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Trump: c’è l’accordo. L’Iran quasi conferma…

Trump: c'è l'accordo. L'Iran quasi conferma...

La fiammata degli ultimi giorni si è spenta improvvisa. Trump, dopo le minacce alzo zero del pomeriggio, ha bloccato tutto. I colloqui tra le autorità iraniane e la delegazione qatariota, giunta due giorni fa a Teheran per urgere una risposta alla proposta di pace americana inviata due settimane fa, hanno dato frutti.

Una considerazione che non discende da quanto comunicato di Trump, che su Truth ha scritto che si è raggiunta una piena convergenza – annuncio che va preso con la relatività del caso – quanto da quel che ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Esmaeil Baghaei.

PressTv, media statale iraniano, riprendendo l’intervista rilasciata giovedì sera da Baghaei, riferisce che questi ha respinto le speculazioni sulla finalizzazione di un accordo, ma ha aggiunto: “Dal punto di vista testuale, il testo è quasi definitivo nelle sue parti principali. Il problema è che le posizioni contraddittorie degli Stati Uniti hanno sempre causato turbolenze e interruzioni in questo processo”.

News / Politics Major parts of agreement to end war finalized despite US contradictions, aggression: FM spox

Ha poi ribadito che l’Iran non si è piegato, rimanendo fermo sulle sue linee rosse, aggiungendo: “Se la Repubblica islamica avesse avuto intenzione di rinunciare alle sue posizioni di principio sotto pressioni e minacce, lo avrebbe fatto un anno e mezzo fa. Abbiamo dimostrato di rimanere fermi sulle nostre posizioni”.

Al di là delle conclusioni inevitabili, con Baghaei che ha specificato, rimarcandolo, che il suo Paese non ha ancora preso una decisione definitiva, la sostanza c’è: si è trovata una convergenza sulla sostanza e mancano da definire dei dettagli.

Inoltre, l’accenno alle linee rosse sembra indicare che il testo dovrebbe in qualche modo contenere la possibilità che Teheran possa arricchire l’uranio sotto una soglia limite (e molto probabilmente sotto la supervisione dell’AIEA); dovrebbe prevedere in qualche modo un sistema tariffario per il transito di Hormuz – per salvare la faccia a Trump potrebbe essere presentato come meramente simbolico e magari ad tempus; infine, dovrebbe prevedere un cessate il fuoco in Libano che preluda al ritiro di Israele dal Paese dei cedri. Tali erano le linee rosse di Teheran, senza le quali non si sarebbero date le convergenze accennate da Baghaei, ma il condizionale resta d’obbligo e magari alcuni nodi sono stati demandati a negoziati successivi.

Altre linee rosse che non sono state neanche toccate nel negoziato, e che quindi stanno, sono il programma missilistico iraniano, del quale invano Israele ha chiesto lo smantellamento, e i rapporti tra Teheran e i suoi alleati regionali, che nell’immaginario di Tel Aviv dovevano essere rescissi. Nulla di tutto ciò sarà sulla carta, come lamenta il Jerusalem Post.

Ceasefire deal would end Lebanon fighting and reopen Hormuz, release billions to Iran - report

Insomma, sembra che si siano aperte prospettive reali. Peraltro, anche l’escalation segnala un livello di interlocuzione molto approfondito tra i duellanti, dal momento che in due notti di fuoco reciproco non si è registrato né morto né un ferito. Ciò indica che c’è stata una comunicazione previa dei target che si intendeva colpire e di quelli che non dovevano essere presi di mira.

Inoltre, è indicativo che, mentre Trump minacciava sfracelli contro Teheran, il segretario per la guerra Pete Hegseth sia volato a Cuba, palesando un disinteresse totale per quanto avveniva in Medio oriente (a proposito, ieri metà Pentagono è stato evacuato a causa di un allarme, risultato infondato, di una qualche contaminazione dell’aria; a nostra memoria non ci sono precedenti; forse la troppa tensione…).

