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Bologna, guardare le stelle per immaginare saperi condivisi

Arte, scienza e formazione. Otto opere tra universo, ricerca e nuovi immaginari, realizzate con linguaggi e materiali differenti, che rappresentano alcuni dei fenomeni e concetti più affascinanti dell’universo in relazione alla nostra vita quotidiana e al modo in cui abitiamo il mondo.

C’è questo e altro in Marino e le Stelle, percorso espositivo gratuito (appena stato inaugurato all’Opificio Golinelli), che raccoglie gli esiti del laboratorio multidisciplinare di arte e scienza promosso da Fondazione Golinelli e curato dal duo artistico Antonello Ghezzi, in collaborazione con il Dipartimento di fisica e astronomia Augusto Righi dell’Università di Bologna, l’Accademia di Belle Arti di Bologna, Osservatorio di Astrofisica e Scienza dello Spazio e Istituto di Radioastronomia, entrambi di Inaf.

Il percorso espositivo (le opere e gli exhibit saranno visibili fino a fino a domenica 22 novembre. QUI per prenotare una visita) è un po’ il momento conclusivo delle attività, avviate a marzo, degli incontri, lezioni, approfondimenti e momenti di confronto tra giovani artisti e giovani ricercatori.

Sullo sfondo le evidenze di un laboratorio, che ha coinvolto giovani ricercatrici e ricercatori in astrofisica e giovani artiste e artisti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, chiamati a confrontarsi e lavorare insieme a partire da alcuni dei grandi temi dell’astrofisica contemporanea.

Marino e le Stelle
Antonio Danieli, vicepresidente e direttore generale di Fondazione Golinelli

Nuovi modi di leggere il presente e immaginare il futuro

«Mettere in relazione persone, competenze e linguaggi diversi è fortemente generativo», spiega Antonio Danieli, vicepresidente e direttore generale di Fondazione Golinelli, «lo dimostra questo progetto nato dalla collaborazione di importanti istituzioni scientifiche e culturali. Giovani artisti e ricercatori hanno avuto la possibilità di confrontarsi in un percorso comune mettendo in dialogo conoscenze scientifiche e ricerche artistiche».

Le otto opere realizzate, entra nel dettaglio, «sono il risultato concreto di questo incontro e testimoniano come sia possibile aprire prospettive nuove, quando si parte da domande e linguaggi molto diversi. È anche questo il senso della nostra idea di cultura: creare occasioni nelle quali competenze e saperi possano incontrarsi e contribuire insieme a costruire nuovi modi di leggere il presente e immaginare il futuro».

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

Le otto opere

Le otto opere realizzate, con linguaggi e materiali differenti, «rappresentano», spiegano dalla fondazione, «alcuni dei fenomeni e concetti più affascinanti dell’universo in relazione alla nostra vita quotidiana e al modo in cui abitiamo il mondo. Il pubblico avrà modo di ascoltare queste storie dalla voce dei suoi autori».

Relazioni umane e Universo. In Empty threads Elisa Altomonte e Leonardo De Deo, mettono in relazione la rete che struttura l’Universo con quelle che attraversano le relazioni umane. Il lavoro nasce da una performance con fili di recupero e si sviluppa poi nel dittico realizzato attraverso la tecnica dell’acquatinta, dove i filamenti della rete cosmica diventano il punto di partenza per riflettere sulla fragilità dei legami e sul senso di comunità.

La fluidità dello spaziotempo. Flusso di Alice Bomberini e Abinet Alessandro Buson Pizzardo riflette invece sulla fluidità dello spaziotempo attraverso segni tracciati su una pellicola trasparente e trasformati dalla luce del sole, in un processo di continuo divenire.

Onde gravitazionali e semi di girasole. Con Chip! Chip! Nicola Borghi e Alessio Bongianino stabiliscono un collegamento tra dimensione terrestre e cosmica attraverso semi di girasole, movimento e suono, richiamando con il termine chirp il segnale associato alle onde gravitazionali prodotte dalla fusione di buchi neri.

Marino e le Stelle / Fondazione Golinelli
Eugenia Ferrara, vicedirettrice di fondazione Golinelli con il duo artistico Antonello Ghezzi

La percezione dell’invisibile

Il tema della percezione torna in Camera a nebbia di Leonardo De Deo ed Elysée Farazmand, dove un gesto minimo e ripetuto diventa occasione per riflettere sulla possibilità di rendere percepibili fenomeni altrimenti invisibili.

In Buchi bianchi Leonardo De Deo e Anna Rolfi trasformano il concetto dei buchi bianchi in un trittico scultoreo e sonoro, interrogandosi sulla possibilità di trasformare luoghi privi di una funzione definita in spazi di relazione e di vita. Dare una bocca, realizzato da Viviana Fardella e Francesca Riccioni, prende invece spunto dalle reti miceliali per costruire un ambiente site-specific riconfigurabile, nel quale le decisioni individuali concorrono alla costruzione di un’organizzazione collettiva.

Ambiente e trasformazioni del paesaggio

Gli ultimi due lavori ampliano la riflessione al rapporto tra ambiente, territorio e trasformazioni del paesaggio. Dialoghi Emergenti di Veronica Ilari e Chiara Sette, parte dall’esplorazione di luoghi abbandonati e dalla presenza di natura, luce, acqua, animali e tempo per costruire una mappa digitale interattiva e in continua evoluzione. Dieci minuti di buio di Martina Platone, Viola Ricci e Gaia Vallese affronta invece il tema dell’inquinamento luminoso: la luce artificiale viene utilizzata per imprimere su carta fotosensibile l’immagine della Via Lattea, evidenziando la progressiva perdita del cielo notturno nelle aree urbane.

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In apertura l’astronomo Sandro Bardelli con gli studenti. Foto da Ufficio Stampa e Comunicazione Fondazione Golinelli

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Libri su Israele e Palestina: 8 saggi per capire il conflitto

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Quali libri su Israele e Palestina leggere per capire un conflitto che dura da oltre un secolo e che continua a produrre conseguenze politiche e umane enormi? Orientarsi non è semplice. La storia di Israele e Palestina attraversa sionismo, Mandato britannico, Shoah, guerra del 1948, Nakba palestinese, guerre arabo-israeliane, occupazione dei territori, insediamenti, Intifade, Accordi di Oslo, Hamas, Gaza e trasformazioni profonde delle società israeliana e palestinese. Inoltre, su molti passaggi esistono interpretazioni storiografiche e politiche differenti. Per questo è utile leggere più di un autore e distinguere tra ricostruzione storica, testimonianza, analisi politica e intervento militante. Abbiamo scelto otto

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Visita guidata al Palazzo De Larderel

Sotto le imponenti volte affrescate sarà possibile scoprire quello che è probabilmente 𝗶𝗹 𝗽𝗶𝘂̀ 𝘀𝗼𝗻𝘁𝘂𝗼𝘀𝗼 𝗽𝗮𝗹𝗮𝘇𝘇𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮̀, ed attuale sede del Tribunale civile. Fra le enormi sale ottocentesche sarà ripercorsa la straordinaria storia della 𝗱𝗶𝗻𝗮𝘀𝘁𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗶 d𝗲 𝗟𝗮𝗿𝗱𝗲𝗿𝗲𝗹, giunta dalla Francia a Livorno e diventata una tra le più influenti famiglie di tutta la Toscana. Fra le sale di quella che è una vera e propria reggia sarà rievocata la vita di palazzo e scoperti tanti segreti visitando luoghi unici come, la Gran Galleria, la Sala da ballo ed il Salottino Gotico, scrigno dorato e gioiello dell’ebanisteria dell’ottocento. 

𝐃𝐮𝐫𝐚𝐭𝐚: 1 ora e 30 minuti 

ORARI VISTE  
𝟭𝟱.𝟯𝟬-𝟭𝟳.𝟬𝟬 
𝟭𝟳.𝟬𝟬 -𝟭𝟴.𝟯𝟬 

𝗣𝗿𝗲𝘇𝘇𝗼: 10 € a persona 

𝗣𝗥𝗘𝗡𝗢𝗧𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗢𝗕𝗕𝗟𝗜𝗚𝗔𝗧𝗢𝗥𝗜𝗔: Tramite Messaggio Whatsapp al 𝟯𝟰𝟳𝟮𝟳𝟭𝟴𝟲𝟱𝟱 (Nessun vocali). 
Il messaggio deve contenere [ un NOME (di riferimento per il gruppo) + NUMERO PARTECIPANTI+ ORARIO SCELTO] 
LA PRENOTAZIONE SARA’ RITENUTA VALIDA SOLO A NOSTRO MESSAGGIO POSITIVO DI RISPOSTA. 
(Telefonare allo stesso numero per ulteriori informazioni o per prenotare per chi non ha whatsapp) 

𝗥𝗶𝘁𝗿𝗼𝘃𝗼 𝟭𝟱 𝗺𝗶𝗻𝘂𝘁𝗶 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗶𝗻𝗶𝘇𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝗼𝘂𝗿 𝗮𝗹 𝗣𝗮𝗹𝗮𝘇𝘇𝗼 𝗱𝗲 𝗟𝗮𝗿𝗱𝗲𝗿𝗲𝗹, 𝘃𝗶𝗮 𝗱𝗲 𝗟𝗮𝗿𝗱𝗲𝗿𝗲𝗹 𝟴𝟴.

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Libri simili a Mille splendidi soli: 8 romanzi da leggere

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Hai letto Mille splendidi soli di Khaled Hosseini e cerchi altri romanzi capaci di raccontare guerra, famiglia, condizione femminile, perdita e resistenza con la stessa intensità emotiva? Non è semplice trovare libri davvero simili a Mille splendidi soli. Il romanzo di Hosseini unisce infatti più dimensioni: la storia recente dell’Afghanistan, la vita quotidiana delle donne, i legami familiari, la violenza domestica, la guerra e soprattutto la capacità di costruire solidarietà anche nelle condizioni più difficili. Per questo abbiamo scelto otto libri simili a Mille splendidi soli che condividono almeno alcuni di questi elementi: donne costrette a confrontarsi con società oppressive,

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Libri simili a 1984: 8 distopie da leggere dopo Orwell

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Hai letto 1984 di George Orwell e cerchi altri romanzi capaci di raccontare società oppressive, sorveglianza, propaganda, controllo politico e perdita della libertà? Non tutti i libri distopici sono davvero simili a 1984. Il romanzo di Orwell non colpisce soltanto perché immagina un regime totalitario, ma perché mostra come il potere possa intervenire sul linguaggio, sulla memoria, sui sentimenti e perfino sulla possibilità di distinguere il vero dal falso. Per questo abbiamo scelto otto libri simili a 1984 che affrontano, in modi differenti, il rapporto tra individuo e sistema, il controllo sociale, la manipolazione della realtà e la trasformazione della

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Libri simili a Harry Potter: 8 fantasy da leggere dopo la saga

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Hai finito Harry Potter e cerchi un’altra storia capace di restituirti almeno una parte di quella sensazione di scoperta? Non è semplice trovare libri davvero simili alla saga di J.K. Rowling. Hogwarts non è soltanto una scuola di magia e Harry Potter non è soltanto una storia di incantesimi. Nei sette romanzi convivono formazione, amicizia, mistero, vita scolastica, famiglie, creature fantastiche, conflitti politici, paura della morte e il progressivo ingresso dei protagonisti nel mondo adulto. Per questo abbiamo scelto otto libri e saghe simili a Harry Potter non semplicemente perché contengono magia, ma perché condividono alcuni degli elementi che hanno

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Libri simili a Shadowhunters: 8 fantasy da leggere dopo Cassandra Clare

Articolo da Il Mago di Oz - Cultura, libri e pensiero critico

Hai letto Shadowhunters e cerchi altri libri capaci di mescolare magia, creature soprannaturali, società segrete, combattimenti e relazioni sentimentali? Non esiste una saga identica all’universo creato da Cassandra Clare. Il fascino delle Shadowhunter Chronicles nasce proprio dall’incontro di molti elementi: i Nephilim, i demoni, i Nascosti, le rune, le famiglie che attraversano generazioni differenti e soprattutto l’idea che dietro il mondo quotidiano ne esista un altro, invisibile alla maggior parte delle persone. Esistono però romanzi e saghe che condividono alcune di queste caratteristiche. Abbiamo scelto otto libri simili a Shadowhunters, spiegando per ciascuno quale aspetto dell’universo di Cassandra Clare può

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Solidarietà e partecipazione, così l’arte torna patrimonio della comunità

dagli esperimenti della Tv delle ragazze al divano rosso di Parla con me, autrice, scrittrice, conduttrice elegante, colta, ironica, pungente, Serena Dandini ha condotto programmi che hanno fatto la storia del piccolo schermo e firmato interviste da libro dei ricordi. Due su tutte? Le ricorda lei, il fisico Giorgio Parisi e Annie Lennox, che le confidò il suo desiderio di non cedere alla bitterness e di non lasciare spazio all’amarezza con l’età che avanza. Un obiettivo che Dandini sembra aver fatto suo. «I nostri nonni hanno combattuto contro nazismo e fascismo. Ce la possiamo fare anche noi»: il sorriso è quello di sempre, gli applausi anche.

«La complicità? È fare squadra» e farlo quando nessuno là fuori ci crede. E Dandini di sfide ne ha vinte parecchie: ha portato in tv la comicità delle donne, quando pochissimi lo facevano, ha scoperto talenti, ha ridato vita all’Ambra Jovinelli, un teatro che ha diretto per 10 anni.

Ecco, la sua forza e quel modo di vivere Roma che è un po’ amore infinito, pazienza e resistenza, ebbene tutto questo è stato il filo rosso che ha tenuto insieme il primo incontro di Riflessi, serie di appuntamenti promossi da Fondazione Roma, che ogni martedì (saranno 12, fino al 12 gennaio 2027) riempiranno Museo del Corso – Palazzo Cipolla di dialoghi tra scrittori, artisti, attori, giornalisti, musicisti e protagonisti della cultura e il pubblico su 4 temi, uno per ogni mese: complicità, pace, follia e uguaglianza.

L’accesso agli appuntamenti sarà consentito con un biglietto di 10 euro, il cui intero incasso derivante dalla vendita sarà devoluto all’Associazione Andrea Tudisco together home, che dal 1997 accoglie gratuitamente bambini con gravi patologie e le loro famiglie, offrendo una casa vicino agli ospedali pediatrici e il calore di una comunità che li sostiene per tutto il tempo delle cure.

Fondazione Roma ha scelto di raddoppiare la somma complessiva destinata all’associazione, aggiungendo un proprio contributo di pari importo. La cultura diventa così anche un gesto di solidarietà: chi entra a Palazzo Cipolla non assiste soltanto a uno spettacolo ma contribuisce a una causa.

Riflessi Fondazione Roma
da sinistra Daniele Pitteri, direttore artistico di Riflessi, Franco Parasassi, presidente Fondazione Roma, Serena Dandini e Gaia De Laurentiis, prima di salire sul palco per la serata inaugurale di Riflessi

L’arte incontra la creatività e la solidarietà

«Con Riflessi», spiega il presidente di Fondazione Roma, Franco Parasassi, «abbiamo voluto realizzare un modo nuovo di vivere il Museo del Corso – Polo museale, aprendolo alla città e trasformando Palazzo Cipolla in un luogo di incontro, dialogo e partecipazione. Un progetto nel quale il patrimonio artistico incontra la creatività contemporanea e il pubblico diventa parte integrante dell’esperienza culturale».

Riflessi, aggiunge, è anche l’occasione «per affermare il valore sociale della cultura. Destinare l’intero ricavato della rassegna all’Associazione Andrea Tudisco – Together home e raddoppiarlo con un contributo di Fondazione Roma significa trasformare ogni biglietto in un gesto concreto di solidarietà, a sostegno dei bambini affetti da gravi patologie e delle loro famiglie».

Al centro del progetto c’è Roma, intesa non come semplice scenario, ma come comunità, bacino di talenti ed ecosistema culturale contemporaneo. Una città attraversata da scrittori, registi, attori, musicisti, artisti, giornalisti e intellettuali che qui vivono, lavorano o transitano, alimentando quotidianamente il tessuto creativo del Paese.

Serena Dandini protagonista della serata inaugurale di Riflessi, serie di incontri promossi da Fondazione Roma, che ogni martedì (saranno 12, fino al 12 gennaio 2027) riempiranno Museo del Corso – Palazzo Cipolla di dialoghi tra scrittori, artisti, attori, giornalisti, musicisti e protagonisti della cultura e il pubblico. L’intervento del presidente di Fondazione Roma, Franco Parasassi

La complicità, la pace, la follia, l’uguaglianza

Ognuna delle serate seguirà una propria grammatica: il confronto aperto con l’ospite condotto da Daniele Pitteri (che ha curato la direzione artistica del progetto) affiancato da co-conduttori d’eccezione che si alternano sul palco, Gaia De Laurentiis, Gioia Salvatori e Marco Passiglia, il microfono ceduto alla platea, gli interventi dedicati all’arte, alla poesia, fino all’energia della musica dal vivo.

A scandire il calendario, come dicevamo, sono quattro parole chiave, una per ogni mese: complicità, pace, follia e uguaglianza.

