Di Alessia Vignali per ComeDonChisciotte.org Come per l’uomo religioso descritto da Mircea Eliade, anche per il consumatore lo spazio non è omogeneo. Per l’uomo religioso, la non omogeneità dello spazio si manifestava in una contrapposizione tra lo spazio sacro, l’unica cosa per lui realmente esistente, e tutta la restante, informe distesa che lo […]
Oggi tremenda giornata. Di quelle che non vorresti mai vivere. Apprendo della morte, ieri, di Edgar Morin a 104 anni, un bel numero. Il Cavalier Marino Golinelli mi/ci lasciò a quasi 102.
Ma non ci si abitua mai alla idea di non poter più toccare con mano le persone che fino ad un attimo fa erano lì, una presenza materica e, in questi casi, totemica, a cui appigliarsi in cerca di conforto nei momenti più difficili, e con cui gioire nei momenti dì entusiasmo.
E comunque sono e saranno ancora con noi sempre. I totem culturali non abdicano, i loro messaggi vanno oltre la loro corporeità.
Fra Marino ed Edgar
Golinelli e Morin, il primo l’ho conosciuto e ci ho convissuto 13 ore al giorno per 13 anni, quasi tutti i giorni ad eccezione delle ferie; il secondo l’ho conosciuto perché – pur non avendolo mai incontrato (provammo ad invitarlo a Bologna ma gli spostamenti non gli erano più agili) – mi sono abbeverato con costanza e perizia al suo pensiero – sempre, anche nei periodi delle ferie – e l’ho messo sempre in pratica nel fornire il mio contributo alla declinazione pratica delle progettualità educative e formative che da anni portiamo avanti come Fondazione.
Garin all’Eliseo – foto di Yoan Valat, Pool Photo via AP/LaPresse
Li accosto tute e due dunque non solo per questioni di genetliaco. Educare per l’era planetaria, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, Educare gli educatori, tre titoli che recupero alla mente facilmente, a titolo solo esemplificativo, piccole briciole di una produzione intellettuale sterminata. Ma che ci dicono una cosa: che si può arrivare ad una idea di Comunità di destino planetaria, da punti di vista lontani, da identità e storie culturali apparentemente distanti, ma che le grandi traiettorie umane dall’ “origine al destino”, sanno essere anche convergenti lungo gli asintoti della storia. E se Papa Bergoglio ed Edgar Morin hanno affinato questo comune convincimento pronunciandone la stessa definizione, a partire dai loro percorsi intellettuali, e alla ricerca di una ontologia della verità, non credo che abbiamo bisogno oggi di molte altre voci per convincerci che quella da loro indicata possa essere la strada valida e necessaria.
Il rumore di queste potenti voci del ‘900, in particolare di quella che oggi si spezza solo nel suo incarnato, diventano dunque ancora più potenti e assedianti per coloro i quali stanno belligerando, certamente non certo per motivi epistemologici, ma bensì per «capitalismo estetico le cui strategie di potere mirano ad installarsi nelle nostre carni della percezione».
Allora non dimentichiamoci: ipseità (non certamente solipsismo), intelligenza di esserci, solidarietà, reciprocità. Queste parole siano oggi in ostaggio alle nostre abluzioni votive, ai nostri incensi profumati accesi nei bracieri in onore di Edgar Morin.
Lanzinger, uno scienziato appassionato al racconto
Dal momento che, purtroppo, le disgrazie non vengono mai da sole, oggi – nelle stesse ore – siamo costretti anche ad essere testimoni della mancanza di Michele Lanzinger, scienziato, divulgatore, ricercatore: a lui si deve molto – e non solo – per il progetto del museo della scienza Muse di Trento.
Anche in questo caso unisco la sua figura al ricordo al Cavalier Golinelli.
E penso con affetto e nostalgia ad una fase che per Fondazione Golinelli è stata vissuta da protagonista assieme a tanti altri attori nazionali, dai primi anni 2000 al 2010 – 2012 circa: in Italia i grandi centri della scienza si adoperavano e si rincorrevano facendo a gara per i migliori progetti di diffusione della cultura scientifica. Il Museo della scienza e della tecnica di Milano, il Post di Perugia, il Muse – di cui ricordo ancora il giorno della inaugurazione a Trento – la Città della scienza di Napoli, lo Science centre Immaginario Scientifico a Trieste, i grandi festival della Scienza di Genova e Bergamo, e la Scienza in Piazza di Fondazione Golinelli, per citare alcuni esempi. Una stagione di passione, di divulgazione della cultura in diversi formati portata avanti da appassionati, ricercatori, professori, studenti e tante famiglie che a milioni ancora frequentano questi luoghi, questi tempi, questi spazi.
Nella foto, da sinistra,: Michele Lanzinger, Maurizio Fugatti, Stefano Zecchi, Mikro Bisesti in occasione dei 10 anni del Muse di Trento – ifoto Alessandro Eccel/LaPresse
La storia recente della Fondazione Golinelli affonda le radici in quella passione, che poi si è evoluta e trasformata ulteriormente con Opificio Golinelli, dal 2015 ai giorni nostri, con lo sguardo al 2065 come Marino Golinelli ci ha indicato.
