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Sonno e salute: ecco quando le ore in più diventano un problema

Uno studio australiano afferma che dormire troppo e non dormire a sufficienza hanno quasi gli stessi effetti negativi sulla salute. In entrambi i casi, si ammalano cuore, intestino, cervello e poi arrivano situazioni più specifiche. Ad esempio, dormire meno di sette ore a notte compromette la mente, il cuore, il sistema immunitario e la pelle. Nel breve tempo i sintomi sono stanchezza, irritabilità, aumento di stress, nebbia mentale. L’ipersonnia, ovvero dormire più di nove o dieci ore, porta al rischio di malattie cardiovascolari, ictus, diabete T2 e obesità. I sintomi immediati sono mal di testa, mal di schiena, depressione, nebbia cognitiva e sonnolenza diurna nonostante si sia dormito tanto.

I ricercatori della Sleep Health Foundation affermano che il sonno è il terzo pilastro della salute, accanto all’alimentazione e all’attività fisica. Con il sonno, i muscoli recuperano energie, memorie e emotività si rafforzano e si regolano. L’organizzazione australiana no-profit che ha finanziato lo studio raccomanda di dormire tra le sette e le nove ore a notte. Gli adolescenti hanno bisogno di più riposo, fino alle dieci ore, anche da recuperare durante la settimana. Non sono consigli ripetuti ma risultati di esperimenti e test su volontari.

sonno e salute

I numeri della ricerca sull’insonnia dal 2018 a oggi mostrano l’importanza di conoscere anche gli effetti del dormire troppo e della qualità del risveglio sulla salute

Gli studi recenti suggeriscono che l’ipersonnia aumenta i problemi di salute e la mortalità. 79 studi sono stati rianalizzati: chi dorme meno di sette ore a notte ha un rischio di morte maggiore del 14%, chi dorme invece più di nove ore eleva il rischio al 34%. Insonnia e ipersonnia hanno in comune fattori di rischio sulla salute. Nel 2018 è stata fatta un’analisi su precedenti studi: secondo la rilettura di 74 ricerche, il sonno eccessivo porta a disturbi metabolici, aumento di peso, dolore cronico e depressione.

Il legame tra dormire troppo e cattiva salute viene certificato e collegato scientificamente dai risultati di tutti gli studi rianalizzati. Non solo, insonnia e ipersonnia insieme vengono collegate a condizioni croniche patologiche o di malessere. Sonno e stili di vita diventano così importanti nel considerare fattori di rischio e scarsa salute. Insonnia e ipersonnia non sono sempre volontà delle persone o conseguenze comportamentali e psicologiche.

Il risveglio può dire molto sulla salute del sonno, su come sta funzionando veramente il corpo mentre si dorme. Svegliarsi bene è indice di buona qualità, invece alzarsi spesso stanchi e assonnati deve rappresentare un campanello d’allarme. Le ricerche e i dati nuovi della Sleep Health Foundation vanno diffusi e divulgati per coltivare una buona cultura e conoscenza del sonno, del dormire come fattore importante per la salute.

Sonno e salute: ecco quando le ore in più diventano un problema è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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Alzheimer, uno studio mostra criticità nelle comunità rurali americane

La Society for Risk Analysis ha condotto un’analisi su 422.000 pazienti e più del Maryland. I dati raccolti evidenziano disparità nella diagnosi e nell’assistenza dell’Alzheimer tra le aree urbane e rurali. Proprio queste ultime mancano di ospedali e specialisti per diagnosi e trattamento delle demenze. Un danno tanto per i pazienti anziani quanto per le loro famiglie o caregiver.

Curarsi significa doversi spostare di molti chilometri anche per una semplice diagnosi o prescrizione di farmaci, i controlli di routine diventano difficili se non impossibili. Non è un caso che si presentino alti tassi di mortalità per Alzheimer in alcune aree dove mancano strutture dedicate, i famosi giardini dedicati agli anziani che perdono la memoria. I dati di morte si combinano proprio con i bassi tassi di diagnosi e un numero ancora da raccogliere completamente di pazienti con demenza non identificata.