La complicità

La complicità è il primo gesto di una comunità: l’istante in cui traiettorie differenti scelgono di condividere un tratto di strada, un’intesa sotterranea o un’alleanza dichiarata. Dopo l’anteprima del 14 ottobre, affidata all’ironia e allo sguardo di Serena Dandini, affiancata dal dialogo musicale tra tradizioni popolari e cantautorato di Eleonora Bordonaro e Diana Tejera, il 20 ottobre protagonista sarà Tosca, in una serata che la vedrà attraversare il racconto e la performance dal vivo.

Il 27 ottobre sarà poi la volta del giornalismo d’inchiesta e umano di Domenico Iannacone, accompagnato dalle trame jazz, elettroniche e mediorientali del duo Candy Cane Snail, formato da Ava Alami e Vittorio Esposito.

La pace

La pace sarà esplorata non come tregua passiva, né come semplice contrario della guerra, ma come processo fragile e quotidiano: una pratica fatta di ascolto, negoziazione, memoria e disponibilità a fare spazio all’altro. Il 3 novembre il tema prenderà corpo attraverso le parole e la memoria civile di Giovanni Grasso, accompagnato dalle architetture vocali e dalla sperimentazione jazz di Leepuma quartet.

Il 17 novembre la narrazione della giustizia, delle ferite sociali e delle contraddizioni urbane sarà al centro dell’incontro con Giancarlo De Cataldo, cui faranno da eco le armonie folk e jazz del trio vocale August Sienna. Il 24 novembre il palco accoglierà il maestro Nicola Piovani, tra i più grandi compositori contemporanei, in una serata che ospiterà anche la ricerca sonora intima ed evocativa del duo formato da Martha Deribe e Simone Maggio.

La follia

La follia sarà il confine mobile tra norma e libertà, smarrimento e lampo intuitivo; la capacità di sottrarsi al visibile codificato per spingersi oltre ciò che appare possibile. Il ciclo si aprirà il 1° dicembre con la penna e l’esperienza investigativa di Gianrico Carofiglio, in dialogo sonoro con il prog-jazz della pianista e compositrice Miriam Fornari. L’8 dicembre lo sguardo si sposterà sulla poliedricità cinematografica e musicale di Margherita Vicario, accompagnata dalle suggestioni cantautorali di Chiaré.

Il 15 dicembre la parola passerà all’acutezza giornalistica e al racconto pubblico di Serena Bortone, affiancata al pianoforte dal talento classico e jazz di Enrico Zanisi. Il percorso sulla rottura degli schemi si chiuderà il 22 dicembre con l’energia attoriale di Beatrice Arnera e l’improvvisazione libera e trasversale di due figure di primo piano del jazz italiano, Ada Montellanico e Simone Graziano. 

L’uguaglianza

L’uguaglianza è il riconoscimento dell’uguale valore e dignità di ogni singola voce: un’idea ancora incompiuta e per questo necessaria, senza la quale non esiste cittadinanza. Il nuovo anno si aprirà il 5 gennaio con l’analisi politica e la precisione d’indagine di Alessandra Sardoni, incorniciata dalle tessiture elettroacustiche e vocali di Ludovica Manzo e Ruggero Fornari.

A coronare l’intero percorso, il 12 gennaio, sarà l’intensità scenica e umana di Anna Foglietta, con il gran finale musicale affidato all’eleganza pianistica di una leggenda del jazz internazionale come Enrico Pieranunzi.

Un grande viaggio nell’Italia che opera «per amore al genere umano»: geolocalizzate e ordinate per settore di intervento ben mille realtà filantropiche e raccontati, in una gallery di cento, i progetti sociali e ambientali più innovativi.
DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA

La parete a specchio

Negli appuntamenti di Riflessi, precisa la fondazione, il pubblico non è chiamato semplicemente ad assistere, ma a entrare nell’azione, un elemento vivo che dialoga con il palco, reagisce, ispira gli artisti e ne raccoglie le provocazioni. Questa visione trova il suo centro in una parete a specchio, che fa da fondale, e che riflette la sala per tutta la durata dell’incontro.

Non un elemento scenografico, ma una dichiarazione di intenti: guardando la scena, la sala vede costantemente sé stessa. «L’ospite è l’innesco del dialogo, ma il vero soggetto dell’evento è il pubblico che sceglie di radunarsi e rispecchiarsi in quello spazio».

Proprio da qui nasce il nome Riflessi: dalla volontà di creare un luogo nel quale le idee e le persone possano incontrarsi, riconoscersi e restituirsi reciprocamente nuovi punti di vista. Il museo diventa così una piazza contemporanea, uno spazio aperto nel quale il patrimonio incontra la creatività del presente e il pubblico può sentirsi parte di un’esperienza culturale condivisa.

La musica e l’arte

L’arte sarà rappresentata attraverso il patrimonio artistico della fondazione, che diventa parte di questo percorso. Le opere della collezione entreranno nel racconto delle singole serate, selezionate e presentate, attraverso incursioni da attore e momenti narrativi affidati a Dario Battaglia. 

La musica, poi, non sarà un semplice intermezzo, ma uno degli elementi strutturali del live show. Riflessi sarà anche un osservatorio sulle sonorità emergenti, sul jazz contemporaneo e sulle nuove ricerche vocali e strumentali, dando spazio, a giovani talenti e a protagonisti della scena musicale contemporanea.

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In apertura e nel testo foto e video di Alessio Nisi

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Dalle Dolomiti a Venezia, le “anguane” raccontano un fiume immaginario

È un fiume immaginario, eppure concreto, in bilico tra bellezza, consumo di suolo e inquinamento, quello narrato da Giovanni Pellegrini nel documentario Anguane, le voci dell’acqua, che sarà al cinema dall’8 novembre. Presentato in anteprima al festival Cinemambiente di Torino, è stato premiato al Lessinia film festival e all’Euganea film festival. Arriva nelle sale italiane con la distribuzione indipendente di Ginko film e con la collaborazione di circoli Legambiente, sezioni del Club alpino italiano e associazioni locali. Le proiezioni, così, diventano occasioni di incontro e confronto sulla fragilità degli ecosistemi acquatici e l’urgenza di difenderli, in Veneto, dove è ambientato il film, ma non solo. 

Muovendosi in luoghi non precisati, tra le Dolomiti e la Laguna di Venezia, tra Piave, Adige, Brenta, Sile, Livenza, il documentario intreccia un’atmosfera da fiaba con le voci di scienziati e attivisti per l’ambiente. Tutto inizia dal suono: la cantante e attrice Maria Roveran, seguendo il rumore dell’acqua, cammina sui monti alla ricerca delle tracce delle anguane, figure mitiche della cultura popolare nel nordest italiano, conosciute con vari nomi. Sono le custodi delle acque e, in una delle regioni con il più alto tasso di consumo di suolo, mettono in guardia noi esseri umani sul nostro rapporto con l’elemento liquido. In Veneto, la seconda falda acquifera più grande d’Europa, tra le province di Vicenza, Verona e Padova, è stata contaminata da Pfas, gli inquinanti eterni, causando una grave minaccia per la salute di oltre 300mila persone.

Giovanni Pellegrini a Cinemazero di Pordenone (foto di Elisa Caldana)

Maria Roveran, accompagnata dal compositore Joe Schievano, raccoglie i suoni delle dimore delle anguane: sorgenti, torrenti, grotte, dando forma alla colonna sonora, che non imita la natura ma trasmettere l’energia dei luoghi attraversati. Accanto al percorso artistico, biologi, speleologi e attivisti, impegnati nello studio e nella difesa degli ecosistemi acquatici, documentano la fragilità di questi ambienti. Dalla purezza delle Dolomiti, man mano che il fiume scende verso l’Adriatico, il paesaggio si trasforma e si degrada, rivelando una terra segnata da ferite profonde, dove l’acqua porta i segni di un equilibrio compromesso. 

«Le storie che si intrecciano nel documentario interrogano profondamente il nostro rapporto con l’acqua e la natura», afferma il regista in un saggio inserito nel libro I diritti dell’acqua, pubblicato dalla casa editrice veneziana Wetlands e sostenuto dal Centre for Environmental Humanities dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. «Il modo in cui Maria ascolta e si rapporta all’ambiente che la circonda cambia progressivamente nel corso del film. Il semplice attraversamento dei luoghi e delle storie delle anguane si trasforma in una relazione vera e propria, e nel suono Maria scopre un’intimità differente con i paesaggi, con l’acqua e con ciò che è invisibile agli occhi. È un passaggio decisivo: abbandonare uno sguardo antropocentrico per aprirsi a una connessione più profonda, riconoscendo che non c’è più un mondo naturale da osservare, ma una realtà di cui siamo parte integrante».

In apertura, la cantante e attrice Maria Roveran, nel documentario “Anguane. Le voci dell’acqua”

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Moltivolti, il ristorante che ha cambiato la geografia di Palermo

Credits Moltivolti, Palermo

C’è una geografia invisibile che attraversa le città. A Palermo, nell’anima contraddittoria di Ballarò, quartiere stigmatizzato fino a un po’ di tempo fa e ora cool e frequentatissimo, questa geografia ha preso vita nell’aprile del 2014: attorno a un tavolo, sei soci, un mucchio di idee e zero capitali. Operatori sociali, tra cui un ragazzo senegalese e una ragazza dello Zambia, che a un certo punto hanno smesso di lavorare per gli altri e hanno deciso di mettersi in proprio fondando Moltivolti; l’identità plurale, direi meticcia, del progetto parte proprio da qui: dalle molteplici facce, storie e culture che lo abitano «Come le vene principali di un corpo che raggiungono il cuore da diverse punti».

«Non siamo un locale che dà lavoro agli immigrati…». Qui, la retorica dell’inclusione caritatevole viene annullata dalla realtà di un’impresa, «una vera impresa economica ben organizzata», solida, dove chi cucina, chi serve ai tavoli o chi sta dietro al bancone, arriva da diversi Paesi (Gambia, Costa d’Avorio, Tunisia, Egitto, Congo, ma anche Uzbekistan e Cile) e ha portato con sé competenze tecniche acquisite da scuole alberghiere, percorsi di formazione specifici e anni di esperienza in ambito ristorativo.

L’impresa sociale nata senza soldi (ma con un’idea precisa)
«All’inizio non c’erano i fondi». C’era però un progetto, accuratamente studiato, lavorato nero su bianco e presentato a Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa. Il modello economico ha tenuto insieme risorse a fondo perduto e tassi agevolati, stabilendo le radici in uno spazio che fin dall’inizio ha messo al primo posto del suo statuto il più importante dogma laico: il rispetto dei diritti umani e la dignità del lavoro.

La scommessa iniziale sembrava un azzardo: aprire un ristorante di cucina africana, greca, turca e siciliana a Ballarò, come dicevamo quartiere storicamente stigmatizzato, vissuto dai palermitani come una periferia urbana e un nido underground scansato dalla borghesia. E invece, l’analisi di mercato e la spinta alla sperimentazione hanno vinto: contro ogni pronostico, l’accoglienza dei palermitani è stata rapida, calorosa, e ha trasformato il locale «in un presidio di cittadinanza attiva».

@Moltivolti
@Moltivolti

Poi c’è la domanda che a Palermo non si può fare, naturalmente, a meno di farfugliare sottovoce o sottintendere. E la mafia? Il giorno in cui ha aperto Moltivolti, tutti si aspettavano l’arrivo di qualcuno: qualche saluto accentuato, sorrisi ambigui, bigliettini; «Non è arrivato nessuno». La forza della comunità prende vita sul serio e oltrepassa lo slogan politico e la retorica dell’eroe, il paladino che tutti amano, che combatte contro il male: «Abbiamo appiccicato un adesivo sulla porta del locale. “Niente pizzo”, c’era scritto». In effetti, quello che vale la pena sottolineare, più che la risposta – e cioè il fatto che la mafia non abbia bussato alla loro porta – è la domanda che tutti loro negli anni si sono fatti: perché non da noi? Forse, questa forza della comunità – questo senso di appartenenza che oltrepassa i confini del quartiere, della regione e perfino della nazione, rappresenta un potere che è preferibile non sfidare, anche per la criminalità organizzata. Molte persone, Moltivolti, appunto, significa anche più occhi puntati.

Il piatto, il mercato e la contaminazione dei sapori
Varcare la soglia di Moltivolti significa immergersi in un’esperienza gastronomica che dialoga con lo storico mercato di Ballarò, a pochi passi da lì (tra le varie proposte, nel menu: couscous incocciati a mano e cotti al vapore, con carote, zucchine e cavoli; moussakà vegetariana con patate, formaggio primo sale e piselli; mafè senegalese con spinaci stufati al burro d’arachidi, cipolla e tamarindo). Qui, i profumi del cumino, dello zenzero, del berberè e delle varie spezie subsahariane si mischiano ai prodotti della tradizione siciliana facendo sì che nel piatto non esista soltanto una proposta etnica, ma soprattutto un ponte geografico e culturale («Una proposta che è anche una presa di posizione»).

@Moltivolti

Più di un ristorante: coworking, aule e riscatto
Non solo un luogo di cibo, ma un ecosistema ibrido: negli spazi dedicati al coworking si incontrano gruppi universitari, giornalisti, ricercatori e freelance di ogni genere. Nell’ampia sala, fra i tavoli da condivisione si tengono quotidianamente corsi di italiano e di orientamento al lavoro.

È qui che si compie la missione sociale originaria dei soci: intercettare i giovani arrivati da poco, intuirne attitudini, valutare competenze, e accompagnarli passo a passo ai tirocini, apprendistati e contratti stabili, dentro le cucine del locale o in altre realtà urbane. A oggi, circa seicento persone, «e forse di più», sono state formate e collocate nel mondo del lavoro e hanno trovato un’autonomia stabile. E d’estate, quando le scuole chiudono e i ragazzini del quartiere si ritrovano disoccupati, lo spazio si anima di laboratori.

In cucina e in sala la contaminazione è continua: cuochi italiani e cuochi internazionali lavorano fianco a fianco; imparano e insegnano allo stesso tempo ribaltando di continuo le gerarchie e fondendo tecniche e tradizioni differenti.

Il racconto a tavola e il tour “Attraverso i miei occhi”
L’esperienza gastronomica non si esaurisce nell’atto del mangiare. Ogni pranzo e ogni cena si trasforma in un momento di narrazione: al cliente, se interessato, viene raccontata la storia del quartiere, del progetto, dei ragazzi e dell’impresa sociale, offrendo le chiavi per capire l’origine dei piatti, «i motivi per cui ne è stato scelto uno e non un altro», e il senso di questa contaminazione.

@Moltivolti
@Moltivolti

Emblematico è il progetto guidato da Malik, originario del Gambia, cameriere e punto di riferimento del locale: con il percorso guidato “Attraverso i miei occhi”, progetto di turismo responsabile che coinvolge giovani dal background migratorio, Malik accompagna i visitatori in un trekking urbano tra i vicoli di Ballarò, mostrando i luoghi per lui più significativi dal giorno del suo arrivo. Un turismo trasversale che attrae tanto il crocierista curioso quanto il localdiffidente.

L’impatto sul tessuto cittadino è sotto gli occhi di tutti. La cosiddetta Palermo bene, i borghesi che prima evitavano la zona, ora vivono Ballarò con meno pregiudizi. Inoltre, i legami con il territorio si spingono ben oltre i confini del quartiere: molti dei collaboratori lavorano come mediatori all’Istituto penale minorile Malaspina, dove i cuochi di Moltivolti tengono corsi di cucina per i ragazzi detenuti.

A pensarci, frequentare Moltivolti significa partecipare a un incoraggiante assaggio di futuro, uno slancio determinato di vera umanità, dentro una città che sembra essere in grado per certi versi di esorcizzare la paura dello sconfinamento.

Moltivolti
Via Giuseppe Mario Puglia, 21
Palermo

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Alessandro Cornali e la strada che porta all’Argine a Vencò

Antonia Klugmann e Alessandro Cornali, foto di Antonio Sorrentino

A volte ritornano. Sicuramente la ristorazione non è il campo principale colpito dalla fuga di cervelli (e di braccia), anche se da sempre per chi vuole fare il cuoco con ambizione una puntata in Francia è doverosa. Un’altra meta ambita, ma meno semplice da praticare, sono gli Stati Uniti, dove però devi trovare una struttura che sponsorizzi il visto lavorativo. Ma a New York non sono pochi i giovani italiani che lavorano nell’alta ristorazione: due sous chef di Eleven Madison Park sono ragazzi italiani, Stefano Casale e Mattia Rancati. È italiano anche Alberto Marcolongo che è stato a lungo executive chef del ristorante di Ducasse, prima di scegliere una strada autonoma.

Alessandro Cornali, ventinove anni, è quello che è ritornato, ha lasciato la cucina di Blue Hill at Stone Barns, due stelle Michelin più stella verde nella Hudson Valley, un posto magico in un reservoir della famiglia Rockefeller dove prima di cucinare coltivano e allevano, per un chilometro veramente zero. «Sapevo bene cosa era Blue Hill, ma la realtà è stata superiore alle aspettative», racconta Alessandro. «Avevo il desiderio di uscire dalla città, in fondo sono un ragazzo di campagna, vengo dalla Val Brembana, e quindi la vicinanza con la terra per me è importante. Blue Hill è costantemente alla ricerca di figure professionali da inserire nella brigata, quando hanno visto il mio curriculum si sono occupati di tutti i permessi per farmi arrivare e mi hanno subito inserito nel gruppo dei sous chef dove sono rimasto fino alla fine. Nei ristoranti di questo livello c’è un executive chef, Dan Barber, quattro chef e una schiera di sous chef, ma io ho lavorato a stretto contatto con Dan Barber. Comunque dopo un anno e mezzo, imparato bene l’inglese, mi è venuto il desiderio di tornare: l’Argine a Vencò mi è sembrato un posto che potesse rispecchiare le mie ambizioni, così ho scritto ad Antonia Klugmann».

