5’03”47 sui 1500, Agata Giusti terza nel giavellotto con 31,60 e 14,96 nel disco, Giulian Asia nell’alto con 1,35, Sveva Montanelli 70”33 sui 400 e 2’41”92 sugli 800 e Giulia Giovinazzo con 26,06 nel martello e 5,70 nel peso.
Si conclude così una stagione molto impegnativa ma con ottime prestazioni per la Società amaranto della Atletica Libertas Unicusano Livorno.
Dal dialogo con i residenti del quartiere La Rosa e dalle richieste di attenzione emerse, su iniziativa del Consiglio di Zona 5, nasce l’organizzazione di un incontro dedicato al tema della sicurezza e dell’ordine pubblico.
L’incontro sarà innanzitutto un’occasione di ascolto e confronto con i cittadini, per raccogliere segnalazioni e preoccupazioni relative a episodi e situazioni che si sono verificati nel quartiere.
Saranno presenti Giampaolo Dotto, Security Manager del Comune di Livorno e una rappresentanza della Polizia Municipale, per approfondire le questioni sollevate e contribuire a definire un quadro il più possibile completo delle criticità segnalate.
Le informazioni raccolte contribuiranno a delineare le esigenze del quartiere, da riportare e approfondire successivamente nei tavoli di confronto con la Prefettura, Questura e forze dell’ordine.
L’incontro si terrà giovedì 15 ottobre alle ore 17.30 nella sala riunioni della Sezione Soci Coop di Livorno, in via delle Margherite 18.
La partecipazione dei residenti sarà importante per dare voce alle esigenze del quartiere e favorire un confronto concreto con le istituzioni.

© Mauricio Lima for The New York Times
La Cgil Toscana ha proclamato uno sciopero generale regionale riguardante tutti i settori pubblici e privati per l’intera giornata di domani, mercoledì 14 ottobre.
A tal proposito mercoledì 14 ottobre il Comune di Livorno non garantirà la regolare erogazione dei servizi al pubblico.
Foto:pixabay
San Vincenzo (Livorno), 13 ottobre 2026 – Potrebbe presto avere un nome il cadavere dell’uomo che lo scorso 19 settembre venne ritrovato nelle acque al largo del parco di Rimigliano, tra San Vincenzo e Piombino, in provincia di Livorno. L’identità dell’uomo potrebbe essere quella di Uladzimir, detto Vladimir, Aldokhin, cittadino bielorusso di 33 anni residente a Vilnius, in Lituania. Nel corso delle indagini sarebbe infatti emersa una corrispondenza tra il corpo recuperato in mare e la scomparsa dell’ingegnere elettrico che in quei giorni si trovava in vacanza in Italia.
https://www.lanazione.it/viareggio/cronaca/morto-viareggio-j1bvzrrmSarebbero, secondo quanto riporta il Tirreno, due gli elementi che avrebbero condotto gli inquirenti verso il nome del cittadino bielorusso: la segnalazione di un ospite irreperibile da parte di una struttura alberghiera di Bibbona e le informazioni raccolte sulla sua scomparsa. L'allarme per il corpo in mare era scattato nel pomeriggio di sabato 19 settembre, intorno alle 16.30, quando alcuni diportisti avevano segnalato la presenza della salma. Sul posto era intervenuto l'elicottero dei vigili del fuoco di Livorno, in servizio dal reparto volo di Cecina, che aveva recuperato il corpo a circa mezzo miglio dalla costa.
Le operazioni erano proseguite nell'area delle Caldanelle, con l'intervento della polizia, dei sanitari e di una squadra dei vigili del fuoco di Piombino. Le condizioni del cadavere, rimasto presumibilmente in acqua per diversi giorni, avevano reso impossibile il riconoscimento visivo. L'ispezione cadaverica aveva consentito di stabilire che si trattava di un uomo, senza evidenti segni riconducibili a una morte violenta, ma non aveva fornito elementi sufficienti per identificarlo. La vittima indossava soltanto un costume da bagno e non aveva con sé documenti o telefono cellulare.
Ad aprire una pista era stata la segnalazione del personale di un albergo nella zona costiera di Bibbona, che non riusciva a rintracciare un cliente che si era allontanato alcuni giorni prima senza fare ritorno. L'uomo non rispondeva alle chiamate e non risultava presente nella camera prenotata. Il nome fornito dalla struttura, sarebbe quello di Uladzimir Aldokhin, ingegnere elettrico di 33 anni, originario della Bielorussia e residente da tempo a Vilnius, dove lavorava per la società tecnologica I-Photonics Uab.
https://www.lanazione.it/grosseto/cronaca/annegato-spiaggia-qc9cnvovLa madre, Tatiana, aveva denunciato la scomparsa del figlio e lanciato appelli anche attraverso i social network. La donna aveva riferito che il giovane le aveva comunicato di essere in vacanza in Italia, nella provincia di Livorno, prima di interrompere ogni contatto. La vicenda era stata inoltre trattata dalla trasmissione televisiva Chi l'ha visto?. Gli investigatori avrebbero quindi avviato i contatti con la madre attraverso i canali diplomatici, con l'obiettivo di ottenere un campione biologico utile al confronto del Dna con quello estratto dalla salma. L'esito dell'analisi potrebbe consentire di confermare o escludere definitivamente l'identificazione. Resta da chiarire anche la causa della morte.

Dopo quasi un anno di lavoro e sacrifici, il progetto “Pedalare per Brillare” è finalmente pronto a partire.
Il suo protagonista, Mr. Green, ha rimesso a nuovo il carretto con grande cura, rendendolo più resistente, funzionale e autonomo. Grazie alle nuove sponde in alluminio e a una batteria aggiuntiva, il mezzo potrà affrontare più a lungo le strade della città.
A completare il lavoro è stata una brillante verniciatura verde, il colore che ormai rappresenta Mr. Green e il suo desiderio di portare luce e positività a Livorno.
Ora resta solo da recuperare completamente dall’infortunio alla spalla. Poi potrà tornare in strada, proprio come prima, mettendo il proprio tempo e il proprio impegno al servizio della comunità.
Un ringraziamento speciale va a Valter Rocchi, che ha contribuito alla realizzazione della bicicletta, del carretto e dell’impianto elettrico.
Il conto alla rovescia è iniziato: Mr. Green è pronto a ripartire e a far brillare Livorno, un gesto alla volta.
di Paolo Arigotti
Negli ultimi anni, a livello comunicativo, mediatico e sui social, si assiste a quella che con una certa approssimazione potremmo definire una spirale inflattiva dell'analogia coi regimi autoritari del XX secolo. Sia ben chiaro che chi scrive, anche e non solo per tradizione familiare, non ha nessuna simpatia, o per meglio dire nutre una profonda avversione, per quei sistemi politici, all’origine di derive autoritarie e repressive e di atrocità di vario genere, ma qui quello che vorremmo cercare di porre in evidenza è una riflessione sul pericolo, a nostro avviso non infondato, che certi approcci comunicativi e/o parallelismi possano sortire un effetto contrario a quello desiderato.
Si può comprendere facilmente come il ricorso a una certa terminologia e/o il richiamare orrendi crimini possa avere la finalità di sottolineare ed enfatizzare la portata di determinati fatti e circostanze, specie ove reiterati, oltre che sottolinearne la gravità morale e suscitare la riprovazione sociale, ma sempre stando al piano comunicativo, a nostro modesto avviso, un utilizzo troppo ricorrente, e in taluni casi forse improprio, potrebbe produrre alcune distorsioni che meritano di essere considerate.
Un primo profilo da prendere in esame riguarda il rischio della banalizzazione storica. Se tutto diventa fascismo (o nazismo, o altro ancora), allora nulla è veramente tale. Se ogni leader autoritario – e ce ne sono parecchi nel mondo, non tutti così vituperati come meriterebbero – viene fatto oggetto di una sorta di reductio ad hitlerum, la figura che per molti (comprensibilmente) rappresenta il male incarnato cessa paradossalmente di rivestire questo ruolo. In altri termini, la memoria storica, per essere tale, deve rafforzarsi nel tempo, non indebolirsi, e il pericolo di un affievolimento dovuto all’incapacità di mettere doverosamente in risalto una serie di differenze qualitative, o peggio il continuo paragone (o, se si preferisce, la metafora) con eventi o periodi storici rischia di far degenerare (e strumentalizzare) l’eccezione in polemica quotidiana.
Un secondo punto (e pericolo) che vorremmo riprendere è quello che potremmo qualificare come saturazione emotiva. L’inflazione morale dovuta alla legge dell’assuefazione, che domina la comunicazione politica, rischia di far perdere a un certo termine la forza evocativa che gli è propria, col risultato, anche in questo caso paradossale, di portare nel tempo a una riduzione della capacità (auspicabile) di indignarsi e/o contrastare certi fenomeni, nel momento in cui si presentassero per davvero.
E poi c’è un terzo aspetto, che investe il piano culturale. Insistere nel ricorso o nell’evocazione del pericolo nazifascista (o di altro genere) rischia di ingenerare la convinzione, a nostro parere piuttosto diffusa, che quelle ideologie e quei regimi costituiscano una sorta di dinamica unica, irripetibile, quasi aliena rispetto alla normalità umana. Il che porta a dimenticare che, al di là del tiranno di turno, il vero pericolo era (ed è) costituito dalla possibilità che uomini ordinari partecipino a sistemi di oppressione, violenza e disumanizzazione. Lo scenario più oscuro ed inquietante, che il sociologo Zygmunt Bauman mise in risalto nel suo fondamentale Modernità e Olocausto, nel quale è l’uomo ordinario a trasformarsi in ingranaggio del sistema.
Sarebbe un gravissimo errore trascurare il fatto che la storia, forse per meglio dire quella dei crimini e delle atrocità, non inizia e non termina coi regimi dittatoriali del XX secolo. Basterebbe volgere lo sguardo indietro per individuare crimini di analoga portata, come quelli che caratterizzarono la conquista del continente americano, o quello oceanico. Per non parlare di quelli commessi ai danni delle terre colonizzate dall’uomo bianco, supposto “portatore di civiltà”. Se un parallelismo storico, questo più efficace, volesse essere portato, allora potrebbe scaturire dall’amara constatazione che pur nella diversità dei contesti e delle modalità, la crudeltà organizzata (e talvolta gratuita) non è monopolio di una singola ideologia o di una tale epoca, ma attraversa passato e presente.
Letto in questi termini, il continuo riferimento al nazifascismo (e via dicendo) potrebbe addirittura sortire, sempre per paradosso, un effetto rassicurante. Se il male ha un volto ben identificato, storicamente concluso e universalmente condannato, allora possiamo convincerci che esso appartenga al passato, o che possa essere confinato a un certo contesto. Al contrario, se si arriva alla conclusione che il problema risiede in alcune costanti della natura umana e delle organizzazioni sociali, allora la questione si fa molto più scomoda (e inquietante).
In tal senso, sarebbe forse più utile interrogarsi sui meccanismi ricorrenti che consentono agli esseri umani di trasformarne altri in oggetti. La costante è la disumanizzazione, che spesso precede (e poi giustifica) la violenza. Quasi mai si arriva direttamente all’esclusione sociale o alla repressione, se non passando prima per la fase che divide il mondo in persone pienamente umane e altre considerate inferiori, nemiche, come tali sacrificabili.
Sul punto si innestano alcune riflessioni filosofiche particolarmente efficaci.
Hannah Arendt, parlando del processo a Eichmann ne La banalità del male, mise in evidenza come molte atrocità furono commesse da individui sorprendentemente ordinari, incapaci o non disposti a esercitare un pensiero critico autonomo. Il problema non dipende dall’esistenza di presunti “mostri”, quanto dall'obbedienza cieca e dalla rinuncia al giudizio morale. Tra le citazioni più significative quella secondo cui: “Il più grande male nel mondo è il male commesso da nessuno, cioè da esseri umani che rifiutano di essere persone", evidenziando una certa tendenza umana a deresponsabilizzarsi all'interno di apparati burocratici, politici o ideologici.
Non meno importanti le riflessioni di Primo Levi, che mise in guardia contro l'illusione di una separazione netta tra buoni e cattivi: "La linea che separa il bene dal male non passa fra gli Stati, né fra le classi, né fra i partiti, ma attraverso il cuore di ogni uomo", demistificando la tentazione di gabellare la barbarie come patrimonio esclusivo di una categoria politica o nazionale. O di Tzvetan Todorov, che riflettendo sulle tragedie del Novecento, osservò che: "I barbari non sono gli altri", come dire non un corpo estraneo alla civiltà, bensì una possibilità sempre presente al suo interno.
Infine, ricorreremo alle parole di Aleksandr Solzenicyn: "La linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ogni essere umano."
Ragionando sempre in prospettiva comunicativa, e senza nessuna volontà di sminuire la portata e l’efferatezza di tanti (troppi) crimini, forse sarebbe utile smetterla di andare a caccia del novello Hitler, per concentrarsi con maggiore attenzione sullo studio dei meccanismi che in ogni tempo hanno indotto degli esseri umani a non vedere nell’altro un proprio simile, con egual dignità e sentimenti. Perché è in questo punto che possono sempre trovare linfa dinamiche come volontà di dominio, paura, avidità, tribalismo, conformismo, ricerca del capro espiatorio, le stesse che scatenano guerre e altre efferatezze, magari presentate come meccanismi giusti o di difesa.
Una prospettiva meno rassicurante, ma forse più utile, perché sposta l’attenzione dai fantasmi del passato alle responsabilità del presente. E che potrebbe contribuire a porre fine a un’assurda pretesa di superiorità, che non considerando l’altro come vittima, finisce inevitabilmente per fare del portatore il carnefice di turno, oltretutto giustificandolo.

Nel luglio del 1969 avevano festeggiato insieme il fresco diploma. 57 anni e tre mesi più tardi, si sono emozionati nuovamente nel ritrovarsi a pranzo, nella club house del ‘Priami’, a Stagno (il quartier generale della società rugbistica della Sillabe Lions Amaranto), per rivivere quelle intense esperienze scolastiche, mai dimenticate. I ‘ragazzi’ della 5°A ITI Meccanici 1968/69 hanno trascorso una giornata speciale. Ricreate di colpo ‘vecchie’ alchimie ed una grande compattezza di una classe… ‘unica’. Una rimpatriata allegra e spensierata, fatta di scherzi e risate. Non è la prima volta nella quale questi ‘scolari’ ormai cresciuti condividono momenti conviviali. A distanza di tanto tempo, i rapporti, tra loro, si sono ulteriormente consolidati. Potenza di vere amicizie che nascono sui banchi di scuola e attraversano tutte le fasi della vita… In rigoroso ordine alfabetico, gli studenti che si sono incontrati oltre 57 anni: Aldo Baldacci, Andrea Budassi, Carlo Campera, Fabio Carotenuto, Luigi Donati, Mauro Dovicchi, Mauro Fraddanni, Riccardo Giorgi, Franco Honovich, Claudio Jacoponi, Paolo Paoletti, Paolo Petracchi, Giuliano Pitto, Luigi Pucini, Giuseppe Siragusa, Roberto Succi.

C’è una fotografia all’origine di “Nella palude del padre”, il nuovo libro di Eraldo Affinati (Gramma Feltrinelli). Gliela manda per mail una signora sconosciuta: anni Venti, tre donne in piedi, due bambini seduti sull’erba. Il maschietto in camicetta bianca, la mano destra stretta sul polso sinistro in un gesto di autoprotezione, è suo padre, Fortunato. Figlio illegittimo, mai riconosciuto. Quella mano che si afferra da sola è l’immagine attorno a cui ruotano cinquanta capitoli, ed è anche la domanda che il libro pone a chi legge: cosa accade quando l’adulto che dovrebbe esserci, semplicemente, non c’è.
Affinati ricostruisce una vicenda minima e novecentesca. Elisa Affinati, sarta arrivata a Roma da Nettuno, ha due figli da Umberto Salvati, il figlio del padrone di casa. Lui non li riconosce. Nel 1919 sposa un’altra donna e al primogenito legittimo dà lo stesso nome del bambino che ha lasciato fuori: Fortunato. «Mio padre si sentiva cancellato, come una frase sbagliata», annota l’autore. Elisa muore nel 1930, a 36 anni. Il ragazzo, 15 anni, finisce in strada: strillone, pensioncine, tubercolosi, poi un negozio all’Esquilino chiamato Affo, acronimo del proprio nome, che è il modo più semplice che ha trovato per esistere su un’insegna.
Qui sta il punto che rende questo libro qualcosa di più di un memoir familiare. Affinati non scrive che la paternità è un sentimento, scrive che è un’invenzione sociale, un patto di civiltà. L’amore materno, sostiene, è viscerale; quello paterno assegna i ruoli, definisce i limiti, dice dove si va. Si impara, e quindi si può non imparare. Il padre adulto che accompagna il figlio ad attraversare piazza Vittorio tenendolo per mano compie un gesto che nessuno ha compiuto per lui: la carezza c’è, ma dentro si sente la fatica che è costata. È una pagina che vale più di molti saggi sulla crisi della figura paterna, perché mostra il meccanismo invece di lamentarlo.

E mostra anche come si trasmette. Quel vuoto non resta fermo in una generazione. Diventa diffidenza verso il mondo, «nessuno ti dà niente per niente», case chiuse a chiave, due fratelli che si vogliono bene senza riuscire a dirselo. Dall’altro ramo familiare, la madre Maddalena, figlia di un partigiano fucilato per rappresaglia a Forlì nel 1944, scampata al treno della deportazione, sceglie anche lei di non raccontare. Due orfani che si incontrano producono una rimozione doppia, che ricade sui figli come una zavorra: siamo sopravvissuti e vi abbiamo messo al mondo, non chiedeteci altro.
La risposta di Affinati alla responsabilità mancata non è il risentimento, è la supplenza. Ed è la parte che interessa più da vicino chi lavora nel sociale e nell’educazione. La Penny Wirton, la scuola di italiano per migranti fondata con la moglie Anna Luce Lenzi, uno a uno, senza classi, senza voti, senza registri e senza soldi, nasce esattamente lì. Gli studenti dell’istituto professionale, i minori stranieri non accompagnati, i ragazzi con disabilità attraversano il libro con i loro nomi: Ibrahim che al telefono si sente dire dal padre che prima deve restituire i soldi del viaggio, Davide che copre il foglio con la mano perché sta scrivendo la storia di suo padre in carcere, Mascia a Poltava che resta seduta in fondo all’aula mentre gli altri ballano. In ciascuno di loro l’autore riconosce lo stesso sguardo della fotografia.

Si può obiettare che la tesi venga riaffermata troppe volte, e che qualche episodio sia già noto a chi ha letto i libri precedenti. Ma è un’obiezione che scivola via davanti al finale, in un villaggio del Gambia dove gli anziani decidono di dare il nome dell’ospite più anziano a un neonato, e l’imam fa firmare la pergamena: Alì Babucar Eraldo Affinati. Un nome restituito, là dove un nome era stato tolto.
Resta una domanda, per nulla privata. Se la paternità è un mestiere che si apprende, chi lo insegna oggi, e a chi tocca farlo quando il padre non c’è.
Foto di Alex Guillaume su Unsplash
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© Pool photo by Jonathan Brady




Segregati in casa, fortemente denutriti e costretti a vivere tra sporcizia e degrado. È la drammatica condizione riscontrata dalla Polizia Locale di Frosinone all’interno di un appartamento della città, al termine di un blitz scattato dopo un esposto e su delega dell’Autorità Giudiziaria.
Sul posto sono intervenuti i medici del Servizio Veterinario per accertare lo stato di salute dei tre animali. Dai rilievi è emerso che i cani venivano tenuti sempre chiusi nell’abitazione, in un contesto igienico compromesso. Oltre alla grave malnutrizione, gli animali mostravano evidenti disturbi comportamentali e fobici, legati ai presunti maltrattamenti subiti.
I tre cani sono stati immediatamente messi sotto sequestro e trasferiti presso una struttura d’accoglienza, dove hanno ricevuto le prime cure e un ambiente idoneo prima di valutare un eventuale futuro affidamento.
La vicenda è ora al vaglio della magistratura: l’ipotesi di reato è quella di maltrattamento di animali, condotta che prevede la reclusione da sei mesi a due anni e sanzioni fino a 30 mila euro. Un operazione che conferma, ancora una volta, quanto sia fondamentale denunciare per salvare vite silenziose.
(Foto di repertorio)
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Da gatto randagio a celebrità internazionale, capace di attirare visitatori da oltre 20 Paesi e regioni. È la storia di MeiMei, una gatta diventata virale sui social che oggi porta a Guangzhou, nella provincia meridionale cinese del Guangdong, fan arrivati anche dall’altra parte del mondo per incontrarla di persona. Lo racconta il China Daily. A differenza di molte star, MeiMei non sembra particolarmente interessata al successo: è schiva con gli estranei e spesso occorre convincerla con del cibo per ottenere la sua attenzione. Il suo volto caratteristico ha conquistato gli utenti cinesi, che le hanno dato il nome di un personaggio della serie storica televisiva ‘Empresses in the Palace’. La sua popolarità internazionale è cresciuta dopo che alcuni utenti stranieri, notando la coda corta e i denti mancanti, hanno lanciato la campagna online ‘Save MeiMei’, temendo che fosse vittima di maltrattamenti. Il proprietario, Chen Jianye, 32 anni, ha spiegato per mesi che il suo aspetto era il risultato delle difficoltà vissute da randagia, non di violenze subite dopo il salvataggio. Chen ha raccontato che nel giugno scorso un fan cileno, Felipe, è arrivato a Guangzhou portando in regalo un orologio con il volto della gatta. Da allora sono giunti visitatori da Paesi tra cui Regno Unito, Polonia, Romania, Marocco e Afghanistan. Il proprietario prepara anche piccoli souvenir, come cuscini e fotografie. MeiMei era stata trovata vicino a una stazione ferroviaria nel giugno 2022. Chen, che si occupa del salvataggio di animali randagi dopo aver lasciato il lavoro nell’e-commerce, ha deciso di tenerla con sé. La sua età esatta è sconosciuta, ma potrebbe superare i dieci anni.
(Foto dalla pagina Instagram toletole_meime)
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A coordinated attack on the operational technology (OT) behind supermarket refrigeration has hit hundreds of stores across France, in what security experts are calling one of the clearest examples yet of cyber sabotage with physical consequences.
Retailers confirmed the attack on Monday 12 October, with disruption reportedly beginning on Sunday night. Intermarché and its Netto brand said at least 300 shops were affected, Coopérative U more than 100 and Carrefour 80, with Monoprix, E.Leclerc and Auchan also reporting impacted stores. According to BFM TV, attackers remotely forced refrigeration units into continuous defrost cycles, driving temperatures up to 50°C. Paris prosecutors said the attack also caused fires.
“This incident is not surprising. A supermarket refrigerator is no longer just an electrical appliance. It is a computerized system connected to a network, enabling remote monitoring and control. While this connectivity allows refrigeration systems to be managed efficiently, it also exposes them to cyber security risks, particularly when operational equipment runs for years on outdated software, without regular security updates, and with management interfaces accessible from the internet,” said Oded Vanunu, Head of Vulnerability Research at Check Point.
The affected equipment has been traced to refrigeration management systems from Danish manufacturer Danfoss. A source close to Prime Minister Sébastien Lecornu said France’s National Cybersecurity Agency (ANSSI) had identified a vulnerability in Danfoss software, and the agency has been ordered to investigate.
Danfoss said most of the compromised units were “legacy” products that no longer receive software or security updates, singling out its AK-SM800 and AK-SC355 controllers, and noted that an affected version of the AK-SM800 was running outdated firmware. The company said it had long advised customers to upgrade or replace these models.
Known vulnerabilities in the control software date back to 2023, some rated critical, with patches available. In August, OT security firm Claroty published research describing flaws in Danfoss systems that could allow attackers to bypass authentication. Reports suggest attackers may have used the Shodan search engine to locate exposed devices, some of which are connected via 3G cards for remote monitoring.
“One of the significant aspects of this incident is that the attackers did not necessarily need sophisticated cyber capabilities. Refrigeration systems have legitimate operational functions, such as defrost cycles, and when an unauthorized party gains access to the system, those same functions can be exploited to disrupt operations. Unlike attacks aimed at stealing data or encrypting files, the impact here is on the physical operation of the equipment itself, with direct consequences such as food inventory losses and potential safety hazards.” Vanunu continued.
“In previous research conducted by Check Point on smart devices, including LG products, we demonstrated how a vulnerability in a centralised management platform could allow attackers to gain control of connected devices. However, in the current incident, it is still unclear exactly how the attackers gained access to the systems.”
No group has claimed responsibility, and there is no evidence of a ransom demand or data theft. The Paris prosecutor’s cybercrime unit has opened an investigation into what it described as a “large-scale” attack on connected refrigerators at several major food retailers, while ANSSI is coordinating with European counterparts. Sekoia analyst Felix Aime said stores in Spain, Portugal, Poland, Germany and Belgium were also affected.
“The refrigeration systems in supermarkets are operational technology. Building management controls, HVAC, cold chain infrastructure. These are the same category of systems that the security industry has been warning about as the next frontier for sabotage attacks, and they’ve now been weaponised against food retail infrastructure in one of Europe’s largest economies,” said Muhammad Yahya Patel, vCISO and cybersecurity advisor for EMEA at Huntress.
ANSSI had already listed sabotage of industrial control systems among the main threats facing France in its most recent threat report.
“Heating fridges to 50 degrees for six hours is not data theft; it is physical sabotage executed through software, and that is the lesson for every sector. Refrigeration controllers, building systems and point-of-sale equipment are now connected and remotely managed, often through a handful of suppliers, so one weak link scales to hundreds of stores overnight,” said Samuel Hassine, CEO and co-founder of Filigran.
“The problem extends beyond a single refrigeration system or an isolated security vulnerability. Operational equipment is often designed to remain in service for 15 years or more, while cyber threats and technologies evolve at a much faster pace. In addition, the same controllers and management systems are deployed across retail chains worldwide, meaning that a compromise affecting widely used technology could potentially impact a large number of locations,” added Check Point’s Vanunu.
Intermarché chief executive Thierry Cotillard told BFM TV that losses could run to “tens of millions of euros nationwide in a single day”, while Coopérative U’s Dominique Schelcher said larger stores could each lose up to €180,000–200,000 in stock. France’s retail federation, the FCD, has called on Danfoss to provide “full transparency”.
“The immediate financial consequences are significant and visible. Failures at the stores means total write-off of perishable stock across every affected location simultaneously. The operational disruption compounds quickly. Staff cannot trade normally without functioning refrigeration. Products cannot be restocked until systems are restored and verified safe. The food retail sector across Europe should be treating this as a signal that they are being actively targeted,” Huntress’ Patel warned.
“The cyberattack on French supermarkets is a stark reminder that cyber threats extend far beyond stolen data and financial losses. Hackers reportedly manipulated refrigeration systems, raising temperatures to 50°C, causing fires and forcing retailers to dispose of large quantities of food. With hundreds of stores affected, the incident highlights how vulnerabilities in connected systems can have serious real-world consequences, disrupting operations, damaging equipment and potentially putting public safety at risk,” said Jamie Akhtar, CEO and Co-founder of CyberSmart.
Experts agree that defenders’ first priority should be identifying which OT assets are reachable from the internet, and who holds remote access to them.
“To reduce these risks, the first step is to identify which controllers and management interfaces are directly exposed to the internet and eliminate any unnecessary exposure. It is also important to keep systems updated, replace default passwords, restrict remote access, and enable multi-factor authentication wherever supported. Separating operational control networks from other networks and monitoring unusual changes in system behaviour are also essential measures. These recommendations apply not only to refrigeration systems, but also to HVAC, building management systems, and other operational infrastructure.” said Vanunu.
“It also demonstrates how increasingly interconnected technology can create new opportunities for cybercriminals. For businesses, this reinforces the importance of securing all connected devices and systems, not just traditional IT infrastructure. Organisations should prioritise regular software and firmware updates, strong access controls, multi-factor authentication where supported and network segmentation to prevent attackers moving between systems. Regular security assessments and employee cybersecurity awareness training are also essential for identifying vulnerabilities before they can be exploited. Ultimately, businesses must recognise that cybersecurity is no longer just about protecting data, but also about safeguarding physical operations, customers and business continuity.” said CyberSmart’s Akhtar.
Filigran’s Hassine urged security leaders to put the issue in front of the board: “Boards should ask three questions this week. Which connected equipment could cause physical or financial damage if someone changed a setting, and who can reach it from outside. Which third parties hold remote access, and how that access is monitored and segmented. And has anyone tested that the response works, from detection to switching to manual operation. Resilience in retail now means knowing your exposure before an attacker maps it for you.”
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Siamo nel 2026 ma a vedere le auto esposte al Salone di Parigi sembra di essere tornati indietro nel tempo, tra nostalgie retro e citazioni di modelli storici. Renault ripesca l’Espace, Citroën cala l’asso della 2CV in chiave elettrica, Peugeot in un solo colpo cita la 205 T16 e la RCZ con due concept car evocative e Fiat si permette di giocare con il nome Multiplay per strizzare l’occhio ad un ritorno della Multipla. Se ai Costruttori – e agli automobilisti – evidentemente mancano le auto del passato, allora cosa c’è di meglio che andarle a rivedere, spulciando il catalogo delle première che hanno svettato sulle pedane parigine.
1976: la regina assoluta è la 512BB
Partiamo dal 1976, anno turbolento, con la crisi petrolifera che convinse la maggior parte delle Case a mantenere un basso profilo. Non sorprende quindi trovare tra le novità più interessanti del Salone la Citroën LN, antesignana delle citycar, con i suoi 3,38 metri di lunghezza, modello in realtà mai particolarmente amato dagli appassionati del marchio a causa del suo essere sostanzialmente una Peugeot 104 alla quale era stato trapiantato il bicilindrico di 602 cc raffreddato ad aria della 2CV e utilizzato al tempo su gran parte della gamma (Dyane, Ami 6, Ami 8). Vale la pena anche ricordare la prima timida apparizione dell’Alfasud Sprint, con un esemplare di preserie esposto dalla Italdesign, ma – a dirla tutta – è la Ferrari a sorprendere tutti, con la splendida 512BB, che prende il posto della 365 GT4/BB, rinnovandosi in alcuni dettagli estetici ma soprattutto portando a 5 litri la cilindrata del V12 boxer, una scelta che in realtà abbassava la potenza massima ma migliorava la guidabilità grazie alla maggiore coppia. E non finisce qui, perché lo stand Ferrari ospita anche la 400 Automatic, prima vettura del Cavallino Rampante dotata di cambio automatico. Tra le sportive, va ricordata anche la Alpine A310 che, proprio a Parigi, viene presentata con il nuovo V6 PRV da 150 CV e un restyling del frontale.
1986: di tutto, di più
Tutta un’altra atmosfera nel 1986. In pieno “edonismo reaganiano” e con tutti gli indici economici positivi, le auto si vendono come caramelle, dalle utilitarie alle berline, per non parlare delle sportive. Anzi parliamone proprio, perché tra le novità più sfiziose di quell’anno c’è la Peugeot 205 1.9 GTI, ovvero la versione più potente (130 CV) che va ad affiancare la 1.6 di due anni prima, dando vita ad una delle “piccole bombe” più amate di sempre per la sua eccezionale dinamica di guida e le prestazioni esaltanti. Comprensibilmente, le Case francesi la fanno da padrone e Citroën svela la AX, rivoluzionaria nel design e nei consumi, mentre Renault fa debuttare ufficialmente la 21 dopo l’anteprima di pochi mesi prima a Ginevra. La Germania risponde con la Opel Omega, ammiraglia dal Cx record e la terza generazione dell’Audi 80 e c’è anche una meteora come la Cadillac Allanté firmata Pininfarina. Per quanto riguarda i marchi italiani invece, va ricordata l’Autobianchi Y10 che si presenta per la prima volta al pubblico in versione 4WD.
1996: cambiano le forme ma il design vince sempre
Tantissime le novità dell’edizione 1996, con modelli che hanno segnato la decade, alcuni di essi talmente rivoluzionari da dar vita a nuovi segmenti. Stiamo parlando della Renault Mégane Scénic, prima monovolume compatta della storia e grande successo commerciale che costringerà tutti gli altri Costruttori a seguirne le orme. Citroën risponde con la Berlingo, innovativa multispazio che rivisita il concetto di furgoncino in chiave famiglia e tempo libero e Peugeot cala l’asso con forse una delle più belle vetture della sua storia, la 406 coupé disegnata da Pininfarina. Un’altra vettura che sorprende per il design innovativo è la Ford Ka, mini utilitaria che porta al debutto lo stile “New Edge” che caratterizzerà tutti i modelli dell’Ovale per molti anni. La vera attrazione del Salone però è la Ferrari 550 Maranello che viene per la prima volta esposta al pubblico: il ritorno del V12 in posizione anteriore coincide con un design – ancora Pininfarina – che sposa perfettamente le tendenze degli anni 90 con la tradizione del marchio e fa battere forte il cuore a tutti gli appassionati.
2006: l’antidoto alla noia si chiama Alfa Romeo 8C Competizione
Arriviamo al 2006: 20 anni sono il confine che segna il passaggio di un’auto da “vecchia” a “youngtimer” e se andiamo a rivedere le auto presentate in occasione della rassegna parigina, innanzitutto sono tantissime e ci sono sia dei classici assoluti sia dei modelli che hanno avuto un grande successo commerciale. Eleggere la regina in compenso è facilissimo: con la 8C Competizione, Alfa Romeo sforna un capolavoro che ha pochi eguali e tutti gli sguardi sono per le sue forme muscolose e lussuriose che ricoprono una meccanica raffinata e un V8 Ferrari da 450 CV. Volvo porta la C30, erede concettuale della 480 sotto forma di compatta sportiva con personalità da vendere e un pratico portellone, mentre la Germania punta sui Suv premium, con la nuova generazione della Bmw X5 e l’Audi Q7 equipaggiata con il V12 Tdi da 500 CV.
Un pensiero al giorno d'oggi
Questo viaggio nel tempo, al netto della nostalgia per certe tipologie di vetture ormai estinte e per soluzioni tecniche che sono progressivamente messe da parte, ci dimostra inequivocabilmente che per entrare nella storia dell’automobile non è necessario essere una supercar. Certo, le regine dei Saloni saranno sempre le sportive, ma che bello quando una berlina, una station wagon o un’utilitaria facevano il loro debutto in società per poi affrontare una lunga vita sulle strade, accompagnando la vita dei loro proprietari. Il passato ci dice anche questo.






















Nature, Published online: 14 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-03247-0
A tool called IdeaLens helps to judge whether concepts — rather than just writing — in scientific papers are AI-generated.
Le ondate di calore estive hanno provocato picchi di mortalità in Germania, con un numero di decessi superiore del 36% rispetto alla media dei quattro anni precedenti nell’ultima settimana completa di giugno. Nella settimana successiva, a cavallo tra giugno e luglio, l’incremento è stato del 28%, mentre durante una nuova ondata di calore tra la fine di luglio e l’inizio di agosto i decessi sono risultati superiori del 4% ai valori medi degli anni precedenti. Secondo i dati preliminari dell’Ufficio federale di statistica tedesco (Destatis), nel terzo trimestre del 2026 sono morte circa 230.428 persone. Al di fuori dei periodi caratterizzati dalle temperature più elevate, il numero dei decessi è stato generalmente inferiore ai livelli di confronto. Nel complesso, tra luglio e settembre si sono registrati circa 3.000 decessi in meno rispetto alla media degli anni precedenti.
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© Alessandra Tarantino/Associated Press

© Tizian Gerbing/Picture Alliance, via Associated Press

© Bulphoto Agency, via Reuters
NASA’s SpaceX 35th commercial resupply mission lifted off at 6:33 a.m. EDT Tuesday aboard a Falcon 9 rocket from Space Launch Complex 40 at Cape Canaveral Space Force Station in Florida, carrying more than 6,300 pounds of supplies and hardware, bound for the International Space Station. Following its successful launch, the SpaceX Dragon spacecraft will carry new scientific experiments, cargo, and the final pair of International Space Station Roll-Out Solar Arrays to the orbiting laboratory.
Dragon is scheduled to autonomously dock at 11 a.m., Thursday, Oct. 15, to the space-facing port of the space station’s Harmony module. NASA will stream rendezvous and docking coverage beginning at 9:15 a.m., through a variety of platforms. Learn where to watch online:
The final pair of solar arrays will complete the space station’s power system augmentation, boosting available electricity for research, operations, and the station’s safe, controlled deorbit. Astronauts will install the arrays during a series of spacewalks planned for later this fall.
Dragon also is delivering several new experiments, including hardware to manufacture artificial retinas in microgravity that could help restore vision for patients on Earth and 3D heart tissue models to advance large-scale drug testing on future space missions. Dragon also will carry materials to study how a new type of glass is formed in microgravity, and brain organoids that could uncover potential treatment targets for neurodegenerative diseases like Alzheimer’s, Parkinson’s, and multiple sclerosis.
These are just a sample of the hundreds of investigations conducted aboard the orbiting laboratory in the areas of biology and biotechnology, physical sciences, and Earth and space science. Research and technology investigations taking place aboard the space station benefit people on Earth and lay the groundwork for other agency deep space missions. As part of NASA’s Artemis program, the agency will send astronauts to the Moon to prepare for future human exploration of Mars, inspiring the world through discovery in a new Golden Age of innovation and exploration.
The Dragon spacecraft is scheduled to remain at the space station until mid-November when it will depart and return to Earth with time-critical research and cargo, splashing down off the coast of California.
Learn more about the International Space Station, its research, and crew, at:
-end-
Joshua Finch / Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
joshua.a.finch@nasa.gov / james.j.russell@nasa.gov
Steven Siceloff
Kennedy Space Center, Fla.
321-876-2468
steven.p.siceloff@nasa.gov
Sandra Jones / Joseph Zakrzewski
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
sandra.p.jones@nasa.gov / joseph.a.zakrzewski@nasa.gov
NASA’s SpaceX 35th commercial resupply mission lifted off at 6:33 a.m. EDT Tuesday aboard a Falcon 9 rocket from Space Launch Complex 40 at Cape Canaveral Space Force Station in Florida, carrying more than 6,300 pounds of supplies and hardware, bound for the International Space Station. Following its successful launch, the SpaceX Dragon spacecraft will carry new scientific experiments, cargo, and the final pair of International Space Station Roll-Out Solar Arrays to the orbiting laboratory.
Dragon is scheduled to autonomously dock at 11 a.m., Thursday, Oct. 15, to the space-facing port of the space station’s Harmony module. NASA will stream rendezvous and docking coverage beginning at 9:15 a.m., through a variety of platforms. Learn where to watch online:
The final pair of solar arrays will complete the space station’s power system augmentation, boosting available electricity for research, operations, and the station’s safe, controlled deorbit. Astronauts will install the arrays during a series of spacewalks planned for later this fall.
Dragon also is delivering several new experiments, including hardware to manufacture artificial retinas in microgravity that could help restore vision for patients on Earth and 3D heart tissue models to advance large-scale drug testing on future space missions. Dragon also will carry materials to study how a new type of glass is formed in microgravity, and brain organoids that could uncover potential treatment targets for neurodegenerative diseases like Alzheimer’s, Parkinson’s, and multiple sclerosis.
These are just a sample of the hundreds of investigations conducted aboard the orbiting laboratory in the areas of biology and biotechnology, physical sciences, and Earth and space science. Research and technology investigations taking place aboard the space station benefit people on Earth and lay the groundwork for other agency deep space missions. As part of NASA’s Artemis program, the agency will send astronauts to the Moon to prepare for future human exploration of Mars, inspiring the world through discovery in a new Golden Age of innovation and exploration.
The Dragon spacecraft is scheduled to remain at the space station until mid-November when it will depart and return to Earth with time-critical research and cargo, splashing down off the coast of California.
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-end-
Joshua Finch / Jimi Russell
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202-358-1100
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Steven Siceloff
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321-876-2468
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281-483-5111
sandra.p.jones@nasa.gov / joseph.a.zakrzewski@nasa.gov



L'abitazione a Washington, D.C., della deputata democratica Ilhan Omar è stata perquisita dall'unità investigativa dell'Homeland Security Investigations (HSI), ramo penale dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE). La notizia è stata confermata da tre fonti a conoscenza dell'inchiesta e da una nota del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.
L'operazione si inserisce in un clima di forte tensione politica, preceduta da ripetuti attacchi del presidente Donald Trump e dei suoi alleati legati alla regolarità dei documenti di immigrazione della deputata nata in Somalia.
In risposta al blitz degli agenti federali, la deputata del Minnesota ha denunciato l'azione come un atto di "intimidazione politica" e una "campagna diffamatoria".
Attraverso un messaggio diffuso su X, Omar ha dichiarato:
"Non ci siano dubbi: questo è un tentativo di attaccare gli oppositori politici e di manipolare le forze dell'ordine federali. Per dieci anni, Trump mi ha attaccata con menzogne infondate. Questa è solo l'ultima escalation di una campagna d'intimidazione. Non mi metteranno a tacere."
A differenza delle normali operazioni dell'ICE incentrate sui decreti di espulsione, l'indagine è condotta dall'HSI con il supporto diretto del Dipartimento di Giustizia. In una dichiarazione ufficiale, il Dipartimento ha confermato che gli agenti hanno eseguito un regolare mandato di perquisizione nell'ambito di "un'indagine penale federale in corso", incentrata sui documenti d'immigrazione della parlamentare.
Eletta alla Camera dei Rappresentanti nel novembre 2018 come rappresentante dello Stato del Minnesota, Ilhan Omar è stata tra le prime donne musulmane a entrare al Congresso degli Stati Uniti.
Insieme a Rashida Tlaib, Alexandria Ocasio-Cortez e Ayanna Pressley, fa parte del gruppo progressista noto come "The Squad", da sempre al centro di duri scontri verbali con Donald Trump e l'ala conservatrice sui temi dei diritti civili, dell'immigrazione e della politica estera.

Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell'Iran (IRGC) ha ribadito con fermezza che nessuna potenza extraregionale ha il diritto di intervenire, esercitare egemonia o minacciare la sicurezza nello Stretto di Hormuz e nel Golfo Persico.
In un messaggio ufficiale rilasciato dal comandante in capo dell'IRGC, il generale Ahmad Vahidi, Teheran ha definito la sicurezza del Golfo una questione "endogena e regionale". Vahidi ha descritto la via navigabile come un'arteria fondamentale per il commercio energetico globale e una vera e propria "linea rossa strategica" per la Repubblica Islamica.
Il generale Vahidi ha sottolineato che la Marina delle Guardie Rivoluzionarie, in pieno coordinamento con la Marina dell'Esercito iraniano, è pronta a rispondere a qualsiasi "errore di valutazione" o transito non autorizzato nelle acque territoriali e sotto il controllo di Teheran.
Nel frattempo, la situazione sul campo resta estremamente tesa. La Marina dell'IRGC ha confermato di aver colpito una terza superpetroliera nello Stretto di Hormuz. L'imbarcazione, che navigava con il sistema di tracciamento (AIS) disattivato e in violazione delle disposizioni locali, è stata incendiata dopo aver ignorato i ripetuti avvertimenti delle forze iraniane. Si tratta del terzo incidente che coinvolge navi commerciali o petroliere nell'arco di appena 48 ore.
Le limitazioni al transito marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz hanno portato a un crollo drastico del traffico merci e petrolifero, ridotto ormai a pochissime unità al giorno.
Il governo di Teheran ha subordinato la piena riapertura della rotta strategica al rispetto di precise condizioni politiche ed economiche:
La revoca del blocco navale e la cessazione delle azioni militari nella regione;
La sospensione delle sanzioni internazionali, in particolare quelle dirette alle esportazioni di greggio iraniano;
Lo sblocco dei beni e fondi finanziari iraniani congelati all'estero;
Il rispetto del cessate il fuoco su tutti i fronti regionali e il risarcimento dei danni di guerra.

Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, ha espresso profondo sgomento per il persistere dell'inazione politica di fronte alle aggressioni contro i civili palestinesi in Cisgiordania, affermando che nei fatti "il terrorismo è diventato una realtà quotidiana".
Attraverso un intervento diffuso sulla piattaforma X, la rappresentante delle Nazioni Unite ha richiamato l'attenzione sulle denunce riguardanti le incursioni dei coloni israeliani nei territori occupati, accusati di distruggere uliveti secolari e danneggiare il bestiame locale. Nell'occasione, Albanese ha sollecitato un intervento diretto delle istituzioni internazionali, chiedendo quando l'Unione Europea intenda adottare misure concrete nei confronti di Israele.
I am shocked by the political inertia in the face of what Israelis -settlers and soldiers- are doing in Palestine, where terror has become a daily reality. In the West Bank, torching century old trees and poisoning livestock. When will the EU take action against Apartheid Israel?
— Francesca Albanese, UN Special Rapporteur oPt (@FranceskAlbs) October 12, 2026
I riflettori dell'opinione pubblica si sono accesi di recente dopo la diffusione di un video girato nel villaggio di Al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah, che ritraeva un individuo mascherato, protetto dai soldati israeliani, mentre somministrava sostanze a un gregge di pecore. Fonti palestinesi locali hanno denunciato l'episodio come una provocazione orchestrata per creare pretesti di occupazione dei terreni agricoli.
La denuncia si inserisce in un quadro di forte escalation coincidenti con l'avvio della stagione della raccolta delle olive, una delle principali fonti di sostentamento per migliaia di famiglie palestinesi.
Secondo i dati forniti dal Comitato per la Resistenza al Muro e agli Insediamenti dell'Autorità Nazionale Palestinese, in una sola giornata si sono registrate oltre 18 aggressioni a danno degli agricoltori impegnati nei campi. I raid hanno compreso episodi di percosse, uso di spray al peperoncino, fermi, sequestri di veicoli e raccolti, oltre al danneggiamento sistematico degli alberi. In diversi casi sono stati segnalati il ferimento e il fermo di contadini palestinesi.
Secondo le rilevazioni dei centri di informazione e delle organizzazioni locali, la pressione militare e dei coloni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est ha registrato un forte incremento dall'inizio del conflitto a Gaza nell'ottobre 2023, con centinaia di migliaia di controlli, incursioni e restrizioni ai movimenti della popolazione civile.

