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Un’altra finanza è già all’opera, ma ora vanno riformate le garanzie

Le banche etiche in Europa gestiscono più di 120 miliardi di euro di attivo e contano oltre 90 miliardi di euro di depositi. Nel grande mare della finanza europea è una percentuale limitata. Ma è significativo che queste tipologie di istituti destinino il 98,36% del credito erogato ad attività con finalità ambientali o sociali, rispetto al 18,5% degli istituti tradizionali. Questo dato, assieme agli altri indicatori del Rapporto sulla finanza etica in Europa, di cui è coautrice, portano Federica Ielasi, professoressa ordinaria di Economia degli intermediari finanziari all’Università di Firenze, vicepresidente di Banca Etica, ad affermare che «le banche etiche, caratterizzate da una dimensione medio piccola e da un modello di governance spesso cooperativo, sono in grado di contribuire alla stabilità del sistema finanziario, il che evidenzia l’importanza della biodiversità del sistema bancario».

Professoressa Ielasi, un’altra finanza è possibile?

Non solo è possibile e auspicabile, ma la finanza etica è già una realtà concreta, consolidata, in forte espansione e capace di contribuire alla stabilità del sistema finanziario e allo sviluppo dell’economia reale. I dati del Rapporto lo dimostrano con forza.

Come?

Dal confronto tra le banche appartenenti alle reti internazionali Febea e Gabv, che rappresentano il sistema della finanza etica, e le grandi banche europee vigilate dalla Banca centrale europea, attraverso vari modelli di valutazione. Il primo di questi confronti ha riguardato gli impatti socio-ambientali diretti e indiretti che i due gruppi di banche sono in grado di generare.

Cosa è emerso?

Se si considerano gli impatti diretti generati dall’operatività interna della banca – come le filiali e il personale – i risultati non mostrano differenze significative tra i due gruppi di operatori. Guardando, invece, agli impatti Esg indiretti prodotti dall’attività di investimento e di finanziamento, il gruppo delle banche etiche europee mostra una capacità di produrre impatti positivi sull’ambiente e sulle comunità decisamente più alti rispetto alle altre banche.

In che termini?

Il 98,36% del credito erogato dalle banche etiche è destinato ad attività con finalità ambientali o sociali, contro il 18,5% delle principali banche europee analizzate.

Cosa dice, invece, il Rapporto in merito alla capitalizzazione?

Le banche etiche riescono a mantenere nel tempo una solidità patrimoniale superiore rispetto alla media delle grandi banche europee. Lo dimostra il Tier 1 ratio (è un parametro che indica la capacità di una banca di assorbire perdite inattese senza mettere a rischio i risparmi dei correntisti o la propria solvibilità, ndr) che, nel 2024, si attesta al 18,65% per le banche etiche, contro il 17,33% delle banche significative.

Federica Ielasi, vicepresidente di Banca Etica, docente all’università degli Studi di Firenze

Per le banche etiche emerge inoltre una maggiore incidenza dell’attività creditizia – cioè le erogazioni verso persone e imprese – sul totale degli attivi, pari al 67% contro il 61% delle banche di maggiori dimensioni, accompagnata anche da una migliore qualità del credito: i prestiti deteriorati rappresentano il 2,11% del totale, rispetto al 2,28% delle grandi banche.

Il Rapporto approfondisce anche l’indicatore di efficienza cost-to-income ratio (rapporto tra costi operativi e reddito operativo).

Abbiamo osservato un incremento di questo indicatore nelle banche etiche e un ampliamento del divario rispetto alle grandi banche europee. Nel 2024, il cost-to-income ratio delle banche etiche ha raggiunto il 67%, contro il 55% delle banche significative, con una differenza di 12,2 punti percentuali, rispetto ai 4,6 punti del 2023.

Quali sono le ragioni di questa evoluzione?

Come è noto, il forte rialzo dei tassi di interesse ha determinato, nella fase iniziale, un incremento dei ricavi bancari e della redditività dell’attività creditizia di tutti gli istituti. Ma mentre le grandi banche hanno destinato una parte consistente dei benefici alla remunerazione degli azionisti, attraverso dividendi e riacquisti di azioni proprie e a operazioni straordinarie di fusione e acquisizione, le banche etiche hanno seguito una strada diversa.

Quale?

In molti casi hanno utilizzato queste risorse per assumere personale, ampliare la propria presenza sul territorio, rafforzare i sistemi informatici e di gestione del rischio. Oppure per riconoscere condizioni economiche più favorevoli ai depositanti e ai mutuatari. Il contenimento del costo dei finanziamenti o una maggiore remunerazione dei depositi rappresentano, infatti, una diversa modalità di distribuzione del valore, a beneficio di clienti, che spesso sono anche soci delle stesse banche etiche. I maggiori costi sono insomma il frutto dell’adozione di un modello bancario meno orientato alla massimizzazione dei profitti per gli azionisti.

Finanziare l’economia sociale non è più rischioso: lo si può affermare con forza al sistema finanziario?

La questione centrale è che le organizzazioni dell’economia sociale, come è noto, spesso non dispongono di grandi patrimoni da offrire in garanzia, hanno modelli organizzativi particolari, reinvestono una parte importante delle risorse generate nella propria missione e si finanziano in modo diversificato con contributi pubblici, donazioni e altre forme di aiuti. Proprio per questo sono indispensabili modelli di analisi e professionalità bancarie con competenze dedicate per valutarle.

Ad esempio?

Anzitutto una conoscenza reciproca, fondata su un rapporto di fiducia e sulla condivisione degli obiettivi. Poi lo sviluppo di modelli di misurazione specifici in grado di riconoscere come l’impatto sociale possa rappresentare anche un indicatore di sostenibilità economica e contribuisca a una valutazione più completa del merito creditizio.

Cosa ci dice in definitiva questo Rapporto?

Che non esiste un conflitto tra orientamento etico delle banche e solidità, anzi, è vero il contrario. Le banche etiche, caratterizzate da una dimensione medio piccola e da un modello di governance spesso cooperativo, sono in grado di contribuire alla stabilità del sistema finanziario, il che evidenzia l’importanza della biodiversità del sistema bancario. È un messaggio importante alla luce delle operazioni di risiko bancario che stanno portando a una progressiva concentrazione del settore.

È possibile che anche le banche etiche seguiranno la strada delle aggregazioni?

Le banche di piccola media dimensione hanno bisogno di lavorare insieme e di unire le proprie forze all’interno di reti internazionali. Anche per rendere più robusta la propria voce verso il sistema finanziario e le istituzioni di regolamentazione e vigilanza. Ma non penso a operazioni di fusione o acquisizione, quanto piuttosto a un rafforzamento delle relazioni e delle alleanze internazionali.

Ci sono settori o ambiti in cui il confine della finanza etica andrà messo in discussione?

In un contesto come l’attuale caratterizzato da una forte volatilità e incertezza, il posizionamento delle banche etiche deve essere distintivo, deciso e coerente con i propri valori fondativi. Ma coerenza non significa staticità, anzi. La finanza etica è proiettata alla generazione del cambiamento ed è chiaro che il contesto attuale ci pone davanti a nuove sfide.

Quale la più importante?

Quella di trovare un ruolo chiave nel finanziamento della transizione e dell’innovazione. In questa nostra epoca non è più sufficiente finanziare imprese e organizzazioni già caratterizzate da buone performance dal punto di vista ambientale e sociale. È importante supportare le realtà che si avviano o hanno progetti importanti di qualificazione ambientale e transizione energetica, così come è importante finanziare nuovi spazi per l’economia sociale. La sfida è quella di applicare strumenti avanzati di misurazione dell’impatto in grado di guidare le scelte di finanziamento e investimento.