Alzheimer

Nel Maryland, l’Alzheimer e altre forme di demenza possono essere curate principalmente nelle grandi città, mentre nelle aree rurali si registrano alti tassi di mortalità e una sottodiagnosi

Per le grandi città è un altro discorso, le aree urbane accolgono il 90% dei grandi ospedali. Le strutture rurali vivono una vera e propria discriminazione di risorse e finanziamenti. Mancano medici, infermieri e specialisti, tutti assenti dalle zone non urbane. Gli anziani riescono anche a trovare medici ma non sono specializzati su Alzheimer e altre malattie che portano al deficit di memoria. Dopo gli ottant’anni, la possibilità di affrontare lunghi spostamenti diventa più difficile, anche per le famiglie.

L’articolo pubblicato su ScienceDaily parla di squilibrio geografico con conseguenze dirette. I dati non sono di oggi ma partono dal 2019. 422.735 pazienti presi in considerazione evidenziano una differenza nel Maryland tra regioni occidentali e orientali. La combinazione di alti tassi di mortalità coincide con bassi tassi di diagnosi. Significa che a incidere sulle morti c’è una sottodiagnosi diffusa. Lo studio sottolinea che la posizione geografica influisce direttamente sulla probabilità di ricevere diagnosi e trattamenti adeguati.

Lo studio sul Maryland appena descritto è importante non solo per i numeri tirati fuori sulla possibilità o meno di curare o diagnosticare le demenze ma per gli strumenti che ha utilizzato. La ricerca è stata insieme spaziale e demografica e ha utilizzato modelli statistici spaziali come Getis-Ord G* e GWR.

Alzheimer, uno studio mostra criticità nelle comunità rurali americane è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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IA in radiologia: una tecnica innovativa anticipa il rischio di malattie cardiache

L’intelligenza artificiale diventa un nuovo occhio nella medicina, utile a prevedere le malattie cardiache attraverso delle semplici mammografie. È lo studio in corso di alcuni ricercatori. Sottoponendo delle immagini all’intelligenza artificiale sono riusciti a individuare la calcificazione delle arterie e il collegato rischio per il cuore. Lo studio è stato pubblicato sull’European Heart Journal. L’articolo fa netta differenza tra malattie gravi e fatali rilevabili con l’IA.

La nuova tecnologia, da tempo entrata nei laboratori medici, valuta l’accumulo di depositi di calcio nelle arterie del seno. Lo screening annuale per il cancro al seno prevede scansioni mammografiche a raggi X. Scansionate dall’intelligenza artificiale possono diventare controllo vitale e salvavita anche per altre malattie. I ricercatori vogliono ottimizzare la tecnica e aiutare milioni di donne affette da malattie cardiovascolari non diagnosticate e non curate. Unendo lo screening oncologico e cardiaco si prevengono pazienti gravi e si aiuta anche il sistema sanitario ad ottimizzare cure, terapie e assistenza.

La scoperta sulle qualità preventive dell’intelligenza artificiale è avvenuta ad Atlanta, il team di ricercatori è guidato dal Dott. Hari Trivedi della Emory University. Lo studio è stato condotto su 123.762 donne, non avevano patologie cardiovascolari note ma avevano partecipato allo screening mammografico. I ricercatori hanno utilizzato l’IA per analizzare le quantità di depositi di calcio nelle arterie del tessuto mammario.

l'IA è in grado di prevedere le malattie cardiache attraverso delle semplici mammografie

Radiografie e calcificazioni arteriose: il 30% delle partecipanti mostra rischio grave di malattie cardiache e altre donne presentano segni di rischio significativo

La radiografia che esce fuori dallo screening è già utile per qualificare la malattia o il rischio cardiaco come grave, moderato, lieve o assente. Il 30% delle donne volontarie nella sperimentazione ha scoperto di essere a rischio di gravi malattie cardiovascolari. Nel 70% restante delle pazienti si è scoperto un rischio superiore con presenza certa di calcificazione nelle arterie.

