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L’Italia lascia la rete europea dei Garanti per l’infanzia: il dissenso e la responsabilità istituzionale

L’8 ottobre l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha comunicato che non farà più parte della rete europea dei garanti per l’infanzia, Enoc (European network of ombudspersons for children). Marina Terragni, titolare dell’autorità italiana, ha motivato così la sua decisione: «Con grande rammarico ho appreso che non sarebbe stata registrata e pubblicata la mia dissenting opinion riguardo al documento annuale approvato a maggioranza da Enoc sul tema dei diritti dei bambini e ragazzi Lgbtqia+, benché – a quanto risulta – nessuna norma statutaria del network lo vieti espressamente».

Il testo è stato presentato il 2 ottobre a Barcellona all’assemblea generale dell’Enoc e quindi approvato dalla rete dei Garanti europei: si legge qui. Terragni ha dato voto contrario. Ma a fare problema non sarebbe tanto il contenuto dello statement, quanto il rifiuto di pubblicare in aggiunta al documento una breve postilla, dove lei spiegasse le ragioni del suo dissenso. 

Effetti che vanno ben oltre la durata del mandato

La scelta di lasciare l’Enoc ha ovviamente sollevato diverse critiche, prime fra tutte Defence for Children e Arcigay. Una presa di posizione netta è arrivata dall’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia – Aimmf, che non è entrata nel merito del tema Lgbtqia+ ma ha detto che è «grave e non condivisibile la scelta della Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza di ritirare l’Italia da Enoc». Ovviamente il diritto di esprimere il dissenso «è essenziale in ogni contesto democratico», ma la Garante «dispone di molteplici modalità per rendere pubbliche le proprie ragioni, senza per questo allontanarsi da un luogo di dialogo e di elaborazione comune sui diritti dei bambini e degli adolescenti», ha scritto il presidente Claudio Cottatellucci.

La questione invece è soprattutto «di responsabilità istituzionale. Chi ricopre temporaneamente un incarico di garanzia deve considerare che le proprie decisioni possono produrre effetti ben oltre la durata del mandato, compromettendo relazioni e percorsi di cooperazione costruiti nel tempo. Scelte di questa portata richiedono un’attenta ponderazione delle conseguenze e un adeguato confronto istituzionale. La tutela dei minorenni esige continuità, dialogo e cooperazione internazionale, anche in presenza di divergenze».

Chi ricopre temporaneamente un incarico di garanzia deve considerare che le proprie decisioni possono produrre effetti ben oltre la durata del mandato, compromettendo relazioni e percorsi di cooperazione costruiti nel tempo. La tutela dei minorenni esige continuità, dialogo e cooperazione internazionale, anche in presenza di divergenze

Claudio Cottatellucci, presidente Aimmf

Il Garante pugliese, Ludovico Abbaticchio, ha annunciato di aver chiesto, insieme ad altri garanti regionali, la sospensione del recesso dall’Enoc e la convocazione urgente della Conferenza nazionale dei Garanti regionali stessi. «La decisione di uscire dalla rete europea riveste una portata che va ben oltre il singolo documento: incide sul posizionamento dell’Italia nel sistema europeo di tutela dei minori su dossier strategici quali salute mentale, povertà educativa, tutela nell’ambiente digitale, intelligenza artificiale, minori migranti. Un’uscita determinerebbe un oggettivo isolamento, che ritengo problematico e non condivisibile», ha scritto in una nota.

Oggi il Gruppo Crc – Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza – un network composto da oltre 100 associazioni che da 25 anni monitora l’attuazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia – esprime «preoccupazione e forte dissenso relativamente alla decisione dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza di uscire dall’Enoc» e «invita pertanto l’Autorità Garante a rivedere la propria decisione e restare nella rete Enoc» (la nota porta in postilla la posizione di AiBi, che «non aderisce non volendo esprimere giudizi nel merito del caso specifico, ma condivide l’importanza della partecipazione di Agia all’Enoc»).

