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16 ottobre, sciopero per il clima in tutta Italia

Il 16 ottobre nelle piazze di molte città d’Italia e di centinaia città nel mondo si tornerà a marciare per il clima e la tutela del pianeta, Fridays for Future ha convocato infatti un altro Strike for Climate. Lo sciopero per il clima, che tradizionalmente veniva convocato in questi mesi, quest’anno ha luogo dopo un’estate insopportabile appena trascorsa, e in vista di altri eventi climatici estremi che si potrebbero verificare nell’autunno appena iniziato.

In Italia tanti gruppi locali di Fridays for Future hanno risposto alla chiamata e hanno organizzato presidi, cortei, manifestazioni. Nel documento di convocazione si legge «Scendiamo in piazza perché non ci rassegniamo. Non ci rassegniamo a un governo che ci invita ad abituarci al clima caraibico mentre annuncia di aumentare le estrazioni di gas e petrolio in Italia. Non ci rassegniamo ai titoli di giornale che raccontano che non c’è più niente da fare, perché abbiamo superato la soglia degli 1.5°C. Non ci rassegniamo all’ecoansia, che ci fa sentire il peso del mondo sulle spalle mentre le compagnie fossili accumulano extra-profitti a ogni crisi geopolitica. Siamo stati lasciati ad affrontare questa Emergenza da sol3. Manifestiamo perché non siamo sol3. Il caldo e gli eventi estremi di quest’estate hanno reso ancora più evidente la gravissima situazione in cui ci troviamo. I governi pensano a fare guerre e profitti con armi e petrolio mentre in Europa si stimano più di 30mila morti dovute al caldo estivo».

A Roma, per la prima volta, si è deciso che il corteo non sarà mattutino e studentesco ma pomeridiano, cercando pertanto di intercettare segmenti diversi di popolazione e non solo la componente giovanile. Lo sciopero è stato organizzato attraverso assemblee aperte a cui hanno partecipato varie realtà, organizzazioni e collettivi, da quelli studenteschi ai presidi di tutela del territorio, degli spazi pubblici e del verde.

Il corteo romano partirà alle 17.00 da Piramide e nei contenuti intreccerà insieme istanze ecologiste e istanze sociali criticando in modo diretto tanto l’amministrazione comunale quanto il governo. Il percorso della manifestazione infatti percorrerà un tratto antistante i Mercati Generali di Ostiense, area che il Comune vuole cementificare e trasformare in studentato di lusso grazie all’intervento del fondo immobiliare Hines, cui partecipano cospicui capitali assicurativi israeliani. Il corteo, nonostante un primo parere negativo della questura, ha intenzione di dirigersi davanti al Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica, simbolo della totale avversità di questo governo per qualunque politica ecologista visto quanto ogni scelta di questi quattro anni sia stata a favore delle fonti fossili e della loro lobby.

In altre città come Torino e Bologna l’appuntamento è rimasto nelle ore mattutine, mentre altre ancora puntano su una doppia presenza, nella mattina e poi nel pomeriggio come a Pisa.

Climate Strike del settembre 2022

Se la giornata di venerdì permetterà di dare il polso della capacità di mobilitazione lungo la penisola, nei giorni successivi sono state organizzate due assemblee nazionali – con caratteristiche leggermente diverse e complementari – per riannodare i fili del movimento ecologista.

