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Il dilemma del Golfo: sfiducia in Washington, ma nessuna alternativa credibile

La ritorsione iraniana contro le basi statunitensi e i Paesi del Golfo ha segnato il tramonto della “oasi di stabilità”, ovvero l’illusione di Paesi percepiti come quasi impermeabili al disordine mediorientale. L’offensiva iraniana, in risposta all’operazione statunitense Epic Fury condotta assieme al corrispettivo israeliano Ruggito del Leone, ha adottato uno schema che Robert Pape ha definito di “escalation orizzontale“ (danneggiare le fonti di ricchezza e le infrastrutture critiche anziché intensificare gli attacchi su obiettivi militari), colpendo i punti vitali del modello di sviluppo delle monarchie. Con oltre 6.700 missili e droni lanciati contro i soli Paesi del Golfo nei primi quaranta giorni di guerra, Teheran ha dimostrato un’elevata capacità di saturazione delle difese nemiche.

Il conflitto pone una domanda che va oltre il conteggio dei danni materiali: la sfiducia crescente verso l’alleato americano si traduce davvero in un riposizionamento strategico del Golfo, o le monarchie restano vincolate, militarmente e finanziariamente, a Washington?

Le basi statunitensi, da garanzia a bersaglio

Il sistema di deterrenza regionale che perdurava dai primi anni Novanta è entrato in crisi profonda. Teheran, sostenendo che gli Stati ospitanti basi degli USA ne avessero facilitato le operazioni militari, ha attaccato le monarchie del Golfo con l’obiettivo di colpire i mercati ed esercitare pressione su Washington affinché fermasse le proprie offensive. Da ciò è nato un paradosso strategico: le basi, pensate come asset di sicurezza, sono diventate il bersaglio più esposto. Un caso emblematico è la base di Al Udeid (Qatar), la maggiore installazione statunitense nella regione, colpita più volte. Per il Middle East Institute, la vulnerabilità delle monarchie è sistemica, legata al ruolo di hub energetico globale e all’integrazione nelle alleanze di Washington.

Il conflitto ha incrinato il rapporto tra Washington e le monarchie: la crisi di fiducia è nata perché la Casa Bianca ha ignorato gli avvertimenti dei partner regionali prima della guerra, e si è ampliata con l’omissione di un vincolo sui programmi missilistici iraniani dal Memorandum di giugno. Trump ha perseguito i propri interessi, in primis la riapertura di Hormuz, lasciando gli alleati arabi sotto la minaccia di ulteriori raid. Inoltre, in merito al conflitto in Yemen, Trump ha respinto le richieste di Mohammed bin Salman di raid contro gli houthi e offerto solo intelligence, perché intende restare concentrato sull’Iran e Hormuz.

Percependo Washington come imprevedibile, le monarchie hanno avviato consulenze con Ucraina e Corea del Sud in merito a sistemi anti-drone e anti-missile, sebbene diversi analisti avvertano che sostituire l’infrastruttura di sicurezza statunitense richiederebbe uno o due decenni. L’alternativa più concreta è regionale: il 7 agosto Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato il Patto della Mecca, contenente una clausola di difesa collettiva; il Patto, è stato attivato il 5 ottobre a seguito di attacchi degli houthi e si trova ora alla prova dei fatti. Sul piano globale, come osserva l’Institute for National Security Studies, Cina e Russia non dispongono né della volontà politica né della capacità militare per sostituire gli USA.

I danni alle infrastrutture e il paradosso della diversificazione

Gli attacchi iraniani hanno colpito, tra gli altri, impianti di gas, data center di Amazon ad Abu Dhabi, raffinerie in Kuwait e Arabia Saudita, impianti di dissalazione in Bahrain e Kuwait e il porto di Jebel Ali. Nonostante i sistemi Patriot e THAAD abbiano intercettato più del 90% dei missili e dei droni di Teheran, l’Iran ha superato l’ombrello difensivo con tecniche di saturazione. Alcuni dei danni alle infrastrutture energetiche hanno riguardato un generatore della centrale nucleare di Barakah e il complesso di GNL di Ras Laffan. In Qatar, gli attacchi hanno ridotto del 17% la capacità di produzione di GNL per un periodo che potrebbe arrivare fino a cinque anni.

