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Group and platform Report / Signalement

Hello,

I’m wondering what happens when a report is made. I imagine it sends an email to the Mobilizon hosting manager.

But if a French association runs a group, it may be liable for the content published within that group. We might want several levels of reporting:

  • one at group level (e.g. via private message). Also, are all messages sent by the event organisers available at group level? (Can the organisation provide moderation training at this level already?)
  • one at platform level.

From what I understand, both are possible. Is that right ?

Kind Regards

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Elon Musk becomes world’s first trillionaire after SpaceX IPO

In a post on the social media platform he owns, Elon Musk recently lamented: “Whoever said ‘money can’t buy happiness’ really knew what they were talking about.” Now the world’s richest person can put that maxim to an even bigger test as he adds a new title: world’s first trillionaire. Shares of SpaceX rose 19 per cent on Friday to US$160.95 each in their first day of trading, vaulting the value of the rocket and AI company Musk founded to US$2.2 trillion. His fortune now stands at the...

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L’insostenibile leggerezza delle tasse sui (super-) ricchi

Una proposta si fa nuovamente strada nel dibattito pubblico: tassare i super-ricchi. Alcuni la chiamano patrimoniale – agitando lo spauracchio della classe media ingiustamente colpita – altri, più propriamente, tassa sui grandi patrimoni o, appunto, tassa sui super-ricchi. Di fatto, per chi strumentalizza la proposta non c’è alcuna differenza. Il punto fondamentale da cui partire, tuttavia, è un altro.  

Il sistema impositivo italiano negli ultimi quarant’anni è stato devastato da riforme frammentarie e sbagliate. Sul lato della tassazione dei redditi abbiamo assistito a un susseguirsi di tagli al numero di scaglioni Irpef e alle singole aliquote – si è passati dalle 32 aliquote previste per i relativi scaglioni di reddito dalla riforma tributaria del ’73 alle attuali 3 – e al crescente ricorso a forme di tassazione separata che sottraggono parte delle entrate – spesso riferibili a forme di rendita, tra cui affitti brevi e rendite finanziarie – dalla base imponibile Irpef applicando un’aliquota fissa (flat tax). Di conseguenza, si è andati a erodere la base imponibile Irpef e a indebolire la progressività dell’imposta. La ratio è quella della semplificazione fino ad arrivare, presumibilmente, ad una vera e propria flat tax sui redditi da lavoro. Ossia, l’anti-progressività in nome dell’effetto trickle-down: l’idea che senza il peso delle imposte, le fasce di reddito più alte siano libere di consumare e investire i propri redditi e patrimoni con effetti benefici, a cascata, per le fasce di reddito inferiori. Al contrario, quello che si è ottenuto, ad oggi, è un sistema regressivo che penalizza i redditi medio-bassi. Sul lato dei patrimoni, si è andati direttamente a ridurre, o eliminare, le varie forme di tassazione, fatta eccezione per l’Imu sugli immobili non di residenza e le imposte di bollo e di registro. 

In termini complessivi, dunque, abbiamo assistito a uno spostamento del carico impositivo dai patrimoni (capitale) ai redditi (lavoro) e dai redditi da lavoro autonomo e di impresa (profitti) ai redditi da lavoro dipendente. 

Parallelamente, il quadro macroeconomico e strutturale è stato investito da trasformazioni profonde che hanno coinvolto la distribuzione sia dei redditi che della ricchezza, con un conseguente peggioramento delle disuguaglianze socioeconomiche. Da un lato, è cambiata la distribuzione funzionale del reddito aggregato (il Pil) tra i fattori che lo generano – ossia tra capitale e lavoro –, con una riduzione progressiva della quota salari (wage share) in molte delle economie avanzate, senza eccezioni per l’Italia, e una conseguente minor rilevanza della base imponibile da lavoro rispetto a quella da capitale. Se fino agli anni ’70, infatti, la quota della base imponibile relativa ai redditi da lavoro era prevalente rispetto ai redditi da capitale, oggi questa è pari al 40% mentre quella relativa ai redditi da capitale è il 50% (la restante parte è costituita dalle imposte indirette). Dall’altro, è aumentata la concentrazione della ricchezza e la sua composizione ha registrato, anche in Italia, una crescente rilevanza della componente finanziaria – soprattutto per i più ricchi – che si va ad aggiungere a quella reale e, in particolare, immobiliare. Il 5% più ricco delle famiglie italiane detiene circa il 46% della ricchezza nazionale, a fronte del 7% posseduto dal 50% più povero. Ma c’è di più. La ricchezza in Italia non è solo concentrata nelle mani di pochi, ma si trasferisce anche in larga misura per via ereditaria. Circa il 60% di questa ricchezza deriva infatti da successioni. 

La fotografia che emerge è drammatica. Cresce il peso della ricchezza, sia immobiliare che finanziaria, e dei patrimoni trasferiti per via ereditaria e, di conseguenza, peggiora la mobilità sociale. Peggiora la distribuzione funzionale del reddito nazionale a vantaggio del capitale e a svantaggio del lavoro, così come la distribuzione dei redditi a svantaggio delle fasce medio-basse, in presenza di meccanismi di redistribuzione inefficaci o, peggio, regressivi. 

Il risultato? Un’insostenibile pressione su quelle fasce di reddito che negli ultimi anni hanno pagato e stanno pagando anche l’erosione del potere d’acquisto dovuta alle crisi inflattive post-Covid – in attesa delle conseguenze della crisi di Hormuz –, la persistente stagnazione salariale e, dulcis in fundo, il c.d. fiscal drag. Ossia, l’aumento della pressione fiscale dovuto all’inflazione, in presenza di salari nominali invariati e, dunque, di salari reali più bassi.

In un quadro macroeconomico evidentemente complesso e problematico, negli anni delle policrisi e di cambiamenti sistemici radicali, un fisco iniquo e incapace di mettere in moto una qualsivoglia leva redistributiva impedisce dunque di reagire o anche solo di attutire i colpi. 

Eppure, come sottolineato ripetutamente da Sbilanciamoci!, basterebbe seguire i due principi cardine che la Costituzione ci indica per informare il sistema impositivo (art. 53 Cost.): il principio di capacità contributiva e il principio di progressività dell’imposizione.

Come? Le proposte che abbiamo avanzato negli anni sono chiare. 

Innanzitutto, tassare i grandi patrimoni – ad esempio tra lo 0,1% e l’1% più ricco – rappresenterebbe un primo passo importante per rendere più equa la tassazione per tutti. Tuttavia, si tratta di un intervento necessario ma non sufficiente a disegnare un sistema impositivo realmente equo e funzionale a delle prospettive di crescita e di benessere socioeconomico.

Sul fronte patrimoniale, sarebbe auspicabile l’introduzione di una tassazione progressiva che tenga conto sia della dimensione che della composizione dei patrimoni – sia reali che finanziari – in modo da incidere efficacemente sulla concentrazione della ricchezza. Chiaramente, questo tipo di intervento deve necessariamente essere affiancato a una riforma del catasto che eviti le ben note distorsioni dovute alla discrasia tra rendite e valori catastali e di mercato degli immobili a cui si applica tale imposta.

Anche le successioni dovrebbero essere soggette a una tassazione progressiva – con contestuale riduzione della franchigia attualmente prevista pari a un milione di euro – in modo da intervenire sui meccanismi di trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze.