Alessandro Cornali, foto di Antonio Sorrentino
Alessandro Cornali, foto di Antonio Sorrentino

«Sicuramente, prima ancora di conoscerlo di persona, mi ha colpito il suo curriculum, assolutamente di sostanza», racconta Antonia Klugmann. «In ogni realtà di qualità in cui aveva lavorato era rimasto per un periodo significativo e le esperienze che aveva maturato erano state al fianco di persone che stimo moltissimo. Questo mi ha fatto pensare che avesse costruito un percorso professionale solido e coerente».

Alessandro Cornali viene da una famiglia di ristoratori, il Ristorante Collina di Almenno in provincia di Bergamo è stato aperto dalla nonna Lidia, lei poi ha passato la mano al papà Mario che gli ha dato un’impronta fine dining. Alessandro ha frequentato l’istituto alberghiero di Nembro, non lontano da casa, ma un giorno, a diciassette anni, nel ristorante del papà ha trovato il libro “Ingredienti” di Massimiliano Alajmo e questo lo ha folgorato, facendogli capire quale era la sua strada. Così una volta finito l’alberghiero è stato prima al Mudec da Enrico Bartolini, che aveva ancora solo due stelle Michelin, e poi per due anni è riuscito a lavorare per Massimiliano Alajmo, a Le Calandre: «Considero Massimiliano una delle persone più importanti nella mia formazione. Il suo modo di stare in cucina, di toccare il cibo è unico, ispirante. Dopo tanti anni sono ancora molto legato a lui». Dopo l’esperienza di Alajmo e prima di Blue Hill ci sono stati tre anni da Alléno a Parigi. Insomma è facile capire perché il curriculum abbia colpito Antonia Klugmann.

«Guardando il percorso che mi ha portato prima a Parigi e poi a New York è facile pensare che io sia attratto dalle località importanti, con la bella vita» continua Alessandro, «ma la realtà è diversa, sono andato scegliendo il ristorante per quello che offriva, la stessa spinta che mi ha portato all’Argine a Vencò. Certo, all’estero ci sono riconoscimenti economici importanti, ma anche un costo della vita differente. Comunque l’aspetto economico non è mai stato prioritario nelle mie scelte, è vero però che negli Stati Uniti la ristorazione è industria: in Italia c’è meno imprenditorialità, sull’onda della leggendaria ristorazione “di famiglia”, anche se poi a ben guardare le attività economicamente più vincenti, Cerea e Alajmo, sono imprese che sono nate e cresciute come famigliari. Anche qui all’Argine ci sono due sorelle, Antonia e Vittoria, ma non vengono da un’esperienza famigliare. La realtà di questo posto mi interessava moltissimo, la cucina di Antonia è originale, il luogo rispecchia le mie passioni, è una zona con grandi vini».

L’argine a Vencò, foto di Mattia Mionetto

L’argine a Vencò, foto di Mattia Mionetto
L’argine a Vencò, foto di Mattia Mionetto

«Alessandro ha portato a Vencò una grande serietà e, soprattutto, una profonda comprensione dei meccanismi e delle dinamiche proprie di un’azienda famigliare», ha detto a Linkiesta Gastronomika Antonia Klugmann. «Nonostante negli ultimi dieci anni le sue esperienze lavorative si fossero svolte principalmente in strutture di grandi dimensioni, ha saputo adattare la sua professionalità a una realtà come la nostra. Trovo che questa capacità sia sintomo di grande intelligenza professionale. A questo ha aggiunto una grande umiltà e una notevole capacità di ascolto, qualità che considero fondamentali per lavorare all’interno di una squadra e per contribuire realmente all’evoluzione di una cucina».

«Sono consapevole dell’esperienza che ho maturato, ma sono anche consapevole di ciò di cui lo chef ha bisogno da parte mia», sottolinea Alessandro, «su questo ci siamo trovati subito con Antonia e, piano piano, ho iniziato a dare il contributo che era nelle mie corde in funzione di questa cucina. Sentivo l’esigenza di essere il braccio destro di una personalità molto forte, in più qui c’è una splendida relazione umana».

Foto di Antonio Sorrentino
Foto di Antonio Sorrentino
Alessandro Cornali, foto di Stefano Vegliani
Alessandro Cornali, foto di Stefano Vegliani

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Non è detto che rompere il talismano di uno chef porti sfortuna

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Durante la mia formazione come cuoco ho avuto la grande fortuna di trascorrere un’estate nella cucina di un ristorante chiamato Chez Nico a Londra. Nico Ladenis e sua moglie Diana gestivano la loro piccola attività a Battersea e all’epoca potevano vantare due stelle Michelin. In seguito avrebbero ottenuto anche la terza, un traguardo ambito, dopo essersi trasferiti nel quartiere di Mayfair, decisamente più alla moda. Durante quell’estate dovevo sostituire un membro dello staff di cucina in procinto di partire per fare un’esperienza in un ristorante in Francia. Nico era molto noto, dentro e fuori il settore della ristorazione, e aveva la reputazione di essere un tipo difficile, incapace di scendere a patti con chiunque, clienti compresi: era famoso per aver invitato un signore ad andarsene solo perché aveva osato chiedere del sale. Nico non teneva il sale sui tavoli per paura che i clienti potessero sconvolgere l’equilibrio di sapori dei piatti che aveva preparato con tanta cura. Alcuni tabloid lo avevano preso in giro pubblicando una vignetta in cui Nico inseguiva i clienti per strada brandendo minacciosamente una saliera. In realtà non ha mai inseguito nessuno, ma sapevo che stavo entrando in una cucina dove la posta in gioco era molto alta e la tensione poteva esserlo altrettanto.

La prima settimana si rivelò a dir poco tesa. In quella piccola cucina eravamo in tre oltre a Nico, e seguivamo le sue istruzioni alla lettera. O si faceva come diceva lui o niente, il che mi sembrava un approccio onesto e corretto. Per me era tutto nuovo e dovevo imparare tutti i dettagli e i sapori dei piatti di cui ero responsabile prima che il ragazzo che avrei sostituito partisse per la Francia.

In quella prima settimana viaggiavo ogni giorno da Gatwick al centro di Londra. Questo significava alzarsi alle sei del mattino e arrivare a casa all’una di notte per poi alzarsi di nuovo alle sei e così via. Lavoravamo a turni spezzati, con qualche ora libera nel pomeriggio. Esausto, approfittavo di quelle brevi pause per raggomitolarmi su una panchina di Battersea Park come un senzatetto, e cadevo in un sonno profondo, distrutto dallo stress e dalla mancanza di riposo. Con il passare dei giorni, parlavo a monosillabi e non riuscivo a dare il meglio di me. Il sabato sera, mentre salutavo lo chef in partenza per la Francia, mi resi conto che Nico era preoccupato. Il suo staff era troppo ridotto per permettersi di avere un anello debole, le sue stelle Michelin erano preziose e io sembravo sul punto di crollare. Fortuna volle che durante quel primo weekend trovassi una stanza a pochi passi dal ristorante e il martedì tornai al lavoro fresco, ritemprato ed entusiasta. Iniziai a riposare come si deve tutti i pomeriggi, visto che la casa distava pochi minuti dal mio posto di lavoro. Da quel momento rifiorii e tutto andò a gonfie vele.

In cucina ogni cosa aveva il suo posto. Ogni frusta, ogni ciotola, ogni pentola. Da Nico imparai molto sul cibo ma anche sull’organizzazione. In cucina regnava sempre il silenzio. A lui piaceva così. Imparai anche che spesso essere silenziosi come Nico non significava essere un mostro o un maleducato: significava soltanto evitare di dire qualcosa di inutile. Mi sembrava che Nico sentisse tutto il peso di quelle due stelle sulle spalle. Un giorno ci stavamo dando da fare, preparandoci per il servizio, e Nico era in piedi al suo solito posto accanto al passavivande, da cui lui stesso consegnava ogni singolo piatto ai camerieri. Nulla sfuggiva alla sua attenzione. D’un tratto il cucchiaio di legno che stavo usando per mescolare qualcosa mi si spezzò in mano. La cosa quasi mi divertì e pensai che evidentemente stavo davvero dando il massimo in quello che stavo facendo. Tuttavia percepii calare il gelo nella stanza. Era un silenzio diverso da quello in cui lavoravamo di solito.

Alzai immediatamente lo sguardo dalla ciotola, perché era chiaro che era appena successo qualcosa di cui non mi ero accorto. Gli altri due chef e Nico avevano smesso di fare quello che stavano facendo. Nico guardava me e loro guardavano lui, tutti e tre con la bocca leggermente aperta. Nico si tolse gli occhiali, si massaggiò l’attaccatura del naso ed esclamò con tono solenne che avevo appena rotto il suo cucchiaio di legno “fortunato”. Beh, se avessi saputo che quel semplice utensile era considerato un talismano dotato di poteri magici, non l’avrei mai neanche preso in mano. Ovviamente non dissi niente di tutto ciò a Nico, ma in compenso lui mi raccontò quanta strada aveva fatto con quel cucchiaio. Sentiva che aveva contribuito al suo successo. Lo implorai di perdonarmi. Non ricordo come risolvemmo la questione. Probabilmente i clienti stavano cominciando ad arrivare e tornammo a concentrarci sul problema più urgente, ossia sfamare gli ospiti.

Nei mesi successivi non accadde nulla di terribile. Anzi, io e Nico andammo d’amore e d’accordo. Lui era entusiasta del mio lavoro e le sue stelle luccicanti erano ancora intatte. Come sostituto del suo aiuto-cuoco me l’ero cavata egregiamente. Per il mio ultimo giorno di lavoro organizzammo un pranzo d’addio. Erano tutti di buon umore poiché quel giorno coincideva con l’inizio della chiusura annuale per le vacanze di agosto. Alla fine del pranzo, con grande ilarità generale, Nico mi regalò un enorme cucchiaio di legno su cui aveva fatto incidere una frase: “Il cucchiaio fortunato di Rory”. Scoppiammo tutti a ridere, anche se, nel mio caso, con un pizzico di agitazione. Per la prima volta in quella lunga, calda e gratificante estate, vidi Nico con un sorriso ampio e soddisfatto sul viso. Poteva concedersi un mese di pausa dalla pressione della sua personalissima versione del cucchiaio di legno: le stelle Michelin. Quell’uomo incompreso, dolce, educato, gentile, dal fascino sommesso, mi insegnò molto sul cibo e sulla gestione di una cucina e su come a volte il silenzio, se corroborato dal successo, possa essere un gran bel rumore.

Estratto da “La gioia del cibo. Una celebrazione del Buono in cucina” di Rory O’Connell, Guido Tommaso Editore, 353 pagine, euro 30,00

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Salute mentale, assessora Monni: “Paziente preso in carico nella sua complessità”

Sette toscani su mille si sono rivolti alle strutture delle Asl. Poco più di un terzo bambini e adolescenti – Sono oltre 261 mila al momento le persone in Toscana che hanno svolto almeno una visita presso i dipartimenti di salute mentale delle Asl. Sette ogni mille abitanti. Di questi 96.889, poco più di un terzo, sono bambini e adolescenti. I motivi sono i più vari, dai disturbi generici a quelli alimentari, dallo spettro autistico ad esempio a disturbi dell’apprendimento o del linguaggio.

In occasione della giornata mondiale della salute mentale che ricorre il 10 ottobre gli uffici regionali scattano con alcuni numeri un’istantanea. “Ma la salute mentale – commenta l’assessora alla sanità e alle politiche sociali della Toscana, Monia Monni – non deve essere posta al centro dell’agenda pubblica solo quando diventa emergenza. Occorre intervenire prima, accompagnando le persone lungo tutto il corso della vita. E’ quello che vogliamo fare e che stiamo facendo”.

Per l’assessora priorità e obiettivi sono ben chiari. “Occorre rafforzare prevenzione e intercettazione precoce – dice -. Occorre dedicare una particolare attenzione al disagio dei giovani e degli adolescenti, garantire continuità tra i servizi e portare risposte psicologiche più vicino alle persone, integrare sanitario e sociale”. E poi ancora costruire progetti di vita e percorsi di autonomia, sviluppare nuove forme dell’abitare.  “Insomma – sottolinea Monni – occorre guardare non solo alla malattia e al disturbo clinico, ma alla persona: prendendola in carico nella sua complessità. Su questa strada ci stiamo già muovendo”.

Tutto questo ha bisogno anche di un’attenta e puntuale analisi dei dati. Da questo punto di vista la Toscana è già avanti. E’ infatti una delle poche regioni dotata di un sistema informativo unico regionale sul territorio,  progettato dal settore Sanità digitale e innovazione, che include anche la salute mentale e che è stato potenziato con i fondi Pnrr. Il prossimo passo sarà affinare ulteriormente questo strumento per monitorare il fronte del disagio giovanile: un cruscotto appositamente dedicato all’emergenza psicopatologica in età evolutiva.

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CultureLink: rimettere le persone al centro, per costruire comunità

Non sono soltanto le 2mila presenze registrate nei tre giorni a raccontare il senso di CultureLink. Per Dafne Guida, presidente della cooperativa sociale Stripes, che ha promosso il festival insieme a Pedagogika.it, il risultato più importante è un altro: aver costruito un luogo in cui persone, famiglie, educatori, cooperative, istituzioni e giovani professionisti potessero incontrarsi davvero. Non soltanto ascoltare, ma prendere parola, confrontarsi, riconoscersi.

Dal 9 all’11 ottobre, negli spazi di Mind – Milano Innovation District, CultureLink ha messo al centro il tema “Persone”, declinandolo attraverso tre parole: raccontare, immaginare, costruire. Un programma di incontri, convegni, laboratori e attività gratuite (fortemente volute tali) che ha parlato di salute mentale dei giovani, trasformazioni tecnologiche, fragilità, comunicazione, lavoro sociale: «È stato davvero quel festival per tutta la comunità che volevamo fosse». Non un convegno, non un palco in cui qualcuno parla e altri ascoltano, «ma un luogo di parola, dove è stata privilegiata la dimensione più raccolta dello scambio, in una comunicazione fondata sulla bidirezionalità e sull’ascolto dei feedback».

Una scelta che si è vista anche nella partecipazione. «Un dato interessante è l’età media giovane» dei professionisti presenti, osserva Guida: tante operatrici e operatori intorno ai trent’anni, anche negli appuntamenti che non erano espressamente dedicati a loro. Un segnale importante per un settore nel quale i giovani mancano: «Noi ci stiamo lavorando tantissimo. Non tanto sul ricambio generazionale, che non mi piace, ma sulla convivenza tra generazioni. Il confronto tra generazioni è una questione decisiva», annota Guida.

Nel suo bilancio ritorna più volte il valore dell’incontro tra generazioni. Non una semplice questione di ricambio, ma la possibilità di far convivere esperienze diverse, permettendo ai professionisti più giovani di riconoscersi in una comunità e a quelli con maggiore esperienza di confrontarsi con nuovi linguaggi e sensibilità. Un esempio è arrivato dalla presentazione del libro Se formasse una sola canzone, che raccoglie le storie di 35 educatori, psicologi, insegnanti e pedagogisti, chiamati a raccontare attraverso una canzone le ragioni della propria scelta professionale. Un progetto che usa la musica come strumento narrativo e dispositivo pedagogico, mostrando come anche la formazione possa passare attraverso linguaggi capaci di mettere in gioco emozioni, percorsi personali e identità professionali.

La sofferenza che non si vede

Tra i momenti che hanno lasciato il segno c’è il convegno Crescere non è un caso, dedicato alla salute mentale dei più giovani. Professionisti dei servizi, della scuola, delle cooperative, famiglie si sono confrontati sulle esperienze e sulle risposte possibili. Guida racconta della testimonianza di una madre, che ha raccontato la propria esperienza accanto a un figlio hikikomori e di come, per tre lunghi anni, abbia atteso che il figlio uscisse dalla sua stanza: «Le hanno chiesto come abbia fatto e lei ha risposto che se suo figlio si fosse rotto una gamba e per un lungo tempo non avesse potuto uscire di casa, lei non avrebbe avuto nessuna difficoltà ad accettare il tempo della guarigione. Allo stesso modo ha cercato di concedere al figlio il tempo necessario per affrontare la sofferenza, un male che è dentro di noi e che non vediamo», racconta Guida.

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È uno degli episodi che meglio restituiscono il senso di CultureLink: creare occasioni in cui una storia personale possa diventare uno spazio di riconoscimento per gli altri. Non soltanto ascoltare una testimonianza, ma trovare parole per esperienze che spesso rimangono solitarie. Il tema delle fragilità è tornato negli incontri dedicati all’identità e alle differenze. E in quello sul linguaggio, con Vera Gheno, che ha portato a riflettere su come le parole non si limitino a descrivere la realtà, ma possano anche cambiarla.

