❌

Modalità di lettura

Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno

Questa articolo è frutto del lavoro collettivo di AvANa – Avvisi Ai Naviganti, l’hacklab che ha base al Forte Prenestino (Roma) ed è parte della comunità italiana di Hackmeeting, ritrovo annuale degli hacklab aperto a ogni persona curiosa delle tecnologie, digitali e non.

Come AvANa, ci occupiamo di tecnologia in modo critico. Che vuol dire? Ad esempio, negli ultimi anni abbiamo lanciato una campagna di boicottaggio di Meta in quanto azienda complice del genocidio in corso in Palestina e perché propone quelle che chiamiamo “tecnologie del dominio”, ovvero che catturano e vendono il tempo di chi le usa per la massimizzazione del proprio profitto.

Ci siamo dunque messe a disposizione dei collettivi locali con la campagna “Un Dos Tres”, per aiutare a costruire una presenza autonoma in rete, indipendente dai social media delle grandi aziende, nell’orizzonte di permetterci di uscire (prima o poi) da quegli ambienti tossici e commerciali. Rinnoviamo l’invito a praticare autogestione anche in questo aspetto, digitale, della vita. Dopo l’attacco al collettivo Autistici/Inventati, abbiamo lanciato la campagna “Nel mirino” insieme ad altri hacklab e realtà politicamente affini sul territorio italiano, per contrastare l’imperialismo statunitense, in particolare sui piani economico e tecnologico.

Le nuvole non stanno in cielo

Cosa è un data center, ormai dovremmo saperlo, anche se probabilmente non ne abbiamo mai visto uno da vicino, tantomeno dall’interno. Le cosiddette Big Tech, le più grosse aziende commerciali che vendono spazio e servizi sulle loro nuvole (in inglese, cloud) sono ovunque, così come i dati con cui lavorano (i nostri), sempre più sparsi per il globo, accumulati e scambiati tra grossi centri di aggregazione asettici e di difficile accesso. Contrariamente a quanto affermano con la loro propaganda, di ecologico o frictionless il digitale ha ben poco, poiché necessita di supporti materiali, di infrastrutture tangibili, importanti processi estrattivi e investimenti economici.

La Free Software Foundation Europe ce lo ricorda con una grafichetta molto popolare: non esiste il cloud, solo i computer di altre persone.

[immagine: https://dotfiles.tnetconsulting.net/blog/2015/0228/there-is-no-cloud/thereisnocloud-v2.png]

Tutte le attività digitali, quelle che noi realizziamo interagendo consapevolmente con i dispositivi elettronici, ma anche quelle che sono frutto di interazioni più o meno autonome tra macchine, richiedono una connessione macchinica, scambi, flussi di dati sempre più rapidi e costanti. Ad esempio, per sapere quando passa l’autobus a Roma possiamo dare un’occhiata al tabellone elettronico della fermata, che si aggiorna automaticamente ogni tot minuti, oppure controllare da uno smartphone tramite il sito di ATAC Roma, o una delle tante app di trasporto disponibili, o anche attraverso un’applicazione che fornisce mappe per gli spostamenti. Tutte queste fonti d’informazione fanno riferimento a delle basi di dati aggiornate in tempo reale, consultate continuamente.

Per ragioni di efficienza, negli ultimi decenni la progressiva digitalizzazione delle nostre vite è stata organizzata raggruppando tanti server (ovvero, macchine sempre a disposizione, raggiungibili dagli altri nodi della rete) nei cosiddetti data center: edifici sempre più grandi, estremamente energivori, pieni di stanze a loro volta piene di macchine sempre accese e connesse a Internet, che necessitano di tanta energia elettrica e tanta acqua per gli impianti di raffreddamento… non bastano mica le piccole ventole nascoste nei nostri pc portatili. Inoltre, queste imponenti strutture non sono affatto silenziose: unità di riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, impianti di raffreddamento, generatori elettrici di riserva, eccetera sono in funzione h24, 7 giorni su 7, anche se gli studi sul rumore non sono sempre effettuati nelle valutazioni d’impatto ambientale, mentre dovrebbero esserlo al pari di altri fattori di perturbazione.

Il data center Agriport A7 in Olanda, di proprietà di Microsoft, nel 2021 ha consumato in un anno circa 84 milioni di litri d’acqua, ovvero l’equivalente di una grande città europea. E negli ultimi tre anni, i bisogni energetici di questi centri di calcolo sono decuplicati: come riporta Le dita nella presa, siamo passate da una media annuale di 10megaWatt di potenza per un singolo data center, a una media attuale che si aggira tra i 100 e i 200megaWatt all’anno.

Secondo l’IEA (International Energy Agency), nel 2025 i data center nel mondo hanno consumato circa 485 teraWatt di potenza all’ora, ovvero circa quanto la Germania, e i consumi dovrebbero aumentare del 70% entro il 2030.

Ricordiamo che le stesse aziende coinvolte nei progetti di costruzione di questi enormi centri di calcolo creano i presupposti per il loro sviluppo: privatizzazione ed estrazione di valore dai territori, militarizzazione (provate ad avvicinarvi!), colonialismo digitale ed energetico… Anche in questo ambito conviene delocalizzare per abbassare i costi di produzione, già altissimi di base; per velocizzare l’iter amministrativo; per risparmiare sui costi di approvigionamento energetico o di raffreddamento. Ecco che ci si ritrova subito a braccetto col nucleare, o che l’Artico e tutti gli altri territori più freddi e isolati della Terra acquistano attrattività per presenti e futuri investimenti.

Il cielo sopra l’Italia

Scrive Radio Blackout, presentando un approfondimento sul progetto di data center nel torinese, a Lucento: «Informatica, cloud e intelligenza artificiale non rappresentano una rottura con il capitalismo termo-industriale, ma il suo approfondimento. Dietro l’apparente immaterialità del digitale si estende infatti una gigantesca infrastruttura energivora fatta di reti elettriche, cavi sottomarini, estrazione mineraria, semiconduttori, logistica».

Anche a Moncalieri, in Piemonte, l’ex-Ilte (tipografia abbandonata) dovrebbe essere riconvertita in un grande data center, mentre il collettivo di fabbrica di Campi Bisenzio, in Toscana, teme la stessa sorte per la GKN. In Italia, le aree industriali da (ri)mettere a profitto delle più recenti strategie speculative non mancano: da nord a sud, i progetti in fieri sono circa 80, che si aggiungono ai 270 data center già presenti sul territorio italiano. Per ora, questi si concentrano soprattutto nelle province di Milano, che pur ospitandone già un centinaio, è tra le prime aree di interesse per nuovi ambiziosi progetti, e Roma, con una trentina attuali.

Le proposte approvate o in discussione spaziano da Pavia a Bari a Colleferro, fino al Sulcis in Sardegna, spesso accompagnate dalla nascita di comitati locali che provano a contrastare i progetti più impattanti.

Ormai infatti si parla soltanto di hyperscale, ossia di centri di calcolo che richiedono enormi quantità di potenza, con un salto di scala notevole rispetto a qualche anno fa, e che prospetta  ulteriori aumenti fino a migliaia di megaWatt di potenza annua per una singola istanza.

A livello legislativo, mancava in Italia un inquadramento amministrativo adatto a questi progetti, che rientravano negli impianti termoindustriali in quanto provvisti di grossi generatori di riserva e dovevano quindi essere oggetto di valutazioni di impatto ambientale prima della costruzione. Solo nel Decreto-Legge approvato a febbraio di quest’anno, il cosiddetto DL Bollette, sono state adottate  «disposizioni urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche, di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico», che differenziano in base alla potenza termica dei data center, cioè alla potenza del generatore presente nell’impianto.

La potenza termica corrisponde a circa tre volte la potenza elettrica del sito, quindi un tipico centro di calcolo da 60 megaWatt di potenza elettrica avrà una potenza termica di circa 180 megaWatt. Se per gli impianti con potenza termica pari o superiore a 300 megaWatt il rilascio dell’autorizzazione per la realizzazione è affidato al ministero (MASE), e abbiamo visto che i progetti sono sempre più ghiotti di energia, è evidente che praticamente nessuna agibilità è lasciata alle Regioni o alle Province Autonome. Inoltre, in base a questa norma, si può avviare un «procedimento unico» accelerato che dimezza i termini della VIA (Valutazione Impatto Ambientale) e si conclude in 10 mesi, calpestando di fatto le possibilità di tutela ambientale ed ecologica nel senso più ampio. Infatti il rilascio dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) può dunque precedere la VIA, facendo prevalere il diritto economico su quello ambientale, come racconta ancora la stessa puntata de Le dita nella presa citata sopra. Attualmente è in discussione una nuova legge quadro per far diventare i data center «opere strategiche di pubblica utilità indifferibili urgenti e di prevalenza nazionale», una designazione già in operante nel campo delle energie rinnovabili e in particolare per facilitare gli espropri nello sviluppo di impianti fotovoltaici. La nuova legge è stata votata favorevolmente alla Camera, con pochissime astensioni, e sarà presto vagliata in Senato.

A chi vanno le fette di torta?

Di tutto l’ampliamento della capacità di calcolo nazionale previsto, la maggior parte sarebbe comunque gestita da aziende commerciali statunitensi, mentre la più grossa fetta italiana, circa 30-40 megaWatt all’anno, coinvolgerebbe il Polo Strategico Nazionale, composto da simpatiche società nostrane come Leonardo, Tim o la Cassa Deposito e Prestiti. Gli interessi in gioco sono, ancora una volta, chiaramente quelli delle più grandi industrie, infrastrutture e istituzioni, complici ognuna a modo suo della riproduzione di condizioni di invivibilità in un mondo capitalista.

In Irlanda, piccolo noto «paradiso digitale», Friends of the Earth riporta che il 22% dell’elettricità disponibile va ai data center, che sono dunque responsabili per oltre il consumo complessivo delle abitazioni del Paese. Di recente inoltre l’agenzia elettrica nazionale ha imposto una moratoria sulla costruzione di nuovi data center a Dublino, dove già costituiscono circa l’80% del consumo elettrico della città. Gli enormi appetiti di suolo, acqua ed energia elettrica sono spesso al centro delle preoccupazioni di chi si oppone ai progetti di costruzione di nuovi data center, ma ci pare necessario allargare l’analisi del loro impatto per comprendere i molteplici livelli di problematicità di questi oggetti.

Le responsabilità politiche, locali e globali, dell’accumulazione digitale vanno rilevate per non cadere nelle trappole della sovranità digitale, sia essa italiana o europea, o dell’approccio not in my backyard (non nel mio giardino) che contesta solo un’istanza specifica, per prossimità geografica, ma non l’ideologia di fondo.

Il problema non è che ci guadagnino aziende straniere sul suolo italiano, o che l’irruzione di un data center hyperscale provochi un aumento del prezzo delle bollette per la popolazione locale (come già visto negli USA, ricorda Erin Brokovich), ma questi aspetti sono collegati tra loro e ad altre forme di colonialismo digitale ed energetico. Non crediamo che il problema delle perturbazioni ambientali sia risolvibile dalle stesse aziende che vorrebbero comprare soluzioni tramite «crediti di acqua» o «crediti di CO2» in compensazione delle emissioni prodotte e dell’acqua utilizzata. L’unica soluzione è non costruire nessun data center in zone che si trovano già sotto stress idrico, nonostante sia proprio il caso di cluster statunitensi come in Virginia o in Arizona.