Le malattie cardiache sono la principale causa di morte nelle donne in tutto il mondo, eppure le donne sono costantemente sottodiagnosticate e sottotrattate rispetto agli uomini. Le mammografie, a cui le donne si sottopongono già per lo screening del cancro al seno, possono anche rivelare depositi di calcio nelle arterie mammarie, collegati alle malattie cardiache. Volevamo verificare se l’intelligenza artificiale potesse utilizzare questa tecnologia per identificare le donne a rischio di malattie cardiovascolari senza costi aggiuntivi o disagi. Abbiamo scoperto che maggiore è il calcio visibile nelle arterie mammarie in una mammografia, maggiore è il rischio per una donna di un evento cardiaco grave come infarto, ictus o insufficienza cardiaca. Questo è vero anche per le donne più giovani sotto i 50 anni – un gruppo spesso considerato a basso rischio – e si è mantenuto anche dopo aver considerato altri fattori di rischio come diabete e fumo.

Dott. Hari Trivedi

IA in radiologia: una tecnica innovativa anticipa il rischio di malattie cardiache è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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La NASA e SpaceX litigano sui controlli manuali di Starship

Un nuovo rapporto dell’ispettore generale della NASA rivela tensioni tra l’agenzia spaziale e SpaceX. L’oggetto della contesa? I controlli manuali del lander lunare destinato a portare gli astronauti americani sulla Luna. La NASA vorrebbe che gli astronauti possano prendere il controllo del lander in caso di necessità, mentre SpaceX vorrebbe fare quasi esclusivo affidamento sulla guida autonoma della navicella.

Il documento analizza lo stato dei contratti del programma Human Landing System, il progetto che dovrà portare gli astronauti sulla superficie della Luna entro questo decennio.

Avere solo controlli autonomi è un azzardo?

Il rapporto dell’ispettore generale di NASA mette sotto la lente i contratti assegnati a SpaceX e Blue Origin per lo sviluppo dei lander lunari del programma Human Landing System. Questi veicoli sono fondamentali per il ritorno degli astronauti sulla Luna previsto dalle missioni Artemis program.

Secondo il documento, l’approccio a prezzo fisso adottato dall’agenzia si sta dimostrando efficace nel contenere i costi e nel favorire la collaborazione con l’industria spaziale privata.

Il rapporto afferma infatti: “Abbiamo riscontrato che l’approccio contrattuale dell’Agenzia è stato efficace nel controllare i costi e ha fornito al programma HLS visibilità sullo sviluppo dei lander da parte di SpaceX e Blue Origin”.

Nonostante i risultati positivi sul piano economico, resta aperta una questione tecnica importante: il grado di controllo manuale che gli astronauti dovrebbero avere durante la discesa verso la superficie lunare con il lander basato su Starship. Nel rapporto si legge chiaramente: “Esiste un disaccordo tra NASA e SpaceX sul fatto che l’attuale approccio proposto dal fornitore per l’atterraggio soddisfi l’intento del requisito di controllo manuale dell’Agenzia”.

L’agenzia ritiene che il controllo umano rappresenti una componente essenziale per la sicurezza dell’equipaggio, mentre il progetto di SpaceX punta su un livello di automazione molto più elevato.

Le lezioni dell’Apollo

La richiesta della NASA deriva anche dall’esperienza delle missioni lunari del passato. Durante tutte le missioni con equipaggio del programma Apollo, gli astronauti utilizzarono sistemi di controllo manuale come metodo di backup per completare l’atterraggio.

Certo, ovviamente all’epoca il software di bordo era molto meno avanzato rispetto ai sistemi moderni, ma la possibilità di intervenire manualmente si rivelò fondamentale per garantire il successo delle missioni.

Il confronto tra NASA e SpaceX ricorda quanto avvenuto anni fa durante lo sviluppo della capsula SpaceX Dragon 2, utilizzata per trasportare astronauti verso la International Space Station. Inizialmente SpaceX voleva affidarsi esclusivamente a controlli touchscreen, ma l’agenzia spaziale chiese sistemi che permettessero agli astronauti di pilotare il veicolo in modo più diretto.

Il compromesso finale consentì agli astronauti di controllare manualmente la navicella attraverso comandi integrati nei touchscreen.