Per tornare all’intesa resta, però, una qualche sospensione. Infatti, va ricordato che il diavolo sta nei dettagli e visto che nel suo post Trump ha comunicato che l’accordo trovato ricomprende tutto, anche i “dettagli”, e che l’Iran afferma che ci sono ancora dettagli da chiarire, i falchi hanno ancora spazi di manovra.

Quanto al Libano, resta da vedere se e come Trump riuscirà a convincere Netanyahu e soci non solo a fermare la macelleria a getto continuo, ma anche a ritirarsi dal sud, che ormai Tel Aviv considera parte integrante del suo territorio, in conformità con la prospettiva della Grande Israele.

Certo, Trump è riuscito a fermare i bombardamenti su Beirut in una telefonata burrascosa con Netanyahu, ma un conto è limitare gli obiettivi dello psicopatico che governa Israele, che peraltro potrebbe ripensarci, altro è imporre un ritiro che ne segnerebbe la fine politica, dal momento che andrebbe alle elezioni di novembre gravato dal peso di una devastante sconfitta.

In questo contesto suonano estremamente interessanti le dichiarazioni postume di Trump a Jonathan Karl, dal momento che ha detto di non sapere “se Bibi voglia davvero continuare” a far politica. “Non lo so, ha avuto una carriera straordinaria”, ha aggiunto. “Vuole continuare? Perché, sai, è stato un primo ministro in tempo di guerra. E vinceremo la guerra molto presto”.

Giustamente Haaretz ha titolato: “Trump ha appena sganciato una bomba di enormi proporzioni sulla campagna per la rielezione di Netanyahu”. Una bomba alla quale il premier israeliano ha evitato di rispondere – silenzio assordante – lasciando che a farlo fosse il suo partito, che ha replicato con malcelata irritazione che si ricandiderà. Diatriba interessante.

Trump Just Dropped a Megaton Bomb on Netanyahu's Re-election Campaign
AAA

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Droni marittimi ucraini dirottati in Romania: che cosa ci dicono della guerra della Russia

Venerdì 5 giugno, un drone navale di superficie (USV – Unmanned Surface Vehicle) ucraino è esploso nel porto rumeno di Constanta, mentre altri tre USV sono detonati nelle acque del Mar Nero antistanti la città. I droni si sono autodistrutti, in particolare quello esploso nel porto è detonato dopo che l’area era stata messa in sicurezza e isolata dai servizi segreti rumeni, dalla guardia costiera e dal Ministero della Difesa, secondo quanto riferito da Bucarest. Le autorità rumene, dopo aver identificato il drone, hanno contattato quelle ucraine, che hanno confermato di aver perso il controllo di quattro USV per colpa dell’attiva EW (Electronic Warfare) russa. La marina ucraina ha confermato in un comunicato di aver perso il controllo degli USV mentre si stavano svolgendo operazioni nella zona operativa del Mar Nero e che le forze armate di Kiev erano in contatto con le autorità rumene “per prevenire perdite tra la popolazione civile”.

L’incidente è successivo alla penetrazione nello spazio aereo rumeno di un drone one way russo, anch’esso dirottato probabilmente dall’attività EW ucraina, ma soprattutto si pone nel solco di alcuni altri fenomeni di questo tipo che sono occorsi durante le recenti fasi della campagna di bombardamenti ucraini utilizzanti UAV one way, con particolare riguardo al settore nordoccidentale della Russia. Mosca, infatti, ha riferito che gli UAV ucraini avrebbero deliberatamente utilizzato lo spazio aero NATO per colpire nelle regioni intorno a San Pietroburgo, ma molto probabilmente la deviazione di rotta è stata causata proprio dall’attività EW russa, che possiamo definire migliorata rispetto al passato.

In effetti, proprio l’incidente di Constanta dimostra che le forze armate della Federazione russa sono state capaci di adattarsi – se pur parzialmente – al modus operandi ucraino e di poter contrastare parzialmente, con attività nello spettro elettromagnetico, l’attività degli USV ucraini.