Teheran ha adottato una “strategia economica eseguita tramite distruzione fisica”, colpendo sia l’export di idrocarburi sia gli snodi finanziari e tecnologici. L’economia del Golfo ha fatto affidamento per decenni all’export di idrocarburi attraverso Hormuz, mentre la diversificazione verso turismo, finanza e aviazione ha incrementato le fonti di reddito. Il paradosso strutturale è che tali settori, su cui le monarchie hanno investito molto per svincolarsi dai propri limiti geografici, restano vulnerabili tanto quanto i terminal petroliferi, perdipiù con una maggiore concentrazione di potenziali target.

Kpler ha stimato i flussi di greggio mediorientali a poco meno dell’80% del livello prebellico; tuttavia, senza contare l’Iran, frenato dal blocco navale statunitense, l’export di greggio del Golfo è già tornato ai livelli prebellici, anche grazie agli oleodotti saudita ed emiratino che aggirano Hormuz. Gli attacchi alle navi si sono intensificati nell’ultimo periodo – dodici raid probabilmente iraniani tra il 30 settembre e il 6 ottobre –, mentre Teheran ribadisce che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso finché Washington non accetterà le sue sette condizioni. Il Brent resta sopra i 100 dollari e le riserve strategiche globali sono ai minimi da decenni. Conseguentemente, l’Agenzia Internazionale dell’Energia e i Paesi del G7 hanno concordato l’immissione sul mercato di circa cento milioni di barili di petrolioper calmierare le quotazioni ed evitare carenze.

Lo shock ha ridefinito le gerarchie della crescita: il FMI ha ridotto le prospettive globali al 3%, indicando nel Medio Oriente l’epicentro della crisi, mentre la Banca Mondiale avverte che un blocco persistente porterebbe la crescita all’1,3% e 32 Paesi al default. Le finanze del Golfo ne risentono: il deficit del primo semestre del Qatar ha già superato la previsione annuale e quello saudita ne è al 97%, e i prelievi dai fondi sovrani potrebbero causare il primo calo degli asset in oltre un decennio. Il Qatar, inoltre, ha esteso fino a inizio dicembre la clausola forza maggiore (la sospensione dei propri doveri contrattuali a seguito di un certo impedimento) riguardo alle forniture di GNL, mentre il ripristino di un impianto di gas emiratino è slittato al 2027. Il Golfo non appare più un’oasi di stabilità, bensì il motore della frammentazione economica.

Le diverse strategie all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG)

Nel momento in cui gli interessi di Washington si sono discostati da quelli del Golfo, i primi hanno prevalso, lasciando le monarchie esposte agli attacchi di Teheran. Perciò il conflitto ha accelerato il passaggio dall’ombrello difensivo statunitense a una modello di sicurezza nella quale la relazione con Washington resta centrale, ma viene affiancata dal cosiddetto “omnibalancing”: una strategia con cui uno Stato sviluppa relazioni sia con alleati sia con rivali per proteggersi contemporaneamente da un insieme di minacce interne ed esterne, garantendosi autonomia senza schierarsi in modo esclusivo. Il CCG ha difatti risposto alla condotta statunitense  con tre differenti modelli di hedging(la diversificazione calibrata dei partner di sicurezza ed economici senza rompere apertamente con l’alleato principale).

L’Arabia Saudita, ha rafforzato i legami con la Cina e con il Pakistan e la Turchia attraverso il Patto de La Mecca. perseguendo un hedging assertivo per negoziare con la Casa Bianca da una posizione di maggiore forza. A fine luglio Washington e Riad hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare civile, ma Trump ne ha vincolato l’approvazione all’adesione agli Accordi di Abramo: un tentativo di riavvicinare l’alleato mentre la fiducia militare si erode. Il Qatar mantiene una dipendenza esplicita dalle garanzie statunitensi, sancite dall’atto della Casa Bianca del settembre 2025, pur restando un mediatore indispensabile con Teheran. Gli EAU occupano una posizione intermedia: un hedging più “agile”, che combina diversificazione economica, soft power e capacità militari mirate, mantenendosi pronti per ricalibrare la propria posizione quando necessario.

