China missed the World Cup. Its brands didn’t



Hello,
I’m wondering what happens when a report is made. I imagine it sends an email to the Mobilizon hosting manager.
But if a French association runs a group, it may be liable for the content published within that group. We might want several levels of reporting:
From what I understand, both are possible. Is that right ?
Kind Regards
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di Camillo Acquilino
Per tanti genovesi, e non solo per loro, il Palazzo Rosso è lo storico edificio situato nella Strada Nuova (odierna via Garibaldi), splendida dimora dei Brignole Sale un tempo, sede museale ai giorni nostri.
Per noi ragazzi di Genova PP invece il Palazzo Rosso è indubbiamente il grande edificio rivestito di lastre di travertino, rosso appunto, che si trova al limite nord ovest del piazzale della stazione. Il suo nome ufficiale è Fabbricato Servizi Accessori della stazione, ma se vi dovesse capitare di doverlo nominare a Genova PP chiamatelo anche voi Palazzo Rosso.
Ho dovuto iniziare a conoscere quel fabbricato partendo, con molta umiltà, dalle sue fondamenta. Era il settembre del 1982 quando, vincitore del bando di concorso esterno per Capo Tecnico in prova, sono stato assunto dalla Azienda Autonoma FS e inquadrato come responsabile dell’OCA.
OCA?? Officina Carica Accumulatori, mi hanno spiegato dopo aver accolto la mia promessa di fedeltà allo Stato e prima di accompagnarmi nell’inquietante percorso che mi ha portato in un piccolo ufficio situato nelle fondamenta del palazzo.
La mia inquietudine derivava da quei grandi locali interrati semibui, popolati da un gran numero di persone che da quel momento avrei dovuto guidare nel loro lavoro, ma che ora mi guardavano come si guarda un pivello da schernire. Improvvisamente mi sono imbattuto nella consapevolezza della mia assoluta ignoranza in ciò che mi chiedeva il nuovo lavoro, un’attività che si basava su di un vastissimo impianto normativo di impostazione statale, pieno zeppo di acronimi (concetto nuovo per me in quel momento) come OCA infatti.
Uscivo, per scelta, da una interessante esperienza di lavoro in un centro studi di tecnica navale dove, io giovane perito industriale con specializzazione in meccanica, mi ero prodigato per cinque anni a diventare un costruttore navale. Era un lavoro impegnativo e interessante dicevo, che però non mi ha mai concesso di vivere una reale indipendenza operativa, semmai mi ha quasi sempre fatto provare la sgradevole sensazione di avere costantemente il fiato sul collo di qualche superiore.
Quando invece sono arrivato nel primo ufficio che mi ha assegnato le FS, il superiore che aveva accolto la mia promessa formale di fedeltà allo Stato anticipandomi che, se avessi chiuso con successo il periodo di prova di un anno, avrei dovuto perfezionarla con un giuramento, ha ribadito che da quel momento io ero il responsabile di quella officina e dell’operato di chi ci lavorava e si è congedato.
Iniziava l’autunno del 1982 e si era conclusa forse l’ultima ondata di reclutamento in FS mediante concorso pubblico, processo di selezione organizzato per il 1980, ma che era stato rimandato a causa del disastroso terremoto che si era verificato in Irpinia.
Le maestranze dell’OCA occupavano forse il livello più basso della manovalanza in ferrovia. Gli addetti al rifornimento accumulatori alle vetture per viaggiatori lavoravano in coppia e dovevano trasbordare, in posizioni spesso scomode, delle batterie che pesavano 90 kg ciascuna. Molti di loro avevano vinto il concorso pubblico nelle regioni meridionali e vivevano a Genova, spesso in condizioni di precarietà, aspettando un agognato trasferimento in avvicinamento alla famiglia rimasta al sud. Non era un ambiente facile da gestire per un novellino come me. In quel mondo sotterraneo ero suggestionato anche da alcuni nomi propri che non avevo mai sentito nella vita “normale” come Elmo, Adelchi, Efisio….
In ufficio ero affiancato da uno “Scritturale” che mi introduceva nel mondo dei regolamenti. I nostri erano classificati con la sigla TV (Trazione e Veicoli). Esistevano poi quelli M del Movimento, IE degli Impianti Elettrici, L dei Lavori ….
L’officina era costituita da un grande salone dove erano installati i banchi di carica degli accumulatori IEA/IEAU (Impianto Elettrico Autonomo / Impianto Elettrico Autonomo Unificato) da 140 Ah, da una cabina elettrica, dove erano ancora custoditi dei raddrizzatori trifase a vapore di mercurio e da due officine, una attrezzata per la riparazione degli accumulatori e l’altra per la riparazione dei carrelli da trasporto.
I raddrizzatori a vapori di mercurio non erano più in uso in quella officina, ma io li ho visti ancora operativi e sfiammeggianti nella consorella di Brignole. Uno di quegli oggetti è però diventato uno dei primi miei problemi da risolvere come neo assunto. Un famoso ex Dirigente delle FS, l’Ing. Finzi, mi aveva fatto ordinare di inviarne uno alla Scuola Impianti Elettrici Ferroviari (SIEF) di Rivarolo. Era destinato a una vetrina espositiva dove credo che si trovi ancora oggi. Si trattava di un oggetto pesante e fragilissimo ed era custodito in una vecchia struttura di supporto che assomigliava a un pollaio per le galline. Io dovevo valutare se quella struttura fosse sufficientemente robusta per garantire il trasporto sicuro di quell’ampolla, contenente una discreta quantità di mercurio, fino al SIEF.
L’OCA era collegata a un sottopassaggio di servizio munito dei montacarichi necessari a trasferire i carrelli con le batterie al piano dei marciapiedi della stazione. Questo sottopassaggio era utilizzato anche dagli addetti al servizio postale, dalla cooperativa portabagagli e dagli operatori del servizio di carico scarico dei vagoni bagagliaio. Inoltre costituiva una comoda via di accesso al Palazzo Rosso ed era preferita da molti che vi erano impiegati. Sono testimone del fatto che in quel mondo sotterraneo si muovessero molte più persone addette ai lavori di quante oggi sono impiegate in tutta la stazione.
Il processo di carica degli accumulatori libera idrogeno e, in determinate concentrazioni può rendere esplosiva l’aria circostante. Per questo motivo la sala di carica aveva delle finestre a soffitto poste al livello del marciapiede della stazione. Così il fabbricato non aveva il piano terra, ma un piano ammezzato dove, fra gli altri, si trovava l’ufficio che avrei occupato con il mio primo avanzamento di carriera: CT PV GEPP (Capo Tecnico turnista del Posto Verifica di Genova Piazza Principe). Anche in questa nuova collocazione, nonostante fossero trascorsi un paio di anni dalla mia assunzione, mi trovavo nella condizione del pivello del gruppo con la differenza che il mondo dei verificatori di allora, anch’esso difficile da gestire, era tutto particolare e meriterebbe uno o più racconti per poterlo descrivere adeguatamente. Per curiosità aggiungo solo che i nostri vicini di piano vivevano in un’ala segregata del palazzo dove si diceva che già avessero l’aria condizionata. Un termine, che a me pare appartenere al modernariato, li classificava come “Elettrocontabili”, probabilmente si occupavano della perforazione delle schede di input degli elaboratori IBM. Fonti sedicenti informate riferivano cha avessero anche una cucina e che fossero capaci di prepararsi una mensa prelibata.
Con un altro passo in carriera sono arrivato al primo piano del Palazzo Rosso, nel sacro ufficio del Capo Impianto dove alcuni anni prima avevo prestato il giuramento di fedeltà allo Stato Italiano. Qui i nostri vicini di piano erano gli addetti al Collaudo del Materiale Rotabile, altro ambito lavorativo piuttosto defilato rispetto alle attività della circolazione dei treni.
Nell’ufficio del Capo Impianto, il Titolare come si dice nella lingua delle FS, ricoprivo il ruolo del suo assistente tecnico diretto. Ai tempi della mia assunzione quel posto era occupato da un custode storico dell’Impianto, tanto da meritarsi il soprannome di “U Frattun”. Quel signore allora mi incuteva un certo timore e anche un senso di tristezza dato che lo vedevo invecchiare in quell’ufficio come eterno secondo dei vari Titolari che nel frattempo si erano avvicendati.
Da quella mia nuova posizione non immaginavo quindi di poter assistere a un evento innovativo per le FS, ma per mia fortuna il Titolare al quale ero stato affiancato si poteva considerare giovane per quei tempi e giovanile era anche per l’apertura, quasi sportiva, con la quale si approcciava alle novità tecnologiche. Quell’uomo, che annovero fra i migliori insegnanti di mestiere che mi è capitato di incontrare, si chiama Pasquale. Egli, nel settore della verifica tecnica dei veicoli, era anche molto esperto delle modalità di assicurazione del carico sui carri.
L’evento a cui accennavo è stato l’arrivo dei Personal Computer nelle sedi periferiche delle FS. In un pomeriggio del 1991 ero solo in ufficio quando è arrivato un corriere per la consegna di alcuni scatoloni e mi ha detto che contenevano gli elementi di un computer Olivetti 286 (PC, monitor a tubo catodico, tastiera e stampante ad aghi per modulo continuo). Conoscendo l’inerzia del mondo FS e dando credito alle voci secondo le quali quella fornitura non mirava tanto a dare un aiuto al lavoro dei ferrovieri, quanto a costituire un appoggio di stato all’AD della Olivetti, azienda in quegli anni in grosse difficoltà, stavo già pensando di dover trovare un posto nel magazzino per quelle scatole, in attesa dell’attivazione di quella nuova macchina che chissà quando sarebbe avvenuta. Proprio in quel momento è arrivato Pasquale il quale, dopo aver appreso del contenuto di quegli ingombranti imballaggi, con gioia mi ha detto: “Lo montiamo?” .
Windows non esisteva e si lavorava direttamente dal prompt del DOS. Contagiato dall’entusiasmo di Pasquale ho iniziato subito a “picchiarmi” con quel nuovo strumento di lavoro, ma devo riconoscere che il vero specialista in dBASE III e Clipper era lui.
Successivamente Pasquale è stato trasferito al quinto piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova. Lui era stato promosso Capo del Reparto Veicoli e io, che nel frattempo avevo lavorato alla manutenzione delle carrozze per viaggiatori, l’ho raggiunto per tornare a essere il suo assistente. Proprio in virtù dell’utilizzo dei PC in quel periodo, in due riuscivamo a svolgere una mole di lavoro davvero eccezionale.
Il posto di Pasquale è poi passato a Maurizio, un altro mio grande maestro di mestiere. Maurizio non amava particolarmente i PC, ma era molto attento alla normativa che regolava il nostro settore ferroviario e alla conoscenza diretta delle particolarità tecniche delle carrozze viaggiatori e dei carri merci. Un suo “pallino” tecnico/normativo riguardava l’impianto del freno continuo automatico dei treni. Oltre alle capacità professionali era dotato di uno stile ammirevole; quando si doveva confrontare in controversie burrascose, riusciva a mantenere un profilo corretto e signorile. Con lui sento di aver completato la mia formazione professionale.
Per descrivere l’ambiente del 5° piano del Palazzo Rosso, sede dell’Ufficio Materiale e Trazione di Genova che rappresentava il centro di coordinamento per la Liguria delle attività di manutenzione dei rotabili, di verifica dei veicoli e del personale di condotta (macchinisti), vi accenno a un personaggio ancora oggi molto noto per la sua competenza professionale, con il quale sono stato vicino di ufficio. Occupavamo due stanze contigue, molto ampie e che, dato che erano affacciate sul lato sud del fabbricato, beneficiavano di una bella visuale sul piazzale della stazione, sul Ponte dei Mille e sul bacino portuale fino alla Calata Sanità e la Lanterna.
Armando, questo è il suo nome, aveva istruito moltissimi dei macchinisti genovesi ed era considerato da tutti loro come una persona molto preparata, corretta e affidabile. Quando mi è capitato di incontrare dei colleghi fiorentini che si occupavano della stesura dei regolamenti nazionali per i macchinisti, immancabilmente mi sono sentito dire: “Noi si ragiona, si discute, si scrive e poi si manda il tutto ad Armando: se per lui va bene noi si è a posto”.
Però, come in tante realtà lavorative, esisteva un conflitto di fondo fra chi produceva (da noi sui binari o nelle officine) e chi invece dirigeva le operazioni dagli uffici di sede centrale. Allusioni reciproche collocavano lavativi e incapaci nel campo avversario, quando invece capacità e voglia di lavorare, come pure le situazioni opposte, erano ovviamente presenti e distribuite nei due campi.
Un giorno ho visto arrivare una baldanzosa comitiva dagli impianti operativi, forse convocata per un confronto di tipo sindacale. Uno di quelli che guidavano il gruppo ha scorto Armando che stava lavorando alla propria scrivania proprio accanto alla finestra, postazione che oramai occupava da diversi mesi. Fermandosi in modo plateale, tanto da essere visto e udito da tutto il suo seguito, quello ha salutato così: “Armandu, te l’han deta n’a scrivania cun n’a bella vista!” Prima di dare la risposta, Armando ha sollevato lo sguardo dal testo che stava studiando e, dopo essersi voltato verso la finestra, ha ammesso: “Ti se che ti è propriu raxiun. Nu gh’eiva mai fetu caxu”.
Un altro giorno sotto quella stessa finestra una locomotiva E656 sostava in testa a un treno pronto in partenza dal binario 18 quando è arrivato dal mare il fronte di un forte temporale. Lo scroscio d’acqua è stato così intenso che dal ginocchio del pantografo anteriore, che si trovava in posizione abbassata, si è innescato un arco elettrico verso il tetto della cabina. La scarica è durata diversi secondi e ha provocato la salita di una colonna di fumo verso il cielo, già nero di per se stesso, rendendo uno spettacolo tetro e infernale. In molti ci siamo affacciati dalle finestre nonostante l’imperversare della burrasca. La tregua è arrivata quando sono intervenuti i dispositivi di sicurezza del sistema di alimentazione della linea aerea che staccato l’alimentazione. Nel silenzio ritrovato si è inserito il vociare dei soliti commenti inutili. Solo Armando si era accorto che l’altro pantografo era ancora alzato toccando il filo di contatto e, prevedendo il prossimo tentativo automatico di re inserimento della remota cabina di alimentazione, ha iniziato a urlare verso il macchinista: “Tira giù! Tira giù!”.
L’alimentazione a 3.000 V è infatti ritornata provocando un secondo arco elettrico che ha costretto il macchinista a una fuga precipitosa. Si è poi saputo che lui in effetti aveva comandato l’abbassamento del pantografo, forse in seguito dell’incitazione di Armando, ma che l’operazione non si era compiuta perché lo strisciante si era saldato al filo di contatto.
Ho imparato molto nel percorso attraverso i vari piani del Palazzo Rosso, soprattutto quando ho incontrato persone come Pasquale, Maurizio e Armando. Se posso riassumere qui il loro insegnamento, mi sento di dire che a guardare sono tutti capaci, ma pochi sanno anche vedere.
Nature, Published online: 12 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01902-0
Video blogger’s viral accusations of data manipulation in Nature journals have sparked intense debate and speedy institutional investigations.Isola d’Elba (Livorno), 12 giugno 2026 – Terribile doppio incidente mortale all'Isola d'Elba. Erano arrivati sull’isola in una splendida giornata di sole e avevano affittato uno scooter a Portoferraio, ma nel tardo pomeriggio di oggi, 12 giugno, sono rimasti vittime di uno scontro fatale contro un’auto in via dell’Acquedotto a Marina di Campo, si tratta di una strada che costeggia l'aeroporto della Pila.
https://www.iltelegrafolivorno.it/cronaca/incidente-mortale-isola-delba-gpvrz6bxLe vittime sono due ragazzi giovani di 23 anni, sarebbero originari di Seravezza e Pietrasanta. Ancora non è chiara la dinamica dell'incidente ma secondo quanto emerso entrambi sono stati sbalzati a terra dal veicolo a causa del forte impatto, uno di loro è morto sul colpo. L'altro, le cui condizioni sono apparse immediatamente molto gravi, non ce l'ha fatta ed è morto poco dopo in seguito ai gravi traumi riportati per il violento impatto. A nulla sono valsi i tentativi di rianimazione operati dai sanitari. Sempre secondo una prima ricostruzione entrambe le vittime indossavano il casco. Ferite le due persone che erano a bordo dell'auto, una Kia, ma le loro condizioni al momento non destano particolari preoccupazioni. Nella macchina una famiglia di Novara composta da padre, madre, due figli e la nonna.
https://www.lanazione.it/umbria/cronaca/sequestro-bambina-stazione-q04u83htImponente la macchina dei soccorsi intervenuta: la Pubblica Assistenza di Campo nell' Elba, il Santissimo Sacramento di Portoferraio, i carabinieri della stazione di Portoferraio la polizia municipale. Si è attivato anche l'intervento dell’elisoccorso Pegaso 3, ma purtroppo non è stato necessario. Secondo quanto emerso sul posto è intervenuto anche il sindaco di Campo nell'Elba Davide Montauti.

Marina di Campo (Livorno), 12 giugno 2026 – Tragedia all’Isola d’Elba dove due giovani hanno perso la vita in un incidente stradale. Secondo le prime informazioni i due erano a bordo di uno scooter noleggiato a Portoferraio quando, per cause in corso di accertamento si sono scontrati con un’auto. L’impatto è stato violentissimo, tanto che uno dei due sarebbe morto sul colpo. L'altro poco dopo l’arrivo dei soccorsi. Da accertare la provenienza delle due vittime.
L’incidente è accaduto a Marina di Campo in via dell'Acquedotto nel pomeriggio di oggi, 12 giugno. Sul posto sono intervenuti il Santissimo Sacramento di Portoferraio la pubblica assistenza di Marina di Campo, i carabinieri di Portoferraio e Pegaso tre.

Comprehensive measures adopted by the European Commission aim to reduce dependency on non-EU countries.

Dopo la partecipazione allo SPIEF di San Pietroburgo, il nostro Partito è stato invitato mercoledì 10 giugno presso Villa Abamelek, residenza dell’Ambasciatore della Federazione Russa in Italia, in occasione del concerto dell’Ensemble Nikolaj Osipov e dei giovani solisti dell’Orchestra Accademica Nazionale degli strumenti popolari russi, organizzato per celebrare la Giornata della Russia.
A rappresentare il Partito Comunista è stata la compagna Daniela Mosca, già presente nei giorni precedenti a San Pietroburgo per i lavori dello SPIEF, importante appuntamento internazionale dedicato ai temi dello sviluppo economico, della cooperazione e del dialogo tra i popoli.
Si tratta di un significativo riconoscimento del lavoro internazionale che il Partito Comunista sta portando avanti e, al tempo stesso, di un’ulteriore occasione per rafforzare relazioni, confronto e cooperazione tra nazioni e popoli.
In un contesto internazionale segnato da tensioni e conflitti, continuiamo a sostenere con determinazione la necessità della pace, del dialogo e della collaborazione reciproca, contrapponendoci alle politiche di riarmo e all’escalation militare promosse da Unione Europea e NATO.
Riteniamo che le risorse pubbliche debbano essere destinate al rafforzamento della sanità, della scuola, della ricerca, del lavoro e del welfare, e non a una nuova corsa agli armamenti che rischia di compromettere il futuro dei popoli europei.
Continueremo a portare avanti, in Italia e a livello internazionale, il nostro impegno per un mondo multipolare fondato sul rispetto reciproco, sulla cooperazione tra i popoli e sulla pace.
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L'articolo Partito Comunista ospite all’Ambasciata della Federazione Russa per la Giornata della Russia proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.
Nature, Published online: 12 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01902-0
Video blogger’s viral accusations of data manipulation in Nature journals have sparked intense debate and speedy institutional investigations.
© Bernat Armangue/Associated Press

Articolo da Il Mago di Oz - Recensioni di libri, controinformazione e controcultura
Cos’è l’esoterismo? Ogni volta che pronunciamo la parola “esoterismo”, l’immaginario collettivo corre immediatamente verso scenari oscuri: rituali segreti in castelli abbandonati, complotti globali o pratiche di magia superstiziosa. Eppure, se ci fermiamo ad analizzare la storia delle idee, il significato dell’esoterismo è qualcosa di molto più profondo, luminoso e intimamente legato alla natura umana. Il termine deriva dal greco esoterikos, che letteralmente significa “interno” o “riservato a chi è dentro”. Nell’antichità, filosofi come Pitagora o Platone dividevano i propri insegnamenti in due categorie: l’insegnamento essoterico (rivolto alla massa, comprensibile e pubblico) e quello esoterico (riservato a una cerchia ristretta di
L'articolo Cos’è l’esoterismo? Significato, storia e interpretazione psicologica sembra essere il primo su Il Mago di Oz.
Edgar Morin è stato uno dei maggiori intellettuali del ‘900 e del primo quarto del secolo in corso, ma illuminerà ancora il futuro. Queste righe, scritte tra la sua morte avvenuta il 29 maggio scorso e il 105esimo compleanno che sarebbe stato il prossimo 8 luglio, non possono certamente ricostruirne la vita e l’opera monumentale [...]
L'articolo Edgar Morin è vivo e lotta insieme a noi. Il pensiero della complessità antidoto al riduzionismo bellicista proviene da Movimento Nonviolento.