Un compagno di viaggio
Ma oggi un altro compagno di viaggio ci ha lasciati, e dobbiamo ricordarlo con stima ed affetto, e dobbiamo fermarci un secondo a riflettere. Ho visto Michele alcuni mesi fa a Lucca, sempre appassionato nel portare avanti una nuova avventura, con cui promuoveva lo scambio di conoscenze e pratiche tra i grandi musei e operatori culturali pubblici e privati italiani. Era sorridente sereno, ricco di entusiasmo, lo stesso di quando l’ho conosciuto oltre quindici anni fa.
Compagni di viaggio, compagni di vita, protagonisti della Cultura (italiana, europea e mondiale) che oggi è un poco più sola, ma grazie al loro lascito, sicuramente più ricca.
In apertura Edgar Garin e Michele Lanzinger in un collage realizzato da foto LaPresse.
una testimonianza di memoria e speranza per ricordare le vittime di Crans Montana, teatro a Capodanno di un devastante incendio costato la vita a 41 persone. Una vicenda che ha profondamente scosso il Paese.
Al Villaggio Fondazione Roma, la struttura di assistenza ai malati di Alzheimer e Parkinson, sei abitazioni sono state intitolate ai sei italiani morti nel rogo: Achille Barosi, Chiara Costanzo, Emanuele Galeppini, Riccardo Minghetti, Sofia Prosperi e Giovanni Tamburi.
Questa iniziativa, precisa la fondazione, «nasce da una profonda riflessione sul valore del ricordo e assume una valenza simbolica ancora più forte, proprio per la natura stessa del luogo in cui prende forma».
Dal 2018 ad oggi, si spiega, «il Villaggio ha ospitato in modo del tutto gratuito più di 300 persone, realizzando un’esperienza unica nel panorama socio-assistenziale pensata specificamente per malati di Alzheimer e Parkinson di livello medio o moderato».
Al Villaggio Fondazione Roma 6 case della struttura sono state intitolate ai giovani italiani morti nella tragedia di Crans Montana. Sullo sfondo, accanto al presidente Franco Parasassi, il murales dell’artista italo-filippino Jerico che ritrae i volti dei sei ragazzi
Oltre la tragedia
Proprio al Villaggio Fondazione Roma, in uno spazio dedicato a chi, per motivi patologici, perde progressivamente i propri ricordi, attraverso questa iniziativa, «la Fondazione Roma e le famiglie coinvolte, hanno scelto di guardare oltre la tragedia, costruendo un percorso condiviso».
L’obiettivo, chiarisce l’ente, è «creare un ponte tra la fragilità degli assistiti e la comunità del Villaggio, che nel quotidiano si farà custode della memoria dei sei ragazzi scomparsi, affinché resti sempre viva e non si affievolisca».
Un messaggio di speranza sul valore della vita
In questo contesto il murales dell’artista italo-filippino Jerico, che ritrae i sei giovani volti, «vuole essere un simbolo visivo capace di parlare ad ogni visitatore, residente ed operatore, trasformando il dolore in una testimonianza indelebile, con un messaggio di speranza che celebri il valore della vita».
Oltre al tributo alle vittime, si mette in evidenza, «l’intera iniziativa intende porsi come monito ed auspicio, affinché drammi simili non si ripetano, ribadendo l’impegno costante della Fondazione nel promuovere contesti ed iniziative a tutela della dignità integrale della persona».
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«Le nostre vite», fanno sapere le famiglie, «sono state segnate indelebilmente dalla tragedia che ci ha travolti e sarebbe stato semplice abbandonarsi allo sconforto ed al rancore. Invece no, abbiamo sfidato noi stessi decidendo di onorare la memoria dei nostri figli rendendo la luce dei loro sorrisi talmente fulgida da offuscare il buio della nostra disperazione».
In questi mesi, hanno sottolineato ancora, «ci siamo stretti l’uno all’altro e sostenuti tanto da percepirci come un’unica famiglia. La Fondazione Roma ha cementato questa nuova realtà, allargato questa famiglia regalandole un ulteriore valore: in un luogo nel quale i ricordi svaniscono, rimarrà indelebile, nel quotidiano, la presenza dei nostri angeli, nella speranza che i loro volti con le loro espressioni possano perpetuare la loro energia, spandendone la gioia di vivere e la fiducia nel futuro, che in nessuno di noi dovrebbe scemare. Un sincero ringraziamento va al Card. Giovanni Battista Re che ha officiato la cerimonia di intitolazione e per la sua preghiera piena di conforto e speranza».
In apertura il murales dell’artista italo-filippino Jerico che ritrae i volti dei sei ragazzi vittime del rogo di Crans Montana. Nel testo un’immagine dell’inaugurazione. Foto da ufficio stampa Fondazione Roma
Dal masking alla neuronormatività, fino al rapporto tra ADHD, autismo e critica delle gerarchie sociali: una riflessione sul legame tra neurodivergenza e dissenso politico. L’idea che il cervello umano debba funzionare secondo un unico standard universale – prevedibile, lineare e sempre allineato alle aspettative sociali – è forse uno dei miti più resistenti della modernità.Oggi, grazie al paradigma della neurodiversità, stiamo lentamente iniziando a decostruire questo mito. Iniziamo a comprendere che condizioni come l’Autismo o l’ADHD non sono necessariamente “errori di sistema” da correggere a ogni costo, ma varianti naturali del funzionamento cognitivo umano. Stiamo imparando (seppur a fatica) a