Kuwait e Bahrain seguono in larga parte l’approccio emiratino. Manama è ulteriormente esposta a Teheran in quanto secondo firmatario degli Accordi di Abramo nel Golfo, fattore che ha attirato crescenti pressioni militari iraniane. L’Oman, sebbene colpito dal conflitto, è rimasto fedele al ruolo di mediatore neutrale, avvicinandosi al modello qatariota. Ciononostante, hanno ruoli differenti, in quanto Doha presidia il tavolo negoziale, mentre Mascate ha assunto un ruolo centrale nei colloqui con Teheran sulla gestione della navigazione nello Stretto di Hormuz.

L’Iran ha “calibrato” i propri raid tentando di acuire le divergenze nel CCG, costringendo gli Stati a “combattere sei battaglie distinte”. La rivalità tra Riad e Abu Dhabi si è intensificata: l’uscita degli EAU dall’OPEC confligge con la strategia saudita di prezzi alti per finanziare Vision 2030. Inoltre, mentre Riad perseguiva la via diplomatica, Abu Dhabi, colpita da oltre 3.000 missili e droni, ha percepito la moderazione saudita come un tradimento della solidarietà nei propri confronti.

Il vincolo del dollaro

Un ulteriore aspetto rilevante è quello valutario. Alla crescente sfiducia verso l’ombrello statunitense si contrappone l’assenza di alternative monetarie credibili: nonostante gli EAU abbiano minacciato pagamenti in yuan qualora l’accesso al dollaro si riducesse, e la quota di riserve globali in dollari sia scesa al 56,7% nel secondo trimestre del 2026, il sistema finanziario globale in dollari continua a garantire una liquidità che nessun’altra valuta può eguagliare. La rilevanza del dollaro risiede nella profondità dei mercati finanziari statunitensi e nella centralità della valuta come riserva, mezzo di pagamento e principale fonte di liquidità globale.

Ne emerge un doppio vincolo: le monarchie hanno perso fiducia nella protezione militare di Washington, ma restano ancorate alla sua architettura finanziaria. Il rialzo dei tassi della Fed del 16 settembre, subito seguito da EAU, Arabia Saudita e Qatar, mostra che l’ancoraggio al dollaro (peg) impone loro la politica monetaria statunitense anche in piena crisi: la de-dollarizzazione rappresenta, al momento, più una minaccia negoziale che una traiettoria concreta.

Alla domanda posta in apertura, la risposta è netta: la sfiducia produce hedging tattico, non un riallineamento strategico. Il caso più eloquente è la Cina: Pechino ha superato Washington come primo partner commerciale del Golfo da oltre un decennio, con scambi con il CCG per quasi 298 miliardi di dollari nel 2023 contro gli 80 degli USA. Eppure, anche se Pechino si offre come mediatore, l’egemonia economica non si è tradotta in un’offerta di sicurezza comparabile. Al contempo, il Patto della Mecca, già in una fase di messa alla prova operativa, segnala il tentativo di trasformare la diversificazione in una capacità di sicurezza regionale più autonoma, ma non costituisce, almeno per ora, una reale alternativa all’ombrello americano. Il dilemma delle monarchie resta dunque irrisolto: la fiducia in Washington si erode, ma non esiste, al momento, un sostituto credibile. Strategie di diversificazione e apertura a nuovi partner non implicano, dunque, la sostituzione degli Stati Uniti: nel breve e medio periodo, i costi di un effettivo distacco da Washington restano superiori a quelli del mantenimento del legame strategico.

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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

L'articolo CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA proviene da Giubbe Rosse News.

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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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