«Abbandonare un coordinamento transnazionale di questo tipo è una scelta grave, che rischia di isolare l’Autorità garante italiana dal confronto europeo e rappresenta un arretramento rispetto al percorso di rafforzamento della cultura dei diritti che il Gruppo Crc ha contribuito a promuovere in questi anni». La scelta di lasciare l’Enoc, motivata dalla mancata pubblicazione di una dissenting opinion sullo statement annuale della rete, approvato a maggioranza e dedicato quest’anno ai diritti dei bambini e dei ragazzi Lgbtqia+ «appare sproporzionata, considerando che il dissenso può essere espresso, anche pubblicamente, attraverso altri strumenti, mantenendo aperto il confronto all’interno della rete».

La scelta di lasciare l’Enoc appare sproporzionata, considerando che il dissenso può essere espresso, anche pubblicamente, attraverso altri strumenti, mantenendo aperto il confronto all’interno della rete

Gruppo Crc

Le ragioni dell’uscita

Sul sito dell’Agia, Marina Terragni ha replicato alle richieste di chiarimento sottolineando che Enoc non è un’istituzione pubblica, ma una libera associazione e che la «non-partecipazione a Enoc non pregiudica in alcun modo i rapporti tra le Autorità Garanti nazionali e le istituzioni europee». L’adesione alla rete è riservata alle istituzioni dei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa e attualmente la rete comprende 44 istituzioni di 34 Paesi del Consiglio d’Europa, 22 dell’Unione europea: svariati Paesi europei, fra cui Germania, Austria, Repubblica Ceca, Portogallo, non ne fanno parte. L’Italia vi aderiva dal settembre 2012.

La non-partecipazione a Enoc non pregiudica in alcun modo i rapporti tra le Autorità Garanti nazionali e le istituzioni europee

Marina Terragni, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza

La lunga nota spiega le ragioni specifiche di contrarietà allo statement di Enoc: si leggono qui. Fra le criticità che la Garante ravvisa nel documento c’è il fatto che «per i bambini intersex Enoc chiede esplicitamente e giustamente di vietare e sanzionare gli interventi medici o chirurgici non urgenti e differibili fino al momento in cui il minore non sia in grado di esprimere un consenso libero e informato. Non viene espresso invece un analogo principio precauzionale riguardo ai minori “transgender” o gender questioning, per i quali si insiste sull’accesso tempestivo ai percorsi sanitari regolamentati – senza specificare quali – con disponibilità di servizi dedicati», oppure il fatto che sulla scuola «lo statement richiede che si riconosca il nome di elezione del minore con ideazione transgender e adotti i pronomi da lui indicati, senza peraltro specificare a quale livello di scolarità (il recente documento della Società Italiana di Pediatria, Oltre lo sguardo. Guida pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente, ipotizza la possibilità di attivare una carriera alias già dalla prima classe della scuola primaria). Si tratta dunque, anche nel caso dello statement Enoc, del primo passo in direzione della cosiddetta “carriera alias” scolastica, punto di avvio della transizione sociale». 

Le richieste dei ragazzi e delle ragazze

Va anche detto che il documento presentato il 2 ottobre a Barcellona all’assemblea generale dell’Enoc non è nato dal nulla: alla sua stesura anzi hanno partecipato anche i ragazzi della Consulta nazionale delle ragazze e dei ragazzi della nostra Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che nello scorso luglio erano volati a Dublino. La Consulta nazionale è costituita da 40 adolescenti tra i 13 e 17 anni e nei mesi scorsi ha affrontato l’argomento dei diritti dei minorenni Lgbtqia+, ha scritto un testo con cinque raccomandazioni, lo ha approvato all’unanimità e lo ha portato a Dublino. Le raccomandazioni dei ragazzi e delle ragazze italiani si leggono qui e il Gruppo Crc «ritiene fondamentale che le raccomandazioni elaborate dalle ragazze e dai ragazzi trovino pieno ascolto, in coerenza con l’articolo 12 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza».

