Modalità di lettura
Libri di Sally Rooney ritirati nel Regno Unito a causa del sostegno a Palestine Action
I viaggiatori invisibili tra le due Ucraine

I due eserciti sono divisi dalle trincee, ma tra la gente comune il muro è invisibile. Da quando la Russia ha strappato all’Ucraina un quinto del suo territorio, la realtà dei territori occupati è attraversata da un flusso costante di persone che continuano a muoversi. Per molti cittadini ucraini – manovali, operai specializzati, badanti, agricoltori – la geografia del conflitto supera la mappa delle ostilità sul terreno, segnata dai quasi impercettibili mutamenti delle linee di attrito, e diventa un groviglio di trasporti informali. C’è chi si organizza su Telegram, ad esempio, e sale a bordo di minibus con targa bielorussa che partono nelle prime ore dell’alba, nel silenzio spettrale dei parcheggi dei centri commerciali.
Gli spostamenti avvengono in due direzioni: c’è chi cerca di sfuggire dalla morsa di Mosca, e chi decide di fare ritorno, anche solo temporaneamente, nelle zone controllate dalle forze russe. Volersi prendere cura dei genitori anziani, la necessità di salvare una casa dalla confisca o il semplice e disperato desiderio di rivedere la comunità in cui si è nati e cresciuti, anche se solo per un po’.
Le vie d’accesso verso i territori occupati si sono ristrette con il passare dei mesi. Dopo la chiusura dei valichi diretti lungo la linea del fronte, le rotte sono diventate arzigogolate e dispendiose. Gli ucraini che vogliono tornare nell’Ucraina ormai sotto il pugno del Cremlino partono dall’Europa occidentale e devono attraversare diversi Paesi e sottoporsi alla temuta filtratsia, la procedura di controllo di sicurezza gestita dall’FSB all’aeroporto Sheremetyevo di Mosca. Questo passaggio prevede lunghi interrogatori, l’ispezione approfondita degli smartphone e il rischio concreto di arresto o respingimento.
La vera linea di confine
Sono spostamenti che hanno un costo economico ed esistenziale notevole. La ricercatrice Sophie Lambroschini, nello studio pubblicato dal centro di ricerca ZOiS, ci spiega come il possesso dei documenti sia la variabile decisiva: l’imposizione del passaporto russo nelle zone occupate crea un paradosso normativo che costringe i cittadini a destreggiarsi tra requisiti opposti per non perdere il diritto di proprietà o la libertà di movimento. Sul fronte opposto, il corridoio umanitario tra Kolotilovka e Pokrovka è stato a lungo uno dei pochi punti di rientro diretto verso il territorio controllato da Kyiv, descritto nei reportage di Aleksander Palikot per RFE/RL. Persone come Kateryna Arisoy lavorano con le organizzazioni di volontari per offrire assistenza immediata e supporto psicologico a chi riesce a tornare. La distanza da ciò che si considera come “casa” non si misura più in chilometri, ma nella pazienza necessaria a ripercorrere, ancora una volta, la stessa strada.
A guardare da vicino queste storie, resta la sensazione che la linea di confine più difficile da attraversare sia quella tra gli ucraini che sono rimasti e quelli che sono partiti, tra chi ha accettato, o dovuto accettare, un documento per sopravvivere, e chi guarda a quella scelta con sospetto. Tra gli ucraini che in qualche modo sono stati assimilati, o hanno scelto di esserlo, magari anche per convinzione culturale o idologica, e quelli che invece vivono come stranieri nel territorio che un tempo aveva un’altra bandiera. In questo spazio intermedio si consuma il destino di migliaia di persone che cercano soltanto di tenere insieme i cocci di una vita frammentata.
L'articolo I viaggiatori invisibili tra le due Ucraine proviene da InsideOver.
Regno Unito: la Tassa di Putin da 2 miliardi di sterline che imbarazza il governo Burnham

L’ultimo della serie è stato Ken McCallum, direttore generale dell’MI5, il servizio di controspionaggio britannico. McCallum ha suonato l’allarme: negli ultimi dieci anni, ha detto, le minacce contro il Regno Unito da parte di altre entità statali sono quadruplicate, con la Russia come “aggressore numero uno”. La cosa interessante, però, è che l’alto funzionario non si è perso nelle solite geremiadi sulla democrazia in pericolo o sul nemico alle porte ma ha lamentato che tutto ciò costringa “l’MI5 a destinare al contrasto delle attività di Stati esteri più risorse oggi di quale ne impiegasse durante la guerra fredda”.
Negli ultimi tempi, infatti, complice la crisi economica generale e, forse, anche l’impossibilità di spingere il sostegno all’Ucraina e il confronto con la Russia oltre certi limiti, le autorità del Regno Unito si preoccupano molto… delle spese. Ovvero di quanto costi in milioni di sterline scontrarsi con un avversario non solo aggressivo e tenace ma anche militarmente e tecnologicamente preparato. Tale preoccupazione si è manifestata appieno, e si è per così dire sistematizzata, nel momento in cui Graeme Downie, parlamentare scozzese del Partito Laburista, ha presentato al governo di Andy Burnham un’interrogazione per conoscere il costo degli attacchi cyber russi e soprattutto il loro costo. Accompagnando il tutto con una ricerca intitolata, non si sa se con amarezza o con humour inglese, The Putin Tax, che presenta una stima autonoma di quanto il governo britannico spenda per contrastare le operazioni di influenza russe. O per essere più precisi: di quanto tali operazioni costino al Regno Unito, perché dal governo a Downie non è arrivata alcuna risposta.
La questione è tutt’altro che peregrina e la mossa del parlamentare è stata subito appoggiata dal Royal United Services Institute (RUSI), il più antico think tank del Regno Unito, che ha subito scritto: “La raccolta di prove sul costo dell’ostilità russa aiuterà il governo a giustificare le proprie scelte di spesa, a rafforzare la necessità di un’efficace resilienza del settore pubblico e privato e a individuare i settori in cui gli investimenti avrebbero il maggiore impatto economico. Questa lacuna è importante e merita attenzione. In un’epoca in cui i governi collegano la sicurezza economica e quella nazionale in ogni occasione, proteggere le imprese dalle interruzioni e ridurre al minimo il dirottamento di risorse pubbliche già limitate verso la ripresa e la protezione dovrebbe essere una priorità. Comprendere il costo inflitto dall’ostilità del Cremlino dovrebbe guidare il governo nel determinare e dare priorità alla propria risposta”. Come dire: hai pochi soldi, se non sai quanto devi spendere come puoi decidere dove spendere?
Il rapporto del parlamentare laburista avanza una stima per difetto: tra 2 e 2,5 miliardi di sterline l’anno, cioè tra 2,36 e 3 miliardi di euro. Così ripartiti: tra 0,4 e 0,5 miliardi di sterline per gli attacchi russi provati (droni sugli aeroporti e simili); 1,47 miliardi per le attività cyber russe; tra 250 e 500 milioni per il danneggiamento dei cavi sottomarini; il resto per l’impatto economico generale e le spese di prevenzione di future minacce. Per difetto, la stima, perché gli stessi estensori del rapporto pensano di non essere riusciti a calcolare tutto né a identificare ogni possibile conseguenza del braccio di ferro in corso. Per esempio: dal 2022 a oggi, le autorità britanniche hanno registrato 300 attacchi cyber attribuibili alla Russia. E’ relativamente facile calcolare il costo dei 300 singoli interventi per rispondere a ogni singolo attacco. Ma quanto è costato il “disturbo”, il turbamento delle regolari attività economiche, per esempio? Difficile dirlo.
Altro esempio, assai dibattuto nel rapporto, di tassa di Putin: l’attacco cyber contro Jaguar Land Rover del 31 agosto 2025, il più grave di sempre per il Regno Unito, che portò al blocco delle attività industriali per tre settimane. Per essere precisi, dobbiamo ricordare che poco dopo l’attacco fu rivendicato su Telegram da un gruppo chiamato Scattered Lapsus$ Hunters, il che fece pensare a un’effrazione realizzata in collaborazione da Scattered Spider, Lapsus$ e ShinyHunters, tre gruppi di criminalità informatica di lingua inglese. Poi le autorità investigative decisero che il colpevole, invece, stava a Mosca e noi stiamo qui a questa versione. Il danno subito dall’azienda è stato calcolato in 1,9 miliardi di sterline, Ma che dire, per esempio, del calo dei consumi per gli operai e gli impiegati lasciati a casa per un mese? E i danni ai fornitori e ai clienti?
Come dicevamo, il governo Burham ha mostrato un certo imbarazzo nell’affrontare l’argomento tassa di Putin. Perché non ha le risposte, o perché è meglio che le risposte restino riservate, non è dato sapere. Il pur compassato RUSI ha molto criticato questo atteggiamento, coniando uno slogan efficace: “What gets measured, gets done”, ciò che si misura vien poi fatto. E di conseguenza ha proposto l’istituzione di una speciale commissione incaricata, appunto, di prendere le misure alla tassa di Putin per offrire una base concreta e una direzione agli interventi dell’esecutivo. Si farà? Basterà? Certo è che la discussione dei britannici può aprire una strada a tanti altri Paesi, all’insegna della realtà più tipica di questi anni: il legame sempre più stretto tra economia e sicurezza.