Tra le numerose proposte indicate nel Report, ci può indicare una singola scelta che Bruxelles dovrebbe compiere nel 2027 per consentire al sistema finanziario di sostenere l’economia sociale?

Una delle più rilevanti riguarda il sistema delle garanzie pubbliche, nazionali ed europee. Nel finanziamento dell’economia sociale rappresentano uno strumento fondamentale, perché consentono di mitigare il rischio di credito e ampliare, in modo prudente, la capacità di finanziamento delle banche verso questo settore.

È un tema di volumi?

Il limite non riguarda tanto la quantità di risorse finanziarie disponibili, quanto la configurazione tecnica delle garanzie, la loro stabilità nel tempo e l’adeguatezza degli strumenti rispetto alle caratteristiche specifiche delle oltre 4,3 milioni di organizzazioni che compongono il mosaico dell’economia sociale, dando lavoro a più di 11,5 milioni di persone e generando un fatturato superiore a 912 miliardi di euro.

Quali sono le criticità degli strumenti di garanzia più utilizzati dal sistema bancario?

La prima riguarda la scarsa prevedibilità nel tempo, legata alle scadenze dei programmi, alla disponibilità dei plafond e alle procedure di rinnovo. Un altro problema è il coordinamento ancora insufficiente tra gli strumenti europei e nazionali e tra le diverse forme di garanzia pubblica, mutualistica e privata. L’aspetto decisivo è però la necessità di adattare gli strumenti di garanzia alle caratteristiche dell’economia sociale, nella sua accezione più ampia, comprendendo cooperative, imprese sociali ed enti del Terzo settore.

Come si può riuscire?

È fondamentale coinvolgere direttamente le organizzazioni e le strutture di rappresentanza dell’economia sociale nella definizione degli interventi che le riguardano, progettando insieme (istituzioni politiche, intermediari finanziari etici e reti dell’economia sociale)strumenti realmente efficaci per garantire un utilizzo stabile e mirato delle risorse disponibili.

Foto in apertura da Unsplash. La foto di Ielasi è dell’ufficio stampa di Banca Etica.

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Scuola, 16 milioni per accompagnare giovani ed educatori nel futuro

I risultati medi degli studenti italiani sono sostanzialmente stabili rispetto al 2022 in matematica, lettura e scienze, ma persistono «importanti differenze» legate al contesto socioeconomico: in scienze, gli studenti più avvantaggiati superano quelli più svantaggiati di 80 punti. Allo stesso tempo, il 12% degli studenti provenienti da contesti svantaggiati si colloca tra gli studenti con i risultati migliori nel Paese.

Non solo. In Italia il 70% degli studenti mostra di avere quello che viene definito growth mindset, ovvero la convinzione che l’intelligenza e le proprie capacità possano essere sviluppate attraverso impegno, apprendimento e feedback, un dato leggermente superiore alla media Ocse del 69%. E se si evidenzia una relazione positiva tra growth mindset e risultati scolastici, ecco allora che i dati e le evidenza rafforzano l’importanza di percorsi educativi capaci di sviluppare non soltanto conoscenze e competenze, ma anche fiducia nelle proprie capacità, agency e possibilità di incidere sul proprio futuro. 

UniCredit Foundation ha annunciato il rinnovo delle partnership con Teach for all e JA Europe. Le voci di Silvia Cappellini, general manager UniCredit Foundation, e di Salvatore Nigro, ceo JA Europe

Lo sviluppo delle competenze

È quanto emerge dai dati del Rapporto Internazionale Ocse-Pisa 2025, di cui si è discusso nel corso di Beyond academic performance. A european dialogue on the future of education, l’appuntamento che ha riunito UniCredit Foundation, Teach for all (ente del Terzo settore che opera per rafforzare la scuola in Italia, partendo dai contesti dove le sfide legate alla povertà educativa sono maggiori)  e JA Europe (organizzazione non profit, di cui fa parte
Junior Achievement Italia, dedicata all’educazione economico-finanziaria, all’orientamento, all’imprenditorialità e alla cittadinanza attiva per giovani dai 5 ai 19 anni), insieme a esperti e rappresentanti del mondo dell’istruzione, tra cui Andreas Schleicher, director for education and skills Ocse, per discutere delle principali sfide che interessano oggi l’educazione in Europa. 

In questo scenario, il ruolo degli insegnanti diventa sempre più strategico nel supportare i giovani nello sviluppo delle competenze, della fiducia e della capacità di orientarsi in una società in rapida trasformazione. Le evidenze più recenti mostrano infatti alcune sfide cruciali per il sistema educativo: in Italia, il 47 % degli studenti ha dichiarato di utilizzare chatbot basati sull’intelligenza artificiale a supporto del proprio apprendimento almeno una volta alla settimana, in linea con la media Ocse, rendendo il tema della formazione continua degli insegnanti centrale nell’accompagnare l’innovazione didattica e tecnologica. 

16 milioni per accompagnare i giovani nel futuro

Nel corso dell’incontro UniCredit Foundation ha annunciato il rinnovo delle partnership con Teach for all e JA Europe, con un investimento, fa sapere l’ente, «di oltre 16 milioni di euro per i prossimi tre anni, che si aggiungono ai 14 milioni già stanziati tra il 2023 e il2026, consolidando il percorso di collaborazione avviato negli ultimi anni. L’obiettivo», si spiega, «è ampliare ulteriormente la portata dei programmi in Europa, Italia inclusa, per accompagnare giovani, scuole ed educatori nello sviluppo delle competenze e degli strumenti necessari ad affrontare le sfide del futuro».

Il futuro? Nessun giovane sia lasciato indietro

«Le evidenze sono chiare», sottolinea Andrea Orcel, presidente di UniCredit Foundation e ceo di UniCredit, «garantire a ogni giovane l’accesso a un’istruzione di qualità non è soltanto un imperativo sociale, ma un investimento nel futuro dell’Europa. In un momento in cui la tecnologia sta trasformando il modo in cui impariamo, lavoriamo e partecipiamo alla società, dobbiamo assicurarci che nessun giovane venga lasciato indietro».

Attraverso UniCredit Foundation, aggiunge, «vogliamo fare la nostra parte, sostenendo organizzazioni che hanno le competenze, l’ambizione e la capacità di generare un cambiamento duraturo, aiutando le nuove generazioni a sviluppare le conoscenze, le competenze e la fiducia necessarie per realizzare il proprio potenziale».

scuola
da sinistra Salvatore Nigro, ceo JA Europe, Andreas Schleicher, director for education and skills Ocse, Silvia Cappellini, general manager UniCredit Foundation, Andrea Pastorelli, head of Europe region Teach for all

Mappare per intervenire con precisione

Dietro questi numeri, sottolinea Miriam Cresta, ceo di Junior Achievement Italia, «ci sono ragazze e ragazzi con lo stesso talento di tutti gli altri, ma meno occasioni per farlo emergere, e che oggi trovano gli strumenti per costruire il proprio futuro. In tre anni di lavoro con UniCredit Foundation e tutti i partner abbiamo fatto una cosa che raramente riesce: definire insieme criteri condivisi tra più Paesi per identificare le situazioni di svantaggio giovanile e mappare con precisione dove intervenire».

Cresta aggiunge ancorta: «Non partiamo da zero, ma da una partnership consolidata che oggi è pronta a crescere, concentrandosi là dove la dispersione scolastica è più profonda. Per questo nei prossimi tre anni porteremo Re-Power Your Future in sette regioni del Sud. Perché la nostra idea di scuola abilitante è semplice: nessun talento dovrebbe andare perso per il posto in cui si nasce».