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Le abbonate e gli abbonati di VITA che sono iscritti alla newsletter “Dire, fare, baciare” hanno già letto ieri, nella loro mail, buona parte di questo articolo. Nella puntata n. 143 della newsletter ho parlato anche di come l’aumento di posti disponibili nei nidi, raggiunto grazie al combinato disposto degli investimenti del Pnrr e del calo demografico, pastisca l’effetto San Matteo: i figli di famiglie benestanti ne hanno beneficiato assai più dei figli di famiglie in condizioni socioeconomiche basse. Il gap tra le due fasce è passato da 7,5 punti percentuali del 2005/06 a 24 punti di differenza nel 2025. E della sentenza della Cedu sul caso di Miele, un’altra vicenda che aveva emotivamente diviso il Paese: la Corte europea dei diritti dell’uomo – Cedu, con una decisione passata sostanzialmente sotto silenzio (il testo integrale è qui), conferma la violazione dell’articolo 8 della Convenzione e riconosce le responsabilità delle autorità italiane che non hanno fatto quanto necessario per rendere effettivo il percorso di riavvicinamento del bambino alla madre, lasciando che continuasse a vivere con la famiglia affidataria.

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In apertura, foto di ROBIN WORRALL su Unsplash

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Il punto di rottura del modello cooperativo (visto da dentro)

Ci sono libri che nascono da una tesi e libri che nascono per riempire un vuoto. Quello di Enrico Quarello prende forma dopo le dimissioni da Coop, quando a mancargli non è il lavoro ma «il senso profondo, pieno e “rotondo”» dello stare nella cooperazione insieme agli altri. Non è uno sfogo, ma un atto di restituzione: vent’anni nella cooperazione di consumatori, da Coop Adriatica alla direzione delle politiche sociali e della comunicazione di Coop Alleanza 3.0, diventano la diagnosi franca di un modello che rischia di arrivare al suo «punto di rottura». 

Cover libro Stand Up Coop
La copertina del libro di Enrico Quarello, “Stand Up Coop! Il punto di rottura del modello cooperativo, visto dall’interno”, prefazione di Luciano Sita, Luca Sossella editore, 2026

Il timore è che il socio diventi un semplice “abbonato”. Stand Up Coop! è così una riflessione sulla crisi dei corpi intermedi, tentati di dare priorità alla gestione di una società che invece erano nati per trasformare. Il libro propone dieci tesi: la partecipazione dei soci, la governance, la socialità, il rapporto tra Coop e il capitale, l’innovazione e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la demografia, il rapporto con il Sud, il coinvolgimento dei lavoratori, la cultura, il rapporto con il cibo e le sue dimensioni, l’immigrazione e la solidarietà internazionale. Ogni capitolo si apre con un’introduzione narrativa che prende spunto da un’esperienza di impegno collettivo vissuta dall’autore: il Chiapas zapatista, il campo profughi di Tirana, una fabbrica ecuadoriana sepolta dalla cenere di un vulcano, una notte a discutere con Goffredo Fofi di cultura e impegno civico.

Partecipare per esistere

Il filo rosso è chiaro: la cooperativa o è sostanzialmente democratica o non è. Con Sartre, Quarello scrive che «è proprio partecipando che si esiste davvero», purché la partecipazione sia «libera, viva e vera». I soci «contano in modo uguale, ma il loro potere non è uguale»: senza strumenti reali si scade in una «recita democratica», e ogni riforma si riduce a «ginnastica statutaria». Per questo l’autore rifiuta il modello duale e chiede di «poter votare su quel che viene fatto, ma anche poter fare quel che viene votato». La democrazia, scrive, «può essere difesa solo nella misura in cui viene messa in pratica». E l’autonomia conquistata dalla cooperazione rispetto ai partiti oggi rischia di arretrare sul terreno della finanza.