In questa intervista, un alto ufficiale delle Forze Armate Libanesi (LAF), che ha parlato a condizione di anonimato a The Cradle, delinea i limiti del ruolo dell'istituzione militare nella questione degli armamenti e discute delle tensioni tra il Comandante Generale delle LAF, Rudolphe Haikal, e il Presidente libanese Joseph Aoun. Rivela inoltre la presenza di personale militare statunitense nelle basi di Hamat e Rayak, nonché quella che descrive come una "forza d'assalto" all'interno dell'esercito che, a suo dire, riceve ordini direttamente dagli americani.
Dietro a tutto ciò si cela una domanda che l'ufficiale pone senza mezzi termini: come si può pretendere che un esercito che non controlla il proprio approvvigionamento di armi e i cui soldati guadagnano 300 dollari al mese si assuma la piena responsabilità della difesa del Libano?
Ufficiale: L'esercito libanese non è l'istituzione che prende la decisione politica sul disarmo di Hezbollah. Si tratta di una questione sovrana e politica, decisa dallo Stato attraverso le sue istituzioni costituzionali. Il ruolo dell'esercito è quello di attuare le decisioni delle autorità legittime nel rispetto della Costituzione e della legge. In altre parole, non è l'esercito a decidere se le armi di Hezbollah verranno disarmate, né quando o come ciò avverrà.
È qui che la questione si complica. L'esercito è tenuto a eseguire qualsiasi ordine gli venga impartito dalle autorità politiche, ma l'istituzione militare considera anche le conseguenze di ogni decisione sul campo, nonché il suo impatto sulla pace civile, sull'unità dell'esercito e sulla stabilità interna. C'è una differenza sostanziale tra prendere una decisione politica e avere la capacità di attuarla sul campo. L'esercito non vuole essere coinvolto in uno scontro interno né essere spinto in un conflitto con una parte della popolazione libanese, poiché una delle sue priorità principali è prevenire i disordini e preservare l'unità dell'istituzione militare stessa.
L'esperienza dell'esercito durante la guerra civile e i danni subiti dall'istituzione in quel periodo hanno reso il tema della sua unità interna particolarmente delicato. Pertanto, qualsiasi decisione di questo tipo richiede un ampio sostegno politico e nazionale, nonché un meccanismo attuabile che non porti a scontri interni. Se viene emessa una decisione politica e all'esercito viene chiesto di imporla con la forza mentre l'attuazione minaccia la pace civile, si tratterebbe di una situazione estremamente pericolosa. Per quanto riguarda specificamente il disarmo di Hezbollah sul territorio libanese, l'esercito non attuerà una decisione delle autorità politiche se non vi è consenso, al fine di salvaguardare l'unità dell'istituzione. Lo Stato può prendere una decisione sulla carta, ma se non sussistono le condizioni politiche necessarie, tale decisione potrebbe rimanere nient'altro che inchiostro su carta.
Ufficiale: Se la domanda è se il generale Haikal potrebbe decidere di disarmare Hezbollah, non si tratta di una decisione che spetta al comandante dell'esercito, bensì allo Stato. Per quanto riguarda le opinioni degli ufficiali, esiste ovviamente una struttura di comando militare e una catena di comando. Le decisioni delicate vengono discusse tra gli ufficiali superiori e le valutazioni sono attentamente ponderate: il loro ruolo principale riguarda la tempistica operativa, la valutazione del rischio e la capacità dell'esercito di attuare una decisione.
All'interno dell'istituzione sono presenti diverse correnti politiche. Sebbene tutti gli ufficiali rispondano in ultima analisi al comandante, essi nutrono opinioni proprie. Una questione di tale importanza incide direttamente sulla pace civile, sulla sicurezza nazionale e sulla stabilità del Paese. Il generale Haikal ha ripetutamente affermato che la tutela della pace civile è una linea rossa non negoziabile.
Ufficiale: Non credo che la questione possa essere semplicemente descritta come un tentativo del presidente Joseph Aoun di minare l'autorità del generale Haikal. Esiste, tuttavia, un chiaro margine di tensione tra considerazioni politiche e militari. In quanto capo dello Stato e comandante in capo delle forze armate, secondo la Costituzione, il presidente ha priorità politiche e di sicurezza, oltre a impegni internazionali. Il comandante dell'esercito, al contrario, è responsabile della valutazione di ciò che l'esercito può effettivamente realizzare sul campo e dei rischi che ciò comporta.
Questa tensione emerge quando vi è la volontà politica di spingere l'esercito verso misure più rapide o delicate, mentre la leadership militare ritiene che l'attuazione richieda condizioni diverse, potrebbe esporre l'esercito a uno scontro interno o minacciarne la coesione. In tali circostanze, il comandante dell'esercito può percepire una pressione sulle proprie decisioni operative.
La tensione tra il comandante e il presidente Aoun è reale, e la minaccia degli americani di rimuovere il comandante dell'esercito ne è la prova. Tuttavia, affermare che Joseph Aoun cerchi deliberatamente di indebolire Haikal o di eludere la sua autorità richiederebbe delle prove concrete — come comunicazioni dirette con gli ufficiali bypassando il comandante o interferenze nelle nomine — che non si sono verificate. Va anche ricordato che fu proprio Joseph Aoun a nominare Rudolphe Haikal comandante dell'esercito.
Ufficiale: L'esercito libanese non vede di buon occhio questa situazione. La sua presenza nella stessa stanza con gli israeliani non significa che ci sia fiducia tra le due parti, né che esista un rapporto normale. Per l'esercito si tratta di una soluzione imposta per far fronte a una realtà militare e di sicurezza coatta.
Ancora più importante, l'esperienza dell'esercito con la controparte israeliana negli ultimi mesi ha fornito una valutazione molto chiara: è difficile raggiungere intese stabili con gli israeliani o fare affidamento sul loro rispetto degli accordi presi, poiché le violazioni e le operazioni israeliane continuano. L'esercito entra in quella stanza come rappresentante dello Stato libanese per coordinare la sicurezza attraverso il "comitato del meccanismo", non certo considerando gli israeliani un partner di cui fidarsi. Esiste molta diffidenza e la crescente convinzione che raggiungere un accordo con Israele sia una cosa, mentre garantirne l'attuazione sul campo sia tutt'altra storia.
Ufficiale: Questo è certamente motivo di preoccupazione. Qualsiasi istituzione di sicurezza che si affidi a tecnologie di intelligence straniere si trova di fronte a una questione fondamentale sulla sicurezza delle proprie informazioni: a chi appartiene il sistema? Chi può accedere ai dati? Esistono backdoor non note?
Nel caso del Libano, la sensibilità è maggiore a causa della dipendenza dell'esercito dagli aiuti, dalle attrezzature e dall'addestramento occidentali, in particolare dagli Stati Uniti. Occorre però distinguere tra il possesso di sistemi occidentali e l'affermazione che i Paesi sviluppatori possano accedere automaticamente alle informazioni di intelligence dell'esercito. Non credo che sia questo il caso. Ciononostante, la preoccupazione rimane legittima: l'esercito opera in un contesto sensibile, mentre Israele possiede capacità tecniche avanzate e mantiene stretti legami di sicurezza con gli Stati Uniti. Per l'esercito libanese la questione chiave è quindi mantenere il controllo sui propri dati e database sensibili all'interno di sistemi protetti.
Ufficiale: Ufficialmente, non esiste alcuna base militare statunitense dichiarata in Libano. Anche quando è stata sollevata la questione della base aerea di Hamat, il Ministero della Difesa libanese ha esplicitamente negato che si trattasse di una base americana, sottolineando che è un'installazione aerea sotto l'esclusiva autorità dell'esercito libanese.
Ma questa risposta ufficiale non racconta tutta la storia. Gli americani sono infatti presenti alla base aerea di Hamat e alla base aerea di Rayak, dove supervisionano operazioni con droni e sistemi di sorveglianza che coprono l'area di Masnaa. La presenza e l'influenza militare e di sicurezza degli Stati Uniti in Libano sono eccezionali. Sono accompagnate da un altissimo livello di cooperazione: presenza di personale militare americano, esercitazioni congiunte, visite del CENTCOM e squadre di addestramento dislocate presso tutte le unità delle forze speciali.
Esistono inoltre seri interrogativi sui limiti della sovranità libanese: gli aerei militari statunitensi in arrivo in Libano spesso non vengono sottoposti alle normali procedure di controllo applicate ai voli di linea all'aeroporto di Beirut, e anche il nuovo complesso dell'ambasciata statunitense ad Awkar costituisce un enorme complesso fortemente fortificato. In passato si sono verificati episodi in cui personale statunitense armato ha esercitato controlli di sicurezza sul suolo libanese al di fuori del complesso diplomatico, sollevando forti perplessità sui limiti della propria autorità.
Ufficiale: Non ho una cifra precisa. L'ultimo dato ufficiale annunciato dalla Casa Bianca nel 2024 era di 99 militari statunitensi. Personalmente credo che oggi il numero sia decisamente più alto.
Ufficiale: Il rapporto non assomiglia a un normale canale diplomatico convenzionale. Esistono canali di comunicazione diretti e permanenti che collegano l'ambasciatore statunitense, gli addetti militari e l'Ufficio di Cooperazione per la Difesa dell'ambasciata direttamente al CENTCOM.
Gli Stati Uniti sono il principale partner esterno dell'esercito libanese in materia di sicurezza. Forniscono armi, addestrano ufficiali e personale, e finanziano equipaggiamenti, veicoli e sistemi di comunicazione. Nel 2021 le due parti hanno persino concordato un piano quinquennale per rafforzare le capacità dell'esercito. Questo conferisce a Washington una notevole influenza nei confronti dell'istituzione militare libanese, che gli stessi USA definiscono un partner chiave per la sicurezza nella regione.
Ufficiale: Il rapporto non passa esclusivamente attraverso il comandante dell'esercito. Esiste un'ampia rete di relazioni dirette tra americani e ufficiali libanesi a diversi livelli, costruita nel corso di molti anni di cooperazione, addestramento e missioni congiunte.
Ufficiale: La figura di spicco per gli americani al momento è il generale di brigata George Saqr, direttore della pianificazione.
Ufficiale: Negli ultimi due decenni gli Stati Uniti sono stati la principale fonte di armi e attrezzature per l'esercito libanese. Tra il 2006 e il 2018 l'assistenza militare statunitense è ammontata a circa 1,28 miliardi di dollari, raggiungendo complessivamente oltre 3 miliardi negli ultimi vent'anni. I fondi statunitensi vengono assegnati e gestiti direttamente dal Dipartimento della Difesa USA, che provvede al pagamento dei produttori: ciò consente a Washington di esercitare una notevole influenza sul tipo di armi acquistabili.
L'equipaggiamento ricevuto comprende elicotteri Huey II, aerei Cessna, missili Hellfire, proiettili guidati Copperhead, droni di ricognizione, veicoli blindati e motovedette veloci. L'esercito conserva anche una quota di arsenale di provenienza orientale o acquistato da altri Paesi (come razzi Grad acquisiti dalla Serbia nel 2017). Tentativi passati di acquisire armamenti differenti, come un accordo da 3 miliardi financo dall'Arabia Saudita per forniture francesi o donazioni russe di caccia MiG-29, sono stati ostacolati o bloccati dalle pressioni americane.
L'influenza statunitense si estende anche all'uso dell'arma: il principio dell'"utente finale" comporta che ogni fornitura sia soggetta a rigide condizioni d'impiego operative.
Ufficiale: Il problema fondamentale è che l'esercito libanese non è stato formato né armato per combattere una guerra convenzionale contro Israele. La maggior parte degli aiuti statunitensi e occidentali si concentra su lotta al terrorismo, controllo delle frontiere e sicurezza interna.
Per diventare una vera forza di deterrenza contro Israele, l'esercito avrebbe bisogno di sistemi di difesa aerea per contrastare aerei e droni, radar di allerta precoce, capacità di guerra elettronica, artiglieria e missili di precisione a lungo raggio. Attualmente l'esercito non dispone di una rete di difesa aerea in grado di negare ai caccia israeliani la libertà d'azione nello spazio aereo libanese.
Le ragioni del mancato raggiungimento di queste capacità sono due:
Motivo finanziario e politico interno: Costruire un esercito convenzionale richiede miliardi di dollari che lo Stato libanese, attualmente in bancarotta, non possiede. Gli stipendi dei soldati aggirano i 300 dollari mensili e le autorità politiche impediscono acquisti di armi da fornitori alternativi agli USA.
Politica estera statunitense: Gli Stati Uniti sono vincolati dalla propria legislazione a garantire il "vantaggio militare qualitativo" di Israele nella regione. Di conseguenza, negano all'esercito libanese forniture di sistemi di difesa aerea o armamenti avanzati che potrebbero minacciare la superiorità israeliana.
Ufficiale: Sì. A fronte degli oltre 3 miliardi di dollari forniti dagli Stati Uniti dal 2006, il sostegno britannico è più ridotto ma mirato: circa 180 milioni di sterline dal 2009.
Mentre gli americani si sono concentrati sullo sviluppo di capacità militari generali (aerei, blindati, artiglieria, comunicazioni e addestramento), i britannici si sono focalizzati quasi esclusivamente sulla sicurezza del confine siriano. Londra ha finanziato la creazione dei reggimenti di frontiera terrestri, fornito oltre 300 veicoli Land Rover e contribuito alla costruzione di circa 78 torri di osservazione e postazioni di confine lungo la frontiera con la Siria.

Capi bufalini allevati in totale promiscuità. Gestione illecita degli effluenti zootecnici che venivano sversati all’interno di due ‘fossi’, lunghi complessivamente oltre 100 metri per circa 8-10 metri di larghezza, risultati colmi di reflui zootecnici palabili e non palabili. È quanto hanno scoperto a San Cipriano d’Aversa i militari del nucleo carabinieri forestali di Marcianise e i medici veterinari dell’Asl di Caserta intervenuti in un complesso zootecnico gestito congiuntamente da due distinte imprese individuali. Anche i paddock in cui sono ricoverati gli animali sono risultati pieni di letame bufalino. Rinvenuti, inoltre, cumuli di rifiuti pericolosi costituiti da imballaggi contaminati (fitofarmaci e olio motore) e imballaggi non pericolosi, batterie esauste, gestiti in maniera illecita. Per tutto questo, i militari, avendo ravvisato a carico dei titolari delle due aziende zootecniche le ipotesi di reato connesse alla gestione illecita di rifiuti speciali pericolosi senza alcun atto autorizzativo e di abbandono di rifiuti speciali non pericolosi costituiti da reflui zootecnici con pericolo di compromissione di vaste porzioni di suolo, hanno proceduto d’iniziativa al sequestro preventivo delle aree aziendali, dei rifiuti e di tutti i 349 capi bufalini di proprietà delle imprese oggetto di controllo. Entrambi gli allevatori sono stati denunciati a piede libero.
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© Fred Tanneau/Agence France-Presse — Getty Images
En réponse à Hugel.
Bonjour Hugel,
Je vous propose de déposer votre demande sur le forum dédié qui nous permet de rassembler au même endroit toutes les demandes/contributions autour de la nouvelle version de Framadate. Cela vous permettra de suivre l’avancement de votre demande et d’avoir le retour du développeur sur votre proposition.
Je trouve personnellement que c’est une très bonne idée qui serait très pratique.
Si vous ne parvenez pas à poster sur le forum, n’hésitez pas à me le dire, je posterai votre demande.
Bonne journée.
Alla Sapienza, giovani e student3 montano le tende e occupano gli spazi della Città Universitaria, dando vita a una mobilitazione che mette al centro il diritto alla casa, il costo della vita e la precarietà che attraversa le esistenze di un’intera generazione.
Lo striscione appeso di fronte alla Minerva recita «IL LAVORO PAGA POCO LA VITA COSTA TROPPO: SENZA CASA NESSUNA DIGNITÀ PER CHI STUDIA E CHI LAVORA»
È da questa rivendicazione che prende forma la protesta: riappropriarsi di uno spazio simbolico come l’Università significa riportare al centro una contraddizione sempre più evidente, quella di chi si trova a dover conciliare studio e lavoro in un contesto in cui il costo della vita continua ad aumentare e il diritto all’abitare diventa un privilegio sempre più inaccessibile. L’ Università, luogo di formazione e di costruzione collettiva del sapere, è anche uno degli spazi in cui si sperimentano direttamente gli effetti della precarietà economica e sociale.
In un contesto internazionale segnato dall’aumento delle spese militari e dalle politiche di austerità, il progressivo definanziamento dei servizi pubblici si traduce in una riduzione delle possibilità concrete di emancipazione per chi studia e lavora. «Le priorità politiche del governo Meloni sono spietate: solo nel 2026 sono stati stanziati 34 miliardi di euro in spese militari, azzerando i fondi per l’istruzione, l’edilizia pubblica e il welfare», scrivono le attivist3 sul loro comunicato pubblico. Intanto, le città vengono trasformate dagli interessi dei grandi fondi immobiliari e delle società di investimento, che puntano sempre più su studentati di lusso, affitti brevi e turismo, ridisegnando il tessuto urbano secondo le logiche del profitto. Il risultato è una progressiva espulsione di chi abita, studia e lavora nei quartieri, mentre gli spazi della città vengono sottratti alla loro funzione sociale per diventare occasioni di rendita.
A Roma, questo processo è evidente anche nei quartieri che gravitano attorno ai poli universitari, da San Lorenzo a Ostiense, dove la pressione immobiliare incide sulle condizioni di vita di student3, lavorator3 e residenti. Il caro affitti non è un fenomeno isolato, ma il sintomo di un modello urbano che antepone la valorizzazione economica degli spazi ai bisogni di chi li attraversa e li vive quotidianamente.
La mobilitazione alla Sapienza vuole quindi essere l’inizio di un percorso collettivo capace di costruire strumenti di organizzazione, inchiesta e conflitto, partendo dai bisogni reali e dalla possibilità di trasformarli in rivendicazioni comuni. Una lotta che non riguarda soltanto il costo di una stanza, ma la possibilità stessa di scegliere dove vivere, studiare e costruire il proprio futuro.
«Oggi siamo qui per avviare, dal basso, un percorso collettivo fatto di inchieste, vertenze reali, azioni concrete, per rivendicare i nostri diritti sociali. Ma non siamo soli in questa battaglia: dalla Spagna alla Francia fino alle nostre piazze, c’è un’intera generazione in mobilitazione che rifiuta le strette autoritarie e le politiche di guerra e austerità, pronta a rimettere al centro i propri bisogni»
Per dare voce alle rivendicazioni della mobilitazione e rilanciare la necessità di una risposta collettiva all’emergenza abitativa le attiviste rilanciano con un’assemblea cittadina da svolgersi la prossima settimana. Una presa di parola che parte dall’università e si estende alla città, contro la speculazione immobiliare e la trasformazione degli spazi urbani in merci, per rivendicare il diritto di abitare e vivere dignitosamente.
Tutte le info su @PIAMO CASA – ASSEMBLEA PER IL DIRITTO ALLA CITTÀ.
La copertina è dell’autrice
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En réponse à Valea.
Bonjour Valea,
Je lis avec surprise l’argument suivant pour justifier la disparition de l’option « Tout le monde peut modifier TOUTES les réponses »
C’est génial que les personnes avec qui vous avez utilisé l’ancienne version de Framadate aient toutes respecté les votes les uns des autres sans les modifier, une grande partie des utilisateur.ices ont eu une très bonne expérience avec cette fonctionnalité. Mais ça n’a pas toujours été le cas, j’ai eu des retours utilisateurs en ce sens.
Aujourd’hui la fonction « tout le monde peut modifier tous les votes » est bien disponible, elle est sélectionnable lors de la création de sondage. Cela a été un choix du développeur en charge de Pollaris de sortir une fonctionnalité avant l’autre. Il a réalisé ce projet bénévolement et a fait certains choix en fonction du temps/énergie disponible. Il faut parfois faire des choix lors du lancement d’un logiciel afin d’avancer pas à pas.
Ça s’appelle toujours « Framadate » mais ce n’est pas une nouvelle version (imiter le langage marketing n’aide en rien à clarifier les choses).
Nous avons fait le choix de parler de « version » dans le but de faciliter la compréhension du grand publique. Navrée que ce choix ne vous plaise pas, ces choix ne peuvent malheureusement pas satisfaire tous les utulisateur.ices.
Il n’y a donc rien de surprenant à ce que la nouvelle application ne réponde pas aux besoins de toutes les utilisateurices de l’ancienne application.
En effet, ces retours étaient attendus et nous permettent d’améliorer petit à petit Pollaris/Framadate. Nous sommes heureux.ses de recevoir les nombreux retours utilisateur.ices bienveillants dont nous avons besoin pour avancer et améliorer nos services.
En espérant que la mise à disponibilité de cette fonctionnalité et bien d’autres, contribuent à vous satisfaire et améliorer votre expérience avec nos services.
Bonne journée
di Roberta Rivolta – Post Facebook
Sono andata a vedere Naza.
Ci sono andata nonostante lo sponsorizzazione del Guardian. Ci sono andata non per i non ricordo quanti minuti di applausi che ha ricevuto alla mostra del cinema di Venezia, ma perché ho letto tanti post entusiasti, post di “filopalestinesi”.
L’unica critica che ho letto – forse per mancanza mia – è stata: “come mai si dà peso a quello che dicono due israeliani quando le stesse cose le stanno dicendo i palestinesi da anni?”
Giusta osservazione.
Ero preparata a vedere/sentire cose già note, ma almeno per una volta ascoltate.
E invece...
ho fatto fatica a restare in sala fino alla fine. E ci sono rimasta solo perché ho sperato – fino all’ultimo, e contro ogni plausibile aspettativa – che prima o poi in qualche modo più o meno rocambolesco venissero smentite le stronzate, non riesco a definirle altrimenti, con cui esordisce.
Ma poi, chiacchierando con altre persone, mi è venuto il dubbio che siano passate inosservate. Già questo è un dato significativo, perché significa che non hanno “sorpreso”, non sono risultate stridenti.
E allora forse è utile metterle nero su bianco.
Il film parte ripescando le notizie false circolate all’indomani del 7 ottobre.
Per esempio, quel numero di morti, calcolato a casaccio ed emanato già il giorno successivo, se non il giorno stesso. Numero di morti poi confermato – guarda caso – dalle autorità israeliane, che però si sono rifiutate di contare le vittime della direttiva Hannibal, la cui attivazione è stata confermata con certezza.
Per esempio, quel “massacro al festival di Nova”, smentito da testimoni oculari che hanno riferito come fosse evidente che i combattenti palestinesi (non solo Hamas, come si ripete per tutto il film, ma di SEI gruppi di resistenza) avessero come obiettivo catturare più prigionieri possibili,, mentre gli elicotteri israeliani sparavano sulla gente.
Per esempio, quell’affermazione di passaggio secondo cui “Hamas usa gli scudi umani” mentre stai dicendo che Israele ammazza intere famiglie per colpire un solo combattente.
Per esempio, la narrazione sulla nascita di Tel Aviv che subdolamente fa solo accenno alla distruzione totale del villaggio di al-Shaykh Muwannis nel 1948, proponendo attraverso le immagini la leggenda sionista della “fioritura nel deserto” di quello che in realtà era un sobborgo ebraico della città di Jaffa.
La partenza del film toglie ogni valore a quella ripetizione ossessiva di un unico dato concreto: Israele uccide senza scrupoli i civili palestinesi.
Nessun commento, nessuna riflessione. Niente di niente.. il vuoto.
Sì, lo sappiamo che Israele uccide senza scrupoli i civili palestinesi. Perché Israele vuole occupare la loro terra.
E non è una reazione al 7 ottobre, come viene esplicitamente affermato, è un piano di espansione territoriale, un genocidio programmato.
E no, non c’è solo Hamas a combattere in Palestina. Sono almeno 6 le fazioni che si sono unite per l’operazione Tufan al-Aqsa.
E non è un caso che invece si nomini solo Hamas, perché Hamas è il partito al governo di Gaza. Hamas è l’Assad dei palestinesi, è il Gheddafi, dei palestinesi.
E non è che stia dicendo niente di sospendente, non miravo a sorprendervi scrivendo queste cose.
Esprimevo solo la mia sorpresa: com’è possibile che un film così sfacciatamente sionista abbia conquistato così tanti cuori?
E poi, non avete avuto un moto di repulsione quando avete visto la telecamere inquadrare impietosamente un padre disperato che cerca i figli tra le macerie?
Non vi ribolle il sangue quando un film così schifosamente sionista si permette di sbattere su milioni di schermi il dolore di un uomo spezzato?
Offrendolo allo sguardo pietoso di milioni di persone?
Quando finirà questo voyerismo sul dolore dei palestinesi? Davvero abbiamo bisogno di vedere la gente in lacrime scavare tra le macerie per solidarizzare con loro?
Non so, chiedo.
Il giorno dopo, per prendere respiro, sono andata a vedere Palestina 36.
Sembra scritto in risposta a Naza. Già dal titolo
1936, quando tutto ebbe inizio. Non il 7 ottobre 2023, ma nel luglio 1936, quando, per la primissinma volta nella storia, una potenza coloniale, attraverso la Commissione Peel, propone illegittimamente la spartizione della Palestina tra arabi ed ebrei. Cioè, in sostanza, la creazione dello stato di Israele.
Annemarie Jacir ci ricorda nel modo più esplicito possibile che Israele non è stata creata dagli ebrei, ma dagli inglesi. E che è stata creata esplicitamente come progetto coloniale dell’Occidente.
Dopo l’umiliazione di Naza, Annemarie Jacir ci ricorda la legittimità e la bellezza della lotta armata.
E allora w la resistenza palestinese e al diavolo il pietismo ipocrita dei sionisti.

di Giuseppe Giannini
L’annuncio della tregua energetica tra Russia ed Ucraina fatto da Trump ha scombussolato i piani dei guerrafondai europei. Fidarsi del presidente americano non è facile, viste le continue giravolte. E’ capace di tutto. Ripetutamente ha smentito se stesso riguardo alle intese per porre fine a quel conflitto. Lo stesso vale anche per l’Iran, ma lì vi è un altro tipo di pressione, proveniente dalla realtà sionista che, così come condiziona la politica statunitense, oggi, ha compiuto un ulteriore salto anche all’interno dell’Europa. Ingerenze, controlli in nome della cybersicurezza, il Mossad, i militari, e semplici cittadini israeliani che si sentono padroni del mondo. Così l’Europa politica, persa nella guerra per procura degli USA/NATO e impelegata anche sulla questione antisemitismo, pare avviarsi sulla strada del tramonto.
Se fino ad oggi potevamo parlare di irrilevanza, quanto alla sua politica estera, adesso, dopo scelte sconsiderate - voler continuare la guerra a tutti i costi - e con economie, in specie i rifornimenti di gas e petrolio, dipendenti dall’estero, sembrano, almeno nell’immediato, non esservi vie di uscita. D’altro canto, non è che ci fosse bisogno di qualche indovino, era risaputo fin dall’inizio che ciò avrebbe comportato la sudditanza verso gli USA e la dipendenza energetica da Paesi altri, chiudendo gli occhi sui regimi e i diritti umani (vedi l’Egitto). I governi americani, democratici o repubblicani cambia poco, come è nella loro tradizione mirano, unicamente, a dominare il pianeta. Il MAGA trumpiano ribadisce il concetto.
A discapito degli altri popoli (Venezuela, Iran, Cuba, ma anche la Groenlandia e gli europei, appunto) e dei suoi stessi cittadini, vittime del suprematismo, di una società interna sempre più preda della psicosi collettiva, dove le armi sostituiscono la ragione, e dove il tecnofascismo è un dato di fatto. Trump, cerca di tutelare gli interessi corporativi dei suoi amici: i giganti dell’high-tech che, da Peter Thiel a Elon Musk, sono tra i fautori del post-umanesimo. Della transizione, anche in altri mondi, verso una realtà dove la selezione viene operata dal darwinismo sociale, per il quale, chi non si allinea viene fatto fuori e relegato in luoghi di contenzione predisposti per lo scopo (migranti, working poor, organizzazioni antifasciste). E per assicurare il potere di questa élite la questione energetica diventa fondamentale, perché i big data e tutte le recenti innovazioni legate all’intelligenza artificiale consumano un quantitativo enorme di risorse.
Delle conseguenze ambientali - inquinamento, desertificazione dei luoghi e conseguenti indotte migrazioni, fenomeni meteorologici estremi - poco importa, per chi è riconosciuto come negazionista climatico, e che molti proseliti fa in Europa tra i sostenitori del nuovo nucleare, le cui tecnologie non saranno disponibili prima di qualche decennio. In tanti, depauperati dalla scelleratezza di Ursula von der Leyen & co., se la prendono con le politiche green, senza rendersi conto che, a causa del conflitto ucraino sono state riviste.
La riconversione alle fonti fossili, addirittura il ritorno del carbone, c’ha fatto tornare indietro di parecchi decenni, mettendo a rischio la tenuta ambientale, economica e sociale. Quindi, per fare il gioco degli americani portiamo avanti una pericolosa guerra, senza preoccuparci delle conseguenze. Tutti coloro che quattro anni fa sollevavano criticità, evidenziando come lo sconfinamento ad Est e le promesse all’Ucraina di entrare a far parte del circolo occidentale UE/NATO, cercando di ridimensionare l’influenza russa nell’area, si sarebbe tradotta nella dipendenza dal gas e dalle armi americane, sono stati definiti putiniani. Adesso, anche il mondo liberal, sembra far finta di notare che i costi umani, sociali ed economici sono enormi. Se lo scopo degli USA è quello di contrastare, in tutte le sedi, la potenza della Cina, che pure, a differenza loro, ribadisce la necessità del multilateralismo, e dopo aver appurato che, militarmente è impossibile fronteggiare la Russia, a meno che non si voglia una guerra nucleare, allora bisogna sacrificare qualcuno: l’Europa, e non semplicemente la UE.
Perché le ripercussioni riguarderanno la ridefinizione delle future alleanze tra Stati sempre più isolati e dipendenti dal mercato di guerra (commerciale e militare). Nei Paesi interessati dagli scontri armati sono migliaia le vittime, e i civili vivono nel terrore. Il Vecchio Continente è preda del caos interessato tra aggressioni geopolitiche (far fuori l’Europa e parlare direttamente tra grandi potenze) e il ritorno dei nazionalismi. Le responsabilità chiamano in causa tanto la Commissione europea quanto l’arrivismo politico di partiti trasversali, che per un po' di delega di potere stanno sacrificando il futuro dei loro popoli. E’ ancora possibile salvarci? Se tutto è stato programmato da tempo, cercando solo il momento adatto per intervenire militarmente, ciò non impedisce di provare altre soluzioni. Ad esempio dire di no alla NATO, e cercare il dialogo e soluzioni negoziali in autonomia dagli Stati Uniti. E’ una questione di coscienza, morale, civile e di classe. Dubito che le leadership europee ne siano capaci.

Negli ultimi due anni la spesa media mensile delle famiglie italiane è rimasta sostanzialmente invariata. Rimangono invece marcate le differenze territoriali tra Nord e Mezzogiorno, così come il divario di consumo tra nuclei italiani e stranieri, con questi ultimi che registrano consumi inferiori di quasi il 38%.
I dati confermano i ritardi del Sud in termini di salari e potere d'acquisto, evidenziando disuguaglianze sociali ed economiche destinate ad accentuarsi nei periodi di forte inflazione, aggravate dalla lenta dinamica di adeguamento salariale basata sull'indice IPCA.
Le abitudini di consumo degli italiani sono cambiate proficuamente rispetto a vent'anni fa. La composizione del carrello della spesa si è modificata sia per ragioni di prevenzione sanitaria, sia e soprattutto per vincoli di bilancio familiare.
Con l'aumento di quasi il 4% per i beni alimentari di prima necessità, i prodotti freschi e di qualità continuano a subire contrazioni: il pesce fresco è diventato un lusso per molte famiglie, che virano sempre più verso tagli di carne meno costosi o prodotti essenziali, riducendo l'acquisto di bevande ed extra.
Se i generi alimentari hanno registrato incrementi più contenuti, lo stesso non si può dire per le spese obbligate. Le voci legate all'abitazione — tra locazioni, utenze di acqua, luce e gas —, i Trasporti (+10,6%) e i beni per la cura della persona continuano ad assorbire la fetta maggiore delle entrate.
Di conseguenza, le famiglie a basso reddito e quelle del Mezzogiorno si concentrano esclusivamente sui bisogni primari, riducendo drasticamente le spese discrezionali o rimandabili:
Vestiario e calzature: contrazione degli acquisti vicina al 45%.
Vacanze e viaggi: soggiorni più brevi e fuori dall'alta stagione.
Cura della persona: rinuncia o riduzione dei prodotti non essenziali per il 38,2% delle famiglie.
L'erosione del potere d'acquisto coinvolge ormai anche fasce di reddito che fino a pochi anni fa si ritenevano al riparo dalla crisi.
Non potendo abbattere i costi per affitti, assicurazioni o carburante, molte persone si vedono costrette a tagliare persino sulla salute, riducendo i controlli medici preventivi. Inoltre, per far fronte alle spese fisse, cresce il fenomeno della coabitazione forzata tra persone non appartenenti allo stesso nucleo familiare.
La crisi colpisce in modo asimmetrico le diverse tipologie di nucleo familiare. Le persone che vivono sole hanno subito l'aumento del costo della vita più di altre: nel 2025 la spesa media mensile di un single è pari a circa 2.070 euro, una cifra che equivale al 71% della spesa di una famiglia di due persone e al 63% di quella di una famiglia di tre componenti. Per via delle economie di scala, infatti, la spesa cresce in modo meno che proporzionale all'aumentare dei membri del nucleo.
Si nota inoltre come il titolo di studio influenzi la gestione dei consumi: chi ha un livello d'istruzione più elevato tende a razionalizzare meglio le spese, pur avendo subito pesanti contrazioni anche nelle voci culturali come cinema, teatro e libri.
1 famiglia su 3 ha ridotto la spesa per cibo e bevande.
44% ha tagliato le spese per l'abbigliamento.
38,2% ha ridotto i prodotti per l'igiene e la cura della persona.
25,4% ha rinunciato o tagliato spese sanitarie e prevenzione.
45% ha ridotto la durata o la frequenza di viaggi e vacanze.
Fonte dei dati: Istat - Spese per consumi delle famiglie

Livorno si prepara a ospitare la XIII° edizione dell’Italian Cruise Day, in programma il prossimo 23 ottobre e organizzata da Risposte Turismo, società di ricerca e consulenza per l’industria turistica, in partnership con l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale e Porto di Livorno 2000.
L’iniziativa è stata presentata nel corso di una conferenza stampa online, alla quale sono intervenuti: Francesco di Cesare, presidente di Risposte Turismo, Davide Gariglio, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale, e Matteo Savelli, presidente di Porto di Livorno 2000.
La manifestazione rappresenta un appuntamento di riferimento per la crocieristica e l’economia del mare: dal 2011 a oggi ha coinvolto oltre 3.000 operatori del comparto, provenienti da tutto il Paese, ed ha ospitato più di 350 relatori nelle diverse tavole rotonde.
Di Cesare: «Un’edizione importante»
Ad aprire l’incontro è stato Francesco di Cesare, che ha sottolineato il valore di questa edizione, destinata a riportare la manifestazione in una città che l’ha già ospitata in passato. «Un’edizione importante» – ha specificato – «perché per la prima volta torniamo in una città che ha già ospitato un’edizione dell’Italian Cruise Day» «Grazie all’impegno di Davide Gariglio e Matteo Savelli» – «Abbiamo confezionato un’edizione che credo soddisferà tutti coloro che parteciperanno».
Gariglio: «Una grande occasione per Livorno e la Toscana»
Il presidente dell’AdSP Davide Gariglio, ha evidenziato il ruolo del turismo crocieristico non soltanto in termini economici, ma anche come strumento di promozione del patrimonio culturale e artistico italiano: «Il turismo crocieristico è un elemento importante del turismo italiano, è un modo per fare conoscere il nostro Paese a persone di tutto il mondo che ogni anno si imbarcano su queste navi sempre più grandi» – ha detto – «Credo che oltre l’interesse commerciale e alla ricaduta economica diretta dell’ospitare i turisti delle crociere, ci sia anche un grande valore pubblico e della comunità nel fare sì che le crociere siano un modo per veicolare l’immagine del nostro Paese e per farne conoscere le grandi ricchezze culturali e artistiche». «Una grande occasione per Livorno e la Toscana, per fare conoscere le loro potenzialità, confido che Livorno possa accogliere bene gli ospiti dell’Italian Cruise Day».
Savelli: «Speriamo di chiudere l’anno con 815 mila passeggeri»
L’impegno per riportare l’Italian Cruise Day a Livorno è stato sottolineato anche da Matteo Savelli, presidente di Porto di Livorno 2000, che ha richiamato l’attenzione sull’indotto generato dalle attività crocieristiche e sui risultati registrati dallo scalo: «Abbiamo lavorato fortemente per riportare a Livorno questo evento, la nostra volontà è di consolidare le attività che stiamo facendo per la città e mostrare a Livorno cosa crea l’indotto delle crociere» – «Speriamo di chiudere l’anno con 815 mila passeggeri e 420 scali nave, al 30 di settembre abbiamo fatto 333 navi con 670 mila passeggeri».
Leggi anche: Crociere, Italia verso un nuovo record – Flessioni per Nord Tirreno e Adriatico-Ionio in estate
Risposte e Turismo: I numeri delle crociere in Italia
I numeri rappresentano da sempre l’elemento fondamentale dell’Italian Cruise Day, offrendo una base concreta per analizzare l’andamento del settore crocieristico, monitorarne i risultati e delinearne le prospettive di sviluppo.
Secondo le anticipazioni di Risposte Turismo, nel trimestre giugno – agosto sono stati oltre 6,1 milioni i passeggeri movimentati (imbarchi, sbarchi e transiti) negli oltre 60 porti crocieristici italiani (+4,5% vs 2025) e 2.314 le toccate nave (+14,9%).
Lo stato di salute del comparto in Italia:
«I dati del trimestre giugno – agosto mostrano con grande chiarezza il peso della stagione di punta sull’andamento della crocieristica italiana» ha commentato di Cesare – «Nel periodo considerato, infatti, si è concentrato circa il 60% del traffico passeggeri dei primi otto mesi dell’anno. A trainare il periodo è stato soprattutto luglio, che ha superato i 2,16 milioni di passeggeri movimentati e ha registrato l’incremento più consistente rispetto al 2025, con quasi 200mila movimentazioni in più. Anche agosto mantiene un andamento positivo, mentre giugno presenta una dinamica più articolata, con una lieve flessione dei passeggeri a fronte di una crescita a doppia cifra delle toccate (+16,3%). Tutti questi dati – ha concluso di Cesare – pur all’interno di un impegno degli operatori dell’offerta verso la destagionalizzazione dei flussi, raccontano bene la centralità dei mesi estivi nell’andamento annuale di un comparto sempre più rilevante per la programmazione dei porti, delle compagnie e dei territori e, più in generale, per il turismo del Paese».
Nel dettaglio, secondo i ricercatori di Risposte Turismo i porti che nel trimestre considerato hanno fatto registrare le variazioni positive sull’anno precedente più pronunciate in termini assoluti sono stati Salerno (+149mila passeggeri movimentati, +374% sul 2025), Civitavecchia (+140mila passeggeri movimentati, + 9,8% sul 2025) e Ravenna (+67mila passeggeri movimentati, +43% sul 2025).
I dati di Livorno
Livorno, città sede dell’edizione 2026 dell’Italian Cruise Day ha registrato nel trimestre giugno – agosto un incremento, rispetto allo stesso periodo del 2025, di oltre 37mila passeggeri movimentati (+11,5% sul 2025) e di 28 toccate nave (+22,8% sul 2025).

A livello di macroaree, a ottenere i risultati maggiori nel trimestre giugno – agosto è stato il Centro-sud Tirreno, che ha registrato gli incrementi più consistenti nel numero sia di passeggeri movimentati (+214mila), sia di toccate nave (+162), trainato dalle performance di Salerno e Civitavecchia che compensano la contrazione di Napoli.
Per quanto riguarda i soli passeggeri movimentati, segno positivo anche per le Isole (+109mila), mentre si è registrata una contrazione per le altre due macroaree (Adriatico e Ionio – 45mila e Nord Tirreno -16mila).
Considerando l’ottima performance estiva, l’Italia dovrebbe chiudere il 2026 con 15,4 milioni (+4,3%) di passeggeri movimentati e oltre 6.000 toccate nave (+6,6% sul 2025), nuovi record storici per la crocieristica nel nostro Paese.
Il programma della XIII edizione di Italian Cruise Day
Le elaborazioni relative all’estate 2026 sono contenute all’interno della nuova edizione di Italian Cruise Watch, il rapporto di ricerca di Risposte Turismo che dal 2011 analizza l’industria crocieristica italiana che sarà presentato in apertura dell’Italian Cruise Day il prossimo 23 ottobre.
Ricco, come sempre, il programma del forum, presentato questo pomeriggio in un incontro stampa online a cui hanno partecipato, oltre a Francesco di Cesare – Presidente Risposte Turismo, Davide Gariglio – presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale e Matteo Savelli – Presidente Porto di Livorno 2000, realtà partner dell’edizione 2026.
Programma e relatori
Nove i momenti complessivi di confronto e discussione tra tavole rotonde, interviste e iniziative collaterali, con già 150 operatori accreditati da Nord a Sud del Paese.
Tra i relatori confermati: Leonardo Massa – Vice President Southern Europe MSC Cruise Divison, Fabrizio Cafagna – New building and After Sales Vice President Sales Fincantieri, Roberto Alberti – Senior Vice President, CCO e CFO Costa Crociere, John Portelli – General Manager Roma Cruise Terminal, Domenico Bagalà – Presidente AdSP Mare di Sardegna, Tomaso Cognolato – Presidente Assiterminal e Amministratore Delegato Terminal Napoli, Francesco Rizzo – Presidente AdSP dello Stretto, Alessandra Cabella – Senior Business Dev. Manager Southern & Eastern Europe and Middle East Oceania Cruises, Luigi Derchi – Amministratore Delegato CostaMedov, Alessandro Santi – Amministratore Delegato, Emanuele Gesù – LNG & new fuel projects Banchero Costa Network, Matteo Paroli – Presidente AdSP Mar Ligure Occidentale e Raffaele Latrofa – Presidente AdSP Mar Tirreno Centrosettentrionale.
Dopo i saluti istituzionali e l’intervento introduttivo di Roberto Petri, Presidente, Assoporti e Donato Liguri – Direttore Generale per porti logistica e intermodalità MIT Italian Cruise Day proseguirà con la presentazione della nuova edizione dell’Italian Cruise Watch di Risposte Turismo.
Dopo un’intervista a Edoardo Rixi, Viceministro, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il forum continuerà con la prima tavola rotonda “La crocieristica in Italia: stato dell’arte e prospettive future” riservata a investimenti, potenzialità del prodotto, costruzione degli itinerari e relazioni all’interno della filiera di produzione crocieristica. A seguire, la tavola rotonda “Cold-ironing e LNG, a che punto siamo?”, un confronto sugli ultimi aggiornamenti relativi agli investimenti e alle nuove tecnologie dedicate alle principali soluzioni per l’alimentazione delle navi al centro del dibattito sulla transizione energetica del settore.
La mattinata di lavori si chiuderà con l’intervento di Mario Zanetti – Amministratore Delegato Costa Crociere.
Nel primo pomeriggio, l’evento riprenderà con la tavola rotonda, “Investire nella crocieristica”, una conversazione per esplorare chi e come sta impegnando risorse per sostenere la crescita del comparto.
L’edizione 2026 di Italian Cruise Day si chiuderà con due appuntamenti: “la ricchezza della geografia crocieristica italiana” dedicata a ragionare sulle alternative di scalo e di scoperta del territorio che la penisola può offrire alle compagnie e ai loro passeggeri e “L’anello chiave tra nave e territorio: agenti marittimi a confronto”, un momento dedicato all’ ascolto del punto di vista degli agenti marittimi, figure centrali nella definizione delle future dinamiche del comparto.
Le iniziative collaterali: La Casa dei Porti Crocieristici e Carriere@ICD
Italian Cruise Day ospiterà anche in questa edizione l’iniziativa collaterale Carriere@ICD, l’unico career day in Italia dedicato al settore crocieristico che darà la possibilità a 50 giovani desiderosi di intraprendere un percorso professionale in questo comparto di ascoltare presentazioni aziendali e svolgere incontri e colloqui one to one con alcune delle più importanti aziende del comparto. Le aziende che hanno già confermato la propria partecipazione e che incontreranno i giovani a Livorno sono: Aloschi Bros., Cemar Agency Network, Costa Crociere, Crociere Più, Dolphins, Medov, MSC Crociere, Terminal Napoli, TFL Tours, Ticketcrociere, TrumpyTours.
Le candidature per le selezioni sono aperte fino a venerdì 16 ottobre.
Confermata anche la presenza di La Casa dei Porti Crocieristici, spazio informativo, di scambio e di discussione a disposizione di 40 porti e terminal crocieristici e di supporto al loro operato.
Qualche giorno dopo il forum, lunedì 26 ottobre si terrà inoltre “All Aboard!” di CLIA (Cruise Lines International Association), che porterà professionisti del mare a dialogare direttamente con gli studenti di una scuola primaria di Livorno, avvicinando i più giovani ai mestieri di bordo e al rapporto tra la città e il suo porto.
La XII°I edizione di Italian Cruise ha Fincantieri come main sponsor. Assoporti è sponsor del forum che conta anche sul supporto di Assiterminal. Il forum conta sul patrocinio dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
L'articolo Italian Cruise Day 2026, Livorno si prepara ad accogliere il forum della crocieristica proviene da Corriere Marittimo.

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Nature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-03244-3
Preserve research data for tomorrow’s AI-enabled integrity checksNature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-03245-2
Decentralized AI needs more evidence on energy useNature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-03246-1
When microbes degrade plastic, where does it go?Nature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-03234-5
Why not every global problem can be tackled by an IPCC-like organization
L’heure est cruciale pour Mobilizon.
Les financements de NLNet qui nous ont permis d’améliorer l’outil s’épuisent et leur renouvellement n’est pas acquis.
Pour ma part, après m’être consacrée à plein temps au projet depuis avril 2026 mes ressources personnelles s’épuisent. Alors qu’il faudrait plus que jamais mettre un coup de collier, à défaut de soutien financier je vais devoir me désengager.
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Ci sono libri che nascono da una tesi e libri che nascono per riempire un vuoto. Quello di Enrico Quarello prende forma dopo le dimissioni da Coop, quando a mancargli non è il lavoro ma «il senso profondo, pieno e “rotondo”» dello stare nella cooperazione insieme agli altri. Non è uno sfogo, ma un atto di restituzione: vent’anni nella cooperazione di consumatori, da Coop Adriatica alla direzione delle politiche sociali e della comunicazione di Coop Alleanza 3.0, diventano la diagnosi franca di un modello che rischia di arrivare al suo «punto di rottura».

Il timore è che il socio diventi un semplice “abbonato”. Stand Up Coop! è così una riflessione sulla crisi dei corpi intermedi, tentati di dare priorità alla gestione di una società che invece erano nati per trasformare. Il libro propone dieci tesi: la partecipazione dei soci, la governance, la socialità, il rapporto tra Coop e il capitale, l’innovazione e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la demografia, il rapporto con il Sud, il coinvolgimento dei lavoratori, la cultura, il rapporto con il cibo e le sue dimensioni, l’immigrazione e la solidarietà internazionale. Ogni capitolo si apre con un’introduzione narrativa che prende spunto da un’esperienza di impegno collettivo vissuta dall’autore: il Chiapas zapatista, il campo profughi di Tirana, una fabbrica ecuadoriana sepolta dalla cenere di un vulcano, una notte a discutere con Goffredo Fofi di cultura e impegno civico.
Il filo rosso è chiaro: la cooperativa o è sostanzialmente democratica o non è. Con Sartre, Quarello scrive che «è proprio partecipando che si esiste davvero», purché la partecipazione sia «libera, viva e vera». I soci «contano in modo uguale, ma il loro potere non è uguale»: senza strumenti reali si scade in una «recita democratica», e ogni riforma si riduce a «ginnastica statutaria». Per questo l’autore rifiuta il modello duale e chiede di «poter votare su quel che viene fatto, ma anche poter fare quel che viene votato». La democrazia, scrive, «può essere difesa solo nella misura in cui viene messa in pratica». E l’autonomia conquistata dalla cooperazione rispetto ai partiti oggi rischia di arretrare sul terreno della finanza.
Nel capitolo sui giovani c’è forse la definizione più bella di impegno civile del libro: esercitare la cittadinanza significa «spendersi per almeno una causa che non ci riguardi direttamente». Prospettiva in cui oggi, evidentemente, molti dirigenti cooperativi faticano ad esercitare. Da qui la proposta di una fase «costituente» aperta ai giovani, in cui il diritto a decidere sia «funzione diretta dell’impegno profuso», perché la cooperativa è un’impresa «di-persone-per-le-persone, comprese quelle che ancora non ci sono». Lo stesso vale per la cultura, che in una cooperativa significa «dare la parola». Il Sud ne è la controprova: lì la cooperazione di consumatori «ha fallito» perché calata dall’alto, senza base sociale. Prima viene la comunità, poi la forma.
Citando De André, Quarello descrive una cooperativa che parla ai soci di ieri, con tre tessere in tasca (Coop, partito, sindacato), e non ai sette milioni di oggi, più laici e plurali, da riconquistare ogni volta. Immaginare una base sociale indifferente è comodo per chi governa, perché lo esenta dal coinvolgerla: «ogni epurazione è spesso preceduta da una svalutazione che le prepara il terreno». Eppure «non c’è un punto in cui il socio finisce e inizia il cittadino». Se la partecipazione resta «inerte ratifica», il coinvolgimento dei soci diventerà «il Godot della cooperativa»: sempre annunciato, mai arrivato. L’Ubuntu africano lo dice in tre parole: «io sono perché noi siamo». E in latino curare vale per la salute come per la cosa pubblica. Prendersi cura dei soci è un atto politico: trattarli, come scrive Hilary Cottam, non come «pazienti da sistemare, ma cittadini con cui progettare».
Il cuore politico del libro è la denuncia della cooperazione sociale trattata come «mera beneficiaria» della grande cooperativa di consumatori: una visione «conservatrice e verticale, dove c’è chi si occupa di creare ricchezza e chi, sovente nel tempo libero, di problemi sociali». Allargando lo sguardo, il modo di costruire la partecipazione e di guardare al welfare è una scelta di identità politica ed economica, che riguarda probabilmente l’intero Terzo settore italiano. La cooperazione è nata come economia diversa dentro un sistema di mercato che ha trasformato le comunità in silos di individualismo.
Quando il sociale diventa un regalo, i diritti tornano concessioni. Si torna indietro, a quando la persona fragile era destinataria di carità e non titolare di diritti. La Costituzione ha rovesciato quello schema: l’articolo 3 non chiede alla Repubblica di essere generosa, ma di «rimuovere gli ostacoli». Per questo Quarello ricorda che la giustizia dev’essere metodo e non solo esito: è ciò che distingue «una vendetta da una sentenza».
Quarello ha lasciato la Coop, ma non la cooperazione. Il suo libro non chiede nostalgia né rifondazioni, ma coerenza: ai dirigenti, di non confondere la riforma con la ginnastica statutaria; ai soci, di smettere di sentirsi clienti. L’autore cita, giustamente, La libertà di Gaber: la libertà come impegno condiviso.
A me è tornata in mente Get Up, Stand Up di Bob Marley. Non è solo un’assonanza: lo Stand Up del titolo è lo stesso della canzone, e il senso è identico. I diritti si rivendicano, non si aspettano. Gaber ci ricorda perché partecipare, Marley ci dice di farlo adesso. Alzarsi in piedi, appunto. Perché un’organizzazione che non sa più dire perché esiste ha già cominciato a non esistere.
In apertura foto di Gustavo Fring da Pexels
L'articolo Il punto di rottura del modello cooperativo (visto da dentro) proviene da Vita.it.