Riferimenti
Per le dichiarazioni di McCallum: https://t.me/letteradamosca/38871
Per la ricerca The Putin Tax: https://graemedownie.com/wp-content/uploads/2026/10/PUTIN-TAX-FINAL-COMPLETED.pdf
Per l’attacco a Jaguar Land Rover: https://www.wired.it/article/jaguar-land-rover-cyberattacco-filiera-conseguenze-perdite-licenziamenti/
Per la presa di posizione del RUSI: https://www.rusi.org/explore-our-research/publications/commentary/putin-tax-and-cost-russian-hostility-britain
L'articolo Regno Unito: la Tassa di Putin da 2 miliardi di sterline che imbarazza il governo Burnham proviene da InsideOver.
Libri su Israele e Palestina: 8 saggi per capire il conflitto
Pena di morte in diretta streaming? Ottima idea
L’affannosa ricerca di Netanyahu di una nuova guerra

Su Haaretz, l’ironico e intelligente articolo di Zvi Bar’el sull’affanno di Netanyahu, alla disperata ricerca di una nuova guerra che gli consenta di vincere o annullare le elezioni israeliane: “Il tempo stringe: a Benjamin Netanyahu restano meno di due settimane per lanciare una nuova guerra che potrebbe garantirgli la rielezione”.

“Il presidente americano Donald Trump lo tiene in una morsa da Est, rimandando la ripresa della guerra con l’Iran. Anche il Libano non è più un fronte interessante, dopo che il nostro amico americano vi ha riversato la sua forza distruttiva, limitando le nostre operazioni [che però proseguono, pur se meno massive ndr.]. La Siria parla di accordi di sicurezza [con Israele] e intona canti di pace. Gaza continua a mietere vittime ogni giorno, ma la salvezza elettorale non arriverà dalla Striscia. Né ci si può fidare degli Houthi dello Yemen. Quei bastardi stanno mantenendo la promessa fatta a Trump di non attaccare obiettivi israeliani”.
“Persino i palestinesi della Cisgiordania si sono addormentati sul più bello. Invece di lanciare un’intifada, una rivolta armata contro i pogrom perpetrati ai loro danni da bande criminali di coloni appoggiate dalla maggioranza ‘normale e pacifica’ [del Paese], si lamentano sui media. Per un momento, si era quasi sperato che gli agenti della polizia palestinese potessero puntare le armi contro soldati e civili israeliani, dando al primo ministro e al ministro della Difesa la guerra che tanto desideravano. Ma anche in questo caso, ‘l’Autorità Palestinese terroristica’ si è dimostrata incapace di mantenere le promesse”.
“In sintesi, gli arabi stanno ancora una volta perdendo l’opportunità di costruire un rapporto di fiducia con il governo, dimostrando che nei momenti difficili non ci si può fidare di loro. Peggio ancora, il loro rifiuto di fornire a Israele un pretesto per aprire un nuovo fronte equivale a una palese interferenza nelle nostre elezioni, rivelando una chiara inclinazione di sinistra e un aperto sostegno a Gadi Eisenkot [il competitor di Netanyahu ndr.]”.
“Un nuovo slogan è già in circolazione sulla stampa, che intona con gioia che ‘da Riad a Ramallah, tutti sono con Eisenkot’. Non c’è bisogno di sottolineare la ‘partnership’ di Eisenkot con gli arabi israeliani quando gli Houthi, i gazawi, i siriani e i libanesi ballano tutti al ritmo delle sue canzoni”.
Anche l’Arabia Saudita è della partita, prosegue Bar’el, dal momento che il principe ereditario Mohamed bin Salman (Mbs) ha rifiutato le avances di Netanyahu, pronto a impelagarsi nel conflitto yemenita a fianco di Riad e contro gli Houti pur di ottenere la sospirata guerra.
Gli è andata male anche su questo fronte, con il principe che gli ha risposto picche: senza uno Stato palestinese, ha risposto, non gli è possibile accettare la partnership militare né aderire agli accordi di Abramo, sviluppo implicito nell’offerta di Bibi.
Tale rifiuto, secondo Bar’el, sarebbe motivato dal fatto che il principe è uomo di principi. In realtà, al principe poco importa della sorte dei palestinesi, ma molto della sua, che nel caso avesse accettato gli avrebbe riservato l’impiccagione sulla pubblica piazza da parte del suo popolo o, alternativa ancora più realistica, di essere spodestato da un golpe simile a quello che “pose fine alla monarchia irachena e uccise ogni singolo membro della famiglia regnante Husseini il 14 luglio 1958”.
Uno scenario evocato da Edward Luttwak, uno dei tanti portavoce dello Stato profondo americano, che in una nota recente ha dettagliato la crisi che attanaglia il Regno, dove l’accentramento del potere avvenuto sotto la reggenza del pargolo della Casa Saud ha creato malumori sempre più diffusi e profondi (sul malumore delle tribù saudite rimandiamo a un articolo di Piccolenote).
Il cenno di Luttwak è stato ripreso da Alastair Crooke sul sito del Ron Paul Institute, che lo ha commentato così: “Il timore di MbS è che un pilota di F-15, al di fuori della ristretta cerchia degli stipendiati della famiglia reale, possa scegliere di attaccare uno dei palazzi principeschi del Regno (invece di colpire un obiettivo di AnsarAllah) come preludio a una vera e propria rivolta militare. Non si tratta di una minaccia fantasiosa: un saudita navigato ha ricordato di aver sentito di recente un giovane ufficiale saudita minacciare proprio questo”.

La ricerca affannosa di una nuova guerra da parte di Netanyahu non nasce da un’ispirazione improvvisa né serve solo a eludere la ghigliottina delle elezioni (alla quale, però, può ancora scampare dal momento che la sconfitta non è scontata). Infatti, appartiene al suo armamentario ideologico, che ha in Sparta un modello ideale al quale Israele deve aspirare, come ebbe a dire in un ispirato discorso che ebbe vasta eco nel mondo, ricordato oggi da Uri Misgav su Haaretz.

Un discorso, un ideale, che ha suscitato perplessità e aspre critiche in ambito ebraico. Tanto che qualcuno ha sommessamente ricordato l’elogio di Sparta fatto da Hitler nel suo Zweites Buch (“Secondo libro”), scritto dopo il Mein Kampf. Non solo l’esaltazione dell’eugenetica, anche la legittimazione dell’oppressione dei pochi eletti sulle moltitudini (e tanto altro). Citiamo: “Il dominio di seimila Spartani su trecentocinquantamila Iloti era pensabile solo come conseguenza dell’alto valore razziale degli Spartani. Ma questo era il risultato di una sistematica preservazione della razza; per questo Sparta deve essere considerata come il primo Stato völkisch (razziale)”. Possibile che nell’entourage di Netanyahu nessuno si sia accorto della tragica, evocativa, gaffe?
L'articolo L’affannosa ricerca di Netanyahu di una nuova guerra proviene da InsideOver.
[2026-10-17] Due giorni contro carcere e guerra @ Trento
Due giorni contro carcere e guerra
Trento - Terreno No Tav località Acquaviva(sabato, 17 ottobre 14:00)
Stefano Orsi: “Senza i satelliti americani gli ucraini non potrebbero combattere”
Stefano Orsi prende spunto dalla vicenda dei satelliti di “Starlink” per sottolineare come la guerra coinvolga da tempo l’intero Occidente. “L’Ucraina fa solo il lavoro sporco…”
📺 Tutte le interviste e i format di Visione TV: https://www.youtube.com/@VisioneTV
🌐 Articolo e approfondimenti: https://visionetv.it
📲 Canale Telegram: https://t.me/visionetv
L'articolo Stefano Orsi: “Senza i satelliti americani gli ucraini non potrebbero combattere” proviene da Visione TV.
Archive Genocide, un sito per raccogliere le prove del genocidio a Gaza e spedirle alla Corte Penale Internazionale

Video, fotografie e testimonianze raccolti da una rete internazionale di volontari per documentare il genocidio a Gaza e preservarne le prove. Il progetto si chiama Archive Genocide e da pochi giorni, oltre a un sito, ha ora anche una mappa interattiva che permette di localizzare oltre 35mila immagini e 200.000 documentazioni, ricostruire gli attacchi e mettere i materiali a disposizione di giornalisti, ricercatori e organismi giudiziari.
La storia di migliaia di bambini uccisi da Israele, migliaia di donne e uomini sono tutte archiviate su Archive Genocide.
È una piattaforma digitale nata per raccogliere, catalogare e preservare le testimonianze del genocidio a Gaza.

Nel sito si trovano le immagini di bambini feriti, affamati, allo stremo e in molti casi uccisi, le testimonianze dei medici, i filmati di ospedali bombardati, le immagini di giornalisti uccisi mentre stavano lavorando e i video di migliaia di civili in fila per ricevere del cibo. Documenti che raccontano quanto accaduto nella Striscia a partire dal 7 ottobre 2023, attraverso ciò che è stato registrato da chi si trovava sul posto.

Israel opens fire for no reason at tents daily.
— Israel Exposed (@xIsraelExposedx) October 11, 2026
Today they murdered a 6 year old boy.
Yesterday they murdered a 8 year old girl. pic.twitter.com/oa5oMiFvFU
A tre anni dal 7 ottobre 2023, Archive Genocide è diventato uno dei più vasti progetti indipendenti di documentazione del genocidio a Gaza. All’inizio di ottobre 2026 i suoi responsabili hanno annunciato di aver superato i 200mila documenti tra video, fotografie e altri materiali, raccolti da fonti differenti: giornalisti, operatori sanitari, civili palestinesi, organizzazioni umanitarie, soldati israeliani e utenti dei social network.