A Grassina, alle porte di Firenze, il 17 ottobre è stata convocata un’assemblea dal titolo “Questo Clima non è vita” promossa da Convergenza Ecosociale, la rete – nata sullo stimolo della vertenza per la GKN di Firenze – da due anni costruisce connessioni tra emergenza climatica e questioni sociali. Nell’appello per la partecipazione si legge «Perché la crisi eco-climatica non può essere l’ennesima vertenza in aggiunta al calendario autunnale del movimento. La giustizia climatica è condizione necessaria per sopravvivere, organizzarci, lottare. Dobbiamo mettere in condivisione saperi, esperienze, riflessioni e pratiche accumulati negli anni». L’assemblea infatti si propone di rafforzare reti e di porre la questione climatica al servizio delle altre lotte e come collante di altre battaglie in una visione ecosistemica di giustizia sociale. Si vuole pertanto uscire dallo schema classico dell’assemblea che lancia una data di mobilitazione nazionale, ma costruire invece uno spazio di convergenza in cui la questione climatica possa essere un filo rosso. Per queste ragioni il gruppo di preparazione ha scritto delle domande guida rivolte a chi parteciperà, per avere una traccia comune di discussione.

A Roma invece il 24 ottobre la rete Fuori dal Fossile ha proposto una assemblea nazionale che vede al centro le lotte dei comitati ambientali di tutta la penisola che si oppongono ad ecocidi e devastazione del loro territorio, la lotta contro l’ipotesi di ritorno al nucleare e contro la proliferazione territoriale dei data centre. Nel documento di preparazione viene più volte indicata la connessione tra la lotta per difendere il pianeta e quella per difendersi dal sistema di militarizzazione e riarmo in corso: «La dipendenza mondiale dalle fonti fossili e il loro stretto legame con il sistema militare è il perno per garantirsi possesso, utilizzo e controllo dei flussi e soggiogare i popoli instaurando così uno stato di guerra permanente insieme al progressivo peggioramento della catastrofe ecologica. Le guerre fossili distruggono la vita delle persone, le economie delle comunità, la biodiversità, la speranza di contenere il riscaldamento globale, la disponibilità di aria respirabile e di acqua potabile».

Viviamo in un momento particolarmente drammatico e paradossale, la consapevolezza della crisi climatica è ormai largamente diffusa, eppure l’attivazione sembra procedere a rilento o quanto meno non corre al passo di eventi drammatici quali quelli a cui assistiamo. Inoltre nel dibattito politico ufficiale il tema è praticamente assente, complice non solo un governo fieramente alleato del fossile ma pure un ruolo debolissimo dell’opposizione parlamentare.

La chiave di volta per ritornare alle maree del 2018 e del 2019 non ce l’ha nessuno in tasca, tuttavia è importante provare ad attivare spazi di attivazione e di convergenza tra istanze che non possono più correre in autonomia, pena l’irrilevanza e la condanna al minoritarismo. Non ce lo possiamo più permettere.

La copertina è di Lisa Capasso, Climate Strike, Roma Settembre 2022

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Il coraggio come medicina

“L a sete non si placa masticando un pezzo di pane. Si vince bevendo”. È con questa immagine che la psicologa dello sviluppo Daniela Lucangeli si è rivolta, durante l’incontro “Empatia e coraggio. Superare l’ansia insieme” a La fiera delle parole di Padova, a chi le chiedeva come si potesse combattere l’ansia. Se cerchiamo di convincerci razionalmente a non avere paura, suggeriva, agiamo sul piano sbagliato. Se la paura nasce come un’esperienza emotiva, è attraverso un’altra esperienza che possiamo trasformarla.

Nonostante sia un’idea intuitiva, per molto tempo la psicologia scientifica si è occupata soprattutto di altre domande: come nasce la paura? Quali circuiti cerebrali la generano? Perché in alcune persone diventa ansia cronica, fobia, panico? Molto meno spazio è stato dedicato a un interrogativo complementare: che cosa succede quando una persona, pur continuando ad avere paura, decide di vivere comunque ciò che teme? Se la paura è un’emozione, il coraggio non può essere semplicemente la sua assenza. Nessuno definirebbe coraggioso chi attraversa un precipizio senza rendersi conto del pericolo.