It wasn’t the kind of call a grocery store gets every day. A customer with a thick Eastern European accent was on the phone saying he wanted to buy several thousand cans of Red Bull. Could the store have them in stock in a few days? Also, did they have equipment to move all those stacks of energy drinks into the parking lot, where two minivans would be waiting?
When the day came, Oct. 19, 2022, employees at the Smart & Final store in San Diego sold 3,960 cans of Red Bull and 720 of Monster Energy to two men and two women, all with the same accent, and helped them wheel the pallets out back. To pay for it all — the bill came to $10,747.05 — the group pulled out piles of plastic. These weren’t credit or debit cards; they looked more like hotel-room keys. There were 25 cards in all, each with a different amount loaded onto it, and the four people took turns swiping one after another. Then, the payment complete, they drove off.
In the days that followed, people as far away as New York and Florida made panicked calls to the store. They wanted to know why their food-stamp accounts (containing their Supplemental Nutrition Assistance Program, or SNAP, benefits) had been drained at this seemingly random location in San Diego.
It would turn out that what became known as the Red Bull Crew had gotten ahold of their SNAP data and used the funds to buy the energy drinks, which they then sold online or to smaller stores. It was hardly an isolated event. From September through November of that year, the same crew, part of a criminal syndicate based in Romania, bought at least $305,274.52 in energy drinks, using SNAP account information and PINs stolen from at least 174 victims nationwide, according to court documents and federal investigators.
To hear the Trump administration tell it, the SNAP program is under siege by well-heeled recipients of food stamps. Vice President JD Vance, upon being named “Fraud Czar” this spring, said: “There are people who have Lamborghinis who currently receive SNAP benefits.” Agriculture Secretary Brooke Rollins, whose agency oversees the program, regularly goes on TV and social media to allege that masses of SNAP recipients are scamming the system, driving Bentleys, Ferraris, Maseratis and, yes, Lamborghinis.
The federal government’s own statistics tell a different story. Confirmed cases of intentional program violations — fraud — committed by SNAP recipients account for $64 million a year, or about 0.08% of all benefits issued annually, according to the most recent 50-state reports compiled by the U.S. Department of Agriculture.
Meanwhile a far bigger fraud wave has exploded over the past five years: organized theft from SNAP recipients. In 2025, $470 million was stolen electronically from beneficiaries — and thus from the U.S. taxpayer — according to data supplied to ProPublica by Propel, a company that provides a mobile app for SNAP recipients to check their account balances and transaction histories. More than 990,000 households that received food assistance last year had benefits stolen. (The reason it’s necessary to use data from a private company: The federal government has stopped tracking rates of this crime.)
ProPublica interviewed nearly 100 victims of SNAP theft, federal prosecutors, Secret Service agents, USDA officials, caseworkers and other experts to understand what’s behind this phenomenon and why more isn’t being done to stop it. The victims are almost all working people with families, or retirees, who have struggled to afford groceries in the current economy. Most didn’t learn about the crime until they were in a checkout line, only to have their benefit card declined.

Upon reporting the disappearance of their food assistance, victims are informed that nothing can be done under current federal law. “The only thing they said was that [my benefits] cannot be refunded unless they were lost due to a natural disaster,” said one SNAP theft victim in Ohio. “They told me they’d add my name to the list,” said another in rural Oregon. “They advised if I feel the place is sketchy, don’t run my card there,” a victim in Philadelphia said. Still another, in Virginia, added, “They even charged me $2 for a replacement card.”
Perhaps the most vexing aspect of all: The federal government knows how to prevent the vast majority of this crime in a single step. Congress just hasn’t been willing to take it.
SNAP theft is an old scheme applied to a new target. For years, scammers would surreptitiously install skimming devices on card readers at ATMs, gas pumps and corner stores. These devices could read the data on people’s cards as they swiped — while a pinhole camera or overlay keypad captured their PINs — all of which could be picked up later or sent via Bluetooth to someone sitting in a nearby cafe or parking lot. This pilfered data, in turn, was used to make online purchases, or it was loaded onto cloned cards to withdraw cash.
Skimming became exponentially more difficult when credit and debit card companies installed digital microchips in the 2010s and then introduced tap-to-pay. But one kind of card did not get the new chips: Electronic Benefits Transfer, or EBT, cards, which people use to access SNAP and other public assistance. These still rely on the 1960s-era magnetic-stripe technology that skimmers can easily read.
EBT cards are not a particularly high-value target compared with bank cards. (The average monthly SNAP benefit is about $350 per household.) But funding boosts to SNAP during the pandemic temporarily increased benefit amounts, and profits could be considerable if you skimmed hundreds of people’s card information every month. Skimming teams, often run by Romanian gangs, pivoted. With cloned magnetic-stripe cards, they started buying up huge quantities of SNAP-eligible products like energy drinks and baby formula that are easy to store and resell.
“We’ve started many, many briefings saying that one of the biggest ways we’re going to fight this is to just get chips in the cards,” said Michael Peck, assistant special agent in charge of the Secret Service’s Criminal Investigative Division. Among the Secret Service’s lesser-known functions is investigating many financial crimes, and Peck leads its efforts against benefit theft. He said he and his team have delivered this message on Capitol Hill both at committee meetings and to individual members of Congress.
Yet congressional leadership has continually blocked legislation that would fund chip EBT cards nationally, despite universal support for the measure among Democrats and significant support among the Republican rank and file. For instance, House Committee on Agriculture Chairman Glenn Thompson, a Republican from Pennsylvania, said at a hearing in March that chip technology is “very effective.” But he shut down a bipartisan proposal to upgrade EBT cards with chips, citing unspecified budgetary constraints. (“Chairman Thompson is supportive of finding a fiscally responsible path forward for implementing policy that supports chip cards,” a committee aide said in a statement on his behalf. She added that “there was an appetite” for this reform among Republicans, but that Democrats weren’t willing to “find the budgetary offsets” for it.)
The Congressional Budget Office has yet to formally score the proposal, but multiple Hill staffers said they were told the total cost would be in the range of $215 million, as compared to the $600 million-plus annual loss on theft of SNAP and other benefits.

The main thing Congress has done about SNAP theft is to abandon a previous effort to help victims. The federal government had, since late 2022, been replacing people’s stolen funds, just as banks are required to do if your debit card is hacked. As a result, 753,929 households were compensated.
In December 2024, a bipartisan spending agreement that included a provision to extend these reimbursements through 2028 was on the brink of becoming law. But Elon Musk, who had been named a leader of the new Department of Government Efficiency, attacked the legislation more than 100 times on X, pushing to “defund everything.” (Musk did not reply to a request for comment.) Trump then sank the deal. Victims of SNAP theft can no longer get any of their benefits replaced. And with the government off the hook for losses, there is now less incentive to put money into the solution.
In the 22 months since, the Trump administration has gone on to strip funds for addressing EBT theft from the USDA’s annual budget requests to Congress, while cutting at least 650 of the staff of the federal Food and Nutrition Administration, the subagency that oversees SNAP. More than half of the technical experts whom the agency had hired to help it develop EBT card security guidance have been pushed out, according to the Government Accountability Office.
“Many of us who were working on fraud, we’ve left the federal government entirely,” said Kym Ayodeji, who had been a data scientist in the SNAP program until she departed this spring. (FNA, the agency she worked for, is also responsible for tracking fraud committed by retailers, which is far more prevalent than that committed by beneficiaries.) Ayodeji said she and her colleagues had been working on ways to identify retailers where unusually large quantities of certain items had been purchased and addresses where purchases made with many different EBT cards were being delivered. Some of this work was indefinitely delayed by firings, early retirements, agency reorganizations and government shutdowns, she said.
We want to hear from the officials and workers who help people navigate SNAP and Medicaid, because no one knows these programs better.
SNAP is federally funded and supervised. Congress and the USDA traditionally mandate, and pay much of the costs for, major changes to the system, especially involving technical coordination between states. States evaluate applicants and administer the accounts of those who are approved.
That said, states are allowed to adopt chip cards on their own. California has nearly completed the transition, and Alabama and Oklahoma began rolling out new cards this year. A handful of others initiated the process in recent months — before the One Big Beautiful Bill Act, starting Oct. 1, cut 50% of states’ administrative funding for SNAP, which Alabama and the others had tapped to transition to chip technology.
The rest — about 40 states — have likely missed their window, unless Congress acts. They’re also waiting for regulatory guidance on EBT card security and chip card implementation that the USDA has been claiming for nearly four years it is planning to publish. (The USDA Office of Inspector General has found that the agency’s failure to issue this has allowed the theft of at least $555 million in SNAP benefits.)
State-level SNAP administrators have also been overwhelmed with the hundreds of new requirements that the One Big Beautiful Bill Act has saddled them with. For one, the law mandates that states adopt intensive new work requirements for older adults and others, resulting in voluminous additional monthly paperwork. And federal funds will be slashed even further next year if states don’t scramble to reduce their “payment error rate,” a figure that measures unintentional over- and underpayments in SNAP benefits. With all of this to juggle, many state officials told ProPublica that they’ve put chip card implementation on hold in order to implement the Trump law — one of whose ostensible goals was to reduce fraud.
All the while, that law has cut food aid for more than 1.2 million children. The USDA’s Rollins has said that nearly 6 million people in total have been “moved off SNAP” during the current administration.

The White House declined to respond to a detailed list of questions. A USDA spokesperson, in an emailed statement, did not refute that Rollins has focused on individual SNAP recipient fraud rather than on EBT theft, but said that finding “cracks in public statements screams politics, not fact-finding.” The spokesperson also did not address ProPublica’s reporting showing that the agency has failed to deliver solutions on EBT theft specifically. Instead, the statement pointed to the agency’s work, in collaboration with the Department of Justice, combating retailer fraud. The USDA says it has cracked down on thousands of stores that were abusing their SNAP privileges.
Absent action from Congress or USDA leadership, it has largely been left to the Secret Service to apply an enforcement approach to what is arguably a policy problem. Agents first went after gangs like the Red Bull Crew, often by watching hours upon hours of grocery store surveillance footage. More recently, they’ve tried to get ahead of the scammers by heading to cities that have been hit by EBT theft attacks and then going store to store to check card readers for skimming devices. The agency has run more than 70 of these operations since April 2024, independent of any White House initiative.

Most of them are led by Peck, the assistant special agent in charge. With his form-fitting black polo tucked into cargo pants and a contoured beard, he has a flat affect even as he lists off colorful details like how the criminals sometimes ship dishwashers full of cash overseas. But he also emphasizes the vulnerability of the victims and wishes there was even more his team could do for them. “The U.S. has been fighting the War on Drugs and the War on Terror for how many years?” he said. “We are pushing hard and we’re doing all we can with the resources and abilities that we have.”
One bright morning in late June, dozens of law enforcement officers gathered in a Secret Service meeting room on the top floor of a downtown Brooklyn skyscraper, with a commanding view of the New York City skyline. In addition to unarmed Secret Service analysts in short-sleeved shirts inscribed with the field office they were joining from (Nashville, Miami, San Diego), there were agents from the USDA Office of Inspector General as well as a smattering of NYPD officers — who had guns, handcuffs and the jurisdiction to make arrests should anything go awry that day.
From a podium, Peck recapped how the multiday New York operation was going so far, including that the previous day, officers had happened upon two foreign nationals installing a skimming device, chased them down and made arrests. “Be safe, watch backs, stay fed,” he concluded.
Then everyone dispersed into teams of three or four. Each was given a list of dozens of stores in Brooklyn or Queens — disproportionately ethnic and dollar stores, but also some larger chains like 7-11 — that they were assigned to visit, based on data analytics showing where skimming activity was most probable.
The squad that ProPublica joined was headed to Midwood, in South Brooklyn, which is home to Orthodox Jews and immigrants from the Middle East, Central Asia and elsewhere. As we walked around the neighborhood with these federal agents, we got plenty of confused looks and some scared ones, too.
“Hello, we’re here with the Secret Service,” one of the analysts would say upon entering each store. Then they’d ask the store manager for permission to inspect each card reader. They also handed out flyers in four languages telling the cashiers what to look out for.
When they did find a skimming device, they donned gloves and masks to handle it. After prying it off the card reader, they bagged it and tagged it, to be sent in for DNA and fingerprint testing as well as digital forensic analysis. Maybe a lead could be extracted, a connection to a larger EBT theft ring.
These missions are clearly well-intentioned, and every skimmer removed saves families from being deprived of food. Yet, plainly, conducting store-to-store checks of card readers is inefficient. Over the course of two years, the agency has spent tens of thousands of staff hours checking 69,805 point-of-sale terminals at stores, 42,972 gas pumps and 10,661 ATMs. They’ve found 637 skimming devices. And as one agent told ProPublica, “There could be a new skimmer on there tomorrow.”
Ultimately, it just won’t be possible to arrest one’s way out of this crisis, both federal and state law enforcement officials acknowledged. Low-level runners keep arriving from Romania and elsewhere; even if they do get caught, they’re often able to bond out of jail because they’re only facing state charges for nonviolent offenses. Then they disappear.
Funding for chip EBT cards still faces dim prospects on Capitol Hill, according to Democratic and Republican lawmakers and staffers, even with newfound support from major retailer associations and big players like Walmart. There’s a chip card provision in the Senate’s draft version of this year’s Farm Bill, but the whole package is mired in a dispute between the parties — over the One Big Beautiful Bill Act’s cuts to SNAP funding — that looks like it will last until well after the midterm elections. This almost doesn’t matter, given that on the House side, the Farm Bill has already passed, and it contains no funding for chip cards.
And there’s been no movement on repeated bipartisan proposals from Sen. John Fetterman of Pennsylvania and others to renew the reimbursement program for families that have had their food assistance taken.

Certainly, the mass distribution of any new payment technology isn’t easy. California, Alabama and Oklahoma have had to phase in their new cards gradually, allowing customers to still use the card’s magnetic stripe if the chip isn’t working everywhere yet. And they’ve tried to notify rural convenience stores and gas stations, and help corner bodegas update their card readers, so that no one is left with only a chip card in a desert of stores that still just accept magnetic stripe.
But by doing all of this and employing additional data tools, California has reduced the theft of food and cash benefits by as much as 83% in just two years, the governor’s office said. And Alabama officials claim their state hasn’t had any confirmed EBT theft cases since they began to distribute chip cards this year.
Still, chip cards aren’t the entire solution and doubtlessly, scammers will find clever ways to get around this technology. Moreover, SNAP recipients have largely been denied the basic services that banks and credit card companies use to block likely fraudulent transactions in real time. (Think of the email or text alerts you get from your bank when suspicious purchases are attempted with your card information.)
If states were to try this without federal help, they would have to individually pay for the additional security features. Most have gone for cheaper options like advising or requiring SNAP recipients to change their PIN regularly and to lock their card when not using it. Both are useful stopgaps but require constant diligence.
State and county SNAP caseworkers said they’ve been deeply frustrated that ever since Trump and Musk killed the reimbursement program, all they can do for victims is suggest they change their PIN more often and maybe try reporting the crime to local law enforcement. “It is a short conversation,” said Norman Vogele, a caseworker in Oregon. The date of the crime and the missing amount is recorded. “It isn’t clear why we even do that much,” he said, “as there is zero recourse.”
The Red Bull Crew stayed on the run for over a year, using looted food benefits to buy hundreds of thousands of dollars of bulk energy drinks in Oklahoma, Kansas, North Carolina, South Carolina and Georgia. After hundreds of hours of surveillance by the Secret Service, federal prosecutors and local authorities, all but one of the members were arrested and served sentences ranging from one to three years. They’ve all since been released, and some may have been deported.
Meanwhile, every day, SNAP theft sprees keep popping up in new corners of the country. A Secret Service official sounded gloomy about the pursuit of street-level operatives on its own, without policy change. “You can arrest them,” he said. “But essentially once you take them off the street, there’s 10 more that are doing the same thing.”
The post Scammers Are Stealing Millions From Food Stamp Recipients. Congress Could Fix It — but Won’t. appeared first on ProPublica.
Nature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-03244-3
Preserve research data for tomorrow’s AI-enabled integrity checksNature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-03245-2
Decentralized AI needs more evidence on energy useNature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-03246-1
When microbes degrade plastic, where does it go?Nature, Published online: 13 October 2026; doi:10.1038/d41586-026-03234-5
Why not every global problem can be tackled by an IPCC-like organization

LIVORNO – Il settore crocieristico italiano si prepara a segnare un nuovo record nel 2026, confermando il trend di crescita degli ultimi anni. È quanto emerso nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2026 dell’Italian Cruise Day, in programma a Livorno il prossimo 23 ottobre. A illustrare l’iniziativa e le prospettive del comparto crocieristico è stato Francesco di Cesare, presidente di Risposte Turismo, insieme a Davide Gariglio, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Settentrionale e Matteo Savelli, presidente di Porto di Livorno 2000. L’iniziativa che è organizzata da Risposte Turismo in partnership con l’Autorità di Sistema Portuale e la società Porto di Livorno 2000, vede Fincantieri come main sponsor, Assoporti come sponsor del forum, beneficia del supporto di Assiterminal ed ha ricevuto il patrocinio dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Il presidente di Risposte Turismo durante l’incontro ha presentato l’andamento del comparto, con focus specifico per i mesi estivi, giugno – luglio -agosto 2026, analizzando le dinamiche dei diversi sistemi portuali italiani, tra segnali di crescita e flessioni territoriali.
«La crocieristica ha segnato un nuovo record nel 2023, un altro nel 2024, un altro nel 2025 e lo sta per registrare anche nel 2026», ha detto di Cesare, evidenziando una progressione costante dei risultati, con volumi che continuano a crescere. Un andamento che si inserisce in un contesto più ampio di ripresa dei settori produttivi dopo la pandemia.
Le flessioni territoriali e l’importanza di una visione di lungo periodo
A fronte del quadro positivo nazionale, alcuni territori mostrano dinamiche differenti. Per quanto riguarda i porti crocieristici del Nord Tirreno, nell’estate 2026 mostra una leggera variazione negativa si attesta intorno all’-1,1%, un dato che, secondo di Cesare, non deve necessariamente essere interpretato come un segnale strutturale di difficoltà.
«Non credo ci possano essere delle spiegazioni razionali, se non quelle di una normale dinamicità del traffico e delle presenze di navi e passeggeri nei porti in generale», ha osservato, invitando a valutare i risultati attraverso una prospettiva temporale più ampia.
Per comprendere le oscillazioni dei flussi crocieristici, infatti, è più utile considerare l’andamento di più anni anziché soffermarsi sui dati di un singolo esercizio o, a maggior ragione, di un singolo trimestre. Un approccio che consente di distinguere le variazioni fisiologiche del mercato dalle eventuali tendenze di più lungo periodo.
Più articolata, invece, la situazione dell’area adriatico e ionio (-4,3%) dove il recupero dei volumi precedenti alla pandemia procede con maggiore difficoltà. Secondo il presidente di Risposte Turismo, l’area, è quella del Mediterraneo che sta incontrando le maggiori difficoltà nel recuperare i livelli di traffico del 2019.
Per Venezia, in particolare, resta aperta la questione del pieno consolidamento della ripresa: l’obiettivo, ha spiegato di Cesare, non è necessariamente tornare subito ai volumi di qualche anno fa, ma raggiungere una condizione di maggiore stabilità nei flussi di traffico. «Un percorso sul quale si sta lavorando» ha detto.
Le tensioni internazionali ridisegnano gli itinerari crocieristici
Nel corso della conferenza stampa, di Cesare ha risposto anche a una domanda di Corriere Marittimo sulle possibili ricadute della crisi internazionale sulla distribuzione dei traffici e sulla rimodulazione degli itinerari delle compagnie di crociera. In particolare se il Mediterraneo possa beneficiare di una maggiore affluenza di passeggeri e navi come conseguenza dei rischi legati ad altri itinerari.
Il presidente di Risposte Turismo ha riconosciuto che l’attuale scenario internazionale sta favorendo, almeno in questa fase, una riallocazione dei traffici verso il Mediterraneo.
«In questa fase storica, anche se è indelicato dirlo, il Mediterraneo sta un po’ beneficiando, dal punto di vista del traffico, della necessità di rilocalizzare e di rivedere il deployment delle compagnie», ha spiegato, sottolineando come la situazione contingente possa tradursi in nuove opportunità per l’Italia e per gli altri mercati dell’area.
Resta tuttavia da capire se questi cambiamenti potranno consolidarsi nel tempo. La sfida, secondo di Cesare, sarà fare in modo che la maggiore centralità del Mediterraneo non si riveli soltanto temporanea e che i benefici acquisiti non vengano meno una volta superata l’attuale instabilità internazionale.
Nord Tirreno, da verificare le dinamiche della redistribuzione dei traffici
Più cauta la risposta sulla possibile redistribuzione dei flussi dal Nord Tirreno verso altri porti, italiani o stranieri. di Cesare ha sottolineato che, allo stato attuale, non ci sono elementi sufficienti per formulare una valutazione puntuale, pur riconoscendo che il fenomeno merita ulteriori approfondimenti.
Il dato da considerare, ha precisato, è che la lieve flessione registrata nel Nord Tirreno nella stagione estiva non dovrebbe tradursi in una contrazione complessiva dell’area nel 2026. Un elemento che invita a leggere le variazioni con prudenza, evitando interpretazioni definitive sulla base di dati circoscritti.
L’eventualità che una parte del traffico possa aver favorito porti non italiani, dunque, non è esclusa, ma richiede verifiche più approfondite.
Nel complesso, il quadro delineato da Risposte Turismo restituisce l’immagine di un settore in crescita a livello nazionale, ma caratterizzato da dinamiche territoriali differenti e sempre più condizionato dagli equilibri internazionali. Per interpretarne correttamente l’evoluzione, sarà quindi fondamentale distinguere gli effetti contingenti dalle trasformazioni strutturali del mercato crocieristico.
L'articolo Crociere, Italia verso un nuovo record – Flessioni per Nord Tirreno e Adriatico-Ionio in estate proviene da Corriere Marittimo.


© Amit Elkayam for The New York Times

© Alex Kent/The New York Times
L’inclusione delle persone con disabilità passa attraverso l’offerta di percorsi di autonomia, che siano opportunità lavorative o legate allo sport. Due mondi che si incontrano e si integrano, diventando modelli di vita per chi, la propria fragilità, la mette in campo per disegnare nuovi percorsi di vita. Mondi che hanno bisogno di avere gli strumenti necessari per operare, per esempio confrontandosi con la politica.
È questo che è successo nei giorni scorsi a Palermo, in occasione della visita della ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli: due giorni trascorsi a incontrare diverse realtà nelle loro sedi operative, ma anche per raccontare alla città come si possono mettere al centro le persone, i loro diritti, le loro capacità e il loro protagonismo nella società. Rispondendo anche a chi chiede di valorizzare maggiormente la dimensione della partecipazione.
«Il diritto di tutti alla piena partecipazione è la sfida anche dal punto di vista della disabilità, se non vogliamo categorizzare e differenziare. Io ho sempre parlato di tutte le persone con disabilità», ha detto la ministra Locatelli. «Per esempio nel documento finale della dichiarazione del G7 su inclusione e disabilità, il primo e al momento l’unico al mondo, che si è svolto proprio grazie all’Italia, noi ministri abbiamo affermato che dobbiamo portare avanti il diritto di tutti alla vita civile, sociale, politica, culturale, sportiva, relazionale, affettiva dei nostri Paesi».
Due giorni, quelli palermitani, durante i quali a parlare sono stati i diretti interessati, raccontando le loro fatiche, ma anche quei progressi spesso impercettibili che generano la gioia di chi sa bene quanto sia arduo conquistarli.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA
Sbaglia profondamente chi pensa che SporT21 Sicilia sia un’associazione che pone al centro dei percorsi di autonomia solo l’attività sportiva: lo sport è centrale, come si evince fin dal nome, ma proprio questa è una di quelle realtà convinte che l’inclusione si faccia a 360 gradi. Nata come associazione sportiva, oggi SporT21 Sicilia rivolge la sua attenzione alle persone con disabilità, impegnandosi in tutte le attività che coinvolgono la loro vita, per un’indipendenza che sia veramente totale.

«Siamo nati nel 2017 per portare i ragazzi a fare sport», afferma il presidente di SporT21 Sicilia, Giampiero Gliubizzi. «Abbiamo cominciato la nostra attività affiliandoci a diverse federazioni, prima quelle del Coni, poi quelle paralimpiche del Cip – Comitato Italiano Paralimpico. Nel 2019 abbiamo avviato anche dei percorsi sociali per tutti i nostri ragazzi, che sono in maggioranza persone con sindrome di Down. Non è, infatti, un caso che il nostro nome rimandi alla Trisomia 21. Lo sport ci aiuta a superare le barriere, ad andare oltre i nostri limiti. Attualmente l’associazione opera sia nel settore sportivo con due federazioni paralimpiche, la Federazione Italiana Sport Paralimpici degli Intellettivo Relazionali e la Federazione Italiana Paralimpica Calciobalilla. Proprio l’anno scorso abbiamo avviato quest’ultima affiliazione, dando modo ai ragazzi con disabilità intellettiva relazionale di praticare anche questa attività. Con la Fisdir, invece, facciamo judo e nuoto, attività competitive agonistiche a tutti gli effetti che portano i ragazzi a gareggiare ad alti livelli, anche se sempre commisurati alle loro attitudini. Ogni piccolo passo in più per noi è un punto in più che i ragazzi acquisiscono».
«Abbiamo poi avviato un percorso di inclusione attraverso la birra T21», aggiunge Gliubizzi, «un prodotto nato grazie a un bando vinto nel 2020 con l’assessorato regionale alla Famiglia e alle Politiche sociali. Il progetto prevedeva la conoscenza e trasformazione di prodotti siciliani e noi abbiamo scelto la birra. Abbiamo fatto un anno di percorso di tirocinio con cinque birrifici in tutta la Sicilia e alla fine del quale quello con il quale abbiamo proseguito un rapporto di lavoro è il birrificio Bruno Ribadi di Terrasini, in provincia di Palermo, che ci ha consentito di ampliare la conoscenza di questo mondo. Produciamo una birra senza glutine, quindi adatta anche ai celiaci».
Non solo la qualità delle birre è molto alta, ma anche il lavoro che c’è dietro è sicuramente di qualità e premia tutta l’associazione
Giampiero Gliubizzi, presidente di SporT21 Sicilia
Da lì, è nato un altro progetto, “Beer-Up – Da Mastri a Maestri”, «che ci ha consentito di trasferire le competenze dei nostri ragazzi ad altre analoghe associazioni del territorio siciliano, con un nuovo indirizzo sociale collegato anche all’inserimento lavorativo nella ristorazione. Non è stato e non è facile perché, per fare inclusione, ci vuole tutto un contesto. L’azienda disponibile, la disponibilità delle famiglie, quella degli operatori. Sinergie che non sempre si incrociano. Oggi siamo orgogliosi perché da circa 4-5 anni proprio la ministra Locatelli ci invita spesso alle grandi manifestazioni promosse dal ministero, ritenendo che il nostro progetto abbia una valenza sociale molto forte. In effetti, non solo la qualità delle birre è molto alta, ma anche il lavoro che sta dietro è sicuramente di qualità e premia tutta l’associazione. I ragazzi, poi, lavorano anche per etichettare le bottiglie e inscatolarle: attività che devono essere necessariamente poco pericolose, ma che danno grandi soddisfazioni. Ce lo rimandano ogni giorni i sorrisi di Francesco, Simona, Giorgia e Giulio, solo alcuni dei 15 ragazzi impegnati nell’attività. La loro gioia ci riempie i cuori. Puntiamo, però, sempre più in alto. Il nostro prossimo obiettivo è aprire un pub, trasferendo queste nostre capacità all’interno di una cooperativa, di un ente perché non possiamo farlo da soli. Sarebbe il naturale completamento di un percorso».
Il nostro prossimo obiettivo è aprire un pub, trasferendo le nostre capacità all’interno di una cooperativa. Sarebbe il naturale completamento di un percorso
Giampiero Gliubizzi, presidente di SporT21 Sicilia
Gliubizzi è padre di un uomo con sindrome di Down, di 35 anni. «Il primo figlio, nessun problema durante tutta la gravidanza, all’ecografia non si era mai notato niente. Non ci sono dubbi che la nascita di un ragazzo con la sindrome di Down sconvolga tutta la famiglia. Inoltre, 35 anni fa le conoscenze sula trisomia 21 erano diverse: ci dicevano che nostro figlio non sarebbe vissuto a lungo o che comunque non avrebbe avuto alcun tipo di autonomia. Una tristezza enorme. Inevitabilmente ti dai da fare, come fanno tutti i genitori che hanno figli con disabilità. Lavoriamo e cerchiamo di trovare la strada per garantire autonomia ai nostri ragazzi. A volte ci riusciamo, altre volte non ci riusciamo. Molto dipende dal contesto in cui viviamo e senza dubbio al Nord la realtà è ben diversa dalla nostra. Qui in Sicilia i progetti che riguardano il “dopo di noi” sono ancora molto indietro. Creare il vestito che possa adattarsi a ogni singolo ragazzo comporta molte difficoltà, che ogni famiglia spesso si ritrova ad affrontare da sola».

Simbolo del capoluogo siciliano per celebrare la fedeltà della città alla Repubblica Romana, l’aquila si moltiplica e diventa forza comune per raccontare il percorso de “Le Aquile di Palermo“, società sportiva fondata da genitori e ragazzi con distrofia muscolare. L’hockey in carrozzina elettrica è diventato per loro un importante strumento di integrazione sociale.

«Quando scendiamo in campo dimentichiamo tutto», dice Marina Lionetti, il capitano della squadra, in carrozzina per un’artrite reaumatoide non curata. «Non vediamo l’ora di ritrovarci insieme sulle nostre carrozzine a dimostrare quanto lo sport possa dare un altro colore alla vita. Corrisponde al vero quando si dice che “il viaggio è più importante della meta” perché per noi i momenti più belli sono quelli in cui viaggiamo insieme sul pulmino o quando ci ritroviamo negli spogliatoi a scherzare e dirci di tutto». Tecnicamente, lei, è «multitasking»: «Sono il capitano, ma all’occorrenza faccio anche il portiere, l’attaccante, il difensore. Nessuno sta mai ferma nel ruolo. Essere squadra è differente da fare squadra».
Le Aquile di Palermo porta avanti anche battaglie per la tutela dei diritti civili delle persone disabili. Il suo presidente, Salvatore Di Giglia, è anche coordinatore dell’Ente Tutela Disabilità (in passato Ufficio Nazionale del Garante della Persona Disabile, c’è stato un cambio di nome quando nel 2024 è stata istituita la figura del Garante Nazionale per i diritti delle Persone con disabilità, ndr) un ente di Terzo settore che punta proprio sui diritti: «I nostri ragazzi hanno una forza che difficilmente trovi in altre persone. Le loro sono vittorie sulla vita, anche se poi certamente portano a casa coppe e medaglie».
«Io ho 60 anni e non mi sono mai fermata». aggiunge il capitano della squadra. «Sono per natura una sportiva, ho sempre fatto nuoto, scherma, judo, dimostrando, anche quando il mio principale mezzo di locomozione è diventata la carrozzina, che non ci sono barriere, se lo vuoi. Certo, non tutti riescono ad avere un atteggiamento positivo e propositivo, ma da noi si fa di tutto per non dare spazio a quella voglia di rinchiudersi in casa e non avere più rapporti col mondo che ogni tanto fa capolino. Quando arriviamo sul campo, così, le nostre vittorie hanno un sapore unico».
«Non dico che la parola inclusione non mi piaccia o non vada usata, ma nel mio percorso preferisco parlare di come i ragazzi possano superare le difficoltà attraverso il senso di partecipazione». Nicoletta Mazzola, pedagogista specializzata in psicopatologia dei disturbi specifici dell’apprendimento, è presidente del Centro didattico “Il Giardino dei Talenti“: anche un doposcuola può essere strumento per offrire ai ragazzi l’opportunità di scoprire i propri talenti. In questa realtà non si fanno solo i compiti e l’assistenza allo studio: ci sono anche attività specialistiche di logopedia e neuromotricità, il tutto sempre e comunque in alleanza con le famiglie che seguono i loro figli, senza delegare agli operatori.

Non a caso il ministro Locatelli ha voluto conoscere quanta forza ed energia c’è nel progetto “Officine Blu, progetto di vita”, un percorso nato per accompagnare adolescenti e giovani adulti verso una maggiore autonomia, attraverso esperienze concrete, relazioni, partecipazione e valorizzazione delle proprie capacità. Vincenzo, in arte Vicio DJ, si è esibito davanti ad Alessandra Locatelli, nel corso di una serata piena di contenuti, ma anche di tanta leggerezza, come quella che sanno dare ragazzi come lui quando sono amati profondamente. «Tutto questo ci fa guardare al futuro dei nostri figli, parlando di opportunità e dell’importanza di costruire percorsi che mettono al centro la persona, i suoi desideri, i suoi talenti e le sue aspirazioni. Mio figlio Vincenzo ne è la dimostrazione. Il suo percorso di autonomia ha lavorato molto sulle sue abilità, tirando fuori il meglio di lui, per esempio la musica, ma anche la cucina, un’abilità che aveva sviluppato ma che ancora non aveva consolidato. Ora riesce a fare anche da solo. Ha sempre saputo cosa vuole fare nella vita ed è il mio orgoglio. La sua storia è stimolante anche per gli altri ragazzi».
«Amo lavorare alla consolle e proporre la musica che mi piace», esordisce Vincenzo. «Mi piace stare anche ai fornelli, per esempio so fare molto bene la pasta col tonno e credo che piaccia. Quello che vorrei veramente? Una ragazza. La vorrei “coccolosa”. E vorrei andare a vivere insieme a lei».
Le foto sono state fornite dagli intervistati
L'articolo Quando lo sport colora la vita: autonomia e partecipazione oltre la disabilità proviene da Vita.it.

© Agence France-Presse — Getty Images

Analizzando un campione di trecento sistemi meglio caratterizzati tra gli oltre mille noti nella Via Lattea, un team internazionale di ricerca guidato dall’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) ha scoperto che i sistemi multi-pianeta finora identificati appartengono a due distinte “famiglie”. Lo studio, pubblicato oggi sulla rivista Nature Astronomy, dimostra per la prima volta l’esistenza di un vero e proprio “legame genetico” tra la stella madre e i suoi pianeti, in grado di determinare la nascita, l’evoluzione dinamica e la futura stabilità dell’intero sistema planetario.

Illustrazione schematica del legame evolutivo tra le proprietà stellari e le architetture dei sistemi planetari. Ambienti di formazione stellare differenti danno origine a stelle e dischi protoplanetari con masse e abbondanze di elementi pesanti diverse, che a loro volta influenzano l’architettura dei sistemi multiplanetari che si formano al loro interno. Le stelle di massa inferiore a quella del Sole e con metallicità subsolare tendono a ospitare sistemi compatti, caratterizzati da livelli più bassi di eccitazione dinamica e da pianeti più piccoli ma più numerosi (a sinistra). Al contrario, le stelle più massicce, con metallicità solare o superiore, tendono a ospitare sistemi con un numero inferiore di pianeti, ma più massicci e distribuiti su orbite più ampie. Questi sistemi presentano una maggiore eccitazione dinamica, probabilmente dovuta a instabilità gravitazionali che possono espellere alcuni dei pianeti formatisi inizialmente (a destra). Crediti: Inaf / Università di Valencia / immagine generata con Ia
La prima famiglia è composta da sistemi ampi e massicci, spesso con masse totali comprese tra il doppio e dieci volte quelle del Sistema solare, che orbitano attorno a stelle più massicce e ricche di metalli (cioè elementi diversi da idrogeno ed elio) del nostro Sole. La seconda famiglia comprende invece sistemi compatti e a massa inferiore, costituiti da pianeti con masse e dimensioni comparabili tra loro – in una configurazione nota come “piselli in un baccello” (peas-in-a-pod, in inglese) – che orbitano attorno a stelle con massa e metallicità uguali o inferiori a quelle del Sole a distanze che, nella maggioranza dei casi, sono ben più strette di quelle di Mercurio nel Sistema solare.
Per poterle distinguere, le ricercatrici e i ricercatori hanno utilizzato una serie di parametri che consentono di confrontare le caratteristiche di sistemi così diversi tra loro. Per esempio, si è visto che quelli della prima famiglia presentano un’elevata “temperatura dinamica”. Misurata tramite un parametro che quantifica lo scostamento del sistema da una configurazione imperturbata con tutte le orbite circolari e sullo stesso piano, questa caratteristica è la traccia di un passato segnato da violente instabilità gravitazionali, collisioni giganti ed espulsioni di pianeti. I membri della seconda famiglia, invece, mostrano tracce di storie dinamiche meno violente e più vicine a quella del nostro Sistema solare.
«La domanda fondamentale da cui siamo partiti è stata: cosa determina le caratteristiche dei sistemi planetari come li vediamo oggi? Vengono stabilite alla nascita o sono scolpite dall’evoluzione nel tempo? La verità, alla fine, si è rivelata stare nel mezzo», spiega Diego Turrini, ricercatore dell’Inaf e co-primo autore dell’articolo. «I nostri risultati mostrano che esiste un legame genetico tra i sistemi planetari e le loro stelle e che, in funzione della stella attorno cui nascono, questo legame ne determina anche il destino». Variazioni, anche contenute nell’ambiente di formazione planetaria, dovute alle diverse proprietà stellari, possono cambiare radicalmente la natura del sistema in formazione e la sua evoluzione futura, determinando se questa sia caratterizzata da fasi di marcata instabilità e da impatti giganti.
«La difficoltà principale durante l’analisi dei dati è stata determinare se le due famiglie di sistemi planetari fossero reali o solo un’illusione creata dai limiti tecnologici delle attuali tecniche osservative», aggiunge Camilla Danielski, ricercatrice dell’Università di Valencia precedentemente assegnista di ricerca all’Inaf, co-prima autrice del lavoro. «Alla fine del percorso è diventato chiaro che gli effetti di selezione hanno agito come la punta dell’iceberg, rivelando l’esistenza di diversità ben più profonde e strutturali tra questi sistemi».
Per poter provare questa ipotesi, è stata essenziale anche una serie di simulazioni numeriche che hanno esplorato l’evoluzione di sistemi planetari con diverse condizioni iniziali. «Gli scenari che meglio riproducono le proprietà dinamiche della famiglia di sistemi ampi e massivi sono quelli in cui i sistemi sono instabili fin dalla nascita», sottolinea Danae Polychroni, ricercatrice dell’Inaf che ha seguito questa parte dello studio. «La maggiore abbondanza di materiale da cui formare i pianeti attorno alle loro stelle ospite fa sì che questi nascano troppo grandi, impedendo al sistema di rimanere stabile».
La scoperta chiarisce come l’ambiente stellare nativo influisca direttamente sul destino dei pianeti e sulla sopravvivenza di mondi potenzialmente in grado di ospitare la vita. La conoscenza di questo legame genetico costituisce una chiave di lettura essenziale per orientare la ricerca di architetture planetarie simili al Sistema solare e di pianeti potenzialmente abitabili come la Terra.
Per saperne di più:



In 2020, seven years after he was appointed to represent a client who claimed he was wrongly convicted, attorney Scott Galloway told the judge that he was still looking into the case and needed more time.
“I am still in the process of interviewing individuals,” the lawyer wrote to the judge in Delaware County, outside Philadelphia, who had already granted him 32 extensions.
His client, Nolan O’Neal, had been a 20-year-old high school student when he was arrested for murder by Chester police, who had four eyewitnesses identifying him. At his 2005 trial, those witnesses all recanted, saying police had pressured them to accuse O’Neal.
By the time Galloway joined the case, in 2013, O’Neal had already spent eight years in prison insisting he was innocent. The lawyer’s job was to help him file a petition under Pennsylvania’s Post Conviction Relief Act. That law provided a narrow path to freedom if Galloway could find crucial new evidence or prove that previous lawyers had mishandled the case.
But court records do not show that the attorney did much other than ask for more time.
In 2022, after nine years, one unsuccessful request to access evidence and 41 extensions, Galloway filed a two-page petition addressing just one of the many issues O’Neal had wanted him to raise. It would not be enough to get O’Neal his day in court.

For more than half a century, Pennsylvania has promised people who claim they didn’t get a fair trial the right to “effective” post-conviction legal representation, regardless of their ability to pay. That’s more than most states promise people after they have been convicted and lost their appeals.
Yet Pennsylvania has done little to fulfill that promise. The Philadelphia Inquirer and ProPublica previously reported that Pennsylvania lets lawyers resolve cases quickly using a practice that is discouraged in several states: filing “no-merit” letters, also known as Finley letters, urging judges to reject their clients’ handwritten or typed claims. In Philadelphia, dozens who had received such letters later had their convictions or sentences overturned based on issues their lawyers had rejected or overlooked.
But the problems go deeper than that: The state’s loose rules and its failure to fund post-conviction work have made the type of breakdown O’Neal encountered a recurring feature of this system.
By filing public records requests with courts serving all 67 Pennsylvania counties and analyzing a decade of court dockets, an Inquirer and ProPublica investigation found that the system Pennsylvania set up to protect the right to counsel instead allows, or even encourages, shoddy representation.
The news organizations found that:
While almost every county in the state has a public defender office, most post-conviction cases are handled by private lawyers who are paid hourly, by the case or by the year and work with little to no supervision. Our review of court records found pay as low as $500 per case and delays as long as 19 years without a single court filing.
In some counties, contracted lawyers’ backlogs spanned dozens of cases. In Chester County, an affluent region west of Philadelphia, a lawyer left cases untouched for as long as two years before the county ended his contract last fall.
Delaware County, where O’Neal was convicted, relies on a group of part-time lawyers to handle most of its post-trial matters. One is Galloway, who has handled 20 or 30 post-trial cases per year for the county in addition to running his own law practice and, for a time, holding local elected office. Galloway said that his ethical obligation to confidentiality prevented him from commenting on O’Neal’s case. Judge George A. Pagano, who granted him 41 extensions on O’Neal’s case, declined to comment.
In the years Galloway was on the case, O’Neal wrote him dozens of letters from state prison, proposing legal arguments and sending leads to investigate.
“It is a daunting and exhausting task to navigate this legal process and be heard,” O’Neal said in an interview. “We at times even have to fight the attorneys who are supposed to represent us.”
In 2020, he received a letter from the brother of the murder victim, admitting that his testimony against O’Neal was a lie. “I want to fix it. I know my brother would want me to. It’s been long enough,” he wrote. O’Neal said he pleaded with Galloway to track down the man.
In 2022, Galloway attached the brother’s signed statement to a sparse two-page brief, which mentioned none of the other issues O’Neal had raised nine years earlier or the other witnesses who’d come forward over the years. The judge started the process of dismissing the claim. One reason: The filing had been made too late. O’Neal is still fighting his case, now with a new court-appointed lawyer.

Before they are assigned a lawyer, Pennsylvania prisoners must write the first draft of their post-conviction filing on their own within a strict one-year deadline. The lawyers appointed to revise their petitions, on the other hand, are not generally held to any timeline. The state courts say lawyers should act “expeditiously so as to reduce unnecessary delays.” Yet judges have granted extensions liberally, court dockets show, and in many cases failed to impose any deadlines at all.
An Inquirer and ProPublica review of court dockets found that hundreds of people have waited two years or longer, only to receive no-merit letters. That analysis is an undercount, since many court clerks don’t clearly label attorney filings on their dockets. In Philadelphia alone, some 65 people have waited three to eight years for lawyers to take action before reaching that same outcome. Similarly, across the state, dockets show that lawyers received seven or more extensions in dozens of cases before filing Finley letters or nothing at all.
In 2017, Lee Mandell, who has been practicing law in Philadelphia for more than 50 years, sent a Finley letter saying that he’d written to but never spoken with his client of four years and did not understand his claims.
“It is entirely unclear as to what the defendant really means,” wrote Mandell. In his own review of the case, Mandell failed to flag an erroneous jury instruction that four years later would lead to the conviction being overturned. Mandell was later formally reprimanded for allowing another client’s hearing to be delayed by six years, during which time two witnesses died. He did not return calls seeking comment.
Judges’ inaction added to lawyers’ delays, leaving matters to stagnate for years on end. In 2023, the state’s Superior Court registered such concerns about a case from Wayne County, where a lawyer filed a “two-page, deficient motion to withdraw, and the PCRA court did nothing in this case for 20 years.”
To be sure, there can be good reasons for delays, since investigations can be complex. Lawyers have spent years chasing down missing witnesses, litigating requests for DNA testing or combing through police files.
But in almost 200 post-conviction cases across Pennsylvania in the last 15 years, lawyers were appointed, then filed nothing at all over the span of a year or longer before being replaced with a new appointed lawyer. One of the cases stagnated for almost seven years, only for a new attorney to pick up the file. Another man was appointed five lawyers over eight years, dockets show, none of whom filed anything on his behalf.
Court officials have long been aware of the backlogs wracking this system, even publishing a law review article about it in 2003. The study outlined needed reforms but acknowledged the lack of political will, saying the “low status” of these cases stems from a bias among judges and lawyers who believe “that most post conviction claims are frivolous.”
The loose timeline is just one dimension of a system with few standards. The state has published no best practices for indigent defense or guidelines on how many cases a lawyer can take; it has provided no training and instituted virtually no guidelines to ensure that court-appointed lawyers are qualified. As a result, lawyers hold widely diverging views on just what obligations they have to their clients.
The Inquirer and ProPublica previously found that about three-quarters of the time, Philadelphia lawyers who ended up filing Finley letters did not take basic steps such as meeting with their client, tracking down the trial lawyer’s file and obtaining all available discovery.
“I do not know how you can evaluate trial counsel’s performance, which is the main role of post-conviction counsel, without talking to your client and reading trial counsel’s file,” said Jennifer Merrigan, a co-founder of Phillips Black, a nonprofit law firm. That file would reveal whether the lawyer consulted with experts, received all relevant evidence from the prosecutor and investigated potential witnesses.
The state’s lack of vetting and training stands in contrast with national norms. A majority of other states have centralized defender services or support offices that provide resources, education and oversight. For instance, in North Carolina, appeals lawyers seeking court appointments must apply with the state appellate defender and submit references, work history showing the lawyer is qualified to litigate appeals and legal writing samples. They’re also required to take a training course covering strategy and best practices.