L’obiettivo dichiarato è conservare una documentazione che possa essere consultata anche in futuro, quando le immagini avranno smesso di circolare sui social e l’attenzione internazionale si sarà spostata altrove.
Il progetto è legato al collettivo Israel Exposed, attivo sui social con l’account @xIsraelExposedx. Le persone che ne coordinano il lavoro preferiscono restare anonime, soprattutto per ragioni di sicurezza e per il timore di possibili ritorsioni da parte di Israele.
Intervistati dal quotidiano israeliano Haaretz, i responsabili hanno spiegato che una delle ragioni alla base dell’iniziativa è stata la progressiva scomparsa di fotografie e filmati dalle piattaforme digitali. Secondo il loro racconto, numerosi account personali, alcuni appartenenti a persone che avevano documentato bombardamenti e uccisioni, venivano cancellati insieme ai contenuti che avevano pubblicato.
Yesterday @X suspended Mo Hamzah's account. He didn't have the biggest audience here, but is well known on IG and other platforms – and does great work showing people the truth about Israel. He doesn't deserve to be censored
— Israel Exposed (@xIsraelExposedx) September 24, 2026
Please follow his backup @ayamollah while @Safety… pic.twitter.com/J0h5Enffkn
La rimozione di un video, in questi casi, può significare la perdita di una testimonianza difficilmente recuperabile. Molte delle persone che hanno registrato quelle immagini sono morte, sono state sfollate oppure non hanno più accesso ai propri dispositivi e profili.
Archivegenocide has crossed 400 million web requests in it's 13th week. We are launching a campaign to plaster posters/stickers and grafitti art in public areas showing the truth to people. This is especially important with the mid-terms coming up.
— Israel Exposed (@xIsraelExposedx) October 9, 2026
Use #archivegenocide to tag… pic.twitter.com/J0pZPDORXj
All’inizio di ottobre 2026 il collettivo ha presentato uno degli sviluppi più importanti del progetto: una mappa interattiva della Striscia di Gaza sulla quale sono stati collocati oltre 35.200 video e fotografie. La nuova funzione, disponibile all’indirizzo archivegenocide.com/geolocation, consente di esplorare il territorio e individuare i luoghi associati alle registrazioni conservate nell’archivio.

Chi consulta la mappa può cercare una località, selezionare un periodo oppure utilizzare filtri relativi alla tipologia di attacco e al grado di precisione della geolocalizzazione. Per i contenuti sono previsti collegamenti alle fonti e alle pubblicazioni originali del documento che si sta consultando, quando disponibili.
Un’altra funzione presentata dal progetto è Iris, un assistente basato sull’intelligenza artificiale integrato nel sito. L’obiettivo è rendere più semplice la consultazione di una raccolta ormai troppo estesa per essere esplorata manualmente. Attraverso richieste gli utenti possono cercare filmati relativi a determinati luoghi, persone, bombardamenti o periodi del genocidio a Gaza. Iris è stata integrata anche nella mappa geografica, dove può aiutare a individuare registrazioni e informazioni associate a una specifica area.
La particolarità di Archive Genocide è la quantità di materiale audiovisivo e il tentativo di collegare ogni documento ad altri elementi utili a ricostruirne la storia. Un filmato pubblicato su un social può essere ritrovato attraverso il luogo in cui è stato girato, confrontato con altre registrazioni e associato a testimonianze o rapporti riguardanti lo stesso episodio. Inoltre, ogni video o fotografia contengono un pannello in cui si cerca di fornire più informazioni possibili come data e ora, luogo dell’incidente, altri account coinvolti in modo che, chi ha bisogno di utilizzare quella prova, abbia più informazioni possibili a disposizione.
QR codes: pic.twitter.com/2k2J9ymQBz
— Israel Exposed (@xIsraelExposedx) October 9, 2026
Tutti possono raccogliere e inviare le prove del genocidio
Archive Genocide permette anche agli utenti di contribuire direttamente alla raccolta delle prove attraverso Submit, una funzione pensata per chi possiede video che documentano il genocidio a Gaza o possibili crimini commessi nella Striscia e in Cisgiordania.
Il procedimento richiede pochi passaggi. Dalla sezione Submit Footage del sito è possibile accedere a un gruppo Telegram dedicato e caricare il proprio filmato nel canale denominato War Crimes. Chi invia il materiale è invitato a fornire tutte le informazioni disponibili, soprattutto la data, il luogo della registrazione e la fonte originale.
La scelta di Telegram, spiegano i responsabili, è legata alla possibilità di conservare la qualità originale dei file e i relativi metadati, informazioni che possono risultare importanti per stabilire quando e dove un video sia stato registrato.
Una volta ricevuto, il filmato viene sottoposto al processo di verifica del team di Archive Genocide. I ricercatori esaminano il materiale prima di decidere se inserirlo nell’archivio. Quando è possibile determinarne la posizione geografica, il video può essere associato a un punto della mappa interattiva, diventando così consultabile insieme alle altre testimonianze raccolte nella stessa area.
Ma la funzione Submit ha anche una finalità giudiziaria. Secondo quanto dichiarato sul sito, i materiali esaminati e acquisiti vengono inoltrati ai gruppi legali che lavorano sulle responsabilità per i crimini commessi a Gaza: la Corte penale internazionale (CPI), la Hind Rajab Foundation e il team legale sudafricano impegnato nel procedimento per genocidio contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia.

Fonti
- https://archivegenocide.com/submit.html
- https://archivegenocide.com/geolocation/
- https://www.haaretz.com/gaza/2026-10-07/ty-article-magazine/.premium/bearing-witness-websites-document-gazas-catastrophe-for-the-ages/000001a1-15fd-dbd6-a5a5-9dff241f0000?gift=1cd1f4078a754adab881315d45452b72
L'articolo Archive Genocide, un sito per raccogliere le prove del genocidio a Gaza e spedirle alla Corte Penale Internazionale proviene da InsideOver.
Bonus genitori separati: l’abbandono dell’Isee crea effetti paradossali
Un decreto interministeriale fissa l’importo del bonus affitto per i genitori separati e i criteri per assegnarlo. Che non usano l’Isee, ma molto discutibili soglie reddituali e punteggi per patrimonio e numero di figli. Produrrà situazioni insensate.
L'articolo Bonus genitori separati: l’abbandono dell’Isee crea effetti paradossali proviene da Lavoce.info.
Bonus genitori separati: l’abbandono dell’Isee crea effetti paradossali
Un decreto interministeriale fissa l’importo del bonus affitto per i genitori separati e i criteri per assegnarlo. Che non usano l’Isee, ma molto discutibili soglie reddituali e punteggi per patrimonio e numero di figli. Produrrà situazioni insensate.
L'articolo Bonus genitori separati: l’abbandono dell’Isee crea effetti paradossali proviene da Lavoce.info.
Fermiamo la propaganda di guerra, inceppiamo la macchina bellica, disertiamo gli eserciti
La propaganda militarista continua a crescere ogni giorno sia a livello nazionale che internazionale.
Il messaggio delle istituzioni veicolato dai media è sempre più chiaro: dobbiamo prepararci alla guerra per difendere la nazione. L’aumento delle spese militari e delle missioni all’estero, il rafforzamento del potere del complesso militare-industriale, la capillarità della penetrazione dell’esercito nelle scuole e nelle università, la sempre maggior presenza dei soldati nelle strade delle città sono tutti segnali chiari della direzione in cui si sta andando.
In questo quadro si inserisce la questione della reintroduzione della leva militare in vari paesi europei. Se in Germania questo processo è già in fase avanzata, nel nostro paese, per ora, il modello scelto è quello di un rafforzamento dell’arruolamento, aumentando la propaganda soprattutto negli istituti scolastici, preparando così il terreno per il futuro ad un’eventuale reintroduzione della leva militare.
In questo scenario è di vitale importanza continuare a praticare l’antimilitarismo in tutti gli ambiti sociali e in tutte le occasioni possibili.
Sosteniamo lo sciopero internazionale contro la guerra indetto dalla CIT Confederazione Internazionale dei lavoratori per il 30 ottobre e le manifestazioni del 31 ottobre.
Indichiamo nel 4 novembre, giornata delle forze armate e dell’unità nazionale, una data significativa per sviluppare iniziative sui vari territori.
Appoggiamo le mobilitazioni che si stanno sviluppando a livello studentesco e territoriale contro il reclutamento per l’esercito e contro ogni ipotesi di reintroduzione della leva.
Federazione Anarchica Italiana
Convegno di Milano, 10-11 novembre 2026
L'articolo Fermiamo la propaganda di guerra, inceppiamo la macchina bellica, disertiamo gli eserciti proviene da .
Sceneggiature e droni
di Luca Cangianti
Federico Greco, Guerra e cinema. Capire il cinema di guerra: tra immaginario della violenza e creazione del consenso, Poets & Sailors, 2026, pp. 206, € 16,00.
Il Pentagono collaborò alla produzione di Top Gun fornendo caccia F-14, mentre in Act of Valor recitano veri Navy SEALs. Esempi di questo tipo danno la cifra della compenetrazione tra attività bellica e industria cinematografica, tuttavia con il saggio Guerra e cinema – seguito di Cinema e potere – il filmaker Federico Greco va molto oltre.