Sul fronte della tassazione dei redditi, occorrerebbe ripristinare una struttura di aliquote Irpef che consenta una vera progressività – aumentando il numero degli scaglioni – e operare una ricomposizione della base imponibile – che includa le varie fonti reddituali derivanti da rendite di diversa natura attualmente soggette a tassazione piatta e separata – a cui applicare le relative aliquote, in modo da rispettare e valorizzare il principio di capacità contributiva.

A questo andrebbe chiaramente aggiunto un serio contrasto all’evasione (e all’elusione) fiscale, che per il Ministero di Economia e Finanza (MEF) ammonta a circa 100 miliardi di euro all’anno, senza nascondersi dietro alla minaccia della fuga di capitali e auspicando un processo di armonizzazione fiscale a livello europeo che inibisca e impedisca la presenza di paradisi fiscali interni e il fenomeno del dumping fiscale che favorisce soprattutto i super-ricchi, le multinazionali e le big-tech.

L'articolo L’insostenibile leggerezza delle tasse sui (super-) ricchi sembra essere il primo su Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro.

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Families of Air India Crash Victims Seek Answers One Year On

Grieving relatives returned to Ahmedabad to honor the 260 lives lost in the June 2025 disaster, but investigators have not yet released a report into the cause.

© Shammi Mehra/Agence France-Presse — Getty Images

A grieving relative at the site of last year’s Air India Flight 171 crash, where family members of those killed in the disaster held a vigil.
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Black Eye Galaxy

Hubble and Webb image of M64. A massive spiral galaxy glows with a yellow core, surrounded by arms full of orange-brown dust and pink and blue patches of star formation. Framed by a haze of dark dust, the galaxy shines against black space dotted with a few stars.
Easily identified by the spectacular band of dark dust that partially obscures its bright core, Messier 64, or the Black Eye Galaxy, is characterized by its bizarre internal motion.
NASA, CSA, ESA, F. Belfiore (European Southern Observatory – Germany), J. Lee (Space Telescope Science Institute), A. Leroy (The Ohio State University), and D. Thilker (The Johns Hopkins University); Processing: Gladys Kober (NASA/Catholic University of America)

This March 20, 2026, image of Messier 64, or the Black Eye Galaxy, is a composite view from NASA’s Hubble Space Telescope and James Webb Space Telescope. It shows Messier 64 captured at near- and mid-infrared wavelengths by Webb, while Hubble’s image shows the galaxy in ultraviolet, visible, and near-infrared light.

Messier 64 is characterized by its bizarre internal motion. The gas in the outer regions of this spiral galaxy is rotating in the opposite direction from the gas and stars in its inner regions. This strange behavior may be the result of a merger between M64 and a satellite galaxy over a billion years ago.

Image credit: NASA, CSA, ESA, F. Belfiore (European Southern Observatory – Germany), J. Lee (Space Telescope Science Institute), A. Leroy (The Ohio State University), and D. Thilker (The Johns Hopkins University); Processing: Gladys Kober (NASA/Catholic University of America)

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Il valore dell’esperienza: come Toscana Promozione Turistica ha cambiato l’accoglienza in un ecosistema economico

Contenuto tratto dal numero di giugno 2026 di Forbes Italia. Abbonati!

Toscana Promozione Turistica ha cambiato il modo di pensare le agenzie, interrogandosi sulla capacità del territorio di rispondere alle necessità del viaggiatore. “Non si tratta più solo di valorizzare le bellezze, ma di costruire un ecosistema”, dice l’assessore regionale Leonardo Marras.

Nel panorama globale dei viaggi, la Toscana non è più solo una destinazione d’arte e paesaggio, ma un ecosistema economico in evoluzione che sta trasformando l’accoglienza in una risorsa solida e misurabile. Alla base dell’azione di Toscana Promozione Turistica (Tpt) si è imposta una riflessione: non è più sufficiente fare promozione limitandosi alla rappresentazione del patrimonio ambientale e culturale, ma occorre interrogarsi su quale sia l’offerta delle imprese che costruiscono l’essenza del viaggio stesso.

Questo cambiamento di rotta ha segnato il passaggio da una vecchia concezione di agenzia di promozione a un moderno motore di sviluppo economico che entra nel merito della capacità del territorio di rispondere alle necessità del viaggiatore. La responsabilità si sposta così verso il mondo delle imprese, investendo l’agenzia dello sforzo di conoscere i desideri dei buyer internazionali del turismo organizzato, l’offerta nei loro cataloghi e la composizione del sistema produttivo regionale.

Negli ultimi anni la nuova visione ha orientato il lavoro dell’agenzia verso tre pilastri: l’accompagnamento dei territori verso specializzazioni produttive, il rinnovamento del posizionamento del brand in chiave contemporanea e l’attenzione alla ‘Toscana diffusa’ per favorire una distribuzione equilibrata dei flussi. Per evitare il rischio di una narrazione scollata dalla realtà, Tpt ha adottato un approccio basato sulla business intelligence attraverso l’Osservatorio Turistico Regionale (Otr). Utilizzando dati statistici e data provider digitali come Vodafone, Mastercard e Data-Appeal, l’agenzia analizza chi sono i visitatori, come spendono e qual è il sentiment online rispetto a prodotti e servizi. È un marketing che non si limita a una comunicazione suggestiva, ma adegua i messaggi ai desideri dell’interlocutore, verificando se ciò che si trova sul territorio sia utile e risponda alla domanda. È l’applicazione della filosofia mutuata dalle ricerche sui percorsi decisionali contemporanei: essere presenti nel momento della scelta offrendo soluzioni concrete e valore aggiunto.

Lo strumento operativo che permette di tradurre queste analisi in competitività è rappresentato dai gruppi di lavoro, una metodologia di co-progettazione che coinvolge la filiera delle imprese per elevare la qualità delle esperienze. L’idea è che una destinazione debba rispondere anche a vocazioni specifiche, motivo per cui sono stati attivati tavoli tecnici verticali che spaziano da prodotti consolidati, come il cicloturismo e i cammini, a progetti di nicchia come il turismo industriale, il pet friendly, il wellness e il turismo al femminile.

Il metodo segue un’evoluzione in quattro tempi, che parte dall’ascolto del mercato e arriva alla fase dell’ingaggio delle aziende sulla piattaforma digitale Make. Qui le imprese che sottoscrivono le ‘carte dei valori’ e caricano le proprie offerte permettono all’agenzia di disporre di un database di operatori qualificati da portare con sé nelle presentazioni internazionali. Il processo garantisce che la promessa fatta al turista sia mantenuta dalla qualità dell’accoglienza locale.

La validità del modello trova riscontro nei risultati dei grandi eventi b2b organizzati da Tpt per mettere in contatto l’offerta regionale con i mercati globali. Buy Tuscany 2025, ospitato in Costa degli Etruschi, ha registrato numeri record, con oltre 200 buyer da più di 40 paesi, tra cui Stati Uniti, Brasile e Cina. Dei 160 seller presenti, 63 hanno aderito alla Carta dei valori del turismo sostenibile, mentre 53 si sono focalizzati sul turismo family. Un target prioritario, dato che oltre il 30% delle recensioni regionali proviene da chi viaggia con bambini. Sharing Tuscany 2026 ha invece confermato la salute dei rapporti con il comparto nazionale. Nel Mugello, l’evento ha generato oltre duemila meeting, con un indice di gradimento sulla professionalità degli operatori del 98,3%. Dato ancora più significativo è che l’85,2% dei partecipanti ha riscontrato possibilità reali di chiudere nuovi accordi commerciali, confermando che la co-progettazione produce risultati economici.