La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una fase estremamente delicata, in cui diplomazia e confronto militare si intrecciano in modo sempre più evidente. Da un lato, il presidente statunitense Donald Trump continua a sostenere che un accordo con Teheran sarebbe ormai vicino; dall'altro, le autorità iraniane respingono tali affermazioni come una combinazione di realtà e propaganda destinata a costruire l'immagine di una vittoria diplomatica USA e allontanare gli spettri di una sconfitta strategica. Secondo fonti iraniane, il testo di una possibile intesa non è stato ancora approvato e restano aperte questioni fondamentali. Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha confermato che gran parte del documento sarebbe ormai definita, ma ha sottolineato che le continue modifiche e i cambiamenti di posizione di Washington continuano a ostacolare il processo.
Teheran insiste sul fatto che qualsiasi accordo dovrà rispettare le proprie "linee rosse" strategiche e includere meccanismi di risposta immediata nel caso di future violazioni statunitensi. Le tensioni sono state alimentate dagli ultimi scontri militari nel Golfo Persico. Nelle scorse ore gli Stati Uniti hanno condotto attacchi contro obiettivi nella provincia iraniana di Hormozgan e lungo la costa meridionale del Paese, giustificandoli come operazioni necessarie per proteggere la navigazione nello Stretto di Hormuz. Le autorità iraniane sostengono invece che tali azioni rappresentino una violazione del cessate il fuoco raggiunto ad aprile e una dimostrazione della persistente ostilità USA. Particolarmente controversi sono stati gli attacchi contro infrastrutture civili. Secondo le autorità locali, due serbatoi idrici nella contea di Sirik sarebbero stati colpiti dai bombardamenti statunitensi, provocando l'interruzione della fornitura di acqua potabile a oltre 20.000 persone in piena estate. Teheran ha denunciato l'episodio come una grave violazione del diritto internazionale. La risposta iraniana non si è fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato attacchi missilistici e con droni contro installazioni militari statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania, oltre all'abbattimento di un drone MQ-9 Reaper nei pressi dello Stretto di Hormuz.
Secondo Teheran, tali operazioni dimostrano che le capacità militari della Repubblica Islamica restano pienamente operative, smentendo le dichiarazioni di Trump secondo cui le forze armate iraniane sarebbero state "completamente distrutte". Lo scontro narrativo è diventato ormai parte integrante della crisi. Mentre Trump afferma che l'Iran sarebbe vicino ad accettare le condizioni nordamericane, i dirigenti iraniani sostengono che Washington abbia dovuto ritirare alcune richieste avanzate nelle ultime settimane attraverso la mediazione del Qatar, dopo il fallimento delle pressioni militari e diplomatiche esercitate su Teheran. Al centro della contesa rimane però lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota cruciale del commercio energetico mondiale. L'Iran ha annunciato la chiusura completa del passaggio marittimo fino a nuovo ordine, trasformando la questione in una sfida strategica globale. Numerosi analisti occidentali riconoscono ormai che gli Stati Uniti non dispongono di una soluzione semplice per garantire il controllo della rotta senza tenere conto dell'influenza iraniana. Esperti di politica internazionale e centri di ricerca occidentali evidenziano come la geografia rappresenti uno dei principali strumenti di deterrenza di Teheran.
Missili, droni, capacità asimmetriche e la posizione dominante lungo le coste del Golfo consentono all'Iran di esercitare una pressione costante sui traffici energetici e commerciali internazionali. Le conseguenze economiche sono già visibili. L'incertezza sulla sicurezza dello Stretto ha alimentato la volatilità dei mercati energetici e contribuito all'aumento dei prezzi del petrolio. Secondo alcune stime citate dalla stampa USA, il conflitto avrebbe già generato costi significativi per le famiglie statunitensi attraverso il rincaro dei carburanti e dell'energia. In questo contesto, Washington appare stretta tra due opzioni entrambe problematiche: proseguire l'escalation militare, con il rischio di aggravare i costi economici e geopolitici del confronto, oppure accettare una de-escalation negoziata che richiederebbe concessioni difficili da giustificare sul piano politico interno. Per il momento, nonostante le dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca, un accordo definitivo sembra ancora lontano. Le ultime settimane hanno mostrato come il confronto tra Stati Uniti e Iran non sia più soltanto una disputa sul programma nucleare, ma una più ampia competizione strategica per il controllo degli equilibri regionali, delle rotte energetiche e dell'assetto geopolitico del Medio Oriente. Lo Stretto di Hormuz si conferma così il punto nevralgico di una crisi che continua ad avere implicazioni ben oltre i confini del Golfo Persico.
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Mentre gran parte dei media occidentali continua a descrivere la Russia come un attore in difficoltà sul campo di battaglia, gli sviluppi delle ultime settimane raccontano una realtà più complessa e, per molti aspetti, diversa da quella proposta dalla narrativa dominante. Secondo il ministero della Difesa russo, nell'ultima settimana le forze di Mosca hanno assunto il controllo di cinque nuovi insediamenti tra la regione di Kharkov e la Repubblica Popolare di Donetsk: Shevchenko, Okhrimovka, Khimik, Roskoshnoye e, più recentemente, Priyut. Si tratta di avanzate che confermano il mantenimento dell'iniziativa operativa russa lungo diversi settori del fronte e che smentiscono l'immagine di un esercito bloccato o in ritirata. L'evoluzione militare si accompagna a un cambiamento politico e strategico sempre più evidente.
A Mosca cresce infatti la convinzione che il conflitto sia entrato in una nuova fase, caratterizzata da una progressiva escalation e da una revisione delle regole d'ingaggio adottate finora. A segnare questo passaggio è stato soprattutto l'attacco contro il dormitorio del collegio pedagogico di Starobelsk, che ha provocato la morte di almeno 21 persone, in gran parte giovani studentesse. Il regime di Kiev ha sostenuto che l'edificio ospitasse personale militare russo, ma Mosca respinge categoricamente questa versione e afferma che non sono mai state presentate prove a sostegno dell'accusa. L'episodio ha avuto un forte impatto sull'opinione pubblica russa e sulla leadership del Cremlino. Il presidente Vladimir Putin ha definito l'attacco un atto terroristico e ha ordinato il rafforzamento delle misure di sicurezza in scuole, università, strutture sociali e infrastrutture civili in tutto il Paese. Nello stesso intervento ha accusato gli avversari della Russia di non esitare a colpire obiettivi civili.
La tensione è stata ulteriormente alimentata da un altro attacco ucraino contro un museo di Sebastopoli, in Crimea, che custodiva il celebre panorama "La Difesa di Sebastopoli" del pittore Franz Roubaud. Secondo le autorità locali, l'opera sarebbe stata quasi completamente distrutta dall'incendio provocato dall'impatto di un drone. In questo contesto, da Mosca emerge una linea sempre più dura. Diversi analisti e osservatori vicini agli ambienti strategici russi sostengono che il Cremlino consideri ormai superata la fase della cosiddetta "operazione limitata". L'obiettivo dichiarato resta quello di colpire le strutture politico-militari responsabili delle decisioni operative ucraine, ma con una disponibilità crescente ad ampliare la pressione sui centri decisionali di Kiev. Secondo questa interpretazione, i recenti attacchi missilistici contro la capitale ucraina non rappresentano soltanto operazioni militari, bensì un messaggio politico preciso: se continueranno gli attacchi contro il territorio russo, le infrastrutture strategiche e la popolazione civile, la risposta di Mosca sarà sempre più diretta e intensa.
La leadership russa presenta questa strategia come una logica di deterrenza fondata sul principio della reciprocità. In altre parole, ogni escalation da parte ucraina sarebbe destinata a generare una risposta ancora più severa da parte russa, spostando progressivamente il conflitto verso i centri nevralgici del potere del regime di Kiev. Al di là delle interpretazioni politiche, un dato appare difficilmente contestabile: dopo oltre quattro anni di guerra, la Russia continua a conquistare territorio, mantiene una significativa capacità offensiva e non mostra segnali di collasso militare. Le nuove avanzate nel Donbass e nella regione di Kharkov, unite all'intensificazione delle operazioni missilistiche a lungo raggio, indicano che Mosca conserva risorse, capacità industriali e margini operativi ben superiori a quelli spesso descritti nel dibattito mediatico occidentale. Questo non significa che la Russia sia vicina a una vittoria definitiva o che l'Ucraina sia sul punto di cedere. Significa però che la rappresentazione di una Russia ormai esausta e in costante arretramento non trova conferma negli sviluppi più recenti del conflitto.
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La visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping in Corea del Nord segna uno dei più importanti sviluppi geopolitici dell'Asia nord-orientale degli ultimi anni. Il viaggio, conclusosi il 9 giugno e organizzato in occasione del 65° anniversario del Trattato di amicizia, cooperazione e assistenza reciproca tra Pechino e Pyongyang, è stato il primo del leader cinese nella Repubblica Popolare Democratica di Corea dal 2019. L'accoglienza riservata a Xi Jinping da Kim Jong Un ha avuto un forte valore simbolico, ma il significato dell'incontro va ben oltre la dimensione protocollare. In un contesto internazionale segnato dalla crescente rivalità tra Cina e Stati Uniti, dalla guerra in Ucraina e dal consolidamento delle partnership eurasiatiche, il vertice ha mostrato la volontà di Pechino e Pyongyang di elevare la cooperazione a un nuovo livello. Durante i colloqui ufficiali, Xi ha proposto di rafforzare il coordinamento strategico, ampliare la cooperazione economica, agricola e commerciale, incrementare gli scambi diplomatici e sviluppare ulteriormente la collaborazione nei settori della sicurezza, delle forze armate, dell'istruzione, della cultura e dei media. Kim Jong Un ha risposto dichiarandosi pronto a portare le relazioni bilaterali su una "nuova e più alta fase qualitativa".
Particolarmente significativa è stata la composizione della delegazione cinese. Accanto al ministro degli Esteri Wang Yi erano presenti il ministro della Difesa Dong Jun e importanti responsabili economici e commerciali. La presenza del capo della Difesa rappresenta un segnale rilevante: è la prima volta dal 1992 che un ministro della Difesa cinese accompagna il presidente della Repubblica Popolare in una visita ufficiale a Pyongyang. Un altro elemento che ha attirato l'attenzione degli osservatori è stata l'assenza di qualsiasi riferimento alla denuclearizzazione della penisola coreana. Per anni questo tema aveva rappresentato una componente centrale della diplomazia cinese verso la Corea del Nord. Oggi, invece, Pechino sembra attribuire priorità alla stabilità strategica regionale e al consolidamento delle proprie alleanze piuttosto che alla questione nucleare. Dietro la visita emerge inoltre una più ampia ridefinizione degli equilibri asiatici. Dopo gli incontri avvenuti nelle scorse settimane tra Xi Jinping, Vladimir Putin e Donald Trump, il viaggio del leader cinese appare come un'operazione di coordinamento politico tra partner strategici in un momento di forte trasformazione dell'ordine internazionale.
Gli esperti russi sottolineano come il riavvicinamento tra Cina e Corea del Nord si inserisca in una tendenza positiva iniziata nel 2025 e rafforzata parallelamente alla crescente cooperazione tra Mosca e Pyongyang. Lontano dalle interpretazioni che descrivono una competizione tra Russia e Cina per l'influenza sulla Corea del Nord, gli analisti evidenziano piuttosto una divisione funzionale dei ruoli. La Cina rimane il principale partner commerciale della Corea del Nord, assorbendo esportazioni di materie prime e fornendo beni industriali indispensabili all'economia nordcoreana. La Russia, invece, rappresenta una fonte di risorse energetiche, investimenti, tecnologia e forniture che Pechino preferisce non trasferire. In questo quadro, la Corea del Nord sembra perseguire una strategia di equilibrio. Pur rafforzando i rapporti con la Cina, Pyongyang evita di apparire eccessivamente dipendente da Pechino e continua a valorizzare la propria crescente partnership con Mosca. Non a caso, i media nordcoreani hanno dato grande risalto alla visita di Xi ma hanno evitato di enfatizzare i riferimenti all'espansione della cooperazione militare con la Cina. Per Pechino, tuttavia, il messaggio è chiaro. La Corea del Nord mantiene un valore strategico crescente come elemento di contenimento dell'influenza USA nella regione, soprattutto mentre Corea del Sud e Giappone rafforzano il proprio allineamento con Washington.
L'incontro di Pyongyang conferma inoltre che il trattato firmato nel 1961 continua a rappresentare l'unico accordo di difesa reciproca formalmente attivo della Cina. Un dato spesso sottovalutato ma che assume oggi un significato particolare nel quadro della competizione globale tra blocchi geopolitici. La visita di Xi Jinping sembra dunque certificare l'emergere di un nuovo triangolo strategico composto da Cina, Russia e Corea del Nord. Pur mantenendo interessi distinti e relazioni non prive di differenze, i tre Paesi condividono una crescente convergenza nel contrastare la pressione occidentale e nel promuovere un ordine internazionale multipolare. In un momento in cui gli equilibri globali stanno rapidamente cambiando, il vertice di Pyongyang appare come un segnale che va oltre la penisola coreana: l'Eurasia continua a consolidare le proprie reti di cooperazione politica, economica e strategica, riducendo progressivamente lo spazio di manovra delle strategie di contenimento promosse dagli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico.
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di Giovanni Amicarella
Difficile parlare di Cina. O almeno, facile farlo in modo approssimativo, nel bene e nel male.
Di analisi sulla Cina eccessivamente critiche ci ha ben abituato la presenza fitta e pingue nella stampa “mainstream” di penne particolarmente affilate (e altrettanto ignoranti), con una precisa agenda politica. Di analisi poco profonde, a tratti infantili e speranzose, di una Cina scevra da difetti e criticità ci hanno abituato invece in parte certe branche “antisistema“.
Da una parte, c'è il vecchio leitmotiv nazionalpopolare distorto e remixato da Washington, per cui qualsiasi cosa venga fuori da una definizione arbitraria di "Occidente" è automaticamente il male. Se prima il male erano i sovietici, e per una parentesi limitata (e poco sentita) sono tornati ad esserlo i russi, adesso il male deve essere necessariamente una potenza che tiene testa alle ultime vestigia dell'Impero (da amante del classico, uso questo termine a malincuore). I cinesi dis-piacciono perché sono comunisti, o perché lo sono troppo poco. A volte dispiacciono per la sorveglianza, ignorando completamente quanto gli apparati di repressione del libero Occidente già abbiano messo le mani su qualsiasi dato in nostro possesso come cittadini.
Dall'altra, c'è un sentimento che da socialista mi preoccupa terribilmente. È quella vanagloria da circolino ereditata dai momenti di peggiore resa del movimento operaio: guardare a inserire capitale estera. Se il guardare a Mosca ha regalato gioie e dolori, stesso possiamo dire del guardare a Pechino. Inutilmente si sono sprecati i compagni cinesi nello spiegare, anche in diverse lingue, che il loro modello tendente al socialismo non sia esportabile, che si basi su una struttura e sovrastruttura che ha ben poco in comune (seppur vi si possa vedere dei punti di contatto, ci tornerò dopo) con le società europee. Figuriamoci con la "società" statunitense.
Oltretutto, ambedue le barricate, che sono ridicolmente basate sulla stessa ignoranza (denigrare e feticizzare, si sa, spesso coincidono) possono dormire sonni tranquilli, come potremo vedere a breve.
Se c’è una cosa che accomuna l’opera di Fabio Massimo Parenti alle analisi internazionali del CeSEM - Centro Studi Eurasia Mediterraneo, per cui faccio il responsabile comunicazione, è proprio la capacità di dare strumenti di analisi critica, per formare coscienze critiche.
In un'epoca di anestetizzazione sociale, l'unica cura è il tornare a interessarsi delle cose. L'unico modo per portare la gente a interessarsi delle cose è dargli degli strumenti di analisi, che per utilità e prassi vadano oltre agli slogan sputacchiati dal megafono o i video acchiappaclick.
Attraverso analisi che toccano dalla dimensione confuciana a quella di mercato, da quella geopolitica a quella etnica, il volume, tramite anche le presentazioni che ne sono derivate, ha contribuito a decostruire, a un pubblico sempre numeroso e partecipativo, una serie di preconcetti.
Il libro nasce dopo alcune riflessioni dall’anno scorso, dopo che la Cina decide di non accettare più i diktat statunitensi, reagendo autonomamente contro l’imposizione dei dazi. Parenti ha così l’ispirazione, radicata anche nel suo interesse della storia cinese, di una Cina che non si fa più usare. Per l’appunto, non si USA.
Non si usa perché si è già fatta usare, anche troppo.
Il secolo di umiliazione, in cui le potenze occidentali e vicine ne hanno fatto il bello e cattivo tempo, ha lasciato un principio radicato. Invece di diventare bieco revanchismo, cosa che sarebbe potuta tranquillamente essere, la classe dirigente cinese l’ha saputo trasformare in un esempio pratico di cosa non fare. Per la Cina il punto focale è il mantenimento della stabilità.
Una stabilità interna, in cui l’ascolto della base e del malcontento (si veda il passaggio graduale verso le rinnovabili, o verso idee come quella della civiltà ecologica) che viene canalizzato in virtù di quello che, la vecchia Cina, avrebbe definito “mandato celeste“. Una capacità di agire nel giusto da parte del governante senza esercitare repressione. Un concetto, se vogliamo, abbastanza analogo alla nostra “pax deorum” di romana memoria.
Una stabilità esterna, su logica binaria: l’aiuto al mantenimento di stabilità di paesi del ‘siddetto terzo mondo con progetti di infrastrutture e sviluppo, una non ingerenza all’interno dei percorsi ideologici e sociali delle nazioni con cui collaborano, che rientra nella lettura delle comunità umane dal futuro condiviso. Questo penultimo punto è bene ribadirlo ogni tanto, spegne un po' di spauracchi a destra e speranze a sinistra.
L’uso della violenza per la risoluzione dei conflitti infatti, siano essi interni o esterni, è visto come un fallimento del governante. Valori che per la Cina non sono certamente una novità, derivando da autori decisamente stagionati: Lao Tsé, Sun Tzu, Confucio. Tutti hanno scritto a loro modo di guerra, con la priorità sempre di sfinire il nemico senza combatterlo direttamente, puntando poi a una pace.
Quel principio che nello splendido Tao Te Ching, di cui consiglio la lettura visto che l'edizione non commentata è veramente breve e scorrevole, viene definito Wu Wei "lasciar scorrere/non agire". Lasciar sì che non vi sia necessità di forzare gli eventi, che tutto (dalla società, alla geopolitica) segua un ordine naturale delle cose.
"Quei che volendo tenere il mondo
lo governa,
a mio parere non vi riuscirà giammai.
Il mondo è un vaso sovrannaturale
che non si può governare:
chi governa lo corrompe,
chi dirige lo svia,
poiché tra le creature
taluna precede ed altra segue,
taluna è calda ed altra è fredda,
taluna è forte ed altra è debole,
taluna è tranquilla ed altra è pericolosa.
Per questo il santo
rifugge dall'eccesso,
rifugge dallo sperpero,
rifugge dal fasto." XXIX - Non agire
L'imperatore romano Marco Aurelio ebbe a dire qualcosa di analogo nei suoi Pensieri (conosciuto anche come Meditazioni, altra lettura consigliata): "Hai potere sulla tua mente, non sugli eventi esterni. Renditi conto di questo e troverai la forza".
Il governante, insomma, è abile quando riconosce di avere un limite e di sottostare, a sua volta, a un flusso di eventi che non può controllare.
Sfruttando questo passaggio per tornare a Occidente, la nostra attenzione alla Cina non va però vista come un'estraneità alle questioni più impellenti sul piano nazionale.
Su questo il Focus CeSEM "Cina e Unione Europea. Ascesa pacifica e globalizzazione multipolare” (disponibile sul sito del centro), che a Modena è stato presentato assieme all'opera, è un documento che riassume in breve il da farsi.
Nell’ambito della geopolitica infatti, un fronte di lotta che si fa sempre più pressante (e altrettanto, palesemente, in primo piano) è quello dell’informazione. L’informazione rappresenta oggi uno dei primi terreni di scontro per quanto concerne i conflitti e le risoluzioni, più o meno pacifiche, delle problematiche fra Stati: basti vedere la guerra d’informazione che si è consumata (e si sta ancora consumando) sul conflitto russo-ucraino, quelle sui vari conflitti fra Stati vicini (ad esempio Pakistan e Afghanistan), sulle sommosse popolari (come nel caso del Nepal) e sulla, in corso, aggressione all’Iran.
Quando il sensazionalismo prende il posto dell’informazione, sia per propaganda di una precisa visione politica, sia per acchiappaclick (come precedentemente detto), emerge nella sua essenzialità il ruolo dell’analisi critica.
In un mondo in cui l’Occidente è ancora orientato al conflitto, al protezionismo e alle sanzioni, la Repubblica Popolare Cinese si pone come potenza responsabile ed è orientata nell’assumersi maggiori responsabilità nella governance globale, al fine di sostenere un vero multilateralismo e una reale democratizzazione delle relazioni internazionali. Per l’Unione Europea, schiacciata tra contraddizioni interne e pressioni esterne sempre più insostenibili, una partnership privilegiata con Pechino rappresenta perciò l’ultima opportunità per diventare un polo geopolitico autonomo all’interno della scacchiera globale.
L’avvento dell’Amministrazione Trump ha indubbiamente chiarito che il mondo è sempre più tendente a una concezione multipolare del rapporto fra Stati, chi si pone in competizione con gli altri soggetti geopolitici senza possedere a pieno i requisiti per la sovranità rischia di pagarne le conseguenze. Questa considerazione vale a maggior ragione per l’Unione Europea che si autopercepisce quale vettore ideologico di esportazione dei “valori liberali”, ma che è ancora oggi priva di un esercito autonomo e degli strumenti necessari a far rispettare le proprie convinzioni. Non si tratta solo dell’assenza di una Costituzione o di un Ministro degli Esteri europeo; l’UE non possiede quello che è il requisito fondamentale della sovranità: il monopolio della forza all’interno dei propri confini.
Dovendo condividere lo spazio geografico con l’ingombrante “alleato” nordamericano e subirne la volontà politica attraverso la NATO, che rimane un’organizzazione militare indiscutibilmente guidata da Washington.
La contrapposizione tra Stati Uniti e Cina non deve comunque spingere l’Unione Europea a una scelta di campo rigida, ma a definire uno spazio continentale di autonomia, fondato su equilibrio e interdipendenze gestite.
La Cina, in questo quadro, non è solo rivale, ma anche un interlocutore strategico: è oggi leader mondiale in settori cruciali come le terre rare, la tecnologia verde e le infrastrutture digitali, componenti indispensabili per gli stessi obiettivi di transizione ecologico-digitale e competitività dell’UE. La capacità di Pechino di innovarsi continuamente costringe l’Europa a sviluppare politiche industriali proprie, a investire in ricerca e sviluppo e a sviluppare nuove catene del valore.
Da questo punto di vista, attraverso il dialogo, la tradizione diplomatica italiana, derivata dalla sua storia mediterranea di mediazioni ed equilibri, rappresenta un punto di forza per costruire forme di cooperazione condivisa con tutti i Paesi BRICS.

Quanta nostalgia di Raymond Queneau davanti a questo campionario di fauna digitale! Viviamo tempi di complottismo spicciolo e di un raglio digitale che si pretende dottrina. Oggi, chiunque abbia letto un titolo a metà si sente investito del potere di spiegare il mondo, trasformando la rete in un'assemblea di asini convinti di cantare in un'opera di gala. L'urlatore da salotto ha una missione chiara: spiegare il mondo tra un post e uno spritz, trasformando la rete in un'assemblea di certezze sguaiate.
Il suo metodo è la semi-ottica terminale: osserva la storia dal buco della serratura e il suo ego e ne trae sentenze universali. Il geopolitico da salotto non analizza: decora il vuoto con la propria prosopopea, ignaro di ogni porta stretta che la storia impone. Anche le pulci tossiscono, dice il proverbio. L'urlatore digitale soffre di una sapienza da vetrina, esponendo in bella mostra ciò che non ha in dispensa, e scambiando u piritu per un ruggito. È il trionfo della pulce che, in piena crisi di tosse, si guarda allo specchio e vede un terremoto.
Come direbbe Queneau, siamo di fronte a un esercizio di stile dove il vuoto del bicchiere cerca grottescamente un pieno di significato. E se la realtà non collima? Tanto peggio per lei: l'urlatore da tastiera la manipolerà come plastilina, fino a farla conincidere con la profezia che lui, tra uno spritz e l'altro, ha annunciato per primo.
Ecco il decalogo che guida la sua "scienza":
Il tuo ego è il metro della storia: Tutto ciò che non è filtrato dal tuo feed non ha dignità di cronaca.
U piritu è il tuo argomento principe: Non serve una tesi per stroncare l'altro.
Crea il sospetto dal nulla: Se un fatto non è torbido, sei ancora tre passi indietro nel delirio.
Non avrai altra verità che quella virale: Scarta l'analisi, che è noiosa; divinizza la fake, che è succosa.
Farai pongo dei dati: Se le cifre non quadrano, cambiale; la verità è un'opinione, il tuo capriccio un dogma.
Disprezza la misura: Di fronte a un problema, non cercare il nesso, brandisci lo schema.
Inquina, è il tuo dovere: abbaiare è il compito universale
Il silenzio è un'eresia, puniscila: Se non ragli al massimo, tradisci la community.
L'algoritmo è il tuo unico dio: Se non genera like, il fatto non esiste. La gloria dipende dal tuo ultimo post.
Tu sei il tuo profeta: la tua insignificanza è un mito, sei l'ultimo baluardo dello spritz.

Una proposta si fa nuovamente strada nel dibattito pubblico: tassare i super-ricchi. Alcuni la chiamano patrimoniale – agitando lo spauracchio della classe media ingiustamente colpita – altri, più propriamente, tassa sui grandi patrimoni o, appunto, tassa sui super-ricchi. Di fatto, per chi strumentalizza la proposta non c’è alcuna differenza. Il punto fondamentale da cui partire, tuttavia, è un altro.
Il sistema impositivo italiano negli ultimi quarant’anni è stato devastato da riforme frammentarie e sbagliate. Sul lato della tassazione dei redditi abbiamo assistito a un susseguirsi di tagli al numero di scaglioni Irpef e alle singole aliquote – si è passati dalle 32 aliquote previste per i relativi scaglioni di reddito dalla riforma tributaria del ’73 alle attuali 3 – e al crescente ricorso a forme di tassazione separata che sottraggono parte delle entrate – spesso riferibili a forme di rendita, tra cui affitti brevi e rendite finanziarie – dalla base imponibile Irpef applicando un’aliquota fissa (flat tax). Di conseguenza, si è andati a erodere la base imponibile Irpef e a indebolire la progressività dell’imposta. La ratio è quella della semplificazione fino ad arrivare, presumibilmente, ad una vera e propria flat tax sui redditi da lavoro. Ossia, l’anti-progressività in nome dell’effetto trickle-down: l’idea che senza il peso delle imposte, le fasce di reddito più alte siano libere di consumare e investire i propri redditi e patrimoni con effetti benefici, a cascata, per le fasce di reddito inferiori. Al contrario, quello che si è ottenuto, ad oggi, è un sistema regressivo che penalizza i redditi medio-bassi. Sul lato dei patrimoni, si è andati direttamente a ridurre, o eliminare, le varie forme di tassazione, fatta eccezione per l’Imu sugli immobili non di residenza e le imposte di bollo e di registro.
In termini complessivi, dunque, abbiamo assistito a uno spostamento del carico impositivo dai patrimoni (capitale) ai redditi (lavoro) e dai redditi da lavoro autonomo e di impresa (profitti) ai redditi da lavoro dipendente.
Parallelamente, il quadro macroeconomico e strutturale è stato investito da trasformazioni profonde che hanno coinvolto la distribuzione sia dei redditi che della ricchezza, con un conseguente peggioramento delle disuguaglianze socioeconomiche. Da un lato, è cambiata la distribuzione funzionale del reddito aggregato (il Pil) tra i fattori che lo generano – ossia tra capitale e lavoro –, con una riduzione progressiva della quota salari (wage share) in molte delle economie avanzate, senza eccezioni per l’Italia, e una conseguente minor rilevanza della base imponibile da lavoro rispetto a quella da capitale. Se fino agli anni ’70, infatti, la quota della base imponibile relativa ai redditi da lavoro era prevalente rispetto ai redditi da capitale, oggi questa è pari al 40% mentre quella relativa ai redditi da capitale è il 50% (la restante parte è costituita dalle imposte indirette). Dall’altro, è aumentata la concentrazione della ricchezza e la sua composizione ha registrato, anche in Italia, una crescente rilevanza della componente finanziaria – soprattutto per i più ricchi – che si va ad aggiungere a quella reale e, in particolare, immobiliare. Il 5% più ricco delle famiglie italiane detiene circa il 46% della ricchezza nazionale, a fronte del 7% posseduto dal 50% più povero. Ma c’è di più. La ricchezza in Italia non è solo concentrata nelle mani di pochi, ma si trasferisce anche in larga misura per via ereditaria. Circa il 60% di questa ricchezza deriva infatti da successioni.
La fotografia che emerge è drammatica. Cresce il peso della ricchezza, sia immobiliare che finanziaria, e dei patrimoni trasferiti per via ereditaria e, di conseguenza, peggiora la mobilità sociale. Peggiora la distribuzione funzionale del reddito nazionale a vantaggio del capitale e a svantaggio del lavoro, così come la distribuzione dei redditi a svantaggio delle fasce medio-basse, in presenza di meccanismi di redistribuzione inefficaci o, peggio, regressivi.
Il risultato? Un’insostenibile pressione su quelle fasce di reddito che negli ultimi anni hanno pagato e stanno pagando anche l’erosione del potere d’acquisto dovuta alle crisi inflattive post-Covid – in attesa delle conseguenze della crisi di Hormuz –, la persistente stagnazione salariale e, dulcis in fundo, il c.d. fiscal drag. Ossia, l’aumento della pressione fiscale dovuto all’inflazione, in presenza di salari nominali invariati e, dunque, di salari reali più bassi.
In un quadro macroeconomico evidentemente complesso e problematico, negli anni delle policrisi e di cambiamenti sistemici radicali, un fisco iniquo e incapace di mettere in moto una qualsivoglia leva redistributiva impedisce dunque di reagire o anche solo di attutire i colpi.
Eppure, come sottolineato ripetutamente da Sbilanciamoci!, basterebbe seguire i due principi cardine che la Costituzione ci indica per informare il sistema impositivo (art. 53 Cost.): il principio di capacità contributiva e il principio di progressività dell’imposizione.
Come? Le proposte che abbiamo avanzato negli anni sono chiare.
Innanzitutto, tassare i grandi patrimoni – ad esempio tra lo 0,1% e l’1% più ricco – rappresenterebbe un primo passo importante per rendere più equa la tassazione per tutti. Tuttavia, si tratta di un intervento necessario ma non sufficiente a disegnare un sistema impositivo realmente equo e funzionale a delle prospettive di crescita e di benessere socioeconomico.
Sul fronte patrimoniale, sarebbe auspicabile l’introduzione di una tassazione progressiva che tenga conto sia della dimensione che della composizione dei patrimoni – sia reali che finanziari – in modo da incidere efficacemente sulla concentrazione della ricchezza. Chiaramente, questo tipo di intervento deve necessariamente essere affiancato a una riforma del catasto che eviti le ben note distorsioni dovute alla discrasia tra rendite e valori catastali e di mercato degli immobili a cui si applica tale imposta.
Anche le successioni dovrebbero essere soggette a una tassazione progressiva – con contestuale riduzione della franchigia attualmente prevista pari a un milione di euro – in modo da intervenire sui meccanismi di trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze.
Sul fronte della tassazione dei redditi, occorrerebbe ripristinare una struttura di aliquote Irpef che consenta una vera progressività – aumentando il numero degli scaglioni – e operare una ricomposizione della base imponibile – che includa le varie fonti reddituali derivanti da rendite di diversa natura attualmente soggette a tassazione piatta e separata – a cui applicare le relative aliquote, in modo da rispettare e valorizzare il principio di capacità contributiva.
A questo andrebbe chiaramente aggiunto un serio contrasto all’evasione (e all’elusione) fiscale, che per il Ministero di Economia e Finanza (MEF) ammonta a circa 100 miliardi di euro all’anno, senza nascondersi dietro alla minaccia della fuga di capitali e auspicando un processo di armonizzazione fiscale a livello europeo che inibisca e impedisca la presenza di paradisi fiscali interni e il fenomeno del dumping fiscale che favorisce soprattutto i super-ricchi, le multinazionali e le big-tech.
L'articolo L’insostenibile leggerezza delle tasse sui (super-) ricchi sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.
Nature, Published online: 12 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01912-y
Nature staff discuss some of the week’s top science news.Nature, Published online: 12 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01888-9
A new benchmark pitting AI against previously unseen maths problems shows that systems still fall short of top human expertise.Nature, Published online: 12 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01858-1
After years of effort, two research teams have developed ‘laser phase plate’ systems that could help cryo-electron-microscopy users to generate high-quality structures for a broad range of proteins.