Il libro è un originale arrangiamento in versione cartacea di alcune puntate della rubrica di successo Desaparecinema, settimanalmente in streaming su OttolinaTV. Attraverso una carrellata di titoli (capolavori, ma anche mattonate istruttive) che spaziano da Finché c’è guerra c’è speranza di Alberto Sordi a E Johnny prese il fucile di Dalton Trumbo, da Va’ e vedi di Elem Klimov a W. di Oliver Stone, fino a La seconda guerra civile americana e Armageddon, l’autore mostra che lo schermo è un prolungamento degli odierni campi di battaglia. Anzi, diciamola tutta: il cinema in quanto potente creatore di immaginario serve alla guerra tanto quanto le bombe, i missili e i droni.
Ciò avviene sia mediante le interessate forniture in mezzi e in personale di cui sopra, ma soprattutto attraverso un’azione di tipo cognitivo. E qui sta la parte più originale del libro (che fa dimenticare anche qualche scivolata su pretesi e inesistenti ruoli “rivoluzionari” del socialismo reale): l’accettabilità delle bombe, che non cadono certo in testa ai potenti, striscia narrativamente tra le pagine delle sceneggiature attraverso il viaggio dell’eroe hollywoodiano: «l’eroe subisce un torto; l’eroe si addestra; l’eroe sconfigge il cattivo in una “Prova Centrale” o “Resurrezione”». E così se il Dipartimento della Difesa statunitense è pronto a fornire portaerei e carri armati in cambio di interventi mirati sui copioni, la Nato vuole «che lo sceneggiatore, quando deve scrivere di un conflitto moderno, utilizzi spontaneamente le categorie mentali fornite dai briefing: sicurezza collettiva, minaccia ibrida, stabilità democratica.»
Il risultato desiderato, e spesso conseguito, è che l’attività di sterminare, stuprare e dominare per conto delle classi dominanti si trasforma in avventura epica, necessaria, inevitabile e magari perfino piacevole. E tuttavia la micidiale arma cinematografica, nelle mani giuste, si presta anche a un utilizzo opposto e (questo sì) veramente rivoluzionario: sabotare l’antenna feticistica di Essi vivono e mandare in chiaro la bruttezza dei mostri che ci usano come carne da macello.
Quando la sofferenza umana diventa secondaria: quale futuro per l’azione umanitaria?
Nel 1999 Intersos, riflettendo sulle guerre degli anni precedenti, denunciava che «l’accesso alle vittime è usato ormai come arma da guerra». Impedire l’arrivo dei soccorsi significava privare le popolazioni dell’assistenza necessaria, ma anche allontanare testimoni scomodi. Era una constatazione grave, che metteva in discussione uno dei presupposti dell’azione umanitaria: anche nelle guerre più violente esistono limiti da rispettare e persone che devono poter essere soccorse.
A quasi trent’anni di distanza, quella denuncia appare ancora più attuale. Non soltanto perché l’accesso alle popolazioni continua spesso a essere impedito, ma perché si sono moltiplicati gli ostacoli che rendono difficile, talvolta impossibile, prestare soccorso. Alle armi si aggiungono restrizioni politiche, impedimenti amministrativi, normative antiterrorismo, sanzioni, diffidenza verso le organizzazioni internazionali, riduzioni e improvvise interruzioni dei finanziamenti.
Ma ciò che maggiormente interroga è il progressivo indebolimento della protezione dei civili e di quanti cercano di assisterli. La sofferenza delle popolazioni sembra sempre più spesso subordinata agli obiettivi militari, alle convenienze politiche e agli interessi geopolitici. Il dovere del soccorso, pur riconosciuto dalle regole internazionali, incontra ostacoli crescenti proprio quando dovrebbe prevalere su ogni altra considerazione.
Non è soltanto lo spazio umanitario a restringersi. È messa alla prova la volontà della comunità internazionale di riconoscere limiti alla violenza e responsabilità comuni.
Soccorrere non significa schierarsi
L’accesso umanitario non è soltanto far passare un convoglio o ottenere un’autorizzazione. Richiede una progressiva conoscenza delle realtà locali, la costruzione di rapporti di fiducia, l’interlocuzione con chi esercita il potere sul territorio e garanzie di sicurezza per le persone colpite e per gli operatori umanitari.
Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa, nel 2025 circa 204 milioni di persone vivevano in aree controllate o contese da gruppi armati. Raggiungerle significa spesso dover dialogare con soggetti che la comunità internazionale considera ostili o illegittimi. Intersos lo aveva chiarito già nel 2006: interloquire non significa identificarsi con le parti. Significa comprendere le condizioni delle popolazioni e cercare di proteggerle. Una distinzione essenziale, che oggi rischia di essere oscurata dalla logica delle contrapposizioni.
Anche le normative antiterrorismo e i regimi sanzionatori possono ostacolare operazioni umanitarie legittime. Banche, fornitori e intermediari rinunciano talvolta a operare per timore di conseguenze legali. Si produce così un paradosso: nel tentativo di isolare politicamente un gruppo armato si finisce per isolare anche la popolazione sotto il suo controllo, estranea alle sue azioni. Le esenzioni umanitarie introdotte dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea rappresentano un correttivo importante, ma devono poter funzionare concretamente.
Quando anche chi soccorre diventa una vittima
In Sudan la guerra ha provocato milioni di sfollati, distrutto servizi essenziali e reso sempre più difficile raggiungere le popolazioni. Nel vicino Sud Sudan, nei primi sette mesi del 2026, sono stati uccisi 36 operatori e collaboratori umanitari. In Ucraina, nello stesso periodo, sono stati registrati 168 incidenti relativi all’accesso umanitario, con sette operatori uccisi e diciannove feriti. Tra le vittime vi è stato anche Volodymyr Shpek, operatore di Intersos, morto dopo essere stato colpito da un drone. A Gaza, dove la devastazione delle infrastrutture civili e sanitarie ha assunto dimensioni eccezionali, alla fine di aprile 2026 le Nazioni Unite registravano almeno 593 operatori umanitari uccisi dall’ottobre 2023. Nel mondo, oltre mille operatori uccisi in tre anni, quasi il triplo del triennio precedente.
Questi dati pongono interrogativi che vanno oltre la sicurezza degli operatori umanitari. Riguardano la protezione dei civili, del personale sanitario, dei giornalisti, di quanti non partecipano alle ostilità. E soprattutto l’effettiva capacità del diritto internazionale umanitario di limitare la violenza della guerra.
Quel diritto impone obblighi precisi a tutte le parti, senza eccezioni: le violazioni commesse da una parte non possono giustificare quelle dell’altra né attenuarne le responsabilità. Eppure, assistiamo non soltanto a ripetute violazioni delle regole, ma anche alla contestazione delle istituzioni chiamate ad accertarle. Le sanzioni statunitensi contro giudici e funzionari della Corte penale internazionale sono un segnale particolarmente grave.
Che cosa rimane di un ordine internazionale fondato su regole comuni se gli Stati ne riconoscono l’autorità soltanto quando le decisioni coincidono con i propri interessi?
La neutralità umanitaria non significa indifferenza verso le violazioni del diritto. Resta però, per le organizzazioni umanitarie, il difficile equilibrio tra testimoniare e denunciare e mantenere l’accesso alle popolazioni.
Sovranità, legittimità e ruolo degli attori locali
La crisi dello spazio umanitario assume forme diverse. In alcuni Paesi del Sahel, come Burkina Faso, Mali e Niger, crescono le rivendicazioni di sovranità e la diffidenza verso parte della presenza internazionale. Le organizzazioni umanitarie possono essere percepite come espressione degli interessi dei governi che le finanziano.
Questi interrogativi non possono essere liquidati come semplice propaganda. Riguardano anche la storia delle relazioni internazionali, la distribuzione del potere e la partecipazione delle società locali. Ma il rispetto della sovranità non può trasformarsi nella subordinazione dell’assistenza umanitaria alle convenienze politiche.
Occorre costruire legittimità attraverso l’indipendenza dell’azione umanitaria, il rapporto di fiducia con le comunità e il rafforzamento delle organizzazioni locali. Affidare loro maggiori responsabilità senza risorse adeguate e reale potere decisionale significa rischiare di esporle a pericoli che non sono messe in condizione di affrontare.
La scelta politica di ridurre gli aiuti
Un’altra trasformazione riguarda le risorse. La drastica contrazione dell’assistenza internazionale statunitense avviata nel 2025 ha provocato interruzioni di programmi, licenziamenti e riduzioni della capacità operativa in molti Paesi.
La questione non riguarda soltanto la disponibilità di denaro. Le decisioni di pochi governi possono compromettere in poche settimane un sistema umanitario costruito in decenni, lasciando senza assistenza persone già estremamente vulnerabili. È necessario renderlo più efficiente, ridurre duplicazioni e ampliare la base dei finanziatori. Ma non si può confondere il miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza del sistema umanitario con il suo ridimensionamento imposto dalla diminuzione delle risorse stanziate. Le conseguenze sono particolarmente gravi nella sanità: nelle crisi prolungate non basta curare i feriti, occorre anche preservare ospedali, vaccinazioni e servizi essenziali per garantire la continuità delle cure.
Anche fuori dai conflitti armati, come mostra Cuba, sanzioni e restrizioni economiche possono aggravare le condizioni della popolazione e ostacolare l’assistenza. La finalità politica di una misura non dovrebbe mai dispensare dal valutarne e limitarne le conseguenze umanitarie.
Uno spazio da difendere, responsabilità da ricostruire
Le crisi non sono sovrapponibili. Differiscono per cause, responsabilità e condizioni operative. Mostrano però come la possibilità di raggiungere le popolazioni, la protezione dei civili e la legittimità dell’azione umanitaria siano diventate dimensioni strettamente intrecciate di una crisi più generale.