Ma poi, a cosa servono tutti questi centri superpotenti? Sono davvero così essenziali? A chi?

Certo le interminabili, avvincenti conversazioni con i chatbot più sofisticati sul mercato hanno influenzato drasticamente i consumi e i bisogni di calcolo negli ultimi anni. Eppure, anche in questo caso le responsabilità individuali sono assai meno significative di quelle collettive, pubbliche, industriali. Il business e i settori della scuola, della sanità, o dell’amministrazione giudiziaria, per citarne alcuni, si stanno riorganizzando su pressione coercitiva o con spintarelle indulgenti (nudge) di aziende come OpenAI, Meta, Alphabet… per incorporare le cosiddette intelligenze artificiali nei flussi di lavoro, richiedendo quantità di energia infinitamente superiori a prima per la realizzazione di compiti anche molto semplici e banali.

Una valutazione accurata e attendibile della quantità di risorse necessarie a un modello linguistico come quelli che stanno dietro a ChatGPT e simili è molto difficile da ottenere, in parte perché la maggior parte dei modelli non sono open source (il codice sorgente non è condiviso dalle aziende proprietarie) e quindi non si sa esattamente come funzionino; in parte perché le catene di produzione e distribuzione dei prodotti digitali sono estremamente complesse e difficili da mappare, anche in base al livello di comprensione desiderato. Per esempio: per stimare l’impatto di un singolo prompt che riceverà il chatbot da parte dell’utente finale, devo considerare anche ogni chip NVIDIA, o qualsiasi altro componente interno, che fa funzionare le macchine su cui si svolge l’addestramento dell’LLM (Large Language Model) in questione? E dei server che elaborano le risposte? E il ciclo di vita del dispositivo digitale dell’utente, tramite cui avviene l’interazione? E in fin di vita, come seguire le tracce dei rifiuti elettronici sempre più numerosi e dispersi tra le varie discariche a cielo aperto e altre modalità di smaltimento informale?

Mentre i rifiuti elettronici crescono in maniera esponenziale, la digitalizzazione del mondo è ormai scandita dal ritmo delle obsolescenze programmate dei pezzi di hardware (le componenti macchiniche) e del software, che ci obbliga a rinnovare regolarmente le macchine di lavoro.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, che pone lo sviluppo di «AI (Artificial Intelligence) e data center» al centro del suo piano strategico per il futuro, la proposta è di classificare l’efficienza energetica di ogni centro di calcolo su una scala dalla A alla G, come per le abitazioni e le lavatrici. Di nuovo ci chiediamo: cosa rimane fuori dalle metriche di classificazione proposte?

Granelli di sabbia negli ingranaggi

Le critiche politiche di ampio respiro, portate avanti da vari movimenti contro i data center ma anche contro l’Automazione Industriale (così preferiamo chiamare la famigerata «AI» 😉 sono radicate nei movimenti dal basso più variegati: dalle associazioni ecologiste locali ai collettivi studenteschi, passando per gruppi di giovani attivist* per la salute mentale.

Ad esempio, all’interno delle mobilitazioni in solidarietà alla Palestina e contro il genocidio, un altro data center di Microsoft in Olanda, quello di Middenmeer, era stato oggetto di azione diretta ad agosto 2025, da parte del gruppo Geef Tegengas. Con il blocco dell’ingresso e la presa del tetto, hanno denunciato la complicità del colosso tecnologico, e in particolare di quella struttura nell’arsenale repressivo e coloniale di Israele. Infatti, in base a un’inchiesta del “Guardian” con “+972 Magazine” e “Local Call”, l’Unità 8200 dell’IDF, (Israel Defense Forces) si era appoggiata ai server nei Paesi Bassi per l’accumulazione di circa 200 milioni di ore di telefonate palestinesi (11.500 teraByte di dati) con cui elaborare strategie di attacco. La complicità di Microsoft con il progetto sionista è ben nota fin dall’esordio dell’azienda nel campo delle tecnologie digitali.

Oggi, impedire la costruzione di nuovi megacentri di calcolo vuol dire anche sabotare l’industria di guerra, protagonista al tempo stesso del riarmo europeo e italiano e dell’investimento nei progetti hyperscale. Come tante altre tecnologie e infrastrutture che li hanno preceduti, i data center sono oggi uno dei principali oggetti di «sviluppo» civile (leggi commerciale) e militare.

In Inghilterra invece, il 28 febbraio scorso, la March Against the Machine ha sfilato per le strade del centro di Londra: ispirata dal movimento QuitGPT, la manifestazione organizzata da Pull The Plug, Pause AI e Mad Youth Organise, è partita dagli uffici di OpenAI, passando per DeepMind (start-up nata a Londra nel 2010 e poi acquisita da Google/Alphabet, ora in prima linea nello sviluppo&ricerca per l’IA) e si è conclusa davanti alla sede di Meta. Si tratta di una delle più grandi proteste contro la cosiddetta Intelligenza Artificiale e in particolare contro il suo impiego nei servizi pubblici, la delega algoritmica dell’accesso al welfare, e l’utilizzo sempre più massiccio del riconoscimento facciale da parte della polizia metropolitana di Londra. Altre manifestazioni si sono svolte il 3 marzo, in contemporanea, presso il «research hub» europeo di DeepMind a Berlino, davanti al Vector Institute dell’Università di Toronto, e al quartier generale di OpenAI a San Francisco. La stessa campagna QuitGPT è nata per contrastare l’egemonia di Trump, a partire dal fatto che il singolo maggior investitore nella corporazione MAGA nel 2025 è stato Greg Brockman di OpenAI, azienda che ha poi firmato un contratto da 200milioni di dollari col Dipartimento della Guerra statunitense.

Da Save Brick Lane (Londra) all’Italia, la rivendicazioni sono simili: «vogliamo case, non data center». Il progetto Tu nube seca mi rio (in castigliano, la tua nuvola prosciuga il mio fiume) monitora gli impatti ecosociali dei progetti in cantiere e di chi vi si oppone, a partire da una fabbrica di Coca Cola riconvertita in data center (Madrid) o da Talavera de la Reina (qui un’intervista per Radio Onda Rossa) e nel resto del mondo. In Francia, dal 2023 il collettivo Le nuage était sous nos pieds (in francese, la nuvola era sotto i nostri piedi) «analizza e lotta contro gli impatti sociali, ecologici e politici delle infrastrutture digitali dominanti e il loro mondo», organizzando incontri, festival, camminate ad esempio per le strade di Marsiglia, dallo storico porto di scambi mediterranei a hub di cavi sottomarini e centri di calcolo per Disney+.

Un articolo di “Graffio” offre un’ottima panoramica e mappatura dei movimenti contro i data center che stanno nascendo in Italia, che in questo autunno caldo stanno trovando slancio.

Concludiamo questo articolo condividendo un estratto dal comunicato del centro sociale Fornace di Rho (Milano), che racconta la giornata di festosa rivolta collettiva di sabato scorso, augurandoci di ritrovarci presto in piazza o in assemblea per proseguire insieme le mobilitazioni.

Rho, 3 ottobre 2026

Un grande corteo di oltre duemila persone ha attraversato oggi le strade di Rho per dare vita alla prima grande manifestazione di piazza contro l’invasione dei Data Center. Una giornata straordinariamente partecipata, colorata e determinata, promossa dal Centro Sociale SOS Fornace, che ha visto la partecipazione di cittadini rhodensi, studenti, lavoratori, comitati e realtà territoriali giunte da tutta la provincia di Milano.

Durante la manifestazione l* attivist* del Centro Sociale, con le maschere degli oligarchi digitali Musk, Bezos, Zuckerberg, Altman e Amodei, hanno forzato l’accesso al cantiere del Data Center di via Moscova e sono penetrat* all’interno del sito.

Come comunicato dagli interventi dal carro di testa, il corteo ha in questo modo voluto riappropriarsi simbolicamente di una porzione di territorio sottratta a chi lo abita per essere svenduto alle Big Tech, riaffermando nel contempo il diritto alla città, alla salute e a una vita degna in un ambiente salubre calpestati in nome del profitto con la complicità del Governo, di Regione Lombardia e di amministratori locali compiacenti.

Sulla recinzione del cantiere del Data Center di proprietà della multinazionale australiana Goodman Group l* attivist* hanno tracciato a caratteri cubitali la scritta “STOP DATA CENTER” per ribadire che questo progetto e tutti gli altri impianti previsti nel Rhodense e nella città metropolitana devono essere fermati immediatamente. La piazza di oggi dimostra che la comunità non è disposta a subire la predatoria voracità delle multinazionali del Tech.

Per approfondire i temi di questo articolo, AvANa consiglia:

Giovanna Sissa, Le emissioni segrete

Environmental Justice Atlas (mappa collaborativa dei conflitti per la giustizia ambientale)

Osservatorio sui Data Center (iniziativa della POLIMI School of Management)

la copertina è del Centro Sociale SOS Fornace dal corteo di Rho del 3 ottobre 2026

Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580.

L'articolo Contro i data center e il mondo che ne ha bisogno proviene da DINAMOpress.

  •  

Midnight Mimosa, ancora malware Android installato prima dell’acquisto

La campagna scoperta da Bitdefender colpisce dispositivi Android economici attraverso applicazioni inserite direttamente nel firmware. Il componente malevolo opera con privilegi di sistema, installa altri software senza consenso e può trasformare il telefono in un nodo proxy controllato da remoto. L’Italia è fra i Paesi con più rilevazioni. Uno smartphone nuovo, appena estratto dalla confezione, […]

L'articolo Midnight Mimosa, ancora malware Android installato prima dell’acquisto proviene da Securityinfo.it.

  •  

Populismo rurale, o colonialismo urbano?Un’analisi dei conflitti interni all’ambientalismo, a partire da una ricerca sul campo

di Elisa Lello [da Rivista Malamente n. 41, set. 2026]

Eolico industriale e lavori per il gasdotto Snam sull’Alpe della Luna, nei pressi di Badia Tedalda (AR)

Il rapporto tra ambientalismo e ruralità non è facile. Se da una parte la campagna dovrebbe essere luogo di elezione dell’ambientalismo, per via del semplice fatto di consentire, almeno in teoria, una vita più a contatto con il mondo naturale, in realtà proprio qui assistiamo talvolta a proteste che vengono definite “anti-ambientaliste”, per il loro contrapporsi a politiche di tutela ambientale: è il caso delle mobilitazioni al centro della presente ricerca, una contro l’istituzione di un parco naturale, l’altra contro una miniera di litio indispensabile per la transizione green ed energetica. Non è affatto raro incontrare, nei discorsi di queste e altre proteste rurali, accuse esplicite contro un ambientalismo vissuto come qualcosa di cittadino, “da salotto”, estraneo al territorio. Dal punto di vista opposto, urbano, queste proteste sono spesso liquidate come “populismo rurale”, come se gli abitanti delle campagne fossero naturalmente, costitutivamente, chiusi, tradizionalisti, anti-ambientalisti.