Intelligenza artificiale, senza perdere l’umano

Grande interesse anche per l’incontro dedicato all’intelligenza artificiale ha suscitato interesse, con Massimo Temporelli. Nell’intervento Tornare ad essere umani con l’intelligenza artificiale, Temporelli ha proposto una riflessione su come affrontare le trasformazioni tecnologiche senza perdere di vista la specificità umana. Il punto è non avere paura dell’innovazione, ma accompagnare il cambiamento: «Siamo chiamati ad accompagnare il cambiamento sperimentando, insegnando a sperimentare ai ragazzi, restando lì, senza lasciarli soli. È stato questo il messaggio di Temporelli, che è una delle nostre responsabilità di educatori di fronte alle nuove tecnologie».

Se la cooperazione fosse in prima pagina

Il convegno “Se la cooperazione fosse in prima pagina” ha affrontato il rapporto tra informazione, cooperazione e Terzo settore, interrogandosi su come rendere più visibile il contributo della cooperazione alla società. Il tema centrale non è soltanto ottenere maggiore spazio sui giornali, ma capire quale tipo di racconto sia utile e necessario. «Oggi la visibilità delle notizie non dipende soltanto dalle scelte delle redazioni: sono sempre più i feed dei social e gli algoritmi a decidere quali contenuti raggiungono il pubblico», ha osservato Sergio Splendore, ordinario presso il Dipartimento di Scienze sociali e politiche dell’Università di Milano. «La possibilità che la cooperazione finisca “in prima pagina” dipende anche dalle nostre abitudini informative e da ciò a cui scegliamo di prestare attenzione». Fra gli interventi, anche quello della vicesindaca di Milano, Anna Scavuzzo, che ha richiamato l’importanza di raccontare il lavoro sociale prima che diventi emergenza, invitando a investire sulla comunicazione: non basta svolgere un buon lavoro, occorre renderlo comprensibile e visibile alla comunità.

Dal festival a una comunità professionale

Nato nel 2024 come iniziativa di Stripes, CultireLink in questa edizione ha coinvolto cooperative, consorzi, fondazioni e altre realtà del territorio. Una partecipazione che ha permesso di ampliare il programma, accogliere approcci differenti e costruire un festival che non fosse l’espressione di un singolo soggetto, ma il risultato di un lavoro comune. «Ci ha fatto molto piacere il fatto che quest’anno non eravamo soli», racconta Guida: «Avere una comunità intorno ha permesso di realizzare un programma con una biodiversità di idee, una grande varietà di approcci e apporti».

È proprio questa dimensione collettiva a rappresentare, per la presidente di Stripes, il risultato più importante: la cooperazione, in questa visione, non si esaurisce nell’organizzazione dei servizi, ma è un modo di stare dentro la società. «Non è stato solo un festival che mette in contatto le persone, ma un’occasione per rafforzare una comunità professionale, in cui i più giovani possano trovare interlocutori e chi ha più esperienza possa confrontarsi con nuovi linguaggi. Nella convinzione che il modello cooperativo sia una prospettiva per affrontare le questioni a livello di famiglia, di ente locale, di Paese».

Nessun uomo è un’isola

Alla fine dei tre giorni, la parola «persone» assume così un significato che va oltre il tema scelto per questa edizione. È il punto da cui partire per leggere il destino delle comunità. Guida richiama un principio antico, ma tutt’altro che scontato: «Nessun uomo è un’isola. Le fragilità degli altri ci riguardano; ciò che accade a una persona non resta confinato nella sua storia individuale. Allo stesso modo, le risposte ai problemi complessi non possono essere costruite da soggetti isolati, senza confronto, supervisione e scambio di esperienze». È qui che la presidente di Stripes colloca anche l’ambizione più ampia di CultureLink: mostrare che il modello cooperativo può essere qualcosa di più di una forma organizzativa del lavoro sociale. Può diventare un modo di affrontare le questioni collettive, di governare le differenze, di tenere insieme il destino del singolo e quello della comunità. L’idea di fondo è che «il destino di uno e il destino comune si intrecciano, che quando “senti suonare la campana” anche tu sei coinvolto, che tutte le volte che un uomo perde qualcosa anche io perdo e tutte le volte che un uomo guadagna qualcosa anche io guadagno. È un invito forte a ripartire da ognuno, ma tracciando quel filo che dalla persone porta alla comunità».

Foto inviate da Pedagogika.it

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15 artisti per i 15 anni di Tog: l’arte al servizio della cura

Giovedì 22 ottobre, a partire dalle ore 18, il Centro Tog di Milano aprirà le sue porte per la quinta edizione di Good StArt, l’asta benefica di arte contemporanea creata a sostegno della Fondazione Tog. Un appuntamento nato con l’obiettivo di raccogliere fondi per garantire percorsi riabilitativi gratuiti e altamente specializzati a bambini e ragazzi con complesse patologie neurologiche.

Una riflessione sulla fragilità e sul mito di Prometeo

In occasione delle celebrazioni per i 15 anni di attività della Fondazione, l’edizione 2026 si presenta in una veste speciale, pensata per aprire una riflessione condivisa sul significato della fragilità, della cura e del ruolo che l’espressione artistica può assumere nei processi terapeutici. L’iniziativa ospiterà le opere di “15 artisti per i 15 anni di Tog”, tutte ispirate al progetto curatoriale Il Fuoco Fragile ideato da Mirko Pancaldi.

Prendendo le mosse dal mito di Prometeo, il percorso invita a considerare il progresso e le sue opportunità con responsabilità ed etica, ridefinendo il concetto stesso di vulnerabilità. Come spiega il curatore, in questo contesto «l’arte apre nuovi sguardi sulla realtà e trasforma la vulnerabilità in una risorsa, non un ostacolo, ma un luogo di relazione e di crescita. Non un limite, ma un punto di partenza».

In questo modo Good StArt supera il perimetro della semplice asta benefica per trasformarsi in un progetto culturale collettivo, attraverso il quale l’arte contribuisce a dare forma e voce a una visione della cura fondata sulla dignità della persona, sulla forza delle relazioni e sul valore trasformativo della bellezza.

Opera di Fabio Viale
Opera di Fabio Viale che sarà presente all’asta

L’arte e Tog: un binomio consolidato per la bellezza che cura

Si rinnova così un binomio ormai consolidato. Dal 2011, infatti, la Fondazione Tog si prende cura delle persone con disabilità neurologiche mettendo al centro non solo il singolo paziente, ma l’intero suo contesto di vita: la famiglia, la scuola, la comunità.

Un approccio in cui l’estetica gioca un ruolo decisivo, come sottolinea Antonia Madella Noja, segretario generale della fondazione: «Nel nostro lavoro, la bellezza è un elemento terapeutico e di ispirazione per la qualità della vita dei nostri bambini e delle loro famiglie. Da un lato, mette in moto la creatività di chi cura e dall’altro è elemento di sollievo e di stimolo per chi le cure le riceve. Una bellezza che accoglie, crea relazione e genera valore».

A testimonianza di questo dialogo fecondo, anche il catalogo dell’edizione 2026 riflette questa visione e assume una forma del tutto inedita. Si tratta di un cofanetto che raccoglie le 15 schede dedicate agli artisti, impreziosito da un intervento pittorico di Manuel Felisi nato direttamente da un laboratorio realizzato insieme ad alcune ragazze seguite da Tog. Un oggetto che diventa esso stesso parte integrante del racconto culturale, espressione concreta della convinzione che la bellezza possa scaturire dall’incontro autentico.

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA

La sede dell’evento e le modalità di partecipazione

L’intero evento – comprensivo di opening, mostra e asta – si terrà negli spazi del Centro Tog di Via Livigno 1 a Milano, inaugurato tre anni fa in sostituzione della precedente struttura di via Famagosta. Qui le famiglie possono contare su una presa in carico globale che affianca alla riabilitazione l’accompagnamento scolastico e per i più grandi, la preparazione alla vita autonoma e professionale.

Le opere generosamente donate dagli artisti possono già essere visionate sul sito ufficiale della Fondazione e verranno svelate al pubblico in occasione dell’inaugurazione di giovedì 15 ottobre, sempre dalle ore 18.

Fabio Giampietro
Opera di Fabio Giampietro, presente all’asta di Tog

In apertura, Manuel Felisi durante il laboratorio per la realizzazione del trittico Oltre lo stesso cielo, insieme a Arianna, Elisa e Giulia. Su VITA ne abbiamo parlato qui.

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La polizia penitenziaria porta in scena sé stessa. E il carcere che ognuno di noi ha dentro

«Dopo circa 12 anni che lavoravo negli istituti di pena per gli spettacoli con le persone detenute mi è sembrato fosse giunto il tempo di fare uno spettacolo sul carcere», dice Mimmo Sorrentino, regista teatrale e drammaturgo, insegnante di teatro partecipato alla scuola “Paolo Grassi” di Milano.

al 2014 porta il teatro nel carcere di Vigevano con la sua cooperativa Teatroincontro. Nel suo ultimo lavoro, Agenti, in scena non ci sono le persone ristrette, ma nove agenti di polizia penitenziaria che interpretano sé stessi. «E il carcere diventa metafora di qualcos’altro. Nello spettacolo emerge quanto carcere abbiamo dentro noi stessi».

Come nasce l’idea

«Lavorando in passato con l’alta sicurezza femminile, ho portato in scena la condizione delle donne all’interno di contesti di organizzazioni criminali, in altre occasioni ho lavorato a spettacoli che riguardassero la sessualità femminile. Ho sempre lavorato con i detenuti intorno alla libertà della parola, ma il carcere non è mai stato il tema dello spettacolo. Quando mi sono sentito pronto, mi è sembrato più utile far parlare chi il carcere lo agisce: la polizia penitenziaria», dice Sorrentino. In Agenti si affrontano le varie problematiche, dall’autolesionismo al tentativo di suicidio, dai problemi di salute mentale al sovraffollamento. «Il carcere diventa la metafora del fatto che abbiamo, ognuno di noi, un carcere dentro».


Carcere: protesi di qualcosa che ci portiamo dentro

Questo concetto «nasce da una delle prime esperienze di laboratorio, durante la quale spiego ai detenuti la difficoltà a sostenere alcune emozioni. Faccio l’esempio di quando aspettano il colloquio, che per i detenuti è un po’ come il medicinale per il malato: rappresenta il contatto con i propri affetti, con la propria vita e con l’esterno. Si preparano con settimane di anticipo», continua, «pensano a tutto ciò che vogliono dire e anche a tutte le parole che vorrebbero ascoltare. Quando arriva il giorno del colloquio, quello che volevano dire non riescono a dirlo e ciò che volevano ascoltare non riescono ad ascoltarlo. Spesso dopo mezz’ora non vedono l’ora che finisca per tornare in cella».

Fare teatro in carcere per me non è diverso che fare teatro in psichiatria con le persone con dipendenze, oppure con i giudici, con i Vigili del fuoco, coi commercianti ambulanti. Ogni contesto è una fonte di ricerca

Mimmo Sorrentino, regista teatrale, drammaturgo, insegnante di teatro partecipato

«Secondo me ognuno di noi ha un carcere dentro di sé. L’uomo costruisce tutte protesi del suo corpo: il cucchiaio è la protesi del palmo della mano, la freccia è la protesi del dito, il computer lo è della forza della testa. Il carcere è la protesi di qualcosa che ci portiamo dentro perché altrimenti non l’avremmo costruito», prosegue Sorrentino. «Attraverso gli agenti io parlo di questo».
Gli uomini e le donne del corpo di polizia penitenziaria in scena sono: Luisa Monte, Enzo De Stefano, Giuseppe Gazzitano, Andrea Natile, Cesare Aprile, Gioacchino Gusciglio, Philip Taormina, Maikol Bucci e Francesca Di Lisio.

Il lavoro sistemico

«In carcere si lavora su tutto il contesto, in modo sistemico. Negli istituti di pena è importante lavorare anche con la polizia penitenziaria e non solo con le persone detenute. Gli agenti vedono uno scontro quasi sempre non palese, ma sottotraccia, tra i civili che vanno in carcere e loro che sono lì a “reprimerli”, diciamo così. Il lavoro di molti anni lì dentro mi ha permesso di avere la loro fiducia». Sorrentino sottolinea: «Dall’inizio del mio lavoro in carcere mi sono reso conto che avrei dovuto lavorare in maniera sistemica, che per dare vita a cambiamenti e progetti di emancipazione dovevo coinvolgere nel lavoro anche gli agenti di polizia penitenziaria».

Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche.
LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.

Uno spettacolo necessario

Il regista continua: «Sono venuti tantissimi operatori esterni al carcere a vedere Agenti, una delle cose che mi ha molto colpito è la sensazione che, per loro, questo spettacolo era necessario. Lo era perché, pur andando negli istituti penitenziari tutti i giorni a compiere delle attività di volontariato, non avevano mai visto il carcere raccontato dagli agenti, senza retorica. Non c’è la retorica del corpo, vi è la grande difficoltà e la motivazione nel fare questo lavoro».

Nello spettacolo uno degli attori dice che il 90% gli agenti di polizia penitenziaria è meridionale e che «quando al Sud ci saranno le stesse condizioni di lavoro che al Nord, questo lavoro lo verranno a fare gli extracomunitari». E il collega dice: «Se non verranno a farlo gli extracomunitari lo affideremo all’intelligenza artificiale». Perché? «Gli agenti hanno la percezione di fare un lavoro abnorme». Lo spettacolo ha già avuto repliche al teatro Puccini a Milano, all’Università La Sapienza di Roma, al teatro Cagnoni di Vigevano, alla scuola di polizia di Verbania.


La retorica intorno al carcere

«Mi fa molto piacere che i teatranti dicono che hanno visto di più i detenuti come vengono raccontati dagli agenti che quando i ristretti sono direttamente in scena. Nello spettacolo si ha una percezione vera, credibile, realistica dal loro racconto, gli agenti spiegano che tipo di rapporto instaurano con i detenuti nel momento in cui ci entrano in relazione, come va ad influire sulla loro vita privata e familiare. Ed ecco che il detenuto smette di essere un numero o un fenomeno». Un agente dello spettacolo dice che, per i civili che vanno in carcere, i detenuti sono tutti quanti grandi attori, grandi chef, grandi scrittori, grandi poeti, grandi scienziati. E afferma: «Scusate tanto, se in carcere le persone si realizzano allora perché i nostri figli dobbiamo mandarli a scuola? Facciamogli fare una bella rapina e li mandiamo in carcere».

«Lo spettacolo rappresenta delle sfaccettature anche molto realistiche di quella che è la retorica intorno al carcere. Questo atteggiamento molto “laico” che abbiamo nello spettacolo piace molto, la rappresentazione viene molto richiesta, per essere un lavoro prodotto all’interno di un carcere e non da una produzione teatrale». Il 9 ottobre lo spettacolo è andato in scena a Gorizia nell’ambito del festival “Se io fossi Caino”, la prossima data è il 12 novembre a Torino, nell’ambito del Festival eVisioni, poi farà tappa a Parma nella Rassegna nazionale di teatro in carcere “Destini incrociati”, prevista dal 3 al 5 dicembre.


«Il carcere è una guerra civile»

Al copione di Agenti si è arrivati «perché ascolto le loro storie e tendo a scrivere ciò che loro dicono, ma non sanno di aver detto, e lo trasformo in un testo teatrale. Il carcere è una guerra civile». Questa frase «l’ha detta un agente. Nello spettacolo l’attore dice che, in carcere, c’è chi la guerra ce l’ha in testa, sia tra i detenuti sia tra gli agenti. E c’è chi vorrebbe starsene in pace, ma non può starsene in pace, visto che c’è la guerra. È una guerra civile in cui non ci sono confini, si combatte tutti nella stessa parte». Un attore dice: «Chi sostiene che sta sempre dalla parte degli agenti o chi, viceversa, sostiene che sta sempre dalla parte dei detenuti, non fa altro che alimentare questa guerra».

Nello spettacolo viene trattato anche il tema dei suicidi, «c’è una persona detenuta che tenta il suicidio e viene salvata. Abbiamo i numeri di coloro che sono morti, ma i numeri di quelli che tentano il suicidio non viene dato molto, sono più di duemila persone». I sucidi sono in aumento anche tra la polizia penitenziaria. Nello spettacolo, uno degli agenti dice che non ci pensa che lavora in un posto dove la gente si ammazza: «Se ci pensi, finisci con il pensare che ammazzarsi è possibile». «Trovo che sia un concetto pesantissimo e tostissimo da digerire», dice Sorrentino, «il fatto che il carcere è un posto dove è più facile morire che rieducare».


La catarsi grazie al teatro

«Fare teatro in carcere per me non è diverso che fare teatro in psichiatria con le persone con dipendenze, oppure con i giudici, con i Vigili del fuoco, coi commercianti ambulanti. Ogni contesto è una fonte di ricerca. Il mio metodo consiste nel non avere metodo, vado e vedo cosa accade e cosa mi chiede chi è davanti a me. In carcere le persone detenute chiedono ovviamente di essere diverse da quello che sono. E il teatro in questo senso facilita moltissimo questo raggiungimento di desiderio perché permette di essere chi non sei», continua Sorrentino.

«Qualsiasi attività teatrale in carcere funziona perché permette a qualcuno di essere chi non è, il detenuto vuole questo. Nel mio caso, per essere chi non sei, su che cosa devi lavorare? Sul confine di quel che sei. Come faccio a essere una cosa diversa se non conosco una matrice? Queste persone, con il mio metodo di lavoro, sono obbligate a scavare nella loro vita privata, nella loro storia. Si portano sulle spalle dei pesi incredibili e il teatro diventa per chi lo pratica una vera e propria catarsi».