L’importanza della fiducia e del potenziale

I dati Pisa 2025, argomenta Antonio Piscopo, direttore generale di Teach for Italy, «ci ricordano che il contesto socioeconomico continua a incidere fortemente sulle opportunità educative, e che in Italia risultano ancora evidenti le differenze nel raggiungimento delle competenze di base tra Nord e Sud del Paese e tra tipologie di indirizzi scolastici. I dati mostrano anche quanto siano importanti la fiducia nelle proprie capacità e la possibilità di sviluppare il potenziale di ciascuno studente. È proprio qui che la scuola, gli insegnanti e la comunità educante possono fare la differenza»

Per questo, «insieme a UniCredit Foundation, continuiamo a investire su persone motivate a portare un cambiamento nell’ecosistema educativo e sulla loro capacità di costruire scuole e comunità educanti capaci di generare fiducia, opportunità e futuro, con un’attenzione particolare ai territori dove le disuguaglianze sono più profonde».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Le partnership nel dettaglio

Gli obiettivi

Il rinnovo della partnership, si fa sapere, rafforzerà il sostegno diretto ai giovani insieme all’investimento in educatori, mentoring, orientamento al futuro professionale e misurazione dell’impatto. A livello europeo, attraverso Teach for all, la partnership punta a raggiungere oltre 220mila nuovi studenti, e formare più di 2.300 nuovi teaching fellows di cui 360 in Italia.

Teach for Italy darà inoltre continuità e ulteriore sostegno all’intervento comunitario in Sicilia, attraverso il Modello Sud, con particolare focus su territori caratterizzati da persistenti disuguaglianze socio-economiche, limitate opportunità educative e lavorative e una ridotta coesione sociale.

Attraverso JA Europe, l’obiettivo è generare oltre 500mila nuove esperienze di apprendimento e raggiungere ulteriori 2.000 scuole. JA Italia concentrerà il proprio intervento in sette regioni del Sud Italia (Campania, Calabria, Puglia, Basilicata, Sicilia, Sardegna e Molise), puntando a coinvolgere 55mila studenti di 75 scuole operanti in contesti particolarmente sfidanti. 

Entrambi i programmi continueranno inoltre a essere sottoposti a valutazione indipendente, con l’obiettivo di misurare non soltanto quanti giovani vengono raggiunti, ma il cambiamento generato nel tempo. 

I risultati raggiunti

I rinnovi fanno leva sui risultati raggiunti nei primi tre anni di collaborazione. «A livello europeo, nell’arco dei tre anni, le evidenze raccolte da Teach for all su oltre 180mila studenti e in 3.100 scuole mostrano un aumento del 20% delle competenze socio-emotive (come benessere personale, senso di iniziativa, capacità di definire il proprio percorso e senso di appartenenza e connessione con la comunità)», fa sapere UniCredit Foundation.

Teach for Italy. I dati trovano conferma anche nelle analisi di Teach for Italy, «che nel solo anno scolastico 2025-2026 ha formato 105 fellows in 85 scuole di 17 regioni, raggiungendo circa 7.000 studenti che hanno registrato progressi misurabili in termini di benessere, agency e fiducia nel proprio potenziale».

JA Europe e Italia. Attraverso il programma Re-power your future, JA Europe ha coinvolto oltre 39mila studenti e 5.900 scuole in Europa. In Italia, il programma coordinato da JA Italia ha raggiunto 67.900 studenti in 358 scuole, registrando un incremento del 24% nell’ingaggio scolastico dei giovani partecipanti e rafforzandone la motivazione e la partecipazione ai percorsi di apprendimento. 

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In apertura immagine da ufficio stampa UniCredit Foundation. Nel testo video e foto di Alessio Nisi

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L’inclusione è la strada da imparare a percorrere

È un progetto che ha l’obiettivo di promuovere la sicurezza stradale e l’accesso alla mobilità tra migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Si chiama Stradabile ed è un’iniziativa di Fondazione Unipolis (500mila euro il valore dell’investimento) a cui hanno aderito, tra gli altri, Unhcr, Unasca, Uisp – Sport per tutti e i consigli regionali Unipol. 

A Stradabile hanno preso parte più di 300 beneficiari (migranti, rifugiate e richiedenti asilo di nove città italiane), con oltre 100 voucher per coprire i costi per conseguire la patente B e, per alcuni di loro, la patente C. 

Quattro o due ruote per Stradabile

Attraverso corsi di sicurezza stradale, i partecipanti acquisiscono competenze utili alla mobilità quotidiana e al lavoro. Vengono affrontati temi come segnaletica, comportamenti corretti e uso dei veicoli. La formazione è accompagnata da momenti di confronto e consapevolezza culturale.
Ottenere la patente significa guadagnare indipendenza, dignità e nuove opportunità. Non solo quattro ruote. 
Del progetto Stradabile esiste anche una versione a pedali: Stradabile a pedali. Un percorso dedicato a 200 donne migranti che vogliono conquistare autonomia in città attraverso la bicicletta. Imparano a pedalare in sicurezza e a riconoscere la segnaletica. E non è finita. 

Sicurezza stradale e inclusione

Il progetto offre anche una piattaforma digitale pensata per persone straniere che vivono e si muovono in Italia. Non solo sicurezza stradale, ma anche consigli pratici per orientarsi: come usare i mezzi pubblici, cosa fare in caso di controlli, come spostarsi in modo sicuro in bici o in auto. I contenuti sono multilingue e interattivi, costruiti insieme ai partecipanti ai percorsi. Uno spazio semplice e accessibile, che aiuta a sentirsi più sicuri e indipendenti negli spostamenti quotidiani. «L’equità d’accesso e di opportunità è l’obiettivo primario degli interventi della fondazione: per questo abbiamo scelto di portarla al centro anche delle nostre iniziative sulla mobilità, un diritto e un fattore d’accesso per molti altri diritti», spiega Marisa Parmigiani, consigliera delegata di Fondazione Unipolis. 

Andrea De Bonis,  protection associate Unhcr, ha sottolineato l’importanza «di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione delle persone rifugiate». E ricorda: «Abbiamo aderito subito con grande entusiasmo alla proposta di Fondazione Unipolis. Ci hanno entusiasmato», dice sempre De Bonis, «gli obiettivi del progetto sia in relazione a quello immediato e diretto, e cioè supportare 100 persone rifugiate nell’ottenimento della patente che è già un grande risultato, ma anche in relazione all’obiettivo, diciamo indiretto, di cercare di aprire attraverso il progetto un dibattito sull’importanza di investire sulla mobilità per favorire l’integrazione delle persone rifugiate». 

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Stradabile è dunque un percorso che accompagna persone migranti a conquistare autonomia e sicurezza negli spostamenti quotidiani e unisce formazione, pratica e socialità, per diventare più sicuri, più autonomi, più integrati nella vita urbana e comunitaria. 
Il progetto è articolato in tre fasi. Si parte con corsi di educazione stradale: segnaletica, comportamenti corretti, regole per muoversi in bici o in auto. 
La sicurezza è la base per ogni passo successivo. Nella seconda fase i partecipanti imparano ad andare in bicicletta o ad avvicinarsi alla patente, acquisendo fiducia negli spostamenti e nuove competenze pratiche. 
Mentre nella terza, la mobilità diventa occasione di inclusione sociale e lavorativa: gite e attività di comunità, voucher per la patente, esperienze che rafforzano lingua, dignità e opportunità.

L’intervista Marisa Parmigiani

La mobilità? È un diritto fondante. Senza mobilità si limita l’accesso al lavoro, all’istruzione. Anche il diritto alla casa senza mobilità si restringe di molto. Il progetto Stradabile ideato da Fondazione Unipolis  si rivolge ai soggetti più fragili, ai richiedenti asilo, ai rifugiati e alle donne migranti in particolare, e si propone di offrire loro uno strumento per essere autonomi. Ne parliamo con Marisa Parmigiani (nella foto), consigliera delegata di Fondazione Unipolis.