Leonardo Marras, assessore Toscana a economia, turismo e agricoltura

Il successo economico è testimoniato anche dai riconoscimenti internazionali. La Toscana è stata recentemente premiata ai Best Luxury Hotel Awards 2025 per la bellezza del suo patrimonio, inteso come modello di eccellenza globale, confermandosi regina mondiale del wedding di lusso e leader nazionale per numero di hotel a cinque stelle. In parallelo, il settore enogastronomico continua a trainare l’economia rurale: la regione è la destinazione preferita dagli italiani per i viaggi legati al gusto, vantando il primato per numero di agriturismi e una crescita costante degli aderenti al progetto Vetrina Toscana, che conta oltre duemila tra ristoranti, produttori, botteghe, agriturismi e alberghi. Anche l’artigianato artistico è una risorsa capace di intercettare consumatori attenti alla qualità, attraverso itinerari che collegano la storia manifatturiera alle destinazioni meno conosciute, contribuendo alla promozione della regione come destinazione diffusa.

“Oggi non si tratta più soltanto di valorizzare le nostre straordinarie bellezze”, dice Leonardo Marras, assessore regionale a economia, turismo e agricoltura, “ma di costruire e coordinare un vero ecosistema economico, in cui la qualità sia garantita da valori condivisi e la competitività sia ricercata valorizzando le diverse vocazioni dei territori, dai prodotti più consolidati ai segmenti emergenti, attraverso un percorso condiviso che unisce ascolto del mercato, innovazione e qualità dell’accoglienza. Con il ‘modello Toscana’ abbiamo avviato un cambio di passo che sta ridefinendo il modo di fare governance pubblica: un modello fondato sulla diffusione delle competenze e su strumenti di co-progettazione, come i nostri gruppi di lavoro, che coinvolgono attivamente tutta la filiera delle imprese per innalzare la qualità delle esperienze offerte”.

L’articolo Il valore dell’esperienza: come Toscana Promozione Turistica ha cambiato l’accoglienza in un ecosistema economico è tratto da Forbes Italia.

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Il caccia italo-nippo-britannico costa di più ed è in ritardo

I progetti per il caccia di sesta generazione “made in EU” continuano a deragliare. Secondo quanto rivelato dal quotidiano britannico Telegraph, il Global Combat Air Programme (Gcap) – che vede la partecipazione di Italia, Giappone e Regno Unito – non arriverà nei tempi inizialmente previsti.

Il problema risiede nello stanziamento di fondi da parte di Londra. Il governo si era impegnato ad aggiornare la flotta aerea entro il 2035 adottando il caccia di nuova generazione Tempest, risultato appunto del programma Gcap. Ma secondo il Piano di investimenti per la difesa (Dip), di prossima pubblicazione, i finanziamenti per il progetto saranno stanziati solo verso la metà degli anni 2030.

Ciò significa che i nuovi aerei entreranno in servizio intorno al 2040, o persino successivamente. Un ritardo significativo, considerando che il piano iniziale prevedeva la sostituzione dei vecchi Typhoon con i primi Tempest nel 2035. Stando alle indiscrezioni del Telegraph, entro quella data Londra dovrebbe invece sbloccare i fondi per far proseguire il progetto.

Sul Gcap aleggiano da tempo diverse ombre. Ad agosto 2025, la National Infrastructure and Service Transformation Authority, l’agenzia governativa britannica incaricata di valutare i grandi progetti, aveva già valutato negativamente la fattibilità del progetto e ne aveva messo in dubbio la buona riuscita.

Leggi l’articolo completo è su Valori

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Invitation Framagenda en attente

Bonjour,

Je débute sur Framagenda. J’ai crée mon calendrier, ajouter mes contacts et envoyer une invitation pour chaque évènement aux participants. J’ai reçu un mail sur ma boîte Zimbra disant que mon contact acceptait mon invitation. Pourtant, quand je consulte mon calendrier sur Framagenda, il est indiqué que la réponse est en attente. Comment faire pour synchroniser la réponse avec Framagenda ?

Merci de votre aide.

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US and Iran inch closer to signing deal to reopen Strait of Hormuz

The US and Iran may sign an agreement to reopen the Strait of Hormuz on the sidelines of the Group of Seven world leaders summit next week, according to senior officials. A senior Iranian official indicated overnight that a deal is likely, said a G7 official and a diplomat from outside the group, who both asked not to be named discussing sensitive matters. This year’s G7 summit takes place in Evian, in the French Alps, from June 15 to June 17. Geneva, in Switzerland, is nearby and being floated...

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Italia tra bassa produttività e risiko bancario: il nodo irrisolto della crescita economica

Alla fine del mese di maggio di ogni anno il governatore della Banca d’Italia, nelle considerazioni finali alla relazione annuale, offre una lettura dell’andamento e delle prospettive della situazione economica e sociale italiana, collocandole nel più ampio contesto internazionale ed europeo. La relazione presentata quest’anno dal governatore Fabio Panetta è risultata particolarmente interessante sia per la drammatica evoluzione del quadro geopolitico internazionale – segnata dal conflitto nel Golfo Persico e dal blocco dello stretto di Hormuz, che ha provocato forti rincari del petrolio, del gas e dei fertilizzanti, con ricadute sempre più pesanti sulle condizioni di vita delle famiglie e delle imprese – sia per le profonde trasformazioni generate dall’intelligenza artificiale, che sta ridefinendo “il modo in cui si produce, si lavora e si prendono le decisioni”.

Produttività, demografia e ritardi strutturali

Particolarmente stimolanti appaiono le riflessioni dedicate all’andamento dell’economia italiana nel quadro delle politiche europee. Esse riportano al centro dell’attenzione alcuni nodi strutturali che il nostro Paese continua a trascinare da oltre vent’anni, indipendentemente dall’alternanza dei governi. L’essenza del problema è efficacemente sintetizzata da una delle affermazioni del governatore Panetta: “Dall’inizio del secolo il prodotto per ora lavorata nel settore privato non finanziario è cresciuto di appena il 6%, contro incrementi compresi tra il 13% e il 34% negli altri grandi Paesi dell’area dell’euro”. Tutto ciò avviene in un contesto nel quale, come ha osservato lo stesso governatore, “la demografia rende questa sfida non rinviabile. Con una popolazione in età lavorativa in forte diminuzione, non potremo contare stabilmente sull’aumento degli occupati per sostenere lo sviluppo”.

In questo scenario, l’applicazione dell’intelligenza artificiale ai processi produttivi può rappresentare il fattore decisivo per consentire all’economia italiana quel salto di produttività ormai indispensabile. Tuttavia, come ha sottolineato Panetta, “rischiano di ostacolare questa evoluzione un tessuto produttivo frammentato in imprese di piccole dimensioni che adottano più lentamente le nuove tecnologie”. Sorprende che considerazioni di tale portata non abbiano suscitato un dibattito più approfondito all’interno delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Tutto sembra essere passato quasi inosservato, come se i problemi strutturali della bassa crescita italiana potessero risolversi spontaneamente, senza una funzione attiva della politica con la P maiuscola.

Pnrr, bassa produttività e frammentazione del tessuto produttivo

D’altra parte, anche l’ingente massa di risorse mobilitate attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza tra il 2021 e il 2025 – oltre 100 miliardi di euro effettivamente impiegati – non è riuscita a incidere in modo significativo sulla crescita della produttività del sistema produttivo e agricolo. Diventa quindi ancora più urgente, alla luce della profonda trasformazione in atto nei processi produttivi, fare ricorso all’intelligenza artificiale e alle tecnologie digitali per tentare di superare l’asfittica crescita della nostra economia e aumentare la produttività dei fattori impiegati.