Cos’è, davvero, il coraggio
Per secoli questa è sembrata una questione più adatta alla filosofia che ai laboratori. Aristotele collocava il coraggio tra le virtù morali, a metà strada fra la codardia e la temerarietà. Il coraggioso, scriveva nell’Etica Nicomachea (libro III), è chi riconosce il pericolo senza lasciarsene dominare. Solo negli ultimi decenni gli psicologi hanno iniziato a trattare il coraggio come un fenomeno osservabile. Stanley Rachman, uno dei maggiori studiosi dei disturbi d’ansia, propose di definirlo, in termini strettamente comportamentali, come l’atto di avvicinarsi a qualcosa che suscita paura.

L’idea è stata poi messa alla prova in laboratorio. In uno degli studi sperimentali più significativi relativamente a questo argomento, gli psicologi Peter Norton e Brandon Weiss misero alla prova il coraggio di alcuni partecipanti, tutti aracnofobici, chiedendo loro di avvicinare progressivamente la mano a quattro tarantole imbalsamate. Pur provando livelli simili di paura, le persone mostravano comportamenti diversi: alcune evitavano di avvicinarsi, altre riuscivano a spingersi più vicino all’oggetto temuto. Era un cambiamento di prospettiva importante. Significava che paura e coraggio non sono gli estremi della stessa linea, come caldo e freddo, ma che possono coesistere. Anzi, il secondo esiste soltanto in presenza della prima.

Attraversare una strada trafficata per superare una fobia e denunciare un abuso sul lavoro sono entrambi esempi di avvicinamento alla paura. Ma soltanto il secondo soddisfa anche la definizione morale del coraggio.
Non tutti gli studiosi concordano su questa definizione. La psicologa Cynthia Pury distingue oggi due modi diversi di intendere il coraggio. Il primo, quello della psicologia sperimentale, si limita a osservare il comportamento: se una persona affronta ciò che teme, sta manifestando coraggio, indipendentemente dal motivo. Il secondo conserva invece un’eredità filosofica: affinché si possa parlare davvero di coraggio, non è sufficiente affrontare un rischio, occorre farlo per qualcosa che valga quel rischio.

Attraversare una strada trafficata per superare una fobia e denunciare un abuso sul lavoro sono entrambi esempi di avvicinamento alla paura. Ma soltanto il secondo soddisfa anche la definizione morale del coraggio. Le neuroscienze, almeno per ora, riescono a studiare molto meglio il primo che il secondo. Possono osservare come il cervello si sposta dall’evitamento all’avvicinamento, ma fanno molta più fatica a misurare il significato che attribuiamo a quella scelta. Ed è proprio qui che la domanda diventa ancora più interessante: quando il cervello smette di leggere una situazione come qualcosa da cui fuggire e inizia a considerarla qualcosa che vale la pena affrontare?

Il dialogo tra allarme e valutazione
Per gran parte del Novecento, la paura è stata intesa come una reazione quasi automatica. Compare una minaccia, il cervello la riconosce e mette in moto risposte che aumentano le probabilità di sopravvivere: il battito accelera, i muscoli si tendono, l’attenzione si restringe a un solo oggetto e il corpo si prepara alla fuga o al combattimento. Era un modello sostenuto da decenni di ricerca sull’amigdala, una piccola struttura situata in profondità nel cervello che attribuisce un significato specifico agli stimoli esterni.

Gran parte di ciò che sappiamo su questo circuito si deve al neuroscienziato Joseph LeDoux. A partire dagli anni Ottanta, i suoi esperimenti hanno mostrato che l’amigdala è fondamentale per apprendere la paura. Se uno stimolo neutro viene associato ripetutamente a un evento spiacevole, il cervello lo tratterà come un segnale di pericolo. È un meccanismo straordinariamente efficiente, che permette di imparare dall’esperienza e che a volte si attiva anche quando il pericolo non c’è più. Nel suo libro Anxious: Using the Brain to Understand and Treat Fear and Anxiety (2015), LeDoux ha proposto di chiamare questi sistemi survival circuits (circuiti di sopravvivenza): meccanismi evolutivi per rilevare minacce e organizzare risposte difensive.