Ma davvero le cose stanno in questo modo? Davvero le proteste rurali contro politiche (presentate come) ambientali sono alimentate dal populismo rurale? E che ruolo gioca, all’interno di questi conflitti, il sapere esperto e scientifico: siamo di fronte a un fronteggiarsi tra ambientalisti (urbani) pro-scienza e populisti (rurali) anti-scientifici, così come previsto da quella lettura, o le cose sono più complesse? [leggi tutto…]

1. I casi di studio, in Italia e in Portogallo

Abbiamo analizzato, partendo da questi interrogativi, due casi di conflitto ambientale, in una ricerca di cui proponiamo qui una sintesi[1]. Il primo caso riguarda una tipica politica conservazionista: il conflitto è tra i sostenitori e gli oppositori del Parco nazionale del Catria, Nerone e Alpe della Luna, nella porzione interna, in larga parte appenninica, della provincia di Pesaro-Urbino, coinvolgendo alcune province e regioni limitrofe. Il progetto, promosso da associazioni ambientaliste fin dagli anni ’80, non ha mai visto la luce per via dell’opposizione di alcuni settori della politica e della società civile locale, preoccupati per i vincoli che il Parco avrebbe imposto alle attività economiche locali e per la perdita di potere decisionale sul territorio.

Nel secondo caso esploriamo la contestazione di una green policy, cioè le lotte contro quella che dovrebbe diventare la più grande miniera di litio a cielo aperto in Europa, nelle montagne del Nord del Portogallo, tra i villaggi di Covas do Barroso, Romainho, Muro e Dornelas, presentata come opera strategica ai fini della transizione energetica ed ecologica. In una battaglia che dura, ormai, da nove anni, e che è diventata una sorta di linea del Piave rispetto ai mille progetti di (ri)apertura di attività estrattive che stanno piovendo sull’intero territorio portoghese, le proteste denunciano il pesante impatto ecologico e sociale delle miniere, che andrebbero a distruggere l’economia di una regione fortemente votata a un’agricoltura sostenibile e di piccola scala, basata su sistemi tradizionali e complessi di gestione comunitaria dell’acqua e della terra (Baldìos), che le è valsa, peraltro, il riconoscimento da parte della FAO come World Agricultural Heritage[2].

Portogallo, manifestazione contro la miniera di litio a Covas do Barroso

2. Dal populismo rurale…

Le resistenze a politiche ambientali vengono in genere ricondotte alla diagnosi del populismo rurale, secondo cui gli abitanti delle campagne sarebbero naturalmente propensi a orientamenti conservatori e tradizionalisti, e ostili a idee emancipative, cosmopolite e progressiste. Questa “predisposizione naturale” sarebbe ora accentuata dalla crescente marginalizzazione delle aree rurali europee, dovuta a deindustrializzazione, contrazione dei servizi pubblici, invecchiamento e declino demografico, perdita di voce e rappresentanza politica. Le aree rurali sarebbero quindi pienamente coinvolte nella spirale della protesta populista come vendetta dei luoghi che non contano[3] e che sentono di non avere un futuro. Da qui un ribollire di risentimento, frustrazione, che condurrebbe a chiusure identitarie e richieste di protezione dal nuovo e dal diverso; prendendo, anche, la direzione di un tradizionalismo morale che informerebbe visioni regressive sui ruoli di genere, una certa esaltazione della mascolinità rurale e della whiteness, ostilità verso i migranti.

Se la “Rivoluzione silenziosa” degli anni ’60 e ’70 aveva portato alla ribalta valori post-materialisti, libertari e cosmopoliti – tra cui l’ambientalismo – non stupisce che l’attuale montata neo-populista che troverebbe il suo epicentro nelle aree marginali e rurali europee venga interpretata nei termini di un “contraccolpo culturale”[4]: una reazione di segno contrario, quindi autoritario e tradizionalista, che porta con sé un rifiuto di quei valori, alimentando quindi anche un “anti-ambientalismo” intrecciato – e questo è un aspetto cruciale – allo scetticismo verso la scienza e il sapere esperto.

Una variante, all’interno di questo quadro diagnostico, è quella del “populismo energetico”, in cui vengono tracciate connessioni tra populismo di destra, scetticismo verso il cambiamento climatico e opposizioni locali contro gli impianti di energie rinnovabili.

Portogallo, manifestazione contro la miniera di litio a Covas do Barroso

3. … Alla spaccatura tra agricoltura (rurale) contro ambientalismo (urbano)

Ma le tensioni tra ruralità e ambientalismo vengono messe a fuoco, in letteratura, anche rispetto all’agricoltura, e in particolare all’agroecologia: un tema è quello delle difficoltà che ostacolano il diffondersi di discorsi e pratiche legati all’autodeterminazione alimentare nelle campagne. È interessante notare come una delle cause principali venga ricondotta al fatto che i promotori di pratiche agroecologiche siano prevalentemente i cosiddetti neo-rurali, i “ritornanti” (back-to-landers) con cultura e formazione prettamente urbane, che decidono di cambiare vita e stabilirsi in campagne dove provano a creare nuove reti, scontrandosi però talvolta con sentimenti di diffidenza (reciproci) nel rapporto con gli abitanti rurali, dovuti a differenze profonde nelle visioni del mondo, nel linguaggio, nei valori[5].

La spaccatura tra mondo agricolo e ambientalismo è stata recentemente rinfocolata dal modo in cui sono state lette e trattate le proteste degli agricoltori europei. Anziché prendere sul serio le loro ragioni provando al contempo a sfidare i limiti di quelle proteste – ragionando su come le loro difficoltà si inserissero all’interno di un settore agricolo soffocato e costretto all’iperproduttività dal connubio industrializzazione-grande distribuzione – si è preferito adagiarsi su una lettura pigra, buona soprattutto per confortare le premesse ideologiche di chi la propone: una lettura che ha ricalcato le linee interpretative del populismo rurale, regressivo, anti-ambientalista, dove quest’ultimo concetto è appunto definito come “caratterizzato dall’opposizione a politiche ambientali e dallo scetticismo verso il consenso scientifico intorno alle questioni ambientali (…). Questa posizione è tipicamente contraddistinta dalla resistenza alle iniziative normative finalizzate a proteggere e preservare l’ambiente, comprese le politiche in materia di cambiamenti climatici, controllo dell’inquinamento e conservazione della biodiversità”[6].

In questo modo, le proteste sono state interpretate, da ampia parte degli ambienti di sinistra e ambientalisti, secondo l’assai debole e riduttiva lettura del particolarismo egoista (imputato agli agricoltori) insofferente alle regolamentazioni volte al bene collettivo e alla tutela dell’ambiente[7], suscitando particolare sospetto, quando non ostilità, presso l’attivismo eco-climatico, con radicamento prevalentemente urbano. In seguito, la scelta di Von der Leyen di retrocedere (solo) sugli aspetti del Green New Deal più chiaramente improntati all’ecologia, motivandola come tentativo di andare incontro alle proteste degli agricoltori, è stata il colpo di grazia che ha cementato la linea di conflitto tra mondo agricolo, radicato nelle campagne, e un ambientalismo prevalentemente urbano.

Parco Nazionale del Catria, Nerone e Alpe della Luna, il “Parco che Non è“

4. La ricerca: cenni sul metodo

In entrambi i casi di studio abbiamo fatto ricorso ad analisi dei documenti e della stampa, e abbiamo partecipato a diversi momenti di incontro e discussione, con un approccio attento a problematizzare la distinzione tra soggetto e oggetto della ricerca, a considerarne l’impatto sociale, a tenere ben presente la necessità di decolonizzare i metodi di indagine. Per quanto riguarda il caso-studio appenninico, abbiamo svolto una rilevazione demoscopica su un campione rappresentativo in base a genere ed età della popolazione dei comuni coinvolti nel progetto del Parco (n=818); insieme ad un approfondimento qualitativo attraverso interviste semi-strutturate a figure rilevanti tra i sostenitori come tra i detrattori del parco. Il caso portoghese ha incluso un’etnografia durante l’Acampamento em defesa do Barroso (un campeggio internazionale contro l’estrattivismo che si tiene ogni anno a Covas do Barroso), a cui ho partecipato nell’agosto 2024, corredata da alcune interviste a ricercatori/trici e attivisti/e con lunga esperienza di ricerca in loco.

5. Quanto sono anti-ambientalisti gli anti-ambientalisti?

Nel caso-studio appenninico, dove avevamo a disposizione dati quantitativi, abbiamo innanzitutto voluto verificare se esista una correlazione, sul piano statistico, tra anti-ambientalismo (inteso come ostilità verso l’azione degli ambientalisti locali) e gli orientamenti che la letteratura associa al populismo: non ne abbiamo trovato tracce significative. Non c’è, tra quanti esprimono scetticismo nei confronti degli ambientalisti, un sostegno maggiormente diffuso rispetto al resto del campione verso orientamenti tradizionalisti o di chiusura riguardo a ruoli di genere, orientamenti sessuali, immigrazione; né si osserva un più accentuato scetticismo verso il sapere esperto e le autorità del sapere accreditato. La lettura “populista” riceve qui una prima smentita.

Quindi, ci siamo chiesti: in che misura chi viene definito come “anti-ambientalista” (perché ostile alle azioni degli ambientalisti locali) ha davvero posizioni anti-ambientaliste? La risposta, sul piano quantitativo, è netta: gli “anti-ambientalisti” condividono in ampia maggioranza, e senza differenze apprezzabili rispetto al resto del campione, la necessità di anteporre le ragioni della tutela ambientale a quelle della crescita economica. Insomma, oltre a non avere molto a che spartire coi populisti, questi anti-ambientalisti sembrano persino ambientalisti…

Per sbrogliare la matassa conviene, al solito, affidarsi alle interviste. Tra le figure più attive nell’avversare il parco, troviamo così l’agronoma che supporta e promuove la transizione di agricoltori e allevatori verso metodi di produzione biologici; e che, in modo simile al più noto e attivo esponente politico locale del fronte No-Parco, adotta nella vita personale scelte e accorgimenti che denotano un profondo coinvolgimento con i temi dell’ecologia. Non per caso, il sopracitato esponente politico si ritrova dalla stessa parte della barricata con gli stessi attivisti, che nella controversia sul Parco stanno invece sul fronte opposto, quando si tratta di difendere il territorio dal metanodotto “Linea Adriatica” o dai grandi progetti di speculazione sulle rinnovabili che incombono anche qui, come nel resto dell’Appennino.

Nelle parole di chi avversa il Parco, più che anti-ambientalismo, troviamo echi di quell’“ambientalismo dei poveri” di cui parla Martinez-Alier[8]: la rivendicazione di un diverso ambientalismo, quello degli agricoltori e coltivatori locali che sono attenti affinché fonti e abbeveratoi di montagna siano in ordine e le popolazioni di insetti impollinatori in buona salute, visto che da questo dipende il loro sostentamento; e che denunciano i limiti di un ambientalismo, appunto, urbano, astratto, disattento alle geografie locali, inconsapevole di quanto le campagne risentano di diseguaglianze che non sono solo redistributive ma anche “di riconoscimento” – dei valori, scelte di vita, priorità locali.