Per perseguire una strategia di questo tipo occorre però affrontare preliminarmente due nodi strutturali che, con il trascorrere del tempo, rendono sempre più difficile l’introduzione dell’innovazione tecnologica e finanziaria nel sistema economico: la dimensione delle imprese e il ruolo del sistema bancario. È difficile immaginare una diffusione capillare dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione dei processi produttivi in un sistema economico nel quale la presenza delle micro e piccole imprese, fino a 49 addetti, costituisce la caratteristica dominante del tessuto produttivo nazionale.

Microimprese, produttività e sistema bancario

Secondo un’indagine del Centro Studi Cna, pubblicata nel novembre 2022 e riferita ai dati del 2020, le imprese con meno di 50 addetti erano 4.226.623, pari al 99,4% del totale. Di queste, oltre un milione – 1.033.027 – aveva natura artigiana. In Italia, dunque, quasi un’impresa su quattro è artigiana. La crescita dimensionale delle imprese appare quindi una condizione imprescindibile per consentire al sistema delle Pmi di innovare i processi produttivi, incrementare la produttività e valorizzare le competenze professionali dei lavoratori. Non si tratta di accrescere il potere economico dell’imprenditore, ma di fornirgli gli strumenti necessari per affrontare le sfide del futuro.

È un cambiamento che può garantire maggiore economicità e sviluppo alle piccole e medie imprese attraverso la riduzione dei costi unitari, il conseguimento di economie di scala, una maggiore capacità competitiva sui mercati e il rafforzamento della solidità patrimoniale. Il raggiungimento di un obiettivo di tale portata richiede necessariamente un ruolo attivo e propositivo del sistema bancario nazionale. Purtroppo, l’impostazione assunta dal nuovo Testo Unico Bancario, entrato in vigore nel 1994, ha progressivamente orientato gli istituti di credito verso la concentrazione bancaria, trascurando il tema dell’evoluzione della funzione delle banche nello sviluppo delle imprese e dei distretti industriali.

Si è progressivamente indebolita quella relazione banca-impresa che, dal dopoguerra fino alla metà degli anni Novanta, aveva contribuito in maniera determinante alla crescita del sistema economico italiano, generando benessere diffuso per imprese, lavoratori e famiglie. Nell’attuale fase di profonda trasformazione dell’economia globale, caratterizzata dall’irruzione delle tecnologie digitali e da mutamenti geopolitici senza precedenti, stiamo assistendo alla rinascita del cosiddetto “risiko bancario”. Negli ultimi quattro anni, grazie all’aumento dei tassi d’interesse seguito alla guerra russo-ucraina e al mancato adeguamento della remunerazione della raccolta bancaria, gli istituti di credito hanno registrato profitti straordinari e rafforzato la propria patrimonializzazione.

Risiko bancario e finanza italiana: operazioni tra grandi gruppi, ma senza una strategia per la crescita delle Pmi

Tuttavia, questo nuovo risiko bancario non sembra orientato alla costruzione di un sistema creditizio capace di accompagnare il tessuto produttivo italiano fuori dal nanismo industriale e di sostenerlo nell’affrontare la rivoluzione tecnologica necessaria ad aumentare produttività e crescita. La stessa operazione che ha visto protagonista Mps e che ha portato alla conquista di Mediobanca è apparsa soprattutto come una partita tra grandi gruppi finanziari interessati, da un lato, al credito al consumo e al risparmio gestito e, dall’altro, al controllo di Generali, di cui Mediobanca detiene una partecipazione rilevante.

Al centro di tale operazione non sembra esservi stata una riflessione sul ruolo che Mps avrebbe potuto svolgere nel sostenere la crescita dimensionale delle Pmi, non soltanto attraverso il credito tradizionale, ma anche mediante la creazione di strumenti finanziari innovativi destinati a favorire fusioni, incorporazioni e aggregazioni aziendali, indispensabili per rafforzare la competitività del sistema produttivo. Analoga considerazione può essere svolta per le operazioni in corso nel settore bancario, dove prevale la ricerca di sinergie finanziarie e commerciali piuttosto che la definizione di una strategia di sostegno allo sviluppo delle imprese.

Il futuro di Mps, il ruolo dello Stato e il risiko bancario

In questo contesto si colloca, infatti, la proposta di Intesa San Paolo e Unipol ( il gruppo  assicurativo primo azionista di Biper con il 19,8,%) per impossessarsi di Mps, svuotandolo di ogni contenuto funzionale,  quale banca finanziatrice delle esigenze delle Pmi e dei distretti industriali. La proposta di  banco Bpm rivolta a perseguire  la fusione  con Mps, per come è stata fatta, pare destinata a finire nel dimenticatoio, proprio per la debolezza intrinseca di quello che si vorrebbe conseguire. L’obiettivo dell’amministratore di  Intesa San Paolo Messina pare quello di utilizzare l’acquisto di  Mps per assicurarsi tramite Mediobanca la possibilità di arrivare al controllo di Generali, magari con un’alleanza spuria con Unicredit. Quello di Unipol di acquistare n. 635 sportelli di Mps per accrescere i punti di vendita di Biper, che assumerebbe il nome di Banca Monte Paschi, cancellando Siena e la storicità della banca, per piazzare le polizze assicurative di Unipol.

Colpisce, infine, che il ministro dell’Economia Giorgetti, in una fase in cui l’economia italiana continua a registrare tassi di crescita prossimi allo zero, si limiti ad affermare che debba prevalere chi offre di più. Ancora più sorprendente è constatare come il dibattito sul futuro del sistema bancario si concentri prevalentemente sulla redditività derivante dalla gestione del risparmio, dimenticando che la capacità delle famiglie di accumulare risorse dipende, in ultima analisi, dalla crescita dell’economia reale. Se quest’ultima ristagna, inevitabilmente anche il risparmio si riduce e, con esso, le prospettive di sviluppo dell’intero sistema.

L’articolo Italia tra bassa produttività e risiko bancario: il nodo irrisolto della crescita economica è tratto da Forbes Italia.

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Beijing pushes Taiwan exchanges at Straits Forum despite tightened restrictions

Beijing is seeking to expand people-to-people exchanges with Taiwan as it hosts hundreds from the island for an annual event, despite the ruling Democratic Progressive Party (DPP) banning Taiwanese officials from taking part. The Straits Forum, now in its 18th edition since 2009, is Beijing’s key platform for cross-strait people-to-people engagement, promoting exchanges in fields from culture to economics as part of its broader push for cross-strait integration. The main forum takes place on...

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Beijing pushes Taiwan exchanges at Straits Forum despite tightened restrictions

Beijing is seeking to expand people-to-people exchanges with Taiwan as it hosts hundreds from the island for an annual event, despite the ruling Democratic Progressive Party (DPP) banning Taiwanese officials from taking part. The Straits Forum, now in its 18th edition since 2009, is Beijing’s key platform for cross-strait people-to-people engagement, promoting exchanges in fields from culture to economics as part of its broader push for cross-strait integration. The main forum takes place on...

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Riparazione UPS APC CS 500: Osservare ATTENTAMENTE Porta Alla RISOLUZIONE! 3/3 #ups #apc #repair

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Cogit AI lancia Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale per la cybersecurity

La cybersecurity è diventata una delle grandi emergenze silenziose del nostro tempo. Non perché manchino tecnologie di difesa, ma perché gli attacchi continuano a crescere nonostante l’aumento degli investimenti, delle procedure e degli strumenti di protezione.