La domanda che negli ultimi anni ha iniziato ad animare il dibattito nelle neuroscienze è, però, diversa: una volta che l’allarme è scattato, che cosa rende possibile fare comunque un passo avanti?

Per molto tempo si è pensato che il controllo razionale consistesse nel mettere a tacere le emozioni. Oggi l’immagine è più sfumata. La corteccia prefrontale non elimina la paura ma la integra con altre informazioni.
La risposta non risiede in un singolo “centro del coraggio”. Le neuroscienze moderne parlano piuttosto di reti: sistemi di aree che dialogano continuamente tra loro, influenzandosi a vicenda. Fra queste reti, un ruolo centrale spetta alla corteccia prefrontale, la regione anteriore del cervello coinvolta nella pianificazione, nella valutazione delle conseguenze e nella regolazione delle emozioni. Se l’amigdala segnala l’urgenza del pericolo, la corteccia prefrontale contribuisce a contestualizzarlo. Non spegne l’allarme, si chiede se sia ancora necessario.

Per molto tempo si è pensato che il controllo razionale consistesse nel mettere a tacere le emozioni. Oggi l’immagine è più sfumata. La corteccia non elimina la paura ma la integra con altre informazioni. Confronta il segnale di allarme con il contesto e con le esperienze passate, aiutandoci a distinguere fra un cane aggressivo e quello del vicino che incontriamo ogni mattina. Allo stesso modo, ci permette di riconoscere che parlare in pubblico può esporci al giudizio degli altri, ma che quel giudizio non rappresenta una minaccia per la nostra sopravvivenza.

Questo dialogo continuo fra allarme e valutazione è emerso in una serie di esperimenti condotti allo Stanford Wu Tsai Neurosciences Institute. Studiando il comportamento dei topi di fronte a una minaccia simulata (l’ombra di un predatore proiettata sopra la gabbia), i ricercatori hanno individuato un circuito che coinvolge il talamo della linea mediana ventrale (ventral Midline Thalamus, vMT), una struttura fondamentale nel mettere in comunicazione diverse aree cerebrali.

Il talamo viene spesso descritto come una centrale di smistamento delle informazioni sensoriali, ma il suo ruolo pare essere più sofisticato. Le informazioni sulla minaccia vengono distribuite contemporaneamente verso l’amigdala e verso la corteccia prefrontale mediale, due sistemi che tendono a orientare il comportamento in direzioni diverse. Da una parte l’urgenza di proteggersi, dall’altra la possibilità di valutare se quella minaccia richieda davvero una fuga immediata.

Fra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio di elaborazione, uno spazio brevissimo, ma sufficiente a spiegare perché due persone possano reagire in modo opposto davanti alla stessa situazione.
Lungi dal dimostrare che il coraggio “si trova” nel talamo, lo studio mostra qualcosa di più interessante: fra lo stimolo e la risposta esiste uno spazio di elaborazione, un circuito in cui il cervello pesa informazioni diverse prima di scegliere come comportarsi. È uno spazio minuscolo, che si misura in frazioni di secondo, ma è sufficiente a spiegare perché due persone possano reagire in modo opposto davanti alla stessa situazione, o perché la stessa persona riesca ad affrontare con relativa tranquillità qualcosa che prima la paralizzava. Il coraggio è il risultato di una negoziazione continua fra sistemi cerebrali con priorità differenti in cui l’allarme emotivo non ha più l’ultima parola.

Il cervello non cancella, aggiorna
Se il coraggio nasce da un dialogo fra circuiti cerebrali, questo dialogo può cambiare. Possiamo allenare il cervello a non considerare minaccioso ciò che oggi ci paralizza. La risposta più convincente arriva dalla terapia dell’esposizione, uno dei pilastri della terapia cognitivo-comportamentale, che prevede di avvicinarsi progressivamente e in modo controllato allo stimolo che provoca ansia.