L’opposizione al Parco deriva semmai dai timori circa i vincoli che questo potrebbe introdurre (in particolare per la caccia, la gestione del bosco e del legname, le attività estrattive), oltre che dalla percezione di una proposta calata dall’alto, di cui peraltro non sono stati comunicati in modo efficace, soprattutto in passato, i benefici per il territorio. Gli stessi promotori del parco sono consapevoli di questi limiti nel coinvolgimento della popolazione, che sono peraltro all’origine dello scetticismo che hanno finora riservato al progetto anche le Comunanze agrarie. Appare tuttavia interessante la possibilità che si aprano nuovi canali di dialogo tra i due fronti intorno a quali possano essere gli strumenti (e se il parco possa essere uno di questi) per difendere queste magnifiche montagne da quella che sia i promotori che gli oppositori del parco percepiscono ora come la reale minaccia incombente: che possano essere trasformate in “zone di sacrificio”, sotto il grandinare di megapale eoliche, metanodotto, impianti sciistici con nuove strade e bacini artificiali e nuove arterie viarie con relativi trafori.

Nel caso portoghese, è ancora più evidente come le proteste contro la green policy non abbiano nulla a che spartire con l’anti-ambientalismo. Al contrario, si richiamano esplicitamente all’ecologia, denunciando le contraddizioni di una transizione dipinta come ecologica attraverso discorsi manipolativi e green washing. Lo slogan che risuona più spesso è “VERDE È O BARROSO!”, ad enfatizzare l’assurdità di considerare ecologica un’infrastruttura che distruggerebbe l’ecosistema insieme a un’organizzazione socio-economica davvero sostenibile.

“Quando queste miniere sono etichettate come ecologiche le persone qui rispondono: oh, ma come può essere ecologico questo? Come una critica all’ambientalismo dell’industria e degli stati (…). Loro rispondono: Verde è o Barroso! Quello che pratichiamo qui è agricoltura sostenibile, gestione sostenibile dell’acqua (…). Dicono: guardate, coltiviamo il nostro cibo. Viviamo come vivevano i nostri nonni. Ci prendiamo cura delle foreste. Possiamo bere dal fiume. E ricicliamo tutto, riutilizziamo e compostiamo. Quindi è economia circolare, questi paroloni: beh è quello che facciamo qui, sapete?” (Int. 7)

È interessante notare che la loro rivendicazione non si limita alla classica argomentazione della giustizia ambientale, secondo cui è ingiusto che questi territori sostengano il costo di una crisi climatica di cui non sono primariamente responsabili; ma si spinge più a fondo, interrogando il ruolo della scienza e dell’expertise alla base della transizione green, e le loro premesse onto-epistemologiche, come vedremo più avanti.

Acampamento em defesa do Barroso, Portogallo

6. L’impoverimento delle zone rurali alimenta il ressentiment populista?

Prima, tuttavia, ci siamo chiesti se, come prevede la prospettiva del populismo rurale, l’impoverimento e il senso di essere stati deprivati del futuro spingano la popolazione verso orientamenti populisti. Anche in questo caso le risposte vanno in tutt’altra direzione, consegnandoci un quadro assai interessante.

Nel caso dell’Appennino, i servizi di base – in particolare ospedali e pronto soccorso – fino a pochi anni fa ancora presenti in luoghi facilmente raggiungibili, sono stati chiusi, a fronte dell’invecchiare della popolazione. Gli intervistati ci raccontano che, se fanno fatica a sensibilizzare le persone del luogo alla tutela ambientale, non è certo per sentimenti anti-ambientalisti o indifferenza: di fronte all’abbandono e alla desertificazione dei servizi, le priorità sono, inevitabilmente, altre.

Nelle montagne portoghesi, all’interno di comunità locali in larga maggioranza contrarie alle miniere, la sensazione di non avere più un futuro prevale invece proprio tra le minoranze che sono invece acquiescenti o favorevoli. La percezione di marginalità, quindi, ha un impatto opposto a quello che ci si attenderebbe: non alimenta una sfiducia verso le miniere motivata da uno scetticismo “populista” verso la transizione ecologica; al contrario, disincentiva la protesta contro le miniere, e non per adesione alla narrativa green, bensì per sentimenti di resa e capitolazione.

“Questa signora ci ha detto che nel villaggio vicino non è nato un bambino negli ultimi 12 o 14 anni (…). La gente pensa che, a un certo punto, vivere lì sia come un vicolo cieco. Un vicolo cieco, nel senso che i bambini non hanno alcun futuro lì, quindi potrebbero prendere un po’ di soldi da quel pezzo di terra e darli ai figli, così che possano fare quello che vogliono e costruirsi una vita in città, o qualsiasi altra cosa sia.” (Int. 8)

Nonostante il declino demografico e l’emigrazione abbiano colpito duro anche tra le montagne portoghesi, diversi tra i ricercatori-attivisti intervistati problematizzano e anzi rifiutano la nozione di marginalità. Sostengono che le comunità del Barroso siano consapevoli e orgogliose della propria organizzazione sociale ed economica, del loro stile di vita, delle risorse locali. La loro tesi è che la narrativa della marginalità sia un costrutto esterno, imposto, funzionale a giustificare la “sacrificabilità” del territorio. Le mobilitazioni contro le miniere, dunque, non sono alimentate dalla frustrazione conseguente alla marginalità: al contrario, rappresentano precisamente una sfida a quella narrazione.

“Quindi c’è un altro tipo di ricchezza (…). No, non c’è povertà. Queste cose le vedi nei report di Savannah (l’impresa che gestisce le miniere, NdI), ma quelle sono tattiche che servono solo a screditare e a conquistare il loro spazio narrativo. Ma vedrai che lì non c’è nulla del genere. Voglio dire, non più del solito. (…) Le case sono vecchie, costruite in pietra. Sono grandi, spaziose, con l’acqua corrente. Le infrastrutture sono vecchie, ma molto ben tenute. Sono costruite per durare nel tempo. Sono tranquilli, si aiutano a vicenda. C’è questa mentalità diversa che li rende ricchi.” (Int. 10)

“Ma è chiaramente una regione isolata. E questo è, ovviamente, uno dei pretesti utilizzati dai promotori di questo genere di progetti: stiamo portando cose positive in questa terra dove non c’è nulla” (Int. 7)

Scempio per le piste da sci sul Monte Catria [da www.lalupusinfabula.it]

7. Scienza contro anti-scienza, o conflitto tra epistemologie?

Nel caso portoghese, proprio come il conflitto non può essere descritto nei termini di ambientalismo contro anti-ambientalismo, allo stesso modo non riflette in alcun modo un’opposizione tra scienza e populismo anti-scientifico. L’expertise scientifica gioca piuttosto un ruolo complesso e ambivalente per entrambe le parti.

Se l’impresa e le istituzioni che sostengono le miniere si appellano ai dati sul cambiamento climatico, la scienza viene anche utilizzata come strumento di controinsurrezione. Una narrativa paternalistica che infantilizza le comunità locali, descrivendole come incapaci di prendere decisioni razionali e informate, viene usata per stigmatizzare e delegittimare le proteste. L’opposizione a politiche presuntamente evidence-based viene liquidata come frutto di ignoranza, anti-scienza o negazionismo climatico[9]: la scienza viene qui mobilitata per giustificare posture chiaramente coloniali, del resto già evidenti nel descrivere i territori come terra nullius.

Dalla parte opposta, il fronte contrario alle miniere ricorre prevalentemente agli studi sociali per mettere in discussione la presunta oggettività delle scienze dure – in questo caso, in particolare la geologia – e per spostare le proteste da una cornice particolarista, esposta ad accuse (per quanto strumentali) di sindrome Nimby, verso una prospettiva più ampia di critica all’estrattivismo e al paradigma della crescita infinita.

Soprattutto, però, la critica alle miniere fa leva sul concetto di “riduzionismo climatico”: sulla critica, cioè, alla tendenza imperante a ridurre la complessità della questione ecologica alla sola dimensione climatica, peraltro astraendola dalle sue connessioni con gli altri aspetti del collasso ambientale (perdita di biodiversità, industrializzazione dell’agricoltura, impermeabilizzazione dei suoli…); e, in secondo luogo, alla tendenza a ridurre lo stesso cambiamento climatico a una mera questione di concentrazione di CO2 atmosferica. Questo approccio (doppiamente) riduzionistico viene valutato non solo fuorviante, ma pericoloso, perché porta a giustificare interventi e politiche che peggiorano ulteriormente la crisi ecologica – come, appunto, l’estrazione di minerali e terre rare, e la stessa artificializzazione di ambienti naturali per costruire “parchi” eolici o foto/agrivoltaici.

Questo riduzionismo, si sostiene, si basa su premesse epistemologiche proprie della scienza occidentale, a loro volta fondate su un’ontologia che presuppone una rigida separazione tra il regno del pensiero e dell’intenzionalità – concepito come esclusivamente umano – e la natura, conseguentemente ridotta a materia inerte governata da leggi meccaniche. Le origini storiche dell’epistemologia scientifica occidentale coincidono con l’avvento di una natura “morta”, inanimata, che ha perso la connessione con la ciclicità – e i limiti – del nascere, crescere e morire[10]; l’ecofemminismo ha svelato i nessi tra l’avvento di questa onto-epistemologia, necessaria per l’affermarsi della società industriale e del capitalismo, e la cancellazione violenta di sistemi di conoscenza che, anche in Occidente, rifiutavano la separazione tra materia e spirito[11] (Federici, 2004; Merchant, 1980). È proprio questa visione del mondo che costruisce la natura come una riserva di risorse che possono essere illimitatamente estratte e sfruttate per alimentare l’accumulazione capitalista. Paradossalmente, questa ontologia, insieme all’epistemologia scientifica in essa radicata, pretende di imporsi come l’unica legittima e universalmente valida, superiore a tutte le altre forme di conoscenza esistenti ed esistite, relegate di conseguenza al rango di credenze e superstizioni: eppure, è precisamente all’origine del collasso ecologico in cui ci troviamo[12].

Nell’osservazione etnografica durante l’Acampamento è risultato evidente come queste riflessioni esondino rispetto ai confini dell’elaborazione intellettuale, per riecheggiare diffusamente nei discorsi, nelle pratiche e nei comportamenti. Non parliamo di una sfida esplicitamente tematizzata all’epistemologia scientifica, ma di evidenti disponibilità e interesse condivisi a esplorare aree di conoscenza e approcci che ne sfidano i fondamenti. Alcuni laboratori, ad esempio, trattavano di rabdomanzia e radiestesia, mentre altri presentavano approcci terapeutici olistici. La necessità di recuperare conoscenze tradizionali legate alle erbe e al femminile veniva qui presentata esplicitamente come resistenza politica che riconosce la necessità di riappropriarsi di conoscenze ancestrali per decolonizzare i corpi dalla medicina biochimica (e dall’industria) e al contempo ristabilire forme di autonomia comunitaria capaci di sfidare quella spirale di delega e dipendenza dagli esperti e dal mercato che costituisce, fin dalle origini, la cifra del capitalismo.