Foto fornite da Mimmo Sorrentino

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Eraldo Affinati “nella palude del padre”: la responsabilità del padre che non c’è

C’è una fotografia all’origine di “Nella palude del padre”, il nuovo libro di Eraldo Affinati (Gramma Feltrinelli). Gliela manda per mail una signora sconosciuta: anni Venti, tre donne in piedi, due bambini seduti sull’erba. Il maschietto in camicetta bianca, la mano destra stretta sul polso sinistro in un gesto di autoprotezione, è suo padre, Fortunato. Figlio illegittimo, mai riconosciuto. Quella mano che si afferra da sola è l’immagine attorno a cui ruotano cinquanta capitoli, ed è anche la domanda che il libro pone a chi legge: cosa accade quando l’adulto che dovrebbe esserci, semplicemente, non c’è.

Affinati ricostruisce una vicenda minima e novecentesca. Elisa Affinati, sarta arrivata a Roma da Nettuno, ha due figli da Umberto Salvati, il figlio del padrone di casa. Lui non li riconosce. Nel 1919 sposa un’altra donna e al primogenito legittimo dà lo stesso nome del bambino che ha lasciato fuori: Fortunato. «Mio padre si sentiva cancellato, come una frase sbagliata», annota l’autore. Elisa muore nel 1930, a 36 anni. Il ragazzo, 15 anni, finisce in strada: strillone, pensioncine, tubercolosi, poi un negozio all’Esquilino chiamato Affo, acronimo del proprio nome, che è il modo più semplice che ha trovato per esistere su un’insegna.


Qui sta il punto che rende questo libro qualcosa di più di un memoir familiare. Affinati non scrive che la paternità è un sentimento, scrive che è un’invenzione sociale, un patto di civiltà. L’amore materno, sostiene, è viscerale; quello paterno assegna i ruoli, definisce i limiti, dice dove si va. Si impara, e quindi si può non imparare. Il padre adulto che accompagna il figlio ad attraversare piazza Vittorio tenendolo per mano compie un gesto che nessuno ha compiuto per lui: la carezza c’è, ma dentro si sente la fatica che è costata. È una pagina che vale più di molti saggi sulla crisi della figura paterna, perché mostra il meccanismo invece di lamentarlo.

E mostra anche come si trasmette. Quel vuoto non resta fermo in una generazione. Diventa diffidenza verso il mondo, «nessuno ti dà niente per niente», case chiuse a chiave, due fratelli che si vogliono bene senza riuscire a dirselo. Dall’altro ramo familiare, la madre Maddalena, figlia di un partigiano fucilato per rappresaglia a Forlì nel 1944, scampata al treno della deportazione, sceglie anche lei di non raccontare. Due orfani che si incontrano producono una rimozione doppia, che ricade sui figli come una zavorra: siamo sopravvissuti e vi abbiamo messo al mondo, non chiedeteci altro.

La risposta di Affinati alla responsabilità mancata non è il risentimento, è la supplenza. Ed è la parte che interessa più da vicino chi lavora nel sociale e nell’educazione. La Penny Wirton, la scuola di italiano per migranti fondata con la moglie Anna Luce Lenzi, uno a uno, senza classi, senza voti, senza registri e senza soldi, nasce esattamente lì. Gli studenti dell’istituto professionale, i minori stranieri non accompagnati, i ragazzi con disabilità attraversano il libro con i loro nomi: Ibrahim che al telefono si sente dire dal padre che prima deve restituire i soldi del viaggio, Davide che copre il foglio con la mano perché sta scrivendo la storia di suo padre in carcere, Mascia a Poltava che resta seduta in fondo all’aula mentre gli altri ballano. In ciascuno di loro l’autore riconosce lo stesso sguardo della fotografia.

Si può obiettare che la tesi venga riaffermata troppe volte, e che qualche episodio sia già noto a chi ha letto i libri precedenti. Ma è un’obiezione che scivola via davanti al finale, in un villaggio del Gambia dove gli anziani decidono di dare il nome dell’ospite più anziano a un neonato, e l’imam fa firmare la pergamena: Alì Babucar Eraldo Affinati. Un nome restituito, là dove un nome era stato tolto.

Resta una domanda, per nulla privata. Se la paternità è un mestiere che si apprende, chi lo insegna oggi, e a chi tocca farlo quando il padre non c’è.

Foto di Alex Guillaume su Unsplash

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“San Francesco, il Cantico”: sabato sera in scena al Cinema Teatro Salesiani

L’attore Giacomo Moscato e il musicista Paolo Tenerini portano a Livorno lo spettacolo dedicato al Santo Patrono d’Italia

Sabato 17 ottobre, alle ore 21.15, al Cinema Teatro Salesiani di Livorno, andrà in scena “San Francesco – Il Cantico” con Giacomo Moscato e Paolo Tenerini. Lo spettacolo, attraverso una narrazione emozionale immersiva di grande impatto, racconterà la storia e l’opera di Francesco d’Assisi alternando alcune tra le canzoni più belle a lui dedicate (quelle composte da Angelo Branduardi per l’album “L’infinitamente piccolo” e quelle composte appositamente da Riz Ortolani e Claudio Baglioni per il film “Fratello Sole, Sorella Luna” di Franco Zeffirelli).

LO SPETTACOLO:  Nell’800° anniversario della morte di San Francesco, questo spettacolo ripercorre la vita del santo patrono d’Italia dalla sua nascita alla sua santificazione, passando per tutti gli episodi che hanno reso unica e inimitabile la sua agiografia: la giovinezza scapestrata, la conversione, i primi seguaci, l’accettazione della regola, i miracoli, il viaggio presso il sultano, l’eremitaggio, le stigmate, fino alla stesura della prima preghiera-poesia in volgare della Storia della  Letteratura italiana, “Il cantico delle creature”. Di quest’ultima opera, viene proposta una esegesi emozionale mirata a spiegare il testo, ma, allo stesso tempo, a trasmettere le emozioni e i significati più nascosti di un documento letterario (oltre che religioso) di eccezionale importanza. I biglietti, al costo di € 10,00, sono già disponibili in prevendita online su Liveticket (link: http://www.liveticket.it/evento.aspx?Id=701585) 

Fondatore nel 1994 del laboratorio teatrale “Ridi Pagliaccio” a Grosseto Giacomo Moscato specializzato in storytelling teatrale monologhi e conferenze emozionali ha all’attivo oltre 1300 spettacoli portati in scena, su Dante, Omero, Dickens, Boccaccio.  Laureato in Lettere Moderne, insegna Letteratura, Storia del cinema teatro e Puplic speaking al Liceo Internazionale Fossombroni a Grosseto.

Paolo Tenerini è un musicista cantante grossetano, ha fondato una delle prime Genesis tribute band in Toscana ancora molto attiva. Nel 2018 diventa Frontman e cantante solista del gruppo genovese Real Dream e Nel 2022 ha pubblicato il singolo “Chiedimi come mai”, ballata intima, quasi un sussurro d’amore e nostalgia.  Fortunate collaborazioni come quella con Daniele Sgherri ( per lo spettacolo “Grazie, Lucio!” dedicato a Battisti)  lo portano costantemente in teatro con i brani di Branduardi, Morandi, Mogol, De Gregori e Battisti.

Per informazioni sullo spettacolo tel 3336140794

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La cultura come motore di sviluppo? Lucca indica la strada

Tra i sette cantieri in cui è organizzato il Lucca Beni Culturali – LuBeC, manifestazione giunta alla sua XXII edizione (dal 14 al 15 ottobre al Real Collegio)  vi è per la prima volta “Welfare culturale in azione” la rassegna esperienziale delle pratiche di welfare culturale che i partecipanti potranno vivere in prima persona. Un’occasione per sperimentare attività ed esperienze già in corso in Italia e valutarne l’impatto e la possibile efficacia sul benessere delle persone. 

Per comprendere le ragioni che hanno portato i promotori di LuBeC a ideare questa rassegna tra i sette cantieri della due giorni intitolata “Ri-generazioni culturali” abbiamo parlato con Francesca Velani, curatrice della rassegna nonché vicepresidente e direttrice Cultura e sviluppo sostenibile di Promo Pa Fondazione, la realtà che  promuove la manifestazione con la collaborazione e il sostegno del ministero della Cultura. 

Francesca Velani curatrice Lubec
Francesca Velani – foto Elena Pardini per LuBeC

La premessa per Velani è ricordare che «LuBeC è un evento ma anche un luogo in cui da oltre vent’anni lavoriamo per mettere la cultura al centro delle politiche di sviluppo del Paese. Nasce in un momento in cui gli enti locali stavano affrontando la riforma del Titolo V della Costituzione e si apriva il dialogo con il privato nella gestione del patrimonio culturale».

Per la vicepresidente di Promo Pa Fondazione del resto l’obiettivo è «da una parte promuovere la nascita di politiche culturali che siano fortemente attuali, contemporanee, in linea con l’Europa e dall’altra fornire gli strumenti perché le stesse arrivino alle persone». 

La cultura diventi agente trasformativo

Fare della cultura un “agente trasformativo”, ma allo stesso tempo «rigenerare il settore culturale perché c’è il tema di un cambiamento, di una trasformazione in termini di competenze. Perché se è vero che la produzione culturale impatta e determina – dal punto di vista economico, sociale e produttivo – su tanti settori, è vero che la cultura oggi ha bisogno di imparare a fare questo in maniera sempre più professionale e dialogando con gli altri sistemi imprenditoriali, profit e non profit e farlo all’interno di una di un intergenerazionalità collaborativa», sottolinea Velani ricordando come i cantieri aperti a LuBeC tocchino i grandi temi che vanno dall’accessibilità alla partecipazione culturale, dal digitale all’Ai, dalla sostenibilità all’impatto, dalla rigenerazione allo stesso welfare culturale.  

Verrà un giorno in cui il medico ci prescriverà una visita al museo, un corso di pittura, una serata a teatro. È uno degli strumenti del welfare culturale che poggia su solide basi scientifiche.
LA BELLEZZA È UN DIRITTO. PRENDIAMOCELA.

Puntando l’obiettivo sulla rassegna “Welfare culturale in azione” Francesca Velani ricorda che si tratta di un tema seguito da anni e su cui si sta lavorando con diversi soggetti tra cui le regioni e il Cultural Welfare Center «che ci accompagna in questo cantiere, insieme a tanti enti e organizzazioni del Terzo settore. Due anni fa abbiamo creato con la collaborazione di oltre 600 soggetti, un manifesto per il welfare culturale che focalizza quattro aree di intervento che sono la normativa, la formazione, le reti e la valutazione di impatto. Linee di intervento che affronteremo anche nel convegno del 15 ottobre sul link worker (il facilitatore della prescrizione sociale, ndr.)».

Da progetto a servizio esigibile

Centrale anche una riflessione per comprendere come «il welfare culturale come ambito possa produrre servizi e non solo progetti. In pratica come i progetti piano piano diventano servizi esigibili. E questo vuol dire in sintesi dare sicurezza a tutta la filiera» precisa Velani e sottolinea: «La rassegna di buone pratiche di welfare culturale è un passo in più sul come possiamo aiutare gli operatori culturali sociali e sanitari a capire in concreto cosa significa una pratica di welfare culturale accreditata? Perché quella pratica è durata di più? Perché è diventata un servizio? Oggi è prescrizione sociale, perché c’è stato un processo, ci sono stati gli investimenti, c’è stata una capacità di mettere insieme professionalità diverse ma anche di evolvere quella pratica sui bisogni reali del territorio».

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Future Moves, una delle pratiche in rassegna

Le sette esperienze selezionate non sono state pensate per «offrire la spettacolarità dell’esperienza, anche se sarà uno spettacolo partecipare a queste cose e sarà molto bello» quello che interessa è, sottolinea la curatrice della rassegna, «la solidità del metodo e quindi capire facendo. Noi sappiamo che queste pratiche sono destinate agli adolescenti e agli over 65, alle persone con demenza e ai loro caregiver, ai bambini disabili e a chi è in carcere, ma naturalmente chi partecipa alle pratiche durante LuBeC sono gli operatori e gli amministratori».

A Lucca si punterà a promuovere reti e a innestare all’interno del sistema dei servizi pubblici e privati il link worker, «una figura determinante, formata nella conoscenza delle pratiche che ci sono a disposizione, pratiche che però io posso prescrivere e per farlo devono essere certe», accessibili, perché «l’accessibilità è la madre del welfare culturale».

Nell’immagine in apertura Esercizi di ben-essere learning by doing – Foto da ufficio stampa

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[2026-10-19] Lunedì brillanti al csa next emerson - Ottobre edition @ Csa Next-Emerson

Lunedì brillanti al csa next emerson - Ottobre edition

Csa Next-Emerson - Via di Bellagio 15
(lunedì, 19 ottobre 18:00)
Lunedì brillanti al csa next emerson - Ottobre edition

Ripartono i lunedì brillanti al csa next emerson - Mese di Ottobre

Tutti i lunedì dalle 18:00 apertura palestra arrampicata

Dalle 19:00 corso di pugilato

dalle 20:30 cena sociale e poi culturale

Lunedì 5 cena autofinanziamento laboratorio serigrafia

Lunedì 12 Presentazione della palestra popolare Barrio Bravo direttamente dal Messico

Lunedì 19 Proiezione docu-film e presentazione del progetto Climbing for a reason

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Grey Man, OPSEC e sicurezza digitale

Parte 3 – Proteggere

Dalle scorte domestiche ai social network: ciò che comunichiamo senza accorgercene

Essere discreti non riguarda soltanto il modo in cui ci vestiamo.

Una persona può utilizzare uno zaino urbano, muoversi in modo naturale e non attirare particolare attenzione, ma allo stesso tempo comunicare una grande quantità di informazioni attraverso ciò che trasporta, ciò che racconta e ciò che pubblica online.

Nelle prime due parti dello Speciale AIP dedicato al Grey Man abbiamo analizzato il concetto e la sua applicazione pratica.

Ora dobbiamo affrontare una domanda diversa:

Che cosa stiamo comunicando agli altri senza rendercene conto?

Per un prepper, questa domanda può riguardare:

  • scorte;
  • acqua;
  • energia;
  • equipaggiamento;
  • competenze;
  • spostamenti;
  • abitudini familiari;
  • presenza digitale.

Ed è qui che il Grey Man incontra un altro concetto importante: l’OPSEC.

Grey Man e OPSEC: collegati, ma distinti

OPSEC è l’acronimo di Operations Security.

Il NIST descrive l’OPSEC come un processo sistematico volto a proteggere informazioni generalmente non classificate che potrebbero rivelare capacità e intenzioni. Il processo comprende l’identificazione delle informazioni critiche, l’analisi delle minacce e delle vulnerabilità, la valutazione del rischio e l’applicazione di contromisure appropriate. Unterintelligence and Security Agency sottolinea che l’OPSEC protegge informazioni critiche, classificate o non classificate, che potrebbero essere utilizzate contro un’organizzazione, invitando a osservare le proprie attività anche dal punto di vista di un possibile avversario. Grey Man e OPSEC non sono sinonimi.

Il Grey Man riguarda principalmente la gestione della propria presenza percepibile.

L’OPSEC riguarda la protezione di informazioni e indicatori rilevanti.

I due concetti possono però incontrarsi.

Uno zaino tattico può suggerire la presenza di equipaggiamento.

Una power station trasportata apertamente comunica disponibilità di energia.

Una conversazione può rivelare l’esistenza di scorte.

Una fotografia pubblicata online può mostrare dove vengono conservate.

Concetto AIP

La discrezione non consiste nel mentire. Consiste nel non distribuire informazioni prive di utilità per chi le riceve.

Le informazioni apparentemente innocue

Una singola informazione può sembrare irrilevante.

Il problema nasce quando diverse informazioni vengono raccolte e combinate.

Immaginiamo una persona che nel corso del tempo pubblichi:

  • una fotografia della propria power station;
  • un video della dispensa;
  • immagini dell’impianto fotovoltaico;
  • un post nel quale annuncia una settimana di vacanza;
  • fotografie dalle quali è riconoscibile l’abitazione;
  • immagini del veicolo;
  • informazioni sulla composizione della famiglia.

Ogni contenuto, preso singolarmente, può apparire innocuo.

Nel loro insieme, però, questi elementi possono ricostruire risorse, abitudini e vulnerabilità.

La metodologia OPSEC considera proprio il valore degli indicatori e delle informazioni che, pur non essendo necessariamente segreti, possono essere raccolti e interpretati. o del blackout

Immaginiamo un blackout urbano prolungato.

Durante le prime ore, molte persone utilizzano telefoni, torce e batterie portatili.

Con il passare del tempo, la disponibilità di energia diminuisce.

Alcuni negozi restano chiusi.

Le comunicazioni diventano più difficili.

La possibilità di ricaricare un telefono acquista maggiore valore.

Una persona attraversa il quartiere trasportando una power station costosa, pannelli solari pieghevoli e diversi dispositivi elettronici chiaramente visibili.

Non sta facendo nulla di sbagliato.

Tuttavia comunica:

  • di possedere energia;
  • di avere attrezzatura di valore;
  • di conoscere sistemi alternativi di alimentazione;
  • di disporre probabilmente di altre risorse.