L’intuizione risale agli anni Cinquanta. Lo psicologo Orval Hobart Mowrer mostrò come l’evitamento, pur offrendo un sollievo immediato, finisca per mantenere e rafforzare la paura. Su questo principio, lo psichiatra Joseph Wolpe sviluppò la terapia dell’esposizione, mostrando che affrontare gradualmente ciò che temiamo permette di costruire un nuovo apprendimento. Ogni volta che scappiamo da ciò che ci spaventa, infatti, il cervello registra che è stato l’evitamento a proteggerci, non che quella situazione fosse in realtà innocua. È un meccanismo perfettamente adattivo dal punto di vista evolutivo, ma spesso disfunzionale nella vita quotidiana: più evitiamo, più cresce il numero delle situazioni che impariamo a temere.

L’esposizione funziona perché interrompe questo circolo vizioso. Per decenni si è parlato di “estinzione della paura”, come se il cervello cancellasse il ricordo della minaccia. Oggi sappiamo che non è così. Uno degli esperimenti che hanno cambiato questa prospettiva è stato pubblicato sulla rivista Neuron da Elizabeth Phelps, Joseph LeDoux e colleghi della New York University. Ai partecipanti veniva insegnato ad associare un’immagine neutra a una lieve scossa elettrica. Bastavano poche ripetizioni perché quell’immagine provocasse una risposta di paura. Successivamente la stessa immagine veniva mostrata molte altre volte, ma senza alcuna scossa.

Non si tratta di smettere di avere paura bensì di imparare che quella paura non descrive più fedelmente la realtà. Il cervello cambia soprattutto quando l’esperienza contraddice le sue aspettative.
I ricercatori osservarono che, mentre diminuiva l’attività dell’amigdala, aumentava quella della corteccia prefrontale ventromediale, l’area coinvolta nella regolazione delle emozioni. Il cervello non stava eliminando il vecchio apprendimento, ne stava costruendo uno nuovo, capace di competere con il precedente. È una distinzione che cambia il modo di pensare il coraggio: non si tratta di smettere di avere paura bensì di imparare che quella paura non descrive più fedelmente la realtà.

Le neuroscienze parlano infatti sempre più spesso di inhibitory learning (apprendimento inibitorio). Ogni esposizione riuscita aggiunge una prova contro le previsioni catastrofiche del cervello. Quando le conseguenze temute non si verificano, il cervello acquisisce un’informazione nuova: è possibile attraversare quella situazione senza che accada ciò che aveva previsto.

È il meccanismo osservato anche da Andrea Reinecke e dai suoi collaboratori dell’Università di Oxford. In uno studio pubblicato su Translational Psychiatry, i ricercatori hanno seguito pazienti con disturbo di panico sottoposti a quattro sedute settimanali di terapia dell’esposizione. I risultati erano sorprendenti per la rapidità: dopo appena quattro sedute, il 71% dei pazienti trattati raggiungeva livelli sintomatologici da persona non ansiosa. Le immagini di risonanza magnetica funzionale mostravano una netta diminuzione dell’iperattivazione dell’amigdala e di specifiche aree della corteccia prefrontale, in particolare le regioni dorsomediale e dorsolaterale, coinvolte nel monitoraggio della minaccia, senza implicare una riduzione dell’attività prefrontale nel suo insieme. Visto da questa prospettiva, il coraggio somiglia sempre più a un processo di aggiornamento che dipende dall’esperienza.

La scuola e il cervello predittivo
Quando Daniela Lucangeli sostiene che l’ansia non possa essere combattuta soltanto con la ragione, ma vada bilanciata attraverso esperienze emotive di segno opposto, sta traducendo in linguaggio pedagogico un’idea centrale della psicologia dell’apprendimento: il cervello cambia soprattutto quando l’esperienza contraddice le sue aspettative.