Anche certi slogan (come “Queremos um mundo onde caibam muitos mundos”) insieme alla centralità di aspetti legati all’identità e alle tradizioni rurali (maschere e strumenti tradizionali, musiche popolari), e allo spazio riservato ai contributi ecofemministi in evidente connessione con il ruolo preminente giocato dalle donne nell’organizzazione delle proteste, sembrano convergere nella messa in discussione dell’onto-epistemologia dominante e nell’apertura e anzi ricerca di risposte in cosmovisioni altre.

8. Lotte territoriali, comunità locali e climattivismo

La capacità di collegare la lotta locale contro le miniere a una più ampia critica dell’estrattivismo e del green capitalism viene associata a una stretta e costante interazione tra comunità locali, attivisti e ricercatori, che certo non è stata semplice. Lo stesso Acampamento è fonte di prevedibili tensioni che riecheggiano quelle evocate dalla letteratura, conseguenti all’arrivo simultaneo di centinaia (circa 450 nel 2024) di attivisti ambientali, anarchici, punk, freak, hippies e artisti, in villaggi abitati da persone in prevalenza anziane, spesso descritte come tradizionaliste e molto religiose. Nelle interviste viene sottolineata l’importanza di costruire relazioni di fiducia nell’incontro tra questi mondi così differenti, in cui però è “chi viene da fuori che ha una maggiore responsabilità nel comprendere le dinamiche locali; che non significa cambiare le proprie convinzioni politiche o i propri valori, ma capire che deve muoversi in un contesto che a volte è molto conservatore (…). Ma quello che ho constatato è che quando c’è fiducia, e a volte la fiducia deve adattarsi alla realtà e ai valori della gente, le persone sono molto aperte.” (Int. 9)

Un esempio emblematico di questo atteggiamento è stato il divieto, deciso dopo interminabili assemblee, di bandire nudismo e toplessness (femminile come maschile) nelle spiagge fluviali e all’interno dello stesso campeggio, in modo da non urtare la sensibilità degli abitanti.

Assente o difficoltoso, invece, il dialogo con l’attivismo climatico. Un dato prevedibile nel caso portoghese, dove l’obiettivo della decarbonizzazione collide con il doversi fare carico dei costi locali della transizione energetica. Gli attivisti raccontano che, nei tentativi che pure ci sono stati di avviare un dialogo, i climattivisti apparivano più impegnati a persuadere della validità e urgenza delle proprie campagne che a lasciarsi coinvolgere in un confronto e nell’ascolto delle preoccupazioni delle comunità locali.

Nel caso appenninico, invece, non sono state tematizzate contraddizioni tra l’istituzione del parco e le battaglie per il clima: tuttavia, anche in questo caso, il dialogo è risultato inesistente. Gli attivisti pro-Parco descrivono i movimenti climatici come prevalentemente urbani, con un profilo anagrafico chiaramente giovane in netto contrasto col loro (in prevalenza cinquantenni e oltre) e un approccio astratto, poco attento alle problematiche territoriali.

Conclusioni: verso una mappa dei conflitti interni all’ambientalismo

In entrambi i casi, l’opposizione a politiche (presentate come) ambientali non trova una spiegazione nel populismo rurale: l’attenzione va posta piuttosto sulla misura in cui le politiche proposte riescono a coinvolgere le popolazioni locali, tenere in considerazione il loro punto di vista e rispondere alle loro necessità.

Semmai, a fare problema è proprio la tendenza – sottesa alla categoria di “populismo rurale” – a dare per scontato lo stereotipo del campagnolo/montagnino ignorante e buzzurro, di mentalità ristretta e conservatrice. Senza nemmeno che sorga il sospetto su quanto quella categoria sia impregnata di colonialismo. A conferma di quanto strumenti e prospettive decoloniali, utilizzati (giustamente) nell’osservare l’alterità in continenti e culture lontani, è più difficile vengano invece mobilitati a casa nostra, nonostante la violenza coloniale si sia abbattuta anche sulla civiltà contadina europea.

Più che a un conflitto tra ambientalisti e anti-ambientalisti, i casi studiati ci portano a concepire l’ambientalismo stesso come spazio sempre più conteso e attraversato da diverse linee di conflitto, che tendono a intrecciarsi tra di loro.

Una prima è quella tra transizione green ed ecologismo anti-capitalista: le critiche alla narrazione green non muovono da posizioni anti-ambientaliste bensì dal considerarla un’appropriazione capitalista di rivendicazioni e principi ecologisti volta a proseguire lo sfruttamento della natura ai fini dell’accumulazione.

La seconda riguarda invece la frattura urbano/rurale, che si collega a modi differenti di intendere la difesa ambientale. Qui, è cruciale vedere come le “diseguaglianze di riconoscimento” che portano a raccontare da una prospettiva urbana – inferiorizzandoli – valori, identità e scelte di vita delle popolazioni rurali, si intreccino all’uso della scienza per infantilizzare le popolazioni rurali, sminuire conoscenze situate differenti dall’expertise accreditata di volta in volta, giustificare la narrativa della marginalità per cui tutto si può prendere perché tanto non c’è nulla – nemmeno più il futuro! – secondo il più classico dei meccanismi della dominazione coloniale.

Ma queste due linee di conflitto si intrecciano con una terza, che ha a che fare con le premesse onto-epistemologiche: da una parte la natura come stock di risorse quantificabili ed estraibili, materia misurabile e riproducibile, che apre la porta a ogni forma di riduzionismo, e insieme di manipolazione e soluzionismo tecnologici – dalla transizione energetica ai nuovi OGM e oltre – e a ogni forma di ibridazione tra un “naturale” pensato fin dall’inizio come macchinico e il tecnologico. Dall’altra, un ecologismo che muove da un’idea di natura come “ciò che nasce”, con i suoi limiti, la sua imprevedibilità che sfugge e si ribella a qualunque riduzionismo, il suo mistero da rispettare e accompagnare nel suo divenire; un ecologismo che, quindi, non può che essere tecnocritico, olistico, femminile. E comunitario, volto alla riappropriazione di saperi situati e negati, e di forme di auto-organizzazione e gestione collettiva dei beni comuni, terra e acqua incluse.


[1] L’articolo su cui si basa la presente sintesi è: Lello, Elisa and Barberis, Eduardo (2026) Rural populists? Questioning the link between anti-environmentalism, populism and science criticism in rural areas. Territory, Politics, Governance, 1-17, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/21622671.2026.2677566. In questa sede abbiamo volutamente ridotto all’essenziale le citazioni bibliografiche, che possono invece essere trovate, insieme a un’esposizione più articolata delle premesse teoriche, della metodologia e dei risultati, nell’articolo originale.

[2] Dunlap, A., & Riquito, M. (2023). Social warfare for lithium extraction? Open-pit lithium mining, counterinsurgency tactics and enforcing green extractivism in northern Portugal. Energy Research & Social Science, 95, 1–21.

[3] Rodríguez-Pose, A. (2018). The revenge of the places that don’t matter (and what to do about it). Cambridge Journal of Regions, Economy and Society, 11(1), 189–209.

[4] Norris, P., & Inglehart, R. (2018). Cultural backlash: Trump, brexit, and authoritarian populism. Cambridge University Press.

[5] Bilewicz, A. M. (2020). Beyond the modernisation paradigm: Elements of a food sovereignty discourse in farmer protest movements and alternative food networks in Poland. Sociologia Ruralis, 60(4), 754–772.

[6] Bujdei-Tebeica, V. (2024). Green policies, gray areas. Civil Szemle, 21(2), 31–47, pp. 33.

[7] Riproducendo, per inciso, la stessa linea argomentativa, altrettanto fallace, usata pochi anni prima per linciare chi denunciava la torsione autoritaria di uno Stato che trasformava, attraverso imposizioni e lasciapassare, diritti universali in concessioni sub conditione dell’obbedienza: e dell’obbedienza non a normative a tutela del bene comune, bensì al volere di case farmaceutiche ed élite globali.

[8] Martinez-Alier, J. (2002). The environmentalism of the poor: A study of ecological conflicts and valuation. Edward Elgar Publishing.

[9] Canelas, J., & Carvalho, A. (2023). The dark side of the energy transition: Extractivist violence, energy (in)justice and lithium mining in Portugal. Energy Research & Social Science, 100, 103096

[10] Cayley, D. (2009). Ivan Illich. I fiumi a Nord del Futuro. Quodlibet.

[11] Merchant, C. (1980). The death of nature: Women, ecology, and the scientific revolution. Harper & Row.

[12] Consigliere, S. (2020). Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione. DeriveApprodi.


L'articolo Populismo rurale, o colonialismo urbano?Un’analisi dei conflitti interni all’ambientalismo, a partire da una ricerca sul campo proviene da Rivista Malamente.

  •  

Se Rivoluzione vuol ancora dire trasformazione sociale

Racconto dalla terra della Rivoluzione delle Donne – Rojava del Kurdistan, 12 marzo 2026

Amelia Zumaglino, internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf dell’Accademia di Jineoloji in Rojava

Dopo un inverno in cui la guerra è tornata a serpeggiare in Rojava e ha sottoposto tutto il territorio a violenze senza precedenti, la primavera di questi primi giorni di marzo si fa strada lentamente, regalandoci un verde intenso e i primi germogli. Fa quasi impressione ora vedere e sentire l’insistenza della vita, nelle piante di ulivo così come nelle mani delle yade anziane che nei villaggi preparano i giardini, tessono e insistono nella cura del quotidiano.

Vi scrivo come internazionalista italiana dall’Istituto Andrea Wolf, struttura internazionalista dell’Accademia di Jineoloji in Rojava, per provare a restituire parte della realtà che la Rivoluzione nel territorio del Nord-Est della Siria sta attraversando. Conosciamo bene le difficoltà nel cogliere il cambiamento di questi tempi da territori lontani, come possono esserlo quelli italiani, e per questo mi propongo di aprire in queste pagine un racconto onesto che possa riportare la realtà della società, più che quella del quadro geopolitico.[1]

La guerra – iniziata il 6 gennaio con gli attacchi ai quartieri autogestiti nella città di Aleppo – non è arrivata inaspettata, perché sono diversi anni che ogni inverno diventa qui scenario di guerra, tuttavia questa ha obbligato a una trasformazione politica senza precedenti. La cooperazione tra il governo di transizione siriano, lo stato turco con le sue milizie sul territorio e i miliziani dell’ISIS colpisce immediatamente per le apparenti contraddizioni tra loro, che tuttavia non hanno impedito di lavorare uniti al massacro. Con uno sguardo meno in superficie è infatti immediatamente chiaro come non ci sia niente di contraddittorio tra queste forze sul livello profondo di come approcciano la vita e l’etica, il potere e – non meno importante – la morte. [leggi tutto…]

Fin da subito, negli attacchi in Sheikh Maqsoud e Ashrafiyah, i due quartieri di Aleppo organizzati nella forma del Confederalismo Democratico, si sono visti miliziani di HTS e turchi con il patch dell’ISIS appuntato sul petto e i corpi delle donne, combattenti così come civili, sono stati presi di mira con atti di violenza dalla brutalità ostentata e simbolica. Buttate giù da palazzi o calpestate con forza; attaccate sul piano simbolico con l’abbattimento delle statue che le celebravano; massacrate e poi sottratte delle loro trecce, esposte e vantate come trofeo di guerra: la linea della furia patriarcale, in opposizione a quello che è il cuore di questa Rivoluzione, è stata affermata in ogni modo.