È questo lo scenario nel quale si svolgerà, il 15 ottobre all’Ara Pacis di Roma, la quinta edizione del Rome Humanitarian Congress di INTERSOS, appuntamento annuale di approfondimento, confronto e ricerca di proposte per affrontare le sfide dell’azione umanitaria.
Gli interrogativi sono impegnativi. Come mantenere aperto l’accesso e dialogare con tutte le parti senza diventarne strumenti né identificarsi con esse? Come impedire che l’isolamento politico e finanziario di un gruppo armato diventi isolamento umanitario delle popolazioni? Come rafforzare gli attori locali trasferendo effettivo potere decisionale e risorse, senza scaricare su di loro soltanto rischi? Come evitare che sanzioni dirette contro un governo aggravino le condizioni della popolazione? Come rispondere all’emergenza senza lasciare sistemi sanitari ancora più fragili? Come rendere più efficace l’azione umanitaria senza trasformare la scarsità delle risorse nell’accettazione della rinuncia? Come proteggere i civili quando le norme che dovrebbero proteggerli vengono ripetutamente violate?
Non esistono risposte semplici, né possono darle da sole le organizzazioni umanitarie. Servono scelte operative e soprattutto responsabilità degli Stati, dei donatori e delle istituzioni internazionali. Molti dei principi e degli strumenti necessari esistono già. Il problema è renderli effettivi in un mondo più frammentato, nel quale la sofferenza delle persone rischia di contare sempre meno nelle decisioni che ne determinano la vita.
La questione, in definitiva, va oltre il futuro dell’aiuto umanitario. Riguarda la direzione nella quale si stanno muovendo le relazioni internazionali: verso un mondo in cui il rispetto delle regole e il soccorso a chi soffre continuano a rappresentare responsabilità comuni, oppure verso un mondo nel quale anche questi obblighi diventano subordinati ai rapporti di forza e alle convenienze del momento.
Credit foto Hasib Hazinyar
L'articolo Quando la sofferenza umana diventa secondaria: quale futuro per l’azione umanitaria? proviene da Vita.it.
Tre miliardi di visualizzazioni e zero portaerei: il capolavoro cinese che umilia Hollywood
di Francesco Santoianni
Per decenni l'America ha venduto sé stessa con i cowboy, i marines e Top Gun. La Cina, nel 2026, ci prova con il video di una marcia in un’autentica festa popolare e il rifacimento di una canzone scritta nel 1991. Dopo tre miliardi di visualizzazioni in due mesi, la domanda è legittima: chi ha capito meglio come si conquista il pubblico? Certo, questo è anche soft power prodotto dal governo cinese (qui sotto una documentazione a riguardo), ma resta però il dato di fondo. Un Paese che ha scelto di farsi conoscere con una marcia di festa, un ponte sotto la pioggia e la gente che balla ha capito una cosa che a Washington sembrano aver dimenticato: si convince di più con un invito a ballare che con una portaerei.
P.S. Qui di seguito una saccente documentazione sul video (ovviamente, suggeritami da A.I.):
La festa: i pali, la spirale e la spada
Il Munao Zongge (????) è la festa più importante dei Jingpo, una piccola minoranza che vive nella prefettura di Dehong, nello Yunnan, al confine con il Myanmar. Il nome significa più o meno "riunirsi per cantare e danzare". Si celebra ogni anno il quindicesimo giorno del primo mese lunare, e dal 2006 è nella prima lista nazionale cinese del patrimonio culturale immateriale, come ricorda Xinhua.
Il cuore della festa è una danza collettiva intorno a pali cerimoniali alti fino a una ventina di metri, dipinti a spirali colorate. Migliaia di persone seguono per ore i capi danza in un percorso di anse e spirali. Gli uomini ballano con la spada tradizionale in mano: è da qui che viene la "danza della spada" diventata virale.
Un particolare spesso dimenticato: i Jingpo cinesi sono lo stesso popolo che in Myanmar si chiama Kachin, o Jinghpaw, e che in India e in Thailandia celebra la stessa festa con il nome di Manau.
Tre miliardi di ascolti, zero carri armati
La melodia viene dalla "Marcia del Munao Zongge", composta nel 1991 dal musicista jingpo Shi Legan e suonata ogni anno durante la festa. Nel 2026 l'ha riarrangiata Zhen Zhen, musicista pechinese nato negli anni Ottanta, che pubblica con lo pseudonimo "Banxia Shuiyu" e vive a Dali. Secondo China News Service, già a maggio la canzone aveva superato i 3 miliardi di ascolti. Zhen Zhen ha raccontato di averla composta prima ancora di aver visto Dehong, e di aver evitato di proposito l'effetto "tormentone demenziale".
Poi è arrivata la danza. A maggio Yuan Zhiping, primo ballerino del Teatro di canto e danza della provincia dello Yunnan, ha pubblicato con alcuni colleghi una breve coreografia con le spade. A fine luglio l'ha rigirata sul ponte galleggiante Danxia, sul lago Dianchi a Kunming: abiti occidentali, borsa tradizionale jingpo a tracolla, spade di scena. Il video è finito tra gli argomenti più seguiti dei social cinesi, come ha raccontato Xinhua il 29 luglio. Da lì in poi, imitazioni, rifacimenti e versioni amatoriali in tutto il Paese, e i reel che oggi arrivano anche sui nostri telefoni.
Spontaneo o regia? Tutti e due
Chi immagina un funzionario del Partito che ordina "fate ballare il mondo" resta deluso. Le fonti cinesi stesse descrivono una staffetta in tre tempi, ricostruita dal quotidiano Yangtse Evening Post il 29 luglio. Nel 1991 il compositore jingpo Shi Legan scrive la marcia. A febbraio 2026 Zhen Zhen, ottenuti i diritti, la rielabora con l'intelligenza artificiale, aggiunge elettronica e la fa cantare a una voce sintetica. A luglio il Teatro di canto e danza dello Yunnan, ente pubblico, ne fa una coreografia con le spade per la cerimonia di chiusura del primo campionato calcistico provinciale. A quel punto il conto aveva superato i 4 miliardi di riproduzioni e la canzone era arrivata fino in Africa.
Lo Stato, dunque, non ha inventato il fenomeno. Lo ha riconosciuto e cavalcato. Xinhua e China News Service lo hanno raccontato a più riprese. Il ballerino che lo ha reso iconico è un artista di un teatro statale. E le feste etniche dello Yunnan sono esplicitamente incluse nella strategia turistica nazionale: un servizio Xinhua di aprile 2026 le collega alle misure del Consiglio di Stato del 2025 e al rapporto di lavoro del governo 2026 sul turismo culturale.
È questa la parte "intelligente": un soft power che non produce il contenuto, ma sa riconoscere ciò che funziona dal basso e dargli megafono, palcoscenico e cornice.
Come funziona il soft power cinese
Il concetto di "soft power" lo ha coniato negli anni Novanta l'americano Joseph Nye: la capacità di ottenere ciò che si vuole attraendo, invece che costringendo. Pechino lo ha adottato ufficialmente nel 2007, quando Hu Jintao lo inserì nel rapporto al XVII Congresso del Partito. Con Xi Jinping, dal 2013, la parola d'ordine è diventata "raccontare bene la storia della Cina". Gli strumenti principali:
|
Strumento |
Come funziona |
Esempio |
|
Media internazionali |
Testate statali in decine di lingue |
Xinhua, CGTN, China Radio International, riunite dal 2018 nel China Media Group |
|
Lingua e cultura |
Corsi di cinese e attività culturali nelle università straniere |
Istituti Confucio, dal 2004; dal 2020 affidati a una fondazione dopo le polemiche in Occidente |
|
Turismo e visti |
Ingresso senza visto per soggiorni brevi |
Italiani senza visto per 30 giorni dal 1° dicembre 2023, regime prorogato fino al 31 dicembre 2026 |
|
Economia e infrastrutture |
Investimenti e prestiti all'estero |
Nuova Via della Seta, citata da Brand Finance tra i motori dell'immagine cinese |
|
Piattaforme e intrattenimento |
App, cinema, videogiochi, cultura pop |
TikTok/Douyin, il film d'animazione Ne Zha 2, il videogioco Black Myth: Wukong |
|
Patrimonio e feste |
Valorizzazione di tradizioni locali e minoranze |
Il Munao Zongge, la festa dell'acqua dei Dai, la festa delle torce degli Yi |
I risultati si misurano. Nel Global Soft Power Index 2026 di Brand Finance, costruito su oltre 150.000 interviste in più di 100 Paesi e presentato a Davos il 20 gennaio, la Cina è seconda dietro agli Stati Uniti. È l'unico Paese dei primi dieci il cui punteggio sia salito, mentre gli Usa hanno registrato il calo più forte fra tutti i 193 Paesi.
Curiosità
- La voce non è umana. La versione virale è stata rielaborata con l'intelligenza artificiale e cantata da una voce sintetica, secondo lo Yangtse Evening Post. La tradizione millenaria arriva al mondo con un'ugola digitale.
- Un titolo in due lingue. "Munao" viene dalla lingua jingpo, "Zongge" dalla lingua zaiwa, parlata da un altro ramo dello stesso popolo. Insieme significano "ballare tutti insieme".
- Un ritornello facile apposta. Il passo base è semplice e ripetitivo, e i versi senza significato ("o ran o ran") si imparano al primo ascolto. Per questo ballano anche i turisti, e le signore delle danze di piazza.