Even without a statewide office, Pennsylvania’s Supreme Court could establish minimum qualifications for lawyers handling indigent defense. In August, a state court committee published such a proposal, but it recommends only that lawyers have relevant work experience “to the extent practicable.” Work experience requirements have been enforced in some other states, such as Ohio, for years. But the committee’s proposal argued that work experience is not “possible to quantify” and that “less-than-experienced representation is better than no representation.”
Ted Skaarup, a public defender who has advocated for training and qualification requirements, said inexperienced and untrained lawyers are more likely to default to writing Finley letters. New lawyers, he said, are left to consult with older attorneys who may pass on bad practices. “You go to them for advice and they say, ‘I’ll send you a copy of my [no-merit] letter.’”
Only one of the state’s 67 counties provided written criteria requiring specific work experience for lawyers to be appointed to post-conviction cases in response to records requests. Philadelphia court leadership says that lawyers must complete a training session and show they’ve recently handled three hearings involving disputed evidence. A volunteer panel tasked with approving prospective lawyers there rarely meets and is not empowered to approve or reject candidates based on writing samples, a core part of screening appeals lawyers in some other places.
In Pittsburgh, the nonprofit Allegheny Lawyers Initiative for Justice has urged local court officials to set up a system to screen and supervise appointed lawyers. For now, the organization is running its own voluntary trainings, as well as a resource center with office hours, a library of sample motions and help with social service referrals.
Without such systems, the organization’s executive director, Rob Perkins, said, “There’s no quality control.” Lawyers can get away with “doing a poor job in these cases for years without anyone really paying attention.”
When attorney Corrie Woods took over Washington County’s post-conviction caseload in 2020, he was startled to discover about a dozen files that had been untouched since being assigned to the previous lawyer in 2019 or earlier. In some, the lawyer’s inaction had caused the clients to lose their appeal rights.
Looking back, Woods said, it’s not surprising, given that the western Pennsylvania county was paying him $25,000 a year as a part-timer for up to 24 cases. “These cases are not going to take priority in most law offices,” said Woods, who now handles mostly personal injury cases.
Under such a contract, he said, “Your incentive is to do the least work. You’re not getting more for doing more.”
The American Bar Association has long opposed such flat-fee pay structures for that reason. States including Colorado, Idaho and Nevada have banned them.
Not Pennsylvania. The state began contributing any money to indigent defense only in 2023. Today it kicks in just 57 cents per capita; neighboring states, on average, pay $26 per resident. Counties provide the rest as they see fit. A pending American Civil Liberties Union lawsuit claims that has resulted in widespread violations of the right to counsel.
At 57 cents per resident, Pennsylvania’s state-level contribution toward funding legal defense for poor people is a fraction of what neighboring states pay.

About three-quarters of Pennsylvanians live in counties that use flat-fee arrangements or cap the amount a lawyer can bill for a case. Daniel Buzard, the court administrator in the county where Woods held the contract several years ago, said in an email, “This provides financial stability for both parties.”
Some counties pay as little as $500 per case. Based on time estimates from Maine, one of the only states to publish post-conviction workload standards, that would come out to $11 per hour.
Twenty-one Pennsylvania counties offer flat annual pay for part-time lawyers — sometimes then assigning them caseloads that exceed Maine’s standard for full-time work.
“We at times even have to fight the attorneys who are supposed to represent us.”
Nolan O’Neal, Pennsylvania prisoner
Only five of the 18 contracts obtained in response to public records requests included a limit on the number of cases the court could heap onto a lawyer. None of the contracts set deadlines, specified a time commitment or described any oversight mechanism.
Stuart Wilder said his contract to handle post-conviction cases in Bucks County, outside Philadelphia, kept the lights on in his office for years. He worked hard for clients, he said, and won several challenging cases. But he said the flat-fee structure did require him to deprioritize cases where he didn’t see merit.
“Being able to file Finley letters gave me the time to work on cases I could fix,” said Wilder, who recently retired.
But in at least three counties, contract lawyers left multiple clients stranded for a year or longer with no progress on their cases, dockets show.
In 2021, the court in Erie County yanked 50 cases from attorney James P. Miller and eventually reported him for discipline, citing extreme delays that cost some clients their appeal rights. Miller, whose law license was suspended as a result, declined to comment. But Erie court administrator Robert Catalde said the debacle spurred the county to double lawyers’ pay to $46,800 and provide benefits.
A similar situation played out last year in Chester County, which abruptly ended its contract with the lawyer handling all its post-conviction cases, Charles Thomas Jr., after discovering that he had been putting in an average of just five hours a week across his roughly 25 cases.

One client, Patrick Hickson, said he spent two years trying to get Thomas to track down evidence that could clear him of a 2018 shooting or at least prove he didn’t get a fair trial. His defense lawyer had failed to call a single witness — admitting to the judge, mid-trial, that he’d wrongly assumed the prosecutor would send a summons to an eyewitness who had told police Hickson wasn’t the shooter.
To raise the issue, Hickson needed Thomas to track down the missing witness. But when he reached Thomas by phone in August 2025, for the first time in months, the lawyer told him he was off the case. “He said the courts told him he was taking too long,” Hickson said. Thomas declined to comment.
Chester County criminal court administrator Jordan Ludwick acknowledged concerns about the delays but said he resolved the problem by finding a qualified lawyer to take over the contract.
That attorney, Shannon McDonald, said it was “not an easy transition.”
“There were many cases that had not been touched at all,” she said.
She cut through the backlog by filing 17 briefs in just over three months. All but three were Finley letters.
“The case has to survive on the merits,” she said, “and, frankly, the deck is stacked against overturning a case.”
This March, she also sent Hickson a Finley letter. McDonald said ethics rules prevented her from discussing Hickson’s case, but in the letter she blamed Hickson for failing to track down the would-be witness and said his trial lawyer had a strategic reason for not sending the subpoena.
Reading the letter, Hickson said, “I felt defeated.”
Since McDonald asked to drop the case, he is pursuing exoneration alone.
The post He Waited Nine Years in Prison for His Lawyer to File a Single Brief. In This State, There’s No Rule Against It. appeared first on ProPublica.
«Oggi la BMW non nega i propri servizi né ai neonazisti ucraini né al gruppo di potere russofobo tedesco, proprio come un tempo servì il Terzo Reich», ha affermato la portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, Maria Zacharova, commentando sui suoi canali social il ritiro dell’offerta di leasing da parte del colosso automobilistico tedesco al nuovo presidente del Parlamento della Sassonia-Anhalt, Tobias Rausch, del partito Alternativa per la Germania (AfD).
La portavoce ha ricordato la storia della BMW durante la Seconda guerra mondiale. «La BMW non ha voltato le spalle al Terzo Reich. L’azienda produceva attivamente non solo motociclette e automobili per le esigenze del Reich, ma anche motori per gli aerei della Luftwaffe, con i quali i nazisti bombardavano senza pietà, tra l’altro, città e civili dell’Unione Sovietica, nonché motori a combustibile liquido per razzi “aria-aria”, con i quali abbatterono aerei nostri e britannici».
Zacharova ha poi sottolineato come l’azienda ricorreva ampiamente al lavoro forzato di abitanti dell’URSS e dell’Europa dell’Est catturati dai nazisti. «Nelle fabbriche della Bayerische Motoren Werke lavoravano senza sosta 35.000 persone trasformate di fatto dal Reich in schiavi. I lavoratori forzati rappresentavano fino a due terzi del personale totale dell’azienda», ha sottolineato. Attualmente, ha affermato, quasi un terzo delle azioni della BMW appartiene a rappresentanti della dinastia Quandt, che nel 1959 «investì il proprio capitale insanguinato» nella società.
«Questa famiglia fu uno dei gruppi industriali tedeschi che contribuirono a portare Hitler al potere e poi si arricchì grazie alla sofferenza e all’uccisione di milioni di persone. Durante la guerra hanno prodotto armi e batterie, ricorrendo in modo generalizzato al lavoro schiavizzato», ha scritto.
Pertanto, ha indicato, «non c’è da stupirsi che, al giorno d’oggi, la BMW non volti le spalle al regime neonazista dell’Ucraina, ma assecondi i seguaci ideologici dei collaborazionisti e gli ammiratori di Hitler» presenti al potere in Ucraina. La portavoce si chiede perché la BMW neghi il servizio ai rappresentanti eletti democraticamente dai cittadini tedeschi alle elezioni, mentre mantiene i propri rapporti commerciali con coloro che considera eredi ideologici del nazismo e «non volta le spalle nemmeno alla classe dirigente russofoba della Germania, che fornisce armi per uccidere gli slavi». «Non sarà forse che la BMW e la sua dirigenza, proprio come un tempo hanno sostenuto — contro gli interessi dei tedeschi — lo “Stato profondo” e gli ideologi della superiorità della razza occidentale, continuano a farlo ancora oggi?», ha chiosato.

L’Alleanza Atlantica si sta muovendo verso un piano per un inventario di armi a effetto valanga, secondo un rapporto preparato da Roscongress, “Scalabilità e convenienza: un nuovo approccio alla militarizzazione della NATO e dei suoi alleati”.
«Un’analisi dei piani di approvvigionamento di armamenti degli Stati Uniti e della fiera internazionale Eurosatory 2026 di Parigi rivela segnali di un imminente collasso della consolidata strategia tecnico-militare dei paesi della NATO», afferma il documento ottenuto da RIA Novosti.
Gli autori del rapporto hanno spiegato che, anziché fare affidamento su armi uniche, costose e tecnologicamente avanzate, il blocco sta puntando sulla semplificazione di tutti i componenti. Ciò include anche l’utilizzo di tecnologie civili e di articoli a duplice uso. «Questo approccio non solo riduce il costo del prodotto finale e ne accorcia i tempi di produzione, ma, cosa ancora più importante, consente un rapido aumento dei volumi di produzione. Ciò porterà in definitiva a una diffusione capillare di armi offensive a lungo raggio tra le truppe, siano esse terrestri, navali o aeree», ha spiegato la fondazione.
Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, aveva precedentemente affermato che il blocco non vede segnali di un imminente attacco da parte della Russia, ma ritiene che i paesi europei debbano essere preparati ad affrontare una qualche forma di “minaccia ibrida” a lungo termine.

Il lavoro da remoto può essere uno strumento per ridurre le disparità di genere nel mercato del lavoro. I risultati di uno studio indicano che quando alle madri è riconosciuta una priorità nell’accesso allo smart working – e il diritto è effettivamente fruibile – il loro reddito aumenta. Sulla distanza tra le prime stime statistiche […]
L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.
Il lavoro da remoto può essere uno strumento per ridurre le disparità di genere nel mercato del lavoro. I risultati di uno studio indicano che quando alle madri è riconosciuta una priorità nell’accesso allo smart working – e il diritto è effettivamente fruibile – il loro reddito aumenta. Sulla distanza tra le prime stime statistiche […]
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C’è chi avvicina Halloween a riti religiosi celtici per arrivare a derivazioni americane ma oggigiorno il significato originario a tantissima gente, innamorata di questa festa poco interessa. Infatti il significato di Halloween – ai nostri tempi – si è sicuramente spogliato di ogni matrice religiosa diventando una festa decisamente consumistica di stampo americano.
La diffusione ed il successo che questa festa ha avuto negli Stati Uniti d’America ha fatto sì che questa festa diventasse non solo una festa per i bambini, ma anche (e forse soprattutto) per gli adulti, per i quali i locali notturni e le discoteche organizzano ogni anno feste a tema, rievocando le atmosfere tipiche della notte delle streghe.
Soprattutto a Milano, la città del divertimento la notte proporrà feste e ritrovi di ogni tipo al fine di soddisfare ogni palato e gusto !
Si parte da Aperitivi classici o Openwine che fanno si di iniziare la festa anche in preserata.
Di fortissima moda nell’ultimo periodo sono le cene cantate. Un Dinner Show caratterizzato appunto dalla formula mangia e divertiti cantando in compagnia di amici. Questa soluzione ultimamente è sempre più preferita per un pubblico più adulto cosi da divertirsi ma non fare per forza le ore piccole del mattino.
Con il passare delle ore la notte la farà da padrona e quindi tantissimi locali milanesi daranno vita a feste a tema e allestimenti spaventosi.
Qui troverai alcuni suggerimenti per far si che Halloween sia una serata da ricordare !

HORROR DINNER SHOW – Cena Cantata + Dj Set
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Via Nino Bixio 1 – Sesto San Giovanni – Milano
MIRROR – The other side
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Aperitivo e Disco 25 euro 1 Drink + 1 Flute
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Via Piero della Francesca 55 – Milano
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Via Giulio Cesare Procaccini 4 – Milano
CIRCO DE LOS MUERTOS
BIGLIETTI & RELEASE (Ingresso senza consumazione)
TICKET ONLINE :
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I biglietti sono disponibili in formule release ad esaurimento limitato.
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Via Gaetano Negri 10 – Milano
ONE NIGHT IN HELL
Ingresso aperitivo dalle 20.00 alle 22.00
20,00€ con 1 drink e food a buffet ( poi si può rimanere anche per la serata disco )
Ingresso serata dalle 22.30 alle 01.00
UOMO 20€ con 1 drink
DONNA 15€ con 1 drink
Obbligatorio TICKET ONLINE :
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HORROR DINNER SHOW – Cena Cantata + Dj Set
Menu Carne 60 euro
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Viale Camoens 2 – Milano
MALICE IN WONDERLAND
Aperitivo e Serata DjSet
TICKET ONLINE
30 euro
( i prezzi sono soggetti a variazioni in base alle release disponibili )
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Via Messina 38 – Milano
THE BALL OF THE DAMNED
Aperitivo e Serata DjSet
TICKET ONLINE
25 euro
( i prezzi sono soggetti a variazioni in base alle release disponibili )
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L'articolo Halloween 2026 a Milano…ecco i migliori eventi. proviene da InfoMilano.news.
“Ancora un caso di crudeltà ai danni di un povero animale e guarda caso il responsabile, già individuato, è un cacciatore che si è introdotto in una proprietà privata e ha freddato Zeus, un povero maremmano. Grazie alla legge Brambilla, la norma, in vigore dal luglio 2025, che tutela gli animali come esseri senzienti e punisce severamente chi fa loro del male finalmente questo criminale andrà in carcere e avrà una sanzione pesante”.
Così l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della LEIDAA e dell’Intergruppo parlamentare per i diritti egli animali e la tutela dell’Ambiente, commenta la notizia dell’uccisione del cane Zeus, avvenuta a Olbia. Come riportano diversi organi di stampa una persona armata sarebbe entrata nel terreno recintato, attirando l’attenzione del maremmano che ha cominciato ad abbaiare per difendere il territorio. “L’intruso – riferisce il proprietario del povero Zeus – ha prima tentato di colpirlo con alcune pietre poi ha imbracciato il fucile, ed esploso due colpi contro Zeus, ammazzandolo”. Poi avrebbe tentato di occultare il cadavere dell’animale trascinandolo per le zampe in un canalone e avrebbe minacciato di morte il proprietario. I carabinieri hanno provveduto al sequestro del fucile che sarebbe stato utilizzato per uccidere il cane e di tutte le armi in possesso dell’uomo, inoltre sono scattate la sospensione della licenza di caccia e la segnalazione alla Procura della Repubblica per diversi reati.
“Nel caso di uccisione con crudeltà e senza necessità – precisa la presidente di LEIDAA – la legge Brambilla prevede la reclusione fino a quattro anni e una multa fino a 60mila euro. Una pena severa che non riporterà in vita il povero Zeus, ma darà giustizia lui e a tutti gli animali uccisi dalla crudeltà dell’uomo. E non sorprende constatare come, per l’ennesima volta, un atto di crudeltà e barbarie avvenga ad opera di un cacciatore. La caccia – ho avuto più volte modo di sottolinearlo – è una pratica in sé violenta e anacronistica, che ci mostra oltretutto un volto fatto di abuso e prevaricazione: per questa ragione va limitata fino all’abolizione”.
The post CANE UCCISO A OLBIA, ON. BRAMBILLA: “LA MIA LEGGE LO PUNIRÀ CON CARCERE E MULTA” appeared first on nelcuore.org.
Una vulnerabilità critica in Bricksforge per WordPress sta esponendo migliaia di siti a un rischio elevatissimo: l'esecuzione di codice da remoto (RCE). Questa falla di sicurezza, identificata come CVE-2024-25137, ha ricevuto il massimo punteggio di gravità, un CVSS di 10.0.
Cosa significa? Un malintenzionato potrebbe prendere il controllo completo del tuo sito web senza nemmeno doversi autenticare.
Vediamo insieme di cosa si tratta e, soprattutto, come puoi difenderti.
Bricksforge è un popolare add-on per Bricks Builder, uno strumento molto amato per la creazione di siti WordPress. Aggiunge funzionalità avanzate come form complessi, animazioni e gestione di dati dinamici. Il cuore del problema risiede proprio nella gestione del processo di upload dei file tramite i suoi moduli di contatto. La pericolosità di questa falla è estrema.
Un utente non autenticato può sfruttarla per caricare un file PHP malevolo sul tuo server e poi eseguirlo. Da quel momento, le possibilità per l'attaccante sono infinite:
In parole semplici, è come lasciare la porta di casa non solo aperta, ma con un invito scritto per i ladri.
Per capire come proteggersi, è utile comprendere il meccanismo dell'attacco e conoscere gli attacchi simili avvenuti in passato. Gli hacker hanno scoperto un modo per aggirare i controlli di sicurezza del plugin.
L'attacco si svolge in due fasi. Inizialmente, l'hacker carica un file che si presenta come un'immagine innocua, ad esempio un file .gif. Il plugin esegue un primo controllo sul tipo di file (MIME type) e, riconoscendolo come immagine, lo accetta e lo salva in una cartella temporanea.
Il problema sorge nella seconda fase. L'hacker invia una richiesta di sottomissione del modulo creata ad hoc. In questa richiesta, specifica il percorso del file "immagine" appena caricato, ma indica una destinazione finale con estensione .php. Il plugin, fidandosi delle informazioni fornite, sposta il contenuto del file (che include codice PHP malevolo) nella nuova posizione con la nuova estensione. A questo punto, all'hacker basta visitare l'URL del file per eseguire il codice e compromettere il sito.
Le analisi dei ricercatori di sicurezza, come Patchstack, mostrano che questi tentativi di attacco sono altamente automatizzati. Sono stati registrati exploit provenienti da decine di indirizzi IP diversi, spesso a pochi secondi di distanza l'uno dall'altro. Questo indica una campagna diffusa che mira a colpire il maggior numero possibile di siti vulnerabili.
Se utilizzi Bricksforge nel tuo sito in WordPress, la tua priorità assoluta è agire immediatamente contro questa vulnerabilità. Non attendere di notare comportamenti anomali sul tuo sito, perché a quel punto potrebbe essere già troppo tardi.
La soluzione è semplice e diretta: aggiornare il plugin. Gli sviluppatori hanno già rilasciato le patch correttive.
La falla di sicurezza riguarda tutte le versioni di Bricksforge fino alla 3.1.8.9 inclusa. Aggiorna immediatamente alla versione 3.1.8.10 o successiva.
Il team ha rilasciato anche una correzione per i Pro Forms nella versione 4.0.1. Si raccomanda l'aggiornamento anche se non usi moduli con campi di upload. Non rimandare questo passaggio. È il modo più efficace per chiudere la porta agli aggressori.
Se temi che il tuo sito sia già stato compromesso o vuoi fare un controllo di sicurezza, ecco alcuni passaggi da seguire:
Questo incidente non è un caso isolato. Sottolinea ancora una volta un punto cruciale nella gestione di un sito WordPress: la gestione delle vulnerabilità.
I plugin, per quanto utili, possono diventare punti deboli se non vengono mantenuti aggiornati. Le falle di sicurezza legate all'upload di file sono comuni e pericolose perché offrono una via d'accesso diretta al server.
La lezione è chiara: mantieni sempre il core di WordPress, i temi e i plugin aggiornati all'ultima versione. La sicurezza informatica non è un'attività da fare una tantum, ma un processo continuo di vigilanza e manutenzione.
L'articolo Vulnerabilità Bricksforge WordPress e come proteggere il tuo sito proviene da sicurezza.net.

Le prime stime dell’attività economica sono spesso diverse dal risultato finale. Non è una questione solo italiana e le revisioni sono sempre al rialzo. Capire perché accade diventa cruciale e gli istituti di statistica dovrebbero chiarirne le cause.
L'articolo Serve una spiegazione delle correzioni al Pil proviene da Lavoce.info.
di Loretta Napoleoni
L'accordo sul diesel russo siglato tra Donald Trump e Vladimir Putin è davvero la mossa vincente per salvare l'economia americana? Secondo l'economista Alessandro Volpi, intervistato da L'AntiDiplomatico, si tratta solo di uno specchietto per le allodole in un quadro macroeconomico ben più allarmante. Gli Stati Uniti si trovano infatti schiacciati sotto il peso di un debito federale insostenibile e di un mercato azionario ipertrofico. Sull'intesa energetica, il Prof. Alessandro Volpi non usa mezzi termini, chiarendo che la misura ha solo un valore simbolico: "L'accordo prevede dei volumi che sono talmente ridotti che difficilmente potranno modificare le difficoltà con cui gli Stati Uniti devono fare i conti".
Il vero elefante nella stanza, prosegue Volpi, è la spaventosa speculazione legata al settore tecnologico, finanziata a debito. "Se salta il tappo della bolla dell'intelligenza artificiale – avverte l'economista – ho l'impressione che gli effetti possano essere davvero disastrosi". Un collasso interno che si unirebbe all'inesorabile avanzata della de-dollarizzazione guidata dai Paesi BRICS. Le opzioni per Washington, ormai, si restringono a soluzioni estremamente dolorose che minerebbero la leadership globale americana: "Una svalutazione del dollaro o una ristrutturazione del debito vogliono dire che gli Stati Uniti accelerano ulteriormente la loro marginalizzazione sul piano internazionale". Un avvertimento severo, che pesa come un macigno sulle future scelte strategiche di Washington.

di Maylyn López | Neuropolitica
«Sei troppo emotiva». «Con te non si può scherzare». «Lascia parlare chi ne capisce». Immaginiamo queste frasi durante una riunione. Si sta discutendo un progetto, eppure il centro della conversazione cambia: dalle idee si passa alla legittimità della persona che le esprime.
Il linguaggio può riconoscere competenza oppure screditarla, aprire il confronto oppure renderlo rischioso. Per comprendere la violenza verbale occorre quindi osservare anche ciò che accade dopo: chi viene ascoltato, chi deve difendersi, chi comincia a tacere.
Il confine tra critica e umiliazione
Correggere un errore e chiedere risultati fanno parte della responsabilità professionale. La differenza emerge quando la comunicazione smette di riguardare il lavoro e diventa un attacco alla dignità. «Questa analisi va completata con dati verificabili» identifica un problema sul quale intervenire. «Sei incapace, come sempre» svaluta la persona e trasforma un errore in un’identità. Contano il contenuto, il contesto, i rapporti di potere e l’eventuale ripetizione. Anche un singolo episodio grave merita attenzione: la Convenzione 190 dell’Organizzazione internazionale del lavoro comprende comportamenti inaccettabili, o loro minacce, sia isolati sia ripetuti, capaci di provocare danni fisici, psicologici, sessuali o economici.
La violenza verbale ha conseguenze proprie. Presentarla soltanto come il preludio di un’aggressione fisica rischia di oscurarle: l’escalation non è inevitabile e il danno psicologico merita tutela in sé.
Il potere di chiamarla “battuta”
«È fatto così». «Era sotto pressione». «Non prendertela».
Espressioni apparentemente concilianti possono spostare la responsabilità dal comportamento di chi umilia alla reazione di chi lo subisce. È un problema di framing: la cornice interpretativa orienta ciò che consideriamo rilevante e il tipo di risposta che riteniamo necessario. Se un episodio viene definito “eccessiva sensibilità”, l’attenzione si concentra sulla persona ferita. Se viene riconosciuto come “umiliazione pubblica”, diventa necessario esaminare la condotta e la risposta dell’organizzazione. Questa è una chiave di lettura neuropolitica: il linguaggio contribuisce a stabilire quali comportamenti appaiono normali, quali obiezioni risultano legittime e chi deve giustificarsi. Significa osservare come le interpretazioni distribuiscono credibilità e responsabilità.
Dalla riunione all’opinione pubblica: il ruolo dei media
Queste dinamiche acquistano una dimensione collettiva quando entrano nel discorso pubblico. Teun A. van Dijk, tra i principali studiosi dell’analisi critica del discorso, mostra come il potere si eserciti anche attraverso l’accesso alla comunicazione: chi viene intervistato, quali voci ottengono autorevolezza, quali esperienze restano ai margini.
Nel suo approccio sociocognitivo, il discorso interagisce con conoscenze, convinzioni e rappresentazioni condivise. Titoli, fonti selezionate e informazioni omesse possono orientare il modo in cui il pubblico interpreta un evento. L’influenza non è automatica: dipende anche dalle convinzioni precedenti, dalle esperienze e dalla possibilità di confrontare narrazioni diverse.
Applicando questa prospettiva alla violenza, la scelta delle parole diventa decisiva. Definire un’aggressione «lite di coppia» può suggerire una responsabilità reciproca; parlare di «raptus di gelosia» può concentrare l’attenzione sull’emozione dell’autore, oscurando eventuali precedenti condotte di controllo. Sono esempi di lettura critica, da valutare sui fatti di ciascun caso.
Anche insistere sull’aspetto o sul carattere di una donna, lasciando sullo sfondo ciò che sostiene, può spostare il giudizio dalla sua competenza alla sua conformità alle aspettative sociali.
Il giornalismo può contrastare questi meccanismi: verificare i fatti, rendere visibili le responsabilità accertate, dare spazio a competenze diverse ed evitare cornici che attenuino l’abuso. Le scelte editoriali contribuiscono a definire ciò che una società riconosce come accettabile.
Quando la fermezza di una donna diventa un difetto
La teoria della congruenza di ruolo di Alice Eagly e Steven Karau descrive un doppio vincolo: le aspettative associate al genere femminile possono entrare in conflitto con quelle attribuite alla leadership. Una donna può essere considerata poco adatta a guidare e, contemporaneamente, essere penalizzata quando esercita comportamenti riconosciuti come autorevoli in un uomo.
Etichette come “aggressiva”, “fredda” o “difficile” vanno quindi esaminate: descrivono una condotta osservabile oppure esprimono disagio davanti alla sua autorità?
La domanda è concreta: userei la stessa parola per descrivere lo stesso comportamento se cambiasse il genere della persona?
Lilia Cortina e colleghe hanno studiato l’“inciviltà selettiva”: forme di trattamento irrispettoso che possono veicolare discriminazione anche senza insulti apertamente sessisti. In tre organizzazioni statunitensi hanno rilevato legami tra genere e appartenenza razziale, esposizione all’inciviltà e intenzione di lasciare il lavoro.
La disparità riguarda anche la possibilità di concludere un intervento. Le ricerche documentano contesti nei quali le donne vengono interrotte più degli uomini. Lean In, in un aggiornamento del giugno 2026 basato sulle proprie indagini, riporta che le donne hanno una probabilità doppia rispetto agli uomini di dichiarare di essere interrotte o sovrastate nella conversazione più degli altri. Il dato riguarda esperienze riferite, non il conteggio di ogni interruzione.
Un’interruzione occasionale non equivale a violenza. Quando però togliere la parola diventa sistematico e colpisce selettivamente alcune persone, può limitarne l’autorevolezza e l’influenza sulle decisioni.
Il costo per chi lavora e per chi decide
Nell’ottobre 2026 l’Organizzazione internazionale del lavoro ha richiamato i risultati dell’indagine globale ILO–Lloyd’s Register Foundation–Gallup, pubblicata nel 2022: circa il 23% delle persone occupate aveva sperimentato violenza o molestie fisiche, psicologiche o sessuali nel corso della vita lavorativa. È un dato complessivo, che riguarda donne e uomini e non misura specificamente la violenza verbale.
Il rispetto ha valore indipendentemente dalla produttività. Esistono però evidenze utili a contestare l’idea che l’aggressività favorisca i risultati.
In uno studio randomizzato pubblicato su Pediatrics nel 2015, Arieh Riskin e colleghi osservarono 24 équipe di terapia intensiva neonatale durante una simulazione. Quelle esposte a commenti scortesi ottennero prestazioni diagnostiche e procedurali peggiori rispetto al gruppo di controllo. La condivisione delle informazioni e la richiesta di aiuto contribuirono a spiegare gli effetti osservati.
Lo studio riguarda un contesto specifico, non ogni ambiente professionale. Indica tuttavia un rischio concreto: il trattamento irrispettoso può ostacolare processi necessari alla collaborazione.
Che cosa perdiamo quando parlare diventa rischioso?
La ricerca di Amy Edmondson sulla sicurezza psicologica collega la possibilità di assumere rischi interpersonali ai comportamenti di apprendimento nei gruppi. Segnalare un errore, chiedere aiuto o contestare una decisione richiede un ambiente nel quale esporsi non comporti umiliazione.
L’assenza di segnalazioni non certifica quindi il benessere. Nell’indagine ILO, tra le ragioni per non raccontare violenze e molestie comparivano il timore per la propria reputazione e la convinzione che parlarne fosse inutile.
Un’organizzazione apparentemente tranquilla può aver smesso di ricevere informazioni essenziali perché le persone hanno rinunciato a esporsi.
La responsabilità della leadership
Prevenire richiede scelte verificabili: criteri chiari sui comportamenti inaccettabili, canali di segnalazione credibili, gestione imparziale e protezione dalle ritorsioni. Richiede anche interventi quotidiani: fermare un attacco personale, riportare il confronto sui fatti, restituire la parola a chi è stato zittito.
Chi guida deve verificare la coerenza dei giudizi e valutare come vengono ottenuti i risultati. Premiare una prestazione ignorando le umiliazioni che l’accompagnano comunica una precisa gerarchia di valori.
Formare le donne all’assertività offre strumenti utili. La responsabilità di interrompere gli abusi resta però a chi li agisce e a chi ha il potere di intervenire.
La leadership è un’abilità universale, che ogni persona può sviluppare, indipendentemente dal genere. Parlarne significa costruire condizioni nelle quali ciascuno possa esercitare competenza, dissenso e responsabilità nel rispetto degli altri. Riconoscere gli ostacoli che colpiscono le donne è parte di questo impegno.
La qualità della leadership si vede anche da ciò che una persona può dire senza temere di essere umiliata.
*E' autrice di "Leadershe: la tua voce è potente" nella quale approfondisce tutti i temi trattati nell'articolo

L’Italia ha introdotto la valutazione di impatto generazionale delle leggi. Perché non resti un adempimento formale, deve rendere visibili costi, benefici e rischi che le politiche trasferiscono avanti nel tempo. Cosa insegna l’esperienza internazionale.
L'articolo Una misura del conto lasciato ai giovani proviene da Lavoce.info.
L'Iran ha condannato con fermezza le ultime dichiarazioni dei funzionari britannici che cercano di collegare il Paese a un presunto incidente di sicurezza avvenuto presso la base aerea della Royal Air Force (RAF) di Fairford, nel sud-ovest dell'Inghilterra.
In una nota ufficiale rilasciata dal Ministero degli Esteri di Teheran, l'iniziativa di Londra è stata definita una "manovra spregevole" intesa ad alimentare la campagna di "iranofobia" e a sviare l'attenzione dalla responsabilità diretta del Regno Unito nel sostegno alle operazioni militari contro il popolo iraniano.
Teheran convoca l'ambasciatore britannico
In risposta alle affermazioni britanniche, il governo iraniano ha convocato ufficialmente l'ambasciatore del Regno Unito a Teheran per chiedere chiarimenti formali.
Nel corso del colloquio, la diplomazia iraniana ha ribadito che il governo britannico non può sottrarsi alle proprie responsabilità politiche e legali ricorrendo ad affermazioni ambigue e prive di riscontri oggettivi. In particolare, il Ministero degli Esteri ha criticato l'uso da parte dell'intelligence e dei media britannici di espressioni come "altamente probabile" o "quasi certamente", giudicate un chiaro tentativo di attribuire credibilità ad accuse non dimostrate senza assumerne la responsabilità formale.
L'accusa di un'operazione "falsa bandiera"
La nota di Teheran richiama anche i precedenti storici di Londra nell'uso di accuse militari verso Paesi terzi, pratiche che in passato hanno contribuito ad aumentare le tensioni in Medio Oriente.
Il testo della dichiarazione ufficiale recita:
"Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Islamica dell'Iran respinge categoricamente le accuse infondate e ritiene il governo britannico, così come gli ideatori ed esecutori di questa rozza operazione 'false flag' (sotto falsa bandiera), pienamente responsabili di tutte le conseguenze derivanti da tali falsità."
Il ruolo strategico della base di Fairford
La base aerea di Fairford occupa una posizione centrale nello scacchiere geopolitico attuale. Trattandosi dell'unica struttura nel territorio continentale britannico utilizzata dalle forze armate statunitensi per ospitare bombardieri a lungo raggio, lo scasso è stato autorizzato da Londra a supportare operazioni mirate contro i sistemi missilistici iraniani.
La controversia attuale nasce dagli eventi di fine settembre, quando le autorità britanniche hanno arrestato diversi individui nei pressi del perimetro della base con l'accusa di terrorismo e possesso di materiale esplosivo. I sospetti sono stati successivamente rilasciati su cauzione senza che sia stata presentata alcuna prova pubblica di un presunto legame con Teheran.
Secondo l'Iran, i tentativi di collegare il Paese a questa vicenda rappresentano solo una strategia mediatica per coprire il coinvolgimento attivo del Regno Unito nel facilitare attacchi militari contro il territorio iraniano tramite la messa a disposizione delle proprie infrastrutture strategiche.

Dopo la crisi energetica, Volodymyr Zelensky agita lo spettro di una nuova emergenza globale: quella alimentare. Secondo il presidente ucraino, entro due o tre mesi il mondo potrebbe fare i conti con una grave carenza di prodotti agricoli, soprattutto in Africa, Asia e Medio Oriente, a causa delle difficoltà nell’esportazione del grano ucraino. Un allarme che, presentato come una preoccupazione per il destino delle popolazioni più vulnerabili, rischia però di distogliere l’attenzione dalle responsabilità del regime di Kiev e dalle conseguenze della sua strategia militare. Zelensky sostiene che il blocco delle rotte commerciali possa provocare fame in numerosi Paesi. Quello che omette di ricordare è che gli attacchi russi contro le infrastrutture portuali ucraine si sono intensificati dopo una campagna militare di Kiev durata 40 giorni, ufficialmente diretta a costringere Mosca alla pace, ma accompagnata da attacchi contro obiettivi civili e strutture dell’economia russa.
Per anni, sottolinea la ricostruzione russa, Mosca aveva evitato di colpire le infrastrutture portuali ucraine, nonostante attraverso quei terminal transitassero anche munizioni destinate alle forze armate di Kiev. La scelta di modificare questa condotta sarebbe arrivata in risposta all'escalation ucraina contro il sistema economico russo. «Il regime di Kiev si è posto l'obiettivo di danneggiare la nostra economia. Che cosa ha fatto? Ha aperto lui stesso questo vaso di Pandora», aveva dichiarato Vladimir Putin nell'agosto scorso, avvertendo che la risposta russa avrebbe colpito i settori economici più vulnerabili dell'Ucraina. Ma c'è un altro aspetto che indebolisce la narrazione umanitaria di Zelensky: la destinazione effettiva del grano esportato dall'Ucraina. Nel 2022, l'accordo sul grano del Mar Nero venne presentato come uno strumento indispensabile per garantire gli approvvigionamenti alimentari ai Paesi più poveri.
I risultati, tuttavia, furono molto diversi da quelli promessi. Secondo i dati diffusi dal ministero degli Esteri russo nel 2023, dei 32,8 milioni di tonnellate di merci esportate durante l'accordo, ben 26,3 milioni finirono nei Paesi ad alto e medio-alto reddito, compresi quelli dell'Unione Europea. Ai Paesi più poveri toccò meno del 3% delle spedizioni. Il precedente mostra quanto possa essere fuorviante utilizzare la fame nel mondo come argomento per difendere interessi commerciali e strategie geopolitiche. Dietro l'allarme lanciato oggi da Zelensky c'è anche una questione economica tutt'altro che secondaria: la riduzione delle entrate derivanti dalle esportazioni agricole ucraine. Per la stagione 2026-2027, l'Ucraina potrebbe esportare appena 29,6 milioni di tonnellate di prodotti agricoli, contro una precedente previsione di 64,4 milioni. Il danno diretto al settore agricolo per il 2026 viene stimato dal ministro ucraino Taras Vysotski tra 1,5 e 3 miliardi di dollari. A fronte delle difficoltà di Kiev, Putin ha ribadito che la Russia dispone della capacità di esportare almeno 60 milioni di tonnellate di grano, contribuendo a compensare i volumi ucraini mancanti e a evitare una carenza sul mercato mondiale. Non si tratta soltanto di dichiarazioni. Nel 2023, durante il vertice Russia-Africa, Mosca promise forniture gratuite di grano a sei Paesi africani tra i più poveri. Entro febbraio 2024, la promessa era stata mantenuta: 50.000 tonnellate ciascuna a Somalia e Repubblica Centrafricana, 25.000 tonnellate ciascuna a Mali, Burkina Faso, Zimbabwe ed Eritrea. Zelensky denuncia oggi il rischio di una crisi alimentare globale, ma la questione decisiva rimane un'altra: chi pagherà il prezzo della guerra e chi beneficerà realmente delle esportazioni agricole?
Il precedente del 2022 dimostra che invocare la sicurezza alimentare non basta a garantire che il grano raggiunga chi ne ha più bisogno. E mentre Kiev cerca di contenere le perdite economiche, trasformare le difficoltà del proprio export in un allarme planetario rischia di confondere ancora una volta gli interessi del governo ucraino con quelli dei popoli più poveri.

Un uomo di 37 anni si è tolto la vita dopo aver ricevuto lo sfratto, a Grosseto un anno fa. Era accaduto pochi giorni prima a Sesto San Giovanni, dove un anziano si era lanciato dal balcone durante lo sfratto. Non sono casi isolati, succede alle persone lasciate sole che, con la perdita della casa, vedono il precipizio della loro vita. Causa della morte: sfratto!
Maricarmen Abascal, il simbolo della lotta spagnola per il diritto alla casa, non si è suicidata, ma anche per lei la causa della morte è la stessa: sfratto!
Una sentenza aveva riconosciuto alla società d’investimento Urbagestión, proprietaria dell’immobile, il diritto a sfrattare l’inquilina che aveva sempre pagato il canone di affitto fino a quando non lo avevano aumentato a 1.650 euro al mese, più dell’intera pensione di 1.350 euro su cui poteva contare.
In Spagna si registrano circa 50 sfratti al giorno, quasi sempre per morosità. I canoni di affitto sono raddoppiati negli ultimi dieci anni e tutto il paese è colpito da una crisi della casa conseguenza del processo di finanziarizzazione del settore, che ha trasformato l’abitazione in un asset finanziario speculativo. Non è successo solo in Spagna.
L’Unione europea sta cercando di affrontare la drammatica carenza di alloggi a costi sostenibili che riguarda l’intera Europa, anche se la competenza del settore resta degli Stati membri e delle amministrazioni locali.
Finalmente consapevole della gravità del problema, a inizio settembre la Commissione ha presentato un piano di azione, l’Affordable Housing Act per far fronte proprio alla crisi alloggiativa. La proposta definisce i criteri per identificare le zone di stress abitativo su cui intervenire, facendo riferimento al rapporto fra il prezzo medio delle case e il reddito della famiglia. Consente alle amministrazioni locali di individuare misure che limitino gli affitti brevi, mentre promuove piani per aumentare l’offerta per l’edilizia sociale, la cui definizione non è chiara. Parla poi di incrementare le costruzioni di case, anche attraverso il recupero di quanto sottoutilizzato. Dunque secondo la Commissione europea le case non si trovano e costano troppo perché non ce ne sono abbastanza.
Sappiamo che non è così, le case ci sono ma non sono accessibili per chi vive del suo salario..
Negli ultimi 10 anni in Europa sono state costruite circa 1,5 milioni di nuove abitazioni all’anno, per un totale stimato superiore a 14-15 milioni di case. Nello stesso periodo la popolazione dell’Unione Europea è aumentata di circa 8 milioni di persone, passando da 444 milioni a circa 452 milioni di abitanti ed è avvenuto grazie all’immigrazione. L’Europa ci dice che servirebbero almeno 10 milioni di abitazioni in più per coprire la domanda attuale e calmierare i prezzi di affitti e compravendite, ma non specifica che tipo di case dovrebbero essere costruite.
Di edilizia pubblica non si parla più, si pensa invece al social housing ma che cosa sia esattamente nessuno lo sa. Di fatto si affida ai privati la soluzione della crisi abitativa, mentre si continua a dismettere il patrimonio pubblico.
Solo a Vienna la pianificazione pubblica sostenuta da finanziamenti costanti nel tempo fa si che circa il 60% della popolazione viva in case popolari o a prezzo calmierato.
In Spagna attualmente, le case popolari rappresentano solo l’1,5% degli alloggi, rispetto alla media europea del 9%. In Italia solo il 3% delle abitazioni fa parte del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, una percentuale che la inserisce agli ultimi posti della classifica europea.
Il governo Sánchez di fronte alla grande mobilitazione scoppiata a seguito dello sfratto di una signora di 87 anni, costretta ad abbandonare l’appartamento in cui viveva da 70 anni, ha portato in parlamento due proposte di legge che prevedevano maggiori tutele contro gli sfratti, proroghe dei contratti di affitto fino al 2030 e interventi per limitare gli affitti temporanei e turistici.
Il Parlamento ha respinto queste misure e Sánchez, dopo essersi dimesso e aver convocato nuove elezioni, ha ripresentato i due decreti al Consiglio dei Ministri che li ha approvati, attaccando duramente nel suo discorso i “fondi avvoltoio” responsabili della crisi e della violenza degli sfratti.
In Italia al contrario il Governo ha pensato di introdurre procedure più rapide per la liberazione degli immobili, con una nuova legge sugli sfratti, collegata al decreto sicurezza 2026. Sgomberi immediati, dunque, con l’intervento della polizia giudiziaria, senza attendere la conclusione del processo penale. Per gli immobili occupati abusivamente e istituito un nuovo reato che prevede la reclusione fino a sette anni.
In questi giorni sono stati pubblicati dal Ministero dell’Interno i dati relativi agli sfratti del 2025. Sono 61.856 le richieste di esecuzione presentate agli Uffici Giudiziari, 37.122 i provvedimenti esecutivi rilasciati e 18.292 quelli eseguiti con l’intervento della forza pubblica. La principale causa resta la morosità incolpevole: persone che non possono pagare il canone perché i loro redditi non tengono il passo con il costo della vita.
Servono politiche pubbliche per la casa, servono investimenti pubblici per offrire case in affitto a canoni commisurati ai redditi delle famiglie, bisogna frenare la rendita immobiliare produttrice dell’attuale miseria urbana e del saccheggio delle città.
Per non morire più di sfratti: Continuiamo a lottare!
la copertina è di Franklin Vásquez Soliz, tratta da WikiCommons
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In vari paesi a chi ha responsabilità di cura viene riconosciuta una priorità di accesso al lavoro da remoto. Dove ci sono le condizioni organizzative e tecnologiche per utilizzare effettivamente la flessibilità, il reddito delle madri aumenta.
L'articolo Lavoro agile, quando la priorità fa la differenza proviene da Lavoce.info.

Un appuntamento fisso mensile dedicato agli Anni ’90.
Milano si prepara a vivere una serata fluo carica di nostalgia e ritmo dance.
Sabato 17 Ottobre 2026 Info Milano propone uno degli eventi più attesi della stagione:
“We Love The 90s – Fluo Party”,
una festa completamente dedicata alla musica che ha segnato un’intera generazione.

Protagonisti della serata saranno l’animazione e i look fluorescenti.
Una truccatrice sarà a disposizione per aggiungere dettagli luminosi e trasformare il pubblico in parte dello spettacolo: un tocco di colore sul viso, accessori brillanti e via, pronti a scendere in pista.
Il Fluo Party invita tutti a lasciarsi coinvolgere: scegli il tuo look più acceso, ritrova le hit che hanno fatto ballare gli anni ’90 e preparati a una serata di musica, animazione e divertimento al Farinami Garden.
L’evento si svolgerà al Farinami Garden, in via Nino Bixio 1 a Sesto San Giovanni, nella zona Bicocca / Fulvio Testi, con apertura delle porte alle ore 22:30.
Un orario tutt’altro che casuale: fin da subito il locale entrerà nel pieno dell’atmosfera, con pista attiva e energia alta già dai primi momenti.

Il format We Love The 90s, da anni punto di riferimento per gli appassionati della dance anni Novanta, offre un’esperienza totalmente immersiva: un vero viaggio nel tempo tra hit iconiche, animazione a tema, scenografie dedicate, allestimenti curati nei dettagli e gadget pensati per rendere la serata ancora più coinvolgente.
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SCARICA QUI IL TUO INGRESSO OMAGGIO ALLA FESTA :
https://www.infomilano.news/eventi/wl90sfluo
La festa, che torna una volta al mese ed è tra le più seguite dal pubblico, è pensata per chi non resiste alla voglia di cantare e ballare sulle note che hanno fatto la storia delle discoteche. Protagonisti della serata saranno il Resident DJ Madras, il DJ set e concerto musicale dalle 22:30 alle 2:00, l’animazione delle WL90s Girls e uno speciale allestimento Fluo.
L’ingresso è gratuito su accredito, valido dalle 22:30 alle 00:30. Partecipare è semplice: dopo aver compilato il form di accredito, è obbligatorio inviare un messaggio WhatsApp al +39 339 8868889 indicando:
Sabato 17 Ottobre 2026 +
Farinami Garden +
We Love The 90s +
Nome e cognome +
Numero dei partecipanti +
Orario di arrivo +
Recapito telefonico
Un appuntamento dedicato ai veri appassionati della dance anni ’90, dove la musica diventa protagonista assoluta…carichi di energia, ricordi e tanta voglia di divertirsi.

Info e prenotazioni: 339 8868889
Email: info@welovethe90s.it
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Mentre Governo e Parlamento si preparano a discutere la Legge di Bilancio 2027, la Rete Italiana Pace e Disarmo e Sbilanciamoci! hanno deciso di lanciare la proposta di giornate di mobilitazione territoriale diffusa, sul modello di quanto realizzato nel 2025.
Vogliamo dire con forza che serve una Legge di Bilancio orientata alla pace, al disarmo, alla nonviolenza e al welfare, e non alle armi: contro la guerra e il riarmo, usiamo la spesa pubblica per i diritti, l’ambiente, la sostenibilità, il lavoro, l’istruzione e la sanità.
Chiediamo a tutte le organizzazioni delle nostre reti e ai gruppi territoriali di preparare iniziative nel proprio territorio tra il 14 e il 22 novembre: convegni, eventi, approfondimenti, marce, sit-in, momenti di silenzio, incontri con amministratori e parlamentari, e qualunque altra forma di mobilitazione che riteniate utile. Dal piccolo momento di confronto alla grande piazza, ogni formato è benvenuto: conta che in tutta Italia si parli di come usare diversamente la spesa pubblica.
Le iniziative potranno sostenere tre filoni. Il primo è la Controfinanziaria 2026 di Sbilanciamoci!, con le sue proposte per una manovra alternativa. Il secondo è il percorso di discussione della legge «Un’altra difesa è possibile». Il terzo è l’insieme delle nostre proposte per fermare il riarmo e ridurre le spese militari.
Vi chiediamo di segnalare le vostre iniziative territoriali alle strutture di coordinamento di Sbilanciamoci! e Rete Pace Disarmo, così da inserirle nel calendario nazionale e darvi visibilità.
Insieme possiamo dimostrare che un’altra spesa pubblica, un’economia di pace, non solo è necessaria ma è già sostenuta da tante realtà in ogni parte del Paese.