A tutto questo la società non ha esitato a rispondere in maniera chiara: dai convogli di civili partiti per Aleppo durante gli attacchi per portare solidarietà, aiuto medico e recuperare i feriti, fin all’organizzazione dei quartieri con tutta la società civile coinvolta e organizzata secondo il sistema delle comuni. Nelle città si son tenute manifestazioni e presidi ogni giorno, con l’atto di intrecciarsi i capelli a simboleggiare che la dignità e l’orgoglio delle donne e della loro resistenza non sono stati danneggiati da questi atti brutali. Con il gesto semplice e quotidiano di intrecciarsi i capelli, ripetuto per cento, seicento, mille e più donne di ogni età e cultura, nelle piazze così come sui social media, una nuova forza è stata affermata.

Per una treccia sottratta, innumerevoli altre sono state create, ma non si tratta solo di un atto simbolico, perché il vero significato di questo gesto è il rendere esplicita la volontà delle ragazze – tantissime – e delle donne in risposta a questi attacchi. Vuol dire «noi siamo pronte, non faremo passi indietro». Sono le stesse donne che si sono unite in massa alle diverse strutture e unità di difesa, militari e civili, dando vita a nuovi battaglioni, nuove comuni e organizzando in modo diretto la loro volontà rivoluzionaria.

Quando si chiama questa terra “Rivoluzione delle Donne” è perché quella delle donne organizzate è realmente la realtà fondante qui, e in questi mesi di guerra è stato più esplicito che mai.

Le YPJ, le Unità di Difesa delle Donne, e la loro storia rivoluzionaria sono ormai note al mondo, mentre un altro esempio importante di forze civili di difesa è l’HPC-Jin, le Forze di Difesa della Società delle Donne, che esistono in Rojava da più di dieci anni. Negli scorsi mesi nuove donne si sono unite alle HPC e le si incontra per esempio nella notte agli incroci delle città, raccolte attorno al fuoco per tenere i turni di difesa. Le HPC non fanno parte delle SDF (Forze Democratiche Siriane), come invece le YPJ, e sono composte da giovani donne così come da madri e da anziane che insieme organizzano la difesa della vita, ossia la difesa della società nei loro quartieri.

Dall’inizio della guerra, infatti, l’organizzazione sociale si è intensificata sotto la guida delle donne e nelle città, in ogni quartiere, le comuni si sono moltiplicate: una responsabile dell’acqua, una della produzione e distribuzione del pane, altre per la difesa notturna e diurna o ancora per l’elettricità… ogni persona ha preso parte all’organizzazione della vita e della difesa facendo crollare la distinzione tra le due: non è la presa delle armi quel che rende forte l’autodifesa della società, ma una salda e organizzata consapevolezza di cosa si sta difendendo.

Mi dilungo su questo punto dell’organizzazione della società perché è ciò che sta continuando anche ora che la guerra non è più tanto sul fronte militare e si è spostata al livello di una difficile e scivolosa lotta al tavolo dei negoziati.

Qualcosa di molto forte in questa rivoluzione è la decisione di rimanere dove si è e scegliere di difendere il proprio villaggio o quartiere nei momenti degli attacchi, non solo in quanto rivoluzionarie o forze di difesa militare, ma in quanto civili, in quanto persone inseparabili dalla realtà del villaggio e del quartiere in cui vivono. Questa è la guerra popolare rivoluzionaria e questa è ancora oggi la realtà del Rojava.

Quando a metà gennaio la popolazione del Bakur, il Kurdistan nel territorio turco, ha iniziato a fare pressione sul confine che ha diviso la città di Qamişlo tra il territorio siriano e quello turco, anche da questo lato del muro le persone si sono radunate. Dovete immaginare attorno le 500 persone raccolte in balli, cerchi di donne che cantano sulla Rivoluzione, gruppi di bambini che si arrampicano sui cumuli di terra per sventolare più in alto possibile le bandiere delle YPJ e YPG… e poi, questa gente tutta insieme, che si avvicina al cancello che segna il confine. La bandiera turca sventolava alta e un paio di militari guardavano la scena restando immobili, dritti, fino a che sono stati costretti a indietreggiare e chiamare rinforzi, perché la massa di persone, tutte civili e diversissime tra loro per età e genere, sono avanzate fino ad aprire il cancello con forza, gridando «Yek yek yek gelê kurd yek e!» (uno uno uno il popolo curdo è uno!).

Il confine è stato varcato e la bandiera dello stato turco tirata giù e calpestata con gioia e forza da ragazzi e ragazze al grido di «Berxwedan Jiyan e» (la resistenza è vita), giusto prima che i militari raggiungessero nuovamente la loro postazione e costringessero tutte e tutti ad arretrare facendo fuoco. Per ore la situazione è continuata in questo modo: una schiera di militari turchi sparava in aria, bloccando l’accesso alla terra oltre il cancello e difendendo una linea di separazione che, come tutti i confini, ha un aspetto violento e tragico e uno ridicolo agli occhi dei popoli. Nel mentre però, la gente non smetteva di avanzare e alzare le mani nell’universale segno di pace, che qui in Medio Oriente ha negli anni acquisito un significato di pace radicata nella resistenza.

Il sole era alto nel cielo e all’uso degli idranti per allontanare le persone diversi arcobaleni sono apparsi tra la folla, creando una situazione surreale in cui le armi, gli spari e le divise militari turche, normalmente elemento di pericolo mortale, sono diventate completamente insignificanti. In prima linea ragazze giovani si tenevano strette le une alle altre in un cordone di resistenza, dettando il rimo degli slogan che tutti gli altri dietro seguivano e rilanciavano gridando. Una grande cassa con la musica si è fatta spazio tra la folla, trasportata di spalla in spalla, e attorno a essa giovani e bambini hanno iniziato a ballare sotto gli spari e l’acqua degli idranti. Questo è lo spirito che vive qui, questo è il morale della resistenza della gente. «Fede ed entusiasmo non mancano mai» ha riassunto la comandante YPJ e membro del Comando Generale delle SDF Rohilat Afrin.

Da quel giorno ci sono state anche diverse persone ferite da questa parte del confine e diversi morti, tra cui bambini, dall’altra parte, in Bakur. Tuttavia, un messaggio più che chiaro è stato affermato e continua a guidare la vita ancora in questi giorni: la volontà di pace è insistente e troverà ogni via per continuare ad affermarsi.

Un punto fondamentale da avere chiaro è che questa è una guerra ideologica, in cui si sono contrapposte due mentalità, due paradigmi mentali completamente opposti e divergenti. Da un lato la linea fascista, patriarcale delle milizie fondamentaliste, dall’altra i valori della rivoluzione del Rojava, l’unione delle differenze, la liberazione delle donne e di genere, la democrazia radicale e l’ecologia sociale. L’attacco qui è alla proposta di vita che con l’Amministrazione Autonoma aveva trovato una sua prima forma pratica e politica, ossia quella della Nazione Democratica, la “comune delle comuni”. Al posto di uno stato con un unico potere, un’unica lingua e una realtà violentemente omogenizzata, la nazione democratica si impegna a tenere insieme in una convivenza organizzata tutti i colori della società, le diverse identità, religioni, lingue…

L’intero sistema ha una leadership molto chiara, che è quella delle donne, il soggetto veramente in grado di portare la linea dell’unità e della lotta. La liberazione delle donne è qui nel concreto l’unica possibilità di vera liberazione della società. Grazie a questo, la rivoluzione non è mai stata la corsa alla “presa del Palazzo d’Inverno”, al potere, bensì un lavoro sottile e al contempo massiccio e costante per l’educazione e la trasformazione sociale, ossia il cambio di mentalità e la trasformazione delle relazioni tra persone, tanto quanto con la terra.

Dove la famiglia è la cellula base dello stato, nella nazione democratica è invece la comune la struttura di base su cui tutta la società si fonda e le comuni delle donne sono la struttura che garantisce la saldezza della lotta al patriarcato nella realtà della Rivoluzione. Per questo, anche l’economia si articola su base comunale, grazie all’uso delle cooperative ecologiche e a pratiche di economia di scambio, circolare, il più possibile, ossia fin dove la guerra, che sempre minaccia questa terra, lo permette.[2]

Ovviamente non è una proposta che finisce ai confini di questo territorio, ma qui si è data come primo modello concreto di autogoverno democratico su larga scala. In risposta a questa esistenza-resistenza che da 15 anni lavora nel segno della trasformazione sociale e socialista, la strategia di guerra messa in atto dagli attacchi voleva esser volta alla sua distruzione materiale per quanto riguarda i territori e la liquidazione della resistenza, e al contempo alla distruzione ideologica per quanto riguarda la volontà di imporre la linea di uno stato nazionale siriano più o meno unificato (ricordiamo la non-questionata occupazione di Israele nel sud della Siria) che si inserisce nel piano più ampio e guidato dalle potenze egemoni come gli Stati Uniti per ridisegnare l’intero Medio Oriente.

Gli attacchi sono stati brutali in particolar modo contro le istituzioni delle donne, ad Aleppo così come nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Tabqa. Dalle comuni alle librerie delle donne e ai centri di ricerca e ritrovo, tutto è stato bruciato o distrutto, perché la situazione sociale rispecchiava il fatto che fossero le donne le principali portatrici di emancipazione, partendo nella loro lotta dal mettere in discussione il loro status di prigioniere nelle case o proprietà del marito o oppresse da un’interpretazione patriarcale e fondamentalista del loro credo. Dove l’Islam stava assumendo forza in quanto religione democratica e le donne si stavano lasciando alle spalle per davvero la vita di oppressione violenta vissuta sotto l’ISIS e il Regime di Baath, gli attacchi sono stati particolarmente chiari nell’affermare che per la linea del governo attuale, così come per quella degli stati egemonici che lo sostengono e manovrano, il libero pensiero, la libertà nella fede e l’emancipazione della volontà e della vita delle donne non possono essere accettate. È chiaro che quanto la Rivoluzione afferma sin dall’inizio, ossia che sono le donne organizzate e le comuni delle donne il primo seme rivoluzionario, è vero anche nelle valutazioni – e nelle paure! – della controparte nemica.

C’è in questo punto qualcosa di difficile da affrontare all’interno di un racconto breve come questo, ma che è importante aprire perché costituisce un nodo importante nella realtà della società sul territorio, ossia la “guerra speciale” (nel senso di non ortodossa) portata avanti sul campo tanto quanto nei media per fomentare la separazione su base etnica tra popolazione araba e curda.