NASA and its international partners are set to receive scientific research samples and hardware as a SpaceX Dragon spacecraft is scheduled to depart the International Space Station on Tuesday, June 16, for its return to Earth.
Watch NASA’s live undocking coverage beginning at 11:45 a.m. EDT on NASA+, Amazon Prime, and the agency’s YouTube channel. Learn how to watch NASA content through a variety of online platforms, including social media.
The Dragon spacecraft will undock from the forward port of the station’s Harmony module at about 12:05 p.m., after receiving a command from SpaceX ground controllers. The spacecraft then will fire its thrusters to move safely away from the orbiting complex.
Following a June 16 departure, the spacecraft will reenter Earth’s atmosphere on Wednesday, June 17, before splashing down off the coast of California at approximately 5:08 a.m. PDT. NASA will not stream the splashdown but will post updates on its space station blog.
Dragon will return to Earth with thousands of pounds of cargo, carrying samples that could shape future space exploration and life on Earth. Research returning includes bioprinted organ and cartilage tissue, data on improving cryogenic fuel storage for future space missions, and DNA‑inspired materials to develop new cancer treatments. The returning hardware includes an ocular imaging device used to monitor crew members’ eye health, an absorbent bed that filters trace contaminants from cabin air, and a separator pump from the waste and hygiene compartment.
Loaded with nearly 6,500 pounds of crew cargo and science experiments, Dragon arrived at the station on May 17 after launching two days earlier on a Falcon 9 rocket from Space Launch Complex 40 at Cape Canaveral Space Force Station in Florida.
For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.
Get breaking news, images, and features from the space station on Instagram, Facebook, and X.
Learn more about International Space Station research and operations at:
https://www.nasa.gov/international-space-station
-end-
Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
james.j.russell@nasa.gov
Leah Cheshier
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
leah.d.cheshier@nasa.gov
NASA and its international partners are set to receive scientific research samples and hardware as a SpaceX Dragon spacecraft is scheduled to depart the International Space Station on Tuesday, June 16, for its return to Earth.
Watch NASA’s live undocking coverage beginning at 11:45 a.m. EDT on NASA+, Amazon Prime, and the agency’s YouTube channel. Learn how to watch NASA content through a variety of online platforms, including social media.
The Dragon spacecraft will undock from the forward port of the station’s Harmony module at about 12:05 p.m., after receiving a command from SpaceX ground controllers. The spacecraft then will fire its thrusters to move safely away from the orbiting complex.
Following a June 16 departure, the spacecraft will reenter Earth’s atmosphere on Wednesday, June 17, before splashing down off the coast of California at approximately 5:08 a.m. PDT. NASA will not stream the splashdown but will post updates on its space station blog.
Dragon will return to Earth with thousands of pounds of cargo, carrying samples that could shape future space exploration and life on Earth. Research returning includes bioprinted organ and cartilage tissue, data on improving cryogenic fuel storage for future space missions, and DNA‑inspired materials to develop new cancer treatments. The returning hardware includes an ocular imaging device used to monitor crew members’ eye health, an absorbent bed that filters trace contaminants from cabin air, and a separator pump from the waste and hygiene compartment.
Loaded with nearly 6,500 pounds of crew cargo and science experiments, Dragon arrived at the station on May 17 after launching two days earlier on a Falcon 9 rocket from Space Launch Complex 40 at Cape Canaveral Space Force Station in Florida.
For more than 25 years, people have lived and worked continuously aboard the International Space Station, advancing scientific knowledge and making research breakthroughs not possible on Earth. The space station helps NASA understand and overcome the challenges of human spaceflight, expand commercial opportunities in low Earth orbit, and build on the foundation for long-duration missions to the Moon, as part of the Artemis program, and to Mars.
Get breaking news, images, and features from the space station on Instagram, Facebook, and X.
Learn more about International Space Station research and operations at:
https://www.nasa.gov/international-space-station
-end-
Jimi Russell
Headquarters, Washington
202-358-1100
james.j.russell@nasa.gov
Leah Cheshier
Johnson Space Center, Houston
281-483-5111
leah.d.cheshier@nasa.gov
Nature, Published online: 12 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01912-y
Nature staff discuss some of the week’s top science news.Nature, Published online: 12 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01888-9
A new benchmark pitting AI against previously unseen maths problems shows that systems still fall short of top human expertise.Nature, Published online: 12 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01858-1
After years of effort, two research teams have developed ‘laser phase plate’ systems that could help cryo-electron-microscopy users to generate high-quality structures for a broad range of proteins.di Alessandra Algostino (da il manifesto)
L’istanza del pubblico ministero di Torino con la quale si chiede al giudice di sollevare questione di legittimità alla Corte costituzionale sulla norma che considera reato il blocco stradale costituisce un passo nel cammino per invertire la rotta rispetto alla costruzione di un regime autoritario.
La pm solleva pesanti e argomentati dubbi sulla legittimità di una delle norme centrali di quel decreto sicurezza (uno dei tanti) che ha cominciato ad edificare tale regime. Le norme della Costituzione richiamate nell’istanza, l’articolo 17 sul diritto di riunione e l’articolo 40 sul diritto di sciopero, presidiano l’espressione del diritto alla protesta: il blocco stradale ne costituisce una forma, tutelando il conflitto, elemento coessenziale alla democrazia. In questo senso, è rilevante che il rinvio alla Corte non verta solo su ragionevolezza e proporzionalità (anch’esse giustamente richiamate nell’istanza), ma sottolinei la violazione dei diritti di riunione e di sciopero. Manifestare è un diritto, non un reato.
Il processo in corso a Torino, quindi, testimonia come, accanto al dato simbolico di colpire con il disvalore del diritto penale l’espressione del pensiero e il dissenso, la norma eserciti concreti effetti repressivi e, a cascata, deterrenti e dissuasivi. Un’intimidazione istituzionale rispetto all’esercizio dei diritti costituzionali; la stessa, che, per altra via, quella dell’amministrativizzazione, persegue l’ultimo, ennesimo, decreto sicurezza, ormai anch’esso convertito in legge (numero 54 del 2026), laddove utilizza il potere del denaro (le multe) per dissuadere (… minacciare) rispetto all’esercizio di diritti costituzionali (punendo promotori, deviazioni del percorso, non meglio specificati turbamenti delle forze dell’ordine).
Recentissima è la notizia delle denunce nei confronti di 54 attivisti per la Palestina a Pisa, in concorso con centinaia di altri: è chiara la volontà di neutralizzare e reprimere ogni forma di conflitto. Riesumando, fra l’altro, formule oscure come il «concorso morale».
Nell’istanza della pm torinese tutto si tiene, anche il richiamo alla violazione dell’articolo 77 della Costituzione per mancanza dei presupposti di necessità e urgenza del decreto legge, che, come da costante giurisprudenza costituzionale, non è sanata dalla conversione in legge. In questo caso poi abbiamo assistito alla patente violazione del requisito dell’urgenza, trattandosi di norme che erano state originariamente previste in un disegno di legge. Strappate al controllo del parlamento, anche con il ricorso – altra costante – al voto di fiducia. L’abuso del governo ai danni del parlamento costituisce un altro asse – la verticalizzazione del potere – del disegno autoritario.
L’applicazione dei decreti sicurezza sui territori, non uniforme, ma diffusa, restituisce il quadro di una repressione crescente e aggressiva, che distorce una presunta legalità in sterilizzazione della democrazia. Una legalità illegittima. Occorre attivare tutte le garanzie, gli anticorpi, sociali e istituzionali, per impedire che svuoti la democrazia.


È online – e in arrivo a tutti gli abbonati, che potranno portarselo sotto l’ombrellone – il numero di giugno di Universi, l’house organ dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf). In copertina, la Terra sorge dietro la Luna, ripresa dalla missione Artemis II: un’immagine che richiama la celebre fotografia Earthrise, scattata cinquantotto anni fa dagli astronauti dell’Apollo 8. Ad aprire il numero, come sempre, è l’editoriale del Presidente di Inaf, che questa volta pone l’accento sull’importanza dell’ingegno e sulla buona pratica di trasformare i limiti incontrati lungo il cammino in opportunità.
Tra gli approfondimenti, Emanuele De Rubeis e Marco Bondi raccontano come, grazie alla combinazione di alta risoluzione e di copertura alle basse frequenze offerta da Lofar-Vlbi, un gruppo di ricerca Inaf ha scoperto un’intricata rete di filamenti radio nell’ammasso di galassie Abell 2255, estesa per centinaia di migliaia di anni luce e mai osservata prima. Per il settore stelle e mezzo interstellare, protagonista è Sn 2024bch, la supernova scoperta il 29 gennaio 2024 nella galassia Ngc 3206 che ha messo alla prova i modelli classici dell’evoluzione stellare: Leonardo Tartaglia e Giorgio Valerin raccontano come il loro gruppo di ricerca ha dimostrato che le sue righe spettrali ad alta ionizzazione, inizialmente scambiate per il segnale di un’interazione violenta con il mezzo circumstellare, erano invece il prodotto di un fenomeno di fluorescenza radiativa – un comportamento così anomalo da ricordarci l’importanza di un’analisi fisica profonda e che non tutto ciò che brilla intensamente è una sorgente multimessaggera. Sul fronte marziano, Teresa Fornaro racconta come lo strumento Sherloc a bordo del rover Perseverance ha rilevato tracce di idrocarburi policiclici aromatici preservati all’interno di sali nel cratere Jezero e spiega come uno studio condotto presso il laboratorio di astrobiologia dell’Inaf di Arcetri suggerisce che questi sali marziani possano aver agito da archivi geochimici per miliardi di anni, con la questione sull’origine – abiotica o biotica – ancora aperta. Risolto invece, dopo mezzo secolo di incertezze, il mistero del litio nella Via Lattea: ne parlano Luca Izzo e Paolo Molaro, autori di uno studio Inaf che indica le nove classiche come la principale “fabbrica” di questo elemento. Chiudono gli approfondimenti Alberto Pellizzoni e Simona Righini con i “guardiani del Sole” – SunDish e Solaris – con cui l’Inaf monitora la nostra stella dai radiotelescopi di Medicina e in Sardegna fino alle basi antartiche, per costruire un sistema di allerta dei fenomeni di meteorologia spaziale.
Le rubriche di questo numero spaziano dalla tecnologia alla cultura. La rubrica Tech racconta come al Sardinia Radio Telescope si stia sperimentando la “super-risoluzione”, una tecnica che permette di ottenere immagini più dettagliate senza aumentare le dimensioni degli specchi, manipolando la forma del fronte d’onda. Metaverso presenta Space Walk, la WebAR che trasforma qualsiasi città in un Sistema solare in scala da percorrere a piedi, con i pianeti che compaiono in realtà aumentata tra piazze e portici. La rubrica Art porta al radiotelescopio di Medicina il duo artistico bolognese Antonello Ghezzi, che ha portato le meteore di Medicina dal Libano al Cile, dall’Argentina alla Palestina, con l’invito a esprimere un desiderio. Musei celebra il recente riallestimento del Museo della Specola di Bologna, riaperto a gennaio con un percorso che intreccia la storia di Guido Horn d’Arturo – inventore degli specchi a tasselli, anticipatore di Webb e del Ctao – con gli strumenti originali del Seicento e Settecento.
Completano il numero le rubriche Flash, Green, Astrobiologia, Scuola, Libri, Pop e Altriversi, e una ricca infografica sugli esopianeti scoperti in Italia. Oltre alle interviste a Roberto Maiolino sulle meraviglie del telescopio Webb e a Mariafelicia De Laurentis sull’ombra dei buchi neri, e alla “visione” di Davide Coero Borga che, insieme al fotografo Riccardo Bonuccelli, è arrivato in Sardegna, per farvi conoscere i luoghi da cui si osserva e si studia l’universo.
Insomma, è tutto pronto per una borsa da spiaggia spaziale.
Ricordo infine che dal sito della rivista è possibile abbonarsi alla versione cartacea, almeno fino a esaurimento delle nostre scorte. Per chi invece preferisce il digitale, sul sito è presente la versione sfogliabile e nell’archivio sono disponibili i pdf di tutti i numeri. Infine, potete iscrivervi alla Newsletter di Universi da questo link.

Wasp-121b è un esopianeta gioviano ultra-caldo situato a 858 anni luce dalla Terra nella costellazione della Poppa. Un team di astronomi guidati da Cyril Gapp, studente di dottorato al Max Planck Institute for Astronomy (Mpia) di Heidelberg, in Germania, ha rilevato un’asimmetria nell’assorbimento della luce infrarossa proveniente dalla sua stella madre Wasp-121, filtrata parzialmente attraverso l’atmosfera del pianeta durante il transito. Questo fenomeno è stato interpretato dai ricercatori come il risultato di temperature e composizioni chimiche non uniformi nell’atmosfera di Wasp-121b. Lo studio, pubblicato questa settimana su Nature Astronomy, è stato realizzato analizzando i dati ottenuti dallo strumento NirSpec di Jwst, spettrografo nel vicino infrarosso.
«Grazie alla sua qualità osservativa senza precedenti, Jwst ci offre le immagini più dettagliate mai ottenute finora dei pianeti lontani: misurando come cambia l’assorbimento della luce stellare mentre Wasp-121b ruota, analizziamo la sua atmosfera longitudine per longitudine», spiega Gapp. Oltre a una leggera riduzione generale della luminosità verso la fine del transito, è stato osservato anche un aumento del segnale del monossido di carbonio che sembra essere un effetto termico, non correlato a un aumento delle molecole di monossido di carbonio. Il risultato più interessante è che, al contrario, la quantità di acqua nell’atmosfera sembra diminuire, segnale interpretato dagli astronomi come una reale diminuzione delle molecole d’acqua. Le temperature nell’alta atmosfera di Wasp-121b sono sufficientemente elevate da scindere le molecole d’acqua nei loro costituenti: questo risultato conferma l’esistenza di venti caldi che riscaldano la regione “serale”. Questa zona, infatti, assorbe più luce infrarossa rispetto al lato “mattutino”, in accordo con la visione comunemente accettata secondo cui venti potenti trasportano calore intenso dal giorno alla notte. I venti caldi seguono la rotazione del pianeta verso est, riscaldando la zona serale; con l’aumento delle temperature, questa regione si espande, aumentando la sezione trasversale del pianeta e permettendogli di assorbire più efficacemente la radiazione stellare.
«Wasp-121b è particolarmente estremo: le temperature medie nell’emisfero diurno si aggirano intorno ai 2770 kelvin, mentre quelle nell’emisfero notturno si avvicinano ai 1000 kelvin», spiega il coautore Tom Evans-Soma dell’Università di Newcastle, in Australia. L’esopianeta è infatti in rotazione sincrona con Wasp-121: il suo periodo di rotazione è uguale al periodo di rivoluzione intorno alla stella. La conseguenza di questo fenomeno è che Wasp-121b ha un emisfero caldo costantemente rivolto verso la stella e un emisfero opposto più oscuro e freddo. Durante il passaggio davanti alla stella, il pianeta ruota leggermente, raggiungendo circa 30 gradi di rotazione durante un transito completo. Questo ha permesso agli astronomi di osservare le due differenti zone dell’atmosfera: quella che guida l’orbita (leading), corrispondente al lato del mattino, e quella che segue (trailing), corrispondente al lato della sera.

Vista dall’alto dell’orbita dell’esopianeta Wasp-121b attorno alla sua stella. La rotazione del pianeta è sincronizzata con la sua orbita; di conseguenza, il pianeta presenta costantemente lo stesso lato alla stella, creando così un lato diurno e uno notturno ben distinti. Le zone di transizione tra questi due emisferi sono le regioni del mattino e della sera. Crediti: Mpia
Per verificare le temperature misurate, che potrebbero causare un’espansione locale, gli astronomi hanno simulato la distribuzione di calore negli strati superiori di un pianeta gassoso in base alle proprietà del pianeta e alle posizioni del pianeta e della sua stella ospite. Sebbene questi modelli atmosferici abbiano confermato l’asimmetria causata dalle variazioni spaziali di temperatura, i dati osservati hanno rivelato un’ampiezza del segnale maggiore rispetto a quanto previsto dai modelli, e per questo gli astronomi hanno ipotizzato che nella zona d’alba possano esserci meccanismi di raffreddamento che i modelli non considerano. Alcuni studi precedenti avevano suggerito la possibile presenza di nuvole, composte non da gocce d’acqua ma da minerali come i silicati. Le nuvole possono infatti schermare efficacemente la luce infrarossa emessa dagli strati gassosi caldi sottostanti, e di conseguenza le temperature appaiono più basse. Data la difficoltà nel simulare la fisica delle nuvole, della condensazione e dell’evaporazione in un ambiente dinamico, i modelli fisici comunemente applicati alle atmosfere degli esopianeti non tengono conto delle nuvole, e ciò può portare a risultati non realistici. Dopo aver modificato la simulazione per approssimare l’effetto che le nuvole hanno sulla radiazione infrarossa proveniente dagli strati più profondi, i risultati sono più coerenti con le osservazioni. Tuttavia, solo modelli più sofisticati saranno in grado di confermare con certezza la presenza di nuvole.
Gli astronomi hanno già individuato anche altri esopianeti che rientrano nell’intervallo di temperatura e nella velocità di rotazione richiesti per studiare con successo le regioni crepuscolari, in modo da costruire un campione di pianeti gassosi ultra-caldi e scoprire somiglianze e differenze tra questi mondi estremi.
Per saperne di più:
La procura di Trento ha riconosciuto il reato di maltrattamento nei confronti degli oltre 40 Alaskan husky, sfruttati per il traino delle slitte (sleddog), che erano stati sequestrati con un’operazione del Corpo Forestale Trentino nel febbraio scorso in un allevamento nella zona di Millegrobbe a Lavarone in Trentino. “Sono pronti a trovare una famiglia che li ami e li accolga per il resto della loro vita gli oltre 40 Alaskan Husky sequestrati a febbraio a Millegrobbe”. I referti veterinari avevano documentato numerosi casi di denutrizione, disidratazione, debilitazione fisica, infestazioni parassitarie, dermatiti, ferite e altre patologie riconducibili alla prolungata mancanza di cure e a condizioni di detenzione incompatibili con il loro benessere.
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Scegliere il proprio percorso universitario significa fare un investimento sul proprio domani. E per chi sceglie l’Università degli Studi di Firenze, i dati dimostrano che si tratta di una scelta vincente. Il recente Rapporto AlmaLaurea 2026 sulla condizione occupazionale ha delineato un quadro molto positivo per l'Ateneo fiorentino, con risultati che non solo crescono anno dopo anno, ma superano stabilmente le medie nazionali. Scopri l’offerta Unifi il prossimo 14 luglio a Prato!
Scegliere il proprio percorso universitario significa fare un investimento sul proprio domani. E per chi sceglie l’Università degli Studi di Firenze, i dati dimostrano che si tratta di una scelta vincente. Il recente Rapporto AlmaLaurea 2026 sulla condizione occupazionale ha delineato un quadro molto positivo per l'Ateneo fiorentino, con risultati che non solo crescono anno dopo anno, ma superano stabilmente le medie nazionali. Scopri l’offerta Unifi il prossimo 14 luglio a Prato!
Se utilizzate Arch Linux o una delle sue celebri derivate (come EndeavourOS o CachyOS) e attingete regolarmente ad AUR (Arch User Repository), questo è il momento di prestare la massima attenzione. Nelle ultime 24 ore è emersa una massiccia campagna di attacco coordinata che ha visto la compromissione di oltre 400 pacchetti all’interno del noto […]
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La prossima edizione del Workshop GARR - Net Makers si tiene dal 3 al 5 novembre 2026 presso l’Università Roma Tre, nel Dipartimento di Lettere.
“Ricordare Silvio Berlusconi vuol dire rievocare le tante vite che ha vissuto, da imprenditore geniale, da politico che ha cambiato la politica, da statista con il record della più lunga permanenza al governo del Paese, da dirigente sportivo che ha vinto più di chiunque altro. Per me sarà sempre il “mio presidente”, che con me e con milioni di italiani condivideva, tra l’altro, profondi sentimenti di amore e di rispetto per gli animali. La trasmissione che conduco su Rete 4, “Dalla parte degli animali”, è nata nel 2017 per sua ispirazione e suo desiderio. Sono orgogliosa di aver consegnato agli archivi tanti video-ricordi del Berlusconi animalista convinto, come tale, allora, poco noto al grande pubblico: il presidente che manda un saluto ai telespettatori nel 2019, che racconta “l’amore a prima vista” e la vita con Dudù (a lungo il cane più noto d’Italia), che fa appello per le adozioni nei canili, che deplora le condizioni degli animali negli allevamenti intensivi, che allatta l’agnellino Fiocco di Neve (le immagini fecero il giro del mondo), che presenta “Peter” il figlio di Dudù, gli altri barboncini bianchi, il chihuahua “Rambo”, Harley e Sole, uno dei cinque cani provenienti dal canile di Olbia. L’amore verso questi eterni fanciulli, ripeteva sempre, è davvero grande. Mi piace immaginare che in qualche modo lo ricordino anche loro con lo stesso affetto. Ci manchi, presidente”.
Così l’on. Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, ricorda Silvio Berlusconi nel terzo anniversario della scomparsa.
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È stato pubblicato il Compendium GÉANT 2025, il report annuale che raccoglie dati, analisi e approfondimenti sulle reti nazionali per la ricerca e l’istruzione (NREN) in Europa.
I ricercatori di ARCO - nell’ambito del progetto Interreg Europe - hanno rappresentato il territorio pratese alla Peer Review internazionale a Mullsjö, condividendo i progetti strategici nati sul territorio, da "Prato Circular City" al “Parco Agricolo della Piana”.
I ricercatori di ARCO - nell’ambito del progetto Interreg Europe - hanno rappresentato il territorio pratese alla Peer Review internazionale a Mullsjö, condividendo i progetti strategici nati sul territorio, da "Prato Circular City" al “Parco Agricolo della Piana”.
Domande entro il 1° luglio - La Fondazione Gori-Celle in partenariato con Promo PA Fondazione si prepara a ospitare 10giovani artiste e artisti ecuratrici e curatori, per un progetto di residenza, finalizzato a produrre opere e testi, intitolato Coabitazioni:Arte, paesaggio e comunità. Il progetto è finanziato dal Programma Regionale FSE+ Toscana 2021-2027, nell’ambito dell’Avviso Pubblico approvato dal D.D.n.138/2024, e fa parte di @giovanisi.it l’iniziativa della Regione Toscana per l’autonomia dei giovani.
Domande entro il 1° luglio - La Fondazione Gori-Celle in partenariato con Promo PA Fondazione si prepara a ospitare 10giovani artiste e artisti ecuratrici e curatori, per un progetto di residenza, finalizzato a produrre opere e testi, intitolato Coabitazioni:Arte, paesaggio e comunità. Il progetto è finanziato dal Programma Regionale FSE+ Toscana 2021-2027, nell’ambito dell’Avviso Pubblico approvato dal D.D.n.138/2024, e fa parte di @giovanisi.it l’iniziativa della Regione Toscana per l’autonomia dei giovani.
Creatività, formazione e impresa si incontrano a Pitti Uomo 110. Dal 16 al 19 giugno, presso la Fortezza da Basso di Firenze, una selezione di studenti dei Corsi di Laurea in Design Tessile e Moda e Design Sistema Moda dell’Università degli Studi di Firenze sarà protagonista di un esclusivo live painting all’interno dello stand di Bob Company, storico brand toscano di abbigliamento maschile interamente Made in Italy.
Creatività, formazione e impresa si incontrano a Pitti Uomo 110. Dal 16 al 19 giugno, presso la Fortezza da Basso di Firenze, una selezione di studenti dei Corsi di Laurea in Design Tessile e Moda e Design Sistema Moda dell’Università degli Studi di Firenze sarà protagonista di un esclusivo live painting all’interno dello stand di Bob Company, storico brand toscano di abbigliamento maschile interamente Made in Italy.