Filantropi Marisa Parmigiani Fondazione Unipolis

Parmigiani, perché questo progetto? 

Siamo la fondazione di Unipol, leader della mobilità, e crediamo che potersi muovere sia un diritto fondante e come tale vada garantito.

In che cosa sposa al meglio la vostra visione filantropica attuale?

Stradabile abilita e costruisce sostenibilità nel tempo. Conseguire la patente o imparare ad andare in bicicletta e a manutenerla sono strumenti che una volta appresi non si perdono. Non è un intervento spot.

Cosa l’ha convinta delle organizzazioni partner?

In passato abbiamo già collaborato con Unhcr e trovato nell’organizzazione serietà, competenza e la capacità di coinvolgere persone che hanno molto bisogno, ma che spesso fanno fatica ad accedere all’informazione rispetto ai servizi e ai supporti che possono essere messi a loro disposizione. Con Unasca abbiamo avuto esperienze precedenti che ci hanno confermato la serietà del loro intervento e il loro approccio attento ai bisogni della persona. Non ultima, Uisp è stata una scelta attivata dalla loro presenza radicata sui territori e dalla loro capacità di coniugare attività ludico-sportiva e valori sociali.

C’è un momento dello svolgimento che l’ha colpita? 

È stato emozionante partecipare ad alcuni momenti di formazione sull’uso della bicicletta per donne migranti. Vederle fiere di essere in grado di essere autonome, dimostrare di essere protagoniste e che ce la stanno facendo è un aspetto molto importante del progetto. 

Il progetto ha qualche particolarità in termini di valutazione di impatto o di rendicontazione?

La differenza con altre iniziative è che, attraverso dei focus group, con questo progetto andiamo ad ascoltare la valutazione direttamente dai beneficiari.

Nell’immagine in apertura un momento della formazione di Stradabile a pedali – tutte le foto da Ufficio stampa

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Cure più umane: premiati cinque progetti in cinque città

È giunto alla settima edizione il premio Humanizing health awards, l’iniziativa con cui Teva Italia sostiene ogni anno progetti di associazioni no-profit che contribuiscono a migliorare i percorsi di cura e la qualità dell’assistenza sanitaria nel Paese. La cerimonia di premiazione, ospitata ieri al Circolo filologico milanese, ha valorizzato iniziative provenienti da diverse regioni italiane, dedicate ai caregiver, alla riabilitazione neurologica, dall’oncologia pediatrica, alla cura degli anziani fragili e alle donne in terapia oncologica.

Attenzione ai bisogni

Un impegno, quello al fianco dei pazienti e delle comunità, che si inserisce nel percorso più ampio di Teva Italia, che da 30 anni contribuisce a sostenere l’accesso alle cure nel Paese. In questi tre decenni, l’impegno di Teva si è articolato su più fronti: dalla garanzia di accesso e continuità terapeutica per milioni di pazienti attraverso farmaci sostenibili e di alta qualità, alla ricerca e innovazione in aree ad alto bisogno clinico, come neuroscienze e immunologia, fino al sostegno alle realtà del Terzo settore attraverso iniziative di impegno sociale, tra cui gli Humanizing health awards, che da sette anni contribuiscono a rendere i percorsi di cura più attenti anche ai bisogni umani, sociali e relazionali delle persone.

Il valore dell’esperienza

«Gli Humanizing Health Awards nascono per dare voce e sostegno a chi, ogni giorno, lavora per rendere i percorsi di cura più umani», ha detto Umberto Comberiati amministratore delegato di Teva Italia. «Trent’anni di presenza di Teva in Italia ci hanno permesso di osservare e comprendere meglio l’evoluzione dei bisogni di cura dei pazienti e sappiamo che spesso il loro percorso assistenziale richiede risposte che vanno oltre il farmaco. Per questo, edizione dopo edizione, continuiamo a mettere in luce le realtà del Terzo settore capaci di trasformare queste sfide in interventi concreti. Anche in questa settima edizione i progetti selezionati confermano quanto sia prezioso e fondamentale questo lavoro silenzioso, fatto di attenzione, competenza e umanità».

I vincitori

Cinque progetti, espressione di esperienze e realtà diverse del Paese, accomunati dall’obiettivo di rendere la cura più attenta ai bisogni delle persone. A Ravenna, Venti di Sollievo, navigare oltre la cura di Marinando Ravenna Odv offre a circa 40 caregiver familiari momenti di sollievo e supporto psicologico attraverso uscite in barca a vela. Una zampa per Nemo di Fondazione Serena integra a Brescia pet therapy e riabilitazione nel percorso di circa 160 pazienti l’anno con patologie neuromuscolari e neurodegenerative presso il Centro clinico Nemo. Sogni in movimento di Aseop Odv propone invece a Modena un percorso di terapia neuropsicomotoria rivolto a circa 35 bambini l’anno in cura per patologie oncoematologiche. Presso il Centro Girola di Milano, Riappropriarsi degli spazi all’aperto, il giardino come cura di Fondazione Don Carlo Gnocchi trasforma il giardino in uno spazio terapeutico per 126 ospiti del nucleo Alzheimer e della RSA. Infine, il progetto Bellezza che cura di Fondazione Radioterapia Oncologica – Fro, realizzato insieme all’Aou Careggi di Firenze sostiene la dignità personale e il benessere emotivo di 71 donne in terapia oncologica.

Circolo filologico milanese, un momento dell’evento di premiazione degli Humanizing Health Awards 2026

Gli interventi

Tra gli ospiti alla cerimonia anche rappresentanti delle istituzioni, della medicina e della farmacia. Emanuele Monti, presidente della commissione sostenibilità sociale, casa e famiglia del consiglio regionale Lombardiaha commentato: «Umanizzare la sanità significa mettere al centro la persona, non solo la prestazione. Il supporto ai caregiver, l’attenzione alla salute mentale e l’alleanza con il no profit devono diventare parte integrante e sostenibile dei percorsi di cura attraverso una collaborazione strutturata tra istituzioni, sistema sanitario e imprese». «Il Terzo settore è prezioso per rendere le cure più vicine alle persone», hadichiarato Annarosa Racca, presidente di Federfarma Lombardia. «Le farmacie condividono questa missione: grazie alla loro capillare presenza sul territorio sono ogni giorno un presidio di ascolto e orientamento, per pazienti e caregiver. I progetti premiati oggi vanno nella stessa direzione: mettere la persona al centro».

In ascolto

«I progetti premiati toccano da vicino la medicina di famiglia: sostegno ai caregiver, presa in carico degli anziani fragili, attenzione ai pazienti oncologici», ha osservato Anna Carla Pozzi, segretario Fimmg Lombardia. «L’umanizzazione delle cure parte dal territorio, dall’ascolto e dalla relazione di fiducia. e anche tecnologia e intelligenza artificiale possono essere alleate preziose, se usate per liberare tempo medico da dedicare alla relazione umana». Il valore dell’ascolto e della presa in carico globale è stato richiamato anche da Grazia Sances, neurologa senior consultant e referenteCentro regionale diagnosi e cura cefaleedella Fondazione Mondino Irccs di Pavia: «Umanizzare le cure significa riconoscere la persona prima della malattia, ascoltarne bisogni e costruire un percorso condiviso, capace di coinvolgere anche la famiglia. In neurologia e, in particolare, nell’emicrania, la terapia è fondamentale ma non basta: ascolto, servizi e supporto alla quotidianità aiutano a restituire continuità e qualità alla vita dei pazienti».

La giuria

La selezione dei progetti finalisti è stata affidata a quattro comitati interni Teva, mentre la votazione finale, aperta a tutti i dipendenti di Teva Italia e anche a medici e farmacisti iscritti alla piattaforma Teva lab, ha visto la partecipazione di oltre il 70% dei dipendenti, e più che triplicare il numero di operatori sanitari che quest’anno hanno espresso la propria preferenza. Ai cinque progetti premiati andrà un contributo di 10mila euro a sostegno delle rispettive attività.