Che cosa significa essere sostenibili oggi? Come tradurre un principio condiviso in scelte e azioni capaci di generare un impatto positivo e duraturo su economia, società e ambiente? Dove e a chi guardare per maturare nuova consapevolezza sulla complessità e l’importanza di sfide epocali – disuguaglianze, crisi climatica, lati oscuri della digitalizzazione, instabilità internazionale e fragilità esistenziale – senza cedere alla rassegnazione?
A queste domande è dedicato il numero speciale di Pandora Rivista, realizzato in collaborazione con Impronta Etica in occasione dei suoi 25 anni di attività. Un numero che sarà presentato il 15 ottobre 2026, alle ore 18.30, a Serra Madre, presso i Giardini Margherita, a Bologna nell’ambito del Festival del Presente. La serata vedrà la partecipazione di alcuni tra i protagonisti che hanno scritto o sono stati intervistati sulla rivista. A cominciare da Luca Mercalli, meteorologo, climatologo e divulgatore scientifico, che aprirà i lavori con la lectio “Correggere la traiettoria dello sviluppo”, dando il là alla discussione successiva con Rita Ghedini, presidente di Legacoop Bologna, Francesco Bicciato, executive director del Forum per la finanza sostenibile e Alice Molta, coordinatrice di Impronta Etica.
«Vogliamo vivere il traguardo dei 25 anni di Impronta Etica non soltanto come un anniversario, ma come un’occasione per fermarci a guardare il percorso fatto, riconoscere l’impatto generato e, soprattutto, interrogarci su quello che vogliamo ancora lasciare», spiega proprio Alice Molta ripercorrendo la storia dell’associazione e del suo impegno su un tema che all’inizio del secolo era ancora considerato di frontiera: «Nel 2000, alcune imprese del territorio emiliano-romagnolo partirono per Bruxelles per partecipare al primo convegno europeo dedicato a quella che allora veniva definita responsabilità sociale d’impresa. Fu un momento di confronto che fece emergere l’esigenza di portare anche nel nostro territorio queste importanti tematiche».
Ed è così che, il 13 settembre 2001 nasce Impronta Etica, un’organizzazione non profit focalizzata all’obiettivo di promuovere la sostenibilità, supportando e facilitando il confronto e la costruzione di sinergie tra imprese, istituzioni e società civile. Venticinque anni fa, prosegue ancora Molta, parlare di sostenibilità significava spesso «cercare di costruire spazi di dialogo e confronto su tematiche nuove e ancora inesplorate, soprattutto per le organizzazioni. Oggi la sostenibilità è diventata una dimensione imprescindibile del modo di fare impresa responsabile e lungimirante».
In questi 25 anni, Impronta Etica ha attraversato questo cambiamento non come semplice adempimento, ma come scelta di responsabilità e leva di trasformazione: «Lo ha fatto con la convinzione che il cambiamento non possa essere il risultato dell’azione di pochi, ma debba nascere dalla capacità di costruire insieme nuove visioni e nuovi modi di agire». A partire da questa vocazione alla costruzione collettiva è derivata la scelta di celebrare questo importante traguardo con il numero monografico dedicato alla sostenibilità di Pandora Rivista.
Scorrerne le pagine significa avventurarsi in un viaggio tra idee, esperienze e prospettive che invitano a guardare alla sostenibilità non come a un obbligo da rispettare, ma come a un’occasione per ripensare il nostro modello di sviluppo. Le voci sono numerose e autorevoli, suddivise in tre sessioni: la prima dedicata agli esperti, la seconda dedicata alla storia di Impronta Etica e la terza alle esperienze di alcuni soci. Nella prima, Robert Edward Freeman, padre della teoria degli stakeholder, ci ricorda che il valore di un’impresa nasce dalle relazioni con tutti i soggetti coinvolti, non soltanto dai risultati economici, mentre Enrico Giovannini riflette sulle difficoltà e sulle opportunità dell’Agenda 2030.
Un numero, dunque, che nasce dalla volontà di tenere insieme memoria e futuro. Per provare a fare il punto sul significato attuale della sostenibilità attraverso le voci degli esperti, raccontando, al contempo, la storia e le radici dell’Associazione attraverso le persone che quella storia l’hanno costruita, da quella del primo presidente, Luciano Sita, al presidente attuale, Andrea Mascherini: «Le voci dei fondatori e dei Presidenti che si sono succeduti alla guida di Impronta Etica, insieme a quella dell’attuale Presidenza, restituiscono non soltanto 25 anni di attività, ma anche l’evoluzione di un’idea: quella nata da poche imprese lungimiranti e arrivata oggi a una comunità di 42 imprese associate».
Il numero raccoglie infine le esperienze di alcune imprese socie di Impronta Etica, mostrando come la sostenibilità possa tradursi concretamente in scelte, strategie e percorsi di innovazione. Un’indicazione concreta sui prossimi 25 anni dell’Associazione: «Guardare indietro ci permette di comprendere quanta strada è stata fatta. Guardare avanti ci ricorda quanta ne resta ancora da percorrere. In un tempo segnato da trasformazioni profonde e da sfide sempre più complesse, sentiamo ancora più forte la responsabilità di continuare a costruire spazi di confronto, conoscenza e azione. Con la consapevolezza che il cambiamento non è qualcosa che semplicemente accade: è qualcosa che, insieme, possiamo scegliere di orientare». Appuntamento ai Giardini Margherita giovedì 15 ottobre.
Foto in apertura di David Herron su Unsplash.
L'articolo I 25 anni di Impronta Etica raccontati su Pandora Rivista proviene da Vita.it.
Assiterminal interviene in merito al dibattito in corso alla Camera dei deputati sul Disegno di Legge di riforma dei Porti: «La flessibilità dei PRP tenga conto del mercato rilevante, in cui operano i porti» si legge in una nota dell’Associazione dei Terminalisti portuali italiani a firma del direttore generale Alessandro Ferrari.
Leggi anche: Uniport: La portualità oltre la riforma: quale modello per i porti italiani del futuro?
«All’interno degli scali» – riporta la nota – «i terminal, è bene ricordarlo, operano si in regime di concorrenza ma hanno evidentemente assetti concessori anche delineati sulla base di perimetri di mercato e di ambiti che ne devono consentire la valorizzazione in termini di efficienza, rispetto dei piani economico finanziari, progetti di sviluppo.
Guardando a oggi, ma soprattutto al futuro, i porti non possono più certamente essere identificati solo come singoli scali ma come un insieme di capacità di offerta che il sistema paese mette a disposizione del proprio mercato industriale, con uno sguardo attento allargato quantomeno al Mediterraneo e un altro al resto dell’Europa.
Questo è anche lo spirito del Disegno di Legge in funzione del quale» – ribadisce l’associazione dei terminalisti «qualsivoglia effetto non potrà essere retroattivo: dicesi certezza del diritto».
Sul tema delle concessioni demaniali portuali Assiterminal ribadisce un concetto fondante: «Gli strumenti di pianificazione, siano essi il Piano nazionale delle Infrastrutture, i Piani regolatori portuali, nonché i Documenti di pianificazione strategica di sistema, è necessario che siano coerenti con una visione di insieme del mercato della logistica marittima e terrestre su cui gli stessi impattano in combinato disposto, considerando che sulla base dei criteri normativi ad oggi vigenti l’operatore terminalista ha costruito, insieme all’amministrazione pubblica, per il tramite delle Autorità di Sistema portuale, il suo piano di impresa e la sua stessa ragione di operare in virtù del principio di efficacia e efficienza, nonché di valorizzazione del demanio portuale, nonché, infine, legittimamente, della sua capacità di produrre marginalità.
Sulla base di queste considerazioni, che certamente presuppongono flessibilità di approccio e modelli di gestione adeguati, Assiterminal auspica che proseguano il confronto all’interno della Commissione Trasporti della Camera e l’interazione con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti».
Leggi anche: Uniport, Legora: «Grandi opere portuali, tempi certi e rapidità nell’esecuzione»
L'articolo Assiterminal: «Il DDL riforma porti sia coerente con il mercato e tuteli la certezza del diritto» proviene da Corriere Marittimo.
Scopri cosa sono le porte di rete su Linux, come individuare i servizi in ascolto e come configurare UFW per controllare le connessioni in ingresso.
L'articolo Firewall Linux: porte, UFW e controllo del traffico di rete proviene da Orvieto Linux User Group | Promozione software libero a Orvieto.
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Si chiama Fabula ed è una fattoria sociale a Catanzaro che si propone di offrire percorsi di formazione e inserimento lavorativo nel settore agricolo a 20 persone in condizioni di fragilità. Un progetto di quattro anni che promuove una maggiore autonomia e un miglioramento della qualità della vita anche per le loro famiglie. Un’azione che allo stesso tempo premia il raggiungimento di risultati tangibili. L’iniziativa è promossa da Fondazione Cdp in collaborazione con il Comune di Catanzaro e Lab cooperativa sociale.
L’ente non profit di Cassa depositi e prestiti mette a disposizione 200mila euro per sostenere la cooperativa sociale incaricata della gestione operativa del progetto, che prevede l’attivazione di una comunità di apprendimento sotto forma di un centro diurno sperimentale all’interno di una fattoria sociale.

«Fondazione Cdp», spiega il direttore generale Francesca Sofia, «avvia un modello che non solo lega il sostegno economico offerto a un progetto al conseguimento di risultati concreti, ma apre la strada a una nuova concezione della finanza sociale nel Paese».
L’iniziativa si basa sul Social outcome contract, una tipologia contrattuale promossa dalla Commissione europea, applicata per la prima volta in Italia con il coinvolgimento della Pubblica amministrazione nel ruolo di outcome payer, cioè finanziatore a risultato (il Comune di Catanzaro), un soggetto attuatore (un Ets che realizza un progetto) e un soggetto finanziatore (qui Fondazione Cdp), che si assume il rischio dell’operazione. Un modo di operare, chiarisce Sofia, che mette l’impatto al centro, e alimenta un circolo virtuoso: «Il nostro impegno è promuovere soluzioni che rafforzino il tessuto sociale ed economico dei territori».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
La fattoria sociale, attiva da luglio, offre un centro con servizi terapeutici «innovativi, ricreativi e riabilitativi per le persone disabili, integrati da percorsi di terapia occupazionale, formazione e orientamento professionale finalizzati all’inserimento nell’impresa agricola», precisa la Fondazione.
Nell’immagine in apertura una panoramica della fattoria sociale di Catanzaro – Foto da ufficio stampa
L'articolo Un centro di formazione che attiva servizi innovativi proviene da Vita.it.

© Yonhap News Agency, via Reuters

Lunedì 12 ottobre 2026, a Pisa, si è svolta la cerimonia di intitolazione del borgo di Coltano alla memoria di Guglielmo Marconi, alla presenza del sindaco Michele Conti, della figlia principessa Elettra Marconi e del nipote Guglielmo Giovanelli Marconi.
Proprio a Coltano Marconi realizzò la prima stazione radiotelegrafica italiana a onde lunghe, inaugurata nel 1911. Da qui, nel 1931, partì il segnale che raggiunse Rio de Janeiro e accese a distanza l’illuminazione del Cristo Redentore.
La giornata è proseguita con il convegno “Dalla Radio alla Connect Intelligence”, dedicato all’evoluzione delle telecomunicazioni.
Presenti alla cerimonia anche rappresentanti dell’ARI: Paolo Cavicchioli, I5PVA, presidente del CRT, e Roberto Lorenzi, IW5AOT, Presidente della Sezione ARI di Pisa.

Giovedì 15 ottobre a Bruxelles, nella sede del Comitato economico e sociale europeo, la Cooperativa Sole di Bolzano rappresenterà l’Italia tra le sei finaliste dei Cooperatives Europe Anniversary Awards, il premio con cui Cooperatives Europe celebra i suoi vent’anni. Cooperativa Sole è stata selezionata nella categoria “People and community impact”, dedicata alle esperienze di cooperative capaci di generare un cambiamento concreto nella vita delle persone e delle comunità. A presentare il progetto sarà l’economista sociale Letizia Zuliani, responsabile dell’area Innovazione della Cooperativa Sole.
Cooperatives Europe è la rappresentanza regionale per l’Europa dell’Alleanza cooperativa internazionale. Nata nel 2006, ha dato per la prima volta alle cooperative una rappresentanza unica e intersettoriale a livello europeo. Per il suo ventesimo anniversario ha organizzato due giornate al Cese di Bruxelles: il 15 ottobre ripercorrerà la storia della rete e culminerà con i #CoopAnniversaryAwards: sei cooperative da tutta Europa presentano dal vivo il proprio progetto, e il pubblico vota. Il 16 ottobre si terrà una plenaria sulla democrazia economica, con interventi e due panel su energia, agroalimentare ed economia sociale. Un comitato indipendente ha scelto tre finaliste per ciascuna delle due categorie del premio.

«Siamo molto orgogliosi di far parte di questo gruppo: esperienze diverse per settore e dimensione, unite però dalla stessa idea di impresa democratica al servizio delle persone», spiega Roberta Massi, dinamica presidente della Cooperativa Sole. «Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere. Per questo siamo orgogliosissimi di presentare la nostra esperienza al fianco di queste straordinarie realtà».
Nella stessa categoria della realtà di Bolzano, si misureranno Genç İşi Kooperatif (Turchia, fondata da giovani a Smirne, accompagna giovani, donne e rifugiati verso un lavoro dignitoso: oltre 2.600 persone formate e 66 progetti realizzati) e Humana Nova (Croazia, cooperativa sociale che unisce economia circolare e inclusione: ha sottratto alla discarica oltre cinquemila tonnellate di tessili, e 38 dei suoi 62 dipendenti sono persone con disabilità, mentre 21 vengono da situazioni di vulnerabilità).
Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere
Roberta Massi, presidente della Cooperativa Sole
Nella categoria “Cooperative stewardship”, dedicata alle cooperative cresciute restando fedeli ai principi cooperativi, sono in gara Ecopower (Belgio, è la più grande cooperativa energetica di cittadini del Paese), Orcab (Francia, federazione di 40 cooperative d’acquisto che servono 9.600 imprese artigiane dell’edilizia) e OurCoop (Regno Unito, è la maggiore cooperativa di consumo indipendente britannica, di proprietà di oltre un milione di soci).
«Il tema scelto per l’anniversario, il prossimo capitolo per la democrazia economica, ci è vicino: un’economia in cui le persone partecipano alle decisioni è anche un’economia più capace di cura e di futuro», sottolinea la presidente Massi. «È quello che proviamo a fare ogni giorno, e che porteremo a Bruxelles: il benessere di una persona non si costruisce da solo, ma dentro relazioni di fiducia, reciprocità e prossimità. Racconteremo il valore sociale che abbiamo contribuito a generare e la nostra esperienza nel dare vita a un ecosistema solidale e attivo. Essere tra i finalisti nella categoria “People and community impact” ci conferma che questa impostazione è il modo per rendere visibile il valore che le comunità generano quando sono messe nelle condizioni di prendersi cura di sé».
Credits: foto di Enrico Solfrini e Bianca Atzori per Cooperativa Sole
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Secondo un'indiscrezione pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu starebbe cercando di intervenire direttamente nel conflitto in Yemen a fianco dell'Arabia Saudita.
L'obiettivo di Netanyahu, condotto attraverso la mediazione degli Stati Uniti, sarebbe quello di ottenere il consenso di Riyadh per far partecipare Israele alle operazioni militari contro il movimento Ansar Allah (gli Houthi). Nel disegno strategico di Tel Aviv, tale cooperazione militare rappresenterebbe un tassello chiave per accelerare il processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici con il Regno saudita.
Il no di Mohammed bin Salman
Nonostante la proposta di Tel Aviv, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman si sarebbe opposto a un coinvolgimento formale e diretto delle forze israeliane. La decisione di Riyadh sarebbe dettata dal timore di una reazione fortemente negativa da parte dell'opinione pubblica saudita e del mondo arabo-musulmano in un momento di estrema delicatezza regionale.
La reazione e le accuse delle autorità di Sana'a
Le rivelazioni hanno subito provocato la durissima reazione delle autorità yemenite guidate dagli Houthi. In una nota ufficiale rilasciata dal Ministero degli Esteri di Sana'a, l'assedio e l'intervento militare a guida saudita sono stati definiti una risorsa strategica a favore degli interessi israeliani e un attacco diretto alla causa palestinese.
"Per quanto il nemico saudita si sforzi di gettare lo Yemen nel caos, non riuscirà a distogliere l'attenzione dalla nostra causa principale" — ha dichiarato il Ministero degli Esteri yemenita, definendo la questione palestinese un punto centrale indissolubile per la comunità islamica.
Le autorità di Sana'a sostengono di aver tentato più volte di dimostrare a Riyadh come la prosecuzione dell'aggressione e del blocco economico sullo Yemen vada a tutto vantaggio di Israele, accusando la leadership saudita di portare avanti un'agenda geopolitica contraria agli interessi della regione.
Il contesto: un conflitto aperto dal 2015 e la recente escalation
L'intervento a guida saudita nello Yemen è iniziato nel marzo 2015, quando una coalizione di paesi arabi, sostenuta da forniture logistiche e militari occidentali, ha imposto un blocco al Paese nel tentativo di reinstaurare il governo precedente. Il lungo conflitto ha provocato una drammatica crisi umanitaria e decine di migliaia di vittime, senza tuttavia che la coalizione riuscisse a piegare il controllo degli Houthi sul territorio.
La tensione tra Yemen e Arabia Saudita ha registrato un nuovo picco a partire dallo scorso luglio, in seguito ai raid aerei condotti dai sauditi nell'area dell'aeroporto di Sana'a. In risposta, le forze yemenite hanno ripreso gli attacchi di ritorsione mediante missili balistici e droni contro le infrastrutture energetiche saudite, minacciando al contempo il traffico marittimo nello stretto di Bab el-Mandeb, rotta commerciale fondamentale per l'esportazione del greggio saudita.
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LETTURA CONSIGLIATA:
LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"


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Formule, numeri e simboli non hanno bisogno di essere ascoltati. A prima vista, la matematica sembrerebbe una delle materie più accessibili agli studenti sordi: ha un linguaggio fortemente visivo, rigoroso e formalizzato. Le difficoltà possono cominciare però quando, salendo di livello, aumenta l’astrazione e per comprendere un concetto non basta più guardare una formula: bisogna passare attraverso il linguaggio che la spiega.
È da questa apparente contraddizione che nasce «Matematica Accessibile», progetto pilota del Politecnico di Milano realizzato dal Dipartimento di matematica, dal Metid learning innovation e dal Servizio Pari Opportunità Multichance Poli Team, in collaborazione con l’Istituto dei Sordi di Torino. L’idea è di Giuseppina Guatteri, docente del Dipartimento di Matematica del Politecnico di Milano: creare videolezioni di matematica ad alta accessibilità per gli studenti sordi delle scuole superiori, accompagnate da materiali ed esercizi.

«È un progetto nato nell’ambito dei Cantieri della sostenibilità creati al Politecnico di Milano sei anni fa, parlando con gli insegnanti e anche osservando l’esperienza di mio figlio», racconta Guatteri, al lavoro insieme al collega Matteo Gregoratti al progetto. La sperimentazione è già partita: «Abbiamo una rete di scuole superiori in tutta Italia che ha adottato la prima parte, dedicata alla statistica. Stiamo aspettando i loro feedback, ma ci hanno già chiesto l’argomento dei prossimi video». La richiesta è di partire dai prerequisiti del primo anno delle superiori, quindi algebra e numeri.
Il problema, infatti, non è semplicemente tradurre in lingua dei segni una normale lezione. Bisogna ripensare come la matematica viene comunicata. «Il nostro lavoro è stato di massima semplificazione e di ricorso a linguaggi diversi: c’è la lingua dei segni italiana, ci sono il linguaggio visivo delle immagini e delle formule e i sottotitoli. E tutto deve essere sincronizzato, con le pause giuste», spiega Guatteri. C’è una ragione molto concreta: «Spesso si dimentica che uno studente sordo che sta guardando una formula non può contemporaneamente guardare chi segna o leggere i sottotitoli».

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA
È una questione di attenzione, ma anche di linguaggio. Preparando le videolezioni, il gruppo ha analizzato i libri di testo delle superiori e si è scontrato con la complessità delle spiegazioni. «Bisogna prima di tutto essere sicuri che i ragazzi capiscano le basi, senza per questo semplificare la matematica. Abbiamo cercato quindi di rendere molto semplice il linguaggio». Anche un’espressione quotidiana apparentemente innocua può creare un ostacolo per i sordi che hanno un problema con il linguaggio figurato e con le astrazioni: meglio dire «cominciamo», per esempio, anziché il figurato «partiamo». Al progetto hanno lavorato anche esperti di didattica della matematica dell’Università di Torino e l’Istituto dei Sordi di Torino.
Il punto critico emerge soprattutto alle superiori, quando la matematica diventa progressivamente più astratta. «Molto spesso i ragazzi sordi raccontano: “Ho iniziato lo scientifico perché ero forte in matematica, poi mi sono perso quando sono arrivati concetti più astratti, come il limite di una funzione. Faticavo a leggere il labiale”». L’obiettivo delle videolezioni, dice Guatteri, è allora ridurre la fatica accessoria, quella necessaria per decifrare la comunicazione, «per lasciare i ragazzi più liberi di concentrarsi sui concetti».
Molto spesso i ragazzi sordi raccontano: “Ho iniziato lo scientifico perché ero forte in matematica, poi mi sono perso quando sono arrivati concetti più astratti, come il limite di una funzione. Faticavo a leggere il labiale”
Giuseppina Guatteri, Politecnico di Milano
C’è poi un problema ancora più sottile: come si dice la matematica con le mani? Non sempre basta prendere il segno corrispondente a una parola del linguaggio comune. Si pensi a «variabile». Nel parlare quotidiano indica qualcosa che cambia. In matematica, una variabile è qualcosa di molto preciso: è un elemento generico di un insieme di valori possibili, è qualcosa che può assumere valori diversi all’interno di una relazione che continua a essere definita. Il segno deve riuscire quindi a esprimere il concetto matematico, non semplicemente a tradurre la parola italiana. Tale riflessione sistematica sulla scelta dei segni matematici, avviata dal progetto, è ancora da sviluppare. È un tema sul quale si sta lavorando anche negli Stati Uniti alla Gallaudet University di Washington, ateneo progettato specificamente per studenti sordi e ipoudenti, dove l’American Sign Language e l’inglese sono le lingue principali. Un gruppo di lavoro sta affrontando proprio il lessico scientifico e matematico nelle lingue dei segni, mettendo insieme matematici, scienziati sordi, linguisti ed educatori. «Il lavoro fatto sull’Asl può essere utile anche per noi», osserva Guatteri, «perché i segni sono legati al significato più che al significante»: proprio per questo il confronto internazionale può aiutare a trovare modi efficaci di rappresentare concetti matematici complessi, pur nella diversità delle lingue dei segni.
L’accessibilità, del resto, non riguarda soltanto chi non sente. Testo scritto, immagini, formule e lingua dei segni utilizzati contemporaneamente costruiscono una lezione che sfrutta più canali per trasmettere lo stesso concetto. E il progetto nasce in un Paese in cui le difficoltà con la matematica riguardano una quota molto ampia degli studenti, uno su due alla fine delle superiori. «Io vedo una sorta di analfabetismo matematico persino a Ingegneria, dove molti studenti arrivano con conoscenze lacunose della matematica di base», osserva Guatteri. E se i primi destinatari sono gli studenti sordi delle scuole superiori, la platea potenziale è più ampia. Materiali di questo tipo possono essere utili anche agli adulti sordi che vogliono recuperare o rafforzare competenze matematiche e, sottolinea Guatteri, alle persone immigrate arrivate in Italia in età adulta che nei Paesi d’origine non hanno avuto accesso a un impianto cocleare. È uno dei motivi per cui il progetto punta sulla compresenza di canali diversi: testo scritto, immagini, formule e lingua dei segni.
Per gli studenti sordi, però, c’è anche un’altra dimensione: quella psicologica. Avere a disposizione materiali pensati fin dall’origine anche per chi non sente significa non dover continuamente adattare una lezione costruita per altri. Significa sentirsi alla pari con i compagni di classe.
Foto tratta da una videolezione
L'articolo Numeri, formule e segni (Lis): la matematica spiegata con le mani proviene da Vita.it.
L’esenzione dall’Irap riconosciuta dalle singole regioni agli enti del Terzo settore può rientrare nel regime degli aiuti “de minimis”? È un quesito tecnico ma di impatto, che sta suscitando grande preoccupazione. La questione riguarda molte regioni, ma in Lombardia ci si sta iniziando a muovere in modo da risolvere una volta per tutte la questione: se si trova una strada, potrebbe essere poi un modello per tutti.
Il motivo è un passaggio contenuto nella Manovra di Bilancio 2026-2028 con cui la Regione ha confermato l’esenzione dall’imposta per le organizzazioni di volontariato, le ex Onlus e le cooperative sociali. «Si tratta di una misura che in Lombardia esiste da oltre 20 anni», spiega Massimo Ramerino, vicepresidente Associazione generale cooperative italiane – Agci Imprese sociali e responsabile operativo regionale, «e che ha consentito la stabilizzazione di prezzi più bassi. Per questo, oggi la preoccupazione c’è. Se venisse confermata l’ipotesi di un onere per l’Irap, potremmo avere due conseguenze: prezzi bassi e insostenibili nell’erogazione di servizi in appalto non modificabili alla luce dell’attuale Codice e innalzamento delle rette per i cittadini nei servizi in accreditamento o concessione». Per la cooperazione sociale, aggiunge Marta Battioni, responsabile Dipartimento Welfare di Legacoop Lombardia e vice presidente vicaria Legacoopsociali, «si tratta di una difficoltà ulteriore per la sostenibilità delle nostre imprese, in una fase in cui già si registrano importanti aggravi economici».
Facciamo un passo indietro, anzi due. Irap è l’acronimo di Imposta regionale sulle attività produttive: è un tributo locale istituito nel 1997, il cui gettito viene destinato alle Regioni essenzialmente per finanziare la spesa sanitaria. Tutte le attività produttive pagano l’Irap, che siano imprese, enti o professionisti, ma con una base imponibile che viene calcolata in modo diverso a seconda della natura del soggetto. Diverse regioni (non tutte e con modalità differenti) hanno previsto da anni una esenzione o una agevolazione riconosciuta a chi produce e vende sì bene e servizi, ma lo fa per scopi sociali. In Lombardia, per esempio, l’esenzione dall’Irap nasce con la legge regionale 10 del 2003 e ha esentato le Onlus. All’epoca le cooperative sociali ne beneficiavano in quanto Onlus di diritto. Ma con l’entrata a regime della riforma del Terzo settore e la definitiva scomparsa della qualifica di Onlus, dal 1° gennaio 2026 è venuto meno il presupposto giuridico sul quale quella disciplina era costruita: una questione di nomi e definizioni, perché quelle realtà hanno continuato a fare quello che facevano prima.
Il tema riguarda quegli enti che svolgono attività commerciale: organizzazioni iscritte al Runts, i cui ricavi derivanti da attività commerciali (tariffe, servizi a pagamento, vendite) superano le entrate di natura non commerciale (donazioni, quote associative, contributi pubblici) nel corso dello stesso anno fiscale. Un rsa gestita da una fondazione, per esempio, o un’associazione teatrale che vende i biglietti per i suoi spettacoli. La qualifica non dipende da cosa fa l’ente, ma da come si finanzia, cioè se il suo motore economico principale per coprire i propri scopi sociali è o non è la vendita di beni o servizi sul mercato.
La Regione Lombardia così è intervenuta per mantenere le regole esistenti, prima con la legge regionale 2 del 2023 e poi con la legge regionale 20 del 2025: con quest’ultima ha confermato l’esenzione per cooperative sociali, organizzazioni di volontariato ed ex Onlus, ma solo in via transitoria e sperimentale per il 2026 e il 2027. Una norma salutata con favore dal Terzo settore, pur nella consapevolezza dei suoi limiti e del fatto che occorre fare un ulteriore salto, per garantire a tutti gli Enti di Terzo settore l’esenzione dall’Irap, in tutte le Regioni d’Italia e per togliere il limite dei de minimis a tale esenzione. Un nodo di cui anche il Governo è perfettamente consapevole.
«Il problema ha due livelli», spiega Maria Grazia Campese, presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia. «Il primo è la scadenza. Chiediamo che la misura diventi strutturale, perché le cooperative sociali sono imprese ad altissima intensità di lavoro e l’Irap pesa direttamente sul costo dei servizi. Se l’esenzione venisse meno, quel costo finirebbe nelle tariffe pagate dalla pubblica amministrazione, nelle rette pagate dalle famiglie, oppure andrebbe a discapito dei margini già minimi delle cooperative. In pratica la Regione recupererebbe come imposta quello che poi pagherebbe come maggior costo dei servizi che essa stessa finanzia».
Il secondo livello è più tecnico. La nuova norma dice esplicitamente che l’esenzione opera “nei limiti del de minimis”. Si tratta della norma dell’Unione Europea che consente agli Stati membri di concedere alle imprese aiuti pubblici di modesta entità senza dover prima richiedere l’autorizzazione alla Commissione europea. Il tetto massimo di contributi ricevibili da una singola impresa per non essere considerati aiuto di Stato si calcola su una finestra mobile di tre anni. Il superamento della soglia comporta la revoca o il recupero delle somme eccedenti con l’aggiunta di sanzioni e interessi.
«Nella legge “storica” del 2003 questa clausola non c’era», continua Campese. «Il riferimento viene dal Codice del Terzo settore. L’articolo 82 consente alle Regioni di ridurre o esentare l’Irap per gli enti del Terzo settore, comprese le cooperative sociali. L’articolo 88 riconduce queste agevolazioni ai regolamenti europei sugli aiuti di Stato in regime di de minimis per cui l’Irap non pagata va conteggiata nel plafond triennale di ogni cooperativa, insieme a contributi e altre agevolazioni. È un cambio di natura importante: per due decenni la stessa esenzione non è mai stata trattata come aiuto».
Le centrali lombarde dell’Alleanza delle Cooperative sostengono che l’esenzione Irap non dovrebbe ricadere nel de minimis. «Secondo il diritto europeo non ogni trattamento fiscale differenziato costituisce un aiuto di Stato», dice Campese. «Perché lo sia, serve tra le altre cose un vantaggio selettivo, cioè un beneficio dato a qualcuno rispetto ad altri soggetti che si trovano in una situazione comparabile. Con la Comfort letter del 7 marzo 2025, la Commissione europea ha riconosciuto che i regimi fiscali di enti del Terzo settore e imprese sociali non sono selettivi. La ragione è che questi soggetti si trovano in una situazione giuridica di fatto diversa da quella delle imprese lucrative: gli utili sono vincolati all’interesse generale, il patrimonio è indivisibile e va devoluto, il capitale non può essere remunerato liberamente. La Commissione richiama la sentenza Paint Graphos della Corte di giustizia, che riguardava proprio il regime fiscale delle cooperative. Le cooperative sociali hanno tutte queste caratteristiche, in forma anche più rigorosa. Siamo consapevoli che la Comfort letter riguarda nello specifico le imposte sui redditi, ma chiediamo un approfondimento tecnico e istituzionale che valuti la possibilità di applicare all’Irap la stessa logica, leggendo l’esenzione come un trattamento coerente con la natura soggettiva degli enti e non come un aiuto. Del resto, nei documenti di bilancio la stessa Regione Lombardia dichiara di avere in corso un approfondimento sulle agevolazioni alla luce dei riscontri della Commissione europea».
Siamo consapevoli che la Comfort letter riguarda nello specifico le imposte sui redditi, ma chiediamo un approfondimento tecnico e istituzionale che valuti la possibilità di applicare all’Irap la stessa logica, leggendo l’esenzione come un trattamento coerente con la natura soggettiva degli enti e non come un aiuto
Maria Grazia Campese, presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia
In subordine, se si dovesse confermare che la misura resta nel campo degli aiuti di Stato, le centrali chiedono che si possa applicare almeno il regime previsto per i servizi di interesse economico generale (Sieg), facendo quindi riferimento al tetto di 750mila euro nel triennio invece di 300mila o ancor meglio alla decisione europea 2025/2630 del 16 dicembre 2025 sui servizi di interesse economico generale. «Per i servizi sociali, non prevede tetti di importo e alleggerisce i controlli proprio per gli enti obbligati per legge a reinvestire gli utili», conclude Campese.
«Non c’è una “restituzione di massa” in arrivo», chiarisce Campese. «L’esenzione al momento è confermata e il nuovo regime vale per il 2026 e il 2027. Il primo momento in cui il problema diventa concreto sarà quindi la dichiarazione Irap relativa al 2026, che si presenta nel 2027. Il rischio vero è un altro, ed è più subdolo. Per una cooperativa di medie dimensioni l’Irap esentata può valere decine di migliaia di euro l’anno. Se occupa gran parte del plafond, la cooperativa rischia di non poter più accedere ad altri aiuti: contributi regionali, bandi, sgravi. Inoltre, se un nuovo aiuto porta a superare il tetto, la regola europea esclude dalla copertura l’intero nuovo aiuto, non solo la parte che eccede. Per questo in via prudenziale consigliamo di considerare il tetto da 300mila euro e di monitorare la posizione cooperativa per cooperativa».
Confcooperative Federsolidarietà Lombardia ha avviato una rilevazione in tutta la regione, attraverso le federazioni territoriali e le società di servizi. «Per ogni cooperativa stiamo ricostruendo tre cose: il valore dell’Irap teoricamente dovuta, cioè il beneficio effettivamente ricevuto; gli altri aiuti “de minimis” già ottenuti negli ultimi tre anni; l’eventuale appartenenza a una “impresa unica”, cioè a un gruppo di imprese collegate, perché in quel caso il plafond si calcola sul gruppo e non sulla singola cooperativa. Solo così potremo dire con serietà quante cooperative sono esposte e per quali importi».
Marta Battioni (Legacoop Lombardia) riflette: «I dati parziali per ora in nostro possesso ci inducono prima di tutto a chiedere quanto meno di poter accedere al limite massimo, più alto, riferito al de minimis». Anche Agci non ha al momento un numero certo per quantificare il rischio per le sue aderenti, «ma le cooperative con una certa dimensione di ricavi, direi oltre i 10 milioni di fatturato annuo, superano quasi certamente la soglia», spiega Ramerino, «quindi i servizi dove si potrebbero avere conseguenze sono presumibilmente molti, dato che sono centinaia i milioni di ricavi in Lombardia per servizi alla persona erogati da cooperative sociali che hanno dimensioni medio grandi».
Il “caso Lombardia” sui de minimis in realtà è una questione che riguarda tutta Italia. «L’Irap è un tributo regionale, ma il vincolo del de minimis nasce dal Codice del Terzo settore, quindi il tema ha rilevanza nazionale. Con la fine della qualifica di Onlus ogni Regione ha dovuto ripensare le proprie agevolazioni, e ciascuna lo ha fatto in base al proprio contesto. La Lombardia ha scelto la continuità: ha confermato l’esenzione piena per tutte le cooperative sociali, riconoscendo il valore dei servizi che garantiscono sul territorio. È una base solida da cui partire», conclude Campese. «Il carattere transitorio e sperimentale del biennio 2026-2027 può diventare un’opportunità: abbiamo due anni per costruire insieme un modello stabile, che possa fare da riferimento anche per le altre regioni. La Lombardia ha già avviato un approfondimento sulle agevolazioni alla luce dei riscontri della Commissione europea, e può contare su un sistema di cooperazione sociale tra i più ampi e strutturati del Paese. Anche il contesto europeo va in questa direzione: sia la Comfort letter sulle imposte sui redditi sia la nuova decisione sui servizi di interesse economico generale valorizzano il vincolo legale di reinvestire gli utili. Chiediamo di verificare se la stessa logica possa valere per l’Irap. La nostra proposta è che la Lombardia si faccia promotrice di questo percorso. Prima di tutto per dare certezza alle proprie cooperative, ma anche perché una soluzione costruita qui, solida sul piano europeo, potrebbe essere portata in Conferenza delle Regioni come modello per tutti».
Fotografia di Nellie Adamyan su Unsplash
L'articolo Irap e non profit, dalla Lombardia parte l’allarme: «Occorre sciogliere il nodo dei “de minimis”» proviene da Vita.it.
Le forze armate yemenite hanno annunciato una nuova serie di attacchi di precisione contro obiettivi strategici in Arabia Saudita. Tra i bersagli colpiti figurano l'aeroporto internazionale Re Khalid di Riyadh e la base aerea di Khamis Mushait.
Il portavoce militare yemenita, Yahya Sari, ha confermato il lancio di un missile balistico contro lo scalo della capitale saudita, definendo l'operazione un "successo" e sostenendo che il missile ha centrato con precisione il bersaglio.
L'avviso alle compagnie aeree e la smentita sulla Mecca
A seguito dell'attacco, Sari ha lanciato un esplicito avvertimento rivolto a lavoratori, passeggeri, esperti e compagnie aeree internazionali, invitandoli a evitare gli aeroporti sauditi a causa del rischio di nuovi bombardamenti.
Il portavoce ha tuttavia precisato che tale avviso non si applica allo spazio aereo e agli scali situati nei pressi dei luoghi santi dell'Islam, in particolare le città della Mecca e di Medina, smentendo categoricamente quanto diffuso dalle autorità saudite circa presunti attacchi diretti verso le due città sacre.
Oltre al raid missilistico su Riyadh, le forze yemenite hanno condotto un'operazione condotta con droni contro la base aerea di Khamis Mushait, oltre a prendere di mira infrastrutture nella regione di Najran.
La reazione ai raid sauditi sullo Yemen
Questa nuova ondata di raid si inserisce in un quadro di intensa escalation militare. Nelle ore precedenti, lo stesso Yahya Sari aveva denunciato oltre 119 attacchi aerei e missilistici condotti dall'aviazione saudita in 24 ore su diverse province yemenite, tra cui Sana'a, Al-Jawf, Taiz, Saada, Marib, Lahij, Al-Bayda e Ibb.
Secondo le fonti yemenite, le incursioni aeree saudite — effettuate con caccia F-15 e Typhoon decollati dalle basi di Taif e Khamis Mushait — e i bombardamenti di artiglieria da Najran e Jizan avrebbero colpito diverse aree civili, provocando vittime e feriti tra la popolazione, tra cui donne e bambini. Dall'inizio dell'ultima fase di ostilità, il conteggio totale degli attacchi sauditi sullo Yemen ha superato quota 2.000.
Il contesto: una crisi esplosa a luglio
La recrudescenza del conflitto tra le forze yemenite e la coalizione a guida saudita si è intensificata a partire dallo scorso luglio, in seguito al bombardamento dell'aeroporto di Sana'a da parte di Riyadh.
In risposta, le forze yemenite hanno progressivamente ampliato il raggio d'azione delle proprie ritorsioni, impiegando droni e missili balistici contro aeroporti, porti e basi militari saudite, ed estendendo la minaccia alle navi petroliere e mercantili collegate all'Arabia Saudita in transito nel Mar Rosso.

Il 14 ottobre il Sovrano Ordine di Malta ospiterà un evento di beneficenza presso l'Ospedale Italiano del Cairo per celebrare la festa del Beato Gerardo, suo fondatore. L'iniziativa sarà focalizzata su un importante progetto di assistenza medica destinato ai bambini palestinesi gravemente feriti a Gaza e attualmente trasferiti in Egitto. Come riferito da Marc Innaro Patris de Breuil, Primo Consigliere e Incaricato d'Affari dell'Ambasciata dell'Ordine di Malta in Egitto, al momento sono 16 i piccoli pazienti coinvolti.
La serata si aprirà alle 18:00 con una Santa Messa celebrata dal Nunzio Apostolico nella chiesa dell'ospedale. Alle 19:00 seguirà un ricevimento durante il quale verrà illustrato il programma di intervento sanitario.
Cure specialistiche per i casi più gravi
Il progetto, realizzato in collaborazione con l'Ambasciata Palestinese al Cairo, prevede il ricovero e la cura in Egitto di bambini con traumi complessi.
Secondo quanto spiegato da Marc Innaro Patris de Breuil, dei 16 bambini attualmente inseriti nel programma (una cifra comunque provvisoria), otto necessitano di interventi neurochirurgici e altri otto di chirurgia ricostruttiva. Alcuni presentano lesioni estremamente severe: un piccolo paziente, ad esempio, ha riportato la perdita di una parte delle ossa craniche e dovrà essere sottoposto a un delicato intervento di ricostruzione.
I trasferimenti verso l'Egitto sono avvenuti negli ultimi mesi prioritariamente per i casi più critici. I bambini sono accompagnati da madri, sorelle o nonne e ricevono assistenza continua da parte delle suore dell'ospedale e da una squadra di psicologi, per un supporto completo lungo tutto il percorso terapeutico.
Équipe internazionali a fianco dei medici locali
Il modello operativo si fonda sulla cooperazione tra il personale dell'Ospedale Italiano e specialisti stranieri giunti su base volontaria.
Le équipe — ciascuna composta da circa sette professionisti tra neurochirurghi, chirurghi plastici, psicologi e protesisti — vedono medici provenienti da diversi Paesi, tra cui Italia, Germania, Polonia, Francia, Austria, Libano, Stati Uniti e Spagna. Gli specialisti mettono a disposizione i propri giorni di ferie, mentre l'Ordine di Malta garantisce la copertura delle spese di viaggio e alloggio.
Si tratta di un modello di collaborazione virtuoso: i bambini palestinesi accedono a cure ad alta specializzazione, i medici egiziani lavorano a contatto con colleghi internazionali e questi ultimi mettono le proprie competenze a disposizione delle strutture locali.
L'Ospedale Italiano del Cairo: un punto di riferimento storico
L'Ospedale Umberto I ha un ruolo centrale nel progetto. Fondato nel 1903 dalla Società Italiana di Beneficenza del Cairo, rappresenta un’istituzione storica della sanità egiziana.
La struttura accoglie pazienti di ogni origine e fede religiosa, offrendo sostegno economico alle famiglie indigenti. Un contributo fondamentale è dato dalle suore italiane presenti nell'ospedale; tuttavia, data la loro avanzata età, sono in corso trattative per individuare soluzioni che permettano di garantire continuità alla loro preziosa opera di assistenza anche in futuro. L'ospedale vanta reparti d'eccellenza proprio in neurochirurgia e ortopedia, i due ambiti chiave per le terapie dei piccoli pazienti palestinesi.
Un'organizzazione umanitaria presente in 130 Paesi
L'iniziativa si inserisce nella secolare missione umanitaria dell'Ordine di Malta, le cui origini risalgono all'XI secolo a Gerusalemme, quando il Beato Gerardo fondò un ospizio per i pellegrini e gli infermi (comunità poi riconosciuta ufficialmente da Papa Pasquale II nel 1113 con la bolla Pie postulatio voluntatis).
Oggi l'Ordine di Malta opera in 130 Paesi con interventi medici, sociali e umanitari, mantenendo relazioni diplomatiche con 115 Stati.
La presenza dell'Ordine in Medio Oriente: da Betlemme a Gaza
In Medio Oriente l'impegno dell'Ordine si concretizza storicamente nell'Ospedale della Sacra Famiglia di Betlemme, centro specializzato in maternità e neonatologia dove dal 1990 sono nati oltre 100.000 bambini (coprendo circa il 60% dei nascite nel distretto).
A Gaza, inoltre, l'Ordine ha inaugurato nel giugno 2026 una clinica di medicina generale — benedetta dal Cardinale Pierbattista Pizzaballa e dal Patriarca greco-ortodosso Teofilo III — coordinata da Malteser International. La struttura conta circa 30 operatori sanitari ed è in grado di assistere fino a 100 pazienti al giorno.
Un primo passo verso futuri interventi
L'evento del Cairo punta a raccogliere i fondi necessari per sostenere i viaggi e la permanenza dei medici volontari. Si tratta di un progetto pilota che l'Ordine intende ampliare progressivamente: l'urgenza immediata è curare i casi più gravi in Egitto, ma a lungo termine si valutano anche forme di intervento diretto all'interno della Striscia di Gaza.
La scelta del 14 ottobre si collega direttamente alla ricorrenza del Beato Gerardo (13 ottobre), tradizionalmente celebrata in forma riservata ma che quest'anno assume una forte valenza benefica e solidale.


Si trova a 7,5 anni luce di distanza dalla Terra, nella costellazione dell’idra. Ha una massa stimata tra tre e dieci volte quella di Giove, dimensioni pressoché identiche e una temperatura superficiale di circa -8 gradi Celsius. Ma non è né un pianeta né una stella. È Wise 0855, la nana bruna più fredda conosciuta. Grazie a una campagna osservativa condotta con il telescopio spaziale James Webb (Jwst), un team di ricercatori guidato dall’Università dell’Arizona ha studiato l’atmosfera di questo corpo celeste al confine tra una stella e un pianeta. I risultati della ricerca, in uscita su The Astronomical Journal, rivelano una struttura tridimensionale e una chimica complessa, con caratteristiche molto simili a quelle della Terra.

Illustrazione artistica di una nana bruna, un corpo celeste troppo massiccio per essere un pianeta, ma non abbastanza da innescare le reazioni di fusione nucleare che alimentano le stelle. Crediti: Nasa/Jpl-Caltech
Per giungere a queste conclusioni, il team di astronomi guidato da Brittany Miles, ricercatrice dell’Università dell’Arizona, ha osservato Wise 0855 per 11 ore utilizzando lo spettrografo Nirspec di Jwst, ottenendo uno spettro della luce ogni 15 minuti.
Questa tecnica, nota come “spettroscopia a serie temporale”, permette di seguire le variazioni dello spettro di luce nel tempo e studiare così i cambiamenti nelle caratteristiche dell’atmosfera. L’analisi di questi spettri ha permesso di ottenere ciò che i ricercatori stessi definiscono la ricostruzione più dettagliata mai ottenuta della dinamica atmosferica di Wise 0855, nonché la prima conferma diretta che le nubi d’acqua su un altro corpo celeste cambiano spessore nel tempo, proprio come accade sulla Terra.
I dati di Jwst rivelano infatti che l’atmosfera di Wise 0855 è modellata da due processi distinti che si verificano simultaneamente: ad alte quote, nubi d’acqua si addensano e si diradano con la rotazione dell’oggetto; più in profondità, imponenti moti convettivi rimescolano i gas, richiamando e trasportando verso l’alto molecole provenienti dalle regioni sottostanti.
«È la prima volta che riusciamo a confermare che le nubi d’acqua si assottigliano e si inspessiscono su un mondo vicino», sottolinea Miles. «Prima di Jwst avevamo a disposizione soltanto dati fotometrici, nei quali gli effetti delle nubi, della chimica e della temperatura risultavano inevitabilmente mescolati. Ora siamo finalmente in grado di distinguerli».
Le nane brune sono oggetti celesti troppo massicci per essere pianeti, ma non abbastanza da innescare le reazioni di fusione nucleare che alimentano le stelle. Grazie al calore residuo della loro formazione, tuttavia, emettono una debole radiazione. Per spiegare come questa luce attraversi l’atmosfera e raggiunga lo spazio, portando con sé informazioni sulle caratteristiche di questi oggetti, Mark Marley, direttore del Lunar and Planetary Laboratory dell’Università dell’Arizona e coautore dello studio, ricorre alla metafora di una zanzariera: «I fotoni emessi dal corpo celeste attraversano l’atmosfera e si disperdono nello spazio. Per noi è come guardare il mondo attraverso una zanzariera che lascia filtrare parte della luce. Stiamo imparando a conoscere ciò che si trova da entrambi i lati della zanzariera, ma dobbiamo anche capire com’è fatta la zanzariera stessa».
Nel caso di Wise 0855, in particolare, questa “zanzariera” cambia continuamente. Dalle indagini è emerso, infatti, che mentre la nana bruna ruota su sé stessa, “sfilano” nel campo di vista regioni caratterizzate da coperture nuvolose e temperature differenti, creando un mosaico dinamico di zone più calde e più fredde. La sensibilità dello spettrografo di Jwst ha permesso di tracciare queste variazioni analizzando singole impronte molecolari, un risultato che nessun osservatorio precedente era riuscito a ottenere per un oggetto così freddo.
Oltre alle variazioni di temperatura associate alla rotazione della nana bruna, lo strumento Nirspec ha registrato un segnale ritmico e oscillatorio associato alla presenza di due specifici gas: monossido di carbonio e fosfina. Secondo gli scienziati, non v’è dubbio: il segnale è dovuto al calore interno della nana bruna che spinge continuamente i gas verso la superficie, con un meccanismo analogo a quello che fa salire il liquido caldo dal fondo di una pentola in ebollizione.
Si tratta di un processo ben noto in planetologia, noto come “chimica di disequilibrio” (dall’inglese disequilibrium chemistry), spiegano i ricercatori. Su Giove, il rimescolamento convettivo trasporta i gas dagli strati profondi e caldi verso l’atmosfera superiore. Lo stesso processo è già stato osservato nelle nane brune, ma seguirne per la prima volta le variazioni in tempo reale, molecola per molecola, apre una prospettiva del tutto nuova.