© Elliott Verdier for The New York Times

I progetti per il caccia di sesta generazione “made in EU” continuano a deragliare. Secondo quanto rivelato dal quotidiano britannico Telegraph, il Global Combat Air Programme (Gcap) – che vede la partecipazione di Italia, Giappone e Regno Unito – non arriverà nei tempi inizialmente previsti.
Il problema risiede nello stanziamento di fondi da parte di Londra. Il governo si era impegnato ad aggiornare la flotta aerea entro il 2035 adottando il caccia di nuova generazione Tempest, risultato appunto del programma Gcap. Ma secondo il Piano di investimenti per la difesa (Dip), di prossima pubblicazione, i finanziamenti per il progetto saranno stanziati solo verso la metà degli anni 2030.
Ciò significa che i nuovi aerei entreranno in servizio intorno al 2040, o persino successivamente. Un ritardo significativo, considerando che il piano iniziale prevedeva la sostituzione dei vecchi Typhoon con i primi Tempest nel 2035. Stando alle indiscrezioni del Telegraph, entro quella data Londra dovrebbe invece sbloccare i fondi per far proseguire il progetto.
Sul Gcap aleggiano da tempo diverse ombre. Ad agosto 2025, la National Infrastructure and Service Transformation Authority, l’agenzia governativa britannica incaricata di valutare i grandi progetti, aveva già valutato negativamente la fattibilità del progetto e ne aveva messo in dubbio la buona riuscita.
Leggi l’articolo completo è su Valori
L'articolo Il caccia italo-nippo-britannico costa di più ed è in ritardo sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.
Bonjour,
Je débute sur Framagenda. J’ai crée mon calendrier, ajouter mes contacts et envoyer une invitation pour chaque évènement aux participants. J’ai reçu un mail sur ma boîte Zimbra disant que mon contact acceptait mon invitation. Pourtant, quand je consulte mon calendrier sur Framagenda, il est indiqué que la réponse est en attente. Comment faire pour synchroniser la réponse avec Framagenda ?
Merci de votre aide.
5 messages - 2 participant(e)s
Nature, Published online: 12 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01911-z
Andrew Robinson reviews five of the best science picks.









L’annuncio è arrivato ieri da Tenerife, dov’erano riuniti i rappresentanti degli Stati membri dell’Agenzia spaziale europea per prendere decisioni di ampia portata sul futuro del programma scientifico dell’agenzia stessa: la scelta del Comitato consultivo per le scienze spaziali (Ssac, Space Science Advisory Committee) per la prossima missione di classe media – la cosiddetta M7 – è andata a Plasma Observatory, una missione la cui lead proposer è l’astrofisica Maria Federica Marcucci, ricercatrice all’Inaf Iaps di Roma.
«La missione nasce da una visione scientifica maturata nel corso degli ultimi anni grazie al contributo di una vasta comunità internazionale e consentirà di studiare per la prima volta in modo sistematico i processi fondamentali che governano il comportamento dei plasmi nello spazio attraverso osservazioni simultanee su diverse scale spaziali realizzate da una costellazione di sette satelliti», spiega Marcucci «Questa capacità osservativa multiscala senza precedenti permetterà di comprendere fenomeni fondamentali che avvengono nei plasmi che permeano l’intero universo e che hanno effetti diretti anche sull’ambiente spaziale che circonda la Terra».
«Come lead proposer della missione, insieme ad Alessandro Retinò (co-lead proposer) del Laboratoire de Physique des Plasmas di Parigi, e chair dello science study team», continua Marcucci, «sono particolarmente orgogliosa del ruolo svolto dalla comunità italiana e dall’Inaf durante tutte le fasi dello studio. Ricercatrici e ricercatori dell’Istituto hanno partecipato attivamente ai gruppi di lavoro che hanno contribuito a definire gli obiettivi scientifici della missione. In questo contesto, un contributo fondamentale è stato fornito dall’Università della Calabria, attraverso la partecipazione di Francesco Valentini allo science study team, sul solco di una lunga e fruttuosa collaborazione».
«Desidero inoltre sottolineare il ruolo fondamentale svolto dall’Agenzia spaziale italiana, che ha consentito alla comunità scientifica nazionale di contribuire in modo sostanziale alla maturazione scientifica e tecnologica della proposta», ricorda Marcucci. «La raccomandazione di Plasma Observatory rappresenta anche il riconoscimento di questo investimento strategico perseguito con lungimiranza e continuità, nonché della capacità dell’Italia di valorizzare le competenze maturate ed essere protagonista nei grandi programmi scientifici europei, dalla definizione delle domande scientifiche fino alla realizzazione delle tecnologie necessarie per affrontarle.
La proposta del Comitato consultivo dell’Esa – che si avvale di gruppi di lavoro composti da scienziati esterni specializzati in diversi ambiti – arriva al termine di una durissima selezione: il numero delle missioni in gara, inizialmente 27, si è infatti ristretto progressivamente a cinque, poi a tre e infine, appunto, alla sola Plasma Observatory. Ora il Comitato per il programma scientifico (Spc, Science Programme Commitee) ha preso atto di questa raccomandazione e adotterà una decisione formale in merito nella prossima riunione, prevista per novembre 2026, una volta consolidati gli impegni finanziari relativi allo sviluppo della strumentazione.

© Peter Morrison/Associated Press




Livorno, 12 giugno 2026 – Come lo scorso anno, la Libertas non aspetta sul mercato. La squadra del presidente Benvenuti, ormai come metodo di lavoro cerca di delineare il quadro della nuova stagione il prima possibile, per partire subito forte, con certezze granitiche fin dalla pre season. E dunque la maggior parte delle caselle sono state spuntate. Mancano ancora mesi all’inizio del campionato di A2 2025 / 2026 ma le idee sono ben chiare. Con un paio di arrivi molto importanti, che pongono, almeno sulla carta, la squadra amaranto tra le prime del campionato.
Cominciamo da chi parte. Fantoni chiude la carriera, e avrà un ruolo dirigenziale importante in Libertas, come annunciato sul Tirreno dallo stesso presidente Benvenuti. Lasciano la Libertas Woodson e Filloy. Arrivano una guardia molto esperta, che arriva dalla serie A come Curnooh e un lungo, a sostituire lo stesso Fantoni, come Vildera, proveniente da Brindisi. Manca lo spot di guardia: si pensa a un profilo Usa, per il quale l’amministratore delegato Frenecz Bartocci è al lavoro. Senza contare la conferma più importante, arrivata dopo l’ultima partita di play in con Rimini che ha chiuso la stagione: Matt Tiby, mvp straniero dell’A2 di quest’anno, resta in amaranto con un ritocco di ingaggio. Arrivato come semi sconosciuto, si è conquistato la ribalta nel torneo. Un “quattro” che ha tenuto spesso a galla la squadra. Tiro, passaggio, capacità di interpretare le varie fasi del match: Tiby ha tutto e sarà una pedina fondamentale.
Sui social della squadra amaranto ha parlato il tecnico Andrea Diana: “Abbiamo centrato l’obiettivo di mantenere lo zoccolo duro del gruppo che tanto bene ha fatto l’anno scorso, a cominciare dalla conferma di Tiby. C’è stato e ci sarà qualche cambiamento. Tommaso Fantoni smetterà e abbiamo salutato Ariel Filloy ed Avery Woodson, due giocatori che erano perfettamente inseriti nel gruppo e che hanno lavorato molto bene. Giovanni Vildera – un lungo molto importante per la serie A2 – occuperà il posto lascia vacante da Fantoni. ‘Gio’, insieme a Possamai, costituirà un buon pacchetto di lunghi, perché i due si completano e tra loro ci sarà una sana competizione”.
Il tecnico parla del resto del roster e accenna anche all’importanza dei giovani: “Come 4 abbiamo Tiby e Tozzi. I 3 sono Filoni e Piccoli. Coournooh è un ottimo acquisto. Negli ultimi anni ha giocato in serie A ad altissimo livello. In qualità di esterno italiano d’esperienza prenderà il posto di Filloy. Nel ruolo di play con Fabio Valentini e Lollo Penna siamo a posto. Adesso cerchiamo un americano di alto livello che abbia un grande atletismo e ci garantisca pericolosità nel tiro da 3 punti. Inoltre, negli ultimi giorni, nella palestra di via Pera, abbiamo visionato 22 giovani, molti dei quali del Don Bosco (è basilare conoscere le risorse del territorio) e altri provenienti da tutta Italia. L’idea è quella di inserire nel roster due ‘under’ di qualità che siano pronti a dare una mano in caso di necessità durante le partite di campionato, oltre che in allenamento”.

Nature, Published online: 12 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01911-z
Andrew Robinson reviews five of the best science picks.[ITA] Un recente (circa 10 giorni fa) aggiornamento dei nostri servizi di posta pare stia causando dei problemi con alcuni account, in combinazione con Thunderbird. I sintomi variano: non si vede più l’elenco dei folder, oppure lo si vede, ma non compaiono i messaggi nuovi – può sembrare che non stiate più ricevendo posta.
La posta sta venendo consegnata regolarmente! Il problema è nell’interazione con i client. I messaggi nuovi si possono vedere, per esempio, utilizzando la webmail.
Stiamo indagando per risolvere il problema.
[ENG] It appears that a recent (about 10 days ago) major upgrade of our email systems is causing some issues to a subset of users, primarily when using Thunderbird as their email client. Symptoms vary: TB might stop showing the list of folders, or perhaps it will show it, but then the INBOX folder will not display new messages. It might look like you’re no longer receiving any email.
Email is being delivered without issues! The problem is with the client. You can, for example, access new messages by using the webmail.
We’re investigating to attempt to resolve this issue.
AGGIORNAMENTO / UPDATE
[ITA] Si può temporaneamente aggirare il problema, per chi usa Thunderbird, disabilitando la compressione IMAP (RFC 4978) andando nelle impostazioni avanzate ed impostando la variabile mail.server.default.use_compress_deflate a false.
[ENG] It is possible to temporarily work around the issue for Thunderbird users, by going into the advanced settings, looking for the mail.server.default.use_compress_deflate variable, and setting it to false.
AGGIORNAMENTO 2 / UPDATE 2
[ITA] Dovremmo essere riusciti a mitigare il problema lato server, nessuna modifica al client è più necessaria.
[ENG] We think we have mitigated the issue server-side, so no client changes should be necessary anymore.




VADO LIGURE – L’amministratore delegato di Vado Gateway, Santi Casciano, ha commentato i dati pubblicati dal “The Container Port Performance Index (CPPI) 2025“ del World Bank Group, che vedono lo scalo di Savona – Vado, posizionato al 51° posto (mentre era 87° nel 2024) della classifica mondiale dei porti contenitori su un totale di oltre 400 analizzati.
Il Container Port Performance Index misura il tempo di permanenza delle navi portacontainer in porto, considerando gli effetti combinati di accesso nautico, disponibilità di ormeggi, produttività della movimentazione merci, operazioni di cantiere e coordinamento tra le parti interessate. Basandosi su dati effettivi relativi agli scali delle navi, anziché su indicatori autodichiarati, il CPPI riflette il funzionamento dei porti all’interno delle reali reti di trasporto marittimo globali e fornisce una base coerente per il benchmarking delle prestazioni.
Sviluppato dalla Banca Mondiale e da S&P Global Market Intelligence, il CPPI è diventato un punto di riferimento consolidato per confrontare l’efficienza portuale tra diverse località, regioni e fasce di reddito, nonché per monitorare le prestazioni nel tempo.
Ai primi dieci posti della classifica figurano i porti di Fuzhou (Cina), Dalian (Cina), Salalah (Oman), Mawan (Cina), Chiwan (Cina), Tanger Med (Marocco), Ningbo (Cina), Hamad Port (Qatar), Hong Kong (Hong Kong SAR, Cina) e Kobe (Giappone).
«Il ritorno del porto di Savona – Vado al vertice della classifica italiana del Container Port Performance Index 2025 rappresenta un riconoscimento significativo per l’intera comunità portuale e per tutti gli attori che contribuiscono con il loro lavoro quotidiano all’efficienza operativa dello scalo» – ha dichiarato Santi Casciano – «È un risultato importante perché si basa su uno degli indicatori di produttività più rilevanti per il nostro settore, vale a dire il tempo effettivo di permanenza di una nave in porto, un parametro che rappresenta non solo un indicatore della produttività dei porti, ma anche un elemento determinante per la resilienza e l’affidabilità delle catene logistiche globali in un contesto caratterizzato da forti tensioni geopolitiche e ridefinizione delle rotte marittime internazionali».

Continua l’amministratore delegato del terminal vadese: «Come unico terminal contenitori del porto di Savona-Vado siamo orgogliosi di aver contribuito a questo risultato, a dimostrazione della validità del percorso intrapreso da Vado Gateway dall’avvio dell’operatività avvenuto nel febbraio 2020. Una traiettoria di crescita fatta di investimenti e sviluppo delle competenze che, in pochi anni, hanno consentito al Container Terminal di Vado Ligure di assumere un ruolo importante nella geografia terminalistica internazionale.
Il ritorno di Savona – Vado al vertice della classifica italiana del Container Port Performance Index rappresenta per noi uno stimolo a proseguire lungo questa rotta, continuando a lavorare insieme alle istituzioni e a tutti gli stakeholder del cluster portuale per rafforzare il ruolo di Vado Gateway come hub portuale e logistico strategico nel Mediterraneo, creando valore per il territorio, i clienti e l’intero sistema logistico nazionale».
Secondo l’INDEX:
Nel 2025, le prestazioni portuali globali hanno mostrato un leggero peggioramento rispetto al 2024, ovvero tempi di rotazione delle navi mediamente più lunghi. Questa tendenza maschera significative variazioni regionali. I porti delle economie a reddito medio-alto e ad alto reddito hanno generalmente registrato tempi di rotazione più brevi, grazie a infrastrutture più solide, una maggiore intensità di utilizzo delle gru e un migliore coordinamento. Diversi porti dell’Asia orientale e meridionale si sono nuovamente classificati tra i migliori, mentre alcuni porti in Europa e Nord America hanno continuato a riprendersi dalla precedente congestione. I porti dell’Africa subsahariana, spesso caratterizzati da vincoli di capacità e da strutture commerciali dominate dalle importazioni, hanno generalmente registrato tempi di rotazione più lunghi.
L’edizione 2025 evidenzia l’esposizione dei porti alle interruzioni della catena di approvvigionamento globale. Gli ultimi anni hanno visto ripetuti shock, tra cui la volatilità legata alla pandemia, i cambiamenti geopolitici delle rotte e gli eventi climatici. Queste interruzioni influenzano i modelli di arrivo delle navi, creano congestione e allungano i tempi di permanenza in porto. Allo stesso tempo, le prestazioni portuali stesse influenzano lo stress della catena di approvvigionamento. Tempi di rotazione più lunghi riducono la capacità di carico effettiva e propagano i ritardi nelle reti globali, rafforzando la volatilità. L’analisi dei dati CPPI per il periodo 2020-2025 conferma una forte relazione bidirezionale tra le prestazioni portuali e lo stress della catena di approvvigionamento. I periodi di maggiore stress sono associati a tempi di permanenza delle navi più lunghi, mentre prestazioni portuali più deboli amplificano le interruzioni ritardando gli scali successivi e riducendo la capacità. Questa interazione sottolinea il ruolo dei porti efficienti come stabilizzatori del commercio globale.
Fornendo una serie storica coerente e dati, consente ai responsabili politici, alle autorità portuali, agli operatori e ai partner per lo sviluppo di valutare le tendenze delle prestazioni e confrontare i porti con strutture analoghe. L’indice supporta quindi un processo decisionale basato su dati concreti, volto a migliorare l’efficienza, la resilienza e il funzionamento complessivo delle catene di approvvigionamento marittime globali.
VADO GATEWAY
Vado Gateway comprende il nuovo Container Terminal deep-sea, infrastruttura portuali tecnologicamente avanzata e l’adiacente Reefer Terminal, il più grande hub del Mediterraneo per la logistica della frutta.
Operativo dal febbraio 2020, il nuovo Container Terminal di Vado Ligure a regime sarà in grado di movimentare annualmente circa 900 mila TEUs (contenitori da 20 piedi), con un obiettivo di intermodalità su ferro del 40%.
I TEUs movimentati nel 2025 all’interno dei due terminals vadesi sono stati complessivamente circa 600mila (+58,4% sul 2024), di cui 24% export, 37% import e 33% transhipment.
L'articolo Savona – Vado primo porto container italiano nella classifica della World Bank proviene da Corriere Marittimo.
di Camilla Costantini
Bear è il tipico bravo ragazzo, un po’ timido, un po’ impacciato. Un ragazzo che non faremmo fatica a definire “un cucciolone”: lo suggerisce il suo stesso nome. Bear è convinto di essere perdutamente innamorato della sua amica Nikki, una ragazza solare, piena di vita e di sogni. Una ragazza libera.
All’inizio del film, Nikki, durante una chiamata, dice a Bear di aver perso una delle sue collane preferite. Bear va in un negozio e cerca una collana da regalarle, ma la sua attenzione viene catturata da un altro oggetto: un bastoncino del desiderio da sette dollari. Decide di comprarlo.
Nikki, Bear e i loro due amici, Sarah e Ian, passano la serata in un pub. Quando Nikki dice di voler tornare a casa, Bear si propone di accompagnarla in macchina e, durante il viaggio, le dice di avere un regalo per lei. Ma questo regalo non è veramente per lei. Non è per la Nikki solare, piena di vita e di sogni. Non è sicuramente per la Nikki libera.
Quello che doveva essere un regalo romantico per Nikki si trasforma nel desiderio malato di Bear di possederla: invece che confessarle i suoi sentimenti e accettare la sua risposta, lui esprime un desiderio con il bastoncino che aveva comprato. “Desiderio che Nikki Freeman mi ami più di chiunque altro al mondo”.
Comincia così “Obsession”, film d’esordio di Curry Barker. In un’intervista per il Collider il regista, quando gli hanno chiesto quale sia stata l’idea che ha dato inizio a tutto, ha risposto che lui pensava da un po’ a una persona ossessionata. E Nikki, dopo l’incantesimo, lo diventa: va a vivere a casa di Bear, non vuole più lasciarlo, nemmeno per un secondo. Si comporta da pazza. Vuole Bear tutto per lei. Esistono solo loro due, per Nikki, il resto sparisce.
La domanda che il film ti costringe a farti, però, è: chi è il vero mostro? Nikki che si comporta così, o Bear che ha causato la sua pazzia?
Tra commenti social e dibattiti online, l’opinione pubblica sembra convergere su un punto: il desiderio di Bear viene percepito come qualcosa di puramente innocente, perché lui non poteva sapere che effetti avrebbe avuto sulla vita di Nikki. Non poteva sapere che lei sarebbe diventata completamente dipendente da lui. Ma ci sperava. Bear non sapeva che quel bastoncino potesse funzionare davvero, ma lo sperava. A lui non interessava davvero cosa provava Nikki nei suoi confronti: voleva solo stare con lei, anche se la loro relazione sarebbe stata per sempre basata solo sul suo desiderio egocentrato e, fin dal principio, mai puramente innocente.
E questo ci porta al secondo punto da analizzare, sul quale, invece, in molti si trovano d’accordo: Bear si rende presto conto degli effetti distruttivi che il suo desiderio sta avendo su Nikki, eppure non fa niente per fermarlo.
“Uccidimi” dice Nikki, che per qualche secondo riesce a tornare sé stessa. “Cosa c’è di così male nello stare con me?” le chiede Bear. E qui diventa palese che Bear preferisce avere Nikki chiusa in una gabbia, snaturata. Ma almeno gli appartiene. Almeno è sua. Preferisce avere Nikki morta, piuttosto che non averla affatto.
“Obsession” è la storia di quando non ti credono. È la storia di quando dici che stai subendo una violenza e ti rispondono che stai esagerando, lui sembra un così bravo ragazzo, non farebbe mai una cosa del genere. È la storia di come tutti iniziano a pensare che tu sia pazza. È la storia di come l’ossessionata malata di un uomo ti uccide lentamente. È la storia di un mostro, un mostro che fa molta più paura di quelli sovrannaturali, perché quelli non esistono, ma Bear esiste. È esistito nella vita di migliaia di donne. E alla fine, sorella, ti lascia lì da sola, a ripagare quelli che lui definisce semplici sbagli. Ma tu la tua vita non ce l’hai più. Tu sei morta e ancora respiri.

La vita di Melba Hernandez è piena di storie affascinanti che riflettono il coraggio, la forza e la resilienza delle donne cubane che hanno reso il rovesciamento del regime di Fulgencio Batista, un cagnolino degli Stati Uniti, una realtà. Melba era una combattente e leader nell'esercito ribelle del Movimento del 26 luglio. Divenne una figura politica importante e simbolica della rivoluzione cubana. di Carlos “Carlito” Rovira
Durante la lotta armata Melba combatté fieramente al fianco del comandante Fidel Castro Ruz. È stata una collaboratrice fidata del leader rivoluzionario, e dopo la presa del potere questa eroina è entrata a far parte del suo staff esecutivo. La Hernandez ha svolto un ruolo fondamentale durante il periodo critico di consolidamento dell'apparato statale cubano.
Melba fu orientata alla politica dai suoi genitori, che parteciparono alla guerra di Cuba per l'indipendenza del 1895, guidata dal leggendario Jose Marti. Essa era un avvocato che fu colpita dal vedere in prima persona l'inquietante disuguaglianza sociale ed economica a Cuba. Dal momento in cui ha completato la sua istruzione, la giovane Melba divenne empatica con la situazione dei contadini poveri e lo sfruttamento che subivano i lavoratori, diventandone la consulente legale per le loro cause.
Melba Hernandez e Haydee Santamaria furono le uniche due donne che parteciparono all'attacco del 26 luglio 1953 alla caserma Moncada a Santiago, l'evento che scatenò la rivoluzione cubana. Parte del piano di Fidel Castro Ruz era che gli insorti rivoluzionari entrassero nella zona ristretta circostante a Moncada vestiti con le stesse uniformi dei soldati governativi. Fu Melba a ottenere illegalmente le uniformi, convincendo un funzionario militare che simpatizzava per la causa ribelle, di appoggiare con questo atto la missione.
L'attacco a Moncada fu sanguinoso e finì in un fallimento. Quando terminò, la maggior parte degli insurrezionalisti furono feriti e uccisi. Molti di questi rivoluzionari morirono sotto tortura per mano dei criminali sadici del regime di Batista. Alcuni, come Fidel Castro riuscirono a fuggire e nascondersi nella giungla fino a quando, giorni dopo, non negoziarono una resa attraverso un intermediario.
Hernandez e Santamaria furono arrestate, e condannate a pene detentive più brevi rispetto ai loro compagni e furono rilasciate due anni dopo. Durante la loro carcerazione, Hernandez e Santamaria subirono umilianti abusi da parte dei funzionari della prigione di Batista.
Dopo che furono rilasciate, restarono determinate a svolgere il lavoro di ricostruzione di un movimento di massa e di una rete clandestina, che alla fine avrebbe rovesciato il governo Batista. Melba fu determinante nel far uscire fuori dalla prigione, dove Fidel era tenuto prigioniero, una bozza del suo famoso discorso in aula quando fu processato:“La storia mi assolverà”, uno dei documenti più importanti della rivoluzione cubana.
Dopo la presa del potere il 1° gennaio 1959, la Hernandez fu assegnata a diversi ruoli importanti nel governo. Nel 1960, gli fu affidata la direzione alle prigioni femminili di Cuba. Per Melba, una priorità assoluta fu quella di guidare la riforma carceraria per allinearsi con i principi umani della rivoluzione.
Durante la fine degli anni sessanta, al culmine della feroce guerra coloniale che gli Stati Uniti stavano conducendo contro il popolo vietnamita, Hernandez rischiò la sua vita viaggiando frequentemente nel paese devastato dalla guerra, come capo del Comitato cubano in solidarietà con il Vietnam. È stata anche Segretaria Generale di OSPAAAL, l’Organizzazione di Solidarietà con i Popoli di Asia, Africa e America Latina.
Negli anni Ottanta, Melba è stata Ambasciatrice di Cuba in Vietnam e Cambogia grazie al suo incessante lavoro di solidarietà con la Rivoluzione Vietnamita. Questa eroina ha anche servito il governo cubano come deputato nell’Assemblea nazionale del potere popolare del suo paese.
Il 9 marzo 2014, Melba è morta per cause naturali. Avendo vissuto la sua vita come diplomatica e funzionaria di alto rango di un governo rivoluzionario, la speranza è che la sua eredità ispirerà i rivoluzionari per le generazioni a venire, specialmente le donne che sono obbligate a confrontarsi con tradizioni arretrate che perpetuano l’oppressione delle donne.
Melba Hernandez è stata tra le più alte figure femminili iconiche, che furono decisive in quell'esperienza rivoluzionaria, come Vilma Espin, Celia Sanchez, Aleida March, Haydee Santamaria e altre. Il loro altruismo e lealtà alla rivoluzione e al loro popolo sormontarono mirabilmente ciò che molti si sarebbero aspettati.
Attraverso la rivoluzione cubana, Melba Hernandez, ha osato essere tra quelli disposti ad essere esempio, nello sfidare uno dei più grandi tiranni dei popoli, l’imperialismo statunitense.
Da carlitoboricua A cura di Enrico Vigna per SOSCuba/CIVG