Il principio Grey Man suggerirebbe, quando possibile, di ridurre l’esposizione non necessaria dell’attrezzatura.

Questo non significa rifiutare di aiutare gli altri.

Significa decidere consapevolmente come, quando e in quale misura rendere visibili le proprie capacità.

Le risorse comunicano

Una famiglia può rivelare involontariamente la propria preparazione attraverso:

  • taniche di carburante visibili;
  • grandi quantità d’acqua trasportate apertamente;
  • pannelli solari;
  • generatori;
  • antenne;
  • apparati radio;
  • confezioni di alimenti in grandi quantità;
  • attrezzature lasciate in vista;
  • conversazioni con vicini o conoscenti.

Non tutto può o deve essere nascosto.

L’obiettivo non è rendere segreta la propria abitazione.

È imparare a chiedersi:

Questa informazione deve essere visibile a chiunque?

In alcuni casi la risposta sarà sì.

In altri no.

La sicurezza nasce anche dalla possibilità di scegliere consapevolmente.

Il Grey Man digitale

Oggi la discrezione fisica rappresenta soltanto una parte del problema.

Una persona può muoversi in modo ordinario per strada e contemporaneamente aver pubblicato online:

  • fotografie della propria abitazione;
  • l’inventario delle scorte;
  • il modello della power station;
  • la disposizione dei pannelli fotovoltaici;
  • dettagli del sistema di sicurezza;
  • la targa del veicolo;
  • il luogo nel quale trascorre i fine settimana;
  • le date delle vacanze;
  • la posizione di un terreno o di un rifugio.

La CISA raccomanda di prestare attenzione alle informazioni condivise online e di gestire le impostazioni dei social network per migliorare privacy e sicurezza. Raccomanda inoltre di limitare la quantità di informazioni personali pubblicate, evitando dati che possano rendere una persona più vulnerabile, come indirizzi o informazioni sulle proprie abitudini. r moderno, discrezione fisica e sicurezza digitale devono quindi procedere insieme.

A cosa serve passare inosservati per strada se online abbiamo già pubblicato l’inventario della nostra preparazione?

Prima di pubblicare

Prima di condividere una fotografia o un video può essere utile chiedersi:

  • Sullo sfondo è visibile un indirizzo?
  • È riconoscibile l’ingresso dell’abitazione?
  • Sono visibili targhe, documenti o numeri di serie?
  • Il contenuto rivela la posizione di attrezzature?
  • Sto mostrando quantità significative di risorse?
  • Sto comunicando che la casa resterà vuota?
  • Le fotografie pubblicate in momenti diversi possono essere combinate?
  • Sto esponendo informazioni relative ad altre persone?

Non è necessario smettere di utilizzare i social network.

È necessario utilizzarli con maggiore consapevolezza.

Anche le conversazioni sono informazioni

Molte informazioni vengono comunicate semplicemente parlando.

Durante un’emergenza, frasi come:

  • “Abbiamo scorte per tre mesi”;
  • “Ho un generatore in garage”;
  • “Conserviamo centinaia di litri d’acqua”;
  • “Se succede qualcosa andremo nella casa in montagna”;

possono rivelare più di quanto sia necessario.

Questo non significa mentire.

Non significa nemmeno rifiutare ogni dialogo.

Significa comprendere che non tutte le informazioni devono essere condivise con chiunque.

Grey Man e cooperazione

Una delle interpretazioni più problematiche del Grey Man presenta la società come una massa ostile dalla quale nascondersi.

Questa visione è riduttiva.

Durante molte emergenze, vicini, volontari, associazioni e cittadini diventano risorse decisive.

La cooperazione permette di condividere:

  • informazioni;
  • competenze;
  • assistenza;
  • trasporti;
  • sorveglianza;
  • risorse.

La discrezione non dovrebbe degenerare nell’isolamento.

Un prepper responsabile dovrebbe saper distinguere tra:

  • informazioni che possono essere condivise;
  • informazioni che è opportuno proteggere;
  • persone affidabili;
  • relazioni ancora da costruire;
  • aiuto sostenibile;
  • richieste capaci di mettere in difficoltà il proprio nucleo familiare.

Il Grey Man può essere utile durante uno spostamento o in una situazione confusa.

In una comunità stabile e affidabile, invece, la cooperazione può offrire una protezione superiore a quella ottenibile da un individuo isolato.

Principio AIP

La resilienza non nasce soltanto da ciò che possediamo. Nasce anche dalle relazioni che costruiamo prima dell’emergenza.

Quando la discrezione non è la scelta giusta

Non tutte le emergenze richiedono di passare inosservati.

Durante un soccorso, un’evacuazione organizzata o una ricerca, essere visibili può salvare la vita.

In ambiente naturale, colori facilmente individuabili possono facilitare il ritrovamento.

Durante un incendio, un’alluvione o un incidente, segnalare chiaramente la propria posizione può essere prioritario.

Un volontario, un soccorritore o un addetto alla sicurezza deve spesso essere riconoscibile.

Anche chi necessita di assistenza deve rendersi visibile e comunicare chiaramente la propria condizione.

Regola fondamentale

Prima di cercare di passare inosservati, occorre chiedersi se essere riconosciuti o localizzati possa invece aumentare la sicurezza.

Il contesto italiano

Gran parte dei contenuti online dedicati al Grey Man nasce negli Stati Uniti e riflette scenari e modelli sociali non sempre sovrapponibili ai nostri.

In Italia, la normalità può cambiare radicalmente tra:

  • un centro storico;
  • una periferia urbana;
  • un piccolo paese;
  • una stazione ferroviaria;
  • un evento sportivo;
  • una zona montana;
  • un centro di accoglienza temporaneo;
  • un’area colpita da terremoto o alluvione.

Non è sufficiente tradurre consigli stranieri.

Occorre interpretarli alla luce:

  • del territorio;
  • della cultura;
  • delle normative;
  • delle abitudini;
  • degli scenari realistici italiani.

La preparazione non dovrebbe trasformare una persona in un personaggio.

Dovrebbe permetterle di affrontare meglio la realtà nella quale vive.

Non invisibili, ma consapevoli

La vera forza del Grey Man non consiste nel diventare irriconoscibili.

Consiste nel controllare meglio le informazioni che comunichiamo.

Abbigliamento, equipaggiamento, comportamento, conversazioni e presenza digitale raccontano continuamente qualcosa di noi.

Non possiamo impedire ogni forma di osservazione.

E non dovremmo vivere nascosti.

Possiamo però decidere con maggiore consapevolezza:

  • cosa mostrare;
  • a chi mostrarlo;
  • quando farlo;
  • quali informazioni proteggere;
  • quando collaborare;
  • quando essere visibili;
  • quando ridurre la nostra esposizione.

Il Grey Man non è un travestimento.

Non è un colore.

Non è uno zaino.

Non è una tecnica infallibile.

È, nella sua interpretazione più utile, una forma di disciplina personale basata sull’adattamento, sulla consapevolezza situazionale e sulla gestione delle informazioni.

Essere preparati non significa necessariamente sembrare preparati.

Ma significa sapere perché si è scelto di mostrare — o di non mostrare — qualcosa.

Conclusione dello Speciale AIP

Nel corso della serie abbiamo seguito tre passaggi.

Comprendere

Il Grey Man non è invisibilità, ma gestione della rilevanza e adattamento al contesto.

Applicare

La discrezione dipende dalla comprensione della linea di base, del flusso, del comportamento e di ciò che l’equipaggiamento comunica.

Proteggere

Le informazioni possono essere rivelate dall’aspetto, dalle risorse, dalle conversazioni e dalla presenza digitale.

Il principio conclusivo è semplice:

La discrezione è utile soltanto quando aumenta realmente la sicurezza.

Nota metodologica

Il riferimento all’OPSEC non implica che la Grey Man Theory costituisca una dottrina militare ufficiale.

I due concetti vengono messi in relazione esclusivamente per evidenziare l’importanza della gestione consapevole delle informazioni e degli indicatori comunicati involontariamente.

Fonti istituzionali essenziali

National Institute of Standards and Technology – NIST
Operations Security, definizione del Computer Security Resource Center.

Defense Counterintelligence and Security Agency – DCSA
Operations Security.

Defense Contract Management Agency – DCMA
The OPSEC Cycle Explained.

Cybersecurity and Infrastructure Security Agency – CISA
Manage Your Online Presence; Staying Safe on Social Networking Sites.

Disclaimer

Questo articolo ha finalità esclusivamente informative ed educative. I principi descritti devono essere adattati al contesto e non devono ostacolare l’azione delle autorità, dei soccorritori o l’accesso all’assistenza in caso di emergenza.

L'articolo Grey Man, OPSEC e sicurezza digitale proviene da Associazione Italiana Preppers.

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Grey Man nella pratica: ambiente, comportamento ed equipaggiamento

Parte 2 – Applicare

Baseline, flusso ambientale, abbigliamento e comportamento: come adattarsi al contesto senza trasformarsi in un personaggio

Nella prima parte dello Speciale AIP dedicato al Grey Man abbiamo chiarito che la discrezione non consiste nel diventare invisibili e che non esiste un abbigliamento universalmente adatto a passare inosservati.

Ciò che appare normale in un luogo può risultare insolito in un altro.

Ma come si traduce questo principio nella vita reale?

La risposta non comincia dall’acquisto di uno zaino o dalla scelta di un colore.

Comincia dall’osservazione.

La linea di base: comprendere ciò che è normale

Possiamo utilizzare il termine baseline, o linea di base, per indicare l’insieme dei comportamenti, dei ritmi e delle caratteristiche che, in un determinato luogo e momento, appaiono ordinari.

Entrando in una stazione ferroviaria potremmo osservare persone che:

  • consultano i tabelloni;
  • utilizzano il telefono;
  • trascinano valigie;
  • aspettano sedute;
  • camminano verso i binari;
  • si fermano davanti ai distributori;
  • parlano a volume moderato.

In uno stadio, in una biblioteca, in un mercato o durante un’evacuazione, la linea di base sarà completamente diversa.

Osservare una baseline significa chiedersi:

  • come sono vestite mediamente le persone;
  • cosa trasportano;
  • a quale velocità si muovono;
  • quanto parlano;
  • dove si fermano;
  • quale livello di agitazione appare normale;
  • quali direzioni seguono;
  • quali comportamenti vengono accettati senza particolare attenzione.

Concetto AIP

Prima di cercare di confondersi con un ambiente, bisogna comprenderne la normalità.

La baseline non è però una formula matematica.

Una folla è composta da persone diverse. All’interno della normalità esiste sempre una certa variabilità.

Lo scopo non è diventare una copia degli altri, ma evitare incoerenze inutilmente evidenti.

Il flusso ambientale

Ogni ambiente possiede anche un proprio flusso: il modo in cui persone, mezzi e attività si muovono nello spazio.

In una stazione durante l’ora di punta il flusso può essere rapido e direzionale.

In una piazza turistica può essere lento e irregolare.

In una fila è quasi immobile.

Durante un’evacuazione può diventare veloce, confuso e mutevole.

Una persona può attirare l’attenzione non perché è vestita diversamente, ma perché interrompe il flusso.

Per esempio:

  • si ferma improvvisamente nel mezzo di un passaggio;
  • procede nella direzione opposta alla maggioranza;
  • cambia continuamente percorso;
  • cammina molto più velocemente o lentamente degli altri;
  • si volta ripetutamente;
  • rimane immobile dove tutti stanno lasciando il luogo.

Nessuno di questi comportamenti indica automaticamente un’intenzione ostile.

Può però rendere una persona più riconoscibile.

Il principio pratico è:

Comprendere il ritmo dell’ambiente ed evitare di interromperlo senza una ragione necessaria.

La sicurezza viene comunque prima della discrezione. Se il movimento della folla conduce verso un pericolo, seguirlo soltanto per non distinguersi sarebbe un errore.

La coerenza: quando qualcosa non torna

Spesso l’attenzione non viene attirata da un singolo elemento vistoso, ma da una contraddizione tra ciò che una persona sembra essere e ciò che sta facendo.

Per esempio:

  • appare rilassata ma controlla continuamente le uscite;
  • porta una borsa ordinaria ma la protegge in modo ossessivo;
  • sembra aspettare qualcuno ma osserva sempre lo stesso punto;
  • è vestita come gli altri ma si muove con un ritmo completamente diverso;
  • tenta di apparire distratta mentre controlla sistematicamente l’ambiente.

Questi comportamenti non permettono di conoscere le intenzioni della persona.

Rendono però la sua presenza meno facilmente spiegabile e quindi potenzialmente più interessante.

Per il Grey Man, aspetto e comportamento dovrebbero raccontare una storia semplice e coerente.

Non serve inventare una falsa identità.

Spesso basta non rendere misterioso ciò che non ha bisogno di esserlo.

Ridurre la descrivibilità

Immaginiamo di chiedere a qualcuno di descrivere una persona vista pochi minuti prima.

Probabilmente utilizzerà gli elementi più distintivi:

  • “quello con la giacca gialla”;
  • “quello con lo zaino militare”;
  • “quello con il cappello rosso”;
  • “quello che continuava a voltarsi”;
  • “quello che parlava ad alta voce”.

Questi elementi diventano appigli descrittivi.

Quando la discrezione è utile, può essere ragionevole ridurre:

  • grandi loghi;
  • scritte particolarmente provocatorie;
  • colori molto insoliti rispetto al luogo;
  • accessori appariscenti;
  • equipaggiamento tecnico esposto;
  • comportamenti ripetitivi;
  • voce eccessivamente alta;
  • ostentazione di oggetti costosi.

L’obiettivo non è cancellare la propria identità, ma evitare di creare senza necessità una caratteristica che permetta di essere immediatamente classificati.

Domanda pratica

Se qualcuno dovesse descrivermi tra dieci minuti, quale sarebbe la prima caratteristica che utilizzerebbe?

Il paradosso dell’equipaggiamento tattico

Uno degli errori più comuni consiste nel credere che uno zaino tattico diventi discreto semplicemente perché è nero, grigio o verde oliva.

Può comunque essere riconoscibile per:

  • pannelli MOLLE;
  • velcro per patch;
  • tasche modulari;
  • cinghie esterne molto evidenti;
  • moschettoni;
  • torce o utensili agganciati;
  • struttura particolarmente rigida.

In determinate circostanze questo non rappresenta alcun problema.

In altre può comunicare:

“Questa persona potrebbe trasportare attrezzatura interessante.”

Il materiale tattico non deve essere demonizzato. Deve essere scelto in base alla funzione e al contesto.

Una comune borsa urbana può contenere:

  • acqua;
  • torcia;
  • power bank;
  • kit di primo soccorso;
  • documenti;
  • radio compatta;
  • piccoli strumenti di emergenza.

Le capacità restano disponibili, ma non vengono necessariamente dichiarate.

Errore comune

Pensare che esista uno “zaino Grey Man” universale.

La discrezione non è una caratteristica assoluta dell’oggetto. Nasce dalla relazione tra oggetto, persona, comportamento e ambiente.

Scarpe, accessori e piccoli dettagli

Anche elementi apparentemente secondari contribuiscono alla percezione complessiva.

Le calzature devono essere funzionali, ma anche plausibili rispetto al contesto.

Scarponi da montagna sono normali su un sentiero, meno comuni in altri ambienti. Scarpe eleganti possono essere adatte a un centro direzionale e completamente inadatte durante un’evacuazione su terreno fangoso.

Lo stesso vale per:

  • orologi costosi;
  • gioielli;
  • grandi loghi;
  • accessori tecnici;
  • profumi particolarmente intensi;
  • oggetti rumorosi;
  • strumenti appesi all’esterno dello zaino.

Non è necessario eliminare ogni elemento personale.

Bisogna però ricordare che la nostra presenza viene comunicata attraverso l’insieme dei dettagli.

Il corpo comunica prima delle parole

Una persona che desidera essere discreta potrebbe commettere l’errore di:

  • evitare ossessivamente il contatto visivo;
  • mantenere sempre il capo abbassato;
  • camminare sistematicamente vicino ai muri;
  • controllare continuamente chi si trova alle spalle;
  • cambiare bruscamente direzione;
  • osservare insistentemente uscite e telecamere;
  • stringere lo zaino al petto;
  • apparire eccessivamente rigida.

Questi comportamenti possono attirare più attenzione di un atteggiamento naturale.

Il Grey Man non dovrebbe sembrare furtivo.

L’ambiente può essere osservato anche attraverso azioni normali: consultare un tabellone, guardare una vetrina, scegliere un punto con una buona visuale o cambiare posizione con calma.

Anche il contatto visivo deve rimanere naturale.

Fissare insistentemente le persone può risultare invasivo. Evitare ostentatamente lo sguardo di chiunque può apparire altrettanto insolito.

La consapevolezza può essere elevata internamente senza essere ostentata esternamente.

Anche la voce comunica

La discrezione non è soltanto visiva.

Ogni ambiente possiede un proprio livello sonoro.

In una biblioteca si parla diversamente rispetto a uno stadio. In un vagone ferroviario silenzioso, una telefonata ad alta voce può rendere una persona immediatamente memorabile.

Durante una situazione di emergenza, discutere pubblicamente delle proprie scorte, delle attrezzature possedute o della destinazione scelta può comunicare informazioni non necessarie.