- Minoranza remixata da minoranza. Zhen Zhen, secondo China News Service, appartiene alla minoranza hui, musulmana. Non era mai stato a Dehong quando ha composto la versione di successo.
- Una leggenda celeste. Secondo la tradizione la danza viene dal palazzo del Sole e l'hanno portata sulla terra gli uccelli. I capi danza portano copricapi di piume di bucero, l'uccello sacro dei Jingpo, come racconta China News Service.
- La stessa festa, oltre confine, in guerra. In Myanmar i Kachin celebrano il Manau a Myitkyina. Nel 2015 un comitato culturale kachin lo boicottò: molti kachin non volevano festeggiare in piena guerra tra l'esercito birmano e i ribelli kachin. In Cina la stessa danza è vetrina di "unità tra le etnie"; a pochi chilometri, è un terreno conteso.

Il lato oscuro (non detto) sul Premio Nobel per la pace 2026
di Francesco Santoianni
Tutti a sinistra ad applaudire l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Navi Pillay, invisa a Trump. Nessuno che si ricordi del ruolo della Pillay nella guerra alla Siria quando, tanto per dirne una, accusava Bashar al Assad per crimini di guerra e crimini contro l'umanità, senza spendere una sola parola su quelli commessi dai sedicenti “ribelli siriani”; stesso atteggiamento contro Geddafi, contro Maduro, contro Putin (per il quale faceva sue la bufala delle migliaia di bambini ucraini che aveva fatto rapire)…
E per i crimini commessi dall’Occidente? Con l’eccezione di quelli commessi da Israele, mai una parola contro governi o statisti ma solo una qualche richiesta di “indagini indipendenti” per singoli casi commessi, presumibilmente, da militari.
Due pesi due misure?

Stop al conflitto e al riarmo: quattro proposte al «campo largo»
Armare l’Ucraina o no? La discussione nel “campo largo” si è incagliata, ma che la questione non si ponga in questi termini lo sta chiarendo il dibattito aperto sul manifesto dall’articolo di Francesco Strazzari, con Francesco Vignarca e l’intervista a Pasquale Tridico.
Il problema vero è come mettere fine alla guerra tra Russia e Ucraina, offrendo una soluzione di lungo periodo per la pace e la stabilità in tutta Europa. Un’esigenza tanto più urgente di fronte agli attacchi russi e ucraini sulle città e le infrastrutture civili, con l’illusione di entrambe le parti che qualche drone (o Patriot) in più possa piegare l’avversario. Quello che l’escalation produce è invece l’estensione della guerra, anche in quelle forme ibride che rischiano di coinvolgere direttamente altri paesi europei. Un grave pericolo che va fermato al più presto, non con le armi ma con la politica. Ad esempio, quella del centrosinistra: il “campo largo” potrebbe convenire su quattro punti.
LA GUERRA VA FERMATA AL PIÙ PRESTO. Ha causato morti e distruzioni terribili in Ucraina e in Russia, ed è stata il pretesto per una militarizzazione dell’Europa che ne stravolge la natura, fa arretrare la democrazia e moltiplica l’instabilità. Entrambe le parti hanno esaurito le risorse per alimentare la guerra. L’Ucraina dipende interamente dal sostegno finanziario esterno sia per le azioni militari che per il funzionamento del paese, sette milioni di ucraini sono rifugiati all’estero, anche per sfuggire al servizio militare. La Russia concentra le risorse sullo sforzo bellico, mettendo in crisi il resto dell’economia, e deve trovare soldati in Corea del nord o in Africa. Entrambi i paesi sono divisi al loro interno; le voci contro la guerra sono soppresse, ma esistono; è la continuazione della guerra che rinsalda Putin e Zelensky.
Una guerra alimentata dall’esterno, può essere fermata dall’esterno. Per quattro anni e mezzo l’Europa non è stata capace di una proposta di pace. Forniamo supporto bellico senza alcuna trasparenza: non sappiamo quali armi l’Italia fornisce a Kiev, che presenza militare c’è, che accordi ci sono. L’imprevedibilità di Trump – che offre armi a Kiev, promette accordi, fa affari con la Russia – è una ragione in più per un’iniziativa europea. Il segretario generale della Nato Rutte non potrà far nulla contro le priorità degli Stati uniti: il cancelliere tedesco Merz è stato l’ultimo leader europeo a riconoscere questa scomoda verità.
VA PRESENTATA UNA PROPOSTA EUROPEA DI NEGOZIATO TRA RUSSIA E UCRAINA. Ogni aiuto – finanziario o militare – all’Ucraina dovrà essere condizionato all’accettazione da parte di Kiev della proposta europea. La coalizione di centrosinistra italiana può avanzare questa proposta, confrontarsi con i partiti e la società civile di altri paesi, discuterla al parlamento europeo. Il progetto potrà tener conto degli accordi Minsk I e II che erano stati sviluppati con l’Osce – l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna – per evitare la guerra prima del 2022. Il negoziato potrà svolgersi sotto l’egida dell’Osce e potrà utilizzare la possibile mediazione di autorità neutrali, come il Vaticano. Stati uniti e i governi europei non dovranno sedere al tavolo delle trattative. Le Nazioni unite e la Cina potrebbero essere coinvolte per sostenere il progetto di trattative.
In queste condizioni la Russia avrebbe rassicurazioni sulle possibilità di un negoziato costruttivo; la riduzione delle tensioni fermerebbe la spirale tra attacchi e ritorsioni, lo scambio di prigionieri porterebbe a un miglioramento della fiducia, una tregua potrebbe essere raggiunta. Se rifiutasse di prendere questa strada, Mosca si troverebbe di fronte l’insostenibilità interna e una pressione internazionale molto più ampia, questa volta anche dalla Cina.
Chi pensa – in Italia e in Europa – che la spesa per il riarmo dell’Occidente sia sufficiente per scoraggiare l’aggressività russa è già stato smentito. Un’Europa militarista ma frammentata, con strategie divergenti tra i paesi maggiori, aggressiva ma dipendente dagli Stati uniti, non può costruire una deterrenza sul piano puramente militare; è la strada della politica che può garantire una sicurezza comune, come ricordava su queste pagine Fabrizio Coticchia, e come argomentiamo nelle nostre conclusioni al volume Se l’Europa va alla guerra (Feltrinelli).
L’ITALIA CONGELA L’AUMENTO DELLA SPESA MILITARE. Come segno di distensione, rifiuta l’impegno chiesto dalla Nato di aumentare fino al 5% del Pil la spesa militare – su questo il campo largo è già d’accordo – e rifiuta di chiedere a Bruxelles i prestiti per gli acquisti di armi previsti dal programma Safe di debito comune europeo. Per il periodo di svolgimento dei negoziati, il centrosinistra potrebbe chiedere un congelamento dei programmi di riarmo dell’Unione europea. La corsa a spendere per armi 800 miliardi di euro nei paesi europei e 130 miliardi del bilancio Ue potrebbe avere una pausa, la spesa sociale e ambientale potrebbero risollevarsi, un’Europa diversa dal militarismo potrebbe risvegliarsi.
L’ITALIA PROPONE ALLA UE NUOVE FORME DI ASSOCIAZIONE PER L’UCRAINA E ALTRI PAESI. Nonché la riapertura dei rapporti economici con la Russia. Sono contributi alla ricerca di una pace stabile. Questo esito può rappresentare l’obiettivo che più può incoraggiare le parti a raggiungere un accordo. L’Ucraina si troverebbe legata alla Ue – ma non alla Nato – e sostenuta nella sua ricostruzione, senza tuttavia le rigidità dell’adesione formale. La Russia, senza le sanzioni, potrebbe tornare a esportare gas e petrolio in Europa, ritrovare il proprio ruolo, rilanciare la crescita, stabilizzare la situazione sociale.
Un’agenda di questo tipo per il campo largo avrebbe effetti rilevanti per tutta l’Europa. Una proposta di pace darebbe uno sbocco politico ai sentimenti contro la guerra che sono largamente diffusi, anche – ad esempio – tra le spinte populiste che in Germania hanno contribuito al voto per l’estrema destra. Con una proposta politica di pace e sicurezza comune, le forze progressiste in Europa potrebbero recuperare una parte dei consensi perduti in questi anni di sostegno alla guerra. Ma non solo, di fronte alla possibilità di governi di estrema destra dopo le elezioni in Spagna, Francia e Italia dei prossimi dodici mesi, un accordo di pace in Ucraina e uno stop al riarmo europeo eviterebbe che il dito sul grilletto di una guerra europea sia quello di leader reazionari.
Questo articolo è comparso su il Manifesto del 7 ottobre 2026
Il nuovo disordine mondiale / 40 – Terra, mare e colli di bottiglia
di Sandro Moiso
Antonio Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 254, 19 euro
Non poteva esserci momento migliore per fare uscire un saggio come quello di Antonio Leone, capitano di lungo corso e comandante navale, ma anche studioso di filosofia politica e geopolitica, appena pubblicato da Diarkos. Infatti, gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb che da mesi costituiscono un grave rischio economico, ancor prima che militare, a livello planetario o almeno per quella parte di pianeta che interessa maggiormente l’ordine occidentale del mondo, sembrano rappresentare, alla luce di una analisi dettagliata come quella condotta dall’autore, soltanto la superficie di un problema che nel prossimo futuro potrebbe ulteriormente ampliarsi ed aggravarsi.