Spendersi per una causa che non ci riguarda

Nel capitolo sui giovani c’è forse la definizione più bella di impegno civile del libro: esercitare la cittadinanza significa «spendersi per almeno una causa che non ci riguardi direttamente». Prospettiva in cui oggi, evidentemente, molti dirigenti cooperativi faticano ad esercitare. Da qui la proposta di una fase «costituente» aperta ai giovani, in cui il diritto a decidere sia «funzione diretta dell’impegno profuso», perché la cooperativa è un’impresa «di-persone-per-le-persone, comprese quelle che ancora non ci sono». Lo stesso vale per la cultura, che in una cooperativa significa «dare la parola». Il Sud ne è la controprova: lì la cooperazione di consumatori «ha fallito» perché calata dall’alto, senza base sociale. Prima viene la comunità, poi la forma.

Lo specchio infranto

Citando De André, Quarello descrive una cooperativa che parla ai soci di ieri, con tre tessere in tasca (Coop, partito, sindacato), e non ai sette milioni di oggi, più laici e plurali, da riconquistare ogni volta. Immaginare una base sociale indifferente è comodo per chi governa, perché lo esenta dal coinvolgerla: «ogni epurazione è spesso preceduta da una svalutazione che le prepara il terreno». Eppure «non c’è un punto in cui il socio finisce e inizia il cittadino». Se la partecipazione resta «inerte ratifica», il coinvolgimento dei soci diventerà «il Godot della cooperativa»: sempre annunciato, mai arrivato. L’Ubuntu africano lo dice in tre parole: «io sono perché noi siamo». E in latino curare vale per la salute come per la cosa pubblica. Prendersi cura dei soci è un atto politico: trattarli, come scrive Hilary Cottam, non come «pazienti da sistemare, ma cittadini con cui progettare».

Dal diritto alla concessione

Il cuore politico del libro è la denuncia della cooperazione sociale trattata come «mera beneficiaria» della grande cooperativa di consumatori: una visione «conservatrice e verticale, dove c’è chi si occupa di creare ricchezza e chi, sovente nel tempo libero, di problemi sociali». Allargando lo sguardo, il modo di costruire la partecipazione e di guardare al welfare è una scelta di identità politica ed economica, che riguarda probabilmente l’intero Terzo settore italiano. La cooperazione è nata come economia diversa dentro un sistema di mercato che ha trasformato le comunità in silos di individualismo.


Quando il sociale diventa un regalo, i diritti tornano concessioni. Si torna indietro, a quando la persona fragile era destinataria di carità e non titolare di diritti. La Costituzione ha rovesciato quello schema: l’articolo 3 non chiede alla Repubblica di essere generosa, ma di «rimuovere gli ostacoli». Per questo Quarello ricorda che la giustizia dev’essere metodo e non solo esito: è ciò che distingue «una vendetta da una sentenza».

Una domanda aperta

Quarello ha lasciato la Coop, ma non la cooperazione. Il suo libro non chiede nostalgia né rifondazioni, ma coerenza: ai dirigenti, di non confondere la riforma con la ginnastica statutaria; ai soci, di smettere di sentirsi clienti. L’autore cita, giustamente, La libertà di Gaber: la libertà come impegno condiviso.
A me è tornata in mente Get Up, Stand Up di Bob Marley. Non è solo un’assonanza: lo Stand Up del titolo è lo stesso della canzone, e il senso è identico. I diritti si rivendicano, non si aspettano. Gaber ci ricorda perché partecipare, Marley ci dice di farlo adesso. Alzarsi in piedi, appunto. Perché un’organizzazione che non sa più dire perché esiste ha già cominciato a non esistere.

In apertura foto di Gustavo Fring da Pexels

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Il dna per ritrovare casa

I genitori, in Cina, l’hanno abbandonata appena nata, e lei viene data in adozione negli Stati Uniti. Dopo quattordici anni di ricerche, Youxue ritrova la via di casa

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bitume - diritti sociali e digitali - podcast

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di: Unit

Bitume, trasmissione radiofonica aperiodica, impreparata e inaspettata, a "cura" di Unit hacklab Milano.

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Mercoledì 5 luglio 2023, dallo studio radio di ZAM

Diritti sociali e digitali

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durata: 50 minuti

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