La voce può rivelare:

  • agitazione;
  • intenzioni;
  • destinazioni;
  • disponibilità di risorse;
  • competenze;
  • informazioni familiari.

Essere Grey Man non significa non parlare.

Significa valutare quanto, come e con chi parlare.

Discrezione non significa vulnerabilità

Il Grey Man viene talvolta descritto come una persona che dovrebbe sembrare debole, povera o priva di risorse.

Questa interpretazione può essere controproducente.

In alcuni ambienti, apparire eccessivamente vulnerabili potrebbe aumentare il rischio di essere selezionati come bersaglio.

La discrezione non coincide con la sottomissione.

Un atteggiamento equilibrato comprende:

  • postura sicura ma non aggressiva;
  • movimenti calmi;
  • attenzione all’ambiente;
  • capacità di mantenere una distanza adeguata;
  • decisioni semplici e tempestive;
  • assenza di provocazioni;
  • disponibilità ad allontanarsi prima che una situazione peggiori.

Preparare le decisioni

L’indecisione può rendere più visibili.

Fermarsi improvvisamente, tornare più volte sui propri passi, controllare continuamente il telefono o discutere animatamente su cosa fare può attirare attenzione.

Conoscere in anticipo:

  • le principali uscite;
  • un punto di incontro familiare;
  • modalità alternative di comunicazione;
  • percorsi secondari;
  • ciò che deve essere portato con sé;
  • le condizioni che suggeriscono di lasciare un luogo;

può ridurre l’incertezza.

La preparazione riduce il numero di decisioni che devono essere improvvisate sotto stress.

Un piano non deve essere rigido. Deve fornire opzioni.

Grey Man e consapevolezza situazionale

Grey Man e consapevolezza situazionale sono collegati, ma non equivalenti.

La consapevolezza situazionale riguarda la capacità di:

  1. percepire ciò che accade;
  2. comprenderne il significato;
  3. valutarne la possibile evoluzione;
  4. decidere come comportarsi.

Il Grey Man riguarda soprattutto la gestione di ciò che la propria presenza comunica agli altri.

Una persona può essere discreta ma totalmente inconsapevole di ciò che accade.

Un’altra può essere molto attenta, ma manifestare la propria vigilanza in modo così evidente da attirare l’attenzione.

La condizione ideale consiste nel combinare le due capacità:

  • osservare senza fissare;
  • valutare senza giudicare troppo rapidamente;
  • decidere senza agitarsi;
  • muoversi senza attirare inutilmente attenzione.

Le sette domande del Grey Man

Prima di entrare in un ambiente o affrontare uno spostamento può essere utile chiedersi:

1. Qual è la linea di base?

Come sono vestite le persone? Cosa trasportano? Come si comportano?

2. Qual è il flusso?

Dove si muovono? A quale velocità? Dove si fermano?

3. Cosa attira l’attenzione?

Oggetti costosi, abbigliamento incongruo, movimenti nervosi o voce alta?

4. Cosa comunica il mio equipaggiamento?

Suggerisce valore, capacità, autorità, vulnerabilità o disponibilità di risorse?

5. Il mio comportamento è coerente?

Ciò che faccio appare naturale rispetto al luogo e alla situazione?

6. Come sarei descritto?

Quale sarebbe la prima caratteristica utilizzata per identificarmi?

7. In questo scenario è davvero utile essere discreti?

Oppure sarebbe più sicuro rendersi visibili, chiedere aiuto o identificarsi chiaramente?

Queste domande non producono una risposta universale.

Producono qualcosa di più utile:

Una decisione adattata al contesto.

Gli errori più comuni

Cercare di essere invisibili

Il Grey Man non si nasconde necessariamente. Si adatta.

Utilizzare sempre colori scuri

Nero, grigio e verde oliva non sono automaticamente discreti.

Indossare un’uniforme da “uomo grigio”

Pantaloni tecnici, cappellino e zaino tattico possono diventare essi stessi uno stereotipo.

Osservare tutto in modo evidente

La vigilanza ostentata può richiamare attenzione.

Evitare sistematicamente lo sguardo

Può risultare più insolito di un breve contatto visivo naturale.

Pensare soltanto all’abbigliamento

Voce, postura, gesti e movimento possono essere più riconoscibili dei vestiti.

Interpretare ogni anomalia come una minaccia

Una deviazione dalla linea di base è un’informazione, non una prova.

La discrezione è adattamento

La pratica del Grey Man non consiste nell’acquistare un prodotto.

Consiste nel comprendere il contesto, osservare prima di agire, scegliere ciò che è funzionale senza ostentarlo e mantenere consapevolezza senza trasformarla in comportamento artificiale.

La discrezione deve sempre rimanere subordinata alla sicurezza.


Continua lo Speciale AIP

Parte 3 — Grey Man, OPSEC e sicurezza digitale

Nella terza parte analizzeremo ciò che comunichiamo senza rendercene conto: scorte, energia, equipaggiamenti, conversazioni, social network e informazioni personali.

L'articolo Grey Man nella pratica: ambiente, comportamento ed equipaggiamento proviene da Associazione Italiana Preppers.

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Grey Man: la discrezione come strategia di sicurezza

Parte 1 – Comprendere

Cos’è realmente la Grey Man Theory, cosa può insegnarci la psicologia dell’attenzione e perché passare inosservati non significa diventare invisibili

Quando si parla di preparazione alle emergenze, l’immaginario collettivo tende spesso ad associare il prepper a un’estetica immediatamente riconoscibile: abbigliamento tattico, zaino dotato di sistema MOLLE, scarponi robusti, numerose tasche, strumenti visibili e un atteggiamento costantemente vigile.

Questo tipo di equipaggiamento può essere perfettamente funzionale in determinati ambienti. In una stazione ferroviaria, in un centro commerciale o durante uno spostamento urbano, però, potrebbe comunicare più informazioni di quanto sia opportuno.

Potrebbe suggerire che una persona è organizzata, preparata o in possesso di attrezzature e risorse utili. In condizioni ordinarie ciò potrebbe essere irrilevante. In uno scenario caratterizzato da tensione, scarsità o disordine, invece, attirare inutilmente l’attenzione potrebbe diventare un fattore di rischio.

Da questa considerazione nasce ciò che nel mondo del prepping, del survival e della sicurezza personale viene comunemente chiamato Grey Man, letteralmente “uomo grigio”.

  • Il Grey Man, però, non è necessariamente vestito di grigio.
  • Non è invisibile.
  • E non è una spia.

Il principio può essere riassunto in modo molto più semplice:

Quando la situazione lo richiede, evitare di diventare inutilmente rilevanti agli occhi degli altri.

In breve

Il Grey Man non cerca necessariamente di non essere visto.

Cerca di non offrire ragioni particolari per essere osservato più attentamente, ricordato o selezionato.

Non esiste un colore, un abbigliamento o uno zaino capace di rendere una persona invisibile. La discrezione dipende dalla relazione tra individuo, comportamento, equipaggiamento e ambiente.

Una strategia pratica, non una teoria scientifica

L’espressione Grey Man Theory è molto diffusa negli ambienti prepper e survival, ma non indica una teoria scientifica formalizzata con una definizione accademica condivisa.

Non risulta inoltre prudente attribuirle un’unica origine militare, di intelligence o storica senza disporre di fonti primarie sufficientemente solide.

È più corretto considerarla una strategia pratica composta da principi provenienti da ambiti differenti, tra cui:

  • consapevolezza situazionale;
  • adattamento al contesto;
  • gestione dell’attenzione;
  • comunicazione non verbale;
  • protezione delle informazioni;
  • riduzione dell’ostentazione;
  • sicurezza personale.

Questa distinzione è essenziale.

Un suggerimento nato dall’esperienza può essere ragionevole senza rappresentare una legge scientifica. Allo stesso modo, uno studio di psicologia non deve essere utilizzato per dimostrare qualcosa che non ha esaminato direttamente.

Vedere non significa necessariamente notare

Ogni giorno siamo esposti a una quantità enorme di informazioni: volti, movimenti, suoni, veicoli, colori, cartelli, oggetti e conversazioni.

Il cervello non elabora tutto con la stessa profondità. L’attenzione seleziona una parte delle informazioni disponibili, privilegiando ciò che appare pertinente rispetto al compito che stiamo svolgendo, ai nostri obiettivi e alle nostre aspettative.

Uno dei fenomeni più conosciuti in questo ambito è la cecità da disattenzione, o inattentional blindness.

Nel celebre studio pubblicato nel 1999 da Daniel Simons e Christopher Chabris, i partecipanti dovevano osservare un filmato e contare i passaggi effettuati da alcuni giocatori. Durante la scena compariva un evento inatteso e molto evidente, che una parte consistente degli osservatori non riferiva di aver notato. Lo studio è diventato noto attraverso il cosiddetto esperimento del “gorilla invisibile”. L’esperimento non dimostra la Grey Man Theory e non prova che una persona possa rendersi volontariamente invisibile.

Dimostra qualcosa di diverso:

Essere presenti nel campo visivo di qualcuno non significa necessariamente diventare il centro della sua attenzione.

Il lavoro di Arien Mack e Irvin Rock sulla cecità da disattenzione ha contribuito a mostrare quanto la percezione cosciente dipenda dall’attenzione dedicata agli stimoli presenti.

Essere visibili, essere notati ed essere ricordati non sono necessariamente la stessa cosa.

L’attenzione non è un interruttore

Sarebbe però sbagliato concludere che sia sufficiente confondersi con lo sfondo per non essere notati.

Ciò che richiama l’attenzione dipende da molti fattori:

  • ciò che una persona sta cercando;
  • ciò che si aspetta di vedere;
  • il compito che sta svolgendo;
  • le caratteristiche dello stimolo;
  • la posizione rispetto al punto osservato;
  • l’esperienza dell’osservatore;
  • il contesto complessivo.

Anche la posizione di uno stimolo rispetto al centro dell’attenzione può influire sulla probabilità che venga rilevato. Grey Man non può essere ridotto a una formula del tipo:

Colori neutri uguale invisibilità.

Il colore è soltanto una variabile. Possono essere altrettanto importanti:

  • la forma dello zaino;
  • la postura;
  • il modo di camminare;
  • la velocità dei movimenti;
  • la direzione dello sguardo;
  • il tono della voce;
  • gli oggetti trasportati;
  • la coerenza complessiva con il luogo.

La domanda corretta non è quindi:

“Quale colore mi rende meno visibile?”

La domanda più utile è:

“Che cosa, in questo specifico ambiente, potrebbe rendermi insolitamente interessante?”

La normalità è contestuale

Non esiste un abbigliamento Grey Man valido ovunque.

Una persona con scarponi, pantaloni tecnici e zaino da escursionismo può essere assolutamente ordinaria all’inizio di un sentiero montano.

Lo stesso abbigliamento potrebbe risultare più riconoscibile in un ambiente professionale o durante una serata elegante.

Un completo formale può essere normale in un centro direzionale e insolito durante un’attività di volontariato in una zona alluvionata.

Persino un colore acceso non è sempre incompatibile con la discrezione. Durante una festa o un evento sportivo, presentarsi completamente vestiti di nero, grigio o verde oliva potrebbe rendere una persona più riconoscibile rispetto a chi indossa i colori diffusi tra i partecipanti.

Il concetto fondamentale è quindi quello della normalità contestuale.

Essere Grey Man non significa adottare un’uniforme. Significa capire che ciò che appare normale in un luogo può risultare insolito in un altro.

Errore comune

Pensare che esista un “look Grey Man”.

Pantaloni tecnici, cappellino neutro, occhiali scuri e zaino tattico possono creare un nuovo stereotipo facilmente riconoscibile.

Non invisibili, ma meno rilevanti

Il termine “invisibile” viene spesso utilizzato nella divulgazione sul Grey Man. È efficace dal punto di vista narrativo, ma rischia di essere fuorviante.

Nessuna tecnica può garantire che una persona:

  • non venga osservata;
  • non venga ricordata;
  • non venga riconosciuta;
  • non venga ripresa da una telecamera;
  • non richiami l’attenzione di qualcuno.

Il Grey Man deve essere considerato un tentativo di ridurre la rilevanza non necessaria della propria presenza, non una tecnica di invisibilità.

In termini semplici:

Non diventare la cosa più interessante nell’ambiente, quando non esiste una buona ragione per esserlo.

Il Grey Man non è un travestimento

Trasformare la discrezione in una recita può produrre l’effetto opposto.

Un abbigliamento può apparire formalmente coerente, mentre il comportamento racconta qualcosa di completamente diverso.

Una persona può vestirsi come un escursionista, ma muoversi in modo evidentemente inesperto.

Può utilizzare uno zaino urbano, ma proteggerlo ossessivamente come se contenesse qualcosa di eccezionale.

Può cercare di apparire rilassata, controllando però in continuazione ciò che accade alle proprie spalle.

La discrezione efficace non nasce necessariamente dalla costruzione di una falsa identità.

Nasce soprattutto dalla coerenza tra aspetto, comportamento e contesto.

Un’anomalia non è una prova

Un’altra interpretazione problematica del Grey Man consiste nel considerare ogni persona o comportamento insolito come una possibile minaccia.

Questo approccio può generare valutazioni errate, ipervigilanza e reazioni sproporzionate.

Una persona può deviare dalla normalità di un ambiente per numerose ragioni innocue:

  • non conosce il luogo;
  • ha una disabilità;
  • sta cercando qualcuno;
  • è in ritardo;
  • ha ricevuto una telefonata importante;
  • è semplicemente distratta.

La consapevolezza situazionale richiede osservazione e valutazione, non conclusioni immediate.

Principio AIP

Un’anomalia è un’informazione, non una prova.

I limiti del Grey Man

Il Grey Man:

  • non garantisce anonimato;
  • non elimina i rischi;
  • non sostituisce la consapevolezza situazionale;
  • non rende invisibili alle tecnologie di sorveglianza;
  • non impedisce a un osservatore attento di notare una persona;
  • non è adatto a tutte le emergenze.

Durante una ricerca o un soccorso, essere visibili può salvare la vita.

In ambiente naturale, colori facilmente individuabili possono facilitare il ritrovamento.

Durante un incendio, un’alluvione o un incidente, segnalare chiaramente la propria posizione può essere prioritario.

La discrezione è quindi uno strumento situazionale, non una regola universale.

Comprendere prima di applicare

Il valore del Grey Man non consiste nell’insegnare alle persone a nascondersi.

Consiste nel ricordare che comunichiamo continuamente informazioni attraverso:

  • l’aspetto;
  • il comportamento;
  • ciò che trasportiamo;
  • il modo in cui ci muoviamo;
  • il modo in cui interagiamo.

Il Grey Man non è un colore.

Non è uno zaino.

Non è una tecnica infallibile.

È, nella sua interpretazione più ragionevole, una forma di adattamento consapevole al contesto.

E per adattarsi a un ambiente, prima bisogna imparare a leggerlo.


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Parte 2 — Grey Man nella pratica: ambiente, comportamento ed equipaggiamento

Nella seconda parte analizzeremo come osservare la linea di base e il flusso di un ambiente, come scegliere equipaggiamento e abbigliamento coerenti e quali comportamenti possono attirare involontariamente l’attenzione.


Nota metodologica

La Grey Man Theory è un concetto divulgativo diffuso soprattutto negli ambienti prepper, survival e della sicurezza personale, non una teoria scientifica formalizzata.

Gli studi sulla cecità da disattenzione vengono citati per illustrare alcuni meccanismi dell’attenzione umana. Non costituiscono una dimostrazione sperimentale dell’efficacia complessiva del Grey Man.

Fonti essenziali

Simons, D. J., & Chabris, C. F. (1999).
Gorillas in our midst: Sustained inattentional blindness for dynamic events. Perception, 28(9), 1059–1074. DOI: 10.1068/p281059.

Mack, A., & Rock, I. (1998).
Inattentional Blindness. MIT Press.

L'articolo Grey Man: la discrezione come strategia di sicurezza proviene da Associazione Italiana Preppers.

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Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper

“Situational Awareness (SA): vedere prima, reagire meglio”

Nel mondo del prepping si tende spesso a concentrare l’attenzione su scorte, attrezzature e piani di emergenza. Tutti elementi importanti, ma non sufficienti.
La vera base della preparazione individuale e familiare è una competenza spesso sottovalutata: la consapevolezza situazionale, nota anche come situational awareness.

Essere consapevoli di ciò che accade intorno a noi, comprenderne il significato e anticiparne le possibili evoluzioni consente di ridurre i rischi, evitare decisioni impulsive e affrontare le emergenze in modo razionale, senza ricorrere a comportamenti estremi o allarmistici.

Questo concetto è pienamente coerente con la cultura della protezione civile, che pone al centro la prevenzione, l’autoprotezione e il comportamento responsabile del cittadino prima, durante e dopo un’emergenza.

Cos’è la consapevolezza situazionale

La consapevolezza situazionale è la capacità di osservare l’ambiente, interpretare correttamente le informazioni disponibili e valutare come una situazione potrebbe evolvere nel tempo.
È un principio adottato in ambiti come l’aviazione, la sanità d’emergenza e la protezione civile, dove la corretta lettura del contesto è fondamentale per ridurre il rischio e coordinare interventi efficaci.

Nel prepping civile, questa competenza consente di anticipare criticità e adottare comportamenti adeguati, in linea con le indicazioni delle autorità competenti.