In apertura, il momento della premiazione, foto dell’ufficio stampa Teva Italia. Da sinistra, Elena Belardi, Fondazione Radioterapia; Erio Bagni, presidene Aseop; Simona Iallonardo, Fondazione Don Gnocchi, Marco Rasconi e Chiara Colombi di Fondazione Serena; Bruno Ballardini, Marinando. Con loro, Giordana Cortinovis e Umberto Comberiati, rispettivamente direttrice Dipartimento Marketing e comunicazione e presidente-amministratore delegato di Teva Italia.

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I 25 anni di Impronta Etica raccontati su Pandora Rivista

Che cosa significa essere sostenibili oggi? Come tradurre un principio condiviso in scelte e azioni capaci di generare un impatto positivo e duraturo su economia, società e ambiente? Dove e a chi guardare per maturare nuova consapevolezza sulla complessità e l’importanza di sfide epocali – disuguaglianze, crisi climatica, lati oscuri della digitalizzazione, instabilità internazionale e fragilità esistenziale – senza cedere alla rassegnazione?

Ai Giardini

A queste domande è dedicato il numero speciale di Pandora Rivista, realizzato in collaborazione con Impronta Etica in occasione dei suoi 25 anni di attività. Un numero che sarà presentato il 15 ottobre 2026, alle ore 18.30, a Serra Madre, presso i Giardini Margherita, a Bologna nell’ambito del Festival del Presente. La serata vedrà la partecipazione di alcuni tra i protagonisti che hanno scritto o sono stati intervistati sulla rivista. A cominciare da Luca Mercalli, meteorologo, climatologo e divulgatore scientifico, che aprirà i lavori con la lectio “Correggere la traiettoria dello sviluppo”, dando il là alla discussione successiva con Rita Ghedini, presidente di Legacoop Bologna, Francesco Bicciato, executive director del Forum per la finanza sostenibile e Alice Molta, coordinatrice di Impronta Etica.

Dall’inizio

«Vogliamo vivere il traguardo dei 25 anni di Impronta Etica non soltanto come un anniversario, ma come un’occasione per fermarci a guardare il percorso fatto, riconoscere l’impatto generato e, soprattutto, interrogarci su quello che vogliamo ancora lasciare», spiega proprio Alice Molta ripercorrendo la storia dell’associazione e del suo impegno su un tema che all’inizio del secolo era ancora considerato di frontiera: «Nel 2000, alcune imprese del territorio emiliano-romagnolo partirono per Bruxelles per partecipare al primo convegno europeo dedicato a quella che allora veniva definita responsabilità sociale d’impresa. Fu un momento di confronto che fece emergere l’esigenza di portare anche nel nostro territorio queste importanti tematiche».

L’evoluzione

Ed è così che, il 13 settembre 2001 nasce Impronta Etica, un’organizzazione non profit focalizzata all’obiettivo di promuovere la sostenibilità, supportando e facilitando il confronto e la costruzione di sinergie tra imprese, istituzioni e società civile. Venticinque anni fa, prosegue ancora Molta, parlare di sostenibilità significava spesso «cercare di costruire spazi di dialogo e confronto su tematiche nuove e ancora inesplorate, soprattutto per le organizzazioni. Oggi la sostenibilità è diventata una dimensione imprescindibile del modo di fare impresa responsabile e lungimirante».

Verso il futuro

In questi 25 anni, Impronta Etica ha attraversato questo cambiamento non come semplice adempimento, ma come scelta di responsabilità e leva di trasformazione: «Lo ha fatto con la convinzione che il cambiamento non possa essere il risultato dell’azione di pochi, ma debba nascere dalla capacità di costruire insieme nuove visioni e nuovi modi di agire». A partire da questa vocazione alla costruzione collettiva è derivata la scelta di celebrare questo importante traguardo con il numero monografico dedicato alla sostenibilità di Pandora Rivista.

Gli interventi

Scorrerne le pagine significa avventurarsi in un viaggio tra idee, esperienze e prospettive che invitano a guardare alla sostenibilità non come a un obbligo da rispettare, ma come a un’occasione per ripensare il nostro modello di sviluppo. Le voci sono numerose e autorevoli, suddivise in tre sessioni: la prima dedicata agli esperti, la seconda dedicata alla storia di Impronta Etica e la terza alle esperienze di alcuni soci. Nella prima, Robert Edward Freeman, padre della teoria degli stakeholder, ci ricorda che il valore di un’impresa nasce dalle relazioni con tutti i soggetti coinvolti, non soltanto dai risultati economici, mentre Enrico Giovannini riflette sulle difficoltà e sulle opportunità dell’Agenda 2030.

I presidenti

Un numero, dunque, che nasce dalla volontà di tenere insieme memoria e futuro. Per provare a fare il punto sul significato attuale della sostenibilità attraverso le voci degli esperti, raccontando, al contempo, la storia e le radici dell’Associazione attraverso le persone che quella storia l’hanno costruita, da quella del primo presidente, Luciano Sita, al presidente attuale, Andrea Mascherini: «Le voci dei fondatori e dei Presidenti che si sono succeduti alla guida di Impronta Etica, insieme a quella dell’attuale Presidenza, restituiscono non soltanto 25 anni di attività, ma anche l’evoluzione di un’idea: quella nata da poche imprese lungimiranti e arrivata oggi a una comunità di 42 imprese associate».

I soci

Il numero raccoglie infine le esperienze di alcune imprese socie di Impronta Etica, mostrando come la sostenibilità possa tradursi concretamente in scelte, strategie e percorsi di innovazione. Un’indicazione concreta sui prossimi 25 anni dell’Associazione: «Guardare indietro ci permette di comprendere quanta strada è stata fatta. Guardare avanti ci ricorda quanta ne resta ancora da percorrere. In un tempo segnato da trasformazioni profonde e da sfide sempre più complesse, sentiamo ancora più forte la responsabilità di continuare a costruire spazi di confronto, conoscenza e azione. Con la consapevolezza che il cambiamento non è qualcosa che semplicemente accade: è qualcosa che, insieme, possiamo scegliere di orientare». Appuntamento ai Giardini Margherita giovedì 15 ottobre.

Foto in apertura di David Herron su Unsplash.

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Un centro di formazione  che attiva servizi innovativi

Si chiama Fabula ed è una fattoria sociale a Catanzaro che si propone di offrire percorsi di formazione e inserimento lavorativo nel settore agricolo a 20 persone in condizioni di fragilità. Un progetto di quattro anni che promuove una maggiore autonomia e un miglioramento della qualità della vita anche per le loro famiglie. Un’azione che allo stesso tempo premia il raggiungimento di risultati tangibili. L’iniziativa è promossa da Fondazione Cdp in collaborazione con il Comune di Catanzaro e Lab cooperativa sociale. 

Fattoria sociale

L’ente non profit di Cassa depositi e prestiti mette a disposizione 200mila euro per sostenere la cooperativa sociale incaricata della gestione operativa del progetto, che prevede l’attivazione di una comunità di apprendimento sotto forma di un centro diurno sperimentale all’interno di una fattoria sociale. 

Filantropi immagine Francesca Sofia Fondazione Cdp
Francesca Sofia, dg di Fondazione Cdp

«Fondazione Cdp», spiega il direttore generale Francesca Sofia, «avvia un modello che non solo lega il sostegno economico offerto a un progetto al conseguimento di risultati concreti, ma apre la strada a una nuova concezione della finanza sociale nel Paese». 