di Pepe Escobar – Strategic Culture
[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]
L'Impero della Pirateria ha ripreso i bombardamenti, provocando l'inevitabile risposta iraniana.
Quindi… un elicottero Apache statunitense del valore di 40 milioni di dollari è stato preso di mira da un drone Shaheed da 20.000 dollari proprio sopra lo Stretto di Hormuz, appena un giorno dopo che l’Iran e la setta della morte dell’Asia occidentale si erano scambiati colpi, ridicolizzando quella finzione traballante che è il “cessate il fuoco”.
Quando si dice un enorme vantaggio in termini di costi per Teheran: non meno di 2000 a 1.
Teheran, per principio, non nega gli attacchi militari. Eppure, in questo caso specifico, hanno esplicitamente negato l'abbattimento degli Apache, indicando un possibile incidente o un guasto tecnico. Se lo Shaheed avesse davvero colpito l'elicottero da combattimento, i piloti sarebbero morti – e non salvati da una barca statunitense senza equipaggio.
L'ex ufficiale dell'intelligence della Marina statunitense Malcolm Nance sostiene: "Non ci sono collisioni aeree con droni FPV nel mezzo dello Stretto di Hormuz, e non è intenzionale."
Questo significherebbe che un drone guidato dalla fibra ottica è stato in grado di disturbare l'intero, enorme apparato di guerra elettronica americano – rivelando un Pentagono nudo incapace di articolare qualsiasi risposta.
Quindi, anche se non si fosse trattato di un incidente, perché l’IRGC lo avrebbe negato? Perché potrebbe essere stato un test strategico – non solo della capacità deterrente dell’Iran, ma anche del grado di scombussolamento che si sarebbe potuto infliggere al nemico.
Come prevedibile, sotto la guida dell'Imperatore di Barbaria, l'Impero della Pirateria ha ripreso i bombardamenti, provocando l'inevitabile risposta iraniana.
Pochi minuti dall'inizio dell'attacco americano, l'IRGC ha colpito una serie di basi militari statunitensi in tutta l'Asia occidentale.
La base aerea di Al-Azraq in Giordania.
La base aerea di Ali Al Salem in Kuwait.
La base della Quinta Flotta in Bahrain.
La base aerea di Isa in Bahrain.
Al-Azraq fu colpita da diversi missili a lungo raggio a combustibile solido puntati su quattro obiettivi, inclusi hangar F-35 e il Centro di Comando e Controllo. L'IRGC ha informato che il 70% di tutti i bersagli in quelle basi è stato colpito con successo.
Al-Azraq – noto anche come Muwaffaq Salti – è una base congiunta degli Stati Uniti in Giordania a circa 100 km a est di Amman. Solo quattro mesi fa, immagini satellitari hanno rivelato che ospitava più di 60 jet statunitensi – inclusi 30 F35 e 36 F15. La base ospita il 332º Air Expeditionary Wing (F15E, MQ9 Reaper), con F35 che ruotano. A tutti gli effetti pratici, la Giordania è ora un bersaglio legittimo per l'IRGC.
La nuova mappa integrata della deterrenza regionale
Tutto quanto sopra indica una riscrittura radicale delle regole del gioco sul campo di battaglia. L'Iran sta annunciando all'Asia occidentale e oltre che quello che in teoria sarebbe lo spazio aereo militare americano è ora controllato dall'Iran. Ma c'è di più: Teheran sta dimostrando, nei fatti, di essere in grado di condurre una guerra e, al contempo, di imporre le proprie condizioni e di prendere tempo al tavolo dei negoziati.
La nuova equazione è netta: se ci attaccate e noi vi rispondiamo, qualsiasi tentativo di vendicarsi contro di noi ci porterà a colpirvi con una forza 1,5 volte maggiore, e ben presto 2 o 3 volte maggiore. Basta con i modi gentili, quando si tratta di permettere al nemico di ricorrere alla proverbiale strategia del “mordi e fuggi”.
Dal lato statunitense, sono in gioco anche altri elementi inquietanti. L'Impero della Pirateria sta prendendo di mira sistematicamente le apparecchiature di comunicazione lungo la costa del Golfo Persico. L'obiettivo è tagliare le comunicazioni tra le unità del sud e i centri di comando a nord. Anche se questo fosse stato parte della preparazione per un'invasione terrestre – suicida – come prima della guerra in Iraq del 2003, non fa alcuna differenza a causa della strategia del Mosaico Decentralizzato in vigore in tutto l'Iran dal colpo di decapitazione del 28 febbraio.
Oltre a tutto ciò, il comandante della Forza Quds dell'IRGC, il generale di brigata Esmail Qaani, ha annunciato la scorsa settimana che è ora in funzione una cintura di sicurezza regionale, dal Golfo Persico al Mar Rosso, gestita dall'Asse di Resistenza.
Quindi, qualunque cosa possano escogitare, gli americani si troveranno ora di fronte a una linea difensiva strategica che si estende dallo Stretto di Hormuz a Bab el-Mandeb.
Benvenuti alla nuova mappa integrata della deterrenza regionale. Traduzione diretta: qualsiasi attacco USA-Israele contro un singolo membro dell'Asse di Resistenza scatenerà una rappresaglia su più fronti – dal Golfo Persico al Mar Rosso.
La grande domanda ora è se questa escalation – anche se viene presentata dall’Impero della Pirateria come una “punizione” per la vicenda dell’Apache – possa tradursi immediatamente in un abbandono formale del quadro del protocollo d’intesa (MoU) sul tavolo delle trattative.
Ho discusso lo stato delle negoziazioni del MoU questo martedì su un nuovo canale YouTube, Transition Protocol, dopo che il nostro canale Power Shit originale è stato interrotto da Google senza preavviso e senza ricorso, solo dopo meno di una settimana di trasmissione e trasmettendo due esclusive mondiali consecutive.
Le nostre fonti di intelligence in Pakistan, in stretto contatto con l'Iran e con i giocatori del CCG, sono convinte che il MoU non sia morto. Anche l'amministrazione Trump vuole preservare il quadro diplomatico sottostante e non far saltare in aria i possibili accordi più ampi che stanno prendendo forma.
In altre parole: l’Imperatore della Barbaria, alla vigilia di una Coppa del Mondo che le politiche razziste del suo governo stanno già rovinando, si limiterà a fare un gran chiasso senza allontanarsi dalla struttura generale dell’accordo.
Questo è il pericoloso bivio in cui ci troviamo ora: scivolare nell’abisso oscuro di un’eventualità di “rottura dell’accordo”, oppure aggrapparci ancora a uno scenario in cui si esercita pressione per raggiungere un accordo.


Livorno, 12 giugno 2026 – Ha dedicato la propria vita ad accompagnare i pazienti nei momenti più difficili, contribuendo a costruire e sviluppare un modello di assistenza che oggi rappresenta un punto di riferimento per tutta la sanità toscana. Livorno piange il dottor Sirio Malfatti, medico tra i pionieri delle Cure Palliative a livello regionale e nazionale, scomparso nelle scorse ore.
L’Azienda USL Toscana nord ovest, la direzione ospedaliera di Livorno, la zona distretto livornese e l’intera comunità sanitaria hanno espresso profondo cordoglio per la perdita di una figura che ha lasciato un segno indelebile nella medicina del territorio, sia sul piano professionale che umano.
Nel corso della sua lunga carriera, si legge in una nota, il dottor Malfatti si è distinto per competenza, sensibilità e straordinaria capacità di ascolto, interpretando la professione medica come un autentico servizio alla persona. Un approccio che lo ha portato a mettere sempre al centro il paziente, la sua dignità e i suoi bisogni, contribuendo a diffondere una cultura dell’assistenza capace di guardare alla persona nella sua interezza.
Tra i soci fondatori dell’associazione Cure Palliative di Livorno, Malfatti ha avuto un ruolo determinante nella crescita di una realtà che negli anni è diventata un punto di riferimento fondamentale per il sostegno ai malati e alle loro famiglie, offrendo accompagnamento e supporto in momenti particolarmente delicati della vita.
A ricordarne il valore è la direttrice delle Cure Palliative dell’Azienda USL Toscana nord ovest, Costanza Galli: "La perdita del dottor Sirio Malfatti – dice la direttrice – ci addolora profondamente. È stato un medico molto valido dal punto di vista professionale e umanamente impareggiabile nella relazione con i pazienti e i loro familiari. A lui, insieme alla dottoressa Antonella Mazzoni, si deve la nascita delle Cure Palliative a Livorno. Ha anticipato una concezione dell'assistenza capace di accompagnare la persona nella sua globalità, non soltanto dal punto di vista sanitario, ma anche sotto il profilo umano, psicologico e relazionale. È una grande eredità quella che ci lascia, fatta di competenza, visione e profonda umanità, che cercheremo di portare avanti ogni giorno nel nostro lavoro”.
I ricordi tratteggiati restituiscono il profilo di un professionista capace di guardare oltre la malattia, promuovendo un modello di cura basato non solo sugli aspetti clinici, ma anche sull’ascolto, sulla relazione e sul sostegno alle famiglie. Una visione che, quando iniziò il suo percorso nelle Cure Palliative, era ancora poco diffusa e che oggi costituisce uno dei pilastri dell’assistenza ai pazienti affetti da patologie inguaribili.
Nel ricordarne la figura, l’azienda sanitaria ha espresso vicinanza ai familiari, agli amici, ai colleghi e a tutte le persone che hanno avuto modo di conoscerlo e lavorare al suo fianco. L’eredità professionale e umana lasciata dal dottor Malfatti continuerà infatti a rappresentare un riferimento per gli operatori delle Cure Palliative e per quanti credono in una medicina fondata sulla competenza, sull’ascolto e sulla centralità della persona.
L’ultimo saluto al dottor Sirio Malfatti è previsto per domani, sabato 13 giugno, alle ore 15, nella chiesa della sala mortuaria dell’ospedale di Livorno.

La proposta del vicepresidente della Commissione europea di permettere di utilizzare i fondi di coesione per finanziare provvedimenti di sostegno contro il caro-energia non si configura come una misura emergenziale, ma come la possibilità di trasformare la crisi energetica in un’opportunità di modernizzazione. Il ghosting interessa ormai le relazioni sentimentali come i colloqui di lavoro. […]
L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.
Nature, Published online: 12 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01876-z
The papal letter goes beyond a religious document and diagnoses a failure in AI governance that the scientific community should heed.
I modelli di emissione del cielo radio giocano un ruolo chiave per studiare l’universo alle basse frequenze. Uno studio pubblicato questa settimana su Nature Astronomy suggerisce che questi modelli raccontano una storia incompleta: il cielo radio è più luminoso di quanto pensassimo.
La brillanza del cielo a basse frequenze radio – tra 60 e 350 megahertz – è stata misurata con una precisione senza precedenti da un team internazionale di ricerca guidato dall’agenzia scientifica australiana Csiro. Secondo il team, uno dei modelli di riferimento più utilizzati in radioastronomia sottostima la luminosità del cielo di circa il 20 per cento alle frequenze più basse considerate, arrivando fino al 50 per cento a 350 megahertz.
Per capire meglio le implicazioni di queste misure, Media Inaf ha intervistato uno dei coautori dello studio, Pietro Bolli, dirigente tecnologo all’Istituto nazionale di astrofisica e responsabile per la progettazione e l’analisi elettromagnetica dei sistemi d’antenna di Ska-Low, le antenne a bassa frequenza dell’Osservatorio Ska.
Qual è l’importanza di questo risultato?
«Si tratta di una misura assoluta dell’emissione diffusa dell’emisfero australe, ottenuta attraverso un’accurata calibrazione strumentale. Questo risultato indica la necessità di introdurre termini correttivi rispetto ai modelli attualmente in utilizzo dalla comunità scientifica, basati perlopiù su misure effettuate decenni fa».
Come influenzerà la radioastronomia il nuovo cielo radio?
«Il contesto attuale è particolarmente interessato a questo tema. Nei prossimi decenni la radioastronomia a bassa frequenza sarà infatti dominata dal più grande radiotelescopio mai concepito, Ska-Low. La calibrazione di un interferometro del genere è un passaggio fondamentale per la corretta interpretazione dei dati raccolti. Il nuovo risultato è proprio un follow-up dell’attività di ricerca volta a individuare ed ottimizzare le strategie di calibrazione più efficaci per Ska-Low. La misura presentata è stata condotta utilizzando un’antenna Skala 4.1, che è proprio il modello di antenna scelto per Ska-Low, assieme a un ricevitore sviluppato in Australia da Csiro per misure radiometriche assolute a elevata precisione».
Potrebbe cambiare qualcosa in ciò che sappiamo dell’universo?
«Avere una conoscenza più accurata possibile dell’emissione diffusa dell’universo radio è fondamentale per ottenere modelli di riferimento affidabili e conseguentemente calibrare l’osservazione. L’emissione radio del cielo, a basse frequenze, è dominata dai processi di radiazione di sincrotrone nella nostra galassia e dalle emissioni di tutte le sorgenti extragalattiche. Conoscere con precisione questo contributo è vitale in vari ambiti astrofisici, in particolare per tracciare i processi astrofisici dell’universo primordiale. Inoltre, la conferma di un eccesso di radiazione all’estremo più alto della banda di frequenza farà crescere l’interesse a indagare ipotesi alternative per la sua spiegazione, come ad esempio la presenza di un forte processo di annichilazione della materia oscura nell’universo primordiale».

L’antenna e il ricevitore utilizzati per le osservazioni presso Inyarrimanha Ilgari Bundara, il Murchison Radio-Astronomy Observatory del Csiro, nel territorio del popolo Wajarri. Crediti: Ravi Subrahmanyan
Le vostre misure possono essere considerate un’anticipazione delle capacità scientifiche del futuro Osservatorio Ska?
«Il nostro lavoro usa una singola antenna, che osserva una regione del cielo estremamente ampia, detta all-sky. Si differenzia quindi nettamente dall’interferometro Ska-Low, che viceversa, usando centinaia di stazioni costituite da 256 antenne ciascuna, permetterà di avere risoluzioni angolari estremamente fini e sensibilità elevatissime. Allo stesso tempo, questo lavoro conferma la solidità del progetto dell’antenna, ovvero di un elemento fondamentale nella complessità tecnologica di Ska-Low. Molti dei dati di simulazione usati in questo studio saranno trasferiti anche per la calibrazione e caratterizzazione elettromagnetica delle stazioni di Ska-Low».
Qual è stato il contributo dell’Istituto nazionale di astrofisica?
«La tecnica utilizzata richiede una caratterizzazione estremamente dettagliata del sistema di ricezione, composto dall’antenna e da successivi stadi a radiofrequenza, in modo da cancellare gli effetti strumentali dai dati ottenuti. Come Inaf, abbiamo contribuito al lavoro dei colleghi australiani fornendo risultati da simulazioni elettromagnetiche dell’antenna Skala 4.1 che potessero essere inseriti nella procedura di calibrazione. Le simulazioni effettuate hanno cercato di rappresentare in maniera più fedele possibile le prestazioni dell’antenna all’interno dell’ambiente operativo. Aggiungerei che con la partecipazione a questo e ad altri studi, l’Inaf capitalizza una strategia partita più di quindici anni fa, di investimento di risorse significative per lo sviluppo tecnologico di grandi infrastrutture di ricerca. Il gruppo tecnologico Ska-Low coordinato da Jader Monari dell’Istituto di Radioastronomia, ha svolto un ruolo di rilievo internazionale nella progettazione di numerosi elementi della catena di ricezione di Ska-Low. La progettazione e sviluppo dell’antenna Skala4.1 e le sofisticate simulazioni elettromagnetiche sono esempi concreti di attività di ricerca in cui Inaf, con i propri partner istituzionali e industriali, ha creato una legacy nel progetto Ska di cui ora raccoglie i frutti».
Per saperne di più:

Nature, Published online: 12 June 2026; doi:10.1038/d41586-026-01876-z
The papal letter goes beyond a religious document and diagnoses a failure in AI governance that the scientific community should heed.

Amateurfunkantennen sind künftig grundsätzlich in allen Bauzonen zulässig.
Der Kanton Bern hat am 9. Juni 2026 eine wichtige Weichenstellung für die Funkamateure im Kanton beschlossen. Das Parlament hat den Antrag «Amateurfunk nicht unnötig behindern» überwiesen und die Regierung mit einem neuen Gesetz beauftragt.
Administrative Hürde fällt weg
Neu sollen Antennenanlagen für den Amateurfunk im Sinne von Artikel 37a des Fernmeldegesetzes grundsätzlich in allen Bauzonen erlaubt sein. Damit entfällt eine wesentliche administrative Hürde für die Errichtung von Stationsantennen.
Die Umsetzung in der Praxis erfordert jedoch Differenzierung. Ein Teilantrag zur Anpassung des Baubewilligungsdekrets, der die Einführung eines vereinfachten Baubewilligungsverfahrens – der sogenannten kleinen Baubewilligung – bezweckte, fand keine Mehrheit und wurde abgelehnt.
«Bedeutender Meilenstein»
USKA-Präsident Bernard Wehrli, HB9ALH, bezeichnet das Resultat als einen «bedeutenden Meilenstein für Funkamateure im Kanton Bern». Die rechtliche Verankerung im Musterbaureglement schaffe «eine klare Legitimationsbasis gegenüber den lokalen Behörden».
Dennoch weist Wehrli auf die verbleibenden prozeduralen Schritte hin. Da der Antrag zum vereinfachten Verfahren abgelehnt wurde, liegt die Zuständigkeit für die Anpassung der Baugesetzgebung nun direkt bei den einzelnen Gemeinden. «Dieser Prozess der kommunalen Harmonisierung mit dem kantonalen Musterbaureglement dürfte eine gewisse Zeit in Anspruch nehmen», so der USKA-Präsident.
Verstärkte Argumentation
Für Funkamateure, die aktuelle Projekte planen, existiert trotz der Übergangsphase ein pragmatischer Lösungsansatz. Bei der Einreichung eines neuen Baugesuchs besteht ab sofort die Möglichkeit, explizit auf den neuen Wortlaut des kantonalen Musterbaureglements zu verweisen. Dies stärkt die Argumentation der Gesuchsteller/-innen gegenüber den kommunalen Baubehörden bereits vor der finalen Anpassung der lokalen Reglemente.
Zur Debatte (Videomittschnitt)
Published: HB9HGH 2026-06-12 11:38:29
La proposta del vicepresidente della Commissione europea di permettere di utilizzare i fondi di coesione per finanziare provvedimenti di sostegno contro il caro-energia non si configura come una misura emergenziale, ma come la possibilità di trasformare la crisi energetica in un’opportunità di modernizzazione. Il ghosting interessa ormai le relazioni sentimentali come i colloqui di lavoro. […]
L'articolo Il Punto proviene da Lavoce.info.


Le famiglie cambiano forma, ma restano luoghi in cui si impara a vivere insieme. Dalla rubrica di filosofia. Leggi

© Brendan Hoffman for The New York Times

© The New York Times


Con l’autonomia finanziaria e organizzativa riconosciuta dalla riforma Franceschini, i musei statali si sono aggiudicati più fondi europei. Soprattutto i primi che hanno ottenuto quello status. Un risultato che dovrebbe orientare le future politiche culturali.
L'articolo Musei: chi prima ottiene l’autonomia è in vantaggio proviene da Lavoce.info.


For more than a decade, Dr. Joseph Mercola cautioned parents against a potentially lifesaving shot of vitamin K for their newborn babies: “Vitamin K shots are completely unnecessary for your newborn.”
But now, in a break from his past warnings, Mercola is saying he no longer believes that.
ProPublica contacted Mercola recently as it was preparing an article about babies who died as a result of their parents turning down the vitamin K shot. Mercola’s new point of view is just as unequivocal as his old one: “The data is clear: vitamin K saves lives,” he wrote in an April article on his website two days after ProPublica contacted him. He added: “Based on the totality of the published evidence, I support vitamin K prophylaxis for all newborns.”
He also directed parents to speak to their children’s pediatricians.
“Vitamin K deficiency bleeding is rare, but when it occurs, the consequences can be devastating and irreversible,” Mercola wrote. “A single injection at birth can prevent it. Please talk to your doctor.”
Mercola is a leading vaccine skeptic and an ardent supporter of Health and Human Services Secretary Robert F. Kennedy Jr. He is a popular figure online, with a Facebook page that has some 1.7 million followers. He sends out a daily newsletter and sells alternative treatments for a variety of ailments.
His reversal comes at a critical moment. Hospitals and research studies have documented an alarming jump in babies not receiving the vitamin K shot, which has been recommended by the American Academy of Pediatrics since 1961 to help newborns’ blood to clot. Without it, research shows, babies are 81 times more at risk for late vitamin K deficiency bleeding, which can be fatal.
Just as has happened with measles and other vaccines, vitamin K shots have become the target of a deluge of false information online. That has caused some parents to view it as an unnecessary pharmaceutical intervention amid a lingering mistrust of the medical system following the COVID-19 pandemic.
Some point to a 2010 post from Mercola, entitled “The Dark Side of the Routine Newborn Vitamin K Shot.” A doctor in Tennessee recalled reluctant families citing the article, as did doctors in Oregon.
In the years that followed, Mercola stood by his opposition. He reiterated his position in 2014, after four babies in Nashville, Tennessee, suffered vitamin K deficiency bleeding. And he did so again in 2019, after hospital staff contacted child protective services in Illinois and took temporary custody of a newborn whose parents refused the shot for their baby.
In place of the shot, Mercola had recommended vitamin K drops, which are taken orally and have been touted online as a popular alternative. The drops, however, are not approved by the Food and Drug Administration and research shows they are not as effective as the shot, though they are used in some European countries.
In his April article, he addressed the rampant false information online regarding the vitamin K shot and acknowledged the role his writing may have played in spreading it. “The internet contains a significant amount of misinformation about vitamin K,” Mercola wrote. “Some of it may reference my own 2010 article. That article reflected the state of a scientific debate that has since been resolved. The science moved forward, and so have I.”