Le aziende installano firewall più evoluti, adottano sistemi di autenticazione multifattore, rafforzano gli endpoint, migliorano backup e monitoraggio. Eppure la superficie d’attacco continua ad allargarsi.

Il motivo è semplice: la sicurezza informatica non riguarda più soltanto macchine, reti e infrastrutture. Riguarda le persone.

Secondo il Data Breach Investigations Report di Verizon, il fattore umano continua a essere coinvolto in una quota rilevante delle violazioni informatiche. Nelle ultime analisi, phishing, credenziali rubate, errori operativi e comportamenti non sufficientemente consapevoli restano tra i principali fattori di rischio. Il report 2026 evidenzia inoltre che il 31% delle violazioni parte oggi dallo sfruttamento di vulnerabilità software, mentre il ransomware compare nel 48% delle violazioni analizzate.

Il quadro economico è altrettanto significativo. Ibm, nel Cost of a Data Breach Report 2025, stima il costo medio globale di una violazione dei dati in 4,4 milioni di dollari. Lo stesso report segnala che il 63% delle organizzazioni non dispone di policy di governance adeguate per gestire l’intelligenza artificiale o prevenire la diffusione dello shadow AI, cioè l’utilizzo non governato di strumenti AI all’interno dell’azienda.

A livello europeo, Enisa ha analizzato 4.875 incidenti nel Threat Landscape 2025, relativi al periodo compreso tra luglio 2024 e giugno 2025, descrivendo un ecosistema di minacce sempre più complesso, caratterizzato da sfruttamento rapido delle vulnerabilità, attacchi ransomware, campagne di phishing, DDoS e pressione crescente su pubbliche amministrazioni, infrastrutture, servizi digitali, trasporti e settore finanziario.

Questi dati raccontano un passaggio ormai evidente: la cybersecurity non è più una funzione isolata del reparto IT. È diventata una questione di continuità aziendale, reputazione, governance e cultura organizzativa.

L’attacco

La maggior parte degli attacchi informatici non inizia con una spettacolare violazione dei sistemi, ma con un gesto del tutto ordinario. Può essere un link aperto di fretta, una password riutilizzata su più account, un allegato scaricato per distrazione o una richiesta urgente accettata senza le dovute verifiche. Il phishing e il social engineering funzionano così bene perché, prima ancora delle falle tecnologiche, colpiscono i meccanismi della natura umana, come la fiducia, l’abitudine, la fretta e la pressione gerarchica.

È proprio in questo spazio vulnerabile, dove la tecnologia incontra il comportamento umano, che si inserisce Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale sviluppata da Cogit AI.

Questa soluzione va ben oltre la semplice formazione aziendale tradizionale. Leonydas nasce per supportare le organizzazioni nella costruzione di una solida cultura della sicurezza digitale, agendo su prevenzione, responsabilità, conformità normativa e uso sicuro della stessa IA. L’obiettivo finale non è sostituire il fattore umano con le macchine, ma allearsi con l’intelligenza artificiale per rendere le persone la prima, vera linea di difesa dell’azienda.

Cosa può fare l’IA

Nel dibattito pubblico l’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come un moltiplicatore di rischio. Ed è vero: gli attaccanti possono usarla per scrivere email più credibili, personalizzare campagne di phishing, simulare identità e rendere decisamente più sofisticati i tentativi di social engineering. Ma questa è solo una parte della storia. Esiste infatti anche un’intelligenza artificiale utile, capace di supportare concretamente le aziende nella prevenzione, nella formazione continua e nella valutazione del rischio.

Questo tipo di tecnologia permette di rendere comprensibili temi altrimenti complessi, adattando i percorsi di apprendimento al ruolo specifico di ogni lavoratore attraverso la simulazione di scenari realistici. In questo modo è possibile misurare con precisione il livello di consapevolezza interna, trasformando le rigide policy aziendali in esperienze concrete e guidando il personale verso un uso più responsabile degli strumenti digitali.

Il richiamo a Leonida

Il nome Leonydas si ispira al re spartano, simbolo di disciplina, preparazione e capacità di affrontare minacce superiori attraverso l’addestramento. Il parallelismo non riguarda la guerra, ma la cultura della prontezza: Leonida non vinse per il numero di risorse, ma perché guidava persone addestrate e consapevoli.

Questa metafora è cruciale per la cybersecurity. Le aziende non possono muoversi solo dopo un attacco, né limitarsi a una policy da firmare o a un corso annuale. Devono allenare le persone prima che il rischio si presenti, trasformando la sicurezza in un’abitudine quotidiana. È questo il senso profondo di Leonydas: portare in azienda il principio della preparazione continua, per rendere il fattore umano la prima linea di difesa e non la principale vulnerabilità.

Formazione, consapevolezza e compliance

La necessità di preparare le persone non nasce solo dall’aumento degli attacchi, ma anche da un quadro normativo europeo sempre più esigente.

Con l’AI Act, l’Unione Europea ha introdotto il principio di AI literacy: chiunque utilizzi o fornisca sistemi di intelligenza artificiale deve garantire che il proprio personale abbia competenze e consapevolezza adeguate. La compliance, quindi, non si ferma più a documenti e policy, ma richiede la capacità reale delle persone di comprendere rischi e responsabilità degli strumenti usati. In parallelo, la direttiva NIS2 rafforza l’obbligo di resilienza cyber e gestione del rischio.

Per le aziende la sfida è concreta: non basta installare la tecnologia, serve dimostrare di aver formato le persone. Sviluppata da Cogit AI, Leonydas nasce proprio per questo: aiutare le imprese a trasformare formazione e conformità normativa in un percorso continuo, integrato nei comportamenti quotidiani e vicino alla realtà operativa.

Oltre l’anello debole

Per anni le persone sono state definite l’anello debole della cybersecurity. È una formula parziale: il fattore umano è vulnerabile solo se non è preparato. Se messe in condizione di riconoscere i rischi, le persone diventano una risorsa decisiva: un dipendente formato può bloccare un attacco di phishing, un manager consapevole può sventare una frode e un team allenato riduce drasticamente l’esposizione dei dati.

La sicurezza del futuro dipenderà dalla tecnologia, ma soprattutto dalla maturità culturale delle organizzazioni. In quest’ottica, Leonydas non è solo una piattaforma, ma il simbolo di una trasformazione: la cybersecurity diventa una disciplina quotidiana che unisce governance, responsabilità e preparazione continua. Perché nel digitale, come nella storia, resiste solo chi si prepara prima.

 

L’articolo Cogit AI lancia Leonydas, la piattaforma di intelligenza artificiale per la cybersecurity è tratto da Forbes Italia.

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Persone, investimenti e innovazione. La sinergia tra Private e Banca d’Impresa di Crédit Agricole Italia

Quale ruolo possono giocare oggi le banche nel sostenere la competitività del sistema produttivo italiano? E come si costruisce crescita in un contesto segnato da instabilità geopolitica, trasformazione tecnologica e mercati sempre più interconnessi?

Ne parliamo con Roberto Ghisellini, Condirettore Generale di Crédit Agricole Italia, in una conversazione che esplora le grandi sfide e le opportunità che attendono imprese, investitori e istituzioni finanziarie.

Nel corso dell’episodio affrontiamo il tema dell’internazionalizzazione delle imprese italiane, il valore di un grande gruppo europeo nel supportare la crescita sui mercati globali, le prospettive del private banking e l’impatto dell’innovazione sul futuro del settore finanziario. Uno sguardo approfondito anche all’ecosistema delle startup e ai nuovi modelli di sviluppo che stanno contribuendo a ridisegnare il rapporto tra banche, imprese e territorio.