L’iniziativa si basa sul Social outcome contract, una tipologia contrattuale promossa dalla Commissione europea, applicata per la prima volta in Italia con il coinvolgimento della Pubblica amministrazione nel ruolo di outcome payer, cioè finanziatore a risultato (il Comune di Catanzaro), un soggetto attuatore (un Ets che realizza un progetto) e un soggetto finanziatore (qui Fondazione Cdp), che si assume il rischio dell’operazione. Un modo di operare, chiarisce Sofia, che mette l’impatto al centro, e alimenta un circolo virtuoso: «Il nostro impegno è promuovere soluzioni che rafforzino il tessuto sociale ed economico dei territori».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

La fattoria sociale, attiva da luglio, offre un centro con servizi terapeutici «innovativi, ricreativi e riabilitativi per le persone disabili, integrati da percorsi di terapia occupazionale, formazione e orientamento professionale finalizzati all’inserimento nell’impresa agricola», precisa la Fondazione.

Nell’immagine in apertura una panoramica della fattoria sociale di Catanzaro – Foto da ufficio stampa

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Cooperativa Sole, un’italiana sfida l’Europa in un contest internazionale

Giovedì 15 ottobre a Bruxelles, nella sede del Comitato economico e sociale europeo, la Cooperativa Sole di Bolzano rappresenterà l’Italia tra le sei finaliste dei Cooperatives Europe Anniversary Awards, il premio con cui Cooperatives Europe celebra i suoi vent’anni. Cooperativa Sole è stata selezionata nella categoria “People and community impact”, dedicata alle esperienze di cooperative capaci di generare un cambiamento concreto nella vita delle persone e delle comunità. A presentare il progetto sarà l’economista sociale Letizia Zuliani, responsabile dell’area Innovazione della Cooperativa Sole.

Cooperatives Europe è la rappresentanza regionale per l’Europa dell’Alleanza cooperativa internazionale. Nata nel 2006, ha dato per la prima volta alle cooperative una rappresentanza unica e intersettoriale a livello europeo. Per il suo ventesimo anniversario ha organizzato due giornate al Cese di Bruxelles: il 15 ottobre ripercorrerà la storia della rete e culminerà con i #CoopAnniversaryAwards: sei cooperative da tutta Europa presentano dal vivo il proprio progetto, e il pubblico vota. Il 16 ottobre si terrà una plenaria sulla democrazia economica, con interventi e due panel su energia, agroalimentare ed economia sociale. Un comitato indipendente ha scelto tre finaliste per ciascuna delle due categorie del premio.

Un laboratorio promosso dalla Cooperativa Sole

«Siamo molto orgogliosi di far parte di questo gruppo: esperienze diverse per settore e dimensione, unite però dalla stessa idea di impresa democratica al servizio delle persone», spiega Roberta Massi, dinamica presidente della Cooperativa Sole. «Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere. Per questo siamo orgogliosissimi di presentare la nostra esperienza al fianco di queste straordinarie realtà».

Nella stessa categoria della realtà di Bolzano, si misureranno Genç İşi Kooperatif (Turchia, fondata da giovani a Smirne, accompagna giovani, donne e rifugiati verso un lavoro dignitoso: oltre 2.600 persone formate e 66 progetti realizzati) e Humana Nova (Croazia, cooperativa sociale che unisce economia circolare e inclusione: ha sottratto alla discarica oltre cinquemila tonnellate di tessili, e 38 dei suoi 62 dipendenti sono persone con disabilità, mentre 21 vengono da situazioni di vulnerabilità).

Di fronte a cooperative di queste dimensioni, in un certo senso, ci sentiamo piccoli. Ma sappiamo che il valore che generiamo non si misura solo in numeri di soci o di fatturato: sta nelle comunità che aiutiamo a crescere

Roberta Massi, presidente della Cooperativa Sole

Nella categoria “Cooperative stewardship”, dedicata alle cooperative cresciute restando fedeli ai principi cooperativi, sono in gara Ecopower (Belgio, è la più grande cooperativa energetica di cittadini del Paese), Orcab (Francia, federazione di 40 cooperative d’acquisto che servono 9.600 imprese artigiane dell’edilizia) e OurCoop (Regno Unito, è la maggiore cooperativa di consumo indipendente britannica, di proprietà di oltre un milione di soci).

«Il tema scelto per l’anniversario, il prossimo capitolo per la democrazia economica, ci è vicino: un’economia in cui le persone partecipano alle decisioni è anche un’economia più capace di cura e di futuro», sottolinea la presidente Massi. «È quello che proviamo a fare ogni giorno, e che porteremo a Bruxelles: il benessere di una persona non si costruisce da solo, ma dentro relazioni di fiducia, reciprocità e prossimità. Racconteremo il valore sociale che abbiamo contribuito a generare e la nostra esperienza nel dare vita a un ecosistema solidale e attivo. Essere tra i finalisti nella categoria “People and community impact” ci conferma che questa impostazione è il modo per rendere visibile il valore che le comunità generano quando sono messe nelle condizioni di prendersi cura di sé».

Credits: foto di Enrico Solfrini e Bianca Atzori per Cooperativa Sole

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Ok, la fiscalità è giusta

«questo libro nasce proprio da un’idea di fondo che da tempo abbiamo sviluppato con la collega Paola Cella e cioè le questioni fiscali sicuramente non sono le priorità degli enti, senza scopo di lucro, degli Ets, delle vecchie onlus. Tuttavia abbiamo sperimentato e toccato con mano come il tema fiscale sia pervasivo, cioè riguardi qualunque operazione, qualunque attività degli enti stessi. E quindi abbiamo cercato di fornire loro una guida semplice, chiara, accessibile, che sia fruibile».

Al Salone della Csr e dell’Innovazione sociale chiusosi giovedì scorso a Milano, abbiamo intervistato Stefania Boffano, avvocata e professoressa aggiunta di Diritto tributario in Bocconi, che ha dato alle stampe appunto con Paola Cella, commercialista e revisore dei conti, il libro Enti non profit al bivio – Linee guida per orientarsi nella Riforma fiscale del Terzo settore, edito da Egea.

Un manuale per le organizzazioni che sono in procinto di costituirsi o anche per quelle, come le ex-onlus, che si erano trovate a dover scegliere un profilo nuovo dopo la cessazione di quello storico delle “organizzazioni non lucrative di utilità sociale”.

Boffano e Cella hanno anche fondato un’associazione: hanno cioè deciso di Andare Oltre, come il titolo del Salone della Csr esortava a fare: «Dopo il libro», ha spiegato proprio Boffano, «abbiamo pensato di fare qualcosa di ancora più concreto e costituito un’associazione iscritta a Runt, quindi a tutti gli effetti un ente di Terzo settore. Avrà come scopo proprio quello di fornire, di porsi al fianco degli enti del Terzo settore, per fornire una consulenza, una assistenza mirata. Perché quella riteniamo essere oggi l’esigenza della maggior parte degli enti», ha concluso la professoressa Boffano, «è proprio quella non di partire dalle regole ma dai casi concreti, dalle problematiche che tutti i giorni queste realtà incontrano, per trovare delle soluzioni che siano le più efficienti possibili – quindi sicuramente sotto il periodo fiscale ma non solo – in modo che la loro configurazione sia la più corretta, la più idonea ai fini della loro operatività e poi della loro ricaduta e dell’impatto». Si chiama Fiscalità ed Economia sociale – Fises.

Ascolta il podcast.

La foto di Stefania Boffano, in apertura, proviene dal suo profilo LinkedIn.

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Dare più voce agli studenti e il senso del fare insieme per la scuola

Promuovere il benessere scolastico e la partecipazione attiva come strumenti per prevenire la dispersione scolastica: è questo l’obiettivo della collaborazione tra Save the children e UniCredit, con il Fondo carta etica, dal 2024 sostiene Fuoriclasse in movimento, programma nazionale sviluppato dall”organizzazione, che in più di 10 anni ha coinvolto 250 scuole in tutta Italia, 39.526 studenti e studentesse, 2.699 docenti, 990 classi.