Il cervello non aspetta passivamente gli stimoli del mondo, li anticipa. Costruisce continuamente ipotesi su ciò che accadrà e le confronta con la realtà.
Uno studente che entra in classe convinto che ogni interrogazione sarà un’umiliazione e ogni errore una prova della propria incapacità sta formulando una previsione che tenderà ad autoalimentarsi. Se evita di esporsi e rinuncia prima ancora di provare, non raccoglierà mai le informazioni necessarie per correggerla.

Questa dinamica viene descritta oggi attraverso il paradigma del predictive brain (il cervello predittivo), sviluppato fra gli altri da Karl Friston e Lisa Feldman Barrett. Il cervello non aspetta passivamente gli stimoli del mondo, li anticipa. Costruisce continuamente ipotesi su ciò che accadrà e le confronta con la realtà. Imparare significa, in larga misura, aggiornare queste previsioni quando si rivelano sbagliate. Anche la paura funziona così. Se il cervello prevede che parlare in pubblico porterà al rifiuto, ogni occasione evitata confermerà quella previsione. Quando invece l’esperienza mostra che il giudizio degli altri è meno catastrofico del previsto, il modello interno comincia a modificarsi.

La scuola, in questo senso, può essere un laboratorio di apprendimento predittivo. Un ambiente in cui l’errore viene sistematicamente punito o ridicolizzato tende a rafforzare le aspettative di minaccia. Al contrario, un contesto in cui l’errore viene trattato come parte del processo di apprendimento moltiplica le occasioni in cui il cervello può generare un “errore di previsione positivo” e aggiornare i propri schemi.

È questo il senso profondo della metafora di Lucangeli. La sete non si placa mangiando pane perché il corpo ha bisogno di un’esperienza diversa. Allo stesso modo, il cervello necessita di vivere, più volte, esperienze sufficientemente sicure da spingerlo a rivedere le proprie aspettative, sfruttando la plasticità, ovvero la capacità del sistema nervoso di modificare le proprie connessioni in risposta all’esperienza.

Il coraggio come spazio di libertà
Se nell’Etica Nicomachea Aristotele descriveva il coraggio come una virtù dell’equilibrio, molti secoli dopo il filosofo esistenzialista Søren Kierkegaard ha spostato l’attenzione più in profondità. La paura, scriveva in Il concetto dell’angoscia (1844), ha quasi sempre un oggetto: un animale, una malattia, un esame. L’angoscia, invece, è la “vertigine della libertà”, il disagio che accompagna ogni possibilità e l’incertezza stessa.

Possiamo osservare come il cervello impara a non reagire a uno stimolo che si rivela innocuo, ma è molto più difficile studiare ciò che accade quando la minaccia coincide con l’incertezza stessa.
Questa distinzione non è lontana da quella utilizzata oggi dalla psicologia clinica. Le paure specifiche hanno un bersaglio identificabile e possono essere affrontate con l’esposizione graduale. L’ansia generalizzata, invece, non si concentra su una minaccia ben definita. Chi ne soffre vive nella costante anticipazione che qualcosa possa andare storto (anticipazione apprensiva). È una differenza che aiuta a capire i limiti attuali delle neuroscienze. Possiamo osservare come il cervello impara a non reagire a uno stimolo che si rivela innocuo, ma è molto più difficile studiare ciò che accade quando la minaccia coincide con l’incertezza stessa.

Forse è per questo che il coraggio continua a interessare tanto gli scienziati quanto i filosofi. Per gli uni è un insieme di processi neurobiologici che possono essere osservati e modificati. Per gli altri è una qualità dell’esperienza umana, inseparabile dalle ragioni per cui scegliamo di affrontare un rischio. Le neuroscienze possono spiegare come il cervello renda possibile un atto di coraggio, ma difficilmente potranno dire perché, in una determinata situazione, qualcuno ritenga che quel gesto valga la pena.

Le evidenze accumulate raccontano che la paura è la condizione di esistenza del coraggio. Il cervello sembra funzionare così: non elimina il ricordo del pericolo, ma impara ad affiancargli un’altra informazione: questa volta posso restare, posso resistere. Ogni esposizione riuscita, ogni passo compiuto nonostante il desiderio di tornare indietro aggiunge una piccola correzione alle previsioni con cui interpretiamo il mondo.