In fact, the science around the vitamin K shot has been settled for decades. The discovery of vitamin K and its role in clotting blood won the Nobel Prize in 1943. Newer studies have confirmed and furthered many of the findings that were available in 2010, but they do not represent a scientific shift from previous research. Some recent studies that Mercola cited in the April article document the rise in babies not receiving the shot and the catastrophic bleeding in the brain that can follow, but again both reinforce the same science that has encouraged giving the shot for more than 60 years.
In Mercola’s earlier posts, he wrote about what he deemed to be risks from the shot, beginning with “inappropriate” and “unnecessary” pain to the baby. He incorrectly claimed that the amount of vitamin K injected into newborns was far more than the needed dose. In addition, he wrote that the shot may contain preservatives that can be “toxic” to a baby’s immune system.
Benzyl alcohol is often used as a preservative in vitamin K shots, but the Centers for Disease Control and Prevention and other organizations have stressed that it’s safe. In the 1980s, doctors realized that some extremely premature babies suffered benzyl alcohol toxicity, but, according to the CDC, that was because they were on so many medications containing it. In addition, many hospitals now offer preservative-free options.
Some families have also expressed fear about a “black box warning,” which appears on a drug’s label to alert providers of serious risks. The shot does contain a boxed warning, as do more than 400 other medications, but that is primarily related to adults and vitamin K that is given through an IV, not as a shot in the thigh muscle, which is how doctors typically administer vitamin K to babies. None of the dozens of doctors interviewed by ProPublica said they have ever seen an adverse reaction in an infant who received a vitamin K shot.
But even back in 2010, Mercola dispelled one popular misconception that vitamin K injections increased the risk of cancer. That belief stemmed from a pair of older refuted studies. In 2010, he wrote, “that conclusion was in error.” In April, he reinforced that message.
Alternative treatments promoted by Mercola have attracted federal scrutiny. He and his companies have had to pay millions of dollars to settle allegations that he had made false claims about the safety of products.
During the pandemic, for instance, the FDA sent Mercola a warning letter after he offered unapproved and misbranded products, including vitamin C, on his website as ways to prevent or treat COVID-19.
In 2017, the Federal Trade Commission announced it was mailing $2.59 million to people who bought Mercola indoor tanning systems. The agency charged that Mercola and his companies claimed the tanning systems were safe and that research showed that indoor tanning doesn’t raise the risk of melanoma, a type of skin cancer.
Mercola did not admit wrongdoing. His online posts include a disclaimer that they are intended as a way of sharing knowledge and information, not medical advice. He also has said his 2010 vitamin K article was based on an interview with a Dutch researcher who studied vitamin K.
Mercola, a doctor of osteopathic medicine, declined to be interviewed for this story but said his current stance is accurately reflected in the April article. “While I do not agree with all of the characterizations and conclusions in your summary,” he wrote in response to questions from ProPublica, “I have nothing further to add at this time.”
Even though Mercola has now reversed his position on vitamin K, many on social media still cling to debunked and distorted claims. On Facebook, TikTok and Instagram, unsubstantiated claims often go unchecked.
One theme that has emerged on social media is the notion that God created babies perfectly, and there must be a reason they are born without sufficient vitamin K. In one video on TikTok, a woman who identifies herself as a nurse asked, “Did God really get it wrong?”
Responding to another, someone wrote, “Just know our creator didn’t make a mistake. Every baby is born like this for a reason.”
Others lump the vitamin K shot, which is not a vaccine, in with vaccines. A comment on a video about the vitamin K shot declared, “My baby isn’t getting any vaccines.” It received more than 600 likes.
Mercola also is not the only doctor being cited by vitamin K shot opponents. Commenters on Instagram, TikTok and Reddit have directed people to Dr. Suzanne Humphries, who has spoken out about vaccines and the vitamin K shot for many years.
“My opinion is that the more I read about vitamin K,” she said in a video posted in 2014, “the more I can’t believe that it’s injected into newborn infants.”
Last month, she appeared in a lengthy interview on the website of Children’s Health Defense, the anti-vaccine nonprofit founded by Kennedy. She cited the pair of studies from more than 30 years ago that found an association between the shot and cancer, though they were both called into question shortly after they were published. As even Mercola noted in 2010, several additional studies found no increased risk of cancer following the shot.
“Those of us that believe in a divine creator,” she said, “believe that maybe it is by design, or that actually it is by design, and that there’s a reason for it.”
Humphries did not respond to requests for comment.
During Kennedy’s time at Children’s Health Defense, the group published a post in 2020 that claimed aluminum adjuvants — added components that boost the body’s immune response — in vaccines are “significant sources of early exposure” to aluminum. Some vitamin K shots contain a small amount of aluminum, but studies have not found any evidence of serious or long-lasting harm. Adjuvants, according to the CDC, have been used “safely in vaccines for decades.”
Brian Hooker, chief scientific officer at Children’s Health Defense, said the aluminum concern remains, as does the cancer fear, despite multiple studies that found no basis for them. He said he would like to see more research on the vitamin K shot, as well as other newborn interventions like the hepatitis B vaccine.
“I do want to look at the individual components of these shots in conjunction with everything else that the infant is getting,” he said, “and to me that body of literature is really incomplete.”
Hooker said he worked with Kennedy for many years and, while they are no longer in direct contact, he has full confidence in the country’s leading federal health official. But Kennedy’s silence has served to deepen skepticism among experts.
“Now we’re starting to see something that I never saw, which was brain bleeds and gut bleeds in infants,” said Rep. Kim Schrier, a Washington Democrat who worked as a pediatrician for more than 15 years before running for Congress. “And that’s so scary and heartbreaking.”
At an April House subcommittee hearing, Schrier confronted Kennedy about vitamin K, saying that he made parents distrust doctors and shots, and as a result some parents are refusing the vitamin K shot and other standard care.
“Right now, Secretary Kennedy, given what I just told you about vitamin K, will you just tell pregnant women out there for the record, ‘Yes, you should get your babies the vitamin K shot’?” Schrier asked Kennedy.
Kennedy did not oblige her. He said he has never said anything about the vitamin K shot.
An HHS spokesperson did not answer ProPublica’s questions but said the CDC recommends that parents give newborns the vitamin K shot within 6 hours of their birth to prevent vitamin K deficiency bleeding. She acknowledged that uptake of the shot has declined during recent years “as public trust in health care institutions has fallen, particularly during the COVID-19 pandemic amid heavy-handed mandates and inconsistent messaging during the Biden administration.”
“Rebuilding that trust,” the spokesperson wrote in an email, “requires honesty, informed consent, and respect for individual choice.”
Schrier said she empathizes with parents who are inundated with so many conflicting messages. She said she recently stepped out of the Capitol building and overheard a woman say — inaccurately — that every childhood vaccine contains glyphosate, which was an ingredient in some forms of the weed killer Roundup.
“I can just see how this is going to spiral right now. It gets out there, then it’s on social media,” Schrier said. “Every parent just doesn’t want to do the wrong thing.”
I want to understand more about why families decline a vitamin K shot. I know how difficult it is to talk about losing a child and how hard it can be to process this kind of grief. Words can’t express how sorry I am for your loss. ProPublica’s goal is to give the public the best, most trustworthy information. If you have a story to share, I hope you will reach out to me when you’re ready.
Duaa Eldeib
Send me your tips, stories and documents. Reach me by email or securely on Signal at 312-730-4797. I take the protection of my sources extremely seriously.
The post A Popular Doctor Had Long Warned That Vitamin K Shots Are Risky for Newborns. Now He’s Changed His Tune. appeared first on ProPublica.
Bonjour, j’ai crée un sondage pour une réunion, les personnes ont voté, j’ai pu accéder aux résultats de leurs votes . Mais hier les votes avaient disparu… le tableau est vide, comment les retrouver ? Merci à tous et toutes pour votre aide
5 messages - 3 participant(e)s
Con l’autonomia finanziaria e organizzativa riconosciuta dalla riforma Franceschini, i musei statali si sono aggiudicati più fondi europei. Soprattutto i primi che hanno ottenuto quello status. Un risultato che dovrebbe orientare le future politiche culturali.
L'articolo Musei: chi prima ottiene l’autonomia è in vantaggio proviene da Lavoce.info.






Il Laboratorio Stampa di Piani e Progetti per la città e il territorio è un punto di riferimento all’interno del Polo di Prato dell’Università di Firenze che dà la possibilità di avere i propri elaborati e documenti stampati a prezzi convenzionati. Il laboratorio è aperto a tutti gli studenti, docenti e ricercatori dell'Università di Firenze e in particolare ai corsi di laurea che hanno sede presso il Polo di Prato.
Il Laboratorio Stampa di Piani e Progetti per la città e il territorio è un punto di riferimento all’interno del Polo di Prato dell’Università di Firenze che dà la possibilità di avere i propri elaborati e documenti stampati a prezzi convenzionati. Il laboratorio è aperto a tutti gli studenti, docenti e ricercatori dell'Università di Firenze e in particolare ai corsi di laurea che hanno sede presso il Polo di Prato.

La tangenziale di Napoli è ufficialmente la prima smart road Italia. L'infrastruttura ha ricevuto la certificazione dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), affermandosi come un modello pionieristico per l'intero Paese.
Il concetto è semplice ma rivoluzionario: una strada che non è più solo asfalto, ma un'entità intelligente che dialoga con i veicoli per migliorare sicurezza ed efficienza. Questa non è fantascienza, ma una trasformazione concreta già in atto. Grazie a una rete avanzata di sensori, telecamere e sistemi di comunicazione, la tangenziale partenopea diventa un laboratorio a cielo aperto per la mobilità del futuro. Vediamo nel dettaglio come funziona e quali vantaggi porta agli automobilisti.
Una smart road è un'infrastruttura capace di "parlare" con i veicoli che la percorrono. Supera il suo ruolo passivo per diventare un sistema attivo che raccoglie, elabora e condivide dati in tempo reale. Possiamo immaginarla come un grande sistema nervoso digitale che monitora costantemente il traffico e le condizioni ambientali. La normativa definisce una strada intelligente attraverso tre aree di intervento principali.
Sensori distribuiti lungo il percorso misurano costantemente i flussi di traffico. Questi dati vengono inviati a un centro di controllo che può prevedere la formazione di code, ottimizzare gli accessi e prendere decisioni basate su informazioni precise e aggiornate. Si passa così da una gestione reattiva a un controllo proattivo della viabilità.
La sicurezza è una priorità. Centraline meteo e sensori idrogeologici monitorano le condizioni dell'asfalto, rilevando pioggia, nebbia o altri rischi. In caso di potenziale pericolo, come un allagamento, il sistema allerta immediatamente gli operatori, consentendo interventi tempestivi prima che si verifichi un problema.
Questo è il cuore del progetto. La tecnologia V2I (Vehicle-to-Infrastructure) permette uno scambio di informazioni bidirezionale. La strada invia ai veicoli connessi messaggi su incidenti, cantieri, ostacoli o la velocità consigliata per evitare rallentamenti. Allo stesso tempo, le auto inviano dati al sistema, contribuendo a creare una mappa del traffico estremamente accurata.
Il progetto della Tangenziale di Napoli, sviluppato dal Gruppo Autostrade per l’Italia con il supporto tecnologico di Movyon, rappresenta un vero cambio di paradigma. Lungo i suoi 22 km, è in fase di installazione una complessa infrastruttura tecnologica: 217 telecamere intelligenti 15 portali per il rilevamento dei veicoli 8 centraline meteorologiche 40 antenne per la comunicazione V2I Questa dotazione crea un ecosistema cooperativo dove veicoli e strada collaborano per un unico obiettivo: rendere ogni viaggio più fluido e sicuro.
Tale tecnologia si traduce in benefici tangibili per gli automobilisti. Sulla Tangenziale di Napoli sono già attivi servizi che segnalano in tempo reale la presenza di un veicolo fermo dopo una curva o un cantiere improvviso, aumentando la sicurezza percepita.
Inoltre, il sistema può suggerire la velocità ottimale per evitare la creazione di ingorghi. Invece di limitarsi a segnalare una coda già formata, aiuta attivamente a prevenirla. Questo significa meno stress, riduzione dei tempi di percorrenza e una guida più rilassata.
La prova più evidente del potenziale di questa tecnologia è stata una sperimentazione unica in Italia, condotta tra Vomero e Fuorigrotta. Un'auto a guida autonoma ha percorso un tratto di strada adattando la sua velocità non solo tramite i propri sensori, ma grazie alle informazioni ricevute dalla strada.
L'auto del futuro non sarà più un'entità isolata, ma un veicolo perfettamente integrato in un ecosistema comunicante. Quello che sembrava uno scenario da film è oggi un progetto concreto che pone le sue radici proprio in Italia, guidando la rivoluzione della mobilità intelligente.
L'articolo Prima smart road Italia: Napoli guida il futuro della mobilità proviene da sicurezza.net.
La rivoluzione nel campo del calcolo quantistico sta accelerando grazie a QRAM e qubit, un'importante scoperta proveniente dalla Cina. Un team di scienziati ha sviluppato un componente chiave che promette di abbattere una delle barriere più complesse che hanno finora limitato questa tecnologia.
Questa innovazione potrebbe finalmente liberare l'incredibile potenza dei computer del futuro. Ma di cosa si tratta esattamente e perché è una notizia così rilevante?
Immaginiamo di possedere la macchina più veloce del mondo, ma di poterla usare solo su un tipo di strada che non è ancora stata costruita. Per anni, questa è stata la situazione del calcolo quantistico. Sebbene la loro capacità di elaborazione sia teoricamente sbalorditiva, un enorme collo di bottiglia ne ha sempre limitato l'applicazione pratica. Il problema risiede nella differenza fondamentale tra i computer classici e quelli quantistici.
I nostri dispositivi quotidiani lavorano con i bit, che possono avere solo due valori: 0 o 1. Al contrario, i computer quantistici usano i qubit. Grazie al principio della sovrapposizione, un qubit può essere 0, 1 o entrambi i valori contemporaneamente. Questa proprietà permette di processare una quantità di dati esponenzialmente maggiore. Il punto critico? Tutta la nostra informazione digitale, dai big data alle foto, è scritta in codice binario. I processori quantistici non potevano leggere direttamente questi dati. Era necessaria una conversione lenta e complessa, che finiva per annullare il vantaggio di velocità del calcolo quantistico.
Qui entra in gioco la scoperta dei ricercatori della Zhejiang University. Il team ha costruito la prima memoria ad accesso casuale quantistica, o QRAM, perfettamente integrata in un processore quantistico superconduttore. Possiamo immaginarla come un traduttore universale e istantaneo. Questo dispositivo agisce come un ponte: prende i dati classici in formato binario e li "traduce" in un linguaggio che i qubit possono comprendere e processare immediatamente.
Non si tratta di un'ipotesi teorica. I test hanno fornito risultati straordinari, dimostrando il potenziale del sistema QRAM qubit sviluppato in Cina. Il componente è riuscito a gestire pacchetti di dati da 4 e 8 bit, mettendoli in stato di sovrapposizione e processando più input contemporaneamente. Questo successo abbatte la barriera che separava la potenza del calcolo quantistico dalle sue applicazioni nel mondo reale.
Le ricadute di questa tecnologia saranno enormi e toccheranno settori chiave della nostra vita e dell'economia. L'impatto potrebbe essere profondo e trasformativo in campi come:
Operazioni che oggi richiedono anni potrebbero essere completate in un lampo.
La creazione della prima QRAM funzionante non è solo un avanzamento tecnico. È la chiave che potrebbe finalmente aprire le porte del calcolo quantistico al mondo, trasformando una promessa futuristica in uno strumento concreto. Il futuro, un tempo relegato alla fantascienza, sta bussando sempre più forte alla nostra porta. E, a quanto pare, parla il linguaggio dei qubit.
L'articolo QRAM e qubit: la Cina sblocca il futuro del calcolo quantistico proviene da sicurezza.net.


Secondo quanto rivelato da Axios, quattro aerei da trasporto C-17 dell'Aeronautica militare statunitense sono decollati giovedì alla volta dell'Europa. I velivoli trasportano attrezzature logistiche per un imminente viaggio del Vicepresidente JD Vance a Ginevra, finalizzato alla firma di un clamoroso accordo tra Stati Uniti e Iran.
Citando fonti a conoscenza dei preparativi, il sito web ha confermato che i voli militari sono legati a una potenziale cerimonia ufficiale che potrebbe avere luogo già nei prossimi giorni, qualora gli sforzi diplomatici per finalizzare l'intesa andassero a buon fine. Le manovre logistiche hanno subìto un'accelerazione dopo che il Presidente Donald Trump ha dichiarato che Washington e Teheran hanno raggiunto un "ottimo accordo", ipotizzando la firma già entro questo fine settimana.
In base alle indiscrezioni, il memorandum d'intesa proposto estenderebbe l'attuale cessate il fuoco per 60 giorni, avviando parallelamente i negoziati per un trattato più ampio sul programma nucleare iraniano. La bozza dell'intesa prevede l'immediata riapertura dello Stretto di Hormuz senza tariffe di transito, con l'obiettivo di ripristinare i normali volumi di traffico marittimo entro 30 giorni.
In cambio, l'Iran si impegnerebbe a non perseguire lo sviluppo di armi nucleari e a risolvere le criticità legate alle sue scorte di uranio arricchito. Qualsiasi passo concreto successivo verrebbe comunque demandato a un accordo separato e più dettagliato. Il piano, inoltre, includerebbe un allentamento graduale delle sanzioni economiche contro Teheran subordinato al rispetto degli impegni, comprese alcune deroghe temporanee per consentire la ripresa delle esportazioni di petrolio.
L'accordo preliminare sarebbe stato raggiunto mercoledì sera a seguito dei colloqui tra il mediatore del Qatar, Ali Al-Thawadi, e il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Ai negoziati hanno preso parte attiva anche gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner (genero del Presidente).
Sebbene Axios specifichi che l'intesa è ancora in attesa del via libera definitivo da parte della massima leadership di Teheran – con il Ministero degli Esteri iraniano che frena, spiegando che una decisione finale non è ancora stata presa –, la macchina diplomatica è ormai avviata. Se siglato, il trattato prenderà il nome di "Accordo di Islamabad", a testimonianza degli sforzi di mediazione congiunti di Qatar e Pakistan. Nelle stesse ore, Trump ha voluto elogiare pubblicamente la Turchia per il contributo strategico, definendo il Presidente Recep Tayyip Erdogan "fantastico" per il ruolo di facilitatore svolto nella trattativa.

"Il Governo Meloni continua ad accusare i burocrati di Bruxelles che, al contrario dei governi nazionali, non devono rendere conto a nessuno delle proprie decisioni e forse per questo hanno perso il contatto con la realtà”.
Sono le parole pronunciate dalla Premier Giorgia Meloni durante il suo intervento alla Camera. Soffermiamoci, in particolare, sul tema della difesa: l'Esecutivo italiano ribadisce di aver rispettato gli impegni assunti in sede NATO, parlando di un "2,8% del PIL investito in difesa e sicurezza".
Mentre è ancora in corso il dibattito sulla possibilità di accedere ai prestiti europei del programma SAFE, è bene ricordare che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) parla esplicitamente di economie europee in crisi. Per sostenere le spese del riarmo, gli Stati dovranno tagliare risorse al welfare, in particolare alla sanità e all'istruzione. Quando si è ormai raschiato il fondo del barile, si cerca riparo in tagli mascherati, nel tentativo di non trasmettere un messaggio scomodo alla cittadinanza: l'economia di guerra disinveste nel sociale, nelle pensioni e nelle dinamiche salariali. Ciò appare ancor più evidente oggi, in una fase di tassi di crescita economica assai modesti e dopo che sono state fatte fin troppe concessioni alle parti datoriali.
Le dichiarazioni della Meloni certificano che l'Italia ha aumentato le spese militari (lasciando ai fanatici delle statistiche il dibattito su quanto sia stata superata la fatidica soglia del 2% del PIL).
Intanto, il vero dato politico resta un altro. Se il Documento di Programmazione Finanziaria e di Bilancio (DPFB) dello scorso autunno parlava di un aumento graduale della spesa per una cifra complessiva di circa 23 miliardi aggiuntivi in tre anni, la realtà descritta dai fatti parla chiaro: in questo stesso lasso di tempo sono stati approvati ben 78 programmi di riarmo, riguardanti tutti i settori delle Forze Armate, per una spesa complessiva di circa 37 miliardi di euro.
Sono proprio questi i numeri sui quali è necessario focalizzare la nostra attenzione.

L’ambasciatore russo ha recentemente criticato la narrazione proveniente dagli “alti colli” (ovvero dal Quirinale) che attribuisce alla Russia l’intera responsabilità per l’inizio e il perdurare della guerra in Ucraina.
Naturalmente, l’ambasciatore ha i suoi motivi per esprimere questo giudizio. Basta riesaminare fatti peraltro ben noti, che tuttavia è utile ricordare.
Alla fine della Guerra Fredda, i presidenti statunitensi Reagan e Bush, insieme al Segretario di Stato Baker, assicurarono all’ingenuo Gorbaciov che la NATO non sarebbe avanzata "di un centimetro verso Est". Gorbaciov – le cui responsabilità storiche meriterebbero un’analisi approfondita a parte – si fidò. Concordò l’annessione di fatto della Repubblica Democratica Tedesca (DDR) alla Germania Occidentale, nonostante un referendum popolare nella DDR, tenutosi ben dopo lo smantellamento concordato del Muro, avesse espresso con il 75% dei voti la volontà dei cittadini orientali di mantenere l’indipendenza. Sciolse poi il Patto di Varsavia, nella convinzione che si sarebbe sciolta anche la NATO e che la Germania riunificata sarebbe rimasta neutrale.
In due libri – l’uno dell’ultimo ministro della DDR, Modrow, e l’altro del consigliere di Gorbaciov, Puskov, entrambi ex "gorbacioviani" della prima ora – la politica arrendevole dell’ultimo leader dell’URSS viene apertamente accusata di “irresponsabilità politica”.
Le potenze della NATO hanno approfittato di queste circostanze prima per penetrare nell’economia russa tramite il loro uomo di fiducia, Eltsin, e poi per far avanzare in modo spettacolare i confini dell’Alleanza verso Est, fino a inglobare ex repubbliche sovietiche come i Paesi Baltici. Di fatto, la Russia è stata posta sotto assedio, in attesa di una sua successiva disgregazione. Il giornalista e corrispondente da Mosca Marc Innaro, per aver sottolineato che bastava consultare una carta geografica per verificare questi fatti, è stato rimosso dalla RAI.
Uno degli episodi chiave dell’avanzata della NATO verso Est è stata la guerra d’aggressione del 1999 contro quanto rimaneva della ex Jugoslavia, alleata storica della Russia, che vide la partecipazione diretta del governo italiano guidato da D’Alema. All’epoca, l’attuale presidente Mattarella era Vicepresidente del Consiglio, ma forse non lo ricorda.
Il mutato atteggiamento – decisamente più fermo – del governo russo guidato da Putin, così come quello della diplomazia cinese e dell’Iran (specie dopo che Trump ha stracciato unilateralmente gli accordi sottoscritti dall’ala “riformista” iraniana e dall’amministrazione USA), è strettamente legato a questi avvenimenti.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso, conducendo alla guerra aperta, è stata il cambio di regime del 2014 in Ucraina – paese fino ad allora neutrale –, orchestrato dai servizi statunitensi con la regia della nota neocon Victoria Nuland (allora vicesegretaria di Stato) e la complicità di gruppi ultranazionalisti ucraini.
La Russia ha cercato di trattare sottoscrivendo gli accordi di Minsk, con la mediazione della cancelliera Merkel e del presidente francese Hollande. Tuttavia, tali accordi non sono mai stati rispettati. Le regioni dell’Est che non avevano riconosciuto il cambio di governo a Kiev sono state bombardate e attaccate, causando migliaia di morti. In seguito, Merkel e Hollande hanno cinicamente ammesso che quegli accordi erano serviti solo come copertura per consentire il riarmo dell’Ucraina in funzione antirussa. Gli ultimi tentativi di Mosca di raggiungere un accordo sulla sicurezza reciproca alla fine del 2021 sono stati respinti con fermezza dalla NATO; successivamente, a Istanbul nel 2022, il primo ministro britannico Johnson è intervenuto per impedire che Russia e Ucraina raggiungessero un’intesa rapida subito dopo l’inizio del conflitto.
Ora i fautori della linea dura in Europa – dopo aver sostenuto all’inizio del 2022 che i russi combattevano con i chip rubati alle lavatrici e avrebbero ceduto in poche settimane – tentano di prolungare indefinitamente la guerra, che non sta andando bene per il governo di Kiev, rifornendo l’Ucraina di armi, munizioni, finanziamenti, intelligence e logistica.
Questo sfortunato Paese, che senza l’aiuto della NATO sarebbe ormai uno Stato fallito, ha subito un calo demografico impressionante (passando da 52 a circa 38 milioni di abitanti a causa delle fughe all’estero) e perdite enormi sui fronti bellici. Per giustificare la prosecuzione degli aiuti, i membri europei della NATO, complice il parziale disimpegno finanziario degli USA, sottolineano che la “grande Russia” si trova in stallo contro la “piccola Ucraina”. In realtà, lo scontro non è tra Russia e Ucraina, ma tra la Russia e i Paesi europei della NATO.
I droni e i missili usati dall’esercito ucraino provengono in gran parte dall’Europa – inclusa l’Italia, che contribuisce attraverso la produzione di quattro fabbriche nel Nord – e persino dal Canada. Inoltre, le Big Tech statunitensi sono intervenute direttamente nel conflitto: gli obiettivi da colpire in Russia o nel Donbass vengono individuati tramite il sistema satellitare Starlink di SpaceX (Elon Musk), mentre la nota azienda di intelligenza artificiale militare Palantir fornisce sistemi Skykit per il tracciamento dei bersagli. Persino la principale banca dell’Ucraina è oggi gestita da Amazon.
Le stesse Big Tech USA, peraltro, sono coinvolte nelle operazioni a Gaza per l’individuazione dei bersagli. L’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, contestato per queste attività che hanno causato decine di migliaia di vittime civili, ha risposto che si trattava per la maggior parte di terroristi.
Nonostante il flusso continuo di aiuti da parte dei Paesi NATO e delle Big Tech, la situazione sul campo resta estremamente complessa e lontana dagli obiettivi prefissati, sia a Kiev che a Tel Aviv. Non resta che attendere gli sviluppi degli eventi.