Questa è attualmente una strategia che in parte della società sta anche attecchendo, perché sfrutta a proprio favore la paura, il “sospetto per il proprio vicino” che in una guerra come questa è molto facile che emerga, così come sfrutta ciò che i molti anni di vita sotto un regime d’odio e separazione hanno creato nelle psicologie della gente. Inoltre, durante quest’ultima guerra anche gli sforzi delle milizie nemiche nel documentare uccisioni di donne e uomini curdi e non arabi è stato incredibile. Numerosissimi sono i video, da Aleppo a Raqqa, in cui si mostrano civili ammassati e tenuti fermi sotto minaccia di morte e in cui le voci dei miliziani dicono cose come «questi sono cani, sono curdi, vanno ammazzati. Loro no, sono arabi e non li ammazziamo»; così come ben noto è il video del bambino a cui vien chiesto chi è e alla risposta «sono curdo» viene brutalmente tolta la vita.

Questa è stata anche la realtà di questi mesi in questa terra, ma al contempo è bene essere molto consapevoli che non è affatto vero che la popolazione araba è stata “risparmiata”. In primis perché l’operazione mediatica che questi video portavano avanti è in realtà molto chiara sul piano ideologico e non dobbiamo cascarci, e poi perché la resistenza è stata del popolo, non solo curda, e lo testimoniamo le e i numerosi martiri arabi che han dato la vita per la difesa della Rivoluzione, la gente ferita e quella sopravvissuta. Inoltre, non venire uccise ma dover tornare sotto il regime di forze come l’ISIS o HTS non dà alcun tipo di sollievo. Nella regione di Tabqa e Raqqa, un paio di giorni dopo che queste forze ne hanno preso il controllo, sono state distribuite copie del Corano e veli neri per ogni donna, casa per casa. Un solo ordine, un solo potere, un unico dio: questa è la loro linea, che porta morte e fascismo.

In questo, la questione della mentalità è centrale, perché per comprendere con serietà questa guerra, così come questa fase di negoziati per l’integrazione, raccontata ora dal cinismo alienato dell’Occidente come “la fine del Rojava” o il “dopo la Rivoluzione”, serve andare più a fondo nella realtà della società.

Ancora una volta, torniamo alla comune delle donne.

Quando, prima della guerra, siamo state al Centro delle donne di Zenobia in Raqqa, abbiamo sentito storie di resistenza quotidiane, una lotta che iniziava prima ancora dell’incontrarsi lì, perché è già qualcosa per cui hanno dovuto lottare: passare oltre alle volontà del marito e alle aspettative sociali e uscire di casa recandosi in un posto in cui si sarebbero trovate con altre donne, è già iniziare una rivoluzione. Da questo coraggio che le porta fuori dalle case inizia il sovvertimento dell’ordine generale e creare una comune di donne che ogni giorno organizza la propria vita sulla base della volontà comune e non su quella del marito o della famiglia opprimente, significa creare un motore di liberazione che molto velocemente apre la strada anche alle altre donne. Questo non sul piano teorico, ma proprio guardando come è andata la storia fin qui.

La comune delle donne di Aleppo nei primi giorni di guerra è stata quella che ha dettato la linea del decidere di non lasciare i quartieri e rimanere a difendere fino alla fine; una donna che ne fa parte ci ha detto: «La comune delle donne deve essere la base di un vero socialismo, perché se le donne di una società non sono liberate, la società non può essere libera».

“Rivoluzione” vuol dire rivolgimento, volgere di nuovo, ossia è una parola che ci parla di movimento, di trasformazione e cambiamento. Nella storia però questo non avviene semplicemente sostituendo il vecchio col nuovo e l’oppressione e la liberazione non sono né fatti né oggetti, bensì processi, che riposano sul piano materiale tanto quanto su quello della mentalità.

Per costruire la mentalità dell’oppressione e dei popoli oppressi, secoli e secoli di orrende pratiche hanno sviluppato “ottimi” strumenti, patriarcato e stato in primis. Questi sono una realtà materiale tanto quanto una mentalità. La mentalità della mascolinità dominante va insieme a quella burocratica, che legge la realtà come statica nelle sue forme, che categorizza la vita, una mentalità controllante, volta al monopolio e al profitto.

Cosa vuol dire per un popolo vivere a lungo sotto un regime di questo tipo? (Cosa vuol dire per noi?) E quindi cosa vuol dire rivoluzionare la mentalità di un’intera società? Quanto tempo può impiegare? Cosa permette al nuovo di sedimentare e poi di venir passato di generazione in generazione?

Possiamo farci queste e altre domande anche a partire dalle nostre “vite europee”, perché nonostante tutti i diritti e le possibilità conquistate da secoli di lotte, ancora non siamo libere da queste mentalità e, per esempio, ora facciamo fatica a comprendere che una rivoluzione non cade con un’integrazione delle forze militari, non finisce con il cambio della forma o dei “confini”, non è un oggetto che puoi sostituire con un altro, bensì un movimento storico che agisce molto più in profondità. Se si fosse seguita la linea della lotta militare fino in fondo per “proteggere i territori della rivoluzione”, avrebbe voluto dire essere disposti a considerare l’opzione del genocidio. E questo, per un’amministrazione socialista e democratica che rifiuta di mettere la propria esistenza prima di quella del popolo che la compone, sarebbe stato semplicemente tradimento.

Quale mentalità della sconfitta guida i nostri pensieri quando caschiamo in queste semplici trappole del vedere bianco/nero, di non riuscire a uscire dagli occhi dello stato? Cosa vuol dire avere un tale livello di sfiducia nella lotta dei popoli?

Se scordiamo il significato di “rivoluzione” e la appiattiamo sul controllo delle terre, delle risorse e delle forze militari, facciamo il gioco degli stati. Anche di quelli rossi che furono.

Fare una rivoluzione socialista con la liberazione di genere come primo pilastro vuol dire prendersi la responsabilità storica di non ripetere l’errore del socialismo reale, sia per quanto riguarda la creazione di uno stato o di un’entità analoga statica e barricata in se stessa, sia per la lotta di genere contro il patriarcato.

Ora anche noi internazionaliste e internazionalisti, ovunque nel mondo, dobbiamo restituire questa serietà alla Rivoluzione e chiederci con che occhi guardiamo alla sua storia e alla sua realtà attuale: sono quelli dello stato o della comune?

Il processo di integrazione qui in Nord-Est della Siria, così come il processo di pace con la Turchia aperto dall’Appello per la Pace e la Società Democratica lanciato nel febbraio 2025 dal leader curdo Abdullah Öcalan, non sono fatti o momenti che chiudono la lotta e anzi, questa si è molto intensificata, aprendo una nuova fase per l’esistenza-resistenza curda, così come per l’internazionalismo. Il Confederalismo Democratico come proposta e quindi l’intero sistema delle comuni, dei consigli e della Nazione Democratica non si è mai dato come una forma chiusa e pronta all’uso. Si tratta di forme organizzative della società per la società, che quindi seguono i suoi bisogni tanto quanto i suoi tempi di cambiamento e di lotta.

Ora si tratta di avere profonda fiducia politica nei 15 anni (una cinquantina se li si conta dalla fondazione del PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan) di lavoro rivoluzionario nella e della società. Un lavoro che in generale è impossibile annullare, perché è una realtà in cui le avanguardie sono state e sono ancora le donne della società, cuore del tessuto del popolo. Ci sono ormai diverse generazioni di giovani cresciute con un modo di approcciare la vita che non ha niente a che vedere con quello del patriarcato e dello stato. E ci sono donne che ora sorridendo dicono «qui sono nata di nuovo», indicando Jinwar, il villaggio autonomo di donne in Rojava. C’è qui un radicamento geografico e storico che è tanto fatto pratico quanto intimo di ognuna. L’antico – il ricordo delle civiltà mesopotamiche raccolte attorno alle Dee Madri – guida verso il nuovo, in un movimento lento e costante di cui le comuni delle donne si fanno custodi. Come dicevo all’inizio, questa è la terra in cui la vita è in grado di essere davvero insistente e come mi ha detto un’amica – semplice e insieme poetica come tutte le rivoluzionarie: «la Rivoluzione delle donne è un ricordo del futuro».


[1]Per completezza, segnalo invece l’analisi politico-ideologica pubblicata sul sito di Jineoloji a fine gennaio. Porta il titolo di Difendere la vita e comprendere la realtà della guerra e in questa sede può essere utile per inquadrare le forze coinvolte negli attacchi alla Rivoluzione e le dinamiche politiche e ideologiche nelle motivazioni di questa guerra. <https://jineoloji.eu/it/2026/01/26/difendere-la-vita-e-comprendere-la-realta-della-guerra>.

[2] Ne abbiamo parlato recentemente anche in cinque brevi episodi podcast, ascoltabili online anche in italiano su Youtube, sotto il titolo Defending Life. <https://youtu.be/8FIZfbNJxes?si=boVqMyXm7XhpnV9O>.

L'articolo Se Rivoluzione vuol ancora dire trasformazione sociale proviene da Rivista Malamente.

  •  

Recensioni: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026).

Affogare il cellulare, distruggere gli schermi
Delaunay Matthieu, “Mediapart”, blogs.mediapart.fr.

Dopo aver rovinato i nostri corpi con pesticidi, automobili, acqua inquinata, nucleare, grassi e zuccheri, ecco che il tecnocapitalismo – versione 2.0 del capitalismo – si scaglia senza pietà sulla nostra capacità di essere al mondo. La sua ultima vittima: l’attenzione.

Lo intuivamo. Lo sapevamo. Lo vedevamo. Un malessere. Quei colli indolenziti dal sostenere una fronte assorta verso luci blu. Quei pollici doloranti dal toccare interfacce multicolori. Quegli occhi arrossati e cerchiati dal vegliare sulle serie Netflix. Quei bronci debilitanti, rovinati dalle app. L’oggetto di questo malessere aveva un nome: gli schermi. A loro rimanevamo attaccati, come sanguisughe alla mammella di una mucca. Potrebbe essere storia antica. La lettura del libro La guerra per l’attenzione. Come non perderla ci aiuterà a prendere la decisione salvifica di affogare i nostri telefoni cellulari e fracassare i nostri schermi.