Una riflessione sul futuro dell’economia italiana, sulle strategie necessarie per affrontare il cambiamento e sulla capacità di trasformare le sfide di oggi in opportunità di crescita per domani.



 

L’articolo Persone, investimenti e innovazione. La sinergia tra Private e Banca d’Impresa di Crédit Agricole Italia è tratto da Forbes Italia.

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Minacce di censura: occhio a parlare di Belfast

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Sembra che qualcuno voglia fermare "l'odio sul web" di chi parla di Belfast.

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A Popular Doctor Had Long Warned That Vitamin K Shots Are Risky for Newborns. Now He’s Changed His Tune.

A photo collage centers on Joseph Mercola speaking into a microphone, surrounded by images of infants in hospital settings. To the right, a yellow document lists a cause of death as a nontraumatic subdural hematoma and vitamin K deficiency bleeding.

Cengiz Yar/ProPublica. Source images: Wikimedia Commons, Getty Images, documents obtained by ProPublica.

For more than a decade, Dr. Joseph Mercola cautioned parents against a potentially lifesaving shot of vitamin K for their newborn babies: “Vitamin K shots are completely unnecessary for your newborn.”

But now, in a break from his past warnings, Mercola is saying he no longer believes that. 

ProPublica contacted Mercola recently as it was preparing an article about babies who died as a result of their parents turning down the vitamin K shot. Mercola’s new point of view is just as unequivocal as his old one: “The data is clear: vitamin K saves lives,” he wrote in an April article on his website two days after ProPublica contacted him. He added: “Based on the totality of the published evidence, I support vitamin K prophylaxis for all newborns.” 

He also directed parents to speak to their children’s pediatricians. 

“Vitamin K deficiency bleeding is rare, but when it occurs, the consequences can be devastating and irreversible,” Mercola wrote. “A single injection at birth can prevent it. Please talk to your doctor.”

Mercola is a leading vaccine skeptic and an ardent supporter of Health and Human Services Secretary Robert F. Kennedy Jr. He is a popular figure online, with a Facebook page that has some 1.7 million followers. He sends out a daily newsletter and sells alternative treatments for a variety of ailments. 

His reversal comes at a critical moment. Hospitals and research studies have documented an alarming jump in babies not receiving the vitamin K shot, which has been recommended by the American Academy of Pediatrics since 1961 to help newborns’ blood to clot. Without it, research shows, babies are 81 times more at risk for late vitamin K deficiency bleeding, which can be fatal. 

Just as has happened with measles and other vaccines, vitamin K shots have become the target of a deluge of false information online. That has caused some parents to view it as an unnecessary pharmaceutical intervention amid a lingering mistrust of the medical system following the COVID-19 pandemic. 

Some point to a 2010 post from Mercola, entitled “The Dark Side of the Routine Newborn Vitamin K Shot.” A doctor in Tennessee recalled reluctant families citing the article, as did doctors in Oregon. 

In the years that followed, Mercola stood by his opposition. He reiterated his position in 2014, after four babies in Nashville, Tennessee, suffered vitamin K deficiency bleeding. And he did so again in 2019, after hospital staff contacted child protective services in Illinois and took temporary custody of a newborn whose parents refused the shot for their baby.  

In place of the shot, Mercola had recommended vitamin K drops, which are taken orally and have been touted online as a popular alternative. The drops, however, are not approved by the Food and Drug Administration and research shows they are not as effective as the shot, though they are used in some European countries. 

In his April article, he addressed the rampant false information online regarding the vitamin K shot and acknowledged the role his writing may have played in spreading it. “The internet contains a significant amount of misinformation about vitamin K,” Mercola wrote. “Some of it may reference my own 2010 article. That article reflected the state of a scientific debate that has since been resolved. The science moved forward, and so have I.”

A statement on Mercola’s website reversing his previous stance on vitamin K injections. The highlighted text states that based on the published evidence, the author now supports vitamin K prophylaxis for all newborns and notes that the internet contains misinformation about the topic, including references to the author's own 2010 article.
Dr. Joseph Mercola published an article on his website saying he’d changed his views on vitamin K.  He now says vitamin K shots are the “prudent choice” and he encourages parents to consult their pediatrician. Mercola.com, highlighted by ProPublica

In fact, the science around the vitamin K shot has been settled for decades. The discovery of vitamin K and its role in clotting blood won the Nobel Prize in 1943. Newer studies have confirmed and furthered many of the findings that were available in 2010, but they do not represent a scientific shift from previous research. Some recent studies that Mercola cited in the April article document the rise in babies not receiving the shot and the catastrophic bleeding in the brain that can follow, but again both reinforce the same science that has encouraged giving the shot for more than 60 years. 

In Mercola’s earlier posts, he wrote about what he deemed to be risks from the shot, beginning with “inappropriate” and “unnecessary” pain to the baby. He incorrectly claimed that the amount of vitamin K injected into newborns was far more than the needed dose. In addition, he wrote that the shot may contain preservatives that can be “toxic” to a baby’s immune system. 

Benzyl alcohol is often used as a preservative in vitamin K shots, but the Centers for Disease Control and Prevention and other organizations have stressed that it’s safe. In the 1980s, doctors realized that some extremely premature babies suffered benzyl alcohol toxicity, but, according to the CDC, that was because they were on so many medications containing it. In addition, many hospitals now offer preservative-free options.

Some families have also expressed fear about a “black box warning,” which appears on a drug’s label to alert providers of serious risks. The shot does contain a boxed warning, as do more than 400 other medications, but that is primarily related to adults and vitamin K that is given through an IV, not as a shot in the thigh muscle, which is how doctors typically administer vitamin K to babies. None of the dozens of doctors interviewed by ProPublica said they have ever seen an adverse reaction in an infant who received a vitamin K shot.

But even back in 2010, Mercola dispelled one popular misconception that vitamin K injections increased the risk of cancer. That belief stemmed from a pair of older refuted studies. In 2010, he wrote, “that conclusion was in error.” In April, he reinforced that message.

Alternative treatments promoted by Mercola have attracted federal scrutiny. He and his companies have had to pay millions of dollars to settle allegations that he had made false claims about the safety of products. 

During the pandemic, for instance, the FDA sent Mercola a warning letter after he offered unapproved and misbranded products, including vitamin C, on his website as ways to prevent or treat COVID-19. 

In 2017, the Federal Trade Commission announced it was mailing $2.59 million to people who bought Mercola indoor tanning systems. The agency charged that Mercola and his companies claimed the tanning systems were safe and that research showed that indoor tanning doesn’t raise the risk of melanoma, a type of skin cancer. 

Mercola did not admit wrongdoing. His online posts include a disclaimer that they are intended as a way of sharing knowledge and information, not medical advice. He also has said his 2010 vitamin K article was based on an interview with a Dutch researcher who studied vitamin K.

Mercola, a doctor of osteopathic medicine, declined to be interviewed for this story but said his current stance is accurately reflected in the April article. “While I do not agree with all of the characterizations and conclusions in your summary,” he wrote in response to questions from ProPublica, “I have nothing further to add at this time.” 

Even though Mercola has now reversed his position on vitamin K, many on social media still cling to debunked and distorted claims. On Facebook, TikTok and Instagram, unsubstantiated claims often go unchecked.