Nel caso dello Starship lunare, però, la situazione è più complessa. Il rapporto sottolinea che il veicolo non possiede ancora lo stesso livello di esperienza operativa accumulato dalla capsula Dragon nelle missioni verso la stazione spaziale.

“Starship non avrà lo stesso livello di esperienza di volo nell’ambiente operativo reale per le missioni lunari con equipaggio”, afferma il documento.

Il problema potrebbe diventare critico nelle prossime fasi del progetto, quando NASA e SpaceX dovranno superare la cosiddetta Critical Design Review. Se non verrà trovato un compromesso, l’atterraggio potrebbe essere affidato esclusivamente ai sistemi automatici.

Il rapporto rivela inoltre che prima delle missioni con astronauti sono previste dimostrazioni senza equipaggio sia per SpaceX sia per Blue Origin. Questi test però non includeranno sistemi completi di supporto vitale, airlock o altri elementi necessari per le missioni umane, lasciando aperte ancora molte incognite.

La NASA e SpaceX litigano sui controlli manuali di Starship è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Umberto Stentella

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Età dell’Universo, un nuovo metodo mette in dubbio le misure dell’espansione

Scoprire l’età esatta dell’Universo è un’attività che occupa da sempre i calcoli e gli studi scientifici. La sua soluzione aiuterebbe a comprendere molte dinamiche cosmiche e galattiche. Proprio la Via Lattea aiuta gli astronomi a utilizzare un nuovo modo per conteggiare i miliardi di storia precisi dello spazio. Con le stelle più antiche della nostra galassia, è stata calcolata l’età minima del cosmo, 13,8 miliardi di anni, considerando distorti gli anni conteggiati con la costante di Hubble.

L’Universo ha avuto inizio con un’espansione continua e il suo punto di origine è il Big Bang. Questa velocità di espansione qualche volta viene ripresa anche dai telescopi spaziali o satellitari attraverso l’osservazione prolungata di corpi celesti. L’espansione è costante e prende il nome di costante di Hubble e ha diverse teorie e misurazioni.

Seguendo la radiazione cosmica di fondo a microonde, la costante di Hubble ha una misurazione di 67 chilometri al secondo per megaparsec. Osservando alcuni corpi celesti o punti dello spazio, si arriva a un altro valore: 73 chilometri al secondo per megaparsec. La misurazione si basa sui cambiamenti costanti di supernovae, lenti gravitazionali e stelle variabili.

la velocità con cui l'Universo si espande e il valore della costante di Hubble sono argomenti di dibattito

La Via Lattea ha stelle così antiche che possono raccontare molto sulla storia e sugli effettivi numeri di anni dell’intero cosmo. Il racconto e le ipotesi di Elena Tomasetti e Cristina Chiappini

Queste due misurazioni della costante di Hubble creano ipotesi e dibattiti, si arriva al nuovo e terzo metodo. Elena Tomasetti lavora presso l’Università di Bologna e da lì, con i colleghi, ha iniziato a studiare le stelle più antiche della Via Lattea. “L’età assoluta degli oggetti più antichi del cosmo attuale è cruciale per la cosmologia perché può fornirci un limite inferiore per l’età dell’Universo“. Gli astronomi hanno analizzato ben 200.000 stelle antiche, molte con dati raccolti e catalogati dal telescopio Gaia.

Le informazioni sono quelle più importanti per una stella: luminosità, distanza, composizione chimica. Tomasetti definisce la Via Lattea un laboratorio di cosmologia in campo vicino. Le sue parole sono accompagnate da un’altra studiosa e coautrice, Cristina Chiappini del Leibniz Institute for Astrophysics di Potsdam. Tremila stelle datate e analizzate hanno almeno 12,5 miliardi di anni, ci sono stelle ancora più antiche,13,6 miliardi di anni. Grazie a loro e con calcoli incrociati si può arrivare alla vera età dell’Universo e anche a dati più precisi dell’espansione cosmica in corso.

Età dell’Universo, un nuovo metodo mette in dubbio le misure dell’espansione è stato pubblicato per la prima volta su Lega Nerd. L’utilizzo dei testi contenuti su Lega Nerd è soggetto alla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License. Altri articoli dello stesso autore: Daniela Giannace

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