Schema dell’atmosfera di Wise 0855 elaborato sulla base delle osservazioni in serie temporale e dei modelli che meglio riproducono i dati di Jwst. In (a), rappresentazione monodimensionale dell’atmosfera della nana bruna. Le frecce indicano i moti convettivi che trasportano gas caldo ricco di monossido di carbonio (CO), anidride carbonica (CO₂) e fosfina (PH₃) dagli strati più profondi dell’atmosfera, dove la pressione è maggiore, verso la fotosfera, lo strato più esterno. Le linee nere tratteggiate delimitano l’intervallo di pressione a cui è sensibile la modalità osservativa Nirspec del telescopio spaziale James Webb. In (b), rappresentazione bidimensionale semplificata delle caratteristiche superficiali che potrebbero contribuire alla variabilità osservata. Le regioni viola sono più nuvolose e presentano variazioni di temperatura dell’ordine di 1 kelvin. Le regioni blu presentano una copertura nuvolosa inferiore e consentono di sondare strati più profondi, dove le firme del disequilibrio chimico sono più marcate. Entrambi i tipi di regione possono subire variazioni di temperatura. Crediti: Brittany E. Miles et al., The Astrophysical Journal, 2026
Per il team di ricerca, il valore di questo studio non risiede soltanto in ciò che ci rivela su Wise 0855, ma nelle sue implicazioni nella caratterizzazione delle atmosfere planetarie: i principi fisici di convezione, formazione nuvolosa e chimica atmosferica che governano questo mondo si applicano anche ai giganti gassosi del Sistema solare, come Giove. Se questi principi sono universali, valgono anche per gli esopianeti giganti gassosi che gli astronomi stanno iniziando a studiare sistematicamente grazie al telescopio spaziale James Webb.
«Anche se le nane brune non sono veri e propri pianeti, mostrano comportamenti simili a quelli planetari», osserva Miles. «Tra di loro esiste uno spettro continuo di comportamenti, non c’è una linea di demarcazione netta. Giove e Wise 0855 sono chiaramente diversi, ma presentano schemi meteorologici simili. Esistono dunque principi fondamentali di fisica e chimica che possono essere applicati a tutti questi mondi».
I ricercatori guardano ora alle prossime osservazioni con il James Webb, con l’obiettivo di definire con maggiore precisione i dettagli sulla rotazione di Wise 0855 e approfondire la dinamica tridimensionale dei movimenti nella sua atmosfera. Per il momento, il messaggio è chiaro: il tempo meteorologico esiste ovunque e alcuni dei nostri vicini più prossimi hanno cieli che vale la pena osservare.
Per saperne di più:

I titoli di oggi:
Russia-Cina, collaboratore di Putin in visita in Cina per rafforzare legami nella cantieristica navale
Ue-Cina, a dicembre nuove misure commerciali per ridurre le dipendenze strategiche
Cina, cresce il peso dei tecnocrati dell’energia nella leadership del Pcc
Trump ipotizza
L'articolo In Cina e Asia – Assistente di Putin in Cina, il focus è sull’Artico proviene da China Files.
Un maremmano di nome Zeus è stato ucciso con due colpi di fucile da un cacciatore a pochi metri dalla porta di casa mentre tentava di difendere il suo territorio. E’ accaduto vicino a Olbia, in località Su Trambuccu, l’8 settembre. Il cacciatore è entrato nella proprietà privata. “Erano le 8:30, una giornata di caccia, avevo chiesto a un cacciatore di allontanarsi dal terreno confinante con il mio, mi aveva risposto che pagava le tasse venatorie e avrebbe fatto quel che voleva ma alla fine si era allontanato”, ha raccontato all’”Unione sarda” il proprietario di Zeus. “Poco dopo le 9:30, mi sono assentato per un quarto d’ora insieme a Zeus che al rientro è sceso dall’auto anticipando l’ingresso in casa”. A quel punto una persona armata sarebbe entrata nell’area recintata, attirando l’attenzione del canew che ha cominciato ad abbaiare per difendere il territorio. “L’intruso – continua il proprietario – ha prima tentato di colpirlo con alcune pietre poi ha imbracciato il fucile, ed esploso due colpi contro Zeus, ammazzandolo”.
I carabinieri hanno sequestrato il fucile che sarebbe stato utilizzato per abbattere il cane e le altre armi in possesso dell’uomo, cui è stata sospesa la licenza di caccia e che è stato segnalato alla Procura della Repubblica.
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Q ualche mese fa un amico, T., mi ha raccontato di aver partecipato a una sessione dei Love and Sex Addicts Anonymous, uno di quei gruppi di auto-aiuto in dodici passi per liberarsi dalle dipendenze, proprio come gli Alcolisti Anonimi, ma centrato sulla dipendenza sessuale e sulle dipendenze affettive. T. mi ha fatto leggere le “caratteristiche della dipendenza da sesso e amore”, una lista di dodici punti che descrive una serie di atteggiamenti e comportamenti “problematici” legati al sesso o alle relazioni: “sessualizziamo lo stress, il senso di colpa, la solitudine, la rabbia, la vergogna, la paura e l’invidia”; “usiamo il sesso o la dipendenza emotiva come sostituti delle cure amorevoli e del sostegno”; “rimaniamo gravemente distratti da ossessioni o fantasie romantiche o sessuali” e “schiavi […] delle attività sessuali compulsive”. I love and sex addict eviterebbero di assumersi le proprie responsabilità legandosi a persone emotivamente non disponibili; attribuirebbero “qualità quasi magiche” agli altri, li idealizzerebbero, per poi accusarli di non aver soddisfatto le loro aspettative.
Mi sembrava bizzarro questo accorpamento tra i due concetti, amore e sesso. Sotto la stessa etichetta, venivano raggruppate la sessualità compulsiva, la dipendenza affettiva, l’idealizzazione romantica, la paura dell’abbandono e vari modi di affrontare lo stress e la solitudine. Mi sembravano tutte fonti di sofferenza, difficoltà relazionali e sessuali, ma al tempo stesso una serie di affermazioni piuttosto generiche.
Ma soprattutto, perché T. si era diagnosticato una dipendenza dal sesso? Lo conoscevo da un paio d’anni e il suo comportamento sessuale, in effetti, poteva sembrare estremo, ma non era poi così diverso da quello dei tanti uomini gay che conoscevo, che avevano una libido alta e la cui promiscuità sessuale era più o meno socialmente approvata. T. mi inviava spesso video in cui faceva cruising nei bagni pubblici, nei parchi. Vari miei amici ci avevano fatto sesso e lo avevano descritto come un grande amante. Quando gli chiesi il perché di questa (auto)diagnosi, mi rispose che, semplicemente, era dovuto al fatto che il suo rapporto con il sesso stava influenzando tutte le altre aree della sua vita, proprio come farebbe qualsiasi altra dipendenza. Lo portava ad assumersi grandi rischi, come quello di contrarre l’HIV e altre infezioni sessualmente trasmissibili, a mentire ai propri partner, a sperperare risorse economiche.
Sotto la stessa etichetta, venivano raggruppate la sessualità compulsiva, la dipendenza affettiva, l’idealizzazione romantica, la paura dell’abbandono e vari modi di affrontare lo stress e la solitudine.Nel mondo scientifico c’è un dibattito aperto sul concetto di “dipendenza sessuale”. È più facile identificare le altre dipendenze, che siano comportamentali come il gioco d’azzardo o da sostanze: assumere alcol, cocaina, o altre sostanze in modo costante è quasi sempre la spia di una dipendenza, che alla persona causi disagio o meno. Con il sesso è più difficile: si tratta di un bisogno primario della maggior parte degli esseri umani; ci si può masturbare e fare sesso più volte al giorno e comunque vivere una vita completa e soddisfacente. Eppure, mi sembrava indubbio che per alcune persone il sesso fosse fonte di sofferenza, qualcosa che sentono di non riuscire a controllare e che si porta dietro ansia e vergogna.
Mentre molti esperti sono scettici riguardo all’esistenza di una vera e propria “dipendenza sessuale”, su Internet proliferano i contenuti sul tema: decine di TEDx Talk con titoli come “Superare le dipendenze: la mia storia con il porno” o “Sfuggire alla dipendenza dal porno”; test fai-da-te che permettono di autodiagnosticarsi come dipendenti sessuali; di tweet virali che recitano: “la dipendenza da sesso/porno/masturbazione è visibile, non ignorarne i segnali” – a cui segue una lista piuttosto vaga di sintomi e cambiamenti fisici che riguarderebbero gli interessati da questa condizione, da “non riesci a guardare le persone negli occhi” a “ti senti come se avessi il cervello sott’acqua”.
Facendo un passo molto indietro, Psychopathia Sexualis, celebre saggio sulla sessualità “deviante” pubblicato nel 1886 dallo psichiatra austriaco Richard von Krafft-Ebing, presenta una sezione dedicata ai comportamenti sessuali compulsivi e incontrollabili. Krafft-Ebing classificò questi comportamenti nell’ambito delle “nevrosi cerebrali” e utilizzò vari termini per descrivere ciò che oggi alcuni identificano come dipendenza sessuale: “iperestesia”, per indicare un desiderio sessuale ossessivo e anomalo che porta ad atti compulsivi; “satiriasi”, per classificare gli impulsi sessuali incontrollabili negli uomini; e il più noto “ninfomania”, applicabile invece alle donne.
Se in passato questi comportamenti erano considerati deviazioni dalla norma, in tempi recenti si è passati ad affrontarli come problemi di salute mentale. È importante sottolineare che, nell’edizione più recente del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), il cosiddetto disturbo da ipersessualità non è stato incluso per mancanza di prove empiriche.
Mentre molti esperti sono scettici riguardo all’esistenza di una vera e propria “dipendenza sessuale”, su Internet proliferano i contenuti sul tema.Il disturbo da ipersessualità avrebbe previsto che, affinché si potesse effettuare una diagnosi, la persona dovesse sperimentare, per almeno sei mesi, fantasie, impulsi o comportamenti sessuali ricorrenti e intensi, associati a: dedicare tanto tempo al sesso a scapito di altre attività e responsabilità; ricorrere al sesso per gestire stati emotivi negativi o situazioni di stress; mettere in atto tentativi ripetuti e fallimentari per ridurre il comportamento; continuare a praticarlo nonostante i possibili rischi fisici o emotivi. Sotto lo stesso ombrello, ci sarebbero i comportamenti legati alla masturbazione, al porno, al sesso (con altre persone, online, telefonico). Non sarebbe quindi la quantità di sesso, di per sé, a definire il problema, quanto la perdita di controllo, l’interferenza con la propria vita (sociale, lavorativa, altre aree) e la sofferenza associata al comportamento, proprio come mi raccontava T.
Due prospettive contrastanti sul tema sono affrontate in una raccolta di saggi del 1996, Taking Sides: Clashing Views on Controversial Issues in Human Sexuality, che ha un capitolo dedicato alla domanda: la dipendenza sessuale è un mito? A sostenere che si tratta di un mito – così come il più recente The Myth of Sex Addiction (2012) di David Ley – è lo psicoterapeuta William A. Henkin. A sostenere il punto di vista opposto c’è Patrick Carnes, sessuologo, a cui è attribuita la diffusione del termine sex addiction. Secondo Henkin, il concetto di dipendenza sessuale è figlio di una cultura, quella americana, ostile al sesso e alla sessualità. I criteri di questa diagnosi sono soggettivi, labili, e, mentre per alcune persone fare tanto sesso può essere considerato frustrante, sbagliato e immorale, per altre fa semplicemente parte della propria sessualità – il rischio è quindi quello di patologizzare variazioni normali nel comportamento e desiderio sessuale.
Riprendendo i sociologi Martin P. Levine e Richard R. Troiden, Henkin descrive tre modi di pensare il sesso e di vivere la sessualità: quello procreativo, secondo cui il sesso è un atto legato al matrimonio con il fine di fare figli; quello relazionale, secondo cui il sesso è da circoscrivere all’interno di una relazione romantica; e quello ricreativo, secondo cui il sesso è finalizzato al piacere e al divertimento. Tutte e tre queste posizioni fanno leva su valori incompatibili fra loro e concettualizzano il comportamento sessuale “fuori controllo” in modo diverso. Un altro punto riguarda la leggerezza con cui usiamo il termine “dipendenza” per riferirci a inclinazioni e passioni. Henkin sembra preferire il termine “compulsione”, per designare una serie di comportamenti, piuttosto che caratteristiche identitarie di una persona.
Non sarebbe quindi la quantità di sesso, di per sé, a definire il problema, quanto la perdita di controllo, l’interferenza con la propria vita (sociale, lavorativa, altre aree) e la sofferenza associata al comportamento.Carnes, invece, sostiene che è fondamentale riconoscere che quella legata al sesso può essere una dipendenza a tutti gli effetti, non un comportamento compulsivo né “ipersessualità”. Criticando il DSM, dice che “è da prendere come un lavoro in evoluzione, piuttosto che come la Bibbia”. Secondo Carnes, il pubblico è restio a definire dipendenza quella dal sesso perché consapevole che il sesso è essenziale, potente, spaventoso. Carnes presenta una serie di casi dalla sua esperienza clinica: un uomo che tradiva per anni la moglie con degli uomini nelle saune e nei bagni pubblici, contraendo l’HIV; un prete che spendeva migliaia di dollari in prostitute, arrivando a rubare dalla cassa della chiesa per potersele permettere; una donna che abbandonava i propri neonati per poter incontrare i propri amanti.
La letteratura sul tema si basa principalmente su aneddoti e casi clinici, mentre i dati epidemiologici sono ancora preliminari. In uno studio condotto dal gruppo di ricerca della professoressa Beáta Bőthe dell’Université de Montréal – che ha l’obiettivo di studiare il rapporto tra sessualità, tecnologia e dipendenze – la prevalenza della compulsività sessuale in un campione di 42 Paesi con circa 82.000 partecipanti era intorno al 5%. In un altro studio, gli uomini gay o bisessuali sono stati identificati come il gruppo con la prevalenza più alta di ipersessualità.
Ho parlato di questo tema con Émilie Gaudet, una dottoranda della professoressa Bőthe. Secondo Gaudet, anche se molte persone fanno tantissimo sesso, ciò non è da considerare necessariamente “problematico”. “Dobbiamo fare attenzione a non rendere questo concetto mainstream”, dice Gaudet, “perché si tratta di una condizione reale che causa tanta sofferenza.” Mi spiega che, a prescindere da come si chiami questa condizione, e al di là delle preoccupazioni morali e religiose (la religiosità è uno dei fattori maggiormente associati all’autoidentificazione come sex addict), è vero che può comportare, oltre a problemi con le relazioni, il rischio di perdere il lavoro e una forte ideazione suicidaria.
Con Gaudet parliamo delle tre prospettive principali su questa condizione: quella della compulsività, quella del controllo degli impulsi e quella della dipendenza. La prima lega l’ipersessualità al disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). In questa prospettiva, il comportamento sessuale sarebbe preceduto da pensieri, immagini o impulsi ricorrenti e difficili da frenare, accompagnati da una crescente tensione che trova sollievo nel momento in cui il comportamento viene messo in atto. Secondo Gaudet, il paragone con il DOC non regge perché di solito, nelle ossessioni, i pensieri sono vissuti come intrusivi, indesiderati e fonte di ansia, mentre nell’ipersessualità l’esperienza sessuale può essere anche desiderata e gratificante, almeno inizialmente.
C’è il rischio concreto di patologizzare variazioni normali nel comportamento e desiderio sessuale. Ai fini della diagnosi, non basta un’incongruenza morale del soggetto, né un’autoidentificazione come sex addict.Un secondo modo di interpretare il fenomeno è quello del controllo degli impulsi, “come la cleptomania o la piromania”, mi spiega Gaudet. L’International Classification of Diseases (ICD-11) classifica proprio il disturbo da comportamento sessuale compulsivo tra i disturbi del controllo degli impulsi – le persone che ne soffrirebbero avrebbero difficoltà a resistere a un impulso sessuale o a rimandarne la gratificazione. Ai fini della diagnosi, non basta un’incongruenza morale del soggetto, né un’autoidentificazione come sex addict. Anche questo modello, però, lascia alcune questioni aperte: molte condotte sessuali che vengono definite problematiche possono essere pianificate, ricercate e perseguite nel tempo, e non sembrano quindi riducibili a un impulso improvviso e irrefrenabile.
Gaudet mi dice che, nel caso del sesso, il comportamento è molto gratificante all’inizio, per poi diventare fonte di turbamenti, frustrazioni, malessere, come vediamo nel caso di altre dipendenze – pensiamo a chi usa l’alcol o altre droghe per stare meglio, affrontare momenti ed emozioni difficili, finché non diventa un problema. La terza prospettiva è proprio quella dell’addiction, che traccia un parallelo con le dipendenze da sostanze e, più in generale, con le dipendenze comportamentali, come il gioco d’azzardo. In questo caso, il punto centrale sarebbe la progressiva perdita di controllo sul comportamento e il suo crescente spazio nella vita della persona. Elementi ricorrenti sono la difficoltà a interrompere o ridurre l’attività sessuale, il tempo investito nella ricerca di partner o di occasioni sessuali, la progressiva sottrazione di tempo ad altre attività e la persistenza del comportamento nonostante le conseguenze negative, per esempio sulla relazione di coppia, sul lavoro o sulla salute. Alcune persone riferiscono inoltre stati di disagio quando cercano di interrompere il comportamento, tra cui ansia, tristezza, rimuginio o senso di colpa.
Capire come classificare questa condizione ha delle implicazioni per il suo trattamento. Quando chiedo a Gaudet cosa come trattarla, mi risponde che non è semplice e che in questo momento storico non abbiamo una terapia ideale. Non ci sono abbastanza prove che si tratti di una dipendenza, senza contare l’assenza di forme di terapia evidence-based. Cosa bisogna trattare poi? Il comportamento impulsivo? Il rapporto con il sesso? Far sì che le persone smettano di farlo? O le emozioni sottostanti? Molte persone ricorrono al sesso e alla masturbazione come strategia di coping, per affrontare lo stress, la noia, le emozioni negative.
Gaudet suggerisce di trattare la disregolazione emotiva e affettiva alla base, combinata con dei modelli per trattare le altre dipendenze. Le strategie d’intervento hanno spesso preso in prestito strumenti utilizzati per le dipendenze: psicoterapia individuale o di gruppo, tecniche cognitivo-comportamentali per riconoscere le situazioni che precedono il comportamento, strategie per prevenirne la ricaduta, lavoro sulle cause psicologiche sottostanti e trattamento delle eventuali condizioni associate. A questi approcci si sono aggiunti i gruppi di auto-aiuto come Love and Sex Addicts Anonymous e interventi farmacologici destinati più che altro a ridurre alcuni aspetti del comportamento. Negli Stati Uniti sono nati anche diversi programmi di recupero in ambito religioso, spesso rivolti a persone che si identificano come sex addict, in cui il comportamento sessuale “sano” viene definito nei termini del matrimonio e dell’astinenza fuori da esso.
Cosa bisogna trattare? Il comportamento impulsivo? Il rapporto con il sesso? Far sì che le persone smettano di farlo? O le emozioni sottostanti?Come dicevamo fu proprio Carnes, all’inizio degli anni Ottanta, con Out of the Shadows, a contribuire alla diffusione, negli Stati Uniti, dell’idea che alcuni comportamenti sessuali potessero essere compresi attraverso il modello delle dipendenze, con un approccio che riprendeva le caratteristiche e la struttura degli Alcolisti Anonimi: riconoscere il problema, individuare i comportamenti che lo alimentano, evitare le situazioni considerate ad alto rischio e costruire un percorso di “recupero”, da intendersi in chiave spirituale.
Questo approccio, tuttavia, non si limita a descrivere una perdita di controllo sul comportamento sessuale, ma porta con sé anche un’idea precisa di quale sessualità dovrebbe essere considerata sana, guardando con sospetto il sesso al di fuori di una relazione, l’uso della sessualità per gestire le emozioni spiacevoli, i tradimenti e alcune pratiche sessuali non convenzionali. Il rischio è quello di confondere la sofferenza prodotta da un comportamento con la natura stessa di quel comportamento, patologizzando non solo la perdita di controllo, ma anche una determinata idea di sessualità. Un modello costruito attorno alla coppia monogama ed eterosessuale rischia così di leggere come “deviante” ciò che, in altri contesti, può essere semplicemente un modo diverso di vivere la sessualità: essere single, avere rapporti senza una relazione sentimentale, vivere relazioni non monogame, avere una sessualità gay o praticare forme consensuali di kink.
Una prospettiva diversa è quella dell’out of control sexual behavior, sviluppato da Douglas Braun-Harvey e colleghi. Secondo questo approccio, il problema va ricercato nell’ambito della salute sessuale e nel rapporto che la persona ha con il sesso. Invece di chiedere soltanto quanto sesso faccia una persona, quanto spesso si masturbi o quanta pornografia consumi, occorre ricostruire il quadro individuale: come regola le proprie emozioni? Quali sono i suoi schemi relazionali e di attaccamento? Quali conflitti vive intorno alla sessualità? Quali sono i suoi valori? Quanto il comportamento sessuale interferisce con la sua vita e, soprattutto, che cosa vorrebbe effettivamente cambiare? Ne deriva quindi un approccio terapeutico più individualizzato che cerca di capire quale funzione svolga quel comportamento: se serve a evitare emozioni difficili, a regolare la noia o la solitudine, a gestire conflitti relazionali, a ricercare gratificazione oppure a rispondere ad altri problemi psicologici o di salute. Il comportamento sessuale, in questa prospettiva, non è necessariamente il bersaglio da eliminare, ma può essere il punto attraverso cui comprendere un problema più ampio.
Un approccio terapeutico più individualizzato vede il comportamento sessuale non necessariamente come il bersaglio da eliminare, ma come il punto attraverso cui comprendere un problema più ampio.Ricapitolando: siamo al buio rispetto a se, come e quando parlare di “dipendenza sessuale”. Non abbiamo un consenso sulla definizione, né trattamenti di comprovata efficacia. Ma la mancanza di una risposta non cancella la domanda di chi sta male, come T. di cui scrivevo all’inizio. T. l’etichetta se l’è data da solo, per poi liberarsene. È andato a una sola sessione dei Love and Sex Addicts Anonymous – gli è bastata. Ha iniziato a frequentare un ragazzo di cui si è innamorato – ora stanno insieme da qualche anno e sono monogami – e il desiderio di non compromettere questa relazione importante ha fatto sì che cambiasse il suo rapporto con il sesso. Quando abbiamo riparlato, mi ha detto di aver “spostato” la sua “dipendenza” sessuale con chiunque a quella con il suo fidanzato, con cui c’è molta chimica.
Non so se avesse ragione a chiamarla dipendenza. Voglio dargli il beneficio del dubbio; gli credo quando dice che qualcosa non andava, anche se non mi era mai sembrato una persona che vive il sesso con angoscia. Penso che avesse bisogno di un linguaggio per comunicarlo, e che quello a disposizione fosse quello della dipendenza e della diagnosi psichiatrica.
Si può essere aperti alla sessualità in varie forme, alle componenti positive del sesso, del porno, della masturbazione, come lo è T. e come lo sono Gaudet e il team di cui fa parte, pur riconoscendo che talvolta questa sessualità può diventare “problematica”. Gaudet mi dice chiaramente che la posizione del suo gruppo è che le persone che soffrono vanno prese sul serio e curate, e che non tutti quelli che si definiscono sex addict lo sono. Queste due cose possono coesistere ed è forse questa la parte più difficile da accettare, sia per chi cerca di patologizzare alcune espressioni della sessualità umana, sia per chi, al contrario, non vede nessuna patologia.
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Nel 1999 Intersos, riflettendo sulle guerre degli anni precedenti, denunciava che «l’accesso alle vittime è usato ormai come arma da guerra». Impedire l’arrivo dei soccorsi significava privare le popolazioni dell’assistenza necessaria, ma anche allontanare testimoni scomodi. Era una constatazione grave, che metteva in discussione uno dei presupposti dell’azione umanitaria: anche nelle guerre più violente esistono limiti da rispettare e persone che devono poter essere soccorse.
A quasi trent’anni di distanza, quella denuncia appare ancora più attuale. Non soltanto perché l’accesso alle popolazioni continua spesso a essere impedito, ma perché si sono moltiplicati gli ostacoli che rendono difficile, talvolta impossibile, prestare soccorso. Alle armi si aggiungono restrizioni politiche, impedimenti amministrativi, normative antiterrorismo, sanzioni, diffidenza verso le organizzazioni internazionali, riduzioni e improvvise interruzioni dei finanziamenti.
Ma ciò che maggiormente interroga è il progressivo indebolimento della protezione dei civili e di quanti cercano di assisterli. La sofferenza delle popolazioni sembra sempre più spesso subordinata agli obiettivi militari, alle convenienze politiche e agli interessi geopolitici. Il dovere del soccorso, pur riconosciuto dalle regole internazionali, incontra ostacoli crescenti proprio quando dovrebbe prevalere su ogni altra considerazione.
Non è soltanto lo spazio umanitario a restringersi. È messa alla prova la volontà della comunità internazionale di riconoscere limiti alla violenza e responsabilità comuni.
L’accesso umanitario non è soltanto far passare un convoglio o ottenere un’autorizzazione. Richiede una progressiva conoscenza delle realtà locali, la costruzione di rapporti di fiducia, l’interlocuzione con chi esercita il potere sul territorio e garanzie di sicurezza per le persone colpite e per gli operatori umanitari.
Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa, nel 2025 circa 204 milioni di persone vivevano in aree controllate o contese da gruppi armati. Raggiungerle significa spesso dover dialogare con soggetti che la comunità internazionale considera ostili o illegittimi. Intersos lo aveva chiarito già nel 2006: interloquire non significa identificarsi con le parti. Significa comprendere le condizioni delle popolazioni e cercare di proteggerle. Una distinzione essenziale, che oggi rischia di essere oscurata dalla logica delle contrapposizioni.
Anche le normative antiterrorismo e i regimi sanzionatori possono ostacolare operazioni umanitarie legittime. Banche, fornitori e intermediari rinunciano talvolta a operare per timore di conseguenze legali. Si produce così un paradosso: nel tentativo di isolare politicamente un gruppo armato si finisce per isolare anche la popolazione sotto il suo controllo, estranea alle sue azioni. Le esenzioni umanitarie introdotte dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea rappresentano un correttivo importante, ma devono poter funzionare concretamente.
In Sudan la guerra ha provocato milioni di sfollati, distrutto servizi essenziali e reso sempre più difficile raggiungere le popolazioni. Nel vicino Sud Sudan, nei primi sette mesi del 2026, sono stati uccisi 36 operatori e collaboratori umanitari. In Ucraina, nello stesso periodo, sono stati registrati 168 incidenti relativi all’accesso umanitario, con sette operatori uccisi e diciannove feriti. Tra le vittime vi è stato anche Volodymyr Shpek, operatore di Intersos, morto dopo essere stato colpito da un drone. A Gaza, dove la devastazione delle infrastrutture civili e sanitarie ha assunto dimensioni eccezionali, alla fine di aprile 2026 le Nazioni Unite registravano almeno 593 operatori umanitari uccisi dall’ottobre 2023. Nel mondo, oltre mille operatori uccisi in tre anni, quasi il triplo del triennio precedente.
Questi dati pongono interrogativi che vanno oltre la sicurezza degli operatori umanitari. Riguardano la protezione dei civili, del personale sanitario, dei giornalisti, di quanti non partecipano alle ostilità. E soprattutto l’effettiva capacità del diritto internazionale umanitario di limitare la violenza della guerra.
Quel diritto impone obblighi precisi a tutte le parti, senza eccezioni: le violazioni commesse da una parte non possono giustificare quelle dell’altra né attenuarne le responsabilità. Eppure, assistiamo non soltanto a ripetute violazioni delle regole, ma anche alla contestazione delle istituzioni chiamate ad accertarle. Le sanzioni statunitensi contro giudici e funzionari della Corte penale internazionale sono un segnale particolarmente grave.
Che cosa rimane di un ordine internazionale fondato su regole comuni se gli Stati ne riconoscono l’autorità soltanto quando le decisioni coincidono con i propri interessi?
La neutralità umanitaria non significa indifferenza verso le violazioni del diritto. Resta però, per le organizzazioni umanitarie, il difficile equilibrio tra testimoniare e denunciare e mantenere l’accesso alle popolazioni.
La crisi dello spazio umanitario assume forme diverse. In alcuni Paesi del Sahel, come Burkina Faso, Mali e Niger, crescono le rivendicazioni di sovranità e la diffidenza verso parte della presenza internazionale. Le organizzazioni umanitarie possono essere percepite come espressione degli interessi dei governi che le finanziano.
Questi interrogativi non possono essere liquidati come semplice propaganda. Riguardano anche la storia delle relazioni internazionali, la distribuzione del potere e la partecipazione delle società locali. Ma il rispetto della sovranità non può trasformarsi nella subordinazione dell’assistenza umanitaria alle convenienze politiche.
Occorre costruire legittimità attraverso l’indipendenza dell’azione umanitaria, il rapporto di fiducia con le comunità e il rafforzamento delle organizzazioni locali. Affidare loro maggiori responsabilità senza risorse adeguate e reale potere decisionale significa rischiare di esporle a pericoli che non sono messe in condizione di affrontare.
Un’altra trasformazione riguarda le risorse. La drastica contrazione dell’assistenza internazionale statunitense avviata nel 2025 ha provocato interruzioni di programmi, licenziamenti e riduzioni della capacità operativa in molti Paesi.
La questione non riguarda soltanto la disponibilità di denaro. Le decisioni di pochi governi possono compromettere in poche settimane un sistema umanitario costruito in decenni, lasciando senza assistenza persone già estremamente vulnerabili. È necessario renderlo più efficiente, ridurre duplicazioni e ampliare la base dei finanziatori. Ma non si può confondere il miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza del sistema umanitario con il suo ridimensionamento imposto dalla diminuzione delle risorse stanziate. Le conseguenze sono particolarmente gravi nella sanità: nelle crisi prolungate non basta curare i feriti, occorre anche preservare ospedali, vaccinazioni e servizi essenziali per garantire la continuità delle cure.
Anche fuori dai conflitti armati, come mostra Cuba, sanzioni e restrizioni economiche possono aggravare le condizioni della popolazione e ostacolare l’assistenza. La finalità politica di una misura non dovrebbe mai dispensare dal valutarne e limitarne le conseguenze umanitarie.
Le crisi non sono sovrapponibili. Differiscono per cause, responsabilità e condizioni operative. Mostrano però come la possibilità di raggiungere le popolazioni, la protezione dei civili e la legittimità dell’azione umanitaria siano diventate dimensioni strettamente intrecciate di una crisi più generale.
È questo lo scenario nel quale si svolgerà, il 15 ottobre all’Ara Pacis di Roma, la quinta edizione del Rome Humanitarian Congress di INTERSOS, appuntamento annuale di approfondimento, confronto e ricerca di proposte per affrontare le sfide dell’azione umanitaria.
Gli interrogativi sono impegnativi. Come mantenere aperto l’accesso e dialogare con tutte le parti senza diventarne strumenti né identificarsi con esse? Come impedire che l’isolamento politico e finanziario di un gruppo armato diventi isolamento umanitario delle popolazioni? Come rafforzare gli attori locali trasferendo effettivo potere decisionale e risorse, senza scaricare su di loro soltanto rischi? Come evitare che sanzioni dirette contro un governo aggravino le condizioni della popolazione? Come rispondere all’emergenza senza lasciare sistemi sanitari ancora più fragili? Come rendere più efficace l’azione umanitaria senza trasformare la scarsità delle risorse nell’accettazione della rinuncia? Come proteggere i civili quando le norme che dovrebbero proteggerli vengono ripetutamente violate?
Non esistono risposte semplici, né possono darle da sole le organizzazioni umanitarie. Servono scelte operative e soprattutto responsabilità degli Stati, dei donatori e delle istituzioni internazionali. Molti dei principi e degli strumenti necessari esistono già. Il problema è renderli effettivi in un mondo più frammentato, nel quale la sofferenza delle persone rischia di contare sempre meno nelle decisioni che ne determinano la vita.
La questione, in definitiva, va oltre il futuro dell’aiuto umanitario. Riguarda la direzione nella quale si stanno muovendo le relazioni internazionali: verso un mondo in cui il rispetto delle regole e il soccorso a chi soffre continuano a rappresentare responsabilità comuni, oppure verso un mondo nel quale anche questi obblighi diventano subordinati ai rapporti di forza e alle convenienze del momento.
Credit foto Hasib Hazinyar
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Escludendo la parte "mitologica", la più celebre Jaguar di sempre nasce anzitutto da un bisogno molto concreto: i modelli XK140 e XK150 erano stati criticati da proprietari e appassionati per la loro tendenza a divenire più ingombranti e pesanti della progenitrice 120, finendo così per diluire l'identità della linea XK. Occorreva una sostituzione moderna e aerodinamica, approfittando dell'aumento di cilindrata da 3,4 a 3,8 litri del motore XK rialesato come base di partenza, già previsto per il 1960 su tutta la gamma (220 o 265 CV a seconda dell'allestimento scelto). Il Direttore Tecnico William Heynes, presente fin dal 1935, assunse la guida del progetto, mentre il design della carrozzeria fu affidato al nuovo arrivato, Malcolm Sayer: è con i suoi input che l'azienda di Browns Lane compì un vero salto di qualità, partendo dai modelli C-type e D-type, straordinariamente efficaci in pista. Era chiaro che gli appassionati si aspettavano un veicolo altrettanto dominante su strada, non solo alla 24 Ore di Le Mans.
Arrivando per gradi
Sotto la direzione di Heynes, i lavori sulla E-Type iniziarono nel dicembre 1956. Il primo prototipo fu completato nel maggio del 1957 e prese la denominazione ufficiale di E-type 1 Aluminium, o E1A. Più piccola della E-Type definitiva, ma più grande della D-Type, con la quale condivideva la struttura centrale monoscocca (nata con il prototipo-studio di Heynes XKC 054/XP11, del 1953). Tuttavia, la E1A si distingueva dalla D-Type per l'adozione di un nuovo sistema di sospensioni posteriori indipendenti, una carrozzeria più slanciata e dal profilo ribassato, e il motore da 2,4 litri della berlina Mk1, lanciata nel 1955. Dopo i test dei collaudatori della Jaguar, nel maggio del 1958 Heynes decise di affidarla a Christopher Jennings, direttore della rivista The Motor, affinché ne fornisse una valutazione indipendente. Jennings rimase colpito dalla capacità della vettura di percorrere lunghe distanze rapidamente. La E-Type si evolse gradualmente nel corso dell'anno con un secondo prototipo più vicino alla versione finale; contemporaneamente partì anche il progetto Zenith, che diventerà la grande berlina di lusso MkX. Entrambe le auto avrebbero adottato le sospensioni posteriori indipendenti progettate da Bob Knight in soli 27 giorni, nell'ambito di una scommessa con Sir William Lyons. Sarebbero poi rimaste in uso fino agli anni 90...
Un concitato finale
Nel luglio 1959, la Jaguar aveva su strada un terzo prototipo, che l'anno successivo anche il pubblico poté ammirare: era la E2A da testare a Le Mans, imparentato con la D-Type ma meccanicamente molto acerbo. Così arrivò il momento di svelare la E-Type, al Salone dell'Auto di Ginevra del 1961. In precedenza, l'azienda aveva concesso in prova un esemplare ai due principali settimanali automobilistici britannici, The Autocar e The Motor. Tali prove si sarebbero rivelate fondamentali per la promozione della E-Type, ma sulla notizia vigeva un embargo fino alla presentazione ufficiale. C'era già un esemplare coupé esposto presso lo stand a Ginevra, targato 9600HP e portato lì su strada da Coventry da Bob Berry, PR Manager Jaguar, ma a William Lyons serviva una seconda auto da mostrare ai media. Quindi, verso le 19:00 di martedì 14 marzo 1961, il collaudatore Norman Dewis partì da Browns Lane, al volante della E-Type roadster targata 77RW. Guidò a ritmo serrato per tutta la notte fino a Ginevra, per oltre 1100 chilometri; qui si recò presso il distributore locale Jaguar, per un lavaggio e una lucidatura in appena 20 minuti, prima di dirigersi al Parc des Eaux Vives per la presentazione pubblica, con circa 200 giornalisti. Da qui in poi, come si dice, il resto è storia...


















Il compianto Philippe Daverio, affermò che gli artisti creano le loro massime opere sotto la repressione, nelle difficoltà o durante le guerre, non in tempi di pace. Senza forzare improbabili analogie, bisogna riconoscere che per superare la grave crisi energetica degli anni 70, anche i costruttori automobilistici dovettero spremersi le meningi e attuare contromisure drastiche, mediante decisioni che fino a pochi anni prima non si sarebbero scomodati ad intraprendere: innovare senza indugio, efficientare ma osando. In Italia la notevole contrazione del mercato fece perdere più di un milione di auto. Certe soluzioni permisero di sostenere l'export, benché tutta l'Europa fosse colpita da una fase recessiva di considerevole portata, e l'austerity aveva vanificato gli sforzi dell'industria per tenersi al passo. All'inizio e alla fine di tutto c'è il pubblico, che reagisce più positivamente agli input quando il mercato è florido, e le auto si possono pagare con calma. Quando una crisi stringe la morsa sui consumi, si è più sensibili agli sprechi e refrattari ai capricci, per tutelare il portafoglio. Attraverso un "before and after" non esaustivo, vediamo chi cavalcò meglio il nuovo leitmotiv, superando brillantemente la pericolosa impasse d'identità e di stanchezza della domanda.
Trasporto trasversale
Sicuramente la Golf, che rinvigorì una stagnante Volkswagen, rimasta al palo con un Maggiolino senza validi sostituti. Puntando su Golf, Passat e Scirocco, Giugiaro fa terno al lotto, svecchiando una gamma male articolata e poco appetibile, allontanando la casa di Wolfsburg dallo spettro della sparizione. Nella tempesta sindacale e di rivolta operaia, la Fiat trova nuova linfa con la Ritmo (e poco più tardi anche con la Panda), reinterpretando al contrario il concetto di auto media della 128: stessa base, ma coraggiosa e avanguardista anziché rassicurante e visivamente banalizzata. L'eccessivo conformismo borghese stava tramontando, occorreva mettere in discussione soluzioni estetiche (più che tecniche) troppo consolidate. La Citroën fa lo stesso nella sua misura, con l'AMI invecchiata male: Visa e LN, benché non sarebbero mai diventate altrettanto emblematiche esteticamente, erano assai più commisurate al modificato contesto. La Ford, temporeggiando, decide proprio negli anni più bui di buttarsi per la prima volta nel segmento B con l'hatchback Fiesta. L'alto gradimento dimostrò che, oltre alla Fiat 127 (colei che, lanciata durante le prime avvisaglie di recessione, già rappresentò un salto quantico in avanti rispetto alla precedente 850, pigramente conservatrice) e alla Renault 5, c'era ancora spazio nella categoria.
Non solo utilitarie
Dopo la vecchia Giulia, ormai anacronistica e troppo protratta, l'Alfa Romeo prende una boccata d'aria fresca con la riformatrice Giulietta a cuneo (Tipo 116), e anche la promozione a quota 2000 dell'Alfetta non fece altro che bene. Le Dino 308 GT4 e Ferrari 308: stesso motore, magra figura per la prima, successo incondizionato per la seconda. Una riprova di quanto fosse diventato vitale calibrare bene l'immagine di fronte ai potenziali compratori, anche nelle alte sfere del mercato. Con un tale potere d'acquisto anche in un momento così incerto, era chiaro che il marchio Dino non bastava più per accontentarsi. Un esempio in cui l'immagine, appunto, venne eccessivamente stravolta causando effetti avversi fu presso la Lancia che, dopo un buon recupero nei primi anni sotto la Fiat, si stabilizza in posizione appena sufficiente. Una Beta che non infiamma i puristi, problemi qualitativi e di finitura mai palesati prima, e una ormai invendibile Gamma che non decolla. Bene i rally, ma non portano numeri di vendita. Avrà bisogno di più tempo per riprendersi, prima con la Delta e poi con la Thema, in un mercato nuovamente cambiato.
Coraggio senza guardarsi indietro
Tornando alla Citroën, è proprio in questo momento che, dopo 20 anni, saluta a malincuore la DS in favore delle nuove forme della CX. Esattamente nel 1975, azimut della crisi, ma non era più possibile aspettare. In Germania, osare per ottenere risultati straordinari, voleva dire BMW. Sempre nel '75, viene presentata la Serie 3 E21, la gamma d'accesso del marchio bavarese, per un bacino d'utenza vasto, preparando gradualmente gli appassionati a dire addio alla 02, cosa che avverrà definitivamente due anni più tardi. Ciò che accomuna queste scelte epocali, fu proporre un pacchetto moderno e attraente, attento agli sprechi, ma molto vicino alla realtà e ai bisogni del pubblico. Tutto questo potrebbe ancora dirci qualcosa?

















1968. Lima Site 44, 60 chilometri a nord di Vientiane, Laos: un elicottero si alza in volo. Sulla coda campeggia il marchio di Air America, ma c’è la CIA dietro l’operazione. Obiettivo: trasportare le truppe etniche Hmong, reclutate dagli americani contro le forze comuniste nel quadro della guerra del Vietnam. Sessant’anni dopo, Lima Site 44 ha un altro nome: si ...
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Torna il TTG di Rimini, la fiera del turismo italiano e anche quest’anno è l’occasione per Moby, Tirrenia e Toremar per presentare le proprie rotte, il network più completo per Sardegna, Corsica, Isola d’Elba e Arcipelago Toscano. Mentre continua la coda di questa straordinaria estate 2026, sono già aperte le vendite per lastagione 2027 per le partenze da e per Sardegna e Corsica fino a fine settembre, che è possibile acquistare anche sul sito Moby ufficiale Moby.it.
La linea Livorno-Olbia, quasi una ’metropolitana del mare’, viene effettuata tutto l’anno con corse diurne e notturne in entrambe le direzioni con Moby Fantasy e MobyLegacy, le due ammiraglie della flotta, che sono i traghetti più grandi ed ecologicamente sostenibili di tutto il Mediterraneo, oltre ad offrire servizi di bordo straordinari, da un intero ponte dedicato alla ristorazione con preparazioni a vista al wi-fi gratuito per essere sempre in navigazione, in ogni senso.
Ma Moby è da sempre sinonimo anche di Corsica, l’Isola della Bellezza collegata con l’Italia dalle navi della Balena Blu. È possibile già prenotare per la Genova-Bastia che nel 2027 sarà operata dal 15 maggio al 27 settembre con Moby Wonder e Moby Aki e tutti i loro servizi di bordo, compreso il wi-fi gratuito, con partenze diurne in entrambe le direzioni.
E le prenotazioni sono aperte anche sulla Livorno-Bastia, la linea più veloce fra il continente e la Corsica, che andrà dal 15 maggio al 30 settembre con partenze diurne su Moby Kiss.
Tutto questo si somma al buono sconto del 20 per cento per chi acquista un biglietto Moby e Tirrenia da oggi al 30 novembre per partenze fino al 27 settembre 2027 da spendere sulla partenza successiva fino al 30 settembre 2027 (sulla Genova-Porto Torres e sulla Civitavecchia-Olbia è possibile ottenere lo sconto sul secondo viaggio dal primo giugno al 30 settembre 2027).