Nella dottrina militare classica, la EW era principalmente associata al disturbo delle comunicazioni, alla disattivazione dei radar e alla protezione dei propri sistemi di comando e controllo. Tuttavia, l’avvento delle piattaforme autonome e i progressi tecnologici hanno radicalmente modificato questo paradigma al punto che la U.S. Space Force, nel suo ultimo documento programmatico/dottrinale, ritiene che lo spettro elettromagnetico non sarà più solamente un abilitatore ma un ambiente sempre più contestato anche per via della sua caratteristica di poter effettuare attacchi “sottosoglia” in tempi di pace, per cui prevedono che si trasformi, da qui al 2040, in un vero e proprio ambiente di combattimento al pari di quella che è oggi la dimensione subacquea.

Tornando ai droni, i veicoli unmanned, siano essi aerei, marittimi o subacquei, dipendono in misura variabile dai segnali elettromagnetici per la navigazione, le comunicazioni, la sincronizzazione e l’aggiornamento dei dati operativi. Di conseguenza, la perturbazione dell’ambiente elettromagnetico non si limita più a compromettere la capacità di comunicazione dell’avversario, ma può effettivamente alterare il comportamento di un sistema autonomo in missione, come evidenziato dagli eventi di Constanta della scorsa settimana.

I margini di progresso dell’EW russa

Il conflitto russo-ucraino ha fornito numerosi esempi dell’uso intensivo di tecniche di disturbo (jamming) e di falsificazione (spoofing) del GPS contro droni aerei e marittimi e come strumento di guerra ibrida verso i Paesi della NATO: nell’area del Baltico, e nel Levante, i disturbi al segnale di posizionamento satellitare sono ormai pressoché costanti dal 2022. In tali circostanze, il successo di un’operazione non dipende più esclusivamente dalle prestazioni della piattaforma, ma anche dalla sua capacità di operare in un ambiente elettromagnetico ostile, e soprattutto gli eventi in Romania e nel Baltico lasciano supporre che la Russia abbia sviluppato capacità di adattamento sfruttando quello che è sempre stato uno dei suoi punti di forza insieme al volume di fuoco di artiglieria, cioè proprio i sistemi EW.

Questo è di particolare interesse ai fini del conflitto in atto non tanto perché un sistema di disturbo EW sia in grado di produrre effetti altamente efficaci rispetto ai mezzi impiegati per produrli – del resto è sempre stato questo il senso operativo delle azioni EW – ma in quanto segnale una possibile progressione nelle capacità russe di poter tornare a operare nel Mar Nero.

Come sappiamo, l’Ucraina, una nazione che si è ritrovata in guerra senza una marina militare degna di tale nome, è stata capace con l’uso sapiente di droni – USV, UAV e UUV – velivoli armati di missili da crociera, missili antinave e attività SEAD/DEAD di stabilire sea denial nel Mar Nero al punto da costringere la Russia dapprima a ritirare le sue forze navali a oriente, e successivamente a utilizzarle sempre più raramente nelle azioni di bombardamento missilistico. Certamente il bacino marittimo aiuta i difensori: il Mar Nero è un mare chiuso; per la Russia ulteriormente ristretto dai confini con Paesi ostili, pertanto la sua Flotta si è trovata sostanzialmente a non poter sfruttare la capacità di manovra e quella di colpire da posizioni sicure.

In ogni caso il conflitto marittimo asimmetrico messo in atto dall’Ucraina è stato sino a oggi efficace, eliminando di fatto la minaccia rappresentata dalla Flotta russa e dal suo potenziale anfibio. Questo vantaggio però, potrebbe essere messo in discussione proprio dall’adattamento dimostrato dall’EW russa, che è stata capace di dirottare quattro USV – sebbene non si sappia il numero totale dei droni coinvolti nell’azione. Pensare di rivedere presto in mare il grosso della Flotta di Mosca potrebbe essere prematuro: come in ogni battaglia, si ripresenta l’eterna lotta tra “la spada” e “lo scudo”, e gli USV hanno spazio sufficiente a bordo per poter ospitare contromisure elettroniche per evitare il jamming, ma in ogni caso si tratta di un rischio da non sottovalutare e da considerare attentamente per il futuro delle operazioni navali ucraine.

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