Così Suez, Gibilterra, Panama, Malacca, oltre ai due già citati, sono gli altri stretti e canali strategici, autentici passaggi obbligati, attraverso i quali transitano merci, energia, interessi militari e rapporti di forza. Fattori determinanti per lo sviluppo delle economie e delle prospettive degli Stati. Sia dell’Occidente e del Nord che dell’Oriente e del Sud. Soprattutto in un sistema di relazioni internazionali segnate dal ritorno dello scontro tra potenze, dalla vulnerabilità delle catene logistiche e dalla crescente centralità delle rotte marittime. Oltre tutto, a ben guardare, il numero di passaggi ristretti tra mare e terra, i cosiddetti chokepoints o colli di bottiglia, sono molti di più di quelli appena elencati, come ci ricorda lo stesso autore.
Se gli stretti consistono in passaggi naturali in cui lo specchio d’acqua si restringe in corrispondenza di due coste prospicienti, i canali marittimi sono vie di comunicazione tracciate attraverso il territorio di uno o più Stati per unire due mari o due oceani separati e consentire così un collegamento diretto, via mare, fra di essi. Gli stretti e i canali presentano, quindi, le stesse caratteristiche e svolgono le stesse funzioni, ma si differenziano per il fatto che i primi sono di origine naturale, mentre i secondi, sono frutto dell’opera dell’uomo.
I principali stretti si collocano nell’area mediorientale ed europea del mondo. Al di fuori dello stretto di Malacca, un corridoio d’acqua dell’oceano Indiano che separa l’isola di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese, e quello di Bering tra Russia e Alaska, le altre strettoie naturali si trovano infatti nella penisola arabica (lo stretto di Hormuz tra Oman e Iran e quello di Bab el-Mandeb tra Gibuti e Yemen), in Europa (gli Stretti Danesi, il canale di Corinto e Gibilterra) e a cavallo tra Europa e Asia (i Dardanelli e il Bosforo). […] I canali, a differenza degli stretti, si possono distinguere in nazionali e internazionali, a seconda che la navigazione attraverso essi sia regolata solo dal diritto interno o da norme di diritto internazionale. Canali marittimi interni sono quello di Corinto (inaugurato nel 1893) che congiunge il mar Ionio e il mar Egeo, e il canale di Kiel in funzione, fra il mar Baltico e il mar del Nord, dal 1895. Il canale di Suez, fra il Mediterraneo e il mar Rosso, e il canale di Panama fra gli oceani Atlantico e Pacifico (uno inaugurato nel 1869, l’altro aperto al traffico nel 1914), sono invece canali marittimi internazionali: il primo sulla base della convenzione di Costantinopoli del 1888; il secondo in forza dei trattati anglo-statunitensi (1901) e Stati Uniti-Panama (1903) che ne regolano il regime internazionale1.
Sulla base di quanto appena visto, occorre poi ancora rilevare, come sottolinea l’autore, che:
Una parte rilevante del commercio intercontinentale ha luogo lungo le rotte oceaniche, mettendo in collegamento i diversi continenti mediante un flusso continuo di spedizioni. I percorsi delle grandi navi da carico seguono, quasi esclusivamente, i percorsi di alto mare, dal momento che questi itinerari, essendo soggetti solo ai rischi meteorologici, vengono considerati più sicuri. Gli spazi aperti costituiscono un evidente fattore di sicurezza, tanto che le stesse compagnie di assicurazione prevedono incrementi notevoli delle polizze in caso di cabotaggio delle coste. In alcune circostanze, peraltro, i percorsi del commercio internazionale non possono prescindere dall’utilizzo dei passaggi “sotto costa” costituiti dagli stretti o dai canali. Questi itinerari permettono, infatti, di accorciare notevolmente i percorsi marittimi e consentono quindi una rilevante riduzione dei costi di trasporto2.
Facendo sì che il passaggio delle merci, considerato che quasi l’80% del commercio mondiale avviene principalmente via mare, a ridosso delle coste rappresenti, anche in assenza di guerre o minacce militari, come oggi a Hormuz o Bab el-Mandeb, un aumento dei costi di trasporto e trasferimento delle stesse. Costi ulteriormente aggravati, oggi, in termini assicurativi dal pericolo “concreto” che le navi, indifferentemente dal fatto che si tratti di petroliere, cargo o porta-container, possano essere severamente danneggiate, se non affondate, da chi controlla militarmente e politicamente gli stretti e i canali.
Se si considera infine che Cina e Asia rappresentano il baricentro dei trasporti marittimi poiché sette dei primi dieci porti mondiali per movimentazione container sono in Cina (il primo è Shanghai), mentre il primo porto non asiatico è in Europa (Rotterdam, al decimo posto)3, si capirà chiaramente come, al di là delle mire imperialistiche o espansive delle singole potenze, il passaggio per tali vie diventi obbligatorio, pena il rallentamento della circolazione delle merci e delle materie prime a causa dell’allungamento, talvolta esponenziale, delle rotte percorse.
Però sarebbe davvero inutile qui dilungarsi ancora sugli aspetti odierni del problema, parlando approfonditamente della guerra di Hormuz tra Iran e Stati Uniti oppure della missione Aspides per difendere le navi europee che transitano per la Porta delle lacrime che mette in collegamento il Mar Rosso con l’oceano Indiano, oppure anche soltanto sullo scontro tra Houti yemeniti e Arabia Saudita. Mentre può essere interessante analizzare il problema, come fa Leone, a partire da quanto scrisse il politologo e giurista tedesco Carl Schmitt (1888-1985), in particolare nel saggio Terra e mare del 19424.
Scritto nel totale isolamento della Berlino in guerra, il saggio di Schmitt rilegge la storia del mondo nella prospettiva di una opposizione fondamentale, quella tra terra e mare; cercando di mostrare come la terra e il mare, nella loro polarità, siano le componenti di uno dei segreti motori della storia. Per fare questo ripercorre millenni di storia, fino ad approdare all’evento decisivo: quella «rivoluzione spaziale planetaria» da cui è nato il nomos5 dell’Europa moderna, cercando di preconizzare gli scenari del mondo futuro.
In Terra e mare Carl Schmitt prende in esame l’iniziale prevalenza dell’elemento terrestre, all’origine della statualità, e la successiva ascesa del mare come fattore spaziale, così le ultime pagine del testo sono dedite alle riflessioni sulla trasformazione di questo elemento all’indomani della Prima guerra mondiale, come riassume Leone nel suo testo.
Nei quattro secoli precedenti, l’Inghilterra era stata in grado di trasformarsi, da isola marginale e fondata su un’economia terrestre basata sull’allevamento, in un «puro aggregato marino, in una nave o, ancora più chiaramente, in un pesce». Progressivamente, essa si rivelò in grado di creare un disegno imperiale mondiale in gran parte autonomo rispetto alla madrepatria terrestre, configurandosi come il «centro mobile di uno sconnesso impero mondiale esteso su tutti i continenti». Un’analoga trasformazione, per cui è il mare che guarda la terra e questa viene vista solo come una costa con un retroterra, ha caratterizzato gli Stati Uniti dopo la Prima guerra mondiale. La sostituzione della pax britannica con la successiva pax americana è l’esito di un analogo processo di spostamento del baricentro operativo verso il mare. Anche gli Stati Uniti cominciarono così a essere considerati come «un vasto intermezzo insulare stretto tra due possenti oceani, più che un blocco di terraferma i cui litorali si affacciano su due mari».6.
Va qui annotato che fin dall’antichità le maggiori potenze e imperi dell’Occidente avevano basato una parte considerevole della loro forza militare ed economica sulla capacità di controllare porzioni di mare sempre più ampie: dal mar Egeo per Atene al Mediterraneo o Mare Nostrum di Roma oppure dal controllo delle rotte atlantiche e dell’oceano indiano, del Portogallo, della Spagna, che tentò però di spingersi fino al Pacifico, e dell’Olanda fino a quello esercitato più stabilmente dall’impero britannico su tutti gli oceani. Ma furono proprio gli Stati Uniti a cambiare il modo di guardare la Terra e il Mare.
Carl Schmitt considera gli Stati Uniti come un’isola. Il politologo tedesco condivide la visione di Mahan che, all’inizio del Novecento, prevede il passaggio di egemonia da un’isola ormai troppo piccola come il Regno Unito a una nuova entità, gli Stati Uniti. Questi ultimi si rivelano in grado di inaugurare un nuovo grande spazio dell’emisfero occidentale e, con la loro discesa in guerra dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel 1941, pongono le premesse per conquistare, all’indomani del 1945, il monopolio dell’ordine mondiale senza più limiti geografici.
Schmitt, essendo un fautore della politica dei grandi spazi, condivide i princìpi della politica statunitense tra le due guerre mondiali, considerandola in linea con l’evoluzione dei rapporti geopolitici. È invece più critico sulla vocazione universalista e di egemonia planetaria manifestate dagli Stati Uniti nel corso del secondo conflitto mondiale. Secondo Schmitt, questa strategia è l’esito di «travisamenti imperialistici» della dottrina Monroe iniziati a fine Ottocento. Lo studioso risulta consapevole, peraltro, che «il passaggio di consegne tra Inghilterra e Stati Uniti era una conseguenza delle dinamiche di egemonia che hanno accompagnato la storia mondiale dei due ultimi millenni»7.
Da un controllo territoriale diretto della Terra, si passa dunque, in nome del business e della libertà dei commerci, come ben dimostra ogni dichiarazione di Donald Trump, ad un suo controllo parzialmente indiretto, ma fondamentalmente basato sull’egemonia marittima di un’unica potenza. Uno strumento fondamentale per la globalizzazione delle economie, dei commerci e della superiorità militare e politica dell’Occidente, ma sostanzialmente garantita dalle navi della marina statunitense.