Una pattuglia della Polizia di Stato, sulla FI-PI-LI ha fermato per un controllo un autocarro, nei pressi dello svincolo per l’Autostrada A12 nel territorio di Collesalvetti. L’atteggiamento sospetto del conducente, con precedenti specifici emersi dalle verifiche nelle banche dati, ha indotto i poliziotti a eseguire una perquisizione sul posto, estesa anche al veicolo.
In questo modo gli agenti hanno potuto rinvenire all’interno del mezzo 93 grammi di marijuana, suddivisi tra un involucro principale e barattoli, oltre a 525 euro in banconote di vario taglio, ritenuti provento dell’attività illecita.
Sono stati sequestrati contestualmente anche due smartphone e appunti manoscritti riconducibili a contatti per l’approvvigionamento e la cessione dello stupefacente. Il tempestivo coordinamento tramite la sala operativa ha, inoltre, consentito la perquisizione dell’abitazione del soggetto.
L’uomo è perciò stato arrestato e condotto in carcere a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

Un mercato del lavoro che respinge gli stranieri e continua a cercarli
Ufficialmente la Malaysia vuole meno lavoratori stranieri. Quelli regolari erano 2,13 milioni a fine 2025, le nuove quote sono bloccate dal marzo 2023 e il governo punta a farli scendere al 10 per cento della forza lavoro entro il 2030. Le imprese ad alta intensità di lavoro, però, continuano a chiedere manodopera, e a luglio Anwar Ibrahim ha dovuto ordinare di sbloccare entro un mese le domande della ristorazione. I rifugiati stanno dentro questa contraddizione. A maggio il ministro dell’Interno Saifuddin Nasution Ismail ha spiegato che il nuovo registro statale, il DPP (Dokumen Pendaftaran Pelarian), non dà diritto a restare: ogni pratica finirà con un rimpatrio, un reinsediamento in un paese terzo o un’espulsione. Ha aggiunto che la banca dati servirà a collocare i rifugiati tra i 20 e i 40 anni nei posti vacanti di cinque settori. Due mesi dopo il governo ha ordinato all’UNHCR di sospendere le nuove registrazioni. La Malaysia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, e così decidere chi è rifugiato, e per fare quale lavoro, spetta soltanto all’amministrazione. Marx avrebbe parlato di sovrappopolazione relativa: una riserva di lavoro che lo Stato allarga o restringe con un atto amministrativo, secondo quello che chiedono le imprese. Chi sa di poter perdere il permesso da un giorno all’altro non cambia datore e difficilmente denuncia un abuso, perché l’alternativa concreta è un centro di detenzione. Per questo la deportabilità disciplina molte più persone di quante ne vengano poi espulse davvero. Quella fascia d’età rende esplicita una divisione che gli studiosi del sistema-mondo descrivono da decenni, quella dei costi di una vita tra due paesi: chi riceve paga gli anni produttivi, chi invia si fa carico dell’infanzia prima della partenza e della malattia o della vecchiaia dopo il rientro. La Malaysia regge la propria posizione semiperiferica grazie al lavoro a basso costo dei vicini più poveri, e applica questa divisione con una franchezza rara. Il rimpatrio ne è l’ultimo passaggio.
Chi decide chi torna?
A metà agosto nei centri di detenzione c’erano 10.388 cittadini birmani. Il governo ne ha indirizzati 4.008, quasi tutti rohingya, verso il DPP e 5.000 verso il rimpatrio. Kuala Lumpur ha poi mandato i 5.000 nomi all’ambasciata del Myanmar, che per la prima fase ne ha accettati 1.476. A scegliere chi poteva salire sulle navi, con i propri criteri di cittadinanza, è stato quindi un governo che rifiuta ancora l’identità rohingya. Gli scartati restano in Malaysia, schedati biometricamente e disponibili per il mercato del lavoro. Il governo assicura che tutti hanno firmato per tornare. Mi chiedo quanto valga una firma messa davanti a due sole possibilità, la detenzione senza termine o un paese in guerra. Nel febbraio 2021 la Malaysia rimpatriò 1.086 birmani su navi della giunta nonostante un ordine del tribunale, e tra loro c’erano persone registrate presso l’UNHCR.
Per Naypyidaw la contropartita è politica. Min Aung Hlaing, che guidò il golpe del 2021, ha giurato come presidente ad aprile e da allora cerca governi disposti a riceverlo. A settembre Anwar gli ha offerto una visita ufficiale a patto che il Myanmar si riprendesse i propri cittadini; il 30 settembre Kuala Lumpur ha annunciato che la visita avverrà entro ottobre. La Malaysia sarà il quinto paese ASEAN ad accoglierlo. Naypyidaw offre l’unica cosa che la Malaysia non può ottenere da sola, il riconoscimento di queste persone come cittadini birmani, e riceve la normalità dei rapporti tra governi. Anwar dice di aver ottenuto anche lo stop ai bombardamenti in Rakhine e cure mediche per chi rientra. Sono promesse verbali di una parte in guerra, che nessuno fuori dai due governi può verificare. Il memorandum Italia-Libia del 2017 e l’intesa UE-Tunisia del 2023 hanno affidato il contenimento della mobilità a governi fragili o apertamente autoritari, pagandolo in denaro e legittimazione. Kuala Lumpur paga in riconoscimento, con la stessa logica di riammissione. Pesa anche la politica interna: a giugno una petizione per espellere i rohingya ha superato le 424.000 firme, e le elezioni generali vanno tenute entro febbraio 2028. L’ostilità verso i rifugiati dà copertura elettorale a una politica che fa comodo anche ai datori di lavoro.
Un regionalismo che si auto-blocca da solo
L’Indonesia ci arriva dalla parte opposta. La Perpres 125/2016 non prevede né lavoro né istruzione per i rifugiati; il ministro dell’Immigrazione Agus Andrianto ne ha chiesto la revisione nel novembre 2024, e l’assistenza resta a UNHCR e OIM. La Malaysia apre il mercato del lavoro con permessi revocabili, Giacarta lo tiene chiuso. In nessuno dei due lo status di rifugiato diventa un diritto di residenza. L’ASEAN non ha riconosciuto le elezioni birmane e dal 2021 tiene i leader birmani fuori dai vertici, richiamandosi a un Consenso in cinque punti che Naypyidaw non ha mai attuato. Il 10 agosto il ministro degli Esteri malese Mohamad Hasan ha chiesto al Myanmar di rispettarlo prima di qualsiasi rimpatrio. Diciassette giorni dopo Kuala Lumpur ha annunciato la data delle partenze. Consenso e non ingerenza proteggono gli affari interni dei membri dallo scrutinio collettivo, e in questo funzionano ancora. Una crisi che esce dai confini nazionali ne rimanda le conseguenze a ogni Stato preso singolarmente, e ne viene fuori una catena di accordi bilaterali che nessuna sede comune discute. L’intesa tra Anwar e Min Aung Hlaing occupa lo spazio che questa paralisi regionale lascia libera e intanto svuota, visita dopo visita, la sanzione collettiva contro Naypyidaw. Per capire se il programma è davvero volontario basterebbero due cose: lasciare entrare l’UNHCR nei centri di detenzione a parlare con i candidati, e dare a chi rifiuta il rimpatrio un permesso di soggiorno con diritto al lavoro. Finché rifiutare vorrà dire restare in cella, la seconda fase somiglierà molto alla prima.
Il 6 settembre scorso Alternative für Deutschland aveva conseguito una vittoria schiacciante in Sachsen-Anhalt, raggiungendo il 39% dei consensi. Traducendosi con una rappresentanza di 39 seggi al parlamento regionale (Landtag), il risultato non consente ad AfD di raggiungere, da solo, la maggioranza assoluta per governare – rappresentata da 42 seggi su 82. Secondo la regola del “muro tagliafuoco” (Brandmauer), inoltre, gli altri partiti avevano escluso alleanze con l’estrema destra. Tutti tranne uno: il Bündnis Sarah Wagnknecht aveva infatti dichiarato la disponibilità di cooperare con AfD, come è successo martedì mattina. Tuttavia, oltre al BSW, sembra che anche la CDU abbia appoggiato Rausch.
Il Brandmauer è crollato
La mattina del 6 ottobre il nuovo Landtag della Sachsen-Anhalt ha espresso il suo Presidente. Martin Rausch, AfD, ha ottenuto 48 voti su 82. Assieme a lui sono stati votati anche i vice-presidenti Tillschneider (AfD) con 44 voti, e Carsten Borchert (CDU) con 64 voti. Le voci di protesta si sono subito fatte sentire. Durante la prima seduta di martedì, circa 400 persone si sono riunite fuori dal parlamento regionale di Magdeburgo. Fra gli slogan: “no a cooperazioni con l’estrema destra”.
Storicamente, infatti, i partiti tradizionali tedeschi hanno seguito la regola del “cordone sanitario”, o “muro tagliafuoco”, per escludere i partiti estremisti dalle cariche istituzionali più importanti. Ora però, il cordone sanitario non ha retto e per la prima volta un candidato di un partito di estrema destra è arrivato a ricoprire una posizione di tanto rilevante. Fra i compiti di Rausch – che ora detiene la carica più alta all’interno del Parlamento regionale – quello di rappresentare il Landtag, condurre le sedute plenarie, vigilare sul rispetto del regolamento interno. Potrà inoltre rivolgere richiami ai deputati ed escluderli dalle sedute, e si occuperà delle questioni organizzative e del personale, compresa la nomina dei vertici della Corte dei Conti regionale e la composizione delle commissioni.
I calcoli non tornano
Che quella di martedì sia stata quindi una votazione storica, lo ha sottolineato lo stesso Rausch nel suo discorso inaugurale quando, invitando i deputati a cooperare con AfD, ha aggiunto: “i giorni del muro tagliafuoco dovrebbero appartenere al passato”.
La sua nomina era comunque prevista: il BSW, infatti, aveva già annunciato di volerne sostenere l’elezione. Questo partito, inoltre, fondato da Sarah Wagenknecht nel 2024, è anch’esso portatore di alcune istanze considerate estremiste dall’opinione pubblica – pur non essendo ufficialmente definito tale, come il caso di AfD. Così, la questione che si è aperta dopo il voto è piuttosto sui 4 voti giunti “in eccesso” al candidato AfD. BSW a AfD assieme ne avrebbero infatti garantiti solo 44, non 48. Dinamica simile anche per i 44 voti del vicepresidente AfD Tillschneider: il capogruppo della BSW ha infatti dichiarato che il suo partito non lo ha sostenuto, in quanto le sue posizioni sono troppo radicali. L’accaduto solleva quindi forti tensioni nella politica tedesca, e anche a livello federale c’è la richiesta di chiarimenti sulla provenienza dei voti – infatti non nota, data la modalità segreta con cui si è svolta l’elezione.
Le reazioni
In particolare, secondo quanto emerge da Die Zeit, l’appoggio ulteriore a Rausch sarebbe arrivato dalla CDU. A dichiararlo, è stato proprio il neoeletto presidente del Land, che ha inoltre anticipato che lo stesso è stato accordato anche per l’elezione in dicembre di Ulrich Siegmund (AfD) a governatore del Land.
Da parte dei vertici della CDU, l’indicazione ai suoi 14 deputati era stata quella di astenersi. Tuttavia, le astensioni finali sono state solo 5. SPD, la Sinistra e i Verdi, che avevano dichiarato il loro voto contrario, vogliono ora chiarezza sulla dinamica del voto segreto: “non deve esserci alcuna forma di collaborazione, né ufficiale né sottobanco”, si è affermato dall’SPD, mentre i Verdi chiedono una spiegazione “cristallina e inequivocabile”.
Merz, che precedentemente aveva minacciato l’espulsione dal partito per chi avesse votato AfD, ha infine espresso sgomento e disapprovazione: “chi elegge un deputato di un partito di estrema destra a presidente del Landtag deve fare i conti con la propria coscienza”. E mentre ha sottolineato l’impossibilità, in una votazione segreta, di stabilire con esattezza i sostenitori di AfD, condanna il possibile coinvolgimento dei deputati del suo partito. Tale atteggiamento non è infatti compatibile con i valori dei cristianodemocratici: “chi vota per l’AfD distrugge la credibilità della CDU”.
La politica estera
Le prime iniziative di Rausch mostrano come le implicazioni vadano oltre le discussioni sul cordone sanitario. Già nella giornata di mercoledì, AfD ha richiesto la convocazione di una seduta straordinaria del Landtag. Il tema: Russia, guerra in Ucraina e forniture di gas alla Germania. AfD, con il sostegno del BSW, ha infatti presentato una mozione perché la Germania sospenda immediatamente il sostegno finanziario e militare all’Ucraina, per la revoca immediata delle sanzioni economiche alla Russia e per la normalizzazione delle relazioni economiche tra Germania e Russia.
Il commento di Alice Weidel è arrivato subito: “il gruppo parlamentare dell’AfD porta senza indugio i temi davvero importanti all’ordine del giorno. Il presidente del Landtag Tobias Rausch conferma la seduta straordinaria sulla Russia e sulle forniture di gas. Agiamo fin dal primo giorno nell’interesse dei cittadini!”. A sua volta, dal BSW Thomas Schulze ha dichiarato che già prima delle elezioni il suo partito aveva promesso una mozione per la pace: “ora manteniamo questa promessa elettorale. Magdeburgo manda a Berlino un segnale a favore della pace”. La sua vice, Claudia Wittig ha affermato: “la Germania è il finanziatore n. 1 della guerra”, che però il Pease non può più permettersi, ha aggiunto.
Fra BSW e AfD ci sono inoltre posizioni simili, pur non coincidenti, anche sul riarmo, con il primo partito che si oppone all’incremento delle spese militari, mentre il leader AfD in Sachsen-Anhalt Ulrich Siegmund si era mostrato favorevole al riarmo, ma solo per scopi di sicurezza interna e per la remigrazione di massa. Infine, sia nell’AfD che nel BSW si è segnalata la presenza di politici che intrattengono rapporti con persone e organizzazioni russe.
La seduta straordinaria del Parlamento regionale di Magdeburgo dedicata alla mozione si terrà il 14 ottobre. Tuttavia, questa proposta rimane un segnale politico per esercitare pressioni sul governo: le decisioni fondamentali sulle sanzioni e sugli aiuti tedeschi all’Ucraina non vengono prese a livello regionale, bensì a quello federale o europeo.
E dopo?
Il supporto del BSW finora mostrato ad AfD, tuttavia, non significa automaticamente una cooperazione stabile o il supporto per l’elezione di Siegmund a dicembre – per cui il partito ha infatti già dichiarato la sua astensione. Un governo guidato da AfD, quindi, se si escludono colpi di scena, dovrà essere un governo di minoranza, soggetto di volta in volta al supporto esterno di BSW. Rispetto a tale opzione, però, Siegmund si era già precedentemente mostrato contrario, fino a prospettare la possibilità di nuove elezioni.
Tuttavia, quanto successo con l’elezione di Rausch fa salire le preoccupazioni. E non solo per la situazione in Sachsen-Anhalt. “L’estremismo di destra e di sinistra sta entrando con tutta la sua forza nei nostri parlamenti» ha ammonito Merz commentando l’elezione di Rausch, ma con lo sguardo anche a Berlino. Nella capitale tedesca, infatti, la Sinistra – sotto osservazione dall’intelligence di alcuni Länder per la presenza di orientamenti di estrema sinistra all’interno del partito – ha vinto le elezioni del 20 settembre con il 25,7% dei voti, ed è ora in trattativa con SPD e i Verdi per una coalizione di governo.
Tornando in Sachen-Anhalt, c’è ora da capire se gli ammonimenti di Merz saranno sufficienti ad evitare ripetizioni simili per le elezioni del governatore il 5 dicembre e quali saranno, nel lungo periodo, le ricadute sul governo federale. Le elezioni regionali hanno peggiorato la leadership del cancelliere, già fortemente in crisi, tanto che all’interno del suo stesso partito si è discussa l’ipotesi di un Kanzlertausch– una sostituzione. L’opzione è poi stata accantonata in quanto troppo rischiosa: con AfD primo partito nei sondaggi, la nomina non preceduta da elezioni democratiche un nuovo cancelliere CDU sarebbe considerata illegittima.
Nel frattempo, crescono le tensioni anche con l’alleato di governo. Mentre l’ SPD ha infatti confermato che continuerà a governare con la CDU, le critiche rispetto al riforme intraprese da Merz – che includono l’aumento dell’età pensionabile e tagli all’assistenza sanitaria – crescono. Inoltre, nonostante gli economisti considerino le riforme come essenziali per rilanciare la competitività tedesca, l’austerità che esse impongono crea forte malcontento fra la popolazione, che a sua volta viene sfruttato dai partiti estremisti a loro favore.
A questo si aggiunge la diversa opinione dell’SPD su come contrastare l’estrema destra. Rispetto alla CDU, che già in Turingia aveva cooperato con AfD e che in larga parte predilige combattere gli estremisti sul piano della battaglia politica, piuttosto che con il divieto del partito, i socialdemocratici mostrano infatti posizioni più nette, fra cui anche l’avvio della procedura per il divieto. Mercoledì sera, intanto, il gruppo parlamentare dell’SPD al Bundestag ha marciato a Berlino in protesta per l’esito della votazione di Rausch. Resta ora da vedere cosa succederà a dicembre con il voto del governatore del Land. C’è infatti da chiedersi, qualora si ripeteranno dinamiche analoghe a quanto avvenuto questa settimana, quale sarà il futuro della coalizione di governo.
Il Tribunale di Livorno (Sezione Penale), ha assolto Lenny Bottai, Alessandro Perini (consigliere comunale di Fratelli d’Italia), Emanuel Baldini e Andrea Preziosi dal reato di partecipazione a rissa, nel corso della quale lo stesso Perini riportò lesioni personali giudicate guaribili in 8 giorni. I fatti risalgono al 31 dicembre 2019, quando i quattro si trovarono davanti al Palazzo Comunale. La dinamica di quello che accadde fu ricostruita grazie ai filmati delle telecamere di sorveglianza e alle testimonianze.
Come spiega nella sentenza (del 15 giugno, depositata il 14 settembre) il Giudice Martina Giorgianni, "Lenny Bottai si è avvicinato ad Alessandro Perini tirandogli due volte l’orecchio, mentre Perini ha tentato di allontanarlo spingendolo. Successivamente si sono frapposti altri soggetti (Raffaele Pandalone) per sedare gli animi. Poco dopo è sopraggiunto Emanuel Baldini (sceso da un’auto), che ha iniziato a parlare con Perini. Bottai si è nuovamente avvicinato ai due e ha colpito al viso Perini. Subito dopo, Baldini ha colpito Bottai per difendere Perini, mentre Andrea Preziosi ha tenuto a distanza Perini."
Il Giudice ha perciò sottolineato: "I fatti, così ricostruiti, non integrano la tipicità della fattispecie di cui all’art. 588 c.p. con il termine ’rissa’, c tra gruppi contrapposti, o tra una persona e un gruppo di almeno due persone, caratterizzato dall’intenzione di sopraffarsi a vicenda". E "neppure può ipotizzarsi una responsabilità di alcuno degli imputati per il reato di lesione personale in danno di Alessandro Perini".
Perini ha commemtato ieri: "Per anni ho dovuto difendermi da un’accusa infamante con la Procura di Livorno che aveva chiesto sei mesi di reclusione anche per me". E "non fu rissa, ma un’aggressione nei miei confronti."
Interpellato Lenny Bottai ha dichiarato: "A Perini piace farsi pubblicità col mio nome, ancora. Posso dire che il Giudice ha stabilito cosa io ho sin da subito ammesso, ovvero che l’ho preso per un orecchio. Questo poteva essere considerato aggressione? Forse. Bisogna dire che il processo ha preso un’altra piega, perché lui si è inventato una marea falsità che sono crollate, dalle lesioni ai 10 antagonisti, quindi In sostanza sono stato assolto. Ero solo e sono andato da lui su suo invito".

La trasformazione digitale sta cambiando le abitudini di tutti, anche dei pensionati. In provincia di Livorno sono sempre di più gli over 65 che scelgono di ricevere la pensione tramite accredito su Conto BancoPosta, Libretto di Risparmio o Postepay Evolution, anziché ritirare il denaro in contanti. Un cambiamento che trova conferma anche in alcuni comuni del Livornese.
Negli uffici postali di Bibbona, Capraia isola, Cavo, Nugola, Piombino, Populonia e Quercianella Sonnino ad esempio, il 100% dei pensionati ha scelto la modalità di accredito su Conto BancoPosta, Libretto di Risparmio o Postepay Evolution. La presenza della clientela allo sportello resta centrale: i cittadini continuano, infatti, a frequentare regolarmente gli uffici postali per accedere a una gamma sempre più ampia di prestazioni — dalla gestione del risparmio ai servizi di pagamento o del progetto Polis (richiesta di rilascio e rinnovo del passaporto e certificati della pubblica amministrazione) — confermando il ruolo di Poste Italiane come presidio di vicinanza e punto di riferimento quotidiano per il territorio.
La nuova familiarità con la tecnologia da parte dei meno giovani è un segnale che anche le generazioni meno digitali, con il giusto supporto degli operatori di sportello acquistano sicurezza e autonomia nella gestione dei propri risparmi. Conferma di questa evoluzione sono anche i numeri degli over 80 della provincia di Livorno che utilizzano l’app, che sono circa duemilaseicento persone. L’app di Poste Italiane è una vera e propria piattaforma integrata per l’accesso ai servizi: un percorso che aiuta le persone a essere più autonome e che accompagna anche le generazioni più mature verso un rapporto sempre più semplice e consapevole con le nuove tecnologie.

Una nuova stagione teatrale sta per prendere forma nel cuore del borgo di Castagneto Carducci. Da dicembre ad aprile, il Teatro Roma ospiterà sette appuntamenti che alterneranno musica, prosa, comicità, teatro contemporaneo e riletture dei grandi classici. Il ricco cartellone è frutto della collaborazione tra il Comune di Castagneto Carducci e la Fondazione Toscana Spettacolo. La programmazione completa verrà presentata alla cittadinanza venerdì 13 novembre alle ore 16 presso il Teatro Roma.
L’apertura della stagione si terrà domenica 13 dicembre alle ore 17 con Semplicemente Ornella, una produzione della Fondazione ORT con il Quintetto di Ottoni dell’Orchestra della Toscana e voce solista, su arrangiamenti originali di Demetrio Bonvecchio dedicati al repertorio di Ornella Vanoni. Il secondo appuntamento, sabato 16 gennaio alle ore 21, vedrà protagonista Dario Ballantini (foto) con Le voci dei cantautori, uno spettacolo acustico tra musica dal vivo e imitazioni per omaggiare quindici icone della canzone d’autore italiana, accompagnato da Nino Pellegrini, Stefano Franceschini e Andrea Garibaldi.
Il 13 febbraio alle ore 21 sarà la volta di Maria Cassi e Leonardo Brizzi in E lasciatemi divertire! – Un omaggio a Paolo Poli (Teatro Popolare d’Arte), varietà contemporaneo che ne celebra lo spirito libero nel decennale della scomparsa. Venerdì 26 febbraio alle ore 21 andrà in scena Moby Dick – Di natura, balene, lotte e destini, produzione Catalyst diretta da Riccardo Rombi, preceduto la mattina alle 10.30 da una matinée gratuita riservata agli studenti dell’Istituto Comprensivo “Giosuè Borsi”.
Il cartellone proseguirà a marzo con Adamo vs Eva – Storia di una mela andata di traverso, in scena sabato 6 alle ore 21 per la regia di Simone Martini. Il 20 marzo, Barbara Foria porterà sul palco il monologo Basta un filo di rossetto, bilancio ironico sulle contraddizioni del presente. A chiudere la stagione, venerdì 9 aprile alle ore 21, sarà la compagnia KanterStrasse con I Promessi Sposi – Providence, Providence, Providence, un’originale rilettura del romanzo manzoniano in stile graphic novel.

Sul passaggio dei consiglieri Alessio Lampredi e Roberta Ferretti dal Gruppo Misto al gruppo rappresentato dalla lista civica Roberto Testa Sindaco, interviene lo stesso Roberto Testa. Che spiega: "In realtà i consiglieri Lampredi e Ferretti operano da tempo nel Gruppo Misto in netta polemica con la lista civica Rosignano nel Cuore nella quale erano stati eletti. Le motivazioni del primo passaggio sono state ripetutamente espresse dagli interessati. In particolare essi sostengono che la lista cosiddetta “civica” Rosignano nel Cuore non lo sia poi così definitamente, e questo per una serie di motivi tra cui, per dirne una, aver tenuto le riunioni nella sede di Rifondazione Comunista. Ma il motivo piu’ rilevante riguarda proprio quel programma a cui avevano aderito e che, a loro avviso, e’ stato travisato e non seguito (opinione che noi condividiamo in tutto e per tutto). Lampredi e Ferretti hanno ripetutamente definito chi governa “giunta delle tasse”. Infatti le tasse che il programma doveva ridurre, sono aumentate (TARI, tassa di soggiorno, addizionale comunale). La rivoluzione copernicana della gestione della cultura in discontinuita’ con le abitudini del passato, tanto sbandierata in campagna elettorale e rilevante punto di programma, si e’ arenata su manifestazioni dai costi altissimi con ritorni modesti (per fare un esempio la mostra Fuksas Paladino: 250.000 euro spesi per 1200 visitatori in 100 giorni, scuole incluse). Il Sindaco ha definito questo evento “un successo”, ma i consiglieri Lampredi e Ferretti, in linea con il nostro pensiero, ritengono sia stato un oneroso fallimento, frutto di una visione elitaria della cultura. Il programma rifiuti zero, cardine del pensiero pentastellato arranca, abbandonato dalle dimissioni dell’assessore Repeti che ne era il portabandiera. .Il fatto poi che Alessio Lampredi sia stato scelto come capogruppo per il suo impegno e la sua competenza conferma, se ce ne fosse bisogno, la assoluta laicità del nostro pensiero".

L’esperienza dei Consorzi di Bonifica della Toscana protagonista di un appuntamento dedicato al tema della ricarica in condizioni controllate delle falde. Un progetto che ha preso vita a Suvereto nell’area dei Forni con ex cava di ghiaia lungo il fiume adattate per creare laghetti in caso di piene del fiume. L’acqua invece di correre verso il mare si ferma e si infiltra facilmente nella falda grazie allo strato ghiaioso.
Il presidente del Consorzio di Bonifica 5 Toscana Costa, Francesco Filippi, ha partecipato per Anbi Toscana al workshop da titolo, appunto, “La ricarica in condizioni controllate delle falde in Italia: bilancio e prospettive a dieci anni dall’entrata in vigore del D.M. 100/2016”, che si è tenuto a Piacenza nell’ambito di Geofluid 2026.
Il Consorzio di Bonifica 5 Toscana Costa è stato capofila del progetto europeo Life Rewat, un’iniziativa dedicata alla gestione sostenibile delle risorse idriche nella bassa Val di Cornia. Filippi ha preso parte al panel di discussione conclusivo, dedicato al tema “Dalla sperimentazione all’applicazione: superare le barriere e aprire nuove prospettive per l’attuazione degli interventi di ricarica in condizioni controllate delle falde”, moderato da Stefania Da Pelo (Università degli Studi di Cagliari e Comitato Italiano dell’International Association of Hydrogeologists). Al confronto hanno partecipato rappresentanti del Ministero dell’Ambiente, del Consiglio Nazionale dei Geologi, della Regione Emilia-Romagna, di Ispra e dell’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po.
Il workshop, organizzato dall’Istituto di Produzioni Vegetali della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa nell’ambito del progetto europeo Prima Investwater, e aperto da Rudy Rossetto della Scuola Superiore Sant’Anna, ha fatto il punto della situazione a dieci anni di applicazione del D.m. 100/2016, che ha definito i criteri per l’autorizzazione alla ricarica in condizioni controllate dei corpi idrici sotterranei. Nonostante il crescente interesse infatti, la realizzazione degli impianti e l’applicazione del decreto sono rimaste finora molto limitate. Ad oggi risultano soltanto due impianti autorizzati ai sensi del D.m. 100/2016, mentre gli altri interventi mantengono carattere sperimentale.
Particolare attenzione è stata dedicata alle criticità dei procedimenti autorizzativi, ai requisiti di caratterizzazione e monitoraggio, alla tutela della qualità delle acque sotterranee e alle responsabilità dei diversi soggetti coinvolti. Il confronto tra ricercatori, amministrazioni pubbliche, gestori e professionisti ha puntato a inquadrare le difficoltà presenti nel trasformare le sperimentazioni in infrastrutture operative più semplici da realizzare.

La campagna del pomodoro si chiude con un risultato importante per lo stabilimento Italian Food, che registra i volumi più alti di pomodoro biologico trasformato da fresco. L’azienda conferma l’importanza strategica del biologico e di nuovi prodotti all’interno della propria offerta, con l’obiettivo di rafforzare la propria competitività anche a livello internazionale.
La campagna 2026 del pomodoro da industria in Italia si è confrontata con svariate criticità strutturali, tra cui le anomalie climatiche e la costante pressione sui costi dell’energia e delle materie prime. In questo scenario, la forza della filiera locale e la pianificazione agronomica di Petti hanno tutelato le rese, garantendo il ritiro della materia prima alla parte agricola e il completamento dei programmi di produzione insieme ad un elevato numero di occupati stagionali.
"Questo risultato conferma la validità del percorso intrapreso - ha detto Pasquale Petti, amministratore unico di Italian Food - in un contesto di mercato complesso, in cui altre realtà del settore seguono percorsi diversi, continuiamo a credere nel valore di questo segmento, pur a fronte di costi e processi di lavorazione più onerosi, con l’obiettivo di offrire ai consumatori una gamma di referenze innovative, che affianca le linee biologiche a quelle convenzionali. È nata così la scelta di introdurre il formato della Passata extrafine di pomodoro toscano ’Il Delicato’ e delle nuove Salse Pronte di datterini e ciliegini – senza zuccheri aggiunti – nella bottiglia da 250g per ridurre gli sprechi e garantire un’elevata qualità".

Grave incidente stradale ieri a Collesalvetti in via Europa, dove si è verificato uno scontro tra una moto e un furgone. Sono stati soccorsi e successivamente trasportati in ambulanza all’ospedale Cisanello di Pisa due feriti: si tratta di un ventenne e un diciannovenne, che erano in sella alla moto. Sono arrivati al pronto soccorso di Cisanello in codice rosso.
Un altro grave incidente è accaduto sempre ieri sulla strada di grande comunicazione Fipili, nel pomeriggio all’altezza dell’uscita per Lavoria, in direzione Livorno, non lontano dall’uscita di Vicarello. Un uomo di 65 anni, che era bordo di un’auto, è stato portato in codice rosso all’ospedale di Cisanello. L’automobilista è rimestato schiacciato con il suo mezzo tra un camion e il guardrail.
Sono intervenuti oltre ai soccorritori del 118, anche i vigili del fuoco per estrarre il ferito dalla vettura. Mentre procedevano le operazioni di soccorso, la Polizia Stradale ha messo in sicurezza il tratto di FiPiLi dove si è verificato l’incidente. Inevitabile la formazione di un serpentine di auto di chilometri, che si è lentamente messo in moto solo dopo l’evacuazione del ferito, perché la strada è stata riaperta alla circolazione e solo su una corsia, prima che fosse ripristinata tutta la carreggiata al termine dei rilievi e della rimozione di entrambi i mezzi incidentati.



© Abdul Saboor/Reuters

© Haiyun Jiang/The New York Times
Il Consiglio Comunale, ha approvato, su proposta dell’assessora al Bilancio e Finanze Viola Ferroni, una modifica al Regolamento per l’occupazione di suolo pubblico degli esercizi di somministrazione. Il provvedimento consente, attraverso una procedura semplificata, il passaggio dalle concessioni temporanee della sede stradale, comprese le aree destinate alla sosta e al parcheggio, a concessioni permanenti.Le istanze andranno presentate escusivamente sul portale dello Sportello Unico Attività Produttive usando specifica modulistica.

Il Comune di Livorno ha partecipato all’Internet Festival di Pisa, portando la propria esperienza e presentando le prime attività di sperimentazione sull’uso dei dati per conoscere il territorio, comprenderne i cambiamenti e programmare servizi sempre più vicini ai bisogni dei cittadini. L’Amministrazione è stata invitata a presentare le proprie progettualità nell’ambito dell’incontro ’Urban Data Intelligence #4ALL’, alla Scuola Normale Superiore. A rappresentare il Comune c’era anche l’assessore alla Transizione Digitale Michele Magnani.

Offrire un aiuto qualificato per le famiglie e le piccole e medie imprese che si trovano ad affrontare situazioni di difficoltà finanziaria. È questo l’obiettivo del nuovo Centro di Ascolto che sorgerà all’Isola d’Elba, la cui istituzione sarà ufficializzata oggi a Portoferraio, durante il convegno “Sovraindebitamento e tutela del territorio: il ruolo dell’Occ al servizio di cittadini e imprese”.
L’evento si terrà a partire dalle ore 10.30 nella Sala Consiliare del Palazzo comunale (Via Garibaldi n. 17) e culminerà alle ore 12 con la presentazione e la sottoscrizione del Protocollo d’Intesa tra la Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno, il Comune di Portoferraio e l’Ordine Professionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili (Odcec) della Provincia di Livorno per il Centro di Ascolto.
Il Centro di Ascolto Questo nuovo servizio metterà a disposizione supporto gratuito, informazione e assistenza qualificata a famiglie e piccole e medie imprese in difficoltà finanziaria, per facilitare l’accesso agli strumenti legali previsti per la risoluzione del sovraindebitamento: nel concreto chi si trova in una situazione finanziaria critica potrà avere gratuitamente un colloquio con un professionista per capire se possono essere attivate le procedure prevista dalla Legge.
Come previsto dal Protocollo, il Comune di Portoferraio metterà a disposizione un proprio locale, con cadenza quindicinale (o in base alle necessità), per ospitare fisicamente il Centro. L’Ordine dei Dottori Commercialisti (Odcec) garantirà la presenza di professionisti volontari che forniranno informazioni gratuite sugli strumenti operativi disponibili, assisteranno gli utenti nella compilazione delle schede informative e li indirizzeranno verso l’Organismo di Composizione della Crisi (Occ) della Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno.

L’Amministrazione Comunale di Livorno, secondo Forza Italia, "ha ridotto progressivamente il suo contributo al Conservatorio Statale Pietro Mascagni di Livorno, che per il 2025 è stato di soli 50mila euro e per il futuro calerà a 20mila euro. Il fatto che il Mascagni sia diventato statale, non è un alibi per il disimpegno del Comune da una Istituzione Universotario così prestigiosa. Di fatto in questo modo si mette fuori dal suo Cda".
A spiegare la situazione ieri sono stati la onorevole Chiara Tenerini, Elisa Amato e Alessandro Guarducci di FI. Hhanno anche annunciato una mozione, dello stesso Guarducci in Consiglio Comunale, per chiedere che "nel prossimo bilancio di previsione sia previsto lo stanziamento non inferiore a 100.000 euro da destinare al sostegno delle attività culturali, artistiche, didattiche, progettuali e di funzionamento del Mascagni, che non trovano integrale copertura nei trasferimenti statali" e "di definirne d’intesa con il Conservatorio, le modalità di uso".
Guarducci ha ricordato un passaggio della mozione: "La Convezione allegata al decreto di statalizzazione del Mascagni, ha previsto per la Provincia di Livorno l’impegno a garantire gratuitamente l’uso di Palazzo della Gherardesca per 99 anni e 150mila euro l’anno per i costi di funzionamento e gestione degli spazi. E per il Comune per il triennio 2022-24 un contributo annuo di 320mila euro sempre per i costi di funzionamento e gestione. E nulla impone al Comune la progressiva diminuzione del proprio sostegno".
Tenerini e Amato hanno sottolineato: "Il Comune non si può giustificare tirando il ballo i tagli del Governo".
Il Sindaco Salvetti interpellato ha replicato: "La statizzazione del 2023 ha consentito al Mascagni di avere dallo Stato le risorseper garantirsi stabilità fino a crearsi un avanzo di amministrazione che nel 2026 è arrivato a 6 milioni di euro. Avanzo in parte vincolato per straordinaria manutenzione e PNRR. Ciò è un elemento di solidità per l’Istituto. Quindi in una situazione di tagli del Governo al nostro bilancio, le risorse le dobbiamo indirizzare alle situazioni culturali che senza andrebbero in crisi. Quali? La facoltà di logistica, il Festival Mascagnano, le associazioni dei teatri più piccoli. E visto che negli ultimi 6 anni abbiamo destinato al Mascagni 2 milioni, ci meriteremmo di restare nel suo Cda".
Monica Dolciotti

Creatività, luogo di aggregazione, serate al cinema e teatro a Cecina. "Siamo in attesa di completare le iscrizioni, affrettatevi, poi comunicheremo la data dell’open day e inizieranno le nostre numerose attività". Sono i responsabili dell’unità pastorale Collemezzano San Pietro in Palazzi che all’oratorio delle due frazioni, punto di riferimento per intere generazioni di giovani ed adulti, stanno organizzando "la crew dell’oratorio 2026/27" per ragazzi e ragazze da 13 a 17 anni ed oltre.
In programma attività sportive amatoriali, pizzate, tornei e giochi ludici vari, gite fuori porta, cinema, teatro, attività formative sociali, momenti di riflessione e condivisione, incontri con autori di libri, poeti e docenti. "E molto altro che emergerà dalle proposte dei presenti"- chiude il comunicato degli organizzatori di San Pietro in Palazzi.
Per informazioni ed iscrizioni gratuite contatti con don Davis Emeanuli parroco 333 /9328257, Emiliano Costagli 33 9/3286838, Giusi Giachi 339 /2609558, Fabio 340 /9758768. L’oratorio di San Pietro in Palazzi, struttura ampia facile da raggiungere fra le abitazioni del posto, creato a suo tempo da Mons. Pietro Parducci è sempre stato sede di importanti attività sociali che oggi vogliono essere incrementate. Nella foto Emiliano Costagli e don Davis Emeanuli.
R.R.

Un milione di euro per sostenere i costi di funzionamento e manutenzione degli impianti sciistici nel biennio 2026-2027 e altri 500mila euro per investimenti destinati all’ammodernamento e alla sicurezza. La Regione Toscana mette sul tavolo complessivamente 1,5 milioni di euro per sostenere le imprese che gestiscono i comprensori sciistici regionali, tra cui quello dell’Amiata grossetana.
La Giunta regionale ha approvato i criteri per due misure di finanziamento rivolte alle micro, piccole e medie imprese che operano nei comprensori dell’Amiata, della Garfagnana, della Montagna Pistoiese e di Zeri. I contributi potranno coprire fino all’80% delle spese ammissibili. "Mettiamo a disposizione del sistema neve - dichiara il presidente della Regione Eugenio Giani - un milione di euro per le spese di funzionamento e manutenzione degli impianti nel 2026 e 2027 e altri 500mila euro per gli investimenti, assicurando contributi fino all’80% delle spese ammissibili".
La prima misura dispone di un milione di euro, suddiviso in 500mila euro per ciascun anno. Le risorse serviranno a coprire costi per il personale, l’energia, la manutenzione e i servizi necessari al funzionamento degli impianti. Per questo intervento saranno ammissibili le spese sostenute dal primo ottobre 2026 al 30 aprile 2027.
Altri 500mila euro saranno destinati agli investimenti nel 2026, con contributi in conto capitale per interventi di ammodernamento degli impianti e delle attrezzature di servizio, con particolare attenzione alla sicurezza e alla fruibilità delle strutture non di proprietà pubblica. "I comprensori sciistici sono una componente importante dell’economia e dell’attrattività dei territori montani – afferma l’assessore regionale Leonardo Marras –. Sostenerli significa supportare le imprese, il lavoro e il turismo".
Per l’Amiata, dove il sistema degli impianti rappresenta una risorsa per l’economia locale e per l’offerta turistica invernale, le misure potranno offrire un sostegno ai gestori chiamati a garantire manutenzione, sicurezza e continuità del servizio. I criteri approvati dalla Giunta saranno ora tradotti nei bandi attuativi, che definiranno requisiti, modalità e scadenze per la presentazione delle domande. Solo dopo la pubblicazione dei bandi le imprese interessate potranno conoscere nel dettaglio le procedure per accedere ai contributi.

Sono stati premiati i bagnini meritevoli che si sono distinti durante la stagione balneare 2026. Alla presenza del vicesindaco Luigi Coppola, dell’assessore al Turismo Satya Ferraris, del comandante della Capitaneria di porto Marco Merico, del Luogotenente Giuseppe Di Mauro, del rappresentante dell’Autorità Portuale Stefano Bianco e del presidente del Consorzio Balneari Fabrizio Lotti, sono stati consegnati i riconoscimenti ai bagnini che, con professionalità, attenzione e prontezza di intervento, hanno contribuito a garantire la sicurezza dei cittadini e dei turisti lungo il litorale piombinese.
"Con questa premiazione vogliamo esprimere il ringraziamento della città a chi, durante tutta la stagione estiva, svolge un servizio fondamentale per la sicurezza delle nostre spiagge – dichiarano il vicesindaco Luigi Coppola e l’assessore al Turismo Satya Ferraris –. Quello dei bagnini è un lavoro che richiede preparazione, responsabilità e attenzione costante: saper riconoscere un pericolo e intervenire tempestivamente può fare la differenza. Il Piano collettivo di salvamento di Piombino funziona grazie sulla collaborazione tra Comune, Capitaneria di Porto, Autorità di Sistema Portuale e Consorzio Balneari".

Nella sala del Centro Culturale Le Creste di via della Costituzione a Rosignano Solvay sta per arrivare l’Open Day dedicato alla presentazione dei percorsi proposti che saranno proposti dai servizi culturali del Comune di Rosignano Marittimo durante l’anno scolastico appena cominciato, ovvero il 2026 - 2027. L’appuntamento è in agenda per il 21 ottobre dalle ore 16.30 alle ore 18.30. Le proposte arriveranno dall’Archivio Storico, dalla Biblioteca comunale (sede alle Creste), dal Museo Civico Archeologico ’Palazzo Bombardieri’ (che ha sede in via del Castello a Marittimo), dalla Virgola Centro per l’Arte di Piazza della Vittoria a Castiglioncello (di recente ristrutturata e inaugurata in agosto) dal dal Cea - Centro di Educazione ambientale. I percorsi saranno a cura di Coop. Itinera - Cristoforo, Coop. Microstoria, Coop. Pleiades e associazioni Cisv Ets Comitato Tutela Secche di Vada.



Livorno, 13 ottobre 2026 – Crociere, Livorno si sta imponendo come uno degli scali più importanti del paese con oltre 800mila passeggeri. Il 2026 per le crociere ha segnato un nuovo anno da record e in vista della XIII edizione dell’Italian Cruise Day che si terrà il 23 ottobre a Livorno Risposte Turismo ha anticipato alcuni dati nazionali e locali di cui è bene tener conto. Come dicevamo infatti il 2026 ha alzato ulteriormente l’asticella, basti pensare che nel solo trimestre estivo oltre 6.1 milioni di passeggeri hanno transitato attraverso i portii italiani, un’incremento del 4.5% rispetto al 2025. A crescere sono state anche le toccate nave arrivate a toccare quota 2.314 (+14.9%). Ritmi quelli registrati nel corso dell’anno che hanno portato Risposte Turismo a stimare un totale di 15.4 milioni di passeggeri movimentati entro la fine dell’anno. E Livorno in questo quadro come si inserisce? Ebbene lo scalo labronico non ha certo i numeri di Civitavecchia che ha già movimentato ben 3.7 milioni di passeggeri, ma è uno dei porti ad aver registrato i maggiori incrementi se si guarda al periodo estivo. Nei mesi di giugno, luglio e agosto infatti da Livorno sono transitati ben 360.427 passeggeri (+ 37% rispetto al 2025), se invece osserviamo i dati dall’inizio dell’anno i passeggeri movimentati sono addirittura 815mila (+4.7% sul 2025), basti pensare che in totale la Toscana ne ha registrati 875mila. A crescere in città non sono stati solo i passeggeri ma anche le toccate nave arrivate a quota 421 (+14.1% rispetto al 2025), è bene ricordare in questo senso che non sono solo le presenze dei crocieristi a generare un indotto economico, ma anche gli stessi attracchi dal momento che richiedono servizi che generano a loro volta guadagno. Il dato più significativo emerso dalle anticipazioni di Risposte Turismo riguarda però quello che nel settore viene chiamato “portafoglio clienti”, ovvero il numero di compagnie che attraccano in un porto. Ebbene in questa specifica categoria Livorno si è piazzata al primo posto nazionale insieme a Civitavecchia, dal momento che il 63% delle compagnie attive in Italia fa scalo proprio in città. L’appuntamento del 23 ottobre rappresenterà quindi l’occasione per approfondire l’apporto del comparto crocieristico all’economia cittadina e per cercare nuove soluzioni anche sul tanto dibattuto aspetto ambientale.