Al centro del progetto ci sono i consigli fuoriclasse, organismi di partecipazione che coinvolgono rappresentanti di studenti e studentesse, docenti e dirigenti scolastici. Attraverso assemblee, consultazioni nelle classi, elezioni e incontri con la dirigenza, bambini e ragazzi possono individuare bisogni e criticità e contribuire alla definizione di soluzioni concrete per migliorare la propria scuola. Le proposte possono riguardare la didattica, gli spazi scolastici, le relazioni di classe e il rapporto tra scuola e territorio.

Nell’anno scolastico 2025-2026, il sostegno di UniCredit ha raggiunto 130 scuole distribuite in 16 regioni, coinvolgendo 19.981 studenti e studentesse, 1.428 docenti, 530 classi e 130 consigli fuoriclasse, in territori difficili nelle periferie delle grandi città come nelle aree interne.

Tra le scuole in cui è attivo il progetto c’è l’Istituto comprensivo Morricone nel quartiere San Basilio di Roma. Le votazioni dei consigli e la presentazione delle iniziative degli studenti per una scuola migliore sono state l’occasione per fare il punto sull’iniziativa: un confronto cui hanno preso parte gli esponenti dell’organizzazione e dell’azienda, i docenti e il dirigente scolastico.

Fuoriclasse in movimento è il programma nazionale di Save the Children attivo da oltre dieci anni per promuovere il protagonismo di studenti e studentesse e contrastare la dispersione scolastica. UniCredit, con il Fondo Carta Etica, dal 2024 sostiene l’iniziativa. Le voci dei protagonisti, in un giorno speciale all’Istituto Comprensivo Morricone nel quartiere San Basilio di Roma

Parte attiva della propria comunità scolastica

«Contrastare la dispersione scolastica», spiega Stefano Gallo, head of territorial development di UniCredit , «significa intervenire prima che l’abbandono si manifesti, creando le condizioni perché ragazze e ragazzi possano sentirsi ascoltati, coinvolti e parte attiva della propria comunità scolastica. È questo il valore di Fuoriclasse in movimento e della collaborazione con Save the children: un progetto che, grazie al Fondo carta etica di Unicredit, ci permette di essere concretamente presenti nei territori e di contribuire a costruire contesti educativi più inclusivi e partecipativi».

I risultati raggiunti, aggiunge Gallo, «ci confermano quanto sia importante investire non solo nell’accesso all’istruzione, ma anche nella qualità dell’esperienza scolastica, dando ai più giovani strumenti e spazi per esprimersi, partecipare e contribuire al cambiamento».

Comunità scolastiche più inclusive, accoglienti ed estese

Al punto sull’iniziativa, per Save the children, era presente Giancarla Pancione, direttrice marketing, fundraising & brand dell’organizzazione. «Da oltre dieci anni, con Fuoriclasse in movimento», precisa, «lavoriamo per prevenire la dispersione scolastica e promuovere il benessere e la partecipazione di bambine, bambini e adolescenti, offrendo loro spazi concreti in cui esprimere idee, bisogni e proposte per migliorare la scuola che vivono ogni giorno».

Per Pancione il «progetto dimostra quanto ascoltare gli studenti e coinvolgerli nelle decisioni che li riguardano possa contribuire a costruire comunità scolastiche più inclusive, accoglienti e capaci di rispondere alle loro esigenze. Il sostegno di UniCredit», sottolinea ancora, «ci consente di rafforzare e ampliare questo percorso, portando l’esperienza di Fuoriclasse in movimento a un numero sempre maggiore di bambine, bambini e adolescenti, e riconoscendo i più giovani come protagonisti attivi del proprio presente e del futuro della scuola».

Da sinistra Stefano Gallo, head of territorial development di Unicredit, Paolo Lozzi, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo Morricone, Giancarla Pancione, direttrice marketing, fundraising & brand Save the children

I consigli? Sì, danno più voce agli studenti

A termine dell’anno scolastico 2025-2026 l’iniziativa è stata oggetto di un motoraggio. Risulta che 2.200 tra studenti e studentesse il 91,6% considera i consigli fuoriclasse utili per dare maggiore voce agli studenti, l’86,5% percepisce una maggiore attenzione degli adulti verso le loro opinioni e l’84,3% ritiene che la scuola tenga maggiormente conto dei bisogni degli alunni.

Sul fronte del benessere, l’89,7% dichiara di aver vissuto più emozioni positive, l’87,5% di aver aumentato la capacità di collaborare, l’86,2% di avere migliori relazioni con compagni e insegnanti e l’83,5% di sentirsi meglio a scuola; l’84,1% segnala inoltre un maggiore coinvolgimento nella vita scolastica e l’86,7% una maggiore capacità di promuovere e difendere i propri diritti.

Tra i rappresentanti dei consigli fuoriclasse, l’85,2% percepisce che la propria voce venga realmente ascoltata, oltre venti punti percentuali in più rispetto agli studenti che non ricoprono incarichi di rappresentanza.

Che ne pensano i docenti

Coinvolti nel monitoraggio anche 644 docenti, che hanno confermato il valore dell’iniziativa: il 94,5% considera i consigli fuoriclasse uno strumento efficace per dare ascolto agli studenti, il 91,8% ritiene che il progetto abbia migliorato il benessere scolastico e il 95% osserva un aumento delle emozioni positive
tra gli alunni.

I docenti segnalano inoltre maggiore partecipazione alla vita scolastica (91,5%), miglioramento delle capacità collaborative (88,8%), rafforzamento dell’autostima e delle risorse personali (87,2%) e miglioramento delle relazioni (85,6%).

Il cambiamento riguarda anche gli adulti: l’86,8% dichiara di aver rafforzato le proprie competenze sulle metodologie partecipative e l’84,5% afferma di utilizzare maggiormente approcci educativi centrati sull’ascolto e sul coinvolgimento degli studenti.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

I dati sulla dispersione scolastica

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2025 la quota di giovani tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato precocemente il sistema di istruzione e formazione è scesa
all’8,2%, rispetto al 9,8% del 2024, raggiungendo in anticipo l’obiettivo europeo fissato per il 2030. Il fenomeno resta più diffuso tra i ragazzi (10,1%) rispetto alle ragazze (6,2%) e tra i giovani con cittadinanza non italiana (26,2%, contro il 6,7% degli italiani).

Sul fronte della dispersione implicita, quella che riguarda gli studenti che completano il percorso scolastico senza raggiungere livelli adeguati di apprendimento, i dati Invalsi 2026 registrano una riduzione al 6,3%, dall’8,7% del 2025.

La dispersione, come hanno anche sottolineato a VITA Stefano Gallo e Giancarla Pancione, viene rilevata quando l’abbandono si è già verificato, ma il processo può iniziare molto prima, con perdita di motivazione, difficoltà relazionali, scarso senso di appartenenza e mancato coinvolgimento nella vita scolastica.

Per questo il progetto interviene già nel primo ciclo di istruzione, lavorando su benessere, relazioni positive, fiducia in sé stessi e partecipazione, fattori che possono rafforzare il legame degli studenti con la scuola.

Partecipazione e scuola

Per rafforzare nel tempo la partecipazione di tutta la comunità scolastica, nel 2025 Save the children ha anche avviato, in collaborazione con Ashoka Italia, una sperimentazione triennale che coinvolge 18 istituti comprensivi della rete Fuoriclasse in movimento, con l’obiettivo di rendere più strutturale il ruolo
dei consigli Fuoriclasse all’interno della scuola. Dopo il primo anno, il 68,8% delle scuole ha avviato o completato la fase di formalizzazione e il 75% ha inserito i consigli nei documenti ufficiali della scuola.