Dopo alcuni tentativi, ciò che sembrava impossibile diventa soltanto difficile, poi impegnativo, infine normale. Il cervello non impara che una paura è affrontabile perché qualcuno glielo spiega: lo impara attraversandola. Il coraggio è, allora, il nome che diamo al momento in cui l’esperienza riesce, lentamente, a convincere il cervello che il futuro non deve per forza assomigliare al passato.

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Maiorino (M5s): "Renzi? Ci va bene in coalizione. Ma stop alle armi a Kyiv"

"Matteo Renzi ha un passato di continui defilamenti da accordi presi, per cui è il suo curriculum che parla per lui. Ma io personalmente sono disponibile a rivedere certe posizioni". Alessandra Maiorino, senatrice del M5s, apre timidamente al leader di Italia viva: novità più che sorprendente per un partito che per l'ex premier ha sempre mostrato diffidenza. “Non lo vorrei, non si condivide una linea politica e non ci si può fidare, l’ha dimostrato in mille occasioni”, diceva a gennaio Riccardo Ricciardi, presidente del gruppo del M5s alla Camera. Complice il successo referendario, gli animi si distendono e si cerca di fare fronte comune: "C'è un pericolo che incombe a livello globale – dice oggi Maiorino – cioè questa destra nera, suprematista, ultraconservatrice, che è qualcosa veramente da rispingere con tutte le forze". Renzi compreso.

                               

Per farlo occorre estendere il raggio d'azione al massimo. "Noi vogliamo fare un programma e intercettare anche quell'elettorato che alle politiche non è andato a votare. Così come gli elettori progressisti e i giovani – spiega la senatrice –. Ma certamente qualunque persona di buon senso che possa guardare a noi con interesse, anche di centrodestra, è benvenuta".

Proprio sul programma, però, si prevedono già gli attriti più forti. Specialmente sulla politica estera. Il vicepresidente del M5s Stefano Patuanelli ha dato il là: "Con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti militari all'Ucraina". Posizione "in coerenza" con la posizione del partito, secondo il leader Giuseppe Conte, oltre che per Maiorino: "Questo conflitto si trascina ormai da oltre 4 anni. È necessario trovare una soluzione diplomatica, e penso che qualunque persona di buon senso possa convenire sul fatto che adesso bisogna dire basta all'invio di armi", dice la senatrice, fiduciosa anche che nel campo largo ci sia possibilità di creare una linea comune anche su questo. Dal fronte riformista del Pd, la linea è abbastanza chiara: "Con noi gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione", ha scritto su X il dem Filippo Sensi. Maiorino relativizza: "Patuanelli è stato molto netto, ha lanciato una provocazione consapevolmente e gli hanno risposto in maniera altrettanto netta, ma fa parte del gioco delle parti". Mentre la segretaria Elly Schlein si scanza dall'imbarazzo buttando la palla in tribuna: "È difficile essere più divisi di questo governo sulla politica estera che ha tre posizioni distinte. Ho fiducia che anche noi troveremo l'accordo su tutto: non partiamo da zero", ha detto su su La7. 

Oltre alla fiducia c'è il dato secco e freddissimo dei numeri. I sondaggi premiano Conte come il candidato più competitivo in vista delle primarie. "Su tanti argomenti l'ultima parola dovrebbe essere del partito che ha un'attrattività maggiore. Italia viva non è fra questi", spiega dati alla mano Maiorino. L'auspicio, però, è sempre quello di trovare una sintesi tra tutte le varie forze comuni: "Io temo non si possa fare altrimenti – conclude Maiorino  –. Anche con Renzi e nonostante Renzi: ho sempre fiducia che le persone possono cambiare, poi vengo puntualmente delusa, però è una fiducia incrollabile", 

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