L’annuncio dell’ultima revisione alla Costituzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea, deliberato il 22-23 marzo 2026 dalla prima sessione della quindicesima Assemblea Popolare Suprema e un mese dopo la conclusione del IX Congresso del Partito del Lavoro (19-25 febbraio 2026), ha rapidamente generato le più varie reazioni sulla stampa.
Appare tuttavia opportuno, in questa fase, contestualizzare innanzitutto la revisione nell’ambito del percorso costituzionale nordcoreano nel suo complesso1, tenendo ben presente le sue peculiarità. È bene ricordare come il costituzionalismo della DPRK svolga un ruolo diverso da quello occidentale: qui, la Costituzione non svolga un ruolo prescrittivo, disponendo cambiamenti sostanziali nella governance politica e ordinamentale, quanto piuttosto un ruolo descrittivo. L’evoluzione costituzionale è la tela su cui il regime registra le variazioni e le modifiche intercorrono, nel corso degli anni, nel suo assetto di potere e nei punti cardine della sua ideologia politica. Inoltre, come anche nel caso cinese, quello nordcoreano è un sistema in cui la convergenza delle fonti scritte compone un quadro costituzionale non scritto e più ampio, una Costituzione vivente che cambia e si evolve in maniera assai più fluida di quanto non siamo abituati a ritenere in Occidente2.
Nel caso del 2026, tra i principali punti di interesse, mi concentrerò soprattutto su uno, passato quasi del tutto inosservato in letteratura.
Fino ad ora, il nome ufficiale della Legge fondamentale nordcoreana era Costituzione Socialista della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 사회주의헌법), nome ufficialmente adottato con la sua entrata in vigore nel 1972. Con la revisione del marzo 2026, il termine viene espunto dal nome ufficiale dell’atto, che ora si chiama semplicemente Costituzione della Repubblica Popolare Democratica di Corea (조선민주주의인민공화국 헌법). Similmente, l’art. 1, che fino ad ora aveva definito lo Stato come uno “Stato socialista indipendente”, ha rimosso il riferimento al socialismo, limitandosi ad affermare che “Il nome del nostro Paese è Repubblica Popolare Democratica di Corea”3.
A prima vista, potrebbe sembrare la semplice espunzione di una ridondanza, visto che il termine socialista compare comunque altrove nel testo della Carta, a partire dal preambolo. Non si tratta, invece, di una mera modifica stilistica, quanto piuttosto di una tendenza ben precisa che deve essere analizzata fin dalla sua origine, ormai decenni fa, in concomitanza con la caduta dell’Unione Sovietica.
Alla revisione costituzionale del 1992, la prima dopo venti anni di vigenza della Carta del 1972, seguiranno molte altre revisioni che individuano una tendenza, che spesso passa inosservata, e che avevo già avuto modo di definire come “processo di de-occidentalizzazione”4. Da un contesto giuridico tipicamente marxista-leninista, attuato dal 1948 su forte spinta sovietica, la DPRK comincia ad avvertire la necessità di plasmare il proprio ordinamento ricorrendo a narrative proprie, non mutuate dall’esterno, fossero anche quelle socialiste – socialismo che, è bene ricordare, è pure considerato un prodotto occidentale dagli osservatori coreani.
Uno dei passaggi più rilevanti è l’introduzione in Costituzione, nel 1972, dell’onnipresente principio del juche (주체), l’idea-guida fondamentale del Paese, che informa a sua immagine tutte le istituzioni a partire dallo Stato, dal Partito e dalle Forze Armate, un termine intraducibile che indica un’idea di auto-sufficienza, di bastare a sé stessi e appropriarsi del proprio destino5, sempre da una prospettiva collettivistica di corpo sociale unitario. Inizialmente, il juche viene costituzionalmente definito come “un’interpretazione creativa del marxismo-leninismo”6, riconducendolo quindi in maniera forzata all’ortodossia comunista, pur mostrando caratteri nazionali che, già in tempi non sospetti, Scalapino e Lee definivano come “antitesi del marxismo”7. Con il passare degli anni, la definizione cambia, diventando, due decenni dopo, “una visione del mondo incentrata sul popolo e sull’ideologia rivoluzionaria per raggiungere l’indipendenza delle masse popolari”8, quindi senza più alcun riferimento al marxismo. Il collettivismo confuciano inizia a farsi strada nel sentire politico del regime, e viene incorporato nel juche9, rispetto alle interpretazioni iniziali che psi muovevano ancora nell’ambito di una cornice concettuale socialista. Nel 2019, la Repubblica “è guidata nella sua costruzione e nelle sue attività solo dal grande Kimilsungismo-Kimjongilismo”10, formulazione tuttora in uso, facendo assorbire il juche dal pensiero del leader che si fa fonte di diritto.
Ma l’evoluzione dei principi costituzionali dello Stato è solo uno dei percorsi che convergono verso la de-occidentalizzazione dell’ordinamento. Parallelamente, negli ultimi tre decenni assistiamo al progressivo abbandono dei riferimenti al marxismo-leninismo in particolare e al comunismo in generale, che già dal 2009 non troveranno più alcuna menzione in Costituzione. Anche nelle pubblicazioni ufficiali del Partito stesso, il marxismo viene piuttosto considerato come una tappa di transizione, da contestualizzarsi in un periodo storico ormai concluso. Si tratta di una riscoperta ideologica profonda, già preannunciata da Kim Il-sung e soprattutto da Kim Jong-il nel loro rifiuto del dogmatismo11.
La revisione costituzionale del 2026 è da contestualizzarsi in questo preciso percorso politico-culturale, perché è solo all’interno di questa traiettoria che acquista un senso compiuto. La rimozione del termine “socialista” dal titolo della Costituzione e dal primo articolo – termine che rimane comunque in altre parti della Carta, a differenza del riferimento al comunismo ormai del tutto superato – è infatti indice di un ulteriore passaggio nel percorso mediante il quale il regime di Pyongyang afferma la propria autosufficienza non solo politica ma anche ideologica e culturale, non avvertendo più la necessità di fondare il proprio orizzonte di senso collettivo in ideali maturali altrove. Se nei primi anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, si avvertita ancora l’esigenza di conciliare principi che si avviavamo a prendere strade anche molto diverse, negli ultimi anni il cambio di passo si rende sempre più esplicito, cominciando a riguardare la stessa idea di socialismo.
L’idea di un “socialismo nel nostro stile” 12(우리식 사회주의), elaborata nei primi anni Novanta da Kim Jong-il13, rispecchia in parte il “socialismo con caratteristiche cinesi” (中国特色社会主义), ma si spinge oltre: il regime di Pyongyang, al contrario, lo reinventa completamente fino a superarlo, ricordandolo come un passaggio rilevante ma ormai rilegato al passato, e cercando in tal modo una nuova via per il futuro: l’emancipazione, quindi, viene per esempio realizzata andando a recuperare narrative ancestrali, e abbandonando orami del tutto il modello che aveva ispirato, inizialmente, la fondazione dello Stato. La successione dinastica, il recupero dell’idea confuciana della famiglia-nazione e il ritorno velato del mandato del Cielo, sono tutti elementi che si sono fatti strada nell’ordinamento rimpiazzando gradualmente concetti provenienti dal mondo socialista tradizionale, andando ben oltre una semplice reinterpretazione. L’abbandono del marxismo e del comunismo conduce alla radicale reinterpretazione del “socialismo nel nostro stile”, e prosegue nel percorso di de-occidentalizzazione dell’ordinamento. La fase attuale è quindi quella della stabilizzazione, laddove anche il nome della Legge fondamentale non necessita più di riferimenti ideologici esterni, ma basta a sé stesso esattamente come l’idea di juche.
“Il popolo è il mio Cielo”14, affermava Kim Il-sung ben prima del 1972, andando già a porre le basi per una riscoperta delle narrative tradizionali che nei secoli passati avevano informato la sino-sfera, e sostituendoli gradualmente – e discretamente – con un retaggio marxista non ritenuto più in grado di spiegare la realtà odierna del Paese.
Federico Lorenzo Ramaioli
Diplomatico e avvocato, Senior Research Associate presso gLAWcal (UK). Eventuali opinioni espresse nel presente testo saranno da considerarsi come esclusivamente riferibili al suo autore e non ad eventuali istituzioni o enti di appartenenza
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While this thread is going, I'll chime in that it'd be nice to have a feature to speed up and slow down the vertical time display.
I do not believe this is how WFM mode was supposed to be used.As well, I'd like to see the WFM mode be adjustable in bandwidth. I am monitoring some LoRa signals (a form of FM). I don't listen to broadcast FM radio, instead I use the WFM mode to "hear" the LoRa frames and symbols


Il volume “West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East” di Mohammed Soliman offre un’approfondita riflessione sulle trasformazioni geopolitiche che stanno ridefinendo il Medio Oriente e, più in generale, gli equilibri del sistema internazionale contemporaneo. Muovendo dall’osservazione dei profondi cambiamenti che interessano tanto la regione quanto l’ordine globale, il libro affronta temi quali il progressivo indebolimento dell’unipolarismo emerso dopo la Guerra Fredda, l’ascesa dell’Asia Occidentale come nuovo centro di gravità economico e strategico, il ritorno della competizione tra grandi potenze e l’emergere di nuove forme di cooperazione tra gli attori regionali. Al tempo stesso, l’autore si interroga sulle implicazioni che tali trasformazioni producono per la Grand Strategy americana, sostenendo la necessità di una ricalibrazione della postura degli Stati Uniti in Medio Oriente e lungo l’intero rimland eurasiatico.
L’elemento più originale del volume risiede tuttavia nel tentativo di reinterpretare la regione attraverso una cornice concettuale nuova. Secondo l’autore, la categoria di Middle East riflette una visione del mondo eurocentrica e sempre meno adeguata a descrivere le dinamiche contemporanee. Al suo posto, Soliman propone il concetto di West Asia, inteso come uno spazio geopolitico più ampio e interconnesso, che collega Mediterraneo, Golfo, Oceano Indiano e Indo-Pacifico. Il Medio Oriente viene dunque analizzato come un punto di incontro tra diverse aree geo-strategiche nel quale si manifesta il più ampio ribilanciamento degli equilibri globali verso l’Asia.
Attraverso un’analisi che intreccia storia, geografia, sicurezza, connettività economica e competizione strategica, il volume non si limita a interpretare le trasformazioni in corso, ma sviluppa anche una dimensione prescrittiva. Accanto alla riflessione sul futuro ruolo degli Stati Uniti, Soliman propone infatti una serie di raccomandazioni strategiche volte a favorire la costruzione di un nuovo ordine regionale in Asia occidentale, fondato su cooperazione multilaterale, connettività, innovazione tecnologica e reti di sicurezza flessibili. Il risultato è un’opera che combina analisi geopolitica e visione strategica, offrendo una proposta articolata per comprendere e gestire le profonde trasformazioni che stanno ridefinendo la regione e il suo rapporto con il sistema internazionale tutto.
La prima parte del volume, “Strategic Framing” è dedicata alla presentazione del contesto strategico. Il capitolo America and the End of the Middle East in particolare, sviluppa il quadro concettuale all’interno del quale si inserisce l’intera argomentazione. L’autore osserva come gli Stati Uniti siano entrati nel XXI secolo dopo aver dominato i principali ambiti di competizione strategica del Novecento, ma si trovino oggi ad operare in un contesto meno favorevole ai propri interessi, non tanto e non solo per un effettivo declino americano, ma soprattutto per l’ascesa di nuovi attori che rappresentano centri di potere economico, finanziario e strategico.
Il Medio Oriente stesso starebbe poi attraversando una trasformazione profonda: i suoi principali attori sviluppano legami sempre più forti con l’Asia, ampliano la propria proiezione esterna e superano i tradizionali confini della regione.
Date queste premesse, l’autore individua un problema fondamentale della strategia americana: a differenza di quanto avvenuto in Europa o nell’Indo-Pacifico, Washington non sarebbe mai riuscita a costruire in Medio Oriente una vera architettura regionale dotata di meccanismi stabili di ordine politico e sicurezza. Per spiegare l’evoluzione degli equilibri regionali, il volume attribuisce particolare importanza a due momenti storici: la strategia di equilibrio perseguita da Henry Kissinger negli anni ‘70 e l’invasione dell’Iraq del 2003 (l’Iraq debalce). Se la prima mirava a preservare una configurazione regionale relativamente stabile, la seconda viene presentata come il punto di svolta che ha contribuito alla graduale disgregazione dell’ordine esistente. Ampio spazio è poi dedicato all’emergere di Iran e Turchia come potenze regionali capaci di proiettare la propria influenza ben oltre i confini tradizionali del Medio Oriente. La progressiva espansione delle rispettive reti politiche, militari ed economiche viene letta come una conseguenza diretta del vuoto strategico apertosi dopo la caduta del regime di Saddam Hussein e della successiva frammentazione dell’ordine regionale.
Se la prima parte del volume si concentra sulle cause del progressivo indebolimento dell’ordine mediorientale emerso nella seconda metà del Novecento, la seconda, Rise of West Asia, analizza gli attori e le dinamiche che stanno contribuendo alla sua ridefinizione. L’attenzione si sposta in particolare verso il Golfo e l’emergere di nuove forme di cooperazione regionale che, secondo l’autore, testimoniano il passaggio dal tradizionale Middle East a una più ampia e interconnessa West Asia. Quest’area viene descritta come lo specchio del ribilanciamento degli equilibri globali e più in particolare dello spostamento del baricentro verso l’Asia.
La nuova riconfigurazione regionale, che porta con sé la necessità di ridefinire anche concettualmente l’area, è concepita dall’autore come il frutto di nuovi equilibri e attori emergenti nell’area del Golfo, ma anche come il risultato di nuovi e più profondi legami tra gli stati del Golfo e l’Asia. Nella sezione intitolata The Rise of the Arabian Gulf, l’autore mostra come Stati tradizionalmente percepiti come attori secondari abbiano progressivamente acquisito un ruolo centrale negli equilibri delle aree comprese tra Oceano Indiano e Mediterraneo. Tale ascesa viene attribuita soprattutto alla capacità delle monarchie del Golfo di trasformare la rendita petrolifera in ambiziosi programmi di modernizzazione economica e diversificazione strategica. Un’analisi approfondita è dedicata agli Emirati Arabi Uniti e al Dubai model, presentato come esempio di una trasformazione che combina apertura economica, innovazione tecnologica, attrazione di investimenti internazionali e proiezione geopolitica.
Secondo l’autore, questi processi hanno prodotto effetti significativi anche sul piano della politica estera. Le monarchie del Golfo avrebbero abbandonato approcci difensivi per strategie più autonome e pragmatiche, fondate sulla diversificazione delle partnership e sulla ricerca di un equilibrio tra Stati Uniti, Cina, Russia e le principali potenze asiatiche. Per questo, il rafforzamento dei rapporti con India, Giappone, Corea del Sud e ASEAN viene interpretato come altro esempio dello spostamento del baricentro economico e geopolitico mondiale verso l’Asia. Questo fenomeno viene definito come “asianizzazione” del Medio Oriente, che trasforma il Golfo in uno snodo strategico capace di collegare Asia, Africa orientale, Mar Rosso e Mediterraneo.
Il capitolo The Arabs, Israel, and a New Formula for West Asia analizza invece la ridefinizione delle alleanze regionali attraverso la lente degli Accordi di Abramo. L’autore interpreta tali accordi come l’espressione di una nuova logica di realpolitik, nella quale la cooperazione tra Israele e diversi Stati arabi si fonda sempre più su interessi strategici, economici e securitari condivisi piuttosto che sulle storiche divisioni ideologiche. La marginalizzazione di attori prima centrali quali Iraq e Siria e il contemporaneo rafforzamento di Riyadh, Abu Dhabi e Doha avrebbero favorito la nascita di una nuova architettura regionale, orientata verso forme di integrazione economica e cooperazione in materia di sicurezza.
Un’intera sezione di questo capitolo è poi dedicata alla guerra a Gaza successiva al 7 ottobre 2023. Pur riconoscendo come il conflitto abbia riportato la questione palestinese al centro dell’agenda regionale e abbia evidenziato la persistente capacità dell’Iran di esercitare influenza attraverso la propria rete di alleati e partner, l’autore sostiene che il processo di integrazione israelo-araba non sia stato arrestato. Al contrario, esso avrebbe confermato la volontà di numerosi attori regionali di perseguire un nuovo ordine regionale fondato sulla cooperazione pragmatica, pur nella consapevolezza che una stabilizzazione duratura richieda anche una credibile soluzione della questione palestinese.
La terza parte del volume, Redefining the Middle East, contiene probabilmente il contributo concettuale più originale dell’opera. Attraverso i capitoli dedicati all’India, al canale di Suez, all’asse indo-islamico e al ritorno del mondo indo-abramitico, l’autore sviluppa la tesi secondo cui la categoria di Middle East non è più adeguata a descrivere la realtà geopolitica contemporanea. Più che una semplice ridefinizione terminologica, il concetto di West Asia rappresenta un tentativo di reinterpretare la regione alla luce delle sue connessioni storiche e strategiche con l’Oceano Indiano, il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico. L’autore sostiene infatti che le tradizionali categorie di “Oriente”, “Occidente” e “Medio Oriente” siano in larga misura il prodotto di una visione eurocentrica del mondo, mentre fase storica odierna starebbe riportando in primo piano modelli di interazione precedenti all’egemonia europea.
In questo contesto, l’India e l’Oceano indiano hanno una posizione fondamentale. Riprendendo il concetto di Confluence of Two Seas formulato da Shinzo Abe e la strategia di multi-allineamento teorizzata dal ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar, l’autore descrive l’Asia occidentale come il “vicinato esteso” di Nuova Delhi e individua nella crescente convergenza tra India e monarchie del Golfo uno dei principali motori della trasformazione regionale. La cooperazione con Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Israele ed Egitto viene interpretata come la base di un emergente ordine indo-abramitico, fondato su connettività, commercio, investimenti, sicurezza marittima e innovazione tecnologica.
Un ruolo altrettanto importante è attribuito all’Egitto e al Canale di Suez. L’autore osserva come Suez stia evolvendo da semplice chokepoint commerciale a nodo geoeconomico dell’Eurasia, capace di integrare reti energetiche, infrastrutturali e commerciali che si estendono dall’Europa all’Indo-Pacifico. La trasformazione della Suez Canal Economic Zone, lo sviluppo delle coste del Mediterraneo e del Mar Rosso e la crescente integrazione energetica con il Golfo vengono presentati come manifestazioni concrete di questa nuova centralità.
Accanto all’ordine indo-abramitico, il volume individua l’emergere di un secondo polo geopolitico, definito indo-islamic axis. Guidato dalla Turchia e sostenuto da una rete di partenariati che include Pakistan, Somalia, Maldive e altri attori musulmani dell’Asia, esso rappresenta un modello alternativo di integrazione regionale. Tuttavia, l’autore sottolinea come i due ordini non debbano essere interpretati esclusivamente in termini competitivi: essi coesistono all’interno dello stesso spazio geopolitico e contribuiscono, attraverso dinamiche simultanee di cooperazione e rivalità, alla ridefinizione complessiva della West Asia.
Queste stesse dinamiche trovano la loro espressione più concreta nell’India–Middle East–Europe Corridor (IMEC), presentato come molto più di un semplice progetto infrastrutturale. Secondo l’autore, il corridoio rappresenta il tentativo di ricostruire antiche reti di connessione tra Asia, Medio Oriente ed Europa e costituisce il simbolo di una nuova architettura geopolitica fondata soprattutto sulla connettività marittima. Il nuovo ordine regionale non nasce da una rottura con il passato, bensì dalla riattivazione di storiche reti commerciali e politiche adattate alle esigenze del sistema multipolare contemporaneo. Come osserva l’autore, “history is no longer confined to the pages of the past“; al contrario, è tornata come una forza capace di modellare le nuove configurazioni del potere globale.
La quarta e ultima parte del volume “Order-Building in West Asia” traduce il quadro teorico elaborato nei capitoli precedenti in una proposta strategica per la costruzione di un nuovo ordine regionale. L’autore colloca la propria riflessione all’interno di un contesto internazionale caratterizzato da crescente frammentazione geopolitica, dalla redistribuzione del potere verso l’Asia e dall’emergere di nuove potenze e nuove forme di competizione tra grandi potenze. Inoltre, il progressivo ridimensionamento della centralità economica e militare degli Stati Uniti non viene interpretato come un declino irreversibile, bensì come un mutamento strutturale che impone a Washington una revisione delle proprie priorità strategiche. La riduzione della quota statunitense del PIL mondiale e la crescente capacità di attori come Cina e Russia di contestare l’influenza americana in diverse aree vengono presentate come indicatori di una trasformazione più ampia dell’ordine internazionale.
Particolare importanza assumono le coalizioni mini-laterali e partnership flessibili, considerate strumenti più adatti rispetto alle tradizionali alleanze rigide per affrontare le sfide di un sistema internazionale sempre più multipolare. Formati come il QUAD, l’East Mediterranean Gas Forum e numerose iniziative trilaterali vengono interpretati come esempi della tendenza verso forme di cooperazione costruite attorno a interessi specifici e obiettivi condivisi.
Da questa premessa deriva una delle argomentazioni centrali del volume: la necessità di sostituire il paradigma del nation-building, che ha caratterizzato una parte significativa della strategia statunitense in Medio Oriente dopo il 2001, con una logica di order-building. Secondo l’autore, l’esperienza irachena ha dimostrato i limiti dei tentativi di trasformazione politica imposti dall’esterno. Piuttosto che promuovere cambiamenti di regime o esportare modelli politici occidentali, gli Stati Uniti dovrebbero favorire la costruzione di reti regionali di cooperazione fondate su sicurezza, interoperabilità, condivisione dell’intelligence e interessi comuni.
L’obiettivo non è perpetuare una presenza americana dominante nella regione, bensì facilitare la graduale formazione di un sistema di sicurezza più autonomo e sostenibile. Washington assumerebbe il ruolo di facilitatore e coordinatore di una rete di partnership che avrebbe come nucleo gli Stati arabi della regione, integrati anche da attori esterni quali India, Israele e alcuni partner europei. La stabilità della West Asia verrebbe garantita con la costruzione di meccanismi di cooperazione economica, tecnologica e securitaria capaci di rafforzare la resilienza regionale. Dalla prospettiva americana, la riconfigurazione dell’ordine regionale della West Asia emerge come principale imperativo strategico del XXI secolo. Questo obiettivo non può però essere perseguito attraverso modelli egemonici tradizionali, ma richiede la costruzione di architetture flessibili e partenariati tecno-economici capaci di integrare la regione nelle più ampie dinamiche dell’Indo-Pacifico in cui Washington ha i propri interessi. Il futuro della West Asia appare quindi strettamente connesso alla capacità degli Stati Uniti di adattare i propri strumenti di leadership a un contesto internazionale sempre più multipolare e competitivo.
Un’ulteriore dimensione del volume riguarda il rapporto tra le dinamiche regionali e gli sviluppi più ampi del sistema internazionale. Nel corso dell’analisi, l’autore colloca costantemente l’evoluzione della West Asia nel contesto delle trasformazioni geopolitiche contemporanee. Particolare attenzione è dedicata all’impatto della guerra in Ucraina, alla crescente rilevanza strategica dell’Egitto e del Canale di Suez, al rafforzamento dei legami politici, economici e strategici tra l’India e le principali potenze regionali, nonché alle implicazioni del progressivo approfondimento dell’intesa sino-russa per l’evoluzione degli equilibri globali di potere. Questi sviluppi vengono presentati come componenti significative dei più ampi processi che stanno contribuendo all’emergere della West Asia come distinto spazio geopolitico.
Al di là dei suoi meriti analitici, meritano attenzione anche il momento della pubblicazione e la ricezione di West Asia. Pubblicato in una fase in cui i dibattiti sul Medio Oriente erano stati profondamente influenzati dalla guerra in Iraq e dalla crisi energetica, il volume è rapidamente divenuto una delle opere più discusse sulla regione negli ultimi anni, suscitando ampio interesse presso circoli politici, ambienti accademici e l’opinione pubblica. Tokay, tuttavia, coglie l’occasione per mettere in discussione l’eredità intellettuale prevalente che ha dominato gli studi sull’Asia occidentale dopo l’invasione dell’Iraq, così come l’intera generazione di studiosi statunitensi, analisti e opinion maker che si sono affermati dopo la guerra in Iraq e la Primavera araba, e che si rifiutano di leggere il Medio Oriente attraverso la lente dei suoi legami storici e culturali con l’Asia. Per questa generazione, il dato decisivo del XXI secolo è l’ascesa dell’Asia, e il futuro della regione può essere compreso soltanto alla luce del suo crescente intreccio con il più ampio entroterra asiatico.
Ciò che distingue la visione del mondo di Soliman è il suo realismo disciplinato. Egli si colloca nella tradizione della realpolitik, considerando il potere, la geografia e l’interesse nazionale come la grammatica permanente delle relazioni internazionali; allo stesso tempo, però, rifiuta il declinismo che è giunto a dominare gran parte del dibattito statunitense. Per Soliman, la questione centrale del XXI secolo non è se la potenza americana sia destinata a erodersi, bensì se essa saprà essere ridistribuita e impiegata con una chiara finalità strategica. La sua risposta ruota attorno a una corretta comprensione della grande strategia, intesa come il deliberato allineamento di mezzi necessariamente limitati a fini essenziali attraverso i diversi teatri, domini e orizzonti temporali che definiscono la proiezione del potere americano.
Nella sua interpretazione, le guerre combattute da Washington contano meno, per il futuro della potenza statunitense, dell’ordine che essa riuscirà a costruire nello spazio eurasiatico e della sua capacità di prevalere nella competizione tecno-economica in corso. In questo senso, West Asia è al tempo stesso un libro e una dichiarazione generazionale: annuncia l’emergere di una scuola di pensiero per la quale la domanda fondamentale non è più come gli Stati Uniti gestiscano il Medio Oriente, bensì come il Medio Oriente, riconcettualizzato come Asia occidentale, si inserisca nel cosiddetto “secolo asiatico”.
Nel complesso, West Asia rappresenta un contributo originale al dibattito sul futuro della regione e sul ruolo degli Stati Uniti in un sistema internazionale che si sta trasformando velocemente. Il principale merito del volume risiede nella proposta di superare la tradizionale categoria di Middle East a favore di quella di West Asia, concepita come uno spazio geopolitico dinamico, interconnesso e sempre più integrato nelle dinamiche economiche e strategiche dell’Indo-Pacifico. Attraverso questa nuova lente interpretativa, Soliman descrive una regione caratterizzata da equilibri fluidi, nuove forme di cooperazione e crescente protagonismo degli attori regionali, offrendo al tempo stesso una riflessione strategica sulle modalità attraverso cui tale trasformazione possa trovare un equilibrio. Il risultato è un’opera ambiziosa che combina analisi geopolitica, riflessione teorica e proposte operative, contribuendo a ridefinire il modo in cui la regione viene concepita e collocata all’interno degli equilibri globali del XXI secolo.
ENGLISH VERSION
The book West Asia: A New American Grand Strategy in the Middle East by Mohammed Soliman offers a compelling and wide-ranging reflection on the geopolitical transformations reshaping the Middle East and, more broadly, the contemporary international order. Drawing upon the profound changes affecting both the region and the global system, the book examines such themes as the gradual erosion of the post-Cold War unipolar order, the rise of West Asia as a new economic and strategic center of gravity, the return of great-power competition, and the emergence of new forms of cooperation among regional actors. At the same time, the author explores the implications of these developments for the American Grand Strategy, arguing for a recalibration of the United States’ strategic posture in the Middle East and across the broader Eurasian rimland.
The most original contribution of the volume, however, lies in its willingness to reinterpret the region through a novel conceptual framework. According to the author, the category of the Middle East reflects a Eurocentric worldview that is increasingly ill-suited to capturing contemporary geopolitical dynamics. In its place, Soliman advances the concept of West Asia, conceived as a broader and more interconnected geopolitical space linking the Mediterranean, the Gulf, the Indian Ocean, and the Indo-Pacific. The Middle East is thus reimagined as a strategic crossroads where multiple geostrategic arenas intersect and where the broader rebalancing of global power toward Asia is most clearly manifested.
Through an analysis that weaves together history, geography, security, economic connectivity, and strategic competition, the volume does not merely interpret ongoing transformations but also develops a distinctly prescriptive dimension. Alongside his reflections on the future role of the United States, Soliman advances strategic recommendations aimed at fostering the construction of a new regional order in West Asia, grounded in multilateral cooperation, connectivity, technological innovation, and flexible security networks. The result is a work that successfully combines geopolitical analysis with strategic vision, offering a sophisticated framework through which to understand and navigate the profound transformations reshaping both the region and its relationship with the international system.
Part I of the volume, Strategic Framing, is devoted to establishing the broader strategic context. The chapter America and the End of the Middle East, in particular, develops the conceptual framework underpinning the book’s overall argument. The author observes that the United States entered the twenty-first Century after having dominated the principal arenas of strategic competition throughout the twentieth Century. Today, however, it operates in a considerably less favorable environment, not merely, or even primarily, as a consequence of American decline, but rather because of the rise of new actors that have emerged as centers of economic, financial, and strategic power.
At the same time, the Middle East itself is undergoing a profound transformation. Its principal actors are forging increasingly strong ties with Asia, expanding their external reach, and progressively transcending the region’s traditional geographic boundaries.
Against this backdrop, the author identifies a fundamental weakness in American strategy: unlike in Europe or the Indo-Pacific, Washington has never succeeded in constructing a genuine regional architecture in the Middle East endowed with stable mechanisms of political order and security. To explain the evolution of regional balances, the volume assigns particular significance to two historical turning points: Henry Kissinger’s balance-of-power strategy in the 1970s and the 2003 invasion of Iraq, described as the Iraq debacle. Whereas the former sought to preserve a relatively stable regional configuration, the latter is presented as the critical juncture that contributed to the gradual unraveling of the existing order.
Considerable attention is also devoted to the emergence of Iran and Türkiye as regional powers capable of projecting their influence far beyond the traditional boundaries of the Middle East. The steady expansion of their political, military, and economic networks is interpreted as a direct consequence of the strategic vacuum that emerged following the fall of Saddam Hussein’s regime and the subsequent fragmentation of the regional order.
While the first part of the volume focuses on the causes underlying the gradual weakening of the Middle Eastern order that emerged in the second half of the twentieth Century, Part II, Rise of West Asia, examines the actors and dynamics contributing to its reconfiguration. The focus shifts in particular to the Gulf and to the emergence of new forms of regional cooperation which, according to the author, exemplify the transition from the traditional Middle East to a broader and more interconnected West Asia. This region is portrayed as a reflection of the broader rebalancing of global power, particularly the ongoing shift in the global balance of power toward Asia.
This new regional configuration, which in turn necessitates a conceptual redefinition of the region itself, is understood by the author both as the product of new balances of power and emerging actors in the Gulf and as the result of increasingly deep ties between the Gulf states and Asia. In the section entitled The Rise of the Arabian Gulf, Soliman demonstrates how states traditionally perceived as secondary actors have gradually assumed a central role in shaping the strategic landscape stretching from the Indian Ocean to the Mediterranean. This rise is attributed to the ability of the Gulf monarchies to transform hydrocarbon wealth into ambitious programmes of economic modernization and strategic diversification. Particular attention is devoted to the United Arab Emirates and the Dubai model, presented as a paradigm of transformation combining economic openness, technological innovation, the attraction of international investment, and geopolitical projection.
According to the author, these developments have also had significant implications for foreign policy. Gulf monarchies have progressively moved beyond predominantly defensive approaches in favour of more autonomous and pragmatic strategies, grounded in the diversification of partnerships and the pursuit of a balance among the United States, China, Russia, and the leading Asian powers. As a consequence, the strengthening of relations with India, Japan, South Korea, and ASEAN is interpreted as yet another manifestation of the ongoing eastward shift of global economic and geopolitical power. Soliman describes this phenomenon as the “Asianization” of the Middle East, a process that transforms the Gulf into a strategic hub connecting Asia, East Africa, the Red Sea, and the Mediterranean.
The chapter The Arabs, Israel, and a New Formula for West Asia examines the reconfiguration of regional alignments through the lens of the Abraham Accords. The author interprets these agreements as the expression of a new logic of realpolitik, in which cooperation between Israel and several Arab states is increasingly grounded in shared strategic, economic, and security interests rather than in the historical ideological divisions that have long shaped regional politics. The marginalization of previously central actors such as Iraq and Syria, coupled with the growing prominence of Riyadh, Abu Dhabi, and Doha, is presented as having facilitated the emergence of a new regional architecture oriented toward economic integration and security cooperation.
An entire section of the chapter is devoted to the Gaza war that followed the events of 7 October 2023. While acknowledging that the conflict has brought the Palestinian issue back to the forefront of the regional agenda and has highlighted Iran’s enduring capacity to project influence through its network of allies and partners, the author argues that the process of Arab-Israeli integration has not been halted. On the contrary, it has reinforced the determination of numerous regional actors to pursue a new regional order founded upon pragmatic cooperation, while recognizing that any durable stabilization of the region ultimately requires a credible resolution of the Palestinian question.
Part III of the volume, Redefining the Middle East, arguably contains the book’s most original conceptual contribution. Through chapters devoted to India, the Suez Canal, the Indo-Islamic axis, and the return of the Indo-Abrahamic world, the author advances the argument that the category of the Middle East is no longer adequate for describing contemporary geopolitical realities. More than a mere terminological adjustment, the concept of West Asia represents an effort to reinterpret the region in light of its historical and strategic connections to the Indian Ocean, the Mediterranean, and the Indo-Pacific. Indeed, the author contends that the conventional categories of “East,” “West,” and “Middle East” are largely the product of a Eurocentric worldview, whereas the current historical moment is bringing back to prominence patterns of interaction that predate the era of European hegemony.
In this context, India and the Indian Ocean occupy a pivotal position. Drawing upon Shinzo Abe’s concept of the Confluence of Two Seas and the strategy of multi-alignment articulated by India’s Minister of External Affairs, S. Jaishankar, the author describes West Asia as New Delhi’s “extended neighborhood” and identifies the growing convergence between India and the Gulf monarchies as one of the principal drivers of regional transformation. Cooperation with the United Arab Emirates, Saudi Arabia, Israel, and Egypt is interpreted as the foundation of an emerging Indo-Abrahamic order, built upon connectivity, trade, investment, maritime security, and technological innovation.
An equally important role is assigned to Egypt and the Suez Corridor. The author argues that Suez is evolving from a mere commercial chokepoint into a geoeconomic hub of Eurasia, capable of integrating energy, infrastructure, and trade networks stretching from Europe to the Indo-Pacific. The transformation of the Suez Canal Economic Zone, the development of the Mediterranean and Red Sea coastlines, and the growing energy integration with the Gulf are presented as tangible manifestations of this newfound centrality.
Alongside the Indo-Abrahamic order, the volume identifies the emergence of a second geopolitical pole, defined as the Indo-Islamic axis. Led by Türkiye and supported by a network of partnerships that includes Pakistan, Somalia, the Maldives, and other Muslim actors across Asia, it represents an alternative model of regional integration. However, the author emphasizes that these two orders should not be understood exclusively in competitive terms. Rather, they coexist within the same geopolitical space and contribute, through simultaneous dynamics of cooperation and rivalry, to the broader redefinition of West Asia.
These very dynamics find their most concrete expression in the India–Middle East–Europe Corridor (IMEC), which is presented as far more than a mere infrastructure project. According to the author, the corridor represents an attempt to reconstruct historical networks of connectivity linking Asia, the Middle East, and Europe, while simultaneously symbolizing a new geopolitical architecture grounded above all in maritime connectivity. The emerging regional order is therefore not the product of a rupture with the past, but rather of the reactivation of historical commercial and political networks adapted to the requirements of the contemporary multipolar system. As the author observes, “history is no longer confined to the pages of the past”; on the contrary, it has returned as a force capable of shaping the emerging configurations of global power.
The fourth and final part of the volume, Order-Building in West Asia, translates the theoretical framework developed in the preceding chapters into a strategic proposal for the construction of a new regional order. The author situates his analysis within an international environment characterized by increasing geopolitical fragmentation, the redistribution of power toward Asia, and the emergence of new powers alongside new forms of great-power competition. Furthermore, the gradual erosion of the United States’ economic and military centrality is not interpreted as an irreversible decline, but rather as a structural transformation requiring Washington to reassess its strategic priorities. The shrinking share of global GDP accounted for by the United States, together with the growing ability of actors such as China and Russia to challenge American influence across multiple regions, is presented as evidence of a broader transformation of the international order.
Particular importance is attributed to minilateral coalitions and flexible partnerships, which are regarded as more effective instruments than traditional rigid alliances for addressing the challenges of an increasingly multipolar international system. Frameworks such as the QUAD, the East Mediterranean Gas Forum, and numerous trilateral initiatives are interpreted as examples of a broader trend toward forms of cooperation built around specific interests and shared objectives.
From this premise emerges one of the volume’s central arguments: the need to replace the paradigm of nation-building, which shaped a significant portion of U.S. strategy in the Middle East after 2001, with a logic of order-building. According to the author, the Iraqi experience demonstrated the limitations of externally imposed political transformation. Rather than promoting regime change or exporting Western political models, the United States should facilitate the construction of regional networks of cooperation based on security, interoperability, intelligence sharing, and common interests, a posture defined as “leading from within”.
The objective is not to perpetuate a dominant American presence in the region, but rather to facilitate the gradual emergence of a more autonomous and sustainable security architecture. Washington would assume the role of facilitator and coordinator of a network of partnerships centered on the Arab states of the region, while also incorporating external actors such as India, Israel, and selected European partners. The stability of West Asia would be pursued through the development of mechanisms of economic, technological, and security cooperation capable of enhancing regional resilience. From an American perspective, the reconfiguration of the regional order in West Asia emerges as a central strategic imperative of the twenty-first century. Yet this objective cannot be achieved through traditional hegemonic models; rather, it requires the construction of flexible architectures and techno-economic partnerships capable of integrating the region into the broader dynamics of the Indo-Pacific, where Washington’s strategic interests increasingly lie. The future of West Asia therefore appears closely tied to the ability of the United States to adapt its instruments of leadership to an international environment that is becoming ever more multipolar and competitive.
A further dimension of the volume concerns the relationship between regional dynamics and wider developments in the international system. Throughout the analysis, the author consistently situates the evolution of West Asia within the context of contemporary geopolitical transformations. Notably, particular attention is devoted to the impact of the war in Ukraine, the growing strategic relevance of Egypt and the Suez Canal, the strengthening of political, economic, and strategic ties between India and the major regional powers, as well as the implications of the deepening Sino-Russian entente for the evolving global balance of power. These developments are presented as important components of the broader processes contributing to the emergence of West Asia as a distinct geopolitical space.
Beyond its analytical merits, the timing and reception of West Asia deserve note. Published at a moment when Washington’s Middle East debates have been upended by the Iran war and the energy crisis, the book has quickly become one of the most discussed works on the region in years, drawing citations across the foreign policy commentariat in Europe, Tokyo, Washington, Gulf capitals, and India. Its resonance reflects more than fortunate timing. Soliman has emerged as the leading voice of a new cohort of American thinkers, analysts who came of age intellectually after the Iraq war and the Arab Spring and who refuse to read the Middle East through the inherited transatlantic lens. For this generation, the decisive fact of the twenty-first century is the rise of Asia, and the region’s future is legible only through its deepening entanglement across the broader Asian rimland.
What distinguishes Soliman’s worldview is its disciplined realism. He writes in the tradition of realpolitik, treating power, geography, and interest as the enduring grammar of international politics, yet he refuses the declinism that has come to dominate so much of the American debate. For Soliman, the question of the twenty-first century is not whether American power will erode but whether it will be redeployed with intent, and his answer runs through grand strategy properly understood, the deliberate matching of finite means to essential ends across the theaters, domains, and timelines that define American power.
In his telling, the wars Washington fights matter less to the future of American power than the order it manages to build across Eurasia, and whether it wins the techno-economic contest underway there. In this sense, West Asia is both a book and a generational statement, announcing the arrival of a school of thought for which the question is no longer how America manages the Middle East, but how the Middle East, reconceived as West Asia, fits into the Asian century.
Overall, West Asia constitutes an original contribution to the debate on the future of the region and the role of the United States within a rapidly evolving international system. The volume’s principal strength lies in its proposal to move beyond the traditional category of the Middle East in favor of West Asia, conceived as a dynamic and interconnected geopolitical space that is becoming increasingly integrated into the economic and strategic dynamics of the Indo-Pacific. Through this new interpretive lens, Soliman portrays a region characterized by fluid balances, new forms of cooperation, and the growing agency of regional actors, while simultaneously offering a strategic reflection on how this transformation may ultimately be stabilized and sustained. The result is an ambitious work that combines geopolitical analysis, theoretical reflection, and policy-oriented recommendations, contributing to a redefinition of how the region is conceptualized and situated within the global balances of the twenty-first century.