I livelli della Situational Awareness (SA)

La consapevolezza situazionale può essere descritta attraverso tre livelli progressivi, pienamente compatibili con l’approccio della protezione civile.

I livelli sono:

  1. Percezione
  2. Comprensione
  3. Proiezione

Questo concetto è ampiamente utilizzato in ambito aeronautico, militare, sanitario e nella protezione civile, ma risulta altrettanto applicabile alla vita quotidiana e al prepping civile.

1) La Percezione

Il primo livello è la percezione:

  • ciò che si vede
  • ciò che si sente
  • ciò che cambia rispetto alla normalità

Consiste nel notare ciò che accade e ciò che cambia rispetto alla normalità. Segnali come un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica, un traffico anomalo o l’indisponibilità di servizi essenziali rappresentano elementi che, se osservati con attenzione, permettono una prima valutazione della situazione.

Esempi concreti possono essere:

  • un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica
  • strade insolitamente congestionate
  • servizi pubblici non operativi
  • comportamenti anomali delle persone

Riconoscere ciò che non rientra nella routine è il primo passo verso una corretta valutazione del rischio.

2) La Comprensione

Il secondo livello è la comprensione:

  • è un evento isolato o diffuso?
  • è temporaneo o potrebbe protrarsi?
  • è già accaduto in passato?

In questa fase si attribuisce un significato a ciò che si è osservato. Un blackout che coinvolge più comuni, come accaduto in diverse aree d’Italia, non è solo un disagio temporaneo, ma un evento che può avere conseguenze su mobilità, comunicazioni e accesso ai servizi. È lo stesso principio utilizzato dalla protezione civile per distinguere un evento locale da una criticità più ampia.

Esempi concreti di disagi possono essere:

  • approvvigionamenti
  • mobilità
  • comunicazioni
  • sicurezza

3) La Proiezione

Il terzo livello è la proiezione e riguarda la previsione degli sviluppi:

  • cosa potrebbe accadere nelle prossime ore?
  • quali servizi potrebbero interrompersi?
  • quali effetti secondari potrebbero manifestarsi?

Ovvero la capacità di anticipare possibili sviluppi. Durante eventi come alluvioni, frane, ondate di calore o forti perturbazioni meteo, prevedere gli effetti secondari consente di adottare comportamenti di autoprotezione e di non ostacolare eventuali operazioni di soccorso.

Consapevolezza situazionale e sicurezza personale nei contesti sociali

Quando si parla di pericoli, spesso si pensa a eventi eccezionali o a scenari estremi. In realtà, molte delle situazioni più rischiose nascono in contesti assolutamente ordinari: una piazza affollata, un concerto, una discoteca, una manifestazione, una serata di festa. Nella maggior parte dei casi, non è l’evento in sé a trasformarsi in tragedia, ma il modo in cui le persone reagiscono quando qualcosa cambia improvvisamente.

La consapevolezza situazionale è proprio questo: la capacità di leggere ciò che sta accadendo intorno a noi, coglierne i segnali iniziali e capire quando è il momento di allontanarsi prima che una situazione diventi pericolosa.

Molti episodi avvenuti negli ultimi anni, come il panico in Piazza San Carlo a Torino nel giugno del 2017 o diversi incidenti in locali e discoteche, mostrano un elemento comune: il pericolo non nasce sempre da un crollo, da un incendio o da un’aggressione, ma dalla dinamica della folla. Quando le persone si spaventano tutte insieme, il movimento collettivo diventa incontrollabile. A quel punto non conta più quanto si è forti o veloci: si viene semplicemente trascinati.

Un caso reale: Piazza San Carlo a Torino

Senza ripercorrere nel dettaglio i fatti avvenuti in Piazza San Carlo a Torino, si vuole portare all’attenzione del lettore una conseguenza significativa della fuga incontrollata della folla. Dopo il diradamento delle persone e quando la macchina dei soccorsi è riuscita ad agire, si è infatti verificato un consistente ritrovamento e conseguente accumulo di scarpe e calzature di vario tipo (vedi foto). Nel video dell’articolo linkato è inoltre possibile osservare chiaramente l’effetto della cosiddetta “marea umana”.

Questo elemento, apparentemente secondario, è in realtà molto significativo.
In caso di calca dovuta al cosiddetto effetto “marea umana”, è estremamente facile perdere le calzature, che rappresentano l’unica protezione dei piedi contro oggetti taglienti come cocci di vetro o altri materiali presenti a terra.
La perdita delle scarpe aumenta in modo rilevante il rischio di ferimenti e, di conseguenza, anche il rischio di cadute.
In un contesto di movimento incontrollato della folla, una caduta può rapidamente trasformarsi in una situazione potenzialmente letale a causa del calpestamento.

Questo episodio mostra in modo molto chiaro che, in simili contesti, la consapevolezza situazionale non serve a “gestire” il panico quando è ormai in atto, ma soprattutto a non trovarsi all’interno della dinamica di panico quando questa si innesca.

fonte Rai News

Considerazioni preventive

La prima e più efficace misura di riduzione del rischio sarebbe stata evitare di trovarsi in una situazione di questo tipo. Per la natura stessa dell’evento, il rischio di comportamenti violenti o di movimenti di massa incontrollati era oggettivamente elevato. È tuttavia importante ricordare che dinamiche simili possono verificarsi anche in contesti ritenuti meno critici, come mercatini, sagre paesane o altri eventi molto affollati.

In termini pratici, alcune semplici attenzioni avrebbero potuto ridurre l’esposizione al rischio:

  • osservare preventivamente la conformazione dell’area e individuare non solo le vie di uscita principali, ma anche passaggi secondari o meno evidenti, tenendo conto che il comportamento istintivo porta la maggior parte delle persone a dirigersi verso gli spazi più ampi, con conseguente formazione di colli di bottiglia;
  • mantenersi, per quanto possibile, in prossimità delle vie di fuga già individuate, in modo da poter lasciare l’area tempestivamente ai primi segnali di criticità, evitando di essere coinvolti nel movimento della massa;
  • in presenza di grandi assembramenti, scegliere un abbigliamento adeguato e in particolare calzature chiuse e ben allacciate, che riducano il rischio di sfilarsi e garantiscano una migliore protezione del piede in caso di spinta o di presenza di oggetti a terra.

Un caso reale: tragedia Crans Montana

Altro caso reale è la tragedia avvenuta nella discoteca di Crans-Montana, è utile soffermarsi su alcuni elementi che aiutano a comprendere come, in contesti chiusi e molto affollati, il rischio principale non sia rappresentato solo dall’evento iniziale, ma soprattutto dalle conseguenze che esso genera in termini di comportamento collettivo e gestione dello spazio.

In situazioni di questo tipo, caratterizzate da elevata densità di persone, scarsa visibilità, rumore e stimoli sensoriali intensi, anche un evento inizialmente limitato — come un principio d’incendio, del fumo o un guasto tecnico — può innescare una reazione a catena estremamente rapida.
Inoltre anche l’osservazione delle condizioni del luogo che si va ad occupare per l’evento può lasciare adito a considerazioni personali sulla effettiva sicurezza che questo luogo possa avere.
Il panico, unito alla necessità istintiva di allontanarsi dal pericolo, porta molte persone a muoversi simultaneamente verso le stesse vie di uscita, generando sovraffollamento, compressione e, nei casi peggiori, situazioni di schiacciamento.

In ambienti chiusi, la perdita di orientamento è uno dei primi effetti collaterali del panico. La combinazione di luci, fumo, musica ad alto volume, struttura non correttamente adeguata alle norme di sicurezza e confusione rende difficile comprendere dove ci si trovi e quale sia il percorso più sicuro per uscire.
In queste condizioni, le persone tendono a seguire il flusso della massa, anche quando questo conduce verso colli di bottiglia o zone già congestionate, aggravando ulteriormente la situazione.

Questo tipo di eventi mostra con chiarezza come, in contesti ad alta densità di persone, il fattore critico non sia solo la presenza del pericolo, ma la dinamica della folla che si genera in risposta ad esso.

Considerazioni preventive

Dal punto di vista della prevenzione individuale, alcune semplici attenzioni possono contribuire a ridurre l’esposizione al rischio in contesti simili:

Effetto Spettatore
  • evitare ambienti eccessivamente affollati o che trasmettono una sensazione generale di sovraccarico e disorganizzazione;
  • individuare sempre, al momento dell’ingresso, le uscite principali e secondarie, e mantenere una minima consapevolezza della propria posizione rispetto ad esse;
  • farsi subito un’idea se il locale effettivamente è sicuro e idoneo al tipo di evento a cui si partecipa, verificare la presenza dei presidi di sicurezza minimi (estintori, illuminazione di emergenza, cassette primo soccorso, etc), in caso di assenza di presidi è consigliabile desistere dal permanere nel locale in questione.
  • evitare di posizionarsi stabilmente in zone che appaiono già congestionate o difficili da attraversare;
  • prestare attenzione ai primi segnali di anomalia e non rimandare la decisione di allontanarsi confidando che la situazione si risolva da sola (pregiudizio di normalità) o siano gli altri a risolverla (effetto spettatore).

Anche in questo caso, emerge con chiarezza un principio fondamentale: chi si muove per tempo spesso riesce a evitare di trovarsi coinvolto nella fase più pericolosa dell’evento.

Una lezione generale

La tragedia di Crans-Montana, come altri eventi simili, ricorda che nei luoghi chiusi e affollati il rischio maggiore non è quasi mai legato solo all’evento iniziale, ma alla combinazione tra locali inadeguati, panico, disorientamento e dinamiche di massa.

La consapevolezza situazionale, intesa come attenzione all’ambiente e capacità di riconoscere per tempo i segnali di criticità, rappresenta uno degli strumenti più semplici ed efficaci per ridurre l’esposizione a questo tipo di rischi.

Spesso i segnali ci sono. Prima che una situazione degeneri, l’ambiente cambia: il rumore aumenta, le persone iniziano a voltarsi tutte nella stessa direzione, si percepisce tensione, qualcuno inizia a spingere o a muoversi in modo disordinato. Chi è completamente immerso nel proprio telefono o distratto da quello che sta facendo tende a non notare nulla. Chi invece mantiene un minimo di attenzione all’ambiente circostante si accorge che qualcosa non va, quando c’è ancora tempo per allontanarsi con calma.

Lo stesso principio vale per i rischi di aggressione o rapina. Questi eventi raramente avvengono “dal nulla”. Nella maggior parte dei casi sono preceduti da una fase di osservazione, in cui qualcuno cerca una persona distratta, isolata o disorientata. Una persona che cammina con aria consapevole, che guarda intorno a sé e che sembra sapere dove sta andando, è molto meno attraente come bersaglio rispetto a chi appare completamente assorbito dal telefono o spaesato.

Anche nei locali affollati o nei grandi eventi, la consapevolezza situazionale comincia ancora prima che succeda qualcosa. Entrare in un posto e notare dove sono le uscite, quali sono i passaggi più stretti, dove si concentra più gente, non è paranoia: è semplice buon senso. Se durante la serata si vede che una zona diventa eccessivamente piena, che si fa fatica a muoversi o a respirare, quello è già un segnale di rischio. Oltre una certa densità, le persone smettono di muoversi come individui e iniziano a muoversi come una massa. In quel momento, il controllo personale si riduce drasticamente.

Uno degli errori più comuni è pensare: “Aspetto ancora un attimo e vedo come va”. Purtroppo, quando la situazione peggiora davvero, non c’è più tempo per decidere. Chi si muove per tempo, invece, spesso riesce semplicemente ad andarsene senza nemmeno capire, se non dopo, quanto fosse vicino al problema.

In fondo, la consapevolezza situazionale non è uno stato di allerta permanente e non significa vivere con paura. Significa mantenere un filo di attenzione verso l’ambiente in cui ci si trova, sufficiente per riconoscere quando qualcosa sta cambiando in modo anomalo.

La sua funzione più importante non è aiutare a reagire nel caos, ma evitare di trovarsi nel caos.

Ed è proprio questo che la rende uno degli strumenti più semplici e più efficaci di prevenzione personale e collettiva.

Nei prossimi articoli affronteremo alcuni aspetti psicologici della Consapevolezza Situazionale, tra cui il Gray Man, Normai Bias, Effetto spettatore etc.

Perché la consapevolezza situazionale è centrale nel prepping

Nel contesto italiano, caratterizzato da un territorio fragile e da una frequente esposizione a rischi naturali, la consapevolezza situazionale rappresenta uno strumento fondamentale di prevenzione non strutturale, esattamente come promosso dalla protezione civile.

Essere consapevoli significa:

  • ridurre la probabilità di esporsi inutilmente al rischio
  • alleggerire la pressione sui servizi di emergenza
  • favorire una gestione ordinata e collaborativa delle situazioni critiche

Inoltre la consapevolezza situazionale permette di:

  • intervenire prima che l’emergenza diventi critica
  • proteggere la propria famiglia
  • utilizzare in modo efficiente le risorse disponibili
  • mantenere lucidità anche in situazioni stressanti

Molte emergenze non diventano crisi per chi riesce a leggere correttamente i segnali iniziali.

Il prepper consapevole non si sostituisce alle istituzioni, ma collabora indirettamente attraverso comportamenti corretti e responsabili.

Applicazione nella vita quotidiana

La consapevolezza situazionale non equivale a vivere in costante allerta. È invece una forma di attenzione equilibrata, simile a quella promossa nelle campagne di informazione della protezione civile.

Al contrario, si basa su:

  • osservazione calma
  • attenzione selettiva
  • conoscenza della normalità

Conoscere il territorio in cui si vive, i principali rischi locali (idrogeologici, sismici, climatici) e le procedure di emergenza previste dal proprio comune consente di riconoscere più facilmente le anomalie e di reagire in modo appropriato.

Anche semplici abitudini quotidiane contribuiscono a rafforzare questa capacità, rendendo il cittadino parte attiva del sistema di protezione civile.

Alcuni esempi pratici:

  • osservare le uscite quando si entra in un luogo
  • notare comportamenti fuori contesto
  • ascoltare le comunicazioni ufficiali, senza ignorare i segnali locali
  • conoscere la normalità per riconoscere l’anomalia

Errori comuni da evitare

Una cattiva applicazione della consapevolezza situazionale può risultare controproducente.
Tra gli errori più frequenti si riscontrano:

  1. l’ipervigilanza, che genera stress e decisioni affrettate
  2. la sottovalutazione del rischio, in contrasto con il principio di prevenzione
  3. l’uso di fonti non ufficiali o non verificate
  4. la dipendenza esclusiva dalla tecnologia, che può non essere disponibile in emergenza

La protezione civile insegna che informazione corretta e comportamento adeguato sono elementi chiave della sicurezza.

Come allenare la consapevolezza situazionale

Allenare questa competenza significa sviluppare una mentalità preventiva.
Osservare l’ambiente, analizzare eventi passati e conoscere i piani comunali di emergenza permette di costruire una base solida di consapevolezza. Anche la partecipazione a esercitazioni, incontri informativi o attività di volontariato contribuisce a rafforzare questa capacità.

Più avanti si affronteranno anche esercizi per affinare la propria SA, come ad esempio:

  • il Gioco di Kim
  • LA visione Periferica
  • Caccia agli Oggetti
  • OODA Loop

Prepararsi non significa aspettarsi il peggio, ma sapere cosa fare se accade.

Box – Cosa fare prima, durante e dopo

La consapevolezza situazionale accompagna ogni fase dell’emergenza.

Prima
Prima che si verifichi un evento, è fondamentale conoscere il territorio, i principali rischi locali e le procedure di emergenza. Informarsi attraverso canali ufficiali, preparare un piano familiare e osservare i segnali precoci consente di agire con anticipo e lucidità.

Durante
Durante l’emergenza, la priorità è mantenere la calma, valutare l’evoluzione della situazione e adottare comportamenti di autoprotezione. Seguire le indicazioni delle autorità, evitare spostamenti inutili e non diffondere informazioni non verificate contribuisce alla sicurezza propria e al buon funzionamento del sistema di soccorso.

Dopo
Dopo l’evento, la consapevolezza situazionale aiuta a comprendere quando il pericolo è realmente cessato. È importante continuare a informarsi, verificare eventuali danni, evitare zone a rischio e collaborare con

Box – Consigli AIP

In linea con i principi della protezione civile, l’Associazione Italiana Prepper suggerisce di:

  • conoscere i rischi del proprio territorio
  • informarsi attraverso canali ufficiali
  • adottare comportamenti di autoprotezione
  • mantenere calma e lucidità
  • evitare azioni che possano intralciare i soccorsi

La consapevolezza situazionale è uno strumento di responsabilità individuale al servizio della sicurezza collettiva.

Conclusione

Nel prepping moderno, la consapevolezza situazionale rappresenta la prima e più importante risorsa.
Scorte e strumenti sono utili, ma senza la capacità di comprendere la realtà e anticiparne le evoluzioni perdono gran parte della loro efficacia.

Essere prepper significa essere attenti, informati e responsabili, contribuendo alla propria sicurezza e a quella della comunità.

L'articolo Consapevolezza situazionale: la prima vera risorsa del prepper proviene da Associazione Italiana Preppers.

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È USCITO IL NUOVO LIBRO DI DANIELE PERRA: “Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov”

Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.

Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?

Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismo nella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.

Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.

È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.

Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.

Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.

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