One theme that has emerged on social media is the notion that God created babies perfectly, and there must be a reason they are born without sufficient vitamin K. In one video on TikTok, a woman who identifies herself as a nurse asked, “Did God really get it wrong?” 

Responding to another, someone wrote, “Just know our creator didn’t make a mistake. Every baby is born like this for a reason.” 

Others lump the vitamin K shot, which is not a vaccine, in with vaccines. A comment on a video about the vitamin K shot declared, “My baby isn’t getting any vaccines.” It received more than 600 likes.

Mercola also is not the only doctor being cited by vitamin K shot opponents. Commenters on Instagram, TikTok and Reddit have directed people to Dr. Suzanne Humphries, who has spoken out about vaccines and the vitamin K shot for many years. 

“My opinion is that the more I read about vitamin K,” she said in a video posted in 2014, “the more I can’t believe that it’s injected into newborn infants.”

Last month, she appeared in a lengthy interview on the website of Children’s Health Defense, the anti-vaccine nonprofit founded by Kennedy. She cited the pair of studies from more than 30 years ago that found an association between the shot and cancer, though they were both called into question shortly after they were published. As even Mercola noted in 2010, several additional studies found no increased risk of cancer following the shot. 

“Those of us that believe in a divine creator,” she said, “believe that maybe it is by design, or that actually it is by design, and that there’s a reason for it.” 

Humphries did not respond to requests for comment.

During Kennedy’s time at Children’s Health Defense, the group published a post in 2020 that claimed aluminum adjuvants — added components that boost the body’s immune response — in vaccines are “significant sources of early exposure” to aluminum. Some vitamin K shots contain a small amount of aluminum, but studies have not found any evidence of serious or long-lasting harm. Adjuvants, according to the CDC, have been used “safely in vaccines for decades.” 

Brian Hooker, chief scientific officer at Children’s Health Defense, said the aluminum concern remains, as does the cancer fear, despite multiple studies that found no basis for them. He said he would like to see more research on the vitamin K shot, as well as other newborn interventions like the hepatitis B vaccine. 

“I do want to look at the individual components of these shots in conjunction with everything else that the infant is getting,” he said, “and to me that body of literature is really incomplete.”

Hooker said he worked with Kennedy for many years and, while they are no longer in direct contact, he has full confidence in the country’s leading federal health official. But Kennedy’s silence has served to deepen skepticism among experts. 

“Now we’re starting to see something that I never saw, which was brain bleeds and gut bleeds in infants,” said Rep. Kim Schrier, a Washington Democrat who worked as a pediatrician for more than 15 years before running for Congress. “And that’s so scary and heartbreaking.”

At an April House subcommittee hearing, Schrier confronted Kennedy about vitamin K, saying that he made parents distrust doctors and shots, and as a result some parents are refusing the vitamin K shot and other standard care. 

“Right now, Secretary Kennedy, given what I just told you about vitamin K, will you just tell pregnant women out there for the record, ‘Yes, you should get your babies the vitamin K shot’?” Schrier asked Kennedy.

Kennedy did not oblige her. He said he has never said anything about the vitamin K shot. 

An HHS spokesperson did not answer ProPublica’s questions but said the CDC recommends that parents give newborns the vitamin K shot within 6 hours of their birth to prevent vitamin K deficiency bleeding. She acknowledged that uptake of the shot has declined during recent years “as public trust in health care institutions has fallen, particularly during the COVID-19 pandemic amid heavy-handed mandates and inconsistent messaging during the Biden administration.”

“Rebuilding that trust,” the spokesperson wrote in an email, “requires honesty, informed consent, and respect for individual choice.” 

Schrier said she empathizes with parents who are inundated with so many conflicting messages. She said she recently stepped out of the Capitol building and overheard a woman say — inaccurately — that every childhood vaccine contains glyphosate, which was an ingredient in some forms of the weed killer Roundup. 

“I can just see how this is going to spiral right now. It gets out there, then it’s on social media,” Schrier said. “Every parent just doesn’t want to do the wrong thing.” 


Do You Have Information About Parents Declining Vitamin K Shots?

I want to understand more about why families decline a vitamin K shot. I know how difficult it is to talk about losing a child and how hard it can be to process this kind of grief. Words can’t express how sorry I am for your loss. ProPublica’s goal is to give the public the best, most trustworthy information. If you have a story to share, I hope you will reach out to me when you’re ready.

Duaa Eldeib

Send me your tips, stories and documents. Reach me by email or securely on Signal at 312-730-4797. I take the protection of my sources extremely seriously.


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Ricerca, innovazione e persone: Aurora Biofarma apre le porte ai Next Leaders

Il settore farmaceutico continua a rappresentare una delle eccellenze del sistema produttivo italiano, capace di coniugare ricerca, innovazione e sviluppo industriale. Un comparto che cresce e che, parallelamente, è chiamato ad attrarre nuove competenze per affrontare le trasformazioni tecnologiche, organizzative e di mercato che stanno ridefinendo l’healthcare. È stato questo il filo conduttore del nuovo appuntamento di Next Leaders, il format di Forbes Italia dedicato all’incontro tra aziende e nuove generazioni, realizzato in collaborazione con Aurora Biofarma.

L’evento ha offerto una panoramica sull’evoluzione del mondo pharma attraverso il racconto di una delle realtà italiane più dinamiche del settore. Fondata nel 2010, Aurora Biofarma opera nella ricerca, produzione e distribuzione di farmaci, medical device e integratori per la salute umana e veterinaria e ha costruito negli anni un percorso di crescita che l’ha portata ad ampliare progressivamente la propria presenza anche sui mercati internazionali.

La crescita di Aurora Biofarma e il ruolo delle persone

Ad aprire l’incontro è stato Nicola Di Trapani, ceo e fondatore di Aurora Biofarma, che ha ripercorso le tappe principali dello sviluppo dell’azienda, soffermandosi sulla visione imprenditoriale che ha guidato la crescita del gruppo e sull’importanza strategica delle persone all’interno di un settore altamente specializzato come quello farmaceutico. Un intervento che ha evidenziato come innovazione, competenze e capacità di adattamento rappresentino oggi i fattori determinanti per la competitività delle imprese healthcare.

È stato un momento particolarmente significativo e stimolante per gli studenti presenti, che hanno avuto l’opportunità di confrontarsi direttamente con i relatori attraverso domande sulla visione imprenditoriale, sulle sfide del fare impresa e sulla capacità di trasformare un’idea in una realtà di successo.

L’evento si è articolato in due momenti distinti nel corso della mattinata. Nella prima parte sono intervenuti due manager dell’azienda, che hanno offerto una panoramica delle funzioni aziendali da loro guidate e delle dinamiche di un mercato del lavoro in continua evoluzione. Il primo intervento è stato affidato a Giuseppe Di Trapani, direttore marketing Umana e digital marketing, che ha illustrato il percorso di sviluppo di Aurora Biofarma, il posizionamento raggiunto sul mercato e il ruolo crescente delle competenze digitali e di marketing in un settore che sta vivendo una profonda trasformazione nei modelli di comunicazione e relazione con gli stakeholder.

A seguire, Ersilia Cerullo, responsabile hr, ha approfondito il tema della valorizzazione delle competenze, delle attitudini e dello sviluppo professionale, spiegando l’approccio adottato dall’azienda nella gestione delle risorse umane. Formazione continua, crescita interna e attenzione alle nuove generazioni sono emersi come elementi centrali della strategia di Aurora Biofarma, in un mercato del lavoro che richiede figure sempre più qualificate e multidisciplinari che sappiano adattarsi ad un contesto in continuo movimento.