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Nelle immense distese della Patagonia argentina, tra montagne, steppe battute dal vento e fattorie separate da centinaia di chilometri, esiste un social network che funziona da decenni, molto prima della nascita di Facebook, Instagram e WhatsApp. Per utilizzarlo bastano una radio AM e qualcuno disposto ad ascoltare. Ogni giorno, attraverso le onde radio, gli abitanti delle zone più isolate dell’Argentina ricevono notizie dei familiari, comunicano emergenze, annunciano nascite, matrimoni, problemi di salute o semplicemente fanno sapere a qualcuno che stanno bene. È un sistema di comunicazione collettiva che ha attraversato generazioni e che continua a mantenere un ruolo importante anche nell’epoca di Internet e dei satelliti.
Si chiama Mensajes al Poblador Rural, letteralmente Messaggi all’abitante rurale, ed è una tradizione profondamente radicata nella storia della Patagonia. Chi desidera comunicare con una persona che vive in una zona remota invia un messaggio a un’emittente radiofonica, attraverso una telefonata, un biglietto scritto a mano oppure, oggi, anche tramite WhatsApp. Il conduttore lo legge in diretta durante una delle trasmissioni dedicate agli abitanti delle campagne. Dall’altra parte, nelle case e negli allevamenti sparsi su un territorio immenso, qualcuno ascolta in attesa di ricevere notizie. Il 21 dicembre 1995, per esempio, una comunicazione indirizzata ad Adela Muñoz e Carolina Morales, residenti nella località di Pichi Leufu, annunciava che il giorno successivo sarebbe arrivato Carlos e chiedeva alle due donne di aspettarlo al fiume con la cavalla della sorella. Un altro messaggio invitava il musicista Irineo Aguilera, ovunque si trovasse, a presentarsi alle otto di sera a Las Plumas senza dimenticare la chitarra. Altri ancora riguardavano animali dispersi, ricoveri ospedalieri, problemi economici o semplici oggetti da restituire. Sono piccoli frammenti di vita quotidiana che raccontano una realtà lontana dai grandi centri urbani, dove anche una comunicazione apparentemente banale può diventare essenziale. Nel febbraio 2020 il quotidiano argentino Infobae ha dedicato un ampio reportage a questa tradizione, documentando come 22 emittenti patagoniche di Radio Nacional riservassero spazi della propria programmazione ai messaggi per gli abitanti delle campagne. Le trasmissioni potevano durare dieci, quindici o venti minuti e, a seconda della stazione, andare in onda fino a cinque volte al giorno.
Il servizio assume nomi diversi secondo le località. A Zapala è conosciuto come Boletín comunitario y radio clasificados, a Ingeniero Jacobacci come Avisos y mensajes al poblador de la zona rural, mentre a Comodoro Rivadavia prende il nome di Gauchaditas. Cambiano gli orari, le frequenze e i conduttori, ma il principio rimane lo stesso, quello di utilizzare la radio per collegare persone che vivono a grandi distanze e che spesso dispongono di infrastrutture di comunicazione limitate.
Per comprenderne l’importanza bisogna considerare la geografia della Patagonia, una regione vasta oltre un milione di chilometri quadrati, caratterizzata da una densità abitativa molto bassa, condizioni climatiche difficili e insediamenti spesso lontanissimi tra loro. In alcune località raggiungere il centro abitato più vicino richiede ore di viaggio, mentre la copertura telefonica e Internet rimangono problematiche nelle aree più remote. Le trasmissioni in onde medie, capaci di raggiungere grandi distanze, hanno permesso di mantenere una rete di collegamenti che altrimenti sarebbe stata estremamente fragile.
Rubén Lagrás, per 38 anni lavoratore di Radio Nacional Bariloche, ha raccontato a Infobae un episodio che descrive il rapporto tra gli abitanti della Patagonia e questo servizio. Durante una visita a un allevatore, mentre si trovava nella sua abitazione, l’uomo interruppe la conversazione per ascoltare i messaggi radiofonici. Sistemò il ricevitore sul tavolo, si sedette e rimase in silenzio, seguendo con grande attenzione ogni comunicazione. Per quelle comunità, spiegava Lagrás, l’appuntamento radiofonico rappresenta un momento particolarmente importante della giornata. La radio permette infatti di conoscere anche ciò che accade agli altri abitanti della zona, di sapere se una famiglia ha bisogno di aiuto, se qualcuno è malato oppure se un vicino sta attraversando una difficoltà. È una forma di comunicazione pubblica che contribuisce a mantenere vive le relazioni sociali tra persone che possono incontrarsi soltanto poche volte durante l’anno. Un po’ quello che avveniva prima dell’avvento della tv.
Il fotografo argentino Jorge Piccini ha dedicato circa quindici anni a documentare questo mondo. Dopo aver scoperto casualmente le trasmissioni durante un viaggio in Patagonia, ha iniziato a visitare gli abitanti delle campagne, fotografandoli nelle loro abitazioni e raccogliendo i messaggi conservati negli archivi radiofonici e nelle case degli ex dipendenti delle emittenti. Nel corso della ricerca ha recuperato oltre 400 comunicazioni, selezionandone una sessantina per il libro Mensajes al Poblador Rural, pubblicato nel 2019. Il documento più antico recuperato dal fotografo risale al 15 aprile 1972. Si tratta di un messaggio urgente firmato da un sottocommissario di polizia, che chiedeva di avvisare un uomo dell’impossibilità di effettuare una visita a causa di un problema intestinale. Altri messaggi parlano di animali scomparsi durante l’inverno, figli di cui si sono perse le tracce, appuntamenti saltati o oggetti dimenticati. Uno chiedeva addirittura la restituzione di una dentiera lasciata su una credenza.
Con l’arrivo dei telefoni cellulari, delle applicazioni di messaggistica e delle connessioni satellitari, anche questa tradizione si è progressivamente trasformata. I messaggi scritti a mano sono diventati meno frequenti e vengono spesso sostituiti da comunicazioni inviate tramite telefono, posta elettronica o WhatsApp. Paradossalmente, uno degli avvisi ricorrenti è proprio quello di chiedere a qualcuno di accendere il cellulare oppure di raggiungere un punto in cui sia possibile trovare copertura. Nelle campagne patagoniche esiste persino un’espressione per indicare questa necessità: ir a la señal, andare al segnale. Significa spostarsi verso un’altura, un albero o un punto preciso del territorio dove il telefono riesce finalmente a collegarsi alla rete. Gabriela Salamida, giornalista e ricercatrice di Radio Nacional Bariloche, ha raccontato di persone che sollevano il cellulare sopra la testa o lo lanciano leggermente in aria nel tentativo di intercettare il segnale e inviare un messaggio.
Questa evoluzione dimostra come le nuove tecnologie si siano affiancate alla radio senza cancellarne necessariamente la funzione sociale. Il sistema continua a essere utilizzato perché risponde a un bisogno concreto, quello di mantenere i rapporti tra persone che vivono lontane e che condividono un territorio.
A ben guardare, i Mensajes al Poblador Rural possiedono molte delle caratteristiche che oggi associamo ai social network, permettono di condividere informazioni personali, mantenere relazioni e diffondere comunicazioni pubbliche. Ogni messaggio può raggiungere contemporaneamente numerosi ascoltatori e contribuire a una conversazione collettiva, proprio come accade sulle piattaforme digitali.
Mentre nel mondo miliardi di persone utilizzano piattaforme che trasformano le relazioni sociali in dati, attenzione e opportunità commerciali, nelle campagne della Patagonia sopravvive un modello di comunicazione collettiva nato da esigenze completamente diverse: ridurre le distanze, far circolare informazioni e mantenere unite comunità disperse su territori immensi.
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Bastano quindici minuti all’interno di un’abitazione per lasciare nell’aria tracce genetiche che possono rivelare la nostra presenza anche dopo che ce ne siamo andati. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Forensic Science International Genetics ha dimostrato che il DNA umano disperso nell’ambiente può essere raccolto e analizzato per identificare le persone che hanno occupato una stanza, aprendo nuove possibilità per le indagini della polizia scientifica.
La ricerca, condotta da un gruppo internazionale di scienziati norvegesi e australiani, ha esaminato 22 abitazioni, raccogliendo complessivamente 391 campioni di DNA dall’aria, dalla polvere e dalle superfici. Per verificare l’efficacia della tecnica, i ricercatori hanno organizzato una serie di furti simulati, durante i quali alcuni volontari sono entrati nelle case per quindici minuti, comportandosi come potenziali intrusi. Trascorsa mezz’ora dalla loro uscita, sono stati prelevati campioni d’aria per verificare se fosse ancora possibile individuare le loro tracce genetiche.
I risultati hanno mostrato che il DNA degli intrusi era rilevabile nell’82% dei casi analizzati da uno dei due laboratori coinvolti e nel 36% dei casi esaminati dall’altro. Una differenza significativa, che evidenzia quanto questa tecnologia sia ancora influenzata dalle condizioni ambientali e dalle procedure di raccolta e analisi, ma che conferma la possibilità di ricavare informazioni genetiche utili anche dall’aria di una stanza apparentemente vuota.
Il principio alla base della scoperta riguarda il cosiddetto DNA ambientale, o eDNA, ovvero il materiale genetico che gli organismi rilasciano continuamente nell’ambiente circostante. Nel caso degli esseri umani, questo materiale può provenire da minuscole particelle di pelle, capelli e altre tracce biologiche che si disperdono nell’aria durante le normali attività quotidiane. Le moderne tecniche di analisi genetica hanno raggiunto una sensibilità tale da consentire il recupero di profili genetici anche a partire da quantità estremamente ridotte di materiale biologico.
Finora le indagini forensi si sono concentrate soprattutto sulle tracce di DNA raccolte attraverso il contatto diretto con oggetti e superfici, oppure attraverso campioni di sangue, saliva e altri fluidi biologici. La possibilità di analizzare il materiale genetico sospeso nell’aria aggiunge una nuova fonte di informazioni, particolarmente utile nei casi in cui le prove tradizionali siano scarse o assenti. Lo studio ha inoltre dimostrato che la combinazione di campioni provenienti dall’aria, dalla polvere e dalle superfici può contribuire a ricostruire la presenza di diverse persone all’interno di un’abitazione. I ricercatori sono riusciti a rilevare tracce genetiche riconducibili agli occupanti abituali e, in alcune circostanze, anche a visitatori precedenti. Questo aspetto suggerisce la possibilità di utilizzare il DNA ambientale per ottenere informazioni sulla frequentazione di un luogo, pur senza poter stabilire automaticamente quando una determinata persona vi sia stata presente.
Un’altra ricerca, pubblicata sulla stessa rivista, ha approfondito il comportamento del DNA disperso nell’aria e le modalità con cui può essere raccolto. Gli scienziati hanno osservato che il movimento dell’aria e il disturbo delle particelle depositate sulle superfici possono aumentare la quantità di materiale genetico rilevabile. Dopo circa trenta minuti, una parte significativa del DNA sospeso tende a depositarsi, mentre nell’arco di un’ora i livelli possono avvicinarsi a quelli precedenti al disturbo. Lo studio ha inoltre rilevato tracce genetiche attraverso dispositivi di raccolta passiva, senza la necessità di un contatto diretto con le superfici. Questi risultati indicano che il momento del prelievo potrebbe diventare un fattore determinante nelle future indagini. La possibilità di raccogliere DNA dall’aria poco dopo un evento potrebbe fornire elementi aggiuntivi per ricostruire chi abbia frequentato un determinato ambiente, affiancando le tecniche investigative già utilizzate dalla polizia scientifica.
Restano tuttavia numerose variabili da approfondire: la quantità di DNA rilasciata cambia da individuo a individuo, mentre ventilazione, pulizia degli ambienti, movimenti delle persone e condizioni delle stanze possono modificare sensibilmente il materiale genetico disponibile. La presenza di tracce nell’aria richiede inoltre un’interpretazione particolarmente attenta, perché il DNA può essere trasferito anche indirettamente e la sua individuazione, da sola, non permette di stabilire le circostanze esatte in cui una persona è entrata in contatto con un ambiente.
La ricerca apre anche interrogativi relativi alla privacy e alla protezione dei dati genetici. Se questa tecnologia dovesse diventare sufficientemente affidabile da essere impiegata su larga scala, la raccolta di campioni d’aria potrebbe consentire di ottenere informazioni sull’identità delle persone senza prelevare direttamente materiale biologico dal loro corpo. Si tratterebbe di una capacità con possibili applicazioni investigative, ma anche con implicazioni giuridiche ed etiche legate al consenso, alla conservazione dei dati e ai limiti del loro utilizzo.
Cliccare qui per leggere lo studio completo
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La nuova offensiva dell’Arabia Saudita contro lo Yemen rischia di trasformarsi in un boomerang per le ambizioni economiche di Riad. Secondo un’analisi pubblicata da The Economist, gli attacchi alle infrastrutture strategiche saudite e l’assenza di risultati militari decisivi stanno mettendo sotto pressione i piani del regno, che punta ad attrarre investimenti internazionali e sviluppare il turismo. Nonostante anni di guerra e bombardamenti, le Forze armate yemenite continuano a controllare vaste aree del Paese e mantengono la capacità di colpire obiettivi strategici in territorio saudita. A settembre, le forze yemenite hanno avanzato lungo la costa sud-occidentale, conquistando la città portuale di Mokha e aumentando la pressione su Taiz.
La nuova escalation interrompe la relativa calma seguita alla tregua del 2022, che aveva stabilizzato le linee del fronte senza risolvere un conflitto iniziato nel 2015 con l’intervento militare guidato da Riad. La ripresa dei bombardamenti sauditi, compresi quelli contro l’aeroporto internazionale di Sanaa, ha riacceso lo scontro. Le conseguenze si fanno sentire proprio mentre l’Arabia Saudita cerca di presentarsi come destinazione sicura per i capitali stranieri. Il 26 ottobre Riad dovrebbe ospitare il Future Investment Initiative, importante appuntamento internazionale dedicato agli investimenti. Gli attacchi contro gli aeroporti e le cancellazioni dei voli rischiano tuttavia di compromettere la partecipazione e di alimentare i dubbi sulla sicurezza del Paese.
Secondo The Economist, le incursioni del 10 e 11 ottobre contro l’aeroporto della capitale saudita hanno inoltre sollevato interrogativi sull’efficacia dei sistemi di difesa Patriot e THAAD di fabbricazione statunitense. Le difficoltà nelle intercettazioni, insieme ai timori per la disponibilità di missili difensivi, evidenziano i limiti della protezione delle infrastrutture strategiche. Riad ha cercato sostegno all’estero, ma neppure l’appoggio dei partner internazionali sembra garantire una vittoria decisiva. Gli Stati Uniti, finora, hanno respinto le richieste saudite di attacchi diretti contro le posizioni yemenite. Il dilemma per la monarchia è sempre più evidente: proseguire la guerra significa esporre ulteriormente infrastrutture, investimenti e progetti di diversificazione economica; negoziare, invece, potrebbe richiedere concessioni significative. Le forze yemenite punterebbero a ottenere benefici economici, la fine del blocco dello spazio aereo e altre garanzie.
Dopo anni di intervento militare, l’Arabia Saudita si trova così davanti alle conseguenze di una guerra che non è riuscita a vincere. E mentre Riad cerca di costruire il proprio futuro economico, il conflitto con lo Yemen rischia di diventare uno degli ostacoli più seri alle sue ambizioni regionali.
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Mentre la crisi energetica continua a colpire consumatori e industria, emerge una nuova contraddizione occidentale: gli Stati Uniti negoziano con la Russia per assicurarsi forniture di diesel, mentre l’Unione Europea rilancia la guerra economica contro Mosca. Lunedì, i ministri degli Esteri europei hanno approvato quasi 1.600 nuove misure restrittive contro il complesso militare-industriale russo. Kaja Kallas ha inoltre invitato Washington ad aderire alle sanzioni, proprio mentre l’amministrazione Trump cerca di contenere l’aumento dei prezzi energetici.
Dopo un colloquio con Vladimir Putin, Trump ha annunciato un accordo per nuove forniture di diesel russo ai mercati statunitense e internazionale. Washington ha temporaneamente sospeso le sanzioni sulle operazioni legate al carburante fino al 7 aprile 2027, mentre Mosca si è dichiarata pronta ad aumentare le esportazioni. L’Europa, invece, continua a sostenere una strategia che rischia di aggravare i costi per cittadini e imprese. A ottobre, il diesel nell’UE costava ancora circa il 40% in più rispetto a un anno prima, mentre gli stoccaggi di gas erano pieni soltanto al 67%.
Secondo Transport & Environment, il rincaro del diesel genera costi aggiuntivi per circa 203 milioni di euro al giorno nel trasporto su strada. Dalla fine di febbraio, il conto avrebbe raggiunto circa 40 miliardi di euro. Il premier slovacco Robert Fico ha avvertito che l’Europa rischia di acquistare diesel USA più caro, ma di origine russa. Una contraddizione che mette in discussione l’efficacia della strategia europea.
Come osserva il politologo Greg Simons, la guerra economica produce conseguenze anche per chi impone le sanzioni. Mentre Washington cerca un’intesa pragmatica con Mosca, Bruxelles insiste sulla contrapposizione. A pagarne il prezzo sono soprattutto i cittadini europei.
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«questo libro nasce proprio da un’idea di fondo che da tempo abbiamo sviluppato con la collega Paola Cella e cioè le questioni fiscali sicuramente non sono le priorità degli enti, senza scopo di lucro, degli Ets, delle vecchie onlus. Tuttavia abbiamo sperimentato e toccato con mano come il tema fiscale sia pervasivo, cioè riguardi qualunque operazione, qualunque attività degli enti stessi. E quindi abbiamo cercato di fornire loro una guida semplice, chiara, accessibile, che sia fruibile».
Al Salone della Csr e dell’Innovazione sociale chiusosi giovedì scorso a Milano, abbiamo intervistato Stefania Boffano, avvocata e professoressa aggiunta di Diritto tributario in Bocconi, che ha dato alle stampe appunto con Paola Cella, commercialista e revisore dei conti, il libro Enti non profit al bivio – Linee guida per orientarsi nella Riforma fiscale del Terzo settore, edito da Egea.

Un manuale per le organizzazioni che sono in procinto di costituirsi o anche per quelle, come le ex-onlus, che si erano trovate a dover scegliere un profilo nuovo dopo la cessazione di quello storico delle “organizzazioni non lucrative di utilità sociale”.
Boffano e Cella hanno anche fondato un’associazione: hanno cioè deciso di Andare Oltre, come il titolo del Salone della Csr esortava a fare: «Dopo il libro», ha spiegato proprio Boffano, «abbiamo pensato di fare qualcosa di ancora più concreto e costituito un’associazione iscritta a Runt, quindi a tutti gli effetti un ente di Terzo settore. Avrà come scopo proprio quello di fornire, di porsi al fianco degli enti del Terzo settore, per fornire una consulenza, una assistenza mirata. Perché quella riteniamo essere oggi l’esigenza della maggior parte degli enti», ha concluso la professoressa Boffano, «è proprio quella non di partire dalle regole ma dai casi concreti, dalle problematiche che tutti i giorni queste realtà incontrano, per trovare delle soluzioni che siano le più efficienti possibili – quindi sicuramente sotto il periodo fiscale ma non solo – in modo che la loro configurazione sia la più corretta, la più idonea ai fini della loro operatività e poi della loro ricaduta e dell’impatto». Si chiama Fiscalità ed Economia sociale – Fises.
Ascolta il podcast.
La foto di Stefania Boffano, in apertura, proviene dal suo profilo LinkedIn.
L'articolo Ok, la fiscalità è giusta proviene da Vita.it.
A scrivere alla nostra redazione sono alcuni abitanti di via di Salviano, via della valle Benedetta e via dei Pelaghi. La zona in questione è stata particolarmente attenzionata da ladri di “ultima generazione”. Decine di auto rovistate all’interno senza segni evidenti di effrazione. Tecniche moderne che permettono di aprire i veicoli senza spaccare vetri e forzare serrature per raccogliere magari pochi spiccioli lasciati sul cruscotto. I cittadini attraverso questo appello chiedono sicurezza e controllo da parte delle autorità competenti per arginare il problema.

© Lauren Petracca for The New York Times
Promuovere il benessere scolastico e la partecipazione attiva come strumenti per prevenire la dispersione scolastica: è questo l’obiettivo della collaborazione tra Save the children e UniCredit, con il Fondo carta etica, dal 2024 sostiene Fuoriclasse in movimento, programma nazionale sviluppato dall”organizzazione, che in più di 10 anni ha coinvolto 250 scuole in tutta Italia, 39.526 studenti e studentesse, 2.699 docenti, 990 classi.
Al centro del progetto ci sono i consigli fuoriclasse, organismi di partecipazione che coinvolgono rappresentanti di studenti e studentesse, docenti e dirigenti scolastici. Attraverso assemblee, consultazioni nelle classi, elezioni e incontri con la dirigenza, bambini e ragazzi possono individuare bisogni e criticità e contribuire alla definizione di soluzioni concrete per migliorare la propria scuola. Le proposte possono riguardare la didattica, gli spazi scolastici, le relazioni di classe e il rapporto tra scuola e territorio.
Nell’anno scolastico 2025-2026, il sostegno di UniCredit ha raggiunto 130 scuole distribuite in 16 regioni, coinvolgendo 19.981 studenti e studentesse, 1.428 docenti, 530 classi e 130 consigli fuoriclasse, in territori difficili nelle periferie delle grandi città come nelle aree interne.
Tra le scuole in cui è attivo il progetto c’è l’Istituto comprensivo Morricone nel quartiere San Basilio di Roma. Le votazioni dei consigli e la presentazione delle iniziative degli studenti per una scuola migliore sono state l’occasione per fare il punto sull’iniziativa: un confronto cui hanno preso parte gli esponenti dell’organizzazione e dell’azienda, i docenti e il dirigente scolastico.
«Contrastare la dispersione scolastica», spiega Stefano Gallo, head of territorial development di UniCredit , «significa intervenire prima che l’abbandono si manifesti, creando le condizioni perché ragazze e ragazzi possano sentirsi ascoltati, coinvolti e parte attiva della propria comunità scolastica. È questo il valore di Fuoriclasse in movimento e della collaborazione con Save the children: un progetto che, grazie al Fondo carta etica di Unicredit, ci permette di essere concretamente presenti nei territori e di contribuire a costruire contesti educativi più inclusivi e partecipativi».
I risultati raggiunti, aggiunge Gallo, «ci confermano quanto sia importante investire non solo nell’accesso all’istruzione, ma anche nella qualità dell’esperienza scolastica, dando ai più giovani strumenti e spazi per esprimersi, partecipare e contribuire al cambiamento».
Al punto sull’iniziativa, per Save the children, era presente Giancarla Pancione, direttrice marketing, fundraising & brand dell’organizzazione. «Da oltre dieci anni, con Fuoriclasse in movimento», precisa, «lavoriamo per prevenire la dispersione scolastica e promuovere il benessere e la partecipazione di bambine, bambini e adolescenti, offrendo loro spazi concreti in cui esprimere idee, bisogni e proposte per migliorare la scuola che vivono ogni giorno».
Per Pancione il «progetto dimostra quanto ascoltare gli studenti e coinvolgerli nelle decisioni che li riguardano possa contribuire a costruire comunità scolastiche più inclusive, accoglienti e capaci di rispondere alle loro esigenze. Il sostegno di UniCredit», sottolinea ancora, «ci consente di rafforzare e ampliare questo percorso, portando l’esperienza di Fuoriclasse in movimento a un numero sempre maggiore di bambine, bambini e adolescenti, e riconoscendo i più giovani come protagonisti attivi del proprio presente e del futuro della scuola».

A termine dell’anno scolastico 2025-2026 l’iniziativa è stata oggetto di un motoraggio. Risulta che 2.200 tra studenti e studentesse il 91,6% considera i consigli fuoriclasse utili per dare maggiore voce agli studenti, l’86,5% percepisce una maggiore attenzione degli adulti verso le loro opinioni e l’84,3% ritiene che la scuola tenga maggiormente conto dei bisogni degli alunni.
Sul fronte del benessere, l’89,7% dichiara di aver vissuto più emozioni positive, l’87,5% di aver aumentato la capacità di collaborare, l’86,2% di avere migliori relazioni con compagni e insegnanti e l’83,5% di sentirsi meglio a scuola; l’84,1% segnala inoltre un maggiore coinvolgimento nella vita scolastica e l’86,7% una maggiore capacità di promuovere e difendere i propri diritti.
Tra i rappresentanti dei consigli fuoriclasse, l’85,2% percepisce che la propria voce venga realmente ascoltata, oltre venti punti percentuali in più rispetto agli studenti che non ricoprono incarichi di rappresentanza.

Coinvolti nel monitoraggio anche 644 docenti, che hanno confermato il valore dell’iniziativa: il 94,5% considera i consigli fuoriclasse uno strumento efficace per dare ascolto agli studenti, il 91,8% ritiene che il progetto abbia migliorato il benessere scolastico e il 95% osserva un aumento delle emozioni positive
tra gli alunni.
I docenti segnalano inoltre maggiore partecipazione alla vita scolastica (91,5%), miglioramento delle capacità collaborative (88,8%), rafforzamento dell’autostima e delle risorse personali (87,2%) e miglioramento delle relazioni (85,6%).
Il cambiamento riguarda anche gli adulti: l’86,8% dichiara di aver rafforzato le proprie competenze sulle metodologie partecipative e l’84,5% afferma di utilizzare maggiormente approcci educativi centrati sull’ascolto e sul coinvolgimento degli studenti.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2025 la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato precocemente il sistema di istruzione e formazione è scesa
all’8,2%, rispetto al 9,8% del 2024, raggiungendo in anticipo l’obiettivo europeo fissato per il 2030. Il fenomeno resta più diffuso tra i ragazzi (10,1%) rispetto alle ragazze (6,2%) e tra i giovani con cittadinanza non italiana (26,2%, contro il 6,7% degli italiani).
Sul fronte della dispersione implicita, quella che riguarda gli studenti che completano il percorso scolastico senza raggiungere livelli adeguati di apprendimento, i dati Invalsi 2026 registrano una riduzione al 6,3%, dall’8,7% del 2025.
La dispersione, come hanno anche sottolineato a VITA Stefano Gallo e Giancarla Pancione, viene rilevata quando l’abbandono si è già verificato, ma il processo può iniziare molto prima, con perdita di motivazione, difficoltà relazionali, scarso senso di appartenenza e mancato coinvolgimento nella vita scolastica.
Per questo il progetto interviene già nel primo ciclo di istruzione, lavorando su benessere, relazioni positive, fiducia in sé stessi e partecipazione, fattori che possono rafforzare il legame degli studenti con la scuola.
Per rafforzare nel tempo la partecipazione di tutta la comunità scolastica, nel 2025 Save the children ha anche avviato, in collaborazione con Ashoka Italia, una sperimentazione triennale che coinvolge 18 istituti comprensivi della rete Fuoriclasse in movimento, con l’obiettivo di rendere più strutturale il ruolo
dei consigli Fuoriclasse all’interno della scuola. Dopo il primo anno, il 68,8% delle scuole ha avviato o completato la fase di formalizzazione e il 75% ha inserito i consigli nei documenti ufficiali della scuola.
Resta informato su ProdurreBene.
In apertura e nel testo foto e video di Alessio Nisi
L'articolo Dare più voce agli studenti e il senso del fare insieme per la scuola proviene da Vita.it.
di Giulia Bertotto
Il "Melonellum" è legge: siete pronti alla guerra?
Pomeriggio del 12 ottobre, mobilitazione in Piazza Capranica, nei pressi di Montecitorio, indetta da Agorà contro la Legge Elettorale approvata pochi giorni fa alla Camera.
Una presa d'assalto del Parlamento, dicono i manifestanti, fortemente anticostituzionale, che rende i luoghi che appartengono alla volontà popolare fortezze di un bipolarismo posticcio che ha un unico obiettivo: la guerra Nato e quella di Israele al resto del mondo.
Aderiscono Democrazia Sovrana Popolare, sindacato Fisi, Potere al popolo, Sanitari per Gaza, Assopace Palestina, molte altre sigle, giornalisti e cittadini che denunciano come il "Melonellum" sia non solo sia finalizzato ad erodere la democrazia del nostro paese, quello che resta almeno, ma soprattutto l'obiettivo finale sia la militarizzazione della società allo scopo di non trovare alcun dissenso alle logiche belliche e di sterminio.
Tra gli intervistati il professor Angelo D'Orsi, i giornalisti Fulvio Grimaldi e Andrea Lucidi.




di Gioacchino Toni
Roberto Taddeo, Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi, prefazione di Stefano Nazzi, Mimesis, Milano-Udine, 2026, pp. 562, € 25,00
Il 4 marzo del 1984, mentre è in corso una festa in maschera in una discoteca a Castiglione delle Stiviere, due giovani versano benzina sulla moquette del locale e le danno fuoco. Fortunatamente l’incendio non si propaga: i due vengono fermati dai presenti e consegnati alle forze dell’ordine chiamate sul posto. Si tratta del ventinovenne Wolfgang Abel e del ventottenne Marco Furlan, entrambi provenienti da famiglie veronesi facoltose e ben inserite socialmente: il padre del primo ha un ruolo di rilievo in un importante gruppo assicurativo tedesco, mentre quello del secondo è direttore del reparto di chirurgia plastica e centro ustioni dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona Borgo Trento. I due si conoscono sin dal liceo, conducono una vita riservata, partecipano raramente alle occasioni mondane e condividono l’ideologia neonazista. Nonostante si rivelino poco loquaci durante gli interrogatori – limitandosi a sostenere di aver appiccato il fuoco per scherzo –, gli inquirenti, grazie al materiale rinvenuto durante le perquisizioni domiciliari, capiscono presto di trovarsi di fronte ai responsabili di una lunga scia di sangue – di cui hanno fatto le spese senzatetto, prostitute, omosessuali, tossicodipendenti e religiosi – rivendicata dall’organizzazione “Ludwig” attraverso lettere spedite ai giornali.
La sigla, accostata a un simbolo nazista, compare per la prima volta in un comunicato inviato alla redazione veneziana del quotidiano «Il Gazzettino» il 25 novembre del 1980. Fornendo riscontri non riportati dalla stampa per confermare l’attendibilità della nota, che si chiude con il motto “Gott Mit Uns”, vengono rivendicati dal gruppo i delitti del nomade Guerrino Spinelli, dato alle fiamme nell’auto in cui dorme, e deceduto dopo otto giorni di agonia a Verona nell’agosto del 1977, del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, ripetutamente pugnalato e colpito con ferocia a Padova nel dicembre del 1978, e del tossicodipendente Claudio Costa, ucciso a bastonate a Venezia nel dicembre del 1979. L’estrema violenza e il sadismo di queste uccisioni lasciano intendere l’intenzione di impartire una “lezione” a “marginali” e “diversi” considerati “indegni di vivere”.
È con questa prima rivendicazione di tre efferati omicidi commessi negli anni precedenti che compare la sigla Ludwig, a indicare un’organizzazione mai delineata con precisione nemmeno nei comunicati successivi. A passare meticolosamente in rassegna le vicende che riguardano Wolfgang Abel e Marco Furlan, l’attività degli inquirenti, le perizie psichiatriche e le sentenze giudiziarie, oltre a delineare nuove prospettive di lettura degli eventi, è il corposo volume Ludwig. Gli omicidi, le indagini, i processi, le nuove ipotesi (Mimesis, 2026) di Roberto Taddeo, consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti del Forteto, autore di MDF. La storia del Mostro di Firenze (Mimesis, 2023) in tre volumi, curatore de Il labirinto del Mostro di Firenze (Mimesis, 2025) e coautore de La controteoria dell’acqua. Perché Zodiac non è il Mostro di Firenze e viceversa (Jouvence, 2025).
Se sino al 1980 non vengono prodotte rivendicazioni, da quel momento in poi le cose cambiano: di ogni nuovo crimine il gruppo Ludwig si assume la responsabilità attraverso un comunicato alla stampa. Un cambio di rotta, suggerisce Taddeo, che potrebbe far pensare all’ingresso di nuovi soggetti nel gruppo.
Il 20 dicembre 1980 a Vicenza viene uccisa una prostituta a colpi di accetta; il 24 maggio 1981 viene appiccato il fuoco a tre giovani mentre dormono in un edificio frequentato da tossicodipendenti a Verona (solo due di loro sopravvivono); successivamente vengono presi di mira alcuni religiosi: il 20 luglio 1982 vengono uccisi a martellate due frati a Vicenza e il 26 febbraio 1983, sempre a colpi di martello, un sacerdote a cui viene conficcato nel cranio un punteruolo con un crocifisso. Anche la scelta di obiettivi religiosi, accusati nei comunicati di aver “tradito il vero Dio”, rappresenta una novità per gli ambienti dell’estrema destra, soliti a definirsi pagani. L’abbraccio all’integralismo cattolico di alcuni settori neofascisti sarebbe arrivato soltanto parecchio tempo dopo.
Nel marzo del 1983, quando a Ludwig non è ancora stato dato un volto (o più volti), viene arrestato Silvano Romano, ricercatore presso la facoltà di Fisica dell’Università di Pavia, in seguito a una sua telefonata al rabbino di Padova in cui, identificandosi, lo avverte che, secondo gli studi da lui condotti sull’organizzazione Ludwig, questa potrebbe presto colpire la comunità ebraica cittadina. L’uomo è profondamente religioso, si interessa di teologia e di storia, parla il tedesco, conduce una vita molto riservata e da qualche tempo segue i delitti del gruppo Ludwig, di cui si dice convinto della matrice esoterica e nazista. Gli inquirenti, oltre a interpretare la telefonata al rabbino come una minaccia rivolta alla comunità ebraica, trovano nel corso delle perquisizioni diverso materiale relativo alle azioni firmate Ludwig raccolto da Romano per le sue indagini amatoriali: quanto basta per convincerli di avere tra le mani lo spietato mostro. Anche la stampa non ha dubbi: è un serial killer. Il castello accusatorio, però, non regge a lungo. Diversi elementi portati sbrigativamente a prova di colpevolezza crollano miseramente e persino il nome Ludwig trovato sull’agenda dell’accusato si rivela essere quello di un amico. Dopo una settimana di ingiusta detenzione, Romano viene liberato.
L’8 aprile del 1983, giusto un paio di giorni dopo la scarcerazione del ricercatore universitario, viene spedito da Peschiera del Garda alla sede milanese dell’Ansa un comunicato firmato Ludwig che si apre con uno slogan destinato a essere ripreso da tutta la letteratura sul caso e a scuotere l’opinione pubblica: «la nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio». Tuttavia, segnala Taddeo, dietro queste affermazioni a effetto non è difficile cogliere «la banalissima retorica di un’esagerazione lessicale post-adolescenziale, si direbbe quasi bambinesca, e che in buona sostanza tradisce non solo l’età anagrafica dell’autore, o degli autori, ma anche la loro tragica insicurezza» [p. 134]. Tutti i comunicati del gruppo, per quanto infarciti di frasi a effetto, restano sostanzialmente privi di approfondimento ideologico.
Oltre agli slogan altisonanti, però, il comunicato inviato all’Ansa contiene un riferimento a una rivendicazione, riguardante il rogo di San Giorgio a Verona del 24 maggio 1981, spedita a «Repubblica» (e mai giunta alla testata), a proposito del quale il gruppo ha già espresso la paternità in un comunicato del 23 luglio 1982, circa un anno dopo i fatti. Per quale motivo Ludwig si premura di puntualizzare di aver già rivendicato quel crimine a «Repubblica»? E perché, si domanda Taddeo, lo fa proprio nel momento in cui viene scarcerato Romano?
Il 14 maggio 1983, durante la proiezione di un film, viene dato alle fiamme il cinema a luci rosse Eros Sexy Center di Milano, provocando la morte di sei uomini – cinque presenti in sala e un medico intervenuto per prestare soccorso – e il ferimento di decine di persone. Sei giorni dopo la strage, il 20 maggio 1983, alla sede milanese dell’Ansa giunge, spedita da Bologna, la rivendicazione di Ludwig. Il comunicato si apre con queste parole: «Rivendichiamo il rogo dei cazzi. Una squadra della morte ha giustiziato uomini senza onore irrispettosi della legge di Ludwig», seguite da alcuni riferimenti alle modalità con cui sono state appiccate le fiamme, così da confermare l’autenticità del messaggio.
Sei mesi dopo, il 17 dicembre 1983, con modalità analoghe viene incendiato il Theatre Casa Rosso, un nightclub di Amsterdam, provocando la morte di tredici persone, sei donne e sette uomini. Le indagini seguono prima la pista della criminalità legata allo sfruttamento della prostituzione, poi si spostano sulla vendetta di un lavoratore licenziato, l’israeliano Joseph Lan, che viene arrestato mentre si allontana da Amsterdam insieme ad altri connazionali. Nonostante le testimonianze parlino di tre individui all’opera per appiccare l’incendio, viene arrestato il solo Lan, poi condannato a soli dodici anni. La strage olandese viene successivamente rivendicata dal gruppo Ludwig, anche se gli inquirenti non sono propensi a darle credito.
Il mese successivo, il 7 gennaio 1984, viene dato alle fiamme il nightclub Liverpool di Monaco di Baviera, provocando la morte, dopo mesi di agonia, della giovane barista italiana Corinna Tartarotti. Mentre gli inquirenti locali brancolano nel buio, il 18 gennaio 1984, spedita da Novara, viene recapitata all’Ansa di Milano la rivendicazione del gruppo Ludwig, che si attribuisce sia l’attentato di Amsterdam che quello di Monaco di Baviera. Nel comunicato, come al solito stringato, si legge: «Rendiamo noto che l’attentato di Amsterdam è stato rivendicato con un messaggio inviato all’Ansa. Rivendichiamo lo spettacolo pirotecnico di Monaco. Al Liverpool non si scopa più. Ferro e fuoco sono la punizione nazista». Solo sul secondo attentato vengono forniti elementi utili a provare l’effettiva responsabilità del gruppo.
I comunicati con cui vengono rivendicati l’incendio del cinema a luci rosse milanese e quello del locale notturno bavarese – insieme al quale si rivendica pure la paternità di quello olandese – riportano slogan ad effetto e al tempo stesso beffardi nel linguaggio, più infantili che politici in senso stretto.
Con l’arresto di Abel e Furlan nel 1984, in seguito alla mancata strage alla discoteca di Castiglione delle Stiviere, la polizia, gli psichiatri, i tribunali e i media hanno i loro serial killer da consegnare alle patrie galere e all’opinione pubblica. La lunga scia di sangue e di fuoco rivendicata dal gruppo Ludwig, che attraversa il passaggio dagli anni Settanta al decennio successivo, si chiude con una verità processuale incentrata su convincimenti psichiatrici che appaiono oggi decisamente traballanti; una verità che relega sullo sfondo l’universo neonazista a cui fanno riferimento i due giovani. Durante il processo si insiste soprattutto sulla freddezza del loro ambiente familiare e sui loro deliri di onnipotenza, che li avrebbero condotti a commettere delitti gratuiti mascherandoli, anche a se stessi, da “volontà di purificazione”. Insomma, stando alle verità processuali, Wolfgang Abel e Marco Furlan sono cresciuti in ambienti familiari anaffettivi e sono arrivati a uccidere per il semplice gusto di farlo, mentre l’armamentario ideologico esibito nelle rivendicazioni può essere derubricato a semplice mascheramento utile a dare un senso a una sete di sangue che senso non ha.
Nel 1988, scaduti i termini della carcerazione preventiva, i due vengono posti agli arresti domiciliari in attesa della sentenza di appello che, il 10 aprile 1990, pur confermando la condanna di primo grado, riduce leggermente la pena. Mentre Abel torna in carcere, Furlan si dà alla latitanza e vive indisturbato a Creta per quattro anni prima di essere arrestato casualmente e ricondotto in Italia. Le sue nuove dichiarazioni, che aprirebbero scenari tesi ad allargare il gruppo Ludwig, vengono sostanzialmente lasciate cadere. Abel viene rimesso in libertà nel 2016; cinque anni dopo entra in coma a causa di una caduta dalle scale, senza più risvegliarsi fino alla morte, sopraggiunta nel 2024. Vale la pena notare, sottolinea Taddeo, come rispetto ad Abel, Furlan goda di una serie di facilitazioni derivanti da una provenienza sociale privilegiata e da una rete di conoscenze negli ambienti dell’estremismo di destra che potrebbe essersi rivela utile durante la latitanza.
«L’idea di Ludwig quale assassino seriale a due teste, che ripete il suo schema omicidiario sulla base di un disturbo psicotico condiviso (folie à deux), è obsoleta e va interamente rifiutata sia da un punto di vista storico che clinico», scrive Roberto Taddeo. «La follia a due è stata una proiezione processuale dettata da esigenze investigative e giudiziarie, ampiamente superata non solo dalle indagini sopravvenute ma pure dalla stessa letteratura psichiatrica». Per quanto le perizie psichiatriche siano giunte a stabilire la semi-infermità mentale dei due al momento degli omicidi, con Abel nel ruolo di trascinatore di Furlan, «la razionalizzazione e l’inquadramento storiografico di questa vicenda non permettono più di trattare il caso Ludwig come un esempio di psicopatologia travasata da un assassino all’altro. Questo perché, fermo restando il vizio di mente di entrambi, Abel non ha indotto nulla in Furlan, e la “coppia del male”, intesa come perimetro chiuso all’interno del quale venivano ideati e commessi i delitti, semplicemente non è mai esistita» [p. 518].
La meticolosa ricostruzione degli eventi induce Taddeo a dirsi convinto che gli omicidi commessi da Ludwig non possano essere letti come il risultato di azioni commesse da una coppia di folli che condividono i medesimi intenti, ma necessitino di essere collocati all’interno di un contesto più ampio e complesso. Sono parecchi gli elementi che inducono a «pensare a Ludwig come a una multiforme banda di assassini che ha agito intorno o dietro ai due che sono stati arrestati, processati e condannati». Anziché interrogarsi sull’esistenza o meno di un “terzo uomo”, secondo l’autore occorrerebbe piuttosto prendere atto dell’esistenza di una pluralità di «soggetti interscambiabili nell’esecuzione dei delitti e nelle strategie dell’organizzazione» [p. 519].

Che cosa cercavano le decine di migliaia di turisti che il 12 agosto hanno affollato una striscia del territorio spagnolo dalla costa atlantica fino alle Baleari? Erano tutti alla ricerca dell’emozione del Sole che si spegne nel corso di un’eclissi totale. Alcuni hanno avuto fortuna, altri no perché nubi sfilacciate o semplicemente foschia hanno rovinato lo spettacolo. È quello che è successo a me: nel cielo perfetto di Ibiza si è materializzata una nuvoletta, giusto prima della totalità. Anche l’Italia è stata lambita dall’ombra della Luna con una preferenza per le regioni del nord che hanno goduto di oltre il 90 per cento di copertura del disco solare.
Indipendentemente dal fascino ancestrale del sole nero, vorrei sottolineare che l’eclisse è un momento magico che ci rende unici nel Sistema solare. Assistere all’oscuramento del Sole è, infatti, possibile solo per noi terrestri grazie a una fortuita combinazione tra dimensioni e distanza del Sole e della Luna, visti dalla Terra. Per dirla in termini astronomici, il Sole e la Luna appaiono avere le stesse dimensioni angolari nel cielo. È questa coincidenza, unica nel Sistema solare, a rendere possibile alla piccola Luna di oscurare il Sole. Avere le stesse dimensioni angolari non è però sufficiente: perché si verifichi un’eclisse occorre che, nel percorrere le loro orbite, Luna e Terra siano allineate con il Sole.

Marco Bastoni, “Il piccolo libro delle eclissi. Tra mito e scienza, lo spettacolo più straordinario del cielo”, Apogeo, 2026, 160 pagine, 16 euro
In questo rapporto a tre astronomico gioca un ruolo fondamentale l’inclinazione, piccola ma non trascurabile, del piano dell’orbita della Luna rispetto al piano dell’orbita della Terra intorno al Sole. Sono poco meno di 5°, ma sono fondamentali per regolare il succedersi dei momenti “speciali” della Luna che si verificano quando i tre corpi celesti si allineano e possono farsi ombra, determinando le eclissi. Si tratta di fenomeni abbastanza rari perché, come spiega molto bene Marco Bastoni nel suo Il piccolo libro delle eclissi, si richiedono delle condizioni particolari perché la Luna deve trovarsi al posto giusto nel momento giusto in modo tale che si verifichi un perfetto allineamento tra Sole, Luna e Terra.
Grazie alla nostra conoscenza delle complicate e molteplici periodicità dei moti della Luna adesso sappiamo predire con precisione le eclissi, ma, esattamente come Marco Bastoni, ammiro le capacità dei nostri antenati. Pur facendo i conti in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla, i babilonesi erano già in grado di prevedere le eclissi di Sole e di Luna. Diciamo che era una necessità: nell’antichità le eclissi erano foriere di sventura e occorreva essere pronti per cercare di correre ai ripari.
Adesso il terrore è scomparso e le eclissi sono diventate magneti turistici che, però, continuano a offrire le stesse antiche suggestioni. Sappiamo che non ci sono i draghi che mangiano il Sole, ma non possiamo restare indifferenti. È madre natura al suo meglio.


NASA experiments focused on human and plant health and drug-resistant organisms will travel to the International Space Station aboard SpaceX’s 35th Commercial Resupply Services mission for the agency from Cape Canaveral Space Force Station in Florida, advancing research that benefits life on Earth and future exploration.
This research supports astronaut health during long-duration missions through four investigations from the agency’s Biological and Physical Sciences division, including 3D models of the human brain, a crop disease study, a faster way to assess astronaut health, and an analysis of antibiotic-resistant bacteria aboard the space station.
Tiny brain models, big questions
A new precision health investigation helps address a key question: What happens to the human brain in space?
The experiment sends small, lab-grown models of the human brain to the orbiting laboratory for five weeks. Researchers compare tissue models that traveled to space with identical ones kept on Earth to determine how a short spaceflight affects the human brain at the cellular level.
The effort could deepen our understanding of how the human brain responds to stress and help lay the groundwork for methods that counter risks to brain health that astronauts may face on future missions to the Moon and beyond.
Disease-resistant crops for space
A space crops investigation tests whether crop diseases develop faster and more severely in microgravity.
The experiment compares molecular and structural changes between Earth-grown and space station-grown plants infected with a disease-causing fungus. The findings could guide plant breeding on Earth to produce disease-resistant crops and help minimize yield losses in future space agriculture systems.
Space crops provide nutrition, increase dietary variety, and offer psychological benefits for astronauts during extended missions. They also absorb carbon dioxide, produce oxygen, and recycle water, which will become increasingly important as human missions extend farther from Earth.
Analysis helps astronauts thrive
The spacecraft also carries the first test of a compact microplate reader that arrived aboard the space station earlier this year.
The Commercially Enabled Rapid Space Science initiative experiment tests the device’s ability to detect and measure certain biomarkers such as antibodies, antigens, and proteins.
Use of the plate reader would allow scientists to analyze samples aboard the space station and obtain data quickly, rather than wait for the samples to return to Earth for analysis.
Ultimately, the research aims to support the timely detection of infections and other health issues in astronauts while expanding science capabilities in remote exploration locations where resupply will be more difficult.
Tracking antibiotic-resistant bacteria
A precision health investigation returns for its fourth and final planned stay aboard the space station to study how antibiotic-resistant bacteria survive and evolve in microgravity.
As part of the investigation, astronauts repeatedly sample surfaces throughout the space station to monitor for drug-resistant organisms.
The work could help develop ways to protect astronauts against bacterial infections during long-duration missions. On Earth, the findings could provide insight into how superbugs develop from the overuse of antibiotics.
To learn more about NASA’s biological and physical research in space, visit: https://science.nasa.gov/biological-physical/
NASA’s Biological and Physical Sciences Division pioneers scientific discovery and enables exploration by using space environments to conduct investigations not possible on Earth. Studying biological and physical phenomena under extreme conditions allows researchers to advance the fundamental scientific knowledge required to go farther and stay longer in space, while also benefitting life on Earth.
NASA experiments focused on human and plant health and drug-resistant organisms will travel to the International Space Station aboard SpaceX’s 35th Commercial Resupply Services mission for the agency from Cape Canaveral Space Force Station in Florida, advancing research that benefits life on Earth and future exploration.
This research supports astronaut health during long-duration missions through four investigations from the agency’s Biological and Physical Sciences division, including 3D models of the human brain, a crop disease study, a faster way to assess astronaut health, and an analysis of antibiotic-resistant bacteria aboard the space station.
Tiny brain models, big questions
A new precision health investigation helps address a key question: What happens to the human brain in space?
The experiment sends small, lab-grown models of the human brain to the orbiting laboratory for five weeks. Researchers compare tissue models that traveled to space with identical ones kept on Earth to determine how a short spaceflight affects the human brain at the cellular level.
The effort could deepen our understanding of how the human brain responds to stress and help lay the groundwork for methods that counter risks to brain health that astronauts may face on future missions to the Moon and beyond.
Disease-resistant crops for space
A space crops investigation tests whether crop diseases develop faster and more severely in microgravity.
The experiment compares molecular and structural changes between Earth-grown and space station-grown plants infected with a disease-causing fungus. The findings could guide plant breeding on Earth to produce disease-resistant crops and help minimize yield losses in future space agriculture systems.
Space crops provide nutrition, increase dietary variety, and offer psychological benefits for astronauts during extended missions. They also absorb carbon dioxide, produce oxygen, and recycle water, which will become increasingly important as human missions extend farther from Earth.
Analysis helps astronauts thrive
The spacecraft also carries the first test of a compact microplate reader that arrived aboard the space station earlier this year.
The Commercially Enabled Rapid Space Science initiative experiment tests the device’s ability to detect and measure certain biomarkers such as antibodies, antigens, and proteins.
Use of the plate reader would allow scientists to analyze samples aboard the space station and obtain data quickly, rather than wait for the samples to return to Earth for analysis.
Ultimately, the research aims to support the timely detection of infections and other health issues in astronauts while expanding science capabilities in remote exploration locations where resupply will be more difficult.
Tracking antibiotic-resistant bacteria
A precision health investigation returns for its fourth and final planned stay aboard the space station to study how antibiotic-resistant bacteria survive and evolve in microgravity.
As part of the investigation, astronauts repeatedly sample surfaces throughout the space station to monitor for drug-resistant organisms.
The work could help develop ways to protect astronauts against bacterial infections during long-duration missions. On Earth, the findings could provide insight into how superbugs develop from the overuse of antibiotics.
To learn more about NASA’s biological and physical research in space, visit: https://science.nasa.gov/biological-physical/
NASA’s Biological and Physical Sciences Division pioneers scientific discovery and enables exploration by using space environments to conduct investigations not possible on Earth. Studying biological and physical phenomena under extreme conditions allows researchers to advance the fundamental scientific knowledge required to go farther and stay longer in space, while also benefitting life on Earth.


© Valentyn Ogirenko/Reuters
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By Louise John, Head of IT Service Delivery at Virgin Active
For IT managers, unexpected projects and changing business priorities are normal part of the job.
You might have spent months planning your team’s workload, but only to be told with little warning that a new software solution needs to be implemented within six weeks.
Whatever the circumstances, the responsibility for delivering these projects often falls on IT teams, even when they have had little involvement in the decisions behind them.
As a manager, this can be particularly challenging because you are expected to deliver results within tight deadlines, while also managing your team’s existing workload, keeping up staff morale while also protecting them from burnout.
So, how can you support your team when unexpected projects land on their desks?
The first thing I would recommend is establishing what actually needs to be delivered and by when.
If a new software implementation has been given a six-week deadline, what are the absolute essentials that need to be completed within that timeframe?
Rather than attempting to deliver everything at once, identify what is achievable and communicate this to senior leadership. Managing expectations upwards is just as important as managing the team responsible for delivery.
It’s also important to involve your team in these conversations. Be honest about what is expected, explain the priorities and ask what they realistically believe can be achieved.
Unexpected projects inevitably create pressure, particularly when teams are already managing demanding workloads.
As a manager, you need to recognise this and consider what additional support might be required.
Could working hours be more flexible? Can existing projects be paused or reassigned? Do you need additional resources? If employees are required to work extra hours, can they take time back once the project is completed?
It’s also important to establish boundaries and make sure your team isn’t expected to deliver everything simultaneously.
When workloads become overwhelming, it helps to focus on one task at a time rather than worrying about the hundred things still to do.
Finally, don’t underestimate the importance of keeping morale high. Even during the busiest periods, celebrating small wins, recognising people’s efforts and maintaining a sense of humour can make a big difference.
Ultimately, IT managers cannot always control the projects or deadlines handed to them, but they can control how they support their teams through them.
Louise is speaking at DTX + UCX London 2026, taking place at ExCeL London on 14 and 15 October.
Join Louise on Wednesday 14 October, from 12:10pm to 12:50pm, on the Design & Delivery Stage, for a panel discussion titled Caught in the middle: Leading digital change when nobody prepared you for it.
She will be joined by Rebecca d’Orazi Flavoni, Digital Growth and Training Consultant at RDF Training & Consulting; Greg Ferrari, Executive Director of Performance and Transformation at AAT; and Roger Kirby, Senior Enterprise Architect at AstraZeneca.
Together, they will explore how managers can balance pressure from senior leadership, protect their teams from burnout and successfully deliver digital change, even when they haven’t been given the tools or context to do so.
The post Leading digital change when nobody prepared you for it appeared first on IT Security Guru.
Ahead of their participation at DTX + UCX London 2026, Lee Robson, AWS Greenfield Practice Lead at Ingram Micro shares what the company will be showcasing at the event and explains what trends will impact the channel in the year ahead.
Ingram Micro will be showcasing how organisations can accelerate innovation with AWS. Our team will be demonstrating practical AI, cloud and security solutions, including AWS Quick, Claude via Amazon Bedrock, FinOps-led cloud optimisation and AWS security assessments. We’ll be connecting customers with specialist partners that can help turn strategy into measurable business outcomes.
Our message is simple: unlock the value of AI and cloud while maintaining control of cost, security and governance. We’ll be highlighting how AWS enables organisations to innovate faster, connect apps, data, and teams so answers turn into action instantly with AWS Quick, adopt generative AI through Claude via Bedrock, optimise cloud spend through FinOps, and strengthen their security posture.
Many organisations are overwhelmed by the pace of technology change, particularly around AI and cloud. Common challenges include understanding where to start, selecting the right solutions, managing cloud costs, ensuring security and compliance, and finding the skills required to implement and support new technologies successfully.
Experienced partners help customers move from technology discussions to business outcomes. With Ingram Micro, they remove the barrier to entry for a lot of businesses and provide strategic guidance, technical expertise and proven delivery frameworks that reduce risk and accelerate adoption. Partners can also help organisations optimise AWS investments, implement AI responsibly, improve security and create clear roadmaps for long-term success.
Generative AI adoption will continue to accelerate, but organisations will increasingly focus on governance, security and achieving measurable ROI. We also expect greater emphasis on FinOps as cloud estates mature, alongside growing demand for cybersecurity services. Partners that combine AI expertise, cloud optimisation and security capabilities will be best positioned for growth.
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