Questo libro è la cronaca della perdita di uno dei fondamenti della nostra capacità umana di vivere liberi e bene: l’attenzione. Dopo aver descritto in dettaglio le conseguenze della colonizzazione delle nostre esistenze da parte degli schermi, i suoi autori – membri del collettivo Lève les yeux! – spiegano in dettaglio il prezzo che paghiamo lasciando che distraggano la nostra attenzione. La società senza contatto, l’infanzia con il sonno traumatizzato da incubi alimentati dai social network, la finta democrazia offerta da queste piattaforme, l’illusione della crescita verde o ancora il lavoro dei captologi pagati profumatamente per rubare la nostra attenzione sono i punti centrali di questo testo incisivo. [leggi tutto…]

Ricordiamo il ritornello: «se il digitale ha conseguenze negative sulla nostra esistenza, è perché non siamo educati al suo utilizzo». Ecco perché l’Unione Europea raccomanda di abituarcisi fin dall’infanzia, nel suo Piano d’azione per l’educazione digitale 2021-2027. Altrimenti, saremo ancora una volta in ritardo, e nessuno vuole essere in ritardo. Tutti vogliono guidare il grande mezzo. E se ciò non bastasse, perché siamo decisamente troppo stupidi, allora sarà necessario un maggiore controllo per «combattere le derive del digitale». Se c’è una cosa a cui prestare attenzione nelle tecnologie NBIC (nano, bio, informatiche e cognitive), sono proprio le derive. Non le tecnologie in sé, no, solo le loro derive…

“Deriva” è una bella parola. Secondo il dizionario, significa «allontanarsi dalla propria direzione; andare alla deriva sotto l’effetto del vento, di una corrente». È dolce come le onde trasparenti che lambiscono la sabbia di una spiaggia delle Maldive. Peccato che non corrisponda alla portata del disastro. Detto questo, in ambito militare, si usa per indicare un proiettile «che si allontana dalla traiettoria di tiro». Almeno è più chiaro.

Ma chi decide come proteggerci da queste derive? Lo Stato, ovviamente! Quello stesso Stato che permette al ministro Blanquer di assegnare 350 metri quadri di locali adiacenti al ministero dell’Istruzione al suo amico Stanislas Dehaene. Sapete, quel neuropsicologo, professore al Collège de France, per il quale i bambini «sono supercomputer» a cui bisogna dare «i dati di cui hanno bisogno». Voi pensavate che i bambini avessero bisogno di imparare delle cose e che per farlo avessero bisogno di un’attenzione costante, di metodi didattici vari e di tempo libero. Che antiquati! Date loro dei dati tramite tablet connessi al 5G, lo faranno molto meglio degli esseri umani in carne e ossa!

I lobbisti che bazzicano ai piedi del ministero dell’Istruzione non devono sforzarsi: i politici amano troppo spendere fortune di fondi pubblici per regalare ai loro amministrati gadget prodotti da aziende private. Si sentono importanti non appena parlano di innovazione. Con un iPad in una mano e l’altra che accarezza il collo del loro elettorato, criticano beffardamente «coloro che non sono nulla», gli Amish spaventati dalle onde radio. Uno schermo per ciascuno e la felicità connessa per tutti: ecco a cosa lavora questo bel mondo dall’inizio del XXI secolo.

Ma c’è un dettaglio che queste persone omettono di menzionare e che questo libro vuole ricordare: i loro discendenti non frequentano le stesse scuole della gente comune. Dove studiano non ci sono strumenti digitali. Si usano il gesso e la lavagna, la penna e la carta. E soprattutto, soprattutto, niente internet! Se vi stupite, potrebbero rispondervi che i loro figli «non sono uguali, capite? Sono diversi e probabilmente hanno un alto potenziale». Mentre per i ragazzi delle periferie non è molto grave se seguono corsi online o passano notti in bianco sui loro telefoni. E poi, cosa sono queste insinuazioni? Abbassate piuttosto lo sguardo sul vostro Snapchat o sul vostro account Instagram e lasciate che siano quelli che sanno a dirvi cosa imparare!

Le elezioni imminenti dimostrano ancora una volta che è impossibile contare sulla sinistra ufficiale per occuparsi dell’essenziale: la conservazione delle nostre facoltà cerebrali. È quindi più che mai tempo di agire da soli. È questa la bellezza di questo testo, che nella parte finale offre molteplici proposte per prendere il toro per le corna della disconnessione.

Alla fine di queste righe, si capisce l’imperiosa necessità di disconnettersi. In modo radicale, poiché i metodi soft hanno dimostrato la loro inefficacia. Anche se ci è stato venduto il contrario. Ma questo era prima… quando avevamo ancora schermi e cellulari. Da allora, leggiamo libri. La guerra per l’attenzione, ovviamente, e poi tutti gli altri eccellenti libri che si sono dati la missione di combattere l’inevitabile.

Ed Tech o Ad Tech
Alexandre Chollier, “Le courrier”, lecourrier.ch

La guerra per l’attenzione fa parte della moltitudine di libri dedicati alle questioni digitali in generale e alla dipendenza dagli schermi in particolare. Con un tono decisamente critico, delle prese di posizione informate ma soprattutto fondate e articolate su una pratica civica, senza tralasciare le questioni spinose né le soluzioni concrete, questo è senza dubbio un libro da mettere nelle mani e sotto gli occhi di chiunque desideri informarsi, comprendere e agire.

È una lettura che cattura, senza giochi di parole, la nostra attenzione. In particolare la parte dedicata alla captologia, scienza alla base dell’economia dell’attenzione, che è innanzitutto un’economia della cattura. In poche pagine illuminanti, gli autori, Yves Marry e Florent Souillot, tornano sulla svolta operata in seguito alla crisi della bolla Internet del 2000-2001. È in quel momento che la società Google, allora guidata da Eric Schmidt, capisce che per diventare e rimanere una Big Tech dovrà prima diventare e rimanere una Ad Tech, una società la cui attività principale è la pubblicità. Google svilupperà così il suo “ecosistema” in funzione di questo unico obiettivo: offrire sempre più servizi gratuiti per catturare sempre più la nostra attenzione, trasformandola in una merce per gli inserzionisti. Ha funzionato così bene che oggi, quasi vent’anni dopo, e ora sotto l’egida della casa madre Alphabet, Google detiene più di un quarto del mercato mondiale degli annunci online. L’unica ombra, per così dire, è che ora è diventata dipendente da questa attività, da cui ricava oltre l’80% dei suoi proventi (si parla di 147 miliardi di dollari per il 2020), e non è l’unica: Facebook si trova praticamente nella stessa situazione. La concorrenza è agguerrita e bisogna cercare costantemente nuove fonti di attenzione.

Da dove provengono questi dati? Dall’ultimo rapporto di Human Rights Watch (HRW) dedicato alle applicazioni digitali utilizzate in ambito scolastico (Ed Tech). Pubblicato il 25 maggio, lo studio How dare they peep into my private life? (Come osano ficcare il naso nella mia vita privata?) ci mostra un aspetto ancora poco conosciuto del mondo dell’Ed Tech e del ruolo che Google vi svolge, direttamente o indirettamente. Il suo contenuto è a dir poco esplosivo.

Condotto tra marzo e agosto 2021 in 49 paesi, lo studio mostra che, su 164 applicazioni dedicate, 146 offrivano a terzi – principalmente società attive nel settore pubblicitario – un accesso privilegiato ai dati personali degli studenti senza che questi ne fossero consapevoli, né del resto le autorità competenti. Quattro quinti delle applicazioni effettuavano questo tipo di raccolta tramite applicazioni Google. Per quanto riguarda i dati raccolti, molto spesso non si limitavano alle mura della classe virtuale e riguardavano anche familiari e amici.

Se non c’è dubbio che l’urgenza imposta dai vari lockdown in tutto il mondo abbia spinto le autorità a rinunciare a misure precauzionali adeguate, possiamo essere certi che il mondo dell’Ed Tech – di cui Google fa parte – ha saputo cogliere l’occasione che gli è stata offerta. Lo scenario è noto da tempo: si offre all’autorità competente un prodotto, spesso senza che questa debba sborsare denaro, assicurandole che non pone alcun problema di utilizzo. In questo modo, come osserva HRW, si trasferisce il costo dell’operazione sugli studenti, che lo pagheranno rinunciando, loro malgrado, al loro diritto alla privacy. Anche quando i governi hanno sviluppato le proprie applicazioni, si è scoperto che la maggior parte di esse violava tali diritti.

HRW raccomanda che ogni paese, compresi quelli che non sono direttamente interessati da questo studio, conduca immediatamente delle verifiche. Tutti i dati personali raccolti dovrebbero essere identificati e cancellati il più rapidamente possibile. L’ONG ricorda infine un’ovvietà, tuttavia ignorata da molte amministrazioni pubbliche: è normale pagare per uno strumento, digitale o meno. Se è gratuito, è perché il prodotto è la vostra attenzione. In questo caso parliamo di quella dei bambini e dei giovani, la più preziosa di tutte.

L'articolo Recensioni: La guerra per l’attenzione. Come non perderla, di Yves Marry e Florent Souillot (Edizioni Malamente, 2026). proviene da Rivista Malamente.

  •  

Hugging Face violata da un agente AI: gli attacchi autonomi sono arrivati

Per anni l’idea di un attacco informatico condotto interamente da un agente di Intelligenza Artificiale è rimasta confinata ai laboratori di ricerca e alle presentazioni dei vendor. Oggi non è più così. La piattaforma Hugging Face, punto di riferimento mondiale per lo sviluppo e la distribuzione di modelli AI open source, ha confermato di essere […]

L'articolo Hugging Face violata da un agente AI: gli attacchi autonomi sono arrivati proviene da Securityinfo.it.

  •  

La guerra ucraina cambia la sicurezza delle infrastrutture critiche

La guerra in Ucraina non si combatte solo sul terreno, nel mare o nello spazio aereo. Il cyberspazio è uno degli scenari più attivi, dove vengono perpetrati quotidianamente decine di attacchi mirati alle infrastrutture civili e militari. Il continuo bersagliamento di infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e servizi pubblici ha praticamente trasformato l’intero Paese in […]

L'articolo La guerra ucraina cambia la sicurezza delle infrastrutture critiche proviene da Securityinfo.it.

  •  

AI, il nuovo fronte della sicurezza: il red teaming diventa indispensabile

L’intelligenza artificiale sta entrando nelle aziende con una velocità che non ha precedenti, ma la sua diffusione sta facendo emergere una realtà che molti responsabili della sicurezza stanno iniziando a sperimentare direttamente: i tradizionali strumenti di difesa non sono stati progettati per proteggere sistemi che ragionano attraverso il linguaggio naturale. Firewall, Web Application Firewall e […]

L'articolo AI, il nuovo fronte della sicurezza: il red teaming diventa indispensabile proviene da Securityinfo.it.

  •  

Ottavo episodio del Podcast “La Cassetta degli Attrezzi” ECOLOGIA E LIBERTÀ: CONTRO IL CAPITALE, PER LA TERRA

Ottavo episodio del Podcast “La Cassetta degli Attrezzi” ECOLOGIA E LIBERTÀ: CONTRO IL CAPITALE, PER LA TERRA Dal Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa, un nuovo strumento per analizzare il presente e costruire l’alternativa. 15 minuti di riflessione per liberare l’ecologia … Continua a leggere→
  •  

IMMAGINA

L’immaginazione è ciò che precede ogni creazione, ogni rivoluzione, ogni cambiamento personale. MA CHE FINE HA FATTO? Ne discutiamo con Stefano Laffi, autore di “Immagina” ( Feltrinelli ) domenica 18 gennaio 2026 alle ore 16:00 al Circolo Anarchico Ponte della … Continua a leggere→
  •  
❌