Resta informato su ProdurreBene.

In apertura e nel testo foto e video di Alessio Nisi

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Acqua Sant’Anna, visite ginecologiche gratuite in azienda: la prevenzione diventa welfare

C’è qualcosa, nelle iniziative di welfare aziendale e sociale di Acqua Sant’Anna, che richiama l’Olivetti degli anni Cinquanta e Sessanta. Chi conosce un po’ la storia industriale del nostro Paese sa quanto le idee di Adriano Olivetti fossero all’avanguardia e quanto quel modello di attenzione e cura per le persone resti, ancora oggi, un riferimento raro in un capitalismo spesso orientato al solo profitto. Molto di quello spirito sembra perduto, oppure ridotto a pratiche di moral washing. Proprio per questo vale la pena raccontare le realtà che continuano a investire sul sociale in modo concreto, e senza troppo clamore. Acqua Sant’Anna, l’azienda di acque minerali con sede a Vinadio, in provincia di Cuneo, è una di queste. Ne abbiamo parlato con Cristiana Genta, responsabile della comunicazione dell’azienda e promotrice, in più di un’occasione, di iniziative pensate per migliorare la vita dei dipendenti e sostenere progetti di interesse collettivo.

Che cosa farà Acqua Sant’Anna questo ottobre?

Ottobre è tradizionalmente il mese dedicato alla prevenzione dei tumori femminili. Abbiamo scelto di tradurre questa attenzione in un’iniziativa molto concreta rivolta alle nostre dipendenti: offriremo gratuitamente, direttamente in azienda, visite ginecologiche e Pap test, così da rendere la prevenzione più semplice e accessibile.

L’iniziativa si inserisce in un percorso più ampio, che abbiamo avviato già a settembre sostenendo come partner la serata di raccolta fondi organizzata al Ranch delle Donne di Nichelino da Acto Piemonte, l’Alleanza contro il tumore ovarico e i tumori ginecologici.

Sono iniziative che proseguono da qualche anno. Quante persone avete coinvolto da quando avete cominciato?

Nel corso degli anni abbiamo coinvolto centinaia di persone, con iniziative rivolte alle nostre collaboratrici e ai nostri collaboratori, alle loro famiglie e, più in generale, al territorio.

Penso per esempio al progetto “Mammografia ed Ecografia Gratuita”, realizzato insieme a WelfareCare, che ha portato una clinica mobile (foto di apertura) negli stabilimenti di Vinadio e Orbassano e ha permesso alle nostre collaboratrici di fare gratuitamente esami di prevenzione. Oppure a “Un Baffo per la Ricerca”, promosso con la Fondazione Ricerca Molinette, grazie al quale abbiamo offerto ai collaboratori uomini visite di prevenzione per la salute della prostata e dei testicoli.

A queste iniziative si aggiungono i servizi di supporto psicologico, nutrizionale e finanziario messi a disposizione dei dipendenti e il sostegno a realtà del territorio come il Ranch delle Donne e Acto Piemonte.

Più del numero in sé, però, per noi conta la continuità di questo impegno: la prevenzione non dovrebbe essere un appuntamento occasionale, ma diventare un’abitudine.

Perché un’azienda commerciale dovrebbe occuparsi del bene comune?

Perché un’azienda non vive separata dal contesto in cui opera: è fatta di persone, famiglie, comunità e territorio. Per questo riteniamo che occuparsi del benessere delle persone e del territorio significhi anche costruire le condizioni per una crescita solida e duratura dell’impresa.

Naturalmente un’azienda deve produrre valore economico, ma oggi questo non può essere l’unico parametro con cui misurare il proprio impatto. C’è anche una responsabilità verso le persone e le comunità con cui si entra ogni giorno in relazione.

Cristiana Genta (foto di Silvano Pupella)

Per Sant’Anna, quindi, la responsabilità sociale non è un’attività separata dal modo di fare impresa: è qualcosa che cerchiamo di tradurre in iniziative concrete, continuative e coerenti con i nostri valori.

Il bene comune, qui, ha un aspetto molto concreto, perché è localizzato e si rivolge ogni volta a un segmento preciso della cittadinanza…

Sì, ed è proprio l’aspetto a cui teniamo di più. Preferiamo intervenire su bisogni concreti, individuando di volta in volta le persone che possiamo aiutare e il modo più efficace per farlo.

Essere legati a un territorio significa anche conoscerne le esigenze. Per questo cerchiamo di costruire iniziative che abbiano una ricaduta reale sulle persone che lavorano con noi, sulle loro famiglie e sulle comunità che ci sono vicine.

Il filo rosso che lega le tante attività di questi anni è la prevenzione. Perché proprio la prevenzione? C’entra il modo in cui l’azienda vuole che sia percepito il marchio?

La prevenzione è prima di tutto una scelta di responsabilità. Intervenire prima significa aiutare le persone a prendersi cura della propria salute e, in molti casi, aumentare le possibilità di individuare per tempo eventuali problemi.

Per un’azienda come Sant’Anna, che da sempre parla di idratazione e di benessere quotidiano, è naturale avere una sensibilità particolare verso questi temi. Ma non vorremmo che queste iniziative fossero lette come un’estensione della comunicazione di prodotto.

La nostra ambizione è piuttosto trasformare valori come l’attenzione alla persona e il benessere in comportamenti concreti, mettendoli a disposizione di chi lavora con noi e delle comunità in cui siamo presenti.

Torniamo al moral washing. Per molte aziende l’impegno a ridurre l’impatto ambientale e a favorire l’inclusione è serio, non di facciata. Ma non è vero che ormai le persone guardano a queste iniziative con sospetto, come a semplici operazioni di marketing?

Sì, questo rischio esiste, e credo sia anche comprensibile. Negli ultimi anni abbiamo visto moltissima comunicazione legata alla sostenibilità, all’inclusione e alla responsabilità sociale, e inevitabilmente le persone sono diventate più attente a distinguere le dichiarazioni dai comportamenti.

Per questo credo che la risposta migliore stia sempre nei fatti: continuità, concretezza e capacità di misurare ciò che si fa. Una singola campagna può attirare l’attenzione, ma è la coerenza delle scelte nel tempo a costruire credibilità.

Nel nostro caso significa lavorare su più fronti contemporaneamente: dall’innovazione dei materiali e della logistica alle iniziative di welfare, dalla prevenzione sanitaria al sostegno alle realtà del territorio.

Non pensiamo che un’azienda debba raccontarsi perfetta. Pensiamo piuttosto che debba dimostrare, con le scelte di ogni giorno, di prendere sul serio le responsabilità che si assume.

Da dove, o da chi, nasce la volontà di impegnare il marchio Sant’Anna in attività non profit, rivolte al bene comune?

Nasce dalla cultura imprenditoriale costruita da Alberto Bertone, fondatore di Acqua Sant’Anna, scomparso prematuramente nel novembre 2025. Aveva una concezione dell’impresa molto legata alle persone e al territorio e guardava con particolare attenzione a un modello di ispirazione olivettiana, in cui l’azienda non fosse soltanto un luogo di produzione, ma anche una comunità.

Questa sensibilità è rimasta parte della cultura di Sant’Anna. Significa cercare di coniugare la crescita dell’impresa con la responsabilità verso chi ci lavora e verso il territorio in cui operiamo.

È un’eredità che sentiamo molto forte e che cerchiamo di mantenere viva non con dichiarazioni di principio, ma con iniziative concrete: dal welfare aziendale alla prevenzione, fino al sostegno alle realtà che ogni giorno lavorano per rispondere ai bisogni della comunità.

Credit foto: Acqua Sant’Anna

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