Schmitt prende atto, peraltro, come nel Novecento si verifichi una rottura decisiva nella «sicurezza della moderna navigazione tecnicizzata». In primo luogo, diventa possibile localizzare dalla terra, con dispositivi di rilevazione radar, la presenza di una nave nell’alto mare oceanico. Ciò determina il superamento della netta separazione tra la terra e il mare su cui si fondava il nomos della prima globalizzazione marittima. In secondo luogo, l’apertura dello spazio aereo, attraversato non solo da velivoli ma anche da onde radio, modifica le modalità di esercitare la marineria civile e militare.
Una terza rottura della sicurezza della moderna navigazione è rappresentata dal ruolo assunto dal controllo degli stretti e dei canali. Schmitt rileva, infatti, che «non vi può essere un’economia pianificata a livello locale», dal momento che solo i grandi spazi risultano «adatti alla misura intrinseca del controllo e della pianificazione degli umani». La gestione dei grandi spazi marittimi trova un ostacolo, peraltro, nel fatto che alcuni passaggi chiave della navigazione sono controllati da Paesi spesso in competizione o apertamente ostili 8.
In queste ultime osservazioni, tratte ancora dal testo di Schmitt e riassunte da Leone, si cela uno dei maggiori problemi da cui è scaturita, nel corso degli ultimi decenni e i cui frutti iniziano a cogliersi oggi, l’attuale perdita di egemonia sia degli Stati Uniti che dell’Occidente, che a partire da ciò, come si è già detto in passato, inizia a rivelarsi piuttosto diviso al suo interno.
Infatti, se a quanto previsto da Schmitt si aggiunge l’attuale “semplificazione” delle tecnologie militari più avanzate che, con l’utilizzo dei droni, può mettere a disposizione di avversari meno dotati di capitali e tecnologie la possibilità di colpire duramente anche coloro che si ritenevano garantiti dalla propria supremazia economica e tecnologica, e soltanto in ultima istanza, anche se decisiva, militare, si giungerà a comprendere l’attuale allarme statunitense per il controllo degli stretti e dei mari di cui non possono più farsi carico esclusivo per la difesa dell’ordine occidentale del mondo.
Diventa dunque indispensabile comprendere tutto questo in termini estremamente materiali e concreti e non soltanto attraverso gli scarsi strumenti forniti dall’ideologia, per capire a fondo le origini sia del tentativo di Trump di trarre qualche vantaggio economico dalla situazione venutasi a creare sul fronte della disponibilità di gas e petrolio, di cui la svolta intervenuta nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa costituisce allo stesso tempo un sintomo e una conseguenza, e, più in generale, l’apparente “novità” rappresentata dalla postura assunta dal governo americano nei confronti della Russia di Putin e della Cina di Xi. Destinata a contenere o cercare di mantenere ancora a vantaggio degli Stati Uniti l’attuale evolversi di quello che anche l’autore tende a definire come nuovo ordine mondiale, soprattutto se si considera che:
cinque degli otto chokepoints marittimi principali si collocano nell’area europea-arabica. Le aree dell’Asia sud-orientale e caraibica ospitano gli altri nodi fondamentali del traffico globale, caratterizzati sia da grandi corridoi naturali posizionati a ridosso di complessi insulari, sia da vie d’acqua artificiali di primaria importanza strategica.
La localizzazione geografica e la natura di stretti e canali evidenziano come si tratti di passaggi caratterizzati da un’importanza strategica diversa dal punto di vista commerciale. L’impossibilità di percorrere gli stretti insulari asiatici o caraibici determina un allungamento solo relativo delle tratte navali. […] Una decina di stretti e canali, al contrario, risultano fondamentali per garantire che il commercio internazionale avvenga con tempi e costi sostenibili. Una chiusura del canale di Panama, ad esempio, richiederebbe la circumnavigazione dell’America Latina, così come un blocco a Gibilterra, Suez o dei Dardanelli precluderebbe l’accesso ai mari interni (il Mediterraneo e il mar Nero), rendendo impossibile raggiungere i porti localizzati sulle loro sponde.
[…] i quattro principali chokepoints a livello mondiale, per ammontare del traffico giornaliero, siano lo stretto di Hormuz, quello di Malacca, il canale di Suez e lo stretto di Bab el-Mandeb. […] Il trasporto del petrolio e del gas avviene per il 60 per cento via mare e interessa otto principali chokepoints. Due di questi passaggi, lo stretto di Hormuz e lo stretto di Malacca, sono fondamentali per il transito globale dei combustibili, il primo perché permette di accedere ai giacimenti petroliferi del Medio Oriente, mentre il secondo perché opera come punto di transito commerciale tra l’India e la Cina 9.
A tutto questo va poi ancora aggiunta la crescita del trasporto via mare dei prodotti alimentari che ha fatto sì che, nel 2018, 2,8 miliardi di persone siano state nutrite per mezzo del sistema di trasporto marittimo globale. Così, come la guerra in Ucraina col blocco del porto di Odessa e dei traffici tra il mar Nero e il mar Mediterraneo ha dimostrato, con il possibile blocco del mais, del riso e del grano coltivati nei grandi granai russi, asiatici e americani, che costituiscono le fondamenta della sicurezza alimentare globale, insieme a quello della soia prodotta in America Latina e in Asia che rappresenta tre quarti dell’alimentazione del bestiame. Un fatto che potrebbe rappresentare non soltanto un calo drastico dei proventi derivanti dall’agricoltura condotta su larga scala, ma anche un probabilissimo motore per rivolte e ampi sommovimenti sociali.
Occorre dunque sottolineare come l’ennesimo intervento militare americano nel Medio Oriente non derivi soltanto dai timori per il business, dall’ego smisurato e bellicista di un Trump sempre sospeso tra sale da ballo faraoniche e piscine coperte destinate a silenziare i media considerati nemici, o dai possibili ricatti di Netanyhau e di Israele sul presidente americano, ma anche, e forse soprattutto, dalle conseguenze derivanti da un sempre più ampio controllo delle vie marittime in prossimità dei checkpoints più importanti da parte di paesi e potenze economiche e militari non appartenenti allo schieramento occidentale. In grado, oltre tutto, di chiuderli, bloccarli o controllarli attraverso ben modulate tattiche politico-militari e l’utilizzo di tecnologie relativamente a basso costo, realizzabili anche sul territorio nazionale o nelle sue vicinanze.
Così, se da un lato il gioco di Trump sul possesso statunitense della Groenlandia mira a creare un possibile chokepoint nel mare Artico per rendere meno “libere” le nuove rotte apertesi per cinesi e russi in conseguenza del riscaldamento globale, oppure per mantenere libero a favore delle navi e delle merci statunitensi il transito nello stretto di Bering, dall’altro la chiamata alle armi di Trump per i paesi “alleati” sembra rispondere ancor più alla impossibilità americana di gestire, come unico body guard dell’interesse economico e politico occidentale, una rete di trasporti e traffici commerciali che avvolge ormai l’intero pianeta.
Un problema per cui, come è solito fare un certo fantasma già evocato da Marx nel 1848, l’assenza di rivolte sociali su scala globale potrebbe ben presto essere sostituito dal loro esplodere a Ovest come a Est e a Nord come a Sud. Cosicché la guerra, per il capitalismo non soltanto americano, potrebbe ancora rappresentare una possibile via di uscita, se non l’unica, come il riarmo europeo e l’allarmismo sulle iniziative russe ai confini d’Europa e in Germania sembra voler rilanciare quotidianamente.
Tutto questo per dire che oggi, in un contesto economico mondiale allo stesso tempo enormemente differenziato e unificato, la volontà dei singoli individui o di unici settori economici, ad esempio quello degli armamenti, non sono più bastevoli, ammesso che mai lo siano stati, a determinare il corso della Storia e l’avvento, o meno, di nuove guerre, mentre l’insofferenza sociale diffusa, dovuta a difficoltà di ordine economico, alimentare e lavorativo, può ancora rappresentare una forza capace di determinare o impedire nuovi devastanti conflitti. Tutto il resto è meglio che lo si lasci dire al Papa e alle anime belle del suo seguito.
Chi scrive, certamente, si è spinto ben al di là degli intenti dell’autore, ma ciò non toglie che il suo saggio, ricchissimo di dati e considerazioni, sia di carattere geografico e militare che economico e tecnico, possa rivelarsi utilissimo per tutti coloro che vogliano imbastire un ragionamento o anche solo un discorso sulle ragioni dei conflitti in corso e, soprattutto, del loro inarrestabile allargamento.
A. Leone, Geopolitica degli stretti. Tra guerra e (nuovo) ordine globale, Diarkos editore, Reggio Emilia 2026, pp. 116-118. ↩
A. Leone, op. cit., p. 116. ↩
Si veda: D. Vecchioni, Suez: il canale che ha cambiato la geografia del mondo, Santarcangelo di Romagna, Maggioli 2023. ↩
Oggi: C. Schmitt, Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, Adelphi, Milano 2002. ↩
Nell’antica Grecia, la legge, l’usanza vigente nelle comunità umane. Un tema cui avrebbe dedicato nel 1950 una delle sue opere più celebri e forse la più importante: C. Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum europaeum», Adelphi, Milano 1991. ↩
A. Leone, op. cit., p. 136. ↩
Ivi, p. 137. ↩
ibidem, pp. 137-138. ↩
ibid., pp. 119-125. ↩