I titoli di oggi:
Vicepremier al G7: "La Cina fattore di stabilità globale"
Le aziende Usa restano in Cina ma crescono le criticità
Corea del Su
L'articolo In Cina e Asia – Vicepremier al G7: “La Cina fattore di stabilità globale” proviene da China Files.
L ondra, novembre 1859. L’origine delle specie di Charles Darwin, il libro che cambiò per sempre la prospettiva degli esseri umani nei confronti di sé stessi e della vita sulla Terra, viene pubblicato dall’editore John Murray. Solo pochi anni prima, nel 1853 e nella stessa città, tra tavolate opulente e decori sfarzosi, un manipolo di scienziati, uomini illustri ed editori, festeggiava quello che credeva un imperituro trionfo: le numerose scoperte di fossili, che si erano avvicendate dai primi anni dell’Ottocento sino a quel momento, non erano più una minaccia per la visione di un mondo felice disegnato da un Dio buono per il suo figlio prediletto, l’Uomo.
Richard Owen, ospite d’onore di quella cena organizzata a Capodanno al Crystal Palace, era riuscito, seppur con fatica, a costruire una teoria unificatrice che permettesse ancora a scienza e religione di fondersi e sostenersi a vicenda. In quel momento, durante quella celebrazione tenutasi all’interno di un modello in scala reale di un iguanodonte, Owen godeva di quella vittoria, inconsapevole che il suo castello di carte sarebbe stato scompaginato dal vortice della teoria dell’evoluzione darwiniana. Le scoperte, i personaggi e, soprattutto, il contesto sociale e culturale in cui quella nuova rivoluzione, forse ancora più dirompente di quella copernicana, ebbe modo di svilupparsi fino al suo atto finale sono raccontati da Edward Dolnick nel suo libro A cena con il dinosauro. Come un eccentrico gruppo di vittoriani scoprì le creature preistoriche e cambiò accidentalmente il mondo (2026).
Nel suo saggio, Dolnick illustra come scienziati, letterati, donne e uomini comuni reagirono quando scoprirono per la prima volta che, in un passato remoto, il mondo era popolato da animali dotati di dimensioni colossali e caratteristiche inedite.
Richard Owen era riuscito, seppur con fatica, a costruire una teoria unificatrice che permettesse ancora a scienza e religione di fondersi e sostenersi a vicenda. Ma presto il suo castello di carte sarebbe stato scompaginato dal vortice della teoria dell’evoluzione darwiniana.
Fu Pliny Moody, un contadino dodicenne del New England, a rinvenire nel 1802 una serie di impronte a tre dita grandi circa quanto un piatto da portata. A questa prima scoperta ne seguirono altre, che comprendevano ossa enormi e, addirittura, scheletri quasi completi. Oggi noi diamo per scontata l’origine di questi resti e troviamo difficile immaginare cosa possano aver pensato e provato le persone di quell’epoca. Il fulcro della narrazione di A cena con il dinosauro, che si diversifica così da altri saggi che parlano della storia della paleontologia, si concentra proprio su come la comunità scientifica e la gente comune abbiano accolto, tra i loro saperi e nel loro immaginario, le prove di un tempo profondo che non avevano mai creduto potesse essere esistito, in cui il Pianeta era dominato da creature sconosciute e terribili, in un paesaggio molto diverso da quello del presente. E su come abbiano accettato l’orrore supremo, il concetto per cui il disegno divino non fosse poi così intelligente e le esistenze di questi animali del passato a un certo punto fossero state spazzate via.
Il fulcro della narrazione si concentra su come la comunità scientifica e la gente comune abbiano accolto le prove di un tempo profondo che non avevano mai creduto potesse essere esistito, in cui la Terra era dominata da creature sconosciute e terribili.
Gli scienziati e cercatori di fossili della prima metà dell’Ottocento erano il loro equivalente in redingote. Con due differenze fondamentali: anziché estendersi nello spazio, la loro ricerca andava indietro nel tempo e trovarono dei segni di vita. E non furono segni impercettibili, come strane sequenze di disturbi elettrostatici rilevate da un computer. Qui si parla di denti affilati come pugnali e costole lunghe come travi. Poeti, scienziati, donne e uomini comuni assistevano alla scoperta dei dinosauri e rabbrividivano stupefatti.
Nell’Inghilterra del 19° secolo, nonostante la resistenza al cambiamento di uomini in cui scienza e fede cantavano lo stesso inno di celebrazione per il “mondo felice”, la natura cambia la natura e l’illusione si dirada a colpi di ritrovamenti, così copiosi per via delle intense attività di scavo legate alla rivoluzione industriale. Il racconto di Edward Dolnick scorre chiaro: non è una raccolta straripante di curiosità e strani abbagli e i protagonisti, presentati capitolo dopo capitolo, acquistano quasi corpo.
Quella di Edward Dolnick non è una raccolta straripante di curiosità e strani abbagli. I protagonisti, presentati capitolo dopo capitolo, acquistano corpo grazie a una penna allegra, vivida e mai pedante, in un saggio che ha il pregio della leggerezza.
Infine, arriva Richard Owen, l’anatomista che nel 1842 coniò il termine “dinosauro”, con il suo volto da Uriah Heep, l’antagonista di David Copperfield, tronfio per aver creduto di aver ristabilito il mondo felice con una teoria onnicomprensiva. L’autore spiega:
La sua nuova teoria manteneva Dio al comando ma sembrava lasciar spazio a qualcosa che tendeva verso l’evoluzione. (Owen cercò abilmente di eludere questa pericolosa accusa.) Nel passato preistorico, suggerì, Dio aveva sparso per il mondo un po’ di specie e stabilito regole che governavano il modo in cui sarebbero cambiate nel corso degli eoni. Poi aveva premuto “play” e si era messo a guardare soddisfatto.
L'articolo A cena con il dinosauro di Edward Dolnick proviene da Il Tascabile.


© Dmitri Lovetsky/Associated Press

© Louiza Vradi/Reuters




Canonical is expanding its hardware certification efforts with a new focus on ARM-powered laptops, a move that reflects the growing momentum behind ARM architecture in the personal computing market. As ARM processors become increasingly common in laptops thanks to their impressive balance of performance, battery life, and efficiency, Canonical aims to ensure that Ubuntu users receive a seamless experience on this emerging class of hardware.
The initiative represents another step in Ubuntu’s long-standing effort to provide reliable Linux support across a wide range of devices while strengthening relationships with hardware manufacturers.
For years, x86 processors from Intel and AMD dominated the laptop market. However, the landscape has changed significantly as ARM-based systems have become more powerful and capable.
Modern ARM laptops offer several advantages:
As manufacturers increasingly invest in ARM hardware, Linux distributions face growing pressure to ensure compatibility matches what users expect from traditional x86 systems. Canonical has already spent years supporting ARM across cloud, server, IoT, and embedded environments, making laptops a natural next step.
The new certification effort builds upon Canonical’s existing Ubuntu Certified Hardware program, which validates systems through extensive testing covering both hardware and operating system functionality. Certified devices undergo comprehensive verification to ensure Ubuntu operates correctly across critical components and daily workflows.
Testing typically includes:
The goal is to eliminate the uncertainty that Linux users sometimes face when purchasing new hardware.
Historically, Linux support on ARM laptops has varied significantly between devices. Some systems work exceptionally well, while others require manual configuration, custom kernels, or vendor-specific patches.

The Btrfs filesystem continues to receive significant performance tuning, and one of the latest areas of focus is snapshot deletion performance. While Btrfs snapshots have long been praised for their speed, flexibility, and efficient use of storage, deleting large numbers of snapshots has historically been one of the filesystem’s most resource-intensive operations.
Recent kernel development efforts are helping address that problem by improving metadata handling, reducing lock contention, and streamlining internal cleanup processes. The result is faster snapshot removal and less disruption on systems that rely heavily on snapshots for backups, rollbacks, and system recovery.
Btrfs is a copy-on-write (CoW) filesystem that stores data and metadata in a highly interconnected structure. This design enables many advanced features, including:
However, the same architecture that makes snapshots so efficient to create can make them more complex to remove. When a snapshot is deleted, Btrfs must determine which blocks are still referenced by other snapshots and which can be safely reclaimed. On systems with many snapshots, this process can generate significant metadata activity.
Developers have been working to reduce overhead associated with Btrfs metadata operations, which directly impacts snapshot cleanup performance.
Recent kernel updates include:
These changes help the filesystem spend less time waiting on internal locks and more time performing actual cleanup work.
One common complaint among Btrfs users has been elevated I/O activity during large snapshot deletion jobs.
On systems that maintain dozens, or even hundreds, of snapshots, cleanup operations could temporarily increase:
Recent improvements are designed to make these operations less disruptive by reducing bottlenecks inside the filesystem's metadata management code.
For users running backup servers, NAS appliances, or snapshot-heavy desktop systems, these optimizations can improve overall responsiveness while cleanup tasks run in the background.
Dopo giorni di minacce e una nuova escalation militare nel Golfo Persico, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato la sospensione degli attacchi contro l’Iran, sostenendo che i negoziati tra Washington e Teheran hanno raggiunto un livello decisivo. In un messaggio pubblicato su Truth Social, il leader statunitense ha dichiarato di aver annullato i bombardamenti previsti dopo che tutte le parti coinvolte avrebbero approvato i punti principali di un accordo in fase di definizione. Secondo Trump, oltre agli Stati Uniti e all’Iran, il processo negoziale coinvolgerebbe numerosi attori regionali, tra cui Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania ed Egitto. Tuttavia, il presidente nordamericano ha precisato che il blocco navale contro i porti iraniani resterà in vigore fino alla firma ufficiale dell’intesa.
L’annuncio arriva dopo settimane di forti tensioni. Washington aveva ripreso gli attacchi contro obiettivi iraniani in risposta all’abbattimento di un elicottero Apache, mentre Teheran aveva reagito colpendo basi statunitensi in diversi Paesi della regione. Entrambe le parti hanno rivendicato successi militari e mantenuto una retorica particolarmente aggressiva. Nelle stesse ore, Trump ha rilanciato una delle sue dichiarazioni più controverse, sostenendo che gli Stati Uniti potrebbero in futuro assumere il controllo dell’isola di Kharg, principale terminal petrolifero iraniano da cui transitava circa il 90% delle esportazioni di greggio del Paese prima dell’inizio della guerra. Il presidente ha descritto l’operazione come economicamente vantaggiosa, paragonandola alla politica adottata da Washington nei confronti del Venezuela.
Da Teheran la risposta è stata immediata. Ebrahim Azizi, presidente della Commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale e la Politica estera, ha definito Trump un leader “confuso e illuso”, avvertendo che qualsiasi attacco contro il territorio iraniano, inclusa l’isola di Kharg, provocherebbe una risposta destinata a “entrare nella storia”. Il parlamentare ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti non abbiano raggiunto nessuno degli obiettivi dichiarati del conflitto, né sul piano militare né su quello politico. Le autorità iraniane affermano che le proprie forze armate sono in stato di massima allerta e rivendicano di aver inflitto pesanti perdite agli Stati Uniti nella regione. Da parte statunitense, tuttavia, continuano le dichiarazioni che descrivono l’Iran come ormai vicino alla resa.
Al di là degli annunci e della propaganda, la sospensione dei bombardamenti rappresenta il primo segnale concreto di de-escalation dopo giorni molto tesi e segnati da bombardamenti. Resta però evidente che le minacce sul controllo delle infrastrutture energetiche iraniane e le promesse di ritorsioni senza precedenti mantengono il Medio Oriente sull’orlo di una nuova e pericolosa escalation.
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La Russia ha respinto con fermezza le condizioni proposte da Francia, Germania e Regno Unito per l’avvio di un processo di pace in Ucraina, definendole incompatibili con qualsiasi prospettiva di negoziato. A dichiararlo è stata la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, secondo cui le richieste avanzate dalle capitali europee ripropongono schemi già falliti negli anni precedenti. Zakharova ha ricordato che iniziative come i formati di Copenaghen e del Bürgenstock, basate sulla cosiddetta “formula Zelensky”, non hanno prodotto risultati concreti e si sono rivelate strumenti orientati al proseguimento del conflitto piuttosto che alla sua soluzione.
Nel mirino di Mosca c’è la dichiarazione congiunta firmata a Londra dal presidente francese Emmanuel Macron, dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, dal primo ministro britannico Keir Starmer e da Vladimir Zelensky. Il documento individua cinque condizioni per avviare un percorso negoziale, tra cui garanzie di sicurezza per Kiev, il dispiegamento di forze multinazionali, il mantenimento del congelamento dei beni russi e un cessate il fuoco immediato. Secondo la diplomazia russa, tali richieste sarebbero formulate in modo da risultare inaccettabili per Mosca e accompagnate da un ulteriore sostegno militare all’Ucraina, compresa la produzione di armamenti a lungo raggio.
Una linea che, come denuncia il Cremlino, favorisce la militarizzazione dell’Ucraina e dell’Europa invece di creare le condizioni per una pace duratura. Zakharova ha inoltre accusato l’Unione Europea di aver rinunciato a qualsiasi ruolo di mediazione neutrale, citando una recente dichiarazione dell’Alta rappresentante per la politica estera dell’UE, Kaja Kallas, secondo cui l’Europa è schierata dalla parte dell’Ucraina e agisce in difesa dei propri interessi di sicurezza.
Per Mosca, queste posizioni confermano che i principali Paesi europei non intendono presentarsi come mediatori, ma come parte integrante del fronte occidentale che sostiene il regime di Kiev. Un elemento che, come evidenzia il governo russo, rende ancora più difficile la costruzione di un quadro negoziale accettabile per tutte le parti coinvolte.
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