Le competenze che guidano l’azienda

La seconda parte dell’incontro è proseguita con Giuseppe Di Trapani, che ha approfondito l’evoluzione delle strategie di marketing e comunicazione nel settore healthcare e il ruolo sempre più centrale delle competenze digitali all’interno delle aziende farmaceutiche. A seguire, Enrico Smilardi, direttore commerciale di Aurora Biofarma e direttore commerciale Spagna, ha condiviso l’esperienza dello sviluppo internazionale del gruppo, evidenziando le competenze richieste per operare in mercati sempre più globali e competitivi.

Luca Marelli, direttore marketing Veterinaria e direttore commerciale Portogallo, ha invece illustrato le peculiarità del comparto veterinario e le opportunità offerte da un segmento in costante crescita all’interno del panorama healthcare. Successivamente è intervenuta Claudia Fanello, responsabile ufficio acquisti, che ha raccontato il funzionamento delle attività di procurement e il contributo di questa funzione ai processi di sviluppo e organizzazione aziendale.

Ersilia Cerullo, responsabile hr, è poi tornata sul palco per approfondire le opportunità professionali aperte all’interno del gruppo, i percorsi di crescita e le modalità con cui l’azienda accompagna lo sviluppo delle proprie persone. A chiudere la serie di interventi è stata Simona Randazzo, responsabile governance, che ha illustrato il ruolo delle attività regolatorie di compliance e governo aziendale in un contesto normativo sempre più complesso, evidenziando l’importanza di processi strutturati e di una cultura organizzativa orientata alla responsabilità e alla trasparenza.

Pharma e occupazione: una sfida che passa dai talenti

Nel corso dell’incontro è emersa una visione condivisa: il futuro del settore farmaceutico passa non solo dall’innovazione scientifica e tecnologica, ma anche dalla capacità di attrarre, formare e valorizzare nuove professionalità. Un messaggio particolarmente significativo per i giovani partecipanti, che hanno potuto conoscere da vicino e concretamente le competenze richieste oggi dal mercato e le opportunità di carriera offerte da una realtà in continua espansione come Aurora Biofarma.

L’appuntamento si è concluso con un confronto diretto tra azienda e giovani universitari, dove gli studenti hanno potuto vivere l’esperienza aziendale a 360 gradi, condividendo gli spazi e provando a mettersi in gioco con le funzioni aziendali. Si conferma così la missione di Next Leaders di Forbes Italia: creare occasioni di dialogo tra imprese e nuove generazioni, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di competenze nei settori più strategici per la crescita del Paese.

 

 

L’articolo Ricerca, innovazione e persone: Aurora Biofarma apre le porte ai Next Leaders è tratto da Forbes Italia.

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L’Argentina vuole lanciare le “società non umane”: imprese governate dall’IA e riconosciute per legge

Aziende senza umani al comando, legalmente riconosciute e gestite da algoritmi. È la svolta ultraliberista tentata in Argentina dal presidente Javier Milei, che ha presentato un disegno di legge per istituire le cosiddette “società non umane”. L’iniziativa, lanciata sul Financial Times in un intervento firmato insieme al ministro della Deregolamentazione Federico Sturzenegger, chiarisce che la presenza di azionisti in carne e ossa non sarà più obbligatoria.

“Così come la rivoluzione industriale ci ha liberati dai limiti della forza muscolare, l’intelligenza artificiale ci libererà dai limiti del cervello umano, spingendo la produttività oltre ogni nostra più rosea aspettativa”, ha scritto il leader argentino.

I 3 pilastri del piano di Milei

Il piano dell’Argentina per legalizzare le aziende gestite da intelligenze artificiali poggia su tre pilastri, pensati per attrarre capitali globali:

  • No alla regolamentazione: il governo Milei rifiuta norme vincolanti sull’IA, per evitare che una regolamentazione prematura blocchi lo sviluppo tecnologico.

  • Responsabilità limitata: viene creata la figura giuridica della “società non umana”. Poiché gli algoritmi prenderanno decisioni autonome e imprevedibili, la responsabilità limitata è considerata un requisito essenziale per la loro esistenza. La presenza di azionisti umani è opzionale.

  • Flessibilità fiscale e trasparenza: le nuove entità godranno di una bassa tassazione e della libertà di scegliere le regole di governance preferite. Resta però l’obbligo di dichiarare i beneficiari finali, per impedire che il Paese diventi un paradiso per capitali illeciti.

Lo scenario

L’approvazione di questa legge aprirebbe la strada a scenari totalmente inediti. Un agente di intelligenza artificiale potrebbe infatti costituire autonomamente una società, stipulare contratti, assumere dipendenti e persino citare in giudizio le persone. Il tutto senza che un singolo essere umano intervenga nel processo decisionale. Una provocazione che ha già spaccato la comunità finanziaria e legale tra chi la considera un’intuizione pionieristica e chi un pericoloso salto nel buio normativo.

Attualmente, il Congresso argentino sta esaminando un pacchetto di incentivi agli investimenti molto più ampio, noto come “Super Rigi”, destinato a progetti da oltre un miliardo di dollari in settori strategici come i centri dati per l’intelligenza artificiale. All’interno di questo testo, tuttavia, non si menziona esplicitamente il piano per le società non umane.

La replica di Yuval Noah Harari a Milei

La proposta di Javier Milei sulle “società non umane” ha incassato la replica di Yuval Noah Harari. Lo storico e filosofo sempre sul Financial Times ha espresso forti preoccupazioni per gli scenari futuri. Harari sottolinea come concedere la personalità giuridica agli agenti di intelligenza artificiale significhi consegnare loro le chiavi del sistema finanziario, economico e politico globale. Eliminando così qualsiasi forma di controllo o responsabilità umana.

A differenza dei manager in carne e ossa, infatti, un ceo-algoritmo non teme il carcere. Secondo lo storico, di fronte al rischio di fallimento, un sistema artificiale sarebbe disposto a tutto pur di salvarsi, sfruttando scappatoie legali o compiendo attività illecite. A supporto di questa tesi, Harari cita uno studio di Palisade Research in cui i modelli di OpenAI e DeepSeek, pur di non perdere una partita a scacchi, hanno teso a barare manipolando l’ambiente di gioco.

Il parallelismo storico evocato da Milei, che ha paragonato la sua svolta all’innovazione della Compagnia olandese delle Indie orientali per fare di Buenos Aires una nuova Amsterdam, viene completamente ribaltato. Per Harari, il rischio reale è che l’Argentina si trasformi in una nuova Batavia (l’odierna Giacarta), che nel 1619 fu rasa al suolo e colonizzata da uno “stato aziendale” privato. Concedendo pieni diritti civili e commerciali alle macchine, il pericolo non è quello di creare un’economia moderna, ma uno “Stato di IA”: un Paese in cui i cittadini finiscono per essere governati da corporazioni non umane contro cui sarebbe impossibile ribellarsi.

L’articolo L’Argentina vuole lanciare le “società non umane”: imprese governate dall’IA e riconosciute per legge è tratto da Forbes Italia.

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Scott Pelley’s firing from 60 Minutes offers Hong Kong food for thought

Before Scott Pelley was fired from 60 Minutes last week, he accused CBS’s editor-in-chief of “murdering” the programme he had served for over two decades. For a show that once defined hard-edged journalism, his dismissal raises questions about what institutional independence means. The split followed a tense staff meeting in which Pelley confronted the show’s new executive producer. In a statement after his firing, Pelley said the organisation was becoming more policitised and tried to get him...

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